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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 3 ore fa e 16 minuti fa
    IL RITORNO DI ALBERTO

    Come comincia: “Alberto sono Letizia, la zia Mecuccia è deceduta questa notte per infarto…quando ti sarai ripreso chiamami.” In fondo Alberto questa notizia o prima o poi le la aspettava, Mecuccia, diminutivo di Domenica era sua madre vedova, non aveva malattie particolari oltre ai normali patologie della vecchiaia, il suo problema più grande era l’obesità dovuta al troppo cibo ingerito, il medico di famiglia l’aveva predetto: “O prima o poi il cuore cederà.” L’evento era accaduto una notte di luglio. Letizia era la cugina di Alberto cinquantenne maresciallo della Guardia di Finanza in pensione da pochi mesi, risiedeva a Roma. “Letizia vorrei evitare di venire a Jesi subito, mi conosci, sono un anticonformista e non sopporto di andare in chiesa ed essere circondato da persone, di cui alcune sconosciute che mi abbracciano e mi fanno le condoglianze per non parlare della predica del  prete che ripete la solita storiella  che esalta virtù dei defunti che in vita non avevano, arriverò a funerali eseguiti, mamma potrà essere seppellita nella tomba di famiglia, per le spese provvederò al mio arrivo, ti ringrazio in anticipo.” Due giorni dopo Alberto avvisò il portiere della sua partenza consegnandogli un biglietto da visita con i suoi dati del cellulare oltre ad una consistente mancia, se la meritava sia per la sua devozione che per la presenza in casa sua di cinque figli, non sapeva proprio….” La Jaguar X type era l’acquisto fatto di recente con la somma ricavata dalla vendita di una villa a Jesi in occasione della morte della zia Giovanna. Era da tempo che non percorreva la strada Roma – Ancona, era un po’ migliorata per la presenza di nuove gallerie che evitavano di inerpicarsi sugli Appennini. Nel compact disc musiche rilassanti di Mozart che erano in sintonia col suo stato d’animo. Giunse a Jesi in via San Martino nel pomeriggio, posteggiò nel cortile e suonò a casa di Mariola, cameriera di sua madre che abitava nel piano terra sotto la sua abitazione. La cameriera era un ex contadina molto affezionata alla sua famiglia, non disse nulla ad Alberto, solo un abbraccio affettuoso e lo aiutò a trasportare i bagagli al  piano della  casa di sua madre. “Cavaliere le preparo qualcosa da mangiare?” “Solo un piatto di spaghetti all’olio e della frutta, mi cambio e scendo a casa sua.” L’abitazione materna era in perfetto ordine, Mariola era una donna pulita e precisa nel suo lavoro, una fortuna per Alberto che altrimenti avrebbe avuto problemi alla conduzione delle normali faccende domestiche. Anche Mariola era vedova, suo marito Dario era deceduto per un carcinoma allo stomaco, da quel momento era entrata a far parte della famiglia di Mecuccia, era anche la sua confidente. “Grazie di avermi fatto trovare la casa in ordine, le darò il doppio dello stipendio che le elargiva mia madre.” Mariola non era il tipo che gesti eclatanti, solo un grazie con gli occhi pieni di lacrime, era molto affezionata alla madre di Alberto. “Letizia sono a Jesi, sto venendo a casa tua. “La cugina abitava in via San Francesco, all’attico di un palazzo con vista su tutta Jesi, aveva sposato Guglielmo detto Guy un funzionario di banca, anche con lei nessuna smanceria. “Il giorno del funerale la casa di tua madre era affollata di amici che hanno accompagnato a piedi il feretro sino alla chiesa delle Grazie, alla fine della messa solo io e Guy abbiamo seguito l’auto funebre sino alla vostra cappella dove è seppellito anche tuo padre, nei giorni prossimi sarà apposta la lastra con la foto e indicazioni della zia Mecuccia. Questa è la fattura di tutte le spese ed esclusione di quelle della chiesa.” “Mi risulta che il Papa abbia stabilito che i parroci non possano pretendere dei compensi per la loro opera.” “In teoria, in pratica tutti in chiesa sono andarti in sacrestia ed hanno sottoscritto un ‘fiore che non marcisce’, tradotto hanno sborsato minimo cento Euro, io sono stata costretta a dare cinquecento Euro.” Alberto, notoriamente ateo si augurò che il parroco usasse quella somma tutta per spese in farmacia! “Caro cugino se vuoi puoi mangiare da noi.” “Ti ringrazio ma Mariola si è già proposta alla bisogna e si offenderebbe e poi voglio vivere a casa dei miei, è da tempo che manco.” L’abitazione dei genitori di Alberto era di due piani più la cantina e ‘la grotta’ un tunnel che si espandeva sino alla parte sotterranea di Jesi, al primo piano camere da letto, salotto e servizi, al secondo piano cucina, sala da pranzo e locali dove stipare le vettovaglie, Alberto con piacere riprese possesso  della casa, gli ricordava la sua gioventù. I primi giorni il ‘cavaliere’ (era stato nominato per i suoi ottimi precedenti di servizio) dedicò il suo tempo a controllare un po’ tutta l’abitazione, quello che più lo colpì era uno sgabuzzino a metà scala fra il primo ed il secondo piano: dentro tanti ‘chiaffi’ termine usato da mamma Mecuccia originaria di Grotte di Castro in quel di Viterbo. Una collezione di volumi contenenti cartoline pervenute allo zio Peppino, capo stazione superiore di Foggia marito della zia Maria morto sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, poi  oggetti opera dello zio Alberto un capitano di Artiglieria deceduto in seguito a tifo, poi tanti suoi giocattoli ed infine una scatola di legno. Dentro qualcosa di particolare: una piccola sacca in pelle contenente tre cristalli di rocca ed un libricino dal titolo ‘Pietre magiche antistress’. Lunga spiegazione: ‘Secondo gli sciamani i quarzi, avendo struttura simile a quella dell’energia umana riescono ad entrare facilmente  in sintonia con essa ed a riportarla in equilibrio. La loro struttura chimica è a base di silicio un elemento che elimina le impurità dell’organismo ristabilendo l’equilibrio energetico. All’inizio tenerlo qualche ora a contatto con il corpo in modo che la sua energia si sincronizzi con la propria. Il quarzo deve imparare a conoscere la persona. Chiudere gli occhi e riaprili e guardare il cristallo come se fosse un amico al quale si può chiedere un favore. Si può comunicare con la pietra il motivo per cui si sta per chiedere un favore, ciò permette all’organismo di liberarsi delle tossine psicofisiche e poi declamare la formula: ‘Da oggi tu proteggi la mia tranquillità, aiutami a rilassarmi ed a combattere lo stress e le tensioni. È possibile anche dialogare con i cristalli, nel nostro cervello essi risponderanno alle nostre richieste.’ Alberto rimase molto perplesso, mai era venuto a conoscenza di questa pratica,  la mise in funzione. Dopo due giorni riuscì a mettersi in contatto con i quarzi chiedendo di poter liberarsi delle tensioni che negli ultimi tempi l’avevano colpito. Il cervello di Alberto percepì una risposta: “Stenditi su un divano, al buio, chiudi gli occhi e pensa ad un cielo stellato.’  Dopo un po’ percepì  un fluido che lo pervadeva in tutto il corpo ed una voce interna: “Ora sei rilassato.” Alberto aveva avvertito una distensione diffusa in tutto il corpo e la solita voce: “Ora stai meglio, se hai bisogno noi siamo a tua disposizione.” Alberto pensò di riprendere i contatti con i suoi ex compagni di scuola, forse dopo tanti anni erano cambiati di aspetto, i cristalli potevano aiutarlo e così una domenica mattina si vestì in modo elegante, prima di uscire chiese loro aiuto: “Che ne è di Raffaella una mia amica…” Risposta: “Abita ancora in un villa dietro casa tua, sta per uscire, affacciati e chiamala.’ Alberto aperta la finestra effettivamente vide una signora che stava uscendo di casa, sicuramente era lei, la chiamò: “Raffaella sono Alberto.” La dama alzò gli occhi, si ricordava bene di Alberto ma era perplessa, dopo tanti anni. “Raffaella se mi aspetti dinanzi al monumento a Pergolesi ci potremo incontrare.” E così fu. Si abbracciarono senza parlare, troppo grande era stata l’emozione per entrambi, si guardavano negli occhi: “Cara mi trovi molto invecchiato?” “In questo campo possiamo dire di essere alla pari anche io…” “Andiamo sul corso al bar Bardi, staremo più comodi.” All’entrata nel locale furono accolti da un vecchio cameriere, Alberto lo riconobbe: “Settimio è un piacere rivederla.” “Mi scusi signore ma in questo momento…” “Sono Alberto, da giovane venivo spesso in questo bar.” “Ora mi rammento di lei, è un gran piacere rivederla, sedetevi, vi offro io un Campari soda come ai vecchi tempi.” Alberto si meravigliò della prodigiosa memoria del cameriere poi d’impulso: “Cara vado in bagno.” Era una scusa per avere dai cristalli notizie su Raffaella:”Che mi dite di lei?” “Possiamo definirla un po’ farfallona, ha tre figli il primo è di suo marito da cui è separata,  le altre due, femmine ‘provenienti’ da un amante sposato che però non intende lasciare la legittima consorte.” Alberto non se l’aspettava ma in fondo era poco interessato alla moralità della signora. Ritornato a sedersi vicina all’amica: “Che mi dici della tua famiglia, io sono vedovo senza figli.” “Io ne ho tre, un maschio Antonio militare di carriera e due femminucce Patrizia e Violetta molto belle, sono la mia gioia.” Alberto pensò di approfittare dell’occasione per usufruire delle ‘grazie’ di Raffaella, era tempo che andava in ‘bianco’, la invitò a mangiare a casa sua avvisando  della novità Mariola che aveva già provveduto a preparare il pranzo. “Se sei d’accordo vorrei far venire anche le mie figlie.” Nuova telefonata a Mariola: “Gli ospiti sono diventati tre.” “Care siamo tutte a pranzo da Alberto.” “Quando venivo qui la tua casa era uguale ad ora, ad ogni modo è un bel ricordo anche se po’ triste…” Violetta e Patrizia suonarono il campanello, evidentemente sapevano dove abitava Alberto, la loro madre doveva aver comunicato loro passata amicizia che li aveva legati. Erano due ragazze alte, longilinee, molto simili fra di loro in quanto a viso e corpo, solo i capelli erano differenti, una bionda l’altra bruna. Violetta: “Cari mamma ed Alberto dev’essere stato triste per voi ritrovarvi imbruttiti ed invecchiati…” “Non essere impertinente more solito, il signore qui presente poteva  essere  vostro padre se…” “Io sono per i vecchi metodi ormai in disuso, care ragazze da padre vi avrei sculacciate alla grande, che mi dite?” “Violetta: “Abbiamo il senso dello humour, nostra madre ci ha parlato di te, saresti stato un padre eccellente vero Patrizia?” “Finita la diatriba vediamo quello che ci ha preparato Mariola, tutto a base di pesce come piace a me, il Verdicchio è del mio amico Giorgio.” Le due ragazze al termine del pranzo accesero una sigaretta Turmac. “A’ cose,  qui il fumo è off limits questo sarebbe stato un motivo per delle  sculacciate!” “Papino perdonaci non lo faremo mai più, se vuoi questo è il mio popò!” Violetta si era alzata la gonna mostrando un bel sedere provocando la risata della madre e della sorella.” “Siete troppo giovani per me, mi contenterò di quello di Raffaella si vi levate dalle balle!” “Mammina preparati ad un assalto all’arma bianca sempre che Alberto…” Le due sparino in un fiat dalla circolazione, la punizione era in vista! “Mettiamo in atto quello che hanno pronosticato le tue figlie o c’è qualcuno che potrebbe risentirsi di una tua performance sessuale.” “Che ne dici di pensare solo  a noi, ho sofferto quando una mattina di tanti anni fa ti ho visto in divisa alla stazione che stavi per partire, mi dicesti che andavi a frequentare il corso allievi sottufficiali, capii che ti avevo perduto per sempre!” In bagno, denudatisi i due si guardarono in viso ridendo, ognuno mostrava qualche pecca della vecchiaia. Raffaella era più piccola di statura delle figlie in compenso era molto brava a letto. Alberto supino, la signora  si gettò sopra di lui ed iniziò una danza rotatoria che la portò presto all’orgasmo ma non si fermò, stava recuperando il tempo perduto, anche qualche lacrima. “Non pensavo di far piangere una femminuccia!” “È stato il rimpianto di quello che poteva essere e non è stato, se sei d’accordo ceniamo e passiamo la notte insieme come se fossimo in viaggio di nozze.” Mariola avvisata di preparare la cena per due non fece commenti, solo un gelido saluto. La mattina appena alzati colazione alla grande, i due dovevano recuperare le forze Col passare del tempo qualcosa stava cambiando nella mente di Alberto, un po’ di noia per la routine di tutti i giorni uguali, lui non era innamorato di Raffaella, solo sesso. Chiese consiglio ai cristalli di come comportarsi in futuro. Risposta tagliente: “Taglia.” E così fu: “Cara devo rientrare a Roma, c’è bisogno della mia presenza per sistemare alcuni affari importanti che ho lasciato in sospeso, potrei perdere molti soldi.” Inutile cercare di imbrogliare una femminuccia, è risaputo che le donne ne sanno una più del diavolo. “Ho capito, ti sei stancato di me, torna a Roma dove sicuramente hai lasciato qualche conto in sospeso con delle giovani donne, auguri.” Raffaella sparì sbattendo la porta, capì che questo era un addio definitivo. Alberto liquidò finanziariamente Mariola, andò presso una agenzia di vendita lasciando  una delega per alienare la casa dei suoi e riprese la via del ritorno con la fida Jaguar. Quello che all’andata era stato un viaggio triste contrariamente, al ritorno fu in allegria, Alberto si ritrovò a cantare insieme ai  cristalli!
     

  • 3 ore fa e 20 minuti fa
    L'ASPIRANTE SUICIDA

    Come comincia: Mezzanotte, Roma, mese di luglio, l'aria ancora tiepida. Un sole forte aveva battuto per tutto il giorno l'asfalto delle strade ed il calore immagazzinato, pian piano risaliva l'atmosfera rilasciando un lieve tepore. Da via Cavour, dove era ospite della cugina Silvana, Alberto era giunto a ponte Milvio, camminava come un automa: sentiva appena il rumore del traffico, il chiacchierio della gente che gli passava vicino, l'abbaiare dei cani che litigavano furiosamente fra di loro cercando di trascinare gli incolpevoli padroni, un gruppo di ragazzi visibilmente sbronzi e forse pure 'fatti' che rompevano i maroni ai passanti, tutto gli era indifferente, che andassero tutti a fare in culo, Yvette era morta e con lei una parte di se stesso. Eppure la vedeva sempre dinanzi a sé, sorridente come suo solito come a volerlo consolare. Percepiva la gola secca, un dolore continuo ai muscoli, alla testa, alle ginocchia, alle spalle, alla schiena. Giudizio di un amico medico:'dolori da stress con passar del tempo spariranno.'Un forte frastuono in lontananza, una auto era andata a cozzare violentemente contro un autobus, gente che accorreva sul luogo dell'incidente, grida...Alberto era rimasto solo, appoggiato alla balaustra del ponte guardava l'acqua del Tevere scorrere sotto il ponte, inquinata, non invitante nemmeno per un aspirante suicida.
    Alla sua sinistra gli parve di vedere un'ombra, si girò dall'altro lato ma l'ombra lo sorpassò a passi incerti finendo a terra. Non si sentiva di essere il solito Alberto disponibile con tutti, cercava solo un po' di tranquillità ma l'ombra, ormai illuminata da un lampione, era rimasta a terra. Avvicinatosi: era una femmina rossa di capelli che coprivano il viso appoggiato sul selciato."E adesso che faccio, questa è svenuta...""Questa non è svenuta e non vuole rotte le palle!" Alberto si girò dall'altra parte, fine la signora e pure maleducata. Stava per riprendere il cammino quando la vide ancora a terra."Permesso, posso passare?" "Allora sei stronzo, il ponte è largo!" Alberto era contrario a farsi dare dello stronzo anche da una donna ma la curiosità prese il sopravvento: "Tra poco passa un cane e ti piscia sopra prendendoti per un cespuglio."La rossa cercò di recuperare la posizione eretta ma ricadde a terra, al secondo tentativo ci riuscì ma barcollava vistosamente. Alberto la prese per la vita per evitarle una seconda caduta."Che fai, ci marci?" "Senti ho i cavoli miei per la testa e puoi giurarci che non mi interessano i tuoi, cercavo solo di aiutarti.”La rossa si mise a piangere a singulti, era proprio quello che  Alberto non sopportava, riteneva le lacrime delle femminucce foriere di sventure. La prese sottobraccio e la accompagnò ad un a vicina panchina, la fece sedere."Me ne posso andare?'" "Ma chi t'ha chiesto niente." "Dì la verità volevi fare un bel tuffo senza ritorno, come ti chiami?" Di nuovo lacrime.”Sei un lacrimatoio, pensi che a questo mondo solo tu hai  dei problemi, oggi non  ho fatto la buona azione quotidiana, alzati, ho intravisto un bar aperto.” La cotale riprese in qualche modo l’equilibrio, dentro  il bar il padrone sonnecchiava su una sedia, all’arrivo dei due: “Fatemi compagnia,  sto morendo dal sonno, che ne dite d’un caffè?” Alberto immaginò che la ragazza fosse digiuna, infatti:”Per me un cappuccino e due anzi tre bioches. Sono Violetta.” “Un nome perfetto per te, hai la faccia proprio viola!” La ragazza fece sparire in un attimo cappuccino e brioches. “Quant’è che non mangiavi, un altro po’ addentavi pure il tavolo!” La spiritosaggine non fece presa su Violetta che ordinò un altro cappuccino con cornetti, era proprio affamata. Sistemato il pancino Violetta si distese su una poltrona del bar, occhi chiusi, in fondo non era male come donna… “Ragazzi devo chiudere.” “Quanto ti devo?” “Offro io, vado in centro, ho la macchina qui fuori.” Altro boy scout pensò Alberto: “Io devo andare in via Cavour.” “È di strada, a quest’ora niente autobus.” Violetta si era addormentata in auto, giunti dinanzi casa di Silvana: “Io sono arrivato, sei stato veramente gentile, non ti dico che ti ricorderò nelle mie preghiere perché sono ateo.” “Lascia perdere all’Inferno ci vado per i peccatacci miei, auguri, con quella penso che te la passerai male!” Alberto fece le corna, ormai era costretto a portare Violetta a casa di Silvana. “Dove siamo?” “Se non mi dici dove vuoi andare ti porto a casa di mia cugina.” Alberto aprì il portone, con l’ascensore al secondo piano poi entrò casa. “Fai piano, io sto nella camera in fondo, ci sono due letti, usane uno,  lascio un biglietto in sala da pranzo per mia cugina.” ‘Sono a letto con un’amica…”  Un suono di campane svegliò Alberto, ‘a Roma ci sono più chiese che mignotte’, la frase non era sua ma dava l’idea del problema. In bagno fu raggiunto da Silvana, per lui era come una sorella ma anche le sorelle…” “Lo sai che a me capitano sempre situazioni strane, anche stavolta…” “Fatti una doccia e dopo sveglia l’amica tua.”La ragazza dormiva ancora, Morfeo si era impadronita di lei, chissà da quanto tempo…” “Violetta, prova ad alzarti e poi vai in bagno, è in fondo a destra.” “Mi dici qualcosa di lei?” Alberto riportò alla cugina paro paro quello che era successo a Ponte Milvio, non era facile stupire Silvana ma stavolta…”Speriamo che non sia una sbandata, quando  avrà finito di lavarsi falle fare colazione e poi parliamo, oggi è sabato e l’ufficio è chiuso.” Silvana era consulente tributaria. Violetta si presentò con il vestito stropicciato, era proprio logoro, sembrava una pezzente. “Prima che mi racconti i fatti tuoi vieni in camera mia, ti do un mio vestito, abbiamo la stessa taglia e poi pettinati sembri la Strega di Benevento!” Pettinata e vestita con un abito corto e dalla scollatura abissale Violetta era completamente cambiata,  forse Alberto anzi senza forse Alberto aveva mostrato un viso tipo: ‘Io a questa me la farei subito!’ “Cugino sei il solito zozzone…non cambierai mai!” Il racconto della ragazza aveva qualcosa di inusitato come si poteva presagire ed anche una situazione particolare, Violetta era a Roma per motivi di studio, risiedeva a Messina come Alberto che si mise a ridere. “Sono venuta a Roma con il mio amico ora posso dire ex, Alfredo e ci siamo iscritti alla facoltà di giurisprudenza, a Messina  è molto difficile superare gli esami, Alfredo è ricco di famiglia ed abbiamo affittato una appartamento in via Volturno, ieri mattina dovevo andare all’Università, da sola, Alfredo m’aveva detto di non sentirsi bene, dopo mezz’ora ho pensato bene o meglio male di rientrare a casa per vedere come stesse Alfredo. In camera da letto una sorpresa ma altro che sorpresa una bomba: il mio fidanzato si stava ‘inchiappettando’ un giovane biondo, molto femmineo, sembrava una ragazza, forse l’aveva conosciuto all’Università, io non ne sapevo niente. Alla mia vista il ragazzo, che poi è risultato essere uno svedese è saltato dal letto, si è vestito in fretta ed è sparito, Alfredo è rimasto nel talamo con le braccia dietro il collo guardandomi senza  parlare, in verità c’era poco da dire se non che Alfredo era un bisessuale! Io sono piuttosto anticonformista ma odio la mancanza di sincerità, avrei voluto saperlo da lui o forse…diciamo che sono confusa, non mi resta altro che andare a prendere i miei vestiti e ritornare a Messina, me ne frego dell’Università qui non conosco nessuno a sono senza soldi, lui è il paperone che fa rima con….Intervenne Silvana: “Io al tuo posto non mi preoccuperei, mio cugino è…” “Non sparlare di me cuginastra, potrei arrivare a picchiarti!” “Non consci le mie unghie!” “Finiamola stà sceneggiata, Violetta se vuoi ti accompagno in via Volturno a prendere la tua roba, qui sotto in garage ho la mia macchina.” Dinanzi alla Jaguar Violetta: “Allora anche tu sei un paperone, spero che non avrai lo stesso vizietto di Alfredo…” “Sarebbe facile risponderti con una battuta, sappi solo che io ci tengo alle mie chiappe!” “Stavo scherzando, ti devo molto, l’altra notte ero come impazzita, Alfredo era il mio primo e grande amore, una delusione troppo cocente mi ha portato a ….” “Io sono un maresciallo delle Fiamme gialle, sono una persona onesta e le mie finanze oltre che dallo stipendio sono dipese dall’eredità di una mia zia, i miei superiori a Messina mi hanno  messo sotto inchiesta ma hanno fatto un buco nell’acqua, tutto regolare.” “L’abitazione di via Volturno era al secondo piano, fatta la valigia Alberto, da buon cavaliere la mise in ascensore ed al pian terreno sorpresa: Alfredo stava in attesa dell’ascensore e vista Violetta in compagnia di Alberto e con la valigia capì la situazione, forse voleva reagire ma vista la stazza superiore alla sua di Alberto, senza salutare prese l’ascensore: “Sparito per sempre dalla mia vita!” Violetta d’istinto aveva abbracciato Alberto, ‘ciccio’ sempre in agguato alzò la testa, Violetta se ne accorse, si staccò dal non più giovane amico ed entrò in macchina. “Silvana domattina partiremo, non voglio darti altro fastidio.” “Lo sai che a casa mia sei sempre il benvenuto anche se mi fai delle sorprese, niente prediche, voglio solo farti presente che i vent’anni di differenza…fanno la differenza!” “Io chiederò l’aiuto di Priapo, se vieni a trovarmi a Messina sarà per me un piacere inutile che te lo ribadisco, ciao sorellina!” Alberto prese con calma il viaggio, guidava a non più di centotrenta all’ora sia per non perdere punti dalla patente sia per gustarsi l’effluvio piacevole di donna di Violetta, la ragazza era ritornata in forma e sprizzava femminilità da tutti i pori. “Non mi prendere per una sprovveduta anche se ho solo vent’anni, mi accorgo che hai una voglia matta di…sinceramente mi piaci ma non sono in condizione di apprezzare il sesso, poi vedremo….”
    ‘Ciccio’ sconsolato ritornò a cuccia, aveva capito che ‘non c’era trippa pé gatti’ almeno per ora,la speme …”Violetta abitava in via Camiciotti a Messina, in una palazzina di cinque piani, il suo era l’ultimo. Scesa dalla Jaguar la ragazza suonò il campanello di casa, si affacciò una signora di mezza età che, vista la figlia si precipitò in strada, capì che era successo qualcosa a Roma. “Mamma questo è Alberto, mi ha dato un passaggio, poi ti spiegherò tutto, ciao caro, a proposito dove abiti?” In via Cola Pesce, questo è il numero del mio cellulare, a presto.” Alberto aveva acquistato con il soldi della defunta zia Giovanna l’appartamento nello stesso piano di quello della zia Iolanda, una fortuna così evitava di farsi da mangiare e di lavarsi la biancheria, ci pensava Gina la donna di servizio della zia la quale era piuttosto giù di morale, non fece le solite feste al nipote causa suo figlio Armando, diciassettenne, che era stato cacciato dal collegio dei Salesiani per una delle sue: “Poi ti faccio leggere quello che ha scritto sto fijo …proprio come suo padre buonanima, per ora cambiati e vieni a mangiare. “ Presente Alberto e il fijo di…Iolanda: “Stò bel tomo ogni giorno me ne combinava una, sono stata costretta a mandarlo in un collegio di preti, ti leggo quello che ha scritto in un tema riguardante la religione cattolica: ’Senza credere che l’amore di Dio è onnipotente come poter credere che il Padre abbia potuto crearci, il Figlio riscattarci e lo Spirito Santo santificarci?’ Praticamente con quello scritto ha minato tutta la teoria della religione cattolica, il direttore della scuola era tanto infuriato quasi da non riuscire a parlare: “Si venga a riprendere suo figlio, è un antidio ateo!” “Naturalmente ho capito che il signorino aveva trovato un escamotage per farsi cacciare, io lo mando dal falegname qui sotto ad imparare un mestiere, merita solo di andare a pulire i cessi!” “Mamma il preside non ti ha riferito altra frase da me riportata, è di Epicuro…” “Zia Iolanda anche se non ho figli voglio parlare cò stò fijo di…che poi saresti  tu,  giovanotto andiamo in macchina in giro per Roma.” “Armando l’anno prossimo sarai maggiorenne e penso  conseguirai la maturità poi ci sono due vie: la prima quella di iscriverti all’università cosa che non ti consiglio perché, dopo anni di studio ti troveresti a dover cercare un posto di lavoro ed in questi tempi non è facile, altra soluzione quella di arruolarti nel Corpo della Guardia di Finanza, nel frattempo potresti, se vuoi, continuare a studiare, per ora devi diventare pratico di quiz per il concorso, potrei darti una mano, ho delle conoscenze in alto loco, decidi tu.” “Finalmente qualcuno che mi fa delle proposte sensate, sinora solo rimproveri!”  A casa Armando riferì alla madre la conversazione avuta con il cugino Alberto, capì che forse finalmente aveva trovato una soluzione per i problemi di suo figlio. Violetta cambiò facoltà non più giurisprudenza ma lettere moderne e così era saltato l’ostacolo degli esami difficili.  Alberto aveva ripreso il suo lavoro di capo sezione nel Comando  Provinciale delle Fiamme Gialle inoltre era capo laboratorio fotografico e approfittò dei materiali della caserma per fotografare Violetta ogni giorno più desiderabile, foto in parte fatte vedere a mamma Arianna, non tutte ce n’erano alcune molto sexy in cui la ragazza si mostrava senza veli. Arianna venuta a conoscenza dell’esperienza di sua figlia a Roma ripensò il giudizio fatto su Alberto e lo invitò a pranzo. “Scusami se ti ho trattato piuttosto rudemente ma non conoscevo i fatti, per Violetta è stata un’esperienza negativa ma nella vita anche quelle servono.” Il pranzo con tutte le specialità messinesi in fatto di pesce stocco e baccalà in verità non molto apprezzate da Alberto più abituato alla cucina romana. “Mamma vado a vedere la casa di Alberto, vuoi venire anche tu?” Domanda pleonastica in quanto Arianna sarebbe stata d’impiccio qualora i due…”No cara, sarà per un’altra volta.” “Si vede che manca la mano di una donna, se stai bene a quattrini ti rivoluzionerò tutto l’appartamento, la ditta Fucile è molto ben attrezzata.” E ne dici di provare se il letto è comodo?” “Sei fortunato, mi sono appena finite le mestruazioni, il mio non è un sacrificio, frequentandoti ho imparato ad apprezzarti e forse ad amarti, doccia e poi fuochi d’artificio!” Violetta, che Alberto aveva scoperto non essere rossa naturale ma castana, aveva messo tutto il suo sapere sessuale, era scatenata, godeva alla grande e sorrideva in continuazione anche parlando: “Amore mio che ne dici di…” “Non dico nulla, posso solo affermare che sei meravigliosa anche a letto, di natura.” Alla fine della ‘seduta’ Alberto con calma cercò di fare il punto della situazione: i venti anni di differenza erano l’unico vero ostacolo, mentre lui sarebbe andato incontro a problemi di salute come ricoveri in ospedale, visite mediche, esami, acquisto di medicinali insomma tutto ‘l’armamentario’ di un signore di mezza età, Violetta nel fiore degli anni sarebbe potuta diventare la sua badante e forse anche l’infermiera, ci può essere tutto l’amore di questo mondo ma per lei potevano esistere anche maschietti della sua età…”Che ha l’amore mio, ti vedo triste più che triste, ti ricordi quello che scriveva  Lorenzo il Magnifico…” “Alziamoci, devo fare un salto in caserma.” Alberto nella sua casella di posta trovò un invito al ballo del circolo di Presidio, erano per il sabato prossimo, poteva portare con sé tre persone. “Questa è la volta buona che riuscirò a ballare con tua madre, abbiamo stilato un patto di pace penso duratura.” E così fu, posteggiata la Jaguar in caserma della Finanza (era vicino alla sede del circolo) Alberto con Armando, Violetta ed Arianna che, truccata assomigliava molto a sua figlia, fece ingresso al circolo accolto da un T.Col.di sua conoscenza. “Vedo che è in buona compagnia, le ho riservato un tavolo in fondo alla sala, buon divertimento.”  Musica non recente ma distensiva, la maggior parte dei presenti non era di primo pelo e non avrebbe apprezzato il rock scatenato. Armando prese la mano di Violetta ed entrò nel ‘vortice’del ballo, ad Alberto non rimase che invitare Arianna dapprima titubante, era molto tempo che non ballava e poi col…fidanzato di sua figlia. “Madame ti sento dura, rilassati non siamo in uno studio medico.” Alberto non aveva fatto i conti con l’inaspettato spirito di Arianna: “Vedo che duri siamo in due!” così dicendo era diventata rossa in viso. “Il mio ‘ciccio’ è di origine veneta, il suo detto: ‘Mi son Arlecchin quel che trovo mangio!” “Il mio detto invece è: ‘Se si ribella tagliategli d’un sol colpo la cappella!” I due si guardarono in viso e si misero a ridere fragorosamente. Armando: “Che hanno da ridere tua madre ed Alberto, sembrano molto affiatati…” “ È da tempo che mia madre non frequenta maschietti, forse la novità…” Quel che Alberto aveva pronosticato avvenne dopo un mese: Violetta si presentò in casa con un ragazzo: “Signori questo è Alessio mio compagno di Università, lui mi aiuta molto nello studio…” C’era poco da capire, il viso di Alberto divenne cereo:”Signori scusatemi, mi son ricordato di aver lasciato in caserma una pratica urgente, ciao a tutti.” Alberto in crisi profonda non si fece più vivo a casa di Arianna la quale dopo aver capito la situazione pensò di aiutare il bel maresciallo che aveva salvato la vita a sua figlia. “Alberto sentiamo tutti la tua mancanza, che ne dici di farti vivo?” “Sei sicura che tutti sentono la mia mancanza?” “Non giochiamo con le parole, vieni a casa mia, mi militarizzo come tuo superiore di grado e ti do quest’ordine: vieni subito altrimenti C.P.R. camera di punizione di rigore.!” Arianna era sola in casa, si era messa in ghingheri per chi? Alberto pur nella sua confusione mentale ebbe uno sprazzo di realtà: Arianna gli aveva fatto capire che il legame con sua figlia non avrebbe avuto un futuro, Violetta era troppo giovane per lui, la loro relazione non aveva  un avvenire, meglio la madre…
     

