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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 22 marzo 2010
    Rette parallele

    Come comincia: Ha un cappello floscio in testa. Unto e rosso. Nella tasca bucata dei jeans, tre centesimi. Alle mani, guanti di lana senza dita fasciano una armonica in LA che quando non canta se la porta alla bocca e ci soffia dentro.
    È lì da anni, tra le scale mobili di una metropolitana londinese a cantare dei blues a gente che gli passa davanti distratta e veloce. Qualcuno gli lancia una moneta. Lui la raccoglie, ringrazia e attende.
    Attende una donna dalla pelle diafana e dagli occhi mavì.
    Ogni giorno, per anni, i loro sguardi si sono incrociati senza mai dirsi una parola, invecchiando sullo stesso cammino per strade parallele, senza possibilità d’incontro.
    Lui era giunto da lontano, dove il mare azzurro e il cielo pallido si fondono all’orizzonte. Quando vide per la prima volta la ragazza, credette di trovarci il mare dentro quegli occhi. Il suo mare. Intenso e profondo.
    Ma adesso, vecchio e stanco, negli occhi di questa donna ci vede solo cielo, lontano e inconsistente.
    Oggi è lì per l’ultimo sguardo, domani andrà via.
    Per sempre.
    E nessuno conoscerà mai la storia di un amore tra due vite qualsiasi, due rette parallele che s’incontrarono solo nei punti impropri del destino, che noi chiamiamo sogno.

  • 22 marzo 2010
    Le stagioni della fenice

    Come comincia: Quando risorsi dalle ceneri, come in ogni mia precedente rinascita, avvertii che nulla era cambiato, che l’unica prospettiva futura sarebbe stata quella di consumarmi dolorosamente tra le fiamme... ancora una volta.

     

    Non ho più alcuna certezza, l’intero mio universo vacilla, nervosamente, oscillando tra un estremo e l’altro delle possibili verità, senza lasciarmi intravedere alcun indizio utile per comprendere il senso di ciò che mi accade.
    Credo di essermi perfino abituato al dolore che, immancabile, segue la rinuncia di ciò che ho faticosamente costruito e che adesso mi si sgretola innanzi, quella greve sensazione di sconfitta che aggiunge un ulteriore epilogo alla mia esistenza e che, anche questa volta, mi porterà a mutare direzione, nella intima abusata speranza di poter finalmente trovare la mia strada, qualunque essa sia.

    Vorrei porre fine una volta per tutte a questo vizioso ciclo di rinascite, a questo muovermi troppo simile all’affascinate e allo stesso tempo tragica metafora della fenice: il prezzo che ogni volta mi si chiede di pagare – consumarmi in cenere - è davvero troppo esoso se tutto si ripete da troppo tempo, da un insopportabile numero di giorni.
    L’orgoglio che un tempo seguiva ogni rinascita è adesso divenuto una profonda sensazione di dolore: l’ammaliante fascino d’allora ha ceduto il posto al cinereo squallore di un meccanico ricostruire, di un doloroso incedere edificando sulle rovine di quel che fino a qualche istante prima credevo incrollabile.

    Quel che più mi angoscia è l’avvertire l’inutilità d’ogni gesto, la netta  indipendenza di questo dai successivi eventi, ineluttabilmente identici ai precedenti e a quelli che seguiranno: per quanto ogni volta le cose sembrino diverse, quel che rimarrà, alfine, sarà la solita familiare sconfitta, solo più dolorosa delle precedenti.
    Battaglie su battaglie perse, spesso senza neppure combattere, feroci guerre delle quali rammento vividamente soltanto l’ultima, quella persa nell’inverno della fenice, nella gelida stagione che preannuncia il rito ultimo delle fiamme e, allo stesso tempo, prelude alla rinascita e a quella sempre più flebile speranza di potermi finalmente affrancare dai precedenti dolori, dando dignità a un destino fino ad adesso ingrato.
    Comunque sia, non intravedo altre alternative meno cruente dell’abbandonarmi passivamente tra le fiamme e, in quel rogo, lasciarmi consumare lentamente fino alla fine, nella speranza che quell’epilogo possa condurmi a giorni diversi da quelli che mi si chiudono innanzi.

    Tutto è oggi divenuto ancora più insostenibile, così distante da quella analogia con la metafora della fenice e molto più vicino a un vizioso emiciclo che tutto conclude anzitempo, prima che si giunga al naturale termine: le fiamme che mi avvolgono, un tempo preludio di rinascita, sono adesso un lento e interminabile supplizio, una dannazione dell’anima senza alcuna speranza di riscatto.

    A distanza di mille e mille rinascite, mi ritrovo adesso privo d’ogni stimolo, d’ogni volontà di lottare e non riesco neppure a ricordare quale sia stata la ragione per la quale, in passato, avevo affrontato indicibili tormenti, il motivo che mi aveva spinto a sfidare ogni ragionevole paura, facendo perdere consistenza perfino alla morte, quel motivo oggi così estraneo.

    Avverto l’approssimarsi dell’ultimo inverno, quello che conclude il ciclo di tutte le stagioni a me concesse e racchiuse in sé ogni giorno vissuto: una gelida brezza sulle palpebre ormai chiuse precede il breve attimo nel quale tutto acquisterà un senso, l’istante dove riuscirò  comunque a sollevarmi dal  fardello dei troppi giorni senza sole.

  • 22 marzo 2010
    La Cosa

    Come comincia: Esiste qualcosa che un giorno arriva, senza preavviso e senza indugi, arriva per chiunque. Puoi vivere in campagna, in ospedale, sotto un ponte o in qualsiasi metropoli o isola: non c’è Dio o fortuna che impedisca la venuta di questo tornado, potente e indiscreto, capace di stravolgere tutto, ma proprio tutto; e qualsiasi mezzo tu disponga, non servirà a niente per ostacolare la sua furia. Dare un nome a questo tornado: per capirlo, raggirarlo, indebolirlo, sottrarlo. Il nome eviterà che questo tornado agisca? O il suo estremo vigore, impavido e scortese non ha pietà per nessuno? Chi non lo conosce lo conoscerà presto. Chi l’ha affrontato saprà come eluderlo, ma non abbastanza per sconfiggerlo. Chi l’ha sconfitto avrà gloria ed onore, ma si renderà conto che le sue gesta non sono servite a niente. Il tornado arriva, per chiunque. È la passione, la smania, l’inquietudine, la frenesia. Di una “cosa”: chiamiamola così.

