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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 luglio 2013 alle ore 15:27
    L'angelo di Jess

    Come comincia: Grassa, maledettamente grassa; ecco quello che era. La bilancia, comprata apposta per pesare la sua massa, non lasciava dubbi. A dirla tutta non serviva la bilancia, bastava guardarsi allo specchio per capire l'evidenza dei fatti: era tremendamente obesa.
    A 18 anni le ragazze fanno del loro aspetto fisico perfetto una sorta di sfida con il mondo e lei partiva sconfitta. Era stufa di sentirsi dire che aveva doti che andavano oltre l'aspetto fisico:
    "Sei intelligente, sei buona, sei disponibile socievole, tenera, simpatica, hai tanti amici una bella famiglia i soldi ecc. ecc." Tutte frasi trite e ritrite. Anche lei aveva un cuore e come avveniva a molte sue amiche provava delle emozioni forti che alla sua età sono splendide, ma a lei nessun ragazzo faceva apprezzamenti, anche pesanti si, ma pur sempre apprezzamenti. A lei nessuno diceva "Che bel culo, che gnocca, mi fai impazzire" No! Lei era quella simpatica, ma cicciona; onesta, ma lardosa; intelligente, ma orrenda! Non reggeva più questa situazione.
    I suoi amici le volevano bene, ma lei non si piaceva, sapeva di essere un fenomeno da baraccone e sentiva sempre addosso gli sguardi meravigliati della gente, i loro bisbigli.
    "Guarda quella come è grassa" "E' più larga che alta" "Passerà dalla porta di casa?" "Quanto è cicciona, che schifo!" E via tutta una serie di commenti che la mortificavano.
    Il suo peso alla nascita era nella norma e durante gli anni della crescita non si erano verificate anomalie fino all'età di 12 anni. I suoi genitori, sua sorella e suo fratello maggiori, erano di corporatura normale, nessuno aveva problemi di sovrappeso. Sua mamma li aveva cresciuti curando l'alimentazione e non esagerando nelle porzioni, lei in particolare non era mai stata una mangiona. Eppure, a quasi 18 anni, si trovava a pesare più di 220 chili e nessun medico o specialista era riuscito a spiegare il motivo del problema. Aveva letto, studiato, si era aggiornata su internet ma niente; non trovava un bel niente che spiegasse perchè lei, a un certo punto, avesse cominciato ad ingrassare pur seguendo una dieta rigorosa.
    Era luglio, il caldo opprimente invogliava la gente a spogliarsi e tuffarsi in qualsiasi pozza d'acqua pulita: piscine, torrenti, fiumi e laghi; qualsiasi cosa per trovare refrigerio.
    "Dovresti venire anche tu, con tutta quella ciccia addosso avrai un caldo atroce. L'acqua della roggia è fresca e la corrente non troppo forte, non avrai problemi di equilibrio"
    "Lo sai che i miei problemi sono altri, non verrò! Non insistere"
    "Certo che non insisto, ma tu sei la solita zuccona. Io e le ragazze ti siamo amiche, il tuo aspetto fisico non vuol dir nulla, devi fartene una ragione o vivrai per sempre reclusa in casa"
    "Guardami Marina! Guardami! Cosa vedi? Vedi forse una ragazza che può mettersi in bikini e venire a fare il bagno con voi che siete tutte splendide ragazze? Mi stai prendendo per il culo? Parla Marina, parla!"
    "Hai ragione. In questo momento vedo un ippopotamo inferocito che non vuol sentire ragioni. In effetti con tutta quella panza mi faresti ombra e sai quanto tenga all'abbronzatura. E poi non vorrei che ti insabbi sul fondo della roggia, chi ti tirerebbe fuori? Naahh! Stai a casa che è meglio, rischi di rovinarci la giornata. Ah! Un'ultima cosa Jessica, non provare neanche a metterti quel costume che ti ho regalato, non hai la patente per guidare una mongolfiera, d'accordo? Ci si vede"
    "Marina?"
    "Siii!?"
    "Sei una maledetta stronza!"
    "E poi?"
    "Vaffanculo! Aiutami a mettere il costume"
    La roggia era veramente fredda e dopo pochi istanti di immersione le ragazze schizzavano fuori dall'acqua come pesci alati. Lei sopportava meglio, anzi; i suoi muscoli erano talmente accaldati per lo sforzo di trascinarsi in giro che dopo mezz'ora era ancora nell'acqua al fresco.
    "Ragazze, stanno arrivando! Tra poco i ragazzi saranno qui!"
    Già, tra qualche istante sarebbero arrivati i loro amici e quello era il momento che temeva di più. Con movimenti difficoltosi uscì dall'acqua e si posizionò sopra il suo asciugamano che era grosso il doppio rispetto agli altri. Poi si avvolse attorno al corpo un telo da bagno enorme, appena in tempo; i ragazzi erano arrivati.
    "Ciao Giorgio, Roberto, Mattia, Raffaele. Fabio non c'è?"
    "Arriva dopo Marina, ciao ragazze" Giorgio era proprio un figo.
    "Allora è vero, c'è anche Moby Dick oggi. Tutto bene Jessica?" Raffaele non perdeva mai l'occasione per ferirla.
    "Stai zitto imbecille! Tu e i tuoi modi di merda!" Luisa era il maschiaccio della compagnia.
    "Ha parlato miss galateo" Rispose divertito lui.
    "Smettetela voi due" Intervenne Marina "Poi se vi trovo a limonare dietro un cespuglio vi butto in acqua e vi annego"
    La compagnia era ben assortita, Marina e Giorgio erano splendidi e stavano assieme, come Luisa e Raffaele, che con il loro caratteraccio erano in perenne contrasto ma si attraevano come due calamite. Mattia e Lidia erano i secchioni del gruppo e pur non facendo coppia fissa passavano parecchio tempo insieme. Roberto e Fabiana vivevano la loro storia dai tempi delle scuole medie in un continuo tira e molla; si lasciavano e si rimettevano insieme con regolare frequenza. Infine c'era lei, sola nel suo corpo da donna cannone, che aveva una cotta per Fabio; lui la trattava bene e le stava vicino, ma niente più. E come dargli torto? Fabio era bello, educato e intelligente e nonostante i problemi economici della sua famiglia, aveva ottimi voti a scuola e un lavoro serale in un bar. Molte ragazze gli facevano il filo, ma lui non aveva mai avuto storie importanti con nessuna e a volte lei si chiedeva se fosse attratto dai ragazzi. La settimana prima aveva provato a sondare il terreno.
    "Scusa Fabio, ma a te piacciono le ragazze?"
    "Certo che mi piacciono le ragazze, perché me lo chiedi?"
    "Non ti ho mai visto con nessuna in particolare e mi chiedevo se, cioè.."
    "Se sono gay? No Jessica, non sono gay. Non ho nessun problema a frequentare omosessuali, ma io sono etero"
    "Ma allora perché non hai la ragazza?"  Lui la fissò con quegli occhi grigi che la mandavano in estasi e rispose garbatamente:
    "E tu Jessica, tu, perché non esci con un ragazzo?" Lei si offese e rispose urlando:
    "Vaffanculo Fabio! Vai a cagare, sei uno stronzo!" Lui non reagì ma dopo quell'episodio il loro rapporto si raffreddò leggermente.
    Adesso avrebbe voluto riaviccinarsi a lui, ma non era venuto e lei ci stava male. I ragazzi stavano preparando il fuoco per la grigliata e le ragazze i panini, mentre Raffaele tracannava l'ennesima birra e Luisa lo invitava a darsi una calmata "Smettila di bere o poi straparli" "Oh che balle, fa caldo, lasciami bere" "Fatti un bagno se hai caldo" "Se non la pianti ti annego, ah ah!" "O signore, è già partito" Avrebbero continuato così per tutto il giorno per poi imboscarsi da qualche parte a fare l'amore.
    "Che hai Jessica? Oggi non parli, ti manca Fabio?"
    "Non rompere Roberto"
    "Ti ho solo fatto una domanda, non ti incazzare"
    "Due domande"
    "Cosa?"
    In quel preciso istante arrivò Fabio in compagnia di Alexandra, la bonazza della scuola. Scesa dal motorino si tolse il vestitino sfoggiando un fisico stupendo appena nascosto da un mini bikini. Bella, educata, gentile e intelligente, Jessica la invidiava, anzi la odiava; lei non aveva nessuna di quelle doti e non avrebbe mai avuto un ragazzo.
    Alexandra si stava dirigendo verso di lei.
    "Ciao Jessica. Giornata calda, hai già fatto il bagno?" Non rispose, la detestava.
    "Ciao Jess, pensavo non fossi venuta" Fabio sbagliò tono e lei si infuriò.
    "Brutto bastardo, volevi venir qua a fare sfoggio della tua conquista vero? Tanto la cicciona non c'è e io me la spasso senza doverla compatire tutto il giorno. Stronzo cafone maledetto, mi fai schifo!" Stava urlando attirando l'attenzione degli altri. "Mi fate tutti schifo, siete dei.. dei.. oh! Andate al diavolo" Cercò di alzarsi ma ricadde indietro, Alexandra istintivamente cercò di sostenerla cadendo però a sua volta.
    "Non toccarmi brutta troia! Non toccatemi, lasciatemi stare!" Gridava e piangeva, i suoi amici erano sbigottiti da quell'esplosione di rabbia. Marina provò a calmare l'amica:
    "Jess, stai calma"
    "Stai zitta! Tu lo sapevi, hai insistito tanto per farmi venire e umiliarmi davanti a tutti, siete degli stronzi!"
    SCIAFF!!! Raffaele l'aveva colpita in pieno volto con uno schiaffo.
    "Adesso hai rotto il cazzo, tirati su che ti porto a casa"
    "Ma, Raffaele?"
    "Basta Luisa. la donna cannone ha fatto il suo show. Siamo tutti degli stronzi? Ok, che se ne torni a casa sua così non la indisporremo ulteriormente"
    Nessuno l'aveva mai colpita. Salì a fatica sulla macchina di Raffaele, con la testa bassa, tra l'imbarazzo generale e Raffaele ruppe il silenzio.
    "Ok, adesso porto il pacco a casa e quando torno voglio trovare pronta la grigliata e le birre fresche" Salì in macchina e partì sgommando
    Si rivolse a Jessica "Bene, sei riuscita a rovinare la giornata. cosa speravi di ottenere con la tua pagliacciata? Sei gelosa di Alexandra? E' bellissima e ragiona meglio di te, cosa credi possa spingere Fabio a preferirti a lei? Tu sei obesa e ottusa, hai delle amiche che ti vogliono bene e le tratti come delle pezzenti. Fabio ti vuole bene, ti ammira e crede in te, per quello che sei" L'alcol l'aveva disinibito ulteriormente.
    "Non è vero, gli faccio schifo"
    "Senti, il tuo aspetto fisico è talmante fuori dagli schemi che non si può neanche considerarlo ridicolo, tu sei Jess, la donna cannone. Eppure anche un cafone come me non pò negare di ammirare il tuo temperamento, la tua voglia di vivere e la tua allegria. Tante ragazze al tuo posto non c'è la farebbero, tu no, vai avanti per la tua strada e affronti le difficoltà con determinazione. A volte ti invidio, non capisco come fai, ti ammiriamo tutti, veramente"
    "Hai bevuto, straparli e mi ferisci con le tue menzogne, mi fai schifo"
    Raffaele frenò bruscamente, lei non fece una piega, tanto era compressa nella piccola utilitaria.
    "Tu non hai rispetto per nessuno e in particolare di te stessa, fatti un'esame di coscienza e vai in chiesa a pregare"
    "Non sarà pregando che perderò peso, e poi tu cosa parli di chiesa che sei un indemoniato?"
    "Cara la mia cicciona, io prego tutte le sere e mi raccomando al mio angelo custode, probabilmente il tuo ha dovuto trasferirsi altrove perché lo soffocavi con la tua presenza ingombrante e non parlo solo della ciccia"
    Jessica non rispose e Raffaele ripartì. Appena giunti sotto casa di lei, lui si preoccupò di aiutarla a scendere e l'accompagnò in casa.
    "Già di ritorno?" Chiese la mamma di Jess.
    "Ha voluto farsi un tuffo dopo aver mangiato e gli è venuto il mal di pancia" Si affrettò a dire il ragazzo e Jess, visto lo sguardo sospetto della madre aggiunse:
    "E' vero mamma, sono stata una stupida, una grande idiota e Raffaele si è subito offerto di portarmi a casa. Grazie Raffaele, salutami gli altri e divertitevi" Il ragazzo la baciò sulla guancia e si congedò.
    "Hai dei bravi amici tesoro. peccato tu sia stata poco bene, ti sei persa una giornata con loro"
    "Si mamma, hai ragione, è proprio un peccato"
    Si chiuse nella sua camera ascoltando musica a tutto volume nelle cuffie.Poì si collegò alla rete e si mise a sbirciare nei vari profili dei suoi amici "Raffaele, eccoti qua" Il ragazzo era uno spaccone e in tutti i suoi post, nelle foto e in qualsiasi evento, faceva la parte del duro; persino Luisa doveva subire i suoi modi da cafone, eppure... Scavando nei meandri del profilo dell'amico, scoprì una cosa tanto evidente e banale da risultare invisibile ad una prima occhiata. In qualsiasi immagine, scritta o filmato riguardante lui, c'era sempre un richiamo all'angelo, come parola o figura diretta o indiretta. Jessica si schiarì le idee e cominciò a ripensare al racconto che le aveva fatto un giorno Marina.
    Raffaele si era aggregato a loro da quasi quattro anni, in precedenza viveva in un altro paese. All'età di 14 anni era in gita con i suoi compagni di prima superiore e una mattina, durante un'escursione in una località alpina, si era perso con tre suoi amici in un fitto bosco. Vagarono per ore senza meta stanchi e spaventati. Uno di loro, cadendo in un crepaccio, rischiò di morire. Fortunatamente furono localizzati dai soccorritori e tratti in salvo prima del calar delle tenebre, anche il ragazzo caduto nel burrone fu recuparato e dopo tre mesi di convalescenza si ristabilì perfettamente. Il ragazzo si era salvato solo grazie al tempestivo intervento dei soccorsi, il coordinatore delle operazioni di recupero si chiamava Angelo, e qualcuno, alludendo al nome, disse che si erano salvati grazie all'intervento dell'angelo custode. Raffaele fu accusato di aver fatto cadere l'amico dal burrone e da quel giorno cominciò a comportarsi in modo aggressivo. Il clima ostile a scuola e successivamente in tutta la comunità, costrinse i suoi genitori a trasferirsi altrove. Ed ecco che Raffaele era arrivato nel loro paese e nella loro scuola.
    L'indomani Jessica aveva deciso di chiamare Raffaele.
    "Ciao, scusa per la scenata di ieri. Possiamo vederci o sei impegnato?"
    "Sono con Luisa, ieri abbiamo litigato"
    "Tranquillo allora, ci si vede"
    "Sei a casa? Aspettaci che arriviamo"
    "Ma Luisa?"
    "Stiamo venendo"
    Jessica li fece accomodare in camera sua. Erano soli, il resto della famiglia era al lavoro.
    "Eccoci Jess, siamo qui"
    "Non volevo disturbarvi"
    "Tranquilla" Sentenziò Luisa.
    "Ieri sera ho ripensato alla tua storia, alle tue parole e ho analizzato i tuoi profili. Tu fai il duro, lo spaccone, ma in realtà credi ciecamente nell'angelo custode, lo menzioni di continuo senza farlo notare. Cosa è successo veramente quel giorno, nel bosco?" Luisa guardò i due con aria interrogativa e Raffaele sbuffò.
    "Eravamo in quattro: io, Giulio lo sfigato, la bella Alice e quello sbruffone di Flavio. L'idea era quella di avventurarci nel bosco per vedere chi era il più coraggioso, tutti e tre eravamo cotti di Alice. Invece ci perdemmo e dopo ore di solitudine in mezzo al bosco uscirono tutte le nostre fobie e i nostri rancori. Flavio continuava ad offendere tutti e in particolare molestava Alice, perché resisteva alle sue proposte. Giulio era talmente spaventato che continuava a piangere e a chiamare la mamma, mentre Alice cercava di tranquillizzarci. Io ero terrorizzato, ma cercavo di non darlo a vedere, mi vergognavo. Poi, dopo aver girovagato in lungo e in largo ci trovammo sull'orlo di un precipizio. Flavio cominciò a fare lo scemo, si pavoneggiava rasentando l'orlo di un burrone <guardate, guardate, io si che sono coraggioso, non come voi due mezze pippe> Alice, che era la più lucida, si avvicinò a lui con l'intenzione di toglierlo dal pericolo ma lui la afferrò per un braccio e la trascinò vicino al precipizio. Giulio urlava e piangeva a dirotto, si girò verso il bosco e scappò come un coniglio, mentre io agii d'istinto e mi gettai verso di loro con l'intenzione di toglierli da lì. In quel momento lei si stava divincolando e io urtai Flavio che era in equilibrio precario e cadde nel burrone davanti ai miei occhi. Per alcuni istanti io e Alice restammo pietrificati dal terrore, fu Giulio, con le sue urla, a farci riprendere. Osservammo giù dal precipizio e scorgemmo Flavio alcuni metri sotto di noi; per fortuna un costone di roccia ne aveva fermato la caduta ma noi dall'alto vedevamo del sangue e lui che non rispondeva ai nostri richiami. In quel momento pregai Dio, la Madonna, Gesù e tutti i santi. Il tempo passava, stava per giungere l'oscurità e nessuno arrivava a soccorrerci. Ero sicuro che Flavio sarebbe morto e in un ultimo tentativo mi rivolsi con tutte le forze al mio angelo custode <aiuta il mio amico, salvalo e ti prometto di benedirti e osannarti per il resto della mia vita>. Dopo pochi attimi udimmo il rumore di un elicottero, erano i soccorsi, ci avevano trovati. Il resto della storia è cronaca" Le due ragazze restarono a bocca aperta, poi Luisa chiese: "Ma tu non hai fatto niente, perchè ti hanno accusato ingiustamente?"
    "Ti sbagli Luisa. Tecnicamente sono stato io a farlo cadere nel dirupo e quindi la mia responsabilità e innegabile. Giulio non c'era, Flavio non ricordava nulla e Alice...Bhe Alice mi ringraziò, io non menzionai mai il fatto che fu lei ad averci spinto alla sfida per vedere chi era il più coraggioso"
    "Brutta stronza!" Imprecò Luisa
    "E' acqua passata. Ma sono felice di averne parlato con voi, in realtà mi comporto come un cafone per la vergogna. Io tutti i giorni santifico il mio angelo custode e lo ringrazio per essermi sempre vicino. Capisci Jess perché devi avere speranza?"
    "Si Raffaele, adesso capisco"
    Dopo aver chiaccierato per altre due ore i due amici si congedarono. Jessica si sistemò, uscì di casa e con calma si diresse in chiesa; a quell'ora era vuota. Quello spazio enorme, fresco e silenzioso, la fece sentire meno grossa del solito. Non era abituata alle chiese e più in generale alle preghiere; per lei la religione era una bufala colossale. Eppure quell'atmosfera le trasmetteva una piacevole sensazione e senza rendersene conto si trovò a parlare a Dio.
    "Io non ti ho mai parlato perché in fondo non credo alla tua esistenza. Ma forse mi sbaglio e tu ci sei davvero e hai un disegno di vita per ognuno di noi. Se così fosse il mio foglio deve essere grande il triplo degli altri, forse a un certo punto, mentre disegnavi la mia storia, ti sei lasciato prendere la mano e hai voluto esagerare. Magari dal tuo punto di vista hai fatto una gran cosa, ma sai, quaggiù le mie dimensioni extralarge sono decisamente sconvenienti. Io adesso non so se mi stai ascoltando, con tutte le persone di questo mondo che si rivolgono a te sarai pieno di impegni, forse è per questo che ci hai affiancato un angelo custode, così, ognuno di noi, ha qualcuno a cui rivolgersi direttamente. Allora io mi rivolgo a te, angelo custode, a te che mi proteggi e mi segui in ogni istante della mia amara esistenza. Tu capisci in che situazione mi trovo, non mi accetto, mi rifiuto di accettare la mia situazione di obesa cronica e se tu mi vuoi bene, devi aiutarmi a risolvere questa situazione. Sono disposta a qualsiasi sacrificio pur di tornare ad essere una ragazza normale. Fai qualcosa dannazione!" Una leggera pressione sulla spalla la fece trasalire.
    "Qualcosa non va ragazza?" Era un giovane prete. Lei arrossì e rispose balbettando:
    "St stavo pr pregando"
    "Bene, pregare fa sempre bene. E dimmi, a chi ti stavi rivolgendo in particolare?" Jessica era paonazza, non era abituata a quel genere di conversazioni.
    "Ecco, insomma, pregavo il mio angelo custode"
    "Ottimo. La maggior parte delle persone si dimentica di avere un valido aiuto dal cielo, il Signore ci ha messo vicino l'angelo custode che ci segue in ogni istante della vita. Chiedere il suo aiuto nei momenti di difficoltà è normale, anche se lui preferirebbe essere ricordato in qualsiasi circostanza, non solo nei momenti difficili. Comunque, cosa gli stavi chiedendo?" Si era cacciata in un bel casino e adesso cosa raccontava a quel prete? Prese coraggio e disse:
    "Mi pare ovvio, no? Mi guardi attentamente, cosa vede davanti a lei?" Il prete non rispose e si mise a fissarla con aria divertita. [Ecco] pensò lei [non sa cosa dirmi per non offendermi]
    "Ascoltami, oltre al tuo aspetto esteriore vedo un animo gentile e ben disposto verso gli altri. Alcuni tuoi comportamenti sono causati dal rifiuto del tuo aspetto fisico, ma fondamentalmente sei una brava ragazza e oggi hai ritrovato una cosa che avevi perso e che ti aiuterà a risolvere i tuoi problemi"
    "Ma di cosa sta parlando?"
    "Della fede e della ritrovata fiducia in te stessa. Jessica, oggi sei rinata!" Lei restò senza parole, e lui come faceva a sapere il suo nome? Non lo aveva mai visto prima. Il prete si stava allontanando verso l'uscita della chiesa e lei lo chiamò ad alta voce.
    "Don, prete, mi ascolti!" Lui era sulla porta e si fermò un attimo, si giro verso di lei "Dimmi Jessica, cosa c'è?" "Ecco, non so come ma lei sa il mio nome e io vorrei sapere il suo. come si chiama?" Il prete sorrise e rispose "Io sono don Angelo" E detto ciò uscì dalla chiesa. Jessica ci mise alcuni istanti a realizzare l'accaduto e nel tempo che impiegò ad uscire dalla chiesa lui era sparito. Incontrò un altro prete e chiese dove fosse di casa don Angelo, ma quello rispose che non c'era nessun don Angelo nella nostra città. Incredula e un po' delusa, tornò a casa.
    Quella sera aveva fame e chiese a sua madre di poter fare uno strappo alla regola.
    "Certo tesoro, se la cosa ti fa sentir meglio mangia ciò che desideri" In realtà, senza rendersene conto, mangiò meno del solito sentendosi però appagata e soddisfatta.
    Il giorno dopo arrivò una telefonata dall'ospedale dove era stata sottoposta a tutta una serie di accertamenti, doveva recarsi al più presto in clinica per ulteriori esami.
    "No mamma, basta ospedali, basta terapie e medicine, mi sono rotta"
    "Jess, il medico ha detto che è importante, ti prego" Nell'udire quella parola nel cervello della ragazza scattò una molla "Ok mamma, ma che sia l'ultima volta"
    "Un miracolo! Un miracolo!" Il dottore era euforico e continuava a ripetere che si trattava di un miracolo. "Signora, Jessica, è un miracolo!"
    "Si calmi dottore, cosa è u miracolo?" Chiese la donna e lui spiegò:
    "Sei anni fa, quando tornaste da quel viaggio in sud America, stavate tutti bene. Ma poi Jessica cominciò ad ingrassare a dismisura. Si alimentava come sempre, continuando ad avere lo stesso stile di vita di prima, eppure ingrassava incessantemente e nel giro di qualche anno ha raggiunto il peso attuale che non riesce a perdere in nessun modo. Esami accurati, visite specialistiche e tutta una serie di ricerche e cure mirate non hanno portato a nessun risultato, ma oggi è avvenuto il miracolo. Uno dei nostri ricercatori della sede di san Paolo, in Brasile, ha fatto un ascoperta eccezionale. In una zona del sud America si è sviluppato un parassita in grado di aggredire alcune forme di vita con determinate caratteristiche e di insinuarsi al loro interno creando una sorta di habitat per le loro larve. Queste larve hanno bisogno di grandi quantità di grasso per sopravvivere e attraverso un procedimento non ancora chiaro, con l'accumulo di determinate sostanze si viene a creare un deposito di grasso perenne. Con il tempo vi terrò aggiornate su tutti i progressi, sta di fatto che adesso abbiamo una cura quasi infallibile per i casi come quelli di Jessica"
    "Una cura dottore? Mi avete bombardata con qualsiasi tipo di schifezza commerciata su questa terra con il solo risultato di massacrare i miei organi interni e farmi apparire ancora peggio di ciò che sono. No dottore, basta esperimenti, me ne resto cicciona per sempre"
    "No ragazza, no. Ascoltami. Dovrai assumere solo un nuovo prodotto e degli integratori alimentari nel momento di maggior calo di peso corporeo o rischierai un collasso. La cura è semplice e salutare: devi eliminare fino a disinfestazione ultimata tutti i cibi di origine animale, gli zuccheri ecc. In pratica dovrai diventare vegetariana per un periodo di tempo utile a guarire e poi potrai tornare a cibarti di ciò che vorrai. Nel frattempo sarai guarita e dimagrita"
    Le lacrime scendevano copiose dal viso di Jessica.
    Nei mesi successivi si attenne alle istruzioni del dottore e nel giro di un anno era diventata una splendida ragazza ammirata da tutti. Le sue amiche ed i suoi amici le erano stati vicino nel difficile periodo di cura e adesso si sottoponeva a periodici controlli per verificare che il parassita fosse veramente debellato.
    Nel frattempo si era messa con Fabio e una sera, mentre curiosavano su internet, trovarono un articolo sullo scopritore del parassita che l'aveva infestata; a fondo pagina c'era una foto dell'uomo che le ricordava vagamente qualcuno, il suo nome era:
    Angelo Djess.

