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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 09 maggio alle ore 18:42
    Sono qui per caso

    Come comincia: Oggi domenica, giorno di riposo e quindi niente sveglia, mi alzo e, tra uno sbadiglio e uno stiramento di arti, metto i piedi a terra. Il rimmel e l`ombretto della sera prima hanno lasciato delle evidenti sbavature sul mio viso che, al solito, ho dimenticato di struccare; l’utilizzo di latte detergente e tonico non rientra, quasi mai, nelle mie priorità. Pazienza, vorrà dire che la pelle non respirerà, i pori avranno di che nutrirsi e forse prenderanno ossigeno da quella poca aria che sovrasta il mio spazio, fa sempre bene condividere qualcosa con gli altri e, perché no, con una parte di me. Non sono egoista, vero? A passi lenti, anzi lentissimi mi avvio verso la cucina, ho bisogno del mio caffè, della mia prima dose di caffeina per non dare la possibilità alle palpebre di chiudersi di nuovo. La notte, come il solito, ha divorato con avidità una buona parte dei miei pensieri, trasmutati in sogni, li avrei riportati nel nuovo giorno. Nel mio caso, parlare di luce proiettata nell'istante in cui la visione sì apre allo spostamento delle lancette, può significare solo una cosa: benvenuta nel mondo dei vivi. Vivi? Ecco, se per vivi s`intende una figura con tratti delineati, presumibilmente armonica, che veste di superficialità ogni fibra e che si lascia abbagliare dai flash di luce artificiale, che recita con cura il suo copione, allora io sarei una figura spettrale che rifiuta il suo passo in terra. Negli occhi la luce di chi ancora è intrappolato nella sfera del sogno, in quella dimensione astratta dove anche l’irreale assume una forma tangibile. Non riuscivo a non pensare ad Adrian e al suo grande amore verso Miriam, avevo fatto tardi per finire di leggere la loro storia- quel libro mi aveva colpito già dalla copertina- due mondi completamente opposti ma uniti dalla magia dell’amore assoluto, puro, incontaminato da ogni possibile elemento tossico, a tutto quello che avevano dovuto superare per viversi e coronare la loro storia. Riduttiva la mia sintesi, ma in fondo mi sono appena svegliata e voglio sentire dentro ancora un po’ di quella magia, prima che la routine mi trascini nel suo vortice. 

  • 07 maggio alle ore 14:00
    Mamma

    Come comincia: Mamma, la più bella parola del mondo, la più bella parola d'amore che possa mai esserci, un'infinità di significati profondi racchiusi in un'unica persona lei dolce profumo indimenticabile che sa di giardino di rose fiorito nell'anima del nostro destino che sa di vita vera, e ancora molto molto di più e amore puro, autentico, indescrivibile! Colei che ad un semplice sguardo fuggente del proprio figlio risponde con un bacio caldo nelle sue carezze più sentite, colei che vorrebbe stringere forte al suo petto trattenendo nelle sue braccia per sempre l'unico tesoro importante, e che per esso darebbe la propria vita ma a sua volta trova la forza nel dargli una spinta e dirgli "Vai!" solo per il suo bene. Colei che sbaglia ma per troppo amore, in lei la tenerezza delle sue effusioni da donare nella sua sensibilità, quel bacio della buonanotte nella quiete del silenzio che il sonno trasmette, colei che nelle notti insonne non conta le ore ma i respiri del proprio figlio, dolce mano che dona sicurezza incoraggiando nei passi della vita la forza dell'avventura in ogni circostanza, quel rifugio e conforto sicuro nelle lacrime delle delusioni che si incontrano inevitabilmente nel camino. Saggia educazione nello spirito introducendo e proiettando nel mondo il cuore che cura amorevolmente in quello che è la realtà, e mentre veglia incessantemente tenendosi da parte mentre tutto vede ma nel contempo tace, soffre ma sorride trovando il tempo per mille lavori per il benessere del proprio figlio non curandosi di chiedere in cambio un semplice "Grazie". Con grande tenacia non molla mai la presa, anche quando sommersa da grandi sacrifici! Auguri mamma, auguri per quello che rappresenti per l'amore che sai mantenere e dare senza sosta, senza riserve! Auguri per te mamma, che non ti risparmi mai, auguri speciali a te nel giorno della tua festa, tu che conosci fino in fondo nel profondo del tuo cuore l'emozione di cosa vuol dire davvero essere e sentirsi chiamare mamma. Auguri a te che non fai mai pesare l'importanza che rappresenti in famiglia e nel mondo, ma che vuoi essere fin in fondo da quando hai deciso di esserlo, per scelta e per amore!

  • 02 maggio alle ore 17:02
    NON SEMPRE IL COVID...

    Come comincia: Il Covid è diventato per tutto il mondo sinonimo di guai ed anche di morte, un po’ i cittadini di tutti gli stati ne sono stati colpiti, la nonna di Alberto gli aveva raccontato come due dei suoi figli erano deceduti causa la ‘spagnola’ altra epidemia purtroppo famosa all’inizio del novecento. Il mondo anche in passato era stato colpito di analoghe calamità, il Manzoni ne ‘I Promessi Sposi’ parla di  ‘peste’ che aveva procurato migliaia di decessi, un evento purtroppo ricorrente nei secoli. Attualmente alcuni giornalisti hanno insinuato che sia stata la Cina che volontariamente abbia messo in giro questo virus per motivi politici e far collare l’economia mondiale e diventare la prima potenza del mondo in tutti i campi alla faccia degli americani che grazie a quel…simpaticone dell’attuale presidente salito al ‘trono’ grazie soprattutto ai voti degli  industriali,  dei ricconi,  dei  conformisti e degli ingenui e del loro entourage. Le conseguenze purtroppo ricadono anche sugli europei in eterna lotta (sotterranea)  con i russi e dell’astuto  e spregiudicato loro capo Putin. A questo punto inizia la storia: in un piccolo paese in provincia di Enna, Calogero, Lillo per tutti, aveva la conduzione di un  forno del paese in concorrenza con altro collega che però riusciva a vendere i propri prodotti più di lui. Fu soprattutto per questo motivo che accettò volentieri di spostarsi a Roma dove un lontano parente, ormai vecchio, era titolare di  un forno ben avviato e con clientela selezionata. Nel trasferimento nella capitale aveva portato con sé Rosario (Sarino) un paesano timido ma gran lavoratore oltre  alla moglie Isabella  adottata da due contadini del posto che non erano diventati genitori ma con gran voglia di avere una figlia. La ragazza man mano che cresceva era diventata di una bellezza notevole, solare ed anche aristocratica, non se la passava con i gretti paesani ed accettò con gran gioia la proposta di matrimonio di Lillo soprattutto per il loro trasferimento nella capitale. Il vecchio parente lasciò ai due coniugi anche un’abitazione a Roma, in via Marsala, erano stanchi del frastuono della città e preferirono acquistare una casa in campagna, a Pomezia con tanto di pollaio e di un  campo per coltivare verdure per la loro mensa, un paradiso. Garzone del panificio era Gigi detto ‘ciceruacchio’ perché aveva molto in comune con quel famoso personaggio: era cicciottello ma dalla ottima capacità dialettica , carattere vivace, intelligente,  non istruito aveva molto successo  con le clienti non più giovanissime che, in cambio delle sue prestazioni sessuali lo ‘riempivano’ di regali di ogni genere  anche di denaro da lui ben accetto, la paga non era alta ed in ogni caso non adeguata al sacrificio di alzarsi presto la mattina. Oltre ai titolari del forno la non più giovane cassiera si era licenziata, ingenuamente Lillo pensò di sostituirla con sua moglie ma ben presto si accorse che i maschietti si recavano nel suo panificio per corteggiare la consorte piuttosto che fare acquisti. Divenne gelosissimo e sostituì Isabella nel suo incarico con una tale a nome Iole che non riceveva le stesse attenzioni di Isabella, era proprio brutta! Contento di questa situazione non tenne conto del ‘Covid’ che stava infettando molte persone anzi era un negazionista “Sarà come un’influenza!” Male gliene incolse, fu infettato e  la malattia fu confermata da un tampone conseguenza: una quarantena non di quaranta giorni come diceva la parola ma quindici da passare rigorosamente in casa non avvicinando la consorte che indossava sempre la mascherina per ordine del medico di famiglia. Per fortuna l’abitazione era grande, Isabella cucinava per Lillo mettendogli le cibarie su un carrello  lasciandolo vicino ad una porta comunicante. Gioco forza doveva approvvigionarsi di materie prime e quindi lasciare solo il marito per lungo tempo. La signora si sentiva felice non più condizionata alla gelosia di Lillo, non rimpiangeva la forzata lontananza sessuale, in quel campo Lillo si era dimostrato grezzo e poco appagante. Nella sua stessa scala abitava Alberto un trentenne sempre elegante ed anche affascinante padrone del supermercato ‘Aurora’ ubicato non molto lontano. Isabella fu da subito corteggiata signorilmente da Alberto che talvolta le faceva trovare dinanzi alla porta dei fiori, ultimamente delle rose rosse dal chiaro significato amoroso. ‘Gutta cavat lapidem’, la goccia scavò nella mente di Isabella che cominciò ad apprezzare quel corteggiamento delicato e non volgare, guardò con altri occhi Alberto che veniva sempre avvisato da qualche suo dipendente quando Ia dama entrava nel supermercato. “Mi permetta di offrirle quanto ha messo nel carrello per solidarietà ad un coinquilino.” Un pomeriggio di una giornata grigia e piovigginosa Alberto si munì di un ombrello ed accompagnò nel palazzo la signora sino al suo piano, ma sparì subito dalla circolazione per non essere visto dal marito dallo spioncino della porta.  Lillo si mangiava il fegato, non poteva in nessun caso controllare la consorte, le finestre del suo appartamento davano sul lato opposto del portone principale di casa. Isabella parlava con Lillo per telefono, domandava notizie sul suo stato di salute, sull’esito del nuovo tampone che un infermiere veniva ad eseguire a casa sua, purtroppo passati i fatidici quindici giorni il tampone era ancora positivo. Una mattina Alberto si fece trovare dinanzi all’ascensore da cui stava per uscire Isabella: “Gentile signora, che ne dice di visitare il mio appartamento, è triste e solitario senza la presenza di un essere femminile.” “Che ne dice di adottare una gatta, le femminucce si affezionano di più ai maschietti!” Alberto ruppe gli indugi, abbracciò Isabella, la baciò a lungo e riuscì a condurla in camera da letto senza che la signora opponesse resistenza anzi aveva chiuso gli occhi  mentre veniva spogliata  lentamente. Una visione celestiale, un corpo da modella completamente a disposizione di Alberto che mise in atto tutta la sua esperienza sessuale sino a portare Isabella a ripetuti orgasmi per lei materia ignota. Svuotata di ogni energia la signora si ricordò che doveva cucinare e portare il carrello dinanzi alla porta del locale dove risiedeva il marito, lo fece presente ad Alberto che: “Provvedo io, qui sotto c’è una bettola, sora Mara cucina divinamente e poi sa che da me avrà il doppio del prezzo degli altri clienti.” “Hai capito il signorino, porti da lei le tue amichette…” “Non voglio raccontarti balle, quelle che ho conosciuto non avevano lo stile e la bellezza tue, non ci sono aggettivi per definirti, se me lo permetterai ti sarò sempre vicino, potrai anche dormire a casa mia. Il tampone di Lillo, per sua fortuna, ma non per quella di  Isabella fu finalmente riscontrato negativo ed il padrone di casa poté riabbracciare la consorte la quale volle essere sincera. “Caro durante il tuo periodo di quarantena la mia situazione sentimentale è cambiata, ho preso a frequentare Alberto il signore che abita al piano superiore al nostro, è padrone del vicino supermercato ‘Aurora’. Siamo diventati amanti  ma non ti lascerò solo, resteremo amici, ho pensato per te ad una soluzione: Alberto ha assunto alle dipendenze una giovane ragazza di campagna che non  ti porrà troppe domande, devi sgrezzarla ma tu stesso devi imparare molto in campo sessuale, metterò in atto il detto latino: ‘gallina ivit super gallum’” e ti impartirò delle lezioni sessuali specialmente sul corpo delle donne. Lillo pur frastornato era cambiato durante la quarantena, accettò le lezioni e cominciò a corteggiare Concetta che chiese ed ottenne di essere ospite nel suo appartamento, Lillo accettò tutto quello che la consorte gli aveva ‘propinato’, fu perplesso solo sul cunnilingus, Isabella gli fece capire l’importanza dell’orgasmo anche per le donne. Il destino di ognuno di noi è segnato sin dalla nascita come affermato da Eraclito, antico filosofo pensatore presocratico ed infatti Concetta passati i primi momenti di apprendimenti li mise in atto anche con un altro commesso del supermercato tale Lucio, belloccio e soprattutto astuto che circuì e ne divenne l’amante, ma solo l’amante in quanto gli piaceva folleggiare anche con altre femminucce incontrate al supermercato. La parola gelosia, per  forza di cose era stata bandita dal lessico e nella pratica  del quartetto.

