username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • Come comincia:

    Quando Batman sfidò Superman (e Lois stava a guardare)

     

    3 Luglio 1978 Venezia

    La Signora Luisa  è seduta sul divano di casa e guarda una parete. La guarda tutti i giorni per tutto il giorno.

     

    20 Luglio 2001 Genova. Ore 15,50

    Le urla fuori si fanno sempre più forti, oggi non si lavora, posso mettermi l’anima in pace, togliermi questi maledetti tacchi, farmi una doccia e dormire. Non sono stanca ma le urla diventano sempre più forti e se dormo non sento nulla.
    Suonano alla porta.
    Incurante di chi possa essere, apro.
    Samuele entra come un fulmine ed è tutto sudato.
    “Fuori c’è il delirio, non si può camminare, poliziotti e bande di ragazzi sembrano pronti per la rivolta. Potrei quasi dire che siamo in guerra.”
    “Che vuoi?” Uso un tono duro e sbrigativo, ho voglia di mandarlo via.
    “Oggi lavori?”
    “No!”
    “Ti Prego, ho fatto tanta strada per venire fino qui, non mandarmi indietro.”
    Mi siedo, faccio un lungo sospiro.
    Ora mi sento veramente stanca, le mani sono fredde eppure fa tanto caldo oggi, troppo caldo per lavorare.
    “Non riesco a lavorare con tutto il casino che c’è fuori e poi fa caldo, torna un altro giorno.”
    “Dai Mary non fare così, fai la gentile e io sarò gentile con te e tu sai quanto posso esserlo.”
    Il vecchio Samuele fa per toccarmi ma io mi alzo di colpo, avanzo di un passo e lo guardo negli occhi.
    Gli vorrei chiedere quanti anni ha, sicuramente non meno di 50, lui non mi ha mai chiesto quanti anni ho, meglio così gli direi una bugia.
    Lo continuo a fissare, il mio corpo non è più così distante da lui.
    Allungo le braccia e con scatto violento gli afferro i polsi, li stringo forte, tanto forte da sentirmi infiammata dalla stanchezza.
    Lui fa una smorfia di dolore e il suo viso rugoso diventa ancora più vecchio.
    “Samuele mi fai schifo!” Ecco cosa vorrei dire, ma è pur sempre un cliente e oggi si lavora come tutti gli altri giorni.
    “Allora Mary? Cosa hai deciso?”
    “Io non mi chiamo Mary” mormoro.
    “Cosa?”
    “Nulla.”
    Fuori le grida aumentano, sono tante, sono di uomini e donne.
    Dolcemente lascio i polsi di Samuele e mi inchino.
    Slaccio la cintura dei pantaloni, poi sfilo le mutande fino alle ginocchia. Lui mi guarda come un bambino davanti a un regalo di natale, è eccitato, sta per scartare il suo regalo.
    Io chiudo gli occhi e inizio a “pregare” come solo io so fare.
    “Brava Mary, tu si che mi capisci sai cosa fare, brava continua così.”
    Sono brava, me lo dicono tutti, che sono brava.
    Finisco.
    Samuele respira profondamente, ansima, avvicina la sua bocca alla mia.
    “Fammi sentire che sapore hai!”
    Mi bacia poi mi gira, mi prende per i fianchi e scopiamo.
    Io non godo, non vedo l’ora che tutto questo finisca, il mio corpo è tramortito. Fuori ci sono ancora le urla.
    Quando Samuele termina la sua opera, si riveste in fretta senza neanche pulirsi. Va verso la porta, ma prima di aprirla ritorna verso di me, prende il mio viso tra le mani e mi mordicchia il labbro inferiore.
    “Sei la mia puttana preferita Mary, i soldi li lascio sopra la sedia vicino la porta, alla prossima.”
    Si stacca di colpo e se ne va chiudendo la porta violentemente. Mentre la porta si chiude, riesco a malapena a sussurrare: “Io non mi chiamo Mary.”
    Mi alzo a fatica. Milioni di brividi pervadono il mio corpo, anche se oggi fa tanto caldo.

     

    Ore 16.30
    Accendo la televisione sul canale 8. La solita annunciatrice del telegiornale locale buca lo schermo. Ora insolita. La ascolto. Riesco a seguirla poco, parla di una manifestazione. Sembra preoccupata. Io non sono preoccupata, vorrei solo non sentire più urla, mi danno noia.
    Continuo a guardare la televisione, ma la mia concentrazione diminuisce fino a scomparire completamente e finalmente i miei occhi si chiudono. Mi addormento sul divano mentre la televisione continua ad andare avanti con le immagini.

     

    Ore 17.14

     

