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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • lunedì alle ore 22:12
    Staremo assieme...d'ora in poi!

    Come comincia:  - Cristine era una donna ancora molto bella, una persona senza dubbio interessante, attraente e ricca di charme nonostante fosse avanti negli anni ed avesse superato da un po' la crisi di mezza età che invero coglie anche gli uomini quando si accorgono di avere qualche capello grigio di troppo ed inesorabilmente cominciano a far cilecca a letto. Lei, essendo un tipo di carattere, lo aveva fatto con disinvoltura, da sola, senza subire particolari scosse e senza in alcun modo avvertire l'impellente necessità di doversi affliggere o di auto flagellarsi per averlo fatto, né (di) commiserarsi più di tanto. Non aveva neanche avuto bisogno di correre ai ripari, cioé ricorrere alle cure del chirurgo estetico per farsi ritoccare il suo aspetto (come capitava - da tempo - a tante sue amiche e conoscenti: chi a rifarsi le labbra, chi il seno e chi...il culo!) e porre riparo così, seppure in maniera effimera, ai danni che lo scorrere del tempo provoca su ogni donna. Infine, aveva ben pensato di non analizzarsi, in extrema ratio, né di farsi analizzare da qualcun altro (come spesso fanno, uomini e donne in egual modo, a volte senza senno, in certe fasi un po'..."strange" della loro esistenza, prescindendo dall'età anagrafica), e magari ricorrendo pure a sedute sin troppo noiose e costose, a volte inutili e qualche altra anche rischiose: quelle, infatti, possono riservare diverse insidie e spiacevoli soprese e rivelarsi alla fine, tout court, arma a doppio, triplo taglio non poco incerta o inaffidabile. Era successo proprio così, alla fine, alla sua carissima amica Hope la quale, essendo in crisi coniugale oramai da un bel pezzo, aveva ben escogitato d'affidarsi alle cure d'un celebre strego...luminare della psiche di Albany, in upstate New York; e la cosa, purtroppo, ebbe il seguente (illuminante) strascico: la poveretta era sì riuscita a districarsi dai meandri bui e torbidi in cui ristagnava il suo matrimonio, divorziando dal marito, ma in compenso abbracciò una relazione che sovente non vede via d'uscita stagliarsi all'orizzonte: quella con la bottiglia di gin! La donna così - ahilei - entrò nel tunnel della dipendenza e fu costretta a ricorrere alle cure cliniche no per migliorare il suo aspetto ma per disintossicarsi dall'alcol: in sei mesi appena riuscì a farlo anche grazie alle amorevoli attenzioni della giovane nipote, Jessyca, con cui ora condivide un grazioso appartamentino con veduta panoramica vicino Central Park. Qualche tempo addietro Cristine andò a trovarla (era da un bel po' che non incontrava la vecchia amica); un pomeriggio e prime ore della sera insieme, trascorse in allegria e spensieratezza. Quando si incontrarono, le due si abbracciarono a lungo e poi Cristine disse all'amica:
     - Cara, sembri più giovane di me di trent'anni, sai?
     - Certo! - rispose quella. - Ma se tu ne hai ventinove, mi dici come faccio a sembrarlo? Cristine, allora, udite queste parole, scoppiò in una risata a dirotto: il rumore del suo ridere era talmente fragoroso che attirò le attenzioni dei vicini e della nipote di Hope, indaffarata in cucina. La ragazza raggiunse le due donne in salotto, dove erano sedute sul divano, una di fianco all'altra, ed esclamò:
     - Cribbio, ma siete tutte matte? Siete riuscite a far abbaiare anche il cane dei Brown (un cocker spaniel molto vecchio, quello dei vicini di Hope e Jessyca: è più facile vedere un asino che vola, nell'alto dei cieli, piuttosto che sentirlo abbaiare!). Le due amiche parlarono a lungo, dopo la risata fragorosa di Cristine: evidentemente non del tempo atmosferico soltanto...lo fecero di - e su - cose serie e facete. Cristine parlò all'altra anche del suo matrimonio, ma non ebbe consiglio alcuno da essa al riguardo: soltanto un'altro caloroso abbraccio ed un timido sorriso quando si lasciarono, oltre a...la promessa di rivedersi presto, magari molto prima di quanto non fosse accaduto adesso. Lungo il tragitto che la condusse a casa, Cristine pensò a lei, alla sua vita, dentro di sé. Il matrimonio con Jack (aitante sessantenne ed avvocato di grido nella "grande mela"), iniziato all'incirca due decadi addietro, era oramai giunto a una fase critica, la quale definirla di stanca è forse eufemismo inutile: il cosiddetto punto morto o "punto k", come molti lo definiscono per distinguerlo dal punto d'incontro e dal "punto g". La differenza tra i due punti, quello k e quello g, i quali nel corso della vita di una donna sempre restano equidistanti tra loro, per fortuna (della donna, s'intende!) è questa: il secondo, se stimolato a dovere, procura intenso piacere alle rappresentanti del sesso gentile...non è sempre facile farlo, però (né per l'uomo né, tanto meno per la donna stessa: a entrambi, infatti, sfuggono sovente e volentieri le enormi potenzialità nascoste in quel misterioso e recondito meand...anfratto del corpo femminile!). Oltre quel punto, cioé, oltre i confini stabiliti dalla natura in quel precipuo punto i quali sono ben diversi dai confini e dai limiti geografico-territoriali convenzionalmente stabiliti dagli uomini e da quelli "mentali" che l'essere umano spesso si pone e che tendono a sminuirne - non di poco - la sua naturalezza, il candore suo primordiale finanche la sua ancestralità ingenua, è impossibile poter andare (a meno che...qualche sessuologo di una remota università della terra riuscisse ad asserire il contrario dop'averlo sperimentato di persona sulla propria pel...sul proprio corpo, ovvero sul suo punto g se sia una donna o su quello di un suo simile di genere opposto se trattasi, invece, d'un uomo). Mentre, oltre il punto k, che contraddistingue appunto una fase di stallo in un ménage di qualunque natura e qualsiasi tipo (tra cui, evidentemente, quello classico dato dal matrimonio tra un uomo ed una donna oppure tra due individui dello stesso sesso, che siano uomini o donne poco importa), si potrebbe pure andare: in molti, ad onor del vero, lo hanno fatto, lo fanno e lo faranno a loro rischio e pericolo perché...ma le conseguenze di un siffatto comportamento quali sono? A niuno è dato sapere quali - e quante - possano essere di volta in volta, perché ogni singolo caso fa storia a sé e perché trattasi di storie di (e tra) esseri umani: il motivo, infatti, è che oltre quel punto (quello k) non vigono leggi specifiche dettate da codici di comportamento, usi, consuetudini e/o abitudini di sorta; oltre...colà vige l'ignoto nel senso vero del termine e l'imponderabilità del destino su cui non è possibile metter bocca (come potrebbe accadere, ad esempio, nel caso del punto g!) od agire. Dopo quel fatidico punto, a nulla serve affidarsi alla stella polare per proseguire a navigare sul mare della vita e orizzontarsi nei suoi meandri; quella stella che tanto cara fu, nel corso della storia della marineria e dei viaggi, ai naviganti...ci vorrebbe, piuttosto, una buona stella (anzi, una stella buona che faccia da paciere, veggente, psicologo e...tuttofare, insomma!). Ora, tra Cristine ed il marito non c'era più nulla: neanche la mortale noia a intromettersi nelle loro esistenze che si trascinavano sul binario della monotonia. Quei due si ignoravano da tanto, troppo tempo e l'assurdo della situazione era che non provassero fastidio nel farlo. La donna si dimenava tra una serata di gala all'Astoria o alla Guggenheim Foundation di cui è socia, ed il bridge con le amiche a Chelsea. Il marito invece imperterrito continuava nella sua routine, nonostante tutto, tra una causa milionaria vinta e qualche scappatella con l'amazzone giovane di turno, a cui - immancabilmente - regalava poi un costoso gioiello o offriva la promessa di presentarla a qualche amico regista o direttore d'una casa d'alta moda.     

  • 28 novembre alle ore 9:49
    LA NONNA FATALONA

    Come comincia: “Indovina chi sono.” Edoardo, varesino di nascita,  romano di residenza stava per rispondere nel dialetto acquisito:  “ ’Na mignotta!” quando quella voce femminile ribatté: “Non riconosci più tua madre, il clima romano ti ha fatto rimbambire, dovresti ritornare qualche giorno a Varese per sistemarti la  testa!” “Scusa mamma, forse hai ragione, il troppo lavoro…” “Ne riparleremo a voce, è mia intenzione soggiornare nella capitale per qualche giorno ma,  per essere più libera non intendo abitare nella tua villa ma nella dependance.” “Mamma dovrei farla sistemare, è chiusa da tempo.” “Datti da fare quando è a posto telefonarmi sempre che ti ricordi il numero mio che è pure quello di tuo padre!” Edoardo  risiedeva a Roma da vario tempo, suo padre Gabriele a Varese era il titolare di una fabbrica di pellame, lui insieme alla moglie Elettra era il rappresentante per il Lazio ed anche titolare di un grande negozio di scarpe in via Due Macelli. “La venuta di tua madre da noi porterà degli scombussolamenti in famiglia, spero di sbagliarmi!” “Mammina cara quando verrai troverai una reggia,  tu sarai la…” “Lascia stare la monarchia, dì ad Elettra di venirmi a prendere a Fiumicino dopodomani alle quindici, spero che sia puntuale..” Elettra fu puntuale come pure l’aereo che proveniva da Milano. Recuperata la valigia dal tapis roulant Beatrice si diresse verso un’uscita, non riconobbe la nuora appoggiata al parafango di una Honda Jazz. “Mamma sono io!” “Vedo che tu e tuo marito non avete resistito al fascino di una auto giapponese, siate più nazionalisti, ad ogni modo grazie di essere venuta a prendermi, andiamo alla reggia annunciatami da tuo marito.” La nonna mostrò da subito di essere ‘diretta’ nel linguaggio. Durante il tragitto: “Come si chiama stó aggeggio che parla, conosce tutte le strade di Roma.” “È un navigatore satellitare, tutte le macchine moderne ne sono dotate.” Dietro il cancello della villa apparve un  cane piccolo abbaiante alla grande. “Non credo che stò animale morda, è una mezza pug…” “Mamma! È un Chihuahua, un cane da compagnia, si chiama chicco.” “Potevate chiamarlo Dumbo, con quelle orecchie…” “Edoardo ritornò in villa alle diciannove. “Scusa mamma il ritardo ma c’erano tanti clienti.” “Ringrazia la fortuna, di questi tempi …vatti a fare una doccia il tuo olezzo…” “Mammina devo metterti al corrente di una  novità, abbiamo adottato un bambino, Edoardo purtroppo…” “Non mi dire che tuo marito è impotente, da un padre che ‘sparge’ figli in tutta la provincia di Varese…” “È sterile, il bambino ha tredici anni, si chiama Andrey, ha sedici anni, è russo.” “Con tanti figli di puttana in Italia…” “Abbiamo provato ad adottarne uno italiano  ma da noi, causa la burocrazia l’iter è lungo e complicato, tra poco scenderà, sta studiando nella sua stanza, sta imparando bene l’italiano.” Andrey era stato ‘istruito’ come comportarsi con la nonna, entrando nel salone, fece un inchino alla dama e: “È un piacere fare la sua conoscenza, sono Andrey.” “Almeno si dimostra educato, certo per farlo passare per vostro figlio sarà difficile, ha occhi azzurri e capelli biondi, la gente dirà che tu hai svicolato…” “Mamma gli amici conoscono la verità, Rita e Anita avranno preparato una cena con piatti tipici romani, credo siano di tuo gusto.” “Spero che non mi facciano ingrassare, ho speso tanti soldi per sistemarmi il viso ed il corpo.” A tavola nonna Beatrice assaggiò un po’ di tutto ma con razioni molto ridotte, aveva affermato la verità, nel ‘Centro Estetico Venere’ di Varese Beatrice era riuscita a far sparire tutte le rughe tipiche dei suoi cinquant’anni. In una clinica privata si era  fatta aspirare il grasso della pancia ed anche impiantare ai seni due protesi di ultimo tipo, quelle dal disegno a pera e non tondo molto riconoscibili, aveva ‘acquistato’ vent’anni. Edoardo aveva fatto le cose ‘per bene’, la dépendance era diventata un gioiello con mobili moderni: due camere da letto con annesse toilettes, cucina, soggiorno e salone in cui ‘troneggiava’ un televisore da 50 inch (pollici per i non inglesizzati). Elettra: “Mamma ti accompagno io.” “Datemi solo le chiavi, ci andrò da sola.” Bea aprì tutte le finestre, si era in pieno luglio ed il caldo si faceva sentire. La nonnina si spogliò nuda, si rimirò allo ‘psiche’, uno  specchio ovale, era soddisfatta del suo fisico, con i soldi che ci aveva speso! La mattina fu svegliata dall’abbaiare del ‘difensore’ di casa, ricordò il detto che si attanagliava all’occasione: ‘più sò piccoli più fanno casino!’ Passeggiata di Bea nel parco della villa. “Cavolo ci mancavano pure le zanzare”. Chiamò il figlio al telefono: “Caro sono tutta ‘mozzicata’ dalle zanzare…” “Vuol dire che hai il sangue dolce, a me non danno fastidio, ti acquisterò un revulsivo.” In giardino: “Mamma questa è la ‘Citronella’ vedrai…come ti sei combinata, hai un bichini che non indossano nemmeno le modelle alla sfilata del Carnevale di Rio, a casa poi abbiamo un  bambino!” “Se cresce con sté idee ne farete un finocchietto, stavo distesa sotto un cipresso a godermi un po’ d’ombra.” “Mamma quello è un olmo.” “Al posto di stà foresta era meglio una piscina, io mi sono attrezzata così sperando di farmi un bagno!” “Anche una piscina di venticinque metri costava troppo e poi la manutenzione…” “Bussa a  denari a tuo padre Gabriele che usa la moneta per foraggiare le sue puttanelle, sei un braciolettone, da chi avrai preso…” Andrey era ritornato dalla scuola in bicicletta, alla vista della nonna in bichini gli uscirono gli occhi dalle orbite. “Nonna sei bellissima quanti anni hai?” “Giovanotto impara che alle signore non si chiede mai l’età, piuttosto dimmi come vai a scuola.” “I miei genitori adottivi mi hanno iscritto alla quarta ginnasiale, io mi impegno ma ho problemi specialmente nelle materie letterarie, la mia professoressa dice che mi mancano le basi, i primi anni sono andato a scuola a Mosca.” “Ci penserà la nonna a farti avere le basi, ogni pomeriggio escluso i festivi vieni nella mia reggia a studiare, ti comprerò libri di autori italiani sia poeti che scrittori, andiamo insieme al centro. Era un sabato, niente scuola per Andrey, con la Honda Jazz Bea arrivò in centro, fermò la macchina dinanzi ad una grande libreria: ‘Antiqua Bibliotheca’. I mobili interni rispettavano il nome del locale, erano antichi, di pregio, ben tenuti. All’entrata di nonna e nipote si avvicinò un commesso in linea col nome del locale, era piuttosto vecchio, gentile, si presentò con un inchino. “Sono a vostra disposizione, scegliete i libri, io li metterò da parte. Beatrice cominciò da Dante Alighieri, dal Petrarca, dal Boccaccio per finire ai più moderni Manzoni, Ariosto, Tasso, Moravia, Fallaci, Eco, Saviano, Ferrante, Maraini, un bel mucchio. A questo punto si presentò il titolare del locale: “Sono Lucrezio Minutoli, vedo che la signora ha scelto un bel po’ di libri, come intende pagare?” Beatrice lo squadrò a lungo, l’aveva presa per una ‘morta di fame’: “Se l’accetta ho una carta di credito platino, è della Banca di Roma, la farò parlare col direttore, è un mio amico. “Mi scusi, mi sono espresso male, Romolo carica tutto nel bagagliaio dell’auto della signora. Romolo ce la faceva appena a stare in piedi. ”Lasci stare, ci penserà Andrey.” “Suo figlio è un bel bambino ed anche robusto, dallo sguardo deve essere un bravo ragazzo.” Il direttore si era dato ai complimenti per farsi perdonare la gaffe. Fu molto utile quando Bea e nipote si sedettero in auto e videro sul parabrezza il foglio verde di una contravvenzione: “Signora in tutta la strada c’è il divieto di sosta.“ Gli venne in aiuto il direttore della libreria: “Calogero la signora va via subito…” e così la contravvenzione, strappata finì nel cestino esterno al negozio. A casa incontrarono Gabriele che aperto il baule dell’auto rimase basito. “Chi li legge tutti stì libri. “Se vuoi anche tu, migliorerai la tua ignoranza!” Il figlio non aveva ancora una volta compreso che mammina era una dura, si pentì di aver aperto bocca. Andrey praticamente passava tutti i pomeriggi nella dépendance in compagnia della nonna, il giovane ogni giorno migliorava ‘magno cum gaudio’ di Bea che rinverdiva i suoi studi classici. “Caro non ti ho mai domandato come te la passi a femminucce, ormai sei grandicello, avrai qualche compagna particolarmente piacente e disponibile, attenzione a non farmi diventare bisnonna!” Andrey era diventato rosso in viso, non si aspettava quell’intrusione nella sua vita privata, non sapeva che rispondere, non aveva mai avuto un rapporto con una ragazza. “Vedo che sei entrato in crisi non è che ti piacciono i maschi?” “Nonna non so che dirti, a casa mia a Mosca i miei parenti erano tutti puritani, a scuola non insegnano sessuologia come in certi paesi europei, posso dire che sono… analfabeta.”  “Chiudi la porta d’ingresso a chiave, vai in bagno, fatti il bidet e poi sdraiati sul letto ad occhi chiusi. Andrey eseguì, si accorse che la nonna aveva preso in bocca il suo pisello che era aumentato in lunghezza ed in grossezza, dopo un po’ provò un piacere mai provato, riempì col liquido del suo uccello la bocca della nonna la quale: “Cazzo sei stato un fiume in piena nemmeno mio marito…” Patto fra nonna e nipote: il pomeriggio dopo pranzo studio sino alle cinque e poi vai alla grande. Andrey approfittò dell’esperienza della nonna per provare tutti le posizioni dell’ars amatoria. Elettra non era molto convinta degli studi di suo figlio con la nonna, durante un colloquio con i professori apprese che Andrey era molto migliorato in tutte le materie in special modo in quelle letterarie. Il giovane  non andava più a scuola in bicicletta ma con una  ‘Vespa’ con cui, nel tempo libero talvolta portava nel sedile posteriore la nonna ogni giorno più ringiovanita. Il nonno Gabriele fece la fine che forse, potendo avrebbe voluto scegliere: morì tra le braccia della giovane segretaria Stella. Beatrice prese il primo aereo per Milano e con tassì raggiunse Varese. A casa un subbuglio di persone, anche gli addetti alle onoranze funebri chiamati da una parente. Niente passaggio in chiesa per espressa volontà del defunto, era ateo, tumulazione senza discorsi nella cappella della famiglia. Finalmente Beatrice poté trarre un sospiro di sollievo ma sino ad un certo punto perché dovette prendere in mano l’azienda di famiglia. Giorni tumultuosi per i colloqui con i collaboratori di suo marito ed anche con il Sindacato che da tempo rivendicava aumenti salariati. Bea se la cavò piuttosto bene sino ad un calo psicologico, troppi avvenimenti spiacevoli e nient’affatto rilassanti. Una novità: “Nonna sono Andrey, volevo comunicarti una bella notizia, sono riuscito a conseguire la licenza di liceo classico, se sei d’accordo non vorrei frequentare l’università ma aiutarti in ditta, mi sento abbastanza in gamba di poter apprendere i segreti del mestiere.”  Un sospiro di sollievo, Bea non aveva pensato a quella soluzione del problema, ne fu entusiasta, andrò a prendere Andry alla Malpensa con l’auto del defunto marito, una Maserati Quattroporte. All’arrivo di Andrey baci e abbracci a non finire, qualche lacrima sulle gote della nonna, qualche passeggero li guardava perplesso. L’abitazione era splendida, costruita quando la ditta di pellami era la massimo dello splendore. Il giovane russo fece il parapaffio (volgarmente paraculo). “Buona notte nonna, sono stanco del viaggio…” e si girò di fianco sul letto matrimoniale. “Figlio di un cane, sono quindici giorni che aspetto questo momento e tu…” “Scherzavo, volevo vedere la tua reazione.” “ Potresti fare la fine di Bobbit quell’americano cui la fidanzata tagliò di netto l’uccello!” “E tu con chi scoperesti?” “Da quando è morto mio marito ho intorno tanti mosconi, purtroppo mi sono innamorata…” Una notte d’amore, Andrey sfogò tutta la sua gioventù sessuale, Bea rinverdì la sua. Era quasi mezzogiorno quando i due tornarono alla realtà, soddisfatti e sorridenti sotto la doccia, ambedue avvolti in un  accappatoio si recarono in cucina, si arrangiarono con panini imbottiti, la cameriera Maria, per non svegliare i due era andata via. Passeggiata lungo il lago e rientro a casa, la mattina seguente era una giornata impegnativa per il lavoro. Riunito tutto il personale della ditta Beatrice: “Signori questo è mio nipote Andrey, col mio aiuto ed anche del vostro prenderà in mano l’azienda, mi raccomando siate collaborativi.” Pian piano nei giorni seguenti Andrey comprese i meccanismi della fabbrica ma i sindacati andarono di nuovo all’attacco per l’aumento di stipendio. Il russo consultò il ragioniere della ditta che era anche il consulente tributario. “Ragioniere Antonino come siamo combinati?” “I bei tempi di una volta sono passati, c’è crisi dappertutto, anche la ditta ha dei problemi di vendita, non siano nella possibilità di aumentare gli stipendi.” Quella sera Andrey ‘saltò la seduta sessuale, non riusciva a dormire, il pensiero era come uscir fuori dal problema degli aumenti,  quasi all’alba ebbe un’idea che pensò originale. “Signori, alla fine dell’orario di lavoro una riunione con tutti voi, devo comunicarvi una mia decisione importante.” Tutti gli interessati con gran curiosità si riunirono nel locale più ampio. “Vengo subito al dunque: il ragioniere della ditta mi ha comunicato che non posso darvi l’aumento dello stipendio altrimenti la ditta fallirebbe nel giro di due mesi, penso di aver risolto il problema: nessuna aumento ma in compenso verrò incontro  a chi ha più bisogno di una aiuto finanziario, gli interessati mi faranno pervenire le loro esigenze scritte su un foglio di carta qualsiasi niente preventivi o cose del genere, parlo di chi ha molti figli, di chi ha malati gravi in famiglia o di vecchi da accudire, se qualcuno non è d’accordo alzi la mano. “Sono Alterio iscritto alla Cgil, preferisco un aumento di stipendio.” “Caro  Alterio non posso fare un’eccezione per te, l’unica via è che tu dia le dimissioni, fammi sapere.” Alterio non diede le dimissioni. Andrey non era più attivo sessualmente con Beatrice come i primi tempi, la nonna in un primo tempo pensò che il giovane amante, preso dai problemi della ditta la sera fosse un po’ spompato, perdurando la situazione Bea pensò ad un probabile ‘svicolamento’ di Andrey. Guardando fra le richieste di aiuto finanziario da parte dei dipendenti Bea si accorse che spesso ricorreva il nome di Diana, nubile non c’era motivazione per la richiesta di denaro. Andrey ritenne opportuno portare a conoscenza della nonna la verità, il figlio che Diana aveva in seno era suo. A Beatrice cadde il mondo addosso, ci vollero molti giorni per ‘inghiottire il rospo’, ragionando capì che era la miglior soluzione condividere Andrey con un’amante piuttosto che perderlo. Dopo otto mesi venne al mondo una bambina bellissima, bionda con occhi azzurri, nome Elettra in onore della nonna paterna. Beatrice ormai rassegnata comprese che era diventata bisnonna!