  • 29 luglio 2013 alle ore 9:30
    Il figlio del diavolo

    Come comincia: La mano destra di Harris tamburellava sulla scrivania, la sinistra stringeva il mento fra le dita; dalla finestra entrava un avvolgente calore: luglio era alle porte e quasi si faticava a respirare. Dopo alcuni secondi l’uomo si alzò ed esclamò:

    “Mi dispiace, non posso! Ne ho già assunti due questo mese e se le cose continuano così, devo chiudere anch’io.”.

    I due ragazzi, dritti davanti a lui, abbassarono la testa, delusi dall’ennesimo rifiuto, e se ne andarono più tristi di prima.

    - Cosa posso farci io se le cose stanno andando male? - chiese Harris affacciandosi alla finestra - Non posso assumere tutti i soldati di ritorno!

    Corsi, il capocantiere, con un viso pallido e solcato da qualche ruga, esclamò:

    - Speriamo di non dover chiudere veramente!

    - Non arriveremo a questo, - ripose il titolare - è vero che qui ad Aghi e nei paesi limitrofi il lavoro scarseggia, ma ho intenzione di aprire due sedi in città, una a Napoli e un’altra a Caserta; in città c’è più richiesta, anche in periferia dove si stanno costruendo nuovi edifici.

    - Ma la gente non ha soldi, soprattutto dopo la guerra!

    - Corsi, sono i poveri che non hanno soldi… i contadini, gli operai, ma fortunatamente c’è ancora chi ha da parte un bel gruzzoletto ed è su questi ultimi che noi punteremo. Solo che molti di voi dovranno lavorare in città.

    - Avete già delle offerte?

    - Qualcosa a Napoli e nella provincia casertana, come ho già detto, ma dobbiamo ancora definire l’affare!

    - Va bene! Io vado, allora. - disse il capocantiere lasciando l’ufficio e ritornando dai suoi colleghi per riprendere il lavoro.

    In quel caldo giorno di giugno per gli operai della “Harris Edilizia” lavorare all’aperto era peggio dell’inferno, tuttavia, Jim Harris, un inglese divenuto ricco dopo una grossa eredità, cercava quanto più poteva di salvaguardare la salute dei suoi dipendenti sia per essere in grado di sostenere le nuove richieste, sia perché dal Nord provenivano notizie riguardo ad alcuni scioperi. Nel pomeriggio, pertanto, l’uomo decise di mandare tutti a casa in anticipo proprio per evitare problemi legati al troppo caldo.

    Approfittando delle due ore libere, i due operai e amici, Andrea e Roberto, decisero di andare al lago che, nascosto fra gli alti e sempre verdi pini, era il luogo ideale per rilassarsi e riposare.

    Il lago si trovava nella periferia del paese, in direzione di un piccolo boschetto ai piedi di una collina ed erano in pochi a conoscerlo proprio per la lontananza dal centro e per la vegetazione che lo copriva.

    Giunti sul posto, Roberto si sdraiò a terra, alzò lo sguardo e si mise a guardare il cielo; l’erba aveva un odore molto forte. Andrea si tolse la camicia e si avvicinò all’acqua, intenzionato a fare una nuotata.

    - Cosa faresti, - chiese Roberto - se Harris ti chiedesse di andare a lavorare fuori, accetteresti?

    - Certo! - rispose l’amico - Perché, tu no?

    - Veramente… io me ne andrei proprio via dall’Italia!

    - E perché? Io credo che la ripresa sia difficile per tutti i paesi.

    - Non lo so… l’Italia mi sembra la più debole. Non credo che il Governo abbia abbastanza fondi per aiutare il suo popolo; qui i prezzi aumentano, il lavoro scarseggia…quanto ci vorrà prima che la crisi colpisca anche noi?

    - Hai solo paura, ma noi non avremo problemi! Hai sentito le parole di Giuseppe? Harris ha già delle offerte.

    - Speriamo bene!

    Andrea restò qualche secondo fermo ad osservare l’acqua, poi si tuffò lasciando l’amico con i suoi dubbi; la sera, intanto, scendeva insieme alla temperatura che ad Aghi, di notte, anche in estate era alquanto bassa.

    Sulla strada del ritorno, Roberto giocava con un ago di pino e dopo avere accennato una piccola smorfia, si fermò e chiese ad Andrea:

    - Lo sai cosa mi ricordano?

    - Gli aghi di pino?

    - Sì.

    - No, cosa ti ricordano?

    - Quando da bambino li infilavo fra i capelli di Giulia Bailey!

    - Oh Santo Cielo, fanno male, perché lo facevi?

    - Boh… forse per rabbia!

    - Ma era piccola!

    - …ma ricca!

    - Non puoi prendertela con una persona solo perché nasce ricca.

    - Mmm… sarà!

    - Tu hai troppi grilli per la testa!

    - E tu troppo pochi!

    I due amici si guardarono per qualche secondo e poi continuarono a camminare dritti verso casa; sul sentiero c’era una bambina bionda che giocava. Le piccole mani si divertivano a lanciare e a riprendere una palla di stoffa nell’aria quando, a causa di alcune pietre e il dislivello del terreno, la piccola cadde e si sbucciò un ginocchio; il suo visino si rigò di un tenero pianto. Andrea le si avvicinò e inginocchiandosi prese dell’erba che aveva in tasca e gliela mise sul ginocchio; sorridendo, le disse - Vedrai che adesso passa, non piangere!

    - E’ vero, non mi fa male più! - rispose la bambina asciugandosi il viso con una mano.

    All’improvviso, da una vicina stradina sbucò la madre della piccola, la donna corse verso la figlia e con un brusco gesto allontanò il ragazzo urlandogli di non avvicinarsi più a loro.

    Il giovane perse l’equilibrio e cadde a terra.

    - Ma va’ al diavolo, maledetta strega! - gridò Roberto arrabbiato, mentre aiutava l’amico ad alzarsi. - Perché non le hai detto niente? - chiese poi.

    Andrea strofinò via dai pantaloni la polvere della strada, prese la borsetta con le erbe e rispose:

    - Perché ormai sono abituato!

    - E dovrai subire sempre?

    - Finché posso! A volte prendono qualsiasi reazione come conferma delle loro dicerie, quindi è meglio stare calmi.

    Roberto non disse più nulla, sapeva che egli aveva ragione, anche se non riusciva a sopportare le cattiverie dei loro compaesani. Conosceva quel suo caro amico fin da bambino e sapeva che era buono, che era lontano da tutte le infamanti accuse della gente. Eppure, le superstizioni, le credenze popolari erano in grado di trasformare una persona e renderla la più cattiva del mondo anche se non era per niente vero.

    In cielo si stavano formando delle nubi e la luna spariva dietro di esse lasciando un bianco e misterioso alone.

    - Sta per piovere! - esclamò Andrea guardando in alto.

    ◊◊◊

    Era buio e la pioggia scendeva pesante; la vallata di Aghi di notte, oltre ad essere quasi fredda, faceva molta paura per le tante storie che si raccontavano in paese.

    Il difficile percorso attraverso la strada delle conifere e il vento facevano sballottare la carrozza che seguiva il sentiero in direzione del centro antico, ma ad un certo punto il cocchiere fermò i cavalli, lasciò il suo posto e pregò la sua cliente di scendere. La donna si affacciò dal finestrino e spostando i biondi capelli dal viso, esclamò:

    - Ma come, non siamo ancora arrivati!

    - Io più avanti di così non vado! - rispose l’uomo.

    - E io che faccio, vado a piedi fino a casa?

    - Voi fate quello che volete, io torno indietro, questo posto è maledetto!

    - Maledetto!

    Il cocchiere non voleva sentire ragioni, la tirò fuori per un braccio, buttò la valigia a terra e se ne andò via lasciandola sulla buia strada. Il rumore della pioggia era assordante e la fastidiosa sensazione che qualcuno la osservasse, magari dal fondo del vicino bosco, incuteva nella donna una tremenda paura.

    - Se mamma sapesse che sono qui, a quest’ora, le verrebbe un colpo! - esclamò Giulia guardando oltre le conifere.

    La giovane fanciulla, dopo aver sbuffato, prese la valigia e si mise in cammino cercando di ritornare a casa. Il percorso più breve era attraverso il bosco, però, attraversarlo da sola, in quella tempestosa notte, non era l’ideale e quindi ella decise di uscire sulla via che conduceva al centro del paese: avrebbe impiegato più tempo ma lungo quella strada almeno c’erano delle abitazioni. Con un po’ di timore e cercando d’ignorare i versi di alcuni animali, Giulia s’incamminò, ma il vento, gli alti cespugli e il buio le fecero perdere la strada e si ritrovò in un posto completamente diverso da quello verso cui era diretta. Con i suoi lunghi capelli e gli abiti inzuppati d’acqua, la ragazza si sedette su una grossa pietra, sconsolata e intristita, appoggiò il mento sul pugno, spostò i piedi da una pozzanghera e sospirò.

    - Speriamo che non mi accada niente! - diceva fra sé.

    Qualche nube cominciò ad allontanarsi, la luna faceva capolino fra quelle restanti e il sentiero s’illuminò appena: si vedeva l’intera campagna sommersa da pozze d’acqua.

    Cercando di guardare un po’ più lontano, Giulia vide una luce. Alzandosi, scorse una casa e ricordò che da quelle parti abitava Teresa Grossi, una sua compaesana, così, con il suo piccolo bagaglio e bagnata fino alle ossa, si diresse in quella direzione.

    Poco prima di oltrepassare la staccionata che delimitava un piccolo giardino, la ragazza si soffermò a guardare quella casa.

    - Non è quello a cui aspiravo, ma meglio che restare per strada! - esclamò rassegnata.

    In passato Giulia aveva udito strane voci sulla famiglia Grossi e più volte, soprattutto da piccola quando si recava al centro del paese, le avevano ripetuto di non avvicinarsi ad essa, soprattutto al giovane Andrea, ma l’alternativa che aveva era altrettanto pericolosa.

    Quella notte era così buia, così spaventosamente lunga, che la ragazza decise comunque di bussare alla porta dei Grossi.

    Giulia attraversò il cortile a passo lento, l’acqua era penetrata nelle scarpe e le rendeva difficile il cammino; la borsa, inoltre, che stringeva nella mano sinistra, era molto pesante.

    Arrivata davanti all’abitazione, vide che la luce proveniva dal pianoterra, così si fece coraggio e bussò. Passò qualche secondo e dalla finestra si vide un’ombra muoversi. Come la porta si aprì, Giulia restò ammutolita e quasi impietrita, aveva davanti “il figlio del diavolo”, come lo chiamavano in paese.

    La ragazza era quasi ipnotizzata da quegli occhi neri come il caffè, da quei lunghi capelli che coprivano la fronte e da quell’intenso e scontroso sguardo. Andrea la fissava, non si capiva se era più curioso o infastidito. Chiudendo gli occhi e poi riaprendoli, il giovane le chiese cosa volesse. Le labbra di Giulia tremavano, ma ella riuscì ugualmente a parlare:

    - A… avrei bisogno di… di un riparo! - rispose.

    - E volete ripararvi qui? - le domandò Andrea.

    - E’ l’unica casa nelle vicinanze!

    - Se andate più avanti c’è la famiglia Mainardo!

    - Ma… saranno cinquecento metri!

    - E allora?

    - Vi prego, non vedete, sono tutta inzuppata e anche se è estate fa un po’ freddino… e… ed è pericoloso andare in giro di notte!

    - Ma anche stare in casa di sconosciuti!

    - Voi… voi non siete uno sconosciuto, siete il figlio della signora Teresa. Vi prego, non vi darò fastidio, mi metterò in un angolo buona buona!

    A Giulia stava dando fastidio il comportamento arrogante di quel ragazzo e l’evidente mancanza di ospitalità, ma era così testarda in tutto quello che faceva che insistette fin quando Andrea non la fece entrare.

    Quando la ragazza entrò in casa, restò sorpresa: l’interno dell’abitazione era molto accogliente, contrariamente a quanto dicessero in paese e a quanto prospettasse l’esterno.

    Il camino era acceso e qua e là c’era qualche candela, al centro della prima stanza si trovava una grossa tavola di legno scuro con quattro sedie e sui muri erano stati collocati degli scaffali colorati con sopra stoviglie e pentole. Il pavimento era di pietra levigata e sulle finestre scendevano delle bellissime tende merlettate, i mobili erano vecchiotti, ma erano tenuti con gran cura.

    - Non ho mai conosciuto una donna più cocciuta! - esclamò Andrea mostrando a Giulia dove sedersi.

    - Anche mio padre lo dice sempre!… E so che questo dà fastidio a molte persone ma sono fatta così, cosa posso farci?

    - Non avevate detto che non avreste dato fastidio?

    - Ciò comprende stare zitta, seduta, bagnata e ascoltare voi parlare?

    - Lì c’è la porta! - rispose il ragazzo indicando l’uscita.

    - Va bene, sto zitta!

    Giulia si sedette sulla sedia accanto al camino; i capelli si appiccicavano all’abito e le mani tremavano. Sulla fronte gocciolava un po’ d’acqua che lei asciugava con qualche lembo ancora asciutto del vestito.

    In quei primi minuti Andrea si era seduto al tavolo e stava in silenzio, la ragazza invece non riusciva a stare ferma: in vita sua mai nessuno l’aveva frenata, ma il carattere burbero di quel giovane e le voci su di lui la indussero a mettere da parte ogni iniziativa che cominciava a frullare nella sua mente.

    Il tempo passava scandito da un orologio a pendolo, dalle finestre si vedeva l’acqua scendere ancora; il cielo, che appena s’intravedeva, era ancora buio e tante erano le ore da passare prima che la fanciulla potesse lasciare quell’ostile abitazione.

    Giulia provava a resistere alla forte tentazione di alzarsi o di parlare, ma le gambe si muovevano nervosamente e le dita tamburellavano sulla valigia grondante di acqua; Andrea, inoltre, scriveva su alcuni fogli e attirava l’interesse dell’ospite.

    - Non sapete proprio farne a meno? - chiese Andrea puntando i suoi neri occhi verso le dita di lei.

    Giulia si bloccò subito ed accennò un sorriso.

    Il ragazzo, però, continuava a scrivere lasciando in giro qualche macchia d’inchiostro e facendo crescere ancora di più la curiosità della giovane; sebbene aveva promesso di starsene in silenzio, ella non riusciva a distrarsi e affacciandosi verso il tavolo, chiese cosa scrivesse.

    Andrea, allora, lasciò la penna, si alzò e andò dritto verso di lei quasi con aria minacciosa.

    Vedendolo avvicinarsi, Giulia sussultò: egli era alto e robusto, avrebbe potuto farle qualsiasi cosa, ma la ragazza, facendo appello al suo alquanto debole autocontrollo, provò a calmarsi e gli fece un sorriso. Andrea era intenzionato a buttarla fuori di casa, ma quando la vide sorridere si fermò:

    - Ma non avete paura di me? - le chiese fermandosi a pochi passi da lei.

    - Dovrei? Molte volte da piccola mi hanno detto di stare lontana da voi, ma in verità la cosa mi rendeva solo più curiosa!

    - Curiosa?

    Giulia Elisabeth non rispose e sorrise ancora, dai capelli un’altra goccia d’acqua le scese sul viso.

    - Forse è meglio se vi asciugate! - esclamò Andrea allontanandosi.

    - E’ quello che penso anche io!

    Il ragazzo le indicò una stanza dove cambiarsi e poi ritornò a scrivere.

    L’alba era ancora lontana e la giovane doveva trascorrere un’intera notte in quella casa sconosciuta, ospite della famiglia più misteriosa e chiacchierata del paese, anche se la situazione sembrava piano piano migliorare.

    Dopo aver cambiato abito, Giulia uscì dalla stanza e si sedette al suo posto; Andrea, senza alzare la testa, le indicò un sofà dove avrebbe potuto riposare. Lei, però, non si mosse e continuò a stare in silenzio ad osservarlo.

    Il fuoco del cammino tendeva a spegnersi raffreddando la casa, anche se ogni tanto una scintilla lo ravvivava; dopo qualche ora lo stomaco della fanciulla cominciò a brontolare. Ad un certo punto Andrea lasciò i suoi fogli e la guardò:

    - Per due ore non avete fatto altro che guardarmi, perché? Vi avevo detto di dormire! - le disse.

    - Ah, non ci fate caso, messere, anche a casa non faccio mai quello che mi viene detto!

    - Allora, perché mi guardate? State cercando su di me qualche segno del diavolo, vuole sapere se sono veramente suo figlio?

    - No, no… ho solo fame!

    - Cosa?

    - Ho fame! Mi avevate detto di non disturbarvi e io non ho detto nulla.

    - Ha fame!

    - Eh sì!

    Andrea si mise a ridere, poi si alzò e avvicinandosi alla ragazza, continuò:

    - Certo, siete proprio strana! Non solo venite di notte in casa mia, ma vi viene anche fame. Avevate detto che non avreste dato fastidio e non avete fatto altro per tutto il tempo!

    Giulia rispose:

    - E lo so, in questo sono brava! Non riesco a stare un minuto ferma, i miei genitori si sono sempre disperati per questo.

    Andrea si avvicinò alla credenza, prese del pane e lo diede alla ragazza, poi, dopo averla salutata, se ne andò a letto. Giulia Elisabeth restò sola a guardare la legna ardere.

    - Sono proprio strana! - disse fra sé.

    All’alba, in cielo persisteva ancora qualche nube, le strade erano bagnate, ma la pioggia aveva smesso di scendere già da qualche ora. Il vento si era calmato e sembrava che quel primo luglio sarebbe stato caldo come l’ultimo giorno del mese precedente, contrariamente a quanto avesse annunciato la trascorsa notte.

    Il fuoco si era spento già da ore e non restavano che ceneri; la signora Teresa scese in cucina e scambiando Giulia per un fantasma, si mise a gridare.

    - Oh signora, scusatemi, non volevo spaventarvi! Sono Giulia, Giulia Bailey. - disse la ragazza alzandosi dal suo posto.

    - Che cosa ci fate, qui, in casa mia? - chiese la donna infastidita.

    - Stanotte pioveva… - rispose Andrea accorrendo alle urla - …e non sapeva dove ripararsi!

    - Non dirmi che è stata qui tutta la notte? - gli domandò la madre con le ciglia aggrottate.

    - Non vi preoccupate, signora - riprese l’ospite - tolgo subito il disturbo, ho atteso solo per ringraziare vostro figlio!

    Giulia si recò alla porta e dopo aver ringraziato, se ne andò quasi spaventata.

    - Andrea, non dovevi farla entrare, non dovevi proprio! - esclamò la madre arrabbiata.

    - Mamma, pioveva!

    - E se ne tornava a casa sua! Sai quante chiacchiere adesso ci faranno sopra?

    - Non credo che abbia voglia di andarsene in giro a raccontare che è stata qui!

    - Speriamo… Speriamo che questa volta ci lascino in pace!

    Teresa andò a preparare il caffè, mentre Giulia aveva già imboccato la via verso casa e correva lungo la strada respirando a pieni polmoni: voleva allontanarsi da lì il prima possibile.

    Dopo qualche minuto di cammino la ragazza arrivò alla grande villa dei Bailey e sapendo che l'aspettava un bel rimprovero da parte della madre, corse subito in camera sua cercando di non farsi vedere, ma lì incontrò la sorella.

    - L’hai fatta grossa, - esclamò Cristina impensierita - dove sei stata, cara sorella? La mamma non ti aiuterà questa volta!

    - Nostra madre non mi ha mai aiutata!

    - Sì, ma tu perché ti metti sempre in queste spiacevoli situazioni?

    - Sono costretta ad agire così!

    Proprio in quel momento fece ingresso nella stanza Daniela Bailey Della Rocca che subito si avvicinò alla primogenita e iniziò a rimproverarla accennando anche uno schiaffo!

    La madre della fanciulla aveva un carattere molto severo e da quando Giulia aveva deciso di lavorare come maestra, aveva assunto un atteggiamento ostile nei confronti della figlia. Alle donne della famiglia non era concesso lavorare, per i Bailey rappresentava un disonore, ma Giulia Elisabeth non intendeva lasciare l’insegnamento e ormai era abituata ai continui rimproveri; non li sentiva neanche più.

    Daniela, accortasi di parlare al vento per l’ennesima volta, lasciò la stanza minacciando la figlia di parlare col nonno, il capofamiglia Joseph Bailey Senior.

    - Non puoi agire così, ricordati che possono sempre mandarti via di casa! - continuò Cristina rivolta alla sorella.

    - Ah, papà non lo permetterebbe, mi adora, lo sai!

    - Sì, ma nostro nonno no!

    - Nostro nonno non può decidere per me, non sono sua figlia!

    - Giulia, ti chiedo solo di fare attenzione!

    - E va bene, farò attenzione, ma farò sempre quello che voglio io e non sposerò mai quell’uomo solo perché lo vuole nostro nonno!

    Cristina sbuffò e allargò le braccia come rassegnata.

    Giulia era stata informata del matrimonio con Enrique già da tempo e, in preda allo sconforto per il suo futuro deciso dagli altri, durante una festa in piazza se ne stava seduta da sola ad osservare gli altri divertirsi. Sposare un uomo con cui non aveva scambiato mai una parola e di diciassette anni più grande era per lei una tragedia e ciò rappresentava, inoltre, non solo la mancanza d’interesse da parte di sua madre per i suoi sentimenti, ma anche un modo per frenare definitivamente le sue ambizioni: i Perez avevano sottolineato ch’ella doveva tenersi lontana dal mondo del lavoro.

    Quando Enrique Perez la invitò a danzare, Giulia non ebbe la forza di rifiutare, si alzò dal suo posto e avvicinò il suo corpo a lui, mentre con la mente già viaggiava lontano.

    In piazza si suonava e si ballava, per il resto del paese si susseguivano bancarelle e spettacoli di vario genere; la gente si divertiva, chiacchierava e rideva.

    Anche Andrea e Roberto prendevano parte alla festa, sebbene tutto ciò che facevano era stare seduti su un muretto ad osservare gli altri compaesani o i signori che nei loro luccicanti abiti festivi si atteggiavano a maestri del creato.

    - Un giorno sarò anche io ricco! - esclamò Roberto.

    - Se è quello che vuoi! - rispose Andrea.

    - Perché tu non lo vuoi?

    - Io?… Non lo so, non so cosa voglio. A volte mi sento come se… come se non avessi…in realtà non ho alcuna aspirazione!

    - Andrea, sbagli! Hai una vita da vivere e Jim ti ha fatto anche studiare, adesso devi pensare al tuo futuro. Non hai paura di quello che accadrà?

    - Non ho paura di una cosa che non esiste ancora! Dovrebbe fare più paura quello che c’è già, non trovi?

    - Ma è il futuro ad essere incerto!

    - Anche quello che hai e non hai è incerto e lo è anche il presente.

    - Ah, Andrea, io non ti capisco!

    - E’ normale, sei scemo, cosa vuoi capire!?

    - Mo stai approfittando della mia bontà!

    - Allora, se sei buono, fammi parlare, potrebbe anche essere uno sfogo il mio.

    - E parla, che ti devo dire!?

    Andrea raccolse un piccolo sasso e riprese ad osservare la gente.

    Tra la musica e gli sguardi dei presenti, Giulia, intanto, continuava a danzare leggera come una piuma, con una mestizia che mai le era appartenuta e con lo sguardo continuamente lontano da quello di Enrique; immaginava di essere altrove. La fanciulla vedeva le sue coetanee sorridere serene, come lei non aveva mai fatto, i festoni luccicare sotto la bianca luna e le giovani dame ballare gioiose con i loro pretendenti, mentre un lieve venticello le accarezzava i leggeri riccioli raccolti in una coroncina di fiori.

    Giulia danzava sotto gli occhi di tutti; alcune la invidiavano, altre la disprezzavano e neanche la poca avvenenza di Enrique smorzava le invidie delle signorine meno famose del paese. La giovane e ricca ereditiera sentiva gli sguardi addosso pesanti e pungenti come aghi; le provocavano un dolore immenso e la gente non se ne avvedeva neanche. Confusa dal continuo vociare della piazza, da quella musica che non udiva più e da quelle maschere imbiancate dalla cipria, Giulia Elisabeth, ancora tra le braccia di Enrique, guardava intorno a sé in cerca di un punto fermo, di qualcosa vicino al suo cuore, ma incontrava solo gli irritanti visi degli zii e della madre che davanti a tutti si compiacevano dell’ottimo affare.

    Presa ormai da un immenso sconforto, sentendosi persa, la ragazza guardò verso la strada che conduceva al bosco ed ebbe una gran voglia di scappare e mentre cercava una via di fuga, incontrò i neri e grandi occhi di Andrea che la osservavano. Quasi ipnotizzata, la giovane non riusciva a staccare lo sguardo da lui che, vestito a festa, col suo atteggiamento da uomo maturo e quel mistero sulla sua nascita, era ancora più bello. Arrossita per i nuovi e strani pensieri, Giulia gli sorrise quasi involontariamente! Andrea era immobile e la guardava così attentamente che sembrava parlarle anche solo attraverso gli occhi. Attratti l’uno dall’altra, restarono ad osservarsi.
     