  • 01 maggio alle ore 9:40
    NAUFRAGAR M'È DOLCE IN QUESTO MARE

    Come comincia: Leopardi con questa storia non c’entra per nulla. Edy era un filippino sbarcato in Italia come tanti altri suoi connazionali spinto dalla necessità di guadagnare per mantenere la sua famiglia. Un famiglia un po’ particolare: aveva tre figlie, la consorte Udaya era deceduta per cause che nemmeno i dottori erano riusciti a diagnosticare, una malattia rara. L’avvenimento lo aveva ovviamente messo in crisi,  ritenne opportuno risposarsi con Namin giovin donna dalla bellezza fuori del comune sia che per il viso da bambola che del corpo da modella. Motivo per il quale la ragazza aveva accettato di maritarsi con Edy? Semplice: era sua intenzione scappare dal natio borgo ed approdare in Italia, Roma meta particolarmente gradita. Insieme presero in affitto un appartamento in un caseggiato di cinque piani in via Aurelia, Edy effettuava le pulizie sia nella scala dove era ubicato il suo alloggio che in qualche appartamento. Per Namin il lavoro  nella capitale non era quello che aveva sognato, unico impiego offertale veramente redditizio non era di suo gradimento: la prostituta. Lo stipendio di Edy era appena sufficiente per le loro esigenze primarie tenuto conto anche che il filippino doveva inviare del denaro per il sostentamento delle due figlie Maricl e Concepiper mentre l’ultima  Elliza l’aveva portata con sé in Italia. Il caso volle che nel palazzo dove Edy effettuava le pulizie abitasse un cinquantenne facoltoso, con moglie eternamente ammalata. Il tale, Riccardo aveva adocchiato Namin, la signora non era molto elegante nel vestire, un giorno: “ Sono Riccardo titolare in via Condotti di un negozio di moda femminile, qualora volesse approfittare le potrei fare uno sconto speciale sia per i  vestiti che per le scarpe.” Namin esaminò a lungo il signore, tutto sommato era  di suo gradimento, l’avrebbe volentieri ‘avvicinato’ ma c’erano dei ma Edy avrebbe accettato una  sua relazione e poi e casa loro c’era Elliza sedicenne, l’albergo fu scartato. La dea Artemide, protettrice delle donne dall’Olimpo  venne in suo aiuto, entrò nel cervello di Edy e lo convinse che sua moglie potesse dargli un sostanzioso aiuto materiale con il suo…sacrificio. Riccardo non aspettava altro che un’affermazione positiva alla sua aspettativa. Un  sostegno venne loro dato da frau Agnes una poliglotta tedesca venuta di recente a Roma dopo la morte del marito. A Friburgo, sua città di origine aveva conseguito la laurea in lingue, per lei lo spagnolo, l’italiano, il francese e l’inglese non avevano segreti, parlava tutte quelle lingue con un simpatico accento ‘tetesco’. Veniva chiamata per esercitare la professione di interprete in occasione di congressi e di meeting. Fu Namin che si fece audace, quando incontrò la frau, la salutò cordialmente e poi: “Sono in imbarazzo, dovrei chiederle un favore molto particolare, decisamente anticonformista…” “Ha incontrato la persona giusta, io per natura sono una anticonvenzionale, mi dica.” “Dovrei avere dei rapporti privati, molto privati con un signore che abita in questa stessa scala, si tratta di…” “Indovinato, molto probabilmente è  herr Riccardo, con quella moglie… l’importante che suo marito…” Edy è d’accordo, ci occorrono molti denari per le sue figlie rimaste nelle Filippine e per noi stessi, non avrà problemi, se vuole possiamo darci del tu.” “D’accordo  frau Namin, non si porti le lenzuola, mi piace assaporare l’olezzo di due corpi in amore, amo molto gli odori sessuali, mi informi sul giorno e su l’ora, io farò compagnia a suo marito, nessuna preoccupazione, non amo i maschietti!” Agnes era stata una fonte di novità impreviste, era lesbica, Namin pensò che per ricompensa Agnes volesse aver rapporti con lei, sarebbe stata per lei una novità, mai amoreggiato con una donna, chissà se le sarebbe piaciuto…Una domenica pomeriggio Riccardo e Namin si incontrarono, una gran festa per Ric, per Namin un po’ meno, pensava solo a quanto guadagnare in contanti ed a farsi un guardaroba nuovo. Dovette ricredersi, Ric era proprio bravo sessualmente, godette alla grande varie volte, aveva messo in atto un aforisma del Manzoni: ‘l’utile per iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo’ insomma aveva unito l’utile al dilettevole. Agnes  nel frattempo, si era rifugiato in casa di Edy il quale mostrava segni di nervosismo, Agnes se ne accorse ed in perfetto romanesco: “A’ coso pensa a li quattrini!” “Signora non pensavo che avesse già imparato il dialetto locale, pronunziata da lei quella frase è più simpatica, mia moglie m’ha confidato che lei non ama i maschietti altrimenti…” “Sono stata sposata, il mio defunto non era gran che come amante forse è per questo, possiamo provarci dipende da te.” Edy mise in atto la sua sapienza nell’ars  amatoria cominciando a baciare Agnes dai piedi sino al viso magno cum gaudio della tedesca che: “Però non immaginavo…” Dopo circa due ore Riccardo rientrò nelle mura domestiche, Namin sorridente nel proprio appartamento, tutto era tornato alla normalità ma quel doppio incontro aveva lasciato degli strascichi piacevoli anche se nella mente di Agnes.Tutto questo traccheggio non era passato inosservato alla figlia Elliza che, non più vergine per un contatto avuto con un compagno di scuola, aveva acquisito la mentalità di donna. “Mamma che ne direste tu e papà se diventassimo padroni dell’appartamento che abbiamo in affitto?” “Cara, è vero che i sogni son desideri ma il tuo resterà solo un sogno.” “Vedremo…” Namin non seppe come interpretare quel ‘vedremo’ della figlia, forse un’idea di gioventù e la conversazione finì per dimenticatoio. Riccardo ‘frequentava’ sempre meno Namin con la conseguenza della mancanza di un introito importante per la famiglia, la spiegazione venne data da Elliza alla madre: “Mammina io e papà ti siamo molto grati per i soldi che sei riuscita a portare a casa, ora quel signore ha tagliato i cordoni della borsa, tu non ti sei resa conto del perché, posso darti io una spiegazione.” Namin immaginò la verità, sua figlia voleva sacrificarsi ma aveva solo diciassette anni e poi era vergine…”Mamma hai capito quello che voglio mettere in atto, avremo un appartamento tutto nostro, non sono più vergine, la mia cosina contro qualche migliaio di Euro…” Namin abbracciò piangendo sua figlia, non avrebbero detto nulla ad Edy che sicuramente non avrebbe dato il suo consenso. Ancora una volta Agnes, informata delle ultime novità venne in aiuto a mamma e figlia a cui, tutto sommato il sesso praticato da Riccardo piacque molto, l’appartamento divenne di proprietà di Elliza sotto tutela dei genitori, la ragazza divenne l’amante ufficiale del danaroso Ric che proseguì a foraggiare alla grande padre, madre e figlia che, al compimento del diciottesimo anno di età si trovò un coetaneo per fidanzato pur conservando la liaison con Riccardo il quale, sempre più innamorato dovette accontentarsi…

  • 28 aprile alle ore 21:04
    Pioggia

    Come comincia: La pioggia batte sulle persiane, con un ritmo incostante... l'acqua si infila tra i listelli di legno formando gocce che sembrano restare lì incollate... le osservo sperando che lo sguardo le attraversi e vada oltre, le osservo in una sorte di ipnotica ossessione, ma non riesco a distinguere quando si staccano e cadono verso il basso.. apro la finestra e respiro l'aria che sa di pioggia, mi riempio le narici di quell'odore particolare, che sa di fresco e di antico, un profumo che non cambia nel tempo, mai.. mi piace, mi infonde serenità, mi dà sicurezza... Mi sento a volte come quelle gocce, immobile ma in continuo rinnovamento, cosciente però che, come la pioggia, prima o poi mi fermerò, sino al prossimo temporale

  • 28 aprile alle ore 20:13
    Il Contadino Dell'Anima

    Come comincia: Il Contadino Dell'Anima Il Contadino lavorava costantemente la sua amata terra però le sue mani non erano mai sporche di terriccio, poiché esso curava il giardino del suo cuore affinché nè errori di parassiti nè falle di pericolose intemperie potessero contaminarlo fino a trasformarlo in aride zolle senza sentimenti! Non aveva timore che le più gravi siccità potessero essiccare il nocciolo della sua coscienza, perché di luce delle proprie lacrime colme di pure emozioni che nascevano dalla foce del cuore sensibile alle percezioni della vita, irrigava quel suo giardino dagli alberi adorni di frutti profumati e deliziosi al sapore delle sue opere! Non temeva neppure i suoi convicini quando nelle loro schernie beffeggiandolo con sguardi austeri provocavano la sua dignità nella sua pazienza lenta all'ira, ma larga alla perseveranza del perdono! Amava contemplare il suo faustello nel segreto del suo essere, lavoro fatto con passione non per essere realizzato davanti agli occhi degli uomini, neppure per sé stesso, ma solo davanti allo sguardo di Dio! No, non era un santo era semplicemente un uomo che sceglieva ogni giorno di percorrere la strada della vera saggezza per amore della pace nel bene dell'umanità! Non considerava mai contando le cadute che non erano mai troppe, e neppure le vittorie che egregiamente raggiungeva, gli ostacoli che aveva imparato a scavalcare poiché nonostante fosse un buon contadino che amava prendersi cura del terreno della sua anima affinché fosse sempre fertile e feconda all'insegnamento del suo Signore, era anche un bravo e onesto soldato che senza lamentarsi per la troppa fatica sapeva combattere ogni giorno per il suo raccolto affinché fosse sempre prospicuo non per gli occhi degli uomini, né per sé, ma per lo sguardo di Dio! Era semplicemente uno in mezzo a tanti con una salda volontà votata e riflessa all'immagine e somiglianza di Dio, quel Dio che non amava a parole poiché fin troppo spesso e facilmente quelle volano via nel vento col tempo, ma amava col cuore e con l'anima attraverso le sue gesta vera essenza gradita che eleva ogni angelo figlio di Dio nel suo di giardino, per abitarvi per sempre circondato dalle sue di meraviglie in una particolare situazione di non più contadino ma concittadino in quel regno che solo i veri valorosi soldati della pace e dell'amore del bene, sanno meritare fin da questa terra! Terra che fin troppe volte sporca le mani inquinando l'animo col suo terriccio sterile e avvelenato dal male, che incontrastato contamina chi lo sovrasta! Ogniuno di noi è fondamentalmente contadino nella vita, se sa essere un vero soldato nelle battaglie tra il bene e il male sul suolo del giardino dell'anima, e il suo olezzo è nella volontà delle nostre mani, a noi la scelta se renderle pulite o sporche colme di fango! No, non per gli occhi degli uomini, né per sé stessi, ma solo per lo sguardo di Dio che non tutti sanno accettare e amare nella propria vita, no non a parole, ma con le gesta dell'anima l'essenza del cuore quando vive la pace di essere figlio di Dio.

