username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 3 ore fa e 59 minuti fa
    Nuvole

    Come comincia: le nuvole hanno un loro profumo particolare.. lo senti, quando ti passano sopra la testa.. lo senti entrare nelle narici e fin dentro al tuo cuore e alla tua mente.. profumo di pioggia, profumo di neve, profumo di fulmini e anche profumo di sole, specie quando lo inseguono per scacciarlo dal cielo. E' di quel profumo che mi nutro, non della pioggia, della neve, dei fulmini e del sole fuggente..

  • mercoledì alle ore 9:47
    FLORA L'AMORE

    Come comincia: Alberto Pileri era un  giovane fortunato. Aveva ereditato il fisico possente dal padre Armando e la furbizia dal nonno Alfredo ex Commissario di P.S., dalla defunta mamma, Domenica Sciacca un patrimonio notevole. Giunto alla fine del liceo classico, ottenuto il diploma  per lui erano aperte due strade: iscriversi all’Università o indirizzarsi verso una carriera militare. A scuola era quello del sei risicato, rovinarsi la vista e la salute (secondo il suo parere) su libri ponderosi non ne aveva proprio voglia ed allora? Indossare le stellette ma di quale Corpo o Arma? Escluso l’Esercito non di suo gusto, la Marina? Non sapeva nuotare,  l’Aviazione un no condizionato dalla paura di cadere col velivolo, scartati i ‘Martelloni’ non rimaneva che la Guardia di Finanza. Al concorso per ‘l’Accademia fu bocciato (troppo difficili i quiz) ed allora si accontentò di indossare la Fiamme Gialle col grado di Finanziere semplice. In divisa faceva la sua ‘porca’ figura e riusciva abbastanza facilmente di ammaliare qualche pulcella (raramente) o qualche gallina vecchia. Fu trasferito in un reparto di confine, a quei tempi c’era molto contrabbando di sigarette dalla Svizzera. Il distaccamento di Lago Montogno dipendente dalla brigata di Rogoledo  situato a duemila metri di altezza sopra Domodossola, era luglio ed Alberto apprezzò molto il clima frizzante, in pianura si boccheggiava. Le perlustrazioni erano in fondo delle passeggiate, di pioggia non se ne parlava assolutamente. Una volta di notte insieme a due colleghi incontrò dei contrabbandieri i quali, dopo i colpi di pistola da loro sparati in aria a scopo intimidatorio, pensarono bene di abbandonare le bricolle che portavano sulle spalle e di darsi alla fuga. Ad Alberto e compagni non interessava arrestarli considerato il carteggio notevole da espletare e quindi tornarono ad distaccamento con i sacchi di T.L.E  (tabacchi lavorati esteri) sulle spalle. Albeggiava, ed i colleghi  svegliati dal sonno festeggiarono  i tre. Col beneplacito del sottobrigadiere Gustavo Ferroni, Comandante del distaccamento, calabrese di Lamezia aprirono la parte superiore delle bricolle appropriandosi del primo strato composto da quattro pacchi da venticinque pacchetti di sigarette e richiudendo i sacchi con dello spago, lavoro pulito, nessuno poteva accorgersene del ‘misfatto’. Alberto non poteva lamentarsi, il soggiorno non era solo perlustrazioni ed appostamenti, il sabato sera la signorine baitane che avevano il compito di badare alle pecore ed alle capre venivano invitate a pranzare al distaccamento con finale un ballo al suono di una radio a batterie e ‘infrattamento’ dei finanzieri con le gentili e disponibili ragazze in verità molto muscolose dato il loro pesante lavoro. Alberto pensò che con le loro cosce muscolose avrebbero potuto schiacciare delle noci, in verità il loro fiorellino era altrettanto nerboruto e stretto. Unico a non partecipare al festino era il sottobrigadiere. Alto e grasso non era portato per il sesso e mentre i finanziari festeggiavano con le baitane lui si rifugiava in caserma a leggere, era un asessuato ma nessuno lo prendeva in giro, era buono d’animo e cercava di aiutare un po’ tutti i dipendenti. Venne l’autunno e poi l’inverno, Alberto pensava di poter avere il cambio con colleghi della brigata di Rogoledo, delusione, lui ed altri tre finanzieri rimasero anche nella stagione fredda  al distaccamento di Lago Montogno.  Considerato che il vivandiere col mulo non portava mai del pesce pensarono bene di rifornirsene prelevandolo dal lago soprastante e da cui il distaccamento prendeva il nome. Gli ami improvvisati erano ignorati dalle trote in verità abbondanti ed allora: trovata del finanziere Gino Ferraroli ex armiere: far scoppiare delle bombe a mano nel lago ma occorreva trovare qualcosa di duro, al contatto con l’acqua le bombe non esplodevano ed allora alzata di ingegno: buttare nel lago dei tronchi di albero. Funzionava, le O.T.O. residuati bellici portati con sé dal suddetto finanziere Ferraroli esplodevano alla grande e tutti i pesci venivano a galla non per ‘vedere la palla di pelle di pollo’ ma per finire nelle pentole dei finanzieri. Un fatto triste accadde una mattina: incontrata una squadra di contrabbandieri Alberto e due colleghi spararono in aria i soliti colpi di pistola sicuri che i contrabbandieri avrebbero, more solito abbandonato il carico. Giunti sul posto una sorpresa: uno di loro non più giovane piuttosto tarchiato era seduto  su un tronco di albero, aveva vicino a sé una bricolla. “Perché non sei sparito come i tuoi colleghi, ora dobbiamo arrestarti!” Alberto era confuso, una situazione mai avvenuta in passato: “Vieni con noi al distaccamento e porta con te la bricolla.” Al loro arrivo anche il sottobrigadiere Ferroni era perplesso: “Pileri che mi consigli di fare stò disgraiato…guarda è malmesso ed ha pure i scarponi rotti!” Il contrabbandiere non era del posto, il suo nome Cateno Morabito, era calabrese e raccontò che al suo paese faceva la fame ed aveva pensato di andare al nord per lavorare, aveva moglie e tre figlie, gli scarponi gli erano stati prestati. Il sottobrigadiere Ferroni capì il dialetto del suo conterraneo e lo tradusse ai suoi dipendenti. Tutti d’accordo Cateno fu accolto per la notte, Alberto gli regalò un paio di scarponi  e gli altri colleghi calze, maglia di lana, pantaloni di flanella, Cateno si mise a piangere, pensava che i finanzieri fossero tutti ‘figghj d’introcchia’. La mattina presto Cateno fu lasciato libero e prese la via del ritorno, non avrebbe mai dimenticato quei buoni finanzieri. Finalmente venne la primavera tanto agognata, Alberto già pregustava di passare una bella estate al fresco quando via radio venne l’ordine per lui e per altri tre colleghi di rientrare in brigata. Alberto santiò alla grande rimproverato dal sottobrigadiere molto religioso ma i santi ‘interpellati’ non poterono far nulla ed il signorino rientrò in brigata portando con sé due pacchi di sigarette sequestrate e non consegnate al fisco.  Alberto aveva saputo tramite ‘radio scarpa’ che il comandante della Compagnia capitano  Primo Pagnani aveva l’abitudine di controllare lo zaino di coloro che avevano effettuato dei sequestri di sigarette e così depositò i tre pacchi di sigarette presso una signora vedova, Margherita Bogianchino che viveva con i proventi del pollaio e del frutto suo orto, Alberto la ricompensò con duemila lire, un abbraccio di ringraziamento da parte della donna. Come pensato al rientro in brigata Alberto si trovò di fronte il capitano e due suoi ‘scagnozzi’ che frugarono nel suo zaino. Scornato il comandante di Compagnia cercò di giustificare il suo gesto con motivazioni ridicole, Alberto rispose con un attenti di presa per i fondelli battendo i tacchi. In brigata Al trovò delle novità, c’era un nuovo comandante, il brigadiere Ignazio Barale in forza alla Compagnia di Domodossola che, per conseguire i requisiti per indossare i gradi di maresciallo era stato trasferito al comando  della brigata di Rogoledo, il cotale era preparato in materia tributaria e pertanto spesso si assentava per giorni interi per effettuare verifiche con i colleghi della Compagnia, nel frattempo a Rogoledo episodi boccacceschi! La gentile, affabile e disponibile signora Gioia Del Monte consorte del Comandante di Brigata aveva dimostrato palesemente di apprezzare il sesso per dirlo con un eufemismo, era una ninfomane e quale miglior ‘riserva di caccia’  dei finanzieri che abitavano nel suo stesso caseggiato, lei in un alloggio di servizio all’ultimo piano. Alberto dormiva in una stanza a due letti con un collega di corso Cesare Mattioli. Una mattina furono svegliati da grida provenienti dalle scale: “Non mi frega gnente che tu sei un sottufficiale, la fica della signora è di tutti!” “Chi ti ha autorizzato a darmi del tu, dammi del lei!” Nel frattempo era intervenuta la moglie del Brigadiere, Gioia che con calma: “Ragazzi ce n’è per tutti, proviamo un trio.” Alberto finalmente capì come era la situazione, nell’ultimo caso la signora se ne stava facendo due contemporaneamente. Non volle essere della scuderia di madame Del Monte, non era un puritano ma non voleva accettare di essere il montone di turno. Una telefonata al padre a Roma il quale riuscì a farlo trasferire a Domodossola, finalmente lontano da quel casino. A Domo come la chiamavano i locali ebbe modo di parlare il francese lingua studiata a scuola. Faceva anche la scorta dei treni da Domodossola a Briga in Svizzera e viceversa attraversando la galleria del Sempione. Con la lingua transalpina ‘agganciò’ un capo treno svizzero che gli spiò dove i contrabbandieri avevano nascosto le sigarette di contrabbando, nel soffitto di una toilette. Giunto a Domo non diede il nulla osta al capo stazione per la partenza del treno, andò in officina delle FF.SS, si fece prestare un cacciavite col quale smontò il tetto della toilette. Risultò a verità quanto affermato dal  capo treno svizzero, una pioggia di pacchetti di sigarette lo ‘inondò’. Accorsero altri finanzieri e sequestrarono il tutto facendo la ‘cresta’ sui T.L.E. Alberto ebbe come premio quarantotto ora di permesso. Un sabato in borghese si recò al locale danzante ‘Galletti’; non era un bravo ballerino anzi ma era l’unico modo per agganciare qualche ra’gattsa indigena. Era alla buvette quando si accorse che una giovane bruna, capelli lunghi, viso piacevole con grandi occhi lo osservava con interesse, un chiaro invito:  Alberto si buttò: “Vedo che ancora il mio fascino funziona, sono Alberto Pileri, non mi pare di averla mai incontrata, me ne ricorderei.” “Io sono Flora.” “Nome non del sud.” “Era della mia madrina di battesimo, così si usa al mio paese in Calabria.” Alberto ebbe un flash: “Per caso il suo cognome è Morabito?” “Si sono la figlia di  Cateno che mi ha molto parlato di lei e dei suoi colleghi. Ora mio padre è impegnato come guardia giurata, io sono infermiera al locale ospedale e le mie sorelle fanno le commesse, il nostro tenore di vita è cambiato, non potremo mai abbastanza ringraziarla per il suo comportamento veramente fuori del comune.” “La ringrazio a mia volta, vorrei invitarla a ballare ma sono un orso, che ne dice di sederci ad un tavolo?” “Bien sure monsieur.” Alberto e Flora si guardarono negli occhi senza parlare sin quando Alberto: “Io sono alieno dai complimenti che considero stucchevoli ma non posso fare a meno di constatare il fascino dei suoi grandi occhi molto espressivi, rispecchiano il suo stato d’animo, poco fa erano gioiosi nell’incontrami ora…sono diventati tristi.” “Mi scusi non voglio coinvolgerla nei miei problemi personali, mia madre è ricoverata nell’ospedale dove presto servizio, un tumore alla mammella. Anche se lei non sa ballare bene proviamoci, servirà per abbracciarci cosa che in questo momento desidero.” Flora aveva un profumo proveniente dalla sua persona molto personale, emanava femminilità. Il pisello di Alberto la percepì ed alzò la testa facendo percepire alla ragazza quel cambiamento, lei d’istinto baciò Alberto in bocca, a lungo, gli altri ballerini erano anche loro ‘occupati’ e non ci fecero caso. La morte della madre sconvolse Flora le sue due sorelle Aurora e Giulia oltre al padre Cateno. Al funerale tutta la famiglia vestita di nero, Cateno con la sola camicia bianca e la cravatta nera come pure la coppola, gli mancava solo la lupara in mano per sembrare un bandito della Sila. Al passaggio del corteo funebre le reazioni dei domesi furono diverse: chi guardava perplesso, chi si faceva il segno della croce (i religiosi), chi rideva (i soliti imbecilli), chi ammirava la bellezza di Giuditta, in nero con i capelli lunghi era proprio affascinante, le due sorelle avevano preso dal padre tarchiato. Dopo due giorni Flora raggiunse Alberto che era in servizio alla stazione: “Domani sera sei invitato a casa mia, mio padre è di servizio notturno, per te una sorpresa.” Alberto pensò a lungo quale potesse essere la sorpresa, forse Flora pensava alla concessione del suo popò, non sapeva che altro pensare.  Dopo cena Aurora e Giulia sparirono dalla circolazione, Alberto e Flora nella camera matrimoniale dei genitori. “Mio caro, mi sono innamorata di te, non me l’aspettavo, non mi è mai capitato, sarò tua per la prima volta in vita mia.” Alberto finalmente capì, Giuditta era vergine.”Pare che la notizia ti abbia sconvolto.” “Diciamo che non me l’aspettavo, di questi tempi…” La ragazza in posizione del missionario guardò in viso Alberto come per dirgli: “Sii delicato!” Ciccio, appresa la notizia si eresse al massimo e cercò di essere come chiesto da Flora la quale malgrado il dolore provato non emise un lamento, era calabrese, una dura. Alberto non mise in atto alcuna precauzione, se doveva essere padre quella era la volta buona, anche lui si era innamorato. A notte inoltrata Flora si alzò, tolse il piccolo asciugamano che aveva posto sotto il bacino, era un po’ bagnato di sangue, si posizionò un assorbente e ritornò a letto. Alle sette sveglia per Alberto: “Sta per rientrare mio padre.”  Alberto ritornò in caserma frastornato, troppi episodi importanti per la sua vita in breve tempo. Due giorni dopo si recò della sede della Legione  a Torino per effettuare la prova scritta per essere ammesso alla Scuola Sottufficiali, prova che superò. Nel frattempo la liaison con Flora andava consolidandosi, erano ambedue innamorati alla follia, roba da adolescenti. Anche la prova orale per essere ammesso alla Sasoguarfi fu positiva, Alberto ad ottobre doveva raggiungere il Lido di Ostia per iniziare il corso. Da quel momento la crisi: fare carriera o  seguitare la storia d’amore con Flora? Sicuramente conseguito il grado di vicebrigadiere sarebbe stato trasferito in località lontana da Domodossola e la loro storia? Alberto fu incoraggiato da Flo ad andare ad Ostia, il loro amore sarebbe continuato, non era la lontananza che poteva cambiarlo. Raggiunta la nuova località Alberto dovette sopportare quelle che considerava angherie: pulire i vetri, fare pulizia, il sabato esercitazioni sul terreno con esercizi assurdi: il passo del gatto, del gattino e del leopardo, esercizi che lo facevano imbrattare di  terra, inoltre gli istruttori si dimostravano dei sadici: d’inverno all’ora della sveglia aprivano le finestre delle camerate facendo entrare un freddo pungente e l’umidità, ogni giorno doveva rasarsi con l’acqua fredda ed altre amenità del genere. Unica consolazione le lettere di Flora che aveva accettato l’incarico di infermiera, ben retribuito presso una clinica di Losanna in Svizzera. Alberto capì l’errore fatto e avrebbe voluto tornare indietro. L’ultima lettera di Flora gli fece capire che la loro storia era alla fine: “Caro, stando vicino agli ammalati insieme ad i medici si comincia a capire che i nostri  sacrifici non sono vani e inizia un sodalizio con i dottori, io ne ho incontrato uno non affascinante come te ma buono d’animo, talvolta usciamo insieme…” Alberto rimase senza forze, si fece venire un male immaginario e fu ricoverato in infermeria per cinque giorni. Il medico, un suo paesano romano lo fece parlare, capì la sua situazione e lo inviò a Roma da un suo collega psicoterapeuta., in qualche modo Alberto si riprese e rispose alla lettera di Flora: “Ti auguro ogni bene, resterai sempre nel mio cuore.” I così fu, ogni tanto Alberto riguardava le foto della sua amata sinché smise e le ripose in fondo alla valigia d’ordinanza insieme al ricordo.

  • lunedì alle ore 16:26
    Certe Giornate di settembre

    Come comincia: Certe giornate di settembre, come quella di oggi, col sole ancora caldo nelle ore centrali della giornata, il cielo senza rondini, e mi chiedo perché: saranno già andate via? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi sveglio all'improvviso da un sonno pomeridiano non cercato ma arrivato inaspettato, e un po' smarrita, un po' confusa, mi aggiro per casa pensando: sarà il nuovo farmaco che mi riduce così? Certe giornate di settembre, come questa, in cui riemerge la coscienza e corro in camera a vedere come sta Paolo, se dorme oppure no, se è tranquillo, e mi sento in colpa, e mi chiedo: mi avrà cercata? Avrà avuto bisogno di me e io non l'ho sentito perché dormivo? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi accorgo che invece non è cambiato niente nell'ultima ora e mezza, nell'ora e mezza della mia assenza, tutto è ancora lì, fermo presente, ogni cosa al suo posto, ogni sentimento nella sua nicchia, il respiro della mia casa è profondo, lento, lento così come è il respiro che molto spesso contraddistingue la casa dei vecchi, lento e rassicurato dalla nostra presenza di vecchi così ricchi di tenerezza e di paura, paura che la stretta della mani non basti a non farci perdere. Un nodo in gola che non è facile da ingoiare mentre ti accarezzo Paolo e ti chiedo sorridente:
    Cosa vuoi per merenda?
     