  • 27 novembre alle ore 11:15
    Ti guardo

    Come comincia: Voglio camminare, delegare alle gambe il fluire tempestoso dei pensieri affinché rotolino sotto i miei passi e restino indietro, e si allineino trovando essi stessi un proprio ordine, come biglie in fila. E poi fermarmi e voltarmi a guardarli, riconoscerli uno ad uno, vederli in sequenza. Fermarmi, dopo il fragore assordante delle loro voci tutte assieme, dopo i tonfi di ognuno nel precipitare dalla mente.
    Fermarmi e guardarli, riconoscerli, andare avanti; lasciarli: biglie cadute fra foglie secche.
    Mi fermo, guardo, voglio riconoscere. Ti guardo.
    Sei caduto anche tu, mio amico-avverso d'infanzia, nel regno di Plutone e non provo pena ma neanche la gioia della rivalsa; eppure vorrei sentire il morso di un'emozione qualsiasi, di un sentimento potente che dilaghi sul fluire tempestoso dei miei pensieri e li anneghi, li trascini come inetti mostri morti giù per la valle verso l’Ade, e li dissolva in particole infinitesimali, e poi sparire per sempre; quei mostri che mi hai chiesto di custodire al mio settimo compleanno, ricordi? il giocattolo segreto, proibita la condivisione al di fuori delle sbarre di quella stanza in penombra esposta a nord, al freddo, sulla mia pelle bambina e dentro la mia mente tempestata di pensiero-non pensiero convulso.

    Nelle lingue d’ombre, sorgenti dai pulviscoli dell’aria fra le fessure degli scuri accostati, sagome scure e lunghe le tue dita e il profilo del tuo naso aquilino e della lingua, ad accendere riflessi fra i riflessi delle mie tenere e bianche carni. E i tuoi sussulti e mugugni, e la mia figura di cera bianca stagliata nel centro di una sala oscura. Poi, silenzi ovattati e buio ovattato. Non ricordo che silenzio e buio e freddo ovattati, e una piccola figura di cera bianca stagliata nel centro. Fra le sbarre di quella stanza, ogni volta un’incisione nuova sulla membrana dell’anima; lì è stata inchiodata e crocifissa la mia innocenza, la mia luce, il mio riso garrulo, e i giorni che non ho più potuto vivere. Io sono la stanza sbarrata e la trascino nella mia vita tatuata di mostri, invisibili ma percettibili a chi carezza la mia pelle di donna, invisibili al mio silenzio di bimba strappata alla vita; invisibili alla mia mente che nell’ingurgitarli li ha rivoltati dissimulandone le sembianze, divenendo fragore assordante di voci tutte assieme.
    È impresso il colore annacquato dei tuoi occhi cerulei sulla mia retina, attraverso quel tremolio paludoso ho visto la vita passarmi accanto e sparire, e ti guardo, ora. Colore non ve n’è più nei tuoi occhi scomparsi oltre la pelle livida delle palpebre, ti guardo. Ho camminato tanto per arrivare fino a te, mi sono fermata e voltata indietro e ti guardo. C’è la tua anziana moglie accanto al tuo corpo imbellettato per l’ultima funzione, velo grigio sul capo a sfiorarle lo sguardo, mi par di sentire rancore frammisto a una sorta di gioia fluire e vibrare nella traiettoria che dal suo velo spazia verso te, ne sento la scia attraversarmi la pelle, nel semicerchio disegnato dal cenno che mi rivolge. Lei sapeva. Mi fissa, muta parla alla mia mente. Ascolto.
    Ci puoi vedere? Lo senti quante malevoli ombre tentano di sfuggire alle catene del tuo corpo? Ti arrivano i lampi delle emozioni frastagliate nei nostri animi confusi?
    È l’ora dell’addio per sempre, un tonfo e l’opercolo ti toglie alla nostra vista.
    Un tonfo nei miei pensieri tempestosi: li sento rotolare. Il nugolo di foglie secche si solleva in una danza circolare, si scompagina, si deposita lievemente ai nostri piedi, si placa il trambusto dei pensieri, e come biglie in fila trovano il loro ordine. Pensieri come biglie in ordine in attenta attesa fra quelle foglie secche.
    Si disintegrano le sbarre, cadono i muri, s’aprono gli scuri e la luce del sole disperde il pulviscolo, uccide le ombre, come cera liquida si liquefa la figura al centro della stanza. S’asciuga la saliva e si fermano i mugugni. Si sgretola ogni ombra.
    Mi perdono: lascio liberi i mostri tenuti stretti al seno che mi hai chiesto di nutrire, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

    Mi perdono: ero una bambina, non sapevo che il mostro eri tu, non lo sapevo, mi fidavo di te che amavi la mia famiglia.
    Mi perdono: eri tu che dovevi proteggermi dai mostri, non sapevo che il mostro eri tu.
    Mi perdono, mi libero.
    Non so se ho perdonato te, non riesco a sentire nessun sentimento, nessuna liberazione o catena e nemmeno so se mi dispiaccia per te, non lo so. So che sono quella bambina innocente che non conosce malizia, ma so che il mostro eri tu.

     

  • 17 novembre alle ore 10:56
    Domenica pomeriggio

    Come comincia: Certe volte è domenica pomeriggio. E' così raro! Il sole va e viene, la strada è silenziosa, le serrande dei negozi abbassate, nessuno lungo i marciapiedi. Domenica pomeriggio, la consapevolezza di un giorno di festa. Oggi è la giornata dedicata a tutti i poveri del mondo. Per loro un giorno di festa ci sarà mai? Girello, sedia a rotelle, piano, mi raccomando, ho accompagnato a tavola Paolo. L'ho imboccato ridendo un po' fra me perché ho acquisito quella particolare smorfia delle labbra di chi imbocca. Perché ridi? Dice lui. Perché ho un nuovo tic, rispondo io. E allora sorride anche lui. Mentre gli do da mangiare penso a quanto siamo fortunati ad avere cibo in abbondanza, soltanto da scegliere. E' domenica pomeriggio e adesso lui riposa e io sono qui a scrivere cose senza importanza ma è così piacevole sentire di avere questa energia, questa voglia di pensare anche agli altri e non solo a me. Forse perché da quando siamo rientrati dall'ospedale, quella appena trascorsa è stata la prima notte in cui ho dormito. E così mi sento forte, così forte da poter soffrire per i poveri, quelli che non hanno cibo, casa, salute. Domenica pomeriggio. Vado a dare un'occhiata a Paolo. E' tranquillo, sereno. Posso sedermi un po' sul divano a chiacchierare col mio sole che gioca a nascondino con le nuvole, sperando di non addormentarmi.

  • 15 novembre alle ore 15:33
    LUCIA LA BELLISSIMA.

