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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 dicembre 2013 alle ore 0:36
    Quadro di una notte di mezza estate

    Come comincia: Non sto parlando di un quadro. Non è una visione. Quello che ho provato, la pelle che ho toccato, il fiato sul collo che ho sentito, gli occhi e le stelle che ho visto erano veri. Erano anzi estremamente veri che quasi sembrava di essere morti. Si, ho detto bene: ero morta nella passione più viva. Non ero corpo ne anima. Ero un cuore ambulante, con due gambe, due occhi e due braccia che erano pronte ad afferrare una coperta fatta di stelle e stenderla sul mio volto. Sul nostro volto. Ricordo che sognavo da sveglia. Anzi no, ricordo di essere sveglia come non mai. C'era un campo immenso e un silenzio devastante. Il sole stava per andar via e gli alberi si confondevano con le ombre che proiettavano. Un campo immenso e vuoto, ma gli alberi che facevano da conice distoglievano lo sguardo. Potevo pensare di essere sola li e invece no. Qualcuno poteva abbracciarmi. Qualcuno poteva piangere sul maglione che mi ero portata dietro per il freddo che avrebbe fatto in quel posto. Qualcuno addirittura in quel posto così silenzioso e apparentemente desolato, aveva sussurrato "Stanotte ci saranno le stelle. Stanotte farà freddo." E io che avrei pensato invece al contrario: a una notte calda e burrascosa, senza stelle e con un sacco di vento. Arrivò la notte e quel qualcuno era in silenzio affianco a me e mi diceva di quanto gli mancassi. Di quanto gli mancasse qualcosa, ma non diceva mai cosa. Gli occhi fissavano il cielo, e il cielo fissava i nostri occhi. Le stelle ci erano entrate dentro e il freddo inziava a camminare sulla nostra ingenua pelle insieme agli insetti notturni. L'erba era fresca ci si sarebbe potututi ammalare, ma infondo a chi importa, eravamo morti, e non avremmo sentito mai freddo. Quell'anima che mi era accanto allora accarezzò i miei capelli gelidi, i brividi seguivano le palpitazioni del mio cuore e il mio respiro era annullato. Corpo dentro al corpo. Mani dentro mani. Occhi dentro occhi, anche al buio. Mi riecheggiava in testa la frase di una canzone che diceva: "la faccia della luna, oggi è bruna, non è che non ci sia ma è come fosse andata via.." perchè poi mi domandavo? perchè in un momento del genere solo una frase poteva risuonarmi nei polsi? Perchè non potevo canticchiarla in silenzio? Tutto dormiva o perlomeno, tutto sembrava immobile, persino il freddo. Ci accorgemmo di essere due anime sole ma così sole da voler restare vicine tutta la notte. E allora decidemmo di trovar rifugio dove nessuno sapeva che quelle anime si amavano. Coperte e silenzio. Tepore e corpi. Paura e vergogna. Binomi della notte, dell'amore e della purezza. Non potevamo spiegarlo a parole e nemmeno potevamo scriverlo. Allora abbiamo dipinto un quadro. Avevo detto che questo non era un quadro? Mentivo. Era il più bello in assoluto che fosse mai stato dipinto. Potete vederlo vero? Ve lo descrivo se così non fosse: ci sono due anime che danzano stese, lui, lei, una notte, una coperta di stelle, il calore del cuore e la voglia e la forza di amare. 
    Il quadro è in vendita. E' aperta l'asta! 

  • Come comincia: Poi una volta mi si avvicinò quel mio amico di vecchia data e iniziò a parlare,e io tacqui sapete. Diceva frasi del tipo "dentro me resterà sempre alimentata la fiamma della passione, del cuore che batte forte, della gola che si stringe e della voglia di nascondersi e andarsene.." Il mio caro e vecchio amico che mi chiedeva consigli su una ragazza. Non era facile sapete, quando anche il tuo cuore si stringe in gola..anzi no, quando la gola si stringe..cioè volevo dire, quando il cuore...insomma avete capito! O forse non avete intuito. Mi diceva che sapevo dare ottimi consigli e infondo era questo che facevo: davo consigli agli altri e mai a me stessa. Gli altri erano da sempre il riflesso delle mie di preoccupazioni. Gli altri avevano dentro il mio di cuore che si stringeva alla gola, o semplicemente, avevano accesi dentro la fiamma della passione di cui parlava il mio amico. Quella fiamma che io non avevo. O che forse nessuno vedeva. Io vedevo le fiamme degli altri. Mi piace pensarla così. I miei amici, tutti a quelli che ho dato e do un consiglio, hanno una fiamma dentro. Solo io la riesco a vedere e se ci soffio sopra con i miei consigli la alimento, oppure rischio di spegnerla. Fin ora ho visto tante di quelle piccole e calde fiammelle accese. Quella del mio carissimo amico è la più grande e io non ci soffierò più sopra. Lui sa come alimentarla. 

    Ti abbraccio F.
    Tua dH.

  • 30 dicembre 2013 alle ore 23:25
    Ladri di Fiducia

    Come comincia: Con fare circospetto, come sciacalli, si aggirano tra le macerie della politica.
    Rovistano nel disincanto impolverato dei sopravvissuti alla ricerca di brandelli di speranza.  
    Hanno l’aspetto di salvatori che prestano soccorso e hanno l’aria altruista di chi si prodiga per il prossimo.
    Dispensano rassicuranti certezze ma non sono padri premurosi .
    La loro, è una solidarietà di maniera, un artificio del comportamento che accarezza la buona fede di chi ancora si ostina a credere.
    Fingono di preoccuparsi del benessere altrui e agiscono tra i contorni indefiniti di un’ambiguità che permea ogni gesto, apparentemente sempre pronti ad indulgere alle richieste di soccorso.
    Sono i ladri di fiducia, i rapinatori delle speranze altrui, gli scippatori del tempo, gli specialisti del furto con destrezza dei sogni riposti nei cassetti.
    Se li fissi negli occhi per scrutarli nell’anima, loro rifuggono lo sguardo per non essere riconosciuti .
    Se vuoi scoprire un ladro di fiducia, puntagli il tuo sguardo negli occhi e tienilo ben fermo come una magnum 45 puntata sul bersaglio; e fa che non ti tremi la mano.
    Il ladro di fiducia tenterà di resisterti e volterà il suo sguardo altrove ma raccoglierà, gelido, la sfida.
    Ti blandirà per far vacillare le tue certezze sulle cornee cerulee dei suoi occhi acquitrinosi privi di vita. Proverà a trascinarti nella melma avvolgendoti con la sua espressione melensa.
    Tu a quel punto mira dritto, premi il grilletto e spara.
    La verità come un proiettile si conficcherà negli anfratti bui della sua anima inaridita e un fiotto di residua coscienza impregnerà la sventurata terra che ha sostenuto il peso della meschina esistenza.
     

  • 29 dicembre 2013 alle ore 11:21
    Finale di Dorian Gray ReMade

    Come comincia: Corse in soffitta in lacrime. I sensi di colpa divoravano il suo stomaco non avrebbe mai voluto che la gente lo vedesse in quello stato. Uno stato nel quale solo le persone colpevoli erano a abituati a vivere. L'essere consapevole di avere un'esistenza,un'anima marcia e logora: questo era il suo peccato peggiore. Strinse tra le mani il quadro afferrandolo dalla cornice massiccia e pianse lacrime acide. Le stesse sciolsero la tela e nelle sue mani non rimase nulla. Un vuoto incolmabile lasciato dall'assenza,un vuoto paragonabile alla sua anima che sprofondava nell'insignficante e nella vecchiaia. Chinò il capo e chiuse gli occhi quando ad un tratto sentì bussare alla porta. Nessuno era in casa in quel momento pensò,non poteva aprire la porta in quello stato. Il mondo fuori non doveva sapere il suo segreto ,la colpa era diventata la sua nuova faccia. Appeso a un punto di domanda si trascinò all'ingresso,e con voce tremante chiese: "chi sei?" ma nessuno rispose. Allora imperterrito continuò: "chi sei? Non aprò finchè non sento la tua voce,non comprendo la tua identità." Ma ancora nessuno da dietro la porta rispondeva. Raccolse il poco coraggio che li rimaneva, quello stesso coraggio che lo aveva spinto a compiere gesti estremi durante la sua esistenza. Era l'unica cosa che ancora non era invecchiata dentro lui. Afferrò la maniglia della porta e tirò versò di sè gridando: "chi è?". L'uscio fu spalancato con forza ma nessuno c'era alla porta. "Ho le allucinazioni.Sto per diventare seriamente matto,qualcosa sta logorando e divorando la mia testa,i miei pensieri e la mia pelle" pensò tra sè e sè. Ad un tratto svoltò l'angolo dell'ingresso un uomo. Era lui stesso,una copia identica,stessi occhi,stesse mani,stessi abiti,stessi vizi,stesso viso e stessa anima. Chiuse la porta terrificato si girò di spalle e lui era esattamente dentro la casa alle sue spalle così Dorian urlò: "chi sei? vorrei vederti morto!" Quell'uomo non rispose a tale provocazione piuttosto si mise a sedere da solo sul divano senza che nessuno l'avesse invitato a farlo. Così Dorian impazzì e iniziò a dire con tono agitato: "Posso sapere da dove vieni? cosa ti ho fatto? cosa cerchi da me?" L'uomo con fare ancora più ostile,prese il bicchiere che era sul tavolino e si versò dell'assenzio e incominciò a sorseggiarlo. Allora Dorian andò davanti all'uomo misterioso si sedette sul tavolino, strappò via il bicchiere dalle sue mani e lo lanciò contro una credenza rompendosi. Così facendò, avendolo davanti a sè con un respiro riprese a dire: "posso sapere cosa vuoi da me? dalla mia casa?" e l'uomo si accomodò ancora facendosi indietro col busto e disse: "vuoi sapere tutto questo ma non vuoi sapere il mio nome prima?",Dorian fu perplesso girò la testa verso il bicchiere frantumato per terra mise le mani tra i capelli e stringendosi il capo urlò: "basta! Qui le domande le faccio io. A casa mia faccio quello che mi pare", l'uomo lo provocò dicendo: "durante la tua vita hai sempre fatto quello che volevi, come volevi e con chi volevi. Sono il tuo riflesso Dorian. Sono l'incarnazione della tua anima non puoi sbattermi fuori da una casa che è stata anche la mia.

  • 27 dicembre 2013 alle ore 18:32
    La porta

    Come comincia: Quella porta era ancora aperta. Nessuno l'aveva chiusa, nemmeno lei che ogni giorno era persuasa dal farlo. Era Novembre e il vento l'aveva spalancata forte. Agosto ne stava sciogliendo il colore, ma col freddo di Dicembre tutto si era fermato. Anche quel tentativo di chiudere quella porta. 
    La mano gelida non sapeva che fare..

  • 27 dicembre 2013 alle ore 11:56
    PAURE. PAZZIE.

    Come comincia: - E' vero che sei proprio diventato pazzo? (mi chiese lei un lunedì)
    - Lo sono! (confessai)
    - Allora ti cureranno?
    - Non si cura mica la paura.
    (Le prese la mano. Non era pazzo,lei sì.)

  • 27 dicembre 2013 alle ore 11:52
    Ordinarietà

    Come comincia: Pensieri annullati, sentimenti mescolati alla fretta.
    Non c'era da stupirsi se non aveva più tempo per le cose leggere. Impazziva per la vita, per gli sguardi, per le storie. I pensieri si erano annullati. Si era persa nelle abitudini e nelle cose che erano destinate a stare lontano da lei.

  • 27 dicembre 2013 alle ore 1:59
    Luigino e l'abete

    Come comincia: L’aria quella mattina era più fredda del solito. Il Natale non era lontano, e i bambini che stavano per accingersi ad andare a scuola guardavano il cielo cinereo, come per scorgere se qualche fiocco di neve se ne staccasse e venisse giù.