  • 28 luglio 2013 alle ore 21:05
    Di me, l'angelo e la pietà

    Come comincia: La vecchiaia… questa sconosciuta, evitata e distratta dalle nostre giovani menti… basta un'ora in una casa di riposo per comprenderne il non senso.
    La signora all'angolo che adagiata, quasi stesa inerpica mille smorfie con quella mimica facciale che concerta nel duetto dei palmi, suggerendo deficienza senile a sbarattare la sofferenza… poi l'altra accanto che desiderosa di conversazione ti dice del tempo torrido di questo luglio. Io le rispondo a tono affermando la pesantezza della canicola e lei pronta dice  ""si è vero, qui si mangia benissimo""… da li un quasi "gioco" per capire… e alla domanda " come è il cibo in questo istituto" lei risponde "" si, vero… piovesse l'orto ne gioverebbe e le giornate sarebbero meno irrespirabili""
    Un'altra ospite pare dormire su di una piccola poltroncina… ha un viso buffo che mi ricorda un cartoons americano… dorme e sogna al punto che rivolgendo il capo in avanti ribalta ben due volte dallo scranno, sino che l'inserviente applica lei una cintura in vita… ora non cade più ma l'inserviente non smette d'occuparsene, in quanto di tanto in tanto a mano aperta riporta il capo di lei verso lo schienale quasi riposizionasse un pallone da stadio al centrocampo.
    Vi sono mille ragioni di un sorriso in questi vecchi che tornano bambini… ma d'un tratto sento forte l'odore della sofferenza… (una cara amica mi disse che ho il potere di sentire il dolore anche quando questi viene occultato e non palesato… vero, lo sento e lo inseguo fagocitandone tutta l'amarezza e rischiando di imploderlo).
    Il sorriso che dapprima dipingeva il mio volto spegne d'un lampo… una vecchina sulla sedia a rotelle attira la mia attenzione. Le mani perfettamente allineate ai poggioli non fanno cenno alcuno, le gambe perfettamente allineate confuiscono in candidi calzini bianchi, ornati da quelle ciabattine adattabili alla misura dei piedi resi gonfi da una scarsa circolazione. M'avvicino e nonostante il capo chino noto quelle stille di salino che ferme sul bordo degli occhi paiono non liberarsi.
    Singhiozza e piange sommessamente quasi che nulla s'ode, m'avvicino rivolgendogli la parola e lei con lucidità risponde… è cosciente questa signora nata nel lontano 1918, la mente assolutamente attiva contrasta con un corpo inabile all'uso. Mi racconta che è li perché le gambe più non la reggono, le mani hanno perso la presa e gli occhi navigano la caligine degli anni impedendogli vedere. Mi parla delle sue ore di nulla e del vuoto di un'esistenza priva di senso in quanto tutto vegeta in lei fuor che il cervello e del suo desiderio di morire.
    Il dolore e la sofferenza sgorgano dal suo discorrere precipitandomi dentro quasi io fossi spugna, e un pensiero mi prende… vorrei poterle imporre la mano sul viso e rubarle il respiro, ma non potendo quello dono lei una dolce carezza, pregando la vita di privare pure lei dell'intelletto. Tornerò a trovarla, non a mani vuote… porterò con me tutta la negatività e la sofferenza che ho dentro e quando il mio petto farà spugna dell'algia che l'assilla. le imporrò le mani.  Si le imporrò le mani e chiudendo ogni varco col reale  le rovescerò addosso una tale misura di dolore da convincere la sua anima ad abdicare la cervice… forse sorriderà allora… forse
     

  • 27 luglio 2013 alle ore 12:11
    Dedicato all' Umanità

    Come comincia: Io darei la vita per te, perché so che in fondo si nasconde quella sensibilità che cerco, perché quando sbagli porti dentro di te una sofferenza più grande dell’errore, perché quando ami, anche se spesso in modo sbagliato ed egoista, il tuo cuore batte veloce come quello di qualunque altro innamorato. Darei la vita per te, perchè tutte le paure che ti porti dentro ti rendono una persona cosi umana; anche quando rabbia e vendetta hanno la meglio sui tuoi pensieri riesco a vedere gli occhi bagnati dalle lacrime e non potrei non donarti la mia vita. Per tutte quelle volte che hai negato un Dio e poi hai guardato il cielo, per tutte quelle volte che hai offeso la mia Terra, ma hai sorriso vedendo un fiore; per ogni momento in cui ti sei sentito grande o migliore per poi, anche se solo con un breve sguardo, notare la prima stella della notte. Darei la mia vita per te perché vedo arrossire la tua pelle ad ogni bugia che dici, perché sul tuo viso compare una ruga in più per ogni tradimento che compi. Spesso mi stanco ad ascoltarti, spesso ti trovo una persona ostinatamente ripetitiva e testarda, spesso mi trovo costretto a ripetere la stessa cosa in mille modi diversi sperando che tu ne capisca almeno uno, ma poi accenni un sorriso e tutto intorno a me s’illumina. Io darei la mia Vita per te, chiunque tu sia.

     

  • 25 luglio 2013 alle ore 16:24
    Annadelmare del sì

    Come comincia: Annadelmare del sì
    ... Era colpa mia. Sicuramente avevo inquinato la sua vita e lo avevo ucciso.La tata mi guardava con muta comprensione, ora so che lei sapeva. Tutto.Allora il suo sguardo lo sentivo addosso come affetto per una bimba indifesa che cresceva in silenzio, nel silenzio di una famiglia bella e ricca. Ora sono certa che era così... Le nostre vacanze coatte; ogni fratello nuovo, uno dei fratelli vecchi aveva vitto e alloggio e divertimenti in una località amena, la casa in campagna dei nonni, dove l’inverno, quando scende la neve, regala la gioia dello spettacolo dei bucaneve che spuntano con coraggio da piccole buche nere in morbido contrasto con il manto immacolato.Il coraggio dei bucaneve io non l’ebbi mai, né in quella casa in un luogo ameno, né nella mia casa di bouquet di ceci, né quando fui donna; e crebbi, bambina sempre più taciturna e trasparente, volli divenire io stessa il nascondiglio di me. Mi cancellavo.Non mancavo di ritagliare la mia fetta di tempo da vivere in uno spazio di silenzio dove muta dialogavo con i colori e i pennelli su bianche tele tese ad ascoltare la voce della mia anima, e con chilometri di fogli dove crescevano come verdi prati le parole del pensiero.Dimenticai le “capanne” di mio nonno e le punizioni di mia nonna, dimenticai la loro casa, né tornai mai in quella bucolica cittadina che mi aveva insegnato come uscire dal corpo e guardarmi a distanza. Partecipavo a scorribande e risate, ma quanto usciva dalla bocca non venne mai dall’anima, decidevo con la testa le mie emozioni, mai avrei mostrato tristezza, la tristezza è debolezza, e io non volevo vestire il personaggio della muta donzella bisognosa di attenzioni, sapevo che non sarebbero mai venute e se mai fossero arrivate mi avrebbero ferita. Avevo trovato l’antidoto: l’allegria e l’ironia e con esse il modo di preservarmi da eventuali contatti...e appena il mio cuore cantava ritmi veloci e gioiosi, fermavo la musica...
    Sei bella, mi diceva ed io sapevo che mentiva, sei bella mi dicevano gli altri ma io conoscevo già com’è bugiarda la grande menzogna, conoscevo più di tutti che la parola è l’artefice del gioco della falsità.Incontrai un musone dagli occhi nascosti da lenti nere e gli abiti neri e gli stivali neri; decisi di innamorarmi dello straniero misterioso, ci misi poco a inventarmi l’eroina di un romanzo d’appendice, gli elementi c’erano tutti. L’uomo nero era aggressivo, ed io mi sentivo un giovane leone finalmente; odorava di maschio e di whisky, niente profumi di lavanda fresca dei miei amici e della mia infanzia, niente genitori a seguito a pretendere silenzi; lui era diverso, suonava la chitarra e creava canzoni, lui era l’immagine vivente di una dimensione fino ad allora lontana dalla mia portata, era un misogino, era il mistero. Era il buio che in forma diversa già conoscevo, era il buio che volevo incontrare in un altro essere per sprofondarci, forse per morire o forse per raggiungere quella lucina che poteva portarmi alla resurrezione. Entrai nella sua casa un giorno e concepii l’amore dolore e, così lo descrissi nel mio diario: “un cantautore ha bisogno della sofferenza per produrre; il suo annichilimento è provocato volontariamente per vivere emozioni forti; lo struggimento, il pianto, la disperazione, sono emozioni forti che creano l’arte, per contro la gioia è leggera e non fa piangere, quindi l’isolamento e l’intontimento con alcool o droghe, la ricerca e il contatto con la morte. Il fascino di una stanza in disordine, la bottiglia di vino quasi vuota poggiata sul pavimento e più in là un bicchiere sporco e poi un altro sporco e vuoto, la chitarra abbandonata sul letto sfatto che lascia intendere forse una notte d’amore sofferente o forse una notte insonne. Odore di stantio nell’aria, sei davanti ad un sipario chiuso che tenta la curiosità di entrare in un mondo misterioso e svelarlo, il desiderio piangente di farsi penetrare da quel dolore che aleggia fra i muri, il bisogno di empatia”.La trappola era scattata. Io, ero in trappola. Mi aggrappavo a sogni romantici per sfuggire alle fauci della realtà oscura che pure restava adagiata sul fondo della mia anima e che io, inconsapevole cullavo come madre amorosa, sorda e cieca.Mia madre non cantava più con la sua voce limpida e le sue risate erano meno argentine, un giorno mi confidò di avere appena abortito, non voleva quel figlio, aveva quarant’anni ed io stavo per lasciare la casa natia per sposarmi contro le implorazioni di mio padre e mio fratello. Avevo deciso di imporre per la prima volta nella vita il mio volere e mia madre mi sostenne, ed io spaventata dalla mia paura del vivere, chiusi gli occhi e spiccai il salto nel vuoto.Mi sposai.Avrei voluto indossare un abito speciale per il mio giorno speciale, sognavo l’abito della prima comunione di organza e pizzi; e fiori fra i lunghi capelli, fiori e nastri bianchi, mi vedevo Primavera fra le dita di Botticelli riveduta e corretta per assecondare il mio sogno. Mi toccò un austero abito in stile impero, niente pizzi e niente nastri, niente svolazzi che facessero pensare a un vento fra le fronde, solo un monacale velluto in seta e fra i capelli tre fiori secchi ma l’organza la pretesi e comprai un ampio cappello con un discreto nastro che accarezzava il collo come un ricciolo niveo... Perfino il locale sul belvedere prenotato per il ricevimento fu spazzato dal mare grosso e si dovette festeggiare il fausto giorno in una trattoria inghirlandata per l’inusuale occasione; era una bassa costruzione bianca in periferia a due passi dalla casa dei miei nonni e, come quella bambina inebetita che correva nella notte di un tempo, percorsi la strada che mi separava da loro per regalare ai due vecchi stanchi la visione della nipote sposa, un fotogramma della vita che scorre, nonostante tutto.L’indomani i miei genitori ci accompagnarono alla stazione, dico i miei genitori ma in verità non ricordo la figura di mio padre in quel frangente pur essendo certa della sua presenza, predominante è l’immagine di mia madre. Forzatamente allegra, come volesse nascondere ogni emozione, non mi lasciò parole o gesti teneri da custodire nel mio cuore, sfilò dal dito il suo anello a forma di serpente e lo mise all’anulare della mia mano destra, mi baciò sulle guance e mi salutò con la mano mentre il treno prendeva velocità.Mi mancò l’abbraccio.Soffrivo e sapevo che lei soffriva... Sposa bambina, entrai nella vita dell’uomo nero... Mio fratello quasi gemello, sembrava un giovane leone in gabbia e a ogni tentativo di sfondare le sbarre, qualcosa crollava tutt’intorno e fu messa in fiera la bellezza di mia madre e la sua solare allegria, additata da tutti come in un rito punitivo, e in un vortice di parole e sussurri, si creò il ciclone che spazzò via la famiglia bella e ricca.Vidi mio padre per la prima volta.Questo uomo sconosciuto non tentava neanche di sottrarre i suoi cari da quel micidiale vento, divenne di pietra, come mia madre in quel balcone che la vide divenire statua. Guardava l’amore e lo lasciava andar via; guardava sua moglie e i suoi figli, guardava ma non vedeva. Ci lasciò scivolare via come sabbia fra le sue dita.Ancora una volta mi avvolgeva un silenzio buio, e tutti nel buio ci incamminammo, animali zoppi e senza vista, e senza pelo per poterci scaldare, e, ognuno, con il proprio freddo, da solo, abbandonò per sempre il mondo della famiglia.Si risvegliarono i giorni delle “capanne”, ora il mostro si agitava e disturbava, tornarono le memorie come fari accecanti: i tentativi di stupro del giovane bello e maniaco che si appostava nel portone di casa e con astuzia sfuggiva i miei giochetti fatti di ritardi o di anticipi. Fu tanto palese il mio terrore da convincere mia madre ad aspettarmi all’uscita di scuola per un intero mese, e lui sparì ma per poco; finì tutto un pomeriggio quando il fracasso di libri e penne scaraventati sulle scale perforò il silenzio e giunse agli orecchi di mamma che si scagliò come una furia su quel giovane, trafiggendolo con l’azzurro dei suoi occhi che all’occasione divenne appuntite lame di ghiaccio. Gli occhi della mente sembrano non concedersi pause e davanti a me sfilano in continuazione i gesti malati del nonno, del giovane, del mio insegnante di filosofia.Già, lui. Oltre che a scuola lo incrociavo troppo spesso nell’atrio del palazzo dove ci si era trasferiti da poco. Se facevo le scale, lui era dietro me e le sue mani sui miei fianchi o ovunque potesse appoggiarle in modo casuale e, se per evitarlo prendevo l’ascensore, lui lo trovavo già dentro, così che per ripararmi stringevo al petto, come fossero armatura, i libri, ma lui infilava le sue mani nodose nel seno e, come per giustificarsi prendeva un quaderno, a caso. E si disegnava un ghigno beffardo sul suo viso.Ero io ad essere sbagliata se suscitavo in più persone pensieri laidi e gli anni a venire anziché farmi cambiare opinione, servirono ad accrescere il mio bisogno di espiazione.Non ero degna di ricevere rispetto.Sarei stata madre perfetta. Avrei espiato questa arcana e involontaria colpa. Così come avevo imparato già da bambina, mi sarei presa cura di chiunque attraversasse la strada della mia vita, avrei dato tutto l’amore e la comprensione che non avevo ancora vissuto; le attenzioni malate che avevo conosciute, le avrei trasformate in sentimenti puliti, lavati con le lacrime del cuore, purificati.E divenni alchimista di me stessa.Usai il dono dell’intuizione e dell’allegria per alleviare le sofferenze di chi mi stava intorno.La mia penna seguitava a inondare pagine che inviavo ai miei fratelli piccoli, pagine pregne di amore, atte a scaldare le loro notti, e tanto più lunghi erano i discorsi scritti, tanto più lunghi vedevo i loro momenti fra le mie braccia. Ero la loro mamma virtuale. Gli abbracci d’amore erano righe colorate d’azzurro su fogli animati da sentimenti belli.Abbracci che nostra madre non poté partecipare.Colorai di sole la casa dell’uomo nero. Era questa la promessa fatta a me stessa in fondo: dare la gioia di cui ero composta che la capacità di uscire dal mio corpo e di guardarmi a distanza, aveva preservato.Mi servì tanto negli anni a venire, tale abilità.L’uomo nero al quale avevo affidato la mia fiducia nel domani e l’amore da grande romanzo, non amava la luce né la vita nella luce, mi costruì una cancellata attorno, edificò le mura del castello e mi investì dell’autorità di regina del maniero.Il castello non era mio, tanto meno del mio sposo, era già abitato da regnanti senza regno, come me d’altronde, e comunque divenni presto parte integrante di questa numerosa corte che era poi la sua famiglia. Durai poco a sfondare le corazze di queste stanze viventi chiuse nelle proprie stanze, il mio spirito determinato a volere armonia iniziava a conquistare ognuno, sviluppai le doti della maiéutica ed entrai nei loro animi, acquisii l’incombenza di fata turchina e si aprirono le porte.Nel castello esisteva una vera gerarchia regale. Il re, padre del mio sposo e indiscussa autorità, la regina, senza corona e senza autorità era sua madre; seguivano le due anziane zie, ancelle del re e delle principesse e dei principi. Erano nove in tutto, i dimoranti di questo invalicabile luogo, io era la decima, dopo di me venne una bella cagna a rallegrare noi, uccelli in gabbia, e i canarini gialli già in gabbia.Senza mai lasciare la me che guarda me, mi imposi di apprendere le arti che più si addicono ad una “perfetta donna di casa” e mi circondai di...

  • 24 luglio 2013 alle ore 12:23
    Nuvole ed orizzonti

    Come comincia: Io non avevo paura della guerra, anche se avevo solo 14 anni; non avrei mai lasciato Napoli come invece volle fare mio padre per sfuggire ai bombardamenti. Lui, però, era quello che comandava, che decideva e noi dovevamo obbedire senza fiatare. Mamma, se solo sentiva parlare di bombe, tremava tutta e in campagna si sentiva più protetta. A mio fratello Guido, invece, non importava nulla se io e nostra sorella Federica trascorrevamo tutta la giornata fra pecore e mucche, tanto lui scendeva per lavoro in città quasi tutte le mattine, si metteva la sua bella giacca lunga, la cravatta consumata e andava via per tornare a tarda sera.

    Federica dove la mettevi, lì la trovavi, non muoveva opposizione a nulla, faceva tutto quello che dicevano i nostri genitori e trascorreva le giornate a sbucciare i fagioli, a pelare le patate, a dar da mangiare alle galline. Io, invece, non amavo stare in cucina, non amavo fare i lavori di casa, così, appena potevo, scappavo via e me ne andavo nel campo di grano, mi stendevo a terra a pancia in su e osservavo le nuvole che cambiavano forma.

    Oggi non ricordo se era la mia fantasia o se era il vento a divertirsi, ma quelle soffici nuvole prendevano magicamente le sembianze di oggetti, animali e di tante altre cose. La figura che vedevo più spesso era il telefono forse perché mi affascinava molto; non ne avevo mai visto uno prima di andare in campagna dalla zia. Che bella invenzione il telefono, pensavo, riusciva a far sentire la voce di una persona anche se era lontana.

    Ricordo che una mattina ero molto attratta da una nuvola sulla vetta di una collina, aveva la forma di un’enorme torta e il mio stomaco non faceva che brontolare: era così scarso il cibo che avevo sempre fame. Mamma ci faceva mangiare delle disgustose zuppe: fave, piselli, farro, orzo. Le odiavo! Io sognavo la carne, la mozzarella, i dolci ma in quel paese non c’era neanche il pane bianco.

    Insomma, ritornando a quella mattina, ricordo che all’improvviso sentii un pesante rumore di passi sulla strada vicino al campo di grano e delle voci maschili che cantavano “Fratelli d’Italia”. Mi alzai e restai seduta fra il granoturco da dove sbirciavo senza farmi vedere: avevo paura di quelle divise e di quelle armi sotto al braccio, anche se erano italiani. Mio fratello diceva sempre che dovevamo guardarci dai tedeschi, ma io avevo paura di tutti i soldati.

    Il vento smuoveva i miei capelli, io cercavo di toglierli dal viso, ma era inutile, ritornavano sempre nello stesso punto e per rinchiuderli in una coda, non mi accorsi che un soldato stava venendo proprio verso di me.

    - Oh ragazzina, cosa ci fai fra le spighe? – mi domandò con uno strano accento.

    - Guardo.

    - Guardi?… E guardi cosa?

    - Il cielo, le nuvole… le colline...

    - Sei napoletana?

    - Sì, e tu perché parli così strano?

    - Sono di Firenze.

    - Firenze!

    - La conosci?

    - No.

    - Ma tu cosa fai… guardi solo? Non vai a scuola?

    - Scuola?... Ci andavo tanto tempo fa.

    - Quanti anni hai?

    - Quattordici.

    Il soldato, guardandomi, aprì il suo zaino e prese un libro, me lo porse e chiese:

    - Lo vuoi? È una bella storia, tanto io l’ho già finito.

    - Lo vorrei, ma non so leggere. - risposi, mentre il mio stomaco continuava a brontolare.

    - Ho capito!

    Il ragazzo, allora, prese dalla tasca della sua giacca un panino e sorridendo, mi disse:

    - Prendi!

    Sorrisi anche io e afferrai il panino.

    Riaprendo la borsa, il giovane soldato stava per il riporre il libro, ma l'osservai curiosa ed egli, accorgendosene, esclamò:

    - Oh bimbetta, vuoi anche questo?

    Accennai un “Sì” con la testa.

    - E va bene, io te lo do, ma solo se tu mi prometti che imparerai a leggere e a scrivere.

    Feci un sorriso ancora più grande e lui mi diede il libro, salutandomi come fanno i militari, se ne andò raggiungendo i suoi compagni.

    - Chissà cosa c’è scritto? – mi chiesi guardando la luccicante copertina.

    Osservando il cielo, vidi che non c’era neanche più una nuvola, allora, mi alzai e con passo lento mi avviai verso casa.

    Da quando avevamo lasciato Napoli, ero sempre molto triste e quando qualcuno lo notava, Federica mi prendeva in giro dicendo che era perché non potevo vedere Cristian. Forse, però, non aveva torto, lui era così bello, simpatico... almeno per me perché i miei lo chiamavano il “forestiero” e non lo sopportavano. Cristian era il figlio dei signori Cirillo che abitavano al quarto piano nel nostro stesso palazzo di Napoli; era un ragazzo molto intelligente, aveva diciannove anni e frequentava l'università. Io non sapevo neanche cosa fosse l'università, sapevo solo che quando parlavo di lui, mio padre mi mollava sempre un ceffone:

    - Sei troppo piccola per pensare ai ragazzi! - gridava.

    Eh sì, ero piccola, ma perché non potevo neanche parlarne? In fondo, non dicevo nulla di male, io pensavo solo alla sua istruzione, una cosa che sognavo, ma che per me era molto lontana. Certo, Cristian mi piaceva e molto, solo che ad una ragazzina, come ero allora, non era permesso fare degli apprezzamenti e così, qualsiasi cosa pensassi che agli altri appariva scabrosa, me la tenevo per me. Avrei parlato sempre bene di Cristian, avrei trascorso ore a guardarlo e gli avrei detto - Sei bellissimo! - ma lui era chissà dove ed era cinque anni più grande di me.

    Se avessi potuto esprimere i miei pensieri, avrei fatto tanti bei commenti anche su Francesco Magai, il figlio di un'altra famiglia sfollata. “Occhi di cerbiatto” lo chiamavo, sempre nella mia mente! E com’era bello quel suo sguardo misto di timidezza e sicurezza. È vero, anche io lo vedevo fare il “pagliaccio”, come diceva mia madre, con le ragazze della cascina, ma per me era adorabile perché ad osservarlo bene, si notava che in realtà era molto chiuso e faceva una guerra con sé stesso per apparire disinvolto e socievole. Non era alto come Cristian, ma in compenso aveva delle fossette sulle guance, quando rideva, veramente adorabili, mentre i suoi bruni capelli corti splendevano come il castano iride dei suoi occhi. Come mi piaceva, come era bello, avrei fatto di tutto per farmi notare da lui, solo che puntualmente facevo sempre brutte figure. Era ormai molto tempo che la famiglia Magai abitava nella tenuta della zia e da tutto quel tempo io mi struggevo d’amore per Francesco. Quando i miei genitori dicevano che ero troppo piccola per pensare a certe cose, io rispondevo, nella mia testa però: “E vallo a dire al mio cuore!”.

    Una mattina, mentre impastavo le pagnotte da mettere nel forno, Francesco entrò in cucina e sorridendo ironico, iniziò a prendere in giro Giuseppina per i suoi 120 chili.

    Era il compleanno della primogenita degli zii, si doveva festeggiare la sua maggiore età e sembrava l'evento dell'anno. Antonia, mia zia, aveva dato a Giuseppina il compito di rendere tutto perfetto e lei aveva intenzione di ubbidire rompendo le scatole a noi!

    Mentre tutto intorno a me era un continuo vociare, io stavo con le mani nell’impasto. Dalla bianca cuffia usciva una ciocca ribelle, nera come i miei occhi, e come quella mattina nel campo di grano, la toglievo dal viso, ma tornava sempre allo stesso punto. Si fermava proprio accanto al naso e mi faceva starnutire. E quanta farina si alzava! Mia madre mi richiamava in continuazione e io la guardavo come a dirle che non me ne fregava nulla. Nel frattempo, cercando di non farlo notare a nessuno, guardavo sottocchio Francesco che giocava con Federica; mi faceva rabbia, lei era più grande e quindi nessuno le diceva nulla perché era in età da marito. Fingendo di annoiarmi, sbuffavo per distrarli.

    “Uffa, e come stiamo oggi!... È proprio antipatica quando fa così!” disse Francesco lamentandosi della cuoca e guardandomi. Il mio sangue si gelò improvvisamente. Mi trovai, sorpresa, i suoi occhi da cerbiatto proprio rivolti a me e come una scema non risposi, mentre lui già ritornava accanto a Federica.

    Innervosita dal mio comportamento stupido e imbarazzante, presi le pagnotte dal tavolo infarinato, anche se ero più io infarinata, e mi avviai verso il piano accanto al forno; non ho proprio idea di come feci, ma inciampai e caddi a terra facendo sparpagliare le pagnotte sul pavimento.

    - Martina, ma che cavolo fai? - gridò la cuoca con la sua grossa voce.

    Provai a mettermi in ginocchio, ma mi faceva male il piede e restai per un po' distesa.