    Come comincia: Con Lucia Lindberg la natura era stata benigna, bellissima era l’orgoglio di papà Lars e della mamma Margareta Eriksson. Sin da piccola aveva attirato l’attenzione dei pubblicitari per la vendita di pannolini, carrozzine, seggioloni, culle insomma tutto quello che poteva riguardare una fanciulla in tenera età. Il visino classico degli abitanti del nord Europa: occhi di un azzurro profondo, capelli biondi. Altra sua particolarità un carattere gioioso, sempre allegra e sorridente anche quando si svegliava dal sonno non piangeva, al massimo si esercitava con le gambette per richiamare l’attenzione della mamma per una meritata poppata di latte. Anche quando era in carrozzina nei giardini di Stoccolma attirava l’attenzione delle persone con le sue risatine ed il solito sgambettare. Crescendo all’asilo era coccolata dalle maestre come pure alle elementari. Giunta alle medie prese le sembianze di una donnina e in televisione con gran successo apparve nelle vesti di cappuccetto rosso. Alle superiori era ormai una fanciulla notevolmente bella e desiderabile, i mosconi crescevano di numero presi in giro dalle sue battute e barzellette tipo: “Sai qual è la città preferita dai ragni?” Scena muta da parte dell’interessato. “Imbecille, Mosca!” Oppure “Sai cos’è una zebra?” Solita scena muta del collega. “Sciocchino un cavallo uscito dal carcere!” Barzelletta scolastica: “Un tipo col tuo stesso nome, Benny, domanda alla maestra: ’Signora maestra posso essere punito per qualcosa che non ho fatto?’ L’insegnante: “Ovviamente no!”  “Bene, non ho fatto i compiti!” Lucia non era ben vista dalle compagne non belle come lei e dai maschietti allontanati con tanto di presa in giro, solo i docenti l’apprezzavano per la sua studiositá fuori del comune; già all’inizio dell’anno aveva letto ed imparato quasi tutto il  programma. All’Università si era iscritta in lingue: con la professione del padre diplomatico di carriera era stata a Parigi, a Londra, a Roma ed in ultimo a Madrid da cui era tornata nella natia Stoccolma con il padre giunto all’età  della pensione. Nel ‘peregrinare’ nelle varie città europee si era data alla bella vita sessuale senza però un amore fisso.  Laureatasi aveva preso ad insegnare lingue alcune delle quali apprese durante il soggiorno nel paese dove erano parlate. Ma anche per lei era giunto il momento dell’amore. Cupido aveva scoccato la freccia nei confronti di un suo collega molto bello ma che non si ‘faceva avanti.’ Una delle particolarità di Lucia era quella di voler ad ogni costo quello che desiderava, e così fece in modo di ‘agganciare’ il suo collega Lloyd Karlsson che passava il tempo libero a giocare al calcio senza altre distrazioni. Al ballo indetto dalla suola per fine anno scolastico si ‘strofinò’ a lui sperando che qualcosa aumentasse d volume nei suoi pantaloni, speranza delusa, Lloyd pensava solo alla danza. Non c’era altro da fare che  fargli una sorpresa andando a casa sua ‘non invitto  hospes’, gli aveva sottratto le chiavi dell’abitazione. Brutta idea: Lloyd fu scoperto mentre sul letto aveva un rapporto ‘ravvicinato’ con un altro uomo. I due rimasero basiti, a Lucia si piegarono le gambe, riuscì a scappare per raggiungere la sua auto posteggiata dinanzi alla abitazione del mancato fidanzato. La ragazza era molto sensibile di carattere, quell’episodio la colpì pesantemente, non che fosse una puritana ma l’omosessualità di Lloyd non l’aveva messa in conto. Cuore di mamma Margareta si accorse del cambiamento di umore della figlia, si fece raccontare quello che le era successo riferì al marito del desiderio della loro figlia di andare in un paese straniero, il papà non fece domande, pensò di sistemare Lucia a Roma quale addetta alla ambasciata svedese, aveva ancora degli amici al Ministero degli Esteri. E così fu che in una giornata nebbiosa a Stoccolma ma soleggiata a Roma, all’aeroporto di Fiumicino Lucia  fu accolta da una collega svedese Britt Isacson che con la sua Mini la condusse al Bed and Brekfst Roma Centro dove lui alloggiava e dove le aveva prenotato una stanza. Furono accolte dalla proprietaria contenta di aver come ospite una svedese, aveva una simpatia particolare per le nordiche. Sono Romilia Grassi ho a disposizione solo una camera matrimoniale, prezzo Euro trentanove a notte, pensione competa ottanta Euro al giorno, sono una brava cuoca.” “Grazie signora Romina…” Fu interrotta dall’interessata: “Mi chiamo Romilia forse per un errore a suo tempo dell’addetto all’anagrafe, tutti si sbagliano e mi chiamano Romina.” “Bene signora Romilia, mi sembra che il cognome non le si addica, lei è magrissima…” “Meglio il mio che il nome del mio defunto marito ‘Scattareggia’ che molti, per sciocco spirito cambiavano in scorr….!” Tutti pomeriggi più il fine settimana  Lucia era libera dagli impegni di  ambasciata. Non poteva contare sulla compagnia di Britt fidanzata con un romano,  spariva dalla circolazione. Lucia aveva fatto una considerazione sulla collega, non aveva nulla della razza svedese, mora sembrava più una siciliana, forse un ‘peccatuccio’ di sua madre. Su un giornale locale Lucia lesse un’inserzione in cui si richiedevano dei volontari che parlassero varie lingue per dar lezioni ad immigrati. Stanca di visitare musei e monumenti la ragazza decise di presentarsi nell’edificio indicato nell’annuncio, via Nizza 22, aveva acquistato di seconda mano una Fiat Abarth 695 ma preferiva andare a piedi per un’avventura capitatale allorché in via Cavour sfrecciò con l’auto a velocità superiore ai cinquanta chilometri previsti e fu fermata da un Vigile urbano. “Signorina patente e libretto.” “Jag förstar italienska, jag är svensk.” “Cazzo questa è svedese mortacci sua quant’è bona!” “E tu sei un porco, farò rapporto ai tuoi superiori.” ”Mi scusi talvolta sono impulsivo e sbaglio, il mio voleva essere un complimento, le chiedo scusa e vorrei riparare…” Il vigile di era tolto il cappello d’ordinanza, era veramente un bel ragazzo ma non femmineo come il suo ex fidanzato, emanava mascolinità da tutti i pori. “Il modo migliore è quello di invitarmi a cena, un pasto che le costerà metà del suo stipendio!” “Signorina svedese, lei non sa quanto misero sia il mio stipendio, potremmo andare in una bettola, a Roma dove anche in locali non di lusso si mangia bene.” “E bravo il mio vigile, come si chiama?” “Romolo Fumagalli, il suo nome è scritto nel libretto di circolazione, allora per la cena…” “Per me va bene sabato sera il locale?” “A Trastevere dalla sora Lalla, è una mia amica.” “Venga lei a prendermi all’Ambasciata Svedese in piazza Rio de Janeiro.” Io posseggo solo una moto, niente quattro ruote.” “Benissimo, andiamo in  moto, adoro il vento sul viso e poi non abbiamo paura di prendere una contravvenzione se andremo troppo veloci!” Lucia rimase abbagliata dalla moto. “È un mostro, come si chiama?” “MV Augusta Brutale 800 Dragster.” “Un nome che è tutto un programma, vada piano non vorrei tornare a Stoccolma in bara!” “Sarò delicato…” “Che vuol dire delicato, in che campo?” “Nell’usare l’acceleratore, non sia maligna.” “Glissons e muoviamoci, ho fame.” “Finalmente hai rimorchiato una bella topa non come quelle sciacquette che porti di solito, signorina come si chiama?” “Lucia ed ho fame.” Al cuoco:“Ah Cesare, ce sò dù morti de fame…” Sora Lalla era affezionata a Romoletto suo, lo conosceva sin da piccolo, avrebbe voluto che si sistemasse sposandosi una brava ragazza ma questa era troppo bella e le belle…Cesare mostrò la tutta sua valentia in arte culinaria romana, Lucia ad un certo punto alzò le mani in senso di resa, mai aveva mangiato tanto e così bene in vita sua.“ “Se permetti ti do del tu e pago io il conto, mi hai detto che lo stipendio dei Vigili lascia a desiderare.” “Ti pare che sora Lalla ci fa pagare, è come fosse mia madre che purtroppo non ho più.” Lucia capì che il suo nuovo amico vigile aveva messo in atto una furbata ma non era importante, vedeva le cose in maniera più ottimistica forse anche per effetto del Vino dei Castelli Romani. Ritornati nel cortile dell’Ambasciata i due si guardarono  in viso. Romolo: “Ho un collega siciliano che in casi come questo avrebbe detto:”Camaffare?” “Traduci per favore.” “Che dobbiamo fare?” “Lucia non era proprio in sé e: “Lo sai, si dice che darla la prima volta in cui ci si incontra è da mignotta…alla prossima.” e con la Fiat Abath rientrò nel Bed and Brekfast. Lucia per il  fine settimana successivo chiese a sora Romilia di poter invitare un suo amico per farle compagnia…”Che mestiere fa il tuo amico?” “È Vigile Urbano.” “Io sono contraria alle …visite personali, per questa volta passi.” Romolo si presentò alle diciannove con due mazzi di rose, uno per la padrona di casa ed uno per Lucia, furono apprezzati dalle interessate. Cena leggera e poi ‘ritiro’ nella stanza di Lucia, A turno il romano e la svedese in bagno per sciacquarsi i propri gioielli poi Romolo si distese sul letto in attesa …Lucia nuda apparve nel vano del bagno, una dea, bellissima, mai Romolo aveva avuto modo di conoscere una tal beltade che però gli fece un effetto non previsto, ebbe un raptus che lo portò a prendere Lucia per un braccio ed a sbatterla sul letto per poi penetrala subito in vagina. Ovviamente la situazione non piacque affatto alla svedese anche perché provocò in lei del dolore. Quando riuscì a riprendersi: “Sto male, vedi di andartene subito, dico subito!” Romolo sparì, in  corridoio incontrò Romilia che non salutò, uscì di casa lasciando la porta aperta, era fuori di testa, non aveva compreso la rozzezza che aveva commesso, Lucia cercò di riposare ma senza esito. La mattina Romilia bussò alla porta della sua stanza e:” Non ti domando quello che è successo, posso immaginarlo, vorrei esserti utile.” “Non mi sento di andare in ufficio, per favore fammi scrivere da un medico di tua conoscenza il riposo assoluto per sei giorni, grazie.” A metà mattinata Britt le telefonò per sapere sue notizie circa la sua salute. “Niente di grave, solo una raffreddatura ma siamo in inverno e voglio evitare complicazioni, a presto.” Romolo dimostrò una imbecillità totale, trovato spento il cellulare di Lucia telefonò alla padrona di casa per domandare notizie della ragazza. Romilia era di modi spicci e lo liquidò con un: “Vedi d’annattene artrove gran fijo de nà mignotta!” Coccolata dalla padrona di casa Lucia pian piano si riprese, uscì di casa e girò nelle vie intorno casa. Una sera un cartello ubicato sopra un portone attirò la sua attenzione. ’Scuola per immigrati, si cercano volontari come insegnanti.’ Lucia non ci pensò due volte, era la volta buona per far qualcosa di utile,  la sera si recò alla Scuola per Immigrati. Ad accoglierla una signora di mezza età: “Sono Maria Coltorti  direttrice di questo centro, da noi vengono immigrati che vogliono imparare l’italiano, occorre però che gli insegnanti conoscano le lingue estere.” “Io sono svedese ma ho girato tanti paesi, per me non è un problema.” Lucia la successiva serata, alle diciotto si presentò in aula, pian piano giunsero  circa quarantina alunni di tutte le età, religioni, razze e sesso, tutti si presentarono alla nuova insegnante, soprattutto i maschietti furono contenti della sua presenza, forse i predecessori di Lucia non brillavano per pulcritudine. Un giovane attirò l’attenzione della neo insegnante: alto, longilineo dalla carnagione appena ambrata, molto elegante nel vestire, probabilmente non era un immigrato in cerca di lavoro in Italia. Alla fine delle lezioni il cotale si presentò: “Sono Joseph, malgascio, il mio vero nome è un altro ma è lunghissimo e difficile da ricordare così dalle mie parti molti lo cambiano in uno francese, lingua che parliamo tutti, sono un appassionato di antichità, Roma è stata sempre la mia meta preferita. Mio padre è proprietario terriero ed allevatore di zebù, data la sua età matura mi ha lasciato in libertà per sei mesi poi dovrò ritornare in patria ed a dirigere tutta la baracca come dicono a Roma, per ora me la spasso intendo dire visitare musei, monumenti.” “Mi scusi la franchezza ma non e la vedo a naso all’insù a guardare le pitture della Cappella Sistina o le statue di Michelangelo, del Canova o di Donatello.” “Ho capito dove vuole arrivare gentile signorina ma quel genere di amusement lo trovo anche al mio paese…”  “Mi sono incamminata in un terreno minato, non volevo essere indiscreta.” “Ho visto un cartellone che  reclamizzava  un dentifricio, riportava la frase: Con quella bocca puoi dire ciò che vuoi, penso le si addica. Qualora la mia compagnia non le dispiaccia potrei proporle di andare insieme a cena, se non ha fame al cinema, al teatro, non conosco le sue preferenze.” “Ho un certo languorino…” “Bene allora andiamo qui vicino al mio albergo, è il Continenltal. All’arrivo dei due il portiere si levò il cappello e fece un inchino quasi sino a terra, Lucia si mise a ridere: “Quante mance gli molli per essere tanto ossequiato!” “Mi ha raccontato la sua vita, ha cinque figli e lo stipendio non è altissimo. Preferisci cenare al ristorante o in camera.” “Avevo giurato eterna lotta ai maschietti per una mia recente disavventura ma voglio fidarmi del tuo viso di persona perbene…”  “Occupo la suite all’ultimo piano, qui non si usano le chiavi ma una scheda, andiamo in ascensore.” Al telefono: “Gaspare vorrei cenare in camera, siamo in due, per il menu pensaci tu.” Roma illuminata era uno spettacolo, Lucia d’impulso prese sottobraccio Joseph ma scivolò sul pavimento lucidato a cera e si trovò bocca a bocca con il malgascio.”Niente male ma non è stato voluto…sono un gentiluomo.” A Lucia parve spontaneo ribattere: “Perché i gentiluomini…” e sempre spontaneamente riprese a baciarlo sino  a quando bussarono alla porta. Due camerieri con due carrelli, Gaspare si era sbizzarrito ed aveva fatto preparare una cena luculliana. “Questo è un attentato alla mia linea…”  Lucia  come si dice in gergo parlò bene ma razzolò male soprattutto col contenuto della bottiglia di Brunello di Montalcino che apprezzò moltissimo per poi sedersi allungata su una poltrona, era un po’ groggy.  Si addormentò. Alle dieci del giorno successivo si ritrovò  sul letto matrimoniale in sottoveste, ci volle un po’ per orizzontarsi, Joseph aveva provveduto a spogliarla. Del malgascio nessun a presenza, solo un biglietto sul comodino: “Bene svegliata, sono al bar, se vuoi puoi farti portare la colazione in camera.” Lucia restò ancora a poltrire a letto poi andò nel vicino bagno per una doccia che la svegliò del tutto. Nel frattempo era rientrato in camera Joseph che: “Bello quell’accappatoio, ti dona.” “Dimmi quello che è successo stanotte, non ricordo nulla.” “Una nottata fiabesca, sei stata favolosa!” Lucia capì che Joseph aveva barato, si era controllato il ‘fiorellino’ che non mostrava segni di uso, fece un sorriso e si esibì in una battuta in perfetto dialetto romano che aveva sentito in ambasciata: “Ah buciardo!” “Con la Mercedes presa a nolo dal malgascio si recarono a Ostia nella pineta dove il vento emetteva un fruscio passando fra i rami degli alberi, un romanticismo che portò Lucia e mettere le mani fra i gioielli’ di Joseph con ovvie conseguenze, stavolta anche il fiorello ebbe la sua parte. Un amore era sbocciato fra i due che però non avevano fatto mente locale su un particolare: Joseph doveva ritornare al suo paese di origine e così sorse il dilemma: Lucia doveva seguirlo?  “Sinceramente per una serie di motivi non se la sentiva di  vivere in un’isola sperduta lontana dalla civiltà europea fra gente povera, Joseph purtroppo non poteva  fare a meno di ritornare in Madagascar. Gli ultimi giorni furono di una tristezza infinita, il destino superiore anche agli dei era una realtà incontrovertibile, Lucia non volle accompagnare il suo amato all’aeroporto, provava troppa amarezza. Così ebbe fine una storia romantica che lasciò nei loro animi una  sofferenza infinita ed in seguito anche rimpianti, l’amore che trionfa è un favola!

  • 13 novembre alle ore 11:34
    L'Abbraccio

    Come comincia: Un abbraccio per darci la buonanotte e tu ti sei addormentato subito.
    Io no, e mi ha invaso la consapevolezza del silenzio, del buio della camera, della nostra infinita ignoranza del prossimo giorno, della prossima ora, del prossimo minuto.
    Così piccoli, ho pensato, così soli, così disperatamente aggrappati l'uno all'altra, e io a raccontarmi la solita bugia: il tuo destino è nelle mie mani e il mio è nelle tue. Non è vero ma il desiderio di crederci è troppo grande.
    Siamo indifesi, siamo tutti indifesi e bisognosi di starci accanto, dobbiamo superare lo smarrimento che ci coglie quando meno ce l'aspettiamo. E allora sì, io ti abbraccio più forte, e mentre ti abbraccio più forte e mi rassicuro in questa nostra vita così modesta e tuttavia tanto ricca, mi chiedo se tutti quegli individui che soffrono di... come lo chiamano? Ah sì, delirio di onnipotenza ottuso cieco e crudele, in una notte qualsiasi abbracceranno il cuscino e comprenderanno che il loro delirio di onnipotenza è soltanto delirio.

  • 12 novembre alle ore 19:32
    Domani è come sempre...

    Come comincia:  Brian ed Arlene Donovan conducevano un'esistenza normale e sembravano una coppia apparentemente felice: lui immerso nel suo lavoro di ragioniere, lei impegnata nei suoi compiti segretariali in un famoso studio legale. Non avevano figli, non li avevano mai voluti per libera scelta. Passavano spesso le serate da soli in casa, a guardare silenziosamente il fuoco del camino ardere oppure raccontandosi a vicenda storie del loro lavoro. Arlene si sentiva diversa, inadeguata; li sembrava di essere rimasta in qualche modo fuori dal tempo...l'unica ad esserlo nella loro cerchia di amici. Qualche volta quando i due erano seduti sul divano di pelle arancione nel soggiorno di casa ne discuteva col marito, facendo dei confronti soprattutto con la vita dei loro vicini, Harriet e Jim Stone. Alla donna pareva che quelli conducessero una vita più intensa e brillante della loro: andavano sempre a cena fuori, invitavano gente a casa o viaggiavano spesso. Di solito accendeva una sigaretta, versava del gin al marito nel suo bicchiere di cristallo che lui custodiva gelosamente nella vetrina della biblioteca (lo stesso da quando erano ancora fidanzati, che aveva avuto in regalo dalla madre), lo guardava negli occhi e domandava:
     - Ma lo siamo per davvero? Siamo veramente felici? Ed ancora:
     - La felicità è l'unico mezzo possibile per non essere infelici?
     Quasi mai Brian rispondeva subito alla moglie, a volte annuiva soltanto piegando il capo in avanti, tra un sorso e l'altro di gin oppure quando lo faceva dava risposte concise ed insoddisfacenti alla donna:
     - Cara, sei sicura? Non ti sembra che siamo felici abbastanza? Quelli hanno tutto ma forse non li basta!
     E così lei continuava a parlare, il suo monologo interiore...quel farsi domande da sé (stessa) ridicolmente nevrotico sapendo che il marito non li avrebbe dato mai le risposte che voleva, mai li avrebbe detto ciocché voleva sentirsi dire. Dopo la discussione in genere i due concludevano la serata prendendo una boccata d'aria nella veranda di casa eppoi andavano a letto. Una sera, però, le cose andarono diversamente. Era quella del loro anniversario di nozze, il ventesimo. I due erano seduti sul divano e dopo che Brian ebbe finito di raccontare qualcosa, la donna fece:
     - Sai, gli Stone sono stati a Filadelfia, ieri l'altro, a trovare i figli, poi sono andati in Florida, al mare e al sole. Che bello!
     - Davvero? - rispose lui. - A Filadelfia? Ma noi non abbiamo figli, cara...in Florida, poi, è troppo distante. Sai bene che soffro la macchina!
     - Dai, Brian, - fece ancora lei, - sarebbe stupendo andarci, un viaggio...da quanto tempo. Fallo per me, ti prego! Che bello essere felici come loro!
     - Va bene! - rispose l'uomo. - Ci penserò, per Natale, forse...ma noi siamo già felici, vero? (mancavano tre settimane appena a quel giorno). La donna non rispose al marito ma dopo qualche attimo esclamò:
     - Saremo mai felici come loro? Quello allora la guardò dritta in mezzo agli occhi e disse:
     - Vuoi stare zitta, per favore?
     Arlene non disse nulla. Prese una sigaretta, l'accese è andò sulla veranda. Dopo qualche minuto Brian la raggiunse e disse:
     - Andiamo a letto, su! - Una volta che furono distesi sul letto disse ancora:
     - Spegni la luce, cara. Domani è come sempre...saremo felici, vedrai!

    Taranto, 12 novembre 2020.
     

  • Come comincia:   Innocence Project è una organizzazione non profit fondata nel 1992 ad opera di due avvocati (Barry Scheck e Peter Neufeld), ex studenti alla Cardozo School of Law, facoltà di giurisprudenza della Yeshiva University di New York, Stati Uniti. La facoltà, istituita nel 1976, prende il nome dal giudice della corte suprema Benjamin Nathan Cardozo ed è considerata tra le 100 migliori scuole di diritto del Paese dalla prestigiosa società di media, ratings ed analisi "US News&World Report". I due fondatori balzarono agli onori della cronaca e della ribalta in tutto il pianeta a metà anni novanta, per aver difeso - insieme ad altri quattro colleghi - O. J. Simpson, ex stella della National Football League statunitense, nel processo che lo vide accusato di duplice omicidio: la sua ex moglie, Nicole Brown, e l'amico (amante) di quella, Ronald Goldman. Lo scopo e la missione che l'associazione ed il relativo progetto si prefiggono di perseguire è quello (primario ed essenziale: anzi, essenzialmente primario!) di sostenere e possibilmente scagionare persone vittime di ingiusta detenzione a seguito di ingiusta condanna (o sentenza) ricorrendo al test del DNA, inoltre quello di riformare il sistema carcerario e della giustizia negli Stati Uniti. Il gruppo sostiene che la percentuale di innocenza tra i detenuti in America (lo fa citando vari studi condotti in merito) raggiunga la percentuale del 5% e nel settembre del 2018, alla precisa domanda "Quante persone innocenti ci sono in prigione?" diede la seguente risposta: "Non lo sapremo mai con certezza, ma i pochi studi che sono stati fatti stimano che tra il 2,3% e il 5% (come sopra scritto) di tutti i prigionieri negli Stati Uniti sia innocente (per il contesto, se solo l'1% di tutti i prigionieri è innocente, ciò significherebbe che più di ventimila persone innocenti sono in prigione). Più in generale, sappiamo che le persone innocenti sono spesso identificate come sospette dalle forze dell'ordine e che il test del DNA spesso le cancella prima di andare in giudizio, ma che il test del DNA è impossibile nella stragrande maggioranza dei casi penali.

  • 07 novembre alle ore 22:54
    La ricerca

    Come comincia:  Quante volte ti ho cercata, non sai quante amor mio: furono talmente tante che quando riuscii a trovarti ebbi nausea di te.

    Taranto, 7 novembre 2020.