    C’è chi arde di bramosia per questa cosa. Il mondo e la vita quotidiana diventano monotoni dopo un po’. Si cerca ad est, si cerca ad ovest. La cosa si nasconde, tra insicurezza e paura, non vuole essere trovata. Ma l’uomo cerca, cerca senza sosta, nonostante la vita continui a scorrere inesorabile anche se qualcuno, sembra, l’abbia già trovata. Chi prima, chi dopo, quando il miraggio confonde la mente dell’uomo, quando l’illusione entra in scena, quando il sogno si avvicina prepotentemente alla realtà, sembra di essere riusciti a trovare la cosa. La brama e il desiderio aumentano sempre di più. Si pensa il modo con cui affrontare la cosa. Si fanno progetti, su come vivere la cosa. Si immagina la vita, con la cosa. L’uomo diventa pazzo, non conosce null’altro, meno che la cosa. Tutte le azioni del passato si sciolgono come zucchero nel latte e tutti gli oggetti che ci sono sempre stati intorno, diventano come lacrime nella pioggia. Adesso c’è la cosa. Non conta più niente. Ma era solo illusione. In realtà non era nulla. E si ritorna a cercare, cercare e cercare. Cercare quel ti amo, da qualche parte, convinti che ci sia, e stia aspettando solo noi. In capo al mondo, nell’Inferno, dal personaggio più crudele di questa terra, dall’amico più fidato e mai abbandonato. Si cerca, come acqua nel deserto. Pieno di miraggi, di illusioni, di inganni e allucinazioni. La passione s’è impossessata di noi, nulla ha l’abilità di cancellarla e rispedirla da dove è venuta. La testa diventa sempre più malsana, l’obiettivo sempre più cinico, le forze sempre più scadenti. Eccola, l’abbiamo trovata. È lei, ne siamo sicuri. Si è nascosta per bene stavolta. Non ci scappa. Ma una volta afferrata, questa cosa di ghiaccio si sbroglia nel deserto, ancora arido e minaccioso. Ma niente, non ci arrendiamo. Da qualche parte deve trovarsi questa cosa. E quel ti amo, quell’abbraccio, quel bacio, quel sapore di impeto, quel gelido amore. Si cerca solo questo, null’altro. Non si ha bisogno di niente. La vita non ha sapidità e nemmeno senso, senza la cosa. Così l’uomo ha programmato la sua esistenza. Dal più mingherlino al più coraggioso. Nessuno sfugge alla cosa. Tutti la cercano, tutti la vogliano. Chi fa finta di niente, ma in realtà è peggio di un leone alla ricerca della sua gazzella. Chi avvampa, brucia, soffoca, insistentemente non sa più dove pescare. Ma trova una via, uno sbocco. Qualcuno ha voluto dare un ulteriore opportunità. Bene, si cerca di sfruttarla. Ma niente. Era un altro miraggio. La rassegnazione fa la sua parte. La cosa è troppa furba, a volte riusciamo anche a trovarla, ma non era lei. Bensì qualcosa che la somigliava. Un ti amo falso e corrotto, un abbraccio freddo e schivo, un bacio bugiardo ed insignificante, un amore che non è mai stato amore. Ci guardiamo alle spalle. E vediamo tutto quello che abbiamo fatto e pensato.

    Abbiamo cercato per mari e monti, facendo bei sacrifici, e qualche sciocchezza di troppo. Ma la cosa, anzi la Cosa, non siamo mai riusciti a trovarla. Difficilmente la troveremo. Lei ha timore di essere scorta, la fuga è la miglior soluzione. Ma noi siamo troppo lenti ed attaccati alla vita, ai fatti, alla quotidianità. Poco propensi a volare, lassù dove puoi vedere tutto, anche la Cosa. Ma lei è sempre nella nostra mente. Cerchiamo di sostituirla, magari di scansarla, ma sappiamo che ci facciamo del male. Non troveremo mai quella Cosa, oppure riusciremo ad afferrare, qualcosa che possa avvicinarsi ad essa. Qualcosa che comunque possa sostituirla in qualche modo, da qualche parte, in qualche tempo. E ci accontentiamo. Troppo deboli, troppo sognatori, troppo fiacchi. Ma ricorderemo tutte quelle illusioni,  come momenti di massima potenza. Solo grazie ad esse siamo riusciti a sognare e stamparci un sorriso in faccia, convinti di essere riusciti a trovare la Cosa. E per quanto possano essere perfide ed ipocrite, ci hanno donato per un brevissimo attimo sensazioni che abbiamo sempre inseguito. Un brevissimo attimo che ci ha consentito di vivere come abbiamo sempre voluto, fluidificanti nell’aria, più leggeri di una foglia, più luccicanti di una stella. Ma sono state e saranno pur sempre illusioni. Illusioni le quali sostituiranno quel Ti Amo che non arriverà mai.

  • 08 marzo 2010
    Mare

    Come comincia: Incontenibile la voglia, e non saprai nemmeno di me, ora, persa nel fumo, nel catrame. Assuefatta alle idee. Perché scrivere, in fondo?
    Non respiro, da un po' ci riesco raramente. Mi manca il mare, sai?
    Dove sarà mai questo mare? Mi piacerebbe raccontartelo come un libro antico, della sua essenza profonda, di quanto le onde alte, altissime, siano sublimi, pericolose, selvagge e maestose all'imbrunire. Come me.
    Mi spoglierei, adesso, farei l'amore con te, nel mare.
    Guardami.
    Toccami.
    Mangiami.
    Curami.
    "Che ti venga voglia di me." Adesso.
    "Che ti venga voglia di me."