    - Giuseppina, non la sgridate, è una bambina! - esclamò Francesco venendo vicino a me per aiutarmi. Io, agitata, feci un rapido scatto e mi alzai, non volevo essere toccata.

    Senza badare alle pagnotte a terra, scappai via dalla cucina, avevo fatto una pessima figura e già le lacrime mi bagnavano il viso. Nelle orecchie mi rimbombava quell’odiosa frase: “È una bambina”. Me la sentivo dire sempre, quasi tutti i giorni, dai miei genitori, dagli zii, dalla servitù e così, innervosita, me ne andai, zoppicante, nel fienile ad osservare i campi dalla finestra. Sbuffando ancora, mi tolsi la cuffia e i miei capelli lunghi scesero tutti insieme fino a coprirmi le spalle. Guardandomi in un vetro abbandonato, mi dicevo di non essere una bambina, di valere più di quanto pensassero gli altri. Era sempre per colpa degli altri che spesso mi perdevo nei miei pensieri perché non potevo parlare con nessuno.

    - Perché una ragazza della mia età non può dire cose serie, cose importanti? - mi chiedevo.

    Ad un tratto sentii qualcuno chiamarmi, mi voltai verso l’ingresso del fienile e vidi lui, “Occhi da cerbiatto”. Feci uno sguardo che mostrava tutta la mia sorpresa e mi dissi emozionata:

    - Ricorda il mio nome.

    - Martina, - riprese - perché sei scappata?

    - Perché ho fatto una brutta figura.

    - Ma può capitare a chiunque di cadere.

    - Eh sì, lo so, ma capitano tutte a me!

    - Dai che non è vero.

    - Sì che è vero.

    - Beh… comunque volevo dirti che per me non hai fatto nessuna brutta figura… Anche io ero convinto, quando avevo la tua età, che capitassero tutte a me, ma crescendo mi sono reso conto che non è così. Bisogna solo essere più sicuri di sé.

    - E tu parli così perché sei uomo, sei grande.

    - Credi veramente che ad un uomo non accadano cose imbarazzanti?… Allora, senti questa. Ieri sera ero a cena con i tuoi zii, per contorno portarono delle olive e cercai di prenderne una con la forchetta ma l'oliva scivolò dal mio piatto e finì proprio nel decolté della signora!

    - Oh cielo, veramente?

    - Eh sì, non immagini l’imbarazzo.

    - Ma com’è che a voi vi fanno mangiare con loro? A noi mai!

    - Beh, perché non siamo ricchi, ma stiamo alquanto bene e i padroni cercano sempre di appioppare quelle figlie a qualcuno.

    - E... a te... piacciono?

    - Le figlie dei padroni?

    - Sì.

    - Non possono mai aspirare alla bellezza delle cugine napoletane.

    Cos'altro poteva dire Francesco per farmi arrossire? Diventai un peperone e per cambiare discorso, gli domandai:

    - Hai fratelli, sorelle?

    - No, i miei genitori non possono avere figli.

    - Come… e tu?

    - Io sono adottato, mi vennero a prendere dalle suore quando avevo due anni.

    - E ti trovi bene?

    - Beh è un po’ come quando nasci in una famiglia, non hai scelto tu i tuoi genitori, ma ci devi stare.

    - Non ti trovi bene?

    - Sì certo, ma mio padre vuole farmi fare il dottore come lui.

    - E a te non piace fare il dottore?

    - Io vorrei scrivere, creare poesie e pubblicarle, ma lo studio mi porta via tanto tempo.

    - Ne hai già scritta qualcuna?

    - Sì!… Beh, adesso è meglio che vada.

    - Un giorno mi farai leggere una tua poesia?

    - Va bene.

    Francesco sorrise, si voltò e se ne andò; aveva l’aria sconsolata e io non capivo come si poteva essere tristi, quando si aveva la possibilità di studiare e vivere in una famiglia in cui non mancava nulla. Però ero contenta che fosse venuto a parlare con me.

    La sera di quel giorno mio fratello Guido pensava a come sarebbe cresciuta la nostra piccola attività, se non ci fosse stata quella maledetta guerra e, invece, si arricchivano solo quelli che fabbricavano armi e i contadini che andavano a vendere i loro prodotti in città. E così, mentre noi poveri piangevamo per la vita che non potevamo avere, dalla casa degli zii si vedevano tutte le luci accese e si udiva il suono di

    un'orchestra. Quella sera tutti i lavoratori della cascina e noi sfollati stavamo nel cortile, i maschi giocavano a carte e le donne chiacchieravano sedute in cerchio sulle vecchie sedie di paglia. Io, mia sorella e le altre ragazze della tenuta stavamo con le ginocchia a terra e con la testa fra le ringhiere del cancello laterale per vedere gli abiti delle invitate alla festa: che eleganza quei capelli raccolti in alto o i tagli corti, i guanti e le borsette. Io osservavo le giovani fanciulle dell’alta società e sognavo d’indossare uno di quei vestiti, ma non era tanto per i vestiti, ma perché credevo che in tutto quello c’era la libertà.

    Dopo qualche secondo abbassai la testa in avanti, mentre con le mani mi tenevo ancora al cancello; chissà cosa pensavo, so solo che ero una grande sognatrice.

    Giuseppina con i suoi gesti decisi, ma non aggressivi, ci fece alzare e disse a tutte noi che dovevamo pensare ad altro, così ci accompagnò fino al tavolo al centro del cortile a ci fece sedere. Io, come al solito, me ne stavo in silenzio ad osservare gli altri, le mie amiche invece si lamentavano perché volevano entrare nella casa del padrone, ma questa volta però, per vedere i bei ragazzi che avevano intravisto dal cancello.

    Ad un tratto sentii il mio amico Giovanni che mi chiamava, mi voltai e lui mi fece segno di seguirlo; mi alzai e gli andai dietro e come al solito tutti commentarono dicendo che noi due eravamo destinati a sposarci. Nessuno capiva che fra me e lui c’era solo una reale amicizia, anche perché la sua testa stava sempre a pensare al teatro.

    Seguendo Giovanni nell’aia, arrivammo fino a casa sua dove il mio amico prese un abito femminile da festa e me lo mostrò.

    - È bellissimo! - esclamai restando incantata.

    - Indossalo, così vai alla festa. - mi disse sorridendo.

    - Cosa?

    - Sì dai, io ho questo. - rispose prendendo dalla stessa cesta un vestito da uomo.

    - Ma cosa hai in mente e dove hai preso questi abiti?

    - Il tuo è di mia cugina e questo del fidanzato. Dai, vai in camera tua e preparati.

    - Tu sei pazzo, non possiamo entrare in casa dei signori e poi ci riconoscerebbero, almeno a me.

    - Ma dai, Martina, non ci riconosceranno! Secondo te i padroni conoscono tutti i loro lavoratori? A te poi non ci faranno caso con tutti gli invitati che ci sono.

    Presi l’abito fra le mie mie mani e cominciai a guardarlo, lo volevo indossare, ma avevo paura: in mezzo a tanti signori cosa ci avrei mai fatto?

    - E se poi se ne accorgono e ti licenziano? - chiesi preoccupata.

    - Vuol dire che è la volta buona che ce ne andiamo in città.

    - Oh, e va bene! Vienimi a prendere, però, io da sola non ci entro.

    - Va bene!

    Cercando di nascondermi agli occhi degli altri, mentre un canto popolare si elevava fra gli alberi che coprivano la luna, mi avviai verso casa; nel tragitto sentivo le donne cantare e vedevo mio padre osservare le vigne.

    Mi chiusi in camera e iniziai a cambiarmi, andavo di fretta e non sapevo neanche il perché, ma ad un tratto qualcuno bussò alla porta ed io mi gelai.

    - Martina, cosa stai facendo? - mi domandò Federica.

    - Niente… mi preparo per la notte. - risposi un po' tremante.

    - Già vai a dormire?

    - Eh… ho tanto sonno.

    - Dai fammi entrare, ti devo raccontare una cosa.

    - Facciamo domani, adesso ho troppo sonno.

    Mia sorella non rispose subito e io aspettavo trepidante un suo cenno, poi lei disse:

    - Eh va bene, ciao!

    A quel saluto sospirai come chissà cosa stessi facendo.

    Appena vestita, mi guardai allo specchio e cercai di pettinarmi come meglio potevo; presi un fiore da un vaso e lo misi sul fiocco che mi teneva i capelli. Com’ero bella vestita da signora!

    Qualche minuto dopo, Giovanni cominciò a chiamarmi, mi affacciai alla finestra e gli dissi di fare silenzio, poi, verificando prima che in casa non ci fosse nessuno, scesi le scale e me ne andai. Sgattaiolando via insieme, ci avvicinammo ad una delle grandi finestre della casa degli zii, ci affacciammo e vedemmo tante persone eleganti, ricche e nobili: c’era il sindaco del piccolo paese, alcuni amministratori comunali e degli uomini che sinceramente non saprei neanche dire chi fossero.

    Girando intorno alle mura della villa, trovammo un ingresso secondario ed entrammo nella sala da pranzo che per fortuna era vuota; spalancando gli occhi, mi fermai ad osservare le belle cose che c’erano in quella casa: statue, tende con merletti, vasi, ceramiche e quadri. Tutti oggetti che non avevo mai visto.

    Senza far rumore, ci avviammo verso la sala di ricevimento da dove proveniva la musica e il vociare degli invitati.

    - Ho il cuore in gola! - esclamai fermandomi.

    - Dai, Martina, nessuno farà caso a noi. Passeremo per i figli di qualche invitato, così ci divertiamo un po’. - rispose Giovanni sorridendo.

    Non finì neanche di replicare che mi tirò in sala e mi ritrovai in mezzo a tutta quella gente che odorava di confetto; la prima cosa che pensai, fu che avrei fatto sicuramente un'altra figuraccia.

    - Fai la disinvolta. - mi diceva il mio amico.

    Ma come potevo? Non ero per nulla elegante, ma goffa e impacciata.

    La sala era immensa ed era circondata su due lati da enormi finestre abbellite con tende rosa; in un angolo c’era l’orchestra, al centro delle persone che ballavano e in fondo un uomo con un grosso pancione che beveva insieme ai suoi invitati.

    - Ecco, Martina, quello è il padrone. - mi disse Giovanni indicando la stessa persona che guardavo io.

    - Allora, è lo zio?… Ma mia cugina? - chiesi un po' perplessa.

    - Non lo so, non l’ho mai vista.

    Mentre giravo su me stessa per ammirare gli invitati, m’immaginavo figlia di un conte, a parlare con altre ragazze nobili dei grandi fatti della vita. Mi vedevo bella, con i boccoli che scendevano sulle spalle, con le mani inguantate e con una scia di delicato profumo dietro di me.

    Ad un certo punto il maggiordomo annunciò l’ingresso di Rosalia Poerio Bassi, mia cugina, e fu allora che anche io mi chiesi com’era possibile che dei nostri stretti parenti potessero tenerci così alla larga solo perché eravamo poveri.

    - Andiamo al buffet? - mi chiese Giovanni fregandosene che bisognava aspettare la festeggiata.

    - Non credo che si possa in questo momento, forse è meglio andar via. - risposi mentre gli invitati facevano gli auguri a Rosalia.

    La confusione, la musica e quell’ansia che avevano gli invitati nel voler assolutamente salutare la famiglia Poerio mi mettevano una grande agitazione.

    Mezza intontita, mi avviai verso l’uscita e per farlo cercai di superare tutte quelle persone che si accalcavano, ma ad un tratto Giovanni mi prese la mano e credo disse: - L'uscita è di qua!

    Lo seguii senza battere ciglio e ci ritrovammo su un terrazzo che dava in giardino, ci fermammo e ci guardammo: non era il mio amico.

    - Allora, piccola principessa, cosa ci fai qui? - mi chiese Francesco sorridendo.

    Volevo sprofondare! Quei suoi occhi, che mi fissavano, m’imbarazzavano tremendamente. Cosa potevo rispondergli? Avevo addosso qualcosa non mio, ero fuori luogo ed ero un’imbranata nata.

    - Allora, cosa ci fai qui? - riprese non distogliendo neanche un attimo lo sguardo da me.

    - Gioco! - risposi cercando di mostrarmi tranquilla e a mio agio.

    - Giochi?… Ho un'idea!

    - Cosa?

    - Vieni con me.

    Francesco mi prese la mano e cominciò a tirarmi per farmi camminare, io gli chiedevo cosa avesse in mente perché un po’ avevo paura; poi scendemmo gli scalini che portavano in giardino e attraversammo un arco che conduceva nel parco privato della famiglia Poerio. Non sapevo cosa pensare e quella volta anche io mi ripetevo di essere piccola, ma lui continuava a dirmi di stare tranquilla. Dopo poco entrammo nella cucina, dove la mattina avevo fatto cadere le pagnotte e Francesco mi lasciò la mano; preoccupata, feci un passo indietro e lui mi guardò chiedendomi:

    - Hai paura?

    - No! - risposi fingendo disinvoltura.

    - Voglio solo farti divertire veramente.

    - Come?

    - Siediti!

    Mi sedetti, perplessa, su una sedia accanto alla finestra, Francesco prese un foglio di carta e si accomodò anche lui. Osservandomi ogni tanto, si mise a scrivere qualcosa.

    - Cosa scrivi? - gli chiesi.

    - Dopo ti faccio leggere, ma non dire nulla adesso.

    Se mamma avesse saputo che ero in una stanza da sola con un uomo, mi avrebbe picchiata sicuramente, ma io cominciavo a sorridere e Francesco mi disse di essere brava. Brava per cosa? Stavo solo ferma immobile! Mentre vedevo la luna riflessa nei suoi occhi, lui scriveva alla fioca luce di una lampada e sorridendo si formarono sulle guance le sue dolci fossette. Io avevo il cuore che batteva molto forte e per poco non mi saliva in gola.

    Poi Francesco si fermò, alzò la testa dal foglio e disse:

    - Vuoi leggere?

    - Sì. - risposi.

    Lui si avvicinò a me, mi diede il foglio e si mise al mio fianco, io fingevo di leggere: mi vergognavo troppo a dire di non saperlo fare.

    Avevo gli occhi incollati sulla sua elegante grafia, sulle “a” tondeggianti, sulle artistiche “i” ed erano le uniche lettere che conoscevo.

    - Ti piace? - mi domandò.

    - Sì. - risposi imbarazzata.

    - Che ne pensi?

    - Beh… posso dirti che a me piace molto, ma darti un giudizio…

    - Ma ti piace?

    - Sì, sì… molto!

    - Bene!

    - Come la chiamerai?

    - Beh… visto che sei tu la mia musa ispiratrice, la chiamerò Martina.

    Feci un sorriso istintivo, era la cosa più bella che mi avessero mai detto. Non credevo a quello che stava accadendo, stavamo là io e lui con una sua poesia dedicata a me e questo confermava quello che pensavo di lui: era dolce e timido. Poi Francesco poggiò la mano sulla mia spalla e mi spiegò il significato di alcune parole, ma in quel momento si accesero anche le altre lampade ed io sentii la voce di mia madre gridare “Disgraziato!”.

    Come una tempesta improvvisa entrarono in cucina mio padre e altri lavoratori della cascina che si avventarono su Francesco bloccandolo.

    - Disgraziato, cosa volevi fare a mia figlia? - chiese arrabbiato mio padre.

    - Ma papà, stavamo leggendo una poesia. - risposi.

    - Stai zitta tu, svergognata! Maria, portala a casa.

    Francesco cercava di giustificarsi, ma uno dei contadini gli teneva un fucile puntato contro; papà sbraitava come un cane e mentre io gridavo che non mi aveva fatto nulla, mia madre mi spingeva stringendomi il braccio. Mi faceva male, ma sinceramente soffrivo più per quello che stavano facendo a lui. Gli dicevano brutte parole, lo chiamavano maniaco e lo intimavano di lasciare la cascina. Qualcuno gli diede anche un pugno e infatti l’ultima immagine che ebbi di lui, fu il suo bel viso pieno di sangue.

    - Non ti preoccupare Martina, - mi gridava - riuscirò a pubblicarla e tu mi troverai!

    - Che cosa sei, eh?… Una puttana? - mi strillava mia madre nel cortile verso casa.

    - Voi siete pazza! - rispondevo io.

    - Ah, io sono pazza, e tu vestita così? Mo vedrai!

    Gli altri lavoratori e le ragazze della tenuta stavano impalate ad osservare la scena, io cercavo di difendermi da quelle ingiuste accuse ma tutti credevano a ben altro.

    E fu così che la famiglia di Francesco dovette andare via, mentre io fui costretta a restare in camera per molti giorni. Piangevo perché avevo paura di non rivederlo più.

  • 19 luglio 2013 alle ore 15:32
    Africa

    Come comincia: Oggi mio fratello è stato aggredito. Quando io e Giorgia siamo arrivate era seduto a terra, con l'orecchio sanguinante, c'era un capannello di persone intorno, una ragazza aveva assistito alla scena, lo aveva soccorso. Un gruppo di ragazzi lo aveva accerchiato, provocandolo, e quando lui si era girato per andarsene uno di loro gli aveva spaccato un posacenere di vetro in testa. Ha detto di aver capito che erano stranieri. Erano fuggiti tra la folla, mio fratello è caduto per terra semisvenuto per il colpo alla testa. Le persone che lo avevano soccorso hanno raccontato che gli aggressori erano in otto, tutti ragazzi. Mio fratello era per terra, sanguinante, è scoppiato a piangere, mi raccontava che mentre lo aggredivano gli chiedevano se vendesse droga; parlando con noi provava ad alzarsi e perdeva l'equilibrio. Quasi due metri di ragazzo e l'ho visto così indifeso. Otto contro uno, raccontava mio fratello mentre piangeva per la rabbia. Io e Giorgia eravamo lì, impotenti, cercavamo di consolarlo. Io ho pensato che pur essendo mio fratello non lo conoscevo affatto, che lo avevo sempre ignorato, che non sapevo dove vivesse, pur vedendolo tutti i santi giorni sotto quei portici. Mio fratello non aveva fatto male a nessuno, ora tra i singhiozzi minacciava di ammazzare i suoi aggressori. 
    Mi veniva da abbracciarlo ma non sapevo come avrebbe reagito; ho tenuto la mia mano sulla sua spalla finché non è arrivata l'ambulanza. 
    Mentre eravamo lì, all'angolo, e le lacrime scendevano sulle sue guance di ebano, gli ho preso la mano, cercavo di calmarlo, dicendogli di non preoccuparsi e che in ospedale avrebbe dovuto raccontare tutto alla polizia. Annuiva, e piangeva.
    Ecco i soccorsi, la sirena, i paramedici: ho pensato speriamo che lo ascolteranno, che gli crederanno, che lo terranno in osservazione, noi non possiamo seguirlo...
    Ho visto mio fratello asciugarsi le lacrime e il sangue e mi è sembrato così piccolo, così indifeso... 
    Lui e il suo amico ci ringraziavano per essere rimaste lì, per non averli ignorati...
    - Ma se fosse successo a noi, voi, ci avreste aiutate? Credo di sì. 
    - Sì, vi avremmo aiutate. Ma grazie per essere rimaste.
    Guardo mio fratello, ho pensato che lo avrebbero portato via e chissà quando lo avrei rivisto...
    -Come ti chiami? Da dove vieni?
    -Yusuf, vengo dal Senegal, non ho fatto male a nessuno.

  • 18 luglio 2013 alle ore 20:11
    Cominciò con un numero sbagliato...

