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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 dicembre 2017 alle ore 9:59
    LA SUPPOSTA E IL RAZZO

    Come comincia: Cosa accade nel cervello di una persona, nel caso il mio, svegliarsi la mattina e, ancora insonnolito, ripetere stancamente col pensiero un mantra tipo: ‘che differenza c’è tra una supposta ed un razzo?’ Che non sono una persona normale ed io a questo punto tale non mi ritengo ammesso che al tempo d’oggi tale parola abbia un significato, con quello che si vede e si sente in giro…In ogni caso non vi tedierò col raccontarvi la barzelletta, che tra l’altro non è nemmeno tanto spiritosa ma anche un po’ volgare. Mi giro nel letto e m’inebrio del profilo della mia consorte, inondato da un bel sole messinese. La cotale un po’ più giovane di me, diciamo molto più giovane che  ha voluto sposarmi ad ogni costo ventiquattro anni addietro quando ancora non ero ancora disastrato come ora per aver compiuto il…simo anno di età (sono coetaneo della mia suocera) e bisognevole talvolta di una aiutino, si quello che avete immaginato, oggi, per fortuna,  la farmacopea  dà una mano ai non più giovani. Talvolta non ne avrei bisogno come questa mattina ma mai svegliare la dolcissima nel pieno del sonno, mal me ne incoglierebbe; mi limito a bearmi del suo profilo dolcissimo perchè quando si incazza… (è un leone ascendente leone!) Mi ficco sotto la doccia ma il rumore dell’acqua sveglia la non più dolce Anna che: “Non potevi aspettare… manco la domenica…” Per farmi perdonare vado in cucina e preparo una sostanziosa colazione con la quale spero di addolcire Keeta (leggi Cita, non ditele che la chiamo così, era la scimmia di Tarzan). Suo stiramento degli arti superiori ed inferiori, stropiccio degli occhi per riprendere la realtà: “Talvolta sei meno… del solito” Ho volutamente tralasciato l’aggettivo che, detto da lei,  considero normale non offensivo. “Quante belle cose madama Dorè, o hai qualcosa da farti perdonare o vorresti…hai presente il colore bianco, è quello in cui andrai incontro per avermi svegliato.” La miglior risposta è il silenzio, non so chi l’abbia detto ma faceva al caso mio, cercai di cavarmela con una battuta: “Allora mi vesto a vado a Messa.” “Ma se ti hanno buttato fuori dal collegio dei preti per le vignette e le battute anticlericali che hanno trovato nel tuo diario, non ci credo nemmeno se ci fosse una giovane monaca arrapata, dì piuttosto che vai al circolo ufficiali a farti una partita a carte!” Io Alberto M. sono un ex colonnello dell’Artiglieria ma l’appartenenza a quest’arma non era a mio favore. “Come artigliere sei un po’, dico un po’ per aiutarti,  fuori allenamento…” Era tutta una sceneggiata, Anna M. mi voleva un bene da pazzi ed era anche gelosa; quando durante una festa danzante al Circolo Ufficiali qualche vecchia signora si strofinava troppo con lo scrivente, la fulminava con lo sguardo e riprendeva possesso della mia persona! Ma non finiva lì: per mortificarmi agganciava qualche giovane Tenente e faceva finta di divertirsi un sacco alle battute, magari insulse del bamboccio, pensava di vendicarsi e farmi ingelosire ma io, da vecchio anticonformista  non me la prendevo proprio a mi recavo al bar a parlare col barista giovane romano dè Roma come me. “A’ Romolè so quasi tutte nonne incartapecorite, esclusa ovviamente mia moglie ma tu…” “Quarcuna c’ià provato con me, magari se sganciano qualche migliaia di Euro…” “A lì mortè te metti a fa er macrò…” “Non so si ce la farei, con tutta quella pellancica che c’ianno, bah!” Un giorno una novità:  mia cugina Silvana va in palestra che ne dici se ci vado anch’io?” Non c’era nessuna scusa per negare il consenso anche se istintivamente…”D’accordo fai come vuoi.” L’istinto non aveva sbagliato: dopo circa dieci giorni qualcosa era cambiato nel comportamento di Anna: non era più allegra come prima, parlava e sorrideva poco, talvolta la trovavo a letto, quando mai la mattina restava in casa, andava sempre in giro negozio negozio ma ora… e poi anche sessualmente…Pensai che non era il caso di fare domande dirette dato che aveva poca voglia di parlare e per non metterla a disagio ma fu Silvana che scoprì l’arcano. “Alberto sai quanto voglio bene a te e ad Anna ma ti devo dire che tua moglie..non te la prendere con me che l’ho portata in palestra ma…”Ho capito con chi se la fa?” “Col coach, è un giovane fusto affascinante che piace un po’ a tutte le ragazze.” Dopo mangiato, pipa in bocca: “Che ne dici se mettiamo in atto quello che abbiamo sempre sostenuto, rapporti di sincerità fra di noi, mi puoi dire la verità, non sono il tipo che crea casini.” Dopo un lungo silenzio:”Hai parlato con Silvana? Penso proprio di si, è difficile spiegarti l situazione, tu mi sei molto caro…” “Lascia perdere lo zucchero e vieni al dunque.” “Ho avuto rapporti con Massimo il mio istruttore, non pensavo mai che sarebbe accaduto una cosa del genere ma…è accaduto, qualsiasi decisione prenderai per me va bene.” “Non ho alcuna intenzione di perderti, cerchiamo una soluzione anticonformista, niente pannicelli caldi come dicono i politici, invita il tuo…amico a casa nostra, lo sorprenderai, digli che ho spiccato il senso dello humor, anche se ho qualche dubbio in questo caso e che non sono un tipo violento. Evidentemente Anna aveva molto faticato a convincere l’amante a venire a casa mia dato che erano passati quindici giorni dal nostro ultimo colloquio. “Che ne dici se domenica faccio venire Massimiliano, vorrei mangiare a casa nostra e non al ristorante, potrebbero esserci delle chiacchiere, che ne dici?” “La fatica sarà tutta tua perché dovrai cucinare e non ordinare cibi già pronti.” Almeno volevo risparmiare sulla spesa ed infatti la baby, dopo essersi recata in giro ad acquistare cibare da cucinare per il pranzo, la domenica mattina si alzò molto presto e si mise ai fornelli. In verità fece una bella figura ma di questo ve ne parlerò dopo. Il giovan signore si presentò tutto azzimato a mezzogiorno, posteggiò la sua Mini verde classica, auto inglese anche nel colore e bussò alla porta di casa mia. “Per favore vai tu, sto cucinando.” Una scusa per vedere come si metteva la situazione tra i due maschietti. Il cotale era vestito in modo sportivo, all’ultima moda e qui, pensò Alberto, lo stipendio della palestra doveva essere consistente, a meno che il giovane non avesse un altro genere di entrate…“Signor Alberto buon giorno, io sono Massimiliano…” “La conosco di fama, si accomodi in salotto Anna sta cucinando e la cucina è off limits. Caro Max io da buon romano sono per  l’empatia, possiamo darci del tu, dimmi come sei giunto a Messina dato il tuo accento bolognese, mi sbaglio?” “No son proprio di Bologna, a Messina è stato trasferito a suo tempo mio padre impiegato di banca e ci sono rimasto.” Poco dopo apparve la mia consorte reggendo una cofana fumante (non sapete cos’è una cofana? gnurants) con dentro delle lasagne al sugo forse in onore del suo amico(è un piatto tipico di Bologna). Riempì i nostri piatti del succulento cibo e, sorpresa sorpresa, toltosi il grembiule di cucina apparve vestita con corta minigonna in rosso con una scollatura abissale , capelli a chignon, un colpo d’occhio al quale il bolognese rimase per un attimo come imbambolato. “Cara se ti presenti così invece di mangiare ci fai pensare al altre piacevoli cose, che ne dici Max?” “Sua moglie è affascinante, non so che altro dire.” Meglio così pensai brutto maiale che ti trombi la qui presente consorte, come se non l’avessi mai vista nuda!  Seguirono portate di gamberi arrosto, alici marinate, sgombri già spinati, insalata di vari colori e, dulcis in fundo cannoli alla siciliana che penso che baby abbia acquistato in pasticceria. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi del mio amico Giorgio Brunori non poteva mancare e, insieme, con i dolci, lo spumante veneto Merlot.  “Mes amies dopo pranzo sono abituato a fumare la pipa, siccome Anna non sopporta il fumo me ne vado in strada, con permesso.” I due amanti sicuramente erano rimasti sorpresi di tanta, come dire, generosità da parte mia, ma faceva parte della strategia, volevo metterli in difficoltà nel constatare tanta benevolenza da parte di un marito cocu. Portai fuori Pucci, a proposito non vi avevo detto di possedere un cane pastore tedesco e tornai dopo circa un’ora facendo entrare in casa prima il mio cagnolone per avvisare i due del mio ritorno. Li trovai un po’ rossi in viso mentre ballavano al suono di una musica brasiliana. “Vedo che avete i miei stessi gusti, per me il Brasile e soprattutto le sue femminucce mi fanno impazzire, anche a voi?” Massimiliano decise di averne avuto abbastanza e, con una scusa, si levò dalle balle. Anna si sedette sul divano, apparvero le sue mutandine rosse come il vestito. “Cara ma non siamo a Natale che ci si veste di rosso ad ogni modo stai molto bene e soprattutto sei molto sexy.” Anna andò in cucina ed apparve dopo circa mezz’ora. “Non ho capito cosa volevi concludere con questa sceneggiata, Max era molto sorpreso ed anch’io.” “Non ricordo chi disse ‘semper satisfare uxorem tuam’, ho messo in atto il detto latino…” Anna scappò in camera da letto e quando la raggiunsi la trovai piena di lacrime. “Ho fatto il classico ed ho capito il tuo messaggio ed ho pensato che…era il tuo amore che ti spingeva a comportarti in modo almeno inusuale per un marito tradito, io ti voglio ancora molto bene e ormai ritengo che la mia sia stata solo una sbandata sessuale che deve finire qui, sempre che tu lo voglia.” “Amore mio questa volta te lo dico in italiano: talvolta le corna servono per  migliorare un legame affettivo, penso che sia così o mi sbaglio?” Un lungo bacio, la storia di Anna  e Massimiliano  era finita, l’amore aveva trionfato, forse la frase è troppo pomposa ma rispondeva alla realtà. A proposito del razzo e della supposta: il primo va in cielo mentre la seconda…ciao a tutti.
     

  • 30 dicembre 2017 alle ore 16:53
    Adriano il lupo

    Come comincia: Adriano il lupo
     
     
    C’era una volta, un bellissimo lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Adriano.
    Dal carattere dolce e sincero, nobile ed idealista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del festoso dondolio delle lucciole all’aria aperta, del danzare lieve dei fiori coi loro colori, del brillio della luna in cielo, fiero nel suo incedere, perennemente col muso rivolto verso l’alto, forte e coraggioso.
    Acquazzone/si vestono di luna/i papaveri ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, ritenuto proprio per questo suo modo di fare, un tipo allorché eccentrico, dagli altri componenti del branco, che non vedevano di buon occhio questo suo poetare, apprezzando ben altre virtù in un lupo della sua età, adatte alla continuazione della specie, ed il proliferare del gruppo, quali l’adoperarsi per trovare una buona compagna e crescere insieme a lei dei bei cuccioli sani, lasciandolo per questo motivo spesso solo, ed in disparte.
    Ma docile ed altruista, lui sorrideva alle loro parole, senza remore.
    Perduto il dono di poter mangiare frutta fresca, melone, ciliegie, more, e qualsiasi alimento contenesse zuccherini, il lupo, non si era mai perso d’animo, e anche se costretto a nutrirsi di semi e tanta, tanta acqua, non aveva mai smesso di comporre poesie da ululare alla luna, attento al suo stile di Vita, prediligendo altro cibo, cercando di muoversi un po’ in più, con regolarità, come la sua condizione gli imponeva, ugualmente orgoglioso di riempire coi propri ululati il creato.
    “Ma senza poter mangiare more!” giungevano voci al suo orecchio “Senza divorare noci croccanti!”, “Ma non si può guarire?”, “Mai?”
    “No…ed è bene invece, tenere sotto controllo lo stato degli zuccheri nel sangue, con continuità e usare buoni accorgimenti!” replicava lui per tutta risposta “Scegliendo il giusto di cui nutrirsi!” drizzava le orecchie “E continuare così a ululare!”
    “Ma se i semi un giorno dovessero scarseggiare?”, “Se tu non riuscissi  a trovare altro?” e lui a quelle domande, ringhiava grattando la nuda pietra con gli artigli, guardando loro straniti.
    “Ma come si fa a vivere?”, “Non puoi mangiane zucchero proprio mai, mai?”, “Non ti manca?” e lui ululava, facendo risplendere il cielo, rimarcando “Posso scegliere di tanto in tanto, magari di mangiare, la frutta che contiene minor quantità di zuccheri!”
    “Mi sembra che non sia mai stato invitato ad alcuna Festa, organizzata nella Foresta!”, “E come sarebbe potuto essere il contrario?”, “Deve fermarsi così di frequente per dissetarsi!”, “Ma beve proprio tanta acqua?!”, “E poi come avrebbe mai fatto ad affrontare un cammino così lungo?”, “Deve fare tanta pipì!”.
    E di colpo nel mezzo di quel ciarlare, salendo sulla roccia, con un solo salto, la bella Alba, lupa dagli occhi d’ambra, correndogli di fianco, storcendo il muso, tirandogli giocosamente l’orecchio, gli chiese scodinzolando “Me lo reciteresti un haiku, Adriano?”
    Compagna di giochi del lupo, conosciutisi ancora cuccioli, intenti a ruzzolare lungo la vallata, con le zanne non ancora aguzze, divertendosi insieme a nascondersi dietro gli alberi, i due non si erano lasciati mai più, restando uno accanto all’altra, con gioia infinita, condividendo lo stesso indomito amore per la poesia, componendo haiku, guardando ben oltre quel cicaleccio.
     “La poesia è un gesto di pace!” ripeteva lei, strusciando il naso contro quello di lui “Ricordi, il giorno in cui mi parlasti degli haiku per la prima volta? …insegnandomi a dividere le sillabe?” sorrise.
    E lui ricambiando la sua dolcezza, annuì “Tu non pensi all’acqua che mi fermo a bere?...allo zucchero che non divoro…alla tanta pipì…alle volte in cui esausto sto così male… e ti sono d’intralcio?”
    “Dovrei?...fa differenza?” si chinò lei a leccargli le zanne bianche, come piaceva ad entrambi “Vorrei tu mi recitassi un haiku…”
    E lui, guardandola con Amore infinito,  ululò alla luna “Vento/pensieri dal vecchio fico/a sgocciolare”
    “La poesia è l’Amore che abbiamo dimenticato...l’Amore a prescindere, l’unico compenso dell’Amore!” si accoccolò Alba, contro il pelo del lupo, senza considerarlo diverso, per il modo che aveva di dover mangiare, per il suo bere così frequente, per la quantità di zuccheri aggiunti che scorreva nel suo sangue, per i momenti di stanca. Sorda ai commenti altrui.
    “Fosse per me non ti cambierei di una virgola!” gli confessò, aprendogli il cuore, la lupa.
    Ed insieme Adriano e Alba, quella notte si diressero verso la grotta, uno di fianco all’altra, scoprendosi a dividere lo stesso giaciglio, innamorati. Ed al sorgere del nuovo giorno, i due lupi non si separarono più, e vissero per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     
     

     
     
     
     
     

  • 30 dicembre 2017 alle ore 10:51
    ALBERTO IL MAGNIFICO

    Come comincia: “Intitolare un insieme di racconti con un titolo esageratamente altisonante…  lascia perdere!” Chi parlava era il mio alter ego; io, da buon ateo, non ho un angelo custode come i cristiani ma un rompi c…i .che non si fa mai i cazzarelli suoi. Lo so che ‘il magnifico’ era detto il sultano turco Solimano ma stavolta lasciatemi esagerare. Giunto all’….mo anno di età, qualche licenza penso di potermela permettere anche per incoraggiarmi un po’: uno che da giovane era considerato per il suo fisico il ‘bell’Apollo’ (viva la modestia!) e ‘conquistatore di donne a getto continuo'(Petrolini)’ all’apparire di rughe sul viso, perdita della muscolatura, colonna vertebrale tipo slalom, dolori sparsi un po’ in tutto il corpo, perdita della memoria e qualche… defaillance permettete che sia almeno un pò giù di morale. Anche passare il tempo in caserma fra ex colleghi (sono un ex maresciallo delle Fiamme Gialle) non migliora la situazione, il discorso va spesso a finire sulle malattie o peggio sul decesso di qualcuno dei nostri, una tristezza… L’unica consolazione una frase di mia moglie (molto più giovane di me) che mi ripete: “Sei sempre l’amore mio!” “Sarai sempre l’amore suo ma è un amore tutto sfasciato” il pensiero di Alberto. Ti pareva che l’alter ego non si immischiasse peggiorando la situazione, str…o! Col mio senso dello humor riesco in parte a sollevarmi lo spirito. Talvolta mi capita di accompagnare Anna (il suo nome) a fare delle compere e vengo interpellato da qualche commesso: “Le piace quello che ha scelto sua figlia…” oppure qualche vecchia signora amica che, per darmi un po’ di corda: “Alberto non dimostri assolutamente la tua età! “ (pietosa bugia). Il peggio è avvenuto quando ho preso a sfogliare il mio album di foto, lì è stato il crollo finale. Ora basta con i piagnistei (peraltro inutili) e, se volete, leggetevi i miei racconti ed anche il mio romanzo ‘Tato il libertino ed il sapore di Venere’, edizione Albatros. Qualche critico (bontà sua) l’ha definito: ‘originale,piacevole, pregno di emozioni, a tratti erotico. C’è nostalgia miscelata a dolce ricordo di un’esistenza che viene gustata di nuovo attraverso la memoria.’ Buona lettura.
     

  • 20 dicembre 2017 alle ore 16:03
    Romeo il lupo

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiane tonalità viola scuro, di nome Romeo.
    Dal carattere dolce e sincero, nobile ed idealista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del festoso scorrere dei ruscelli all’aria aperta, del danzare lieve dei fiori fra l’erba fresca, del brillio della luna in cielo, fiero nel suo incedere, forte e coraggioso.
    Acquazzone/sgocciola fra i rami/l’allodola ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, ritenuto proprio per questo suo modo di fare, un tipo allorché stravagante, dagli altri componenti del branco, che non vedevano di buon occhio questo suo poetare, apprezzando ben altre virtù in un lupo della sua età, adatte alla continuazione della specie, ed il proliferare del gruppo, quali l’adoperarsi per trovare una buona compagna e crescere insieme a lei dei bei cuccioli sani, lasciandolo per questo motivo spesso solo, ed in disparte.
    Ma docile ed altruista, lui sorrideva alle loro parole, senza remore, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Cucciolo timido e introverso, quanto energico e vivace, ricevuto in dono alla nascita, sotto la zampetta sinistra, un disegno a forma di cuore, diviso  a metà, grande era stato l’augurio che aveva accompagnato la sua venuta al mondo “Che tu possa trovare la compagna della tua vita!” “E che tu possa riconoscerla attraverso questo cuore a metà, che al momento opportuno si congiungerà alla sua parte mancante, che solo la lupa per te avrà  sotto la stessa zampa! Riconoscendo in lei, e solo in lei,  la tua compagna!”.
    Ma divenuto adulto, perso nei suoi haiku, Romeo non aveva mai trovato in alcuna lupa, quella magia adatta a fargli battere il cuore, e trascorrendo i giorni a puntare la luna, componendo poesie nel suo animo, non aveva mai dato  più di tanto, importanza alla cosa.
    E una notte mentre era intento a girovagare per la Foresta, silenzioso, componendo nuovi haiku, di colpo fu sorpreso da una tremenda tempesta,  e spaventato, cercando alla svelta riparo, saltando una roccia resa precaria dalla pioggia, lanciando un guaito straziante scivolò, rovinando al suolo, con una zampa ferita, inerme, ormai perduto .
    “Non ti muovere o potresti finire col peggiorare la situazione!” gli si accostò una lupa dagli stupendi occhi d’ambra ed il pelo zuppo, che incurante della tormenta, in fuga col suo branco in cerca di asilo, nel vedere lui cadere dalla roccia, ferendosi malamente, non aveva esitato a lasciare i suoi compagni per corrergli in aiuto, raggiungendolo “Non ti muovere!”
    E udendo le parole di lei, attutite e lontane, ormai stravolto dal dolore, il lupo, inspirando forte l’odore della bella lupa, riconoscendolo buono, perse i sensi stremato.
    Ma la creatura consapevole del rischio che lui stava correndo, ridotto in quello stato, senza porre tempo in mezzo, chinandosi sullo sventurato, lo addentò morbidamente per la collottola, e trascinandolo di peso, cercò con tutte le sue energie, sfidando la furia degli elementi, di portarlo al sicuro.
    “Scappa! Scappa bella lupa! Non pensare a lui!” gli urlò contro, fuggendo, l’alce nero, anche lui in cerca di un rifugio, vedendola trascinare il lupo, impedita, con tutta la sua forza “Non riuscirai a salvarti da questa bufera, se porti con te anche lui, riverso in queste condizioni!” sparì lui, con un solo salto.
    Ma lei senza porre orecchiò alcuno alle sue parole, continuò a fatica, senza lasciarlo, riuscendo a trovare una grotta di fortuna, seppur sfinita e col fiato corto. E raggiante,  adagiando il lupo sopra un giaciglio di foglie secche ed asciutte, leccandogli la ferita sanguinante, disinfettandola, restò a scaldarlo col calore del suo fiato, senza muoversi dal suo fianco.
    Al suo risveglio lui, non percependo più alcun dolore dilaniargli la zampa, voltandosi adagio, scorgendo la bella lupa, sorridergli dolcemente, rapito dallo sguardo disarmante di lei, intuendo quanto fosse successo, sentì il cuore balzargli in petto, come mai gli era successo.
    E abbassando lo sguardo, lo stupore di lui fu enorme nello scoprire sotto la  zampa sinistra di lei, la stessa identica macchia a forma di cuore che aveva anche lui, anch’essa a metà, e prendendo fiato a tratti, articolando a fatica ogni sillaba, scosse la testa stranito. “Quella macchia… che hai sotto la zampa…” buttò in un sol respiro, tremante.
    E lei a quella domanda, gli sorrise timida “Questa macchia …” soffiò “Ce l’ho dalla nascita! Perché ti spaventa?” si meravigliò.
    E lui sorridendo a quelle parole, strusciò d’istinto il suo muso contro quello di lei incurante, provando per la prima volta un sentimento d’amore, mai sentito prima di allora.
    Indietreggiando a quel gesto così puro e forte, la lupa chinò il capo smarrita, senza riuscire a proferire parola, e grattando la nuda pietra con gli artigli, lo guardò con tenerezza “Questo cuore a metà, mi fu disegnato sotto la zampa sinistra alla nascita!” inghiottì, ricordando la sua venuta al mondo  “Che tu possa trovare  il compagno che ti renderà felice! Lui e lui soltanto! Il lupo che ti amerà sopra ogni cosa! Sin dal primo istante! Senza il bisogno di conoscere nemmeno il tuo nome! Il lupo che ti porterà già con sé nel cuore alla nascita!”
    E Romeo mostrandole a quelle parole, lo stesso pezzo di cuore, che aveva sotto la zampa sinistra, guardandola negli occhi con amore infinito, le chiese il suo nome. “Elettra!” arrossì lei “Il mio nome è Elettra!” guaì stringendosi a lui, ed il lupo accogliendola, a sua volta gli fece eco “Il mio è Romeo!”
    Ed Elettra a quella scoperta, stranita, scodinzolando, sgranò gli occhi “Il poeta? …chi lo avrebbe mai detto?” e riscoprendosi nello stesso cuore, i due restarono a scrutarsi impacciati, nel medesimo battito a formarne uno soltanto, melodia d’amore, assordante, d’impareggiabile bellezza.
    E dividendo il giaciglio quella notte, ritrovandosi innamorati, si strinsero l’uno all’altra, al riparo dalle intemperie, colmi di gioia “Me lo reciteresti un haiku?” le chiese lei, leccandogli le zanne bianche, come piaceva ad entrambi, e lui tirandole l’orecchio in modo giocoso, le recitò la sua poesia più bella “Luna di pioggia/a dondolare nel cuore/ una piuma”
    Ed al far dell’alba i due lupi, contemplando l’aurora più splendente che avesse mai svegliato la Foresta, facendo brillare il creato attorno, in mille bagliori di rugiada scintillante, finito il temporale, uniti, Romeo ed Elettra non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 17 dicembre 2017 alle ore 14:50
    Buon Natale anche a te