  • 08 marzo 2010
    La bottiglia

    Come comincia: La giornata era limpida e tersa. L’aria frizzantina delle otto di un mattino di marzo pizzicava il volto e le parti scoperte del corpo di Adamo. Nike nuove e immacolate, i pugni serrati ai fianchi di chi produce uno sforzo notevole a cagione di allenamento scarso, l’eterno andare e venire dell’onda sulla battigia… la sabbia dura e ostinata a ficcarsi tra la gomma della suola delle scarpette ad ogni passo.
    Percorsi cento metri sì e no, con già il fiatone sospeso tra lo stomaco e il collo, la vide. Sembrava aspettarlo. Chissà da quanto era là… apparentemente abbandonata sulla sabbia, la metà inferiore conficcata malamente, sempre sul punto di stare per essere trascinata via dal mare e invece no… tenace a restare nel mondo degli esseri terrestri, quasi stanca di aver vissuto per decenni nell’acqua.
    Adamo si era fermato ora… La vecchia bottiglia opacizzata e sbiadita sembrava osservarlo: il fiatone ancora, ora non più per la corsa, ma per lo stupore. Si chinò ad afferrarla circospetto con tutta la curiosità possibile di questo mondo; “Chissà, forse contiene qualcosa di valore” pensò mentre si guardava attorno pur sapendo benissimo che solo qualche gabbiano in lontananza faceva capolino o planava, come del resto i lontani stridii svelavano. Pesava più di quanto si aspettasse e fece quasi uno sforzo per estrarla dalla rena bagnata, novello Artù con la sua Excalibur: con la mano spazzolò delicatamente la sabbia incrostata, quasi timoroso il vetro implodesse. Il tappo non poteva più definirsi tale, ormai un tutt’uno col vetro, una sorta di ceralacca, cartone, legno, cordame, sabbia, cementati tra loro; ma… venne via subito, gli bastò tirare leggermente: un “flop” stanco, l’odore dell’aria stantia che solo per un attimo sovrastò quello del mare…
    Il mare! In tutti quei lunghi attimi aveva seguitato il suo eterno andirivieni e solo ora Adamo lo sentiva di nuovo nonostante il suo ansimare… il foglio giallo e incartapecorito arrotolato all’interno era ormai quasi illeggibile, passò a stento dal collo stretto; qualche colpetto capovolto e fu fuori, nella mano curiosa di Adamo.
    Non ebbe neanche il tempo di accorgersene, la sensazione di orrore nel vedersi risucchiare all’interno di quelle pareti di vetro troppo spesse e irreali… la voglia di urlare e l’impossibilità a farlo, quasi la sensazione di non averla, la bocca.
    Si ritrovò a terra in un attimo… dentro la bottiglia sporca ora c’era lui.
    L’essere che ne era uscito e si era impossessato del suo corpo che si allontanava con le sue belle scarpette Nike (avevano percorso solo 100 metri scarsi sulla distesa sabbiosa) quasi immacolate era lì da decenni in attesa, famelico come il ragno della mosca.
    L’ondata successiva se lo prese Adamo, lui e la bottiglia, trascinandolo nell’acqua d’improvviso gelida.
    Un improvvisato, ipotetico, spettatore avrebbe scorto forse un occhio allibito e stupefatto con quasi più niente di umano, fuori ormai dall’orbita e pressoché incollato, ciglia, iride e tutto a quel vetro lattiginoso…
    A terra un foglio spiegazzato e ingiallito su cui a esser dotati di buona vista si poteva scorgere una riga: “Non ti fermare mai quando corri…”

  • 08 marzo 2010
    L'omino di paglia

    Come comincia: Di nuovo è giunta l’ora, si accende la luce nella tenda fredda e piena di cianfrusaglie di ogni genere. La sedia di legno durissimo privata dell’imbottitura da sempre, come trono delle scomodità della vita. Il tavolo pieno, non c’è più posto, ormai non manca nulla. Il grande specchio è lì sopra ma serve a non vedersi, contorni opachi, graffi d’avventura, immagine mal delineata, proprio come la realtà. Gin, due dita per la tristezza e due per il coraggio. Freddo in mano, piccolo parente opaco dello specchio, freddo sulle labbra e molto spesso. Ora trucco pesante per diventare un altro, ricci in testa e cappellone. Rosso su guance e labbra, a dipingere un sorriso dove non vi è mai stato, ma che durerà e sarà credibile finché non dipingerà l’acqua facendo sciocca e felice anche lei. Sigaretta, il fumo nell’aria nulla appanna, poiché qui è ormai lavoro fatto. Gin, due dita per il coraggio, freddo nella mano e freddo sulle labbra. Campana, in piedi di nuovo incapace e pasticcione. Rullo di tamburi, applausi, luci sempre troppo forti, a risposta il tamburo nel petto rulla troppo forte, gli occhi si socchiudono in cerca d’ombrata quiete. Le risate, le risate sono tutte per me. Ridete voi, io non lo farò. Ultimo soffio di dignità nell’orecchio, troppo breve per esser visto, qui si ride signori miei, qui dentro invece si urla e si bagna. Ecco il bianco in lontananza, anche questa sera farà la sua figura. Ancora tanta allegria per voi. Ora finisce i vestiti pesanti, enormi, smisurati. Un passo, un altro passo, e uno ancora. Tenda scura, fredda, piena di cianfrusaglie. Sedia dura, specchio opaco. Angolo dello specchio, piccola foto smangiata dal tempo. Padre, madre, due facce per una moneta, mai testa, sempre, sempre croce. Gin, due dita per la tristezza, due per il coraggio. Freddo nella mano ma ora più pesante, freddo sulle labbra, rullo di tamburi e via. Il fumo nell’aria nulla appanna, poiché qui è ormai lavoro fatto. Rosso dappertutto non sciocca neanche l’acqua. Gin, due dita a raccontar.

