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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 27 maggio 2011 alle ore 18:43
    Antibiotici

    Come comincia: Ogni anno, di questi tempi, quando l’influenza ha quasi esaurito la sua virulenza e lo spaurito ceppo di virus scappa via per andarsene chissà dove, passa sempre prima da me facendo scattare in avanti di un numero l’imponente tabellone delle sue vittime.
    Così, dopo essermi fatto forte e aver deriso i miei amici e i miei colleghi per mesi, ora vado dicendo che ho un bel po’ di cose da fare a casa prendendomi la mia opportuna settimana di malattia.
    La cosa che più mi preoccupa è che io a tavola non riesco a mangiare neanche il brodino senza il mio sacrosanto bicchiere di vino rosso, preferibilmente Manduria o Nero d’Avola, e si sa che per affrontare i maledetti sintomi, delle famigerate influenze invernali, come minimo devi prendere tre antibiotici da un grammo al giorno (ogni otto ore).
    Voi direte: embè? Embè lo so io, embè!
    Due di queste capsule coincidono quasi con i miei pasti e vanno sempre a scontrarsi con il nettare!
    Ogni anno è la stessa storia… anziché combattere i sintomi influenzali mi ritrovo a combattere le strane chiazze rosso vivo che mi ricoprono il corpo, anche alquanto pruriginose.
    Mia madre, ignorando la reazione chimica, ha avuto la brillante idea di parlare dei miei sintomi alla Signora Antonietta del terzo piano che, avendo anch’ella due bimbi a letto con sintomi influenzali, è scesa per verificare le differenze con il mio stato di salute. Niente da fare!
    Dal letto, con voce autoritaria, ho chiaramente fatto intendere di non poterla ricevere.
    Se i suoi piccoli avessero contratto un ceppo differente? E se non si trattasse degli stessi sintomi o della stessa diagnosi? I medici si sa possono sbagliare, eccome! E poi loro viaggiano parecchio. Ora che mi sento leggermente meglio ed il prurito sta diminuendo dovrei ricominciare daccapo? No, grazie!
    Conosco la signora Antonietta da quando ero bambino ma questa volta ho dovuto fare il cuore duro rimandandola al terzo piano un po’ stupita, quasi perplessa, con il capo disapprovante ed in pantofole.
    Tra l’altro, non accettando la visita della signora Antonietta, ho poi dovuto rifiutare anche quella della signora Maria, mia vicina di casa da sempre nonché madrina di battesimo di mia figlia. Questo per non far torto a nessuno delle due.
    La cucina della signora Maria confina con il mio bagno e, dal mio rifiuto alla sua visita di cortesia, noto sempre qualcuno di guardia a spiare, da un filo di finestra aperta, con un piccolo binocolo militare in mano.
    Nei condomini, e nelle piccole città di provincia, le voci si sa corrono più del vento e tante volte vengono distorte e travisate. Qualcuno ha insinuato, qualche d’un altro ha esagerato, altri hanno voluto giocarci, fatto sta che oramai in giro si dice che circola una malattia terribile nel palazzo di cui io sarei la prima vittima e che questa malattia trasforma letteralmente in mostri, stranissimi mostri che, per loro stesso ribrezzo, non vogliono mostrarsi.
    Ieri sera nel palazzo vi è stato un via vai continuo di gente che saliva e scendeva le scale accorsi dai quartieri vicini. Alcuni, con le torce, si limitavano a mettere gli occhiali, avvicinare il capo e memorizzare il nome sulla porta, altri hanno avuto la faccia tosta di bussare, ma mia madre non ha aperto a nessuno.
    Stamani, quinto giorno di via Crucis, si sono inventati di tutto per poter entrare: il postino con un pacco urgente da firmare, gli ascensoristi, i Vigili del fuoco per un ipotetico incendio, addirittura la Guardia di Finanza per non so quale articolo violato in tema tributario ed una vincita non ritirata dal mio tabaccaio all’angolo.
    Ho sentito che è stato ripristinato il vecchio senso unico della mia strada per la moltitudine di auto che arrivano in continuazione e che è stata sospesa la festa rionale tanto attesa, quella a cui non ho mai mancato in tutti questi anni.
    Non so proprio come ne uscirò ora da questa situazione. Mi hanno comunicato che alcuni pullman parcheggiati in piazza hanno targa Svizzera ed altri sono attesi in serata dalla Francia e dal Principato di Monaco. Gli Amministratori locali sono sommersi di richieste di visite da parte di svariati istituti di ricerca sia pubblici che privati, e dalla Cina sopratutto.
    Il Sindaco ha inviato un esperto in malattie endemiche e tropicali che, con una stranissima mascherina con aeratore tipo sub, camice bianco e guanti, continua a bussare fortemente alla mia povera porta all’interno 6.
    Mia figlia, a cui ho confidato la cosa, distesa sul divano si contorce continuamente dal ridere a crepapelle alternando le risate con la tosse che gli esce dagli occhi e, per riflessi incondizionati, sbatte di continuo un tallone a terra facendo rimbombare il soffitto dell’anziana signora Giuseppina, quella sotto di noi, che sento da quassù recitare continue preghiere a Padre Pio e Sant’Antonio ad alta voce.
    Mia mamma ha acceso dei ceri in casa che emanano quella puzza oleosa a cui io sono anche allergico e che mi aumentano il prurito. Al telefono e alla porta suonano ininterrottamente. Ho lanciato uno scarpone al povero Achille (il mio gatto) che trovando tutte le porte chiuse ha iniziato a fare la pipì anche sul tappeto e nel corridoio.
    Ora sento il fortissimo ed inconfondibile rumore roteante delle pale di un elicottero che sorvola in circolo abbastanza basso questo palazzo. Dalle fessure delle tapparelle vedo qualcuno che si sporge dal velivolo e dice qualcosa da un megafono tipo nei film, ma non si capisce bene cosa ho colto solo: …rgenza, …acuazione, …idemia!
    Non so appena entreranno, ora che stanno buttando giù la porta tra le forti grida di spavento di tutti, se riuscirò a spiegarmi.

  • 24 maggio 2011 alle ore 18:57
    Il mio fantasma

    Come comincia: Dove abito v’è un fantasma che mi segue dappertutto.

    L’ho trovato già qua quando ho traslocato quindi non appartiene alla mia famiglia, né ai miei avi; insomma non è mio.

    Spesso tengo aperta la porta d’ingresso e tutti i balconi sperando che, come un uccellino casualmente volato in casa, possa ritrovare la sua strada, il suo albero genealogico, il suo ambiente naturale. Niente! Mi ritrovo sempre questa scia, neanche tanto luminosa, che mi gira intorno ovunque io mi sposti all’interno dell’appartamento. A volte assume una forma sferica della grandezza di una pallina da golf e in più d’una circostanza, questa luminescenza, è rimasta impressa sulle foto scattate con la mia digital camera.

    Non so proprio come fare. No, non per paura. Oramai, dopo anni, gli parlo come ad un qualsiasi conoscente o collega anche se a me i tipi invadenti ed appiccicosi non sono mai piaciuti. I fantasmi, si sa, non possono nuocere agli esseri viventi in quanto non hanno il potere, essendo solo anima-energia, di muovere o di interferire in alcun modo con gli oggetti, con la materia. Quindi non possono aggredire fisicamente ma solo mostrarsi alla vista e alle nostre percezioni sensoriali.

    Me lo ritrovo in bagno, dietro la sedia quando lavoro al computer e sempre nel corridoio quando mi sposto da una stanza all’altra. L’ho notato persino ai piedi del televisore, quando da solo in casa seguivo una partita della Nazionale di calcio. Un fantasma sportivo? Mah…

    A volte, quando la sua presenza è forte alle mie spalle, mi volto di scatto, ma riesco a cogliere solo l’ultima parte della scia del suo essere con la coda dell’occhio. E’ chiaro che hanno escogitato un sistema di spostamento più veloce del nostro.

    Più d’una volta m’é capitato di rivolgermi a “lui” con voce decisa e tono abbastanza alto, rimproverandolo di questo o di quell’altro finanche offendendolo, tentando, in questo modo di litigare e sperando, nel caso fosse stato permaloso, che mi avrebbe lasciato in pace. Ho anche provato a fare un patto pensando che la sua presenza debba avere un senso e che i fantasmi debbano pur possedere una qualche magia, un dono, insomma una possibilità sovrannaturale, no? Versando io in precarie condizioni economiche e dovendo affrontare tutte queste spese compreso l’affitto, gli ho proposto più d’una volta di farmi apparire, in qualsiasi modo egli scegliesse, una qualsiasi banconota in un posto a caso di quest’appartamento che lui conosce benissimo! Oppure fare in modo ch’io, con una cartomoneta in mano, ad occhi chiusi con un secco schiocco delle dita ne potessi ricavare due. Cosa pure abbastanza semplice e probabile visto che due stampi freschi di queste durante l’olografia possono, eccome, rimanere naturalmente attaccati.

    In tal caso non avrei detto niente a nessuno e nessuno mai avrebbe saputo. Per altro io, versando in situazione economica migliore, sarei stato molto più tollerante. Invece niente, niente di niente! Mai un euro o che ne so numeri lasciati da qualche parte su una parete o su un foglio a caso. Ne ho tanti sparsi per la camera! D’altronde “lui” abita e vive con me e, anche se non consuma niente, occupa il mio stesso spazio dando anche parecchio fastidio.

    Qualche volta ancora sobbalzo pensando siano i ladri, ma poi mi tranquillizzo riconoscendo il suo alone sostare dietro la porta.

    Molte volte faccio finta di non vederlo, di non notare le pirouette, le sue acrobazie e canto sempre di storie terrene, quando faccio la doccia o il bagno, ma poi devo soccombere, con le tenue luci della sera, davanti all’evidenza. Non posso neanche più ascoltare in santa pace la mia musica preferita: l’ambient, né la classica, in quanto queste atmosfere accentuano i suoi fenomeni luminescenti e la sua agitazione.

    Ne ho parlato anche al proprietario dell’appartamento prevedendo ottimisticamente di persuaderlo ad ottenere una cospicua riduzione del canone. Non v’è stato verso! Tra le sue innumerevoli stupide risate non faceva altro che dire: “Roba da non credere”, il furbetto, negandomi alla fine lo sconto.

    Ho infine anche parlato a “lui”, il fantasma, di questo scritto e del fatto che sarà sicuramente pubblicato rendendolo ridicolo agli occhi del mondo ma, non so esattamente dov’era al momento della comunicazione.

    Debbo per il momento sopportare continuando a lanciargli oggetti dal divano e a pensare seriamente di traslocare, quanto prima possibile, da quest’appartamento.

  • 22 maggio 2011 alle ore 0:59
    Se morissi domani

    Come comincia: Niente andava bene, e spesso, il ragazzo di cui vi parlerò ripeteva questa frase: " Scommetto tutto quello che ho che se io morissi domani a nessuno dispiacerebbe".
    Viveva in una casa da sogno, dove aveva tutto ciò che desiderava, compresa la servitù che lo riveriva in tutto e per tutto, forse proprio questo agio lo aveva reso consapevole della sua fortuna e per questo era sempre gentile e disponibile con tutti, come se dovesse sdebitarsi.
    Entrambi i genitori erano sempre via per lavoro, quindi passava gran parte del suo tempo da solo in camera a scrivere bellissime poesie e racconti, che però nessuno leggeva.
    La sua grande timidezza aveva fatto si che non avesse amici veri, ma solo conoscenze, e quando si è quasi maggiorenni e non si hanno amici l'unica compagna che si può avere è la solitudine.
    La sera era il periodo più duro della giornata, perché, come diceva anche Foscolo, porta alla mente emozioni che si possono collegare alla pace, ma anche alla morte, in quel periodo della giornata questo ragazzo scriveva tantissimo, senza fermarsi fino a che non si addormentava sul foglio. Era ormai un po' di tempo che scriveva riguardo alla sua voglia di vedere la rezione delle persone a lui care nel caso in cui morisse, stava diventando un'ossessione, voleva vedere chi avrebbe pianto per lui.
    Una sera stava per finire l'ennesimo racconto sull'argomento quando senti una delle cameriere piangere a dirotto nella sala adiacente alla sua, la camera da pranzo, corse per vedere l'accaduto e trovò la donna con la testa chinata sul tavolo mentre singhiozzava, gli chiese cosa aveva ma non ebbe risposta, notò sul tavolo un giornale aperto e quando lesse il titolo dell'articolo che la donna stava leggendo gli si gelò il sangue nelle vene, parlava del figlio di due noti personaggi della città morto suicida, e dalla foto non c'erano dubbi, era lui!
    Dopo i primi istanti di sconforto capi cosa stava succedendo, il suo desiderio si era avverato, lui era morto e poteva vedere la rezione delle altre persone, gli altri non lo vedevano ma lui girava per la città e per i pochi luoghi che lui frequentava, a scuola c'era una mazzo di fiori sul suo banco e tutta la classe era in lacrime mentre la professoressa lo stava ricordando con parole commoventi.
    Tutto ciò che vedeva non gli piaceva per niente, era incredibile ma ora che aveva esaudito il suo desiderio voleva tornare indietro, voleva che tutta quella gente la smettesse di soffrire, i suoi genitori erano l'ombra delle persone di successo che erano, e da tempo non usciva più di casa.
    Al suo funerale partecipò tutta la città commossa, e la ragazza per cui era infatuato si stava consolando tra le braccia di un altro, era disperato, stava iniziando a credere che non avrebbe più avuto contatti con le persone a lui care quando ebbe un'illuminazione, tornò a casa e buttò via tutti i racconti vecchi ed iniziò a scriverne di nuovi, che parlavano di vita, di allegria e di rinascita, ma neanche questo tentativo ebbe successo.
    Aveva perso tutte le speranze quando volle fare un ultimo tentativo, recuperò il suo racconto mai finito, che parlava di un ragazzo che vedeva la sua famiglia disperarsi dopo la sua morte, e cambiò il finale mettendoci tante lacrime ed impegno che si addormentò profondamente.
    Lo risvegliò la madre che con indifferenza gli diceva che doveva muoversi perché avrebbe dovuto andare a scuola accompagnato dal padre, era il ragazzo più felice del mondo, e capi che non bisogna desiderare la morte, ma impegnarsi per rendere la vita meravigliosa.

