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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 06 novembre 2008
    L'anima del carnefice

    Come comincia: Nelle avenidas i cingoli dei carri armati avevano lasciato le stesse cicatrici che avevano i martiri sulla pelle. Segni profondi, palpabili, pronti alla vendetta.
    Incontrare i boia per strada non era cosa rara, anzi, incontrare chi aveva ucciso il tuo futuro era cosa comune.
    Nel dehor di un cafè, quell'uomo dagli occhi azzurri come il mare, racchiusi in piccole fessure sopra un viso bonario, quasi gentile, le mani lunghe e affusolate come quelle di un pianista o di un chirurgo, dai gesti misurati e precisi, mi aspettava. Quelle mani che prendevano un bicchiere di Cabernet Sauvignon cileno e lo portavano alle labbra con solenne lentezza, con la consapevolezza di quello che sarebbe stato il gusto al palato, il sentirne gli aromi e le fragranze.
    Un uomo così, che sapeva dare un valore alle cose terrene, che sapeva apprezzare a fondo le cose buone della vita, si apprestava a raccontarmi quello che era stato il suo “impiego” negli anni passati, con la tranquillità di chi racconta le sue vacanze estive a Vigna del Mar.
    Otto ore di lavoro sulla carne di persone per lui senza nome, senza età, senza sesso, senza volto, senza storia. Pezzi di carne da fare urlare, da sfinire, da rendere morbida, da piegare.
    Si godeva il sole mentre raccontava senza enfasi e accanimento la sua storia. Guardavo la sua bocca e ad ogni parola sembrava uscissero pezzi di carne, sangue, urla.
    E gli sovvenne il nome di uno degli ospiti del garage, così chiamava il suo posto di lavoro, perché lo aveva “incontrato” il giorno del compleanno di uno dei suoi bambini. Ne aveva tre, e così quel giorno, prima di prendere servizio gli aveva comprato uno di quei giochi di costruzioni a mattoncini colorati e mi disse che lui non voleva che i suoi figli giocassero con le solite armi giocattolo perché erano diseducative, insegnavano la violenza.
    Il racconto si dipanava in modo fluido, senza interruzioni, con dovizia di particolari e senza mai crogiolarsi nel compiacimento.
    Gli domandai perché mai raccontasse queste cose a me e perché si fidasse di me.
    Sorrise con quei suoi denti disordinati ma bianchissimi e si avvicino così vicino al mio viso che potei sentire il suo alito che sapeva di vino e mi disse : “Non lo so. Certe cose si fanno e basta.”
    Poi si rimise rilassato sulla sedia e aggiunse che forse aveva scelto me perché ero straniero o forse perché i poeti hanno sublimato la morte nelle poesia e lì trovano le loro risposte alla vita. Un carnefice invece è condannato a cercare le sue risposte dentro agli altri.
    Aveva una teoria secondo la quale un boia cerca nella vittima predestinata il senso della vita e che solo guardando in faccia la disperazione di chi muore si riesca a capire quale sia l’essenza di un uomo. Rimasi immobile ad ascoltare quello che mi sembrava un delirio di onnipotenza. Poi dalla tasca tirò fuori un malloppo di carte tenute insieme da un grosso elastico e me lo consegno in mano.
    Mi disse che era il suo testamento e che avrei potuto leggerlo appena si fosse alzato da quella sedia.
    Impercettibilmente il suo viso si fece più rilassato, quasi sereno. Mando giù l’ultimo sorso del suo cabernet, lasciò una banconota sotto il bicchiere, mi fece un sorriso e senza dire nulla se ne andò. Mi alzai anche io, con quel malloppo di carte in mano e con un senso di dolore e nausea profondi. Presi la sua stessa direzione, mescolato tra la folla del mezzogiorno nell’Avenida Central, e non potei fare a meno di seguirlo per un po’ di tempo ancora. Non ricordo per quanto tempo, ma ad un certo punto, prima di infilarsi in un vicolo laterale, si fermò e voltandosi, da lontano mi sorrise:. Poi sparì dietro l’angolo.
    Il suo “testamento” non lasciava nulla a nessuno, non confessava nessun delitto, non raccontava nessuna storia, non chiedeva nessun perdono. Era solo la raccolta manoscritta di centinaia di poesie; poesie di straordinaria bellezza, scritte da un’anima eletta e pura. Poesie d’amore e di vita.
    Passai ore a leggerle dimenticando quale mano avesse mai scritto quei pezzi di carta, e quale anima li avesse concepiti.
    Nell’ultima pagina di quel “testamento” trovai scritta la frase: “La ricerca è finita. La morte ha liberato il poeta. Ora il poeta libererà la morte”.
    Pensai alle due anime che avevano vissuto in quell’uomo specularmente, in un inspiegabile simbiosi, in un tragico e armonico conflitto interiore.
    L’orrore scese dentro al mio cuore.
    Il fuoco fece giustizia di tanta inutile bellezza, di tanta terribile purezza.
    Tutte quelle straordinarie poesie portavano la data a piè di pagina e tutte erano state scritte negli ultimi due anni prima della sua morte in quel vicolo, con un colpo di pistola alla nuca.

  • 06 novembre 2008
    L'uomo dei boschi

    Come comincia: Era magico il momento in cui mi lasciavo la pianura alle spalle per raggiungere la montagna, dov'era nata mia madre e avevo trascorso gli anni più belli d'infanzia.
    Quella terra, da bambina, mi ricordava tanto i posti incantati che leggevo nei libri di scuola.
    Adoravo le strade deserte e infinite, la casa dei nonni, che profumava di legna e antico, il bosco dai mille pini.
    La nonna stava sempre seduta sulla stessa sedia alle spalle della credenza, indossava il suo grembiule da cucina colorato e aspettava, aspettava che il giorno finisse in solitudine.
    La domenica preparava il risotto di funghi, quelli che raccoglieva nonno nei sentieri, ed io non aspettavo altro che il piatto venisse servito per gustarmi con calma tutto il sapore.
    Mi guardava con aria da cuoca soddisfatta, quando le chiedevo di riempirmi il piatto ancora una volta.
    Nonno restava ben poco dentro le mura di casa.
    Lui era l'uomo dei boschi, lo chiamavo così, perché si era costruito un capanno vicino ai pascoli delle mucche e passava il tempo a falciare il fieno e a camminare senza sosta.
    Mi faceva ridere spesso con la sua aria buffa, assomigliava a Stanlio, la mimica facciale era pressoché identica.
    A volte andavo con lui a raccogliere l'erba per i conigli e la verdura negli orti.
    Mi piaceva curiosare tra le piante, però avevo una paura tremenda delle serpi.
    Ce n'erano di molti tipi ed io non le sapevo distinguere bene, al contrario di nonno, che le conosceva a menadito.
    Una volta ne prese una tra le mani ed io avrei voluto urlare con tutto il fiato che avevo nei polmoni.
    Per me lui era una persona coraggiosa e lo ammiravo tanto per la sua forza.
    Gli uscivano le vene dalle braccia quando alzava i sacchi con i quintali di fieno!
    Certe sere, uscivo in cortile a fissare le vallate illuminate. Mi immaginavo la gente che correva di fretta per rientrare in famiglia e la montagna muta ad osservare ogni istante di vita.
    Anche il nonno veniva ad osservare la macchia di luci accanto a me.
    Accendeva una sigaretta e mi guardava contare le nuvole sotto il cielo scuro.
    Lui capiva ogni mio sguardo e sapeva quanto lo amavo.
    Spesso mi dava qualche soldo dal suo portafoglio che poi rimaneva vuoto.
    Avrebbe dato anche l'anima pur di sapermi felice.
    Con le sue cinquemila lire io scendevo in paese a comprare le caramelle o qualche gioco da maschiaccio. Mi sentivo in colpa sapendo che lui rinunciava a qualcosa per se stesso per accontentarmi.
    Non giocavo con le bambole come tutte le bambine del mondo, no.
    Io preferivo i modellini delle auto, i trattori, le ruspe.
    Nonno sapeva che sarei tornata ogni volta con qualche cosa di strano.
    Non mi rimproverava mai se spendevo i soldi in giocattoli, anzi si fermava a guardare come costruivo le strade con la sabbia e la terra umida.
    Ero cresciuta così, coccolata ed in piena libertà nella natura, con la figura di un uomo che mi insegnava ad ascoltare le voci degli alberi, della polvere, degli animali.
    Fianco a fianco con le rocce ed il silenzio.