  • 08 marzo 2010
    La nazione perfetta

    Come comincia: - Credimi, amico mio, la nostra nazione è tra le più avanzate del mondo.
    Io mi guardavo attorno un po' annoiato, le strade, i palazzi, i negozi, la gente non sembravano così speciali.
    Tutto molto ordinato e pulito, questo sì, devo dirlo.
    Inoltre non c'erano molti manifesti pubblicitari, come accade da noi, dove addirittura vengono montati su pali adibiti esclusivamente a quello scopo.
    Quei pochi manifesti pubblicitari che vedevo erano piazzati per lo più all'interno delle vetrine dei negozi, e non erano le solite pubblicità insulse con gli slogan ridicoli a cui noi siamo abituati.
    La cosa che balzava all'occhio era il fatto che esse non avessero alcuna pretesa di prendere in giro il potenziale acquirente, promettendo chissà che, ma si limitavano a promuovere il prodotto in maniera onesta e semplice, spesso utilizzando anche frasi autoironiche e simpatiche. Una cosa del tutto nuova, per me, che spesso sono infastidito dall'idiozia dei pubblicitari nostrani.
    Per la strada, però, notai che circolava poca gente. Anche le automobili erano molto meno frequenti che nelle nostre città, eppure, da ciò che vedevo, sembrava che il paese vivesse nel benessere. Inoltre, dopo un po' mi accorsi che, in effetti, qualcosa di diverso c'era anche nella popolazione.
    Notai, a poco a poco, che nessuna delle persone che avevamo incrociato trasmetteva sensazioni squallide e negative, come invece spesso capita guardandosi attorno.
    Come dire, in quegli sguardi, in quelle fronti alte, in quel vestiario mai eccessivo né in negativo né in positivo, in quegli occhi limpidi e discreti, non si scorgeva mai la stupidità, la chiusura mentale, la grettezza.
    Anche nei giovanissimi, che purtroppo spesso danno l'esempio peggiore, qui percepivi intelligenza, sensibilità, pulizia ed ordine, benché nessuno fosse vestito né pettinato in maniera particolarmente ricercata o elegante, né fosse particolarmente bello fisicamente. Anzi, mi capitò d'incrociare un paio di uomini veramente brutti, ma che tuttavia trasmettevano qualcosa di simpatico, e non saprei dire di più.
    - Dimmi un po', e l'economia? Come vanno le cose? - chiesi al mio ospite.
    - Tutto benissimo, non vedi? Il paese è tutto così come questa strada, nel senso che ovunque c'è pulizia, ordine e gente tranquilla. Abbiamo i capitali per mantenere tutto perfetto ed efficiente. Ed anche la gente non se la passa male, quindi non ha bisogno di commettere crimini per sopravvivere. Non vedrai mai degrado, da nessuna parte, neanche nelle zone un po' meno fortunate.
    Infatti, ve lo giuro, per strada non c'era il minimo di sporcizia. Non una briciola, non una cicca di sigaretta. C'erano posacenere disposti al massimo ogni cinquanta metri, e tutti a quanto pare li usavano.
    Un'altra cosa che dopo un po' notai era il fatto che da nessuna parte vedevo bidoni per la spazzatura. Così chiesi spiegazioni al mio ospite.
    - Non li vedi, ma ci sono. - rispose, e m’indicò una specie di dosso erboso posto al lato della strada, che a prima vista non si poteva notare perché si mimetizzava perfettamente ed elegantemente con tutto il resto. Attraverso una porticina laterale, si accedeva a questo "cunicolo", all'interno del quale si trovavano i varii contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti. Pensai che fosse un'ottima idea.
    Il mio ospite mi spiegò anche che all'interno di ognuno di tali cunicoli si trovava un impianto per l'areazione (così da evitare gli sgradevoli odori agli utenti), delle lampadine che si accendevano automaticamente tramite un sensore di movimento e dei lavandini provvisti di distributore di sapone e salviette di carta, per permettere alla gente di lavarsi le mani dopo aver toccato i bidoni che, ovviamente, non sempre potevano essere perfettamente puliti.
    Tutto davvero incredibilmente efficiente.
    - Tutto ciò che vedi, - continuò - e ora forse mi prenderai per pazzo, non è altro che il frutto del nostro perfetto sistema di governo, un sistema, come avrai capito, dittatoriale.
    - Dittatoriale? No, non l'avevo capito. Da cosa avrei dovuto capirlo?
    - Diciamoci la verità. La natura umana è uguale dappertutto. È vero che ci sono zone più o meno evolute, ma in linea di massima i comportamenti umani rispondono sempre a degli standard, per così dire. I furbi, gli anarchici, i ribelli ci sono un po' ovunque. Sono nel tuo paese così come sono qui. E questa nazione sarebbe identica alla tua, se non fosse per il nostro sistema di governo all'avanguardia, come ti dicevo.
    - Allora tutto ciò che vedo - dissi con un filo di tristezza - è finto... finto nel senso che è una forzatura delle abitudini della gente, minacciata da pene severissime se si permette di trasgredire...
    - Tutt'altro invece. Se così fosse, la nostra dittatura non sarebbe niente di così avanzato. Una dittatura come tante altre, tante altre che in fin dei conti non hanno apportato alcun beneficio significativo. E poi già il semplice fatto che io possa parlarne così liberamente, senza rischiare nulla, ti fa capire quanto sia differente da esse.
    - Tu ne parli perché mi conosci e ti fidi di me... e non c'è nessuno che ci sente adesso.
    - Ti giuro che potrei parlarne senza temere nulla anche davanti a un agente di polizia o addirittura davanti al nostro stesso dittatore. Anzi, egli stesso sarebbe felice di passeggiare qui insieme a noi, e di spiegarti come funziona il nostro paese. Dopotutto, sei una persona intelligente, io credo che potresti vivere felicemente qui da noi.
    - Non credo. La libertà è la prima cosa. Non si può vivere se si è condizionati in tutto e per tutto da idee altrui.
    Il mio ospite mi guardò con un sorriso sereno e bonario:
    - È proprio quello il punto. Qui stiamo bene perché siamo liberi. Più sei libero, più sarai felice qui.
    - Come fai ad essere libero con un governo dittatoriale?
    - Qui hai il dovere di essere libero. Se non sei libero, ti condanni da solo. Vuoi che ti spieghi per bene?
    - Sì. Sono curioso adesso.
    - La dittatura di cui parli tu, in fin dei conti, è quella instaurata in ogni paese occidentale o "occidentalizzato". Anche tu, nella tua amata Italia, vivi sotto una dittatura. Per essere accettato dalle masse, e perdonami se questo discorso è un po' banale, lo so che è sentito e risentito, ma è la verità, per essere accettato, dicevo, è necessario che tu ti renda conforme a certe regole. Sì, è il solito discorso che tu sai benissimo. Seguire la moda, avere i capelli tagliati in un certo modo, frequentare i locali prescritti, ascoltare la musica che ascoltano tutti gli altri, avere il telefonino di una certa marca eccetera eccetera. Potrei andare avanti per ore ma sai già di cosa parlo. Quel tipo di dittatura porta l'individuo medio a non pensare. Chi pensa, e si discosta dal "gregge di pecore", è per forza di cose condannato all'emarginazione e alla frustrazione.
    - E fin qui ti seguo. Ma questa è una cosa risaputa.
    - Lo so, abbiamo avuto occasione di parlarne tante altre volte. Ti ricordi quelle sere d'estate, quando venivo a trovarti in Italia? Si faceva l'alba e noi eravamo ancora lì a dibattere su questi argomenti, infatti, si potrebbe stare a parlarne per ore. Comunque, il problema principale del sistema in cui vivi tu è il "non pensare", per l'appunto. Se tutti riflettessero, ragionando con la propria testa, si starebbe meglio, non credi?
    - Certo.