    Luigino era un bambino, forse il solo, a non volere la neve, e lasciando indietro i suoi compagni di scuola, sì incamminò per la scorciatoia che tagliava per il bosco per giungere a scuola in tempo, prima che la neve iniziasse a cadere. Gli alberi del bosco sembravano incantati da chissà quale sortilegio; quelli con i rami spogli, apparivano ancora più scheletrici e il gelo li rivestiva di un leggero strato di ghiaccio. Guardavano Luigino dall’alto, come se volessero chiedergli aiuto per farsi liberare da quei cristalli bianchi che irrigidivano i loro rami. Luigino si fermò un attimo a guardarli, sentiva quel richiamo e li capiva anche, poi si guardò le scarpe rattoppate male, avevano trasformato i sui piedi, un po’come i rami gelati di quegli alberi. Avrebbe voluto fare qualcosa per loro, ma non sapendo cosa, passò vicino i tronchi e li accarezzò, come per consolarli. Continuando il suo cammino, con i piedi intirizziti dal freddo, guardò un abete che alto si teneva sul lato destro del sentiero, i rami erano forniti di foglie verdi che lo riparavano meglio dalle intemperie, e il suo scheletro non gli sembrava tanto che patisse il freddo.
    Egli si soffermò a guardarlo. Ebbe un’impressione differente dalla prima. L’abete, sembrava che fosse tutto contento di avere sui suoi rami il gelo. Erano rivestiti di tantissime foglioline aghiformi. Agli occhi di Luigino, appariva come un signore che vestiva un cappotto di pelliccia, un po’come i suoi compagni di scuola, loro, avevano le scarpe imbottite di pelliccia, i cappotti o i piumini che li coprivano e poteva anche cadere la neve, si sarebbero rotolati dentro e giocato senza soffrire il freddo.
    Mentre Luigino pensava a tutto ciò, sentì sul suo capo una goccia d’acqua gelida penetrare tra i suoi riccioli scuri, fino a giungere sul cuoio capelluto facendolo rabbrividire. Passò la mano sul capo per stemperare la goccia d’acqua, quando la ritirò, si accorse che nel palmo aveva una moneta d’oro. Luigino non credeva ai suoi occhi, non aveva mai visto tanto splendore.
    Si domandò da dove fosse caduta, ebbe quasi paura, si guardò intorno cercando di trovare una risposta, ma non c’era nessuno a parte l’abete che lo guardava dall’alto del suo tronco. Alzò il capo e stava per abbassare gli occhi, quando scorse fra i rami un folletto che teneva in mano una pentola con l’ansa tutta in oro. Luigino lo guardò strofinandosi gli occhi, non poteva essere vero, non credeva ai folletti, ma vederne uno che lo fissava con un grande sorriso stampato sul viso, lo convinse, non senza reticenza. Dovette sforzarsi per far uscire un suono dalla sua bocca, un suono di stupore che a malapena riuscì ad articolare. Il folletto scese qualche ramo più giù e fissandolo domandò lui se fosse contento della moneta d’oro, Luigino rispose in modo affermativo oscillando il capo avanti e indietro, perché non riusciva ancora a parlare. Il folletto, allora facendo una smorfia disse di volere udire la sua voce. Il poverino, si sforzò talmente che riuscì appena ad articolare un sì, tanto silenzioso che la cosa fece stizzire il folletto, diventò tutto rosso e gridò con una voce smisurata in rapporto alla sua statura, che voleva sentire la sua voce. Luigino un po’ per la paura un po’ per non contrariarlo, prese tutte le sue forze e rispose con un grido pronunciando un si, prolungato. Il folletto contento gli lanciò una seconda moneta che arrivò dritta nella tasca della sua misera giacca, ma essendo bucata la moneta scivolò a terra ruzzolando, emettendo un suono tintinnante.
    Luigino corse dietro la moneta per raccattarla, ma la moneta s’infilò in una fessura delle radici del grande abete che poco prima sovrastava Luigino. Le sue dita gelate s’infilarono nella fessura dell’abete, il folletto ridacchiava su uno dei rami, quando, una voce cavernosa fece sussultare Luigino:
    - Chi osa svegliare il mio riposo! Luigino alzando gli occhi vide l’abete che aveva una
    bocca, si strofinò gli occhi pensando di sognare. Non aveva mi visto parlare un albero. Impaurito, fece uscire dalla sua bocca un debole: 
    - Mi scuso signore abete, ma lei imprigiona tra le sue radici una moneta che è mia.
    - Tua? Ma se tu non possiedi nulla come vuoi possedere una moneta d’oro?
    - Sì, lo so signore abete, io sono povero, ma la moneta mi è caduta dalla tasca è il signor folletto che sta su i suoi rami che me l’ha regalata, soltanto, la mia tasca è bucata ed è scivolata via.
    - Il folletto è un mio inquilino, abita da anni nel mio tronco e non mi ha mai pagato l’affitto, e questa moneta d’oro sarà un piccolo anticipo al suo debito.
    - Ma signor abete lei non ne ha bisogno, lei è un albero bello forte, sopporta il freddo e non ha bisogno certo di scarpe e né di mangiare; a casa ho sette fratelli e sorelle e questa moneta farebbe comodo ai miei genitori che non sanno come sfamarci.
    - Non piagnucolare, piccolo insolente straccione, come osi dire quel che io devo fare, io sono un abete, ma ogni tanto anche io ho bisogno di qualche moneta d’oro.
    - Ma per farci cosa?
    - Questo non ti riguarda, bamboccio!
    - Ma un albero non ha bisogno di monete d’oro.
    - Eppure ti ripeto che sì, non aggiungo altro ora puoi anche andare, la moneta resta mia e la terrò stretta fra le mie radici, guai a chi si azzarda a volermela sottrarre, avrà le dita della mano stroncate dalle mie radici, se solo oserà provarci.
    Luigino intimorito dall’abete indietreggiò e dispiaciuto, lanciò un lieve saluto, accompagnato da un sorriso appena percettibile, rivolto al folletto che stava sul ramo divertito per l’accaduto. Egli sobbalzò giù dal ramo, con la sua pentola scintillante e piena di monete davanti ai piedi di Luigino, il quale stava incamminandosi sul sentiero per raggiungere la scuola. Il folletto sghignazzando lanciò un alt al ragazzo che subito si bloccò. Guardò negli occhi il piccolo omino che gli sbarrava la strada e si domandò cosa volesse ancora da lui… il folletto saltò sulla pentola raccolse ancora una moneta, alzò la mano che la serrava e disse a Luigino:
    - Se sarai capace di prenderla al volo, questa moneta sarà tua.
    Così dicendo la lanciò in alto, ma la moneta fu afferrata da uno dei rami dell’abete, prima ancora che cadesse a terra, così, Luigino si vide sottrarre dall’albero, la seconda moneta che gli era destinata. Le sue proteste furono vane, l’abete non volle ridargli la moneta e se la tenne per sé. Sconsolato il povero ragazzo riprese il suo cammino, ma il folletto lo seguiva saltando da un punto all’altro del sentiero, fin quando, saltando cadde e con lui la pentola piena di monete che si dispersero e, lungo la strada, ruzzolarono tutte verso l’abete che scrollò le sue radici per imprigionarle tutte. Luigino e il folletto corsero lungo il sentiero per tentare di raccattarne qualcuna, ma fu inutile, l’ingordo abete aveva imprigionato tutte le monete con le sue radici. Nel vedere i due ai suoi piedi che, inginocchiati, cercavano le monete, lo fece ridere, i suoi rami furono scossi dalla sua risata portentosa e alcuni ghiaccioli si staccarono e uno inchiodò il piccolo folletto a terra trapassando la coda della sua bella livrea rossa impedendogli di muoversi. Luigino vide il piccolo folletto in difficoltà si precipitò per liberarlo, estrasse dalla terra il pugnale di ghiaccio e lo gettò lontano, poi aiutò il folletto a rimettersi in piedi, il quale lo ringraziò e saltò sull’albero dicendo all’abete che le monete erano le sue, ma l’albero grondò dicendo che anche il tronco era suo e lui ci abitava con tutta la sua famiglia e che non gli aveva mai fatto dono di nulla. Luigino ascoltava il battibecco fra i due e si ricordò che doveva andare a scuola, la neve iniziava a cadere ed il freddo gli bloccava i movimenti dei piedi. Così, salutò il piccolo folletto che ringraziò per la moneta che gli aveva regalato, il folletto gli sorrise e disse che se l’era meritata. L’abete ascoltò la conversazione e per dispetto, quando Luigino passò su una delle sue radici, gli fece lo sgambetto facendolo cadere, e nel mentre, aprì la mano che serrava la moneta d’oro e questa rotolò anch’essa fra le radici avide dell’albero. Luigino cercò di riprendersela e il folletto con tutta la sua rabbia pestò il ramo su cui poggiava i suoi piccoli piedi, in segno di ribellione per la cattiveria dell’albero, ma l’abete non fece altro che ridere della loro sventura. Luigino si rialzò e si allontanò di corsa…
    Giunto davanti alla scuola col fiatone, entrò svelto in classe; la campanella era già suonata e quando prese posto nel suo banco, la maestra gli domandò la ragione del suo ritardo. Il povero Luigino non potendo raccontare quel che gli era accaduto, disse che si era smarrito nel bosco. La cosa fece ridere i suoi compagni e fu spunto di un’ennesima derisione. Finita la lezione, Luigino riprese la strada per andare a casa e pensò di passare ancora per il bosco, se non altro, per vedere se le monete d’oro erano ancora ai piedi dell’albero e anche per rendersi conto se tutto non fosse stato solo frutto della sua immaginazione . Camminava Luigino, e giunse al bosco, dove si addentrò con cautela, quasi come se fosse un ladro che temesse di farsi scorgere, infatti, dopo pochi passi intravide l’abete che imponente occupava una vasta area del bosco; Luigino avanzava intimorito sulla strada che costeggiava le sue radici, l’albero appena lo vide scosse alcuni rami come se fosse nervoso ed aspettò che lui passasse.
    Del folletto però, neppure l’ombra. Luigino continuò sulla strada e passando accanto alle radici gettò un occhiata per vedere se le monete fossero ancora prigioniere di esse, purtroppo l’abete le teneva strette, allora, senza fermarsi continuò la sua strada, ma giunto all’altezza del tronco dell’albero si sentì chiamare: “ Ehi, tu! Se pensi d’impossessarti di queste monete ti sbagli,” brontolò l’abete. Luigino si mise a correre impaurito. Giunto a casa non sapeva se raccontare tutto al padre, lui era molto severo e se non l’avesse creduto, avrebbe rischiato di guadagnarsi anche un castigo, così, decise di raccontare la sua avventura alla madre, che di carattere dolce e remissivo, gli avrebbe dato sicuramente ascolto.
    La mamma dopo avere ascoltato attentamente il racconto del figlio disse che magari raccontando tutto al padre avrebbero trovato insieme una soluzione al problema. Luigino anche se non del tutto d’accordo, alla fine accettò e corse insieme alla mamma nel capannone dove il papà tagliava i tronchi che abbatteva ogni giorno nel bosco. La madre raccontò tutto al padre e, quando finì, lui la guardò perplesso, poi guardò suo figlio e aggiunse: “ Se tutto questa storia non è vera, giuro che resterai senza minestra per tre giorni e tre sere. Luigino disse: “ Ti prego papà credimi è vero”.
    Il padre prese la sega poi la mano di suo figlio e domandò di condurlo al bosco dove l’abete dimorava. La sua intenzione era quella di tagliere l’albero e prendergli le monete che imprigionava con le sue radici. I due partirono in direzione del bosco, giunti in prossimità dell’albero, Luigino si fermò, indicando al padre l’abete. Il boscaiolo s’avvicinò, toccò il tronco e fiutando la direzione del vento, prese posizione per tagliare l’albero. Luigino che era rimasto nascosto fino allora, avanzò per aiutare il padre a segare l’abete, ma l’abete vedendolo reagì dicendo:
    - Ah! Sei venuto accompagnato da tuo padre, piccolo moccioso!
    Il boscaiolo non credeva alle sue orecchie, non aveva mai sentito un albero parlare e pensò di rispondere al posto del figlio che era rimasto muto, con la paura addosso che l’albero potesse far del male al suo papà. Il boscaiolo domandò all’abete perché fosse così cattivo e avido, l’abete rispose:
    - Perché sono stati gli uomini a rendermi così con la loro cupidigia, uomini che mi hanno tolto più volte l’affetto dei miei figli nati ai miei piedi, e solo per far piacere ai piccoli mocciosi come tuo figlio, quando arriva il Natale. Così, sapendo che gli uomini sono attaccati al denaro ne serbo tanto da pagarli perché lascino i miei nuovi germogli crescere in pace. Il papà di Luigino ascoltò con attenzione le parole dell’abete e provò il dolore che l’Abete aveva sentito per i suoi alberelli, che i suoi amici boscaioli avevano tagliato. Si rese conto che anche lui aveva fatto la stessa cosa con altri alberi, purtroppo il suo lavoro era quello e non poteva cambiarlo; spiegò all’abete che lui non gli aveva mai tagliato i figli. L’abete rispose che i suoi amici l’avevano fatto. Il boscaiolo domandò cosa potesse fare per rimediare al male che aveva subito. L’abete rispose che doveva scrivere un pannello e inchiodarlo su uno dei suoi rami, proibendo di tagliare i piccoli abeti che stavano ai suoi piedi. Il boscaiolo acconsentì sperando che l’abete parlante gli desse le monete che tratteneva fra le sue radici, ma l’abete non volle dargli nulla dicendo che comunque gli servivano per gli altri boscaioli che non erano bravi come lui. Luigino indignato protestò dicendo al padre che era solo un vecchio abete buono per riscaldare la casa e i suoi fratelli e sorelle. L’albero incollerito iniziò a scuotere i suoi rami e con una grossa voce disse:
    - Ecco! Vedi? Avevo ragione io che non bisogna fidarsi di voi uomini! Siete tutti avidi.
    Il boscaiolo lo interruppe e disse: - Ingordi noi non siamo, ero venuto qui per tagliarti caro abete ma la tua storia mi ha intenerito, anche io sono un padre e devo dare da mangiare ai miei figli e come te devo vegliare su di loro, ma come ben sai noi uomini non possiamo fare nulla senza il denaro, tu ricevi dalla terra il tuo nutrimento e non hai bisogno di riscaldarti in inverno, i miei bambini muoiono se non mangiano e non si riscaldano. Le monete che hai sotto le tue radici, bastano a sfamare tutte le famiglie dei boscaioli e se tu mi dai le monete, le dividerò con loro così non avranno bisogno di tagliare gli alberi per vivere e ti prometto che sarai tu a vegliare per la spartizione delle monete d’oro, faremo in modo che questo bosco non venga più toccato e che i tuoi germogli crescano per diventare abeti adulti come te. L’abete aveva ascoltato con attenzione il boscaiolo e, se non avesse accettato si sarebbe trovato ridotto in tronchetti per il camino, così il buon senso lo fece riflettere e senza dare l’impressione d’essere accondiscendente, storse la bocca e disse:
    - Sia!
    Il papà disse a Luigino di correre in paese a chiamare i suoi amici colleghi e di portarli al bosco senza spiegargli nulla. Luigino obbedì e corse in paese come gli aveva ordinato il padre. Intanto rimasto solo con l’abete, il papà iniziò a raccogliere le monete e le mise nella pentola che era rimasta, dopo la caduta del folletto, capovolta a terra. L’albero poco a poco lasciò tutte le monete che le sue radici serravano e chiese al boscaiolo di lasciargliene una per ricordo.
    Il boscaiolo acconsentì e l’abete la nascose sotto la sua radice più grande. Luigino intanto era giunto insieme agli altri boscaioli, il padre seduto sulla pentola delle monete, iniziò a spiegare ai suoi amici tutta la storia e domandò alla fine chi fosse d’accordo di non abbattere più alberi in quel bosco. Tutti esposero le loro perplessità, ma alla fine, quando videro la prima moneta uscire dalla pentola, iniziarono ad accettare. I loro occhi scintillavano più delle stesse monete, la conta in parti uguali era iniziata sotto lo sguardo attento dell’abete che fino allora non aveva più parlato, quando tutti ebbero le loro monete, l’abete tossì. I boscaioli spaventati si fermarono e sbigottiti videro il tronco dell’albero aprire la bocca per dire loro di non dimenticare le promesse fatte. Anche se ancora spaventati dall’albero parlante, i boscaioli erano felici, quelle monete ricevute erano come manna dal cielo e non esitarono a rispondere che avrebbero mantenuto la promessa fatta. Luigino e il papà promisero inoltre all’abete che avrebbero vegliato a che nessuno rompesse il patto. Rientrarono a casa contenti.
    Da quell’anno festeggiarono il Natale accontentandosi del presepe e così fecero anche gli altri boscaioli.
    L’abete è ancora nel bosco ed ha visto crescere i suoi figli tutti intorno a lui… Il folletto che aveva nel frattempo recuperato la pentola vuota, iniziò ad accumulare altre monete… divenne l’inquilino più amato dal bosco poiché, per gli alberi, era una garanzia alla loro incolumità.

    Se passate un giorno nel bosco del signore abete, potrete leggere il cartello che il papà di Luigino scrisse e appuntò sul suo tronco:
    NON TRONCATE LA VITA AI GIOVANI GERMOGLI DI QUESTO ABETE, SONO SUOI FIGLI…

    “Ogni cosa è stata creata per le stesse ragioni che l’uomo è stato creato: “Vivere per dare la vita.” 
    Il valore della vita è lo stesso anche per gli animali, le piante e le cose e, com’è giusto, deve essere rispettato; la ragione e la saggezza risiedono in ognuno di noi, basta solo farsi guidare dalla loro voce e dal cuore.”

  • 27 dicembre 2013 alle ore 1:46
    La sera delle anime

    Come comincia: Si, perchè quella sera le anime di quei due si erano incontrate e non avevano fatto altro che danzare per tutto il tempo sulle loro teste. Non avrebbero mai potuto vederle perchè toccando le loro pelli, il loro corpo cominciava lentamente a scomparire. Non sapevano che forma avesse l'anima. La loro anima. Non sapevano che toccandosi il petto a vicenda, erano riusciti a sfiorare l'uno il cuore dell'altro. In tutto questo le anime danzavano. Si abbracciavano e  prendevano delicatamente le mani,accarezzavano i volti e continuando a danzare erano sempre più vicine l'una alle altre.

  • 26 dicembre 2013 alle ore 10:17
    Amore fraterno

    Come comincia: 1 giorno
    Il bimbetto, poco più di un anno di età, cammina fiducioso verso la stanza dove è condotto, ma sulla soglia si ferma di botto. S'incupisce e non c'è verso di farlo avanzare, anche se gentilmente sospinto e incoraggiato. Lì, in un letto c'è la mamma, la sua mamma, con un fagottino in braccio. E' la sua sorellina, gli spiegano. Niente. Il bambino rimane immusonito e non entra,

    Poche settimane.
    La  mamma sente un improvviso silenzio. Va a cercare il suo bambino. Entra in camera da letto ed il bambino è lì che tiene coscientemente un cuscino sulla faccia della sorellina nella culla.

    1 anno
    La bimbetta, nemmeno un anno di età, cerca di fare i primi passi, ma il fratellino Giulfurio di 2 anni e la cuginetta Giulietta di poco più di un anno la spintonano, ridendo divertiti quando la bimbetta inciampa.

    14 anni
    La ragazzina è seduta su un muretto del cortile della chiesa.
    Più in là sono in piedi alcuni dei ragazzi del gruppo di Azione Cattolica. C’è anche Giulfurio, il fratello della ragazzina, maggiore di un anno.  All’improvviso Giulfurio esclama ad alta voce: <<Liliana! Ti devi fare i baffi!>>.  La ragazzina fa come se non avesse sentito.
    Gli altri ragazzi nascondono l’imbarazzo e non commentano.
    La ragazzina forse poi dimentica l’accaduto. Altrimenti, anche senza adirarsi, avrebbe potuto con tutto comodo in seguito avvicinare il fratello a casa e fargli notare la sua indelicatezza. Se il fratello avesse tenuto a lei, l’avrebbe presa in disparte a casa e suggeritole di provvedere o lo avrebbe detto alla madre affinché lo dicesse alla sorella.
    La stessa prova di indelicatezza e mancanza di sensibilità la dette due anni più tardi la cugina Giulietta, che approfittando di uno stupido gioco in una sera d’estate, le disse davanti a tutti:<< Ti vuoi fare ‘sti asparagi!>>. L’ex-ragazzina non capì cosa intendesse ed un ragazzo del gruppo, un estraneo, evidentemente dotato di maggiore sensibilità, mise a tacere la cosa. La cugina Giulietta oltretutto arrivava in ritardo. Nel buio della sera non si era evidentemente accorta che la cugina aveva già provveduto. 
    L’ex-ragazzina rammenta che un anno prima un’amica dell’Azione Cattolica l’aveva avvicinata il giorno dopo che l’ex-ragazzina aveva indossato un vestitino invece dei soliti jeans e giubbotto. La prende in disparte e le dice:”Liliana, abbiamo parlato tra di noi e siamo d’accordo che sei una bella ragazza”. Liliana si schermisce. “No, sei una bella ragazza”, continua l’amica, “ però ti devi depilare”. Liliana concorda e si rammarica di questa noiosa incombenza. Aveva creduto che per il momento le calze fossero sufficienti a dissimulare.L’ex-ragazzina pensò che l’amica, che incidentalmente aveva lo stesso cognome, aveva dato prova di maggiore sensibilità e delicatezza del fratello e della cugina.
     
    22 anni
    Liliana sta prendendo la patente di guida. Pensa che il fratello maggiore può aiutarla con qualche lezione.
    Il fratello acconsente una volta ad andare in una zona periferica di domenica.
    È anche l’ultima volta.
    Il fratello non fa altro che sbraitare violentemente e non è di nessun aiuto, anzi.
    Trova un maggiore aiuto nel padre. Liliana non se l’aspettava. Credeva che tra i due la persona con meno pazienza fosse il padre. Si deve ricredere.
     
    28 ANNI
    Il fratello Giulfurio lavora già da qualche tempo a Roma. Per i primi tempi aveva avuto l’abitudine di scendere al paese natio ogni fine settimana: la sua fidanzata è lì. Nell’occasione, portava i panni di una settimana da lavare alla mamma. 
    Dopo un po’ di tempo lascia la sua fidanzata e non ha più motivo di tornare a casa così frequentemente. Però una delle volte che rientra per il fine settimana si lamenta con la sorella che non lo tengono informato di quanto succeda a casa.
    Poco tempo dopo sorge un problema tra i genitori dell’ex-ragazzina.
    Ligia alle indicazioni ricevute, Liliana telefona a Giulfurio e l’informa. La risposta è:<<Io con i vostri problemi non voglio essere scocciato>>.
    Liliana avrebbe voluto replicargli: <<Guarda che col tuo atteggiamento era fin troppo chiaro che non volevi essere scocciato, allora perché rompi dicendo che vuoi essere informato?>>, ma tiene quell’osservazione per sé.