    I miei occhi si aprono. Il campanello suona. Ho dormito solo mezz’ora. Continua a suonare. Pigramente vado verso la porta.
    “Chi è? ” chiedo assonnata.
    “Ciao Mary, tu non mi conosci.”
    La voce è di un uomo, mi ha chiamato Mary e capisco cosa vuole.
    “Allora se non mi conosci cosa sei venuto a fare?”
    “Samuele mi ha detto che tu… tu… insomma sei brava e che sei anche buona con tutti, perché non mi apri così ti farò vedere come anch’io posso essere buono e carino…” Comincia a ridacchiare, l’uomo.
    “No! Non ti apro non ti conosco e poi oggi non lavoro fa troppo caldo!”
    “Non fare la difficile ti pagherò bene e poi si tratta di poco tempo tra un’ora devo essere a casa, perché è il compleanno di mia moglie e avrà preparato la solita torta di merda.”
    “Vai da tua moglie allora, cosa vuoi da me?”
    “Un pompino, niente di speciale, solo un pompino.”
    “Chiedilo a tua moglie!”
    “Muoviti! 50 Euro.” Il tono della voce diventa autoritario.
    Tentenno ma poi apro.
    “Ciao.” mi dice.  E’ un bell’uomo, alto, magro scuro di occhi e di capelli, chiaro di carnagione, intorno ai 40 anni.
    Dopo qualche minuto sono inginocchiata davanti al suo membro e dopo qualche secondo il suo membro è dentro la mia bocca.
    La televisione continua a trasmettere immagini, io continuo imperterrita nel mio lavoro.
    Poi l’annunciatrice cambia tono di voce, sembra sconvolta: “Le tensioni tra polizia e i ragazzi per le strade, sono arrivate ormai al limite. Sono iniziate vere e propri scontri tra le due fazioni. C’è paura. Non si riesce a capire cosa stia effettivamente succedendo. Sembrano tutti impazziti.” L’annunciatrice riceve una telefonata in studio: “Scusate, la redazione”. Poi c’è un lungo silenzio.
    All’improvviso l’uomo con un gesto violento si stacca da me, si piega su se stesso e gode, gettando un urlo soffocato. L’urlo dell’uomo si confonde con un altro che viene da fuori.
    Mi giro lentamente verso la televisione  e avverto che l’annunciatrice è tesa, continua a parlare sottovoce al telefono, quasi per non farsi sentire, poi abbassa la cornetta. La donna indirizza il suo sguardo a tutti i suoi telespettatori: “ un ragazzo è morto durante la manifestazione” dice  con voce tremante. “Sembra che un carabiniere abbia sparato, non si riesce a capire se per legittima difesa o per altro, non si sa nulla di preciso. Genova è sconvolta.”
    Io la guardo, non smetto mai di guardarla.
    Poi sento una mano che mi accarezza la schiena. E’ lo sconosciuto.
    “Ti ho sporcato il tappeto, scusa.” dice ansimando.
    “Non fa nulla, poi  pulirò” il mio tono è freddo.
    L’uomo si alza e si stende sul divano.
    Mi domando perché non va via.

     

    Ore 17.33

     

    Non ho mai spento la televisione. Il mio orecchio è teso.
    Non smetto mai di ascoltare.
    L’annunciatrice continua.
    “Ecco il  nostro inviato è in collegamento, allora che cosa succede, è morto un ragazzo? Mi senti?.Mi senti? Non si sente nulla deve essere saltato il collegamento. Ecco è arrivato un comunicato stampa Un manifestante è stato ucciso, sembrerebbe da un giovane carabiniere, un colpo di pistola, le circostanze devono ancora essere chiarite, la situazione è confusa, l’unica cosa certa è che un ragazzo è morto.”
    Mi concentro sempre di più sulle parole della donna.
    La mia mente gracchia, fino a scaldarsi. Sembra o non sembra che sia successo qualcosa? Un ragazzo uccide un altro ragazzo. Forse. Peccato.
    Un uomo morto giace da qualche parte. Adesso qualcuno scenderà da un mondo improbabile a dirgli che non esiste più, che beffa.
    E sì! Peccato.
    Poi un rumore mi riporta alla realtà.
    Lo sconosciuto steso sul mio divano si alza e va in bagno.
    Quando torna mi porge dei soldi.
    “Mary questi sono per te, adesso vai a lavarti. Puzzi!”
    Non rispondo.
    Fuori non sento più grida, adesso ho paura, quando dopo tante grida c’è silenzio significa che da qualche parte qualcuno piange.
    E io lo so bene.
    Intanto l’uomo va verso la porta.
    “Ci vediamo Mary, alla prossima.”
    Ma mentre sta per uscire, grido con tutto il fiato che ho in corpo: “Io non mi chiamo, Mary…io sono Melania.”

     

    17 maggio 1984

     

    “Melania alzati in piedi. Allora ragazzi, Melania è la vincitrice della poesia più bella della classe per questo mese.”
    Io sono seduta, accanto me il banco è vuoto.
    “Adesso il  tuo compagno Davide leggerà a tutti la poesia.”
    La maestra mi guarda e mi strizza l’occhio.
    “Bene comincia pure Davide.”
    Il mio compagno di classe si alza e a piccoli passi va verso la cattedra. La maestra gli porge il foglio.
    Davide si schiarisce la voce e comincia.
    “Anche oggi mia madre mi ha tirato giù
    che noia
    a me piace stare su ci sono tutti i miei amichetti
    e c’è anche il mio principe
    io lo so perché mia mamma mi tira sempre giù
    lei è invidiosa piange sempre
    non ha mai trovato il suo principe
    ma io sì
    domani mi porterà la scarpetta il mio principe
    e così ci sposeremo
    e io non piangerò
    come mia mamma”

     

    Mentre la lettura va avanti la maestra viene verso di me, mi siede accanto e si avvicina al mio orecchio fino a sfiorarlo e mi sussurra:
    “Dopo la scuola, corri a casa più veloce che puoi, vai da tua madre e dille che oggi sei stata la più brava della classe, vedrai sarà contenta.”
    Quel giorno, dopo la scuola, io corro verso casa senza mai fermarmi.

     

    17 maggio 1984

     

    Mia madre guarda la parete. La stessa parete che guarda tutti i giorni per tutto il giorno.
    Le dico ad alta voce del mio trionfo scolastico ma lei continua a fissare la parete, non mi sente.
    Alzo la voce, la alzo sempre di più, fino a strillare. Nulla. Comincio a tremare e i miei occhi diventano deboli.
    Trattengo le lacrime.
    Sto zitta.
    C’è silenzio.
    Non trattengo più.
    Piango.
    Mamma si gira,  mi tende le braccia e io mi avvicino.
    “Ti voglio bene” mi dice con voce strozzata.
    “Anch’io ti voglio bene mamma.” Rispondo singhiozzando.

