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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 26 giugno alle ore 9:27
    LA PIÚ BELLA

    Come comincia: “Come la immagini la donna più bella con cui potresti far conoscenza, hai un’idea precisa?” Alberto era rimasto sorpreso dalla domanda del suo amico e collega Franco, ambedue marescialli delle Fiamme Gialle, si trovavano ai piedi di una nave da crociera nel porto di Messina con una scaletta poggiata sul molo dalla quale dovevano scendere i passeggeri che andavano a visitare le locali bellezze artistiche o per imbarcarsi su di un pullman per andare a visitare Taormina. “Non so come ti è venuta in testa stá domanda, per puro esercizio di fantasia te la descrivo: altezza circa un metro e settantacinque, capelli castani lunghi sino alla vita, occhi grandi e di color verde chiaro, piccolo naso all’insù, bocca invitante con labbra non eccessivamente grosse, collo alla Modigliani, seno non più della misura tre, vita stretta, pancino piatto, gambe chilometriche, piedi da far impazzire un feticista, ti basta?” “E come personalità?” “Hai ragione, la cosa più  importante: sorridente, sicura di sé, con notevole spirito dello humour.” “Insomma una statua vivente descritta da Prassitele.” “Ecco, bravo ora torniamo con piedi a terra e controlliamo i passeggeri, c’è sempre qualcuno che vuole fare il furbo vendendo provviste di bordo soprattutto stecche di sigarette.” Nessuna faccia sospetta, visi da padri di famiglia con moglie e pargoli al seguito, giovin pulselle non particolarmente avvenenti, vecchie signore che spendevano i soldi della liquidazione sperando di trovare qualche giovane squattrinato a cui riempire le tasche per poi farsi ripagare sessualmente. Per ultimo  un ‘boom’: una ragazza favolosa seguita sulla scaletta da un gruppo di ragazzotti allupati che le facevano da scorta. Alberto non si fece sfuggire l’occasione e mostrando la tessera di appartenente alla G. di F: “Signorina la prego di seguirci in caserma.” Il reparto era abbastanza vicino al porto, i ragazzi non furono fatti entrare, il portone fu loro chiuso in faccia e: “Signorina per favore i suoi documenti.” “Je suis Marianne Montfort, sono francese ma parlo anche italiano come mia madre che era di Roma.” “Bene una mia paesana, “andiamo al nostro bar non è eccezionale ma almeno eviteremo quella moltitudine di ragazzotti che la stavano importunando, io sono Alberto Sassoli e questo è il mio collega Franco Iannello, le consiglierei un Campari soda che io amo ma se lei preferisce un’altra bevanda…” “Va bien le Campari soda, anch’io l’amo.” A Paolo, l’appuntato barista gli occhi erano usciti dalle orbite, sbagliando aveva preso dal frigo tre Aperol.” “Paolo ti sei imbranato, vogliamo tre Campari soda.” “Qu’est il arrivé” “Le barman était confus par votre beauté.” “Maresciallo che le ha detto alla signorina?” “Che sei ricchione, il conto è spese tue bello di papà!” Finito l’aperitivo Albertone ne pensò una delle sue: rimorchiare la baby, farle interrompere la crociera e portarla…dove la ragazza preferiva. A questa proposta  Marianne all’inizio rimase perplessa poi: “Mi fido perché so che sei della Polizia o cosa del genere, andiamo a prendere i miei bagagli. Alberto andò nell’autorimessa dove sostava la sua Jaguar X type acquistata con i quattrini avuti in eredità dalla defunta zia Giovanna, fece salire a bordo la ragazza e suonò il clacson per farsi aprire la porta carraia dove il piantone Nando, suo paesano romano s’era fatto uscire anche lui gli occhi dalle orbite: “Nando aribbutta dentro l’occhi sennò resti cecato, apri sta porta!” Marianne salì sulla scaletta della nave, chiese ad un addetto di portarle le due sue valige, lasciò ad un ufficiale di bordo il suo biglietto della nave e sorridendo riprese posto sulla Jaguar. “Dove siamo diretti a Taormina?” Alberto se la pensò, a Taormina avrebbe trovato la solita confusione di turisti che lui non amava, pensò ad un’altra soluzione: “C’è il padre di un mio amico defunto che ha una villetta a Scaletta Zanclea vicino al mare, sicuramente gli farebbe piacere avere la nostra compagnia.” “Vada per questa Sca…insomma dove vuoi tu.” Marianne curiosa stava giocando con i tasti del cruscotto, ad un certo punto apparve un programma televisivo: “Accidenti a bordo hai anche la TV, sei tutta una sorpresa!” La situazione si faceva interessante, Alberto imboccò la litoranea sino a giungere a Scaletta Zanclea, seconda strada  a sinistra  dove erano ubicate varie ville, quella del dottor Antonelli era la più vicina al mare. Due cani doberman erano fermi dinanzi al cancello, non abbaiavano sono il loro sguardo era poco rassicurante. Alberto suonò al video citofono, non aveva avvertito il dottore della sua venuta, ebbe un’accoglienza festosa: “Chi l’avrebbe mai immaginato, scendo subito.” Il dottor Antonelli richiamò l’attenzione dei due doberman: “Questi due sono amici miei, andate a cuccia!” I due cani sparirono dalla circolazione, Alberto posteggiò dinanzi all’ingresso della villa, abbracci col dottore: “Complimenti per la signorina, hai sempre avuto buon gusto in fatto di donne!” “Marianne è italo-francese, era a bordo di una nave di crociera, dietro mia richiesta ha preferito visitare la terra italica!” “Sei il solito furbacchione, entra, sistematevi nella camera degli ospiti.” Tutto di gran lusso e di buon gusto, si vedeva la mano di una donna. Marianne sistemò nei cassetti di un armoir parte della sua biancheria e in un armadio i suoi vestiti, si sentiva come a casa sua tanto è vero che uscì dalla doccia col solo accappatoio che aveva trovato, color nero, asciugatasi lo fece cadere a terra rimanendo nuda, per lei una situazione normale, per Alberto decisamente meno. “Per fortuna non ho problemi al cuore…” “Sei fidanzato?” “No intendevo in altro senso.” Marianne o faceva la tonta o veramente pensava che presentarsi nuda fosse una cosa naturale non pensando che effetti poteva suscitare su un uomo…”Mai vista una donna nuda?” “Dì la verità mi prendi per il culo?” “Non capisco questa frase in italiano, traducila in francese.” “Est-ce que tu me pisse,  moquer.” “Mais non, je te ne pisse pas, sono stanca di uomini che mi girano intorno li trovo infantili, sciocchi, sprovveduti. Il problema è un altro, mia madre Adrienne è fuggita da casa con un ragazzo portando con sé un bel po’ di denaro…Ora bando alle tristezze, andiamo a trovare il padrone di casa.” “Ragazzi ho chiesto ala cuoca Rosaria di prepararci una cena speciale per festeggiare il vostro arrivo, il marito, tutto fare ha portato a tavola i più bei fiori colti dal mio giardino, un pò di allegria, vi vedo col muso lungo…” La cena era deliziosa, tutto a base di pesce locale, freschissimo, la cuoca fu chiamata per ricevere i complimenti dei tre, si era commossa. Durante la cena Gaetano volle fare un esperimento: “Prendete una porzione di pesce e buttatela a terra vicino ai due cani, guardate quello che succede. Argo e Dingo non accettarono il dono, guardavano il padrone, dopo che Gaetano li autorizzò presero a mangiare. “Ho addestrato i miei cani a non abbaiare e soprattutto a non accettare cibo da estranei, nelle ville vicine ci sono stati molti furti ed i proprietari oltre a subire un danno economico sono stati pure picchiati, Argo e Dingo sono sempre di guardia.” Una passeggiata digestiva per le vie del paese, ad ogni piè sospinto il signor Antonelli riceveva i saluti rispettosi dei paesani. “Commendatore i nostri ossequi!” “Vedo che lei è benvoluto.” “Quando posso aiuto i più poveri ed anche gli ammalati, la vita dei pescatori è veramente dura. Proseguite voi la passeggiata, vi lascio soli…beata Juventus, non la squadra!” Alberto e Marianne andarono sulla spiaggia illuminata dalla luna, un paesaggio romantico che portò la ragazza ad abbracciare il suo pigmalione. “Che succede ti sei convertita ai maschietti?” “Quando me la sentirò ti dirò quello che mi è successo, per ora accontentati di un abbraccio.” Nella stanza degli ospiti i due unirono i due letti, ambedue in pigiama, di seta lei di cotone lui, vicini ma non tanto da….”Beaux rêves…” Sogni d’oro un par di balle…ciccio sentendo odore di…non voleva andare a ciuccia ovviamente impedendo ad Alberto di addormentarsi fin quando capì che ‘non c’era trippa pè gatti’. Alberto era ancora ad occhi chiusi quando un bacio delicato sulle labbra lo fece ritornare su questo mondo. “Ben sveglio amore mio.” Alberto annuì, la speme è l’ultima dea, il Foscolo non era stato ottimista…Colazione abbondante,  Gaetano pensava che i due avessero bisogno di rifocillarsi dopo una notte…quando mai bianca che più bianca non si può nemmeno col candeggio, vecchia battuta di Carosello. Dopo colazione il commendatore in giro per i fatti suoi, i due sulla spiaggia, Alberto supino, Marianne prona vicino a lui. “ “Avevo giurato eterno odio ai maschi, ho cambiato idea quando ti ho visto per la prima volta anche se non volevo…” “Va bene sono un conquistatore di donne a getto continuo come scriveva Trilussa un poeta romano.” “Voglio raccontarti quello che mi è accaduto, sono insegnante elementare a Parisi, ero diciamo in buoni rapporti con un mio collega che non ho voglia nemmeno di nominare. Una mattina ho voluto fare una sorpresa al mio fidanzato che si era dato ammalato per non andare a scuola; sono entrata a casa sua  non facendo rumore, aperta la porta della camera da letto…uno spettacolo degno di Sodoma e Gomorra, il mio…si faceva inculare da un altro uomo…Ho richiuso la porta, sul corridoio ho vomitato pure l’anima, sono scesa in strada, mi sono seduta su una panchina, non riuscivo a camminare. Una signora in macchina  mi ha notato, è scesa dall’auto mi ha chiesto l’indirizzo di casa mia e mi ha accompagnato sino al portone dove il portiere mi ha accolto portandomi sino al mio appartamento. I miei erano fuori. Ritornando a casa furono informati dal portiere del mio stato, fu chiamato un medico che mi diede un calmante, dormii sino al mattino successivo ma ancora ho negli occhi…da quel momento…” “Mi sono scoperto consolatore di donne in crisi, metterò su un’agenzia…” Marianne sorrise, Alberto era riuscito nel suo intento. “Prendo la Jaguar ed andiamo a Taormina, ho bisogno di un bagno di folla…ed anche di qualcos’altro.” Quel qualcos’altro te lo devi guadagnare!” Eccellente granita al limone con brioches al bar sulla piazzetta, lunga passeggiata sino all’ora di pranzo. I due scovarono una ‘taverna’ modesta ma accogliente, il padrone: “Sono Alfio, catanese, vedo che siete affamati, aspettatevi qualcosa di molto sfizioso.” E così fu, a tavola Marianne si accorse dell’alzata di ‘ciccio’ e si fece una gran risata, buon segno! Ritornati a Scaletta Zanclea Alberto prese congedo da Gaetano per rientrare a casa sua a Messina, voleva che la prima notte…E così fu, Marianne si abbandonò completamente al suo novello amante il quale non si risparmiò tanto che la mattina dopo: “Cavolo ho la cosina tutta arrossata!” “Forse per la vergogna!” “Quale vergogna, me l’hai distrutta, bel maialone…” Marianne rimase per sempre a Messina, in un scuola privata ebbe l’incarico di insegnante di francese e dopo qualche mese sfornò un italo-francese con tanto di pisellone, tutto suo padre!

  • 25 giugno alle ore 18:30
    Baby Apple

    Come comincia: L’epidemia è stata un macello.
    Sono morte un sacco di persone. Non so bene, pare che questo virus venisse da un barracuda e ad un certo punto non abbia trovato più barracuda da infettare, così ha fatto il salto di specie. 
    L’hanno chiamato così: salto di specie. In sintesi, il virus adesso non guarda in faccia nessuno ed ha scelto di sterminare noi.
    Sarebbe stato fermo e buono in Nigeria se non ci fosse questo irrinunciabile vizio del turismo sessuale che ha diffuso il virus in tutto il mondo quasi contemporaneamente. 
    È chiaro questo. Sono riusciti a capire che i pazienti zero, i vari pazienti zero provenienti da quel paese, quelli dai quali è partito un gigantesco albero di contagi, fossero tutti ricchi imprenditori  in viaggio di piacere. Piacere. Come spiegarlo meglio.
    Probabilmente la saliva che la loro piccola Mocumba ha per caso perso mentre li chiamava Papi è la causa di tutto. 
    Più che salto di specie, io lo definirei salto di classe. 
    Bambina scalza che balla tra le baracche della sua tribù infetta viscido riccone in procinto di comprare villa con patio.
    In tutto questo, io spero che Mocumba stia bene.

    Non conosco nessuno che sia morto, non direttamente. Conosco qualcuno che conosce qualcuno che è morto, ed è così un po’ per tutti. A parte per quelli morti, ovviamente.

    Le misure del governo sono subito state stringenti, per evitare che continuassimo ad ammazzarci: igienizzante per le mani, disinfettante per le scarpe, metri di distanza, chiusi i locali, non parlate con nessuno, distribuzione gratuita di mascherine chirurgiche, lasciate il lavoro e state a casa. Non uscite di casa se non per fare la spesa, altrimenti vi denunciamo.
    A me andava anche bene, tra le mie quattro mura stavo da dio, ma, dopo le prime lamentele provenienti dai fautori del fitness e dell’aperitivo lungo – lamentele alla moda, lamentele da influencer -, il presidente decise che ognuno di noi poteva incontrare una persona, una sola, per tutta la durata della quarantena.
    In base a come ti sentivi, potevi scegliere l’unico che ti poteva salvare, consapevole che potesse essere anche l’unico ad ucciderti.
    A chi affideresti la tua vita?

    Io scelsi il mio manager.

    Inutile essere ipocriti, noi tutte ex star della tv fiutavamo in questa tragedia un trampolino di lancio. E allora c’era l’ex campionessa di limbo che donava fondi per la ricerca.
    Il bambino che sapeva suonare l’inno di Mameli con i bicchieri andava a suonare i supporti delle flebo in terapia intensiva.
    La banda di ragazzini che dipingeva con i papaveri, ora fa madonne e immagini sacre sul tetto dell’ospedale con il plasma dei donatori.
    Tutto per rilanciare la propria immagine. 
    Per un’ospitata in diretta streaming, per vendere qualche maglietta, per diventare le più famose ed immortali star del globo.
    La gente, effettivamente, li chiamava eroi. 
    Li chiamava eroi finché non spuntavano altri eroi più interessanti, allora se ne dimenticava. Per questo, tutti cercavano di fare qualcosa di spettacolare, al limite, fino a sfociare nel grottesco.
    Ma quando il mio manager mi chiamò, sapevo che aveva avuto l’idea migliore di tutte solo dal modo in cui disse Baby Apple, incontriamoci.

    Non sono mai stata altro che Baby Apple.
    Sono Baby Apple da vent’anni, da quando mi piazzarono davanti ad una macchina da presa con un costume da grossa mela che avevano indossato prima di me almeno cento bambini a quello stesso provino. 
    Lo scopo era trovare il protagonista dello spot per un nuovo dentifricio, e la mela rossa era il simbolo della pulizia, oltre che del peccato originale. 
    Questo bambino vestito da mela doveva stare al centro dell’inquadratura, sorridere e saltare. Ogni volta che diceva “Baby Apple!” arrivava qualche altro bambino a morderlo e a farsi venire immediatamente i denti bianchissimi. 
    Ad ogni morso, un pezzo del costume svaniva, un pezzo del bambino spariva, finché non rimaneva solo il sorriso. 
    Scelsero me come Baby Apple. 
    Avevo 6 anni e mi montai talmente tanto la testa che da quel giorno dicevo Baby Apple! ogni volta che mi piaceva qualcosa. 
    Inconsciamente, o consciamente, avrei voluto che quel qualcosa mi mordesse, si prendesse un pezzetto di me.
    Da quello spot in poi mi invitarono ovunque, sempre vestita da mela, ovviamente. 
    Il mio compito, principalmente, era sedermi di volta in volta sulle ginocchia di qualcuno che durante la trasmissione sembrava triste, abbracciarlo e dire Baby Apple! per farlo contento.
    Continuò così fino ai 13 anni, poi, secondo molte produzioni, quello che faceva iniziò a sembrare ambiguo. 
    Tentai di risollevarmi cercando di mostrare che avevo anche qualcosa da dire, che potevo esprimere opinioni, studiai almeno 5 libri di botanica prima di partecipare ad una trasmissione dal titolo “Per fare un tavolo ci vuole un fiore”, ma era una trasmissione sul fai da te e Baby Apple doveva solo esultare una volta che la brugola faceva il suo lavoro.

    Non stava andando bene, gli ingaggi si volatilizzavano.

    Fu allora che il mio manager mi contattò. 
    Era uno scalzacani, lo sapevano tutti, ma anche lui, come me, stava raschiando il fondo del barile della sua carriera, e questo mi bastò per accettare tutto quello che mi diceva.
    Il costume tozzo da Baby Apple bambina si adattò ad una giovane donna. 
    Diventò più striminzito, velò le gambe in collant bianchi e calzò lucidi tacchi rossi. Due grossi morsi scoprivano entrambi i fianchi e boccoli biondo platino spuntavano da un cappellino a forma di picciolo. 
    Il Baby Apple! urlato di gioia diventò un sussurro alle orecchie di signorotti che frequentavano un certo tipo di trasmissioni, dove si parlava d’affari o di sport. 
    Se le quotazioni scendevano, se la tua squadra perdeva, Baby Apple arrivava. 
    Non cessò il desiderio che mi mordessero, che mi sbrindellassero e mi portassero a casa con loro, che trovassero un posto sul comodino per me.
    Il mio manager, lo scalzacani, continuava a ricevere bonifici con causale Bite Me. 
    Fu proprio quando rifiutai di fila quasi 4 offerte di lavoro come mela a festini privati che venne scoperto il primo caso di contagio nella mia zona, e ovviamente si bloccò tutto di colpo. 
    Nella sua ultima telefonata, il mio manager disse che, quando iniziano offrirti incarichi come escort, sei all’apice della carriera.
    Disse che avremmo dovuto aspettare l’evolversi delle cose, avrei dovuto aspettare una sua chiamata, che presto si sarebbe fatto vivo con un’idea spettacolare.

    Esistono due tipi di degrado. 
    Uno che ti spinge sottoterra ed uno che ti porta al successo.
    Io, chiusa tra le mura di casa, volevo a tutti i costi coltivare la mia favolosa fama nel terreno di detriti dove si era spinta.
    Aprii un canale youtube senza nemmeno sapere cosa dire. 
    Mi misi davanti al telefonino vestita da mela adulta e sorrisi. 

    Era pomeriggio, la luce era stanca, mi si vedeva dal busto in su. 
    Sorrisi per mezzo minuto, poi dissi “Baby apple!”, nel modo in cui lo dicevo da bambina.
    Mi vedevo riflessa nello schermo e davvero mi davo felicità. 
    Chissà cos’avrei trasmesso a chi mi avesse visto su internet. 
    Chissà in quanti mi avrebbero voluta mordere.
    Chissà se ci sarebbero stati pezzi per tutti.
    Un video di 3 minuti, in cui non dissi altro che Baby Apple! ogni 30 secondi.
    Non cambiavo nemmeno posizione, non mi muovevo, ero ferma davanti allo schermo.
    In una piattaforma in cui tutti si adoperavano per avere il trucco più colorato, i capelli più strani, la colazione più calorica, io ero ferma davanti al video vestita da mela, a ripetere la cosa che sapevo dire meglio.

    Successe che il video venne visto.
    Venne visto tantissime volte, ricevette tantissimi commenti.
    Successe che scoprii di essermi creata un pubblico negli anni. 
    Tra loro, i miei coetanei affezionati allo spot del dentifricio, che mi legavano a chissà quali ricordi d’infanzia. Tra loro gli uomini d’affari che a suo tempo tennero alla squadra sbagliata e che mi ricevettero sulle loro ginocchia. C’erano le loro figlie, le sorelle minori, che, spinte dall’ eccitazione dei loro papà, dei loro fratelli, per il ritorno di una figura così importante del loro passato, si iscrissero al canale.

    “Ciao Baby Apple, mi metti il buonumore in questo periodo di quarantena =)”
    “Ciao Baby Apple, sai che ho ancora un tubetto del dentifricio che sponsorizzavi?”
    “Ciao Baby Apple, mi manderesti una foto in cui ti vesti da collegiale e ti allunghi per prendere il cellulare appoggiato ad un tavolo, ma non ci riesci perché sei ammanettata ad un termosifone?”

    Ero stupita che bastasse così poco. 
    Ero euforica.
    Risposi a tutti i messaggi, feci dare a tutti il tipo di morso che volevano darmi.
    Di fatto, alzai le aspettative. 

    Il secondo video che pubblicai una settimana dopo fu sostanzialmente uguale al primo, ma dissi Baby Apple! di spalle, voltandomi verso lo spettatore giusto per fare l’occhiolino di commiato.
    La cosa che quasi tutti morsero via subito dopo, fu parte del mio nome.
    Fu il primo vero e proprio morso. 

    “Ciao Baby, come fai ad avere quelle ciglia lunghe?”
    “Ciao Baby, non riesco a dormire dalla prima volta in cui ti ho visto”
    “Ciao Baby, voglio venirti a prendere. Ti conserverò in una scatolina, saremo felici”

    Nel terzo, volli sperimentare quanto la gente potesse essere condizionabile da me. 
    Pochi lo sanno, ma una mela è capace di alzare o diminuire la propria acidità a seconda delle condizioni. È la verità.
    Davanti allo schermo del telefonino, striminzita nel vestito da mela bambina, con la luce delle sette di sera, abbassai gli occhi e piagnucolai.
    Baby  Apple... baby apple... baby...
    Nei 5 secondi finali, presi un pacchetto di fazzoletti di carta che avevo sulla scrivania, ne estrassi uno e feci finta di asciugarmi le lacrime.

    Fu impressionante quanto poco tempo ci mise la ditta di quei fazzoletti a triplicare il proprio fatturato.
    Usarono il mio video amatoriale come spot ufficiale. La mia immagine sgranata, pixellata, comparì sulle riviste.
    Tutti volevano i fazzoletti dove aveva pianto Baby Apple. 
    Tutti volevano ridere e piangere come Baby Apple.
    Iniziarono ad arrivarmi foto di gente che piangeva, che voleva la mia approvazione sulla posa che assumeva mentre lo faceva.
    La seconda cosa che morsero via fu il saluto.

    “Baby, il mio ragazzo mi lascerà, quindi guarda la mia foto. Sembro abbastanza disperata?”
    “Baby, ho perso il lavoro. Mentre piango dovrei piegare la testa di più?”
    “Baby, oh baby... oh, baby. Oh baby baby mia”

    Gli iscritti al canale erano ormai migliaia. Il più delle volte, se andavi a visitare il loro, di canale, non trovavi niente.
    I seguaci che nutrivo erano completamente vuoti. 

    Il mio manager volle incontrarmi. 
    Mi telefonò proprio mentre stavo aprendo una mail dal titolo “Fonderò una chiesa per te”.
    Ci incontrammo sulla muretta che costeggiava una strada completamente vuota, appena dopo il quotidiano passaggio delle macchine che spruzzavano disinfettante. 
    Eravamo all’aperto, ma la natura sapeva di ambulatorio chirurgico.
    Lo scalzacani disse Hai avuto un’idea geniale aprendo quel canale.
    Disse Hai un seguito di sgallettate e anziani maniaci pronto a fare qualsiasi cosa.
    Dandomi una pacca sul ginocchio disse Cavolo, chiamano perfino me nel cuore della notte!
    Aggiunse che dovevo unire questa mia popolarità all’emergenza sanitaria. Sensibilizzare la gente su tutte le altre malattie della vita.
    Mi spiegò che, durante questi mesi di clausura, si era concentrato sulla psicologia delle masse, notando come l’opinione dei dottori perdesse valore di giorno in giorno.
    Mi chiese: Se un plurilaureato in virologia dice che per non infettarsi bisogna mantenere la distanza di sicurezza, ma un qualsiasi dj di fama mondiale afferma che una specifica tinta platino per capelli basta e avanza per sconfiggere i batteri, chi credi che segua la gente?
    Prendendomi le mani disse Baby, tutte queste persone stanno aspettando che tu dica loro come salvarsi. Indipendentemente da come andranno effettivamente le cose.

    Baby Apple regala sorrisi, Baby Apple sceglie se sei triste, poi ti rende felice.

    Lo scalzacani mi disse che dovevamo iniziare subito da qualcosa di grosso, che distraesse l’attenzione dall’argomento pandemia che ormai aveva annoiato tutti.
    Andammo in un garage. Io mi vestii da mela e lui mi procurò un piccolo coltellino. 
    C’ero solo io, al centro dello schermo, con la migliore faccia inespressiva che riuscivo a tenere. Stavo fermissima mentre passavano le scritte in sovrimpressione.
    “prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.”
    Pensavo che davvero stessi facendo qualcosa di rivoluzionario.
    Che ero andata oltre il rendere felice la gente, la stavo rendendo libera.
    “La principale causa delle malattie renali sono i reni”.
    E con il coltellino incisi un piccolo tondo nella gommapiuma del mio costume, ad altezza bacino.
    Simbolicamente, mi stavo curando. Stavo curando le fobie di chi aveva avuto un lontano parente morto per insufficienza renale.
    Stavo fregando l’ereditarietà.
    Esplosi in un sorriso, gettai via il pezzetto appena tagliato, e di nuovo l’unica cosa che dissi fu “Baby Apple!”

    Questo  terzo morso fu il primo morso che mi diedi da sola.

    Era facile distrarre la gente da qualcosa di disastroso donandogli qualcos’altro di disastroso di cui potevano realmente occuparsi.
    Era un modo per sentirsi superiori, erano tutti andati oltre la pandemia. 
    Le cliniche furono intasate da gente che voleva asportarsi un rene. 
    Così come fu necessario costruire dei reparti speciali, dei tendoni fuori dagli ospedali per gestire i contagi, fu necessario innalzarne almeno uno anche per gli interventi di asportazione.
    In emergenza sanitaria non c’era tempo di fare troppe domande, troppi esami. Se volevi operarti lo facevi e basta, era sufficiente che lasciassi un posto letto libero in fretta.
    Fu la mia fortuna.

    “Baby Apple, respiro male, cammino male, ma sono convinta sia stata la scelta migliore.”
    “Ciao Baby, ho potuto far esercitare mio cugino, laureando in chirurgia, e tutto è andato bene”.
    “Ti invio la mia cartella clinica e una foto di me all’ultima gara di body building. Se ingrandisci sugli addominali vedi ancora la cicatrice”

    Produssero garze dalle foglie di melo, fili rossi per suturazioni, succhi alla mela al profumo di mercurio cromo. 

    Con quei soldi, il manager si comprò l’attrezzatura per fare dei video in Full-HD, che potessero essere trasmessi anche sui megaschermi allo stadio.

    Nel video successivo ero vestita da mela ed accarezzavo una gabbietta con dentro una bambolina.
    In sovrimpressione, iniziarono ad apparire le scritte.
    “prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.
    La principale causa del Papilloma Virus è il collo dell’utero.”
    Aprii la gabbietta, presi la bambolina e me la appoggiai sul grembo.
    “Baby Apple!” 

    Sapevamo che non c’era già più bisogno che io mi togliessi pezzi di costume, chi ha bisogno di capire capisce lo stesso.
    Il punto era dire meno cose possibile, così non c’era niente di contestabile.
    Ero solo una mela muta, le scritte dicevano solo cose ovvie. 
    Non era colpa mia se le donne poi presero a volersi asportare l’utero.
    Ci avete mai pensato?
    Meno cose comunichi, più la gente penserà che tu voglia dire esattamente quello che vogliono sentire. Lo amplifica.
    Il silenzio è la migliore argomentazione.

    Nacque il primo franchising della sterilizzazione. 
    “Baby Apple Clinique” venne prese d’assalto da orde di femministe al grido di Libertà, libertà.
    Era il fast food dell’utero, il mc donald del bisturi.
    Davo lavoro a tantissime persone. 

    Il morso, stavolta, me lo diedi proprio a ciò che distingueva una donna da una mela.
    Senza neanche accorgermene, senza nemmeno pentirmene, avevo iniziato a mangiare anche gli altri.

    “prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.
    La principale causa delle malattie respiratorie sono i polmoni.”

    “Ciao Baby, ho fatto operare mio marito. Ora è attaccato ad un respiratore artificiale e non fuma più. Grazie”
    “Baby, non avrò mai l’asma”
    “Baby Apple, sono terribilmente spaventato per l’operazione della settimana prossima, non so se scegliere di togliermi il polmone destro o sinistro. Fai un video dove lanci una monetina e decidi per me?”