  • 09 settembre alle ore 10:36
    FUROBA

    Come comincia:  
    F  U R O B A
    Amici lettori ed amiche lettrici, non  vi fate impressionare dallo strano titolo di titolo di questo racconto, è un termine giapponese di cui in seguito capirete il significato, si tratta di contrastare i problemi quotidiani del corpo e della mente che assillano la maggior parte di noi, causa il lavoro e gli impegni quotidiani siamo sottoposti a stress che ci condizionano la vita. Leggendo un articolo che trattava l’argomento, Alberto Rocchegiani pensò di trarne spunto per sistemare alcune stanze arredate in modo particolare per combattere (e vincere) i problemi che ci assillano. Stanco del suo lavoro di titolare di una Scuola Guida, lasciò le redini dell’azienda al suo fac totum Riccardo Fantoni e ne parlò con la consorte Annamaria Settineri la quale, da brava e razionale qual era  gli espose i problemi pratici a cui sarebbero andati incontro, soprattutto finanziari ma Alberto, convinto della bontà della sua idea non si lasciò smontare e prese contatti con un suo compagno di scuola impiegato all’Ambasciata giapponese a Roma. Conoscendo l’indole ‘mignottara‘ di Alberto, Valerio De Luca pensò che l’amico volesse ‘metter su’ una casa di appuntamenti. “Non hai capito un c…o, è una cosa seria anche se fuori del comune e proprio per questo che avrà successo. Le giapponesi hanno per noi europei un fascino particolare soprattutto per la loro unicità e per il loro comportamento, in questo caso della professionalità e della gentilezza. Debbono solo aver frequentato una scuola di massaggiatrici ed essere giovani e possibilmente belle, ci riesci a far pubblicare in tal senso una inserzione in un giornale giapponese?” “”Tira fuori duemila Euro e affare fatto.” Alberto per il conquibus ricorse a papà Armando il quale conoscendo a fondo suo figlio, che fra lì’altro gli assomigliava moltissimo all’inizio fece finta di non capire ma, alle insistenze di Alberto: “D’accordo rompiballe, ho centomila Euro da parte, i risparmi della mia vita…” Nel frattempo Alberto aveva affittato una villetta situata sulla via Appia a Roma, per risparmiare sulle spese si trasferì con la consorte all’ultimo piano, chiamò l’architetto Manlio Mancini vecchio della professione rimasto vedovo con figli sistemati al nord Italia. Il tale all’’inizio rimase perplesso ma poi prevalse in lui l’idea della novità, una novità piacevole nella sua vita monotona niente affatto appagante. “Molto probabilmente sarai a corto di soldi, io del mio gruzzolo non so cosa farne, i miei figli si sono sposate due polentone spocchiose e snob, lo ho conosciute quando sono passate da Roma, non beccheranno un soldo dei miei risparmi, anzi, sai che ti dico, te li metto a disposizione, potrò anche rispolverare la mia antica professione, servirà a togliermi un po’ di ruggine del cervello! Alberto una mattina fu chiamato al telefono dall’amico Valerio: “Figlio di un cane la tua inserzione ha funzionato, cinque giapponesi si sono fatte vive, ora sono a Roma in una pensione, se vuoi le accompagno a casa tua.” “Ho cambiato abitazione, sono in una villetta in via Appia 396, ti aspetto oggi pomeriggio.”
    Tre delle nipponiche parlavano italiano, Alberto ne scartò una e scelse Aiko Tanaka e Emiko Nakamura. Fu fatto loro presente che occorreva del tempo prima che i locali, col progetto dell’architetto  fossero sistemati, le due ragazze si guardarono in viso e: “Se per voi bene noi abiteremo con voi.” Alberto rimase benevolmente sorpreso, lui non aveva pensato a quella soluzione abitativa. Fra l’altro le due giapponesi fecero comunella con Annamaria, insomma filava tutto liscio. Ci vollero quindici giorni prima che le tre stanze fossero completate. Manlio era contento ed orgoglioso di quello che aveva potuto realizzare, in ognuno dei locali un’ampia vasca da bagno. Programma: per primo uno dry brushing per esfoliare dolcemente la pelle, poi venti minuti di immersione in acqua calda poi tiepida in una nuvola di schiuma,  per i meno freddolosi passaggio in acqua fredda per stimolare  il tono e riattivare la circolazione. Una maschera sul collo e sul viso, poi un  panno in microfibra sopra la maschera per un effetto occlusivo. Per finire un massaggio su tutto il corpo piedi compresi con aloe, mela verde e yogurt. Finale: risciacquo sotto una doccia tiepida. Aiko ed Emiko indossavano reggiseno e slip color carne, sopra un tunica leggerissima trasparente. Pian piano si sparse la voce di quel locale particolare dove ognuno poteva rilassarsi il corpo e la mente, il costo non era accessibile a tutti questo sia per recuperare il denaro speso che per evitare troppi clienti alcuni dei quali uomini, alcuni, feticisti si innamorarono dei piedi delle due nipponiche e venivano spesso a trovarle. Erano due molto ricchi e spendaccioni con gran gioia di Alberto. Un fatto imprevisto: Annamaria si annoiava mentre Aiko ed Emiko erano al lavoro,  chiese Ad Alberto di affiancarle tanto più che c’era una stanza in più addobbata. Alberto era molto perplesso, a sua moglie potevano capitare dei maschietti, previsione azzeccata: vari giorni dopo  si presentò in villa un signore in Bentley tale Oberto Palatino che erta stato invitato a pranzo da Annamaria, un pranzo alla giapponese con cibi preparati  dalle due ragazze. Il nobile, quarantenne aveva un eloquio brillante e trascinatore tanto che Annamaria lo guardava con occhi sognanti fino alla confessione alla fine  del pranzo della richiesta di Oberto di far diventare una castellana Annamaria, si era innamorato di lei ricambiato. Stavolta la doccia fredda metaforica colpì in pieno Alberto, Annamaria riempì una valigia di vestiti e sparì col suo spasimante. Alberto si sedette sul divano con lo sguardo nel vuoto, ancora non riusciva a rendesi conto della situazione. Conclusione stavolta inaspettata ma piacevole, Aiko ed Emiko consolarono, ambedue, un Alberto che in fondo capì che ci aveva guadagnato, due al posto di una…Poi nei momenti di stasi del lavoro Alberto usufruiva della ‘Furoba’ ossia stanza da bagno in gergo giapponese con contorno di delizie sessuali.

  • 08 settembre alle ore 9:01
    Porte chiuse

    Come comincia: La porta era di un colore indefinito, invecchiata dal tempo e dall'uso, senza serratura, così appesa ai cardini da sembrare di dover cadere da un momento all'altro. Aprirla poteva sembrare semplice, appoggiata leggera com'era ai suoi stipiti, eppure qualcosa mi diceva che avrei faticato non poco.. una porta chiusa è sempre un incognita, una porta chiusa non sai mai dove possa portare una volta aperta... E le mie braccia sembravano incollate ai miei fianchi, in un abbraccio infinito dal quale era difficile scappare, immobilizzate nel non poter credere di osare, di oltrepassare quella soglia... Eppure il desiderio era forte, ma non abbastanza da fare muovere quelle estremità. Quello che desidera la nostra mente molto spesso è inibito dalle nostre convinzioni di non riuscire, di non potere, di non essere adeguati, condizionati come siamo dal nostro passato...

  • 07 settembre alle ore 19:07
    Sweetdog

    Come comincia: Sweetdog era un raccattato di periferia.
    Forse un ladro, forse un tossico, molte volte uomo di strada.
    Mani grosse, barba folta, occhi persi nel suo stesso cielo grigio, una borsa nera e padrone delle sue strade.

    Sweetdog era famoso nella sua città, una piccola cittadine di tot abitanti, con tot case, con tot cose. Ne era il padrone indiscusso. Ciò che accadeva passava da lui, dentro e fuori. La malavita e la buona vita avevano una cosa in comune, Sweetdog. 
    Era un cane bastonato, bullizzato da tutti ma molto amato dai altri tipi di cani, di un certo livello, si intende.

    Quando abbaia alla luna, ogni angolo di città, diviene un paradiso malinconico dove ritrovarsi; quando morde argutamente, ogni angolo buio prende forma e si scatena aria di morte nelle strade adiacenti.
    Questo era il nostro caro amico Sweetdog. Il più grande cattivo che si muove ed il più grande benefattore ed intimo amico del debole povero che arranca nostalgicamente.

    Si diceva che non si separasse mai dal suo sax nero. Molti ne parlavano come se fosse uno strumento di giudizio. Ogni pena veniva spazzata, ogni atto impunito veniva, poi, messo a giudizio.
    Lo si sentiva di notte suonare, per le strade strisciare ed altre cantare le sue pene. 
    Povero Sweetdog. La sua leggenda viene ancora tramandata ai più piccoli, ai sordi, ai ciechi ed ai viandanti. Chi, invece, subì il suo giudizio, non ha più corde vocali per narrare ne occhi per descrivere. Dicono che siano rimasti muti per decenni senza mai avere il coraggio di rammentarlo ne descriverlo.

    Si dice che, quando la morte ha fatto loro visita, l'unico suono che fu udito era il suono del sax nero che, lento, si faceva spazio nella loro mente fino ad ammazzarli. 
    Si dice, eh. Quanta verità possa esserci, non vi è dato sapere.
    L'unico testimone che si vocifera lo abbia visto, abbia sentito e parlato, fosse un cieco sordo muto. Forse più vicino alla morte di tutti gl'altri, forse il più vicino alla vita di chiunque altro. 

    Questa era la leggenda di Sweetdog.

  • 05 settembre alle ore 14:27
    ALBERTO IL PENNONE

    Come comincia: Alberto Mazzei classe 1935 era un giovane magro , tanto magro che gli spuntavano le ossa sotto la pelle. Mamma Mecuccia (diminutivo di Domenica) era preoccupata ed cercava di ‘abboffare’ il figlio quanto più poteva anche con lo ‘schifoso’ al gusto olio di fegato di merluzzo allora molto di moda ma senza risultati. Il dottore di famiglia aveva rassicurato i genitori: “Alberto è un ragazzo sano, la magrezza è la sua natura che in futuro si estrinsecherà anche in atri modi che non so specificarvi. Alla prima media, alla toilette della scuola Alberto aveva visto il pene di un compagno di classe e si era preoccupato, il suo, al confronto era ben più piccolo, da quel momento evitò di farsi vedere nudo dai suoi compagni. Anche papà Armando era in ambasce, vedeva suo figlio sempre triste e immusonito e dire che a scuola riportava bei voti. Mamma Domenica cercò di cavargli qualcosa di bocca, solo un abbraccio da parte del figlio. Alberto superati gli esami di licenza liceale fece domanda per essere arruolato nella Guardia di Finanza, era giugno e la visita medica era prevista per i primi di ottobre.  Una vacanza al mare o in collina dagli zii a Cingoli, preferì quest’ultima, lì non aveva bisogno di mettersi in costume. Passò delle belle giornate con la trebbiatura del grano e con varie altre manifestazioni contadine, talvolta col caldo preferiva uscire dalla villa degli zii e girovagare nei campi, una volta di notte ebbe la brutta idea di chiudere in un fazzoletto delle lucciole. Com’è noto, questi animaletti hanno la parte posteriore del corpo che si accende e si spegne, girando per casa erano penetrate nelle stanze oltre che degli zii anche in quelle dei nonni e dei cugini impedendo loro di  dormire, il suo gesto non fu molto apprezzato. Nel frattempo era accaduto un fatto imprevedibile: andando in bagno a fare la pipì tenne più a lungo il pene in mano per far cadere le ultime gocce di urina e, meraviglia delle meraviglie il suo pene cominciò a crescere a dismisura, finalmente era accaduto qualcosa che sicuramente gli avrebbe cambiato la sua vita. Cominciarono  cadere le foglie dagli alberi, Alberto ritornò a Jesi in provincia di Ancona a casa dei genitori, sembrava più sereno era sempre sorridente, si mise a leggere vari romanzi della biblioteca paterna. Il 2 ottobre si recò in pullman ad Ancona alla caserma della Guardia di Finanza. All’infermeria tutti gli aspiranti allievi finanzieri erano nudi per essere sottopoti a visita medica. Quando fu il turno di Alberto si sentirono dei risolini ovviamente dovuti al vedere il pisellino di Alberto. Il dottore, un signore di mezza età invitò Alberto dietro un separé: ”Vedi figliolo io vorrei aiutarti ma ti rendi conto tu stesso…” “Dottore mia dia un attimo di tempo: Alberto cominciò a masturbarsi a ciccio arrivò ai diciannove centimetri una volta misurati da Alberto. Al dottore caddero a terra gli occhiali: “Va bene vado a prenderti  le mutande, non voglio che gli altri ragazzi…” Dopo che Alberto fu dichiarato idoneo, due infermieri interrogarono il dottore il quale spiegò loro la situazione e la storia finì lì. Anche l’esame scritto andò bene: A casa: “Papà, mamma tutto a posto, a fine ottobre sarò alla Legione Allievi di Roma.” I genitori ebbero un sospiro di sollievo, finalmente il loro erede era cambiato, sempre magro ma di tutt’altro umore. Grandi baci ed abbracci con i genitori alla stazione ferroviaria, anche un incontro non previsto con una ragazza della classe di Alberto: “Cara Ella sto per essere arruolato nelle Fiamme Gialle.” “A proposito di fiamme, sei sempre stato il mio preferito ma tu non mi hai mai degnato di uno sguardo!” “A Natale avrò delle ferie, avremo modo di avere un incontro ravvicinato…” “È una  promessa, ricordala d’altronde la casa dei tuoi è vicino alla mia villa.” Sul treno che andava a Roma c’erano molti altri colleghi marchigiani che si recavano alla caserma XXI aprile. Brutta accoglienza da parte dei brigadieri istruttori, volevano fare la parte dei duri ma con Alberto si trovarono dinanzi un muro di totale di  serietà nello sguardo e obbedienza assoluta ai loro comandi, il  giovane aveva  compreso la loro pochezza, li avrebbe smontati con qualche battuta spiritosa nei loro confronti che sicuramente loro non avrebbero compreso ma che avrebbe fatto ridere i suoi compagni. Dietro consiglio di nonno Alfredo, ex commissario di P.S., il giovane si guardò bene dall’aderire alle  richieste degli istruttori: “Chi sa suonare il pianoforte?” Si presentarono due allievi. “Bene prendete il pianoforte che si trova al circolo ufficiali e portatelo al terzo piano nell’alloggio del comandante.” “Chi ha fatto gli studi classici?” “Tre imbecilli che non avevano ancora ben compreso quello che era successo ai due precedenti colleghi: “Siamo tutti e tre di Ancona con la maturità scientifica.” “Bene andate a pulire i cessi delle tre Compagnie.”  “C’è nessun  ragioniere?” Stavolta i ragionieri rimasero al loro posto…” “Bene allora voi due che siete  robusti andate in cucina a pulire le patate, per gli altri adunata per l’addestramento in piazza d’armi.” Alberto aveva sempre lo sguardo serio, fu notato da un brigadiere dai piedi più larghi che lunghi! Il quale: “Tu di dove sei?” “Alberto disse la verità: “Sono nato a Roma.” “E allora come mai sei qui e non a Predazzo a fare l’allievo?” “Perché i miei risiedono in provincia di Ancona.”  Piedi larghi si girò scornato, aveva già preso in antipatia Alberto Mazzei. Accadde che Hermes protettore del giovane fosse ‘distratto’ con la solita ‘allegra’umana di turno ed Alberto fece una minchiata. Aveva incontrato sul tram una signora circa quarantenne che prese a guardarlo intensamente, Alberto prese la palla al balzo: “Madame sarebbe mio piacere conoscerla, stasera ho poco tempo ma domani…” “Io amo molto gli uomini in divisa, abito vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore, che ne dici se domani alle 18…” “Dico di sì my Darling, io sarò in divisa non vorrei dare troppo all’occhio.” “Nessuna problema io sono separata,  abito all’ottavo  piano del n.243 di via Merulana…” “Sono allenato, a domani sera.” La signora Rosina P. si fece trovare sulla porta di casa in vestaglia, sotto la vestaglia, niente. Alla scoperta del pisellone di Alberto Rosina all’inizio rimase perplessa poi: “Mai assaggiato un cosone talmente grosso e dire che di cazzi ne ho provati tanti, sii delicato!”  Dopo un passaggio obbligato in bagno Alberto provò la perizia sessuale di una esperta ‘scopatrice’, era veramente brava anche col popò. Dopo la terza ‘visita’ alla signora Alberto diede forfait, Rosina lo stava spolpando e così chiuse la partita. Dopo circa una settimana si accorse delle secrezioni che uscivano dal pene con bruciori e prurito. Recatosi in infermeria il dottore: “Giovanotto ti sei beccato una gonorrea volgarmente detto scolo, subito al Celio.” All’ospedale Militare, dopo le solite procedure burocratiche ad Alberto fu assegnato un letto in una camerata di dieci posti, tutti soldati, nessun finanziere. Dopo un pranzo niente male Alberto si trovò dinanzi una suora longilinea di circa cinquant’anni. “Io sono suor Caterina,  figliolo come ti sei preso lo scolo?” “Sorella, una signora…” “Volevi dire una mignotta, tu pensavi di aver fatto una conquista ed invece ti sei imbattuto in  una gran puttana che se la fa con tanti coglioni come te! Tira fuori l’uccello!” “Ma sorella…” “Figliolo in vita mia ho visto e toccato tanti cazzi che manco te li immagini…siamo un po’ sullo scarso, come ti hanno arruolato in Finanza?” “Quando ciccio si alza misura diciannove centimetri!” “Chi l’avrebbe detto, hai ragione  ma intanto ti sei beccato uno scolo, una puntura di penicillina ogni sei ore, fai vedere le chiappe!” Alberto rimase ricoverato per sei giorni, nel frattempo aveva preso confidenza con suor Caterina. Un pomeriggio dopo l’iniezione: “Sorella posso farle una domanda?” “No perché già conosco quello che mi vuoi chiedere, la mia è una storia dolorosa che cerco di non ricordare.” “Mi piacerebbe abbracciala, lei sarebbe stata una moglie ideale con tanti marmocchi!” La suora si era allontanata, forse piangeva, Alberto capì di aver sbagliato a trattare quell’argomento. Finita la cura Alberto prima di rientrare in caserma cercò suor Caterina. “Vorrei mandarle delle cartoline illustrate per farle conoscere dove mi hanno trasferito, mi permetta un abbraccio.” Fu accontentato, Alberto piangeva, cazzo era diventato un piagnone, lui ateo da sempre si era invaghito di una suora…Dopo gli esami sulle materie tributarie studiate, Alberto risultò il terzo in graduatoria di tutto il battaglione con gran scorno di piedi larghi. In licenza di trasferimento a Jesi telefonò ad Ella: “Cara sono rientrato, i miei mi hanno dato il cambio a Roma, sono andati a trovare mia nonna Maria e mia zia Armida, io son qua da solo, mangio in casa della portiera Matilde che provvede anche alle pulizie di casa mia, ho una camera con  letto in ottone e il resto  in stile Chippendale, materassi accoglienti…” “Mia figlia domattina va a scuola, ti raggiungerò verso le nove.” E così fu, Ella vide Matilde all’estremità del giardino del palazzo, fece finta di non averla notata, non poteva certo essere giustificata per la sua andata nell’appartamento di Alberto. In casa di quest’ultimo si spogliò in fretta, se ne fregò dello stile della camera degli ospiti: “Caro sono pulita e profumatissima!” “Anch’io.” Alla vista di Alberto nudo solita manfrina. Ella rideva della grossa: “Dove vuoi andare col quel cosino…” Si ricredette, pian  piano che ciccio aumentava di volume sgranava gli occhi, Alberto ripropose una vecchia canzone: “Chi l’avrebbe mai creduto che tu avessi avuto, valzer! Una nerchia per il tuo buco del cul!” Ella non era molto alta ma aveva un fisico aggraziato ed un viso infantile, altra caratteristica: il sesso gli piaceva  da morire ed infatti col solo cunnilingus ebbe due orgasmi consecutivi, non fece tante storie nell’immisione penis nel fiorellino anzi prese a cantare il peana nell’alto dei cieli con ripetuti ululati soprattutto nella posizione cavalcante, Alberto non riuscì a contare gli orgasmi, quando Ella spossata smise: “Sarà un ricordo indelebile per tutta la vita, non te l’avevo detto ma io di natura ho una vagina larga, nessuno era riuscito prima di te a farmi godere tanto, avevo avuto intuito a volerti agganciare quando eravamo studenti, resti molto a Jesi?” “Altri cinque giorni.” Nel frattempo Alberto sentì la porta d’ingresso sbattere violentemente, non sapeva che Matilde avesse le chiavi di casa sua, solo lei poteva essere. Attraverso la porta d’ingresso della camera: “Matilde oggi mi alzerò tardi, lasci stare la mia camera!” Un grugnito dietro la porta, voleva dire: a me non la si fa! Dopo due giorni Armando e Mecuccia ritornarono a Jesi da Roma, fu la salvezza del loro figlio ossessionato da Ella la quale comprese che ‘la storia breve era finita e che l’immortale…era solo il ricordo.” Da Jesi Alberto inviò una cartolina a Suor Caterina, riproduceva il monumento a Pergolesi; non sapeva se fosse meglio evitare ulteriori emozioni alla suora, se lei avesse avuto vent’anni di meno…

  • Come comincia:  Dal 25 gennaio la sua scomparsa (ironia della sorte, proprio il giorno del quinto anniversario del moto di protesta popolare e spontaneo che portò alla destituzione del Presidente Hasni Mubarak: dalla padella alla brace, direbbero giustamente in molti!). Così scrive Bonini: "...quindi, il ritrovamento "casuale" (quanto lo sia a nessuno è dato sapere, a mio avviso: potrebbe essere stato anche un ritrovamento...ad hoc!), il 3 febbraio, sul ciglio polveroso della strada Cairo-Alessandria. L'ombra di un omicidio di Stato e le stimmate della menzogna del regime militare - "Morto per un incidente stradale" - smascherate da una prima autopsia al Cairo, che aveva fatto dire ai medici legali egiziani che la morte di quel ragazzo era stata un tormento "lento e doloroso". Ma, a questo punto giunti, sento il coscienzioso dovere di aprire una parentesi: un po' fuori luogo (anzi, fuori tema) ma neanche così tanto, direi. Nei primi mesi di questo dannatissimo duemilaventi (per la precisione eravamo al 12 di febbraio) un'altro evento "strano" è accaduto sulla tratta Roma-Cairo: Patrick George Zaki, attivista e studente egiziano (anch'egli, come Regeni, dottorando ma all'università di Bologna), viene arrestato in circostanze poco chiare e trattenuto con accuse alquanto infondate (tra le altre cose li verrà contestato il reato di...       