  • 06 novembre 2008
    Incubo

    Come comincia: L’anta della finestra si chiude con un colpo secco cui fa eco, come una schioppettata nel silenzio della notte, la porta che avevi lasciato semiaperta per sentire i suoi passi, quando fosse rientrato.
    Guardi istintivamente la radiosveglia: le quattro e quaranta. Tuo marito dorme, russando ritmicamente, come sempre. Ormai non ci fai più caso; riesci a prendere sonno, anche se lui russa. L’importante è non svegliarsi nel pieno della notte: allora è davvero difficile riaddormentarsi. Quel suono ritmico, cavernoso, sempre uguale, irritante scandisce i minuti e tu guardi il quadrante dell’orologio fissando il puntino lampeggiante dei secondi, e ne conti sessanta, uno dopo l’altro, e poi ancora sessanta e sessanta ancora, finché la spossatezza vince l’irritazione.
    Ti alzi senza far rumore, cercando di non far cigolare il letto. E’ la solita ronda notturna, quella di controllo. Come un automa ti avvii alla porta, la apri (l’aveva richiusa il vento), guardi alla camera dei ragazzi: la televisione è ancora accesa; Daniele  non è tornato.
    Entri in punta di piedi e la spegni, ma il pulsante scatta sotto le tue dita e Luca si sveglia.
    Con la voce impastata dal sonno ti rimprovera :
    – Mamma! Perché l’ hai spenta? Riaccendi! – Tu lo rassicuri, gli dai un bacio, bisbigliandogli che è quasi giorno, i programmi sono terminati, esci dalla stanza già con lo stomaco stretto dall’ansia.
    Dov’è il cellulare? Ti ricordi di averlo messo a ricaricare. Con gli occhi semichiusi vai a prenderlo. E’ un bel cellulare: dopo tanto hai deciso di cambiarlo, finalmente anche tu ne hai uno piccolo, ultimo modello,  con la fotocamera, già hai riempito il tuo album con decine di foto dei tuoi figli . Che saresti senza di loro?
    In cucina tutto è in ordine e c’è silenzio. Col cellulare stretto in mano ti siedi sul divano vicino al camino. Ti guardi intorno per trovare la calma necessaria, prima di chiamare. Il criceto gira  veloce sulla sua ruota. Le zampette perdono qualche colpo, di tanto in tanto, ma lui continua la sua corsa, instancabile, come se dovesse raggiungere una meta nel più breve tempo possibile. Sarà poi giusto tenerlo lì, chiuso nella gabbia? Paco continua a correre e tu pensi che è ora di formulare il numero: 333…, squilla. Guardi l’orologio: le quattro e cinquantadue.
    Non cambierà mai. Aveva promesso di rientrare presto, subito dopo il concerto. Aveva persino chiamato per rassicurarti, dopo mezzanotte.
    -Tutto a posto, ma’. E’ appena finito e stiamo ripartendo. Si è fatto tardi perché ha suonato anche un altro gruppo, poi ti racconto. Sì, non ti preoccupare per la macchina: velocità da crociera. Quando arrivo, però, non la riporto subito in garage; resto un po’ con Sara e poi torno: stai tranquilla.
    Tranquillità: che parola è questa? Che significa?
    Adesso dal cellulare viene il segnale di occupato. Quante volte ha squillato, mentre tu ripensavi alle sue parole rassicuranti?
    Richiami e lasci squillare fino alla fine. Chiami ancora: nessuna risposta.
    Le cinque. Ti alzi dal divano, mentre già non ti senti più tranquilla e cominci a pensare e non vorresti. Ecco la ridda delle ipotesi, come uno sciame impazzito di api, che cercano di guadagnare l’arnia del tuo cervello. Non c’è da preoccuparsi: è semplicemente un piccolo delinquente incosciente, che finge di non sentire gli squilli insistenti del cellulare, per rimanere un po’ di più al pub, dopo il concerto, con la ragazza, con gli amici.
    Non vorresti, ma accendi la prima sigaretta e la consumi in fretta, ingoiando il fumo, un tiro dopo l’altro, mentre lo stomaco si stringe e si svuota come una sacca .
    Ti batte il cuore, ma digiti nuovamente il suo numero, mentre cammini a piedi nudi intorno al tavolo, ti siedi sul divano, ti rialzi. Adesso le gambe sono diventate più pesanti, è come se si stessero riempiendo d’acqua.
    Ti ricordi di altre notti, di altre telefonate senza risposta: -Il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile; la preghiamo di riprovare più tardi. -  Adesso hai bisogno di stenderti un po’ sul divano. Chiudi gli occhi, ma subito li riapri terrorizzata: non ce la faresti a sopportare di nuovo tutto. Accendi un’altra sigaretta. Tuo marito non ti vede e non ti parlerà del cancro ai polmoni, del tuo egoismo di fronte al rischio di morte, con un marito e due figli.
    Ti alzi e in punta di piedi vai a controllare se dorme. Lo senti russare leggermente; va bene così: deve dormire ancora un po’, il tempo che lui torni e si metta a letto. Non potresti sopportare i suoi sermoni moralistici: che ti direbbe? Che la causa di tutto sei tu, che se fosse dipeso da lui tanta confidenza non gliel’ avrebbe data a tuo figlio, e la macchina, i soldi, il permesso di fare il suo porco comodo ecc. ecc. Almeno studiasse! Che bel modo di prepararsi ai test di ammissione per l’università…
    Ti porti istintivamente le mani alle orecchie, per non sentire le sue parole e ti accorgi che invece lui non sta parlando, lui dorme, e lo invidi.
    Chiami ancora una volta, due, tre volte. Richiudi il cellulare e guardi l’orologio. Le cinque e un quarto. Ora l’ansia comincia  a trasformarsi in paura: l’ ipotesi che lui non voglia rispondere di proposito ti appare assurda. Perché non rispondere, se sente il tuo squillo insistente e ripetuto? Forse dorme da Sara e non sente il cellulare, forse l’ ha  lasciato in macchina: no, è una soluzione troppo bella per essere vera, troppo comoda, troppo rassicurante alle cinque e venti del mattino.
    Mentre i pensieri si accavallano nella tua mente e si mescolano e si dissolvono, per riformarsi più potenti e gonfi, come onde in un mare che si agita sotto un vento sordo che nasce da chissà dove, richiami e aspetti, sperando di sentire la sua voce, che ti rassicura. Così potresti gridargli che ti sta uccidendo, che ti ha fatto invecchiare prima del tempo e quelle occhiaie che ti stancano il viso sono là per colpa sua e per il troppo amore che gli porti.
    Il segnale di occupato al termine della lunga serie di squilli ti riporta alla realtà.
    Devi farti una camomilla, adesso. Ma servirà? Le gambe non rispondono più. Le trascini fino all’angolo cucina, inciampi nel tappeto. - Maledetto straccio vecchio! Devo gettarti via, prima o poi.
    Mentre l’acqua si scalda, prendi la tazza, la bustina di camomilla, lo zucchero e guardi fuori dal balcone. E’ quasi l’alba.
    C’è tanto silenzio e tu vorresti urlare, ma non ce la fai neppure a respirare con regolarità. Adesso senti un peso , come una morsa che ti stringe il petto, all’altezza del cuore e hai paura, una paura così grande che perdi forza nelle mani e la tazza quasi ti scivola via. Devi bere, a piccoli sorsi, il tepore ti farà bene, allenterà la morsa, ti lascerà respirare e potrai pensare con calma al da farsi.
    Provi a chiamare di nuovo. Adesso la paura si sta trasformando in terrore. Ti torna in mente una notte lunghissima e bianca come questa, che però non riguarda te, ma un’altra madre, chissà quante altre madri. Le ore passavano l’una dopo l’altra e il cellulare era spento. E alle sei quella madre si mise in macchina, con suo marito, e vide l’utilitaria  del figlio davanti alla caserma dei carabinieri. Ma quella era una storia di marijuana e non ti riguarda.
    Per te è diverso; il cellulare di tuo figlio è acceso e lui non risponde. Devi pensare ad altro, ma non vuoi.
    Bisogna che tu vada in bagno a lavarti il viso, a truccarti, per tenerti pronta. Pronta a cosa? Forse dovresti svegliare tuo marito e consigliarti con lui.
    Le gambe tremano, adesso, e la testa si sta svuotando. Non puoi certo sentirti male, devi tenerti pronta a tutto.
    Fai il caffè e lo bevi con un po’ di nausea; bisogna bere qualcosa di caldo, dentro senti un gelo che ti ghiaccia il sudore sulla pelle.
    -Dio! Dio! DIO!- ripeti a bassa voce, con rabbia questa parola e pensi che in fondo non ha senso. Dov’è Dio? Esiste Dio? E allora perché tuo figlio non è nel suo letto e tu nel tuo? Perché non stai dormendo come tante altre madri fortunate, che hanno il figlio nel letto, mentre tu non sai nemmeno più se ce l’ hai, un figlio.
    D’improvviso ti si fa chiara agli occhi della fantasia allucinata tutta la verità: lui stava tornando, non correva, l’aveva promesso. Poi è successo qualcosa, una distrazione, una macchina impazzita che gli è piombata addosso senza che lui potesse fare nulla per evitarla. Ti pare di individuare con precisione il tratto di strada dove si è verificato l’incidente.
    Ti passi una mano sulla fronte , ti copri gli occhi per non vedere la scena. E’ ancora buio, nessuno si è accorto di nulla, le macchine passano veloci sulla strada e non si accorgono dell’auto capovolta sotto il cavalcavia. Nessuno può aiutare tuo figlio perché nessuno sa che è là a morire, forse è già morto e neanche tu lo sai.
    Scuoti forte la testa per scacciare quelle immagini, ma non riesci a pensare ad altro. E’ successo certamente qualcosa di terribile, altrimenti non potresti sentire quest’angoscia così profonda, questo dolore insopportabile.
    Forse ha perso il controllo per telefonare a te, per tranquillizzarti (perché gli chiedi sempre di avvisarti? Perché non ti fidi, così lui non deve pensare a tranquillizzarti e può guidare tranquillo?)
    Dov’è adesso? Forse sente lo squillo del cellulare, ma è incastrato tra le lamiere della macchina, sotto una scarpata, un cavalcavia, dove nessuno vede la macchina capottata, e  lui cerca di raggiungerlo con la mano, ma non ce la fa.
    – Non posso rispondere, mamma, non riesco a muovermi . E’ inutile che continui a chiamarmi, non vedi che non riesco a muovermi, non ci vedo e sento tanto dolore: perché non mi aiuti, mamma e non smetti di telefonare? -
    Vorresti piangere, ma i singhiozzi sono asciutti e restano in gola: non bisogna far rumore. Non hai gridato nemmeno quando l’ hai partorito eppure il dolore pareva ucciderti, eri certa di non riuscire a sopravvivere tanto era forte il dolore, eppure ce l’hai fatta e lui è nato, bello, sano, l’hai generato proprio tu, tuo figlio.
    Digiti il numero meccanicamente, senza guardare la tastiera. -Ti prego, rispondi, ti prego, ti prego, ti prego.
    Guardi l’orologio: le cinque e quarantacinque. Ormai fuori è giorno. Una luce spettrale rischiara un mondo che non ti appartiene. Che farai se gli è successo quello che continui ad immaginare? Non bisogna nemmeno pensarla quella cosa terribile, hai paura persino di pensarla, perché sai che potresti morire anche solo pensandoci sul serio. E invece ci pensi, pensi persino a quello che dovresti dire a tua madre e a tuo padre e li vedi morire mentre parli.
    E tu, riusciresti a sopravvivere? Dovresti farlo, anche se sarebbe molto meglio morire, insieme a lui. Ma non c’è solo lui, anche se pare ingoiare ogni attimo della tua vita, come una sanguisuga che si nutre del tuo sangue e del tuo amore.
    Hai un altro figlio, cerca di ricordarlo, è ancora così piccolo, pensa a lui, che dorme tranquillo e non sa la tua angoscia. Anche a questo dovresti stare accanto, per aiutarlo a crescere, a non sbagliare, per fargli capire il bene e il male e tenerlo lontano dalle cattive compagnie, per non doverlo aspettare fuori dalla caserma e percorrere con lui la strada tortuosa che riporta a casa.
    Le cinque e cinquantacinque.
    Ormai ti aggiri come folle da una stanza all’altra, passi da una finestra all’altra, e continui ad invocare quel Dio in cui non credi più e che però è l’unico a cui puoi parlare e che deve ascoltarti, perché è colpa sua se adesso tu stai impazzendo di dolore. Vorresti maledirlo, ma hai paura: bisogna pregare, invece, e allora lo preghi. Gli chiedi di riportarlo a casa, solo questo importa, nient’altro conta, tutto il resto non significa più nulla.
    Richiami ancora, poi metti via il cellulare e decidi di non farlo squillare più: se si scarica il suo, non sarà più possibile intercettarne la posizione, se necessario.
    Ma cosa vai pensando? Allora sei davvero impazzita? Lo stomaco si contrae e senti una fitta così dolorosa che devi stringere forte i denti per non urlare.
    Le sei. Qualcuno nel palazzo accanto apre una tapparella: sta cominciando un nuovo giorno e tu hai paura della vita.
    Accendi la terza sigaretta, bevi dell’altro caffè, non sai più che pensare e intanto ti scoppia la testa e quella paura orribile ti invade le viscere, diventa così simile ad una certezza che devi spalancare il balcone e respirare l’aria fredda dell’alba per non soffocare. Le sei e dieci.
    – Oh Dio, Dio, Dio. Aiutami Signore, aiutami, ti prego, aiutami…
    Lo squillo del cellulare ti trafigge il cervello come una scarica elettrica. Lo afferri e non guardi nemmeno il numero , pensi solo a gridare -Pronto!?-
    - Ma’, sono io. Scusami, ci siamo addormentati e avevo lasciato il cellulare in macchina. Tutto a posto. Sto tornando a casa.
    Poggi il tuo cellulare sul tavolo, ti inginocchi per non cadere e finalmente piangi.

