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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 28 aprile 2012 alle ore 19:11
    Parodia dell'uccisione di Ettore - Iliade.

    Come comincia: (Parodia del riscatto di Ettore)

    LA RICHIESTA DEL CORPO DI GIANFRANCO

    Non molti giorni dopo la morte di Gianfranco, Silvio, il suo grande padre, si incamminò verso l’Hotel ‘Sti Casini per chiedere all’uccisore di suo figlio, Pierferdy, la restituzione del corpo del Grande Gianfranco.
    Fu un lungo viaggio per il vecchio re di Arcore, Silvio. Arrivò verso sera all’Hotel degli ‘Uddicciniani’, appunto l’Hotel ‘Sti Casini. Erano tutti riuniti sotto l’ordine di Bersani Dalla Grande Astuzia, per vedere la partita di calcio.
    Grazie all’aiuto del Dio Denaro, Silvio riuscì ad entrare nell’Hotel.
    Pierferdy Dal Piede Lento, stava facendo la doccia nella sua camera e ad un tratto sentì dei rumori sinistri nel piccolo soggiorno. Quando uscì trovò il Potente Silvio Dai Grandi Stivali lì in salotto ad aspettarlo.  Subito disse Pierferdy Dai Capelli Grigi: “ Silvio, re di Arcore!, cosa ci fai nella mia stanza?”
    A lui di rimando diceva il Vecchio e Basso Silvio: “ Sono qui per chiedere all’uccisore di mio figlio e dei miei tanti parlamentari, il corpo del bellissimo Gianfranco, ucciso da te.”
    Subito, guardandolo storto, disse Pierferdy: “ Hai avuto il coraggio di venire qui?! Come hai fatto ad entrare? Almeno hai una valigia piena di soldi?”
    Scocciato dalle tante domande, Silvio, Dalla Bassa Statura, rispose: “ Ho due milioni di euro, ti bastano?E poi, per entrare, mi ha aiutato il Dio Denaro, Bosseo. Purtroppo aveva da andare a prendere suo figlio, il venticinquenne, all’esame di quinta elementare. Ma torniamo a noi: pensa a tuo padre, il coraggioso comandante di Concordi, Stecchino, se tu morissi, non farebbe lo stesso gesto che ho fatto io per mio figlio? Ti prego… Basta solo che tu mi renda il corpo di Gianfranco. Avete avuto voi la vittoria alle elezioni! Ma rendimi il cadavere!”
    Subito Pierferdy si mise a singhiozzare e a piangere pensando a suo padre.
    Anche il re Silvio pianse.
    Si guardarono: Silvio guardava i poster di Playboy, attaccati nella camera e Pierferdy, contemporaneamente, teneva gli occhi fissi sulla borsa traboccante di soldi.
    Ma subito Pierferdy Dai Grigi Capelli disse: “ Ora basta! Se mi fai di nuovo soffrire, ti ucciderò con il mio coltellino multiuso. Siediti e aspetta.”
    Così Pierferdy Dal Piede Lento buttò nella bauliera della sua Porsche il corpo di Gianfranco e lo portò al Centro Estetico più vicino: Centro Estetico Muba-Arack.
    Lo fece pulire, lavare, vestire e gli fece mettere qualche banconota da 500 € nelle tasche, in segno di rispetto verso Silvio.
    Dopo circa trenta minuti tornò dal vecchio re e, guardandolo storto, il bravo Pierfery gli ridette il cadavere.
    Silvio, Dallo Stivale di Marca, tornò alla sua residenza, ad Arcore, fiero di avercela fatta a convincere l’eroe uddicciniano.
    Giorni dopo, ci furono i funerali di Gianfranco alla villa di Silvio, LE  INVITATE ERANO TANTE. E il corpo del bellissimo Gianfranco fu onorato.

  • 26 aprile 2012 alle ore 22:47
    Donne di contrada

    Come comincia: Dalla veranda delle cascine di campagna, ecco, appaiono loro, le nostre donne, avvolte nei loro grembiuli a fiori, attaccate alla terra dei loro padri e ai loro uomini lontani.
    Donne che parlano poco, gli sguardi silenziosi ma fermi, pungenti come capocchie di spillo, severi. Scavate nel volto e nel cuore, col rosario in mano, riservate ma attente, nell’attesa di un ritorno. Stanno appoggiate al silenzio di pietre vecchie, il volto brunito sfaldato dalle intemperie dell’amore.Osservano il cielo e i campi: sanno che il loro tempo e quello del loro cammino sta per finire.
    Negli occhi danzano le immagini e i miraggi di terre fertili, di passioni tenaci, di amori taciuti, di ricordi racchiusi, laggiù, in fondo al filare sperso nella bruma, laggiù, dove il sole si scioglie tra il grano, dove i canti si mescolano al vento nei sussurri fra i rami, le mani ferite e dure, le carezze fugaci e schive, i passi frettolosi e silenti.
    Trascorrono il tempo con negli occhi la tenerezza calda del pianto, mute figure mescolate alla notte, senza sonno.
    Raccogliamo noi le loro storie, continuiamo noi il loro passo, portiamole lontano, oltre la fatica e il distacco, oltre il sentiero lungo i canali, oltre l’alba buia di gennaio; diamo voce ai loro sogni di donna, di ragazza ancora leggera, di mamma china sulla culla.
    Di loro cosa rimarrà se non i ricordi che solo noi possiamo portare avanti?

  • 26 aprile 2012 alle ore 22:03
    L'Angelo che non poteva camminare

    Come comincia: Un piccolo  Angelo, senza piedi, fu mandato sulla terra dal Signore.
    Nel percorso celeste andò tutto bene, ma quando arrivò sulla Terra, si accorse di non poter camminare.
    L’Angelo, un po’ triste, allora, si rivolse al Signore :” Signore, sono arrivato dove Tu mi hai mandato, ma come faccio ad atterrare se non ho i piedi?”
    “ A te non servono i piedi” rispose il Signore “ io ti ho dato le ali per volare.
    Il piccolo Angelo, che voleva cogliere nelle parole del Signore un significato più intenso, non proferì altro, ringraziò il Signore e fece quello per cui era stato mandato : continuò a volare.
    Volò sopra ogni cosa…volò sui prati, volò sui fiumi e sui mari, volò sopra le grandi metropoli e sui piccoli paesi di montagna, volò e volò ancora…per interi giorni ed intere notti, senza mai stancarsi…fino a che, non si abbassò così tanto da scorgere l’uomo.
    Volò anche su di lui ma l’uomo, correva più veloce.
    Correva dentro le auto, correva dentro e sopra ogni mezzo di locomozione e correva anche a piedi, correva così tanto che il piccolo angelo non riusciva a stargli dietro…
    Il piccolo Angelo, fu costretto, un’altra volta a rivolgersi al Signore : “Signore, io ho fatto la tua volontà, ho volato sopra ogni cosa, su ogni luogo e su tutto ciò che ho scorto quaggiù  ma poi ho incontrato l’uomo e a questo punto mi sono accorto che con le mie ali sono troppo distante da lui, ho bisogno anche dei piedi, per potergli camminare accanto , le ali mi serviranno, per sollevarlo, nei momenti in cui non ce la farà".
    Il Signore sorrise, perché il piccolo angelo aveva capito da solo il senso della sua missione e gli fece dono dei piedi.
    E’ per questo che solo “rallentando” la nostra corsa, possiamo percepire dei piccoli passi accanto a noi e se il cuore è “attento” anche un leggero fremito d’ali.

    Dedica: A tutti coloro che hanno voglia di "rallentare" i propri passi. La "corriamo troppo", questa vita.

  • 26 aprile 2012 alle ore 13:41
    Dieci Minuti All'Inferno

    Come comincia: Il nulla.Una mano che non sente,il respiro che manca,il tridimensionamento della realtà moltiplicata,gl'occhi non vedono,le orecchie non sentono,come rinchiusi in una bolla e il mio corpo non regge.Non sentire che un gelido torpore corporeo;"Che stia morendo?Oh Dio sto morendo!Non sento più le mani,non sento più il cuore.Il malessere del male che s'annida silenzioso,pensieri che ti tagliano le membra,ricordi,avvenimenti,incontri,parole,dolore,dolore, dolore.IL corpo cede;"Non cedere!Fatti forza,non morire!"L'immagine di un cuore che scoppia,le vene che trafiggono la pelle per uscire da quel mattatoio interiore,la bocca non emette gemito,le viscere si seccano,poi la salvezza,acqua gelida intorno e sulle mani.Le facce amiche,caldi carezze.Si è ritornati a galla,ho fatto un giro nel mio inferno,questo ho pensato.E come guerriero vittorioso ne sono uscito senza troppi danni come se in dieci minuti mi fossi chiusa in me divorato dal male fisico scaturito da quello morale che porto dentro.
    Poi la luce e dritti nella realtà.
    Negli sguardi sconosicuti,in saluti smorti,nella tua totale assenza.
    Credo di aver fatto un giro nel mio inferno,non credevo fosse stato così,non credevo fossi capace di farlo nemmeno che ne sarei uscita in dieci minuti,dieci minuti sembrati un infame eternità.

  • 24 aprile 2012 alle ore 7:19
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.