    In pochi lo sanno, ma ci sono specie di mele dette Samurai, che ad un certo punto decidono di uccidersi. Lo fanno quando sentono che le foglie di altre piante vicine sono totalmente invase dagli afidi, e preferiscono morire prima di esserne infestate.
    Semplicemente, mettono in atto il processo che le porterà a marcire molto in fretta e per loro stessa mano. 
    Così facendo, diffondono una tossina, un veleno, insopportabile per i parassiti, che si allontanano evitando di attaccare le piante rimaste sane.
    È per questo che le antiche popolazioni piantavano un Melo Samurai ogni tot metri di mais, ogni tot metri di viti. 
    Le Mele Samurai, le Baby Apple, fanno vivere di più.
    È l’orgoglio di aver fregato tutti.
    È l’orgoglio di aver lasciato tutti a bocca asciutta.

    Qualcuno può biasimarmi se prossimamente dirò che, senza cuore, il cuore non ti si ammala?

  • 22 giugno alle ore 11:41
    In un giorno qualunque

    Come comincia: Oggi non è giornata, continuo a ripetermi mentre stiro gli arti snervati dall'insonnia e dal continuo movimento notturno, l’umore è sotto i piedi e cupo come il cielo che sovrasta questo inizio autunno. Fuori piove, l’acqua continua a scivolare sui vetri creando rigagnoli, goccia dopo goccia si posa sul davanzale della finestra. Come quelle lacrime trattenute e infrante a metà tra il cuore e la ragione. Sempre lei, come oggi, quella malinconia senza nome mi pervade avvolgendomi in un’inquietudine che non ha voce, in un sudario di nebbia. Abitudinaria, rigorosa, precisa, caratteristiche indossate come seconda pelle, difficile entrare in quello che è il mio mondo. Marco, manager di una grossa compagnia, lo avevo conosciuto per caso. Era entrato nella mia vita in un giorno, anomalo, di pioggia. Statuario, occhi cobalto come il mare, con una testa pensante. Al ritmo incessante della pioggia ripensavo al nostro incontro-scontro nella metropolitana, a tutti i fogli della cartellina che stringevo tra le mani, oltre all’ombrello e al cellulare che aveva appena finito di squillare, sparsi sul rivestimento antistante ai binari, al mio trovarmi occhi negli occhi con la disattenzione fatta persona. Il suo scusarsi, attribuendo alla fretta quel gesto maldestro, e l’invito, per farsi perdonare a bere un caffè, e il mio rinviare ad altra data per l’impossibilità di poter accettare; uno scambio di numeri e via al lavoro con larghissimo ritardo. Avevo accettato un lavoro part ime in una testata giornalistica di moda per vivere a Milano dopo la laurea, in attesa di un ruolo nella scuola, il sogno di mia madre quello del posto fisso, in tanto mi dividevo tra supplenze e articoli per il giornale. Il mio sogno quello di diventare una giornalista affermata. Marco ed io demmo inizio a una convivenza dopo poco tempo e già dall’inizio cominciarono le nostre incomprensioni, quella testa apparentemente pensante si rivelò vuota, un uomo con una personalità narcisistica. Le carte del mazzo, sparso sul tavolo da gioco, furono chiare: esisto solo io e tu fai quello che ti dico, una partita truccata dove il vincitore è sempre lo stesso, un vero baro verso se stesso e gli altri. Appropriato il paragone per un malato di gioco come lui, uno che aveva sperperato una fortuna sui tavoli dei casinò di mezzo mondo, passando da un letto a un altro di donne pagate per puro divertimento. La sua gelosia, il suo amore malato alimentavano continuamente la mia frustrazione trascinandomi, giorno dopo giorno, nel baratro dell’incoscienza. Non riuscivo più a sentirmi me stessa e cercavo, continuamente, scuse ai suoi mali; la mia colpa: amarlo di un amore cieco. Sopravvivenza era diventato il mio status, il lavoro: l’unica valvola di sfogo. E oggi, testimone ancora una volta la pioggia, stringo tra le mani una raccomandata che mi porterà via da tutto questo, finalmente il ruolo nella scuola del mio piccolo paese d’origine. Nonostante la bella notizia, che attendevo da tanto, non riesco a sentirmi appagata; una sensazione strana attraversa la mia pelle fino a sentire i brividi lungo la schiena. Devo sbrigarmi altrimenti arriverò tardi all’appuntamento, forse l’ultimo della mia breve carriera giornalistica, ho l’intervista con un modello sul set fotografico al padiglione fiera. Sotto la doccia continuo a pensare a quel ragazzo di cui conoscevo l’immagine e il curriculum attraverso il materiale che avevo raccolto per fare l’intervista. Che cosa avrà mai da dirmi uno che vive costantemente sotto i riflettori, che ha fatto dell’immagine la sua ragione di vita, che gira l’Italia per fare ospitate in tutte le discoteche che lo richiedono, votato allo sballo e rivestito dalla superficialità; un giudizio, il mio, dettato da quello che era la realtà di oggi giorno. M’infilo un paio di pantaloni aderenti, una camicia di seta bianca, scarpe alte con tacco a spillo, anche se scomode per affrontare una giornata di pioggia, devo essere comunque elegante per entrare in quel mondo, un filo di trucco e una sistematina ai miei capelli ribelli. Prendo l’auto in garage e mi dirigo verso il quartiere fiera, arrivo con un leggero anticipo sul set, tra luci macchine fotografiche e un andirivieni di truccatori e operatori del settore, i miei occhi s’incrociano con quelli di Lele, una sensazione difficile da spiegare, mi turba fino a creare in me un grande disagio, una sorta di vertigine s’impossessa del mio equilibrio fino a farmi barcollare. Devo sedermi necessariamente e aspettare che finisca il servizio, intanto cercherò di rilassarmi, pensai tra me. Lele con un fisico mozzafiato, con il linguaggio dell’anima tatuato sulla pelle, inchiostro a definire un’appartenenza a una determinata dottrina, tratti di libertà e condanna, sicurezza di uno stato d’essere con spregiudicata e disinvolta apertura. Un mio primo esame, prima di ascoltare la voce. Eccoci seduti di fronte, io con il taccuino per prendere appunti e lui pronto per condividere con me le fasi determinati le scelte fatte. Ci presentiamo: io che cerco di sfuggire a quegli occhi penetranti e neri, come gli abissi in cui devi avere il coraggio di guardare, e lui, insistente, con i suoi fissi nei miei; una situazione di grande imbarazzo da parte mia. Per sdrammatizzare comincio con le mie domande cui seguono risposte sicure ed esaustive. A intervista finita lui mi stringe la mano e chiede di potermi incontrare in un altro luogo, si giustifica dicendo: vorrei leggere prima dell’uscita quello che scriverai. In macchina, diretta verso il giornale, ripenso all'infortunio che aveva stroncato la carriera calcistica di Lele, alla sua grande forza di volontà per superare il tutto e alla sua entrata nel mondo della moda per la sua fisicità e non per scelta. Due mondi diversi, i nostri, in cui le scelte sono state dettate da avvenimenti che hanno segnato la nostra vita; due anime, però, della stessa grandezza e attraversate dalla stessa voglia di riscatto da un mondo fatto di superficialità in cui i rapporti si consumano in un tempo brevissimo e il più delle volte devastanti. Nello stesso istante in cui i nostri occhi s’incrociarono si creò la magia. Trascorsi tutta la notte a scrivere l’articolo, avvolta da una nebulosa luminosa, curando tutto nei minimi particolari e, solo dopo aver finito, all’alba lo chiamai per dirgli che poteva leggerlo. Le mie parole lo resero prigioniero della mia anima, da quel giorno tutto cambiò. Le nostre strade si erano incrociate in un momento in cui altro era stato deciso, non ora, ma ci sarebbe comunque stato un altro luogo in cui viverci. Arrivò il giorno della partenza, lui mi accompagnò alla stazione per prendere il treno che mi avrebbe riportato a casa, a una vita tranquilla, senza la presenza di Marco che avevo lasciato, finalmente riscattata da quell'inferno, finalmente viva, ma con il cuore nelle mani di Lele che avevo amato dal primo momento. Ci abbracciammo per un tempo infinito, in direzioni opposte prendemmo la nostra strada. In quell'andirivieni di persone, perse nei loro pensieri, e vagoni in movimento, consegnai la mia consapevolezza che non è sempre vero quel che appare, che dietro a volti che infondono sicurezza si possono celare creature orribili e volti, apparentemente, effimeri racchiudono una bellezza d’animo e uno splendore che inonda anche il cielo più cupo. Forse un altro treno, in un giorno qualunque, ci avrebbe condotto alla nostra fermata, a quella del cuore.

  • 22 giugno alle ore 9:34
    M'È RIMASTA SOLO QUELLA

    Come comincia: Classica giornata autunnale,  il due novembre  sembrava voler festeggiare la ricorrenza dei morti: pioggerella insistente, umidità nell’aria, nebbia inusitata a Messina chiamata popolarmente,  va a sapere  perché ’la lupa’, nulla portava al buon umore. Alberto dietro i vetri di casa guardava, al calduccio i rari  passanti che, infreddoliti transitavano sotto il suo appartamento in  viale dei Tigli a Messina. Era domenica, il signore si era accorto di essere rimasto senza una medicina, al computer vide che una farmacia di turno si trovava sulla circonvallazione vicino casa sua, non  aveva alcuna voglia di vestirsi ed uscire, al telefono: “Farmacia Tavilla in cosa posso esserle utile?” La voce squillante di una donna. “Mi occorre il ‘Glucophage 500, l’avete in farmacia?” “Siamo fornitissimi gliela metto da parte?” “In tutta sincerità cò stò tempo non me va d’uscire, ci’avete un commesso…” “Anche in questo campo siamo organizzati, mi dia li indirizzo di casa ed il codice fiscale, Ahmed la raggiungerà quanto prima.” Allora: Alberto Minazzo, viale dei Tigli 23, mnzlrt65p03h501q.” “È sicuro del codice fiscale, dalla q finale capisco che è di Roma come pure dall’accento, mi pare strano il 65 come data di nascita, è sicuro?” “Al Comune di Roma hanno registrato cinquantaquattro anni fa il mio nome e cognome al 3 settembre 1965, se lei mi potesse cambiare l’anno le sarei grato…” “Dalla voce mi sembrava molto più giovanile.” “Mia simpatica signora ci metterei la firma e le offrirei un pranzo, purtroppo di giovanile m’è rimasta solo quella, la voce, resta ferma l’offerta di una libagione a base di pesce al ristorante  ‘Poseidone’’ di Ganzirri.”  “Accettato, non è che lei è sposato?” “Beatamente divorziato…” “Anch’io  divorziata con una figlia e nessuna voglia di stare appresso ad un uomo…” “Una curiosità non è per caso che preferisce i fiorellini…” “Signor Alberto non mi faccia essere volgare, amo i piselli e non  quelli di campo e sono titolare di questa farmacia che porta il nome del mio ex marito,  a domani.”  “Perfetto, una signora con alto il senso dello humour, è un caso raro, appuntamento alle tredici al ristorante, le va bene?” “A me si ma non  penso che trovi posto all’ultimo momento.” “Per Alberto Minazzo ci sono sempre due posti liberi.” “Si ma questa volta siamo in tre.” “Il padrone Demetrio non mi può dir di no, c’è una saletta riservata per i clienti di riguardo, io immodestamente lo sono.” “ Bene signore di riguardo, a domani, io sono Matilde Calabrese, Calabrese solo di nome!” ”  Alberto aveva chiamato subito il ristorante, al telefono  un nuovo cameriere.” “Spiacente signore tutto prenotato.” “Á coso và da Demetrio e digli che il maresciallo Minazzo domani ha due ospiti!” Nel frattempo una suonata al citofono: “Je suis Ahmed de Tunis, j’ai votre médicine.” Evidentemente la farmacista aveva ingaggiato uno del terzo mondo, Ahmed si beccò cinque Euro di mancia e, dopo un: “merci monsieur” si dileguò sotto la pioggia, era venuto in motorino tutto incappucciato. Al ristorante Alberto aveva trovato il posteggio della sua  Giulia Alfa Romeo dinanzi al locale ed aspettava in macchina, con una certa curiosità che si facesse viva stá Matilde e relativa figlia. Precisa come una orologio svizzero la cotale si presentò dinanzi al ristorante con una Mini Cooper,  al volante una ragazza, evidentemente la figlia. La signora Matilde era bionda, scuramente ossigenata, circa quarantenne, altezza media e fisico robusto al contrario della figlia bruna, longilinea più alta della mamma, capelli scuri lunghi sin quasi alla schiena, una bellezza notevole che fece sbriluccicare gli occhi di Alberto. Matilde si accorse subito di quello sguardo di ammirazione e: “Mia figlia Aurora Tavilla ha una fidanzato geloso e campione di karate…” “Io da giovane ho fatto parte della squadra di atletica delle Fiamme Gialle , ero piuttosto bravo nella lotta libera…” Si presentò Carmelo  Giovinazzo, il titolare del ristorante che, dopo un breve saluto con inchino: “Faccio come al solito io?” “Si Carmelo, come al solito.” “La riservatezza di Carmelo mi fa pensare ad una complicità fra di voi, chissà quante fanciulle più o meno giovani hanno frequentato questa saletta!” “Olim, nunc…” “Siamo al latino! Vuol dire che ora ha chiuso i battenti?” Mamma e figlia risero di gusto. Mi avete messo in mezzo, non per farvi un complimento ma un tale che lascia due ‘belle sprit’ come voi è sicuramente uno sciocco! “Il mio ex marito ha preferito una pulsella molto giovane, insomma una toy girl!” “Mi pare che ora sia di moda che anche le signore sono su quella via accaparrandosi dei toy boy.”  “Non è il mio caso, non so che farmene di un giovanotto tutto sesso e niente cervello!” “Bene, una cofana con  brodetto che vedo arrivare in mano ad un cameriere ci metterà tutti d’accordo, non dico buon appetito perché mi dicono l’espressione sia volgare…” Il pane abbrustolito chiesto da Alberto fu di gradimento delle due femminucce che lo intinsero nel favoloso brodetto di scampi, di alici, di seppioline e di  tranci di pesce spada. Alberto aveva lasciato in deposito a Carmelo del Verdicchio dei Castelli di Jesi, vino che aveva vinto un premio al ‘Vinitaly di Verona’.” Lei ha dei gusti raffinati e così che le femminucce cadono ai suoi piedi!” “Recentemente molto meno, un mio amico ortopedico vuole operarmi alle ginocchia che talvolta risentono del cambiamento del tempo e così sono io….” “Sicuramente troverà una anima pia consolatrice, le donne amano anche lo stile dei maschietti!” “Non c’è più religione, una volta erano gli uomini che facevano la corte alle donne, ora lei…” “Lei è un furbacchione ma io ormai ho chiuso in quel campo…” Intervenne Aurora: “Mamma non sei sincera, se trovassi un signore come il qui presente Alberto…” “Non fare l’impertinente un po’ di rispetto per una vecchia signora!” Il finale col un digestivo ananas e poi: “Alberto che ne dice di finire il pomeriggio a casa mia, abitiamo sulla circonvallazione.” “ Bien sur madame.” Si trattava di una villa a due piani con giardino, prato all’inglese e vasca con pesci tropicali arredata in modo moderno, in tutti i mobili si vedeva il tocco della figlia che: “Vado a raggiungere Calogero, fate i bravi!” “Che devo fare con questa figlia, ho già i miei problemi, ci manca solo lei! Per sua fortuna si è fidanzata con il figlio di un ricco proprietario di supermercati, per me è un babbasone come si dice in gergo ma, stavolta me lo permetta ‘pecunia non olet’! Calogero le ha regalato la Mini. Dopo che mio marito ha preso il volo con Orietta  la ragazza che mi aiutava in farmacia la mia vita è cambiata, in sede di separazione legale sono riuscita ad ottenere la proprietà sia della farmacia che di questa villa.” “La cocchia gli è costata un mucchio di quattrini…immagino che non sappia cosa sia la cocchia, è la cosa migliore della donna.” “Vuol dire l’intelligenza?” “ Quando mai, la fica!” Matilde era diventata rossa in viso, Alberto non si aspettava questa reazione, per farsi scusare l’abbracciò. “Non credevo che… mi sembrava un donna più aperta nel senso…” Alberto stava infilando una collezione di gaffes una dietro l’altra, i due rimasero abbracciati, la signora piangeva silenziosamente. Ci volle del tempo: “Forse ti sarò sembrata infantile ma …è tanto tempo che non …sento da vicino un uomo, mio marito andava con quella zozzola e se ne fregava di me…Io talvolta sentivo il desiderio…come adesso…” Alberto stavolta comprese al volo la situazione, fece allungare Matilde sul divano, prese a baciarla in bocca, poi sulle tette ed infine sul fiorellino che riuscì quasi subito a portare ad un orgasmo poi entrò trionfalmente nella ‘cocchia’ con ‘ciccio’ alla massima potenza di ‘fuoco’ che face quasi impazzire Matilde che si abbandonò senza forze sul divano. Ci volle del tempo prima che: “Era una vita che non provavo queste sensazioni, me ne vergogno un po’, di solito al primo incontro…” “Hai recuperato del tempo perduto, posso dirti per esperienza personale che la vecchiaia avanza ogni giorno, senza  che ce ne accorgiamo cominciamo a vedere capelli e peli bianchi dove prima c’erano cespugli scuri…” “Mi vado a ricomporre, tra poco dovrebbe ritornare Aurora e non vorrei…” “Tua figlia non è una sciocca, ti si legge in faccia…” Matilde ritornò nel salone truccata e cambiata di abito, Aurora entrò in compagnia del fidanzato ‘babbasone’ e guardando in faccia la madre scoppiò in una sonora risata, Calogero non capì, l’aggettivo  appioppatogli dalla suocera gli stava proprio a pennello! Matilde cercando di fare l’indifferente: “Vi preparo un caffè” e si rifugiò in cucina. “Mia madre psicologicamente è diventata fragile non deluderla, avresti a che fare con me!” Ma la situazione non  era così semplice in quanto in passato era capitato qualcosa di inusitato e imprevedibile fra Ahmed e Matilde. Un giorno il tunisino in farmacia, prima della chiusura si era ritirato in bagno, dopo un po’ di tempo Matilde preoccupata aprì la porta della toilette …Ahmed aveva un coltello puntato sulla gola: “ Alla vista della signora: “Je suis amoreux de Orietta, je ne peux pas vivre sans elle, je veux me tuer!” Matilde strappò di mano il coltello ad Ahmed, lo abbracciò per consolarlo ma nel frattempo il ragazzo aveva ‘sfoderato’ un pisellone nero e grosso che mise in mano alla signora schizzandole in viso lo sperma che in parte entrò in bocca a Matilde. La cosa poi si ripeté quasi ogni giorno alla chiusura della farmacia, quando i due rimanevano soli. Madame non aveva alcuna voglia di avere un rapporto nella sua cosina, proprio non  le andava ed allora finiva per masturbare il ben contento giovane Ahmed, questo complicava la situazione con Alberto…le circostanze intricate sono le più eccitanti. Aurora si accorse degli armeggi di sua madre e di Ahmed, subito rimase perplessa poi capì che non erano fatti suoi e lo pensò anche perché le si era presentato un problema: i genitori di Calogero, soprattutto il padre volevano diventare nonni per avere un erede a cui affidare il patrimonio di famiglia. Aurora non aveva nessuna voglia di mettere al mondo un pupo che assomigliasse al fidanzato, non aveva alcuna stima delle qualità intellettuali del giovane ed allora pensò: chi meglio di Alberto! Si doveva però organizzare in senso sessuale. Consultò il ginecologo di famiglia dottor Agostino Pileri che la mise sulla buona strada: prima di tutto individuare le giornate in cui lei era feconda per avere rapporti non protetti con Alberto ma usando con Calogero un anticoncezionale meccanico come il cappuccio cervicale, eccellente consiglio messo in atto da Aurora che era riuscita a convincere un riluttante Alberto a diventare padre alla sua età. Il progetto andò a buon fine, ad Aurora non vennero le mestruazioni segno evidente della futura gravidanza ma, mentre la ragazza seguitava ad avere rapporti sessuali col futuro padre di suo figlio, il babbasone andava in bianco con la scusa che il sesso praticato dalla futura madre potevano  nuocere al bambino. Otto mesi di aspettativa e poi la venuta al mondo di un bimbo bellissimo, più di quattro chilogrammi di peso giornalmente visitato dai nonni e dagli amici intimi. Aurora aveva ritenuto opportuno confidare il segreto  sua madre che all’inizio rimase basita ma poi compreso che la sua situazione sessuale doveva mutare, pensò ad avere rapporti con tunisino, in fondo era un bel ragazzo, bravo nel suo mestiere di magazziniere in farmacia e soprattutto intelligente. Per prima cosa iscrisse Ahmed ad una scuola serale,  con l’andar del tempo il giovane riuscì a superare gli esami prima delle elementari che della scuola media. Ci volle più tempo per la licenza liceale ma era quello il traguardo da superare per iscriversi all’Università alla facoltà di farmacia, il disegno di Matilde era chiaro, farsi affiancare d Ahmed nel suo lavoro. La quasi giornaliera attività sessuale del giovane aveva portato a qualche problema alla vagina di Matilde. Il dottor Pileri: “Cara sei tutta infiammata, se proprio non puoi fare a meno del sesso trova altre vie per almeno quindici giorni, usa questi ovuli.” La serenità era approdata su tutti i componenti delle due famiglie, madre e figlia erano in fondo felici su tutti i punti di vista non solo quelli sessuali i quali seguitarono ad andare alla grande anche per un Alberto che sembrava rinato malgrado l’età!

  • 21 giugno alle ore 20:14
    ares non ama il mare

    Come comincia: Ares non amava il mare, così come non amava tutto ciò che sembrava non avesse una fine e che potesse nascondere qualcosa di sconosciuto. Lui aveva costantemente bisogno di certezze, e il mare era una di quelle cose che non gliene dava, o almeno lui ne era convinto. Ares amava la tranquillità e le concretezze, anche minime, che danno soddisfazione, che puoi toccare, sentire, vedere nella loro interezza, persino annusare.Non che gli mancasse la curiosità, il desiderio di esplorare, conoscere, però il tutto doveva avere una finalità concreta, reale e immediata… quindi il mare non gli dava queste certezza, oltretutto non comprendeva l’utilità di tutta quell’acqua, almeno si fosse potuta bere!!
    Ares diede un ultimo sguardo a quella prateria azzurra senza apparente fine, si alzò e con lentezza aristocratica si andò ad accoccolare sulla gambe del suo protetto, lisciandosi il pelo e facendo le fusa…

  • Come comincia:  Debbo dire, ad onor del vero e per avvalorare vieppiù quanto sto scrivendo, che io stesso ho contattato, tramite messaggio diretto su facebook, i responsabili della suddetta emittente radio per avere il nominativo di quella persona. I responsabili mi hanno risposto in questo modo: - Non siamo interessati alla cosa! Quindi chiamerò l'intervistato col nome fittizio di Luciano: proprio come il mio nome di battesimo.
     Luciano: - Per poter parlare di cosa succede al carcere oggi bisognerebbe prima fare un reset, tornare indietro e disintossicarsi da questa informazione ipocrita, finemente congegnata da un'élite composta da politici, magistrati e giornalisti. Lo Stato, lo sappiamo, da sempre si serve delle distorsioni dell'informazione e della propaganda, e di solito lo fa quando gli obiettivi o gli eventi l'impongono di cambiare forma, di trasformarsi in qualcosa che senza l'ausilio della propaganda mirata difficilmente riuscirebbe ad imporre al popolo. In gergo si definisce "manipolazione dell'opinione pubblica". Con l'avvento dei social si sperava che le cose cambiassero, riuscendo a compensare tale manipolazione attraverso la moltitudine di voci che il web comporta. Invece è avvenuto il contrario (nota personale: il web, evidentemente, ha sortito l'effetto contrario, un vero e proprio effetto "boomerang", divenendo un ulteriore mezzo, a mio modesto avviso, di veicolazione di massa dell'informazione da parte del potere e del sistema precostituiti!). Basta, infatti, dare un'occhiata ai gruppi facebook di parenti dei detenuti per accorgersi di come quella manipolazione si sia trasformata in vera e propria formazione della pubblica opinione. Il bacino di utenti più ampio contribuisce a veicolare quella disinformazione - ben architettata dai politici in combutta con i vari Giletti di turno (puntualizzazione: Luciano si riferisce ovviamente a Massimo Giletti, conduttore de "Il fatto quotidiano" sull'emittente televisiva La7) postando incessantemente notizie di scandali e allarme sponsorizzate da firme e fogli che nella realtà dovrebbero essere considerate addirittura nemiche di gruppi che sono stati creati ad hoc per chiedere diritti e libertà di chi è dietro le sbarre. Infatti, basta vedere a che ritmo i post della Meloni, di Salvini o Di Matteo rimbalzino da una pagina all'altra di questi gruppi. Mi chiedo ora a che cosa serva questa cattiva informazione? Ho provato a ripercorrere le tappe di questi due mesi, partendo dal sette marzo: quindi, rivolte nelle carceri e conseguenti quattordici morti e cambio di guida al DAP. Prima parlo dei morti, però. Ci sono stati dodici morti in un solo giorno, poi diventati quattordici. Mai un'autopsia è stata così rapida: "overdose da metadone", hanno detto! Durante una rivolta, quindi, secondo la ricostruzione dei fatti a cui è giunto il Dipartimento delle Carceri, alcuni detenuti avrebbero forzato la porta dell'infermeria e si sarebbero scolati boccette e boccette di metadone fino a morire. Che io sappia, il metadone è stato concepito proprio per curare le overdosi provocate da eroina. In carcere ci sono stato e fra i vari giri ricordo bene, per esempio, che a Rebibbia, il quale è un carcere arrabattato, i farmaci di un certo tipo, così come le siringhe, venivano custoditi in armadietti di ferro che erano simili a casseforti quando non proprio vere casseforti. Ipotizziamo pure di fidarci di quanto riportato dalle istituzioni. Allora, ci dicano perché questi detenuti non avessero a disposizione anche il Nascam o l'Anexate per scongiurare il peggio visto che da questa narrazione, si presume che una certa dimestichezza con la dipendenza ce l'avessero questi ragazzi (nota personale: l'Anexate, per chi non è particolarmente addentrato non solo nel mondo della tossicodipendenza ma neanche in quello della dipendenza da psicofarmaci, è farmaco antagonista delle benzodiazepine: nome che rievoca certi farmaci-elisir - come il Paese di Bengodi, mi verrebbe da dire! -...ricordo il Prozac, ad esempio, che giunse a fine anni ottanta-inizio anni novanta nel nostro Paese da oltreoceano come la manna dal cielo per chi soffriva di certi disturbi! Le benzo, dicevo, a loro volta sono una classe di farmaci usati per sedare gli stati d'ansia, inducenti a quello scopo sonnolenza e rilassamento - o sedazione - della muscolatura miocardica e conseguente riduzione delle contrazioni e dei battiti del cuore). E se è stata effettivamente l'autopsia ad aver fornito questi dati, almeno un parente o un avvocato avrebbero dovuto firmare il consenso (aggiungo io: ovvero, avvalorare l'autopsia, "autenticarla", renderla credibile, ufficializzarla formalmente!); invece questo non è avvenuto! E cosa dice l'autopsia di preciso? Perché non hanno fornito i riscontri sui quantitativi specifici dei metaboliti ritrovati nel sangue dei deceduti? (ovviamente, direi: le molecole di nessuna sostanza presente nel corpo umano, sia esso in vita che inerme, si dissolvono per...diciamo pure, "autoinduzione" - o per volontà del divino, chissà - usando un termine caro alla fisica piuttosto che alla chimica o alla farmacologia; se esse, ripeto, sono presenti nel corpo di un essere umano non si volatilizzano!). Ad oggi, due mesi dopo quelle morti, queste risposte non le abbiamo perché chi gestisce le cose ha bisogno che noi tutti quei quattordici morti li dimentichiamo (nota a margine, anzi, a latere visto che siamo in tema di giustizia e si sta parlando anche di codici, leggi, magistratura, etc.; una nota amara, anzi, amarissima la mia: gran parte degli italici sudditi lo hanno già fatto, li hanno dimenticati, credetemi; infatti, a chi importa di quei morti se no a pochi intimi, se no a pazzi o pazzoidi conclamati come me, se no...soltanto i familiari più stretti e magari qualche amico ricorderà ancora i nomi di battesimo di quelle persone morte: un padre ed una madre non li dimenticheranno mai!), in quanto sono morti nelle mani dello Stato. E seppur fosse vera la loro versione dei fatti, un'opinione pubblica non pilotata devrebbe subito giungere ad una sola conclusione, a mio avviso: la tossicodipendenza il carcere non la cura, anzi, la rende disperata quando non la crea ex-novo, se è vero che per curare dolore fisico l'unica soluzione che hanno lì dentro è la tachipirina. Per addormentare il cervello, invece, senza alcuna indagine reale, ti riempiono di psicofarmaci di ogni tipo e marca. Ecco, lo Stato, in questo caso, attraverso la cattiva informazione si auto assolve delle morti ( io Luciano, al mio omonimo di fantasia, nominato anch'esso così in maniera alquanto fittizia, direi: la usa a suo esclusivo "uso&consumo"!). Invece, a mio avviso dovrebbe essere nostro dovere ricordarcene e quei nomi rifarli ad ogni occasione (nota personale: lo Stato, però, ricorda solo gli eroi, ricorda solo ed unicamente chi è stato un suo fedele servitore; solo e soltanto ricorda chi ha immolato la propria vita per la patria: lo fa ogni santo anno, ogni santissimo tre di giugno di tutti i santi anni...a chi interessa, in fondo, vita e morte di quattrordici disgraziati morti nelle mani dello Stato? Soltanto allo Stato stesso, in fondo, il quale ha interesse a "seppellire" quei morti...non erano degli eroi ma neanche dei luridi bastardi!). Passo ora all'episodio delle rivolte. Dopo cinque o sei giorni da quei fatti, gli organi di stampa legati a certi apparati statali hanno veicolato l'ipotesi che dietro le rivolte ci fosse la regia occulta di qualcuno, proprio per la simultaneità delle stesse in luoghi diversi. A questi Sherlock Holmes bastava ricordare che in ogni cella la televisione elargisce gratis tonnellate di paura oltre a "Uomini e donne" e la D'Urso...invece, dapprima hanno individuato la regia degli anarco-insurrezionalisti e poi quella delle oraganizzazioni mafiose. Se additare le cause ai compagni era fantasioso oltre che banale, come loro stessi si sono resi conto, pensare che la mafia potesse far esplodere un carcere qualsiasi, o addirittura un carcere come quello di Modena è paradossale se no comico: per il semplice fatto che la mafia stessa si serve e si è sempre servita del carcere, che usa come collante e rigenerante. Poi, è stranissimo notare come in una regione come la Calabria dove la mafia (ndrangheta) è più forte non si sia mossa una foglia durante le rivolte, al massimo si è fatta una "battitura" (la battitura, in gergo carcerario, è una forma di protesta non violenta: trattasi, cioè, del battere oggetti metallici - in genere avviene con le posate in uso ai detenuti - contro le inferriate delle celle stesse). In realtà, in quei giorni è esploso un sistema già al collasso (nota personale: come già fatto notare nel corso della prima parte del mio racconto. Oserei dire che il sistema sia "imploso" su se stesso ed in mano allo Stato come una bomba a...miccia corta, troppo corta, probabilmente, per non bruciare quella mano!), grazie al catalizzatore della paura che proprio lo Stato manipola. Quindi la regia resta la sua ma i protagonisti del film non hanno seguito il copione scegliendo comunque di lottare (l'interlocutore radiofonico si riferisce, ovviamente, ai detenuti che si sono ribellati...al sistema esploso/imploso!). Il terzo caso, il più emblematico di cui voglio parlare, è quello del cambio di guida al DAP: e quì lo Stato ha lavorato di "fino", spostando di netto l'attenzione dove voleva (ancora una volta debbo usare lo stesso vocabolo e le stesse parole: veicolandola a...suo uso e consumo). I fatti narrati dalle immagini televisive hanno parlato della scarcerazione di numerosi mega-boss avvenuta grazie ai provvedimenti del capo DAP (uscente) Battistini, ideati ad hoc per fronteggiare l'emergenza del virus nelle carceri. Hanno coinvolto addirittura associazioni delle vittime della mafia, hanno creato...

