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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • domenica alle ore 9:04
    uscita d'emergenza

    Come comincia: La pioggia cadeva ininterrotta da giorni. Ora fitta, sottile e di sbieco, stirata dal vento, ora con gocce grosse e grevi che si schiantavano al suolo in fiotti sfavillanti, oppure con scrosci imperiosi, rovesci irruenti che impedivano alla gente di poter fare qualsiasi cosa. Buda, dunque, da sempre adusta, si fermò attonita e depressa, in fremente attesa  che il cielo plumbeo sparisse e scaricasse altrove la sua pancia gonfia d'acqua, magari a San Antonio o in quel di Galveston, dove tutta quella gente con la puzza sotto al naso ne avrebbe giovato.

    Jane, appostata dietro la finestra, approfittò immediatamente del riprender fiato dei nembi e, sotto una pioggerella innocua, raggiunse in fretta il bar all'angolo. Da troppo era chiusa in casa, anche per una solitaria come lei: doveva rientrare nello spazio dell'umanità.  Ma, tranne il barista appisolato sul bancone, la porta le spalancò il nulla, il niente: il bar era completamente deserto. 

    Purtuttavia non tornò indietro anzi, con un contento disappunto, prese posto al tavolino dietro la vetrata, in modo da poter osservare la strada e la pioggia che, nel frattempo, aveva ripreso a scrosciare con rinnovato vigore.

    Niente, dunque, come al solito.

    Niente oltre la soglia del suo matrimonio, niente dietro le porte dei vari maschi incrociati dopo, e niente dietro la porta della sua famiglia. Niente neppure oltre i paraventi degli amici,  e meno di niente oltre le sgangherate porte dei colleghi, del lavoro. 

    Aveva ormai perso il conto di quante volte era entrata ed uscita dal niente, sempre sorretta e sospinta dal "non può essere". Sino a che non aveva imboccato una delle due uscite d'emergenza possibili: la solitudine. L'altra, quella del niente di niente, pur spalancata e invitante, l'avrebbe evitata. 

    E la scelta sembrava essersi rivelata fruttuosa poiché da quando aveva intrapreso il romitaggio aveva ritrovato tutto. Tutto quello che aveva perso, o le era stato rubato o a cui aveva rinunciato, nel nome del "s'è fatto sempre così" e di "così va il mondo". L'aver accettato supinamente regole e consuetudini, pensieri preconfezionati e azioni telecomandate, ne aveva abbrutito l'essenza sin quasi a convenire di chiudersi la porta alle spalle, e far finta di niente. Stritolata dalle catene delle sopraffazioni, delle contraffazioni e delle mistificazioni s'era dovuta adeguare per non perire e, dunque, ne era diventata ingranaggio consapevole. Anonima porzione del grande e immarcescibile gioco delle parti, dove ciascuno non è mai quel che sembra. Dove menzogne, ipocrisia e avidità lubrificano in continuazione la giostra. Che corre, corre sempre, per non andare da nessuna parte.

    Nonostante ciò, però, nonostante stesse bene da sola, e isolata, ogni tanto sentiva imperioso il bisogno di parlare e di essere ascoltata, di essere toccata, abbracciata. A stento resistendo all'impulso di rimettersi nel gioco, di lasciarsi andare.

    Il fragore di un tuono sorprese il barista nel più bello del sonno, sancendone la fine. Assodato che ebbe l'assenza di avventori, nel persistere del fortunale, l'uomo chiuse i battenti senza pensarci su due volte. Jane rimase, così, l'intera notte a frugare freneticamente nella pioggia, come se in qualche goccia potesse scovare il segreto della felicità.

     

  • sabato alle ore 13:48
    Collina "81"

    Come comincia:  Collina "81", sul promontorio della paura: guarda sempre di sbiego il sole e fa l'occhiolino - a volte - alla luna ed alle stelle. La notte è stata lunga, nelle trincee l'inferno: i cannoni han lavorato sodo creando ovunque danni, squarciandolo quel cielo tutt'intorno a più non posso; martoriandolo all'infinito e seminando morte...Il rumore assordante delle cannonate e i colpi degli obici da quattrocento hanno rotto i timpani del tenente Krauss. Soffia un vento gelido, adesso: il silenzio fa paura, più delle bombe! Ma un giorno i prati torneranno in fiore e le madri e i padri potranno piangere così i loro figli nelle pianure.

    Taranto, 5 dicembre 2019.

  • 02 dicembre alle ore 9:37
    ALBERTO E GENÉVIÈNNE (TERZA PARTE)

    Come comincia: Ge: "Non capisco un'acca, non
    conosco il latino." "Ti tradurrò tutto ma come ricompensa..." "Niente
    ricompense per ora, ho capito dove vuoi arrivare, l'uso dell'argenteria
    te la devi conquistare! Traduci." "Lollo deve baciare il buchino davanti
    di Dorella e Tindaro quello dietro." Dorella: "Nunc fellatio at ordo,
    membrum plus parvus esse secundus in ludis, Lollo super tabula femur
    manifesta: lingo tergas, lingopilas, lingofallum." "Vai con la
    traduzione e non fartelo ripetere." ""Dorella sta leccando il culo, le
    palle e il pisello di entrambi, a turno, beati loro!" "Non è il momento
    di farti venire le voglie, voglio partecipare alla loro orgia." Dorella:
    "Lollo fallum bene erectus. Tindaro fallum parvus erectus, experio
    secare... fallum semper parvus erectus, experio ex novo lingere.""Lollo
    ce l'ha ben duro, quello di Tindaro, malgrado l'impegno di Dorella con
    la lingua e con le mani resta moscio, Dorella prova di nuovo a
    leccarglielo."Dorella: "Tindaro experiore con manu te ipsum dum osculor
    in ore Lollo." "Tindaro deve provare con la sue mani a farselo diventare
    duro mentre Dorella bacia in bocca Lollo." Dorella: "Res sic stantibus,
    copulo cum Lollo, expero spectandum membrum ferreus fit." "Dato che
    Tindaro l'ha tuttora mezzo moscio, Dorella si mette a scopare con Lollo
    sperando che guardandoli a Tindaro diventi duro." Dorella: "Esperioremus
    cum Lollo qui debet sugare membrum Tindaro." "Dorella cerca in tutti i
    modi di far diventare duro il coso di Tindaro, ha dato ordine a Lollo di
    succhiarglielo." Ge:"Non ricordo che in passato Tindaro abbia avuto con
    me delle défaillances..." Dorella: "Medicina efficax fuit, Tindaro
    concitatus est et potest irrumpere in mea vulva dum capio status ovis."
    "A Tindaro è diventato duro e può scoparsi Dorella che si è messa alla
    pecorina." Dorella: "Tindaro emergi da mea vulva ut facere intromittere
    Lollo." "Ha ordinato a Tindaro di mettersi da parte per far entrare in
    fica Lollo." Dorella: "Nunc collocatio mea vulva super membrum Tindaro e
    membrum Lollo debet irrumpere in mea terga." "La cosa si fa più
    interessante e fantasiosa: Tindaro si deve infilare nella fica e Lollo
    in culo, doppio gusto, mai provato?" Ge: "No, oltre te dovrei trovare
    una persona speciale, sono di gusti difficili." Dorella: "Volo mutare,
    Tindaro cun suo penis in terga Lollo et Lollo in mea vulva." "Tindaro si
    deve inchiappettareb Lollo che dve entrare in fica." Tindaro: "Non so
    se ci riesco." Dorella: "Si vis gaudere intra mea vulva aut intra in mea
    terga obedi!" "Se Tindaro vuol godere in fica o in culo di Dorella deve
    ubbidire." Tindaro: "Se Lollo me lo lecca diventa duro." Dorella:
    "Lollo obedi." "Hai capito, a tuo marito, diventa duro solo se glielo
    lecca Lollo." Dorella: "Duratio perfetta, intromissionis in terga Lollo
    magna cum suavitate." "Cazzo di Tindaro perfettamente duro, deve
    metterlo in culo a Lollo con delicatezza." In sottofondo gemiti di
    piacere. Dorella: "Tindaro non debebat gaudere, ob pena sugas Lollo
    usque suum gaudium in tua ore." "Tindaro non doveva godere, per
    punizione deve far godere Lollo nella sua bocca, cattivella la fidanzata
    di tuo marito!" "Se piace a loro, ma sentiamo il finale." Dorella: Volo
    gaudere magnopere, at ordo volo antea gaudere cum cunnilingus et postea
    con fallum at ordo usque mea perfecta satisfatis." " Dorella vuol farsi
    una goderecciata planetaria, ha ordinato ai due di leccarla e di
    infilargliela a turno sino a completa sua soddisfazione, i risultati li
    senti..." Ge aveva spento il ricevitore e guardava Gi con aria
    interrogativa:"Stai pensando tu la stessa cosa?" "Si ma come trio mi
    andrebbero due femminucce." "Furbacchione niente da fare, ed ora a cena,
    cos'hai di buono?" "A Nadia ho detto che questa sera avevo compagnia,
    andiamo a scoprire la sua valitudine nell'arte culinaria." "Non è che te
    la sei fatta?" "Solo un pompino, una volta." "Cazzo ti dai pure agli
    amori ancillari!" "Senti vergine delle rocce a te non è mai capitato
    qualcosa di simile?" "Te lo racconto un'altra volta, andiamo ad aprire
    il forno... caspita coniglio con peperoni e olive greche, piccioni
    ripieni, contorni: rucola con scaglie di parmigiano, verdura amara di
    montagna, cetrioli, carote senza buccia ma interi, Nadia fa pure la
    spiritosa, forse pensa che sia come Lollo e Tindaro." "Va bene non sei
    un culattone, va a prendere del vino, se penso al mio Amarone..." "Ho la
    Lacrima di Morro d'Alba, ti piacerà." "Buonissima cena, devo fare i
    complimenti a Nadia, la frutta... cazzo sta ucraina m'ha preso di nuovo
    per il cuolo, ananas interi con un buco al centro." "Te lo faccio venire
    duro, vediamo se c'entra." Slam, slam, slam. "Prova ad infilarlo
    nell'ananas... non c'entra." "Dirò a Nadia, la prossima volta, di
    praticare un foro più largo, intanto succhiamelo ancora." "O si mangia o
    si scopa, si mangia!" Per ultimo una baretta di cioccolato amaro. Sul
    divano abbracciati: "Mai provato la sensazione piacevole di un bacio al
    cioccolato, ora voglio raccontarti una mia avventura particolare. Come
    ti dicevo mio padre era capo stazione a Basilea; una sera lo incontrai
    in compagnia di una ragazza circa della mia età. Quando mi vide si
    arrabbiò ingiungendomi di non dir nulla a mia madre; tornai a casa
    amareggiata e decisi di allontanarmi dalla mia abitazione. Quale figlia
    di appartenente alle ferrovie, avevo diritto di poter fruire di viaggi
    gratis sino a duemila chilometri all'anno e così decisi di imbarcarmi
    sul primo treno trovato in stazione. Era sera, in partenza sul primo
    binario c'era un treno con cuccette, il conduttore mi disse che ce n'era
    una libera, tutte le altre erano occupate dai componenti di una squadra
    di rugby, se mi andava bene... D'istinto decisi di accettare, non
    pensavo di correre alcun pericolo, i giocatori di rugby sono conosciuti
    per la loro serietà e per la loro lealtà sia in campo che fuori, certo
    la loro stazza... L'addetto al wagon lit aprì la porta delllo
    scopartimento immerso nel buio appena rischiarato da una debole luce di
    cortesia, mi arrampicai sulla scaletta posta al centro e mi issai sulla
    cuccetta superiore sinistra, restai vestita in minigonna e giubbino. Nel
    frattempo il treno si era messo in moto e non feci caso al rumore della
    scaletta che veniva spostata; poco dopo sentii il calore di una manona
    che lentamente guadagnava l'interno delle mie cosce. Decisi di starci,
    mai conosciuto un giovanotto muscoloso che speravo anche ben dotato. La
    mia passività indusse il giovane a farsi più intraprendente e poco dopo
    me lo trovai nella mia cuccetta, delicatamente mi sfilò le mutndine e
    cercò di infilarmelo ma benchè agisse delicatamente, mi fece male. Lo
    alliontanai con la mano, lui capì e prese a baciarmi la cosina e poco
    dopo godei a lungo. Il cotale, visti sparire i miei spasmi tornò alla
    carica e questa volta non ebbe difficoltà, la mia tata era pronta ad
    accoglierlo. Data la giovane età godè in breve tempo, restò un pò dentro
    di me, non mi dispiceva rimanere in quella posizione, dopo poco tempo
    si ritirò. In verità ero insoddisfatta, pensavo ad una notte di fuoco...
    ma presto la delusione fece posto a una piacevole sorpresa, un altro
    giocatore di rugby prese il posto del suo collega e, benchè anche lui
    ben dotato, entrò facilmente nella mia cosina scivolando nella
    visocosità lasciata dal suo collega. Anche lui fu piuttosto veloce e
    scese dalla mia cuccetta per lasciare il posto al terzo ed ultimo
    giocatore. Stessa scena ma alla fine mi sentivo frustrata, sti ragazzoni
    avevano poca resistenza in campo sessuale, mi era rimasta addosso il
    loro piacevole effluvio di mascolinità. Mi era girata su un fianco in
    attesa del buon Morfeo quando sentii la solita manona che mi rigirava ma
    da dove compariva il quarto? Capii che era il
    primo evidentemente insoddisfatto della antecedente prestazione. La cosa
    durò più a lungo dei precedenti con grande goduria della mia beneamata.
    Ci furono varie altre prestazioni da parte dei rugbisti che persi il
    conto. sinchè la mia gatta, indolenzita, rifiutò di farsi ulteriormente
    penetare. Chiesi in prestito un  asciugamano per pulire la mia cosina
    completamente allagata. Dopo la pugna un sonno ristoratore come gli
    antichi soldati greci dopo la battaglia. Quando mi svegliai lo
    scompartimento era vuoto, pensai che fossero scesi in una stazione, il
    treno era ancora in moto. Mi recai al vagone ristorante per far
    colazione e, sorpresa sorpresa, vidi tutta la squadra alle prese con
    caffellatte e pasticcini. Non so quale folletto mi spinse a cercare di
    riconoscere i miei trapanatori, pensai di averli individuati in tre che
    occupavano un tavolino in fondo al vagone, con notevole faccia tosta mi
    sedetti al loro tavolo. Espressione attonita da parte degli interessati
    che mi guardavano perplessi e intimiditi; erano tutti e tre biondi,
    mascelle larghe, occhi azzurri, capelli biondi tipici della razza
    ariana, sarennero piaciuti a Hitler, sicuramente parlavano tedesco e in
    questa lingua chiesi loro di procurarmi caffellatte e cornetti. Si
    alzarono all'unisono e sparirono dalla mia vista, pensavo che avessero
    preferito andarsene insalutato ospite invece si presentarono con un
    vassoio pieno di strudel, cornetti, diplomatici oltre che con un bricco
    di caffellatte. Erano notevolmente cambiati, sorridenti mi biaciarono a
    turno la mano e si sedettero mentre io davo l'assalto un pò a tutto, la
    notte godereccia mia aveva procurato un noteviole appetito, dovevo
    riprendere le forze. Restammo seduti sino a quando i tre mi dissero che
    stavano per giungere a destinazione, mi baciariono sulle guance seguiti
    dagli sguardi interrogativi e sicuramente invidiosi dei loro colleghi,
    indubbiamente in seguito li avrebbero messi al corrente della loro
    avventura. Alla fermata successiva scesi dal treno, andai in una
    farmacia e acquistai una pomata per lenire l'arrossamento della mia
    cosina, me l'avevano prorpio sconquassata! Ritornai in stazione ed
    aspettai un treno che mi riportasse a Basilea. Ai miei genitori dissi
    che ero andata a trovare un'amica, guardai negli occhi mio padre e gli
    feci capire che mi sarei fatta i fatti miei, in fondo era anche 'merito'
    suo se avevo potutto godere quell'avventura particolare e piacevole."
    "Sei una porcona matricolata ma spero che non farai paragoni di
    volatili, il mio deve essere decisamente più modesto." "Il tuo va
    benissimo, funziona perfettamente e poi... è il tuo." "Non sappiamo nel
    frattempo il finale del banchetto, hai chiuso il collegamento." "Vado a
    vedere se nel parcheggio c'è ancora la macchina di Dorella... è andata
    via, rientro a casa, bacione della buona notte." "Non è che tu sia molto
    generosa..." "Per stasera va bene così, 'Traduzione mi ha creato uno
    svuotamento mentale, buonanotte." "Notte". Quale buonanotte, se Ge si
    era svuotata mentalmente, Al si era caricato sessualmente e giaceva sul
    letto guardando imbambolato 'ciccio' anche lui perplesso e sull'attenti.
    Solo all'alba un pietoso Morfeo decise di prendere fra le sue braccia
    il povero affranto Al. Il risveglio fu causato dal rumore di una porta
    sbattuta. Nadia si era trovata Al fra i piedi ed in tale modo aveva
    dimostrato il suo disappunto e l'invito di levarsi dalle balle; niente
    da fare Al ce l'aveva col mondo ed anche con quella incolpevole 'pulisci
    cessi'. Questo pensiero ingiurioso fece tornare Al alla realtà,
    normalmente non avrebbe mai offeso Nadia anzi apprezzava molto i suoi
    sacrifici per far studiare i figli e l'essere lontana dalla sua terra.
    si diede ancora dello stronzo ed andò a trovare l'affaccendata ucraina
    alle prese con la lavastoviglie. Sorriso accarrivante che Nadia
    interpretò come resa incondizionata e conseguente uscita di casa. "Nadia
    scusami, non mi sento bene, preferisco non uscire, mi sposterò a una
    stanza all'altra mentre tu lavori." "Penso che il signorino avrà
    apprezzato le cena che ha condiviso con una gentile signora o signorina
    visto il rossetto che ho trovato su un bicchiere!" "Nadia hai meritato i
    nostri complimenti anche se non abbiamo compreso la curiosa
    preparazione dell'ananas." "È una consuetudine ucraina..." "Una
    consuetudine zozzona!" "Onni soi qui mal y pense." "Cazzo questa conosce
    pure il francese e mi prende bellamente per i fondelli, mi sta bene la
    battuta romana 'prendi e porta a casa!' Nadia sono nel salone, ti faccio
    sentire una musica allegra." Quale musica allegra, Al le aveva
    mollato la marcia funebre di Mozart. "La marcia funebre di Mozart non
    migliorerà il suo cattivo umore dovuto forse alla bufera che si sta
    avvicinando o a qualcosa che ieri sera è andato storto..." "Nadia ti
    offendi se ti dico di farti i cosi tuoi!"Al andò ad alzare la serranda
    del salone. Effettivamente un temporale era in arrivo, il forte vento
    piegava i rami degli alberi, dalla Calabria si stavano avvicinando
    grossi nuvoloni neri carichi di pioggia, qualche lampo lontano, non se
    ne parlava proprio di uscire. Nadia si presentò al cospetto di Al:
    "Signorino ho trovato questo biglietto sotto la porta d'ingresso, ce lo
    devono aver messo da poco, quando son venuta non c'era, non l'ho
    aperto." Figurarsi se quell'impicciona non l'aveva letto. "Caro sento il
    bisogno di allontanarmi un pò da Messina, stanotte ho avuto una crisi
    ma non so spiegarti di che si tratta o forse lo so... in ogni caso
    preferisco star sola." Inutile rifugiarsi nel luogo comune 'chi le
    capisce le donne'. Ge non era una donna banale e allora...Gi aprì la
    porta finestra, il posto macchina di Ge era vuoto. Gi allora decise di
    uscire di casa, niente barba, niente doccia, niente vestiti solo una
    tuta da ginnastica. Giunse frastornato a piazza Cairoli, poca gente in
    strada, rari pedoni alle prese con ombrelli diventati paracadute
    all'incontrario, quasi tutti rifugiati nei negozi o nei bar. Gi era
    vicino alla rivendita di giornali dell'amico Nino ma preferì andare in
    un'altra edicola, il suo aspetto non era dei migliori e non aveva voglia
    di sopportare le inevitabili battute salaci del suo amico giornalaio.
    'La Gazzetta del Sud' riportava le solite notizie spiacevoli: incidenti
    stradali con morti e feriti, arresti delle forze dell'ordine di
    spacciatori di droga, un latitante di grosso calibro arrestato dopo
    lunghi indagini, politici che se ne dicevano di tutti i colori per 'il
    bene della città'. L'unica pagina distentiva era un'allegato dedicato
    agli studenti delle elementari, bellissimi ed ingenui disegni e le
    letterine degli scolari. Queste immagini lo portarono a rivolgersi una
    domanda alla quale in passato non aveva saputo dare una risposta:
    sarebbe stato un buon padre o, preso da problemi personali, avrebbe
    lasciato alla madre l'incombenza della educazione dei figli? Doveva
    essere proprio a terra per riproporsi una simile domanda tanto
    impegnativa quanto senza risposta. Al rientro a casa non trovò Nadia che
    gli aveva preparato un risotto con sugo di pesce e, per secondo,
    salmone con contorni di verdure e, in bella mostra, un secchiello con
    ghiaccio con una bottiglia di 'Verdicchio', niente ananas con buco al
    centro. Messo a tacere l'appetito, Al si distese sull'amico divano con
    le braccia incrociate dietro la testa, la sua posizione preferita per
    cogitare: a mente serena non riusciva a trovare una motivazione
    dell'allontanamente di Ge, sicuramente non era un problema col marito,
    ognuno viveva la propria vita. Qui si fermava la diesamina, inutile
    spingersi oltre per trovare una motivazione plausibile. Cavolo non aveva
    pensato al telefonino: 'Risponde la segreteria telefonica del numero
    ... lasciate un messaggio dopo il segnale acustico.' Chiaramente Ge non
    voleva avere rapporti con lui, che fare? Dopo lunga meditazione Al
    ritenne che la cosa migliore fosse lasciare un messaggio nella
    segreteria telefonica non chiedendo spiegazioni ma effettuando una
    cronaca dell'andamento di casa sua: "Cara come stai, qui il tempo è
    maledetto e m'impone una prigionia forzata con grande irritazione di
    Nadia, 'ciccio' è molto affranto e riposa nella sua cuccia, non ci sono
    novità, ti chiamerò domani, un bacione." "Oggi mi sento meno triste
    forse anche per merito del tempo che è notevolmente migliorato. Per
    quanto riguarda casa tua devo comunicarti che il tuo allontanamento è
    stato ben accetto dalla banda che da tre è aumentata a quattro perchè,
    penso, si sia aggiunto Cocò quel tale titolare del ristorante che aveva
    fornito la mangiatoria a Tindaro, a Dorella ed a Lollo nel loro primo
    incontro-orgia. È in tipo magro, alto, molto elegante da quello che ho
    potutto vedere dallo spioncino della mia porta d'ingresso. Se avessi
    lasciato le microspie in funzione avrei potutto riferirti qualche
    passaggio interessante delle loro...conversazioni, solito bacione."
    "Oggi Nadia mi guarda in maniera strana, forse ha intuito qualcosa della
    nostra relazione e si domanda il perchè della tua lontananza (non è la
    sola). Io non  frequento più gli amici, ho cambiato giornalaio per non
    subire domande imbarazzanti sul mio aspetto fisico non proprio al top,
    che altro dirti, bacioni." "Amore non tengo più il conto dei giorni che
    son passati, la domanda è sempre la stessa: perchè? Se hai preso questa
    decisione avrai avuto i tuoi buoni motivi, vorrei che...che vorrei?
    Averti di nuovo fra le mie braccia!" Al aveva deciso di non inviare più
    sms a Ge, non era sicuro che li leggesse, forse suo marito sapeva
    qualcosa, avrebbe potutto chiedergli... la disperazione porta a pensare
    soluzioni inopportune e sciocche, ufficilamente non lo conosceva
    nemmeno. Dopo due giorni, di notte squillò il telefono di casa:
    "pronto": Dalla'ltro lato un suono di pianto, un pianto sempre più
    fporte.irrefrenabile, non poteva che essere Ge, infine la sua voce: "Ci
    sei?" Con la maggior indifferenza possibile Al: "Certo che son qui, mi
    hai svegliato, non potevi telefonarmi in un'ora meno antelucana!" Al
    cercava di sdrammatizzare. "Brutto maiale, io manco di casa venti giorni
    e tu fai il sostenuto, ho fatto male a chiamarti, sei un maledetto, ti
    odio!" "Pure io, non voglio farti domande ovvie, dimmi dove sei e se
    vuoi che ti raggiunga." "Non vorrei ma è più forte di me, sono al 'Bed
    and Breakfast 'La Stalla' di Salvatore di Fitalia, non ho voglio di
    spiegarti dove si trova, guarda su internet." "Dato che ti trovi in una
    stalla, mi domando se devo portare il sacco a pelo ed il lume a gas."
    "Se fai ancora l'imbecille sparisco di qui e non mi faccio più trovare."
    "Se non accetti le mie battute sei proprio a terra, più o meno ho
    capito dov'è il posto, a presto." "Non spingere troppo
    sull'acceleratore, ora che ho deciso di rivcederti vorrei trovarti tutto
    intero, io starò ad aspettarti all'inizio della salita che porta al
    casolare." Valigia preparata in fretta, vestito sportivo, autostrada
    Messina - Palermo, uscita a Patti prosieguo in strade malagevoli
    seguendo le indicazioni stradali, infine la scritta 'Bed and breakfast
    La Stalla Km.1' Ispirazione di Al, fare gli ultimi cinquecento metri a
    piedi, sbucare all'improvviso per vedere le reazioni di Ge. Detto fatto,
    Jaguar posteggiata sotto una curva, ultimo tratto in salita, e che
    salita!. Giunto nelle vicinanze del casolare Al aveva la classica lingua
    di fuori.Scorse la conosciuta figura di Ge seduta su un masso, il viso
    appoggiato su una mano ed il gomito su una gamba, non l'aveva ancora
    notato. Quando Al si avvicinò, alzò solo lo sguardo, un'immagine
    spiacevole, era dimagrita, lo sguardo spento, nemmeno un 'ciao'.Ge si
    alzò, prese per mano Al, s'incamminarono per raggiungere l'abitazione,
    una ex fattoria rimodernata che di stalla non aveva che il nome.
    Passarono vicino alla piscina ovviamente vuota (era novembre) e si
    diressero verso una sala dove c'era una radio accesa che inviava musica
    country. "Vieni, sediamoci sul divano, è qui che passo la maggior parte
    del tempo quando le condizioni atmoferiche non mi permettono di andare a
    cavallo nei boschi." Stranamente Ge non guardava in faccia Al, che
    poteva aver combinato per sentirsi tanto in colpa? Mah. Si avvicinarono
    una signora sulla trentina, bruna, piccolina, sorridente seguita dal
    marito alto, panciuto e dall'espressione di figlio di puttana e lo
    dimostrò subito partendo all'attacco: "È suo padre?" "Potrebbe esserlo
    ma è solo il mio amante!" Gino e Carmelo, dopo una stretta di mano si
    allontanarono, avevano compreso che non era il caso di esagerare viste
    le espressioni contrariate dei due. "Vieni in canera mia, in questo
    momento non vi sono altri ospiti." "Bene, finalmente soli, mi sembra la
    classica situazione  di due novelli sposi alla prima notte di nozze."
    "Non ho nemmeno la forza di darti un pugno in faccia, te lo
    meriteresti!" Ge era distesa sul letto prona, non voleva farsi vedere in
    viso, forse piangeva. Al gli si mise accanto, un braccio intorno alle
    spalle. Restarono in questa posizione sin quando non giunse la voce di
    Carmelo: "L'amore fa venire fame, mia moglie ha preparato cose
    buonissime." Menù letto da Carmelo: - antipasti: peperoni arrosto,
    funghi e melanzane fritti, provola cotta alla brace; - primi piatti:
    bucatini al ragù, risotto ai funghi; - secondi piatti tutti cotti su un
    coppo: carne di struzzo, salsicce, filetto di maialino; - contorni:
    verdure di campagna,fagioli lessi, fave e piselli, patate fritte; -
    frutta: melograni, mele di montagana, pere. Un piatto con ingredienti
    genuini in città ve lo potete sognare!" Al: "Modestia decet puellas."
    "Il signore conosce il latino? Bene ci intenderemo in tale lingua." Ge:
    "Niente latino, ne abbiamo fatto una scorpacciata in altra occasione..."
    Carmelo: "Vedo con piacere che la signora si è ripresa, nei giorni
    passati non  ha mangiato quasi nulla e ci ha sempre deliziato con
    un'espressione da funerale, signor Alberto tutto merito suo!" "Carmelo
    vorrei darti del tu per poterti mandare a f....lo senza che tu ti
    offenda!" ""Permesso accordato, vado subito dove mi ha mandato!" Quella
    era la donna che Al preferiva, battagliera. Ge aveva 'ripreso le penne'
    ed aveva preso d'assalto i piatti che man mano venivano serviti a
    tavola, Gi pensò che nei giorni passati doveva aver soffeto la fame.
    Riempito il delizioso pancino Ge, dopo aver ringraziato sia Gina che
    Carmelo, chiese loro di sellare due cavalli per un giro nel bosco.
    "Genéviènne come cavaliere sono maldestro, ho paura di cadere e di
    rompermi la testa." "È proprio quello che desidero e che ti meriti,
    monta e seguimi, ormai conosco bene la zona." Ge aveva messo il cavallo
    al trotto, Al invece frenava il suo, già andare al passo per lui era
    abbastanza viste le asperità del terreno. "Cagone del c...o, fai alzare
    le chiappe al cavallo!" "Te lo puoi dimenticare anzi lo giro a torno
    indietro." Ge raggiune il suo amante, scese da cavallo, tirò giù dalla
    sella Al che si ritrovò disteso a terra quasi senza accorgersene. "Vedo
    che sei migliorata, non sei più pazza ma solo def..." Al non riuscì a
    finire la frase, Ge si era appropriata della sua bocca e lo baciava
    freneticamente. Finita la furia distruttrice ripresero fiato guardandosi
    negli occhi. "È troppo chiederti e soprattutto ottenere qualche
    spiegazione, una piccola piccola solo per capirci qualcosa dell tua
    fuga, ero fuori di testa, stavo quasi per telefonare a tuo marito per
    avere tue notizie." "Lui non sa nulla dove sono nè penso che gli
    interessi gran che. La mia diserzione, chiamiamola così,è dovuta ad una
    violenta reazione contro me stessa, ho provato un sentimento che non
    volevo accettare e che ha portato ad odiarmi, sai quanto sia importante
    per me la libertà, la mia ragione di vita, non accetto costrizioni di
    alcun genere e così piuttosto puerilmente sono fuggita quando ho
    scoperto di essermi innamorata di un essere esecrabile, me lo sogno, di
    notte mi abbraccio al cuscino pensando a lui... a te maledetto
    abominevole uomo!" Tutto ad un tratto il silenzio era sceso fra di loro,
    il canto degli uccelli appollaiati sugli alberi erano l'unico suono del
    bosco, Ge dopo la sofferta confessione, aveva poggiato la testa sul
    ventre di Al. Se da un lato si sentiva sollevato dall'altro era
    perplesso, che c'è di meglio di un sentimento che ti coinvolge tutto, al
    diavolo la libertà e le fregnate del genere! L'umidfità ed il freddo
    consigliarono ai due amanti di riprendere la via di casa ma i cavalli...
    si erano dimenticati di legarli ad un albero e gli interessati avevano
    ritenuto opportuno andar per i fatti loro. Una corsa verso l'alto,
    niente cavalli 