    Come comincia:  La meravigliosa storia d'amore tra Jacopo e Tania cominciò con un numero sbagliato, nel cuore della notte qualcuno aveva il composto il numero di casa del giovane. Era una fredda notte di dicembre, pioveva ininterrottamente da ormai due giorni, il vento era così forte che faceva sbattere le persiane verdi della camera di Jacopo e questo fastidioso rumore lo svegliava non appena riusciva ad addormentarsi. A tutto questo bisognava aggiungere il suo malumore a causa di un'importante riunione di lavoro alla quale avrebbe dovuto partecipare il giorno seguente… insomma sembrava quasi che tutti stessero cercando di ostacolarlo, persino il vento.
    All'improvviso, l'ululato del vento cessò e Jacopo, rincuorato, riuscì ad addormentarsi. Poi quella telefonata. Gli squilli nel silenzio della notte sembravano essere ancora più alti e Jacopo prese in mano la cornetta con il cuore in tumulto. Chi poteva essere a quell'ora? Cosa era successo? E a chi?Pensava Jacopo sempre più preoccupato e così rispose con la voce che gli tremava per lo spavento:"Pronto?" Disse. Dall'altro capo del telefono, il silenzio."Pronto?" Riprese Jacopo sempre più preoccupato e, questa volta, una voce femminile parlò. Era una voce sottile ma Jacopo non riusciva a riconoscerla."Pronto – ripetè la donna – papà... sono io... sono Tania... finalmente ho trovato il coraggio di chiamarti, anche se nel cuore della notte... ti prego ascoltami... non riagganciare."Jacopo rimase sorpreso, quella ragazza aveva sicuramente sbagliato numero e così le rispose, cercando di essere il più educato possibile:"Ehm... signorina... mi scusi ma io credo che lei abbia sbagliato numero"."Ops... mi scusi – rispose la voce misteriosa – sicuramente l'ho spaventata". E chiuse la chiamata. Anche Jacopo abbassò  il ricevitore pensando a quanto la gente si divertisse a fare gli scherzi, ma non riusciva più a riprendere sonno. Si girava e rigirava nel letto ma niente e così decise di alzarsi e di prepararsi una tisana alla camomilla (la sua preferita) mentre ripensava a quella telefonata. No, non poteva essere uno scherzo. Quella ragazza le era sembrata davvero in ansia. Se si fosse trattato di uno scherzo, allora quella ragazza avrebbe meritato l'Oscar come migliore attrice protagonista!
    Ben presto la notte lasciò il posto all'aurora e l'aurora al mattino. Jacopo si preparò per un'altra dura e intensa giornata di lavoro. Tuttavia nonostante fosse preso da pratiche dell'azienda e relazioni dei fornitori, una piccola parte della sua mente era costantemente rivolta a quella ragazza misteriosa tanto che, a volte, appariva distratto e ci voleva qualche risata o schioccare di dita di un collega per farlo tornare alla realtà del grigio ufficio collocato nel centro della città.
    Terminata la giornata lavorativa corse a casa, con il desiderio di potersi riposare un po' e dimenticarsi di quella ragazza. Entrò in casa e afferrò un libro. Purtroppo la sua tranquillità non sarebbe durata a lungo! Qualcuno suonò alla porta. Jacopo chiuse il libro e andò ad aprire di malavoglia, pensando che fosse qualcuno che proponeva vendite di elettrodomestici. Aprì la porta, pronto per dire il solito "Grazie, ma al momento non mi interessa". Davanti a lui c'era una donna, probabilmente sua coetanea, di aspetto gradevole, occhini verdi e capelli biondi, che gli tese la mano dicendo:"Buongiorno, mi scusi se l'ho disturbata, sono Tania, per caso mio padre è in casa?"Jacopo nuovamente sorpreso le rispose:"No, signorina, guardi qui non abita suo padre Mi ha già telefonato stanotte e le ho detto che aveva sbagliato numero. Arrivederci".
    Aveva quasi chiuso la porta, quando la donna la bloccò, continuando con tono arrogante:"Guardi, sono certa. Lei mi sta prendendo in giro, forse è stato proprio lui ad avvisarla, di non farmi entrare ora e di non passarmelo al telefono l'altra notte. Le avrà parlato sicuramente di me. Questa è casa di mio padre e come avrà sicuramente capito io lo sto cercando."Jacopo, ora arrabbiato, rispose:"Signorina, glielo ho già detto, qui non abita suo padre, vivo solo io. Vuole venire a controllare?""No, non mi permetterei mai, mi fido, ma la prego, se lei sa qualcosa mi aiuti, io sto... lo sto cercando da una vita quasi"."Si ho capito – continuò Jacopo, questa volta un po' più calmo – ma evidentemente ha l'indirizzo sbagliato.""Ho trovato questo indirizzo – continuò Tania – dopo anni di ricerche. Lo cerco da quando avevo tredici anni, praticamente da quando ho scoperto la sua esistenza.""Capisco – rispose Jacopo– se vuole posso darle una mano". Non sapeva, cosa lo avesse spinto a pronunciare quella frase, forse era rimasto colpito dal comportamento di Tania. Cosa avrebbe potuto fare per lei?"La ringrazio" gli rispose."Venga, si accomodi le offro una tazza di the - e insieme si sedettero nel soggiorno con le tazze fumanti tra le mani - allora mi stava dicendo che lei cerca suo padre da tantissimo tempo".
    "Già è così – proseguì lei – io vivo con mia madre e i miei nonni. Da piccola, quando chiedevo loro di mio padre, mi dicevano che fosse morto. Poi, ho capito che non poteva essere così e ho deciso di trovarlo. In una delle tante ricerche, ho ritrovato questo indirizzo. Desidero tanto conoscerlo, potergli parlare… ma allo stesso tempo, la cosa mi fa paura. Tuttavia penso che l'indirizzo che ho trovato non è esatto. Mi scusi ancora per l'altra notte e per averle rubato il suo tempo libero". E fece per alzarsi."No aspetti – Jacopo la afferrò per un braccio – mi è venuta un'idea. Se lei ha questo indirizzo, un motivo ci sarà."All'improvviso si ricordò di una persona, un suo amico e se fosse lui il padre di Tania?"Senta Tania – continuò – io ho comprato questa casa sei anni fa. Ogni tanto sento ancora il precedente proprietario, forse potrebbe essere lui suo padre. A proposito conosce il suo nome?" Le chiese."Si – rispose Tania – Giorgio, ma non conosco il cognome purtroppo.""Non importa – continuò Jacopo per tranquillizzarla – il nome coincide. Se vuole posso chiamarlo e gli dico di incontrarci al solito bar in piazza. Lei viene con me e così si toglie questo dubbio che la sta tormentando."
    "D'accordo – rispose Tania, ancora un po' incerta – ma perché vuole aiutarmi? In fondo nemmeno mi conosce!""Diciamo che, mi ha colpito la sua storia e spero, con tutto il cuore, che lei possa ritrovare suo padre molto presto.""Lo spero anche io."Jacopo cercò nella sua rubrica telefonica il numero di Giorgio."Ecco l'ho trovato, ora lo chiamo." E compose il numero."Pronto? Giorgio, sono Jacopo, tutto bene? Senti, che ne dici di vederci domani pomeriggio alle cinque al solito bar?""Grazie." Gli disse Tania e se ne andò.
    Il pomeriggio seguente, Jacopo e Tania, andarono al bar dove Giorgio li stava aspettando. Era un uomo anziano, con i capelli bianchi e indossava un vecchio cappotto nero."Ciao Giorgio." Esclamò Jacopo non appena lo vide."Ciao Jacopo." Rispose l'uomo."Giorgio, lei è Tania una mia amica." E i due si strinsero la mano .Dopo aver bevuto un caffè e dopo aver parlato del più e del meno, Tania prese la parola: "Mi scusi, è lei questo uomo?" E gli mostrò una foto che aveva trovato nel comodino di sua madre e che raffigurava i suoi genitori insieme, felici durante una vacanza a Parigi."Si quello sono io, lei chi è signorina? Io non la conosco! E dove ha trovato quella foto?" Le chiese Giorgio perplesso e spaventato."Ho trovato la foto nel comodino di mia madre - e fece una breve pausa – quindi avrà certamente capito che io sono sua figlia. Lei ha sempre voluto ignorare la mia esistenza o forse non sapeva nulla di me.""È così – confermò lui – io era ignaro di te, tua madre non me ne aveva mai parlato. Come hai fatto a trovarmi?" "Ho incontrato la persona giusta, al momento giusto, papà..." "Oddio, ti prego, ripeti quel sostantivo all'infinito..." Gli occhi di lei si riempirono di lacrime: "Andiamo papà abbiamo tante, troppe cose da raccontarci..." E se ne andarono. Jacopo li seguì con lo sguardo fino a quando scomparvero tra la gente, fiero e felice di aver aiutato la sua nuova amica .Già amica. Quella ragazza era per lui solo una “semplice” amica? Jacopo non era il tipo che credeva nel colpo di fulmine, lo riteneva una scemenza, qualcosa che utilizzano gli scrittori nei loro libri o i registi nei loro films, ma nella realtà, non poteva esistere qualcosa del genere. La vita vera è un'altra. E allora perchè Tania gli provocava un tuffo al cuore? Perchè ora che aveva ritrovato suo padre lui era felice e commosso? Perchè si preoccupava della sua felicità?
    Solo la notte seguente nel buio della stanza e fra il caldo delle coperte, Jacopo realizzò che lui di quella ragazza si era innamorato. Doveva agire. Non voleva perderla. Doveva dirle tutto quello che sentiva e così prese una saggia decisione.
    Una mattina di qualche settimana dopo non si recò a lavoro, ma uscì di casa presto. Il sole già illuminava le strade. Un timido sole di febbraio che accarezza i cappotti della gente. Era diretto a casa di Tania. Sapeva dove abitasse, perchè era stata la stessa Tania a rivelarglielo e lui doveva necessariamente incontrarla. Sapeva bene che le possibilità di riuscita erano pochissime, ma, lui voleva tentarci. Meglio una sconfitta che un rimpianto, dopotutto. Parcheggiò la macchina e citofonò. “Chi è?” risposte la donna. “Jacopo!” “Sali!” Jacopo salì le scale col cuore in gola. Cercava di formulare nella sua mente un discorso più o meno organico, ma sapeva bene che davanti a lei non sarebbe riuscito a proferir parola. Ed eccola lì Tania che lo aspettava sulla soglia della porta. “Ciao che sorpresa!” “Ciao... mi trovavo in zona e ho pensato di farti un saluto.” Mentì Jacopo. “Hai fatto benissimo. Accomodati!” I due si sedettero sul divano e fu lui a parlare. “Come va con tuo padre?” “Bene anche se è difficile recuperare tutto il tempo perduto. Più che al passato punto al presente e al futuro con lui. A proposito ancora grazie, se non ci fossi stato tu, non ce l'avrei mai fatta.” E gli diede un bacio sulla guancia. Il contatto di quelle labbra provocò in lui un brivido che la ragazza notò: “Jacopo tutto bene?” “Sì Tania, anzi no...” La ragazza lo guardò perplessa. Lui inspirò profondamente e continuò: “Tania non so da dove iniziare e non so come tu reagirai.  Tu non mi conosci benissimo, io non so che tipo di vita tu trascorra o cosa ami ma io... io... da quando ci siamo conosciuti... non faccio altro che pensare a te... io non credevo che il colpo di fulmine esistesse, ma, ora devo ricredermi... sei entrata nella mia vita e non so come farti uscire... Tania io mi sono innamorato di te...” La ragazza aveva ascoltato attentamente ogni parola che lui aveva pronunciato. Certo rimase sconvolta, Jacopo lo sapeva, ma la sua reazione fu meravigliosa. Alcune lacrime iniziarono  a segnarle le guance mentre le sue labbra si inarcavano a formare uno splendido sorriso. Sembrava un angelo. Gli prese entrambe le mani tra le sue e continuò: “Jacopo hai fatto benissimo a venire qui  e a parlarmene... Tu sai bene che io sto vivendo una situazione affettiva particolare... dopotutto il rapporto che sto costruendo giorno dopo giorno con mio padre non ha nulla a che vedere con quello che voglio costruire con te... Ciò che amo lo scoprirai pian piano, impareremo a conoscerci, ci leggeremo come se fossimo dei libri appena usciti in libreria...” Attirò il viso del giovane al suo, lo guardò negli occhi, gli sorrise e lo baciò in maniera appassionata. Quando si staccarono lui riprese la parola: “Mi stai dicendo che....” Lei lo interruppe. Gli mise una mano sulle labbra e: “Ti sto dicendo che i sentimenti sono reciproci.” E un altro bacio sancì la nascita di quell'amore “diverso” segnato dalla mano del destino. Avevano cominciato a scrivere insieme un libro stupendo... un libro speciale... un libro che non si trova in tutte le biblioteche... un libro che, forse, non sarà mai un best seller... un libro che non tutti potranno leggere e comprendere fino in fondo, ma solo chi vive un'esperienza simile a quella di Jacopo e Tania troverà la giusta chiave di lettura.
     

     
     

  • 18 luglio 2013 alle ore 16:21
    L'uomo senza volto - esistenze appartate

    Come comincia: Il percorso era sempre lo stesso. Il parco nuovo dove i bambini senza maglia giocavano mettendo la pelle alla mercè del sole cocente; le donne che non potevano permettersi vacanze esotiche, come matrone antiche filavano i loro discorsi all'ombra degli alberi, mentre i più piccoli ritornavano da loro con i volti rigati dalle lacrime,  con le ginocchia sbucciate. Era il segno dell'estate, l'apertura di finestre e porte sui pianerottoli anneriti dal fumo delle braci. Il fuoco nel fuoco dell'aria silenziosa, dava l'idea che infondo il tempo non esistesse. Come se tutte le cose, gli eventi, i dolori e le gioie delle stagioni passate non fossero mai esistiti. Questo era l'estate un'immemore distesa di biancore e sospensione. 

    La parte retrostante del parco dava su una piccola cappella, lì opulenta e bizantina si ergeva la Madonna della scuola. Un raccordo di due strade differenti: il sacro deserto del raccoglimento e il ritrovo di quelli che il paese definisce '' i tossici'' . 

    Quello però era il giorno dell'uomo senza volto. La macchina era parcheggiata alla rinfusa, come si fosse fermato di scatto senza manovre, un'urgenza che avrei capito solo dopo. 

    In macchina addormentato c'era un ragazzino con la bava cristallizzata agli angoli delle labbra e le mani piccole da neonato. 
    Sotto la cappella c'era l'uomo senza volto con le mani giunte. Non era seduto o raccolto nella calma,  somigliava alla sua auto gettata lì a caso, nella fretta, nell'urgenza. Oscillava come un pendolo e anche lui piangeva, come i bambini del parco. Ma i vestiti non erano laceri e le ginocchia non erano sbucciate. 

    Quindi anche questo era l'estate.
    L'osservazione del mistero che si propagava in ogni dove .Del dolore esposto  sotto la luce indiscreta e violenta del sole. 

     

  • 14 luglio 2013 alle ore 20:57
    La cioccolata di Beatrice

    Come comincia: Beatrice sale le scale tenendosi stretta alla madre; con il braccio sinistro si aiuta poggiandosi al corrimano e guarda i tre ultimi gradini che le sono davanti. Oggi ne ha fatti due in più e osserva il padre sorridente che aspetta il suo segnale per correre a prenderla in braccio. Lei fa un piccolo movimento con la testa, lui comprende e scende quei tre gradini. Beatrice pesa venticinque chili, è alta un metro e trenta; Beatrice ha quattordici anni. Lascia sempre sciolta la sua folta capigliatura rossa, l'unico suo orgoglio; sta sempre chiusa in camera e non si stacca mai dal computer. Perché farlo se a stare in piedi non ce la fa? Domani ha la scuola, deve conservare le energie, ma è contenta per quei due gradini in più. La bocca le si secca, vorrebbe dell'acqua; la madre la guarda e dice “Ricorda che in ospedale devi ritornare dopodomani!”. La ragazza annuisce, sa che dovrà accontentarsi di un solo sorso. Vuole andare da sola a prenderla e mentre la madre la spia, lei apre il frigo e vede le formine di ghiaccio preparate per lei. Questa volta, però, può permettersi quella in bottiglia, fresca e soprattutto liquida. Dopo aver bevuto, posa il bicchiere sul piano della cucina e sa che quello sarà l'unico fino al giorno dopo. Acqua razionata, cibi razionati. Beatrice si porta alla finestra e vede le sue coetanee passeggiare; anche lei vorrebbe avere una vita lunga, per giocare, per ridere, per sognare, ma non vuole viverla in quel modo. Il destino sembra non essere dalla sua parte; ha avuto due trapianti, entrambi andati male. La prima volta le è stato trapiantato il rene della madre, la seconda volta quello del padre. Adesso è in lista, ma quanto durerà la sua attesa? Beatrice ascolta spesso di nascosto i genitori che parlano di percentuali di donatori: ancora troppo basse per rispondere a tutte le richieste. Lei sa che ci sono tanti altri ragazzi come lei e bambini, adulti e desiderare che delle persone muoiano per far giungere il suo turno o il rene adatto a lei è devastante. Il padre per confortarla le dice sempre “Le persone muoiono ogni giorno che noi lo vogliamo o meno.” ma non le basta. Beatrice lascia la finestra e vede nascosta dietro alla bilancia una tavoletta di cioccolata. La prende e si dice che ne mangerà solo una piccola parte. Fa così la prima volta, così la seconda volta, così la terza. Adesso Beatrice è in ospedale: in coma.

  • 14 luglio 2013 alle ore 10:21
    Via Crucis

    Come comincia: Assisi, città santa.
    Ho smesso di chiedergli perché ci sia voluto venire a ogni costo.
    La via lastricata si snoda davanti ai miei occhi, i turisti camminano lenti, come tanti pellegrini.
    Fa caldo. Il sole illumina le guglie dei palazzi accanto e le torri, i tetti. Lui è vicino a me, scruta la cartina. Mi fa un cenno, dobbiamo andare.
    Inizio a sentire silenzio. Come se intorno ci fosse il vuoto.
    Un rivolo di sudore mi cola dalle tempie, rallento. Un campanile solitario suona. Il rintocco lugubre tira le corde della mia coscienza.
    Chiudo gli occhi. E accade.
     
    Stazione 1
    Il cielo è nero. Sono solo, col cuore schizzato tra le tempie.
    – Ma che diamine – la frase mi si strozza in gola. Il disco solare sembra danzare: zig zag, poi avanti, e indietro.
    La luce è gelida. Il lastricato sotto i miei piedi è fatto di ghiaccio.
    Bisbigli. Non c’è nessuno, eppure un coro sommesso, in lontananza, inizia a cantare – Alleluja.
    Corro, disperato. Dov’è lui? Dove sono tutti?
    Non vedo vie di fuga, incespico terrorizzato.
    Qualcuno mi afferra le mani, le braccia tese fanno male.
    – Aiuto! – vorrei urlare, ma la voce riecheggia soltanto nella mia testa. Insieme ai mormorii della moltitudine invisibile.
    I bisbigli aumentano. La maglia mi viene sollevata, le spalle denudate.
    Solo, immobile. Tremo.
    – Non giacerai con un uomo come con una donna. E' un abominio.
    Mi percuotono forte la schiena, dolore forte, indescrivibile. E ancora, di nuovo.
    Qualcuno inizia a contare, la pelle si dilania, colpo su colpo.
    Continua a contare. Deve arrivare sino a trentatré.
     
    – Hai visto il monastero?
    Mi ridesto, sento la schiena in fiamme, lacrimo. Lui non se ne accorge, continuando a indicare la struttura a destra. Non mi chiede cosa mi sia successo, non saprei come spiegarglielo.
    Voci, bancarelle, idiomi diversi.
    Vorrei sapere dove sono stato. Lui avanza, io rallento. Lo sento ancora.
    È forse un tuono?
    Il buio sta per tornare.
     
    Stazione 7
    La fronte mi pizzica. Sulle spalle avverto un peso immane. Devo continuare a camminare, non posso fermarmi.
    La maglia che indossavo è lacerata, ho le ginocchia sbucciate, un vento freddo si oppone al mio percorso.
    La schiena è curva sotto questo peso. Trascino qualcosa che non distinguo.
    – Tutti quanti siamo contaminati dal peccato originale. E tutti quanti siamo sulla terra per pregare e soffrire. Il vero dramma non è l’omosessuale ma il dolore che vivono le famiglie dove emerge questo problema.
    Non vedo nessuna donna, eppure ne sento la voce. Continua a ripetere la frase, allontanandosi.
    Mi trascino, curvo, il ghiaccio scricchiola, tra i piedi nudi. Scivolo.
    Non posso cadere, non per la seconda volta. Ma il mio viso si scontra di nuovo col pavimento gelido.
     
    – Ehi, ma che ti succede?
    Mi trascina con forza, mi appoggio a lui per risollevarmi.
    – Nulla.
    Ho il viso sconvolto, zoppico.
    – Vuoi fermarti?
    Faccio cenno di no, siamo quasi giunti. Il colore bianco della basilica superiore mi colpisce la vista, quasi brillasse.
    Rami, piccoli cespugli potati di un verde confortante. Poi il cielo, che non ho mai visto così blu.
    – Andiamo – dico, col passo incerto. Di nuovo quel suono, mentre ci riprovo.
    Un rintocco, due rintocchi, tre.
    Dalla gola parte un singulto terrorizzato, devo proseguire.
     
    Stazione 10
    Quando ho avuto sete, la bocca è stata riempita d’acqua. Per una parte del tragitto, il peso è stato alleviato, prima di ricascare sulle spalle martoriate. Era tempo fa, forse.
    – Il signore è il mio pastore, non manco di nulla.
    Gli stracci mi vengono strappati dal torso. È doloroso.
    – Spalancate le porte del vostro cuore a Cristo!
    Mi cascano i pantaloni, li perdo nel cammino.
    – Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
    Rimango nudo come un verme. Non so chi parli, chi provochi questo dolore su di me. Uno sterrato pietroso subentra al ghiaccio, inerpicandosi lassù.
    Sono ai piedi del mio Golgota personale.
     
    La fila silenziosa prosegue nella penombra. Affreschi alle pareti, ci fermiamo a osservarli. Fa meno caldo, ho i piedi stanchi.
    Lui rimane in contemplazione, osserva assorto tutto quanto. Mi siedo, sfinito. I colori tenui sui muri conciliano la calma. Ancora non capisco cosa mi sia successo. Perché, chiudendo gli occhi, vedo ciò che vedo? Qui è pieno di gente. Ho il terrore di sapere.
    Non è ancora finita.
    – Ti va di scendere alla basilica inferiore?
    Annuisco, anche se vorrei andarmene, scappare da questo posto sacro. Guido mi posa la mano sulla spalla.
    – Lì c’è la tomba del tuo santo. Per questo sono voluto venire qui.
    Mi alzo. Le ginocchia tremano. Chissà se il mio protettore mi darà un cenno.
    Scendiamo per le scale, la luce mi colpisce in pieno viso, come uno schiaffo. Andiamo di sotto, ci rimettiamo in fila.
    Ci consegnano una candela, l’afferro titubante. Lo so che sta per succedere ancora, la vista vacilla, l’udito scompare a intermittenza.
    Sbando. Devo avere coraggio e farla finita. Lui è davanti a me, mi dà sicurezza.
    Sospiro, proseguendo chiudo gli occhi per ritrovarmi ancora…
     
    Stazione 11
    …qui. Disteso, a mezz’aria.
    Sono stremato. Quel coro canta nenie lugubri.
    Bisbigli, voci. Rimbombano nella mia mente.
    Sono in cima. Il braccio destro si allunga. È costretto a farlo.
    – Il sesso fuori dal matrimonio è peccato!
    Dolore, che mi squarcia le carni. Ululo aria senza voce.
    Uno spruzzo di sangue casca in terra. L’altro braccio, mi oppongo, non ce la faccio.
    – L’omosessualità è contro natura!
    Di nuovo. Svengo, ma non riesco a spegnere il cervello. Colpo su colpo i chiodi invisibili si conficcano nei polsi. Non ho più identità.
    Dov’è Guido? Perché mi ha lasciato qui, da solo?
    Mi afferrano i piedi, le mani invisibili li tirano giù. Piango, mi scuoto, mi dibatto. Non posso sfuggirgli.
    Il cielo è nero, il sole gelido appare e scompare, ruota, si prende gioco di me.
    – Per voi peccatori non si spalancheranno mai le porte dei cieli!
    Le ossa delle caviglie si frantumano, tutto si compie, il dolore è insostenibile. Mi sollevano, sangue che gocciola sotto.
    – Perché – penso – perché mi hai creato, Dio? Perché mi hai abbandonato, se non mi vuoi?
    Debole, stanco, morto. Non so se mi spetta la resurrezione, non uscirò mai da questo luogo. Gli occhi non reggono più, mi manca il respiro. Hanno smesso persino di parlare. Nel buio si apre uno spiraglio, una luce. Due ali che volano. Sorrido, intravedo un uccello bianco avvicinarsi.
    La mia fine è il mio inizio.
    Poi nulla.
     
    Il fruscio della carta mi risveglia.
    Inginocchiato dinanzi alla tomba di San Francesco, un foglietto mi svolazza davanti.
    Lo afferro. La luce della mia candela tremola.
    Lo apro. Leggo e capisco. Con un tuffo nel cuore trovo le risposte alle domande che non mai avuto il coraggio di porre. Guido è con me, sorride. Gli afferro la mano, tra un po’andremo via.
    Ho capito. Non mi devo vergognare, non devo avere più paura. Va bene così, è la nostra redenzione.
    Posiamo le candele accese, avviandoci. Le mie dita toccano ancora la carta sulla tasca. Chissà chi l’ha scritto. Il suo messaggio è arrivato a me.
    – Dio è amore.