  • 17 giugno alle ore 8:10
    GLI ARCHITETTI

    Come comincia: I coniugi Leonardo Martini e Beatrice Bellini erano considerati da coloro che li conoscevano come delle persone fortunate. Quarantenni con ampie disponibilità finanziarie, di bell’aspetto, simpatici e sempre allegri avevano casa e studio di architetto in via Labicana a Roma, vicino a Colle Oppio. Erano stati fortunati anche con la prole, due gemelli dizigoti, un maschio ed una femmina a cui erano stati apposti dei nomi di origine greca,(i genitori erano amanti della storia antica): Adone il maschio e Dafne la femminuccia. I due sin da piccoli avevano dimostrato un coefficiente di intelligenza superiore alla media, a quattro anni sapevano già leggere e scrivere, all’asilo avevano meravigliato le insegnanti che poi si erano assuefatte alle loro domande. I genitori  avevano spiegato ai figli la loro differenza rispetto agli altri bambini ma che non si dovevano considerare superiori a loro, solo diversi. Stessa storia alla Scuola Media i cui professori erano stati avvisati della peculiarità di Adone e di Dafne che già dalla prima classe conoscevano i programmi sino alla terza media. Analoga situazione  al liceo classico, i compagni di scuola li prendevano un po’ in giro per i loro nomi ma poi si rivolgevano  a loro per copiare i compiti svolti in casa. Altra peculiarità: Adone e Dafne come da nome greco erano di bell’aspetto e figuravano di più in quanto erano vestiti alla moda e già a sedici anni furono muniti di scooter Piaggio color rosso per Adone, bianco per Dafne, talvolta davano dei passaggi a compagni di scuola. In terza liceale Dafne era al primo banco con una maschietto di nome Marcantonio che contraddiceva al suo nome (era alto un  metro e sessanta), il cotale pensando a lei si dava spesso al mestiere di ’falegname’. Adone divideva l’ultimo banco con Gisella che una volta l’aveva convinto a recarsi nella toilette delle ragazze per un assaggio orale del suo  ‘cosone’, ci aveva provato altre volte ma Adone non voleva legami fissi, la ragazza era diventata ossessionante, si era innamorata del giovane. I due fratelli avevano ricevuto un’educazione molto ‘libera’ , i genitori non si facevano scrupolo di farsi vedere dai figli nudi in casa, anche i due gemelli avevano preso la stessa abitudine per loro diventata normale. Chi aveva il cervello più portato agli scherzi? Dafne che una sera  dopo la ‘buona notte’  aprì uno spiraglio della camera dei genitori  ed a loro apparve uno spettacolo porno: Beatrice   stava cavalcando beatamente Leonardo emettendo alti gemiti di soddisfazione sessuali che portarono i due gemelli a ridere e quindi a farsi scoprire. Leonardo ‘Brutti figli di puttana…” “A chi hai detto puttana, in caso figli di cornuto!” ‘In ira veritas’, quanto mai vero il detto latino, Beatrice in un momento di rabbia era stata sincera. Mammina lasciò il letto matrimoniale e di rifugiò nella camera dei figli, unirono due letti e lei si mise in mezzo senza poter riposare. Dafne: “Mamma è vero che…” “Verissimo, un estate quando tuo padre era in Germania per lavoro ho fatto ‘amicizia’ con un  suo collega scapolo che abita in via Cavour, un gran mandrillo, ancora me lo ricordo si chiamava…a voi non interessa! Presi dalla curiosità i due fratelli durante il tempo libero si improvvisarono Sherlock  Holmes. Partendo dal piazzale della Stazione Termini e scendendo per la via Cavour Dafne dal lato sinistro e Adone dal lato destro ‘rastrellarono’ tutte le targhe dei portoni, more solito la più fortunata fu Dafne che attirò l’attenzione del fratello con ampi gesti, aveva trovato uno studio di un architetto: tale Leone Vinciguerra, abitava al secondo piano del numero 69. Munita della consueta faccia di bronzo Dafne bussò alla vetrina della porta, venne ad aprire una ragazza mora circa della sua età che educatamente lì invitò ad entrare:”Sono Dafne figlia di Leonardo Martini un collega dell’architetto, ci ha dato il vostro indirizzo per portarvi i suoi saluti, questo è mio fratello Adone.” “Sono Edoardo  il figlio e la signorina che vi ha aperto la porta è Eliana Sanna una nostra impiegata, accomodatevi, chiamerò mio padre. Leone Vinciguerra faceva onore al suo nome, chioma leonina, collo taurino, fisico massiccio dava l’idea del maschio vincente, quello che probabilmente aveva fatto innamorare Beatrice.  “È un bel po’ che non  incontro il vecchio Leonardo, vecchio per modo di dire ha la mia stessa età, cosa combina?” Dafne: “Ha pensato bene di cambiare aria, è in Africa sul lago Vittoria, è entrato in associazione con una ditta francese per costruire un bacino elettrico.” “Buon per lui, lì troverà qualche bella negretta ma non parliamo di lui, voi due allora siete soli,  restate a pranzo, Gina la cuoca è una romana che conosce benissimo tutti i piatti tipici, la dovrò licenziare, mi sta facendo ingrassare, sto scherzando.” In bagno a lavarsi le mani Dafne: “Come tutti i maschietti sei un superficiale, non hai visto un cappello di mamma attaccato alla spalliera dell’ingresso, babbione!” Eliana aveva colpito Adone, piuttosto alta per una sarda, corpo longilineo, vestiva di nero sin quasi ai piedi, lunghi e neri capelli raccolti a crocchia, nessuna traccia di trucco; quello che più colpiva era la sua aria triste su un viso armonioso, aveva destato nel giovane molta curiosità. Dopo pranzo tutti a fumare sul terrazzino tranne Adone ed Eliana che non erano amanti del tabacco, si sedettero dinanzi alla tv. “Se me lo permetti ti do del tu, siamo quasi coetanei e vorrei chiederti, se sei d’accordo di spegnere la televisione, è deprimente ascoltare le stesse notizie drammatiche di guerre e soprattutto di donne uccise dai loro conviventi. La ragazza approvò con un cenno del capo e poi andò sul terrazzino per dire a Leone che stava andando a casa. Ad Adone non parve vero prendere la palla al balzo: “Ho qui fuori una Cinquecento Abarth appena regalatami da mio padre, è molto veloce, se vuoi te la faccio guidare.” Nessuna risposta ed allora Adone: “Signorina sono stato abbastanza invadente, le chiedo scusa, non si ripeterà più.” Lei  l’accompagnò sino in strada.  Cose inaspettate le più gradite, Adone rimase quasi paralizzato dalla sorpresa per un sorriso di Eliana per lei inusitato. “Non sono quella musona che sembro, andiamo con la tua Abarth, io amo molto guidare, se tu me lo permetti…” La ragazza sembrava un corridore professionista, usava anche il tacco punta per cambiare marcia, sorpassi a non finire…” “Ho paura che mi toglieranno tanti punti dalla patente!” “Va bene, diminuisco la velocità, siamo arrivati.” Erano in via Marsala, una via del centro in cui gli affitti erano alti. “Non ti meravigliare del posto dove abito, la padrona è una sarda paesana di mia madre, mi fa un prezzo speciale, di recente le è morta la figlia in un incidente stradale… Per questa volta è meglio che non ti faccia entrare in casa, avviserò Sara Melis  la padrona, è una puritana non vorrei…ciao.” Edoardo Vinciguerra non aveva nulla delle caratteristiche fisiche del padre, magro, vestiva molto casual anche se si poteva permettere abiti di lusso, niente motori, bicicletta con ausilio di un motorino per le salite romane, ovviamente aveva problemi quando voleva invitare qualche ragazza ma lui se ne infischiava, non era molto portato per le amicizie femminili al contrario del genitore, era molto studioso, faceva parte di un gruppo di teatranti dilettanti, questa la sua vita. Il suo comportamento aveva messo in curiosità Dafne che amava le conquiste difficili, con Edoardo era quasi impossibile e così la ragazza si incaponì di più. “Per telefono: “Ho appena acquistato una Mini Cooper rossa, tocca i duecento chilometri all’ora, una meraviglia, se vuoi te la posso far usare, hai la patente?” “No, guido solo una bicicletta!” “Che razza di uomo sei, sembri un frate francescano che chiede l’elemosina con la bisaccia, ti insegnerò io a guidare…ma di la verità ti piacciono le donne?” “Si ma con moderazione, ne posso anche fare a meno!” “Sei peggio di un anacoreta, sai almeno che vuol dire stò vocabolo?” “Si viene dal greco ‘anacoreo’ che vuol dire ritirarsi dal mondo per condurre una vita religiosa solo che io sono ateo.” “Tu sei una contraddizione continua ed io che ti sto appresso!” “Apposta mi domando…” Dafne aveva chiuso la comunicazione telefonica, ce l’aveva con se stessa, che cacchio stava combinando con tutti i giovani che la circuivano, era andata fuori di testa? Per Adone la situazione era diversa, autorizzato ad entrare in casa di Eliana si trovò ad affrontare una situazione inaspettata, appena entrato nell’ingresso fu aggredito da un gatto che fortunatamente Eliana prese in braccio e cominciò a parlargli come se fosse stata una persona: “Cara Mimma, questo è Adone il nuovo mio amico, tu lo devi rispettare e volergli bene come gliene voglio io, guardami negli occhi…” Stranamente la gatta capì la situazione ed andò a strofinarsi contro i pantaloni di Adone per poi rifugiarsi sul collo della padrona a mó di sciarpa, altra cosa strana: aveva un occhio azzurro e l’altro rosso. Quello che aveva fatto più piacere ad Adone l’affermazione di Eliana che gli voleva bene, forse poteva paragonarsi al detto ‘voce dal sen fuggita’ concetto del Metastasio. Sedettero sul divano con la gatta in mezzo il che non  impedì loro di darsi il primo bacio, profondo appassionato, dolcissimo. Furono invitati a cena da Sara che apprezzò i modi del giovane, quello che avrebbe voluto per sua figlia se fosse stata in vita! Dopo cena Adone fece cenno di andarsene ma la padrona di casa in uno slancio di cortesia: “Rimanga pure a far compagnia a Eliana, domani niente lavoro è sabato.” I due sul letto a baciarsi, la gatta pensò bene di ritirarsi sulla sua cuccia pelosa e calda, Eliana fu presa da una crisi di pianto immotivata per Adone che chiese spiegazioni: “Ho bisogno di sfogarmi, da troppo tempo mi porto appresso un fatto per me spiacevolissimo: mia madre infermiera, separata ha preso in casa un nuovo compagno, un poco di buono che già dall’inizio aveva preso circuirmi. Una notte che mia madre era di servizio, ubriacatosi venne nella mia stanza, mi riempì di botte e mi stuprò, da quel momento la mia vita è completamente cambiata. Con mia madre decidemmo di non denunziarlo, la questione sarebbe finita sui giornali e saremmo state costrette a cambiare città e così, licenziato quel delinquente mia madre ricorse a suo cugino Sindaco del paese per trovarmi un posto di lavoro nel continente, sono diplomata  geometra, a Roma sono stata  assunta da signor Vinciguerra ma la ferita m’è rimasta nel cuore e da allora ho odiato tutti gli uomini, per fortuna ho incontrato te, spero che non mi deluderai, per ora non mi sento di avere rapporti fisici.” I due quasi tutta la notte rimasero svegli abbracciati, un nuovo amore era nato, gatta consenziente! Anche per Beatrice la situazione andava alla grande,  Leone mangiava e dormiva a casa dell’amante, i figli erano d’accordo insomma tutti felici e contenti? Mica tanto: Dafne si era incasinata con Edoardo, le situazioni difficili erano per lei quelle più congeniali, sembrava ci prendesse gusto; cercò di insegnare al giovane di guidare la Mini ma spesso il cotale grattava le marce e l’auto si lamentava con stridii prolungati. “Cacchio, abbassa la frizione quando cambi marcia, non ha le marce automatiche.” “Che sono le marce automatiche?” “Lallero,  sei un brocco maledizione a me.” Dafne non chiamò più Edoardo, ne aveva piene le tasche anche se ancora in fondo al cuore…, capiva che era lei che aveva creato una situazione perlomeno strana, ne era forse innamorata? Bah. Dopo quindici  giorni una telefonata: “Sono un giovane con i capelli pieni di cenere in senso di pentimento, ci vorrebbe…” “Ci vorrebbe un buono shampoo, vai dal barbiere!” “Solo tu lo puoi togliere, sono cambiato, in  questi giorni ho capito che mi sei diventata insostituibile, sei una donna fuori del comune, ho un carattere difficile, tu  riesci a capirmi ed a sopportarmi, con te vivrei serenamente,  ho deciso: cambierò in toto, non gratterò più le marce!” “Puoi grattare tutte le marce che vuoi, mi sono scimunita, ho capito che anche tu mi sei diventato indispensabile!” ‘Mitte mihi bonum Deus’ fu il commento scaramantico di Dafne. E Leonardo ‘l’africano’? Andava alla grande, ottimo stipendio, clima sopportabile, massime comodità, femminucce anche giovanissime sempre disponibili, un Eden, Roma un lontano ricordo!
     
     

  • 16 giugno alle ore 17:39
    La storia di Pietro

    Come comincia: Alcuni decenni fa, mentre l'Italia usciva da una rovinosa guerra e si palesavano i 
    prodromi di una ricostruzione, ,definita il boom economico, anche la criminalità fioriva 
    e avanzava. 
    Figlia della miseria,ardente di ambizione, infiammata da insana volontà di possesso,
    ebbe vari esponenti. Tra di essi: chi ebbe una fulgida carriera; chi si diede a perenne
    latitanza; chi cadde sotto il piombo delle forze dell'ordine.
    Pietro era un uomo sui trent'anni,piemontese di origine; moro, corporatura longilinea.
    Per sopperire alla carenza di lavoro, aveva scelto una facile strada e una libera
    professione: quella di bandito. Aveva organizzato una banda di quattro uomini e si
    era specializzato nell'assalto alle banche. Una sequela di rapine, fruttuose di bottini,
    conditi da sparatorie con polizia e carabinieri.
    Durante le scorribande Pietro non esitava a sparare sulle folle inermi. Non un briciolo
    di umanità sgorgava da un cuore di pietra come il suo.
    I proiettili che esplodeva, erano accompagnati da risa beffarde,si riteneva invulnerabile.
    Un giorno,al culmine di una rapina ad un Istituto di credito, il bandito lasciò sull'asfalto
    quattro cadaveri di uomini.
    Pietro fu inseguito e catturato; condannato all'ergastolo; dopo anni di sconto di pena,
    qualcosa cominciò a cambiare in lui. Si accostò a manifestazione di elevazione
    spirituale; dipinse,studiò, scrisse poesie; si rivelò un detenuto modello.
    Gli fu concesso il regime della semilibertà per dedicarsi a un'associazione di volonta-
    -riato; un ente dedito alle cure dei tossicodipendenti,degli immigrati, dei malati di 
    Aids. Pietro aveva deciso di svolgere questa missione, perché aveva scoperto l'amore 
    per Cristo Da un lato ciò destava profonda gioia; dall'altro, una sofferenza indicibile.
    Diceva che era giusto espiare il suo peccato,ponendosi al servizio dei più deboli.
    Dopo qualche tempo si ammalò di mare incurabile; morì tra atroci sofferenze.
    Si avverava la profezia di Ezechiele:"Vi toglierò il cuore di pietra e infonderò un cuore di carne".
    E Pietro concludeva i suoi giorni realizzando l'impresa più sublime: quella di rubare
    il Paradiso.

     

  • 16 giugno alle ore 12:10
    Il cuore di pietra

    Come comincia:  
    Al tramonto mancava qualche ora. La strada, seppur in discreta ascesa, era gradevole nonostante quei marciapiedi troppo stretti. In alcuni punti Simone sembrava un improbabile equilibrista tanto evidente era l’impaccio nel mantenersi ben messo, ritto per evitare di invadere l’asfalto. Stimolato dal luminoso fine pomeriggio, aveva scelto di fare a piedi l’ultimo tratto.
    La provinciale era trafficata. In tanti rientravano verso i propri paesini dopo una giornata di lavoro in città o nei campi giù a valle. Simone aveva parcheggiato la sua auto qualche chilometro prima, in uno slargo sicuro. Lì, gustando un buon caffè, aveva ripassato bene a mente le indicazioni ricevute da Chiara, una poetessa amica di vecchia data. La stessa titolare del chiosco bar, una tipa pittoresca e sognatrice, gli aveva confermato l’eccellenza e il mistero del luogo dove si stava dirigendo.
    Proseguendo nel cammino, l’attenzione volgeva al paesaggio, agli arbusti sparsi qua e là, alle prime foglie in via di decadimento, a qualche fiore selvatico, alla graduale riduzione della luce del sole. Peccato che, trattandosi di una strada tutta interna alla costa, non potesse ancora osservare il mare. L’aria pulita, fresca e godibile ricordava quella di un amabile metà settembre. La colorazione del cielo offriva suggestioni tanto numerose quanto capaci di fare scoprire un sofà su cui sostare fino al sopraggiungere di un qualunque sogno.
    Tra immagini della natura e prolungate romanticherie, giunse a una curva in un punto dove la carreggiata si restringeva non poco. Udì un brusio, poi le note inconfondibili di una banda e cori, preghiere, grida d’invocazione e canti intervallati da momenti di silenzio.
    Preceduto da un prete piuttosto anziano, il quadro della Vergine era incastonato in una cornice molto larga, illuminata da piccole lampade. Da buon cattolico, Simone fece d’istinto il segno della Croce. La Madonna dell’Addolorata sembrava volesse guardare fin dentro i suoi occhi sbigottiti. Totalmente invischiato in una scena inaspettata, dopo qualche minuto si ritrovò in mezzo ai fedeli al seguito della sacra effige. La stranezza della situazione consisteva nel fatto che centinaia di persone andavano verso una direzione e lui soltanto verso quella opposta. Gli vennero in mente i documentari sui salmoni  che risalgono i fiumi.
      Col trascorrere del tempo, un crescente nervosismo si stava impadronendo di lui. Pensando alla destinazione finale, doveva assolutamente trovare una rapida soluzione per evitare quel caos ma la strada stretta e nessuna via d’uscita disponibile acuivano le difficoltà a liberarsi dalla morsa. Allungò quindi il passo stando molto attento a non scontrarsi con chierichetti, bambini, donne, uomini e soprattutto vecchiette. Una di queste lo guardò con sospetto e un’altra, a mani rigorosamente giunte, gli rimproverò aspramente di non avere alcun rispetto per la cerimonia. Effettivamente Simone rappresentava un intralcio al transito di una moltitudine di gente di cui non era la velocità a preoccuparlo ma l’altissima densità distribuita in lungo e in largo su quel tratto di provinciale.
    A una ragazza (quant’era bella!) domandò:
    «Sai dirmi quanto manca per il “Cuore di pietra”?»
    «Ah, conosco benissimo quel posto! Dopo la prossima curva c’è un casolare diroccato. Vai a sinistra e continua sul sentiero in terra battuta per circa duecento metri. Vedrai tre querce. Guardati attorno e troverai ciò che cerchi.»
    «Sei gentile e carina, grazie! Mi chiamo Simone.»
    «Io sono Greta. Se vuoi, ti posso aspettare all’uscita del Santuario.»
    «Quale Santuario? Dove si trova?»
    «Siamo quasi arrivati. Ancora dieci minuti di processione e svolteremo verso il boschetto.»
    Un po’ confuso e forse emozionato, Simone fu tentato di mettersi al fianco di Greta e abbandonare il progetto iniziale. Decise, però, di continuare il suo cammino. Si scambiarono i numeri di cellulare e la salutò:
    «Chissà, magari avremo modo di rivederci, ciao e grazie!»
    Per un attimo, ma soltanto per un attimo, riguardò il cielo. Affrettò il passo e, approfittando di una sosta del corteo, sfruttò i varchi liberi per passare. Urtò più volte persone tutte assorte nella preghiera e visibilmente disturbate dalla sua presenza. I minuti intanto passavano, ormai erano le 18,30. Soltanto mezzora per essere puntuale. Da svelto il passo diventò di corsa e lo slalom cui fu sottoposto lo fece quasi sorridere poiché, a dire il vero, non era mai stato un atleta. Le vecchie Superga che portava ai piedi, tuttavia, gli furono d’aiuto e finalmente raggiunse la coda della processione. Sistemando i jeans all’ombra di un muro di sostegno, guardò indietro per valutare meglio la marea di gente dentro la quale si era, suo malgrado, infilato.
    Adesso bisognava soltanto correre. Sudato e nervoso, sollecitò al massimo la forza dei suoi ventiquattro anni in quella lotta contro il tempo. In certi punti la pendenza del percorso era assai critica ma non ci fece caso. Tirò comunque un sospiro di sollievo quando, finalmente, infilò il sentiero in terra battuta. Si concedette qualche attimo per prendere fiato. La totale assenza di nuvole favoriva ancora un’ottima visibilità ma l’azzurro del cielo virava già verso toni lievemente rosei. Riprese a volare scansando rami secchi e sassi taglienti. Le tre querce ora le vedeva. Bisognava soltanto oltrepassarle, cosa che gli riuscì agevolmente per poi trovarsi in mezzo ad un agglomerato di grandi sassi disseminati in prossimità di uno strapiombo sul mare.
    «Uhm, dove sarà questo cuore di pietra?»
    Si arrampicò su una roccia per godere di una visuale migliore. Da lì scorse ciò che andava cercando: il masso si trovava un po’ di metri sotto, proprio sul punto critico del precipizio. Scese giù prestando attenzione a non scivolare ed evitando di distrarsi alla vista della scogliera. Alla fine, stanco ma soddisfatto, raggiunse la pietra. Che strana! A parte la forma di cuore perfetto, guardandola da vicino, il colore tendeva al rosa e la superficie levigata, quasi lucida, pareva emanasse qualcosa di molto simile a energia.
    Simone era avvolto in una spirale di magia. Di fronte a lui il mare, il cielo e il sole, c’era di che sentirsi straricchi. Da quella posizione, lo sguardo attonito assorbiva l’essenza della sua profondità più interiore, l’anima. Sì, l’anima che a volte si pensa sia soltanto una derivazione psico-filosofica, eterea, e che invece quel ragazzo avvertiva come cosa concreta, un’appendice del corpo legata a muscoli e ossa, al battito del cuore, al proprio respiro.
    Il silenzio occupò la scena. Per rispettarlo, qualche gabbiano evitava di battere le ali, le ultime lucertole restavano immobili per non rumoreggiare strisciando, i passeri se ne stavano zitti quasi fossero stati privati del dono del canto. L’unico brusio proveniva da giù, dal mare con il suo costante toccare e lasciare la falesia. Lo strapiombo era inquietante eppure a Simone non sfuggì la schiuma delle onde che si disperdeva tutt’intorno per poi ricomparire in un gioco d’aria e acqua di frizzante sincronismo.
    Come quando stiamo sorbendo un cono gelato, piano piano per non privarci troppo presto dei nostri gusti preferiti, allo stesso modo lui sollevava gli occhi, lentamente, quasi col timore di abbracciare troppo presto il mare. Il variare dei colori sull’acqua lo incuriosiva a tal punto da chiedersi come cavolo facesse il sole a governare quelle sfumature di luce.
    Man mano che lo sguardo s’innalzava, si sentiva fortunato prigioniero della potenza della natura. Da quella prospettiva la linea dell’orizzonte coincideva con una retta impeccabile, spezzata qua e là soltanto dalle sagome delle navi di passaggio.
    Perché tanto stupore? Da sempre adorava il mare e chissà in quante altre occasioni lo aveva già ammirato, alba o tramonto che fosse. Adesso, questa era la novità, afferrava con più convinzione il bisogno della poesia. L’accorato invito di Chiara a non privarsi di quella veduta, lo aveva condizionato? Oppure, il cuore di pietra sul quale stava seduto, quasi ipnotizzato, nascondeva un qualche arcaico mistero?
    Nel frattempo il disco del sole, un cerchio che più perfetto non si può, si stava immergendo in quella retta. A Simone ricordò l’intingere un biscotto nel tè.
    Il giusto amalgama di aria, luce, vento, colori e correnti sfociava in una nitidezza ottica che non ricordava di aver riscontrato in altri luoghi. Il mare, man mano che l’occhio cercava sempre più il largo, sembrava dirgli: «Vedi quanto sono calmo?»
    Magnetismi, d’accordo, ma urgeva confondersi nell’appagante territorio di quiete. La bellezza, assaporata a piccole dosi, gli strillava la certezza di essere più vivo che mai. Infelicità, stress e fatica si allontanarono repentinamente e insieme con loro gli angusti locali del Call Center, dove trascorreva le sue giornate, legato come vittima sacrificale al totem del profitto d’altri.
    Fermarsi… fermarsi un po’ allo scopo di riscoprire fascino e sedare il vortice della tempesta d’ogni giorno. Fermarsi e, prima di affidarsi al tramonto, usare il linguaggio dei silenzi della mente rivolgendo la parola soltanto alle nuances in ordinato divenire sull’acqua, alle striature inafferrabili che il cielo incideva, al sole dai contorni così netti e vicini da poter esser toccato con mano.
    Peculiarità tanto necessaria quanto temeraria in una società artefatta, la sensibilità di Simone fluiva nel posto giusto al momento giusto. E fu per questo che non si meravigliò di sentire umidi i suoi occhi. Inzuppato di atmosfere ad alto tasso glicemico, ormai pretendeva che quella straordinaria stella non morisse più. E che paura lo assaliva quando, lo sguardo ormai consegnato al cielo, sentiva il rischio di intravedere parvenze di luna esordire nel “suo” teatro! Per allontanare questo pensiero, viaggiò dentro l’amaranto e sui vermigli di riflessi impareggiabili. Intanto, l’orizzonte aveva un tenero sussulto: il sole si offriva a metà, un semicerchio disegnato col compasso, una gigantesca lampara rossa. Simone, sempre più incredulo, ebbe un tenero ricordo per Marcello, un caro amico scomparso anni prima. Fu quel pescatore a fargli scoprire il mare di notte nel corso di una battuta di pesca.
    L’ora cominciava a chiamarsi sera e, intenso, il profumo di salsedine saliva dalla scogliera. Sul mare, i tocchi degli ultimi riflessi favorivano il formarsi di un cono di luce surreale all’interno del quale il ballo cadenzato delle onde si apriva e si chiudeva a loro piacimento. Ancora qualche orlo del giorno resisteva ma il meriggio stava per lasciare la scena al crepuscolo.
    Incendiato dagli impulsi di quelle seduzioni irresistibili, Simone si fece vincere dall’introspezione. Viaggiò a ritmi felpati all’interno della sua vita battendo i sentieri del riconoscimento dei propri errori ma anche quelli dell’autostima e della gratificazione per ciò che di giusto e leale era fino a quel momento riuscito a fare. Svolazzò nel futuro accompagnato dalla fiducia e dalla speranza per una vita, non solo la sua, migliore. Si soffermò molto sul presente perché tutto impregnato dall’incanto del luogo che stava vivendo.
    Per quanto felice di aver respirato un tramonto speciale e quasi esclusivo, un velo di tristezza lo colse quando, con le ombre della sera, si sentì solo.
    A Simone mancava l’amore di una donna, l’amore vero. Qualche esperienza e qualche flirt gli avevano lasciato solo tracce gradevoli, non segni inconfondibili. La visione romantica della giovinezza che stava cavalcando e del domani che era dietro l’angolo, precludeva all’esterno la buona ricezione del suo sentire. Un ragazzo per bene, amante della famiglia e dei buoni sentimenti non ha spazio - pensò - nella giungla del tutto subito e del tutto pronto.
    «Non devo demordere! Chiamo Greta e la raggiungo all’uscita del Santuario. A volte si potrebbe mirare a un lembo di cielo e conquistarlo se solo si alzasse lo sguardo.» - si disse.
    Quel giorno si era recato al cuore di pietra su deciso invito di una poetessa sua amica. Lo aveva fatto con la passione di un cercatore d’oro, con l’entusiasmo di un bambino nella caccia al tesoro, con la fame di emozioni da soddisfare. In quell’Eldorado ritrovò se stesso, la ricchezza migliore per non essere povero del tutto.
     