  • 06 novembre 2008
    Speranza

    Come comincia: Come ero nervosa l’altra mattina, mi ero svegliata con una pietra sull’anima, non mi piaceva niente; il cane l’ha capito e si ritirato in buon ordine, neanche il fiore appena sbocciato del cactus, per il quale aspettavo un anno intero, mi dava piacere; il caffè sapeva di terra e i biscotti erano troppo dolci.
    Anche il tempo era un po’ si e un po’ no, mi sono vestita a casaccio con l’unico desiderio di evadere da quello stallo.
    Il sole era anche piacevolmente caldo per essere un’anonima giornata di ottobre. Mentre camminavo cercavo di fare un po’ d’ordine nei miei pensieri, anche se era inutile. Non c’era niente da riordinare, stavo male e basta.
    Continuavo a pensare che poteva succedere a tutti di perdere il lavoro, con un mutuo sulle spalle… anche alla tranquilla signora con la borsa della spesa davanti a me poteva capitare che la sua migliore amica non si sentisse più tale, forse anche di scoprirsi non più tanto innamorata, ma… accidenti, tutto insieme e soltanto a me, francamente mi stritolava.
    Respira, ragiona, il ritornello nella mente non serviva, il lungo viale era terminato, ho deciso di prendere l’autobus per andare al mercato vecchio. “Oggi, se non ricordo male, c’è una mostra di qualcosa”.
    Che fastidio la calca sul mezzo, realizzavo che l’umanità nel suo insieme è brutta e maleodorante, la mia faccia si rifletteva sul finestrino: “Anche io sono loro”, ho pensato, e mi sono sentita anche peggio.
    La piazza del mercato era affollata come al solito e ho pensato a quanto in quel momento mi sentissi sola, triste e confusa.
    Apparentemente tutto il resto del mondo era spensierato e nessuno mi avrebbe teso una mano.
    Ho realizzato infine di che mostra si trattasse: antiquariato e ciarpame vario, ma ero lì, tanto valeva guardare.
    Ho curiosato tra i libri, pezzi d’arredo e biancheria, ma non m’interessava nulla. Più avanti c’erano cataste di quadri, per dovere ho guardato anche quelli… “Che noia”, ho pensato. Rigirandomi per andare via, quasi come in un film, ho visto una tela che mi ha strappato un sorriso e fatto battere il cuore.
    L’ho comprata subito, neanche guardandola meglio, poi però volevo andarmene a casa, perché di solito i miei acquisti d’istinto mi gratificano alquanto e forse per un poco non avrei pensato.
    Il ritorno in autobus è stato complicato, per via dell’ingombro, e con i nervi a fior di pelle mi stavo pentendo dell’acquisto e della spesa, nella prospettiva di un fine mese con denaro contato.
    Speranza, la mia cagnetta, mi ha accolta titubante, annusando il mio umore e la carta di giornale che avvolgeva la tela.
    Ho appoggiato il quadro sul davanzale della finestra e mi sono seduta sul divano di fronte. Avevo fatto benissimo a comprarlo, quel dipinto mi faceva stare bene, sorridevo di nuovo.
    Ho capito perché mi aveva colpito così tanto, mi sono ricordata di quelle poche lezioni di meditazione fatte quasi a forza per accontentare Anna, che sull’onda della moda New Age, mi aveva trascinata in un centro specifico.
    Superato il mio eterno scetticismo, in verità ero rimasta affascinata, ma poi ho smesso, penso per pigrizia…
    Il Maestro ci aveva consigliato, per entrare in sintonia con il nostro Io, di visualizzare un luogo piacevole, farlo nostro e ritornarvi sempre: un giardino per l’anima.
    Mi è sempre piaciuta la montagna, facilmente immaginai il mio posto fra abeti, rocce muscose e un gorgogliante torrente che scendeva tortuoso da un monte maestoso imbiancato perennemente.
    Il mio “giardino” adesso era là, sul davanzale della finestra e sinceramente non sapevo cosa pensare.
    Ho riflettuto sulle incredibili coincidenze della vita, ma poi …ho respirato profondamente, incredula, quando ho visto la bella pietra di fiume incastrata in un’ansa dove, nel mio luogo immaginario, mi sedevo a toccare l’acqua spumeggiante.
    Mi sono lasciata andare sullo schienale del divano e per la prima volta nella mia vita non mi sono posta domande, era tutto così assurdamente piacevole, mi sono sentita come Alice nello specchio, e come Alice sono “entrata” nella tela.
    L’odore della resina di pini era penetrante, il vento fresco piacevole sul viso e l’erba umida mi bagnava le gambe, mi sono seduta al mio posto e la terra e il cielo sono confluiti in me.
    Il Maestro diceva che bisognava perdersi per ritrovarsi rinnovati. Ne ho capito solo in quel momento il senso.
    Ho capito anche perché non ho voluto più frequentare le lezioni, in quel posto ero davvero, terribilmente sola, sola con me stessa. Stavolta ero riuscita, dove altre volte, per vigliaccheria, avevo abbandonato. Mi vedevo piccola e indifesa, vedevo una bambina che mi guardava con attenzione negli occhi e che cercava spiegazioni.
    Come spiegarle perché i suoi sogni e le sue ambizioni fossero svaniti in una vita egoista e pragmatica.. come dirle che la vita, comunque, mi aveva sottoposto a tanti sacrifici che mi avevano fatto abbandonare per strada cose più importanti...
    Come confessarle il perché dei miei fallimenti, ma anche che in ogni caso avevo provato a fare del mio meglio… ma percependo l’intatto candore del suo cuore, ho capito che molto poco era stato il meglio dei miei sforzi.
    Cercavo il suo perdono, ma io “da grande” avevo mai davvero perdonato? Quante volte con la mia migliore amica, non ero stata sincera tenendo per me opinioni discordi, annuendo per quieto vivere, e con il mio compagno mi comportavo allo stesso modo… usando l’amore in un senso soltanto, offrendo il minimo, pretendendo il massimo, possedendo l’oggetto del mio amore, senza rispetto.
    Senza rispetto anche sul posto di lavoro. Di fatto, non ho mai considerato il mio capo e i miei colleghi come persone diverse da quelle che assolutamente non ricambiano mai. Tutto quello che io facevo per l’azienda!
    Io sempre vittima, il mio prossimo carnefice ad oltranza.
    Le lacrime scendevano copiose, ma sorridevo, perché la bambina che ero stata mi perdonava, regalandomi l’occasione di provare adesso, emozioni positive, in pace con me stessa. Avrei guardato il mio prossimo con altro spirito.
    Speranza mi ha leccato timidamente la mano, riportandomi alla realtà; adesso stavo bene.
    Ho cercato il guinzaglio per uscire e, guardandomi nello specchio all’ingresso con la mia cagnetta festante, sono scoppiata a ridere: due animali, certamente uno più sociale dell’altro, ma ambedue bisognosi dei propri simili nel bene e nel male per realizzarsi a pieno.
    Il giorno era agli sgoccioli, il tramonto era rosso e celeste, bello davvero. La gente rientrava a casa dal lavoro e io uscivo, ma ci stavamo incrociando sotto lo stesso cielo.

  • 06 novembre 2008