  • 13 luglio 2013 alle ore 19:17
    L'ultima giocata

    Come comincia: L'ultima giocata e poi sarebbe andato in edicola. La ragazza della ricevitoria prese i soldi e inserì i numeri, dopo pochi minuti l'ennesima delusione; i numeri estratti non erano i suoi. Mentre stava per uscire frugò in tasca e trovò ancora qualche moneta. "Dammi un gratta e vinci da cinque" Disse rivolto alla ragazza "Quale?" Chiese lei. "Fai tu" "Allora tieni questo, è nuovo" "ASSICURATI IL TRAPASSO. Ma che razza di gioco è?" "Gratta, gratta. Se trovi tre bare uguali vinci il premio massimo, un milione di euro" "Così mi garantisco il funerale e tutto il resto" "L'idea è quella" Decise di non grattare subito, salutò e uscì dirigendosi verso l'edicola, come tutti i giorni. Una volta entrato la proprietaria, una bella signora di mezz'età, lo accolse con sarcasmo "Allora Giuseppe, sempre in giro a zonzo, non lavori mai tu, vero?" Sempre le stesse battute, tutti i giorni. Stava per recitare la sua parte, come sempre, invece esitò un attimo e decise di cambiare copione. "Ascoltami bene oca starnazzante; fatti i cazzi tuoi!" Lei restò scioccata da quelle parole, ma rispose tranquilla "Va bene, oggi hai la luna storta, prendi il solito?" "Si, dammi anche un nazionale, quello che vuoi tu" Pagò e senza salutare se ne andò. La cliente dopo di lui si rivolse alla proprietaria "Gran maleducato quel Giuseppe" "Lo conosco da troppo tempo, avrà avuto i suoi motivi"
    Era seduto ad un tavolo del bar sul corso, dove spesso andava a fare colazione. Senza fretta mangiò un cornetto accompagnato da un cappuccio e poi si mise a sfogliare il giornale della provincia. Le due pagine riportavano una serie di articoli riguardanti l'accaduto: tre banditi, a volto coperto, erano entrati in una villa in città e dopo aver immobilizzato i presenti avevano ripulito l'abitazione per poi darsi alla fuga. I proprietari erano riusciti a dare l'allarme e i tre malviventi erano stati intercettati nei pressi dell'abitazione da una pattuglia dei carabinieri. Uno dei malviventi aveva esploso dei colpi di pistola ai quali i militari avevano risposto centrandone due mentre il terzo, nel trambusto, era fuggito a mani vuote. Uno dei tre era morto, mentre il secondo era ferito lievemente ad una spalla. Seguivano tutta una serie di interviste e racconti dettagliati che riassumevano la dinamica degli avvenimenti. I banditi erano entrati a forza dalla finestra della sala e una volta all'interno avevano subito immobilizzato i proprietari senza far loro nulla di male. Si erano fatti consegnare le chiavi e la combinazione della cassaforte e dopo aver arraffato tutto quello che potevano, compresi dei documenti, si erano dati alla fuga. Il proprietario era riuscito a liberarsi subito e a dare l'allarme facendo intervenire tempestivamente le forze dell'ordine. Le vittime dell'aggressione dichiararono di non aver riconosciuto i malviventi e furono sorpresi nell'apprendere l'identità dei due uomini colpiti. L'uomo ferito era un trentaseienne della zona con una lista di precedenti lunga come quella delle tasse, mentre la vittima era un operaio assunto presso la loro azienda. Giovane, incensurato con regolare permesso di soggiorno, un lavoro stabile e la famiglia: gli investigatori non capivano cosa ci facesse lì e i derubati non furono d'aiuto a risolvere il caso. Del terzo componente si erano perse le tracce, ma i primi elementi lasciavano presupporre che si potesse trattare di un malvivente della zona. I vari articoli ricamavano tutta una serie di ipotesi e congetture. Giuseppe chiuse il giornale e ordinò un caffè. Prese il quotidiano nazionale e dopo una breve ricerca trovò la notizia: l'articolo continuava sinteticamente analizzando i fatti avvenuti, nessun commento o ipotesi. Il caffè si stava freddando e lui lo trangugiò in un fiato; una pacca sulle spalle lo fece trasalire. "Bastardi. Entrano nelle case terrorizzando la brava gente. Almeno uno l'hanno fatto secco e l'altro e in gattabuia, adesso manca il terzo e il cerchio è chiuso" "Certo Alfonso" Giuseppe non voleva discutere "La brava gente va tutelata, protetta, hai ragione" "Certo che ho ragione. La gente onesta va a lavorare, non a fare le rapine. Quell'albanese aveva anche il lavoro, ma loro c'è l'hanno nel sangue le rapine e stavolta l'hanno inchiodato. Ben gli sta" "Armeno" Lo corresse Giuseppe "Cosa?" "Ho detto che era Armeno, non albanese. Il giornale dice che era incensurato" "Probabilmente non l'hanno mai beccato prima, ma stavolta ha fatto il suo ultimo viaggio" Alfonso si stava scaldando. "Aveva una famiglia" Continuò Giuseppe pazientemente. "Anche io ho una famiglia, ma alla sera mica vado in giro a rubare" Giuseppe non tentò di ribattere, rischiava solo di litigare e non era dell'umore adatto, lo lasciò quindi blaterare assecondandolo con piccoli gesti del capo e finti sorrisi e quando ebbe finito si congedò da lui e usci dal bar. Aveva bisogno di aria fresca, doveva riorganizzare le idee.
    Un anno prima.
    Il piccolo palazzo era ormai una colonia multietnica. Senegalesi, Romeni, Albanesi, Cinesi, Marocchini e tutta una serie di persone delle più svariate razze riempivano i piccoli appartamenti fino a farli esplodere. Giuseppe viveva all'ultimo di cinque piani, l'anziana signora Clotilde al piano terra, erano gli unici italiani rimasti. Non gli importava un gran che, la moglie lo aveva abbandonato accusandolo di essere un lazzarone. Per fortuna non erano riusciti ad avere figli quindi non aveva alcun impegno da rispettare, della moglie aveva perso le tracce. Quella sera si stava preparando della carne all'olio ma si accorse di essere restato senza cipolla; poco male, non era certo la cipolla che mancava in quel palazzo. I suoi dirimpettai pakistani avrebbero insistito per trattenerlo a cena e lui, dopo aver resistito un attimo, avrebbe accettato con piacere l'invito. Spense il fornello e uscì dall'appartamento dirigendosi alla porta difronte. Non sentiva le urla e i rumori caratteristici dei suoi vicini, marito e moglie con cinque figli scatenati. Suonò il campanello, la porta si aprì e davanti ai suoi occhi si presentò una splendida bambina che poteva avere otto o nove anni. In italiano, ma con un accento che faticò a riconoscere, si rivolse a lui gentilmente. "Buona sera, chi sei tu?" Dall'interno una voce femminile stava urlando verso la porta giungendo nel frattempo all'entrata, Giuseppe fu abbagliato da quella visione, era una donna bellissima. Lei lo stava fissando e lui si rese conto di essere rigido come uno stoccafisso. Fu lei a rompere il ghiaccio. "Chi sei? Cosa vuoi?" Lui prese fiato e parlò lentamente. "Sono il vostro vicino, abito nell'appartamento di fronte, avete della cipolla da prestarmi?" La donna lo stava osservando e lui faticava a sostenere quello sguardo determinato. Lei parlò nella sua lingua alla bambina e nel volgere di un attimo la piccola sparì per poi tornare con una cipolla. "Ecco la sua cipolla" Disse la giovane mentre la porgeva a lui. "Grazie, è stata molto gentile" Detto ciò rientrò a casa sua. Cenò velocemente e poi scese dalla signora Clotilde per avere notizie fresche, lei sapeva tutto di tutti in quel palazzo; lo accolse entusiasta. "Entra Giuseppe, è da un po' che non passi a trovarmi, hai perso la strada?" "Sono stato impegnato.... il lavoro" Indugiò lui. "Seee, il lavoro e le macchinette. Giochi ancora tanto?" "Un pochetto, a volte" Non riusciva a mentirle del tutto, lei era sempre così gentile nei suoi confronti da non meritarsi menzogne. "Preparo il caffè, nero e forte, come piace a te. Nel frattempo chiedimi quello che ti preme e vedrò se posso aiutarti" L'anziana era sveglia. "Ecco, veramente io.." "Dai Giuseppe, non fare il bamboccio. Sei sceso in fretta e furia per qualche motivo, non per fare visita a una vecchia rintronata come me" Giuseppe non riusciva mai a reggere il confronto con quella vecchia maestra in pensione e dovette cedere anche questa volta. "Volevo sapere chi sono i nuovi inquilini di fronte a me, che fine hanno fatto i pakistani?" Clotilde stava curando il caffè e restò zitta per qualche attimo. Poi quando il caffè fu pronto lo versò in due tazzine sbeccate e senza manico e ne porse una all'ospite, senza zucchero, come piaceva a entrambi. "Dei pakistani non te ne frega un cavolo quindi non sto qui a spiegarti la loro storia. A te interessa la giovane cerbiatta dagli occhi ammaliatori. Sappi che è sposata e suo marito è un bravo ragazzo. La bambina, che sicuramente hai visto, ha otto anni ed è la loro unica figlia. Lui è in cerca di lavoro, prima erano al sud e veniva sfruttato nei lavori in campagna. Lei si è sempre trovata qualche lavoretto saltuario presso alcuni privati. Attualmente sono disoccupati entrambi, ma hanno tanto entusiasmo e voglia di vivere. Perciò ascoltami bene: stai lontano da quella famiglia, non avvicinarti a loro, tu porti solo guai, capito?" " Ok Clotilde, va bene" L'anziana lo conosceva bene, non l'avrebbe ascoltata. Quella notte non riuscì a chiudere occhio. Continuava a pensare a quella splendida donna, i suoi occhi, la sua voce. Si alzò presto e fece una doccia fredda. Mangiò alcuni biscotti raffermi aspettando che arrivassero le sei per poi dirigersi al bar. "Buongiorno Giuseppe, sei mattiniero" Conosceva il proprietario del bar da molto tempo. "Si Enzo, mattiniero ed assetato. Fammi una birra e con il resto dammi un gratta e vinci da due euro" Grattò il biglietto e vinse venti euro. "E' il tuo giorno" Disse il barista. "Non fare lo spiritoso, cambiameli di moneta; come stanno le macchinette?" "Ieri sera due ragazzi slavi ci hanno dato dentro mica da ridere e hanno raccolto poco" "Bene, ci penso io a vuotarle" Giuseppe spese tutti i venti euro in un batter d'occhio senza ricavare un euro di vincita. "Mi hai raccontato cazzate Enzo, non pagano" "Sei tu sfigato" "Vai a quel paese, vado al lavoro" "Mi raccomando non stancarti troppo" Lo schernì il barista e Giuseppe si voltò verso di lui salutandolo con il dito medio rivolto all'insù.
    Lavorava presso una ditta di componenti plastiche e il suo compito era quello di caricare e scaricare con un apposito carrello dei cesti dai nastri trasportatori. Un lavoro monotono ma semplice, adatto a lui. La sua fortuna era che nessuno voleva quell'incarico, proprio perché monotono e senza prospettiva. Quella mattina il suo titolare, un anziano che doveva le sue fortune allo sfruttamento di gente onesta ma poco colta, lo avvicinò e si mise ad osservare il suo lavoro. Dopo alcuni minuti lo interruppe con un gesto della mano. "Giuseppe devo parlarti" Il vecchio era un uomo autoritario. "Mi dica signore" "Stanno aumentando le commesse e ho bisogno di più ore lavoro al tuo nastro" "Farò le straordinarie, come sempre" Era eccitato, il suo cervello elaborò immediatamente una semplice equazione: più ore uguale più soldi, più soldi uguale più giocate, perfetto! "No Giuseppe, parlo di fare due turni e comunque vorrebbe dire che qualche soldo in più te lo metti in tasca" "Bene, e allora cosa devo fare?" "Vedi Giuseppe, si tratta di alcune commesse importanti, ma non di un lavoro continuativo. Potrebbero bastare alcuni mesi di turni e poi tornerebbe tutto alla normalità" "Continuo a non capire signore" Lui non era sveglissimo. "Ascoltami, ho bisogno di qualcuno disposto a lavorare per qualche mese in nero in modo che possa sbarazzarmene quando non mi servirà più e tu abiti in quel palazzo pieno di extracomunitari. Di sicuro tra tutta quella marmaglia ci sarà qualcuno disposto ad intascare quattro soldi senza sollevare troppe obiezioni, portamene uno" Giuseppe ci arrivò con un attimo di ritardo "Ma io non conosco nessuno di quelli lì" "Non mi interessa che tu li conosca, basta che me ne porti uno e alla svelta" "Quanto alla svelta?" "Una settimana. Vedi di non deludermi o dovrò pensare di sostituirti" E senza aggiungere altro si diresse verso gli uffici. Giuseppe pensò tutto il giorno a quelle parole, il suo padrone era un uomo deciso e lo avrebbe cacciato se non avesse obbedito. Quella sera era sul pianerottolo delle scale e stava cercando le chiavi di casa. "Buonasera" Una voce dietro di lui lo prese alla sprovvista. Si girò e si trovò davanti un uomo abbastanza giovane dai lineamenti marcati. "Buonasera" Rispose Giuseppe automaticamente senza badare all'altro che invece continuò "Io sono Arduid, il suo vicino di casa. Lei ha già conosciuto mia moglie Shushan e mia figlia Zepur. Sono lieto di incontrarla" Ma come parla questo? Stava pensando Giuseppe "Si grazie, anche io. Buonanotte" E senza voltarsi entrò in casa e richiuse la porta in faccia al giovane. Cenò velocemente per scendere al bar, aveva un conto in sospeso con i videopoker ed era convinto di regolarlo.Verso l'una di notte stava rientrando in casa abbacchiato come sempre, anche stavolta erano state le macchinette a presentargli il conto e lui aveva perso. Dall'appartamento dei nuovi vicini sentì i due giovani che discutevano animatamente, non capiva una mazza ma dal tono era chiaro che gli animi fossero surriscaldati. Fece spallucce e si buttò a letto, ancora vestito.
    La mattina seguente, dopo aver sentito il notiziario alla radio, uscì di casa diretto al lavoro. Sul pianerottolo incontrò la vicina e con fare gentile accennò un saluto "Buongiorno, Shushan" "Buongiorno" Rispose lei incrociando per un attimo il suo sguardo, aveva gli occhi lucidi. Scese le scale senza fretta e arrivato al piano terrà bussò alla porta di Clotilde. L'anziana aprì e chiese velocemente "Cosa c'è adesso?" Osservò Giuseppe e si rispose da sola "Hai incontrato la ragazza. Si, hanno litigato. I soldi non bastano mai e lui non trova lavoro. Mi ha chiesto se conosco qualcuno e ho promesso di informarmi qua e la. Vai a lavorare che è tardi" Giuseppe annuì con il capo e si avviò al lavoro. Stava scaricando l'ennesimo pacco quando gli si accese una lampadina in testa. "Ma certo!" Esclamò ad alta voce.
    Quella sera cenò con calma e poi andò a bussare ai nuovi vicini. "Chi è?" Era la piccola Zepur. "Sono Giuseppe, il vostro vicino. Posso entrare da mamma e papà?" La piccola aprì la porta e lo fece accomodare. I due genitori erano a tavola e si alzarono ad accoglierlo. "Buonasera" Dissero. "Possiamo essere d'aiuto?" Proseguì l'uomo. Giuseppe stava esaminando le condizioni dei suoi vicini. La casa era pulita e ordinata ma tremendamente spoglia. Poi parlò lentamente e in modo chiaro per essere sicuro di farsi capire. "Grazie, non mi serve niente. Invece io potrei esservi utile, posso sedermi?" Lo fecero accomodare su una sedia di plastica mezza scassata, probabilmente quella della bambina e Giuseppe cominciò a parlare. Per i successivi tre giorni fece loro visita tutte le sere, Arduid era praticamente convinto di accettare la proposta, ma la bella Shushan opponeva ancora resistenza.
    "Stasera la convinco io, costi quel che costi" Giuseppe era determinato a chiudere il discorso quella sera e si trovò spiazzato quando una volta entrato in casa dei due giovani fu accolto come un re. Il tavolo era imbandito per festeggiare qualcosa: una bottiglia di vino, una bibita e un dolce non ben definito troneggiavano al centro della tovaglia. Marito e moglie cantavano nella loro lingua, come da antiche tradizioni, e fecero accomodare Giuseppe sulla sedia bella. "Questo è un piccolo gesto per il suo aiuto" Esordì la giovane. "Mio marito accetta la sua proposta, vogliamo festeggiare con lei" Giuseppe era colpito da quell'atteggiamento. Pensava che Arduid avesse accettato da subito la sua proposta, ma solo ora aveva il consenso della moglie. Che strano, aveva sempre creduto che i musulmani non considerassero il parere delle donne, doveva ricredersi. In realtà i suoi vicini erano cristiani, il paese da dove provenivano, l'Armenia, era stata la prima nazione al mondo a riconoscere il cristianesimo come religione di stato, ma a lui interessavano i  giochi d'azzardo, non le culture orientali. I festeggiamenti durarono un paio d'ore ed erano quasi le undici quando Giuseppe disse: "Adesso tutti a dormire. Domani si va al lavoro e tu Arduid devi essere riposato per il primo giorno, ok?" "Ok" Confermò il giovane mentre sua moglie stava portando a letto la piccola Zepur. Giuseppe se ne andò, ma non a dormire. "Le undici, è presto, ci sta una capatina al bar" Rincasò alle due dopo aver speso fino all'ultimo centesimo tra slot, video poker e gratta e vinci. Si addormentò vestito; ultimamente andava a finire sempre così.
    Il giorno dopo, in fabbrica, Giuseppe presentò Arduid al padrone; la prima settimana il ragazzo avrebbe affiancato Giuseppe per imparare a fare il lavoro, poi avrebbero cominciato con i turni. Nelle settimane successive Arduid si rivelò un gran bravo lavoratore e nel frattempo Giuseppe frequentava sempre di più la sua casa. Shushan ogni tanto ricordava al marito che la loro era una famiglia e il suo amico poteva anche restarsene a casa qualche volta, ma il marito continuava a ripeterle che senza di lui non avrebbe trovato un lavoro. Giuseppe cercò anche di trascinare il giovane nel giro del gioco d'azzardo, ma Arduid rifiutava sempre gli inviti dell'amico. Poi un venerdì mattina, erano passati circa tre mesi da quando il ragazzo aveva cominciato a lavorare in fabbrica, il padrone si avvicinò a Giuseppe che in quel momento era di turno."Ciao Giuseppe, come va?" "Buongiorno signore, tutto ok" "Senti, cosa mi dici del tuo amico, quel ragazzo, Arudi?" "Arduid signore, si chiama Arduid. E' un bravo ragazzo ed anche un ottimo lavoratore" "Infatti" Lo interruppe il vecchio padrone. "Ed è per questo che ho deciso di assumerlo e sarai tu a lasciargli il posto perché da stasera sei licenziato" Giuseppe restò immobile, quasi mummificato.Sapeva di non poter ribattere, oltre che a essere un uomo spietato il suo titolare aveva nella cassaforte tanti impegni di pagamento firmati da lui e lo teneva in pugno; negli anni Giuseppe si era fatto prestare parecchi soldi dal vecchio usuraio e adesso veniva licenziato in tronco per far posto ad uno straniero che lui stesso aveva portato in fabbrica.
    La mattina seguente stava dormendo dopo aver passato la notte in una sala da gioco. L'incessante bussare alla portà lo svegliò malamente, si alzò riluttante deciso a cantarne quattro a chi osava disturbarlo in quel modo e aprì la porta con foga. "Arduid?" Era sorpreso dal comportamento del ragazzo che solitamente era tranquillo e riservato. "Mi ha assunto, mi ha assunto!" Continuava a gridare. "Stai calmo Arduid, entra che ci facciamo un caffè" Mentre Giuseppe preparava il caffè, il ragazzo gli raccontò per filo e per segno tutti gli avvenimenti della sera prima fino all'epilogo in cui il vecchio padrone gli diceva che da lunedì sarebbe stato assunto regolarmente. Giuseppe lo lasciò parlare, non voleva troncare il suo entusiasmo e giunse alla conclusione di non far parola del suo licenziamento. Bevverò il caffè e Giuseppe si congratulò sinceramente con Arduid, in quei mesi si era affezionato a quella giovane famiglia, il ragazzo ringraziò e se ne andò felice e contento. Giuseppe era stanco e si rimise a dormire. Passò due giorni in casa a poltrire, ogni tanto scendeva alla ricevitoria a fare qualche puntata ai cavalli e poi risaliva nel suo tugurio, senza scopo; lunedì avrebbe pensato al da farsi. Invece i giorni passavano e lui era caduto in una sorta di apatia, si era iscritto alla lista dei disoccupati garantendosi una minima entrata per un certo periodo di tempo e continuava a spendere tutti i suoi soldi nel gioco. Arduid; saputo l'accaduto, si era presentato a casa sua in lacrime chiedendo perdono per quello che aveva fatto e Giuseppe cercò di tranquillizzarlo dicendogli che lui non aveva nessuna colpa. 
    I due giovani lo invitavano spesso a pranzo e a cena e ogni tanto la figlia andava da lui a tenergli compagnia; facevano di tutto per sdebitarsi di una colpa inesistente.
    I mesi passavano veloci e Giuseppe non trovava lavoro, Arduid e la moglie lo aiutavano nelle faccende di casa e in alcuni casi prestandogli anche dei soldi; poi una sera, mentre era a cena da loro, Shushan lo richiamò alla realtà. "Giuseppe, io e mio marito ti vogliamo bene, anche nostra figlia si è affezionata a te. Non dimenticheremo mai quello che hai fatto per noi, ci hai sempre trattato bene e in questa società non è cosa da poco. Quindi ci permettiamo di parlarti sinceramente. Arduid?" Dopo aver tratto un lungo respiro il marito prese a dire: "Noi pensiamo che tu giochi troppo. Ormai non cerchi più un lavoro e vivi pensando sempre al gioco. Con il tempo ti rovinerai e noi non potremo sempre prenderci cura di te" Aveva parlato guardandosi le punte dei piedi, vergognandosi di quelle parole, ma fu Giuseppe ad essere assalito dall'imbarazzo. Che situazione di merda, si trovò a pensare, devo porvi rimedio. "Avete ragione, sono io a dovervi delle scuse, sono un parassita ed è giusto che mi dia una svegliata. Scusate ma adesso torno nel mio appartamento, vi ringrazio e appena ho delle novità vi farò sapere"
    Nei giorni seguenti si impegnò nella ricerca di un lavoro che sembrava introvabile e una mattina fece un incontro che avrebbe evitato volentieri. "Ciao Giuseppe, tutto bene?" "Più o meno. Sto cercando un lavoro" "Ottimo" Rispose l'uomo; "Così potrai saldare i tuoi debiti" Giuseppe si sentì sollevato. "Grazie, grazie. Ti prometto che sarai il primo a cui penserò" Rispose speranzoso. "Gli altri possono aspettare, io non aspetto più. Voglio i miei diecimila euro entro una settimana, non un minuto oltre" "Una settimana? Ma io non li ho tutti quei soldi, devi darmi tempo per.." "Una settimana. Ci si rivede Giuseppe" Il suo tono non lasciava spazio a repliche. Giuseppe passò il resto della giornata chiedendosi come avrebbe risolto quel problema. Sapeva che quello era un ultimatum a cui non poteva sfuggire e non voleva perdere l'uso di una gamba o di un braccio. Quella sera decise di dormirci su, avrebbe trovato una soluzione. Nei due giorni successivi si lambiccò il cervello nel disperato tentativo di  trovare un rimedio a quel grosso problema, finche la mattina del terzo giorno gli balenò un'idea assurda che in quel momento pareva l'unica via d'uscita. Contattò un tipo conosciuto al poker, l'avrebbe aiutato. Nel volgere di un giorno avevano imbastito un piano di massima, mancava la pedina fondamentale e quella sera era deciso ad accaparrarsela.
    Arrivò Zepur ad aprire la porta. "Papà è in casa?" "Si, entra" Cinguettò felice la bambina. Giuseppe cominciò a sudare freddo, forse stava sbagliando tutto, ma la paura lo spinse ad andare avanti. Shushan notò subito qualcosa di strano e ne ebbe la conferma quando Giuseppe chiese ad Arduid di seguirlo a casa sua per discutere faccende importanti e il ragazzo lo seguì. L'armeno dopo un paio d'ore rientrò in casa scuro in volto, la moglie chiese preoccupata "Qualcosa non va?" "Tutto bene, devo aiutarlo a risolvere un problema" "Cosa?" "Stanne fuori donna, sono cose da uomini" Non aveva mai trattato così la moglie e se ne pentì immediatamente, la abbracciò forte parlandole all'orecchio. "Qualche giorno e sarà tutto sistemato, stai tranquilla"
    Oggi.
    L'aria fresca della mattina l'aveva fatto rinsavire e decise di tornare a casa. Trovò una  macchina dei carabinieri davanti l'entrata del palazzo e Clotilde lo fermò sulle scale. "Ci sono i carabinieri su dai tuoi amici, è successo qualcosa di grave" "Grazie Clotilde, salgo a vedere" Gli tremavano le gambe, stava per vomitare ma riuscì ad arrivare in cima. La loro porta di casa era aperta, Zepur era seduta accovacciata sulle scale stringendo un pupazzo che lui le aveva regalato tempo prima, la baciò in testa e chiese di poter entrare in casa. Uno dei militari lo fermò ma Shushan, stravolta dalle lacrime, chiese di lasciarlo passare. I due si guardarono, consapevoli di quello che era accaduto. Lei fece per parlare, ma lui la fermò con un segno e poi chiese: "Chi comanda qui?" "Io, sono il maresciallo Bianchi, mi dica" Giuseppe si girò verso Shushan e la baciò delicatamente sulla guancia, poi si avvicinò al maresciallo e disse: "Portatemi in caserma, devo fare una confessione" E senza aggiungere altro si avviò all'uscita accompagnato dai militari. Zepur stava ancora seduta in terra, Giuseppe si avvicinò alla bambina, infilò una mano in tasca e le allungò una cosa. "Tieni Zepur, dove vado io questo non serve, dallo alla mamma. Ti voglio bene" Uscì cosi dalle loro vite.
    Quando tutti si furono allontanati la piccola chiamò la madre e le fece vedere quello che le aveva dato Giuseppe. "Guarda mamma, mi ha dato un biglietto con degli strani simboli" La donna, con le lacrime agli occhi, afferrò quel cartoncino, era un gratta e vinci: ASSICURATI IL TRAPASSO, si intitolava e bene in vista c'erano tre bare uguali. Sul retro era appiccicato un post-it scritto a mano: perdonami se puoi, non volevo andasse così, tuo marito era un uomo speciale, vi voglio bene. P.S. Non buttare via il cartoncino, hai vinto!

  • 13 luglio 2013 alle ore 17:09
    Lei mi è sacra (seconda parte)

    Come comincia: -
    3.
    Quando la vidi arrivare avvolta nello stesso impermeabilino nero che le avevo visto alla festa, con la cintura stretta alla vita, le scarpe nere coi tacchi e quella camminata flessuosa ed elegante, mi chiesi com’era possibile che i miei sogni più intimi si stessero realizzando in quel modo così pedissequo, con il tipo di donna alla francese che avevo sempre sognato. Mi sentii grande, immenso; incommensurabile rispetto a quello che ero stato fino ad allora. E frenai quell’orgia di emozione dicendomi che lei era troppo per me e che non avrei mai avuto il coraggio di provarci veramente; sia per paura di soffrire in modo brutale se lei mi avesse detto di no, sia  per paura di arrivare a qualche forma di depressione pre-suicidio, se dopo avermi detto di si, mi avesse lasciato.
    Appena mi fu vicina, venne fuori lo sfioramento di guance per il saluto e poi lei si avviò guidandomi e cominciando a parlare con la solita disinvoltura: « Ah, ma c’è un sacco di gente!»…
    Parlò per tutta l’ora della visita sia dei quadri della mostra che del più e del meno, mostrandosi ancora ai miei occhi, stavolta in versione "esterna", vestita in modo autunnale e non paraestivo, come era successo appunto quelle sere a casa sua.
    Dopo aver preso un caffè con me in un bar del centro, mi salutò dicendo: « E’ stato carino, no? » E poi: « Dimmi il tuo numero dai che ti faccio uno squillo…» Io glielo lo dissi e lei squillò. Poi se ne andò verso il metrò, accorgendosi benissimo del fatto che io la stavo squadrando da dietro, gustandomela come ti gusti un’attrice che ti fa impazzire, mentre guardi uno di quei film che poi ti lasciano il segno dentro per tutta la vita.
     
    Non sapevo cosa pensare dopo. Camminavo piano lungo Corso Vittorio Emanuele e mi chiedevo che significato avesse quel nostro incontro. Lei era sposata ed aveva spinto perché facessimo insieme quella visita. Poi si era comportata normalissimamente, come se lì, con noi, potesse benissimo esserci anche suo marito: carinissima, ma asettica; senza mostrare alcuna emozione. Pensai che si era solo voluta mostrare, che aveva capito che io ero pronto ad adorarla ed era venuta per farsi adorare "in esterno": uno spettacolino per un unico spettatore.
    Comunque non me ne fregava un cazzo, mi bastava che si lasciasse adorare. Per me era anche troppo. Mi ero troppo divertito a guardarla, e quel suo darmi il numero era una promessa di altri godibilissimi spettacolini.
    Già sapevo, però, che non avrei mai avuto il coraggio di chiamarla per primo e avrei aspettato senz’altro che si facesse viva lei. L'avrei pensata comunque, tanto: io penso che tu pensi che io ti penso, ma se penso che tu pensi che non ti penso, penso a cosa pensare per farti pensare che io penso che tu pensi che io ti penso...
     
    E dopo tre giorni mi mandò un MMS. C'era la sua foto davanti al bar dove avevamo preso il caffè e lei era vestita con un cappottino nero, corto appena sopra il ginocchio e attillato sui fianchi. Il cappotto era slacciato e sotto si intravedeva un maglioncino nero a collo alto sopra quei jeans attillati che le avevo visto addosso a casa sua. Sotto alla foto c'era scritto: "Ciao, ero qui e ti ho pensato, come stai?" 
    Ero al lavoro, stavo scrivendo un articolo che, pur essendo nella cronaca di Milano, era decisivo per la mia carriera futura e quel messaggio mi fece diventare un trottola impazzita. Dopo averlo letto, mi alzai e cominciai a girellare senza senso e senza meta all'interno della redazione, finché uscii fuori, nel terrazzino dell'atrio, e accesi una sigaretta.
    Guardavo le guglie del duomo da lontano e mi sentivo impaurito. Quel suo gesto così forte, così complesso ed elaborato, quel suo look così classico, ma anche così nuovo per me che non l'avevo mai vista total black, erano semplicemente la realizzazione di uno dei migliaia di film che mi ero fatto in testa nel corso della mia vita: la storia intrigante che va avanti da sé, liscia, pulita, come se fosse stata scritta da uno sceneggiatore alla Moccia.
    Allora la storia del pensiero funzionava davvero? Non era una favola romantica? Come poteva senno una donna così perfetta dimostrarmi una tale attenzione e sensibilità? Sapevo di essere appena intelligente, decentemente urbano e civilizzato, sapevo che potevo anche piacere come un "perché no" a qualche donna di media portata, appena discreta, passabilissima e andante; ma una donna così, come poteva considerarmi a tal punto da organizzare per me un gesto del genere?
     