  • 22 maggio 2011 alle ore 0:56
    Se il matto parla alla luna

    Come comincia: Non gli sembrava vero, aveva tutto quello che poteva desiderare, possedeva soldi, automobili di lusso, faceva una bella vita ed era sempre stato invidiato da tutti, ma ora era diverso, anche se da un certo punto di vista... migliore.
    Paolo era un uomo giunto, come si suol dire, "nel mezzo del cammin di nostra vita", quindi era un uomo di mezza età, come detto viveva nell'agio e non aveva nessun problema, anzi uno si ma per lui non era tale: Paolo giudicava le persone ancora prima di conoscerle, a lui bastava vedere l'apparenza per dare un giudizio che difficilmente cambiava, a chi gli faceva notare questo suo comportamento lui rispondeva: "Le apparenze non ingannano". Per lui tutti gli extra-comunitari erano ladri, chi non la pensava come lui stupido e chi si comportava in modo strano, per i suoi standard, era matto, ecco lui si vantava di conoscere più matti di tutti, e diceva che non meritavano rispetto perché non sono come noi.
    Qualcosa, però, stava per cambiare, tutto ebbe inizio un paio di settimane fa, era un normale giorno lavorativo e Paolo si stava recando in ufficio pronto ad un'altra giornata fatta di pratiche e scartoffie da firmare, una volta sul posto di lavoro incontrò una ragazza che era stata appena assunta, da subito questa ragazza lo stregò, aveva qualcosa di strano, di particolare che attirava la sua attenzione, ma lui non poteva distrarsi, non era concepibile, quindi tornò con la testa bassa sul computer. Durante la pausa pranzo la ragazza gli si avvicinò, si chiamava Luisa e disse che aveva un compito da fare, ed aveva scelto lui per portarlo a termine, Paolo subito pensò: "Ecco un'altra fuori di testa", non diede troppa importanza all'episodio e tornò al lavoro. Finita la giornata lavorativa Laura gli si avvicina e, come per magia, lo prese per mano e lo portò alla sua auto, lo fece accomodare e parti, senza che Paolo facesse la benchè minima protesta. Lui non capiva come fosse successo, non era accettabile questo episodio, si fece coraggio e le chiese: "Dove stiamo andando?", nessuna risposta, aspettò un attimo poi riprese: "Guarda che chiamo la polizia, esigo una spiegazione", nemmeno questa minaccia ebbe l'effetto sperato, allora trattenne la rabbia e si rassegnò a questo viaggio misterioso. Il tragitto era talmente lungo che l'uomo si addormentò e fece un sogno:sognò di scendere dalla macchina e di sedersi su di una panchina, era salito in collina e da li si vedeva tutta la città, si girò e non vide nessuna macchina e tanto meno nessuna Luisa, trasse un sospiro si sollievo e si rilassò, e fu allora che la vide:enorme, piena, splendente, la luna, si sorprese di fronte a tanta banale bellezza ma ne rimase incantato, non voleva più andarsene, era troppo bella per non restare li a guardarla... per sempre, ma si svegliò, era seduto su di una panchina sotto casa sua, e di Luisa nessuna traccia. Sali' in casa e litigò con la moglie che lo credeva ubriaco avendolo visto dormire su di una panchina, Paolo quasi non la sentiva, era sconvolto, non riusciva a capacitarsi dell'accaduto, andò a dormire ma non prese sonno ed il giorno dopo andò al lavoro ma con il pensiero fisso di ciò che avrebbe fatto dopo, sul lavoro non incontrò Luisa, chiese di lei e gli dissero che era a casa in malattia, finita la giornata lavorativa sali in macchina e andò sulla collina del sogno, la conosceva bene, si sedette sulla panchina senza nemmeno accorgersi che una suo collega, incuriosito dallo strano comportamento di Paolo sul lavoro, lo aveva seguito e lo stava spiando, aspettò la sera e la luna tornò, bella come nel sogno e Paolo si ritrovò addirittura a parlarle, sfogando i suoi problemi quotidiani, perché una creatura cosi bella non poteva che risolverli. Dopo alcune ore tornò a casa ed ebbe l'ennesimo litigio con la moglie che pensava ad un esaurimento nervoso dovuto al troppo lavoro, il collega di Paolo le aveva detto tutto, come sempre lui non le diede troppa attenzione ed ogni sera tornava sulla collina per parlare con la luna, l'unica che davvero lo capiva, la moglie lo lasciò ed il capo, su consiglio del collega spione, prima lo mise in ferie e poi lo licenziò usando come scusa quella dei suoi frequenti ritardo mattutini dovuti alle notti passate in bianco.
    Paolo era disperato, aveva perso tutto, ma ogni sera era li, a sfogarsi con la luna, una sera mentre stava piangendo e le stava urlando dietro di tutto, senti una macchina avvicinarsi, dalla macchina scese Luisa che si avvicinò, gli chiese di sedersi sulla panchina e disse: " Paolo adesso svegliati, il mio compito è terminato, tu avevi tutto ed ora hai toccato il fondo anche per colpa del giudizio della gente, impara da tutto questo, impara a guardare le persone con gli occhi di un bambino, non giudicarle per il colore della pelle o per ciò che dicono, ma giudicale per ciò che sono, e ricorda che nella tua vita non esiste solo il lavoro, hai una moglie che ti ama ma se continui a trascurarla... beh hai visto cosa accadrà. Arrivederci Paolo".
    Si svegliò di soprassalto, era matido di sudore nel suo letto ma aveva chiaro in testa ciò che doveva fare, nei giorni successivi dedicò tutto se stesso alla moglie e la portò a fare un breve viaggio, poi diede le dimissioni al lavoro e ne trovò un altro presso un'associazione che lavora che le persone affette da disturbi mentali, si affezionò particolarmente ad una ragazza di nome Luisa che sovente parla da sola con lo sguardo rivolto fuori dalla finestra.
    Paolo ora non vive più nel lusso, ma giudica le persone solo dopo averle conosciute a fondo, ed è felice perché sa che un matto quando parla alla luna è solo un Leopardi incompreso.

  • 16 maggio 2011 alle ore 10:41
    Ah, bene bene!

    Come comincia: La notte del mio ventunesimo compleanno, intorno alle due, minuto più minuto meno, ho ucciso i miei genitori.
    Devo dire che nel progetto avevo scartato ogni modalità che implicasse brutalità e truculenza, infatti, per quello che dovevo fare, ho scelto la via più semplice, precisa e quasi indolore: il monossido di carbonio, praticamente il gas di città.
    Nella parete divisoria tra la camera matrimoniale e lo studio c’è un buchetto, appena al di sopra del battiscopa, dove passa il filo dell’antenna parabolica della televisione. Ho tagliato il filo e ho inserito nel buchetto un tubicino di metallo, dal quale ho fatto partire un flessibile di gomma, che ho collegato con la valvola del gas. Dopo essermi accertato, verso l’una e mezza, che i due fossero ormai preda di un sonno profondo e che tutte le finestre fossero sbarrate (mio padre, dopo una rapina in una villa vicino casa, si prende cura ossessivamente, tutte le sere, di sprangare ogni possibile accesso al nostro appartamento), ho aperto la valvola e sono uscito.

    Con la macchina ho raggiunto il Club del Pino. È una discoteca, a cinque chilometri da casa, dove ci lavora una ragazza che conosco. Fa la cubista, si chiama Irma. In quell’ambiente la chiamano Irma la Rapida, per via del suo privilegiare il sesso veloce, senza fronzoli, strascichi e coinvolgimenti emotivi. Spesso mi ha fatto parte di queste sue avventure amorose, con narrazioni ironiche e, talvolta, esilaranti. Famose sono le sveltine di Irma la Rapida con partner sconosciuti eseguite nei posti più impensati. Sennonché, all’improvviso, senza preavvisi, è incappata nell’innamoramento. Una bomba devastante per una come lei, che mai aveva avuto esperienze sentimentali di quel tipo.
    Appena mi ha visto, mi ha fatto capire di aspettare che finisse la prestazione sul cubo, difatti, terminato il numero, è venuta da me a bere un drink al banco.
    Voleva parlarmi di questo suo amore travolgente, anzi concitatamente ne parlava con gli occhi lucidi e pieni di passione, ma io dovevo giocare di intuito, perché perdevo un sacco di parole a causa della musica assordante.
    Se non ho capito male, si era innamorata alla follia di uno che scrive poesie, uno bello, delicato, bruno, che pare somigli a Garcia Lorca. Ho pensato: “Ma questa che ne sa di Garcia Lorca?” Boh.
    “Un amore, meraviglioso e terribile, che non mi dà pace.” Ha detto.
    Quest’uomo è disabile e sta sulla sedia a rotelle, non ho capito se provvisoriamente o definitivamente.

    Ho lasciato il locale che potevano essere le cinque del mattino. Quando ho aperto l’uscio di casa ho immediatamente sentito l’acre odore del gas, per fortuna ho avuto l’accortezza di non aprire l’interruttore della luce, un corto circuito avrebbe causato un’esplosione e fatto saltare l’intero palazzo. Di corsa ho aperto tutte le finestre e i balconi. La luce dell’alba era fioca, ma sufficiente per accertarmi che tutto fosse andato nel verso giusto, come avevo progettato. Mia madre era riversa sul letto, coi piedi a terra però, si vede che aveva tentato di alzarsi per raggiungere la finestra, ma non ce l’aveva fatta.
    Ho cercato tutti i suoi pochi gioielli e un orologio d’oro di mio padre, (ricevuto in dono dai suoi vecchi, quando si era brillantemente laureato) e ho sotterrato il malloppo (raccolto in una busta di plastica) nel vaso grande del ficus, che si trova nello studio. Deliberatamente ho lasciato cadere sul tappeto del salotto un anellino di mia madre per suggerire agli inquirenti una disattenzione dei rapinatori per la fretta di scappare. Una bella idea!
    È ovvio che ho aperto tutti i cassetti e rimosso i contenuti, creando una scenografica confusione. Ho usato guanti trasparenti di plastica, quelli dei supermercati, che ho stretto ai polsi con un elastico, e ho condotto le operazioni con calma e accortezza. Non ho cancellato le impronte sulle maniglie delle finestre e dei balconi che avevo aperto, perché sarebbe apparso naturale che io, rientrando a casa, li avrei spalancati, mentre i ladri per fare le loro cose avrebbero usato autorespiratori.

