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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 27 aprile 2009
    Lettera a Giuda

    Come comincia: Caro amico,
    era da tempo che intendevo scriverti, anche se fino ad oggi non lo avevo ancora fatto. Mi è accaduto spesso di mettermi alla tastiera ma di non riuscire a trovare le parole giuste. Così ho sempre rimandato pensando che forse il tempo non fosse ancora arrivato. E avrei continuato a reiterare la mia indecisione se stamane non avessi ascoltato Enzo Bianchi a Radio 3. La sua chiarezza espressiva, la lucidità dei suoi concetti riguardanti il significato profondo della Passione mi ha dato, forse, l'ispirazione giusta. Dico forse perché non è facile scrivere una lettera proprio a te, l'uomo più enigmatico e più disprezzato della cristianità. Per quanto coraggiosi possiamo essere, risulta sempre complicato porsi al di fuori della scia del pensiero conforme. Bisogna farlo con prudenza e con molta attenzione. Mi scuserai, dunque, se troverai il mio scrivere incerto e titubante.
    Sin da bambino mi hanno insegnato che Gesù è morto per salvare tutti noi dal peccato originale, condannato alla più infame delle morti grazie al tradimento di uno dei suoi: Giuda Iscariota. Centinaia di generazioni hanno imparato ad associare te al concetto di tradimento. Avresti commesso un abominio vendendo non solo un uomo, non solo Dio, ma un amico, il tuo amico più caro. Ma un dubbio mi rode oramai da anni. E possibile che sia tutto qui? Che tutto si possa ridurre solo e semplicemente a 30 sporchi denari? Come può essere che Dio, il mio Dio che io immagino colmo d'amore per tutte le sue creature ti abbia condannato cinicamente a questa sorte? No, non posso crederci: l'amore non conosce compromessi e non si gira mai dall’altra parte. Lui non ti avrebbe abbandonato a questo destino terribile senza una ragione, senza averti dato una spiegazione. E tu che per anni hai dormito e hai mangiato accanto a Lui, hai visto sorgere ogni giorno lo stesso sole e ti sei specchiato nella stessa luna non lo avresti consegnato ai carnefici per soddisfare un tuo interesse personale. Se ciò fosse, se tutto dovesse ridursi solo a questo e il tuo ruolo non fosse altro che quello di un essere malvagio, la mia fede vacillerebbe. Io credo, invece, che Egli ti abbia amato come gli altri, anzi più degli altri, come ama tutti gli uomini inquieti, irrazionali, impazienti. Ti confido una cosa, sono convinto che ami anche me ... nonostante tutto.
    Ma torniamo alla tua vicenda. Dicevo, io penso che ti sia stata affidata una missione gravosa, un fardello pesante che hai accettato e portato sino in fondo con la consapevolezza che saresti stato maledetto nei secoli e con il dubbio che forse nessuno avrebbe sollevato i veli del conformismo comprendendo la ragione profonda del tuo gesto. Così come fa un servo quando aiuta il suo signore a spogliarsi, tu Lo hai aiutato a liberarsi della condizione terrena adempiendo così pienamente alle Scritture. A chi, infatti, avrebbe potuto chiedere un sacrificio più grande? A Pietro che non ha avuto il coraggio di dichiararsi suo amico? Agli altri che nel Getsemani dormivano mentre Lui, sopraffatto dall'angoscia, cadeva più e più volte? Perché devi sapere che è stato proprio in quell'orto che la Chiesa ha vissuto la sua prima vera crisi. T’immagino dopo la consegna di Gesù, appoggiato su quell'unico albero in cima alla collina con il sacchetto dei denari in mano. Li guardi con disgusto, saggi il loro peso, ti sembra insostenibile. Li hai presi perché anche tu dovevi recitare la tua parte sino in fondo. In realtà non li hai mai voluti. Non ti servivano. La tua era una vita votata all'impegno, prima a quello politico contro l'invasore e poi finalmente quello spirituale a servizio dell'unico Dio che per amore si è fatto carne e sangue dimostrandoci che era pronto non solo a vivere come un uomo ma anche a morire come un uomo. Sei uno che vive d'azione, non di agi o ricchezze. Ora però è tutto finito e la tua missione è conclusa. Guardi a occidente, il sole tramonta, ma non ha il colore di sempre: è come se un velo celasse in parte la sua luce e poi soffia un vento da settentrione insolitamente freddo e potente. Sotto di te, c'è l'orto degli ulivi tornato alla vita di sempre con i suoi contadini e gli armenti che lo attraversano mentre lasciano la città dopo la storia più importante della tua, ma a questa collegata, sta per esaurirsi. Folla, soldati, grida disperate e tre croci sulle quali i corpi si contorcono tra gli spasmi dell'agonia. Il tuo amico è lì, gli resta poco da vivere oramai. E' arrivato al Golgota grondante di sangue grazie al lavoro ben fatto dai flagelli. Ma nonostante tutto, ecco la grandezza, non impreca, non si lamenta, non piange. Si preoccupa di dare un nuovo figlio a sua madre, concede il perdono ai suoi aguzzini. Anche in questo momento, ha una parola d'amore per tutti. Tutti, Giuda, anche per te che ormai appeso alla tua corda non puoi sentire. Se questo può rincuorarti, sappi, amico, che io sono tentato di credere che anche la tua sia in fondo una storia d'amore.

  • Come comincia: È giorno di elezioni, anche per il distratto e astratto Signor S.
    Si reca al seggio, diligentemente, come tutti, con in testa quel vago senso di irrisolta consapevolezza, che dal segno che traccerà sulla scheda, dipende il futuro del suo paese.
    Il fatto che i seggi siano immancabilmente allestiti nelle scuole, genera in S., nonostante la sua ormai non più verde età, un reminiscente senso di disagio e soggezione, retaggio di ogni studente del mondo conosciuto, bravo o asino, intelligente o stupido, mediocre o brillante.
    S. entra nell’aula, come se si presentasse a un tardivo esame di maturità. Solo che invece della temibile commissione d’esame, trova i soliti quattro addetti, annoiati, impersonali, inidentificabili.
    Presenta il suo documento e la sua tessera elettorale, pezzi di carta attestanti il suo status di cittadino con diritto di voto.
    Ritira la scheda. Spiegata, ha le dimensioni di un grande tovagliolo, ci si potrebbe agevolmente incartare un pollo. Già, un pollo, il Signor S. si stupisce di tale accostamento e si domanda per quale ragione gli sia venuto. Non ha bisogno di darsi risposta, ovviamente.
    Dentro la cabina elettorale. Tre paratie di legno grigio. Neanche le più scalcinate cabine dei più scalcinati impianti balneari, d’infantile memoria, erano tanto tristi e dimesse.
    S. pensa che il luogo dove si decidono le sorti del paese, dove si esprime la volontà di un intero popolo, dovrebbe essere assai meno decadente e insignificante. Nella sua fantasia eccessiva, immagina ogni cittadino, chiamato a gran voce, per nome, che sale una maestosa scala marmorea, fino all’altare della democrazia e deposita il frutto del suo pensiero sociale in un bronzeo cratere istoriato.
    S. osserva la scheda. Incasellati secondo un ordine non identificabile, i simboli di 43 partiti. C’è di tutto. Animali disneyani, alberelli e arbusti di vario genere, icone variopinte e infantili, stemmi e stemmini di volgare contraffazione storica e culturale. I nomi e le sigle sono a dir poco sconcertanti.
    PDL, PD, PDL secondo estratto, PC, PCR, PCRII, PC MACHETELODICOAFARE, PSI, PSD, PSSTCISIAMO ANCORA, DCMANON SIAMO PIÙ QUELLI LÀ, DCTRANQUILLINON CENESIAMOMAIANDATI, POLODELLELIBERTÀ (DI CHI?), POLO DELLA LEGALITÀ (DI COSA?), POLO NORD, POLO SUD, POLO DI CENTRO (EHHH?!).
    Mancano solo l’equatore galattico e l’altezza azimutale. S. è molto perplesso, quasi angosciato e, diciamocelo, fortemente nauseato.
    Nota, con un senso di affranto spirito estetico, che in fondo alla grande scheda è stato lasciato uno spazio vuoto. Come se mancasse un partito all’appello o come quando a una tavolata si lascia un posto vuoto, per un ultimo arrivato, che mai arriverà.
    Preso dall’antico “orror vacui”, il Signor S., con la matita copiativa, che ormai non usano nemmeno nelle favole retrò, medita sul da fare.
    Che fare? Che decidere? A chi dare il proprio consenso?
    Dopo alcuni minuti, sentendosi un po’ come il fruitore, colto da improvvisa colica intestinale, di una toilette pubblica, il Signor S. opta per la fantasia e la creatività.
    Nello spazio vuoto, disegna accuratamente un cerchiolino, vi inscrive un bel punto interrogativo, svolazzante ed elegante, e scrive a fianco MAH!

  • 27 aprile 2009
    La bambina sulle spalle

    Come comincia: La puzza di morto non ti molla più.
    Basta un attimo, un secondo. Ti entra dentro e non se ne va via più. Sembra di avere una mano putrida che ti prende alla gola e ti stringe ogni giorno di più.
    Lo sapeva bene Mario Salti.
    Si guardava allo specchio tutte le mattine e ci pensava, si riempiva di deodorante, apriva tutte le finestre del suo appartamento, ma niente. La morte era lì e lui la sentiva.
    Aveva provato anche a berci su pesante, ma la nausea che provava non aveva intenzione di andarsene.
    Mario era nell’esercito nel 1988 e aveva vent’ anni.
    Lo avevano spedito in Yugoslavia, in mezzo ad un cazzo di bosco con una decina di ragazzi come lui. Aveva paura. Dovevano solo controllare che in quella zona non vi fossero insediati militari del Kosovo.
    Camminarono per una notte intera, stanchi e incazzati arrivarono alle porte di un piccolo villaggio sperduto tra gli alberi. Una decina di capanne in croce, puzza di bestie e fango sotto i piedi.
    Alcune donne uscirono dalle loro abitazioni, i loro volti nascosti nell’oscurità.
    Mario e i suoi compagni avevano sete. Erano stanchi e terrorizzati dagli scheletri di legno e foglie che li circondavano opprimenti.
    Tra gli altri militari c’era Stefano Bannielli.
    Il classico coglione esaltato, uno che si credeva Rambo, che assomigliava a Rambo, solo più squilibrato.
    Mario non ricordava bene cosa successe. Spintoni. Urla.
    Bannielli tirò fuori la pistola. Sparò ad una donna.
    Grida, sangue.
    La confusione che ci fu dopo era simile ad una sbronza. Le immagini sfocate di una notte di follia.
    Poi fu giorno.
    Mario si svegliò grazie alla pioggia che gli cadeva sulla faccia. Intorno a lui le capanne erano ormai carboni fumanti. Si alzò in cerca dei suoi compagni.
    Nessuno.
    Si addentrò per qualche metro e fu lì che la vide.
    Bianca come la luna d’estate. Il volto sporco di terra e sangue. Avrà avuto dieci anni.
    Lui rimase senza parole, guardando quel corpicino immobile, nudo, privo di vita. Scacciò via le mosche posate su di lei, istintivamente, forse per darle solo quel po’ di dignità che qualcuno le aveva strappato.
    Decise di seppellirla. La carne della bimba stava lentamente marcendo sotto i suoi occhi.
    E l’odore. Non lo mollava più. Il panico non lo mollava più.
    I militari del suo comando erano scappati. Lui era solo in mezzo al nulla mentre seppelliva una piccola donna massacrata.
    Mario poi aveva solo dei vuoti di memoria, i processi e tutto il resto erano solo foto sfocate, inutili.
    Restava la puzza.
    Mentre si ubriacava di whisky, mentre scopava con qualche battona da venti euro. Lei era lì.
    Lui lo sapeva.
    A  volte la sentiva. Nel crepuscolo.
    Si alzava nel cuore della notte. Lui sapeva quando.
    Senza accendere le luci entrava nel bagno, apriva le persiane facendo filtrare la luce flebile della luna.
    Lui la vedeva. E ne sentiva il rantolo.
    Riflessa nello specchio, stava aggrappata alla sua schiena con le sue unghie infilzate nella carne, lo fissava. 
    Bianca come la luna d’estate. Il volto sporco di terra e sangue.
    Avrà avuto dieci anni.
    Fine.