  • Come comincia:                                                                                Itaca ti ha dato il bel viaggio,
                                                                                   senza di lei mai ti saresti messo
                                                                                   in viaggio: che cos'altro ti aspetti?                                                                                       
       

     Erano le tre del mattino, il viaggio verso terra di Grecia era a metà strada: non riuscivo a prender sonno e così uscii dalla mia cabina, la numero settantotto, e lentamente mi avviai  verso il pontile di prora del traghetto "Hesperis", partito dal porto di Brindisi qualche ora prima. Appena giuntovi mi appoggiai sulla balaustra e cominciai a rimirare la fantastica luna che si stagliava in cielo e che illuminava quasi a giorno quella notte.
     Mai, in vita mia, avevo visto una luna così né mai mi ero sentito così tanto piccolo e inutile nel mentre lo facevo...direi come un pugno di polvere!
     Forse, chissà, tutto dipendeva dal numero della mia cabina (il settantotto, che era sempre stato un numero magico e tragico allo stesso tempo, croce e delizia nella mia vita: ripensavo a quella magica estate del 1978, due anni prima, quella del fantastico mundial d'Argentina e degli azzurri di Bearzot a farci sognare ed in cui io e mia sorella Anna c'inebriammo di sole, di mare e di arte, o ai settantotto gradini...pardon, baci che diedi alla mia compagna di classe Veronica nel giorno del suo sedicesimo compleanno; ma anche a quando, qualche anno prima, avevo perduto una cifra esorbitante puntando sul settantotto noir alla roulette del casinò di Campione; oppure, che all'età di settantotto anni, ahimé, se n'erano andate da questa vita persone importanti per me: la carissima ed amatissima zia materna Maria, faro della mia esistenza; mio nonno paterno Carlo, ucciso da una malattia incurabile e crudele; e ancora Antonia, cugina buonissima di mio padre), da una qualunque coincidenza astrale o da un qualsivòglia "non so che" che mi balenava dentro. Uno strano stato d'animo, insomma, che ogni tanto prende ad ognuno di noi!
     Ad un certo punto mi balenò nella testa un pensiero altrettanto strano, proprio sul viaggio, anzi, sul viaggio (non quello che mi apprestavo a vivere, ma più in generale) ed insieme sul trascorrere del tempo.
     - Il tempo, - pensai tra me e me - è trascorso veloce in tutti questi anni, e sempre più veloce va, sembra quasi che non si fermi mai.
     - Il tempo, - pensai ancora, - quello spilorcio e inesorabile masnadiero senza riguardo né rispetto verso niente e nessuno (neanche verso la più bella delle donne a questo mondo, o il più saggio profeta o santone della terra!) è proprio un furbo ed abile, infallibile architetto: infallibile ed assai furbo, spietato e infallibile!
     - Allora, - mi dissi, - non c'é più tanto tempo, per fare cose...per andare dove mi piacerebbe andare né per fare ciocché realmente vorrei fare, o per andare dove mi piacerebbe realmente andare!
     Dopo di che mi fermai un po' - il mulinare dei pensieri, infatti, insieme alla luna, mi facevano girare la testa...ma poi ripresi a pensare (sono sempre stato un pensatore, un libero pensatore in vita mia!)...- non c'é più tanto tempo, - ricominciai a dire fra me e me - ma non riesco a vivere come vorrei, forse, anzi, probabilmente; chissà perché? - mi domandai. - Ma forse questo viaggio in Grecia...
     - Forse, - pensai, - questo viaggio mi schiarirà le idee oppure me le annebbierà definitivamente!
     Ripresi allora a pensare e a ripetermi: - non c'é più tanto tempo, non c'é più tanto tempo, non c'é più...- fino a alla nausea, anzi, fino a che d'improvviso udii una voce che mi sussurrò: - Vai ragazzo, vai. Va pure per la tua strada, vai dove ti porta il cuore: va e vivrai!
     Alché cominciai a guardarmi intorno con l'intento di rintracciare colui - o colei - che mi aveva parlato o quanto meno di scoprire il luogo da dove eran partite quelle parole così altisonanti: ma niente, intorno a me niente di niente, neppure l'ombra di un misero fantasma o di un amletico spettro! Mi misi poi a girare in lungo ed in largo per il pontile: ancora niente!
     Fino a che, oramai stanco, mi sedetti per terra ed alazando casualmente la testa al cielo, quasi per istinto - o per celia, chissà, o forse per scorgervi la stella polare - innanzi a me apparve un volto di donna: dapprima poco nitido ma poi, man mano che lo osservavo, diventava sempre più chiaro fino a quando...alla fine lo focalizzai ben bene, cioé, fino a quando in maniera netta e alquanto precisa riconobbi in quel volto la mia cara nonna materna Eleonora, scomparsa ventinove anni prima, quando avevo appena un anno! E quel volto apparve innanzi a me nuovamente e ancora (come fosse un vero e proprio oracolo che emette la sua sentenza!) mi scandì le parole dei prima:
     - Vai ragazzo, vai pure Cianino, - diminutivo con cui spesso mi chiamavano in famiglia, - vai e vivrai, ragazzo mio; va pure dove ti porta il cuore!
     E lo fece, quel volto, quella apparizione, quell'oracolo...lo fece con precisione quasi chirurgica, ancora altre due volte prima di scomparire nel nulla, all'improvviso: così com'era apparsa! Nel frattempo erano ormai giunte le prime luci del mattino ed io, ancora un po' stordito e quasi traballante per l'accaduto (al limite del paranormale e dell'inspiegabile, oppure dello splendidamente immaginifico, dipende sempre dai punti di vista o dal modo in cui si percepiscono cose che ci circondano e gli eventi che accadono intorno a noi!), decisi di rientrare in cabina, dove riuscii miracolosamente a prender sonno e riposare qualche ora. Mi risvegliai intorno alle sette e trenta e svegliai anche il mio amico Antonio, compagno di cabina e di viaggio nonché mio grande amico sin dall'infanzia. Non dissi niente ad Antonio di quanto accadutomi qualche ora prima. Insieme ci vestimmo e salimmo nel salone grande del traghetto, dove facemmo colazione: a base di toast imburrati, marmellata e thé alla menta.
     Il traghetto arrivò nel porto di Argostoli, puntualmente sulla tabella di marcia, alle nove e quarantuno e noi, due minuti più tardi eravamo a terra. Quel viaggio in Grecia durò tre settimane e toccò, manco a dirlo, luoghi da favola: le più belle città delle isole Ionie, da Atheras a Petani, da Mourtos ad Antipata, da Sami a Poros, a Vathi e infine nella mitologica Itaca, la splendida isola patria di Ulisse, il personaggio omerico le cui gesta ed avventure sono narrate con sapienza, acume e immortale maestria letteraria nell'Odissea; la splendida isola cantata dal poeta della nostalgia Kostantinos Kafavis; la splendida isola misteriosa e al tempo stesso mitica per i viaggiatori incalliti come me: quelli, cioé, che sono soliti viaggiare col pensiero e con l'immaginazione ancor prima che con le gambe!
     Ithake, nell'idioma originale, contava all'epoca meno di cinquemila abitanti "fissi", i quali nel pieno della stagione turistica, che da quelle parti dura da marzo ad ottobre inoltrato, come per incanto - o per disgrazia - (occulto potere, chissà, se del turismo di massa, o di quello usa e getta, o mordi e fuggi?!), fluttuano e si moltiplicano a dismisura, diventando oltre un milione!
     Fu quello un viaggio bellissimo, il più bello ed indimenticabile della mia vita, nel corso del quale conobbi una ragazza bruna di nome Sandy, una turista americana di cui mi innamorai perdutamente e con cui feci l'amore, ma che dopo di allora non rividi più! Durante quel viaggio, poi, presi alcune decisioni importanti: ossia, una volta tornato a casa, in Italia, avrei ricominciato a studiare (cosa che avvenne) e dopo gli studi avrei aperto, a Castelfidardo, nelle Marche, un negozio di fisarmoniche, strumento che avevo imparato a suonare sin quasi da bimbo, da alcuni zingari gitani della puszta ungherese (cosa che avvenne e che ancor oggi mi tiene occupato e mi da, anzi, di che vivere),  Dopo quel viaggio sono diventato più saggio. Ho vissuto, dopo di allora, e vivo la vita come una avvventura...Voglio io: secondo ciò che sento e no secondo ciò che vedo; e poi ho imparato a camminare, e cammino, cammino...seguendo vo' la via (forse, chissà, quella che mi indicò mia nonna nell'apparizione sul traghetto "Hesperis"!). Un giorno, forse, tornerò nella terra dei miei avi, l'Australia, in cerca del talismano, ma no - che dico - dell'anziano della terra del ricordo del sogno; e se...là se lo troverò li tenderò la mano e lo porterò via con me!

    Taranto, 25 marzo 2016.  

  • giovedì alle ore 17:06
    Amistade

    Come comincia: All'altro mare tese l'occhio.
    Toni d'ombra e luce, uguale al suo.

  • Come comincia:  L'oceano Pacifico, al pari dei suoi due "brothers" più giovani, ossia l'Atlantico e l'Indiano (alcuni considerano anche un oceano Artico a nord, altri inoltre suddividono Atlantico e Pacifico ognuno in due bacini indipendenti, ossia settentrionale e meridionale; in genere, poi, gran parte dei geografi è propensa a rifiutare il concetto di oceano Australe e considera l'Artico come un bacino dipendente dall'Atlantico: i domini dei tre oceani sono anche delimitati verso sud dai meridiani congiungenti America e Africa all'Antartide), è sterminato: esso, infatti, è una immensa distesa d'acqua di quasi centottanta milioni di chilometri quadrati, che ricopre il 35,2% della superficie della terra e bagna ben cinquantadue paesi in tre diversi continenti (Asia, Oceania ed Americhe). Inoltre, è abitato da tantissime specie - sono migliaia e migliaia - da esseri e creature viventi straordinariamente belle ed uniche.
     Una volta, un pittore naif aborigeno, membro dell' Outstation Movement, il quale si batte da decenni per l'integrazione delle minoranze aborigene native nella nazione australiana, ebbe a dire quanto segue: "Adoro disegnare i pesci delle profondità oceaniche perché sono talmente brutti, ma belli a proprio modo. Inoltre, nel fondo degli oceani ci sono cavità talmente abissali, recondite e segrete...incommensurabili all'umano intelletto per cui l'uomo non può avere idea di quali segreti essi contengano". Quell'artista, si chiamava Johnny Dunbar, morì in una prigione di Kalgoorlie (Western Australia), località cinquecentoquaranta chilometri a nord-est di Perth, nota per i suoi immensi giacimenti auriferi.
     Torniamo alle nostre creature...Si pensi, ad esempio, alla tanto incredibile e meravigliosa, fantastica e stupenda megattera bianca, ma anche - direi -  "nonché invero" rarissimamente straordinaria ed alquanto immensa (in tutti i sensi, visto che si tratta pur sempre dell'animale marino più grande circolante in acqua)...: e tale sfilza di aggettivi, - i quali, mi pare siano essi stessi anche in concreta simbiotica sinonimia tra loro, - che ben poco si adatterebbe e mal si concilierebbe, però, a detta di alcuni grandi american writers contemporanei, con l'estro e la creatività della scrittura, o forse - chissà - soltanto coi canoni sanciti e poi quasi beatificati dalla consuetudine, non portrebbe mai esser tanto meritata come in questo caso né più appropriata per definire proprio questo e non qualsivoglia altro essere vivente!
     Essa [la megattera] è soprannominata, da scienziati e studiosi marini del mondo intero, il "leviatano" del mare, sia per quell'alone di mistero frammista a leggenda che l'ammanta, sia per il senso di maestosità e grandezza, appunto, e tranquillità e pace, che la sua figura ispira. Cercate ora di immaginare, cari lettori, la gioia e lo stupore che colse i quindici componenti (cinque dei quali erano donne: fatto insolito all'epoca!) della spedizione Elektra, guidata dal celebre balenologo ed oceanologo uruguayano Rosario Elmir Lopez, quando nel novembre del 1971 essi ne avvistarono una per le ultime volte che la storia naturalistica ed oceanografica ricordi e racconti: e ciò avvenne dapprima il tredici di quel mese (alle diciassette), in un giorno insolitamente freddo (il più freddo degli ultimi cento anni a novembre!), nei pressi di Punta Arenas - regione Antàrtica Chilena - di fianco allo stretto di Magellano; e poi, il giorno seguente, (alle tre del mattino), in un alba insolitamente chiara e luminosa (la più chiara e luminosa che mai ci fosse stata a quella estrema latitudine!) nei pressi di Ushuaia - Patagonia Argentina - di fronte allo stretto di Drake.
     Ed a mio avviso potrebbero essere stati quelli avvistamenti quasi sacre "apparizioni" e magiche da un lato, ma al contempo infauste dall'altro, e circostanze, orari e date non fanno altro che confermarlo. Similmente a ciò che succede all'equipaggio del Veliero quando incontra l'albatro, l'uccello sacro dei naviganti, durante il suo lungo e periglioso viaggio dall'Inghilterra verso Capo Horn ed il polo sud, e poi sino alla tropic-line del Pacifico, in "The Rime of the Ancient Mariner", il capolavoro "fantastico-visionario-ancestrale" di Samuel Taylor Coleridge, sommo scrittore-poeta romantico inglese. Al contrario di quanto accade nel librino, però, nella realtà le cose sono ben diverse; in essa, infatti, non vi è un lieto fine, non succede che un riappacificarsi avvenga tra la natura e l'uomo, un ricongiungersi tra i due sommi vertici ed equilibri dell'universo (il primo, però, tanto perfetto e molto compiuto, il secondo invece alquanto imperfetto e tanto incompiuto!), un ristabilirsi dell'equilibrio rotto.
     I membri della spedizione, quella volta, poterono sì constatare de visu quanto avevano sino ad allora appreso dai loro studi, ossia che l'animale era grande due volte e mezza di più dell'enorme panfilo "Stavros III°" (all'incirca 6,5 tonnellate di stazza e dodici metri di lunghezza), di proprietà dell'armatore greco Aristotele Onassis ed ormeggiato, in quel periodo, nel porto di New York; mentre, d'altro canto, però, dovettero anche riflettere su un fatto ancor più incredibile ed inimmaginabile: ossia, come già a quei tempi, a causa della caccia selvaggia ed indiscriminata posta in essere dall'uomo nei decenni addietro (si pensi che moltissimi di questi giganti mansueti, negli anni cinquanta e sessanta, preferivano volontariamente arenarsi sulle coste o infilzare il capo negli spuntoni degli scogli, dandosi quindi morte certa, piuttosto che finire sotto i dannati arpioni - ed acuminati assai - delle stramaledette baleniere!) la sua popolazione era estremamente ridotta, anzi, ridottissima visto che si parlava di poco più di tre-quattrocento esemplari esistenti. E devo dire, purtroppo, con estremo rammarico, che le cose nei decenni successivi non sono cambiate in meglio ma soltanto in peggio: ed oggidì, infatti, ne sono rimasti addirittura meno di trenta-quaranta esemplari adulti in tutto l'universo oceanico! Allo stesso infausto destino sembrerebbero avviati anche altri "magnifici giganti", che prima solcavano in gran numero le acque del globo: dal lamantino rosa al beluga, dal narvalo australiano al dugongo, dai delfini di Bonaire alle mante a chiazza rossa di Sharm, oppure ai gattucci leone delle Comore, o alle foche lenny delle Svalbard...e via discorrendo.
     La NATURA non è mai futile o casuale né puramente decorativa: essa persegue  -immutabilmente un disegno (ed un piano) ben preciso; essa può apparire spietata (come osservava Charles Darwin) ma fa comunque, sempre, fede (e risponde) - immutabilmente - a leggi ben precise e prestabilite. Pertanto, quando (e se) l'UOMO cerca di rompere questo incantevole nonché magico e superbo, millenario, ancestrale e, per alcuni, sacro nonchè inspiegabile equilibrio, attraverso comportamenti a dir poco incauti, sciocchi ed incoscienti, se non quando addirittura deplorevoli e criminali, non soltanto mette a repentaglio la vita della NATURA, ma anche quella dei suoi simili: infatti egli [l'UOMO] ne è esso stesso parte integrante ma non la possiede, non è il suo padrone...eppur vero è che ad essa appartiene, come alla TERRA ed alla VITA stessa, e non il contrario!
     "E mi viene spontaneo, nonché doveroso, formulare la domanda che segue (che suona, senza mezzi termini, come vero e proprio mio sfogo di rabbia e di rammarico al contempo, oltre che "atto d'accusa" - j'accuse - o "accusatio manifesta", secondo la terminologia giuridica corrente tanto nel dirittto romano che in quello anglofono/anglosassone) per rivolgerla simbolicamente ad un gran numero di ABITANTI del pianeta (siano essi potenti o meno non importa, visto che le colpe sono equanimamente di tutti ad ogni latitudine!) lungo le righe di queste mie strampalate pagine di memorie e di racconto (altrettanto inverosimili quanto straordinarie!)".
     Che ne dite, amici miei - olandesi e russi, giapponesi, cileni, norvegesi, islandesi, peruviani, cinesi e canadesi, o coreani, danesi, indiani, messicani, indonesiani, filippini e thailandesi, spagnoli, portoghesi, inglesi e francesi, argentini e brasiliani, neozelandesi, australiani e sudafricani -, ne sapete forse qualcosa? VOI, che insieme a NOI americani avete deturpato coste, ambienti e paesaggi in nome del progresso tecnologico e della scienza, saccheggiato instancabilmente mari a destra e a manca in nome di un facile profitto ed un utilizzo immediato, arraffando tutto il possibile (ed anche l'inimmaginabile!), allo stesso modo in cui lo facevano bucanieri e pirati nei secoli passati, dopo aver assaltato le navi incontrate sul loro cammino, portato già all'estinzione decine e decine di specie animali e vegetali, in acqua e sulla terraférma, infine scardinato (a volte, addirittura irrimediabilmente distrutto!) habitat a più non posso, incuranti d'ogni cosa?
     Ma alla fine, però, penso proprio che nostra immensa "MOTHER EARTH", il mondo e la NATURA tutta intera sotto sotto se la ridano, anzi, sarcasticamente sogghignino beffardi e fra di loro - probabilmente - dicono questo: "Noi ci saremo ancora, caro uomo, fra milioni di anni quando tu sarai meno di niente, polvere sarai soltanto frammista alla sabbia dei deserti ircani e di quelli...d'Ossezia!

    da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014.   

  • martedì alle ore 20:09
    Piombi!!! Sì...Piombo, Piombo

    Come comincia: Voglio raccontare oggi, dopo aver letto un articolo su Daniele Piombi, eccellente presentatore nonchè produttore televisivo degli anni '60/70, a cosa andò incontro egli quando arrivò a Melito di Porto Salvo (RC) per il Cantagiro, senza sapere che la nostra era una cittadina "sui generis" per tanti motivi e soprattutto per personaggi a dir poco stravaganti e originali. Ricordo che noi giovani, che passeggiavamo sul Corso Garibaldi per ore e ore fino a quasi le ore 3, 00, restammo di stucco quando, verso le ore 2,00, si fermò, davanti all' Hotel Principato (a Melito allora ce n' erano solo 2 e l' altro era quello della famiglia Nucera, a capo della quale vi era il signor Fedele, un omone buono, scherzoso ma allo stesso tempo severo e preciso nel gestire il suo Hotel-ristorante), un macchinone (che mai ne avevamo visto uno simile) dal quale scese, con aria quasi da VIP un signore altissimo, ben vestito e con una 24 ore in mano. Non ci volle molto a capire di chi di trattasse anche perché, a quei tempi (parlo degli anni fine '60 inizio '70) vi erano delle manifestazioni musicali itineranti (Cantagiro, Cantasud e Cantacalabria) che spesso si fermavano dalle nostre parti e, qualche volta, anche a Melito. Non poteva che essere lui...uno dei più bravi presentatori dell' epoca che, tra l' altro, spesso produceva e conduceva egli stesso quelle manifestazioni: Daniele Piombi. Ricordo che si fermò proprio al centro del Corso dove vi era situato l' Hotel Principato (qualcuno maliziosamente lo indirizzò lì proprio perché sapeva che vi sarebbe stato sicuramente da ridere per i motivi sopra descritti da me) e, arrivato poi davanti al portone, incominciò a bussare e, dopo qualche minuto che non apriva nessuno, infastidito anche dall' ora tarda ed anche dalla stanchezza, aumentò il ritmo del bussare...cioè con tanta foga da sentirlo anche da lontano. Intanto si era fatto buio pesto anche perché, a causa del risparmio energetico, i grossi lampioni del Corso, uno ogni due, venivano spenti e proprio quello che illuminava l'Hotel, sfortunatamente per il Piombi, si era spento proprio in quei momenti. Ad un certo punto vedemmo che il Piombi si ritrasse indietro come se avesse visto il Diavolo e se non lo avessimo trattenuto noi, ch' eravamo, oltre che dell' esser accanto ad un noto personaggio televisivo, incuriositi dal suo nervosismo, impensabile per un personaggio come lui, sarebbre franato a terra. Capimmo subito il motivo e devo dire in verità che rimanemmo tutti colpiti da quello che vedemmo, soprattutto per la atmosfera surreale (direi forse meglio d'oltretomba) che la penombra aveva creato: la signora Principato (anch' ella da poco deceduta quasi centenaria) aveva aperto il portone all' improvviso apparendo al Piombi in modo spettrale e cioè con una sottana lunga e bianca, col viso stralunato dal sonno, con gli occhi tutti aperti ed incattiviti e soprattutto con i capelli bianchi e alzati a mò di strega; da far rizzare il pelo dalla paura tanto che il presentatore fece un balzo all' indietro di quasi 1 metro. Il bello però non finì qui. Intanto il Piombi, ripresosi dallo spavento, al dire che si chiamava Piombi e la signora a rispondergli - sì Piombo...Piombo- dopo qualche minuto, avendo capito con chi aveva a che fare, ci chiese dove si trovasse un altro Hotel e quindi lo indirizzammo, gioco forza, all' Hotel Nucera. Intanto si eran fatte le 2,30 e di solito a Melito i due Hotel a quell' ora erano chiusi e chi li gestiva dormiva sicuramente alla grande e questo era il motivo per il quale allo sfortunato Piombi quella notte mal gli colse. Arrivato dal Nucera, che invece al suono del citofono non tardò ad arrivare anche se molto accigliato, il Piombi, con fare da divo gli disse, dopo i saluti convenevoli ed ottenuta la camera: "Per piacere i bagagli su in camera, domani mattina sveglia alle 8 e colazione in camera". Al che il Nucera, già di per sè incavolatissimo per il sonno interrotto sbottò: " Senti bello...intanto i bagagli te li porti su da solo, se ti svegli da solo, ti svegli altrimenti mettiti una sveglia e, se vuoi il caffè o altro scendi e te lo prendi qui al bar che alle 7 è già aperto. Il Piombi, a quel punto, strabuzzò gli occhi e si prese i due bagagli che aveva e incominciò a salire le scale imprecando dicendo: " Ma dove sono capitato...in un film horror?"...e noi a scompisciarci dalle risate. Daniele Piombi? E chi lo vide più? Sapemmo che negli anni a venire, se passava da quelle parti, pernottava quasi sempre a Reggio Calabria.

  • martedì alle ore 11:54
    La mia madrina di battesimo

    Come comincia: Qual è (notate, qual è si scrive senza apostrofo: è troncamento non elisione), qual è, dicevo, il primo ricordo che ho della mia madrina di battesimo?

    Il primo ricordo che mi viene in mente è che il giorno del mio compleanno si presenta a casa mia (dei miei genitori), a volte con la figlia maggiore, per regalarmi una cornice d'argento. 
    Siamo già nei miei anni di università.
    <<Le cornici d'argento portano sfortuna!>>, mi avrebbe avvertito anni dopo il mio fidanzato.
    E questo avvertimento mi preoccupò e dispiacque non poco perché anche la sorella minore di mio padre, che era la mia zia preferita tra sorelle e cognate di mio padre, mi aveva regalato due o tre cornici d'argento e quindi tendetti a non crederci.
    <<L'argento, secondo me, si regala ai nemici>>, avevo sentito dire da mio zio Alberto intorno ai miei vent'anni.

    Della mia madrina di battesimo avevo anche un'informazione riferita: mia madre raccontava che quando a 5 anni mi ero ammalata di una grave malattia infettiva, la mia madrina di battesimo, che abitava due piani sopra, si fermava sempre a bussare ed a chiedere come andassero le cose. Mia madre le diceva: <<Susanna, non venire. Hai la bambina piccola>>.
    <<Eh, tra di noi!>>, protestava la zia Susanna.
    Mia madre invece sottolineava che zia Radaele non si era mai fatta vedere.

    Poi ho un altro ricordo. Quando oramai la tradizione di cenoni, pranzi ed attese della mezzanotte insieme a tutti i fratelli e sorelle di mio padre con le loro rispettive famiglie nel periodo di Natale era oramai alle spalle con noi figli oramai grandi e qualcuno anche sposato, il germano di mio padre con la moglie Susanna si presentava a fare gli auguri nel periodo di Natale con un panettone. E gustava il brandy che mia madre gli offriva nell'apposito bicchiere panciuto.
    Certo mio fratello ed io così ci facevamo l'idea dell'affetto e della deferenza dello zio verso nostro padre, suo fratello maggiore che aveva svolto le funzioni di capofamiglia quando il loro padre era venuto a mancare.
    Io in realtà pensavo anche un'altra cosa: <<Con un panettone all'anno si sdebita dell'appartamento che mio padre gli ha fatto gratis>>.

    Il ricordo successivo è la mia madrina di battesimo che si presenta in gentile visita di cortesia a casa nostra un pomeriggio per scambiare due ciance. Alla fine della conversazione infila l'informazione che sua figlia maggiore aveva superato una selezione di lavoro ed il giorno dopo avrebbe iniziato a lavorare.
    Quella tontolona di mia madre fece: <<Anche Liliana domani ha un colloquio di lavoro>>.
    Quando la gentile parente andò via, dissi a mia madre:<<Mamma, quella tanto te lo ha detto perchè Dorina ha trovato lavoro. E' venuta apposta per vantarsi. Ma sai quanti colloqui di lavoro Dorina ha fatto e non li ha superati? Mica è venuta a raccontartelo!>>.
    Chiedo scusa per l'aggettivo tontolona. Mia madre mi ha salvato la vita a 5 anni, è stata una ottima e stimata maestra, ha saputo portare dalla propria parte genitori criticoni nel periodo in cui i genitori da sostenitori degli insegnanti erano diventati strenui difensori dei loro angioletti, però magari quando è andata in pensione, ritrovandosi "disoccupata" ha cominciato a stare meno attenta a certi dettagli.
    Scelse di andare in pensione uno o due anni prima per occuparsi della madre. Le dissi di non farlo, ma tanto è. Per fortuna, se tutto andava bene, a quei tempi prima o poi la pensione arrivava.

    Ed oramai arriviamo ad una frequentazione assidua. Perché io, tontolona, divento sua vicina di casa, credendo che i nuovi vicini, estranei alla famiglia, funzionassero da eficace cuscinetto. Primo errore.
    Non volevo il marito (e di conseguenza lei) al mio matrimonio. Ma, avendo organizzato il matrimonio in un mese e mezzo, lasciai correre. Secondo errore.
    La mia madrina di battesimo venne subito a ficcanasare in casa mia e si rose perché il piano di lavoro in cucina era in marmo rosa e non formica.
    Pochi mesi dopo la mia madrina di battesimo, per nascondere la storicità delle paturnie del marito, cominciò ad insinuare che un episodio disdicevole fosse stato causato dal mio arrivo nel condominio. <<Siamo sempre stati tranquilli!>>. Andava a bussare alla porta dei vicini a dare fiato alla bocca ed alla fine infilava quella frase. L'altro nipote ancora ogni tanto diceva la verità e commentò quella frase ridendo: <<Ma che tranquilli! Qui sono volate anche le sedie!>>.

    Passa un altro po' di tempo e la mia zia preferita da parte di mio padre, sorella di mio padre, mi riferì un episodio per il quale cominciai a pensare che la mia madrina di battesimo fosse solita praticare il malocchio contro le persone che non le fossero gradite e temeva che persone al quale il marito o lei avessero fatto del male si vendicassero in ugual modo.

    Non passò troppo tempo che la vidi lanciarmi direttamente il suo malanimo (malocchio) dai suoi occhi ai miei.

    La mia madrina di battesimo apre le mie bollette con il vapore su richiesta e sotto la supervisione del consorte.

    La mia madrina di battesimo e la sua figliola guardavano con indifferente curiosità la sua amica e relativa figliola che aggredivano mio marito e me in giardino.
    La mia madrina di battesimo ha testimoniato a favore della sua amica.

    La mia madrina di battesimo ha ricevuto il biasimo di un mio conoscente, titolare di una ditta di pulizie che effettuava la pulizia delle scale nel condominio. <<Mi ha chiesto di pulire gli stipiti della sua porta d'ingresso. "Signora", ho dovuto risponderle, "questi sono lavori privati">>.

    La mia madrina di battesimo ...