  • 11 giugno alle ore 13:16
    Il gelo

    Come comincia: Si chiamava Ciro. Una vita di lavoro. Da bambino, nonostante venisse considerato precoce nell'apprendimento, a solo otto anni, fu tolto dalla scuola e costretto dal padre a dare una mano nel lavoro di venditore ambulante. Uscivano col carretto di notte per raggiungere il mercato generale e fornirsi di frutta e verdura da rivendere nelle strade periferiche della città. D'inverno Ciro soffriva il gelo alle mani. “Mettile a coppetta – diceva il padre – e pisciaci dentro, così si riscaldano”. Ciro lo faceva, ma il giovamento era minimo.
    Il padre, ancor giovane, morì per un tumore ai polmoni, quando Ciro aveva appena 16 anni. Continuare il commercio da solo non era facile, soprattutto perché ai mercati generali vigeva la legge del più forte, la legge della “mazza e dei denti” come per i cani da slitta di Jack London. Spesso, per lui, per Ciro, venivano riservati prodotti di scarto. Uno della camorra, detto Purtuso, faceva il bello e il cattivo tempo e non mancava di insultarlo: lo chiamava ‘u mrdillo, ‘u strunzulillo, ma una volta superò il limite. A una tenue protesta del ragazzo, Purtuso disse: “Tu, guaglio', lo sai che si’ chiù strunz e’ patete?”. 
    Ciro non rispose. Sta di fatto che Purtuso fu trovato morto in un bagno di sangue nel proprio letto con un taglio di rasoio alla carotide. Non si seppe mai chi fosse stato l’assassino ma, nell'ambiente, correva voce che l'autore fosse stato Ciro. Ne scaturì un diverso atteggiamento nei riguardi del ragazzo, una diversa considerazione e soprattutto il rispetto. Sparirono le varie forme di soprusi e, nelle questioni controverse, veniva perfino chiamato per un parere.
    Passarono gli anni, con la tenacia e la volontà, don Ciro divenne uno stimato commerciante di cereali e riuscì a conquistare per sé e per la sua Adelina una discreta agiatezza economica.
    Adelina a diciotto anni aveva avuto un aborto, poi la sorte per sempre le precluse la gioia della maternità, ma la loro unione restò solida e profonda. Un amore coniugale raro, protetto da un calore senza scintille, gentile, sicuro, confortevole e che durò  tutta la vita. Non avevano esperienze di litigio, mai nessuno dei due aveva alzato la voce per un rimprovero. Non avevano inclinazioni al divertimento, alle risate superficiali, alle gioie effimere, erano entrambi seri, ma mai malinconici e risolvevano tutte le prove pratiche della vita in armonia, se c'era qualche contrasto di opinione si raggiungeva l'accordo con estrema semplicità.
    Quando a cinquantatre anni Adelina  morì, don Ciro, considerò il mondo come uncorpo estraneo, che ormai non lo riguardava più.
    Veniva ogni giorno al baretto della stazione, dove ordinava un caffè. Non parlava con nessuno, non rispondeva ai saluti. Guardava nel vuoto, forse inseguiva un ricordo lontano della sua vita coniugale. Forse ricordò quella festa nel circolo dei pescatori quando per la prima volta vide Adelina. Ne restò fulminato, quello sguardo pudico e dolce, quel corpicino snello di ragazzina! Lui le chiese di ballare. “Signorina, sarei onorato” – disse.
    Alle undici prendeva il trenino locale per il cimitero dove lei era sepolta. Lui le parlava e per ogni questione, per ogni argomento chiedeva il suo parere. Aveva adottato un singolare codice comunicativo. Per esempio: guardava una foglia per terra, se rimaneva ferma, significava una risposta negativa, se il vento la muoveva, la risposta era un “sì!”. Un giorno propose un quesito importante: se dovesse, cioè, tirare avanti o raggiungerla nell'altro mondo. La foglia fu mossa dal vento, inequivocabilmente. 
    Don Ciro tornò a casa, caricò la carabina, mise in bocca la canna e sentì che era fredda, ricordò il gelo di quando usciva di notte col padre. Poi, naturalmente, il grilletto…

  • 10 giugno alle ore 21:22
    LE SORPRESE NON FINISCONO MAI.

    Come comincia: Si chiamava Solange Moreau una divina creatura venuta ad abitare a Roma all’ultimo piano di un palazzo di via Pinerolo all’angolo di via Tuscolana, lo stesso dove aveva l’appartamento Alberto Ferrari. Aveva attirato l’attenzione di tutti i maschi del palazzo e dei dintorni, una bellezza fuori del comune: oltre all’altezza superiore alla media ed al corpo longilineo da modella aveva un viso particolare: occhi grandi e verdi, naso piccolo bocca…invitante, sembrava una creatura uscita dalle mani dello scultore greco Fidia. In particolare il viso si poteva definire bellissimo ma era un diminutivo, unico lato negativo era che la signorina o signora, sempre sola, non sorrideva mai, a malapena rispondeva ai saluti di buon giorno che le rivolgevano i vicini. Alberto, più curioso di una bertuccia  aveva  seguito con la sua Cinquecento l’autobus che la conduceva all’Ambasciata francese nella capitale a piazza Farnese. Da maresciallo delle Fiamme Gialle girava per Roma in autobus senza pagare il biglietto, altre volte usava l’auto dell’amministrazione per seguire la baby, oltre che comandante di Sezione era Capo Laboratorio fotografico e così aveva modo di fotografare con speciali attrezzature le persone senza che le interessate se ne accorgessero, anche di notte usando macchine speciali. Aveva ripreso Solange  all’uscita da casa e dall’ambasciata ed al ritorno nell’abitazione, mai nessun incontro, molto strano che un tal pezzo di gnocca  non frequentasse nessuno, né maschi ne femmine nel caso avesse avuto gusti particolari. Alberto diede la stura ai tanti trucchi da lui conosciuti: una mattina all’uscita dall’ascensore della baby si fece trovare dolorante a terra toccandosi una gamba e lamentandosi per il dolore. Solange non si perse d’animo e: “Monsieur JiJi il y a un homme  blessés, venez bientôt.”nel frattempo era sparita. Gigi era il portiere che si precipitò: “Maresciallo s’è fatto molto male?” “Ma quando mai , sto benissimo, cercavo di far fermare la ragazza…manco un ferito la ferma!” Non è che in quel periodo ad Alberto mancasse la ‘materia prima’ ma quella Solange l’aveva stregato, era inavvicinabile, Al doveva dare la stura a tutte le astuzie, anche le più strane infatti, scoperto quale fosse la parete divisoria della camera da letto di Solange, pensando che la ragazza per la non frequenza alcuna fosse dovuta alla sua fede religiosa  una sera sintonizzò la stazione di ‘Radio Maria’ piena di lamentose gaiaculatorie ed alzò il volume facendo ascoltare le stesse alla vicina la quale dopo circa un quarto d’ora bussò alla parete, Alberto capì che aveva sbagliato, Solange non solo non le aveva apprezzate ma si era rotta le….Stavolta il detto ‘audaces fortuna iuvat’ non aveva funzionato, Alberto rimuginava il cervello per trovare un’altra soluzione quale: una setta satanica, un gusto particolare della ragazza in fatto di sesso, ma ormai aveva finito la scorta delle soluzioni. Hermes storico protettore di Alberto, smesso per un pó di correre dietro alle gonnelle sia divine che mortali volle dare un aiuto al suo protetto e un pomeriggio fece incontrare i due sul pianerottolo. Alberto si aspettava il solito saluto frettoloso ma: “Mi pare che lei sia un maresciallo, me l’ha detto il portiere Jiji, io amo molto le divise, che dice di conversare con me nella mia abitazione?” Alberto non credeva alle proprie orecchie, che si fosse sbagliato ma vedendo Solange con la porta del suo appartamento aperta ci si infilò. “Caro il bell’Alberto, mi permetto di darti del tu, come vedi parlo bene la tua lingua, mi sono fatte matte risate sui tuoi trucchi per avvicinarmi, hai molta fantasia e poi vedo che sei appassionato di foto, un uomo perfetto!” ”Sento una punta di ironia nella tua affermazione o mi sbaglio?” “Ti sbagli, non farci caso al nero con cui è arredato questo appartamento, ci abitava una vedova inconsolabile che ha raggiunto il marito, i nipoti me l’hanno affittata.” “Io già in poco tempo mi sono depressa, stasera se sei d’accordo andiamo a mangiare dalla sora Lella che ha un trattoria  sotto casa a meno che non preferisci un ristorante di lusso.” “Mi piacciono le cose semplici ed il mangiare casereccio, la sora Lella va bene. “ Quando Alberto con sottobraccio Solange uscì dall’ascensore i presenti, per primo Gigi rimasero a bocca aperta: “Hai capito il maresciallo, stò gran fijo de nà…”il commento del portiere. La sora Lella si presentò di persona ai due, era ancora presto per la cena e si mise a sedere al loro tavolo: “Marescià solo lei poteva annà bene per stà bellezza, auguri e….figli maschi.” “Ah Lella, lasciamo perdere i figli, sono una rottura di palle, io spero di godermi la qui presente francesina ma non me la fare ingrassare, cibi leggeri.” La serata passò con grandi risate sino alla chiusura del locale e poi ritorno al quinto piano…a casa di Solange, il giorno dopo era domenica. “Figliola hai nulla da confessarmi?” celiò Alberto che rimpianse di aver detto quella frase, Solange era diventata seria. “Scusami cara, talvolta sono… ho sbagliato a pronunziare quella frase che ti ha ferito, siediti vicino a me, mi piace molto il tuo parfum naturel, si dice così in francese?” “Di te mi è piaciuto tutto sin dalla prima volta che ti ho visto ma c’è un problema che mi porto appresso. Ero impiegata all’Ambasciata francese di Danimarca, un danese tale Hans  molto ricco e della  famiglia molto conosciuta dei Larsen voleva a tutti costi sposarmi, aveva messo di mezzo anche l’ambasciatore e persone influenti, io non intendevo farlo ed a mezzo dei miei famigliari mi son fatta trasferire a Roma. Sin da piccola non ho frequentato le scuole pubbliche sino al conseguimento del diploma di liceo classico. I miei, abbienti mi hanno fatto studiare con insegnanti privati e poi ho vinto il concorso per attaché d’ambasciata a Roma.” “Quale era ed è la situazione?” “Te lo svelerò, non vorrei  crearti  problemi, solo sempre sola e la solitudine mi pesa molto, spero che tu non sia conformista, guarda… Abbassati gli slip Solange al posto del fiorellino mostrò un pene con tanto di testicoli, non grandi ma sempre organi maschili. Alberto cercò di fare l’indifferente poi: “Al giorno d’oggi non è più un problema tranne che per i paesi mussulmani che sono rimasti al medio evo, tu per me sarai sempre una persona adorabile.” Solange aveva trovato finalmente un uomo di suo gusto e soprattutto anticonformista, abbracciò Alberto e si sciolse in un fiume si lacrime liberatorie.  “Se hai finito  di  pleurer vorrei farti qualche domanda, se non ti dà fastidio aprirti con me, in campo sessuale come sei combinata?” “Mai conosciuto un uomo o una donna.” “Cara vorrei che mi baciassi il mio coso che confidenzialmente chiamo ‘ciccio’ ma devi sapere che è uno zozzone ed ha il vizio di…sputare, non vorrei che ti facesse schifo.” “Anche se non ho praticato il sesso sono bene informata, da te accetto tutto.” Ed infatti Solange ingoiò tante vitamine e: ”Sei un fiume, stasera salterò la cena, devo dirti che aveva un buon sapore, ho una sola paura…attaccarmi  a te, per me sarebbe una tragedia se tu mi abbandonassi…” “Non farai la fine di Didone, io non sono Ulisse che ha una moglie che lo aspetta, nei prossimi giorni  cercherò di assaggiare il tuo favoloso popò con molta delicatezza …” Alberto andò in farmacia dall’amico Nino e chiese la pomata lubrificante, non l’avesse mai fatto: “Hai incontrato una vergine ma ce ne sono ancora in giro?” “La tua è tutta invidia, tu ti devi contentare di mangiare in famiglia o delle solite baldracche!” la risposta di Alberto era stata acida, rientrò in casa con in mano un tubetto dal nome significativo SWITE LOVE, sembrava un tedoforo, Solange capì e baciò Alberto, il tutto rimandato a sabato sera giorno dell’onomastico dell’eletta (significato del suo nome). La ragazza sul letto si mise di fianco, il suo buchino fu abbondantemente lubrificato,  ci volle del tempo sino alla ‘vittoria finale’ seguita da un masturbazione con le dita di Alberto sul  membro di lei in erezione. Solange ebbe  un orgasmo fortissimo, profondo, inarrestabile sin quando si rilassò  sul letto priva di forze. Dormì sino a sera, uscita dal ‘letargo’ sembrava un’altra: più donna, più distesa, consapevole della propria sessualità prorompente, innamoratissima di Alberto che baciò a lungo ma poi gli stimoli della fame ebbero il sopravvento. La mattina successiva: “Caro che ne dici di andare a conoscere i miei genitori in Francia, ho parlato loro di te, sarebbero felici di averti come loro ospite.” Un viaggio è sempre gradito, Alberto era arretrato in quanto a ferie e gli furono concessi trenta giorni di libertà. Aeroporto di Roma Fiumicino,  aeroporto di Parigi Orly, poco più di due ore. Taxi velocissimo, l’autista sembrava un corridore di Formula Uno, in  poco tempo giunsero in Avenue Montaigne,  zona bene della città, la mancia fu adeguata. Suonato il campanello apparvero Michel padre e Monique madre sui quali si avventò si avventò Solange con un forte abbraccio, Alberto diede la mano a Michele ma, impressionato dalla bellezza materna l’abbracciò calorosamente ed a lungo, Monique, era ‘spiccicata’ alla figlia con qualche piccola ruga, bellissima. “L’immaginavo che facevi il porco con mia madre, stalle alla larga.” I due genitori non capirono il suo atteggiamento ma in quel momento di felicità non ci fecero caso. A tavola al brindisi con champagne Don Perignon Alberto volle incrociare le braccia col la suocera e ci scappò anche un abbraccio non apprezzato dalla figlia la quale con faccia scura: “Penso che presto assaggerai le mi unghie lunghe e appuntite.” Alla richiesta di spiegazioni dei due coniugi Solange: “Mon fiancè est un cochon!” Michel e Monique la presero a ridere, sua figlia era stata sempre una impulsiva. La notte successiva Alberto fece un altro scherzo alla fidanzata, verso le due si rifugiò nel bagno, Solange allungando la mano e non trovandolo nel letto partì lancia in resta nella camera degli ospiti che trovò vuota, i suoi genitori stavano dormendo tranquillamente nella camera matrimoniale, Alberto in bagno. “Cara non sto bene di stomaco, deve essere stato quel ‘fois gras’!” “Tu mi prendi per il culo!” “Magari domani sera, stanotte proprio non me la sento!” Il round era stato a favore di Alberto. Un fatto nuovo: Gabrielle la vecchia duchessa di Polignac,  madre di Monique tramite la governante Anne aveva fatto sapere che avrebbe voluto rivedere la nipote prediletta  prima di chiudere gli occhi per sempre. Non aveva mai accettato il matrimonio di sua figlia con una semplice impiegato dello Stato ma aveva un amore sviscerato per  la nipote Solange. Quando la ragazza giunse al castello in compagnia di Alberto con la DS 21 del padre, la vecchia duchessa ebbe una crisi ma si riebbe ben presto, era di una fibra ed una volontà fortissime. Abbracciò la ragazza, non le chiese nulla della sua vita, le bastava la sua presenza poi pregò la governante di andare a prendere un braccialetto d’oro con brillanti nel porta gioie, lo donò alla nipote, oltre all’affettuosità quel braccialetto aveva un valore notevole, alla morte della vecchia Solange sarebbe diventata una ricca ereditiera ma questo non la consolava,  qualcosa  le rodeva dentro, un disagio che non sapeva definire. Dopo quindici giorni i funerali della duchessa in gran pompa; passaggio da un notaio per recuperare il testamento, ci vollero molti giorni prima del rientro di Solange a Parigi. Durante quel lasso di tempo molti avvenimenti in casa Moreau. Michel di venticinque anni più anziano della moglie, ormai abbassata la bandiera sessuale, accettava che Monique ‘frequentasse’ un certo Alain  Rossi di chiara origine italiana per motivi sessuali, il cotale era un torello senza personalità, quello che voleva Monique era solo divertirsi sessualmente col pieno consenso del marito. In quel periodo però la signora era attratta da un altro maschietto, Alberto subito dopo il funerale della duchessa era rientrato da solo a Parigi, non gli  parve vero passare tutte le notti con la padrona di casa, fuochi d’artificio che però portarono il maresciallo ad un dimagrimento evidente, due giorni prima del ritorno della fidanzata pensò bene di rimettersi almeno in parte in forma, era molto  deperito. Anche Solange non era in forma, malgrado la notevole eredità era scontenta di se stessa, chiese ad Alberto di ritornare subito a Roma, viaggio di ritorno Parigi Orly – Roma Fiumicino. Coro di benvenuto  da parte di Gigi e degli altri inquilini ma restava il problema di Solange ogni giorno più rabbuiata. Alberto durante una verifica fiscale aveva conosciuto uno psicoterapeuta, Andrea Fiumicello  con quale aveva stretto amicizia. “Andrea sono Alberto, ho un caso da sottoporre alla tua attenzione, quando posso venire nel tuo studio?” “Facciamo sabato mattina, non ho appuntamenti.” “Mio caro, quello che sto per rivelarti riguarda me ed una persona con cui convivo…” Alberto non omise nulla sui suoi rapporti con Solange, Andrea rimase un po’ in silenzio e poi: “Non penso di sbagliarmi, è una questione complessa e delicata a cui tu forse non hai pensato, Solange non è solo donna ma ha anche una ha una parte di sesso maschile, è quella che lei vuole esercitare, non so se preferisca una donna, un transessuale o un uomo con cui fare sesso, quello lo devi scoprire tu, fammi sapere, anche per me è un caso nuovo.” Dopo il pranzo Alberto invitò Solange a sedere sul divano e la mise al corrente di quanto appreso dallo psicoterapeuta. La ragazza rimase pensierosa e perplessa, non si aspettava neppure lei quella diagnosi poi, pensandoci bene ed analizzando i suoi desideri capì la verità di quella teoria, il problema era come metterla in pratica. Alberto non se la sentiva di fare da partner e si dichiarò subito indisponibile all’esperimento ed allora…far amicizia con un trans ma dove incontralo?  Alberto si informò da un amico della Polizia Municipale e seppe che al IX Municipio c’era una zona dove molto raramente la Polizia si recava per far retate di prostitute e di trans, sarebbe stato spiacevole  incappare in una retata e dover dichiarare l’appartenenza alla Guardia di Finanza. Una sera in compagnia di una Solange eccitata, con la sua Jaguar X Type (nuovo acquisto) si recò sul posto e dopo un po’ di girare trovò una signorina che sembrava un trans, anche dalla, voce: “Caro io costo moltissimo…” “E a me piace spendere molto, come anticipo ti vanno bene duecento Euro.” La ragazza non se lo fece ripetere due volte, intascato il denaro si accomodò nel sedile posteriore. “Premesso che siamo persone serie e che da noi non devi aspettarti problemi di nessun genere ti propongo di venire a casa nostra, io sono Alberto questa è la mia fidanzata Solange.” ”Sono Sonia Cherubini, il mio vero nome, mi ispirate fiducia, spero che sia vero quello che avete affermato, c’è sempre la paura di incontrare dei pazzoidi o peggio dei sadici.” “Che bella casa, ci starei tutta la vita.” “Andiamo ai patti: Solange è un trans come te, vuole avere  dei rapporti sessuali ma prima vogliamo avere la certezza che tu non abbia malattie, dove abiti?” “Al Tufello ma se potessi cambiare casa…” “Affare fatto, se vuoi puoi farti a una doccia e poi  andare nella camera degli ospiti dove passerai la notte.” Sonia uscì dalla doccia nuda, un bellissimo corpo in quanto a tette e popò  come pure un uccellone ‘ben dur’, Solange apprezzò, le due si baciarono in bocca.  Alberto  aveva conosciuto un medico generico anche direttore di un Laboratorio di Analisi Cliniche il cui titolare Umberto Alibrandi aveva avuto molti problemi in quanto a contabilità, problemi in parte risolti da Alberto. “Dottore Sono Alberto Ferrari, le invio un trans che vorrei lei controllasse dal punto di vista medico nel senso di eventuali malattie…” “Maresciallo a disposizione, fra tre giorni avrà l’esito.” Nel frattempo Sonia e Solange uscivano insieme prima dal parrucchiere e poi a fare spese, erano come due parenti che si erano ritrovate, nessuno del palazzo aveva commentato quella amicizia. Alberto, da cavaliere, cedette il letto matrimoniale alle due signore per la prima notte di nozze, in seguito si formò un terzetto ben affiatato, viva l’anticonformismo! In ogni storia c’è sempre una sorpresa: a  Parigi Monique dopo trenta giorni dall’ultima mestruazione andò dl ginecologo per un controllo: era incinta! Grande gioia da parte del marito e dei suoi colleghi: “Vedi il  vecchio Michel si dà ancora da fare!” La notizia non fu comunicata subito né ad Alberto nè a Solange, avrebbe cambiato in pejus i loro rapporti. Nacque   Robert, questo il nome del bambino per ricordare in parte suo padre di cui era la copia perfetta, rimase un segreto tra Michel e Monique.

  • Come comincia: Nelle scorse settimane m'è capitato di rileggere una lettera dell'Unicef, intestata a me stesso, datata 29 agosto 2014 e che, presumibilmente, ricevetti qualche giorno dopo (non ho più la busta originale con l'affrancatura e/o il timbro postale che possano confermare con precisione il periodo a cui la lettera stessa si riferisce; o meglio: il giorno preciso in cui il mittente - l'Unicef, appunto - me l'abbia inviata). L'intestazione della lettera reca sulla sinistra rispetto a chi legge (sulla destra vi sono scritti il mio nome ed il mio indirizzo) un titolo a caratteri più grossi rispetto al testo successivo: "Gaza, è emergenza bambini". Prima di proseguire, però, mi corre l'obbligo di scrivere qualcosa circa Gaza. A tal proposito cito quanto riportato dall'enciclopedia geografica De Agostini: "città (118000 abitanti) presso la costa mediterranea, nella Striscia di Gaza (Gaza Strip) occupata da Israele. Tributaria nei tempi più antichi dell'Egitto, conquistata da Alessandro Magno (332 a. C.) e poi dagli Arabi (634), fu in potere dei Turchi dal 1516 alla I^guerra mondiale. Occupata dalle truppe dell'Intesa (1917), nella partizione della Palestina fu assegnata dall'ONU allo Stato Arabo (1947) e nel 1948 annessa all'Egitto. Contesa da Israele, fu occupata due volte da questo Stato: nel 1956-57 e nel 1967. In arabo, Ghazza; in ebraico, 'Azzah". Continuo, adesso, con la lettera di cui sopra. "Gentile Luciano, nella striscia di Gaza il bilancio del conflitto (il riferimento, ovviamente, è ai combattimenti tra truppe israeliane e guerriglieri di Hamas) è drammatico: dopo due mesi dall'inizio dei combattimenti si stima che la popolazione coinvolta sia di oltre 1,5 milioni di persone, di cui quasi la metà sono bambini. Questo sarà ricordato come il più sanguinoso conflitto degli ultimi anni in questa regione. Il numero di vittime tra i bambini è senza precedenti, il peggiore registrato negli scontri dal 2008 ad oggi. Migliaia di loro sono rimasti uccisi o hanno subito seri danni fisici e psicologici a causa delle operazioni militari, degli attacchi aerei e dei bombardamenti. I nostri operatori, che si trovano nell'area di crisi, ci riferiscono storie drammatiche, come quella di Kinan, cinque anni, gravemente ferito da una granata dopo un raid aereo che ha raso al suolo la sua casa e ha ucciso sei membri della sua famiglia. Kinan ha smesso di parlare dalla notte del bombardamento e ancora non sa che il padre e la sorella sono morti." La lettera continua con la descrizione dell'operato dell'Unicef poi, nella pagina seguente riprende la storia del bambino. "Nell'ospedale Al-Shifa di Gaza City, Kinan (a fianco del testo è pubblicata la sua foto, che lo ritrae intubato e disteso su una barella) è sdraiato su un letto, circondato dai suoi familiari. Kinan e suo cugino Noureldin sono rimasti gravemente feriti da una granata dopo un attacco aereo che nella notte ha raso al suolo la loro casa. Un testimone racconta che la madre di Noureldin aveva appena messo i bambini a dormire in una cameretta, quando il missile ha colpito l'abitazione, uccidendo lei e suo marito, così come il padre di Kinan, la sorella e la nonna. In totale, sei membri della famiglia sono stati uccisi e cinque sono rimasti gravemente feriti. Il cugino ha subito un intervento chirurgico addominale. Kinan ha schegge nella mano e una gamba rotta. Nessuno dei due bambini ha detto una parola dalla notte dell'attacco aereo. Mentre riposano nel loro letto di ospedale, un flusso continuo di morti e feriti transita nel reparto di terapia intensiva, accompagnato dai parenti in lacrime". Prima, però, di cominciare con le mie cronache palestinesi e dal territorio di Gaza, come titola il mio racconto, vorrei andare ancor più a ritroso nel tempo. Voglio proporvi un'altro testo che a mia volta inserii in una mail inviata nel 2012 (precisamente correva il diciannove di ottobre) a rai storia come allegato di un mio commento e di una serie di pensieri sulla "questione arabo-israeliana": il tutto si riferiva, per la precisione, ad un programma chiamato Dixit Mondo, che trattava argomenti di carattere internazionale (politica, storia, etc.); quella puntata si chiamava: "Gli ultimi giorni di un'icona, Rabin e Arafat". Quello che segue è l'estratto di un depliant illustrativo dell'Associazione Fonte di Speranza onlus (esso riportava quanto segue nel 2011, cioé un anno prima della mail a cui ho accennato: ma scrissi che un anno dopo era ancora attuale e, purtroppo, a distanza di ben sette anni, lo è ancora adesso!). L'intestazione è la seguente: "Nei campi profughi guerra, miseria, fame e malattia sono compagne di migliaia di innocenti!". Il testo, invece, è questo: "Le condizioni di vita in Palestina sono drasticamente peggiorate in questi ultimi anni. Il fallimento del processo di pace e in particolare la costruzione del muro (ad opera degli israeliani no dei palestinesi!) hanno reso la vita un inferno per migliaia di profughi. Ma come sempre le principali vittime sono loro: i bambini. I campi Shu'fat e Kalandia sono cinti da un muro di cemento armato di nove metri di altezza (nulla da invidiare, direi, a quello costruito dai sovietici a Berlino né a quelli costruiti dai britannici a Belfast, Londonderry e nelle strade dell'Ulster, dilaniato dalla guerra civile tra cattolici e protestanti e dal terrorismo dell'IRA!). Non esistono aree verdi né spazi attrezzati per l'infanzia. Un bimbo su tre manifesta sintomi di malnutrizione, le infezioni intestinali e le patologie respiratorie sono diffusissime. Così come sono molto frequenti i problemi psicologici legati al permanente stato di stress e ai traumi dovuti a bombe, sparatorie e incursioni dell'esercito". Devo dire, purtroppo e paradossalmente, che la situazione odierna si è notevolmente involuta in tutta la striscia di Gaza e negli altri luoghi di Palestina (e non solo a causa della pandemia di covid-19 che sta flagellando ormai da mesi l'intero globo terracqueo!) se non addirittura aggravata, rispetto ai primi anni del primo decennio del ventunesimo secolo. 