  • 31 agosto alle ore 22:43
    Il Vampiro di Brewerfou

    Come comincia: L’orologio suonava le 9 di sera. Dal balcone del suo enorme castello, era possibile ammirare la piazza centrale del paese, la luna piena, il suono lento degli alberi che si muovevano in modo lieve lungo la strada che percorreva il porticato. Un vampiro dai modi gentili, così si definiva Vladimir, che a differenza della sua stirpe, aveva scelto di vivere in un castello nelle campagne londinesi: Brewerfou era un paesino di abitato da 3000 anime, molti dei quali studenti, che preferivano la periferia anziché il caos cittadino. Indossò il suo cappotto scuro che Nile gentilmente gli offrì e si avviò verso la porta. Il fresco della sera avvolgeva i suoi passi, nessuno aveva mai fatto caso alle sue malefatte, molti scambiavano i suoi morsi per quelli dei lupi che si aggiravano intorno alle campagne. Arrivò nella piazza dove era posta una fontana in pietra, al centro un cupido con in mano un arco e una freccia. Intorno c’erano negozi, bar e ristoranti, tutti in perfetto stile ottocentesco, inusuale per un paesino degli anni 90. Era come se in quel luogo il tempo si fosse fermato, la nebbia era quasi sempre presente, soprattutto d’inverno. Ad attirare la sua attenzione fu una ragazza seduta sul muretto della fontana: era di media statura, con i capelli rossi ondulati, la pelle diafana, incorniciata da alcune lentiggini e un corpo dalle forme generose. Che strana creatura pensò, le si avvicinò e disse: “Fa freddino stasera, sono in paese da pochi giorni e già non vedo l’ora di ripartire”la ragazza alzò la testa e con i suoi grandi occhi azzurri lo guardò e sorrise: “Io sono qui solo da stamattina, e già incontro il primo rompiscatole che ci vuole provare.” Vladimir rimase un pochino spiazzato dall’atteggiamento della giovane:”mi dispiace, non volevo importunarla” “scusi, forse sono stata un po’maleducata. Il mio nome è Isabelle, sono una studentessa di medicina, lei invece?” “Vladimir, studio lingue straniere, sono in vacanza da alcuni parenti”. I due iniziarono a chiacchierare, la ragazza aveva una bellezza ammaliante, lui si sforzò in tutti i modi di sfoggiare le sue armi migliori pur di arrivare a portarla al castello. Cenarono in un piccolo ristorante posto all’interno di una viuzza. Il posto era decisamente molto elegante, con luci soffuse, il proprietario aveva capito che Vladimir non era uno qualunque, per questo faceva sempre la parte dello gnorri, indubbiamente temeva per la sua incolumità, oltre che essere ingordo delle generose mance che il vampiro gli lasciava. Isabelle era solo una delle tante vittime che sarebbe sparita misteriosamente per poi essere ritrovata azzannata nelle campagne. Erano l’uno di fronte all’altra, due bicchieri di vino rosso e due grandi fette di tagliata di manzo, rigorosamente al sangue condita con olio e aceto balsamico. Gli occhi di lei lo fissarono a lungo: “Cosa ti aspetti da questa serata? Non ci conosciamo, credi realmente che mi lasci sedurre dal primo sconosciuto” mandò giù il suo boccone, poi le porse la forchetta per imboccarla: “È come se ti conoscessi da tempo. Non ti sto chiedendo di venire a letto con me, ma solo di visitare la mia dimora…scusami, casa”. Entrambi scoppiarono in una fragorosa risata, terminarono la cena e si diressero verso il castello. Arrivarono di fronte all’imponente struttura: “Caspita, ma questo è un castello, altro che casa!” disse la giovane. Nile li accolse con lo sguardo rassegnato di chi ormai aveva fatto l’abitudine ai capricci del proprio padrone. Complice il vino e la luna si ritrovarono nudi sul grande letto a baldacchino. I baci di lei erano avidi, bruciavano come la legna nel camino, diversamente dalle altre l’amplesso fu dolce e passionale allo stesso tempo. Per la prima volta fu lui ad addormentarsi tra le braccia della sua vittima, ma non aveva considerato un particolare: mentre era in procinto di svegliarsi, vide uscire dalla bocca di lei due enormi canini in procinto di azzannarlo.

  • 31 agosto alle ore 16:44
    L'appuntamento

    Come comincia: L’ascensore aveva quel classico odore misto tra deodorante dozzinale o dopobarba da discount e quel odore pungente che non riuscivi mai a capire se era di cipolle andate a male o di sudore settimanale. Schiacciai il pulsante del sesto piano, capii che era quello giusto perché, talmente consunto, era sopra quello del quinto. Gli ingranaggi si mossero con un cigolio che mi entrarono dentro al cervello, e incominciai lentamente a salire. In un angolo, sul pavimento, vidi una macchia scura, probabile ricordo di un sacchetto della spazzatura, spero.. non osai pensare ad altro. La luce interna funzionava a intermittenza irregolare,  come se l’energia elettrica che la alimentava arrivasse da un pianeta di un’altra galassia, o dal profondo dell’infero dantesco. I cavi dell’ascensore schioccarono come un colpo di frusta imprimendo un forte scossone alla cabina facendomi temere di sprofondare in chissà quale fossa delle marianne.. non era la prima volta che salivo con quell’ascensore, ma era sempre come se l’esperienza di quel breve ma interminabile viaggio mi scuotesse l’anima, da dentro, come un violento temporale fa con un albero.. terzo, quarto, quinto piano.. la luce dell’ascensore continuava con la sua intermittenza a segnare il tempo e lo spazio.. al sesto l’ascensore si fermò con un sobbalzo improvviso e le porte si aprirono con un cigolio di cardini che mai avevano visto una goccia di lubrificante.. uscii da quella trappola infernale e mi avvicinai alla sua porta, con la coda dell’occhio vidi una persona scendere le scale frettolosamente, probabilmente un altro visitatore che mi aveva preceduto. La porta era in legno massiccio, scolorito e consunto ma ancora molto robusto, con il classico spioncino ad altezza oculare e una vecchia serratura consumata dalla ruggine e da chiavi troppo invadenti. Il dito mi andò automaticamente sul campanello, sotto il quale non c’era alcun nome ma il disegno di una farfalla, sbiadita, e lo schiaccia: il suono che ne venne fuori era una via di mezzo tra una pernacchia e una trombetta di carnevale, mi sfuggi un sorriso.. non mi ci ero mai abituato… sentìì attraverso la porta il classico tramestio, condito da una imprecazione improponibile, di chi sta facendo altro e non vorrebbe essere disturbato. La porta si aprì e Anna mi apparve in tutta la sua imponenza: un donnone alto e grosso che sembrava appena uscito da un incontro di wrestling.. vestiva un baby doll trasparente che nascondeva a malapena le sue forme debordanti, e null’altro.. una sigaretta semi accesa le pendeva dalle labbra, dipinte di un rosso talmente acceso da riflettersi sulle pareti attorno; la tentazione di strapparle dalla bocca quel mozzicone era forte.. ma mi trattenni. I suoi capelli erano raccolti a crocchio, freschi di tinta ma non di shampoo.. “ciao! Sei tu! Ti aspettavo più tardi! Dai entra” la sua voce, a dispetto dell’aspetto, era però di una bellezza disarmante, suadente, dolce e intrigante.. mi volse le spalle ed entro nell’appartamento, strascicando le ciabatte che portava ai piedi ed accendendosi la sigaretta mezza spenta. L’occhio mi cadde sul letto sfatto che si intravedeva da una porta aperta.. conferma della provenienza della persona che avevo intravisto scendere le scale. Nonostante tutto la casa di Anna profumava di pulito, di spezie e di odori di altri tempi.. percorremmo il corridoio che portava a una grande sala, arredata con mobili poveri ma dignitosi e ci accomodammo lei sul divano e io su una poltrona di finta pelle neanche troppo consunta.. “allora? Li hai portati?” mi disse, sempre con quella bella voce che a occhi chiusi faceva sognare.. “certo!” risposi io tirando fuori la scatola che mi ero portato appresso.. e aggiunsi “però questa volta inizio io con il bianco” e lei mi rispose leggermente contrariata “va bene, ma solo questa volta…”.
    Aprii la scatola e incominciammo a ordinare le pedine sulla scacchiera.  

  • 29 agosto alle ore 8:58
    scomparso!

    Come comincia: Era talmente insopportabile che quando parlava la sua voce stridula mi entrava nel cervello con la violenza di un trapano.. la sua arroganza era talmente debordante che avrei voluto evitare ogni contatto e persino dargli semplicemente la mano mi provocava uno strano prurito che non vedevo l’ora di eliminare con un energico spruzzo d’acqua sotto al rubinetto.. eppure dovevo stare ad ascoltare e sopportare la sua presenza, perché al tuo capo non potevi voltare le spalle ne’ rispondere a tono, non era permesso; quello che poi non sopportavo era quel suo muovere incessantemente le mani come se fossero un’altalena, avanti e indietro, in alto e in basso e poi ancora avanti e indietro, Insomma non vedevo l’ora che finisse di parlare, ostentando arroganza, presunzione, superbia ma soprattutto il potere del forte con i deboli. E mentre ero lì con gli occhi bassi, impotente, cercavo di riempire la mia mente con immagini positive: un bel tramonto, un campo di grano danzante, una bella donna nuda che si abbandonava tra le mie braccia con fare lascivo..ma niente, impossibile sfuggire a quel diluvio di parole e supponenza..
    Dovevo assolutamente trovare una via di uscita…. A un certo punto però mi venne un’idea.. incominciai con gli occhi chiusi a immaginare di svuotare lentamente la stanza da ogni suo oggetto: via le sedie, via le scrivanie, via le finestre, le porte via persino i muri fino a far si che la mia attenzione si concentrasse sulla figura di quel concentrato di arroganza e antipatia, per poi incominciare a a scomporlo come fosse un puzzle alla rovescia..via le braccia, via le gambe e così sino a quando non rimase solo la testa.. un ultimo tocco di immaginazione e… d’improvviso la sua voce si spense.. attesi ancora un poco prima di aprire gli occhi e quando lo feci mi accorsi che era scomparso !permaneva però ancora nell’aria uno strano eco, come se le sue parole fossero rimaste ancora nei dintorni, ma duro poco, e rimase solo il silenzio… a quel punto mi guardai bene in giro e lo sguardo andò verso il basso e mi accorsi, con stupore, che di lui erano rimaste solo le scarpe che, almeno quelle, fortunatamente stavano zitte… però avevo la netta sensazione che mi osservassero…  

  • 27 agosto alle ore 19:25
    Ha parlato...

    Come comincia:  Venti di tempesta: la natura ha parlato; in modo netto, chiaro, preciso...non lo farà di nuovo!
     
    Taranto, 27 agosto 2020.

