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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 gennaio 2011 alle ore 19:16
    Panino scongelato al microonde

    Come comincia: Un panino scongelato al microonde.
    È questo il risultato del mio percorso di affermazione sociale.
    Umido, bollente, un po’ gommoso.
    Maledettamente diverso dal pane di semola per cui è famosa ..la Puglia.., con la crosta bruciacchiata e croccante e la mollica densa, morbida ma non vaporosa.
    A trent’anni, in terribile ritardo sulla media nord-europea ma in perfetta linea – se non persino un po’ in anticipo – con quella italiana ho deciso di lasciare casa dei miei genitori ed andare a vivere da solo.
    Avvertivo un pressante bisogno d’indipendenza.
    C’erano i miei orari incompatibili con quelli dei familiari: fino alle due di notte davanti al PC, a ritagliarmi spazi di socialità virtuale, chattando con amiche dalla fisionomia non ben identificata – affidata ad una foto che non puoi mai sapere quanto sia sincera – oppure curiosando morbosamente fra i profili dei più di trecento contatti di Facebook, alla ricerca di un link da condividere o di un motivo per sorridere.
    Poi, sveglia alle sette, doccia, e subito in macchina verso l’ufficio.
    C’era l’esigenza di uno spazio autonomo, in cui guardare i film che desideravo senza che nessuno sbuffasse perché preferiva non perdere l’ennesima puntata di Capri.
    C’era la voglia di poter ascoltare i Metallica ad alto volume senza necessariamente dover spiegare al mondo esterno ed attempato che non si trattava di rumore, bensì di strumentisti tecnicamente piuttosto dotati.
    C’era questo desiderio di un letto ad una piazza e mezza, dove poter ospitare le mie conquiste di una notte o quelle con data di scadenza più a lungo termine.
    Erano bisogni condivisibili, credo.
    Era un prospettiva, un punto di vista da cui la mia vita futura sembrava poter prendere una piega interessante.
    Poi ci sono dei lati negativi, inutile negarlo. Ad esempio, poiché mi secca andare al panificio per acquistare un solo panino, il sabato ne compro sei, ne mangio uno e gli altri cinque li congelo per i giorni feriali a venire, domenica con pranzo dalla mamma esclusa. Risultato: durante la settimana devo accontentarmi del fatidico panino scongelato al microonde. Ha la crosta dura e l’interno umidiccio e gommoso. Se per disgrazia, poi, non dovessi finirlo entro mezz’ora dallo scongelamento, diventa un unico blocco di granito, assolutamente inutilizzabile.
    Ahimè, l’alimentazione poco salutare – troppo spesso a base di pasti preconfezionati o di toast e simili – ha portato con sé un altro lato negativo: ho messo su circa cinque chili. Questo particolare, se unito all’inarrestabile ed impietosa perdita di capelli che mi sta tormentando da circa un anno, ha reso il mio aspetto fisico decisamente meno attraente rispetto a quello che avevo nell’età d’oro fra i venti e i trenta. Di conseguenza – beh – il letto Ikea ad una piazza e mezza, per il momento, l’ho usato sempre da solo.
    Ma la foto che m’identifica su Facebook non l’ho ancora aggiornata: è rimasta quella di tre estati fa. Nessuno potrà accusarmi di aver barato, di essermi costruito un’identità virtuale non veritiera. In fondo, quel tizio che campeggia al di sotto del mio nome e cognome nella pagina del mio profilo ero proprio io, pur se qualche anno, qualche chilo e qualche stempiatura addietro.
    Devo fare qualcosa, tuttavia. Devo iscrivermi in palestra, ad esempio.
    Formulo questo pensiero con lucidità, consapevole come sono di dover dare una direzione più definita la mio futuro prossimo.
    Lo formulo insieme a tanti altri – certamente più pressanti – sulla via del ritorno dall’ufficio, nel giorno in cui è scaduto il mio contratto a termine che non è stato rinnovato.
    Di conseguenza, prima di iscrivermi in palestra, dovrò trovare di che pagarmi l’affitto, le bollette ed i panini da congelare e scongelare.
    Ecco il risultato della precarizzazione spinta del lavoro, dei rapporti, degli umori e delle esigenze: oggi, per la prima volta, avverto con chiarezza cristallina che la vita tanto a lungo bistrattata dei miei genitori – impiego stabile e ripetitivo, famiglia solida, nessun tradimento, nessun colpo di testa – l’oggetto incontrastato del mio impeto di ribellione adolescenziale, alla fine, si è rivelata meno peggio del piccolo universo d’indipendenza malfermo che mi sono ritagliato.
    Eppure, mi ripeto, ci dev’essere una terza via, una che non sia semplicemente meno peggiore.
    In quale bivio ho imboccato la strada sbagliata?

  • 31 gennaio 2011 alle ore 16:45
    Il primo giorno di supplenza non si scorda mai!

    Come comincia: “Pronto? L’insegnante Fortunata?”
    “Sì, sono io… ” - dico tutta assonnata, erano solo le sette e trenta del mattino ed io mi trovavo ancora tra le braccia di Morfeo.
    “Qui è l’Istituto comprensivo “Padre Pino Puglisi”, è libera o impegnata?”.
    ‘Beh… in verità sono single da un pezzo, ma che vuole questa!’ - pensavo tra me e me. “Scusi, mi chiama per cosa?” chiedo gentilmente.
    “C’è una supplenza su posto comune, è libera o impegnata!” questa volta il tono era più duro, forse aveva fretta ed io le stavo facendo perdere del tempo prezioso.
    ‘LIBERA…LIBERISSIMA SONO!!!’ avrei voluto urlarle, ma cerco di ricompormi e chiedo: “ma quanti giorni è?” Anche se in verità poco mi importava, avrei accettato anche per mezza giornata e pagata al 50%, speravo solo di cominciare a lavorare quanto prima, ma tutte le mie colleghe veterane del settore mi dicevano sempre che era una domanda che andava fatta, e allora eccomi là a farla, giusto per il piacere di seguire la “procedura” in ogni sua parte, con precisione.
    “E’ un’interdizione, accetta?”
    “Cosa? Interdizione?”.
    “Sì, l’insegnante che dovrebbe sostituire è in interdizione, ha preso un mese”.
    “Oddio, mi dispiace, ma è così grave?”
    “Per mettersi in interdizione… ma lei è libera o impegnata, non ho mica tutta la giornata io!”.
    “No, scusi, e che c’è la solidarietà tra colleghe, mi spiace davvero, chissà in che classe ha lavorato per arrivare all’interdizione!”.
    “Ha voglia di scherzare, senta, io non ho tempo da perdere!”.
    ‘Scherzare io, su queste cose serie, non mi permetterei mai, ma per chi mi ha preso la signora, e meno male che l’istituto è comprensivo!’ Ma per evitare problemi, rispondo solamente: “Mi scusi, sono libera, accetto, accetto, dove devo andare?”.
    “Bene, la scuola primaria è nel plesso distaccato di Croce verde, si rechi direttamente lì e poi passi dalla segreteria, nella sede centrale, per firmare il contratto”.
    “A che ora devo essere a scuola?”.
    “Tra… venti minuti, i bambini entrano alle otto”.
    ‘Cosa? Sì, certo, mi dia solo il tempo di vestirmi e mi teletrasporto!’ Il mio senso dell’umorismo era sempre in agguato, ma non era il caso farlo uscire fuori, visto che già la signora se l’era già presa tanto per la questione dell’interdizione ed io non volevo di certo rischiare di perdere il mio primo incarico. Allora mi ricompongo e con voce pacata le dico: “mi dia giusto il tempo di fare strada, purtroppo non abito in quella zona, mi occorrerà una mezz’oretta per arrivare, ma che dico, anche meno, anzi, mi metto subito in macchina”.
    “Bene, avverto la responsabile del plesso che sta per arrivare, faccia quanto prima, la classe è scoperta”.
    “Faccio subito, stia tranquilla, mi consideri già lì”.