  • lunedì alle ore 9:19
    UN AMORE INDIMENTICABILE

    Come comincia: “Audentes fortuna iuvat’ recitava un antico detto latino, Alberto non era stato audace ma la fortuna l’aveva baciato ugualmente, una eredità inaspettata gli era giunta da una nobildonna inglese precedentemente conosciuta e deceduta per il solito brutto male. Alberto aveva conosciuto Victoria allorché da maresciallo della Guardia  di Finanza era il capo sezione della Dogana dell’aeroporto di Fontana Rossa di Catania. Era stato chiamato da un appuntato in servizio a quel aeroscalo per una questione sorta con una signora inglese che aveva ‘impiantato’ un casino causa i gioielli che aveva con sé. L’appuntato applicando il regolamento doganale le voleva far pagare i salati dazi doganali, la signora si opponeva fermamente ed anche chiassosamente. “Prego missis.” “Sono Victoria marquise di York, Il qui presente signore vuol farmi pagare tanti soldi per i miei gioielli, li porto sempre con me, ci mancherebbe altro, io amo molto l’Italia ma da ora…” “Missis tutto si può risolvere, penso di aver trovato la soluzione: fotograferò il gioielli, le darò una copia delle foto e durante il suo soggiorno in Italia resteranno nella cassaforte della Dogana, mi creda non c’è altro modo per sistemare la faccenda.” Nel vedere i gioielli ad Alberto scappò un ‘cacchio!’ erano veramente stupendi. Victoria squadrò Alberto e dal suo sguardo si capì che fisicamente non gli era dispiaciuto. “Faremo come dice lei ma questo le costerà un pranzo per me e per il mio maggiordomo Charles.” “Affare fatto, andremo ad un Bed & breakfast qui vicino, useremo un taxi altrimenti se andassimo con l’auto targata G. di F. sembrerebbe che la stiamo portando in prigione!” Arrivati al locale il maggiordomo, aiutato da un cameriere scaricò le valige della signora inglese, furono accolti da Alfio, il proprietario che conosceva bene Alberto. “Maresciallo la ricompenserò per avermi portato due clienti.” “Alfio sarebbe corruzione di pubblico ufficiale, noi mangeremo qui…” “Ho capito, prego accomodatevi, Rosario accompagna i signori nelle loro stanze.” Alberto nell’attesa mise al corrente Alfio di quanto era successo. La dama con al seguito il maggiordomo scesero in sala pranzo, lei si era rifatta il trucco e cambiati i vestiti, fisicamente era veramente appetibile. “Non mi guardi così mi sta spogliando nuda!” “Vedo che da buona inglese ha il senso dello humour, la stavo ammirando…” “Io amo molto l’Italia e conseguentemente gli italiani ma sinora..” “Missis posso ricambiarla affermando che anch’io ho ammirazione per le donne inglesi, in particolare lei mi ha colpito per la sua signorilità e stile oltre che la bellezza.” “Premesso che sono orgogliosamente scozzese e non inglese, per noi scozzesi c’è una bella differenza, io posseggo un castello vicino Edimburgo lasciatomi non volontariamente dal mio ex marito ma questa è una storia a parte, per ora vorrei soddisfare il mio stomaco che langue, per il resto….” Questa volta fu Alberto a sorridere, aveva capito come sarebbe andata a finire la storia, prese una mano della signora per un finto baciamano, il maggiordomo sedette a tavola con loro, la signora lo considerava uno di famiglia. Alfio si fece onore, tutto a base di pesce cominciando dagli spaghetti integrali con cozze, vongole e gamberetti poi pesce spada, aragoste, alici fritte, gran cofana di verdura mista, finale ananas e caffè. “Se resto in Italia a lungo diventerò una botte! La cosa migliore è una passeggiata digestiva, vedo qui vicino un giardino ombreggiato.” Alberto si fece audace e cinse le spalle signora inglese con un suo braccio, nessuna reazione anzi …un bacio profondo da parte della lady. “Io sono molto sensibile ai sapori, la sua bocca sa di caramella, le piacciono le caramelle?” “Le mangiavo da piccolo poi il dentista…” Si sedettero su una banchina, silenzio assoluto solo il cinguettio di uccellini.” Mi sembra di essere tornata al mio castello, forse l’odore del suo corpo…”Alberto capì che la dama inglese, pardon scozzese era su di giri forse anche il Bianco dell’Etna aveva fatto effetto fatto sta che mise le mani sulla patta di Alberto, inutile dire che ‘ciccio’ era già sul presentatarm, Victoria ne approfittò per baciarlo prima delicatamente e poi in bocca sino alla gola, fece anche scorta di vitamine a profusione elargite da ‘ciccio’. Parafrasando il Rigoletto Victoria: “Italiani vil razza dannata…mi hai fatto perdere la testa, non mi accadeva da molto tempo, restiamo abbracciati non vorrei prendermi una cotta per un ‘maccheroni’ come dicono i francesi.” L’imbrunire colse i due neo amanti: “Dear che ne dici di rientrare?” Victoria si era sdraiata sulla panchina poggiando il capo sulle gambe di Alberto. “Stavo sognando del mio recente passato, il mio ex marito…” “Ne riparleremo un’altra volta, vedo Charles che sta venendo verso di noi, forse si è preoccupato della tua lunga assenza.“ “Missis marquise è quasi l’ora di cena, si deve cambiare vestiti.” “Charles, sono in vacanza, niente etichetta.” Cena leggera, Victoria tirò fuori un bocchino metà oro e metà avorio, una sigaretta di piccole dimensioni ed un accendino d’oro.” Missis marquise mi scusi se mi permetto ma dietro di lei c’è un cartello con la proibizione del fumo.” “Rompicazzi italiani! Non meravigliarti del mio linguaggio, in Scozia  quando mi arrabbio uso parolacce italiane e così nessuno si offende perché non ne conoscono il significato.” “My dear sei una fonte inesauribile di sorprese ma te le fai perdonare perlomeno sai miei occhi, le dici con tanto stile che…” “Parli così perché sei arrapato, dì  la verità!” Charles si era prudentemente allontanato, conosceva bene la sua ‘padrona’! “Che ne dici invece di una sigaretta di un bel sigaro?” “Hai acquistato presto lo humour inglese!” Ad un segno della mano il maggiordomo si avvicinò: “Ho sonno preparami il letto.” “Già fatto, il matrimoniale vi aspetta, volevo dire il letto l’aspetta.” Charles aveva inavvertitamente detto quello che pensava, chiese scusa, non era suo abitudine interessarsi delle decisioni della sua signora.” Alfio aveva riservato la migliore stanza, ben arredata  e con un leggero profumo di violetta, Victoria con un grugnito espresse il suo assenso. “Il tuo amico è stato previdente, spogliati, vai in bagno, io ti seguirò.” Senza tante storie madame si era denudata, si era seduta sul bidet da lei apprezzato dato che al suo paese non esisteva. “La mia ‘topina’ è a digiuno da molto tempo, datti un regolata. Il tuo ‘coso è un bel cosone, complimenti, ora datti da fare.” Ad Alberto da come riceveva gli ordini sembrava di essere in caserma alla presenza di un superiore e gli venne spontaneo: “Signorsì.” Il sapore della ‘gatta’ di Victoria era piacevole, un po’ dolciastro, ci volle del tempo prima di un suo orgasmo, era fuori allenamento ma quando arrivò al primo successe un finimondo, Victoria ebbe orgasmi a ripetizione, un vulcano. “Non è che ti senti male…” “Tu pensa ad infilarmelo pian piano, ecco così…oh che bello sei un dio greco.” “Io sono romano,..” Alberto aveva sparato una cazzata, se ne accorse dall’espressione del viso dell’amante che però sembrava inarrestabile, ‘ciccio’ era in forma e la storia andò avanti sin quasi la mattina quando ambedue si arresero. Erano circa le undici allorché squillò il telefono: “Missis marquise mi permetto di farle presente che sono le undici, devo preparale il bagno?” “Ci penso io, dì piuttosto ad Alfio di preparare un pranzo con  molte proteine.” A tavola nessuno parlava, il maggiordomo, anche se imperturbabile aveva ovviamente compreso la notte brava della sua padrona.” Missis marquise se desidera fumare può uscire dal locale.” “ Non sono  d’accordo, odio il fumo ed il sapore in bocca…” “Charles niente fumo, il mio ‘attuale’ padrone non è d’accordo!” La storia andò avanti per venti giorni quando Alberto dovette rientrare in servizio, era spompato ma felice. “My dear il dovere mi chiama.” Verrò con te e ritornerò a casa mia, Charles fa le valige.” Victoria in Dogana recuperò il suoi diamanti, dall’espressione del suo viso Alberto comprese i sentimenti della signora, molto probabilmente si era innamorata di lui, cercava di nascondere la sua tristezza. “Questo il mio biglietto da visita, ci troverai il mio indirizzo ed il modo di arrivarci quando verrai a trovarmi, mi pare manchino due ore alla partenza dell’aereo, ti racconterò come sono entrata in possesso del castello. Ho conosciuto John a venti anni, ero iscritta all’università di Edimburgo, mio padre era un medico malgrado la sua professione non era riuscito a salvare la mia adorata madre, un carcinoma al seno. John era un mio professore, malgrado la notevole differenza di età accettai di sposarlo, era molto ricco ed io già da allora amavo il lusso. Non abbiamo avuto figli, io sono sterile ma questo non era stato importante per noi solo che mio marito aveva un vizietto, era bisessuale, l’ho scoperto un pomeriggio quando sono andata nella stalla, si stava facendo inculare da uno stalliere.” “Guarda che si possono usare altri verbi meno volgari.” “Il che non cambia quello che avevo visto. A cena gli chiesi il divorzio, non mi pareva vero poterlo scaricare, fisicamente non era il mio tipo, gli chiesi metà del suo patrimonio, non poté dirmi di no, lo scandalo lo avrebbe travolto e così mi sono ritrovata ricca e contenta, contenta sinchè…” Una lacrima scese nel viso di Victoria, ci voleva poco a capire che lasciare Alberto era per lei un dolore profondo, rimasero in silenzio sino all’arrivo dell’aereo. “Charles  è stato un piacere conoscerla, vigili sempre sulla sua padrona è una donna eccezionale.” Il maggiordomo rispose con un inchino, anche lui era commosso. Alberto e Victoria si sentivano spesso per telefono ma lei, anche per affari inerenti il suo patrimonio non rientrò in Italia sino a quando: “Dottore sono Charles, la prego venga subito ad Edimburgo, la signora sta molto male!” Alberto prese il primo aereo, Victoria era ricoverata nel locale ospedale, era irriconoscibile, molto dimagrita e cerea in viso; appena lo vide cercò di sorridere, un medico interpellato tramite il maggiordomo disse esplicitamente che la signora aveva poche ore di vita, un male uguale a quello della madre. Durante un funerale in forma privata Alberto fu avvicinato da un notary , tramite Charles venne a sapere di un testamento a suo favore, rimandò la partenza di due giorni. Venne così a conoscenza che era diventato il titolare di una fabbrica di metalli pregiati oltre che del castello e di una somma molto rilevante in titoli depositati in banca, era stato l’ultimo atto di amore di Victoria. Alberto firmò una dichiarazione con cui delegava il notary a vendere tutte le proprietà ed a accreditare il ricavato presso il Banco di Sicilia su un conto a lui intestato. “Charles è stato un piacere conoscerti, quando vorrai…” “Signore io sono solo al mondo, che ne dice se…ho con me il passaporto.” “D’accodo, ormai sono un mezzo lord inglese, mi ci vuole un maggiordomo, come with me.” Alberto si congedò, non aveva vincoli a Catania e così con una Alfa Romeo Giulia, sua antica passione rientrò al natio borgo di Roma, San Giovanni in Laterano dove acquistò un attico panoramico. Ormai il ricordo di Victoria era come sfocato, a fuzzy memory; sempre seguito dal fido Charles riprese a vivere intensamente. Le ragazze sempre più giovani che man mano conosceva non riuscivano però a riempire il vuoto lasciato dall’adorabile e generosa Victoria.
     

  • lunedì alle ore 9:12
    ALBERTO E LE BRASILIANE

    Come comincia: Avere un maggiordomo in Italia è un privilegio delle  famiglie altolocate e facoltose e, diciamo pure, un po’ snob. Malgrado non appartenesse a quella categoria Alberto era ‘munito’ di un tale personaggio ‘ereditato’ da una marchese inglese, pardon  scozzese, sua intima amica purtroppo deceduta. Una volta rientrato a Roma ‘rinquattrinato’, Alberto aveva acquistato un attico ristrutturato ed ammobiliato modernamente situato  in via S.Croce in Gerusalemme, si sentiva un pascià; rispetto alla abitazione natia di via Conegliano c’era un abisso. Charles, the butler, era stato  ribattezzato da Alberto Jeeves nome del classico maggiordomo inglese dei romanzi di Wodehouse, era più chic. Facevano parte dello staff di casa anche la cuoca Camilla ed il tuttofare Gaio nome assolutamente poco adatto all’individuo dalla espressione eternamente  triste, assomigliava in modo sorprendente a Sorretino un famoso attore dei tempi post bellici. La mattina solita sveglia , Charles pardon Jeeves: ”Signore sono le otto, il cielo è terzo, temperatura esterna 16 gradi, oggi è il 15 settembre, previsioni: giornata senza nuvole, ho preparato tutto per la doccia, la colazione è nel salone.” “Jeeves mi sembri il colonnello Bernacca dell’Aeronautica militare!” Ad Alberto venne in mente un aforisma del filosofo greco Seneca: ‘La vita è come una commedia non importa quanto è lunga ma come è recitata.” A dir la verità ad Alberto interessava pure che la vita non fosse breve, per recitarla…solite donnine preferibilmente giovani, belle e disponibili. “Signore sul Messaggero c’è un’inserzione su un balletto di ragazze brasiliane che si esibiscono al Volturno.” “Bravo Jeeves, le brasiliane mi mancavano,  organizziamoci, voglio andare all’ultimo spettacolo per vedere se posso rimorchiarne qualcuna.” Al volante della Jaguar XE, con al lato Alberto, Jeeves posteggiò in una via laterale del teatro Volturno, manifesto: “Corpo di ballo di Ipaema’ con foto in costume delle ballerine, gran pezzo di gnocche anche se fra di loro svettava una grassona più alta delle altre. “Che ne dici Jeeves la rimorchiamo non sono stato mai con un’obesa chissà….” “Come desidera signore.” Alla fine dello spettacolo Alberto nel camerino delle ballerine che si stavano struccando. “Io parlo solo italiano, voi portoghese spero che ci capiremo.” “Tutte le ragazze si misero a ridere fragorosamente, la più piccola di statura: “A coso noi semo più romane delle romane, i costumi sò pè attirà la gente, io sò de Torpignattara, se sei ricco e voi rimorchià scegli, non a me, io  ciò mi fijo che m’aspetta a casa.” Alberto partendo dal presupposto che la ‘topa’non ha nazionalità ne scelse tre: Isabeli, Gisele e Lauren la grassa, non erano certamente i loro nomi ma chi se ne fregava, erano gran pezzi di figa pure la grassona nel suo genere. In abiti normali le tre seguirono Alberto, Jeevs sistemò la loro valigetta nel bagagliaio dell’auto, le ragazze si sistemarono nel sedile posteriore della Jaguar posteggiata dinanzi al teatro. “Dove ci porti? Che ne dici di un ristorante siamo affamate.” Al ristorante ‘Cannavota’ stavano per chiudere: “Mi dispiace signore ma…” Dinanzi ai cinquecento Euro di Alberto il padrone del locale: “Sono Romolo a disposizione.” Anche i cuochi furono foraggiati e ripresero il loro lavoro con piacere, non capitava tutti i giorni di….Tutto a base di pesce. Alberto: Un applauso ai cuochi, bravissimi, ci torneremo altre volte.” Ragazze ora a casa mia, fate piano perché io abito al piano attico ma sotto ci sono tanti vecchietti ricchi e rompiballe, romperebbero i zebedei all’Amministratore il quale se la prenderebbe con me.” “Alberto siamo stanche e appesantite dal mangiare, che ne dici di rimandare tutto a domani?” Aveva parlato Lauren anche a nome delle colleghe, furono accontentate, le donne svogliate a letto sono una frana. Le tre false brasiliane erano state collocate ognuna in una camera singola con bagno annesso, si alzarono alle dieci, in poco tempo si truccarono e, dietro indicazione di Jeeves andarono nella sala da pranzo a far colazione, erano tutte in vestaglia che lasciava trasparire ‘cose buone’. “Gentili signore ora che vi vedo in piena forma possiamo fare un programma, che ne dite di restare in casa e mangiare nel giardinetto, c’è frescura anche col sole, a proposito quali sono i vostri impegni di lavoro?” “Ieri sera era l’ultima, poi ci aspettano in Puglia ma possiamo rimandare, sei bello, simpatico e…danaroso.” Alberto prese sottobraccio Lauren, voleva provare la cicciona, ‘ciccio’ era già in posizione di battaglia, avere sotto di sé un monumento,  ad Alberto sembrava di essere in acqua, galleggiava piacevolmente sopra di lei, Lauren era disponibile davanti e darré oltre che in ‘Spagna’ con i due seni grandi ma duri inoltre baciava anche molto bene, un sorpresa eccellente. A pomeriggio inoltrato i quattro scesero le scale senza prendere l’ascensore, una decisione di Alberto sia per fare un po’ di movimento e soprattutto per passare dinanzi alle abitazioni dei coinquilini incuriositi dalle voci delle ragazze che fecero del tutto per farsi notare. Dinanzi alla porta di un appartamento un vecchietto rimase a bocca aperta guardando le tre ragazze, fu rispedito malamente dentro casa dalla moglie: “Sei il solito sporcaccione!” Le tre babys erano piacevolmente distese, oltre che ricco Alberto era un bel signore di circa cinquant’anni, alle colleghe Lauren aveva dato buone notizie sul padrone di casa. Il ponentino romano non invitava i quattro a rientrare fra le mura e così restarono nei giardinetti di S.Giovanni sino alle ventidue, televisione sino mezzanotte e poi tutti a nanna. Alberto fu raggiunto da Jeeves: “Signore sono imbarazzato ma debbo avvisarla che Isabeli ha qualcosa in più…” “A me sembra come le altre.” “Io stavo usando un eufemismo per dirle che è un transgender, l’ho notato perché la ragazza aveva lasciato la porta della camera aperta.” Alberto non era un puritano ma prudente nei rapporti sessuali,  con un trans gender voleva andare sul sicuro e così si recò nella farmacia di un amico: “Ciccio mi occorrono dei condom, di quelli che non si rompono, ho trovato un transgender bellissimo, sembra proprio una donna ma non voglio correre rischi.” “Non c’è problema ma…che ne dici se ci vado anche io, l’ho sempre desiderato, son quelle cose delicate che si riferiscono solo agli amici, a mia moglie dirò che sono a casa tua e non ritorno per la notte.” Era una sorpresa, a tavola erano in cinque, Jeeves  aiutava Gaio nel servire a tavola, in sottofondo una musica rock punk molto forte che stordì i commensali. Ciccio fremeva, mangiò pochissimo seduto vicino a Isabeli poi non resistette più e: “Io e Isabeli andiamo a fare un riposino, buon proseguimento.” Alberto si sistemò con Gisele bionda ma dal pube con peli scurissimi e lisci, vita stretta, seno non molto pronunciato, gambe bellissime e disponibilità massima in tutte le posizioni, era nata per fare l’amore. La mattina presto Ciccio ritornò fra le casalinghe mura prima della levata di tutti gli altri, la cosa fece pensar male ad Alberto che la sera successiva invitò Isabeli nel suo talamo. “Cara ti prego di essere sincera, che genere di rapporti sessuali hai avuto col mio amico, non c’è pericolo che faccia cattivo uso di quello che mi dirai.” “Ciccio all’inizio era titubante, quando ha visto il mio uccellone è rimasto basito, non se l’aspettava così grosso poi ha preso coraggio, si è spalmato con della vasellina il sedere e pian piano son riuscita a penetrarlo con grande suo piacere, ha avuto vari orgasmi, era incontentabile.” “Va bene, ma io non sono Ciccio, tutto tranne il mio popò che è e voglio che resti vergine!” Alberto pensò che quella particolare avventura fosse finita lì ma non aveva fatto i conti con un amico di Ciccio, che lui non conosceva e che gli telefonò: “Sei Alberto? Io sono Raffaele detto Fefè, Ciccio mi ha parlato di una certa Isabeli, bellissima, vorrei conoscerla da vicino, son disposto a pagarla bene ed a fare un regalo a te, sono un antiquario, dimmi quello che desideri.” Alberto preso alla sprovvista non sapeva che rispondere: “Fai tu, sai dove abito?” “Me l’ha accennato Ciccio, a domani sera, se possibile a cena.” “D’accordo, mi raccomando la discrezione.” Isabeli fu informato o informata della nuova richiesta per lei, nessun problema solo questione di quattrini, sempre ben accettati. Fefé si presentò con il regalo per Alberto,  un grande quadro del pittore Tamburi, una natura morta della scuola romana, quella di più valore. Alberto parlando con Jeeves: “Mio caro mi pare di essere diventato un prosseneta, sai che vuol dire questa parola?” “Perfettamente signore ma non ritengo che lei faccia parte di quella categoria, un regalo non è moneta.” Il fatto di ospitare un altro aspirante di fruire delle ‘grazie’ di Isabeli avvenne il giorno dopo: un certo Paolino telefonò ad Alberto  presentandosi come amico di Fefè e chiedendo di essere ‘invitato a cena’, era stato prudente nel parlare, Alberto ne fu contento, sapeva che anche gli ex colleghi intercettavano le telefonate un po’ di tutti, ricordava il detto fascista: “Silenzio! Il nemico di ascolta!” Paolino faceva ‘onore’ al suo nome era piccolo e mingherlino, ridendo dentro se stesso Alberto pensò che a letto se la sarebbe passata male con Isabeli…ma non erano fatti suoi, il signorino si era presentato con una statuetta antica in terracotta di notevole valore probabilmente proveniente da scavi clandestini, era molto bella: una dea nuda abbracciata ad un mortale. ‘E venne il giorno’ non quello del film catastrofico ma della partenza delle tre false brasiliane, Gisele aveva fatto capire ad Alberto che volentieri avrebbe fatto la parte della castellana ma il nostro non più giovane, in base alla sua esperienza capì che c’erano troppi lati negativi in quella liaison, fece lo gnorri ed accompagnò le ragazze alla stazione Termini da dove erano stati spedite le casse con i loro costumi brasiliani, destinazione Brindisi. “Finalmente soli signore!” “Non ti piaceva avere compagnia?” “Un po’ si ma di recente c’era troppo traffico in casa!” “Jeeves posso farti una domanda personale?” “Signore non ho nulla da nascondere.” “Mi dici come te la passi a donne mai ti ho visto…” “Signore i veri butlers inglesi non hanno sesso!” “Pardon Jeeves non sciebam!”
     

  • Come comincia:  Senza arrivare ad asserire, magari ricorrendo all'ausilio della teologia, o scomodando addirittura l'antropologia (penso sarebbe cosa non priva di rischi addentrarsi in detti "meandri" e - forse - troppo poco divertente, direi, anzi, alquanto noiosa!), che i postiglioni (coloro, cioè, che guidavano i cavalli sulle vetture di posta un pò di tempo addietro, i quali eran chiamati cocchieri da un certo Giuseppe Gioachino Belli, poeta italico di secoli passati che sarcasticamente fustigò in sua vita papi, sovrani, cardinali e potenti d'ogni risma e dimensione, cantando, però, anche - ed in maniera proba - le azioni della gente umile e del popolo: ossia gli antesiniani o progenitori del moderno chauffeur, per dirla alla francese, o tassista, per dirla all'italiana!) e gli asini sono immortali, vi dico invece quanto segue, il quale non è, purtroppo, frutto della mia pur fervida (molto spesso ) e lucida (di tanto in tanto, qua e là e...tanto meno, credo!) fantasia, ma fu da me medesimo letto una ventina d'anni orsono nella biblioteca di San Isidro - la quale non è monumentale nè statale o quant'altro, ma è veramente fornitissima e aggiornata, credetemi! -, sfogliando un librino, sine data di stampa - dalle riparazioni che trasparivano lungo il bordo e dall'evidente stato di ingiallimento delle pagine dedussi che dovesse essere molto vecchio - di un certo Yorick Sterne (nulla da spartire, evidentemente, col più famoso scrittore d'Irlanda Laurence, 1713-1768, il quale, però, nel suo più celebrato e popolaresco romanzo, "The life and opinions of Tristram Shandy", apparso sulla letteraria ribalta tra il 1759 e il 1765, ampiamente scrive di uno Yorick, personaggio di origine danese e forse, chissà, discendente dal suo omonimo dell'Amleto shakespeariano, che ha molto a che fare con cavalli, ronzini e via discorrendo...ma penso fosse soltanto banale seppur contorta assai "coincidenza letteraria", sic!) e intitolato "Strange and amusing histories of the Irish country":
    "Pare che nessuno abbia mai visto, da quando, mmm...Da quando se ne ha notizia, visitando il padiglione delle puerpere o quello psichiatrico d'uno spedale (come dicasi, di tanto in tanto, anche dei fantasmi e degli zombies degli schiavi delle colonie francesi d'oltremare), un postiglione né mai abbia scoperto un cimitero (quand'anche fosse quello del modesto villaggio di Clogher, nella contea di Tyrone, oppure di Dryburgh Abbey, magari accanto alla suggestiva dimora di sir Walter Scott, che ivi riposa dal 1832 insieme alla moglie, al genero ed al feldmaresciallo lord Haig; o quello di una qualsivoglia sperduta altra landa nelle remote highlands settentrionali) dove vi fosse la tomba di un postiglione o visto un postiglione morto: né mai succederà tanto!
     Ed egualmente nessuno vede mai un asino morto. A nessuno, infatti, è mai capitato di avere quelle sciagurate e tanto strambe visioni né di fare quel brutto incontro, tranne che ad un tale signor Flanagan, distinto impiegato statale cinquantenne, sempre impomatato e vestito con giacca e pantaloni grigi e camicia di seta rosa, durante il suo giornaliero tragitto di quindici miglia, fatto in carrozza, - certamente tirata da un cavallo, di sicuro non da asino - dalla sua casa di Cellbridge, cittadina di campagna nei pressi della magnifica dimora palladiana di Castletown House, disegnata dall'italiano Alessandro Gallilei e "stuccata" dai fratelli Francini nel'700, al luogo di lavoro, un ameno ufficio del ministero dei Beni Culturali sito al numero 81 di O'Connell street, a Dublino (proprio di fianco al General Post Office, un grande edificio in stile neoclassico con portico su colonne ioniche, quartier generale dell'insurrezione del 1916), alle ore sette e quaranta in punto del 23 marzo di tanti anni fa...: ma era quella tutta un'altra storia, ossia una storia a parte perché quello fu un asino francese e quindi è molto facile che non fosse di razza pura. Quando, però, tanto i postiglioni (di prima classe o meno), quanto gli asini (francesi o meno che siano) incominciano a sentirsi imbastiti nelle movenze, lenti di riflesso e fiacchi sul lavoro oltre che di carattere e di tono, allora se ne vanno via insieme, compiendo un atto di consapevolezza e responsabilità senza eguali nei confronti dei loro simili (quelli a due zampe per gli uni ed a quattro per gli altri!), al ritmo di un postiglione per ogni due animali, come al solito. Che fine facciano a niuno è dato di sapere, ma è molto probabile che essi vadano a divertirsi in qualche altro mondo, magari portandosi dietro una rilevante scorta di buon gin scozzese o di whiskey maltato irish e di grosse carote da ingurgitare nel mezzo, nonché di sani sigarini "meharis" alla menta da aspirare ed assaporare nel dopo, perché non c'é persona vivente che abbia mai visto un asino e un postiglione divertirsi in questo!".
     Devo dire, purtroppo, che pur non essendo mai stato in vita mia un postiglione (né francese, o inglese, o di vattelapésca) di mestiere, io (Lucky: tanto di nome, quanto di fatto!) sono certamente un "asino" di pura razza yankee (neanche francese, come detto, o con un po' di sangue irlandese o russo nelle vene), ma non aspiro in nessun modo all'immortalità: spero, però, che quanto fu letto allora (cioé, molti anni orsono) nella biblioteca della mia città (la piccola ma ridente San Isidro, che tutto il giorno si specchia nell'oceano Pacifico), non sia stato soltanto e solo frutto della fantasia, pura e stucchevole dello Sterne (quello sconosciuto ai più o...poco noto, intendiamoci!), ma contenga in sé - invero - qualcosa di reale e "vero". Ad ogni modo ed anche a qualunque costo, cercherò di attrezzarmi al meglio per ogni letale evenienza futura...anzi, direi proprio d'esser già pronto al peggio, fortunatamente! E, scherzi a parte, spero con tutto me stesso e con tutto il cuore - anche se ne dubito fortemente (eccovi dispiegata, dunque, la mia natura di asino...pardon, di ateo abbastanza convinto e ben "ritrovato"), - di ritrovare, quando disgraziatamente (ma inevitabilmente) lascerò questo mondo, da qualche luogo od in qualche dove e per qualsiasi tempo e spazio, tutte le persone che io ho amato profondamente in questa vita e che, a loro volta, mi hanno amato, accompagnandomi - "cammin facendo" - nei meandri dell'esistenza - a volte insidiosi ed alquanto strani - e che sono andate via e probabilmente perdute per sempre ed irrimediabilmente.

    (da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).      