  • 10 giugno alle ore 9:27
    La favola vera

    Come comincia: Ho letto un post che iniziava così

    LA FAVOLA BELLA
    Raccontateci una storia. Raccontatela bene e fateci credere che sia vera.
    ...

    Ed io, accogliendo l'invito, ho scritto la mia favola bella.
    Che non è una favola bella, è una favola vera.

    La Favola Vera
    Mia figlia ha svolto a casa un compito d'italiano bellissimo.
    Ha sempre delle belle idee e sviluppa pensieri profondi, ma quello svolgimento li superava tutti.
    "Lo faccio pubblicare", pensai.
    Il giorno dopo mia figlia torna a casa e racconta che la professoressa aveva letto il compito a tutta la classe.
    La professoressa aveva la voce rotta dall'emozione, mentre tutti i compagni gli occhi lucidi di lacrime. 
    Avevo avuto ragione a considerare quello svolgimento bello: era tanto bello che la professoressa aveva trattenuto il compito.
    Sono riuscita a recuperarlo quattro mesi dopo.
    A seguito della mia richiesta, la professoressa dapprima mi aveva 'rifilato' una fotocopia del compito.
    "Ah, carina!", pensai io, che sono molto più prosaica di mia figlia, "Tu ti tieni la fotocopia. A me dai l'originale".
    Naturalmente quando le ho fatto presente il mio lieve disappunto non mi sono espressa in questi termini.
    In principio per la pubblicazione avevo pensato a qualche testata nazionale. Megalomane.
    Poi, vuoi per pigrizia, vuoi per riduzione della megalomania, mi è tornato in mente di avere contatti diretti con due direttori di fogli locali.
    Uno, mio compagno di scuola, dirige un quindicinale pubblicato nella mia città natale.
    L'altro un periodico nella città che mi ha adottato di recente e che si stende ai piedi di una collina sulla cui cima si erge un castello, circondato da un parco, che hanno il mio cognome.
    Il mio compagno di scuola ha riconosciuto che il brano era molto duro, bello, intenso, vero, ma la tipologia dell'articolo non trovava spazio nella loro linea editoriale.
    Invece il direttore del periodico della mia città d'adozione propose di pubblicare il tema con il nome e la foto di mia figlia.
    Mia figlia era lusingata.
    Io avevo pensato ad una pubblicazione anonima per discrezione dato l'argomento molto delicato: i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza.
    In tutto questo non avevo mai chiesto il parere del padre, il quale, interpellato, pose il veto in quanto non d'accordo con l'indirizzo del periodico che aveva accettato, mentre non avrebbe avuto obiezioni nel caso del quindicinale della mia città natale.
    Chiusa la faccenda.

    Arriva giugno e mia figlia sostiene l'esame che chiude quel suo ciclo di studi.
    Al termine della prova orale, la preside, che presiedeva la commissione, si è alzata in piedi ed ha iniziato un discorso con le parole: <<Sei stata tu a dare a noi una grande lezione...>>.
    Alla fine del discorso, tutti i professori si sono alzati in piedi ed hanno tributato a mia figlia un lungo applauso.
    È stato un momento molto emozionante.
    Fine della favola vera.

    No, c'è un prosieguo.
    Tre mesi dopo è stato il compleanno di mia figlia e la sorella minore come regalo le ha scritto una poesia.
    Una bellissima poesia.
    E ho ribussato alla porta del mio amico direttore del quindicinale della mia città natale e gli ho proposto questa poesia.
    Una poesia è perfettamente in linea con le strategie editoriali del suo giornale che da quasi un anno prevede proprio una rubrica per le poesie scritte dai lettori.

    Fine della favola vera.

    Le favole 'finte' raccontano tutte le peripezie che passano i protagonisti per poi giungere al lieto fine: "e vissero per sempre felici e contenti".
    La favola vera ha raccontato solo cose belle. Qual è il finale di una favola vera?
    "Attento dottore, il diavolo è in agguato".
    Rubo la frase al finale della prima serie (l'unica che valga la pena di vedere) di 'Betty la fea', telenovela colombiana.
    E' l'accorto padre di Betty a pronunziare questo avvertimento al genero.
    Davanti l'altare al quale gli sta consegnando la mano della sua preziosa Betty.
    "Attento dottore, il diavolo è in agguato".
     

  • 07 giugno alle ore 16:54
    L'apparizione

    Come comincia: Nord Italia 1944. Da mesi imperversava una guerra civile. Essa sanguinosa, vedeva contrapposti due schieramenti: da una parte i fascisti della Repubblica di Salò, appoggiati dai tedeschi; dall'altra i partigiani.
    Uomini che avevano rifiutato di indossare la divisa bruna per darsi alla macchia.
    La guerra, aveva causato un folto stuolo di disperati. I civili pativano enormementela fame. I generi di prima necessità come pane, latte, olio, farina dappertutto scarseggiavano.
    Camminare era pericoloso: la caccia anglo-americana mitragliava e bombardava non solo obiettivi militari, ma anche qualssiasi cosa si mettesse in movimento.
    Marco e Dimitri erano due trovatelli acquisiti che vivevano nei pressi di Lodi: avevano perso le loro famiglie nel corso di una micidiale incursione aerea. I due giovani si guadagnavano da vivere mediante espedienti tutt'altro che leciti. Marco aveva trascorso un anno in un riformatorio per furto di armi da guerra. Dimitri era figlio "d'arte": il padre si era arruolato nei partigiani soltanto per non rispondere alla chiamata di leva nelle file fasciste. Ma egli era stato radiato dal novero dei partigiani; aveva l'abitudine di saccheggiare i villaggi, bruciare le case, depredare i cadaveri dei loro averi.
    Marco e Dimitri avevano dato vita, con successo, a una serie di scorribande: un giorno i due furfantelli avevano assaltato un camion tedesco, che trasportava sacchi di farina, depredando tutto il suo carico. Vennero i giorni di grossi rastrellamenti da parte di forti formazioni di fascisti, a caccia di partigiani. Un giorno i due ragazzi,camminando per la pianura, videro un monastero abbandonato. Esso era stato bombardato. 
    Marco e Dimitri, varcata la porta, trovarono e scardinarono la cassetta delle offerte.
    La cassetta conteneva una medaglietta, raffigurante la Madonna, dalle sue mani si irradiavano potenti fasci di luce, sotto i suoi piedi,vestiti ognuno di  profumatissime rose rosse,troneggiava un globo luminoso.
    In quel momento i due ragazzi udirono, alle spalle una voce. Voltatisi di scatto, videro una Signora. Dimitri assaporò per la prima volta la paura! Adesso i due giovani desideravano di volare lontano da quel monastero. Ma i loro piedi erano come incollati al pavimento.
    La signora esordì: "Salve ragazzi. Sia lodato Gesù Cristo; la guerra tra poco finirà; gli americani libereranno il paese dal giogo astuto dell'anticristo, ma non temete: non avrete più bisogno di prendere agli altri ciò che non vi appartiene, perchè convertirete gli uomini; sarete veri strumenti di misericordia di mio Figlio Gesù e ruberete le anime al diavolo".
    L'apparizione si era rivelata profetica. Marco ,finita la guerra, entrò in un convento di frati francescani, diventò Priore e favorì il nascere di tante vocazioni.
    Dimitri andò in seminario, diventò parroco; dedicò il suo apostolato nei riformatori e qui recuperò numerosi minori traviati.
    E la promessa della Madonna si era perciò adempiuta.

  • 07 giugno alle ore 9:38
    UN AMORE IMPOSSIBILE

    Come comincia: “Signori miei l’ultima sicuramente non la conoscete:  un suora ritornando al convento con la sua auto buca una ruota. Solamente un po’ arrabbiata (le suore non si incazzano mai) scese dalla macchina per fare l’autostop. Dopo un po’ si ferma un camionista  che la invita a salire. “Grazie io sono suor Gervasa e lei invece chi è?”chiede la suora. “Mi chiamo come quella cosa che le piace tanto tenere fra le mani.” La suora arrossendo risponde: “Lei si chiama ca…?” “Ma cosa dice,  il mio nome è Rosario!” Non v’è piaciuta allora vi mollo l’ultima, è brevissima: che differenza c’è tra gli occhi ed il sedere? Nessun, tutti i due sono lo specchio dell’anima!” Alberto Bisori veniva considerato in famiglia un simpaticone ma anche un  rompiscatole irriguardoso soprattutto verso i religiosi. Col papà Armando e la madre Domenica Raffaelli abitavano a Roma in una grande casa in via Aosta, l’unico inconveniente  erano  due tram si incrociavano li vicino producendo un rumore infernale, specialmente di notte. Ospiti di casa erano quattro sorelle di Armando, zitelle per fortuna impiegate come insegnanti in una scuola di monache, almeno di giorno di levavano dalle balle e portavano  a casa qualche soldino. Il portiere del palazzo era il classico romano dè Roma, Romoletto sposato con una brutta che dico brutta,  laida ma piena di quattrini. Ogni tanto  per dovere coniugale se la scopava,  era nata una bambina che sembrava la figlia di Fantozzi. Altra novità del palazzo: Alberto diciannovenne, frequentava, da ripetente, la terza classe del liceo classico presso l’istituto San Domenico condotto da preti. Ultimamente dalla Francia erano giunti due  nuovi sacerdoti cui era stato dato il compito di insegnare lingue, oltre alla loro parlavano pure spagnolo e inglese, i loro nomi: Don Bernardo e Don Agapito, erano cugini. C‘era qualcosa di sospetto nel loro trasferimento a Roma, una specie di ostracismo per qualche fatto negativo  loro attribuito. Alberto se ne fregò delle chiacchiere e prese ad avere confidenza con i due sacerdoti che erano dotati come Alberto di uno spirito umoristico. Il giovane li invitò a casa sua, tutte le donne della famiglia furono felici, finalmente il signorino frequentava una buona compagnia ma le situazione era un po’ diversa da quella pensata dalle zitelle: dopo pranzato i due preti si appartarono nel salone con Alberto e raccontarono la loro storia ovvero la loro disavventura. In costa azzurra,  in un Monastro  fungevano da confessori delle monache di  una vicina comunità molto particolare ‘Le suore del ‘Divino amore’. Le cotali non erano le solite che passavano il tempo a recitare giaculatorie ma si davano da fare producendo cioccolato, caramelle, mandorle, ottimi vini, formaggi, noci, paté, salumi tutti prodotti che si potevano ben denominare un ‘Ben di Dio’ anche perché provenienti d mani sante! Don Bernardo e Don Agapito malgrado la  giovane età erano stati nominati loro confessori ma che peccati potevano compiere delle monache impiegate nel lavoro dalla mattina alla sera? Allora ci pensarono i due giovani preti che convinsero le più giovani sorelle a provare le delizie terrene e non solo quelle della gola ma…non si erano accorti che la vecchia Badessa era dell’altra sponda e gelosa delle sue ‘gallinelle’ e così, informato il Vescovo i due furono trasferiti illiche et immediate nella capitale romana con tanto di lettera di presentazione al superiore del Convento della capitale dove erano stati esiliati. I due per la loro conoscenza delle lingue pensarono di spogliarsi degli abiti talari e di cercare un posto di insegnante o di  interprete in qualche istituzione romana. In un periodo di profonda crisi occupazionale di posti liberi non ce n’erano proprio ed allora furono costretti a tenersi la tonaca e ad insegnare nell’istituto religioso. Alberto rimase sorpreso nell’apprendere quella storia, i due si erano confidati con lui, ritenne di dover far qualcosa per aiutarli soprattutto nel campo delle femminucce. A quel tempo erano ancora aperte le ‘Case di Tolleranza’ o ‘Casini’ che dir si voglia, la Merlin non era ancora riuscita a scassare i zebedei ai maschietti italiani ed allora Alberto: “Penso ad una soluzione per voi, sono amico del portiere Romoletto, venendo qui potreste portarvi dei vestiti borghesi, cambiarvi a casa sua ed insieme potremmo andare in via Cimarra, in via degli Avignonesi o a Piazza di Spagna, a secondo le vostre possibilità finanziarie dove trovare gentili ‘signorine’ disponibili, che ne dite?” I due dapprima rimasero senza parole poi abbracciarono Alberto: “Sei un angelo venuto dal cielo, non sapevamo proprio come risolvere quel problema, per il denaro non c’è problema ci sovvenzionano i nostri parenti.” Romoletto dietro una sostanziosa mancia fu d’accordo e la domenica successiva i due si presentarono. Don Bernardo da giovane si chiamava George,  Don Agapito Jean. Scelsero il più casino più costoso in via degli Avignonesi vicino a piazza Barberini e vi giunsero in taxi alle sedici orario di apertura della ‘casa’. Le signorine erano veramente belle, di varie nazionalità ed i due presero a parlare nella lingua delle interessate piacevolmente sorprese di potersi intrattenersi non in italiano lingua che conoscevano poco. Dopo più di un’ora i due quasi simultaneamente scesero in compagnia di due signorine una francese e l’altra spagnola, Alberto era nella sala d’aspetto da tempo, lui per motivi finanziari si era potuto permettere una sola ‘marchetta’. Ritornando a casa Alberto chiese ai due il motivo per cui avevano abbracciato l’abito talare dato che non avevano problemi finanziari. Quella scelta era stata loro imposta da uno zio prete , ricchissimo che aveva preteso di vedere i nipoti vestiti da ‘bagarozzi’ come si dice in dialetto romanesco. Quell’anno Alberto ottenne  la licenza liceale con voti alti, di colpo era diventato un’arca di scienza? Quando mai, aveva sostenuto gli esami presso il collegio dove insegnavano don Bernardo e don Agapito! I due preti, abituati ad una vita libera e piena di soddisfazioni in molti campi, mal sopportavano quella che erano costretti a condurre, fu Alberto che aprì loro ‘il cervello’ e la strada. “Avete uno zio prete ricco in Francia, chiamate un architetto qui a Roma e fategli progettare un costoso ampliamento della chiesa della vostra scuola, è l’unico modo per spillargli i soldi e poi con quel denaro ho una certa idea… Alberto aveva messo in curiosità i due sacerdoti che tanto insisterono sinché: “Premesso che per realizzare il progetto che ho in  mente ci vuole un bel po’ di denaro, si tratta di costruire  un grande ed elegante complesso turistico con ogni genere di servizi: un Resort. il nome viene  dalla vostra lingua che vuol dire uscire fuori e si riferisce alla necessità di trovare un rifugio di lusso ricco di piaceri e di confort. Conosco un architetto amico di papà, è un simpatico puttaniere, Andrea Guerrini, gli racconterò tutta la vostra storia. Monsignor Jean de Fleuroi abboccò all’amo e cominciò a scucire del denaro man mano che gli venivano presentati i falsi piani di ampliamento della Chiesa poi un colpo di fortuna: il prelato passò a miglior vita e lasciò ai due eredi un patrimonio che nemmeno gli interessati sapevano di tal portata! Per ricompensa i due chiesero ai parenti di far celebrare  in loro nome una messa di suffragio, se la meritava! Bruciato il progetto di ampliamento della Chiesa  l’architetto si buttò anima e corpo nell’elaborare il Resort, mai gli era capitato un tal progetto e ne era entusiasta. Ogni tanto orgogliosamente mostrava lo stato dell’avanzamento dei lavori aiutandosi anche con qualche rivista del settore.  Nel cartello che obbligatoriamente era stato istallato all’ingresso del terreno figurava solo il nome del progettista, la gente si domandava chi potesse essere  il magnate che poteva permettersi di addossarsi tante spese,  dopo sei mesi il risultato fu grandioso: all’esterno un giardino all’inglese interrotto da alberi di alto fusto, e fontana col classico ‘enfant qui pisse’, una piscina esterna di dodici metri, altra simile interna riscaldata per i mesi invernali. Al pian terreno la cucina, una spaziosa sala da pranzo, un salotto, una sala con televisore gigante adibita anche al ballo con tanto di lettore CD, di seguito un grande ambiente dedicato ai giochi: trente et quarante, baccarat, blackjack, chemin de fer e, principalmente per le signore ramino e scala 40. In fondo una stanza isolata con al centro un tavolino molto particolare: il croupier con una chiavetta riusciva a farlo ribaltare in altre due metà e così scomparivano all’interno del tavolo tutte le carte da poker e soprattutto i quattrini che erano sul tavolo sostituiti da   un innocuo gioco di ‘ciapa no!’ Tutto questo a beneficio di eventuali appartenenti alle forze dell’ordine che avessero messo il naso in quell’ambiente. Tutti gli invitati erano muniti di tessera individuale di socio che costava un ‘occhio della testa’.  Le varie licenze della Prefettura e della Questura erano in ordine Alberto, George e Jean, questi due ormai ex preti si sentivano al sicuro, tutto in regola. La fama del locale si era sparsa sia in Sicilia che nella vicina Calabria e la clientela aumentava  soprattutto il sabato e la domenica. Qualcuno che era uscito dal locale ‘pulito’, nel senso che aveva perso tutto il capitale presentò denunzia ai Carabinieri sicuro che questi avrebbero conseguito un grosso risultato di servizio. I Martelloni si precipitarono in massa nel locale ma, dopo un’attenta perquisizione ed il controllo delle licenze se ne andarono con le ‘pive nel sacco’ seguiti dallo sfottò di Alberto: “Signori quando volete ritornare per giocare sarete i benvenuti!” Altra furbizia dei tre: posteggiare le auto dei clienti dietro l’isolato in modo che da fuori non si vedessero le targhe delle macchine dei giocatori. Andrea Guerrini, l’architetto fece ai tre una proposta particolare: io vengo a giocare, se vinco mi tengo la vincita, se perdo mi ridate il mio denaro, furbacchione il cotale. Fu accontentato, il prezzo per il suo lavoro era stato molto alto. Altro particolare, al bar due bariste venute apposta dalla Francia: Isabelle e Colette, ambedue longilinee, brune, sempre sorridenti, ben fornite fisicamente, dopo le tre di mattina erano disponibili nelle loro camerette per clienti maschi e, talvolta anche femmine, erano ambedue registrate come bariste residenti a Roma e quindi non potevano essere accusate di prostituzione. George e Jean si accontentavano dell’amicizia’ delle due francesi mentre Alberto sentiva bisogno di aver una ragazza tutta per sé non facile da trovare in quell’ambiente ed allora il nostro prode di rivolse al suo protettore Hermes che promise di provvedere in tal senso. Cliente abituale era Vanessa Carotti una signora alta, robusta, allegra, chiassosa, estroversa, attirava l’attenzione un po’ di tutti, dietro  lei come un’ombra una ragazza silenziosa, vestita con sobria eleganza, non sorrideva alle battute di quella che poi si seppe era sua madre, si limitava a seguirla silenziosamente negli spostamenti fra i vari tavoli da gioco. Alberto dinanzi allo specchio si sistemò i capelli, si mise una cravatta non sgargiante e con un sorriso stampat sul viso si avvicinò alla ragazza: “Signorina scusi l’intrusione, sono uno dei padroni del locale,  vedo che si annoia e non partecipa a nessun  gioco, che ne dice di recarci nella vicina sala per ascoltare un po’ di musica di suo gusto, ne abbiamo di tutti i tipi da Frank Sinatra sino agli scatenati Death con Magnetic Metal?” Sono Alice Giorgianni, preferirei andare in giardino e assaporare l piacere del silenzio e il canto degli uccellini se ci sono.” “È fortunata, il progettista ha lasciato sotto il tetto uno spazio dove fanno il nido gli uccelli della zona, è un piacere ascoltarli.” Furono accontentati, di lì a poco un concerto di passerotti fece diventare l’atmosfera più romantica. Alberto guardava negli occhi Alice, voleva dirle che aveva due stelle al loro posto  ma sarebbe stata un frase troppo sdolcinata ed allora il discorso virò verso la statua che stava dietro le loro spalle: “Non penso sia di buon gusto, chi l’ha progettata?” “È stato il nostro architetto, l’ha copiata da una statuina che sta nel Belgio, l’idea è tratta da un episodio veramente accaduto: una notte un bambino uscì di casa per fare la pipì e così spense una miccia che stava per dar fuoco a della dinamite che avrebbe distrutto Bruxelles, a casa sua è considerato un eroe:” “Ci sarebbero tante cose che vorrei dirti ma potrebbero sembrati banali e quindi mi limito ad ammirarti …non è che gradiresti una poesia in francese?” “Questa si che è bella, mai nessuno mi ha fatto la corte facendomi una simile proposta.” “A me tempo addietro ha funzionato…” “Una dama è caduta ai tuoi piedi con una poesia di Lamartine?” Alberto rimase basito e poi si mise a ridere. “Penso tu sia una maga, hai letto nel mio pensiero, è vero, ho recitato ‘Le lac’, il lago Lemano dove due amanti, ambedue sposati si incontravano ogni anno per raccontarsi le proprie vicissitudini…” “Va bene bell’Alberto comincia tu parlandomi di te.” “Niente di particolare, brevi flirt con qualche compagna di scuola ma null’altro, sono arrivato a ventuno anni senza legami anche se mia madre mi chiede in continuazione quando diventerà nonna!” “Mi piace essere sincera, tu hai l’aria del giuggiolone che vuole godersi la vita senza impegni, tornare a casa, trovare pronto da mangiare, biancheria lavata e stirata e letto fatto, che ne dici di stá fotografia.” Alberto svicolò, mai nessuna come Vanessa era riuscita a fargli una ‘foto’ così vicina alla realtà. “Io sono un bravo fotografo, ho una Topcon Re 2 giapponese con due obiettivi, in casa ho messo su una camera oscura e stampo da me le foto in bianco e nero, cerco modelle disponibili, foto molto richieste da riviste di moda.” “Ricominci a fare il furbacchione, a te interessano altre foto, quelle da pubblicare su riviste per soli uomini…” “Hai suscitato in me un interesse particolare, non si incontrano spesso ragazze come te ‘callide, belle ed intelligenti ma anche, se permetti antipatiche!” “Avrai notato la differenza fisica fra me e mia madre, io assomiglio a mio padre Gustavo detto Guy, notaio conosciuto, longilineo, serio, mai una battuta fuori luogo al contrario di mi madre caciarona. Si sono conosciuti quando mio padre era all’Università e mia madre era con lui ad una festa da ballo in casa di amici. Fuori del normale era che mio padre bevesse alcolici, quella volta lo fece e…nacqui io, questa è la mia storia.” Mi vien da dire una parola volgare…” “La puoi dire: una minchiata, non mi offendo, anche se mia madre è molto differente da me le sono attaccata, talvolta è come una adolescente ed ha bisogno di essere controllata te ne accorgi nella sala da gioco.” “Tu mi hai inquadrato, dopo la licenza liceale non ho più studiato, sono il classico vitellone come da analogo film, è la mia natura.” “Se ti va vieni domenica a mangiare a casa mia in via Antonelli 5 ai Parioli.” “Alberto non se lo fece dire due volte, acquistò un completo grigio ultima moda, barba e capelli dal barbiere e poi alle dodici suonò il campanello di casa Carotti. Alice lo aveva visto dalla finestra, gli aprì il portone, abitava al piano attico.” Un mazzo di rose gialle pallido per la signora, per la verità erano più indirizzate ad Alice, come significato avevano quello di ‘incertezza in amore’. Guy si presentò in  giacca da camera, un breve saluto senza commenti sul nuovo arrivato. Pranzo servito da un cameriere, alla fine passaggio sul terrazzo dove il padrone di casa esibì una pipa marca Baldo Baldi costosissima. Guy era appassionato di Formula Uno come Alberto e quella fu lungo argomento di conversazione, le due signore su un divano  vicino a loro. Alice accompagnò Alberto sotto il portone e rimase sin quando sparì con la sua Jaguar X Type, i due nel frattempo avevano preso appuntamento per la domenica successiva sotto casa di Alberto per recarsi in una villetta sulla via Appia di proprietà della famiglia. Alle dieci precise una Mini Cooper verde  posteggiò sotto casa di Alberto, la signorina amava la velocità e lo dimostrò durante il viaggio con tanto di tacco- punta.  La villetta a due piani era deliziosamente arredata,  si vedeva la mano  di uno stilista di grido. Pranzo freddo portato da Alice, Alberto: “Come faremo quando saremo sposati?” Battuta infelice, Alice non solo non aveva riso ma si era rabbuiata…Il pomeriggio Alice abbracciò a baciò Alberto in bocca, lo condusse con sé in camera e, andata nel bagno ne uscì completamente denudata, uno spettacolo molto gradito da ‘ciccio’ che innalzò al massimo la cresta. Alice lì per lì rimase perplessa, nei precedenti incontri sessuali evidentemente aveva conosciuto ‘piselli’ ben più piccoli, si limitò a dire: “Sii molto delicato.” Fu un pomeriggio indimenticabile, Alice dimostrò di amare molto il sesso ed ebbe  orgasmi multipli sino a quando alzò bandiera bianca.”Durante il viaggio di ritorno: “Caro il mio Alberto, come amante sei favoloso, non ho mai conosciuto nessuno bravo come te in questo campo ma…” “Quel ma mi preoccupa!” “Debbo dirti che potrei con te avere una relazione fissa solo qualora ti laureassi, mio padre non ti accetterebbe come sei ed io…”  ”Fine di una storia appena cominciata o meglio nemmeno cominciata, le foto che ti ho scattato le darò a tua madre, penso che tu non verrai più al nostro Resort…” Il ricordo di quella donna unica rimase nel cervello e nel cuore di Alberto che cercò invano di trovarne una simile, rimase sempre scapolo irato a’ patrii numi…
     
     

  • Come comincia: ILL.ma Sua Santità Mi consenta di farLe i migliori auguri per aver raggiunto la soglia
    del ventesimo anniversario del suo Pontificato.Numerose le esternazioni della sua
    dottrina: il recente incontro con Fidel Castro; due culture si sono fronteggiate:lla tra-
    -dizione dell'odio,della violenza, personificata dal Lider Maximo e quella della verità,
    dell'amore, da Lei rappresentate.Fidel ha dovuto fare concessioni: la liberazione
    di trecento detenuti politici, la libertà di culto del popòlo cubano.
    Come cristiano sono molti i dubbi che mi attraversano.
    La crisi della fede,con conseguente critica alla chiesa,in quanto pilastro bimillenario
    della dottrina cattolica. Sarebbe encomiabile una sua presa di posizione verso i
    partiti, il parlamento Auspicabile una sua enciclica verso i doveri dei politici,che sono applicati con eccesso di zelo quando si tratta di votare una legge
    che finanzi i partiti e aumenti gli stipendi dei parlamentari.Una Pastorale che, rilievi
    che i politici devono eseguire il loro mandato nell'interesse di tutto il popolo e non per bieco affarismo personale.
    Dicevo: crisi della fede. la fede è dono di Dio ,ma anche scelta assegnata al nostro
    libero arbitrio.Non posso che esaltare la sua opinione critica verso la corrente denominata New Age. Una cultura del benessere che, facendo uso dei simboli del
    linguaggio religioso, (armonia.lealtà,chiarezza)crea una visione egoistica della religiosità. Modella una surreale concezione di Cristo cosmico,relegato da persona a semplice forza. E in contrasto con le sacre Scritture,si nega il senso di colpa e del peccato. E anche il fiorire di sette. Esse praticano il culto di Satana con barbari rituali
    fatti di sacrifici di animali, turpi violenze sull'uomo.
    Nonchè il fenomeno di cartomanti,operatori dell'occulto,esperti di magia nera; cialtroni che intascano abbondanti guadagni, grazie al paganesimo di chi li interpella..
    Una mia ovazione si eleva accorata: per chi ha affrontato con l'arma di una Croce i potenti dittatori,,costringendoli a scendere dal trono degli allori ;per chi ha ammesso le
    colpe dei predecessori,chiedendo venia dalla cattedra dell'umiltà:
    Lei è una bandiera ben spiegata e mai ammainata che poggia le fondamenta nelle
    viscre della terra..

  • 05 giugno alle ore 19:10
    Arrugginite speranze

    Come comincia: Erano giorni che non usciva di casa, in un silenzio tombale ascoltava la sua anima; tacito suono che emergeva dalla profondità più intima della coscienza. Un silenzio che vestiva una solitudine cercata e vissuta, l’unico spazio in cui riusciva a respirare. A lungo, si era soffermata ad ascoltare vagiti di insipide vite congiunte, aveva visto recitare copioni di assurde commedie, aveva toccato con mano la falsità e l’egoismo di chi non era in grado di comprendere l’altrui essere. Un contenitore di scorie, riempito da chi è abituato a pianificare, a indossare giustificazioni dietro condotte ordinarie di inutili rivalse. La pochezza: una inetta, presuntuosa veste. Giulia, se pur ibernata in quella condizione, non si era mai arresa, aveva solo accostato l’uscio per filtrare il suo piccolo raggio di sole.
    Siamo così distanti che, pur volendo, non ci incontreremo mai- disse Giulia soffocando le parole in gola.
    Ognuno perso in una libertà che è, allo stesso tempo, condanna in quei moti dell’anima che ci accompagnano nella caducità di passi ancorati a suoli sconnessi. La mia, una libertà che fa respirare l’anima, si lascia attraversare fin sotto la pelle dalle emozioni, riverbera nella purezza di un pensiero; la tua, generata dall'azione impulsiva, solleticata dai sensi nell'appagamento irrefrenabile della conseguente conquista.
     

  • 04 giugno alle ore 12:55
    Desco inospitale

    Come comincia: Partecipai col mio abito migliore ad un desco dorato ed opulento.
    Gli ospiti erano adornati come pulpiti barocchi così come le loro parole, altisonanti, roboanti, violente.
    Il tavolo imbandito, i profumi deliziosi, non mi lasciarono presagire, che il pasto principale di quella nobile fame, ero io.