    Inizia così la mia carriera, così com’era cominciata quella di tantissime altre insegnanti: con una telefonata. Io ero stata particolarmente fortunata (sarà merito del nome?!).
    Ricordo ancora che alla festa di laurea, in maniera davvero amichevole e incoraggiante, tutti quanti mi avevano fatto gli auguroni dicendomi: “Benvenuta anche tu nel club dei… DISOCCUPATI!”. Che teneri!!! Neanche il tempo di goderti la gioia per un piccolo grande traguardo, che già ti mettono in guardia per quello che ti attende. Questi sì che sono “veri” amici! E comunque, per via di queste “rassicurazioni”, avevo cominciato a mettermi il cuore in pace e a credere che, pur di acquisire la tanto declamata indipendenza economica, ben presto mi sarei messa a cercare un lavoro qualunque, anche sotto-pagato, e che nulla avrebbe avuto a che fare con il percorso di studi intrapreso. Invece no. Inaspettatamente la telefonata era arrivata prima di quanto credessi. A luglio la laurea, a ottobre la prima supplenza. Chi l’avrebbe mai detto!
    Mi preparo di fretta e mi catapulto in macchina, non sta bene arrivare in ritardo proprio il primo giorno di lavoro, non voglio dare un’idea sbagliata di me, di una che fa con comodo e che non prende sul serio i propri impegni e poi (non so quanto ci sia di vero), in base ad alcuni studi fatti da non so chi e non saprei dire bene nemmeno dove, per cancellare una prima impressione negativa sarebbero necessarie ben dieci successive impressioni positive. V’immaginate?
    Così faccio più veloce che posso e arrivo a scuola… in ritardo! Faccio un lungo sospiro e mi dico: ‘ok, puoi farcela, è ora di entrare.’
    Senza rendermene conto vado dentro incrociando le dita. Sono nervosissima, felice, impaurita, confusa, incredula. Insomma, sono letteralmente travolta dalle emozioni più disparate. Ad “accogliermi” (si fa per dire) è una signora corpulenta con una scopa in mano che in tono molto confidenziale mi dice: “hei ragazzina, dove credi di andare?” Mi sembra di tornare piccola, sono pronta a farfugliare qualcosa nel tentativo di difendermi, ma poi ricordo che non sono più un’alunna, lì vado in veste d’insegnante, devo dare l’idea di essere una sicura di sè, così riprendo il controllo di me stessa, alzo le spalle, rivolgo lo sguardo verso la signora e con voce pacata e sicura le rispondo: “buongiorno, potrebbe gentilmente indicarmi la classe della Favata, sono l’insegnante che la sostituirà.”
    “Lei una maestra è!” Mi guarda con occhi increduli e mi squadra dalla testa ai piedi. Poi fa una smorfia tipo a dire… “non c’è più mondo!” e mi fa un gesto con la mano per seguirla.
    Certo me l’ero andata a cercare, tra il mio aspetto da eterna bambina, con occhioni grandi e impauriti, e il mio modo di vestire, avrò dato l’impressione sbagliata. Con quei jeans scoloriti e la maglietta di Hello Kitty, lo zainetto e la mollettina tra i capelli a forma di farfalla, potevo essere facilmente scambiata per una ragazzina delle medie, magari di una di quelle dell’ultimo anno e con diversi anni di bocciatura alle spalle. Ma era così che immaginavo di presentarmi ai bambini il primo giorno di lavoro, esattamente com’ero, acqua e sapone e con un sorriso largo sulla faccia.
    Mi guardo intorno, il corridoio sembra interminabile, ma adesso comincio a rilassarmi. Sento l’inconfondibile odore di scuola, quello che sentivo anche da bambina. Guardo i cartelloni colorati nelle pareti, quelli fatti per dare il benvenuto agli alunni dopo la lunga pausa estiva e mi accorgo con piacere, guardando dalla finestra, che fuori c’è un meraviglioso giardino con un praticello ben curato ricco di piantine e fiori. C’è anche lo scivolo e l’altalena (io adoro l’altalena!). ‘ci porterò i bambini per fare merenda’ mi dico. Sono già che immagino la scena tutti fuori a scherzare e a ridere insieme, con il sole che illumina la giornata e tante farfalline colorate che svolazzano da un fiore all’altro, quando ritorno di scatto alla realtà non appena giungo davanti alla porta della mia classe.
    “Qua dentro deve entrare, c’è la sua collega ad aspettarla” mi fissa di nuovo, di nuovo la smorfia, questa volta accompagnata da un leggero scuotimento della testa in segno di disappunto, e va via, lasciandomi sola, davanti alla porta che mi condurrà nel mio futuro…
    ‘Ok entro’ -mi dico. Sto quasi per bussare, ma mi fermo poco prima che il mio pugno faccia rumore a contatto con il legno. Indietreggio, mi assale la paura: ‘e adesso che faccio? Cosa dico? Come mi presento?’ Riprendo il controllo, mi dico che le cose verrano da sé, vado di nuovo decisa, pronta per bussare, ma mi fermo di nuovo. Ho lo stomaco in subbuglio, mi sento come se dovessi fare un esame, ma è anche peggio, almeno lì ho idea delle domande che i professori mi potrebbero fare, c’è un programma ben preciso, ma con i bambini no, è sempre tutto imprevedibile, e poi loro hanno un fiuto eccezionale, sì, me n’era accorta durante le ore del tirocinio, fiutano la paura dell’insegnante e se questo accade… sei rovinato! Riprendo il controllo di me, che sarà mai, sono bambini ed io adoro i bambini, fiuteranno anche questo e le cose andranno bene. Inspiro profondamente, butto l’aria con la bocca e mi dirigo decisa verso la porta.
    Busso, entro e... (to be continued)

  • 28 gennaio 2011 alle ore 17:33
    Passeggiata con Orman

    Come comincia: Camminavo lungo la strada, nel tardo pomeriggio, in compagnia di Orman, il mio cane. Percorrevo la via a passo svelto osservando tutto quel che il mio sguardo riusciva a carpire ed ogni tanto mi voltavo a controllare che lì dietro fosse tutto a posto, giacché Orman - sguinzagliato - non di rado commetteva stronzate a causa della sua natura indomita. La passeggiata mi consentiva di essere piuttosto disteso, rilassato dopo una lunga giornata di studio. Tuttavia non vi era granché di ameno in quel quartiere, se non la quiete del momento che rendeva tutto più nitido. Così, procedendo ancora a passo allegro, mi allontanai dal centro urbano e raggiunsi un campo incolto, privo di recinzione, luogo in cui spesso andavo per lasciar godere il cane di piena libertà, ma che da qualche settimana avevo trascurato scientemente di raggiungere per via delle incessanti piogge. Probabilmente era di proprietà di un privato ma per noncuranza e trascuratezza era divenuto da anni una sorta di parco pubblico ove per consuetudine chiunque, specie i bambini, trovavano spazio in abbondanza per concedersi meglio alle attività ludiche, non meno dei giovani amanti che nelle ore notturne lo occupavano per giacere in riservatezza. Quella volta fu Orman ad anticiparmi, impazziva alla vista di quel luogo e già in lontananza, non appena intuiva che eravamo diretti da quelle parti, correva euforico verso quella direzione anche se le mie intenzioni erano orientate altrove. Era come se si dimenticasse di me, di avere un padrone, e si comportava da liberto. Io lo lasciavo fare, perché in quella zona la città, se non si poteva dir morta, era comunque animata dal respiro di poche anime, la maggior parte delle quali conoscevano il mio cane e non avevano alcuna paura della sua mole imponente.
    A mano a mano che mi avvicinavo verso il parco, cominciai a scorgere fiori colorati che ammantavano quello che l'ultima volta era sola arida terra, di colore beige, molto simile alle pietre che lo abbellivano, unico ornamento di quel suolo brullo. La mia attenzione mi distraeva continuamente. Guardavo sempre più giù, in prospettiva verso gli alberi, anch'essi truccati dal verde delle folte chiome. Accesi una sigaretta, mi piaceva tutto ciò, e avevo l'animo leggero. Mi inoltrai ringalluzzito nel campo, ma solo per qualche metro giacché non potei fare a meno di fermarmi a constatare quel che d'un tratto stava accadendo: sorprendentemente mi trovavo in un posto fiabesco, era da poco primavera, la vedevo e desideravo persino odorarla. Continuai a camminare per il campo, ma questa volta procedendo lentamente, attento, avendo quasi la sensazione di essere impegnato. Ero circondato da margherite, viole, papaveri e da tanti piccoli animaletti di ogni specie che si muovevano freneticamente senza che io potessi capirne, se non vagamente, il senso.
    Mi ero accorto di avere intorno a me cose meravigliose, le quali però m'impedivano di poter correre senza fare a meno di calpestarle. Quel pomeriggio fu la bellezza della natura a sensibilizzarmi, nessun'altra ragione. E così mi immedesimai in quell'ecosistema, e restai a guardare attonito, forse anche quasi un po' preoccupato, quanto stesse facendo il concitato gioco di Orman in tutta la sua innocente, distruttiva, indifferenza.

  • 27 gennaio 2011 alle ore 16:23
    Mi fido di te...

    Come comincia:

    Sono molto triste, delusa, amareggiata, arrabbiata. Non posso credere che sia accaduto davvero questo. LUI e LEI insieme, tutti lo sapevano, meno che me, io ero all'oscuro di tutto. Mi fidavo di lei, al punto da rinnegare quello che il mio sesto senso aveva invece percepito da tempo, pur di continuare ad illudermi che tutto andava bene. Continuo ancora adesso a fare finta di nulla, anche se ho la piena consapevolezza di chi ho di fronte, ma non riesco a staccarmi, ci sto così male!
    -Bhè, allora, mi stai a sentire? Che ti prende GiùGiù, ti sei incantata?-
    Quelle parole mi riportarono sul pianeta Terra, lei mi guardava sconvolta perché continuavo a fissare il vuoto senza nessuna espressione sul volto.
     -Oh, scusa Cri, ma sai...il lavoro...sono davvero stanca- le dissi, cercando di cancellare nei miei occhi quell'espressione piena di rabbia.
    -E lo vedo, non stai neanche a sentirmi, ti serve un po’ di riposo-, mi rispose lei con l'aria di chi sembra davvero preoccupata.
    -Mi basterebbe starti lontana e non vederti mai più o magari sarebbe stato meglio non averti mai conosciuto- urlavano i miei pensieri.
    Avrei voluto tanto che quelle parole uscissero fuori, ma le uniche che pronunciai furono: -grazie, sei davvero un'amica!"- e mentre le dicevo mi avvicinai a lei abbracciandola forte.
    E' incredibile come lo stesso gesto possa acquisire significati diversi a seconda della persona che lo interpreta: lei avrà pensato che avevo la necessità di comunicarle con quell'abbraccio il mio affetto, ma in realtà il mio unico desiderio era di stritolarla allo stesso modo in cui la mia "dolce metà" (alias, il BASTARDO) e la mia "tenera amica" (alias...credo che non sia il caso scriverlo, ma immagino avrete inteso perfettamente quello che avrei voluto mettere) avevano stritolato, strizzato, appallottolato...distrutto il mio cuore senza tanti scrupoli.
    Lei mi guardò dritta negli occhi e con un sorriso largo sulle labbra mi disse: -è per questo che sono qui, so che sei stanca, ti aiuterò io con la festa a sorpresa di Francesco.-
    -Quale festa a sorpresa! Non siete stati forse voi due a farla a me la sorpresa!- ancora i miei pensieri che non volevano saperne di tacere.
    -Che cara- le risposi -non so come farei senza di te.-
    -Allora...- cominciò lei- ho già contattato tutti gli amici...ho qua la lista degli invitati, vedi se manca qualcuno-
    Presi quel foglio in mano e cominciai a controllare i nomi ad uno ad uno. -Già...spero che vengano tutti Cri...ho in mente un finale a sorpresa- le dissi con un sorriso di plastica stampato sulla faccia.
    -Davvero? Di che si tratta!- mi chiese incuriosita.
    - Non posso dirti nulla per il momento, vorrei tanto potertene già parlare, ma voglio che sia una sorpresa anche per te-, le risposi con un sogghigno sul volto.
    Ma sì...finalmente avrei dato forma all’idea di vendetta alla quale avevo pensato: li avrei svergognati davanti a tutti. -Questo compleanno dovrà ricordarselo per sempre quel bastardo...tutti dovranno sapere quello che mi hanno fatto...ma che sto dicendo...lo sanno già...che stupida...sono solo io a non sapere nulla...solamente io...la diretta interessata...che stupida...quale vendetta...sarebbe solo un'ulteriore umiliazione per me...-
    -GIUUUUU, ma che ti prende, mi senti?!- Era di nuovo lei che mi riportava alla realtà, questa volta oltre a urlarmi contro mi strattonava anche. -Dimmi cosa ti turba, così mi fai stare in pena, sai che di me puoi fidarti- mi disse.
    La guardai assente, non c'era più rabbia, ma solo rassegnazione, e con voce tremante le sussurrai: -lo so che posso fidarmi di te, ma credimi, è solo un po’ di stanchezza...-
    -Stanchezza cronica amica mia, sei messa davvero male! Ma adesso devo andare, si è fatto tardi, allora ci si vede stasera per la festa.-
    L'accompagnai alla porta, un bacio e lei andò via ignara della lotta violenta delle emozioni che avevo dentro. Chiusi la porta e mi accasciai per terra, cominciai a piangere a dirotto, non riuscivo a calmarmi, non riuscivo più a capirmi, non sapevo più veramente quello che volevo. Da un lato la rabbia che richiamava la vendetta, dall'altro la paura di rimanere da sola. Mi accorsi che anche se erano passati sei mesi dalla tremenda scoperta, non ero ancora pronta per affrontare la verità. Decisi allora di prendere la soluzione più semplice: tradire me stessa, continuando a fare finta di nulla... 
     