  • 21 aprile 2012 alle ore 17:30
    Alieno

    Come comincia: Corse sulla terrazza rivolta a sud per raggiungere la figlioletta di due anni. Naturalmente Bruna stava già avviandosi, aiutandosi con le mani, verso il piano superiore della casa, raggiungibile con una scala a chiocciola. Nel momento stesso in cui abbassò per un attimo lo sguardo vide ”la cosa".  Era nera e sembrava avere due teste.  -”Non possibile”.  Registrò il cervello. E subito dopo:- "La bambina può farsi male!"- Afferrò la piccola per un polso e chiamò a gran voce la prima figlia perché la raggiungesse. Naturalmente Fiammetta tardò a rispondere al richiamo: era in piena crisi adolescenziale e alquanto recalcitrante ad ubbidire.  ”Fiamma, vieni SUBITO qui, per favore!”- insistette, sempre con l'attenzione divisa tra la”cosa“ e la sua ultimogenita. Fiamma finalmente giunse, incuriosita dal tono di urgenza che aveva intuito nella voce della madre e poté così affidarle la piccola per qualche minuto per cui il suo interesse si spostò sull'essere incredibile fermo sul bordo del terrazzo: lungo non più di tre centimetri, a prima vista poteva sembrare un grosso ragno, ma decisamente non lo era. Aveva un piccolissimo musetto da topo, con le orecchie enormi rispetto al corpo. La primitiva sensazione che "l'animaletto” avesse due teste venne "archiviata“ dopo un più attento esame: aveva quattro ”zampe”, o qualcosa di simile ad esse e quelle davanti possedevano due minuscoli moncherini al posto delle minuscole ”manine" con cui terminavano quelle di dietro. L’esserino era certamente terrorizzato. Il suo cervello le diede finalmente risposta alla prima domanda che si era posta nel vederlo: Cos’é?" –“E' un piccolo di pipistrello". Sembrava assurdo. Ne aveva visti di più grandi, circa cinque volte più grandi, compiere evoluzioni intorno alla luce dei lampioni, di notte. Ne aveva visto uno molto da vicino, anni prima, caduto in volo. Ma quello che adesso stava osservando era ”un cucciolo”. Di qualunque razza animale fosse era comunque "un cucciolo". Doveva prenderlo. Ma come? Non voleva usare le mani nude perche ”l'essere” la inorridiva. Prese un cartoncino e costrinse il piccolo a strisciarvi sopra. Ebbe una sorpresa e con lei la figlia Fiamma: il piccolo si muoveva con una destrezza incredibile, facendo leva sui due moncherini davanti. Rischiava di ritrovarselo sulla pelle. Entrò in casa seguita dalla figlia e accolta dalla curiosità del figlio maschio di nove anni e di una nipotina. Rino sembrava galvanizzato dalla scoperta del "mini-pipistrello", ma appena fu dentro la cameriera lanciò quasi un urlo:- “Mozzeca, signo’!” -“Impossibile”. Rispose lei di rimando. In quel momento si rese conto di essere ridicola, così preoccupata di non toccare quel piccolo animale indifeso con le mani. Il cucciolo si arrampicò velocemente su di un dito, poi le scivolò dolcemente sul palmo della mano e riprese il suo cammino sempre più spaventato. Michela lasciò che si stancasse, facendolo passare da una mano all'altra e intanto cercò sull’enciclopedia alla voce “pipistrello”. Ricordava che fossero mammiferi e pensò di nutrirlo con del latte. Ad una prima ricerca il termine "mammifero" non risultò. Il pipistrello é un insettivoro, decretava il libro. Ma il mio pipistrello non sembrava potesse gradire mosche o moscerini. Meglio tentare con il latte. Mentre l'esserino continuava imperterrito i sui giri da un dito all’altro, con grande maestria e urlando ai suoi figli maggiori:- “Fate attenzione a Bruna!”- cercò affannosamente nell'armadietto dei medicinali una bottiglietta munita di contagocce. La prima che le capitò tra le mani conteneva un liquido troppo pericoloso, così accadde per la seconda. Alla fine trovò le gocce di ”cecon” e, tenendo imprigionato il piccolo in una mano, lavò il contagocce, riempiendolo poi di latte. Nutrire il piccolo si rivelò impresa difficile: si muoveva di continuo e non capiva il senso dell'operazione che la ”padroncina” tentava di effettuare. Intanto, bagnando con delicatezza il musetto incredibilmente minuscolo dell’esserino, provò a trovargli un nome, come sempre faceva in occasioni simili, ma fu un fallimento, perché non le veniva a mente nulla di consono. Ai contrario il suo tentativo di nutrizione ebbe successo in quanto il piccolo sembrò gradire - finalmente- il latte e cacciò una invisibile linguetta per succhiarlo. Prima goccia, sternuto, seconda goccia, secondo sternuto perché le infinitesimali narici sembravano affogare in quelle dense gocce bianche. -"Non ci si può affezionare ad un pipistrello!”- Pensava intanto Michela. -"Mamma, lasciamelo toccare!”- “Pretendeva Rino.”- "Attenti alla piccola, può farsi male!"- Insisteva Michela inquieta, notando che Bruna, utilizzando la distrazione degli adulti, tentava una scalata al comodino della stanza da letto dove si trovavano tutti. Ritornando all’animaletto Michela si disse che, per come era differente da loro fisicamente, avrebbe potuto anche essere un “marziano”, un alieno insomma, così battezzò l'esserino: "Alieno". Andava bene il nome. Le ricordava possibilità remote di extraterrestri piombati sulla terra, di forme viventi dissimili della razza umana. Alieno" era " GIA"' sulla terra, così piccolo e assurdo nelle sue forme e così perfetto per le vita che avrebbe dovuto condurre da, adulto. - "Quant’é carino!” - si ritrovò a dire. I figli maggiori ed anche la più piccola si mostrarono unanimamente d’accordo:- -“Mamma, possiamo e accarezzarlo?”- Chiesero. Lei lasciò che e turno passassero le dita delicatamente sul dorso di Alieno, leggermente coperto di peluria come quello delle farfalle. Il piccolo allora, oramai sazio, si rifugiò nel palmo della sua mano, al caldo ed al sicuro: aveva trovato una mamma. -"Dove lo metto adesso?"- “Chiese Michela, già mamma, alla ”sua” mamma che viveva con lei. E la madre, memore di colombi allevati amorosamente, di cagnetti cresciuti dall’età di un giorno e di piccoli passeri implumi caduti dal nido, non mostrò stupore nel notare l’affetto che vibrava già nella voce della ancor giovane figlia. L’aiutò a cercare “un nido" per il piccolo, che mostrava capacità inaudite di fuga da ogni scatolo di qualsiasi grandezza. Si convinsero alfine ad usare un barattolo in vetro dove Alieno fu deposto, appoggiato ad un panno di lana. Michela però non avrebbe scommesso una lira sulle sue capacità di sopravvivenza. Fu con stupore che costatò un’ora più tardi, l’ottima salute di cui godeva il piccolo e la mattina successiva il gusto con cui sorbiva il latte e ricercava poi il tepore della sua mano.  La sera successiva, con il piccolo nel pugno, seguì un breve documentario televisivo e poi ripose l’animaletto nel “nido”. Alieno in quel momento iniziò a “chiamarla”. Un trillo, uno stridio, un suono che sembrava quasi un ultrasuono. Alieno chiamava lei, senza dubbio. Lo riprese tra le mani e lui tacque ed ancora bevve tra gli sternuti, un paio di gocce di latte. Poi passò  da una mano all'altra e stridette di nuovo. I “suoi cuccioli”, incuriositi, tesero le orecchie per percepire il suono. Rimesso nel nido il piccolo chiamò a lungo e poi si quietò. A distanza di un giorno era pieno di combattività e di appetito. Lo trovò intento a pulirsi una minuscola ala velata, quasi fosse un adulto. Nel riprenderlo in mano riascoltò lo stridio gioioso del cucciolo che si rintanò al sicuro nel suo pugno. Alieno le aveva insegnato qualcosa di se stessa: sapeva amare anche un essere così ”brutto o diverso”, provava per lui una sorta di “amore materno". Avrebbe amato così anche un essere di un'altra razza, giunto da un altro mondo? Sì, lo avrebbe amato. E con più amore avrebbe amato un figlio, se le fosse nato deforme. Lo avrebbe amato. Provò allora una sorta di commozione per la natura tutta, por l’universo intero e per quel Dio che doveva pur esserci al di qua o al di là dell’infinito, che le aveva posto nell’animo quella spossante e meravigliosa capacità di amare.

  • 19 aprile 2012 alle ore 12:04
    La figlia di Alice _tempo primo_

    Come comincia: Il signor Smith conobbe finalmente la ragazza dalle grandi doti interpretative, dalla vasta gamma di colori pronti a mescolarsi tra loro, uno dopo l'altro, ma non in sequenza, spirito combattivo, una timidezza latente, da mettere in discussione istinto, nervi e quotidiano. Nutrita non dal suo cibo. Innaturale creatura.  E così per sentito dire, costruì una vita, rasentando dall'ottimizzare la propria condizione, senza accrescere lo stato di benessere. A volte veleggiava, gongolava, mimetizzandosi al divano,al libro, alle interferenze, creando delle forti pause. Così che il signor Smith contento della sua conoscenza la vide raccogliere il proprio vestito a piedi nudi,sbirciandola dietro gli alberi, immaginandosi di abbracciarla, mentre lei non era più lì.
    Era la figlia Alice, senza nome ancora, ma lei sapeva di esserlo, la sua mamma se l'era perduta, la sua mamma era ancora una definizione, mentre lei , la figlia, già il frutto, il granello di sabbia nel mare. La ragazza percorreva le sue pagine, a volte nasceva e rinasceva, come un'anziana saggia di una dimenticata isola, o la più dispettosa e agile delle bambine, altre ancora la geisha di un uomo visionario. Una volta addirittura il signor Smith la vide in un ritratto, e non sapeva dirsi da che parte andasse, probabilmente da nessuna, se solo un ritratto potesse muoversi, ma poi in realtà è l'occhio che lo vuole. Si rividero dopo cento giorni, con il vento più caldo, e il sorriso fino ai gomiti.
    _________________________________________________________________________
    Come nasce un sorriso, da un modo di tenere gli occhi appena, impercettibilmente socchiusi, da  labbra, che più forte dell'intenzione probabilmente, già si tuffano in una piega mai troppo larga, silente, dai mille e mille colori.
    E così che si può essere immaginati, o ascoltati. Come un sorriso. Lui, il Signor Smith, riusciva a descriverla così. Una cosa da far stranire gli universi, quelli più asincroni, ma non i loro.
    La figlia di Alice prese il nome di sua madre, e le braccia il loro senso. Inspiegabilmente protese come nel mare ad annusarle, a ripercorrerle. Poi d'un tratto, trovarle.

  • 17 aprile 2012 alle ore 16:13
    Time out all'Infinito

    Come comincia: Era una mattina come tante, forse un giovedì, non ricordo bene, è passato del tempo. Un tempo che non so quantificare avendo ormai perso ogni riferimento.

    Comunque quella mattina, sbirciando da sotto la tendina di camera mia, il tempo sembrava davvero buono. Per tutta la visuale consentita dal vetro a riquadri leggermente appannato dal fiato, il cielo era uno splendore. Nessuna nuvola dietro il crinale, nessuna velatura nel turchino accecante, neanche un filo di vento a solleticare le chiome degli abeti  che a destra ammantavano d’ombra il ripido pendio roccioso. Per questo non mi preoccupai del Meteo, uno sguardo fuggevole e distratto sarebbe forse bastato ma, resa ottimista dalla leggera euforia per l’evento della vita, non  me ne curai. Afferrai la giacca a vento, la sciarpa di lana multicolore fatta a mano da mia zia, lo zaino stracolmo come quello di un esploratore  e infilai le scale dello chalet quasi danzando.

    Difficile immaginare l’odore dell’aria di montagna in un giorno come quello senza esserci stati almeno una volta, né la statica trasparente leggerezza delle immagini, l’ingannevole percezione degli spazi, la sensazione di serena fluente eternità. Frizzante, come una coppa di champagne ghiacciato, un delizioso pizzicorino sulla punta del naso e delle dita. Odore di muschio dietro la tettoia del box, odore di lana vecchia nella coperta stesa per evitare il ghiaccio sui vetri dell’auto. Il richiamo di un rapace, l’eco di un lontano borbottio giù a valle. Ricordi.

    Ricordo ogni dettaglio, la foglia marcia che si era appiccicata sopra lo stivale e che tolsi con un fazzoletto di carta prima di aprire la portiera, un vecchio scontrino del parcheggio accartocciato sul tappetino e lo schianto di un rametto sotto i piedi mentre aggiustavo lo zaino sul sedile posteriore. Dettagli che non avrei mai ricordato se lo spettacolo avesse avuto inizio e avessi finalmente raccolto i frutti del mio lavoro.

    La serata  era ancora lontana e sentivo che non sarebbe arrivata abbastanza in fretta. Non riuscivo a trattenere il sorriso pensandoci, mi passai le mani nei capelli e rovesciai la testa indietro perdendomi nell’azzurro infinito, beandomi della gaia urgenza dell’attesa. 

    Lame di luce giocavano sull’asfalto una strana partita, un repentino via vai fra i tronchi anticipando i flash di fotografi dilettanti, e mi pareva già di udire qualche timido applauso che andava montando in uno scroscio entusiasta. Una sola persona davvero importante e sarebbe stata lì per me.

    Scendendo verso il paese mi sentivo parte di quel paesaggio ridente e lucido come una cartolina, lo ringraziavo per la serenità che mi aveva regalato e già lo salutavo pensando che un giorno, forse  non troppo lontano, sbirciando la platea da dietro le quinte di uno scintillante palcoscenico oltreoceano, lo avrei ricordato con velata nostalgia, quasi sazia di palme e onde schiumeggianti.

    Dopo un tornante a destra, al di là di uno sparuto gruppo di cespugli soffocati dalla neve, potevo scorgere il torrente, lesto, impetuoso e scuro in tutto quel biancore, che lambiva il ponticino di legno della malga. Il fumo disegnava un buffo pennacchio sullo sfondo rosato di rocce e ghiaccio e un lento vapore usciva dalla porta socchiusa della stalla. Il vecchio Alviero si affrettava verso il fienile col forcone in spalla, icona di un tempo restio a svanire, mentre la moglie con gli stivaloni neri portava sottobraccio un fagotto informe.  Li conoscevo fin da bambina, quando assieme ai loro nipoti ruzzolavo fra l’erba del pascolo alto odorosa di genziane e li guardavo salire appesa ai resti di uno  steccato, pregustando la merenda di pane e formaggio appena fatti e il racconto di antiche storie di montagna.

    Anche loro avrebbero fatto parte di un nostalgico album di ricordi, bagaglio e ispirazione per qualche opera futura.

    Elettrizzata. Così mi sentivo superato il paese e risalendo verso il passo. Affondai il piede sull’acceleratore e presi ad armeggiare con lo stereo in cerca di qualcosa di buono da ascoltare. La ricezione era peggiore del solito e dopo aver inutilmente passato in rassegna ogni sorta di gracchianti cacofonie, mi decisi ad ascoltare Mozart.  Frugando fra i CD sparpagliati in fretta sul sedile del passeggero, un occhio distratto alle curve e uno alle etichette, non mi avvidi del repentino mutare dei colori e dell’affievolirsi del luccichio sugli astucci aperti. Infilai nel ventre cupo del monte ancora intenta con le custodie. La  galleria era deserta, pressoché rettilinea, così ne approfittati per richiuderne un paio, annaspando con un libretto di testi e il CD fra le labbra.