    Lo spogliarello dell'anima

    Come comincia: Spesso sento un impulso irrefrenabile a scrivere, un’impellenza a svuotarmi dei pensieri che si rincorrono alla rinfusa nella testa. A volte, però, quando accendo il computer eccitata da un’idea, all’improvviso rallento e, di fronte al monitor bianco che mi fissa, mi blocco.
    Succede quando mi sforzo di ornare le idee, quando tento di vestirle con parole nuove, di impacchettarle in frasi originali, non consumate. In realtà vorrei semplicemente che i pensieri sgorgassero lì, sul foglio virtuale, che si traducessero senza bisogno di grammatica, struttura e stile, senza inciampare sui tasti e cadere nella convenzione. Vorrei sapermi abbandonare, improvvisare come un musicista jazz impazzito dal ritmo, che cavalca le note senza sapere dove andrà a naufragare. O come un pittore, ipnotizzato dalle tinte surreali che schizzano fuori dal pennello, e che fanno palpitare la tela ad ogni tocco. Ogni volta che comincio a scrivere vorrei liberare un linguaggio carico ma al tempo stesso leggero da far volare. Un orgasmo di parole. Quando scatta la scintilla, all’improvviso decollo, esco dalla palude del foglio bianco e parto. Tutto sta nel cominciare l’avventura senza una meta precisa, cercando di tenere il ritmo dei pensieri, senza pudore e senza timore.
    In questo momento, per esempio, mi vengono in mente due cose a proposito dello scrivere e del perché si scrive. La prima è una convinzione e un consiglio di un mio caro Amico, e cioè “se proprio vuoi scrivere cerca di infilare qualche cosa di davvero sorprendente almeno ogni due o tre pagine, qualcosa che spiazzi chi legge, che sconcerti o fulmini, che inviti a riflettere o che diverta pazzescamente! Un aforisma, una frase che basti a se stessa e viva per sempre!” Certo, è uno scherzo per lui che è un maestro di fantasia e immaginazione ma in realtà non è così immediato, almeno per me, e nemmeno così frequente se penso alla quantità enorme di romanzi che spulcio nelle librerie, con la vana speranza di trovarci un arcobaleno al posto del solito bianco e nero.
    La seconda cosa che mi balena alla mente me la suggerisce Anais Nin, scrittrice uterina, come le piaceva definirsi. Una volta disse: “Sono i sensi la fonte più ricca della scrittura, e gli strumenti dello scrittore non sono l’inchiostro e la carta ma il suo corpo, la sensibilità dei suoi occhi, delle sue orecchie e del suo cuore. Se sono atrofizzati, non deve più scrivere.” Sono innamorata di questo pensiero. Vorrei saper stringere un nodo tra le sensazioni e le parole e invitare chi legge a ballare con me, a sentire il profumo della pioggia sulla pelle, regalare le carezze delle onde sui piedi, il solletico del sale sulle labbra e vorrei mostrare di quanti rossi diversi può essere fatto un tramonto. Ecco, vorrei essere capace di far viaggiare a cavallo dei miei sensi. Non semplicemente fornire una cronaca di viaggio ma trasmettere energia, esperienza. E per esperienza non intendo i fatti ma le sensazioni innanzitutto. Se poi un giorno riuscissi anche a infilare nei miei racconti peregrini quella “frase geniale” che spiazza e stupisce, bèh allora farei le capriole dalla gioia e diventerei la prima fan di me stessa, se non altro perché una volta tanto sarei io a sorprendere il mio caro Amico filosofo, e non lui me!
    Senza pretendere tanto nel frattempo scrivo, perché mi fa bene, sperando non faccia troppo male al lettore di passaggio. Questo mi fa venire in mente come sia più facile scrivere pensando di non essere letti da altri. E’ più facile togliersi la maschera. E’ rassicurante, un invito a spogliarsi di tutto senza imbarazzo e a gustare in silenzio la piacevolezza di restare completamente nudi. Diventa un’esperienza liberatoria, addirittura terapeutica. E’ come “creare un mondo tutto mio, un’atmosfera in cui poter respirare, regnare e ricrearmi”, come diceva Anais, parlando dei suoi diari. Ecco, il Diario è il luogo ideale, l’atmosfera in cui all’anima è concesso di spogliarsi e di guardarsi senza veli allo specchio.
    L’esuberanza emotiva dei tredici anni mi aveva spinta a riempire pagine e pagine di diari, convinta fossero uno sfogo naturale dei pensieri e un prezioso ricordo per quando sarei invecchiata. Negli anni mi hanno fatto compagnia Freud e Fromm, Sartre e Camus, Hesse e Kafka. E anche loro sono in qualche modo entrati nei miei diari, contagiando i miei pensieri, perché così come il nostro corpo è fatto di quel che mangiamo, allo stesso modo la nostra mente assimila tutto ciò che leggiamo, anche se prima o poi ci sembra di dimenticare. E purtroppo in parte è così, dimentichiamo, ma resta un’impronta indelebile che scolpisce i nostri pensieri, così come le proteine accrescono i muscoli. Ricordo che più leggevo, più scrivevo e viceversa, senza il rischio di impantanarmi. Quello che rimpiango di allora è la spontaneità, l’onestà della scrittura, come risposta a un istinto primordiale piuttosto che ad una necessità estetica. Non oso pensare a quel che avrei scritto in quegli anni se sotto al banco, al posto di Fromm o Camus, avessi nascosto il Marchese De Sade o Henry Miller!
    Ho continuato a raccontare le mie esperienze e i miei panorami emotivi per anni e ora voglio ricominciare a raccogliere i ricordi e condirli dei sapori che col tempo ho imparato ad apprezzare, nutriti da una consapevolezza e una sicurezza in me stessa che non ho mai posseduto prima. Non voglio farmi sfuggire niente, voglio assorbire la realtà con tutto quello che può darmi e trascenderla, andare oltre il ricordo, oltre il presente, impastare le immagini della mia mente con le vibrazioni del mio cuore prima che i miei sensi si atrofizzino e io inaridisca senza avere niente più da dire. E mi riprometto di farlo con la stessa purezza di linguaggio che usavo da giovane, convinta che la semplice spontaneità sia un buon antidoto contro la monotonia e la noia. E semmai mi sentissi smarrita davanti al foglio bianco che mi interroga, cercherò di sorridere e mi prenderò un po’ in giro, ricorrendo all’ironia, filosofia necessaria, come Qualcuno mi ha insegnato, a consolarmi di ciò che non sono e soprattutto di Quello che non ho né mai avrò.
    Forse è vero che l’indole non si cambia ma credo possa essere educata. Perciò spero di regalare alla me stessa vecchia un lungo, lunghissimo Diario che comincio da ora. Pagine ricche di passione, di stimoli e di energia che la possano incantare ed emozionare fino all’ultimo sorso, stemperate qua e là da uno spruzzo di buon senso e saggezza che la facciano riflettere su quanto è bella la vita e convincerla che sarebbe stato un delitto rinunciare a raccontarla.
    Naturalmente spero possa divertirsi a leggerlo il più tardi possibile!