    - Ecco come funziona qui da noi. Si procede a un'eliminazione sistematica degli imbecilli inutili, della gente che veramente non ha né arte né parte su questo pianeta, la gente che non serve a niente e addirittura può diventare dannosa. Non hai notato quante poche persone vivono qui? Quante poche automobili circolano per la strada? Qui rimangono solo i cervelli migliori, i cervelli davvero validi! Per questo tutto funziona alla perfezione! Ogni individuo qui si comporta semplicemente seguendo il buonsenso e rispettando se stesso e il prossimo, e tutti ci riescono alla perfezione proprio perché sono intelligenti! Non viene imposto nulla a nessuno. Vengono tolte le "mele marce" dall'albero, per usare una metafora, e in tal modo l'intera pianta viene salvaguardata. Capisci com'è semplice e nello stesso tempo geniale questo sistema? Capisci perché tutti votano il nostro dittatore e nessuno si ribella? Perché dovrebbero ribellarsi? Andrebbero semplicemente contro i propri interessi, se lo facessero.
    Provai un brivido: - Eliminazione sistematica... che vuoi dire? In che modo vengono eliminate le "persone nocive", come le definisci tu? Vengono arrestate? Espatriate?
    - Macché. Qui c'è rispetto per la dignità umana, c'è rispetto per la vita, ti dico. Le "mele marce" vengono semplicemente eliminate. Abbattute. Se le arrestassero o le espatriassero, ciò significherebbe creargli una sofferenza inutile. E ti ripeto che qui c'è molto rispetto per la vita.
    - Abbattute? Uccidete la gente! Ho capito bene?
    - Esatto.
    - Ma come... ma...
    - Mi aspettavo che reagissi così - rispose sorridendo divertito.
    - Ma... che parli a fare di rispetto per la vita? Se le ammazzate...
    - Cosa credi? Che vengano ammazzate a bastonate? I nostri sistemi sono perfetti, tecnologicamente e igienicamente avanzatissimi... le persone da abbattere vengono trattate coi guanti gialli fino all'ultimo momento della loro vita. E poi vengono uccise in meno di un istante con un colpo alla nuca. Non soffrono nemmeno per un attimo. Ma sì, non guardarmi in quel modo! Come gli animali da macello, uccisi semplicemente per dovere, rispettando la loro dignità... e poi i corpi vengono inceneriti nei nostri modernissimi inceneritori, e le ceneri vengono seppellite nei campi non coltivati fuori città. Tutto igienicamente ineccepibile!
    - Ma come si può... come si può uccidere una persona così?
    - Di cosa ti meravigli? Non è certo l'unico paese in cui lo stato commette omicidi legalizzati... se avessimo discusso della pena di morte nel mondo, sono sicuro che non avresti reagito in questa maniera!
    - La pena di morte, già... a parte il fatto che sono contrario anche a quella... ma voi comunque qui trattate persone innocenti come in altri stati vengono trattati gli assassini! E agli assassini, allora, che trattamento riservate? Non oso immaginarlo!
    - Quali assassini? Qui non esistono assassini, né ladri, né teppisti. Figurati che non ci sono neanche le carceri. Se il problema viene eliminato alla radice, in fase di partenza, in maniera pulita e indolore, non ha modo di attecchire e inquinare la società! È un ragionamento semplice e giusto. Non puoi negare che sia un sistema efficace... il problema fondamentale del tuo punto di vista sai qual è?
    - Quale?
    - Sei abituato a vedere l'inflizione della morte come una punizione per una colpa, come una pena per un crimine commesso. Sei abituato così perché associ il nostro sistema di eliminazione sistematica alla semplice pena di morte adottata negli altri paesi, e forse anch'io, poco fa, nominando la pena di morte, ti ho erroneamente indotto a pensare così. Qui non si punisce niente, si "pota" semplicemente l'albero delle mele, e permettimi di utilizzare ancora la metafora di pocanzi, credo che sia parecchio azzeccata e mi piace molto. Tra l'altro, questa dell'albero di mele è la metafora ufficialmente adottata dal governo stesso. Non essendo l'eliminazione della gente una pena, dicevo, essa di conseguenza non implica un odio nei confronti della persona da eliminare, capisci? E quindi la persona viene trattata con gentilezza, umanità e rispetto, fino al momento fatidico, in cui se ne va senza neanche accorgersene. Ricorda che questo sistema è votato dalla popolazione stessa, siamo sì in dittatura, ma il dittatore viene scelto dalla gente. Se il popolo volesse, potrebbe farlo crollare in men che non si dica, te l'assicuro. Guarda la fine che fanno, prima o poi, tutti gli altri dittatori... qui questo sistema dittatoriale è al governo dalla bellezza di un secolo. Cento anni, sai cosa significa? E nessuno si è mai lamentato.
    - Pazzesco...
    - Pazzesco che? La gente vota soltanto per interesse proprio.
    - E nessuno ha paura di finire incenerito?
    - Paura di che? Chi pensa, chi ragiona, chi riflette, chi crea sì che potrebbe avere paura della morte! Ma proprio il fatto che si pensi, che si ragioni, che si rifletta e che si crei esonera automaticamente dall'eliminazione sistematica. Per gli individui che non pensano, che non ragionano, che non riflettono, che non creano nulla, che vivono da un giorno all'altro con le mani in mano e gli occhi socchiusi che fissano passivamente uno schermo televisivo, che costituiscono semplicemente una fastidiosa ed inutile bruttura per se stessi e per la nazione, la morte non può essere che una salvezza! Sono molto più dignitosi da morti che da vivi, individui così! In fin dei conti, la differenza tra un vivo e un morto in quei casi non si nota nemmeno... - disse sogghignando con un'aria tanto ironica quanto amara - E questo lo capiscono bene anche loro...
    - Quindi accettano tranquillamente la propria sorte!
    - È una cosa talmente naturale e ovvia... che non potrebbero fare altrimenti... quindi posso aggiungere che, oltre alla sofferenza fisica, la loro eliminazione non gli causa neanche una sofferenza psicologica...
    Me ne stupii, ma cominciavo a comprendere e ad accettare le parole del mio ospite... dopotutto, mi guardavo intorno e percepivo nell'aria una sensazione di benessere e serenità... le poche persone che incrociavamo mi sembravano tutte tranquille e soddisfatte... anche allegre, in un certo senso, e me ne accorsi quando incrociammo un conoscente del mio ospite che ci salutò calorosamente sorridendo.
    - Vedi? Puoi rendertene conto anche da solo, mi pare... puoi capire perché tutti votano questo sistema... perché è un bene per tutti, influisce positivamente sulla psiche e sull'umore della popolazione. Si vive e si lavora meglio in una società serena e felice. E quando si lavora e si vive bene, ciò non può che produrre automaticamente altro benessere e felicità. Qui non è difficile sorridere. E non si litiga quasi mai.
    Mentre il mio ospite parlava e osannava il sistema governativo del suo paese, però, io non riuscivo a non pensare alle terribili sofferenze delle famiglie delle "mele marce", delle persone eliminate dallo stato.
    - Scusa, ma... i parenti... gli amici di chi viene eliminato... come possono essere sereni e felici? Come possono resistere alla sofferenza?
    - Le persone che non vengono abbattute sono sicuramente persone intelligentissime e validissime. Pensaci bene... una persona molto intelligente non potrà mai soffrire davvero, in maniera troppo sincera e profonda, per la perdita di qualcuno universalmente ritenuto inferiore. Anche nella tua società è così, ma l'ipocrisia cerca di nasconderlo. Sì, è innegabile che una certa sofferenza ci sia, altrimenti non saremmo esseri umani. Ma sai, è come quando ti muore il gatto... pochi giorni, e l'hai dimenticato... come se non fosse mai esistito.

