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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
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  • domenica alle ore 1:18
    Enrico

    Come comincia: Ieri è stata una giornata speciale, che ricorderò per tutta la vita.
    Sono le 16 e mi vedo con un caro amico del liceo, uno di quelli che chiedi in giro, ma nessuno sa molto; uno di quelli che non vedi spesso, uno che... per me è sempre stato un illuminato.
    Mi regala il suo libro di poesie dal titolo “Quando la parola più non basta”… e insieme andiamo a prendere un frullato vegano su Ponte Vecchio.
    Parliamo molto e in profondità, è bello parlare con qualcuno, ma il tempo vola ed è tardi, ci salutiamo.
    Mentre cammino verso scuola, inizio a sfogliare il libro, c'è un suo pensiero scritto a penna: non dicendomi nulla mi ha fatto un doppio regalo riuscendomi a strappare un sorriso sincero, cosa che da qualche tempo a questa parte è diventata una cosa rara per me.
    Arrivo a scuola e uno dei miei più cari amici, nonché studente, mi sorprende per i progressi… la lezione vola...
    Peccato, sarei rimasto ancora, non ha prezzo condividere certi momenti, ma è tardi.
    Io non vedo la lezione come una vera e propria "lezione", ma più come una condivisione, e infatti mi reputo insegnante e allievo allo stesso tempo: quando sto attento, imparo anche da un sorriso o da uno sguardo.
    Sono le 20:30, la fame si fa sentire e mi fermo a cenare in un ristorante vegano davanti la scuola dove ormai sono cliente abituale, prendo anche un dolcetto da asporto, così da far colazione il giorno seguente.
    Mentre torno a casa, assorto nei miei pensieri, mi ritrovo per le vie più affollate del centro. Solitamente le evito: non mi piace la folla...
    Inizio a guardarmi intorno, il sole è tramontato e c'è un leggero vento... molti turisti, ma non troppi e qualche musicista al Duomo.
    Due ragazzi guardano la cartina e poi la rigirano; un ragazzo bacia la mano alla compagna (mai visto in vita mia, sono cose che fanno bene allo spirito); due fratelli, credo tedeschi, spingono un terzo in carrozzina verso Via dei Calzaiuoli; gli altri passanti guardano dritto al loro sguardo, assenti dalla bellezza che li circonda.
    Passo davanti ad una nota gioielleria sul Ponte Vecchio dove risiede una grande artista e amica: un'alchimista della gioielleria, lei non c’è… ma si respira un'aria di creatività e i colori sono oro e nero: i colori dell’Arno e della poesia.
    Continuo a passeggiare, con la chitarra sulle spalle, il dolcetto in una mano e il libro di poesie nell'altra, mi riguardo intorno...
    Che bei colori ha Firenze… penso che in autunno, si trasformi in uno dei luoghi più romantici al mondo.
    Troppo poetica per un film Hollywoodiano.
    Torno a casa e nella penombra scorgo dei fogli che fuoriescono da una cartellina gialla… sento un gran freddo.

  • domenica alle ore 1:15
    Stories

    Come comincia: Storie:
    Tanti e tanti anni fa, mentre tutti i i ragazzini della mia età uscivano in "compagnia" con altri coetanei, io dopo i compiti, preferivo passare i pomeriggi in centro a Firenze.
    Le opzioni erano sempre e solo due: per negozi di dischi o a Siena all'Emporio degli strumenti musicali.
    Quest'ultima era haimè rischiosa perchè per un bambino di 12 anni ( i 12 anni del '94 non erano come quelli di adesso ) non era normale prendere la corriera extra urbana di nascosto dai genitori.
    Ad ogni modo, un negozio di dischi mi è rimasto impresso, per le ore spese lì dentro e per il muro di dischi che mi inebriavano la vista e lo spirito.
    A quei tempi i dischi costavano veramente tanto, e prenderne più di un tot al mese, significava rinunciare alla merdenda della mattina a scuola; perchè si sa, i genitori storcono sempre il naso quando si tratta di musica.
    Ricordo un episodio: una mattina Il vecchio proprietario - che evidentemente si era svegliato con la luna storta - , alla mia ennesima e snervante richiesta:" posso ascoltare anche questo?". Mi rispose:" ragazzo, non sono un jukebox ".
    Da quel giorno per un eccesso di Ego non rimisi più piede in quel negozio, e da allora, sono passati 25 anni.
    Oggi, passando per le vie del centro, mi sono soffermato proprio in quel negozio: al disco Alberti ( storico negozio fiorentino ) nell'intento di acquistare un disco di Prince.
    Il vecchio signore non c'era più, e il locale era illuminatissimo in pieno stile USA.
    Purtroppo, come in qualsiasi negozio di dischi, non si vendono più solo dischi, ma anche calendari, auricolari, casse, e tante altre cose; la sezione dei dischi è sempre più piccola ovunque io vada, ma in questo negozio vi è un piano interamente dedicato.
    Salendo al piano di sopra sentendomi un pò adolescente, riesco a trovare Prince: Purple Rain.
    Immediatamente poco più giù leggo" F. Pilato " e trovo i miei dischi esposti.
    Non è la prima volta che mi ritrovo nei negozi, ma questa volta è stata diversa.
    Mi sarebbe piaciuto che quel vecchietto fosse stato ancora lì, e a quel punto gli avrei detto:" Hey Man, vorrei acquistare quei due dischi di quel tizio: "Frank Pilato", sta lì, fra Prince, Parker e Pezzali ( mi fa un pò effetto ). Tranquillo, non importa ascoltarli, li prendo a scatola chiusa, mi fido".

  • domenica alle ore 1:14
    Solitudine

    Come comincia: Riflessioni
    Spesso mi chiedono come mai io sia un solitario:
    amo cenare da solo nei ristoranti ( a lume di candela anche ), viaggiare solo, fiondarmi in hotel dopo le date lives, non avere nessuno nei camerini, vivere isolato, meditare per giorni, tenere il cellulare lontano settimane, etc etc etc.
    Nella nostra società, l'essere solitario, non viene visto come una cosa positiva, ma la solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, anzi è proprio il contrario; o per lo meno nel mio caso è l'esatto opposto.
    Spesso non servono i viaggi, imprese titaniche, corsi motivazionali, è sufficiente rendersi conto di chi non si ha intorno.
    So che in molti non capiranno le mie parole, ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni di un solitario: l’amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è conscio della propria individualità e non si identifica con gli altri.
    La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, cosa che riscontro in tutta la gente che incontro.
    Se non si è capaci di farlo con noi stessi, come si pretende di farlo con gli altri? E' stupido.
    Io "credo" che sia importante avere sempre un contenuto da portare in un rapporto, quindi per questo preferisco scegliere e non essere scelto; che poi se scegli con consapevolezza, sei scelto.
    La solitudine non è sofferenza, la sofferenza è costringersi a stare a tutti i costi con qualcuno; questa è la sofferenza.
    Amo i miei amici perchè sanno delicatamente come "prendermi"��e infatti la loro amicizia onora la mia anima.
    L'uomo è cambiato: l’intimità e la solitudine hanno perso il loro valore, le qualità individuali sono divenute sempre più di tutti, il singolo ricerca la collettività, la moltitudine e si identifica con il Noi.
    Io sono io, non sono noi.
    Tutto ciò mi mette in contatto con la mia anima e mi permette di spegnere le luci finte da cui sono circondato.

  • domenica alle ore 1:10
    Felice

    Come comincia: Cari genitori...

    - Cosa vorresti che facesse tuo figlio da grande? Medico, avvocato, ingegnere?
    - Felice, vorrei che mio figlio fosse felice.

  • domenica alle ore 1:07
    Il Re scorpione

    Come comincia: Qualche giorno fa sono corso al pronto soccorso a causa di una puntura di scorpione. Ebbene sì lo stronzetto si era intrufolato tra le pieghe del mio cuscino.
    Giunto al pronto soccorso con l'essere immondo in ottima salute dentro un contenitore di vetro, mi appresto a entrare e spiegare la situazione agli infermieri.
    Sbigottiti mi scongiurano di non aprire il barattolo...come se fossi un idiota.
    Aspetto il mio turno, nel mentre entra una ragazza ( molto bella ) con il suo compagno.
    La ragazza presenta delle tumefazioni sul volto e credo anche un trauma cranico visto che si reggeva a mala pena in piedi e non era ubriaca.
    Invito gli infermieri a controllarla subito, in quanto io teoricamente non dovrei essere in pericolo di vita ( ho ancora molto da dare a questo mondo ).
    Poi oh, avendo portato il mostro con me, avrevvero avuto sicuramente l'accortezza per procurarsi l'antidoto in caso di veleno mortale...
    le mie speranze sono sempre molto alte in campo salutare.
    Ad ogni modo passano 40 minuti e mi vedo questo energumeno fidanzato della ragazza che mi corre incontro come un folle e due della polizia dietro che lo inseguono.
    Mi urta facendo cascare lo scorpione...
    Fortuna per lui che non è scappato via sennò l'avrei ammazzato a mani nude quel sub mentale.
    Ad ogni modo lo scorpione stava bene, lo avevo chiuso con un tessuto traspirante per farlo respirare e gli avevo messo delle foglioline per farlo sentire il più possibile nel suo abitat. Cmq...arrivato il mio turno, entro e rivedo questa ragazza.
    Il suo fidanzato l'aveva picchiata e lei non voleva fare il nome del compagno per paura di ripercussioni.
    Era una turista italiana venuta quì per qualche giorno. Mi avvicino a lei chiedendole il perchè della sua scelta di non volerlo denunciare...
    mi guarda molto delicatamente, capisco e non insisto. Si apprestano a farle una TAC e nel mentre mi rimetto a scrivere musica in compagnia del mio compagno con la codina alzata che è sempre più incazzato. Intanto invito i carabinieri che erano arrivati sul luogo a far presente che in hotel dove alloggiavano i due, sicuramente uno dei due avrebbe dato le generalità lasciando i documenti, così avrebbero potuto indentificarlo.
    A detta della ragazza non era la prima volta che capitava.
    Ad ogni modo i carabinieri si interrogano ( giustamente ) se i poliziotti che avevano inseguito il ragazzo, lo avessero preso e portato via o comunque se fossero già andati in hotel.
    Convenivano sul fatto che sarebbe stato necessario fare delle telefonate prima di chiamare l'hotel.
    A quel punto la dottoressa di turno ( una donna fantastica ) si appresta a fare il numero, ma io le faccio notare che il mio braccio è divenuto quello di Sylverster Stallone in Rocky nel corpo di Alice Cooper.
    Corre da me e i due carabinieri si apprestano a fare il numero dell'hotel o non so cosa (mi ero distratto e non capivo come mai si fossero attaccati al telefono dell'ospedale), trovano la segreteria e purtroppo per loro c'era il vivavoce.
    Avevano fatto il "190".
    Purtroppo la stanchezza fa brutti scherzi alle 5.AM, ma mi fa troppo ridere il fatto che sia capitato proprio ai carabinieri.
    Torno a casa, è l'alba.
    Libero lo scorpione in giardino vicino alla mia stanza, sono convinto che questa avventura lo abbia turbato almeno quanto ha turbato me e sono certo che non lo rivedrò più in casa mia. Un pò mi manca...
    Mi metto a letto e ripenso a quella ragazza...
    purtroppo troppe volte ho sentito queste storie.
    Non bisogna mai permettere a nessuno di farci violenza e non bisogna mai dare il potere di farlo.
    E' la società capitalistica la vera causa in quanto fautrice della mercificazione dei corpi; vuole nascondere ideologicamente il fatto che la violenza è l’essenza stessa della società di mercato, fondata sul rapporto di servitù e signoria, sullo sfruttamento e sull’immiserimento di sempre più persone a vantaggio di poche.

    E in tutto questo, nella mia anamnesi hanno scritto:" MORSO" di scorpione...

  • Come comincia: "Chissà per quale strana combinazione di eventi..."
    Mentre torno in città, alcuni enormi boati disturbano i miei pensieri...
    Parcheggio la macchina non distante dall'hotel dove alloggio, non mi va di metterla nel parcheggio privato; preferisco fare una passeggiata.
    Allontanandomi dalla mia auto, con la chitarra sulle spalle, vedo i fuochi d'artificio...
    volgo le spalle a questi giochi pirotecnici, non perchè io sia avverso a certe festività, ma semplicemente perchè non le ho mai capite, e anzi mi hanno sempre infastidito.
    Decido di passeggiare, è bello passeggiare soli la notte.
    Non passa un'auto, tutto è fermo, immobile, anche il vento ha smesso di soffiare...
    Chissà per quale strana combinazione di eventi, le persone davanti ai fuochi si uniscono...deve essere senza dubbio qualcosa di molto profondo, che esula dalla comprensione comune.
    Continuo a passeggiare dando le spalle ai fuochi e guardando chi ho davanti...sento la chitarra sulla schiena, mi piace, è bello vedere i volti illuminati.
    A un certo punto davanti a me si apre un ventaglio di uomini, donne, fidanzati che si abbracciano e mamme che prendono in braccio i loro piccoli.
    C'è chi fa i video, chi sorride, chi col dito disegna in cielo figure che nulla hanno a che vedere con la violenza in cui viviamo oggi: tutti sono vicinissimi.
    E, Immersi da quel gioco di colori, nell'intento di immortalare il momento, non si accorgono di quello che sta succedendo intorno a loro...umanità incosciente ho pensato.
    Continuo il mio cammino dando le spalle ai giochi pirotecnici; è bello vedere i volti illuminati...sembrano perle,
    è come essere su un palco.
    Mi vengono in mente le parole di un mio caro amico:"Quanto sarebbe diversa la tua vita, se avessi imparato a lasciar andare le cose che ti hanno già lasciato andare?"
    Conscio, mi volto per immortalare questo momento...
    in quei pochi attimi ho pensato che ci sono alcuni istanti in cui l'occhio azzurro ha un momento uguale all'occhio blu.
    Mi volto e continuo per la mia strada, vedo il riflesso delle luci sui palazzi,
    alcuni cani che abbaiano.
    Gli ultimi colpi, le tende delle finestre illuminate vengono abbassate, salgo in camera e appoggio la chitarra sul letto, mi assicuro che sia ben chiusa...
    non riesco a dormire se la vedo.
    Le rose che da giorni agonizzano in questo bicchiere
    non smettono di concedermi la lealtà del loro profumo, e distanti dalle apparenze, hanno capito che dietro ogni volto vi è un teschio.
    Rileggo le frasi che ho scritto a mano su un foglio pentagrammato, non le capirà nessuno.
    Adesso posso dire che l’arte è una sciocchezza.
    Apro la mia solita bottiglia di vino rosso, che finirò prima di addormentarmi,
    spengo la luce e mi siedo a conversare con l’ombra
    che una notte d’inverno dimenticai nel bar di un hotel a Vienna.
    Alzo gli occhi alla finestra,
    il vento ha riniziato a soffiare e sta restituendo al cielo la sua essenza.
    Sono il sogno delle orme di alcuni passi
    che quella notte persero la memoria.
    Nessuno mai più è passato di qui.
    S’affitta la camera vuota
    di una casa che ormai più non esiste.

  • domenica alle ore 0:53
    Venezia

    Come comincia: Episodi...
    Qualche giorno fa ho deciso di visitare Venezia in cerca del mio caro amico Paolo Volpato distante haimè circa 1100 km.
    Ho sempre amato Venezia e per la prima volta mi sono concesso un giro in gondola al tramonto: meraviglioso, avrei preferito con il Prof. ma la vita mi ha insegnato che bisogna accontentarsi.
    Si fa tardi e cerco un buon ristorante in zona San Marco, me ne consigliano uno che è proprio in piazza.
    Wow, c'è anche una band con repertorio jazz.
    Mi siedo e guardandomi intorno, ordino il primo: una vera delizia.
    Ad un certo punto le mie orecchie vengono assalite dai discorsi acefali provenienti da una una coppia che dista circa 1 metro e mezzo dal mio tavolo.
    Il nador in questione, fa notare alla compagna come fosse ingrassata nell'ultimo anno e indica lei cosa debba mangiare.
    A prescindere dal fatto che l'obeso è lui, lei lo lascia ordinare, e noto con dispiacere un certo senso di colpa nel suo sguardo. Noi artisti vediamo qualcosa in più dell'uomo normale: sentiamo, e ‘ascoltiamo’ i volti.
    Spesso vorrei essere sordo per non sentire più le puttanate e limitarmi ad ascoltare i volti, ma questa è un'altra storia.
    Ad ogni modo non appena mi arriva il secondo, il ragazzo inizia un'altra volta: "hai un culo enorme, i buchi nelle gambe ( che non so cosa siano ) e mi guarda con spocchia di quello che:" hey man, visto?".
    A quel punto faccio notare al cameriere che quel tavolo non è di mio gradimento e che voglio essere spostato.
    Senza battere ciglio obbedisce, visto anche il conto che mi propinerà di lì a breve...!
    La band è brava e io come ormai raramente mi concedo, sono totalmente ubriaco.
    Si fa tardi, la band non c'è più ed è giunto il momento di tornare in Hotel.
    Ordino un Aultmore Scotch Whisky (ebbene sì ce l'hanno) e chiedo il conto; sorridendo, noto con stupore un coperto in più.
    Striscio la carta pensando che ormai tutto è un mercato, sentimenti e corpi inclusi.
    Appizzo Allan Holdsworth nel lettore mp3 e mi incammino...
    Tutto questo per dire...

    "ragazze, sceglieteveli bene i compagni e non siate egoiste, perchè un giorno uno sconosciuto seduto accanto a voi, potrebbe pagare un coperto in più pur di non sentire le puttanate del vostro "amore".

  • giovedì alle ore 10:50
    SI VIS PACEM...