    Offrì come un agnello al suo cacciatore, la mia anima nuda.
    Partecipai senza sapere, al mio stesso massacro.

     

  • 04 giugno alle ore 11:22
    Diario di bordo - Pulpfiction del 26/3

    Come comincia: - Cani, cani, cani: neanche l'ululato ormai ci accomuna ai lupi!
    - Sirene: squarci che rompono il silenzio...la torre di Babele del caos.
    = Cimiteri urbani = Ombre nella vana attesa del nulla. Popolo di zombie: soltanto schiavi del tempo senza più padroni.
     = Il sussurro = La voce del mattino sussurra forte all'orizzonte: - Vai dove ti porta il tuo sguardo senza volto e senza tempo!
      = Senza padroni = Ormai nessuno è padrone di sé stesso; nessuno ha più padroni ormai: tutti hanno diritto di gridare...rumore senza senso (caina informe e disambigua).
    Il lockdown ha colpito duro ma la quarantena, dicono, non ha effetti collaterali: intanto..."resta a casa"; andrà tutto bene! PS. Quando vai al supermercato, però, acquista grana padano e la pasta al 100% con marchio italiano (tranne che per un particolare: giri il pacco di pasta e leggi la dicitura "product made in China"!). Capito, come funziona? (l'antifona). Domani è venerdì: ma non è diciassette, è il ventisette (giorno di paga, la fila alla posta o alla banca: adesso sono cazzi vostri!).   
     

  • Come comincia:  Questa lettera (come, del resto, quella che vi proporrò di seguito) non ha bisogno di nessun commento; anzi, due paroline diciamo pure che voglio proprio spenderle. Innanzi tutto un po' di ironia: "Alla faccia del bicarbonato di sodio!", usando un intercalare che era solito esprimere un certo principe della risata partenopeo. Ora, veniamo alle cose serie ("alle guerre d'Irlanda", come direbbe invece un vetusto plantageneto a cui quelle parole sono state messe in bocca...furono scritte da un certo Guglielmo Shakespeare!): "O ti adegui o ti adegui", direi proprio. Alla faccia, questa volta, di quelle norme o quei principi costituzionali di cui spesso si bagnano la bocca in molti...il carcere (e non solo in Italia, purtroppo!) è sempre una terra di nessuno; un detto delle mie parti recità pressappòco in questo modo: "O ti mangi questa minestra, o ti butti dalla finestra!" (e meno male che quelle delle carceri sono in genere dotate di inferriate, altrimenti, mi domando - e vi domando - "Chissà quanti suicidi e quante morti staremmo quì a piangere?".Tantissimi, tantissime: altro che corona virus, purtroppo!). Del resto, questo stato di cose non riguarda soltanto stranieri, migranti o gente dii colore: esso non fa distinzione, davvero, tra queste cose, non si fa scrupolo né discrimina persone in base al sesso, all'età, al credo ideologico o a quello religioso. In poche parole, è come la morte: giusto ed impietoso! - Il carcere di Santa Maria Capua Vetere e la mattanza della settimana santa Franco (nome di fantasia), recluso nella sezione di alta sicurezza della casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, è in attesa di giudizio e non sa ancora se il giudice lo riterrà colpevole o innocente. Si ammala qualche settimana prima di Pasqua. Picchi di febbre e problemi respiratori fanno pensare al peggio. Dopo qualche ora di monitoraggio viene "isolato" in infermeria per verificare l'evoluzione dei sintomi. I familiari riescono ancora a comunicare con lui tramite videochiamate ma hanno l'impressione che le cose stiano prendendo una brutta piega. Hanno paura, come tutti. Riescono a sapere tramite l'associazione Antigone e l'ufficio del garante dei detenuti che la situazione ora è monitorata, ma si dovranno fare accertamenti specifici per capire il tipo di malessere. Qualche giorno dopo, la direzione sanitaria che opera in carcere avverte la famiglia che Franco è stato sottoposto a tampone da Covid-19 risultando positivo. Nel frattempo, sarebbe stato ricoverato presso la struttura ospedaliera napoletana del Cotugno. La notizia in breve tempo si diffonde e arriva in carcere, Franco è il primo detenuto ammalato di Covid della regione, la seconda dopo la Lombardia per indici di sovraffollamento carcerario. La tensione sale all'interno dell'istituto. Il corpo detenuto teme il contagio e si sente sguarnito da ogni difesa: cosa si potrebbe fare per evitare di ammalarsi? Il carcere non è un luogo impermeabile: il distanziamento sociale è impraticabile, guanti e mascherine non ci sono e in istituto entrano e escono moltissime persone. - Il carcere, essendo chiuso e isolato, è il luogo più riparato dal contagio della pandemia - sostiene invece il procuratore Gratteri (nota perosnale: se lo dice lui, biogna crederci...mi domando, però, se avesse un figlio - magari con "problemi" strani - ospite di una delle patrie galere disseminate nell'italico Stato, cosa mai direbbe il buon procuratore!). A oggi, i contagiati sono circa duecentotrenta (sessanta detenuti e centosettanta poliziotti). Franco intanto è stato ricoverato. E' il week-end che precede la settimana delle feste pasquali. Si avvicina l'orario di chiusura delle celle ma i detenuti di una sezione non vogliono rientrare. Inizia la protesta con una battitura e l'occupazione simbolica della sezione. La polizia penitenziaria denuncia che per impedirle l'accesso in sezione è stato riversato dell'olio bollente. La tensione in questa fase raggiunge facilmente stadi di acuzie e rapidi cali perché nessuno sa in verità come si uscirà dalla vicenda del virus. Chi ha il potere naviga a vista e chi non lo ha spesso sente di affogare (nota personale: "o si sente affogare...che non è la stessa cosa!"). Le proteste rientrano nel corso della stessa serata di domenica, dopo un primo intervento della penitenziaria. Sembra essere stato uno sfogo caduto nel vuoto. Bisogna che le cose sfumino da sé. Anche gli sforzi di chi in questi giorni sta tentando di stabilire un dialogo con le controparti, offrendo soluzioni per fronteggiare la devastante emergenza, si sgretolano davanti al muro del Dap e del ministero. A questo punto la storia cominciata col contagio di Franco assume contorni inquietanti. Lunedì in carcere arriva il magistrato di sorveglianza e incontra i detenuti per i colloqui. Si constata che gli atti di insubordinazione che si sono verificati non hanno assunto i connotati di una vera rivolta (come quella ai primi di marzo nel carcere di Fuorni, Salerno). Secondo le testimonianze raccolte da Antigone e dall'ufficio del garante, si è verificata invece una fortissima rappresaglia da parte della polizia penitenziaria. Appena la magistratura di sorveglianza ha concluso il suo lavoro (tra le sue competenze c'è quella di monitorare lo stato, le garanzie e i diritti dei reclusi) quasi cento poliziotti a volto coperto e in tenuta antisommossa sono entrati in un padiglione e hanno cominciato i pestaggi all'interno delle "camere di pernottamento". Probabilmente non sono gli stessi poliziotti in servizio presso l'istituto (nota personale: questa, a mio avviso, non è una scusante ma un'aggravante ulteriore che sta a dimostrare la precisa intenzionalità a voler attuare quanto citato: un vero e proprio "piano" d'azione premeditato, insomma, nonché studiato nei minimi particolari; senz'altro non estemporaneo o frutto della casualità come si evince leggendo il resto del racconto!), anche perché picchiano chiunque, anche chi non ha preso parte alle agitazioni del fine settimana, anche qualche detenuto che dopo pochi giorni potrebbe uscire dal carcere con i segni del martirio sulla carne. Le violenze si svolgono secondo modelli già visti: ad alcuni detenuti vengono tagliati barba e capelli, vengono spogliati e pestati con manganelli, pugni e calci su tutto il corpo. Il racconto di queste torture non sembra fermarsi, perché alcuni familiari sostengono che i pestaggi continuino anche ora. Nel corso di questa settimana le famiglie, preoccupate per le violenze, hanno organizzato una manifestazione pacifica nei pressi del carcere. Ma all'interno si respira un'aria gelida e qualche agente continua il gioco al massacro psicologico: - Avete anche il coraggio di far venire le vostre famiglie? Non vi è bastato? (due note personali: la prima riguarda il fatto che gran parte di questo racconto, inglobato nel mio articolo, è possibile riascoltarlo dalla viva voce di un detenuto, la cui testimonianza è stata filtrata telefonicamente, in un video condivisibile da chiunque sui social media; la seconda invece riguarda il commento espresso da una donna, tale Maggie Mc Gill - non so chi essa sia, sinceramente - sul racconto propostovi: "Denudare le vittime è una pratica che viene insegnata negli addestramenti alla tortura. Pone i prigionieri in una condizione di ulteriore inferiorità, rispetto agli aguzzini, fisica e psicologica. Li spersonalizza prima delle botte, l'acqua salata da bere o la corrente. Dai nazisti in poi. Passando per Algeri, Santiago del Cile, Buenos Aires, Genova, Abu Ghraib"... il rifermento è alla Prigione Centrale di Baghdad, capitale irachena: nota in tempi pregressi col nome di Abu Ghraib, appunto, diventò tristemente famosa per le pratiche di tortura commesse al suo interno dal personale dell'esercito statunitense e da agenti della Cia, al tempo della guerra in Irak). Mattanze di questo tipo, in stile scuola Diaz, servono a (ri) stabilire un rapporto di dominio: svuotare il corpo di ogni difesa fisica e mentale, colpire la persona fino a suscitare sentimento di vergogna verso se stessi. Di fronte al deflagrare di quest'energia cinetica bisogna essere nudi: è il modo migliore per rendere docile un corpo che ha mostrato segni di insubordinazione. In questi giorni sono stati presentati alcuni esposti alla procura della Repubblica (nota personale: quella stessa Repubblica, mi viene di scrivere, che festeggerà - solo simbolicamente, quest'anno - la sua ricorrenza ma che, ahimè, spesso fa "occhio ed orecchio da mercante", soprattutto nei confronti dei suoi repubblichini...minori!): la sola Antigone ne ha già depositati tre, in diversi penitenziari del paese. La suddetta procura dovrà accertare cosa è successo nel carcere casertano. La tensione nel frattempo, anche quella della polizia penitenziaria, si trasforma di continuo in atti di forza, soprattutto quando non si hanno direttive per fronteggiare la crisi. Il virus viaggia velocemente e la direzione sanitaria cerca di stargli dietro. E' tuttavia difficile, perché i detenuti sono tanti e in alcune sezioni sono ammassati in clamoroso sovrannumero. Oggi i contagi nel carcere di Santa Maria sono arrivati a quattro e un'intero piano di una sezione è stato isolato.Se il sistema sta svelando un'altra falla, dopo ospedali e case di cura, è anche vero che esiste una differenza tra il carcere e gli altri ambienti. Nei nosocomi e nelle RSA, finanche in alcune fabbriche (tutto pur di non interrompere le linee di produzione) si stanno predisponendo - dopo centinaia di morti tra pazienti, medici, infermieri e vigili del fuoco - misure di sicurezza per arginare il contagio. Nelle carceri si guarda il sistema implodere senza prendere alcuna decisione. La mattanza di Santa Maria ne è la dimostrazione e poichè il carcere è uno spazio di guerra, la possibilità di usare in ogni momento delle strategie per indebolire o neutralizzare una delle parti è all'ordine del giorno."Gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo" (Mc 15, 16 - 20). Adesso è necessario monitorare le persone che sono ancora recluse per evitare che il massacro continui.Luigi Romano (da: NapoliMonitor). Torniamo ora ai libri di cui detto nella prima parte della mia mini inchiesta (a ruota libera: molto libera, direi!). Il secondo di essi, vi ricordo, si intitola "Giustizia. Roba da ricchi" ed è edito, come già scritto, da Laterza, Bari. Così si esprime, al riguardo, Antonio Salvati, nella sua recensione. Da anni, le carceri sono piene di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari, oltre che - s'intende - di qualche omicida, stupratore, mafioso o camorrista. In realtà, bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori con le patrie galere hanno poco a che fare. Ciò che per gli emarginati è la regola, per i benestanti è l'eccezione: per essi l'unica sanzione è la parcella dell'avvocato. Basta scorrere le statistiche giudiziarie per vedere la realtà impietosa del meccanismo repressivo. La legislazione recente ha giocato un ruolo importante. Infatti, a godere di tutela rafforzata sono i patrimoni individuali e ad essere conseguentemente perseguiti con particolare rigore sono i reati "di strada", abitualmente commessi da chi vive ai margini e non ha nulla da perdere: furti, scippi, rapine. Mentre - denuncia Elisa Pazé nel suo volume, in cui elenca le modalità con cui sono state e sono perseguite le condotte "antisociali" dei poveri - debole e non adeguato è invece il presidio di quei beni - aria, acqua, suolo - che sono patrimonio comune, come se ciò che è di tutti non fosse in realtà di nessuno. Quando vanno in galera i poveri - nessuno si chiede se le intercettazioni abbiano leso la riservatezza, se sia stato violato il segreto investigativo o se la carcerazione preventiva sia giustificata, quando si sfiora qualche personaggio eccellente fioccano le polemiche contro lo straripare della magistratura, la "giustizia ad orologeria", la politicizzazione e il protagonismo di certe procure. Il colpevole diventa un perseguitato e a suscitare sdegno non è il reato commesso, ma il fatto che la televisione e i giornali ne diano notizia. E' questo, aggiungo io, il nocciolo del problema, anzi...di un paio di problemi. Il primo è la mancanza di garantismo e l'eccesso, dal lato opposto, di giustizialismo, aspetto ingigantitosi durante la recente emergenza dovuta al coronavirus: i colpevoli di qualcosa (anzi, i presunti colpevoli - od innocenti -) vanno dati in pasto al meccanismo mediatico (stampa, televisione e web, poco importa!) ancora prima di essere stati giudicati, anzi, ancor prima che il procedimento a loro carico abbia avuto inizio e che i legali o il legale della difesa abbia avuto modo di approntare la difesa stessa (e molto spesso, questo va ad inficiare le indagini e lo stesso procedimento). Si va a ledere, così, uno dei principi sacri del diritto (che sia quello anglosassone o romano non conta): nessuno è colpevole (o innocente) prima che sia stato dimostrato il contrario! Il secondo aspetto è quello stesso denunciato nel rapporto steso da Antigone: il sovraffollamento delle carceri. Il rapporto, di cui ho dato notizia nella prima parte di questo mio articolo inchiesta (tra l'altro, è da dire che lo stesso Partito Radicale Nonviolento ha presentato alla Corte Europea dei diritti umani, che opera all'interno del Consiglio d'Europa, un suo rapporto "denuncia" sulle condizioni carcerarie in Italia), si scontra con un controsenso lampante: nel nostro paese diminuiscono senz'altro i reati, ma al contempo aumentano i detenuti. E' quanto scritto nel libro della Pazé ed è quello che è emerso, nelle settimane scorse, ed in tutta la sua gravità, con lo scoppio delle rivolte carcerarie estesesi a macchia d'olio (o come un boomerang: che, però, si è ritorto soprattutto sulla pelle dei detenuti e dei loro familiari!). A più riprese è stata invocata una "amnistia temporanea" o sui generis (io stesso ho firmato un appello in merito, sulla piattaforma Change.org), quella che mandasse fuori dal carcere detenuti in attesa di giudizio, in odore di scarcerazione o con condanne penali sino a diciotto mesi ma...tutti hanno fatto (chi più e chi meno, ripeto!) orecchie ed occhi da mercante: la sola risposta dello Stato è stata quella repressiva o la scarcerazione temporanea dei detenuti sottoposti al cosiddetto articolo 41/bis (quelli, per intenderci, giudicati colpevoli per reati di mafia, camorra e ndrangheta). Tutto giusto, per carità, a mio parere non è da farsi distinzione alcuna, quando si tratta della salute degli uomini (la stessa Costituzione la garantisce per ognuno: a prescindere dalla estrazione sociale, dalle condizioni socio-economiche, dalle idee religiose o politiche, dai reati commessi, appunto!), ma neanche si dovrebbe usare il metodo dei "due pesi e delle due misure". Da più parti si è parlato di una sorta di "patto" di non belligeranza o di quieto vivere tra mafia-mafie e Stato, atto a distogliere l'attenzione dai problemi reali, a convogliare a proprio uso e consumo (da parte dello Stato, appunto) l'opinione pubblica e quella mediatica verso strade meno in...vista e più gestibili, ad allontanarsi, più o meno di molto, dal punto focale e dal nocciolo della questione: tutto possibile, probabilmente vero; d'accordissimo anche su questo, per quanto mi riguarda (ed essendo un antistatalista convinto!), fermo restando tuttavia, che il diritto alla salute, sia in epoca attuale (e debba esserlo sempre e comunque) improcrastinabile per chiunque: tanto per il piccolo delinquente quanto per colui che si macchi dei peggiori crimini contro l'uomo. A questo proposito voglio portare all'attenzione alcuni casi eclatanti, che hanno destato la mia attenzione durante l'excursus di lettura che mi ha tenuto occupato in queste lunghissime settimane di quarantena forzata (soltanto fisica, per fortuna!). Cito alcuni esempi. Il primo riguarda Pasquale Zagaria, fratello del noto boss dei casalesi Michele, la cui scarcerazione, sancita dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari ed approvata (moralmente) anche da Antigone, è stata definita "vergognosa" dallo stesso ministro Bonafede senza contare, però, alcuni particolari di primaria importanza: in quel caso, infatti, sussistono gravissime ragioni di salute ("il detenuto è malato di cancro e non può essere curato in cacere" è stata la motivazione dei giudici...tanto più, è da aggiungere, che lo stesso non si sia macchiato di delitti di sangue nel corso della sua "carriera" delinquenziale!). Lo stesso Zagaria sta usufruendo dei domiciliari e trascorrerà i prossimi cinque mesi in un paesino dell provincia bresciana. Sulle righe del quotidiano Il Riformista ho letto anche, alcune settimane orsono (eravamo agli inizi di maggio) l'appello di Carmen D'Angelo, moglie di Francesco Petrone, che la DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) ritiene essere il boss del rione Traiano a Napoli: il marito, in carcere dal 2017, all'epoca dell'appello prodotto dalla moglie, era bloccato da dieci giorni sopra un letto d'ospedale, a causa di un'ischemia cerebrale occorsagli mentre era nel bagno della sua cella. La moglie, in quel caso, lamentava il fatto che il marito non potesse tornare in carcere nelle sue condizioni. Spero che anche in questo caso, la situazione si sia risolta per il meglio. Ed ancora: cito l'appello (risalente, però, ai primi di aprile) di Pino Verderosa a favore di suo figlio Francesco, ragazzo di trentaquattro anni e da due detenuto a Poggioreale in uno stato di salute alquanto critico (il ragazzo soffre di una gravissima forma di obesità - ha raggiunto i duecentodieci chili - ed al tempo dell'appello lamentava molteplici problemi tra cui difficoltà respiratorie accentuate). L'uomo (intendo il padre di Francesco) formulò un appello abbastanza "garbato" - se così si può scrivere -: infatti, pur riconoscendo di non voler trattamenti di favore per il figlio ("ha sbagliato ed è giusto che paghi", ha dichiarato ai quotidiani), ne chiedeva il trasferimento ai domiciliari, ritenendo insostenibile per la sua salute un periodo ulteriore di detenzione. In questo caso, avendo io avuto - nella mia vita - problemi simili a quelli del figlio di Verderosa (ho sofferto per un periodo di obesità, seppur in forma più lieve) mi auguro doppiamente che la situazione si sia risolta a favore del ragazzo. Infine, al termine di questa mia breve carrellata, vorrei parlare anche di un caso abbastanza eclatante: quello di Cesare Battisti e di due compagni anarchici. Tuttavia, prima di farlo, debbo dire che tra le altre cose sono da citare diversi casi di tentato suicidio, avvenuti all'interno delle case di pena in queste settimane: il più recente riguarda quello avvenuto nel carcere di Aversa e riguarda un detenuto extracomunitario in attesa di ricevere il famoso braccialetto; e prima di poter iniziare, così, il periodo di detenzione domiciliare. Ma andiamo un passo indietro e procediamo per ordine. Il braccialetto (o cavigliera elettronica che dir si voglia), il quale funziona attraverso l'emissione di segnali (onde) radio a un ricevitore per segnalare la posizione di colui (o colei) a cui esso viene applicato, è stato introdotto nella legislazione italiana col Decreto Legge n.°341 del 24 novembre 2000 (ma in varie parti dell'Europa e del mondo lo fu da ben prima), denominato - appunto - decreto "antiscarcerazioni". Il funzionamento e le modalità di applicazione di questo "mezzo" estraneo, sono regolati dall'articolo 275 bis del codice di procedura penale in materia di misure aggravative dei provvedimenti di custodia cautelare: in buona sostanza, per ciò che concerne i detenuti che debbano scontare pene detentive superiori ad un anno, la misura coercitiva della custodia in carcere viene sostituita da quella degli arresti domiciliari presso la propria abitazione, fermo restando che essa venga integrata da ulteriori misure tecnologiche (il braccialetto di cui sopra, appunto) che servano ad assicurare il rispetto del provvedimento cautelativo in questione: il tutto previo consenso del detenuto stesso e, soprattutto, laddove sia stata accertata, da parte della polizia giudiziaria, la disponibilità in essere del mezzo elettronico; misura, questa, molto spesso più afflittiva dell'altra (parlasi della detenzione cautelare in loco, ossia nel carcere!); tenendo conto anche dei ritardi (altro fattore che nuoce - e non poco - per i detenuti in attesa del mezzo) e del numero insufficiente di braccialetti a disposizione. Si diceva dei tentativi di suicidio recenti, sventati per fortuna: il primo nel carcere di Padova, l'altro nella casa circondariale "Filippo Saporito" di Aversa, grosso centro dell'hinterland casertano, ad opera di un nordafricano che ha tentato di impiccarsi. Ma anche altrove le cose non vanno per il meglio: spesso il malcontento si accumula nel personale o tra i detenuti stessi (coi risultati di cui ho detto); spesso (e volentieri) i braccialetti quando - e se arrivano - non vengono distribuiti con la dovuta solerzia dal personale in servizio (testimonianze dirette dei detenuti raccolte in diverse carceri sono eloquenti, al proposito!). Lo stesso Garante della Regione Campania, Samuele Ciambriello, ha dichiarato: - Il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria sostiene di averne acquistati cinquemila ma intanto anche nella nostra Regione i tempi d'attesa per i detenuti che hammo ottenuto un'ordinanza di concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare con applicazione del braccialetto elettronico sono diventati lunghi e vanno sia a compromettere i contenuti del Decreto del 17 marzo 2020 e le scelte della Magistratura di Sorveglianza, sia creano sentimenti di angoscia in coloro che ne sono beneficiari. Tale frustrazione e malessere hanno portato un detenuto del carcere di Aversa a compiere un grave tentativo di gesto estremo...il tempo di attesa mina il clima generale dell'istituto, già provato dal particolare periodo di emergenza nazionale (nota personale: anche i detenuti e le povere loro membra, pestate nelle settimane precedenti senza pudore alcuno, lo sono! Come lo sono i familiari dei detenuti che vivono al di fuori delle mura del carcere...i più provati di tutti, probabilmente!). E' una vergogna, sia la mancanza di braccialetti, sia il fatto di volerli utilizzare per forza per fare uscire i detenuti che devono scontare ancora solo diciotto mesi di reclusione, in misura di detenzione domiciliare. Ma la politica ha capito che il carcere è una polveriera a miccia corta? - (E se lo dice il Garante...per una volta anche gli anarco-insurrezionalisti a cui - faccio notare - molti avevano attribuito, erroneamente, la paternità dell'organizzazione delle sommosse dei primi di marzo - sempre per quel discorso...distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica e veicolarla altrove - sarebbero d'accordo con le istituzioni). Due note ancora, a proposito di politica e...sommosse (più o meno organizzate)e dintorni. La prima riguarda Aristotele e la politica, appunto; o meglio, un suo noto pensiero intorno alla politica: il sommo filosofo, colui che ha generato figli, nipoti e pronipoti in ogni dove, sulla terra, ed in ogni epoca (però, non sempre quelli eredi furono leggittimi, a mio avviso: ma questo è un'altro discorso!) riteneva che essa fosse "l'attività più nobile dell'uomo, quando fosse al servizio dell'uomo stesso: il sostantivo è da intendersi come umanità e no come genere di sesso maschile, appunto! La seconda nota, invece, (direi una parentesi ampia e ulteriore testimonianza, allo stesso tempo, sugli eventi di cui ampiamente si parla nel mio racconto.inchiesta e su alcune importanti questioni intorno al carcere ed alla giustizia) potrà avvalorare alcune mie ipotesi in modo più saldo ed aiuterà il lettore a farsi un proprio convincimento ed a capirci - magari - qualcosa di più e (forse) di meglio: almeno spero! Si diceva che la politica (ma più di essa lo fa il sistema politico, il potere di cui quello rappresenta la punta dell'iceberg...di molto più grandi rispetto a quello che investì il transatlantico britannico "Titanic" - e lo affondò, ahimé! - al largo dell'isola canadese di Terranova, nell'oceano Atlantico, alle prime luci dell'alba del 15 aprile 1912) usi spesso le notizie e gli eventi umani a suo piacimento nonché per uso suo e consumo. Lo Stato, a sua volta, manipola l'opinione pubblica servendosi dei mezzi d'informazione, dei media, del web e dei social ad esso connessi. Questa testimonianza è di un ex-detenuto, ora legale, che ho ascoltato nel corso di una trasmissione (egli concedeva una sorta di intervista all'interlocutrice) della emittente Rdio Evasione, mandata in onda lo scorso nove maggio (quindi a diverse settimane di distanza dalle rivolte carcerarie).