  • Come comincia:  - Il "Circolo Pickwick" era una congrega di giovani e vecchie zitelle irlandesi in cerca di marito: fondato nel lontano 1641, in quel di Limerick, terza città d'Irlanda situata nella storica contea di Munster, esso chiuse baracca e burattini definitivamente nel marzo del 1846, mentre nel paese intero infuriava l'epide...la catastrofica carestia causata dalla distruzione dei raccolti di cereali e della patata. Il giorno seguente a quell'evento (tragico per le zitelle, sparse in ogni dove, soprattutto!) ne occorse uno molto più...luttuoso. Infatti, nel centro di Killarney, cittadina turistica sita a nord-ovest e non molto distante da Limerick, alle spalle della antica abbazia francescana di Muckross, quattro giovani zitelle (pardon "senza marito"!) si suicidarono dandosi fuoco. I loro miseri resti furono ricomposti e seppelliti in una fossa comune nel cimitero antistante l'abbazia (dove vi sono numerose tombe di poeti gaelici). Sulla lapide è incisa una scritta, colorata di rosso: "Quì giacciono i resti di quattro donne che avevano perduto la speranza di maritarsi".
     - Il "beowulf" è una razza di asino nano della Maremma toscana che anticamente veniva soprattutto usato per trainare carrucole, piene assai di sassi e detriti, nelle cave di marmo di Carrara oppure carbone nelle miniere del monte Amiata. Quella razza fu introdotta in Italia dai Fenici eppoi esportata dai Romani in Gallia, Britannia, Palestina ed altre province dell'Impero. I Romani lo usavano in agricoltura per trasportare grossi cumuli di terriccio e nell'edilizia urbana per spostare pietre e mattoni. Era di dimensioni veramente ridotte: misurava infatti, al garrese, appena 85-90 centimetri (poco più alto di un alano, insomma!); le femmine erano ancora più piccole. Caratterialmente era razza d'asino abbastanza vivace e testardo (molto più dell'asino comune), nonché dotato di intelligenza estrema. Il suo mantello di preferenza era grigio acciaio ma vi erano esemplari colorati anche con macchie marrone o uniformemente marrone (soprattutto la variante della Gallia). Narravano alcuni cacciatori che una volta esemplari vissuti in cattività tra i boschi della Maremma avessero tenuto testa a dei grossi cinghiali infuriati. Si estinse agli inizi del '900: l'ultimo esemplare (una femmina infertile di trenta anni) morì nell'ottobre del 1917 (era il 24, sul calendario Giuliano). Non vivevano nelle stalle ma nelle cucce che contadini o gli operai delle miniere costruivano appositamente per loro all'aperto, insieme ai cani: vi andavano d'accordo, in genere, nonostante la testardaggine!
     - La "dérobade" (che in francese sta per fuga, liberazione) è il nome dei primi modelli di materasso ad acqua ed ortopedici della storia: furono realizzati entrambi dall'inventore francese Edme Artaud, intorno al 1798 (nessuna parentela con l'Antonin, suo omonimo di cognome e connazionale, noto drammaturgo, attore, regista e saggista teatrale, vissuto qualche decennio più tardi). L'Artaud, che era originario di Grenoble, nel Delfinato, dopo essersi laureato in ingegneria nell'ateneo della natia città, si dedicò alla carriera delle invenzioni. Napoleone Bonaparte lo volle alla sua corte e col generale corso egli prese parte anche alla sciagurata campagna di Russia, dove perse l'uso di una mano (quella sinistra), congelata per il freddo. Scrisse diversi libri (non era mancino, fortunatamente!) sulla storia della tappezzeria (aveva anche messo a punto, nel 1815, un tipo di tappeto "volante" a motore che mai, tuttavia, venne brevettato ufficialmente) e molteplici trattati su variegati argomenti, tutti legati a utensileria ed artigianato. Era inoltre appassionato di forbici, coltelli ed altri utensili da cucina nonché...buongustaio amante della buona tavola (cucina esotica ed orientale, soprattutto) e gran intenditore di vini. La sua collezione, che contava oltre diecimila bottiglie (tutte rarissime, all'epoca) andò purtroppo perduta in un incendio della sua tenuta, nella Loira. Due copie della versione ortopedica del suo materasso (gli originali andarono persi) sono conservate al Musée Napoleonien di Ajaccio, in Corsica, e al Musée de l'Homme di Parigi. Ad Arras, cittadina nei pressi di Lilla, nel nord-ovest francese, dopo la seconda guerra mondiale venne eretto da ignoto (di fronte all'Hotel de Ville e vicino alla statua di De Gaulle) un piccolo busto in marmo in suo onore (l'opera non è mai stata abbattuta nonostante...). Su di esso è scritto: "Inventore del materasso ad acqua. I culi di Francia ti ringraziano!". 
     - Il "passero solitario" è il marito della passera in fiore, anzi, in calo...di testosterone (a volte) nonché padre della passerina in amore (al profumo del fiore di pesco). L'areale di questa specie di volatile abbraccia i cinque continenti del globo terracqueo, per questo è tra quelle più diffuse: essa non teme gli umori e le calamità del tempo atmosferico per cui non è soggetta a migrazioni stagionali che caratterizzano altre specie; al maschio li basta avere al fianco la dolce sua metà...a prescindere. In genere la femmina mette al mondo i figli in modo naturale, ossia dopo un rapporto sessuale completo ma a volte può avvenire che essa lo faccia per partenogenesi: in quel caso l'embrione viene fecondato in maniera asessuata, cioé senza contatti diretti tra maschio e femmina. Quando questo succede il maschio si isola per il tempo della gravidanza della femmina ed è il motivo per cui si chiama "solitario".
     - L'"Infinito" era il nome della nave ammiraglia della flotta di Aristotele Socrate Omero Onassis. Sembra che l'armatore greco avesse scelto quel precipuo nome in onore della sua prima moglie (Athina Mary Livanos, figlia di un altro celebre e potente armatore ellenico, sposata nel dicembre del 1945) e per il seguente motivo: ella era solita osservare il cielo nelle notti stellate e di luna piena e dopo averlo fatto spesso esclamava, appunto, "Oh infinito!".
     - La "nausea" è quel particolare stato d'animo, oltre ad essere - evidentemente - una fisiologica condizione di malessere passeggero, che prende in genere i cittadini di sesso maschile over settanta abitanti nelle estreme regioni meridionali francesi (Guascogna, Linguadoca e Provenza, da Biarritz nei Pirenei atlantici sino a Nizza, il versante opposto sito ai confini col Principato monegasco) quando sentono suonare a morto le campane delle chiese nelle loro città e nei propri paesi. Inoltre, compiono ogni volta un gesto rituale e scaramantico: si grattano con solerzia ed a lungo le parti basse e meno nobili del loro corpo, poste al di sotto del pene (altrimenti dette, secondo un noto intercalare semantico della Sicilia nord-occidentale, gabbasisi). Il sociologo e antropologo parigino François Delecour, noto nel mondo accademico per le sue teorie ed i suoi scritti sui pigmei Bambuti (egli stesso ha vissuto quindici anni insieme a queste popolazioni di cacciatori e raccoglitori nella foresta dell'Ituri, nel nord-est del Congo) ha condotto studi particolarmente accurati sul fenomeno. Qualche anno fa dichiarò, in una intervista rilasciata al quotidiano Le Figaro: "Quegli uomini devono avere una particolare propensione naturale ad assumere tali atteggiamenti (tutto deriverebbe, tuttavia, secondo l'illustre cattedratico, dall'influsso sui loro polmoni della corrente del Golfo di Guascogna, nell'oceano Atlantico: proveniente, essa, dal mare del Nord, attraversa lo stretto di Dover, sulla Manica, dove si amalgama con quelle del Mare d'Irlanda e del Mare Celtico, che a loro volta sono sotto l'influenza della corrente del Golfo). Per ciò che concerne il momentaneo stato di nausea che li accompagna al rintocchio funebre delle campane, debbo dire che trattasi di un fenomeno psicopatologico su base endogena che si installerebbe sui soggetti in questione, particolarmente predisposti per motivi genetici ed ereditariamente complessi, a causa di due endorfine che si chiamano "tic" e "tac"...il tutto, poi, confluirebbe nelle cellule del sangue e nelle sinapsi amiotrofico laterali del cervello". Questa intervista non piacque a più di qualcuno soprattutto per il linguaggio un po' troppo "tecnico" e forse...incomprensibile. Dopo aver letto quelle righe Marcel Tavernier, cinquantottenne contadino di Lourdes, esclamò: "Quello lì è tutto matto. Lo fanno solo perché hanno una fottuta strizza della madonna che li prende su per il culo!".

  • Come comincia: O Gorizia tu sei maledetta (O Gorizia) 
    La mattina del cinque di agosto
    Si muovevano le truppe italiane 
    Per Gorizia, le terre lontane
    E dolente ognun si partì.

    Sotto l'acqua che cadeva al rovescio,
    Grandinavano le palle nemiche;
    Su quei monti, colline e gran valli,
    si moriva dicendo così:

    O Gorizia, tu sei maledetta,
    Per ogni cuore che sente coscienza;
    Dolorosa ci fu la partenza
    E il ritorno per molti non fu.

    O vigliacchi che voi ve ne state,
    con le mogli sui letti di lana,
    Schernitori di noi carne umana,
    Questa guerra ci insegna a punir.

    Voi chiamate il campo d'onore,
    Questa terra di la dei confini
    Quì si muore gridando "Assassini!"
    Maledetti sarete un dì.

    Cara moglie che tu non mi senti
    Raccomando ai compagni vicini
    Di tenermi da conto i bambini
    Che io muoio col suo nome nel cuor.

    Traditori signori ufficiali
    Che la guerra l'avete voluta
    Scannatori di carne venduta
    E rovina della gioventù.

    O Gorizia, tu sei maledetta,
    Per ogni cuore che sente coscienza;
    Dolorosa ci fu la partenza
    E il ritorno per tutti non fu.

    (Sandra Mantovani - Il Nuovo Canzoniere Italiano, dall'album "Bella ciao", 1965)

  • 05 novembre alle ore 10:22
    INNO AL PIACERE

    Come comincia: Oh PataPina, dolce compagna delle mie notti insonni ti immagino, ti vedo, ti sento, mi inebrio del tuo effluvio chiave d’ingresso del piacere più smodato e di meravigliose sensazioni gustative.  Ti stimolo trattenendoti in bocca per gustare più a lungo la tua sapidità. Il tuo clitoris si innalza come un piccolo pene e ti trasmette sensazioni profonde che ti portano ad  orgasmi incontrollati, ripetuti nel tempo sino allo sfinimento. Come non prestare attenzione alle magnifiche tette dal capezzolo aumentato di volume per il piacere provato. Con l’aiuto di ‘ciccio’ in gran forma il ritrovamento del punto G è un tripudio di sollazzo profondo, illimitato con perdita della visione della realtà fino ad un sonno ristoratore. Sei ad occhi chiusi, abbandonata al godimento  prolungato che non ti ha lasciato e riprende la sua forza quando ti bacio sul collo, è l’apoteosi. Mi distendo vicino a te, ti guardo,  un sorriso di piacere non ti abbandona. Non penso ad altro, per ora sei solo mia e voglio ricordarti così, più bella che mai, non ti risvegliare, con una foto vorrei immortalare il tuo corpo ed in particolare il viso, ma temo che  la foto stessa potrebbe finire in mani estranee, per un po’ sarai stata solo mia. Forse la mia passione si è tramutata in amore …

  • 03 novembre alle ore 20:42
    Dal paese di...Vattelappèsca

    Come comincia:  Loris emigrò in Germania nell'inverno del 1954, da un paesino del sud: Vattelappèsca. Aveva poco più di ventitrè anni, all'epoca. Prese il primo treno del pomeriggio, qualche minuto prima che un temporale da tregenda aprisse il cielo in due. Era vestito semplice, come semplice uomo era lui: una giacca, una camicia e nient'altro, portandosi appresso soltanto una vecchia valigia marrone legata con lo spago e carica di illusioni. Partì da Vattelappèsca ma...sarebbe potuto partire da "ovunque", perché Vattelappèsca non esisteva in concreto. Quello era un luogo immaginario che forse esisteva solamente nella testa di chi ha fervida immaginazione, pur restando sempre sobrio e col cervello in ghingheri. Tuttavia nel sud, chissà, quel paesino davvero esisteva (ad ogni sud di tutte le latitudini della terra ve ne potrebbero essere stati senza dubbio uno o più d'uno, tanto di quelli dove ancora i vecchi, sul lungomare, raccontavano storie ai più piccoli fumando il narghilé, quanto di quelli dove peones o bifolchi coltivavano i campi arandoli coll'aratro trainato dai buoi piuttosto che con giganteschi macchinari a motore), con tutti i drammi suoi - piccoli o grandi che potevano essere - e la miseria della gente che vi abita; con i bisogni della sua gente e dei suoi abitanti - vecchi o giovani che siano - , con tutti i sogni loro ed i disincanti e le...notti ed i giorni che anche là (a Vattelappèsca o nell'altro) tramontano eppoi nascono sempre uguali, muoiono, nascono o rinascono a nuova vita in un ritmo incessante e perenne, o ugualmente al modo stesso in cui lo fanno (il) sole e (la) luna per trecentosessantacinque giorni e notti all'anno. Quando il giovane arrivò a destinazione era quasi il meriggio del giorno successivo a quello in cui partì...i treni, allora, avevano i loro alti e bassi proprio come i cristiani...a loro immagine e somiglianza: mica come adesso, che non sono più umani! Ebbe solamente il tempo di sciacquàrsi il viso, in stazione (neanche quello di fumarsi una sigaretta o bersi un caffé in santa pace): di lì a poco avrebbe cominciato il turno di notte, in un cantiere navale dove trattavano l'amianto e costruivano pezzi di ricambio per le navi. Era operaio specializzato, Loris; aveva imparato il mestiere di saldatore dopo la scuola tecnica e in quel cantiere così vi lavorò per ben quarantadue anni, sino alla pensione: quasi una vita intera! Dopo di che tornò al suo paesino (Vattelappèsca o giù di lì, poco importa!). L'unica differenza rispetto a quando era andato via, quarantadue anni prima, fu una 127 bianca e blu comprata a scomputo, il resto tutto uguale: stessa valigia marrone legata con lo spago, svuotata però di tutti i suoi sogni ed un bagaglio al seguito di fatica sulle spalle, delusioni, disillusioni; le mani rugose e il viso segnato...da una vita vissuta in fretta, troppo forse, in un paese con abitudini diverse e distanti dalle sue; quella vita che mai li aveva concesso di fermarsi un istante: per darli tempo di guardarsi attorno, pensare a sé stesso, a qualcosa di diverso al di fuori del lavoro. Non aveva famiglia e neanche un amico; non si era mai sposato: chissà, se si fosse fermato - un attimo appena, qualche volta - avrebbe trovato magari quella giusta oppure...c'è chi dice che il destino sia scritto già da tempo per tutti, sin quando ognuno esce con il capo dalla vagina della propria madre (ad alcuni, a volte, è dato di farlo coi piedi!). Di lì a poco, purtroppo, per Loris sarebbero cominciati i guai, la sua odissea. Nell'estate del 1996, pochi mesi dopo il suo rientro a casa, i primi sintomi: tosse, capogiri, dispnea. Le visite mediche, il ricovero, gli accertamenti; eppoi la diagnosi infausta e crudele: cancro ai polmoni, dovuto alla prolungata vicinanza all'amianto. L'uomo lottò sin quando fu possibile e con tutto sé stesso. Morì una mattina d'inverno, tersa e mite, del 2000. Il suo nome non venne iscritto nel registro dei tumori. Riposa nel cimitero del suo paesi...di Vattelappèsca. Ogni tanto qualcuno porta un fiore sulla sua modesta tomba: a nessuno è dato sapere di quale morte sia morto. Un vuoto a perdere!

    Taranto, 2 novembre 2020.       

  • Come comincia:  Tomas ha quasi settanta anni oggi. Tanti anni fa (quando era una ragazzina) viveva con suo padre Karman (pastore, contadino, raccoglitore di erbe officinali, venditore di pelli) e con la sua famiglia (non vi erano figli maschi ma soltanto tre femmine più piccole di lei) in un piccolo villaggio della regione del Kelmend, nel nord dell'Albania al confine col Kossovo: tutt'intorno a lei un paesaggio fatto di aspre montagne, terre dure, arcigne ed inaccessibili ai più; di luoghi impervi dove d'inverno per la neve si può rimanere bloccati in casa anche per intere settimane. Per secoli nel nord dell'Albania l'uomo è stato tutto e la donna nulla: pura merce di scambio, equiparata al valore del bestiame in questi villaggi dediti a pastorizia ed allevamento, al commercio del legname e alla coltivazione dei prodotti della terra. Quì la collettivizzazione delle campagne attuata nell'immediato dopoguerra con l'aiuto di iugoslavi, sovietici e cinesi ha attecchito ben poco: i montanari hanno sfidato dapprima i turchi-ottomani eppoi il comunismo che governò l'Albania per decenni. Una società arcaica e patrilineare dove la sola ed unica legge conosciuta è quella del Kanun, codice fatto di usi e consuetudini molto dure e tramandate oralmente sin dalla fine del '400, quando fu raccolto da Leke Dukagjini, guerriero e patriota albanese, e poi trascritto, in dodici libri, nei primi anni dello scorso secolo, da Shtjefen Gjekòv, frate francescano di origini kossovare. Il kanun regola un mondo ed una società prettamente maschile: non permette, ad esempio, che una ragazza possa lasciare il fidanzato a cui è stata promessa  in moglie (qualora succedesse, l'evento potrebbe innescare una faida senza controllo, fatta di vendette ed azioni violente da parte della famiglia dello sposo verso quella della donna); poi, quando la promessa sposa diviene moglie (al momento dello "scambio" il padre della sposa riceve in contropartita un proiettile!) e va a vivere nella casa del marito, diventa - al tempo stesso - parte integrante del nuovo nucleo familiare, così recidendo per sempre i legami con la famiglia originaria, quel "cordone ombelicale" a cui era unita sin dalla sua nascita. In questo mondo così spietato, tra l'altro, nessuna donna può ereditare i beni dell'uomo nel caso quello muoia prima di lei (che sia genitore, fratello o il consorte poco importa). L'articolo 29 del Kanun recita: "la donna è un otre fatto solo per sopportare". Padre, fratello o marito posseggono potere di vita e morte su figlie, sorelle e mogli. Quando il padre di Tomas morì, schiacciato sotto un masso accidentalmente cadutogli addosso in montagna, egli (che allora si chiamava Xarita) di fronte si trovò ad una scelta inesorabile: continuare ad essere donna e schiava per il resto della vita (la donna non è bene che parli prima di un uomo e che lo guardi pensando che non abbia ragione, oppure che esso scelga dopo una donna, neanche è bene fumare per una donna, o svolgere mansioni maschili, o bere prima che abbia bevuto un uomo, imbracciare un fucile, scegliere il marito...né andare sola nei boschi senza un uomo: non sono comandamenti, ma leggi e comportamenti del Kanun che ogni donna deve rigorosamente eseguire!) oppure diventare uomo. Scelse di sacrificarsi, per salvare l'onore della sua famiglia e i suoi miseri averi; di cambiare genere per essere paradossalmente libera e così godere del rispetto della comunità. Tomas era una bella ragazza bionda e cogli occhi azzurri come il cielo. Portava i lunghissimi capelli sempre sciolti, li tagliò poi e li tinse neri, cominciò a indossare pantaloni lunghi in posto della gonna. Fece giuramento dinanzi al consiglio dei dodici anziani del villaggio: diventò così burrneshe, che sta per uomo e donna assieme (nulla a che fare col travestitismo, le transgender ed il mondo trans, però!), fece voto di castità per sempre, nessuno più la guardò come donna. Girò per tutta l'Albania e fece vari lavori: a Durazzo operaia in conceria, a Scutari in una fabbrica di pneumatici per trattori. E' stata anche metalmeccanico durante il periodo della dittatura. In fabbrica ha perso il dito mignolo della mano destra, finito sotto una pressa, e parzialmente l'uso dell'occhio sinistro. Quando la madre morì anche le sue sorelle minori hanno scelto di diventare come lei: Stella, Samia e Gabrj diventarono Mark, Gjin e Stefan. Stefan ha lavorato in Turchia ed in Germania, ha fatto il camionista ed è stata sulle navi mercantili; Mark invece è stata anche in America: tutte hanno sempre tenuto nascosta la loro identità, ovunque siano andate e qualunque lavoro abbiano svolto. Molti si domanderanno: siamo sicuri, però, che diventare quello che non si è (per costrizione o libera scelta), magari assumere i panni di un'altra persona o travestirsi per apparire qualcos'altro sia solamente prerogativa di donne in quell'ambito ristretto di zona della terra? Oppure è un trend che sovente e volentieri molte persone (a prescindere dal sesso) mettono in atto nella vita d'ogni giorno? Ai posteri compete l'ardua sentenza, come al solito... o forse per i più impazienti bisognerebbe dire che la risposta è possibile che sia scritta nel vento o tutt'alpiù tra le stelle! Tomas vive oggi sulla costa dalmata, vicino Spalato, in una modesta casa con veranda che da sul mare: lo ha sempre amato più d'ogni cosa, in fondo, nonostante sia nata ai piedi delle montagne.Trascorre la sua esistenza in maniera modesta ma dignitosa, con tranquillità; a farli compagnia i suoi gatti. Ha vissuto quasi sempre come uomo e un solo rimpianto l'accompagnerà per il tempo che li resta: non essere mai stata veramente una donna in vita sua! 