  • 27 aprile alle ore 12:32
    Inquietanti Passi

    Come comincia: Inquietanti Passi All'improvviso il rumore della porta d'ingresso la fece sobbalzare dai suoi sogni che la trasportavano lontano nel tempo, quegli interminabili tuffi dell'anima nei ricordi del passato, quando l'amore era ancora in fiore nella sua vita sotto un bel ciel sereno senza nubi in circolo illuminato dal suo raggiante sole, quel che fu il suo adorato e perfetto uomo! Quando quella porta si chiuse con un click lasciando dietro di sé un'incessante pioggia di pieno inverno, in un pomeriggio decisamente rigido, Lisa trasalì per l'improvviso accaduto e di certo non si aspettava che qualcuno potesse varcare la soglia della porta di casa sua da padrone, un attimo dopo dal corridoio giunse un consistente rumore di stivali tipo alla cowboy sul pavimento di legno massello di un'abitazione dallo stile rustico ma romantico , che accoglieva intimamente chi vi entrava in quell'atmosfera calda e rassicurante in cui sentirsi a proprio agio in quell'ambiente confortevole e genuino nella sua semplicità. Mentre lei era ancora inchiodata sul divano in pelle di bufalo color marrone sulla quale era adagiata per potersi leggere in pace il suo libro preferito, e non mancava molto per terminarlo solo altri due capitoli , sì chiedeva chi potesse essere nel lasso di tempo in cui le mancavano alcuni battiti di cuore a dar vita alla giovane donna, soprattutto quando riuscì a concepire chi poteva aver potuto aprire la porta di casa sua con un mazzo di chiavi, poiché due erano le copie e quella mancante dall'appendichiavi da parete era in possesso del suo.... O meglio ex Leo. "Impossibile!" risolse scioccamente fra sé, i passi si fermarono per qualche istante all'altezza della camera da letto come se cercassero qualcuno o qualcosa di fortemente intimo e personale, poi ripresero a gran passo spediti verso il salotto quando nel contempo Lisa dopo che la paura iniziò a padroneggiare intrufolandosi nelle sue vene inducendo il suo respiro ad affannarsi, di scatto si alzò lasciando scivolare via dalle sue mani il libro che con cura maneggiava, e guardandosi intorno con un bel nodo in gola tinto di paura cercava un qualcosa da usare come arma di difesa, e il suo sguardo non mancò più di un minuto a posarsi non molto lontano, cadde su un vaso cinese che poco c'entrava con l'arredo di casa, lo afferrò sensa esitazione in gran fretta per poterlo spaccare addosso all'agressore, certo perché questo credeva la povera Lisa mentre fissava il vaso che tempo addietro gli aveva regalato il suo Leo, in un viaggio d'amore in Cina.Era certa che stesse per accadere l'impensabile per lei, doversi difendere da un ladro per direttissima adoperando la violenza che odiava da morire! E quando la presenza inquietante non era ancora nel raggio visivo della donna, quest'ultima era già pronta per scagliarsi di sorpresa al visitatore, ma ecco che all'improvviso il suono rauco della voce di Leo, si proprio lui in carne ed ossa di fronte a lei diede timbro vocale diffondendosi per tutta la stanza, fecendo si che il vaso cadde per terra frantumandosi in mille pezzi, piuttosto che addosso all'ospite indesiderato! Lisa fece per gridare colta da assordante sconcerto e attonimento mesti a tanta stizza e disappunto, incorniciati da una rara emozione che mozzava l'aria impedendo di respirare liberamente, ma proprio in quel momento la collera ebbe il sopravvento su tutto quel grosso groviglio di sentimenti. Esplose verbalmente punendo severamente chi di certo non avrebbe voluto vedere dinanzi a sé, soprattutto senza alcun tipo di preavviso! Ma Leo non si scoraggió, anzi al contrario deciso come non mai prese coraggio accorciando la distanza che separava i corpi dei due ex amanti, e con un sol saldo abbraccio cinse la vita di lei attirandola a sé contro i suoi possenti pettorali, stringendo quel corpo esile e delicato per sentire quel contatto fisico, quel contatto di cui Leo aveva bisogno poiché gli era mancato da morire, e che aveva sognato di riavere ogni notte trascorsa senza lei. Racchiuse quell'impulso naturale in quel momento con un'unica parola, la sola che poi riuscì a pronunciare dato che anche in lui l'emozione si faceva sentire nel profondo inducendolo a dirle "Ascoltami! ". I loro occhi si incontrarono, serrati e lucidi in preda all'imprevedibile, vi susseguì un momento muto in cui Leo ricordando rammaricandosi in cuor suo per come l'aveva bruscamente accusata nella maniera più cruda, poiché lei in passato aveva accusato Leo di averla tradita con Sandra un'amica di famiglia di vecchia data, difatti Lisa mancò di fiducia verso Leo ingiustamente però, mandando all'aria il loro rapporto felicemente consolidato, diversamente dal canto di Leo che si dichiarava innocente e fedele solo a lei la sua unica gioia, sostenendo sempre che in realtà erano stati vittime di un crudele e freddo tranello teso da Sandra, l'eterna falsa amica dalla faccia pulita e dal cuore sporco di nequizia.Infatti era segretamente innamorata di Leo sin da bambina e non sopportava l'idea di vederlo felice accanto ad un'altra. Infatti tentò di distruggere la loro relazione seminando zizzania tra loro riuscendoci alla grande raccogliendo i suoi frutti, separazione, lacrime e dolore! Finalmente recentemente Leo era venuto a conoscenza della verità grazie alla confessione della medesima, l'autrice di quella trappola tesa alle loro spalle poiché il rimorso fece capolino nel suo minuscolo impassibile cuore!Proprio lei Sandra, che fu complice di chi originó quella telefonata anonima fatta a Lisa la quale lasciava intendere che vi era tra i due una relazione segreta ed era giusto che Lisa ne venisse a conoscenza, e quando fu il momento di affrontare Sandra a viso scoperto per un confronto, Sandra non negò anzi al contrario affermò colma di gelosia e invidia mascherate a dovere, che era tutto vero, ferendo a morte Lisa! A nulla servirono le parole di Leo per difendersi da quello che accadde in seguito alle rivelazioni che vennero alla luce dei fatti, e per salvare la loro storia tentó di tutto ma trovó solo un muro insormontabile da abbattere, Lisa non gli credette e si sfiló l'anello d'oro coi diamanti per lanciarlo dalla finestra, che gli fu regalato dal suo fidanzamento ufficiale con Leo, lanciandogli contro inoltre tutto il suo disprezzo! Ed ora che anche Lisa sapeva tutto, lentamente si spoglió di quello che la sua amareggiata anima vestiva e non appena fu completamente priva da ogni sentimento di rabbia, delusione e rancore, esplose di gioia incontrollata e i suoi occhi si illuminarono come stelle scintillanti per la consapevolezza che il suo Leo non l'aveva mai tradita, ma allo stesso tempo soffriva perché all'epoca non gli aveva creduto! Il calore dei loro corpi si fuse in un solo abbraccio sprigionando tanta tenerezza in quelle lacrime liberatorie, che oppressatamente aspettavano di scivolare copiose sui loro visi inarcati da sorrisi di pura gioia, per poi guardarsi scrutandosi negli occhi per dichiararsi tra mille infiniti emozioni che facevano a gara per esprimere tutto l'amore che provavano, tra i nodi in gola per la troppa letizia che impedivano quelle parole mancate da troppo tempo a dar nota d'amore, anche se era passato solo un anno ma per loro era un secolo! I loro cuori pulsavano amore allo stato puro, le loro carezze si fecero più intense esplorando ogni parte del corpo e il loro ardore sempre più marcato nei loro animi in preda al turbamento, che impaziente divampava consumandosi in quei baci così profondi e passionali quando tremava il suolo sotto i loro piedi, o meglio, erano loro tremanti soggiogati dalla sensualità dei movimenti dei loro corpi ormai riscoperti l'un per l'altro, per ripromettersi ancora una volta in quelle parole magiche che le loro orecchie finalmente quasi incredule potevano riascoltare tra infiniti brividi e trepidazioni, che esalavano dal cuore inducendo ambedue a gridare quel "Ti Amo" tanto sospirato a polmoni pieni sull'apice della loro passione che sigillava il loro tempo col loro sentimento ormai riconsolidificato , firmando la loro storia nel filmato del loro destino nuovamente intrecciato sulla pelle delle loro vite, per non sciogliersi mai più!

  • 23 aprile alle ore 20:06
    Mondo Quantistico, Entanglement

    Come comincia: "Un singolo seme, ignorato dalla luce e seminato dove lo sguardo non si posa, innalzerà migliaia di semi fino alle Stelle!
    Nelle profondità della Terra, dove la luce non rischiara l’oscurità,
    e un ambiente lugubre colora il quadro del tuo campo visivo,
    il seme della vita germoglia e comincia la sua ascesa verso la luce.
    La bellezza, come la gravità, attira il tuo sguardo e, attraverso gli occhi,
    ti accompagna in un viaggio nell’invisibile, mostrandoti le grotte dell’anima. Seppur spazialmente e fisicamente separati, i due corpi si ricongiungono nell’invisibile grotta dell’anima, proprio dove la vita germoglia.
    Lascia che gli occhi ti portino nel mondo quantistico, e creino quasi un ponte, un Entanglement, tra i due corpi.
    Lascia che i mattoni della vita, che chiamiamo cellule, si dividano fra loro, moltiplicandosi: la divisione cellulare creerà l’unione in superficie.
    I due corpi, in principio legati da un Entanglement, ora sono vicini.
    Atomi ed elettroni scompigliano i loro capelli, come un soffio di vento.
    Una forza impetuosa li eleva, mostrando loro i primi raggi solari.
    I due corpi crescono di dimensioni, schiudono le mani, spalancano gli occhi e una fievole aria dilata i polmoni.
    Come una pianta fuoriescono dalle profondità della Terra, innalzandosi verso le Stelle, sognando i loro frutti, che chiameranno figli.
    Dall’oscurità della Terra, da quell’ambiente lugubre, che colora il quadro del tuo campo visivo, il seme della vita ha germogliato, portando in superficie la pianta dell’amore.
    Quando un’idea è seminata nel luogo perfetto, la pazienza e la dedizione la condurranno verso i cieli".
    Fabio Meneghella

  • 20 aprile alle ore 14:29
    Ambigue Speranze

    Come comincia: Ambigue Speranze Il suo respiro si fece affannoso, mentre dentro di lei un panico sempre più intenso faceva a gara di intensità con un'incredulità istupidita, sapeva che a breve l'avrebbe incontrato dopo quel brusco litigio che determinò la loro separazione. Ma l'idea di poter rivedere i suoi occhi scuri e riascoltare la sua profonda voce, le faceva traboccare il cuore d'amore sul suolo d'asfalto! Per non parlare della voce grondante dal cinismo della sua coscienza che le martellava continuamente la mente, urlandole che sarebbe stato un'incontro puramente spinto dalla pietà di lui unicamente per potersi lavare la coscienza, per averle tanto onta nella sua irruenta impulsività, ma mica per regalarle delle rose rosse e profumate come segno di pace, e anche se fosse stato così sarebbero state delle bellissime rose tempestate di spine pungenti, a farle sanguinare nuovamente le sue emozioni.Non le restava altro che attendere quel momento cinta di ansia che le fuorisciva da tutti pori della pelle, e abbracciare ciò che il destino serbava in seno ancora una volta per lei.

  • 19 aprile alle ore 20:37
    Tradigione

    Come comincia: Tradigione Riversa sul pavimento di marmo di marquina, lei in cuor suo era consapevole del dolore sordo che la stava lacerando l’interno del nocciolo del suo essere, così profondo e delicato quanto immenso da perdersi dentro volutamente, e con gli occhi gonfi bagnati dalle copiose lacrime che le rigavano le rosse gote inflitte dal dolore angoscioso, fulminó rapidamente con lo sguardo respirando a fatica col petto stretto nella nella morsa del duolo, quella foto che ritraeva chi fino ad un’ora prima rappresentava tutto il suo mondo. Maledicendo quell’immagine sgualcita dal calore delle sue mani infuocate dalla rabbia, e dal freddo sudore che il suo corpo emanava tremando come se il suolo fosse colto da una scossa tellurica lasciando vibrare tutto ciò che vi era sovrapposto. Strappò con violenza incontrollata quell’immagine come se volesse sfregiare il ricordo di quello che fu origine in lei di tanto amore, per poi riversarlo in chi sapeva concepire dentro di sé quelle emozioni senza eguali, per effondere il cuore di chi la sapeva ancora far sgorgare acqua d’amore che nasceva spontanea da un profondo intaglio in una cresta fatta di cuore, affinché il suo corso di sentimento che dissetava la sua anima s’immettesse nel mar profondo bruciante d’ardore, abbracciando e inebriando in ogni parte il suo amato. Ma ormai consumato e prosciugato dalla delusione di un tradigione compiuto senza rimorso, quell’oceano di passione si trasformava in un vuoto di animosità che pacatamente colmerà con nuovi impulsi inclini alla fiducia verso qualcuno, ed ora non vi era intorno a lei che una fievole speranza nell’oscurità dei suoi triboli, di riuscire ad accartocciare tutto il suo corruccio per rialzarsi lentamente raccogliendo la sua dignità per farne perno per il suo invigorire interiore.Affidó il suo cuore al tempo affinché cura vi possa trovare nelle sue sagge braccia, per ottener sollievo da quel lamento disperso sotto le ali della solitudine, per amore. ©LAURA LAPIETRA

  • 16 aprile alle ore 17:37
    La favola complottista

    Come comincia: Battipaglia, 29/03/2021

    Cari colleghi,
    un breve inutile riassunto.