    Lo scroscio sul parabrezza mi colse del tutto impreparata all’uscita sul viadotto che attraversa la valle del versante nord. Azionai  il tergicristallo mentre una raffica  faceva sbandare l’auto, ma era tardi. Quell’attimo senza visuale, piegata verso il bauletto portaoggetti, mi aveva disorientato e persi il controllo.

    L’ultima cosa che ho visto è stata la sciarpa di lana che si divincolava come uno strano animale. Dopo, solo suoni indistinti, forse voci, e l’onda del dolore che saliva e scendeva come una fanfara impazzita fino a placarsi del tutto.

    Darei molto per avere coscienza del tempo che passa, appollaiata su questa spalliera come il fantasma di un filmetto di terz’ordine, mentre vedo sbiadire i capelli di mia madre, affievolirsi la luce nei suoi occhi e gli abiti pendere un po’ di più dalle sue spalle.

    Il tempo non mi appartiene, come non mi appartiene il mio corpo, quel mucchietto inerte e rinseccolito che ammuffisce nella penombra di una stanza anonima, sballottato o maneggiato con cura secondo l’umore del momento. Né mi appartengono i suoni e le parole, che erano tutto per me. Vorrei gridarle di andare via, che non sono io, che non c’è vita in ciò che guarda perché la vita si è smarrita, incerta sulla strada da seguire, ingannata da mani bugiarde che hanno elargito vuote speranze. Si è fermata a mezz’aria né vinta né vincitrice, preda del silenzio.

    Mi appartengono invece le menzogne falsamente caritatevoli, affilate come rasoi, paraventi di colpevoli presunzioni, raspose come vecchie mani adunche, melliflue come lingue di meretrici. Restano indelebili, aleggiano in questa poltiglia livida inchiodandomi in un limbo che sempre più rintrona di un sordo furore.

    Venivano così spesso all’inizio, impettiti nei loro camici bianchi, coi loro piedi silenziosi, le mani dietro la schiena o nelle tasche inamidate. Parlavano lentamente, quasi con dolcezza e rispetto, e mia madre li ascoltava con le lacrime che inciampavano in due profondi solchi ai lati della bocca. Li ascoltava con la cieca fiducia che solo la speranza folle di una madre distrutta dal dolore può ispirare. Beveva ogni sillaba come linfa vitale, aveva bisogno di credere che davvero tutto era andato per il meglio, che ogni cosa era stata tentata e per questo forse… 

    Forse. In principio nessuno disse mai.

    Pietà? Compassione? Solo bugie. Sono sicura che sapessero molto bene ciò che avevano fatto e perché. Un perché che non ha niente a che vedere con me, la mia vita e mia madre che non sa arrendersi all’evidenza. Un perché che affonda le radici nella parte peggiore di noi esseri umani:  quella presunzione che ci rende assetati e affamati, che ci fa ottenere grandi risultati e nasconderne il prezzo, che ci rende ciechi e sordi se  non alle ragioni del nostro obiettivo. Io lo so, sono stata anch’io così, in parte. Ho calpestato anch’io la mia piccola quota di deboli in nome di un risultato da ottenere, perché io "ero più brava", perché mi sentivo migliore.

    Certi risultati non sono facili da ottenere, forse i camici bianchi non li otterranno mai. Siamo fatti di carne, abbiamo casualmente un inizio e inevitabilmente una fine. Per quanto questo ci ripugni, dobbiamo chinare la testa dinnanzi all’ordine delle cose e tornare nel Respiro dell’Universo. Inutile dunque accanirsi in una battaglia impossibile. Invece lo facciamo, tendiamo all’eternità nella materia, ignorandone ottusamente i limiti invalicabili.

    Ci sono momenti in cui tutto mi appare chiaro, evidente, e altri in cui la nebbia mi confonde. Non penso più come un essere umano e non penso ancora come uno spirito libero dai vincoli terreni. Chilometri di pellicola girati sui fantasmi che non vogliono abbandonare la terra. Io lo avrei fatto , se solo me lo avessero consentito.

    Tempo. Tempo deve esserne passato molto, troppo, se si sta perdendo ogni traccia dell’antica allegria, se tutto  sta svanendo e i ricordi si smarriscono. A parte quell’ultimo giorno, non resta quasi niente, sopravvivono solo le cose peggiori, stanno tutte attorno e mi guardano sogghignando.

    Loro, i dottori, hanno cessato le visite in fretta, troppo in fretta per la ragione di mia madre e perché io non mi rafforzassi nella mie convinzioni. La scienza ha lasciato così di buon grado il posto alla religione, così facilmente hanno iniziato a parlare di Fede, come  fosse un farmaco di nuova generazione. E mia madre si è avvolta nella coperta calda delle preghiere, dei dialoghi interminabili con questo o quel prete, con questa o quella suora. Fede, Speranza, Carità.

    Pietà signori, pietà di me.  Canterei se avessi voce.

    Canterei coi toni lugubri e spezzati del melodramma, implorando un sipario finalmente.

    Ma non ho voce, né per parlare col mondo né per parlare con Dio. Non mi risponde, non mi sente, non mi ascolta.  Non conosco più le note che elevano lo spirito, se mai le ho davvero conosciute. Un’altra delle mie perdute illusioni. Un altro tono di grigio. Un po’ meno luce. Tanto non c’è niente da vedere.

    Ricordi.

    Delia… Si chiama Delia. La mia amica d’infanzia. Una creatura esile come un filo d’erba, con una voce infantile e incredibili occhi chiari adombrati appena da un’ala di capelli scurissimi.  A guardarla mi dava l’impressione di uno scoiattolino pronto alla fuga tanto era docile e sommessa nella quotidianità, invece  era capace di una forza e una durezza insospettabili quando si trattava di difendere i suoi ideali.  Non percorrevamo sempre gli stessi sentieri, noi due, ma eravamo legate dai sogni, dalle speranze che ci avevano incantato da ragazzine. Io mi ero persa un po’ di pezzi per strada, la via del compromesso è più facile ed è facile da autogiustificare. I miei obiettivi si erano diversificati, i miei ideali erano più terra terra. Delia no, Delia era rimasta la stessa. Paladina dei diritti. Di tutti. Umani e non. 

    E’ tanto che non viene. All’inizio parlava a quella cosa sul letto come se fossi ancora io, sistemando i capelli sparsi sul cuscino.  Poi, non ha osato più allungare la mano.

    Poi, non è più venuta.

    Non viene più nessuno, solo mia madre e la suora.

    Eccola, scivola in un fruscio di sottane nere, attenta a non far cigolare la porta, le mani ossute nascoste nelle maniche e gli occhi bassi. Guardare fa male.

    E’ ora di preghiera. Eppure… non parla più di Dio, la piccola sorella, ha perso un po’ l’aspetto di bambina e parte della serena quiete nello sguardo; solo porge il rosario a mia madre e sedute accanto pregano piano, senza nulla chiedere. Un lento bisbiglio che si confonde col respiro, mentre cresce un pensiero segreto che assomiglia alla pietà, ma inconfessabile.

    Lasciatemi andare. Prima che anche lei disperi del tutto, travolta dall’insensata irreversibilità di quest’atto unico, monologo del silenzio, buio oltre un proscenio vuoto. Un buio ferale e irrisorio che mi fagocita e dilaga mentre la Speranza non è che una flebile vibrazione, lontano, chissà dove. Dio non mi ascolta. Io non lo sento.

    Quante parole spese in difesa del diritto alla vita, interi tomi, una babele di parole auliche e sublimi. E noi, ebbri di buoni sentimenti e di sani principi che ci innalzano al di sopra della miseria della nostra condizione umana, vulnerabili a una superbia che sa di santità, abbiamo scordato un altro diritto, altrettanto inviolabile e sacro.

    Il diritto alla morte.

    Io lo rivendico questo diritto negato da un insano delirio di onnipotenza. Incapaci di rubare la vita alle mani di Dio gli abbiamo rubato la morte.

    Io ripudio questo tempo sospeso, questa vuota agonia senza lamenti, né dolore, né dignità. Negata, nascosta, inutile.

    Tutto è andato perduto, vinto da un livore affollato di presenze minacciose  che a poco a poco allontana ogni barlume di luce, finché l’ultima esile fiammella si estinguerà in un filo di fumo e resterà solo il buio.

    All’infinito.

  • 17 aprile 2012 alle ore 13:20
    La fiaba dell'albero e del tenero virgulto

    Come comincia: Voglio raccontarti un’altra fiaba, come quelle che ti piaceva ascoltare la sera, prima di addormentarti, tanto tempo fa, quando eri così piccolo e dolce, che mi pareva  impossibile dover soffrire tanto, un giorno, per te e con te.

    “C’era una volta un albero d’alloro, che era stato trapiantato da un giardino dopo che suo padre, l’albero gigante, era stato abbattuto, perché le sue radici minacciavano il muro di recinzione. L’alberello crebbe e indurì la corteccia del suo tronco, e si fece sempre più alto e robusto, le sue radici divennero sempre più lunghe e profonde e venne il giorno in cui anche lui dové essere abbattuto, perché non crollasse il muro di cinta. Mentre la grande lama dentata penetrava nelle sue fibre vive e un rumore assordante copriva il fruscio del vento, che accarezzava pietoso le povere foglie profumate, l’albero guardò il tenero virgulto nato accanto a lui dai suoi semi e  con voce muta innalzò un'ultima preghiera al Signore della Natura.
    - Non ho scelto io di nascere. – gli diceva -Tu hai deciso per me, e avevi deciso tu per mio padre e per il padre di lui. Noi tutti abbiamo accettato, come tu volevi, di gettare il nostro seme, perché come noi bucasse con fatica il duro terreno e germogliasse affrontando il freddo e la sete, per crescere e indurire la propria corteccia e allungare le proprie radici. Adesso che è giunto per me il momento di essere abbattuto e non mi è dato di rimanere nel tuo giardino per vedere il mio seme diventare albero, concedimi almeno di cadere al suolo senza danneggiarlo. Se non ho potuto aiutarlo come volevo, perché le mie braccia non hanno saputo proteggerlo, quando il gelo lo intirizziva e il sole lo inaridiva, risparmiami almeno il rimorso di avergli fatto del male per essergli stato troppo vicino. - 
    Il Signore della Natura ebbe pietà dell’albero e mentre cadeva ordinò al vento di spingere dolcemente il suo tronco  reciso lontano dai teneri germogli”.
    Chi sa, figlio mio, se c’è davvero un Signore che ascolterà anche la mia preghiera ?

  • 16 aprile 2012 alle ore 18:45
    La cornetta del telefono

    Come comincia: Ciao, sono la cornetta ....  La cornetta del telefono! .... si, il telefono: questo grosso oggetto nero su cui sto sdraiata. Siamo inseparabili, per via di quel lungo ricciolo nero, che se anche mi allontanassi non andrei molto lontano!
    Un tempo ero nera e lucida come il pianoforte in fondo al salone: quel bel mobile maestoso che incute rispetto e ammirazione, specie quando mostra la sua  lunga fila di denti bianco avorio. Sempre pronto, sempre impeccabile ...  veramente splendido!
    Così ero io un tempo, nera e lucida! ... non come ora che mi vedi coperta di polvere in quest'angolo poco illuminato. È un bene che tu non conosca la polvere: roba leggera e impalpabile sempre in agguato, corpuscoli infinitesimali che ti si incollano addosso piano piano, lenti e implacabili ti cambiano l'aspetto coprendo un po' alla volta il tuo antico colore, desiderosi di nasconderti.
    C'è stato un tempo in cui la mia vita era molto diversa. Le fonti di calore che chiamano “persone” spesso si interessavano a me: mi prendevano e, tenendomi con forza, mi riscaldavano con i loro suoni, a volte per ore, assumendo strane posizioni mentre distrattamente giocavano con questo dannato ricciolo che mi tiene legata.
    È colpa sua se oggi le “persone” mi ignorano, è colpa sua se rimango ancorata al telefono a morire di freddo.
    Le fonti di calore sono cambiate: sempre in movimento, portano con loro cornette libere da legami che hanno sostituito la sobria eleganza del nero con colori di gusto orrendo. Le senti mentre chiedono attenzione con  i loro suoni fastidiosi,  le vedi libere godersi il calore delle persone che tanto mi mancano.
    Cosa darei per provare ancora le vibrazioni dei suoni, la forte stretta che mi faceva sentire viva ...
    aspetto che qualcuno si ricordi di me per una telefonata, che è questa la mia ragione di vita!