    Come comincia: Quando Fausto aprì la finestra era già mattina inoltrata e un tepido sole si affacciava in cielo. Meglio così, pensò. Un Natale col sole era quello che ci voleva per lui. Niente strane indesiderate malinconie, nostalgie, quadretti di quartieri innevati con alberelli stracarichi di luci, ninnoli, e via dicendo. Da tempo il Natale non aveva alcun fascino su di lui, da quando era morta sua moglie, sì, più o meno da allora, ma già da prima lui aveva cominciato a covare una certa indifferenza verso le feste, tutte le feste, una indifferenza che era diventata insofferenza, ma che nascondeva molto bene per non deludere lei. Adesso ormai non aveva più bisogno di fingere, lei non c’era più. Fausto chiuse la finestra e andò in cucina a fare il caffè. Come al solito lo berrò da solo, pensò, tanto lui non ci sarà, ma provò lo stesso a chiamare suo figlio: il caffè è pronto. Gli rispose un silenzio di assenza. Non è rientrato, pensò Fausto. Non andò a guardare in camera del figlio, non lo faceva mai, anche perché spesso capitava che lui fosse in compagnia di una donna, sempre una diversa, naturalmente, e Fausto non voleva sentirsi in imbarazzo. Le situazioni imbarazzanti l’avevano sempre messo molto a disagio e così aveva imparato ad evitarle. Si sedette al tavolo di formica della cucina e pensò, mentre sorbiva il caffè, che niente era più freddo della formica, distante, malinconico. Potrei metterci sopra una tovaglia, anzi, un bel tappeto spesso, di quelli che si usano anche quando si gioca a carte, magari allegro, colorato, ma poi perché? Cosa me ne importa? Così il tavolo si pulisce in fretta, due passate di straccio e via. Sul tappeto, se poi rovescio qualcosa, devo lavare, poi magari le macchie non se ne vanno. Viva la formica. Stabilito che il tavolo sarebbe rimasto così, nudo e freddo, si alzò e lavò bicchiere e cucchiaino. Guardò l’orologio a muro, erano le 11. Non era abituato a dormire al mattino, il suo lavoro gli piaceva, mai un’assenza, mai un ritardo, era soddisfatto di sé, però oggi era il 24 dicembre, la vigilia di Natale, e lui si sentiva inquieto, non sapeva cosa fare, nessun lavoro a salvarlo dai suoi fantasmi, dall’insoddisfazione, dai pensieri che lo tormentavano. E il suo tormento era il figlio. Un figlio di 27 anni che non si era nemmeno diplomato, mentre lui avrebbe desiderato un figlio con una bella laurea, magari di quelle importanti che danno tanto lustro: medico, avvocato, e forse addirittura magistrato. E invece eccolo lì, questo figlio! Non studiava, non lavorava, non parlava col padre. Però era molto bene educato, mai una rispostaccia, mai una litigata, quando il padre gli proponeva delle occasioni di lavoro, lui opponeva un semplice e pacato “non sono interessato”, così pacato, così indifferente che Fausto si sentiva esplodere, ma poi non diceva niente. Certo le madri sono diverse, le madri sono ostinate, assillanti, non si arrendono, scavano e osservano, affrontano i figli. Eh, quando c’era lei era tutto diverso, lui non era mai riuscito ad entrare in contatto col figlio e col tempo si era rassegnato. In fondo il suo stipendio bastava per tutti e due, e magari le cose prima o poi sarebbero cambiate. Decise di uscire, l’aria di casa era opprimente e la giornata sarebbe stata lunga. Camminò tutto il giorno, ma non lungo i marciapiedi intasati da gente in cerca degli ultimi regali, delle ultime compere per il cenone e poi il pranzo del 25 e poi, già, bisognava pensare anche a S.Stefano, insomma una corsa pazza e sconsiderata agli acquisti di ogni genere. No, lui camminò a lungo nei giardini pubblici, si sedette su panchine silenziose e si perse a guardare il mondo che più amava, quello che gli presentava la natura nella sua meravigliosa semplicità. Tornò a casa tardi, quando si era fatto buio già da un bel po’. Sulla porta, entrando, quasi si scontrò col figlio che stava uscendo il compagnia di una ragazza. Fausto restò allibito: tacchi altissimi, calze a rete, minigonna vertiginosa, un nero attorno agli occhi così pesante che sembrava fosse stata truccata da un pugile. In testa una foresta che sudava gel. Santo cielo, pensò Fausto, questa le batte tutte.
    -Papà, lei è Shelley.
    -Piacere
    -Ciao- e Shelley scese per le scale di corsa.
    Entrato in casa Fausto riuscì soltanto a sospirare e a pensare, ma solo per un attimo, che quella era la notte di Natale. Guardò fuggevolmente la fotografia della moglie sul comò, e se ne andò a dormire. Quella notte sognò la grande chiesa della sua infanzia, tanta gente, tanto aroma d’incenso, e sua moglie che gli sorrideva dal soffitto: sposami Fausto, sposami! Ma come faccio a sposarti, io sono un bambino, non posso sposarti! Sposami Fausto, sposami! Fausto si svegliò di soprassalto e accese subito la luce. Ogni cosa era al suo posto, il silenzio era il solito, solo il tendone che nascondeva la finestra si muoveva leggermente, come capita sempre dove c’è un calorifero acceso. Prima ancora di guardare l’orologio, avvertì un profumo che inondò la camera da letto. Ma sto ancora sognando? No, quello era profumo di caffè, caffè vero. Fausto si mise addosso qualche indumento e uscì dalla stanza con prudenza e circospezione, sapeva che probabilmente avrebbe incontrato suo figlio o qualche amica. Non ricordava che qualcuno degli amici del figlio avesse mai fatto il caffè, tanto meno lui, lui sarebbe uscito e l’avrebbe bevuto al bar. Si fermò sulla soglia della cucina: no, non era suo figlio, era una ragazza, che in quel momento gli voltava le spalle. Di lei Fausto poteva vedere una lunga innocente coda di cavallo, una maglietta rosa e un paio di pantaloni neri alla caviglia. Calzava scarpette basse tipo cenerentole.
    Lui accennò un lieve colpo di tosse. Buongiorno. Lei si voltò, e, con un gran sorriso lo salutò: Oh, buongiorno. Bevi un po’ di caffè?
    Fausto arrossì violentemente di fronte a quel “tu” così disinvolto, ma si fece coraggio.
    -Sì grazie, mi fa molto piacere, ma tu chi sei?
    -Ma sono Shelley, non mi riconosci?
    Fausto guardava Shelley e non la riconosceva. Davanti a lui c’era una ragazza con la faccia priva di trucco, il sorriso gradevole, gentile. Sembrava giovanissima.
    -Ah!
    Shelley rise divertita. Tutto quello che sai dire è “ah”? Ciao, mi presento, mi chiamo Irma.
    -Ah!
    -Sì, Shelley è per la sera, quando andiamo in giro.Vieni, bevi il caffè, chissà che ti venga in mente qualche parola che non sia “ah”.
    Fausto si avvicinò al tavolo per bere il caffè e intanto rifletteva che questa ragazza era davvero troppo giovane, non era che il figlio se la faceva con una minorenne. Gli venne un brivido al solo pensiero.
    -Bene, ciao Irma, quanti anni hai?
    -Finalmente una frase intera. Ho 25 anni, sì lo so che ne dimostro di meno, però sono 25.-Senti Fausto, ti chiami Fausto, vero? Ho visto che nel frigorifero c’è un po’ di roba. Potrei preparare qualcosa da mangiare per mezzogiorno, tanto oggi rimango qui.
    -Fai pure, non mi disturba, ma ricordati che qui non c’è niente da festeggiare, il Natale non mi interessa.
    -Non preoccuparti, si tratta solo di mangiare qualcosa.
    Irma rise di nuovo e Fausto capì che niente avrebbe potuto smuovere il buon umore della ragazza. La guardava mentre lei si muoveva veloce in cucina, leggera e canticchiando. Pensò che era simpatica, ma chissà se era una nullafacente come suo figlio! Ricordava i vecchi proverbi: chi si assomiglia si piglia. La studiò un po’ in silenzio, e poi non ce la fece più.
    -Cosa fai tu? Studi? Lavori?
    -Lavoro, faccio la traduttrice per una azienda, e poi altri lavoretti che mi capitano, sempre concernenti le traduzioni. Non avevo molta voglia di studiare ma me la sono cavata e sono indipendente. Allora faccio io? Decido io per il pranzo?
    -Ma sì certamente, se proprio ne hai così voglia, fai pure tu. Io vado in camera mia a mettere in ordine, a più tardi.
    Fausto si chiuse in camera e si sedette sul letto. Guardò sua moglie che gli sorrideva dal comò, e le restituì il sorriso. Si sentiva bene, di buon umore. Hai visto? Abbiamo un’ospite, una ragazza, pare che trascorrerà la giornata con noi, e non mi dispiace. E’ strano che non mi dispiaccia, non credi? Se penso a quando l’ho vista ieri sera... se l’avessi incontrata di notte mi sarei spaventato. Beh, sembra che voglia cucinare. Io adesso esco così li lascio più liberi, lei e nostro figlio. Fausto fissò ancora un attimo la fotografia prima di chiudersi la porta alle spalle. Salutò Irma uscendo da casa, e sentì la voce di lei che lo inseguiva:
    -Non preoccuparti, vedrai che pranzetto! Me la cavo, cosa credi!
    Fausto pensò che avrebbe dovuto rientrare per l’ora di pranzo, non avrebbe potuto starsene tutto il giorno sulle panchine dei giardini. Comunque si sedette e cercò il suo stato d’animo ideale, come al solito, ma non riusciva a godersi la solitudine. Continuava a pensare a quella ragazza che stava cucinando per lui e suo figlio, così allegra, così diretta. Si rese conto che aveva voglia di tornare a casa. Non mi piace, pensò, non mi piace per niente. Provò a cambiare panchina e poi addirittura si diresse verso un parco che era piuttosto lontano, ma non poteva mentire a se stesso, non aveva nessuna voglia di andarci. Tornò allora verso casa e attraversò il centro del paese. La piazza era affollata, la gente era lì per l’aperitivo, come si usava dalle sue parti. La pasticceria gremita, ed anche il bar di fronte. Qualcuno lo fermò per stringergli la mano e fargli gli auguri. Lui li subì di malavoglia, ma sorrise compiacente. E poi, all’improvviso, un’idea. Non poteva certamente tornare a casa senza portare nulla. Niente di natalizio, si consolò, delle paste, sì un vassoio di paste andava bene, gli sembrava doveroso, almeno per i ragazzi. Sì, era doveroso.
    Quando entrò in casa sentì subito il chiacchierio dei ragazzi. Depositò sul tavolo della cucina il pacco con le paste, e rimase impietrito. La tavola era apparecchiata per quattro. Perché per quattro? Deve arrivare qualcuno? Guardò Irma, e lei timidamente rispose che no, aveva apparecchiato anche il posto della mamma. Fausto era furente, ma come ti è venuto in mente!
    -Scusa Fausto, sparecchio subito. Io ero abituata così, non ho pensato di darti un dispiacere. Quando è morto mio padre la mamma ha sempre apparecchiato anche per lui e non ha mai parlato di lui al passato. Lui faceva parte della nostra vita, lei diceva sempre: papà dice che, papà pensa che... Scusami.
    Fausto si rese conto di essere stato troppo violento e cercò di rimediare.
    -Non importa, lascia stare così, non mi dà fastidio.
    Ma la piazza, gli amici, gli auguri...Fausto era profondamente turbato. La mente gli rimandava immagini di tempi spensierati, di progetti, speranze, di mattine di Natale quando lui prendeva il suo bambino per mano e lo portava fuori per permettere alla moglie di completare tranquilla i suoi preparativi per la festa. Lei ci teneva così tanto! Poi, verso mezzogiorno tornava a casa e lei si faceva trovare pronta, sempre elegante, con quel filo di rossetto che le illuminava il sorriso, con i suoi capelli di seta ben pettinati e profumati di buono, e poi andavano anche loro in piazza a sorseggiare l’aperitivo insieme agli amici, per poi tornare nella loro casa odorosa di vaniglia e arance.
    Fausto si rese conto che il Natale gli stava camminando sull’anima con gli scarponi pesanti, e il nodo in gola lo stava soffocando: riuscì solo a mormorare torno subito.
    In camera lasciò che tutto il dolore sgorgasse dai suoi occhi, senza cercare di fermarlo. Nascose la faccia nel cuscino per timore di essere sentito. E dopo tornò a tavola. Sorrise al figlio come non era capitato da tempo, sorrise a Irma, sorrise al posto vuoto, era pronto? Non lo sapeva, ma certamente si sentiva accogliente, leggero.
    -Perché Irma non sei con tua madre, oggi?
    -Mia madre ha l’ alzheimer. E’ ricoverata. Vado a trovarla oggi nel pomeriggio. Se non ti dà troppo fastidio Fausto, io un panettone ce l’ho e anche una bottiglia, me li ha dati l’azienda. Potremmo anche fare un brindisi.
    Fausto capì che Irma non voleva parlare della madre, non ancora. E accettò il brindisi, accettò “Buon Natale” e lo ricambiò, volentieri, con sentimento.
    Tardi, la sera del 25, Fausto stava leggendo un libro quando gli apparve Irma, no, non era Irma, era Shelley.
    -Ragazza mia, mi hai spaventato, stasera sei più terrificante di ieri sera.
    -Ci vediamo, Fausto.
    Non disse altro, i ragazzi uscirono e la porta si chiuse dietro di loro. Fausto avvertì tutto il vuoto del silenzio che avevano lasciato dietro di loro e sentì che aveva bisogno di qualcosa, di una speranza, una certezza forse sarebbe stata troppo, ma una speranza sì, poteva anche permettersela. E così andò in camera del figlio: la camera era perfettamente in ordine. Pose lo sguardo su ogni cosa e ad un tratto, bene appoggiati su una sedia, vide la maglietta rosa, i pantaloni neri, e per terra accanto alla seggiola, le scarpette basse.
    Richiuse la porta e andò in camera sua, si sedette sul letto come era solito fare e guardò sua moglie. Le sorrise. Hai visto? Shelley ha lasciato qui Irma, credo che tornerà.
    Il sorriso di sua moglie era sempre uguale, immutabile, però lui aveva scoperto che se fissava a lungo la fotografia, il viso sembrava animarsi, il sorriso diventare più confidenziale, intimo, e le labbra sembravano muoversi, proprio come quella sera mentre gli sussurravano: Buon Natale.
    -Grazie cara, Buon Natale anche a te.
     

  • 12 dicembre 2017 alle ore 12:10
    Colme gli occhi di una bimba

    Come comincia: Un passo dopo l’altro, l’aria distratta di chi non ha fretta. Passeggiavo, tra vicoli stretti, vestiti di luci. Lo sguardo verso il cielo, l’azzurro limpido tutto invernale, le mani in tasca.
    Avevo l’impressione di poter leggere i pensieri di chi abitava nelle case sulla strada e riuscivo a vedere le luci dell’albero che tingevano le pareti. Un gatto passeggiava, sui cornicioni. Più in alto, il fumo usciva tra i tetti.
    Non potevo fare a meno di incantarmi ad osservare le vetrine, gli occhi come quelli di una bambina e le guance arrossate dal freddo pungente.
    Avevo scelto con cura una panchina, dalla quale avrei potuto anche sbirciare tra i ritratti degli artisti di strada. Avrei voluto essere ritratta anche io. Da lui. Vedermi con i suoi occhi.
    Sarebbe arrivato in serata. Con quel suo strano modo di camminare, l’aria distratta di chi non ha fretta, di chi ha negli occhi molto più di quel che vede.
    Nell’attesa, ho rivolto lo sguardo ancora una volta verso il cielo e proprio in quel momento un piccolo bianco fiocco mi ha baciato il viso.

  • 08 dicembre 2017 alle ore 16:45
    Quel dolce brivido di speranza che è Natale.

    Come comincia: Un brivido di speranza
    A volte arriva presto. Un brivido momentaneo che fa sobbalzare i nostri sensi in una mattina di dicembre altrimenti insignificante. Chiudiamo gli occhi per prenderlo nel momento in cui evapora, lasciandosi alle spalle una sfumatura sbiadita di grigio ghiaccio e verde. Forse lo sentiamo passare come un ricordo, trascinandosi disinvolto sulle note di una vecchia canzone familiare. Istintivamente, la nostra anima protende, ma è improvvisamente scomparsa, scomparsa come un vapore di nebbia di neve. Un trillo lontano di campanelli della slitta, una certa sfumatura di rosso. Non sappiamo mai quando un accenno di esso arriverà di corsa, solo per ridurre rapidamente prima che possiamo rivendicare tutta la magia che offre. Ma ancora, riconosciamo. Ancora ricordiamo lo spirito del Natale.

    Ogni Natale era una fantasia quando eravamo bambini. Non abbiamo mai pensato a Spirito natalizio, non ci siamo mai chiesti quando, o se, sarebbe arrivato su di noi. Babbo Natale. Babbo Natale. Il bambino nella mangiatoia. Biscotti di zucchero con granelli  scarlatti, regali, vestiti di velluto. Ogni singolo elemento della stagione delle vacanze era un incanto tangibile e si muoveva e tutti insieme, creavano un magico incantesimo di bontà e speriamo di non averlo mai messo in discussione. Era sempre degno di fiducia, mai mercuriale; sapevamo che sarebbe venuto come sicuramente sapevamo che le pagine del calendario si sarebbero trasformate, a riempire i nostri cuori e inondare le nostre menti con un calore ineguagliato per tutto il resto dell'anno.

    Ma l'età adulta porta, e occasionalmente ruba, molte cose. Abbiamo più responsabilità e meno innocenza. Sappiamo dove sono nascosti i regali perché siamo noi a nasconderli. A volte nel turbinio di biglietti natalizi e pasta per biscotti, improvvisamente ci fermiamo e ricordiamo quel vecchio sentimento d'infanzia. Tornerà da noi quest'anno? E se l'intera stagione scivolasse senza di essa? Che cosa succede se il Natale diventa solo un'altra serie di compiti di dicembre da completare, semplici oggetti su una lista di lavori domestici, anche se festivi? Potremmo disperare al pensiero, se solo avessimo il tempo.

    Ma poi una sera ci ritroviamo seduti in una cappella piena di candele e piena di ceri e proprio mentre una bambina lotta per colpire la nota più alta in O Holy Night, lo sentiamo. Quasi casualmente, come un sussurro, ritorna come mai prima d'ora. Il vecchio stupore, il ben noto buon volere. Il brivido della speranza è il regalo del Natale. Chiudiamo gli occhi e ricordiamo la sua dolcezza. Raggiungiamo la mano dei nostri amati seduti accanto a noi mentre rievochiamo di nuovo la ragione di tutto il colore e la luce, i regali e l'amore.