    Come comincia: Alberto M., anni sedici, frequentava a Jesi in quel di Ancona la quinta classe A) del locale ginnasio. Che ne combinava di tutti i colori era il meno che si potesse dire. Di intelligenza superiore alla media, per natura riusciva a dileggiare sia i compagni che i professori.  In un compito in classe ‘si vis pacem’aveva sostituito Il normale  ‘para bellum’ (per i non latinisti prepara la guerra) un ingiustificato:  ‘para culum.’ Frase che fece saltare sulla sedia il professore di materie letterarie Altero G. il quale non trovò altra soluzione che mandarlo fuori dall’aula. Male gliene incolse (al professore), di passaggio dinanzi all’alunno  il preside Gioele C. si informò dall’insegnante dell’accaduto e: “i professori debbono istruire gli alunni non punirli!” e così l’indisciplinato Alberto riprese con faccia serafica il suo posto in classe  con un risolino sulle labbra che fece ancor più incazzare il docente che, impotente dinanzi alla decisione del preside,  ritenne opportuno far scrivere dalla segretaria della scuola sul diario dell’alunno una nota altamente negativa sul comportamento di Alberto, nota da far firmare p.p.v. (per presa visione) al padre del colpevole o da chi ne fa le veci. Ti pare che l’Albertone  si sarebbe fermato, quando mai. Variò il p.p.v. in p.p.p.c.  e si presentò alle tredici al papà Armando, funzionario di banca, il quale: “Dì al tuo professore che non so che voglia dire quella sigla in ogni caso non firmo niente, ho altro da fare.” e sparì dalla sala da pranzo. Mecuccia S., la mamma, fu dello stesso parere, abbracciò il suo cucciolone preferito e fece ritorno al negozio di coloniali di cui era titolare. Il giorno successivo Alberto si presentò al professor di lettere con una firma falsa, la sua, sulla nota a suo carico e, col solito sorriso serafico la mise sotto il naso del prof. Altero il quale saltò sulla sedia della cattedra: “Cosa hai combinato piccolo imbroglione, che vuol dire p.p.p.c.?” “Penso che debba chiederlo alla signorina Isotta, la segretaria.” Già chiamarsi così era una disgrazia, il nome voleva dire’colei che protegge il ferro’ più che il ferro la cotale doveva proteggere se stessa dalla bruttezza totale, la classica zitella tipo quella descritta da un regista Frank Capra: legnosa, piatta, naso lungo, labbra inesistenti, capelli cinerei. Il professor Altero preferì chiamare il bidello per far accompagnare Alberto dal preside con la nota modificata dall’impertinente. Amos V. il bidello era una macchietta: gli alunni gli avevano appioppato il soprannome di ‘nasibù’ per il gran naso che quasi gli entrava in bocca inoltre mostrava una gobba tipo il campanaro di Notre Dame e due piedi taglia 46, una barzelletta ma tanto buono d’animo e benvoluto dagli alunni che gli donavano spesso delle sigarette che il bidello amava molto in mancanza di altri…divertimenti. “Arbè che minchia hai combinato? Stavolta so cazzi!” Il preside all’inizio si rabbuiò, era sempre vicino agli alunni ma quando è troppo è troppo! “Signorina Isotta per favore prenda la pagella di questo signorino, immagino…” “Immagina male signor preside, ho tutti otto ed anche qualche nove, solo un sei in matematica.” “Non ci capisco più nulla, Alberto andiamo al bar Ciro qui di fronte, voglio parlarti in privato.” Il titolare del bar: “Professore vedo che ha con sé il miglior alunno dell’istituto, conosco il padre un galantuomo, forse un po’ troppo scherzoso!” Pensiero del preside: “Ecco da chi ha preso stó figlio di cane.”  “Dammi il numero di telefono del genitore, voglio parlarci.” A tavola papà Armando era serio. “Alberto il preside mi ha dato pessime notizie sul tuo comportamento, meriti una punizione, una settimana senza tv né cinema, solo studio.” “A’papà che debbo prendere tutti dieci, non bastano gli otto ed i nove!” I due coniugi non riuscirono a trattenere una grassa risata poi Armando: “Allora studia matematica, lì sei scarso, io all’età tua…” “Avevi sei in latino e greco e così siamo pari.” “Mecuccia come lo abbiamo concepito stó figlio, quella notte dovevamo essere distratti!” Alberto pensò bene di mollare il prof. Altero e rivolgere i suoi lazzi alle ragazze alcune delle quali bonazze ma inavvicinabili, erano gli anni cinquanta ma questo non lo scoraggiò. Ad un banco vicino al suo c’era una certa Rossana bassotta, faccione,  niente di speciale  era destinata ad essere la prima vittima. Alberto scrisse, a stampatello, due biglietti: ‘ Ho comprato una maglia di lana, l’ho comprata Rossana per te ma ho saputo che fai la puttana la maglia di lana la tengo per me!’ ed un’altra: ‘Ho comprato due belle galoches, le ho comprate Rossana per te ma ho saputo che lo prendi fra le cosce e le belle galoches le tengo per me.’ Durante i dieci minuti di intervallo i due biglietti finirono fra le pagine del diario della predestinata la quale al rientro in classe, all’apertura del diario ne prese visione e, rossa in viso come un peperone  le portò all’attenzione del prof. Altero il quale, da vecchio puritano, divenne più rosso dell’alunna. Una calma surreale piombò nell’aula, il professore si recò dal preside con la conclusione che, anche se in mancanza di prove, Alberto fu trasferito nella quinta B), dove c’era‘merce’ fresca da poter sfruttare! Nei giorni successivi il buon Al. adocchiò una ragazza di una frazione di Jesi Polverigi, nome: ‘Fragolina’. Ovviamente c’era da domandarsi chi avesse avuto quella brutta idea di imporgli quel nome. Alberto non se lo domandò più di tanto perché la ragazza aveva un corpo atletico, tutto quasi perfetto, quasi perché sul viso alloggiava un naso alla Cyranau de Bergerac  quasi uguale a quello del bidello ‘Nasibù’ che in un uomo porta a pensare… in una donna…Allora non erano di moda gli interventi chirurgici di plastica nasale e dunque Fragolina dovette escogitare qualcosa per far passare in seconda linea quel difettuccio: affidarsi al seno prosperoso ossia esporlo il più possibile. Le ragazze indossavano un grembiule nero chiuso sino al collo e allora…Fragolina smise di indossare il reggiseno, niente canottiera con la conseguenza di un  seno ondeggiante che nei maschietti faceva un certo effetto soprattutto quando l’interessata, presa da sacro fuoco erotico, sbottonava  la parte superiore del grembiule. Il caso o il destino che, come tutti sanno, è al di sopra degli dei portò Fragolina e Odino F. professore di lingue a frequentare la stessa pensione in una strada laterale della piazza principale: la baby pensava così di essersi assicurata dei buoni voti, il professore amava la ‘merce’ fresca e vogliosa. La situazione non sfuggì ad Alberto a cui non parve vero di poter ‘mescolare le carte’. Fattosi amico della non più giovane padrona della pensione, pensò bene con una sceneggiata di farsi curare dalla stessa un ginocchio malconcio in seguito ad una ‘fasulla’ caduta accidentale dentro la pensione. Il vecchio truccò funzionò e ‘la vecchia’ riprovò dopo molto tempo le gioie del sesso in cambio ebbe il permesso di spiare professore e alunna che, talvolta, respiravano l’aria della stessa camera da letto. Odino era dotato di un po’ di gobba ed aveva anche l’aria di un gibbone, cosa che non interessava Fragolina  per i vantaggi sia scolastici che per quelli pecuniari (Odino era ricco). Alberto un pomeriggio entrò nella stanza dei due mentre la ragazza si ‘fumava’ il sigarone di Odino al quale il sigarone stesso prese ad ammosciarsi. “Scusate ho sbagliato stanza.” Scusa assolutamente non credibile ma Al. non ne aveva trovata una migliore. A scuola prese contatti con la baby rappresentandole la possibilità di farle visitare la sua bella casa a tre piani di via S. Martino in assenza dei genitori che andavano a passare il week end da parenti a Roma. Alberto si impossessò del lettone dei genitori in stile neo-classico con specchio ovale ed armadi con specchi che davano l’idea di un cinemascope. Era domenica, alla cameriera Lina aveva chiesto di preparare un pranzo alla ‘deus flavis capillis’, cosa che avvenne  con  un brodetto di pesce innaffiato col Verdicchio di Giorgio Brunori. Al buio il nasone di Fragolina non si vedeva proprio in compenso tette favolose, cosce da maratoneta e piedi lunghi e stretti che sarebbero stati apprezzati dai feticisti.  Punto G di Fragolino trovato, orgasmi sino allo sfinimento  e poi: “Cara sono un po’ sul distrutto, scusami se non ti accompagno.” Una svolta molto particolare avvenne nella vita di Alberto con l’arrivo in  classe proveniente da un istituto romano della professoressa di matematica tale Gabriella F. jesina puro sangue con villetta a due piani più giardino sul viale dei Colli e cagnetta ‘Perla’ oltre ad un bel gruzzolo di famiglia. Sola al mondo, d’estate girava un po’ tutti i paesi dei dintorni ma la solitudine le pesava, anche se lei affermava il contrario. Conosceva i suoi limiti fisici, non molto alta ma ben proporzionata, naso piccolino , bocca promettente, seno…insomma una bambolina che ‘l’on pourrait baiser’. Gabriella notò subito Alberto sia per il suo fisico che come spirito; aveva studiato anche  psicologia e aveva scoperto subito che tipo fosse. Un problema era però sorto, somigliava molto ad un suo collega romano che l’aveva lasciata per una modella e la ferita non si era ancora rimarginata. Un giorno si fece coraggio e, durante l’intervallo aveva chiamato in cattedra Alberto che non aspettava altro. “Giovanotto ti do del tu perché ho dieci anni più di te, mi meraviglio del tuo voto in matematica, nella altre materie tutti otto e qualche nove in matematica 6, sei allergico ai numeri? “Ai numeri si ma non alle professoresse di matematica.” “E non sei nemmeno allergico alla faccia tosta bel giovane con me…” “Più di una all’inizio mi ha detto di no poi si è squagliata come neve al sole!” “A’ neve al sole vedi d’annà a…” “Provvedo cara Gabri…à bientôt.” “Mó questo fa pure il poliglotta, buah…” Ovviamente finì che Alberto fu invitato nella villetta dei Colli di Gabri. All’ingresso, aperto il cancello, fu avvicinato dalla cagnetta ‘Perla’ che, alle sue carezze, prese a leccargli la mano. “Stà puttanella, quando incontra una persona che non conosce fa un casino del diavolo, con te…inspiegabile!” “La padrona farà la stessa fine!” “Io vado in palestra, yudo cintura nera primo dan, ti potrebbe finire che finisci in orizzontale a terra!” “In orizzontale si ma su un morbido letto, a proposito il tuo com’è, morbido oppure duro come la padrona?” Gabri. sconfitta si ritrasse in casa seguita da una Perla scodinzolante e dall’alunno Al. sicuro della vittoria. Nella parte posteriore della villetta Gabriella offrì all’ospite delle bevande colorate, niente alcol, una volta si era ubriacata e le era bastato. “Ho voglia di metterti le mani fra le cosce, a proposito sono morbide come sembrano, penso di si” ed, alle parole fece seguire l’azione alla quale Gabri. non si oppose, la sua era una sconfitta piacevole,  Alberto le era entrato in corpo in senso metaforico. Cena all’aperto, era luglio, Perla felice si arrampicava sulle gambe dei due ricevendo del cibo  ed Alberto , eccitato, senza profferire verbo fece capire a Gabri che l’ora fatale era giunta.  A letto  la padrona  di casa, si appropriò del cosone di Al.  preferendo la posizione cavalcante data la sua statura. Non fu solo una questione fisica, Gabri si ritrovò con le lacrime agli occhi, capì di essersi innamorata, non era sicura che fosse la cosa migliore, fare l’amore con un alunno di dieci anni più giovane, che futuro…”Non pensare troppo, ti si legge in viso, ho due genitori meravigliosi che ti apprezzeranno.” E così fu: Armando “Giovanotto sei fortunato a me è capitata una racchia come tua madre, a te…” “Tu sei la figlia che non ho avuto.” La notizia ovviamente venne a galla, pareri discordi ma dopo un po’ la gente si stancò dei pettegolezzi ed Alberto e Gabriella vissero… Dimenticavo Perla, mamma di tre volpini  che salivano sul letto anche in piena notte, che palle!
     

  • mercoledì alle ore 18:55
    Lettera d'amore

    Come comincia: Nascemmo noi, uno poco più in là dell'altro. Giusto il tempo di imparare a fare la pipì nel vasino, tu, e sono arrivata io a controllare, avvinghiata a mammina, che centrassi quel coso di plastica azzurro, anziché il pavimento del bagno. Ecco, ci siamo conosciuti così io e te, anche se a dire il vero ti ho visto quando ti abbuffavi attaccato a quel coso, quel tubo, come lo chiamano, ah sì, cordone ombelicale. Io ti guardavo curiosa, volevo capire, imparare... Caro mio, ero già pronta a rimpiazzare il tuo vuoto nella calda piscina sai? E così mentre tu posizioni il tuo pisellino e ti eserciti a non sbagliare mira, io mi cullo nell'acqua tiepida con l'idromassaggio. Oh oh! qualcuno ha tolto il tappo e mi sento roteare. Mi gira la testa, ho la nausea... Oddio, mi risucchia il budello, non c'è nemmeno luce qui. Che fracasso lì attorno, sento voci che cercano di superarsi, di sovrastarsi e tutte sono agitate, ma perché poi si agitano tanto, sono io che avrei di che agitarmi. Altroché! Ho la testa troppo grossa, lo sapevo io che non dovevo lasciar crescere i capelli, lo immaginavo che i riccioli avrebbero creato qualche complicazione. Ma ce l'ho fatta, sì posso ritenermi soddisfatta. Ho imparato davvero bene guardando quello che facevi tu, ho seguito la tua traccia e pure io sono riuscita a... a venire alla luce, si dice così quando fai tutta quella fatica per passare in quell'altro tubo che, mamma mia quanto è stretto mi sento ancora soffocare! Capisco tutte le smorfie che hai fatto, avevi proprio ragione caro mio, un gran bel da fare per venire a guardarti mentre fai la pipi in quel coso di plastica azzurro. E va bene dai, vale la pena fare tutto questo per venire a conoscerti. Ma quanto mi faceva ridere vederti con quella faccia così sconvolta quando mi hai vista la prima volta, quasi quasi rinascerei solo per il gusto di guardare i tuoi occhi spalancati e la O sulla tua bocca che sembrava voler prendere tutto lo spazio del viso. Sì sì, lo rifarei. E così da quel momento che la mia testa riccioluta è spuntata nella tua vita, mi hai insegnato come si fa la pipi nel vasino prendendo la mira senza schizzare attorno. Però sai, mi è stato un po' difficile imparare nella mia condizione di femminuccia, ma devi dire che nonostante tutto ce l'ho fatta... E a giocare a pallone e ad arrampicarmi su ogni cosa verticale, e a fare il tuffo a pesce morto in mare, poi...! che risate, e che sgridate...

    Mi hai insegnato che i ragazzi vanno tenuti a bada, e mi ricordo sai, quella volta che sei arrivato a "occhio gelido" a raggelare il tuo amico che mi stringeva un po' troppo in quella trappoletta del "ballo del mattone"... hai fatto bene sai? mi hai aiutata a restare bambina sorridente per ancora un po'... Fratello mio, fratello quasi gemello, una vita insieme da quel giorno che venni, curiosa di te, in questo mondo. Quante scene impresse sulla retina di me e di te, quante avventure e bizzarrie e gioie e dispiaceri e dolori, quanti momenti di noi. E ti guardo con gli occhi del cuore mentre con l'anima accarezzo ogni tuo pensiero e sorrido quando mi dici "va tutto bene, è tutto a posto" col movimento delle labbra nella ricerca di quella voce che non hai più. Ti sorrido mentre stai dicendo la bugia, mentre il tuo corpo urla contro Dio e contro il cancro che più non vuol lasciarti. Sorrido, tristemente sorrido e t stringo al cuoricino...

    Tua principessa.

  • Come comincia:                                                                  Il mito Pink Floyd iniziò con questo disco nel                                                                       1972 e si elevò in excelsis con l'album                                                                                successivo "Dark Side Of The Moon"
                                                                                = Riccardo Bertoncelli =

     Composto all'inizio dei settanta, cioé un momento tendenzialmente slow del gruppo, questo disco si rivelò, invece, artisitcamente, tecnicamente e musicalmente valido (nonostante avesse avuto vendite a dir poco blande negli States!). Anzi, a suo modo, rappresentò esso una sorta di ponte, di anello di congiunzione tra le fasi artistico-musicali precedenti (epoca barrettiana psichedelica e "Ummagumma") e la successiva; ovvero, dicasi della performance "premonitrice" di quanto accadrà due anni più tardi ai Floyd...dalle parti "dark" della luna!
    - One Of These Days: bellissimo pezzo "elettronico" dalle atmosfere "viaggio sulla luna" (cioé, da "Spazio 1999", come diceva il nonno di un mio amico!) o "kubrickiane" (cioé, da "2001: odissea nello spazio");
     - A Pillow Of Winds, Fearless&Seamus: un mix di poesia e pittura in note musicali (o le classiche ballate acustiche di stampo floydiano?! Fate pure voi!); ovvero, quadri impressionisti in musica. Del primo brano, in particolare, sono da dire due cose: la traduzione italiana é "Un cuscino di venti" e - le piume finali dell'imbottitura - scrive Bertoncelli nel suo "I cento dischi" (Rizzoli, Milano, 1986), - altro non sono che i cinquantamila tifosi del Liverpool che incitano i reds ad Anfield Road; - inoltre è un pezzo romantico, romantico, romantico e bellissimo, struggente: il che, a volte, proprio non guasta!
     - San Tropez: pezzo scritto da Waters, con atmosfere jazz delicate, soffuse; propiziatorio, quasi propedeutico, prima del gran botto finale; ovvero, prima della "marea" psichedelico-visionaria di Echoes.
     Il brano finale del disco, appunto "Echoes", era in principio "Return To The Sun Of Nothing", ed a proposito di echi quello che segue è un mix, una miscellany (come sono soliti dire i britannici!) di impressioni relative ad esso. Il suddetto [Echoes], col titolo originario di cui sopra, venne suonato il 15 maggio 1971 durante uno spettacolo di due ore e mezzo al Crystal Palace Garden Party di Londra, con fuochi artificiali inframezzati e proprio mentre un polipo gigante gonfiabile emergeva dal lago. Un certo Johann Sebastian, in  arte Bach, affermava che - la musica (più) vera è quella che ruota su se stessa all'infinito..."; ed infatti, lupus in fabula - :Quando suonammo questo pezzo, - disse Nick Mason una volta, - pensavamo a qualcosa che non dovesse finire mai (appunto!); od anche: - il finale è stato ideato pensando ai disegni di Escher, alle scale impossibili che danno in altre scale e non portano da nessuna parte (Roger Waters). Lo stesso Riccardo Bertoncelli, infine, scrive: "E'il brano più esemplare del disco, spalmato in chiusura in tutti i suoi ventitré minuti. E'uno dei tanti trips sonori disegnati dai Floyd avendo in mente ben altri "viaggi" e come quelli, appunto, è lungo, incerto, vano e da l'impressione di non terminare mai". Uno dei tanti - e famosi - trips, certo, che hanno reso i Floyd immortali insieme, ovviamente, alle ballate acustico-elettroniche, alle musical poesie romantico-sentimentali, alle visioni stupefatte e stupefacenti, anarcoidi, apocalittiche, paranoiche (quelle di Waters) e premonitrici (vedi "The Wall", del 1979), ai viaggi psichedelici dell'era Barrett ("Ummagumma", "The Piper At The Gates Of Dawn", "A Saucerful Of Secrets"), futuristici e futuribili ("Atom Heart Mother"), prog-fantasy ("Dark Side Of The Moon", "Wish You Where Here", "A Momentary Lapse Of Reason", "The Division Bell"), oltre a tanto e tanto altro ancora.
     Il brano "Echoes" è un riff straordinario ed immenso, pulsante talvolta ed ossessivo; talora anche profetico e lugubre, quasi infinito, interminabile. Un groviglio di musica e suoni, un viaggio nella alienazione dell'uomo, nella pazzia e nella sua solitudine; all'interno della sua coscienza, nei meandri più reconditi, quasi oscuri e inimmaginabili della sua psiche e del subconscio. Visione onirica (intensa), profetica; forse menzoniera?! Grandi, veramente grandi furono i Pink Floyd nell'architettarlo e metterlo in musica: grande la loro immaginazione! Da molti (come da me stesso) è considerato il "pezzo" (simbolo) del gruppo. Da molti è considerato il manifesto cult, simbolo d'una intera generazione: quella post-sessantottina (o sessantottesca); da molti è considerato il manifesto della psichedelia e del prog-fantasy; o meglio ancora del rock psichedelico-progressive: uno stile, cioé, del tutto nuovo, perché inventato dal gruppo inglese.
     LUCE E BUIO, BUIO E LUCE; LUCE O BUIO: SOLO E SOLTANTO ECHI...E BASTA, RISVOLTI DI UNA STESSA PIEGA NELLO STRANO GIROVAGARE DELL'UOMO LUNGO LE STRADE DELLA VITA: UNA MATASSA CHE SI DIPANA E POI SI RIANNODA DI NUOVO...LEI, LA PERFETTA "GUERRA" DEI DUE MONDI INTERIORI DELL'UOMO: QUELLA TRA CUORE E COSCIENZA, TRA CERTEZZE E PAURE. SCHERZI DI LUCE O DI BUIO, DI BUIO O DI LUCE, CHISSA', SCHERZI DI LUCE E DI BUIO, SONO IN FONDO QUESTI ECHI!
                                        Meddle (scheda tecnica)
    Tipo                             Studio
    Date                            30 ottobre 1971 (Usa), 5 novembre 1971 (UK)
    Durata                         46"49
    Tracks                         6 
    Etichetta                      Harvest Record, EMI
    Produttore                   Pink Floyd World&Music, Pink Floyd Music Publishers Ltd.
    Registrazione              EMI Studios-Associated Independent Recording Morgan Studios                                      (London)
    Charts                          USA 70°, UK 3°
                                         = Testi esemplari =
    A  Pillow of Wind (Un cuscino di venti)
    Una nube di piumino si disegna intorno a me
    Ammorbidendo il suono
    E'tempo di dormire quando sono coricato col mio amore accanto
    E lei respira piano, e la candela si spegne.
    Ora si sveglia la civetta, ora dorme il cigno
    Guarda un sogno, il sogno è finito
    Verdi campi, una fredda pioggia
    Cade in un'alba dorata.
    E nelle profondità del terrenno i suoni di prima mattina
    E io scendo
    E' tempo di dormire quando sono coricato col mio amore accanto
    E lei respira piano, e io mi alzo come un uccello
    Nella foschia quando i primi raggi toccano il cielo
    E i venti notturni muoiono.
    (traduzione di Alessandro Besselva Averame in "Pink Floyd, the lunatic - testi commentati", Arcana Ed.ce, Roma, 2008).      

       