  • 26 gennaio 2011 alle ore 23:55
    Cinque minuti, mille anni

    Come comincia: Quella mattina Mauro si svegliò di malumore, non era certo una momentanea particolarità, era una prassi. La sveglia gli gettava pedante il suo insistente ronzio nelle orecchie facendogli irrigidire i villi piliferi  che prontamente trasmettevano al cervello la situazione di allarme. Si svegliava, però; si vestiva e guadagnava le scale borbottando e pensando a quale cazzo di vita stava dando i suoi trent’anni. Invidiava quasi i coglioncelli lindi e pinti che tirando fuori dai garages privati le loro automobili si apprestavano a “fornir l’opra” accompagnati dall’inseparabile cellulare da incollare all’orecchio di primo mattino.
    Lui aveva voglia di fare una benemerita minchia. Perché mai non si trovava in Polinesia, stravaccato su di una piroga a pescare pesce solo quando avrebbe avuto fame! Avrebbe fatto l’amore con bellissime ragazze, e di sera avrebbe triangolato il cielo limpido sopra le spiagge del pacifico.
    “Sono discorsi del cazzo” – diceva l’amico suo Silvestro-
    oramai è andata come è andata”
    “Tu come sei nato così morirai” – ribatteva Mauro-
    tanto valeva che tu rimanessi una voglia nel pisello di tuo padre”
    Taciturno e scorbutico nei modi, si attirava le antipatie dei suoi colleghi. Non vedeva l’ora che finisse la giornata lavorativa, tutti quei pacchi da recapitare… si domandava spesso: chissà quali troiate ci saranno lì dentro! Pupazzetti, vestiti, riviste porno, mutande acquistate in offerta da qualche magazzino con vendita per corrispondenza. Il pensiero poi veniva dirottato nel bar all’angolo dell’agenzia, dove riusciva a traslocare anche il suo corpo. Il Campari serale era il sangue di un sacrificio, lo beveva purificandosi dalla contaminazione di padroni e padroncini del lavoro, accorciando la distanza che lo separava dai mille e cento euro mensili. Alcoolico assassino della sua esistenza, questo si. Ne era al corrente. Era egli il padrone di sé stesso. Gli abitudinari del bar sommavano quel secondo cicchetto al primo della mattina, spiando con la “coda dell’occhio” sorseggiando con le labbra a beccuccio l’ennesimo caffè addolcito con zucchero di canna. Quelle gran facce di… menta. Glie lo pagavano loro da bere! Andava forse a mangiare nelle loro case! Finito di consumare il goccetto serale fece per intraprendere la strada di casa. Quella casa venutagli a noia, quel solito rincasare, quell’insipido televisore roboante di stupidità e faccette levigate. Lui sì, faceva il culo a tirare su pacchi tutto il giorno. Con l’andare del tempo andava assumendo la colorazione marroncina di quelle scatole, L’ittero andava modificandosi e le rughe che comparivano sul suo viso somigliavano sempre più alle gobbe ondulate del cartone che maneggiava ogni giorno. Lui andava a dormire sempre presto dopo cena, non che avvertisse una così grande stanchezza ma quello che desiderava era l’essere annullato da quel sonno; nove ore di filato collegato al neurone della morte in una sinapsi elastica e senza impegno. Ignaro di tutto e di tutti, ignavo nei confronti della sua stessa esistenza. Quale buio era più luminoso e totale delle sue dipartite notturne. La voce roca rotta dalla “tossetta” procuratagli dalla quarantesima sigaretta gli impediva di dare in modo udibile la buonanotte al resto della famiglia, o forse la sua volontà agiva annodandogli le corde vocali.
    Quella sera uscito dal solito bar andava fischiettando una vecchia canzone degli Who, gli era rimasta impressa nella testa, poi ripeteva “ My generation, my generation”. La sua generazione di cinquantenne aveva varcato le soglie del duemila, ed era sopravvissuta. Impugnò il polso sinistro e guardò l’ora.
    Che strano! L’orologio si era fermato alle cinque del pomeriggio e le lancette non ne volevano più sapere di “camminare” . Si era rotto! Quell’accidenti di oriolo aveva fatto il suo dovere per vent’anni, ora stava avvertendo il risentimento del tempo. Già, tutto prima o poi finisce, l’orologio aveva concluso il ciclo della sua esistenza, se pur meccanica. Ebbe un attimo di vuoto, si accese una sigaretta avviandosi verso casa. Notò che il solito  viale non era asfaltato,  gli appariva, ora come una lastra di metallo ed era privo di pali sostenenti i lampioni. Eppure la strada era illuminata; da dove diavolo veniva quella luce. Quelle striature grumose e marroni che vedeva intorno, cos’era, ruggine! Emanavano un odore di sangue rappreso,  le sere precedenti e ancora prima non l’aveva mai avvertita, quella puzza. Quel silenzio irreale, nemmeno il fruscio di un’auto  lontana, non un abbaiare di cani. Cosa stava succedendogli, aveva esagerato col gin quel buontempone di un barista. Gli era parso lì nel bar di vederlo versare la scolatura, per “spicciare” la bottiglia. Sul suo cammino incontrava gente completamente nuda: questi mancavano di espressività sul volto; chiese loro informazioni, non rispondevano, notò che sulla loro faccia vi era assenza di movimenti muscolari, erano come i volti degli animali. Alcuni di loro si erano riuniti in capannello e pareva stessero mangiando della carne, delle grosse ossa venivano gettate bianche e spolpate, e ogni uno di loro teneva a tracolla uno strano oggetto, a Mauro ricordavano le segaossi dei macellai. A cosa servivano, e come erano alimentate quelle seghe circolari. Pensò di trovarsi in un incubo e affrettando il passò cercò di guadagnare svelto la strada che lo avrebbe portato verso casa. Camminò a lungo. Possibile che si era stancato così tanto da metterci tutto quel tempo ad arrivare alla sua abitazione! Incontrava gruppi di capanne, e spinto dalla curiosità si soffermò a sbirciare all’interno di una di esse, dato che queste non avevano né porte né finestre si affacciò, fu notato dagli abitanti, questi non dissero nulla. Osservò quegli esseri con più attenzione, molti di loro avevano impresso sulla pelle dei segni di tumefazione -erano i resti di microcips installati oltre cinquecento anni prima, in era transumanistica, rimasti poi nei secoli a fare bella mostra  conficcati nei corpi dei nuovi androidi. Quegli animali non morivano e non si riproducevano, non provavano sensazioni e agivano per istinto.-  In quale strano mondo parallelo era capitato. Perché quelle steli umanoidi non parlavano,  come mai erano completamente nudi e sporchi, e come vivevano, si organizzavano, si nutrivano. All’interno di quella capanna due esseri afferrarono un corpo, dalle fattezze doveva essere una donna, uno di loro afferrò la segaossi. La lama circolare di quella sega si posò decisa sulla gamba della femmina recidendola in un breve tempo. Il sangue zampillò veloce, e fluendo in terra provocava quei rigagnoli poi rappresi che l’uomo aveva notato sul suo cammino. I due macellai, insieme ad altri collaboratori si divisero il macabro desinare. La donna zoppicò bilanciando il suo corpo mutilato con il peso delle braccia, andandosi a sedere su uno strano sgabello di materiale trasparente. Una intensa luce verdolina fece cicatrizzare all’istante la grossa ferita. La cosa più inverosimile da potere essere accettata da parte di Mauro fu che l’arto stava ricrescendo. -Si erano condotti in passato degli esperimenti osservando il comportamento di alcuni rettili che trovandosi in condizione di pericolo abbandonano parti del corpo, queste poi ricrescevano in breve tempo. Quegli studi avevano portato avanti gli esperimenti condotti sulle cellule staminali progredendo e mettendo a punto la tecnica di fare ricrescere gli arti agli esseri umani. Quell’assenza di organizzazione, quell’abbandono, lo lasciava interdetto. Erano rimasti degli avanzi di tecnologia in virtù della quale quell’assurda “comune” aveva continuato a esistere. Mauro si guardò le mani erano verdi come la colorazione dei corpi che vedeva, incredulo e inscemito. – il fenomeno era dovuto a uno stanziamento del sole all’orizzonte che assorbendo lo spettro del rosso illuminava gli oggetti e tutto intorno di una luce verdognola. Non esisteva più la notte, né il giorno. Tutto era derivato da una tempesta magnetica che aveva sconvolto l’equilibrio fisico del pianeta. Lo sviluppo delle civiltà aveva raggiunto il suo apice; si erano annullate.  Forse un nuovo corso stava iniziando.
    Mauro semistupidito si guardò intorno, rivide le luminaria dell’insegna del bar, sentì in lontananza il guaire di un cane, tornò a sbirciare l’orologio, camminava di nuovo ora, le lancette segnavano le diciassette e cinque.