  • 27 novembre alle ore 12:47
    ALBERTO E GENÉVIÈNNE (SECONDA PARTE)

    Come comincia: Tinto Brass. Era a metà pellicola quando percepì dietro di sè una presenza,  Monica era alle sue spalle..."Signora sono imbarazzato, io di solito...""Lei di solito vede film porno che, se ben fatti, come ho potutto vedere brevemente, sono piacevoli." "È la storia di una giovane che, spinta dal fidanzato macrò, aveva preso la via del casino pensando, ingenuamente, di risolvere i loro problemi finanziari (lui le aveva fatto intendere che aveva bisogno di soldi per aprire un'attività). Il film prosegue con la visita ginecologica da parte  di un dottore smaliziato dalla lunga carriera e dalla frequentazione professionale di tante 'signorine' e poi l'incontro col primo cliente, un bel marinaio, con cui si era fatto delle goderecciate superbe contrarie però alla filosofia di una casa chiusa. Non è solo una pellicola glamour ma anche una storia di costume che si svolge durante la seconda guerra mondiale con implicazioni anche politiche e col finale ottimistico della giovin signorina che, con l'eredità di un maturo cliente passato a miglior vita, aveva comprato una nave al bel marinaio suo grande amore." "Bella storia col finale ottimistico, la mia storia è solo tragica e col finale ancora da pronosticare. Genéviènne l'ha tratteggiata come un uomo speciale, affidabile, anticonformista molto simile a lei, anzi mi ha detto: 'Sono io vestita da uomo'. Detto da lei, che conosco bene, è un grosso complimento. Dovrò venire spesso a trovare Genéviènne, la mia e quella di mio figlio è una situazione delicata, complessa che mi coinvolge moltissimo come madre, le dico questo perchè penso che sarò costretta ad essere sua ospite per vari pomeriggi, sempre che non le crei problemi." "lo farò con piacere come con piacere le offrirò un the verde che tiene lontana la vetustas." Dopo mezzora una telefonata di Ge, Monica lasciò l'abitazione di Al .Dallo spioncino Al. vide accanto alla madre un ragazzo biondo che salutò affettuosamente Ge: "Ciao zia, a presto!" "Alberto preferisco parlare per telefono, attendo l'arrivo di mio marito e vorrei presentartelo ufficialmente prima di farti trovare in casa nostra. Penso ad una ovvia curiosità da parte tua, affermare che quella di Monica e una storia complessa è il minimo che si possa dire, lei mi ha pregato di non fartene cenno, se lo riterrà opportuno sarà lei a parlartene personalmente." Che la curiosità sia femmina è solo un luogo comune, quella di Al. era al parossismo, le ipotesi erano poche e poco consistenti, anche la fantasia ha un limite e Ge. era stata insolitamente abbottonata. "Cara ti prego, un breve accenno, ho il cervello in ebollizione, dammi una dritta!" "Ti posso dare dei cubetti di ghiaccio per abbassare la temperatura dell'encefalo, non insistere, l'ho promesso a Monica, la potrai rivedere domani pomeriggio." Mattinata successiva niente mare con grande irritazione da parte di Nadia nel vedersi Al. tra i piedi mentre ordinava l'appartamento. "Nadia oggi niente primo voglio restare leggero, solo secondo e frutta." Alle quindici arrivò dell'ascensore al piano, porta aperta dell'appartamento di Ge. e introduzione della madre e del figlio all'interno. "Ma che cacchio stanno facendo, Ge. doveva impertire lezioni di francese al pupo e allora che motivo c'era di perdere tanto tempo..." Suono del campanello nell'abitazione di Al, una attesa ingiustificata da parte del padrone di casa e poi apertura del portone d'ingresso. Lo sguardo fisso di Monica negli occhi di Al aveva un solo significato: "Stavi dietro la porta al mio arrivo, hai aspettato incollato allo spioncino e poi la sceneggiata per farmi aspettgare all'ingresso!" "Si accomodi signora, Genéviènne mi ha peannunziato il suo arrivo. L'ultima volta abbiamo effettuato un giro turistico della mia magione, ora la cosa migliore è quella di sedersi sul divano, dinanzi al televisore, e godersi la musica proveniente da canali satellitari aspettando la fine della lezione a suo figlio." "Da quello che mi ha accennato Genéviènne lei è una persona intelligente con molta esperienza della vita, non prendiamoci in giro, intanto penso che sia il caso darci del tu dato che passeremo molto tempo insieme. Ti toglierò la curiosità che appare evidente dal tuo viso e che Genéviènne non ha voluto dirimere, la mia non sarà una confessione ipocrita come quella cattolica, sarà solo un modo per sentirmi sollevata in una situazione complessa e dolorosa, sempre che ti vada di sentire le mie peripezie." "Sono tutt'orecchi, cerco una melodia del grande Amadeus come sottofondo, ti va?" "Anch'io apprezo Mozart. La mia storia inizia a Senigallia cittadina rivierasca delle Marche, sono laureata in Storia dell'Arte ma, per mancanza di lavoro, appena conseguito il dottorato presi ad aiutare i miei nella conduzione di una trattoria, lavoravamo soprattutto d'estate. I problemi sono sorti allorchè si è ammalato mio padre, una pielofrenite che lo ha portato alla dialisi, io e mia madre non eravano in grado di portare avanti da sole l'esercizio, tutte le incombenze della conduzione erano a carico di mio padre, mia madre in cucina, io alla cassa ed al servizio ai tavoli, eravamo in difficoltà. Una sera stavamo chiudendo il locale quando si sono presentati dei giovani di ambo i sessi, un pò brilli, che hanno chiesto di ritardare la chiusura del locale per una spaghettata, il bisogno di far cassa ci indusse ad accontentarli. Fra tutti il più caciarone era un biondo dagli occhi azzurri che sembrava il capo della banda. Quando gli passai vicino mi mise una mano fra le gambe, mi sentii morire, trattata come una prostituta, posai i piatti che avevo in mano e gli ingiunsi di uscire dal locale. Il mio atteggiamento raggelò la compagnia, una ragazza, forse la meno brilla,  cercò di sminuire l'episodio giustificandolo con lo stato di ebbrezza del giovin signore. La serata finì abbastanza tranquillamente con un buon miglioramento per le nostre finanze. L'episodio era stato da me dimenticato quando, due giorni dopo, all'ora di pranzo, si presentò il biondo con un gran mazzo di rose bianche. Senza pronunziare parola lo appoggiò sul banco della cassa e mi baciò la mano. Il fatto incuriosì i clienti del locale e mia madre. "Chiederle scusa è il minimo, non ricordo molto degli avvenimenti dell'altra sera ma Virginia, una mia amica, mi ha riferito del mio comportamento non da gentiluomo, le porgo di nuovo le mie scuse." "Scuse accettate con riserva, ero molto arrabbiata!" Tutti i giorni a pranzo ed a cena nel mio locale era presente Antonio F., la sua barca era ormeggiata al porto, un quindici metri nuovo e moderno, era di sua proprietà, lui girava tutti i porti d'Europa quale rappresentante del fratello, costruttore di barche con cantiere sito in una località vicino Messina, presto sarebbe ripartito per recarsi a Genova, al salone nautico dove erano esposti natanti di loro fabbricazione. Alla chiusura del locale, verso mezzanotte Antonio F. era dinanzi alla porta della trattoria. Chiesi consiglio a mia madre, unica risposta: sei maggiorenne, se tu dovessi sistemarti io andrei con tuo padre da sua sorella sulle colline marchigiane, è coltivatrice diretta e possiede una grande stalla, potrei lavorare lì. Non ero molto entusiasta di un eventuale matrimonio anche se Antonio ne l'aveva proposto più volte; una storia con un mio coetaneo aveva avuto un risvolto negativo per la gelosia di sua madre., accettai la proposta. Al ritorno di Antonio da Genova ci maritammo. Pochi amici e amiche, qualche parente compresa la zia Lella nella cui tenuta mia madre sarebbe andata a lavorare, il più accorato era mio padre che si riteneva colpevole della mia decisione di maritarmi. decisione che istintivamente non condivideva. Passammo la luna di miele in barca. Il viaggio Senigallia Messina fu intervallato da frequenti attracchi in porti abruzzesi, pugliesi e calabresi, finalmente a Messina. I nostri rapporti sessuali si rivelarono non molto gratificanti, Antonio non si dimostrava particolarmente conoscitore delle esigenze sessuali femminili e tutto finiva in un breve lasso di tempo. Dopo un anno la nascita di Antonella, una pupona bellissima, a detta di tutti la mia immagine precisa, una gioia indicibile. A Messina prendemmo alloggio in una casa vicino al mare nei pressi di un grande distributore di benzina, la stessa che occupo ora. Mi accorsi che c'era qualcosa di strano nel comportamento di mio marito: una volta invitò a casa un tale dal comportamento un pò femmineo, si giustificò affermando che era un probabile acquirente di una barca che aveva voluto conoscere la sua famiglia. Le sue amicizie avevano dato la stura a pettegolezzi che non giungevano alle mie orechie. Dopo quattro anni, in seguito ad un fugace rapporto sessuale, rimasi incinta, nacque Francesco ritratto preciso di suo padre, biondo con gli occhi azzurri. Il matrimonio aveva alti e bassi, il sesso non mi interessava più di tanto nè avevo intenzione di allacciare una relazione con un altro uomo, seguivo la crescita di Antonella e di Francesco con qualche apprensione considerata la totale assenza del padre nel menage familiare. Antonella cresceva ogni giorno più avvenente, era sempre allegra ed aveva molte amiche al contrario di Francesco che si dimostrava timido e chiuso di carattere. Antonella aveva superato brillantemente gli esami di maturità e si era iscritta all'università. Non avevamo problemi economici, Antonio si era dimostrato un buon venditore, guadagnava bene e faceva pervenire regolarmente alla famiglia del denaro anche quando era fuori sede per lavoro. Non ricordo di preciso quel che accadde tanto fu grande lo choc: mia figlia una sera non era rientrata a casa e solo la mattina seguente mi aveva telefonato dalla Calabria, era ospite di una sua amica, nessuna ulteriore spiegazione. Fu allora che conobbi Genéviènne che abitava nel mio stesso palazzo. Al supermercato mi era caduto a terra il sacchetto della spesa, mi sono messa a piangere e Genéviènne mi accompagnò a casa. Ogni giorno veniva a trovarmi e insieme decidemmo di rivolgerci ad un'agenzia privata di investigazioni per rintracciare Antonella. Dopo circa una settimana fui convocata dal direttore dell'agenzia; mi recai nel suo ufficio in compagnia della mia amica. Il titolare fu molto discreto e diplomatico, cercò di indiorare la pillola ma la realtà era che Antonella viveva in una villa vicino a Camigliatello, nella Sila, nell'abitazione di una facoltosa signora quarantenne, divorziata, che aveva propensione per le persone del suo stesso sesso. Svenni, mi trovai adagiata su un divano, Genéviènne mi massaggiava dolcemente il viso, fu un triste ritorno alla realtà. Pensai le cose più assurde, volevo acquistare una pistola per uccidere la maledetta lesbica che si era preso quel fiore di mia figlia, Genéviènne riuscì a farmi ragionare e a ripercorrere la vita passata di mia figlia. Effettivamente in casa non aveva mai invitato un coetaneo di sesso maschile, se aveva deciso di convivere con una lesbica voleva dire che pure lei... Riuscìì ad informare suo padre che era in Marocco, non avevo molte speranze che lui potesse sistemare la situazione ed infatti: "Cara se quella è la natura di nostra figlia non possiamo farci nulla, cercheremo di convincerla a venire a Messina per rivederla, chiaramente non è il caso di recarci in Calabria." Dopo circa sei mesi Antonella, dietro mie insistenze, venne a trovarmi. Forse sarebbe stato meglio non rivederla, era in ottima forma, sembrava più bella di quanto ricordassi, mi disse di essere felice di aver trovato una persona che amava, si amava una donna! Non la invitai più, mi dedicai tutta a Francesco che cresceva pieno di complessi, non dimostrava una mascolinità definita, era bello ma chiuso di carattere, non aveva molte amicizie e raramente qualche compagno di scuola frequentava la nostra casa. L'unica persona con cui confidarmi era Genéviènne per cercare di comprendere le problematiche di mio figlio. Circa venti giorni addietro Francesco è ritornato a casa piangendo, si era chiuso in camera sua e non aveva voluto aprire la porta per un giorno intero, solo l'intervento di Genéviènne aveva sbloccato la situazione così era venuta fuori la verità: Francesco aveva tentato di avere rapporti sessuali con una sua compagna ma non era riuscito a combinare nulla e la ragazza aveva sparso la voce che fosse impotente ovvero omosessuale. Per non fargli perdere l'anno scolastico l'ho iscritto in un istituto privato ma con poco successo negli studi, Francesco era rimasto molto turbato da quell'episodio, dovevo prendere energicamente in mano la situazione ma non era affatto facile trovare una soluzione. In questo frangente m'è venuto in aiuto l'amore materno, dopo una notte insonne decisi di chiedere a Genéviènne un favore che solo una madre può comprendere ma la mia amica non aveva avuto figli e non ero certa che potesse capire la situazione e venirmi incontro, la sapevo anticonformista e questo mi incoraggiò a chiederle di sacrificarsi per mio figlio. Quando le esposi il mio piano controllai le sue reazioni, considerava Francesco suo nipote tanto da essere chiamata zia. Mostrò sorpresa: avrebbe dovuto iniziare al sesso mio figlio per ridargli fiducia in se stesso! Temetti in suo diniego, ormai ero all'ultima spiaggia, non conoscevo nessuna altra donna che potesse aiutare Francesco e non intendevo ingaggiare una prostituta. Genéviènne non profferì parola, mi abbracciò e da questo capìì il suo assenso. Ci mettemmo d'accordo che l'avrebbe invitato a casa sua con la motivazione di dargli lezioni di francese e poi...Mio figlio non ha voluto la mia presenza, forse aveva compreso che in quella situazione c'era qualcosa di anomalo, sta di fatto che la mia amica ti ha pregato di ospitarmi durante le... lezioni, fine della storia." "Monica ti ritengo una persona fuori dal comune, penso che se Genéviènne non avesse accettato ti saresti sacrificata tu stessa." "Anche tu sei una persona straordinaria per essere entrato nei miei pensieri, sono contenta di averti conosciuto." La volta seguente Monica completò io quadro della sua famiglia:circa un anno addietro suo marito aveva deciso di andare in Brasile per aprire una succursale per la vendita delle barche di produzione della ditta di suo fratello, natanti di ultima geneazione molto richiesti da quel mercato. I loro contatti erano diventati rari; un messinese, al rientro dal Brasile, la mise al corrente che Antonio F. conviveva con un trans, mai come in questo caso 'nomem omen'. I giorni seguenti le lezioni pomeridiane Al. veniva messo al corrente dei progressi del pargolo: all'inizio solo ripetizioni di francese, nelle giornate successive una mano di Ge sulle adolescenti gambe, poi un pochino più al centro, sempre con la massima indifferenza, poi un ballo lento, un controllo sopra i pantaloni ed infine fuochi d'artificio sul divano. Ora il furbacchione voleva avere ogni pomeriggio lezioni dalla zia che gli fece chiaramente comprendere che lei era stato solo un mezzo per farlo ritornare nella giusta via per poter fare... amicizia con ragazze della sua età, finish! Monica appresa la notizia delle prestazioni sessuali di suo figlio volle abbracciare sia Ge. che Al. "Ge. ho riflettuto sulla vita sessuale di Monica, non pensi che anche lei abbia bisogno di una ripassatina?" "Brutto figlio di..." "Stavo scherzando, lo sai che ho l'animo di missionario! Torno subito all'esuberante, indipendente e deliziosa Genéviènne, che ne dici di farmi una sorpresa per movimentare un pò la vita?" "Ci sto pensando, non ti pentirai di quello che ti preparerò" "Che ne dici di un'anteprima?" "Niente anteprima altrimenti che sorpresa sarebbe?" Preso da un 'improvviso raptus, Al. fece letteralmente volare Ge. sul divano, sotto la vestaglia niente.Al. provò a girare di spalle l'amata la quale "Questo è riservato alle grandi occasioni, un pò come le posate d'argento, non si usano tutti i giorni." "Prendo nota e mi prenoto." "Prima di te nel mio carnet ci sono altri nominativi..." "Lallero!" Il martedi: sabato sera a casa mia verso le ventuno." La curiosità si era impadronita di Al, non era facile poter immaginare quale sorpresa potesse andare a scovare la immaginifica Ge, sicuro qualcosa in fatto di sesso ma cosa? L'interrogativo perseguitò Al per i restanti giorni sino al pomeriggio del sabato quando: "Mon ami alle ventuno troverai la porta di casa mia aperta." Per Al una scarica elettrica: una frenesia aveva invaso tutto il corpo, non riusciva a star seduto, doveva vestirsi adeguatamente per l'avvenimmento, qualcosa di inusuale, appariscente. Rispolverò un vecchio costume piuttosto vistoso: casacca con sfondo nero con dragone anteriore color rosso e oro, larghi pantaloni neri di seta, babbucce arabe color viola. L'ingresso qualcosa di inaspettato, a terra nel corridoio candele nere dentro bicchieri di cristallo poste sino all'ingresso del salone da cui proveniva la musica indiana di Ravi Shankar il cui tono aumerntava man mano che ci si addentrava nella stanza. Candele rosse con profumo di violetta poste nell'incavo del muro sovrastante il divano, al centro una pergamena con la scritta 'come inside!' Al. si diresse il suo interesse alla figura di donna tutta ricoperta da un velo azzurro trasparente che lasciava scoperti solo i piedi piccoli e delicati, il viso nascosto da una maschera dorata, la musica era la giusta completezza della scena. Al. non perse tempo, alzò il velo e si diresse con decisione verso il pube ricoperto di peli nerissimi ma una mano lo tirò per i capelli e l'altra gli indicò i piedini delicati, un'altra feticista! Al in ginocchio alla luce flebile delle candele vide due estremità da bambola, apprezzò il profumo della pelle e iniziò a mettere in bocca un alluce mordendolo delicatamente e succhiandolo con piacere. Dopo poco tempo da un tremito del corpo si accorse dell'effetto delle sue effusioni, la baby, emula di Ge, stava bellamente godendo. Benchè spinto da un'ciccio' decisamnente fuori di testa, Gi pensò bene di aspettare sino a che la deliziosa decidesse di poter riprendere le effusioni. L'attesa non fu lunga, la sconosciuta diresse il viso di Al. verso la sua lanugine allargando le cosce, assaporò una 'schiuma di venere' di un sapore mai provato in una donna, era simile al miele. Al. non rispose alle urgenti sollecitazioni di 'ciccio', preferì assaporare a lungo il prodotto di quella gatta deliziosa poi si avvicinò alla maschera che lasciava scoperta solo le labbra rosa corallo, privò a toglierla dal viso ma fu fermato, capì che non era padrone del gioco infatti le due manine lo avvicinarono alla sua bocca calda ed accogliente ma poi la scena si animò di colpo. Gi si ritrovò supino mentre la dolcissima iniziò a spegnere la 'candela' con lenti movimenti prima rotatori poi verticali, qualche colpo di pube su quello di Al. L'assatanata ansimava e, forse per le precedenti goderecciate, non dava segni di resa ma quando giunse l'orgasmo fu uno scoppiettare di fuochi d'artificio, il ritmo divenne veloce, un urletto finale ed unghie sul petto di Al che la seguì nella scala del piacere. Giacevano l'uno accanto all'altra ma Al. non potè soddisfare la sua curiosità, la bruna sparì dalla sua vista. Al. rimase supino sul divano coccolato dalla musica di Ravi Shankar. Forse si era appisolato, quel contatto fisico era stato favoloso, indimenticabile. Fu dolcemente risvegliato da una carezza di Ge, nessun commento, solo un  bacio sulla fronte. "Così mi baciava mia madre da piccolo quando facevo una marachella." "Niente marachella, sei stato favoloso!" "Preso atto della foga non ho più pensato a te, hai visto tutto?" "Sei l'uomo che ho sempre sognato anche in campo sessuale!" "C'è una spiegazione per cui hai voluto farmi 'assaggiare' da una tua amica?" "È difficile entrare nel pensiero delle persone soprattutto nel mio cervello, ho tanto parlato di te alla mia amica che mi ha chiesto di conoscerti a fondo, l'ho accontentata ma forse..." "Ci rifaremo in seguito!" "Mi va di stare solo con te, devo confessarti che quando godevi anch'io ho vissuto la tua gioia, in me non c'è gelosia ma la condivisione delle emozioni, è come se le avessi provate io." Non era solo il sesso a tenerli uniti ma la consapevolezza della loro unicità, si sentivano speciali, avevano condiviso sensazioni inconsuete, appassionate, piacevolmente sconvolgenti. "Fammi entrare nei tuoi pensiieri, cosa stai preparando, dal tuo sorriso..." "Stavolta saremo spettatori passivi, niente anteprima." "Va bene, appuntamento a?" "Sabato sera." "Sento qualcuno protestare, mi accontenterei anche di un piedino..." "Niente da fare per sabato ti voglio arrapatissimo!" Le giornate seguenti per Al. furono tumultuose: in macchina sino a Taormina, caffè al bar e ritorno, jogging sui Peloritani con ovvio indurimento dei muscoli non allenati, pasti consumati in fretta e controvoglia, film lasciati a metà, insonnia, addormentamento solo al mattino, risveglio dai rumori da parte di Nadia che rassettava la casa. Pensioro: "Mi faccio fare da Nadia un pompinio rilassante, meglio di no." Finalmente il sabato, la calma dopo la tempesta. Al. passò il pomeriggio in compagnia di un libro giallo di Mike Spillane. "Lascia la porta socchiusa, sta rientrando mio marito, passeremo la serata insieme." Bacino casto sulla fronte "Cosè quell'aggeggio che hai in mano?" "Ascolta..." "Aeroporto di Reggio Calabria, volo AZ Alitalia, pista libera potete atterrare." "È questa la goduria promessa, fare il controllore di volo?" "È un ricevitore, cambio frequenza, scolta adesso." "La voce di Dorella: "Amore mio una sorpresa che spero non ti dispiacerà, ho invitato a cena Lollo, uno studente calabrese mio paesano, ti ricordi quando fantasticavamo di farlo in tre..." "Sono eccitato e perplesso ci si può fidare?" "Garantito è un bisessuale  ma serissimo, lo chiamo al telefonino... Lollo: sesto piano, fai l'indifferente se incontri qualcuno." "Ge. non mi avevi detto che tuo marito è bisessuale." "È una novità anche per me. Ho sparso per casa varie microspie. Sono delle normali doppie prese di corrente elettrica con all'interno una cimice." "Organizzatissima, ora facciamo i guardoni o meglio, come si dice?" "Lascia perdere, godiamoci gli avvenimenti." "Tindaro, ti presento Lollo G., è uno studente universitario in medicina, se avrà dubbi in campo professionale potrà rivolgerti a te nel frattempo organizziamoci, la cena è già pronta, l'ho fatta preparare in una trattoria vicino al porto, il padrone è calabrese, omo, tanto simpatico. Lollo ed io andiamo in macchina a recuperala." Al. arrivò di corsa dinanzi allo spioncino e per poco non sbattè la testa sulla porta, voleva conoscere quei due. In attesa dell'arrivo dell'ascensore potè ammirare Dorella: un bambolotto con i capelli castani, ricci, divisi a metà da una riga verticale, occhi grandi ed espressivi, niente male a tette e anche a popò, benchè non molto alta calzava scarpe basse, una miniatura molto sensuale. Lollo: niente di speciale se non il fatto di essere completamente calvo, naso aquilino, pizzo ben curato. Questo particolare fece provare ad Al. un pò di nostalgia pensando quando amche lui ne faceva sfoggio prima che diventasse bianco.  Si spostò sul balcone e vide i due entrare in un a Wolkswagen Golf posteggiata nel cortile. Al. e Ge. poterono riprendere la loro 'guardonìa sonora. Dorella "Non so che abbia preparato il vecchio Cocò, in realtà si chiama Cosimo." "Lollo:"Dall'odore sembra pasta alla puttanesca, non ha certo lesinato il peperoncino..."Dorella: "Tindaro che vino abbineresti, che ne pensi di un rosso corposo?" "Non mi intendo di vini, ne prenderò uno di mia moglie... sull'etichetta c'è scritto 'Amarone', dovrebbe andar bene." Ge. incazzatissima: "Figlio di un cane quel vino ha dieci anni, l'avevo lasciato da parte per brindare con te." "Quando ti arrabbi sei favolosa, lo stesso atteggiamento di una Giunone cornuta, domani te ne comprerò una cassa, seguitiamo ad ascoltare ci sto prendendo gusto." Tindatro: "Quel tuo amico è un simpaticone: guarda pannocchie di granoturco con alla base la lanuggine della pianta, sembra un pene, finocchiona alla romana, wurstel giganti intagliati come la cappella di una cazzo, finocchi in gratin, due cose ovali arrosto, sembrano palle di toro." "Dorella: "Tutto buono, Cocò sarà un eccentrico ma è un buon cuoco, la pasta col peperoncino mi ha fatto accalorare, mi tolgo la maglietta... Tindaro non essere impaziante, intanto sappi che sono io la direttrice dei giochi, sarete ambedue miei schiavi e dovrete obbedire ad ogni mio capriccio, t'è capì? Guardate questi tre cannoli grossisimi, anche una bottiglia di champagne Veuve Cliquot e Ponsardin... mi strofino lo champagne sulle tette, una a testa come Romolo e Remo." Attimi di silenzio, le lingue sulle tette non fanno molto rumore... Dorella: "Ora basta, per rendere più particolare la serata vi darò gli ordini in latino, lingua che ambedue conoscete; mi metto in ginocchio sul tavolo, Lollo cunnilingus, Tindaro tergalinguus..