  • 03 ottobre alle ore 15:52
    CONTRO NATURA

    Come comincia: Quante volte abbiamo sentito questa frase soprattutto in bocca ai cattolici ad esempio: un rapporto anale lo è perché l’ano è preposto ad altre mansioni. Nei divieti religiosi c’è la costante volontà di mortificare, costringere, imbrigliare il piacere del corpo e quindi la sua libertà. In altre parole il cattolico praticante deve usare solo la vagina senza contraccettivi, tradotto figli a non finire non tenendo conto oggigiorno delle difficoltà, soprattutto economiche  di una famiglia numerosa. Il caso volle coinvolgere due famiglie di Roma residenti nello stesso palazzo a Piazza Indipendenza. Alberto psicologo, Anna sua moglie casalinga, Alceo  assicuratore, Clotilde moglie casalinga e Eberardo loro figlio, universitario. Quest’ultimo ventenne, un giovanottone da un metro e novanta era il problema della famiglia. Sin da giovane si vergognava a farsi vedere nudo anche dai genitori destando preoccupazioni soprattutto da parte del padre. Clotilde: “È solo vergogna, pudicizia non facciamone in dramma.” “La pudicizia l’hanno le femminucce…” Eberardo praticava atletica leggera con lanci del disco e del giavellotto e, data la possanza fisica,  otteneva risultati notevoli, era stato in prova anche nella squadra di rugby. Ma non entrava nello spogliatoio con i colleghi uno dei quali, un giorno per sfottò lo chiamò Ebe. Male gliene incolse, finì in ospedale giustificando le ferite con una caduta dalle scale. Malgrado i voti eccellenti negli esami, Eberardo era sempre triste e con poca compagnia, mai di femminucce che, peraltro, lo avrebbero volentieri ‘impalmato’  per il suo fisico magnifico ma…c’era un grosso ma che il padre ritenne di risolvere contattando Alberto per una visita psicologica al figlio. “Mandamelo venerdì, sono libero da visite.” Il venerdì il giovin signore ‘marcò visita’e non si presentò. Alberto una mattina lo aspettò sul pianerottolo e, presolo sotto braccio, lo accompagnò nel suo studio. “Con me niente vergogna, dopo quindici anni di professione ne ho viste di tutti e colori e d’altronde è la natura che ci vuole come siamo con tutti i pregi e difetti’. Permettimi una visita all’apparato sessuale…hai il pene un po’ piccolo ma questo non vorrebbe dire nulla, ti ordino delle pillole che dovrebbero fare al caso tuo, si tratta del ‘Levitra’ da prendere mezz’ora prima del rapporto sessuale, fammi sapere.” Eberardo una sera che i genitori erano a teatro invitò speranzoso a casa una prostituta che passeggiava alla Stazione Termini, era una ragazza piuttosto bella e fine. “Sono Samanta, cento in macchina, cinquecento a casa.” “Hai un bell’appartamento, se vuoi possiamo stare tutta la notte per duemila.” Ma quale duemila, nemmeno un milione avrebbe potuto aiutare Eberardo, ‘ciccio’ proprio non ne voleva sapere di crescere e così la baby, incassò il compenso e con accento bolognese: “Io sono sempre al solito posto, sono a tua disposizione.” La tale voleva far la furba, guadagnare molto senza far nulla. Eberardo si mise a letto arrabbiato con se stesso e col mondo, proprio a lui doveva capitare il guaio, nessuno dei colleghi pare avessero quel problema maledizione! I genitori rientrarono all’una, il giovane era ancora sveglio ed ancora più incazzato, si mise a piangere sempre più forte. Il padre nel letto già dormiva, la madre struccatasi ed in camicia da notte stava per coricarsi quando percepì il pianto del figlio. “Caro posso entrare?” Nessuna risposta, Clotilde aprì la porta e si portò vicino al letto del figlio: “Caro confida tutto a tua madre, qualsiasi cosa lo sai che sei tutta la mia vita.” Eberardo raccontò gli ultimi avvenimenti alla genitrice la quale con freddezza amorosa: “Ci scommetti che sistemo tutto io.” Tolse il lenzuolo, abbassò i pantaloni del pigiama al figlio e prese in mano e poi in bocca il ‘cosino’ del figlio che, inaspettatamente cominciò a crescere, a crescere, a crescere in  modo notevole, Clotilde pensò bene di completare l’opera e introdusse il non più piccolo pene in vagina sino a quando sentì che il figlio aveva avuto un orgasmo. “Ora dormi sereno figlio mio, quello che ho fatto è stato solo per amore materno, non accadrà più!” Eberardo la mattina successiva era di buon  umore,  la sua felicità sprizzava da tutti i pori. Ricco per il lascito del nonno suo omonimo, si recò in una gioielleria ed acquistò un collier di diamanti che orgogliosamente mise al collo della genitrice. Al rientro a casa Alceo: “Dove l’hai preso quel collier?” “Stanotte ho fatto delle marchette, non ci credi, pensi che io non valga un gioiello come questo?” Sentito presosi per i fondelli, il pater familias mangiò a e si rifugiò in ufficio, era di cattivo umore per la presa per il culo. Entusiasta per la prestazione, Eberardo invitò in casa Erminia una compagna di università la quale, anche perché aveva ricevuto in dono un braccialetto d’oro, era propensa a… ma, malgrado il Levitra, ‘ciccio’ non si mosse lasciando il proprietario in uno stato di prostrazione. Contattò Alberto e la mattina dopo si recò nel suo studio. Raccontò gli ultimi avvenimenti senza tralasciare alcun particolare e, speranzoso attese il responso del medico. “Mio caro il sesso dipende tutto dal cervello, la natura è capricciosa e commette degli errori in campo sessuale che nemmeno te li immagini. Ultimamente al computer sono apparse delle forme umane decisamente furori del comune: una donna con due peni e la vagina, un’altra con un membro che gli arrivava alla bocca entro cui eiaculava, due ermafroditi che facevano sesso una dentro l’altra e poi tanti trans con peni di una grandezza spropositata, non aggiungo altro, molto probabilmente tu hai bisogno di fare l’amore in maniera assolutamente fuori del comune, per ora non posso dirti altro.” Eberardo riportò alla madre il colloquio col medico anche il fatto che lo stesso non era voluto andare più avanti in quella che poteva essere una soluzione del problema. Clotilde era disperata, che fare per aiutare il figlio? Per ultimo  contattò l’amica Anna, con cui era in confidenza, riferendole paro paro tutti gli ultimi avvenimenti di Eberardo. Anna non sapeva che dire, era arrabbiata e in conflitto col marito perché non voleva comprarle una Mini Countryman omnia optionals molto bella e molto costosa e così ascoltava l’amica con poco interesse e poi una furbata di Clotilde: “Mio marito ti ha sempre guardata con occhio particolare, gliel’ho fatto notare ma non me l’ha mai negato, vedi se possiamo sistemare in qualche modo i nostri due problemi: pecunia non olet…ma risolve tante situazioni.” Quella sera Anna fu molto affettuosa col marito: “Clotilde mi ha fatto pena, suo figlio ha dei problemi che probabilmente tu conosci, se le diamo una mano probabilmente…” “Eberardo ha varie deviazioni sessuali, ho capito fra l’altro che è un cuckold ossia ama vedere sua moglie nel suo caso sua madre avere un rapporto sessuale con un altro uomo.” Forse era vero a metà, la verità era che Alberto si voleva ‘fare’ Clotilde da molto tempo e quella era l’occasione buona. Messo fuori gioco Alceo c’era la possibilità che Alberto  facesse sesso con  Clotilde e che Eberardo, eccitatosi dinanzi a quel rapporto, diventasse intimo di Anna alla quale tutto sommato non dispiaceva. Questa la teoria fu approvata  dalle due signore, unico problema la presenza di Alceo che, fortuna adiuvante, fu invitato a Rimini per dieci giorni ad un convegno della sua casa assicuratrice. Eberardo sentiva in giro aria di complicità, domandò notizie a sua madre senza ottenere una spiegazione poi ad Alberto che se la cavò con un: “Ci sto studiando.”  “Clotilde al figlio: ”Sabato sera una festa a casa nostra con io ed Anna, tutte e due in ghingheri, si festeggia l’onomastico di Alberto, non ti meravigliare dei nostri costumi brasiliani, sono stati scelti da Anna.” Eberardo era confuso, immaginava qualcosa di insolito ma non riusciva bene a capire di cosa si trattasse. La signore non avevano voluto usare i fornelli e pertanto la cena venne ordinata al sottostante ristorante, tutto pesce, c’erano pure le aragoste! Le signore misero un compact disk di musica brasiliana, un cha cha cha indiavolato,  ordinarono di spegnere le luci ed al comando ”Accendete!” un visione: delle loro tette coperte solo il capezzolo, davanti un francobollo e dietro un filo, uno spettacolo! I due maschietti sorpresi, Alberto immobile Eberardo cominciò a saltellare come un bambino e poi: “Guardate, guardate…” Il suo ‘ciccio’ stava diventando sempre più lungo e duro, abbracciò la madre e baciò Anna la quale fu forse la più felice, aveva in mente un certo progetto…Clotilde prese in mano la situazione: “Prima si mangia e poi…e poi…” Un Prosecco aveva contribuito a migliorare ancor più l’atmosfera godereccia. Alberto: ”Col vostro permesso io e Clotilde andiamo nell’altra stanza per un riposino, buon divertimento.” Eberardo che per tutto il tempo aveva il ‘ciccio’ in erezione era il più smanioso: “Cara posso…” “Aspetta, andiamo prima in bagno.” Alla fine delle abluzioni intime il giovanotto sentì il suo ‘ciccio’ preso in bocca da Anna che poco dopo: “Aspetta mi hai riempito la bocca ed andò nel bagno parlando con se stessa: “Cazzo questo aveva il ‘serbatoio’  pieno.” E al rientro in stanza Eberado: “Posso infilartelo, non resisto più.” “E la Madonna, hai appena avuto un orgasmo, aspetta un attimo, mi lubrifico la cosina.” Per lei fu solo una cosa meccanica che avrebbe portato a…” Eberardo era instancabile, voleva rimanere sempre dentro la ‘gatta’fin quando Anna: “Un po’ di riposo!” E si sfilò il ‘marruggio’ dalla sua cosina. Il giovane era abbastanza soddisfatto anche se avrebbe voluto…”Volevo chiederti un favore, mio marito non vuole  acquistarmi una utilitaria, se potessi tu darmi una mano…” “Non c’è problema, staccherò un assegno, domani ti accompagnerò dal concessionario, che marca desideri?” “Una Mini.” “Per ora pensiamo a divertirci.” E riprese ad entrare ed uscire dalla cosina di Anna che capì quanto per lei sarebbe stato duro ottenere quel regalo! Nell’altra stanza atmosfera del tutto diversa: “Clotilde devo confessarti tante cose sul tuo conto, ti vedevo di sfuggita e non ho avuto il coraggio di fermarti, sei la donna che ho sempre desiderato, hai lo stile della vera signora cosa che manca completamente a mia moglie che pensa solo al lusso, sono innamorato di te da sempre, starti vicino mi da un’emozione immensa, quando faremo sesso ci sarà molto amore, quell’amore di cui molti parlano senza sapere veramente il significato. Sei nel mio cervello, nel mio cuore e, al tuo pensiero, sento una sensazione bellissima nelle mie viscere. Il mio amore non è egoismo, godrei insieme a te anche se tu fossi con un altro purché di tuo gradimento, quello che ti ho detto è difficile da comprendere non so se…” “Posso dire solo che sei magnifico, in passato io pure ti avevo notato ma avevo paura della gelosia di tua moglie .” “Non ti preoccupare, lei pensa solo al denaro, ora se permetti un omaggio orale alla tua cosina.” Così si erano formate due coppie un po’ eterogenee ma, per motivi diversi, affiatate. Il giorno seguente Eberardo tirò fuori dal garage la Jaguar X type di sua proprietà, aspettò Anna la quale lo vide dalla finestra e si precipitò per la scale. “Quest’auto ha il tuo odore. Mi sei sempre piaciuto.” (Bugiardona ma credibile da parte del suo compagno di viaggio.) Al concessionario Eberardo staccò un assegno da diecimila €uro per una mini omnia accessoriata di color verde, la dama riempì un modulo con i suoi dati e rientrò a casa per una ‘sveltina’. Alberto e Clotilde avevano passato una notte indimenticabile non solo per il sesso, avevano scoperto l’amore con la a maiuscola. La fortuna diede loro una mano: Alceo sempre più spesso si recava fuori Roma per delle riunioni di lavoro, era evidente che aveva anche lui intrapreso una relazione extra coniugale. Eberardo ed Anna,  sempre più eccitati,  dovettero seguire i consigli medici di: ‘andarci piano’, lei aveva la ‘cosina’ arrossata, lui doveva star attento a non sforzare troppo la prostata.  Per completare il quadro ogni  notte si era consolidata l’abitudine di uno swapping di letto delle due coppie che  vissero per molto tempo una bellissima favola, anche se supportata da interessi molto diversi ma, pur sempre  con conseguenze  molto piacevoli!
     
     

  • 03 ottobre alle ore 11:27
    Jeena, storia di una bisex...

    Come comincia: Anch'io sono stata normale fino a qualche anno fa. Tutto è accaduto per caso, quando un giorno è venuta a trovarmi una mia ex compagna di scuola delle medie che non vedevo da tanti anni. 
    Si era fatta molto bella, alta, bionda, con un paio di gambe e un seno da far voltare pure i ragazzini. Anche lei mi aveva trovata cambiata (ovvio, erano trascorsi quasi dieci anni e non eravamo ancora "signorine"). 
    Era molto impegnata nel sociale; aveva fatto un buon matrimonio ma non desiderava figli! Il marito? Un bell'uomo (me ne mostrò la foto), con molti più anni di lei, un industriale catanese. 
    Mi espresse il desiderio di trascorrere in mia compagnia alcuni giorni a Messina (lei viveva a Catania da tempo). La cosa mi entusiasmò subito. Avremmo  avuto così la possibilità di rievocare i tempi della nostra adolescenza; avremmo parlato dei nostri amici, delle prime palpitazioni. Sonia - questo il suo nome - si sistemò, quindi, nel mio appartamentino e ripose nel mio armadio ciò che aveva in valigia. 
    Dopo aver cenato e aver visto un film alla TV, fummo colte entrambe dal sonno. Io le indicai la stanza dove avrebbe potuto dormire e dove le avevo preparato il letto, io sarei andata nella mia camera da letto.
    "Come? mi fai dormire da sola? No, assolutamente! Dormo nel letto grande con te, stiamo assieme, parliamo, dai!".
    Per me era la cosa più naturale di questo mondo e mi dimostrai contenta nell'aderire alla sua proposta. Io ho sempre dormito con una camicia da notte, anche se senza reggiseno e mutandine, Sonia invece si tolse tutto e si infilò sotto le lenzuola completamente nuda, dicendo che era abituata a dormire in quel modo.
    Dopo aver parlato un po', spensi la luce e mi addormentai.
     
    Nel corso della notte, cominciai ad avvertire qualcosa di strano: credevo di sognare qualcosa di fastidioso; avevo le smanie e, svegliatami di colpo riuscii ad intravedere il volto di Sonia quasi a sfiorare il mio. 
    "Come sei bella, Gina, sembri un angelo! Ti ho osservata mente dormivi; il tuo respiro è così lieve, le tue mani aperte sul cuscino come quelle di un neonato che dorme beatamente. Il profumo della tua pelle è straordinario. Ti ho baciata a lungo sai? Ti ho accarezzato il seno, il pube: ho fatto scorrere le mie dita tra i tuoi peli morbidi. Poi non ho resistito più ed ho baciato queste tue meravigliose labbra così carnose ed invitanti. E tu ti sei svegliata di colpo!". 
    "Sonia, ma che cazzo fai? Che schifo dici? Ma che pezzo di stronza sei? Lesbicaccia del cazzo! Questo sei? O Dio mio! Alzati, rivestiti, va' via da qui, sudicia porca che non sei altro! Ecco perché volevi dormire con me!". 
    Andai in bagno e cominciai a vomitare, pensando ai baci che Sonia mi aveva dato! Ne era segno eloquente la traccia di rossetto lasciatami sulle labbra e che io vedevo osservandomi allo specchio. Mi chiese ed implorò perdono. Non avrebbe mai più osato; non voleva  che la considerassi una estranea. Mi disse che aveva avuto un momento di smarrimento. Cominciò a piangere e mi abbracciò singhiozzando. 
    Lei era nuda ed io sentivo il suo seno contro il mio; aveva come dei sobbalzi; tremava; mi diceva che mi voleva bene come amica, che non avrebbe mai voluto che io mi adirassi con lei. Le presi il volto fra le mie mani per rincuorarla: i suoi occhi pieni di lacrime sembravano ancor più luminosi ed espressivi: era decisamente bella. 
    Ora era a pochi centimetri da me; ne potevo scoprire la perfezione dei lineamenti, il naso, la bocca stupenda, i denti bianchissimi e la fossetta sul mento. Le sue guance erano morbide, anche il suo alito era gradevole, sapeva di mela.
    Provai una sensazione strana mai provata sino ad allora: una grande tenerezza ed il bisogno di farle sentire che il mio affetto per lei non sarebbe mai finito.
    Faceva un po' freddo ed io presi l'accappatoio e glielo misi sulle spalle. Tornammo a letto ed io le diedi un bacio chiedendole scusa per la mia reazione. 
    "Ti chiedo scusa, Sonia, ma credimi non me l'aspettavo... Non volevo essere così brusca con te...".
    "Vieni accanto a me" - rispose lei con una voce dolcissima - "appoggia la testa sul mio braccio, dormi così con me, non avere timore; sta' tranquilla!".
    Dopo alcuni minuti, Sonia si era addormentata. Io la osservavo nella penombra: la punta del mio naso sfiorava il suo seno destro; percepivo l'odore della sua ascella, un profumo che mi spingeva a “respirarla” sempre più e ad avvicinarmi a lei. Il suo corpo nudo era caldo; tolsi piano piano la coperta per scoprirla: era magnifica. I miei occhi si erano ormai abituati alla penombra e quindi riuscivo a distinguere la forma delle cosce, il ventre senza una benché minima traccia di grasso o cellulite. Il pube ben pronunciato e colmo di peli; il seno prorompente: Sonia era  davvero un trionfo della natura!
    La ricoprii con molta attenzione per evitare che si svegliasse; quindi mi strinsi un po' più a lei mettendo la mia mano sul suo seno, obbedendo ad un impulso irrefrenabile che in quel momento mi spingeva a farlo. Avevo bisogno di toccarla, palparla, sentire il suo respiro, il suo profumo. La testa mi pulsava prepotentemente e sentivo il mio cuore come fosse in tumulto.
    Ad un certo momento, mi sollevai un poco protendendomi verso di lei. Ora ero io che volevo baciarla; proprio io che avevo vomitato due ora prima perché lei aveva sfiorato le mie labbra…
    Sì, era un controsenso, ma non potevo trattenermi, avevo bisogno di quel contatto e la baciai con molta tenerezza. Sonia aprì gli occhi, emise un gemito appena percettibile e dischiuse le sue labbra per potere bagnare le mie. Fu un bacio straordinario: le nostre lingue sembravano intrecciarsi, sfidarsi, penetravano all'unisono ora nella mia ora nella sua bocca. Sonia sollevò di scatto la coperta e la gettò a terra, mi sfilò la camicia da notte: ora eravamo tutte e due nude.
    Il suo seno turgido si strofinava contro i miei capezzoli eretti. In quel momento capii che ero in sua totale balìa. Mi piaceva donarmi a lei. Le dissi che era ormai padrona assoluta del mio corpo e che avrebbe potuto fare di me qualunque cosa. Cominciò a succhiarmi i capezzoli, mi dava piccoli morsi nel ventre per scendere poi sul pube e, quindi, ancora più giù per baciarmi, leccarmi e succhiarmi le grandi e piccole labbra finché riuscì a penetrarmi nella vagina con la lingua. 
    Erano movimenti ritmici, ad ognuno dei quali io sussultavo e cedevo sempre più fino  a giungere al totale abbandono, alla mia resa completa alla volontà di sesso di Sonia che era diventata pure mia  decisa volontà  di godere e di farle provare lo stesso stato di beatitudine in cui la nostra folle febbre dei sensi ci aveva fatto sprofondare.
    Ora non era più la sua lingua che mi dava sensazioni forti, ma prima un dito poi due insieme mi penetravano dentro e mi toccavano le pareti bagnatissime della vagina, mentre Sonia con la lingua titillava il clitoride.
    Dio mio, che sensazione indicibile... che felicità! Avrei voluto che lei si fermasse per concedermi un attimo di pausa, di contro non volevo rinunciare - perché troppo eccitata - a quel piacere sempre più intenso... e poi... e poi... esplosi in un  orgasmo celestiale che mai avevo provato in vita mia e che nessun uomo era riuscito a farmi provare: il mio primo orgasmo vaginale con un fiotto di liquido che mi uscì nel momento supremo: l'eiaculazione femminile, di cui avevo sentito parlare e che per me era una fandonia, io la stavo avendo grazie a Sonia! (Il tanto decantato squirting)
    Da quella notte cominciammo ad amarci; ero felice con lei, mi sentivo realizzata! Il rapporto lesbico, tanto deprecato dai benpensanti, è il più eccitante che una donna possa sperimentare, pur rimanendo attratta dall'altro sesso. 
    Oggi Sonia non vive più con me perché si è trasferita in Germania dove il marito ha impiantato una fabbrica di microprocessori. Ci vediamo in estate e trascorriamo insieme due settimane da favola a Taormina. Ormai io sono una donna bisex, felice di esserlo, perché in questo modo mi sento realizzata totalmente: sono cercata dagli uomini ed anche dalle donne. Sono felice perché amo la vita e la natura. Voglio essere amata così come io so amare. Credo nell'amore universale. Ecco perché amo uomini e donne con tutta me stessa. 
    A quarant’anni ho realizzato che il vero amore non ha sesso, ha il cuore!

    Giovanni Mascellaro
     

     

  • Come comincia:  Il brano in questione, dall'album "Desire", del 1976, narra (canta) la storia vera del pugilatore Rubin "Hurricane" Carter, sfidante ufficiale per il titolo mondiale dei pesi medi (combatté col connazionale Joey Giardello a Filadelfia, il 14 dicembre 1964, perdendo ai punti in quindici round). Tutti i testi dell'album furono firmati da Bob Dylan insieme a Jacques Levy, autore e regista teatrale. Il suddetto Carter fu accusato - ingiustamente - di aver commesso un triplice omicidio: per questo motivo fu condannato a tre ergastoli! (nel New Jersey, fortunatamente, non vigeva la pena capitale all'epoca del fatto). Prima di essere riconosciuto innocente (cioè, prima di essere riconosciuto quello che in realtà era: innocente!) egli scontò la bellezza di diciannove anni nel carcere della sua città!

    Colpi di pistola echeggiano nel bar di notte,
    entra Patty Valentine dalla stanza di sopra,
    vede il barista in una pozza di sangue,
    grida - Mio Dio li hanno ammazzati tutti! -.
    Questa è la storia di Hurricane,
    l'uomo che le autorità hanno accusato
    di un delitto che non ha commesso,
    messo in una cella di prigione, lui che avrebbe
    potuto essere 
    il campione del mondo.
    Tre corpi stesi a terra vede Patty
    e un altro uomo, un certo Bello, aggirarsi
    con aria misteriosa.
    - Non sono stato io -, dice e alza le mani,
    - Stavo soltanto rubando l'incasso, spero tu 
    capisca,
    li ho visti solo andare via -, dice e si ferma.
    - Uno di noi farebbe meglio a chiamare la polizia -.
    E così Patty chiama i  poliziotti
    e loro arrivano con le loro luci rosse
    lampeggianti
    nella calda notte del New Jersey.

     Le cause della ingiusta condanna (e della successiva detenzione), ovvero i motivi che pesarono sul giudizio e sulla relativa sentenza, a detta della parte opposta all'establishment dell'epoca (la parte progressista dell'America, evidentemente!) furono di natura puramente pregiudizievole (o pregiudiziale): Carter si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato (anzi, ancora peggio visto che egli, al momento del fatto, dell'efferato delitto - tre persone erano state sparate ed uccise - avvenuto in un bar di Paterson, appunto, era da tutt'altra parte: dalla parte totalmente opposta della città!); Carter aveva un colore della pelle sbagliato, era un "soggetto" sbagliato (un "fannullone rivoluzionario") ed un tipo strano ("un negro pazzo" che era stato in riformatorio ed era stato cacciato dal corpo dei marines)...come se essere strani o avere la pelle nera piuttosto che verde (oppure portare il cappello sulle ventitré invece che in mano, chiedere l'elemosina ad un angolo di strada invece che essere vestiti in doppiopetto, o piuttosto che avere dei precedenti penali a carico, etc.) - sic! - dovrebbe poter contare qualcosa, anzi, non contare affatto nel giudicare una persona; ognuno dovrebbe essere ritenuto colpevole di aver commesso un reato o, al contrario, essere giudicato innocente a prescindere (come affermava il buon principe De Curtis, in arte Totò) da tutto ciò: è invece successe proprio questo nel caso del povero Carter (non fu la prima volta che avveniva una cosa del genere e non sarebbe stata l'ultima, purtroppo, come la cronaca giudiziaria di ogni parte del mondo spesso ci narra!).

    Nel frattempo in un'altra parte della città
    Rubin Carter e un paio di amici stanno girando
    in macchina.
    Il pretendente numero uno alla corona dei pesi medi
    non poteva certo immaginare che razza di merda
    stava per cadergli addosso
    quando un poliziotto lo fece accostare al bordo della strada
    proprio come la volta prima e quella prima ancora.
    Questo è il modo in cui vanno le cose a Paterson,
    se sei nero faresti meglio a non farti vedere in giro per le strade
    a meno che tu non vada in cerca di guai.

     E' da dire che l'album Desire (e quindi il brano "Hurricane") era già stato lanciato con una poderosa tournée, da parte di Bob Dylan e della sua compagnia - la Rolling Thunder Rewiew - sul finire del 1975. La compagnia del menestrello di Duluth (località dello stato del Minnesota che li aveva dato i natali il 24 maggio del 1941 sotto "mentite spoglie", ovvero con il nome di Robert Allen Zimmerman), in quell'avventura destinata a tradursi nel lunghissimo film "Renaldo and Clara", uscito nel 1978 e diretto dallo stesso Dylan (apparirà in prima europea al festival di Cannes), si componeva di una larga schiera di muscicisti, artisti ed amici ripescati durante l'estate newyorkese. "Un grande baraccone dello spettacolo", scrivono Marina Morbiducci e Massimo Scarafoni nel libro "Bob Dylan, tutte le canzoni (1973-1980)", uscito nel 1980 per i tipi della Lato Side Editori, Roma, "a cui partecipano vecchie e nuove stars: la Baez, Joni Mitchell, Gordon Lightfoot, Roger McGuinn, Arlo Guthrie e tanti altri, perfino il gran Bardo della poesia Beat, Allen Ginsberg, con la sua pianola-harmonium". Durante il tour della compagnia, snodatosi con fasi alterne per diversi mesi, in lungo e largo per gli States, vennero dati due concerti a sostegno di "Hurricane" (il pugile e non il brano, evidentemente!) e della sua causa civile.