  • 27 aprile 2009
    Voglio morire

    Come comincia: "Voglio morire", così ripeteva e lentamente si accasciava su quello scomodissimo e odiato divano che gli faceva da letto da quando sua moglie lo aveva lasciato, con lo sguardo fisso nel vuoto; si sentiva solo, troppo solo per parlare e lottare ancora, quindi prese una penna e cominciò a scrivere. Cumuli di frasi al vento gli parevano le strofe e incerte le dita non riuscivano a seguire le righe del foglio; ”Un'altra prigione in cui le mie emozioni sarebbero state rinchiuse” pensava. Allora arrabbiato, si alzò e decise di prendere da un cassetto una vecchia foto, con un soffio debole, quasi quanto un sospiro, tolse la polvere che la ricopriva e ricordò di quando in marina gli avevano detto che, per quanto lo amasse, non era fatto per il mare, era un uomo di mondo lui e nel mondo doveva vivere ed inseguire i suoi sogni; lo aveva fatto, ma troppo spesso questi gli erano sembrati tanto lontani che anche con un binocolo non sarebbe riuscito a vederli tanto chiaramente da farli suoi, o almeno provare a realizzarli correndogli dietro; la persona che amava, la più bella tra le stelle, si era rivelata una delusione completa dalla quale non si era ancora ripreso; e forse non voleva farlo poi più di tanto. Aveva ormai perso la fiducia per il mondo e camminare da solo, senza potersi appoggiare a nessuno, non avrebbe avuto più senso... Nel posare l’istantanea si guardò le mani, le stesse con cui aveva toccato tutto quello che prima gli sembrava oro, ma come la leggenda di Re Mida insegna, chiedere che tutto splenda di una luce aurea non è possibile. Per quanto tu dia importanza a qualcosa, a qualcuno, devi prima valutare se essa sarà in grado di renderti davvero ricco, ricco dell’unica cosa che davvero conta: la felicità."Voglio morire" così borbottò prima di addormentarsi e alti i suoi occhi alla luna scrutavano nel tiepido candore della sera il senso di giornate così inutili oramai stanco dell’insostenibile monotonia della sua esistenza Sla sua salvezza. Qualche giorno dopo, infatti, mentre ne stava comprando un altro, forse l’ultimo, incontrò una giovane donna anche lei spaventata dalla luce troppo forte del sole che spesso riscalda, ma d’inverno non da alcuna certezza e subito se ne innamorò alla follia. Ne passarono di istanti, scanditi questa volta non da un freddo quadrante, ma da una sequenza di emozioni che si susseguivano e che lo portarono a superare ogni suo limite in ogni singola occasione, nel disperato tentativo di riconquistare quello che gli era stato rubato, nel disperato tentativo di tornare ad amare se stesso conquistando quell’incantevole creatura... Dopo due lunghe settimane, affrontate con l’aria chi non ha più paura del rifiuto altrui, ”Se pensi di non aver niente da perdere, hai solo da guadagnare” canticchiava mentre si guardava di nuovo orgoglioso allo specchio, ci riuscì e tornato a casa una sera con lei in braccio, come novelli sposini alla prima notte di nozze, capì il vero significato delle parole che aveva scritto poco tempo prima. Tutto era diventato chiaro. Quei versi erano poesia, quella fotografia chiusa in un cassetto uno splendido ricordo da conservare, quei giorni noiosi che aveva trascorso non altro che amata routine; poi il silenzio, un bacio. La donna che amava e che non l’avrebbe mai più lasciato solo, lentamente si accasciava con lui su quel fantastico e comodissimo divano. Solo un bisbiglio nella notte: "Voglio morire.”

     

  • 27 aprile 2009
    Il demone della stanza

    Come comincia: Semaforo rosso, attesa snervante… nervosamente tamburello con le dita sul volante in similpelle della “Punto”… la ripartenza liberatoria è ostacolata dalla lunga fila di auto in coda… sono quasi giunto, ma la distanza pare enorme … il cellulare continua ad emettere suoni brevi ma intensi, sms impazienti che mi avvisano che sei già arrivata… imbocco finalmente il viale che conduce al cortile della vecchia casa d’epoca, luogo abbandonato ove recitare le scene più scabrose del nostro “ultimo tango a Parigi”. Eccoti lì con un jeans stretto che evidenzia ogni forma… così com’è aderente la camicetta bianca che lascia intravedere, dal leggero tessuto, turgidi capezzoli eccitati… ti avvii senza aspettarmi ma il tuo accattivante sorriso mi dimostra che non sei per nulla irritata dal mio ritardo. Infili la chiave nella toppa e apri il pesante portone del palazzo… ambienti semibui e intriganti salutano il nostro ingresso… di tanto in tanto persiane divelte permettono l’accesso ad ampi fasci di luce che proiettati sulle pareti, evidenziano infiniti granelli di polvere … mi precedi sulla lunga scalinata, portamento eretto e punta delle dita che sfiorano la balaustra di marmo… sai quanto mi piace osservarti mentre sali, sai quanto mi piace ripercorre con lo sguardo ogni angolo del tuo corpo … continuiamo a salire verso il secondo piano … accelero  il passo e mentre ti raggiungo ti sfioro con la mano la schiena soffermandomi a giocherellare con la fibbia del reggiseno … giungiamo sul pianerottolo e seguendo un copione a lungo collaudato, ti poggi contro il muro … la mia mano sul tuo viso … faccio scorrere il pollice lungo le labbra rosse e umide, aspettando che la punta della tua lingua inizi a stuzzicarmi il polpastrello, il rossetto oramai disfatto si diffonde ovunque mescolato al lieve strato di saliva prodotto dal movimento circolare della lingua … mi allontani e riprendi a salire, questa volta più velocemente … entriamo nella stanza vuota, arredata solamente da un materasso poggiato direttamente sul pavimento dell’ampio salone … ti spingo contro l’angolo vicino e inizio a toccarti il seno … ma non subito … non subito … con l’esterno della mano sfioro appena la camicetta di seta soffermandomi con le nocche delle dita sulle protuberanze dei capezzoli … l’indice accenna appena ad infilarsi nello spazio presente tra i due bottoni … lentamente, tanto lentamente … avverto ora il tessuto del reggiseno … per un attimo ripercorro col polpastrello il contorno del pizzo avvertendo nel contempo la pelle calda e morbida … ti sento … mi senti … senti il mio desiderio … il tuo respiro diventa affannoso … per un attimo ci guardiamo con quello stesso sguardo che tanti hanno definito famelico, uno sguardo privo di amore, privo di volontà, privo di ragione … la stanza pare essere abitata da un Demone capace di evocare in noi solamente pensieri e comportamenti primordiali, animali … improvviso come sempre e tu come sempre mi lasci fare avida e allo stesso tempo impaurita … ha inizio il nostro “gioco”, sai che puoi fidarti ma al contempo non sai quanto in là io possa spingermi con il mio “giocare” … ma in fondo sei qui per questo … mi piace assaporarti poco alla volta e mi piace concedermi a te allo stesso modo … ti sfilo i jeans sino alle ginocchia mentre il demone all’orecchio mi suggerisce divertito quello che devo fare... atti sempre diversi, sempre nuovi, sempre più scabrosi, atti che ti faranno, che ci faranno superare traguardi sino a quel momento ritenuti irraggiungibili … alcune ore dopo ci ritroviamo nudi sul materasso … guardi il soffitto estasiata massaggiandoti a turno i polsi resi lividi dal cavo dell’antenna TV che precedentemente con foga ho strappato dal muro: “Demone dispettoso che cosa mi fai fare!!” … poteva andare peggio, come quella volta che ho trovato una catena … ma questa è un’altra storia … apro un contenitore di cibo giapponese e comincio a mangiare direttamente con le mani … mi guardi divertita: “Fai l’amore come mangi” mi sussurri all’orecchio e come tutte le volte ti accovacci alle mie spalle a mo’ di zaino facendomi sentire il calore del tuo corpo nudo … avverto che stai bene, sei appagata, soddisfatta ma so già che nei prossimi giorni mi chiamerai infuriata accusandomi che per colpa mia non sai più far l’amore “normalmente” e che di questo se n’è persino accorto il tuo fidanzato del momento … e dopo infinite discussioni sulla cosiddetta normalità mi giurerai piangendo che non ci rivedremo mai più anche se in cuor tuo sai già che non è così perché:
    “… Io sono l’altro, l’altro che tradisce e che ti fa tradire …”
    La sera scende veloce sorprendendoci ancora nudi nella stanza oramai buia, illuminata appena appena dalle luci dei lampioni del parco sottostante … abbracciati, analizziamo ogni rumore circostante amplificato dal silenzio della casa vuota, mentre il Demone ingordo m’invoglia a continuare … sei stanca ma sai che dovrai soggiacere a questo mio desiderio finale... e sarà proprio questo senso di sottomissione a provocare in te una nuova e convulsa eccitazione che ti condurrà verso nuovi amplessi violenti che metteranno fine a questo lungo pomeriggio di sesso … sesso a cui non puoi negarti perché:
    “… Io sono l’altro … l’altro che cerchi per fare sesso, quando sei stanca dell’amore…”