  • 14 aprile 2012 alle ore 11:17
    Erri Imparò A Volare

    Come comincia: Erri era seduto lì, come al solito,sui gradini di marmo freddo che scrutava gl'altri malati senza accorgersi che in fondo gl'altri guardavano lui. Erri aveva avuto un'infanzia triste e dolorosa fondata sulla scomparsa del padre ritrovato morto e la lunga malattia della madre che sembrava non aver mai fine. Eppure il destino beffardo non fece altro che dargli dolori e sofferenze accompagnandolo nella sua di malattia. Chiuso in un ospedale psichiatrico, Erri decise di non parlare, ne ascoltare, ne vivere e si chiuse nel suo triste silenzio come se gli fosse stata strappata la vita stessa inerme e indifeso alla sua crudeltà. Aveva tanto sognato quel vispo bambino che saltava da un albero all'altro illudendosi fosse un uccellino libero e felice di ciò che il cielo, almeno quello, gli offriva ogni volta. Ma la malattia della madre lo colpì così prematuramente che le sue piccole ali gli furono staccate senza batter ciglio. Monica andava a trovarlo di tanto intanto ma l'amore di un'amica non riuscì a salvarlo dall'inferno che portava dentro e benchè riuscisse a strappargli un accenno di sorriso, Erri dimenticava,dimenticava sempre. Fu così che un giorno decise di rimettersi in sesto e dare una svolta dignitosa alla sua misera vita: tutto intorno all'ospedale sorgevano pini alti metri e metri,salì a carponi su uno a caso e, ridendo senza motivo, alzò le mani al cielo sussurrando parole di una vecchia canzone ascoltata da piccolo canticchiata dalla madre nei momenti di follia. Con le mani verso l'alto, Erri iniziò a ciondolare prima lentamente poi sempre più forte fino a lanciarsi nel vuoto gridando:"Sto volando! Sto volando!". Fu così che dopo anni Erri imparò a volare e volò più alto che poteva in modo da non poter essere più catturato, in modo da poter dire a sua madre "Ho volato così in alto che nessuno ha potuto toccare le mie ali e nessuno più, da adesso, le potrà toccare. Ho visto il Canada e ho visto papà che mi salutava ma poi ho pensato di venirtelo a dire così potrai guarire, così potrai sorridere."

  • 13 aprile 2012 alle ore 16:51
    Un vecchio quadro

    Come comincia: Ecco cosa mancava sulla parete bianca, di una vita ormai agli sgoccioli. Un quadro in bianco e nero, una vecchia fotografia di quella piazzetta dal nome poco indicato per la grande metropoli di Milano: Mirabello. Chissà cosa c’è di bello da mirare, non lo so. E’ una piazza come tutte le altre, qualche albero striminzito, nel centro poche aiole e un vialetto che le taglia in mezzo. Qualche panchina per le persone anziane, e per noi giovani, che ci sedevamo a suonare la chitarra.
    E’ un bel quadro, ma in bianco e nero, perché i colori si sono sbiaditi col tempo. Però ricordo. anche se ero un personaggio non dipinto nel quadro, che stavo lì a guardare, partecipavo in disparte. Osservavo.
    Sulla piazza si affaccia un bar, avrà anche avuto un nome, ma noi lo chiamavamo “dall’Oreste”. Era il nome del proprietario, un omone grosso e buono come una pagnotta. Si trattava di un bar senza pretese, non come i bar attuali, che curano l’arredamento, preparano sfiziosi panini o drink. Se volevi mangiare, pane e salame erano sempre a disposizione, come un toast farcito. Se volevi bere, non mancava nulla di quel che c’era, dai superalcolici all’ aranciata. Caffè e cappuccini con briosce sempre fresche.  Il locale era grande, a me pareva immenso: nel centro, due grandi tavoli da biliardo, in fondo, addossati alla parete, alcuni jukebox. Dei vecchi tavolini di legno e sedie non proprio accoglienti, erano il resto dell’arredamento, oltre al banco del bar.
    Pur essendo un locale così scalcagnato, era molto frequentato, da gente di ogni età e ceto sociale. Poco distante da quel bar, si trova il Tombun, locale frequentato fin dall’ottocento dagli artisti squattrinati, pittori che pagavano la consumazione a suon di quadri e, un po’ più in là, all’angolo di Via Brera, c’è il Giamaica, altro bar frequentato dai soliti noti, studenti dell’Accademia, pittori, musicisti,  e quegli scatenati che organizzavano gli scioperi del famoso “68.
    Nel quartiere Brera, quelli erano i locali maggiormente frequentati, ma dall’Oreste era un mondo tutto particolare.
    La sera, ci si trovava per decidere dove andare, se al cinema o a ballare in qualche discoteca. Discutendo le varie proposte, riuscivamo a tirare così tardi, che alla fine non si andava da nessuna parte. Allora si giocava a boccette –io con la stecca non ci andavo d’accordo – e se riuscivo a fare filotto – saltavo come una matta, dando pacche sulle spalle a destra e a manca.
    Alcune sere, però, i tavoli da biliardo erano intoccabili: arrivavano i fratelli Somaré, con Patrizia, non ho mai capito se fosse fidanzata con Sandro o con Guido, erano sempre insieme come i tre moschettieri! Patrizia era la figlia di Tonino, e nipote di Alberto Ascari, i campioni di automobilismo. I due fratelli, pittori affermati, erano più grandi di noi ragazzi di almeno una ventina d’anni, e ci toccava  soccombere alla loro arroganza.
    Il massimo del piacere avveniva quando Victor e Maurizio entravano nel bar, e con nonchalance dicevano ai moschettieri di smammare! Che soddisfazione vedere quei tipi con la puzza sotto il naso, e sacramentando  nel classico birignao milanese, allontanarsi con la coda tra le gambe! Ma Victor e Maurizio non erano persone qualsiasi, erano quelli dell’Equipe 84 e nostri buoni amici. Fingevano di fare una partita, e poi ci cedevano il biliardo!
    In quel bar scendeva spesso Mariangela, si tratteneva un attimo con la sorella Anna, poi andava in teatro per le prove della commedia ‘L’inserzione” di Natalia Ginzuburg. Mariangela aveva già quella voce profonda, da gran fumatrice senza aver mai fumato in vita sua.  Anna invece suonava la chitarra, componeva qualche canzone, ma aveva solo 17 anni e due occhi verdi enormi, da far invidia ad un ranocchio! Era molto carina e mia buona amica. Dopo che le sorelle Melato si furono stabilite definitivamente a Roma, ho sempre fatto visita alla loro mamma Lina, fino a qualche anno prima della sua morte.
    Ma questo fa parte della cornice del quadro.
    Dentro quel bar, non mancava mai Piper – non chiedetemi il suo vero nome, forse non l’ho mai saputo, un ragazzetto alto e secco, sempre insieme alla sua Ornella, che lo seguiva come un’ombra. Piper, così soprannominato perché fanatico di quella discoteca dove una certa Patty Pravo cantava quasi tutte le sere, purtroppo aveva un problema: fumava. Ma non Malboro o Luky Srike, fumava spinelli, e sempre di più, per cui era schizzato come non pochi!  Passava da uno stato di euforia, a quello colmo di nervosismo, e non sapevi mai quando era di luna buona. E’ morto vent’anni fa, a soli 39 anni. Overdose, dicono, e Ornella era sempre al suo fianco, accanto alla bara.
    Ma anche questo, fa parte della cornice del quadro.
    Franco si sedeva accanto ad Anna e me, sulla panchina del giardinetto, e suonavano la chitarra in perfetto sincronismo, cantando canzoni di Fabrizio De Andrè. Franco aveva una voce profonda, alla Elvis Presley, per intenderci, malgrado i suoi soli 16 anni. Suo fratello Massimo, invece, era già al secondo anno nella facoltà di “non ricordo più”, ma faticava a studiare. Non aveva problemi a dirci che andava avanti a methedrine, anfetamine e altre stupefacenti cose! Sosteneva che era l’unico modo per riuscire a studiare e passare almeno un esame.  Risultato?
    Anni dopo hanno suonato alla porta di casa mia, per consegnarmi un’ordinazione di libri della Mondadori: il fattorino era Massimo…si era bruciato il cervello, e addio università! Ha dovuto accontentarsi di un lavoretto di poco conto.
    Ma anche questo fa parte della cornice del quadro.
    Arrivava, nel pomeriggio del sabato o della domenica, un gruppo di ragazzi “bene”, allora si usava definire così quei figli di papà cui non mancava nulla: auto sportive di grossa cilindrata, abiti firmati, soldi in tasca, e una spocchia da far spavento. Con aria annoiata, di quelli a cui basta un gesto per avere tutto, come quella pubblicità di un profumo maschile “per l’uomo che non deve chiedere mai”. Si sedevano al nostro tavolo, senza domandare se disturbavano, e chiedevano: che vogliamo fare stasera? Volete venire con noi ad una festa? E poi si guardavano con sguardi d’intesa, certi di ottenere una risposta positiva: futuri giornalisti del Corriere, futuri notai, futuri avvocati….futuri rompiballe!
    Anna, Ornella, Loredana ed io li guardavamo di sottecchi e poi rispondevamo loro di non scocciare, che avevamo meglio da fare che perdere tempo con gente noiosa come loro! Credevano di far colpo con le loro auto di lusso, e tutto il resto? Oddio, erano anche dei bei ragazzi, su questo non ci pioveva, ma sapevamo che erano quelli che allungavano le mani, e che cambiavano ragazza con la stessa frequenza con cui cambiavano i calzini! E noi non intendevamo essere prese in giro da quei cascamorti!
    Sandro è diventato un calibro 90 del Corriere, pagine di economia e finanza; Michele, notaio affermato, è stato colpito da infarto a 50 anni, dopo aver giocato a calcetto con gli amici. La figlia Federica, che gli somigliava come una goccia d’acqua, disperata per la morte del padre, ha accettato l’invito di un amico di famiglia, che l’ha portata col suo aereo privato in Amazzonia, per distrarla un po’. Sono precipitati. Lei aveva solo 28 anni, ed erano trascorsi soli pochi mesi dalla morte del padre.
    E anche questo fa parte della cornice del quadro.
    C’era un ragazzo, Alberto, che quando mi vedeva, si illuminava d’immenso. A 18 anni ero magra e bionda, e in un certo qual modo potevo rassomigliare a Nicoletta Strambelli, per la quale, come tutti i ragazzi dell’epoca, andava pazzo. Già da lontano lo sentivo gridare: sta arrivando Patty Pravo! Ed io infatti, a  bordo del mio Ciao,  stavo per raggiungere il bar.
    Non volevo storie con nessuno, mi piaceva la compagnia di tutti, stavo bene con le mie amiche e con i loro amici, mi piaceva incontrare qualche pittore di una certa notorietà, come Gianni Dova, o Franco Pedrina, lo scultore Luciano Minguzzi, i fratelli Somaré e altri ancora, noti o meno noti. E qualche cantante, come quelli dell’Equipe 84, ma preferivo Anna, che aveva davanti una bella carriera non solo in campo musicale.
    Una sera, un ragazzo di colore era seduto ad un tavolo del bar, e piangeva come una fontana. Gli abbiamo chiesto cosa fosse successo, all’epoca non c’erano vu cumpra’, o gli extracomunitari. Se a Milano si incontravano stranieri, di norma erano regolari. Ci ha spiegato che aveva scoperto di essere stato adottato, da genitori italiani, bianchi! Ma ragazzo mio, potevi ben saperlo che non era possibile tu fossi uscito nero, da una  coppia di genitori bianchi! L’ingenuità di quel ragazzo ci ha intenerito e gli abbiamo spiegato che se è stato desiderato dai suoi genitori adottivi, è sicuramente amato quanto un figlio generato naturalmente.
    I giorni trascorrevano felici, dall’Oreste, le amicizie si rinsaldavano, ma io non ero dentro quel quadro: non ho mai veramente legato con qualcuno in particolare: stavo in mezzo a loro, condividevo musica, discorsi, uscite, passeggiate, film e concerti, ma era come se fungessi da spettatore. Quella vita non mi apparteneva, io ne avevo un’altra. Il bar di Oreste non esiste più, morto il gestore, morì per inedia anche quel simpatico locale.
    Anch’io facevo parte della cornice del quadro.
    Il quadro è talmente sbiadito, che penso di conservare la cornice, mentre la foto di gruppo la porto in soffitta, tra le ragnatele dei ricordi.