    29 ANNI
    Il papà riunisce i tre figli come aveva fatto tante altre volte.
    Ribadisce ancora una volta: <<Guardate io ho sistemato le cose in questo modo: la vecchia casa a Liliana, questa che è il doppio a Giulfurio e Alfredo>>.
    Come sempre Giulfurio mostra fastidio, disinteresse e superiorità: <<Uff’. Io tengo solo un po’ di soldi sul libretto. Quando muoio dateli a Maria[1]!>>.
    Più tardi Giulfurio fa alla sorella:<<Papà fa tante storie per quella casa …. Quella è una casa vecchia!>>.
    [1] L’ex-fidanzata di Giulfurio che Giulfurio ha lasciato un anno e mezzo prima 

    30 anni
    Dopo tre anni di borse di studio e quindi di precariato, Liliana ha un vero contratto di lavoro. Il primo pensiero è di fare un regalo al fratello maggiore che l’ha ospitata a casa sua a Roma, quando la ragazzina doveva fare dei colloqui di lavoro o dei concorsi in quella città. Il fidanzato l’accompagna nel miglior negozio di elettronica di S. Liliana prende un mini-stero. In quel periodo erano una novità.
    Il fidanzato è stupito dell’agitazione dell’ex-ragazzina nella scelta del regalo. Liliana ne è consapevole e spiega al fidanzato:<<Non sto facendo un regalo a mio fratello, è un regalo per sdebitarmi con l’estraneo che mi ha ospitato quando andavo a Roma. Sai vedevo che Giulfurio era seccato quando doveva ospitarmi, neanche dovesse tenermi sul groppone. Ma come facevo a spiegare ai miei che dovevo andare in albergo quando avevo un fratello a Roma?>>.
    Giulfurio dà mostra di gradire il regalo, però dice che è eccessivo ed avrebbero potuto farglielo tutti insieme.

    34 ANNI
    Alfredo non sembra in buone condizioni di spirito e la madre raccomanda a Giulfurio di essere gentile con lui.
    È estate, sono tutti in ferie. C’è anche la compagna di Giulfurio. Una sera si pensa di andare a prendere delle pizze per cena. Va Alfredo ad ordinarle e ritirarle. Scrive su un foglietto il gusto preferito da ciascuno.
    Quando torna, la tragedia. La pizza per la compagna di Giulfurio non è quella ordinata.
    Giulfurio sembra trasformarsi in un orco per come aggredisce verbalmente il fratello per l’errore. Ha voglia la compagna a dire che andava bene, non fa niente, Giulfurio sembra impazzito, la sua bella non ha avuto quello che desiderava.
    Più tardi la madre si lamenta con l’ex-ragazzina: <<E gli avevo anche raccomandato di comportarsi bene con Alfredo!>>.
    Già, hai voglia di dirlo. Ennio, il figlio di Giulfurio, ed il suo cuginetto Simone sono talmente abituati ad assistere alle sfuriate del papà e zio che Simone ne fa un’imitazione ringhiando sommesso.
     
    37 ANNI
    Come tante altre volte, Giulfurio e la compagna sono in visita da Pino e Liliana, sposi da due anni. Ad un certo punto, la compagna di Giulfurio esclama:<<Quanto mi piace questa casa!>>.
    Un’altra volta Giulfurio e la compagna entrano preceduti dal loro bimbetto di tre anni.
    <<Vedi Ennuccio>>, fa la madre, <<questa è la casa di Pino e Liliana>>.
    Il bimbo guarda in alto, fa un giro su sè stesso dicendo:<<Come è beella!>>. La mamma piega il capo e fa un riso mezzo imbarazzato.
    In estate capita che la madre e la sorella della compagna di Giulfurio vengano ed accompagnano il nipote a giocare dalla bimba di Poldo ed Andreina, che stanno nello stesso palazzo dove abita Liliana.
    Quando stanno per andare via bussano alla porta dell’ex-ragazzina per un saluto. Un saluto veloce per carità. Devono andare via prima che faccia buio e stanno sempre bene attente a non varcare la soglia di casa.

    38 anni
    Il papà dell’ex-ragazzina sta per uscire dall’ospedale. Esce di lunedì. Giulfurio prende un giorno di ferie e dice all’ex-ragazzina di andare al lavoro. Nelle settimane successive, quando il padre dovrà fare la terapia dovrà lei prendere permessi al lavoro.
     
    Giulfurio informa la sorella che all’ospedale la caposala ha detti di telefonare da lì ad una settimana per sapere quando il padre deve iniziare la terapia.
    Ligia alle indicazioni ricevute, scaduta la settimana l’ex-ragazzina telefona. La caposala le dice che deve esserci stato un malinteso: avrebbero chiamato loro per dire quando il padre doveva iniziare la terapia.
    L’ex-ragazzina telefona al fratello e l’informa. <<Nooo!>> sbraita per telefono il fratello, << dovete chiamare voi!>>. E tanto urla e tanto insulta per telefono che l’ex-ragazzina, suo malgrado, telefona di nuovo alla struttura ospedaliera. Dall’altra parte appaiono seccati e ribadiscono che avrebbero avvertito loro. Nuova telefonata di chiarimento e nuova sbraitata per telefono. Infine un fine settimana il fratello Giulfurio scende da Roma ed in serata si rivolge alla sorella con tanta violenza che l’ex-ragazzina comprende la verità come una mazzata: <<Mio fratello non mi vuole bene. Se me ne volesse, anche se io stessi sbagliando una cosa come questa non si rivolgerebbe verso di me con tanto odio>>.
    Alla fine la struttura sanitaria si fa viva e comunica la data di inizio della terapia.
    Durante la terapia, il papà comincia a sentirsi male. <<Deve sopportare>> dicono i medici, <<è la terapia>>, e trattano il padre come se stesse facendo i capricci. L’ex-ragazzina non ce la fa a vedere il padre soffrire in quel modo. L’infermiera che segue il padre durante la terapia dice che non sono quei dolori gli inconvenienti della terapia. Ma i medici continuano a sottovalutare la cosa. Fino a quando il padre si trova di nuovo al pronto soccorso. Per un’incomprensione nella struttura sanitaria del luogo, il padre si trova ricoverato nell’ospedale di E.
    Il primario informa Laura: “I chirurghi hanno valutato la situazione. Il tumore ha invaso lo stomaco. Ritengono di levare il duodeno e fare un by-pass".
    <<Devi parlare con il chirurgo che ha operato tuo padre tre mesi fa>> dice il marito all’ex-ragazzina. E, nonostante avesse la madre a sua volta immobilizzata a letto, quella mattina il marito dell’ex-ragazzina non la lascia sola  e le tiene compagnia tutta la mattinata in attesa di parlare con il chirurgo. Avverte la madre per telefono che sarebbe arrivato più tardi. <<E Giulfurio?>> chiede giustamente risentita la madre. <<E’ a Roma>> è la risposta. <<E Alfredo?>>. <<E’ al lavoro>>.
    Alla fine della mattinata, il chirurgo arriva e li riceve cordialmente.
    <<Secondo me è un calcolo>>, dice il chirurgo con sicurezza << Che cosa vogliono fare lì? Levare lo stomaco? E’ una cosa che non si fa. Portatemelo qui. >>
    Il giorno dopo è sabato. L’ex-ragazzina, sostenuta dal primario di medicina dell’ospedale di E.,  tanto fa e tanto dice che il padre acconsente a farsi trasferire all’ospedale di B. Non appena il padre dice: <<Va be’ andiamo a B.>> , il fratello dell’ex-ragazzina che era appena arrivato da tre giorni che il padre era in ospedale si volta verso di lei e fa: <<Se papà muore è colpa tua>>. L’ex-ragazzina accusa il colpo, ma lo mette da parte e si occupa di quanto occorre per il trasferimento.
     La domenica pomeriggio si reca a casa dei genitori. Lì trova Giulfurio sul divano, tutto abbattuto che parla con voce bassa e affranta al fratello minore Alfredo. In pratica sta dicendo che pensa di prendere il treno il giorno dopo ed andare al lavoro e di tornare per i funerali. L’ex-ragazzina tenta di frenare la collera. Ma come quello ha perso talmente le speranze che non può sprecare nemmeno un giorno delle sue preziose ferie e rimanere per l’intervento? Dice qualcosa per indurre il fratello a rimanere. <<Guardate che il primario di E. ha detto che la situazione è seria ...>> Giulfurio la interrompe. Balza dal divano e sovrasta minaccioso la sorella, sbraitando: <<E’ appunto che lo so che la situazione è seria! Che cosa dovrei fare? Rimanere qui ed aspettare che il tuo prezioso chirurgo operi papà?>> L’ex-ragazzina comincia ad indietreggiare di fronte all’assalto del fratello fino a quando si trova con le spalle all’altro divano. “Ora mi colpisce”, pensa. Il fratello Giulfurio sembra raccogliere un po’ di autocontrollo ed, invece di colpire la sorella in faccia come l’ex-ragazzina si stava aspettando, le dà uno spintone sulla spalla e l’ex-ragazzina cade sul divano. L’ex-ragazzina si alza, esce di casa e si reca a piedi in ospedale. Mentre cammina è superata dall’auto che guida Giulfurio, con la madre ed Alfredo. All’ospedale  non sale in camera. Si ferma nella sala d’attesa dove la raggiunge la madre che cerca di consolarla.
    <<Mamma>>, le fa l’ex-ragazzina << mi è stato detto che chi non fa niente non sbaglia. Giulfurio può stare tranquillo: non ha sbagliato>>.
    Il giorno dopo il papà dell’ex-ragazzina viene operato. È il primo degli interventi in programma quel giorno.
    In serata alla fine di tutti gli interventi in programma, arriva l’aiuto del chirurgo ed informa che il chirurgo vuole vedere tutti i figli del papà dell’ex-ragazzina.
    L’ex-ragazzina si reca con i fratelli nello studio del chirurgo. Il chirurgo li sta aspettando. Li fa accomodare e mostra loro il contenuto in un barattolo di vetro: un grosso calcolo nell’alcool. È quello che ha levato al loro padre. Il chirurgo infine conclude: <<E lasciate in pace questa povera signorina!>>.

    39 ANNI
     
    Stavolta è Alfredo che non sta bene, oramai sono mesi, ma rifiuta di consultare uno specialista. La situazione è sempre più seria. Una mattina in cui il papà dell’ex-ragazzina sa che la figlia non è ancora andata al lavoro, rompe gli indugi e chiama il 118. Dopo di che chiama la figlia sul telefonino. Lo squillo la raggiunge mentre sta chiudendo l’uscio di casa per recarsi al lavoro. “Sappi che ho chiamato il 118”, le fa il padre. “Ed io che devo fare?” fa l’ex-ragazzina. Ma lo sa benissimo. Il padre si aspetta che si rechi da loro e prenda in mano la situazione. Ma c’è poco da prendere in mano, Alfredo sta male e si vede. Gli operatori sanitari se ne andrebbero se il papà firmasse loro una liberatoria, ma il padre rifiuta. Così gli operatori sanitari convincono Alfredo a ricoverarsi.
    Giulfurio non abita a B. ma a Roma. Ha in programma una partenza per una vacanza all’estero con la sua famiglia da lì a pochi giorni. “Che devo fare? Devo annullarla?”. La decisione è sua. D’altronde non c’è pericolo di vita , Alfredo ora è sotto controllo in una struttura sanitaria, che motivo c’è di non partire? Così Giulfurio parte per la sua vacanza. Al ritorno inizia a tempestare di telefonate il primario del reparto. “Non sapevano nemmeno che Alfredo avesse un fratello!”, esclama risentito. E come avrebbero dovuto saperlo? A noi non ce lo hanno chiesto. Non ti hanno mai visto …
    In quel periodo cade il compleanno dell’ex-ragazzina. L’ex-ragazzina e Pino organizzano una cena a cui invitano i genitori dell’ex-ragazzina. Quando sono al dolce squilla il telefonino. È Giulfurio che, ufficialmente, vuole fare gli auguri. Poi comincia a parlare di Alfredo. Tra l’altro dice: “Ho paura che Alfredo quando esce si vuole vendicare.” Vendicare? E di cosa? E se anche fosse, cosa può temere Giulfurio che non era nemmeno qui? “Liliana”, continua Giulfurio, “ non è che può venire a casa tua?”.
     
    Il 2 giugno 2005 è giovedì . Giulfurio e la sua famiglia si concedono un ponte e ne approfittano per un anticipo d’estate a P. vicino B.
    Il dottor Iula che in passato aveva seguito Alfredo chiede un colloquio con l’ex-ragazzina per il 3 giugno. Non invitato, si presenta anche Giulfurio. Il dottor Iula comunica che i colleghi della struttura ospedaliera parlando con Alfredo avevano individuato in Liliana la persona verso cui Alfredo nutrisse più fiducia. Chiede se Alfredo possa stabilirsi con lei alle dimissioni della struttura. Pino aveva già espresso parere contrario: loro due non erano mai in casa e Pino non si fida dell’ambiente poco sereno ed inaffidabile del condominio. Inoltre due anni prima l’ex-ragazzina aveva già chiesto ad Alfredo se avesse voluto andare a vivere da loro ed Alfredo aveva risposto di no. L’opinione dell’ex-ragazzina è che Alfredo debba andare a vivere per conto suo.
    Al che il dottor Iula rivolge la domanda a Giulfurio. “Certamente”, risponde Giulfurio con sicumera da uomo d’azienda, “non ci sono problemi”. Il dottor Iula dice all’ex-ragazzina: <<Sembra che abbia paura, guardi invece suo fratello!>>. <<Sì, sì>>, fa l’ex-ragazzina guardando negli occhi il dottore, <<ma lui sta a Roma>>. Il dottore sembra voler ripetere il concetto. <<Sì, sì>>, ripete l’ex-ragazzina, <<ma lui sta a Roma>>. Verso la fine Giulfurio aggiunge quasi per inciso “Naturalmente devo parlarne con mia moglie.”
    Il pomeriggio Giulfurio va a mare, mentre Pino e l’ex-ragazzina vanno a fare visita ad Alfredo. Mentre sono lì Alfredo ha una crisi. È in servizio una dottoressa che avevano già visto il giorno prima e che avevano giudicato un poco esaurita. Si ricredono. La dottoressa prende in mano la situazione senza fare ricorso alla medicina tradizionale, ma solo con la logica e la chiarezza delle parole. La dottoressa si dice disponibile a prendere Alfredo in cura una volta uscito dalla struttura. Potrebbe fare uscire Alfredo dopodomani quando è di turno affidandolo a Pino ed all’ex-ragazzina, di cui, si vede, si può fidare. Dice che con la terapia tradizionale Alfredo ogni due anni entrerà ed uscirà dalle strutture sanitarie. L’ex-ragazzina e Pino rimangono favorevolmente impressionati dal modo come la dottoressa aveva gestito la situazione e non credono che in quell’offerta ci fosse un interesse personale pecuniario. Però Pino fa presente che non possono ospitare Alfredo in casa loro, ma l’ex-ragazzina già pensa a sistemare una stanza in via provvisoria in attesa di una sistemazione più definitiva. La dottoressa dice: "Ci penso” e conferma l’appuntamento per dopodomani.
    Pino vuole andare a dare la notizia ai genitori di Alfredo. L’ex-ragazzina è contraria: “No, non diciamo niente. Si metterebbero in mezzo”. “I genitori devono sapere”, sentenzia Pino. A casa dei genitori c’è anche Giulfurio con la sua famiglia. Si vede che tutti accolgono la notizia con dubbio e timore, ma non dicono niente.
    Il mattino dopo, sabato, Pino è a scuola, l’ex-ragazzina riceve una telefonata. È il padre tutto esagitato che dice che non deve andare l’indomani a prendere Alfredo. Che è accaduto?  Giulfurio, che era rimasto silente la sera prima, ha telefonato in reparto chiedendo sbraitando chi fosse quella stronza di dottoressa che non sapeva tenere in pugno la situazione e pretendendo che Alfredo fosse trattato con la terapia tradizionale. I medici avevano stabilito di affidare Alfredo a Giulfurio che sarebbe dovuto andare a prenderlo di lì a due giorni. L’ex-ragazzina è sgomenta, non sa come riprendere in pugno la situazione. L’indomani all’inizio del turno telefona in reparto e chiede di parlare con la dottoressa. “Mi hanno detto che non devo venire”. “Chi glielo ha detto?”, replica la dottoressa pretendendo sempre la solita chiarezza. “Mio padre”. La dottoressa conferma che hanno deciso altrimenti. L’ex-ragazzina si sente sconfitta.
    La sera dopo, domenica, l’ex-ragazzina riceve la visita inaspettata di Giulfurio. Non ha più la sicumera che aveva esibito con il dottor Iula. È agitato e nervoso. “Senti Liliana, Alfredo può venire da te?”, implora. “Io non sono d’accordo con la terapia che avete stabilito” è la replica, "se me ne occupo io deve essere seguito dalla dottoressa". Ma Giulfurio pretenderebbe che se ne occupasse l’ex-ragazzina con la terapia tradizionale. Il giorno dopo riceve la telefonata di Giulfurio che sta per andare a prendere Alfredo. Le dice che il primario ha ribadito che l’ex-ragazzina non deve recarsi alla struttura sanitaria. L’ex-ragazzina protesta. “Vuoi chiamare il primario per conferma?”, sbraita Giulfurio, “Tu te ne sei lavata le mani”.
     Ancora oggi l’ex-ragazzina si rimprovera di non essere stata ferma con Pino nell’impedirgli di comunicare i loro accordi con la dottoressa ai genitori di Alfredo o di non aver saputo approfittare nel riprendere la cosa in mano quando Giulfurio era andata ad implorarla di prendere Alfredo con sé.
    Fu allora che l’ex-ragazzina divenne insofferente sia nei confronti di Giulfurio sia nei confronti dei vicini che pensavano solo a lucrare quanto loro non dovuto.