  • 27 novembre alle ore 12:20
    ALBERTO E GENÉVIEVIÈNNE

    Come comincia: Più che monotona Alberto M. riteneva la sua vita uniforme. Da buon misoneista non amava le novità che gli creavano problemi di assuefazione a qualcosa di non conosciuto a cui doveva, suo malgrado, adattarsi. Entravano in gioco sia la pigrizia mentale sia quella fisica ma questo stato d'animo non gli impediva di amare tutto quello che proveniva da qualche  femminuccia di passaggio da cui traeva ispirazione per sensazioni intense che riuscivano a scuoterlo dal torpore quotidiano. Cinquanta anni ben portati ma sempre cinquanta anni, i suoi un metro e ottanta di altezza erano diventati un metro e settantotto (misurati in farmacia da suo amcco Nino) e questo per un normale invecchiamento delle cartilagini che sostengono lo scheletro (ma perchè Nino non si faceva i fatti suoi?). Aveva dovuto radersi il tanto ben amato pizzo che gli dava quell'aria di tombeur di femmes (i peli diventati bianchi gli facevano assumere l'aria di babbo Natale), le palpebre degli occhi erano in parte scese e, secondo il dermatologo, doveva farsi operare per non assomigliare in futuro a quella razza di cani tutti rugosi, i capelli diradati e quelli rimasti grigiastri. Unica consolazione i denti ancora tutti ben allineati e sani che gli procuravano il piacere nel sorridere di dimostrare che non era possessore della aborrita dentiera. La sua abitazione a Messina, in contrada Conca d'Oro, era ubicata in una palazzina di sei piani (il suo era l'ultimo), veduta sullo stretto che si spingeva sino alla Calabria in condizioni di buona visibilità; di notte uno spettacolo da baia di Rio de Janeiro. L'ordine e la pulizia erano propri del suo appartamento. Alberto, non particolarmente rassettato, dopo la dipartita della consorte Francesca, era supportata dalla beneamata Nadia, cinquantenne ucraina che, lasciati a casa marito e figli, era giunta in Italia per guadagnare quegli €uro indispensabili per far laureare i pargoli. Non particolarmente avvenente, un pò larga di fianchi ma dal seno lussureggiante, era un punto fermo nella vita di Al. Ogni mattina si esercitava nella solita pantomima quando doveva raccogliere stanza per stanza l'abbigliamento che il suo datore di lavoro dimenticava in giro un pò dappertutto. Al era venuto a conoscenza da una paesana ucraina che era laureata in ingegneria edile, una sorpresa da quel momento ebbe maggior rispetto nei suoi confronti. Nadia dimostrava attaccamento ad Al, in particolare una mattina quando, entrando in camera  sua, l'aveva visto 'inalberato' e aveva ritenuto opportuno toglierlo da quell'incomoda posizione abbattendo 'l'albero'  con una monovra orale ben gradita da Al che aveva visto, per suo merito, il suo albero diventare un alberello. Maresciallo della G. di F pensione (trenta anni di servizio) Al aveva ereditato da una zia, morta novantenne, un gruzzolo con cui acqusstare, dopo anni di possesso di auto utilitarie, una Jaguar S munita di telefono, televisione, navigatore satellitare ed aggeggi vari, auto con cui transitava per le via di Messina con assoluta noncuranza ma attento alle occhiate decisamente invidiose degli ex colleghi con cui talvolta si incontrava in caserma al circolo riservato ai pensionati. Le consuete partite a tre sette erano il passatempo della mattinata, i perdenti al bar per pagare l'aperitivo a tutti i soci presenti e poi il rientro a casa dove trovava in cucina tutto pronto per prepararsi un primo piatto, il secondo già cotto e la frutta lavata. Il caffè, talvolta assunto al vicino bar, completava il pranzo. La pennichella di rito (da buon romano) portava Al sin alla soglia della cena con l'aiuto di una programma televisivo o l'uso del computer, da poco acquistato, con cui era in lotta quotidiana per reciproche incomprensioni. Il dopo cena veniva superato da Al in maniera diversa a sconda delle stagioni: d'inverno al cinema ovvero a teatro, solo commedie non apprezzava le opere, o anche un programma televisivo; d'estate passeggiate sul lungomare della Fiera o sul viale San Martino, talvolta in compagnia di amici al bar. Per le necessità di 'ciccio' provvedeva con qualche passeggiatrice dell'est (non amava le negre di cui non apprezzava i capezzoli e la cosina troppo scuri). L'uso del preservativo e la non possibilità di far l'amore nel senso più lato del termine lo lasciavano insoddisfatto, il tutto era molto simile ad un bisogno corporale. Una volta pensava di aver conosciuto una dea:  capelli nerissimi e lunghi sino alle spalle, occhi grandi a mandorla, bocca invitante, seni prosperosi, un lieve accento sudamericano. "Caro devo confessarti un particolare, ho qualcosa in più..." Quel qualcosa in più consisteva in un 'marruggio' grosso e lungo che fece sgranare gli occhi ad Al timoroso di poterselo trovare nel posto sbagliato... la cotale o meglio il cotale fu cacciato in maniera gentile ma ferma senza alcuna remunerazione. Una svolta nella vita di Al: una vecchia signora proprietaria dell'abitazione sita nel suo stesso piano era passata a miglior vita (si fa per dire), i figli avevani alienato l'immobile e i nuovi proprietari avevano iniziato a far eseguire le opere di ammodernamento. Alla mattina alle sette iniziavamno i lavori: i martelli pneumatici erano gli incontrastati signori dei rumori che finivano, momentaneamente alle dodici per poi riprendere, più rinvigoriti, alle tredici sino alle diciotto. Un dato era certo: i nuovi proprietari stavano smantellando tutto l'immobile di cui erano rimasti solo i muri perimetrali. I signori, oltre che essere degli 'scassazebedei' dimostravano anche di essere abbienti. Gi aveva fatto amicizia con gli operai  (cui offriva caffè e bibite) più che altro per curiosità: voleva conoscere i gusti del signore e della signora che, man mano che procefevano i lavori, stavano dimostrando di aver buon gusto nello scegliere i pavimenti, gli accessori, i bagni, la cucina, gli infissi, insomma non erano i soliti ricconi privi di stile. Dopo ben tre mesi, con la messa in opera della porta blindata ad Al fu precluso il suo ficcanasare, restava la curiosità di conoscere de visu i  neo padroni. Una mattina incrociò un individuo appena uscito dall'ascensore del suo piano. Era inverno, il cotale, più alto di Al, era intabarrato in un mantello nero di gusto ottocentesco con cappello pure nero a larghe tese, appena accennato il cenno di saluto. Interdetto, Al non riuscì a classificarlo, anche la lunga esperienza personale e di servizio non gli erano d'aiuto. Il tale non gli aveva fatto buona impressione, decise che sarebbe stato un vicino - lontano. Sorpresa sorpresa: il giorno seguente incontro sul pianerottolo con la consorte: "Signore penso che lei sia il padrone dell'appartamento di fronte, sono Genéviènne R. in C.." Un forte stretta di mano, una deliziosa erre moscia, altezza appena inferiore a quella di Al, colpivano i suoi occhi color nocciola di forma molto allungata, espressione ironica, guardava Al con misto di sicurezza e di curiosità. "Non è la solita espressione che si usa in questi casi ma sono sincero nell'affermare che sono felice di averla incontrata, sono Alberto M." "Il piacere è reciproco, ci rivedremo nei prossimi giorni, ho in casa una filippina per mettere in ordine l'appartamento, by by." Al smise di frequentare locali e amici, se ne stava rintanato in casa affacciato al balcone anteriore o a quello posteriore con in mano la fida Canon per... riprendere il panorama, nel frattempo sperava di rivedere la signora C. Si sentiva ridicolo, che senso aveva quella spiata giornaliera, il suo era un comportamento infantile! Fu tolto dalle ambasce dalla signora C. la quale un giorno, inaspettatamente, sporgendosi al di là della vetrata divisoria della terrazza anteriore: "Mi rassetto un pò e poi le farò visitare casa mia, vorrei evitarle il mal di collo che potrebbe colpirla per il suo fare in continuazione la 'vedetta lombarda'." Figura di cazzo e presa in giro ma almeno aveva raggiunto lo scopo di intrufolarsi in casa di Ge per vedere la mobilia della magione (ma forse gli interessava più la padrona di casa). Ge aprì la porta con indosso una vestaglia color turchese che combinava bene col suo colorito leggermente ambrato, nessun trucco, poteva permettersi di mostrarsi 'nature'. "Forse conosceva la disposizione delle stanze prima che rivoluzionassimo tutto, a sinistra è rimasta la cucina, poi una camera matrimoniale, un bagno, altra camera matrimoniale, altro bagno, studio di mio marito e poi salone, tutto qui." Al osservava tutto con coriosità: la cucina bianca dava più luce all'ambiente, quel che colpiva era il lampadario in ceramica con steli e foglie colorate che normalmente si trova in altre realtà della casa. La prima stanza matrimoniale (ma perchè due?) stile arte povera ma che di povero non aveva nulla, dietro il letto un arazzo con figure femminili e, sullo sfondo, un paesaggio, lampadario veneziano a sei luci, grande armadio stile ottocento con piedi di leone, primo bagno con vasca idromassaggio e mobiletti laccati, lampadario simile a quello della cucina, seconda camera matrimoniale copia della prima come pure il bagno, studio del marito con pareti rivestite in legno, mobili scuri stile inglese, tavolo con computer, due vetrine piene di statuette, lampadario in ferro battuto. Il salone merveilleux (in francese fa più chic): home thèatre con maxi televisore e altoparlanti stereo sparsi un pò dappertutto, video registratore, divano in pelle, alcune poltrocine stile giapponese. Al: "M'è venuta la malattia di Sthendal..." "Che tra poco si acuirà, che ne dice?" Ge  aveva slacciato la vestaglia mostrando un  delozioso nudo corpo longiloneo, tette non troppo pronunciate, vita stretta, pancia piatta, gambe affusolate , lunghe come quelle di una modella. Al inghiottì un paio di volte, il suo sguardo andava dalla testa ai piedi e viceversa, i piedi lunghi e stretti, bellissimi. "Questo è un attentato alle mie coronarie, non sono più giovanissimo..." "Le darò qualcosa di forte, un bevanda che amo particolarmente, il caffè sport Borghetti, mai provato?" Si sedettero sul divano, Al, ancora imbambolato, spostava lo sguardo dal viso di madame ai mobili per ritornare al viso. "Qualche domanda?" "Sono tante e si spingono fra di loro nel mio cervello, preferisco guardarla in faccia spero di non  infastidirla..." La rimirò a lungo, Ge lo assecondava cambiando espressione intervallata da risolini.   "Io sono fotogfrafo e la guardo da un punto di vista professionale..." "Sei un fotografo bugiardo , ho visto qualcosa aumentare di volume!" "Genéviènne, pensavo di essere anticonformista ma tu mi hai battuto su tutta la linea!" "Penso di riconoscere la persone al primo impatto e ti ho classificato simile a me, non ho sbagliato, riprenderemo a parlare la prossima volta, mio marito sta venendo a pranzo, ciao." Al rientrò in casa piacevolmente stravolto, Nadia stava ancora sfaccendando, alzò lo sguardo senzare commenti, forse aveva intuito qualcosa. Al finì il pranzo senza quasi accorgersi del cibo che a, sentiva in tutto il corpo come una linfa nuova, eccitante. Al ricordo della nudità di Ge 'ciccio' si alzò speranzoso, dire che fosse una situazione anomala era il minimo. Quella nudità sfoggiata senza pudore e con semplicità l'aveva conquistato, era proprio vero, Ge e Al erano molto simili di mentalità, forse uguali. Nelle sue fantasie Al. aveva talvolta sognato una tale situazione molto eccitante con futuri risvolti sicuramente piacevoli. Qualche domada si poneva: la figura del marito molto distante, a prima vista, dalla deliziosa consorte. Perchè quelle due camere matrimoniali, uno dei due russava? Spiegazione non convincente, sicuramentte sotto c'era una situazizone più complicata. Al preferì uscire di casa, aveva bisogno di riordinare le idee, stava per entrare nella Jaguar, alzò lo sguardo e vide Ge sul balcone sorridente. Gli effetti di quella nuova conoscenza, contraria a tutte le regole, si facevano sentire. Alberto guidava automaticamente, accelerava, frenava, tutto come in ipnosi. Guardando in giro vedeva le persone muoversi al rallentatore, gli edifici dai colori più vivaci, il cielo piacevolmente terso.. Lasciò la macchina al posteggio 'Cavallotti' vicino alla stazione ferroviaria per proseguire a piedi. All'edicola porse i soldi per 'La Gazzetta' a Nino il giornalaio, vecchio amico, senza salutarlo. "Gianluca ti senti bene?" "Tanto bene quanto non mai." "Sarà ma ti vedo stralunato, vieni al bar Santoro ti offro un aperitivo, liberati dal segreto, femminuccia?" "Quale femminuccia, una divinità, non ti sto a dire..." "Ho capito, amore a prima vista, da quanto la conosci e cosa dice il marito?" "Nino sarai pure maligno ma ci hai azzeccato, l'ho conosciuta ieri, è sposata con un buzzurro." "Tutte le donne belle sono maritate con esseri inferiori, piccoli, sciocchi, meschini ed anche buzzurri..." ""Se parli così non ti dirò più niente." "Non ci credo, hai bisogno di esternare al mondo la tua felicità, ti sei incamminato su una strada sdrucciolevole." "Me ne fotto, mi piace da morire!" "Nel caso ti ficcassi in qualche guaio sono a tua disposizione: conosco avvocati, qualche giudice ed anche impresari di pompe..." "Non fare l'uccello del malaugurio, ritorniamo all'edicola devo prendere il giornale." "Te lo sei messo in tasca... sei sulla buona strada!" Rientrato fra le mura domestiche gli ambienti gli apparvero più luminosi, anche Nadia sembrava aver perso qualche chilo... "Signor Alberto vuole che gli cucino gli spaghetti?" "No faccio tutto io" la prese per la vita e cominciò a ballare. Nadia era l'espressione dell'incredulità e della sorpresa, non capiva se il padrone di casa volesse da lei qualche servizio particolare (che le sarebbe stato pagato extra) oppure... Oppure, Al se ne andò nella stanza da letto e si catpultò sul talamo ancora vestito, Nadia, ancora confusa, si ritirò in buon ordine. Al non resistette oltre, pur nella consapevolezza di poter incontrare il marito bussò alla porta di Ge. Stessa vestaglia e viso senza trucco, affascinante. "Prima che tu favelli presagisco una richiesta impellente, il viso e la parte mediana dei tuoi pantaloni sono la spia." Per Al. fu la conferma di aver incontrato la donna sempre desiderata oltre che piacevolissima, aveva molto intuito. "Imbambolato sono sola, fra mezzora in camera mia, la seconda, non ti sbagliare, lascio la porta aperta."Bidet di rito, niente profumo non li aveva mai amati, le femminucce avevano sempre apprezzato il suo odore naturale. La prima camera da letto era vuota come pure la seconda, girò per casa, Ge sembrava essersi volatilizzata. Pensò ad un rientro imprevisto del marito, fra l'altro era più grosso di lui, stava per andarsene in gran fretta quando... "Mi sono nascosta nell'armadio è il posto dove solitamente si celano gli amanti... dì la verità hai avuto paura che fosse rientrato mio marito." "Lo ammetto ma per questo scherzo pagherai pegno e sarai la mia schiava per tutto il pomeriggio, spero che mi permetterai qualcosa di inusuale." Al supino sul letto (ciccio in posizione verticale da tempo) chiese a Ge di posizionarsi su di lui e di farsi penetrare lentamente, senza preliminari, con la vagina asciutta per provare, nell'addentrasi nel delizioso tunnel, una sensazioni fisica più vigorosa. E così fu, 'ciccio' si ininuò un pò a fatica ma il piacere, per entrambi fu più intenso. "Ti prego di non muoverti, vorrei parlare con te in questa posizione, vorrei sapere qualcosa di te di molto intimo, possiamo parlare a lungo, 'ciccio' si trova a suo agio e non ha fretta di uscire dal tunnel." "Sono svizzera, mio padre era capo stazione a Basilea, purtroppo il ménage fra i miei genitori era piuttosto burrascoso, incomprensioni, liti. Ero iscritta all'universià e lì conobbi mio marito che frequentava un corso di aggiornamento. È medico all'ospedale 'Papardo' di Messina, non voleva più restare in Svizzera, avevo avuto una storia con un mio coetaneo finita male. Tindaro, il nome della mia metà o meglio del mio doppio, prese a corteggiarmi, freddamente considerai la possibilità di lasciare la mia famiglia. Gli dissi di si con l'impegno di sposarmi prima di partire per l'Italia, dopo trenta giorni eravamo maritati e arrivammo a Messina. All'inizio abbiamo abitato presso i suoi genitori ricchi, anziani e rompiballe sino a quando gli ho imposto di avere un alloggio tutto nostro e..." Al. si accorese che 'ciccio' era stato circondato da qualcosa di umido, capì che Ge se n'era bellamente venuta. "Come hai fatto, non mi sono mosso di un centimetro." "Cheri io godo col cervello oltre che col fisico, datti una smossa pure tu poi seguitiamo a parlare." 'Ciccio' sbrigò la pratica in fretta e Ge. si abbandonò sul corpo di Al. Forse di erano appisolati, Ge per prima si staccò 'chiudendo' con la mano la sua cosina 'piangente' e si rifugiò in bagno. Gi andò nell'altro bagno inseguito da un urlaccio "Torna indietro! Vieni nel mio, il menage con mio marito è molto particolare, nessuno dei due deve oltrepassare i propri confini. Pur vivendo sotto lo stesso tetto, viviamo separati ma i nostri rapporti sono buoni. Tindaro ha per amante una sua infermiera, Dorella, ragazza calabrese allegra, simpatica, sorridente tutto l'oppposto di mio marito, forse per questo vanno d'accordo. Talvolta l'invita a cena a casa nostra, io non ho nulla in contrario anzi possiamo dire che siamo amiche ma i nostri bagni e le camere da letto sono personali e nessuno dei due deve invadere il campo dell'altro. A me va bene così come pure a Tindaro, separarsi e poi divorziare è spiacevole e complicato, tutta una trafila di avvocati, giudici, carte da firmare, tempi lunghi. Ci siamo accordati, ho una domestica fissa, oggi è il suo giorno di riposo, si chiama Assunta brutta ma servizievole e brava nel suo lavoro.. Bene, torniamo in camera, ci scommetto che ami molto essere coccolato." "Indovinato, la vostra storia è inusuale ma, come l'on dit, civile poi vorrei conoscere il maschietto che visita la tua 'micia'". "Mmmmm" "Ge vorrei fare un patto con te, qualsiasi avvenimento accada vorrei contare sull'assoluta reciproca lealtà." "Volevo proportelo io, cambiando discorso hai osservato bene i miei piedi?" "Di sfuggita, sono lunghi, signorili, mi piacciono, sono unici." "Ti va di fare un attimo il feticista, amo le sensazioni che provo quando me li baciano." "Nuovo giro, nuovo numero mi pare di essere al circo, dove comincio dall'alluce o dal mignolo?" "Da dove di pare, talvolta riesco a godere anche così" Ciccio aveva assunto la posizione di attenti, Ge se lo mise in bocca e Al cominciò a poppare l'alluce del piede destro, un sessantanove fuori del comune! Come prevedibile 'cicco' dopo un pò le fece assaggiare il suo prodotto seguito da Ge. che, inaspettatamente si mise a mugulare, stava godendo! La quiete dopo la tempesta, Al. e Ge. in poco tempo si erano conosciuti, si erano apprezzati ed avevano assaporato le delizie di un amore a dir poco singolare ed eccentrico come d'altronde erano loro stessi. Una mattinata di sole, affacciati al balcone, i due specialissimi si ritrovarono ad ammirare un panorama pittoresco, sempre piecevole da osservare soprattutto dopo una intensa pioggia notturna che aveva spazzato via la caligine e la Calabria si appalesava nella vividezza dei suoi colori. "Mio marito mi ha chiesto se avevo conosciuto il nostro vicino di casa senza chiedere particolari. Gli ho risposto che sei una persona da poter frequentare ma nessuno dei due si è sbilanciato nel chiedere di fornire ulteriori informazioni. Tindaro è molto riservato, parla poco, solo in presenza della piccola Dorella diventa irriconoscibile: allegro, spiritoso ed anche simpatico ricambiato da quella scimmietta piccola di statura (gli arriva alle spalle) ma dal sorriso accattivante, se fossi un uomo me ne innamorerei." "Un giorno ti chiederò dei tuoi rapporti con le femminucce ma non ora, voglio scoprirti un poco alla volta, hai presente il gioco del poker quando si aprono lentamente le carte, spero tutti assi." "Non conosco bene il poker, c'è un super asso?" "Si e si chiama Genéviènne, ti lascio vado al lido di Mortelle, ho affittato una cabina che, ovviamente, è anche a tua disposizione." "Niente mi farebbe più piacere ma non dobbiamo dare nell'occhio, non parrebbe vero ai vicini 'bagnarci il pane' e con mio marito abbiamo fatto un patto di essere discreti per la sua posizione in ospedale." "Avrei voluto vederti in bikini, sicuramente sarai più sexy che nella nudità completa, per stare insieme al mare dovremmo andare in una spiaggia lontana, magari a Milazzo. Ora munito del mio accappatoio nero (è molto chic) andrò in spiaggia e butterò l'amo..." "A parte che un accappatoio come il tuo fa molto messe nere lascia stare la 'canna da pesca', hai già la tua preda da sgranocchiare, sei solo all'inizio ed il futuro sarà pieno di sorprese." "Mi farò baciare solo dal sole, ciao." Anche se l'avesse voluto Alberto aveva poco da scegliere come prede; complice la giornata feriale la spiaggia era frequentata da persone anziane, donne non appetibili con prole al seguito che fracassava gli zebedei ma d'altronde aveva ragione Ge, aveva già la sua pannocchia da sgranocchiare... Lungo bagno per rilassarsi, sfoggio dell'accappatoio nero seguito dagli sguardi stralunati dei vegliardi perplessi, bibita al bar, ritorno a casa. Molto apprezzato il pranzo preparato da Nadia, stava per mettersi a letto nell'accogliente camera con condizionatore acceso, quando il telefono: " Mi devi fare un favore, è accaduto un fatto particolare e spiacevole ad una mia amica di cui non ti ho parlato, fra poco viene a casa mia con suo figlio, preferisco rimanere sola col ragazzo, tu devi trattenere la madre per il pomeriggio." "D'accordo Genéviènne. la mia curiosità è accresciuta a dismisura, sono a tua disposizione o meglio a disposizione della tua amica, come si chiama?" "Monica C., ha quarantadue anni, accoglila bene." Dopo circa mezz'ora dallo spioncino della porta d'ingresso Al. vide Ge. con accanto una signora bruna con i capelli a caschetto in compagnia di un ragazzo dell'età di circa quindici anni. Gi attese che Ge. suonasse alla porta prima di aprire- "Gianluca ti prego fa compagnia a Monica, io devo dare lezioni di francese a suo figlio Francesco." "Signora inutile dirle che si deve considerare a casa sua, non voglio metterla in imbarazzo con la mia presenza, qualora volesse rimanere sola le accendo la tv e mi ritiro in altra stanza." Madame Monica cercava di mostrarsi naturale cosa non facile da attuare causa una presentazione affrettata e non facilmente giustificabile; espresse il desiderio di visitare l'abitazione di Al. forse per rompere il ghiaccio. Era bruna naturale, viso regolare con un'unica particolarità: un occhio leggermente strabico che le dava un'aria seducente, lo strabismo di Venere! Nello studio: "Vedo che ha dei quadri di Orfeo Tamburi, scuola romana, i più richiesti, quelli parigini sono perlopiù commerciali." "Li ho ereditati da mio padre anche lui pittore anche se della domenica come si dice in gergo, andato in pensione da funzionario di banca ha preso a scrivere libri e a dipingere, i suoi tableau sono nel salone." Monica osservava lentamente i quadri di papà Armando, varie volte. "Suo padre era un uomo straordinario, dai dipinti si evince che non ha frequentato scuole di pittura ma i quadri stessi sono genuini, ovviamewnte naif, esprimono diversi stati d'animo. In questo domina una tristezza violenta, totale: nubi scure incombono su un paesaggio desolato con alberi senza foglie, immensi che sovrastano persone e animali. Quest'altro è l'esatto opposto: il cielo dipinto di rosa con uccelli che volano verso l'alto, gli alberi di altezza normale hanno al posto delle foglie grossi frutti rossi, un ruscello attraversa il paesaggio e, ai lati, rane che saltano nell'acqua, una siepe che separa due terreni con fiori sgargianti, e, massimo dell'ottimismo, pecore e lupi che si guardano con amicizia, sicuramente suo padre era un utopista!" "Ho compreso la natura di mio padre con gli anni, siamo molto simili, l'ho scoperto anche quando sono venuto a conoscenza di sue avventure con amiche di mia madre. Le vorrei mostrare il panorama, sicuramente per lei sarà una novità, non l'ho mai vista in casa di Genéviènne." "La mia amica ha cambiato casa da poco tempo, mi ha invitato varie volte ma c'è stata un'occasione spiacevole per cui..." Monica si era girata di spalle, piangeva silenziosamente. "Madame, la prego, si sieda sul divano, la lascio sola." Al. dinanzi al pianto di una donna rimaneva oltre che perplesso anche allarmato che la cotale potesse chiedergli qualche favore ma stavolta ebbe l'impressione che fosse genuino e che Monica avesse subito un forte choc. Perchè aveva accompagnato suo figlio da Ge? La giustificazione della lezione di francese non reggeva. "Monica mi permetta di chiamarla per nome. resti quanto tempo crede, io sono nello studio."  Al accese il computer e si trovò a gustare il film Paprika.

  • 27 novembre alle ore 9:44
    Nel lago senza vento

    Come comincia: Si allarga sempre più la macchia rossa, l’enorme lago senza vento. E tu eri il mio riparo, la mia brezza, dentro il midollo, ai timpani affilati. Mi dava il palpito l’afa rafferma e l’ardere della mia carne al vuoto. Ero un gheriglio trito in vortice di spine, privo dell’aria. E tu foglia che plana su altra sponda, tu mi eri inverno ormai, di pioggia che non cade.
    Strappata poi la stipola dal fusto, giaci rigonfia d'acqua inerte, in trappola. Non tremi più sulla mia pelle. Così il mio volto è calce su una spatola, non trova specchio alcuno, è niente, come il perdono che non posso chiedere. Ti ho spinto al nulla, lì sulla lama, in quella notte che continua dentro, con me nel buio senza fine.