  • Come comincia:  Qualche giorno fa rovistando tra un nugolo di mie carte e album di foto e cartoline (l'intento era quello di mettere un po' in ordine gli scaffali di alcuni armadietti), mi sono passate tra le mani alcune pagine di un vecchio numero della Gazzetta di Parma: la data è quella del 18 febbraio del duemilaotto (era un lunedì). A pagina sedici, nella sezione Cronaca dedicata alla rubrica "Quartieri" (il quotidiano parmense dedica settimanalmente una intera pagina a vicende riguardanti paesi limitrofi della provincia o addirittura quartieri cittadini), leggo due articoli interessanti entrambi scritti da Isabella Spagnoli, che parlano di storie e personaggi locali ma balzati alla notorietà nazionale ed internazionale (come appurato in seguito). In questo scorcio del mio diario ho ritenuto fosse giusto riproporre integralmente il testo dei due articoli (entrambi abbastanza brevi: il primo di tre colonne, l'altro solo di due). Occhiello - La storia - Ex insegnante della "Pezzali": alla sua esperienza si interessò anche l'Unesco - Titolo - Rizzo, il maestro dei francobolli che portò la filatelia in classe - Sommario - Pioniere di un metodo educativo unico nel suo genere - "Non è esagerato dire che Gastone Rizzo è passato alla storia per essere stato il "maestro dei francobolli". Storia di un Paese, il nostro, che grazie alla passione di questo distinto signore di ottantacinque anni, si è fatto conoscere dalle scuole di numerosi Paesi del mondo. - Sono stato pioniere di un metodo educativo unico nel suo genere. I francobolli mi hanno permesso di insegnare, ad alunni delle elementari, la storia, la religione, la geografia e altre materie, in maniera del tutto innovativa, - spiega Rizzo, veronese di origine a Parma da oltre mezzo secolo. - Quando ero piccino - continua - vidi sulla scrivania di un amichetto una piccola raccolta di francobolli. Me ne innamorai immediatamente e decisi di iniziare a collezionare, facendo del mio hobby un mestiere. - Non si è limitato a raccogliere, Gastone, ma ha deciso di tramandare il suo amore per la filatelia agli studenti dei quali ancora conserva i quaderni. - Nel 1940 ho incominciato ad insegnare in alcune scuole della bassa campagna veronese e, fin da allora mi sono servito dei francobolli come sussidio didattico. Interruppi l'insegnamento perché chiamato alle armi, ma nel '48 ripresi sempre con l'aiuto della filatelia. - Il maestro spiega che chiedeva ai suoi studenti di portare francobolli in classe e, dalla piccola raccolta personale, che i bimbi attaccano al quadernetto, si "partiva" per spiegare le varie materie. I più bravi ricevevano, come premio, un nuovo francobollo regalato dal maestro. - La mia attività didattico-filatelica cominciò ad uscire dal confine in cui operavo. Direttori di scuole mi invitavano a tenere conferenze e autorità mi chiedevano di partecipare a mostre, dove esponevo il mio materiale filatelico unito a quello degli studenti: la più importante a cui ho partecipato si è svolta nel maestoso Palazzo Grassi a Venezia -. Rizzo sfoglia con orgoglio i quaderni degli alunni riempiti da calligrafie infantili e da colorati francobolli e un album colmo di articoli di giornale di tutto il mondo (fra questi anche la Gazzetta di Parma degli anni cinquanta). - Ricordo, con emozione, quando l'Unesco mi chiese una dettagliata esposizione scritta del mio lavoro scolastico e il giorno in cui una casa cinematografica di Torino realizzò sul mio insegnamento un documentario intitolato "Una scuola così" -. Rizzo ricorda anche quando arrivò, nel 1959, nella nostra città dove lavorò come consulente dell'Althea e come insegnante a Sorbolo e poi all'elementare Pezzani, dove si fermò per diciotto anni, sempre usando il metodo dei francobolli. Ora Rizzo, che vive in via Ferrarina, in quartiere Cittadella, coltiva un grande sogno che è quello di pubblicare un libro che raccolga i più interessanti momenti della sua esperienza di filatelico e di educatore. - Ho scritto centinaia di pagine che sono a disposizione di un eventuale editore. Qualcuno vuole pubblicare la storia di un maestro di francobolli in una scuola...così?". A margine dell'articolo sono da aggiungere alcune cose importanti, anzi, fondamentali: la prima, purtroppo, è abbastanza triste e riguarda il fatto che Rizzo sia passato, a miglior vita, come suol dirsi, undici anni dopo la pubblicazione della sua breve chiacchierata con la giornalista. L'ho appreso poche ore dopo aver scritto queste note del mio diario, facendo un breve quanto esaustivo giro sul web: la morte del vecchio maestro, avvenuta alla veneranda età di novantasette (sic!) anni, è datata infatti 4 maggio 2019 (poco più d'un anno fa, quindi); insieme alla ferale notizia (letta sempre sulla Gazzetta di Parma: questa volta, però, nell'edizione on line) vi è anche scritto: "Lo stesso giorno, alla distanza di poche ore dalla sua morte, l'adorata nipote Barbara ha dato alla luce Leonardo, il pronipotino che sognava e che avrebbe teneramente coccolato". Mi viene in mente ora quanto mi raccontavano spesso sia mia madre che mia zia (sua sorella). Quando mia madre tornò a casa dalla clinica in cui mi aveva dato alla luce (la casa di cura "Bernardini" di Taranto), mia nonna Eleonora (la quale, avendo subito una paresi parziale trascorse allettata e senza poter parlare gli ultimi anni di vita) vedendomi in braccio a lei volle a sua volta tenermi in braccio per alcuni attimi. Dopo aver assistito alla scena, il medico che la visitava esclamò: - L'alba e il tramonto! - Ma torniamo al Rizzo. Mi domando ora quanti direttori didattici o presidi di plessi scolastici sarebbero disposti ad accettare un maestro siffatto nella propria "compagine" educativa? Penso ben pochi, evidentemente! L'idea che mi sono fatto di quest'uomo non può essere precisa al millimetro (o al bacio), visto che ho consultato pochi documenti cartacei e non ho avuto mai la possibilità di conoscerlo di persona, tuttavia penso dovesse trattarsi d'una persona estremamente affabile ed alla mano e che fosse uomo (un vecchietto) alaquanto arzillo e simpatico: a questa impressione sono giunto guardando alcune sue foto. Ne concludo, pertanto, che se fossi preside di una scuola (di qualsiasi ordine e grado) darei a lui "carta bianca" sul metodo educativo da seguire, prescindendo da circolari e da annessi - e connessi - ministeriali. Forse sono di parte, é vero, esprimendo tale giudizio, visto che in mia vita, a più riprese, ho collezionato francobolli sin da bambino (i primi li rubacchiavo dagli album della mia povera sorella Anna la quale, alla fine - esasperata dai miei continui "furti" - me li regalò in toto!)...la mia collezione completa - ahimé - l'ho venduta qualche anno fa (correva il 2014) al mio amico Paolo Balestrieri il quale, ironia del caso, risiede a pochi chilometri dai luoghi in cui insegnò il Rizzo: egli vive e lavora, infatti, insieme alla sua consorte, nel centro di Felino (capitale del salame omonimo di cui ho già parlato nel mio diario), poco distante dal capoluogo parmigiano. Anche io, debbo dire d'aver imparato molto dai francobolli, prescindendo dal fatto (assolutamente non trascurabile) che sono in genere sempre piacevoli da vedere in quanto molto colorati ed assortiti nelle forme e dimensioni: date importanti, ricorrenze, località, avvenimenti storici, nomi di personaggi, curiosità d'ogni genere e in ogni campo dell'attività dell'uomo e del suo scibile. La seconda cosa da rimarcare, riguardo Gastone Rizzo, è senz'altro positiva: nel 2012, il suo libro "Una scuola così" ha visto la pubblicazione ad opera della casa editrice Prodigi di Gallarate, provincia di Varese. La seconda storia riguarda un'altro personaggio, anch'egli parmigiano d'adozione: Giovanni Vitale. Sempre sulla Gazzetta di Parma è riportato quanto segue. Occhiello - Personaggi: Giovanni Vitale, l'artigiano di Borgo sul Naviglio; Titolo - Restaurare i mobili da enormi soddisfazioni. - Ha 29 anni, ma ha scelto di fare un mestiere antico (ormai sempre più raro), a contatto con oggetti dei secoli passati. Un lavoro, come sottolinea, - dove la busta paga non é assicurata, così come il profitto che varia, enormemente di periodo in periodo. Questo mestiere non dà sicurezza ma non stanca mai ripagando chi lo svolge con enormi soddisfazioni, - spiega Giovanni Vitale, restauratore di mobili antichi, che opera in un piccolissimo locale di Borgo del Naviglio, in quartiere Parma centro. Una viuzza affasscinante e ombrosa dove scorrevano, secoli fa, le acque di un canale (il Naviglio, appunto) che trasportava, con le sue acque, scambi e storia. Un borgo colmo di memoria. - Compiuti gli undici anni incominciai ad apprendere il mestiere, grazie all'impiego in una ditta che si occupava di restauro - spiega Giovanni -. Non amavo studiare così decisi di investire tutte le energie in questo mestiere che mi ha appassionato da subito. Con poco capitale e con il solo lavoro delle mie mani mi sono fatto conoscere -. Il suo negozietto è colmo di mobili e di attrezzi del mestiere: carta vetrata, martelli, seghetti, sgorbie, scalpelli, segatura. - Non scorderò mai la soddisfazione che mi diede restaurare il mio primo mobile: una vetrinetta in abete rustico. Alla fine del lavoro non potevo credere di averla rimessa a nuovo tutto da solo. L'oggetto più bello di cui mi son preso cura è, invece, un Napoleone III°. Uno spettaco=  lo -. Giovanni, che vive a Parma da una decina di anni, dice di amare la nostra città che - ha rispetto per la memoria storica e gli oggetti del passato - aggiunge -. Sono tanti i parmigiani che mi portano mobili trovati in soffitta. Oggetti che, magari, valgono tanto e alla prima occhiata sembrano cianfrusaglie da nulla. Il mio mestiere richiede tanta calma, buona volontà e attenzione. Ho imparato guardando gli altri lavorare e credo fermamente che questo lavoro non si possa imparare sui libri - conclude Giovanni, l'artigiano di Borgo del Naviglio". Cosa posso dire, in conclusione, da par mio? Soltanto una cosa: gli artigiani sono sempre meno (adesso ancor meno di prima, purtroppo, visto che l'articolo appena riportato risale a più di dodici anni orsono)...per fortuna, però, che ve ne sia ancora qualcuno in giro!
     - Mille proverbi italiani - Nel 1999 uscì la seconda edizione del librino "Mille proverbi italiani" (consta di appena sessantasei pagine, stampate in edizione tascabile), scritto da Massimo Baldini ed edito dalla Newton&Compton di Roma nella serie Tascabili Economici; il prezzo era davvero basso: millecinquecento lire...qualche anno prima dell'avvento della moneta unica in Europa. Nelle pagine introduttive l'autore scrive, tra le altre cose: "Per millenni l'uomo ha trasmesso le proprie conoscenze con il solo strumento della voce. Le informazioni passavano di bocca in bocca e procedevano a velocità pedonale sui sentieri della storia. L'uomo che vive in una cultura orale, in una cultura cioé che non conosce la scrittura, non possiede documenti, ma ha solo la memoria. Egli sa solo ciò che ricorda e per ricordare ha bisogno di formule come ausili mnemonici. In altre parole, in tali culture occorre articolare le conoscenze in pensieri memorabili, in pensieri essenziali o quintessenziali, in breve: in proverbi. Nelle culutre orali, scrive W. J. Ong (cfr. Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, trad. it. di A. Calanchi, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 62-63), "il pensiero deve nascere all'interno di moduli bilanciati a grande contenuto ritmico; deve strutturarsi in ripetizioni e antitesi, in allitterazioni e assonanze, in epiteti ed espressioni formulaiche, in proverbi costantemente uditi da tutti e che sono rammentati con facilità". Nelle culture orali (come anticamente è stata anche la nostra, quindi) i proverbi del tipo: "Chi non muore si rivede", "Sbagliare è umano perdonare divino", "Donna e fuoco toccali poco", "Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino", "Presto e bene non stanno insieme", non sono occasionali, essi formano "la sostanza stessa del pensiero. Senza di loro sarebbe impossibile un pensiero che abbia una qualche durata, poiché essi lo costituiscono". I proverbi hanno rappresentato per vari millenni l'enciclopedia tribale degli uomini. Essi sono stati il precipitato dell'esperienza, cioé dei tentativi ed errori di molte generazioni. Ai proverbi è stato affidato il sapere psicologico, sociologico, politologico, filosofico, medico, meteorologico, gastronomico, economico ed etico che gli uomini venivano faticosamente elaborando. E che la stesura di un proverbio fosse il frutto della riflessione di una intera comunità e che ad esso si giungesse dopo molti anni è  ben evidenziato da una celebre massima veneziana, secondo cui "i proverbi li facevano i vecchi e stavano cent'anni e li facevano sulla comoda". I proverbi, dunque, sono pensieri fossili che sono sopravvissuti all'invenzione della scrittura, alla scoperta della stampa e alla nascita della galassia elettrica ed elettronica...oggi non si coniano più proverbi e si usano sempre meno. Secondo l'autore le cause sarebbero essenzialmente tre: in primo luogo, la loro stella si è appannata in quanto la scienza risponde in modo più soddisfacente di loro ad alcuni interrogativi che si pongono gli uomini. Si pensi per fare un esempio all'ambito della meteorologia. In secondo luogo, i proverbi sono stati abbandonati come fonte di sapere, poiché molti si rifanno o rimandano, direttamente o indirettamente, ad un mondo contadino che è, per l'uomo contemporaneo, fondamentalmente estraneo. In terzo luogo, infine, essi sono divenuti un sapere marginalizzato, poiché, tranne pochissimi, non vengono più nell'arco della giornata frequentemente ripetuti e, quindi, non sono stati più memorizzati sistematicamente dalle generazioni più giovani. Tuttavia, siamo convinti che anche nella nostra cultura questa forma di sapere possa avere ancora una funzione e un ruolo di qualche utilità...essi possono oggi informarci di ciò che si nasconde nell'animo e nella mente degli uomini , possono cioè fornirci ragguagli illuminanti sulle passioni che li agitano, sui vizi che li posseggono e sulle virtù che si sforzano di far proprie. Certo, psicologi e sociologi, psicanalisti e pedagogisti hanno anch'essi indagato queste stesse problematiche, ma i proverbi hanno il vantaggio di possedere al massimo grado il dono della concisione e la virtù della chiarezza. I proverbi, infatti, non hanno bisogno di un linguaggio specialistico per comunicare la verità o la verità-e-mezzo che, nei casi più felici, contengono, in quanto adoperano le parole di tutti i giorni. Per capirli, quindi, non c'é bisogno di un diploma né tantomeno di una laurea. Essi parlano alla mente e al cuore di tutti coniugando felicemente il sapere più profondo con il massimo di divulgazione possibile. Anche a mio modo modesto di vedere i proverbi rappresenteranno sempre - e comunque - una insostituibile forma di sapere, pur se inesorabilmente ed implacabilmente vittime sacrificali del tempo (anzi, dei "tempi"); essi resteranno simbolo di saggezza popolare che mai perderà di valore: neanche quando quei tempi di cui sopra diverranno ancor più sfrenatamente digitalizzati e la cultura sarà molto più massificata ed "usa&getta" di ora. Il motivo di tutto sta, invero, nel fatto che essi rappresentino una sorta di ammaestramento morale, di precetto a "presa rapida" a causa, innanzi tutto, del loro elevatissimo grado di semplicità e...onnicomprensione a - e per - tutti gli strati della sfera sociale. La novità della pubblicazione del Baldini (nella sua carriera di docente e cattedratico fu ordinario di Storia della filosofia alla Università di Perugia e insegnò Semiotica alla Luiss di Roma; in quella di autore scrisse varie opere tra cui: "Gli scienziati ipocriti sinceri", "Contro il filosofese", "Le parole del silenzio", "Storia della comunicazione"; per i tipi della Newton curò anche gli Aforismi di Kierkegaard, Gandhi, Proust, Freud, Leonardo, Doyle) risiede nel fatto (come sottolineano anche le note editoriali pubblicate in ultima pagina di copertina del suo librino) di aver raccolto i principali proverbi italiani tutti insieme e nell'averli poi ordinati per temi ed in ordine alfabetico: dalla A di "amare" alla V di "vizio". A onor di cronaca, è da dire che un precedente lontano si era già avuto nella letteratura italiana e ad esso proprio lo stesso autore (anche citandolo nelle note introduttive) si è rifatto ed ispirato: i "Proverbi toscani" di Gino Capponi; raccolti e illustrati da Giuseppe Giusti, essi furono ampliati e poi pubblicati postumi dall'autore a Firenze nel 1853. E' una raccolta che constava in origine di circa 3000 proverbi e a cui l'editore ne aggiunse quasi altrettanti, tolti per la massima parte dal repertorio inedito di Francesco Serdonati. La materia è ordinata per argomento: Abitudini, usanze - Adulazione, lodi, lusinghe - Affetti, passioni, voglie, etc. Quì, di seguito, una serie di proverbi come riportati nell'opera del Baldini, secondo tre lemmi "cardine" dell'esistenza: Amore, Morte, Tempo.

  • 23 agosto alle ore 10:50
    BELLA COGNOME VOLPE

    Come comincia: Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze… 
    BELLA  COGNOME VOLPE
    Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze…

  • Come comincia: P. S.  Direi che una postilla (anzi, un post-scriptum) a questo punto sia d'uopo. Molte volte in mia vita ho mangiato salame di Felino (non tantissime seppur siano state abbastanza, invero, visti i suoi costi: di certo elevati ma mai così alti da riuscire soltanto a sfiorare quelli del culatello, altro prodotto tipico della norcineria parmense) e fortunatamente sono ancora in vita. Consiglio inoltre di degustare il salame accompagnandolo con del pane di segale aromatizzato al miele: una vera  e propria delizia per coloro che possiedono palati fini!
     - Partire è un po' morire - L'origine di questa frase (o modo di dire) non la conoscevo affatto. Qualche giorno fa ho appurato che essa è di "matrice" transalpina: infatti, fu il poeta francese Edmond Haraucourt che la usò in primis nel 1902 nella sua poesia "Addio Rondel o canzone dell'addio". Qui, di seguito, la prima quartina della suddetta:

                                Andarsene è morire un po'
                                è morire per ciò che amiamo:
                                lasciamo un po' di noi stessi
                                sempre e ovunque...

    I versi, ovviamente, non abbisognano di commento. Partire, sì, equivale a morire: perché ogni qualvolta lo facciamo, lasciamo un po' di noi stessi (oltre che affetti) laddove eravamo. Ma anche i viaggi, tutti indistintamente, prima o dopo finiscono (come tutte le cose, del resto); e da tutti i viaggi, anche da quelli più lunghi, prima o poi si torna indietro, eccezion fatta nei seguenti casi: qualora ci si è fatti con un mix di droghe "biologiche"; se di nome e cognome (meglio sarebbe scrivere name&surname, visto che siamo dinanzi ad un cittadino britannico!) facciamo Syd Barrett e non ci siamo fatti con un mix di droghe biologiche ma semplicemente con dell'lsd sintetico; se non sia un viaggio in fuga da noi stessi; se non sia un viaggio fatto di - e con - niente ma in cui ci si fa di - e con - tutto.
     - Benedico il "male di vivere" (o: pensierino della sera&del dolce dormire)
     Questa frase non è scritta da nessuna parte...non la troverete mai scritta su wikipedia, o nei libri di scuola d'ogni ordine e grado: in quelli italiani come in quelli francesi; su quelli della Slavonia occidentale o su quelli del Burundi. Il motivo è puro e semplice (proprio come colui che l'ha scritta), anzi, è l'unico esistente: l'ho scritta personalmente (accadde un quadriennio orsono). Quel male, infatti, l'ho incontrato spesso nel corso della mia esistenza: affrontandolo sempre vi-a-vis (come direbbero nostri cugini d'oltralpe: ma sarà proprio vero, mi chiedo spesso, che essi siano proprio nostri cugini? Boooh...!). Con lui, usando un termine sportivo, ho un bilancio in "rosso": ci ho fatto a botte, infatti, quasi sempre però perdendo, a volte pareggiando ma mai vincendo; eppoi l'ho anche maledetto tante volte, quel grandissimo figlio di puttana e l'ho anche odiato, ma ora invece lo benedico spesso: è lui, proprio lui in persona - e nessun altro - che mi ha temprato e reso più forte alla sofferenza ed al soffrire; ed invero è proprio grazie a lui che riesco oggi a restare a galla ed a sopravvivere. Andrà tutto bene, vedrete...(disse lo stolto al cieco: che però, cieco non lo era affatto; mi sa che fosse un "falso invalido"!).
     - Il mio, il nostro piccolo mondo e...il "fiore in bocca".
     - Nel famigerato autunno del 2016 (eravamo, per la precisione, al diciannove di ottobre), scrissi una poesia che ha per titolo, appunto, quello stesso del paragrafo, ed ha il seguente sottotitolo: "o: la sentenza del mosto selvatico". 
       
                              Son custode
                              io del mio piccolo caro mondo
                              che difendo a spada tratta
                              come fossi cavalier prode
                              d'altri tempi ma - a tutto tondo -
                              da facile disfatta.
                              Il mio piccolo mondo
                              è tutto mio: guai a chi me lo tocca;
                              ma ognun di noi ha il suo...
                              piccolo (caro) mondo
                              che quello è
                              del fiore in bocca.
                              Son custode
                              del mio piccolo caro mondo:
                              ma ognuno dovrebbe esserlo
                              - a suo modo -
                              del proprio e difenderlo
                              fin' in fondo.