    La mattina seguente, sotto il palazzo, c’era molta gente convenuta per il funerale e c’era una gran quantità di cuscini e corone di fiori che riempivano tutto l’androne e parte delle scale. Tra le corone, la più elegante, boccioli di rose rosse, era decisamente quella dei colleghi dell’università (mio padre e mia madre erano entrambi docenti di Urbanistica presso la facoltà di Architettura).
    Le persone che stavano là, sotto il palazzo, uno alla volta, sono venute ad abbracciarmi e a dirmi parole di cordoglio. A un certo punto è arrivata la signora Marisa. La signora Marisa, una cara amica della mamma, è da sempre l’oggetto delle mie fantasie onanistiche. Mi ha abbracciato e mi ha sussurrato in un orecchio: “Se hai bisogno di me, del mio corpo, chiamami, chiamami quando vuoi!”
    Ho avvertito il tepore del suo petto generoso come un’immersione in un liquido amniotico, che mi accoglieva e dove potevo, in quei pochi secondi, naufragare dolcemente.
    Ma quelle parole sussurrate avevano prodotto un’erezione formidabile. Non mi era mai accaduto niente di paragonabile, mai un’erezione così granitica e vistosa. Ho pensato che, se in quel giorno avessi indossato le mutandine a slip, sarebbe rimasta compressa e segreta, invece avevo le mutande larghe a calzoncini e davanti, inequivocabilmente, c’era questa cosa oscena, alla vista di tutti. Si è avvicinato Amintore, un mio vecchio compagno di scuola, e, allarmatissimo, ha detto:”Dario, ma che hai combinato? Sembra una bandiera. Stai attento che ti guardano!”
    “Lo so, ma non posso farci niente”.
    Durante il tragitto del corteo funebre, l’erezione non dava segni di cedimento. Ho riflettuto che se non pensavo a Marisa e riempivo la mente con altri temi, avrei potuto avere qualche buon risultato, così mi sono interrogato sui motivi del mio delitto. Perché avevo ucciso? I miei genitori erano persone gentili, non ho mai assistito a una lite fra loro, si parlavano con grande garbo e rispetto e spesso scherzavano e ridevano. Mia madre con me qualche volta era petulante: la maglia di lana, prudenza nel contrarre amicizie, non frequentare le donnacce, insomma le solite raccomandazioni delle mamme, ma mi adorava. Anche mio padre mi amava ed era molto orgoglioso dei miei successi scolastici. Il sabato mi dava un po’ di soldi e diceva sempre: “Ti bastano? Dimmelo francamente se non ti bastano. Non voglio che tu faccia brutte figure con gli amici.”
    “No, papà, mi bastano, stai tranquillo. Lo sai che non ho grandi vizi”
    “Lo so, e questo mi fa piacere.”
    Allora, perché li avevo uccisi? Non lo sapevo. Non lo ricordavo.
    Intanto l’erezione non era scesa di un millimetro e la faccenda restava problematica, anche perchè il pensiero di Marisa prepotentemente riaffiorava. Quando arrivo a casa la chiamo, pensai. “ Marisa, venga subito, è importante, la prego.”
    Ho anche immaginato di poterle suggerire una scusa da dire al marito: “Voglio portare un po’ di brodo a quel povero ragazzo, non avrà mangiato niente.”
    Appena, però, aprii l’uscio di casa, l’erezione scomparve e anche l’idea di chiamare Marisa si appannò.
    Decisi di farmi una doccia, ma, passando davanti alla porta della camera matrimoniale, vidi dalla fessura un filo di luce. Aprii e, difatti, stavano là, tutti e due.
    Mio padre leggeva il giornale in poltrona, mia madre invece era intenta ad arrotolare le fasce dei cuscini e delle corone. Ne faceva piccoli cilindri e con grazia li riponeva in uno scatolone.
    “Mamma, – dissi – ma che fai? Ti pare il caso di conservare ‘sta roba?”
    Mio padre alzò lo sguardo dal giornale e sorridendo, disse: “Tua madre è una sentimentale.”
    ”Ma che c’entra sentimentale, mi sembra giusto conservare queste testimonianze, sono prove di affetto, di stima, di solidarietà. Siete voi ad essere degli ingrati.”
    “Mamma, ho un forte mal di schiena”
    “Tesoro, mi dispiace. Cinque minuti, finisco qui e ti faccio un bel massaggino, vedrai che ti passa.”
    A questo punto mi sono svegliato.

    Mi sono svegliato col mal di schiena e col peso dei miei settantasei anni.
    Il sogno che avevo fatto era strano e subito mi ha messo in uno stato di agitazione e di angoscia. Avevo sognato la giovinezza, il desiderio, ma da quale coagulo criminale della mente era venuta la rappresentazione di un delitto così atroce? A parte qualche discrepanza e incongruenza, per esempio: la latitanza di un sentimento anche minimo di colpevolezza, con i relativi simboli punitivi, quali la polizia, l’indagine giudiziaria, eccetera, il sogno si era dipanato come un film, con alle spalle una sceneggiatura rigorosa, una sceneggiatura che avesse privilegiato la consequenzialità realistica della narrazione, piuttosto che la precognizione surreale, tipica dei sogni. Questo mi apparve veramente inquietante.
    Erano le cinque e quaranta. Di solito, a quell’ora, col mouse e il programma Paint del computer, facevo il lavoro giornaliero per il mio blog delle “pittate”, ma non mi andava. Mi sembrava che ci fosse stata un’invasione di campo, che un fiume nero fosse straripato e avesse inondato tutto lo spazio dell’immaginazione. Decisi di uscire da casa.
    Attraversai a piedi l’Aurelia. Passando davanti alle Naiadi, l’albergo dove Bassani aveva scritto gli ultimi capitoli dei Finzi Contini, salutai, in cuor mio, il maestro con residuale deferenza e andai dritto dritto al vecchio porticciolo.
    Questo è un luogo che, specialmente d’estate nelle prime ore del giorno, risponde a una domanda di bellezza:la luce scintillante sull’acqua, macchie vibranti di oro zecchino sulle barche da paranza, sui motoscafi, sui piccoli gozzi con le reti arancione ammucchiate come covoni. Mi piace l’aria pulita del mattino e questa luce millenaria, pura, non ancora complice delle prassi nevrasteniche della vita.
    In silenzio i pescatori selezionavano il pescato della notte e preparavano le cassette per gli alberghi, lavoravano con una gestualità calma e precisa, quasi un rituale di antiche attitudini umane. Tra loro ho visto Duilio, uno che conosco, un tipo simpatico che sorride senza l’inibizione di mostrare i suoi tre denti ingialliti dal fumo. Mi ha salutato alzando un braccio.
    “Dotto’ vi state facendo una passeggiatina col freso? E fate bene, perché più tardi arriva l’afa peggio di ieri.”
    Duilio non s’era mai sbagliato nelle previsioni del tempo.
    Ho fiducia in lui e nelle seppie e merluzzetti, che, talvolta, mi vende (che non sia roba scongelata in mare).

    Tornai sull’Aurelia. S’erano fatte le sette. Santa Marinella lentamente si svegliava e si apparecchiava per un’altra frenetica giornata balneare. Attraverso una scaletta, scesi in uno slargo circondato da eucalipti. Qui ci vengo quando devo cambiare l’olio alla macchina in un’officina dell’AGiP a due passi. Mentre fanno l’operazione, vengo a fumare una sigaretta in questo luogo appartato. È un piccolo sito archeologico. C’è una panchina e di fronte i ruderi di un ponte romano del terzo secolo avanti Cristo. Una targa del Comune dice: “Ponte romano (III-II Secolo a. c.) con arco a sesto ribassato a 19 conci radiali di pietra calcarea.” Praticamente da qui passava la vecchia Via Aurelia, che collegava Roma con l’Etruria. Del resto tutto questo litorale laziale, da Cerveteri a Tarquinia e più su fino a Montalto, è zona etrusca.
    Ho pensato: chissà se i ragazzi di Santa Marinella, mettiamo del terzo secolo dopo Cristo, in un grande fratello dell’epoca, avevano nozione degli Etruschi e degli antenati guerrieri che, sei secoli prima, li avevano sconfitti definitivamente a Veio, per, poi, integrarli sapientemente nella loro cultura bellicosa. Forse sapevano o forse non sapevano una minchia, allo stesso modo di taluni nostri ragazzi che non sanno niente, per esempio, del Rinascimento, che impunemente confondono col Risorgimento e questo, a sua volta, con la Resistenza. Insomma la Storia è magistra vitae o è una maestra precaria nella morsa della riforma Gelmini?
    Va buo’… Lasciamo perdere.
    Mi rendevo conto che questi miei voli pindarici (con ali sgangherate) erano malriusciti depistaggi dall’incombro oscuro, dal sogno maledetto che mi opprimeva e che stava là, in prima fila nella mente, paurosamente astante come un camion carico di rifiuti tossici.
    Che avrà voluto dire esattamente Socrate con la sua scritta nel tempio di Apollo a Delfi? Conoscere sé stessi. Ma conviene? E fino a che punto può arrivare l’investigazione? Tuttavia non potevo eludere l’urgenza di una qualche esplorazione. Mi ci vuole un aiuto, però. Chiamo Albertomaria.

    Albertomaria è uno che gradisce essere chiamato col suo nome per intero. Per fortuna, alla mia pigrizia è concesso di chiamarlo solo Alberto. Digito il numero sul cellulare.
    “Pronto? Ciao Alberto sono Attilio. Come stai?”
    “Oh,Carissimo! Come sto? Non posso dire di star bene.”
    “Perché, Che ti è successo?”
    “Marta se ne andata, mi ha lasciato. Ha confessato di avere una relazione.”
    “Oh, mi dispiace. E tu come l’hai presa?”
    “C’è stata una discussione. Io naturalmente volevo sapere tutto e la incalzavo con l’interrogatorio. Lei dapprincipio era reticente, poi la discussione è degenerata, ci siamo rinfacciato menzogne reciproche, ci sono stati insulti pesanti, urla, strepiti. A un certo punto, ho perduto la testa e ho detto una frase che, forse, non avrei dovuto dire.”
    “Perché, che hai detto?”
    “Ho detto: non pensavo di stare con una cagna assetata di cazzi!”
    “E lei come ha reagito?”
    “Oh, improvvisamente ha abbassato il tono della voce e con calma,quasi come fosse annoiata, ha detto: la persona che amo non possiede questo strumento.
    Quale strumento? – ho detto io.
    Lo strumento col quale vantate diritti e privilegi e pensate di poter esercitare il potere. La persona che amo profondamente e irreversibilmente – ha detto proprio così: irreversibilmente – è una donna.
    Come una donna? Oh, Marta, ma allora le cose cambiano. A me le lesbiche non mi dispiacciono, anzi mi eccitano molto, un eros più ricco, insomma, io potrei considerare un’altra prospettiva…
    Sono io – ha detto – che con te non voglio avere nessuna prospettiva e me ne vado. E se ne andata per davvero. Ora non so dove sia e non mi interessa saperlo.
    Pronto? Pronto, mi senti?”
    “Si, ti sento.”
    “Ah, scusa, Attilio, credevo fosse caduta la linea”
    “Alberto, provi dolore?”
    “Dolore? No, assolutamente. Solo che mi sento offeso. È stato un attentato al mio ruolo, un colpo basso alla mia identità di maschio, di amante e di psicologo, e, francamente, non mi pento per quello che ho detto, dovevo pur salvaguardare l’orgoglio virile.
    Scusami lo sfogo, sentivo il bisogno di parlarne a un amico e pensavo proprio a te. Sono contento che hai chiamato. Ma tu che mi volevi dire? Hai qualche problema?”
    “No, sciocchezze, non ti preoccupare.”
    “ Che significa ‘sciocchezzè? Dai, dimmi tutto!”
    Non avevo più voglia di parlare del mio sogno. E come potevo aver fiducia che quest’uomo, così miseramente caduto sul vecchio baluardo fascista dell’orgoglio virile, potesse alleviare la mia angoscia?
    “Alberto, si tratta solo di un sogno e non mi sembra il momento…”
    “Attilio, i sogni sono importanti, su, racconta!”
    “Ma tu hai altri problemi, magari un’altra volta…”
    “Guarda che se non me ne parli, mi offendo.”
    Alla fine ho ceduto e gli ho raccontato il sogno, poi ho fatto alcune considerazioni:
    ”Nel sogno venivo chiamato Dario, mentre il mio nome è un altro. I miei genitori non erano professori universitari. Il monossido di carbonio da tempo è stato sostituito, per il gas di città, dal metano, che non è velenoso. Ho perduto la mamma che avevo meno di dieci anni, ma in famiglia non ho mai sentito dire che avesse un’amica bellissima di nome Marisa. Avevamo una collaboratrice domestica, chiamata Marisotta, che Dio l’abbia in gloria, una brava donna, volenterosa, ma sicuramente non bella, anzi alquanto bruttina. Il compagno di scuola, che mi ha fatto notare l’erezione troppo vistosa e scandalosa, nel sogno si chiamava Amintore. Io non ho mai avuto compagni di scuola con questo nome…”
    “ Ah, non sei stato compagno di scuola di Fanfani?…”
    Albertomaria, nei nostri dialoghi, non mi risparmiava mai le sue spiritosaggini, anzi godeva molto nel propinarmi battute sceme. Ho lasciato correre e sono andato avanti con la mia disamina:
    “quella ragazza della discoteca nel sogno si chiamava Irma. Non ricordo di aver conosciuto Irme. Mi ricordo il titolo di un vecchio film: Irma la Dolce, ma io non ho mai frequentato ragazze di nome Irma e tanto meno Irma la Rapida. Anche il nome della discoteca mi è estraneo e, per la verità, dubito che esista una discoteca denominata Club del Pino. Poi…”
    “Ma è semplice. Ascoltami bene Attilio: Tu hai fatto il sogno di un altro. Tu hai fatto il sogno di un personaggio che volevi inserire in un tuo racconto, in un tuo scritto letterario. Mi capisci? Tu hai sognato un personaggio in cerca d’autore, che ti è venuto a visitare durante la fase Rem. È molto chiaro.
    Ora ti senti più tranquillo? Ti senti più rinfrancato?”
    Albertomaria non s’era allargato in una dissertazione sulla Condensazione e sugli altri meccanismi freudiani dei sogni con i relativi prodigiosi disvelamenti, ma mi sembrava evidente che, anche con questa incerta sortita pirandelliana, goffamente volesse riappropriarsi della sua cifra di aggiustatore dell’anima, sulla quale, peraltro, non aveva mai mostrato dubbi o un barlume di autocritica.
    Un personaggio? Ma da dove vengono i personaggi? Flaubert non aveva detto: Madame Bovary sono io?
    Non espressi questa considerazione. Sarebbe stato inutile, meglio lasciarlo nella sua incrollabile fede di aggiustatore.
    Il sogno, con tutta la sua maligna ambiguità che mi tormentava, a poco a poco, col tempo, avrebbe perduto gli aculei da solo.
    “Sì, sì, Mi sento rinfrancato. Ti ringrazio.”
    “Ah, bene, bene!”