  • Come comincia: C’era una volta, in un luogo molto molto lontano, sperduto tra i monti dell’illusione, un paesino piccolo piccolo dove sorgeva, nella piazza principale, un enorme tempio di cristallo. Si diceva fosse stupendo, l’ottava meraviglia del mondo, e per questo ogni giorno giungevano persone da tutto il mondo per visitarlo e nonostante la strada per arrivarvi fosse molto impervia, vi era sempre un’enorme fila all’ingresso...
    Ogni visita rappresentava un’esperienza diversa, poiché questo aveva una particolarità che lo rendeva unico... cresceva e diventava sempre più bello alimentato dai sogni e le speranze di ogni abitante del paesino, i quali avrebbero potuto avere una vita tranquilla e serena basata su agricoltura e caccia, come tutti gli altri popoli della zona che lentamente tramite la creazione del commercio avevano raggiunto un buon grado di evoluzione… ma essendo estremamente avari e sognatori avevano costruito solo case di sabbia e sale, chiese di sabbia e sale, e tutto fatto di questo miscuglio per risparmiare il più possibile, per poi trasferirsi in una metropoli, avere una vita lussuosa e comoda... non c’era quindi tempo per il presente… come le lancette di un orologio che non si possono mai fermare...
    I bambini passavano tutto il giorno sui libri, proiettati a quello che la società moderna avrebbe richiesto loro, così che il parco gioco del paesino, anche esso fatto di sabbia e sale, appariva sempre desolato… persino Babbo Natale, passando dalle casette, non lasciava doni... non c’era stato tempo per scrivere le lettere.
    Le donne non perdevano tempo a truccarsi e, ansiose di trovare un principe azzurro, passavano tutto il giorno in cucina per prendere mano con i fornelli e i servizi di casa in modo da essere un giorno delle perfette casalinghe… non uscivano la sera, preferivano dormire e sognare nei loro letti di sabbia e sale… Non esistevano parrucchieri né estetiste, né acconciature... tanto che tutte le donne si lasciavano crescere i capelli a dismisura lasciando che solo il colore le differenziasse... Gli uomini non avevano tempo per avere passioni, hobby, godersi le gioie di stare in compagnia e andavano a fare praticantato altrove di tutti i mestieri che poi avrebbero fatto fruttare loro un’enorme fortuna… non c’erano stadi, né automobili… non c’era sorriso e gioia di vivere….
    Nel frattempo il tempio diventava sempre più grande e splendente... e intorno il paesaggio sempre più desolato per i visitatori che pensavano di entrare in una città fantasma, poiché ogni famiglia pensava a sé e a quello che avrebbe avuto un giorno... si rinchiudevano nelle proprie prigioni fatte di immagini fragili e confuse, nella nebbia di ricordi mai costruiti: nessuno camminava per le strade per prendere un po’ d’aria, nessuno sospirava davanti al tramonto... nessuno piangeva, soffriva, rideva, si arrabbiava, nessuno viveva insomma… nessuno faceva altro se non aspettare che arrivasse il giorno, il momento che tanto attendavano: domani.
    Dopo qualche mese, dopo che i pilastri di sabbia e sale non potevano più reggere l’enorme peso del maestoso monumento sempre più traballante, l’imponente cristallo implose causando un terribile terremoto... A quel punto non avendo “sprecato” giorni preziosi a fortificare gli edifici, questi non ressero la scossa e crollarono... a quel punto non rimase nulla agli abitanti... se non sabbia, sale e tanti rimpianti…

     

  • 22 aprile 2009
    La fuga

    Come comincia: “È tutta colpa della Francese.”
    “Smettila di dare la colpa agli altri, prenditi le tue responsabilità. “ Diceva l’immagine riflessa nello specchio,il mio alterego, il mio più agguerrito compagno, un tempo il mio unico amico, l’eroe dentro di me. “È solo colpa tua se sei in questo pasticcio, la francese non centra niente, anzi è lei la vittima, la nostra vittima.”
    “Lei di certo non è scevra da colpa.”
     ”Certo che no, non ci sono innocenti in questo mondo sporco, ma la sua unica colpa è stata quella di amarti più della sua stessa vita.”
    “Allora vedi che è colpa sua.”
    “Sei testardo ma questo tuo modo non ci salverà dalla galera.”
    “Galera? Ma ha fatto tutto da sola, noi non abbiamo fatto niente.”
    “È proprio questo il punto mio caro, non abbiamo anzi non hai – visto che io non c’ero – fatto niente per fermarla e a dir il vero con la decisione di abbandonarla l’hai spinta a farlo.”
    “Non è colpa mia se era fragile, se non capiva che era finita.”
    “Bé ma questo lo sappiamo solo noi, per quanto ne sanno i vicini lei era una persona felice e solare, piena di vita e di allegria una normalissima ragazza di città. Non crederanno di certo alla verità, fa troppa paura e sarà più facile fare finta che sei tu il solo e unico colpevole, che sei il lupo cattivo da incolpare. Nessuno dei suoi vicini ti conosce, nessuno dei suoi amici nemmeno la sua famiglia che non hai mai voluto conoscere, anche se loro sanno che esisti.”
    “E come potevo, sai almeno quanto me che sono sposato.”
    “Questo è vero ma hai comunque fatto il vigliacco.”
    “Basterà andarcene prima che la polizia arrivi e non succederà niente.”
    “È troppo tardi tutte le prove porteranno a noi: le sue chiamate, le sue email, i tuoi regali, quelle foto. Non abbiamo più tempo, il cappio si sta stringendo, le senti le grida? Le senti le sirene? Stanno arrivando. Che cosa farai? Ti comporterai ancora una volta da vigliacco?”
    Ho la testa che mi scoppia, non riesco più a pensare, sto per piangere.
    “Ma tu hai mai amato una donna? Intendo dire con il cuore. Quando è che ti sei trasformato in un guscio vuoto? Ti rendi conto di aver ucciso una vita? Una che veramente ti amava. Sei uno stupido, se potessi ti prenderei a pugni, ma il tempo è scaduto. Fatti da parte.
    Uno, due, tre tonfi profondi che fanno solo rumore. È blindata ci metteranno un pò ad aprirla, mi accendo una sigaretta, mentre guardo quello stupido di Paul piangere come un bambino, ora basta. Un pugno e lo specchio è in mille pezzi, quello stupido ha fatto un bel casino questa volta.
    “Polizia di New York aprite la porta.”
    “È davvero un peccato che tu ti sia suicidata Amelie, eri un raro fiore capace di amare anche un pazzo come me. Ti porterò per sempre nella mia metà di cuore. Tuo per sempre Jack.” 
    Vado in cucina, con un calcio forte e preciso stacco il tubo del gas, mi avvicino furtivamente alla porta trascinandomi una sedia che appoggio davanti alla maniglia, sopra ci colloco il mio posacenere preferito quello che raffigura Venere sdraiata su un fianco e lascio cadere accanto alla mia dea la mia trekappa, rigorosamente rossa come il sangue che sto per regalare alla notte.
    Di fronte a me, in fondo al corridoio, c’e una finestra, è già stata aperta e usata per fare un salto nel vuoto. Tra me e lei ci sono tredici forse quattordici passi, ma il palazzo di fronte è troppo lontano, so che da solo non c’e la farò, l’unica possibilità è aspettare l’ultimo minuto e lasciarsi scaraventare dal fuoco.
    Ecco ci siamo, è arrivata la loro cavalleria. Sento oltre la porta tanti piccoli passi avvicinarsi, stanno per sfondare, è ora di correre, è ora di volare, un ultimo profondo respiro.
    Quando sono sulla soglia degli infissi la trekappa è a mezz’aria, è un attimo e tutto diventa assordante, sento un feroce ruggito impossessarsi del mio equilibrio, vengo maledettamente sputato in un’altra stanza nell’edificio di fronte, c’e vetro ovunque, faccio fatica a capire dove è il sotto e dove inizia il sopra. Mi metto in piedi barcollando e sanguinando, mi avvicino all’armadio lasciando cadere il soprabito leggermente abbrustolito che ho addosso, ne prendo uno nuovo, nero che va di moda, e che tra altro si abbina in modo perfetto alla mia serata. Sulla sinistra rivedo Paul che piange ancora.
    “Ecco vedi se fossi stato tu a saltare a quest’ora qui dentro ci sarebbe l’intera squadra della SWAT, invece non c’e nessuno quindi smettila di piangere e passami un asciugamano per togliermi questo sangue.” Dico cercando di tranquillizzarlo.
    In meno di due minuti sono fuori dalla stanza, sento che Paul si sta calmando la sua metà di cuore sta rallentando. Devo prendere l’ascensore fino al primo piano, da lì prendere le scale fino al piano terra e poi prendere l’uscita di sicurezza. Credo che la fuga sarà facile.
    Dentro l’ascensore ritrovo Paul.
    “Eccoti, cos’è quello sguardo? Non ti preoccupare ricordo ancora molto bene l’addestramento della CIA.”
    “Anch’io me lo ricordo, ma forse ricordiamo due cose diverse.”
    “Certo, tu eri tutto scrivania e scartoffie.”
    “E tu uno tutto nove millimetri e C4.”
    “Mi piaceva quella vita. Perché te l’ho data vinta e siamo finiti a fare politica?”
    “Non me lo ricordo, forse per i soldi.”
    “comunque siamo ancora in forma.” Cerco di tirare un po’ su Paul.
    “Io penso che…” Pin. Le porte dell’ascensore si aprono. “
    “Me lo dirai dopo Paul.”
    Noto che la polizia non ha ancora iniziato a evacuare l’edificio, questo mi dà un discreto margine di tempo. Prendo le scale e arrivo al pian terreno, nella Hall stanno entrando i primi distintivi, in fondo alla sala sulla sinistra c’e l’uscita di servizio, su un tavolino alla mia destra c’e il New York Times il mio quotidiano preferito, lo prendo e cerco di fare l’incuriosito, ma in realtà cerco solo di nascondere le mani. Inizio a camminare.
    Sono oltre l’uscita che cammino senza voltarmi. Mi ritrovo sulla trentatreesima strada e cammino fino all’incrocio con l’ottava Avenue, di fronte a me compare il Madison Square Garden, giro a sinistra e lo lascio alle mie spalle. Ho bisogno di un bagno, di caffè e tanta nicotina. Finalmente trovo un anonimo bar, non troppo affollato.
    La porta fa uno strano rumore quando entro, ma nessuno si gira. Il tipo dietro al bancone è pelato con una pancia che non ha niente da invidiare a un canguro australiano in procinto di partorire la sua prole. Mi guarda appena il tempo necessario per capire se sono uomo o donna. In fondo al bancone, assorbiti dalla iattura di turno denunciata in tivu, ci sono due distintivi da strada. La solita fortuna di Paul.
    Devo sistemarmi per bene e chiamare un taxi.
    “Un caffè doppio per favore.” Punto con lo sguardo il panzone pelato. “Da che parte è il bagno?”
    “Da quella parte.” Dice usando velocemente l’indice.
    “È il telefono?”
    “Dietro di lei.”
    Chiamo prima il taxi, se c’e qualcosa che funziona a Manhattan ventiquattro ore su ventiquattro oltre ai sexy shop sono proprio loro, i taxi. La voce nell’apparecchio dice che il canarino sarà qui tra dieci minuti.
    Nell’attesa è meglio se mi levo i frammenti di vetro che ho ancora sulle braccia e sulle mani. Rimetto i polsi nelle tasche facendo una leggera smorfia di dolore, passo dietro ai distintivi che sono ormai totalmente presi dalle disgrazie altrui.
    “Ce l’abbiamo fatta, tra poco sarà finita.” Dice Paul con aria connivente, mentre sono davanti al lavabo cercando di fare una vivisezione agli arti superiori il più possibile indolore.
    “Non è finita per niente, abbiamo solo guadagnato tempo, lo sai bene: tempo due ore e un paio di firme e saranno da noi o hai forse scordato le sue chiamate, le sue email, le sue foto. Siamo in trappola, ci ha incastrato per bene. Abbiamo divorato la sua vita e lei ha abortito il nostro futuro. Non abbiamo scelta, è ora di andare.”
    “Ma dove andremo e che ne sarà di Claire e dei bambini?”
    “Per ora dobbiamo pensare solo a scappare il resto poi si vedrà.”
    Il canarino è già fuori che aspetta, ma prima di uscire prendo il doppio e lo mando giù d’un fiato, in questa notte di farsa ho bisogno di restare sveglio, Paul sotto stress sa dare il peggio di sé. Salgo sul taxi. La fuga è quasi finita, devo fare un paio di telefonate e arrivare in Messico il resto sarà in discesa.