     Il "fiore in bocca" nella fattispecie rappresenta la morte: ed ogni mondo, seppur piccolo come può essere quello di ognuno di noi, non è mai nostro per sempre...appartiene (appunto) alla morte soltanto (come posso non pensare ad alcune parole, quelle conclusive, della nota poesia di Totò, "La livella": - queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri...apparteniamo alla morte!). Come riferimento letterario, però, il "fiore" l'ho citato basandomi sul titolo di una celebre commedia pirandelliana, "L'uomo dal fiore in bocca", la quale è opera teatrale tra le più insolite dell'intero corpus dello scrittore siciliano in quanto trattasi di un atto unico, composto sotto forma di dialogo e con soli due personaggi. Un uomo condannato a morte (ha un epitelioma: il "fiore in bocca", appunto) si ritrova a dialogare all'interno di un bar di notte con un casuale avventore (si trova in quel luogo soltanto perché ha perso il treno). Venne rapppresentata per la prima volta in teatro a Roma, nel febbraio del 1923, dalla Compagnia degli Indipendenti diretta da Anton Giulio Bragaglia: fu lo stesso regista che l'aveva commissionata a Pirandello. Nino Meloni impersonava il malato mentre Eugenio Cappabianca l'avventore casuale. Sul blog Dicoseunpo'.it è scritto: "La critica fu molto favorevole al lavoro e alla messa in scena, un po' meno alla recitazione dei due attori".
     - La materia dei poeti
     Premesso che la suddetta non s'insegni né si impari da nessuna parte (cosa alquanto ovvia, direi, visto che non si può imparare qualcosa che non viene insegnata!), e neanche si trovi essa scritta in nessunissimo libro (fosse anche la più rara edizione del "sacro Graal" e della sacra Bibbia messi assieme), debbo precisare che il senso del sostantivo [materia] è da intendersi come sinonimo di fonte, ispirazione, etc. Riporto perciò quanto segue: a mio avviso, i poeti attingono (quasi sempre) da disperazione (sovente la propria), malinconia e nostalgia (di tutto e per tutto); ma anche dalla realtà circostante (spesso e volentieri) e dalla immaginazione (qualche volta: per fortuna!).
     - Massima (con domanda)
     Oggi non è stato uguale a ieri ma forse non sarà diverso da domani...
     Domanda=ma se domani fosse invece uguale ad oggi, sarebbe stato diverso da ieri?
     - Punto di vista (realistico) del romanziere
     - Dolcissima creatura - ripeté Sam
     - Non sarà mica in poesia? - interruppe il padre.
     - No, no - rispose Sam.
     - Sono contento di sentirlo - disse Mr. Weller. - La poesia non è naturale; nessuno parla mai in poesia, tranne i bidelli per natale, la pubblicità del lucido da scarpe Warren o dell'olio Rowland, e altra robaccia del genere; non abbassarti mai a parlare in poesia, figliolo. Ricomincia Sammy.
      Mr. Weller riprese la pipa con critica solennità, e Sam incominciò di nuovo e lesse come segue: - dolcissima creatura, mi sento avvinazzato...
     (Charles Dickens, da: "Il circolo Pickwick").
     - Poker d'assi
     Giorno=fascino; notte=mistero;vita=stranezze;morte=logica.
     - I tre saggi (a proposito di promesse e di...debiti)
     - 1° saggio (Li, cinese): - Lo sapete che le promesse sono fatte per non essere mantenute?
     - 2° saggio (Akira, giapponese): - Non è vero, perché ogni promessa è (un) debito!
     - 3° saggio (Antonio, napoletano): - Io dico che é sempre meglio mantenere tante promesse piuttosto che avere un solo debito!
    - Proverbio con vuoto a per...rendere: (un) amico&(un) tesoro
     "Chi trova un amico, trova un tesoro", recita l'adagio. Ebbene sì, allora; è proprio vero che chi lo fa (chi trova un amico, s'intende) trova (per davvero) un tesoro: ma è molto meglio - tuttavia - trovare un tesoro, anzi più d'uno, piuttosto che...un solo amico (forse!).
    P. S. Ipotesi a sorpresa. Della serie: Edmond Dantes docet. Egli, infatti, trovò dapprima un amico (quando era in prigione), il quale li svelò un segreto, ovvero dove fosse nascosto un tesoro; oltre, ovviamente, al modo più facile in cui era possibile impossessarsene una volta che fosse riuscito ad evadere dalla prigione in cui era rinchiuso...ma queste sono solo "quisquiglie" (sebbene letterarie, ahimé, lo sono!), come direbbe un vecchio principe napoletano.
     - Due proverbi a modo mio (con commento annesso)
    1) "Tra moglie e marito non mettere bocca né dito"; ma molto meglio, però, sarebbe non metterci mai (e si badi, quando dico mai intendo proprio assolutissimamente mai...no quasi mai!) un altro lui o un'altra lei...altrimenti sono guai seri, per davvero e per tutti! (eccezion fatta per le relazioni poliamorose: ma quella è una storia diversa).
     A proposito di...bocca e dito.
     Bocca e dito, però...mi sa proprio che a volte siano proprio strani "tipi"; ma, secondo i dettami del Kamasutra (che non è, attenzione, il nome di un'antica ricetta egiziana né quello di un notissimo ristorante di Pistoia, bensì il titolo del manuale sanscrito sull'erotismo, il piacere e la sessualità), o meglio ancora secondo quanto è possibile leggere ed osservare al suo interno tanto l'uno (il dito), quanto l'altra (la bocca, ovvero nella fattispecie particolarissima la lingua) da soli basterebbero - ed avanzerebbero pure, chissà! - a dare piacere ad un uomo e ad una donna qualora...o molto più che qualcos'altro. (A buon intenditor poche parole: dice sempre il saggio!);
    2) "Il silenzio è d'oro ma le parole bruciano più del fuoco!". Mi tornano in mente, scrivendo questo proverbio (a modo mio), ed a proposito di silenzi (silenzio) e parole tre cose ben precise o meglio tre titoli importanti: Una donna uccisa con la dolcezza, Le parole che non ti ho detto, E' importante fare in tempo. Il primo è il titolo di una pièce (un dramma) teatrale di Thomas Heywood, notissimo drammaturgo inglese vissuto a cavallo tra i secoli  XVI° e XVII°, il quale descrive la storia di un tradimento da parte della moglie verso il marito e la conseguente vendetta dello stesso, che porterà alla morte della consorte: attraverso l'arma dell'indifferenza e del silenzio (la dolcezza, appunto). Ricordo di aver visto quest'opera in televisione (su raitre, nel corso della rubrica "matinèe a teatro") nel 1985: era il remake, o meglio una riproposizione dell'opera già andata in onda nel 1978, su raidue, e diretta da Sandro Sequi. Nel ruolo della protagonista (Anne Frankford) era Ilaria Occhini, bravissima attrice toscana all-around (in inglese sta a significare qualcosa come duttile, utilizzabile in diverse mansioni o ruoli, nella fattispecie) - morta lo scorso anno, a ottantacinque anni - che fu volto noto in tivù, negli anni d'oro dello sceneggiato (ricoprì molti ruoli diretta sia da Sandro Bolchi che da Anton Giulio Majano, padri del genere), ma anche in teatro e al cinema (ruolo indimenticabile, il suo, nel film "Mine vaganti", multipremiata pellicola di Ferzan Ozpetek); invece in quello del marito (John Frankford) Virginio Gazzolo, esponente della notissima dinastia di attori e doppiatori: Lauro, padre (doppiò numerosi attori della "Golden Age" di Hollywood, tra cui Walter Brennan, Gary Cooper, Edward G. Robinson, Spencer Tracy); Nando, fratello, grande interprete televisivo e teatrale oltre che, anch'esso, grande doppiatore (tra gli altri doppiò, in carriera, Anthony Franciosa, George C. Scott e Montgomery Clift ne "I giovani leoni"). A proposito della Occhini e delle...parole, mi sembra curioso riportare quanto scritto su delteatro.it/dizionario dello spettacolo: "attrice che ama studiare il testo nelle sue sfumature, affascinata dalla "parola" capace di creare il personaggio..." Su Heywood, invece, così scrive Masolino D'Amico nella sua Storia del teatro inglese: "Thomas Heywood, che si vantò di aver messo "una mano, o almeno un dito" in 220 testi teatrali - ne sopravvivono 24 - fu anche lui un dotto uscito da Cambridge, autore di poemi e traduttore di classici. Per gli attori scrisse di tutto, drammi storici, tragedie romane, perfino un compendio divulgativo di storia e mitologia in cinque drammi sulle quattro età mitiche, senza mai distinguersi; fa eccezione però un raro e delicato esempio di "domestic drama" o tragedia familiare recuperato e ammirato in non pochi allestimenti moderni, A Woman Killed with Kindness (1603), con due trame, in una delle quali un marito borghese tradito dalla moglie rinuncia a vendicarsi con la violenza e si limita a isolare la donna, che così si consuma logorata dal rimorso. Anche Heywood fu, in buona sostanza, un infaticabile operaio della penna d'oca. Fa parte di quel plotone degli scrittori di mestiere (George Chapman, John Marston, Thomas Middleton, Thomas Dekker, John Webster, Cyril Tourneur, Francis Beaumont, John Fletcher, Philip Massinger, Nathanael Field, Richard Brome, Robert Davenport, John Ford, James Shirley, ecc.), molti dei quali avevano buoni studi alle spalle. Proprio come il cinema di Hollywood, il teatro diventò dunque una vera industria dell'intrattenimento, per la quale gli specialisti avevano l'obbligo di sfornare copioni a getto continuo o di rinfrescare quelli vecchi, da soli o molto spesso in collaborazione; certe coppie furono più o meno fisse, ma non è raro il caso di un testo a cui abbiano collaborato, magari in vari momenti, cinque o sei drammaturghi diversi. Era un mestiere ben pagato, dal quale nessuno si attendeva la gloria, e per questa ragione molti lavori non raggiunsero mai la stampa, o lo fecero quasi di straforo, senza che l'autore o gli autori si occupassero di controllarli. Colui che si elevò sopra tutti, nel teatro Elisabettiano, fu il sommo Ben Johnson, unico contemporaneo di Shakespeare la cui opera drammatica, peraltro limitata quasi esclusivamente alla commedia, continui ad essere letta ed anche recitata ampiamente e non solo attraverso qualche campione". Il secondo titolo è quello di una notissima pellicola americana del 1999 (nella originale dicitura inglese "Message In a Bottle"), diretta da Luis Mandoki e con Kevin Costner e Robin Wright-Penn come protagonisti. Lo vidi nella primavera-estate dell'anno d'uscita in Italia, al cinema Fusco di Taranto (la seconda volta lo feci sulle reti Mediaset, scorso inverno), anch'esso...morto e sepolto (al suo posto vi è una banca: luoghi che vanno per la maggiore, evidentemente, in ogni centro storico che si rispetti, in Italia e in molti altri posti al mondo; insieme a supermercati, negozi "vendo oro", Mc Donald's e porcate del genere!). E' un film romantico, pochino mieloso e certamente strappalacrime (per i deboli di cuore...chi ha il sacco lacrimale sensibile, soprattutto!) ma il messaggio che contiene è chiaro. Le parole importanti, a volte, sono come i treni che passano una volta sola nella vita di ognuno di noi. Ossia, sono quelle parole che ci metti una vita intera a dirle a chi vuoi bene (magari non riesci neanche a farlo, purtroppo!) e quando ti decidi a farlo (ammesso e non concesso che ciò avvenga, appunto), è ormai troppo tardi; e ti accorgi (o capisci), allora, che lo avresti potuto fare prima, e se lo avessi fatto tutto sarebbe potuto andare diversamente...diverso per te e per altre persone, in modo inevitabile, anzi, inevitabilmente sacrosanto: questo, invero, è l'aspetto più amaro e malinconico della questione! Il terzo e ultimo titolo riguarda una vecchia e notissima poesia dello scrittore russo Andrej Dement'ev, quì di seguito riproposta nella sapiente traduzione di Paolo Statuti, curatore del blog "Un'anima e tre ali":
     - E' importante fare in tempo
     E' importante fare in tempo
     A dire una parola di conforto,
     Affinché il cuore sussulti!
     Tutto può annientare la morte.
     E' importante fare in tempo
     A godere per l'altrui felicità,
     A offrire un braccio sicuro!
     E sapere che ciò non finirà.
     Ma noi dimentichiamo a volte
     Di esaudire in tempo una preghiera,
     Non vedendo che un torto vitale 
     Invisibile ci aliena.
     E la colpa giunta in ritardo
     Poi le nostre anime accusa.
     Bisogna imparare ad ascoltare
     Colui la cui vita è nuda.
     E' da dire che io stesso lasciai un commento alla poesia sul blog di cui sopra. Il succo dello stesso può riassumersi in queste domande: quando è il tempo di dire certe cose? Come facciamo a riconoscerlo con i nostri sensi soltanto? Penso che nessuno possa mai rispondere...cinque sensi soltanto non bastano: dovrebbero essere almento sette quelli a disposizione di ognuno, come le vite dei gatti!
     - Lemma: amicizia (libere riflessioni o...una chicca d'altri tempi)
     Di una chicca d'altri tempi trattasi: appunto. Quelle che seguono, infatti, sull'argomento in questione scaturirono dalla penna - abbastanza mordàce, credo - di un certo Guglielmo/William Shakespeare all'incirca quattrocentoventi anni orsono (giorno, settimana più; giorno, settimana meno: poco importa!), ma sono ugualmente parole di disarmante attualità e non necessitano neanche di commenti stratosferici.
     "A chi non ne ha bisogno soccorrono gli amici, a chi è in bisogno, invece, volgon gli amici le spalle e messi alla prova diventano nemici" (Attore-re in "Amleto"; atto III°-scena 2^). Si tratta (e così mi ripeto, inevitabilmente) di parole attualissime come pure straordinariamente crude ed impietosamente vere. Sono parole, inoltre, che non hanno - ne avranno mai - tempo (musicalmente parlando diremmo che sono "evergreen" ovvero sempre verdi piuttosto che vintage) perché colgono - e sempre coglieranno - nel segno (e forse anche nel senno, chissà?!) di ogni essere umano: niente male, davvero niente male per un miserrimo poetuncolo da strapazzo od un tal piccolo "poeta dell'animo umano", come qualcuno definì una volta il nostro su citato amico (nonché caro, beneamato e...buon anima!); il quale non fu soltanto cittadino inglese di Stratford-upon-Avon (la località attraente del Warwickshire che gli diede natali ed anche sepoltura), bensì del mondo intero: anzi, cittadino "apolide", ossia senza patria.
     - A proposito di...case
     La casa bambino, o la casa donna, o la casa soldato; comunque (è) la casa d'ogni giorno: dimora, desiderio anche degli ultimi, d'un ultimo qualsiasi. Anche i diseredati della terra desidererebbero avere una casa, ed a volte essi la cercano (invano sì, spesso - anzi, quasi sempre - ma sono sicuro che lo fanno) per tutta la vita! La ricerca - da parte di un disperato, di un "ultimo" (povero, homeless, rifugiato o profugo ch'esso sia, poco importa!) - il suo desiderio o il suo anelito di fissa dimora, di un tetto sotto cui dormire, che non sia necessariamente quello sotto il cielo o le stelle...o magari, chissà, neanche tra il gelo o le bombe che ti piovono in testa (e che, metaforicamente, è anche quello più vasto di libertà in senso lato), del calore di una casa propria, ossia del focolare domestico dove trascorrere la vita consueta e sicura, fiduciosa, tranquilla e felice d'ogni giorno insieme alla famiglia: tutto ciò traspare vivamente, a mio avviso, dai versi (non di celebre poeta, sono essi ma tuttavia alquanto lucidi ed intensi, direi) sotto= stanti (risalgono ad una mia lettura datata 6 novembre 2013).
    - Ogni giorno (di Nabila: donna di luoghi lontani, dimenticati da tutti...anche da Dio)
    Laggiù,
    fra sparuti e affamati alberi
    cerco riparo.
    Cerco riparo in un villaggio,
    un villaggio
    che mio non é.
    Un villaggio 
    che mi fa da casa,
    ma che mia non é.
    Ogni giorno
    questa casa
    combatte ostinata contro il vento,
    combatte stanca contro la pioggia:
    combatte.
    Ogni giorno
    questa casa
    si abbandona triste alla terra,
    si abbandona rassegnata a ciò che sarà:
    si abbandona.
    Ogni giorno
    questa casa é quì,
    forte.
    Ogni giorno
    questa casa
    mia non é.
    Il diritto alla casa è un diritto primario, inalienabile (o primariamente inalienabile!) e planetario, ossia appartenente all'umanità intera in ogni parte della terra: sancito da leggi non scritte ma per questo ancor più inalienabile degli altri. Qualche mese fa, commentando un post su facebook in cui dicevo che anche l'occupazione abusiva è un sacrosanto diritto di chi non ha casa, qualcuno mi rispose: "gli abusivi devono essere regolarizzati e le occupazioni sono sempre abusive!". Ebbene, io ribattei: - il diritto e le regole non valgono quando i diritti inalienabili non sono rispettati. Quando ognuno avrà una abitazione, allora sarà abusivo occupare un locale, una casa, uno stabile intero o qualcosa di simile! A proposito di senzatetto e senza fissa dimora, migranti, rifugiati ed affini, mi preme scrivere quanto segue (tra cui alcune notizie, lette un paio di settimane orsono, che hanno dell'incredibile e sono agli antipodi, per usare un eufemismo, di quanto scritto sopra). E' da dire innanzi tutto che nel corso della quarantena, durante le fasi "calde" del lockdown in diverse città italiane molti episodi di (divino???) "zelo" da parte di vigili urbani si verificarono:   

  • 15 agosto alle ore 14:29
    Diario di bordo - Ricordando...

    Come comincia:  Ieri è stato un giorno importante, per me; una data di importanza primaria, davvero: di quelle da non perdere ed assolutamente da scrivere in rosso sul mio "personalissimo cartellino"...calendario (che sbadato sono, mi sa d'essermi confuso e di aver preso fischi per fiaschi o lucciole per lanterne: a quel modo era solito esprimersi Rino Tommasi, grande giornalista sportivo di qualche decade orsono, concludendo la telecronaca di ogni match di pugilato che egli stesso aveva poco prima seguito e commentato in tivù). Molti, invero, penseranno che si tratti del famosissimo tre di giugno, quello in cui si celebrano ben altre ricorrenze ma invece non è così, per me; io resto coi piedi per terra e celebro, tanto nella mia testa, quanto nel mio cuore, cose meno cariche di gloria (di quelle che se ne occupino pure altri, a me non importa un fico secco!) e di certo più tangibili; molto più "umane"...ben più piccole delle altre, quasi terra terra direi; cose da comune mortale quale sono: il decimo anniversario (correva il tre di giugno del duemiladieci, appunto) della scomparsa della mia adorata madre. E' stupido scriverlo (anzi, forse lo è soltanto pensarlo) ma non posso esimermi assolutamente dal farlo, a costo di dover apparire anche io vittima del conformismo e della retorica preconfezionata, e come farebbe del resto chiunque fosse nei miei panni o indossasse di nuovo, seppur un solo giorno all'anno, le vesti di figlio orfano: "sembra ieri...", eppure il tempo, tiranno come non mai (invero come sempre!) è trascorso; due lustri per intero sono passati come un temporale estivo da quel fatale giorno (il "pomeriggio d'un giorno da cani", come a volte oso definirlo parafrasando il titolo d'una celebre pellicola del 1975, diretta da Sidney Lumet e con la coppia Al Pacino-John Cazale nelle vesti di protagonista); da allora, ogni anno ho commemorato - piucché celebrato - la memoria di mia madre: l'ho fatto come meglio ho potuto (sul web o dove mi sia stato possibile farlo), ora con un pensiero e talvolta con dei versi altrui; altre volte invece rievocando semplicemente piccoli episodi della nostra vita trascorsa insieme. Anche quest'anno, fortunatamente, è stato così; nonostante la pandemia in atto, la quarantena al seguito e tutto il resto. Questa volta l'ho fatto pubblicando nella home del gruppo facebook "Brigate poeti rivoluzionari" un post con tanto di foto allegata (quella che la ritrae nel giorno del suo matrimonio con mio padre, avvenuto nell'agosto del 1960): una breve rievocazione - nulla di speciale né di arzigogolato: semplice com'era lei - con alcuni miei pensieri annessi ed alla fine i versi che io stesso scrissi e li dedicai nel 2016. Quì, di seguito, il resoconto di quanto scritto e pubblicato nel post: "Mia madre, Portulano Ada, nacque a Taranto il 23 marzo del 1925, morì a Taranto il 3 giugno del 2010 nel reparto di chirurgia donne dell'Ospedale "SS. Annunziata", in conseguenza di un edema cardiocircolatorio. Dopo un breve periodo lavorativo svolto con mansioni di impiegata nell'allora "Genio marino" di Taranto (oggi conosciuto come Genio Militare per la Marina o, più...mostruosamente con la sigla MARIGENIMIL; tuttavia non so se sia la stessa cosa!), condusse la vita in famiglia esercitando il ruolo di moglie e di madre. Aveva un carattere dolce, remissivo, taciturno. Visse senza far rumore, quasi in punta di piedi. Due cose sono legate a lei, anzi, mi vengono in mente di getto mentre scrivo queste parole per ricordarla, nel decimo anniversario della sua scomparsa: la prima è che l'ho fatta piangere tantissime volte (non è infrequente il fenomeno, soprattutto tra i figli maschi: ciòcché risalta, però, è il numero delle volte che è avvenuto, appunto!); la seconda è che gli ho dato tanto, di me, negli ultimi anni trascorsi insieme (fantastici e al tempo stesso un po' tumultuosi)..."sono andato in pari", diciamo pure così, anzi, come sono solito dire io, molto spesso! Penso, infatti, che alla fine nella vita si vada sempre in pari; finisce sempre così, in fondo (per lo meno nella maggioranza dei casi credo avvenga proprio questo: tranne per i più fortunati o per i più disgraziati, chissà!) tra gioie e dolori, vittorie e sconfitte, calci dati e pugni presi, ricordi belli e brutti, rimorsi, rimpianti e brevi lampi di felicità (serenità). Ma la vita, però, non è una mera attività commerciale come qualcuno ha inteso o intende quando viene al mondo: essa è tutta un'altra cosa! La poesia che segue la scrissi agli inizi del 2016 per ricordarla. Grazie a te, madre, ovunque tu sia adesso, per avermi lasciato sempre "libero" ".
                   
             = Ode a mia madre (Tu sei) =
    Tu sei in ogni cosa ed in ogni dove:
    sei nelle vele delle navi che fanno rotta negli oceani
    sei nel vento che attraversa le montagne e divora il cielo
    sei nella sabbia che popola i deserti
    e nell'acqua tersa e gelida dei fiumi in inverno
    sei nell'ali di farfalla che grandi
    si dispiegano come fossero quelle di un'aquila
    sei negli occhi d'una tigre ferita.
    Tu sei in ogni cosa ed in ogni dove su questa terra
    tu sei in ogni cosa ch'io faccia o che mi appartiene
    sei nel mio cuore e nel mio spirito
    nel mio amore e nelle mie vene.