  • 27 novembre alle ore 7:56
    La lupa Aurora

    Come comincia: C’era una volta, una giovane lupa dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Aurora.
    Dal carattere nobile e altruista, grande sognatrice, adorava lei dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante dei colori variopinti dei fiori nei campi, del respiro lieve dei ruscelli all’aria aperta, del brillio della luna, perennemente col muso rivolto verso l’alto, persa nei suoi pensieri.
    Acquazzone/luccica fra i ciliegi/la primavera ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portare la sua poesia sempre più in alto, fino al cielo.
    Perduta una zampa ancora cucciola, caduta in una tagliola nascosta da mano umana sotto una grande quercia, salvatasi grazie all’aiuto del Cervo Bianco che ascoltato il suo guaito straziante, era corso a soccorrerla riuscendo a tirarla fuori dalla trappola, ritrovatasi riversa al suolo sanguinante e storpia, Aurora si era trasformata in una creatura muta e solitaria, sempre un passo dietro gli altri, cercando di non essere un peso per il suo branco.
    “La Vita è il dono più prezioso! Perché fare questo?” si era chiesta rialzandosi “Perché volerci uccidere? Perché se nemmeno ci conoscono? Perché non provare alcun briciolo di rispetto?” .
    Ma seppur con una zampa storpia, malferma e impacciata, non si era mai persa d’animo e arrancando a fatica come la sua condizione le imponeva, senza poter salire la roccia, non aveva mai smesso di cantare la sua poesia, ugualmente orgogliosa di riempire coi suoi versi il creato.
    “Sono viva e non mi fermerò di certo! Posso muovermi anche se con lentezza, e portare ugualmente in alto il mio canto, come ho sempre sognato e non smetterò mai di farlo!”
    “Ma con una zampa storpia!” echeggiavano le Voci intorno “Poverina!” “Non può affrontare lunghi tragitti così ridotta!” “Nei periodi di magra come farà a cercare cibo in altri luoghi?” “Ma non può guarire?” “Mi sembra che alla festa della primavera non sia mai stata invitata!”
    E docile e mite lei sorrideva alle loro parole, senza remore, girovagando per la Foresta senza prestarvi troppa importanza.
    “Sembra che lei componga haiku!” “Una poesia di tre versi!” “Cosa?” “Fa poesia per sentire meno il peso del suo stato!” “E’ così sicuramente!” “Crea poesie perché non può fare altro!” “E’ sempre sola!”
    “Questo haiku è meraviglioso!” la sorprese Picasso, lupo bellissimo dagli occhi d’ambra, affascinato nell’ascoltarla scandire sillaba per sillaba con lo sguardo brillante di luce, accostandosi a lei con le sue movenze agili e scattanti “La poesia è un gesto d’amore! Ricordi il giorno in cui mi parlasti degli haiku per la prima volta? Io non riuscivo a capire granché, mentre tu sceglievi le parole con così tanta accortezza da lasciarmi stupito, quasi con timore reverenziale!”.
    E lei frullando le orecchie a punta tornando indietro con la memoria a quei giorni, sorridendo arretrò intimidita “La poesia è un gesto d’Amore! L’Amore che abbiamo dimenticato! L’Amore gratuito! L’Amore a prescindere! L’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!” mugghiò avanzando, retrocedendo in un tumulto di emozioni incontenibili, lupa selvaggia, addolcendo la voce nel parlare della sua poesia.
    “Non sai quanto io mi senta felice nello stare al tuo fianco ad ascoltarti Aurora!” asserì Picasso, fermando il cicaleccio intorno “Il lupo più felice della Foresta intera!”
    “Eppure vicino a me sei costretto anche tu a vivere storpio!” soffiò la lupa “Non puoi salire la roccia, né godere della bellezza del tramonto dal punto più alto della montagna!” scosse il capo.
    Ma lui conosciuta Aurora poco dopo la perdita della zampa, cresciuto insieme a lei divorando more mature dai cespugli vicini, seguendola col suo passo più lento, condividendo lo stesso indomito amore per la poesia, non sentiva affatto come un peso starle accanto, anzi coglieva nel modo che aveva lei di muoversi, goffo e incerto, qualcosa di unico e speciale.
    E seppur alle prese col carattere della lupa scontroso e  solitario, conoscendone l’animo e le ferite, non aveva mai smesso di accompagnarsi a lei.
    “Pure se questo ti costringe a vivere solo a metà?!” ringhiò la lupa “Tu che adesso puoi attraversare per intero il mondo libero e felice!” 
    “Si, certo!” scrollò lui la testa “Nemmeno immagini come io sia felice accanto a te!” grattò la nuda pietra con gli artigli “Quanto poco mi importi della velocità di ogni metro, se compiuto insieme!” le tirò giocosamente l’orecchio con le zanne, comprendendo quanto la sua condizione la facesse soffrire  “Ciò che adoro di te piccola Aurora è il tuo cuore, il suono della tua risata, la tua compagnia, il tuo odore! Mi piace quando sei felice, il tuo entusiasmo, il modo che hai di reagire, capire quanto sei forte e determinata, il tuo poetare! E se l’incedere è lento cosa importa? Ciò che voglio non si raggiunge certo con la corsa sfrenata…come ad esempio accarezzare il tuo cuore! Tu mi fai sentire compreso Aurora, in te capisco di avere una complicità,  un’intesa che rende il mio mondo più bello!” soffiò “Ogni giorno sono immensamente felice che le nostre Vite si siano incrociate, unite! Cosa mi interessa se non posso salire l’altura? Ciò che temo invece è non poter ruzzolare con te sull’erba e divertirci, ridere come matti, fare poesia scegliendo i versi più aulici, mangiare frutta fino alla nausea perché ci piace e non sappiamo controllarci!”
    “Ma Picasso tu non puoi vivere privandoti della corsa, del cibo migliore che cresce nei luoghi più lontani per me inaccessibili!” abbassò lei lo sguardo contrita.
    E lui guardandola sbuffò “Ma posso coglierla e dividerla con te, così da  mangiare bene anche nei periodi di magra, e sapere che stai ottimamente in salute e in forze! Perché ciò che mi fa realmente paura, se vuoi saperlo, è il solo pensiero che tu potresti star male,  che durante una tempesta tu non possa trovare in tempo un riparo, che i cacciatori possano puntarti contro un fucile e tu non sia abbastanza lesta da fuggire, che i semi in inverno possano non bastarti e tu non riesca a raggiungere altri posti dove trovarne…e non essere là in quei momenti, questo mi terrorizza! Io voglio esserci Aurora, sempre! Tu sei l’unica che mi fa arrabbiare, perdere la pazienza e con la stessa velocità riesce a farmi dimenticare tutto!” la guardò con premura infinita.
    “No così non va bene!” “Deve trovare una compagna adatta a lui!” “Una bella lupa giusta e fedele!” “Deve cercarla con più impegno!” “Non è certo Aurora!” “Ogni notte torna sempre solo al suo rifugio!”  “Non può far così!” “Una cucciolata dovrà pur averla!” “Mettere giudizio!”  
    “E magari innamoramene!” rispose lui a tono al vociferare attorno, drizzando le orecchie “Pure se tu non mi credi Aurora, io voglio questo! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sia, io sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Le cose che ti rendono Felice, rendono Felice anche me! Se tu sei Felice, io sono Felice!"
    “Eppure lui è così bello!” “Ha un fisico scattante, magro, veloce!” “E’ di un fascino esaltante!” “Ha dei colori bellissimi!” “Come può essersi invaghito di lei?” “Quello che dice è inverosimile!” “Come potrebbe mai accompagnarsi a quella lupa?” “Lei è così selvaggia!” “Qualcuno lo faccia ragionare!” “E’ brutta!” “Storpia!” “Quella zampa maleodorante!” “Fa voltastomaco!”
    E Aurora a quelle parole  fuggì via zoppicante, scuotendo il capo “Sei confuso Picasso, tu non mi ami! Forse mi vuoi bene, molto, ma non è amore! Tu meriti di meglio! Meriti la gioia di corse all’aria aperta assieme ad una lupa che sappia darti cuccioli forti e sani! Ed io no sono quella!”
    “Mi credi così stupido, Aurora? Tu offendi la mia intelligenza!” strinse lui le fauci tra l’adirato e l’esterrefatto “Io non so cosa sia l’amore, so solo che appena mi dici devo andare, sento un nodo alla gola e mi inizi a mancare!”
    “Tu sei talmente perfetto, hai dei muscoli così guizzanti! Io sono storpia, il mio pelo puzza ancora di sangue, dopo che la tagliola dei cacciatori mi ha stretta, mi muovo adagio e compongo poesie girovagando raminga! Cosa potrei mai darti? E se dovessi accorgerti malauguratamente di provare qualcosa per me, dimentica!” ululò lei al colmo del livore “Un giorno lo capirai! Io continuo il mio percorso! Fare poesia è il mio sogno, ciò che mi rende libera, leggera, viva! Quando compongo non sento più il peso del corpo, ma lieve riesco a volare lassù dove il blu dipinge ogni mio verso! Sono viva e anche se zoppa, non fermo il mio cammino! I miei haiku non sono un passatempo come tutti credono o un palliativo al mio stato! Cantare la mia poesia è quello che mi fa sentire felice!”.
    “E non sai quanto io ti adori per questo!” annuì  lui, senza riuscire a fermarla.
    Quella notte Picasso esausto, si accucciò sotto una quercia senza salire l’altura,  quando d’improvviso il gelo prese a ricoprire col suo manto la Foresta, e Aurora scorgendolo solo e infreddolito cercare di darsi calore accoccolato, sorridendo gli si accostò “Ma cosa ci fai qui lupo?”
    “Fa troppo freddo Aurora!” batté lui le zanne, intirizzito.
    E lei senza aggiungere parola, portando nello sguardo il dono della tenerezza gli si rannicchiò accanto, stringendolo al suo calore “Lo so, Picasso ma insieme possiamo farcela!” scaldandolo al tepore del suo fiato, percependo il suo animo aprirsi per accoglierlo, carezzandogli la fronte col muso “Picasso…amore mio” soffiò al suo orecchio una poesia, ascoltata tempo addietro da un umano di passaggio fra le montagne “Restami vicino quando il giorno si spegne e l’oscurità fa scivolare il suo drappo di stelle. Tienimi stretto quando non riesco a viverlo questo mondo imperfetto. Resta con me, portami dove il tempo non esiste”
    “In-sie-me!” annaspò lui, dividendo le sillabe per gioco, sfiorandole la zampa ferita con delicatezza infinita, scoprendo in lei la via per la Felicità “Ma tu stai rischiando la tua Vita per me Aurora, con tutto il carico che già ti causa la tua zampa zoppa, sei qui al gelo per scaldare me!”
    E la lupa osservandolo con dolce ammonimento tossicchiò “Proprio tu mi ricordi che sono zoppa adesso? Che ho un peso che grava su di me?”
    E sciogliendosi in una sonora risata Aurora, percependo il suo cuore fuori dal petto nell’inspirare forte l’odore di lui, chiudendo gli occhi cullata dal respiro del lupo a chetarsi, annuì “Scusami per quello che ho detto! Per tutte le corbellerie che sono stata capace di gridarti contro! Non sai quanto anch’io sia felice di averti incontrato nella mia Vita! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sia, io sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Le cose che ti rendono Felice, rendono Felice anche me! Se tu sei Felice, io sono Felice!" sussurrandogli il suo haiku più bello “Sogno/dondola fra i rami/una piuma” proteggendolo con la sua poesia.
    “Sei una testona Aurora! Una testarda! Cocciuta! Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior. Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; non so, ma è proprio così e mi tormento!” farfugliò il lupo addormentandosi nel cuore di lei “Come fai a pensare di essere brutta, piccola Aurora se sei semplicemente incantevole! L’Amore ha bisogno di coraggio! Coraggio è una parola che viene dal latino coratĭcum o anche cor habeo, aggettivo derivante dalla parola composta cŏr, cŏrdis, 'cuore' e dal verbo habere 'avere': avere cuore! Grazie di averne avuto per me, cucciola!” insieme, custodito dal suo amore: melodia d’amore d’impareggiabile bellezza.
    “Lo sta scaldandolo con il suo calore!” “Ma così sta rischiando la Vita per lui!” “Fa troppo freddo!” “Lo ama?” “Si, ma è così brutta!”
    “Sssst!” salì la luna in cielo oltre la vetta della montagna, laddove le pale si aprivano in una luce argentea d’immenso splendore a rischiarare la notte “Ssst! adesso basta!” zittì le malelingue, posando i suoi lattei raggi tutt’intorno “Picasso, Aurora, anche se quel giorno non vi foste incontrati tutto sarebbe andato nello stesso modo. Vi siete incontrati perchè doveva succedere, e anche se non fosse stato quel giorno, prima o poi vi sareste sicuramente incontrati da qualche altra parte! Amor Vincit Omnia!”
    E da quella notte i due lupi non si separarono mai più, ed in poco tempo la pancia di lei crebbe piena del loro Amore, dando alla luce il piccolo Ercole, lupacchiotto giocoso e pieno di Vita, continuando insieme a far poesia, ricamando il creato con le trame dei loro versi, per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     
    E’  possibile  leggere   gli  haiku   della  lupa   Aurora  facenti parte  la Raccolta 
    “10 dicembre 1995”  alla Sezione Storiebrevi  –  poesia  del sito  Il mio libro
    https://ilmiolibro.kataweb.it/storiebrevi/514812/10-dicembre-1995/
     

  • 21 novembre alle ore 10:40
    STELLA E I DUE GEMELLI (2)

    Come comincia: Allo spumante, imitazione di eschimesi  (strofinio di nasi), inizio di ballo hawaiano da parte sua, rottura di balle da parte di Ivan, poi con la massima naturalezza Stella si slacciò il bikini e lo fece volare lontano e si sdraiò su una cuccetta. Ivan aveva sfoderato un'espressione da ebete. "Mai vista una donna nuda?" Ivan non aveva mai visto Stella nuda, ammirò il corpo flessuoso, i capelli sciolti, l'espressione del viso improntata a noncurnza...ancora una volta era riuscito a sorprenderlo, il bastone del comando era sempre in mano sua. "Se hai finito di fotografarmi vorrei esercitarmi in qualcosa di più consistente!" "In cosa consiste qualcosa di più consistente?" "Nell'avere scelto un fidanzato coglione!" Il 'ciccio' di Ivan aveva assunto una posizione di attenti, cosa subito apprezzata da Stella. "Ora va meglio." Ivan si era adagiato dolcemente su di lei che aveva provveduto ad allargare l'angolo di apertura delle gambe, il suo viso era rivolto alla sua sinistra, gli occhi chiusi per assaporare sino in fondo quel momento. Il giovin signore aveva timore di essere brutale e si avvicinava alla meta piuttosto lentamente, in ultimo si era ritirato per paura di provocarle dolore." "Ci vogliamo far notte oppure hai dei problemi?" Constatato che tutto era a posto, Stella si alzò sui gomiti con aria arrab- biata: "Niente anestesia, vai!" Ivan si meravigliò della relativa facilità con cui era riuscito a penetrarla, la baby era 'bagnata' solo all'inizio un pò di resistenza, poi... "Devo fare marcia indietro?" "Avanti tutto, scemo, ho preso la pillola." Ivan dette prova di valentia e riuscì a portar Stella al raggiungimento dell'orgasmo. "Basta mi fa un pò male."Tolto di mezzo Ivan, si controllò la 'gatta' era abbastanza soddisfatta, solo un pò di sangue bloccato da un assorbente previdentemente portato con sè. "Resto, in cuccetta a godermi il 'post ludium', riportami a casa sana o meglio mezza sana e salva, march!" Ivan capì che ormai era completamente in balia della dolce volpona: in posizione, caricare, puntare, fuoco, ritirata, tutto a comando. Rientrarono a Messina all'imbrunire; Stella dormiva avvolta in un lenzuolo, solo il viso fuori. Ci vollero tanti bacini per farla risvegliare, la baby si stiracchiò e chiese l'ora e prese a vestirsi lentamente .Sbadigliando scese dalla barca, aspettò che Ivan andase a prendere l'auto e poi a casa sua. "Ci sentiamo per telefono." Ivan aveva la testa nel pallone mentre per Stella era stata solo un'esperienza da effettuare. I due ripresero la solita routine: studio, fine settimana a svagarsi, qualche variazione nel loro rapporto c'era stata: per Stella tutto quanto accaduto rientrava nella normalità, Ivan invece era alle stelle. Passato il capodanno decisero di passare una settimana a Madonna di Campiglio; partenza da Messina in pulman, in aereo da Catania  a Verona, ancora in pulman sino a destinazione. Ambedue erano equipaggiati di tutto punto, approfittando dei saldi di fine stagione: Stella in salopette e giacca rossa con cappuccio bianco che faceva risultare l'avvenenza del viso, Ivan in tuta azzurra con cappellino rosso. Dimitri aveva espresso il desiderio di andare anche lui in vacanza, separatamente, a Madonna di Campiglio: "Faremo un sorpresa a Stella, vedrai che faccia quando ci vedrà insieme!" Ivan accettò malvolentieri la presenza del fratello nella stessa località. Anche in questa circostanza Stella dimostrò la sua voglia di indipendenza, pretese di avere una stanza tutta pe sè. "Scusa ma quale migliore occasione per stare insieme giorno e notte, ti assicurio che non russo e potrebbe capitare che 'ciccio', di mattina presto, si svegli pieno di buona volontà!" "Che mi hai preso per 'remedium concupiscentiae' di cattolico insegnamento, proprio per questi motivi voglio dormire da sola, da sola per modo di dire, ho visto un maestro di sci niente male..." "Il maestro di sci farebbe la fine di Giodano Bruno!" Ancora una volta Stella l'aveva spuntata e si era fatta assegnare una stanza in un altro piano, Ivan fu costretto ad ingoiare anche questo rospo. Dimitri si era fatto vedere da lontano, al loro passaggio fece finta di comprare un giornale ma li stava seguendo, pessima idea quella di soggiornare nella stessa località. La storia si era ripetuta più volte. Un giorno sulla pista di sci Dimitri era passato loro vicino indossando un casco per non farsi riconoscere. "È strano un adulto col casco, qui lo indossano solo i bambini, che ne dici Ivan?" "Avrà paura delle cadute, perchè ti interessa?" "Aveva un'aria familiare..." Ormai Dimitri era diventato l'ombra di Banco di shakespeariana memoria. Un pomeriggio Ivan lo incontrò per strada, Stella era rimasta in camera a schiacciare un pisolino. "Domani ti presento Stella, mi sento a disagio vedere che ci segui." "Fammi divertire ancora un poco,fratellino, ti vedo nervoso!" Dimitri aveva preso alloggio in un albergo alla periferia del paese, Ivan lo intravide nella hall dell'hotel dove alloggiava con Stella, non sapeva spiegarsi questo suo comportamento. A cena furono servite varie porzioni di 'mangiapreti' che, innaffiate con del buon Merlot locale, avevano appesantito lo stomaco di Ivan. "Stella mi ritiro in camera mia, se mi sentirò meglio ti verrò a trovare più tardi." I 'mangiapreti fecero una fine ingloriosa nella tazza del water rigettati da uno stralunato Ivan che, lavatisi di denti, preferì buttarsi sul letto a riposarsi. Stella in camera sua stava vedendo uno spettacolo televisivo quando sentì bussare alla porta, dallo spioncino riconobbe Ivan. "Ti sei ripreso subito, guardiamo un pò la televisione insieme." Ivan più che lo spettatore voleva recitare il ruolo di protagonista, si avvicinò a Stella e cominciò a baciarle il collo poi il seno ed infine le sfilò la vestaglia. Stella era accondiscendente. A un tratto: "Ma scusa ieri l'hai fatto due volte!" "Sei la mia droga, basta il tuo profumo per farmi..." "A proposito di profumo l'hai cambiato, è diverso da quello che usi abitualmente." "Sono entrato in un negozio per acquistare una schiuma da barba e mi son fatto convincere dalla commessa a provarne uno nuovo, la commessa era convincente!" "Perchè non sei andato con la commessa comvincente?" "Tu sei un'altra cosa." Stella aveva chiuso gli occhi e assecondava le manovre di Ivan. "Che ne dici di provare qualcosa di diverso, per esempio il doppio gusto?" La curiosità era stata sempre una peculiarità di Stella, non fece obiezioni anche perchè Ivan la stava portando di nuovo in cielo.Quasi non si accorse che Ivan l'aveva girata di spalle, sentì penetrare lentamente  'ciccio' nel suo buchino posteriore, avrebbe voluto protestare ma non ne aveva la forza o forse la voglia, Ivan tintinnando il clitoride fece provare ad una  Stella stupita il famoso 'doppio gusto'. Alla fine erano stanchi ma appagati, Stella baciò Ivan sulla bocca per ringraziarlo, avevano scoperto un nuovo piacevole amplesso.La mattina seguente fecero colazione insieme, si erano alzati di buonora per evitare la fila per conquistare un posto sull'ovovia. In giro tante facce assonnate, la sera molti villeggianti preferivano divertirsi sino a tarda ora. Sistemati gli sci negli appositi spazi entrarono in cabina, con loro altri due sciatori, si appisolarono, Stella aveva poggiato le testa su una spalla di Ivan. Uno scossone li destò, fine del percorso. Stella infreddolita volle entrare nel bar. Il locale era spazioso, tutto foderato in legno, fuori sullo stipite dell'ingresso le immancabili corna di cervo. In montagna, prima di iniziare la discesa, solo gli sprovveduti assumono bevande alcoliche insieme agli amanti di Bacco ed anche a coloro che cercano di affogare i loro guai senza ottenere i risultati sperati. Ivan e Stella, che sprovveduti non erano, ordinarono due cappuccini molto caldi che andarono a sorbire seduti ad un tavolo in fondo al locale. Ivan alzò lo sguardo ed il cappuccino gli andò per traverso, Dimitri si stava dirigendo verso di loro. "Non pensi che sia giunta l'ora di presentarmi a Stella?" Stella aveva seguito la scena, Ivan non le aveva mai presentato il suo fratello gemello, due gocce d'acqua. "Finalmente riesco a conoscere la famosa Stella, ero veramente curioso." Stella guardava prima l'uno poi l'altro, non riusciva a parlare. L'intuito femminile le suggeriva di non chiedere nulla per non scoprire qualcosa di increscioso. Decise di andare in bagno ma, passando dietro le spalle di Dimitri percepì il profumo della sera prima, capì tutto, si mise a correre piangendo. I due fratelli rimasero in silenzio senza guardarsi, erano diventati nemici. Dal comportamento di Stella Ivan aveva compreso, in ritardo, quello che poteva prevedere considerato lo strano comportamento del fratello nei giorni precedenti. Si sentiva svuotato di ogni energia, non riusciva ad alzarsi dalla sedia. Raccolse le ultime forze e si diresse verso il bagno delle signore, Stella era seduta su uno sgabello in fondo alla stanza. "Giovanotto questo è il bagno delle signore!" la voce gracchiante di una vecchia lo fece fermare. "Non è che sei come i giovani d'oggi, guardandoti bene mi sembri un pò finocchio!" una risata sgangherata seguì la frase. Ivan si avvicinò a Stella, si mise in ginocchio dinanzi a lei, qualcosa si era infranto nel suo cuore. Dopo un pò riuscì a farle alzare il viso, impressionante il suo pallore, gli occhi cerchiati, infossati nelle orbite, irriconoscibili. Ivan dolcemente la condusse fuori, in albergo si trasferì nella sua stanza. Decisero di non partire subito, meglio far passare del tempo per cercare di rasserenare le loro menti, a Messina, in quello stato, potevano essere oggetto di domande imbarazzanti. Non si recarono più a sciare, la notte aveva nevicato, il laghetto sottostante l'albergo era ghiacciato, due ragazzi approfittavano dell'evento per pattinare facendo un gran chiasso. Ivan e Stella passavano la maggior parte del tempo a passeggiare, prima l'uno vicino all'altro, poi tenendosi per mano ed infine abbracciati. Solo una volta trattarono l'argomento, fu Stella ad informare Ivan che suo fratello aveva ottenuto quello che a lui non aveva mai concesso.
    Il tempo lenisce i dolori, talvolta fa guarire ma le cicatrici restano per sempre.Stella e Ivan si guardavano negli occhi, solo qualche piccolo bacio affettuoso, il trauma era stato enorme anche per due anticonformisti come loro.
    Al rientro in famiglia Stella accusò una colica addominale, Ivan non trovò più in casa suo fratello trasferitosi a Milano presso loro cugini. I genitori compresero che fra di loro era accaduto qualcosa di grave ma non ritennero opportuno andare in fondo alla questione e, con gran dolore, accondiscesero alla loro richiesta di vivere lontani l'uno dall'altro. Stella non era più la pazzerellona di una volta, si impegnò nello studio tanto da conseguire la laurea sei mesi prima del previsto. Anche Ivan si dimostrò studente modello, riprese anche l'hobby della fotografia e scattò una serie interminabile di foto a Stella, molte in bianco e nero da lui stampate personalmente. Le foto, tutte bellisime, venivano mostrate orgogliosamente a parenti e ad amici. I fidanzati avevano ripreso ad avere rapporti sessuali, il detto che l'amore supera ogni ostacolo si era dimostrato veritiero. Molto era cambiato dentro di loro, era sopraggiunta un'improvvisa maturità; le mattane di Stella erano un lontano ricordo, in fondo Ivan le rimpiangeva. Ambedue vivevano alla giornata senza far programmi, avevano preso a lavorare: Ivan insieme al padre, Stella in una ditta di import - export. Le due famiglie, ben contente del loro legame, vivevano in amicizia, appassionatamente, come in quel vecchio film americano. Gli dei, in questo caso Giunone invidiosa dell'umana felicità, aveva mostrato tutta la sua perfidia cercando di rovinare l'esistenza di due giovani mortali, non c'era riuscita, almeno non completamente come da suo spregevole disegno.