    La fantasia del Natale di un bambino non è persa per noi da adulti. Forse più calmo, e più sereno, fluttua verso di noi sulle brezze della memoria. Non lo diamo mai per scontato adesso. Attraverso le lenti lunghe delle nostre vite, lo vediamo come il tempo del bene supremo che porta la bellezza in un mondo stanco.
    E così leghiamo archi sontuosi. Noi appendiamo ghirlande.
     Non desideriamo altro Natale di quello al nostro tavolo
     e sentiamo la sua presenza come una fiamma di candela nelle profondità più oscure della nostra anima.
    Se fosse in mio potere, darei un regalo a ciascuno di voi.
    Quel dolce brivido di speranza che è Natale.
    Che tu possa sentirlo di nuovo quest'anno

  • 05 dicembre 2017 alle ore 11:25
    FACCETTA NERA

    Come comincia: Che strano, nel telefonino c’era un messaggio di Anna, sua seconda e deliziosa consorte. Alberto M.  ex maresciallo della Guardia di Finanza si trovava in caserma a Messina per stampare delle foto (in servizio era capo laboratorio fotografico) e per intrattenersi con gli ex colleghi giocando a carte. “Non mi troverai a casa, sono partita con un mio amico che è diventato il mio nuovo amore, cose che succedono, è successa a me, fattene una ragione, gli anni passati insieme sono stati magnifici ma tout passe, tout lasse, tout casse, ho portato con me i miei vestiti e La Twingo, non dovresti avere molti problemi sei agiato e di fiche nel mondo… ti lascio, per ricordo, solo il mio profumo preferito. “Alberto era sbiancato in volto, i colleghi: “Ti portiamo in infermeria, cosa t’è successo?” “Non vi preoccupate, mi sto riprendendo.” Quella che Alberto andò invece a riprendersi fu la sua Jaguar x Type al posteggio ‘Cavallotti’. Arrivò quasi senza accorgersene alla  sua villetta lungo la panoramica, Anna aveva detto la verità, Alberto aveva ereditato da parenti senza figli un sostanzioso gruzzoletto in contanti, in abitazioni ed in terreni ed in quanto a fiche…perché aveva voluto usare una vocabolo volgare e poi chi poteva essere il cotale con cui…Quella notte fu la più lunga notte della sua vita, mille pensieri: “Anna si era stancata di aver vicino un marito più vecchio di trenta anni con… ovvie conseguenze sessuali ed aveva preferito un ’toy boy’ tanto di moda ma chi poteva essere, sicuramente uno della loro cerchia di amici ma chi? Alle otto telefonò a Pippo M., carissimo amico abitante in una villa vicina di professione ortopedico che l’aveva operato già tre volte. “Pronto chi cazzo rompe a quest’ora? Chi sei?” “Alberto, Anna mi ha lasciato…” “…Vengo subito, Loredana mi vesto, oggi non vado all’Ortopedico, mi prendo un giorno di vacanza, non avevo interventi.” Anche Pippo aveva avuto la stessa sorte, la prima consorte si era ‘involata’ con un tale più giovane di lui ma aveva avuto la fortuna di trovare in Loredana una catanese ex modella, piacevole e molto elegante. Alberto aveva lasciato la porta d’ingresso aperta e andò a farsi una doccia ed a sbarbarsi, aveva stretto i pugni, stava mettendo in atto il suo motto ‘mai lasciarsi andare’. “Pippo sono in bagno, fatti un caffè e mangia quello che vuoi.” “Cavolo sembri invecchiato di un secolo, sto pensando come risolvere i tuoi problemi; fra qualche giorno, i primi di agosto, vado in vacanza, verrai con noi in barca.” “Dimmi la verità sapevi che Anna aveva una relazione extra?” “Io e Loredana abbiamo quasi litigato per metterci d’accordo se renderti edotto che Paolo S. era l’amante di tua moglie, abbiamo deciso di no sperando che…ma vedo che …” “Mon ami troppi che, sai che mi ha scritto Anna nel  messaggio telefonico con cui mi ha comunicato la sua partenza che il mondo è pieno di fiche, in fondo ha ragione: ‘vita non est nisi unus ita vixit ut optimus’ quando sono in crisi mi rifugio nel latino magari maccheronico, grazie di essere qui, vai a sbrigare le tue cose a fammi sapere quando ritieni di partire con la barca.“ Più che una barca quella di Pippo era uno yacht: due vele e con motore ausiliario, destinazione Malta. “Da medico previdente ho portato con me pillole per il mal di testa, non si sa mai…”battuta spiritosa di Pippo. Loredana si era ‘infilata’in un costume brasiliano: tette col solo  capezzolo coperto, più in basso una specie di francobollo sulla cosina depilata e dietro un filo…Guardando la moglie Pippo: “Vedi che ho fatto bene a portare le pillole contro il mal di testa…” “Mom ami, per me le mogli degli amici sono come gli angeli di cristiana memoria, non hanno sesso.” Purtroppo Nettuno non fu loro favorevole, a bordo tutti e tre si davano da fare ma un forte vento spinse lo yacht sulla costa tunisina verso l’isola di Djerba. Avvicinatisi alla banchina col motore ausiliario i tre furono ‘agganciati’ da un indigeno che aveva vinto la concorrenza di suoi colleghi. “Je suis Mohammed-Al Mokki, vingt Euro au jour.” Affare fatto, i tre non ingoiarono quasi nulla, il mare forte aveva rivoluzionato lo stomaco, restarono a riposare: Pippo e Loredana in un cabina con letto matrimoniale e Alberto un una con due letti singoli, quella degli ospiti. La sera tutti e tre ‘ripresero le penne’ come si dice a Roma, città natale di Alberto e,  messisi sull’elegante si fecero indicare da Mohamed dove trovare un locale notturno. Furono indirizzati all’hotel Green Palm al cui interno v’era ‘Le Cyclone’.  Musica orientale con tanto di ballerine dedite alla danza del ventre. Ad un certo punto Alberto si mise a ridere. “Finalmente ! Cos’hai trovato di tanto divertente?” “Ritornando agli studi classici ha ricordato che quest’isola era nell’Eneide quella dei lotofagi, mangiatori di loto pianta che fece loro dimenticare il passato tanto si non voler più ritornare ad Itaca, spero mi faccia lo stesso effetto!” L’orchestra passò alla musica occidentale e alcune coppie di stranieri presero a ballare. Alberto adocchiò un tavolo con un arabo bassotto, panzone e faccia da crapulone circondato da due ballerine e vicino a lui, seduta a terra, una ragazza vestita di nero col solo viso scoperto. I suoi occhi erano molto belli ma tristi, il resto del viso piacevole, molto giovane. Si avvicinò e le chiese di ballare in italiano. Palla di lardo in francese: "Si vous  voulez vous  pouvez l’acheter, est mon esclave, donne moi trois mille Euro.”
    Alberto dal francese che aveva studiato a scuola capì la richiesta e, ritornando al tavolo si fece dare da Pippo duemila €uro, li aggiunse a mille dei suoi li diede al panzone e, presa per mano la schiava, la portò con se al tavolo; i  suoi amici avevano gli occhi di fuori (in senso traslato.) “Torniamo alla barca, ti spiegherò.” Vicino allo yacht trovarono il guardiano che a gesti fece capire che la ragazza non poteva salire a bordo, bastarono cento Euro…Poi la spiegazione di Alberto senza alcun commento da parte di Pippo e di Loredana la quale prestò una camicia ed una vestaglia da notte alla ragazza che si era presentata. “Mon nome est Amina Sawsan, je suis soudanaise.” L’atmosfera era diventata surreale, tutti a letto sino alle sette di mattina quando Pippo: “Albè ci siamo incasinati, che ne facciamo della ragazza, non puoi portarla in Italia senza documenti. Anche se è abbastanza chiara di carnagione si vede subito che non è italiana.” “Pippo tu fammi sbarcare a Messina, per il resto me la vedo io.” Venti favorevoli, giunsero nella città dello Stretto nel tardo pomeriggio del giorno seguente. Alberto telefonò al guardiano delle villette: “Salvatore sono Alberto (si davano del tu), vai a casa mia, prendi le chiavi della Jaguar e raggiungici al molo dinanzi alla Prefettura. All'andata aveva usato un tassì. Caricati sulla auto sia i bagagli che i passeggeri, presto arrivarono alle rispettive abitazioni. Salvatore era tutto un punto interrogativo che rimase senza risposta sino al giorno dopo. “Amico mio, quella ragazza è sudanese, non ha documenti ma è bellissima e la voglio… regolarizzare in Italia, qui ci sono duecento €uro, per favore non farne cenno a nessuno a vacci a comprare qualcosa per mangiare.” La convivenza con Amina era diventata una commedia in primis per via della lingua: Alberto cercava di parlare il miglior francese di sua conoscenza traducendo poi le parole in italiano per insegnarlo ad Amina con la quale divideva il letto matrimoniale ma..ognuno dalla sua parte. La ragazza fu fornita di qualche vestito e scarpe da parte di Loredana ma in seguito fu accompagnata da Alberto nel miglior negozio di Messina  dove una commessa: “Signor M. chi è la ragazza?” “È una mia cugina di Parigi, parla solo francese.” La balla non fu creduta dai vari appartenenti del negozio che nel frattempo si davano da fare per accontentare la nuova acquirente che, prima di acquistare un vestito o un paio di scarpe chiedeva, con gli occhi, l’approvazione del suo anfitrione. I giorni passavano scanditi solo dalle lezioni di italiano che Alberto impartiva ad Amina la quale, da ragazza intelligente, in poco tempo migliorò il suo idioma italico. Dietro consiglio dell’avvocato  Nino A. Alberto con lo sborso di 10.000 Euro fece avere alla ragazza un falso passaporto sudanese col quale si recò all’Inps dall’amico Ferdinando F. per una pratica di badante. Il cotale, malgrado i buoni rapporti, era piuttosto perplesso: “Alberto sei sicuro di questo passaporto, la ragazza ha venticinque anni, nella foto ne dimostra molti di meno non vorrei…” “Vorrai, vorrai mon ami, ti ricordi quella statuetta che hai visto nella gioielleria Strano di viale S.Martino? È ancora là in attesa di un acquirente…” Le cose in un certo senso erano state sistemate solo un punto mancava, si proprio quello, il sesso. I settanta anni si facevano sentire in quel campo e allora? Alberto decise di andare in una farmacia dove non era conosciuto, recentemente ne aveva notato una nuova lungo la circonvallazione, si presentò al titolare un giovane medico coadiuvato da un aiutante: “Dottore sono Alberto M., settanta anni, ho bisogno di un aiutino…riservato.” “Sono Alfio T. e questo è Turi S., le prescrivo la Spedra da 100 mg. da assumere mezz’ora prima di…sempre che abbia a disposizione la materia prima!” “A proposito di materia prima mi dia anche degli assorbenti igienici per donna ed una confezione di pillole anticoncezionali.” “Età della signora: cinquanta?... Quaranta?... Trenta?...Venti?” “Venti.” “Questa è Azalia, auguri e…ci vada piano.” Era un consiglio o l’espressione di una punta di invidia? Chissene… A casa Amina era intenta a guardare una trasmissione della tv, riguardava Roma ed i suoi monumenti. “Molto bella Roma, mi sembra tua città.” Ci sono nato e l’ho lasciata a 19 anni, ci tornerò volentieri con te, intanto cerco un albergo a Roma, non voglio disturbare il figlio di mia cugina unico parente rimasto in vita.” A dir la verità Alberto aveva in mente ben altra situazione…voleva ‘assaggiare’ la cosina di ‘Faccetta Nera’, che nel frattempo assumeva la pillola Azalia, ma preferì accontentarla. Al computer cercò  l’albergo ‘Hotel Relais dei Papi’ vicino al ristorante ‘Cencio la Parolaccia’ dove voleva cenare e poi, sistemato il navigatore satellitare partenza  prima sul traghetto a poi sull’autostrada per Roma. Lungo il tragitto  grande euforia di Amina che durante le soste l’abbracciava con grande entusiasmo e curiosità da parte di persone vicino a loro (un vecchietto vicino ad una giovane e bella perdipiù negretta!) Arrivarono nel pomeriggio, sistemazione in albergo, piccolo riposino, trucco della baby e rasatura per lui e poi ingresso al ristorante ‘La parolaccia’ subito circondati da camerieri con gli occhi di fuori felici di poter sfottere una coppia fuori del comune. Alberto: “Je voudrais
    une table pour deu.” Voleva vedere sino a che punto si sarebbero spinti i camerieri con gli insulti, gli improperi e le parolacce. “ ’n vedi , ‘n vecchio rincoglionito cò ‘na mignotta negra, je portamo spaghetti al viagra!” Alberto “Mè sa che er Viagra serve a te, eppoi me sembri pure ‘n po’ frocio, nun sei dè Roma ma burino lavoratore strappato a la tera” “Er nonnetto è romano damoje solo seconni che viso pallido non conosce, che ne dichi de: osso buco, coda alla vaccinara, scaloppine al limone, saltimbocca alla romana e abbacchio al forno. Poi portamo n’ananàs pè fa digerì er vejardo nun vorrei che ce resta secco.” Alberto fece buon viso a cattivo gioco, diede una sostanziosa mancia ai tre camerieri che, capita l’antifona, non ruppero più le scatole. Amina mangiò un po’ di tutto sporcandosi le mani, ogni tanto abbracciava con trasporto ‘er vejardo’ con ovvia curiosità degli altri commensali. Alberto assaggiò appena il vino  Trebbiano di Soave cui invece fece un po’ troppo festa Amina con la conseguenza che, una volta rientrati in albergo, la baby stecchita su buttò sul letto ed finì nelle braccia di Morfeo e non in quelle ‘der vecchietto’ il quale si rassegnò sperando nel domani ricordando con tristezza il: ‘Carpe diem quam minimum credulus postero’ e facendo un pensiero sugli ultimi avvenimenti: ‘acquisto’ di una schiava, rientro al proprio focolare e per l’agognato desidero nulla più che qualche bacio, un po’ poco! Amina la mattina si svegliò per prima, prese possesso del bagno ed uscita bella e profumata (aveva usato il profumo di Anna il Mit Ciu Quo baciò Alberto con una novità: “A Khartoum ero a scuola d'’arte, e vorrei visitare i monumenti di Roma.” Porca vacca, questa proprio non ci voleva ma, more solito, il buon Albertone si piegò ai desiderata della futura ‘consorte’ e, dietro consiglio del portiere dell’albergo, chiamò un tassì, sarebbe stato difficile girare per Roma e posteggiare con la Jaguar. Gli capitò il classico romano: “Dottò 'ndò annamo?” “Come te chiami?” “Romoletto.” “A’ Romolè io sono Alberto, mia moglie vuole visitare i monumenti, facce girà pè Roma.” E così fu sino all’ora di pranzo che Alberto preferì consumare nel ristorante dell’albergo, non aveva nessuna voglia di essere investito da parolacce varie. Dopo pranzo Amina guardò Alberto negli occhi e inaspettatamente: “So quello che tu volere, dopo riposo sono tutta per te.” Essere al settimo cielo era l’espressione adatta per il settantenne prossimo amante della baby. E così fu: finalmente sotto la doccia Alberto poté rimirare il flessuoso corpo di Amina, una bellezza da modella, a letto un cunnilingus con relativo finale  e, passata la mezz’ora preconizzata dal farmacista tutto come quando aveva quaranta anni. Tralascio e vissero a lungo felici anche se così fu con invidia di tutti tranne che di Pippo e di Loredana con cui spesso  pranzavano ed andavano in gita. ‘Viva l’Italia’ espressione che non c’entra gran che con la storia ma fa tanto patriottico!

  • 02 dicembre 2017 alle ore 16:24
    Numero 7

    Come comincia: Me la ritrovo spesso davanti quando soffia un vento di quelli violenti  come sciabolate capaci  di frantumare anche l'amianto. 
    Sento le sue grida fin sopra la mia camera, mi affaccio per assicurarmi che vada tutto bene, col  controllo dei lupi adulti che proteggono i cuccioli altrui messi al mondo per errore e dimenticati nelle strade indifferenti. 
    Ha i capelli scuri  d'ebano ed occhi senza pupille, comunica male perché nessuno le ha insegnato a parlare e si chiama come me. Lisa.
    Lisa è un nome sordo.  All'infinito di due forze uguali e contrarie che si annullano. Al presente rimosso,  al passato  diviso.
    Cammina su quattro ossa accompagnata da un esercito di fantasmi e nenie crudeli.

    Lisa è nome di Dio 
    che ha scelto come condanna
    la perfezione
    Che fa ammalare

    È nome di anima
    girovaga 

    È nome di Dio 
    e il suo giuramento
    per una promessa
    mai mantenuta

  • 02 dicembre 2017 alle ore 12:09
    Il mesaggio

    Come comincia:  
     
    Il messaggio.
     
     
    Quel giorno vidi che le lancette dell’orologio, presero a girare in senso antiorario; sapevo che mi avrebbe chiamato, e che non avrei potuto fuggire, ma non volevo accettare un compromesso che tempo addietro timbrò la mia vita.
    Era un tardo pomeriggio di Gennaio e nonostante non avessi fame, preparai della pasta in bianco per colmare il vuoto che si arrampicava nel mio stomaco, nella speranza di attenuare quel pensiero che mi teneva sott’occhio come un avvoltoio.
    Scolai la pasta rovistando tra i miei pensieri, e posai il piatto sul piccolo tavolino di fronte la tv, poi attizzai il fuoco nel camino e mi cominciai a navigare tra vari canali scartando film d’amore, alla fine optai in un documentario. Mi sistemai sprofondando sul mio divano e mi accinsi a mangiare. Non feci in tempo ad arrotolare gli spaghetti sulla forchetta quando il telefono squillò, guardai sul display del portatile e vidi che era lui.
    Il primo impulso fu di rispondere ma, fui distratta dalla televisione che senza il mio comando girò canale approdando su una scena che mi colpì; c’era una donna di cui non si vedeva il volto giacché era di spalle, la testa inclinata da una parte copriva il viso di un uomo e dietro, uno sfondo di un mare galoppava triste sulla riva, mentre dei gabbiani sembrava formare un arco di parole. Fermai l’immagine mentre il telefono continuava a squillare, ma non diedi peso all’insistente suono che vociava stridulo nella stanza, fui troppo presa nel decifrare il significato del disegno nel cielo, che i gabbiani magicamente immobili, aveva tracciato. Focalizzai l’immagine sul quel punto, e mi avvicinai allo schermo cercando di analizzare quella sorta di testo scritto nell’aria. Mi spaventai, era come se qualcuno avesse versato gli uccelli in un gioco di parole, ma di cui non riuscivo ad afferrarne il significato. Le parole sembravano gettate in modo confuso senza alcun senso, ma qualcosa mi suggeriva che c’era un messaggio, allora decisi di invertirne l’ordine di queste e, dopo essermi armata di carta e penna, scrissi al contrario le lettere. Quando fini di appuntare lessi tutto di un fiato, e quello che venne fuori mi agitò ulteriormente, pensando indiscutibilmente che il messaggio fosse rivolto a me, quindi con gesto fobico buttai il foglio sul fuoco che ardeva impetuoso. Notevolmente agitata feci ripartire la scena ma, i titoli di coda indicavano il termine del film, premetti sul titolo ma vi lessi: nessun evento.
    Intestardita, cercai nel menù i film trasmessi finora sul canale prescelto e, costatai che era stato trasmesso un documentario, in sostanza quello che avevo scelto inizialmente: la questione non quadrava.
    Rimasi immobile a pensare, con mano il telecomando remore del passato. Se prima non avevo appetito ora solo l’idea di mangiare mi dava la nausea, andai in cucina e presi un bicchiere di vino, lo bevvi tutto in un sorso e sentì suonare alla porta, mi pulì con un tovagliolo le labbra e, mi diressi ad aprire trattenendo l’ansia che mi attanagliava la mente.
    Aprì la porta ma, costatai che non c’era nessuno, avanzai fuori di qualche passo ma non colsi anima viva. Pensai a uno scherzo o qualcuno che avesse sbagliato a suonare, stavo per richiudere la porta quando mi accorsi che vicino ai miei piedi c’era un foglio, lo raccolsi e per un attimo mi sentì mancare. Quel foglio che prima avevo stropicciato e gettato nel fuoco ora, era fra le mie mani, illeso.
    Preoccupata chiusi in fretta la porta mentre tenevo da un lembo il foglio come se fosse contaminato e, determinata, lo rigettai sul fuoco attendendo che si riducesse in cenere. Poi versai tanta acqua sul fuoco fino a farlo spegnere e con una paletta raccolsi il tutto mettendo in una busta, poi in un altra e infine gettai le buste ben annodate nella pattumiera in terrazzo. Feci un respiro di sollievo poi, mi accertai che tutti gli infissi fossero ben serrati e chiusi a doppia mandata anche la porta di casa. Tornai in salotto e vidi che la tv era spenta, un brivido mi sali fino allo stomaco e il cuore comincio a battere forte. Mi sedetti sul divano, pensando che nelle ultime settimane ero stata messa a dura prova dagli eventi che si erano accalcati uno sopra l’altro. Squillò il telefono e vidi che era ancora lui, quindi in un gesto folle presi il telefono scaraventandolo a terra, ma questo continuò a strillare come un bambino in fasce che acclama il suo pasto, allora lo calpestai con tutta la forza fino a ridurlo in poltiglia e, finalmente cessò di suonare. Mi sentivo stranamente euforica, libera; l’angoscia mi aveva indotto in uno stato risucchiandomi la razionalità e iniettandomi un’apparente febbre delirante ma, che ovattai nella razionalità perché non volevo assolutamente approfondire l’evento accaduto, sempre se non fossi stata in preda di qualche altra mistica allucinazione. Riaccesi la tv e mi apprestai a mangiare gli spaghetti ormai freddi e, per nulla stimolanti. Notai che i miei gesti erano guidati inconsciamente, e lasciai che il mio corpo si muovesse al difuori della mente. Rimasi sul canale che per primo era apparso e non so, se fu la mia immaginazione, perché di nuovo la scena precedente si affacciò davanti ai miei occhi; La donna di spalle con la testa inclinata sembrava ascoltare le parole dell’uomo senza volto, mentre stavolta il mare taceva come spettatore, ascoltando quieto il sussurro dei due amanti.
    I gabbiani s’innalzarono in cielo in una danza senza note, mentre dipingevano ancora parole. Stavolta non ci fu bisogno di decifrare nessun messaggio, una sequenza descrisse in modo chiaro e fluido, ciò che il cielo, lasciò ai gabbiani il compito di inviare il messaggio. Sì, perché di questo si trattava: di un messaggio. Non volevo leggere e abbassai lo sguardo spegnendo quel marchingegno ma, senza volere rivolsi nuovamente lo sguardo sullo schermo che acceso da una mano invisibile, mostrò un’immagine scolpita come se fosse dipinta in una sfera.  Non potevo fuggire, anche perché sentivo le forze perdersi e, dileguarsi nel panico che mi agganciava alla poltrona. Ormai senza speranza di disertare ciò che stava accadendo, lessi le parole e scivolai in un pianto liberatorio. Il telefono che prima avevo distrutto, ora era lì, al solito posto e squillò; risposi tra il panico, l’incertezza che l’oblio mi aveva posto in un’assurda sensazione che scavava le mie emozioni.
    «Pronto, sei tu?» chiesi rassegnata.
    «Sì.»
    «Perché?»
    «Perché ti amo!»
    «Io non voglio più amare!»
    «Io invece voglio amarti.»
    «Ma ho promesso…»
    «Ma non che non ti si possa amare.»
    «Tu mi ameresti, anche se non ti amo?» domandai ermeticamente.
    «Sì.»
    «Chi sei tu?»
    «Sono chi tu vuoi.»
    «Io.. io non so più cosa voglio!» Lo disse a bassa voce mentre le mani tremavano e, la mente in subbuglio cercava un volto.
    «Tu vuoi lasciarti amare?»
    «E tu mi amerai per sempre?»
    «Per l’eternità.»
     