    Alfred Bello aveva un complice e aveva una
    soffiata per la polizia,
    lui e Arthur Dexter Bradley stavano soltanto
    facendo un giro.
    Bello disse: - Ho visto due uomini fuggire,
    sembravano due pesi medi,
    sono saltati su una macchina bianca con la targa di un altro stato"
    e Miss Patty Valentine con la testa fece sì
    un poliziotto disse: - Aspettate un attimo, ragazzi,
    questo quì non è ancora morto. -
    Così lo portarono all'ospedale
    e anche se quell'uomo riusciva a malapena a vedere
    gli disse che poteva identificare il colpevole.
    Sono le quattro del mattino e i poliziotti
    acchiappano Rubin Carter,
    lo portano all'ospedale e lo fanno andare di sopra.
    L'uomo ferito lo guarda coi suoi occhi ormai morenti
    e dice, - Che cosa lo avete portato a fare quì? Non è lui! -
    Sì, questa è la storia di Hurricane,
    l'uomo che le autorità hanno accusato
    di un delitto che non ha mai commesso,
    sbattuto in una cella di prigione, lui che avrebbe
    potuto essere
    il campione del mondo.
     

  • 29 settembre alle ore 9:32
    LO SPECCHIO DELL'ANIMA

    Come comincia: Edismondo, sedicenne,  stava passando le vacanze estive presso gli zii a Villastrada, frazione di Cingoli, in quel di Macerata in quanto i genitori erano andati in Germania a visitare i parenti della madre Ingrid. 
    Non conoscendo che superficialmente alcuni abitanti, Edis si divertiva a sparare con una pistola ad aria compressa dello zio Tommaso, proprietario terriero. Una volta era riuscito a centrare un topone quello che volgarmente viene chiamato pantegana e, preselo per la coda, lo portò come trofeo alla zia Emma che per poco non svenne. Una domenica mattina avvenne un fatto piuttosto particolare: aveva detto agli zii che andava alla messa delle otto invece restò a casa, alla religione non era particolarmente attaccato anzi non ci credeva proprio. Nella vicina camera da letto degli zii sentì delle voci, vicino a lui il cane Starno (che cazzo di nome!) cercava di convincerlo a farlo uscire per i suoi bisogni, Edi lo accontentò e riprese ad origliare dietro la porta dei padroni di casa. Capì che quello zozzone dello zio Tom voleva sodomizzare la zia Emma la quale, religiosissima, cercava di opporsi facendo presente che era un peccato da mandare l’interessata direttamente all’inferno.
    “All’inferno ci vado io!” con questa promessa Tom riuscì nell’intento.
    Edi andò in bagno e si masturbò al pensiero degli zii ‘cavalcanti’ poi fece finta di rientrare a casa, chiuse il portone d’ingresso con una certa violenza, la zia sarebbe svenuta se avesse saputo che lui…
    Finalmente venne l’autunno, riaprirono le scuole e Edi si iscrisse alla seconda classe del liceo classico. A diciassette anni non poteva seguire i compagni di classe diciottenni nella locale casa di tolleranza ma ci riuscì facendo modificare dal padre di un suo compagno, tipografo, l’anno di nascita.
    Sicuro di sé si presentò a Elvira la maîtresse con in mano il documento di riconoscimento; la dama, vecchia del mestiere: “Giovanotto dove credi di andare, questa carta di identità…”
    “Signora, sia buona questa è la prima volta…”
    Con la faccetta da bravo ragazzo intenerì la vecchia che gli fece segno di entrare nella saletta dove aspettavano le ‘signorine’, in verità ce n’era una sola, le altre tutte impegnate e quindi Edi si dovette accontentare.
    In camera.
    “Sono Laura ma quanti anni hai sembri un bambino.”
    “Ho diciassette anni, la signora all’ingresso…”
    “Per me va bene, un c…o vale l’altro, vieni che te lo lavo.”
    Malgrado vari sforzi della volenterosa signorina, ‘ciccio’ non voleva proprio alzarsi.
    “Come ti chiami, ti senti male, hai dei problemi, che vogliamo fare?”
    Edismondo si mise a piangere, i suoi amici si vantavano delle loro prestazioni sessuali e lui…”
    Laura, trentacinquenne, ormai da anni sulla breccia, inquadrò la situazione (col tempo era diventata anche un po’ psicologa), prese a cuore il ragazzo e disse: ”Mettiti dietro questa tenda, ho capito il tuo problema, io vado  in sala, rimorchio un altro cliente e vedrai che, facendo il guardone forse…”
    E così fu, Laura si presentò in camera con un uomo e, dopo il lavaggio di rito, sistemò il cliente e: “Per favore paga alla cassa le marchette e di' alla signora che non mi sento bene e resto in camera.”
    Aperta la tenda, sorpresa: Edismondo aveva il ‘ciccio’ duro.
    “Laura aveva visto bene, vieni dentro di me e restaci quanto vuoi.”
    Da quel giorno, tutti i giorni il pomeriggio alle sedici quando praticamente non c’era nessuno, Edi si recava a trovare Laura, si accontentava della sua compagnia, ‘ciccio’ aveva più bisogno di certe situazioni particolari per eccitarsi e così i due stavano solo abbracciati e si baciavano, cosa che mai una ‘signorina’ concedeva ai clienti, Edismondo le faceva pena, un ragazzo a quell’età…
    Pian piano qualcosa era scattato fra i due, in fondo Edi poteva quasi essere suo figlio. Laura chiese ed ottenne di rimanere ancora in quella casa per coccolarsi quel micione sessualmente indifeso.  Avvenne quello che forse era prevedibile, i due non potevano fare più a meno l’uno dell’altro. Un pomeriggio una vera dichiarazione d’amore.
    Edi: “Mi rispecchio nei tuoi meravigliosi occhi nocciola che mi fanno provare un sentimento forte: desiderio di poter restare sempre insieme. Provo dolcezza mista a tristezza, quest’ultima mi fa soffrire pensando che mai sarà possibile estraniarci da tutti e vivere la nostra vita in comune. Sogno di stare in riva al mare, d’inverno, dinanzi a noi la burrasca, il vento che ti scompiglia i capelli e tu abbracciata alla mia vita, l’effluvio della tua pelle mi stordisce, chiudo gli occhi assaporando nella fantasia quello che non potremo avere mai, ma perché sprecare il poco tempo da stare insieme in malumori, finalmente sorridi, anch’io riesco a sorridere, sembriamo due giovani alla loro prima esperienza sentimentale. Incontriamo dei pescatori con le reti sulle spalle tristi, per oggi niente pesce, anche loro hanno i loro pensieri negativi, una famiglia da mantenere. D’impulso ti metti a correre, sei più veloce di me, poi mi aspetti, mi abbracci piangendo, il tuo pianto mi distrugge l’anima. Ancora una volta provo quel trasporto del cuore, non oso riflettere su quel sentimento…si penso sia proprio amore, quello che dal cervello arriva alle viscere facendomi provare un dolore acuto. Te ne accorgi e mi baci a lungo, riesci a darmi un po’ di serenità.” Chi disse cose belle non durano, maledetto, aveva ragione: un pomeriggio all’ingresso della casa, Elvira la maîtresse: “Laura è partita stamattina presto, non ha lasciato nulla per te.” La dama aveva anticipato la risposta ad una ovvia domanda che avrebbe formulata Edi il quale restò di ghiaccio, si meravigliò di se stesso, o prima o poi doveva giungere quel giorno, evidentemente il suo cervello, per autodifesa, aveva cancellato i recenti avvenimenti. Giunto a casa, Ingrid: “Figlio mio ti vedo sciupato, bianco in faccia, dì tutto a mammina tua.” “Si, ho bisogno di cambiare aria, mi voglio scrivere all’Università a Roma alla facoltà di medicina, quando vorrai potrai venirmi a trovare così visiterai la capitale.” La mamma malvolentieri acconsentì, il padre era contrario ma si sa, le femminucce hanno sempre ragione, specialmente quelle ricche di famiglia! Tramite agenzia, Edi trovò due stanze e servizi in via Aosta, i mezzi dell’Atac passavano sotto casa, tutto a posto…fino ad un certo punto! Per lo studio non c’era problema, era sempre in regola con gli esami, studiava molte ore al giorno e solo di sera qualche passeggiata. Durante una camminata incontrò un bella di notte che superava le altre sue colleghe per eleganza e bellezza, Edi aprì lo sportello della Cinquecento’e chiese alla ‘signorina’ di salire in macchina. La cotale prima di sedersi guardò bene in faccia l’interlocutore: “Non sei per caso…” “Sono un giovane educato e per bene e non sono per caso…” “Edi” “Adalgisa per tutti Ada, cosa vuoi di preciso io…” “Se sei d’accordo andiamo a casa mia.” “Ti costerà di più.” “Sino ad un certo punto me lo posso permettere, sono uno studente in medicina.” “Perfetto io soffro di…” “Non sono ancora laureato, ho bisogno di una prestazione particolare.” Edi le spiegò il suo problema e, da professionista del settore, Ada non si meravigliò più di tanto. “Se ho capito bene dobbiamo coinvolgere un altro maschietto, provo a dirlo a mio marito ti costerà duemila Euro.” “Spiacente, la mia cassa non mi permettere di spenderne più di millecinquecento, te l’ho detto sono uno studente.” “Mi sei simpatico, accompagnami al mio posto di ‘lavoro’, domani sera alle ventuno sarò a casa tua con Gigi mio marito.” Il cosiddetto marito, sicuramente il magnaccia, era molto elegante, ti credo con i soldi guadagnati dalla moglie! In compenso aveva modi gentili, andò in bagno con la consorte e si presentò in armi: “Vuoi scopare prima tu o prima io?” Edi si mise un preservativo, per la prima fu velocissimo, per la seconda ci volle un po’ più di tempo con grande soddisfazione da parte sua. Mise in mano alla ‘signorina’ tre cartoni da cinquecento Euro e, ottenuto il numero di telefono della coppia, rimase solo a meditare, si poteva permettere quello sfizio solo una volta al mese, sarebbe stato difficile giustificare con sua madre quella spesa in più. Passa un giorno passa l’altro, il prode Anselmo con l’elmo non c’entrava niente, (il cervello talvolta fa brutti scherzi), Edi si laureò a pieni voti, si iscrisse alla specializzazione di psicologia e, dopo due anni, finalmente poté mettere sul portone del suo studio, vicino all’abitazione, la sua targhetta:  ‘Dottor Edismondo I. psicologo.’ Pensò bene di accattivarsi le simpatie del portiere Nicola S. con una sostanziosa mancia, poteva essergli utile per farsi una clientela. Dopo una settimana in solitudine, finalmente un cliente: “Sono Alessio Z. assessore al Comune di Roma, di psicologi ne conosco tanti ma sono tutti amici e non voglio far loro conoscere il mio problema, vede io…per…ho bisogno di…” Edi scoppiò in una gran risata che lasciò interdetto Ale il quale stava per andarsene: “Resti pure, anzi diamoci del tu, abbiamo lo stesso problema!” Rassicurato, Alessandro domandò come lui, psicologo, riuscisse a superare la situazione, Edismondo lo mise al corrente ma domandò: “Scusa sei scapolo?” “No, sono sposato da due mesi, mia moglie Azzurra è  insegnante di materie letterarie al classico, è una donna intelligente oltre che bella, mi vuole molto bene ma capisci…” “Capisco, che ti posso dire, non è il caso di invitare quella prostituta che conosco, se tua moglie è d’accordo…” “Le farò presente la tua proposta.” Un pomeriggio una voce di donna: “Pronto il dottor Edismondo ?” “Son io con chi ho il piacere…” “Sono Azzurra…” Edi non la fece finire di parlare e sparò un complimento: “Dalla voce il nome di Azzurra le se addice perfettamente, immagino da quello che mi ha detto suo marito che…” “Lasciamo da parte i convenevoli, Alessio mi ha detto che lei è un tipo signorile, giovane, bella ed affidabile, una dea.  Quando vuole cena al ristorante sotto casa ‘da Mimmo’ che ha una cucina casalinga, nei ristoranti celebrati ti mettono nel piatto quattro cosine cucinate da uno chef famoso che ti fanno restare a stomaco vuoto!” “Lei anzi tu se me lo permetti, hai centrato il problema, a sabato sera.” Azzurra era uno schianto, minigonna corta, camicetta con scollatura abissale. Allo sguardo inebriato di Edi: ”Dottore non mi svenire…” “Scusa la figuraccia…” ”Nessuna figuraccia, posso dirti che anche tu non sei male, di solito gli psicologi sono più matti dei clienti, scherzavo ma questa è la vox populi.” Mimmo si presentò, si mise sull’attenti e:”I signori vogliono ordinare, questo è il menu.”Edi: “Dì la verità Mimmo eri un militare?” “Lo so, è il mio solito vizio di mettermi sull’attenti!” “Ma no sei un simpaticone, verremo spesso a mangiare da te.” Alla fine della cena Azzurra molto disinvoltamente: “Edi che ne dici di andare alla casetta nostra sulla via Appia?” Si fermarono dinanzi ad una villetta a due piani con  un giardino ed un prato molto ben tenuti. All’interno della casa di duecento metri quadri per piano:  “Complimenti caro Alessio, chiamala casetta!” “E cosa dirai alla vista della padrona di casa non eccessivamente vestita?” “Te lo dico in siciliano imparato all’università’ da alcuni colleghi: ‘Camaffare?’ Mi scuso se è un po’ volgare …” “Lo dirà la padrona di casa che vedo sta scendendo le scale in vestaglia trasparente. “Benvenuto Edi che ne dici di questa ‘merce’?” Sparita la vestaglia, gli occhi di Edi sembravano usciti dalle orbite, corpo favoloso dalla testa ai piedi lunghi e stretti e particolarmente curati come le mani. “Aho questo ci sviene, dagli due schiaffoni!” “Li accetto solo dalla padrona di casa!” Nel frattempo Alessio era rimasto in costume adamitico e con sua grande gioia il suo ‘ciccio’ cominciava ad alzarsi, anche Edi non era da meno. “Res cum ita sint direbbero i latini chi sarà il primo? Per dovere di ospitalità direi l’ospite, il divano ci aspetta.” Azzurra aveva anche la ‘natura’ avvenente, le grandi labbra piene  e non moltissimi peli, peraltro lisci, sul pube, signora anche nell’intimo. Edi prima di ‘entrare’ omaggiò la signora di un cunnilingus apprezzato dalla dama che aiutò molto ‘ciccio’ a lubrificare il ‘condotto’. In poco tempo Edi se la godette due volte alla grande ma poi: “Scusa io non ho pensato…” “Nessuna preoccupazione, Alessio da adolescente ha subito un intervento ai testicoli, forse è sterile ma un figlio lo vorremmo e quindi…” A turno i due maschietti sollazzarono la padrona di casa, Edi: “Per il futuro ho in serbo un doppio gusto, uno scialo!” Alessia: “Per me va bene ma per ora basta ragazzi, la cosina chiede una tregua, tutti sul divano a riposare.”  Edismomdo con Alessio ed Azzurra fecero coppia anzi tripla fissa, dopo un anno nacque Sofia, non sembrava assomigliare a nessuno dei due maschietti ma alla genitrice, meglio così avrebbe avuto due padri! Edismondo avrebbe voluto far partecipe sua mamma dell’avvenimento, ma sarebbe stato difficile spiegare la situazione piuttosto particolare…
     
     

  • 26 settembre alle ore 16:50
    Ci siamo frequentati per qualche notte

    Come comincia: Ci siamo frequentati per qualche notte...
    Eravamo a letto.
    Io ti sentivo avvicinare a me, ma spesso quando aprivo gli occhi tu non c’eri più.
    Va bene la prima notte, va bene la seconda, ma poi alla terza ti ho visto lì!
    Bella ferma vicino al quadro, mi sono avvicinato e senza che te ne accorgessi ti ho spiaccicato sul muro.
    È rimasta una macchiolina di sangue, quasi sicuramente il mio, ma che soddisfazione cara zanzara.
    Non ti eri accorta di una tua amica poco più in là, nella tua attuale situazione?

  • Come comincia: Il più grande rivoluzionario, ma proprio il più grande (di tutti) davvero non fu il "Che", né lo furono Pancho Villa o Emiliano Zapata, o Robespierre o Danton; né Lenin o Trotzsky. Esso fu, invece, Vladimir Vladimirovic Majakovskij, classe 1893 da...: il quale amava, sì, la vita ma si diede morte - a soli trentasette anni, nel 1930 - per ribellione contro di essa...non riusciva, infatti, a viverla sino in fondo, (e) così come avrebbe desiderato! Che cosa c'é al mondo, or mi domando, di più rivoluzionario che non sia il ribellarsi alla vita? Esiste un gesto similmente ribelle a questo? Donare un fiore ad una donna è un gesto, il solo gesto che può eguagliare quello compiuto da Majakovskij nel corso della sua vita. L'artista russo fu il massimo esponente, in vita (e post-mortem, evidentemente!) del cosiddetto movimento cubofuturista russo (così denominato per l'adesione a talune prospettive della pittura cubista). L'artista e letterato russo fu, senza ombra di dubbio, una "coscienza" inquieta. Del resto, tutta la storia europea del primo novecento è segnata da inquietudini d'ogni sorta e da sconvolgimenti culturali, politici e sociali di vastissima portata; è intrisa di inquietudine e bagnata di malcontento, fervore e...sangue! A tal proposito, di grande interesse critico nonchè valore storico é ciò che scrive Benedetto Croce nel brano "Panorama culturale del primo novecento" (da: "Storia d'Italia dal 1871 al 1915", del 1928), di cui riporto alcuni tratti: "La coscienza morale d'Europa era ammalata da quando, caduta prima l'antica fede religiosa, caduta più tardi quella razionalistica e illuministica, non caduta ma combattuta e contrastata l'ultima e più matura religione, quella storica e liberale, il bismarckismo e l'industrialismo e le loro ripercussioni e antitesi interne, incapaci di comporsi in nuova e rasserenante religione, avevano foggiato un torbido stato d'animo, tra cupidigia di godimento, spirito di avventure e conquiste, frenetica smania di potenza, irrequietezza e insieme disapprovazione e indifferenza, com'è proprio di chi vive fuori centro, fuori di quel centro che è per l'uomo la coscienza etica e religiosa."; e ancora: "L'atteggiamento morale e politico della giovane generazione rispondeva all'irrazionalismo delle teorie, il quale, a sua volta, come si è notato, era stimolato dallo spirito che prevaleva in Europa, rapace spirto di conquista e di avventura, violento e cinico. L'ideale socialistico, che era stato l'amore di vent'anni innanzi, non parlava più ai giovani, né a quelli stessi ch'erano stati allora giovani: effetto in parte della critica che aveva corroso il marxismo e la sua apocalittica, in parte del graduale dissolvimento del socialismo nel liberalismo, e in parte delle riforme onde quasi intero il suo "programma minimo" si venne attuando. L'immaginazione e la bramosia della nuova generazione, e dei delusi di quella di poco antecedente, si rivolgevano, come già prima in Inghilterrra, Germania e Francia, all'"imperialismo" o "nazionalismo", di cui padre spirituale fu in Italia il D'Annunzio, che l'avea preparato sin da giovane con tutta la sua psicologia, culminante nel sogno della sanguinaria e lussuriosa rinascenza borgiana, ma più determinatamente dopo il 1892, letto che ebbe qualcosa del Nietzsche, in romanzi, drammi, laudi.".
     Erano quelli gli anni delle imprese coloniali (in Italia la fallimentare e catastrofica impresa di Adua), del crescente nazionalismo sfrenato e delle manie di grandezza, appunto (pangermanesimo, panslavismo, revanscismo, etc.), che preluderanno, poi, all'attentato di Sarajevo e al conseguente scoppio del primo conflitto mondiale: inframezzato, se così si può dire, dalla rivoluzione di ottobre in Russia. Il tutto, poi, confluirà, infaustamente, come un vortice oscuro senza fine, o un incontrollato effetto domino, nei regimi dittatoriali che insanguineranno l'Europa (franchismo, nazismo e fascismo). Erano gli anni, quelli, delle elitès soreliane che inneggiano alla violenza, dell'azione, in Francia - e non solo - dell'organizzazione Action Francaise di Maurras e Barrès; erano gli anni, quelli, della nascita delle avanguardie culturali, letterarie e artistiche. Si affermano le correnti pittoriche che danno una interpretazione nuova del reale e dell'oggettivabile (oggettivo), le quali risentono tutte, in maniera diversa, della caduta dei valori filosofico-morali dell'epoca. Odillon Redon, ad esempio, con "L'occhio", 1882, è il più qualificato interprete della crisi di sfiducia nella oggettività del reale ipotizzando una verità "autre" che si materializza nelle visioni figurative del simbolismo. Seurat, invece, da origine al divisionismo, insieme agli italiani Pelizza da Volpedo e Giovanni Segantini: in questo caso la realtà è individuabile attraverso la mobilità della luce provocata dallo sprigionarsi dei colori in una serie di parvenze e simboli. Sempre in Francia, d'altro canto, André Derain e Henri-Emile Matisse danno vita al gruppo dei "fauves" espressionisti i quali, attraverso la irrazionalità del colore, sprigionano le loro emozioni e la loro interiorità. A quello francese, seppur sempre in funzione anti-impressionistica, si contrappone l'espressionismo tedesco, il quale ruota intorno al gruppo Die Brucke ed alla figura di Ernst Ludwig Kirchner; questi, dopo aver esordito nel divisionismo matura uno stile (prendendo anche qualcosa dal cubismo) che accentua sempre più le dissonanze cromatiche e da spazio alla cosiddetta "deformazione delle forme" (La strada o Cinque cocottes, 1913): il tutto, evidentemente, in aperta critica verso la società del tempo. La terza branchia dell'espressionismo europeo, quella austriaca (Schiele, Kubin, Kokoschka), ruota anch'essa nell'orbita tedesca ma accentua notevolmente l'elemento introspettivo. Influenze dell'espressionismo si avranno tanto nel Blaue Reiter e nella nuova oggettività, in Germania (Grosz, Dix su tutti), quanto in Francia (Chagall, de Vlaminck, Soutine, Rouault) con la scuola di Parigi: i primi ne accentuano l'elemento mistico-simbolico, i secondi riprendono esplicitamente la polemica sociale e di denuncia verso le storture dell'uomo, gli ultimi fondono il fauvismo e il Die Brucke. Pablo Picasso (Le damigelle d'Avignone, 1907) e Georges Bracque (La tavola del musicista, 1913) danno vita a Parigi al cubismo (dapprima analitico e poi sintetico), un modo del tutto nuovo di vedere il reale: il pensiero, infatti, scompone dapprima i volumi e lo spazio e poi ne da una visione simultanea; ovvero la scomposizione riduce lo spazio a solidi geometrici (da cui il nome dato al movimento dal critico Vauxcelles nel 1908). Uno dei teorici maggiori del cubismo è il francese Guillaume Apollinaire (I pittori cubisti), tra l'altro grandissimo poeta (.....) e       

  • 25 settembre alle ore 10:14
    ARLETTE UNA BRASILIANA.