  • Come comincia: Ammetto che c'è stata una certa puerilità, nel prendere la decisione di salire su un treno che mi portasse via dall'inconsistenza di ciò che, fino ad ora, mi aveva trasmesso un apparente, indistruttibile senso di solidità e sicurezza. Mi sono adagiata impercettibilmente, nella felice mollezza della mia stessa noia, o meglio, in ciò che ho voluto soffocare, relegandolo tra l' ineluttabile che scivoli pian piano, nei meandri di una pacata rassegnazione.
    Quassù, sui monti deserti, dove l'aria è più ferma, dove il tempo scorre meno veloce, la natura esprime un ordine diverso e un' armonia visivamente più manifesta: quassù, si respira un' aria selvaggia, lontana dai miasmi di una società distruttiva.
    Questo è quanto cercavo, quanto volessi percepire. Sono salita fin qui, lasciando un foglio e una penna sullo scrittoio accanto al telefono: un foglio in attesa di una lettera che non avrei mai scritto, accanto a quel telefono che ho fissato per giorni con inebetito sgomento e da cui ho tanto atteso il provenire di un trillo che non è mai arrivato.

     

    Il senso di esistere è più pesante, più sterile, quando, come un pugno ricevuto in pieno stomaco, ti infliggi una violenza quasi fisica cercando di non soccombere, di non arrenderti a qualcosa che per anni hai rifuggito, hai negato a te stessa, hai rinnegata con tutte le tue forze: quella di riconoscerti la debolezza di una emozione tua, intima. Quella che hai allontanata dai tuoi pensieri dedicandoti in toto agli altri, ai loro problemi, ai loro bisogni, non ascoltando i moti e le necessità della tua anima.
    Lo avevo capito quella mattina in cui mi ero svegliata sorridendo a me stessa, al nuovo giorno, e una vecchia canzone, sussurrata dapprima con appena un impercettibile movimento delle labbra, ha preso forma, consistenza, articolandosi fino a rimandarmi il suono della mia voce ben chiaro e distinto. Una giornata in cui avvertivo nell'aria qualcosa di prossimo, di bello, di incombente: qualcosa di inconsciamente atteso e allo stesso modo, temuto.
    Improvviso, il desiderio di fuggire, dapprima immediato, impellente, e poi, mano a mano sempre più fragile, prossimo a sgretolarsi.
    Tesa nello sforzo di controllare le mie emozioni che con impeto selvaggio acquisiscono forza, dirompono con una violenza irresistibile, propria a chi per anni è stato prigioniero in una gabbia e ad un tratto ne aprisse le sbarre, scoppio in un pianto dirotto. Un pianto in cui c' è tutto il dolore di cui prima devo essermi resa conto solo vagamente, e che ora fluisce come un violento temporale.
    Le mie lacrime scorrono copiose, portando via l' amara sofferenza che poco a poco si era depositata in me, come cristalli che diventavano sempre più duri e non volevano sciogliersi. Racconto a me stessa della mia vita, delle amarezze della rinuncia, mi dico consapevole che la vita non possa più farmi del male con la sua impetuosa violenza, e che non possa esistere equilibrio e felicità se non si è, prima, percorso il sentiero della sofferenza.
    Domani farò ritorno a casa.
    Il foglio e la penna abbandonati sullo scrittoio saranno riposti nel cassetto: non scriverò mai quella lettera, ma, forse troverò un messaggio nella segreteria...

    Sei il desiderio della mia libertà, la passione che brucia, sei la luna che riempie le mie notti nell'estasi di un abbraccio. Solo te io desidero compagno della mia anima, melodia dolcissima che mi avvinghia, lacrima di felicità che non trattengo, passione che si scioglie tra le tue braccia, tra le mie fondendosi, in un' anima sola. Una forza che mi sale nel petto, che vuole gioire, sognare...  ancora...
    Vorrei liberarmi delle catene del tempo che ossidano il cuore, imbrigliano i miei pensieri. Cerco, dentro di me, di allontanarmi da sentieri colmi d'illusione. Vorrei specchiarmi nel lago dei miei desideri per guardare nascere il sole, lascerei che le sue gocce si confondessero con la pioggia che riga il mio viso, e sorridere, finalmente libera di essere...
    E' solo un sogno che mi tiene incatenata ad una realtà che non mi appartiene più.

    Provo solo un'infinita tristezza che a tratti mi toglie il respiro. Amavo il modo in cui ridevi... Mi piaceva maledettamente il modo in cui ridevi. Il desiderio di averti vicino, nasce con irruenza incontenibile... Dove sei?
    Sei nell'aria, nell'infrangersi delle onde sugli scogli, nel respiro del vento che mi riporta un sospiro che non puoi più cogliere, nel brillio delle stelle, nei caldi colori di un tramonto che incombe...
    dove sei? Invano, ti cerco...
    Nei miei giorni sbiaditi, in questa notte che cade sui tetti, serena, chiara, quasi di primavera, ancorata a un passato e vivendo un presente che vorrei proiettare verso spazi infiniti, come una barca che prenda il largo a vele spiegate nell'immensità del mare aperto. Guardo un punto lontano, indefinito, cercando come sempre l' orma di un ricordo, che si è perso nella crudele spirale di un angolo di cielo ch'é diventato torbido. Vorrei, bastasse un respiro profondo ad allontanare i fantasmi che popolano le mie solitudini. E' così che ti frega la vita. Ti corteggia, ti accarezza, ti blandisce quando hai ancora l' anima assopita, pensieri innocenti, sogni fanciulli. Poi ti tradisce, ti ruba il sereno, gli affetti più cari, ti ferisce, ti distrugge, ti annienta... ti lascia dentro immagini, odori, rumori, armonie impalpabili che gravitano su te, intorno a te, che per quanto ti sforzi non ti è dato mai più accarezzare. Era quella la felicità, e ora scopro che sospesa, sorpresa, accecata come una falena davanti a un lume, avverto la tua assenza come un dolore acuto che, a volte, mi piega le ginocchia.
    Mi sono svegliata in piena notte perché ho sognato. Vorrei poter trattenere il sogno aggrappato al bordo delle ciglia, vorrei poter impedire che cada, vorrei poterti dire: E' San Valentino...
    Auguri, amore... 