    Taranto, 23 ottobre 2020.  

  • Come comincia:  - L'abbattimento dello Zeppelin (effetto e causalità) - Su un vecchio mio taccuino alcuni giorni fa ho riletto le note, che riporto integralmente, scritte nel gennaio del 2014. "Il 25 settembre del 1980 moriva a Windsor, località inglese sita nell'hinterland di Londra, il batterista dei Led Zeppelin (drummer, in inglese) John "Bonzo" Bonham e così...puff: di colpo lo "zeppelin" ossia il dirigibile più famoso della storia dell'umanità, anzi, quello più rumoroso ed iconico (è molto meglio scrivere) smetteva di volare (metaforicamente); e una delle band  più famose - ed iconiche - nella storia del rock (i Led Zeppelin, appunto) chiudeva baracca e burattini, ovvero per causa di questo evento tragico smetteva di suonare in eternum. Pseudonimo di John Henry Bonham, l'artista (autore di molti testi) era nato a Redditch, piccola località nel cuore del Worcestershire, nel maggio di trentadue anni prima. Ufficialmente l'esito dell'autopsia parlò di "asfissia polmonare" avvenuta durante il sonno: pertanto nessuna causa dovuta a uso di sostanze psicotrope o stupefacenti, come in prima ipotesi s'era paventato, nonostante il musicista fosse da tempo in cura per disturbi psicosomatici (ansia e depressione) e si era disintossicato da poco dall'eroina. Sulle conclusioni autoptiche nulla da eccepire, furono senza dubbio validissime: Bonham, infatti, il giorno precedente la morte sua, aveva fatto largo uso di alcol (si parlò di circa un litro e mezzo di vodka ingerita) e ciò li provocò senz'altro un'intossicazione con conseguente eccesso di vomito autoindotto che lo portò al soffocamento, appunto, ed infine all'arresto cardiocircolatorio. Mentre scrivo queste note mi torna in mente la triste vicenda che portò alla fine di Jimi Hendrix, altro grande protagonista della scena rock (non me ne voglia nessuno: Bonham, gli altri componenti del gruppo, Jones, Page e Plant, gli stessi numerosissimi fans dei Led sparsi ad ogni latitudine del globo, ma il "principe di Seattle" era-fu di gran lunga più...grande di lui, seppur avesse suonato per molto meno tempo ad altissimo livello), avvenuta un decennio prima (il calendario gregoriano segnava 18 settembre), ma poco lontano dal luogo in cui avvenne quella di Bonham: Hendrix cessò di vivere, infatti, nell'appartamento di Monika Danneman, sua amica, in quel di Londra e la capitale inglese dista poco più di trenta chilometri da Windsor. Ma esiste una analogia ancor più sostanziale nonché emblematica che accomuna i due eventi tragici: il decesso del chitarrista americano fu causato (come testuali parole del medico legale riportarono al tempo) da "soffocamento da vomito in seguito a intossicazione da barbiturici"; e quindi, non dissimile dall'asfissia polmonare che causò la morte di Bonham. Ad inizio note si parlava della fine dei Led Zeppelin correlata alla morte del loro batterista. Ebbene, essa fu abbastanza logica - nell'ottica del resto della band iglese, soprattutto, piuttosto che secondo la psiche e nelle viscere dei fans che avrebbero senza dubbio desiderato qualcosa di ben diverso - anzi, una conclusione di effetto e causa (o causalità). L'effetto (già scritto anche questo, invero) fu devastante (o meglio ancora deflagrante) e instaurò una reazione vera e propria a catena (di causa o causalità, appunto), una tragedia dei cieli, così come quella dell'affondamento del translatlantico Titanic lo fu del mare all'incirca settant'anni prima. In povere parole esso [l'effetto], sebbene assai nefasto, fu tuttavia poco più che un prodromo della causa o causalità visto ciocchè accadde in seguito (pochi mesi più tardi). A dire il vero, però (e ad onor della storia, direi!) un'altro disastro di "zeppelin" (materialmente e no in senso metaforico come l'altro), cioé con uno zeppelin dell'aria come protagonista, v'era stato già: il 6 maggio del 1937, quando l'Hindenburg (il più grande dirigibile di tipo "zeppelin" mai costruito dall'uomo, appunto: era, per la precisione, un modello LZ 129 e misurava quasi ducentocinquanta metri di lunghezza!) andò in fiamme sui cieli di New York. La storia dell'altro zeppelin, quello musicale, invece cominciò all'interno di una piccola sala prove a Londra, nella metà dell'inverno del 1968 con protagonisti quattro capelloni provenienti dalla campagna inglese: ironia della sorte volle che quei ragazzi prendessero il nome da quel dirigibile e che - fatto ancor più incredibile - la copertina del loro primo album ("Led Zeppelin one") raffigurasse la foto dell'Hindenburg che sta andando a fuoco. Sorte ancor più ironica decretò infine che quella stessa storia si concludesse tristemente dodici anni dopo come era successo per l'altra. Il 4 dicembre del 1980, a distanza di soli sessantanove giorni dalla morte di Bonham, il gruppo annunciava lo scioglimento e l'uscita di scena dal palcoscenico della musica. Questo fu il comunicato stampa battuto dalle agenzie in tutto il mondo: "Desideriamo rendere noto che la perdita del nostro caro amico e il profondo senso di rispetto che nutriamo verso la sua famiglia ci hanno portato a decidere - in piena armonia tra noi ed il nostro manager - che non possiamo più continuare come eravamo!". Onore al merito dei Led Zeppelin, dunque...i fans lo capirono in seguito e lo accettarono pienamente. Un re borbone disse una volta: "Parigi val bene una messa"; i Led, invece, pensarono che non valesse la pena continuare l'avventura musicale insieme (anche se, materialmente quella decisione li costò centinaia di milioni di dollari in termini economici) per non infangare la memoria dell'amico scomparso. I tre superstiti continuarono la carriera da solista, ognuno per proprio conto o con altri gruppi: l'amicizia non ha prezzo, a volte!".

    Taranto, 14 maggio 2020.

  • 28 ottobre alle ore 10:01
    Il diavolo in corpo

    Come comincia:  Julie aveva il diavolo in corpo, quella voglia di concedersi senza freni ed inibizioni...ti viene da dentro e ti senti bruciare, ardere come un falò. Aveva un corpo sempre in fiamme, lei: metteva la quinta marcia addosso agli altri, uomini e donne, soltanto a guardarla. Ebbe il suo primo amante a sedici anni, lo conobbe ad una festa di addio al celibato, fuori città. Quella storia era durata sei mesi e poi...un'altra, un'altra ed ancora un'altra in successione algoritmica: sino a quando la sua collezione di scalpi non diventò infinita. Un giorno conobbe una donna, quando passeggiava al parco. Si innamorò di lei e le raccontò tutta la sua vita sino ad allora. Anche l'altra si raccontò e poi fece coming-out con Julie: scoprirono di essere simili, fatte a misura l'una dell'altra. Stanno insieme, adesso, ed hanno entrambe il diavolo in corpo.

    Taranto, 26 ottobre 2020.

  • 22 ottobre alle ore 11:16
    Il silenzio

    Come comincia: Non essere triste, tua mamma arriva presto. Non ti ha fatto indossare il grembiulino perché lo ha lavato ieri sera e stamattina era ancora umido. Però, anche senza il grembiulino, sei carino, simpatico, ma non mi guardare così!

    E’ giovane tua madre. Una ragazza. Troppo giovane per certe responsabilità. No, dicevo, è bella tua madre, molto bella. Non ti preoccupare arriva a momenti. Almeno lo spero. Mi ha chiesto di darti uno sguardo e te lo sto dando lo sguardo, porca vacca! Ma perché non arriva? Io sono una bidella, non la croce rossa. Tengo i miei problemi. A quest’ora dovrei stare già in cucina a preparare qualcosa, puttana Eva! Quando torna a casa, mio marito non vuole sentire ragioni e diventa violento. Anche perché è convinto che mi trattenga a parlare col maestro Mezzacapo e che io sia  una troia.  No, no, me ne devo andare. Questa non viene. Che faccio? Me  ne devo proprio andare.

    Senti bambino, vieni qui. Siediti qui. Vedrai che la mamma a momenti arriva. Abbi pazienza io me ne devo andare. Vedi quel signore? Quello viene da un paese lontano. Viene qui in piazza ogni giorno e fa la musica, una musica meravigliosa, dolcissima. Tu stai qui ad ascoltare. Ti piacerà. La mamma arriva a momenti, scusami, io devo andare, tu sei un giovanottello giudizioso e mi capisci. Non mi guardare così. Vedrai che arriva. Tranquillo!

    Era sceso il buio. La piazza era deserta. L’uomo che veniva da un paese lontano se ne era andato con i suoi strumenti. La mamma arriva a momenti. Il bambino guarda il cielo, quante stelle! C’è un silenzio siderale. Ma la mamma arriva, a momenti. Certo.

    Quanti momenti? Tanti. Quasi 70 anni. 70 anni di silenzio.

    Il bambino era sempre lì, assorto, seduto come uno scolaretto. E c’era uno spicchio di luna, una falce gialla nel cielo pieno di stelle.  

    In fondo, sulla strada, le macchine passavano come in un sogno.

  • 22 ottobre alle ore 10:37
    QUANTA FAVA... QUANTA FAVA.