    Come comincia: Era stato un modo strano da parte di Alberto M. per far conoscenza  ed  innamorarsi  di  Arlette  O.  infermiera dell’Ospedale Maggiore di Bologna. Una mattina in sella alla sua moto Ducati Monster, di cui andava fiero,  dirigendosi verso Zocca (Mo) sua località di origine, scivolò su del terriccio invisibile alla vista e cadde rovinosamente. Un immediato  dolore  al braccio ed alla gamba destra lo costrinsero a rimanere a terra; un automobilista di passaggio provvide a chiamare il 118, fu ricoverato all’Ospedale Maggiore di Bologna. Era domenica,  per fortuna pochi pazienti in attesa,  le radiografie confermarono le due fratture che Alberto aveva immaginato. Passata la notte con antidolorifici, la mattina successiva l’ortopedico dr. Zappelli, un omone sorridente ad uso dei pazienti, lo operò con diagnosi di trenta giorni. Alberto preferì non informare i genitori che, ricchi di famiglia, avrebbero fatto convergere in ospedale un nugolo di medici, meglio di no, era ben curato dagli infermieri, in maggior parte femmine garbate, soprattutto una particolarmente avvenente che lo colpì subito, in seguito seppe chiamarsi Arlette O., brasiliana, assomigliava molto a quelle ragazze che si vedono in televisione in occasione delle sfilate di carri al carnevale brasiliano. Arlette era gentile ed affettuosa con Alberto il quale non era nella posizione di far nulla, lui gran conquistatore di donne a getto continuo (Petrolini docet), cercava di allungare la mano col braccio non ingessato con grandi risate da parte dell’infermiera. Aveva ottenuto una stanza singola, da malati si ha più bisogno di privacy, per pagare, fu costretto a ricorrere ai genitori i quali arrivarono con tutti i parenti al seguito creando un gran trambusto ma lasciando ad Alberto un mucchio di soldi in contanti. “Se te ne servono altri telefona, mi raccomando (la madre la ricca di famiglia). Alberto, quarantenne scapolo,  insegnava lingue al liceo Marco Minciotti, molti alunni ed alunne vennero a trovarlo portano fiori, dolciumi, vino Sangiovese, un ben di Dio. Dell’unica femminuccia, Arianna che avrebbe voluto rivedere nemmeno l’ombra. Si era accorta della relazione di Alberto con una sua alunna ed era sparita sbattendo la porta dell’alloggio del ‘caro mico’. Arlette ormai era diventata una presenza quasi fissa nella camera di Alberto, una volta c’era scappato un bacio, anche una toccatina alle tette ma per il resto il tutto a guarigione finita. Alberto restò altri dieci giorni per la riabilitazione degli arti e poi finalmente a casa con gran festa della padrona  signora Lalla F. pure lei quarantenne che avrebbe voluto…ma Alberto era ormai indirizzato alle pulselle giovani… stava invecchiando! Arlette, quando libera dagli impegni all’Ospedale, si recava spesso a casa di Alberto che, finalmente libero dal gesso, cercò di andare al sodo ma poco raccolse: qualche rapporto manuale od orale, ‘ciccio’ fra le tette ma più giù su Arlette era zona off limits: spiegazione “Sono cattolica praticante, niente prima del matrimonio.” Proprio a lui doveva capitare una ragazza religiosa, lui ateo o meglio pagano ‘adoratore di Hermes’ che secondo lui lo proteggeva dai guai meglio di un santo cattolico, ognuno ha diritto alle proprie idee! Passa un giorno, passa l’altro Alberto sempre più innamorato si decise per il gran passo e, informati i genitori, ci fu un matrimonio solenne in chiesa con centinaia di invitati. La prima notte gli sposi decisero di passarla a Bologna nella casa in affitto di Alberto, erano troppo stanchi ma…stavolta Hermes era distratto o addormentato perché non aveva avvisato Alberto che la sposa aveva qualcosa in più: immaginate cosa? Un pene che aumentava sempre più di volume, insomma Arlette era un transessuale! Un silenzio  imbarazzato da parte di Alberto il cui cuore pareva essersi fermato. “Caro se mi ami mi vorrai anche così, dalle nostre parti può accadere…” Alberto pensò: “Qui non siamo dalle tue parti…” Per tutta la giornata successiva non uscirono dalla stanza, si fecero portare le vettovaglie in camera dalla signora Adalgisa, la padrona di casa, la quale ebbe un altro pensiero rispetto alla realtà: “Questi zozzoni non ce la fanno nemmeno a camminare!”invece…Alberto riprese ad insegnare e Artlette ad andare in ospedale, nessun contato fisico finché una sera Alberto mentre dormicchiava sul letto, sentì il suo ‘ciccio’ circondato da qualcosa di caldo e poco dopo ebbe un orgasmo nella bocca della consorte. Così finì la guerra, Alberto baciò in bocca Arlette con gran piacere, la ragazza ci sapeva fare e leccò il marito dalla testa ai piedi con gran goduria dell’amato che a quel punto…”Fammelo toccare, cazzo sembra più grosso del mio…” Arlette talvolta si masturbava, anche lei sentiva il bisogno di…ma Alberto si rifiutava di partecipare, non voleva diventare bisessuale, proprio no. Un sabato una proposta di Arlette. “Amore mio,  ti chiamo così  perché sento di amarti veramente, sei il primo uomo al quale manifesto i miei sentimenti, credimi per favore, vorrei andare in un locale particolare in cui ci sono gli scambisti e gli omo maschi e femmine, non sei obbligato a far nulla, puoi anche solo restare a guardare gli altri. ‘Fatto trenta facciamo trentuno’, Alberto non credeva molto ai proverbi ma…Il locale ‘Liberty Natural’ era dall’altra parte della città, Alberto, specie di notte, aveva messo la parte il suo ‘Monster’ e con la consorte salì sulla sua Mini Clubman di color verde. All’ingresso un buttafuori tipo ‘montagna’ che: “Signore questo è un club privato!” poi vide Arlette: “Scusi signorina non l’avevo notata, prego entrate.” Una signora di mezza età, elegante, vestita di nero, longilinea si presentò loro: “Cara Arlette è tanto tempo…Sono la contessa Alessia. V., con Arlette siamo molto amiche.” “Questo è Alberto il mio convivente, che ne dici?” Alessia girò intorno alla figura di Alberto e inaspettatamente: “Sinceramente me lo farei.” E giù una risata, come inizio… “Ascolta Arlette mi domando come si regge finanziariamente stà baracca, la cosiddetta contessa che interessi ha?” “Ogni persona ha una tessera per dimostrare che è un club privato, costo: Euro cinquemila l’anno, ogni socio può far entrare solo due amici.”Mentre Arlette si intratteneva con i conoscenti che non vedeva da tempo, Alberto notò una coppia particolare soprattutto lei attirava l’attenzione dei maschietti: altezza media, lunghi capelli corvini, bellissimi occhi verdi che illuminavano un viso sorridente, minigonna che svelava gambe bellissime. Lo sguardo imbambolato di Alberto fu interrotto da Arlette che, da dietro, gli diede un pizzicotto nel collo: “Così ritorni alla realtà, mai vista una bella ragazza, te li presento: Ginevra ed il fratello Cesare S.” Il giovane dall’espressione del viso e dai modi dimostrava chiaramente l’appartenenza all’altra ‘sponda’. Tutti al bar,  Arlette, per dargli importanza, conclamò l’appartenenza di Alberto alla professione di professore di lettere alle scuole superiori. Cesare forse orgoglioso della sua appartenenza al terzo sesso, ricordò una frase di Cicerone riguardante il suo nome: ‘Cesare il marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti.’ Alberto gli fece i complimenti per la sua cultura ma poi rivolse le sue attenzioni a Ginevra: “Il suo nome o se me lo permetti il tuo nome è quanto mai indicato per la tua persona: vuol dire splendente, non voglio far la figura del campagnolo mai uscito dal suo paesello ma sinceramente mi hai colpito, immagino quanti calabroni ti ronzino intorno.” “Lo puoi ben dire ma io son di gusti molto difficili, non amo gli sbruffoni, i maschietti che per ottenere non devono chiedere mai nulla!”  “Forse allora io sono escluso perché io qualcosa da chiedere ce l’avrei… non vorrei però che mi arrivasse uno ‘smataflone’ lo dico in bolognese anche se io sono della provincia di Modena.” Una risata cementò l’amicizia fra i quattro, Alberto con qualche battuta riuscì a conquistarsi la simpatia di Ginevra, per Arlette e Cesare non c’erano problemi, molto probabilmente erano stati intimi in passato, così pensò malignamente Alberto. Il giorno successivo, domenica, Arlette appena alzata: “Senti penso che dovremmo cambiare casa, come si fa ad invitare gli amici dentro stò buco?” Alberto non ci pensò due volte, preso il telefono: “Mammina devo chiederti una cortesia grande, vorrei affittare una villetta così quando verrai a trovarmi (sun of a bitch)…” “Penso che sia meglio che te la compri così nessuno potrà mai mandarti via di casa.” “Grazie mammina, un bacione!” Con l’aiuto di un’agenzia Alberto scovò una villetta veramente graziosa a due piani, già arredata, in Zona Predosa, inviò puntualmente tutte le fatture con foto della villa a mammina la quale, entusiasta: “Figlio mio, ti farò benedire la casa così te la godrai più a lungo.” Mammina era molto religiosa ma per fortuna i reumatismi non gli permisero di mettere in atto la sua intenzione. Forse Alberto non ricordava il detto: mai le sorprese, infatti una mattina ritornando da  scuola trovò nel letto Arlette  che usava la sua parte maschile con Cesare, nessun imbarazzo da parte dei due ma non di Alberto si aveva  immaginato la situazione ma nel vederla realizzata…” Il più non giovin signore non riusciva ad ottenere più di qualche bacio da parte di Ginevra finché un giorno: “Mia cara che ne dici di dirmi la verità sulla tua ritrosia a …”. La ragazza si mise a piangere, con i suoi bellissimi occhi verdi fece tenerezza ad Alberto che la strinse al petto: “Non voglio sapere quello che non vuoi o non puoi dirmi, mi basta vederti per essere felice, ormai avrai capito che…” Ginevra a pezzi e bocconi raccontò di una sua avventura con uno che si era dimostrato un poco di buono, era finita ma quel disgraziato la tormentava con continue telefonate anche nel cuore della notte ed anche con la sua presenza dinanzi casa sua. “Mia cara, domattina andiamo a denunziarlo ai Carabinieri per stalking, vedrai che sparirà dalla circolazione. Sistemata la questione Ginevra dimostrò di meritare il suo nome ed una domenica fece una sorpresa, anzi una sorpresissima ad Alberto presentandosi nuda nella  camera da letto, una visione paradisiaca, una prima volta indimenticabile col popò e doppio gusto!
     

  • Come comincia:  In certi momenti della nostra vita assistere ad un funerale (non importa se esso sia di un familiare, di un parente, di un conoscente o soltanto del gatto nero del vicino!), ad un bel tetro, sano e pacifico (anzi: genuino, direi!) funerale (sì, avete proprio letto e/o capito bene: nessuno di voi soffre di strabismo congenito!) è proprio ciò che ci vuole, senz'altro (molto) di più di un semplice bicchierino di buona grappa nostrana (magari shekerata insieme a qualche goccia di vodka russa: originale no taroccata!), o di cognac francese invecchiato in botti di rovere, o di whisky puro malto scozzese: oltre che a tirarti su e a farti drizzare i capelli ed anche, chissà...pure l'uccello (nuovamente!), esso ti (ri)porta alla realtà, ti (ri)mette coi piedi per terra, ti fa (ri)aprire gli occhi: ti fa capire veramente chi sei, che cosa sei...Ma la morte, al pari della notte, davvero porta consiglio?!

    Taranto, 12 dicembre 2013. 

  • Come comincia: La questione palestinese-israeliana (o israelo-palestinese che dir si voglia; ma non conta invertire l'ordine dei fattori, pardon delle parole: il risultato sarebbe lo stesso, come recitano vecchi abbecedari di aritmetica!) è talmente complessa (anzi, la storia di questi luoghi, delle genti che li abitano, delle loro culture e dei loro...culti lo é!), ricca di grovigli ed intrecci da non potersi risolvere attraverso semplici commenti o "like" sui social. Questa storia è ricca di avvenimenti, di eventi (spesso, purtroppo, luttuosi e tristissimi), di sconvolgimenti, di esodi, di conflitti armati e di tragedie immani, di  divisioni, di muri (del pianto, del sangue, di cemento) di pregiudizi, di trattati ed accordi, di infamia, ingiustizie e quant'altro. Alcuni spunti che riporto in questo mio che ho definito (non so se propriamente o meno) "saggio" spero serviranno a chiarire qualcosa o, per lo meno, a capire la complessità e la vastità del fenomeno. Anzi, è quella che si potrebbe definire, a mio avviso e compendiata, la cronologia della cosiddetta "genesi dell'odio" (non solo io la definisco a quel modo ma anche esperti e storici d'ogni dove), attraverso episodi fondamentali, chiave direi.
     Leggo nella storia di Israele e riporto alcuni passi: "Il popolo ebraico si dichiara discendente da Abramo, il primo patriarca che, verso il 2000 a. C. ritenendosi guidato da dio, partì con la propria tribù da Ur, in Caldea, dirigendosi verso Canaan. In realtà, a differenza di quanto afferma la tradizione quale è riportata nel Vecchio Testamento, gli ebrei sono uno dei più antichi popoli fra quelli provenienti dalle rive orientali dell'Eufrate. La tribù di Abramo si fermò in Egitto circa quattrocento anni e fu ridotta in schiavitù dai Faraoni. Verso il 1200 a. C. Mosé guidò la fuga del suo popolo dall'Egitto, e sotto la guida di Giosué, suo successore, tribù ebraiche si stabilirono a Canaan e sulle rive del Giordano. Scoppiarono allora le prime grandi rivalità con le popolazioni indigene sottomesse dal primo re Saul e successivamente, in modo definitivo, dal suo erede David. Il figlio di quest'ultimo, Salomone, costruì il tempio di Gerusalemme, il cui gravoso onere ricadde sul popolo, già disgustato dalla tolleranza mostrata dal re verso il culto di idoli. Ne seguì una lotta che portò alla costituzione di due regni: quello di Israele (che riunì dieci tribù della Palestina settentrionale sotto il re Geroboamo I), e quello di Giuda, formato dall'omonima tribù. Il primo ebbe per capitale Sichem eppoi Thirza, Penuel e Samaria, fu sottomesso e distrutto nel 772 a. C. da Sargon II, re degli Assiri, (la maggior parte della popolazione venne deportata in Mesopotamia e nella Media). Il regno di Giuda invece visse ancora per circa cento anni e venne piegato dai Babilonesi che distrussero anche il tempio di Salomone. A ricostruirlo, verso il 500 a. C., furono gli Ebrei che, col permesso del re persiano Ciro, vincitore dei Babilonesi, erano tornati a Gerusalemme. Dopo duecento anni di relativa tranquillità la Palestina fu conquistata da Alessandro Magno e, alla morte di questi, governata dai Tolomei d'Egitto. Nel clima di tolleranza instaurato dal re macedone, Alessandria divenne importante centro culturale del giudaismo ellenico, mentre contro l'interpretazione dogmatica e letterale della tradizione ebraica si levarono vari movimenti di protesta popolari, tra questi il Cristianesimo.
     E'questo è il primo episodio (ovvero, l'inizio dal punto di vista storico e cronologico) della genesi dell'odio di cui dettovi; quello di cui sopra è soltanto uno scorcio infinitesimale di storia di un paese tanto piccolo (poco più di ventimila chilometri quadrati e di cinque milioni di abitanti!), quanto complesso! D'altro canto, invero, lo scrittore britannico Bruce Chatwyn (a mio avviso una delle menti letterarie più lucide del XX°secolo), vero "topo da biblioteca" (è così che sovente lo chiamo...essendo, nel mio piccolo, un po'come lui!), ex catalogatore di opere d'arte, ma anche - e soprattutto - cittadino del mondo e viaggiatore nel mondo (il suo primo libro, non a caso, si intitola "In Patagonia", del 1977) nonché estremo conoscitore di popoli, culture, tradizioni e religioni, nel suo capolavoro letterario, "Le Vie dei Canti" (uscito in Italia per i tipi Gli Adelphi, nel 1988), scrive - tra le altre cose - quanto segue: "Abele, che secondo i padri della Chiesa prefigurò con la sua morte il martirio di Cristo, era un guardiano di pecore. Caino era un agricoltore stanziale. Abele era prediletto da Dio, poiché Yahwèh era un "Dio della Via" la cui irrequietezza escludeva altri dèi. Tuttavia a Caino, che avrebbe costruito la prima città, fu promesso il predominio su di lui". E proprio questa la intuizione geniale di Chatwyn: anzi, più che intuizione, trattasi di vera e propria genialità storica, sapiente capacità di leggere la storia attraverso le carte, i documenti storici, appunto, e gli avvenimenti stessi. Fu lo stesso Dio, per lo scrittore inglese, col suo comportamento, col suo avere in predilezione Abele, piuttosto che Caino, a dare inizio alla "genesi dell'odio" protrattasi per molto, anzi, che si protrae sino ai giorni contemporanei. Sempre nello stesso libro (anzi, sempre a pagina duecentocinquantasette dello stesso!), Chatwyn così continua: "Un brano del Midrash (XXX) a commento della lite dice che i figli di Adamo ebbero in eredità un'equa spartizione del mondo: Caino la proprietà di tutta la terra, Abele di tutti gli esseri viventi - al che Caino accusò Abele di aver sconfinato. I nomi dei fratelli - secondo Chatwyn - sono una coppia di opposti complementari. "Abele" deriva dall'ebraico hebel, cioé "fiato" o "vapore": ogni cosa animata, che si muova e che sia transeunte, compresa la sua vita. La radice di "Caino" sembra sia il verbo kanah=acquisire, ottenere, possedere, e quindi governare o soggiogare. "Caino" significa anche "fabbro ferraio". E poiché in numerose lingue - perfino in cinese - le parole che significano "violenza" e "assoggettamento" sono collegate alla scoperta del metallo, forse è destino di Caino e dei suoi discendenti praticare le nere arti della tecnologia". Seconda grande intuizione di Chatwyn: è nella stessa origine, nello stesso significato del nome di Caino insita la "genesi dell'odio"; la pratica delle arti della tecnologia (del ferro, nella fattispecie) sarebbe eredità, come un effetto domino, dei discendenti di Caino stesso, ripercuotendosi anche sugli stessi Ebrei i quali, a loro volta, avrebbero praticato questa sete di assoggettamento nei confronti dei Palestinesi! Ma continuiamo nel racconto, ossia nel citare ancora Chatwyn dal suo stesso libro: "xxxx".   

             

     

  • 20 settembre alle ore 16:57
    ALBERTO IL SOLITARIO.