  • 08 agosto alle ore 9:30
    SESSO ARDENTE

    Come comincia: Il sei gennaio era passato da qualche giorno, si sa che l’Epifania tutte le feste porta via e così la vita di Alberto, cinquantaquattrenne, aveva ripreso il suo tran tran niente affatto  piacevole: Anna, moglie, molto più giovane di lui in ufficio, lui pensionato, da solo in casa in via Taranto a Roma disteso sul divano. Prima pillola alle cinque di mattina, pillola pórta dalla gentile consorte molto mattiniera e poi dopo i ‘lavacri’ d’obbligo ginnastica sul divano, una rottura di palle ma importante a detta dei medici che, suo malgrado era costretto a frequentare. Ogni specialista ordinava l’ingerimento di pillole che Alberto trascriveva in ordine cronologico di assunzione, l’ultima la sera alle ventidue. L’unica auto di famiglia era in uso esclusivo della gentile consorte per andare al lavoro, Alberto, pur nolente era diventato il passeggero della macchina, erano finiti i tempi quando, da giovane finanziere, ai confini di terra guidava una Alfa Romeo 1900 per inseguire i contrabbandieri di sigarette, allora era giovane e forte…ma non era ancora morto come i trecento della spedizione di Pisacane. Né era la religione a migliorare l’umore di Alberto come accadeva d alcuni suoi amici: per lui il concetto di Dio era paradossale, non riusciva a credere che l’amore di Dio fosse onnipotente come credere che il Padre abbia potuto crearci, il Figlio riscattarci e lo Spirito Santo santificarci. Il suo pensiero era che siamo stati cresciuti inculcandoci il concetto che la vita è dolore ma che un giorno saremmo stati ricompensati nell’aldilà. Niente di più sbagliato, è meglio essere felici ora perché la sofferenza può essere uno stato passeggero. Occorre non perdere l’occasione di essere ottimista: celebrare la gioia, la vitalità e l’autenticità di ciò che stiamo vivendo regalandoci così un’esistenza piena. Più facciamo progetti più ci concediamo la possibilità di aprire la mente ed il cuore a nuovi incontri. La felicità non è il piacere: qualunque cosa accada sarà un’occasione di crescita , un profondo senso di pace e di completezza e non dipende da fenomeni esterni. Questa dottrina Alberto l’aveva appresa da un trattato sul Buddismo, eccellenti principi teorici ma difficili da mettere in pratica. Ritornando alla realtà,  Alberto era sempre in lotta con malattie varie ed ovvii conseguenti dolori in tutto il corpo. Del suo stato approfittavano i vari medici specialisti che, alla fine della visita: “Si accomodi dalla mia segretaria”, non avevano la faccia tosta di chiedergli  duecento Euro in contanti, peraltro senza fattura. Alberto ricordando il suo passato di maresciallo delle Fiamme Gialle ogni volta la pretendeva con gran scorno del dottore evasore tributario. Nello studio Anna aveva appeso al muro una sua fotografia scattata molti anni prima in cui Alberto appariva in gran forma in divisa con baffi e pizzo, allora gran ‘tombeur des femmes’, una tristezza! Qualcosa doveva accadere per cambiare la vita di Alberto ed era accaduto. Anna aveva stretto amicizia con Aurora una signora che abitava con la famiglia al piano di sopra, per una serie di motivi non si erano sentite da vario tempo ed una mattina di sabato Anna pensò bene di chiamarla al telefono: “Cara Aurora ci siamo perse, t’è successo qualcosa.” “Vieni a casa mia, non mi va di comunicartele per telefono.” Aurora era cambiata, era dimagrita e niente solito viso sorridente. “Ho problemi con mio marito e con mio figlio. Tommaso, come sai frequenta l’istituto musicale ‘Corelli’, ha sedici anni, gli hanno pronosticato una brillante carriera come pianista ma negli ultimi tempi non vuole più andare a scuola e non suona più nemmeno il pianoforte di casa, sta chiuso in camera sua, unica compagnia il computer. Non risponde alle mie domande né a quelle di mio marito Edoardo. Abbiamo consultato uno psicologo ma anche con lui non si vuole confidare, l’ultima speranza sei tu che l’hai visto crescere e ti chiama zia. Prova a bussare alla sua porta e vedi se ti risponde.” “Caro Tom ho voglia di vederti…ed anche si sentire quei notturni di Chopin che sono i miei preferiti, ti prego apri la porta.” “Inaspettatamente il giovane decise di farsi vedere da Anna: era inguardabile, capelli arruffati, barba non rasata, occhi affossati e sguardo nel vuoto. Anna provò a smuoverlo: “Sei inguardabile, va in bagno fatti una doccia, rasati la barba e …mettiti del rossetto sulle guance, sembri un morto! Sto scherzando, datti una ripulita e vieni in salotto.” Tommaso si presentò dopo circa mezz’ora, la lezione della ‘zia’ era servita a scuoterlo un po’ dalla sua apatia. “Ora sei almeno  guardabile, hai fatto colazione, presumo di no ed allora ti invito a mangiare a casa mia, tutti cibi a base di pesce che ricordo erano i tuoi preferiti, Alberto verrà a fare compagnia ai tuoi genitori, vedo che anche loro non se la passano bene, stà casa sembra un cimitero!” Tommaso ed Anna scesero di un piano, Anna passando dinanzi alla porta della sua vicina le mostrò il dito medio alzato, la padrona di casa Berta, (nome per lei appropriato perché assomigliava ad una bertuccia) era notoriamente sempre a caccia di pettegolezzi dietro la porta di casa o alla finestra. Alberto prima di uscire di casa sparò una battuta: “Oh non mi strapazzare la moglie, ormai sei grande!” Il detto napoletano che Pulcinella scherzando…proprio quello che Anna aveva in mente. Tommaso prima di pranzo, anche se riluttante raccontò la sua avventura che lo aveva portato a chiudersi in se stesso: una compagna di corso l’aveva raggiunto nel bagno dei ragazzi , si era spogliata in attesa che Tom…approfittasse di lei ma il suo ‘coso’ non ne voleva sapere di alzarsi, dopo un po’, visti gli inutili tentativi, la giovane si rivestì e sparì dalla circolazione. Era una sciocca, pensò bene di ‘sputtanare’ Tommaso facendolo passare per omosessuale, di qui la reazione del giovane. “Tommasino della zia, sai quanti uomini fanno cilecca, uh! dopo mangiato faremo una prova che ne dici, dico si io per te. Tutto buono? Non approfittare troppo del Verdicchio, ho i riscaldamenti al massimo e sto sudando, mi tolgo la camicetta, la gonna e la sottoveste,  poi andremo in bagno, un buon bidet…Tommaso si lasciava guidare dalla ‘zia’, sembrava imbambolato ma si risvegliò quanto Anna rimase nuda e prese a baciarlo in bocca: ”Zia sei bellissima, hai tette ancora da giovincella e poi quella foresta…” “Tutto a tua disposizione sul letto matrimoniale, aspetta, giro al contrario la foto di mio marito, non vorrei che si ingelosisse!” La battuta piacque a Tom che si mise a ridere e cominciò a baciare in bocca Anna per poi scendere sulle tette e sul fiorellino ma lì Anna dovette aiutarlo, il giovane non conosceva il clitoride, la zia glielo mise in bocca. Anna aveva notato che Tommaso era sessualmente diverso da suo marito: aveva un pisello più stretto e più lungo in compenso era dotato due testicoli molto grossi. Appena entrato nel fiorellino il ’ciccio’ di Tom ebbe un orgasmo ma non si fermò e proseguì sino al collo dell’utero che ‘mitragliò’ con uno schizzo violento, grande orgasmo anche da parte di Anna, questa volta era lei ad essere basita. Tommaso sembrava impazzito, seguitava a muoversi a lungo dentro la vagina di Anna che ad un certo punto: “la ‘gatta’ è stanca ed arrossata, suona la ritirata!” Suonò anche il telefono a casa di Anna: “Cara quando avrai finito il ‘pisolino’  vorrei tornare nella mia magione.” “Dammi un quarto d’ora, mi troverai distesa e sorridente, cuntent?” “Da quando in qua una romana parla milanese, qualcosa deve essere cambiata nel tuo cervello e non solo in quello!” Tommaso riprese la via del ritorno a casa sua, passando dinanzi alla porta di Berta imitò quel gesto che aveva fatto Anna in precedenza, incontrò Alberto: “Ciao zio.” Forse era una presa per i fondelli perché si sentiva superiore avendo…Ma  le cose non erano andate come Tom pensava nel senso che anche a casa sua…Un passo indietro come nei romanzi di Carolina Invernizzio: Aurora si sentiva più sollevata da quando suo figlio era ‘in mano’ all’amica, era convinta che il ragazzo sarebbe tornato a casa ‘sgrezzato’ in senso sessuale e questo pensiero la portò a pensare a suo marito che le aveva confidato un suo desidero mai prima a lei confessato: voleva essere un cuckold termine proveniente dal re di Lidia Candaule che fece vedere la moglie nuda alla guardia del corpo Gige. Nel suo caso fare avere un rapporto sessuale di Aurora con Alberto  mentre lui si masturbava. Sguardo d’intesa dei tre trasferitisi in camera da letto: Aurora faceva ancora la sua bella figura e fece eccitare Alberto a tal punto che ‘ciccio’ innalzò la cresta più del solito con gran gioia di Aurora abituata a qualcosa di più modesto. I due novelli amanti non si fecero mancare nulla, finita la prima ‘pagina’ Alberto girò Aurora che anche col popò mostrò di gradire molto il passaggio al posteriore con conseguenti orgasmi doppio gusto mentre Edoardo si limitava a fare il….falegname. E per tutta conclusione…lasciamo stare il cordone e facciamo il punto della situazione: quello più fortunato era stato indubbiamente Tommaso che, grazie ad i suoi testicoli superattivi aveva riacquistato la sua piena virilità ‘facendosi’ tutte le compagne di studio disponibili, ad esclusione della prima che lo aveva sputtanato e talvolta anche la ‘zia’ e poi Alberto che oltre alla consorte era intimo di Aurora, Edoardo aveva contatti con la legittima consorte solo in presenza attiva di Alberto con Aurora. La più scornacchiata era Berta che spargeva i suoi strali velenosi sui rapporti fra le due famiglie ma, pur dicendo la verità non veniva creduta, i condomini erano per la maggior parte conformisti e per loro quelle verità non erano credibili.
     

  • 08 agosto alle ore 9:28
    LA POLIANDRA

    Come comincia: Zio Maurizio avrei bisogno di un favore, un favore grande, non dirmi di no!” “Dimmi quanto ti serve.” “Non è questione di soldi, non riesco a superare un esame all’Università e così ho pensato di aiutare la sorte conquistando un professore, certo Daniele che ci ha sempre tentato con me e forse per questo mi boccia ogni volta, devi prestarmi casa tua per un breve incontro…”Esmeralda era la figlia di un amico di suo padre, Ignazio proprietario di una grande officina di auto a Messina in via Antonio Maria Jaci, Maurizio quarantenne, scapolo, titolare di un negozio di computer era perplesso, non aveva mai visto Esmeralda sotto l’aspetto sessuale, l’aveva vista crescere, un po’ una nipote tanto e vero che lei lo chiamava zio ma a questo punto…”Zio poi penserò pure a te…” Un momento di silenzio, non era facile sorprendere Maurizio ma  in seguito a questa seconda affermazione… Esmeralda faceva onore al suo nome, era veramente affascinante: longilinea, corpo da modella con gambe perfette, la sua caratteristica principale grandi occhi verdi. “Mi hai rivoluzionato il cervello, forse è una iperbole ma risponde a verità, ti vedo con altri occhi…va bene, conosci la mia abitazione in una villa in via Consolare Valeria, unica condizione voglio essere in casa quando incontrerai il tuo professore,  in un certo senso è per tua difesa, ai tempi d’oggi non si sa chi puoi incontrare.” “Grazissime zio.” Maurizio pensò bene di istallare una telecamera con tanto di sonoro nella camera da letto, visore nello studio, fece delle prove,  tutto funzionava.  “Zietto domani è sabato, che ne dici l’appuntamento per il pomeriggio, mi pare che non lavori, e che il tuo negozio sia chiuso.” “D’accordo vieni a casa mia alle sedici.” Maurizio si ricordò che Esmeralda non aveva le chiavi di casa sua e così lasciò accostata la porta d’ingresso. Poco dopo le sedici una Volvo fu posteggiata all’interno del giardino della villa di Maurizio, ne scesero Esmeralda sfavillante in minigonna e con camicetta senza reggiseno ed un ‘ elemento’ piuttosto grassone ed avanti nell’età, giudizio di Maurizio: uno schifo. I due si diressero in camera da letto, sparirono per un po’ dalla vista di Maurizio, erano andati in bagno e poi riapparvero, lei una statua greca novità piacevole per lo ‘zio’ che non l’aveva mai vista nuda. La ‘nipote’ si diede da fare per ‘rinvedire’ il coso del professore ed ‘incappucciarlo’ con un condom poi lei preferì la posizione dello ‘smorcia candela’ per evitare di sentirsi addosso il panzone. Il professore, forse digiuno da tempo, fece presto a farsi la prima, seguitò poi per molto tempo sin quando fece segno ad Esmeralda che ne aveva avuto abbastanza. Rivestitosi il buon Daniele levò le tende, Esmeralda si era guadagnata la promozione. “Zietto ho notato la telecamera e quindi hai visto tutto, ho imparato dalla vita che talvolta si debbono avere dei compromessi, i miei si aspettano molto da me per quanto riguarda lo studio, non voglio deluderli e per questo che…” “Non ti devi giustificare, dopo il primo momento di perplessità ho compreso la giustezza della tua decisione.” “ Zietto, ti è diventato duro, che fa lo accontentiamo?” Senza porre tempo in mezzo la ragazza prese in bocca il ‘coso’ di Maurizio che, ad occhi chiusi, poco dopo si accorse che la nipotina stava ingurgitando tante vitamine. “Maurizio il tuo è stato il più buono di sapore in senso assoluto, non sei più mio zio ma un mio marito, io sono poliandra come le donne del Tibet.” Ormai Maurizio si aspettava di tutto da Esmeralda e preso da curiosità domandò chi fosse stato il primo della sua vita. Risposta  assolutamente inaspettata: “Mio padre, avevo sedici anni ed è stata tutta colpa mia: quel pomeriggio mia madre non era in casa, sempre curiosa in fatto di sesso gli ho chiesto di farmi vedere il suo ‘coso’, non ne avevo mai visto nessuno, quando l’ho visto diventare grosso e duro prima l’ho preso in mano e poi ho deciso che papà sarebbe stato il primo uomo della mia vita, è stato un rapporto magico, denso di emotività, non meravigliarti, mi sono scoperta anticonformista.” “Mi hai aperto una visione del sesso a me sconosciuta, d’altronde anche nell’antichità esistevano rapporti fra consanguinei, Cleopatra si era sposata con suo fratello. Ti riaccompagno a casa, per oggi ho fatto il pieno di sensazioni fuori del comune, stranamente mi sento più vicino a te e, quando vorrai vorrei essere uno dei tuoi mariti.” Un bacio lungo, profondo profumato,m Maurizio non aveva mai provato tante belle sensazioni in un bacio, ormai anche lui era nel ‘giro’ di Esmeralda. Una festa da ballo in casa di Ignazio: a fare gli onori di casa mamma  Alice e naturalmente Esmeralda vestita contrariamente al solito in modo ‘castigato’. Altra sorpresa, la ragazza aveva invitato Carlo un suo compagno di università, uno spilungone niente affatto bello ma…chissà che ci aveva trovato in lui la ‘nipote’, mah. Maurizio chiese il permesso al padrone di casa per ballare con sua moglie, riposta: una risata da parte di Ignazio:”Sei rimasto ai primi dell’ottocento, in ogni caso con Alice non c’è nulla da fare, è puritana e pure religiosa!, vai facile!” “Maurizione bello, in passato mi avevi detto che ballavi come un orso, ora ti sei scoperto ballerino!” “È l’unico modo per stati vicino e parlare un po’ con te. Posso farti una domanda intima, ma tu a tuo marito l’hai tradito mai perché mi risulta che lui …ti ha fatto diventare come un cesto di lumache!” “È un paragone da Esopo o da La Fontaine, suggestivo ma in confidenza posso dirti che anche se talvolta…mai l’ho fatto becco anche se se lo merita, con lui ho rapporti sessuali fuori del normale, la mia religione mi impedisce di usare la pillola o il condom e così lo ‘zozzone’ entra nella mia cosina quando mi stanno per venire le mestruazioni o poco dopo, in altri periodi son costretta a concedergli il mio ‘popò’, stasera sono un poco brilla e voglio farti un confidenza: qualora decidessi di fare un peccato mortale, tradendo mio marito lo farei, indovina con chi?” “Con un giovane bello e palestrato.””Sbagliato con te, mi sei piaciuto sin dalla prima volta che ti ho conosciuto…forse mi sono spinta troppo nelle confìdenze, io non reggo gli alcolici e questa è la conclusione, fai finta che non ti abbia detto nulla, ti prego…” “No mia cara, il Maurizione come tu lo chiami ama le belle donne e tu sei una dea come tua figlia, sarò sempre in attesa di una tua chiamata, magari quando sei brilla, ed ora ritorniamo a sederci, mi hai aperto il cuore, anch’io la prima volta che ti ho visto…” Una telefonata: “Maurizio che ne dici se sabato sera vengo a trovarti nel tuo negozio, vorrei…comprare un computer nuovo.” “Lallero come dicono a Roma, sono a tua disposizione, non vedo l’ora che passino i giorni, troverai cannoli siciliani e spumante in fresco, grazie anticipate cara.” E così fu: Esmeralda non più vestita castigata si presentò in negozio, grandi baci ed abbracci e poi sollevata la gonna, una sorpresa, la ragazza aveva ‘dimenticato’ di indossare gli slip, una foresta nera come quella delle favole dei fratelli Grim. ‘Ciccio’ era già in posizione ma Esmeralda: “Dì all’amico tuo’ che prima voglio mangiare, oggi ero all’università e non ho pranzato.” Riempito il pancino di ambedue Esmeralda: “Sicuramente ti sarai domandato il perché mi sono fidanzata con Carlo, lo so che è brutto ma la sua ricchezza fa dimenticare la sua poca avvenenza,  ha ordinato per me una Mini verde, per il sesso niente di particolare, ce l’ha piccolo e fa fatica ad ‘alzarsi’ per questo c’è lo zio ossia il Maurizione come ti chiama mia madre, a proposito che avevate da dirvi, avete ballato, si fa per dire, a lungo.” “Alice mi ha confessato che gli son piaciuto sin dal primo momento che mi ha conosciuto ma per motivi religiosi non me la molla, la figlia mi compenserà…Il loro rapporto fisico fu lungamente piacevole, anche il popò della ragazza ebbe la sua parte col famoso doppio gusto.” Per ora ho fatto il pieno, niente maschietti per una settimana.” “Se riesco a convincere tua madre?” È come vincere al lotto, se ci riesci ma poi mia madre dovrà andare dal confessore e fare penitenza, mi vien da ridere, è brutto essere degli schiavi complessati dalla religione, viva il sesso!” Passa un mese poi una telefonata: “Sei tu zione?” “Adesso sono ritornato zione, dimmi le novità ed una tua sicura richiesta.” “Ho superato un gran numero di esami tutti insieme, ma ora ho trovato uno scoglio.” “Il solito maschietto arrapato?” “Quasi, stavolta si tratta di una femminuccia o meglio femminona, si chiama Isabella e sotto la sua ‘mannaia’ sono caduti molti studenti e soprattutto studentesse, non voglio fare la stessa fine, vorrei studiare un solo capitolo e farmi interrogare su quello, il compenso? Un rapporto lesbico mi ha fatto la richiesta a mezza bocca come si dice in gergo ma l’ho capita benissimo, mi ha dato il numero del suo telefonino e aspetta una mia chiamata.” “Bene appuntamento a casa mia con telecamera in funzione, non è che posso unirmi e fare un trio?” “Per me sarebbe la prima volta come il rapporto lesbico, dovrei domandarlo a Isabella che bella non è: alta, robusta, capelli corti, naso pronunciato, tette piccole, gambe due colonne, potrebbe schiacciarci le noci.” Isabella arrivò nel cortile della casa di Maurizio  con l’aiuto del navigatore satellitare, posteggio la Fiat Abarth 595 dietro casa e con passo marziale entrò nel portone attesa da Esmeralda. “Professoressa benvenuta, siamo fortunate è pure una bella giornata.” “Non tergiversiamo, della bella giornata non me ne frega nulla, andiamo in camera da letto!” Le due signore dopo un soggiorno nel bagno riapparvero nel monitor di Maurizio. Nuda Isabella sembrava ancora più massiccia, prese Isabella per una mano e la posizionò non molto gentilmente sul letto, era proprio arrapata. Seconda mossa si mise a cavalcioni sul corpo della ragazza e cominciò a baciarla in bocca poi scese sui capezzoli ed infine sulla gatta dove sostò a lungo portando Esmeralda ad orgasmi ripetuti. Poi fu la sua volta, pretese da Esmeralda lo stesso trattamento sessuale che aveva avuto con lei, ad ogni orgasmo vibrava tutta, uno spettacolo decisamente fuori del comune anche perché aveva ripetuti orgasmi senza mai stancarsi, forse un digiuno protratto. Fu Esmeralda che dichiarò forfait: “Cara Isabella sei stata bravissima ma mi hai distrutta, un po’ di tregua.” “Hai detto bene tregua che vuol dire sospensione temporanea.” Esmeralda giocò l’ultima carta, non aveva più nessuna voglia di sesso: “Isabella in casa c’è anche il mio fidanzato, é assolutamente affidabile e serio…” “E vediamolo stó fidanzato, non sarà per caso un racchio…” A voce alta: “Maurizio Isabella ti vuol conoscere, fatti vedere.” “Lui ha registrato le nostre performance, è un tecnico informatico,  se non sei d’accordo possiamo distruggere le immagini.” “Ormai siamo in ballo…” “Pensavo peggio, ti sei scelto proprio un fusto, vediamo quello che sa fare con me!” Punto sul vivo della sua sessualità Maurizio prese possesso del corpo di Isabella, dalla bocca sino al fiorellino che tanto fiorellino non era, un clitoride simile ad un piccolo pene molto recettivo con orgasmi multipli e anche rumorosi. Anche le lesbiche hanno  un punto di rottura dal piacere, Isabella si mise prona, voleva riposarsi. Maurizio ed Esmeralda ritennero opportuno lasciare sola l’insegnante che apparve loro nel salone dopo circa mezz’ora, aveva le occhiaie. “Ti ho portato il capitolo che devi imparare, studialo a fondo perché agli esami son presenti i tuoi colleghi ed io devo essere severa con te come con gli altri, buona fortuna ragazzi e…a rivederci!” Col cavolo pensò Esmeralda, passati gli esami…il segno dell’ombrello! Per Maurizio un fiume di novità, l’ultima telefonata da parte di Alice: “Maurizio che ne dici di venirmi a trovare, mi sento sola…” Alice aveva la voce ‘impastata’, Mauri non se lo fece ripetere un’altra volta e partì a razzo, qualsiasi fosse il vero motivo della telefonata voleva andare sino in fondo, in fondo erta stato lui a mettere una pulce nell’orecchio di Alice in fatto di sesso. Ebbe la conferma quando la signora aprì la porta di casa, barcollava leggermente ed odorava di alcool. “Oggi mi sento diversa, avevo bisogno di compagnia ma non di mio marito, volevo solo te, solo te…Aperta la vestaglia apparve un corpo ancora appetibile, Mauri prese in braccio Alice e la depositò sul letto matrimoniale, la signora sembrava immobile ma stava reagendo alle coccole prolungate di Mauri, dopo che lo stesso si impossessò del suo clitoride scintille da parte della padrona, un tremolio molto prolungato e poi una girata di spalle da parte della signora, significato esplicitò, anche il popò voleva la sua parte, un popò molto recettivo tanto la portare la padrona ad orgasmi inusitati per lei. Dopo un po’ Mauri pensò bene di sparire da casa di Ignazio, si può essere conformisti quanto si vuole ma allorché si tratta della propria moglie, boh. Giorni appresso una telefonata di Esmeralda: “Carissimo che ne dici di un colloquio tra di noi?” “Con o senza sesso?” “Poi si vedrà vengo al tuo negozio, se ci sono i commessi parleremo in macchina. E così fu: “Sentiamo il motivo della richiesta di colloquio, sento puzza di bruciato.” “Non brucia nulla se non l’anima di mia madre, mi ha raccontato del vostro rapporto ed il confessore non le vuole dare lì’assoluzione, lei è disperata, lo sai quant’è religiosa maledizione, potevi fare a meno…” “Ti sembro il tipo di offendere una signora non accettando un suo invito, non è da gentiluomini.” “Non fare il furbo con me, io voglio molto bene a mia madre, lei di mentalità è ancora una ragazzina e si crea problemi per una scopata extra, mio padre che non conosce la verità, è preoccupato per il comportamento di mia madre, non sappiamo che fare.” Allo zio Mauri venne un’idea brillante che tenne per sé, domandò a Esmeralda la chiesa dove sua madre andava a messa. Anche se incuriosita la ragazza senza chiedere spiegazioni riferì il nome della chiesa: Santa Maria dell’Arco. Mauri il pomeriggio si recò in quel luogo santo e chiese ad un chierichetto dove potesse trovare il parroco: si chiamava don Luigi, era in sacrestia. “Padre sia lodato Gesù Cristo.” “Sempre sia lodato che posso fare per lei, non mi sembra di averla mai incontrata.” “È una storia molto delicata decisamente importante e vitale per l’interessata, si tratta di Alice che lei certo conosce, è disperata, non vuole parlare nemmeno con i suoi familiari, secondo lei ha commesso un peccato mortale, lei parroco non vuole darle l’assoluzione per un peccato…della carne di cui si è subito pentita, io sono il colpevole, addossi a me la colpa del peccato.” “Giovanotto io  son ben più vecchio di lei, lei è un furbacchione che tuttavia apprezzo per il suo buon cuore, sicuramente non è religioso altrimenti saprebbe che quello che mi chiede è impossibile da mettere in atto, faccia sapere ad Alice che son pronto a riceverla di nuovo.” Dopo una settimana una telefonata di Esmeralda: “Carissimo zietto tutto è tornato come prima, mia madre è rinata, allegra ed affettuosa, ne sai niente?” “Non mi voglio allargare troppo ma posso riconoscermi il merito del cambiamento di tua madre, ho appreso molto da uno sciamani che ho conosciuto anni addietro, son contento per la mia cura abbia sortito l’effetto sperato.” “Lo conosci il detto ‘a me non la si fa’, sei un imbroglione simpatico, non so quello che sia effettivamente successo a mia madre in ogni caso  ricompenserò un tuo capriccio sessuale, hai qualche idea?” “Leggerò il kamasutra, ci deve essere una posizione con cui riesca a restare a lungo dentro la tua deliziosa.” “Domanda notizie a ‘ciccio’ non mi sembra più tanto giovane da mettere in atto il tuo desiderio, a presto!” Maurizio tristemente dovette convenire con la nipote, ormai ‘ciccio’, anche se volenteroso non era più quello di un a volta!

     