    Come comincia: Caio Gregorio e Clizia, sedicenni si erano conosciuti a scuola, alla quarta ginnasiale al liceo Daniele Manin di Roma. Ambedue provenivano da istituti condotti da ecclesiasti e nel nuovo consesso, all’inizio erano spaesati anche per la crasse risate che si facevano i loro compagni di classe a causa dei  loro nomi, non era colpa loro se i genitori, per chissà quale motivo avevano scelto quegli appellativi. Tornando a casa a piedi seguivano quasi la stessa strada, Caio Gregorio abitava in via Torino e Clizia in via Firenze. Pian piano presero confidenza anche sessualmente, a diciotto anni dopo l’iscrizione alla prima liceale fecero il grande passo con le raccomandazioni ed i suggerimenti della di lei mamma Lisindra anche lei dal nome particolare di regina egizia e dal significato di ‘colei che rende liberi ed infatti il ‘matrimonio’ fra i due avvenne nella casa di lei assente il padre Enea. Il capo famiglia  era il concessionario di varie marche  di automobili ma la vera riccona era la madre che, alla morte dei genitori a Grotte di Castro in quel  di Viterbo si trovò erede di appartamenti e  di campagne che in maggior parte producevano un vino pregiato, il famoso EST EST EST che la leggenda afferma essere l’abbreviazione di EST BONUM che  Martino, il coppiere del vescovo tedesco DEFUK aveva scritto sulla porta di una locanda di Montefiascone. Enea e Lisindra  erano anticonformisti e vivevano ognuno la propria vita scambiandosi anche le loro esperienze in tutti i campi compreso quello sessuale. Ovviamente Clizia era stata contagiata dalla mentalità dei  genitori ed aveva coinvolto anche Caio Gregorio. Con l’andar degli anni presero a frequentare un club di scambisti, il Golden Club ma rimasero delusi, il locale era frequentato anche da persone volgari e dal fisico niente affatto piacevole, solo una coppia emergeva dalle altre per stile e bellezza: Camilla e Riccardo, lei bruna, di statura media, viso sorridente, tette non eccessive gambe perfette, lui faccia da furbacchione, fisico atletico. Avevano subito mostrato affiatamento, tutti e quattro bravissimi nel ballo con scambio di partner, sembrava che si fossero conosciuti da molto tempo. La più loquace, Camilla anche per il significato del suo nome ‘addetta ai sacrifici’ di quali non si sa a sapere, si era abbarbicata a Caio Gregorio provocando un ovvio rigonfiamento nei suoi pantaloni con risate da parte di Riccardo e di Clizia. Riccardo aveva un  pregio: era facoltoso di famiglia,  aveva anche un titolo nobiliare di cui non faceva sfoggio ed abitava unitamente alla servitù in un castello fuori Roma. I genitori erano deceduti in un incidente aereo in Atlantico. Aveva girato il mondo, parlava varie lingue ed era giunto alla soglia dei quaranta anni senza legami sentimentali impegnativi. La sua relazione con Camilla era iniziata su una nave da crociera in maniera del tutto particolare. La ragazza era croupier nella sala giochi, non era un tipo affabile, non sorrideva mai, aveva avuto i suoi problemi. Riccardo dopo cena si era avvicinato al tavolo di blackjack e dinanzi alla croupier: “Good evening miss, j want to see if i’m lucky  at the game.” Dopo un lungo sguardo la ragazza: “Innanzi tutto parli italiano e non inglese, lo vedo dal distintivo sulla sua giacca che è tifoso della squadra di calcio della Roma e poi il suo desiderio di sapere se è fortunato al gioco vuol dire che in amore…” “C…o volevo dire cavolo, mi scusi, capisco di aver trovato una tosta, dia le carte e vediamo se… “Al primo colpo un nove, vediamo il secondo: un otto, smetto altrimenti sbanco il casinò!” “Joseph, please replace me at the counter, thanks.” Andiamo sul ponte, la brezza ci rinfrescherà le idee.” I due si guardarono a lungo, avevano molto da dirsi ma nessuno voleva iniziare per primo. “Ho capito, senza offesa ma lei mi sembra leggermente presuntuoso, apprezzi l’eufemismo, forse è anche ricco e questo peggiora la  situazione. È inutile tessere le sue lodi, è un bell’uomo, uno di quelli che non debbono chiedere ma stavolta ha incontrato una che non che non dà!” “Invece il bell’uomo umilmente chiederà e spera di ottenere la sua compagnia.” “Così va un po’ meglio, che ne dice di andare a distrarci al teatrino, per me la crociera è solo lavoro.” Sulla scena un gruppo di ballerini e ballerine sud americani, le ragazze con indosso costumi veramente ridotti, il solito filo dietro e davanti un francobollo. “Inutile che fa lo gnorri, se potesse si butterebbe a pesce!” “Baby lei è stancante, vorrebbe sua grazia dirmi Il suo nome? “ “Camilla che, se lei non lo sa vuol dire addetta ai sacrifici al tempo dei romani, in altre parole bruciava gli esseri viventi al dio preferito.” “Non pensavo di far la fine della pulzella di Orleans!” “Non faccia sfoggio di cultura, proviamo a guardare lo spettacolo.” “Una proposta, andiamo nella mia cabina senza secondi scopi.” “Immagino sia una singola con vista sul mare.” “Perché sei così velenosa, sei una ragazza piacevole te lo dice uno che…” Camilla si girò di spalle e si mise a piangere, situazione che mandò il tilt Riccardo che la lasciò sfogare poi la prese sottobraccio e la  introdusse nel suo alloggio. “Sono Riccardo che vuol dire uomo forte e coraggioso ma dinanzi a te…Se vuoi resta a dormire nella mia cabina, mi piace il tuo profumo di donna che ha invaso il locale.” I complimenti fanno intenerire anche gli animi più duri e Camilla non era di quella specie. Si svegliò alle dieci, Riccardo la contemplava beato. La ragazza rinfoderò le unghie: “Vado a parlare col capitano devo spiegarli la mia assenza.” “Se me lo permetti vengo con te.” Il capitano, vecchio lupo di mare capì subito la situazione: “Cari ragazzi ditemi tutto come ad un  papà, potrei anche dire nonno…” “Capitano, Camilla sarà una passeggera, pagherò io il biglietto di prima classe e starà nella mia cabina.” Così era iniziata la liaison fra i due. A Civitavecchia Riccardo recuperò la sua Jaguar e si diresse nella capitale sino alla sua villa. La servitù li accolse con un applauso, Riccardo era benvoluto anche per la sua generosità. I primi giorni furono di sogno, anche il modo di conoscersi era stato fuori del comune. Camilla non si riconosceva più anche perché aveva visitato alcuni negozi di vestiti, di scarpe e di accessori vari non esclusa una gioielleria che le costò di donare a Riccardo un suo ‘gioiello’ poco usato. Il castellano aveva sempre dato alla parola amore il significato di sentimento non precisato, un miscuglio fra sesso e affettuosità ma stavolta stava comprendendo il suo vero significato, la sola presenza di Camilla gi faceva battere il cuore, anche la ragazza era sulla stessa sintonia. Stare sempre in casa era diventato monotono ed i due decisero di andare in centro al ‘Volturno’ un teatro dove davano spettacoli d’avanguardia nel senso di anticonformisti. Nel cartellone: ‘Ifigonia in culide’’. Camilla nel leggere il titolo della commedia  rimase  perplessa ma Riccardo si mise a ridere ricordando degli episodi che circolavano su hertz De Benedetti giovane autore universitario, insomma una goliardata.  Si aprì il telone, scenografia: un grande tappeto rosso  con al centro un trono su cui era seduto un attore vestito da re. Entrarono vari attori in costume seguiti dal Gran Cerimoniere che: “O popol bruto, su snuda il banano non vedi che giunge l’amato sovrano? Il Sir di Corinto dal nobile augello qual mai fu visto più duro e più bello, il Sir di Corinto dall’agile pene terrore e ruina del fragile imene, il Sir di Corinto dal cazzo peloso del cul rubicondo ognora goloso. O popol invitto, in gesta d’amore s’affermi il sovrano più caro al tuo cuore. Rendiamogli omaggio nel modo migliore offrendogli il culo delle nostre signore. Toccatevi i  coglioni, se li avete perché sta transitando un prete.”
    …….
     Fine del primo atto ed applausi alla calata del sipario.
    “Cara andiamo alla buvette, hai bisogno di sorbire qualcosa di forte.” Barman, per favore due caffè Sport Borghetti.” “Il caffè  non mi fa dormire, lo sai.” “Una volta funzionava la mia ricetta!” ”La verità è che sei quotidiano e sulla mia gatta posso cuocervi le uova!” “Ogni volta ti chiederò il nulla osta, rientriamo in sala sta per iniziare il secondo atto. Scena: La camera nuziale. Nei quattro angoli bidè dove bruciano profumi. Presenti i pretendenti di Ifigonia. Allah Ben Dur: “Superando monte e valle v’ho portato le mie palle e riempio un gran mastello con la broda del mio uccello.” Don Peder Asta: “Sarete delusi di tutti stì doni guardando d’Oriente i gloriosi coglioni. Ho riempito quattro stalle col sudor delle mie palle.” Uccellone: “O fulgida stella, o figlia di re deh guarda il dono portato per te! Ho riempito una caserma solamente col mio sperma!” Gran cerimoniere al popolo: “E risuoni nella reggia perlomeno una scoreggia!” Ifigonia al popol bruto: “Quanta fava, quanta fava ma perché nessun mi chiava?”
    ……
    Cala il sipario. Stavolta  Riccardo e Camilla restarono al loro posto, presa dalla tenerezza la ragazza baciò appassionatamente il suo amante,  ‘ciccio’ comprese male quel gesto e si alzò speranzoso. “Che cavolo, sei peggio di quell’attore che fa Allah ben Dur!”
    Terzo atto. Ifigonia e Spiro Kito giacciono sul talamo. Ifigonia: “O amato Spiro Kito Prence e samurai il tempo passa e non mi chiavi mai!” Spiro Kito: “Desisti o Principessa dal chieder spiegazioni non vedi che cominci a rompermi i coglioni?” Ifigonia: “Fammi vedere le palle di solido granito, fammi toccar l’uccello almeno con un dito, che brami dalla tua dolce amica vuoi farmi prima il culo o ripulir la fica? Sognavo un cazzo forte  da bambina perciò  pregavo Giove ogni mattina ché, come un giorno avvenne per Enrica potesse capitarmi nella fica un poderoso e ben tornito cazzo per farmene per sempre il mio sollazzo.” ………
    Cala definitivamente il sipario con la consueta dose di applausi. Riccardo e Camilla in fila per uscire notarono che due attrici erano anche loro in fila insieme agli spettatori. Li ritrovarono all’uscita con due valige in terra. Come al solito Riccardo curioso, facendo finta di non notare le occhiatacce di Camilla: “Gentile signora posso esserle utile?” “Aspettiamo un taxi per andare alla stazione, dovremmo prendere un treno…” “Signora a quest’ora…vedo che la ragazza trema dal freddo, col permesso della mia fidanzata vi invito a casa mia, cara che ne dici?” “Una risposta sarcastica: “Sono entusiasta dell’invito, mi hai preceduta!” Le due brasiliane si presentarono: Brigida la più anziana, Isabela la più giovane. Sistemate le valige nel bagagliaio le due si sedettero nel divano posteriore della Jaguar. Camilla le osservava dallo specchietto di cortesia del parasole, specialmente la più giovane era molto attraente, piuttosto alta,  il viso le ricordava lo stile di un ritratto di Modigliani, molto fine.  Seguitava a guardarla, quella ragazza l’aveva colpita, più la osservava e più le piaceva. Nella villa silenzio assoluto, sistemate le due brasileire nella stanza degli ospiti visita dei quattro in cucina, la cuoca Sora Anna era una regina nel suo campo; anche Riccardo e Camilla parteciparono allo spuntino poi passarono nel salone. “Brigida ti do del tu come abitudine romana, vuoi raccontarmi qualcosa di te e di Isabela?” “Spero non siate infami come l’impresario della compagnia dove recitavamo, saputo che siamo dei transgender ci ha minacciato di denunciarci alla Polizia perché abbiamo un passaporto da cui risulta che siamo delle donne, un favore avuto da un amico del Ministero degli Interni brasiliano. Siamo dovute scappare, ora siamo qui sin quando…” Stranamente intervenne  Camilla: “I romani hanno una tradizione di ospitalità, potete restare  quanto vorrete.” Riccardo guardò in viso Camilla, capì che le era molto piaciuta Isabela, forse era stanca dl solito sesso e voleva provare qualcosa di diverso. Tutto rimandato al domani, dopo un abbraccio delle due ai padroni di casa tutti a nanna. Arrivati in camera Riccardo scoppiò in una risata che fece innervosire Camilla. “Che c’è da ridere!” “Scusami amore, stavolta ho toppato di brutto, io che mi sono sempre considerato anticonformista!” Camilla dormì poco e sognò quello che desiderava, un  approccio con Isabela, forse aveva scoperto il suo lato maschile. Il clima era rigido, dicembre si faceva sentire fuori perché dentro casa l’atmosfera era piacevolmente calda, termosifoni a venticinque gradi. Nel salone Camilla stava controllando con Isabela la collezione di CD, ce n’erano anche di brasiliani e le due …donne presero a ballare imitate da Riccardo e da Brigida anche lei in forma  smagliante. “Sora Anna, queste sono due amiche brasiliane, fatti onore in cucina, le voglio vedere ingrassate come porcellini!” Il pomeriggio la servitù si ritirava nei suoi alloggi e così Camilla ebbe l’opportunità di godere delle delizie procuratele da una Isabela sessualmente molto in forma: tutto il corpo era senza peli, aveva un pene  da bambino ma era proprio quello che più aveva attirato le attenzioni della padrona di casa, forse era stanca di quello stallone di Riccardo e quella era un piacevole diversivo. Isabela aveva una pelle eburnea, un efebo. Quando Camilla le prese in bocca il pisellino, questo cominciò a crescere e riversò nella bocca della padrona di casa un liquido tipo il nettare degli Dei. Camilla si fece penetrare nel fiorello, il piccolo pene giunse sino al punto G, conseguenza un orgasmo particolare e prolungato. Ric. Nel letto matrimoniale scartò subito il ‘marruggio’ di Brigida ed approfittò del suo asno (sedere in portoghese) in forma come quello di una donna, smise quando era del tutto spompato come mai gli era successo con una femminuccia, Brigida aveva avuto degli orgasmi sia col pisellone che con il popò! Finale scontato: Ric. e Cam. si scambiarono i partners, ormai potevano dire di aver provato tutto in fatto di sesso. Le due brasiliane dopo un mese vollero tornare in patria accompagnate da Alberto e da Camilla sin all’aeroporto Fontanarossa di Catania, ambedue ben foraggiate di  Euro, sicuramente non avrebbero mai dimenticata la vacanza romana!

  • 22 ottobre alle ore 7:11
    Il lupo Rodrigo

    Come comincia: C’era una volta un lupo dagli occhi viola, che perduta una zampa, anche se zoppo, non aveva mai smesso di cantare alla luna la sua poesia, nonostante il vociferare attorno “Però con quella zampa! Così conciato!” “Fa voltastomaco!” “Poverino!”
    “Sogno/ dondola fra i rami/ una piuma”  cantava lui, un passo dietro gli altri.
    “Ma se sei bellissimo!” sospirava Carmen, giovane lupa dagli occhi d’ambra, per cui Rodrigo era perfetto, forte, coraggioso, l’unico in grado di guardarla facendola sentire amata, invincibile.
    “Ma non vedi la mia zampa? sono così brutto!” guaiva lui “Non potrei mai salire la roccia, sarebbe un viaggio troppo lungo per me! Sono brutto, storpio!”
    E lei mordicchiandole giocosamente l’orecchio con le zanne, dinanzi alle sue paure rideva “Amore mio! Cucciolo!” scodinzolando “Rodrigo! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia …dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Se tu sei Felice io sono Felice!" ululava Carmen, facendogli dimenticare le malelingue.
    “L’Amore!” batteva le zampine commossa, la lontra Ofelia, seguita dal corvo Ovidio a zampettare tra le foglie “Animae duae, animus unus. Due vite, un’anima sola”.
    E lui cantava a quelle parole, ancora più forte,  giungendo con la sua poesia fino al cielo, lassù, in alto, in alto, oltre le nuvole, con la sua voce: melodia d’amore, d’impareggiabile bellezza. Cuore nel cuore della sua Carmen, radioso.

    ******************
    El lobo Rodrigo (Traducciónal español por Fabio Pierri)

    Érase una vez en lobo de ojos morados, que había perdido una pata. Aunque cojo, nunca dejaba de cantar su poesía a la luna, a pesar de los rumores que la rodeaban "¿Pero adónde va con esa pata? Ay, ¡qué bronceado!", “¡Da asco!", "¡Pobrecito!"
    "Sueño /se balancea entre las ramas / una pluma" cantaba èl, un paso detrás de los demás.
    "¡Pero si eres hermoso!", suspiraba Carmen, una joven loba con ojos color ámbar. Para ella, Rodrigo era perfecto, fuerte, valiente, el único capaz de mirarla haciéndole sentir amada e invencible.
    “Pero ¿no puedes ver mi pata? soy tan feo! ", murmuraba èl “Nunca podría escalar la roca, ¡sería un viaje demasiado largo para mí! ¡Soy feo, lisiado! ".
    Y ella, jugando, mordièendolo de su oreja con sus colmillos, viendo sus miedos reía y le decía "¡Mi amor! ¡Mi cachorro!”, meneando la cola “Rodrigo! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: donde tú si feliz yo soy Feliz, si tú si Feliz Yo soy Feliz!” aullaba Carmen, haciéndolo olvidar los chismes.
    "¡El amor!" golpeaba las patas, emocionada, la nutria Ofelia, seguida por el cuervo Ovidio correteando entre las hojas “Animae duae, animus unus.  Dos vidas, un alma”.
    Y el lobo cantaba esas palabras, aún más fuerte, llegando con sus poesìa desde el cielo, allá arriba, en alto, en alto, muy por encima de las nubes, con su voz: melodía de amor y de incomparable belleza. Corazón en el corazón de sus Carmen, radiantes.

  • 21 ottobre alle ore 19:58
    Insieme fino all'alba...

    Come comincia:                                                                                                      a Raymond Carver.

     Il silenzio è rotto appena dal rumore di alcuni passi sul selciato mentre cala il buio della sera...bagliore lontano: di macchine lampeggianti che sfrecciano nel traffico à gogo. Albert, che indossa un lungo impermeabile grigio, si ferma un attimo poi estrae da una tasca la sua pipa di legno nera, lentamente l'accende e la porta alla bocca. E' un uomo di mezza età, anonimo impiegato di banca da due decadi. Frances lo chiama da lontano: - Albert, Albert, son qua!
     L'uomo si volta e prende a camminare verso l'altra: la donna indossa un vestito elegante e porta tacchi alti. Anche lei lavora, fuori città, in un grande salone d'auto. E' sposata ed ha un figlio tredicenne: i due sono amanti. Si incontrano, si abbracciano: mentre lo fanno la pipa imboccata da Albert cade per terra e lui la raccoglie, ancora fumante: prima di rimetterla in bocca bacia Frances sulla guancia destra e lei li sorride. Dopo la donna li prende la mano destra e fa: - Che buon odore, hai cambiato marca?
     L'uomo risponde: - Sì, sì, da ieri. Tabacco Kentucky e Burley all'aroma di ciliegio e vaniglia.
     - Che si fa, stasera? - domanda lei. - Al Roxy o allo Stinger? Dai, qualche whiskey e poi a casa mia!
     - Niente locali stasera! - risponde l'uomo. - Nessun gioco fra noi: questa sera si va in un posto speciale...qualcosa di diverso. La donna li sorride ancora una volta. I due, tenendosi sottobraccio, si avviano alla macchina di Albert, una vecchia Chevrolet Chevelle del 1970 rossa fiammante. Frances apre lo sportello ed entra per prima; Albert invece prima di entrare toglie la pipa di bocca e la svuota: dopo averlo fatto la rimette in tasca, poi entra, si siede ed avvia l'auto. In men che non si dica sono sulla Donovan Street e poi sulla statale 181, quella per la litoranea: la via che porta alle spiagge di classe. Un quarto d'ora dopo arrivano alle conche di Durval. Albert e Frances si siedono sopra uno scoglio: il rumore dell'acqua che si frange sugli scogli vicini è l'unico a rompere il silenzio intorno a loro prima che lo faccia l'uomo: 
     - Questa sera è così...di fronte al mare, io e te soltanto, - dice; - questo tramonto...
     - Sì, sì, hai ragione: mai visto così, come stasera! - risponde l'altra. 
     - Questa sera è così...- ripete ancora Albert, - noi due soli di fronte al mare.
     - Si, sì, hai ragione, - fa la donna (si ripete allo stesso modo dell'altro: sembrano un disco incantato), - stasera è tutto diverso, è davvero speciale fra noi!
     I due così si abbracciano (fa freddo: lui sfila l'impermeabile e lo appoggia sulle spalle della donna), si baciano e poi si abbracciano un'altra volta. Alla fine si tengono per mano: così, tutta la notte ad ascoltare il suono del mare, ad osservare il cielo; insieme fino all'alba...proprio come due innamorati. Hanno voluto fare un gioco diverso, questa volta, Albert e Frances; hanno voluto giocare in maniera diversa ma sono sempre e soltanto amanti: lo hanno già capito dentro di loro.

    Taranto, 7 marzo 2016. 