  • 22 aprile 2009
    Il letto nel deserto

    Come comincia: Sembra un miraggio quella piccola tenda bianca nel deserto. Da lontano si nota appena, accampata ai piedi di una duna a due passi dall’oceano, poco distante dal villaggio in cui alloggio. Sembra un fazzoletto svolazzante, trattenuto a stento da quattro pali di legno conficcati nella sabbia, che resistono fieri agli schiaffi del vento. E’ piccola ma grande abbastanza da accogliere un lettino su cui distendersi, una sedia dove lasciare gli indumenti e un piccolo tavolo dove appoggiare asciugamani, creme e alambicchi con profumi e oli essenziali.
    E’ lì dentro che lavora Ramilton, un giovane capoverdiano dalla pelle di seta e i riccioli color d’ebano. Non è un alchimista, come tutte quelle boccette di vetro potrebbero far pensare, ma un massaggiatore molto apprezzato sull’isola. E la piccola tenda bianca è il suo regno, un’oasi di riposo, ombra e abbandono, per chiunque desideri chiudere fuori per un po’ il caldo incessante del sole e la violenza del vento che, in certi giorni, è davvero prepotente a Sal.
    Il via vai dalla tenda è continuo, con un ritmo variabile e soste che durano da poche decine di minuti fino a due o più ore. Per lo più sono donne quelle che la frequentano, donne di tutti tipi, turiste di tutte le età, anche se a volte persino qualche uomo fa visita a Ramilton, forse incuriosito dai racconti delle signore che decantano entusiaste i suoi sapienti massaggi.
    Pur riconoscendone il fascino, Ramilton è decisamente troppo giovane per i miei gusti. Sembra un ragazzino sbocciato tutto d’un colpo, spremuto dall’esuberanza precoce della natura; troppo delicata mi sembra la sua pelle ambrata rispetto al nero africano, duro e animalesco di queste isole; persino troppo dolce mi appare il suo sguardo di cerbiatto, come fosse in cerca di carezze, proprio lui che ne è dispensatore; e il suo sorriso morbido è così disarmate che mette in moto dentro di me tutti i sentimenti più vicini alla tenerezza, piuttosto che all’eccitazione. Per questo, forse, non considero seriamente i suoi insistenti inviti ad assaggiare le sue doti di massaggiatore.
    Ramilton mi ha messo subito gli occhi addosso. Li sento frugare sul mio corpo quando mi guarda, come se pregustasse i giochi delle sue mani esperte su di me. Ma vince la sensualità acerba di un ragazzo incapace a sciogliermi, così, lascio sempre scivolare via il suo sguardo, incurante di quel pur lusinghiero corteggiamento.
    “Vieni un giorno a farti massaggiare da me, nella mia tenda, sono bravo” mi ha detto sorridente una mattina sulla spiaggia, mostrandomi le sue belle mani di velluto. Ramilton parla un inglese talmente improvvisato che sembra una lingua nuova, inventata apposta per un sogno. Ogni tanto lo mescola qua e là con qualche parola in portoghese e, quando vuole essere ancora più convincente, in spagnolo, come per mostrarmi il massimo dei suoi sforzi per venirmi incontro e farsi capire. Si rivolge a me quasi sottovoce e il suo tono è in sintonia perfetta con il suo modo d’essere garbato e rispettoso. Puntualmente, quando mi parla, gli vado incontro anch’io e, raggiungendolo a metà strada in quel crocevia d’idiomi, declino gentilmente l’invito, spiegandogli di non avere bisogno dei suoi massaggi, perché ci pensa il mare, con le sue onde prepotenti, ad occuparsi generosamente del mio corpo.
    In effetti, così è. Ci sono momenti in cui è difficile, persino rischioso, tentare di tuffarsi nell’oceano, tanto sono alte le onde. Osservandole, ho capito che bisogna studiare il mare, calcolare il ritmo e la frequenza con cui si susseguono le onde violente fino a diventare sempre più deboli. Quello, il momento in cui la forza si esaurisce, è l’attimo in cui poter approfittare per avvicinarsi e tuffarsi, andare al largo e aspettare che il successivo moto d’acqua faccia il suo corso e ritorni quieto prima di tentare di uscire nuovamente sulla spiaggia. Bisogna essere intonati con il mare, altrimenti si rischia di esserne travolti.
    Ci sono comunque le securitas, sempre vigili sulla spiaggia: ragazzi muniti di fischietto e binocolo pronti ad intervenire in caso di imprudenze, evidentemente avvezzi alle ingenuità dei turisti poco pratici di mar d’Africa. Sembrano appartenere ad un’altra razza loro rispetto a Ramilton: sono tutti alti, muscolosi e nerissimi, mentre Ramilton si distingue per la sua corporatura più minuta oltre che per la pelle sensibilmente più chiara. Probabilmente provengono da altre isole che, pur facendo parte tutte dello stesso arcipelago, hanno una storia diversa tra loro, storia che traspare anche nelle sfumature e nei tratti somatici alla gente.
    Ramilton non si mette mai in costume da bagno. Anche quando esce dalla sua oasi e raggiunge la spiaggia, magari a caccia di nuove clienti, indossa sempre il suo grembiule bianco, candido come la sua tenda. Sembra un dottore. Le signore lo salutano sempre con calore, s’intrattengono a chiacchierare con lui e spesso le vedo offrirgli una bibita o chiedergli di scattare qualche foto insieme a loro, per non rischiare di dimenticare quel viso d’angelo dalle mani d’oro.
    E’ sempre gentile e sorridente, con tutti. Ma con me lo è di più e da quando scopre il mio nome mi chiama sempre con voce flautata “Paula”, quasi cantando, con un accento divertente che rinuncio a correggere, perché lo trovo delizioso e so che non avrò bisogno di fotografie per ricordarlo insieme al suo sguardo.
    Cedo al suo invito solo il giorno prima di partire, quando la nostalgia morde e anticipa l’amarezza del ritorno a casa. Cedo solo per fargli un piacere. E’ strano, eppure non avverto alcun desiderio né necessità di offrirmi alle sue mani. Ma quando quest’ultimo giorno Ramilton mi dice “Ti prego, Paula, oggi vieni alla tenda”, il mio Ok esce di bocca così spontaneo che, senza nemmeno avere il tempo di ripensarci, sento la sua mano afferrare la mia per condurmi nel suo regno. Cammino controvento di un passo dietro a lui e quando di tanto in tanto si volta a guardarmi mi lancia un sorriso talmente raggiante e uno sguardo così grato che mi mette un po’ in imbarazzo.
    “Dieci minuti Ramilton, ok? Solo dieci minuti …” E’ il massimo di tempo che voglio concedergli, il perché poi non lo capisco, visto che sono libera e oltretutto adoro i massaggi. Da cosa voglio cautelarmi?
    E’ l’ora in cui il calore raggiunge la sua massima temperatura sull’isola e la gente se ne sta tutta al ristorante o a riposare al riparo da sole e vento. Attraversare la spiaggia a quell’ora è un’incoscienza ma a me sono sempre piaciute le incoscienze, così come mi piace sentire la sabbia scottare sotto i piedi nudi, che scavano per cercare il contatto con quella più fresca.
    Provo comunque un sollievo immediato appena mi infilo nella tenda, preceduta da Ramilton che tiene sollevato il telo dell’ingresso sbattuto dal vento. Appena dentro ho l’impressione di infilarmi in una conchiglia madreperlata, per via dei raggi del sole che filtrano smorzati e giocano con le ombre sulla sabbia. Tutto è candido e pulito: il lettino, le lenzuola e gli asciugamani ripiegati sul tavolo e la poltroncina dove avrei dovuto lasciare i vestiti. Non ho vestiti, solo un pareo azzurro cielo a coprire il bikini e a ripararmi dalle scottature.
    Comunichiamo in silenzio ora, solo cenni e sguardi. Ramilton m’invita a sciogliere il pareo e a distendermi pancia sotto sul lettino, mentre lui dà inizio ai preparativi: si lava le mani versando dell’acqua da una brocca e, dopo averle asciugate lentamente, afferra un alambicco di vetro appoggiato su un piccolo fornello, facendolo roteare adagio in una mano.
    Tutti i suoi gesti sono rituali, così lenti da mettermi leggermente in agitazione anziché avviarmi all’abbandono. Mi distendo al rallentatore, ricalcando il suo ritmo, con il viso adagiato su un cuscino talmente soffice che sembra fatto di panna montata. Lo respiro, è fresco e sa di buono. Il silenzio sembra fermare il tempo, solo il sibilo del vento e un sussurrato canticchiare di Ramilton che insegue probabilmente una canzone della sua isola, dolce e triste insieme. Concentrata sulla melodia, cerco a questo punto di rilassarmi, sforzandomi di domare il battito del cuore che, inspiegabilmente, non vuole rallentare. Ho paura che Ramilton se ne accorga, non voglio mostrarmi insicura, quando fino ad ora l’ho considerato e trattato come un ragazzino. Ho tenuto duro così a lungo e ora è lui ad essere il duro! Perché proprio adesso comincio a sentirmi io piccola e fragile? Perché sono nelle sue mani, ecco perché! E lui sapeva sin dall’inizio che avermi qui, nel suo regno, sarebbe stato l’unico modo per ribaltare la relazione e dimostrarmi la sua abilità. Mi sento improvvisamente in trappola, eppure mi piace esserlo.
    Immersa in tutti questi ragionamenti, ormai senza speranza, sento Ramilton slacciare il reggiseno del costume da bagno e i lacci abbandonati ai lati della schiena mi procurano un brivido. Impossibile controllare la pelle d’oca, lui l’ha sicuramente notata ma chiudo gli occhi per evitare l’imbarazzo del suo sguardo curioso.
    A questo punto, sento qualcosa di caldo piovere lentamente sulla schiena: gocce dense e profumate, forse olio di cocco, che scivolano giù, dalla nuca lungo la spina dorsale, in un rivoletto che si divide in due all’altezza dei lombi. Ramilton sta in piedi di fronte a me, il suo bacino è a un palmo dal mio viso. Senza avvicinare troppo il suo corpo al lettino, sposta leggermente i miei capelli da un lato, liberandomi il collo e accarezzandoli con un gesto gentile e premuroso, come fossero vivi. Ho paura che persino i miei capelli trasmettano fremiti invisibili.
    Poi allunga le braccia e comincia a scivolare con le mani lungo la mia schiena, all’inseguimento delle gocce d’olio versate. Prima un lungo e lento massaggio fino alla vita per recuperare l’olio, per poi tornare su, di nuovo alla nuca. Sento i polpastrelli indugiare con cautela, come se stessero cercando il punto segreto per scatenare chissà quale piacere. Eppure mi rendo conto di pensare, anziché sentire. E’ troppo acceso il mio cervello, troppo in guardia, attento a seguire lucidamente i movimenti sul mio corpo, piuttosto che a rassegnarsi a goderne.
    “Shhh, Paula, relax…” Ramilton accompagna i movimenti delle mani con respiri profondi e lenti come i suoi gesti, tanto che piano piano riesce ad ammorbidire le mie resistenze. Ogni tanto versa nuovo olio e ogni volta il calore mi mette un brivido. La nuca, le spalle, i fianchi si rassegnano all’esplorazione sempre più piacevole e al ritmo sempre più concitato del massaggio.
    Evidentemente Ramilton è sensibile alle risposte involontarie del mio corpo, perché nonostante il mio controllo mi è impossibile nascondere i fremiti che la pressione delle mani sui lombi mi provocano. Ramilton riesce a contenerli entrambi, premendo i pollici all’interno sulla spina dorsale, fino ad abbracciare con le altre dita i fianchi, al sorgere dei glutei, che ora vorrebbero liberarsi dall’ingombrante bikini. E lì le mani si fermano, hanno trovato il punto segreto. Sembrano immobili eppure avverto leggere circonvoluzioni, sussulti caldi che mi penetrano fino dentro alla pancia, con la stessa prepotenza delle onde del mare. Sembra che, con una delicatezza inaudita, quelle mani vogliano scavare sotto la pelle, fino ad afferrare direttamente il coccige per rivoltare e raggomitolare la coda e continuare ad accarezzarmi come fossi un animale selvatico da acquietare.
    Per arrivare fin laggiù, Ramilton ha dovuto sporgersi sul lettino e allungarsi tutto sopra il mio corpo e il suo grembiule sulla schiena mi solletica la pelle aumentandone i brividi. Quando schiudo gli occhi, vedo il grembiule in parte sbottonato davanti al viso, ho le braccia raccolte sul cuscino e le mie mani sfiorano il tessuto bianco che si apre sempre di più. Mi basterebbe allungare un dito …
    “Paula …. Te gusta?” … I miei mugolii sono eloquenti e Ramilton sa di aver ottenuto definitivamente la mia resa e la sua vittoria. Le carezze oleose hanno conquistato e corrotto l’animale ribelle e diffidente. Il profumo di cocco mi ubriaca di dolcezza e mi sento sciogliere di caldo sempre più dentro, tanto che le cosce si schiudono e il bacino s’inarca senza che io lo comandi. Allungo una mano verso Ramilton, che dietro al grembiule semiaperto non riesce a nascondere la sua naturale reazione e lo incoraggio silenziosamente ad avvicinarsi a me e a mescolare i suoi sospiri ai miei.
    L’atmosfera è ormai troppo carica di energia e di attesa perché quel massaggio a senso unico possa durare ancora a lungo. Non posso più restare ferma, il mio corpo scivola come l’olio che ha addosso e non bastano più le mani a domarlo. Nuove onde violente s’impossessano di me e voglio esserne travolta. La tenda bianca s’incendia irrimediabilmente di desiderio, gli oli profumati fanno scintille, evaporano, liberando nell’aria umori animali, densi e incontenibili e le mani scivolano in carezze reciproche, disobbedienti ormai alla ragione e beate vittime degli istinti. Il vento fuori sembra d’un tratto soffiare più forte, per poi placarsi improvvisamente, così come l’incandescenza dell’eccitazione cede spazio lentamente all’estasi del languore.
    “Dieci minuti Ramilton, ti avevo detto solo dieci minuti …” mormoro pigramente con un soffio di voce, mentre mi crogiolo molle, esangue ancora abbandonata ad un piacere che non vuole finire. Mi sembra d’essere un ghiotto mollusco protetto dentro la sua conchiglia, cullato lievemente dallo sciacquio del mare. Guardo Ramilton, il suo corpo snello, il suo sesso stanco e il suo volto aperto ad un sorriso di gratitudine che, per la prima volta, mi appare non più come quello di un ragazzo ma di un uomo, un uomo grande, sicuro di sé e del suo potere.
    Mi sembra di sentire ancora le sue mani scivolare lungo la schiena, scendere lungo le cosce e afferrarmi forte per le caviglie … forte, sempre più forte … di più, di più, ma che succede? Quelle che afferrano le mie caviglie non sono più mani di velluto ma mani violente … mani fredde che mi strattonano e mi trascinano giù dal lettino, strappandomi al mio molle languore come per punirmi … per portarmi via. Ma per portarmi dove? Mi aggrappo con tutta la forza che mi rimane al lettino ma è inutile: le lenzuola svaniscono come fantasmi, il letto si sgretola come canne sotto la violenza del ghibli. Alambicchi, oli, profumi ed essenze vengono risucchiati da un vortice misterioso, insieme a Ramilton che, con il suo sorriso fiero, sembra salutarmi mentre si allontana sempre di più, fino a sparire del tutto dietro a un sipario evanescente. La tenda diventa sempre più piccola, un fazzoletto bianco minuscolo, che perde inesorabilmente forma e consistenza, fino a svanire anch’essa per sempre nel nulla. La morsa invisibile mi trascina con sé, come un geco sorpreso nella sua tana e strappato via da un predatore alieno verso chissà quale destino. Le mie dita tentano inutilmente di aggrapparsi alla sabbia che invece diventa sempre più cedevole e complice della “cosa” che mi trascina. Improvvisamente, il mio corpo comincia a diventare pesante … sempre più pesante finché, di colpo, tutto si ferma intorno a me. Le mani fredde che mi tengono prigioniera si allentano e io precipito, su qualcosa di morbido e ostile allo stesso tempo. Immobile, a pancia sotto, apro le palpebre a stento e immediatamente un bianco abbagliante violenta i miei occhi. Con le mani comincio a tastare intorno a me e mi rendo conto di giacere tra lenzuola setose di un letto che non somiglia affatto a quello piccolo e magico della tenda. Nell’aria non sento più le note dolci e tristi che Ramilton cantava ma solo un trillo martellante che mi scalpella le meningi. Resto attonita: pochi secondi che mi sembrano durare un’eternità, il tempo per orientarmi come farebbe una esploratrice di fronte a una terra ignota. Non c’è più sabbia intorno a me, né tende, né vento, né mare.
    Il trillo insiste … allungo un braccio per fermare quella sveglia crudele che suona sul comodino da chissà quanto tempo. Cerco di riprendermi, di scrollarmi di dosso il torpore di un piacere ormai svanito, la delusione di un paradiso perduto. Così, d’improvviso, mi rendo conto d’essere tornata nel mondo della realtà, in un deserto senza sabbia e senza gechi, senza tende né essenze, senza nenie o carezze ma, come ogni mattina, nel deserto del mio letto! Mentre mi accingo ad alzarmi, giro ancora lo sguardo intorno e, all’improvviso, provo uno strano fremito: appoggiato sulla poltroncina accanto al letto, vedo il mio pareo azzurro cielo, umido d’olio e di sudore. E finalmente sorrido.
    “No! Perché? Perché solo dieci minuti?”