  • 26 gennaio 2011 alle ore 22:51
    Achille

    Come comincia: Il caffè. Chissà come mi era potuto venire in mente una cosa così stupida in quel momento. Ma d’altronde era vero: lo avrei preso davvero dopo la mia corsetta intorno al quartiere. Che mattina radiosa di sole il 28 aprile! Una corsetta mi avrebbe certo fatto dimenticare o perlomeno avrebbe posticipato il pensiero della mia misera esistenza. Mantenere il corpo in esercizio sempre, a qualunque costo, la mia filosofia di vita. La filosofia che doveva essere quella degli italiani e che non hanno capito; anzi, hanno preferito non capirla, quella massa di panciuti e parassiti! Io mi accontento e mi sono sempre accontentato anche  delle mense dei poveri: mangio per vivere, non vivo per mangiare!
    Ma adesso i problemi sono altri. Cosa vogliono da me questi individui? Scalmanati con i loro fazzoletti rossi al collo. Gentaglia che, insieme agli ebrei, avevo giurato di estirpare con il Capo durante  i bei tempi. E’ forse questo il prezzo del fallimento? L’essere insultato fino alla fine? Schernito dai lacchè, odiato dagli arrivisti, disprezzato dai poltroni e adesso i banditi mi insultano e mi percuotono. Lasciatemi dico, grido, sussurro ma so che tutto è inutile. Tocca seguirli. Chissà se sono venuti per me o ,al contrario, sono semplicemente il risultato di una caccia fortunata…Lo vorrei chiedere ma temo la loro risposta. Io credo che tutti si siano dimenticati di me. Sono solo un ricordo lontano per gli italiani e per il Capo. Figuriamoci per loro. Eppure questi mi trascinano. Calci e pugni. La bocca mi fa male ma non piango. Non do soddisfazione ai banditi.
    Milano mescola macerie all’aria della primavera; le strade sono ancora in buone condizioni tenuto conto dei bombardamenti. Erano mesi che non passavo da queste parti, da questi quartieri: Porta Romana poi, non ci avevo mai fatto caso a quanto fosse bella. Peccato sia deturpata da quelle maledette bandiere rosse. Sembra di stare a Mosca. L’automobile sfreccia per le vie della città, mi sembra di stare in movimento da ore. Chiedo che ore sono: e l’ora che la paghi e ridono, ridono quelli scellerati! Non ridevano fino a 10 anni fa. Quando avevamo il mondo ai nostri piedi. Prima acclamavano tutti e adesso tutti odiano. Italiani! Ecco il frutto della propaganda ebraica. Mi viene voglia di sferrare un pugno a questi disgraziati; cosa ho da perdere? Io sono morto, lo so. O forse mi vogliono solo umiliare, non so. D’altronde cosa ho mai fatto di male? Se c’è una persona che più ha sofferto la guerra questa sono io: in Abissinia ho perduto camerati fedeli, poi Lumezzane e il campo di concentramento. Esiliato dal mondo. Cosa vogliono ancora? Che forse vogliano servirsi di me per il futuro? No, lo ha detto chiaro, “è l’ora che la paghi”. Niente illusioni.
    La macchina si ferma. Scendi, mi urlano, scendo e mi trovo addosso donne e uomini che mi sputano addosso e mi schiaffeggiano in testa. Quella donna ha provato persino a lanciarmi addosso ortaggi; sono in loro balìa. I miei carcerieri adesso sono diventati le mie guardie del corpo, sembrano preoccuparsi della mia incolumità (ma sarà così poi?) e scacciano urlando tutti quei selvaggi. Ma  i segni sul corpo ci sono eccome: qualcuno mi ha colpito sulla gamba con un calcio o con un bastone non so. E adesso dove mi portano? Il Politecnico? Cosa faccio al Politecnico? Non faccio in tempo a chiederlo e mi trovo scaraventato in un aula, già occupata. Mi puntano un mitra contro. Ci siamo, penso. E invece no, incomincia il processo al criminale di guerra Achille Starace. Il giudice, o presunto tale, parla, i membri della corte mi fanno domande ma sembra che non vogliano neppure sentire le risposte. Le risposte già le hanno. Crimini di guerra? Cosa sono? Chi ha mai visto una guerra senza crimini? Lo dico, questo lo voglio dire a costo di farmi riempire di pugni ma il giudice grida “silenzio! L’imputato non è interrogato”. E allora cosa ci sto a fare in quel posto? Forse, visto l’ambiente, il giudice si crede il docente che insegna e io sono solo lo studente che prende appunti. Sto per domandare del mio avvocato ma subito mi rendo conto che sarebbe una sciocchezza: questo non è un processo, questa è una sentenza già scritta. Il tribunale del popolo si ritira per deliberare: ci impiegano dieci minuti. In nome del popolo italiano (quale popolo poi?) il criminale Achille Starace è riconosciuto colpevole. Mi toccano le spalle, mi abbracciano e si fanno fotografare sorridenti, mitra in mano. “Sorridi bestia” mi dice una donna. Sorrido. Chiedo un po’ d’acqua, mi arriva subito e mi danno anche una coperta. Stanotte rimarrò li. E poi?
    La notte passa. Per la verità sono riuscito ad addormentarmi con facilità anche se ogni tanto qualcuno mi sveglia per fotografarmi e riversarmi addosso insulti di ogni genere. Mi avevano anche portato da mangiare ma lo stomaco è chiuso. E poi chissà quando avrei potuto smaltirlo, questi vanno in giro solo in macchina, sfaticati! E’ tempo di andare mi dicono, mi portano di nuovo fuori e l’aria del mattino mi investe con tutti i suoi profumi. Camminiamo un po’ e intanto sento un vociare che cresce sempre di più. Arriviamo in un grosso incrocio dove c’è gente tutta affollata intorno. Ogni tanto si sentono degli spari, adesso ho paura, mi sento inerme, sono circondato e spinto da questa massa, non vedo neppure più i miei “vecchi” carcerieri. Due persone mi prendono sottobraccio e mentre mi spingono uno dei due mi dice di guardare in alto. Allora mi accorgo di tutto. Delle persone sono appese sulla pensilina di un distributore. Ma non le riesco a scorgere. Sono a testa in giù. Poi sempre quello di prima mi dice di salutare il mio Duce. Guardo bene e lo vedo. Ha il viso che non si riconosce. Mio Dio! Il Duce! Non riesco a parlare, sento solo le risa e gli insulti. Vicino a lui una donna, ma non è Donna Rachele. Sembra quella puttana della Petacci. Ma non ci giurerei. “Ammazzalo quel fascista!” si sente urlare. Va bene. E allora così sia. Dico loro di fare presto. Sento caricare i mitra. Si avvicina la fine, lo sento sulla pelle ma prima voglio salutare il mio Duce. “W il Duce” grido o penso di gridare perché poi non sento più nulla. Tutto è buio.

  • 26 gennaio 2011 alle ore 22:50
    JACK

    Come comincia: -“Finalmente una giornata di sole!”- Ero raggiante; Londra in quel periodo mi sembrava l’anticamera di una enorme ciminiera. Grigio, grigio e grigio ancora. La solita pioggerellina sottile sottile che ti obbligava a portare con te l’ombrello per evitare raffreddori e influenze varie…Non avevo dormito bene quella notte e al risveglio mi immaginai di trovarmi di fronte la solita desolante scena di grigio ed invece…
    Mi preparai con calma, un bagno in una tinozza d’acqua semi bollente, un te (rigorosamente col latte, senza è una bevanda da barbari) e mi incamminai verso Victoria Embankment. C’era parecchia gente per strada, nonostante fosse domenica, e le piccole taverne su Exeter Street erano già affollate di persone d’ogni età. C’era concitazione nelle loro voci, agitazione…Possibile che la gente non riesca a godersi la pace domenicale e debba sempre essere in costante apprensione?
    Arrivai a Scotland Yard verso le dieci. Gli uffici erano semideserti. Domenica per tutti, anche per i segugi. Ovviamente solo per una parte dei segugi. Io ero al mio posto, ligio al dovere come sempre.  George Lusk era già li ad attendermi nel suo ufficio: -“Buongiorno James, novita’?”- chiesi. Scrollò la testa e getto davanti a se una copia dello Star. Sulla prima pagina una foto di una “cosa” sfocata con una scritta  “Jack è tornato! Un’altra prostituta trovata morta a Whitechapel”. Guardai  George. Era pallido e non riusciva a nascondere il suo nervosismo tamburellando le dita in modo costante. –“Un’altra!”- esclamai. –“Non so cosa fare, giuro non so cosa fare, è gia’ la quarta, quel maniaco non si ferma. Avevamo predisposto staffette su Whitechapel per tutta la notte è questo è il risultato. Cazzo! Questo è il risultato!”- concluse George con un pugno sul tavolo. –“Non farne un fatto personale”- risposi –“umanamente hai fatto tutto quello che si poteva fare ma questo tizio sembra essere un professionista. Non sbaglia una mossa. Bisogna insistere”-. Mi guardò con un amaro sorriso: -“Insistere? Forse lo faranno gli altri. Si, io ho deciso. Domani mattina scrivo al gran capo. Voglio essere sollevato dall’incarico. Non voglio avere sulla coscienza altre vittime, ne ho abbastanza.”- Lo guardai sbalordito. Era George Lusk. L’uomo che dopo i primi due delitti di Jack aveva chiesto di potersi occupare del caso, lui che conosceva Whitechapel come le sue tasche (o almeno così sosteneva). Non ci potevo credere. –“George non dirai sul serio? Ti rendi conto che senza di te quello avrà ancora di più via libera?”-. Un altro sorriso: -“Direi che più via libera di così non ne potrà mai avere”-. Riprese: -“La vittima si chiamava Catherine Eddowes, è stata trovata a Mitre Square. Solita firma. Ti risparmio i particolari”-. –“Posso ben immaginare”- . –“Avevo piazzato un paio di agenti sulla Duke’s, è a meno di 100 metri dalla Mitre ma niente. Il tizio sembra invisibile, prende la vittima, uccide e svanisce chissà dove”-.Non fu facile, dovete credermi, convincere George a rivedere i suoi propositi. Dopo mesi di indagini lasciare tutto sarebbe stato umiliante per lui. Sarebbe stata  l’ammissione del suo totale fallimento. Non lo potevo permettere. Era un amico, uno di quelli che ti capita di incontrare una sola volta nella vita. La nostra amicizia risaliva sin dai tempi dell’infanzia. Abitavamo entrambi nel East End fino ai dieci anni. Poi le nostre famiglie si trasferirono proprio a Whitechapel dove in pratica condividemmo le gioie e i dolori dell’adolescenza. A differenza mia George era sempre stato un  ragazzo molto curioso e vivace. Ogni strada era la sua strada. Credo che per ognuna di esse conoscesse anche il numero delle finestre che vi si affacciavano. Lo spronai: -“George, quel bastardo non la passerà liscia! Dobbiamo riprovare. Dobbiamo indurlo all’errore. Si sente sicuro e questa sua sicurezza sarà la sua rovina! Credimi! Ho già in mente un piano”-.
    Tornai verso casa dopo aver sbrigato le solite faccende burocratiche  in ufficio. Perlopiù si trattava di esaminare casi di ladruncoli disperati che sarebbero dovuti finire sotto processo per aver rubato qualche penny e nulla più. Erano le cose che più mi facevano innervosire. Londra sta vivendo un incubo e la polizia che fa? Si occupa di questi rubagalline…Mah! Per strada non si parlava che della povera Eddowes. La gente sembrava ingorda di particolari scabrosi, “L’hanno trovata senza un rene, no mancava il cuore, lo hanno trovato per metà mangiato” e via di seguito. Arrivai a casa disgustato.
    In realtà il piano di cui avevo parlato a George non esisteva. Lo avevo detto solo per prendere un po’ di tempo, per far calmare la situazione ma era indubbio che qualcosa andava fatto per risolvere la situazione. Qualche cosa avrei trovato.
    Passò più di un mese e dello squartatore nessuna notizia. Con George avevamo concordato il seguente piano. Oltre agli agenti dislocati su tutta Whitechapel  saremmo andati anche noi di persona a vigilare nel quartiere. Era tempo che George lasciasse la sua bella scrivania e venisse con me in prima linea nell’inferno, a casa di Jack. All’inizio George non si era mostrato troppo entusiasta dell’idea poiché avrebbe preferito coordinare i suoi uomini dall’ufficio, spostandoli sulla mappa come pedoni su una scacchiera. Il tutto, a sua opinione, rispondeva ad una logica di strategia. Ma alla fine si convinse nel seguirmi in quelle che sarebbero divenute le nostre battute di caccia notturne.
    La notte dell’8 novembre una nebbiolina fine fine penetrava tra le vie del quartiere. Per strada si sentiva chiaramente la presenza della polizia. Qua  e la si intravedevano le figure degli agenti con i loro pompose uniformi che gironzolavano per gli angoli delle vie. Alcuni passanti sembravano volersi unire a questa caccia, come in una sorta di grande gioco collettivo. Stupidi!
    Io e George arrivammo fino a  Gunthorpe Street tenendo d’occhio la situazione. Fermammo una persona che stava gironzolando vicino alla Old Castle ma scoprimmo che abitava proprio li. Falso allarme. Decidemmo di dividerci. Io avrei preso la parte ad est di Gunthorpe mente George avrebbe proseguito sulle parallele ad ovest. Camminai fino ad arrivare in Miller’s Court dove vidi una giovane ragazza dai capelli rossi. Mi sembrava alquanto agitata. Mi avvicinai: -“Posso esserle d’aiuto?”-. Mi  guardò e si mise a ridere: –“Mi scusi, sono una sciocca ho solo perduto il mio fazzoletto era un ricordo di una persona cara, devo averlo perso proprio qui”-. La guardai: -“E’ per caso rosso il suo fazzoletto signorina?”- dissi mostrandole quello che avevo appena trovato per strada. –“Oh dio mio! E’ proprio questo grazie!”-. Mi toccò la spalla. –“E’ meglio che vada in casa ora signorina, a quest ora, di questi tempi per una ragazza come lei può essere pericoloso starsene in giro da sola”-. –“Oh, ma io abito proprio qui, stavo appunto rincasando, lei piuttosto cosa fa in giro a quest’ora?”-. –“Sono un agente di pattuglia”- dissi mostrando il mio tesserino “controllo la sua zona”-. –“E’ un sollievo saperlo. Ma perché non entra? Le preparerò una tazza di te bollente. L’aiuterà per il resto della notte!”-. Accettai di buon grado ed entrammo. Il suo appartamento traspirava povertà da tutte le crepe. Non era difficile immaginare come recuperava i soldi per l’affitto mensile. Mi tese la mano: -“A proposito mi chiamo Mary Jane ma i miei amici mi chiamano Ginger. Lei come si chiama?”- Sorrisi. –“Un nome vale l’altro. Ma a questo punto credo tu possa chiamarmi Jack”-.