  • Come comincia: Questo è il racconto di una strana storia a "trois": che si concluse in maniera imprevista alquanto. Ho conosciuto Bon Miller (il nome glielo appioppò, mi disse lui stesso una volta, la madre Rosalind, bellissima mezzosangue bruna di origine messicana, sfegatata fan del duo Delaney&Bonnie, noti singers degli anni sessanta-settanta i quali evoluirono anche con George Harrison e Eric Clapton) tanti anni fa (sono quasi trenta, oramai!): vale a dire nell'autunno del 1989. Non ricordo bene in quale occasione, ma credo fosse proprio ad un "Sauna&fishing beache's party" (cosa strana, anzi, turca, turchissima di California su cui -  credetemi - è meglio non dilungarmi!) a Sausalito, in ottobre o novembre: periodo il quale, non so proprio perché, da sempre si ripropone nel corso della mia vita, e spesso facendolo per le date importanti e per le cose che contano...Diciamo pure di un certo peso e valore (nascita di mio figlio John e separazione da mia moglie Karen, inizio malattia di mia sorella Allison e dipartita della mia cara zia materna Mary, etc.): forse, chissà, per congiunzione astrale (a quel tempo, infatti, avviene ogni anno in cielo l'allineamento della costellazione di Andromeda con quella di Callimaco), o forse solo - e soltanto - per mera casualità!
     E' anche vero, però, e guarda caso (pur avendo ciò poco a che fare - oppure no?! - col discorso, pardon, col racconto iniziato), che i suddetti [ottobre e novembre], nonostante siano dei mesi intermedi nonché molto atipici e quasi anonimi, probabilmente, anzi, direi porprio sicuramente, per questo motivo ben si addicono al mio carattere essenzialmente schivo (altra combinazione...sic! sic! - congiunzione astrale o casualità?)...e non è neanche tanto strano, del resto, che molti miei amici mi chiamino "il gatto" (notoriamente è risaputo come quel felino lo sia come e più di me!).
      Ma (vi) parlavo di lui, ossia del mio amico che... Sì, Bon, proprio lui il quale è stato vicinissimo a me durante gli ultimi drammatici eventi (la perdita dei due "grandi vecchi" alias mother&father) che hanno contraddistinto, cambiandolo e stravolgendolo per sempre, il mio cammino esistenziale o meglio il "viaggio", come forse scriverebbe (o racconterebbe, chissà!) qualche autore di romanzi (non so se ottimi o mediocri: non sta certo a me dirlo!) e dimostrandosi, per questo, molto più di qualcun altro - che invece avrebbe dovuto esserlo e non lo è stato...cioè, rivelandosi, per me, un preziosissimo sostegno morale!
     Ma Bon, bontà sua (e che "la botte lo preservi" - e lo migliori - "come fa con il vino e con le pistole", ammonisce un vecchio proverbio d'Arizona), non ha condiviso con me solo dolori e mestizia (fortunatamente, direi, perché la vita, come può non essere fatta solo e unicamente  di felicità, non può neanche esserlo - per la cosiddetta legge, la quale non so da chi fu promulgata, dei due pesi e delle due misure, orbene della compensazione degli opposti, - soltanto di sofferenza e infelicità...come a dire che non si vive di solo miele, come fanno i fiori, né di solo fiele, come spesso facciamo noi uomini masturbandoci la mente; bensì dell'uno quanto dell'altro!).
     Io e lui, infatti, in queste tre decadi di conoscenza, amicizia e frequentazione (a volte metodica e stabile, altre sgangherata e disordinata, tal'altre strana e naif) abbiamo condiviso ben altro ancora, ben altre cose piacevoli e appaganti (della mente, dello spirito santo e anche dei sensi); io e quel cattivo ragazzo (più cattivo, a volte, lo è, credetemi, ma con un cuore gigantesco assai, dei ragazzi più cattivi che siano mai esistiti sul globo terracqueo: gli Stones...Rolling, evidentemente, e non certo Flinstones!) abbiamo condiviso una eterogenea girandola di esperienze e di vita, viaggi, donne...interessi diversi e svariate passioni: in primis quella per la musica, ovviamente, anche quella per la buona cucina (italiana soprattutto), ma anche quello per le donne (noir et rouge sopra tutte), per le moto (Harley unicamente), per le auto (soltanto rouge e con tanti cavalli rombanti all'interno) e per i cavalli (le nere giumente ed i purosangue sauri: che non rombano, evidentemente, ma assai scalciano e nitriscono!). 
     E' da dire che per darmi pane (ed anche qualche cosa d'altro, fortunatamente, dato che non si vive solo di quello!) faccio il vocalist (da non confondere, però, con il frontmen, ossia figura di ben più ampia e vasta portata e capacità artistico-musicali!), cosa invero un tantino inconsueta dalle mie parti per uno come me che ha la pelle bianca, da oltre due decenni al servizio di artisti più o meno noti, tanto in sala d'incisione, quanto in live sessions o vere e proprie tournée. Attualmente, vista la profonda crisi che ha colpito l'intero comparto della musica, incontro sempre maggiori difficoltà a trovare lavoro stabile (uno degli ultimi, alla corte di king Prince, durò appena dieci settimane: ovvero, giusto il tempo, da parte di sua maestà, di incidere il nuovo disco "Walking Through The Stones", che ovviamente ha scalato le hit!) e quindi, spesso, cerco di arrabattarmi come meglio posso in extra working-time: ad esempio aiutando a montare o a smontare i palchi dei concerti oppure cantando, insieme al mio amico, nei locali più squinternati ed insalubri che ci siano nell'entroterra, nella valley e lungo la costa sud californiana.
     Fu proprio durante una delle nostre [intendo mia e di Bon], per così dire, avventurose scorribande musicali (o meglio disavventure notturne mordi e scappa - come le chiama lui, il mio amico - o prendi e fuggi...Goliardiche alquanto e tanto, tantissimo bizzarre, per arrotondare o rinvigorire il portafoglio ed il budget mensile) che conobbi, tredici mesi orsono (sabato più sabato meno), una ragazza...si chiamava Liberty ed era una brunetta snella ed alquanto graziosa, coi capelli tagliati cortissimi - all'inglese, come si diceva una volta, o da maschiaccio birbante che la sa molto lunga davvero, come dico io oggi - e portati con la frangetta sulla fronte; indossava, vieppiù, una vistosa canottiera rossa che rendeva giustizia dei suoi seni piccoli ma turgidi, un attillatissimo jeans bianco marca "wampum" che rendeva giustizia del suo posteriore  bello sodo (messo in risalto, tra l'altro, insieme al suo cespuglioso pube o monte di Venere - spero che abbiate proprio capito di cosa parlo, anzi, scrivo, - dal fatto che non indossasse neanche un misero alcunché di mutandina!) ed un paio di stivaloni neri (stile road-western) che la slanciavano di molto; inoltre, la damigella aveva il tatuaggio di una rosa gialla inciso sul polso sinistro, portava un orecchino a forma di anello che li ciondolava sul lobo dell'orecchio destro e degli occhialini con la montatura dorata che le donavano una grand'aria da intellettuale e le conferivano quel quid di classe che mai guasta, anche rendendola davvero molto sexy: devo dire, infatti, che è sempre stata quella in una donna, insieme al fatto che essa indossi o meno camicie con pantaloni e giacca, oppure che le porti sopra una minigonna, la cosa che più mi fa impazzire; invero, stuzzicando certe voglie strane e provocandomi un "non so che" di paradossale...Ovvero, paradossalmente pruriginoso! Forse, chissà, - è questione di ormoni in disordine, -  mi direbbe don Alfonso Prada, parroco della monumentale chiesa di Santa Dolores del Carmen a Carpinteria, centro ridente sul Pacifico, lungo la litorale della Santa Barbara County, noto ai surfisti per le onde "gentili" e ai più per i suoi straordinari tramonti vermigli e la meravigliosa fauna tropicale che frequenta le sue acque, il quale una volta confessò mio padre tenendolo - ahilui! - sotto i "ferri" per oltre un'ora (spesso mi sono domandato, a distanza di molti anni dall'accaduto, quali monumentali peccati o malefatte dell'altro mondo avesse mai potuto compiere - sic! - il mio vecchio!); anzi, più semplicemente, - trattasi di ipertestosteronemia - come, invece, salomonicamente ma con tono deciso, affermerebbe il mio vecchio medico, George Sullivan, di Sacramento!!
     Tutto avvenne [l'incontro casuale, si intende] in un batter d'occhio (o in un baleno se vi suona meglio!), quasi senza che nessuno di noi due se n'accorgesse né avesse potuto proferire parola alcuna (sia che fosse di piacere piuttosto che di disapprovazione) o farfulliare un alcunché di amen (o "squirrt": la classica e goduriosa affermazione, il tipico intercalare d'uso corrente pronunciati, di solito, nelle nostre amene lande centrali di California tanto da una donna che sia venuta dopo l'amplesso, quanto da un uomo che  abbia avuto la capacità, il timing giusto ed il sangue sufficientemente freddo da farla "venire"!), dapprima tra un bicchiere di whisky, mandato giù a bruciapelo, nature - senza ghiaccio e sels - una parola e uno sguardo ammiccante, eppoi tra un ballo guancia a guancia ed un bacio, al Dusty Spring di Torrance, cittadina distante otto miglia da Long Beach e posta in direzione nord (ovvero San Francisco), dove lei [Liberty] svolgeva mansioni di barwoman e miscelatrice  di cocktail ammazzacristiani (e forse anche, chissà, di scopamica alla bisogna: termine ben poco romantico, direi, ma ben appropriato, credo!) -  al termine della "serata" (niente di speciale: solito compenso di cento-centocinquanta dollari più mance dei clienti ed extra dei proprietari del locale per il pieno dell'auto), e si concluse con una indimenticabile, colossale sveltina anale nel bagno delle signore (o dame che dir si voglia), mentre il mio amico era intento - ed indaffarato, evidentemente, più del solito - a svuotare la vescica nel bagno dei signori(o cavalieri che dir si voglia) dai liquidi malsani ingurgitati in abbondanza nelle precedenti ore! Al termine dell'accaduto, o meglio dicasi dell'avventuroso e consenziente misfatto (o fattaccio), la bella Liberty, nel mentre che si ricomponeva e rivestiva, esclamò:
     - Io, di solito, ho voglia di fare l'amore, poi penso, casomai, con chi e come farlo!
     - Va bene! - li risposi. - E' tutto a posto, tutto è okey, baby! Siamo stati bene, ci è piaciuto, cosa vogliamo di più, cosa si può cercare di meglio dalla vita se non stare bene e fare le cose che ci piacciono?
     Liberty, allora, con fare malizioso ma gentile mi prese entrambe le mani ed esclamò:
     - Sei in gamba, tu, Lucky! Lo sei davvero: sei veramente una gran bella persona (mi sentii orgoglioso di quelle parole perché era quello che pensavo anche io di lei, cioé una donna molto bella che si era concessa al primo venuto, liberamente, soltanto per il piacere intrinseco di farlo: forse aveva letto dentro di me, scandagliato empaticamente nei miei pensieri...Ma non glielo dissi). Dopo di che mi lasciò le mani, mi strinse le sue braccia intorno al collo e mi diede uno smack sulla guancia sinistra: di quelli che trinciano in due l'universo, che lanciano l'eco e lasciano un timbro indelebile nella testa e nel cuore di chi li riceve...ancor oggi, infatti, lo ricordo come se fosse oggi e non ieri!
     Poi, la bella brunetta mi lanciò uno sguardo, coi suoi nerissimi occhi di rugiada (ancor più penetrante e profondo dello stesso smack di prima!) e dopo essersi ricomposta e rivestita tornò in sala, dove nel frattempo, tutti i clienti erano andati via.
     - Tutto è bene quel che finisce bene, - pensai fra me e me, mentre anch'io, pian piano, mi rivestivo; - e fa pure bene alla salute ed al morale! (e lui, quel losco e strano figuro che ci cammina di fianco come un fantasma, credetemi, era realmente alle stelle!). Ma neanche per idea né per sogno: perché...proprio nulla era concluso e le soprese, - o meglio, la sorpresa, - eran poco più che dietro l'angolo.
     La bella, infatti, - proprio lei, - cominciò a discorrere (indovinate? indovinate?) con la bestia...pardon, con il mio amico il quale, nel frattempo, si era a sua volta riavuto dalla sbornia; i due andarono avanti tutta notte (non capii cosa mai avessero avuto da dirsi ma...non importa!), mentre io nel frattempo appisolato su una poltrona in sala. Al mio risveglio (erano poco più delle quattro del mattino: ovvero quattro ore dopo la mezzanotte e otto prima del rintocco delle campane a mezzogiorno, quando avremmo dovuto pranzare, evidentemente!), i due si scambiarono un bacio e cordialmente si salutarono (sembravano, direi, dei vecchi amici piuttosto che persone conosciutesi da poche ore soltanto); poi, io e Bon ci avviammo alla macchina, una vecchia Mustang decappottabile del 1966 (costata la bellezza di sessantaduemila dollari: esclusi cents e nichelini!), color rosso fuoco e un grosso cuore nero dipinto sulla fiancata sinistra. Sulla stada del ritorno non ci scambiammo neanche una parola: la tensione tra noi due era talmente densa che si sarebbe potuta tagliare col coltello. Arrivati a San Isidro ognuno andò per proprio conto ma...
     Volete ora sapere, miei cari, quale fu lo "strascico" di quell'incontro a due, ovvero tra me e la lei, così fortuito e...diciamo pure fottutamente godibile (e voluttuoso) nonché alquanto veloce? O meglio, quello [intendo sempre lo strascico] precedente al successivo? Ebbene sì, a sei mesi di distanza dall'inconsulto "fattaccio", cioé da tutto il resto (cadeva il 17 novembre del 2012 ed era pur sempre un venerdì - sebben esso fosse tiepido e assolato - sic!: alla faccia della superstizione!), Bon convogliò (o si arenò, impantanò: dipende, ovvio, dai punti di vista) a giuste nozze con Liberty, infilandogli la fede al dito sull'altare della chiesa Sacra Caridad, a San Isidro: è proprio il caso di dire (per Bon, chiaramente!) che niente è mai impossibile...ovvero: non è mai troppo tardi per niente e nessuno su questa terra!
     Ripensandoci ora (a distanza di un po' di tempo: ma a mente fredda e lucida, forse) mi vien da ridere, anzi, da piangere (per l'occasione persa, evidentemente; avrei potuto esserci io, infatti, al posto del mio amico...e Liberty è davvero una gran bella ragazza e una bellissima persona!): io, sempre impeccabile e a modo, dolce e garbato, resto ancora single mentre Bon, un filibustiere con la effe maiuscola, invece...
     Quel giorno, al termine della cerimonia nuziale e dop'aver sceso le scalinate della chiesa, mi avvicinai a Bon, ch'era freneticamente intento a stringere mani di parenti e amici e a dispensare sorrisi, baci ed abbracci di circostanza, lo fissai negli occhi ("dritto per dritto": come avrebbe detto di fare il mio vecchio coach dei quarterback, Sonny Sterling, al college, tempo fa!), naturalmente con ghigno bonario, e li sussurrai nell'orecchio destro:
     - Finalmente, vecchio mio, hai smesso di fare il puttaniere!
     Lui, in tutta risposta, dapprima mi disse: - sì, è vero, Lucky, finalmente è tutto finito, lo è davvero questa volta; ho proprio messo la testa a partito! - Dopo di che, col suo fare da figlio di cagna bastonato e remissivo, mi guardò (anche lui dritto negli occhi) e con fare sincero mi abbracciò fraternamente. Si infilò, poi, tenendo per mano Liberty, nella cadillac bianca e nera ch'era ferma davanti alla chiesa, in attesa degli sposi. Non appena il veicolo si mosse, lui, Bon, uscì la testa dal finestrino di destra e rivolgendosi agli invitati, fermi sul piazzale antistante la chiesa, esclamò:
     - Arrivederci, coglioni!
     Era il solito Bon, quello; ma aveva messo la testa a posto (a partito, come aveva detto  lui stesso, poco prima) per davvero.
     - Era ora che lo facesse! - pensai così tra me e me ed aggiungo, sperando che lui [Bon] non debba mai leggere queste righe; - era proprio ora, dopo aver svolto una onorata ed ultra quarantennale carriera in quelle vesti oltre che in quella di single impenitente, impavido ed arcicontento o spensierato...Impunito.
     Si pensi che quel povero ragazzo (Beh!...definirlo ragazzo andrebbe pure bene, ma povero, invece, è davvero un eufemismo!) ricordava a menadito, anni fa, e suppongo li ricordi ancora, i recapiti telefonici delle squillo (altrimenti dette, in Quebec, "entraineuses" oppure, altrove, "ricamatrici borderline" di preservativi!) più rinomate che operassero nel raggio di cinquanta miglia (sicuramente quelle marine o nautiche americane, non certo quelle terrestri o inglesi!) dalla nostra città!
     I novelli sposi tornarono a San Isidro dopo lunga luna di miele (durò quaranta giorni) trascorsa prima in giro per il Canada e il centroamerica, dopo (dalla Baja California, in Messico, al Belize, dal Costarica a Panama, Cuba, Giamaica e Santo Domingo).
     Adesso, però, dopo aver praticato con tanta devozione e discretissima quanto sistematica léna e caparbietà (così per gioco...ma tanto caparbia d'aver avuto bisogno, a volte, per riprendersi, d'annusare i sali -  come fanno i boxeur durante il match - o sniffare un po' di finisssima, e sicuramente non candida, "spring's snow", altrimenti nota come mescalina bianca!), nonché numerose volte (anzi, direi proprio dop'averlo fatto tante, tantissime volte, sinanche a rasentare la nausea) il tira e molla, ovvero il dacci dentro c'altri non è se non la millenaria arte e sopraffina (per alcuni, e molte volte, a mio avviso, lo è: basta frequentare alcuni popoli e studiare la loro cultura, o leggere determinati testi come il Khamasutra, per averne sentore e conferma!), della copulazione, i due soggetti (o meglio soltanto lei, Liberty, visto che, sino a contraria prova, e nonostante i progressi fatti dalla medicina, in particolare la moderna ginecologia, - vitro, provette, elisir magici e quant'altro - la gravidanza resta ancora una prerogativa della donna piuttosto che dell'uomo), aspettano una puer...ovvero una bambina che, come lui stesso [Bon] mi confessò tempo fa (essendo, però, d'accordo con la sua dolce metà), chiameranno Janis in onore, evidentemente, della famosa rock-singer degli anni sessanta-settanta Janis Joplin, appunto, di cui entrambi sono sfegatati cultori: molti la ricorderanno (spero, però, siano ancora di più, ossia milioni!), la soprannominarono "The Pearl" o "brutto anatroccolo" (nomignoli affibbiatili dalla critica e dai media piuttosto che dai fans), aveva una splendida voce, ruvida e pungente (pungenti erano pure i suoi testi, scritti e poi da lei stessa cantati), il sangue black nelle vene e l'anima black. Andò via dalla  musica e dalla vita troppo presto e divenne una icona al femminile della decade d'oro del rock mondiale, al pari dei due Jimmies, Morrison e Hendrix, che lo sono al maschile.
     Orbene, mi domando ora quale possa essere la morale di questa breve storia del "circular triangle" o menage (veloce) a trois tra me, Bon e Liberty appena raccontatavi? (Ammesso e non concesso, però, che debba giuoco forza essercene sempre una). Direi proprio che potrebbe essere la seguente: il susseguirsi delle casualità - davvero mai banale - (è) correlato agli imprevisti nella vita di ognuno di noi: ovvero, la stessa cosa (che) va in un modo ad una persona - bene o male, chissà ,-  al contrario va o può andare, - bene o male, chissà, - ad un'altra!

    da: "Le memorie strane di un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).

  • 05 agosto alle ore 9:46
    I DUE SEMINARISTI

    Come comincia: Questa è la triste istoria (finita bene) non di Stefano Pelloni detto il Passatore bandito romagnolo ma di Pilo e Follì due figli di contadini. A parte i loro nomi non proprio comuni consigliati (diciamo imposti) dal padrone del terreno coltivato dai genitori vicino Tivoli, un certo Camillo da tutti conosciuto come lo zio Camillo. I due ragazzi avevano forzatamente seguito le orme familiari di contadini. Purtroppo lo zio Camillo zitello incallito e vecchio spilorcio, non aveva voluto modernizzare il modo di coltivare il terreno di cinquanta ettari e pertanto Dario, Concetta genitori ed i due figli erano costretti ad usare l’aratro tirati da buoi oltre che zappe, forconi e vanghe con notevole fatica fisica. Con la morte del padre per infarto, per la madre e per i due ragazzi la fatica era molto aumentata, il colpo finale alla decisione dei tre di cambiare vita venne dal cattivo tempo che mandò a monte i raccolti. Concetta andò ad aiutare la sorella anche lei contadina, i due ragazzi? Scelsero quella che nel medio evo era la via di fuga degli agricoltori: farsi prete partendo dal proverbio ‘contadino scarpe grosse e cervello fino.’ Si presentarono al parroco del paese don Sinesio rappresentando la loro  vocazione sacerdotale e chiesero di inoltrare una loro istanza in tal merito. Il vecchio parroco, ormai rotto a tutte le esperienza di vita era molto scettico anche perché i due avevano fama di andar troppo appresso alle gonnelle femminili ma partendo dalla esperienza di vita e dal presupposto volgare: ‘fatti i cazzi tuoi e ti troverai bene’inoltrò la domanda dei due giovani, istanza che fu accettata, in tempi di poche vocazioni… Pilo e Follì entrarono nel Pontificio Seminario ed iniziarono il loro percorso sacerdotale. Dopo sei anni Pilo e Follì stavano per diventare diaconi ma un evento imprevedibile cambiò la loro vita: zio Camillo per un cancro alla prostata stava per passare a miglior vita, il cotale in lite con tutti i siuoi parenti chiamò al suo capezzale i due giovani facendo loro presente che sarebbero stati gli unici eredi delle sue ricchezze purché ogni mese avessero fatto celebrare una messa in suo suffragio, forse la paura di andare all’Inferno! Pilo e Follì per prima cosa lasciarono l’abito talare, ecambiarono i loro nomi in Alessio ed in Antonello ed andarono al Banco di Roma dove ebbero modo di constatare la consistenza delle loro ricchezze, alle delucidazioni del direttore di filiale rimasero sbalorditi: il vecchio li aveva lasciati abbienti, agiati, facoltosi in altre parole: ricchi! Subito muniti di carta di credito oro si recarono prima in negozi di vestiti e di scarpe per cambiare il loro abbigliamento poi in una filiale di auto Alfa Romeo dove presero possesso di una ‘Stelvio’ di color rosso pluriaccessoriata già pronta con cui si recarono a Tivoli per pavoneggiarsi in paese. Presero alloggio al primo albergo che incontrarono sulla loro strada, alla presentazione della carta oro il  portiere sgranò tanto di occhi, si inchinò ai due signori ed offrì la miglior camera dell’albergo. “Ce ne occorrono due e, se possibile una compagnia di due ragazze disponibili.” È noto che in questo campo i portieri di albergo sono piuttosto aggiornati e così dopo mezz’ora comparvero una bruna ed una mora. “Siamo Simona e Sofia, che bei giovani, si avvicina l’ora di cena che ne dite prima di un buon pasto, per motivi di ‘lavoro’ abbiamo saltato i pranzo.” A tavola grande allegria, il cameriere, di stretta osservanza romanesca si chiamava Romoletto, ben foraggiato servì a tavola i migliori piatti del ristorante, finale un ananas digestivo. Sulle scale Antonello: “Cacchio non abbiamo i preservativi!” “Sofia fece onore al suo nome ‘saggezza’: “Tutto a posto ne abbiamo una riserva!” La mattina dopo aver riprovato le gioie terrene, liquidate le due squillo Alessio ed Antonello andarono in canonica per salutare il vecchio parroco, non c’era più nel senso che era passato a miglior vita, al suo posto un giovane tutto profumato e vestito in nero con collare bianco, niente tonaca in compenso poteva portare delle gonne era un omo! Brevi saluti e poi andata a Roma per affittare un alloggio possibilmente vicino alla stazione Termini. Lungo la strada incrociarono l’insegna di una società che vendeva abitazioni. Alla richiesta dei due un impiegato: “Signori sono fortunati, abbiamo un alloggio in vendita in via Marsala è un po’ costoso ma è stato di recente ristrutturato ed è pure ammobiliato.” “Lo prendiamo a scatola chiusa, telefoni al Banco di Roma per convalidare un nostro assegno.” “Scusate la confidenza, sono Eugenio il direttore, mi avete fatto simpatia e mi fido di voi. Un giorno se mi invitate verrò a trovarvi.” “Con piacere Eugenio se ha qualche cara amica…” “Capito tutto, a presto.” L’estate si stava avvicinando, c’era da scegliere una località dove allontanarsi dalla calura, un cartellone in via Marsala reclamizzava un percorso da Livorno verso la Corsica, esattamente a Porto Vecchio. Decisione immediata di Pilo e Follì, pardon di Alessio ed Antonello che, navigatore adjútor giunsero a Livorno e si imbarcarono su una nave dalla Corsica Sardinia Ferries, destinazione Porto Vecchio in Corsica. I due giovani presi dall’entusiasmo delle novità non avevano previsto dove andare, incontrando un giovane ufficiale di bordo: “Ci scusi, è la prima volta che andiamo in Corsica, ci potrebbe indicare una località di villeggiatura?” “Dipende se volete recarvi in un posto dove vanno le famiglie oppure siete anticonformisti e volete alloggiare un villaggio per naturisti.” Antonello: “Siamo per la natura.” Allora voi suggerisco il villaggio ‘la Chiappa’ dal nome significativo, buon soggiorno.” Alessio e Antonello rimasero perplessi, non avevano capito bene di cosa si trattasse ad ogni modo presero per buono il suggerimento. Sempre con l’aiuto del navigatore satellitare il pomeriggio arrivarono in località Porto Vecchio dove era ubicato quel villaggio dal nome particolare. All’ingresso: “Messieurs avez vous réservé?” I due avevano studiato francese al classico: “Siamo italiani ad ogni modo ho capito, no non abbiamo prenotato.” “Noi parliamo bene l’italiano, non c’è problema,ci sono dei bungalow liberi, Serge verrà con voi per indicarvi la strada.” Alessio ed Antonello rimasero basiti, tutti i villeggianti erano nudi, l’ufficiale di bordo che aveva fornito l’indicazione del villaggio parlando di naturisti intendeva nudisti, si misero a ridere. Si presentò un signore vestito: “Je suis Charles, à votre disposition.” “Siamo Alessio ed Antonello, siamo in vacanza non sappiamo per quanti giorni, a tavola vorremmo possibilmente avere la compagnia di ragazze.” Charles guardando i documenti: “Qui ci son scritti altri vostri nomi.” “In italiano si chiamano soprannomi.” “Bien, tavolo ventitré, cena dalle venti alle ventidue, buona permanenza. Alessio ed Antonio si spogliarono ed uscirono al di fuori del bungalow ma nel vedere tante giovani donne nude ebbero la sorpresa di vedere il loro ‘ciccio’innalzarsi, nel regolamento c’era scritto che era proibito avere rapporti sessuali in pubblico e così rientrarono nel bungalow, l’unica soluzione era indossare un costume, si avvicinarono di nuovo a Charles ed esposero il loro problema. Il direttore dimostrò molto sangue freddo: “Può capitare, potreste indossare un asciugamano e togliervelo quando…avete capito.” I ‘cosi’ dei due capirono la lezione e ritornarono alla cuccia. A tavola erano già seduti dei giovani di varie nazionalità, anche italiani, Alessio ed Antonello si presentarono ed ebbero una buona accoglienza, erano tutti allegri. Dinanzi a loro due francesine non molto alte ma belle in viso ed anche di corpo niente male. Alla fine della cena: “Nous sommes Aline e Ambra parliamo poco l’italien.” “Siamo pari, noi parliamo poco il francese, andiamo in riva al mare.” I due ‘cosi’ di ragazzi presero vigore ed alzarono la ‘testa’: “Chiediamo scusa, non lo abbiamo fatto apposta…” Gran risata delle due ragazze: “Hier nous sommes passé avec deux françois qui l’avaient piccolo et mou!” “Andiamo nel bungalow.” Aline con Alessio ed Antonello con Ambra dimostrarono subito si essere in sintonia in fatto di sesso, avevano affermato di usare la pillola, Alessio ed Antonello si consultarono se usare o meno il condom, forse le ragazze si sarebbero offese, corsero il rischio ma ne valeva la pena,  in posizione cavalcante erano fantastiche. I due ex seminaristi arrivarono in Paradiso, ma non quello predetto dalle sacre scritture e poi loro due erano dei peccatori! Le due francesi furono rimpiazzate da Aurora e da Martina residenti a  Pizzo Calabro, la specialità della loro città i coni gelati, le due napitane dimostrarono di apprezzare molto anche un altro genere di coni! Casa dolce casa: Pilo e Follì nell’attico di via Marsala a Roma ripresero le ‘penne’ come si dice in gergo, erano veramente spompati ma felici, l’anno prossimo avrebbero cambiato nazione forse la Croazia, anche li in un villaggio di naturisti o nudisti che dir si voglia.
     

  • 05 agosto alle ore 9:43
    LA ANDROMANE

    Come comincia: Talvolta i destini delle persone si incrociano, era quello che era  accaduto a Mattia direttore di una filiale del Banco di Roma la cui consorte, Martina, era deceduta per un carcinoma alle ovaie non diagnosticato in tempo dai medici. Nello stesso istituto di credito era impiegato Matteo, impiegato modello da poco maritato con Aida che una mattina era stato colpito da un infarto fulminante che nemmeno i medici del pronto soccorso del vicino ospedale San Giovanni erano riusciti a curare. In chiesa cerimonia funebre comune. Dopo i soliti abbracci di parenti ed amici e consueto discorso del sacerdote che esaltava le doti dei due deceduti, seppellimento al Verano. Da quel momento erano sorti problemi pratici per i due vedovi. Mattia era impegnato sino alla sera per il suo lavoro, Aida con la morte del marito Matteo si era trovata, da casalinga, a dover sbarcare il lunario, suo marito non aveva mai voluto che insegnasse malgrado la sua laurea in lettere, niente pensione del defunto che non aveva raggiunto gli anni utili per il pensionamento. Mattia si rese conto di non poter lasciare solo suo figlio a casa per tutta la giornata, a sedici anni non sarebbe stato in grado di gestirsi nel quotidiano, ci voleva una presenza femminile che Mattia individuò in Aida che fu costretta ad accettare l’ospitalità del direttore del suo defunto marito, non aveva altre soluzioni, si installò nella camera degli ospiti. Non aveva problemi col precedente alloggio, era in affitto, vendette a poco prezzo tutta la mobilia, d’altronde quell’abitazione le ricordava il caro Matteo di cui era stata innamorata. In poco tempo si era inserita nella nuova vita. Mattia era una persona per bene, le domandava sempre di cosa avesse bisogno senza avanzare pretese sessuali, il figlio Andrea iscritto alla quarta ginnasiale non dava problemi, studioso, era molto amico di Riccardo un suo compagno di classe che abitava al piano superiore nel suo  stesso palazzo. Aida aveva preso in mano il menage familiare, sostituiva Martina di cui era stata amica; solito tran tran: la mattina colazione per tre, successivamente spesa al mercato e nei negozi viciniori, cucina per due in quanto Mattia rientrava a casa la sera, Andrea e l’amico Riccardo andavano a scuola al liceo scientifico Cavour il pomeriggio, la mattina studiavano alternativamente a casa dell’uno o dell’altro. A parte la solitudine che le portava una tristezza infinita e la prospettiva di un futuro incerto, Aida non si poteva lamentare, di questi tempi è molto difficile trovare un lavoro se non quelli umili di pulizia. Eris, dea greca della discordia pensò bene di rompere l’equilibrio di quella famiglia, una mattina Aida andò more solito a far la spese, arrivata al mercato si rese conto di aver lasciato il borsellino con il denaro in cucina, rientrò nell’abitazione, uno strano silenzio, di solito i due ragazzi studiavano a voce alta, non erano nello studio, li scovò nella camera da letto di Andrea e quasi svenne: Andrea nudo era penetrato col suo pene nel sedere do Riccardo messo piegato un  avanti sul letto. Appena il suo cuore tornò quasi ai battiti normali,  riprese il suo sangue freddo, aprì la porta di casa, la richiuse con fragore e: “Ragazzi sono tornata, ho dimenticato il borsellino sul tavolo della cucina, dove siete? Entrò in camera da letto, i due ragazzi si erano rivestiti, meglio così, per il futuro avrebbe pensato ad una strategia come comportarsi e se avvisare Mattia della situazione da lei scoperta. Invece di andar a far la spesa si sedette al bar sotto casa ed ordinò ad Amleto il barista un caffè. Rimase seduta circa una mezz’ora poi si rese conto che doveva preparare il pranzo e rientrò in casa. Al rientro di Andrea da scuola nessun dialogo, Aida non sapeva come comportarsi, all’arrivo di Mattia dal lavoro, rimasta solo con lui in sala da pranzo lo mise al corrente  del fatto da lei scoperto la mattina. Il direttore di banca stanco del lavoro e triste per il recente suo lutto rimase annichilito, senza parole. Ci volle del tempo prima che riuscisse a riprendersi: “Aida che mi consigli, conosco vari psicoterapeuti posso concordare con loro una soluzione, non so che altro fare, forse tu da donna…”  “Debbo inquadrare la situazione, non ti offendere ma spesso le femminucce sono più concreti dei maschietti, ci penserò stanotte.” Il sonno tardava a venire come pure la soluzione del problema, la cosa migliore forse era quella di parlare ai due ragazzi della sessualità alla loro età e soprattutto di non dar peso ad eventuali deviazioni dal comune agire. Stabilito questo principio Aida riuscì a prendere sonno. La mattina dopo colazione Riccardo era rimasto a casa sua, un ostacolo imprevisto, Aida telefonò a casa dell’amico di Andrea, rispose la madre affermando che il figlio non si sentiva bene, ovviamente era una bugia ed allora Aida: Andrea non voglio rifilarti frasi inutili come quelle di: posso essere tua madre, non dare peso a certe situazioni e via dicendo, ti faccio sapere che l’altra mattina ho visto te e Riccardo in camera tua. La scienza dice che non esistono solo gli etero sessuali puri, soprattutto nelle prime fasi della sessualità sia maschile che femminile possono avvenire degli occasionali incontri omosessuali senza per questo intaccare proprie inclinazioni, ci sono molti esempi anche in campo animale, non dimentichiamo che discendiamo dalle scimmie con cui abbiamo molto in comune, il tuo rapporto con Riccardo era uno sfogo puramente sessuale, se aveste avuto vicino una femminuccia avreste avuto un rapporto con lei, quindi niente allarmismi, Andrea vieni vicino a me, dammi un bacione, sei un bel ragazzo e farai strage di tue coetanee.”L’abbraccio con  Aida fece effetto su Andrea che si accorse che il suo pisello dentro i pantaloni era diventato un pisellone, ora il problema si era spostato su Aida, le sue belle parole avevano fatto presa sul ragazzo ma ora doveva mettere in pratica la sua teoria. D’istinto abbassò i pantaloni di Andrea, prese in mano il pisellone che in breve tempo eiaculò sulle sue mani. “Questo è la riprova di  quello che ti ho detto poco fa, chiama Riccardo e digli come sono andate le cose. Mattia ogni sera domandava ad Aida se avesse fatto progressi con i due ragazzi, Aida svicolò nel rispondere, immaginava come sarebbe finita la situazione ed era fra la contentezza e la preoccupazione del futuro, cosa sarebbe accaduto? Riccardo evidentemente informato da Andrea di quanto dettogli da Aida riprese  a frequentare la casa dell’amico sperando che anche lui avrebbe avuto un trattamento simile se non migliore del suo amico, insomma ambedue volevano provare la ‘topa’ di Aida, ormai si sentivano grandi per provare finalmente le gioie di un rapporto sessuale con una femminuccia ma Aida si allontanava dai due con ogni scusa possibile, aveva intrapreso una strada che era stata fruttuosa per i giovani ma lei non si sentiva di fare la nave scuola come si dice i  gergo. Una mattina i due ormai eccitatissimi andarono in cucina, abbracciarono Aida e: “Ora metti in pratica quello che ci hai insegnato.”  Le abbassarono gli slip entrando a turno nella ‘topa’ un po’ fuori allenamento ma ancora recettiva. Finito il rapporto sessuale apprezzato dalla signora, ad Aida venne in mente che i ragazzi non avevano presa alcuna precauzione, ci mancava solo che fosse rimasta incinta, andò in bagno a lavarsi sperando nel meglio. Per fortuna stavolta Etis era distratta e così ad Aida vennero le mestruazioni con grande suo sollievo, i ragazzi incoscientemente ridevano, viva la gioventù, ormai si sentivano adulti. Aida pensò bene di recarsi in una farmacia lontano da casa per acquistare pillole anticoncezionali, ormai la via era tracciata ed i ragazzi non si sarebbero certo fermati, tutto sommato non le dispiaceva, due torelli in fase di crescita sono instancabili ed a lei in passato era mancato il sesso. Dato le insistenze di Mattia nel voler sapere come era finita la storia di suo figlio con Riccardo, Aida fu costretta un pomeriggio che Mattia era libero a raccontare la verità anche per tranquillizzarlo,  il padrone di casa che ebbe una reazione non prevista: “Cara che ne pensi se io… in fondo sono ancora giovane, se vuoi potremmo sposarci, intanto vorrei un assaggino!” Altro che assaggino il padre era più eccitato dei due ragazzi, meglio fornito sessualmente ed anche viziato perché pretese anche di assaggiare il ‘popò’ di Aida che, anche se sessualmente soddisfatta si sentiva sempre le gambe mosce, troppa goduria dopo tanto tempo di astinenza. Col tempo la situazione inaspettatamente cambiò: Aida divenne molto più ricettiva al sesso, riusciva ad avere orgasmi a ripetizione sia con i due amici che con Mattia, di colpo di era scoperta ninfomane. Anche la sua vita era cambiata: la mattina usciva di casa vestita di nero come per dimostrare che portava ancora il lutto per il defunto marito, niente trucco, confidenza a nessuno. Amleto il barista cercò di avvicinarla, un pomeriggio suonò alla porta di casa di Aida e: “Signora sono Amleto il barista, il signor Mattia ha ordinato dei cannoli, ne ho un vassoio con me, mi apra la porta per favore.” “Al momento non sono presentabile, lasci tutto sullo zerbino e così Amleto non solo non combinò nulla ma ci rimise pure i soldi dei cannoli. Aida rientrando dalla spesa a casa cambiava completamente aspetto: si truccava in modo magistrale bocca ed occhi, era veramente sexy, camicetta senza reggiseno minigonna senza slip pronta alla bisogna, talvolta anche con una sveltina coi ragazzi riusciva ad avere un orgasmo, niente più gambe molli, una nuova energia la pervadeva tutta. Andrea e Riccardo, finito di studiare  ne approfittavano a turno riacquistando energie con successive succulenti libagioni. La sera era il turno di  Mattia che talvolta riusciva ad uscire dall’ufficio il pomeriggio per godersi da solo la ‘topa’ di Aida senza la presenza dei due giovani. Sia la cosina che il popò di Aida reggevano alle continue intrusioni anzi talvolta era lei stessa a cercare un rapporto intimo, quasi riusciva ad imitare ‘Gola profonda’ nei rapporti orali. Il tempo passa e va come da nota canzone, Andrea e Riccardo si fidanzarono con due belle ragazze loro compagne di università non tralasciando però qualche saltuaria visita ad Aida sempre disponibile ad accogliere i loro ormai diventati ‘cosoni’. Mattia divenne nonno e sposò Aida che rimpiangeva i tempi passati e si doveva contentare delle prestazioni sempre meno performanti di Mattia, così va la vita, così va l’amore (Jovanotti).
     