  • 22 aprile 2009
    La batteria

    Come comincia: “Adesso stacco il cavo di alimentazione.”
    “No! Non farlo!”
    “Ma perché?”
    “È appena passato il Decreto Legge che lo vieta.”
    “Stai scherzando?”
    “Certo che no, come potrei scherzare su una cosa del genere?”
    “Ma il Presidente dice che bisogna fare così.”
    “Quale Presidente?”
    “Il Presidente della Nokia. L’ha scritto anche sulle istruzioni.”
    “Che stai dicendo?”
    “Una volta che la batteria è completamente ricaricata, staccare il cavo di alimentazione in modo da risparmiare energia.”
    “Adesso le cose non stanno più così.”
    “Questo mi fa venire in mente le veline.”
    “In una situazione drammatica come questa tu riesci a pensare al sesso?”
    “Ma io non stavo pensando a quelle veline. Stavo pensando alle veline assurde che venivano rilasciate durante il Fascismo.”
    “Sinceramente non vedo come la notizia di questo Decreto possa avere a che fare in qualche modo con il Fascismo.”
    “Già, forse sto esagerando. Hai vinto tu: terrò il cavo di alimentazione inserito. Adesso però lo accendo che devo proprio fare una chiamata urgente…”
    “Fermo!”
    “Cosa c’è adesso?”
    “Non puoi accenderlo!”
    “Mi vuoi dire allora a che mi serve un cellulare spento e costantemente attaccato a un cavo di alimentazione?”
    “A preservare la cultura della vita, naturalmente.”
    “Tu sei pazzo! Io adesso stacco la presa e lo accendo.”
    “Mi ci hai costretto.”
    “Costretto a fare cosa? Ehi, ma cosa sono queste sirene?”
    “Ho dovuto chiamarli, mi spiace. Stavano sentendo tutto dall’altro capo.”
    “Ma come diavolo? Mmm… questo significa che hai dovuto accendere il tuo cellulare. Allora ne andrai di mezzo pure tu.”
    “Un piccolo sacrificio per una grande causa.”
    “Dipartimento di polizia! Buttate immediatamente a terra quei cellulari.”
    “Agente, aspetti…”
    “Ho detto a terra!”
    “Comandante, che ha fatto? Gli ha sparato?”
    “Ho dovuto farlo, tenente. Non mettevano a terra quei cosi.”
    “Ma erano solo cellulari.”
    “La prudenza non è mai troppa. Io sono qui per preservare il diritto alla vita, la vita di tutti.”
    “Comandante, ha appena ucciso due uomini…”
    “Beh, questo nel rapporto è meglio che non lo specifichiamo. Comunque il Presidente sarebbe molto fiero di noi.”
    “Quale Presidente?”
    “Il Presidente del Con…” BEEP
    BATTERIA SCARICA
    RICARICARE

  • Come comincia: Di fianco alla casa dove sono nato, c’è una chiesa, piccola, detta della Madonna delle mosche, non lo so se si chiama veramente così, vi era un sacerdote, alto, magro, da giovane già con i pochi capelli brizzolati: padre Roberto. Mi aveva battezzato lo stesso giorno che sono nato, a detta dei medici non sarei arrivato a sera, perché non si era mai visto un bambino di sette mesi, nato in fretta e che pesava niente, riuscire a restar vivo fino al tramonto. La chiesa è piccola, la voce di padre Roberto molto acuta e penetrante, io sedevo fra i banchi con mia nonna, la domenica mattina, ed avevo sempre paura di quelle tavole ai lati della navata, pitture che descrivevano scene violente, di uccisioni, di dolore, si notavano figure a terra morenti, ed altre figure che impugnavano spade sanguinanti e reggevano teste mozzate. La nonna, seduta in silenzio, nel suo abito scuro, con leggere decorazioni di fiori d’oro, la sua collana di perle, il fazzoletto di pizzo nero in testa, ed il libricino con la copertina di pelle nera, tenuto nella sinistra insieme al ventaglio, era però la figura che più m’incuteva paura. Era impassibile, non notava, o faceva finta di non notare le altre persone, era devotamente piegata al suo dovere di mostrare la figura di un’antica nobiltà, travolta dalla guerra, impoverita dalle tragedie del novecento, ma fiera, impassibile, quasi ad indicare a tutti che le contingenze della vita sono secondarie, quel che conta è la dignità. Il prete la conosceva bene mia nonna, sapeva che non aveva un carattere docile, la signora Raffaella Fiume Odierna era quel che si dice una donna di ferro. La funzione religiosa mi sembrava sempre interminabile, soprattutto il momento nel quale mia nonna andava a ricevere l’ostia, quella sua breve passeggiata, che a me sembrava lunghissima, che ella faceva dal banco all’altare, e poi a ritroso, sembrava il confine fra il mondo e l’eternità, la luce penetrava a strisce giallastre e toccava qualcuno o qualcosa, ed altri risparmiava, il suono dell’organo, alquanto sgraziato, rendeva quell’atmosfera pesante e lugubre. Alla fine della messa, la nonna andava a salutare il prete, si chinava appena, e gli baciava la mano, ed anch’io dovevo baciare la mano a don Roberto, solo che dovevo mettermi sulle punte dei piedi e quasi appendermi alla mano per poter sfiorare con le labbra le dita che vedevo davanti a me. Sempre, tutte le settimane, don Roberto chiedeva a mia nonna se il prossimo ottobre mi avrebbe visto nella sua scuola, mia nonna diceva di si, ed iniziava mentalmente la battaglia con il nonno che non voleva farmi iniziare la scuola dai preti. Poi uscivamo, mia nonna mi stringeva la mano con forza e c’incamminavamo verso il corso, a prendere le sfogliatelle, sempre da Carraturo, perché lei diceva che erano le più buone di Napoli, così il sole di Maggio ci coglieva improvviso, e tutta quella luce e quel vociare della Ferrovia, (piazza Garibaldi,che i napoletani chiamano sempre Ferrovia) mi metteva allegria e mi piaceva guardare i pulcinellini che vendevano i giocattolai ambulanti, quelli che a muoverli sulle rotelle che hanno sotto i piedi, battono i piatti di metallo che hanno nelle mani, ma non chiedevo a nonna di comprarlo, già conoscevo la sua risposta. Qualche volta ci incamminavamo verso piazza principe di Napoli, da Aloia, a comprare il caffè, Il negozio di caffè era magico, ai miei occhi, la luce passava fra quei cristalli azzurrini, e i chicchi di caffè sembravano un mare in tempesta quando il commesso infilava la paletta per raccoglierne un po’ da mettere nel cono di carta, seguivo quel movimento rapito, e poi la nonna, dal cartoccio, tirava fuori un chicco e me lo dava, era amaro, ma croccante, a me piaceva molto. Erano le tredici, tornavamo a casa. La domenica i nonni pranzavano da noi, anche zio Alfredo, il fratello di mia madre, a me piaceva tanto zio Alfredo, che era stato alcuni anni a lavorare in Olanda,e una volta mi portò una locomotiva in ferro smaltato, che funzionava a batteria e camminava da sola, e quando urtava un ostacolo tornava indietro e sibilava proprio come una locomotiva vera . Mio fratello era stato con mio padre dall’altra nonna, quella che abitava vicino al mare, e che lo zio, parodiando Ibsen, chiamava la “nonna del mare”. Il nonno saliva su da noi all’ultimo momento, prendeva l’Unità dalla tasca, la metteva vicino al piatto, ed iniziava a mangiare, qualche volta mi faceva una carezza e diceva: “ Sei stato a messa ? Ma perché la domenica mattina non lo portate a giocare a pallone ‘sto bambino”.