  • 21 novembre alle ore 10:27
    STELLA E I DUE GEMELLI

    Come comincia:  La città di Messina lo stesso giorno, il 18 marzo 1967, aveva accolto i primi vagiti di Dimitri e di Ivan G., due gemelli. L'essere venuti al mondo in una città di mare aveva contribuito a far sì che fosse innata in loro l'attitudine per gli sport acquaitici nè poteva essere altrimenti dato che i loro geni provenivano dal papà ingegniere progettista di yatch e dalla mamma, una cavallona di un metro e ottanta, insegnante di educazione fisica.Ben presto i due gemelli erano diventati famosi: dopo pochi mesi dalla nascita erano stati ripresi dalle telecamere in una piscina mentre, con gli occhi aperti, il pannolino ai fianchi e il ciuccio in bocca notavano allegramente sott'acqua sotto lo sguardo vigile di mamma Leda.Le riprese erano state effettuate per conto di una nota ditta di prodotti per bambini e poi proiettate in televisione.Vari fattori avevano contribuito a far crescere i bambini spensierati ed allegri educati dai genitori in piena armonia in un'atmosfera distesa e gioiosa.Il papà Cateno non era complessato da un nome perlomeno singolare tipico soprattutto della Calabria; gli era stato imposto, malvolentieri, da suo padre per non scontentare il nonno legatissimo alle tradizioni di famiglia.Cateno era noto per le sue burle di cui erano vittime amici e parenti. Ammiratore del Boccaccio, aveva fatto delle canzonatura un'arte sopraffina, niente volgarità, solo puro divertimento (il suo).Famosa una beffa architettata nei confronti di 'signore per bene' amiche di sua sorella Esmeralda che di bello aveva solo il nome.Esmeralda maritatasi giovanissima (si diceva aver messo in atto la classica fuitina) era rimasta vedova 'bianca' perchè il di lei consorte, visto il suo attaccamento più all'acqua santa che al sesso, era sparito senza lasciar traccia.Esmeralda aveva considerato l'abbandono ingiustificato e letale per la sua reputazione, aveva perciò messo in giro la voce che suo marito era morto incornato da un bufalo, in Africa, durante una battuta di caccia grossa.Insoddisfatta della sua grigia esistenza e non in grado di rimorchiare altro straccio di uomo, aveva preso l'abitudine di mangiare con smodatezza e di sgranocchiare di continuo frutta secca, caramelle e cioccolatini. A chi le domandava perchè tenesse in casa tante leccornie, rispondeva che lo faceva per gli adorati nipotini. Le conseguenze per la linea del suo fisico si erano ben presto evidenziate e, pertanto, per mascherare la lardellosità, l'unico colore dei suoi vestiti era il nero fisso che, ufficialmente, indossava in segno di lutto per il mai dimenticato beneamato. Esmeralda era stata nominata presidentessa del circolo 'Pie signore della carità', congrega nata con lo scopo dichiarato di aiutare i bisognosi e quello effettivo di riunire signorine e signore tristi e scompagnate che avevano quale unica compagna la solitudine.I luoghi dove si svolgevano le riunioni erano stati inaugurati e benedetti dalle autorità ecclesiastiche sempre ben felici di poter contare su personaggi noti (e ricchi).Da buon moquer ateo, Cateno si compiaceva d'essere irriverente verso le istituzioni papaline di cui trovava ridicoli e grotteschi i dettami di comportamento.Abile nel disegno, aveva raffigurato in vari pannelli la famosa traslazione della casa di Maria da Nazareth a Loreto mentre la casa stessa perdeva, durante il tragitto, alcuni mattoni scatenando le ire della povera gente che veniva malamente bombardata. Le raffigurazioni in questione erano state esposte sulle pareti esterne del circolo ateo 'Uaar' (Unione atei e agnostici razionalisti) di cui Cateno era socio. Orrore, dispregio del sacro, le benpensanti signore e signorine si erano rivolte alle autorità ecclesistiche che, a loro volta, avevano interessato l'Autorità Giudiziria. Purtroppo per loro la costituzione italiana prevede la libertà di satira... La ferita lasciò un segno profondo in Esmeralda e nelle sue disperate amiche. Al confessore delle pie non rimase che invitarle a rivolgere le loro preghiere al buon Dio al fine di far rinsavire quell'iconoclasta di Cateno. Purtroppo le guiaculatorie non ebbero esito alcuno e i pannelli rimasero al loro posto. Dimitri e Ivan, seguendo le orme paterne, crescendo, avevano acquisito il suo spirito dileggiatore. All'età di tredici anni avevano messo in atto una beffa che costò loro l'alienazione della simpatia della zia Esmeralda e la fine dell'elergizione di regali da parte della stessa danarosa zia. Il 'petafono' era un aggeggio in gomma di forma ovale consistente in una camera d'aria che terminava in un buco con labbra frastagliate; una volta riempito d'aria e poi compresso emetteva un suono molto simile ad un rumoroso peto. Durante una riunione delle pie dame, i due simpaticoni avevano nascosto l'infernale aggeggio sotto il cuscino della poltrona della zia Esmeralda la quale, dopo un discorso sull'immoralità del mondo contemporaneo, molto applaudito dalle presenti, nel sedersi aveva fatto scattare la vile trappola con l'emissione di una risonanza talmente poderosa da far ammutolire la platea. Le presenti convinte della 'perdita' da parte di Esmeralda, cercarono di sminuire il nefasto avvenimento ma, una volta accertata la provenienza del cacofonico suono, da parte di Esmeralda fu dichiarata guerra totale alla famiglia Gurrieri: padre, madre e i due gemelli. A scuola le burlette predisposte dai due fratelli non erano, ovviamente, ben accette ai professori. Una volta Dimitri e Ivan ne avevano messo in atto una dalle conseguenze molto spiacevoli per l'odorato: avevano posizionato due fialette dal contenuto pestilenziale, acquistate nel negozio degli 'scherzi', sotto i piedi della sedia della professoressa di matematica molto preparata nella sua materia ma 'orribile visu'. Sedutasi l'insegnante vide provenire dal basso un fil di fumo che, giusto alle nari del suo lungo naso, l'aveva fatta scattare come una molla, destinazione: l'ufficio di presidenza. Subito individuati, i due gemelli erano stati sospesi dalle lezioni per tre giorni; Cateno era stato convocato dal Preside e, dinanzi ai professoti riuniti, aveva provveduto ad una lavata di capo ai due giovinastri. "Non so come comportarmi con loro, sarò costretto a spedirli in collegio!". Fuori dalla scuola: "Ragazzi non esagerate!" Anche se anticonformisti e decisamente rompiscatole i due, quando si impegnavano negli studi, ottenevano risultati brillanti con lo stupore degli stessi insegnanti che non si capacitavano di questa loro trasformazione. La conoscenza di Stella M. da parte di Ivan mutò radicalmente la vita di entrambi i fratelli.La signorina M., anche lei messinese, frequentava l'ultimo anno dell'istituto di ragioneria. Alta, bionda, occhi castani, viso armonico, longilinea, un seno prorompente a cui faceva da contraltare un lato 'b' che l'interessata faceva oscillare sensualmente. Il suo comportamente colpiva gli spettatori maschi; i loro occhi, incollati al suo corpo, erano solitamente improntati a espressioni di languida imbecillità. Le colleghe femminucce se la prendevano con loro: E chi sarà mai, pare che ce l'abbia solo lei!" Ivan l'aveva notata in ritardo perchè l'istituto per geometri, che lui frequentava, si trovava dall'altra parte dell'edificio. Non era facile avvicinare la pulsella sempre scortata da un nugolo di cicisbei speranzosi ed accondiscendenti a ogni suo desiderio. Regina incontrastata della scuola, non era ben vista nemmeno dalle professoresse che, però, non potevano muoverle alcun appunto sul profitto scolastico perchè Stella era una studentessa modello. Era disegno degli dei che Ivan e Stella dovessero incontrarsi ma la mano del destino doveva essere in pò forzata da parte del giovane. Rientrando a casa Ivan aveva informato Dimitri degli ultimi avvenimenti e gli chiese consiglio su come poter approdare su quella spiaggia che riteneva impervia. I due fratelli per volere dei genitori ed anche su suggerimentio del Preside, erano stati iscritti in due doversi istituti per geometri al fine di evitare che mettessero ancora in atto il vecchio trucco dello scambio di persona durante le interrogazioni. Il consiglio di guerra partorì un'idea: poichè la signorina in questione si recava a scuola in motorino, Ivan doveva far finta di venir da lei investito e di essersi infortunato. Talvolta la teoria non corrisponde alla pratica; Ivan aveva messo in atto la progettata sceneggiata ma non era stato tanto abile da ingannare Stella. "Come stuntman sei penoso, pratica dello Judo e impara a cader bene, la prossima volta potresti farti veramente male, sempre che ci sia una prossima volta!" "Ci sarà, ci sarà presago il cor mel dice." "Il cor può dire quel che vuole ma stavolta si sbaglia, prova a prendermi, vediamo se sei un velocista." Stella era partita col motorino di gran carriera, Ivan, ben allenato, era riuscito a seguirla per un buon tratto. La signorina M. era girata ed aveva apprezzato la velocità e lo stile del giovane, niente male, forse l'avrebbe rivisto ancora ma come cavolo si chiamava, aveva dimenticato di chiderglielo. Il giorno seguente, alla fine delle lezioni, Ivan aveva localizzato l'aula della bionda e, mentre lei guadagnava l'uscita, l'aveva sorpassata urtandola leggermente. "Spero che questa volta non cadi a terra, come attore sei un guitto!" "Grazie del complimento, io sono Ivan G." "Chi ti ha chiesto niente, lasciami in pace!"  Ivan capì che non era il caso di insistere. In sella al suo motorino la seguì da lontano e vide dove abitava: viale dei Tigli n.18. Doveva giocare d'anticipo; il giorno seguente marinò la scuola. Nel negozio degli 'scherzi' acquistò un vestito da carnevale, barba e baffi finti ed un cappellaccio da bandito. Verso le tredici e trenta si appostò sotto il portone dell'abitazione di Stella. All'arrivo della preda le si parò dinanzi e, cercando di camuffare la voce: "Signorina faccia la carità a un poveraccio!" "Il poveraccio si prende un calcio in culo se non se ne va via subito!" "Dai, con te non c'è gusto, a me piacciono le conquiste difficili ma tu esageri!" "Sono Stella M., abito al sesto piano ed ho un fratello con due spalle larghe così." "Senza offesa per tuo fratello ma io preferisco le femminucce, in particolare te." "Va bene rompiballe, domani all'uscita della scuola sempre che tu seguiti a frequentarla non come hai fatto oggi che hai saltato le lezioni." Ivan rimase piacevolmente interdetto, Stella si era mollata proprio quando lui non se l'aspettava. Il giorno seguente la baby, more solito, era circondata da maschietti appiccicosi ma con uno 'scusate' si era liberata e, avvicinatasi a Ivan, l'aveva preso sottobraccio. "Dì la verità non te l'aspettavi, io son fatta così e poi quelli m'avevano veramente rotto!" " Nooo, tutti i giorni sono abituato a ragazze che prima mi mandano a ... e poi, ammaliate dal mio fascino, ci ripensano e mi prendono sottobraccio, mi farai odiare dai tuoi corteggiatori." Forti della loro gioventù, Ivan e Stella avevano iniziato a percorrere il dolce sentiero dell'amore. Stella riusciva a mettere in crisi Ivan, talvolta si dimostrava gioviale ed espansiva ma in altre occasioni metteva in mostra tutte le caratteristiche negative del suo segno: l'ariete. Diventava aggressiva, impulsiva, testarda, irrequieta. Ivan riusciva a sopportarla con una buona dote di pazienza cosa per lui inusuale nei precedenti rapporti amorosi. Francamente gli piaceva ogni giorno di più, scopriva il lei particolari fisici che l'attraevano: le rughette vicino alla bocca, il movimento delle labbra, il sorriso canzonatorio. Talvolta gli capitava dei essere così preso a contemplarla da non sentir le sue parole. "Morto di sonno dove sei stato stanotte, dormi in piedi." "A letto a dormire, sognavo te." "Ma quando mai, chissà con quale donna di malaffare ti sei accoppiato..." "Ti giuro che non vado mai con prostitute, mai pagata una donna." "Ho capito, te la danno gratis, resta il fatto che non me ne frega niente di quello che fai." Ivan non riusciva a frenare quel fiume di irrazionalità, si sentiva depresso, non riusciva a trovare una soluzione valida per venir fuori da quel ginepraio. Il giorno seguente alla fine delle lezioni: "Stella pensi che abbia commesso qualcosa che ti ha offeso, credo che tu abbia qualche cruccio, ti scongiuro parlamene, risolveremo innsieme il problema... mi hai rivoluzionato a vita!" Stella si rese conto dello stato d'animo di Ivan, della sua situazione psicologica e dei problemi che gli stava creando, le aveva dimostrato quanto fosse diventata importante per lui, non voleva più ferirlo. "Un mio ex boy friend cerca di rimettersi con me, mi assilla ogni giorno tanto più che abita nello stesso mio palazzo... non pensare di fare lo sciocco, non voglio guai." "Ci voleva tanto a farti uscire il fiato, ti piace ancora?" No, il problema si può risolvere facilmente." Il giorno seguente Ivan accompagnò Stella sotto il portone di casa, stettero a parlare sino all'atrrivo del suo ex."Tonino ti presento il mio fidanzato, spero che diventiate amici." Preso alla sprovvista, Tonino non seppe replicare, di violenza non se ne parlava proprio, Ivan era un palmo più alto di lui ed anche più robusto. "Sono Tonino M., con Stella siamo amici sin dall'infanzia. "Ivan G., penso che ci rivedremo." Non si incontrarono più; Tonino capì di aver perso la partita e, per non incontrare più Stella di cui era ancora innamorato, chiese ed ottenne il trasferimento in altro ufficio postale, alla sede di Catania.I giorni seguenti furono per entrambi estremamente piacevoli, Stella era cambiata ed Ivan l'ammirava stupito e felice di quel gradevole mutamento. Stella non pensi che meriti una ricompensa, ti sono stato molto vicino..." "Ricominci a fare lo zozzone?" "A parte che pensavo di andare a festeggiare insieme in un pub ma non mi risulta che con te abbia tentato... non ne ho avuto la possibilità." "Allora santo e martire ti annuncio ufficialmente che sono vergine, si vergine ma non in senso zodiacale ma proprio vergine. Se fossi volgare ti direi, alla messinese, che nessuno me l'ha mai 'nfilata' ma siccome non sono grossière ti dico semplicemente che sono illibata." Stella era riuscita a sbalordire Ivan e l'aveva lasciato senza parole, la guardava con faccia da ebete. "Non penso che voglia un certificato di un ginecologo." "Anche se avessi fatto marchette in mezzo alla strada ti vorrei ugualmente, non hai capito che mi sono rimbecillito per te!" La situazione era diventata troppo patetica e Ivan, ripreso il senso dell'umorismo, esordì: "Penso che mi debba organizzare, debbo studiare la situazione perchè non sono mai andato con una vergine, non vorrei fare una cattiva figura..." "Non farai nessuna figura nè bella nè brutta, non intendo mollartela, almeno per ora." "Devo scovare un luogo romantico: un bosco incantato cosparso di fiorellini profumati con alti alberi che fanno filtrare i raggi del sole oppure una spiaggia solitaria con sabbia fine ed acqua trasparente ovverso una suite d'albergo immersi in una vasca con acqua profumata mentre sorseggiamo spumante ed io ti infilo in bocca fragole con panna, che ne dici?" "Che andiamo a casa." "Hai rovinato tutto, mi hai fatto scendere dall'empireo per ritrovarmi... maledizione ti amo come un imbecille!" "Non aspettarti ponti d'oro, te la devi conquistare facendomi la corte tutti i giorni, dimostrandoti servizievole, innamorato, disponibile, riflessivo tutto il contrario di quello che dice il tuo segno zodiacale." "A parte che purtroppo è anche il tuo, penso che tu abbia dimenticato il lavaggio dei piedi come da ceromina papale." Non trattarono più l'argomento, Stella non si sentiva ancora pronta per il grande passo, I genitori di entrambi gli innamorati erano stati messi al corrente del loro legame, Stella anticonformista e libera di natura aveva deciso; niente ufficialità. Ivan senza alcun motivo particolare non aveva presentato Stella a Dimitri. Dopo il diploma, in autunno l'iscrizione all'università: Stella in Economia e Commercio, Ivan, in ossequio alla tradizione paterna, in ingegneria navale. Causa lo studio, i due giovani si frequentavano solo il fine settimana; con la Fiat 850 regalata ad Ivan dai genitori, giravano nei dintorni di Messina ed in particolare sui monti Peloritani ove il distensivo silenzio e l'atmosfera romantica avevano avuto un  peso preponderante per conoscersi un pò più intimamente. Stella pian piano aveva ripreso le abitudini sessuali (manuali e orali) che aveva avuto nel precedente rapporto con Tonino, Ivan era soddisfatto del cambiamento. Un pomeriggio: "Stella mancherò una settimana, devo andare a Genova a ritirare da un cantiere navale lo yatch 'Lula' per conto dei baroni Filippeschi." Ivan insieme al fratello Dimitri, dietro insegnamenti paterni, avevano conseguito il brevetto di skipper per condurre barche sino a quindici metri di lunghezza.Stella non accompagnò Ivan alla stazione ferroviaria, odiava gli addii anche se il loro era un arrivederci, Ivan ne fu contento, la presenza di Dimitri, anche senza un motivo preciso, gli avrebbe dato fastidio. Ad ogni stazione ferroviaria Ivan scendeva dal treno per telefonare a Stella: "Sono a Sapri." "Sono a Salerno." "Sono a Napoli." "Sono a Roma." "Sono a Firenze." "Sono a Genova." "Sono un cretino." Dimitri aveva mollato una battuta sfottente. Ivan aveva sorriso, non gli importava nulla di quello che aveva detto suo fratello. "Quando me la fari conoscere?" "Più in là." Ivan era diventato geloso e questo lo faceva sentire un imbecille, mai lo era stato, forse era quello il motivo di non voler presentare Stella a Dimitri. Il viaggio di ritorno fu molto più movimentato del previsto. Il mare, forza quattro, aveva messo in difficoltà l'equipaggio, nessuno aveva voglia di parlare, ognuno effettuava il suo turno per poi andare a riposare un cuccetta. La radio era andata in avaria. Il vecchio Nettuno, impietositosi delle fatiche dei conduttori del 'Lula', dopo Salerno decise di far calmare i cavalloni ed i marinai giunsero finalmente a Messina col mare quasi calmo. Dimitri durante il viaggio era perplesso dal fatto di non essere stato presentato alla fiamma di suo fratello, un giorno aveva intravisto Stella al braccio di Ivan, una vera gnocca! A casa i genitori erano preoccupati del silenzio dei due gemelli, mamma Leda si mise a piangere al loro arrivo. "Mamma mi stai stritolando" Ivan rideva soddisfatto, avrebbe riabbracciato presto l'amore suo grande.Alla telefonata di Ivan a casa di Stella ripose la sorella Anna. "C'è Stella?" "Ha sbagliato numero." "Non è casa M?" "Si ha sbagliato numero." "Non ho sbagliato numero, sono sfortunato a dover sopportare una cognata rompi..." "A coso ne devi da magnà de pagnotte prima de diventà mi cognato." Anna era fidanzata con un romano e si divertiva a imitarne il dialetto. "Se me la passi ti compro un lecca lecca." "Se fossi volgare ti direi dove ficcatelo il lecca lecca, meglio che non ci incontriamo.Stellaaaa, c'è uno che mi vuole comprare un lecca lecca, parlaci tu." Stella prese il telefono indecisa a rispondere. "Ciao amore mio." "...sei tu? Che cavolo hai detto a mia sorella, quella ha le unghie lunghe e un pessimo carattere, sono c..i tuoi se t'incontra." "Lascio stare la scimmia." "Anna Ivan t'ha chiamata scimmia!" "Questo campa poco o more presto." Anna non amava essere presa in giro da un signor coso che nemmeno conosceva. "Stella ti prego parlami, fammi sentire la tua voce." "La mia voce ti dice che durante il viaggio di ritorno non mi hai telefonato, stavo in pensiero." "SI è rotta la radio di bordo." "Potevi scendere a terra." "Dovresti ripassarti la geografia, da Genova a Messina si passa lontano dalla costa, prendi in atlante, traccia una linea fra i due porti e te ne renderai conto." "Tu attraccavi in un porto e mi telefonavi." "Amo la tua irrazionalità totale. Non era in gita di piacere, il padrone della barca aveva fretta di entrare in possesso del suo yatch." "Sta di fatto che non mi hai chiamato." "Sta di fatto che da sposato passerò un mucchio di guai." "Sta di fatto che non passerai nessun guaio perchà sei un illuso che io possa rimanere con te per sempre, non mi sei mancato e, durante la tua assenza, ho trovato un rimpiazzo.Sai quel ragazzo dai capelli rossi mio compagno di classe, mi ha accompagnato a casa tutti i giorni e vuol conoscere i miei." Ivan si era impantanato nelle sabbie mobili dell'irrazionalità di Stella come mai avrebbe fatto in passato, maledizione alla gelosia!" "Bene cara, mi hai preso in giro abbastanza, ci sono cascato, per farti pedonare mi farai un lavoretto extra, che ne dici?" "Penso che ti farai da solo un lavoretto extra, che ne dici?" "Dico che mi sto precipitando a casa tua." "Sconsigliabile, Anna non è il tipo che dimentica le offese, fra mezz'ora a piazza Cairoli." Ivan la vide arrivare la lontano, solita andatura leggermente ondeggiante, sguardo sopra le testa dei comuni mortali, borsa a lato dondolante. Fece finta di non  accorgersi di Ivan passando vicino al tavolo dove lui era seduto poi decise di finire la sceneggiata e posò le leggiadre membra su una sedia vicino Ivan, nemmeno un  ciao. Si accese una sigaretta, tipica mossa provocatoria.Stella si aspettava la classica domada "Da quando hai preso a fumare?" ma Ivan aveva appreso la lezione, si limitò ad un romantico finto baciamano. "Ora non ti accorgi che la tua fidanzata, sino a quando non lo so, ha preso a fumare?" "Da quello che mi risulta il fumo è un vaso costrittore ed ha effetti negativi solo sui maschietti, le femminucce, per motivi fisiologici ne sono immuni." "Non  sono venuta qui a farmi prendere per i fondelli, in questi giorni sono stata irritabile, ho liticato con tutti e ti ho maledetto cento volte!" Allungato sulla sedia, Ivan seguitava ad ammirarla con gli occhi semichiusi. Immaginò di essere a quattro zampe con un collare al collo al guinzaglio di Stella. Istintivamente si rizzò sulla sedia, quell'immagine gli suggerì in senso figurato quanto si sentiva sottomesso a quell'arpia, stava diventando uno yes sir o meglio yes madam, cosa che lo faceva incazzare di brutto. "Non mi piace l'espressione del tuo volto, hai la faccia lasciva di quello che da tanto tempo..." "Dissotterriamo l'ascia di guerra, godiamoci questi momenti, sinceramente sono felice anche solo guardandoti in viso." "Va bene, dissotterriamo, ordina per me un gelato grossissimo, devo farti spendere un mucchio di soldi!" Stella andava accettata così com'era perchè nei momenti di bonaccia era splendida, i grandi occhi sprizzavano allegria, sulla bocca un sorriso accattivante: emanava gioia di vivere. Ivan voleva assaporare quei momenti, aveva paura di perderla, di non riuscire a trattenerla, era troppo instabile e capricciosa.S'incontravano nei week end, nessun membro della famiglia abbozzava domande indiscrete, una cosa era certa:i due rampolli passavano il fine settimana in buona compagnia. Ivan cominciò a pensare dove trascorrere la 'prima notte di nozze' (ammesso che potesse mai avvenire, co stì chiari di luna...). In albergo? Troppo squallido. A casa di amici? Si sarebbero sentiti a disagio. In una località dei monti Peloritani lontani da tutti? No, troppo pericoloso. Alla fine ebbe un'idea geniale, quella di farsi prestare un cabinato dall'amico Giorgio e recarsi alle isole di sabbia sotto il monte Tindari, ci sarebbero arrivai i due ore. A questo punto la parte più dificile: convincere Stella a seguirlo. Anche in questo caso la pulsella si comportò in modo imprevedibile ed accolse la proposta della gita in barca con entusiamo; l'istinto femminile l'aveva portata a pensare a secondi fini da parte dell'innamorato ma l'idea non le dispiacque... "Giorgio mi occorrerebbe il tuo motoscafo da mattina a sera.""Nessun problema, devo recarmi a Milano con mio padre, queste sono le chiavi, nel frigorifero c'è un pò di tutto dallo spumante per festeggiare a qualcosa di più sostanzioso per riprendere le forze..." Ivan era leggermente arrossito, Giorgio aveva sfoderato un sorriso di complicità. Il motoscafo, un cabinato di quattordici metri, era ormeggiato dinanzi alla Prefettura sotto la statua del Nettuno il quale, commosso dall'entusiamo e dall'allegria dei due giovani e belli, diede disposizioni acchè il mare rimanesse pacifico per tutto il giorno. Durante la traversata Stella si era abbarbicata a Ivan il quale aveva difficoltà a manovrare il mezzo navale. "Buon segno" pensò il furbacchione, il suo cuore andava più veloce dei giri del motore. All'avvicinarsi alle isole di sabbia, Stella: "Fa arenare il motoscafo sulla spiaggia, saremo più tranquilli." Affermare che Ivan era in subbuglio era sminuire le sue sensazioni, vederla scalza, in mini bichini che offriva il suo corpo al sole ed al vento... "Vado sotto coperta, ho una sete indiavolata."Prima di seguirla, Ivan sistemò gli aggeggi di bordo; sotto coperta non la vide immediatamente, la splendida apparve dinanzi il frigorifero con in mano due flùtes di spumante. Piccola sceneggiata di Stella, braccia incrociate prima di bere, bacio lLa città di Messina lo stesso giorno, il 18 marzo

  • Come comincia:  Con l'assegnazione delle ultime medaglie (quelle nel bob a quattro e nell'hochey) è calato il sipario sulle tredicesime olimpiadi invernali disputatesi a Lake Placid, piccola stazione sciistica nello stato di New York, già sede olimpica nel 1932 (allora le gare di combinata nordica si svolsero nella tedesca Garmisch), già sede di campionati mondiali in diverse specialità (fondo, salto e combinata nel 1950, biathlon nel 1973, bob nel 1949, 1961, 1969, 1973, 1978), abbastanza nota nel circuito della coppa del mondo di sci alpino e delle altre specialità invernali. Dopo un inizio quasi in sordina e una vigilia turbata dai gravi problemi di politica internazionale, i giochi sono vissuti sulle gesta di alcuni atleti - il pattinatore statunitense Eric Heiden, vincitore di ben cinque medaglie d'oro, il sovietico Nikolaj Zimijatov, autore di una prestigiosa doppietta sui trenta e cinquanta chilometri di fondo, lo svedese Ingemar Stenmark e la rappresentante del piccolo Liechtenstein Hannie Wenzel, dominatori degli slalom, la grande Anne-Marie Moser-Proell che ha finalmente trovato la vittoria olimpica, unico alloro mancante nella sua bacheca - che di sicuro entreranno nella leggenda degli sport invernali. Le imprese sportive di questi campioni hanno persino fatto dimenticare agli americani (almeno per qualche settimana!) il grave problema degli ostaggi rinchiusi nell'ambasciata di Teheran e il successo degli hocheisti di casa sugli eterni rivali sovietici nonché nel torneo stesso, ha destato tali e tanti entusiasmi da fare storcere il naso persino al presidente Carter e a tutti coloro i quali già "anelano" al boicottaggio delle prossime olimpiadi estive di Mosca. Questo episodio ha confermato che i giochi olimpici, così come le altre importanti manifestazioni sportive (campionati mondiali e rassegne continentali), altro non sono che una grossa occasione per far divertire la gente e per seguire i più grossi campioni per una volta riuniti tutti insieme, no di certo un motivo indecoroso - da parte dei potenti e dei governi, retti dai potenti della terra - di voler fare politica e strumentalizzare a loro piacimento lo sport. Tornando alle vicende sportive vere e proprie di questa olimpiade, è da registrare, purtroppo, il penoso comportamento degli azzurri che fanno ritorno in Italia con un ben magro bottino ed un bilancio di risultati alquanto sconsolante, come mai era accaduto in passato. Le uniche medaglie sono giunte dalla specialità meno nota - lo slittino - che ci ha regalato due argenti, abbastanza attesi, direi (nel singolo maschile con Paul Hildgartner e nel doppio con Karl Brunner e Peter Gschnitzer): due argenti che con un pizzico di fortuna in più sarebbero potuti essere ori, visto che l'altro azzurro in gara nel singolo - Ernst Haspinger - è stato messo fuori gara da un incidente quando era al comando, e che il doppio è stato superato da quello tedesco-orientale per soli trentatré centesimi di secondo (poco più di un'inezia!). Magra consolazione, quindi, per gli italiani, quella di aver conquistato due posti d'onore in una specialità cosiddetta "povera" tra tutte quelle inserite nel consesso mondiale degli sport invernali, che tuttavia ci vede ai vertici dei valori mondiali da sempre (soprattutto per merito di ragazzi e ragazze bilingui - tedesco, italiano - provenienti in maggioranza dalle valli del Trentino Alto Adige!) e che, seppur nell'ombra e lontano dai clamori, ci ha regalato (nel passato) già due titoli olimpici (con Erika Lechner, nel 1968 a Grenoble e col doppio Hildgartner-Plaikner, nel 1972 a Sapporo), numerosi titoli continentali e mondiali e molte vittorie parziali  in coppa del mondo. In seno alla squadra maschile di sci alpino si è verificata la delusione più cocente per i colori azzurri: la mancata partecipazione allo slalom di Piero Gros (campione olimpico uscente a Sapporo, nel 1972, e vice-campione mondiale a Garmisch, due anni orsono), caduto e seriamente infortunatosi nel gigante e sulle cui spalle pesava la grave responsabilità della conquista di una medaglia, o quanto meno di un piazzamento onorevole. Ma questa volta "santo Pierino" da Salice d'Ulzio (o Sauze d'Oulx, per dirlo alla francese!)  non è potuto essere - ahinoi! - il salvatore della patria, per cause non dipendenti dalla sua volontà! Ancora una volta, quindi, l'alfiere degli azzurri è stato il grande Gustav Thoeni, classe 1951, da Trafoi (Bolzano o Bozen, come pronunciano gli atesini di madrelingua tedesca) il quale, alla sua terza olimpiade (a Sapporo, nel 1972, fu oro in slalom e argento in speciale, alle spalle del sorprendente iberico "Paco" Fernandez-Ochoa; a Innsbruck, nel 1976, fu secondo - alle spalle di Gros - in speciale e solo quarto - dietro la coppia svizzera Hemmi-Good e a Stenmark - nel gigante) è riuscito a piazzarsi nei primi dieci (ottavo) nello speciale, gara che in passato lo aveva visto dominare anche ai Mondiali (oro a Saint-Moritz, nel 1974) e in coppa del Mondo (nove vittorie parziali e due vittorie in classifiche di specialità, nel biennio 1973-74). Anche la squadra femminile ha risollevato un po'gli animi del clan azzurro perchè nello speciale si è avuta la riconferma sia di quanto verificatosi durante la stagione di coppa del Mondo (non a caso i media definiscono la squadra "valanga rosa"), sia della bontà tecnica della nostra scuola; le azzurre sono tutte entrate nelle prime dieci, confermando, appunto, una costanza di rendimento davvero ottima ad alti livelli: Maria-Rosa Quario è stata quarta (a soli tre centesimi dalla elvetica Erika Hess, bronzo), Claudia Giordani (argento a Innsbruck, alle spalle della grandissima Mittermaier) quinta, Daniela Zini settima, Wilma Gatta decima. L'altra delusione si è registrata in seno alla squadra di bob, con i nostri rappresentanti piazzatisi soltanto quattordicesimi (Italia 1, Jory-Lanziner) e sedicesimi (Italia 2, Soravia-Werth) nel doppio; undicesimi (Italia 1, Jory-Lanziner-Werth-Modena) nel quattro. Anche questa specialità, in passato, ci ha visti primeggiare tanto sulla scena olimpica (con il doppio Dalla Costa-Conti, trionfatore a Cortina, nel 1956 e col leggendario Eugenio Monti, che fece doppietta a Grenoble, nel 1968), quanto su quella mondiale: Eugenio Monti fu ben nove volte iridato (sette volte nel doppio e due nel quattro: nel 1961 fece doppietta sulla pista di Lake Placid!); altri otto equipaggi italiani (affermandosi nella rassegna iridata) lo hanno imitato sulle piste di tutto il mondo. La colpa di tale insuccesso, a detta di tecnici e addetti ai lavori, è da addebitarsi alla attuale carenza strutturale ed organizzativa nel nostro paese. Le differenze con gli altri paesi all'avanguardia sono enormi: paesi come Svizzera, Germania o Austria hanno a disposizione decine di piste, le quali permettono agli atleti di effettuare cinquecento-seicento discese l'anno, mentre in Italia - attualmente - l'unica pista disponibile, seppure per un periodo di tempo limitato, è quella di Cortina che permette ai nostri atleti di punta di disputare un massimo di cento-duecento discese per stagione. Questa sostanziale differenza è alla base dei deludenti risultati dei nostri atleti: una questione matematica, direi, di pure e scarne cifre! In questa situazione ed alla luce di quanto detto non è da sorprendersi dei deludenti piazzamenti degli azzurri che, seppur dotati di notevole talento, si ritrovano sempre una spanna al di sotto degli altri alteti, sia a livello tecnico che fisico-atletico. Essendo in tema di "delusioni" non possiamo tralasciare quella relativa alla svizzera Marie-Thérèse "Maite" Nadig: l'atleta di Flums (piccolo centro di sport invernali situato nella Svizzera orientale, poco distante dalla frontiera austriaca ed abbastanza vicino al principato del Liechtenstein), che partiva favorita nella libera (era già stata campionessa olimpica, a Sapporo, in discesa e gigante, a soli diciotto anni!) è stata umiliata dalla eterna rivale Proell, vincitrice, che le ha inflitto un distacco inusuale ed inaspettato per una campionessa come lei (ottantaquattro centesimi di secondo), ed ha perduto l'argento (andato alla Wenzel) per soli quattordici centesimi!   