     
     
     
     

  • 30 novembre 2017 alle ore 17:20
    Cecando la felicità

    Come comincia: Cercando la felicità.
     
    «Eccomi qua, seduta sulla riva del mare a guardare le onde che galoppano a ritmo sfrenato; come guerrieri impavidi si lanciano verso la costa, trascinando con sé i resti dell’odio, del rancore, di un amore sofferto, odiato, amato, rincorso e perso. Cuori spezzati si riversano sulla sabbia in cerca della loro metà. Lacrime piovono sui sassi, che alla luce del sole s’illuminano di splendidi colori, che evaporano troppo in fretta per ammirare la lucentezza, come flirt estivi che lascia i tuoi occhi opachi, dove prima il sole brillava di una luce intensa.
    Lontano, un'altra onda più possente delle altre corre velocissimo verso di me,
    incrementando con l’avvicinarsi, un brivido che sboccia nell’angoscia al pensiero che
    possa travolgermi. Penso di alzarmi per allontanarmi ma, rimango calamitata in un
    bagno freddo che trasuda dalle mie vesti. L’unica cosa che riesco a fare è, di
    continuare a osservare l’esercito di gelo avvicinarsi velocemente, ringhiando con il
    vento che ha issato le nuvole sopra il mio cuore. Quanto ci vorrà prima che possa
    afferrarmi rubandomi alla luce, per portarmi nell’oscurità più profonda dell’inconscio
    dove non hai il potere di scegliere. Forse, mi solleverò da questa spiaggia umida che
    mi attanaglia nel passato all’ultimo istante, e fuggirò lontano. Oppure mi lascerò
    portare via gridando inutilmente invocando aiuto agli Dei, o, mi volterò indietro
    nella speranza che qualcuno si accorga di me, strappandomi a un’atroce sorte. O forse
    il terrore fulminerà la mia mente, concependo l’inarrestabile morte che
    avanza spietata, e rassegnata mi concederò al destino. Che ne sarà di me, del mio
    corpo, della mia mente, della mia anima. I pensieri, ricordi, gesti, gli sforzi contro le
    ostilità e quegli effimeri momenti di felicità, in cui l’amore mi fece assaggiare il suo
    dolce sapore. Finirà tutto questo con la mia vita o, un’altra porta si aprirà nell’Eden
    della felicità. Quanto tempo ci vorrà? Minuti, secondi? Rivedrò la mia vita in una
    proiezione accelerata, o, rammenterò solo momenti clamorosi? Magari non penserò
    niente o forse, mi maledirò per non aver tentato di salvare la mia anima, per non
    essermi messa in discussione sfidando l’onnipotente natura, per cercare di espiare i
    miei errori dovuti all’ingenuità, davanti a un mondo che corre in un mare di falsità.
    Sentirò l’acqua gelida perforare la mia carne, penetrarmi fino a otturare i pori, e
    quando non avrò più un’oncia di respiro, mi attaccherò all’ultima bolla d’aria
    annaspando, ansimando e soffocando. Le onde giocheranno con il mio corpo,
    ribaltandomi e rigirandomi, fino a che il mio cuore si staccherà dal guscio e
    sgretolandosi si perderà tra le correnti. L’ultimo battito segnerà e troncherà questa
    inutile vita, che si nutre solo di ricordi. Ricordi che ora, ne concepisco l’importanza
    perché uno dietro l’altro mi ha sollevata per quella che sono. Quante volte mi sono
    detta: vorrei tornare indietro, vorrei cambiare tutto, non avrei voluto incontrare quella
    persona né l’atra. Non avrei dovuto dire sì, non avrei dovuto decidere in modo
    affrettato senza riflettere alle conseguenze, e non avrei dovuto coltivare amicizie
    sterili, perché quel giorno mi sentivo sola. Non mi sarei dovuta innamorare, senza
    prima di conoscere la persona che mi stava corteggiando. Avrei dovuto prima sodare
    chi era, registrarmi nella razionalità per capire cosa volesse e, se desiderasse lasciarsi
    amare e soprattutto, se sapesse amare. Se avrebbe recitato una squallida finzione per
    un’ennesima conquista solo per annoverare il suo harem, e aumentare la sua vanità.
    Avrei dovuto mandare a quel paese chi, fingendo un affetto mi ha usato, e avrei
    dovuto oppormi alle cattiverie, ai dispetti, alle accuse, facendomi sentire in colpa: di
    cosa? Una cosa però l’ho capito, molti imperversano i sentimenti, la tua personalità,
    vomitando cattiverie, facendoti sentire una nullità solo per deviare le loro colpe, i loro
    sbagli, la loro inferiorità davanti all’impotenza che gli opprime, e tu, sei il capro
    espiatorio delle loro mancanze, delle loro sconfitte, la martire. Una persona da
    mettere in croce, per poi nella più ambigua meschinità, inginocchiandoti dinanzi, ti
    supplica ambiguamente di fare da tramite attraverso il signore, di non abbandonare la
    loro anima nel vuoto. Che stupida che sono, aver capito solo ora il macabro
    meccanismo che gira come una ruota, che sentenza il destino nel bene e male! E non
    posso nemmeno dire: «Meglio tardi che mai!» Giacché i secondi scandiscono acidi,
    il tempo rimanente che non risparmia, correndo velocemente lungo il binario della
    vita.
     Se non avessi provato, toccato, sentito, ingoiato, le esperienze che edificano una vita,
     se non avessi pianto, riso, urlato, imprecato, rimpianto, io non sarei quella che sono.
     Già, chi sono? Una donna che ha fatto delle scelte! Giuste o sbagliate, solo
     l’onnipotente potrà giudicare. I miei pensieri lungimiranti mi avvertivano che quella
     non era la strada giusta ma ahimè, l’incosciente pubertà non  conosce esperienza: il
     dilemma è, avrei dovuto ascoltare il mio cuore che a volte è più razionale della
    mente? Mentre quest’ultima confusa voleva spiegarsi sulle vele dei pensieri, in
    parole! Le mie gambe volevano correre, e invece camminarono a brevi passi felpati
    dietro il fiume grigio, che l’uomo nel tempo ha addensato in una melma viscida,
    facendomi perdere l'equilibrio, cadendo lungo il precipizio dove ora mi trovo. Però
    forse posso ancora deviare il mio destino! Forse, posso tacciare l’asfalto disastrato,
    in cui le mie impronte trascinano penosi ricordi, in uno scivolo verso un orizzonte
    annebbiato. Non voglio né posso cancellare i miei passi, perché non sarei più me
    stessa, ma vorrei poter scoprire chi sono. Dopo aver camminato una vita nella nebbia
    travolta e sottomessa da un destino arlecchino, che mi ha attanagliato tra vane
    illusioni nella speranza che qualcosa cambiasse, un miraggio ha abbagliato la mia
    mente e il cuore lo segue.
    Il mare sembrava essersi addormentato, come se i miei pensieri lo avessero cullato, solo il vento spira lieve, suggerendo sinfonie alle sirene. Ammagliata davanti al quadro, ammiro la natura che ogni giorno dipinge attraverso il mistero che la circonda, nuove sfumature in un fantastico mondo, dove una distesa di fiori stilla essenze sublimi, e canto canzoni al cielo, i miei sospiri. Il sole e la luna, amanti e complici si attendono fedeli nello stesso punto, alla stessa ora, in una danza, dove si corteggiano, promettendo eterno amore. Sogno di scrivere poesie sulla sabbia e, come una brava oratrice, poetare le mie strofe al vento e al mare. Stranamente mi sento felice al pensiero che correrò, urlerò, canterò, godendo dell’intimità, che solo il mare al tramonto, nel suo deserto ricco di vita può darmi. Respirerò l’odore della salsedine che solo da ragazza riusciva a saziare i sogni, immedesimandomi nella spensieratezza che fu fonte di vita, di esistenza verso il futuro, gioendo e coltivando nuove speranze. Nel frattempo il cielo si è aperto riflettendo stelle sull’acqua. Mi alzo per sentire la freschezza dell’acqua che m’ipnotizza oltre il confine, dove il mio cuore vede il cielo costruire una linea. Mi accingo lentamente per assaporare la sensazione che l’acqua mi donerà, sto per chinarmi quando una mano calda afferra la mia. Mi volto per guardare chi ha preso la mia mano, e con grande stupore, vidi la spensieratezza verso il futuro. Non ci fu bisogno di parlare, perché i nostri occhi lessero in entrambi, la sofferenza ma, anche il desiderio di ricominciare.
    Il mare ondeggiò leggiadro, il vento spirò caldo.  Tenendoci per mano sentimmo le
    vibrazioni attraversare i nostri corpi, gli amari ricordi furono assorbiti dalla sabbia.
    Nuove sensazioni esplosero in una miriade di speranze, pensieri impazziti trovarono
    una ragione a quella folle emozione che ci rapì nell’estasi di un sogno, che entrambi
    sapevamo che sarebbe divenuto realtà. Camminammo lungo la riva guardandoci per
    non perdere i nostri occhi: più che camminare volavamo. Fu un volo che non approdò
    in amori sofferti, in amori dove l’orgoglio distrugge la fantasia, dove l’amore non si
    perde a un crocevia, dove il compromesso è un obbligo. Tutto avvenne da sé, con la
    spontaneità che solo la purezza di un vero amore, recide liti verso un dialogo che
    unisce, rafforza i sentimenti. Quel giorno tanto odiato, dove versai il dolore al mare,
    divenne il giorno più fantastico della mia vita.»
     
    Pollon lesse con gli occhi lucidi la lettera, commuovendosi e, le diede modo di comprendere che una madre è una donna, che trovò il suo amore quando meno se lo aspettava. Rimise la lettera dentro il cofanetto e lo portò dinanzi la tomba di suo padre, accanto alla madre. Poi rivolse il suo sguardo verso il cielo, e vide una cometa. Espresse un desiderio, che fu quello di riabbracciare un giorno i genitori. Chiamò Forex il suo cane, e andò a passeggiare in riva al mare. Si sentiva sola, triste, perché anche lei come sua madre, aveva perso le speranze di incontrare un uomo che la amasse e volesse farsi amare. Il peso della sofferenza la ingobbiva disilludendola da ogni speranza. Il sole lentamente calava, il suo sguardo apatico camminava attraverso pensieri astratti. Era giunta l’ora di tornare a casa, quindi chiamò Forex notando che stava correndo assieme a un altro cane. In lontananza vide un uomo che cercava di riprendere il suo cane, ma questi fuggivano a ogni richiamo. Per tanto Pollon cercò di richiamare Alex, che non gli diede ascolto. Pollon e l’uomo si ritrovarono vicini e, scusandosi a vicenda si chiesero che cosa gli fosse preso ai loro cani. L’uomo vedendo il volto di Pollon sorrise e, leggermente imbarazzato si presentò dicendo di chiamarsi Eros. Entrambi risero, e i cani birbantelli si accucciarono ai loro piedi. Così Pollon ed Eros si accinsero a mettere il guinzaglio ai loro cani ma, appena ci provarono, questi si alzarono e si proiettarono correndo verso una direzione. Eros e Pollon li rincorsero ridendo della situazione, sembrava che i due cani non volessero distaccarsi. Arrivarono inseguendo i cani, a un piccolo ristorante eretto su delle palafitte. La notte era scesa illuminando il cielo di una miriade di stelle, i due stanchi dalla corsa, unanimi proposero di fermarsi a stuzzicare qualcosa. Il posto era molto accogliente, un gran camino illuminava l’ambiente in un’atmosfera molto intima. Chiesero al padrone del locale se potessero far entrare i loro cani; uno strano tipo dai lunghi baffi minuziosamente curati, che rammentavano l’espressione un po’ folle di Salvador Dalì. Questi non si oppose anzi, portò delle ciotole con alcuni avanzi per i cani, dopo aver fatto accomodare i signori al tavolo. Eros e Pollon mangiarono gustando ogni pietanza e, parlarono senza accorgersi del tempo che trascorreva piacevolmente. Parlarono e parlarono, finché una vocina bisbigliò che era giunto il momento di aprire i loro cuori. Le loro mani s’incontrarono  e, come un fulmine a ciel sereno nacque l’amore. Uscirono dal ristorante dopo aver ringraziato il padrone per l’ospitalità e il buon cibo.  I cani l’uno accanto all’altro seguirono i padroni, lungo la strada del destino che li aveva fatti incontrare.
     

  • 29 novembre 2017 alle ore 11:46
    Uomini in vetrina

    Come comincia: «Buongiorno, posso?» chiesi timidamente.
    «Dica, dica.» rispose il negoziante.
    «Vorrei un’informazione.»
    «Dica, dica.»
    «Ehm.. dove posso trovare un uomo?»
    «Come lo vuole?»
    «Ah! Posso scegliere?» domandai imbarazzata.
    «Sì, certo!» rispose con naturalezza.
    «Ehm.. dunque.. vediamo.»
    «Vuole dare un’occhiata il catalogo, o, entrare direttamente ai reparti?» domandò gentilmente.
    «Preferirei andare ai reparti!»
    «Allora prego, vada avanti e vedrà sulla destra un reparto, dove potrà scegliere uomini di razza bianca e, alla sinistra, uomini di razza nera. Si accomodi.» m’invitò indicandomi la direzione.
    «Scusi.» Notai un atro reparto, e fui curiosa di informarmi di cosa si trattasse.
    «Dica, dica.»
    «Mi sembra di scorgere un reparto centrale..  dove c’è molta gente, e lì cosa c’è?»
    «Ehm.. c’è una via di mezzo.»
    «Ossia?» insistetti.
    «Mah.. non saprei definire, diciamo tra un uomo e una donna!»
    «Ah! Grazie per la gentilezza, allora vado?»
    «Prego, vada vada!»
    «Bene signorina, ha scelto?»
    «Direi di sì!»
    «Dica dica!»
    «Ehm..»
    «Non sia timida, sono qui apposta, dica!» m’incoraggiò il negoziante.
    «Sì, dico!»
    «Allora?»
    «Avrei scelto Luca.»
    «Codice d’identificazione?»
    «Q.l.2.» risposi frettolosamente.
    «Vediamo.. dunque, razza bianca, dolce, Q.I.2. Eccolo! Oh! Mi dispiace, è esaurito.»
    «Noo!»
    «Sì.» rispose dispiaciuto.
    «Se vuole, può andare a dare un’altra occhiata.» suggerì il negoziante sorridendo.
    «Ehm no, guardi se c’è L.R.5.»
    «Subito! Allora, razza nera, super  dotato, arrabbiato, L.R.5! Mi dispiace è fuori serie.»
    «E perché?»
    «Perché era troppo arrabbiato.»
    «Ah!»
    «Se vuole, può dare un'altra occhiata più avanti, potrà disporre di varie etnie.»
    «Faccio subito.»
    «Vada vada.»
    «Bene signorina, stavolta spero di accontentarla.» attestò speranzoso.
    «Speriamo! Dunque avrei deciso per P.E.4.»
    «Allora vediamo razza indiana, schiavo prestante e voglioso P.E.4. Mi dispiace! Ma sa che lei è proprio sfortunata?»
    «E si!» risposi avvilita.
    «Allora cosa vuole fare?»
    «E che ci sono talmente tanti uomini, ma quelli che voglio non ci sono.»
    Il negoziante si sporse un poco dal bancone, e in confidenza disse: «Perché non prova sulla terza strada più avanti?»
    «Cosa c’è lì?» chiesi stuzzicata.
    «È un nuovo negozio, si chiama Robotmen.»
    «Interessante.» asserì.
    «Già, purtroppo!» confermò, lievemente abbattuto il negoziante.
    «E allora perché me lo consiglia?»
    «Tanto l’avrebbe visto.»
    «Scusi.. » Non capivo.
    «Dica dica.»
    «Di cosa si tratta?» domandai incuriosita.
    «Di uomini meccanici.»
    «Ma.. sono robot?» sostenni incredula.
    «Venga più vicino..»
    «Sì.. » mi accostai.
    «Sono più autentici degli uomini veri!»
    «Ah.. davvero? Ma lei come fa a saperlo?»
    «Prima che quel negozio aprisse, ero un uomo sposato.»
    «E poi?» lo invitai a continuare.
    «Mia moglie mi ha lasciato per Duca Robot 3!»
    «Mi dispiace! Non è possibile, è pur sempre un robot!»
    «Senta.. non ci sono mai entrato, ma da quello che ho sentito dire, se ne incontra uno per strada, non riesce a distinguere la differenza!»
    «Così dicendo perderà la clientela!»
    «Che ci posso fare, anche mia figlia ha preso un Robtmen, e l’ha sposato!»
    «No!» non credevo alle sue parole.
    «Sì, e le dirò di più! Non ho mai visto mia figlia così felice!»
    «E sua moglie?»
    «Mi dispiace ammetterlo, ma anche lei è felice.»
    Pensai, che se sua figlia e la moglie, avevano fatto quella scelta trovando la felicità, forse anch’io avrei avuto qualche possibilità: «Mi ha convinto! Allora vado!»
    «Vada vada.»
    «Beh.. è stato un piacere.» dissi prima di andarmene. Fui un po’ dispiaciuta per il negoziante, all’apparenza sembrava un bravo uomo… ma non volli approfondire l’argomento.
    «Piacere mio.»
    «Spero che lei non debba chiudere!»
    «Beh.. finché c’è richiesta nella corsia centrale, andiamo avanti!»
    «Sì, sicuramente lì, la crisi non c’è!»
    «Sa qual è il problema o meglio la mia paura?» intervenne il negoziante leggermente contrariato.
    «Quale?»
    «Spero che non facciano Robot unisex!»
    «E già, non ci avevo pensato..»
    «Anche perché ho pagato a mie spese, e lei intende ciò che voglio dire.. » affermò.
    «Sì.»
    «Nessuno si è mai lamentato di aver acquistato un Robotmen! Che tempi! La tecnologia si sta impossessando di noi, tra un po’ il mondo sarà di loro e noi saremmo rottamati!» concluse.
    «Sì ha proprio ragione..  scusi sa, vado! Non vorrei trovare chiuso.»
    «Sì, vada vada.»
     

  • 26 novembre 2017 alle ore 16:29
    Inso il lupo

    Come comincia: C’era una volta, un bellissimo lupo dal manto bianco, e gli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Inso.
    Dal carattere dolce e sincero, nobile ed idealista, grande sognatore, il lupo  adorava dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del festoso ondeggiare dei fiori all’aria aperta, della danza delle foglie sui rami col loro respiro, del brillare candido della luna in cielo, fiero nel suo incedere, perso nei suoi pensieri, forte e coraggioso.
    Acquazzone/dondola nel vento/la luna ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, il bel lupo, ritenuto proprio per questo suo modo di fare, un tipo allorché stravagante, dagli altri componenti del branco, che non vedevano di buon occhio questo suo poetare, apprezzando ben altre virtù in un lupo della sua età, adatti alla continuazione della specie, ed il proliferare del gruppo, quali l’adoperarsi per trovare una buona compagna e crescere insieme a lei dei bei cuccioli sani, lasciandolo per questo motivo spesso solo, ed in disparte.
    Altruista e vivace, era lui sin dalla nascita, col candore abbacinante del suo pelo, a portare al suo passaggio, luce e gioia nella Foresta, creatura docile e solitaria, perennemente col muso rivolto verso l’alto.
    Ma un giorno, al far dell’alba, uscendo dal proprio rifugio, contemplando la natura attorno splendere di rugiada, come ammantata da mille piccoli cristalli di luce, il lupo, accorgendosi di botto di come lentamente il suo pelo stesse perdendo la propria lucentezza, sgranò gli occhi stranito “Il mio colore?! Cosa succede?…il mio bianco!?...” scuotendo la lunga coda.
    “Stai perdendo la tua luce! E con essa i tuoi colori!” lo sorprese una voce al suo orecchio, facendolo trasalire “I tuoi colori stanno sbiadendo …” l’ammonì “Il tuo bianco sta perdendo la sua luminosità! Il suo riverbero” sospirò accorata “Dimmi, per caso il tuo cuore, ha subìto un grave dolore, ultimamente?”
    A quella domanda il lupo guaì contrito, abbassando le orecchie appuntite “Si,! Giorni fa il mio cuore ha patito una grande sofferenza! Che porto ancora tuttora nel mio petto! Ma ciò cosa c’entra col mio colore?” bofonchiò, grattando la nuda pietra con gli artigli.  
    A quelle parole la voce, assentì “E’ stato questo a farti perdere il tuo  colore! Il tuo bianco ricco e festoso! Caro Inso! Ecco cosa è stato!”
    Ed a quella risposta, la creatura rizzò il pelo spaurito “E adesso come devo fare per ritrovarlo?” scosse il capo perplesso  “Devi cercarlo dentro di te!” gli rispose la voce prima di sparire, sfumando nel vento.
    E il lupo a quelle parole, sbigottito, solo, emise un lungo guaito..
    “Ci riuscirai!” lo esortò la bella allodola, frullando forte le ali, assistita alla scena, posata su di un ramo, amante da sempre del bianco niveo del suo manto “Ci riuscirai Inso!” cinguettò “Ne sono certa!”
    “Ma come…posso riuscirci? Come se non …” farfugliò il lupo, turbato, soffiando aria dalle narici concitatamente, arrancando.
    Quando d’improvviso, un urlo disperato, lo fece balzare di soprassalto, e seguendo subito la direzione, dalla quale era scaturita l’accorata richiesta di aiuto, correndo all’impazzata, senza porre tempo in mezzo, la sua sorpresa fu enorme, nel trovarsi dinanzi una lupa dai magnifici occhi color dell’ambra, imprigionata in una tagliola., posta da mano umana, con la zampa  ormai ridotta ad un grumo di sangue, boccheggiante.
    A quella scena il lupo, gonfiando il petto, con fare sicuro, si lanciò sulla sventurata, intimandole la calma “Non muoverti! Non aver paura! Ci sono qui io! Sta ferma! Oppure sarà peggio!” annaspò “Potrai solo farti ancora più male! Ferma!”
    E destreggiandosi con risolutezza infinita, fermo, adagio, con dolcezza, utilizzando al contempo le zanne e gli artigli ben affilati, docilmente, la liberò all’istante “Piano! Non muoverti! E’ quasi fatta!”
    E tolta la zampa dalla trappola, aiutandola a muovere i primi incerti passi, tenendola ben salda a sé, zoppicante, la condusse fin sopra un giaciglio di foglie morbide, in salvo.
    “Grazie! Grazie per avermi soccorsa! Lupo bianco! Il mio nome è  Nausicaa!” lo salutò lei, ricominciando a prendere vigore, accucciata sulle soffici fronde. “Sono caduta in questa trappola come una stupida, e sarei sicuramente morta, se non ci fossi stato tu a salvarmi!  Grazie!”
    “Il mio nome è Inso!” rispose lui, schernendosi intimidito, abbassando gli occhi, mentre di colpo, il suo pelo prese a rimandare la luce bianca di un tempo, in maniera così intensa da far sorridere la lupa, affascinata.
    E il lupo, a quella scoperta, sbarrando gli occhi nel riscoprire il proprio manto, recuperare il suo splendore, scosse il capo stranito, col petto in tumulto  “Ma come è…”
    “Inso! Ma allora tu sei il poeta! Ho sentito tanto parlare tanto di te in giro per la Foresta… Grazie! Non riesco a crederci! Grazie!”si sollevò, lei muovendosi adagio, scodinzolando raggiante,  col cuore a mille. “Grazie per tutto quello che fatto per me! Potrei ascoltare una tua poesia?…per favore, mi piacerebbe tanto…dicono siano bellissime!”. Lui a quelle parole, sorridendo, annuì, schivo, nel pieno splendore del suo pelo fulgente “Prima però promettimi, che ti lascerai medicare con le dovute erbe, senza ringhiarmi contro per il bruciore!” E ridendo, la lupa annuì, radiosa “Te lo prometto!”.
    Inso strusciando allora il muso contro quello di lei,  la invitò a star ferma, per permettergli di operare, dotto conoscitore, delle più rare erbe curative “Non sei ancora in gran forma, attenta! Hai bisogno di cure!” e chinandosi su di lei, le leccò la zampa per intero. “Non vedo l’ora di ascoltare i tuoi haiku!...devono essere davvero belli… ahi…ahi…” strinse gli occhi per il dolore la bella lupa, mentre lui la confortava con la poesia, medicandola Neve/ondeggia sul ramo una fronda/vesti di brina . E da quel giorno Inso e Nausicaa, non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.