    Dalle fessure della persiàna abbassata, nella mia stanza, filtrano prime luci dell'alba. Ho finito di scrivere questa parte del mio diario, mi avvio ad affrontare un nuovo giorno (il secondo - o il terzo...non tengo il conto! - della fase?????): appena con qualche ora di sonno sulle spalle ma consapevole di non essere malato di Alzheimer!

    Taranto, 5 giugno 2020.

  • 04 agosto alle ore 18:32

    Come comincia:

  • 03 agosto alle ore 22:50
    Caro Montale

    Come comincia: Accade qualcosa di meraviglioso quando si scopre che la lingua esiste. Il mondo diventa all’improvviso un foglio bianco che finalmente si lascia sfiorare. Ricordo con cura la mia prima filastrocca in italiano e il disegno che feci quel giorno: mia madre camminava con il suo vestito verde su una terra marrone come il suo sguardo e stringeva la mano a papà che aveva il mare disegnato negli occhi.

                               “Mia mamma è bella
                               come una stella
                               Mio papà di più
                               Come il cielo blu.”

    Improvvisamente smisi di fantasticare d’essere una principessa che cantava leggiadra mentre un principe si innamorava di lei; avevo cominciato a sognare di poter dire tutte le cose con voce calda e spontanea. Mentre la maestra Rosetta parlava di Don Chisciotte della Mancia, io la osservavo e sognavo di poter parlare, niente più di come faceva lei, che usava tutte le parole e le coniugazioni come fossero una coreografia e ballava, oh sì, lei saltellava di qui e di là con la punta della lingua come se fosse su un palco, ma era immobile dietro alla sua scrivania e l’unico movimento che si vedeva, meraviglioso, era quello della bocca. Alla fine delle lezioni volevo saltare in piedi, alzarmi ed applaudire « BRAVA! BRAVA!», ma non avevo neanche il coraggio di muovere un ciglio, non fosse mai qualcuno s’accorgesse di me. Mi sarebbe bastato poter parlare almeno come il più fesso della mia classe, poter dire almeno una cosa, un lamento, un commento, mi sarebbe bastato avere appena il coraggio di ridere ad una battuta, ma niente usciva dalla mia bocca, nulla che non fosse un << non parlo italiano>>. I mie compagni mi chiedevano perché non parlavo ed io sussurravo di non sapere l’italiano, qualcuno mi chiedeva come stavo ed io rispondevo di non sapere l’italiano, mio padre mi chiedeva perché non avevo amici ed io gli spiegavo che non conoscevo l’italiano.
    L’italiano era il sole che abbaglia ed io ero dietro alla muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia, Ecco! Ecco cos’è l’italiano! Ho sussultato sulla sedia sbarrando gli occhi e sono scoppiata a piangere, la professoressa Vecchioni ha interrotto improvvisamente la lezione su Montale chiedendomi se stavo bene «Sì porca vacca, sto bene. Sto sanguinando tutta per via dei cocci di bottiglia, ma sto da Dio » ho pensato. Ero entusiasta, perché finalmente avevo capito dov’ero e dove dovevo cercare le mie parole, avevo finalmente trovato qualcosa che poteva finalmente, sì finalmente (FINALMENTE, FINALMENTE, FINALMENTE!), farmi sentire a casa: la metafora.
    Caro Montale, con i tuoi gialli limoni avevi salvato tutte le parole della mia vita, avevi detto loro d’esistere seppur in un universo che non poteva essere questo, ma chi se ne importa? Non c’è nulla di più doloroso per un uomo del dubbio se è vivo o morto. Concorderai con me che è meglio essere una metafora piuttosto che non essere, d’altronde come potrei definire me stessa con un linguaggio terrestre?

  • 23 luglio alle ore 23:16
    Della potenza

    Come comincia: Se avessi dei poteri, ma di quelli veri, quelli puri, spogliati da croste cerebrali ed emozionali, istitituerei un manifesto e lo affiggerei nella tenue sfera che da cuore a mente e a cuore e sterno staziona. Scriverei a caratteri cubitali e indelebili: - VIVI - E se fossi potente, ma potente per davvero, veglierei con attenzione acche' tal manifesto fosse perpetuamente rispettato e onorato. VIVI. Non transigerei, se pur amorevolmente. La vita sfugge stridendo fra binari di concetti e preconcetti, di regole, doveri e presunti doveri, mentre urla la sua Essenza deturpata dai graffi del pensiero costruito. La Vita la mettiamo a sedere accanto a noi chiedendole di sostare finché non abbiamo risolto le "nostre cose". Ma non abbiamo "cose" da risolvere, non c'è una seggiola che fa da seduta alla Vita: con noi, mentre, dietro e dopo, c'è solo l'esistenza che viviamo: siamo imprescindibili, indivisibili. Noi e la nostra vita siamo stessa Cosa. Se fossi potente, ma potente per davvero, toglierei tutte le seggiole sulla cui seduta poggiamo la Vita... e la farei Vivere.

  • 17 luglio alle ore 10:54
    Il sentiero dei guerrieri

    Come comincia: Rodolfo Berni si era da sempre considerato molto fortunato, dalla vita aveva ricevuto praticamente tutto: salute, bel fisico e soprattutto ricchezza da parte dei nonni paterni che a suo tempo erano emigrati in Australia facendo fortuna. Inoltre, a trent’anni aveva trovato l’amore della sua vita, Sofia Ugolini incontrata a Rimini. Amore a prima vista, cerimonia celebrata da un assessore  Comunale e viaggio di nozze..nella sua casa a Rimini, si  era in piena estate il periodo migliore per quella località. Sofia era nata in Olanda da genitori italiani emigrati ad Amsterdam che  avevano fatto fortuna in modo più o meno legale, in quel paese la droga ‘viaggia’ senza problemi…Ritornati a Roma i due coniugi presero alloggio nella villa di Rodolfo denominata ‘Ulisse’ villa facente parte di un complesso intitolato dal costruttore, forse fanatico degli eroi greci: ‘Il Sentiero dei Guerrieri’. Villa meravigliosa a tre elevazioni con al pian terreno un ampio garage dove era sistemata la Giulia di Rodolfo il quale aveva il ‘piede pesante’ e ‘raccoglieva’ troppe multe per eccesso di velocità correndo il rischio di perdere molti punti dalla patente e dover ridare gli esami di guida. Alzata d’ingegno: vendere la Giulia ed acquistare una Lamborghini ed una Fiat 500 intestati alla moglie con targa olandese e quindi praticamente invisibile ai Vigili Urbani ed al fisco italiano! Ma non tutti gli dei dell’Olimpo avevano in simpatia Hermes, protettore di Rodolfo a cui fecero uno sgarbo tremendo facendogli morire l’adorata consorte per un tumore all’utero. Dopo la tumulazione della salma nella cappella di famiglia al Verano Alberto si era chiuso in se stesso, girava per casa come istupidito, la maggior parte dl tempo sul divano, nemmeno la TV lo interessava più. Mangiava qualcosa preparatogli da Lia, Rosalia Cucinotta siciliana che col marito Saro, Rosario Donato risiedeva nella vicina dépendance. I due coniugi messinesi erano giunti a Roma in seguito al suicidio della figlia sedicenne, tramite un paesano avevano trovato lei il posto di cameriera cuoca, lui tuttofare in casa di Rodolfo. In quella infausta occasione: “Cavaliere, anch’io da padre ho provato quel dolore immenso della morte di una persona cara, io e mia moglie le saremo sempre vicini qualsiasi cosa le serva.” “Grazie Saro ed a te occorre qualcosa?” “Veramente io e mia moglie…ma sarebbe chiedere troppo!” “Parla.” “Io e Lia  desidereremmo che la salma di nostra figlia fosse sepolta vicino a quella di sua moglie, ma la spesa per il trasporto sarebbe eccessiva!” “Non ti preoccupare della spesa, prepara la pratica con un’impresa di onoranze funebri poi fammi sapere il costo, ti rilascerò un assegno.” Saro abbracciò commosso il suo datore di lavoro, pensò che non solo i siciliani hanno buoni sentimenti. La pratica fu risolta nel giro di una settimana, i tre erano uniti da un dolore comune, i due dipendenti avrebbe fatto qualsiasi cosa per Rodolfo, Lia addirittura pensò… “Cavaliere non voglio essere cinico né troppo invadente ma anche se grandi dolori ci sconvolgono l’esistenza la vita continua, provi con un avviso insolito su un quotidiano locale, qualcosa che stuzzichi la fantasia di qualche ragazza fuori del comune….” Pian piano l‘idea penetrò nel cervello di Rodolfo, nessuna avrebbe potuto cancellare il ricordo della consorte deceduta ma…Ad un giornale locale: ”Vorrei dettarle un annuncio sulle varie, posso? ‘Cerco ragazza colta, semplice, spontanea, con alto senso dello humour, fisico longilineo, sempre allegra e ottimista che possa farmi compagnia diuturna. Telefonare al n.-------“Rodolfo ebbe molte richieste, ne selezionò una al mattino ed una al pomeriggio, non voleva ragazze vocianti nel suo ingresso. La prima era una bionda (sicuramente tinta) alta, piuttosto magra con camicetta scollata da cui si intravedevano due tette piuttosto voluminose e con una minigonna a quadri: “Signore penso di essere di suo gusto anche se talvolta sono distratta, oggi per esempio ho dimenticato di indossare gli slip…” e mostrò un pube tipo foresta tropicale.” Ignorante e talpa, non aveva capito niente dei desiderata di Rodolfo.”Grazie signorina, mi lasci il numero del suo telefonino, le farò sapere.” Il pomeriggio una bruna media altezza, viso abbronzato o meglio una mulatta che parlava abbastanza bene l’italiano: “Al mio paese mi hanno eletto miss ‘cioccolato’ e mostrò un paio di tette belle ma dal capezzolo grande e nerissimo…” “Rodolfo le diede la stessa risposta come alla prima venuta, gli facevano una brutta impressione sia i capezzoli neri che le grandi labbra nere della cosina. Mattina seguente una castana altezza media, naso  lungo il resto passabile, Rodolfo la scartò subito, i nasi lunghi gli facevano pensare ad un travestito. Il pomeriggio una rossa fuoco, dimostrò di avere cattivo gusto, risposta standard. Il pomeriggio: una biondina occhi azzurri non molto alta parlava un italiano altalenante, sicuramente dell’Est in Italia in cerca di sistemazione per poi ritornare al suo paese ben sistemata finanziariamente rispedita via con solita risposta. La mattina dopo finalmente una castana alta, occhi grandi, naso piccolo come pure le tette ma voce da cartone animato, sembrava paperina. Rodolfo si stava stancando e lo fece presente a Saro il quale: “Cavaliere ricorda il detto ‘perseverando arrivi.’” Cavolo,  Saro aveva citato un detto di D’Annunzio sicuramente non era un’ignorante, dimostrò che aveva studiato. Il pomeriggio riposo, Fofò come lo chiamava la moglie si era stancato e si sentiva disilluso, in giro c’erano tante belle ragazze solo a lui capitavano delle poco raffinate e senza alcuno stile. La mattina dopo  una ragazza di suo gusto: alta, castana, viso regolare, bocca invitante, gambe chilometriche, finalmente pensò Rodolfo una ragazza degna di essere prescelta sino a quanto la stessa non aprì la bocca: “Io vorrei stare da lei ma non capisco perché diuturna, io sono castana naturale!” Rodolfo rimase senza parole, una ignorantona, la scaricò  con la solita scusa.  Nel frattempo  in una villa del Sentiero dei Guerrieri, secondo quanto riportato da Saro era accaduta una tragedia. Un dirigente di una nota banca si era gettato dalla finestra, le indagini erano ancora in corso ma correva voce che ci fossero stati degli ammanchi di grosse somme e se ne cercavano i colpevoli. Quel suicidio poteva essere considerato una confessione ma il morto si era portato nell’aldilà il segreto. Sempre secondo Saro tragedia su tragedia in quanto la vedova era casalinga con una figlia, non aveva diritto a pensione ed inoltre doveva pagare un grosso mutuo acceso per l’acquisto della abitazione. Il caso volle che Rodolfo dovendo uscire di casa scendesse  con l’ascensore a cremagliera trovandosi davanti madre e figlia che dovevano salire alla villa Paride. Rodolfo fece un inchino, non parlò di condoglianze (troppo scontato) e le due entrarono in ascensore. Rodolfo notò che madre e figlia non indossavano abiti scuri, a nessuno in fondo interessa dimostrare in tal modo il proprio dolore, ognuno lo tiene dentro di sé. Rodolfo aveva fatto in tempo a notare lo stile e la signorilità della signora Giorgia, la figlia Aurora, più magra era la copia della genitrice.  Di passaggio Nando che sfoderò un risolino. “Fai ridere anche me, oggi non sono di buzzo buono.” “Dovrebbe far rientrare nelle orbite gli occhi, li ha lasciati appresso alla signora Giorgia ed alla signorina Aurora. Qualora voglia potrei trovare l’occasione di farvi incontrare ma se lei non lo desidera…” “Come si dice in siciliano paraninfo o ruffiano?” “Lei ha svicolato per non rispondermi, ho capito il suo era un si. Una mattina il telefono: sono Giorgia Mariani, mi ha detto il suo attaché che ha studiato lingue, mia figlia Aurora avrebbe bisogno di ripetizioni in quel campo, pensa di poterla aiutare?” “Si madame, ho studiato in Inghilterra ad Eton nello Berkshire, quando vuole sono a sua disposizione, preferirei venire a casa sua.” “Quando vuole io e Aurora siamo qua.” Rodolfo anche se un po’ in confusione, non si aspettava quella telefonata, si vestì di tutto punto ‘all’inglese’  e suonò alla porta di Villa Paride. Venne ad aprire la figlia che, con un cortese ‘si accomodi’ lo fece entrare nel salone dove giunse anche la madre. “Non mi sarei mai permessa di chiamala per telefono se non per quanto dettomi dal suo cameriere circa la sua conoscenza delle lingue.” “A scuola avevo problemi solo con le materie scientifiche, facevo bella figura in latino, in greco, in francese e ovviamente in inglese.” Quanto prende all’ora per le ripetizioni?” “Missis mi mette in crisi, non mi permetterei mai di chiedere un compenso soprattutto ora…sarà solo il piacere di rinverdire le lingue.” Si presentò Aurora con dei libri in mano: “Andiamo nello studio, vieni anche tu mamma, una ripassatina ti farà bene!” Rodolfo sfoggiò subito il suo inglese perfetto con meraviglia di mamma e figlia. Aurora “Lei ha un accento migliore di quello della regina d’Inghilterra, peccato…” “Peccato cosa…” “Seguivo un mio pensiero, seguitiamo la lezione.” Le lezioni proseguirono anche in casa di Rodolfo, i due non erano mai soli per la presenza di Rosalia che faceva le pulizie.  “Sicuramente il suo cameriere le avrà rivelato la nostra situazione finanziaria, mia madre ha ricevuto varie proposte da parte di signori che…immagni lei cosa pretendevano, mia madre è donna di altri tempi, tutta d’un pezzo ‘frangar non flectar’ dicevano i latini, mi spezzo ma non mi piego intanto noi due siamo finanziariamente in un mare di guai. A parte la spesa giornaliera abbiamo sulle spalle un mutuo da settecento Euro al mese…” “Cara Aurora, io oltre a Rodolfo ed a Pericle mi chiamo pure Francesco come quel santo tanto generoso, potrei pagarvi almeno il mutuo annuale che ammonta a ottomilaquattrocento Euro, questo è un assegno che copre la cifra, è della stessa banca dove lavorava tuo padre.” Per ringraziamento Rodolfo ebbe un bacio in bocca estremamente piacevole, ci sapeva fare la ragazza.  Il pomeriggio si presentò Rosario: “Cavaliere ci sono delle novità, La madre di Aurora, visto il suo assegno l’ha strappato in mille pezzi urlando contro la figlia, hanno litigato di brutto,  la signora Giorgia è furente con lei, indossi una corazza se viene a trovarla.” Previsione azzeccata, dopo poco suonò il campanello di casa di Rodolfo il quale pensò bene di indossare un casco di motociclista, aprì la porta e si trovò di fronte madre e figlia, la seconda si mise a ridere come una pazza, la madre rimase interdetta…non si aspettava quella sceneggiata, preferì sparire dalla circolazione. Aurora entrò in casa: “Rodolfo è troppo pomposo, non hai un diminutivo?” “Si da piccolo mi chiamavano Fofò ma è un po’ ridicolo.” “A me piace il nome e chi lo porta.” “Chi lo porta  stacca un altro assegno ma non te lo fare strappare perché è l’ultimo, devo telefonare in banca per farmi portare un carnet nuovo.” “A Fofò piacciono le femminucce?” “Si ma le maggiorenni, alle bambine solo sculacciate!” “Non pensare che con l’assegno mi senta remunerata di quello che voglio fare, tu mi piaci come uomo, ho lasciato il mio boy friend perché è infantile e sciocco, vuoi sostituirlo, intanto fammi vedere…Aurora prese a slacciare i pantaloni di Fofò con ciccio alle stelle, andò in bagno per un bidet. “Se stò coso non smette di crescere mi distruggerà il fiorello!” Il ‘ciccio’ d Fofò non distrusse niente anzi fece provare alla padrona degli orgasmi fortissimi avendole trovato il punto G. Conclusione: mammina si rassegnò al volere della figlia ed ai bei soldini che portava a casa, …pecunia non olet!

  • 17 luglio alle ore 0:58
    La via

    Come comincia: C'è sempre un modo per riconciliare quel quid che ci separa dalla pace. Quel momento che ci ha separati da qualcuno che non ci ha saputo amare, che noi non abbiamo saputo amare. Che sia nel nostro presente o rimasto incastrato nella labile tela di ragno del passato. C'è sempre un modo per riconciliare, per riconciliarsi, per fare pace, per essere pace, per se stessi, per ogni Altro. C'è una strada, stretta, buia, fragile, delicata eppur potente. È la strada dell'incontro di Sé con quell'altro Sé in questo momento, nel momento che nulla ha più delle vesti di "passato", che è ora e qui, nudi d'ogni zavorra della mente, liberi da fardelli e costruzioni emozionali. C'è una strada così facile da percorrere, così uguale alla via del cuore nudo... Così noi, nudi... È codesta la via per la riconciliazione, per la pace: nudità. Nudità è riconciliazione con chi è ancora qui e con chi è già altrove, ché anima/cuore nude: è libertà.