    42 anni
    La madre dell’ex-ragazzina ha deciso di festeggiare il suo compleanno al ristorante al mare. Invita i figli con le rispettive famiglie, ci sono anche la sorella e la madre della compagna di Giulfurio. Quando arrivano al ristorante l’ex-ragazzina vede la suocera di Giulfurio venirle incontro e chiederle sorridente e con gli occhi pieni d’intenzione: “Liliana, come stai? Ho saputo che non sei stata bene!” L’ex-ragazzina la guarda e risponde: “Sto benissimo”. La signora rincula.
    Al momento del conto, la madre dell’ex-ragazzina tira fuori il portafogli, da cui caccia varie banconote di taglio da cento. Il fratello Giulfurio e la famiglia della compagna si scambiano sguardi significativi di scherno e d’intenzione.
    Che cosa avevano da ridire nei confronti della loro ospite? Che non era chic tirare fuori il contante invece della carta di credito, di cui la madre dell’ex-ragazzina era sprovvista? Oppure la deridevano semplicemente per essere stata così sciocca da spendere quei soldi per far loro trascorrere una giornata allegra? O cosa? L’ex-ragazzina non lo ha mai saputo.

    42 anni
    L’ex-ragazzina ha ricevuto un verbale di assemblea condominiale, firmato da tutti i vicini, incluso il cugino Poldo, dettato dallo zio Furio, pieno di abusi legali, insulti e calunnie contro di lei e contro il marito. E Pino ha deciso di chiedere consiglio ad un avvocato. Purtroppo l’avvocato invia all’amministratore una lettera invitando a moderare i toni. Il sig. Furio sembra non gradire: <<Mi ha fatto scrivere dall’avvocato!>>, urla per telefono al fratello, papà dell’ex-ragazzina. Perché era lui l’amministratore? Inoltre il sig. Furio sembra dimenticare che era stato lui per primo a far scrivere a Pino da ben due avvocati e Pino non aveva avuto nessuna reazione. Un paio di settimane dopo, Giulfurio parla al telefono con la madre e si trova a chiedere: <<Cosa è questa storia di Pino e l’avvocato?>>. Se voleva saperlo, non poteva telefonare a Pino e chiederglielo?
    Arriva Natale.  Giulfurio è in ferie.
    Una sera l’ex-ragazzina e Pino rientrano a casa e vedono Giulfurio sul balcone di Poldo. Pino saluta e fa gli auguri.
    Il giorno dopo sono tutti a casa dei genitori dell’ex-ragazzina.
    Pino si scusa con Giulfurio di non essere salito e dice:<<Tu sai che lì non posso salire>>. Giulfurio lo interrompe: <<I fatti vostri non li voglio sapere>>.
    Poco dopo “zio” Furio cita Pino perché vuole 50 euro. Il comunista e volontario di varie onlus Giulfurio fa: <<Aspetto i risultati della causa>>.
     
    43 ANNI
    È sera. L’ex-ragazzina sta scendendo le scale della casa al mare per uscire con il marito. Indossa un abitino di lino nero, senza pretese, una collanina di corallo, borsetta nera e sandali neri. Nonostante la semplicità della mise, deve stare particolarmente bene. L’ex-ragazzina ne ha la conferma dall’espressione di dispetto che compare sul volto della compagna di Giulfurio, espressione che la ragazza non riesce a nascondere abbastanza in fretta voltando la testa.

    45 ANNI
    Il fratello Giulfurio va a trovare.
    Mentre l’ex-ragazzina gli fa strada per accompagnarlo da Pino, a letto con un brutto raffreddore, Giulfurio si ferma a guardare compiaciuto la cucina. È una delle stanze che Pino e l’ex-ragazzina hanno completamente ristrutturato.
     
     
    46 ANNI
    L’ex-ragazzina non sta bene e si vede. L’ex-ragazzina ne ha la conferma dall’espressione soddisfatta e di trionfo negli occhi della madre della compagna di Giulfurio. Nello stesso tempo l’ex-ragazzina saluta la vicina di casa della casa al mare dei genitori. L’espressione della vicina quando vede l’ex-ragazzina è invece sconvolta.
    Il mese dopo l’ex-ragazzina sta di nuovo scendendo le scale della casa al mare portando il pacco di vestiti per seguire Pino in vacanza. È in difficoltà. Questa volta l’espressione sul volto della compagna di Giulfurio è di maligna soddisfazione.
     

  • 26 dicembre 2013 alle ore 3:50
    Quel messaggio su facebook

    Come comincia: Eccomi, davanti al monitor del computer, ancora rimbambito dal cenone della vigilia. Il cellulare per mia fortuna, scarico, riposa nella tasca del mio giubbotto. I continui messaggi di auguri non mi avrebbero lasciato dormire, obbligato a rispondere a tutti, con melensi frasi. Non che sia tirchio, il prezzo dello sms lo pago volentieri, ma è la noia di scrivere in pochi caratteri quello che vorrei dire. Di abbreviazioni e mostruosità con la k nemmeno a pensarci. Lascerò un messaggio su facebook, nel mio stile, buono ma con una punta di black humor e sana cattiveria.
    Sempre se il mio cervello abbia voglia di collaborare e smaltisca l'incidente di neuroni causato dal vino. Nel frattempo sfoglierò un pò di profili; auguri da Tizio, auguri da Caio, auguri da Sempronio, il video di un gattino vestito da Babbo Natale che canta Jingle Bells, foto di cibo e vino che - burp! - scorre a fiumi e di alberi di natale dove ogni palla è taggata una o più persone.
    Mi mette un po' di malinconia il Natale, non capisco perché... le persone si sentono unite solo in prossimità delle feste. Oppure devono esserlo solo se capita una disgrazia. Il resto dell'anno allora? Si potrebbe bere un caffè dal vivo una volta tanto. Non mi basta la foto di una tazzina. Vorrei sentirne il calore del nero liquido, anche se non piacevole, l'alito della persona con cui sto parlando. Gli darei pure una mentina per ovviare al problema. Chi diceva che "A Natale non si fanno cattivi pensieri, ma chi è solo vorrebbe saltarlo quel giorno..."? Non ricordo nemmeno tutta la frase, fastidioso mal di testa! Allora passo alla posta.
    Accidenti! Questa non me l'aspettavo! Leggo un messaggio di una persona che non vedo da una vita, ma ritrovata nel social network. Poche righe, che mi mettono allegria.
    Si scusa per non aver risposto agli auguri del suo compleanno che era ad Ottobre e mi fa gli auguri di Natale.
    Io che pensavo "non userà più quel profilo, o forse nemmeno facebook" oppure "non ha intenzione di rispondermi o non ne ha alcun interesse". A lei che è stata (è ancora?) una persona speciale per me, perdono questo ed altro.
    Questo è un bel regalo per me.

  • 24 dicembre 2013 alle ore 17:45
    Philippe: l'ultimo abbraccio

    Come comincia: Era una calda mattina di fine inverno quando uscii dalla fabbrica. Ricordo con chiarezza il colore rosa-verde dell'alba. Avevo passato tutto il pomeriggio precedente in produzione e tutta la notte in magazzino merci poiché era necessario che fossero pronti i quattro bancali da caricare e portare ai distributori di zona prima di poter uscire.

    Furono passati due giorni quando in un negozio di intimo la vidi per la prima volta. Devo ammettere che io non sono mai passato inosservato, le donne mi notavano subito, il mio fascino era tale che a dirla tutta, anche i maschi restavano interdetti quando mi vedevano. Anche lì, quel pomeriggio, non poche signore mi avevano adocchiato prima che i nostri sguardi si incrociassero. Facemmo un ultimo giro tra gli scaffali scambiandoci delle complici e fugaci occhiatine finché decise che era giunto il momento di portarmi a casa sua. Non ricordo bene il tragitto verso casa, so solo che ero troppo felice di stare in sua compagnia e che lei non vedeva l'ora di poter stare tra le mie braccia.

    La rividi dopo alcuni giorni, era per lei un giorno speciale, forse un compleanno, non ricordo con esattezza la ricorrenza ma ricordo chiaramente che siamo andati al cinema ed abbiamo visto Midnight in Paris di Woody Allen prima di andare in un club a sentire un concerto acustico. Lei prese un paio di birre e qualche oliva, mentre io non facevo altro che starle abbracciato. L'odore della sua pelle era così dolce e preannunciava una serata indimenticabile.

    Uscimmo dal locale e prendemmo la macchina, ci recammo su un'altura con il panorama sulla città e senza troppi preamboli lei iniziò a spogliarsi lentamente.
    Ero immerso nei suoi odori quando ad un tratto sentii da dietro la mano del ragazzo che mi strappava letteralmente via dai sui seni caldi, mi scaraventò fuori dalla macchina e le saltò addosso con una furia inaudita. D'un tratto mi ritrovai tra una siepe ed un cordoletto di cemento freddo che faceva da sponda ad una marea di preservativi usati e fazzoletti sporchi. Rimasi li a terra per un'oretta almeno, ero gravemente ferito e quasi privo di sensi.

    Stavo per chiudere gli occhi quando lei, affacciandosi dal finestrino della macchina con volto scuro, mi disse << mi dispiace! >>
    Poi rivolgendosi al ragazzo al suo fianco ancora intento a lavarsi di dosso i fluidi del sesso esclamò <<mi hai strappato un altro reggiseno, questo era un Philippe Matignon! >>

  • 23 dicembre 2013 alle ore 13:16
    Meravigliosamente donna

    Come comincia: Un'altra dura giornata di lavoro si è conclusa. Guardo l'orologio e sorrido felice: sono le diciotto in punto. Spengo il computer, mi alzo dalla scrivania, afferro la giacca e la borsa ed esco da quella stanza nella quale ho trascorso le ultime otto ore. Saluto i miei colleghi e mi precipito fuori dalla casa editrice. Ebbene, lo devo ammettere. Svolgo un lavoro stupendo. I libri mi hanno affascinata da sempre attraverso il loro odore, le parole che, unite, creano trame e personaggi, le emozioni che, di riflesso, vive anche il lettore. Il mio lavoro consiste nella valutazione degli inediti. Un compito, a volte, molto difficile soprattutto quando sei costretta a comunicare all'autore di un dattiloscritto che il suo romanzo non rientra nelle linee editoriali della casa editrice. In quel momento prendi coscienza di aver distrutto il sogno di una persona, la quale aveva riposto in te e nella tua professionalità tutta la sua fiducia. Esattamente due ore fa ho inviato una mail “distruggi aspettative” a un'aspirante scrittrice e il mio umore è decisamente a terra, poiché, nonostante il mio capo mi ripeta continuamente di non lasciarmi coinvolgere, io non riesco proprio a fingere che si tratti di pura routine. "Le donne possiedono una maggiore sensibilità rispetto agli uomini!" è la mia consueta risposta e la sua consueta replica è uno sguardo rivolto al soffitto. Sembriamo quasi due attori che interpretano una scenetta di una commedia.

    Oggi è una giornata tipicamente autunnale, cielo grigio, vento fresco e poca gente per la strada. Stringo la giacca di pelle con le mani e mi dirigo verso il centro. Potrei percorrere una via più breve per tornare a casa, ma preferisco quella più lunga anche perché desidero comprare una sorpresina per la mia principessa che mi aspetta a casa impaziente in compagnia della babysitter. Mi dirigo con passo deciso verso un grande negozio di giocattoli e scelgo il bambolotto che tanto desidera. Pago e corro via diretta verso casa, in direzione della mia ragione di vita.

    La mia principessa si chiama Giada. È una splendida bambina di cinque anni, dai lunghi capelli rossi, lisci come spaghetti, dai profondi occhi verdi e dalle manine piccole e paffute. Giada ha rappresentato la mia salvezza da una vita sbagliata, è stata il mio reset.

    L'ho concepita quando credevo nella forza magica dell’amore, quando credevo di aver trovato l'Amore. Vedevo in quell'uomo maturo la sicurezza e la stabilità che cercavo disperatamente. Sposarsi, formare una famiglia, vivere nell'armonia ed essere, per i nostri figli, un porto sicuro, erano i miei nuovi desideri. Lui, dal canto suo, promise che sarebbe stato perfetto. Avrebbe abbandonato i vizi del fumo e dell'alcool nei quali aveva trascinato anche me e avrebbe scelto la tranquillità del focolare domestico. Io credevo che un uomo fosse potuto cambiare per amore. Povera illusa!

    Avevo iniziato a lavorare da qualche mese presso la casa editrice “Yourbook”, quando mi accorsi di essere incinta. Che emozione vedere le due barrette lilla sullo stick! Mi sentivo diversa, euforica, “meravigliosamente donna”, poiché, in me, stava avvenendo il miracolo della vita. Tutti i miei pensieri confluivano verso quell'esserino che cresceva nella mia pancia. La sera stessa diedi il lieto annuncio al futuro papà e l'incanto finì. "Amore, avremo un bambino!" gli dissi, porgendogli un paio di scarpine da neonato. Lui spalancò gli occhi, mi baciò e si chiuse nel suo silenzio.

    La mattina seguente un biglietto posto sul suo cuscino mi presentò la triste realtà: “Mi dispiace. Non sono pronto. Dimenticami. G.” Mi sentii morire. Tutto quello che avevo costruito fino a quel giorno era crollato come un castello di carte. Cosa avrei fatto adesso?

    Scelsi la soluzione che credetti più giusta. Un atto coraggioso a detta di molti, ma, per me, naturale: avrei fatto trionfare la vita. Avrei lavorato sodo per garantire una vita adeguata al mio bambino.

    Lavoravo tutto il giorno, tornavo a casa distrutta e il giorno seguente ero di nuovo carica. Possedevo un'incredibile forza di volontà, un'incredibile resistenza, per il semplice fatto che fossi una donna. “Donna” che suono melodioso, che creatura straordinaria capace di vincere il dolore, perché se Dio ha voluto che fossimo noi a donare la vita, allora, certamente, saremmo state in grado di sopravvivere a qualunque tipologia di dolore.

    Questi ricordi fanno scendere, dai miei occhi, alcune lacrime. Le asciugo col palmo della mano e salgo le scale.

    Non appena chiudo la porta di ingresso, Giada corre verso di me. "Mamma, mamma, finalmente sei tornata!" "Amore mio, quanto mi sei mancata. Ti ho portato un regalino." Leggo nei suoi occhi felicità e sorpresa. È incredibile quanto somigli a suo padre. Quel padre del quale lei ignora l'esistenza, quel padre che io ho fatto uscire di scena dicendole: "Purtroppo è morto in un incidente stradale prima che tu nascessi, perciò non ci sono fotografie."

    La mia bimba scarta il pacco e salta per la casa felice, mentre io con un cenno della mano congedo la babysitter. Adoro indossare i panni della mamma. Stare con mia figlia, giocare con lei, guardare i cartoni animati in TV. Giada si addormenta tra le mie braccia mentre stringe a sé il suo nuovo bambolotto. La metto a letto e pongo fine a un altra giornata.

    ***********

    Giungo a lavoro puntualissima, come sempre. Odio essere in ritardo. Mi organizzo come se fossi una macchina perfetta: la babysitter arriva in anticipo di mezz'ora, le affido i compiti della giornata, saluto Giada, esco di casa, acquisto il solito quotidiano e mi dirigo a lavoro.

    Non appena varco la soglia della casa editrice, il mio capo mi accoglie raggiante e con un sorriso a trentadue denti. "Parteciperemo al “Books event” di Firenze. Si tratta di un'importante vetrina per questa piccola casa editrice pugliese." Sorrido anch'io. Ho sempre creduto nell'importanza della diffusione della lettura e nella valorizzazione del patrimonio culturale del Sud Italia, per cui replico con un tono altrettanto raggiante: "Preparo le valigie per me e la mia bimba."

    Lui mi guarda sconcertato: "Non stiamo parlando di un viaggio di piacere." "Sono una madre che lavora e, ripeto, mia figlia verrà con me!"replico seccata. Se qualcuno osa toccare fisicamente o verbalmente mia figlia, io, sua madre, divento una bestia pronta a difenderla con le unghie e con i denti. "Laura, ragiona un attimo. Non è un viaggio adatto a una bambina!"

    Non lo sto più ad ascoltare, ormai sono partita in quarta. "Io sono la madre e io sono in grado di decidere cosa sia meglio per lei. Non la lascerò mai a casa!" replico urlando "In alternativa potrei rinunciare al viaggio e restare qui!" Riesco a tenerlo in pugno. So bene che non accetterebbe mai. "No" "E dunque?" incalzo e lui cede: "E dunque portala con te, a patto che la tua figura di madre non abbia il sopravvento." Sorrido e concludo dicendo:"Sono una donna. Possiedo mille risorse!"

    Torno a casa stanchissima a causa dei preparativi per l'evento e annuncio alla mia principessa che partiremo. È incredula. Salta, corre e pensa a cosa portare con sé. "Amore, verrà anche la babysitter con noi." "No mamma, non la sopporto. Andiamo solo io e te. Sarò buonissima." La mamma è sempre la mamma! Mi sento stringere il cuore e cerco di farla ragionare. "Amore,  dai, tu sei una bimba grande... la mamma dovrà lavorare, se no il capo la caccia. Mentre io lavorerò, tu dovrai stare con lei." "Uffa! Non mi vuoi bene!" Tipico attacco di gelosia. Resto muta. La abbraccio e continuo a preparare la sua roba.

    Durante il viaggio in treno Giada non dice una parola. Guarda fuori dal finestrino tenendo il broncio. Soffre in silenzio proprio come una donna. Mi provoca una tenerezza infinita.

    ***************

    Il lavoro in fiera è faticoso. Bisogna essere competitivi, presentare i libri, attirare l'attenzione, essere sempre cortesi e sorridenti. Il nostro obbiettivo è far emergere una piccola casa editrice e lotteremo con tutte le nostre forze per realizzarlo.