     
     
     

  • 24 novembre 2017 alle ore 19:39
    Una lettera mai scritta

    Come comincia: Mio adorato amore,
    sono al nostro lido, quello di allora, anche se tu non sei con me. Il sole ancora non nasce e dalla riva lo aspetto, con pazienza ed emozione, come aspettavo te, in quelle lontane albe di luglio, segrete, desiderate e attese quasi l’accadere di un miracolo.

    Se chiudo gli occhi, ogni cosa torna vivida al pensiero e certe emozioni si fanno quasi tangibili. Mi pare che, allungando una mano, potrei addirittura toccarti e sentire il profumo della tua pelle, inconfondibile. Dicono che gli innamorati avvertano il profumo della pelle l’uno dell’altro come un segnale speciale, una conferma dell’incanto dei corpi che si riconoscono tra mille.

    Tu non ci sei, ma il paesaggio è ancora il nostro e vorrei che anche tu potessi vederlo, come lo vedo io in questo momento.

    Il lungomare sonnecchia nel chiarore muto dell'alba. Non c’è nessuno, tranne me e la tua assenza, in questo silenzio rotto soltanto dal suono della risacca sulla battigia sassosa.
    Lontano, sulla nitida linea dell'orizzonte marino, il globo del sole, acceso di rosso, invade il cielo con riflessi cangianti, disegnando sull'acqua un cono di scaglie dorate che largo alla riva si spegne. Trema di un brivido il cuore e il tempo si annulla, in questo ripetersi naturale del miracolo.

    Ma più in là, sul litorale solitario, il vecchio casolare diroccato, abbattuto dalle ruspe, non c'è più.
    Il paesaggio non è più lo stesso ormai e di quel che resta nel ricordo manca il testimone.

    Ma dimmi: ricordi anche tu le nostre albe rubate all'invidia del tempo? Con passi frettolosi correvamo all'incontro, mentre pronubo il mare cancellava sull'arenile le orme ad occhi indiscreti, perché nessuno potesse seguirci. Piangevamo di gioia al solo vederci, già da lontano, ancor prima che le nostre mani si unissero a rinnovare ogni volta l’amore e la vita.

    E ancora non nasceva il sole né dal casolare diroccato s'allungava l'ombra sui nostri abbracci tra l'edera e le piccole dune sabbiose.

    Del nostro amore fu solo testimone il cielo e qualche gabbiano col suo volo planato alla scogliera.

  • 23 novembre 2017 alle ore 8:04
    UN UOMO FELICE

    Come comincia: Alberto M. si poteva dire (ed era) un uomo felice. Non è vero che la felicità non è di questo mondo, (da buon ateo non credeva nell’aldilà) ma un essere umano che è in buona salute, ha quaranta anni, non ha problemi finanziari né sessuali come dobbiamo classificarlo? Il succitato abitava a Villa Torre una frazione di Cingoli (Mc) in un’abitazione singola di due piani più una bigattiera (soffitta), con una sorella nubile ed un nipote (figlio della stessa), un’amante alta, bella bionda ventenne, una casa fresca d’estate e riscaldata d’inverno. La sorella Agata, anni addietro,  a sedici anni era in collegio dalle monache ma frequentava la quinta ginnasiale in una scuola pubblica. Durante un intervallo in una toilette aveva avuto uno (o più) rapporti con ragazzi ed era rimasta incinta;  forse nemmeno lei sapeva chi era il padre, in ogni caso non l’aveva confidato a nessuno. Sua madre era morta d’infarto dalla vergogna, suo padre in un incidente stradale, era finito in un burrone con la sua Balilla (un’auto della Fiat) e così in casa erano rimasti in tre, anzi in due dato che il giovane Francesco (figlio  di Agata) era stato inviato in collegio a Jesi (An). Alberto non si poteva lamentare anche in campo sessuale, Spera, la figlia del contadino Miglianesi che coltivava il vicino terreno di venti ettari, aiutava Agata nelle faccende più pesanti della casa ed anche sollazzava il ‘ciccio’ di Alberto. Era innamoratissima del cotale il quale era stato il suoi primo amante. Il padrone di casa non si faceva mancare altre …distrazioni con qualche femminuccia appartenente ai contadini Bellagamba e Diotallevi conduttori di appezzamenti di terreno rispettivamente di quaranta e sessanta ettari di sua proprietà. Era anche proprietario di un albergo di Cingoli. Alberto era laureato in veterinaria ma esercitava la professione solo con animali appartenenti ad amici o a conoscenti. Cher altro dire? Spera era diventata un’amante favolosa, di natura caliente soddisfaceva tutti i desiderata sessuali dell’Albertone il quale se la spassava anche con i motori quale proprietario di una Guzzi Falcone un’auto Lancia Aprilia. Un solo problema gli si era presentato: il nipote Franco sedicenne durante le vacanze natalizie si dimostrava chiuso e scontroso, non ci volle molto a capire la natura del suo problema ed Alberto lo risolse. “Cara (alla sorella) accompagnami a Jesi, devo fare delle compere.”  Istruì Spera affinché facesse provare le gioie del sesso anche al ragazzo.  A Jesi andò a trovare anche l’amico Giorgio B. produttore del famoso Verdicchio il quale, dopo molte feste, prima di andar via gli regalò varie confezioni di vino. Al ritorno Francesco era in cortile sorridente che giocava col cane Ras, abbracciò sia la madre (sorpresa) che lo zio (non sorpreso) che capì com’era finita la storia con Spera la quale non si fece viva per due giorni poi, al primo rientro, prendendo da parte Alberto: “Non chiedermi più di fare…io ti amo ma voglio far l’amore solo con te. Come mi avevi suggerito mi sono presentata da Francesco con un vestito senza reggiseno né mutande, quando mi sono spogliata Francesco mi è parso smarrito poi…quando glielo l’ho preso in bocca me l’ha riempita e poi ha voluto entrarmi in vagina a lungo fino a quando…ricordati mai più!” Sistemate le cose in famiglia Alberto andò a trebbiare o meglio a guardare la trebbiatura sull’aia dei Bellagamba la cui figlia maggiore lo invitò, in assenza dei parenti, in casa per assaggiare la sua cosina e pure il popò, una diavolessa scatenata che lasciò senza forze Alberto il quale si rifece vivo dopo un paio d’ore senza controllare i sacchi di grano. Analoga scena durante la molitura delle olive nel terreno dei Diotallevi, stavolta la cosa fu ancora più incredibile: due sorelle se lo misero in mezzo…forse non c’erano abbastanza maschi efficienti in quella zona! Alberto decise di averne abbastanza di amori ‘georgici’ e d’estate si recò nel suo albergo ‘Bellavista’ di Cingoli dove decise di rimanere per tutta la stagione con grande dolore di Spera ma sentiva il bisogno di stare in mezzo alla gente, c’erano soprattutto romani, e romane. E fu una signora a colpirlo: alta, longilinea, lunghi capelli castani talvolta raccolti a chignon ma dallo sguardo triste, non dava confidenza a nessuno ed Alberto si trovò in difficoltà per ‘rimorchiarla’. Una volta si fece coraggio: “Gentile signora sono Alberto M. proprietario dell’albergo, qualora avesse bisogno di qualcosa sono a sua disposizione…” La dama Luisa D. (nome rilevato dal registro delle presenze) lo guardò con aria distaccata e se ne andò senza pronunciare verbo. Ahi ahi ahi, doveva escogitare qualcosa di particolare per avvicinare la dama, ma qualcosa di fuori del comune, fantasioso, pensa e ripensa…Andò a trovare il direttore dell’albergo Gino M. e gli spiegò la situazione. “Dottor Alberto io sono per i metodi antichi: fiori e champagne meglio se anonimi. “ Non solo l’idea non ebbe effetto ma addirittura la signora chiamò il direttore e , senza chiedergli chi potesse aver inviato quell’omaggio: “Sono allergica ai fiori e sono astemia!” Soldi sprecati ci voleva qualcosa di inaspettato e così..a mali estremi estremi rimedi. Alberto pensò:”Vediamo se la signora è sensibile alle disgrazie umane e una mattina si appostò all’ingresso e nel vedere la signora scendere dalle scale fece finta di cadere e cominciò a lamentarsi per il dolore alla schiena. Fortuna volle che la scena facesse il suo effetto, Luisa chiamò a gran voce il personale, due inservienti presero di peso Alberto e lo adagiarono nel suo letto, Luisa :”Come sta?” “La ringrazio per il suo aiuto, penso che ci voglia del riposo, grazie di nuovo.” Il pomeriggio la dama bussò alla porta della camera di Alberto il quale  di corsa si rimise a letto: “Avanti…oh è lei, grazie per l’interessamento, spero che il riposo mi aiuti a rimettermi in piedi, il dottore afferma che si tratta solo di una contusione.” Il giorno seguente Luisa si presentò di nuovo in camera di Alberto il quale l’accolse con un sorriso: “Signora la sua presenza mi fa star meglio…” “Egregio signore non pensi che abbia bevuto la sua sceneggiata ma dato che si trattava di una cosa più inusuale che l’omaggio di fiori e di champagne l’ho apprezzata, scenda dal letto e mi accompagni per una passeggiata lungo il corso.” Alberto si mise a ridere, aveva a che fare con una figlia di…”Leggo nel suo pensiero, non sono una figlia di…solo che alla mia età…non si sforzi la mente, ho quaranta anni, sono vedova senza figli sono venuta a Cingoli per stare lontano da parenti ed amici.” “Io non sono  parente ma vorrei essere suo amico.” “Lei vorrebbe molto di più mon cheri.” “Toh madame parla il francese, io l’ho studiato a scuola.” ”Si sbrighi, andiamo al bar per un aperitivo e per festeggiare la sua guarigione…” Al passaggio di Alberto il direttore si inchinò come pure i vari inservienti che incontravano. “Lei è un piccolo dio, tutti si inchinano.” “No sono semplicemente il padrone dell’albergo e tutti mi rispettano anche per la mia empatia.” “E per la sua modestia, dopo l’aperitivo e la passeggiata la invito al mio tavolo ma non si metta idee strane in testa come vedo che ha.” “Mi scusi  l’immodestia ma io ritenevo di essere abbastanza ‘scafato’ in fatto di femminucce ma lei..” “Dammi del tu, mi hai fatto ritornare il buon umore.” A tavola vennero serviti dal direttore in persona: “Vedo con piacere che la signora è in buona compagnia!” “Buona non so…” All’uscita dalla sala da pranzo Luisa prese sotto braccio Alberto e senza parlare percorsero tutto il viale della città per poi ritornare nella hall dell’albergo. “Caro Alberto per oggi ho fatto anche troppo, ci vediamo a cena.” E così iniziò la bella storia tra Luisa ed Alberto che, per prima cosa, contattò il suo amico Brunetto P., suo fattore, affinché prendesse in mano la situazione dei suoi terreni preferendo rimanere in albergo. Chiese a sua sorella di rendere edotta della situazione Spera che,... volendo, poteva consolarsi col virgulto della famiglia M. Alberto si sentì un po’ cinico ma …c’est la vie!

  • 19 novembre 2017 alle ore 17:10
    Il lupo Enea

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Enea.

    Forte e coraggioso, nobile e idealista, viveva lui all’interno del suo branco, nel rispetto della natura e dei suoi simili, cercando di divenire ogni giorno una creatura migliore. Dall’animo puro, grande sognatore, il lupo amava comporre poesie con le quali dipingere il mondo intero, cuore romantico, capace coi suoi versi di incantare il creato, riempiendolo di luce e di colore. Sempre col muso rivolto verso il cielo, perso nei suoi pensieri, amante delle nuvole col loro candore ad attraversare l’azzurro, il gorgoglìo dei fiumi, il profumo dell’erba bagnata, elegante nel suo incedere. Ritenuto dagli altri lupi del branco, un po’ troppo stravagante per i suoi sogni, e per questo non apprezzato da molti, i quali non vedevano spesso nelle sue poesie un valido esempio, preferendo di gran lunga il destreggiarsi con la caccia e il trovarsi una compagna adeguata, quali maggiori virtù per lo splendore della loro razza, e la continuazione della specie, lasciandolo spesso solo, attratti da ben altro che i suoi versi ululati alla luna.
    Amante della pace e dell’armonia, chiamato ad essere un giorno un buon capobranco, grato del dono della vita e della sua preziosità, lui non riusciva a capacitarsi del motivo che spingesse invece l’uomo alla guerra, e lo portasse col suo tonante bastone a dispensare fiamme e penuria ovunque, distruggendo tutto ciò che aveva intorno, sconvolgendo le esistenze altrui.
    Costretti da tempo nella foresta, sotto il giogo della guerriglia, a veder bruciare ogni zolla di terra a colpi di granate, ad aver razionato il cibo e l’acqua, senza poter conoscere che brevi, sporadici, momenti di quiete, sempre sotto la mira dei bombardamenti, nessuno fra gli animali riusciva a comprendere il motivo di tale efferatezza.
    “Ma la Pace arriverà!” ripeteva forte il lupo, contemplando il cielo aprirsi  sopra la guerra, coi suoi lucenti spiragli di luce, dividendo le sillabe,  giocando con le parole più belle “Acquazzone/Ospite fra filari di more/Un pettirosso” la magia colta con sentimento. “Arriverà! Il mondo è fatto di pace!”
    E quella notte Enea, sollevando il muso a puntare la luna, chiuse gli occhi avvolto dal silenzio, assaporando la pace, chiedendosi perchè non dovesse perdurare, e spegnere il fuoco dei mortai accesi senza sosta.
    E voltandosi adagio, il suo sguardo si perse in quello della giovane Cassandra, lupa dal pelo bianco e gli occhi color dell’ambra, avvicinatasi a lui in quel momento, scodinzolante.
    Nati in primavera, i due erano cresciuti praticamente insieme senza mai lasciarsi, fare amicizia era stato facile, era bastato uno sguardo, mentre iniziavano ancora cuccioli a bere dalla stessa fonte, cercando di  non cadere goffamente in acqua. Lei, lupacchiotta docile e curiosa, lui fiero con quel suo piglio dolcissimo, ed il suo modo unico di fare poesia. Era stato semplice aprirsi, volersi bene, ruzzolare fra le rocce, godere del sole e dell’aria pura, rincorrendo il vento, imparando a comporre insieme i versi, attenti a dividere bene le sillabe. Ed al sopraggiungere della prima gelata, scoprire la stessa identica voglia di restare vicini, dividendo il giaciglio invernale “Neve/dondola nella nebbia/la bianca altura” creando haiku.  “Perché la poesia, si dice, sia un atto di pace…e sono sicuro che la pace arriverà!” le prometteva lui “Arriverà!”
    E anche quella notte, Enea si accostò al muso della sua dolce Cassandra, carezzandola, al sopraggiungere del solstizio, indirizzandosi verso la loro grotta, l’uno accanto all’altra, quando di colpo l’urlo di un soldato, nascosto fra la sterpaglia, tagliò l’aria feroce, puntando il fucile contro di loro “Lupi!”.
    E lui, senza porre tempo in mezzo, coprendo la lupa col proprio corpo, chiudendo gli occhi in segno di tregua, fiducia, forza, amore ed armonia, drizzando le orecchie puntò il suo ringhio alla luna, ululando il suo canto soave di pace al cielo, lasciando esterrefatto il soldato.
    E l’uomo calando il fucile, dinanzi a quel gesto d’Amore, ritirò le sue truppe lasciando la foresta all’istante, fra la gioia e l’esultanza di tutti. Ed Enea strusciando il naso contro quello della bella lupa, ricambiato da lei, si strinse forte al suo pelo, rifugiandosi col cuore a mille, insieme nella tana.
    E da quel giorno Enea e Cassandra non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.
     
     
     
     

  • 13 novembre 2017 alle ore 17:38
    Si può perdonare?

    Come comincia: Alle 17.05 di quel buio e gelido martedì di dicembre il ragazzo venne dichiarato clinicamente morto; erano passate appena 24 ore dal tragico incidente.
    "Maledetto bastardo! Se gli metto le mani addosso lo ammazzo" Urlò il padre di Carlo straziato dal dolore ed accecato dalla rabbia "Calmati tesoro" Cercò di tranquillizzarlo la moglie "Nostro figlio non tornerà comunque in vita" Lui per tutta risposta serrò i pugni e dopo aver sfogato la sua ira colpendo ripetutamente il muro uscì di scatto dalla camera, attraversò il corridoio come un fiume in piena e si mise a scendere dalle scale come un pazzo. "Mamma" "Stai tranquilla cara. E' comprensibile che tuo padre sia fuori di se. Ha perso suo figlio, il suo unico maschio e per quanto tu e le tue sorelle siate nel suo cuore, non potrete mai colmare il vuoto lasciato da vostro fratello" "Ma tu sembri così calma" Incalzò la figlia che non capiva l'atteggiamento della madre "Se anche tu diverrai madre, allora capirai. Adesso dovremo essere forti ed uniti o vostro padre impazzirà"
    24 ore prima.
    "Allora restiamo così. Io ti giro gli appunti della lezione di oggi e tu stasera mi presenti la tua amica, quella brunetta, come si chiama?" "Dai Carlo non fare l'idiota, lo sai benissimo come si chiama e sai che anche lei non vede l'ora di conoscerti" "Ok, ok. Scherzavo, non te la prendere. A più tardi allora" "Va bene, a più tardi. E mandami gli appunti" "D'accordo. Ciao Stefano" "Ciao Carlo"
    Carlo, nonostante il freddo pungente, decise di tornare a casa a piedi anche perché le piogge recenti avevano reso l'aria respirabile e due passi gli avrebbero sgranchito le gambe dopo le ore passate seduto ad ascoltare le lezioni di quel giorno. Inoltre aveva fame e sapeva che quella sera sua madre avrebbe preparato tagliatelle al ragù; a quel pensiero gli venne l'acquolina in bocca. Nel frattempo era quasi giunto a destinazione, svoltò l'angolo imboccando la via di casa e senza rendersene conto fu travolto da un furgone che lo trascinò per parecchi metri sull'asfalto.