  • 26 gennaio 2011 alle ore 18:45
    Una pagina di romanzo

    Come comincia: Alba di luglio: passeggiava sulla spiaggia, tenendo gli occhi sulla battigia, e le pietre si offrivano silenziose al suo sguardo, richiamandone l’attenzione, perché si chinasse a raccoglierle, senza tuttavia interrompere il flusso dei suoi pensieri.
    La mente e il corpo  procedevano come su due  binari paralleli, in perfetta sintonia eppure conservando ciascuno la propria autonomia, senza interferenze o sovrapposizioni.
    Le pietre più belle - pensò - rimanevano tuttavia quelle raccolte sullo Ionio, per la loro  trasparenza  quasi artificiale. Azzurrine o madreperlacee, rosate o di un lieve ocra alcune, altre di un rosso acceso o nerissime e opalescenti, come coralli e onici.

    Ci sono stati d’animo che non si possono spiegare, fratture insanabili, incrinature paragonabili a crepacci rovesciati: la voragine in basso, larga, incolmabile, in  superficie una sottile spaccatura, che non lascia indovinare il fondo e fa sperare che i bordi possano pian piano tornare a combaciare. Quei tempi non sarebbero tornati più, così sereni, così colmi di gioie, così…
    Una vocina fastidiosa, quella della ragione, interruppe le sue romanticherie: “Il presente, ogni presente, è irrilevante e vuoto, e tale fu il passato, quand’era presente”.
    Forse non era tutto così perfetto – pensò tra sé – Forse è solo il fascino dell’indefinito e del vago.
    Sapeva bene, infatti, per averlo sperimentato di persona, che solo per effetto dell’immaginazione ciò che fa parte di un passato relativamente remoto e che pertanto ha perso i suoi contorni precisi, per quanto sia stato  doloroso, può produrre nel tempo un’indicibile pienezza dell’anima, una sorta di  inspiegabile felicità. Ma aveva imparato anche che non basta la consapevolezza dell’ illusorietà di certe sensazioni ad impedirci di ricercarle e di goderne, in una sorta di cupio dissolvi.
    E in effetti provava un piacere sottile nel ricordare il proprio passato, le pareva, anzi, che per tutta la vita non avesse fatto altro che nutrirsi di ricordi e forse per questo aveva avuto sempre la mania di conservare oggetti, di scrivere diari, di prendere appunti durante i lunghi viaggi che ogni estate suo padre organizzava per la famiglia. Come se si portasse dentro un presentimento, che tuttavia non aveva mai voluto chiarire a se stessa.
    Adesso, nella pienezza dei suoi anni, era perfettamente nella norma guardarsi indietro. Ma a ben pensarci aveva vissuto  sempre nel passato e nel presente, limitando a brevissimi spazi di giorni o tutt’al più di mesi, i suoi progetti riguardanti il futuro. In fondo era saggia. Qualcuno aveva detto che l’unica cosa di cui l’uomo è realmente in possesso è il proprio passato, ma fino a che punto?
    Ci appartiene solo ciò che riusciamo a ricordare; il resto è paragonabile al nulla dello stadio prenatale e, per  quanto bello e gratificante esso sia stato, per noi che l’abbiamo dimenticato è solo nulla.
    Eppure quelli dell’infanzia erano stati anni  veramente felici. Ne era certa, al di là degli effetti benefici che il passare del tempo può produrre sulle cose .
    Con un minimo sforzo di concentrazione, isolando il proprio animo da tutto ciò che di presente lo circonda, abbandonandosi al flusso lento delle immagini e delle sensazioni che da lontano vengono a toccare la riva della coscienza momentaneamente liberata dalle distrazioni del contingente, è possibile ricordare molto più di quanto si possa immaginare .
    Quanti particolari custodisce la memoria a nostra insaputa! Solo gli occhi del ricordo possono essere acuti come quelli dello sparviero, pensò, e quel pensiero le parve particolarmente congruente con il suo sentire, a prescindere da chiunque l’avesse formulato.
    Se solo qualche giorno prima le avessero  chiesto di raccontare la storia della sua vita, avrebbe risposto che ne aveva cancellato gran parte il tempo e ormai non era più leggibile, come avviene in certi libri logorati dagli anni e dall’incuria, in cui sono andate perdute le pagine contenenti gli snodi del racconto, le sequenze indispensabili per ricostruirne la trama complessiva. E invece si accorgeva, adesso, che molto di quanto ci pare di non poter ricordare è in realtà volutamente dimenticato, volutamente e solo momentaneamente dimenticato. La memoria involontaria, poi, ci tradisce quando meno ce l’aspettiamo e ci riporta indietro, senza che la nostra coscienza ne abbia chiara consapevolezza e sia pronta ad impedire questo precipitare dell’animo in fondo al passato.
    Ci sono momenti nella vita, tanto più numerosi quanto più numerosi sono gli anni che ci è dato vivere, in cui la strada che stiamo percorrendo si trasforma in un bivio e una scelta è d’obbligo, prima o poi, se vogliamo proseguire. Imboccare un ramo di quella immaginaria ipsilon, che simboleggia il biforcarsi continuo della  nostra esistenza umana, comporta di conseguenza la rinuncia a percorrere l’altro, con la consapevolezza che mai più si potrà tornare indietro per vedere dove ci avrebbe portato. Il prezzo da pagare per una scelta che dovesse rivelarsi sbagliata è il rimpianto.

    Un’onda più fragorosa delle altre le percosse le braccia, mentre si chinava a raccogliere una piccola pietra rossastra, e l’acqua schiumosa schizzò in una miriade di gocce salate sul suo viso accaldato.
    Il brusco ritorno al presente non fu che un trampolino di lancio verso un’altra dimensione temporale, un tuffo inaspettato nel passato più recente, sei anni, due prima di quel mattino, e in quel passato ancora la ricerca disperata della pienezza interiore e lo sconsolato disinganno.
    Altri volti, altri nomi, e dietro fisionomie diverse sempre la stessa inappagata aspirazione a quell’intima armonia che la sua mente concepiva come meta ultima del vivere e che il quotidiano, minimo e meschino, tradiva e schiacciava miseramente.
    Aveva sperimentato la finitezza di ogni cosa, anche dei sentimenti che lei stessa avrebbe giurato eterni e irripetibili, ma che alla prova del reale si erano rivelati molto meno nobili e alti del previsto. Persino il tradimento può vestirsi dei paramenti sacri della ineluttabilità.