    Come comincia: La vita di Alberto Minazzo, dopo le dimissioni da insegnante di scuola media G. Verga di Messina, era diventata decisamente monotona; aveva insegnato per anni in quella scuola sia le materie letterarie che le lingue, conosceva bene il francese e l’inglese ma gli avvenimenti degli ultimi tempi l’avevano disgustato: alunni sempre indisciplinati in classe, genitori che chiedevano conto e ragione della bocciatura dei loro pargoli, talvolta anche con maniere ‘forti, Alberto aveva detto basta con dispiacere del direttore dell’istituto e dei colleghi, anche se di carattere chiuso era molto stimato per la sua preparazione professionale e per l’impegno nel suo lavoro. L’unica consolazione era abitare in una villa a tre piani sulla circonvallazione ereditata dalla madre insieme ad un patrimonio notevole. La servitù era composta da due donne di mezza età, nubili, da un uomo adibito agli acquisti occorrenti per l’uso quotidiano e da un giardiniere. Alberto teneva molto a vedere il suo giardino in ordine: prato all’inglese perfettamente rasato, siepi tutte alla stessa altezza, alberi sfrondati e fontane sempre pulite, un vero paradiso terrestre.  Anche l’interno della casa era nel massimo ordine: mobili antichi misti a quelli moderni da lui acquistati, bagni con vasche con idromassaggi e docce ma quello che più inorgogliva Alberto era un impianto HI.FI. multiroom che, come dice la parola, diffondeva suoni  praticamente in tutte le stanze. Quando era depresso Alberto ‘metteva su’musica brasiliana pensando al carnevale di Rio ed alle belle ragazze sculettanti, quando era allegro musica classica strumentale, non amava i gorgheggi dei cantanti. Ogni mattina dopo colazione, faceva un giretto nel suo giardino salutato con riverenza da Dario Franceschini, il giardiniere,  padre di una ragazza a nome Stella che frequentava la seconda media e con  cui Alberto ripassava le nozioni da lei apprese a scuola. Alberto era per Stella lo zio Alberto, lui l’aveva vista nascere nella dependance dove abitava tutto il personale di servizio. Dario era sposato con Ida Fabbri una ex contadina ignorante e volgare che un giorno disse chiaramente al marito che non  vedeva bene quella frequenza della loro figlia col padrone di casa. “Sei una stupida, nostra figlia è ancora una bambina, il dottor Alberto una persona seria che mi ‘passa’ uno stipendio doppio di quello di miei colleghi, piuttosto tu trovati un lavoro così non mi rompi più le balle con le tue fisime.” La storia finì qui ma Ida, in fondo, non aveva tutti i torti: Stella stava diventando una donnina, aveva avuto le mestruazioni ed il suo seno cominciava a crescere. La ragazza aveva avuto in regalo da Alberto una bicicletta multiaccessoriata che convinse ancora  di più Ida che la sua idea fosse giusta. Alberto voleva molto bene a Stella, oltre allo stipendio mensile, dava a Dario del denaro per comprare alla figlia vestiti e scarpe per non farle brutta figura con le compagne di scuola tutte un po’ snob. Un giorno: “Stellina non pensi che all’età tua le trecce non vanno più bene, lascia i capelli liberi di fluttuare e vai da un parrucchiere, darò per questo dei soldi a tuo padre.” La ragazza tornò a casa completamente diversa, dal parrucchiere c’era anche una visagista che la truccò in modo leggero ma che cambiò completamente il viso della giovane. La madre stava per fare una scenata ma, alla vista del marito con la faccia di chi sta per incazzarsi di brutto ingoiò ancora una volta le sue paturnie. Era estate, il clima piacevole soprattutto di sera spinse Alberto ad invitare i suoi ex colleghi con relative famiglie, una cena fredda e poi ballo per tutti compresa Stella abbigliata in modo sobrio ma elegante che spinse i maschi giovani a contendersela per un ballo; da lontano la madre parve contenta, finalmente sua figlia a contatto con giovani della sua età. Alla fine della serata, era l’una di notte, spariti tutti gli invitati Alberto: “Ho notato che stasera hai fatto un bel po’ di conquiste, complimenti!” “I miei coetanei non mi interessano sono tutti ragazzini spocchiosi e viziati ed anche maleducati, un paio hanno cercato di…toccarmi, li ho fulminati, con me ‘non c’è trippa pè gatti’ come talvolta ho sentito dire da lei.” Alberto sorrise, quella frase gli ricordò la sua romanità di linguaggio per aver frequentato gli studi nella capitale e poi gli fece piacere anche perché…perché? La cosa peggiore è quella di indagare su se stessi, Alberto se lo ripeteva ogni qualvolta aveva un problema da risolvere. Che Stella fosse diventato un problema? Si mise a ridere, a quarantacinque anni poteva essere suo padre, forse suo nonno! La ragazza superò brillantemente gli esami di terza media con voti superiori a quelli della maggiore parte dei suoi colleghi che si rifacevano con delle malignità: “Certo è stata raccomandata dal professor Minazzo, chissà cosa combinano…” Regalo da parte di Alberto a Stella: il miglior motorino sul mercato; mamma Ida ancora una volta masticò amaro non così la figlia che, quando rincontrò Alberto nel suo studio, lo subissò di baci: “Zio sei stato munifico, vorrei…” “Non devi voler nulla, è stato una ricompensa per il tuo impegno nello studio. Mi pare che tu abbia intenzione di iscriverti al classico, ti seguirò ancora sempre se tu lo vorrai.” “E me lo domandi io…” ”Niente io, vatti a fare un giretto col motorio, mi raccomando prudenza non vorrei venirti a trovare in ospedale.” Venne l’autunno, Alberto la mattina si affacciava al balcone per vedere Stella sfrecciare col motorino anche quando il tempo non era favorevole ma la gioventù…Un giorno: “Stella ormai hai più di diciotto anni, non pensi ad un boy friend insomma ad una ragazzo della tua età…” Alberto non finì la frase, Stella si era messa a piangere ed era scappata via, che significato dare a questo suo atteggiamento? Alberto fece quello che aveva sempre affermato di non voler fare: indagare su se stesso. Non gli piacque quello che venne fuori, si stava affezionando troppo  alla ragazza! Da qui nacque la decisione di ‘cambiare aria’. Comunicò la decisione ai collaboratori domestici cui avrebbe continuato a pagare il salario sino alla loro pensione ed al giardiniere Dario  al quale donò un cellulare molto semplice da usare, praticamente solo per telefonare e per ricevere telefonate, voleva essere sempre aggiornato sulle novità di casa sua. Partì di notte con la sua Alfa Romeo Giulietta caricata di bagagli, tramite un’agenzia aveva affittato un appartamento a Roma in via Conegliano 8 vicino la basilica di San Giovanni. Raggiunse la città eterna dopo dodici ore, l’età cominciava a pesare e si fece aiutare dal portiere dello stabile, Vincenzo Caruso siciliano, in arte ‘Bicienzo’ del quale si accattivò subito le simpatie con una buona mancia. Dario riferì che Stella aveva preso male la sua partenza, si era chiusa in se stessa ed aveva litigato con la madre, si era iscritta all’università alla facoltà di medicina. Alberto aveva sistemato la sua auto in un garage davanti casa sua, una vera fortuna non dover impazzire a cercarne un posteggio. Cercava di fare amicizia con gli abitanti della strada, praticamente un piccolo quartiere comprando regalini e dolciumi ai ragazzi ed aiutando materialmente qualche abitante che Bicenzo gli segnalava essere in difficoltà finanziarie. Ormai lo conoscevano un po’ tutti ed era diventato il dottor Alberto, a Roma si fa presto ad essere classificati dottori! Talvolta sollazzava ‘ciccio’ con la compagnia di qualche gentile signorina che andava via da casa sua soddisfatta del compenso. La sua vita fu in parte sconvolta quando Dario gli comunicò che Stella si era fidanzata ed in seguito sposata con il figlio di un noto e ricco commerciante locale, giovane di bell’aspetto ma con poco cervello. Il cotale, di cui sconosceva il nome si limitava a seguire il padre negli affari, padre da tutti considerato imbroglione oltre che usuraio, una bella famiglia pensò Alberto. Cercò di consolarsi ragionando che in fondo Stella aveva fatto bene a sistemarsi, lui era scomparso dalla sua vita. Un giorno dopo l’altro…i versi della canzone di Tenco riproducevano quella che era la sua vita, unica grossa novità quella di aver acquistato oltre il suo appartamento quello dello stesso piano per avere un’abitazione più grande. In seguito ‘si passò il tempo’ cambiando un po’ tutto dalle pareti  al mobilio, finalmente una casa di suo gusto. Pensò all’inaugurazione invitando a casa sua gli abitanti della strada e facendo loro omaggio di una tavolata di cibi già preparati e di bottiglie di buon vino dei Castelli Romani. Fu un  successo, il dottor Alberto ormai era diventato un mito. Quando si rasava la barba notava dei cambiamenti non piacevoli sul suo viso: rughe più marcate, capelli diradati e di color incerto fra il bianco ed il grigio, qualche occhiaia, capì che ormai la vecchiaia stava prendendo il sopravvento sulla sua persona. Un solo fatto per lui piacevole: Dario gli aveva comunicato che Stella si era separata dal marito ed aveva conseguito la laurea in medicina a pieni voti la qual cosa gli fece pensare a…Non volle comunicare nemmeno a se stesso la sua idea ma poi…Chiamò Dario e lo pregò di comunicare a sua figlia che volentieri l’avrebbe ospitata a Roma a casa sua. La ragazza a quella notizia pianse di gioia, non aveva più nemmeno l’ostacolo di sua madre nel frattempo passata a miglior vita e fece comunicare da suo padre ad Alberto che sarebbe giunta alla stazione Termini dopo due giorni col treno in arrivo a Roma alle tredici, per scaramanzia non volle parlare direttamente con  lo zio. Alberto allergico agli arrivi ed alle partenze pregò Dario di comunicare alla figlia il suo indirizzo e di prendere in tassì per raggiungerlo. Alle tredici si appostò sul terrazzo che dava sulla via Taranto col binocolo per scrutare tutti i tassì in arrivo all’inizio della strada. Ci volle un’ora prima che finalmente vide un classico tassì romano imboccare la via Taranto. Si accorse di essere ancora in pantofole, si mise di corsa un paio di scarpe e si precipitò per le scale per non perdere tempo con l’ascensore. In strada riconobbe da dietro la ‘nipote’ di spalle che si guardava intorno cercando di rintracciare il numero 8 che però mancava per non essere stato sostituito quando la mattonella che lo riportava era caduta. “Stella!” La ragazza  abbandonò il trolley e volò nelle braccia di Alberto con le lacrime agli occhi, lo baciò a lungo in bocca con spettatori gli abitanti della via incuriositi della novità. “Stella amore mio stiamo dando spettacolo…” Recuperato il bagaglio, con  l’ascensore raggiunsero il piano ed entrarono nell’appartamento. “Mi hai fatto trovare una reggia!” “Una reggia per la mia regina! Fatti a fare una doccia poi il pranzo anche se un po’ in ritardo, l’ho fatto venire dal ristorante sottocasa.” Stella entrò in bagno ancora vestita e ne uscì con indosso un accappatoio. “Mio caro la visione del mio corpo a pancino pieno, sarà più bella e desiderabile…lo vuoi vedere subito? Accontentato.” Alberto rimase basito da tanta beltade, forse ebbe in viso un’espressione imbambolata che portò ad una risata sonora la ‘nipote’ ormai sua fidanzata. “Sono indecisa se raccontarti i miei problemi matrimoniali, sono state situazioni spiacevoli.” “Voglio condividere tutto con te anche le cose non gradevoli, dimmi.” “Non so come definire la prima notte passata in casa dei miei ex suoceri, non voglio pronunziare il loro nome. Il cotale, abituato con le mignotte, mi ha trattato come tale non pensando che ero vergine; immagine quello che è successo: un  dolore insopportabile con mie urla che fecero venire in camera nostra sua madre che cercò di sminuire la situazione: “Cara non sei né la prima né l’ultima è un problema di noi donne.” “No il problema è tuo figlio che si è comportato da animale, vado a dormire sul divano, le lenzuola sporche di sangue te le lavi tu!” Come inizio non è stato male! In seguito quell’imbecille ha assaggiato la mia gatta pochissime volte, io assumevo la pillola anticoncezionale, ci mancava solo che restassi incinta. Quello che ha fatto traboccare il vaso è stato un episodio successivo. Il cotale, ubriaco, si è presentato una sera nella stanzetta dove dormivo, ha tentato di entrare nel mio popò, non c’è riuscito ma mi ha fatto male lo stesso, in crisi d’ira mi ha schiaffeggiato in malo molo tanto da lasciarmi i segni sul viso. Dietro consiglio del mio avvocato, padre di un mio compagno di università, mi sono recata al pronto soccorso dell’ospedale ‘Papardo’, diagnosi dieci giorni con tanto di certificato per dimostrare le percosse di mio marito contro di me, nel frattempo armi e bagagli sono tornata casa di mio padre. Il mio avvocato si è accordato con i familiari del mio ex per una separazione per colpa di mio marito e con mio mantenimento a suo carico, evidentemente non volevano pubblicità negativa dato che la loro fama non era certo cristallina. Poi ti darò gli estremi della mia banca così riuniremo i nostri soldini, non voglio far la mantenuta…sto scherzando. È stato un pranzo favoloso, lo sarebbe stato anche se si trattava di pane e formaggio! Ed ora ci vorrebbe un riposino.” “Che genere di riposino?” “Non fare lo gnorri e filiamo a letto.” Alberto ancora non si era ripreso dagli ultimi avvenimenti e stava vicino a Stella senza far nulla, cosa non gradita alla pulsella che: “Che intenzioni hai di andare in bianco la prima notte anzi il primo pomeriggio di nozze, datti da fare, la mia gatta gradirebbe, come inizio, un bacino prolungato, molto prolungato…” Alberto si trovò dinanzi gli occhi una distesa di peli neri quasi sino all’ombelico:”Mi viene in mente la canzone: ‘ c’è un grande prato verde dove nascono speranze…”  “A me sembra che sul mio prato le speranze muoiono!” “Mi sta accadendo che i tuoi lunghi peli mi restano fra i denti e poi finiscono in gola…” “Uffà, vado in bagno.” Stella pensò bene di rasarsi la cosina così il suo prossimo ‘marito’ non si sarebbe più lamentato. Dopo circa venti minuti si presentò con le mani sulla gatta e: “Voilà contento?” Alberto si trovò davanti un fiorellino con bellissime grandi labbra rosee e tutte intere non come quelle che aveva visto in altre donne che erano di colore molto scuro e ‘slabbrate’,  lo disse a Stella. “La vuoi finire con i complimenti, datti da fare nonnetto!” Stella molto probabilmente aveva sognato tante volte quel momento di intimità con Alberto, ebbe subito un orgasmo al che Alberto si fermò. “Hai finito la benzina, vai facile sino a quando non te lo dico io.” La baby ebbe un bel po’ di goderecciate prima di arrendersi. “Avevo paura che ti sentissi male.” “Lascia stare le paure, te lo prendo in bocca e poi entrata trionfale nella gatta.” Quello fu non un ‘mezzogiorno di fuoco’ ma un ‘pomeriggio di fuoco’ che Alberto e Stella avrebbero ricordato per sempre. Matrimonio laico, testimoni il portiere Bicenzo e sua moglie Pina e poi grande mangiata al ristorante sotto casa, prenotato non solo per i neo coniugi ma anche per gli abitanti della via Conegliano con grandi risate, brindisi e baci alla sposa. “Scusate signore lo sposo vorrebbe qualche affettuosità da parte vostra!”  Quando anche l’ultima signora finì di baciare Alberto, Stella: “Non fare il mandrillo altrimenti fai la fine di quell’americano, Bobbit, a cui la cui fidanzata ha fatto un brutto scherzo!” “Gelosona io scoperò solo con te.” “Bene allora tieni la ‘ramazza’ a cuccia!” Stella prese servizio come medico al vicino ospedale San Giovanni come ginecologa; benché fosse proprietaria di una Mini Clubman, Alberto preferiva accompagnarla lui  al lavoro causa difficoltà di parcheggio. I giorni che passavano facevano sempre più bella Stella ma non Alberto che cominciava ad avere i guai fisici tipici della vecchiaia, veniva amorevolmente curato dalla consorte. Il loro era stato sicuramente puro amore, una parola spesso abusata ma che nel loro caso era proprio azzeccata. A novant’anni Alberto capì che la fine era vicina, il cuore stava facendo ‘capricci’ ed allora si mise a letto con Stella vicino, anche lei, da medico, capì…Quando esalò l’ultimo respiro Stella gli chiuse gli occhi, ultimo suo gesto affettuoso. 
     
     
     

  • 20 settembre alle ore 16:53
    Meditazioni di un innamorato

    Come comincia: Mi rispecchio nei tuoi meravigliosi occhi grigi che mi fanno provare un sentimento intenso: il desiderio di stare sempre abbracciato a te. Provo anche dolcezza mista a tristezza che mi fa immensamente soffrire pensando che mai sarà possibile estraniarci da tutti e vivere la nostra esistenza insieme. Sogno di stare in riva al mare, d’inverno, dinanzi a noi la burrasca, il vento che ti scompiglia i capelli e tu abbracciata alla mia vita. L’effluvio della tua pelle mi stordisce, chiudo gli occhi assaporando nella fantasia quello che non potremo avere mai, ma perché sprecare il tempo in malumori, finalmente sorridi, anch’io riesco a sorridere sembriamo due giovani alla loro prima esperienza amorosa. Incontriamo dei pescatori con le reti sulle spalle, tristi, per oggi niente pesca, anche loro hanno i loro pensieri, una famiglia da mantenere. D’impulso ti metti a correre, sei più veloce di me, poi mi aspetti, mi abbracci piangendo, il tuo pianto mi distrugge l’anima, ancora una volta trovo quel trasporto nel cuore, non oso pensare a quella passione…si invece penso sia proprio quello: l’amore, quel sentimento che dal cervello arriva sino alle viscere facendomi provare un dolore acuto; te ne accorgi e mi baci a lungo, riesci a darmi un pò di serenità. Il nostro contatto fisico è deliziosamente dolce!
     

  • 20 settembre alle ore 16:31
    Il ricordo di un suono

    Come comincia: Vorrei avere un altro suono, quello di una trombetta per bimbi, un sonaglino, in fondo alla caverna dei ricordi, purtroppo c’è solo lui, tremendo, possente, inconcepibile, per un cervello appena sbocciato. Un rifugio, sacchi di sabbia, a coprire la luce di una finestrella. Una lunga, serpiginosa, buia, scala porta in alto e cela papà, che non vedo. “Papà non può stare al chiuso, sta sulla porta, rischia la vita”. – Mia madre, rassegnata, di cui sento soltanto la voce, perché, difronte, ho i pizzi odorosi di nonna Olga, i suoi capelli di fine rame. Apre la piccola scatola di mentine colorate, per rasserenarmi. Lei porta con se anche la bottiglietta di colonia francese, da passare sotto il naso, in caso di malore. Il tuono è fragoroso. Un suono inatteso, sconosciuto, che fa vibrare la testa e il corpo. Volano vetri, come neve su tutto. Il telo dei sacchi, lacerato, fa colare sabbia dall’alto. La luce è andata via. Sento piangere, pregare, inveire. Vedo maschere, più che volti, nel lampo di un cerino acceso. (Quest’odore di cera appena bruciata, mi resterà per la vita.) Mamma urla: - “Tullio, Tullio, dove sei?” - Sto vomitando la cena sulle scarpe. Un liquido caldo mi bagna i calzini. Qualcuno mi pone una mano tiepida sulla fronte. La colonia di nonna Olga va su, graffiando le narici, inodore. E' tornato il silenzio, troviamo all’uscita, in via Casaregis, a Genova, un enorme fosso, al posto del palazzo, affianco al nostro. Mi meraviglia che sia pieno di acqua, quasi un laghetto. Ci potrò giocare? Papà c’è, è salvo! Siamo felici.

    l.p.r.