  • Come comincia: Questa lettera è stata scritta per essere pubblicata sul sito scrivi.com, che da molti anni mi ospita.
    Ritengo però che possa essere anche pubblicata nel “ mio” nuovo sito che mi ospita. E questo perché se ci dovessero essere utenti che soffrono del mio stesso disagio, possono contattarmi al mio indirizzo email:
    danilomar@infinito.it
    Grazie*.

     

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    Non nutro particolare simpatia per gli Inglesi! Popolo coraggioso e determinato, nazionalista e convinto d’essere una spanna sopra gli altri. Forse è vero, ma ciò non cambia il mio giudizio. Se poi penso che l’Inghilterra è stata l’artefice dell’unità d’Italia con quella carnevalata che va sotto il nome di “Spedizione dei Mille”, beh, allora dire che mi sono antipatici è un eufemismo.

    Vivono nella nebbia eppure dicono che è l’Europa ad essere isolata! Vivono nel mito del loro motto per eccellenza: chi controlla il Tamigi controlla Londra, chi controlla Londra controlla l’Inghilterra e chi controlla l’Inghilterra controlla il mondo.
    Ed hanno fatto la storia del mondo colonizzando, schiavizzando e saccheggiando terre e popoli. Tutto per la grandezza dell’Inghilterra. Tuttavia vado a Londra almeno una volta l’anno. Londra: una città che amo. Che mi piace molto e dove ho anche tanti amici – che conoscono il mio pensiero generale e mi sopportano - coi quali discuto di storia e di calcio; di letteratura e musica; di filosofia e moda. E ringrazio l’Inghilterra di averci regalato Mary Quant! Secondo me più importante dei Beatles o dei Rolling Stones.
    Ma ci hanno anche dato Mister Parkinson che ha scoperto il morbo che porta il suo nome! E quando una malattia porta il nome del suo scopritore è quasi sempre deleteria. Fateci caso.
    Sono anni che Mr. Parkinson ed io abbiamo ingaggiato una guerra senza esclusione di colpi. E sono anni che ognuno di noi dice che vincerà! Tempo fa gli scrissi una lettera ma è giunto il momento che gliene canti ancora quatto! Soprattutto ora che ha provato – senza riuscirci – a chiudere la partita.

    Caro Mister Parkinson,
    vedo che le provi tutte per cercare di vincere contro di me!
    Te lo avevo detto che sarei stato un osso duro! Ma tu – testardo – non mi hai creduto. Eppure bastava che ti informassi presso i miei nemici! Si, quelli che in questi 57 anni si sono intromessi sul percorso della mia vita cercando di non farmi fare quello che io volevo fare: potevi chiedere e non lo hai fatto, certo come eri che mi sbolognavi nel volgere di poco tempo.
    So quello che pensavi: “entriamo in questo, tanto lo hanno già malmenato, è già tutto rotto e storto e sarà uno spasso liquidarlo”. Io ti avevo avvisato che, a dispetto del mio fisico malandato, con me sbattevi duro! Ma tu, inglese arrogante, pensavi che io bluffassi e così la nostra solitaria guerra l’abbiamo tirata avanti per anni. Ti dirò che quasi non mi accorgevo più che ti eri allocato in me!
    Hai provato in tutti i modi ma sempre te lo mettevo nel culo! Mi hai investito con tutta la tua devastate forza cercando di sconfiggermi col dolore. Dolori alle ossa che avrebbero fiaccato gli altri, ma non me! Ed allora hai cercato di annullare la mia volontà dispensandomi dei vuoti di memoria, ma sei cascato male: come vedi sono lucidissimo. Ti sei divertito agendo sulle mie corde vocali cercando di togliermi quello che per me è un bene preziosissimo: la parola! Ma io ho continuato ad esercitarmi per ore ed ore parlando ai muri della mia casa ed ho mantenuto la mia capacità oratoria. Certo, non è più brillante come un tempo, ma me la cavo ancora.
    E poi, bastardone mio, hai provato a colpirmi – con un colpo basso – proprio le parti basse! Volevi togliermi la virilità! Che stronzo che sei! A me! Ma ti è andata buca! Prova a chiedere! Dai chiedi in giro! Non ho più 20 anni ma ancora faccio la mia porca figura a letto.
    Ed allora hai alzato i toni dalla nostra guerra e stai provando a prendere anche la mia parte destra. Figlio di puttana! E per un momento sembrava ce la facessi ma il fuoco di sbarramento dei miei fucilieri (Professor Siciliano, Professor Orlandi e Professor Ceravolo, coordinati dal Chiarissimo Professor Murri) ti hanno fatto capire che non c’è trippa per gatti!
    Ma certo, so benissimo che tu non ti arrendi e che la mia contro di te sarà una guerra di trincea. Ma non ci sarà la mia Caporetto. E lo hai capito anche tu. Mi hai fatto passare giorni terribili, ti confesso che una volta ho anche pensato di farla finita. Ma è stato solo un attimo poi, pensando alle cose belle che ci sono nel mondo e recitando a me stesso Hikmet, ho ripreso la mia lotta. Confessalo: quel 20 luglio pensavi d’aver vinto. Si che lo pensavi! Non mi muovevo più, respiravo a fatica perché le ossa della gabbia toracica mi facevano impazzire dal dolore, non riuscivo a stare in piedi, non riuscivo a fare le cose più elementari…ma in corpo avevo tanta rabbia che s’è trasformata in energia positiva. E tu – essere immondo – mi hai visto in difficoltà e hai aggredito con forza i miei muscoli facciali: i miei occhi si sono gonfiati e non riuscivo ad aprirli. Poi a fatica ce l’ho fatta e ti garantisco non ero bello a vedersi. Oddio! Bello non lo sono mai stato! Ma in compenso ho avuto donne bellissime! Lo sapevi bastardone, che mia moglie è stata finalista nel concorso Miss Italia 1975? Ricordo ancora quel che mi diceva il mo amico Ezio: lascia perdere Dani, non è per te! Lasciar perdere? Mai! E sono 30 anni che è mia moglie!
    Per giorni hai martoriato le mie ossa, pensavi di aver vinto ed invece hai trovato chi ti renderà pan per focaccia. Trema figlio di puttana: mi sono rimesso a studiare! Farmacologia! Farò delle ricerche su di te! Hai capito bene: ti farò una guerra spietata! Ci sono molti valenti ricercatori
    che stanno lottando contro di te. Ma io sono convinto che solo chi il male ce l’ha dentro può avere quel guizzo in più per fotterti. E vivrò di prepotenza fino a laurearmi e sconfiggerti. Non ci metterò molto, non scappare, ti ricaccerò io nell’inferno da dove sei venuto. Perché se è vero che l’aspettativa di vita dell’uomo è di 80 anni, io quelli voglio campare! Un giorno in più si, uno in meno no! Capito!
    La ricerca medica di oggi sa come rallentare la tua invasiva presenza e questo è già molto. Un tempo tu vincevi nel volgere di pochissimo tempo. Oggi quelli che tu colpisci - grazie alle nuove scoperte - conducono una vita “normale”. Anche se normale non è ingerire un tot di pillole al giorno. Anche se normale non è sentire le articolazioni irrigidirsi. Anche se normale non è convivere col dolore. Ma chi stabilisce la normalità. Per me e quelli come me la normalità è anche questa. Ma sono certo che si può e si deve fare di più. Tutti noi possiamo fare di più. Mi frulla in testa una certa idea e ne parlerò col Professor Murri. È solo un’idea, forse folle. Ma poiché l’ho pensata vuol dire che si può realizzare. Tutto quello che sogniamo è realizzabile. Quello che non si sogna non si realizza. Ecco perché è importante avere dei sogni! Ecco perché è bello sognare! Ti ricordi – Mr. Parkinson – il sogno di Martin Luther King? “Ho un sogno: vedere bianchi e neri nella stessa scuola…” ! Quel sogno s’è realizzato tanto che oggi abbiamo un afroamericano candidato alla Presidenza degli USA.
    Anche io Mr. Parkinson ho un sogno: quello di non vederti più in nessuna persona sulla faccia della terra! E che parlando si possa dire “il Parkinson? Non è più un problema” E stanne certo, ti scatenerò contro un guerra che maledirai il giorno che mi hai aggredito
    Ti attendono, mio caro, giorni difficili e anche tu capirai cosa vuol dire avere un nemico che gioca con le tue stesse carte. T’incalzerò. Non ti darò tregua. Scoprirò le tue debolezze e ti schiaccerò come una serpe. L’inferno ti inghiottirà ancora, ma da quelle fiamme non uscirai più: creperai del tuo stesso male.