    In settembre avevo chiesto ad un nostro collega: <<Tu che hai più ascendente, mi organizzi un incontro online dove provo a spiegare ai colleghi ciò che sta accadendo?>>
    Rispose: <<Ma che vuoi spiegare!>>
    Intesi: <<Ma che vuoi spiegare, che vogliono capire!>>
    Probabilmente intendeva invece: <<Ma che vuoi spiegare che sono tutte sciocchezze!>>

    In breve, come ha sottolineato un altro collega, non della nostra sede, le mie sono solo prove indiziarie e quindi la frase successiva è al condizionale o, meglio, preciso che è una mia opinione (c’è ancora libertà di opinione in Italia?).

    Anzi, no. E’ una favola. Frutto di fantasia. La favola complottista.

    La mia opinione è che questa pandemia è stata provocata, ma non dalle scarse condizioni igieniche e da uno sviluppo che ha messo in contatto modernità con tradizioni arcaiche.

    Sento da tempo il termine ‘complottismo’.
    A mio avviso non bisogna parlare di ‘complotto’. Non è un complotto, come ho precisato al mio avvocato sabato sera in libreria, mentre recuperavo la mia copia de “Il Giallo del Coronavirus”.

    È un progetto.

    Un progetto aziendale, nato, come tutti i progetti, e come i manuali insegnano, da una opportunità o una criticità.
    Un progetto aziendale che, come tutti i progetti, ha un obiettivo o una serie di obiettivi specifici che contribuiscono agli obiettivi di continuità dell’impresa.
    Un progetto ha una sua pianificazione in termini di tempi, costi, risorse. 
    Un complotto, una volta definito l’obiettivo finale, ha una gestione più improvvisata, anche se vengono definiti, per sommi capi, ruoli, tempi e metodi.

    Qual è la criticità.
    Siamo troppi. Consumiamo troppe risorse, produciamo troppa CO2, inquiniamo troppo.
    Gli ‘imperialisti buoni’, come li chiama un articolo che si riferiva ad un articolo di Nature, hanno deciso che siamo troppi. Il livello di produzione di CO2 che contribuisce fortemente al cambiamento climatico è arrivato a livelli insostenibili ed è opportuno ridurre drasticamente la produzione di CO2.
    L’articolo presentava una tesi differente dall’idea portata avanti dagli ‘imperialisti buoni’, secondo i quali chi è ‘di troppo’ sono sempre ‘gli altri’.
    Al contrario, l’articolo sottolineava che le risorse ci sono per tutti: sono i modelli di sviluppo ai quali gli ‘imperialisti buoni’ non vogliono rinunciare a consumarle nel modo sbagliato in modo da depauperarle.
    Il footprint.
    Cos’è il footprint?
    Dal nostro fu-ministero dell’Ambiente leggo:
    La carbon footprint è una misura che esprime in CO2 equivalente il totale delle emissioni di gas ad effetto serra associate direttamente o indirettamente ad un prodotto, un’organizzazione o un servizio. (https://www.minambiente.it/pagina/cose-la-carbon-footprint)
    Ho appena trovato dove ognuno di noi può calcolare il proprio ‘ecological footprint’: https://www.footprintcalculator.org/
    Ora entriamo nel campo delle illazioni, ho dedicato non più di tre ore alla stesura di questa missiva. I dettagli li devo studiare. Sarò semplicistica e approssimativa.
    Esempio: William, ricco imprenditore degli Stati Uniti, ha un footprint giornaliero pari a 1000.
    Un italiano medio ha un footprint pari a 20.
    Dobbiamo ridurre il footprint  globale. Chiediamo a William di rivedere i suoi modelli di consumo? Noooo. Eliminiamo 50 italiani, o europei o quello che siano.
    Abbiamo una criticità, abbiamo una possibile soluzione.
     
    Un’altra criticità nasce dalla necessità, per gli imperialisti buoni, di vedere l’indice delle loro azioni di borsa puntare sempre in alto. Non vogliamo mica arrivare al giovedì nero di Wall Street del 1929 quando, dopo anni di economia della finanza slegata dall’economia reale, la bolla esplose e fece scendere in picchiata gli indici di borsa con la conseguente caduta in picchiata di ex-plutocrati dagli ultimi piani dei grattacieli di New York, vero?
    Anche se, a mio avviso, gli imperialisti buoni adesso non correrebbero questo rischio. Hanno accumulato tanto di quella ricchezza che possono continuare con il loro tenore di vita per altre sette generazioni almeno. Senza fare niente.
    Ma anche la stasi del patrimonio per loro è inconcepibile. La loro ricchezza deve sempre aumentare. Per loro è una legge di natura. Inoltre tutti i mega-dirigenti, ed anche meno mega, alle loro dipendenze ne risentirebbero ed è una cosa inconcepibile ed intollerabile.
    No, l’economia della finanza, che ora sta completando la sua transizione (altra parola magivca ultimamente) alla economia delle piattaforme, deve continuare a prosperare. A scapito dell’economia reale, dell’economia del lavoro, economia che diventerà sempre meno reale, anzi diverrà inesistente. Non per niente da qualche anno vediamo iniziative di corsi di economia finanziaria nelle scuole.
    Meglio sacrificare il 99% della popolazione mondiale piuttosto che l’1% di mega-miliardiari.
    Va be’, qualcosa di meno del 99% salviamo un altro 4% di servitori fedeli e ben compensati dai mega-miliardari.
    Troppe criticità. Ci vuole una soluzione. Eliminiamo un po’ di persone che consumano risorse, CO2 o stipendi o pensioni. OK, dei pensionati possiamo fare a meno, oramai consumano solo risorse che potremmo mangiare noi, ma non abbiamo bisogno dei lavoratori per prosperare? Chi lavorerà per noi? Chi produrrà? Chi consumerà?
    Signori, e volete insegnare a noi? Tanti lavoratori sono diventati inutili. Di alcuni lavori proprio non ne abbiamo più bisogno, altri possono essere fatti dalle macchine, come è successo da secoli nel corso del progresso tecnologico.
    Automatico, che si muove da solo.
    Prima i lavori manuali e pesanti. Poi il lavoro mentale e ripetitivo.
    Informatica. Info(rmazione) (auto)matica, elaborazione automatica delle informazioni.
    Le buste paga può farle una macchina.
    Intelligenza Artificiale.
    Agricoltura2.0. Una macchina è in grado di valutare se il frutto, l’ortaggio è al giusto punto di maturazione per essere raccolto.
    Industria4.0. La Volkswagen in Germania, ma non solo, ha già pronti i robot (tra parentesi prodotti anche in Umbria) che sostituiranno i prossimi pensionati. Amazon pare che li utilizzi in Cina già da tre anni, ma non ho trovato le immagini.
    Tante belle macchine collegate grazie al 5G che consente di collegare un milione di dispositivi per chilometro quadrato. L’Internet delle Cose, l’IoT.
    E’ a questo che serve il 5G e l’IoT: all’industria4.0.
    Credevate davvero che facessero tutti questi investimenti in antenne collocate a poche decine di metri le une dalle altre a coprire il 99% del territorio e collegamenti vari per farci scaricare i video sul telefonino più velocemente? Ma noi di questa aumentata velocità probabilmente non ce ne accorgeremo nemmeno! Noi gonzi comprando i dispositivi 5G dobbiamo solo contribuire a recuperare parte dell’investimento.
    Prima del 5G in realtà c’è anche l’Nb-IoT (qualcuno potrebbe trovare questa sigla sugli Smart-Meter del gas) che però consente di collegare ‘solo’ 50000 dispositivi per chilometro quadrato.
    E perché non usare la fibra ottica? Costerebbe di più, ha detto un elemento di spicco sia dell’Agenzia Digitale Italiana sia Europea. Mi aspettavo che avesse parlato anche di problemi di mobilità, invece no. In effetti al momento parliamo di macchine che si muovono su guide prestabilite.
    Ma nel 2031 i robot cammineranno per le strade, ha sentito mia madre un paio di mesi fa nel programma ‘A mia immagine’, prima della Santa Messa delle 11:00 di domenica.
    I cobot (robot collaborativi), oltre che muoversi lungo delle guide come adesso, saranno colleghi e capi degli uomini [Andrew Smith, EU-OSHA, Matera, 25 ottobre 2019]. Non solo nelle fabbriche, ma anche negli uffici.
    Del primo robot-giornalista in Cina forse ne parlò il TG nel 2008, se non prima.
    Perché continuare a pagare profumatamente anchor-man che oramai fa solo da grancassa ai diktat dei potenti?
    Nel 2017 da un suo blog Beppe Grillo ci ha informato dell’Avatar in Nuova Zelanda che insegna ‘Energia’, dicendo che potevano essere utilizzati in territori come l’India dove gli insegnanti sono pochi. E comunque costano meno di insegnanti in carne e ossa. Potremo averli in Italia già dal 2027. Certo bisogna risolvere il problema dell’empatia, ma anche quello sarà risolto, concludeva l’articolo di Orizzonte Scuola che riprese il blog di Beppe Grillo.
    L’argomento di un evento disponibile in rete il 3 marzo era "La frontiera dell'Intelligenza Artificiale: assistenti virtuali, empatia, Artificial Human".
    Perché pagare insegnanti che abbiamo ridotto a ripetitori di filastrocche (e di filastrocche che vogliamo noi) ai quali abbiamo imposto metodi di valutazione a ‘griglia’, a punteggi che può applicare anche una macchina?
    Basta insegnanti che educano al pensiero autonomo. Non ci fanno comodo.
    Ed i medici di base che si stanno limitando ad alzare il telefono o a rispondere a dei messaggi WhatsApp non possono essere sostituiti dall’Intelligenza Artificiale? Sì, secondo Sonia Savioli, autrice de “Il Giallo del Coronavirus”, settembre 2020, nella parte di cui dà lettura Enrico Montesano: https://www.youtube.com/watch?v=qali5ZrwGgY&t=3s minuto 1:58
    L’ho riascoltato tutto adesso, andando oltre la parte dove parla dei medici. Nel caso lo ascoltaste fino alla fine, quello che avevo intenzione di descrivere nel seguito è già detto. Credo che il finale sia troppo ottimistico. A settembre, a novembre il risveglio non era ancora massiccio. Non lo è neanche ora. Non c’è il risveglio. E la maggioranza ha più paura di smettere di respirare, di perdere la vita fisica, piuttosto che smettere di avere una vita degna di questo nome.
    L’autrice Sonia Savioli, come altri articoli in passato, afferma in un’intervista di avere scaricato i documenti pdf del World Economic Forum.
    Cosa dicono questi documenti? Bisogna accelerare la quarta rivoluzione industriale. Il WEF ha decretato il licenziamento di 800000000 di lavoratori. La fine delle Piccole e Medio Imprese (anche in agricoltura) a vantaggio delle multinazionali.
    Industria4.0, Agricoltura2.0, Educazione2.0, Medicina2.0.

    Identità Digitale, con un click sparisci. Burocraticamente, s’intende. Ma se sparisci burocraticamente, se non risulta nemmeno che tu sia mai nato, se i tuoi dati sono spariti, puoi lavorare? Puoi ricevere uno stipendio? Una pensione?  Bloom County, una striscia di fumetti di 30 e più anni fa https://www.diversetechgeek.com/minorities-in-cartoons-oliver-wendell-jones/

    Denaro Digitale, con un click sparisce? Non necessariamente. Possiamo sulla base dei tuoi dati, magari di salute, semplicemente impedirti di avervi accesso. Di seguito il link ad un brevetto della Microsoft registrato il 26 marzo 2020.
    WO/2020/060606 - CRYPTOCURRENCY SYSTEM USING BODY ACTIVITY DATA https://patentscope.wipo.int/search/en/detail.jsf?docId=WO2020060606
    In breve l’operazione che tu ordini è autorizzata o meno sulla base dei tuoi dati di attività corporea. Non mi sembra si tratti solo di riconoscimento grazie ai tuoi dati corporei, già abbastanza perniciosa secondo me. L’errore software esiste. L’errore software può essere introdotto. Un hacker clandestino o meno può causare il malfunzionamento del sistema.
    Giugno 2020.
    Una delle conclusioni degli Stati Generali in Italia (ma dopo uno degli ultimi Stati Generali non ci fu la Rivoluzione Francese?): usate la moneta digitale, ricchi premi e cotillons per chi la usa. Il mio consiglio è continuate ad usare la carta moneta il più possibile e non chiedete ai negozianti di attivarsi per i bonus premio spesa. 
    Gran Bretagna. La legislazione comincia a rendere più fruibile l’utilizzo delle criptovalute. 
     