    24 febbraio 1980.

  • 20 novembre alle ore 16:53
    Orfani

    Come comincia: Hacine aveva sedici anni; come gli altri orfani, cresciuti sul molo, con una gran fretta di sembrare uomini. Da tanto vendevano il loro corpo nelle notti "clandestine"; da troppo tempo, ormai, quegli orfani avevano smesso di essere ragazzi ed erano diventati "uomini" di vita: quella vita che voleva proprio così; aveva deciso per loro e li voleva orfani cresciuti, senza essere stati mai, forse...ragazzi!

    Taranto, 28 luglio 2019.

  • 20 novembre alle ore 15:53
    Pensieri Sulla Follia

    Come comincia: Si può impazzire all’improvviso?
    Cosa scaturisce nella testa quando ciò avviene?
    Non capisco o non mi è dato sapere.

    La mente è così infinitamente vasta che quasi spaventa l’idea di dover o voler afferrare qualcosa che va oltre ogni comprensione.
    Un dolore, una gioia, un sentimento puro, uno buio, un altro a caso, l’altro pure;
    tutto ciò come può portare un uomo ad impazzire?
    Non parliamo di follia goliardica o triste, ma di quella follia che scatta e che acceca il corpo; come se il cervello iniziasse ad emanare una luce così forte e devastante, che ogni cosa diventa nulla. Si aprono le porte dell’intelletto come in un esplosione nucleare; e fuori tutto.

    La fragilità dell’uomo che implode di fronte a troppo provare, a troppo sentire; quell’attimo in cui si spezza tutto ciò ch’è connessione ed unione, BAM! Quell’attimo in cui ci si perde quasi per sempre, come se si superasse quella soglia dell’aldilà inconsistente della mente che dilaga come un immenso fiume di lava enorme che ingloba tutto.

    Cosa avviene nella testa quando s’impazzisce all’improvviso?
    Mi domando quale delle miliardi ipotesi posso credere per capire quando avviene quell’attimo.
    E mi chiedo come si fa a tornare indietro dopo che si è varcata quella soglia dell’infinito perdersi in quel chiarore turbolento di pensieri ed emozioni.
    Come si fa?

    Avevo un amico caro al quale erano accaduti episodi del genere; e lì, in quel caso, sapevo cosa poteva essere stato.
    Ma quando accade più di una volta e si ritorna in sè, siamo mai veramente noi a tornare? o in quel frangente perdiamo, rinunciamo a qualcosa che non sappiamo?
    E' veramente tornato indietro? o finge a se stesso? 

    Si dice che "gl'occhi sono lo specchio dell'anima"; penso si dica ancora.
    E quando guardavo quei suoi occhi innocenti, ho sempre creduto fosse tornato in lui; ma quando la fragilità emotiva si fa spazio tra i propri mostri, chissà se davvero torniamo in noi.

    Caro amico, spero tu possa tornare da quel mondo perduto chiamato follia. 
     

  • Come comincia: Alla vigilia delle olimpiadi di Città del Messico il selezionatore della squadra americana, Hank Iba, si trovò nella impossibilità di poter schierare i più forti giocatori (nomi quali Lew Alcindor, poi divenuto Kareem Abdul Jabbar, Elvin Hayes, Wes Unseld, etc.) che, per passare al professionismo, in blocco decisero di rinunciare alla trasferta olimpica in terra messicana. Furono allora convocati molti giocatori di Junior College (piccola scuola di Trinidad, nel Colorado), tra cui Spencer Haywood il quale, a soli diciannove anni, si trovò ad essere il centro titolare della nazionale stelle e strisce. Malgrado la preplessità di molti, però, quella giovane squadra vinse la medaglia d'oro e lo stesso Haywood fu proclamato miglior giocatore del torneo. La facilità con cui gli americani si imposero alla Jugoslavia in finale, si spiega col fatto che gli avversari furono costretti a marcare Haywood in due, facilitando il compito dei suoi compagni di squadra, tra cui soprattutto l'ottimo Jo Jo White, attaccante inesorabile, già vincitore del titolo ai Panamericani del 1967 con la nazionale Usa nonché MVP (most valuable player,cioè miglior giocatore) della Big Eight Conference con la casacca dell'Università di Kansas.  Nato a Silver City (Mississippi) il 22 aprile del 1949, dopo le olimpiadi Haywood frequentò un anno ancora l'Università di Detroit (fu miglior rimbalzista della stagione
    con ventuno e cinque di media) e nel 1969 entrò nell'ABA (American Basketball Association, la lega rivale della NBA scioltasi nel 1976) per un milione di dollari (cifra davvero stratosferica all'epoca!), giocando per i Denver Rockets. Fu miglior marcatore della sua squadra, "Rookie of the Year" (matricola dell'anno), MVP ed entrò nel miglior quintetto della lega. L'anno seguente approdò alla NBA (National Basketball Association) e militò nei Seattle Supersonics, confermandosi stella di prima grandezza del firmamento professionistico. Nelle cinque stagioni ai Sonics si tenne sui venticinque punti di media a incontro e fu inserito nel miglior quintetto della lega nel biennio 1971-73. Nel 1975 passò a New York con i Knicks dove cominciò la sua parabola discendente, pur restando vicino ai venti punti di media a incontro. Dopo tre stagioni difficili nella "Big Apple" (grande mela), costellate da polemiche e screzi col tecnico Willis Reed, passò a New Orleans; con la maglia dei Jazz qualche lampo da campione e nulla di più! Nel 1979 fu dirottato ai Los Angeles Lakers in cambio di Adrian Dantley, la stella nascente di North Carolina, che aveva guidato la nazionale stellare Usa alla vittoria di Montreal, tre anni prima. Anche coi gialloviola della "City Angel" visse una esperienza negativa in toto: sempre meno gestibile caratterialmente, fu messo addirittura fuori squadra alla vigilia della finalissima coi Sixers di Filadelfia (L. A.vinse la serie per...ed il titolo) in quanto i dirigenti della squadra preferirono giocare le sfide decisive senza di lui pur di mantenere intatto l'equilibrio del "gruppo"! Nel 1980 giunse in Italia, sponda Carrera Venezia. La squadra vinse a mani basse il campionato di serie A-2 (gran parte del merito di quella impresa è da ascriversi allo statunitense, sebbene con lui giocassero fior di campioni come lo slavo Drazen Dalipagic e il nostro Carraro), ed Haywood mostrò sprazzi di vero genio cestistico ed un basket a tratti incontenibilie. Io stesso ebbi la fortuna di vederlo giocare, nel corso di quella stagione, sul parquet del palasport "Nuova Idea", a Brindisi, contro la Libertas di Elio Pentassuglia, Malagoli, Fischetto e Otis Howard (squadra anch'essa promossa in A-1 al termine della stagione). Poi a stagione ancora in corso, nel 1981, la "fuga" improvvisa negli Stati Uniti. In patria giocò ancora...stagioni prima del ritiro definitivo. Chiuse la carriera con le seguenti cifre...: punti, ...rimbalzi e ben quattro presenze negli All-Stars Game (la partita che ogni stagione mette di fronte le stelle delle divisions Est ed Ovest). Per concludere, si può realmente affermare che fu un giocatore di grande talento (forse uno dei cinque-dieci migliori in assoluto nella storia del basket americano: tanto dei college, quanto dei professionisti!), dotato di mezzi fisico-atletici veramente eccezionali (probabilmente fuori del comune, anche in un "pianeta" straordinario e florido come quello americano!). Il suo gioco, però, era ben troppo individualista: peculiarità che spesso è in disaccordo (se non in completo disamore) con uno sport come il basket che vive, di certo, sulle imprese individuali ma è prettamente retto dal lavoro di squadra.                 

  • 20 novembre alle ore 8:34
    Il pittore

    Come comincia:  In un mare lontano c'era un'isola grande, strana, solitaria: era quella dove le rose non fioriscono né appassiscono mai, abitata da un vecchio pescatore, Calabuig, da sua figlia Diana e da dieci cavalieri dell'arcobaleno. Un giorno sull'isola arrivò Bashir, giovane pittore arabo: da lontano, nel tempo e nello spazio! Cominciò a dipingere le stelle, sotto le stelle alla luce della luna; dipingeva anche tramonti in riva al mare. Conobbe il pescatore e si innamorò di sua figlia: poi si amarono e nacque una bambina, Francine, ch'era bionda come la luna e aveva gli occhi più azzurri del cielo. Quando essa crebbe divenne pittrice...girò per il mondo, dipingendo ogni cosa ed ovunque andasse "offrendo"alla gente i suo capelli biondi e gli azzurri suoi occhi.

    Taranto, 23 luglio 2017.

  • 20 novembre alle ore 7:52
    Il giocatore

    Come comincia: La fessura m’ingoia immediatamente la mia banconota da 20 euro, senza la solita esitazione, che trovo ai distributori automatici di benzina. “ Scelga puntate da venti centesimi, come principiante, così il gioco si allunga.” La voce confortevole di questa giacca rossa, dai bottoni dorati, del croupier di S. Vincent mi conforta. Abbagliato dalle mille lucette colorate di questa macchinetta, provo ad accostarmi, forse, a età tropo tarda, alla fortuna delle slots. “Questo è il tasto d’avvio. Le varie combinazioni, le può trovare su questi altri tasti”. Continua la voce, mentre mi abbandona, chiamato da un’altra fila di macchinette. Al mio fianco, una giovane signora, in gonna nera e camicetta impalpabile, quasi in trance, con un movimento automatico della mano, spinge il bottone di start. L’occhio è fisso sulla combinazione ottenuta. Solo cinque o sei secondi e riparte con l’indice. Non mi vede, assorta com’è. Mentre io mi soffermo sulle variazioni di toni del suo maquillage. Le labbra sono serrate, sembrano vibrare. Provo a iniziare il gioco: lucette, suoni paradisiaci, mentre mi srotolano, davanti agli occhi, sagome di cuori, campane, farfalle. Il tutto si ferma. Guardo parole inglesi sconosciute che lampeggiano in vari colori. Ho perso i primi venti centesimi. Però! Una musichetta, da banda di paese, sta uscendo dalla macchinetta della signora in gonna nera, al mio fianco. Si è irrigidita sulla schiena. Appare il profilo dei seni. Il volto è di una serietà professionale. “Quattromila euro!” Pronuncia con voce metallica, alzando il braccio destro verticalmente. Il volto non ha mimica. La freddezza di un chirurgo. La mano ondeggia nell’aria a mo’ di richiamo. La giacca rossa è subito al suo fianco. C’è una verifica tecnica di pochi istanti. La schermo continua a lampeggiare 4000 euro in un arcobaleno di colori. La musica si è acquetata. La signora dalla gonna nera sta parlando con la giacca rossa. Parole brevi, senza sorrisi. Riprendo il mio gioco, con più speranza. Start! Si srotolano le varie combinazioni sino ad arrestarsi sotto il mio sguardo, in spasmodica attesa. Silenzio. Una lucetta mi comunica che ho perso i miei, secondi, venti centesimi. Il ragazzo dalla giacca rossa è tornato dalla cassa e consegna alla signora dalla gonna nera, un blocchetto di euro in pezzi da 100. La signora li depone alla base della slot. Prende un biglietto da 100 euro e lo infila nella fessura. Fredda, quasi un automa. Penso che non si sia accorta di me che la sto guardando. Non mi resta che ripartire con il pulsante. Rotolamenti a colori e silenzio finale: ho perso altri venti centesimi!

    l.p.r.

  • 17 novembre alle ore 8:25
    Il Silenzio

    Come comincia: Mi sono svegliata all'improvviso e mi guardo attorno. La casa così silenziosa attrae la mia attenzione. Il pallido sole del pomeriggio filtra attraverso le fessure della serranda, e io mi accorgo che sto piangendo. No, non sto piangendo: ho soltanto il viso bagnato. Ho pianto dormendo. Mi metto in guardia. Cosa vuoi, mi chiedo, cosa vuoi, risponditi, cosa vuoi. No, aspetta, prima di risponderti pensa bene. Non è il momento di volere grandi cose, importanti, decisive, sconvolgenti. Non è il momento, lo sai, questo è il momento delle piccole cose. Gli occhi fissano il soffitto e si riempiono di lacrime. Ingoiale, ingoiale, fai presto, concentrati su quello che vuoi, che vuoi adesso, subito, anche banalità, non importa, ma immediate, è urgente. Cosa vuoi adesso, subito, risponditi. Mi sento smarrita: adesso, subito, non ci riesco, troppo in fretta, troppo in fretta.Respiro profondamente e arriva la risposta, sì, invece lo so cosa voglio adesso: voglio che niente interrompa questo silenzio che mi protegge. Che non suoni il citofono, non suoni il telefono, che nessuno parli, cammini, apra o chiuda una porta, che nessuno accenda la televisione. Voglio che questo silenzio non si interrompa, che tutti i miei sensi rimangano così attenti, tesi ad ascoltare tutto il meraviglioso nulla che contiene, a misurare il suo spessore: una coltre che mi avvolga come ovatta, così consolante da illudermi che non mi manchi niente.

  • Come comincia: POGGIO APRICO – UN CONDOMINIO SEX A GO GO (2ª PARTE)
     
    Una gita è sempre gradita.
    Partenza da Messina alle nove, arrivo a Paterno alle undici e poi nei campi insieme ai raccoglitori, tutti giovani, che cercavano di raggranellare qualche Euro.
    "Che bella l'aria di campagna, ci vorrei vivere per sempre."Aveva parlato Assunta che pareva aver preso colore inciso dopo...era proprio cambiata come pure la sorella, la cura Max stava funzionando.
    All'imbrunire furono apparecchiati due tavoli, mischiati padroni e lavoratori tutti allegri oltre che per un buon pasto anche per il vino di Paterno che $Fun po' forte di gradazione, aveva dato alla testa a qualcuno; un paio di coppie erano sparite dietro i filari.
    I tre dopo cena si misero in macchina.
    "Non rientriamo a Messina, siamo troppo stanche, troviamo un albergo."
    Era un tre stelle.
    "Vorremo due stanze, una matrimoniale ed una singola per mia sorella."
    Era chiaro che Giuliana si era ricavata la parte di moglie.
    "Ci facciamo una doccia, non è che sei stanco?" Tradotto dati da fare, voglio scopare.
    Giuliana visto Max nudo sul letto.
    "Sei il dio Apollo ed io il dio Apollo me lo lecco tutto." E cominciò dai piedi sino al viso.
    "Mi hai preso per un lecca lecca?"
    "No, mi piace il tuo sapore, mio marito pouzzava.l"
    Tanto premesso Giuliana andò al dunque, si mise a cavalcioni di Max e cominciò la cavalcata sino ai fuochi di artificio finali.
    "Bene cara, ora mi giro dall'altra parte, ho sonno, buona notte."
    Forse stava sognando o forse no, qualcuno a meglio qualcuna gli aveva preso in bocca l'uccello.
    "Giuliana non fé bastato, ancora?"
    "La succhiatrice non aveva risposto anzi aveva accelerato il ritmo. Max allungò una mano e toccò i capelli, non era Giuliana, aprì gli occhi: Assunta.
    "E tu che vi fai qui?" Domanda di una intelligenza...
    Assunta su di giri non gli rispose, gli montò a cavalcioni come sua sorella, era lo stile di famiglia, Max non aveva preservativi e si lasciò andare, se veniva fuori un pargolo non sarebbe morto di fame.
    Assunta, finalmente doma, restò nella stanza di Maz Max il quale la mattina seguente ebbe una sorpresa,: nel taschino della giacca un assegno di cinquantamila Euro...mih!
    Rientro a Messina, dietro i vetri al primo piano la signora Costa non sembrava apprezzare quello che vedeva, capì di non essere la sola amante di Max, pensò che non poteva competere con quelle due riccone, si sarebbe accontentata delle briciole.
    In seguito un fatto anomalo (capitavano tutte a lui!). Durante le lezioni di francese e di latino alle sorelle D'Arrigo, Grazia prese a piangere a dirotto sulle spalle della sorella che la imitò, Max era in crisi, cosa poteva essere successo di grave:
    "Un brutto voto a scuola, litigio con i genitori o con i compagni?"
    "Se lei è comprensivo glielo diremo ma deve essere comprensivo e non liquidarci come due sceme."
    "Non vi liquido, parlate."
    "Non dormiamo più la notte, non è un modo di dire, è la verità, desideriamo ardentemente stare un po' con lei, solo un pompino, niente fiorellino solo in bocca,non lo diremo a nessuno, siamo pazze di lei, si può fidare" e giù a piangere di nuovo.
    "Max ebbe paura che la storia finisse male, quelle due sembravano capaci di tutto. "Va bene ma solo per una volta."
    Le due misero mano ai pantaloni che furono sfilati, 'ciccio' dinanzi a tanta gioventù innalzò la cresta che venne ingoiata a turno da una bocca; cercò di resistere più a lungo possibile, erano molto brave maledette loro, chissà quanto allenamento con i compagni di scuola. In ultimo 'ciccio' si arrese e cominciò ad emettere lo sperma golosamente ingoiato a turno dalle due sorelle.
    "Grazie e...a presto!"
    Un par di balle, quale a presto! Le due sorelle erano sparite dietro la porta d'ingresso.
    Max non volle porsi domande, ormai aveva capito come sarebbero andate le cose in quel condominio.
    Unica speranza di salvezza i due coniugi settantenni pensionati e tristi nella cui casa Max si rifugiava quando era inseguito da qualche Erinni arrapata!
     

  • 16 novembre alle ore 10:04
    Dall'Album del Corrosionista

    Come comincia: CURIOSITA’ DALL’ALBUM DEL CORROSIONISTA
     
     
     
     
    G. G Casarini-Binasco (MI)
     
     
     
     
    RIASSUNTO
     
    Sfogliando l’album del corrosionista, ben rilegato e con amorevole cura compilato nel corso degli anni della mia trentennale attività di ricercatore presso l’Istituto Ricerche Breda di Milano-Bari, si rivedono casi, fotografie, personaggi e situazioni che a distanza di tempo inducono non solo al sorriso ma anche a riflessioni che gli addetti al lavoro dovrebbero tenere in debita considerazione. Ritornano così alla mente: richieste le più strane per interventi e materiali di indagine, ipotesi di lavoro smentite grossolanamente, discussioni e richiami a suggestivi meccanismi poi riconducibili ad eventi legati a mere banalità e, da ultimo , casi di danneggiamenti legati alle cause le più curiose. Sono casi che richiamano alla cautela prima di esprimere un giudizio, alla pazienza  e alla costanza in quanto un certo spirito indagatore non deve essere  disgiunto dalle conoscenze scientifiche. Spesso infatti, al termine di una indagine corrosionistica può capitare che  le analisi di laboratorio non diano risultati univoci o diano risultati contrari e opposti a quelli attesi, oppure che risultino incongruenti sia con le informazioni date sulle condizioni d’impiego sia con la cronistoria. In tale ottica viene proposta o riproposta,in quanto parte di essa già presentata in altri contesti, una casistica dalle inaspettate e talvolta curiose conclusioni. Sono così presentati, in rapida successione, gli eventi verificatisi su fili e serbatoi in acciaio inossidabile, pali interrati in acciaio al carbonio per la distribuzione di energia elettrica, tubi in ottone all’alluminio per scambiatori di calore e per condensatori, le cause: uso indebito, cattiva manutenzione, lavori agricoli, bisogni fisiologici, poca cura nell’esecuzione di lavori preliminari. 
     
     
     
    PAROLE CHIAVE
     
    Acciai inossidabili-Leghe di rame-Acciaio al carbonio-Condensarori-Acqua mare- Pali interrati- Corrosione nei terreni-Antenna radiotelecopica-Corrosione atmosferica-
     
     
     
    INTRODUZIONE
     
    Aprendo un libro di corrosione o puntando il dito su una delle tante tabelle sul comportamento dei materiali, senza dubbio non si faranno attendere le risposte che cercavano relativamente ad un sistema corrosionistico: specie aggressiva-metallo: ecco descritti i meccanismi di attacco come pure le morfologie del danneggiamento, a piè di pagina o nelle note siamo informati di come la severità dell’attacco e la sua cinetica di avanzamento siano determinate da particolari condizioni al contorno: concentrazione della specie aggressiva, temperatura, condizioni statiche o dinamiche del fluido, condizioni di aerazione, stato tensile e metallurgico del materiale. Non solo ed oltre: basandosi su tali conoscenze comprovate dalla pratica e dall’esperienza sono stati messi a punto diversi sistemi esperti di corrosione e, tra i primi, si ricordano quelli relativi al comportamento degli acciai inossidabili in ambienti clorurati od alogenati. Così, inseriti nel sistema i parametri operativi e le condizioni al contorno  siamo informati sulle diverse possibilità di attacco o meno del materiale preso in considerazione: assenza di corrosione, spassivazione generalizzata, pitting, corrosione sotto tensione. Tuttavia, avendo letto con cura il nostro libro di corrosione ci sovviene che con riferimento alla corrosione puntiforme per gli acciai inossidabili, altri meccanismi e altre situazioni  possono portare a simili morfologie di attacco; quindi siano edotti che solo le analisi di laboratorio potranno fornire indicazioni sulla natura dell’agente corrosivo e portare alla corretta definizione del meccanismo al fine di fornire i consigli pratici per il futuro buon comportamento del materiale in esame o dare i suggerimenti per una diversa scelta.
    Talvolta però può capitare che  le analisi di laboratorio non diano risultati univoci o diano risultati contrari alle iniziali ipotesi di lavoro o, ancora, risultino incongruenti sia con le informazioni date circa la cronistoria del materiale che con le dichiarate  condizioni di esercizio. Di seguito vedremo come ad indagini dalle inaspettate e curiose conclusioni faccia riferimento la  casistica sotto riportata.
     
     
     
     
     
    DALL’ALBUM DEL CORROSIONISTA
     
    Attrazione fatale verso un oggetto luccicante 
    Inizieremo la nostra presentazione dall’indagine svolta su un serbatoio di acciaio inossidabile AISI 304 impiegato in una azienda agricola per la refrigerazione del latte dopo la mungitura e  messo fuori servizio per forature. La morfologia del danneggiamento risultava tipica per l’attacco perforante da alogeno ioni anche se il materiale presentava incipienti aree di spassivazione al di sotto di grumi e residui di latte cagliati. Accertato che le operazioni di lavaggio e di manutenzione venivano svolte regolarmente l’attenzione veniva volta alla ricerca di cloruri nelle vicinanze dei pitting e delle zone corrose oltre che sui grumi di latte. I risultati  non davano risposte univoche in tal senso; si arrivò persino alle disquisizioni sul siero di latte e del suo contenuto in cloruri. Alla fine quando gli animi stavano per surriscaldarsi qualcuno si ricordò che per un guasto alla parte elettrica il serbatoio era stato messo fuori servizio per alcuni giorni facendo così  felice la moglie del fattore che negli stessi giorni lo utilizzò per farci il bucato.
     
    Un brodo energetico ottenuto  da un dado sbagliato
     
    Le curiosità proseguono dall’indagine svolta su  una apparecchiatura in acciaio inossidabile AISI 316, impiegata in un ospedale lombardo per la preparazione del brodo per i degenti. I periodici controlli sanitari ed organolettici del brodo rivelavano un elevato tenore di ferro inconsueto per le sostanze in cottura e mai riscontrato precedentemente. L’ispezione interna del manufatto per ricercare le cause responsabili di questo brodo energetico, escludeva che vi fossero significativi  fenomeni di corrosione in atto sulle pareti del recipiente, fatte salve solo alcune incipienti e localizzate aree di spassivazione nelle vicinanze delle quali, già ridotti a meno della metà, si stavano invece corrodendo alcuni dadi in acciaio al carbonio, fissati  al posto di quelli originali nelle corso, per sbaglio, delle ultime operazioni di manutenzione.
     
     
     
     
     
    Cani innocenti, uomini no 
    In un paese del Sud-America, i pali in acciaio al carbonio interrati  utilizzati per la distribuzione di energia elettrica nei dintorni della capitale si stavano fortemente corrodendo: alcuni erano già distrutti alla base, ridotti a stratificazioni di ossidi idratati supportarti da pochi mm di metallo originario, altri puntellati e sostenuti da travi di legno, pochi ancora in condizioni di sicurezza. Le ipotesi avanzate dagli esperti locali attribuivano tale fatto ai branchi di cani selvaggi od abbandonati che si aggiravano in gran numero in tali zone ed alle loro azioni fisiologiche: rilascio di orina canina. I cani non lo sapevano ancora ma si stava  tramando per la loro eliminazione: fortuna volle che ciò non avvenne e  la fortuna fu legata ad una semplice e banale indagine corrosionistica. I pali, di forma ottagonale, ottenuti per saldatura da tronconi di lamiere opportunamente piegate e sagomate, a base ed estremità aperte, e senza rimozione delle scaglie di calamina e di ossidi derivanti  sia dal trattamento termico delle lamiere originarie sia di quelle indotte dai procedimenti di saldatura finali, venivano interrati direttamente nel terreno e senza protezione della zona interrata: né catramature, né lastrature, né verniciature. Il degrado che partiva essenzialmente nelle zone di transizione terreno-aria era localizzato quasi esclusivamente sul lato sud dei pali, equivalente, dato l’emisfero, al nostro lato nord. Condensazione preferenziale di umidità atmosferica su tali lati, addensamento della stessa per scolamento verso il basso, parziali ristagni  data la natura del terreno,  sabbiosa-argillosa e salsa, alla base dei pali e inizio dell’attacco favorito anche dall’azioni catodiche degli ossidi residui superficiali e non rimossi da opportune azioni decapanti o di sabbiatura.
    Quello che insensatamente si ritenne di attribuire  ai bisogni fisiologici dei cani risultò invece causa  determinante, orina umana, dell’inconveniente lamentato sui tubi in Aluminum Brass ASTMB111 Alloy 687 del condensatore primario di una centrale termoelettrica situata in località marina. Terminati i lavori di costruzione e di montaggio delle apparecchiature, nel corso dei controlli finali per l’avviamento preliminare della centrale termica venivano ravvisate anomalie su alcune zone delle generatrici esterne dei fasci tubieri del condensatore.Le alterazioni superficiali risultavano localizzate solo su alcuni diaframmi sotto forma sia di puntini verdi circondati da un alone bianco sia di  puntini verdi attorniati da un alone marrone oltre a formazioni sparse di sali verdastri. La distribuzione di tali alterazioni, a partire dalle prime file interessate, era somigliante alla apertura di un ventaglio o di una V capovolta, con attenuazione del fenomeno sia verticalmente: per 40 cm circa più in alto,  per circa 1 metro nelle zone mediane per poi  a giungere, dopo una caduta in altezza di quasi due metri, a sfiorare i 3 metri. Questa particolare distribuzione delle alterazioni non ammetteva dubbi: scolamento dall’alto con schizzi e spruzzi di una fase liquida o condensata. Così, essendosi riscontrati tra i residui delle alterazioni superficiali elementi in traccia quali cloro, zolfo, potassio e  tutti componenti di una atmosfera marina si poteva paventare o un ingresso progressivo e localizzato di umidità salmastra o montaggio di tubi già alterati inizialmente. Questo in quanto alcuni pacchi di tubi di riserva e di scorta giacevano ancora in un piazzale circostante con evidenti segni di lacerazione  dei fogli protettivi in polietilene. Questa ipotesi risultava subito da scartare per i seguenti motivi: i tubi all’atto del montaggio risultavano a detta dei tecnici della Centrale inalterati e montatori esperti lo avrebbero segnalato, le alterazioni superficiali sui tubi a scorta nelle zone di lacerazione dei fogli protettivi apparivano insignificanti e tali da non giustificare anche fortuitamente un assemblaggio simile alla distribuzione del danneggiamento e per quanto concerne l’eventuale ingresso accidentale di umidità salmastra si appurava che il condensatore, terminato il montaggio dei tubi ed a ultimazione dei lavori murari, era stato messo sotto vuoto con aria secca ( umidità relativa 30-50%) e con l’interno condizionato(impiego di gel di silice rigenerato periodicamente) e con l’uso di una stufetta elettrica con mantenimento di una leggera sovrapressione tramite  ventilatore.
    Poiché nonostante tutte queste affermazioni ed assicurazioni, nel corso dell’ispezione del condensatore, si era notato che lo stato di pulizia generale risultava piuttosto scadente per presenza di sudiciume, segatura, limatura di ferro, chiodi, pezzi di legno, residui di nastro adesivo, qualcuno ricordava che dopo l’infilaggio dei tubi erano stati effettuati alcuni lavori di collegamento del condensatore con la turbina e che, nel corso degli stessi, la parte superiore era stata protetta con teli. Si è inoltre appreso che durante lavori di questo tipo per soddisfare i bisogni fisiologici degli operatori senza interruzioni e perdite di tempo si è soliti far uso di secchi o taniche che poi vengono calati o portati a terra per gli opportuni svuotamenti: evidentemete qualcuno, in più di una occasione, doveva aver disdegnato l’uso del secchio od evitato la fatica, una volta pieno, di calarlo o di portarlo a terra.
     