    Guardò il mare appena increspato e le piccole onde che si rincorrevano, bianche di schiuma, fino ad accavallarsi l’una sull’altra alla riva e le parvero labbra distese in un ampio sorriso
    Il vecchio gigante ride di me e dei miei sogni - pensò – ed ha ben ragione di farlo. Da quante estati mi vede camminare sulla spiaggia, da quante mi sente ripetere i medesimi discorsi? Da quanti millenni li ascolta e non può far altro che sorridere degli uomini e delle loro illusioni?
    Allora rise anche lei, di sé stessa e di tutti e di tutto; poi decise di tornare bambina per qualche minuto, il tempo di fare un gioco antico quanto il mondo: diede un nome alla sua insoddisfazione e con una pietra affilata lo scrisse in fretta sulla sabbia, prima che un’onda più lunga delle altre lo coprisse e lo cancellasse, rifluendogli intorno in una sorta di circumambulazione apotropaica.

  • 26 gennaio 2011 alle ore 16:30
    E il cagnolino rise

    Come comincia: Sempre azzurra non può essere l’età.
    (Nomadi – Io vagabondo)

    “Tu come sei guarita dalla malattia di tuo padre?”
    Di certo volevo volare.
    Forse ero ancora bassa come un pinolo, qualche boccolo sparso pel di carota e non camminavo nemmeno, credo, ma di certo volevo volare.
    Quelle grosse mani mi stringevano fortemente per le strade dell’Olimpo. Ripide discese nuvole sdruccioli trucioli nuvole tornanti attraversamenti nuvole nuvole nuvole, mi passeggiavano qui e non qui imprimendo la stessa forza nei palmi, quasi la stessa forza nei palmi.

    Lui, detto Zeus: tutti pronti, sì?
    Lei, detta Pandora: sì..

    Ero una piccola dea o un mito. Mi muovevo con molta grazia, portavo frontini vanitosi alternati a fiocchetti ingenui, Lei mi vestiva abbinata. Ovviamente ero carina e avevo tanti peluche preferiti. 

    Io, detta Pithos (il vaso comunicante): ti ti!

    Il più preferito tra i miei preferiti era un cagnolino biancolino. Aveva l’animo gentile, il pelo corto e mi era affabilmente grato per le polpettine che avanzavo dalle lasagne. Senza di lui non dormivo mai, anzi abbaiavo, ragion per cui Loro (gli Dei maiuscoli) me lo portavano ovunque. Io non lo sapevo proprio chiamare e non ero riuscita, quindi, ad insegnargli nulla, né un Dammi la zampa né un Molla l’osso né tantomeno a spiegargli che i miei fiocchetti No.
    Non ero un pinolo molto paziente, si vede, e non lo sono diventata dopo. Per qualche strana ragione gli si era staccato l’occhio sinistro o più probabilmente ero stata io perché magari sotto sotto era un occhio verde come quello di Lei ma lui si intimidiva a mostrarlo, pensavo. Comunque mi vedeva lo stesso attraverso il bottone sutura che Lei gli aveva ricucito al posto di ed io ero sicura che così non si sarebbe mai addormentato e avrebbe vegliato costantemente su di me, specie in quelle strane notti senza le stelle, senza la luna.
    Quei due MAIUSCOLI mi tenevano a camminare tirata sulle punte sollevandomi da ogni responsabilità. Correvamo insieme per un tratto di nuvola a forma di nuvola, poi piantavano i piedi e mi spingevano nel vento.
    Profumavo borotalco. Ero una teneruria umana. Ancora non stimolavo alcuna forma d’allergia alimentare ai frutti col cuore di nocciolina. Ero felice a tratti, come può esserlo uno yo-yo e molto primaverile anche se era già estate, ricordo, perché c’erano le coccinelle.

    Loro: Volavolavola VO-LA!
    La piccola donna cannone (ma era un vaso):  TIIIII!
    Idefix: ..

    La mia euforia durava sempre troppo poco però, come quella vanità di sentirsi amati. Quelle grosse mani tenevano ancor più stretto il mio coperchio mentre ero in volo e poi, sul più bello, mi ricacciavano all’indietro.

    *

    “D’inverno le persone si coprono da sole.”
    Noi due siamo aria. E per questo ci respiriamo. Noi ci inspiriamo. Espiriamo. Sbuffiamo. Aspiriamo. Soffiamo. Come quando inaliamo aria fresca a pieni polmoni insomma. Come quando si va in montagna d’estate.
    Una volta mio padre mi aveva invitato a raccogliere un ramo. A sceglierlo tra i mille sparsi nell’erba pasticciata di muschio giallo risecco e di more e di coccinelle.
    Le coccinelle, che strani insetti. Ti camminano addosso lentamente e si trascinano dietro un ombrellone duro e rosso a pois neri. O duro e nero a pois rossi. O dipende. Ce ne sono di diversi colori e si riparano sempre dal sole. Che strani insetti. Era pieno quel giorno. O forse ero solo io, piena. Le inseguivo sulle foglie e sui sassi. Si dice che portino fortuna, quindi.
    Alto fino alla tua spalla, diceva. Dovevo misurarlo così.

    - Quale? Destra o sinistra?

    Lui rideva e non capiva che facevo solo finta di essere ancora una bambina. Si era seduto su un sasso grigio a forma di sasso grigio. Aveva scosso la testa. Aveva riso ancora. Mentre i miei occhi attenti mettevano a fuoco solo serpenti storti e marroni tra le primule selvatiche, lui aveva indossato in fretta una felpa nera sui calzoni beige corti, stretto il marsupio in vita e srotolato le calze di cotone sui polpacci. Io gli avevo teso la mia macchina fotografica Ricoh nuova di due giorni.

    - Prendi un attimo. Ecco. Guarda. Così sembri proprio un giapponese!

    Chinavo la testa e a mani giunte ripetevo Arigatò. Facevo solo finta di non essere ancora una bambina.
    Mezz’ora prima l’uomo amico insegnante mi aveva fatto pedalare lungo in marciapiede. Due metri davanti al suo cerchione anteriore. Aveva deciso dove fermarsi a riempire le borracce d’acqua fresca di fonte perché Quella è acqua incontaminata. Aveva deciso dove incatenare insieme le bici perché Se ce le rubano, poi.

    - E tienila nel tuo marsupio. Non la perdere pà. Sennò non riusciamo a tornare a casa. E niente lasagne di mammetta!

    Pandora: aiutami con le polpettine và.
    Idefix: ..
    Pandora: dico a te sai.
    Idefix: ..

    Aveva deciso che la chiave del lucchetto dovevo tenerla io. Ma soprattutto aveva deciso che avrei dovuto cercare un ramo tutto per me quel giorno.
    I suoi capelli erano ancora neri. Tutti neri. Neri come le macchie che avevo sulle ginocchia sbucciate di croste più rosse che rosa. Il grasso della catena della mountain-bike mi aveva dipinto un cuore sui polpacci. Ed io ne ero anche un po’ fiera, a dirla tutta.
    I suoi capelli erano ancora neri e la sua barba scabra aveva un riflesso rosso. Se la guardavi bene la sua barba aveva un riflesso rosso. Ecco. Le origini dei miei capelli rossi tendenti all’abboccolato. Allora è da lui che.
    La radura ai piedi della montagna spaccata pullulava di gente in braghe corte e profumo di fame e d’erba al sole. Tavoli e braci. Arrosti e schiamazzi. Avevo notato alcuni ragazzi sudaticci giocare a pallone a torso nudo. Altri rincorrersi e sputarsi l’acqua addosso. Altri ancora fare dei piccoli otto con le bici e sgommare e impennare e schiantarsi sotto le grida furiose delle loro madri. Ed io. Seguivo le spalle di mio padre. Sicure. Larghe. Davano l’impressione di fierezza come quella montagna in cui ci aspettava un nonsocosaciaspettava.
    E poi, le sue mani. Mani forti di sogni realizzati con fatica mani di libri sfogliati e studiati con ambizione mani d’amore mani forti. Le sue mani penzoloni. Che seguivo con gli occhi. Le sue mani tenaci. Che spezzavano da una verga i bastoncini secchi e le foglie venate di giallo spento e ormai senza vita. Le sue mani senza l’anello che portano tutti i padri. E che sarebbe apparso al posto giusto solo molti anni dopo. Per scelta o per forza. Perché sì.
    Lo osservavo incuriosita. Imparavo come modellare il mio futuro compagno di quel breve viaggio tutto in salita. Imparavo a guardare la mappa della zona alpina.
    Voi siete qui.
    Capito. E’ qui che siamo. Nel bollino.
    Lui insegnava. Io imparavo. Nella più naturale natura delle cose che da sempre devono andare così e non possono andare cosà.

    - Tutti pronti, sì?

    Annuivo soddisfatta. I miei occhiali tondi e celeste puffo mi regalavano un’espressione buffa ma simpatica al tempo stesso. Piccola. Furba. Una che i libri li macina tra un Topolino e l’altro. Coi capelli legati in una coda infilata nel foro posteriore di un berretto nero a pois bianchi, ero al riparo, proprio come quelle coccinelle, in tuta acetata. I lacci delle scarpe di tela ben stretti sui piedi. Lo zaino con panini e borracce ben stretto sulle spalle. Il bastone ben stretto nella mano destra.

    - Serve a consigliare ai piedi il giusto sentiero.

    La scalata era soleggiata e arrampicata e fatica. Ma dal momento in cui lui aveva appoggiato la scelta del mio bastone, di quel bastone, mi ero armata di una tale forza e coraggio che mai avrei pensato. Mai. Mi sembrava di avere trovato una terza gamba a dividere la stanchezza delle altre due. Il carico si smorzava tra loro in un tacito accordo. Una salita sola. E poi il bastone sarebbe tornato ramo da sua madre natura. Con qualche foglia in meno, certo. Con una ragione in più, però.
    Le scarpe spostavano lente la sabbia di terra bruciata dal sole, le rotture fatte a craquelé. E scricchiolavano sui sassolini grigio topo. Ogni tanto io scalciavo con forza quelli più grandi. Mi piaceva giocare a calcio. Calciavo qualsiasi cosa avesse un che di rotondo in effetti. Ora che ci penso, in vacanza noi due giocavamo spesso a pallone. Lui mi portava in un cantiere edile dove un suo amico aveva montato un campetto d’erba sintetica. C’era una squadra che si allenava lì e quando tutti i giocatori erano andati via entravo negli spogliatoi a rubare i palloni di cuoio più gonfi.