    Luglio 2020.
    Yen digitale (moneta giapponese digitale)
    Obbligo di SPID in Italia (prodromo dell’ID2020 tanto propugnato dalla Microsoft? Perché il presidente dell’INPS si è raddoppiato lo stipendio a luglio?)Novembre 2020. Christine Lagarde parla di euro digitale
    Ieri ho letto: Digital Yuan, the new currency was issued with the support of the central bank
    Achieve your dreams with Digital Yuan. (E l’immagine mostra un indice di borsa che sale).
    Digital Yuan  (moneta cinese digitale):  la nuova moneta è stata emessa con il supporto della banca centrale. Consegui i tuoi sogni con lo Yuan digitale.
    Se qualcuno vuole approfittarne e investire …
     
    Abbiamo delle criticità (eccessiva produzione di CO2, consumo risorse da parte di esseri inutili, crisi economica finanziaria) ed una opportunità: l’Intelligenza Artificiale anche guidata dal 5G.
    Ma le persone non vogliono il 5G!
    https://www.byoblu.com/2020/04/30/lepic-fail-di-vodafone-italia-in-rete-sul-5g-sparisce-da-youtube-il-numero-di-non-mi-piace/
    https://www.repubblica.it/tecnologia/2020/02/24/news/all_interno_della_grande_resistenza_elettromagnetica_statunitense-249501826/
     
    È un’altra criticità. A maggior ragione, abbiamo delle criticità ed una opportunità: ci vuole un progetto.
    (“Ci hanno chiusi dentro ed intanto continuano ad installare antenne”, diceva qualche post nel marzo 2020. “Ci hanno chiusi dentro ed intanto continuano a tagliare alberi”, rincarava qualcun altro.)
    Prima di avviare un progetto bisogna studiare gli obiettivi specifici, la fattibilità e la convenienza.
    Obiettivo specifico 1: ridurre produzione CO2 e consumo risorse.
    Obiettivo specifico 2: successo finanziario continuo delle multinazionali.
    No, almeno il secondo è un obiettivo di continuità.
    Fattibilità: riduciamo le cause di produzione CO2 e risorse. Soluzioni: riduciamo il consumo di combustibile fossile? E come? Andiamo sul nucleare e auto elettriche? Non basta, alla base c’è sempre produzione di CO2 e inquinamento. Riduciamo il numero di chi produce CO2 e consuma risorse. E come? Con le malattie. Ma già ne abbiamo procurate tante con inquinamento, farmaci, … Possiamo incrementarle con una pandemia. Ma non è pericoloso anche per noi? No, perché conosciamo il virus, abbiamo le medicine per noi e poi il virus sarà virulento per poco tempo, essendo un virus artificiale poi ridurrà rapidamente la sua virulenza
    Hanno studiato e atteso per anni. La SARS, la suina, la MERS, … prove tecniche.
    Il progetto è fattibile e conveniente. Bene, ora occorre un piano di progetto: individuare le attività, stabilire la tempistica, fissare le milestone (momenti di verifica dello stato di realizzazione del progetto), …
    Dal piano di progetto (approssimato, per scrivere un piano temporale completo, dall’inizio, e con gli obiettivi numerici stabiliti da verificare alle milestone dovrei dedicarvi più tempo):
    Settembre 2020. Incrementare il numero di tamponi: con un alto numero di positivi (non importa se asintomatici, i gonzi si bevono tutto), possiamo dire che l’epidemia è ancora in corso. I gonzi si vaccineranno contro l’influenza stagionale, vaccino che rende più vulnerabile alla SARS, ed avremo di nuovo malati seri.
    Dicembre-gennaio 2020 (forse con un anticipo rispetto al piano di progetto originario): parte la campagna di vaccinazione anti-Covid. Creazione di varianti più pertinaci. L’obiettivo di riduzione della popolazione mondiale continua.
    https://www.affaritaliani.it/coronavirus/covid-garavelli-vaccino-non-risolutivo-il-lockdown-cosi-inutile-729858.html?refresh_ce
     
    Milestone giugno 2021. Tot numeri di vaccinati. Tot morti per terapie errate, tot morti per mancanza di cure (malati oncologici, ecc.), tot morti per reazioni avverse, …
    (Ah, tot morti per terapie errate, tot morti per mancanza di cure (malati oncologici, ecc.) mi sa che erano dei parametri da controllare anche nella milestone del giugno 2020 e di novembre/dicembre.)
    […]
    E’ inutile dirlo, quanto raccontato sopra non è tutto reale.
    È solo una favola. Frutto di fantasia ricamando sulla realtà. È solo una favola.
    La favola complottista.
     Sinceramente,
    Lilly
     
    P.S. Qual era l’obiettivo di raccontarvi tutto a settembre? Trovare alleati per la Resistenza.
    Per dire che c’è ancora l’emergenza avevano pensato di fare tanti tamponi farlocchi (numero di cicli RT-PCR oltre 35, anche 40, quando, per essere il test affidabile, non bisognerebbe andare oltre 27 cicli di replicazione [uno tra i primi a parlarne https://www.corriere.it/cronache/20_giugno_19/coronavirus-remuzzi-nuovi-positivi-non-sono-contagiosi-stop-paura-bf24c59c-b199-11ea-842e-6a88f68d3e0a.shtml].
    Oltretutto il tampone non è uno strumento diagnostico a se stante, c’è scritto anche sul foglio illustrativo, ed il suo ideatore, morto nell’agosto 2019, non lo aveva ideato per questo.
     
    Oltretutto sapete quale fu il mio primo pensiero quando a fine marzo 2020 vidi questi lunghi cotton-fioc infilati nel naso degli automobilisti?
    <<Ma come, dicono che questo virus sta dappertutto, che non possiamo toccare niente e chi mi dice che questi cotton-fioc non siano infetti?>>
    Purtroppo a settembre venni a sapere che la mia idea non era tanto peregrina: https://www.money.it/Tamponi-contaminati-tracce-di-coronavirus-allarme-in-Gran-Bretagna
     
    A settembre lessi anche di un altro allarme relativo ai tamponi: che fosse un esercizio per impiantarci il nanochip nel cervello. Troppo complottista, lasciai perdere. Anche se questa voce mi raggiunse di nuovo ai primi di dicembre.
    Ultimamente un dato scientifico che mi riporta inquietantemente a questa ipotesi.
    I cotton-fioc sono stati analizzati, non tutti sono morbida ovatta.
     
    https://www.facebook.com/R2020PaginaUfficiale/posts/271169491280812
    Attenzione ai tamponi!
    "Ci sono dei tamponi che contengono fibre vetrose, rigide, in alcuni casi di silicio. Materiali non testati per la biocompatibilità. Il problema fondamentale è che queste fibre si spezzano rimanendo all'interno della lesione. Lesione che non viene cicatrizzata in caso di tamponi ripetuti. Perché scavare tanto tessuto quando, se c'è un virus, lo si può trovare ovunque? Anche nella saliva?"Dott. Antonietta Gatti, Fisico e bioingegnere, Fondatore di Free Health Academy
    "I tamponi possono essere tollerabili in casi esigui, ma ripetuti in questo modo, in lacuni casi si passano i 50 tamponi in qualche mese... questa è tortura". Avv. Nino Moriggia, ComiCost
    "Verranno utilizzati tutti gli strumenti dal civile, al penale, all'amministrativo, perché la verità venga a galla e si superi questa scienza fideistica del tampone che dall'inizio di questa storia tiene in piedi questo stato emergenziale". Avv. Linda Corrias, Costituzionalista e Comunitario
    Per chi non vuole vedere il video, le immagini ingrandite di questi tamponi a fibre rigide sono disponibili anche qui https://www.facebook.com/rosario.marciano.profilo2/posts/473821830332688
     
    Qual erano alcuni degli atti di Resistenza che volevo proporvi?
     
    Primo atto di Resistenza: a settembre non fare tamponi.
    Secondo atto di Resistenza: non vaccinarsi né a ottobre per la tipica influenza stagionale, tranne gli habitué al massimo, suggerì Tarro(?), né dopo.
     
    È solo una favola. La favola complottista.
     

  • 15 aprile alle ore 20:40
    La forza del basket

    Come comincia: Tutti gli sport lasciano il segno, quando li hai praticati per tanti anni…e poi il segno diventa indelebile se chi quello sport te l’ha insegnato in mabniera speciale, appassionata, in un modo che può solo farti innamorare, nel mio caso della palla a spicchi…e si sa che il primo amore non si scorda mai, anzi il primo ciuff non si scorda mai…
     
    “Pronti a pranzare, come ogni domenica ad un orario insolito, i miei mi hanno semprer sostenuto nello sport, ma il patto era: “prima la scola e dopo il canestro”, difficile da mandar giù, ma non ebbi scelta, solo avanti negli anni ti accorgi che sono state regole fondamentali per crescere.
    Il sole con i suoi raggi entrava nel soggiorno di casa, dovevo finire i compiti, papà leggeva e mamma stava finendo di preparare il minestrone di pasta e fagioli…
    -ghe vol energia per far canestro
     
    -Mama se ciama energia? Te sa che dopo me xe pesante…
    -te son mingherlin…te cori tanto ma se i te beca i te ribalta con un sufion, magna…dopo xe bisteca…
    E già sapevo che sarebbe stata la solita fettina formato famiglia…
    Quel bel sole del mattino intanto, nel primo pomeriggio lasciò il posto ad una fitta nebbia: andai in poggiolo e percepii l’atmosfera di una favola…
    Stavolta si giocava al palasport di Chiarbola, prima della partita di serie A, era un giorno speciale, perché tra gli spettatori ci sarebbero state due persone per me specialissime…Finalmente avrei potuto riabbracciarle…
    Io ancora non sapevo nulla, era una sorpresa
     
    Ma quando vidi la tavola apparecchiata per 5 mi venne un dubbio…avevamo ospiti?
    -Papà go de concentrarme…se no me sento dir che giro co l’aquilon
    -almeno che te se concentrassi cussì anche sui libri
    -mama scusa gavemo ospiti ogi? Xe anche el servizio quel bel, quel dele grandi ocasioni
    -disemo che te ga una partida importante…e xe 2 tuoi tifosi che xe vignudi a Trieste solo per ti
    A sentire questa frase immaginai a qualche selezionatore, era facile montarsi la testa a 15 anni, ma in realtà sarebbe stata una sorpresa molto più importante…
     
    Borsone pronto, faccio per andare…
    -stropolo, te ga messo l’accapatoio?
    -ah no, xe vero, starò bagnà
    -e le mudande de ricambio?
    -orca gnanche…farò senza
    -‘scolta se te vol vado mi a zogar…te ricordo che l’altra partida te se ga dimenticà el bagno schiuma
    - no, mama go sbaglià botiglia…
     
    -iera el savon per i piati, tandul…Te la finirà de gaver la testa fra le nuvole?
    Mamma aveva ragione, ma non riuscivo proprio a pensare ad una cosa sola: se giocavo a basket pensavo ai racconti da scrivere, se scrivevo pensavo alla chitarra, se suonavo…
    -stropolo mai che te pensassi ala scola, cussì ‘nderà finir che te farà tante robe e gnanche una ben…
    Chissà se ora i miei da lassù hanno cambiato idea almeno in parte…In fondo almeno per la testa fra len uvole son stato coerente…
     
    Cappellino e mi avvio, casa mia era a 10 minuti a piedi dal palasport…
    Arrivo in spogliatoio e subito coach Tullio inizia il discorso, quello che ti dava il giusto “tremaz” nele gambe, quello che il culo o te lo faceva muovere in campo o ti serviva per tenere calda la panca
    -savè che ogi gaverè publico, savè anche che me tocherà zigar per farme sentir, perciò tignì le orece ben verte, mi voio vinzer punto, e no stemo inventar scuse…dai cambieve e ‘ndemo far due file
    -coach ogi per mi xe una partida speciale
    -sentimo l’artista cossa se inventa ogi…’scolta femo cussì, zerca de butar la bala in canestro, sarà za speciale…
    -sarà assai de più…promesso coach
    Le mie promesse lui le conosceva, sapeva anche che ero leggermente creativo e mi diceva sempre
    -se tuta quela fantasia che te ga per scriver te la gaveria in campo, poderia anche pensar che i mii insegnamenti con ti no xe finidi nel cesso
     