    Con profonda disistima,
    Danilo Mar.

     

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    * Scusate se vi parlo delle mie beghe, ma è un modo per dirvi della mia assenza dal sito. Assenza della quale alla stragrande maggioranza poco ne cale, ma che ho sentito il dovere di spiegare a quelle persone che mi vogliono bene e cui sono legato da profonda amicizia e stima e a quelli che mi leggono.

    Ringrazio tutti quelli che mi hanno scritto - sono tantissimi - e questo post è una sorta di risposta collettiva. Solo in questi ultimi giorni ho acceso il PC ed ho letto. Ringrazio chi mi ha mandato SMS di incoraggiamento e tutti quelli che mi hanno telefonato trovando il mio cellulare spento! Ma non riuscivo a parlare e non rispondere mi sembrava ineducato, da qui la decisione di tenere il cellulare spento.

    Ora sto decisamente meglio e tempo due o tre settimane ritroverò lo smalto dei giorni migliori. Confesso: stavolta l’ho vista davvero brutta! Per un attimo ho pensato se non era il caso d’ammainare bandiera e chiedere l’onore delle armi in una onorevole resa. Poi è venuto a trovarmi - sono un orso: quando sono in ospedale non voglio vedere nessuno, manco i miei familiari – il mio vecchio maestro elementare. Che ben conosce il mio pensiero . E lui - a 89 anni - s’è sobbarcato centinaia di chilometri pur sapendo…non me la sono sentita… e ancora una volta ha saputo trovare le giuste parole per ridarmi voglia di lottare. Grazie Maestro.

    È bella la vita! E non permetterò a nessuno – e men che meno a Mr. Parkinson – di portarmela via! E faccio miei i versi di Hikmet: i nostri giorni più belli li dobbiamo ancora vivere. Sono un vero inno alla vita!

    Ben ritrovati a tutti i vecchi iscritti e ben trovati ai nuovi iscritti.
    Mi dovrete sopportare ancora!

  • 06 novembre 2008
    Fottuto fottuto

    Come comincia: Continuo a pensare se ieri fosse andato in maniera diversa, se quel colpo di pistola avesse colpito la mia carne anziché l’insegna di quel posto, come starei oggi?
    Oggi sanguino, forse mi spareranno domani, ma non avrebbe senso, è già capitato ieri.
    Quel proiettile è rimasto sospeso tre giorni nell’aria e io in qualche modo oggi, domani o ieri sarei passato di là, era per me, ed il buco sulla mia pelle lo dimostra con chiarezza.
    Penso a quello che capiterà tra qualche minuto, sono sulla traiettoria, anche se questo è già capitato.
    Il sangue sgorga e il colpo non è ancora partito, assume l’aspetto di una lancetta, una spada di Damocle che pende, e si spezzerà il filo; non oggi ti prego.
    E così fu, il buco brucia, ma tra qualche giorno sparirà, succederà tra qualche secondo, ho sentito il boato dello scoppio. Ma oggi non sento dolore, oggi no, capiterà domani, o tra una decina di giorni, sento il grilletto che si muove, scatta. La mia faccia guarda, sente e urla, ma domani succederà, non oggi, è solo uno specchio, un attimo di futuro, o solo ricordi di quello che è già passato?
    Uno squarcio penetra nei giorni, ieri mi sentivo forte, oggi di una vitalità impressionante, e domani forse morirò dissanguato, ma non oggi, non sono io il bersaglio.
    Esplode, intensità di scoppio muto ma rapido e macina carne in rotazione, caldo, bollente, sono solo secondi, e mi trovo per terra e guardo la pozza di sangue raggrumato dei giorni scorsi, o forse è ora che sono stato colpito, o solo una visione di quello che accadrà?
    Grido, sento il dolore, è ora, è presente,  è nebbia, urla, e una caduta disastrosa.
    E’ stato un istante, e il tempo in certi casi rimane infedele al normale scorrere, e ti trovi confuso, è ora che devo urlare? E’ adesso che arriva il proiettile? E’ per me quel fottuto colpo che si sprigiona dalla canna della pistola? Non si ha il tempo per pensare, ma il tempo si dilata all’infinito in una forma perversa per godersi lo spettacolo. Nei giorni, nei secondi.
    E lei è qui con me, lurida troia, lei e gli altri, non pensavo finisse così, si era fatto tardi, le quattro di notte e avevo gli occhi impastati dall’alcool e dal fumo di questo locale fetido dalla musica assordante. Non amo molto il jazz, anzi mi sta in culo, lo ascolto un poco, assaporo il whisky, un bicchiere, due, sei, otto, ordino una bottiglia. E poi diventa monotono, mi rompe il cazzo. Mi annienta proprio la minchia. E lei non si è vista, eppure, doveva venire alle 3, così mi ha detto. Che puntualità cristo, non resisto un minuto di più mi alzo, pago, e lei entra, di fretta, con la voce rauca e da alcolizzata di merda.
    Mi sussurra qualcosa, ha fretta, ora la troia ha fretta, quella frenesia nevrotica che porta solo guai e le sue parole non erano delle più tranquille, solo una frase sottovoce; non capisco un cazzo, usciamo e parliamone, così gli dissi al momento e la trascinai violentemente.
    Fuori la situazione era più tragica del previsto, ci aspettavano in sei tutti ben piazzati, con giacche nere borchiate e catene legate alle mani. E’ molto probabile che siano armati, sputafuoco di ogni genere. Merda, la troia mi ha fottuto, naturale, è da lei, solita storia, sul più bello mi incula per raddoppiare la sua quota.
    Devo prendere tempo, so che alle quattro e mezza arrivano i miei soci e sarà tutto finito, poi giuro, non mi faccio più convincere da una femmina ciucciacazzi.
    L’orologio del campanile segna i quattro rintocchi e uno più pacato, è l’ora, tra poco si scatenerà il finimondo, ma almeno sarà finita. Almeno per oggi.
    Arriva una macchina poi un’altra. Scendono i miei soci, pistole in vista le puntano verso i miei aggressori e forse ora è finita. Gli abbaglianti mi accecano, gli occhi diventano ancora più infastiditi e doloranti. Li chiudo giusto il tempo degli spari.
    Il tempo per ripensare a quanto è successo e la rovinosa caduta cancella tutto.
    Mi hanno fregato, per l’ultima volta, mi hanno fottuto tutti.