    - Facciamo a rigori?!

    Era un bravo allenatore mio padre. Lo avevo visto in pose fotografiche vestito da calciatore. E quindi così mi sembrava.
    Il cammino era lungo. Raramente incrociavamo dei turisti in discesa. Quando succedeva lo vedevo puntualmente tagliare il loro sguardo rilassato. E scambiarci dei cenni impercettibili con la testa. Contraccambiavano sempre. Lui aveva gli occhi educati. Non come i miei,  vichinghi e un po’ malati.
    Imparavo a riconoscere gli alberi utili ad orientarmi nel verde scuro e chiaro e scuro e verde pisello. Mi indicava quelli tracciati, quelli utili. Ma era facile non perdersi. Non ero certo sola.
    Ai margini del sentiero c’erano delle ripide spaventose. Fitte di alberi e fifa. Pensavo alla paura che si poteva provare a rotolarci dentro. E lo faccio ancora adesso quando costeggio degli strapiombi. Il sudore aveva preso la forma di un respiro profondo e in affanno. Tutto intorno era silenzio e attesa di arrivare. Tutto intorno era raggio di sole. Che a tratti scompariva nell’ombra di quercia o di pino o di abete o del suo berretto dei Chicago Bulls.  Affondavo il piede destro nell’erba secca e a fronde spesse. Calpestavo con il sinistro orme più grandi stampate da lui. Quanti passi pesanti erano stati qui prima di noi? Mi chiedevo. Quante coccinelle ci sono in tutto? Mi chiedevo. In quanto tempo gli alberi crescono così alti? Mi chiedevo. E quando cresco, quando cresco anch’io pà?

    - Papino, quanto manca?

    Fingevo di essere stanca perché sapevo che lui lo era. E affondavo ancora e ancora, impaziente di arrivare in cima.

    *

    “Guarda che l’estate ritorna sempre.”
    Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante.
    Si apre il sipario.
    Due posti vicini (distesa lei).

    Padre: sei stata preparata per eccellere.
    Figlia: ..

    Figlia osserva se stessa fuori dall’occhio paterno.
    Chi io?

    Padre: non avere paura. Di che hai paura? Scegli quello che vuoi. Sei libera. Sei fortunata. Potrai sempre tornare sui tuoi passi. Cambiare lavoro quando vuoi.
    Figlia: ..

    Zeus: tutti pronti, sì?
    Pandora (la femminella curiosa che libera il male sollevando il coperchio): no, non è pronta. Ci vuole più tempo! Guarda anche tu.

    Padre: la vita è fatta a stagioni. L’estate sta finendo e sulla neve non ci sono certezze, sono opportunità.
    Figlia: ..

    Pithos (il vaso comunicante mezzo scoperchiato): che ne dite di abbassarmi la fiamma?!

    Padre: che problema hai? Me lo vuoi dire? Non sono uno che non può essere detto.. Mammetta si preoccupa, dice che non vuoi più le lasagne. Perché?
    Figlia: ..

    Zeus: ma cosa sta succedendo!?
    Pandora: è colpa tua. Lo sapevo!
    Zeus: dice a te sai.
    Idefix: ..

    Figlia spunta in rassegna le risposte elaborate nei giorni precedenti.
    Non voglio farlo. Tic.
    Non posso farlo. Tic.
    Figlia osserva la macro di una coccinella in mezzo al mucchio di facce appese alla parete. I piedi ai piedi del letto ruotare. I calzini puliti di un’ora. Che li ha messi dopo l’ultima doccia bollente a sciogliere via le lacrime del suo immenso Perchè. Dopo lo specchio. Il dimagrimento palese. Gli occhi gonfi di canzoni sbagliate. Dopo il folle vento contro. E il tentativo di frenare la macchina che vuole tornare su quella spiaggia. Voltarsi. Inseguire. Cambiare strada. Cambiare finale.
    Vorrei ma non posso (fidarmi di te). Tic.

    Pithos: sto bruciando missà. C’è Speranza?
    Speranza (l’ultima a morire): cazzi tuoi.

    Padre: è come se avessimo caricato un cannone che ha paura di sparare adesso che è il suo momento. Tic.

    Figlia si abboccola tra le dita i ricci color del rame. Osserva un cagnolino biancolino a forma di cagnolino biancolino nascosto dai cuscini messi sopra il piumone.
    Dice a te sai.

    Padre: che poi, sono convinto che qualsiasi problema tu abbia puoi risolverlo da sola. Sei forte papà. E tieni presente che i problemi sentimentali sono un lusso di pochi. Le crisi.. avessi io il tempo di farmele venire.
    Figlia: ..

    Figlia sospira. Pensa a Crisi. A come sarebbe facile e stupido stringere il suo cuore di padre con sole cinque parole.

    Figlia: la verità è che..

    Nulla sarà più come prima.

    Figlia: non ho nessun problema.
    Padre: non hai nessun problema.. sei parte di una famiglia. La famiglia sta bene se tutti i suoi componenti stanno bene.
    Figlia: davvero. Io sto bene. E tu?

    Padre osserva Idefix nascosto dai cuscini messi sopra il piumone.
    Dice a te sai.

    Idefix: ..

    Nel tempo restante quei due risero. E il cagnolino rise. Ma solo per le polpettine che lei avrebbe certamente avanzato dalle lasagne.

    Madre: tutti pronti, sì?

    Due posti vicini (in piedi lui).
    Si chiude il sipario.

  • 25 gennaio 2011 alle ore 21:32
    La gabbia dei leoni

    Come comincia: Quella sera il domatore aveva come uno strano presentimento. Eppure tutto era filato liscio come al solito: i leoni erano stati pasciuti abbondantemente ed avevano provato i loro esercizi con diligenza, come se fossero riconoscenti...
    Lo spettacolo era già iniziato ed il pubblico osservava divertito le "prodezze" dei clowns, ma già un pò eccitato all'idea di ciò che sarebbe venuto dopo: il numero dellla "gabbia dei leoni".
    Il leone è un animale "nobile". Il suo corpo è possente, vigoroso ed il suo aspetto ti colpisce immediatamente per la sua bellezza e maestà. La sua ferocia t'incute certamente timore ma anche una sorta di rispetto.
    La gabbia era stata preparata ed ecco apparire in fila indiana i leoni accompagnati dai sonori schiocchi di frusta del domatore. Erano già tutti in cerchio pronti ad esibirsi obbedienti ai cenni di comando che stavano per ricevere, ma ecco che egli, il domatore, si accorge, sente che c'è qualcosa di nuovo, d'insolito, di non previsto e forse d'imprevedibile che aleggia, vibra intorno a lui: è lo sguardo di un leone non tanto giovane, uno di quelli che avevano fatto sempre il loro onesto "lavoro" senza strafare ma anche in modo affidabile e corretto. Certo non era il preferito, quello a cui si poteva concedere qualche confidenza all'apparenza pericolosa ma che suscitava nello spettatore una benefica reazione adrenalinica.
    Nulla in ogni modo poteva far presagire che quella sera quel leone avrebbe concesso al pubblico pagante un "extra" così emozionante.
    Stava ritto sul suo sgabello in una strana attesa, come se volesse far intendere che quella sera le cose sarebbero andate diversamente, che proprio non ci stava a fare l'"idiota" ancora una volta per compiacere il suo "addestratore-benefattore" e fargli fare bella figura davanti al pubblico. Il domatore però non si dimostrò sorpreso della novità ed osservò quel leone in modo anche lui strano, ma senza timore, come se volesse chiedergli qualcosa che però lui stesso non sapeva precisamente: "stai male?", "forse non hai digerito bene?", "ti senti stanco?", "avresti bisogno di più riposo?", "qualcuno ti ha trattato male?" e tuttavia sapendo che non era questo, che c'era qualcos'altro sotto.
    Che si trattasse di un bisogno di maggiore giustizia e libertà, questo al domatore non sarebbe mai passato per la mente. Egli era così abituato a vedere i leoni obbedire ad ogni suo comando, e la coscienza della sua presunta superiorità su di loro metteva fuori discussione la bontà e l'onestà del suo comportamento.
    Quella sera però quel leone proprio non ci stava e con un improvviso balzo si gettò sul povero domatore scaraventandolo a terra tra le urla della folla. Un colpo di pistola sparato da un addetto alla sicurezza lo freddò ponendo fine ai suoi giorni, ma quello per lui fu un vero "giorno da leoni".