    La mia cucciola visita Firenze in compagnia della babysitter. Sono una madre tendenzialmente apprensiva e ansiosa. Chiamo la ragazza ogni mezz'ora, cercando di non farmi notare dal capo, le chiedo di non lasciare mai la mano di Giada e le faccio mille raccomandazioni... poverina, non vorrei essere nei suoi panni!

    Ogni sera, quando gli stand chiudono e torno in hotel, trascorro ore con Giada. Mi racconta cosa ha visto, mi mostra le fotografie e stasera mi ha regalato una piccola coccinella di legno come portafortuna per il mio lavoro. La ringrazio e le faccio il solletico. Che figlia adorabile!

    La fiera sta per concludersi. Il nostro fatturato, inaspettatamente, è ottimo. Il nostro obbiettivo è stato raggiunto. I nostri talenti sono stati adeguatamente valorizzati. La voce della cultura è risuonata e i lettori l'hanno accolta. Mentre brindiamo a questo nuovo e importante successo, vedo un folletto rosso correre verso di me. "Mamma, mamma" La babysitter giunge da me col fiatone. "Non sono riuscita a fermarla, mi scusi se l'ho disturbata.""Nessun disturbo. È stata una bellissima sorpresa!" Mi inginocchio davanti a mia figlia e le dico: "La tua coccinella ha portato fortuna, sai?" "Evviva, evviva" esclama saltellando.

    È proprio questa l'immagine che resterà sempre viva nella mia memoria. Io, vestita con un serio taiellur, che stringo forte la mia bambina. L'emblema del modo di essere della donna contemporanea: donna in carriera e madre premurosa; donna austera e madre affettuosa. La personificazione dell'essere “meravigliosamente donna”.

    Il mio capo ci guarda, mi fa l'occhiolino e sorride teneramente. È lui l'artefice di questa magnifica sorpresa. Persino l'icerberg che vive nel suo ego si è sciolto. Annuisce, perché, in fondo, l'ha capito da sempre quanto fossi una grande donna.

  • Come comincia: Mi piace il periodo delle feste invernali. Mi piace ascoltare, vedere, odorare, pensare, sentire. Ascolto emozioni dei miei simili: tristi rabbiose tenere amorose. Ascolto voci tintinnanti roche ridenti; vedo I miei simili: ansiosi litigiosi sfiduciati eleganti straccioni ricchi ricchissimi poveri poverissimi. Ascolto I miei simili. Vedo I miei simili fuggire: a se stessi, agli altri, all'amore, alla gioia, alla speranza, all'ottimismo, al perdono, alla vita; li vedo cadere nella ruota della tortura dell' Apparenza. Vedo I miei simili e mi rattriso per loro. Usmo gli odori di tubi di scappamento, di eau de toilette soffocanti fragranti pungenti avvolgenti, di caldarroste per le strade, di legna bruciata che sfugge ai camini; usmo l'odore di persone insieme. Odoro I miei simili e "coloro" il mio olfatto. Penso: ai pensieri dentro ai corpi dei miei simili, rumori roboanti che sconquassano, tracce di urla compresse o note scappate da bocche di bimbi, pensieri ansiosi del domani che deve venire, pensieri ansiosi della coda dell'oggi arenata in una tristezza, in un dolore bloccato nella bolla del cuore che non si riesce a far scoppiare. Penso I pensieri dei miei simili e bevo le loro lacrime e respiro l'aria delle loro gioie. Sento la vibrazione dell' anima che si spande dal corpo del mio simile, migliaia di colori che avvolgono gli spazi attorno ad ognuno, e tutti diventano aria colorata e profumata: ogni pensiero è colore che scivola sul corpo e si riversa sul terreno, e il terreno diventa luce, luci che adornano case e strade e piazze e monumenti, luci di Natale, luci che accoglieranno l'anno nuovo affinché trovi la giusta via e non si perda in meandri astrusi. Sento il mio simile.
    E' in questo periodo che ogni mio simile è simile ad ognuno realmente: qualunque sia la sua condizione emotiva, sociale, personale, ognuno eleva se stesso in pensieri comuni che durante l'anno non formula perché distratto dalla vita. Saranno anche lamentele per i disagi, ma pur sempre ognuno realizza che Esiste ed esiste Domani e che domani non è detto sia il replay di questo oggi vissuto, esiste domani e domani si presenta con un giro di volta, ci consegna non un giorno ma un anno da plasmare, e siamo bambini con lo stupore del nuovo da scoprire, da gestire, da inventare. Abbiamo nelle mani una Creatura che rispetteremo ed ameremo, avvolgeremo di calore perché è la nostra creatura, ed essa crescerà in queste nostre piccole mani. E diventerà Grande.
     

  • 19 dicembre 2013 alle ore 18:08
    I miei doni

    Come comincia: Ieri ti ho pensato, ti ho pensato tanto, tanto da sentire il bisogno di farti un regalo... Poi mi sono venute in mente diverse idee, nella convinzione che dovevano essere cose utili e di tuo gradimento. E' stato così che mi sono alzato più presto e sono andato a comprare tutto quello che immaginavo. Ho acquistato: sole, stelle, vento, rugiada e appena cinque grammi di Lacrime di pioggia. Ho trovato un pacco di Ragione per mescolarlo con un altro di Sentimenti. Ho preso della sincerità perché ti sia utile in ogni frangente. Nel negozio c'era una bottiglia enorme di comprensione. Il negoziante ha detto che si vendeva poco. Ho deciso di comprarla tutta. Ho aggiunto anche romanticismo e gentilezza perché tu possa usarli con le persone a te care. Ho visto perfino un flacone d’orgoglio. Non l'ho considerato, pensando che sarebbe stato inutile. Ho preso, invece, tre scatole colme d’affetto, di serenità e di speranza perché tu possa usarli, quando crederai che tutto sia perduto. Sai... nel locale ho notato qualcosa di parecchio triste: molta gente comprava solitudine. Il prodotto andava a ruba ed è finito immediatamente. Io, allora,ti ho comprato due enormi pacchi d’amicizia e d’amore. Infine ho scelto uno scatolone a forma di cuore perché contenesse tutti i tuoi doni.

     

  • 15 dicembre 2013 alle ore 17:23

    Come comincia:

  • 15 dicembre 2013 alle ore 13:12
    Senza titolo

    Come comincia: Lei sorrideva sempre. Sorrideva al sole quando usciva di casa e alla luna al suo ritorno. Sorrideva anche quando la sua giornata era stata orribile. Sorrideva per il respiro, per i profumi, per i sapori, perchè qualche volta le persone ricambiavano i suoi sorrisi e questo le dimostrava che c'era ancora un po' d'amore nel mondo. In quegli istanti avrebbe voluto aprire le braccia e correre incontro al vento che le accarezzava i capelli ma aveva paura che, se l'avesse fatto, tutti l'avrebbero ritenuta strana. Un giorno non riuscì a resistere al richiamo del vento, corse più veloce che poteva e tra le risate dei passanti con sua immensa sorpresa spiccò il volo e scomparve tra le nuvole. Da quel giorno nessuno la vide più e ora tutti la chiamano speranza.