  • 14 maggio 2011 alle ore 1:04
    Oltre

    Come comincia: Dove sono?… è buio, troppo buio qui… Ho tanto freddo…cos'è questo posto?… E' stretto, piccolo… Non posso muovermi… non riesco a fare un passo… Aria… non c'è aria!.. non riesco a respirare… E'… è una cassa di legno… una specie… di bara! Mio Dio sono stato sepolto! Ma io sono vivo! Mi hanno sepolto vivo!… Non… non si apre… non si muove niente… Aiuto! Aiuto… aiu… Ah…-
    Si svegliò con un grido, grondante di sudore freddo, sconvolto. Man mano che il respiro tornava regolare realizzò di essere a casa, nel suo letto. Guardò la sveglia: le quattro. -Cinque- pensò, -sarà la quinta volta che faccio lo stesso sogno, lo stesso incubo.
    Andò in bagno. Data l'ora certamente non sarebbe riuscito a riprendere sonno. Mentre si bagnava il viso con acqua fredda si guardò allo specchio. - Cinque volte e sempre lo stesso sogno, la stessa scena, le stesse parole… Che significa?… Dev'essere lo stress, lavoro troppo e dormo male. Dovrò decidermi ad andare dal medico, non è normale -
    Cercava di non ammetterlo a se stesso, ma c'era qualcosa in quel sogno di così realistico da gelargli il sangue. Ma come tutti i sogni, anche questo si disperse, frammentandosi e sciogliendosi tra il traffico del centro, i dati sul monitor del pc, i fax e le mail. Nei momenti in cui ci ripensava provava, però, la sensazione che la storia non fosse affatto finita e che lo strano incubo si sarebbe ripetuto.
    Da quella notte in poi decise di tenere un taccuino sul comodino, per annotare ogni particolare del sogno nel caso si fosse ancora verificato. E qualche tempo dopo, il sogno tornò, mutato nella forma ma non nella sostanza: si trovava in aperta campagna e alla luce di un sole mattutino vedeva uno sconosciuto vestito di nero attraversare un prato. Lo sconosciuto camminava in silenzio ma ogni suo gesto, ogni suo passo esprimeva una pesantezza dolorosa, una tristezza opprimente.
    Non riusciva a scorgerne il volto ma qualcosa di indefinibile nell'insieme della sua persona lo rendeva orribilmente familiare. Giunto vicino ad una grande quercia, lo sconosciuto posava dei fiori sull'erba, si sdraiava e dopo essersi appoggiato i fiori sul petto, assumeva una posa mortuaria.
    A quel punto la strana foschia intorno a quel volto spariva… ed era come guardarsi allo specchio! Il misterioso sosia mormorava con voce flebile alcune parole di cui non si capiva che - aiutami… ti prego -. Poi chiudeva gli occhi e spirava…
    Si svegliò. La sveglia segnava le cinque e mezza. Ricordava ogni particolare e dopo averne preso nota si mise a rifletterci su. Non conosceva il posto, ammesso che esistesse, ma un morto con la sua faccia che gli chiedeva aiuto… Decisamente lavorava troppo. L'aveva sempre detto che il troppo lavoro avrebbe finito con l'ucciderlo. Quel sogno doveva essere una specie di avvertimento, il consiglio di staccare un po' la spina. E di farlo prima possibile.
    Mise un po' di roba in una borsa, andò in stazione, acquistò un biglietto chilometrico e montò sul primo treno che gli capitò a tiro, senza neanche sapere dove sarebbe arrivato. Abituato com'era a dover programmare tutto, pensava che il miglior modo di spezzare il ritmo fosse quello di non sapere nulla e di prendere quella strana vacanza improvvisata così come sarebbe venuta.
    Non c'era molta gente nella sua carrozza e il battere cadenzato del treno sulle rotaie lo cullò a tal punto che si assopì. E sognò. Si trovava sul treno e dal finestrino vedeva in lontananza lo sconosciuto in nero in mezzo ad un prato vicino ad una grande quercia, e quello guardava nella sua direzione, come se in qualche modo lo stesse chiamando ed aspettando.
    Il fischio del treno dentro una galleria lo svegliò, si stropicciò gli occhi e guardò fuori, alla luce del sole appena sorto. Un grande prato verde con al centro un'enorme quercia gli scorreva davanti.
    Credette di sognare ancora, sbatté le palpebre più volte per accertarsi di essere sveglio.
    Il treno bruscamente iniziò a rallentare, c'era una piccola stazione lì vicino. Meccanicamente, come un automa, per non darsi il tempo di pensare se quel che stava facendo fosse stupido o meno, scese dal treno e si avviò verso quel prato. Per qualche ragione qualcosa lo aveva chiamato in quel posto, in quel prato, accanto alla grande quercia. Non voleva sapere altro. Non voleva credere altro.
    S'inginocchiò vicino al grande albero, buttò via la giacca e cominciò a togliere prima pugni di terra, poi manate, infine bracciate, sempre più ampie, sempre più in profondità, come in trance. S'imbrattò le mani, le braccia, la faccia, gocce di sudore cominciarono a cadere dalla sua fronte dentro la buca che stava allargandosi sotto di lui.
    Di colpo si fermò. Dal terreno spuntava lo spigolo di una cassa di legno, di quelle fatte in casa con assi, chiodi e martello. A fatica, la dissotterrò. Era quasi certo del contenuto e, tremando, cercò di aprirla. I chiodi arrugginiti dentro il legno marcio non resistettero a lungo e la luce del mattino illuminò uno scheletro in abito nero: l'impugnatura di uno stiletto, forse un vecchio tagliacarte, spiccava tra le costole, dove un tempo aveva dovuto esserci il cuore. Una strana tristezza gli fece estrarre la lama arrugginita da quei poveri resti.
    Tornò in stazione tutto sporco di terra e si diede una ripulita con l'acqua della fontanella che trovò sotto il portico. Vedendolo in quello stato, il capostazione gli chiese se avesse bisogno d'aiuto. - Mandate un prete e un necroforo alla grande quercia, laggiù, nel prato grande - fu la sua risposta. Il capostazione non capì, si vedeva dalla sua espressione, ma disse ugualmente che lo avrebbe fatto.
    Il bigliettaio lo svegliò dal pesante sonno in cui era sprofondato. Era sul treno e dal finestrino vedeva il paesaggio scorrere via. Si chiese se non avesse sognato tutto per l'ennesima volta.
    Con la coda dell'occhio, per un attimo, gli parve di vedere, lontano, in mezzo alla campagna, una figura in nero che salutava con la mano alzata.
    Di scatto fece per aprire il finestrino, ma, alzandosi, qualcosa lo punse alla coscia. Lentamente, con mano tremante, dalla tasca dei pantaloni estrasse un vecchio tagliacarte arrugginito.

  • 14 maggio 2011 alle ore 0:18
    Qualcosa nella nebbia...

    Come comincia: Non ero ubriaco. Non ero ubriaco, per Dio! Ve lo giuro, dovete credermi…
    Scusatemi. Non dovrei esprimermi in questo modo, lo so, ma ogni volta che ci ripenso reagisco così. Forse cerco di convincere più me stesso che chi mi ascolta. Convincermi che quello che è successo quella notte non sia stato un sogno o un'allucinazione.
    Oh, in quanto a questo ho le prove, fin troppo evidenti: una lapide in più al Cimitero Maggiore. Ma quel che è più importante è convincere voi e me stesso che le cose sono andate come ricordo. Di questo non ho uno straccio di prova, solo il cielo mi è testimone.
    Certo, potrei essere seriamente fuori di testa e allora la cosa migliore per me sarebbe un lungo soggiorno all'Ospedale dei Colli. Magari fosse così!
    Purtroppo ho la certezza che quei fatti sono accaduti veramente e non c'è difesa da forze che prescindono da ogni logica razionale, dal concetto stesso di realtà che l'uomo si è costruito nel corso dei secoli.
    Ecco, lo sapevo, mi sono fatto prendere dalla foga. Probabilmente a quest'ora starete pensando, perlomeno, che io sia uno di quelli che parlano tanto per sentire in bocca il gusto dell'aria.
    Permettetemi allora di raccontarvi la mia versione dei fatti di quella notte, che non è quella che pubblicarono sul Mattino di Padova! Poi potrete mandarmi al diavolo, se vorrete, non starò certo peggio di adesso.

    Era una sera di dicembre, giusto qualche giorno prima di Natale

    "A Natale bisogna essere tutti più buoni…"
    "Si mamma"

    Io e il mio amico, del quale tacerò il nome per rispetto alla sua memoria, eravamo appena usciti da un pub dove ci eravamo scolati un paio di birre a testa.

    Non siamo mica sbronzi, eh?
    Ci guardavamo intorno mentre io mi chiudevo nel mio piumino e lui si alzava il bavero del cappotto. C'era una gran nebbia quella sera, uno di quei banchi enormi che si adagiano sulla città
    Come una bella donna su un grande letto
    e non ti fanno più vedere niente. Il fiato che ci usciva di bocca era talmente denso da farci sembrare dei comignoli ambulanti. Le volute si perdevano dopo pochi centimetri nel mare lattiginoso in cui ci muovevamo. Eravamo all'inizio di Riviera San Benedetto
    Benedetti siano i santi!
    più o meno vicini all'incrocio con Corso Milano, e andammo in giù, verso Riviera Paleocapa.
    Dopo un centinaio di metri, però, il mio amico si stufò di andare alla cieca e disse che bisognava "cercare qualcosa di stabile lungo la via". Lo guardai senza capire: non era nuovo a queste uscite sibilline, che alla fine però avevano sempre un significato concreto.
    C'è un ponte pedonale che cavalca il canale e collega Riviera San Benedetto a Riviera Mussato: spesse assi di legno su uno scheletro di ferro, e su quel ponte

    maledetto ponte maledetto ponte maledetto ponte maledetto ponte

    il mio amico si fermò. Si appoggiò alla ringhiera e si mise a guardare in basso, cercando di scorgere l'acqua che sotto di noi si sentiva lentamente fluire.
    Passavano poche macchine e i loro rumori, già esigui, venivano ulteriormente smorzati, attutiti dal fitto cuscino di vapore che si stendeva tra noi e loro. L'illuminazione nelle vie laterali padovane non è eccezionale già quando il tempo è più secco
    Se qualcuno ti aggredisse non lo vedresti nemmeno
    ma in quell'immenso acquario nel quale ci sentivamo immersi, colava giù lento e denso dai lampioni solo un chiarore pallido e diffuso.
    Ciononostante, riuscimmo a scorgere l'acqua sotto di noi. Scura, color del petrolio greggio, fluiva lenta. Pareva che la nebbia che sembrava scaturirne, fumigando come i vapori delle terme, avesse rallentato un po' anche lei. In effetti sembrava strano tutto quel fumo che saliva, sembrava quasi che lì sotto qualcosa respirasse.
    Per il resto parlammo poco quella sera. Non sapevamo che sarebbe stata l'ultima. In quel momento qualche parola ogni tanto bastava ad entrambi per capire su che frequenza fosse sintonizzato l'altro.
    100. 500 megahertz, in FM Stereo, per tutta la città… Radio Urlo!
    Ascoltavamo lo sciabordio dell'acqua sui piloni e probabilmente pensavamo entrambi ai fatti nostri, alle donne, alla vita
    alla morte…
    Improvvisamente, nel silenzio che era calato pesante intorno a noi, con un tono di voce talmente cupo che mi sorprese, il mio amico esordì:
    - Ti ho mai raccontato com'è morto mio fratello? -
    Sapevo che suo fratello era morto qualche anno prima, a quell'epoca non ci conoscevamo ancora e non gli avevo mai chiesto niente sull'argomento. Ci sono cose che non si chiedono ad un amico, neanche al più intimo.
    "Rispettare i sentimenti altrui, figlio mio, è già una forma di rispetto"
    "Si papà"
    Il mio amico guardava fisso l'acqua, come se vedesse oltre la superficie, oltre l'acqua stessa, fin nelle più profonde viscere della terra. O in fondo alla sua stessa anima.
    - Annegato. Durante un'uscita col windsurf sul mare quasi in tempesta. Il pericolo lo eccitava, diceva -
    continuò,dopo il mio silenzio,
    - immagino dovrebbe essere terribile ammetterlo, ma non ho mai sofferto per lui –
    poi, con un tono più aspro - era uno stronzo, uno di quelli che pensano che tutto gli sia dovuto per il semplice fatto che loro sono lì. Anzi, vuoi saperla tutta? –
    Stava quasi gridando. Si girò di scatto e mi fissò con uno sguardo che non gli avevo mai visto. Per un attimo temetti che mi avrebbe spaccato la faccia se solo gliene avessi dato un pretesto.
    - Quando l'hanno tumulato, il giorno del suo funerale, i miei erano distrutti, ma io pensavo "eccoti qua brutto stronzo, l'hai trovata finalmente una cosa che non puoi fare, qualcosa che non ti è permesso avere. L'hai trovato alla fine qualcuno che t'ha detto NO. Che ti serva di lezione per la prossima volta che tornerai a rompere le palle da queste parti". Ecco cosa pensavo! –
    Ora era completamente girato verso di me, i pugni serrati. Lo fissavo senza lasciarmi scappare una sola parola. Avevo l'impressione, non so perché, che in quel momento lui non stesse vedendo me, ma qualcun altro
    Il fratellino tanto cattivo e tanto morto
    Ad un tratto, nel silenzio ovattato, mi parve di udire qualcosa, un suono che lì per lì mi fece venire in mente un remo che affonda nell'acqua. Il mio amico aveva sempre lo sguardo furioso e mi fissava, mi fissava come a sfidarmi. Come se avesse potuto sfidare un esercito intero…
    E' qui vicino
    La bomba atomica…
    Proprio qui sotto
    Il diavolo in persona…
    s'è fermato
    ma non quello! Non LUI!
    Dalla nebbia alle mie spalle giunse improvvisamente il suono di un passo sulle assi del ponte che mi fece trasalire violentemente. Un passo pesante, lento, strascicato, inesorabile.
    Chi c'è sul ponte?
    Mi volsi di scatto in quella direzione per guardare in faccia lo spiritoso che immaginavo, ma… Rimasi congelato, bloccato, con gli occhi sbarrati. Davanti a me, a meno di un passo c'era un incubo reale…
    Gocciolava acqua sul ponte, la carne come sciolta, disfatta, di un colore indescrivibile. Il viso come inflaccidito. Sembrava che la pelle dovesse cascargli dalla faccia da un momento all'altro
    Ma è una faccia questa?
    Gli occhi svaniti, sprofondati in due orbite vuote, nere, senza fondo. Le labbra, letteralmente sparite, lasciavano scoperta una doppia chiostra di denti ancora bianchi
    guarda, sembra che sorrida, forse è contento
    Non so quanto tempo rimasi immobile a fissare quel…quel…quella cosa! Non potrò più dimenticarlo! Quando allungò le braccia
    Dita scarnificate… brandelli di carne marcia penzolanti
    la mia mente si spense.
    Ricordo solo che urlavo e correvo senza sapere né dove né quando né perché. Correvo.
    Vedevo ovunque ombre venire verso di me e cambiavo direzione correndo ancora più forte. Non so quanto tempo corsi.
    Mi hanno detto che mi trovarono all'alba quelli della nettezza urbana, rannicchiato in un angolo dentro il portico di un palazzo, sotto un sacco vuoto di plastica nera, incapace di parlare e capire, tremante come una foglia...
    Questa è la storia di quella notte che non troverete scritta da nessun altra parte, perché non è rimasto nessun altro a raccontarla a parte me.
    Il mio amico? Si, c'era anche lui!… Lo trovarono quella stessa mattina a faccia in giù, nell'acqua, dall'altra parte del ponte. Per qualche motivo la corrente non se l'era portato via. A prima vista sembrava annegato ma il referto dell'autopsia diceva "per arresto cardiaco precedente la caduta, probabile causa della stessa".
    Quando rimanemmo da soli per un attimo, il medico legale mi chiese se fosse successo "qualcosa di strano" quella notte, perché "a giudicare dalla sua espressione", disse, il mio amico sembrava "morto di paura".
    Cercai di spiegarglielo, ma rispose che risentivo ancora dello shock, del crollo psichico, del trauma… Cosa ne sanno i dottori!
    Da allora la notte non dormo se non con una lampada accesa e non senza l'aiuto delle pillole magiche, quelle che ti fanno superare la zona dei sogni e ti sprofondano in un sonno buio, tranquillo, senza immagini. La sera non esco di casa, chiudo a chiave l'uscio, accendo tutte le luci e guardo molta televisione.
    Questo è tutto. Non so che ora sia, ma non ha importanza. Vado a dormire. Se volete credermi, fatelo. Se no, decidete voi.