    Al momento sbagliato
     
    Alcuni fili in acciaio inossidabile AISI 304 utilizzati per l’ampliamento dell’antenna di un radiotelescopio installato in aperta campagna, alla periferia di una città del nord Italia, dopo appena sei mesi di esercizio, presentavano notevoli segni di alterazione superficiale con corrosione puntiforme. Diversamente i fili costituenti la prima parte dell’antenna, in esercizio da circa sei anni, risultavano praticamente inalterati. Come accertato da analisi di laboratorio le diverse partite di fili presentavano la stessa composizione chimica, le stesse caratteristiche meccano-tensili. Poiché tutti i fili, di vecchia e di recente installazione, veniva riscontrata la presenza di terriccio e di tracce di cloruri, la raccolta di informazioni sul posto ed una accurata ricostruzione della cronistoria circa l’esercizio dell’antenna permettevano di giungere alla soluzione di quanto avvenuto. Il terreno agricolo circostante il posizionamento dell’antenna risultava da anni sito per la coltivazione di barbabietole da zucchero, coltivazione che  dopo la semina richiede, in determinati periodi, forti irrorazioni di anticrittogamici a base di prodotti contenenti alogeno ioni. L’esame dlle diverse date di installazioni e quello dei cicli stagionali relativamente alla coltura delle barbabietole, dalla semina al raccolta, permetteva di accertare che mentre i primi fili erano stati posti in esercizio in un periodo di assenza dei lavori agricoli, gli ultimi venivano installati proprio in concomitanza con le fasi di aratura del terreno e di semina delle barbabietole. Si appurava pure che dopo la posa in opera di questi era seguito un periodo di  siccità che, da una parte mentre impediva un dilavamento dell’acciaio ed un buona passivazione con rimozione di terriccio e diserbante, dall’altra comportava operazioni agricole aggiuntive quali, irrorazione del terreno, con aggravio nell’atmosfera di inquinanti, aggravi limitati ed ininfluenti sui primi fili sulla superficie dei quali lo stato di passivazione si era già formato e consolidato stabilmente.
    Legato anch’esso ad un momento “sbagliato” il danneggiamento che segue.
    In un impianto petrolchimico, situato in località marina, le necessità di approvvigionamento di acqua dolce rendevano necessaria l’installazione di alcuni dissalatori di tipo multi-flash. Il programma prevedeva che questi fossero installati con una certa gradualità nel giro di un paio d’anni e di fatto dopo la messa in servizio dei primi tre veniva avviato come ultimo un quarto impianto: seppure progettati da ditte diverse e quindi  con diverse soluzioni tecniche, anche se non molto dissimili data la tipologia degli impianti, giocoforza i materiali impiegati risultavano gli stessi ed i parametri operativi non molto differenti tra dissalatore e dissalatore. Quest’ultimo, al contrario degli altri tre dissalatori che da tempo operavano senza alcun inconveniente, dopo appena pochi mesi dall’avviamento doveva essere arrestato a seguito di forature sui tubi in cupronichel 90/10 degli evaporatori( salinità salamoia 74.000 ppm, salinità acqua mare 38.000ppm, pH= 6,6-7,6, temperatura ingresso 103°C, temperatura uscita 115 °C ppm, O 2 = 165-470 g/l . La morfologia dell’attacco risultava perfettamente identica a quella che solitamente si verifica su questi materiali a seguito di fenomeni di corrosione-erosione e/o corrosione turbolenza (impingement attack) ma poiché la velocità del fluido era alquanto bassa(1,83 m/sec) e nettamente inferiore ai valori critici di 3,5m/sec che su tale lega innescano tali fenomeni, evidentemente le cause responsabili del danneggiamento andavano ricercate altrove.
    Sui tubi nelle zone esenti dall’attacco invece della solita patina protettiva che si forma su tali materiali in acqua mare erano presenti sottilissimi veli, in genere ben ancorati al metallo base, di colore biancastro.Gli esami di laboratorio indicavano che tali depositi erano costituiti prevalentemente da Ca4P2O9 mentre misure di potenziale elettrochimico, effettuate a diverse temperature, indicavano che il metallo ricoperto da tali depositi rispetto alle zone  dove gli stessi erano stati rimossi risultava decisamente più nobile: + 60 mV a  50 °C e + 130 mV a  90 °C. Sulla base di tali risultati il meccanismo del danneggiamento risultava facilmente spiegabile nonostante la non elevata velocità della salamoia: le zone ricoperte dal deposito assumevano il ruolo di aree catodiche rispetto a quelle dove lo stesso risultava poco ancorato od asportato: di conseguenza poi la localizzazione dell’attacco era stata favorita anche dall’alto rapporto aree catodiche ed aree anodiche. Circa l’origine e la provenienza dell’inquinante si veniva a conoscenza che le prese dell’acqua mare degli impianti di dissalazione erano situate in prossimità dello scarico di un impianto per il trattamento di fosforiti e che questo era stato messo in funzione poco prima dell’avviamento del quarto modulo di dissalazione; fatto questo da giustificare i diversi comportamenti corrosionistici: l’azione deleteria tradottasi nell’impedire il corretto stato di passivazione sul quarto modulo si dimostrava ininfluente sui primi tre in quanto, antecedentemente alla messa in marcia dell’impianto delle fosforiti, sui tubi degli stessi si erano già  formati ed ancorati gli strati  passivanti protettivi..
     
    I sassi della discordia 
    Sui tubi in ottone all’alluminio di un condensatore di una centrale elettrica, poco dopo la messa in servizio, e su un limitato numero di tubi, si erano manifestate forature dal lato acqua mare.
    Oltre all’indagine corrosionistica sui tubi corrosi venivano pure esaminati alcuni spezzoni di tubo nuovo facenti parte della stessa partita di quelli montati in esercizio. Poiché su questi era presente una sottile patina di colore più o meno scuro, con presenza di striature, continue o non,  residui di lubrificanti di trafila carbonizzati nonché difetti puntiformi isolati, la corrosione si poteva, in prima ipotesi,  attribuire alla presenza di queste anomalie superficiali.E’ noto infatti come i residui carboniosi su leghe di rame possano assumere il ruolo di aree catodiche per la riduzione di ossigeno ed alimentare così celle di corrosione che determinano attacco localizzato.Il fatto però che il danneggiamento si fosse verificato dopo poco tempo dall’avvio del condensatore e solo su alcuni tubi lasciava aperte molte discussioni: non tutti i tubi della partita potevano avere  inizialmente una simile difettologia superficiale per cui era aperta la possibilità che solo  alcuni fossero sfuggiti ai controlli di qualità iniziali. Il fatto poi che dopo la sostituzione dei tubi forati il condensatore non avesse più presentato alcuna sorte di malfunzionamento alimentava fortemente tali dubbi, creando tensione tra l’utente ed il fornitore del materiale. Il mistero veniva risolto dall’esame della documentazione fotografica effettuata dopo l’apertura del condensatore e inizialmente stranamente occultata: nelle casse d’acqua si notava la presenza di depositi e di agglomerati di corpi estranei, in prevalenza, sassi. Per cui, con buona pace dei residui carboniosi, l’inconveniente era da attribuire oltre all’azione schermante di tali corpi estranei anche alla modifica creata localmente dagli stessi relativamente alle condizioni fluido-dinamiche dell’acqua mare.
     
     
     
     
     
     
    CONCLUSIONI
     
    La  casistica di corrosione presentata e discussa mette in evidenza come in molti casi i fenomeni di danneggiamento sfuggano a rigidi e consolidati meccanismi di attacco o quanto meno come le cause dell’innesco degli stessi siano legate agli eventi più strani e più curiosi. Ne consegue pertanto come in campo corrosionistico, fatte salve le conoscenze scientifiche, al pari di altre attività umane, non devono mancare al ricercatore doti quali: l’umiltà,  la cautela, la pazienza  e la costanza nell’indagare.
     
     
     
    BIBLIOGRAFIA
     
    1)G.Casarini,G.Stella:”Importance and Utility of Analytical Monitorig for the Reliabiliy of Indusrial Plants”- Proc. 11th  Int. Corrosion Congress- Vol. 1- pag. 547- AIM-Florence-1990
    2)G.Casarini :”Monitoraggio negli scambiatori di calore ai fini della loro sicurezza ed affidabilità di esercizio”- La Metallurgia Italiana 82 ( 1990) n.° 11- pag. 1073
    3)G.Casarini:”Sicurezza ed affidabilità degli impianti chimici industriali: importanza degli aspetti corrosionistici dei materiali metallici”-NT-Tecnica & Tecnologia-  N. 4-Luglio-Agosto
    ( 1991)-AMMA-Torino
    4)G.Casarini,G.Careri,F.Forti,G.Rivolta:”Casi usuali e non di corrosione atmosferica”-Atti-1 ed. Giornate Nazionali sulla Corrosione e Protezione-AIM-Milano 1992
    5)G.Casarini:”Corrosione&Casistica:”Per evitare tutti i danni occhio al “film”-
    Pianeta Inossidabili- Anno 1- Num.3-Periodico delle Acciaierie Valbruna-Vicenza 1995
    6)F.Forti,M.L.Pessia,G.Rivolta,G.Casarini,E.Casarini:“Condensatori in leghe di rame e di nichel raffreddati da acqua di mare:Problematiche varie che ne influenzano il buon comportamento corrosionistico-Rassegna di casi pratici-”Atti-Giornate Nazionali sulla Corrosione e Protezione-4 ed.AIM-Genova 1999
     
     
     
     

  • 15 novembre alle ore 15:12
    Mauritania...

    Come comincia:  Il sole faceva capolino all'orizzonte e il piccolo Ahmed era già in piedi: s'era alzato presto quella mattina. Dette da bere alle pecore e ai cammelli, poi strigliò per bene i cavalli. Infine, si diresse verso la tenda dei genitori per dargli la sveglia; ma qualcosa lo fermò...il cielo d'un tratto si fece oscuro e tutto ridiventò notte.

    Taranto, 2 novembre 2017. 

  • 15 novembre alle ore 10:29
    La marcia di Brasida

    Come comincia: Non c’era possibilità di scampo per il giovane ilota. Con le spalle rivolte verso un grosso tronco di ulivo, gli occhi caricati d’odio e di terrore, sotto i rami cadenti che sembravano velare di morte con la loro ombra il finale di una vita che pareva l’epilogo di un gioco.
    Non avrebbe mai creduto che sarebbe toccato proprio a lui; troppo furbo, veloce, abile a nascondersi e a difendersi, ora si trovava attorniato da quattro ragazzini spartani con le teste rasate che ridevano eccitati. Uno dei quattro stringeva un pugnale, e come un felino, con le gambe leggermente piegate, pronto a spingersi con ferocia verso la gola della vittima, già pregustava quella doppia porzione di brodo nero che si sarebbe guadagnato dalla madre grazie al suo trofeo, e che avrebbe consumato forse al riparo dagli occhi del padre, il quale disapprovava un onore non necessario per chi non aveva fatto altro che il proprio dovere.
    L’ilota disarmato resistette al primo attacco, ma ben presto un calcio violento nel petto lo fece sbattere con violenza al suolo. Quando la punta del pugnale ormai nei pressi dell’obiettivo era pronta a trasformarsi in un fulmine di morte, una pietra scagliata con precisione fece volare via l’arma.
    «Basta così!» disse con voce ferma Brasida.
    Un grosso corvo spiccò rapido il volo dall’erba, e il suo battito d’ali dissolvendosi lontano insieme ai passi dell’uomo sempre più vicini, parvero essere gli unici rumori per alcuni istanti in quella radura immobile. Brasida era una figura nera in controluce che sembrava caduta dal cielo chiarissimo della Laconia come una freccia di Apollo. Poco dopo, in lontananza, dei flauti iniziarono a spargere le loro note, e altri uomini in marcia comparvero all’orizzonte.
    Tutti e cinque i ragazzi tenevano gli occhi incollati verso la direzione di quella musica, e della polvere, la quale lungo la strada che tagliava in due metà la campagna, sotto la mole del Taigeto, cominciava a mescolarsi nell’aria.
    Il giovane lacedemone con la mano dolorante raccolse il pugnale da terra: «Come ti chiami?» domandò Brasida.
    «Mi chiamo Areo, figlio di Leonte. Tu chi sei?».
    Si sentì rispondere «Non parlavo con te, Areo, figlio di Leonte, ma con l’ilota…».
    Il ragazzo si incupì improvvisamente, e quella macabra gioia che fino a quel momento lo aveva invaso, lasciò spazio alla rabbia, che accese sul suo viso una smorfia di disapprovazione.
    «…Comunque io sono Brasida, e mio padre si chiama Tellis, e quello…» disse con un movimento del braccio a indicare una massa sempre più lucente di panoplie, lance e scudi «…è il mio esercito».
    I suoi occhi erano neri, profondi come un tenebroso abisso che gli fuoriusciva dall’elmo dorato, e l’armatura da oplita spartano insieme al suo corpo poderoso, lo facevano sembrare Ares in persona. Guardò l’ilota, che nel frattempo si era assicurato una posizione sicura per la fuga, al di fuori della trappola in cui lo avevano messo i suoi carnefici: «Mi chiamo Leumas, e sono figlio di questa terra, al contrario di voi».
    Areo, al culmine dell’insofferenza, strinse il pugnale con tutta la sua forza. «Stupido schiavo, non osare…» ma lo interruppe la voce di Brasida, la quale risuonò come un tuono divino: «Guarda, Leumas, anche questa è Sparta!».
    Adesso si scorgevano chiaramente i soldati procedere a passo sostenuto. Era uno spettacolo impressionante, che riempì di sorpresa gli occhi degli osservatori. Non soltanto alcuni spartiati facevano parte di quella temibile potenziale falange, ma anche moltissimi iloti armati, i quali insieme a un gran numero di mercenari arruolati in tutto il Peloponneso, contribuivano a far vibrare il suolo come fossero un unico maestoso strumento: erano 1700 guerrieri in marcia verso la Tracia.
    «Questi sono gli uomini al mio seguito, e con essi libererò la Grecia dalla schiavitù ateniese. Eppure non siamo che un’esigua parte di ciò che ci servirebbe per raggiungere i nostri obiettivi» commentò Brasida. «Anche se i nemici ci supereranno in grandezza noi li vinceremo, e conquisteremo saggiamente le città che si dimostreranno disposte ad accogliere la nostra benevolenza. Dobbiamo respingere uniti, e con il favore degli dei, tutti coloro che si trascinano con il respiro della smaniosa ambizione, in nome di Sparta!».
    Che Brasida non fosse un comune spartano lo testimoniava la sua capacità oratoria, pensò Leumas, il quale iniziava a provare una sorta di fascino nei confronti di quell’uomo che pareva circondato da un’aura splendente di coraggio. E che poco prima gli aveva salvato la vita, anche se non ne comprendeva ancora il motivo.
    Intanto l’esercito incominciava a sfilare al loro fianco; il suono dei flauti scandiva con la sua melodia un tappetto di suoni sui quali la marcia dei soldati imprimeva i suoi fragorosi passi.
    Brasida alzò il tono della voce, portandosi in mezzo ai ragazzi ormai immersi in una scena che li aveva completamente rapiti: «Voi siete in quattro, eppure l’ilota si stava difendendo, e forse se la sarebbe cavata anche senza il mio intervento» disse, guardandoli negli occhi a turno.
    «Un giorno fui morso a un dito da un topo» continuò, «ma non potei fargli nulla, perché dopo avermi ferito, non si fece prendere. Anche una creatura piccola riesce a salvarsi, se ha il coraggio di difendersi dagli aggressori». Fece un passo verso l’ilota, conficcò la lancia al suolo, e appoggiò lo scudo contro il tronco dell’ulivo; quindi, con con un movimento lento e deciso, gli mise una mano sulla spalla: «Vedi Leumas, noi siamo il topo».
    Fu in quel momento che Leumas capì che il suo destino aveva appena preso una direzione dalla quale non sarebbe potuto fuggire. Nel frattempo, numerosi guerrieri iloti, pronti a servire un generale spartano che li stava portando lontano dalle proprie famiglie, ma anche dalla schiavitù, si muovevano poco distanti da lui. Allora Brasida domandò al giovane se volesse unirsi all’esercito.
    L’ilota non gli rispose, aspettò che congedasse i suoi assalitori: «Voi andate…» ordinò. «…E tu, Areo, porgi i miei saluti a tuo padre Leonte».
    Poi, in silenzio, guardò Brasida, e annuì.

  • 14 novembre alle ore 12:40
    CUORI DI MAMME

    Come comincia: Roma, via Cavour 101, palazzina di cinque piani. Ultimo piano, cinque stanze a sinistra Luciano padre, Arianna consorte, Andrea figlio, a destra Simona, vedova, Federico figlio, i due ragazzi frequentavano l’ultimo anno del vicino liceo scientifico. I loro destini si sarebbero intrecciati in maniera notevevole: Luciano era il titolare di un’impresa di trasporti con  camion a quattro assi che potevano trasportare grandi quantità di merci. Essendo il proprietario della ditta poteva  stare a tavolino e far lavorare i dipendenti  ma di colpo, con la scusa dell’ invio in pensione di un dipendente aveva ripreso la sua vecchia professione di autista andando soprattutto in Polonia per attaccamento a quella terra? Attaccamento si ma non alla terra ma ad una cittadina di Varsavia a nome Berta, divorziata, quarantenne  di notevole bellezza. La cotale, di professione traduttrice simultanea di lingue era stata agganciata da Luciano che le aveva consegnato un pacco col suo camion. Era stato subito un coup de foudre da parte di entrambi e da quel momento la ‘rotta’ principale di Luciano era Roma – Varsavia. Con l’intuito tutto femminile la moglie Arianna aveva avuto sentore di una liaison di suo marito con qualche disponibile femminuccia dell’est ma, ragionando a mente fredda aveva preso la decisione di far finta di nulla, sposati da ventuno anni un po’ di stanchezza di rapporti poteva avvenire, meglio non  drammatizzare, o prima o poi i galli rientrano nel pollaio! Luciano ormai cominciava a sentire il peso degli anni, milletrecento chilometri di guida di un camion sono pesanti da sopportare ed allora pensò a suo figlio Andrea, purtroppo il ragazzo non aveva la stoffa del padre, era piuttosto mingherlino e soprattutto non amava guidare, figuriamoci un bestione da quattro assi, soluzione? Rivolgersi a Federico che, assai prestante di fisico accettò volentieri l’offerta. Dopo gli esami di Stato con promozione brillante il giovane, con un po’ di dispiacere da parte della madre Simona si mise in viaggio felice di poter conoscere  persone di un paese a lui sconosciuto, era un allegrone e soprattutto amava molto le femminucce, quelle dell’est godevano buona fama! Luciano fermò il camion in un motel austriaco e, dopo aver cenato restò a dormire nella cuccetta del camion per evitare qualche sorpresa da parte di eventuali ladri,  fece alloggiare Federico in una stanza del motel. La mattina partenza,  arrivo a Varsavia all’imbrunire con posteggio in uno spiazzo adibito a sosta dei ‘bestioni’. Berta avvisata via cellulare si fece trovare in ghingheri come pure la figlia sedicenne Daniela che fu sorpresa ed apprezzò la presenza di Federico. “Zio non sapevo che avessi in sì bel figlio, complimenti!” “Non è mio figlio in ogni caso è omosessuale!” “Peccato mi sarebbe piaciuto…” Berta si faceva delle matte risate, aveva capito che il suo amico aveva barato in merito a Federico per evitare che Daniela gli si buttasse addosso.  Cena a base di bigos (ravioli ripieni) zuppa di pesce, formaggi, funghi, frutta e poi tutti a riposare Luciano nel lettone con Berta, Federico nella stanza degli ospiti in un lettino singolo, in un altro giaciglio Daniela, delusa, ammirava il fisico scultoreo di un Federico in slip. “Ma sei sicuro che non ti piacciono le donne, io sono bravissima col sesso, vediamo se riesco a …” Ci riuscì immediatamente, dentro di sé mandò a quel paese Luciano e per la prima volta in vita sua provò un ‘coso’ italiano dalle alte prestazioni, evviva…I due si misero d’accordo sulla favola dell’omosessualità di Federico per far stare tranquilli Luciano e Berta. I due novelli ‘sposi’ furono svegliati da Berta che doveva andare ad un congresso per esercitare la sua professione di traduttrice di lingue, ne conosceva quattro fra cui l’italiano, come pure la figlia che si recò a scuola. Luciano e Federico andarono dove era posteggiato il camion e cominciarono a scaricare la merce per consegnarla agli acquirenti che l’avevano ordinata. Finirono nel tardo pomeriggio, un brunch  al posto della cena e poi dinanzi alla TV, furono fortunati perché trovarono un canale in lingua italiana. I quattro andarono presto a letto con una ‘buonanotte’ con sbadigli. I giorni successivi stesso impegno per le due polacche mentre Luciano e Federico facevano i turisti per la città. Rientro in Italia prevista per il giorno dopo, la sera, more solito tutti a letto abbastanza presto ma Berta sentì qualche rumore di troppo nella camera degli ospiti, aprì uno spiraglio della porta ed ebbe la conferma di quanto sospettato, altro che omosessuale, Federico si stava bellamente scopando sua figlia.  Decise di far marcia indietro ma svegliò Luciano il quale messo al corrente del fatto chiese di essere lasciato in pace, per lui tutto regolare come per i ragazzi che la mattina si alzarono per primi con facce sorridenti. Cuore di mamma ebbe il sopravvento ed abbracciò la figlia la quale rimase sorpresa poi capì che sua madre…A Roma la situazione era cambiata in maniera boccaccesca: una mattina nella cassetta delle lettera Simona trovò un busta in bianco, l’aprì e lesse il seguente scritto a macchina: “Guardandoti mi viene in mente il famoso detto latino che ti traduco: ‘cogli l’attimo confidando il meno possibile sul futuro.’ Sento che emani un profumo di donna difficilmente riscontrabile in altre signore. Standoti vicino sento una piccola rivoluzione dentro di me, sensazione che mi fa chiudere gli occhi per immaginare di stare insieme ‘nature’ con meravigliose sensazioni che vanno al di là del rapporto fisico. Naturale sorge in me la domanda: che hai più delle altre? Difficile esternarlo: hai seduzione, charme, sex appeal, attrattiva, grazia, carisma. Immagino la tua mano portare il mio viso sulla tua ‘gatta’ tremante dal desiderio con la conseguente inebriante lungo  orgasmo che mi fa provare un sapore di idromele, qualche lacrima irrora il tuo viso. Il mio ‘ciccio’ si introduce nella tua ‘deliziosa’entrando facilmente sino a metà della tua vagina facendoti provare la sensazione del punto G, sensazione forse da te mai percepita che ti porta all’empireo. Giaci sul letto con le tue deliziose cosce aperte, sei distesa. Il mio ‘collaboratore di gioie’ sembra impazzito, vuol provare a penetrare nel tuo favoloso ‘popò’, pian piano ci riesce senza tuoi lamenti anzi anche tu collabori toccandoti la ‘deliziosa’ e raggiungendo il doppio gusto sempre da te sognato ma mai provato. Anche se si tratta solo di fantasia mi sento privo di forze, una sensazione piacevole. Per provare nella realtà quanto immaginato farei qualsiasi cosa, vienimi incontro mon petit chou.” Arianna e  Simona rimasero in silenzio, la prima riconobbe i caratteri della sua macchina da scrivere e quindi anche il ‘colpevole’poi: ”Abbiamo capito entrambe chi è l’autore, Andrea è stata sempre la mia preoccupazione, psicologicamente è un debole, avrebbe bisogno di… diventare uomo, anche tu sei mamma e puoi capire.” Simona abbracciò Arianna, comprese il suo cruccio e inaspettatamente: “Manda domattina Andrea a casa mia, sono sola, ho compreso il tuo dramma.” “Te ne sarò per sempre riconoscente.” Andrea messo a corrente della situazione la notte prima…dell’esame dormì poco, la mattina  si alzò presto, si rase la barba e poi una doccia, erano le otto: “Mamma una colazione veloce…” Simona era per lo più curiosa di come si sarebbero svolti i fatti: si fece trovare coperta solo da una vestaglia trasparente, nessun dialogo da parte dei due. Simona rinverdì il suo passato sessuale fino allo sfinimento suo ma non del compagno che avrebbe voluto seguitare ancora, la prima volta non si scorda mai e Andrea non solo non lo scordò ma appena poteva si rifugiava nelle calde…braccia di Simona. Al rientro di Luciano e Federico tutti si accorsero che qualcosa era cambiato, Federico: “Vedo Andrea molto cambiato, mi sa che ha provato la ‘topa’ di qualche ragazzina, auguri fratello.” Nella sua battuta c’era qualcosa di vero, in un certo senso poteva considerarlo suo fratello!
     