  • 15 dicembre 2013 alle ore 12:07
    Il lestofante

    Come comincia: Anche questa volta era soddisfatto dell'affare appena concluso. Truffare le persone oneste e credulone non lo infastidiva minimamente, se non l'avesse fatto lui ci avrebbe pensato qualcun altro e ciò lo faceva sentire più tranquillo. In realtà la sua famiglia, in particolare il padre, lo aveva educato all'onestà e al sacrificio. "Meglio un umile lavoratore onesto, che un ricco ladrone" Diceva sempre il padre. Lui, gli altri fratelli e sorelle avevano seguito questi insegnamenti, riuscendo persino ad innalzare l'asticella del proprio ceto sociale. Tutti, attraverso lo studio, il duro lavoro e l'impegno costante erano riusciti ad ottenere lavori che permettevano loro di condurre una vita piuttosto agiata. Il fratello grande aveva uno studio da avvocato e si era inserito nel mondo forense con prepotenza, quello minore aveva aperto un negozio d'abbigliamento rivolto ai giovani ed era diventato il punto di riferimento per tutti i teenager della zona. Le due sorelle invece avevano rilevato una piccola palestra trasformandola nella migliore della città e infine lui, che aveva aperto una sorta di bazar dove la gente veniva a scambiare o a far riparare articoli vecchi o fuori mercato; fin da piccolo aveva la mania del lavoro manuale e dopo aver frequentato una scuola d'arte e aver conseguito varie specializzazioni, era riuscito a coronare il suo sogno.
    Tutti loro avevano beneficiato dell'aiuto dei genitori che per anni avevano sgobbato nella loro officina meccanica pur di garantire un futuro ai propri figli. Presto però si resero conto che a nessuno di loro interessava insozzarsi le mani nell'olio e li indirizzarono negli studi ricavandone ottimi risultati. Oggi mamma e papà erano in pensione e con il ricavato della cessione dell'attività si erano garantiti una tranquilla vecchiaia.
    Con il passare degli anni però lui si accorse che, mentre i fratelli ampliavano il loro giro d'affari e continuavano ad aumentare i loro profitti, il suo negozio rendeva sempre meno e negli ultimi due anni aveva dovuto rimetterci dei soldi per continuare a tenere aperto; a sua moglie la cosa non andava bene.
    "Non capisci niente. Guarda i tuoi fratelli come sono ricchi e noi dobbiamo sempre star qua a fare i conti per arrivare a fine mese" Rimarcava sempre più spesso lei.
    "Hai ragione, ma noi ci amiamo"
    "Non si mangia con l'amore"
    Lei era una donna bellissima. A 40 anni aveva ancora il fisico da pin-up e quando passeggiava per la città i maschietti cinguettavano nel vederla. Le piaceva la bella vita e nei primi anni di matrimonio non c'erano stati problemi economici, lei lavorava come assistente presso lo studio legale di un notaio; lì aveva conosciuto il futuro cognato avvocato che in un'occasione le presentò il fratello, suo attuale marito.
    "Io voglio tornare a fare la vita di prima, spendere senza dover sempre fare i conti e tu con il tuo lavoro di merda non me lo permetti"
    Lui la amava ed era consapevole del fatto che la sua attività non avrebbe mai garantito delle entrate tali da soddisfare le sue richieste, forse però aveva una soluzione e un dì si decise a fare quella chiamata.
    "Si, certo che conosco le condizioni di lavoro, me le hanno già sottoposte. Esatto, deve essere una cosa conveniente per entrambe le parti. Ovviamente, si si, un vostro incaricato verrà a stipularmi il nuovo contratto. Benissimo, lo aspetto oggi pomeriggio allora, la ringrazio" La telefonata era servita a qualcosa, come gli avevano assicurato, adesso si trattava di aspettare.
    Quel pomeriggio si presentarono in 2 presso il suo negozio e in 10 minuti raggiunsero l'accordo. Niente firme, niente carta, nessun documento: lavoravano sulla parola. Appena se ne furono andati pensò di aver fatto una cazzata, però era curioso di vedere come sarebbero andate le cose. Il primo mese faticò parecchio a capire come muoversi e se non fosse stato per il consigliere che gli avevano affiancato non c'è l'avrebbe fatta. Dopo un mese era padrone delle sue azioni e si disinmpegnava con disinvoltura; il consigliere aveva finito il suo compito, adesso toccava a lui.
    1,2,3: i mesi passavano rapidamente e lui era sempre più abile, deciso e il lavoro cresceva sempre più. Dopo quasi 6 mesi, come avevano pronosticato i suoi nuovi soci, fu costretto ad assumere un aiutante e dopo altri 6 mesi il secondo. Dopo circa un anno i suoi affari filavano lisci come l'olio, gli assistenti sapevano il fatto loro e lui poteva dedicarsi interamente all'acquisizione di nuovi clienti e gestire gl affari con i suoi protettori.
    "Bene" Disse il suo contatto "Gli affari procedono molto bene. Ti stai rivelando un ottimo investimento e se continui così fra un anno ritoccheremo la tua percentuale di profitto. Nel frattempo lavora sodo e tieni la bocca chiusa!" "Come sempre" Rispose lui in modo servile. Quella sera rincasò di buon umore, aveva promesso alla moglie di portarla fuori a cena e restò sorpreso di non trovarla in casa. D'altronde anche il lavoro di lei a volte era imprevedibile, decise allora di farsi la doccia e prepararsi, la moglie non avrebbe tardato troppo. Quando fu pronto, dopo circa mezz'ora, lei non era ancora arrivata così provò a rintracciarla al cellulare ma risultava irrangiungibile. Inutile agitarsi pensò e si preparò un drink. Dopo circa un'ora la moglie fece ritorno a casa, visibilmente agitata.
    "Serata di straordinarie, cara?" Lei ci mise alcuni secondi per focalizzare la scena: il marito era visibilmente su di giri e vestito impeccabilmente, stava dimenticando qualcosa? Adottò la tattica infallibile di tutte le donne "Giornataccia caro, giornataccia e ho un mal di testa! Devo correre subito a farmi un bagno" Lui non cambiò espressione e parlò con delicatezza.
    "Allora cara niente uscita a cena, devi riguardarti se sei così stanca" Lei non abboccò all'amo e proseguì spedita verso il bagno "Un'altra volta caro, un'altra volta"
    Non avevano figli e a suo modo lui l'amava ancora, aveva però il forte sospetto che lei lo tradisse e pensava ad una relazione sul posto di lavoro, ma per il quieto vivere non aveva mai sollevato l'argomento.
    A tavola regnava il silenzio, stavano mangiando della pasta al sugo di pesce preparata al microonde accompagnata da un prosecco freddo al punto giusto. Bevvero tutta la bottiglia senza pensare alle conseguenze: infatti non reggevano molto l'alcol e dopo pochi minuti cominciarono i fuochi d'artificio.
    "Certo che ultimamante fai sempre un mucchio di straordinario. Quando il mio lavoro andava male ti dava fastidio lavorare, adesso che potresti permetterti di stare a casa lavori più di prima"
    "Forse mi trovo meglio al lavoro che qui in casa con te" Ecco, l'aveva detto e lui colse l'occasione.
    "Ti fai scopare da un altro, è evidente" Lei non rispose subito, si stava gonfiando come un palloncino, pronta ad esplodere; poi rispose secca.
    "Io non mi faccio scopare da nessuno, io faccio quello che mi pare, sono io che decido se e con chi farlo. Ma visto che voi maschietti non capite niente te lo spiego in modo chiaro e semplice: si, ho un'amante, una splendida amante, una ragazza di 25 anni che mi regala una gioia immensa che tu nemmeno puoi immaginare, sei contento? O sei stupito? Dimmi, adesso cosa farai? La casa è nostra non puoi sbattermi fuori, capito? Io resto qui, fattene una ragione"
    Lei urlava talmente forte che faticò a capire alcune parole e il suo cervello comiciò ad elaborare una serie di scenari completamente fuori dai suoi schemi:
    adesso mi alzo con lei che sbraita e la afferro per il collo, la strozzo talmente forte che non si accorge di morire tra le mie mani; no, banale.
    Le dico che non me ne frega niente, anche io ho un'amante e adesso che le carte sono in tavola risolviamo tutte le questioni in sospeso; neppure, oltre che banale, inverosimile.
    Le lascio la casa, mi faccio liquidare e me ne vado dall'altra parte del pianeta a rifarmiuna vita; ma che cacchio dico? Rifarmi una vita? E con chi?
    "Senti, se questa ragazza è così importante per te, insomma, se la ami, ecco.. se vuoi puoi farla venire qui con noi, con te. La casa è grande io non vi darei fastidio, magari potremmo diventare amici, che ne pensi?"
    Lei socchiuse gli occhi e la rabbia lasciò il posto alla rassegnazione, aveva sperato di scuoterlo, di farlo arrabbiare, voleva vedere una reazione da uomo vero e invece niente, come al solito.
    "No, mi trasferisco da lei, ma questa resta anche casa mia, capito?"
    "Va bene, vieni quando vuoi" Si avvicinò a lei e la baciò sulla guancia bagnata da una lacrima.
    I mesi seguenti furono redditizi, gli affari procedevano a gonfie vele e l'assenza della moglie gli lasciava ampio raggio d'azione. I suoi soci lo avevano informato di essere prossimi a chiudere un affare importante; che si trattasse di droga, merce da piazzare, truffare o altro ancora, a lui non interessava. Stava diventando ricco, molto ricco e adesso le donne che prima non lo degnavano di uno sguardo, facevano la fila per uscire con lui.
    Quella sera stava rientrando a casa, da solo, dopo aver cenato in un locale alla moda. Aveva declinato l'invito di quella biondina che lo voleva accompagnare, voleva starsene da solo. Ormai la moglie veniva sempre più di rado e comunque avvisava prima di arrivare. Era a pochi isolati da casa quando fu costretto a frenare bruscamente, in mezzo alla strada c'era qualcuno disteso in terra e un secondo individuo chinato su di lui. Sapeva di nuovi metodi per rapinare automobilisti che in simili situazioni si fermavano e scendevano dall'auto per prestare soccorso; non voleva fare quella fine. Fece la retro e ripartì piano sfilando in fianco a quei due, ma quando fu alla loro altezza osservò meglio la scena; distesa a terra c'era una ragazzina e chi la sorreggeva era un ragazzo non molto più grande e qualcosa lo costrinse a fermarsi, abbassò un po' il finestrino e chiese, quasi sottovoce:
    "State bene?" Il ragazzo si voltò come una bestia ferita.
    "Ma sei cretino? Sta malissimo, aiutami a portarla all'ospedale, presto!"
    "Chiamo un'ambulanza se vuoi"
    "Chiama chi cazzo vuoi! Fai quello che vuoi! Sta malissimo, ti prego, aiutami!" Il ragazzo era disperato. 
    Contro ogni suo principio aiutò il ragazzo a mettere la giovane sul sedile posteriore e poì partirono a razzo verso l'ospedale in periferia.
    Adesso tirano fuori le armi e mi rapinano, stava pensando lui, invece niente, arrivarono all'ospedale ed immediatamente un paio di addetti presero in consegna la ragazza e la portarono nei reparti.
    "Grazie, grazie. Lei è stato molto gentile a portarci fin qui" Il ragazzo era stravolto.
    "Tranquillo, non ho fatto nulla di eccezionale"
    "Lei si sbaglia" Alle sue spalle una donna, una dottoressa per la precisione come riportava il suo cartellino identificativo, si stava avvicinando a loro.
    "Come dice?"
    "Ho detto che si sbaglia. Adesso un infermiere si prenderà cura del ragazzo che a quanto vedo non è in se, sono suoi parenti?" Lui voleva andarsene ma non poteva esimersi dal rispondere.
    "No, li ho trovati così, in mezzo alla strada. Lui mi ha chiesto di portarli all'ospedale ed eccomi qui"
    "Ha capito perché le dicevo che si sbaglia? Di questi tempi poche persone avrebbero raccolto due giovani chiaramente sballati e portati fin qui"
    "Ma stanno male, la ragazza soprattutto mi sembra messa malissimo e.."
    "Ha ragione, lei è il padre?" Li interruppe un medico tutto sudato.
    "No, non li conosco, perché?"
    "La ragazza è morta, non abbiamo potuto far nulla, per fortuna siete arrivati presto perché forse il ragazzo riusciamo a salvarlo" Quelle parole, quell'ambiente, il vino bevuto a cena. La testa cominciò a vorticare, gli mancava il respiro e una stretta al petto lo stava soffocando, poi cadde a terra svenuto.
    "Buongiorno. Ha dormito bene?"  Alla luce del sole la dottoressa appariva in tutto il suo fascino. Voleva rispondere ma si rese conto di essere pieno di tubi e cannette che uscivano ed entravano dal suo corpo.
    "Che cosa è successo?" Chiese a fatica.
    "Lei aveva in corso un infarto, fortuna vuole che si trovasse qui quando si è sentito male, fosse stato da solo non so come sarebbe andata a finire" Un infarto! Ma lui non fumava, non si drogava e non beveva, eccetto in alcune occasioni.
    "Già, per fortuna. E io cosa ci facevo qui?" La dottoressa cercò di essere delicata.
    "I due ragazzi che ha portato qui, ricorda?" Ci volle un momento poi tutto tornò alla mente e fu assalito dallo sconforto. "La ragazza, è morta. E il ragazzo?"
    "Lui si è ripreso. Con il suo gesto lei ha salvato due vite l'altra sera, la sua e quella del ragazzo"
    "Ma la ragazza è morta!" Urlò fino a diventar rosso rischiando di strapparsi tutti i tubicini dal corpo.
    "Basta, le ricordo che lei è qui in veste di paziente, quindi si dia una calmata"
    Aveva gli occhi umidi, stava piangendo per la morte di una ragazza che neanche aveva visto bene in faccia.
    "Se vuole adesso parliamo un po' di questa faccenda" Disse seria la dottoressa. "Lei fa uso di droghe?" La domanda diretta lo spiazzò, ma rispose deciso
    "No, assolutamente"
    "Eppure hanno trovato della droga sulla sua macchina, un quantitativo che può far pensare anche allo spaccio in piccole quantità" Lui cercò di riordinare le idee.
    "Da quanto mi trovo qui?" 
    "Due giorni. Gli inservienti hanno dovuto spostare la sua auto e siccome non siamo riusciti a rintracciare nessun parente o amico che avesse a cuore la sua sorte, abbiamo avvisato le autorità e loro hanno trovato la droga"
    Certo, ne teneva sempre qualche dose per le giovani svampite che rimorchiava anche se a lui faceva schifo. Roba di ultima generazione, i suoi soci ne commerciavano quintali.
    ""Io posso spiegare"
    " A me non deve spiegare niente. Io l'ho vista arrivare quella sera e credo a ciò che ho visto, ma i militari si sono fatti tutt'altra idea. Vede, c'è un particolare che la mette nei guai fino al collo, i due ragazzi avevano assunto lo stesso tipo di droga che lei teneva in macchina e siccome è una sostanza da poco in circolazione hanno tratto le loro conclusioni"
    "Ma io non ho dato la droga a quei ragazzi"
    "Io le credo, ma farà fatica a sostenere la sua storia. I primi esami hanno escluso che lei faccia uso di stupefacenti e sono sicura che esami più approfonditi riveleranno che lei non ne ha mai fatto uso quindi la domanda è: se non ne fa uso perchè aveva l'auto piena di droga?" Lui sbuffo mentre un dolore al braccio gli ricordava di essere attaccato ai flebo"
    "Piena di droga, c'erano alcune dosi, tutto qua"
    "Si chiama detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio"
    "Non vendo quella roba lì. La regalo a qualcuno, ogni tanto"
    "Certo, comprare qualche migliaio di euro di droga per regalarla,semplice.Comunque non è questo il punto, la ragazza è morta e il ragazzo se la caverà, ma non è attendibile"
    "Che vuol dire?" Chiese lui per poi tossire violentemente.
    "Si calmi, o vuole far scoppiare il suo cuore? Voglio dire che la storia di averli trovati per strada potrebbe essere una sua invenzione. I ragazzi erano con lei, avete esagerato, lei con l'alcol loro con la droga e la situazione è degenerata. La ragazza sta malissimo e lei,preso dalla paura, decide di venire in ospedale e inventarsi la storiella del buon samaritano"
    "Non è una storiella, il ragazzo vi confermerà tutto"
    "Appunto. La sua testimonianza non sarà attendibile, era talmente fatto che può aver sognato o semplicemente raccontato quello che lei le ha detto di raccontare"
    "Ero a cena quella sera, testimonieranno per me"
    "Continuo a ripetere che le credo. Ma bastano pochi minuti per farsi di quella roba, un buon magistrato l'accuserà di aver fissato un appuntamento con i due ragazzi per festeggiare e poi il resto può immaginarselo"
    "No, non lo immagino; io non ho fatto niente"
    "Sta di fatto che fuori da quella porta c'è un militare che piantona la stanza, lei è formalmente in arresto, solo le sue gravi condizioni mediche le stanno evitando la galera"
    "E' pazzesco. Devo parlare con il mio avvocato"
    "Veda di farlo presto, l'opinione pubblica la sta dipingendo come un mostro. Lei ha altri scheletri nell'armadio" Calò il silenzio, lei aveva esposto i fatti, aveva preso a cuore la sorte di quell'uomo ma doveva metterlo di fronte alla cruda realtà.
    "Quanti anni aveva? La ragazza, quanto era giovane?" Domandò lui.
    "Lei aveva quattordici anni, lui ne ha quindici" Rispose lei ed uscì dalla stanza chiudendo piano la porta.
    Il processo durò poco. Come aveva previsto la dottoressa, la pubblica accusa demolì tutti gli alibi e le testimonianze in suo favore e l'indagine si era allargata anche al controllo delle sue attività.
    Alla fine gli vennero attribuiti tutta una serie di reati che l'avrebbero fatto marcire in galera. Il suo avvocato difensore fece leva sul fatto che aveva portato i ragazzi in ospedale, confermando di fatto l'ipotesi accusatoria, cercò anche di mettere in buona luce il suo assistito sostenendo che fosse vittima di una potente organizzazione criminale da cui non poteva divincolarsi e si attaccò a tutta una serie di cavilli e contro cavilli.
    La condanna fu tutto sommato lieve: tre anni da scontare in carcere presso le strutture mediche e tre anni agli arresti domiciliari con l'obbligo di fare dei lavori socialmente utili compatibili con i suoi problemi di salute. 
    Al momento della sentenza erano presenti, oltre a tutta una serie di curiosi e addetti ai lavori, i genitori dei due ragazzini e la bella dottoressa che l'aveva accolto quella tragica sera.
    Uscì a testa bassa e si avviò verso la sua nuova dimora.
    Nei mesi successivi si inserì nel sistema ospedaliero del carcere fino a diventare un valido aiutante dei vari addetti e in contemporanea iniziò una fitta corrispondenza con la dottoressa. Quando poteva lei veniva  a fargli visita e così, tra una cosa e l'altra i tre anni di reclusione terminarono.
    Quando uscì di prigione ad attenderlo, oltre alla dottoressa, c'era un ragazzone dall'aspetto familiare.
    Lei corse verso di lui e lo abbracciò, poi si girò verso il ragazzo e fece cenno di avvicinarsi. A pochi metri di distanza lui lo riconobbe, era il ragazzo di quella tragica sera: che ci faceva lì?
    "Lui vuole parlarti" Disse lei mentre li invitava a salire sulla sua macchina. Appena partiti il ragazzo scoppiò in lacrime.
    "Io la amavo. Lei ci hai aiutato, è stato l'unico che si è fermato. L'ho ripetuto mille volte a chiunque me lo chiedesse ma nessuno mi ha mai creduto. Lei è innocente"
    Lui aveva ascoltato quelle parole ma ormai aveva rimosso tutto ciò che era avvenuto e si era fatto un'idea di come stavano veramente le cose. Lo afferrò per un braccio e gli parlò serenamente.
    "No ragazzo, no. Ho fatto delle cose per cui mi sono meritato la galera, ero un bastardo e ne sto pagando le conseguenze, ho chiuso con il passato. Sono però contento che tu abbia un buon ricordo di me, quella sera ho sperato di esservi utile, davvero... ci ho provato veramente" La sua mente era lontana, persa nei ricordi.
    Tre anni di arresti domiciliari rinsaldarono il suo rapporto con la dottoressa. Avevano discusso su cosa fare alla fine della pena ma in realtà lui aveva già deciso. Aveva tagliato tutti i ponti, solo i suoi genitori si erano degnati di farsi sentire alcune volte.
    Ora erano a tavola, lei per quella sera aveva tirato fuori tutta la sua arte culinaria.
    "Festeggiamo. Domani torni ad essere un uomo libero"
    "Libero. Si, per la giustizia ho finito di scontare la mia pena, ma io non sarò mai libero dai miei fantasmi. Quella ragazzina è morta per colpa mia, la droga che ha assunto la spacciavano i miei soci. Io ho truffato tanta gente, persone oneste, bravi cittadini. Ho ricettato, falsificato, nascosto e chi più ne ha più ne metta"
    "Smettila" Gridò lei con gli occhi umidi "Smettila! Hai pagato per i tuoi errori, non puoi piangerti addosso per sempre, festeggiamo"
    "Ho pagato, dici? Le persone a cui ho fatto del male non credo la pensino così. Chi ha subito dei torti irreparabili non può ritenersi soddisfatto di nessuna pena inflitta a chi è stato causa dei propri problemi. Non c'è giustizia che tenga, quando il danno è fatto non si torna indietro"
    "Non cominciare con la tua filosofia da quattro soldi, esiste anche il perdono" Lei stava piangendo.
    "Non è filosofia. La mamma di quella ragazzina non avrà mai pace, neanche se dovessero condannare a morte tutti i trafficanti di droga di questo pianeta, lei non la rivedrà più. Siamo marci, tutti, abbiamo sacrificato il sorriso dei bambini per i nostri interessi, facciamo schifo" Quando partiva con i suoi discorsi c'era solo un modo per farlo rinsavire, andare dritti al nocciolo della questione e lei sapeva farlo.
    "Ok, hai perfettamente ragione, siamo marci, facciamo schifo. La mia domanda però è un'altra:da domani sei libero, cosa vuoi fare? Cosa vogliamo fare?"
    Aveva la risposta pronta e parlò sorridendo "Andiamo in giro per il paese ad aiutare i bisognosi, quelli veramente in difficoltà. Senzatetto, ex detenuti, famiglie normali che hanno problemi economici, anziani, malati, tutti. Chiunque abbia bisogno di aiuto vero, senza secondi fini." Lei già sapeva di questa sua idea balzana, ma adesso voleva un altro tipo di risposta.
    "Va bene, ci sto. Ti seguirò ovunque, saremo due nuovi San Francesco che si spogliano di tutti gli averi per portare conforto ai bisognosi. Vendiamo tutto e speriamo di sopravvivere a lungo o faremo la fine di chi vogliamo aiutare, dovremo pur mangiare, no?" Lui la fissò e gli occhi gli scintillarono come ai vecchi tempi, lei osservò quello sguardo sconosciuto e ascoltò la sua voce determinata.
    "Tranquilla, c'è la faremo. Il lestofante che era in me aveva previsto qualsiasi evenienza e si era fatto un'abbondante scorta di liquidi non rintracciabili"
    Si abbracciarono e baciarono intensamente, domani avrebbero cominciato la loro nuova vita.

  • 12 dicembre 2013 alle ore 18:17
    Cattivi pensieri - secondo capitolo

    Come comincia: Capitolo 2

    La telefonata

    Alex era in piedi nel salone di casa, parlava con suo fratello, Richy: biondo, alto, magro, ma soprattutto gentile ed educato. Con lui avevo avuto un ottimo rapporto e tanti complimenti per la mia carriera scolastica e per la mia intelligenza. Ancora oggi mi chiedo perché non mi ero innamorata di lui e qui è messa molto in dubbio la mia intelligenza.

    Richy stava spaparanzato sul divano, aveva un giornale fra le mani che tentava di leggere, ma Alex non gli dava tregua. Dalla cucina arrivava l'odore della cena che Mary, la moglie di Richy, preparava già da qualche ora: non le piacevano i pranzi precotti, quelli che basta una busta congelata ed un microonde... Io, invece, li adoro, veloci da preparare e con il sapore che si avvicina, quasi, a quello degli alimenti freschi. Solo che ancora devo capire perché vendano risotti ai funghi, allo zafferano, alla marinara ed il sapore è sempre lo stesso. Va bene, ho divagato, giusta osservazione.

    - Eccolo, ricordavo che c'era anche il suo! - esclamò Alex sventolando un foglio verso il fratello.

    - È il suo curriculum? - chiese l'altro abbassando il giornale.

    - Certo! Melinda Macgive.

    - Sei sicuro sia lei e non un omonima?

    - È lei, ma come te lo devo dire? I dati corrispondono ai suoi. È nata in Italia!

    Alex si distese sul divano ritornando a leggere la mia scheda; dal viso sembrava entusiasta.

    - Perché ti agiti? - gli chiese Richy.

    - Ho qualcosa sotto.

    - Le tue amanti non te l'hanno ancora portato via?

    - Non sei divertente, io cerco l'amore. È colpa mia se da me vogliono solo quello?

    - Oh, poverino. Chissà perché sono del parere che il generoso sia tu. - replicò il biondo cercando ancora di leggere.

    Alex lo guardò di sbieco e riprese “Comunque mi riferivo alla schiena”; alzandosi, estrasse dai cuscini un camion con betoniera annessa.

    - I giocattoli di Simon! - esclamò il fratello.

    - Ti ricordo che metà della casa come così i mobili sono miei! Fa' attenzione agli atti vandalici di tuo figlio.

    Richy riabbassò il quotidiano ed indicò un cassetto: - Strappati un assegno, compro la tua parte!

    - Io non capisco, ha delle forti potenzialità, un curriculum invidiabile, il massimo dei voti e non si presenta al colloquio?

    - Simon? Credo sia troppo piccolo.

    - La Macgive!

    - Cosa vuoi che ti dica? Avrà rinunciato.

    - Oh cazzo! M'avrebbe fatto comodo averla nello staff, quella ragazza è sempre stata in gamba.

    - Ti ricordo che l'hai sempre trattata male e quando non la trattavi male, per te era trasparente. Avrà letto il tuo nome e sarà scappata a gambe levate.

    - Tu dici?

    - Mi chiedi se sono sicuro che lei ti odi? Non ne ho dubbi. Non è difficile odiarti, spesso capita anche a me!

    “Anche a me!” esclamò Mary dalla cucina.

    Alex ritornò seduto; l'espressione del suo volto era per la prima volta un'incognita: “Sono dispiaciuto per le cose che le dissi quel giorno... Cavolo, non le pensavo veramente, ero arrabbiato!” affermò alzando le braccia. Mary uscì dalla cucina con grembiule e mestolo e l'osservò:

    - Smettila! - esclamò il cognato.

    - Volevo solo vedere se eri veramente tu a parlare!

    Richy s'alzò dal divano, buttò il giornale sul tavolino e prese il cellulare; lo portò al fratello ed esclamò “Puoi sempre telefonarle e chiederle perché non è venuta.”. Alex fissò il telefono, s'alzò anche lui e lo afferrò. Fece qualche passo verso la finestra, poi si voltò a guardare il biondo che lo fissava con un accenno d'ironia sul volto:

    - E cosa le dico? - domandò.

    - Che sei stato un bastardo? - urlò Mary ritornata ai fornelli.

    - Se non fai stare zitta tua moglie, l'ammazzo! - si lamentò Alex.

    - Mi serve ancora per crescere i bambini... Non c'è un'altra ragazza che può prendere quel posto?... I colloqui li hai fatti? O devo telefonare a Valeria per avere uno straccio di notizia sulle attività lavorative di mio fratello?

    Il moro storse gli occhi, poi portò lo sguardo nel vuoto, fece un sorriso marcatamente malizioso e rispose:

    - Oggi è arrivata una tipa, ma che cos'era?! Brava e bella! Traspirava seduzione, la potevi sentire nell'aria! La devi vedere; la voglio assolutamente assumere anche se per qualche altra cosa.

    - E per cosa? Addetta alla soddisfazione delle tue voglie sessuali?