  • 11 maggio 2011 alle ore 23:03
    Unghie rosse

    Come comincia: Sulla scrivania c’era un quaderno aperto con una matita nel mezzo. Una fresca aria di primavera passeggiava sopra un tappeto di luce. Nel suo allegro incedere animava ogni cosa nella stanza: dalle ombre angolose alle tende ondulate; tutto si animava, dallo smalto delle piastrelle fino ai riflessi sulla carta lucida delle fotografie appese alle pareti. Tutto prendeva nuova vita, tranne Pietro. Esausto da quel vuoto e brulicante lavoro scolastico, appesantito dalle lasagne della nonna e dalle petulanti reprimende del nonno, le palpebre capricciose a tradimento cedevano proprio sul più bello: in quello spicchio di giornata infinitamente prezioso tra il pranzo e l’allenamento di calcio.
    Quasi per inerzia aveva recuperato un compito di Storia appallottolato nello zaino. Aveva della frenesia in corpo, non riusciva a stare fermo. Doveva finire quel compito, ma non voleva. L’unica certezza che aveva era quella di non avere alcuna voglia di regalare tempo a niente e nessuno. Che pena che avrebbe fatto alla madre vederlo così, buttato sul letto, a tamburellarsi il petto con le dita, con un crescendo di ritmo. «Che c’è cucciolo, cosa ti prende?» - «ma niente Ma’» avrebbe borbottato. Non c’era assolutamente niente da spiegare, anzi avrebbe voluto essere meno visibile ad occhio umano, almeno quanto quei pulviscoli che danzano per la stanza. Stava lì, a contemplare le loro traiettorie.
    Una moto spernacchia sul viale che costeggia il suo palazzo. Il fastidioso calabrone meccanico infrange l’attimo infinito della contemplazione di Pietro, ed anche la polvere inizia a saettare ansiosa. Una serie di sensazioni, di echi profondi, riverberano negli abissi dei timpani, e le sue gambe iniziano ad aprirsi e chiudersi. La schiena scatta come una molla, e Pietro inizia a circolare per la camera. Su e giù, destra e sinistra. Mima qualche dribbling, e lancia la palla invisibile contro l’armadio. Sopra la porta della camera i baffi del clown imprigionato nell’orologio segnano le tre e venticinque. “Oddio, mancano cinque minuti!”, pensa Pietro mentre il cuore sussulta come un gong.
    Sul quaderno aperto sulla scrivania c’è una riga profonda, segnata a matita; agli estremi e nel mezzo una serie di piccoli tagli indicano: la nascita, la morte di una zia, il primo giorno di scuola, la prima comunione. Ovviamente la vita di Pietro non è tutta qui, e forse è per questo che ripudia tanto quel compito, anche più degli inutili esercizi di matematica: «che cosa potrà mai cambiare se arrotondo una cifra all’eccesso o in difetto?» aveva chiesto alla professoressa quella mattina, e lei, con un sarcasmo da zimbella: «dipendesse dal tuo umore Pietro, il mondo sarebbe puro caos». Ma lui quella risposta non l’aveva neanche sentita, solo perché quella occhialuta dalla faccia acuminata e dalla lingua avvelenata indisponeva quanto l’odore dei broccoli bolliti della nonna. Per lui esisteva Beatrice, la rossa. Andava pazzo per le sue lentiggini, che ogni giorno disegnavano su quel faccino tondo come la luna piena nuove geometrie e indistricabili labirinti.
    Erano le tre e mezza, e Pietro sentiva il suo quotidiano bisogno. Era un desiderio inspiegabile solo per la sua puntualità, ma fra i suoi puntuali impegni era l’unico desiderio spiegabile. Dal corridoio spiò i suoi tutori: il nonno aveva smontato una vecchia radio malfunzionante e da settimane, forse mesi, cercava di ricomporla così come era stata un tempo; la nonna, rigida e solenne come un giudice, era stata risucchiata da quei soliti programmi pomeridiani civettuoli e patetici. Tutto era al solito posto. Con un baffo di sorriso stampato in faccia, Pietro chiuse la porta della sua stanza, e si lanciò sul letto. Ascoltando voci lontane di bambini che giocavano nel cortile del condominio, inframmezzate dal frullare delle ali di piccioni, Pietro immaginò il fondo nero del cinema e ci proiettò sopra le mani affusolate di Beatrice. Questa mattina le sue unghie erano dipinte di rosso, e i suoi occhi di blu elettrico: per qualche secondo gli era passato per la testa che Beatrice lo fissasse proprio lì, in mezzo alle gambe.

  • 11 maggio 2011 alle ore 14:00
    Figlia del Sole e del Vento

    Come comincia: “Buongiorno, quanto tempo … come va?”
    “Buongiorno Paola, bentornata …”
    “Grazie! Finalmente è primavera, mi mancava il lago! … Tutto bene?”
    “No, tutto male purtroppo …”
    “Perché, che succede?”
    “Mia moglie …”
    “Cos’è successo a sua moglie, non l’ho ancora vista a spasso con Rex al fiume, infatti …”
    “Sta male.”
    “Come? Cos’ha …?”
    “Tumore. Maligno. Le resta poco.”
    Silenzio.
    Così imparo a chiedere per stupida cortesia ‘come va’ a qualcuno che nemmeno conosco bene, solo un vicino di casa, che non vedo da mesi … chiedere così, senza pensare, senza aspettare, senza intuire. Mi si spegne il sole addosso, mi sento coinvolta e tuttavia impreparata a dar coraggio ma ci provo e domando, ascolto, lo lascio raccontare.
    “ … se ha bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa, io sono qui in questi giorni … mi dica, cosa posso fare?”
    “Niente, grazie … Solo una cosa potrebbe fare per me.”
    “Subito! Che cosa?”
    “Lei è credente, vero?”
    “Ma veramente, io …”
    “Vede, io ho detto a Gesù, che è mio amico da sempre, che se mi porta via mia moglie deve portare via anche me. Cosa ci resto a fare qui da solo io? siamo sposati da più di cinquant’anni … Ecco cosa può fare per me, Paola: pregare!”
    Ancora silenzio, un lungo, feroce silenzio. Abbraccio quell’omone grande due volte me, che fino a un attimo prima conoscevo appena e che improvvisamente mi ha investito, trapassato il cuore, conficcandosi dentro irrimediabilmente, per sempre. Lo stringo, sento il suo corpo che pare essersi improvvisamente ritirato dentro i vestiti, rimpicciolito, frantumato. Se stringessi più forte potrei romperlo, penso. E’ disarmato come un bambino e fragile come un vecchio, eppure accenna un sorriso consapevole e fiero. Mentre ci salutiamo, annuisco imbarazzata, senza trovare il coraggio di guardarlo oltre negli occhi, vergognandomi della mia piccolezza e della mia inutile presenza.
    Pregare …
    Corro su per le scale. Lascio a casa tutto: zaino, macchina fotografica, progetti, pensieri. E scappo. Scappo fuori, seguo le mie gambe, non sono io a decidere, non è la mia testa, è la pancia che comanda. Sento montare un’amarezza dentro che si fa rabbia, poi paura e infine energia e mi costringe a uscire, a correre forte, più lontano che posso. Risalgo il sentiero che costeggia il fiume, in mezzo al bosco, bevendo l’aria a grandi sorsate. Allungo la falcata sulla salita e sento il mio respiro farsi affannoso, il cuore accelerare, sono allenata eppure arranco. Non c’è nessuno, nessuno che porta il cane a passeggiare oggi. Nessuna signora dal sorriso generoso che quando mi vede mi accoglie in un materno abbraccio che scalda.
    Ecco la ‘figlia del sole e del vento!’, così mi chiama sempre lei. E proprio così mi sento io …
    Maledizione, sono sola adesso. Un coro indistinto di cinguettii e sbatter d’ali tra le fronde rivela, tuttavia, un’invisibile brulicare di vita tutt’attorno: è primavera, tutto rinasce, tutto freme, tutto guizza. Continuo a correre, i piedi mangiano la terra, i polpacci son tesi da farmi male e le ginocchia scricchiolano sotto i muscoli caldi, lo sento. E allora spingo ancora di più per non sentire e quando arrivo in cima, dove la montagna vomita il fiume, mi sbatto sull’erba a riprender fiato, con il cuore che riempie la gola e il petto ansante. Son sudata, le tempie pulsano e ho un leggero capogiro … il mondo è sottosopra. L’erba sa di fresco e punge la pelle attraverso i vestiti umidi di sudore. Inspiro forte il verde che ubriaca tanto è intenso e mi stendo con la schiena completamente aderente al prato, gli occhi spalancati su un fazzoletto di cielo rubato alle braccia protese degli alberi, che sembrano implorare. Mi pare di avere la testa completamente vuota, la stanchezza fisica aiuta a disintossicare anche la mente, per fortuna. Eppure … eppure a qualche cosa penso …
    Penso ai miei affetti. Alle poche, pochissime persone che amo e che mi amano, a quelle che non ci sono più e a quelle che mi sono invece vicine, talmente vicine che spesso do per scontate ... che stupida! Persone importanti, che stanno sulle dita di una sola mano ma che affollano il cuore fino a farlo scoppiare, scoppiare di gioia, scoppiare d’amore! Penso che dovrei vergognarmi. Sì, mi vergogno per aver solo sfiorato l’idea, un giorno, di voler fermare il mio tempo: di aver desiderato sparire, sprofondare nel buio, cancellarmi per sempre con un battito di ciglia, un soffio, uno schiocco di dita! Sparire … quando, invece, la vita è un’occasione così preziosa. Egoista! Questa mia vita è un dono, un dono da vivere e condividere! E allora …
    Pregare … io non so pregare, mi dispiace, non me lo ricordo più. Ma stesa a terra in mezzo all’erba, sotto quello squarcio d’azzurro che sa d’infinito, riprendo il controllo del respiro, che lentamente si acquieta. I muscoli delle gambe tornano vigorosi, il sangue si rimescola ossigenato di nuova effervescenza, mentre anche il cuore sembra ritrovare il suo equilibrio all’ombra dei ricordi e dei pensieri rinati. E allora mi rialzo piano e dico Grazie, con voce decisa. Un ‘grazie’ che s’impenna tra le fronde e s’intreccia al canto di quelle creature alate che le abitano e che ora mi sorvegliano schive, inafferrabili. Non so bene a chi lo dico ma ringrazio. Dopo di che riprendo il mio cammino insieme al fiume, senza fretta e senza affanno questa volta … c’è tutto il tempo per arrivare dove devo andare.
    Ringraziare, questo solo posso fare, non conosco un altro modo per pregare! 