  • 19 marzo 2008
    Magnifica ossessione

    Come comincia:

    Elisa giocava a nascondiglio assieme ad altri bambini sulla piazzetta antistante casa sua, quando i genitori la chiamarono.

    - Vieni su a cambiarti, che andiamo al cinema.
    - Uffa! - sbuffò lei, interrotta proprio sul più bello. Ma ubbidì.

    In breve, tutti si incamminarono verso la meta. Lei certo non immaginava come l’esperienza di quella domenica pomeriggio le avrebbe condizionato la vita.

    - Che andiamo a vedere? – domandò loro.
    - Un film storico, “Le fatiche di Ercole”.

    Sì, aveva sentito parlare di quel tizio, a scuola. Uno che aveva affrontato ben 12 fatiche!
    Quando il film iniziò, la grandezza dello schermo ed i colori delle immagini cominciarono da subito ad attirare la sua attenzione. I personaggi avevano qualcosa di fiabesco con quei costumi caratteristici. Tutto nella norma, però, finché… non entrò in scena lui.
    Mio Dio quanto era bello! Superava ogni fantasia. Colui che interpretava Ercole era magnifico, mai in nessuno aveva scorto una tale bellezza. Rimase senza fiato. Avrebbe voluto che quell’immagine si fermasse, o facesse parte di ogni inquadratura.
    Lui era alto e statuario con una muscolatura soda , tornita e proporzionata. Sul volto abbronzato i lineamenti erano perfetti, maschi e dolci al tempo stesso. Vi spiccavano due occhi di un azzurro profondo e degli aristocratici baffetti con pizzetto nero . I capelli, anch’essi neri, erano piuttosto corti , lucidi e folti.
    L’immagine di quell’uomo non si era bloccata nella pellicola, ma dentro il suo cervello, si. E da quel giorno appartenne a se stessa e alla sua esistenza. Lo pensava così tanto che ad un certo punto se lo vide distintamente vicino, quasi le si fosse  materializzato. Lui spesso la seguiva e la consigliava. Chi era quell’uomo, il suo angelo custode?  No. Aveva solo otto anni e non riusciva a spiegarlo, ma sapeva che quelle strane sensazioni che la prendevano non appena lo pensava o vedeva, non potevano riguardare un angelo custode.
    Elisa divenne adolescente e quando un amichetto la corteggiava e fingendosi indifferente le cingeva le spalle, immediatamente si voltava per cercare il suo Ercole e chiedergli il parere. Lui non si faceva attendere, dolcemente le sorrideva e le accennava di no col capo. Aveva ragione. Nessuno poteva competergli.
    Non raccontò mai a nessuno di quelle strane esperienze. Non sarebbe stata creduta o l’avrebbero scambiata per pazza e derisa. D’altronde ne era anche gelosa. Le voleva tutte per sé, intonse nella loro sacralità.
    Passò ancora il tempo ed Elisa incontrò diversi ragazzi. Ci si divertiva, scherzava, senza che nessuno mai riuscisse a toccarle il cuore. Chi poteva reggere il confronto con il suo Ercole, unica e preziosa pietra di paragone?
    Divenuta una giovane donna, si ritrovò sola. Alcune delle sue amiche erano fidanzate, altre sposate.

    - Possibile che non ci sia nessuno che ti piaccia? - le diceva sua madre.
    - Lasciala stare. Prima o poi, anche lei incontrerà la sua anima gemella, - aggiungeva suo padre.

    Ma lei l’aveva già incontrata la sua anima gemella, anche se nessuno la vedeva. Nel suo mondo segreto, non c’erano ostacoli di sorta: né di anni, né di ceto. Nel suo mondo segreto, tutto andava come desiderava.
    Un giorno accadde che incontrò Paolo. Lei aveva 25 anni, lui quattro di più. Per la prima volta riuscì a provare interesse per un altro che non fosse LUI, e LUI in quel periodo non lo rivide più.
    Paolo la chiese in moglie. Lei, senza interpellare nessuno, accettò.
    Nel giorno del matrimonio Elisa era raggiante e più bella del suo abito da sposa. La chiesa gremita da parenti ed amici.

    - Vuoi tu Elisa prendere in sposo Paolo… - le domandò il sacerdote.

    Paolo la guardava estasiato ed emozionato.
    Anche lei lo fissava, con troppa insistenza per essere una risposta alle stesse emozioni, tanto che il sacerdote ripeté la domanda tra il brusio della gente circostante.

    La ragazza si sentiva come ipnotizzata. Un grande calore la pervase, mentre il suo Ercole le si materializzò accanto. Forse avrebbe nuovamente detto no col capo e lei se ne sarebbe andata lasciando tutti a bocca aperta per fuggire via chissà dove e per sempre.
    Ma il miracolo accadde. L’immagine di LUI si poggiò su quella di Paolo, trasfigurandolo.

    - Sì, lo voglio, - rispose Elisa. L’aria che sembrava sospesa si liberò, togliendo un peso a tutti i presenti.

    Poco dopo il matrimonio vennero i figli e con loro il silenzio di quelle antiche emozioni. Lei, tuttavia, ne fu sollevata. Comprese come la follia l’avesse pervasa per tanti anni, staccandola dalla realtà.
    Finché il nuovo castello costruito non crollò come quello di carte.
    Su di un giornale lesse della morte di LUI avvenuta il 1° Maggio del 2000, esattamente un mese prima.
    Descrivere il delirio di dolore che la donna provò è impossibile. Il suo consueto dinamismo svanì e si lasciò andare.

    - Depressione, - sentenziò il medico. - Tipica in una donna che si avvicina ai cinquant’anni.

    Da quel periodo in poi le sue visioni ricominciarono. Di ciò lei era consapevole, ma ne aveva bisogno per continuare a vivere. Ora, però, non erano il frutto della sua mente. Qualcosa di più… oggettivo, pur non appartenendo a questo mondo. LUI pareva leggerle il pensiero e conoscere il segreto del tempo.