  • 13 luglio alle ore 10:40
    EMOZIONI INCONSUETE

    Come comincia: Alberto Minazzo con il grado di maresciallo  della Finanza  da Domodossola era stato trasferito a Roma alla Compagnia Presidiaria al comando del distaccamento ‘Zecca’. Subito era andato a trovare la zia Armida vedova di un suo omonimo zio. Commozione e feste a non finire, qualche lacrimuccia da parte della zia: “Nipote cattivo, non sei mai venuto a trovarmi.” “Adesso son qui per sempre, spero, sono in licenza di trasferimento,  fammi vedere se sai ancora cucinare senza farmi fare, ‘more solito’ la fine di Gargantua e Pantagruel, Alberto aveva usato il francese in quanto la zia era professoressa di lingue. Il vecchio portiere del caseggiato in via Conegliano, tale Nando soprannominato ‘er cedola’ (per i non  romani scroccone) aveva sparso la notizia in tutto il palazzo dove Alberto era  cresciuto al secondo piano con la zia Armida e la nonna Maria ora deceduta. La notizia venne all’orecchio anche  di Oscar Torregiani un coetaneo con cui Alberto aveva frequentato il liceo scientifico Cavour nell’omonima via poi le loro strade si erano divise. Oscar si era laureato in farmacia, conseguita la laurea, suo  padre ricchissimo gli aveva intestato una farmacia in centro. Allorché frequentavano il liceo scientifico mentre Alberto si dava da fare con le compagne femmine dell’istituto, Oscar in quel campo non era portato anzi rifuggiva in un certo senso le ragazze. Di solito i compagni di scuola in queste occasioni diventano fautori di stalking ma Oscar si faceva benvolere facendo in ogni occasione la parte dell’anfitrione sia al bar che in occasione di feste. Oscar venuto anche lui a conoscenza della notizia pensò bene di organizzare un sabato sera una festa sul terrazzo del suo attico, la notizia fu riportata ad Alberto da ‘er cedola’ che gli comunicò  anche del matrimonio di Oscar, notizia che lasciò perplesso il maresciallo che tuttavia ci  sorvolò, ne aveva viste tante di situazioni particolari in campo sessuale soprattutto a Domodossola, stazione internazionale molto  frequentata da personaggi di tutta Europa. Il  sabato la conoscenza di Aurora Bernardini col bel maresciallo che in quell’occasione si era azzimato alla grande e faceva la sua ‘porca’ figura. Ad Alberto, stranamente venne in mente una frase di un collega  quando era in forza alla brigata di Montecrestese che, in occasione della presentazione  della novella sposa,   disse in siciliano: “addumate torce e lumere cà se cannusce ò sticchio e mà mujere’ il cervello di Alberto talvolta gli faceva questi scherzi! Lui fu uno dei primi a giungere in casa di Oscar accolto con abbracci dal padrone di casa, gli altri erano per lo più vecchi compagni di scuola che si sfotticchiavano fra di loro: “Dì la verità ce la fai ancora altrimenti posso sostituirti.” “Ma vedi d’annattene, non sai più nemmeno tu dove t’è finito il pisello.” Ovviamente tutti attenevano l’arrivo della sposa che volutamente si fece aspettare ma quando  ‘emerse’ dal buio  del salone fu accolta da un applauso scrosciante. Commenti un po’ di tutti: “An vedi stò gran fijo dé zoccola che gran gnocca ha trovato!” e frasi analoghe.  Aurora aveva indossato un vestito nero di seta chiuso sino al collo con una collana di perle di gran pregio, un braccialetto d’oro bianco con brillanti al polso destro, al sinistro un orologio MEGIR con corona diamantata. La dama metteva in mostra un favoloso fisico longilineo, unico difetto agli occhi di Alberto il seno piuttosto abbondante ma…vai a guardare il pelo! C’era una gara fra i maschietti a chi si accaparrava la padrona di casa per un ballo, Alberto furbamente rimase in disparte, aveva un suo piano. Gli si avvicinò Oscar: “Non ti piace mia moglie?” “Ci potremo vedere alla fine della festa o in un’altra occasione, troppa concorrenza.” Alberto aveva giocato bene le sue carte, Oscar lo invitò a cena un sabato, erano soli in tre:”Come vedi questa sera non c’è concorrenza volevo dire confusione, la cena ci verrà fornita dal ristorante di via Aosta, la cuoca cucina divinamente. Aurora si era presentata con minigonna a fiori, camicetta ampiamente scollata che faceva intravedere due piccoli seni che sensualmente si movevano causa mancanza di reggiseno. Alberto prese confidenza e: “Scusa ma quel gran seno che mostravi l’ultima volta?” “Avevo un reggi imbottito come piace ad Oscar, lui ha molte manie e gusti personali…”  Nel frattempo Oscar si era allontano: “Ero iscritta all’Università in lingue quando i miei genitori sono finiti con l’auto sotto un camion fermo ai lati della strada, morti sul colpo.  Mio padre era impiegato al Comune, mia madre casalinga e così accettai la corte di Oscar che poteva risolvere i miei problemi finanziari. Ha voluto ad ogni costo sposarmi ma è stato onesto  mettendomi al corrente  dei suoi problemi in campo sessuale. Io mi ero lasciata da poco col mio fidanzato, un  collega di Università e fu giocoforza accettare, da allora la mia vita è totalmente cambiata ma…Nel frattempo erano giunti due camerieri con dei vassoi contenenti le cibarie, e due bottiglie di vino Sangiovese. Classica cucina romana che Alberto aveva quasi dimenticato quando era in servizio a Domodossola. La serata era piacevolmente fresca ed Oscar aprì la serranda, una luna piena portava al romanticismo. Aurora abbracciò Oscar che rispose con un bacio appassionato nello stesso tempo abbassandosi i pantaloni e gli slip, Aurora lo seguì restando completamente nuda, un corpo meraviglioso che portò il ‘ciccio’ di Alberto ad un innalzamento notevole per finire in bocca ad Aurora mentre suo marito cominciava a masturbarsi, un cuckold questo il segreto del padrone di casa. La situazione ebbe un’evoluzione con il trasferimento dei tre sul letto matrimoniale, Alberto supino con Aurora sopra di lui che, dopo l’immissio penis, prese a muovesi facendo ruotare il bacino, Oscar pian piano riuscì a penetrare nel popò della consorte…e così andarono avanti sin quando il marito si allontanò. Alberto girò il corpo d Aurora anche lui provò le gioie di un popò godereccio in quanto la padrona si toccava nel frattempo il clitoride, un doppio gusto poi Oscar si ripresentò e con faccia sorridente: “Ragazzi che ne dite di una tregua?” La situazione si presentava più o meno nella stessa maniera ogni sabato, Oscar era il più felice in quanto in una analoga passata esperienza il terzo uomo  lo aveva ‘sputtanato’ per fortuna con persone che non facevano parte del giro di amicizie di Oscar e di Aurora. Quest’ultima si stava innamorando di Alberto, quando rimanevano soli le spuntava qualche lacrimuccia, forse la situazione non era di suo gradimento ma secondo il vecchio principio ‘pecunia non olet’ doveva subire in silenzio. Una novità una sera a tavola: “Miei cari, in farmacia ho conosciuto una brasiliana Luanache fa parte di un circo che si è istallato alla periferia di Roma, mi ha chiesto dei condom che io le ho regalato poi l’ho invitata a casa mia, ha accettato anche perché lo ho messo in mano duecento Euro, la sto aspettando. Citofono, affacciatosi al balcone Oscar notò una ragazza con in mano una valigia ed un taxi che si stava allontanando. Le aprì il portone: “Piano attico”. Figurati se Nando non si immischiava: “Signorina le porto io la valigia, entri in ascensore.”  “Grazie Nando (Oscar pensò sei il solito figlio di puttana) e gli mollò un cinquantino. “Signori questa è Luana, il suo circo si fermerà a Roma per circa un mese ed il l’ho invitata a casa mia. “ La notizia fece felice Alberto non altrettanto Aurora, la nuova venuta aveva tette grosse come le amava suo marito. “Luana aveva un  nonno di origine italiana e perciò parla la nostra lingua un po’ a modo suo.” “Come la va signori, spero di non sturbarvi troppo con mia presenza. Io amo molto cibo italiano, il mio stomachino reclama…” “Reclamo accettato.” Poco dopo apparvero i soliti due camerieri decisamente incuriositi ma la loro curiosità sparì di colpo alla visione di un cinquantino ognuno.  Alberto era di buzzo buono, sfruguliò Oscar: “Finalmente il tuo desiderio è stato accontentato.” Si intromise Luana: “Oscar aveva desiderio?” “Si di toccare due tette grosse come le tue!” “Gran risata di Luana che tirò fuori dal reggiseno due palle bellissime a punta, non erano certo rifatte, tutte naturali. Battimani da parte dei due maschietti, indifferenza da parte di Aurora che se ne andò nel salone mettendo sul lettore da salotto un CD con le musiche del Carnevale di Rio de Janeiro che tanto piacevano ad Oscar il quale, approfittando dell’occasione prese a ballare con Luana. Alberto seguì Aurora ormai pazzamente innamorata di Alberto il quale ne approfittò per penetrare una ‘topa’ vogliosa e pienamente accondiscendente. I due non si accorsero che erano stati seguiti da Luana e da Oscar il quale piegò in due Luana e penetrandola nel ‘popò’. Alla fine una sorpresa, Luana aveva qualcosa di più, era un trans, Oscar si trovò in mano un ‘marruggio’ inaspettato e alzò alti gemiti come la vergine Cuccia di  pariniana memoria. Accorsero Alberto ed Aurora i quali allorché si resero conto della situazione si misero a ridere a crepapelle, non la finivano mai. Passata il periodo ridanciano Alberto ed Aurora si avvicinarono a Luana, per curiosità presero in mano il suo ‘cosone’ sempre più incuriositi e Aurora  cominciò a masturbarlo sino alla sua eiaculazione. “Stò zozzone mi ha sporcata tutta!” Così fini la prima entrata in scena di Luana, Oscar era sempre incerto se la situazione fosse di suo gradimento. Dietro la spinta della consorte prese anche lui a giocare col ‘coso’ e se lo posizionò nel suo ‘popò’, si era scoperto anche bisessuale! Il mese di vacanza di Luana finì lasciando un Oscar depresso, si era innamorato di …lei…di lui.L’accompgnò con la sua Jaguar al circo, lasciò che un inserviente prendesse la sua valigia  e sparì dalla sua vista senza nemmeno salutarla. Il menage a tre seguitò, Oscar si era abituato ad eccitasi vedendo Alberto e Aurora fare l’amore, poi talvolta subentrava lui ma non più come una volta. Alberto capì la situazione, si recò in un negozio di sexy toys ed acquistò un vibratore a batterie, aveva compreso i desiderata del marito della sua amante. Talvolta Aurora si recava al distaccamento ‘Zecca’ a trovare Alberto suscitando l’ammirazione dei finanzieri: “Marescià lei c’ià l’occhio bono!” Oscar andava ogni giorno di più deperendo, non aveva voluto farsi visitare, un cancro al colon l’aveva portato  a morte con gran dispiacere (diciamo gioia) di Alberto e di Aurora che poterono sposarsi e godersi la sua eredità.

  • 13 luglio alle ore 2:05
    Fragili e deboli

    Come comincia: Sono piccole e trasparenti agli occhi di un mondo che corre troppo veloce per notarle. Rallentano il passo per paura di apparire e di ricevere ancora delusioni.
    Camminano su strade grigie di un mondo tutto loro e accompagnate dal loro dolore, si dissetano con le loro stesse lacrime e si nutrono della propria solitudine.
    La maggior parte delle volte rimangono in silenzio anche quando di cose da dire ne avrebbero tante.
    Non si aspettano niente le persone "FRAGILI".
    Loro sono creature messe all'angolo da un mondo materialista, fatto di apparenza, opportunismo e cattiveria. Lasciano che le parole gli scavino in profondità, fino a ferirle in modo irrimediabile. Non si ribellano quasi mai, semplicemente accettano... Consapevoli di esser privi di quella forza che non sono mai stati capace di trovare.
    Poi ci sono loro:
    Quelli che fanno leva sui punti deboli dei fragili e fanno di essi il loro punto di forza. Ne approfittano per vederli crollare, sentirsi forti e invincibili.
    Hanno un vocabolario ricco di parole cattive e denigranti e un bagaglio di trofei inesistenti di cui si vantano.
    Camminano sicuri in apparenza, ma lasciano una scia che sa di fango... Quel fango che non vogliono mostrare e ci colorano la vita dei fragili come per liberarsene.
    E' ridicolizzando e distruggendo gli altri che vivono le persone "DEBOLI" consapevoli della loro pochezza e del loro esser niente, nomadi in un mondo in cui non hanno saputo costruire niente.
    Incapaci di accettare i loro fallimenti, godono nel vedere gli altri cadere sotto i propri colpi, esseri poco umani e apparentemente "grandi" solo grazie alla cattiveria e a quella violenza fisica o verbale che adoperano come unica teoria di vita.
    Se sei una persona fragile, pensaci bene prima di definirti niente!
    La fragilità' è un abito che indossa VALORI...
    La debolezza è l'abito di chi valori NON HA!!!!

  • 12 luglio alle ore 20:16
    La Teoria del Tutto

    Come comincia: Introduzione: a fine aprile ancora sentii il Presidente degli Stati Uniti accusare il leader cinese: <<Il virus è uscito dai vostri laboratori!>>.  A sua volta il leader cinese accusava il Presidente degli Stati Uniti: <<Il virus è stato portato a Wuhan da un soldato americano!>>.
    A maggio un virologo italiano affermò: <<Se il virus va attenuandosi, vuol dire che è artificiale.>> Con pacatezza, ma prontamente, intervenne una sua collega: <<Ma non è artificiale: è stato provato.>>
    Ho pensato: ma perché non posso dire anch'io la mia?
    Ed ho inventato una favola per tentare di mettere tutti d’accordo.

    Origine e fine di una pandemia.
    Fatti, opinioni e sogni.

    Dopo la laurea in ingegneria elettronica mi sono specializzata in Telecomunicazioni presso la Scuola Superiore del Ministero PPTT.
    Ho anche frequentato il CEFRIEL, Politecnico di Milano, per il conseguimento del Master in Tecnologie dell’Informazione.
    Un giovedì del settembre 2016 telefonai in azienda per avvertire che non mi sarei recata al lavoro per un paio di giorni. A metà mattinata ricevo una telefonata da Lori, una delle segretarie: <<Lilly, domani ti avevo iscritta al corso 5G!>> Valuto rapidamente la situazione: <<Vengo solo per il corso e vado via.>>
    E così il giorno dopo sono in azienda a seguire la presentazione dell’infrastruttura di rete 5G. Il mio entusiasmo si affievolisce mano a mano che seguo la presentazione ed al termine non mi trattengo dal chiedere: <<Scusate, ma con le antenne così diffuse sul territorio ed a queste frequenze, non è pericoloso per la salute?>> (Praticamente stavo chiedendo: “Acquaiolo, l’acqua com’è?”)
    Mi rispondono: <<No, appunto perché le antenne sono così vicine le une alle altre, la potenza emessa è bassa. Paradossalmente è più pericoloso il 4G.>>
    Accolsi la risposta con beneficio d’inventario.
    Dicembre 2018. Apprendo che l’Internet of Things (IoT) è strettamente legata al 5G.
    5 giugno 2019. Un noto operatore telefonico presenta l'accensione del segnale 5G commerciale, primo in Italia. Sulla Pagina del video 400 Like (pollice su), 30000 DisLike (pollice giù). Bisogna correre ai ripari.
    Agosto 2019. Crisi di governo estiva del Papeetee. 
    Provvidenziale. Il nuovo governo avrà un ministro per l'innovazione tecnologica e della digitalizzazione.
    2019. Politici e tecnici negano la pericolosità delle frequenze del 5G perché le radiazioni si fermano a strati superficiali della pelle.
    Molti scienziati da anni elencano i danni dell’elettromagnetismo e delle alte frequenze in particolare.
    2019-2020. Politici e tecnici negano che il 5G implicherà maggiori emissioni di potenza.

    agendadigitale.eu già nel 2018 scriveva: “Se i limiti di emissione non vengono portati a quelli europei, il 5G in Italia non può funzionare.” (Detta in breve, in Italia il limite è fissato a 6 V/m, in Europa dove vengono seguite le raccomandazioni dell'ICNIRP è di 61 V/m. Se volete informazioni sui limiti di emissione e l'ICNIRP, con comodo, potete sentire questa intervista di circa 40 minuti https://www.youtube.com/watch?v=cTq1kZzFOoo )

    8 giugno 2020. Dal piano per la fase 3 di Vittorio Colao: «adeguare i livelli di emissione elettromagnetica in Italia ai valori europei, oggi circa 3 volte più alti e radicalmente inferiori ai livelli di soglia di rischio»
     

    Ed adesso … che pandemia sia!
    Da dove è nata questa pandemia.
    Credo che fin dal primo momento pensai: “Ma guarda, il virus si manifesta proprio a Wuhan, dove il 31 ottobre 2019 hanno acceso il segnale 5G a scopi commerciali!”
    Sì. Il 1° novembre 2019 avevo letto la notizia che il segnale commerciale per il 5G era stato acceso in Cina. Due mesi prima della data precedentemente pianificata, ossia il 1° gennaio 2020. In questa nuova Guerra Fredda l’importante è arrivare prima, come per la corsa allo spazio negli anni ’50 e ’60.
    Attenzione! Tra virus e 5G a Wuhan non ci vidi altro che una singolare coincidenza.
    A gennaio leggo un articolo di un ingegnere elettronico di Catanzaro, CTU per l’elettrosmog e professore universitario a contratto. Riprendeva gli studi del professore Olle Johansson, svedese, sulla immunodepressione causata nell’organismo dai campi elettromagnetici collegandola alla propagazione del virus a Wuhan.
    Attenzione! Non ‘origine’ del virus, ma facilitazione del suo propagarsi grazie all’abbassamento delle difese immunitarie.
    Poi a fine gennaio vidi questo video https://www.leggo.it/video/primopiano/coronavirus_persone_collassano_wuhan-5004998.html
    Persone a Wuhan che mentre camminano all’improvviso crollano a terra.
    “E che c’entra questo con l’influenza?” pensai. Ma la cosa rimase là, senza risposta.
    Poi venni a sapere che nello stesso periodo a Wuhan c’erano i soldati statunitensi che partecipavano alle Olimpiadi Militari. “E che diamine! Tutto a Wuhan nello stesso momento!?”, fu l’unico pensiero che mi saltò in testa.
    Intanto alcuni articoli e video mi informavano che le alte frequenze per il 5G erano già usate a scopi militari o anche dalla polizia, credo negli Stati Uniti, per disperdere la folla in caso di manifestazioni. Le frequenze sopra i 24 Ghz.
    In Italia Di Maio nel 2018 firmò, in cambio di 6,5 miliardi, per la concessione delle frequenze 700 MHz (e per questo dobbiamo cambiare di nuovo televisore, e qui parte un altro discorso), 3700 MHz, 26 GHz.
    Cominciai a pensare: “Ma fa che quelle persone crollavano a terra per via delle onde elettromagnetiche del 5G?”.
    Per le alte frequenze del 5G si usano antenne che non sembrano nemmeno antenne. Sono piccoli pannelli quadrati e utilizzano la tecnica del beamforming: il segnale non è irradiato uniformemente tutto intorno, ma viene concentrato verso il dispositivo 5G collegato. Può arrivarti addosso un segnale concentrato ad alta potenza. Tutta la potenza emessa dall’antenna, se tieni l’unico dispositivo 5G nei paraggi? Bah!
    A metà marzo l’ICNIRP, l’ente privato, non governativo, con sede a Monaco di Baviera, che emette le Linee Guida sui massimi valori consigliati di potenza emessa per le onde elettromagnetiche, ha pubblicato nuove linee guida. Le precedenti risalivano al 1998.
    Il quotidiano ‘La Repubblica’ annunciò queste nuove linee guida con le parole: “Nessun pericolo per la salute, ma cautela con le alte frequenze.” Nell’articolo erano riportate le parole del presidente dell’ICNIRP: “Le persone non dovranno avere paura del 5G se ci atterremo a queste raccomandazioni.”
    https://www.repubblica.it/tecnologia/mobile/2020/03/13/news/nuove_linee_guida_per_la_5g_nessun_pericolo_per_la_salute_ma_cautela_con_le_alte_frequenze-251171998/
    Pensai: “Bravi, dopo tre anni di sperimentazione in tutto il mondo, dopo aver acceso il segnale a Wuhan, ora se ne accorgono e dicono: <<Attenzione alle alte frequenze.>>”

    In realtà, confrontando rapidamente alcune tabelle delle due versioni delle linee guida, non vedo nessun abbassamento né delle frequenze ammesse per l’utilizzo, anzi vedo una possibile preparazione per il 6G, né dei limiti consigliati di potenza emessa, anzi vedo l’inserimento di una tabella per tempi di esposizione ‘brevi’, 6 minuti, nella quale il limite indicato è notevolmente aumentato.
    Vedo solo un adattamento delle tabelle ai nuovi metodi di misura per la caratteristica del beamforming.
    Ma dovrei chiedere ad un esperto. Io mi occupo di un altro settore.
     