     

  • 03 novembre 2008
    La beffa di Cardona

    Come comincia: - Ancora un po’ di vino? - chiese Cardona, e senza aspettare la risposta versò nel calice di Rossana tre dita di Nero d’Avola.
    - A cosa brindiamo, stavolta? Alla libertà? - chiese con malcelata ironia la donna, splendida nel corto tubino nero che salendo sulle gambe accavallate offriva allo sguardo del commissario e degli altri invidiosi avventori della Cantina d’Orlando, uno dei più esclusivi ristoranti di Mondello, una visione di cosce ben tornite e abbronzate.
    - Perché no? - acconsentì lui, riempiendo il suo calice e alzandolo, facendo tintinnare i cristalli.
    Rossana si sporse verso di lui, avvolgendolo in una nuvola di profumo intenso, un cocktail perfetto di Moschino e fragranza di giovane donna. Nel farlo la già generosa scollatura si allentò, regalando al Commissario lo scorcio di un seno, contenuto nelle dimensioni, ma nella forma e nella consistenza degno dello scalpello di Fidia.
    - Siamo ancora in tempo, Leonardo.- gli sussurrò lei, così vicino che Cardona avvertì il calore del fiato sulla gota.
    - In tempo per cosa? - chiese, tornando a bagnare le labbra nel vino rosso, color del sangue.
    - Per salire su in camera mia. Al volo mancano ancora due ore, da qui all’aeroporto ne basterà mezza… -
    - C’è il check -in da fare, dovresti saperlo. Di viaggi in aereo credo che tu ne abbia fatti parecchi tra Palermo, Roma, Milano, Dublino, Lussemburgo, New York, Grand Cayman… Sembra che tu sia atterrata dovunque ci sia una Borsa importante o un paradiso fiscale, Rossana.-
    - Mi piace viaggiare, cosa c’è di male?
    - Niente, se non fosse che ogni volta, nel tuo bagaglio, tu non avessi portato avanti e indietro banconote, titoli, eroina, diamanti…
    - Non sono la sola a farlo. Perché tutto questo accanimento nei miei confronti?-
    - ... E anche una pistola, visto che hai ammazzato ben quattro membri della famiglia Cantalamessa, gli ultimi appartenenti alla cosca perdente che avevano cercato rifugio all’estero.
    - Erano solo delinquenti incalliti, Leonardo, assassini feroci, capaci di sciogliere nell’acido persino la propria madre, se il business l’avesse consigliato. Ho fatto un po’ di pulizia, tutto qui: non dirmi che ti dispiace - gli soffiò addosso lei, protendendo stavolta la lingua, fino a sfiorargli l’angolo delle labbra.
    - C’è gente che ci guarda, Rossana: non sta bene fare così.- l’avvertì Cardona, scostandosi un poco, solo però dopo avere assaporato abbastanza a lungo il contatto. Poi con la mano fece ciao a una bambina di non più di quattro anni, che aveva sospeso i suoi giochi con la bambola al tavolo vicino, dove stava cenando coi genitori, e adesso li fissava intensamente, evidentemente interessata a quali fossero le regole di quel misterioso ed eccitante gioco da grandi.
    - Saliamo su - insistette lei.
    - Mezzora di viaggio, un’ora per il check-in e l’imbarco…
    Consultò l’orologio di Cartier, bracciale intarsiato di pietre preziose e quadrante di oro bianco e oro giallo.
    - Restano ventisette minuti per noi - aggiunse allusiva, cercando con lo sguardo quello di Cardona.
    - Saliremo, sì, ma tra un quarto d’ora, quando avremo dato fondo a ciò che resta nella bottiglia - annuì il commissario, pescando un chicco d’uva dal sontuoso vassoio della frutta che troneggiava a centro tavola.
    - Così ci rimarrà giusto il tempo di raccogliere la tua valigia e andarcene.
    Rossana trasalì, come se avesse appena ricevuto uno schiaffo.
    Una di quelle sberle che poco prima di cena lui le aveva somministrato senza risparmio su nel corridoio del terzo piano dell’Hotel, per impedirle di reagire all’arresto e darsi alla fuga.
    - Rassegnati. Non dovevi ammazzare Matteuzzi. Hai commesso un grave errore: lui è di Piacenza, sai? Abbiamo lavorato sette anni insieme, prima che lo trasferissero alla Digos.
    - “Eravamo diventati amici” - stava per aggiungere, prima che gli venisse in mente che un leone solitario e scorbutico come lui di amici non ne ha, e non ne potrà mai avere.
    - E una volta che m’ero cacciato in una brutta situazione mi salvò la pelle.- aveva invece concluso, mentre le piegava crudelmente dietro la schiena il braccio che ancora brandiva il piccolo revolver da borsetta col quale aveva appena cercato di sparargli.
    Cinque minuti più tardi, mentre lei era lì a rinfrescarsi le gote in fiamme con l’acqua fresca del lavandino, era riuscito a spiazzarla ancora una volta.
    - Ti porto con me - le aveva annunciato - in galera a Piacenza.
    - Ma prima mangiamo insieme qualcosa giù al ristorante: è da una vita che sogno di portare a cena fuori una pupa come te.
    Nel presente la mano di Rossana planò morbida ma decisa sulla coscia di Cardona. Le dita si trasformarono nelle zampe di un grosso insetto lascivo che camminando sul lino sottile dei pantaloni cercava di arrampicarsi verso l’inguine del commissario.
    - Sei proprio incorreggibile, bambina. Ti ho detto che c’è gente che ci guarda - la rimproverò ancora il commissario, mentre qualcosa di gelido metallo si intrufolava tra le ginocchia nude della donna.
    Con la canna della pistola tra le gambe, lungo la schiena di Rossana scivolarono giù un paio di brividi, non soltanto di paura.
    - Non adopererò questa, stai tranquilla, ma se non smetti di fare la puttana giuro che ti porto su subito, ma solo per spaccarti la faccia - precisò in modo pedante ma assolutamente convincente Cardona, volgendo intorno uno sguardo distratto.
    Poi regalò una boccaccia e una smorfia minacciosa alla bambina di prima, che stava ancora lì a fissarli, come ipnotizzatala. Quella si scosse, raccolse la bambola dal pavimento e se la strinse al petto, avvicinandosi al papà per farsi prendere in braccio.
    Rossana guardò con un certo sollievo l’arma ritrarsi da sé, ma subito dopo, come se fosse un gioco di prestigio, un clic!, e si ritrovò col polso destro assicurato da una manetta al sinistro di Cardona.
    - Sei un grandissimo bastardo - imprecò, scrollando il braccio, col solo risultato di segnarsi dolorosamente la carne.
    Da lontano i primi contrappunti di uno stridulo concerto di sirene.
    - Sembra che dovremo andarcene davvero in anticipo, dopotutto- mormorò Cardona, che sembrava sinceramente dispiaciuto di dovere dare un taglio a quella bella serata in compagnia. Estrasse il telefonino dal taschino della giacca.
    - Gargiulo, dove sei? Davanti all’ingresso? Bene, accendi il motore, ce ne stiamo andando.
    Poi rimise a posto il cellulare e al suo posto estrasse una Mont Blanc nera.
    Scrisse qualcosa sul tovagliolo candido, poi con la mano fece un cenno imperioso a un cameriere di passaggio.
    - Complimenti al cuoco- gli disse, mettendogli in mano tre banconote da cinquanta.
    - Queste sono per la cena, la mancia e… il tovagliolo- aggiunse, senza curarsi del broncio sempre più cupo della commensale e dello sbigottimento del cameriere che intanto aveva notato quanto fossero particolari i braccialetti che collegavano i suoi due clienti.
    - Un’ultima cortesia - fece poi, alzandosi, e costringendo così Rossana a fare suo malgrado altrettanto.
    - Comandi - rispose l’altro, disponibilissimo alla più assoluta obbedienza nei confronti di quel tipaccio dall’espressione minacciosa e (soprattutto!) col calcio di una grossa pistola che gli spuntava dalla cintura dei pantaloni.
    - Verranno degli uomini in divisa tra poco - spiegò Cardona, accennando con un movimento del capo al miagolio sempre più prossimo delle sirene.
    - Dia questo da parte mia a colui che li comanda. Un tipo alto e col cranio rasato - disse poi consegnandogli il tovagliolo.
    - Da parte del commissario Cardona.- concluse, voltandosi e trascinandosi dietro verso l’uscita del ristorante Rossana, con uno strattone che per poco non le strappava un braccio.
    - Animale che sei - inveì lei, ma non fece più resistenza e lo seguì fuori.
    L’Alfa grigio-metallizzato aspettava con la portiera posteriore già aperta.
    - Hai avvisato i colleghi?
    - E come no, commissà! Ci aspettano con le pale delle eliche che già stanno girando - confermò Gargiulo, una specie d’armadio alto quasi uno e novanta per più di un quintale di peso, tanti muscoli e niente grasso.
    - Mai quanto gireranno le palle a una persona di mia conoscenza - commentò Cardona, spingendo dentro Rossana, senza preoccuparsi, stavolta, di nascondere un sogghigno.
    - Allegra, ragazza, che ci risparmiamo il anche il check-in: abbiamo un volo diretto offerto dalla Polizia di Stato!- annunciò allegramente, accomodandosi a sua volta sul sedile e richiudendo lo sportello.
    La manona di Gargiulo spostò gentilmente in avanti la leva del cambio e l’Alfa si avviò, lentamente, mentre solo a due curve di distanza già ruggivano i motori delle “pantere” in arrivo.
    - Se n’è andata pochi minuti fa, commissario... - disse il cameriere, guardando la foto di quel bel pezzo di figliola che il poliziotto in borghese gli aveva sbattuto sgarbatamente sotto al naso.
    - Puttana miseria - fu il commento che accolse l’informazione, seguito da una perplessa grattata sulla pelle lucida del cranio, su cui si riflettevano i lampadari del locale.
    - … In compagnia di un signore che mi ha incaricato di consegnarle questo.- aggiunse il ragazzo in giacca bianca porgendo il tovagliolo. Un incarico che avrebbe volentieri lasciato ad altri, considerato che gli sbirri sembravano incazzati come tori.
    Il poliziotto afferrò il tovagliolo, lo aprì e lesse.
    - Cornuto di merda!- imprecò, sbattendolo in terra.
    - Picciotti amuninni!- ordinò secco ai suoi, pallido di rabbia.
    In pochi secondi il locale si vuotò di poliziotti, di mitra spianati senza sicura, di sudore da caserma, e i tavoli furono restituiti ai clienti incravattati e alla clienti ingioiellate.
    Il cameriere si chinò e raccolse il tovagliolo appallottolato.
    Lo spiegò.
    Lesse anche lui.