    Mi covai quella nuova emozione per almeno venti minuti. Per cui persi  l'occasione di risponderle al volo, con una frase spiritosa e carina, e innescare quindi uno di quei "botta e risposta" ironici e dolci, tipici di tutte le commedie americane riuscite, e anche di quelle non riuscite. Uno di quei “botta e risposta” tipici insomma, ma proprio per quello sognati da tutti noi uomini romantici, amanti impenitenti dell'amore.
    Ne persi altri venti poi, di minuti, per elaborare una risposta degna: che rispondesse alla sua cortesia, che la gratificasse ancora di più e che precorresse, con una piccola spinta, la sua disposizione ad un nuovo incontro dal vivo. E il parto del mio travaglio fu questo banalissimo sms: "Mmmhhh, ma quanto sei carina!... Se sei sempre in centro, potremmo mangiare qualcosa insieme..."
    Lei mi rispose subito, senza accennare minimamente al mio complimento, gelidissima: "Ormai sono sotto casa, semmai domani..." / "Va bene, allora ci sentiamo domani mattina, ok?" / "Va bene, ti chiamo io... See you tomorrow"
     
    4.
    Intanto avrei visto un altro suo look. Ero strasicuro che lei era una di quelle che non usano mai lo stesso look per due giorni di seguito, sicurissimo. Ma oltretutto, se lei voleva farsi adorare, se lo scopo del suo cercarmi era fondamentalmente quello, lei si sarebbe data ai miei occhi, anche l'indomani, e io l'avrei adorata, di nuovo.
    Passai quella giornata in stato di totale fibrillazione. Andai ancora a “vederla” su Fb e alla fine non riuscii a resistere, scrissi un commento ad una sua foto stratosferica, in cui indossava un elegantissimo tailleur nero gessato, serissima, accanto ad una serie di personaggi altrettanto seri, che potevano essere dei manager, o dei politici, o dei professori di università prestigiose. E scrissi: "Come sei bella così seria e impegnata, tesa quasi a nascondere la tua sensualità..."
    « Oddio! - pensai prima di cliccare sull'invio - Non sarà troppo forte questa? » Mi sembrava di osare troppo insomma a prendere una tale iniziativa, e di scoprire troppo la mia parte adorante. « Forse lei, evanescente e raffinata com'è - mi dissi - preferisce il non detto, o al massimo l'allusione criptica... » Ma alla fine cliccai e sentii come di averla provocata. Volli stuzzicare ancora di più la sua voglia di essere adorata, dunque, ufficializzare il mio ruolo, immolarmi sull'altare della sua vanità. O della sua "sublime bellezza", come magari avrebbero detto i romantici... Cominciavo ad oscillare insomma tra "I dolori del giovane Werther" e "Schiavo d'amore" di Somerset Maugham...
    Ma in fondo qual era la differenza? Il concetto di "sublime bellezza", must dei romantici di tutte le epoche, non era alla fine confinantissimo e quasi sovrapponibile a quello parrucchieristico di frivola vanità femminile? Tra Lotte e Mildred, se si tolgono quei centocinquant’anni di storia che le separano, c'è poi questa grande differenza?
    Una volta inviato quel commento, mi sentii sciolto, squagliato, pericolosamente e definitivamente in mano sua. Avrebbe fatto di me quello che voleva, ero pronto a soffrire tutto per lei ora, l'ho già detto: a immolarmi sull'altare della sua bellezza!
     
    Quando vidi che lei non rispondeva a quel commento, però, pensai di aver sbagliato, di averla infastidita, di essermi perso in una specie di sogno. Pensai che quella storia era tutta una mia suggestione, che lei con me era solo cortese, carina, educata in modo usuale e borghese, magari solo per riguardo a Carlotta, la nostra amica comune.
    Ma quando lei la mattina dopo, mentre ci avviavamo verso lo stesso bar in cui avevamo preso il caffè insieme, mi sussurrò: « Ma come sei stato carino ieri...» e mi prese a braccetto per la prima volta, stetti quasi per cadere. Schiacciai un attimo il mio gomito come per spingere il suo avambraccio sul mio corpo e poi feci finta di niente. Dissi solo: « Tu sei un'artista, i tuoi look sono dei quadri...»
    Pronunciai quelle frasi sottovoce, quasi che sperassi che lei non le sentisse. Le sussurrai tra me e me come se fossero solo un pensiero, e non seppi se le aveva sentite. Lei infatti cambiò subito discorso e tornò ad essere “la donna gentile e formale”; tornò a impersonare quello che doveva essere il suo personaggio base, la maschera usuale che esibiva nella vita comune, lo standard del suo io, la definizione sociologica e oggettiva della sua classe.
     
    Quel giorno era vestita in modo casualissimo: un giacconcino  azzurro scuro, corto al sedere e allacciato da una cintura; una gonna grigio-scura, di lana,  lunga sopra il ginocchio; degli stivaletti neri con un piccolo tacco e delle calze fumées. E quando sedendosi si slacciò il giaccone, mi sparò addosso un maglioncino sempre sul grigio, la punta del cui V arrivava bassa sul suo petto, scavando tra i due seni e lasciandone intravedere appena la parte interna. Mi chiesi se avesse il reggiseno, e semmai che strano tipo di reggiseno potesse avere; e pensai allora che non lo aveva, che si era messa molto free, come le femministe degli anni settanta, che viaggiavano sempre coi loro seni piccoli e poco vistosi al vento, sotto i maglioni, o le camicie, o le magliette.
    Lei notò il mio sguardo posato sulla punta di quel V e si lasciò sfuggire un'espressione di soddisfazione velata, che aumentò tutto in me: l'attrazione per lei, i dubbi su quale fosse il vero fine del suo gioco, la sicurezza che qualunque fosse il suo gioco io sarei stato "giocato" in pieno, bollito, lessato...

    Non parlammo moltissimo. Parlò soprattutto lei, raccontandomi della sua famiglia, del suo marito manager in una famosa multinazionale e del suo figlio di sei anni che frequentava una prestigiosissima scuola steineriana.
    Io più che altro la ascoltai, le detti la soddisfazione di interessarmi a tutto quello che diceva: stimolando le sue risposte, chiedendo ragguagli su essenza e particolari dei suoi discorsi, sorridendo compiaciuto ad ogni suo accenno di battuta.
    Quando alla fine dovetti alzarmi per tornare in redazione, si alzò anche lei, e spiegandomi che doveva andare dalla parte opposta, accostò la sua guancia alla mia bocca perché le dessi un bacino di saluto.
    Ed io lo feci, sentendo per la prima volta da vicino il suo odore: un mix di profumo raffinato e di buon odore naturale; l’odore di una che fin da piccola è stata dotata dal destino di quel buon odore; e che poi una buona educazione, una buona igiene e una buona alimentazione hanno consolidato e aumentato nel corso degli anni. Mi vennero in mente i sommelier, che passano appena la punta del naso sul bicchiere e sembrano estasiati solo dall’odore di un vino, e convinti che di quello si accontenteranno, giudicando volgare e banale la sola idea di berlo, quel vino.
    Così mi sentii io. Sicuro che quell’odore mi sarebbe ampiamente bastato e che mai avrei osato pensare di “berla”, la mia dea. Mi sarebbero tremate le mani a toccarla, e a baciarla mi sarei sentito un sacrilego e non avrei mai avuto il coraggio. Anzi, proprio in quel momento mi augurai che lei non volesse quello, per caso, anche solo per divertirsi a vedermi imbranato come un bambino. Perché se lei per caso avesse voluto quello, non avrei potuto certo esimermi dal lasciarmi andare, e senz’altro mi sarei emozionato troppo, tanto da divenire ridicolo.
    Ogni volta che la vedevo, d’altronde, per me era come farci l’amore. Provavo le stesse emozioni che si provano negli amplessi passionali e ben riusciti. Godevo anche. Si, godevo... Un godimento mentale talmente forte che mi arrivava al fisico e mi faceva accapponare la pelle.
     
     

  • 10 luglio 2013 alle ore 19:40
    Cory una ragazza coraggiosa

    Come comincia: Sono solo le 6.00 ed ho già aperto il bar.
    La solita signora fuori dal locale e un po' fuori di sé che mi tempesta di domande, sempre le stesse, tutti i giorni, mi chiede se sono stanco e si risponde da sola di sì.
    Scappo dentro e mi nascondo dietro le brioches, sistemo le ultime cose. Il vapore della lavabicchieri mi appanna momentaneamente gli occhiali. In radio stanno discutendo della crisi, anche questo non mi tira su di morale. Il locale è vuoto, solo tre clienti indiani con sei trolleys immensi che fanno colazione con tè caldo e spaghetti surgelati. Non stupitevi ho visto accostamenti peggiori.
    Poi entrano altri due clienti. Una bella ragazza giovane e una signora sulla sessantina. Mi chiedono il prezzo per un caffè americano, due brioches... non sono molto economico al tavolo, il bar non è mio, ma i prezzi sono quelli, comunque loro si siedono lo stesso. Qualche chiacchera con loro, mentre gli indiani cominciano la processione al bagno. Scopro che sono americane, e si scusano per la loro impacciataggine, io le rassicuro che è una cosa normale non saper che pesci prendere a Venezia. Mi chiedono come muoversi in città e gli do qualche dritta, per non spendere troppo in biglietti. Una routine per la città dove vivo. Pagano e se ne vanno contente. Non c'è lavoro e posso anche rimandare di sbarazzare il tavolo di qualche minuto.
    Scorgo qualcosa di strano appoggiato al portasalviette. Mi avvicino rapido al tavolo. Una foto. Una bella ragazza, non quella che ha fatto colazione da me. Giro e vedo due date una riportante il 23-02-1993 e un'altra 5-07-2012. Nascosta dalla foto c'era un piccolissimo uccellino, non saprei dire se di legno o in plastica, solo che è minuscolo. Oltre alle date c'è scritta una piccola frase "Cory a brave girl" e il suo nome per esteso. Posso immaginare qualsiasi disgrazia capitata alla ragazza, ma anche il senso di quel gesto. Forse Cory sarebbe voluta venire a Venezia, girare l'Italia, ma non solo. Sarebbe voluta volare da una parte all'altra della vita, crescere, innamorarsi, cercare l'università, lasciarsi col ragazzo, trovarsi un lavoro, cercare di studiare e lavorare, fare bisboccia con le amiche, traslocare un paio di volte, trovare l'uomo giusto, metter su famiglia, invecchiare serenamente. Ho saltato parecchi altri traguardi di una vita in cui sarebbe potuto capitare di tutto. 
    Invece è stato tutto troppo breve. L'amica o la sorella, simbolicamente, ha voluto esaudire il suo desiderio. Come è triste, nemmeno il tempo di bere un caffè che il destino le ha chiesto il conto. Decido, di tenere il piccolo uccellino e di appendere la foto all'interno dell'armadietto.
    Il suo sorriso, quello sì mi incoraggerà quando sarò giù di morale.

  • 10 luglio 2013 alle ore 10:42
    Nozze

    Come comincia: E il giorno tanto atteso arrivò.
    Agatina era radiosa nel suo bellissimo vestito bianco. Era per lei una verità incantevole che allontanava il ricordo di una vita  disgraziata, che sembrava all’origine senza sbocco.
    La felicità la trasformava: la sua bellezza risplendeva e il suo sorriso aveva conquistato tutti gli invitati.
    Un  grandissimo pubblico assistette alla cerimonia; i parenti e gli amici c’erano tutti, ma c’erano anche tantissimi curiosi, soprattutto giovani.
    Il pranzo fu allegro; gli aperitivi, lo  spumante e il buon vino contribuirono a rallegrare anche i più ombrosi.
    I piatti più delicati furono serviti copiosi e il clima, gradualmente, divenne più caldo.
    Dopo il pranzo si ballò, ci si divertì, il vino girò abbondante fino all’ora di cena.
    La febbre salì e diverse giovani coppie amoreggiarono dietro gli ulivi che erano intorno alla masseria- agrituristica, nella stalla, nel magazzino e negli angoli più bui e appartati.
    Non appena il sole cominciò a scivolare dietro la linea dell’orizzonte, si riprese posto a tavola.
    Sulla bianca tovaglia risplendevano la cristalleria e l’argenteria. Le luci erano smorzate e i fiori di zagara diffondevano tutto intorno un profumo penetrante.
    L’agape ricominciò. Il vino riprese a scorrere nella gola dei convitati.
    Agatina e Turi fecero onore alla buona tavola, ma bevvero con moderazione osservando le diverse persone che erano già eccitate. Ci fu un attimo di silenzio seguito da un fragoroso battimani quando sulla tavola fu collocata una montagna di cassata a cinque strati. Come rinunciare ad un dolce che è definito il principe eccellente del gusto?  Tutti ne mangiarono, anche quelli che erano più pieni di un barile.
    Gli sposi si deliziarono con un piccolo assaggio pregustando l’avvicinarsi della paradisiaca, incommensurabile dolcezza della loro notte di nozze. Mancava solo la consegna delle bomboniere e il saluto. Pensando a ciò Agatina si sentì sciogliere in una tenerezza infinita per Turi che le aveva dimostrato un amore profondo e senza limiti. Lui le aveva ridato la vita e lei aveva imparato ad amarlo senza riserve anche se non conosceva bene in cosa consistevano le mansioni del suo lavoro di visore  della ditta “LA FAMIGLIA  s r. l.”. A tale riguardo Turi era stato sempre evasivo e lei aveva capito che non bisognava insistere nel chiedere ulteriore notizie.
    Eppoi  non era questo il momento di pensare a ciò e alle disgrazie che avevano costellato la sua vita prima d’incontrare l’amore, il vero amore.
    Ecco l’ultimo atto della festa: furono portate le bomboniere. Intorno agli sposi si strinse una massa di persona che cercava di ricevere in fretta la testimonianza di quella meravigliosa giornata e di augurare loro “figli maschi” con un bacio.
    All’improvviso si sentirono delle grida di paura che determinarono un fuggi-fuggi caotico e precipitoso. Diverse persone rimasero pietrificate per la paura: un motociclista con stivali, tuta e casco nero avanzava veloce tra i convitati. Il braccio destro era teso e nella mano una pistola mandava bagliori di fredda luce metallica. Giunto a pochi passi dagli sposi si fermò. Sei detonazioni, seguite da sei lampi giallo-rossi, furono il bacio di morte per Turi. Il motociclista scappò veloce verso una moto di grossa cilindrata alla cui guida vi era un pilota vestito come lui. La moto, in un istante, scomparve rombando nelle ombre della sera.

  • Come comincia: -“Credere ancora nell’arte?”-
    Lo chiedo a Paolo Valentini che a proposito di arte e di artisti ha dimostrato di provare interesse perentorio ("Il segreto di Michelangelo? Nei sette vizi capitali". museo del Bargello. "Michelangelo – IlTitano e le sue voci", Il testo è stato scritto da Paolo Valentini, “autore di altri ‘incontri ravvicinati’ con i grandi del passato”  e interpretato dalla compagnia-www.nitam.it- per approfondimenti n.d.a.)
    -“La scienza si volge per suo stesso dna al futuro mentre solo l’arte è passato, presente e futuro.
    Non si tratta di credere o meno perché si tratta d’un fatto oggettivo.”-
    La risposta mi rincuora. Qualcosa di simile mi rispose, anni fa, nel corso di un’intervista, il mai dimenticato Giorgio Bassani, splendido autore di quello che lui chiamava “Il romanzo di Ferrara”- Ma c’è un’altra domanda che ancor di più ci coinvolge:-
    “La società permette ancora che esistano artisti?”-
    Anche a questa incognita il nostro Valentini risponde positivamente:-
    “Assolutamente sì. E’ proprio nei momenti di maggiore crisi che l’arte cova la sua rinascita.”-
    Restando nel tema del lavoro teatrale di cui si sta occupando, propongo un percorso:
    -“Vittoria Colonna mi ha sempre incuriosita...”-
    Il giornalista è d’accordo:
    -“Anche a me visto che nel mio lavoro teatrale su Michelangelo è figura assolutamente centrale. “Raccontare Michelangelo nel museo del Bargello è una grande emozione. Ogni anno creiamo con la drammaturgia progetti per ridare ai giovani nuova linfa vitale, avvicinarli all’arte attraverso il teatro.
    I sette vizi capitali sono peccati, di cui si è servito Michelangelo per raggiungere la vetta più alta della sua creatività”.”
    Continuando il cammino su Michelangelo, con Paolo Valentini, cade a proposito una lirica del grande artista (anche poeta, per chi non lo sapesse), che spesso interpreto ai miei allievi durante le ore di Storia dell’arte, per far meglio comprendere loro il personaggio:

    “Non ha l’ottimo artista alcun concetto
    c’un marmo solo in sé non circonscriva
    col suo superchio, e solo a quello arriva
    la man che ubbidisce all’intelletto.
    5 Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,
    in te, donna leggiadra, altera e diva,
    tal si nasconde; e perch’io più non viva,
    contraria ho l’arte al disïato effetto.
      Amor dunque non ha, né tua beltate
    10 o durezza o fortuna o gran disdegno,
    del mio mal colpa, o mio destino o sorte;
      se dentro del tuo cor morte e pietate
    porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno
    non sappia, ardendo, trarne altro che morte.”

    Gli ricordo che l’ottimo Mike, per la bionda e bella Vittoria Colonna aveva perso la testa (assolutamente non ricambiato), cosa sorprendente, giacché non era conosciuto per il suo interesse sulle donne ... ma, in una sua rima dice di lei: “un uomo in una donna, anzi uno dio”... il che ci riporta agli “strani” racconti che si sono fatti alcuni anni fa. Quali? Che lei fosse un caso di  ermafrodistismo congenito. A ragione di ciò si spiegherebbe perché il marito, Francesco Ferrante D’Avalos, “preferisse” sempre i suoi doveri di condottiero a quello di marito. Del primo ne morì, non in battaglia, ma di tisi, dal secondo non ebbe figli. Delle spoglie di Vittoria non si hanno notizie: sparite. Ma qualche storico cattivello racconta che in Napoli, in una Chiesa, fossero state ritrovate le spoglie di “una donna”, che poteva essere Vittorie Colonna. Storico cattivello? Sì: le spoglie, vestite da donna, con abiti eleganti, mostrarono agli studi sullo scheletro, che la donna possedeva “requisiti”, che, anche se minimi, dimostravano come proprio donna non fosse. Si spiegherebbero le parole del nostro MiKE: “un uomo in una donna, anzi uno dio”... e l’amore che lui ebbe per lei. Non fu inconfutabile che si trattasse di Vittoria, quindi si tratta di ipotesi fantasiose. Ma perché un sepolcro a Napoli? Non sembri strano: -“E, poiché Vittoria stessa si era prodigata affinché il corpo del marito fosse trasferito da Milano a Napoli presso la Chiesa di S.Domenico Maggiore, Ascanio non avrebbe potuto escogitare soluzione migliore che il collocare le spoglie della sorella accanto a quelle del suo illustre consorte”
    Dico al mio compagno di interesse:-“Beh, mi perdoni, ma lei proprio, con il suo lavoro teatrale, mi ha lanciato nella vita di Michelangelo ed io sono, per natura, “un’amante del gossip storico”. Per Michelangelo, poi, ho una adorazione, misteri compresi. Purtroppo non ho conservato il magazine che parlava della scoperta di cui niente è certo...Non le viene in mente di trattare lo spinoso argomento?”- Concludo.
    -“Chissà, forse ritornando in futuro su aspetti più particolari della vita di Michelangelo potrei soffermarmi anche su queste curiosità non risolte.
    Due anni fa, sempre per ItinerArte, ho portato “Dipingea” su Caravaggio.
    Oggi sto pensando di riprenderne alcuni lati che già all’epoca mi avevano incuriosito.
    Non basterebbero mille vite per rendere in dramma le infinite sfaccettature dei gradi artisti. “-
    Per quanto riguarda l’arte, oggi, non ci permette più di “divenire dei Michelangelo”: 1) non ci danno lavoro 2)non ci permettono di lavorare soltanto come pittori, dall’infanzia alla morte 3)non ci lasciano dipingere, non dico la Cappella Sistina, ma neanche in una chiesetta di provincia e gratis.”-
    Paolo Valentini conviene che:
    -“Sono cambiate le regole del gioco ed il mecenatismo si volge ai media per costruire un suo ritorno in termini di resa.
    L’Arte si muove su questo cammino e l’artista diviene animale da palcoscenico ma solo il futuro potrà stabilire la sua valenza nei termini d’un avanzamento nella storia dell’arte.”-
    Vero: sono proprio cambiate le regole. Basta seguire uno dei tanti programmi televisivi dove vengono vendute a prezzi da capogiro “magnifiche opere”, che non terrei in soggiorno. Se me le regalassero? Non direi di no: potrei rivenderle per comprare un infinitesimale disegno del grande maestro Michelangelo.
    Valentini sorride: conviene con me?

  • 09 luglio 2013 alle ore 10:16
    Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò

    Come comincia: Ero seduto a terra, nascosto dietro ad una cadente
    costruzione in pietra. Era pomeriggio inoltrato e il sole al
    tramonto colorava di un vivido rosso le case e gli alberi del
    piccolo paese montano.
    I soldati erano a pochi passi da me: un colonnello e circa
    otto militari. Vedevo la loro ferocia, sentivo le loro grida ed
    ero disperato perché non potevo fare nulla per salvare quei
    poveri civili.
    Respiravo piano per non farmi sentire, anche se le loro urla
    echeggiavano coprendo ogni altro rumore. I bambini
    piangevano e gli anziani imploravano pietà per i propri
    figli. Non c'era verso di convincerli, di anche solo
    impietosirli.
    Un generale tedesco, di quelli alti e robusti, fece entrare
    tutti in un granaio, compreso i piccoli, ed ordinò ai suoi
    uomini di appiccare il fuoco.
    Immaginavo quei poveri bimbi arsi dalle fiamme e sentivo
    il cuore spappolarsi in mille pezzi. Lo avrei fatto anche
    questa volta e come le due precedenti sapevo già chi
    colpire.
    Terminato lo strazio, lui, la mia prossima vittima, se ne
    andava a casa sua, poco lontano da Marzabotto, ed era un
    italiano come me. Non me ne importava, i tedeschi li
    lasciavo ancora perdere, ma loro, i miei fratelli italiani, quei
    ragazzi con cui avevo combattuto tante battaglie, non
    potevo e non volevo lasciarli impuniti. Dovevano perire in
    mezzo alle fiamme proprio come erano morte tutte quelle
    persone.
    Di sera attesi che la mia preda andasse nella stalla, come
    faceva sempre per dar da mangiare ai cavalli, e proprio
    mentre sistemava il fieno, gli puntai il fucile alle spalle.
    - Chi sei, cosa vuoi? - mi domandò spaventato.
    - Alza le braccia e voltati piano! - gli ordinai
    Lui fece come gli avevo chiesto ed osservandomi bene,
    esclamò:
    - Tu... tu sei Dario. Stavamo nello stesso plotone, ti
    ricordi?
    - Certo che mi ricordo, per questo sono qui.
    - Non vorrai derubare un tuo compagno d'armi?
    - Io non voglio derubare un mio compagno d'armi, ma
    tu hai aiutato i tedeschi ad uccidere quella povera gente e i
    bambini di Sant'Anna, Marzabotto e degli altri paesi. Loro
    si vendicano per il tradimento subito, ma tu?
    - Ascolta, sono costretto a farlo. Se non collaboro,
    uccideranno me e tutta la mia famiglia. Me lo hanno detto
    esplicitamente. Ho una sorella di quattro anni!
    - Io, invece, sono convinto che sei uno sporco fascista.
    - Te lo giuro, è come ti ho detto! Quelli ammazzano
    chiunque disubbidisca. Te lo ricordi baffetto, quello
    bassino? Ha provato a scappare, prima hanno ucciso lui e
    poi hanno scovato la famiglia nascosta in un rifugio. Hanno
    fatto fuori tutti. Non voglio che sterminino la mia famiglia.
    - Mi dispiace.
    - Cosa vuoi farmi? Uccidermi, metterti sul loro stesso
    piano? Cos'hai in quella tanica?
    - No, non voglio ucciderti, penso solo che una doccia
    bollente sia più che sufficiente. Spogliati e bendati gli occhi
    con la tua camicia.
    Lui cercava di convincermi a lasciar stare, io gli ripetevo che
    si trattava solo di acqua calda. Per qualche breve secondo
    provò a disarmarmi buttandosi su di me, ma ebbi la meglio
    sparandogli ad una gamba. Dopo poco pulivo il pavimento
    sporco del suo sangue con della paglia. Sorridendo,
    confermavo, mentre sotto la minaccia del mio fucile si
    copriva gli occhi, che volevo solo fargli sentire sulla sua
    pelle quello che avevano provato i civili morti incendiati.
    Quando mi chiese del perché della benda, gli ricordai che
    alcune sue vittime erano state rinchiuse in cupi capanni
    senza un filo di luce.
    Appena terminò di allacciare le due estremità della camicia
    e si fermò dritto, a dorso nudo, ad aspettare la sua
    punizione, presi la tanica.
    - Prima che inizi, prega. - dissi.
    - Perché devo pregare? - mi chiese.
    - Perché così sopporterai meglio il calore.
    Sospirò, chiuse le mani a pugno ed attese. Aprii la tanica e
    gli versai tutto addosso. A quel punto s'accorse che si
    trattava di benzina, ma era troppo tardi: con un fiammifero
    avevo già acceso delle vive fiamme sul suo corpo.
    Mentre scappavo, lo sentivo chiedere aiuto. Avevo ancora le
    mani sudate e lo sguardo impietrito; con lui ero a tre e non
    avevo intenzione di fermarmi.
    Avvolto dal silenzio della notte, con un vento che mi
    soffiava dietro al collo, me ne andavo dritto verso
    quell'unico posto che avevo trovato per dormire: una
    vecchia e abbandonata capanna ai piedi di una collina.
    Puzzava ancora di letame, forse ci avevano tenuto gli
    animali, ma non avevo una casa, non avevo una famiglia,
    mi era stato portato via tutto dalla guerra.
    Mi sedetti come sempre su un giaciglio di paglia con le
    spalle al muretto di una finestra, da cui si vedevano le stelle
    e nascosi il fucile sotto la giubba. Accanto a me c'era un
    contenitore di legno coperto appena da un canovaccio, lo
    presi fra le mani e mangiai quell'unico e piccolo pezzo di
    formaggio che avevo gelosamente custodito dalla sera
    prima. Portai leggermente la testa indietro per vedere il
    cielo, avvicinai le ginocchia al petto e abbracciai le mie
    gambe. Con i miei occhi azzurri scrutavo il firmamento e
    ripensavo a mia madre, ai miei fratelli, quando correvamo a
    giocare accanto al fiume. Poi ci fu la guerra, la prima che
    insanguinò tutto il mondo e mio fratello Luigi dovette
    partire. Non tornò più. Poi toccò al secondo, Antonio,
    disperso in Germania e infine al terzo, io: il più piccolo.
    Non mi fu risparmiato neanche il secondo conflitto benché
    avessi superato ormai i quarantanni. Fu sotto ai
    bombardamenti di quella guerra che persi anche i miei
    genitori.
    Dopo aver ricordato la mia vita, abbassai il capo portandolo
    alle ginocchia e ripensai alla seconda vittima, un tenete
    italiano di trentanni, sposato e con una figlia piccola. Era
    avvenuto circa una settimana prima. Lo avevo afferrato alla
    gola, mentre svoltava l'angolo di casa sua; lo avevo portato
    in un locale abbandonato e lì lo avevo legato ad una trave
    caduta dal tetto. A lui diedi fuoco senza benda come gli
    avevo visto fare con degli anziani del mio paese. Anche il
    tenente mi implorò pietà e mi disse le stesse cose
    dell'ultimo: era costretto o avrebbero ucciso la moglie e la
    figlia. Ritornando al presente, ripetevo le sue parole ad alta
    voce e corrugando il viso, che era diventato rosso, dissi fra
    me “Ma tu non hai avuto pietà, tu li hai bruciati vivi!... Oh
    mio Signore, tu lo sai, per questo è giusto ciò che faccio!”.
    Una lacrima scese dai miei occhi e portai la mano sinistra
    alla testa rasata; scoppiai a piangere come un bambino.
    Quando ero soldato non accettavo che gli uomini si
    uccidessero fra loro e questo mi aveva sempre creato dei
    problemi. Ricordo ancora la scena, durante la prima guerra,
    quando un giovane militare austriaco avanzava verso di noi
    insieme ai suoi compagni. Il tenente mi ripeteva di
    sparargli, ma le mie mani sudavano e mi chiedevo se
    veramente un uomo poteva essere pronto alla morte. Non
    riuscivo a premere quel maledetto grilletto, l'osservavo e mi
    mancava la forza. Era un padre, un marito: lo avevo
    conosciuto pochi mesi prima, io ero in borghese, lui era
    sulla banchina di una stazione e descriveva in uno stentato
    italiano i suoi figli ad un'anziana donna. Sapevo che non li
    vedeva da tre anni.
    Al tempo stesso mi dicevo che se continuavo ad essere
    indeciso, lui avrebbe ucciso o me o uno dei miei compagni.
    Sentivo il cuore salirmi alla gola, i battiti erano così
    accelerati che mi auguravo un infarto per non andare
    contro me stesso, contro la mia fede.
    Ad un tratto sentii un colpo sordo e breve e il sangue di
    quel giovane schizzò dappertutto. Il caporale si avvicinò a
    me e guardandomi negli occhi, mi disse “Siamo in guerra,
    Dario, siamo in guerra!”.
    Ci aspettava il monte Sei Busi, sul ciglione carsico, e nei
    giorni successivi ci mettemmo in marcia per strappare il
    fronte agli astro-ungarici. Quella battaglia era interminabile
    e il nemico era a soli pochi metri da noi. Si alternavano
    giorni di cruenti battaglie a giorni di quiete ed era allora
    che, senza farmi vedere da nessuno, raggiungevo delle
    casette a pochi passi dall'Isonzo e trascorrevo il tempo a
    bere con gli anziani del paese. Bevevo per dimenticare
    quella scena.
    Fu proprio lui la mia prima vittima, il caporale, quando lo
    ritrovai a comandarmi durante il secondo conflitto. Non so
    come iniziò tutto, ma una sera, mentre con i miei compagni
    stavo seduto accanto al fuoco, nascosti dietro un'altura per
    non farci notare dal nemico, lo vidi che si sbottonava la
    braghetta e si portava dietro ad un cespuglio. Inizialmente
    lo seguii solo con gli occhi, poi ricordai la sua freddezza
    nell'uccidere quel soldato tanti anni prima e l'orrore di
    quelle guerre mi passò davanti come un lampo: esplosioni,
    bombardamenti, civili morti... bambini morti. Mi dissi che
    era per colpa di uomini come lui che accadevano certi
    eventi e forse bastava ucciderli tutti per riportare la pace.
    Sentivo i miei compagni parlare delle loro fidanzate,
    quando mi alzai come guidato da una volontà non mia.
    Raggiunsi il caporale, che adesso era colonnello, e stava
    ancora con i pantaloni abbassati. Lui mi vide e con una
    sigaretta fra i denti mi chiese “Ehy tu, che cazzo fai? Non
    hai mai visto un uomo pisciare?”. Non gli risposi, guardavo
    la sua bocca e mi misi a pensare come avrei potuto
    ammazzarlo.
    “Posso parlare a quattrocchi con lei?” gli chiesi dopo un po'.
    Lui fece un mezzo sorriso e ci allontanammo di qualche
    passo. Io cercavo di prendere tempo per capire come agire.
    Non avevo mai ucciso neanche durante le battaglie e farlo a
    sangue freddo era qualcosa di veramente troppo grande per
    me. Mi misi a pensare a quel soldato, ai suoi figli che non lo
    avevano più rivisto e senza neanche capire cosa stessi
    facendo, portai le mani al suo collo. Lui era disarmato e
    provò a liberarsi lottando corpo a copro, ma la mia rabbia
    mi portava ad essere più forte. Il colonnello gridava per
    farsi sentire dagli altri soldati e a quel punto mi dissi che
    dovevo finirlo perché non avrei saputo come giustificarmi.
    Strinsi ancora di più. Morì così. Presi con un fazzoletto il
    coltello che avevo in tasca e mi ferii alla spalla. Quando
    arrivarono gli altri, mi difesi dicendo che mi aveva
    aggredito per abusare di me. Ovviamente fu aperta
    un'inchiesta dove recitai alla grande. D'allora mi sentii in
    grado di poter fare tutto.
    . . .
    La mattina dopo l'omicidio del mio compagno nella stalla,
    raggiunsi la sua casa e vidi i carabinieri che cercavano delle
    tracce dell'assassino. Notai fra le braccia di una donna una
    bambina con il viso rigato dal pianto e che ripeteva il nome
    del fratello. Ebbi un groppo alla gola, abbassai lo sguardo
    provando un profondo dolore. Piangeva per colpa mia.
    “Sono un mostro” mi dicevo mentre, sbandando anche per
    la fame, mi allontanavo con addosso i miei vecchi e luridi
    stracci.
    - Perché piangete, lo conoscevate? - mi chiese
    un'anziana donna.
    - Era un mio amico! - risposi mettendole una mano
    sulla spalla.
    Mi allontanai, stanco più nell'anima che fisicamente ed
    entrai in un bar per chiedere un bicchiere d'acqua. Fui
    osservato dalla testa ai piedi, quasi con disprezzo, ma io
    ormai mi ero abituato ad essere trattato da straccione.
    La guerra ancora doveva finire e tutti attendevano l'arrivo
    degli alleati, io non aspettavo nessuno. Non vedevo un
    futuro davanti a me, sapevo che sarei morto presto; chissà,
    forse alla fine mi sarei sparato un colpo alla testa.
    Al mio quinto omicidio mi sentivo morire dentro. Seduto al
    solito posto nella capanna, rivedevo quel corpo contorcersi
    fra le fiamme e ripetevo ancora di essere un mostro. Non
    riuscivo a fermarmi, c'era qualcosa in me che non mi dava
    pace! Piangevo sempre accarezzandomi il capo e non
    volevo stare lì da solo e con quella ciotola miseramente
    vuota. Andavo avanti solo bevendo acqua e le forze già mi
    stavano abbandonando. L'inchiesta sul misterioso
    pluriomicida era in corso già dalla terza vittima, ma furono
    necessarie altre sei affinché mi scoprissero. L'ultima,
    Giovanni, s'era salvato e lo avevano ricoverato in ospedale;
    mi aveva riconosciuto, avevamo combattuto insieme per
    due anni. Mi vennero a prendere una fredda sera di
    Dicembre, proprio a pochi giorni da Natale. Entrarono nella
    capanna con dei cani che subito mi vennero contro; io,
    sempre sotto la finestra, alzai la testa osservandoli. Avevo il
    viso scarno, gli occhi spenti e non mossi opposizione
    quando due carabinieri mi alzarono di peso...
    ...Mi hanno condannato a morte per crimini di guerra e
    questo è il primo giorno dopo tanti anni che sono ben
    vestito, pettinato e profumato. Indosso una bella camicia
    bianca e dei pantaloni come piacciono a me, me li hanno
    regalati le sentinelle dell'istituto e prima dell'esecuzione mi
    hanno preparato un succulente pasto.
    Adesso devo andare, sono venuti a prendermi. I miei amici
    di cella mi salutano e così le guardie ed io sorrido perché mi
    hanno fatto compagnia dopo tanti mesi trascorsi da solo.
    Nessuno di loro mi ha condannato. Sto per pagare il prezzo
    che la società mi ha imposto e con gli uomini credo di
    essere a posto; adesso mi aspetta Lui.
    Mi stanno facendo sdraiare su un lettino, mi sono tutti
    vicino, ma io guardo il tetto, anche quando sento l'ago
    entrare nel mio braccio. Adesso lo so se un uomo può
    veramente essere pronto a morire...

  • 07 luglio 2013 alle ore 12:03
    Lei mi è sacra (prima parte)

    Come comincia: "Lei mi è sacra. Ogni desiderio tace alla sua presenza. Non posso dire quello che succede in me quando le sono vicino; mi pare che tutta l'anima si riversi nei miei nervi."
    Queste frasi tratte da "I dolori del giovane Werther" di Goethe mi vennero in mente quella sera, mentre la guardavo seduta sul divano che discorreva animatamente, sorridendo e gesticolando con grande scioltezza. Capii di amarla così forte, che mi sentii un romantico di inizio ottocento; con tutta quella sbobba retorica sull'amore spirituale che travolge un uomo e una donna quando si amano e non possono amarsi, quando vorrebbero toccarsi e non devono farlo, quando sanno benissimo che ciò che fa crescere a 'sti livelli stratosferici la loro attrazione è proprio l'impossibilità di cedere ad essa, eppure, pur sapendolo, continuano ad amarsi.
    La sostanza dell'amore è questa d'altronde: la distanza tra desiderio e realizzazione. E lo sforzo di non realizzare il desiderio per non annullarlo.
    Ma quando le provi comunque, queste sensazioni, ti coinvolgono troppo. E le ami, queste sensazioni, come qualcosa di sacro, che ti svela per l'ennesima volta qual è il senso profondo e unico della nostra vita, la sola cosa per cui valga la pena di vivere.

    Si, si, va beh.... Ma cominciamo dall'inizio, appunto.
    Avevo conosciuto Beatrice per mezzo di un'amica comune. Una sera mi aveva invitato alla sua festa di compleanno, dicendomi: « Dai vieni, è gente simpatica, ho detto che avrei portato un amico... Mi scoccia andarci da sola... »
    Ed ero andato. Curioso il giusto, ma anche cosciente che la cosa poteva essere noiosissima. Era una di quelle situazioni sleccate della buona borghesia milanese, colta e ricca, che pur piene di buoni propositi di informalità, diventano ultraformali di fatto, a causa della pretenziosità politico-culturale che vogliono emanare. Comunque andai. Dovevo troppe cose a Carlotta e quello era uno dei modi meno faticosi per sdebitarmi.
    Quando arrivammo e lei venne ad aprirci, fu come un pugno nello stomaco. Quei due occhi grigio-scuri, ondeggianti e liquidi, che si spalancarono su di me, non dico che mi accecarono, ma quasi. E quel vestito di raso rosa, attillato e corto sopra il ginocchio, accoppiato con quelle scarpe grigie decolleté e con un piccolo tacco, neutralizzava immediatamente la romanticità del suo sguardo per dirottarti verso dimensioni ben conosciute di puro, semplice attizzamento.
    Quando la mia amica mi presentò sulla soglia e lei mi guardò fisso negli occhi per un solo fuggentissimo istante, sentii cominciare a risorgere nella mia anima quell'archetipo romantico di cui parlavo all'inizio e che era stato un must decisivo della mia adolescenza, corredato da vari tentativi di realizzazione, regolarmente e totalmente sempre frustrati.
    Ricordai la mia passione culturale, alle superiori, per la descrizione dell'amore romantico, e il mio impazzire per quel "romanzetto" di Goethe, che il nostro prof. ci aveva fatto leggere mentre studiavamo il Foscolo. Ci aveva detto placidamente: « Vedete ragazzi, il famoso "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" in fondo è una sorta di cover de "I dolori del giovane Werther” di Goethe. Stesso soggetto, stesso genere narrativo, stesso finale, stessa atmosfera. Cambiano solo alcuni insignificanti particolari... Se calcolate che è stato scritto quattro anni prima che il Foscolo nascesse, potete capire bene che non solo gli italiani in quell'epoca si ispiravano abbondantemente, fino a copiarle, alle letterature tedesca e francese, ma lo facevano anche con decenni di ritardo... Così era ridotta allora l'Italia, vera provincia d'Europa...»
    E così, per studiare il Foscolo, eravamo partiti da Goethe. Il prof. ci aveva spiegato che "I dolori del giovane Werther" era stato il primo romanzo veramente romantico della storia, scritto anzi quando ancora quell'aggettivo non era neanche stato coniato; e che era diventato un vero best seller e aveva travolto tutti i giovani acculturati d'Europa. Tutti avevano divorato quel “romanzetto” e tutti avevano preso ad imitarne il protagonista, cominciando a vestirsi e ad atteggiarsi come lui, ed arrivando persino ad uccidersi per amore, per essere trendy e alla moda fino in fondo.
    Voi capite bene che, spinto anche da quella atipica introduzione critica, io mi ero divorato quel "romanzetto", e mi ero stampato nell'anima quell'archetipo, che era ormai fuori epoca, ma che, anche per quello, avevo giudicato molto, molto figo...

    Insomma nei giorni in cui avevo conosciuto Beatrice quell'archetipo era risorto prepotentemente in me, dopo che per almeno un paio di decenni lo avevo quasi oscurato, seppellito in qualche zona recondita del mio inconscio più profondo.

    2.

    Dopo averci accolto, Beatrice tornò a fare la padrona di casa, dolcissima, elegantissima, raffinatissima, ed io mi sorpresi in varie occasioni incantato ad osservarla e a gustarla in tutte le sue pose, in tutti i suoi atteggiamenti.
    Stavo seduto immobile su quel divanetto con il bicchiere di gin tonic in mano e mi divertivo a guardarla, solo a guardarla. Non sperai neanche di poterle parlare, di cominciare a conoscerla, e mi tornò in mente un altro brano del Werther: "«Io la vedrò!» esclamo al mattino quando mi sveglio, e con gioia guardo il bel sole: «Io la vedrò!» E non ho altro desiderio per tutto il giorno. Tutto, tutto è assorbito in questa prospettiva! "

    Tanto che, quando lei arrivò al nostro divanetto e si mise a sedere tra me e la mia amica, mi emozionai a dismisura. Allora la osservai da vicino e intrasentii il suo odore, la sua fragranza; notai la sgranatura della sua pelle abbastanza scura, la foltezza dei suoi capelli castani e le sue mani con le dita lunghe e affusolate. Quando si rivolse a me poi, e con fare  cortese mi disse: « E tu Fabrizio, cosa fai nella vita?», mi sembrò un miracolo. Persi quasi la testa e, ora non ricordo bene, ma senz'altro le risposi con dei banali monosillabi.
    Non mi sembrò che fosse colpita da me, anzi, dopo quelle due chiacchiere si alzò e torno a fare audience tra la massa degli invitati.
    Quella sera la rividi un'ultima volta mentre rientrava dalla terrazza con sopra al vestito un impermeabilino nero, e mi sembro così smodatamente carina, che davvero quasi  mi impaurii e affrettai i preparativi per l'uscita, che la mia amica aveva già cominciato a fare.
    « Ci rivediamo, si? » mi disse mentre mi dava la mano per salutarmi. Io la squadrai un attimo con forza, notando con gusto il contrasto tra il nero dell'impermeabilino e il rosa del vestito, e dissi: « Si certo, spero proprio di si...» E solo in quel momento le lasciai trasparire chiaro che ero stato colpito, tanto. Lei  mi fissò ancora una volta con quegli occhi grigi e disse solo: « Bene, buonanotte.»

    La mia amica, che non si era accorta di niente, appena usciti mi disse:
    « Allora che ti è sembrato di Beatrice, bella no?»
    « Cazzo, se è bella...» risposi e aggiunsi canticchiando: « Bella...bella e impossibile....», entrando definitivamente e stabilmente nel mood “testa tra le nuvole”.
    Poi non vidi l'ora di congedarmi da Carlotta, per concentrami su quel pensiero immenso e sui flashback di quella serata.
    Volli rivederla subito, e andai su Facebook. La trovai e vidi che la sua pagina era aperta a tutti, per cui mi ubriacai delle sue immagini, esplorando palmo a palmo il suo profilo e gustandomi con  ardore i suoi look vari e sempre raffinati...  Poi le chiesi l'amicizia, ma subito annullai la richiesta. Mi sembrò troppo invadente farlo e decisi di aspettare gli eventi, giocando solo sulla suggestione creatrice. C’è chi dice in giro che se uno pensa una persona con forza, se desidera con forza che questa persona lo pensi, la cosa succede prima o poi, ed io automaticamente innestai questo meccanismo dell’anima dentro di me: cominciai a pensarla forte.

    E dopo una settimana il miracolo avvenne. « Mi ha detto Beatrice: perché non porti anche quel tuo amico simpatico che è venuto alla festa del mio compleanno? »
    Quando la mia amica Carlotta pronunciò queste parole, quasi mi spaventai per i risultati dei miei pensieri. La suggestione creatrice stava funzionando dunque: lei in qualche modo mi aveva pensato.
    Quella sera si trattava di una cena per pochi intimi: otto persone, compresi i padroni di casa. Oltre a me e Carlotta altre due coppie area borghesia milanese.
    Quando mi vide arrivare, mi sorrise con forza: « Ciao Fabrizio!!! - si ricordava il mio nome dunque! – Come stai? »
    Mi trattava con confidenza, eppure non ci eravamo scambiati che due magrissime parole. Possibile? Che davvero anche lei mi avesse pensato durante quella settimana? Non mi risposi, perché mi persi di nuovo ad osservarla.
    Aveva una camicetta attillata e lucida grigio chiara che riprendeva i suoi occhi, sopra a dei jeans anch’essi attillati, corti alla caviglia; e ai piedi due scarpe nere decolléte, con un  tacco medio, capelli sciolti e lucidalabbra. Sempre classe, sempre grande stile misto a sensualità appena accennata.
    Quella sera ogni tanto mi si rivolgeva. Quando dicevo qualcosa di interessante o quando con i miei sguardi le facevo capire che ascoltavo con attenzione quello che diceva lei.
    Dopo cena poi si sedette accanto a me sul divano e mentre parlava mi fissava con quegli occhi di ghiaccio ed ogni tanto mi chiedeva qualcosa sulla mia vita. Mi sentivo perso, e tutto il resto che succedeva intorno a me sinceramente neanche lo vedevo.
    Scoprimmo di avere una passione comune per l’Ottocento. Anche lei aveva fatto il liceo classico e si era flesciata per la letteratura francese di quel secolo: Balzac, Flaubert, Baudelaire, Maupassant… Per cui decidemmo di andare insieme a visitare una mostra sulla pittura romantica.
    Aveva il depliant di presentazione appoggiato sul tavolinetto posto davanti al divano, e la copertina era proprio il quadro di Hayez raffigurante il famoso bacio romantico. Non vi dico come fui travolto e turbato da tutte quelle strane coincidenze.
    Accettai entusiasticamente la sua proposta e il sabato successivo ci trovammo davanti al palazzo reale, alle 15,30, per visitare insieme quella mostra.

  • 03 luglio 2013 alle ore 12:07
    Mondi diversi

    Come comincia: Ero solito passeggiare lungo la spiaggiadurante gli inverni ,era vuota ed ottima  per restare in solitudine  e magari pensare a quello che era rimasto dibuono ancora nel mondo. Una giornata fredda come le altre in quel periodo mac’era uno spiraglio di luce solare che colorava di grigio il mare ,ricordo ilsurreale che popolava quel giorno ,pensai a lungo , un sasso vicino alla rivami chiamava come amplificatore di idee, mi piaceva pensare che stando li dasolo vicino al mondo marino mi rendesse una persona migliore ,più vicina almistero della vita.
    Ricordo che le idee volavano libere equasi un senso di sonnolenza mi prese ,non tanto per la stanchezza fisica, maperché  sovraccarico di pensieri ,comequando la notte prima di dormire si inizia a leggere un libro e ci siaddormenta dolcemente sognando i personaggi del racconto, resistevo a chiuderegli occhi ,il fruscio delle onde sulla riva ,il vento che aleggiava disalsedine inebriava i miei sensi e poco a poco mi addormentai .
    Non appena chiusi gli occhi si aprila porta dei sogni, era difficile capire poiché il mondo in cui mi trovavo oraera simile alla realtà ma non nelle dimensioni spazio –temporali ,non sentivoscorrere il tempo sulle mie spalle e la gravità non accompagnava i miei passisu quella spiaggia iniziando così a camminare sulle acque di quel mare grigio.Camminavo molto lentamente ,la paura del mondo precedente era ancora insitanelle mie membra, mi ci volle un po’ per abituarmi, come quando si viaggia inun diverso paese e si fa fatica ad abituarsi agli usi e costumi del nuovo mododi vivere, camminavo quasi in equilibrio con il mare che cullava il mio passoattento ,mi girai e non vidi più la riva, ero circondato completamente dalnulla, sotto il mare e sopra un cielo invernale. Nel mezzo di questo piccolouniverso lieto e silenzioso ,come speravo di trovare quando ancora ero desto,iniziai a vedere delle increspature all’orizzonte marino ,una sensazione dipaura e sorpresa mi colsero su per la spina dorsale, quasi a mettermi inguardia, ora il sogno era la realtà precedente quindi non riuscii a scacciarequella paura di chi sogna, più lieve di quella reale, i mondi si ero scambiati.Quelle onde bianche lontane ora si facevano sempre più vicine , mi fermai unmomento quasi ad aspettare,dove potevo andare in mezzo a quel nulla, e in unbaleno  mi ritrovai davanti un delfinofantastico che come me saltava ma sopra il mare ,non si immergeva affatto, misi presentò davanti in tutta la sua bellezza e mi trattenni da volerloaccarezzare, e in quel mentre le nostre voci si sovrapposero lui nel dirmibenvenuto ed io ancora non abituato a quel mondo gli chiesi “dove sono?”.
    Badate bene ero frastornato non soloperché avevo visto un delfino danzare sopra le onde del mare ma nell’udire lasua voce uscire fuori così dolce non riuscivo a credere a niente di ciò chestavo vivendo ,ma forse non era il momento di farsi troppe domande.
    Il delfino mi disse di avermi vistospesso venire ad osservare il suo mondo marino, mi fece notare che lui potevasentire i pensieri della gente che si sedeva presso il mare, ed io nonpotendomi trattenere dissi “perché hai portato me in questo mare grigio?”
    “perché i tuoi pensieri sono gliunici che si odono per tutto il nostro mondo, risuonano dolcemente in tutto ilmare, sei una creatura primordiale come me ,non ti abbandoni alle cosepasseggere , i tuoi pensieri sono grida che risuonano  nel sempre, avevo piacere di incontrarti.”
    In quel momento mi ricordai di quellasensazione di sentirmi migliore , di sentirmi più vicino a qualcosa di grande,forse era stato quel delfino a trasmettermi quello che provavo,eravamoconnessi, e poi io una creatura primordiale, suonava bene.
    In quel mentre mi raccontò dellastoria del mare fin dagli albori e rimasi immobile quasi in estasi ad ammirarela sontuosità del delfino ,che per me era come un dio del mare, e non capii benela storia ,sentii solo una sensazione: forse il mondo un senso lo aveva ,nonsuccede niente per caso, la vita scorre in ogni cosa. Mi raccontò di tutte lerazze marine ma tutto si faceva sempre più grigio per arrivare quasi al nero,cercai di strofinarmi gli occhi per poter veder meglio ma una  volta aperti sentii un dolore sulla schiena ,era quel sasso dove mi ero seduto e in seguito addormentato.
    Spesso tornai in quella spiaggiamisteriosa per poter parlare con quel delfino, spesso cercai di addormentarmisperando di rivederlo, ma non ci fu una seconda volta fatto sta che mi sentiimigliore da quel giorno  , guardai ilmondo in cui vissi fino alla morte in maniera diversa , e poi un attimo dopo lamia morte il sogno riapparve in maniera diversa , ero divenuto un delfino esentii  per l’ultima volta una felicitàumana scorrermi addosso.

  • 02 luglio 2013 alle ore 19:19
    Corto # 8 - Il contrario della coerenza

    Come comincia: Conoscevo un ragazzo e conoscevo anche sua madre. Un giorno lei mi disse "Qualsiasi cosa succeda, vedetevela fra voi. Ma se ti mette le mani addosso, corri da me a dirmelo".
    La presi in parola. Ma lei alla mia non credette mai.