  • 30 maggio alle ore 10:30
    L'AFFASCINANTE ELEONORA

    Come comincia: Alberto, da quando una signora era venuta ad abitare nel suo palazzo ne era rimasto affascinato in modo assolutamente fuori del normale. Ventiseienne, appena laureato in psicologia con studio a pian terreno della sua abitazione cercava di analizzare se stesso, cosa non prevista dai testi della sua materia ma non aveva alcuna voglia di confidare i suoi problemi intimi ad un collega. Per lui  sin da giovanissimo il sesso non era stato mai un problema: di bell’aspetto, palestrato, sempre allegro e sorridente (anche perché era ricco di famiglia) spesso veniva ‘avvicinato’ soprattutto da signore non più giovanissime  scontente delle prestazioni sessuali dei legittimi consorti. Le sue coetanee erano in ‘seconda linea’ in quanto la loro precipua aspirazione era quella di formarsi una famiglia con tanti baby, situazione da lui aborrita, niente legami fissi. Eleonora Messineo, questo il suo nome, quarantenne, divorziata senza prole insegnava lingue al liceo classico Maurolico in Corso Cavour a Messina piuttosto vicino alla loro abitazione in via della Zecca. Per sua abitudine Alberto, allorché sorgeva per lui un problema lo riportava su un foglio di carta cercandone le cause e progettando le soluzioni. Stavolta questo sistema aveva portato l’interessato a conclusioni fuori del normale, si stava incazzando con se stesso. Talvolta incontrava  Eleonora all’ingresso o sulle scale,  un semplice saluto senza attaccar bottone, non era da lui  ma una volta fu la dama: “Mi pare che lei si chiami Alberto Massaccesi, abita al piano sopra il mio, mi sono accorta che ogni volta che mi incontra mi saluta a malapena, ho io qualcosa che non va o lei non ama …i fiorellini’” “Punto sull’orgoglio di maschio: “Gentile signora, immodestamente e per dirla  alla francese, lei mi capirà perché insegna lingue, sono stato e penso di essere ancora un tombeur de femmes!” “Caro il mio tombeur allora sono io che ho qualcosa che non va, non vorrei che mi venissero dei complessi che non mai avuto in questo campo…” “Se ha del tempo vorrei avere un colloquio con lei, di fronte c’è un bar, la bella giornata ci permette di stare fuori.  Dalla targa apposta fuori del mio studio avrà compreso che sono uno psicologo. Recentemente mi è accaduto di qualcosa di anomalo, nel cervello umano c’è un’area che si attiva in risposta a stimoli estetici: una musica gradevole, un paesaggio che incanta, un effluvio particolarmente piacevole, lei lo emana in maniera notevole, è penetrato nel mio cervello e la sua immagine nel mio cuore. Per natura sono estremamente razionale, la situazione non mi piace,  propendo per  una cotta da adolescente qual io non sono più, mi piace essere padrone di me stesso e dei miei sentimenti.” “Le propongo qualcosa di inusuale: andiamo in riva al mare, camminiamo sulla battigia a piedi scalzi tenendoci per mano, penso questa situazione possa potenziare l’empatia fra di noi e regalarci piacere.” I due con la Fiat 124 Abarth spider di Alberto goderono dell’aria che gli scompigliava i loro capelli sino all’arrivo sulla spiaggia di via Marina a Torre Faro, il mare era una tavola, distensivo. Alberto ed Eleonora si trovarono abbracciati e poi si baciarono a lungo, il profumo della donna era sempre più penetrante, profumo di una donna appassionata, piena di amore. Finalmente Alberto si rilassò, si sedettero sulla sabbia, dei pescatori passarono alle loro spalle, erano anziani e portavano a fatica le reti ed il pescato. “Cara questo è quello che mi preoccupa, la vecchiaia, è prematuro pensarci alla mia età ma ricordando mio nonno con l’Alzheimer…” Scaccia i cattivi pensieri, ritorniamo  casa, sono brava in culinaria.” “Si l’avevo notato hai un bel popò!” “E tu sei uno zozzone…a me piacciono gli zozzoni!” Dopo un pranzo che ebbe le lodi di Alberto, i due si sedettero sul divano ed Eleonora all’improvviso abbracciò forte il suo compagno e: “Di solito sono molto riservata, ma con te…d’altronde sei uno psicologo, ti voglio raccontare la mia storia pregressa, niente di piacevole.  I miei sono originari di Grotte di Castro un paesino in provincia di Viterbo, mio padre esercitava la professione di fattore ossia controllava l’operato dei contadini di un signore ricchissimo. Tutto bene sin quando il mio genitore si ammalò, non poteva più lavorare, il suo posto venne preso da un suo collega. Naturalmente niente stipendio per mia madre, io frequentavo il terzo liceo classico a Viterbo, feci appena in tempo a diplomarmi che fui costretta per mandare avanti la famiglia (mia madre era casalinga) ad impiegarmi in uno studio notarile, lo stipendio non era sufficiente per il menage familiare e così  presi una decisione che mi cambiò la vita. Il figlio del proprietario terriero di cui in passato mio padre era impiegato come fattore, (non voglio nemmeno nominare quel cotale), mi faceva una corte serrata, non mi piaceva ma dietro insistenze di mia madre lo sposai. La nostra situazione finanziaria era notevolmente migliorata, abitavamo a Roma, mi sono iscritta all’Università in lingue. Sessualmente mio marito era poco dotato, avevamo rapporti saltuari senza nessuna soddisfazione da parte mia ma ero costretta a sopportare la situazione. Riuscii a laurearmi, ben poche persone alla cerimonia solo il futuro marito ed i colleghi di corso ma ebbi la fortuna di essere assunta al Maurolico. Tutto cambiò quando dovetti recarmi a Grotte di Castro, mio padre era deceduto e mia madre ricoverata in ospedale. Il giorno successivo fu dimessa, le trovai una badante e rientrai a casa nostra a Roma senza avvisare mio marito, male me ne incolse: aprendo la porta della camera da letto uno spettacolo  orripilante: mio marito legato ad una sedia con catene e tre uomini con la testa coperta con un casco di cuoio che lo frustavano a sangue, mio marito un masochista in mano a tre sadici! Mi rifugiai nella camera degli ospiti, dire che ero frastornata era un eufemismo, mi buttai sul letto senza poter dormire, la mattina mio marito era sparito da casa.  Il pomeriggio mi contattò telefonicamente un avvocato delegato dal consorte, venne a casa mia e mi offrì una somma irrisoria per il divorzio consenziente senza addebito. Gli risi in faccia, capii che avevo tutte le carte in mano mia, uno scandalo non era quello  che lui voleva, chiesi metà delle proprietà della famiglia, ci accordammo per un terzo, da quel momento sono venuta ad abitare nel tuo palazzo ed avere la sfortuna di incontrarti.” “A parte il fatto che mi hai abbordato tu…” “Ovviamente scherzavo, all’inizio di un legame, soprattutto con la mia esperienza ci sono  delle perplessità se sia una decisione giusta quella di mettersi insieme con un uomo, non sono ancora decisa…” “Pensaci poco perché in giro ci sono tante tue  concorrenti!” Sul letto grandi baci ed effusioni varie,. “Ti ho detto che hai un bel culo, scusa la volgarità!” ”Si ma da quelle parti non c’è mai entrato nessuno e, sinceramente non sono molto entusiasta di…” “Ti chiederò solo una volta un’informazione personale: sessualmente che facevi con tuo marito?” “Era molto sbrigativo con la gatta, ad entrare nel popò ci ha provato una volta, mi ha fatto un male tremendo, non ha combinato nulla e non ci ha più riprovato.” “Allora sarò il primo!” “Te le puoi dimenticare!” Alberto preferì non insistere, pensò che col tempo la baby avrebbe ceduto, intanto si diede ad un cunnilingus delicato, ci volle del tempo ma quando fece effetto portò la signora ad un orgasmo fortissimo e molto prolungato, forse in vita sua non l’aveva mai provato. Alberto insistette e questa vota l’effetto fu maggiore, Eleonora sussultava con tutto il corpo, Alberto pensò che si sentisse male e smise. Ele si addormentò, il sonno non del giusto ma della spossata, la conquista era fatta! Il giorno successivo era domenica, nessun impegno da parte dei due e così Alberto lasciò riposare la sua ‘fidanzata’ sino a mezzanotte quando si svegliò. Durante il sonno Ele parlava, si agitava talvolta tremava, quando aprì gli occhi, una volta compresa  la situazione,  abbracciò  Alberto: “Sei un mascalzone, mi hai distrutta, in vita mia…” Era piacevole quell’abbraccio, l’abbraccio di una donna favolosa e sicuramente innamorata,  Alberto capì di aver finalmente trovato la compagna della sua vita. Alle dieci un vassoio con una colazione completa, Eleonora aprì gli occhi, se li strofinò: “Mi farai ingrassare!” ma non diede seguito alla sua affermazione e fece piazza pulita di tutto. “Che ne dice di alzare il tuo delizioso popò e di andare a fare la doccia!” “Quello non lo nominare, non te lo do!” Alberto in farmacia aveva acquistato un tubetto di Proctolyn adatto allo scopo, ci sperava tanto…” La vita dei due era cambiata totalmente; dopo il lavoro grandi passeggiate, talvolta in pizzeria o al ristorante, qualche film, insomma due novelli sposi che ancora non avevano programmato il viaggio di nozze. A luglio, finite le scuole, chiuso lo studio i due si recarono con la fida 124 spyder nella costiera amalfitana: Amalfi, Positano, Ravello, posti da sogno, abbracciati per le vie dei borghi i due spesso si baciavano in pubblico, la gente  abituata a ben altro non ci faceva caso. Una notte Ele toccò il viso di Alberto, ovviamente svegliandolo e: “Cosa faresti senza di me?” “Riuscirei a dormire!” Era una battuta, Eleonora lo capì e per ricompensa gratificò il fidanzato di  un blowjob, era diventata molto brava in quel campo! Il 3 settembre, compleanno di Alberto: “Sono indecisa che regalo farti, tu che vorresti?” “Una cosa che non mi hai mai concesso.” La richiesta mise in crisi Ele che solo dietro assicurazione di Alberto di usare il Proctolyn si convinse. Era un mercoledì, giorno di Mercurio protettore di Alberto, il dio pagano dall’Olimpo si mise a fare il guardone. Alberto prima baciò il buchino per ringraziamento e poi, lubrificatolo sino in fondo pian piano riuscì nell’intento toccando con le dita anche il fiorellino procurandoall’interessata un doppio gusto assolutamente inaspettato. La giovin signora da quel momento non fece più resistenza anzi… Ciliegina sopra la torta? I due decisero di sposarsi  non a Roma ma a Grotte di Castro dove viveva la madre di lei la quale, benché sulla sedia a rotelle, fu contentissima che la cerimonia di svolgesse al suo paese anche se al Comune e non in chiesa. Purtroppo dopo la cerimonia un evento luttuoso, la madre di Eleonora, forse per le troppe emozioni fu colpita da un infarto, morì col sorriso sulle labbra, aveva coronato il sogno della sua vita  vedere sistemata sua figlia!

  • 30 maggio alle ore 0:04
    Volevo avere la mascella volitiva

    Come comincia: Volevo la mascella volitiva Volevo la mascella volitiva, e gli zigomi alti Volevo essere alta e bionda e gli occhi - gli occhi m''andavano bene anche i miei - ma la mascella e gli zigomi e l'altezza no, le volevo diverse. Volevo essere giunonica, una valkiria: frecce nella feretra, dardi pronti a incollare a un albero su per la colletta ogni ignominio, a bloccare ogni ingiustizia. Ogni ingiusto. Volevo la mascella volitiva, e lo sguardo sprezzante e altero di chi ha già vissuto ogni esistenza e codesta la reputa meschina e bassa (come invero è). -Volevo chissà che quando ancora non ero.- Poi mi son scoperta: esil di figura e con il viso circoscritto nell'ovale. Niente zigomi pronunciati e nemmeno mascelle volitive. E neppure amazzone o valkiria o giunonica creatura. Pure mi son scoperta, nell'esile figura di feretra e dardi fornita, e di potenza inaudita nel mio metro e cinquanta. Ho visto che a nulla serve l'estensione fisica per esser presente largamente nella propria esistenza. E che un sorriso, un semplice sorriso (da cuore a labbra) sa raggiungere coscienze e, senza incollarle per il colletto a un albero, le risveglia. Non m'importa più d'avere del corpo l'immagine di quel che realmente sono. La potenza non è certo in ciò che si rappresenta. L'essenza è ben più potente d'ogni visibile fattezza. E io sono quel che tu sei: l'orma che lasci pur se delicata è la tua fattezza. L'armatura non occorre a chi ha presente l'impermanenza della vita, a chi ben sa che l'oggi non sempre si ripresenta. La fallace presunzione di essere l'immagine di sé sognato, è il muro del reale a cui o ci si china (e ci si perde) o lo si scavalca per riunirsi e comprendersi. Ché vivere in ogni visione di sé ed esserne consapevoli, è viversi oltre ogni limitata rappresentazione di sé.

  • Come comincia:  Gli eventi succedutisi in questi giorni e in queste ultime ore (dapprima le dimissioni del Guardasigilli del dicastero di Grazia e Giustizia Fulvio Baldi...- misteriosamente autogiubilatosi, come direbbero in ambito sportivo e più propriamente in quello calcistico, per motivi di salute - al cui posto è subentrato Catalano; dopo le dimissioni di Giulio Romano, Direttore generale detenuti e trattamento del DAP) mi avevano portato a pensare ad un fatto: questo mio articolo, della serie "Diario di bordo", sarebbe stato del tutto inutile perché fuori tempo e quindi fuori luogo. Anche se i ritmi "giornalistici" sono del tutto diversi da quelli della narrativa e della letteratura in genere, non è così. Esso, infatti, nonostante sia accaduto quanto scritto poco sopra, è ancora attuale, anzi, è del tutto attualissimo! Premesso ciò, vado ad incominciare. Elio&le Storie Tese (EELST), notissimo gruppo della scena prog-demenziale italiana, scioltosi due anni orsono, in un loro altrettanto (arci) noto brano del 1996, intitolato "La Terra dei cachi" (si classificò al secondo posto nell'edizione del festival di Sanremo quell'anno, a una manciata di voti dal vincitore, Ron, ma fu premiato dalla critica col premio "Mia Martini" e lanciò il gruppo milanese nell'arengo del main stream nostrano), cantano "Italia sì, Italia no..."; ora, prendendo spunto da quelle parole penso al tormentone che sta avvolgendo (quasi come fosse un tenero afflato amoroso tra due amanti!) la scena politica nostrana: il "caso Bonafede". Il ministro di Grazia e Giustizia è da molte settimane, ormai, nell'occhio del ciclone (probabilmente lo era già da prima che scoppiassero i tumulti all'interno di numerose case circondariali in Italia, quelli che hanno dato vita ad una vera e propria mattanza - penso a quanto successo a San Vittore, ad esempio, a Rebibbia o a Santa Maria Càpua Vètere, nel casertano - e ad un "misterioso" giro di vite che ancora pesa sulle spalle e le coscienze di qualcuno!), o sotto i riflettori al contrario, cioé in senso negativo o per demeriti, potrei benissimo scrivere...in molti (e da più parti) vorrebbero la sua testa: a giusta ragione, ripeto, visti i risultati scarsamente "incoraggianti" messi in opera dal suo dicastero all'interno della compagine di governo contiana. Alcuni, però, incominciando da Graziano Del Rio (così come molti suoi colleghi di partito, del resto), non sono dello stesso avviso. - Se passa la mozione di sfiducia al ministro, crisi di governo! - ha dichiarato il deputato di Reggio Emilia, capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati, alcuni giorni orsono. D'altro canto, c'é chi sostiene che la prassi parlamentare del porre la sfiducia ad un singolo ministro di un governo, sia del tutto inaccettabile (ma anche quella del trasformismo di depretisiana memoria lo era, eppure...intere compagini governative furono costruite basandosi su di essa!). Per mio conto, pur essendo d'accordo, anzi, "d'accordissimo!" (parafrasando la battuta dell'attore americano Chuck Aspegren nella leggendaria pellicola del 1978 "Il cacciatore", del cineasta di origine italica Michael Cimino) nel mandarlo eventualmente a casa (per non dire altro...fuori dalle balle, o meglio: a svernare altrove!), ritengo che tale provvedimento, nel caso venisse attuato, altro non possa essere che la classica "foglia di fico" che servirebbe solo a (ri) coprire la situazione drammatica (ovvero: stendervi sopra un velo pietoso!) che da tempo vige, oramai, all'interno delle case di pena italiane e, più in generale, intorno al "pianeta giustizia" (sembra quasi che sia un asteroide, o un monolito a sé stante più che un pianeta: quando tutto e tutti sono rivolti, o almeno dovrebbero esserlo, a rigor di sacra logica, alla cosiddetta "fase due", post-quarantena, esso parrebbe rimasto ancorato a quella uno!); ne la nomina, ad inizio maggio, di Bernardo Petralia, subentrato al dimissionario Basentini come nuovo direttore del DAP (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria: ovvero, uno dei quattro dipartimenti in cui si suddivide il dicastero della Giustizia), sembra sia servita a placare le polemiche e a migliorare le cose. Ad esempio, l'ex procuratore antimafia Roberti ha dichiarato: - Discrezionalità non significa opacità. Bonafede spieghi la mancata nomina di Di Matteo! (la risposta, probabile, sta nel fatto che Di Matteo appartiene a una "cordata" diversa da quella del ministro: a quella di Davigo!). Ed ancora, Del Mastro (FDI): - Bonafede revochi incarico al capo del Dap Bernardo Petralia!; Di Pasquale, del SIPPE (Sindacato Polizia Penitenziaria): - Polizia Penitenziaria sia alle dirette dipendenze del Ministero dell'Interno, basta dipendenza dal Dap! (certo, - mi viene da dire, - come se al Viminale non abbiano già abbastanza grane tra cui dimenarsi o gatte da pelare! Le piante di vimini, o Salix Viminalis, come le chiamavano i nostri antenati latini, che prima popolavano quel colle - uno dei sette colli storici capitolini - non ci sono più...notizia di appena due giorni fa, infatti, parla dello sbarco di ben quattrocento migranti a Palma di Montechiaro, nell'agrigentino, e all'interno di strutture "lager" come i CPR - Centri per il rimpatrio - e i CDA - Centri di accoglienza - quella gente non se la passa per il meglio: anzi, al contrario, vive situazioni di estrema vulnerabilità - tanto sanitaria, quanto psicologica e psichiatrica -, accentuate dalla pandemia in atto, come denunciato di recente anche da Amnesty International); - la senatrice Piarulli, direttrice del carcere di Trani, (dichiarazione estrapolata dal blog "Penitenziaria.it") e Bonafede ci hanno abbandonati! - tuonano in coro i Poliziotti Penitenziari. E dire che tutto il train train era esploso, agli inizi del mese di marzo, a causa (o, chissà, per merito, sarebbe opportuno scrivere!) del sorgere subitaneo ed inaspettato (forse, però, non più di tanto...ma questa è tutta un'altra storia!) della pandemia di covid. Ma ancora, penso, che meglio sarebbe usare la parola "riesploso", in questo caso, visto che quella delle carceri e della giustizia è una malattia (pardon una questione) che affonda le sue radici ben più lontano nel tempo di alcune settimane o mesi, è una questione - per così dire - atavica (per mio conto e, probabilmente, anche secondo giuristi e storici ben più preparati di me sarebbe sorta già all'indomani della proclamazione dell'unità d'Italia, al pari della cosiddetta "questione meridionale", di ben altra natura!), senza dubbio annosa; e visti, inoltre, i tanti problemi che girano attorno ad essa (sovraffollamento, condizioni di insicurezza e promiscuità dei detenuti, lentezza burocratica dei procedimenti nelle aule di giustizia, personale in perenne difficoltà per minor numero, obsolescenza e fatiscenza delle strutture carcerarie, assenza di garantismo, etc.). Andando a ritroso nel tempo, non posso fare a meno di pensare (o ripensare) alle rivolte degli anni settanta ed ottanta...una stagione di "fuoco", quella: dei "comitati di lotta", delle innumerevoli (più che numerose) rivolte carcerarie in ogni angolo del paese, da nord a sud sino alle isole; da San Vittore a Rebibbia, dalle Nuove di Torino all'Asinara (nell'ottobre del 1980), da Porto Azzurro (nel 1987) a Trani (ancora nel 1980 e nel 1986); quella dell'istituzione delle "supercarceri" o di massima sicurezza (tra cui Trani, appunto), per far luogo e sopperire, in certo qual modo, al pericoloso mix tra detenuti comuni da una parte e terroristi e "politici" dall'altra (ma i "comitati di lotta" videro un affratellamento di entrambe le compagini: una lotta per la comune causa, appunto!). Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere alcuni resoconti su vecchi numeri di giornale. Tra questi
    un articolo (sulle righe della Stampa, nell'edizione locale dell'alessandrino), datato maggio 2014, che rievoca la vicenda di cronaca della rivolta di Alessandria, appunto, a quaranta anni di distanza. Quel fatto, avvenuto nel maggio del 1974, proprio alla vigilia della tornata elettorale referendaria dedicata all'approvazione o abrogazione della legge sul "divorzio", provocò ben sette morti. Oppure, sulla edizione de il Tirrenogelocal.it di Piombino-Elba, la notizia relativa alla vicenda di Porto Azzurro, nell'agosto-settembre del 1987, appunto: sei detenuti tennero in ostaggio trentasei persone per otto giorni, nei locali dell'infermeria del carcere. Nei mesi scorsi (eravamo a dicembre o giù di lì) m'è capitato anche di leggere la recensione di tre libri che trattano l'argomento carcere-giustizia in maniera estremamente interessante, a tutto tondo e da ogni punto di vista ed angolazione: dall'ingiustizia del sistema carcerario alle storie di coloro che entrano a farvi parte dal "verso" sbagliato, per così dire, sino alla possibiltà di svoltare, una volta fuori, e di cambiare la propria vita (o per lo meno cercare di farlo). Ma mi domando: è veramente possibile farlo? Oppure le ripercussioni di quella esperienza lasceranno il segno indelebilmente dentro chi l'ha vissuta? Ed ancora: è pronta la società ad accogliere (o riaccogliere) e ad accettare il "figliol prodigo" che si era smarrito? I tre libri in questione sono i seguenti: "La coscienza e la legge", scritto a quattro mani (come suol dirsi) da Vincenzo Paglia e Raffaele Cantone e "La giustizia. Roba da ricchi", scritto da Elisa Pazé, sono entrambi editi dalla casa editrice barese Laterza (notissima per la sua ricca sequela di pubblicazioni dedicate alla politica ed alla storia: in questi giorni mi è capitato di rileggere alcuni passi di "Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896", due volumi fiume - più di ottocento pagine di scritti interessanti e ricostruzioni storiche appassionate ed appassionanti - ad opera di Federico Chabod); l'altro, invece, si intitola "Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere" ed è pubblicato dai tipi della Infinito Edizioni. Ora mi domando: come si misura il grado di civiltà di un Paese, di una Nazione, di uno Stato? Gandhi sosteneva che esso è dato dal modo in cui vengono trattati gli animali (in particolar modo i cani), all'interno di essi. Altri, invece, (tra questi Voltaire e Dostoevskij) che lo si faccia essenzialmente attraverso la condizione delle carceri, ovvero lo stato di "vivibilità" ed "umanità" concesse ai detenuti all'interno delle stesse...uno specchio sincero, insomma, molto spesso dovrebbero essere quei luoghi, sebbene a volte (anzi, quasi sempre) sia anche impietoso! Antonio Salvati è l'autore della recensione dei libri in questione, effettuata sulle righe del blog globalist.it. Parlando del primo libro scrive: - Non sono pochi i libri che trattano la centralità della questione carceraria, relativamente alla consapevolezza dello strettissimo rapporto che lega la condizione delle carceri alla qualità civile di una società. L'indifferenza (o l'ingiustizia) nelle carceri, - afferma il blogger, - significa anche indifferenza (ingiustizia) della società verso la persona umana sostiene Vincenzo Paglia nel volume scritto con Raffaele Cantone. Malgrado il sovraffollamento continui a provocare degrado della vita e della dignità dei detenuti, siamo ben lontani da una soluzione soddisfacente, eppure i padri costituenti tracciarono con estrema chiarezza che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" (art. 27 della Costituzione), definendo, inoltre, la proporzionalità della pena col crimine compiuto. E' opportuno il richiamo di Paglia alla nota affermazione evangelica: "ero carcerato e siete venuti a visitarmi" (Matteo, 25,36). Sono poche parole - scrive Salvati, - che hanno segnato in profondità milioni di credenti, di carcerati ed anche la stessa storia civile. Sono le parole con cui Gesù in certo modo chiuse la sua stessa vicenda terrena. Ora mi preme dire, anzi, devo ribadire d'esser senz'altro ateo (a volte, però, mi autodefinisco un "agnostico fervente") ma penso che quanto accaduto all'indomani delle rivolte carcerarie dello scorso marzo, scoppiate in numerose sedi penali d'Italia, abbia men che nulla a vedere con l'affermazione della giustizia e col richiamo al vangelo di cui parla (scrive) Paglia nel suo libro. Infatti, benché se da un lato le guardie carcerarie, affermando di essere state lasciate da sole dallo Stato (la loro versione ufficiale e le loro dichiarazioni, estrapolate da Pianeta carcere, sono da me riportate nella prima parte del presente articolo), si siano in pratica autoproclamate e sentite come le "vittime" (e no i carnefici!) di quelle circostanze e in quei frangenti, dall'altro sembra che abbiano trascurato un particolare di non poco conto, o meglio ancora lo abbiano volutamente tralasciato: l'azione repressiva, messa in atto da loro a suon di pestaggi e ritorsioni all'indomani di quei tragici eventi, (anche su coloro che non avevano preso parte alle azioni rivoltose) fu compiuta in maniera quasi scientifica e premeditata...possiamo dire che non si fece attendere né ebbe modo di non farsi sentire sulle spalle (ed anche altrove, probabilmente!) degli inermi detenuti. E non importa se lo Stato fosse (o meno) al corrente di quanto succedeva nelle carceri in quei momenti (prima e dopo le rivolte), non importa se vi fossero (o meno) i garanti a vigilare (ma quelli non possono essere materialmente sempre presenti ed ovunque!) sulle condizioni di legalità ed illegalità vigenti; ed infine (e soprattuto, aggiungerei) non importa che quindici detenuti abbiano perso la vita in maniera "analoga" (anzi, analogamente sospetta, direi proprio!): intossicazione da psicofarmaci volontaria! E' curioso sapere, quando anche sia di primaria importanza, che le rivolte di cui sopra nacquero proprio da dei motivi indiscutibilmente lampanti e da una paura giustificata da parte dei detenuti, diffusasi un po' ovunque in Italia e non solo (Covid-19: "In prigione l'ansia è reale, siamo nel vuoto!", titolava il 13 marzo scorso Chloé Pilorget-Rezzauk sulle colonne di Libération, quotidiano francese, a dimostrazione che timori e paure all'interno delle carceri fossero un problema universale!), a macchia d'olio o come un vero e proprio effetto domino (tengasi presente, per rendersene conto, lo tsunami che si verifica in mare subito dopo un terremoto devastante avvenuto sulla terraferma!): la mancanza delle condizioni di sicurezza (attendibili testimonianze hanno raccontato che gli agenti della penitenziaria, all'interno di molte carceri, non fossero protetti con i dispositivi necessari e men che meno lo fossero i detenuti, ammassati nelle celle...in balia d'un eventuale contagio!), e la sospensione dei colloqui con i congiunti (ricordate ora le parole scritte da Paglia nel suo libro, di cui racconta Salvati nella recensione dello stesso? "Restituire al carcere quel senso di umanità descritto - invocato - dalla Costituzione...di salvare sia la dignità per i detenuti sia la speranza di una loro futura redenzione"; e ancora:"ero carcerato e siete venuti a visitarmi", dal vangelo di Matteo...appunto!). Le condizioni di invivibilità all'interno delle carceri (mi riferisco, soprattutto, al sovraffollamento) non sono, tuttavia, cosa nuova né prerogativa di questo recente lasso di tempo, caratterizzato dagli eventi noti: questa situazione è giusto al più "endemica" (un fatto endemico che sussiste, direi, in maniera pregressa, cioé, a prescindere dall'evento pandemico: sembra quasi uno scioglilingua della Polinesia francese, o, chissà, l'intercalare tipico degli abitanti dell'isola di Vanuatu!), paritariamente alla carenza di personale che vige all'interno delle carceri stesse (e non mi riferisco solo alla polizia penitenziaria, ma anche agli assistenti ed al personale medico e paramedico), come all'interno dei tribunali e delle aule di giustizia; e ciò, ovviamente, non può che ripercuotersi in modo negativo, a mio avviso, sul funzionamento della giustizia stessa. La scorsa estate, mentre passeggiavo per le vie della mia città, mi capitò di leggere, fuori da un'edicola, il titolo d'un quotidiano (non ricordo se fosse esso cittadino, regionale o nazionale, né mi sovviene, ora, se si riferisse a qualcosa capitata nella mia città, nella mia regione o in altra parte d'Italia) che suonava più o meno così: "ventiquattro mesi d'attesa per una sentenza civile!". A dir poco scandaloso, direi, se no addirittura obrobrioso: lo è, infatti, se si pensa alle lungaggini processuali relative a una procedura penale; non oso neanche immaginare quali possano essere i tempi d'attesa in quell'ambito (anche tenendo conto delle carenze di organico all'interno delle aule di giustizia e dei tribunali, come scritto sopra; nonché, talvolta, del fatto che i documenti processuali da consultare - i cosiddetti atti indagatori - risultino a dir poco infiniti!). Ma la situazione "giustizia" (o meglio, del pianeta giustizia), mi domando ora (concedendomi una piccola divagazione sul tema, anzi, dal tema): non è la stessa (e le similitudini, ovvero i parallelismi, credetemi, non sono fuori luogo: tutt'altro!) di quella della sanità e della salute pubblica? Oppure di quella del comparto scuola ed istruzione in genere? Direi proprio di sì: la recente pandemia ha messo a nudo, anche in quel settore della vita nazionale le carenze strutturali e di organico preesistenti da diversi decenni (senza contare, poi, il lassismo delle istituzioni locali e nazionali, di cui ho detto in altro articolo, e su cui peserebbero non poche responsabilità in relazione agli eventi tragici succedutisi di recente!); inoltre,  al momento in cui scrivo il presente articolo, è da far notare come leggo contemporaneamente notizia d'una possibile agitazione, preannunciata per le prossime settimane, degli insegnanti e del personale scolastico, la quale renderebbe impossibile la messa in atto del previsto "ultimo giorno" di scuola, preventivato dal governo. Ma torniamo sul pianeta terra...pardon al pianeta giustizia, appunto, a quel variegato (immenso) macrocosmo. Si diceva che molte volte, nel corso degli ultimi anni, la difficile situazione è stata oggetto di denuncia da parte di varie associazioni, in primis Antigone. La suddetta, nacque nel 1991 proprio sull'onda delle rivolte di cui scritto. Dal 2006 sono oltre novanta gli osservatori (uomini e donne) autorizzati a entrare nelle carceri italiane (non tutte, però) con prerogative paragonabili a quelle dei parlamentari; si affiancano di solito (una volta all'anno, almeno), ai componenti dell'Osservatorio Carcere (che fa capo a un responsabile di Giunta e ad un gruppo di lavoro esterno ad essa ma da essa nominato) a cui, tra gli altri compiti, compete quello di monitorare la situazione carceraria con visite periodiche negli istituti di pena. Nelle settimane delle rivolte, però...neanche a costoro è stato permesso entrare nelle carceri: chissà, perché, mi domando? Torniamo ad Antigone. Negli ultimi rapporti stilati dall'associazione (quello dello scorso anno e di inizio 2020) è stato denunciato, in primis, il problema dell'affollamento ed al tempo stesso quello del netto calo dei reati. Ma come mai, si domanderanno in molti, vige questo sacrosanto controsenso? Ebbene, la risposta alla domanda è ancor più sacrosanta della domanda stessa: la lunghezza delle pene e, soprattutto, dei processi (oltre il 30% dei detenuti, infatti, sono "ospitati" dallo Stato senza essere stati giudicati neanche in primo grado; mi viene in mente, ora, un famosissimo film di Nanni Loy, del 1971 - Detenuto in attesa di giudizio - in cui Alberto Sordi diede vita alla più bella performance drammatica della sua carriera; mi vengono in mente anche le dichiarazioni rese dagli avvocati nei giorni scorsi: - le sentenze lunghe, ovvero l'attesa lunga per una sentenza, è come una pena anticipata per chiunque!). Il sovraffollamento, si diceva, tocca le carceri di tutta Italia (tranne Sardegna e Marche, a dire il vero) perchè su tutto il territorio nazionale viene sistematicamente violato il parametro minimo dei tre metri quadri pro capite (per detenuto s'intende) stabilito dalla corte europea di Strasburgo: oltre quel parametro, infatti, si parla di condizioni inumane e di palese violazione dei diritti umani. Quì, di seguito, propongo due lettere a corredo di quanto scritto; ritengo siano una validissima nonché esplicativa testimonianza.     
     - Lettera dal carcere di Ancona (datata 14 febbraio 2020).
     Mi chiamo Faris e da ormai dieci giorni sto facendo lo sciopero della fame, che avevo già fatto in precedenza, per protestare contro un provvedimento di espulsione e per la condizione del carcere di Montacuto e contro alcuni fatti che nel corso della carcerazione ho visto coi miei occhi. Il giorno 5/1 mi sono anche dato fuoco davanti ai vari assistenti che non hanno fatto nulla per spegnermi e per questo devo solo ringraziare i  miei compagni di sezione, che mi hanno aiutato anche con delle medicazioni improvvisate che non ho ricevuto, per contro, dall'infermeria del carcere. Per questo motivo in seguito mi sono scagliato contro il personale di custodia. Come dicevo sopra, ho visto molte cose, sono quì da cinque anni e ho lavorato per molto tempo al MOF. Questi fatti che vi elencherò li ho detti durante un incontro davanti a tutti i detenuti, al comandante e al garante che erano lì presenti, e in occasione di una violenza a Perugia, al giudice che ha verbalizzato le mie dichiarazioni spontanee. Saluti fascisti che un sovraintendente è solito rivolgere a Traini Luca, il quale, proprio in virtù di questa approvazione gode di tanti privilegi in questo carcere, come ad esempio la cella singola. Lo stesso sovraintendente con il suo seguito è solito riservare ai detenuti stranieri e di colore un particolare trattamento fatto di abusi e pestaggi e talvolta torture quando può usufruire dell'isolamento come ho potuto vedere e sempre mentre giravo per il carcere. Inoltre, molti altri detenuti possono testimoniare con me il fatto che sempre lo stesso sovraintendente nell'ufficio del preposto alla rotonda, teneva nascosta una mazza rudimentale con su scritto "Terapia", che ovviamente portava con sé nelle sue azioni, che in occasione di altre tensioni ha usato un "taser" su un detenuto, trascinandolo poi per terra e continuando ad infierire su di lui (nota personale: il taser è la cosiddetta pistola elettrica, secondo una dicitura semplicistica; su wikipedia, enciclopedia universale del web, è scritto: "acronimo dell'inglese Thomas A. Swift's Electronic Rifle, fucile elettronico di Thomas A. Swift, cioè, di colui che lo ha ideato e brevettato, noto anche come storditore o dissuasore elettrico". Esso è stato adottato in fase sperimentale in dodici città italiane, tra l'estate-autunno del 2018 e giugno 2019, il suo uso sperimentale avrebbe dato esito positivo, secondo il parere corrente...molti punti oscuri vigono, però, sopra la sua "testa" e circa il suo utilizzo: organizzazioni indipendenti come Onu e Amnesty hanno espresso pareri del tutto contrari ad essa/esso, basandosi sulla casistica - spesso letale - del Canada e degli Stati Uniti; io stesso - lo scorso anno - ho firmato un appello lanciato al proposito da Amnesty per scongiurarne l'utilizzo ad opera delle forze dell'ordine in Italia; lo stesso Garante dei detenuti, nel gennaio scorso, ha sostenuto che "il taser è giustificato solo in un ambito limitatissimo dei casi!"). Altre volte in quinta sezione sono stati usati da parte delle guardie gas o spray al peperoncino. Inoltre, ho visto che in certe occasioni a detenuti di colore chiusi in isolamento veniva sputato sul piatto, per non parlare poi di alcuni detenuti che hanno usufruito facilmente dell'articolo 21 proprio in virtù del fatto, da quanto lui stesso dichiarava, per essere amico del comandante in quanto figlio di un appartenente delle forze dell'ordine. Trattamento che non è riservato a detenuti che fanno il loro percorso per anni e anni, osservando un buon comportamento e che poi si vedono sorpassare dai vari confidenti del carcere, che possono usufruire di benefici altrimenti inesistenti per il resto della popolazione detenuta. Ho iniziato il mio sciopero il giorno 9/1 ma hanno iniziato a visitarmi solo dal 14/1, non curandosi del fatto evidente che avevo iniziato molto prima, oltretutto dopo il giorno che mi sono dato fuoco mi sono cucito la bocca. Tutti i miei compagni sanno questo fatto che il carcere sembra ignorare. Ho saputo che forse avete degli avvocati a disposizione i quali possono sostenermi in questa lotta e avrei bisogno della vostra vicinanza e del vostro supporto per portare alla luce questi misfatti che avvengono all'interno di queste mura. Aspetto vostre notizie se potete contattarmi. Vi ringrazio. Faris Hammami (da: una lettera inviata all'Osservatorio Repressione).                                                                                                               