  • 08 marzo 2010
    Divagazioni

    Come comincia: Erano partiti da una ventina di minuti, si parlava del più e del meno, come accade sempre in automobile, e di sicuro quando la notte comincia a scendere si parla ancora di più perché non ci si può concentrare sul paesaggio per distrarsi, però, per uno strano fenomeno, quando si è in viaggio di sera o di notte il tempo sembra passare più velocemente, o almeno così accade a me, sarà perché il cervello, appunto a causa della mancanza di elementi esterni sui quali concentrarsi, prende a lavorare su se stesso, e forse lavora anche più velocemente del solito.
    Come si sa, quando si dialoga a ruota libera, si salta continuamente da un argomento all'altro, e se ci si prendesse la briga di annotare l'argomento col quale si è iniziata la conversazione e poi l'ultimo, alla fine di essa, ci si accorgerebbe sempre che tra questi due argomenti non c'è assolutamente alcun nesso logico, e ciò per qualcuno potrà anche risultare divertente.
    Comunque sia, in quel momento, la conversazione aveva toccato l'argomento giovinezza - ricerca del lavoro - importanza del lavoro - difficoltà a trovarlo, un argomento molto in voga negli ultimi tempi.
    Gli anziani sostenevano che fosse importante, per i giovani, riuscire a trovare un posto sicuro entro la trentina, e molti giovani erano d'accordo, anche se la cosa, in cuor loro, benché non lo confesseranno mai neanche sotto tortura, li deprimeva parecchio.
    E per non darlo a vedere, facevano di tutto per dimostrare agli anziani quante ambizioni avessero, quanto grande fosse il loro amore per la carriera lavorativa, quanta gratificazione si potesse ottenere da una scrivania e qualche foglio di carta, e magari ci fosse così tanta carta al giorno d'oggi, con l'incredibile esplosione dell'informatica la carta diventerà presto una lontana leggenda, e quando l'ignoranza ci avrà sbranato i cervelli, i "cattivi" potranno finalmente sottometterci e schiavizzarci del tutto, e addirittura raccontarlo con la nostra complicità condita da fragorose risate (come già in alcuni casi accade).
    Soltanto uno, tra loro, ammetteva non solo che non poteva fregargli di meno della carriera, della carta e delle scrivanie, ma anche che questa incessante affannosa corsa fosse totalmente inutile, in quanto la gente della sua generazione non avrebbe mai raggiunto l'età biologica che le generazioni più anziane erano invece riuscite a raggiungere, e le argomentazioni per dimostrare ciò erano, indipendentemente dalla loro affidabilità, davvero tante e ben documentate.
    Perché quindi rodersi tanto per arrivare a qualcosa che non era di per sé raggiungibile per motivi del tutto naturali? Così facendo, la breve vita vissuta sarebbe stata rovinata, per non arrivare a nulla.
    Ovviamente, tutti lo screditarono dicendo che le sue teorie erano totalmente campate in aria.
    Lui aveva comunque detto la sua, e tornò tranquillamente a tacere, senza far polemiche.
    Adesso la conversazione, seguendo la regola accennata prima, si spostava su altri argomenti, e chissà con quale argomento sarebbe terminata.
    Proprio quando stavano per giungere a destinazione, l'automobile, forse per un'errata manovra del conducente, forse per un qualsiasi tipo di avaria, sbandò lateralmente scontrandosi con un altro veicolo che veniva in senso opposto, alla velocità di 147 chilometri orari.
    Nessun superstite.