    - Come segretaria personale e particolare!

    - E lo sapevo, ecco che ritorna l'Alex di sempre. - sbottò Mary.

    - Devo ricordarti che le casse della società servono per pagare gli impiegati e non delle escort!?

    - S'è presentata per il posto di segretaria. Ha scritto una tesi da fare invidia a chiunque! Ha avuto il massimo dei voti.

    - Può essere brava quanto vuoi, non la faresti lavorare in pace. Conoscendoti, useresti l'ufficio come garçoniere! È escluso, non l'assumiamo! Cerca Melinda, assumiamo lei!

    Richy gli indicò il telefono e gli ricordò di chiamare.

    Io ero spiaccicata sul divano a guardare Smallville e m'infuriavo perché Clark spasimava ancora per Lana, mentre io tifavo per Lois; avevo anche una maglietta con su scritto “Clark e Lois forever” che indossavo tutte le volte che guardavo la serie: sì, anche quella sera. Andrew non aveva richiamato, ma anche se lo avesse fatto, non avrei avuto novità da raccontargli: Alex non si era fatto sentire. “Chissà dietro a quale altra donna sta sbavando e magari le darà anche il mio posto!” dicevo digrignando, mentre buttavo il cuscino sul televisore per evitare che Clark e Lana si baciassero.

    Con uno sforzo sovrumano mi alzai lasciando cadere a terra la miriade di briciole che si erano accumulate sulla maglietta dopo aver mangiato un panino, dei crackers ed un paio di gelati. Arrivai dall'altra parte dell'appartamento, un 38 metri quadri, buio e freddo, e andai in bagno; mentre facevo... l'atto piccolo, mi accorsi che dalla tv non arrivavano più voci, ma versi e rumori vari che sottolineavano un incontro ravvicinato di due bocche vogliose: in poche parole quei due deficienti si stavano baciando. “Bastardi!” gridai. Eh sì, la solitudine stava avendo effetti devastanti sulla mia psiche, avevo spesso dei rapporti diretti con i personaggi della tv, parlavo con loro come se stessero in casa con me... A volte chiudevo anche la porta del bagno per non farmi vedere.

    Il telefono quella sera mi salvò: “Ecco Andrew che vuole raccontarmi come ha vinto l'ennesima difficile causa corrompendo i testimoni e il giudice! Metterò il viva-voce, potrei apprendere qualcosa!” esclamai provando a togliere una ciglia dagli occhi.

    Afferrai il cellulare e senza neppure vedere chi era, risposi. Dall'altra parte la voce di Alex: “Melinda Macgive?”.

    Sgranai gli occhi, mancava poco che uscissero fuori dalle orbite: sia perché lui mi aveva chiamata, sia perché Clark e Lana stavano facendo una cosa strana.

    “Perché mi ha chiamata? Ha scoperto l'inganno?” mi chiesi vedendomi già davanti al banco degli imputati.

  • 06 dicembre 2013 alle ore 23:37
    Parigi... ed impariamo l'amore!

    Come comincia: Camminiamo guardandoci negli occhi, senza percepire stanchezza.
    Completamente soddisfatte ed appagate lasciamo che il mondo si arrovelli nelle sue problematiche quotidiane, noi teniamo solo la gradevole sensazione di quello che maggiormente ci rende felici.
    E' tempo di fare la prima tappa nel lungo tour che si suppone sarà questo viaggio ed, in perfetta armonia, decidiamo di scendere dall'arcobaleno.
    E' notte fonda, non abbiamo neppure modo di renderci ben conto di dove siamo, la priorità, ora è trovare un posto per riposare, anche se, onestamente, tanto stanche non siamo!!!!
    Non abbiamo molta scelta, ci guardiamo intorno e, come d'incanto scopriamo che proprio a pochi passi c'è una piccola locanda e sull'insegna l'incoraggiante scritta "PREZZI MODICI"...
    Siamo partite con pochi soldi in tasca, un po' sconsiderate non c'è che dire, ma un pizzico di sana incoscienza ci appartiene e non sarà di certo la mancanza di denaro a fermarci.
    Entriamo e per prima cosa decidiamo di mettere qualcosa nello stomaco...
    Affamate come lupi e neppure ce ne eravamo rese conto prese com'eravamo dalle nostre chiacchiere, divoriamo tutto quanto ci viene messo nel piatto ed i bicchieri si svuotano quasi d'incanto...
    L'avventore è un tipo estremamente gradevole e, considerato che siamo praticamente le uniche clienti in quel momento, decide di farci compagnia e di raccontarci un po' delle abitudini di quei posti.
    Siamo in Liguria, ce lo ha appena detto, a pochissimi chilometri da Ventimiglia e questo giustifica l'improvviso "ingrifamento" dei capelli di entrambe: la salsedine nell'aria la fa da padrona, così come il profumo del mare... anzi, se prestiamo un po' di attenzione, riusciamo perfino a sentire il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli!!!!
    Siamo circondate da un silenzio quasi irreale che ci aiuta a rilassarci e, in qualche modo, ci induce a ritirarci presto nella nostra camera...
    Non abbiamo bagaglio con noi, è rimasto tutto sull'arcobaleno e, per questo, facciamo poco disordine... una doccia veloce per toglierci di dosso un po' di stanchezza e via sotto le coperte: io vestita di tutto punto neppure dovessi affrontare dieci gradi sotto zero e mia sorella coperta dello stretto indispensabile per non essere indecente!!
    Ci addormentiamo subito e, subito, veniamo trasportate in un mondo che solo all'apparenza ci è noto!!!
    Inconfondibili le guglie di Notre Dame... siamo a Parigi La Ville de' l'amour....
    Confuse tra la gente e separate dalla stessa ci troviamo, improvvisamente, di fronte coloro che da mesi e mesi riempiono i nostri pensieri...
    Ci guardiamo, perplesse, non è possibile, non può essere vero!! Per tante ragioni, ma soprattutto perchè loro non sanno quello che proviamo e quindi non c'è ragione che siano qui.... anzi, probabilmente pensano di essere "uno dei tanti".
    Del resto è stato sempre un problema questo, soprattutto per me, manifestare i sentimenti mi spaventa: se poi si tratta di un uomo.... mamma mia... me la dò a gambe levate!!!
    Mia sorella appare più serena, ma è una posa, anche lei ha sofferto tanto per amore e si trincera dietro un'aggressività che le appartiene sicuramente, ma che in certe situazioni esaspera per autodifesa!!!
    Ed ora eccoci qua, di fronte all'oggetto dei nostri desideri: ognuna il suo, e certo mica uno in due!!! 
    Siamo un attimo sbalestrate è chiaro per tutte e due ormai che questo non è un viaggio come tanti, ma addirittura questo ci sembra troppo... cerchiamo l'una lo sguardo dell'altra e leggiamo la stessa luce negli occhi: felicità... appagamento... desiderio realizzato!
    I due ci guardano sornioni, sembra sappiano tutto, sorridono e ci si avvicinano!!!
    Io mi sento sussurrare nell'orecchio "lasciati andare, non ti nascondere più, sei bella, puoi avere il meglio!! Il passato è passato e per quanto ti abbia ferita non c'è più, riprendi il tuo cammino, riprenditi la vita... ama, ma soprattutto lasciati amare!"
    Mia sorella mi guarda sorridendo e, proprio in quel momento, sente anche lei frasi sussurrate, che le aprono il cuore le restituiscono quello che pensava perso per sempre "Ehi, ma lo vedi come brilli??? quanto sei ricca dentro??? quanta luce trasmetti??? l'allegria, la spensieratezza, i sogni!!! Lo vedono tutti... non soltanto tu... ti hanno capita... sei da amare!!"
    Accogliamo quelle parole ed è come se ci si spalancasse davanti un universo sconosciuto: labbra sulle labbra... occhi negli occhi... il  mondo siamo noi!!!
    Camminiamo per le vie di Parigi col sorriso stampato sul viso ed il cuore in subbuglio!!!
    Quante volte avevano immaginato di vivere una simile situazione proprio con loro? ed ora sta succedendo: abbracciati, finalmente, poter sentire il profumo della pelle dell'altro confondersi con il proprio... sentire l'amore scaldarci, più di quanto non riesca a fare il sole...
    Tutto sembra più semplice.... e magari un sogno potrebbe anche non finire!!!
    Cosa succederà al nostro risveglio? non lo sappiamo e neppure ci interessa più di tanto ci stiamo godendo il momento come sempre dovrebbe essere... 

  • 03 dicembre 2013 alle ore 7:32
    Il Monacone

    Come comincia: Non ho trovato traccia del passaggio di S. Vincenzo Ferrer, alla Sanità, nel medioevo. Eppure un attributo, così confidenziale, “il monacone”, deve pur aver avuto uno spunto di realtà, nei tempi passati, forsanche, un minimo contatto, per aver intravisto, tra una folla di miseri, una figura sfocata, ma imponente, di un sant’uomo, dispensatore di miracoli. Affascinante figura di predicatore domenicano, S. Vincenzo, dalla sua Valencia, nel 1300, si fece una lunga camminata, attraverso l’Europa. Ho trovato sue tracce, reali, a S. Germain des Prés, a Parigi e a S. Vincent, in Val d’Aosta. In ultimo, l’ho incontrato alla Sanità, anni fa. Possibile? Direte. Una mattina qualsiasi, dalla luce cristallina; primavera? Via Arena alla Sanità. Mi sono rimaste poche inquadrature e una frase, pronunciata da un ragazzetto del posto.  Dovevo avere, ancora, la 750 Fiat spider, visto che l’apertura della capote, dà, al ricordo, un ampio scenario, sopra di me. Mi era giunta notizia, della prossima venuta delle reliquie del santo, nella chiesa di S. Maria della Sanità, da Vannes, in Bretagna. Il traffico è un tipico e ricorrente imbottigliamento. Frastuono di clacson, invettive, rombi di motori, smog, persone che attraversano, guadando spazi infinitesimali.  Ora vedo la causa di tutto: uno strano Tir, che travalica lo spazio della sua carreggiata. E’ giunto, a passo d’uomo, a pochi metri, di fronte a me.  Quasi uno stantuffo in una siringa. I motorini risolvono, passando sui marciapiedi, rasentando corpi indifesi. Continuo a voler decifrare quest’immenso ingombro, con ruote. Nero, un parallepipedo lucido. Una elegante aerodinamica. Ha linee moderne. Quelle croci dorate, sulla fiancata? Un nuovo mezzo di trasporto, per l’obitorio? Non certamente un carro funebre, troppo spartano, per Napoli, e nello stesso tempo, troppo grande, per una sola cassa da morto. Resto nel dubbio. A pochi passi da me, un guagliuncello. Un guizzo di capelli neri, una canottiera, non più bianca. Guarda attentamente nell’alta cabina, dai vetri offuscati, che sovrasta entrambi. Sì, ora lo scorgo anch’io, aldilà del parabrezza: è un augusto prelato, affianco all’autista. Vedo il suo volto grassoccio, sudato, bordato, inferiormente, da un colletto bianco. La sua mimica è indifferente, senza alcuna emozione, per lo spettacolo, che gli si presenta fuori dall’abitacolo. Il ragazzo è montato sul predellino, e batte sul vetro ripetutamente. Il faccione del prelato, appare, per uno spazio prudente, di pochi centimetri. Io ho già riconosciuto, ora, di cosa si possa trattare. L’occhio ne ha avuto conferma leggendo la targa. La voce del guaglione, lacera la scena. E’ forte, chiara, non traducibile:
    “Prevete, ma che sfaccimm 'e carr'e muort è chist ?
     

  • 29 novembre 2013 alle ore 19:59
    Cattivi pensieri

    Come comincia: Capitolo 1

    Il colloquio di lavoro

    “Le bugie hanno le gambe corte” l'ho sempre saputo, fin da bambina. Ricordo quando zia me lo ripeteva continuamente, perché sì, ero una bambina bugiarda. La verità era che non amavo raccontare la mia vita; cosa dovevo dire? Che papà non stava mai a casa? Che mamma era morta mettendomi al mondo? Che mio fratello non mi pensava per niente? Non ho mai amato fare leva sui miei problemi e quindi dicevo ai miei compagni di classe di essere una strega, che i miei genitori erano dei sovrani e mio fratello il condottiero di un lontano pianeta della Via Lattea. Molto più interessante, no? No! Tutte queste bugie mi valsero l'appellativo di “Bugiarda” e mi facevano solo litigare con tutta la classe. Quando la zia mi riportava a casa, iniziava poi la lunga ramanzina che terminava sempre con la frase “Le bugie non si dicono”.

    Lo ammetto, anche da grande racconto qualche bugia, ma sono sempre a fin di bene... il mio.

    La prima bugia più grande da adulta l'ho detta quel giorno, quel magnifico, maledetto, bellissimo, disastroso giorno! Eh sì, forse era un po' troppo grande, ma non vedevo altra strada di fronte a me e in fondo Alex era sempre stato un bastardo! Dirgli chi ero mi avrebbe fatto perdere la possibilità di entrare in squadra e io ne avevo tanto bisogno. Il destino si era, infatti, accanito contro di me ulteriormente: papà, dopo anni di assenze, era morto. Me ne accorsi solo perché dovetti sbrigare le pratiche per i funerali in quanto mio fratello fece solo la presenza il giorno della cerimonia.

    Studiavo da anni, ero pronta, coraggiosa, sentivo di avere la forza necessaria per entrare nel mondo del lavoro e finalmente presi un appuntamento per il mio... decimo colloquio. Non era facile trovare un posto per una super-qualificata come me, a cui avrebbero dovuto dare una buona paga, e quindi decisi di cercarne uno con minori pretese.

    Era l'undicesimo colloquio e dovevo assolutamente avere quel lavoro: segretaria di un investigatore privato. L'agenzia si chiamava A.M.G Investigation ed oltre al nome sapevo che era gestita da due fratelli. Da qui dovevo capire di chi si trattava.

    Ero seduta nella sala d'aspetto, un corridoio dalle pareti bianche con porte nere, e c'erano altre due ragazze; io le guardavo di sottecchi ripetendo nella mia testa “Sarà mio!”.

    Arrivò il mio turno, mi guardai nel vetro di una finestra, aggiustai la coda di cavallo, misi il ciuffo dietro all'orecchio e mi sistemai il tailleur.

    “Prego!” fece la segretaria prossima alla pensione. Le sorrisi ed entrai in un ufficio ampio, con tre scrivanie, due delle quali coperte da una parete. L'impiegata mi chiese di aspettare e superò il tramezzo; la sentii scambiare due parole con un uomo e la vidi uscire poco dopo invitandomi ad avanzare. Ero decisa, tranquilla, consapevole delle mie capacità.

    Lo vidi seduto ad una scrivania dietro alla finestra, in giacca e cravatta, con la testa piena di capelli neri china sui curriculum. Già da qualche metro si sentiva il suo profumo, inebriante, da grande uomo d'affari: i peggiori. Ma non mi spaventai, lo avrei affrontato.

    Mi avvicinai alla scrivania, alzò la testa ed incontrai un paio di occhi verde mare; il taglio era appena orientale, il naso perfetto, la bocca piena. Credo di non aver detto neppure “Buongiorno”: era lui, Alex Green. Una vecchia conoscenza, non avrei potuto definirlo altrimenti perché quando viveva a casa dei miei nonni, non mi degnava di uno sguardo: ero solo la nipote brutta e insignificante di Frank Macgive.

    A quei tempi lui aveva già i suoi diciotto anni ed era amato, osannato, dalle mie cugine, dalle vicine, dalle mie amiche, dalle zie sposate... insomma, se c'era una donna, l'osannava! Solo io lo avevo amato, ma di un amore sincero, di quelli che ammantano con un soave velo odor confetto il cuore delle giovincelle. Da lui ebbi solo una strigliata, anzi no, avemmo un vero litigio, proprio l'ultimo giorno prima della sua partenza. Avevo scoperto chi era la madre e non glielo avevo detto per non violare il segreto della donna, ma lui mi disse che avevo taciuto per invidia perché io la mamma non l'avevo. Nacque un diverbio che a parer mio non ce ne sono stati altri simili nella storia dell'uomo.

    Mi guardò, lo guardai...  

    Continua...

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  • 29 novembre 2013 alle ore 17:41
    I taralli

    Come comincia: "So' asciuti?"- Chiedo a Esposito, 'o re dei tarallari, alla Sanità, passando, di prima mattina. Il rione si è svegliato da qualche ora. Dai bassi escono, non più napoletani, ma cingalesi. Intere famiglie, vestite con cura, senza sciatteria. I lattanti accompagneranno, al lavoro, la madre o saranno lasciati al nido, i più grandi a scuola, con lo zainetto nuovo. Possono stare, tutti, su di un solo motorino, sino a quattro, in equilibrio precario, ovviamente senza casco. Tanto i vigili sono assenti da anni. Le ragazze polacche e ucraine, hanno passo spedito.  Le riconosci dal biondo dei loro capelli, acconciati ad una moda degli anni '60 e dai vestiti “oltre cortina”. Devono raggiungere il posto di lavoro, che a volte, implica lunghi percorsi. Alcune parlano al telefonino per tutto il tragitto. Il cordone ombelicale con la loro patria gli è concesso da facilitazioni comunicative. La mimica del volto suggerisce parlate di casa, ma sono centinaia di chilometri a separarle. Il numero degli immigrati va aumentando di anno in anno. Quando sorpasserà il 50% della popolazione locale, il rione perderà una cultura millenaria, per sempre.                                                                                              "Provate chist"-                                                                                                          La mano di Esposito ha sorpassato il banco. Mi offre, a pochi centimetri dal volto, uno spugnoso tarallo, che emana tepore di forno. Cogliendolo, ne provo, tra le dita, lo scivoloso untore della sugna, che trasborda dai pori. Il colore della superficie è d'oro scuro, molato dalla fiamma. Affiorano a tratti, come frammenti archeologici, smarriti nell'impasto, spuntoni di mandorle. Quella treccia sofferta, compie un breve giro, indeciso, sempre disuguale, a denunciare la presenza di una mano e non di una macchina nella sua fattura. Il profumo, che mi coglie, sa di fornace di fiamme ustorie. La bocca sa baciarlo con cura. Lingua e denti l'abbracciano e lo fermano. La pressione del morso è minima: il frantumarsi in minuti frammenti, pronti ad accogliere la saliva, che ti ha inondato, frattanto, la bocca, vinta dalla vicinanza del piacere. Che piacere, ora è! Con calma, a piccoli morsi, inframmezzando parole amiche e sguardi curiosi su ciò che vi circonda, assaporate. Un consiglio...non mangiatene subito, un secondo. Il tarallo non replica.
     