    Ma non finisce qui, come diceva il buon Corrado.
    In aprile, dopo Pasqua mi pare, leggo un rapporto: <<Voi non avete proprio idea di cosa sia avvenuto veramente.>> Chi scriveva era uno che asseriva di avere lavorato vent’anni negli Stati Uniti per un noto operatore di telefonia. Tra parentesi, l’operatore con il quale ho avuto il mio primo contratto per la telefonia mobile. E non è quello che deriva dall'operatore unico fino al 1993.
    In sintesi quelle persone crollavano a terra non per il coronavirus, ma per altri motivi, e subito venivano avvicinati da persone in completa tuta protettiva che gli facevano il tampone. Ma un tampone già infetto con il coronavirus. Per nascondere le vere cause del decesso.
    Mi svegliai tutta sudata e con il cuore che batteva in gola. Era solo un incubo.

    Chiusi da soli in casa per via del lockdown, uno fa mille pensieri.

    Ad ogni modo, a metà maggio mi decisi a contattare una persona che poteva essere informata dei fatti. Esposi il mio sogno e chiesi: “Quel rapporto è un sogno o è vero?”
    Rispose: “E’ tutto vero. C’è anche una denuncia. La denuncia c’è, che poi abbia un seguito è un altro paio di maniche.”
    Avrei voluto capire ulteriormente:
    1) la pandemia è stata provocata perché hanno messo in giro il virus con questi tamponi infetti con un virus preso dal laboratorio (a Wuhan c’è anche il laboratorio dove conducevano esperimenti su questo virus);
    2) o la pandemia già c’era e ne hanno approfittato per nascondere la causa di quei collassi;
    3) non sono riusciti a contenere la pandemia o l’hanno fatta propagare appositamente, magari perdendone in parte il controllo?

    Non mi ha detto di più.

    E mi svegliai di nuovo. Era un altro sogno!

    Per fortuna il lockdown fu allentato di lì a poco e piano piano ricominciai ad uscire per le commissioni indispensabili e di incubi non ne ho avuto più.
    Ho solo letto articoli e visto video, cercando di distinguere quali fossero veritieri e quali fossero fake.
    Venni a sapere dell’Event201. In ottobre a New York avevano presentato uno scenario nel caso di un virus partito dai pipistrelli, passato ai maiali e poi all’uomo. Ipotizzavano che partisse dal Brasile e si diffondesse in tutto il mondo.
    [Event 201 si é svolto il 18 Ottobre 2019 a New York City, ospitato dal “Johns Hopkins Center for Health Security”, in collaborazione con il “World Economic Forum” e la “Bill & Melinda Gates Foundation”.]
    Report di recente ci ha informato che Bill Gates è il secondo finanziatore dell’OMS.
    L’OMS già dichiarò lo stato di pandemia nel 2009 in occasione della suina, facendo produrre milioni di dosi di vaccino, che, almeno in Italia, rimasero inutilizzati.
    Gli stessi membri e la presidente dell’OMS che avevano dichiarato lo stato di pandemia non trovarono il tempo di farsi vaccinare.
    Bill Gates, noto luminare della medicina, da anni propaganda la necessità di essere pronti con un vaccino per una pandemia prossima ventura. E pare che si sia già dato molto da fare in India ed in Africa. E forse non solo.
    Intanto da tempo seguivo il fatto che il nuovo oro sono diventati i dati raccolti tramite i collegamenti ad Internet. I ‘Big Data’.
    Gli smartphone ci spiano. Alexa e compagnia cantando ci spiano.
    Ma non basta mai. L’appetito vien mangiando, e ciò vale sia nella tecnologia sia tanto di più negli affari.
    Ora colleghiamo ad Internet tutte le cose. Ed a dicembre un informatico ci informava che il sensore messo nel pannolino ‘intelligente’, già diffuso da una anno in Corea del Sud, che tramite tecnologia Bluetooth avverte lo smartphone dei genitori che il bambino va cambiato, raccoglie anche dati. Che vanno a Google negli Stati Uniti, dove le regole per il trattamento dei dati sono meno stringenti che in Europa, ci informava l’autore dell’articolo.
    Lo smartphone non è sufficiente per il controllo totale? Mettiamo un microchip a tutti.
    Sarà difficile convincere tutti a farsi impiantare un microchip. E noi lo iniettiamo con un vaccino? Un vaccino obbligatorio per tutti. Ma cosa vado a pensare! E’ fattibile?
    Da https://www.sanitainformazione.it/salute/vaccino-contro-il-covid-19-a-che-punto-sono-le-sperimentazioni-condotte-in-tutto-il-mondo/ :
    “IL VACCINO ‘CEROTTO’
    Viene ancora dalla Pennsylvania, ma da Pittsburgh questa volta, il “vaccino-cerotto” di cui si è parlato negli ultimi giorni. Noto come “PittCoVacc”, si tratta di un tentativo sperimentale dei ricercatori della School of Medicine dell’Università di Pittsburgh. Già nel 2003 il team, di cui fa parte anche l’italiano Andrea Gambotto, sviluppò il vaccino per la Sars senza poterlo sperimentare a causa della scomparsa improvvisa della malattia.”
    Nello stesso articolo parlano di un laboratorio non lontano da questo che pure lavora ad un vaccino finanziato direttamente da Bill Gates. Anche questo di Pittsburgh è connesso a Bill Gates? Altri articoli davano ad intendere così, ma da decenni gli articoli sono scritti con superficialità e bisogna stare attenti.
    Ed ora (in maggio) dall’Inghilterra si ‘lamentano’ che se il virus va attenuandosi non si potrà continuare con il vaccino. E ci vogliamo lamentare? Non è una bella notizia se il virus scompare? Bah.
    Dal minuto 2:26 di questo video  https://www.youtube.com/watch?v=fPE6xyZG4n4 
    “E quindi qual è l’obiettivo finale?”
    “Lo scopo finale è quello di impiantare un chip RFID a chiunque. Trasferire tutto il denaro in questi chip. Tenere tutto in questi chip. E se qualcuno protestasse o non rispettasse ciò che noi vogliamo, basterebbe spegnere semplicemente il suo chip.”La Microsoft si sta preparando (e questo non è un fake):
    https://patentscope.wipo.int/search/en/detail.jsf?docId=WO2020060606
    Publication Number WO/2020/060606
    CRYPTOCURRENCY SYSTEM USING BODY ACTIVITY DATA
    Leggo ora che naturalmente qualcun altro già ci ha pensato, ma fu il primo pensiero che mi balzò in testa:
    Apocalisse 13,16-1816 Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; 17 e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. 18 Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.

    E poi, per metterci nell’organismo un nanochip, un nanosensore, è veramente necessario avvicinarci con un ago o cerotto con tanti microaghi? Abbiamo anche il 5G, secondo le parole di Colao (è un montaggio?)
    (minuto 1:04 https://www.youtube.com/watch?v=cEL8WZ8aBNc)
    “Con il 5G […] sarà possibile a distanza iniettare o rilasciare una sostanza utile per la salute.”
    Il mio timore è: “Solo sostanze utili alla salute o altro?”
     
    Benvenuti ne “Il mondo nuovo”.
     
    P.S. E se volete leggere una ‘summa’ dei progetti di William Henry Gates III (altrimenti conosciuto come Bill Gates), progetti appoggiati da enti internazionali preposti a proteggerci potete leggere ad esempio https://www.startmag.it/innovazione/ecco-i-progetti-hi-tech-di-bill-gates-anti-covid-19/ e cercare ID2020 e tant’altro.
    E guardate cosa ci dice l’italiano di cui siamo orgogliosi che lavora a Pittsburgh al vaccino-cerotto (https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/05/13/news/il-vaccino-cerotto-contro-il-coronavirus-potrebbe-arrivare-entro-l-anno-1.38839118):Andrea Gambotto, ricercatore italiano dell’Università di Pittsburgh: tempi accelerati e più sperimentazione per battere la pandemia. E in futuro avremo anche vaccini per virus che non esistono ancora.
    E, magari non c’entra niente, penso ai test sierologici tanto propagandati tramite la Croce Rossa Italiana grazie al decreto-legge n.30 del 10 maggio 2020. Il decreto autorizza a ricavare dati genetici e sulla salute.
    Stop. E questa sta diventando “La Storia Infinita”!
     

  • 11 luglio alle ore 9:51
    L'ORSA

    Come comincia: Domenica pomeriggio, Messina, primi di dicembre fuori il tempo non prometteva nulla di buono, Alberto Minazzo maresciallo delle Fiamme Gialle si stava godendo in televisione un documentario girato in Alaska da un fotoreporter coraggioso, in primo piano un’orsa con due cuccioli  che stava traversando il fiume in piena ma, mentre la madre era riuscita a guadagnare la sponda opposta gli orsetti ancora faticavano a nuotare in mezzo alla corrente senza riuscire a raggiungere la genitrice. Due pescatori su una barca assistevano alla scena, malgrado fosse pericoloso presero il coraggio a due mani, raggiunsero i due orsetti e prima l’uno poi l’altro li issarono a bordo del loro natante depositandoli a riva ed allontanandosi velocemente non conoscendo quali sarebbero state le reazioni di mamma orsa la quale invece, inaspettatamente si alzò sulle zampe posteriori emettendo un bramito prolungato come  di ringraziamento. La scena fece commuovere Alberto, gli ricordò quando in tempo di guerra con papà Armando, il fratello Vasco ed il cugino Luciano (tutti deceduti) andava nei quartieri poveri a distribuire beni di prima necessità racimolati presso persone abbienti. Il padre erano l’unico giovane impiegato di un istituto di credito rimasto in Patria in quanto portatore di protesi ad una gamba in seguito ad incidente stradale, i suoi colleghi spediti in Russia, non avevano più fatto ritorno a casa, maledetto quel pazzo che…Alberto non aveva motivi per essere di buon umore, separato dalla poco gentile consorte decise di uscire da casa non che fuori ci fossero motivi di buon umore, a parte il tempo vide sui scalini di una chiesa un poveraccio che cercava di ripararsi dal freddo con una coperta logora, gli si avvicinò lasciandogli in mano cinquanta Euro e domandandosi perché i signori ‘bacarozzi’ non gli aprissero la porta per offrigli un riparo al chiuso. Passò dinanzi ad un cinema e, senza vedere il titolo si infilò in platea mostrando la tessera e quindi…’a gratis’. Cazzo, un film di guerra ma ormai era al caldo, decise di restare fino a quando sentì una mano tastargli le parti intime. Si era appena accesa la luce: “Ti dò cinque secondi, poi ti arresto!” Il cotale sparì dalla circolazione. Alberto non aveva nulla contro i diversi, ormai erano di moda le famiglie arcobaleno, i figli di due padri o di due madri purché tutti consenzienti. Alberto uscì dal cinema ma poiché ‘nullo vivente aspetto gli molcea la cura’ passando d’istinto dinanzi alla caserma si fece aprire il portone e: “Maresciallo che fa qui a quest’ora e di sabato!” “Ho dimenticato qualcosa nella scrivania.” Si accomodò nella sua sedia di Capo Sezione, la mattina circa settanta finanzieri di ogni grado passavano dinanzi a lui per firmare il foglio di presenza, era l’amico di tutti e talvolta metteva delle firme apocrife di qualche calabrese che, causa ritardi dei treni arrivava fuori orario. Non aveva alcuna voglia di ritornare a casa, passando dinanzi al Circolo Ufficiali di Presidio chiese al piantone di parlare col maggiore Strano, suo amico che lo fece entrare. “Ormai è tardi stiamo per chiudere, com’è solo soletto, niente femminucce?” “Son finiti i bei tempi, forse le donne mi considerano un vecchio rudere…” “Ho capito è di cattivo umore, vedo che lei è a piedi, guardi c’è una signora vedova che sta uscendo… signora Aimée c’è qui un maresciallo della Finanza che gradirebbe un passaggio, sta iniziando a piovere e lui è senza macchina.” La signora alta, bionda longilinea non aveva nulla dei caratteri delle donne del profondo sud, squadrò Alberto che passò l’esame: “Dove abita?” “In viale dei Tigli ma se per lei è fuori mano…” “Al contrario ho una villa sulla circonvallazione, mi viene di passaggio…e se la invitassi a casa mia, non ho proprio sonno…sono Aimée Dubois, ma non  faccia quella faccia, sembra le sia morto il gatto!” “Sono Alberto Minazzo, la mia gatta Luna, bellissima e tigrata è in perfetta salute solo che non ama gli estranei, soprattutto donne…” “Bene allora andiamo a conoscerla, lei mi stia vicino non vorrei che mi graffiasse!” Da dietro la porta d’ingresso si sentivano  i miao di Luna, aveva sentito il rientro del padrone il quale quando aprì la porta se la trovò fra le braccia. “Bellissima chissà quanti bei gattini avrà sfornato.” “Ho preferito di no e quindi…” “Che brutta abitudine…” “Luna girò il muso ed inquadrò la nuova venuta, doveva essere di suo gradimento perché non protestò anzi le si gettò fra le braccia. “Stranissimo non lo fa con nessuno soprattutto femminucce, vuol dire che la inviterò più spesso a casa mia, in fondo è lei la padrona, io sono divorziato.” “Ed io vedova di un ufficiale dell’Esercito italiano, una granata…” “Che vogliamo fare, ora che è qui…io non ho sonno anche se domattina il dovere mi chiama ma posso ‘marcar visita’ come si dice in gergo  militare che lei dovrebbe conoscere.” “Cavolo che bel panorama, tutta la Calabria illuminata ed anche il porto di Messina, una visione rilassante, chissà quante belle donne avranno ammirato il panorama.” “Purtroppo di recente zero assoluto, sono divorziato da poco ed ancora mi son rimaste le ferite…ci vorrebbe una buona crocerossina…” “Se è un richiesta ufficiale aderisco, magari riaccendiamo i riscaldamenti, Luna si è rifugiata nel suo bel giaciglio al calduccio.” Dopo circa mezz’ora: “Ora si che mi sento a mio agio, le dispiace se mi spoglio un po’, comincio a sentire gli effetti del riscaldamento.” Aimée rimase in reggiseno e mutandine, Alberto cercò una battuta di spirito per uscirne con stile, non trovò altro che: “Una volta le sarei saltato addosso!” “Meglio saltare sul letto, voi maschietti pensate solo al sesso…talvolta anche la sola compagnia…” Aimée raccontò della sua gioventù, come aveva conosciuto suo marito che l’aveva lasciata vedova non inconsolabile ma decisamente aisée ossia ricca. Anche Alberto descrisse la sua vita passata e poi si addormentarono. Alle sei e trenta suonò la sveglia, Alberto alle sette e mezza chiamò il centralino della caserma: “Sono Mazzoni per favore passami l’aiutante maggiore. “ “Signor maggiore m’è venuta quasi sicuramente l’influenza, chiamerò il dottor Cimarosa per farmi concedere cinque giorni di riposo.” “Si di riposo a letto, chissà con quale mignotta, oggi è domenica, sveglia e buon divertimento!” “Ho capito male ma quel tale mi ha classificato mignotta?” “Ha usato un’espressione sbagliata voleva forse dire simpatica signora!” “Colazione da igienista, fette biscottate integrali, Yogurt con Lactibacillus Bulgaricus, prugne essiccate. “Voglio provare anch’io a cambiare  l’alimentazione, a proposito hai idee dove andare a pranzo?” “Conosco vari ristoranti ma preferisco che lo scelga tu.” “Ho capito, ci hai portato qualcuna delle tue ‘mignotte’ come dice il maggiore e non vorrai che io sia scambiata per una di loro.” “Sei troppo machiavellica…va bene hai ragione andiamo dove vuoi tu.” “In via Ghibellina c’è Alfonso un ex pescatore che ci farà mangiare pesce freschissimo.” “Andiamo con la tua macchina, cavolo ieri sera non avevo fatto caso alla marca della tua auto, una Borgward Isabella sono anni che non la fabbricano più.” “Era di mio marito, la tengo per suo ricordo, siamo arrivati.” “Gentile signora Dubois è un bel po’ che non la vedevo, ho elle aragoste giunte poco fa oltre che il solito brodetto di pesce ed anche  delle linguine ai ricci di mare.” “Egregio signore lei sa che è proibito pescare i ricci, c’è una contravvenzione altissima!” “Caro Alfonso, il signore è un maresciallo della Finanza, per questa volta chiuderà un  occhio anzi tutti e due, vero caro?” Alberto aveva capito di aver toppato, chiese scusa ad Aimée: “Talvolta mi lascio trasportare…” Alla fine del pranzo: “Tutto eccellente, specialmente le aragoste che dicono sono afrodisiache, che ne dici proviamo se è vero?” “Cara…vedremo, non ci tengo a fare brutte figure anche se tu sei una donna meravigliosa ed appetibile.” “Grazie per l’appetibile, cerca di non  mordermi!” La casa di Aimée era una villa a due piani circondata da giardino, vasca con pesci rossi,  cespugli ben tenuti, si vedeva la mano di un giardiniere. All’interno mobili antichi la cui presenza meravigliò Alberto. “Ho acquistato questa villa come la vedi, non ha voglia di comprare mobili nuovi, avere tra i piedi operari che vanno e vengono, sono di natura misoneista, non ti meravigliare del vocabolo, ho studiato al classico e qualcosa ancora me la ricordo.” “Misoneista in generale anche in campo sessuale?” “Diciamo che è un po’ di tempo che non mi ‘esercito’ in quel campo, sono di gusti difficili e mi infastidiscono gli imbecilli, non ti preoccupare tu non lo sei anzi pemettimi…” “Il primo bacio prolungato, saporito ancora di pesce, così iniziò la relazione fra Alberto che aveva ripreso ‘le penne’ ed un’Aimèe anche lei di nuovo in forma. Al Circolo Ufficiali si era formata una nuova coppia che il maggiore Strano volle festeggiare con un brindisi.