    - So quanto di te mi hai donato, nemmeno Dio può amare tanto, - le disse.

    Può uno spirito amare come carne? Ad Elisa successe. Proprio accanto al marito dormiente.

    - Due anni. Tra due anni ti verrò a prendere e ti porterò via.

    Fu l’ultima frase di LUI. Era una fredda notte d’ottobre del 2000.
    In seguito Elisa si ammalò gravemente e due anni dopo lui mantenne la promessa. Ritornò per portarsela via.
    La donna prima si voltò. Vide suo marito piangere e adagiarle le mani sul petto ormai senza respiro.
    Evidentemente non sapeva che quel corpo era per lei come un vestito smesso. Né che ora si sentiva felice.
    Ercole la esortò a seguirlo e le tese una mano. Lei gliela strinse ed insieme, varcarono la porta del tempo.

  • Come comincia:

    Un giorno conobbi una persona che chiamai “Luna”.
    "Spazio personale per l'inserimento di una gigantografia lunare"
    (bella no? [beh, io per lei sarei stato disposto ad andare anche sulla luna... ma...  .] ma non ha voluto...) ... mi ero già messo la mia tuta spaziale (nuova e con l'odore della gomma fresca), ero salito sul razzo (nuovo di zecca e comprato per l’occasione), avevo acceso i motori… fatto i controlli di routine…...  pronto a partire ma…...  (ma se non ha voluto, non ha voluto…).
    ...  . Allora ho spento i motori… mi sono tolto la tuta… ed ogni tanto guardo il cielo per vedere se è nuvoloso o sereno. La tuta è nell'armadio (chissà magari un giorno serve) ed il razzo è nel garage...  . (revisionato regolarmente [affinché sia pronto a partire]…) poi c’è il plastico in polistirolo della mia base lunare, completo di tutti i particolari e dipinto a mano.
    Se il cielo è sereno mi arrabbio perché vedo la luna e se è nuvoloso sono triste perché le nuvole facendo da schermo impenetrabile la nascondono. In tutti e due i casi va male… quindi… rimango qui, a collezionare foto lunari, a pensare all’assenza di gravità, ad Armstrong, ai Lem , agli Apollo, alle Lunik e alle Soyuz.
    Rimango qui (… e lei non ha voluto) … e porto pazienza.
    Una volta (ma solo una) sono riuscito a fare un giro di ricognizione in orbita lunare, con il mio Lem, quello revisionato. Sono riuscito a baciare la superficie lunare…dolcemente, perché sulla luna non c'è gravità e tutte le cose avvengono dolcemente. Lei mi ha detto che vorrebbe...  .o avrebbe voluto ...  (ma poi non ha voluto…[perché tra il dire ed il fare c'è di mezzo il mare]…). Ed io lo guardo il mare, con il telescopio, il Mare della Tranquillità , il Mare delle Tempeste e l’Oceanus Procellarium, e calcolo quanto tempo ci si può mettere ad attraversarli a piedi, o in bicicletta (con la zavorra sulla sella però, e due belle ruote giganti).
    Ma lei non lo sa...  . che io la penso . Lei ha la sua orbita e la sua rotazione e vede passare moltitudini di meteore ed asteroidi, pulviscoli e piogge stellari. Chissà cosa vede lei… (… sicuramente i suoi occhi sono per qualche asteroide scintillante […ma pieno di bitorzoli]…in avvicinamento o in temporaneo stazionamento...  .). Magari un giorno (molto in là perché nell’universo il senso del tempo è diverso) si stuferà di tutti quegli asteroidi bitorzoluti e di quelle meteore che gli ronzano nell'orbita (e che passano... passano... e non si fermano mai...  .) e le verrà in mente la mia ricognizione (ed il mio fugace atterraggio)... senza immaginarsi che dopo tutto quel tempo io sarò sempre lì, a ricordare il mio dolce allunaggio ed i miei saltelli a gravità zero. Lo metterò in garage il plastico, assieme al razzo, e ci metterò sopra un telo affinché non si impolveri di modo che levandolo sia tutto in ordine.

    Rimango qui a pensare che potevo salire sulla sonda Cassini ed andarmene verso Saturno (il quale ha 47 , dico 47 satelliti) e ci può essere una gran scelta con tutti quei satelliti...  .uno su 47 magari ...  .può essere quello giusto…ma di Luna ce ne è una sola….(e non ha voluto)...  .che cosa ci andrei a fare sulla Cassini? (E poi si vede la Luna da Saturno? [No]…) .

    Rimango qui... rimango solo... al mio telescopio... e porto pazienza (che altro? [?]) .


    ***

    Gli asteroidi sono brutti per definizione ("… probabili rifiuti cosmici… residui della formazione del sistema solare… " [definizione enciclopedica]…) , degli scarti quindi, e pieni di bitorzoli. Quando non hanno i bitorzoli hanno delle fosse ruvide, come avessero la faccia butterata. Gli asteroidi hanno tutti una forma indefinita, sgraziata, ben lontana dalla perfetta e dolce forma sferica dei pianeti e dei satelliti (…e della Luna…). Per non parlare del colore...  .niente a che fare con il blu ed il verde della Terra, il rosso di Marte o gli anelli di Saturno…(il bianco candido della Luna)…gli asteroidi sono scuri, talmente scuri che fai fatica a vederli…sono come i ratti di notte (dei ratti con la faccia butterata)…ti accorgi di loro solo quando ti sono già vicino e dietro alle spalle.
    Gli asteroidi passano…passano sempre…non sono dei corpi celesti orbitanti e statici…loro continuano ad andare (...  non sanno nemmeno loro dove…) , fino a quando non sbattono contro un altro asteroide o un altro corpo celeste (…perché non sanno curvare...  [e sono anche un po’ idioti]…) . Però sono furbi (come i ratti) , a volte emanano una scia luminosa (… a causa della velocità e non per propria luminescenza…) che li fa sembrare attraenti e che gli nasconde i bitorzoli. Ammaliano gli asteroidi, ammaliano, si avvicinano, rimangono un po’ nei paraggi orbitali e se ne vanno, lasciando il cielo buio come prima (perché la capacità di illuminare lo spazio è propria solo delle stelle e dei corpi che ne riflettono la luce [come la Luna]…) .
    …Mi sono travestito da asteroide (con tanto di bitorzoli) che passa, passa, e senza fermarsi se ne va...  .(per provare la sensazione…)...  mi sono travestito da asteroide (ma non sarò mai un asteroide)… che passa , passa e non lascia traccia di sé .