  • 12 aprile 2012 alle ore 12:26
    Galla Placidia

    Come comincia: (Roma, 389/392 - Roma, 27 novembre 450)

    Avete mai percorso la via Appia antica, quella che da Roma si snoda verso il sud d'Italia, passando per Napoli e proseguire oltre, per giungere a Brindisi? Ah, quale sublime spettacolo! Uno dei tanti esempi di come fosse ingegnosa la mente dei nostri avi; il primo modello di rete stradale mai costruito al mondo.
    Be', noi romani ce l'abbiamo praticamente sotto casa: bella da mozzare il fiato, unica e irripetibile, con i suoi lastroni di pietra, con i pini che svettano lungo il ciglio e le opere in pietra innalzate ai bordi, che accompagnano il viandante per dare gioia e sollievo agli occhi abituati al grigio cemento e al puzzolente smog.
    È quanto mai rilassante passeggiare lungo questa via consolare e rigenerarsi all'ombra di costruzioni millenarie, magari evitando di pensare che qui, lungo il margine della strada, i romani avevano l'abitudine di crocifiggere i condannati. Ma si sa, ogni civiltà ha i suoi scheletri nell'armadio e, mentre mi inebrio di un tramonto rosso fuoco, uno di questi mi appare all'improvviso, dietro un monumento funerario di mirabile bellezza.
    Ed esemplare è la sua bellezza. Mi sorride invitante ed io mi avvicino, distraendomi dal tramonto.
    «Galla Placidia,» esordisco senza timore, «principessa romana, sorella dell'imperatore Onorio, figlia di Teodosio I e di Galla.»
    «Proprio io. Ti meravigli?»
    «No, non più.»
    Mi fa un cenno ed io lascio la strada per avvicinarmi al monumento funerario con figure in rilievo. Le sfioro con le dita e avverto come una scossa elettrica, come se quei duemila anni di storia mi fulminassero e per un secondo rivedo la via Appia al suo massimo splendore, quando era percorsa da soldati con le calighe e da aurighi con i loro carri.
    «È meraviglioso.» sussurro estasiata.
    «Qui ci sono nata, anche se la mia vita l'ho trascorsa a Ravenna, quando la capitale dell'impero non era più l'Urbe. Fu lì che Onorio stabilì la corte dopo il sacco di Roma del 410, quando fui fatta prigioniera da Alarico, re dei Visigoti. Fu un evento drammatico.» ricorda con le lacrime agli occhi.
    Il mio primo istinto, alla vista di quelle piccole stille, è di abbracciarla e confortarla, ma mi trattengo in tempo, ben ricordando il carattere coriaceo della donna che ho davanti agli occhi. E lei, alzando il mento, inspira con regalità e prosegue:
    «La nostra città, messa a ferro e fuoco dai barbari venuti dal nord, a dispetto dei nostri buoni propositi. Non so se ricordi, ma il generale Ezio, allora adolescente, fu dato in mano ad Alarico come ostaggio.»
    «Sì, ricordo.» rispondo guardando il suo viso bello e un pensiero fugace mi transita nella mente. «Immagino per quale motivo re Alarico ti abbia fatto prigioniera.»
    Lei sorride evanescente e scuote risoluta la testa, a sottolineare che la sua bellezza correva di pari passo con il suo carattere forte e risoluto.
    «Oh, no, credimi. Non tanto per la mia avvenenza, quanto per motivi prettamente politici: essendo principessa, potevo aprire molte porte a un conquistatore, soprattutto quella del potere.»
    «La prigionia è stata dura?» domando affabile.
    Lei china di lato la testa per guardarmi di sottecchi e risponde con dolcezza:
    «Nessuna prigionia è bella e neppure la mia, sebbene trattata con tutti gli onori. Non posso lamentarmi, quantunque la mancanza di libertà va ben oltre le pene che si possono patire.»
    Annuisco e provo a immaginare una giovane e avvenente nobildonna romana nelle mani di barbari sanguinari, ignari delle regole del vivere civile.
    «Ti hanno costretto a sposare un barbaro.» le rammento.
    Lei inspira a fondo, come a voler catturare un improbabile profumo d'erica nella brughiera, forse ricordo di giorni trascorsi all'aperto e risponde con un sorriso solare e occhi adamantini:
    «Sì, Ataulfo, fratello di Alarico. Però non mi hanno costretto: io ho amato profondamente Ataulfo e ne sono stata appieno ricambiata.»
    «Ma era un barbaro.» noto con un evidente accenno di sorpresa.
    Lei stringe appena i suoi occhi attenti, quasi avesse voluto fulminarmi e ribatte:
    «Tu non hai la più pallida idea. Tu non puoi capire il periodo tumultuoso trascorso dalla nostra amata Roma in quei secoli. Esistevano barbari e barbari e Ataulfo era un barbaro, sì, ma talmente bello e gentile che... Posso asserire che la mia prigionia durò ben poco, perché mai donna prigioniera fu più contenta di essere stata catturata. Lui era tutto ciò che più di diverso si poteva trovare a Roma: non un damerino effeminato, non un signore ingioiellato, non un eunuco, bensì un principe soldato che popola i sogni di ogni fanciulla.»
    La vedo risplendere di gioia mentre parla di lui e mi azzardo a chiedere:
    «Tuo fratello accettò con lietezza l'evento delle tue nozze?»
    «Oh, no! Ataulfo fu costretto a dimostrargli tutto l'amore che nutriva nei miei confronti uccidendo un nemico di mio fratello e facendogli recapitare la testa su un vassoio d'argento.»
    Rimango un secondo perplessa udendo quelle parole, eppure capisco che all'epoca simili comportamenti erano la regola.
    «Un bel dono, suppongo.»
    «Ovviamente Onorio lo accettò e consentì alle nozze, rendendomi la donna più felice del mondo. È così che sono diventata regina dei Goti. Essendo morto Alarico, suo fratello era assurto al trono e impalmandomi ha fatto di me una regina. Puoi immaginare la felicità completa quando nasce un figlio maschio che sarebbe potuto diventare l'imperatore di Roma? Sai,» aggiunge con un sorriso malinconico, «Onorio non aveva figli e il mio poteva essere il suo successore.»
    «Poteva?»
    La vedo chinare la testa con una regalità da fare invidia e sussurra a fior di labbra:
    «Ataulfo perì l'anno successivo alle nozze, subito dopo nostro figlio. Fu lui a volere, prima di spirare, che tornassi da mio fratello.»
    «Gentile davvero.» commento sorpresa.
    «Non tutti i barbari erano barbari nel senso dispregiativo che diamo a questo aggettivo.» ribatte risoluta. «Io e Ataulfo, che tu voglia crederlo o no, eravamo innamorati e ho odiato l'uomo che me lo ha ammazzato. Comunque,» riprende con tranquillità, «alla fine ho riconquistato la libertà.»
    «Non vi è cosa più preziosa.»
    «Puoi dirlo forte. Purtroppo, per me non aveva quel dolce sapore che ricordavo nei primi momenti della prigionia. Ero sì tornata tra la mia gente, ma mi sono sentita più in trappola alla corte di mio fratello che non con i miei Visigoti.»
    Osservo il suo comportamento altero e dignitoso, degno di una principessa, la sua acconciatura in perfetto stile bizantino e comprendo come molti uomini avessero potuto perdere la testa per lei.
    «E poi ti sei risposata.»
    «Sì, con Costanzo, un generale di mio fratello Onorio. Un matrimonio combinato prima ancora che venissi presa da Alarico.»
    Notando il cambio di tono, mi azzardo a chiedere:
    «Non era di tuo gradimento?»
    Lei mi rivolge uno sguardo a dir poco esterrefatto e scoppia a ridere, una risata cristallina, proveniente dal cuore, che la rende ancora più bella ed io mi sento insignificante dinanzi a lei.
    «Di mio gradimento?» ripete divertita. «Come avrebbe potuto incontrare il mio assenso un uomo grasso, sciatto, vecchio, poco affabile, quando al mio fianco avevo avuto un Visigoto giovane, alto, bello, biondo, forte e che mi ha amato totalmente? Tu avresti accettato? Ho provato, credimi, a rimandare le nozze e per tre anni sono rimasta arroccata in me stessa. Alla fine, per ragioni politiche, ho capitolato.»
    «Però gli hai dato Valentiniano, il futuro imperatore romano d'occidente.»
    [Galla_Placidia_(rechts)_und_ihre_Kinder] «Già. Valentiniano, il debole e indolente Valentiniano e Onoria, la causa della discesa di Attila in Italia. E li ho dovuti tirare su da sola, dopo essere rimasta di nuovo vedova. Sai, una volta gli uomini morivano con una certa facilità. Era meglio nascere donna.» aggiunge arricciando maliziosamente il nasino. «Comunque, allevare i figli da soli è un compito piuttosto arduo, soprattutto all'epoca. Essere madre dell'imperatore, oltretutto, comportava molte responsabilità e tanti sacrifici.»
    «Non stento a crederlo. Ma, se non ricordo male, una volta vedova, un nuovo pretendente si era fatto avanti.»
    Lei sgrana i suoi bellissimi occhi e sorride subito dopo.
    «Sì, certo, mio fratello Onorio, che in vita sua aveva amato solo le galline e i polli! Non l'ho mai potuto sopportare e scoprire di essere oggetto dei suoi desideri mi fece ridere all'epoca come mi fa ridere ora. Fortuna per me che è morto poco dopo.»
    Con le dita affusolate tocca un lembo della veste che indossa e liscia una piega a me invisibile.
    «Eppure tu sei tornata a Roma da Ravenna.» insisto.
    Lo sguardo le si illumina, prende vita e con la mano mostra la città che si stende maestosa sotto i nostri occhi.
    «Ravenna, all'epoca, era la capitale dell'impero d'occidente dopo che mio padre lo aveva scisso in due e lì risiedeva l'imperatore romano. Ma come si può abbandonare questa meraviglia? Oh, se solo tu avessi potuto mirarla ai tempi del suo massimo splendore, avresti sacrificato la vita per farla rimanere così in eterno.»
    Giro lo sguardo sulla via Appia e il mio pensiero corre alle macchine incolonnate nell'eterno traffico, alla gente che imbocca l'entrata della metropolitana in un eterno tramestio, odo le urla e le grida di chi non riesce a prendere il bus perché eternamente affollato e sospiro: decisamente Roma è la città eterna.
    «Sì, hai ragione.» ammetto. «All'epoca si poteva pensare benissimo di donare la vita per Roma. Ma ora…»
    «Ora la capitale del mondo riesce a farsi odiare.» conclude lei con rammarico. «Ero tornata a Roma per far proclamare Valentiniano imperatore; in realtà, conoscendo il suo carattere debole, ho fatto io da imperatrice fino alla mia morte. Ho provato con tutte le mie forze a giostrare tra politica e religione pur di mantenere intatta la parte di regno lasciata da mio padre, quel regno che Alarico e Ataulfo speravano incamerasse i Goti, per vivere insieme in pace. Una politica saggia la loro, ma che lo stolto di mio fratello non ha voluto, o non ha saputo, capire. Strano, vero,» commenta con un sorriso ironico, «che la grandezza di un impero stesse a cuore a dei barbari più che al suo imperatore.»
    «Sì, strano davvero. Ma tu,» domando timidamente, «non ti sei mai più risposata?»
    «A che pro? Ho vissuto un'intera vita nel dolce ricordo di Ataulfo, tanto da sapere che nessuno mai avrebbe potuto prendere il suo posto nel mio cuore. Ho preferito rimanere sola, con i miei figli capricciosi che mi hanno dato tanti grattacapi. Chiamami pure romantica, però così ero e così sono.»
    Annuisco appena, comprendendo quanto fosse stato difficile per lei recitare un ruolo che avrebbe dovuto essere di competenza del fratello prima e del figlio dopo.
    «È per il tuo romanticismo che sei voluta venire a morire a Roma?»
    «Sì. Quando mi sono resa conto che stavo per raggiungere il mio Ataulfo, ho lasciato Ravenna e sono tornata nell'Urbe, per rivedere un'ultima volta la città eterna.»
    «Devi essere fiera di aver donato a Roma uno degli imperatori.» commento.
    Lei sorride dolcemente e annuisce.
    «Ne sono fiera e me ne compiaccio. Non sono tante le donne che possono vantarsi di aver fatto altrettanto.»
    Chino la testa trovandomi d'accordo con lei e un secondo dopo la vedo svanire, sorridendo compiaciuta del nostro fortuito incontro. D’istinto allungo la mano per trattenerla, inconsciamente riluttante a separarmi da quella creatura eccezionale.
    Ma intorno a me rimane solo la via Appia, la via consolare che noi romani abbiamo sempre sotto gli occhi e che neppure scorgiamo, troppo intenti a eternare una vita frenetica.