  • 13 novembre alle ore 17:20
    Sport's memories: Robert "Bob" Beamon

    Come comincia: Nato a Jamaica, nello stato di New York, il 28 agosto 1946, questo straordinario atleta di colore dal fisico statuario (un metro e novanta per  circa ottanta chili di peso) si mise in evidenza durante la stagione indoor del 1967 saltando 8,21 (in quella occasione batté il connazionale Ralph Boston, uno degli interpreti più noti  e forti del salto in lungo mondiale all'epoca: già oro a Roma nel 1960, argento a Tokyo nel 1964, sarà bronzo in Messico!). L'anno dopo, sempre nell'attività al coperto, portò il suo personale a 8,30 (a Detroit, il 15 marzo) che fu record mondiale. Quindi, all'aperto saltò 8,33 regolare (a Sacramento, il 20 giugno) e 8,39 ventoso. Beamon, pur avendo vinto ventidue gare su ventitré disputate nel corso della stagione, si presentò alle Olimpiadi messicane non come l'uomo da battere (il ruolo di favorito spettava allo stesso Boston ed al sovietico Ter-Ovanesjan), tuttavia smentì ampiamente il pronostico e coloro che non credevano in lui: lo fece in un modo talmente eclatante che nessuno avrebbe potuto immaginare mai (neanche lui stesso, ad onor del vero!). Infatti, quel giorno (storico) del 18 ottobre 1968, alle ore quindici e quarantacinque in punto (da molti definito il "giorno dei giorni" nella storia dell'atletica e non solo; secondo la rivista Sports Illustrated ritenuto invece "uno dei cinque momenti sportivi più grandi del secolo"!), l'atleta americano sbalordì il mondo col suo "folle" quanto inaspettato volo di 8,90, e veleggiò anni luce nel futuro. Nello stesso tempo, però, egli uccise (e il verbo non è da intendersi in maniera dispregiativa: tutt'altro!) per oltre due decenni a venire (il suo record verrà battuto soltanto nel 1991, ai Mondiali di Tokyo, dal connazionale Mike Powell, con un salto altrettanto memorabile di 8,95!) la specialità del salto in lungo, senza ombra di dubbio fra le più semplici (il gesto del salto, insieme a quello della corsa, è tra i più ancestrali, naturali ed antichi della storia dell'uomo) e spettacolari della regina dello sport: l'atletica! Subito dopo quel salto (immortalato da un anonimo contabile inglese, Tony Duffy, il quale in seguito lascerà bilanci e scartoffie per dedicarsi anima e corpo alla fotografia: fonderà la più grande agenzia fotografica del mondo, la Allsport, che nel 1998 verrà acquistata dalla Getty Images per la modica - sic! - cifra di ventinove punto quattro milioni di dollari!) il sovietico Igor Ter-Ovanesjan, che era stato nel 1962 il primo atleta europeo a varcare la soglia degli otto metri, dichiarò: - A paragone di questo salto, siamo tutti dei bamini! Il britannico Lynn Davies, invece, che era stato campione a Tokyo, quattro anni prima, disse rivolgendosi all'avversario: - Tu hai distrutto questa specialità! Ma Beamon non era solo un grande ed eccellente "uomo cavalletta", aveva doti innate di scattista (capace di correre le cento iarde all'aperto in 9'5, nel 1966) ed era anche eclettico saltatore (capace di saltare in alto due metri  o di battere il record nazionale - avvenne nel 1965 - delle high school e saltare 16,02 al coperto - avvenne nel 1968 - nel triplo!). Possedeva anche un naturale talento verso il basket: sport che amava tantissimo e che tornò a praticare all'università, dopo l'impresa messicana. Nel suo palmarès di lunghista figurano anche due titoli nazionali all'aperto (nel 1968 a Sacramento e l'anno dopo a Miami) e due indoor (1967, 1968), oltre a una medaglia d'argento ai giochi Panamericani del 1967 di Winnipeg (provincia canadese di Manitoba): quella volta fu battuto dall'acerrimo rivale Boston. Nel 1972, appena ventiseienne, attirato dal profumo dei dollari, passò al professionismo nel clan dell' I. T. A., insieme ad altri campioni del passato, vestendo la maglia degli Houston Striders. Tuttavia, fu personaggio dotato di grande umanità: lui, che era social worker (assistente sociale) si occupò, per anni, di ragazzi disadattati a New York (egli stesso proveniva dal ghetto e da ragazzo, più volte, era stato coinvolto in risse al limite dell'omicidio!). Dal 1977 è membro della National Track&Field Hall of Fame (dapprima risiedette a Charleston, West Virginia, poi a Indianapolis; ora è a New York) ed anche della U. S.Olympic Hall of Fame: è stato il primo membro in assoluto ad esservi ammesso nel 1983. Attualmente è un tranquillo pensionato settantatreenne.   
    "Il giorno dei giorni" - A proposito di quel giorno - il famosissimo diciotto ottobre del 1968 - così scrive Edmondo Dietrich nel libro "I grandi campioni dell'atletica leggera", edito in Italia da Arnoldo Mondadori: "I nervi sono a fior di pelle, il cielo promette tempesta: nuvole nere si addensano sul cielo di Città del Messico. Il massacro della piazza delle Tre Culture nella notte del 2-3 ottobre ha sconvolto tutti, poi ci sono state le proteste dei vincitori negri, quelli del Black Power. Alla pedana del salto in lungo per la finale va Bob Beamon, un negro di ventidue anni, alto e magro, lunghi muscoli secchi da gran levriere. Il record mondiale è quello vecchio di 8,35 metri che hanno in comproprietà l'americano Boston e il sovietico Ter-Ovanesjan. In trentatré anni, cioé da quando Owens saltò 8,13, non ha progredito che di soli trentatré centimetri. Il salto in lungo è specialità semplice dove i miglioramenti materiali e tecnici  giocano solo un piccolo ruolo nel progresso numerico. Per battere Owens ci sono voluti venticinque anni. Beamon è il primo a saltare. Tira un forte vento, le nuvole sono sempre più nere tanto che vengono accese le luci artificiali. Lui parte: ginocchia alte per una corsa elastica, battuta violentissima e Beamon si proietta molto in alto, tanto in alto che al segno degli otto metri è ancora in aria! Un salto prodigioso e omologabile. Lui, saltella sul prato in attesa del responso, poi il tabellone si accende e appaiono le cifre di metri 8,90: favoloso! Nello spazio di un secondo il record mondiale ha progredito di cinquantacinque centimetri. Lui, Beamon, si guarda intorno, sente il rumore della folla ma non capisce. Bob ha sempre saltato in stadi dove le misure vengono espresse in piedi, così quell'8,90 metri non gli dice niente. Poi il connazionale Boston gli si avvicina e traduce in piedi. Beamon lo guarda stupito, poi si prende la testa fra le mani appoggiando la fronte al suolo. - Ho voglia di vomitare. Ditemi che non è un sogno...Credo che non posso più saltare, né oggi, né mai...Sto male...- Sono le prime frasi che dice mentre trema d'emozione e di freddo perché in quel momento viene giù dal cielo un temporale di quelli che spazzano tutto".   
     

  • 11 novembre alle ore 18:24
    Mi chiamo Amélie

    Come comincia: Mi chiamo Amélie e vengo da Nizza. Fino a poco tempo fa ho respirato l'aria del mare poco distante da dove sono cresciuta, vicino al mercato abbracciato dal profumo pungente delle spezie e quello delicato della lavanda o fresco delle baguette. Le tende bianche, rosse, gialle e blu, a righe o a tinta unita facevano ombra ai turisti incuriositi dai cappelli, dalle tazzine, dagli infiniti ninnoli ordinati ad arte sulle bancarelle, alla frutta, alla verdura raffrescata da frettolosi spruzzi d'acqua. Ogni tanto uno schizzo mi colpiva e allora mi sentivo rinascere nell'arsura e a poco a poco tornavo attraente come al mattino appena sveglia! Così la gente riprendeva ad ammirarmi. A chiedere di me. Certo non mancavano gli sguardi di repulsione. Condanne impietose, inappellabili. È vero, di colpe ne ho, la mia non è una natura candida, però è il mio destino... che posso farci? Molte di noi sono destinate a vivere in mezzo al traffico, altre - forse più fortunate - in case o ville.

    Poi un giorno è arrivato il mio turno. Un uomo mi si è avvicinato così tanto per guardarmi che ho sentito il profumo della sua pelle. Mi è piaciuto, andava d'accordo con il mio. Ogni tanto queste strane alchimie accadono. Continuava a squadrarmi, in silenzio, a girarmi intorno, attratto e timoroso al tempo stesso. Prima di decidersi a prendermi ha aspettato un po'; doveva riflettere su dove mettermi affinché non creassi troppi problemi, così ha detto. Per la prima volta ho avvertito che potevo fidarmi di uno come lui, così attento, prudente. A un tratto mi ha sollevata da terra e finalmente portata via con sé. In macchina il vento mi scuoteva e a un certo punto ho temuto di farmi male, quasi ho perso l'equilibrio, ma lui lo ha impedito trattenendomi con una mano mentre con l'altra ha continuato a guidare. Da quell'istante ho capito che quelle mani avrebbero avuto cura di me, gentili e forti al tempo stesso. Che mi avrebbero amata e difesa, difetti compresi.

    Sono passati diversi anni dal giorno in cui mi notò al mercato. Adesso sono cresciuta, mi sento felice. Ogni mattina lui si siede accanto a me - credo proprio di essere la sua preferita, eppure siamo in tante! - e inizia a scrivere pagine e pagine. Poi si sofferma a rileggere, corregge qualche parola e subito dopo riprende a scrivere, più convinto di prima. Ama tanto anche leggere, preferisce spesso la compagnia di un buon libro a una chiacchierata uggiosa. Alcuni uomini come pure alcune donne sono più noiosi di un volantino di pubblicità, l'ho sentito dire un giorno al telefono. Non è un tipo facile da capire, spesso ho l'impressione che viva in un mondo tutto suo. Certe sere invita a cena tante persone, con qualcuno ride forte, felice, e quando infine tutte le luci si spengono sembra aleggiare ancora per un po' l'aria di festa appena trascorsa. Altre volte al contrario trascorre ore da solo, seduto sulla sdraio nel buio del giardino a guardare le stelle, la luna, ascoltando beato un cd suonato a volume alto. Forse in quei momenti pensa a cosa scrivere.

    Già... mi ha scelta un poeta. Una creatura spesso incompresa, ribelle e delicata al tempo stesso. Entusiasta e appassionata. Sensibile ma non per questo debole. Una creatura talvolta tenuta a distanza. La sua parola può anche ferire, avvelenare. Proprio come potrei fare io se qualcuno mangiasse le mie foglie, la mia corteccia e i miei semi.

    Già… mi chiamo Amélie, vengo da Nizza, e sono una pianta di oleandro dai fiori rosa e profumati. Fortunata, mi hanno cresciuta con amore, addirittura donandomi un nome tutto mio, accudita in mezzo ad altri fiori, accettata anche con la mia natura particolare. In fondo credo che esistano veleni ben più pericolosi del mio. Per fortuna c'è e ci sarà sempre qualcuno che vorrà andare oltre la paura, le maldicenze, i pregiudizi. Io l'ho incontrato.

    Corinna Nigiani degl’Innocenti

     

  • 11 novembre alle ore 13:29
    UN AMORE ALTRUISTA

    Come comincia: Ad Alberto M. la mattina appena sveglio accadevano fatti alquanto strani, forse la sera aveva esagerato con il mangiare o con le bevande alcoliche? Quanto mai, era al limite del diabete e seguiva una stretta dieta e allora? Era in quel periodo della vita (cinquanta anni) in cui la memoria fa brutti scherzi nel senso che ha perfetti ricordi degli avvenimenti degli anni precedenti ma non riesce facilmente a memorizzare quelli recenti. Cercava di mascherare questa sua situazione ma la gentile consorte Anna M., di ventisei ani più giovane, lo ‘leggeva’ come un libro aperto e quindi…”Oggi è sabato e non vado in ufficio e quindi apriti con l’amore tuo grande, son tutta orecchie.” “Promesso che non mi prendi per il culo?””Giuricchio.”  “More solito fai la furba, ad ogni modo dato che mi hai classificato amore tuo grande…ti racconto quello che mi è accaduto. Da questa mattina  appena sveglio mi ronza in testa una poesia del Carducci che ho studiato al ginnasio, recita così: Contessa cos’è mai la vita? È l’ombra d’un sogno fuggente, la favola breve è finita, il vero immortale è l’amor, aprite le braccia al dolente, vi aspetto al nuovissimo bando ed or Melisenda accomando un bacio a lo spirto che muor.’ Siamo nel dodicesimo secolo, il principe di Blaia ‘Rudello’ (già dal nome…), sentiti i racconti di pellegrini che lodavano la bellezza della principessa Melisenda, si era imbarcato su un suo vascello per raggiungerla ma durante il viaggio si ammalò gravemente e, prima di morire, ottiene un  bacio da Melisenda. Un principe con tanti pezzi di f…. che gli girano attorno fa un lungo viaggio per conoscere una mai vista e ci rimette le penne, che ne dici cara, io mi sarei io messo in viaggio…” “Tu sei un pigrone, col cavolo…lasciamo perdere le sciocchezze e servimi a letto un vassoio con bioches, cappuccino e spremuta di arancia.” “Io che ci guadagno?” “Hai detto bene guadagno ma te la devi meritare!” “Ed io svicolo…” “Ed io pure, abbiamo finito di dire fregnacce, vai!” I coniugi M. se la passavano proprio bene da un paio di anni in seguito ad un’eredità (piovuta è il giusto termine) dall’Australia da un parente sconosciuto che aveva cercato i suoi affini in Italia per non lasciare i suoi beni ai parenti colà residenti e così Alberto ed Anna si erano trasferiti da un modesto appartamento di via Colapesce di Messina in un complesso di lusso ‘Il Parnaso’ dove dimoravano i più in di questa città. I più in non comprendevano solo professionisti e gente dalle ottime  possibilità finanziarie ma anche qualche coppia in cui la gentile consorte, decisamente bella (e costosa)  era gentile anche con qualche maschietto di passaggio. Alberto, vecchio mign….ro aveva subito scoperto Elena, bionda alta, bellissima e, a detta di chi la conosceva a fondo, molto cara, ma ne valeva la pena (potendo…). “Se ti avvicini a quella ti cavo gli occhi!” “Sei sempre esagerata, magari uno schiaffone…” “Hai capito benissimo.” E così l’Albertone, anche perché abituato a non pagare le prestazioni femminili, girava al largo. Anna non aveva voluto lasciare il suo impiego al Genio Civile (nella vita non si sa mai diceva lei) e così tutti i giorni, escluso il sabato si recava al lavoro con la nuova auto, un Twingo Renault munita di tutti gli accessori. Anna aveva fatto amicizia con una signora del loro stesso piano che purtroppo era costretta a letto paralizzata per un grave incidente stradale, bella donna bruna dai capelli lunghi. Laura F. questo il suo nome, gradiva la compagnia della dirimpettaia anche perché non riusciva ad aver confidenza con l’infermiera, donna tipo corazziere, rozza, che l’accudiva per qualche ora del giorno. Laura era una donna colta, ex insegnante al liceo classico delle materie letterarie parlava tre lingue per essere stata all’estero col padre ambasciatore. Purtroppo suo marito, con la scusa del lavoro (era il rappresentante di importanti ditte alimentari) dopo l’incidente si interessava ben poco della consorte e si era ‘fatta’ un’amichetta molto più giovane della quarantenne consorte. Non vi ho parlato di Alberto: ebbene il non più giovane signore (era  cinquantenne) ex impiegato dell’ufficio delle entrate, ex perché all’arrivo dell’eredità dall’Australia, aveva preferito stare in panciolle e girava con la Jaguar X type munito della fida macchina fotografica Nikon. Aveva fatto amicizia con un fotografo professionista con negozio a piazza Cairoli, il salotto della città, e talvolta seguiva nei suoi servizi Gaetano P. senza guadagnarci nulla, col solo piacere di presenziare a cerimonie varie, prime fra tutte i matrimoni, era diventato anche molto bravo a sviluppare e stampare in bianco e nero, foto apprezzate solo dagli intenditori. Naturalmente per un tipo ‘frizzante’ come Alberto la normalità non era di casa e così, dopo la sua presentazione da parte di Anna alla signora Laura, prese a frequentare la sua casa per farle compagnia. In totale assenza del legittimo consorte, era l’unico interlocutore della dama la quale cominciò ad apprezzarlo anche per il suo spirito romanesco (era romano dè Roma, quartiere S.Giovanni). Le raccontava i pettegolezzi sulla gente più in vista di Messina (corna, fallimenti, figli di importanti personaggi che avevano fatto outing  quali omosessuali) e Laura per qualche tempo dimenticava i suoi guai. Inoltre Alberto le leggeva un suo romanzo che era riuscito a farsi pubblicare da una casa editrice (dietro pagamento) in cui raccontava le sue avventure amorose (vere ed anche immaginate) durante il periodo di tre anni in cui era stato ‘Fiamma Gialla’ (finanziere).  Alcuni brani venivano sorvolati perché descrivevano qualche avventura erotica del protagonista, Laura se ne accorgeva e lo pregava di leggerle lo stesso. Una volta la signora diventò rossa in viso per il contenuto di un brano esplicitamente sessuale, Alberto si scusò e stava per andarsene quando: “Non andar via, son diventata rossa pensando al sesso, mio marito non mi…guarda più ed io…”Un pianto silenzioso portò Alberto ad abbracciarla, Laura era paralizzata dalla cintola in giù ma le braccia no, abbracciò il suo vicino di casa e lo baciò lungamente. La signora ci sapeva fare con la lingua ed Alberto, diciamo per compassione in verità perché si era eccitato, le mise in bocca un ‘ciccio’  ben dur col finale prevedibile. Madame si era vergognata ed aveva voltato le spalle al da poco amante, Alberto la rigirò prendendole il viso in mano: “Sei ancora bella e desiderabile.” “Non venire più a casa mia, avere rapporti con te sarebbe piacevole ma farei un grosso torto ad Anna, cerca di capirmi.” Era pomeriggio inoltrato, Anna stava stirando, suo marito al rientro in casa andò in bagno per lavarsi, cosa che non sfuggì alla consorte, le donne  hanno un sesto senso e capì quello che era successo, nessun commento da parte sua. La sera a cena silenzio totale, ambedue davanti al televisore sino alle ventidue quando Anna: “M’è venuto sonno, buona notte.” Da quel momento Alberto evitò le visite alla dirimpettaia, cosa ovviamente saltata agli occhi della consorte che invece seguitava a far visita a Laura. Una domenica mattina: “Vorrei ricordarti quello che ci siamo promessi prima di sposarci: massima sincerità anche se non sempre piacevole, lo ricordi?” “Vai al dunque.” “Laura mi ha raccontato quello che è successo fra voi ed ha giurato che non accadrà più ma…ma… ci sono molti ma. Siamo diventate amiche ed ho capito il suo dramma anche per l’allontanamento del marito hai capito in che campo. Per un attimo mi sono messa al suo posto ed ho provato un dolore profondo anche per la sua solitudine, sai quanto sono stata sempre gelosa di te ma…” “Ricominci con i ma?” “Vieni andiamo a casa di Laura.” Alberto molto sorpreso non disse nulla, non capiva dove sua moglie volesse andare a parare. “Cara amica mia, questo è mio marito, è sempre il mio amore, a me non spiacerebbe se …ti leggesse ancora qualche pagina di quel suo romanzo, sempre se tu sei d’accordo. Oggi ho cucinato qualcosa di buono a base di pesce, ti aiuto ad andare sulla tua carrozzella per portarti a casa mia.” I lucciconi erano spuntati sugli occhi di Laura, quel discorso era stata una chiara ed esplicita autorizzazione a…da donna capì che sacrificio che Anna si era imposta, lei così gelosa! Il lunedì mattina: “Good luck my husband.” Questo il saluto alquanto particolare della consorte di Alberto il quale, dopo un colloquio telefonico con Laura (lei si voleva far lavare dall’infermiera) si presentò all’amante ormai ufficiale la quale era cambiata completamente: ben truccata, capelli raccolti a chignon, profumatissima, sorridente a soprattutto nuda. Aveva ancora un bel corpo dovuto ai massaggi di una fisioterapista. Stavolta niente lacrime o meglio qualche dolorino alla cosina della signora dovuta al calibro di ‘ciccio’, dolorino ben sopportato perché seguito da goderecciate multiple. Laura era completamente cambiata, sempre sorridente con tutti tranne che col marito in via di separazione, anche gli handicappati… 
     
     
     

  • 11 novembre alle ore 11:40
    Un commento su facebook

    Come comincia: "I poeti, che brutte creature. Ogni volta che parlano è una truffa!" Buona domenica da Francesco De Gregori...anche ai poeti, sia chiaro (4 novembre 2012). Post apparso sulla home di Rockol.

    Poesia&musica, poesia in...musica. 

    Caro Francesco,
    perché affermi ciò? Non ti sembra una contraddizione, visto che tu stesso hai "coverizzato" un testo di Leonard Cohen? ("The Partisan"). Questa volta non sono assolutamente d'accordo con te! La poesia non è mai truffa nè cialtroneria: è invece uno stato d'animo (dei poeti, di fronte al mondo), è...la forza delle parole, del cuore, dei sentimenti!!
     Federico Garcia Lorca e Pablo Neruda, o William Butler Yeats, ad esempio, sono stati le "voci" di un popolo attraverso le parole; William Shakespeare è stato il poeta... dell'animo umano; Gioachino Belli "fustigava" (e non poco, sic!) i potenti coi suoi versi, mentre Ugo Foscolo ha aperto la strada, attraverso le sue opere e con la sua "poesia civile" alla liberazione dal dominio napoleonico ed alla "rivoluzione romantica" in Italia (nei "Sepolcri", sua opera maxi ed omnia, ha esaltato i grandi italiani del passato, da Dante a Virgilio e da Leonardo a Galilei, eternando le loro "gesta" ed additandoli come inimitabili esempi da seguire per le future generazioni!). I collegamenti ed i rapporti tra poesia e musica sono molteplici (e) profondi: queste due forme d'arte (che possono, a mio avviso, benissimo convivere e...contaminarsi l'una con l'altra) sono legate a filo doppio tra loro. Ecco, di seguito, alcuni esempi che ti vado a citare ...a ruota libera. Jim Morrison è stato il "poeta maledetto" del rock, colui che con la sua musica (e quella dei Doors, di cui era il leader e il "deus ex machina" in toto!) ed i suoi testi "rivoluzionari" ha cambiato il corso e la storia della musica moderna (testi profondi, no mielosi e melensi), tracciando un solco profondissimo per le future generazioni di musicisti e non! Morrison era una delle rock star più colte che ci siano mai state (aveva studiato Nietzsche e William Blake, dai cui testi aveva tratto il nome della band) e nel 1971 pubblicò anche due raccolte di poesie. Da notare che l'album "Waiting For The Sun" conteneva un libretto completo di "The Celebration Of The Lizard King", una poesia basata sugli inegnamenti degli sciamani e di altre filosofie orientali. Patti Smith, del resto, in una recente sua intervista ha dichiarato: - Jim Morrison è stato davvero il primo a dimostrare quanta poesia ci fosse nel rock' n ' roll e viceversa -. I Beatles, dal canto loro, hanno "cantato" e suonato alcune delle più belle "poesie" in musica (vedi "Michelle", solo per citarne una); il "menestrello" made in Italy (come sono solito io chiamarlo e definirlo!) Rino Gaetano è stato il poeta "surrealista" della nostra musica, mentre Miriam Makeba (per trasferirci agli antipodi dell'emisfero sud)  è stata la poetessa del folk-rock africano; i Renaissance (gruppo inglese che nacque dalle ceneri degli Yardbirds) erano famosi per le seguenti particolarità: la loro musica era una "fusion" tra classico e rock, i loro testi eran scritti dalla poetessa Betty Thatcher; Jackson Browne, d'altro canto,
    è senz'altro stato il paroliere più raffinato degli anni settanta (compose, tra gli altri, per Nico, Eagles, Byrds, Tim Buckley, Nitty Gritty Dirt Band, Tom Rush, etc.), nonché il più letterato e colto, e poetico (insieme al suo alter ego al femminile, Joni Mitchell) dei cantanti-autori della sua generazione; Joni Mitchell, che nel 1972 suonò in alcuni concerti in Inghilterra proprio con Browne, è una delle indiscusse "regine" del rock mondiale e nella decade dei settanta fu dietro al solo Dylan per importanza, seguito e influenza. A tal proposito, e in relazione all'album "Blue", giudicato da molti il suo capolavoro, così è scritto nell' Enciclopedia del Rock: "...le sua parole si muovevano più strettamente verso la poesia, e la sua musicalità, egualmente, diventava più raffinata...". Patti Smith è la straordinaria nonché lucida poetessa del rock anni settanta-ottanta; essa, nella sua lunga e straordinaria carriera, iniziata nelle atmosfere inebrianti del Village, a New York, ha scritto, e pubblicato in diversi volumi, poesie e prose, influenzata soprattutto da William Burroughs e Artur Rimbaud, cantato e composto musica. Negli anni settanta ha letto poesie in una chiesa di New York (accompagnata, in sottofondo, dal chitarrista Lenny Kaye) ma, soprattutto, ha inciso il suo primo album ("Horses", del 1975) che resta, a mio avviso, il più bello perché compendia al meglio la sua vena artistica (musicale e poetico-letteraria insieme). Il cantautore canadese Leonard Cohen, che ha scritto - e pubblicato - diverse raccolte di poesie ed alcuni romanzi, è colui che (come scrivono Nick Logan e Bob Woffinden nella loro Enciclopedia del Rock) "...ha portato nel rock la coscienza della più severa disciplina formale e i temi classici della poesia". Iniziò a mettere poesie in musica sin dal lontano 1966 (con il notissimo pezzo "Suzanne", portato al successo da Judy Collins), proseguendo poi con "The Songs Of Leonard Cohen", "Songs From A Room", "Songs Of Love&Hate", etc. Nel 1986 tradusse in inglese e musicò la poesia di Lorca "Pequeno vals vienes", che fu al primo posto delle vendite in Spagna. Nel 1983 la bravissima (e spesso dimenticata) Teresa De Sio mixò parole, suoni e "riflessioni poetiche" nel suo album "Tre"; Caravan, Soft Machine e Gong furono le band più influenti della cosiddetta "scena di Canterbury", corrente del rock progressive fine anni sessanta-inizio settanta, sviluppatasi nella cittadina inglese del Kent. Le tre band nacquero dalle ceneri dei Wilde Flowers (così chiamati in omaggio allo scrittore Oscar Wilde) e del Daevid Allen Trio, che si esibivano inizialmente in Inghilterra alternando musica jazz alla lettura di poesie beat. Da notare due cose importanti: la prima è che molti dei musicisti di Canterbury (tra cui lo stesso Daevid Allen, Robert Wyatt e Kevin Ayers, dapprima membri dei Wilde Flowers e poi dei Soft Machine), soggiornarono lungamente a Deja, nell'isola di Maiorca, dove entrarono in contatto con la comunità di artisti della beat generation ivi residenti da tempo; la seconda è che i Caravan furono soprannominati i "Rolling Stones di Canterbury" o "i poeti di Canterbury", in quanto mixavano testi surreali, grotteschi, bizzarri, onirici e favolistici con musica jazz-rock, psichedelica, hard-rock (si ascolti, al proposito il loro capolavoro del 1971 "In The Land Of Grey And Pink"). Nel 1971 Donovan, il "menestrello" del folk-rock britannico, musicò trenta poemetti per bambini nel doppio lp "H. M. S." servendosi di una vasta strumentazione (tastiere, fiati, piano, trombone, organo, chitarre, sintetizzatori, basso e batteria, etc.): il pezzo più famoso dell'album divenne "Celia Of The Seals". Pete Seeger ha musicato la sua celebre canzone "The Bells Of Rhymney" sui versi di un poema del gallese Idris Davies. Il movimento culturale e letterario (poetico) della beat-generation, con i suoi poeti e scrittori (da Jack Kerouac a John Clellon Holmes, da Carl Solomon a Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti, Norman Mailer, etc.) ha inciso in maniera profonda e decisiva tanto sulla società, quanto sulla cultura, sulla politica, sull'arte (e quindi, anche sulla musica) di stampo anglosassone (e non) degli anni sessanta-settanta: infatti, dalla sua spinta e influenza trasse ispirazione la contestazione giovanile francese (che culminò nel famoso "maggio parigino") ed il movimento studentesco del 1968 in America; trasse origine il movimento della "controcultura" americano (noto come hippie: aveva come punti focali e nevralgici  la "libera" Frisco e la west coast californiana) il quale si batteva a favore dei diritti civili e contro la guerra in Vietnam; presero piede e si svilupparono dapprima la musica di "protesta" e il grande folk revival americano (da Joan Baez a Bob Dylan, da Phil Ochs a Tom Paxton, Fred Neil, Tom Rush, Judy Collins), in seguito l'acid-rock e/o psichedelia made in USA (Grateful Dead, The Byrds, Jefferson Airplane, The Velvet Underground, The Doors, Quicksilver Messenger Service, etc.) ispirate dal tema (così come la beat, del resto) del "viaggio lisergico" artificiale ottenuto attraverso l'effetto di droghe (lsd in particolare), verso punti nascosti, reconditi e "altri" della coscienza. Nella musica italiana, infine, la cultura beat favorì la nascita di molti complessi (Equipé 84, Dik Dik, Camaleonti, I Corvi, I Ribelli, etc.) e solisti (Gian Pieretti, Caterina Caselli, Patty Pravo, Claudio Rocchi, etc.). luciano62: un amante della poesia e della musica (tutta ed indistantamente: senza generi, tempo e...confini!).

    da: un commento su facebook (24 novembre 2012).