    ***

    Certe volte indosso la tuta (mi piace l’odore della gomma) , scendo in garage ed entro nel razzo. Faccio finta di effettuare una missione, eseguo il conto alla rovescia, controllo il livello dei propulsori, la strumentazione, come un bambino simulo il rumore dei motori con delle pernacchie. Poi parto…dopo un breve viaggio entro nell’orbita lunare…e di nuovo eseguo il dolce atterraggio….(anche se è passato un po’ di tempo...  d il ricordo si è eroso)...  poi immagino di atterrare (sempre dolcemente) sull’altra faccia della Luna, quella che a causa
    dell’attrazione magnetica non viene mai mostrata alla terra, quella buia e segreta che nessuno può vedere a meno che non ci si vada di persona...  .
    Ho i miei calcoli algebrici io, chiusi nel taschino della tuta e so dove atterrare... Poi, finalmente bacio (dolcemente ci mancherebbe) il suolo pallido e farinoso , guardo fuori dall’oblò cercando le grandi distese del Clavius o l’immensità del Ptolemaeus, ma vedo solo le chiavi inglesi, l’annaffiatoio, un triciclo e la serranda del garage la quale si chiude sulle mie simulazioni, un po’ violentemente come quelle serrande bastarde che si chiudono di colpo sui piedi.
    Allora me ne torno in camera, sposto la tendina della finestra, guardo la luna e la saluto (ma lei non mi può ne vedere ne sentire) e vado a riposare.

    ***

    Diverse volte ho cercato di fare un’altra ricognizione… (ma lei non ha voluto… […sich...] … aveva altri impegni... [posso capire, con tutti i flussi sanguigni da regolare, le maree ed i raccolti da influenzare... e tutti gli asteroidi che passano continuamente da quelle parti…] … altre cose sempre più importanti…) e dopo un po’ ho capito (dopo un bel po’ però, perché gli astronauti alla lunga diventano sempre miopi ed anche un po’ sordi) ho capito che lei non è come me, che sto lì a pensarla un giorno si ed uno no (se anche lei lo facesse la mia base lunare non sarebbe solo un plastico in scala 1:1000 coperto da un telo ed abbandonato in un garage...) …non è come me che non riesce a trattenere lo sguardo al suo passaggio (se fosse così anche per lei qualche volta avrei incrociato il suo sguardo durante una delle sue rivoluzioni siderali...  ...) ... insomma dopo un po’ ho capito che non dovevo più disturbare…(pensa che silenzio che deve esserci sulla luna. [ed il mio Lem ha i motori diesel, rumorosi ed inquinanti]... pensa che pace silenziosa e quanti corpi fluttuanti nello spazio...)  … ho capito che (quando fra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare)…che il mare (ed anche il grandissimo cratere Descartes)... lo stavo attraversando solo io…e quindi non ho più disturbato.

    ***

    Alan B.Shepard è molto meglio di Cristoforo Colombo. Perché lui è andato contro natura, senza galleggiare sull’acqua e senza la possibilità di mettersi in salvo se qualcosa fosse andato storto. A bordo del suo ‘Mercury Freedom 7’, il 5/5/1961 ha compiuto un salto sub-orbitale. E’ stato il primo americano nello spazio.

    Bisogna avere coraggio per essere come Shepard (e non come Colombo), e non tanto per il materiale usato (la tuta che ha indossato la si potrebbe usare al giorno d’oggi per fare jogging, per non parlare del razzo…[certe lavastoviglie di oggi sono più sofisticate]…) ma per il viaggio nell’ignoto e nell’infinito (e contro natura , perché volare è contro natura) e per la prospettiva eterna della sua esplorazione (le esplorazioni terrestri sono finite, quelle spaziali non finiranno mai).

    Bisogna avere del coraggio per essere come Shepard perché se qualcosa va storto , va storto e basta, senza rimedio (non devi aver paura, come Colombo , degli squali o delle mareggiate se per caso ti capita di saltar giù dalla barca [… una delle tre barche... ]...) . E qualcosa può andare sicuramente storto visto che era il primo esperimento in assoluto con un essere umano a bordo (...  mentre Colombo non era certo il primo uomo a salire su una barca per andare in mare...) .