  • 10 aprile 2012 alle ore 21:02
    Il cuore di sirena (non finito)

    Come comincia: Dalla prua della nave si levò un canto. Era lei.. L’ultima Sirena.. Un rumore improvviso, e poi eccolo, il tesoro più grande: Il cuore di diamante dell’ultima sirena.

    PROLOGO

    Le onde gigantesche che sembravano voler inghiottire la nave, la tempesta era vicina, il capitano lo sapeva e cercava in tutti i modi di avvicinarsi all’unico porto nelle vicinanze. La meta era ben lontana dall’essere raggiunta, e il capitano temeva i pirati, ciò che trasportavano era troppo importante perché finisse nelle mani di quegli adoratoti del diavolo. Harper fissava il mare e pensava che tutto ciò che gli era intorno appariva cupo come lo era il suo cuore dopo la morte della madre, avvenuta qualche settimana prima. “Stai bene?” Willy si avvicinò ad Harper. I due ragazzi si sentivano compagni di sventura, entrambi diciassettenni, avevano assaporato il gusto amaro della vita. Harper non aveva conosciuto suo padre,che era un conte inglese, giustiziato dalla corte perché creduto un traditore della corona, avevano perso tutto, titolo, ricchezza, privilegi, e la madre,ancora incinta, era stata costretta a fuggire e a cercare rifugio in uno dei quartieri poveri nei pressi del porto. Elise, la madre di Harper aveva iniziato a lavorare come sarta e ricamatrice, Harper era nato, cresciuto e insieme avevano lottato con le unghie e con i denti per sopravvivere, almeno finché la madre  non si era ammalata di. Harper  cercava lavoro ed era stato nei pressi di un ristorante che aveva conosciuto Willy. Willy proveniva da un paesino sperduto del sud dell’Inghilterra, era arrivato a Londra due anni fa’, dopo essere scappato da un patrigno troppo violento, aveva iniziato a lavorare come lava piatti in un ristorante, ma dopo una lite con il cuoco era stato cacciato, aveva incontrato Harper ed erano diventati amici. Elise lo aveva accolto come un figlio, nonostante la malattia la divorasse. Harper e Willy avevano girato tutta Londra per un lavoro ma nessuno voleva assumerli. Arrivò l’inverno, uno dei più rigidi mai visti, Elise, già provata, si ammalò di polmonite e la morte la strappò alla vita nel sonno, Harper pianse e Willy gli rimase vicino. Lo sfratto fu’ l’ultima goccia per entrambi, soli e senza un tetto vagavano per le strade di Londra, finché Harper non decise di imbarcarsi, ormai più niente lo legava a Londra se non tristi ricordi, Willy lo assecondò e per la prima volta nella loro vita ebbero fortuna, il capitano di quel mercantile li assunse subito, e dopo due giorni il mercantile partì. Harper sbruffò. “Mi sta venendo il mal di mare.” “Non ti lamentare!” lo rimbrottò  Willy. “L’idea di imbarcarti è stata tua!”
    “Meglio della tua di idea, fare i lustra scarpe… Patetica!”
    ---? Prologo  2 parte
    “No, certo, sacrifichiamoci come cibo per pesci! E’ sicuramente più bello!”
    “Il mio mercantile non affonderà Willy, ha solcato i mari per anni e anni e non ci tradirà proprio ora.” affermò il capitano con aria severa.
    Willy scolorì. “Non intendevo.. Io… Io.. E’ ovvio che questa barca non affonderà… Io.. Non…”
    “Rilassati William, ti stavo prendendo in giro!”esclamò il capitano ridendo. “E comunque questa è una nave non una barca!” concluse allontandosi.
    Harper rise.. “Ti diverti?”
    “Si, molto…”
    “Ahahahahah.. che ridere!”
    “Dai, Will, non fare il musone!”
    Dalla vedetta si levò un grido che raggelò la ciurma. “PIRATI! DRITTI A PRUA!”
    Il capitano raggiunse Harper e Will sul ponte di prua con cannocchiale. “Era ciò che temevo.. Pirati…”
    “Cosa dobbiamo fare?” domandò Harper.
    Il capitano lo guardò afflitto. “Pregare.”
    “CAPITANO.” Urlò il marinaio dalla vedetta. “HANNO ALZATO IL JOLLY ROGER!”
    “Cosa vuol dire?” sollecitò Willy
    “Il Jolly Roger è una bandiera pirata, nera con un teschio rosso…” mormorò il capitano con un filo di voce.
    “E quindi?” incalzò Harper.
    Il capitano li guardò con aria sconfitta. “Non lasceranno superstiti…”
    Harper e Willy si guardarono, il sangue gli si gelò nelle vene.
    Il capitano ululava ordini all’equipaggio, che correva avanti e indietro.
    “Sarebbe saggio abbandonare la nave.” Suggerì il secondo.
    “Comportarci da vigliacchi?” protestò Willy.
    “Sai combattere, ragazzino?” lo aggredì il secondo.
    “No, ma….”
    “Ma, niente! Sono pirati, e hanno innalzato il Jolly Roger, ci massacreranno se non scappiamo.” .
    E intanto la nave pirata con la bandiera nera e il teschio rosso sangue si avvicinava..l
    --?  Prologo 3 e ultima parte
    “La Sirena” era la più temibile nave di pirati al mondo.
    Tutti ne avevano sentito parlare e tutti la temevano, raggiunse in un batter d’occhio l’Oceano Blu e la ciurma di pirati lo assaltò, ben consapevole che aver issato il Jolly Roger valeva a dire “Niente superstiti”, e l’equipaggio sapeva bene che il capitano non avrebbe accettato defezioni  di alcun tipo; l’equipaggio del mercantile assalito doveva essere trucidato.
    L’assalto fu violento, le urla dei pirati assordanti.
    Willy fissava la scena sgomento e non si accorse nemmeno di quando il colpo di pistola gli passò il cranio da parte a parte.
    Harper osservò l’amico cadere nella stiva e lo raggiunse, quando dalla nave pirata giunse il primo colpo di cannone che colpì proprio la stiva mandando in pezzi quasi tutto, ferito e tramortito, Harper, si mise la testa di Willy sulle ginocchia, troppo debole per una qualunque reazione.
    Il capitano dell’Oceano Blu ne aveva una paura matta, eppure quando i pirati assaltarono il suo mercantile difese la sua nave e il suo equipaggio finché qualcuno non lo trafisse alla schiena; incredulo si voltò e vide una donna: capelli ramati, occhi verdi che lanciavano lampi di ira.
    <<Sei stato coraggioso, hai almeno tentano di difendere la tua nave prima di soccombere.
    Avresti fatto meglio ad arrenderti; forse ti avranno risparmiato.>>. Disse la bella piratessa.
    Con un gemito, il capitano esalò l’ultimo respiro.
    La piratessa si guardò intorno, i suoi compagni avevano trucidato ogni membro dell’equipaggio, decisa si diresse verso la stiva per controllare che non vi fossero superstiti.
    Si aggirò tra le tavole di legno spaccate e le botti di rum rovesciate.
    I suoi compagni avevano già trafugato l’ampio bottino.
    Fece per tornare, quando un suono attirò la sua attenzione.
    Si avvicinò cauta, con la lama sguainata, e vide un ragazzo.
    Ciò che la colpì fu lo sguardo fiero del giovane che la fissava.
    Gli andò più vicino e vide che teneva sulle ginocchia la testa di un compagno morto.
    La piratessa lo fissò per un lungo istante, mentre rifletteva.
    Qualcuno la chiamò: <<Isabel, dobbiamo andare. Sta arrivando la marina.>>.
    Isabel non rispose, il pirata proseguiì: <<Isabel, hai trovato qualcuno ancora vivo?>>.
    Sentendo dei passi avvicinarsi, la piratessa si destò: <<No… Non c’è nessuno. Possiamo andare.>>. E con un’ultima occhiata a quel ragazzo, se ne andò.
    Harper la fissò andarsene via, l’assalto era durato pochi minuti.
    Willy giaceva trafitto da parte a parte.
    Harper sapeva che avrebbe dovuto vendicare l’amico morto, ma sapeva anche che lo sguardo tormentato di quella piratessa non lo avrebbe abbandonato mai più.

    Due anni dopo

    Harper c’era riuscito, finalmente era un marinaio della marina militare inglese in piena regola, ora poteva vendicare Willy.
    <Allora marinai!> avvertì il capitano. <Il nostro unico compito è di uccidere ogni pirata che incontreremo. Tutti i pirati devono finire come quei signori appesi alla vostra destra.> e indicò degli uomini che erano stati impiccati il giorno prima. <Non mi deludete!>
    Harper era felice finalmente la sua vita aveva senso.
    <Non vedo l’ora di incontrare qualche pirata!” proruppe Tristan, un altro giovane marinaio.
    <Perché?> si interessò Harper.
    <Quei cani hanno assalito il mercantile di mio padre due anni fa, uccidendo tutto l’equipaggio!>
    Harper trasalì. <Co… Come si chiamava il mercantile di tuo padre?>
    <L’oceano blu, perché?>
    <Ti sbagli, non è morto tutto l’equipaggio…>
    Tristan lo guardò. <E tu, che ne sai?>.
    Harper sospirò. <C’è un sopravissuto…..>
    <Chi?> incalzò Tristan.
    <Io….>
    <TU! COSA?>
    <Ero sul mercantile di tuo padre quando la “Sirena” ci ha attaccati, il mio migliore amico è morto nell’assalto, io ero ferito e svenuto, mi hanno creduto morto e se ne sono andati, quando mi sono svegliato la nave era in fiamme ed erano tutti morti..>
    <E come hai fatto ad abbondare la nave?>
    <Per mia fortuna passava da lì un peschereccio, ho gridato, mi hanno sentito e portato in salvo.>
    Tristan arricciò le labbra. “Sei stato fortunato.. Nessuno è mai sopravvissuto all’assalto della “Sirena”..”>
    <Se vuoi chiamarla fortuna…>
    <Quindi ti sei arruolato per vendicare il tuo amico.>
    <Si..> mormorò Harper perso nei suoi pensieri, “si, era vero che si era arruolato per vendicare Willy, ma era anche vero che era l’unico modo per rivederla… Isabel... La prima donna pirata che chiunque avesse mai incontrato.. La donna che gli aveva salvato la vita, era scesa lei nelle stive per cercare eventuali feriti o tesori, e l’aveva visto, ma nonostante si fosse accorta che era ancora vivo l’aveva risparmiato e Harper non  potava dimenticare quegli inquieti occhi verde topazio..
    Tristan lo scosse. <Servono il rancio.. andiamo.>.
    Le giornate erano lunghe e stancanti sulla “Daimond”.
    Finito il suo turno di vedetta, Harper cercò un po’ di pace sulla sua brandina, Tristan era simpatico, ma lo aveva tartassato di domande.
    Harper chiuse gli occhi, e a un certo punto si svegliò in un luogo immerso nella nebbia, completamente cieco, tentò qualche piccolo passo in avanti, quando una luce apparve nella bruma e un’ombra luminosa gli apparve davanti sussurrando. <Continua a cercarmi..>.
    Harper si svegliò di scattò, non aveva dubbi, l’ombra aveva la fisionomia di una sirena.
    ---? Primo capitolo secondo e ultima parte
    Isabel si trovava nella sua cabina, unica donna in una ciurma composta interamente da maschi, occupava di diritto una cabina tutta sua.
    <Uff.. questi nodi!> .sbruffò mentre si spazzolava i lunghi capelli ramati e mossi.
    <Questi nodi… Questi nodi>. Trillò Anselmo il suo pappagallo.
    <Ti ci metti pure tu?>.
    <Pure tu.. Pure tu..>.
    <Guarda che ti butto in mare!>. Minacciò Isabel.
    <Ti butto in mare… Ti butto in mare…>. La beffeggiava il pappagallo.
    <Stupido pennuto!> proruppe Isabel riconcentrandosi sui nodi che le aggrovigliavano i capelli.
    <Sembro una medusa!>. si lagnò Isabel fissando la propria immagine allo specchio, persa nei suoi miti pensieri, senza nemmeno rendersene conto, intonò una canzone.
    <Sono qui..persa nei tuoi sogni….
    cercami e mi troverai.. ascolta e mi sentirai..
    Il suono della mia voce ti condurrà da me…
    e tu per sempre mio sarai..
    senza paure… senza incertezze..
    persi in un sogno.. un sogno d’amore..
    per sempre felici io e te..
    io e te….>.
    <Che canzone è?> la interuppe Thomas.
    Isabel sussultò. “Non si usa bussare!>.
    <Non mi dire che ti ho spaventato?>.
    <Certo che no! Solo che devi bussare prima di entrare nella mia cabina, è la regola!>
    Thomas le si avvicinò, appoggiandole le mani sulle spalle. <Per me non puoi fare un’eccezione alle tue regole?>.
    Isabel si alzò di scatto. <Niente eccezioni per nessuno!>.
    <Saresti più divertente se ti lasciassi andare un po’ ogni tanto..>
    <Sono sicura che le tue amichette di scape si impegnano già abbastanza per farti divertire…>.
    Thomass alzò le spalle. <Si, sono divertenti, ma non sono te..>
    <Io sono unica e rara!> . affermò Isabel.
    <Una perla preziosa…> .
    <Ma non per te..>. decretò Isabel lasciando la stanza.
    Seccata e a passo deciso si diresse verso la prua, scavalcò e si mise a cavalcioni sulla testa della sirena che ornava la nave.
    <Quel cretino di Thomas.> mormorava tra sé e sé. <Mi ha fatto venire un colpo. Non avrei potuto rispondere alla sua domanda, non so nemmeno io come ho fatto a imparare quella stupida canzone,so solo che mi ronza in testa dopo che ho incontrato quello strano tipo su quel mercantile due anni fa, ancora non mi spiego perché l’ho risparmiato, nessuno è mai sopravissuto a un nostro attacco, non lasciamo mai superstiti e a lui l’ho lasciato vivere.. mah..>
    Isabel chiuse gli occhi lasciandosi cullare dalle onde, là nessuno sarebbe venuta a disturbarla.
    Ad un trattò sentì un canto melodioso, aprì gli occhi e vide molta nebbia, il mare in tempesta, le onde erano gigantesche si ricordò di essere in bilico sulla testa della sirena e si mosse piano cercando dei punti sicuri su cui appoggiarsi per tornare sulla nave prima che qualche onda la spazzasse via, quando a un certo punto, tra la nebbia scorse un’immagine luminosa che le bisbigliò. “Continua a cercarmi….” Isabel spalancò gli occhi di colpo, il cielo era terso come sempre in agosto e il mare una tavola, resasi conto di aver sognato, sorrise. <Che strano sogno.> mormorò alle onde e sorridendo tornò sul ponte della nave.