    Palla a due…sono in quintetto…e non era per nulla scontato.
    La butto anche dentro…Le emozioni si susseguirono per tutti i 40 minuti, i miei sguardi ogni tanto incrociavano quelli dei miei genitori, ma soprattutto dei due ospiti speciali che riconobbi solo a fine primo tempo mentre tornavo negli spogliatoi: un brivido mi attraversò e gli occhi divennero lucidi…
    -movite Gan, mi disse un cvompagno, Tullio xe incazà…
     
    -gavè intenzion de farme fumar più del solito?
    Disse Tullio seduto sul lettino dell’infermeria…Intanto io rimasi appoggiato sullo stipite della porta
    -ricordeve che nela vita qualche volta ghe vol tirar fora le bale senza calar le braghe…questo xe el momento
    Buttò la sigaretta, che mi arrivò addosso e tornò in campo…
    -Tullio, brusa…
    Tornò da me, mi fisso…
     
    -poderia brusar de più se perdemo…
    Ci guardammo tutti in silenzio, riempimmo le boracce e rientrammo in campo anche noi…
    C’era un tifo assordante, oramai i tifosi per la partita di Trieste che sarebbe iniziata di lì a poco, erano tutti che intonavano cori…
    A dire il vero anche questo clima contribuì a farci giocare meglio, ma io avevo una spinta in più, no, non la pasta e fagioli, ma i due ospiti speciali…Vincemmo…
    La forza del basket è anche aiutarti a creare, per rivivere quello che in realtà era solamente un sogno, ma sappiamo bene che a volte i sogni sono ciò che avremmo voluto e secondo me sarebbe andata proprio come ve l’ho raccontato…
    Anche se vincemmo, Tullio era soddisfatto ed io giocai bene, l’importante fu riabbracciare a fine partita i due ospiti speciali: nonno Bepi e mio fratello Paolo, tifosi che non ho mai potuto avere sugli spalti, ma quell’unica volta si, e me la tengo stretta.”

  • 15 aprile alle ore 17:31
    La lupa Tersicore e il drago rosso

    Come comincia: C’era una volta, un giovane e bellissimo drago di nome Walsen.
    Dal carattere nobile e altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia Acquazzone/s’impigliano fra filari di tulipani/i pensieri ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portarli sempre più su, fino al cielo.
    Ma una notte, colpito da alcuni cacciatori di passaggio che scorgendolo di lontano, alto fra le nuvole, non avevano esitato a puntargli contro un fucile. Caduto in volo, giaceva lo sventurato in un sonno senza sogni, lasciato per sempre a obliare nel torpore dei dispersi, senza un solo pensiero capace di risollevarlo.
    “Poverino!” “Lo hanno ferito alle ali!” si rincorreva il vociferare intorno “Ha perso troppo sangue!”  “Non c’è più nulla da fare!” “Il suo cuore si sta fermando!”  “Se non ha più un cuore morirà!” “Senza un cuore non potrà più risvegliarsi!” “Ma nessuno lo salverà mai!” “Chi lo farebbe?” “No, è lapalissiano!”
    Lasciato a giacere, per sempre.
    Ma una notte Tersicore, lupa bellissima dagli occhi viola, amante della poesia, girovagando per la Foresta di Vallefoglia intenta a comporre nuovi haiku, scorgendo la bestia distesa su di un giaciglio di foglie secche, alle radici di una Grande Quercia, annusando il suo odore, riconoscendolo buono, gli fu accanto trafelata.
    “E’ ancora vivo!” esordì la lupa, udendo il suo flebile respiro lottare presente per la Vita, contemplandolo con tenerezza, avanzando, retrocedendo in un tumulto di emozioni incontenibili, graffiando la nuda pietra con gli artigli “La Vita è il dono più prezioso perché fare questo? Perché puntarci contro un fucile, nascondere trappole? Perché volerci uccidere se non abbiamo fatto alcunché? Se nemmeno ci conoscono? Perché non provare un briciolo di rispetto?” guaì “Ma io sono qui adesso” mugghiò decisa a destarlo, deglutendo a fatica non senza paura “Io ho un cuore e posso dividerlo con lui!”
    “Ma cosa?” “E’ matta!” “Lei è una lupa, lui un drago!” “Non vede? fa voltastomaco!” “Non potrà guarirlo!” “E’ così brutto, nessuno avrà per lei parole di lode! Nessuno la stimerà mai!”
    “Ha perso molto sangue” proruppe la lontra Ofelia, serrando i pugni “Non sarà semplice!”.
    “Tu hai un cuore, Tersicore!” attraversò il cielo Rigel udendo il suo desiderio “Ed è la cosa più Importante che possiedi! Ricordalo! Non puoi dividerlo in maniera tanto semplice!”
    “Io ho un cuore e voglio dividerlo con lui!” continuò decisa.
    “Ma è assurdo! Quelle che dici sono solo castronerie! Perché mai dividerlo con lui?”  “Lui giace nel sonno dei dispersi!”
    “Non è così facile!” soffiò lo scoiattolo Avisio, seguito al trotto dal camoscio Burian, balzando in  un sol salto “Come può?”.
    “Si, se è ciò che vuoi!” annuì la lontra Ofelia “Ma pensaci bene Tersicore, non è facile dividere un cuore per due, affinché ciò succeda, è necessario che il tuo Amore verso quel drago sia vero e sincero, altrimenti nel momento stesso in cui staresti operando il tuo volere, potresti morire al suo posto!”
    La lupa a quelle parole levò il muso “Lo so!”.
    “E’ Rischioso!” “Imprudente!” “Che senso ha Provarci, è senza Speranza!”
    “Pensi veramente di potercela fare?” bisbigliò il merlo Ovidio frullando le sua belle ali d’ebano sbirciando di sottecchi il corvo Nietzsche, preoccupato.
    “Ha un respiro così faticoso!” “Tra poco morrà!” “Quella ferita fa orrore!” “Come potrebbe accompagnarsi a lui?” “E’ esecrabile!” “Un drago sputafuoco che non riesce nemmeno a respirare!” “Fa ripugnanza solo a toccarlo riverso in quello stato!” “Se la ferita fosse infetta e potesse trasmettere a  lei lo stesso virus? Ce ne sono di letali!”
    “Perché dare la Vita per lui? Il drago sputafuoco non riesce a respirare! Tra poco morrà! homo homini lupus” tossì il cervo Hobbes “La natura è  per sua fondamenta egoistica, a determinare le azioni sono l'istinto di sopravvivenza e di sopraffazione. Lui è stato colpito dal più forte e morrà!”
    E Tersicore osservando quel drago che si era visto puntare contro un fucile, ammutolendo sotto i suoi spari, impaurito ed inerme, percependo il suo respiro spezzato, stringendo il pensiero di lui, lo scaldò con tutto il suo amore “Ha bisogno d’aria! Sta morendo!”
    “Walsen il drago di fuoco sta annaspando!” scosse la testa tristemente il suricato Cagliostro “Ha bisogno d’aria!”
    “Si, ha bisogno d’aria! La glicemia sta salendo!” mormorò la lepre Feuerbach.
    “Inspirare-espirare! Che il tuo sangue si cheti! Non puoi non farcela!” strinse la luna al petto un ramo d’ulivo, sorgendo sullo sperone di roccia con le sue gonne d’oro e melograno, salutando il pipistrello Schopenhauer a sparire nella notte “L’Amore Vince Tutto. L’Amore guardò il tempo e rise! Ciò che è destinato a te troverà sempre il modo di raggiungerti. L’Amore non conosce restrizioni!”
    E Tersicore chinando il capo, carezzando col muso la pelle coriacea di lui spenta e fredda, posando delicatamente le fauci sulla ferita del drago, prese a leccare con lentezza lungo tutta la sua riga, percependo il gelo e il dolore della bestia fondersi col suo cuore, battito dopo battito. E rendendogli il fiato attraverso il suo, gonfiò forte i polmoni per dargli tutto il suo ossigeno, trattenendo le lacrime.
    “Svegliati, Wa-lse-n!” pregò lei, immaginandolo forte a salire la roccia, rimpinzarsi di more lungo il Fiume Fresco, giocare a nascondersi fra il grano ed i tulipani, fiero a volare, aprendo le sue ali a prendere quota, libero e leggero, drago dalla massa potente e poderosa, fiero e coraggioso a sputar fuoco, leggiadro, fino a quella notte, fino a quello sparo.
    “Forza!” luccicò Vega contemplando la lupa curva su di lui “Inspirare-espirare! Sforzati Walsen! Prendi respiro!”  
    E Tersicore col cuore in tumulto, levando soave il suo canto carezzò con la poesia il respiro del drago, ridisegnando di Vita il suo seme “Sogno/dondola tra i tulipani/una piuma”  lui ferito da mano umana.
    “La poesia è un atto d’Amore, Walsen!” esultò la lupa “L’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore gratuito! L’Amore a prescindere, l’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!”
    “Ma sono così diversi!” “Lei è una lupa, lui un drago?” “Cosa potrà mai darle?” “Pure se si destasse con quell’ala pesta  cosa sarebbe?”  “Sta agendo per pietas!” “Prodromo di niente!”
    “Non è così!” singhiozzò la lupa “In salute ed in malattia” chiuse i begli occhi viola, tenendolo nel cuore.
    “Toccare con il cuore: questo è credere, amare” soffiò il gabbiano Ippocrate “Le parole non sono state inventate perché le creature s’ingannino tra loro, ma perché ciascuno passi all’altro la bontà dei suoi pensieri. Fu detto”
    “Svegliati, Wa-l-se-n, destati drago rosso!” guaì.
    “Pronuncia  il suo nome in altra maniera. Lo ama!”
    “Solo se il suo sentimento sarà vero e sincero, il drago potrà destarsi!” ripetè la lontra scuotendosi “Sincero, dal latino “sine cera”, senza cera. È una parola che viene dall’antico passato, e venne inventata dagli umani per indicare qualcosa di vero, pulito, privo di alcuna bugia, alcun artificio. La cera (materiale duttile e plasmabile) infatti, veniva usata per rimediare alle statue marmoree riuscite male, celando i difetti e i segni di taglio sul marmo. Sincero è un termine che va considerato come opposto al contraffatto, a qualcosa che risulti polito e perfetto ma in maniera fasulla, grazie a posticci, a trucchi del mestiere e alterazioni”.
    “Walsen!” chiamò ancora la lupa col cuore gonfio. E scorgendo d’improvviso le palpebre del drago tremare debolmente, poi con insistenza sempre maggiore, Tersicore strabuzzando gli occhi incredula, contemplò Walsen ingrossare il petto, ridestandosi lentamente, racchiudendo dentro una parte di lei, sano e salvo: destatosi grazie al suo sentimento tanto vero e sincero da riuscire ad aprire un varco oltre l’oscurità dietro cui era stato imprigionato, tanto potente dal non conoscere incertezza.
    “L’Amore Vince Tutto!”
    E il drago scrollando adagio dapprima le zampe posteriori, poi quelle anteriori, spalancando con dolore le ali, allungò il collo intorpidito risvegliandosi dal suo sonno “Una poesia!” balbettò “Che bella!” farfugliò a fatica le sue prime parole “Chi sei tu, lupa che ne componi di così meravigliose?!” dimenando la coda tigliosa, fissandola col suo sguardo d’ambra.
    “Il mio nome è Tersicore!” si presentò lei, radiosa.
    “Grazie Cora” si schiarì la gola il drago, sbuffando fumo misto ad una tremula fiamma dalle narici “Tu mi hai salvato la Vita!” facendo un bel sospiro profondo, ritrovando la salute nei suoi polmoni “I cacciatori senza nemmeno conoscerci, ci puntano contro i loro fucili e vogliono la nostra morte! Io non pensavo sarei mai più riuscito a svegliarmi!” mugghiò lui, ancora impaurito nel ricordare.
    E sollevandosi malfermo, scoprendo storpia la sua ala, si scrutò attorno felice, rispecchiandosi in lei che l’aveva scaldato, riportandolo alla Vita.
    “Homo homini lupus” brillò Orion “Ognuno vuol divorare l’altro, ma si suum officium sciat , se si conosce il proprio dovere, che dovrebbe essere questo: amarsi, qualcosa può cambiare!” tossì continuando “Bellum omnium contra omnes, “la guerra di tutti contro tutti” divenga questa una guerra d’amore e di tenerezza, intimità, magia, senza quel desiderio di sopraffazione sull’altro,  guidata dall’infondata corsa primordiale all’essere più forte.  E’ difficile che un essere possa sentirsi spinto ad avvicinarsi al suo simile in virtù di un amore naturale, se si legano è dovuto spesso al timore reciproco. Ma ciò potrebbe non esser più vero!”.
    “I legami voluti dal destino sono indissolubili!”.
    “Sei vivo ora! Sei libero, bellissimo!” la lupa aiutò il drago a sorreggersi instabile, udendo il cuore di lui riprendere il ritmo, parte l’uno dell’altra.
    “Grazie per avermi salvato Tersicore, di non aver mai tentennato, cucciola!” bofonchiò Walsen, ruttando fuoco a tratti col respiro ancora affannoso, ma ebbro di gioia.
    “E’ stata molto coraggiosa!” “ Più forte di tutto!”
    “La Vita non è solo essere vivi: ma essere amati! Si vis amari, ama. Se vuoi essere amato, ama!” sussurrò la tartaruga Achille dal piè lento.
    “Non so come ringraziarti Tersicore, piccola bruja! Tu mi hai ridato la Vita!” sentì lui fra le ciglia brillare una lacrima.
    “Tu non devi ringraziarmi!” rise lei “Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: se tu sei Felice, io sono Felice! Ci sono parole che vanno consegnate in presenza, Ubi tu Gaius è una di quelle” soffiò la lupa strabordante di gioia, tirandogli giocosamente l’orecchio con le zanne “Wal-se-n, non farmi andar via! Sei ancora debole!” assentì reggendolo “Lascia che io resti al tuo fianco per stanotte!”
    “Ma è assurdo!” “Come fa a stargli vicino?” “Sta agendo per pietas!” “Nessuno la invidierà mai!” “Un drago simile al suo fianco!” “Una discrasia tremenda!” “La sua Vita sarà breve e lei resterà sola!”
    “Ma io rimarrò storpio per sempre?!” gemè il drago “Sarà ben difficile che possa tornare a volare con un’ala ridotta così, e mi muoverò solo con questo passo goffo e storpio! Per te non fa differenza? Non provi ripugnanza? Mi vedi bene?”
    “Certo! Cosa cambia?” continuò lei “Non sono qui di sicuro, perché non riesco a vivere senza di te. Ci riesco a vivere senza di te e solo che non voglio”
    “Ma ho perduto la mia forza!” grugnì lui.
    “Ma dai!” sorrise lei invitandolo a seguirla “E’ meglio trovare un buon posto per riposare adesso, bisogna mettere a riposo questi pensieri strambi!” scodinzolando raggiante.
    “Amor est vitae essentia. Chest’è, amor ipso iure, l’amore è così: è applicabile subito, in immediato, per legge stessa, per istantanea conseguenza, senza bisogno di applicativi, in maniera naturale” trillò la tartaruga Achille felice “Acta no verba!” nel suo incedere lentamente, molto lentamente.
    E da allora Tersicore e Walsen non si separarono mai  più, né in cielo né in terra, per sempre felici e contenti.
     