  • 21 ottobre alle ore 14:24
    Morte di un clochard romano

    Come comincia:  Giacomo era un clochard di Roma, aveva cinquant'anni e di certo non li portava bene...mezzo secolo di vita, insomma, e sentirlo tutto sulle spalle. Da venti anni viveva in strada: la notte, tutte le notti di ogni santo giorno per trecentosessantacinque giorni all'anno! Di giorno a chiedere l'elemosina, ad elemosinare la quèstua per un caffelàtte, magari un cornetto o un panino. Raccoglieva cinque, sei o sette euro e subito scappava al bar o al supermercato (molti senza lavoro e fissa dimora fanno così: per evitare di accumulare cifre più grosse e poi...perché nessuno di loro ha un conto in banca o aspira ad aprirlo, un giorno!). Dopo lo trovavi spesso a piazzale Ungheria, in vicinanza della zona delle ambasciate, al quartiere Parioli. A volte si univa a ragazzi dell'est e indiani, o cingalesi, o del Bangladesh che chiedono elemosina ai semafori o puliscono i vetri delle macchine in transito, altre a degli artisti di strada e con loro intonava qualche motivetto blues. Era stato un musicista, Giacomo, da giovane; aveva suonato il clarinetto in una piccola band di provincia, in Abruzzo; ed era stato pure in America, nel Kentucky, in Illinois, nel Missouri e sul fiume Mississippi...aveva ripercorso la "via del blues", in quella lontanissima estate del '79 (un sogno coltivato sin dalle scuole elementari e finalmente messo in opera), lungo la mitica route 69: egli conosceva a memoria i pezzi di Charly Patton e Lead Belly, quelli di Robert Johnson e di "Big Bill" Broonzy, "Blind Lemon" Jefferson, Son House, Skip James e molti altri che spesso il padre, grande appassionato di blues, ascoltava. Quando era tornato a casa da quel viaggio, durante quell'estate, tutto li sembrò diverso: toccò il paradiso con entrambe le mani...aveva conosciuto il sesso e l'amore ma anche la droga e l'alcol, in America; e poi aveva preso il vizio delle puttane e del gioco: trovava un lavoro e lo perdeva, ne trovava un altro e perdeva anche quello, magari il successivo durava, a volte ma no molto spesso, però, qualche settimana in più del precedente: tuttavia era sempre lo stesso andazzo, non cambiava nulla. Paradossalmente dopo quel viaggio tanto agognato era cominciata la sua parabola in discesa, il declino personale e di uomo: negli anni ottanta morirono i genitori, perse anche la sorella, morta accidentalmente nel corso di una rapina. Si ritrovò così senza casa e a vivere da solo...sperduto a vagare nelle strade della grande città: all'inizio può essere un impatto devastante, quasi letale per alcuni. Riuscì a disintossicarsi dall'alcol e dalla droga grazie all'aiuto di qualcuno; viveva in città di elemosine ma a volte anche di furtarelli ed espedienti. Per un po' sparì dalla circolazione: si accodò ad un gruppo di artisti girovaghi rom e girò per l'Europa intera, in Ungheria e Romania, in Iugoslavia e poi in Russia, in Belgio, Francia e Germania...era stato un modo per cambiare aria, ma la vita del barbone ce l'hai dentro, lei ti marchia eppoi ti...come il richiamo della foresta per le belve e per i primati. Nel 1990 aveva ripreso la sua vecchia occupazione a tempo pieno: la strada, in fondo, era la sua vita, il suo habitat ideale; quelli come lui, senza fissa dimora e occupazione, non possono farne a meno, entra nel sangue e nella testa come la droga, l'alcol, il gioco, una bella donna, magari; vivere diversamente per quelli sarebbe come calarsi in un'altra dimensione, invivibile...toglierli il respiro e farli morire soffocati. Alcuni suoi amici erano morti di freddo, anni fa. Lo scorso anno anche Alfredo, suo compagno di bevute e di stanza, se n'era andato (insieme condividevano una roulotte abbandonata, a volte, allo "stalag 17", come tutti quelli come loro lo chiamano, vicino una pineta in periferia),  falciato senza pietà da un'auto pirata al Tuscolano. Era triste da un po', Giacomo, a volte imbronciato e malinconico, ed aveva perso quel sorriso e il suo fare scanzonato che sempre l'accompagnava nonostante tutto, nonostante quella vita di merda che - comunque - nessuno sceglie mai di vivere: forse, chissà, dentro sé stesso presagiva qualcosa, immaginava, sapeva. L'altro ieri sera, dopo aver smesso di suonare l'armonica per i passanti dirimpetto al "Mattarello", ristorante d'asporto, a piazza Cuba, e all'altezza della fermata del 168 (lo strumento gliel'aveva regalato anni fa uno di loro: subito imparò a suonarla...aveva il senso della musica e del ritmo innati, Giacomo, il groove dentro come tutti i buoni strumentisti), aveva raccolto le sue poche cose (qualche busta di plastica piena di cianfrusaglie, una vecchia radio, un manico di scopa e nulla più) e come faceva di solito s'era incamminato verso viale Romania per percorrere non più di centocinquanta, duecento metri: nei pressi della chiesa Parrocchiale di San Roberto Bellarmino, in un angolo semi nascosto, dirimpetto a un negozio di pneumatici, aveva approntato il suo letto per la notte e s'era intrufolato nella catasta di cartoni...il suo domicilio attuale. All'alba lo ha trovato senza vita Michele Angiulli, netturbino sessantenne emigrato a Roma dalla Puglia quarant'anni fa: Giacomo era morto nel sonno, probabilmente, aveva il cranio fracassato e versava in una pozza di sangue; una spranga di ferro, lunga quaranta o cinquanta centimetri, giaceva per terra accanto al suo corpo inerme. Forse...chissà? Giacomo era un barbone, aveva cinquant'anni, è stato trovato morto: "una bocca in meno da sfamare", diranno in molti (ma mangiava davvero così tanto?). Per altri invece un rompicoglioni maleodorante in meno da sopportare e da annusare, in giro per il quartiere, e un impiccio in meno per il Comune che dovrà anche sostenere le spese funebri. Ma si, dai, meglio così, in fondo...in fin dei conti era solo uno di quelli che non aveva nulla da perdere e non lascerà niente a nessuno; era soltanto un barbone, un clochard come li chiamano adesso gli esterofili, i puristi ed i signori più distinti: a chi fregava un cazzo di Giacomo?

    Taranto, 21 ottobre 2020.

  • Come comincia:                                                   "Tutto ciò è adesso, tutto ciò è andato, tutto ciò è in 
                                                       divenire; ogni cosa è intonata sotto il sole ma il sole
                                                       è oscurato dalla luna"
                                                       (da: "Eclipse", di Roger Waters, 1973).
     
     Dov'è l'effimero della nostra esistenza? Quant'è l'effimero nella nostra esistenza? Non allarmatevi, nessuno lo faccia, per carità: non sono le classiche domandone da cento milioni di dollari, tuttavia penso che il peso ed il senso della nostra esistenza (per alcuni può essere beata, placida e tranquilla, per altri invece irta di ostacoli e tempestosa: la via di mezzo sarebbe quella assolutamente piatta, molto peggio della noia e dell'oblio messe assieme...un elettrocardiogramma senza onde d'urto, insomma!) possa riassumersi in queste due domande a cui molti non sapranno mai rispondere nel corso della loro vita, mentre altri tralasceranno invece volutamente di farlo: per mancanza di stimoli, per noncuranza o disinteresse, per volontà di "aggirare" l'ostacolo o per effettiva incapacità a farlo. Sembra chiaro, tuttavia, a mio avviso, che ogni cosa ruoti intorno a tale dubbio amletico di natura - per così dire - logistico-quantitativa: dove e quanto [sia] l'effimero? Le risposte ho provato a darle in queste righe: l'ho fatto senza avere la certezza matematica di esserci riuscito per il meglio e, soprattutto, non perché mi ritenga esser migliore di chiunque altro, ma soltanto perché cerco sempre di mantenere le promesse, di...rispondere alle domande: tanto a quelle che mi pone qualcun altro, quanto a quelle che mi pongo da me stesso! Ebbene, direi proprio che l'effimero nella nostra esistenza è molteplice, anzi, tantissimo: probabilmente essa è tutto - e soltanto - "effimero" e sebbene esso [l'effimero] si presenti a volte sotto mentite spoglie ed indossi l'abito colorato, divertente, ironico e financo fantasioso e fantastico, resta pur sempre - e soltanto - effimero. Ogni cosa che noi facciamo è subordinata a questo, ogni nostra azione o decisione che mettiamo in atto o prendiamo è effimero; ogni cosa che innanzi ci appare altro non è infatti...se no qualcosa di diverso da ciò che è e tutto ciò che appare o può apparire è sempre ciocché non è: pura illusione. Tutto è, non dimentichiamolo mai, iridescente ma assoluta vacuità. Quello che ci appare è di certo la realtà ma essa non è mai verità assoluta: è effimero, appunto! Eppure la maggioranza degli esseri umani sembrano essere ciechi; tutti noi restiamo ciechi, sordi e muti dinanzi a tutto questo che è semplicemente uno stato di fatto, lo "stato" delle cose, l'assolutà verità che...verità assoluta non è mai, appunto! Tutti ci comportiamo, e viviamo, ed agiamo in funzione di altro, senza tener conto di quanto incomba...dietro l'angolo, di ciò che pende...come una spada di Damocle sulle nostre teste e sulla nostra vita, sul nostro destino. Mi chiedo perchè ciò accada? Forse perché camminiamo, ci muoviamo, viviamo a cento allora, pochissimo slow: andatura troppo forte per poter renderci conto delle cose che ci circondano, poter riflettere e contemplare su di esse, carpirne il vero significato e reconditi segreti. Penso, però, che un giorno l'umanità tutta si fermerà: quando - e se - ciò avverrà a me come a nessuno è dato sapere...magari non ci sarò più per vederlo di persona e come me molti altri non ci saranno più, tuttavia son sicuro che a quel punto tutti capiranno tutto, ogni cosa; capteranno, cioé, che ogni cosa è effimero e la vita stessa non appartiene a nessuno: ovvero, che non è nostro dominio e (di) nostra proprietà. Ma torniamo ora alla prima delle due domande: dove si trova l'effimero della nostra esistenza? Come detto (magari mi ripeto, ma lo faccio appositamente e ben volentieri!), a mio avviso è in tutto, in ogni dove; esso è in tutto quello che pensiamo, diciamo o facciamo; è nel nostro pensare, nel nostro agire, nella stessa nostra essenza di esseri umani: nei sogni che facciamo in ogni istante della giornata (e magari, chissà, anche negli incubi!), ad occhi chiusi o aperti; nei progetti di vita che disegnamo o nei percorsi (di vita) che ci prefiggiamo di percorrere e poi percorriamo; nei pensieri, a volte tormentati, che facciamo; nelle persone o nelle cose che abbiamo amato, in quelle che amiamo ed in quelle che ameremo; nelle parole  dette ed in quelle non dette, o in quelle che abbiamo semplicemente pensato e che avremmo voluto dire.

    Taranto, 11 settembre 2013. 
                                                 

  • 19 ottobre alle ore 17:07
    Timema

    Come comincia: Stamattina c’è talmente tanto silenzio che i miei passi sulla neve mentre salgo verso la cima della collina sembrano l’unico rumore del mondo intero.
    A volte premo il piede talmente forte da scansare la neve e vedere la terra, che altrimenti non vedrei mai.
    Dovrebbe essere metà Settembre.
    A due chilometri di distanza da dove sono io, è di guardia S., che indossa il costume cucito da un suo avo intrecciando pelle di bufalo e rami secchi. Fa davvero paura, tutti si complimentano con lui. Nessuno l’ha mai visto in faccia.
    A quest’ora è tutto azzurrino, neve e cielo, e non sei tu che guardi le distese spoglie, sono loro che guardano te e ti chiedono se ce la farai anche stavolta a raggiungere il bosco.
    Il costume che indosso io è pesantissimo. E’ tutto di pelliccia dal pelo lunghissimo e bianco, solo sulle mani e sui piedi mi hanno imposto di colorarlo di nero per rendermi distinguibile da tutto il paesaggio, così ho preso una bomboletta spray ed ho agito. Il pelo si è appiccicato formando un crostone e questo odore non se ne andrà mai. Dall’interno lo sento sempre benissimo, ma dicono che i fumi  che respiro mettano in moto il cervello e mi facciano rimanere sveglio fino alla fine del turno.
    I buchi per gli occhi li ho più o meno all’altezza del collo di questo mostro che interpreto, e la mia testa serve solo per sorreggere la sua testa gigante che occhi non ha.  Nessuno ha mai visto in faccia nemmeno me.
    In tutto siamo cinque. Facciamo lo stesso lavoro e nessuno ci conosce, ma siamo importantissimi.
    Ci piazziamo ai confini della foresta e facciamo la guardia. Dalla mattina alla sera. Tutti i giorni.
    E’ un’usanza antichissima. Dentro la maggior parte di questi costumi sono morte almeno 20 generazioni.
    Non possiamo cambiarli perché, chi arriva, deve riconoscerci e pensare a noi come alle stesse immonde bestie immortali, vive e vegete anche cent’anni fa. Quelle delle quali ha parlato loro il nonno spaventato e il trisavolo prima di lui, mentre ancora sudava dalla paura.
    I mostri che non muoiono non sanno di campo di margherite e, per attenerci alla vera verità delle nostre vite, questi costumi non sono mai stati lavati.
    Una volta ho fatto un calcolo: lo sporco accumulato in centinaia di anni, aumenta il peso dei nostri costumi almeno del doppio. E penso a quelli che verranno, se saremo bravi a mantenere in piedi questo piccolo esercito, che per sostenere costume, strati di sudore, mari di goccioline di saliva e tappeti di capelli persi, dovranno trascinare i piedi.
    Sarà un supplizio, ma pur sempre un onore.
    Ogni tanto, attraverso gli alberi, sbuca della gente, che subito corre impazzita ad avvertire altra gente, la quale, impazzita, viene a darci la caccia.
    Da quando faccio questo mestiere, dicono ne siano stati fucilati almeno dieci di Timema come me.
    Di visitatori ne sono stati uccisi da noi almeno il doppio, per quello non vengono più.
    Abbiamo un regolamento da seguire anche nelle aggressioni. Azzanniamo alla giugulare come fanno i leoni con le gazzelle, infieriamo con le lame che abbiamo nelle zampe.
    I vestiti delle nostre vittime li indossiamo subito, appena le uccidiamo, sotto i costumi. Per avere un legame con qualcosa di umano ed aumentare l’odore pestilenziale che ci circonda con quello del sangue rappreso.
     
    Saranno almeno 5 anni che nessuno oltrepassa il confine del bosco.
    Venire fin qui è considerato troppo pericoloso perfino per i selfie, il che vuol dire allerta massima.
    Siamo in completo isolamento, passiamo i turni guardando gli animali passare, le ombre cambiare, la neve accumularsi. Dal silenzio, sono riuscito a stilare un vocabolario dei fruscii.
    Ogni tipo di suono si ricollega ad un preciso tipo di evento che sta per succedere.
    So come le foglie sfregano tra loro quando sta per arrivare un temporale, la frequenza che hanno i rami quando i vari tipi di uccelli si posano su di loro, conosco il rumore di un orso che si gratta sulla corteccia, ho avuto il privilegio di campionare il distante rumore confuso di erba e rami secchi di una coppia che giocava a rincorrersi.
    Tutte queste cose che si muovono, ti fanno capire quanto tu sia immobile, ed in un modo o nell’altro aumentano la tua voglia di sbranare chiunque valichi il confine.
    Per rabbia e per invidia.
    Un uccello che si muove tra le fronde in modo ordinario non stimola nessuna ghiandola, ma appena individuo uno battere d’ali più veloce e frenetico del solito, il surrene produce ventimilioni di litri di adrenalina.
    Conosco i canti d’allarme di tutte le specie.
    Molti animali hanno tonalità diverse per identificare un predatore d’aria da uno di terra.
    Alcuni cantano per trarre in inganno i rivali.
    In tutto questo tempo, per tenermi sveglio, ho iniziato a credere che tutti gli animali pensino alla mia salvaguardia. Che ogni allarme sia lanciato per avvertire me.
    Il risultato è che ho sempre l’adrenalina a mille, i muscoli in tensione.
    Di solito, i canti di allarme vengono preceduti da un attimo di quiete assoluta, per poi esplodere.
    La quiete prima della tempesta.
    Mi agita di più il silenzio che il grido in sé.
     