  • Come comincia: Sul balcone dell'appartamento cittadino mi divertivo ad osservare, senza essere notato, l'umanità che viveva, ignara di essere spiata, nelle finestre del palazzo di fronte.
    Con una sigaretta accesa stavo lì, mentre i miei occhi vagavano allegramente da una finestra all'altra, da un balcone all'altro, dal primo all'ultimo piano, e in ogni balcone, in ogni finestra, in ciascuno di quegli orifizi brulicava incessantemente la vita, in ognuno di quei confortevoli loculi qualcuno consumava irrimediabilmente l'esistenza, lavorava, cucinava, puliva, studiava o più semplicemente stava affacciato aspettando chissà da dove chissà che.
    Ed attorno ad esso, a sua insaputa, decine o centinaia di altre vite si consumavano nella stesa identica maniera, simultaneamente altri esseri umani, identici a lui, a pochi metri di distanza eppure eternamente sconosciuti, si affannavano inconsci l'uno dell'altro.
    Ed io, con la superiorità propria dello spettatore estraneo, stavo lì e potevo osservarli tutti insieme, sapere della vita dell'uno e di quella dell'altro, vedere tutto nella sua meravigliosa interezza, cosa che a loro mai sarebbe stata concessa, e per questo mi sentivo come un dio.

    Finché mi accorsi che anch'io, nel loculo del mio balcone, ero uno di loro, e chissà quanti altri, dal palazzo di fronte, mi stavano osservando sentendosi in ugual maniera superiori, e nel frattempo decine, centinaia di persone attorno a me consumavano la loro vita e io ignoravo tutto ciò, e continuavo inutilmente a percorrere la strada dell'esistenza nell'attesa di quella felicità che non arriverà mai, che probabilmente mi aspetta racchiusa nella persona che insieme a me trascorre la vita nello stesso palazzo, pochi metri qui accanto, e continuerà ad aspettarmi in eterno, perché quella persona non la conoscerò mai.

  • 08 marzo 2010
    Pannocchie umide

    Come comincia:

    Lo so che cos’è che accomuna le nostre piccole menti.
    Conosco perfettamente quel piccolo tarlo che lavora finemente dentro di noi e non ci lascia mai in pace: ci stuzzica, fa la sua galleria poco per volta, segue percorsi per noi sconosciuti.
    Ho sempre saputo di non essere solo con i miei pensieri, di avere con me tutti voi che meditate le stesse cose che anch’io medito, e siete irritati col mondo nella stessa maniera come sono irritato io adesso.
    So cosa abbiamo in comune, senza che neppure stiamo a spiegarci.
    Ogni volta che siamo perdenti, un senso di affanno, una necessità stringente di stare da soli, ci porta talvolta a scappare per strade tortuose, con la voglia impellente di ritrovare quei piccoli pensieri confortevoli di sempre, quei percorsi mentali senza novità, utili solo a riscoprire qualche certezza per un momentaneo benessere.
    Progetti fantasiosi di gesti utili agli altri, di attività impellenti da intraprendere, parabole iperboliche da sfruttare subito per non perdere per sempre quell’unica possibilità che ci è data, ci guardano dall’alto. E poi niente, resta solo il silenzio e la tristezza di rimanere da soli e di non avere fatto proprio niente.
    Questo è ogni volta ciò che rimane quando cogliamo alla fine il senso di uno sforzo che ci ha un’altra volta lasciato fiaccati, coscienti di non aver combinato nulla di buono.
    Eppure l’intenzione c’è stata, anche l’impegno, siamo sicuri di aver fatto tutto quanto ci era possibile, e forse questo in qualche maniera ci basta, o in ogni caso siamo sicuri che ce lo faremo bastare. Già da adesso sappiamo che tutto quanto quel tempo che andremo a gettare via nel nostro prossimo sogno non ce lo restituirà mai nessuno, eppure siamo disposti a puntarlo come in un gioco d’azzardo, per poi sorridere di fronte ad un risultato diverso da quello sperato.
    Ieri sono uscito di casa per una passeggiata, un qualsiasi giro a piedi. C’era il sole, ma anche delle nuvole grandi che ogni tanto ne ostruivano i raggi. Camminavo, le mani sprofondate dentro alle tasche, la testa che girava attorno ai soliti percorsi.
    Per strada le persone correvano verso importanti destinazioni, erano assorte nei loro tragitti, impossibile distogliere quelle loro concentrazioni. Quando sono rientrato le nuvole erano a terra, sul pianerottolo della mia casa, sotto ai miei piedi, ed il cielo era lì, su quel pavimento, quasi inerte.
    Ho assaporato quelle nuvole, proprio come avrebbe fatto ciascuno di voi: erano umide, grandi pannocchie vaporose cariche d’umido, senza sapore.