    Bisogna avere le palle per essere come Alan B.Shepard, mollare tutto, prendere le tue chiappe e portarle lassù, senza certezza di tornare, per poi essere ricordato o essere famoso un milionesimo di volte in meno di Colombo e di Yuri Gagarin. Si, perché la ‘colpa’ di Alan B. Shepard non è stata quella di essere stato il primo americano nello spazio, ma di essere il secondo uomo andato nello spazio nella storia dell’umanità (dopo Yuri Gagarin). Shepard è partito solo 23 giorni dopo il suo rivale russo e a causa di quei 23 giorni si fa fatica a trovarlo nelle enciclopedie (e l’impresa compiuta è a tutti i livelli identica a quella del suo collega perché stavano facendo a gara su chi partiva per primo) .
    Bisogna avere le palle per essere come Alan B. Shepard, perché si è fatto il mazzo come Gagarin (e più di Colombo) e la maggior parte del mondo non sa nemmeno chi sia (… e tutto per 23 giorni…).
    Shepard darebbe un calcio al telescopio e schizzerebbe nel garage di corsa allacciandosi la tuta mentre scende le scale (senza perdere il tempo per vestirsi e fregandosene dell’odore di gomma fresca…) entrerebbe velocemente nel razzo e via! Verso la Luna! Senza tanti preamboli e preparativi… senza tante curve orbitali e traiettorie di avvicinamento...  .E poi atterrerebbe dove capita (perché non è quello l’importante). e se avesse dei missili a bordo distruggerebbe anche un po’ di asteroidi (… e si vedrebbero migliaia di bitorzoli schizzare nello spazio...)  . Shepard non si preoccuperebbe di fare atterraggi morbidi, anzi probabilmente li farebbe rudi appositamente, per far capire alla Luna che lui è arrivato a piantare la sua bandiera a stelle e strisce e che lo si voglia o no lui lì ci costruirà una base. Ci vorrebbero i cataclismi per mandare via Shepard, la sua bandiera e la sua base. Bisogna avere le palle per essere come Alan B. Shepard. Ma io non sono come Alan B.Shepard.


    ***

    Faccio calcoli trigonometrici io, e li metto in un armadietto, assieme alle foto, alla tuta, alla naftalina , alle chiavi del razzo ed ai miei moon boot. Porto pazienza (come nella vita del resto, perché il tempo va e tu non puoi far altro), porto pazienza (…non ha voluto…) e scatto fotografie, di notte (tenendo aperto il diaframma del teleobiettivo... [così risalta la luminosità]…e togliendo il flash…[altrimenti disturbo... ]...) … scatto fotografie quando nessuno mi vede, poi all’alba, quando il resto del mondo si sveglia , vado a dormire.

  • 19 marzo 2008
    Il professore

    Come comincia: L’aula pian piano cominciò a svuotarsi, e l’ultimo suono che si era protratto uscì dalla bocca di Laura,la studentessa moretta dell’ultimo banco; “A domani professore.”
    Da lì in poi più nessuna voce, sibilo o fruscio.
    Il professore rimase accerchiato dai fantasmi del silenzio.
    Sì, il silenzio lo angosciava. Era qualcosa che non riusciva bene a spiegarsi. Lui così fedele alle parole, alla convinzione che esse potessero spiegare ogni evento, sciogliere qualsiasi contraddizione.
    Poi conobbe il silenzio, scoprì che quello con le parole non si poteva raccontare.

     

    Aveva il volto torvo, vistosamente pallido e con qualche venatura di sudore che scorreva qua e là sulla fronte.
    Decise di rompere la litania del suo sguardo, fin lì devoto a quei banchi ora deserti.
    Inclinò il capo, tolse gli occhiali. Li ripose con moderata lentezza nella custodia.
    Strizzò leggermente le pagine del libro di filosofia moderna, riponendolo poi con la solita accuratezza in uno dei vani della sua ventiquattrore.
    Era teso, spazientito, con una gran voglia di spersonalizzarsi, di ritrovare la sua pelle di uomo.
    Percorse il corridoio della scuola con fare distaccato.
    Raggiunse la sua Audi blu metallizzata, che più che una macchina nella sua testa aveva preso da tempo le sembianze di una donna stanca di aspettarlo.
    Non a caso di li a poco, il suo cellulare cominciò a vibrare smodatamente.
    “Pronto, dimmi.”
    “Sono andata a ritirare gli esami io stessa. Sei tu quello sterile.”
    “Ah. Sei sicura?”
    “Certo che sono sicura!”
    “Ho capito.”

    Mise in moto e si mischiò al carosello di macchine che in quell’ora di punta paralizzava le arterie della città.
    Si fermò a un semaforo che pareva non volerne sapere di ritornare verde.
    Indugiò un attimo, poi si accorse alla sua sinistra della presenza di un Alfa Romeo grigia, guidata da un signore facoltoso in giacca e cravatta con accanto la sua ipotetica signora.
    Il professore abbassò il finestrino e si rivolse con tono sferzante alla coppia:
    “Sono sterile. E voi?”
    I due lo guardarono basiti, specialmente la donna parve quasi inorridita:
    “Eugenio parti, è verde.”

    Dopo circa mezzora ,l’Audi del professore si ritrovò parcheggiata di fronte a un grande palazzo rosa austero, lungo un corso fiancheggiato da bar e tavole calde.
    Lui rimase con le mani bloccate sul volante, con una espressione imperscrutabile.
    Il cellulare cominciò a illuminarsi nuovamente, ma questa volta sembrava che la cosa non gli importasse.
    Scese dalla macchina, salutò a stento un suo conoscente, e scomparve dentro a una delle tavole calde “Mordi e Fuggi”.
    “Potrei avere una schiacciata?”
    “Certo. Funghi e melanzane o mozzarella e prosciutto?”
    “Non fa differenza.”
    “Signore mi dica quella che preferisce.”
    “Non so...  sono sterile.”
    Alla signora della tavola calda fu subito chiaro che aveva a che fare con qualcuno poco sano di mente, e con il resto della clientela addensata dinanzi al bancone, non era proprio il caso di portare avanti la discussione:
    “Ecco a lei, mozzarella e prosciutto. Fanno due euro, alla cassa per favore.”

    Trascorse il restante pomeriggio ovattato nella sua auto, con il cellulare che lontano dai suoi occhi, vibrò ripetutamente per una buona manciata di minuti.
    S-T-E-R-I-L-E-, scriveva e riscriveva la parola sui fogli bianchi di un bloc notes circondandola alle volte da altre parole come “Maschio” “Uomo” “Moglie” “Famiglia” “Amore?”.