  • 20 settembre alle ore 6:14
    Il torneo delle "Cinque Nazioni" 1978

    Come comincia:  Il torneo delle Cinque Nazioni (Five Nations nella dicitura anglosassone) riuscì a festeggiare ben centosedici compleanni prima di essere soppiantato dal Sei Nazioni attuale, con l'entrata dell'Italia nell'arengo del rugby continentale nel 2000. Nonostante l'avanzare del tempo, l'avvento del professionismo, gli sponsor che premevano sempre più coi loro spietati interessi, l'avvento della World Cup, la quale dopo un'inizio stentato cominciava a raccogliere intorno a sé sempre più larghi consensi e interessi economici e dei network televisivi (l'edizione del 1995, ad esempio, quella culminata con la storica vittoria degli Springbok sudafricani sugli All-Blacks, venne seguita da due miliardi e mezzo di telespettatori sparsi in ogni parte del globo) esso seppe parare il colpo, anzi, seppe ribattere colpo su colpo e difendersi strenuamente. Il torneo mantenne sempre intatto il suo fascino: quello che io spesso definisco, per molte cose che riguardano anche il quotidiano e l'esistenza, il fascino old time o old style! (e non significa questo, sia chiaro, essere ancorati a vecchi principi o a vecchi stereotipi o schemi antiquati, né non essere aperti al nuovo che avanza, tutt'altro: è soltanto un modo di vedere e sentire le cose!); restò, vita sua natural durante, l'appuntamento più atteso della palla ovale nel vecchio continente (ed anche nell'emisfero sud, invero, era seguitissimo!), che ogni anno si svolgeva nel pieno dei mesi invernali sino, a volte, alle porte della stagione primaverile (in genere da gennaio a marzo). Ad esso prendevano parte le quattro nazioni britanniche (Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda) e la Francia. Restò, vi dicevo, un evento unico e straordinario: nesuna altra manifestazione sportiva, infatti, teneva intatte tradizioni secolari accentuando (in senso buono, evidentemente!) rivalità etniche e popolari nonché l'entusiasmo di intere popolazioni di diverse culture e tradizioni, appunto; esso non era solo - ed unicamente - un evento sportivo ma anche religioso, politico, sociale ed ebbe il merito (non da poco!) di accomunare le due Irlande (Ulster di matrice protestante ed Eire cattolico), di renderle un tutt'uno, almeno per ottanta minuti: i quindici giocatori dell'Irlanda, infatti, per poco meno di un'ora e mezza, quattro volte all'anno, dimenticavano asti secolari riconoscendosi nella maglia verde col trifoglio indossata in campo. Il torneo, per tutta la lunga durata, svolse benissimo il suo compito: quello, cioé, di ambasciatore della palla ovale nel mondo e la tivù, la quale contribuì anche in Italia a renderlo popolare, divenne (ma non sempre, però) il veicolo più adatto per offrire al grande pubblico il meglio di questa disciplina, la quale in questa sfida tradizionale riesce a sublimare la bellezza agonistica, spesso drammatica (mai violenta), di uno sport per superuomini che diventa sempre più fisico, veloce e (forse) spettacolare: forse troppo, a volte; devo dire che personalmente preferivo un rugby più fantasioso, un rugby più...champagne, come dicono i francesi! Gli inglesi, tuttavia, enfatizzando un pò, come spesso accade loro, definiscono questo sport: "The endless struggle for the existence!" (la lotta senza fine per l'esistenza!). Ma torniamo al Cinque Nazioni. La nascita del torneo avvenne in maniera del tutto spontanea, nel 1883, quando le nazioni britanniche cominciarono a scontrarsi tra loro. Gli inglesi lo chiamavano "International Championship" mentre i francesi, entrati nel torneo nel 1910 con il placet dell'International Board (il governo del rugby mondiale di cui fanno parte anche Sud Africa, Nuova Zelanda ed Australia), coniarono quella che poi restò per sempre la sua denominazione: Cinque Nazioni. La Francia fu estromessa dal 1932 al 1939 per via di un campionato eccessivamente sentito e per le accuse di professionismo mosse dalle Home Unions (le federazioni britanniche), venendo poi riammessa dalla prima edizione del dopoguerra del 1947. Nel 1972 il torneo rischiò di scomparire per l'inasprirsi della guerra civile in Irlanda e la vittoria non venne assegnata. In realtà, al termine del torneo (le cinque squadre si sono sempre incontrate  tra loro in partite di sola andata, invertendo il campo ogni anno) non vennero mai stilate classifiche ufficiali: a questo ci hanno sempre pensato gli addetti ai lavori, su giornali e
    riviste specializzate. Dal 1993, però, ai vincitori spettò la Coppa d'Argento mentre a chi perdeva tutti gli incontri veniva assegnato il cucchiaio di legno, simbolo di un'onta da lavare l'anno seguente. Inoltre: tra Inghilterra e Scozia era annualmente in palio la Calcutta Cup e tra le squadre britanniche la "triple crown", triplice corona (delle quali si parla anche più avanti); e vi era, infine, la possibilità di ottenere lo "slam", ossia il poker vittorie di una squadra sulle altre. Il record di successi nel torneo (trentatré) spetta al Galles, mentre l'Inghilterra ha ottenuto più slam, undici!
    L'edizione numero ottantatré (si disputò dal 21 gennaio al 18 marzo) partiva con una squadra favorita: il Galles. I "rossi" di Cliff Jones cercavano di bissare il successo del 1976 potendo ancora contare sull'apporto dei "senatori" Gareth Edwards, Gerald Davies, Phil Bennett, J. P. R. Williams, Terry Cobner nonché sulla conclamata forza del pacchetto di mischia. La Francia, vincitrice l'anno prima (collettivo eccezionale, quella squadra, schierava giocatori fortissimi: Haget, Bertranne, Romeu, Paparemborde, Rives, Imbernon, Bastiat, Skrela, etc.), si proponeva come la rivale più agguerrita dei gallesi, nonostante avesse perso il mediano di mischia tascabile Jacques Fouroux, autogiubilatosi. L'Inghilterra, invece, costituiva il solito punto interrogativo del torneo: squadra lunatica, capacissima di vincere o perdere tutti i matches. Irlanda e Scozia, infine, apparivano fuori dai giochi per il successo finale. Nella giornata inaugurale Francia e Inghilterra si affrontano al Parco dei Principi in un incontro esaltante e dai due volti, mostrando un rugby forte,aggressivo e sofferto. Gli inglesi dominano il primo tempo in virtù di un pacchetto più solido, ma soffocano la palla in una serie di raggruppamenti senza valide prospettive.L'estremo Dusty Hare (giocò con Nottingham e Leicester, e segnò 240 punti per i bianchi della rosa nel periodo 1971-89) è assolutamente negato al contrattacco e l'ala Jeff Squires resta spesso e volentieri troppo isolata in avanti. Al 35'avviene la svolta del match allorquando Peter Dixon, perno della terza linea inglese, esce per infortunio. Nella ripresa i "bianchi" subiscono la forza offensiva del gioco transalpino e vengono piegati da una meta di Averous al 16'. Nell'altro incontro, a Lansdowne Road, l'Irlanda piega la Scozia ed il mediano d'apertura "Tony" Ward (vero nome Anthony Joseph Patrick), ventitré anni, esordiente in maglia verde, mette a segno due "penalties" e una trasformazione (alcuni quotidiani titolano: "Ward singlehandedly beat the Scots", cioé: Ward con una mano sola batte gli scozzesi!). Questo giocatore, talentuosissimo, diverrà una delle leggende viventi del rugby irlandese (A great irish "fly" legend, scrive Frank Keating, columnist di The Guardian, nel suo "The Great number tens"), nonché uno dei più grandi numeri dieci d'ogni epoca. In coppia col suo acerrimo rivale (giocava nel Leinster, mentre lui col Munster), Seamus Oliver Campbell, detto "Ollie", formò una delle coppie più celebri del rugby mondiale, ed una linea mediana difficilmente ripetibile. Con la maglia dei "verdi" disputerà sei tornei del V Nazioni, totalizzando quindici caps (in totale ebbe diciannove caps, totalizzando straordinaria media di 6,9 punti a incontro!). L'anno successivo, il suo secondo, fu votato "man of the match" in tre dei quattro incontri del torneo (in cui mise a segno ben trentatré punti). Una curiosità su di lui: quando frequentava scuola a Dublino fu nella rappresentativa Irish Schools, giuocando, lui ala sinistra, insieme a Liam Brady, poi nazionale di calcio con l'Eire!
     Il 4 febbraio il Galles esordisce nel torneo e pone le basi per il successo finale battendo di misura (9-6), i rivali inglesi a Twickenham, in un piovoso pomeriggio. La partita si rivela essere una spietata battaglia per il possesso della palla ed i due mediani, Edwards e Bennett, ne sono i grandi protagonisti (l'apertura di Llanelli segna i nove punti gallesi), vanamente contrastati dai difensori inglesi. Su questa celebre coppia di fly-half ci sarebbe da scrivere più di  un libro: vere leggende, furono entrambi, del rugby gallese e mondiale!
     Phil nacque a Felinfoel il 24 ottobre del  1948. Nel corso della sua carriera, oltre a quella scarlatta, indossò anche le maglie dei Barbarians e dei British Lions. Per lui ventinove caps (otto da capitano) e otto Tests con i Lions (giocò nel tour del 1974 in Sud Africa e in quello del 1977 in Nuova Zelanda quando capitanò la squadra, secondo giocatore gallese di sempre, all'epoca, in tutti i quattro matches). Segnò ben duecentouno punti, con un record di trentotto nella  stagione 1976.
     La Francia, da par suo, soffre ma vince a Murrayfield, santuario del rugby scozzese, mostrando un Jerome Gallion sempre più convincente (già in meta all'esordio con gli inglesi) ed un pacchetto di mischia solidissimo. A  proposito del mediano francese (e del suo "confrère" Jacques Fouroux) Frank Keating così scrive: "most unlikely and ungainly little Gauloise stub!" (la coppia di sigari Gauloise più improbabile e sgraziata!).
      Su Murrayfield è da dire ciò che segue. Esso fu inaugurato nel 1925 con lo storico incontro Scozia-Inghilterra, il quale sancì il primo slam dei "blues" del cardo, ovvero il tubero, simbolo nazionale, rappresentato sulle maglie dei giocatori scozzesi (quella Scozia schierava la linea trequarti più forte di sempre, formata dal "quartetto" di Oxford Wallace-Aitken-McPherson-Smith). Sostituì la vecchia arena di Inverleith, dove sino ad allora la Scozia aveva giocato tutti i matches importanti. Situato tra Roseburn Street e Corstorphine Road, nei pressi della National Gallery of Modern Art ed a poca distanza dal Mount, la collina che porta al magnifico castello gotico che troneggia sul suo sfondo e su tutta la città di Edinburgo, aveva una capienza di sessantacinquemila posti.  Diventò ben presto il vanto di una intera nazione: tutta la Scozia, infatti, simbolicamente accompagnava i suoi beniamini quando si scontravano con gli avversari. Il "ruggito" di Murrayfield si levava alto ogni qualvolta il XV dei blues segnava una meta. 
     Dopo le prime due giornate il "XV tricolore" (quello blu, bianco e rosso francese) guida la classifica davanti a Irlanda e Galles (entrambe con una partita in meno disputata), mentre l'Inghilterra è sorprendentemente al palo con la Scozia. Il 18 febbraio si disputa la terza giornata. La Francia fatica a battere l'Irlanda al Parco dei Principi in un match risolto ancora dal mediano Gallion, autore di una splendida meta. Gli irlandesi, costretti a schierare all'ala l'anziano centro Mike Gibson, si distinguono per il loro "fighting spirit" e la precisione nei calci del giovane Ward. Sorretti dalle prodezze della leggendaria terza linea Slattery-Duggan-McKinney, renderanno la vita dura anche ai gallesi e, in chiusura di torneo, all'Inghilterra. A proposito di Gibson e Slattery è da scrivere quanto segue. Il primo (nome completo è Cameron Michael Anderson) nacque a Belfast il 3 dicembre del 1942; unanimamente è riconosciuto come uno dei più grandi e completi centri della storia rugbistica. La sua carriera, effettivamente, fu davvero straordinaria quanto impeccabile: vestì le maglie del Campbell College, prima, e poi quelle del Trinity College di Dublino, della Cambridge University, dell'Irlanda e dei Barbarians. Con gli Irish collezionò ben sessantanove caps dal 1964 al 1978. Solo lui ed il connazionale William James McBride (noto come "Willie John") hanno preso parte a cinque tour dei British Lions: Gibson giuocò quattro Tests in Nuova Zelanda nel 1966 e 1973 e in Sud Africa nel 1968, ma non giocò quelli contro il Sud Africa nel 1974 e la Nuova Zelanda nel 1977! Procuratore legale di professione, fu insignito dello MBE, il cavalierato inglese per meriti sportivi. Il secondo, invece (nome completo John Fergus), nacque a Dun Laoghaire il 12 febbraio del 1949. Vanta sessantuno caps con i "verdi", dal 1970 all'84 (debutto col Sud Africa): il flanker più presente di sempre! Partecipò a due Tour coi Lions: nel 1971 in Nuova Zelanda (senza giocare), nel 1974 in Sud Africa (giocò tutti i quattro Tests Matches contro gli Springbok).
     Nell'altro matches, invece, il Galles supera la Scozia all'Arms Park di Cardiff soffrendo la tradizionale verve agonistica e la vivacità del gioco dei "blues". Le buone prestazioni degli avanti Tomes e McHarg e del mediano di mischia Morgan fanno sì che l'esito del match resti in bilico sino all'ultimo. La quarta giornata pone di fronte, in un curioso quanto suggestivo scontro incrociato, le nazioni britanniche. Il Galles gioca al Lansdowne Road di Dublino e, grazie alla magistrale prova di Edwards, riesce a superare l'Irlanda aggiudicandosi anche la "Triple Crown" - triplice corona - (il simbolico trofeo che compete idealmente alla squadra britannica che batte le altre tre nel torneo) per la quidicesima volta nella sua storia. La partita verrà ricordata come una tra le più belle e palpitanti nella storia del torneo, quasi centenaria. Questa volta, però, il tradizionale spirito combattivo dei verdi irlandesi non basta, com'era successo, ad esempio in passato, per altre battaglie rimaste scolpite negli annali di questo sport: la prima fu quella del 1947, quando distrussero l'Inghilterra (22-0), guidata da un giovanissimo Jack Kyle; l'altra, invece, quella del marzo 1956 quando, sotto 3-0 alla fine dei primi quaranta minuti, contro il Galles, in corsa per lo "slam", ribaltarono il risultato con due mete nel finale, vincendo 11-3. Anche allora tra i rugbisti del trifòglio (la pianta che simboleggia la nazione irlandese) evoluiva Jack Kyle, detto "Jackie", probabilmente il più forte numero dieci che l'Irlanda abbia mai avuto ed il quale giocò in nazionale ininterrottamente per dodici anni (dal 1947 al 1958), collezionando quarantasei caps e legando il suo nome allo "slam" del 1948. Una curiosità è senza dubbio da sottolineare: l'atleta di Belfast (dov'era nato il 30 gennaio del 1926), il cui vero nome è John Wilson, al termine della sua mirabile carriera esercitò la professione di medico in Malaysia e nello Zimbabwe.
     Nell'altro incontro, invece, gli inglesi battono la Scozia a Murrayfield (l'ultima volta, diciotto anni prima era stato un 12-21) e si aggiudicano la "Calcutta Cup": mera consolazione per i "bianchi" i quali avevano impostato una preparazione lunghissima e ritrovato un pacchetto di mischia sufficientemente compatto.
     Sulla Calcutta Cup sono da sottolineare alcune cose. Annualmente essa è messa in palio tra bianchi inglesi e blues scozzesi: fu coniata con le rupie rimaste nelle casse del disciolto Calcutta F. C. (club formato da ufficiali di un reggimento dell'esercito britannico di stanza in India) nel lontanissimo 1879; viene custodita da un gioielliere londinese in Albermarle Street ed è tolta dalla vetrina ad ogni ricorrenza della sfida. 
     Alla vigilia della giornata conclusiva, così, la situazione è quella che in molti avevano pronosticato e che tutti, invero, speravano si verificasse: Francia e Galles a pari punti (sei) ed in grado di giuocarsi in ottanta minuti vittoria nel torneo e "slam". Il big-match si disputa all'Arms Park di Cardiff: fatto che fa pendere - ed in maniera indubbia - l'ago della bilancia e del pronostico a favore degli "scarlet dragons" (dragoni scarlatti è il nick dei giocatori gallesi: a causa di un dragone giallo - che poi è lo stesso, seppur sia di colore rosso, che troneggia in mezzo al bianco ed al verde del vessillo del Galles - raffigurato sulle loro magliette rosse!). L'Arms fu lo stadio nazionale gallese per più di novant'anni, la "casa" della Welsh Rugby Union, una delle più prestigiose e antiche al mondo (vide la luce il 12 marzo del 1881 a Neath, contea di West Glamorgan). Progettato da Archibald Leitch, ironia della sorte architetto e ingegnere scozzese (i blues sono acerrimi rivali degli scarlets da sempre!), il quale progettò e perfezionò tantissimi stadi britannici (tra cui Ibrox Park ed Hampden Park a Glasgow, Stamford Bridge, White Hart Lane e Highbury a Londra, Old Trafford a Manchester, Villa Park a Birmingham, Goodison Park a Liverpool, etc.), sorgeva nel cuore della capitale gallese, tra Westgate Street ed il fiume Taff, affiancato dal piccolo Cardiff Arms Park (quattordici mila posti di capienza), lo stadio del glorioso Cardiff Rugby Club. La sua capienza, di circa sessantacinquemila posti, non fu mai sufficiente a soddisfare le richieste dei tifosi gallesi: richieste che a volte, incredibilmente, arrivavano anche dall'emisfero sud   (Australia, Sud-Africa e Nuova Zelanda!). Il de profundis di questo stadio fu scritto nel 1997 quando venne demolito per far posto al nuovo, più capiente e funzionale Millennium. Torniamo ora al nostro racconto. I biglietti sono da tempo venduti, le tribune del vecchio stadio si apprestano ad ospitare un nuovo "tutto esaurito" e la città gallese è in tumulto già dalle prime ore del mattino: moltissimi i tifosi transalpini sopravvenuti dal continente. I motivi tecnici non mancano, primo fra tutti il testa a testa Edwards-Gallion, i due numeri nove. Prima del match i sessantamila tifosi gallesi intonano - come al solito - in maniera (ultra) commovente l'inno (Land of My Fathers) e con altrettanto fervore (e meno commozione, evidentemente!) lottano i giocatori di entrambe le compagini in campo. La gara (arbitrata dall'inglese Alan Welsby, classe 1935, di Manchester) vive sull'estenuante duello fra i due pacchetti, i quali entusiasmano con le terze linee. L'attacco transalpino, tuttavia, si mostra meno incisivo del solito, frenando così il buon lavoro delle terze linee Belascain, Bertranne e Bustaffa (sostituto dell'infortunato Gourdon al numero quattordici) vengono imbrigliati dai difensori avversari e la Francia si ferma a sette! Match-winner sono senza ombra di dubbio i due mediani Edwards e Bennett che vincono il duello coi rivali Gallion e Viviès. Bennett segna due mete (trasformandone una) mentre Edwards realizza un drop da due punti. Il Galles, dopo la "triple" conquista anche lo "slam" (sesto della sua storia, dopo quelli del 1908, 1909, 1911, 1950, 1971) e ringrazia ancora una volta i suoi "senatori" che, nonostante i dubbi di tecnici e media, hanno disputato il torneo con estrema perizia tecnica. Quella contro la Francia fu l'ultima partita di Gareth Owen Edwards il quale, ironia della sorte, aveva esordito proprio contro i galletti francesi, a diciannove anni. Lo scrum-half (mediano di mischia) del Cardiff, la squadra di club con cui ottenne tantissimi riconoscimenti e successi (centonovantacinque presenze in dodici anni, dal 1966 al 1978), il quale, però, è nato il 12 luglio 1947 in un paesino dal nome complicatissimo, quasi impronunciabile (Gwaun-cae-Gurwen), ebbe a dire una volta: "I always adored the French match!" (Ho sempre adorato le partite con i francesi!)...e indubbiamente gli "allez-cats" (comunemente sono così chiamati i francesi in Galles) furono i suoi "nemici" favoriti! Al termine del match Jean-Pierre Rives, celebre flanker (numero sette) francese del Toulouse (giocò in nazionale dal 1975 al 1984, collezionando ben cinquantanove caps e lo slam del 1981), al contempo valoroso amico e nemico di Edwards in campo, si avvicinò al rivale, lo abbracciò e poi li disse: "Gareth, mon ami, magnifique, you old fox! See you next year, eh?" (Gareth, magnifico amico, vecchia volpe! Ci rivedremo l'anno prossimo?). L'altro sorrise e fece: "Yes, you bet!" (Sicuro, puoi scommetterci!). L'unico altro match, invece, che Edwards disputò dopo di allora fu a Tolosa: per un Invitational XV contro la vecchia squadra francese vincitrice dello slam 1977! Con la nazionale ottenne cinquantatré caps, record in Galles sino a quando fu battuto da J. P. R. Williams (componente, come lui, della squadra del 1978 e, al pari di Kyle, anch'esso medico di professione - dentista - nella vita!). Inoltre, segnò venti mete (tries), anch'esso record per un giocatore gallese ed anch'esso, poi, battuto da un'altro componente di quella squadra: Gerald Davies (il cui nome completo è Thomas Gerald Reames) da Llansaint, suo compagno di club nel Cardiff, quarantasei caps, che fu  uno dei più entusiasmanti e veloci centro-ala di ogni epoca! Nelle sue note biografiche, nella home page del Cardiff, sul sito del club gallese, è scritto: "Gareth Owen Edwards può o non può essere il più grande giocatore di tutti i tempi ma di certo è stato il più carismatico!".
     A conclusione del presente racconto mi preme l'obbligo di scrivere quanto segue: quel torneo del V Nazioni fu, a mio modesto parere, il più bello ed entusiasmante a cui io avessi avuto modo di assistere (televisivamente parlando, si intende!) sino ad allora. Dopo di allora ho visto e vissuto altri V Nazioni, sia chiaro, ma quello del 1978 resterà impresso nella mia mente per sempre: come il "torneo", quel torneo...il più bello ed il più romantico che io abbia mai potuto vedere. Il Galles vittorioso, quel Galles e soltanto quello, fu nominato la squadra della decade (non poteva essere altrimenti: vinse sette tornei ottenendo tre "slam"!) nel V Nazioni e rappresenta uno dei team più forti d'ogni epoca al mondo: dopo di allora, con il gioco fantasioso e brillante e le incredibili imprese mostrate da quel team, anche la palla ovale fu diversa!

     Risultati
     21 gennaio     Francia-Inghilterra        15-6
                            Irlanda-Scozia              12-9
       4 febbraio     Scozia-Francia               9-16
                            Inghilterra-Galles            6-9
     18 febbraio     Francia-Irlanda              10-9
                            Galles-Scozia                22-14
       4 marzo        Irlanda-Galles                16-20
                            Scozia-Inghilterra            0-15
      18 marzo       Galles-Francia                16-7
                            Inghilterra-Irlanda           16-9

    Squadra vincente 
    Pacchetto di mischia Charlie Faulkner/Bobby Windsor/ Graham Price (1^linea);
                                       Allan Martin/Geoff Wheel/Jeff Squire (2^linea);
                                       Terry Cobner/Derek Quinnell (3^linea);
    Mediani                       Gareth Edwards/Phil Bennett
    Tre quarti, ali              John Williams/Gerald Davies/J. P. R. Williams
    Centri                          Ray Gravell/Steve Fenwick
    Riserve                       Gareth Evans/John Bevan/Brynmor Williams/John                                                              Richardson/Mike Watkins/Trefor Evans
    Marcatori
      38 punti         Tony Ward (Irlanda)
      25 punti         Phil Bennett (Galles)
      24 punti         Jean-Michel Aguirre (Fra)
      23 punti         Steve Fenwick (Galles)
      23 punti         Doug Morgan (Scozia)

     Mete               Jerome Gallion (Francia )  3

  • 15 settembre alle ore 17:36
    I nuovi mestieri (o: mestieri novi)