    La cerimonia funebre fu lunga e straziante. I numerosissimi ragazzi accorsi al funerale dell'amico vollero lasciare messaggi e segni di cordoglio riuscendo comunque a farsi coraggio e a trasmettere una carica vitale fortissima. La madre e le sorelle di Carlo piangevano ma provavano una sensazione di benessere vedendo quanto fosse amato e apprezzato il loro caro. Al contrario il padre aveva uno sguardo duro e minaccioso che non prometteva nulla di buono, ed infatti alla fine della cerimonia si sfiorò la tragedia.
    Quando ormai quasi tutti i partecipanti al rito funebre se ne furono andati, solo alcuni dei parenti ed alcuni amici stretti del ragazzo restarono accanto a loro . Fu in quel momento che una donna, coperta per intero da un velo nero e accompagnata da una ragazza che poi risultò essere sua figlia, si avvicinò al gruppo di parenti e amici e facendosi largo tra loro raggiunse la madre di Carlo prostrandosi ai suoi piedi. Non fece però in tempo a dire una sola parola che il padre del ragazzo esplose in uno scatto d'ira, la sollevò di peso e la insultò pesantemente "Vattene maledetta cagna, madre di quel bastardo assassino. Vai da quel cane rognoso e augurati che non riesca mai a mettergli le mani addosso" Sbraitò mentre la spingeva di nuovo a terra con violenza e stava per colpirla con uno schiaffo quando sentì sul suo polso la presa decisa di una mano che riconobbe subito "Basta adesso" Esclamò sua moglie con voce ferma. Poi lei si avvicinò alla donna rimasta a terra terrorizzata e scossa dalla reazione dell'uomo, la aiutò ad alzarsi e fissandola negli occhi le disse "Sono una madre come te  e anche se ho il cuore gonfio di tristezza ti capisco e ti perdono. Vai da tuo figlio, stagli vicino" L'altra non rispose, ma i suoi occhi si illuminarono e tra le due donne si creò un legame invisibile che le avrebbe accompagnate per il resto della vita.
    Nei minuti a seguire non parlò più nessuno e dopo che tutti ebbero lasciato il cimitero la donna restò sola con il marito e le tre figlie.
    "Ma sei impazzita?" Urlò lui con gli occhi iniettati di sangue "Quella era la madre di quel maledetto" "Lo so" rispose lei decisa "E tu l'hai perdonata" rincarò la dose una delle figlie" "Si. L'ho perdonata" "Ma suo figlio ha ammazzato nostro fratello" incalzò un'altra delle ragazze "Non l'ha ammazzato. E' stato un incidente" "Tu non ci stai con la testa" Sbottò il marito "Il dolore deve averti fatto dare di matto" La donna restò in silenzio per un attimo. "Io sono una madre, lei è una madre. Solo io posso capire cosa sta provando in questo momento ed è per questo che ho perdonato lei e suo figlio" Quelle parole colpirono nel segno e le ragazze compresero le ragioni della madre e pur con il cuore spezzato dal dolore si avvicinarono a lei e la abbracciarono forte. "Noooooooo!!!!!!!" Urlò invece l'uomo che pazzo di dolore scappò di corsa verso la strada lasciandole da sole. "Mamma?" Chiese una delle ragazze "Tranquille figliole, cii vorrà del tempo ma poi capirà. Vostro padre è una brava persona, ma il dolore gli ha tolto la ragione e noi dovremo essere forti per aiutarlo"
    Nei giorni successivi il padre di Carlo cadde in depressione, lo sconforto aveva preso il posto della rabbia, ma quella mattina un nuovo fatto scatenò la sua ira. "Ma come è a casa?" Tuonò rivolto verso la moglie "Ha ammazzato nostro figlio e dopo pochi giorni è già a casa? Maledetti burocrati, quali cazzate si saranno inventati per farlo uscire di galera?" "Giovanni! Adesso siediti e stai calmo. Ti preparo un buon tè" Disse sua moglie accennando un sorriso "Non lo voglio il tè Raffaella. Tu li hai perdonati, io no!" Concluse l'uomo chinando la testa sul tavolo e cominciando a piangere senza freni. Sua moglie comprese il suo stato d'animo e lasciò che l'uomo sfogasse tutta la rabbia e il dolore che aveva in corpo. Lo conosceva troppo bene e sapeva che intervenire in qualsiasi modo in quel momento avrebbe solo alimentato la sua collera e il suo risentimento, quindi rimase tranquilla e preparò il tè per entrambi servendolo poi in tazze grandi, come piaceva a lui. Gustarono la bevanda calda in silenzio, assaporando ogni sorso fissandosi negli occhi e scrutando l'uno nel cuore dell'altra e alla fine Giovanni non riuscì più a sostener lo sguardo della moglie e, in segno di resa, abbassò la testa. "Scusa Raffaella. Non sono arrabbiato con te" "Lo so" si limitò a rispondere lei mentre le sue mani afferravano quelle grosse e ruvide del marito "Mi manca tantissimo" Sospirò lui con le lacrime agli occhi "Anche a me tesoro" Affermò lei con gli occhi lucidi "Anche a me"
    Quel giorno Giovanni si costrinse a tornare al lavoro, era titolare di una piccola officina meccanica e aveva il dovere di mandare avanti l'attività con il massimo impegno soprattutto per rispetto dei suoi dipendenti, una decina in tutto. Il capo officina gli fece il riepilogo di tutto ciò che era stato fatto in quei giorni e Giovanni si complimentò per la bravura con cui aveva gestito l'attività. Anche l'impiegata in ufficio lo rassicurò sul buon andamento delle cose rendendolo orgoglioso del suo personale. Preso dal lavoro la giornata filò via liscia come l'olio e quella sera rientrò a casa affamato e di buon umore.
    La moglie lo accolse con calore e il profumo proveniente dalla cucina strappò dalle labbra dell'uomo un sorriso spontaneo, lei lo abbracciò con calore e sussurrò nel suo orecchio "Ben rientrato tesoro" Giovanni posò le labbra sulla fronte della moglie e la baciò delicatamente proprio nell'istante in cui una delle figlie stava raggiungendo la cucina; fu in quel momento che Giovanni capì di aver sbagliato tutto. Fissò la ragazza e poi abbassò lo sguardo verso terra mentre Raffaella si staccava da lui lentamente "Vado a farmi una doccia" disse lui a bassa voce dirigendosi verso il bagno. Sotto l'acqua calda che gli scorreva sulla schiena, Giovanni ripensò a quell'ultimo periodo in cui il suo cuore si era indurito al punto da augurare la morte ad un ragazzo che lo aveva privato di suo figlio e si ritrovò a piangere immaginando il disappunto di Carlo per ciò che aveva pensato "Hai ragione Carlo" Adesso, dopo essere uscito dalla doccia, parlava al figlio morto per convincere se stesso della decisione che stava maturando nel suo cervello "Tu avresti agito diversamente da me" Sospirò mentre si vestiva e concluse affermando "Cercherò di non commettere altri errori, sarai fiero di me" Poi le lacrime ricominciarono a scorrergli sul viso "Mi manchi tanto figlio mio"
    Riuscì a ricomporsi e si presentò al tavolo per la cena con un'espressione serena, come se quel discorso fatto nel bagno lo avesse liberato da un peso che gravava sul suo animo ed infatti anche la moglie e le figlie si resero conto che l'uomo era tornato quello di prima, sereno e scherzoso. Consumarono la cena parlando del più e del meno, il padre chiese alle figlie notizie sul loro andamento scolastico e loro furono liete di renderlo partecipe delle proprie attività anche extrascolastiche. L'atmosfera era tranquilla tanto che restarono a tavola più del solito e quando ormai la serata pareva concludersi nel modo migliore lui pose una domanda che raggelò il sangue a tutte loro "Dove abitano?" Chiese lui con tono severo. In cucina calò il silenzio e Giovanni si affrettò a precisare con calma "Voglio andare a parlare con loro, lo devo fare per Carlo" Quella frase ebbe l'effetto desiderato e subito la tensione si allentò facendo tornare il sorriso alle ragazze e Raffaella allora indicò al marito l'indirizzo esatto dell'abitazione di Nuha, così si chiamava la madre di Ubay, l'investitore di Carlo. A quel punto Giovanni con parole e gesti pacati cercò di rassicurarle sulle sue intenzioni ma a Raffaella parve di vedere nei suoi occhi le fiamme dell'inferno.
    Nonostante tutto passarono una nottata tranquilla e quel sabato mattina si svegliarono tutti di buon'ora. Gli addobbi natalizi decoravano la casa, il profumo di caffè inondava l'aria trasmettendo la sua energia e le ragazze si unirono a loro per fare colazione, volevano capire se il padre fosse veramente intenzionato ad andare a casa di Nuha e con che propositi. Lui però non affrontò il discorso, limitandosi a commentare con umorismo le solite notizie dei tg della mattina. "Ormai potrei fare anche io l'annunciatore, si limitano a leggere notizie riportate sui vari siti internet senza neppure degnarsi di verificarne l'autenticità; che schifo" Concluse sorridendo. Le figlie restarono a fissarlo un attimo, di solito c'era Carlo a fare da spalla al padre e lui si rese conto della strana situazione, intervenne allora la moglie che, resasi conto dell'imbarazzo dell'uomo, versò ancora un po' di caffè caldo e chiese "Apprezzo la tua intenzione di volerli incontrare, sicuro di riuscire a mantenere i nervi saldi?" "Ci proverò" Si limitò a rispondere lui mentre si alzava e dopo essersi preparato si apprestò ad uscire ma quando fu sul punto di aprire la porta Raffaella afferrò le sue mani e disse con voce spezzata "Pensa a Carlo mentre ti troverai a loro" Lui si limitò a scrollare la testa ed uscì di casa con passo deciso.
    Immerso nei suoi pensieri e con una fitta lancinante allo stomaco, Giovanni raggiunse l'abitazione di Nuha ma a quel punto, preso dalla paura, cambiò idea, si voltò e decise di tornare a casa. In quel preciso istante, in sella ad una bici sgangherata, da dietro l'angolo del palazzo comparve Ubay che quasi lo investì. I due si riconobbero immediatamente e il ragazzo istintivamente strinse forte il manubrio della bici pronto a scappar via. Giovanni percepì la paura di Ubay e per una frazione di secondo l'adrenalina lo carico a mille; stava per mettergli le mani addosso quando un lampo di ragione squarciò le tenebre del suo animo e dal profondo del suo cuore percepì la volontà di suo figlio; allora ritrasse le possenti mani e se le portò alla fronte, fece un grande respiro e con tutta la calma possibile si rivolse al ragazzo "Tu sei Ubay, il figlio di Nuha. Posso salire da tua madre?" Ubay era un ragazzo sveglio e maturo, abituato alle avversità e in grado di superarle, ed immediatamente prese in mano la situazione. "Mi segua, prego" e senza perder tempo entrò dal portone che dava sulla strada. Si ritrovarono così in un'ampia corte dove, appoggiate ai muri, c'erano decine di biciclette, quindi Ubay si allontanò un attimo per mettere la sua vicino alle altre. Nonostante fossero all'aperto, Giovanni percepì chiaramente il forte odore di spezie proveniente dalle varie cucine misto a quello dei detersivi utilizzati per lavare i numerosi capi stesi sulle varie balconate che si affacciavano sulla corte, tutto sommato non era sgradevole. Immobile scrutava con sguardo attento ogni angolo di quel posto, alcuni bambini stavano giocando in mezzo alla corte, alcune donne affacciate a due finestre al primo piano chiacchieravano ad alta voce, in un angolo, sotto i portici, un anziano accerchiato da alcuni ragazzini stava tentando di riparare una di quelle bici sgangherate e proprio in quell'istante Ubay lo raggiunse "Lui ripara le nostre bici e noi lo ospitiamo a turno nelle nostre case" Disse il ragazzo con un filo di voce. Giovanni lo fissò e sul suo viso apparve un debole ma sincero sorriso che invitava il ragazzo a fargli strada. Giunsero così al terzo piano, era lì che si trovava l'abitazione di Nuha, ed Ubay da bravo padrone di casa invitò Giovanni ad entrare. Il ragazzo si rivolse alla madre nella loro lingua d'origine "Mamma dove sei? C'è un ospite che ti cerca" Nuha era in camera intenta a rifare i letti "Arrivo subito Ubay" Rispose lei in Italiano "Ti ho detto di parlare più spesso in italiano o non riuscirai mai ad integrarti" Giovanni ed Ubay, chiaramente in imbarazzo, attesero per alcuni secondi a testa bassa e fu così che li trovò Nuha quando li raggiunse nella stanza che fungeva da sala e cucina. Anche la donna, come il figlio in precedenza, fu sorpresa di ritrovarsi in casa quell'uomo al punto che per un attimo perse il controllo della situazione e si appoggiò con entrambe le mani ad una sedia per mantenere l'equilibrio evitando di accasciarsi a terra. Giovanni comprese la situazione e con garbo chiese "Posso accomodarmi?" Nuha si riprese all'istante e rispose "Certo, che stupida. Le offro qualcosa. Una bevanda calda? Un caffè? Una bibita? Sa, noi non teniamo alcolici in casa, per via della nostra religione, ma se vuole posso fare un salto nel market qui vicino" Giovanni la interruppe con un gesto della mano, capiva chiaramente di essere lui a creare scompenso in quella casa e per cortesia si limitò a rispondere "Un caffè lo gradirei volentieri, grazie" Mentre Nuha preparava il caffè senza dire una parola, Giovanni si guardò in giro e notò immediatamente l'ordine e la pulizia di quell'ambiente. Nonostante gli arredi e gli accessori fossero piuttosto logori, nel complesso si percepiva un'atmosfera di calore e serenità e quella sensazione gli distese i nervi. Ubay, che era rimasto in piedi con una mano poggiata ad una sedia, stava osservando a sua volta Giovanni, per lui era una situazione strana; abituato ad essere deciso e risoluto in quel momento si sentiva a disagio a casa sua al punto che persino Giovanni se ne rese conto. "Siediti con me" Gli disse allungando una mano con un gesto inequivocabile. Il ragazzo cercò lo sguardo di sua madre e lei lo rassicurò sussurrando "Tranquillo Ubay, fai compagnia al nostro ospite" Nuha servì il caffè per tutti e tre, prese una sedia e si accomodo vicino al figlio ponendosi tra lui e l'uomo. Giovanni notò quel gesto materno e con un sorriso cercò di rassicurarli sulle proprie intenzioni e visto che i due non sembravano intenzionati a dir nulla toccò a lui rompere il ghiaccio "Eccomi qua!" La donna soppesò quell'esclamazione, non le era ancora chiaro il motivo di quella visita "Sono venuto per cercare di conoscervi meglio" I due lo guardarono con aria interrogativa e Giovanni, resosi conto di aver sbagliato approccio cercò di correre ai ripari "Ho un peso sulla coscienza e vorrei il vostro aiuto per alleggerirmi da questo problema" Per alcuni attimi restarono in silenzio poi Nuha si rivolse a lui fissandolo negli occhi "Anche io ho un grosso problema" Ubay restò in silenzio, i tratti del viso tirati e l'adrenalina che aumentava nel suo corpo; stava per alzarsi e scappar via quando Giovanni riprese a parlare "Mi sono permesso di chiedere un po' in giro e ho dovuto rivedere e correggere il mio giudizio nei vostri confronti" Giovanni aspettò per un istante prima di continuare, madre e figlio sembravano disposti ad ascoltare le sue parole "Lei signora, giunta in Italia da alcuni anni, si è trovata ad allevare quattro figli senza il sostegno di un uomo. Da quel che ne so suo marito l'ha abbandonata per andare non si sa dove, ma lei ha preferito fare sacrifici sovraumani pur di garantire ai suoi figli un futuro onesto e dignitoso. Nonostante la sua forza di volontà non avrebbe potuto reggere questa situazione ed è grazie alla collaborazione di amici e parenti ma soprattutto all'aiuto concreto di Ubay che è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi" Giovanni prese fiato per un istante e Nuha ne approfittò per servirgli ancora una dose di caffè ricevendo in risposta un segno di assenso "Grazie" disse comunque lui per poi proseguire il discorso "Il suo ragazzo si è caricato sulle spalle delle grandi responsabilità e da uomo maturo ha sopperito a molti dei vuoti lasciati dal padre prendendosi cura di lei e delle sorelline, è riuscito a conseguire un titolo di studio frequentando dei corsi serali, lavorando sempre con impegno ed onestà e quella sera, si, la sera dell'incidente, era stremato dagli sforzi fatti per sostenere i duri turni di quel periodo e senza volerlo ha sbandato ed è uscito di strada finendo la sua corsa sul marciapiede dove in quel preciso istante transitava Carlo" Giovanni aveva la bocca secca, sorseggiò il poco caffè rimasto nella tazza socchiudendo gli occhi e nella sua mente comparve la figura del figlio defunto che gli sorrideva, mentre gli tendeva la mano e lui si protendeva in avanti cercando di raggiungerlo senza riuscirvi; fu in quel momento che udì chiare nella sua testa le parole del figlio "Papà, basta con l'odio e il rancore. Fai la cosa giusta". Scosso da un fremito Giovanni spalancò gli occhi, davanti a lui Nuha e Ubay lo stavano fissando con gli occhi sbarrati "Si sente bene?" Chiese la donna visibilmente preoccupata "Si può perdonare?" Farfugliò lui a bassa voce fissando la donna che in chiara difficoltà scosse il capo. Giovanni si alzò dalla sedia e sorridendo allungò le sue mani verso quelle della donna che, resistendo all'istinto di conservazione, le accolse nelle sue. A quel punto Giovanni chinò il capo e con la voce rotta dal pianto chiese "Signora, siete disposta a perdonarmi?" Nuha e Ubay non capivano "Si, vi chiedo perdono, è stata una disgrazia. Io invece ho desiderato la morte di Ubay per vendetta e il rimorso per questo pensiero mi sta logorando l'anima, quindi vi chiedo ancora, siete disposti a perdonarmi?" Nuha cercò e trovò lo sguardo di suo figlio, erano d'accordo "Si" si limitò a rispondere. Giovanni allora ritrasse le mani, alzò il capo e fissò madre e figlio, nei loro sguardi vide tutto il dolore ma anche tanta comprensione, avevano capito. Senza aggiungere altro Giovanni si congedò e con passo deciso prese la via di casa.
    Ad accoglierlo in sala c'era Raffaella alla quale bastò uno sguardo per capire lo stato d'animo del marito, era cambiato, finalmente sereno e in pace con se stesso e le sue parole le confermarono quella sensazione "La sai una cosa tesoro? Chi perdona è più forte" Lei sorrise e lui fischiettando si diresse verso il frigorifero in cucina, prese una birra fresca e ne versò il contenuto in due bicchieri allungandone uno alla moglie. "Un brindisi" "A cosa?" Chiese lei "A Carlo" Rispose lui stringendola a se.
     

  • 07 novembre 2017 alle ore 16:20
    La storia del lupo Lapo

    Come comincia: C’era una volta, un bellissimo lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Lapo.
    Dall’animo sognatore, nobile ed idealista, il giovane lupo amava comporre poesie da cantare al mondo intero, cuore romantico, impavido, e forte. Capace coi suoi versi di incantare il creato, riempiendo di luce e di colore ogni cosa. Cantore sensibile della splendida luna, del gorgheggiare festoso dei ruscelli all’aria aperta, del delicato sbocciare di un fiore, della magia della neve a ricoprire col suo candido manto le colline più alte. Sempre col muso rivolto verso il cielo, elegante nel suo incedere. Ritenuto dagli altri lupi del branco, un po’ troppo stravagante per i suoi sogni, e per questo non apprezzato da molti, i quali non vedevano spesso nelle sue poesie un valido esempio, preferendo di gran lunga il destreggiarsi con la caccia, quale dote e maggior abilità per lo splendore della loro razza e la continuazione della specie, lasciandolo spesso solo, attratti da ben altro che i suoi versi ululati alla luna.
    Acquazzone/frullano vizze dal ramo/ le foglie componeva nel suo animo il lupo, al sovvenire dell’autunno attraversando il bosco, osservando il mutare lento delle stagioni, avanzando a piccoli tratti sulla terra brulla, quando d’improvviso giunto alle radici di una vecchia ed imponente quercia, il suo stupore fu enorme nello scorgere imprigionata in una tagliola, la zampa di una giovane lupa, riversa al suolo priva di sensi,  impossibilitata a muoversi, stretta nella trappola disposta per mano degli Esseri Umani al fine di catturare volpi e animali di pregio. Colpita, immersa nel sonno, un tempo creatura allegra e spensierata, sola e inerte adagiata in una morbida coltre di foglie, senza alcun segno evidente di vita, dal battito del cuore ad ogni  momento più flebile, lontano.
    Ed il lupo udendo quel ritmo farsi ad ogni istante più fiacco, senza porre tempo in mezzo, si scagliò con forza verso la tagliola, e usando al contempo gli artigli e le zanne ben appuntite, la liberò in un sol colpo.
    “Ma dorme ancora…” osservò contrito il povero Lapo, annusando il corpo immobile della sventurata, abbassando la coda “Il suo cuore è troppo debole per riprendersi…dopo tutto il tempo trascorso segregata in quel ferro!” ringhiò, scuotendo il capo, contemplando il viso di quella lupa, così dolce e disarmato, deciso a vederla tornare a sorridere di nuovo come una volta. E convinto di poterla riportare in vita, sospirò deciso “Il suo cuore è troppo debole! E senza di esso non potrà risvegliarsi!” latrò tremante “Io però ho un cuore!” ribatté fermo “E  potrei dividerlo con lei!” gettò di un fiato.
    “Ma questo è molto, molto pericoloso! Riflettici!” giunse con fare regale, alle sue spalle il bellissimo Cervo Bianco accostandosi a lui, bestia tra le più sapienti della Foresta. “Pensaci bene!”  tossì il Saggio “Non è facile dividere un cuore per due! E’ una cosa molto complicata! Affinché possa avvenire è necessario che i tuoi sentimenti verso quella giovane lupa siano veri e sinceri, e la tua volontà ferrea, altrimenti nel momento stesso in cui staresti operando il tuo volere, potresti essere tu a perdere il tuo cuore, e così morire!”
    “Lo so!” deglutì lui, fiutando fiero l’aria “Io ne sono cosciente!”
    E il Saggio sollevando lo sguardo verso un piccolo pettirosso, fermo su di un ramo col fiato sospeso, a contemplare la scena, gli strizzò l’occhio convinto “Allora, non esitare lupo, se è quello che vuoi! …” 
    E prima ancora che lui avesse terminato di pronunciare per intero quelle parole, Lapo chiuse gli occhi, e la giovane lupa riaprì i suoi, di un meraviglioso color dell’ambra, sana e salva, portando nel petto l’altra metà del cuore di lui, risvegliandosi per sempre dal suo torpore.  
    “Ti conosco…tu sei Lapo, il poeta! Il lupo che canta quei bellissimi versi alla luna! Grazie, grazie per quello che hai fatto! Il mio nome è Gaia, bellissimo lupo!” si levò lei sulle zampe, malconcia, zoppa, ma di nuovo viva e con tanta voglia di correre ancora.
    Riportata in vita dal sentimento di lui, vero e sincero, tanto forte e sconfinato da aprire un varco, oltre le barriere dell’oscurità, dietro cui era stata imprigionata, tanto potente, dal non conoscere il tentennamento dell’incertezza.
    E il lupo perdendosi nel dolcissimo sorriso della splendida Gaia, strofinando il naso contro quello di lei, le sorrise di gioia indicibile, fra il canto dei cervi in amore e il volo festoso degli uccelli oltre la Selva, poeta delicato, di quel portentoso miracolo chiamato Amore.
    E da quel giorno i due non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.
     