    Autor: Monica Fiorentino
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 09 aprile alle ore 11:33
    Essere soli, morire soli.

    Come comincia: Linda Landi
    5 aprile 2020 ·
    Contenuto condiviso con: Solo io
    Sai Pino, meglio che stia zitta, altrimenti mi farò odiare, come tanto mi hanno odiata mio fratello maggiore, i miei cugini, i miei zii fin da quando sono nata. Da quando ho emesso il mio primo vagito. E non credo avessi fatto qualcosa di male, tranne che esistere. Ci sono abituata.
    Qualche settimana fa ho confidato ad un mio collega: <<Guarda, ho riflettuto che gli Italiani stanno vivendo adesso, come io già vivevo. Si trovano adesso in condizioni in cui io già mi trovavo.>>
    Benvenuti nel Club, ho scritto.
    Soli. Essere soli. Non incontrare la propria famiglia nelle feste comandate.
    Meglio soli che male accompagnati.
    La Domenica delle Palme dello scorso anno scovai (lo avevo scovato la settimana precedente) un bistrot vicino al mare che offriva a prezzo fisso accessibile un menù anche vegetariano per quella domenica ed anche per Pasqua.
    Prenotai per entrambe le festività.
    A Pasqua mandai alle mie bambine la foto delle uova di cioccolato che avevo preso per loro e la sera finalmente riuscii ad offrire ovetti di pasqua all'addetto alla reception, studente in Economia e Commercio, ed agli altri pochi addetti presenti che erano diventati la mia famiglia nel prestigioso albergo quattro stelle che mi ospitava a prezzo da pensioncina.
    A Pasquetta raggiunsi le mie bambine e visto che il tempo non era bello, invece di portarle a fare un picnic diressi l'auto verso un locale di S.Marzano sul Sarno dove a volte capita che vada con i miei colleghi nella pausa pranzo. Era chiuso. Per la strada avevo adocchiato un altro locale e mi diressi là. Stemmo benissimo, fu anche meglio. Offriva anch'esso un ottimo menù a prezzo fisso. Non ce la facemmo a mangiare tutto quello che era previsto dal menù. Poi il tempo migliorò e le portai verso il mare che conosco. Fecero i capricci, come al solito. Volevano fermarsi a Pontecagnano. "Con questo mare, su quel tratto di spiaggia stretto e quella barriera di cemento alle spalle non vi porto." E le ho portate dopo la Spineta di Battipaglia (non potevo reggere le loro proteste fino al Nettuno di Paestum). Risultato: "Uh, mamma avevi ragione. Ci siamo proprio divertite!"
    Non si contano più le volte che mi hanno detto: "Avevi ragione" e poi puntualmente si dimenticano.
    Digressione. Alle falde del Kilimingiaro hanno appena parlato del numero 1522 e dell'inferno che può diventare la casa nella situazione attuale. Fortuna che ne sono uscita un anno fa.
    Fino a quando riuscirò a scappare? E non da mio marito. Almeno non solo. Lui è diventato il male minore (?)
    In un certo senso questa quarantena mi protegge. Devo fare o no dei passi (via Internet) per salvaguardarmi quando finirà o potrei causare l'effetto contrario? Non so.
    Soli. Morire da soli. In un certo senso, dopo tutto il da fare che mi ero data, mio padre è morto da solo. Dove non voleva. Mio fratello è morto da solo. Ho pensato che sia giusto che anche a me accada la stessa cosa. O devo continuare a reagire?
    Sai, per anni mi sono arrabbiata con mia madre per mia zia Gina, la sorella, minore di dieci anni, di mia nonna. Io già non ero stata bene ed ero in una delle fasi in cui cercavo di riprendermi. Ero all'ingresso del teatro Augusteo di Salerno dove stava per iniziare una delle manifestazioni del Festival dei Cori che la Feniarco organizza in Campania ad inizio novembre. Squilla il telefonino. E' mia madre. Le dico dove sono. Non lo avessi mai fatto. Mia madre dice che voleva solo sapere dove fossi e salutarmi. Il giorno dopo alle 11 in ufficio squilla di nuovo il mio telefonino. E' di nuovo mia madre. Mi informa che la sera prima mi aveva chiamato per informarmi che zia Gina era stata portata in ospedale a Salerno. Era deceduta. Mi arrabbiai: <<Ma perché non me lo hai detto? Ero lì! Andavo a tenerle la mano!>>. Mia madre mi rassicura che era già deceduta quando mi aveva chiamato, ma non credo. Forse avrei fatto appena in tempo. Mia madre mi dice che anche lei si era arrabbiata con il responsabile della casa di riposo per non averla informata per tempo ed altro.
    Era novembre 2011.
    Nel novembre 2002 una domenica mattina mi svegliai smaniando che dovevo andare a trovare zia Gina. Era un po' che tra lavoro e nuovo stato matrimoniale (sì erano già 11 mesi, ma era ancora nuovo) non ero riuscita ad andare a trovarla.
    Quando arrivo alla casa di riposo mi pilotano verso una stanza al pianterreno. La stanza di mia zia era al primo piano. Mia zia è lì in letto tipo da ospedale vecchio tipo, quello con le barre metalliche verticali, che rantola. Un'addetta è seduta vicino a lei senza fare niente. Sono allibita. Chiedo: <<Ma perché non ci avete chiamato?>> Un rivolo di saliva esca dalla bocca di mia zia e scivola sulla sua guancia. L’addetta non fa niente. Apro la borsa, prendo un pacchetto di fazzolettini, tiro fuori un fazzoletto e glielo asciugo. Solo in quel momento l’addetta sembra risvegliarsi e comincia a darsi da fare, arriva altra gente. In breve, fu chiamata l’ambulanza e mia zia fu accompagnata in ospedale. A Battipaglia. Si riprese. Quando poi tornò alla casa di riposo e l’andavo a trovare mia zia rideva nel ricordare e raccontare quell’episodio: <<Mentre mi mettevano sull’ambulanza, il direttore piangeva e chiamava: “Ginaaaaa!”. Pensava che non tornavo più.>>
    Per rispondere al mio nuovo amico che ha scritto: <<Se vi foste presi cura dei vostri cari, invece dei vostri cani, non sarebbero morti nelle case di riposo.>> Per tanti casi forse hai ragione. Ma non sempre è evitabile. Mia zia è andata in casa di riposo quando non si è trovato più nessuna badante che fosse disposta a prendersi cura di lei a casa. E’ sempre stata una persona difficile e con l’età peggiorava. E’ stata alla nostra casa al mare, a pranzo da noi ogni domenica e festività fino a quando poteva alzarsi dal letto.
    Prima andavo a prenderla io e piano piano, sottobraccio, lei col bastone percorrevamo i centociquanta metri che separavano casa sua da casa nostra.
    Poi, quando anche quel pezzo di strada divenne troppo faticoso, andava mio fratello piccolo a prenderla con l'auto.
    In terzo e quarta liceo mi ha cucito il costume di Carnevale.
    Non dimentico il bene ricevuto.
    Almeno non lo dimenticavo.

  • 06 aprile alle ore 17:27
    I sette anni nuovi (la donna nuda)

    Come comincia: Capitolo IV

    Rapita

    Cecina 2003

    Sonnambula nel sole, cammino avvolta dai colori di luce perdendo la percezione della realtà, come non fossi più corpo pesante ma solo pensiero sospeso, mi sento risucchiare e scivolare nella luminosità del mattino di Firenze.

    E mi lascio rapire.

    Quella luce mi rapì, inondò il mio essere e allargò le braccia stringendolo ad essa per adagiarlo sulla sabbia di Cecina fresca di mattino, che solo un istante fa, di una vita fa, celava il suo spazio sotto i miei passi nelle vie di Firenze.

    Guerra cieca

    Eccomi prigioniera di quel giorno in cui obbligai me stessa a percorrere la strada che mi divideva dal mare. Ero nell’istante di una vita lontana, da me e da Firenze e da ogni mio passato, nella stessa luce di una stessa strada colorata di silenzio, del silenzio di una mattina di domenica in città; nel silenzio del giorno di ogni giorno d’inverno sulla sponda del mare toscano. Nella piccola casa, al mare.

    Il buio e la guerra cieca che avevano consumato il mio essere, rimbombanti di parole mute, erano straboccati dal mio corpo. Figure mostruose, come ectoplasma dai colori ombrosi cangianti, nefande lottavano fino a squarciare tutto il mio essere; soltanto un’ultima fessura che lasciava intravedere la luce, mi mostrò il mare.

    E andai verso la mia vita al mare.

    Il viale alberato di pini lanciava schegge di resina, il cielo l’aiutava, pesante ed elettrico schiacciava al terreno profumi ed umido plumbeo. Tutto schiacciava verso terra.

    Il mio pensiero, i miei mostri, le immagini della mia esistenza che come cani rabbiosi invadevano le mie notti e i miei giorni, furono compressi dalla pesantezza del cielo e dalla rigidezza dell’asfalto.

    Il mare, la spiaggia, la friabilità della ghiaia che sprofondava sotto il mio passo, furono la mia musica pregna di cacofonie, la mia unica possibilità di fuga.

    La fuga da me stessa, da quei mostri che possedevano me e tutto: tutto ciò che respiravo, la piccola casa al mare, il mio rifugio, la mia tana, la mia libertà incatenata.