  • 11 maggio 2011 alle ore 10:25
    In Treno

    Come comincia: Andare a lavoro in treno non mi crea fastidio; non mi da fastidio che solo nel ventennio fascista i treni arrivassero in orario; non mi da fastidio viaggiare con topi e scarafaggi ed insetti vari, infondo sono di compagnia e poi neppure loro vorrebbero star lì; non mi da fastidio il dover prendere un treno che è più lento solo di quelli che si vedono nei vecchi film western; non da fastidio neppure il calore soffocante che si viene a creare dopo qualche secondo di viaggio e neppure che i nostri biglietti non bastano per l’acquisto di un condizionatore ma sono sufficienti per sigillare ermeticamente ogni finestrino; non mi da fastidio di viaggiare in un spazio talmente angusto che persino un topo troverebbe stretto e neppure il dover essere pressato, spalle alla porta della toilette (che non funziona).Nessuna di queste cose mi reca fastidio, infondo dopo aver vissuto vent’anni e più come meridionale e per di più come napoletano sono abituato a come ben più gravi.

    Una sola cosa trovo fastidiosa nel fare il pendolare (benché i miei natali siano sinonimo di espansività e di chiacchiericcio) trovo estremamente snervante tutte le ciarle che tuo malgrado devi sopportare per l’intera durata del viaggio. Dopo qualche minuto passato ad ascoltare le solite ciarlatane mi verrebbe voglia di afferrare una di quelle brave ed oneste donne (ma anche parecchi uomini, non voglio fare disparità sessuali) e affogarle con l’acqua del cesso… poi ricordo che sono rotti è mi deprimo. Allora preso dalla disperazione decido di tentare il suicidio gettandomi dal treno in corsa… ma una clamorosa testata mi rammenta che i finestrini sono impossibili da aprire. Oramai preda della depressione dello sconforto tento, per distrarmi, di intavolare una conversazione genuina con ratti e scarafaggi; ma non sono proprio “conversatori platonici”.Così tra lo squittire dei ratti rimasi lì seduto immobile certo oramai di non trovare salvezza alcuna, quando all’improvviso un soffio di vento mi colpi il viso: la mia fermata! Mi feci largo fra la gente tirando calci agli stinchi e gomitate agli sterni, scavando in quella massa di carne flacida che mi ostruiva la strada come un minatore peruviano e… finalmente la vedo, l’uscita è lì, ci sono quasi, eccola… ero quasi arrivato all’uscita di quel ventre malato quando un’ennesima testata mi fece capire che sarei sceso alla prossima.

  • 07 maggio 2011 alle ore 16:08
    Orrore di carie

    Come comincia: Il Cittadino da qualche giorno soffre di mal di denti. Prima di cadere nelle grinfie del dentista tenta cure tradizionali per alleviare il dolore. Impacchi d’erbe, fagotti alieni, sorsate d’aceto e quant’altro la medicina folcloristica offre come pseudo rimedio. Presto sorgono nuovi osceni spasimi.

    Il buon lavoratore si convince di andare dal dentista dopo una settimana a letto in stato terminale. Sfoglia un vecchio elenco logoro risalente ai primi anni del novecento e trova l’indirizzo del medico curante: Dr. Vincenzo Draculio, via Transilvania 666. Nel tardo pomeriggio di un lunedì di ferie il Cittadino inforca la bicicletta per una passeggiata salutare e muove verso la periferia a est. La città è collegata ai quartieri esterni esclusivamente da vie boschive e fluviali. Il fango regna sovrano lungo queste contrade. Il buon padre di famiglia si accorge che il sole sta calando in anticipo nonostante sia estate. Alle sei è già notte fonda. Pedalando con la vigoria di un bimbo su un triciclo percorre il paludoso sentiero divenuto di colpo inospitale e freddo. Alcuni brutti ceffi appollaiati su delle staccionate lo minacciano con sguardi idioti. Con una virata degna del miglior skipper evita l’incontro molesto con gli sgherri e imbocca una stradina ombrosa. Scivola in una pozza profonda due metri. Completamente zuppo d’acqua e melma torna in sella imprecando contro tutti i santi del paradiso.

    La luna alle sette è già al centro del cielo, fiera e luminosissima. Il Cittadino si ora è inoltrato in un bosco fitto e oscuro. In lontananza lampi e fulmini rischiarano il cielo stellato illuminando le guglie e le merlature di un vecchio maniero arroccato. Un prolungato ululato si disperde dalle alture lontane verso la macchia. Le fronde degli alberi stormiscono sotto il soffio di venti notturni.

    Centrata l’ennesima buca la ruota anteriore della bicicletta esplode come una supernova. Un raggio del cerchione schizza impazzito sfiorando la giugulare del buon lavoratore, in preda a una delle tante crisi disperate. Ma il fato, per una volta, è dalla sua parte. Qualche metro più avanti, sul limitare della sentiero, è posteggiata una vecchia carrozza d’epoca. Un tizio con una vecchia tuba gli fa cenno di avvicinarsi. Due possenti cavalli neri come la notte trainano il veicolo. Gli occhi rosso brace. Lo strambo cocchiere, un omino smunto dal naso aquilino e ingobbito dall’età, gli da il benvenuto. Il buon lavoratore sale a bordo circospetto. Una strana inquietudine lo avvolge. Sedili in pelle e stoffe di foggia antica ornano il sinistro abitacolo. Dal fitto della selva si diffondono versi spaventevoli. Lungo il tragitto verso il castello il Cittadino trema di freddo. E’ agosto, ma a giudicare da alcuni cumuli di neve intorno fa parecchio freddo. Un’infinità di montagne stringono la valle in un morso spietato. Il cocchiere ride di gusto al cospetto di un uomo appeso a testa in giù, con del filo interdentale, ai rami di un larice. La carrozza supera uno scricchiolante ponte in legno a strapiombo su un orrido bestiale. Il buon lavoratore, stordito dalla paura, recita a memoria alcuni versi della Bibbia che non credeva di conoscere. Belzebù si affaccia dal torrione nord del castello proiettando una lingua di fuoco. L’ultima rampa che sale verso il maniero è stretta e accidentata. Ai lati l’abisso dei Carpazi. Stormi di pipistrelli vampiro volteggiano famelici sulle alte merlature. Gargoyles, angeli delle tenebre, si stagliano sopra le colonne del cancello d’ingresso avvolto nella nebbia. La carrozza si ferma davanti al gigantesco portone ligneo. Il Cittadino scende in fretta dal dannato veicolo che si perde fiammeggiando nella notte. Una logora e arrugginita catena è legata a un campanaccio riottoso. Sollevando polvere e detriti il vecchio portone si spalanca di qualche grado. Un fascio di luce si irradia dall’interno. Una figura bassa e incurvata si delinea all’ingresso. L’inserviente, una sorta di portinaio, dice di chiamarsi Igor come il buffo personaggio di Marty Feldman in “Frankenstein Junior”. Con passi piccoli e veloci la goffa figura accompagna il buon padre di famiglia all’interno del tetro antro. Affreschi angoscianti ornano le pareti spoglie di qualsiasi mobilia. Impugnando una torcia medioevale e armato di balestra il Cittadino prosegue per labirintici corridoi fino a giungere nella sala d’attesa. Una segretaria giovane e agghindata come una dama del seicento lo invita a aspettare il suo turno. Al buon lavoratore pare di scorgere prominenti canini bramosi di sangue.

    L’attesa è spasmodica. Quattro ore di estenuante lettura di rotocalchi e squallide riviste di gossip. Alla mezzanotte le pendole del maniero rintoccano. Il Cittadino è chiamato al suo destino. Accompagnato da un cavaliere fantasma dell’anno Mille si dirige verso lo studio del Dottor Draculio. Attraversano un passaggio umido sovrastato da volte in pietra in cui si annidano ragni e strani esemplari di vita animale. Rumori metallici, stridio di catene e lamenti si propagano nell’oscurità della grotta. Un pipistrello vola sfrecciando sopra le loro teste. Il buon lavoratore deglutisce a fatica. Superato l’ultimo angolo, il fantasma sparisce dietro una parete. Una stanza illuminata da fuochi e torce fluttuanti compare d’improvviso. Un signore attempato, altezzoso e sicuro di sé lo invita nell’antro. Un lungo pastrano copre le sue spalle appuntite. Rivoli di sangue color cremisi scorrono come minuti torrenti lungo il selciato dello studio. File di bare sostituiscono le comode poltrone da lavoro. Candelabri e fiaccole irradiano la nebbiosa stanza. Il Dottor Draculio, dopo averlo fatto accomodare con fare viscido, prende ad armeggiare nella bocca del Cittadino. Strumenti rudimentali, trapani smussati e pinze da boia dell’inquisizione compongono la ferraglia usata. In una sofferenza atroce, il bieco dottore scopre e cura una quantità industriale di carie; la metà scoperte per l’occasione. Dopo tre ore di morte apparente, il buon lavoratore torna a respirare l’aria greve della grotta. Draculio è celato nell’ombra di un angolo. Si frega le mani leccandosi tracce si sangue che scivolano ai lati della bocca. Il Cittadino si massaggia il collo intorpidito. Due piccoli fori sull’arteria carotide. Stordito dalle operazioni sfugge dal pazzoide dottore e percorre il corridoio buio a ritroso, tornando nella hall. Becca la segretaria mentre sorseggia una densa bevanda vermiglia. Con ansia e timore chiede il conto. Una cifra astronomica. Vorrebbe morire, ma non ha abbastanza energie. Firma un assegno direttamente con il sangue rappreso del collo. La segretaria lecca la carta con sensualità e gusto. Il buon padre di famiglia rabbrividisce. Ostentando una sicurezza e una fermezza d’animo degna del più pavido prelato di campagna abbandona il lugubre castello dell’insigne dottore conte di Valacchia.

    Dopo una pazza corsa nel bosco, il Cittadino torna a casa insanguinato, sporco di fango, dilapidato dei propri averi e con più carie di un venditore di caramelle. Il sole è alto in cielo; prima di prepararsi per andare a lavoro si fa il segno della croce. Ha una strano bisogno di sangue e l’odore di aglio, sempre amato, ora lo disgusta.