     


    Alla cortese attenzione del commissario Montalbano:


    Salvo,
    la signorina Rossana Zaccardo sarà disponibile presso il carcere di Piacenza per eventuali interrogatori a partire da domani pomeriggio (la mattina me la lavorerò io).
    Magari la prossima volta arriverai prima tu, anche se ne dubito molto...

    Cari saluti dal Leone!

  • 03 novembre 2008
    30 anni

    Come comincia: Avvertire come necessario scrivere solamente perché alla soglia dei trenta anni, con profondi sospiri di sollievo da parte di parenti ed amici, si ha finalmente conseguito l'obiettivo della laurea non è un'idea certamente originale: quindi vi consiglio di terminare ora questa lettura.
    A vostro rischio e pericolo avete proseguito, ora però non createvi grandi aspettative. Anche perché sto scrivendo queste vacue parole prima che il sonno mi avvolga nel suo caldo abbraccio e annebbi ogni mio senso.
    Ho ventotto anni, ma tutti mi ripetono che sono una trentenne disoccupata e non sposata. Il modo in cui gli altri mi vedono è negativo e diverge totalmente da come l'occhio miope della mia mente percepisce tutto il mio io. Innanzitutto non dovete immaginarvi una zitellaccia sola che passa le ore cercando nuovi incontri on-line. Assolutamente no, un fidanzato ce l'ho anche io e da ben nove anni, così come ho una compagnia con cui uscire il mercoledì e il venerdì sera. Il problema principale ora è la ricerca del lavoro... già, la nota dolente di questi tempi. Certo la cosa mi spaventa però ho voglia di iniziare, mi piacerebbe altresì fare qualcosa che anche solo vagamente provochi in me quel piccolo barlume di interesse; e invece, come il 90% dei disoccupati neolaureati della mia età, ho due genitori, un fratello e perfino una cognata (fortunatamente mia nipote ha solo un mese di vita) che vorrebbero vedermi lavorare in banca. Il mitico posto sicuro, il mitico stipendio che ti permette di crearti una tua famiglia. Lo fanno perché tre di loro lavorano in banca? Lo fanno perché pensano che sia un bene per il mio futuro? Lo fanno solamente per rompermi le scatole e crearmi angosce evitabili? Quanti interrogativi a cui non so rispondere. Ho parlato con alcune persone che lavorano in banca e tutti mi hanno riferito che è un impiego che ingrigisce le persone, rattrista gli animi, spegne le passioni, però si hanno un sacco di ferie. Ma se sei triste a cosa servono le ferie? Mah, insomma ho visto l'infelicità nei loro occhi e se posso evitarlo mi piacerebbe farlo e riuscirci.
     Io continuo a fare volantinaggio dei miei curricula per tutta la provincia, i dipendenti dell'ufficio postale dietro casa ormai sorridendo mi salutano intonando un noto verso di Lucio Battisti “Ancora tu...” e io abbozzo con un malinconico sorriso. Probabilmente quelli che stanno continuando a leggere tra uno sbadiglio e un altro si potranno chiedere come impiego il mio tempo. Guardo un sacco di film. Banale, è vero, ma mi piacciono da impazzire. Non vivrei senza, sono il mio ossigeno. Per quanto riguarda i generi sono onnivora: dagli horror indipendenti ai film d'essai alle commedie anni'50 al melò orientale, senza dimenticare i lungometraggi d'animazione, Miyazaky rules, come direbbero alcuni estimatori del genere. Credo possa definirsi una vera passione per me, se passione può definirsi una cosa di cui non puoi e non vuoi fare a meno, che è solo tua, anche se devo ammettere che al cinema ci vado solo se accompagnata. Però quanto è bello guardarsi un film da soli di notte, wow, da pelle d'oca. Ed è proprio quello che tra poco farò. La scelta di stasera è caduta su un cult straordinario che avrò visto almeno quindici volte: Carlito's way.
    Si sta avvicinando la fine dell'anno è tutti solitamente fanno bilanci, io non li ho mai fatti ma se volete sapere il bilancio del mio 2008 eccolo qua: ho smesso di fumare, mi sono laureata e la mia prospettiva lavorativa più concreta è la commessa part-time al “regali pazzi”, che non so se esiste in tutta Italia, ma qui vende tette antistress, slip maschili con scritte inquietanti, pasta dalla forma fallica e volgarissimi biglietti di auguri per qualsiasi occasione, anche per la tua prima esperienza sessuale. Come non sentirsi appagati da un lavoro così! Ma come dicono i saggi (leggi: coloro che hanno un posto fisso, una casa e un auto di proprietà) non bisogna abbattersi ma avere pazienza.
    Pazienza... quante volte ho sentito pronunciare questa parola; pazienza è un valore ma quando stai cercando un lavoro, quando vivi in un luogo in cui a stento tollerano la tua presenza la pazienza è vitale, nel senso pieno del termine: senza non sopravvivi; o perlomeno, soprattutto per non buttarla sulla tragedia, vivi ancora peggio. Quindi avrò pazienza e continuerò a cercare altrimenti se avete bisogno di un regalo inutile e assurdo da fare a Natale sapete a chi rivolgervi! Ma per ora cercherò di addormentarmi sognando Carlito Brigante e la sua storia.