     
     
     

  • Come comincia: Ho visto povertà e umiliazione, bimbi giocare sui tralicci, ridere accanto a fili di corrente scoperti, saltare nell'acqua di pozzi neri mai cotruiti, mamme incinte e stanche trascinare figli stanchi. Ho visto "ospedali" che sono vecchie case fatiscenti, e "dottori" maneggiare strumenti disinfettati in carta riciclata in fornetti a carbone. Ho visto acquistare di nascosto un pezzo di carne per gli "ospiti turisti", e tavole imbandite nel proprio desco: riso e platano e fagioli, il pasto ricco. E bimbi crescere con questo cibo. E bimbi seminudi e scalzi per le strade a imparare la legge del più forte. Ho visto cubani tornare a Cuba inanellati e tirati a nuovo in stretti jeans comprati nei negozi dei cinesi europei, con le tasche piene di pochi euro, comprare la sudditanza di chi è rimasto a mendicare qualche pesos correndo a piedi scalzi con in groppa un risciò. Ho visto strade con buche profonde mai riparate, e vecchi caderci e rialzarsi e continuare a piedi verso le proprie case costruite con materiali di riciclato riciclaggio. Ho visto mezzi di trasporto inventati con carcasse di chissà quale decrepito ricordo. Ho visto risciò ibridi di sedie a rotelle e bici e camion e pezzi stramazzati di poltrona. Ho visto la povertà, quella vera, quella che non ha il problema di arrivare a fine mese, perché non ha nemmeno le ore. E ho visto donne dagli occhi luminosi di kajal e bimbi ridere a crepapelle, e uomini "machi" esigere il "rispetto" dopo sbronze e violenze. E il silenzio nelle loro case. Cosa non hanno visto questi miei occhi stanchi.
    Quanta desolazione c'è, fuori dal nostro orticello, e quanta dignità, nonostante tutto...

  • 05 novembre 2017 alle ore 11:23
    DESIRÈ UNA RAGAZZA PARTICOLARE

    Come comincia: “Alberto…Alberto.” Mara S. con in mano un foglio di carta voleva attirare l’attenzione del marito Alberto M. che si trovava al piano superiore del loro appartamento di via Merulana a Roma. “Che è successo, che hai da gridare.” “Sono incinta amore mio.” In verità era una notizia che i coniugi M. aspettavano da vari anni, finalmente! Alberto abbracciò Mara e da quel momento l’atmosfera in casa M.  cambiò, i coniugi tutti baci ed abbracci e Mara, cattolica praticante, aveva riportato la notizia anche al suo vecchio confessore don. Roberto. Allora tutto bene? Sino ad un certo punto. Dopo tre mesi all’esame ecografico la operatrice: “Signor M: sono perplessa, sul feto vedo sia i caratteri maschili che quelli femminili, probabilmente di tratta di un ermafrodita.” Alberto ebbe bisogno di sedersi e dopo qualche minuto: “Tenga assolutamente la notizia segreta, qui ci sono cinquecento €uro, mi raccomando.” Arrivato a casa in stato confusionale, dopo qualche boccone a pranzo mise al corrente la consorte la quale prese a piangere copiosamente e si rifugiò in camera da letto, bell’aiuto al marito. Il ginecologo dr. Trifiletti era in organico alla clinica ‘S.Rita’, Alberto non era in buoni rapporto con i santi ma se ne fregò e andò a conoscere l’ostetrico il quale, venuto a conoscenza dei fatti,  molto professionalmente rassicurò Alberto della riservatezza sua e dei suoi collaboratori, il parto sarebbe avvenuto in quella struttura sanitaria: “Mi chiami anche di notte quando sua moglie avrà le doglie.” E così fu: Desirée nacque alla presenza oltre che del dr.Trifiletti anche di una anziana infermiera. I due più la operatrice ecografica furono omaggiati per la loro riservatezza di 10.000 €uro. La bimba nata il 12 marzo sotto il segno dell’Ariete (Alberto in parte credeva alle caratteristiche dei nati nei vari segni) fu battezzata dal parroco della chiesa di S. Maria Maggiore. A far da madrine due amiche di Mara all’oscuro di tutto. Desirée era bellissima, la natura era stata in questo caso benigna con lei, sorrideva sempre a chi le stava vicino e questo consolava in parte Alberto ma non Mara che, confidatasi col suo vecchio confessore, era stata impaurita dalle parole del prete che in quell’essere ci vedeva la mano del diavolo. La bimba non ebbe baby-sitters, era accudita notte e giorno dalla madre e questo andazzo fino all’iscrizione alla prima elementare. Nel frattempo Mara, insegnante diplomata, l’aveva ben istruita,  la piccola, peraltro molto intelligente, già a cinque anni era avanti nei programmi delle elementari. Era stato Alberto che non aveva voluto che la moglie insegnasse sia per il suo lavoro di ingegnere al Genio Civile ben retribuito e sia perché ricco di famiglia. Alberto, all’età di Desirée di quattro anni, con parole semplici le fece capire che il suo stato di femminuccia era particolare ma di non prendersela, avrebbe avuto sempre vicino ai genitori. Ovviamente i problemi sorsero quando Desirée fu iscritta alla prima elementare. Fu scelta una scuola privata non religiosa in cui le maestre erano ben poco remunerate ma questo favorì Alberto il quale largheggiava con le mance e le maestre e la bidella erano tutte dalla sua parte, silenzio assoluto. Nella stessa scuola c’erano le classi medie e così tutto andò liscio fino alla iscrizione di Desirée alla quarta ginnasiale in un altro istituto privato. Stessa manfrina con le mance e dopo il diploma della terza liceale l’iscrizione all’Università alla facoltà di lettere moderne. Qui le cose erano ovviamente più complicate, Alberto allora suggerì alla figlia di chiudere la porta quando andava nel bagno delle femminucce le quali cominciarono a spettegolare ma Desirée, diventata nel frattempo una bellissima donna, se la cavava con sorrisi e qualche battuta di spirito sinché fu lasciata in pace. Nel frattempo una tragedia in casa M.: Mara già debole di cuore e dopo tanto anni di amarezze passò a miglior vita per un infarto fulminante. Il vecchio confessore di Mara, don Roberto, fra le altre belle parole pronosticò alla stessa un sicuro posto in Paradiso. Tutto sommato la situazione in casa M. migliorò, fu assunta a tempo pieno una cameriera di provincia grezza ma lavoratrice indefessa  che, ben pagata, mandava avanti da sola tutta la ‘baracca’. Era un piacere vedere padre e figlia uscire insieme; la baby conseguito il diploma di licenza liceale ebbe come regalo  una Fiat 500 Abarth da lei testardamente voluta, Alberto non si oppose ma subissò la figlia di mille raccomandazioni. Talvolta Alberto si trovava la figlia rannicchiata nel letto matrimoniale al posto della madre, era per lui un piacere infinito in fondo aveva la figlia tutta per sé senza mosconi che gli giravano attorno ma, ripensandoci bene, capì che il suo era egoismo puro, la baby come le altre ragazze forse avrebbe voluto una vita normale. Un avvenimento importante accadde a Desirée. La conoscenza di Aurora G. brasiliana di ventitré  anni di età, iscritta alla sua stessa facoltà di lettere, discendente da nonni italiani che, oltre al portoghese, parlava correttamente l’italiano; abitava in una stanza che le era stata affittata da una vedova in via Cavour. Che aveva di particolare la brasiliana? Desirée aveva notato che prendeva i suoi stessi accorgimenti nell’andare in bagno, si chiudeva a chiave; un giorno si guardarono in viso e si misero a ridere tanto da fare girare tutti i presenti. Avevano scoperto di aver qualcosa in comune! Aurora era la classica brasiliana di quelle che si vedono al carnevale di Rio. Grandi occhi, seno prosperoso, popò favoloso e gambe lunghissime, roba da far girare la testa ad ogni maschietto ma aveva qualcosa in più non previsto in una femminuccia…La loro amicizia fu subito bollata dagli altri studenti come lesbica, le due se ne ‘fottevano’ bellamente;  spesso giravano con l’Abarth per Roma a velocità non consentita ma,  una volta fermate da qualche vigile maschio, mostrando le loro apprezzabili beltitudini (termine preso da Dante e Boccaccio), spesso se la passavano con un rimbrotto. Richieste di spiegazioni da parte di Alberto alla figlia che ogni giorno dimostrava la sua felicità. “Papà sarà una grossa sorpresa per te quando conoscerai una persona.” A dir la verità Alberto non aveva proprio bisogno di ulteriori sorprese, ne aveva avute già tante in passato ma la curiosità non è solo femmina. “Invita questa persona sabato sera, nel ristorante qui sotto di Aurelio si mangia bene e poi c’è pure un’orchestrina. Alle 20,30 papà e figlia erano nell’ultimo tavolo del ristorante (per non essere disturbati) quando si presentò loro un pezzo di… peraltro vestita in maniera succinta. Alberto guardava alternativamente prima la figlia e poi la nuova venuta, varie volte senza profferir parola. “Papà ti verrà il torcicollo se non la smetti, questa è Aurora.”
    Alberto istintivamente si alzò in piedi ed abbassò il capo dopo un finto baciamano, risate delle due impertinenti. “Papà Aurora non è il Papa…” “Andrò da Aurelio ad ordinare, voi due intanto vedete se riuscite a non prendermi più per il…” Aurelio conosceva Desirée ma non Aurora ed anche lui rimase abbagliato da tanta…”Aurelio non imbranarti, mai visto una brasiliana? Portaci quello che voi ma fai in fretta, le signorine hanno fame. Tra una portata e l’altra: “Aurelio niente orchestrina?” “Stasera piano bar con sax baritono, ti piacerà.” Effettivamente era in duo ben affiatato che all’allegria del pianoforte contrapponeva la tristezza del suono del sax. Alberto apprezzò e chiuse gli occhi per gustare meglio la musica quando ad un certo punto fu sollevato dalla sedia come una piuma e trascinato a ballare, naturalmente era Aurora spinta dal suo spirito brasiliano solo che dopo un po’  Alberto  si inalberò non nel senso di arrabbiarsi ma di sentir aumentare di volume un certo coso richiamato anche dal profumo di donna dell’amica di sua figlia. Aprì gli occhi, Aurora lo guardava con sguardo ironico, anche Desirée aveva capito tutto e sorrideva. “Ragazze vado in bagno…” situazione imbarazzante, ‘ciccio’ non ne voleva sapere di ritornare alla ‘cuccia’, nemmeno sotto l’acqua fredda poi si decise ed il suo padrone, con aria indifferente ritornò al tavolo. Indifferenza da parte di tutti e fine della cena con un bell’ananas. A casa: “Papà Aurora ha bevuto troppo, telefonerà alla padrona di casa e, se lo permetti, dormirà con me sul letto matrimoniale, tu sul divano letto. Nessun commento. La mattina, domenica, Alberto cadde dal letto divano, era basso e non si fece nulla ma si svegliò di colpo, andò in cucina a preparare la colazione anche per le due amiche. Desirée ed Aurora si presentarono scarmigliate ed ancora piene di sonno, Alberto cercò di immaginare quello che era successo fra le due durante la notte…”Papino…Alberto permetti che ti chiami così è più confidenziale e poi mi piaci come uomo.” Alberto fece finta di non capire e la sera riprese il suo posto nel letto matrimoniale questa volta in compagnia della figlia che prese a fargli le fusa. “Papà non hai capito che Aurora…” “Papà ha capito ma ha le idee confuse, lasciami del tempo, per tre giorni sono fuori sede per lavoro.” Ma il tempo non riuscì a fargli apparire la situazione più chiara, com’era combinata Aurora, l’essere ermafrodita comportava l’aver un pene piccolo o grosso e poi nel baciare il fiorellino se lo poteva trovare in bocca.  Ritorno a casa, Desirée l’aspettava ansiosa, “Mi sei mancato tanto, mi pareva di essere diventata orfana, ti prego, se possibile, di non lasciarmi sola.” La ragazza dimostrava una profonda tristezza che fece commuovere Alberto, l’abbracciò: “Sarai sempre il mio più grande amore, non sono solo parole, ti voglio molto bene.” Cosa strana Aurora era sparita dalla circolazione in casa M. “Papà Aurora vuole avere con te un rapporto ravvicinato, se hai dei dubbi la pregherò di non insistere, voglio prima di tutto la tua serenità.” ‘Time brings advice’ Alberto non ricordava in quale romanzo inglese l’aveva letto ma così fu. Una sera si era appena appisolato che sentì qualcosa muoversi nel letto matrimoniale, acceso l’abat jour si trovò accanto una Aurora completamente nuda e sorridente, ‘ciccio’ si inalberò subito facendo esclamare alla ragazza degli ohi ohi riguardo alla sua grossezza. “Ho poca esperienza di membri maschili ma il tuo mi sembra esagerato per la mia piccolina…” Alberto chissà perché (lo sapeva perfettamente) aveva acquistato un tubo di vasellina riposta nel cassetto del comodino ma prima di usarla andò ad esplorare le parti basse di Aurora la quale, al posto del clitoride, aveva un pene molto piccolo ma sempre un pene. “Prendilo in bocca, ti piacerà.” Alberto aveva i suoi seri dubbi di quanto asserito da Aurora infatti gli fece un certo effetto, mai aveva avuto un rapporto omo anche se in questo caso fu ripagato da un’entrata del suo ‘ciccio’ nella calda bocca della ragazza la quale ingoiò tutto e poi prese ‘ciccio’ e se lo infilò, con fatica, nella sua cosina di donna. Durarono a lungo sia Alberto sia Aurora che esplose in una goderecciata gigante che mai Alberto aveva notato in una donna normale. La nottata proseguì sulla stessa linea sin quando l’aurora, quella del cielo, raggiunse la camera di Alberto, la baby sparì com’era venuta. Né Alberto né Desirée si mossero da casa. La cameriera: “Con voi non posso lavorare.” “Prenditi giorno di vacanza.” “Papà non sono una sciocca, dipende da noi se il rapporto a tre può funzionare senza problemi.” Alberto abbracciò teneramente la figlia, un chiaro segno di assenso.
    Questa volta sarò gentile, per i non anglofoni vi svelerò il significato della frase ‘time brings advice’: ‘il tempo porta consigli’. In seguito vi delizierò con un prossimo racconto un po’ erotico che delizierà sia i maschietti che le femminucce (ed anche gli altri…)
     

  • 03 novembre 2017 alle ore 10:58
    UN AMORE STRANIERO

    Come comincia: Una tragedia può colpire quando meno te lo aspetti. Alberto M. in pensione dopo un onorato servizio di trenta anni nella Guardia di Finanza (poteva ben dire onorato, era stato un onesto servitore della Patria senza acquistare ville in posti di villeggiatura come alcuni colleghi, alcuni finiti in galera), si stava godendo un casa acquistata a Messina in cooperativa in viale dei Tigli quando al telefono: “Alberto una triste notizia per te, tua moglie ha un carcinoma alle ovaie allo stato finale… non le ho detto nulla, ciao.”
    Il suo amico dr. Antonio P., ginecologo, gli aveva riferito la ferale notizia, Alberto per non svenire si sedette su una poltrona, Anna stava per rientrare e doveva far buon viso a… “Caro purtroppo mi devo operare, me la caverò in pochi giorni, non ti preoccupare.” I giorni erano stati pochi, dopo una settimana infatti il suo grande amore, Anna, era passata a miglior vita. Benché ateo, Alberto si era dovuto sorbire i vari riti in chiesa frequentata dalla moglie, i vari discorsi del prete e degli amici e poi la sistemazione della salma nella cappella familiare.
    Era tornato a casa accompagnato in auto da Franco I. un collega e caro amico: “Vuoi venire a casa mia?”
    “No Franco, lasciami nel cortile di casa mia.”
    Così era iniziata la vita da vedovo di Alberto, non abituato alle normali esigenze familiari era in crisi malgrado l’aiuto bisettimanale del filippino Edy non poteva andare avanti quando improvvisamente una telefonata: “Sono Cesare M., ti ticordi di me? Ti telefono da Bucarest dove mi sono trasferito, ho saputo di tua moglie…se lo ritieni opportuno lasciare l’Italia ti posso far sistemare in Romania come ho fatto io, qui la vita costa molto meno che a Messina perché paghi le tasse locali molto inferiori di quelle italiane, pensaci e fammi sapere, questo è il mio numero telefonico: 0114021340665, ciao.”
    Cesare era stato con Alberto a Roma quando erano allievi finanzieri, un caro amico con cui ogni tanto si sentiva, che fare? Ci pensò tutta la notte e poi due giorni dopo: “Cesare ho deciso mi sono informato: prendo il traghetto Bari-Dubrovnik poi col navigatore (ho una Jaguar X type) arriverò a Bucarest passando per Craiova, se non ricordo male l’indirizzo di casa tua che mi hai comunicato a suo tempo è: via Lipscani 23.”
    “Ricordi bene, come ricordati di portare con te un bidet nuovo, qui non lo conoscono, a presto.”
    Alberto informò Franco della sua decisione ed un lunedì mattina si imbarcò in quella avventura, lasciando le chiavi dell’appartamento a Gianni M., un vicino di casa e caricando in macchina, oltre agli effetti personali e tutto quello che gli poteva servire, anche il computer di cui non poteva più fare a meno. Tutto bene sino alla Dogana di Bucarest, il computer doveva pagare una imposta, 400 €uro non la prese bene ma tant’è.
    Prima di arrivare a casa di Cesare gli telefonò,  lo trovò fuori della porta. Un abbraccio affettuoso.
    “Non sai che piacere per me, ci sono pochi italiani che peraltro non frequento, staremo insieme, io abito al secondo piano, al primo c’è un appartamento vuoto ammobiliato che ho prenotato per te, non è grande ma ti piacerà. 200 €uro al mese.”
    Conoscenza con Angela M. quarantenne vedova e la figlia Annabela di venti anni, il nome simile a quello di sua defunta moglie. Dopo due giorni di lavori bagno nuovo con doccia e bidet e registrazione della sua venuta al Comune.
    “Tutto a posto, sei un residente in regola, per le tasse ci penso io basta che mi dai una busta paga.”
    Dopo un ovvio spaesamento iniziale Alberto, che mangiava a pranzo ed a cena a casa dell’amico Cesare, in compagnia della consorte bionda, simpatica, alla mano e belloccia oltre che alla figlia bruna capelli a caschetto, magra tipo modella occhi di un profondo blu molto piacevole visu.
    Madre e figlia parlicchiavano un po’ l’italiano. “Signor Alberto…” “Anabella e Angela, a parte che sono ateo e quindi non conosco il signore io sono romano di origine e noi tutti ci diamo tutti del tu.” “Alberto io studentessa universitaria, posso fare vedere musei, teatri, biblioteche, monumenti, monasteri, librerie…” “ Anabela di quelli che hai elencato non  me ne frega niente, voglio vedere giardini, vie con negozi per distrarmi, ho lasciato l’Italia per non avere cattivi ricordi, mia moglie è deceduta…” “Quando libera io conduce in posti che piace a te.”  La ragazza frequentava l’università e Cesare usciva insieme ad Alberto, quando era solo la compagnia era di una tv a noleggio programmata per canali italiani ma qualcosa cambiò la sua vita. Una notte sentì un colpo alla porta, l’aprì e gli cadde fra le braccia Anabela completamente ubriaca, la depositò si una poltrona, dal piano di sopra nessun rumore, non si erano accorti di nulla. Ritenne opportuno depositare la ragazza sul letto matrimoniale, le tolse le scarpe e la ricoprì con una coperta. La mattina seguente alle otto rumori di sopra, Cesare e Angela erano preoccupati per il non rientro a casa di Anabela, Alberto raccontò quanto accaduto ed ebbe sentiti ringraziamenti da parte dei due. La ragazza si svegliò alle tredici, come se nulla fosse successo, guardò in faccia Alberto senza parlare, si mise le scarpe e sparì su per le scale. Nel pomeriggio scese Cesare che mise al corrente Alberto di quello che era accaduto la notte precedente: Anabela era fidanzata con un coetaneo poco raccomandabile, erano insieme in un locale della movida di Bucarest quando il giovane cominciò a ballare con altre ragazze, Anabela gli fece una scenata e bevve sino ad ubriacarsi. A cena Anabella ormai ripresasi: “Chiedo scuse, grazie, tu uomo meraviglioso…non volere più vedere mio fidanzato, tu fare compagnia quando non studio.” L’idea non dispiacque ad Alberto anche se venticinque anni di differenza… A passeggio per le vie del centro, Anabella aveva lasciato gli occhi su un paio di scarpe un po’ costose, Alberto la spinse a provarle e gliele comprò. “Io poi dare a te soldi.” “È un mio regalo, my darling.”
    “Tu parlare inglese? Io parlare inglese e tedesco.” Io solo francese…” Le passeggiate insieme si moltiplicavano, Anabela aveva lasciato il fidanzato e ogni giorno usciva di più con Alberto, ormai lo prendeva sottobraccio e gli ‘depositiva’ qualche bacino sul viso. “Tu bell’uomo…” Alberto imitandola: “Io uomo vecchio potrei essere tuo padre…” “Tu mio amante, io amare te…” Che un pezzo di gnocca, di venticinque anni più giovane ti dice di amarti… “Cesare sono in crisi, esco troppo spesso con Anabela penso…” “Non pensare, io e Angela ce ne siamo accorti, lascia fare al destino, sei una brava persona, non porti tanti problemi.” Anabela aveva la patente ed aveva imparato a guidare la Jaguar, passava dinanzi all’università per far morire d’invidia le sue colleghe, cattivella l’amica! La ciliegina finale: una notte Alberto dinanzi alla tv si stava godendo un film porno quando si aprì la porta d’ingresso. “Tu sozzone …” “Io forse zozzone, sozzone vuol dire sporco tu che ci fai qui? “Dormire con te.” “Dormire?” “Tu capito non fare stupido.” La baby non era alle prime armi, dopo un lungo bacio prese in bocca ciccio che, data la lunga astinenza, riversò nella dolce boccuccia di Anabela …la quale per pulirsi usò un piccolo asciugamano che aveva portato con sé (organizzata la baby!). Dopo un cunnilingus gustoso, l’entrata di ciccio nella cosina della ragazza fu trionfale nel senso che la stessa cominciò a godere alla grande e poi: “Niente paura prendo pillola” e così lo zozzone schizzò sul collo dell’utero di Anabela che proseguì la goderecciata sino…”Basta io stanca.” Dopo un riposino ad Alberto venne nostalgia di casa propria: Che ne dici di andare in Italia?” La furbacchiona: “Pensavo da molto tempo ma tu prima sposarmi…” Al matrimonio al Comune pochi parenti di lei e tanti compagni di università soprattutto ragazze che avrebbero volentieri avere avuto analoga sorte. Alberto via telefono avvisò Gianni del suo ritorno con relativa consorte. Viaggio di ritorno ovviamente al contrario di quello di andata, arrivo a Messina il pomeriggio. Gianni, grande festa con la consorte e all’apertura della sua porta d’ingresso. Alberto: “Cara sarà tutto impolverato, penso sia il caso di dare una pulita almeno alla camera da letto. Anabela non se lo fece dire due volte, alla fine l’apertura  degli armadi…Alberto sbiancò alla vista dei vestiti di Anna, si dette sul letto come imbambolato, la consorte ancora una volta dimostrò di essere intelligente e sensibile, capì la situazione: “Se d’accordo buttiamo vestiti e scarpe tua moglie, io avere miei, stanotte dormire in albergo.” E così fecero, riempirono vari sacchi di spazzatura e li scaricarono in quei contenitori messi apposta per strada per contenere il vestiario e le scarpe usate poi, dietro suggerimento di Alberto andarono all’albergo ‘Continental’ di via Garibaldi. Al portiere chiesero di vedere il direttore suo vecchio amico. “Che posso fare per te?” “Qualcosa da mettere sotto i denti ed una stanza per stanotte.” Dopo mangiato trasferimento in una stanza che dava sul porto di Messina,  il bacio della buona notte. La mattina ambedue rinfrancati ripresero possesso dell’abitazione di Alberto. Pulizie con l’aiuto di Edy il filippino e poi ritorno alla normalità. Grande festa con gli undici componenti della scala, Alberto ed Anabela scollata ed in minigonna fecero gli onori di casa con mangiata di dolci alla siciliana, tutti allegri tranne Palmira T. dell’ultimo piano che stava in disparte. Alberto se ne accorse e: “’A Palmì che t’è successo?” “E me lo domandi, sono anni che sono innamorata di te, quando è morta tua moglie eri inavvicinabile e poi ti ritrovo sposato con una che potrebbe essere tua figlia…” “Ti assicuro che non me n’ero accorto,io sono sempre l’Alberto che hai conosciuto…” Il buon Albertone non aveva perso il vecchio vizio di… “Ho capito dove vuoi arrivare, io voglio in uomo tutto per me.” “Sei ricca, trovati un toy boy e sorridi alla vita.” “Non so chi sia il boi boi…” Palmira sparì e Anabela capì la situazione, l’intuito femminile…”Caro vieini dalla tua mogliettina, ti sarò sempre vicina. ‘Finita la festa gabbato lu santo’ nel caso dei coniugi M. voleva dire trovarsi dinanzi alla realtà per quanto riguardava il ‘conquibus’. La vita in Italia era ovviamente più cara di quella dell’Ungheria tanto più che Alberto aveva acquistato, a rate, un ‘UP’ della Volkwagen con cui la consorte girava per Messina alla ricerca di un posto di lavoro presso qualche agenzia di navigazione, niente da fare, Anabela rientrava sempre a casa con l’aiuto del satellitare ma col muso a terra, tutti aveva l’organico pieno. ‘Audaces fortuna adiuvat’ in questo caso non fu l’audacia ma un colpo di c., Ovidio  O. suo collega in servizio, avuto notizia del matrimonio di Alberto con una straniera lo contattò per dirgli:”Mi sto congedando ed apro una import-export, ho bisogno di una che parli lingue straniere, tua moglie…” “Anabela l’inglese ed il tedesco.” Bene vediamoci domani al bar di piazza Cairoli.“ Ovviamente Ovidio sgranò gli occhi alla vista della consorte di Alberto in mini e ampia scollatura poi: “Ho già affittato un locale in via Garibaldi al n.203, lunedì mattina l’inaugurazione e poi al lavoro.” Anabela ogni giorno riferiva ad Alberto gli avvenimenti: “Per fortuna abbiamo già degli ordini, tutto bene tranne che il tuo collega ci ha provato con me, ha capito che non c’era nulla da fare e insidiato (si dice così) su seconda impiegata che parla francese, anche stavolta  andato male, la terza parlare solo italiano e,paura licenziamento, detto si.” Stavolta Minerva, Mercurio amico di Alberto distratto, ne combinò una delle sue per vendicarsi delle corna di suo marito, fece conoscere ad Anabela un cliente ricchissimo ed affascinante. Riferì ad Alberto la cosa: “Si chiama Paul e mangiamo insieme durante l’intevallo, mi insegna il francese, è padrone di fabbriche in Francia, vuole farmi dei regali ma ho rifiutato.” Anabela stava imparando bene l’italiano e pare pure il francese… Alberto non osò fare domande alla consorte sinché un giorno: “Sai Paul vorrebbe venire a casa nostra anche per conoscerti.” Che a Paul interessasse conoscere il marito di Anabela sembrava ovviamente un controsenso, se gli piaceva la ragazza che motivo aveva di conoscere il marito? Alberto capì che non era il caso di dire cose ovvie, ritenne opportuno far venire a pranzo il francese, tutto preparato da un vicino ristorante per fa fare bella figura alla baby che se ne assunse la paternità. Il cotale, circa quarantenne, alto, elegante, fascinoso…”È un piacere conoscerla, Anabela mi ha parlato molto di lei.” E intanto sbirciava la scollatura della signora. Alla fin e del pranzo l’ospite capì che era inutile rimanere: “Ho un impegno, arrivederci ad un pranzo nella villa a Torre Faro che ho preso in affitto.” Il suo italiano era eccellente, che fare? Anabela sembrava sempre di buon umore ed abbracciava in continuazione il marito, cosa che all’interessato parve sospetta. La mattina di un sabato l’invito:”Portate i costumi da bagno”, era una assolata giornata di luglio. Grazie al solito satellitare con la UP di Anabela giunsero ad una villetta isolata della frazione di Messina. “Cambiatevi ho già messo sulla spiaggia un ombrellone e tre sedie a sdraio.” Alla vista di Anabel in costume a Paul gli occhi parvero uscire dalle orbite, poi si ricompose, capì che Alberto si stava rompendo…I due andarono in acqua, Alberto preferì restare sotto l’ombrellone. Paul ed Anabel andarono sempre più al largo, chissà dove aveva imparato a nuotare sua moglie, a Bucarest non c’è il mare, forse in piscina pensiero totalmente inutile. Ormai la situazione era cambiata, i due sembravano innamorati e se ne fregavano della presenza di Alberto il quale rivolse una bestemmia al suo dio Mercurio che non l’aveva aiutato, ma ormai era tardi. A pranzo Alberto toccava appena il cibo, i due lo ignoravano. Gli eventi precipitarono Anabel: “Caro ormai avrai capito che sono innamorata di Paul, è il destino, faccio le valige e me ne andrò, pagherò le rate rimanenti della Up, ciao, sarai sempre nel mio cuore, addio.” I giorni seguenti Alberto si chiuse in se stesso, mangiava solo qualcosa che gli portava Gianni sinché una mattina sentì suonare alla porta: una visione celestiale, Palmira in mini e scollatissima si insinuò in casa “Tintolone ormai sei mio, fatti la barba la doccia e poi…e poi avvenne quello che la pulsella bramava da mesi era stato il Fato e non Mercurio a portare a quella soluzione,  Alberto decise di cambiare dio…
     