    Erano quasi le sette di sera, quando abbassò lo specchietto frontale, prese un pettinino dalla borsa, e allineò la propria capigliatura con una riga in mezzo.
    In ascensore salì accompagnato da una madre radiosa che teneva in braccio un piccolo neonato di non più di qualche mese.
    “Scusi, lo studio del dottor Di Vita?”
    “Terzo piano, signora.”
    Era rimasto da solo mentre il display dell’ascensore inesorabile scandiva l’avvicinamento al nono e ultimo piano del palazzo. Di fronte alla porta di ingresso, appoggiata al pomello centrale, lo accolse una lettera. La prese senza neanche leggerla e la ripose in una delle tasche anteriori del cappotto.
    Prese a girare per casa con aria spenta, biascicando talvolta un sogghigno che nessuno gli conosceva.

    Entrò nella camera da letto, rimasta visibilmente spoglia di molti oggetti:un quadro, due o tre portafotografie, un abat jour,due portagioielli.
    Ah, dagli scaffali mancavano anche i volumi della raccolta “Genitori del duemila.”

    La luna nel frattempo era calata intensamente, e i suoi occhi la incrociarono per qualche vivido istante, sottoponendola a una sorta di veglia interiore.
    Fu allora che il professore prese la cornetta e digitò un numero che ricordava a memoria:
    “Pronto, sono Vittorio un compagno di scuola di Laura.”
    “Amore sono io, sei pazzo a chiamarmi a casa!”
    “Se ne è andata.”
    “Ma per quanto?”
    “Ha lasciato la solita lettera.”
    “Vuoi vedermi adesso?”
    “Non lo so...  meglio domani.”
    "Come vuoi tu,amore."

    Vittorio rimase accerchiato dai fantasmi del silenzio.
    Sì, il silenzio lo angosciava. Era qualcosa che non riusciva bene a spiegarsi. Lui cosi fedele alle parole, alla convinzione che esse potessero spiegare ogni evento, sciogliere qualsiasi contraddizione.
    Poi conobbe il silenzio, scoprì che quello con le parole non si poteva raccontare.

  • 12 marzo 2008
    Figli del caso

    Come comincia: Era stata una giornata come le altre. Così pensò Lola, uscendo dal lavoro. Si sbagliava, ma non se ne sarebbe accorta quel giorno. E, soprattutto, quel giorno non c’entrava affatto il lavoro.
    Alla fermata dell’autobus, fissò le punte sempre lucide degli stivali. I tacchi a spillo affondarono nell’asfalto morbido come la pelle. Lei si chiese per quanti giorni o settimane li avrebbe portati ancora. Aveva letto da qualche parte che una donna nella sua condizione deve camminare comodamente ed evitare i sentieri più difficili e sconnessi.
    Niente da fare, allora. Le strade della sua vita ben presto non sarebbero state più adatte ai suoi stivali, e nemmeno a una donna come lei.
    La giornata era iniziata con più ironia del previsto. Sempre in strada, sempre portando a spasso la creatura ancora minuscola del suo corpo splendido, con le gambe smaglianti aveva percorso leggera i pochi metri dalla fermata al lavoro. Si era accesa una sigaretta, immune ai pericoli per le donne nelle sue condizioni.
    Aveva pensato: “Oh, non me la sono scelta io, oh, non è ancora detto che non sia una cosa passeggera”.
    Era riuscita a sorridere al pensiero che nove mesi non sono una pena eterna e nemmeno obbligatoria. C’è sempre una via di uscita, quando si è giovani, belle e si hanno gambe e cosce agili e snelle. Sempre meglio di tante stordite che vanno per il mondo senza meta.
    E così si era trovata a seguire i passi di una di quelle: formosa, bionda, forse disponibile. La zona, del resto, era tutta un invito agli incontri veloci. Larghi viali anonimi, auto saettanti, nebbia sottile e quasi perenne, che ti si posa sul viso appena esci di casa e ti cambia i connotati. Impossibile accorgersi se un’auto rallenta, se un uomo si ferma. Nessuno vede chi scende e chi sale.
    L’aveva seguita per molti passi, perché guarda caso andavano nella stessa direzione. Al semaforo l’aveva raggiunta e sfiorato con la sigaretta l’enorme mastino che la portava al guinzaglio. Pensò in un lampo che i cani proteggono meglio degli uomini. Osservò il corpo nero dell’animale e colse un brivido veloce strisciare sotto il manto, insinuante come il peccato. Poi vide il mozzicone della sigaretta a un millimetro dal costato del nervoso killer. Ringraziò il cielo di averlo solo sfiorato. Entrò al lavoro. E giurò di fare delle bionde un ricordo del passato.
    Così, quella sera fu diversa dalle altre. Alla fermata Lola non accese la sigaretta e pensò che ci sono interruzioni più dolorose. Poi le sue ginocchia si fecero varco tra la ressa immonda dell’autobus più affollato e gremito della storia.
    A lei però era sempre piaciuto l’assedio ubiquo della folla. Era sempre riuscita a non stupirsi per le mani di troppo e a prenderle come una lusinga. Dopo una giornata di contatti rarefatti e spinosi, l’abbraccio della calca le dava sollievo. Anche quella sera.
    Sbirciò il titolo del libro letto dalla donna lì a fianco. Si chiese se fosse quell’anima a leggere il libro o il libro a leggere l’anima. Le rimasero oscuri il titolo del volume e il nome dell’anima.
    Paragonò le settimane precedenti alle figlie un po’ beffarde del caso. Ricordò le decine di operazioni annullate, dietro allo sportello, o tutte le volte che si era sdraiata e aveva lasciato fare. Nel suo caso, non c’era revisione né via di scampo. Solo un taglio netto e arbitrario.
    All’improvviso, la donna con il libro le mise il titolo sotto gli occhi, ma Lola li volse altrove.
    “Per Dio, nessuno mi deve imporre che cosa leggere. E forse, domani o dopo domani, abortirò!”, pensò con rabbia e lacrime. E concluse che noi tutti, noi tutti a bordo dello stesso maledetto autobus, siamo figli del caso.