  • 08 marzo 2010
    Exede aut exederis

    Come comincia: Quella sera la città era avvolta da un fitto, quasi palpabile, manto di nebbia che rendeva incerti i contorni di ogni cosa, donando al monotono e stanco paesaggio urbano un’atmosfera quasi surreale, a tratti aliena.
    L’uomo stava tornando da una lunga e deludente giornata di lavoro, in cui aveva inutilmente cercato di vendere aspirapolveri e vaporelle a casalinghe annoiate; la crisi economica stava mettendo in difficoltà perfino un rappresentante abile e persuasivo quale lui si era sempre ritenuto.
    Oppure stava perdendo il suo fascino sulle attempate massaie, dato che il suo sorriso e il tono mellifluo della sua voce sembravano non avere più lo stesso effetto di una volta.
    Ora si stava recando da un'altra stagionata amante delle pulizie della casa: sua moglie.
    Sedurre lei non era certo stato un grande affare, soprattutto quando, al secondo figlio, aveva preso le dimensioni di un canotto gonfiabile; ma lui non aveva certo le risorse per potersi permettere di pagare gli alimenti a ben cinque persone (tra cui figlio maggiorenne e perditempo, che aveva scambiato la sua permanenza universitaria a Bologna per una perenne villeggiatura).
    Per cui non poteva far altro che contare i giorni che passavano, sperando che un giorno il colesterolo della moglie le avrebbe fatto finalmente stendere i piedi.
    Si stava ormai rassegnando a un'ennesima serata a base di cotolette scongelate e quiz televisivo, quando un'indistinta macchiolina rossa si delineò a poca distanza dall'automobile; l'uomo rallentò per poter vedere meglio di chi si trattasse: dalla nebbia emersa un'esile figura avvolta in un mantello rosso che procedeva a passi veloci, tutta rattrappita per il freddo e la pioggia, su gambette coperte da un paio di collant variopinti.
    L'uomo comprese che forse si sarebbero potuto aprire impreviste e piacevoli prospettive per la fine di quella giornata; fermò la macchina su quel lato del marciapiede e si sporse per rivolgersi a questa improvvisa apparizione.
    - Hai bisogno di un passaggio? - Le chiese col tono più rassicurante che gli era utile per convincere le padrone di casa a prestargli qualche minuto della loro preziosa attenzione.
    Dal cappuccio emerse un grazioso visino da bambina che cercava in ogni modo di apparire donna: non avrà avuto più di dodici anni, e il maldestro tentativo di trucco le colava sul viso a causa della pioggia, creandole cerchi neri sotto gli occhi.
    Era proprio quello che ci voleva per risollevare la serata.
    La ragazzina sorrise cercando di ostentare una sicurezza femminile che non aveva, il biancore dei suoi denti luccicò nella nebbia.
    - Devo andare da mia nonna che non sta bene. Ho fatto la spesa per lei - disse mostrandogli una busta di plastica di considerevole mole.
    - Povera ragazza. Ti verrà un malanno trascinando tutta quella roba sotto la pioggia. Ti accompagno io da tua nonna.
    Lei lo scrutò mentre pareva riflettere sulla sua proposta, l'uomo cercò di assumere un'espressione più affidabile possibile; finalmente la bambina annuì, aprì lo sportello posteriore per sistemare la sua spesa e si accomodò nel sedile anteriore, con grande compiacimento dell'autista.
    Si fece dare l'indirizzo della nonna e proseguì lentamente in quella direzione.
    Cercava di analizzarla con discrezione, notando le sue scarpe logore e con i lacci rotti, i riccioli neri che spuntavano dal cappuccio, il viso arrossato dall'improvviso calore dell'aria condizionata.
    Una fanciulla molto carina, ma altrettanto povera, che cercava d'assumere pose d'adulta come tante sue coetanee.
    Misera e preadolescente: proprio il suo tipo.
    A pochi metri dall'indirizzo che gli aveva indicato, l'uomo svoltò verso un sentiero che si perdeva in un parco squallido e abbandonato, frequentato solo da coppie clandestine e tossicodipendenti.
    Spense il motore e si voltò a guardarla in attesa di una sua reazione.
    La ragazzina giocava con uno dei suoi riccioli, tirando e allentando la presa, si morse il labbro sbavato mentre ricambiava quello sguardo, nei suoi occhi non c'era né quella preoccupazione né quell'infantile seduzione che l’uomo era abituato a vedere nelle sue coetanee, sembravano piuttosto non appartenerle, occhi da donna matura e riflessiva, quasi venati di compassione.
    - Non ti piacerebbe comprarti un paio di scarpe nuove, alla moda? Chissà come ti prendono in giro le tue amiche per quelle che porti, così consumate e vecchie…
    Allungò la mano verso la sua coscia per farle capire meglio cosa si aspettasse da lei.
    In genere un'offerta simile funzionava con fanciulle del genere, sicuramente era molto più allettante del suo aspetto che non rientrava proprio nelle fantasie preadolescenziali, un uomo di mezza età con la pancetta e sopracciglia nere e cespugliose che si univano alla radice del naso.
    Lei continuava a fissarlo senza parlare, strinse la morsa sulla sua gamba per incoraggiare una sua reazione.
    - Mia nonna mi ha parlato degli uomini come te… Non sei il primo che incontro… -, gli rispose con voce che pareva giungergli da un luogo remoto.
    Lui sorrise, ci avrebbe scommesso che era una ormai avvezza agli adescamenti.
    - Allora saprai come ci si deve comportare… -, le disse protendendosi ad abbassarle il sedile.
    - Exede aut exederis… -, mormorò la bambina.
    - Come? - le chiese l'uomo, ma si dimenticò di quelle parole, quando lei cominciò ad armeggiare con la patta dei suoi pantaloni.
    La vide chinarsi verso il suo basso ventre e stava già esultando per tanta fortuna, quando un violento strappo tinse di rosso l'aria, non riuscì nemmeno a urlare per la sorpresa e il dolore che lo accompagnò.
    Lei alzò il viso e solo allora si accorse di come fossero insolitamente lunghi e traslucidi i suoi denti, in cui ora stringeva il suo membro che buttò sul sedile scuotendo il capo.
    - Exede aut exederis!
    Finalmente l'uomo gridò, poco prima che quella creatura gli squarciasse il ventre.

     

    - Nonnina… ho portato la spesa .
    La bambina corse dalla nonna che si dondolava su un'antica sedia a dondolo, porgendole l'enorme busta che aveva portato con sé.
    La donna gettò un'occhiata al suo contenuto e sorrise con denti che luccicarono nella penombra, accarezzando dolcemente la testa ricciuta della nipotina.
    - Sei stata brava… ogni giorno ne porti di più…
    Appoggiò la sporta di plastica da cui fuoriuscì una mano maschile insanguinata.
    - E ricorda sempre il consiglio di chi ha vissuto più di te… Exede aut exederis.