  • 06 maggio 2011 alle ore 12:44
    Caldo

    Come comincia: Caldo.
    Non ricordo un’estate così calda. A forza di ripeterlo ormai mi annoio da sola, una vocina, dentro la testa fa eco e risponde “sei pesante”.
    Giro per casa con passi felpati, sposto le cose lasciate in giro la sera prima come se spostassi pregiatissima cristalleria, lenta lenta, lieve lieve, così da non fare alcun rumore. Sono appena le otto del mattino e non intendo in nessun modo svegliare il mio compagno che a fatica, con il ventilatore attaccato al letto starà tentando di proseguire il suo tanto sospirato sonno.
    Lungi da me rischiare un suo risveglio forzato, dovuto magari a qualche pensiero pensato più ad alta voce o al fastidioso, capisco, rumore del caffè macinato mentre dal cucchiaino passa nella caffettiera ... il mio umore non intende affrontare musi lunghi, silenzi pesanti e sguardi carichi d’ira.
    Così mentre me ne sto con la tazza del caffèlatte in mano, ferma in piedi in mezzo alla stanza, tutta intenta a pensare a bassa voce a quali finestre chiudere, quali lasciare aperte, nel tentativo di difendere casa dall’aria afosa che c’è fuori, un doppio suono di clacson d’auto irrompe violento come due schiaffi in pieno volto. Mi precipito, con i miei  passi felpati, fino alla finestra ancora socchiusa, sposto leggermente l’imposta, cerco con sguardo veloce e feroce il colpevole di tanto rumore inopportuno. Fra le piante scorgo un’auto, ferma in mezzo alla strada, finestrini chiusi, uomo al volante, motore acceso. Attende. Dalla mia pancia monta una rabbia che definirei ancora gestibile, ma poi s’incanala veloce dalla pancia fino al centro del petto e da lì si sposta rapida in gola, poi in bocca. Nella testa scarto e valuto frasi, rispostacce, parolacce, urli adatti alla situazione, spinta dal concetto che alle otto del mattino non puoi metterti a strombazzare con il clacson in un luogo di vacanza, dove tutte le case sono ad un piano e sicuramente avresti potuto alzare il sedere dal sedile, uscire dall’involucro di aria condizionata dove ti sei infilato, avvicinarti al portone di tuo interesse quindi chiamare a voce bassa…o in alternativa nel caso tu non lo sapessi, usare il cellulare che sicuramente possiedi.
    Un “Vaf” è troppo volgare, un “cafone” poco incisivo ma per certi versi anche molto offensivo, mentre perdo tempo nella scelta della frase migliore, la rabbia quasi smonta, scende dalla gola alla pancia e sta lì per svanire, lasciando spazio al pacato sentimento di lasciam perdere, quando lui, il tizio, suona un’altra volta.
    Apro l’imposta con energia, prendo aria afosa nei polmoni e un “Basta” grande come una casa è già pronto per essere sparato come un colpo di cannone… lo so, è solo un banale ed innocente Basta, ma se prolungo bene la “a” finale, ho giusto il tempo per valutare la frase a seguire. Sono quasi pronta, come una fionda nella massima estensione, quando vedo i destinatari della doppia barbara strombazzata. Due teste, una più alta e una più bassa, sono madre e figlio. Grassottelli e burrosi trotterellano mano nella mano per la discesa in direzione dell’auto. Cappellini con visiera rigida, vestitini estivi color pastello, borsone porta tutto lei, facce pallide con due sorrisi ingenui incastonati.  Il “Basta+aaaaa”  resta sospeso nell’aria, fermato momentaneamente da un altro pensiero, figlio delle loro espressioni beate, il ricordo seppur lontano  di quando anche io, piccola, andavo al mare al mattino presto con i miei genitori; anche noi probabilmente emanavamo una certa euforica eccitazione, eccoci lì sul marciapiede, mia mamma, mio  fratello ed io, che aspettiamo papà mentre fa manovra con la macchina, pallidi come cenci, già ripassati come cotolette sotto l’implacabile mano di mia madre unta di spessa crema protezione 30, ancora inadeguati nei vestiti troppo estivi, sorrisi ebeti da gioia primo sole primo mare primo bagno. Eccoci, saliamo in auto, con lo sguardo carico d’attesa e soddisfazione per esserci guadagnati quella breve vacanza in Sardegna, con il nostro abbigliamento un pò  fuori standard, sbattiamo gli sportelli e andiamo via sgommando. No, non siamo più la mia famiglia ed io, ma i i burrosi di prima che hanno deciso di rovinarmi la mattinata.
    Sono andati via.
    Resto un pò inebetita, con la mia tazza in mano, l’urlo del mio Basta+aaaa morto in gola, con un senso di insoddisfazione pari ad un orgasmo mancato. Quella rabbia benefica che dilagava e vibrava dentro di me si è ormai trasformata in malinconia, vaga tristezza e senso di colpa per essere stata, sì, un po’ cattiva, anche se solo nei pensieri. 
    Beati i tempi dei veri maleducati quelli con la faccia tosta, l’aria odiosa,  dove non hai alcun dubbio a colpirli ripetutamente a suon di parole. Ma questi "nuovi" distratti, noncuranti, ingenui disturbatori, ti fanno star male tre volte: mentre ti infastidiscono, mentre ti fanno venire i sensi di colpa per le cattiverie che ti sono germogliate in testa, e per i ricordi, solitamente un po’ imbarazzanti, profumati di naftalina che riemergono dal cassetto sepolto giù nella testa  chiuso non a caso con tre mandate di chiave.
    Poi, sento un rumore alle mie spalle, una figura alta e arruffata, senza occhi per quanto sono gonfi che mugugna inacidita  “mi hai svegliato”. Alzo lo sguardo al cielo e sospiro, devo aver fatto rumore quando ho richiuso a chiave nel cassetto quel ricordo sbiadito di tanti anni fà

  • 05 maggio 2011 alle ore 17:46
    Quando in città chiuse l'ufficio delle poste

    Come comincia: Quando in città chiuse l’ufficio delle poste dal balcone del municipio era già stata ritirata la bandiera della nazione. Un devoto impiegato comunale, tale Gaudio Stanchieri, si era preoccupato di riavvolgere il vessillo, ripiegarlo con delicatezza e riporlo in una vecchia cassaforte arrugginita, così per dare senso ai ricordi di una gioventù passata tra barricate, manifestazioni e moti insurrezionali. Gli operai della nettezza urbana, vigili come le circostanti rupi imperiose battute da venti di tramontana, passavano in rassegna le vie principali del centro storico, raccogliendo sornioni i mastelli e i residui di mondezza popolare, virtuosismo del fallimentare piano di raccolta differenziata imposto anni prima dall’amministrazione.

    Escluso lo strofinio della grande scopa a spazzola, indomita contro le cicche incollate come tasselli di un mosaico sulle scale della monolitica cattedrale eburnea, non vi erano, in città e nelle distanze, principi di rumori e riverberi di quotidianità. Le porte dei bar chiuse a doppia mandata, le saracinesche calate implacabili sulle edicole e le vetrine spente andavano a formare un quadro desolato e spoglio di esistenza. Un fioco e borioso sole cullava i piccioni appollaiati come avvoltoi sui tetti delle abita-zioni svuotate, sventrate di animo e pace. La combustione della sigaretta fumata dell’operaio ecologico pareva un motore su di giri tanto era il silenzio siderale della città. Ogni tanto si sentiva un forte ansimare seguito da un clangore metallico che anticipava la  corsa di qualche sventurato in bicicletta, con la morte scolpita in volto e la fronte tempestata di  gocce di sudore, che pedalava svelto senza apparente destinazione. Bastava un attimo e già non si vedeva più, fuggito via in qualche angusta via con la spontaneità dell’adrenalina e la forza della paura. Le autovetture da tempo erano ferme e chiuse dentro polverosi garage impregnati di gasolio. Più che per propria volontà, il blocco delle vetture era imposto dalla mancanza di rifornimento dato che l’ultima trivellatrice aveva smesso di funzionare al seguito della guerra in Libia. Le pensiline degli autobus venivano utilizzate come punto di ricovero dagli strenui residenti rimasti in città. Delle chiese, simbolo un tempo di carità e voluttà sepolta, non rimaneva che l’aspetto spento e disadorno di un culto andato a male, soppiantato dall’energica memoria virtuale delle RAM.

    Mentre intorno la vita tornava alle radici, la sala consiliare del comune, foro peccaminoso di rubizzi politici, era occupata con ostinazione dai seguaci del sindaco detronizzato, esiliato dall’avvento messianico del sistema informatico. I banconi dell’opposizione, rivoltati contro le porte, impedivano ai mostri elettronici di penetrare fisicamente all’interno del rifugio, ma i server della rete comunale erano andati in tilt già tempo addietro. Le barbe lunghe, i volti pallidi e le membra sfiancate dalla sopravvivenza avevano fatto degli abili oratori una masnada di pellegrini affamati, vittime del loro stesso potere. Per non dover abbandonare l’autorità e il ruolo dirigenziale tanto bramati, il primo cittadino e i suoi fedeli servitori si erano barricati all’interno della sala mentre fuori, inesorabile, il mondo andava a rotoli. Ma la loro epoca era al tramonto; presto le serpi elettroniche sarebbero sgusciate tra i pertugi degli scaffali e a quel punto, anche per i privilegiati, non ci sarebbe stata più speranza.

    Un bip acuto, ripetuto e amplificato dal campanile della cattedrale si propagava per tutta la città scandendo le ore come una campana invisibile e spietata. I cittadini obbedivano assuefatti al suo sibilare e come formiche volenterose defluivano dalle case per vagare tra gli scheletri di cemento. Dalle alture circostanti alcuni uomini sbirciavano con un potente cannocchiale i movimenti in città. Vestiti di stracci, sporchi come primitivi e una luce viva negli occhi avevano ritrovato nella caccia un istinto sopito tra le poltrone e tra i telecomandi caleidoscopici impugnati come scettri. Quando l’invasione dei cervelli elettronici era cominciata, i più avveduti, fiutando l’inganno, si erano dati alla macchia trovando rifugio lungo le coste, in campagna e tra le montagne, dimora sepolcrale dei propri antenati. Ogni luogo, ogni casa, ogni ufficio dotato di un computer era stato assoggettato, in una burrascosa notte estiva, al volere di particelle virtuali venute da un universo parallelo, conquistato a sua volta secoli prima con un reboot micidiale. Ora le terre emerse e il regno degli uomini, dopo l’avanzata delle milizie cibernetiche, era in scacco a sceriffi senza pistole e senza nome, entità senza scrupoli e senza margine di errore. La vita sulla terra era stata in breve disinstallata, così come la grazia di Dio. I più scaltri, i disonesti, i farabutti e gli avanzi di galera si erano presto dileguati dalle carceri di metallo e venduti ai nuovi sovrani virtuali. I giusti, gli instancabili lavoratori e gli umili si erano ritrovati, invece, coinvolti in un unico destino. Preferendo mantenere integra l’identità si erano decisi ad abbandonare le città prima del collasso del sistema urbano e ritirarsi in luoghi remoti, dove il canto della vita ancora si dispiegava armonicamente con la natura. Qui, tra tronchi silenti, radure incolte e bastioni di polvere dolomitica avevano organizzato la resistenza contro il potere cibernetico venuto da galassie lontanissime. Mentre in città l’astio, il rancore e l’invidia cementavano le basi della società, nelle tribù isolate ai confini del mondo prosperavano la felicità e il benessere, e la quiete non appariva solo dopo la tempesta.

    Più passavano gli anni e più sui volti degli uomini raccolti sulle spiagge dorate, tra i verdi prati carezzati dalla rugiada e a ridosso delle frastagliate pareti verticali si distendevano delicati e affabili i segni di uno sperato ripristino sociale. Nessuna ombra incuteva timore agli scampati, nemmeno la più ripugnante. Al contrario, nelle città, il destino degli asserviti incrociava la via della tirannia e del terrore. L’invasione dei cervelli elettronici aveva cancellato ogni diritto sociale e calpestato quello divino. Sottomessi e in balia di soprusi e perversioni, i cittadini, persi nel vuoto dei viali abbandonati, senza tabacco né alcool, tornavano a pregare nelle vecchie chiese in rovina, sotto lo sguardo indagatore di una croce sgretolata da umidità e tarli. Ma oramai, per loro, era troppo tardi. Dalla sommità di un frassino, coltivato in gran segreto dagli ultimi uomini al centro del ghetto in periferia, due pestiferi corvi gracchiavano sospetti al calar della sera.

  • 05 maggio 2011 alle ore 15:06
    L'ala rotta

    Come comincia:

    Luigi Figarra, detto Lui Sfigo, é senza ombra di dubbio il giocatore più snobbato dalla dea bendata di tutta la centenaria storia della calcio dilettantistico siculo. La sua innata predisposizione ad attrarre su di sé eventi avversi di tipo traumatico si manifestò subito dopo il parto, quando sfuggì di mano all’ostetrica rovinando sul linoleum e procurandosi la lussazione di entrambe le spalle. L’attitudine a calciare il pallone di Luigi si manifestò fin dal loro primo contatto, all’età di 14 mesi. La frattura scomposta dell’alluce destro che ne conseguì non fu interpretata dai genitori come una pericolosa avvisaglia.
    I primi veri calci furono dati nel ruolo di ala con la casacca del Santo Stefano di Camastra, squadra del suo paese, dove si guadagnò da subito il soprannome che lo ha accompagnato fino al ritiro. Nella partita d’esordio, dopo essersi procurato una ferita lacerocontusa impigliandosi nella maniglia della porta in uscita dallo spogliatoio (25 punti dati col kit da cucito dalla moglie del massaggiatore), si ruppe una vertebra cervicale nel primo duello aereo slogandosi anche la caviglia sinistra nel ricadere a terra. Mentre lo portavano fuori dal campo scivolò giù dalla barella ben tre volte complicando ulteriormente il suo quadro clinico. Fortuna volle che il frontale che ebbe l’ambulanza nel tragitto verso il pronto soccorso non avesse ulteriori conseguenze se non il decesso del conducente, di un motociclista e di un pedone di passaggio (sfortunatamente un dog-sitter con una cinquina di cani al guinzaglio: tutti morti sul colpo).
    Dopo aver collezionato solo due presenze in tre anni - la prima della durata di 10’ fino alla lacerazione dell’intestino per essersi infilzato con la bandierina in occasione di un calcio d’angolo; la seconda di ben 23’ terminati i quali si ruppe un femore inciampando inavvertitamente in una rarissima specie di tasso che stava attraversando in quel momento l’area piccola – Lui fu ceduto in prestito con diritto di riscatto alla Virtus Roccella Valdemone. La Virtus lo girò immediatamente alla Vis Sant'Angelo di Brolo per motivi disciplinari: presentatosi tutto tumefatto ed in clamoroso ritardo al primo allenamento (a sua detta si era imbattuto in un nuvolo di vespe incazzatissime), aveva reso inutilizzabili i genitali di ben tre compagni schierati in barriera tramite un curiosissimo gioco d’effetto impresso al pallone grazie ad una clamorosa scivolata al momento della battuta che gli cagionò, tra l’altro, la frattura del bacino. Anche nella Nunc-et-semper-Spes Roccella, tuttavia, Sfigo durò pochino. Dopo aver perso l’occhio sinistro ricevendovi il fischietto soffiato troppo energicamente dall’arbitro, perse anche l’uso dell’orecchio sinistro per una pallata scoccata dal campo di golf attiguo trovandosi così a dover convivere di lì in avanti con complessissime problematiche di deambulazione (per evitare collisioni con persone o cose tendeva a prediligere la direzione destra muovendosi quasi sempre in circolo).
    Rimasto senza squadra per un breve periodo a seguito della perdita del cartellino in un incendio scoppiato inspegabilmente nella sede del Gemini Fondachelli-Fantina al momento della firma del contratto, Sifgo approdò all’Indomita Gioiosa Marea dove trascorse buona parte della stagione in lungodegenza per aver bevuto del disinfettante per latrine da una bottiglia inavvertitamente sostituita a quella dell’acqua durante l’intervallo di una partita amichevole contro una selezione locale di pescatori di granchi.
    L’Audace Mistretta lo arruolò nelle sue fila per alcuni mesi ma dovette presto rinunciare ai suoi servigi perché si ruppe entrambi gli zigomi, il naso e il lobo frontale per una collisione con il palo della porta causata dalla spinta involontaria di un compagno, urtato da un avversario a sua volta vittima della caduta del quarto uomo preda di un attacco cardiaco (singolarissimo effetto domino).
    Sfigo chiuse bruscamente la carriera nella squadra Pulcherrima Naso dopo aver perso tutti e cinque i sensi in un curioso incidente aereo: un piper è precipitato esattemente sulla zolla del campo in cui stava effettuando una rimessa laterale.
     