  • 04 agosto alle ore 19:56
    Non posso mentire ancora (seconda parte)

    Come comincia:  L'indomani, al ritorno in ospedale, ritrovai mia sorella abbastanza intontita (o intronata: che è poi identica cosa, detta solo con meno tatto!): era l'effetto della fiala di Toradol (la terapia d'urto, a base di rinforzo delle difese immunitarie al mattino e, soprattutto, per arginare i dolori, era di due fiale da 20 mg/ml pro die: le cose andavano benino, per il momento!)...al risveglio, ovvero di rientro dal suo viaggio, Sara mi salutò e sorrise; poi, però, si ammusonì di colpo.
     - Un bacio per i tuoi pensieri, - feci io - (era un gioco che entrambi facevamo spesso da ragazzini: la metteva di buon'umore).
     - I miei pensieri...non val la pena conoscerli, oggi, credimi! - disse lei. - Ma sì, dai...(lei stessa si contraddisse e riprese a parlare), quando mi farai conoscere Laura? Allora, scemo, quando?
     - Presto! - feci io. - Dimmi il tuo pensiero, ora.   
      Leggimi il nostro libro…(era Le avventure di Huckelberry Finn, di Mark Twain, glielo leggevo spesso prima di farla addormentare, quando erano ancora vivi i nostri genitori). Cominciai a leggere ma lei si addormentò di nuovo. Al risveglio, pensai, sarebbe stato il momento buono di dirgli tutto oppure… Al risveglio, due ore dopo, mi precedette (forse, chissà, mi aveva letto nel pensiero!):
    - Devi dirmi la verità, Luciano. Almeno tu devi essere sincero, con me; sono tutti gentili e vaghi: il professore mi dice sempre che passerà…ma io non credo a niente di quello che mi dicono, neanche una parola. A te, invece, crederò: qualunque cosa mi dirai! 
     - Non potevo mentire ancora! - dissi tra me e me. -
     Dopo quelle parole neanche una statua di marmo avrebbe potuto esimersi dal parlare. Era mia sorella e non meritava di essere presa in giro: del resto, - pensai ironicamente
     - anche un vecchio montagnardo francese mi avrebbe detto “Luciano, la vérité, l’apre vérité!".
     A quel punto una lacrima sgorgò dalla ciglia del mio occhio destro, ma rimase in bilico, quasi fosse stata strozzata anch’essa dall’emozione, e non volle cadere…- Non c’è più speranza! - le dissi tutto d’un fiato mentre al contempo le stringevo la mano. Lei, sorprendentemente, ebbe una reazione che non mi sarei mai aspettato, di quelle che solo io, freddo per natura, avrei potuto avere…mi chiese senza tentennamenti:
     - Quanto tempo ho ancora? Giorni? - chiese, ferma e decisa. – Oppure soltanto minuti? 
     - Non lo so, credimi, mm…- tentennai un po’, poi mi ripresi – qualche settimana, mi ha detto il prof per telefono, quando tu sei stata male, sabato scorso. 
     - Bene! - fece lei, con fare quasi sarcastico ed ironico. - Allora siamo a cavallo, non credi? Pensavo avessi meno tempo, in fondo! 
     - Tu sei tutta matta, - esclamai io - sei proprio mia sorella, lo sai? 
     - Domani, Luciano, mi porterai la rivista di cui ti ho detto (la povera sorellina pensava ancora di potermi e dovermi aiutare a trovare l’abito per il mio matrimonio, quello “fasullo” di cui le avevo detto: di organizzarlo insieme a me… ma che importa; contava solo che vivesse attimi di serenità e, forse, di gioia insieme a me!) e dopo…- Si fermò per un attimo, aveva avuto una fitta fortissima in mezzo alla fronte (effetto collaterale del Toradol), ma poi riprese:
     - Prendi carta e penna, - disse, - devi aiutarmi a scrivere. 
     A quel punto mi ammutolii per un attimo (sembrava quasi che fossi io ad avere un male che mi divorava dentro e che, di lì a qualche settimana, forse meno, mi avrebbe portato via da questa terra!), mi venne in mente un aforisma della grande scrittrice e poetessa franco-belga Marguerite Yourcenar (lo avevo letto da qualche parte, ma non ricordavo dove, però): "Dobbiamo entrare nella morte ad occhi aperti"…e lei, Sara, la mia dolce sorellina lo stava proprio facendo: ad occhi aperti e con coraggio, prendendo di petto (anzi, a calci nel culo!) la vecchia signora con la falce! 
     - Dimmi, vecchia, (ogni tanto la chiamavo in quel modo, per prenderla in giro e farla arrabbiare) -  cosa vorresti fare con carta e penna: hai da fare testamento? Se non hai un soldo bucato! – esclamai. (Anche io, a quel punto, avevo ripreso le mie forze e riuscivo a reggere il suo gioco…ricominciavo ad essere ironico e un pò pagliaccio). 
     - Una cosa del genere: - mi rispose Sara - devi aiutarmi a scrivere a tutte le persone che conosco, a cui ho voluto bene e che mi hanno voluto bene (erano tante, tra parenti ed amici: ma non mi scoraggiai). E poi voglio organizzare il mio funerale, voglio essere cremata e seppellita accanto a mamma e papà (la cappella di famiglia, quella dove riposavano i miei genitori, insieme ai nonni, era a Castellania, piccolo borgo dell’alessandrino di appena centocinquanta-cent’ottanta anime, dedito alla viticoltura, in cui si passavano le vacanze estive: sù, in cima al colle di San Biagio che sovrasta l’abitato, vi è il piccolo cimitero in cui riposa anche il “campionissimo” Fausto Coppi; - di li a poco anche lei…- pensai, tra me e me - sarebbe stata lì!). Sara a quel punto si bloccò un attimo e si asciugò una lacrima: poi continuò imperterrita a parlare e a darmi disposizioni sino all’orario di uscita. Nei giorni che seguirono, sino al venerdì 18 aprile, il giorno, cioè dell’antivigilia di pàsqua (sarebbe stato, insieme al successivo, quello cruciale!), aiutai mia sorella a scrivere le lettere di cui detto (lei era fantastica, come al solito: scrisse anche una bellissima lettera all’ex fidanzato, in cui diceva di non aver rancore per lui, per il fatto che l’avesse lasciata due anni prima!); poi lei aiutò me a trovare il vestito giusto per il mio fantomatico matrimonio (il suo, invece, glielo avevo comprato io, qualche giorno prima; cinquantanove euro in svendita – anche quel tipo di vestito, forse, risente della recessione! – in un negozietto vintage in largo Belgio al quartiere Vanchiglia, poco distante dal centro). Stentavo a credere a tutto quanto stava avvenendo, cioè, stentavo proprio a crederci, letteralmente: non riuscivo a capire dove mia sorella prendesse tutta quella energia e quella forza interiore.
     - Chissà, - dicevo a me stesso - se era opera di un dio o di un diavolo…avevo, però, altro da fare, in fin dei conti, e restavo, per così dire, agnostico! Alcune volte, tuttavia, il dolore (il suo, quello vero, alle braccia, o al collo, o al fianco destro) era insopportabile; mia sorella, però, mi toccava con la sua mano, dolcemente (era sempre la sinistra, quasi a tranquillizzarmi...lei, sic! lo faceva a me!!) ed io capivo: allora Alfredo, o Gino, o la caposala Grimaldi entravano nella stanza, en passant, e ironicamente esclamavano:
     - Bimbi, è l’ora della puntura (il Toradol era rimasto tal quale a prima: in aggiunta, però, li iniettavano una dose di Contramal da 1,5). Il venerdì suddetto arrivò. Entrai nella stanza: Sara era colorita in volto (per via della febbre, probabilmente, e della dose più alta di antidolorifici iniettatagli), la baciai sulla guancia destra. Nel frattempo entrò anche l’infermiera Sallusti, una milanese trapiantata a Torino, bionda e bella da impazzire.  Somministrò a Sara la dose di immunostimolante e poi le prese la temperatura:
     - E’ scesa - disse; poi andò via. Io ero uscito in corridoio, nel frattempo, a fumarmi una sigaretta (è da una vita che fumo le Merit senza filtro: più che fumarle, però, faccio due o tre tiri e poi le getto via; è per questo che consumo circa quattro-cinque pacchetti da venti al giorno!). Rientrai in stanza e mia sorella, di getto, cominciò a parlare. 
     - Sai, Luciano, - mi disse, decisa e sicura (sembrava quasi un kapò di Auschwitz!) - penso che non importi, in fin dei conti, quanto tempo vivi né il tempo che trascorri su questa terra, a questo mondo: ciocchè conta, invece, è quello che hai fatto durante il viaggio, le persone che hai amato e ti hanno amato. Quello che conta è la vita terrena, non quell’altra che probabilmente non c’è, e se hai lottato e vissuto con fierezza, dignità e coraggio. Sai, fratellino – continuò - pensa alle farfalle, che vivono una settimana soltanto da quando hanno terminato di essere crisalidi: giusto il tempo di fecondare…mentre ci sono persone che vivono cent’anni e passa ma non fanno nulla di buono! Questo pensiero bellissimo espresso con poche, essenziali parole in un momento così difficile e drammatico nella vita di entrambi (non era una stolta, tuttavia, mia sorella, lo sapevo: non a caso si era laureata in filosofia, a Roma, con tanto di lode sulla tesi!) mi diede serenità e coraggio: avevo capito che lei, pur essendo atea come me, oltre ad entrare nella morte ad occhi aperti (come dice la Yourcenar) ed a sua volta coraggiosamente, era pronta ad affrontare la situazione senza patemi di sorta, con la ben chiara consapevolezza di ciò a cui andava incontro. Ironia della sorte, era proprio lei che in quel frangente riusciva a darmi buone sensazioni e, inconsapevolmente, a donarmi ancora una volta aiuto e sostegno morale! Il resto della serata, prima che tornassi a casa, lo passammo uno seduto sul letto e l’altra con la testa appoggiata sulle mie gambe. In quei momenti, dentro me stesso, pensai:
     - Darei qualunque cosa, anche la mia vita, perché la mia Sara non dovesse fare quella brutta fine, scambierei più volte, persino dieci, la mia vita con la sua, ma…non si può avere sempre quello che si desidera nella vita! 
     Terminato l’orario di visita ci salutammo e la lasciai (non sapevo, però, che quello sarebbe stato l’ultimo saluto tra noi, l’ultima volta che l’avrei vista in vita!). L’indomani sera, infatti, arrivato sull’uscio della porta della stanza mi accorsi che il letto era vuoto. Si avvicinò a me il dottor  De Carlo e fece:
     - Luciano, Sara è entrata in coma stamattina, alle dieci e trenta in punto. Abbiamo tentato di contattarti più volte ma il tuo cellulare era sempre senza segnale. Vieni con me, ti accompagno in rianimazione; animo dai! 
     In effetti il mio cellulare era scarico dalla sera precedente: avevo disgraziatamente dimenticato di porlo sotto carica! Giunti in rianimazione, non ebbi il tempo di dire neanche un amen e…mi avvicinai al letto di  Sara, nella stanza con la luce rossa soffusa, e mi accorsi che non respirava; venne vicino a me, allora, il professor Anselmi e mi disse:
     - E’andata, Luciano!
     Erano le ventitrè, mia sorella non c’era più: non potevo crederci ma dovevo farlo.   Dentro di me pensai: 
     - Ora sì che sono solo! 
     Al tempo stesso, però, pensai che in quelle settimane dolorose ma anche, a loro modo spensierate, era stata proprio mia sorella che mi aveva insegnato a capire alcune cose sulla vita e l’esistenza: non fui io, invece, ad aiutarla a morire! Qualche settimana dopo, un venerdì, mi recai sulla tomba di Sara, nella cappella di famiglia, nel cimitero di Castellania. Lessi: "Sara De Bernardi, nata il 1°aprile 1988, morta il 19 aprile 2017".  Sotto le date, sul lato sinistro del marmo tombale, vi sono scritte in corsivo piccolo, stile Ar Berkley, coi colori bianco e nero, le seguenti parole (io stesso avevo incaricato il marmista, a tumulazione avvenuta, di farle incidere): "Tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento" (Claudio Lolli, profeta di un sogno). 
     - Parole stupende! – dissi tra me e me. – Ora, pensai, anche Sara è lì, insieme a Coppi, in compagnia dei miei genitori. La morte è uguale per tutti, la sola cosa che rende uguali a questo mondo. Tutti uguali dinanzi all’ignoto, solo e soltanto uguaglianza “per i piccoli come per i grandi”! Nel tragitto che mi ricondusse a casa, a Torino, in macchina, mi tornarono in mente anche alcuni versi, in latino, che mio padre spesso leggeva a me da ragazzino; facevano il paio, quelli (ironia della sorte, forse) con il pensiero che Sara aveva esternato a me, poco prima di lasciarmi per sempre: "Damna tamen celeres reparant caelestia lunae: nos ubi decidimus quo pater Aeneas, quo Tullus dives et Ancus, pulvis et umbra sumus". Sono versi di Orazio (la celebre ode dedicata a Torquato): il più realista, in fondo, dei poeti latini. Sottolineano la caducità e la precarietà delle vicende umane ed il fatto che né pietà, grandezza, onori o ricchezza possano sottrarre ogni essere vivente dal suo destino di finitudine (…di polvere e di ombra soltanto siamo fatti). Permeato di crudo realismo ma anche di velata speranza ed estrema dolcezza, giunto che fui sull’uscio di casa, era qualcos’altro: 
     - Adesso sono davvero solo?! - feci a me stesso; - ma no che non lo sono, pensai poco dopo: d’ora in poi il ricordo di mia sorella sarà per sempre al mio fianco!   

    Taranto, 17 dicembre 2017.                                               luciano74121@gmail.com

  • Come comincia: L'elefante è un mammifero proboscidato appartenente alla famiglia Elefantidi (ordine Proboscidati). E' il più grande animale terrestre esistente al mondo. Le due specie esistenti sono quella africana (Loxodonta africana) e quella asiatica (Elephas maximus). La seconda è di dimensioni - e dalle orecchie - più piccole rispetto alla prima. Sottospecie di elefante africano sono le seguenti: elefante comune o di savana (Loxodonta africana africana), diffusa, al pari del cugino più grande, in tutta l'Africa centrale e nota per il fatto di avere le orecchie col bordo inferiore triangolare; elefante di foresta (Loxodonta africana cyclotis), la quale è più piccola dell'elefante comune e presenta un numero maggiore di unghie negli arti. Sottospecie dell'elefante asiatico, invece, sono le seguenti: quello indiano (Elephas maximus indicus), quello di Sumatra (Elephas maximus sumatranus) e quello nominale, endemico dell'isola di Srilanka, catalogata da Linneo col nome scientifico di Elephas maximus maximus. L'elefante asiatico e le sue tre sottospecie sono tutte a rischio: più di tutte, però, lo è quella di Sumatra, la quale dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature) è catalogata con la fascetta rossa ("pericolo critico"). Secondo ultime stime la popolazione dell'elefante asiatico comune è ridotta a non più di quaranta-cinquantamila individui. Cause del calo demografico sono: riduzione e stravolgimento dell'habitat e caccia spietata per l'avorio da parte dell'uomo. Gli elefanti sono i più grandi vegetariani del globo terracqueo: essi trascorrono diciotto ore del giorno a mangiare, in cui arrivano a consumare anche cinquecento chili di cibo...Come dire che: "erbivori si nasce non si diventa!". Potrebbe sembrare pazzesco o quanto meno stravagante e fuori gusto quanto leggerete di seguito ma è tutto vero: appurato, cioè, e certificato da studi specifici altamente attendibili. Da millenni questi pachidermi, - ossia ancor prima della comparsa dell'uomo sulla terra - venerano i defunti, ovvero hanno innato il culto dei morti (non a caso un tale di nome Aristotele li definì, millecinquecento anni fa, "gli animali che superano tutti gli altri per intelligenza e spirito"): essi, infatti, tornano - di frequente - nel luogo in cui i propri simili (familiari e altri membri del branco) sono morti e vi restano per giorni...è proprio il caso di dire, allora - a mio modesto parere - quanto segue: "molti umani dovrebbero prendere esempio da questi pachidermi" (c'é gente - e lo affermo con cognizione di causa, a ragion veduta ed assumendone la piena responsabilità - ad esempio, che non presenzia neanche alle esequie della propria madre!), oppure, per stemperare i toni del racconto, secondo il vetusto ma sempre efficace sense of humour made in England, "un sano week-end col morto!". Chapeau, dunque, agli elefanti e lunga vita alla regina...pardon a loro!
     L'inseparabile guancenere (Agapornis personata nigrigenis), dal suo canto, è un animale diverso, se non altro per le dimensioni, ma non meno intelligente e sensibile degli elefanti. Trattasi di un pappagallino simpaticissimo, multicolorato e minuscolo (pesa appena cinquanta grammi) che vive in Africa (il suo areale è ristretto, oramai, a zone limitate dello Zambia). Costituisce un gruppo di nove specie di cui otto suddivise nell' Africa continentale e una in Madagascar, dell'ordine Psittaciformi e della famiglia Psittacidi. Deve il suo nome all'intenso legame di coppia che stabilisce col partner. Negli anni passati venivano catturati in gran numero per farne animali da compagnia. Hanno, però, una precipua particolarità: se privati di un compagno o una compagna, essi considerano l'uomo (inteso in generale come essere umano) loro partner e ciò li rende desiderabili e, al contempo, fragili e disperati se il proprietario li trascura. E' una specie in notevole pericolo di estinzione (popolazione ridotta a duemilacinquecento-diecimila individui adulti): causa cambiamenti climatici, riduzione dell'habitat e caccia dell'uomo. Secondo la IUCN è in fascia gialla: ossia vulnerabile! Gli inseparabili esistenti: inseparabile dalle ali nere (Agapornis taranta), inseparabile capo grigio (Agapornis cana), inseparabile dal collare nero (Agapornis swinderniana), inseparabile dal collo rosa (Agapornis roseicollis), inseparabile dalla testa rossa (Agapornis pullaria), inseparabile di Fischer (Agapornis personata fischeri), inseparabile di Nyassaland (Agapornis personata lilianae), inseparabile mascherato (Agapornis mascherata mascherata).

  • 29 luglio alle ore 10:30
    PIERINO IL CHIACCHIERONE

    Come comincia: “Papà perché alla televisione hanno detto che si lamentano nove morti? I morti si lamentano?” Pierino F., figlio di Gaetano impiegato in un ufficio postale era solito far domande su qualsiasi argomento gli passasse per la testa. Il nome Piero gli era stato ‘appiccicato’ dalla madre Lorenza V. in onore della nonna materna che tutti ricordavano come incallita chiacchierona. “Vedi Pierino in questo caso il verbo lamentarsi indica un evento spiacevole.” “E perché non dicono evento spiacevole?” “Pierino ti deve bastare quanto ti ho detto!” ed a sua moglie. “Mi sa che gli dobbiamo cambiare nome, è preciso a sua nonna!” Il ragazzo tredici anni compiuti frequentava la seconda media, a scuola era molto bravo e talvolta metteva in difficoltà i suoi professori con domande cui era complicato rispondere. Appassionato lettore, prendeva ‘a piene mani’ i libri dalla fornita biblioteca paterna con conseguenze di far aumentare il numero delle sue domande. “Papà ho letto i libri di Pitigrilli,  di Guido da Verona, perché i critici dicevano che scrivevano libri a sfondo sessuale? Ti recito una poesia in romanesco del Belli che  ho imparato a memoria:‘Bbe’! Ssò pputtana, venno la mi’ pelle; fo la miggnotta, sì sto ar cancelletto; lo pijjo in cuello largo e in cuello stretto; c’è ggnient’antro da dì? Che ccose bbelle!’” “Complimenti per la memoria se a scuola…” “Papà a scuola ho tutti otto! Ho capito non mi sai rispondere!” La curiosità di Pierino non si fermava alla lettura, una sera percepì dei rumori provenienti dalla camera da letto dei genitori, dal buco della serratura vide papà e mamma che si muovevano sul letto in maniera strana con conseguente domanda il pomeriggio successivo. “Papà ieri ho visto te e mamma sul letto che facevate rumore, forse litigavate?” “No Pierino, la mamma aveva un dolore alla schiena ed io le ho fatto dei massaggi!” ed alla moglie: “Tappa il buco della serratura, maledizione!” Farla a Pierino era difficile e così preclusagli la vista dei genitori a letto dal buco della serratura mise in atto una delle sue. Comprò in un negozio di ferramenta dei tappa buchi in legno con vite, col trapano del padre fece quattro fori ai lati del quadrato della porta della camera da letto dei genitori e vi istallò quattro tappa buchi che, girandoli con la vite nel legno  diventavano inamovibili. Gaetano li notò, non ricordava di averli mai visti, cercò di toglierli, non ci riuscì e si convinse che la sua memoria cominciava a perdere colpi. Pierino una sera svitò un tappa buchi e vide chiaramente i genitori che si spogliavano nudi entrare nel bagno e poi tornare a letto per il solito massaggio del padre alla madre. Notò in particolare che Gaetano e Lorenza avevano dei peli sul pube. Giorno seguente: “Papà perché i grandi hanno dei peli tra le gambe?” “Veramente…penso per proteggere le parti intime come i peli sotto le ascelle.” “Lorenza questo lo ficco in collegio, è ossessionante, come le pensa tante domande strane, preciso sua nonna di cui porta il nome.” “Lascia stare la defunta, è un bambino che cresce e vuol sapere…” “Cresce e rompe i coglioni!” Per fortuna del padre, Pierino aveva fatto amicizia con una ragazza diciassettenne della stessa scala che frequentava il secondo anno liceo classico ed a lei si rivolgeva per avere delle spiegazioni in  lingua francese. In fondo era una scusa, a Pierino Ginevra N. piaceva molto e la ragazza gli dava corda, era diventato un bel giovane, intelligente, curioso non come i suoi compagni di scuola che lei considerava sciocchi e viziati. Pierino si era accorto che Ginevra aveva una agenda su cui scriveva le date e l’ora degli appuntamenti di sua madre Diletta F. Con la curiosità alle stelle chiese a Ginevra il perché di quegli appuntamenti della madre. Ginevra se la cavò con: “Mia madre è consulente tributaria e dà consigli ai suoi amici.” Pierino non si convinse della risposta, talvolta Ginevra si alzava dalla sedia e faceva entrare degli uomini nel soggiorno che poi sua madre accompagnava in camera da letto. Ginevra capì che era meglio essere sinceri, d’altronde era convinta della serietà di Pierino e gli comunicò che sua madre, vedova, alla morte del marito era casalinga e il marito stesso non gli aveva lasciato dei soldi né aveva diritto a pensione e così…si arrangiava. Pierino rimase pensieroso e naturalmente ‘partì’ con una domanda: “E tu hai conosciuto qualche signore che ti ha fatto delle proposte?” “Ora non mi va di parlartene.” La palazzina di quattro piani in via Garibaldi a Messina era abitata prevalentemente da persone anziane e malate che non si interessavano dei fatti altrui ma la ‘vita’ di Diletta era a conoscenza di Gaetano che un giorno alla moglie. “Non so che pensare della frequenza di nostro figlio a casa di una che fa ‘marchette’, tu che ne pensi?” “Il ragazzo è amico della figlia, a noi non interessa quello che fa la madre o tu ci hai fatto un pensierino?” “Con un consorte meravigliosa come te non mi passa per la testa e poi non pagherei per quello che mi consente deliziosamente mia moglie!” Un ‘mah’ di Lorenza inficiò le affermazioni di Gaetano. Un pomeriggio Pierino si accorse che Ginevra era giù di morale, aveva delle occhiaie, forse la notte non aveva dormito, l’abbracciò e furbescamente: “Tu sei come una sorella maggiore, anche se sono giovane non mi ritengo uno stupido, a me puoi dire tutto quello che ti accade.” Ginevra allora confidò che una mattina non era andata a scuola perché sua madre le aveva chiesto di ‘far compagnia’ ad un suo amico ammiratore fervente della figlia. L’ammiratore fervente voleva una sola cosa dalla ragazza, facilmente comprensibile sborsando un compenso enorme  intascato dalla madre,  diecimila Euro! La persona non più giovane con pancia prominente, forte di aver sborsato quella somma notevole non fu molto delicato con Ginevra che era vergine, il dolore, non solo fisico, le perdurava. Pierino impietosito chiese a sua madre se potesse invitare a cena Ginevra che aveva qualche problema in famiglia. Diletta acconsentì, inutile dire la curiosità di Gaetano che accolse con un sorriso la ragazza. Ginevra al termine della cena, sdraiata sul divano del salotto sembrava più distesa. “Potresti essere mia figlia, quando hai qualche problema vieni a trovarmi, d’altronde mi sembra che tu dia qualche lezione a Pierino.” Poi avvenne un fatto non previsto: talvolta Diletta veniva ‘retribuita’ per le sue prestazioni, da parte di proprietari  terrieri anche con beni in natura come frutta e verdura provenienti dai  loro appezzamenti  oltre che con polli,  conigli e costolette di maiale, un ben di Dio. Pierino notò il fatto ed elaborò una strategia: suggerì di far offrire a sua madre, da parte di Ginevra, parte dei prodotti che, data la notevole quantità sarebbe andata perduta. A quella proposta Lorenza rimase perplessa e chiese un parere al marito il quale con faccia indifferente:”Fai come vuoi.” ma si capiva che lo zozzone avrebbe volentieri…Lorenza, aiutata da Ginevra, una domenica mise su un pranzo coi fiocchi, pranzo abbondantemente ‘innaffiato’ con del Lambrusco DOC di Reggio Emilia cui fecero onore tutti gli invitati ad esclusione di Pierino cui toccò mezzo bicchiere di vino annacquato con acqua minerale. La mattina successiva  Diletta telefonò a Lorenza chiedendole il permesso da andarla a trovare. “Possiamo darci del tu Diletta, ti vedo giù di morale e, non ti offendere, un po’ invecchiata. Non voglio dire la solita frase trita e ritrita ma mettiti al posto mio, rimasta vedova senza un centesimo non son riuscita a trovare un lavoro decente, quello che mi proponevano aveva sempre da parte dei maschietti un sottofondo sessuale, alla fine di giornata di lavoro,stanca, avrei dovuto soddisfare il capo servizio o chi per lui allora ho pensato di farne una professione a casa mia, non giudicarmi, la mia vita è dura, gli uomini mi trattano come un oggetto, nessuna carezza, gentilezza o complimento, talvolta anche con disprezzo, son cose che tengo dentro di me ma che mi fanno male. Lei è fortunata, ha un marito…” “Cara Diletta, non è tutto oro…il signorino ogni tanto svicola con qualche ventenne o giù di lì e le fa dei regali togliendo ovviamente soldi alla famiglia, non ho il coraggio di confidarmi con mio figlio e…”Diamoci del tu, mi pare che siamo sulla stessa barca.” Le signore ogni mattina prendevano insieme il caffè poi una sigaretta e qualche affettuosità per ripagarsi delle mancate coccole dei maschietti, se ne fecero molte fra di loro sino a diventare tanto intime da finire sul lettone matrimoniale. Ambedue si guardavano un po’ stupite di quello che era loro successo ma, allorché erano lontane non vedevano l’ora di rincontrarsi, insomma una relazione! Ginevra decise che non avrebbe più aderito a richieste sessuali di qualche ‘maiale’, spesso  coccolava Pierino che cominciò ad …alzare la cresta. Una mattina che Diletta era andata a fare spese al centro invitò Pierino a non andare a scuola promettendogli una novità. E che novità: sotto la vestaglia si fece trovare completamente nuda. Alla vista di quel corpo delizioso Pierino si accorse che un certo ‘coso’ era aumentato di volume, si spogliò in fretta, Ginevra lo invitò in bagno, lavò il ‘ciccio’ di Pierino che diventava sempre più voluminoso e se lo mise in bocca. Ci volle poco che il cotal ‘sputazzò’ il suo liquido in ‘ore’ a Ginevra che: “Ha un buon sapore, se ti va baciami i ‘fiorellino’, t’insegno io come si fa.” Conclusione? Quella delle favole? No, non tutti vissero felici e contenti perché Gaetano restò fuori dai ‘giochi’ consolandosi con qualche giovin pulzella ma pagandola profumatamente mentre gli altri seguitarono col loro ménage in buona armonia.
     