  • 25 gennaio 2011 alle ore 12:36
    il colore del sangue

    Come comincia: Luca pedala accorciando gli ultimi minuti di un mattino d’estate, la strada è sempre quella, da sempre, sa di non aver  completato il lavoro quindi domani dovrà tornare a percorrerla, e in fondo questo non gli dispiace se non al pensiero che lei è lontana.
    Luca nemmeno più ricorda che da bambino aveva timore ad affrontare quella strada, perché, nel punto dove si restringe, abitava una famiglia di matti, i quali a volte risalivano il giardino fino alla strada e andavano a giocare sulla ghiaia, e avevano bastoni che parevano alberi, e Luca aveva paura, che perfino da adolescente inoltrato ci passava di rado, sebbene i matti non vi alloggiassero più, ed i pericoli si fossero trasformati in asfalto e la campagna è solo uno sbiadito ricordo in chi ha almeno 40 primavere da dimenticare.
    Non fa più caldo di tanti altri giorni, la strada ora conduce a un centro commerciale che giace appena fuori il grande paese. Il traffico è sempre elevato, quasi quanto la velocità delle auto e dei furgoni che però il sabato fanno solo da arredamento essendo diventata quella zona un insediamento artigianale, ma nulla si eleva quanto l’indifferenza delle persone.  A un certo punto nei pressi del grande deposito scorge in lontananza una figura distesa sull’asfalto, non pare niente di che dai centro metri che lo dividono da essa: -sarà un cartone- pensa distratto, sorpassato dalle ruote di un avvenente bionda al cellulare che lo accarezza col profumo, non solo dell’estate. -Ma quanto vado piano in bici, nemmeno riesco a starle dietro, cavolo quanto è bello!- . Nell’altra corsia, sdraiato su un fianco, non c’era un cartone o uno straccio, bensì un gatto, bellissimo, dal pelo lungo, all’apparenza senza nessun graffio. Pareva dormire, quei sonni belli che nessuno osa disturbare. Nel mentre lo guarda sfilano un paio di auto a velocità quasi moderata, evitano con cura l’ostacolo, poi passa perfino un suo ex datore di lavoro con la lambretta, ed anche lui evita che pare neppure si sia accorto di quell’ostacolo. E’ poi il turno di una coppia di ragazzi a passeggio  in bicicletta, loro con classe lo evitano passandoci di fianco,uno da una parte lei dall’altra, e arriva così un'auto che suona il clacson con rimprovero, poichè la ragazza nel suo fare si ritrova in mezzo alla strada. Luca è immobile sull’altro lato della strada, pare non voglia capire cosa è successo e soprattutto rimane inebetito da quel via e vai indifferente, ne rimane talmente coinvolto da tutta quell’indifferenza che quasi quasi riparte,una, due, tre pedalate e l’istinto lo porta a fare inversione. Ora la creatura è di fronte a lui, tutti e due immobili, mentre si susseguono automobili e passanti su due ruote. All’improvviso Luca si sveglia da quel torpore ansimante del via vai, scende dalla bicicletta e la poggia in strada a protezione della meravigliosa creatura. Si avvicina quasi con sospetto, è troppo bello il micio per credere a qualcosa di brutto, -e se lo tocco e si sveglia e mi graffia?- pensò tra se e se, ma ecco che un suono terribile di un clacson più agitato dell’autista di quel mezzo lo riporta alla realtà, il vento poi aveva smorzato le parole provenienti dal mezzo ed era risuonato nell’aria solo un …ficiente che chissà che si è portato con se quel vento di agosto così discreto nel suo soffiare…Luca ora si china ad ammirare tutta la bellezza della natura e spontaneamente accarezza sulla testa il micio, nel fare la testa si muove leggermente facendo uscire dalla bocca semichiusa, dalla quale si notano solo gli incisivi, un rigolo di sangue; un sangue di un colore bellissimo, regale, che al suo muoverlo sgorga impetuoso per finire la sua cascata sull’asfalto, caldo,ma non torrido.
    Luca non sapeva di esser capace di fare un dispetto alla morte, temeva i defunti, che perfino con suo papà fece fatica a fare una carezza come ultimo saluto,  poi l’aver vissuto la fase terminale del suo cane a tuttotondo fece nascere in lui quella serena accettazione dell’essere parte di qualcosa, di quell’energia che non muore e e si espande se tu la vivi.
    Tentò di sollevarlo facendo il più attenzione possibile, e capì subito che nella botta subita allo splendido micio si era spezzato l’osso del collo, ed era successo da pochi minuti poiché era morbido, di una morbidezza che Luca non voleva più staccarsi da lui, e a fatica lo depose sul ciglio della strada, e lo coprì con i depliant pubblicitari tolti il mattino dalla cassetta postale ed appoggiati nel cestino della bicicletta. Prima di coprirlo lo accarezzò ancora, e accarezzandolo cercava di capire se il cuore ancora battesse,dato che l’impatto con l’umanità non era successo da tanto,  quasi sperava in un repentino graffio con tanto di soffio e coda ingrossata, ma non fu così.
    Una volta coperto, il micio pareva pubblicizzare detersivi e stendini per la biancheria,il prezzo più basso recitava l’occhiello del depliant, già, il prezzo più basso giaceva su chi  aveva pagato il prezzo più alto… Oltre alla striscia di sangue che accompagnava il suo ultimo tragitto si potevano scorgere alcune gocce di sudore, e una,forse due, lacrime.
    Luca tolse la bicicletta, con fare lento, ma di una lentezza bella, non indisponente, che infatti tutte le auto passavano lente anche loro, e nessun passante a due ruote in quei pochi minuti pedalò in quegli spazi. Ora non restava che una cosa da fare, la più difficile, dolorosa.
    La villa datata che sorge a fianco del grande deposito aveva le finestre spalancate al piano di sopra e pareva sigillata da un ufficiale giudiziario al piano terra, Luca dopo aver premuto il campanello una prima volta e non aver ricevuto risposta, contrariamente alla sua indole suonò una seconda volta, e dopo qualche interminabile secondo ecco affacciarsi una signora anziana, forse 80 anni, forse di più; la signora dice qualcosa ma Luca non può sentire, il rumore della strada è infernale in quell’istante, la strada ora è pulita,perché quel sangue che l’ha verniciata è sangue pulito, e il sudore e le lacrime sono invisibili ai più. Avendo intuito che Luca non poteva sentire, la signora fa un gesto inconcepibile ma scambiato da Luca come positivo, per cui si appoggia all’ombra di un acero e aspetta. Dopo 3-4 minuti, ma forse 2, ecco arrivare una signora vestita da sabato mattina passato in casa a pulire, va incontro a Luca con fare annoiato, ma per poterlo sentire parlare deve fare tutto il sentiero che va dalla porta di casa al cancello. -Buongiorno- dice lui quasi a scusarsi di aver disturbato. –chi cerca? Sono tutti in ferie fino al 30 non trova nessuno-risponde lei con un fare poco pratico di avere relazione con il mondo esterno. - No signora è che le volevo chiedere, cioè,  io passo di qua spesso, e volevo chiederle se lei ha un gatto, tipo tigrato, ma col pelo lungo, magro tenuto bene, bellissimo e morbido- ;  -nooo- disse lei. – Guardi sarà a settanta metri da qui, se vuole lo vado prendere e glielo porto- . Sembrava che Luca non volesse staccarsi da quella creatura, come se avesse il timore che qualcuno potesse fargli ancora del male. – Vado a prendere un qualcosa per metterlo dentro e arrivo- esclamò la signora improvvisamente distaccata, in fondo non aveva ancora realizzato, e Luca pensò che lei in cuor suo sperasse che la creatura distesa su un fianco sul ciglio di una strada in un mattino di fine estate non fosse la sua. Dopo qualche minuto la signora arrivò con uno scatolone e un paio di guanti di gomma neri, uscì sulla strada e tutti e due si incamminarono verso la sagoma distesa,il vento aveva sollevato un depliant e arrivati a circa 20 metri lei esclamò!  -E' lui,è il mio- . Luca immediatamente le prese la scatola dalle mani e si avviò con passo veloce, quasi a voler non far vedere alla signora, ma una volta arrivato lì non potè fare a meno ancora una volta di accarezzarlo. -Che senso ha accarezzare una creatura senza vita?- si chiedeva tra se e se, -e se non è morto?- proferì la signora con una lucidità folle. –Non so, se vuole lo porto dal veterinario-, -posso toccarlo? Chiese la signora a Luca,quasi come se fosse lui il proprietario di cotanta bellezza. –Certo,è morbido morbido accennò lui sorridendo-, - è successo da poco- disse lei, - sa cosa faccio lo tengo qui dentro un paio d’ore prima di seppellirlo, che magari si sveglia, sa ne ho tre di gatti, ero arrivata ad averne dieci, li abbandonano qui nel deposito, li trovo in mezzo a tutto il materiale, una volta mi lasciarono anche sei cuccioli di cane, che ora son rimasti in due- .Aveva bisogno di parlare, non aveva ancora bene realizzato,ma il suo dispiacere era dignitoso, da chi ama gli animali, e li lascia liberi di scegliersi il proprio destino. In fondo l’attaccamento è solo egoismo e incapacità di accettare la vita…..-E’ stato molto gentile,non so come ringraziarla- -mi faccia un bel sorriso signora, magari non adesso,ma quando passerò davanti al suo cancello, passo spesso di qua,si vede che dovrò recuperare per tutte le volte che da bambino evitavo-. La signora, con lo sguardo perso dentro lo scatolone immobile, forse nemmeno sente ciò che Luca dice, ma accenna un sorriso al saluto di lui, che sale in sella e accompagnato da qualche lacrima si allontana da quella chiazza di asfalto, morbida, morbida, rosso porpora.

  • 25 gennaio 2011 alle ore 9:46
    COLORI E CUCINA

    Come comincia: COLORI E CUCINA 

    Un cinguettio interrompeva il sonno di Tom, costretto da un raggio di sole a voltarsi ed a spegnere la sveglia che segnava le 7.30 del 25 giugno 2011.
    Asia, giaceva accanto a lui, emanava un calore che avrebbe trattenuto Tom per altri 10 minuti accanto a lei ma, lui dopo aver accarezzato il roseo viso dell’amata, distendeva le membra intorpidite e si dirigeva verso il bagno.
    Passava velocemente in cucina per accendere il caffè, che Asia aveva accuratamente preparato la sera prima, e mentre attendeva quell’aroma, si radeva e si cospargeva il volto di profumo. Fulmineo si vestiva, Tom era restio ad usare l’abbigliamento classico, dava un bacio alla moglie che, sentendo il caffè proveniente dalla cucina, si era levata e sorseggiando quel liquido marroncino, si era precipitata ad imprimere sulla nuova tela una pennellata di colore, quella che meglio esprimeva le sue sensazioni in quell’atmosfera del primo mese di matrimonio.
    Alle ore 8.00, Tom aveva raggiunto l’azienda, di cui era titolare, e si approssimava alla sua scrivania, collocata in fondo ad uno scuro corridoio che trovava una via di fuga in una finestra.
    Egli avviava il computer e sul desktop appariva una macchia di colore, una firma anagrammata, che lo trasportava nostalgicamente da Asia. Avrebbe rivisto quella bellezza all’imbrunire quando lei gli avrebbe esibito la sua opera d’arte del giorno, “il trionfo dei colori”.
    Tom non era a conoscenza della romantica cena che lo attendeva e dell’impegno con il quale Asia si animava per dare il meglio di sé in cucina, ambiente in cui non si districava bene a differenza di Tom.
    L’acuta artista abbinava ad ogni ricetta un colore in modo tale da non distogliere l’attenzione dalle due forme espressive: artistica e quella culinaria.
    La cucina era diventata un laboratorio di idee: ogni ingrediente ispirava un colore che la mente di Asia trasponeva sulla tela e lentamente prendeva forma il capolavoro con il quale Asia voleva rappresentare la celebrazione della loro unione.
    L’amato ignorava di ricevere in quel giorno un tale dono ma, secondo Asia nessuno meglio di lui poteva apprezzare quella composizione frutto dell’amore che li univa .
    L’assenza di Tom non si avvertiva in quella cucina dove ogni piccolo particolare era stato, da lui, ingegnosamente predisposto e ad Asia bastava guardare un singolo oggetto per dare colore alla sua espressività.
    La sera arrivò e alle 19,30 Tom riabbracciò Asia che ricevette una rosa rossa.
    KATIA CATALANO