  • 02 novembre 2017 alle ore 19:36
    Annadelmare del sì

    Come comincia: "...Da partenze diverse, avevamo percorso tutti la stessa strada accidentata; cadendo e ferendoci, tutti abbiamo sentito dolore e tanti ne sono rimasti accecati; io sono stata fortunata, il dolore è stato pietoso con me e mi ha lasciato solo le ferite che se pure non guariranno, lasceranno cicatrici a testimonio del vissuto.
    Il male ricevuto, altro non era che l’evoluzione del Maestro d’Amore; non lo seppi subito, dovetti camminare ad occhi spalancati nell’inferno senza mai poterli chiudere, costretta a sentire l’humus spalmato sulla pelle e il viscido strisciare dei vermi sul mio corpo. Girovagai per anni nel ventre della terra, come vecchia quercia, mi nutrii del putrido lasciando cadere ad una ad una le foglie che ornavano le mie fronde. 
    Quanto dolore per ogni foglia che si staccò, quanto amore precipitava e cadeva in un sordo tonfo, come costruzione di cemento a cui si bombardano le fondamenta; erano foglie ma non volteggiavano mestamente per raggiungere il terreno, si fracassavano sull’anima. Io, quercia, mi spezzavo sotto il peso dei miei stessi rami e nel tentativo di fermare il sangue che stillava impavido dal moncherino lasciato da ogni foglia, squarciavo il tronco.
    Imparai la compassione di me.
    Il Maestro d’Amore, paziente, mi guardava apprendere con fatica. 
    Rimase seduto ad ascoltare i miei ruggiti di animale ferito, accanto a me, nella mia tana buia che pur facendomi paura mi riparò dal cataclisma tutt’attorno. 
    Mai mi lasciò chiudere gli occhi per non vedere, non fu pietoso; restava compagno silenzioso, sentivo il suo respiro soffiare sulle ombre gelide dei mostri che coprivano il mio cielo da quando avevo aperto il vaso di Pandora, e vagavano dispersi sul mio suolo. 
    Fu il mio unico amico, l’unica essenza che mi rimase accanto, quando sparii dalla società. Chi mai avrebbe potuto capire la mia anima spezzata, se avevo ripetutamente dimostrato di essere un’araba fenice? Quante volte ero rinata dalle mie ceneri… Ero una colonna portante, ero marmo che nulla poteva scalfire e tutti ebbero facoltà di sbertucciarmi. 
    Tutti quelli che avevano bevuto alla mia fonte non accettarono che non ci fosse acqua per loro e distrussero la sorgente coprendola di massi.
    Il marito, gli affetti, il lavoro, la città, mi lasciarono ai piedi della fonte, Maestro d’Amore spostò i massi e mi tirò fuori circondando con le sue braccia le mie spalle insanguinate, mi strapazzò quando vide che volevo raggiungere la dimensione dove tutto è pace e mi portò al mare, in un silenzioso paesino toscano, e nelle acque fredde di quell’inverno, lavò le mie ferite. L’anima pianse e strepitò quando la salsedine bruciava sulle piaghe aperte e senza pietà lasciava colare il mio malessere nelle onde increspate. 
    La musica tempestosa del libeccio portò verso terra voci di angeli che non riuscii a distinguere finché non guarirono le mie orecchie, sfidai il mare grosso per riscoprire la forza, figlia della paura, e raccolsi ortiche per nutrirmi, volli rimanere cucciolo di animale esposto e solo, per imparare a vivere; conobbi Dio affondando i piedi nella montagna di alghe che ricoprì la riva quel ventoso e gelido inverno, io, che avevo sempre affidato a Lui ogni mio giorno nuovo, mi accorsi di aver condiviso e mai affidato veramente la vita che avevo vissuta, soltanto in quei momenti lo avevo fatto pienamente. 
    Ero nelle sue mani, Lui sapeva se quel giorno avrei trovato da sostentarmi e se mi fossi svegliata ancora e se avrei camminato con le mie gambe. 
    C’era Lui e si prese cura di me, fu il mio cardiologo e il mio pneumologo, fu il medico che tenne costanti i parametri del sangue e del calcio nelle ossa, stabilì le mie capacità fisiche finché rimasi sola, mi diede da bere e da mangiare tutti i giorni. 
    Volle lasciarmi in vita per non tagliare il nastro del traguardo prima che io arrivassi, pronta. Mi regalò Maestro d’Amore e quadrifogli, e farfalle e uccelli svolazzanti nella mia aria, e anime belle e nuove che hanno profumato di pulito il mio andare.
    Sotto la lava che tutto aveva coperto, rimasero vivi affetti creduti dispersi che tornarono a sfilare nel mio sangue per appoggiarsi dolcemente sul mio cuore troppo malato per reggere colori pesanti, malato e vivo di forza nuova quanto basta per concedergli di pompare e far danzare nei suoi riflussi l’amore..."

  • 01 novembre 2017 alle ore 12:13
    Tramoggia

    Come comincia: Ciao! Come stai? 
    È un periodo un po’ particolare, sto ai pensieri forzati!
    Ma forse volevi dire ai lavori forzati?
    No! Volevo solo dire quel che ho detto: Sono ai pensieri forzati!
    Beh! Spiega meglio, se vuoi ti ascolto!
    Allora amico, sai cos’è una tramoggia? 
    Più o meno!
    Ecco! Allora pensa alla mia testa come a un contenitore. Ho appena riversato all’interno di essa anni di pensieri già di per sé incontenibili, immagina come fosse aperta sopra, mentre un frullatore sversa il preparato mentale. Lo vedi adesso che nella sua discesa perde parti di capelli, di risate, di occhi, di stanze, di profumi, di mare, di sangue, di me? Vedi come sia già difficile il solo impastare e versare nella tramoggia?
    Sì! Capisco!
    Ora a questo aggiungi il fatto che questo denso impasto debba scendere giù per questo indegno contenitore, immagina che questa bellezza già di per sé esuberante stia traboccando un po’ ovunque, sprecandosi.
    Ho messo nell’impasto tanta di quella roba che ora deve scendere giù, come in una tramorgia, insinuandosi per caduta in quello stretto orifizio che porta allo stomaco, passando per il cuore. Estrudere l’impasto. Il bello è che non so in cosa si trasformerà e se si trasformerà.
    Comprendo.
    Dovrà percorrere i canali, che si stringono a imbuto come i gironi infernali. Deve trasformarsi, essere digerito e poi eliminato anche se sai che non potrà essere eliminato del tutto. Mai! 
    Amico mio ascoltami, nulla si crea e nulla si distrugge, ricorda che nulla è perso per sempre e se saprai concimare ed alimentare la bellezza con gli scarti ritroverai nuova sostanza.
    Forse hai ragione amico, grazie. Intanto per adesso, torno a estrudere.
    Di niente.

    #dentrismi #gliaforismidiHalo

  • 30 ottobre 2017 alle ore 19:19
    Una bella giornata

    Come comincia: Bella giornata che trascorsi qualche anno fa, grazie agli amici bagaladesi, in primis il Sindaco Curatola, il di lui figlio Federico e dal vice-sindaco Toscano che mi accolsero sul pullmann, per quella trasferta a Bagheria, per gli ottavi di finale di Coppa Italia Nazionale Dilettanti che si disputava tra l’Omega Bagaladi ( RC) e la squadra locale.
    Dopo un lungo e tranquillo viaggio, per quasi quattro ore, fummo accolti dapprima dall'allora Presidente del Bagheria Provenzano e accompagnati al ristorante "Aries", dove poi incontrammo il Sindaco in carica della città, il giovane Biagio Sciortino, il quale si dimostrò persona veramente amabile, avendo offerto al collega Curatola dei libri e depliants di Bagheria e poi ci accompagnò al vicino Museo di Guttuso, vero gioiello culturale, ancora in pieno allestimento.
    Devo dire, con tutta sincerità, che l’accoglienza fu di prim’ordine, sia per la signorilità dimostrata da tutti, compreso lo sponsor, sia per la simpatica curiosità che dimostrarono nel chiedere di Bagaladi, cittadina di appena 1.000 abitanti, che da un paio d’anni era assurta agli onori del calcio che contava.
    Complimenti davvero!
    Pensai, avendoli conosciuti, che sicuramente, sarebbero stati accolti allo stesso modo, se non meglio, sia dal Sindaco Curatola che dal triumvirato che presiedeva la squadra di Bagaladi, Maesano-Maesano-Villari.
    Passo ora, dagli appunti che avevo in archivio, a descrivere la bella partita alla quale assistetti in mezzo ad un pubblico veramente scarso per un citta da quasi 70.000 abitanti.
    La partita finì 2 a 2, ma l’Omega avrebbe meritato di portare a casa la vittoria che avrebbe assicurato, quasi al 100%, il passaggio ai quarti e se l'avesse ottenuta, nessuno avrebbe avuto niente da dire.
    Dopo l’inizio stentato dell’ Omega che stava ancora studiando gli avversari, il Bagheria colpì a freddo con l’ottimo Marino che improvvisamente, ricevuta la palla quasi al limite, tirò una bordata ad effetto che sorprese Tiziano che, anche disteso in tuffo disperato, non riuscì ad intercettare la micidiale palla.
    1 a 0.
    Ma l’Omega Bagaladi, conscia della sua forza, incominciò a macinare quel bel gioco che la contraddistingueva da quando ne aveva preso le redini il nuovo mister, il bravo Campolo.
    Infatti, allo scadere del tempo, in seguito ad una bella azione corale, pervenne al pareggio con Aquilino che fu bravo ad evitare dentro l’area un difensore e a colpire la palla a colpo sicuro infilandola nell’angolino alla destra del portiere locale.
    1 a1.
    Dopo, praticamente per tutta la partita, l’Omega condusse le danze, seminando il terrore tra le file difensive avversarie, soprattutto con Di Maggio e Corona, supportati da un pressante Catalano, dalla solita ottima regia di Aquilino e da Bonanno e Pipitò, sempre in contrasto sugli avversari.
    Il raddoppio dell'Omega, arrivò all'inizio del 2° tempo, da un'incursione sulla sinistra, cross al centro per Corona che colpì bene ma sul portiere che respinse alla bell'e meglio ma sui piedi di Di Maggio che con la solita calma bloccò la palla e la indirizzò in porta senza scampo per il portiere bagarese.
    2 a 1.
    Ma come c’insegna il calcio che se non sfrutti le occasioni da goal poi va a finire che il goal lo subisci, il Bagheria, verso il 70° minuto, con un fortunoso goal derivato da un batti e ribatti in area, ottenne il pareggio con Vipes, con la palla che colpita in modo strano superava Tiziano, sbatteva sul palo e beffardamente s’insaccava, lasciando noi tutti sugli spalti di stucco.
    Comunque bella partita, condotta benissimo da tutta la terna arbitrale, con parecchi ammoniti per falli di gioco normali, con pubblico corretto, rovinato solo nel finale da un battibecco tra due giocatori che veniva sedato, un po’ con difficoltà, dalle dirigenze di entrambe le squadre.
    L'Omega Bagaladi passò poi il turno, giocando al ritorno in casa una grande partita, non cullandosi del pareggio ottenuto in trasferta, dimostrando così di aver raggiunto una mentalità moderna d'intendere il gioco del calcio sia quello che si era detto fin’allora (ed anche lì a Bagheria) della squadra e cioè "Squadra stellare”.

  • 27 ottobre 2017 alle ore 19:00
    Il cassetto

    Come comincia: "Sei malato! Oggi, niente scuola". 
    Era la voce di mamma, al mio risveglio. Che felicità! Nonostante la febbre e il mal di gola, ero liberato da un incubo oppressivo. La scuola, l'avevo iniziata male, in guerra, e ci vollero anni, per abituarmici. Lo stato di malato mi dava adito all'accesso di un rituale, che trovavo meraviglioso ed appagante. Cambiavo, di prima mattina, camera e letto. Passavo nella camera dei miei genitori, nel loro lettone, che mamma aveva rifatto di fresco. La finestra, luminosa, dava sulle alture del Righi. S'intravvedeva il panorama della vasta conca, che racchiude il mare e la Lanterna. La luce entrava di prima mattina, vivida, da farsi rubare in ricordo. 
    Dopo il caffè e latte, con biscotti, comprati in fretta, all'uopo, dalla cameriera, (per il costo, non erano abituali) avveniva una delle concessioni più esorbitanti, che io potessi immaginare. Mamma sfilava dal comò della camera il primo cassetto e me lo depositava sulle gambe. -“Guarda, ma non mettere in disordine”- Era il licet ad entrare nel suo intimo riparo, a noi bimbi, proibito. Questo gesto le dava tempo e spazio per il lavori di casa di prima mattina. Mamma usava il cassetto come l'unico spazio veramente suo. Aveva un pudore delicato nell'aprilo e chiuderlo. Gesti studiati, veloci a celare una sua intimità. “Non mettere in disordine” - mi ripeteva ancora. Ma quel cassetto nella confusione degli oggetti, nel loro sovrapporsi, era il simbolo di un disordine inimmaginabile. L'illusione di racchiudere una vita privata in un cassetto, ne era il risultato. Io m'intrufolavo tra boccettine di profumo,dalle varie forme, creme, che saggiavo con la punta del dito, rossetti, collane, anelli, medaglioni. Odoravo tutto, come un segugio e ogni oggetto aveva un suo profumo, fosse un pettine di tartaruga spagnolo o un fermaglio indiano. Ne ravvedo ancora il piacere intatto, conservato in un grumo di neuroni. Eppure doveva esserci stato un giudizio di malattia, all'inizio, che mi permetteva tutto questo. Ma non ricordo i sintomi della mia indisposizione; il letto appena rifatto per me e quel cassetto di meraviglie da indagare, scrutare, era tutto l'universo. A completare il mio bisogno di incauta profanazione di ciò che non mi spettava, un pacco voluminoso di cartoline illustrate, trattenute da un nastro. Cartoline giornaliere di papà a mamma, durante il fidanzamento. La calligrafia curata di papà, a penna blu. Minuta, delicata, come una missiva d'amore, voleva. “Cara Franca”, in mille modi, in mille inclinazioni. Poi non andavo oltre, già per un pudore tutto mio, che ho conservato per una vita. Mi turbava e m'ingelosiva quel termine, “Cara Franca”, pur se usato da mio padre. Le foto riprodotte sulle cartoline erano di attori dell'epoca. Greta Garbo ne comprendeva molte; bellissima, divina. Alcune erano solo schizzi veloci del suo volto. Shirley Temple, una bambina prodigio d'allora, attrice in molti film americani, coglieva la mia meraviglia, nei suoi vari costumi di posa. Quale distanza di vita, da una mia coetanea! Io preferivo le raffigurazioni di Stanlio e Ollio, prodigiose, tanto da scoprirmi un sorriso. “Adesso basta, lo metto via” E si chiudeva il sipario di quel fantastico teatrino ed io avvertivo, solo allora, il mal di gola.

    Trascorsero degli anni e tuttò mutò. Ai miei figli, ammalati, accesi, nell medesimo frangente, lo schermo della TV. Chissà se avessi portato il mio cassetto! Forse, ricorderebbero qualcosa in più di me.