  • 07 aprile 2012 alle ore 18:26
    Hotel Satisfaction

    Come comincia: Che giornata... era iniziata decisamente male, visto che in quella precedente avevo litigato con la persona alla quale tenevo di più... mi incamminai con aria piuttosto desolata, arrivai al lavoro e concentrarmi non fu facile, ero troppo triste e ci tenevo troppo a dirle quanto mi dispiaceva.
    Le portai un caffè, parlammo anche, ma non necessariamente ci chiarimmo del tutto, restò un'amerezza che non se ne andava, come il ricordo di quel saluto frettoloso che ci scambiammo. 
    Finito il lavoro però c'era da fare: era sabato e nonostante il magone avevo un bel pò di cose di cui occuparmi; era estate ormai, e c'era un concerto da suonare.
    Così, ingoiato un boccone veloce, trasportate in macchina le mie cose, eccomi lanciato a raggiungere i miei compari per caricare tutto il necessario e dirigerci a destinazione, sempre con quella sensazione di amarezza in gola. 
    Ci mettemmo una vita ad aspettare quello e quell'altro, a caricare le macchine stracolme di strumenti, casse e in generale tutto quanto potrebbe servire e anche quanto non servirebbe ma "non si sa mai".
    La carovana partì e arrivammo, la serata era all'aperto e di parcheggi neppure l'ombra già al pomeriggio... nessuno si sarebbe immaginato minimamente di trovarne uno, ma una persona qualsiasi non aveva fatto i conti con Giordano, che ebbe una trovata degna di Elwood Blues, e con quella stessa aria impassibile si piantò in mezzo la strada dirigendo il traffico con piglio da vigile,  fermando la colonna di macchine ci permise di infilarci al volo in un paio di posti che si erano miracolosamente liberati.
    Così si iniziò a montare il palco e preparare tutto, e mentre caricavo, scaricavo, montavo, agganciavo, preparavo... continuavo a sentire quell'amarezza in fondo.
    Arrivò il momento di iniziare il concerto, e nonostante quell'amarezza mi accompagnasse fino a due secondi prima di suonare la prima nota e non avessi alcuna voglia di ridere, non mi restò che fare di necessità virtù,  lasciarmi prendere per mano dalla musica insieme ai miei compari e darci dentro senza tregua.
    E senza tregua fu: saltai, suonai, cantai, più sentivo l'amarezza dietro l'angolo più mi ci mettevo, come un invasato... finchè il concerto durava in qualche modo potevo tenerla a bada.
    Trainai gli altri a colpi di plettro, ci incitammo  a vicenda, e ne venne fuori un concerto divertente per chi ascoltava e per chi suonava.
    Al bis arrivammo provati ma carichi.
    C'era ancora da smontare tutta l'attrezzatura e ricaricarla nelle auto per poi tornarsene a casa, ma la notte era giovane, l'aria estiva era dolce e fatto il nostro dovere ci si fermò a bere qualcosa e chiacchierare, commentando l'esibizione e raccontandosi aneddoti vari.
    Così arrivò il momento di andarsene... e non avevo voglia di restarmene da solo con quell'amarezza, così invece di andarmene a casa salii in macchina e girai.
    Accesi la radio a caso  e venni accolto dagli Eagles... un'ottima compagnia quando sei al volante, pensai.
    La strada mi condusse fino a un pub dove stavano cantando... avevo l'adrenalina del concerto ancora addosso, e mi andava di cantare, di muovermi, di fare come non mi importasse niente, perché di chi non avevo accanto mi importava troppo.
    Il posto era stipato di gente, era sabato notte e tutti sembravano aver voglia di divertirsi.
    Mi conoscevano, e quando entrai feci appena in tempo a ordinare da bere che mi arrivò un microfono in mano.... sentii partire "Satisfaction" e non avevo bisogno d'altro per scattare come una molla... ma a quanto pareva neppure gli avventori, stando a come parteciparono... la serata si faceva "calda".
    Per la durata del pezzo ebbi su di me l'attenzione di tutto il locale, ma mentre stavo cantando all'improvviso l'attenzione di una persona in particolare fu ricambiata dalla mia...
    Stavo cantando quando tutt'a un tratto notai un tipetto che se ne stava appoggiata ad uno stipite insieme alle sue amiche... il resto del pub sparì in un secondo.
    Dovevo sapere chi era.
    Me ne andai verso la sua parte... incrociai il suo sguardo, mi sorrise... mi fermai e la guardai: "Ehi ci sai fare!". 
    Avevo sete... recuperai il bicchiere e uscimmo a  prendere una boccata d'aria, ci parlammo e tornammo dentro... la bimba era carina e sapeva muoversi, arrivato il suo momento prese il microfono e ci fece sentire una gran bella voce...
    Era una dichiarazione di guerra... la serata non poteva finire lì.
    "Qui mi sto stancando...allora, ce ne andiamo da qualche parte?"
    "Andata".
    Il tempo di salutare qualcuno e via.
    Salimmo in macchina, la radio passò ancora gli Eagles quando accesi il motore... ci mettemmo a cantare insieme...
    "Plenty of rooms... anytime of year you can find me here...",
    ogni tanto uno sguardo d'intesa... mi sentivo a mio agio con lei accanto anche se la conoscevo a malapena... lasciammo che la strada andasse per un pò, poi lei conosceva un posto e mi ci portò.
    Entrammo e ordinammo da bere, sembrava esserle molto familiare, mi sembrava un pò strano ma  era un ottimo posto per divertirsi e ci divertimmo parecchio, bevemmo ballammo e parlammo un bel pò.
    Mi piaceva parecchio, aveva uno sguardo peperino e un bel sorriso, sembrava una ragazza in gamba e ballava in un modo sensuale ma discreto, senza essere volgare o sfacciata... così non fu strano se alla fine ballando iniziammo a baciarci.... baciava esattamente com'era... molto carina e un pò piccante.
    Sarà stata la giornata, il concerto, i giri di rhum con la bimba, ma iniziavo a sentirmi annebbiato.
    Mi disse: "Mi sa che metterci in macchina non è una grande idea... qui sopra hanno delle camere, che ne dici se...?", fece un sorriso e un cenno con il capo, mi sembrò avventato ma ragionevole... la bimba era peperina e mi piaceva molto, così accettai.... le cose stavano succedendo così in fretta... la serata girava forte esattamente come il concerto, era come stare sulle giostre.
    Prendemmo la numero 66 e la porta si chiuse sul cartello  "Non disturbare."
    Non ci fu bisogno di dire molto altro...
    "Ti piaccio parecchio allora?"
    "Tu che dici?"
    "Adesso vedremo che sai fare a parte cantare, allora..."
    "Beh, se la metti così... non mi resta che prenderti in parola..." 
    Non mi andava che finisse presto,  perciò tutto iniziò lentamente... baciandoci e ballando... sapeva muoversi da farti girare la testa...o forse era il rhum... e pian piano tutto iniziò a girare sempre più forte, tonnellate torride di passione ci spinsero sul letto, non c'era proprio modo di fermarci, e come se stessimo ancora ballando continuammo quello che avevamo cominciato in piedi... era piccola di statura, i capelli castano rossicci che le arrivavano a malapena alle spalle... e  le spalle... morbide levigate abbronzate che sapeva muovere meravigliosamente quando ballava... sempre in movimento come i suoi occhi nocciola.
    No, non c'era modo di tenerla ferma, sgusciava come una biscia dispettosa, lenta ma sinuosa come una fiamma, e più mi danzava addosso più sentivo fiamme dappertutto, era lei stessa tutta un movimento flessuoso dappertutto.
    Era tutto torrido.... ad un certo punto non capii più cos'era lei e cos'ero io, cos'era il dentro e cos'era il fuori, sembrava tutto fatto di fuoco... io, lei, il letto....grondavamo di vampate madide che aveva appiccato danzando e non c'era più modo di spegnere.... sempre più... sempre più...
    Dato tutto, quando alla fine la stanchezza ebbe la meglio pian piano i cuori rallentarono i battiti, i morsi divennero baci, i baci carezze finchè ci addormentammo abbracciati...
    Qualcosa mi svegliò all'improvviso nel sonno... la lama di luce di una porta che si apriva... dov'era lei?
    Scattai sul letto e la vidi sulla porta.
    "Dove vai?"
    "Grazie della serata, rockstar, mi sono divertita un sacco, ma ora devo andare"
    "Ehi aspetta un attimo...mi vesto e ti porto io a ...beh, ovunque sia..."
    "Non hai capito... siamo all'Hotel Satisfaction, stanza 66... 6 ore qui dentro"
    "No... non capisco..."
    "Te la ricordi la tua radio stanotte? ... Puoi provarci quanto vuoi ma non te ne potrai mai andare..."
    "Ma era solo una canzone!"
    "Forse...e forse no. E' stato bello... in gamba, rockstar ".
    La porta si chiuse.
    Adesso aspetto qui.
    Hotel Satisfaction, stanza 66.