    Come comincia: Lunga è la lista dei nuovi mestieri (detti anche mestieri novi, secondo la locuzione di stampo medievale): nuove frontiere si aprono, dunque, per chi si avvicina al mondo del lavoro e...speranze a go go per le generazioni più giovani!
     - Il sàvio...è colui che pensa, parla e opera con senno, con prudenza: altresì dicasi pure quieto e posato; uomo sapiente e saggio; uomo assennato, giudizioso, avveduto, benpensante, prudente, sensato, serio, etc., etc, la figura "professionale" che tutti - e tutte - vorrebbero avere, tuttavia: spesso, anzi, quasi sempre resta al palo; ossia, in gergo si definisce quello che "tutti - e tutte - lo vogliono ma nessuno se lo piglia!"; al proposito è d'uopo un distinguo tra la saviezza, cioè la condizione dell'essere savio e saviamente, che è il modo di esserlo...
    - il tappezziere riveste (tappezza) la realtà di buchi neri: per modo che la mente vi si possa infilare (e) vagare - colà - in cerca della via d'uscita: è il classico "sognatore" con la testa tra le nuvole...anzi, senza speranza;
     - l'allumatore dà l'allume alle pelli, alla nostra pelle (ma non alle palle: altrimenti detti testicoli!), prima di tingerla e poi conciarla...per le feste;
     - l'ambulante (o girovago) è colui che ambula: ossia, tappa i buchi (quelli neri o bianchi, o di qualsiasi altro colore essi siano) negli ambulatori, nelle ambulanze ed in ogni andito esistente essi si trovino;
     - indiano=dicasi colui che...un po'ci fa e l'altro pure;
     - reggente: è colui, invece, che regge le sorti della immaginazione tutta; è pagato, in genere, a cottimo dal padrone. Agisce ed opera anche nei circhi equestri, a volte, in vece dei pagliacci;
     - transfuga: èccioé colui che per motivi sconosciuti passa al nemico; ovvero, diserta un sesso e ne abbraccia uno opposto;
     - trasformista=l'attore che da spettacolo, trasformandosi rapidamente nel volto, negli abiti e nell'aspetto. Si muove, opera ed agisce nei teatri (poco) e nei parlamenti (assai di più!) del mondo intero: laddove spesso viene chiamato col vezzeggiativo titolo di "girella". Il trasformismo era una pratica diffusa assai nelle aule del parlamento poco tempo addietro (parlasi dell'italico parlamento in cui, dopo il 1876 - anno più, anno meno - essa divenne una prassi comune grazie all'interessamento di un certo Agostino Depretis, esponente della sinistra storica: era la tendenza a cercare le basi del governo, attraverso abili e più o meno chiare manovre atte a cercare le basi del governo in maggioranze non precostituite e di volta in volta diverse, scavalcando le tradizionali distinzioni ideal politiche tra Destra e Sinistra);
     - il nuovo iconoclasta=è colui che non distingue più le sacre icone, così come faceva il suo (vecchio) predecessore, ma le venera. Resta, però, ugualmente a tutti inviso (tranne che, naturalmente, ad antropologi, filosofi e poeti!), in quanto ritenuto "nemico" delle opinioni universalmente accolte, nonché della morale e delle religioni correnti. Spesso e volentieri ricetta e contrabbanda icone ebraiche al mercato nero, oppure le scambia con quadri e sculture prive di valore;
     - mezzadro "mettifoglio"=è quel contadino che, nel tempo libero, rimbocca le coperte al padrone...dop'essersi scopata la moglie;
     - il preditore (o nuovo quaresimalista): legge le carte, i tarocchi alle vecchie vedove ed alle giovani  in carriera (e single); predice inoltre il passato e pronostica immani tragedie per l'avvenire con intenzioni deliberatamente prave, allo scopo di diffondere paura e pregiudizio;
     - l'educatore (del piffero) o "pifferaio magico": dicasi, cioé, di quella persona addetta all'educazione, ad educare in genere persone più giovani; ossia, colui o colei che educa: ovvero chi o che educa - anche detto precettore, maestro - altre persone al fine di conformarne l'animo a virtù e a sapere. 
     L'educatore "nuovo" (o: novissimo) sovente svolge anche funzione (pro tempore): di incantatore di serpenti, struzzi, fagiani e/o grossi ratti maculati di bianco e di nero...ma non più, come accadeva un tempo, di masse disadattate, diseredate ed inermi di uomini. [Colui] è inoltre: disavvezzo a declamar poesie e poco, anzi, pochissimo consueto nell'uso di computers, smartphone, tablet e marchingegni affini delle ultime tecnologie;
     - venditore di almanacchi // vende almanacchi astronomici o astrolabi (gli abbecedari per i piccoli futuri astronomi) con annesso (e connesso: in epoca internettiana corre d'uopo) oroscopo del successivo triennio (per alcuni addirittura quello di un lùstro), fatto escluso per il segno dello scorpione, ahimé! La vendita è rivolta soprattutto ai passeggeri sopra i trentatré anni di età, nei treni a lunga percorrenza ed avviene soltanto in determinati orari e periodi dell'anno: dalla mezzanotte del primo di gennaio a quella del secondo giorno dell'anno di ogni anno nuovo; inoltre, quando [colui] gira per la vendita va gridando a squarciagola: "almanacchi, almanacchi novi; lunari novi e novissimi. Bisognano, signori, abbisognano di almanacchi?";
     - l'eccèntrico: dicasi di colui che è fuori di testa...dal centro. E'un modo assolutamente errato definirlo quale tipo strano, stravagante e bizzarro, o pazzoide, appartato; né tanto meno sarebbe corretto additarlo come (uno) "lontano o remoto dal centro di una città". E'solito fare bagni di umiltà col Madeira - invecchiato di dieci lustri almeno in botti di rovere francese - immergendosi in vasca avvolto da lunghe tele di madapolam della Turchia e della Persia. E'da dire, inoltre, che [colui] non nutre granché simpatia per: ipocriti e figli di puttana benpensanti ed incravattati, rappresentanti di farfalle imbalsamate, falsi "puritani" e false "madonne", pianisti "sputasentenze", colllezionisti di vecchie icone russe e quadri di Mao-Tze Tung, contro i quali, incontrandoli nelle profumerie o nei self-service del centro, o altrove, spesso spara con fucili a canne mozze caricati con grossi pallettoni (non sempre a salve, purtroppo!). Tuttavia, è da dire che questa, tra le nuove professioni, o professioni nove che dir si voglia (o, meglio ancora, tra le modernissime figure professionali!), è una di quelle che riscuote più largo successo e vanta maggior seguito: sopratutto fra i "figli di papà" e tra le giovani vergini (o giumente che dir si voglia) d'alto bordo;
      - Signor Godot: è il mestiere tra i più simpatici e novi che oggi esistano su piazza; è il mestiere, cioè, di colui che non arriva mai (neanche a farlo apposta, neanche in...ritardo!): è per questo precipuo motivo che tutti l'aspettano sempre, che tutti stanno sempre ad aspettarlo a braccia aperte (soprattutto nelle stazioni e soprattutto le vedove da consolare);
     - l'incantatore della Manciuria (talvolta anche della Kamcatka) è colui il quale, per bramosia di potere ed anche per mania di grandezza (seppur non avendo esso mai frequentato corsi di "grandeur" in Francia o nel Benelux), incanta serpenti con espressioni blasfeme (lo fa, soprattutto, nelle grandi aste d'arte londinesi, parigine e newyorchesi...chissà mai perché?): è per questo che lo amano americani, russi e cinesi, un po' meno - però -  indiani (quelli dell'India, in particolare degli stati del Rajastan, dell'Uttar Pradesh e del Bengala) ed arabi. Tra le nuove professioni, codesta ed al presente "stato delle cose" (nulla a che vedere, sia chiaro, con il titolo di una vecchia pellicola di Wim Wenders!), è quella più consigliata ai giovani: offre, a detta di economisti, sociologi, "dottori" e dottorande, nonché esperti del mondo del lavoro, sbocchi più facili e prospettive più rosee rispetto ad altre;
     - l'ermetista (o ermeneuta nuovo): declama (va declamando) poesie ermetiche dento vecchi bistrot cinesi di quart'ordine e nei sotterranei delle metro; legge, inoltre (soltanto, però, a coloro che ne fanno richiesta verbale) passi del "Libro tibetano dei morti";
     - "psicotico"= colui che possiede la cronica incapacità a valutare in maniera adeguata la realtà: insieme allo imbonitore di marionette è il più pericoloso tra i "nuovi mestieri". Spesso viene utilizzato dai politici per condurre le proprie campagne elettorali, o dalle agenzie di sondaggio e demoscopiche, o/e nei dibattiti politici in televisione nelle vesti di: esperto di...(niente). Offre molteplici sbocchi nel mondo del lavoro e concrete possibilità di "carriera": vivamente consigliato ai giovani!
     - l'anarchico "fannullone"...è un sognatore ad occhi aperti (detto anche il "trasognatore"): colui, cioé, che ancora crede alla "morte dei padroni"; che ancora spera nella "morte delle ideologie, delle religioni, delle filosofie...di cristo". E'un sognatore ad occhi aperti, per di più anche ingenuo (forse un tantino soltanto?!): non sa - purtroppo - che i padroni non moriranno mai, non sa (oppure finge o da a vedere di "non sapere"; fa l'indiano!), inoltre, che le ideologie, le filosofie e le religioni "vere" sono (già) morte - e sepolte - da un bel pezzo (quelle "usa&getta", purtroppo, sono immortali!); ed in ultimo neanche sà - ahilui, ahinoi - che cristo è morto ed è poi risorto ancor da più tempo (senza, tuttavia, essere stato mai neppure sepolto!). E'un mestiere, questo, che - sembrerebbe - un bel po' desueto ma al contempo è anche molto "vintage" e "modé": viene sovente utilizzata - questa figura professionale - da imprenditori (senza scrupoli), politici giovani (in altrettanto modo e altrettanta maniera privi di scrupoli, ma moltissimo in "carriera"), manager (soltanto e prevalentemente in "carriera") in qualità di "illusionista", ovvero allo scopo di diffondere (false) illusioni.
     - quello dell'innamorato (o: moroso, amoroso, etc.) è il mestiere più antico che esista sulla faccia della terra; cioè, il più antico (ma anche, al tempo stesso, il più "novo") che esista su piazza (e no, si badi bene e mi si perdoni questo infimo gioco di parole, sotto il letto a due piazze!): ancor più (antico) del cucco! Nonostante (tutto) questo ecciò nonostante viene praticato,anzi, svolto (che non è, si badi bene e come potrebbe sembrare, la stessa cosa!) dal 90% della popolazione che sia in grado di intendere (pardon, di amare) e di volere, nonché dall'8% che non sia in grado di farlo: il restante 2%, tra cui eunuchi, ciechi, sordi e sordomuti non pratica più niente, neanche la nirvano-therapy o le nuove medicine iurvega e masote...chistiche! Consigliato, anche questo mestiere, vivamente alle nuove generazioni: é [un mestiere], sì,antico, novo e, come sol dirsi, evergreen; ma anche - totalmente -...sicuro: ovvero, è sicuro assai che mai arricchisce né riempie lo stomaco, ma è altrettanto (sicuro) che porta solo guai!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.                                                                                                                                                                                                               

  • 15 settembre alle ore 9:20
    CORINNA E NAOMI

    Come comincia: Non potevano essere più diverse Naomi Sposito e Corinna Weber, ambedue quattordicenni residenti a Messina in una villetta di due piani in via Marina sul lago di Ganzirri. La prima brunissima, classica mediterranea: lunghi capelli neri,  occhi furbetti di un verde profondo, naso piccolo all’insù, bocca sensuale , tette abbastanza sviluppate, gambe lunghe. La seconda, per chissà quale scherzo della natura molto simile all’amica con la sola differenza dei capelli biondi ed occhi azzurri ereditati del padre tedesco, Adam Weber, nessuna parentela fra le due ragazze. Già a quell’età riuscivano a far girare per strada i maschietti, la qual cosa provocava in loro grandi risate; avevano spiccato il senso dello humour che talvolta, con le loro battute, riusciva a metter in crisi gli adulti. All’istituto di Scuola Media ‘Emeri da Messina’ erano malviste dalle colleghe femmine ed a ragione: i professori maschi avevano sempre un ‘occhio di riguardo’ nei loro confronti, l’unica docente di sesso femminile era un’insegnante di lingua tedesca che le guardava con invidia mista a cattiveria (aveva ragione lei era proprio brutta!) ma non poteva nulla contro le due ragazze che conoscevano perfettamente la lingua appresa da Adam. Altra peculiarità: le due ogni mattina, tranne i festivi, inforcavano i loro motorini e percorrevano la strada del lago contro mano, gli abitanti, soprattutto donne, le minacciavano con le braccia. D’estate poi ce la mettevano tutta per essere notate: indossavano gonne molto larghe che col vento si alzavano e facevano intravedere gli slip. La solita storia: i maschietti ridevano compiaciuti, le femminucce le classificavano molto poco gentilmente ‘p..ne’. E le forze dell’ordine di cui una caserma era ubicata proprio su quella strada? La maggior parte degli agenti erano giovani e facevano finta di nulla, speravano che…non si sa mai! Dei genitori l’unico ad essere contento del comportamento delle due  ragazze era, da buon tedesco, papà Adam. Sua moglie Lisandra Rossi, messinese,  Gennaro Sposito e Clizia Ferrari ambedue napoletani, rispettivamente padre e madre di Naomi, mugugnavano ma senza risultati. Da figlie della nostra epoca, le due ragazze avevano conosciuto il sesso fra di loro: quando erano più piccole si baciavano in bocca imitando i personaggi visti in televisione e poi, crescendo, avevano provato gusto a toccarsi e poi a giocare con la lingua col fiorellino con conseguenti orgasmi, per loro era un divertimento. Di maschietti non ne sentivano il bisogno, almeno per ora,  mandavano in bianco i compagni di scuola che cercavano di ‘rimorchiarle’. Un giorno Corinna, in  crisi di soldi, andò a frugare in un cassetto della camera da letto  dei genitori, in quello del padre rinvenne un coso di plastica che riconobbe come un ‘vibratore’ di cui le aveva parlato una compagna di classe. Era un sabato pomeriggio, Corinna mise in curiosità l’amica: “Domattina ti faccio vedere una cosa!” “Di che si tratta.””Una sorpresa, fatti sentire presto.” Alle otto Naomi era in camera di Corinna che aveva lasciata aperta la porta d’ingresso. Alla vista del vibratore Naomi rimase perplessa,  come usarlo? “Ti sei rimbambita, sostituisce il ‘c…zo’, lo provo prima io.” “Chiusa la porta a chiave Corinna si distese sul letto senza slip e cominciò a strofinare il vibratore sul fiorellino e quasi subito giunse all’orgasmo. “Se non ti senti lascia stare, lo proverai un’altra volta.” “No mi va ora ma fammelo provare tu, io chiudo gli occhi.” Anche Naomi entrò nel mondo dei grandi ed in seguito  pian piano usarono il vibratore inserendolo in vagina sino in fondo, un orgasmo molto diverso da quello sin ora provato. Papà Adam cercò invano il vibratore, capì che era stato prelevato dalla figlia ma dirglielo non sarebbe servito a niente e poi non voleva che della cosa fosse messa al corrente la moglie, ne comprò un altro. Le due signore Clizia e Lisandra (ma dove avevano preso quei nomi i genitori?) gestivano un negozio di articoli sportivi a Messina in via Risorgimento per raggiungere il quale usavano la Cinquecento di Clizia sino al capolinea del tram all’Annunziata, posteggiavano e poi, col quel mezzo, arrivano vicino al negozio così nessun problema di posteggio. Erano imitate dal rispettivi mariti con la Giulietta di Adam che, col tram, si fermavano vicino all’edificio comunale,  Gennaro  era un funzionario del Comune, Adam  un  impiegato del consolato  tedesco. Le due famiglie potevano considerarsi, come dire, normali se non fosse stato per le due ‘sciagurate’ che trovavano sempre il modo di mettere sul chi va là i genitori ed esclusione di Adam che, da nordico, considerava il sesso un supplemento piacevole della vita senza porsi tanti problemi. Una domenica all’invito “Tutti al mare!” da parte di Adam; con due auto i sei si recarono  sul Tirreno in via Marina dove la spiaggia era più larga. Toltesi i vestiti le signore si presentarono con un costume intero provocando la risate ‘navigabili’ delle figlie: “Che razza di venditrici di articoli sportivi siete, avete indossato due corazze come all’inizio del novecento! Ammirate!” La due incoscienti, toltesi il copricostume, erano apparse in bichini stile brasiliano che coprivano ben poco delle loro ‘intimità’. Adam scoppiò in una risata, non altrettanto gli altri tre che però preferirono non fare commenti, sarebbe stato ‘improduttivo’. In acqua Adam, Corinna e Naomi nuotarono verso il largo mentre gli altri tre sguazzavano vicino alla battigia. Corinna: “Naomi che ne dici di mio padre, non è male vero?” “Ragazze lasciate perdere, quando voglio femminucce extra so dove andare.” “E così ho scoperto un padre ‘put…..re!” Corinna:”‘Nihil sub sole novum’” talvolta il latino riproduce meglio le situazioni. Al compimento del diciottesimo anno,  una gran festa nel locale ‘Il Giardino di Giano’ con i compagni di scuola e gran divertimento sino alle due di notte. Due giorni dopo  le ragazze si iscrissero all’università alla facoltà di medicina. Le mamme curiose: “E per la specializzazione penso che preferirete ginecologia, per una ragazza è meglio…” Così parlò non Zarathustra ma Clizia ma male gliene incolse. Corinna: “Gentili signore ci scriveremo ad andrologia, preferiamo…”  “Va bene, fate come vi pare!” Ancora una volta le mamme erano rimaste deluse. Una svolta nella vita delle due giovani avvenne in occasione di un ballo indetto da un collega di università: la conoscenza di Alessio Fazio figlio di un padrone di supermercati a livello nazionale. Il giovane era rimasto affascinato dalle due ragazze e ballava alternativamente solo con loro sino alla fine della festa. “Vorrei accompagnarvi a casa, la cosa è un pochino problematica con la mia Abarth 124 spider che ha solo due posti.” “Sei molto gentile ma abbiamo i nostri motorini, alla prossima.” Alessio venuto a conoscenza durante il ballo che le due erano iscritte ad andrologia, spesso si faceva trovare fuori dei locali di quella facoltà, una corte continua che fece dire a Corinna ridendo: “Non siamo nel Tibet dove regna la poliandria, devi decidere con chi vuoi stare.” “Dovendo scegliere preferirei Corinna, ho avuto sempre un debole per le nordiche, Naomi non penso ti sia offesa.” “Alessio sei un bravo giovane ma io preferisco gli uomini più maturi.” “Trovata la soluzione, mio padre Amos quarantenne, divorziato, da vario tempo si interessa solo del suo lavoro, è difficile di gusti in fatto di femminucce ma penso che sarebbe entusiasta di conoscere Naomi, se sei interessata…” “Perché no, anche se il connubio è abbastanza fuori del comune.” L’incontro avvenne ad un bar all’aperto a piazza Cairoli, papà Amos era giunto col figlio su una Volvo V60.  Anche se quarantenne non dimostrava la sua età; fisico atletico da frequentatore di palestra, anche col suo sorriso  aveva conquistato subito Naomi. “Vorrei condurvi a Catania per pranzare al ristorante ‘I Quattro Mari’, il padrone è un mio amico, si mangia bene.” Naomi: “I catanesi fanno le cose più in grande, noi a Messina abbiamo la ‘Risacca dei Due Mari.’” La battuta fece ridere gli altri tre, si era creata una bella atmosfera conviviale. Il proprietario del locale Alfio Motta dando la mano ad Amos sommessamente: “Complimenti mon ami, ti invidio.” Di ritorno a Messina, a piazza Cairoli” Amos:”Care Corinna e Naomi,  penso che i motorini non siano più adatte a delle signorine cresciute, se me lo permetterete provvederò io a motorizzarvi come si conviene.” Alessio una mattina: “Mio padre possiede una casetta sulla spiaggia fra Tremestieri e Giampilieri Marina, se siete d’accordo vorremmo passare insieme il prossimo  week end, verremo a prendervi in auto a casa vostra.” ”Siamo d’accordo ma posteggiate un po’ lontano, le nostre madri…” Le ragazze giustificarono la loro assenza con una gita in pullman con i colleghi dell’università. Nei due trolley avevano riposto l’occorrente per la spiaggia e per la notte. All’arrivo Corinna: “Chiamala casetta, qui potrebbe alloggiare un plotone di soldati.” Corinna e Naomi occuparono una delle due camere da letto matrimoniali, sembrava tutto predisposto per…Per le vettovaglie Amos aveva provveduto a contattare il padrone di una vicina trattoria tale Gino Fabbri un po’ ignorante ma bravo cuoco. “Dottore posso esservi utile?” “Siamo in quattro nella mia casa a mare, dovresti prepararci le vettovaglie per una settimana.” “Dottore nun canuscio le vettovaglie…” “Da mangiare per pranzo  carboidrati  e per cena proteine .” “Mi scusazze dottore ma io non canuscio né i carboidrati né le proteine.” A mezzogiorno pasta condita come vuoi, pasta integrale, quella scura, la sera carne, pesce o formaggi, pane pure integrale.” “Capito ma picchì la pasta dei poveri, voi non lo site.” “Gino lascia perdere, qui ci sono trecento €uro, se non saranno bastati al ritorno avrai il resto.” Alla vista delle due ragazze Gino rimase fermo, basito sulla porta d’ingresso con le vettovaglie in mano. “Gino entra, Corinna e Naomi non mordono!” Dopo cena nessuna novità se non una passeggiata al chiar di luna, le ragazze a braccetto dei cavalieri che non fecero avances, come si dice: la prima volta... La mattina furono Corinna e Naomi ad alzarsi presto ed a preparare la colazione anche per i due maschietti, c’era di tutto dalla macchinetta per caffè con cialde, marmellate varie e Buondì Motta. I due uomini poltrivano ed allora Corinna e Naomi, indossato il costume ‘brasiliano’ piantarono un ombrellone vicino alla battigia ma, siccome facevano uscire gli occhi dalle orbite dei maschietti di passaggio, spostarono l’ombrellone più vicino a casa. “Benvenuti dormiglioni, è quasi l’ora del pranzo.” Padre e figlio sotto la doccia e entrata trionfale, tutti e due ‘allicchittiati’ con un bacio non tanto casto alle donzelle. “Vedo che vi siete svegliati bene, che ne dite di una passeggiata sulla spiaggia in attesa di Gino?” Proposta accettata, i maschietti circondarono con le braccia i fianchi delle due belle. Fecero appena in tempo a rientrare in casa che si presentò Gino con una casseruola di pasta al forno e con tante verdure crude e cotte e frutta oltre che del vino Rosso dell’Etna. Alla fine del pasto Amos: “Che ne dite di farci sapere qualcosa di voi, per esempio: siete fidanzate?”Prese alla sprovvista Corinna e Naomi non risposero ed allora Amos: ”Facciamo così: io scrivo le domande che voglio farvi sul block notes e una vi voi rispondete nello stesso modo.” “Siete fidanzate?”“Corinna scrisse:”Non lo siamo e non lo siamo mai state.” “Allora siete vergini?” “No, abbiamo usato un vibratore ma mai siamo state con ragazzi o uomini.” Soddisfatti i due maschietti abbracciarono le ‘fidanzate’ e si rifugiarono nelle relative stanze e, dopo un passaggio obbligato in bagno, tutti nudi sul letto matrimoniale. “Cara che ne dici di un bacino bacione al mio coso che già è in posizione?” Amos si era sbilanciato e Naomi obbedì provando una sensazione mai provata, quasi si strozzò e poi quando il ‘ciccio’ di Amos cominciò ad eiaculare resistette sino a bocca piena e poi rigettò il tutto su un asciugamano che prudentemente aveva portato con sé. “Scusa cara…” Nel frattempo la ‘cara’ era andata in bagno e si era lavato i denti col dentifricio. Al ritorno capì che era la volta del ‘fiorellino’ ad essere sotto tiro, Amos prima baciò a lungo il clitoride e poi, indossato un preservativo, fece un’entrata trionfale in una ‘gatta’ ben lubrificata. Un finale ovvio e poi, tolto il profilattico,  lavaggio del ‘coso’ ormai a riposo e ritorno sul letto. “Col tempo diventerò più brava, per ora abbracciamoci, non so se sia un bene o un male ma penso che mi stia innamorando di te, non vorrei provare una delusione.” “Non la proverai, senza falsa modestia posso affermare di aver incontrato molte donne ma, anche se a letto più brave di te mai avevo provato una sensazione...non so come definirla: distensione, benessere e felicità, insomma penso che sarai la donna della mia vita.” L’affermazione  rese felice Naomi che non si aspettava altro.” La simpaticona ebbe un’idea malignetta: “Che ne dici se andiamo a vedere come si comportano Alessio e Corinna?” Detto fatto aprirono uno spiraglio della porta  videro i due intenti nella più classica ‘scopata’ detta del missionario, risero talmente forte che i due ‘scopatori’ si risentirono: ‘Guardoni ite at patres!” Corinna li aveva mandati a quel paese anche se in modo delicato col suo latino. Tutti ovviamente soddisfatti, fecero i complimenti ad un Gino che portava a stento due casseruole di pesce in brodetto, tanta frutta e verdura e del vino bianco dell’Etna. Le precedenti ‘manovre’ avevano svegliato la fame degli ‘atleti.’ Tutte le mattine i due maschietti al lavoro, rientro il pomeriggio e, ‘cotidie’, un riposino rilassante. Il venerdì Amos: “A casa troverete una sorpresa.” “Le ragazze gli si buttarono addosso baciandolo.” “Non vi dico nulla altrimenti che sorpresa sarebbe, domani pomeriggio vi accompagneremo a casa vostra.” E così fu, alle sedici le due figlie incontrarono i rispettivi genitori un po’ in ansia. “Tutto bene?” Alla domanda di Lisindra rispose Clizia: “Basta guardarle!” Ci hanno consegnato per voi questi due pacchetti, non li abbiamo aperti anche se siamo tutti curiosi.” Le chiavi di due auto! Corinna e Naomi uscirono di corsa da casa e notarono due Mini Countryman verdi posteggiate al lato della strada. Le chiavi aprivano le auto, erano di loro proprietà, evviva! Adam esperto di macchine: “Se non mi sbaglio dovrebbero costare sulle trentamila Euro ognuna, chi sono questi munifici donatori?” Corinna e Naomi in corso: i nostri fidanzati!” Piuttosto confusi per gli ultimi avvenimenti i genitori quella sera non cenarono, le rampolle in giro per Messina  circolavano piano per farsi notare da eventuali amici che incontravano infatti: “Ragazze complimenti, il regalone da parte di chi, dei genitori?” “No dei nostri fidanzati, vi inviteremo alle nozze!” I nubendi maschi si presentarono in famiglia, uno, Amos,  non ebbe il gradimento di Clizia per motivi di età ma  fu costretta ad ingoiare il boccone per lei amaro, era una tradizionalista! Le nozze, in grande, nella cattedrale addobbata come un giardino, il prete, ben unto non di olio santo ma di tanti Euro, fece un discorso bellissimo elogiando i quattro ed augurando loro un futuro felice con tanti figli. Fu vero amore? Ai posteri l’ardua sentenza come nella poesia del cinque maggio del Manzoni.