  • 26 novembre 2013 alle ore 20:41
    Il mio primo giorno di scuola

    Come comincia: A noi, bambini, che subirono una guerra, nessuno ha mai pensato. Si sono dedicate domeniche un po' a tutti, ma a noi, no. Noi, che ne abbiamo portati i traumi psicologici per un'intera vita, in silenzio, senza colpa e senza incolpare alcuno. Passando, di mattina, dinnanzi ad una scuola, vedo da ricchi Suv, scendere accessoriati bimbi, salutati da agghindate e sorridenti mamme, e non posso, con lecita invidia, riandare al mio inizio di scuola, così diverso, così triste, così violento. Il primo giorno, quello dell'oggi, gioioso, curato, fu, per me nel '45, il giorno traumatico per eccellenza. La guerra era terminata da pochi mesi. Si era ancora "sfollati" a Serravalle Scrivia, a Villa Adela. La primina non era stata ancora inventata, e la prima, sotto i bombardamenti e i mitragliamenti americani e inglesi, era stata creata, provvisorie e inadeguata, nello studio, fosco e nero, di nonno Angelo. "Lucio, sali" era il comando che mi piombava addosso, con il consenso muto di tutto il clan famigliare, che abitava la villa. Aste e lettere vennero apprese e scritte con una vecchia penna di legno e un raschiante pennino, che trasudava macchie a sorpresa. Il dito indice, da buon scriba, doveva adagiarsi, disteso, sul dorso della penna. Lo scappellotto, improvviso, sul capo, non ancora proibito, arrivava inatteso, scrollandoti le idee e correggendo la posizione dell’indice. "É pronto, scendete!" La voce di mamma, a mezzogiorno, era la campanella di fine scuola. Bambini, amici, non me ne potevo permettere. Un mondo di adulti mi circondava. Ernestino, il bambino della villa più in alto, lo incontravo raramente, alla pompa dell'acqua. Poche parole e un desiderio insoddisfatto di compagnia. Poi, si continuava il nostro colloquio, sventolando le nostre bandiere, da lontano. Lui, Ernestino, una immensa bandiera tricolore, con un regale stemma sabaudo, io, con tre pezze colorate, cucite, con cura, da nonna Amina. Del primo giorno di scuola ho una sequenza indelebile di pochi fotogrammi. Esame di abilitazione alla seconda elementare, per tutto il paese. Un aula, bambini, tanti, troppi, per me, tutti in una volta, in grembiule. Ridacchiano, guardandomi con diffidenza, quasi in un prudente e diffidente cerchio, attorno a me. Una gracchiante maestra, aggrappata alla cattedra, urla “silenzio”, fregandosi ritmicamente, disgustata, le mani. Io, è come se mi fossi svegliato da un lungo sonno, o forse sto vivendo un sogno orrendo. Al centro dell'aula, si sono spostati i banchi. Lo spazzino del paese, in azzurra divisa comunale, apparso senza che io me ne accorgessi, dopo aver sparso segatura, ramazza con una gigantesca scopa di saggina, la mia copiosa colazione, appena vomitata.

  • 26 novembre 2013 alle ore 18:58
    Un Natale tra cocktails e passione

    Come comincia: Percorro il breve tratto di strada che mi separa dal mio luogo di lavoro come se fossi un fantasma. Ogni sera vado a letto tardissimo e, sicuramente, il corpo e lo spirito ne risentono. Il mio desiderio di indipendenza, che mi accompagna sin da quando ero bambina, mi ha portata a lasciare casa dei miei e a guadagnarmi da vivere in maniera alternativa.
    Lavoro in un locale. Uno di quei classici locali frequentati prevalentemente da uomini che adorano guardare le donne in zone strategiche. Ormai ci ho fatto l’abitudine e, devo ammettere, che la cosa mi diverte. Indosso minigonne scure, camicie scollate e mi trucco in maniera pesante, cosicché emerga il mio lato di donna duro e attraente.
    L’aria è gelida e un vento, altrettanto gelido, soffia sul mio viso e sembra quasi che abbia deciso di tagliarvi la pelle. Cammino, lottando per non farmi tirare indietro dalla sua forza, tenendo ben chiuso il cappotto aiutandomi con le mani.
    Dicembre è iniziato da qualche giorno e la corsa ai regali è ufficialmente partita.
    Il mio rapporto col Natale non è dei migliori. Da piccola, adoravo addobbare la casa, preparare l’albero e il presepe e aspettare, impaziente, l’arrivo di Babbo Natale carico di doni.  Sorrido ricordando quei momenti, ma, il mio, è un sorriso malinconico. Sinceramente, oggi, per me, il Natale è una festa che prima passa, meglio è. Sono costretta a trascorrerlo con tutto il parentado – il Natale è la festa della famiglia – tutti uniti e tutti felici, anche se poi non ci si frequenta per il resto dell’anno. Ogni anno tento di evitare questi giorni penosi, ma, puntualmente, ogni anno sono lì,  seduta a quel tavolo a recitare la mia parte nello spettacolo dal titolo “Il Natale perfetto”. L’unica possibilità che avrei quest’anno per evitare almeno la cena della Vigilia, sarebbe l’apertura del locale. Dopotutto, esistono tante persone che sono sole, che odiano il Natale e vorrebbero fuggire da esso affogando i dispiaceri nell’alcol!
    La scritta “Crazy club”, che si accende a intermittenza, mi riporta alla realtà presente. È arrivato il momento di interrompere il flusso dei pensieri. Entro nel locale, con un bel sorriso stampato sul viso, letteralmente congelata. Il proprietario, un omone alto e grasso e dal ghigno beffardo, mi accoglie con aria festosa porgendomi uno scatolone: <<Lisa,  ti aspettavo. Aiutami ad addobbare questo posto anonimo con qualcosa di natalizio.>> Ovviamente non posso dire di no e, così, afferro alcune ghirlande, salgo sulla scala e inizio a fissarle alle pareti, mentre so bene che l’uomo mi sta guardando sotto la gonna. Un po’ pervertito lo è, ma, almeno, da un buono stipendio.
    Un’altra serata da trascorrere tra musica, luci colorate, ma soffuse, cocktails, battute dei clienti e con un ridicolo cappello da Babbo Natale in testa. Trasporto vassoi facendo attenzioni a non inciampare e a non rovesciare nulla, mentre gli uomini contemplano le ballerine di lap dance che si atteggiano come se fossero prime donne di una kermesse teatrale.  
    Il proprietario mi incita: <<Lisa, sorridi un po’, muoviti su!>> Io lo ignoro e proseguo nel mio lavoro. <<Hey, bella folletta, ci fai un “Mojito”?>> <<Babbo Natale, mi porti un “Bloody Mary”?>>  
    Ogni sera trascorre così. Ordinazioni, voci, esclamazioni e tanta confusione. <<Ecco i vostri coktails.>> Mi avvicino a un tavolo  occupato da due uomini e porgo loro i bicchieri sorridendo. <<Grazie mille bella! Ti dona proprio questo cappello!>> <<Grazie>> replico intimidita, poiché non mi sento proprio a mio agio così conciata. <<E non fare la timida!>> Uno dei due mi sfiora una coscia con la sua mano ruvida, mentre l’altro continua: <<Le timide sono odiose.>> E tenta di sbottonarmi  la camicia. <<Basta! Smettetela!>> è l’urlo lanciato da un altro uomo seduto, da solo, a un tavolo poco distante dal loro. Mi allontano bruscamente e rivolgo un frettoloso “grazie” al mio “eroe” il quale, a differenza di tanti altri uomini che avevano visto la scena divertendosi, non ha avuto paura di difendermi. Spero solo che non scoppi una rissa fuori dal locale!
    A fine serata sono distrutta. Getto via il cappello su una sedia, mi infilo il cappotto e, con passo alto e deciso, torno a casa.
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    Serate piatte e tutte uguali. La solita folletta col cappello di Babbo Natale che corre avanti e indietro per il locale distribuendo cocktails e ricevendo mance, complimenti e occhiate penetranti.
    Una mancia generosa dipende dalla gentilezza. L’ho imparato sul campo. Gentilezza, sorrisi, occhiate particolari e, a fine serata, si contano i risultati!
     Il mio salvatore, lo chiamo così, poiché, non si è ancora presentato, è sempre lì, allo stesso tavolo. Trascorre il suo tempo a guardarmi, ma le sue occhiate non mi fanno paura, anzi, mi lusingano. Vorrei tanto conoscere il suo nome, le sue abitudini, chiedergli il motivo per il quale viene qui tutte le sere, ma i ritmi frenetici del locale non me lo consentono. Non so spiegare cosa mi affascina in lui, ma, anche io, non riesco a smettere di guardarlo. Ho bisogno di conoscerlo… voglio conoscerlo. Escogito, così, una maniera creativa che non rallenti il mio lavoro. Servo un bicchiere di “Bacardi” su un piatto bianco e, sotto il bicchiere, pongo un bigliettino strappato dal blocchetto sul quale segno le ordinazioni. “Come ti chiami?” scrivo.
    A fine serata la mia domanda ottiene una risposta: “Valerio e tu?” appare scritto sul biglietto. Mentre sparecchio rispondo: <<Lisa>> Lui sorride, mi infila nella tasca della gonna 10 euro di mancia, si alza e va via.
    Con questo sistema diamo vita a lunghe conversazioni, ormai conosco molti particolari su di lui. È il classico quarantenne che ama comportarsi da ragazzino. Lavora in banca, è una persona riflessiva e razionale, ma la sera ama gettare via i panni del perfetto professionista e viene in questo locale. Si siede a un tavolo, fuma parecchie sigarette e contempla ogni mio movimento. Penso che, ormai, conosca molte parti del mio corpo a memoria. Mi affascina ogni sera di più. Ha un’aria misteriosa, molto seducente, dolce, insomma lo considero perfetto. Il giorno e la notte sono due opposti che apparentemente si respingono, ma, in realtà, si attraggono. La luce del sole rispecchia la serietà, l’apparenza, mentre il nero della notte rivela aspetti inediti e intriganti. Un po’ come avviene in “Dottor Jekjil e Mr Hyde”.
    Il Natale è sempre più vicino. E’ già l’antivigilia. Il locale, ovviamente, sarà chiuso per le festività e, già stasera, la gente è diminuita e non ci sono nemmeno le ballerine. Regna il silenzio. Il mio amico Valerio, è sempre lì, al suo posto. Approfittando del fatto che non ho molto lavoro e che il proprietario è assente, mi avvicino al suo tavolo, afferro una sedia e mi siedo di fronte a lui, mettendo ben in evidenza le mie cosce e le mie lunghissime gambe. <<Posso?>> gli chiedo educatamente <<Certo!>> risponde lui. <<Tutte le sere qua stai?>> gli domando con un tono curioso e divertito. <<Ti da fastidio, forse?>> replica lui fingendo di essere infastidito. <<No, assolutamente.>> Questo dialogo si interrompe a causa dell’arrivo di una coppia di fidanzati che prendono posto a un tavolo dal lato opposto del locale, un angolo appartato. <<Arrivo!>> urlo. <<Lisa, vorresti venire da me, dopo?>> mi chiede lui afferrandomi il polso. Resto spiazzata, ma, non so come, non so perché, accetto sorridendo.
    Sistemo i bicchieri, richiudo accuratamente le bottiglie degli alcolici, spengo le luci ed esco. Lui mi attende in macchina. <<Eccoti finalmente!>> <<Andiamo?>> Non voglio assolutamente che qualcuno mi veda nella macchina di un cliente.
    Certo che Valerio deve essere proprio ricco! Che attico meraviglioso, che vista mozzafiato!
    <<Bella la tua casa!>> Esclamo non appena ci sistemiamo nel soggiorno. <<Grazie mille!>>
    Un magnifico albero di Natale occupa il centro della stanza e, ai suoi piedi, numerosi pacchetti colorati attendono il momento di essere scartati. Lascio scivolare dal mio corpo il pesante cappotto, sciolgo i capelli che tenevo raccolti in una coda di cavallo e li lascio cadere fluenti all’interno della camicia.  Valerio mi porge un bicchiere di spumante e insieme brindiamo a un nuovo anno ricco di amore, gioia e pace, insomma le solite cose che si dicono al momento dei brindisi.
    I suoi occhi mi scrutano attentamente e i miei si specchiano nei suoi. Quella sarebbe stata, per me, una notte speciale e perversa.
    Mi avvicino lentamente alle sue labbra e le faccio combaciare con le mie. Lui risponde al mio bacio, quasi senza darmi il tempo di riprendere fiato. Ha fame di me. <<Sei bellissima.>> Mi sussurra. La mia mano gli accarezza i capelli. Infilo le mie dita tra i suoi ricci profumati e lascio che le sue mani scendano lungo la mia schiena e si fermano sul mio sedere palpandolo. <<Cosa vuoi fare?>> gli sussurro usando un tono seducente. <<Divertirmi, cara dirty Lisa.>> Sposto le mie mani sotto il suo maglione notando, con piacere, che il suo addome è perfettamente scolpito. Che addominali!
    Le luci dell’albero di Natale si accendono a intermittenza, andando a illuminare i nostri corpi. Valerio lentamente inizia a sbottonare la mia camicetta e ogni bottone che viene via, è un bacio sulle mie labbra rosse. Percepisco che non riesce più a contenersi. La voglia di me è davvero molta. Ormai è decisamente visibile e si fa sentire contro la mia coscia. Strappa via gli ultimi bottoni e la mia camicia, obbediente, scivola via. Si sfila via il maglione e lo lancia lontano, mentre continuo a bere spumante direttamente dalla bottiglia e a far scivolare, volutamente, alcune gocce lungo il mio petto, cosicché lui possa dissetarsi.  Lui mi prende in braccio e mi porta in camera. Le nostre labbra sono costantemente attaccate, i nostri sapori si uniscono. Mi appoggia al comò e infila le sue mani sotto la mia gonna. All’interno dei miei slip. Le sue dita esperte esplorano la mia parte intima. Stringo i pugni sulla sua schiena, quasi conficcandogli le unghie nella carne viva, che pulsa e, successivamente, cerco di liberarlo dai pantaloni. 
    Ben presto ci ritroviamo nudi. Lui mi pizzica il sedere e mi tira, in maniera violenta, a sé, sul letto. Mi blocca pesantemente col suo corpo ed entra in me con forza, mandandomi visibilmente in estasi. Gioca con i miei seni e li lecca quasi fossero due gelati. Assapora la mia pancia e poi scende verso il basso, verso il desiderio supremo.
    La stanza, appena illuminata dalla luce dell’aurora, si trasforma in un’isola deserta nella quale ci siamo solo noi due, i nostri gemiti, i nostri sospiri e la nostra voglia di trascorrere un Natale diverso da quello che la tradizione impone.
    La mattina seguente, la mattina della vigilia di Natale, mi sveglio, che è quasi mezzogiorno,  racchiusa tra le sue braccia. Questo risveglio così dolce e romantico è decisamente in antitesi con l’esperienza che abbiamo vissuto poche ore prima.
    <<Dormito bene?>> mi chiede dolcemente <<Molto bene>> replico in maniera allusiva.
    Mi alzo dal letto e lentamente (e controvoglia!) mi rivesto. Valerio appare distante e questo mi provoca una fitta tremenda nello stomaco. <<Cosa succede?>> chiedo temendo la sua risposta. <<Niente, Lisa. Penso che sia arrivato il momento di tornare alle tradizioni, oggi è la vigilia di Natale.>> <<Ahimè si. Non ho nessuna intenzione di sorbirmi i soliti discorsi da parte dei parenti. Tu cosa farai?>> gli chiedo, mentre raccolgo la camicia dal pavimento del soggiorno rivolta col sedere verso il suo sguardo. Lui lo osserva ma, intuisco che è a disagio. Sì, è a disagio, ma non capisco il motivo. <<Vedrò mia moglie e mia figlia.>> Replica con un tono impacciato e arrossendo. <<Ah, sei anche sposato?>> Lui annuisce e io continuo: <<Io non sono affatto gelosa. Alla prossima.>> Afferro la borsa e apro la porta. <<Buon Natale, Lisa!>> <<Buon Natale, my darling!>> e sposto i capelli dal viso con aria seducente. So bene, tuttavia, che non ci sarà una prossima volta. Il gioco è bello quando dura poco, si suole dire.
    Per le strade del centro la gente sembra essere stata posseduta dalla frenesia. Gli ultimi regali, gli ultimi preparativi, auguri di circostanza. Cammino rendendomi conto di essere fuori dal contesto, ma, letteralmente, appagata. Torno a casa, faccio una bella doccia calda e mi preparo per la tradizionale cena a casa dei miei. “Dirty Lisa” torna a essere “Sweet Lisa”.