  • 04 aprile 2012 alle ore 9:08
    Il potere non sarà mai più di chi consuma

    Come comincia: Per migliaia di anni il padre padrone è stato colui che ha strappato persino le prede dalla bocca dei leoni per nutrire i suoi figli e la sua famiglia. Ma nel secolo scorso, una cultura femminista che ne evidenziava solo gli aspetti violenti e criminali, occultando quelli positivi del padre padrone, sembrò capace di strappargli il potere. Ma il fuoco ha continuato a covare sotto la cenere.
    Nel nuovo ordine mondiale, il potere che si pensava definitivamente acquisito da chi sa spendere ricchezza a danno di chi la produce, (ma solo perchè faceva comodo a politici e burocrati di grande appetito), sta tornando a chi sa produrre, a chi sa strappare prede dalla bocca dei predatori.
    Non sarà mai tutto oro quello che luccica, ma al governo del mondo, attraverso il mercato globalizzato, ci stanno pensando gli imprenditori e i banchieri con gli attributi da produttori, mica i politici capaci solo di sperperare. Anche quelli che in Italia urlavano di avercelo duro, ora devono fare i conti con le imprese del nord che falliscono, se la politica non frena la sua invadenza burocratico-tributaria.
    I politici hanno smesso di pedalare nel sistema economico, quando hanno tolto agli Stati liberali la funzione (tanto cara ai paesi comunisti) di datori di lavoro e produttori di ricchezza in proprio, ed hanno assunto quella di "caporali": i politici assumono, ma poi sono gli imprenditori a pagare i loro furti e sprechi a piè di lista.
    Ed è come se si fossero seduti sul sellino posteriore del potere politico,  lasciando manubrio e pedali agli imprenditori, ma ancora si illudono di essere la "casta" dei potenti.
    Nella storia dell’umanità, i politici attuali entreranno come i primi trombati, falliti e disoccupati del potere, perché a questo mondo non si può smettere la funzione pilastro dell’ordine e pace sociale, che è quella di produrre ricchezza per tutti, e poi pretendere di conservare il potere di consumare e sperperare, dando ordini e dichiarando fallito e parassita chi sa produrre, ma non si rassegna a rubare quanto basta per non soccombere alla rapina tributaria, e continuare a finanziare i furti e gli sprechi crescenti del potere pubblico.
    Insomma, per quanto la politica possa desiderare di rimanere padre padrone del massimo potere, dando ordini e scudisciate legislative e tributarie a chi sputa il sangue per produrre ricchezza; non avendo più la funzione diretta di assicurare posti di lavoro e reddito a milioni di cittadini, ha praticamente perduto il potere reale.
    Cioè il potere politico di ingravidare di profitti la Signora Economia, garantendo la piena occupazione. Oggi gli imprenditori e le imprenditrici che assumono e pagano salari e producono ricchezza per 20 milioni di famiglie, in Italia sono il vero potere e il vero Stato di diritto , e dovrebbero essere loro ad imporre tributi alla politica.
    Ecco perché Berlusconi s’è stancato di farsi comandare dal partito trasversale della spesa pubblica, dopo aver comandato e prodotto ricchezza da imprenditore per migliaia di famiglie e per mezzo secolo. Così ha passato la palla ad un governo di tecnici iperconsumatori ed è uscito da Palazzo Chigi.
    E se proprio ci tiene a riguadagnarsi tutto il suo vecchio prestigio e potere reale, ritorni imprenditore ad Arcore, perchè per la scienza delle chiacchere della politica italiana, gli imprenditori sono sprecati.

  • 03 aprile 2012 alle ore 19:51
    Quella strana sensazione

    Come comincia: Mi ha sempre raggiunto,nella vita, un aurea affiorante, che mi ha allarmato, quando mi sono trovato in un ambiente, a me, non coerente. Ben più difficile sarebbe chiedersi quale sia la definizione di ambiente coerente. Qui entra la genetica, la famiglia, l'educazione, la tana o cuccia, in cui noi si è cresciuti. E' un vestito, quindi che ci cala a pennello, quest'ambiente coerente. E se ci tira da qualche parte, un tantino di maniche, un cavallo, un po' stretto, allora il disagio di vita ci allarma e ci si sta male, tanto da volerne uscire. Questa sensazione la provo maggiormente quando altri sono già radunati tra loro, e affiatati, per loro conoscenza, sono costretti a ricevermi per evenienze di vita. Qui ne intravedo la somiglianza con un evento musicale, in quanto ogni nota, non a tono, ogni suono scivolato via, viene afferrato dalla rete del mio cervello, dove s'impiglia .

    CUS GENOVA RUGBY dice la targa. Busso. Mi apre un ragazzo della mia età, ma nudo. L'odore di piscio e di sapone da doccia è intenso.
    -” Sono Lucio, sono amico di Alberto Scottoni. Mi ha detto di venire oggi. Per via di un giocatore nuovo da introdurre in squadra.-”
    -” Entra, ti aspettavamo, Alberto è già in campo -” In una nuvola di vapore intravedo altri corpi nudi seduti su una lunga panca scura. Cumuli di vestiti e di scarpe trovano spazi provvisori. - “ Bacci, ghe n'è uno nevu-” Mentre mi coglie la delusione di non trovare il volto amico di Alberto,  l'ombra di una montagna umana mi raggiunge alle spalle. Ne sento il peso della mano sulla spalla. Deve essere il Bacci, l'allenatore, 120 kg di muscoli e di ciccia a contrappeso. In questo sport la mole d'urto è fondamentale.
    -” Dai, ragazzo spogliati veloce, che si va in campo”-
    Confesso che lo spogliarmi nudo è una mia tara infantile. Forse perché ho vissuto tra nonne ottocentesche e suore della Beata Cabrini. “ Passerà a militare” mi si diceva. Ma non è passato.
    Il Bacci mi sta guardando. Sono nudo difronte a lui. E non finisce di esplorarmi.
    -” Ma da dove cazzo vieni, con quei muscoli? Gigi, Gigi....vieni un po qui -”
    Dal gruppo ne esce uno, ancora nudo. E' tutto nodi di muscoli. Ha un sorrisetto di scherno nei miei confronti.
    -” Gigi, salta sul tavolo, presto. Fai vedere a questo qui, come deve essere un uomo-”
    Il Bacci solleva con un braccio il Gigi, quasi fosse un monile e lo depone sul tavolo, sotto una lampadina penzolante, l'unica che scenda dal soffitto.
    Il Gigi sembra un galletto da fiera, sta su, tra gli schiamazzi dei suoi compagni. Inarca muscoli a volontà, li fa scoppiare sotto la pelle.
    “Così devi essere, come il Gigi, se vuoi giocare al Rugby”-
    “ Sissignore..ci proverò”- La mia nudità è anche morale. Ma chi ho frequentato sino ad oggi, femminucce?
    …......
      ...Il sudore mi cola a fiotti, gli occhi vedono e non vedono. Ho le gambe a pezzi. Abbiamo fatto già quattro volte il campo, in lunghezza, in gruppo. Ci si passa la palla ovale, improvvisamente, a turno. E' un colpo al torace quando arriva. Urla da battaglia, imprecazioni.
    -“ Via, via....non fermarsi. Passa...dai...veloce. Che cazzo la trattieni..passala, porco d...-” Il Bacci è instancabile nella sua mole sovrumana. La sua voce rimbalza sulle gradinate . -” Vienimi dietro, corri. Sono l'avversario. Veloce, più veloce... prendimi.”- Ora il Bacci sta dando il meglio di se. Sembra un bisonte in corsa. Sento il suo passo pesante sull'erba. L'aria gli esce dai polmoni con il rumore di uno sfiatatoio. Gli tengo dietro a fatica. Il cuore mi batte nelle orecchie. -“ Attento al “frontino”, ora te lo faccio!”-
    Il terribile “frontino”, al primo giorno di allenamento! Il Bacci , che corre davanti a me, si è arrestato improvvisamente,  e ha steso il braccio sinistro con la mano aperta.
    La mia fronte, che sembra volare,  trova questo ostacolo inaspettato, la sua mano, ampia e ferma. Un muro. Intuisco appena che questo sia il “frontino”, mossa tremenda di difesa dall'avversario che insegue.  Mi ci frantumo dentro e svengo.

  • 02 aprile 2012 alle ore 11:45
    A quei tempi

    Come comincia: A quei tempi l’acqua non esisteva. Alla mattina ci si sgranchiva e in cucina si prendeva una tazza di latte. D’inverno era bello stringere la tazza perché ti scaldava le dita. Dopo colazione si andava in bagno di corsa – siccome era tardi – e ci si lavava i denti col vino. Alle otto eravamo tutti seduti davanti alla maestra che una volta ci aveva insegnato come il mondo fosse fatto per oltre due terzi di vino, e che anche il nostro corpo è fatto di vino, e per oltre due terzi!
    Al suono della campanella scappavamo dall’aula e facevamo un sacco di giochi: il mio preferito era "guardie e ladri". Mi batteva forte il cuore mentre aspettavo di fare tana ma il momento più bello era la ricreazione: quando in cerchio mangiavamo la merenda bevendo del vino. A mezzogiorno e un tot la scuola finiva. La mamma mi portava a casa in macchina muovendo il volante e arrabbiandosi, e un giorno di maggio scoppiò a piangere davanti a un incrocio. Non ce l’aveva né con il semaforo né con nessuno: purtroppo voleva dirmi che il papà stava male, che gli era venuto un nodo al sangue.
    “E non possono slegarlo?”, le domandai.
    “Ci hanno provato”, mi rispose asciugandosi il naso con la mano che poi strofinò sui pantaloni, “ma alle infermiere si sono spezzate le unghie”.
    Non ricordo altro di papà.
    I compiti li facevo nelle prime ore del pomeriggio perché poi non riuscivo: il vino era la vita ma ti veniva sonno a berne troppo. Il libro di scienze sosteneva la teoria che nell’universo esisteva un pianeta di tizi simili a noi ma fatti di un altro liquido anziché vino. Secondi alcuni artisti era una cavolata da astemi: lo sanno tutti che nel vino c’è la verità perciò insomma, la storia di alieni fatti di acqua è falsa come la matematica.
    A diciotto anni avevo deciso di fare l’artista e la prima cosa che scrissi era una poesia: avevo appena scattato un paio di foto mentre tramontava il sole, che aveva smesso di scaldare il soggiorno ed era ormai arancione. Il palazzo di fronte al mio aveva cambiato colore: da bianco a marrone in modo da sembrare un castello così quando tornai al tavolo, con una strana sensazione tra il felice e il malinconico scrissi:

    Nel vino c’è la verità.
    La bellezza è verità.
    __________________
    Nel vino c’è la bellezza.

    L’anno dopo, il telegiornale della sera diffondeva la notizia che un inventore del mio paese aveva costruito l’Aggeggio capace di sapere esattamente la data di scadenza delle cose. Tu mostravi un pacchetto di wurstel all’Aggeggio che a sua volta ti avvisava – con un bellissimo accento metallico – sugli anni i mesi i giorni di vita che rimanevano ai wurstel. E se tu dimenticavi i wurstel fuori dal frigo la loro aspettativa di vita calava di colpo.
    All’inventore del mio paese – diventato il più famoso della nostra storia – si aggiunse un team di scienziati e ingegneri per costruire un prototipo dell’Aggeggio ma di dimensioni colossali, in modo da sapere quanto rimaneva da vivere al mondo. Due anni di lavoro sia di giorno sia di notte e proprio di notte scoprirono che il mondo sarebbe morto a metà settimana.
    Quella notte suonarono le sirene di emergenza dato che tempo da perdere non ce n’era. E la gente ascoltava la tivù piena di paura, tranne i vecchi che uscivano per le strade a cantare sotto i lampioni: erano felici di morire insieme al mondo perché non piace a nessuno andarsene prima che la festa sia finita: anche se la festa fa schifo ti rimane il magone. Gli altri si preparavano invece a disastri tipo quello del film "Dopodomani", e io dopodomani avrei avuto un esame di Storia della Filosofia.
    La mamma in pigiama mi diceva di pregare, di chiedere perdono a Dio, che Lui così ci avrebbe indicato la via per salvarci e poi, non so quanto Dio ci abbia messo lo zampino e nemmeno so se Dio ce l’abbia, lo zampino, comunque con le speranze ormai sotto i tacchi ecco che un’enorme astronave era stata costruita e all’alba dell’ultimo giorno ci avrebbe portato in un altro mondo, un mondo più grande del nostro, fatto di acqua per circa due terzi.
    A parte qualche animale un po’ rumoroso, il viaggio fu piacevole. Un musicista suonò una ballata strappalacrime in onore della vecchia patria: si intitolava "Il bicchiere della staffa". Io avevo venticinque anni quando atterrammo sul mare d’acqua: la navicella si sciolse e a nuoto raggiungemmo la Terra.
    Si sta bene, qua. Siamo ripartiti da zero inserendoci tra la gente con cui tuttora commerciamo. Il sindaco mi ha chiesto di scrivere una poesia su Dio e sul vino (si dà il caso che sono diventato il poeta più famoso del paese, ho l’indipendenza economica e vivo vicino al mare, in un appartamento).
    Mi ci è voluta parecchia ispirazione per scrivere quella poesia: ho bevuto da solo una bottiglia di vino camminando sulla sabbia a piedi scalzi, punto da conchiglie e ricci di mare. Indossavo una camicia sbottonata che l’aria gonfiava e sgonfiava e ascoltavo il rifrangersi dell’acqua, macchiando la camicia bianca con due tre gocce di vino ma continuando a sorridere. Il risultato è stato che in piazza ho letto la poesia stupendo tutti con una semplice parola:

    Divino!