  • 23 maggio alle ore 9:36
    L'AMANTE SPAGNOLA

    Come comincia: Calmette e Guérin erano due scienziati francesi che nell’ottocento avevano scoperto dei bacilli che poi portarono il loro nome. Cosa c’entrava Alberto, trentenne, maresciallo della Guardia di Finanza con questi due signori? Purtroppo c’entrava, dall’analisi delle sue urine era risultato un K, lettera eufemistica sostitutiva quella parola che fa paura: tumore, nel suo caso alla vescica. Ricoverato d’urgenza all’Ospedale Papardo di Messina Alberto aveva taciuto alla convivente Françoise la gravità della situazione, inutile allarmarla. Il maresciallo aveva conosciuto la francese alta, bionda molto fisicamente appariscente  mentre d’estate comandava il distaccamento di Panarea nelle isole Eolie, dal rapporto puramente sessuale il loro era diventato un rapporto affettivo tanto da andare ad abitare insieme a Messina in via Consolare Pompea. Françoise amava molto il mare, era nata a Marsiglia e già da piccola era una sirena sia fisicamente che come nuotatrice, di professione era insegnante di lingue: oltre al francese ed all’italiano conosceva anche il tedesco, Alberto era riuscito ad inserirla in una scuola privata. La baby in arte culinaria non era una particolarmente dotata, Alberto le aveva insegnato l’ABC della cucina italiana oltre a mettersi lui stesso ai fornelli. Nello stesso piano abitava una certa Barbara titolare di una palestra, alta, bruna, muscolosa e dallo sguardo penetrante. Alberto in passato aveva provato più volte ad ‘avvicinarla’ ma senza successo, dal suo corteggiamento aveva ricavato solo qualche sorriso che non aveva alcun significato pratico se non: ‘non te la do!’. Françoise era andato a trovare varie volte Alberto in ospedale guidando la sua auto A.R. Giulietta (era brava anche nella guida) ricevendo ogni volta assicurazione sulla sua salute. Finalmente il giorno della operazione chirurgica, andata a buon fine. Il dottore tale Salvatore Rotondo l’aveva rassicurato circa il suo futuro, doveva solo sottoporsi a delle fastidiose infiltrazioni alla vescica attraverso il pene, il germe che l’aveva colpito si chiamava Calmette Guérin  dal nome dei due scienziati francesi che l’avevano scoperto. Un pomeriggio Alberto fu autorizzato alla dimissione dal nosocomio, volle fare una sorpresa alla francese e si fece accompagnare a casa del chirurgo col quale aveva preso confidenza. Nell’aprire la porta di casa sentì una musica francese, la vie in rose, niente di particolare se non che la musica faceva da sottofondo alle prestazioni sessuali di Françoise e di Barbara sul letto matrimoniale, Alberto aveva scoperto il motivo del diniego alle sue proposte sessuali da parte di Barbara, non amava i ‘piselli’ ma i ‘fiorellini’.  Trambusto da parte delle due, Alberto mise in mostra ancora una volta il suo spirito romanesco: “Che ne dite di un trio, è il numero perfetto!” Barbara dimostrò di non essere d’accordo, si vestì alla meno peggio e rientrò di corsa a casa sua. A cena Françoise dichiarò di essere anche lei omosessuale, fine della storia con Alberto, il giorno dopo prese il treno e rientrò in Francia. Il bel maresciallo in licenza di convalescenza ogni settimana doveva sottoporsi al fastidioso lavaggio ella vescica, infermiere era un certo Calogero simpaticissimo che cercava di sminuire il fastidio di quelle operazioni con battute salaci.  Un giorno al posto di Calogero di presentò una ragazza decisamente piacevole, alta bruna, tipo  mediterraneo niente affatto sorridente, evidentemente aveva i suoi problemi. “Sto aspettando Calogero, è lui che dovrebbe…” “Sono Erica Galliego, sostituisco Calogero è stato trasferito al Pronto Soccorso, si metta sulla lettiga a pancia in su.” Alberto era rimasto interdetto, farsi prendere in mano ‘ciccio’ da una donna non per motivi erotici lo metteva in imbarazzo. “Signore dopo di lei ci sono altri pazienti…” Alberto chiuse gli occhi ma capì che ‘ciccio’,  sentendo odore di ‘topa’ si era eretto in tutta la sua altezza. “Signore faccia il bravo, in queste condizioni non posso operare, il suo pene deve essere a riposo.” Alberto celiò: “Ciccio’ a cuccia!” Naturalmente ‘ciccio’ non accettò il comando e restò altezzoso a godersi la scena. “Signore vada in bagno, se lo lavi con l’acqua fredda e poi ritorni.” Erica non si perse d’animo, andò al frigorifero, prese dei cubetti di ghiaccio, li mise in una scodella e: ”Provi con questo!” A questo punto ‘ciccio’ capì che non c’era ‘trippa pè gatti’ e si ritirò in buon ordine. Dopo l’operazione Alberto si rivestì e: “Chiedo scusa, ovviamente non l’ho fatto apposta, la prossima volta…” La volta successiva accadde la stessa storia, ‘ciccio’ non aveva imparato la lezione e finì nel ghiaccio, stavolta la lezione gli era bastata infatti alla successiva infiltrazione si presentò in ‘abiti dimessi’. “Vedo che il signorino ha imparato la lezione!” “Lui si ma il padrone no, che ne dice di pranzare insieme?” “E ti pareva che lei non ci provava, el caballero se quedará en blanco, penso non debba tradurre la frase.” “Lei non ha fatto i conti con la mia antica stirpe, i Romani conquistarono il mondo, io sono un loro discendente. La prenderò per la gola nel senso di invitarla al miglior locale di Ganzirri dove preparano piatti favolosi di pesce annaffiati col Verdicchio dei Castelli di Jesi da me fornito!” “Lei è fortunato, io mio stomaco sta gorgogliando e poi amo molto il pesce, nel menù dell’Ospedale si vede poco, mi faccia finire il mio lavoro e poi la seguirò al ristorante, ripeto al ristorante!” Tutte le storie hanno un inizio, Alberto sperò che avesse anche un seguito, la baby ne valeva la pena. Dopo circa un’ora si presentò Erica vestita in minigonna nera e in camicetta rosa era uno schianto, coi tacchi era più alta di Alberto.” “Lei bara, io sono senza tacchi!” “Non è per caso che lei…” “Ci mancherebbe altro e poi lei stessa ha potuto constatare…andiamo dentro, Rosario è stato avvisato. Erica si presentò con un sorriso e con: “Buenos días segñor Rosario.” “Alberto ti dai alle estere, l’ultima…” “Che ne dici di farti i famosi cazzarelli tuoi, ho tanto magnificato la tua cucina, datti da fare!” Rosario si era ritirato in buon ordine, capì che la sua battuta era fuori luogo. Si face perdonare con un brodetto in cui galleggiavano pesci di ogni specie, seguiti da altri pesci al cartoccio e, pistolotto finale da due aragoste già tagliate a metà. “Vedi cara il perché di quelle targhe Michelin all’ingresso del locale…un applauso al padrone.” Pranzo offerto da Rosario, Alberto sapeva come compensarlo in sede di verifica fiscale.“Col pancino pieno le cose sembrano diverse vero cara?” “Chi ti ha dato il permesso di darmi del tu?” “Noi romani siamo espansivi e non ci piacciono le distanze, c’è un detto romanesco che dice: “Tre palmi sotto il mento ce stá un bel monumento, nel caso mio due palmi!” Erica sorvolò su quella frase anche perché non l’aveva capita. “Adesso mi inviterai a casa tua come da prassi!” “Voglio essere originale, col tuo permesso andremo a digerire all’ombra di un cipresso (non quello confortato dal pianto)  nella pineta di Ostia. Anche questa citazione non era stata percepita da Erica che alla vista di Alberto che tirava fuori dal bagagliaio una coperta per metterla a terra…”Sei organizzatissimo, aveva ragione Rosario…” “È solo per evitare le formiche, da queste parti mordono come leoni!” “Che fantasia!” Erica dovette ricredersi quando delle formiche guerriere diedero ragione ad Alberto addentando un braccio di Erica. “Cacchio avevi ragione, forse è meglio andare a casa tua, dove abiti?” In via Fata Morgana.” Con la Giulietta di Alberto i due giunsero a destinazione, al quinto piano l’alloggio del signore, inaspettatamente Alberto prese in braccio Erica e così varcarono la soglia di casa. “Ti ringrazio del gesto ma ancora non hai capito che ‘non c’esce niente con me!” “Spero che tu non sia come la mia precedente compagna che ho  trovato nel mio letto con un’altra donna!” “Assolutamente no, se me la sento ti racconterò la mia storia, per ora godiamoci un po’ di musica, mi raccomando un lento…” “Posso approfittarne per abbracciarti con la scusa di ballare?” “Sono volgare se ti dico che hai la faccia come il culo?” “Con quella bocca puoi dire quello che vuoi, è una vecchia reclame di un dentifricio.” Musiche non più di attualità come quelle di Fred Bongusto, Frank Sinatra e simili si diffusero nell’aria creando una atmosfera romantica, mentre stavano ballando Alberto si accorse che Erica stava piangendo. Le lacrime femminili erano un punto debole di Alberto, strinse ancora più a sé la spagnola che gli chiese di sedersi sul divano. Ci volle del tempo prima che Erica ‘chiudesse le saracinesche’ degli occhi e cominciasse a sfogarti. “Io sono a Messina perché a Barcellona ho conosciuto un uomo affascinante, elegante, ricco. Mi ha detto di essere divorziato e dopo qualche giorno mi ha proposto di venire a Messina. Già da allora ero infermiera in una casa di cura privata, dietro molte insistenze del cotale lo seguii ed andai ad abitare sola in un’abitazione in via Cannizzaro, il signore che chiamerò Mario Rossi si scusò di non potermi  portare a casa sua perché la madre era molto possessiva e non voleva che suo figlio di sposasse di nuovo, niente figli. Io volli a tutti i costi essere finanziariamente indipendente e Mario mi procurò un posto di infermiera al ‘Papardo’ . Una collega dopo un po’ di tempo di disse la verità su  quel…, era sposato con due figli, la moglie era ricca e certamente lui non l’avrebbe lasciata, io dovevo fargli da amante a vita. Quando venne a casa in via Cannizzaro gli feci una scenata tremenda, molti si affacciarono alle finestre, Mario sparì di corsa dalla circolazione, era conosciuto nella Messina bene, unico suo  ricordo una cinquecento che nel frattempo mi aveva regalato, fine della storia.” “A questo punto penso che tu sia stata fortunata, la venuta in Italia ti ha portato alla conoscenza di un signore ‘povero ma bello’ come da titolo di un film, che ne dici?” “Per ora sono confusa,   mangio in mensa all’Ospedale, per la notte ho preso in affitto una stanza con servizi dove di solito soggiornano i parenti dei ricoverati.” “Se vuoi risparmiare l’affitto c’è una soluzione!” “Non ti offendere per ora non me la sento, la mia storia mi ha tanto colpito da portarmi ad odiare la classe maschile.” “Se per te va bene posso diventare gay…” “Non scherzare, non ti ci vedo proprio ma se e ripeto se diventassimo intimi ‘ciccio’ si alzerebbe di nuovo e non riuscirei a farti le infiltrazioni…

  • 23 maggio alle ore 9:04
    Diario di bordo - Quante volte?

    Come comincia:  In queste settimane di "quarantena forzata" spesso mi sono posto questa domanda: - Quante volte, nel corso della storia, è morto il "sogno americano"?
    Per quelli come me, che da sempre sognano l'America è un fatto importante, questo (un viaggio negli States, coast to coast, come si diceva una volta, fatto magari...in sella ad una moto stile "Easy Rider", di quelle con la forcella maxi a tutto spiano e in bella mostra, su cui evoluivano Peter Fonda e Dennis Hopper nelle scene del film omonimo datato 1969 - paradossalmente, quella pellicola rappresenta una testa di ponte, un caposaldo dell'antiamericanismo e del suo mito o dei suoi miti - o meglio a bordo di un "Greyhound", i famosi autobus che non hanno eguali al mondo, e con cui si possono raggiungere i più sperduti buchi di culo esistenti negli States, in lungo ed in largo, da ovest ad est, dal versante canadese a quello della Louisiana, di fronte al golfo del Messico o della Florida, di fronte all'oceano Atlantico: lo avevo progettato più volte, intorno agli anni 1982-84; ma poi...le cose vanno come non dovrebbero andare, a volte!). Forse, chissà, quel sogno è morto prima ancora di cominciare: nel settembre del 1620 quando i pellegrini calvinisti e puritani europei (in gran parte olandesi e britannici) approdarono sulle coste del Massachusetts portandovi un assaggio di vecchio mondo... ma così estirpando, già da allora, lo spirito ancestrale di quei luoghi. Appena settanta anni dopo da quello sbarco (intorno al 1690, anno più anno meno!) vi fu la caccia alle streghe e quelle persecuzioni, culminate nei processi successivi, ispirarono lo scrittore Nathaniel Hawthorne, uno dei grandi del cosiddetto realismo fantastico americano (insieme a Longfellow ed allo stesso Thoreau), nella stesura delle sue due massime opere: "La lettera scarlatta" e "La casa dei sette abbaini". E' da dire che Hawthorne nacque proprio a Salem, dove vi furono quelle persecuzioni e quei processi, e che quella casa, nella sua città natale, esiste per davvero: si chiama House of Seven Gables, appunto, si trova sulla Chestnut Street, che gli abitanti del luogo giudicano essere una delle più belle strade al mondo, fu costruita nel 1668 da Samuel McIntire ed è oggi un museo aperto tutti i giorni fino alle sedici e trenta pomeridiane (notizie, queste, tratte dalla mitica guida Pan-Am, edizione 1981, che comprai l'anno seguente nella libreria "Leone", sita allora in via Di Palma, in pieno centro cittadino, a Taranto e senz'altro, per decenni, la più fornita della citta: in vista, appunto, di un mio possibile tour negli States!). Ma di quei processi e di altre questioni religiose connesse con la "stregoneria" si occuparono, nei loro scritti, anche i membri della dinastia dei Mather, che sono contemporanei a quelle vicende storiche (il capostipite fu Richard: gli altri, fratelli e cugini, furono Increase, Joseph Cotton e Samuel) e che inaugurarono, in seguito, la stagione del genere biografico-religioso-storico-letterario; ed infine il commediografo Arthur Miller, il quale nella sua commedia "Il crogiuolo", del 1953, volle incarnare nei processi alle streghe del New England la vicenda del maccarthismo, di cui egli stesso fu in seguito vittima: quella messa in atto dal senatore repubblicano Joseph Mc Carthy fu una caccia alle streghe di ben più vasta portata rispetto all'altra (la cosiddetta "Red Scare", fu chiamata; la paura rossa legata a una fantomatica invasione cinese o comunista in genere, ai tempi della guerra statunitense in Corea del Nord), e rappresenta anch'essa una delle pagine più ignobili, oscure ed ingloriose della storia statunitense. Ma torniamo alla retta via (quella cronologica e sequenziale) del nostro racconto. Il sogno americano è morto tra il 1860 ed il 1890: la stagione della efferata caccia al bisonte, della nascita della ferrovia e delle guerre indiane. Paradossalmente, in quel contesto storico e in quelle vicende legate ad esse, quel sogno morì proprio con la nascita del mito dell'ovest e della frontiera: un leit-motiv, questo, a mio avviso, presente spesso nel corso della storia di quel paese...la storia "stars&stripes" è fatta soprattutto di cura e male, male ed antidoto per curarlo! Ma andiamo a monte: nel 1862, in piena guerra di secessione, il governo dell'Unione varò lo Homestead Act o legge sui "poderi gratuiti", che permetteva ai capifamiglia (non sudisti) di stabilirsi nelle terre all'Ovest e diventarne proprietari dietro pagamento di un prezzo puramente simbolico. In quello stesso anno fu decisa la costruzione della ferrovia transcontinentale. - Fu quello l'inizio, (appunto), - come è scritto in "L'età contemporanea" da A. Preti - della grande corsa all'Ovest dei pionieri ma anche di mercanti, speculatori, affaristi e speculatori d'ogni specie...essa fu sostenuta, dopo la fine della guerra, da un massiccio impiego di soldati. Il progresso, quindi, causò la morte delle popolazioni indigene della grande prateria e con esse della loro cultura, dei loro usi e costumi, del loro atavico e naturale modo di vivere, legato strettamente alla natura ed al rapporto spirituale ed ancestrale (anzi, "ancestralmente spirituale"): quello che avvenne allora, storicamente fu paragonabile al colonialismo delle grandi potenze europee, che in varie ondate, nel corso della storia, hanno "smantellato" terre e popoli nei quattro continenti del mondo abitabile! Al proposito, mi sembra interessante riportare quanto abbia scritto Edward Sherrif Curtis, uno degli antesiniani d'America del moderno free-lance nonché autore di una delle più importanti documentazioni fotografiche sugli Indiani del Nordamerica, realizzata nei decenni fra il 1896 e il 1930: - La vita e la personalità degli Indiani non possono essere comprese se non alla luce dello strettissimo rapporto che le lega alla natura, e che le rende dipendenti dai fenomeni dell'universo - alberi e cespugli, sole e stelle, fulmini, tuoni e pioggia - intesi come creature animate, e più ancora come vere e proprie divinità, capaci di influire sul destino degli uomini. Il senso di identificazione colla natura nella sua totalità era tale che l'Indiano riteneva unica la fonte dalla quale scaturiva la vita nelle sue diverse manifestazioni. Ciò spiega perché i primi Indiani conosciuti dagli Europei pregassero sugli animali uccisi durante la caccia, quasi a giustificare la necessità di quella morte e manifestare la consapevolezza della comune origine, della fratellanza fra cacciatore e preda. - Fino a quella data (il 1862, appunto), la grande pianura americana, che si estende per diverse centinaia di chilometri dal delta del Mississippi alle Rocky Mountains e che ai più era sconosciuta (quasi ignota) all'epoca, era prevalentemente abitata da cavalli selvaggi e bradi, antilopi, coyotes e, soprattutto, da bisonti: in particolar modo nelle zone temperate che si estendono a nord del fiume Arkansas, il quale nasce (appunto) dai monti Sawatch (sulle Montagne Rocciose) e bagna gli stati del Kansas, dell'Oklahoma e dell'Arkansas. I cavalli ed i bisonti giocarono un ruolo importante nella vita dei nativi, soprattutto nella fase ultima (definita "estate indiana") quando essi si trasformarono da coltivatori in cacciatori. Il cavallo giunse in America nel settecento (anzi, il suo fu un "ritorno", visto che da quelle terre non era mai andato via, forse!), introdottovi ad opera dei conquistadores Spagnoli: cominciò ad essere usato nella caccia, nella guerra e per il trasporto di cose e persone nelle praterie sterminate; esso, insieme alla successiva diffusione delle armi (in particolar modo del fucile), ad opera dei mercanti provenienti dall'Est, contribuì a costruire lo stereotipo dell'indiano d'America ottocentesco: quello che tanta cinematografia hollywoodiana, attraverso documentari e film ci ha tramandato (a cominciare dai registi "pionieri" come Edwin S. Porter, G. M. Anderson - il famoso Broncho Bill - Griffith, Ince ed Hart, per arrivare ai "moderni": primo su tutti il capostipite e maestro del genere western John Ford, nome d'arte di Sean Aloysius O'Fearna, ultimo di tredici figli ed irlandese d'origine, e poi ancora una lunga schiera di nomi, da George Sherman ad Aldrich e Peckinpah, da Stevens a Zinnemann, da Fritz Lang a Nicholas Ray, da Edward Dmytryck a Budd Boetticher da Delmer Daves a Henry Hataway, Henry King, Anthony Mann, Raoul Walsh, André De Toth, Howard Hawks, il nostro Sergio Leone, che di Ford fu accanito cultore e "seguace"); il Sioux o il Navajo, il Cheyenne, l'Arapaho e il Nez Percé che nelle pellicole imbracciano un Winchester per assaltare una diligenza oppure che incendiano una fattoria di coloni indifesi, prima che intervengano le famose giubbe blu a salvarli! Ma le cose non stavano in questo modo: la civiltà dei nativi mutò ad opera, per causa e per colpa della contaminazione coll'uomo bianco ed il suo mondo; con la sua cultura e coi suoi sistemi di offesa e di difesa. Si è detto dei mercanti d'armi e del Winchester; ebbene, fu proprio un bianco il precursore di questa stirpe: Oliver F. Winchester, da cui derivò il nome di quel tipo, o modello di fucile. Esso, originariamente era un fabbricante di camicie di New Haven, cittadina del Connecticut. Vi arrivò intorno al 1848 fondandovi la "Winchester&Davies" fabbrica di camicie, appunto. Si interessò alla fabbricazione delle armi nel 1855, quando acquistò alcune azioni della "Volcanic Repeating Arms Co." di Norwich, nel Connecticut, che dopo il trasferimento legale a New Haven nel 1856, fallì l'anno dopo. Risorse come "New Haven Arms Co." e poi con la dicitura di "Winchester Repeating Arms Co". Durante il primo conflitto mondiale, la Compagnia fornì al governo federale circa mezzo milione di fucili modello Enfield 1917 oltre a tanti altri tipi di equipaggiamento e munizioni. Tra le sue armi più famose (tristemente, direi!) sono da ricordare il Winchester '73, che venne costruito a partire dal 1873 (da cui la denominazione numerica) e il suo fratello maggiore Winchester '66, antecedente di sette anni all'altro: entrambe le armi divennero le più usate nel West e su di esse, in gran parte, pende l'accusa dello sterminio dei bisonti. Gli Indiani erano dei cacciatori provetti ma è da dire che la differenza tra loro e l'uomo bianco era abissale: i primi lo facevano per sostentamento (dal bisonte ricavavano carne, pelle, ossa, tendini utilizzandoli, a seconda delle esigenze e necessità esistenziali, per nutrirsi, creare vestiario e coprirsi, per costruire armi o oggetti artistici), senza mai uccidere animali in numero più elevato rispetto alle proprie necessità; gli altri, invece, lo facevano per soddisfare la "fame di terre" e di denaro (tutto cominciò nel 1862, come detto, e andò avanti nei decenni successivi: spazzando via un mondo e un equilibrio di natura e cultura bellissimo, in nome di un crescente sviluppo capitalistico dell'industria e del commercio di natura essenzialmente opportunistica), per affermare una cultura puritana, intollerante e materialista, una visione della vita diversa dall'altra. La valanga di carri e coloni, a cui si aggiunsero cercatori d'oro e, come detto, mercanti d'ogni risma e senza scrupoli,  insieme alla costruzione delle linee ferroviarie misero in fuga antilopi e bisonti dai territori di caccia dei pellirosse. Alle origini delle guerre indiane vi è pertanto l'attacco, portato dai bianchi, ai due grandi beni dei pellirosse: la terra e i bisonti. Ma a monte, vi era anche un disegno ben preciso, voluto dalle massime autorità militari in accordo (segreto, ma nemmeno poi tanto...alla fine!), o concordato "amore" con quelle federali. Gli storici (anche quelli americani) lo hanno poi definito, senza mezzi termini e con pochi giri di parole "politica del genocidio", attuato/attuata dai generali unionisti Philip Henry Sheridan (l'eroe di Opequan, Fisher's Hill, Cedar Creek, e ancora di Five Forks e di Appomatox, dove nel 1865 costrinse alla resa i sudisti guidati da Lee) e William Tecumseh Sherman (l'eroe delle campagne di Vicksburg, Chattanooga ed Atlanta - dove, nel 1864 fu conquistata e poi data alle fiamme la città georgiana: vicende narrate nel romanzo di Margaret Mitchell "Via col vento" e poi trasposte nella celebre pellicola cinematografica - e della battaglia di Shiloh, in cui combatté agli ordini del generale Ulysses S. Grant, e che poi fu nominato Comandante in capo dell'esercito confederato): masse di cacciatori, più o meno "legalizzate", furono fatte affluire (più o meno volutamente) nelle grandi pianure e nei territori sconfinati della frontiera occidentale, avviando lo steminio dei bisonti. Ciò era necessario, per far fronte ai crescenti interessi dei mercati dell'Est, a quelli dei grandi proprietari terrieri, dei banchieri, degli uomini d'affari, della new industry e dei mercanti d'armi, come già scritto; lo stesso Sheridan sosteneva quanto segue: - La via per consentire una duratura pace e consentire alla civiltà di avanzare deve passare attraverso la cancellazione del bisonte dal paesaggio delle grandi praterie. - Il numero di quegli splendidi animali era incalcolabile: c'è chi affermava che ve ne fossero almeno un miliardo! 
    I ritmi della distruzione furono elevati e in pochi anni si giunse al massacro totale.