    Oggi la calma mi gela il sangue. Non si muove una foglia. Mi aspetto che pure gli alberi, di qui a poco, imparino ad urlare per mettermi in salvo.
    Sudo freddo. Non muovo nemmeno le gambe per non strofinarle.
    Forse è stata una goccia del mio sudore, che dalla fronte è caduta sulla pelliccia, a fare un tonfo sufficiente per dare il via al delirio.
    Esplode tutto.
    Ogni singola specie lancia il suo grido all’unisono.
    Il luogo più silenzioso del mondo si trasforma d’un tratto nel frastuono di tutte le metropolitane, di tutte le stazioni, di tutti gli aeroporti, di tutti gli zoo, di tutti i mattatoi.
    Mi tappo le orecchie, chiudo gli occhi, sento scappare ogni senso di comprensione.
    Percepisco l’aria spostata dalle ali degli uccelli che mi volano sopra la testa, così bassi da sembrare volermi toccare le spalle, volermi scuotere e portare via.
    Non posso muovermi dal rumore, sento talmente tutto da non distinguere nulla.
    Penso agli altri, spero stiano bene, spero riescano a muoversi ancora e credano che anche io riesca ancora a farlo. Che non vedano anni di aggressività rannicchiate dalla paura.
    Non è durato molto, in realtà. 30-35 secondi e poi è cessato tutto.
    Piano piano mi rendo conto di non aver perso nessuna funzione vitale.
    Comincio a respirare e sento l’ossigeno. Muovo  un ginocchio e riconosco muscoli ed ossa. Abbasso la mano per sentire il familiare freddo della neve.
    Aprire gli occhi mi fa paura.
    Ancora devo mettere a fuoco, ma è chiaro che queste sono scarpe, che davanti a me c’è qualcuno.
    Non è mai successo. Nessuno si è mai avvicinato così tanto, li abbiamo sempre uccisi prima. E’ questo a sconvolgermi.
    In un attimo balzo all’indietro, sbatto contro un albero e guardo meglio.
    In questi anni, l’unico rumore che è mancato e che sento fortemente adesso, l’unico grido di allarme che non ho mai udito, è stato il pulsare del mio cuore.
    Davanti a me una donna sui 30 anni, immobile, con le mani sprofondate tasca ed un cappotto scuro che ne nasconde ogni forma.
    Berretto giallo e capelli viola.
    Ho visto tante cose orrende nella mia vita, tanti scempi, tanti crimini, tanti dileggi, ma quello che ora mi fa davvero paura, una paura folle, è questa donna che sorride.
    Dice - E’ vero che voi uccidete tutto quello che vedete?
    E’ difficile sentire dopo tanto tempo parole con una voce diversa dalla tua. E’ difficile perfino capirle.
    Dopo tanto tempo sei convinto che tutto sia nuovo e straniero. Se riuscissi a guardarmi allo specchio, aggredirei anche me stesso nel tentativo di capirmi.
    Le sono addosso in un attimo.
    Le spingo le spalle a terra con le zampe anteriori, le avvicino il muso in modo che senta la mia puzza e inizio a piegare la testa per colpirla con le corna.
    Dice –Senti-
    Con i primi graffi sulle guance, dice –Mi fai provare il tuo costume?-
    Se non avesse sfregato la fronte sul muso della mia maschera come un gatto, l’avrei sbranata. Fatta a pezzi. Sbrindellata per tutta la foresta.
    Ma l’ha fatto, e la lascio libera di alzarsi, stando fermo, in piedi, a pochi passi da lei.
    Quando si alza, sono paralizzato.
    E’ ferita sulle guance e sul collo. Ha delle lesioni, ma non sembra perdere nemmeno un po’ di forze, come se la sua energia non fosse propriamente nel sangue.
    Si toglie di dosso i fili d’erba, recupera il berretto che era schizzato via e si avvicina risistemandoselo in testa.
    E dopo mi tocca.
    Dopo che per almeno dieci anni a toccarmi era stato solo il materasso dove dormivo.
    Dopo che mi ero dimenticato ci si potesse toccare.
    - Ci dev’essere una zip da qualche parte.
    Strati di lerciume, strati di tessuto, strati di sudore si frappongono tra il vero me e lei, ma quella mano comunque mi tocca gli organi, mi coccola i globuli rossi, mi devasta i filamenti di dna.
    Il mio costume è chiuso dall’interno con diverse cinghie che me lo assicurano alla vita, ed io ne slaccio solo una, in modo da creare una fessura da dove può entrare.
    Lei è dietro di me, e posso ben immaginare cosa sente.
    Le fibbie di sostegno hanno ormai creato degli irrimediabili solchi sulla mia pelle, ma lei non si ritrae, ci passa le dita su e già come fossero sulle onde del mare. Sicuramente le sto lasciando nei polpastrelli uno strato di unto. Sicuramente sta scuotendo un equilibrio di storie che mi si è incollato addosso più del mio costume, se ne porta via dei pezzetti.
    Chissà se mi vede in faccia.
    Chissà se può dirmi come sono.
    Ne sono terrorizzato. Sono terrorizzato dal fatto che possa vedere in me qualcosa di diverso oltre al mostro ammazzatutti che sono abituato ad essere.
    Può, un’altra persona, dirti chi sei?
    Può, perlomeno, suggerirtelo?
    Non avrei mai dovuto permettere un tale avvicinamento. Da bestia selvatica, non avrei mai dovuto permetterlo.
    Mettevo me in pericolo, mettevo la mia gente in pericolo. Sicuramente avrebbe sparso la voce e sarebbero arrivati turisti, turisti a frotte, convinti di poter fare di noi quello che volevano.
    “Non sei così terribile. Non sei come la gente che c’è da me, ma non sei così terribile.”
    Ride sottovoce e mi abbraccia.
    Mi abbraccia.
    Ma ci ho pensato dopo, dopo che l’ho spinta via ringhiando, che quello era un abbraccio.
    Ci ho pensato davvero troppo tardi, quando la stavo rincorrendo furioso dentro la foresta da dov’era arrivata, che quella non era una morsa mortale.
    Me ne sono reso conto mentre la volevo morta che volevo che restasse, che volevo lo ripetesse.
    E lei è scomparsa tra i tronchi, tra l’ombra, tra il buio, sempre più piccola. E’ scomparso il suo cappello, sono scomparsi i suoi capelli viola.
    La mia corsa furiosa, il mio inseguimento feroce, il mio non toccare nemmeno la terra da quanto veloce mi muovevo, si trasforma presto in un camminare lento, da investigatore, un trascinare di piedi, un solcare il terreno creando due binari.
    Quando corri, corre tutto, tutte le forme, e non hai tempo per distinguerle, ma appena ti fermi si delineano, hanno di nuovo un contorno.
    Al buio, le curve delle foglie diventano luminose di brina. Se lei fosse qui, nascosta da qualche parte, il suo sguardo acquoso avrebbe la stessa linea luminescente. Sono circondato da mille possibili occhi suoi, ma probabilmente nessuno dei due che ha perderebbe più tempo con me.
    Non si era spaventata quando l’avevo aggredita appena incontrata, si era spaventata quando non l’avevo capita.
    Avrei voluto chiamarla, inventarmi un nome, ma questi costumi hanno un sistema di canali sonori che trasforma ogni parola che diciamo in un terribile grugnito al di fuori.
    Non conosco altro modo per esprimermi che il ringhio, non ho mai voluto imparare niente al di fuori della rabbia.
    Sono abituato da anni a camminare con quest’armatura, ma mai come adesso, mai come adesso che ho un obiettivo diverso, che voglio addentrarmi in una nuova ricerca, mi appesantisce, mi intralcia.
    Non valuto le grandezze  dei varchi tra gli arbusti, non valuto gli spuntoni, non valuto le spine. Spero ci pensino loro a strapparmi di dosso gli strati di questo ingombro, questa scelta di vita sbagliata.
    Al costo di ferirmi, voglio tornare umano.
    In linea retta, le mie corna si impigliano sulle edere e le strappano.
    Ho studiato tutto di questi alberi, ogni suono e brusio, ma se ora guardo in alto, vedo chiaramente loro studiare attentamente me. Il silenzio è quello che si può trovare in un’aula di tribunale.
    Ed io mi studio con loro.
    In questa desolazione, in un bosco che ho guardato sempre da fuori e che ora percorro dall’interno, mi rendo conto di non conoscere affatto ciò dal quale difendo il villaggio da sempre.
    Nessuno mi ha mai realmente spiegato il significato dei canti di allarme. Ho solo supposto, me lo sono inventato. Mi sono inventato la lingua di tutti per far sì di capire sempre lo stesso messaggio: Stai all’erta, stai all’erta, stai all’erta.
    La verità è che quando esci da un ruolo inizi a chiederti se davvero vuoi interpretarlo.
    Quello di cui mi rendo conto, mentre ortiche e rampicanti si accumulano su se stesse e mi rallentano, è che ho creduto ad alcune verità solo perché facevano rumore.
    Lavorare per loro mi faceva sentire un eroe, finchè sono arrivati dei capelli viola a farmi considerare tangibilmente la possibilità di rimettere tutto in discussione.
    Ciò che io consideravo disdicevole, mi è entrato dentro, tessendomi con mano una miriade di ricordi bellissimi che avevo sempre perso tempo a non volere.
    Rami giovani di castagno richiamano la mano di robuste felci azzurrognole, diramate serpentarie saldano il patto con un preistorico equiseto intorno alle mie ginocchia.
    Il problema è che abbiamo perso il significato di alcuni gesti, il problema è che li abbiamo esclusi dal nostro lessico per essere più forti.
    Non la troverò più, non tornerà più, ed io sono praticamente fermo, intrappolato in una ragnatela verde che fa da costume al mio costume.
    E’ lo stesso confine che abbiamo tracciato che ora mi limita.
    La mia gente non l’ha fissato per un conosciuto pericolo, l’ha costruito per sentirsi unica. Speciale.
    L’abbiamo costruito per auto-proclamarci élite.
    Consapevoli di non avere niente di invidiabile da rubare, siamo stati capaci di dare un valore inestimabile al nostro stesso nulla.
    Di difenderlo dagli altri che, probabilmente, avrebbero davvero potuto arricchirci.
     
    Non ho intenzione di divincolarmi da questa rete di parietaria e rampicanti impazienti, non ho intenzione di tornare indietro.
    Il caprifoglio cresce in fretta, mi orna il collo di cappi e corone.
    Arriverà la brina ed io sarò pieno di foglie dalle curve luminose.
    Se lei tornerà, confonderà i miei occhi con qualcosa di realmente buono.
     

  • 19 ottobre alle ore 10:34
    ALESSIO E IL SESSO.

    Come comincia: Alessio quarantenne, insegnante di materie letterarie in un  liceo classico di Messina era a suo modo soddisfatto della  vita che conduceva. I suoi genitori, calabresi, contadini con molti sacrifici  avevano messo da parte un bel gruzzolo,  a sessant’anni si erano trasferiti a Castanea delle Furie in provincia di Messina, luogo di nascita del padre Calogero dove avevano acquistato un terreno che coltivavano personalmente. Erano riusciti a far studiare il figlio Alessio il quale si dimostrò a scuola intelligente ed anche furbo (aveva preso dalla madre Catena) riuscendo  a scuola a prendere sempre bei voti e superare gli esami anche per la  simpatia che suscitava soprattutto presso le professoresse ed anche per il suo fisico atletico, fisico che sicuramente non aveva ereditato dai genitori ambedue bassi e grassi. Ma mano che Alessio cresceva c’erano alcuni paesani che si domandavano da chi avesse preso il giovanotto, la solita solfa: ‘il paese è piccolo e la gente mormora’, Anche alle orecchie di Alessio erano giunte quelle voci ma lui, nato ‘moquer’ si faceva grosse risate. Anche se sua madre aveva piantato un cornicchio sulla spaziosa fronte paterna la giustificava anzi l’aveva apprezzato perché sicuramente aveva scelto un uomo prestante e quindi, lui per fortuna non aveva nulla del padre anagrafico. Era possessore di una Fiat Abarth 595 regalo meritato di una vedova cinquantenne per le sue prestazioni in fatto di sesso. Alessio era quello di: ‘una ne lascia ed un’altra ne prende.’ Dalle sue amiche la maggior parte non più giovani riceveva regali non richiesti ma sempre bene accetti, soprattutto in denaro. L’eleganza era anche la sua arma: i negozianti di viale San Martino lo conoscevano e lo ossequiavano per i suoi acquisti nei cambi di stagione. Era un allegrone, aveva i suoi buoni motivi: affascinante, dal soldo facile ed un appartamento acquistato con un mutuo al quarto piano di un palazzo in via dei Mille. Quando per la prima volta fece visitare l’abitazione ai suoi genitori sua madre si mise a piangere, forse ricordava il suo triste passato. Prima cosa stringere amicizia col portiere Rosario, Saro per tutti, aveva la faccia da parapaffio (scusate la parola complicata), insomma da paraculo per dirla alla volgare, infatti un giorno venne fuori con: “Lei ha un nome non siciliano e poi non rassomiglia…” “Caro Saro, mia madre è stata l’amante di un milanese che,  saputo della mia nascita ha chiesto impormi il suo nome e tu…” Saro capì di aver ‘trovato duro’ e  smise di far domande sciocche. La vita di Alessio ebbe una svolta quando giunse a scuola un suo collega che insegnava matematica, tale Luca, bolognese, che aveva vinto il concorso alla sede di Messina. Alessio fece presente a Luca che al suo stesso piano si era liberato un  appartamento, Luca telefonò alla consorte Adua che insieme alle figlie Jenny ed Aurora dopo due giorni giunse a Messina. Adua  era casalinga, le figlie Aurora e Jenny furono iscritte nella stessa scuola del padre. Il preside Manfredo faceva onore al suo nome ‘uomo di pace’. Era sempre sorridente, andava d’accordo con gli insegnati, con gli alunni e con il bidello, tutti lo amavano. Il cotale pensò di riunire le sere del sabato nella palestra dell’istituto, addobbata a dancing, i componenti della scuola e loro famiglie, proposta accettata da tutti con entusiasmo. Alessio more solito farfalleggiava con le varie signore, stavolta…era stato abbagliato dalla figlia di Luca, Jenny: alta, longilinea, capelli lunghi sulle spalle, vita stretta, grandi occhi nocciola, gambe ancora da scoprire, la ragazza indossava un lungo tubino azzurro. Fu lei ad attaccar bottone: “Lei non è il solito professore noioso, la vedo fuori posto fra tanti parrucconi.” “Innanzi tutto dammi del tu anche se hai diciannove  anni, me l’ha detto tuo padre, mi sembri un po’ fuori razza, tua madre Adua ha un nome particolare che ricorda la battaglia persa dagli italiani in Etiopia, tua sorella Aurora è spiccicata a tua madre,  è  il tipo della bonazza, ha un certo fascino, tu sei magnificamente fuori razza rispetto al papino.” “Io non mi pongo problemi anzi sono estremamente sincera,  mi sei piaciuto sin dal primo istante, immagino quante femminucce…” “Per ora ho vicino a me una femminuccia come dici tu che è… lasciamo perdere i complimenti, potrei essere tuo padre.” “Che noia con la storia del padre, io ce ne ho già uno che è ben fornito, proviamo a ballare?” “My darling se ti accontenti di un  orso…” I due si impadronirono di una mattonella e ci rimasero, era un modo per stare abbracciati, Alessio aveva colpito ancora ma gli era rimasto impresso il giudizio di Jenny su suo padre, che voleva dire con quel ‘ben fornito’, boh... Un lunedì mattina Alessio rimase in casa con la giustificazione, non vera, di essere ammalato, cinque giorni senza scuola, una vacanza, come trascorrerla? “Adua sono ammalato ma non troppo che ne dici di farmi compagnia?” “Dipende dalla malattia, se è quella che penso…vengo da te.” “È quella che pensi tu!” Adua si presentò in vestaglia lunga, Alessio gli offrì dei cioccolatini fondenti con dentro del whisky, Adua ne fece una scorpacciata con la conseguenza che il liquore fece il suo effetto e l’interessata fece cadere a terra la vestaglia, la signora che aveva dimenticato di vestirsi, un gran pezzo di gnocca per dirla alla emiliana. Alessio aveva previsto quell’incontro e si era fatta una doccia, Adua preso in bocca il ‘ciccio’ già con ‘in alto i cuori’ ed ingoiò, ingoiò fin  quando finì la ’materia prima’. “Che bel sapore e quanto…che ne dici di far visita al ‘’fiorello’ ma vacci piano…” Alessio non ci andò piano e Adua emise quanto lamento poi finito in  un gemito per orgasmo prolungato. “Mai avuto dentro un cazzo così grosso!” Adua si era data al linguaggio volgare ma sincero! A riposo ambedue Alessio: “Cara dimmi la verità su Jenny, non assomiglia né a te né a tuo marito.” “Lui sa tutto, è figlia di un suo conoscente industriale, ricchissimo che sovvenziona nostra figlia ogni mese, la voleva con sé ma è sposato. Ora sai il mio segreto, mi raccomando discrezione!” Il sabato pomeriggio durante il ballo Jenny notò o meglio sentì la durezza di quel bozzo nei pantaloni di Alessio, aprì le braccia come per dire ‘purtroppo qui non possiamo fare nulla.’ La ragazza lo volle rincontrare a casa di lui con la giustificazione di ripetizioni da parte del professore, Adua non era molto d’accordo sulla loro frequenza perché pensava che Alessio fosse diventato il suo amante esclusivo ma non aveva argomenti per contrastare il volere di sua figlia. “Volevo dirti che non assomigli per niente a tua sorella.” “Hai ragione, Aurora ha diciotto anni ed è ancora vergine, uno spasso, la prendo sempre in giro, lei dice che sinora non ha trovato nessuno che le piace. Io amo il sesso sempre con maschietti di mio gusto e tu sei uno di quelli, dopo la lezione che ne dici di…” “Alessio disse dico di…” e provò sessualmente delle sensazioni mai provate in vita sua, Jenny si era scatenata ed  aveva messo a dura prova il buon ‘ciccio’ mai tanto strapazzato in vita sua, Messalina le poteva ‘fare un baffo!’ In compenso ebbe le congratulazioni della ragazza: “Ci sai fare a letto, ti metterò in cima alle mie preferenze!” Jenny diede, a richiesta di Alessio  una spiegazione delle parole ‘ben fornito’ riferite al padre. Una volta era entrata in bagno mentre Luca era sotto la doccia, per scherzare glielo aveva preso in mano e lui non ci aveva pensato due volte a infilarglielo nel fiorello, non essendo sua figlia non aveva avuto remore. Si può essere anticonformisti quanto vi pare ma quando è troppo è troppo, Alessio era rimasto sconcertato, la ragazza aveva esagerato con tanti uomini in giro…che si fosse scoperto puritano? Qualcosa cambiò nella sua vita, un pomeriggio che Jenny era andata a folleggiare chissà dove  si presentò in casa sua Aurora che inaspettatamente: “Ho visto che lei ha una Fiat Abarth 695, io sono appassionata di motori, ho anche la patente ma i miei non vogliono comprarmi un’auto, dicono che mi basta il motorino, che ne dice di farmi provare la sua auto?”  Proposta inaspettata per Alessio che notò che la ragazza era vestita elegante, si era truccata più del solito, aveva indossato tacchi alti ed emanava un piacevole profumo personale di cui non aveva mai fatto caso. “Aurora, aderisco alla tua richiesta ma quei tacchi non vanno bene, torna con scarpe adeguate alla guida e dammi del tu.” Adua al rientro della figlia a casa, venuta a conoscenza della richiesta di Alessio rimase basita, quello zozzone si sarebbe ‘fatta’ anche la sua seconda figlia! Lasciato il centro Aurora  diresse l’auto verso i monti Peloritani, era veramente brava nella guida. Arrivati a Musolino  trovò uno spazio e posteggiò l’auto. “Senti che profumo di alberi in fiore e che panorama!“ Aurora si stava ‘sciogliendo’ Alessio ne approfittò per baciarla a lungo, comprese che la ragazza, forse per la prima volta in vita sua aveva avuto un orgasmo, aveva chiuso gli occhi e si era abbandonata nel sedile. “Al ritorno è meglio che guida io, che ne dici baby?” La ragazza non rispose ma fece il cambio del posto di guida, ancora non si era ripresa, avrebbe per sempre ricordato quella prima volta anche se dentro di sé aveva pensato ad un’altra prima volta…” Jenny si fece viva per telefono: “Caro zietto zozzone ho saputo della tua ‘passeggiata’ in macchina con Aurora, mi raccomando trattala bene lo sai che è ancora vergine!” Fu la stessa Jenny che programmò ‘la prima notte di nozze’, lei era un’esperta in quel campo. Un pomeriggio disse alla madre che usciva con sua sorella per andare al cinema, solo che il programma era diverso: le due erano molto diverse: Jenny solare e sorridente, Aurora rossa in viso e preoccupata. “Alessio è un gentiluomo…good luck!” Jenny era uscita ed Aurora non sapeva come comportarsi. Le venne in aiuto Alessio: “Cara rilassati, pensa solo a qualcosa di piacevole, se sentirai dolore la smetterò subito, sotto di te metti questo asciugamano.” Aurora si era preparata mentalmente all’avvenimento che avrebbe cambiato la sua vita, fu stoica dinanzi all’ovvio dolore, non disse nulla quando Alessio riversò nell’interno del suo fiorello il ‘contenuto’ di ciccio. Alle diciannove ritornò Jenny che non fece nessuna domanda, Aurora dietro consiglio della sorella si era portato appresso un assorbente che aveva indossato, il dolore le stava passando. “Caro cognato mi sa che va a finire che diventerò io zia…” Previsione azzeccata, Alberto a quarantun anni divenne padre di un bambina bellissima che  sembrava assomigliare, a detta di tutti alla zia Jenny. La speranza dei due ‘coniugi’ era che non le assomigliasse in un certo campo…

  • 16 ottobre alle ore 14:35
    BSL-4

    Come comincia: Faccio sempre lo stesso incubo da sette anni.
    Le mie gambe sono ricoperte da squame e non ho voce per urlare.
    Nuoto in fondo ad una metafora e solo le parole sono la mia ancora di salvezza.

    Lobha White è morto, Jude.
    L'ho visto ieri mentre lo trasportavano su un pezzo di legno avvolto in una coperta sporca e impolverata.
    Le orecchie si muovevano e per un momento mi hanno ingannata; ho pensato fosse ancora vivo, ma era solo perché i due che lo trasportavano, incitati dal governatore, il suo strozzino e padrone, correvano affinché non esalasse l'ultimo respiro in strada sotto gli occhi di tutti.
    Lobha White è morto, senza aver conosciuto libertà. Se non per quei venti centimeri che lo separavano dalla catena al muro bianco di fronte ad esso.
    Lobha White è morto nella finzione di questa scenografia distopica, in cui anche il cielo adesso pare esserne parte.
    Ed io faccio sempre lo stesso incubo da sette anni. Non ho gambe per correre né voce per urlare e solo l'alfabeto, in questo turbinio di sentimenti tritacarne, mi salva da morte certa.
    Affinché anche senza voce, possa continuare a intonare la mia canzone di rivolta.