  • 03 maggio 2011 alle ore 20:13
    Ero il cancro.

    Come comincia: Uccidere è stato più facile di quanto pensassi.
    E stato così naturale.
    Mentre sentivo l'odore del suo sangue pensavo ai documentari sugli

    animali,
    quelli che fanno la domenica dopo pranzo, dove c'è il leone che afferra

    la gazzella per la gola,
    la scuote cercando di spezzarle il collo. Il sangue non mi impressionò

    affatto. Mi guardai le mani 
    piene di grumi, cervella, piccoli frammenti di ossa. Per un attimo ebbi

    la tentazione di assaggiare
    ciò che fuoriusciva dal corpo esanime della mia vittima, un

    irrefrenabile tentazione, una fame
    interiore , primitiva, essenziale.
    Non giudicatemi.
    Non condannatemi.
    Così come non condannate il leone che sbrana la sua preda e i suoi

    piccoli. 
    E' solo fame. E' solo istinto. Amore per la vita, sopravvivenza.
    Non  dovetti fare nessuno sforzo per squartare la carne con il coltello da

    cucina. Quello del set di mia suocera, che ci regalò al matrimonio.

    L'odore di morte, misto al suo profumo mi ricordò le notti di passione,

    sesso e alcool. Quando le emozioni si uniscono alle sensazioni, dove la

    razionalità si lascia soffocare dalla  bellezza dell' istinto.
    Infilai le mani nella profonda ferita, proprio al centro del ventre, alla

    ricerca della risposta, il motivo del mio atto violento. Spostai le

    interiora, ero convinto di trovare la sua anima cariata, la malattia

    che la cambiò, che la trasformò in quel essere odioso. Cosa aveva

    trasformato  in orribili e acidi borbottii la sua voce melodiosa, piena

    d'amore per me?  Chi aveva oscurato il suo sguardo pieno di

    compassione, trasformando le due perle di cielo dei suoi occhi in lampi

    di odio?
    Cercai strappando la carne, i tessuti , le ossa.  Mi ferii le mani

    grattando dentro di lei.
    Poi la verità mi raggiunse, arrivò alle mie spalle. Il suo alito gelido,

    fetido mi stordì. La mia risposta era uno spettro senza occhi, la bocca 

    orribilmente spalancata, il corpo privo di vita, ossa avvolte da pelle

    verdastra e  rinsecchita.
    Come? I ricordi mi travolsero.
    Ero io.
    Il cancro nella sua anima ero io.
    Guardai nella bocca dello spettro, nel suo pozzo nero infinito.
    Ricordai tutto.
    Quella notte, alcool rabbia, frustrazione.
    La notte in cui stuprai mia moglie.
    In quella notte gettai al vento la mia vita e rovinai per sempre la sua. 

    I suoi occhi si spensero per sempre.
    La uccisi già tempo fa.
    Il fantasma mi prese le mani. Nelle sue cavità oculari vidi il suo

    disgusto. Un mostro che prova disgusto per me!
    Io anima dannata!
    Prese il coltello da terra e me lo diede.
    - Fa quello che devi, disse rantolando. - Pregherò per la tua anima.

    Sussurrò prima di sparire.
    Rivolsi il coltello verso il pio petto e mi trafissi il cuore. Sentii la lama

    gelida entrare nella carne e portarmi via la
    vita. Lentamente.
    Lentamente.
    Chiusi gli occhi e si spalancarono le porte dell'inferno.
    La mia nuova lugubre , terrificante, casa.
    Che divido con demoni feroci  e anime dannate come la mia.

    Fine.

  • 03 maggio 2011 alle ore 16:20
    1 miliardo di euro

    Come comincia: Lo avevo avvertito la scorsa notte dal mio sonno leggero, intervallato, spezzettato da sfilacce di sogni irrequieti: sarebbe stata una giornata particolare, questa.
    Poi, di colpo, il display del cellulare sul comodino si illumina, proiettando un fumetto blu elettrico sulla porta della cabina armadio di fianco al letto. Una telefonata.
    “Signor Biolcati, buongiorno!, chiamo dalla (nome di un’agenzia a me più sconosciuta dei rituali di riproduzione dei coleotteri…). Ci occupiamo di rintracciare eredi sparsi in tutto il mondo, ignari di avere ricevuto un’eredità. E’ in ascolto?”
    Uno sbadiglio sontuoso è tutto quello che riesco a rispondere a quell’operatrice tanto professionale quanto monotona. Sono in ferie e, quando sono in ferie, ignoro la buona creanza prima delle nove del mattino…

    Poi ripenso alla parola eredità. Eredità?
    Cerco di rimediare alla mia cafonaggine con una prontezza di parola assolutamente artefatta, da animatore di villaggio vacanze (che detesto; c’ero stato solo una volta in vita mia, vicino a Otranto. Mai più, mi ero detto…). Riverso addosso alla telefonista un’ondata di cordialità impostata e male calibrata da gaffeur consumato:
    “Buongiorno signorina, come sta? Ma alla vostra agenzia lavorate anche ad agosto, con questo caldo? Ma non si prende una vacanza, che so, a Otranto?”
    Più gelida di un bisturi prima di una tonsillectomia, con voce monocorde, vagamente infastidita, la ragazza mi risponde:
    “Le comunico che ha ricevuto un’eredità da un suo lontano parente in India, a Madras, il signor Rabindranath Singh Biolcati. Ne ha sentito parlare?”
    “No, mai.” Cerco di immaginarmi questo ignoto congiunto del Golfo del Bengala, appena deceduto. “E quanto mi avrebbe lasciato questo signor Singh Biolcati?”, chiedo con malcelata curiosità.
    “62 miliardi di rupie”, ribatte pronta l’operatrice.
    “Uhm, sembra una discreta somma. E in euro quanto farebbe?”. Ormai la mia curiosità galoppa sfrenata più di una mandria di bisonti del Montana…
    La risposta di lei, fredda, lapidea: “Circa 1 miliardo di euro”.
    “Bene”. L’unico bisillabo che riesco a pronunciare…
    La sua voce, come da prassi, professionale fino al parossismo: “Un nostro incaricato sarà da Lei alla fine del mese per il disbrigo di tutte le pratiche. A presto”. Poi, con voce biliosa: “E comunque a Otranto ci vive quel bastardo del mio ex dopo che mi ha lasciata, per un’animatrice greca, il giorno prima di sposarci. Buona giornata”.

    Clic. La conversazione si chiude.
    Ecco, ho detto la mia… 

    Ma chi se ne frega della gaffe, con il miliardo di Mr. Singh. Viva Mr. Singh, Bollywood, il cricket, il Mahatma Gandhi, Brahma, Shiva e anche Vishnu. Om Mani Padme Hum.
    Un miliardo di euro.

    Nella vita ci vuole autocontrollo, dominio di sé, capacità di resistere ai colpi.
    Bene, dimentichiamolo. Sono tutte cazzate (scusate la parola, ma non sono ancora le nove del mattino e sono ancora in ferie...). Quando ricevi una notizia del genere, tutte le tue piccole pareti crollano, demolite. Entri in un mondo parallelo, attraversi il corridoio d’ambra che divide il mondo di tutti i giorni da quello dei Prescelti, dei Predestinati. Per un momento,  per un istante che dura una vita, la lady bendata ha aperto gli occhi e ha guardato te, solo te. Addirittura ti ha fatto una visibile avance,  e da quel momento si è legata a te, inestricabilmente.

    Pensi a un’esistenza in cui l’unica vincita era stato un dieci al Totip di 36 mila lire a 13 anni nel 1986 (nella divisa del mio amato e lontano de cuius fanno un po’ più di 1000 rupie…), più qualche premio a lotterie sparse di beneficenza: una bilancia pesapersone, una cintura orrenda color melanzana, un simpaticissimo pesce rosso moribondo… E, soprattutto, ripensi a tutte le altre volte in cui non hai vinto nemmeno quello, nemmeno l’adesivo di Orazio e Clarabella nel concorso su Topolino…

    1 miliardo di euro. Suona bene. Comincio ad abituarmi all’idea.
    E ora? Domanda fondamentale: cosa farne?
    1 miliardo di euro non sono 1 milione di euro e neanche 100.000 euro. Sembra banale, ma, per quanto venale uno possa essere (e io, solitamente, non passo per esserlo più di tanto, almeno a detta di chi mi conosce…), il godimento soggettivo di una tale somma risulta di difficile realizzazione nell’arco di un’esistenza.
    Che fare, come scriveva qualcuno di bolscevica memoria?

    Poi, come l’apparizione improvvisa del mare dopo la curva tra Masone e Genova Voltri, sfolgora un’idea… 

    Ho scritto prima che io (come molti di voi, credo) sono stato svariate volte, fino a questo momento, destinatario di sbadata disattenzione da parte della sorte e del prossimo, o addirittura, in certi momenti, di energico respingimento.

    Numeri che non uscivano.

    La ragazza che ti faceva impazzire, all’università, che manco ti si filava.

    L’evidente imbarazzo di una cerchia di colleghi che interrompevano il discorso al tuo avvicinarsi, per farti capire che non dovevi capire. 

    E tutte quelle volte in cui avevi un’idea che ti pareva geniale e rivoluzionaria, ma non trovavi investitori che credessero in te?

    E i concorsi in cui arrivavi primo, ma degli esclusi? O i colloqui di lavoro andati male?

    E poi, i giochi che facevi da bambino, in cui non eri desiderato. Ricordo ancora oggi, dopo 35 anni circa, la crudeltà di una bambinetta poco più grande di me, all’asilo, quando mi disse: “Tu sei troppo piccolo, non puoi giocare ai lupi…”. Ai lupi…

    Insomma, tutte quelle occasioni in cui ti sei sentito messo da parte, trascurato, rifiutato. Ecco, rifiutato…

    Fortunatamente c’è stato tanto altro nel corso degli anni, occasioni sfruttate e attenzioni inattese (magari anche da parte della ragazza che all’università non ti si filava...). Per me e per molti di voi, spero. Vedi la telefonata di oggi.
    Ma alcuni ricordi bruciano ancora… Per questo vorrei cercare che succedesse il meno possibile ancora ad altre persone.

    L’idea, dicevo…

    Mi dico: con un miliardo di euro, potrò creare qualcosa che permetterà a coloro che, a vario titolo, siano stati rifiutati nella loro vita, di sentirsi a casa. Una fondazione. La chiamerò FONDAZIONE “I RIFIUTI”. E’ un nome forte e provocatorio, mi rendo conto, ma servirà a focalizzare l’attenzione del pubblico.
    Con questo cospicuo patrimonio, potrò:

    1. Finanziare iniziative e progetti contro l’esclusione sociale nella mia comunità (riqualificazione di quartieri trascurati; inclusione degli stranieri; centri per vecchie e nuove fragilità; servizi per disabili e familiari; servizi di reinserimento di ex detenuti, tossicodipendenti e malati psichici; case di accoglienza e riferimento per senza tetto e ragazze di strada). Insomma, tutti quei progetti utili, sostenibili e innovativi che permetteranno, a chi approderà dalle mie parti, di non sentirsi più rifiutati.  (Settore erogativo)

    2. Gestire direttamente un Festival dei Rifiuti. In cosa consiste? Si tratta di una kermesse annuale di una settimana (settembre, per esempio), in cui qualunque persona dotata di un certo talento (scrittori, poeti, musicisti, cineasti, pittori, inventori, chef, stilisti, artisti in genere in vari settori) potrà cimentarsi nelle vie di Novara e di alcune città della provincia, magari nei meravigliosi cortiletti spagnoli del nostro centro storico, o nelle cantine sociali delle nostre colline … L’unico requisito? Non essere “nessuno”, essere stati rifiutati da discografici, produttori, editori, case di moda, uffici brevetti, enti locali. Un occhio di riguardo sarà per le persone accolte nel primo punto. Noi diamo loro un’opportunità di mettersi in evidenza, e magari trovare qualcuno che crede finalmente in loro, anche economicamente. Sarebbe bello se proprio l’Azienda di Smaltimento Rifiuti della nostra città ci desse una mano nell’organizzazione. (Settore operativo).

    Ma quando mi sono svegliato mi sono reso conto che, disgraziatamente, non esisteva nessun signor Singh Biolcati di Madras, India: restava solo il comodino, il mio cellulare silente, la mia selvaticheria prima delle nove del mattino in ferie, le lingue di sole fra le feritoie delle persiane …. E un bellissimo sogno in cui credere ancora: il potere giocare, finalmente, “ai lupi”.