  • 22 aprile 2009
    Mi sento soffocare

    Come comincia: Sono le due del pomeriggio di venerdì, smetto ora di lavorare, mi cambio gli abiti ed indosso i miei jeans, il maglione a girocollo, gli stivali da moto, il giubbotto e via verso casa.
    La giornata è bella, c’è una leggera brezza fresca, ho una strana sensazione, mi sento come se qualcosa mi stringesse la gola un senso di fastidio più che di dolore, cerco di concentrarmi sulla guida, in moto per Roma non puoi pensare ad altro.
    Arrivo a casa, il tempo di togliere il giubbotto e lavarmi le mani e mi siedo a tavola.
    Mangio di gusto, ho fame, ma ho sempre quella strana sensazione che qualcosa mi stringa il collo. Ho starnutito tutto il giorno per via dell’allergia, ma non sento bruciori alla gola, no non è il classico arrossamento delle tonsille o il preludio di un’influenza, piuttosto come una mano che mi stringe la gola quasi volesse strozzarmi.
    Ogni tanto con le dita allargo il maglione ed ho come la sensazione di stare un po’ meglio, ma è un fuoco di paglia, subito torna quella fastidiosa percezione che qualcuno o qualcosa mi stia soffocando.
    Mi alzo da tavola e mi siedo sul divano, provo a leggere il giornale, così tanto per distrarmi, ma la mano invisibile continua a sfiorarmi il collo, quasi una carezza che stringe sempre di più.
    Nel silenzio della stanza provo a controllarmi il corpo, respiro profondo ed occhi chiusi. Ascolto il cuore ed il suo battito lento e regolare, anche il polso và che è una bellezza. Forse è solo suggestione, che sia un attacco di panico? Non so non ne ho mai sofferto e non ne conosco i sintomi, e poi panico di cosa? Non sudo, non ho brividi, solo una morsa che stringe, ma una stretta regolare.
    Son già le quattro, mi alzo e giro senza meta per il soggiorno, seduto il senso di soffocamento era più evidente; guardo gli oggetti sul tavolo sfioro con le dita i mobili, qualcosa non va, ma si, cosa?
    Mi avvicino allo specchio e mi ci guardo dentro, cerco una risposta in me stesso, mi osservo vorrei capire questo malessere e la sua origine. Sarà un malanno del fisico o dell’animo?
    Mentre mi guardo allo specchio accade una cosa strana, l’immagine riflessa muove le labbra, come se volesse parlare, mi tocco la bocca, è chiusa mentre il mio io riflesso parla.
    Ssssshhhhhh silenzio, mi avvicino allo specchio, sento una voce, forse la mia immagine riflessa vuole parlarmi, vuole dirmi cosa turba il mio corpo od il mio spirito, si la sento quasi sussurrare:
    “Ti sei messo il maglione al contrario, cretino”
     
    All you need is love.
    All you need is love.
    All you need is love, love.
    Love is all you need.

  • 08 aprile 2009
    Un rito disperato

    Come comincia: I frenetici jumps delle rane orientali, sono uno slancio meccanico? O solo una mia espressione perfetta di prospettiva?
    Forse è solo delirio che mi attanaglia la gola e mi costringe a spasmodici pianti. I miei occhi sono rossi e gonfi con una gocciolina blu nel mezzo, davanti allo specchio non mi vedo. Un altro attacco e tutto viene su mentre il mio corpo va giù. Le mie fauci gridano, bruciano, scoppiano dei gemiti strozzati che non hanno forma. L'aria entra con forza mentre la disperazione resta per osmosi con me. Il tempo è fermo, la notte lo sa. La porta squilla anzi vibra. Il mio corpo trema, le loro viscere vogliono la fine, la mia fine. La mia testa è un fardello di zeri, la vita si abbraccia a se per non morire. Non vedo, non sento, non sto capendo ciò che mi sta succedendo, sento solo che qualcosa sto perdendo.
    Dov'è la bambina dentro di me? Dove ho perso la sua valigia con dentro le bambole dai capelli dorati? Dove sono finite le arancioni cassette di "Rossi"? Dov'è il mio accento bulgaro? Dov'è quell'uomo che ti ha portata via?
    Sento freddo, la musica non c'e più da un pezzo. È molto corta la strada per ritrovarmi sola, guardami sono oscura. Mi sento sulle spalle le fondamenta di questo mondo, ma in realtà sono solo le mie disillusioni, il mio continuo perdere, la mia voce che non riesce più a cantare, il mio uomo che se ne va.
    Straniero, dove mi hai portata? Io non ho ancora accettato, voglio fare un patto. Riportami indietro e lascia alle spalle il mio passato, fuggirò da nessuno e avrò pietà di me. In cambio prenditi pure lui e tutto ciò che è. Lasciami chiudere il mio "Pandora", lascia che mi prenda il mio tempo di Bronzo, lascia che viva ancora un paio di volte.
    Mi hanno trovata per terra, in bagno, con la bava alla bocca che deliravo cose senza senso. Io non mi ricordo molto. Dicono che c'e mancato poco, dicono che sono stata fortunata. Io dico che è poco, ma tutto quanto vero.

  • 08 aprile 2009
    Il giovane Aprile

    Come comincia: Era nuvoloso e freddo, quel giorno di gennaio, quando il giovane Aprile, un piccolo ometto di un anno più di me, bussò alla mia porta e chiese a mia madre dov’ero, appena mi vide comparire disse una sola cosa: ”E’ arrivato”. Era arrivato, il più desiderato ed ambito giocattolo di quei giorni d’inverno: il calcio a molla. Mia madre mi fece andare a casa del giovane Aprile, senza nemmeno chiedersi il perché di quella frenesia che notava in noi. Il calcio a molla era ancora nella scatola di cartone, sulla parte superiore aveva l’immagine di un calciatore che tira in porta, e si intuiva che il tiro sarebbe diventato un gol, visto che si vedeva il pallone, accompagnato da una striscia blu, superare le mani del portiere. Lo togliemmo dalla scatola con una delicatezza inusuale per dei bambini, lo poggiammo sul tavolo della cucina, trovammo il pallone nella bustina di carta, che era finita sotto un foglio con su stampata la spiegazione per montare le porte, le montammo subito, senza notare niente di ciò che era scritto sul foglio. Quel giorno ci fu la prima partita di calcio a molla in casa Aprile. Le due squadre avevano le maglie colorate, una di rosso e l’altra di blu, a noi due non piacevano, volevamo l’azzurro del Napoli e il nero-azzurro dell’Inter. Fu così che cominciai a dipingere, con una grande attenzione e delicatezza, senza fare nessuna colatura sul verde del campo, e con una grande pazienza nel dipingere le strisce verticali della maglia dell’Inter, che per il giovane Aprile erano fondamentali, ed i numeri sulle spalle dei giocatori, e lì ci accorgemmo che non erano undici ma otto, ed inventammo la numerazione personalizzata, tanti anni prima che l’immettessero nel calcio, Sivori doveva avere il dieci, Corso doveva avere l’undici. Iniziò così una lunga ed impressionante serie di sfide, i cui risultati venivano annotati su un quadernetto piccolo, a fogli giallognoli, con la copertina di un verde smagliante, dove scrivemmo a caratteri cubitali: “INTERNAZIONALE-NAPOLI”. Le sfide si conclusero a giugno, in occasione della fine della scuola, il giovane Aprile doveva andare a lavorare nel bar del padre, a consegnare i caffè, con un vassoio che teneva sempre in bilico sull’avambraccio sinistro, ed io andavo a fare il ragazzo di bottega nella falegnameria di mio padre. Ci vedevamo ogni volta che portava il caffè a mio padre ed ai suoi colleghi, e di soppiatto ci gridavamo “in silenzio”: “Forza Napoli” l’uno; “Forza Inter” l’altro. Era il Napoli di Sivori ed Altafini, di Juliano e Bianchi e di Dino Zoff, era l’Inter di Mazzola e Picchi, di Jair e Corso, e di Helenio Herrera. Erano le squadre di un calcio antico, fatto di bianco e nero e di fantasia. I calciatori erano come dei dell’Olimpo, si sapeva che c’erano, ma non si sapeva com’erano, una piccola immagine colorata ne dava il tratto: le figurine Panini. L’estate passò, ma le sfide col calcio a molla non ripresero, il giovane Aprile con tutta la famiglia traslocò, chissà dove andarono ad abitare, forse appena il quartiere più avanti, ma in quel tempo spostarsi soltanto di un paio di chilometri, significava sparire, il mondo era molto più grande di adesso.  Anche a scuola il giovane Aprile non c’era più, in quella piccola scuola del prete, dov’erano insieme più classi: la prima e la seconda elementare erano unificate in una sola classe, così la terza e la quarta; non chiedetemi come si poteva svolgere un programma scolastico in quel modo. Fu freddo e piovoso quell’inverno, il tempo influiva sulla tristezza di non avere più un amico, di non giocare più a calcio a molla, avevo imparato a fare dei tiri all’ungherese spaventosamente tesi e precisi, avevo scovato una tecnica sopraffina, piegavo il calciatore, che era innestato su una molla, fin quasi orizzontale rispetto al terreno e spostato di circa quarantacinque gradi rispetto alla porta, il tiro che ne usciva era letale. Guardavo spesso dai vetri di camera mia verso il balcone dove abitava il giovane Aprile, ma c’era quasi sempre un piccione soltanto, che girovagava sulla ringhiera e fra le piante e poi tornavo a leggere Salgari, il mio preferito: “La capitana del Yucatan”. Stavo finendo la seconda elementare, arrivava l’estate, rividi il giovane Aprile, sempre indaffarato per le consegne del caffè e sempre più grasso, inciampava spesso e sembrava sul punto di rompere tazze e bicchieri ogni volta che usciva per consegne, ma rideva sempre. Non l’ho mai visto piangere, anche quando mi raccontò che il padre con un calcio gli aveva sfondato il calcio a molla.
    “Perché?”, chiesi, e mi rispose con un sorriso: “Perché mi ero messo con i calciatori a tirare le palline di vetro addosso a mia sorella... nessuno giocava a calcio con me”. Quell’immagine del calcio a molla sfondato da un piede me la sono portata appresso per tanti anni, infatti, non ho mai voluto quel gioco in regalo, per me il calcio a molla non è più esistito. Non ho più visto quel mio giovane amico, in quel tempo faceva caldo, molto caldo, pensavo a quanto è meglio il freddo, andare a scuola, non stare tutto il giorno in bottega fra la segatura ed i trucioli, e poi a scuola c’erano tutti i miei amici. Non sapevo che dopo poco tempo, saremmo andati via anche noi da Gianturco, andavamo ad abitare a Portici e non sarei più andato alla scuola del prete, non avrei più rivisto nessuno dei miei giovani amici.