  • 29 luglio alle ore 10:27
    GLI ANTICONFORMISTI DEL SESSO

    Come comincia: Facile da spiegare chi sono gli anticonformisti del sesso sia maschi che femmine. Ai miei tempi (scusate la citazione  priva di originalità) erano sicuramente i maschietti sempre alla ricerca della ‘pelosa’ le cui proprietarie, nella maggioranza dei casi se la tenevano ben stretta, usando talvolta il ‘secondo canale’ per paura di non potersi più maritare data la mentalità allora corrente, oggi…tutto il contrario: sono le femminucce che, allupate corrono appresso ai maschietti i quali, avendo la…pancia piena non sempre le apprezzano. Parlando con i suoi coetanei di…tanta anni di età, Alberto si accorse che anche loro erano  della stessa opinione chiaramente col rimpianto di essere nati troppi anni addietro. Conclusione: alcune giovani donzelle si rivolgevano agli ‘attempati ma non troppo’ per provare le gioie del sesso. Anche l’esperienza degli ‘anziani’ era un punto a loro favore, i giovani talvolta erano troppo sbrigativi e per loro valeva l’allocuzione: ‘Vado, l’ammazzo e torno.’ E così Arianna diciottenne alunna del terzo liceo classico a Messina, guardandosi attorno ’approdò’ su  Alberto che era stato il suo compare di battesimo, lui, ateo era stato costretto a quel ‘sacrificio’ perché amico di  Edoardo e di Greta genitori della ragazza. Abitavano  in una villetta bifamiliare nella frazione di Torre Faro. L’essere rimasti soli  era stata per la baby la possibilità ‘sconcicare’  il padrino il quale, pur anticonformista: considerava Arianna un po’ sua figlia, una figlia ormai crescita e diventata donna ma…”Zio ti prego, la mentalità delle persone è molto cambiata da quando eri giovane, sono le ragazze che danno la caccia ai maschietti e tu sei più che un maschietto un maschione appetibile!” “Mi risulta che tu sei fidanzata con un compagno di scuola.” “Si chiama Paolo, sto con lui perché è di famiglia molto abbiente ma, come dice il suo nome, è piccolo non solo di statura ma anche di…Io ho visto il tuo ‘uccellone’ quando un giorno ti lavavi sotto la doccia esterna, tutta un’altra cosa.” “Mia cara, dire che non sei piacevole sarebbe una falsità ma venendo con te mi sembrerebbe di fare un affronto ai tuoi genitori.” “I miei non sono puritani ho scoperto che…” “Mi hai messo in crisi, fammici pensare…” Le avances di Arianna avevano mandato in depressione il povero Alberto che combattuto se approfittare o meno della ‘ghiotta’ occasione. Cinquantenne maresciallo delle Fiamme Gialle in pensione ancora aveva idee personali sull’onore, quello vero non quello dei mafiosi che talvolta, quando era in servizio aveva combattuto. Se ne accorse Anna: conosceva suo marito da molto tempo, gli voleva bene come quando lo aveva conosciuto, tanto bene da averlo seguito nelle sue idee di anticonformismo un po’ in tutti i campi. Un giorno finalmente: “Caro dimmi quello che ti sta succedendo, ti starò sempre vicino qualsiasi situazione tu debba affrontare.” Alberto mise al corrente la consorte di quello che era successo soprattutto del fatto che non sapeva come comportarsi. Anna scoppiò in una risata: “Pensavo a qualche malattia o altro guaio, tanto casino per una puttanella che te la sbatte in faccia, ha ragione Arianna sei rimasto a trent’anni addietro, tu che hai studiato latino ‘carpe diem’ in questo caso ‘carpe statum’ e poi se fosse capitato a me…” “Invece di aiutarmi mi metti in crisi, non ti ho mai pensato fra …le braccia di un altro.” “E invece ci devi pensare, un po’ di variazioni sul tema aiuta la coppia. Edoardo e Greta stanno fuori casa tutto il giorno per mandare avanti la loro libreria, io sparisco dalla circolazione e così avrai campo libero, attenzione a non…” Era chiaro quello a cui aveva accennato Anna, Alberto ed Anna non avevano voluto diventare genitori, genitori si nasce e loro non erano nati per quell’impegno. Al telefono: “Arianna che ne dici se vengo a trovarti a casa tua.” “Preferisco il contrario, i miei se ne potrebbero accorgere, ho visto tua moglie uscire in auto, tra poco sarò da te.” Arianna si era presentata in vestaglia ‘sotto il vestito niente’ come il celebre film di Carlo Vanzina o meglio un corpo meraviglioso da adolescente, una fitta peluria scura sul pube, tette marmoree gambe bellissime. Alberto si accorse che il suo ‘priapo’ era già in erezione, Arianna se ne appropriò con la bocca e, ‘per tutta conclusione’ ad occhi chiusi ingoiò piacevolmente il … di Alberto, era buono di sapore al contrario di quello di Paolo. “Io prendo la pillola e quindi…”e quindi Alberto si appropriò della ‘gatta’ di Arianna, la strapazzò per bene sinché la giovin signorina disse: “ Basta, mai goduto tanto in vita mia.” Alberto fu orgoglioso della sua prestazione in considerazione anche della sua età non più verde, ora sorgeva il problema di rispondere alle domande che sicuramente Anna gli avrebbe posto, decise di essere sincero come al solito. Nessun problema anche perché la consorte aveva fatto un pensierino…” Greta era venuta a conoscenza da parte della figlia Arianna delle sue ‘gesta’, pensò di approfittarne per… “Anna che ne dici se ti vengo a trovare?” “È da tempo che non ci vediamo pur abitando tanto vicine, ti lascio la porta interna aperta.” “Amica mia sei uno schianto, ti ho sempre ammirata sin da quando sei venuta ad abitare qui…” Una frase palese alla quale Anna rispose con un sorriso, forse, chissà se…Greta si lanciò e prese a baciare Anna in bocca, l’amica ne apprezzò il sapore  e ci mise del suo per andare più a fondo. Finirono sul lettone e misero a nudo le loro nudità facendosi dei complimenti vicendevolmente per i loro corpi,  Arianna ricominciò a baciare Anna dal viso a tutto il corpo finendo al clitoride con goduria molto maggiore di quando lo faceva suo marito. ‘La storia durò a lungo sin quando le due pulselle ne ebbero abbastanza, ovviamente era una via aperta per il futuro. Alberto nel frattempo era stato in caserma nella stanza dell’A.N.F.I. dove gli ex appartenenti al Corpo talvolta si riunivano per passare il tempo giocando a carte. All’ora di pranzo si recavano in sala mensa dove consumavano il vitto insieme ai colleghi in servizio. Talvolta fra di loro c’era un certo sfottò: “Cari ex colleghi chi di voi prende la pillola blu, penso un po’ tutti….ah ah ah.” Alberto punto nell’orgoglio guardò in viso quel tale spiritoso e: “Guardandoti bene ti vedo pallido, troppo pallido, non credo che arriverai alla pensione come noi, inutile che ti tocchi i ‘gioielli’, farai la fine che ti ho predetto.” Una risata generale seguita da un applauso. Tornando a casa Alberto istintivamente capì che c’erano delle novità. “Cara che mi dici, qualcosa di nuovo?” “Anna si mise a ridere e riferì al marito quanto accaduto, Alberto ne prese nota chissà se in futuro…Passa un giorno, passa l’altro …il prode Anselmo non c’entrava nulla ma c’entravano Anna, Edoardo e Greta nel senso che…Un giorno Arianna era a scuola, Alberto in caserma Edoardo e Greta a casa perché la libreria era chiusa per riposo settimanale ed allora quale migliore occasione…”Caro che ne dici se andiamo a trovare Anna?” “Non so se gradirà la mia presenza, prova a telefonare.” “Carissima Anna mi ospiti per stamattina a casa tua?” “Vieni pure, ho finito di farmi la doccia, sono profumatissima! Ho lasciato la porta aperta.” I due coniugi erano appena entrati che Anna uscì dalla toilette nuda ma quando si accorse della presenza di Edoardo rimase senza parole. “Anna se la presenza di mio marito ti disturba non c’è problema lo rispedisco a casa nostra.” La mancata  risposta di Anna incoraggiò Greta che prese in mano la situazione. “Se sei d’accordo ti lubrifico il buchino posteriore.” E mise in atto quanto dichiarato facendo piegare sul letto una Anna ancora silente. “Guarda c’è Edoardo in posizione, ti entrerà nel popò molto delicatamente, mettiti di spalle su di lui.” E così fu che Annina pian piano si trovò un ‘ben dur’ di Ifigonia memoria fino in fondo senza alcun dolore anzi quando prese a muoversi cominciò a provare un qualcosa di molto piacevole anche perché Greta si era impadronita del suo clitoride portandola all’orgasmo. Finalmente Anna provò il doppio gusto di cui tanto aveva sentito parlare senza mai provarlo, provò tanto piacere da seguitare a muoversi col bacino con conseguenti orgasmi multipli. Dopo un bel po’ di tempo Greta ritenne di fare una pausa, l’espressione del viso di Anna era paradisiaco ammesso che in Paradiso avvengano certe situazioni. Tutti e tre sul lettone spaparanzati e soddisfatti, siccome il sesso porta ad acuire la fame: ”Anna che hai di buono in frigo, ho un languorino…Fu proprio Greta che ritornò con panini con prosciutto e con formaggio. Finite le mangiurie  Anna finalmente fece sentire la sua voce con una richiesta che fece sorridere i due coniugi: “Che ne dite se riprendiamo la posizione di prima, m’è rimasta un po’ di fame!” Detto, fatto i tre ripresero le rispettive posizioni e ricominciò il carosello. Greta pensava: “Stà porcellona ci ha preso gusto, va a finire che mi spompa il marito.” Così non fu perché Edoardo reggeva bene gli assalti di una ancora allupata Anna. Fu Greta a dichiarare la fine dei giochi e: ”Noi ritorniamo a casa, quando vorrai…” ma dentro si sé pensò che l’amica ci aveva preso troppo gusto, forse un po’ di gelosia. Stavolta i due coniugi non informarono la figlia delle loro ‘acrobazie’sapevano di Alberto e di Arianna che seguitavano a ‘divertirsi’ sul loro letto, se ne accorgevano al rientro a casa, i due parevano aver fatto una lotta e non  del sesso, forse per la giovane età la ragazza strapazzava più del dovuto il non più giovane Alberto in sostituzione di Paolo ricco ma povero in campo sessuale. In seguito i due si maritarono, Alberto con l’andar degli anni ebbe veramente bisogno della pillola blu fin quando il medico di famiglia, visitato il suo cuore, gli intimò di stare molto calmo in campo sessuale. Arianna il cui significato del nome ‘sacra e pura’ si contraddiceva con chi lo portava, si trovò un altro vecchietto non più tanto vecchio con la complicità di Paolo  che la amava alla follia e quindi tollerava le sue ‘svicolate’. Edoardo, rimasto vedovo per un brutto male che aveva colpito Greta si era sempre più attaccato ad Anna tanto che la stessa spesso dormiva e desinava a casa sua ma la tristezza era calata un po’ su tutti tranne ovviamente Arianna che se la spassava alla grande. Alberto? Colpito in parte da dementia senilis passava dal letto al divano; ricordando la sua origine romana si fece acquistare dei libri con le poesie  di Trilussa. Per passare il tempo ne lesse alcune fra cui : ‘Er chierichetto d’una sacrestia sfasciò n’ombrello su la grotta a un gatto pé castigallo d’una porcheria. – Che fai – je strillò er prete ner vedello – Ce vò coraccio come er tuo pè menaje in quer modo…poverello! – Che fece er chierichetto – er gatto è suo? – Er prete disse: - No…ma è mio l’ombrello!’ Piacevole lo scritto  ma Alberto non riusciva più a sorridere, anche  i fasti del sesso erano per lui uno  sbiadito ricordo. La figura di Arianna raramente si presentava nella sua fantasia in ogni caso sempre più sfumata come un fantasma che pian piano si allontana  per poi sparire definitivamente. Alberto si rese conto che ormai la Parca Atropo con le sue cesoie stava  per tagliare il filo della sua vita. L’ineluttabilità dell’evento non lo spaventava, c’era in lui solo la curiosità di sapere il destino che lo aspettava  ‘post vitam’ non certo il premio o il castigo dei Cattolici né le famose quarantatre vergini promesse dai musulmani… con loro avrebbe fatto una figuraccia!
     
     

  • Come comincia:  Può l’amicizia tra due persone nascere al di là dello spazio e del tempo, senza che mai ci sia stato tra di loro un incontro reale, una conversazione verbale, uno scambio epistolare, addirittura dopo che tra i due si è già frapposto il muro invisibile e apparentemente invalicabile che separa la vita dalla morte? Chi sapesse della mia esperienza con Dominick Ferrante, direbbe senz’altro di sì.

    Oggi non saprei più dire se fu solo per caso o se già era scritto nel gran libro dell’ Universo che quella mattina a scuola, durante un’ ora libera tra una lezione di Latino e una di Italiano, io dovessi scegliere di rimanere nella sala docenti per leggere un opuscolo di poesie intitolato “ Incompiutoggini”, che giaceva nel mio cassetto da qualche giorno, regalo dell’ amico e collega Francesco Paolo Tanzj.

    Lo aprii   più o meno a metà e lessi i primi versi di una poesia intitolata “ Morte”:

    Come quando sarà passato troppo tempo
    quando tutto sarà coperto dal vento
    e il suo sibilo sarà più forte della mia voce
    quando la luce sarà più opaca del cielo di ottobre e il mare urlerà […]
    I miei occhi guarderanno. […]
    Per non dimenticare/ quell’ ultimo da me voluto torpore.

    Può una poesia intitolata Morte essere un inno alla vita? – mi chiesi – Può la voce di un giovane prematuramente scomparso al mondo dei vivi levarsi così sonora e potente sul silenzio dell’ animo umano e scuoterlo dal torpore e dall’ indifferenza verso sé e verso il prossimo?

    C’ era ancora del tempo prima che suonasse l’ ora e io ne approfittai per divorare con gli occhi e con l’ anima altri versi, altri messaggi, altre lucide e coraggiose riflessioni sugli uomini, sui loro problemi reali e fittizi, per confrontare con le idee di questo giovane poeta le mie idee e i miei sentimenti, e li trovavo così simili, così paralleli, a volte, da spaventarmi e da esaltarmi nello stesso tempo.

    Credo che la mia amicizia con Dominick sia iniziata così, con uno scambio di opinioni in versi, attraverso due universi paralleli, quello della vita in cui ancora io affannosamente mi dibatto e quello della morte, sereno e imperturbabile, dal quale si vedono tutte le verità e si bisbigliano all’ orecchio di chi le vuole ascoltare, sotto forma di poesie, come fa Dominick con me ogni volta che lo chiamo col pensiero e gli chiedo aiuto e conforto.

    E non è forse questa la vera amicizia? Uno scambio continuo di doni gratuiti, in cui è più gratificante il dare del ricevere.

    Dominick fa questo con me ogni volta che apro il suo “ Cielo incompiuto” e ascolto la sua voce. 

     

  • 28 luglio alle ore 21:24
    Non posso mentire ancora (prima parte)

    Come comincia:  Mia sorella Sara stava morendo su un letto d'ospedale ma non volevo ammetterlo né dirglielo; non trovavo, cioé, la forza di spiattellargli in faccia, lei tanto buona e dolce, la nuda e cruda verità. Al tempo stesso, però, dubitavo se mai fosse giusto, da parte mia, seguitare a comportarmi così: se avevo perciò il diritto di tacere ancora.
     - Chi mai sono io da arrogarmi il diritto di farlo e negarne a lei uno ancor più sacrosanto: quello di sapere? - ripetevo di continuo fra me e me, domandavo alla mia stessa coscienza. - Sono soltanto, in fin dei conti, suo fratello maggiore (ho sei anni più di lei), la sua balia cresciuta ed acquisita cammin facendo (lo ero diventato, mio malgrado, da quando, dieci anni prima nostra madre Gabriella e nostro padre Marco, morti in un incidente d'auto sull'autostrada del Sole, di ritorno da una vacanza trascorsa da soli, ci avevano lasciati per sempre!) - era la risposta più logica ed ovvia che riuscivo a darmi!
     Così soffrivo tanto dentro di me, preso dal dubbio e dalla incertezza, macerato da quella fottutissima "coppia" di bastardi: letteralmente quelle che si definiscono, voce di popolo alla mano, le proverbiali pene dell'inferno!
     Erano diverse settimane, ormai, da quel fatidico primo di aprile (non è affatto uno scherzo né un pesce d'aprile, purtroppo!), proprio il giorno del suo ventinovesimo compleanno (quando accusò i primi sintomi), che lei lottava, con tutte le sue forze, strenuamente e con coraggio da leonessa, contro due serpenti a sonagli insinuatisi nel suo corpo senza chiedere permesso e che, lentamente ma inesorabilmente, lo stavano (e la stavano) divorando: il morbo di Hodgkin (un linfogranuloma maligno del sistema linfatico: così chiamato dal nome dell'istologo inglese che per primo lo scoprì, a metà ottocento) ed un sarcoma alle ossa. Lei, invero, è sempre stata un tipo testardo e cocciuto, a dispetto della sua bontà e gentilezza d'animo, molto più di me che pure, per natura, lo sono già abbastanza (è da una vita, infatti, che sono in perenne lotta contro un nemico indistruttibile che si chiama "me stesso"!): questo è un bene, certo, ma a volte non serve o quanto meno non basta a lottare contro la realtà delle cose ed il destino avverso! Sara, infatti, era ricoverata alle Molinette di Torino, nel reparto ematologia donne diretto dal professor Attilio Lombardi, luminare in Europa e nel mondo, amico di liceo di mio padre con cui era rimasto in contatto sino al momento dell'incidente che lo aveva portato via ad entrambi. Spesso il professore era a cena da noi, nella nostra abitazione di Pinerolo (circa trentacinque chilometri a sud-ovest del capoluogo, sulla strada che porta al Sestriere), in cui ci eravamo trasferiti dopo la nascita di mia sorella, nel 1988; sita al numero 77 di via Kropotkin (il cognome del rivoluzionario moscovita Petr, poi passato all'anarchismo, che il sindaco Girolami, ex PCI, nel 1985 li aveva affibbiato - quella strada si chiamava prima Massimo D'Azeglio, - chissà, se colto da raptus senile o...probabilmente per omaggiare il sottoscritto che di lì a qualche anno sarebbe arrivato in paese con la famiglia e crescendo sarebbe poi diventato l'unico anarchico dei dintorni!). Il professore ci veniva con sua moglie Laura (la coppia non aveva figli: lui è infertile), una donna minuta oggi sulla settantina, all'epoca molto avvenente, venuta al nord con la famiglia di umili origini (il padre operaio alla Fiat, la madre casalinga): si erano conosciuti quando la donna faceva pulizie a casa dei genitori del medico e così si erano sposati, nel 1977, in piena epoca delle lotte operaie (l'autunno caldo a Mirafiori e nel triangolo industriale) e studentesche (l'anno fatidico, quello, della nascita del "movimento", di cui mio padre fece parte attiva essendo grande amico, tra l'altro, del fumettista Andrea Pazienza, uno dei deus ex machina dello stesso!), in piena epoca "strategia della tensione", quando le bombe ed il terrorismo lasciavano ovunque segni e lutti; i compagni autonomi colpivano duro nelle piazze, nei quartieri, negli atenei, nelle fabbriche ed i neri del fascio, però, non erano da meno; nascevano e morivano, nel giro di poco, ideologie, ideali ed utopie: in piena epoca, insomma, degli importantissimi stravolgimenti socio-politico-economici che avrebbero cambiato per sempre il volto ed il corso della storia italiana...E' proprio il caso di dire che l'amore (ma non sempre è così, però!) non conosce barriere ideologiche, economiche e sociali! 
     Ebbene, il professore (ironia della sorte!) spesso aveva tenuto sulle sue ginocchia Sara, quando veniva da noi, coccolandola e giocando con lei: era una nipotina acquisita per lui, li voleva un gran bene: adesso, invece...Era cresciuta e stava lottando per la vita contro la morte proprio nel suo reparto! La mia sorellina aveva cominciato la chemio già dal primo giorno di degenza, per contrastare il male (i suoi bellissimi capelli castani, morbidi come la seta, lunghi come il crine di un cavallo e profumati sempre di mirto e lavanda, avevano per un pò resistito, ma poi erano caduti a grappolo: sembrava un cocomero bianco!). Subito, però, le cose non andarono come previsto: la realtà, purtroppo, aveva mostrato impietosamente il suo volto vero ed oscuro!
     La settimana era trascorsa in fretta, tra una visita in ospedale ed il mio lavoro, stressante, di lavapiatti ed aiuto cameriere (al ristorante Rendez-Vous, in corso Vittorio Emanuele II° 38, di fronte alla stazione di Porta Nuova, sempre strapieno come un uovo, a pranzo come a cena) e senza grossi imprevisti: tranne una piccola crisi nervosa di Sara, a cui avevo fatto fronte col mio proverbiale sangue freddo e con l'ausilio di venti gocce di valium, somministrategli dall'infermiere Alfredo. Devo dire, tuttavia, che il tempo allora non aveva molto senso per me: al suo trascorrere non ci facevo più caso: tutto era diventato un fare di routine!
     Eravamo, comunque, vicini alla pàsqua, oramai (sarebbe caduta di lì ad una settimana) e quel sabato sera (il 12 aprile) non lo dimenticherò facilmente. Alle diciassette in punto partii da casa, in macchina, e mi recai in ospedale (avevo un pass speciale, viste le condizioni di Sara, il quale mi permetteva di entrare in visita verso le diciassette e venti-diciassette e trenta, un paio d'ore prima rispetto agli altri): il fine settimana ero libero, di solito, vista la chiusura del ristorante, e potevo (nonostante tutto...che camminassi minacciosamente di fianco all'oblio) giostrare l'impegno con più tranquillità (potrebbe sembrare un eufemismo, cazzo...è così!), ma in questi casi, si sa, le sorprese, soprattutto quelle non gradite, sono sempre dietro l'angolo (è proprio il caso di dirlo!).
     Alle diciassette e ventotto in punto posteggiai la macchina, comprai il solito paccotto di giornali e riviste da portare a mia sorella (tra cui Intimità e Cronaca rosa, quelle che piacevano da matti a nostra madre) all'edicola di via Varazze, di fronte all'ospedale, ed in un lampo fui su in reparto. Entrai nella stanza (la seconda sulla sinistra, partendo dall'ascensore e dal montacarichi; l'unica "riservata", nel reparto, con due soli letti, l'armadietto ed il doppio bagno: trattamento speciale per noi, grazie al prof!) e puff, vuoto e silenzio assoluti...mia sorella, ahimé, non era nel suo letto. Un tonfo al cuore, allora, mi prese: il rumore del suo battito sembrava davvero quello di un tuono durante un temporale estivo. Mi rivolsi, così, alla caposala Grimaldi (donna simpatica ed espansiva, no la classica Rottermayer tutta d'un pezzo! sui cinquanta ben portati, originaria di Erice nel trapanese):
     - Senti, Luisa, ma dov'é Sara? - le chiesi agitatissimo. - Cosa è successo?
     - Ha avuto una crisi, mezz'oretta fa: - esclamò lei, dispiaciuta. - L'hanno presa per i capelli, sai? E' in rianimazione ora!
     Mia sorella, purtroppo, aveva avuto una  grave crisi respiratoria (al limite dell'arresto cardio-circolatorio), dovuta alle carenti difese immunitarie. La situazione, però, era stabile. Come un siluro impazzito letteralmente mi catapultai al secondo piano (ematologia è due piani più sopra rispetto alla rianimazione) e da dietro i vetri dello stanzone, colorati giallo opaco (Sara era sul letto al centro, tra i letti di altri due malati privi di conoscenza), nel corridoio del reaprto, vidi lei, la mia dolce sorellina, tutta intubata ed inerme...non ebbi il coraggio, evidentemente, di guardare per molto né di piangere: dopo qualche minuto scappai via e mi diressi verso l'ascensore (non avevo neanche voglia di scendere per le scale, a piedi, com'ero solito fare) che mi avrebbe portato nella hall dell'ingresso eppoi all'uscita dall'ospedale: una volta in strada, però, fui soltanto capace di fare una ventina di passi; dopo di che, giunto che fui in via Nizza, all'altezza dell'ufficio postale Torino 5, mi sedetti sul cruscotto d'una vecchia Punto 900 C posteggiata a pettine: a quel punto scoppiai in un pianto a dirotto.
     - Finalmente sono riuscito a farlo! - dissi fra me e me (era la prima volta, infatti, che piangevo dal giorno del ricovero di mia sorella!). Quella fu per me una sorta di liberazione...fino ad allora ero sembrato essere una faccia di cera oppure, chissà, Buster Keaton col viso da giovane, senza fisionomia: sempre impassibile e freddo!
     La "crisi" di pianto, però, durò all'incirca dieci minuti. Un vecchio calvo (con grossi baffi), che camminava poggiandosi al bastone, mi passò davanti e domandò:
     - Ragazzo, hai bisogno di qualcosa?
     - No, grazie, è tutto a posto! - risposi.
     Mi ripresi. Avevo capito, ero finalmente sicuro sul da farsi: qualora Sara si fosse ripresa ed uscita dallo stato di incoscienza in cui era sprofondata, gli avrei raccontato tutto, per filo e per segno avrei detto a lei la verità sul suo male e sul tempo che le restava da vivere. Dalla tasca del giaccone rosso che indossavo estrassi,allora, il cellulare (un vecchio, desueto apparecchio modello "McOnsen MF03" comprato cinque-sei anni prima di contrabbando, in piazza Statuto: ero uno dei due dinosauri, o tre al massimo, rimasti in tutta Torino e provincia a non avere con sè regolare porto d'armi...pardon, uno smartphone, o un i-pod, o un i-pad!) e feci il 3388181595, il numero del professor Lombardi.
     - Pronto, chi parla? - Fa lui.
     - Prof (lo chiamavo così, un po' tra il sarcastico ed il bonario, sin da ragazzino: non ci faceva caso...aveva sempre avuto il sense of humour, lui!), - sono Luciano. Ha saputo? Sara sta malissimo! Mi dica, come andiamo?
     - Ho saputo! - rispose lui. - Un quarto d'ora fa mi ha chiamato Giulio (il dottor De Carlo, suo vice e braccio destro, più giovane di lui di quindici-sedici anni: bravissimo medico, gentile e disponibile con tutti, sempre; affabile ed alla mano...Faccia simpatica con un paio di baffi alla D'Artagnan, venuto su dalla Campania, Santa Maria Capua Vetere - il paese della pizza a metro; laureatosi a Firenze, dove ha fatto gavetta: al Cto e al Careggi); non devi preoccuparti, Sara c'é la farà in un paio di giorni e poi...Il resto lo sai (aveva capito al volo che cosa intendevo conla domanda precedente). Le cose, purtroppo, quelle altre, non vanno mica tanto bene: due giorni fa abbiam fatto un'altra biopsia, una metastasi è sotto l'orecchio sinistro, un'altra all'altezza del fegato. La chemio non serve più a niente, ormai. La interrompiamo quando riprende conoscenza. L'unica cosa che potremo fare è di alleviarli il dolore e tu...starli sempre vicino: il tuo cuore deve essere insieme al suo!
     Parole impietose, quelle del prof, ma lucide e senza tanti ghiribizzi di sorta o di circostanza; insomma, senza girarci troppo intorno né ricorrere ad ipocriti sotterfugi...sincerità!
     - Ho capito! - feci io; poi domandai: - lo sapevamo già, vero? Quanti mesi ancora, prof?
    (Facevo domande a cui il prof aveva in parte risposto prima: inconsciamente mai avrei voluto conoscere la risposta; anzi, le facevo proprio perché avrei voluto sentirmi dire ben altre cose...Tutti vorremmo sempre che ciò avvenga, in fondo!).
     - Mesi per niente! - rispose. - E' questione di settimane: due, tre al massimo! Vuoi che ci pensi io, Luciano, oppure che lo faccia Laura?
     Il professore si riferiva a chi avrebbe dovuto dirglielo a Sara; dirli la verità! Decisi che ci avrei pensato io: lo avrei fatto a costo di farmi evirare e diventare così un eunuco! Alla mia sorellina, la "piccola-grande Sara", il mio coniglietto verde (così la chiamavo, sin da quand'era bambina, per via di un dente che li sporge dalla dentatura superiore), ci avrei pensato io.
     - No, prof, tocca proprio a me farlo: è giusto così!
     - Va bene, Luciano, fai come desideri meglio: lascia parlare il tuo cuore. Ora devo lasciarti, ho una visita in studio che mi aspetta.
     - Arrivederci, prof! - dissi io. - Ci vediamo in reparto domani.
     Lasciato il professore, presi la via di casa, a piedi (dimenticai di aver posteggiato la macchina a due passi dall'ospedale, nel parcheggio abusivo di via Varazze): il nostro (mio e di Sara) è un appartamentino modesto ma dignitoso, preso in affitto; con due camere, più bagno e cucina, in piazzale San Gabriele di Gorizia al civico 13, tra corso Unione Sovietica e l'ospedale inferiore Koeliker, di fronte al vecchio Filadelfia - comunemente, per i gianduia, quartiere Lingotto-Mirafiori. Giunto a destinazione (mi ricordai, nel frattempo, della macchina posteggiata nei pressi dell'ospedale), mi buttai sul letto, distrutto (senza cibo toccare e tutto vestito, così com'ero rincasato) e dormii sino al mattino seguente: dieci ore filate!
     Alle sei in punto feci colazione e mi recai in ospedale per recuperare la macchina: dopo di che andai al lavoro. Al termine del mio turno, poi, solita trafila e solito "pellegrinaggio": prima un salto, en passant, a casa, dopo di che, verso le diciassette, pronto per la visita a Sara... - Come l'avrei trovata? - Domandai a me stesso. - Era cosciente, la mia sorellina, oggi, oppure "dormiva" ancora?
     Le sorprese, anche quelle positive, in questi casi, o meglio al limite del paranormale e dell'inspiegabile, sono sempre all'ordine del giorno...Girando l'angolo le puoi trovare sulla strada (della vita), lunghe e distese sul marciapiede: a prendersi gioco di te, a meravigliarti o a deluderti, chissà! 
     Arrivai in reparto e dopo aver salutato la Grimaldi mi affacciai sull'uscio della stanza (come un riflesso condizionato), poi accadde tutto...mia sorella era seduta sul letto, sorridente e serena come nei giorni più felici: sembrava un guru indiano, pronto per la meditazione o un incantatore di serpenti subito dopo aver svolto il suo lavoro! Il suo volto non era spento e smunto come nelle settimane precedenti ma bello e naturale, non sapevo se scoppiare a ridere o in lacrime; così ricacciai indietro le mie emozioni ed entrai nella stanza sorridendo: lei aveva bisogno di me e del mio cuore (ripensai, infatti, alle struggenti parole che aveva proferito il prof telefonicamente, sera prima).
     - Stai meglio, - dissi subito gridando, - oggi hai il colore del sole impresso addosso, sorellina!
     Lei non disse niente ma mi sorrise: mi avvicinai al suo letto, la strinsi forte tra le mie braccia quasi a...
     - Ehi, piano! - fece lei. - Quanto entusiasmo, quanta passione; siamo fratello e sorella, io e te, non due innamorati! Vuoi soffocarmi? Hai vinto per caso al gratta e vinci?
     Dentro di me pensavo: - Miracolo (sono ateo da oltre trent'anni ma...), ha ritrovato anche il piglio ed il senso arguto dell'umorismo!
     - No, stupida! Sono soltanto felice che tu oggi stia meglio: eri in un altro mondo, ieri, ricordi?
     - Sono semplicemente tornata tra i vivi! - Esclamò lei ironicamente.
     Di questo passo verrai fuori da quì prima del previsto, - feci io, gurdandola dritto negli occhi. Lei mi guardò per un attimo quindi scoppiò in  una risata, a metà tra il sornione ed il beffardo. 
     Poi, di botto, esclamò: - Matto che sei, vuoi prendermi mica per il culo? E dopo che sarò uscita cosa faremo?
     - Andremo al cinema, io e te, in giro per la città, allo stadio, al parco, in qualunque posto mano nella mano, come due innamorati adolescenti...eppoi un bel gelato alla Galleria o al Due Mondi (la gelateria, vicina al Valentino, in via Medaglie d'oro, dove spesso s'era soliti andare, io e lei, insieme agli amici): una coppa maxi, da cinque euro, di quelle che piacciono a te (il suo gusto preferito è cioccolato e pistacchio con due grosse amarene Fabbri che trasbordano il succo fuori dal bicchiere), che dici?
     - E dopo, dimmi, che altro faremo?
     - Dovrai fare una cosa grandissima per me: mi aiuterai a programmare il mio matrimonio.
     - Il tuo matrimonio? - Domandò lei sorpresa. - Fratello mio, allora hai una ragazza!  Dimmi, come si chiama? Com'é: bionda o bruna? E' di Torino? Quanti anni ha? Dai, su, raccontami!
     Sara era felicissima, anzi, strafelice: si vedeva che lo era per davvero. Ma io, single da una vita (anche lei lo era, oramai da due anni: quando il suo ragazzo, Luigi, l'aveva lasciata andando a vivere con i suoi a Milano), ossia da quando, per lo meno, avevo avuto la mia ultima storia, finita male, con una ragazza di Novara (circa quindici anni prima: decenni passati, quelli non digitalizzati né smartforizzati...ormai nel Devoniano!), avevo mentito: lo avevo fatto per reggere il gioco (era troppo bello veder sorridere nuovamente mia sorella: la cosa più importante, in quel momento, per me!), per far durare più a lungo quel momento, una pausa serena ed imprevista dalla sofferenza (mi ricordai d'aver letto, tempo prima, un aforisma: "non c'é cosa più bella al mondo di un attimo insignificante".
      - Troppe domande tutte d'un colpo, sorellina! - le dissi con tono scherzoso. - Vuoi farmi venire un'indigestione, che dici? Si chiama Laura, è una brunetta coi capelli lunghi: li porta sempre legati dietro, però, come la coda di un cavallo. Lavora in un bar vicino al Rendez-Vous, l'ho conosciuta due settimane fa, un colpo di fulmine: abbiamo deciso di sposarci  a maggio!
     Mentivo spudoratamente, ero contento di farlo...Riuscii a farla ridere ancora, però, Ero senza una ragazza perché non avevo tempo: trascorrevo i meriggi e le serate con lei, in ospedale, dopo il turno al locale, infine tornavo a casa: mangiavo un boccone (quasi sempre roba comprata alla rosticceria vicino casa, o pizze e minestre surgelate!) e mi addormentavo sul divano, davanti alla tivù accesa. Alle otto del mattino tornavo a lavorare (iniziavo presto perché c'era sempre lavoro arretrato: apparecchiare i tavoli, preparare la lista dei menù, ordinare le bevande, etc.), infine smontavo giusto all'ora di tornare all'ospedale.
     Erano giunte le venti, intanto: l'orario di uscita. Sara, ancora pimpante (strano a dirsi e a crederci: non si era lamentata né aveva pensato al suo male in quelle tre ore scarse trascorse insieme: prima volta, da settimane, che accadeva!) esclamò:
     - Domani, brocco (mi chiamava così visto che ero appassionato di calcio - tifosissimo da sempre del Toro - ma ero talmente imbranato a giocare da far paura pure ai morti!), portami una di quelle riviste per novelli sposi così ti aiuterò a scegliere un completo adatto a te; e poi me la devi far conoscere, sai? Credi di farmi fessa? Ho un fetente che mi divora dentro ma non sono rimbambita!
     Dentro di me ero un fuoco: volevo scoppiare a piangere ma...riuscii a trattenermi (probabilmente Sara sarebbe scomparsa prima dell'inizio della primavera!).
     - Va bene, stupida, me ne ricorderò: sarà fatto, sei tu il comandante!
     La salutai con la mano destra, lei mi mandò un bacio volante. Nel corridoio incontrai il professore: lui, come al solito, mi lesse nel pensiero.
    - Non illuderti, Luciano! - disse. - Non è un miracolo...è soltanto casualità, è l'andamento della malattia alterno e l'effetto dei farmaci. Ieri era quasi in coma, oggi è arzilla come una scimmia salterina, domani forse...
     - Va bene, prof, - dissi io interrompendolo. - Non lo faccio: oramai ho perso l'abitudine per le illusioni! Ci vediamo domani.
     - A domani, Luciano. - fece lui.
     Strada facendo, in macchina immerso nel traffico, mentre tornavo a casa, mi passò in testa, come un film, la vita trascorsa insieme a mia sorella, e quella sua insieme ai genitori, quella nostra tutti insieme. Piccoli flash-backs, refrain, deja-vù, scampoli di gioie e dolori, mix di sentimenti, soddisfazioni, delusioni, bilanci, pugni presi in faccia, baci, abbracci, vertigini, botte in testa, giravolte: insomma, la vita, col suo dare ed avere, prendere e lasciare, col suo essere o meno in pari con la sorte; la vita è basta: quella grande puttana d'alto bordo! (Come spesso la definivo davanti a Sara).
     Ritornò davanti agli occhi una vecchia foto bianconero, in cui mio padre è ritratto insieme a Mike Rutherford e Tony Banks dei Genesis, sul palco del Palasport Ruffini, prima d'un concerto (fu l'ultimo, quello, purtroppo, in Italia) della band inglese nel lontanissimo 1975 (era una domenica assolata di marzo: mi raccontò una volta mio padre stesso). Dopo lessi sul quotidiano torinese "La Voce del Popolo" che i Genesis erano arrivati direttamente dall'Inghilterra: fatto tecnicamente veritiero ma molto improbabile, tuttavia, visto che il giorno prima di quella data italiana, il 22, gli stessi avevano tenuto un concerto ad Annecy, capoluogo del dipartimento dell'Alta Savoia, in Francia, non molto distante da Torino. Risentivo le note di Lilywhite Lilith o quelle di Watcher Of The Skies, le stesse che sovente mio padre, quando era sotto la doccia, intonava e che rimbombavano nelle mie orecchie, quando ero ragazzino, come un tam tam...Ma l'intro di Watcher era sempre da brividi sul fondo schiena quando lo risentivo cresciutello! Eppoi rividi mia madre che portava in spalla mia sorella piccolina, al mare: nella spiaggia deserta di Riccione, in un rugiadoso mattino di una estate di tanti anni fa; della serie: ombre e fantasmi gentili del passato a Samarcanda...Anche quella visione, però, da brividi: su tutto il corpo!
     Il suono insitente del clacson d'una 4x4 nera mi riportò alla realtà, alla vita di ogni giorno, appunto: - Coglione! Vuoi muoverti o no? Cos'hai in testa? La strada non è solo tua! - gridarono dal finestrino aperto. Mi ero dilungato troppo ad un semaforo col verde acceso, immerso nei ricordi e nei pensieri, all'incrocio di via Reduzzi con Arnaldo da Brescia, due-trecento metri da casa!
     Arrivai a destinazione e mi addormentai sul divano davanti alla tivù accesa (avevo fatto appena in tempo, però, a cambiarmi e...sgranocchiare qualcosa!).