     

  • 08 aprile 2009
    Un uomo più sincero

    Come comincia: La targhetta dell’infermiera diceva “Rossana”. Lui la chiamava sempre Dora, per via dei guizzanti boccoli rossicci che gli ricordavano la prima femmina con cui in un bordello aveva fatto l’amore.
    “Dora, Dora, è ancora presto, stai ancora un altro po’” le diceva per ischerzo.
    “Signor Bauer, lo sa che lei è proprio un mascalzone?”
    Lo era. Aveva fatto della “mascalzonaggine” la sua dote migliore.
    Quand’ero più piccolo, i miei genitori si erano raccomandati a lui, affinché mi lasciasse alla parrocchia di S. Croce, per il doposcuola.
    “Sì, Mariuccia, non preoccuparti, alle quattro e mezza ce lo porto”.
    Mi portava invece al campetto degli ulivi, a insegnarmi a calciare i rigori; al mercato di piazza Curo, dove comperai per pochi soldi da un rigattiere suo amico il pupazzo originale dell’Uomo Ragno, condito di accessori; oppure andavamo a mangiare i più buoni buccellati di tutta Catania, quelli della nonna Enna, e a bere una granita al cioccolato al chioschetto delle vergini.
    “Perché non vieni a stare con noi?” una volta gli chiesi.
    “No, no, molto meglio così”.
    L’orario delle visite era inflessibile; due ore al giorno, dalle sei alle otto di sera, non più di due persone alla volta, e niente sconti.
    Nel suo caso non c’era rischio di andare contro i regolamenti; le sue visite eravamo sempre noi, io e Gabriele, la mia pesticella di tre anni.
    Facevo picchiettare Gabriele alla sua porta, tenendolo in orizzontale per le gambe, come se stesse svolazzando;
    “Oh, l’angelo Gabriele qui da me! Chi ti manda angioletto?”
    “Papammio!” gli annunciava Lele fra i sorrisi.
    Avevo lasciato a mio padre una ventina di messaggi in segreteria. Niente.
    “Il nonno sta molto male; vieni su a Padova. Ti vengo a prendere alla stazione”.
    “Cosa dovrei pensare di te? Non puoi arrivare a tanto; richiamami”.
    Del mutismo di mio padre, facevano parte un ciglio obliquamente calato, la fronte rigida, le mani che mi piazzavano la “scoppola” per una domanda inopportuna; allora mi pareva d’averli tutti dinanzi, che volevano dirmi una sola cosa; smettila, è tempo perso.
    “Il signor Bauer non è nella sua stanza”.
    “Come? Allora… perché non mi avete chiamato!”
    “Si calmi; è di sotto nel cortiletto con l’infermiera; fa un giro in carrozzella”.
    Era la sua “Dora”, c’era da scommetterci.
    L’ho aspettato per circa un’ora nella sua camera; tornato, aveva le guance infiammate e un’aria più sbarazzina.
    “Nonno, ti ha fatto bene la passeggiata?” gli feci maliziosamente.
    “Oh, non sai quanto!”
    L’indomani ero al suo capezzale. Non gemeva, non dava alcun segno particolare.
    “Vittorio, non biasimo tuo padre. A molta gente non sono piaciuto”.
    “Piaci a me nonno, e anche a Gabriele”.
    Mi ha raccontato in pochi scampoli quello che in tanti anni non avevo neppure immaginato: iscrittosi alla massoneria, ottenne “per amicizia” un impiego municipale, destinato per procura a un amico ex-attendente che di lì a poco si sarebbe ucciso.
    Non era vero che aveva fatto la Resistenza; era stato mandato in Spagna ad appoggiare le truppe di Franco e si era stabilito lì, sotto false generalità.
    Era tornato negli anni Sessanta, si era sposato con mia nonna, ma soltanto perché era ricca.
    “Muoio come un vigliacco. Mi è mancato essere un uomo più sincero.”
    “Nonno, vorresti venire a stare con noi?”
    “Sì, grazie, ne sarei felice”.

  • 08 aprile 2009
    Cuore comandato

    Come comincia: “Vuoi che ti porti qualcosa da bere, tesoro?”
    “Sì, un Aperotto, bello ghiacciato, grazie” comunicò Sergio a Veronica e, mentre la guardava allontanarsi, con le scarpe a tacchi alti; le gambe senza calze, lisce, glabre; i suoi capelli castani, lunghi, eccitanti; il corpo sodo, tonico; pensò a quanta fortuna avesse avuto. Finalmente Veronica era sua, era diventata la sua donna. Quanto aveva sofferto per averla, rifletté. Le delusioni, i rifiuti, le prese in giro, gli insulti; ma ora eccola qui, una donna così bella solo per lui. Alla fine, Veronica aveva accettato di vivergli accanto, perché lo amava, di questo Sergio ne era sicuro, era l’unica sua certezza nella vita.
    “Ecco qui, un Aperotto bello gelido per il mio caldo amore.” Veronica porse il bicchiere a Sergio e, mentre Sergio s’apprestava a bere il suo drink, Veronica lo prese tra le braccia e lo strinse forte: “Il mio amore, il mio grande amore, oh quanto ti amo Sergio, lo sai che ti amo ti amo ti amo…”
    A Sergio cadde il bicchiere dalle mani e andò a morire sul pavimento; divenne tutto rosso in viso e appena poté esclamò: “Veronica basta! Ma che ti sei ammattita! Mi fai male, smettila dai!”
    “Cosa c’è amore? ti ho fatto male? Scusami! oh scusami non volevo lo sai che ti amo, perdonami, Veronica ti chiede scusa non voleva farti male…”
    “D’accordo, ok, non è successo niente dai, adesso non ci pensare, magari cerca di pulire il pavimento che è pieno di vetri sennò poi il tuo Sergio si fa male e soffre tanto”
    Veronica svelta svelta s’alzò dal divano e andò a prendere scopa e paletta, mentre Sergio, ancora rosso in viso, il suo muscolo vitale a seimila e il suo cervello in tempesta, cercava di mettere un po’ d’ordine nei suoi pensieri.
    Veronica era troppo aggressiva, impetuosa, considerò. È vero, era stata proprio quella una delle sue qualità dopo l’aspetto fisico per cui si era innamorato di lei, ma adesso si rendeva conto che questo tratto della personalità della sua compagna veniva spinto troppo oltre, per così dire. Ma Veronica era così, ragionò Sergio, e tentare di cambiarla, gli pareva brutto, poiché sarebbe stato un po’ come snaturarla, e le persone, specie quelle che amiamo, vanno accettate così come sono, altrimenti non è vero amore.
     Appena Veronica terminò il suo lavoro, tornò a sedersi sul divano accanto a Sergio.
    “Ce l’hai con me, vero?”
    “Ma no, Veronica, non ce l’ho con te, io ti amo lo sai, è che devi stare attenta, lo capisci, vero? Quando fai queste cose, se non usi una certa delicatezza, rischi sul serio di farmi molto male… ma forse un po’ è anche colpa mia, non lo so… devo vedere…”
    Sergio guardò il corpo di Veronica, bello, eccitante, suo. Iniziò ad accarezzarla prima sul seno, poi la mano scivolò giù fino all’ombelico, ora Sergio si stava eccitando. Incominciò l’esplorazione seria… sentiva… oh cosa sentiva? Veronica lo fissava tutta sorridente, i suoi stupendi occhi inchiodati su Sergio.
    “Oh sì amore mio, quanto mi piace, quanto sei bello, continua dai, fammi quello che vuoi, sono qui per te, coraggio voglio sentire…”
    Vennero interrotti. Il campanello.
    “Aspetta qui, torno subito.”
    Sergio aprì la porta di casa.
    “Scusami Sergio, mi serve urgentemente un cd rom vergine, ché domattina devo consegnare una relazione alla commissione universitaria, ne avresti uno?”
    Sergio osservò attentamente la donna che gli era davanti: le stesse emozioni di sei mesi fa. Lo stesso carattere di sei mesi fa. Certo, ora che le serviva qualcosa ci veniva da lui, non aveva disgusto. Poi neanche un saluto, un bacio, niente.
     ”Ah, sei viva allora? Beh, sono contento, veramente!”
    “Che ti rode? Dillo subito, così me ne vado, che tanto con te è inutile, non vuoi capire, ogni volta che parliamo fai tutto l’accomodante, ma poi ricominci, io ho già tanti pensieri e sinceramente non mi va per niente…”
    “Dai su, scherzavo, entra” la baciò sulla guancia abbracciandola con una mano, “vieni, che ti cerco subito un cd rom vergine.”
    La donna entrò, fredda, distaccata, e seguì il prof. Sergio in soggiorno.
    “Uao, vedo che sei in dolce compagnia” dichiarò la donna, sarcastica ma anche rincuorata da questo fatto.
    “Eh? Ah, sì… aspetta che te la presento… Amore, guarda chi c’è, alzati e saluta la nostra amica.”
    All’esortazione di Sergio, Veronica si sollevò dal divano, mostrandosi alla donna.
    “Ciao” salutò Veronica.
    Il viso della donna appena arrivata, si contorse in una smorfia disumana, e i suoi bulbi oculari, occhi che facevano innamorare gli uomini, sembravano sul punto di staccarsi e rotolare sul pavimento, tanto fu il suo stupore e la rabbia.
    “Cos’è?! Cosa è? Bastardo malato! Tu sei una forma misera di vita, non puoi fregiarti del titolo di essere umano… maledetto! Non te lo permetto questo, schifoso!  Tu non sei normale Sergio, falla sparire, la devi far sparire, capito, falla sparire!”
    La donna aveva di sicuro una crisi nervosa, piangeva, anche.
    “Datti una bella calmata Veronica, la colpa è solo tua, tu mi ci hai costretto, non hai voluto stare insieme a me, mi hai rifiutato, scansato e io ho dovuto fare qualcosa. Dovresti essere contenta, guarda come ti ho fatta bene, sono stato in gamba, vero? E pensa, l’ho programmata con il tuo stesso preciso carattere, anche i difetti ho mantenuto, volevo che ti somigliasse in tutto, sono stato molto corretto nei tuoi confronti, ammettilo.”
    “Che cosa! Tu… tu sei… un alienato, mi fai schifo!”
    “Tu proprio non capisci, vero? Ma non ti rendi conto che se ho fatto questo è perché ti amo. Lo so che non mi puoi vedere, anzi, provi disprezzo per me, l’ho sempre saputo, ma io ti amo ugualmente Veronica, devi capirmi, io non posso fare a meno della tua presenza, ho bisogno di sentire la tua voce, di vedere il tuo viso sorridente e se non è stato sufficiente il mio cuore per questo, allora… io ho fatto intervenire il mio cervello, e grazie alla mia scienza ho potuto finalmente trovare un po’ di pace; e tu non devi fare proprio nulla amica mia, capisci, in un certo senso puoi darmi tutto di te senza essere qui con me, perciò saremo entrambi felici. Ormai mi sono abituato a vivere con un robot, non è poi così male e, più di ogni cosa, ho la certezza che non mi tradirà mai, poiché le manca il programma per farlo.”
    “Te l’ho già detto, sei un essere disgustoso; le persone che nel secolo scorso usavano le bambole gonfiabili erano dei bambini innocenti rispetto a te… Sei un anormale, sei diabolico, mi dà il voltastomaco il semplice fatto d’averti conosciuto.”
    “Amore, ma che succede? Come mai quella donna è identica a me? E perché strilla tanto? Sta male forse?” domandò l’androide o, forse sarebbe meglio dire, la “ginoide”.
    “Zitta, troia robotizzata, sta’ zitta!” comandò la donna.
    “Adesso basta, non hai diritto di offendere la mia Veronica, lei sì, che mi vuole bene; l’ho programmata io, ma che differenza fa? Hai ragione, non possono esistere due  “Veroniche”, una delle due deve sparire, e so già chi. Sono stanco, esausto… Veronica, vai dalla nostra amica e dalle un abbraccio forte forte, più energico di quello che mi hai dato poco fa, mettici tutta la tua forza.”
    “Sergio no, ma che vuoi fare…”
    “Amica, vieni qui che t’abbraccio…”
    “No Sergio ma che fai? Sergio santo cielo, ascoltami! che ti ha preso?!”
    “Oh amica lascia che t’abbracci…”
    “Aiutoo! Nooo! Vattene… ti scongiuro Sergio, no!”
    “Amica mia…”
    “Aiutooo!”
    Veronica venne notevolmente migliorata. Per prima cosa, il suo corpo venne rivestito di vera pelle umana e non con quella sintetizzata in laboratorio. I suoi occhi, poi, divennero umani, nessun androide o ginoide aveva mai avuto occhi tanto espressivi. A Sergio adesso sembrava di stare proprio con la vera Veronica, anzi, molto meglio.
    Doveva solo stare attento a non rimanere “schiacciato” dall’eccessiva “passionalità” della sua compagna.

     

    Due anni dopo, nel 2134, al prof. Sergio Scavelli venne assegnato il premio Nobel per la scienza, per le sue ricerche sull’intelligenza artificiale.
    Postumo.
    Pare che il professore morì una settimana prima di ricevere il premio, per trauma toracico.
    Veronica era tanto contenta per lui… e lo amava così tanto…

  • 08 aprile 2009
    Change

    Come comincia: Non si vive di soli ricordi, visto che è molto più semplice affogarli in ettolitri di whisky. È così che l’ho sempre pensata, ma oggi ho deciso: tutto questo deve finire. Oggi la mia vita cambierà. Lonnie aveva ragione quando mi diceva che così non posso continuare altrimenti finisco o in una bara o in un centro di riabilitazione. E io in riabilitazione non ho nessuna intenzione di andare. Non di nuovo. Io voglio stare con le persone felici in un posto felice. Disneyland, cazzo. O Topolinia, se esiste. Non voglio finire al centro “Strafatti di tutto il mondo uniti”, a studiare libri chiamati Introduzione a una vita d’armonia oppure Storia e tecniche del viversani & belli.
    A-ffan-cuu-lo, tutto questo.
    Se avessi chiuso molto tempo fa adesso non avrei alcun tipo di problema. O forse sì, qualche problemuccio l’avrei. Problemi normali. Roba tipo andare a fare la spesa e portare Poppy a fare la pipì o dilemmi morali quotidiani come: fuori piove, mioddio adesso che faccio? Esco con l’ombrello o metto la maglia col cappuccio che è tanto pratica ma è della scorsa stagione quindi dannatamente fuori moda? Cose così, cose normali.
    In anni di enigmistica da ultima pagina del New York Times ho capito una cosa: per ogni problema c’è una soluzione e la cosa importante non è tanto trovare la soluzione, quanto piuttosto cercarla. Io, ad esempio, ora me ne sto nel mio loft con una partita di 300 gr. di coca e le sirene fuori stanno già alzando progressivamente il loro volume. Presto saranno qui, le sirene. Qui dentro. E io ne sarò contento perché almeno sarò al sicuro dagli altri. Chi sono gli altri?
    Gli altri sono i cinesi, quei bastardi a cui ho fottuto la partita da sotto il naso giallo, ma gli altri sono anche i miei amici, Lonnie e compagnia brutta, che ho fottuto in seconda battuta per avere più soldi tutti per me e naturalmente per avere più roba da farmi. Se mi prendono gli sbirri prima di loro e di quegli altri mi potrò considerare un uomo fortunato.
    I’m a lucky man, canto mentre imito un altro video dei Verve. Sono giù in strada che cammino in strada che sono in strada e do spallate a tutti in strada e sono strafatto-cazzo-che-botta in strada. Dove sto andando? Come, dove sto andando? Me lo sono già dimenticato? Non posso essere così fatto da essermelo già dimenticato. Dove?
    Ah, già. Sto andando da Mary-Ann. La mia Mary-Ann. Mia e di quegli altri 100 che se la scopano tipo regolarmente. Mary-Ann. Indirizzo. Dove abitare? Nella strada delle puttane, ovvio. Navigatore satellitare inserito. Brum brum. Più veloce della luce.
    Suono.
    Ri-suono.
    Dai, Mary-Ann. Vai a quel cazzo di citofono.
    “Mary-Ann,” grido alla finestra. “Mary-Ann, apriiii.”
    Mi attacco al citofono per cinque minuti, poi quando ho ormai perso ogni speranza lei risponde come se nulla fosse: “Sììì? Chi è?”
    “Mary-Ann, come chi è? Come chi è? Sono io, cazzo. È mezz’ora che suono: apri!”
    Lei non apre.
    “È urgente…”
    Finalmente apre, quella troia.
    Salgo su le scale di corsa. Più veloce della cazzo di luce. Mary-Ann è alla porta e fa “Non puoi entrare, adesso.” Io la spingo via ed entro sbattendomene. Davanti mi ritrovo Lonnie, nudo, nel letto. “È nudo” penso “e ha un cazzo enorme.” Ci penso meglio e realizzo: “È Lonnie, cazzo. Il tizio che vuole uccidermi. Uno dei tizi che vuole uccidermi.”
    “Lonnie, come butta?” gli chiedo trovando un sorriso disinvolto da non si sa dove.
    “Il mio uomo” fa lui sorridendomi. “Jamal, negro. Hai venduto la mia roba?”
    “Ehm…” ci rifletto su. “Sì.” dico non troppo convinto.
    “Non te la sarai fatta tutta tu, vero?” Si alza in piedi con quel cazzo enorme che mi penzola davanti agli occhi.
    “Certo che no, Lonnie. Certo che no.” In questo momento non mi sembra così male l’idea si immergermi nella lettura appassionante di Storia e tecniche del viversani & belli.
    “L’hai già venduta tutta?”
    “Non ancora, Lonnie, ma ci sto lavorando.” Ah, come vorrei essere lì insieme a voi adesso, Strafatti di tutto il mondo uniti.
    “E allora mi dici che cosa stai facendo qui davanti al mio cazzo penzolante, invece di essere fuori a vendere la mia fottuta roba?”
    “Ero passato a dare un saluto a Mary-Ann, ma vedo che è già impegnata, quindi ripasso. Anzi, Lonnie, vendo la roba e poi eventualmente ripasso.”
    “Vola vola vola” sussurra Lonnie imitando Hannibal Lecter “Vola vola vola…” e io volo volo volo.
    In strada. Sono di nuovo in strada. Mi gira tremendamente la testa. Sono confuso: Lonnie non sa niente? Non ancora. Potrebbe saperlo a minuti, da Jared. Quello non tiene mai la bocca chiusa. Sempre attaccato al cellulare. Non pensa al cancro che tutte quelle onde provocano al cervello? Certa gente se ne fotte del suo futuro, pensa solo al presente ma le conseguenze, le conseguenze dico sono importanti, gente. Dovete pensare a costruire un futuro, per voi e per i vostri figli. Ma prima il matrimonio. Il sacro vincolo del matrimonio, solo dopo il sesso, anzi, che dico? la riproduzione.
    “Ouuu”, mi urla un tizio strattonandomi. “Amico, sei morto?”
    “Cazzo dici? Certo che no! Ti sembro morto?” gli faccio io.
    “Beh, tanto vivo non mi sembri…”
    Sono steso a terra e sto tremando dal freddo. Quel tizio è chiaramente un coglione ma non deve avere nemmeno tutti i torti. Provo a fare lo sforzo di rialzarmi. Ci riesco mi-ra-co-lo-sa-men-te. Mi sento un uomo nuovo, pronto per il cambiamento. Questo è il primo giorno del resto della mia vita. Aretha Franklin sta cantando Let Freedom Ring e la sua voce arriva da tutte le finestre d’America. Mi affaccio in una casa a caso e sono lì tutti seduti sul divano a guardare il giuramento di Obama. “Ce l’hai fatta!” sussurro, poi qualcuno mi chiama. “Hey, Jamal!” ce l’hanno con me. Mi giro. Sono i cinesi. Sembrano alquanto alterati. Sbucano fuori da tutte le parti, mi circondano.
    Io mi volto un attimo ancora verso la finestra aperta di una famiglia americana a caso e poi nella schiena mi arrivano i proiettili. “Almeno tu ce l’hai fatta.” La mia voce è solo un gemito, in mezzo alla folla di persone che acclamano il nuovo Presidente. Davanti a me passano un mucchio di immagini. Tutti i ricordi della mia vita cancellati da droghe & alcool improvvisamente eccoli lì di nuovo. Mia mamma, com’era bella mentre mi spingeva sull’altalena. Mio papà, che mi insegnava ad andare in bici e mi ripeteva “Sei un testone” ma Dio sa se mi voleva bene. Mia nonna, in ospedale, e io che le tenevo la mano mentre si spegneva. Le sarebbe piaciuto essere qui oggi. Non a vedere il nipote che muore ammazzato, questo probabilmente no, ma stare qui alla finestra ad ammirare un nero che giura da Presidente davanti a tutta l’America. “Cazzo, se ce l’hai fatta!” ho ancora la forza di dire appena prima che i miei occhi si chiudano.