  • 28 luglio alle ore 17:00
    LE DUE GEMELLE

    Come comincia: “Signori studenti oggi un tema impegnativo: ‘Dio nostro salvatore’, avete tempo sino alle tredici, impegnatevi!” Chi aveva parlato era il direttore del Collegio dei Padri Misericordiosi di Jesi in provincia di Ancona a nome Quinto Moscati; l’abitudine di chiamare i propri figli con un numero era proprio di quel tratto delle Marche, certo i genitori non avevano molta fantasia oppure non volevano che i nomi dei loro antenati fossero riportati ai  figli fatto sta che si potevano contare i nomi da: primo sino a settimo, non risulta ci fosse in giro un ‘ottavo forse… per mancanza di ‘materia prima’! In aula al primo banco della terza media c’era Alberto, un alunno particolare in quanto suo padre Armando, ateo aveva preferito iscrivere suo figlio ad una scuola cattolica per dare la possibilità al ragazzo di fare scelte autonome per quanto riguardava l’indirizzo religioso, non aveva voluto influenzarlo. Alberto durante le vacanze estive si era aggiornato sulle varie religioni del mondo con libri provenienti dalla fornita libreria paterna: Ne aveva rinvenute centotrentasette di cui sette di ispirazione cristiana. In una pubblicazione di uno scrittore olandese, Van Loon aveva trovato una teoria che calzava sul tema che il direttore aveva dato da svolgere in classe e lo trascrisse pari pari sul suo quaderno: ‘Dio o vuole togliere i mali dal mondo ma non può, oppure può ma non vuole, oppure non vuole e non può, oppure vuole e può. Se vuole ma non può è impotente il che inammissibile in Dio. Se può ma non vuole è invidioso il che è alieno da Dio. Se non vuole e non può allora è invidioso e impotente ed anche questo non può attribuirsi a Dio. Se vuole e può il che soltanto conviene a Dio da dove vengono i mali? Perché non li toglie?’ Preso in mano il quaderno di Alberto il buon Quinto allibì, li per li non riuscì a profferir verbo, quando si riprese: “Vieni con me in direzione, telefonerò a tuo padre, fedifrago!” “Cavaliere sono il direttore del collegio di suo figlio, venga a ritirare Alberto dal mio collegio, a voce le spiegherò la motivazione...tu vai in camerata e prepara la valigia.” “Direttore cosa ha combinato mio figlio, ha picchiato qualche suo collega?” Quinto aveva un certo rispetto per Armando direttore di una banca locale e quindi lo trattò un po’ con i guanti come si dice in gergo: “Mi dispiace dover cacciare Alberto dal collegio ma ha scritto qualcosa inammissibile per un cattolico, ha smontato le teorie su cui poggia la nostra religione, legga lei stesso.” “Conosco lo scritto di mio figlio, è un pensiero di Epicuro che affermava anche che: ’Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità…” non proseguo perché lei sicuramente ha studiato al liceo classico e quindi conosce bene gli scritti di quel filosofo, mi accorgo che da cattolico non condivide il suo pensiero, non per questo cambieranno i nostri buoni rapporti, quando ha bisogno di me sono a sua disposizione, figliolo saluta il direttore, a casa faremo i conti!” In macchina: “Papà che conti dobbiamo fare, quello che ho scritto mi sembra anche il tuo pensiero sulla religione.” “Te l’ho detto per far contento il direttore, i preti sono come…lasciamo perdere, domani ti iscriverò alla scuola pubblica.” Passando dinanzi a dei cassonetti di spazzatura Armando vide una ragazza che frugava fra i rifiuti e ogni tanto si metteva qualcosa in bocca, stralunato Armando uscì dall’auto e: “Che stai facendo, se mangi quelle porcherie ti verrà il tifo…” La ragazza era mal vestita ed era bianca in faccia, non poteva dirsi brutta ma piuttosto malandata. “Son due giorni che non mangio, ho una fame da lupo!” “Vieni con noi, qui vicino c’è un bar di cui conosco il proprietario.” “Gino pota un cappuccino e qualche brioches per questa ragazza.” “Come ti chiami?” “Sono Mafalda, poi le racconterò la mia storia se lei ha voglia di ascoltarmi.” “Per ora mangia, ne riparleremo a casa mia.” Alberto abitava in una villa in viale dei colli a Jesi, in macchina Mafalda, seduta del divano posteriore stava per addormentarsi. “Siamo arrivati, Alberto accompagna Mafalda in bagno, io le troverò dei vestiti di tua madre, ormai lei…Armando era rimasto vedovo di recente, un automobilista ubriaco una sera, in viale della Vittoria l’aveva investita ed uccisa sul colpo. Mafalda ci mise del tempo ma quando uscì dal bagno era un’altra, i capelli erano in ordine, aveva indossato un vestito nero molto elegante della defunta Marianna. “Debbo informarla della storia mia e di mia sorella Milena, io per punizione da parte del mio patrigno Michele sono stata rinchiusa per due giorni in una stanza senza poter uscire,  con mia madre Fulvia e mia sorella Milena abitiamo in via Gallodoro, nostra madre dopo la morte di mio padre si è messa con un delinquente, Michele che ha cercato di violentarmi, l’ho preso ad unghiate e lui per punizione mi ha chiuso a chiave in una piccola stanza della casa dove abitiamo, per fortuna abitiamo al secondo piano e con un lenzuolo annodato sono scappata dalla finestra…temo per mia sorella, mia madre è una debole…Armando non pose tempo in mezzo e telefonò al capitano dei Carabinieri Maurizio, suo amico ragguagliandolo sul  fatto riferitogli da Mafalda: “È un reato grave, andrò personalmente con una pattuglia in via Gallodoro, se vuoi venire pure tu con la ragazza ti aspetto sul corso. Al numero cento Maurizio bussò violentemente: “Aprite Carabinieri!” Nessuna risposta allora entrò in funzione il Carabiniere Mirko che con un ‘ariete’ buttò giù la porta. Il ‘signor’ Michele era impietrito, aveva tentato di scappare dalla finestra ma aveva avuto paura e si era chiuso in bagno. “Apra, non ci faccia spaccare pure la porta del bagno!” Michele si arrese e si trovò subito con un bel paio di manette ai polsi, Mirko era stato velocissimo ad infilargli i ‘braccialetti’. Michele e Fulvia in due auto dei Carabinieri, Milena e Mafalda nella Lancia Aprilia di Armando con Alberto  nel sedile anteriore il che cominciò a sbirciare le due ragazze. “Non fare il coglione!” “Non ho fatto niente!” “Apposta non devi fare niente!” Alberto capì che per lui non ci sarebbe stata ‘trippa pé gatti’! Michele e Fulvia in galera, Mafalda e Milena in casa di Armando e di Alberto, le ragazze col consenso del padrone di casa si erano impadronite del vestiario della defunta Marianna, dormivano nella stanza degli ospiti e, in attesa di trovare un lavoro aiutavano Camilla, la cameriera nelle faccende domestiche. Le due ragazze, anche in seguito ad un articolo su un giornale locale erano diventate famose ed ammirate, erano proprio belle e desiderabili, Alberto a scuola veniva invidiato: “Beato te che hai la possibilità di ‘lavorarti’ due gran pezzi di f..a, il signorino non rispondeva ai compagni di scuola facendo intendere che…invece andava in bianco o ‘in white’ per dirla all’inglese, papà Armando vigilava e non voleva grane ma anche lui…un pensierino ce l’aveva fatto. Mafalda con l’aiuto di Armando si occupò come cassiera al bar della stazione, spesso veniva accompagnata sul posto di lavoro da Armando con la sua Lancia Aprilia. Milena trovò posto pure come cassiera in un negozio di vestiti eleganti vicino alla scuola di Alberto che talvolta l’accompagnava pavoneggiandosi con gli amici ma andando sempre ‘in white’. Dopo due mesi una notizia bomba, il direttore di una nota banca di Jesi aveva annunziato di sposarsi con una ragazza più giovane di lui di vent’anni, Mafalda. Cerimonia in chiesa per non inimicarsi le autorità ecclesiastiche, testimoni Maurizio e Mirko per lui e i padroni dei locali dove le ragazze facevano le commesse per lei. Viaggio di nozze con la fidata Lancia Aprilia sino a Parigi, Armando poté durante il viaggio in Francia poté far sfoggio del francese che conosceva bene. Al ritorno tutti gli amici domandavano come era andato il viaggio di nozze, Armando con un sorriso a trentadue denti (alcuni finti) non rispondeva ma faceva intendere che…Nel frattempo che era successo in casa di Armando, lui assente. Alberto a seconda degli orari mangiava in compagnia di Milena ogni giorno più bella e lui ogni giorno più ‘ingrifato’. Milena e pure la cameriera se ne erano accorte, Camilla cinquantenne benevolente lo sfotticchiava, non altrettanto Milena che, anche se attratta da Alberto non sapeva che decisione prendere, aveva timore di una reazione di Armando che era stato il loro salvatore e così pur passeggiando talvolta con Alberto, la sera si chiudeva a chiave in camera sua anche se avrebbe voluto… La situazione fu sbloccata da Camilla: ragazzi vi dico una cosa ovvia, la gioventù passa presto ve lo dico per esperienza personale, ricordate i versi di Lorenzo il Magnifico: “Quant’è bella giovinezza…’ Una sera Alberto e Milena erano seduti sul divano in salotto a vedere la TV, Alberto era ‘ubriacato’ dal profumo personale della ragazza, era in crisi, non sapeva cosa fare ed allora ebbe un’idea poco geniale: “La sai quella barzelletta in cui tre sorelle in auto hanno un  incidente stradale, muoiono e si presentano  dinanzi a San Pietro che domanda loro: come vi siete comportate in vita? La prima, arrossendo, io l’ho data ai preti. Brava in Paradiso per amor di Dio e tu: io l’ho data ai militari. Brava in Paradiso per amor di Patria e tu: Io sono vergine. Vergine? Cosa pensi che il Paradiso sia in pisciatoio? All’inferno!” All’inizio nessun a reazione da parte di Milena poi: ”Allora io dovrei andare all’Inferno?” Domanda sciocca di Alberto: “Vuol dire che sei vergine?” “Si e lo resterò finché troverò dei ‘babbasoni’ come te, è da tempo che vorrei…Alberto capì la lezione, smise di fare il ‘babbasone e fece felice sia ‘ciccio’ che la ‘gatta’ di Milena.
     
     

  • 28 luglio alle ore 16:57
    CESCO E COMPAGNIA BELLA

    Come comincia: Gli affari del supermercato ‘ALIAS’non andavano affatto bene, in giro c’era aria di licenziamento, i dipendenti erano tutti in ansia, altri supermercati a Roma erano falliti, la concorrenza anche sul web portava a non  essere competitivi. Arrivò una notizia che tutti speravano buona e che potesse risolvere i problemi di concorrenza, il supermercato era stato acquistato da un signore veneto tale Francesco F. sconosciuto a tutti i dipendenti. Una mattina si era presentato un giovane raffinato nello stile e nel vestire: “Sono Augusto F., mio padre è il nuovo padrone di questo supermercato, da oggi in poi sarò io il responsabile, ed ora tutti al lavoro.” La prima cosa che Augusto fece fu quello di cambiare nome all’esercizio in ‘AURORA’, tutti sperarono che potesse portare fortuna, furono cambiate pure le strutture interne, tutte di nuovo stile, le casse, l’abbigliamento dei dipendenti: divisa  azzurra per la donne, nera per gli uomini ed inaugurazione in grande stile con annuncio su un giornale locale. Una sera di sabato festa di apertura, molti si presentarono più per curiosità che altro tanto che nei giorni successivi gli affari ritornarono al livello precedente. Il termine licenziamento serpeggiava di nuovo fra i dipendenti sempre più preoccupati. Edoardo G. e Leda R coniugi erano ambedue dipendenti del supermercato, in caso di chiusura era per loro un guaio doppio, avevano pure il mutuo da pagare oltre le normali spese, insomma erano preoccupatissimi. Una sera a casa loro: “Caro bisogna escogitare qualcosa di  funzionante nel senso di …farsi amico il proprietario, che ne dici Edoardo?” “Chi è il miglior amico dell’uomo?” “Il cane!” “Non fare lo sciocco, sono le donne io modestamente faccio la mia porca figura, sai quanti mi vengono appresso, spero che il signor Augusto mi apprezzi., che ne dici?” “Ricevuto, a mali estremi…e poi saresti tu a sacrificarti ammesso che per te sia un sacrificio…” “Domattina provo a parlarci nel senso che…” Leda quella mattina ‘dimenticò’ di indossare il reggiseno e gli slip, bussò alla porta dell’ufficio di Augusto e: ”Signor direttore vorrei conoscerla, lei è nuovo di Roma, potrei aiutarla nel trovare un alloggio ed eventualmente far da guida ai monumenti se è interessato.” “Io alloggio all’hotel Jolly, per il resto…” “Mi scusi se l’interrompo, potrei usufruire del suo bagno?” “Si accomodi.” Leda volutamente lasciò la porta del bagno semiaperta in modo che il direttore potesse vedere lE sue nudità sia anteriore che posteriore. Soddisfatta della esibizione si ripresentò ad Augusto e: “Io e mio marito Edoardo, anche lui suo dipendente, siamo molti amici del proprietario della trattoria ’da Cencio’ qui vicino, se ce lo permette vorremmo invitarla per festeggiare il suo arrivo.” Cencio era un simpatico ‘gay cinquantenne, si avvicinò ai tre, finto baciamano a Leda e poi: “Che bel signore che avete portato, proprio bello…” “Cencio abbiamo magnificato le tue doti in culinaria nel senso di cucina, fatti onore!” E così fu, Augusto ebbe modo di apprezzare la cucina romana che non conosceva, all’uscita: “Verremo spesso mio caro.” Il tono di Augusto era parso inusuale a Edoardo ed a Leda, ma… C’erano stati i primi licenziamenti, Edoardo e Leda sempre più allarmati pensarono di invitare a casa loro il direttore: “Egregio dottor Augusto (a Roma le persone importanti diventano dottori) vorrei invitarla a cena a casa nostra, si tratta di pochi passi a piedi, abitiamo in fondo a via Cavour, sarebbe per me e per mia moglie un piacere.” Stranamente Augusto strinse la mano ad Edoardo guardandolo negli occhi: “Apprezzo l’invito, a stasera.” Mazzo di fiori bianchi per la padrona di casa che apprezzò il gesto abbracciando il direttore il quale rivolse  un suo lungo abbraccio al padrone di casa, poi: “A Roma parlano del ponentino ma stasera fa proprio caldo, agosto si fa sentire, col vostro permesso mi tolgo la camicia ed i pantaloni, anche voi potrete mettervi a vostro agio.” Alla fine della cena grandi complimenti alla padrona di casa che  per migliorare l’ambiente mise dei compact disk con brani lenti e romantici. Augusto forse anche per l’effetto del vino dei Castelli Romani prese a ballare prima con la padrona di casa e poi con Edoardo piuttosto sorpreso ma che comprese la vera natura del signor direttore. Nel ballare Edoardo si accorse che qualcosa di duro aveva gonfiato gli slip di Augusto, fece finta di niente, non sapeva che atteggiamento prendere, in ogni caso non voleva fargli uno sgarbo. Dopo un paio d’ore il ‘’dottor’ Augusto ritenne opportuno togliere le tende facendo emettere un sospiro di sollievo ad Edoardo che: “Hai capito come stanno le cose, chi si deve sacrificare sono io e non tu, stá storia non mi piace.” “E invece te la fai piacere, preferisci essere in mezzo ad una strada o…”Nel frattempo era accaduto che Edoardo avesse letto in una rivista le doti quasi magiche di pietre particolari: i cristalli di Rocca, andò in un negozio specializzato e ne acquistò tre bianchi. Dopo averli depurati in acqua corrente ebbe modo di iniziare con loro un colloquio: “Siamo tre cristalli diventati tuoi amici, saremo al tuo fianco sempre a disposizione per consigli e aiuto, come inizio ti faremo diventare più disteso ed ottimista, ti aiuteremo nel lavoro.” La parole dei cristalli pervenivano ad Edoardo nel suo cervello. In effetti quello pronosticato dai tre si avverò in poco tempo, Edoardo si sentiva più sollevato e la mattina dopo ebbe una sorpresa, fu chiamato in ufficio dal direttore: “Dietro consiglio di mio padre, per evitare di chiudere il supermercato abbasserò i prezzi di tutti i prodotti, il guadagno sarà minimo ma per mio padre non è un problema , è molto ricco inoltre ho deciso di raddoppiare lo stipendio a te ed a Leda inoltre per te un posto di sorvegliante, per tua moglie uno in amministrazione.” “Io per contraccambiare ti invito a cena sabato a casa nostra.” A casa Leda: “Un bacione a te marito mio, il piccolo sacrificio che tu farai sarà per la famiglia.” Stavolta il mazzo di rose era di color rosso, senza chiedere il consenso Augusto restò in canottiera e slip, mangiò poco, bevve il solito vino del Castelli che gli fece effetto e, preso per mano Edoardo: “Che ne dici di un riposino in camera da letto?” Leda: Ho messo delle lenzuola del corredo, sanno di mughetto.”Prima in bagno per un bidet e poi sul lettone dove  ‘ciccio’ diede prova della sua valenza anche in presenza di un maschietto. Il direttore aveva il popò molto voglioso, accettò volentieri un lungo rapporto anale che lo portò ad un orgasmo prolungato col suo pisello che imbrattò le lenzuola dal profumo di mughetto. Poi fece capire che voleva entrare nel popò di Edoardo che non ci pensò due volte ad essere accondiscendente dato il piccolo ‘calibro’ del pisello di Augusto, sembrava quello di un bambino. Al  rientro in salotto: “Cara penso che dovrai cambiare le lenzuola che penso non odoreranno più di mughetto.” Edoardo interpellò i tre cristalli in merito ai rapporti con Augusto, ebbe una risposta stupefacente cui non aveva pensato: “Scaricalo a Cencio il padrone della trattoria.” Edoardo si diede un colpo sulla fronte, non ci aveva pensato. Il  sabato invece che a casa loro i due coniugi invitarono il direttore da Cencio che fu ben felice di rivederli, soprattutto di rivedere Augusto, ormai era fatta. Gli affari del supermercato erano molto migliorati, gli acquirenti paragonavano i prezzi e si recavano in massa in quello di Augusto. Un giorno una telefonata interurbana a cui rispose Leda: “Sono Francesco il padre di Augusto, avvisatelo che giungerò alle quindici all’aeroporto di Fiumicino, che mi venga a prendere.”  Augusto fu particolarmente felice di questo arrivo, aveva in mente un suo piano, preferì simulare un malore e restare in albergo, con la sua Volvo mandò invece all’aeroporto Edoardo e Leda, la presenza di quest’ultima aveva un motivo nel pensiero di Augusto. Il dottor Francesco riconobbe la Volvo del figlio, si presentò ai due con un lungo sguardo alla signora, il padre in fatto di sesso non aveva nulla in comune col figlio infatti: “Se suo marito me lo permette vorrei stare nel sedile posteriore con lei così potrà ragguagliarmi sui monumenti romani. Il vecchio che vecchio non era, conosciuto lo stato lavorativo dei due non ci pensò due volte a mettere una mano fra le cosce di Leda che fece l’indifferente, Edoardo nello specchietto retrovisore se ne accorse e rise dentro di sé, la dama era sistemata così non lo avrebbe più preso per i fondelli quando lui doveva accontentare il figlio. In albergo Francesco da vecchio sun of a bitch si accorse subito che la malattia del figlio era una fandonia, ormai lo conosceva a fondo anche se era stato costretto ad accettare la sua propensione in fatto di sesso, lui vecchio mandrillo! A cena da Cencio che fu felice del  nuovo arrivato, sicuramente abbiente e che sarebbe venuto spesso nel suo locale spinto dal figlio. A tavola: “Mia moglie Elena è una stilista, non è potuta venire con me per una sfilata di moda, verrà nei giorni prossimi.”Edoardo portava sempre con sé i cristalli in una piccola sacchetta, in merito alla venuta del signore e di quella prossima della signora furono ermetici: “Avrai delle belle sorprese!” E così fu: “Edoardo vorrei che sua moglie mi ragguagliasse su alcuni punti della contabilità, non mi va di farmi vedere al supermercato, dica per favore a Leda, così mi pare che si chiami di venire nel mio albergo con i libri contabili.” Francesco in fatto di sesso era scatenato, Leda provò nuove sensazioni mai provate col marito, col dottor Cesco, (questo il suo diminutivo in veneto) Leda percepì un orgasmo piacevolissimo e prolungato  col punto G. Priva di forze disse per telefono al marito che sarebbe rimasta in albergo con Francesco, nessuna spiegazione, sarebbe stata inutile. Altra novità: la venuta a Roma di Elena (Nena in veneto) moglie di Cesco e madre di Gusto (in veneto da Augusto). La signora era abituata alle scappatelle sentimentali del marito ed accettò le spiegazioni di Edoardo che la era andato a prenderla a Fiumicino, erano una coppia aperta. “Gentile signora, mia moglie  sta temporaneamente in albergo con suo marito pare a controllare la contabilità del supermercato, mi ha detto di ospitarla a casa mia sempre che lei sia d’accordo.” “Giovanotto come ti chiami?” “Edoardo.” “Nome importante, mi piaci fisicamente, staremo bene insieme.” Un’affermazione che non dava adito a dubbi. A casa di Edoardo: “Non ti offendere ma la tua casa potrebbe essere rimodernata, a Roma sicuramente ci saranno negozi con mobilia moderna, se vorrai andremo insieme a sceglierla domani, stasera sono stanca ma non tanto da non…” Dimostrazione dell’affermazione: un diavolo o meglio una diavolessa scatenata, ‘ciccio’ era in gran forma e portò Nena all’Empireo, si fa per dire in quanto in Paradiso secondo il pensiero dantesco ci sono gli angeli notoriamente asessuati ed il sesso non ha accoglimento fra gli uomini e le donne che ne ’usufruiscono’ per il loro buon comportamento sulla terra. Leda ogni tanto telefonava al marito: “Non mi riconosceresti più, sono diventata molto elegante, biancheria e scarpe firmate, Cesco è molto generoso, ciao.” Nena pensò bene di imitare il marito e ‘ripulì’ Edoardo il quale non aveva più nulla in comune col ‘vecchio’ Edoardo in fatto di stile ed eleganza, certo non era molto in forze per le lunghe notti di fuoco, la signora era molto disponibile e gli insegnò anche qualche giochetto erotico di sua non conoscenza. L’incontro a cinque avvenne nella trattoria di Cencio il quale era diventato l’amante di Gusto, anche il padrone del locale si sedette a tavola con gli ospiti. Dopo circa un mese Cesco e Nena pensarono bene di togliere le tende, la favola breve era finita, le vere immortali erano le avventura sessuali dei coniugi veneti che ripresero l’aereo per la loro città con un ottimo ricordo del soggiorno romano. Edoardo e Leda ripresero il loro lavoro con la differenza che il look della loro casa era cambiato come tutto il loro guardaroba, Gusto e Cencio sempre amanti, erano fatti l’uno per l’altro anche se talvolta Gusto ‘svicolava’ con Edoardo…
     
     
     

  • Come comincia: Ho scritto il suddetto racconto (passato poc'anzi sul blog) a inizio estate del 2013, ispirandomi ai Jefferson Airplane (dopo diventati Starship ed infine Hot Tuna), la più grande band - insieme a Grateful Dead, The Byrds, Buffalo Sprimgfield e Quicksilver Messenger Service - del rock psichedelico made in U. S. A. e del "San Francisco Sound" anni sessanta-settanta; ovvero, ispirato dalla lettura, prima, e dall'ascolto, poi, di alcuni loro vecchi brani: infatti, al contrario di molta critica, vecchia e corrente, penso che la musica (intendo le sue parole) debba essere letta ancor prima che ascoltata.  Leggere le parole e tra le parole della musica significa, a mio avviso, scoprire davvero tantissime cose: ciocché l'artista, il musicista, la band o chi per loro, vogliono che l'ascoltatore (che prima ancora è il lettore, appunto) scopra!
     I Jefferson Airplane furono la band più anarchica (e anarcoide) della storia del rock (ancor più, a mio avviso, dei Ramones o, al di là dell'oceano, dei Pink Floyd - nella fase watersiana - e degli stessi Sex Pistols e dei Clash di Joe Strummer), ma anche quella più antimilitarista e romantico-visionaria!
     Il loro apice, come molti gruppi americani di quel periodo, lo toccarono verso la fine dei sixties, in particolare nella Summer Love del 1967 e a Woodstock (nella "tre giorni tre" dell'agosto 1969 suonarono pezzi come "Saturday Afternoon/Won't You Try, "Eskimo Blue Day" e, soprattutto "Volunteers", Volontari: apertamente anti-Vietnam, uno dei loro cavalli di battaglia).
     A Woodstock, però, paradossalmente, il gruppo infilò una strada senza ritorno, quella, cioé, verso il basso ed il declino; un po' quello che, a detta di molti saggi studiosi del costume, della società e della musica moderne, accadde da quel momento a tutto il rock!
     A Woodstock, infatti (nonostante furono assenti diversi grossi calibri, ognuno per motivi diversi, come Beatles, Dylan, Led Zeppelin, Doors, Frank Zappa, Joni Mitchell, Procol Harum, etc.), per alcuni il rock toccò il suo apice-vertice, il livello più alto; ovvero, la "quadratura del cerchio" di ciò ch'era accaduto durante tutto quel decennio straordinariamente volitivo e ispirato musicalmente (e non solo!). Ma da quel momento in avanti, ossia post festival, il diagramma andò oscillando sempre più verso il basso in una sorta di  influsso-reflusso all'incontrario! La musica rock, l'industria del disco, quella della discografia e di tutto il mercato che ruota intorno ad essa, furono sempre più dominate dalla (iper) commercializzazione, dal consumismo massificato "usa e getta", dalla dittatura, insomma, dello star system o main stream che dir si voglia! E sotto quelle fameliche spire, spesso, sono incappati fior di star, appunto: Bob Dylan, Rolling Stones, Pinnk Floyd, etc.

    "Un tempo si diceva dei Jefferson Airplane che fossero stati l'unico aeroplano americano che non avesse bombardato Saigon, per questo e per altre mille ragioni, essi rappresentano il complesso più prestigioso del "San Francisco sound", di quella stagione - tenera e disperata - delle "libere menti" che ha avuto nella California degli anni sessanta la sua patria. Essi hanno cantato la voglia di vivere di una intera generazione ed hanno guidato la carica dei guerriglieri hipsters all'assalto delle roccaforti della "pig nation", del perbenismo borghese. Ciò che ancora c'é di vivo nella loro musica ci dice che non è esagerazione! Basta ascoltare Volunteers o i ricami psichedelici di White Rabbit! Ribelli dello spazio interiore, i loro testi sono un esempio tra i più lucidi della nuova poesia americana, dei suoi umori segreti, delle sue tensioni e della sua maturità".
    (Giacomo Mazzone, in: "Jefferson Airplane", Arcana editrice, Roma, 1980).

                                              =Testi esemplari=
     Volunteers / Volontari (Marty Balin - Paul Kantner)
    Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada:
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Hey, sto danzando giù per la strada,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Non è affascinante tutta la gente che incontro?
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Una generazione è invecchiata
    una generazione ha trovato la sua anima.
    Questa generazione non ha mete da raggiungere:
    raccogliete il grido.
    Hey, adesso è il momento per voi e per me.
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Su, venite, stiamo marciando verso il mare,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Chi vi spazzerà?
    Saremo Noi. E chi siamo noi?
    Siamo i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika.  

  • Come comincia:                                =La scimmia parlante=

    Una scimmia parlante dagli occhi verdi si perse in un bosco di querce secolari sul far della sera: recava con sé pensieri di carta e vecchi tarli di creta...La trovò e la prese insieme a lui un vecchio dottor "stranamore", venuto da lontano, colla barba colorata di rosso e di nero; egli la rinsavì [quella scimmia] a furia di calci nel culo e inculcandoli dottrine di buonumore. Il 25 dicembre di un anno fasullo, non riportato su nessun calendario (neanche quello cinese), la riportò allo zoo comunale, tutta in ghingheri e con la cravatta della festa...L'han rimessa in gabbia, da allora, quella scimmia parlante: adesso non parla né più tarli ha per la testa - strani e duri, alla creta -. (Ma) quella scimmia, però, è davvero felice?

                                                   =I tre galli=

    Siberiade é il luogo più freddo e più eremitico della terra: colà vivevano tre galli, giunti da un paese caldo; l'uno di loro era bianco, l'altro verde, il terzo tutto rosso e giallo. I bambini del posto, per addomesticarli, presero a darli latte di capra e miele edi galli, così, per un po' si fecero mansueti e diventaron più "domestici"; ma poi, il 1°maggio di un certo anno tuttò di botto cambiò, anzi, successe il patatrac: li trovaron morti stecchiti [quei galli] in un pollaio poco fuori l'abitato, insieme a due vecchie galline - con cui, forse stavano tentando di accoppiarsi - e tre uova mezze dischiuse. Alla cena, pardon, alla messa funebre lo sciamano di Siberiade - durante l'omelia - sentenziò: - Ahi! Ahi! Ahi! Gente, sapete che non si addomesticano i colori?".

    Serie - Proverbi a modo mio (la sega, la gallina e la mente integra)
    "Meglio una sega oggi che una gallina domani" (chissà?!).

                                                     =Morale=
    In poche parole: si prenda ciocché si può prendere, ma lo si deve fare oggi perché "di doman non v'é certezza" (ammonisce il poeta toscano) alcuna, e soprattutto, ci si masturbi pure per benino (e quanto si vuole) il pene, il clitoride oppure l'ano (e quant'altro si desidera) senza, però, mai masturbarsi il pensiero (ovvero: la mente!): quello (quella) deve sempre restare (o per lo meno dovrebbe!) sempre puro (pura) e libero (libera)...finché messer (lo) intelletto non ci abbandoni!

    Taranto, 11 maggio 2018.