    Rintanata come animale ferito e sanguinante per puro spirito di conservazione, senza pensiero cosciente, con solo una montagna frantumata sul mio corpo e sulla mia anima: ero morta e non lo sapevo.

    Come spirito ancora incatenato ai ricordi della terra, vagavo nell’etere sbattendo sui corpi fisici.

    Sfuggendo alle leggi di gravità, ora cadevo, ora tornavo a volare. Mai fui consapevole del mio andare, “sapevo” che erano quelli i passi che dovevo seguire, né mai seppi però, se percorsi piste celesti o caverne o sentieri. L’istinto mi spinse a camminare, a scoprire come neonato ogni oscillazione del tempo, ogni contatto con la vita.

    Ero morta e lo sapevo, pur essendo conscia di avere un corpo fisico che sentiva il freddo e il caldo e forse il dolore riservato agli esseri animati.

    No, il dolore no, non sapevo più se lo sentivo, non ricordo infatti di essermi mai fatta male o di aver sanguinato o fratturato un osso. So di aver cercato l’ortica nei campi un giorno in cui un flash umano mi portò a pensare: ”- cosa ho da...

    ...continua

  • 05 aprile alle ore 17:57
    Un appuntamento

    Come comincia: Me ne stavo lì a guardare più verso la splendida chiesa della Gran Madre che in direzione di quella specie di segretaria che mi sedeva accanto, non bella non brutta, e sì per la verità mi sentivo un po' in colpa, perché forse lei si sarebbe aspettata qualche attenzione in più da parte mia, ma il senso di colpa scivolava via in fretta, come le gocce frizzanti di bitter analcolico che mi scendevano giù per la gola.
    "E tu, invece, che fai nella vita?" le chiesi voltandomi verso di lei, giusto per dire qualcosa, giusto per far passare in fretta quell'ora o due che sarei ormai stato costretto a trascorrere in sua compagnia.
    "Lavoro nell'ambito delle relazioni umane all'interno di un'azienda che si occupa di produrre dispositivmvmvm... mvmvmvmvmvm..." le ultime parole si erano già tramutate in una sorta d'incomprensibile mormorio nelle mie orecchie, perché senza volerlo mi ero voltato di nuovo ad ammirare la chiesa, lo spettacolo della collina che sembrava sorgere dalle acque del Po, mentre branchi di sedicenni in minigonna andavano su e giù per la piazza ridendo e starnazzando tra loro, scambiandosi gli smartphones per mostrarsi a vicenda le ultime conquiste virtuali, i messaggi sgrammaticati appena ricevuti dallo sbarbato di turno.
    "Ah, bello! Interessante!" risposi tornando a guardarla, mentre lei sorrideva tutta soddisfatta del suo lavoro invidiabile, guardandomi come per dire "hai visto che donna capace sono? Hai visto che mi sono ritagliata un bel posto nel mondo?"
    Io avrei avuto solo voglia di ordinare un Martini Hemingway, ma non volevo fare la figura del cafone alcolista, o almeno non volevo farla subito, anche perché erano appena le tre del pomeriggio, un pomeriggio di agosto caldo e afoso di quelli che ti fanno venir voglia soltanto di stare stravaccato in mutande sul letto a pensare al nulla.
    Mi ero lasciato convincere da Jennifer, la mia amica italoamericana, ad accettare l'appuntamento con quella donna che mi era sembrata fin da subito banale e noiosa, "magari ha delle virtù nascoste", aveva detto Jennifer.
    Non che mi dispiacesse fino in fondo, sembrava una donna a modo, e quel paio di gambe depilate che terminavano la loro corsa dentro due scarpe sportive in tela e gomma non erano niente male, malgrado molti uomini abbiano da ridire sull'effettiva femminilità delle scarpe da ginnastica.
    Forse avrei pure potuto amarla, una donna così. Una che ogni giorno va in ufficio allo stesso orario, poi torna a casa e s'infila in bagno per fare la doccia e depilarsi, lasciando il rasoio sul bordo del lavandino accanto ai barattoli di crema scoperchiati e andando poi in giro per due ore con un asciugamano in testa, mentre ti dice di preparare la tavola e scongelare il pane per la cena.
    Perché la vita è tutta qui, sapete? Quello per cui la gente tutti i giorni si sbatte e si consuma, quello per cui si studia per anni, l'ambìto traguardo, la meta, il Sacro Graal, tutto sta nel poter dire al prossimo che finalmente si è riusciti a realizzare il sogno di mettere su un'allegra famigliola grazie al posto di lavoro nell'ambito delle relazioni umane all'interno di un'azienda che produce dispositivi del cazzo, che serviranno ad un'altra azienda per produrre altri dispositivi del cazzo, i quali serviranno per risparmiare tempo e denaro nel processo di produzione dei primi. Un cane che si morde la coda. L'umanità è un cane che si morde la coda.
    La guardai di nuovo, il sorriso stampato era lo stesso di un attimo prima.
    "Sai che ho sempre desiderato una donna come te?" le dissi ipocritamente, guardando le rughe che cominciavano a farsi strada, un solco dopo l'altro, sotto l'attaccatura dei capelli.
    Lei fece una smorfia strana, forse di stupore, forse soltanto di circostanza, che la rese un po' più brutta.
    Finimmo i drinks analcolici, ci alzammo, lei si fece vicina, continuammo a passeggiare parlando del suo entusiasmante lavoro e delle interessanti prospettive per il futuro che esso offriva.
    Poi finalmente il tempo a sua disposizione finì e mi salutò per tornare ai suoi impegni.
    La guardai salire in macchina e sfrecciare via.

    Sul tavolino del bar c'erano ancora i due bicchieri vuoti, con gli spicchi di limone che galleggiavano nell'acqua dolciastra formatasi in seguito allo scioglimento del ghiaccio tra le ultime gocce di bitter.
    Mi sedetti, feci un cenno al cameriere. "Un Martini Hemingway" dissi tirando fuori il pacchetto di sigarette che fino a quel momento avevo tenuto ben nascosto in tasca.

  • 02 aprile alle ore 8:33
    La via dei cipressi

    Come comincia: La strada che porta al fiume, vicino la casa matta dove sta un binario morto. Un giorno ci passaron due ragazzi, dopo la squola. Mentre camminavano, mano nella mano, lei fece a lui:
     - Baciami!. - Lui si fermò, li disse:
     - Si! Ti bacio! - Dopo i due ragazzi ripresero a camminare, allo stesso modo di prima. Arrivarono dove sono due cipressi: in paese li chiamavano i lunghi grattacieli che guardano; eran così, davvero...parevano aver gli occhi, altissimi, quasi a toccare il cielo; sembrava che ti spiassero quando incrociavi la loro vista. I due ragazzi si fermarono proprio davanti ai cipressi. Lei disse al ragazzo:
     - Mai visto due cipressi tanto alti!
     - Neanche io! - rispose lui. - I due così si voltarono e ripresero a camminare. D'improvviso una folata di vento e i cipressi cominciarono ad agitarsi, sempre più forte: sembrava dovessero cadere da un momento all'altro, stramazzare al suolo come due corpi inermi. I due ragazzi si fermarono e tornarono indietro, richiamati dallo scroscio degli alberi. Poi tutto cessò. Forse i cipressi avevano sentito e forse - chissà - oltre ad aver gli occhi per osservare avevano anche le orecchie per ascoltare, dentro di loro, ed erano stati a sentire le parole dei ragazzi. Quella è la via dei cipressi. Due cipressi solamente vi si incontrano; in paese tutti li chiamano i lunghi grattacieli che guardano, ora diranno anche che ascoltano. E' da tanto che sono la, su quella strada; da più di cent'anni. La via dei cipressi è una via solitaria ma in paese la conoscono tutti: forse è per questo che nessuno ci passa più.

    Taranto, 1 aprile 2021.
     

  • 28 marzo alle ore 0:19
    Volevi mordere

    Come comincia:  
    La vita di Giacomo (Jack per la moglie originaria di Salem, il paese delle streghe bambine, nel Massachusetts) era un film.
    Anzi, volendo essere precisi, ricalcava la trama di un vecchio film Horror dal titolo “Shining”, però con alcune incursioni dentro altre pellicole cinematografiche.
    A parte il labirinto di siepi in giardino, gli altri ingredienti del film c’erano tutti.
    Anche lui abitava in un ex albergo, seppur di dimensioni più ridotte, diciamo una pensione con locanda.
    Aveva ereditato quella vecchia struttura perché gli altri parenti vi avevano rinunciato.
    A differenza di lui, loro conoscevano la storia di quella ex pensione.
    Era nata all’inizio del “Novecento”, negli anni in cui cominciava la guerra santa dei pezzenti (direbbe Guccini). Era riuscita a superare la prima guerra mondiale, il biennio rosso, il ventennio nero e la seconda guerra mondiale; poi, un drammatico fatto di cronaca nera, accaduto proprio all’interno della pensione, ne decretò la chiusura.
    Comunque lui, senza tanti problemi, vi si trasferì subito con la famiglia.
    Inizialmente, in preda a un irrazionale entusiasmo, pensò di trasformarla, almeno in parte, in un bed and breakfast.
    Idea che, resosi conto del costo dei lavori necessari per ridare dignità e accoglienza  a quel posto, aveva repentinamente abbandonato; decisione questa condivisa anche da Wendy, che quando aveva visto il preventivo dell’architetto aveva detto: “Se tutto va bene siamo rovinati”.
    L’ex pensione era posta sulle alture di Borgo San Vito, molto ma molto lontano dagli occhi indiscreti, e purtroppo anche da quelli discreti.
    Un lungo e contorto sentiero, che ormai aveva perso le caratteristiche di strada, dalla periferia del paese saliva verso le colline e arrivava alla ex pensione; in inverno la neve aggiungeva isolamento all’isolamento.
    Lo stabile (si fa per dire e non ripetere la denominazione di ex pensione, già usata sopra) aveva un grande salone con annessa cucina.
    -Qui togliamo tutto, bancone, tavoli, separè, diamo una bella rinfrescata e facciamo un open space – disse Jack alla moglie Wendy che, in quel frangente, non sapeva se ridere, piangere o mandarlo a cagare.
    Poi c’erano 7 camere da letto, numerate da 1 a 7.
    La numero 1 venne destinata a laboratorio di erboristeria, grande passione di Wendy sin dai tempi di Salem.
    La numero 4 per gli eventuali ospiti o pellegrini, visto che la casa era sulla Via Francigena.
    La 5 per loro e la 6 per il figlio una volta raggiunta l’età in cui non avrebbe più rotto gli zebedei per dormire con mamma e papà.
    Le 2, 3, 7, molto piccole, divennero, dopo aver abbattuto alcune pareti in legno, la stanza 237, lo stesso numero della stanza degli orrori del film Shining; li si stabilirono le figlie.  
    Anche lui, come il protagonista di quella pellicola era stato in gioventù un aspirante scrittore, ma la sua produzione letteraria si era limitata a una serie di racconti e il romanzo, “Sogno di una notte di mezza estate” di ogni scrittore, non era mai arrivato; alla fine aveva smesso di scrivere anche i racconti.
    Nella sua famiglia, oltre alla moglie Wendy, c’erano tre figli.
    Due ragazze gemelle identiche al punto tale che pur essendo già in età pre-adolescenziale ancora non riusciva a distinguerle.
    Inoltre vestivano allo stesso modo, mai un qualche capo di abbigliamento diverso, tutte due pettinate con le treccine perfettamente uguali, lo stesso timbro di voce, almeno così sembrava, visto che non parlavano mai insieme, quando dovevano chiedere qualcosa, a turno parlava una e l’atra acconsentiva.
    Non erano semplicemente gemelle erano l’una il riflesso dell’altra nello specchio
    C’era da perdere la testa, erano due ma sembravano una persona sola.
    Poi c’era il piccolo Daniele (Danny in famiglia) che era uno ma sembravano due.
    Si comprese bene la cosa quando Jack recuperò in cantina uno strano triciclo blu modello chopper: sella con schienale alto e manubrio largo.
    Lo consegnò a Danny, e lui con gli occhi lucidi dalla gioia disse: -Grazie papi Jack- e subito cominciò ad usarlo, ed era come se lo avesse sempre guidato
    Pedalava tutto il giorno, passava dalla zona giorno alla zona notte, entrava nelle camere, anche nella 237, quella delle gemelle, ma loro, esasperate, una volta lo graffiarono tutto.
    Da quel giorno limitò il suo circuito all’open space.
    La cosa strana era che nel suo forsennato pedalare si dava gli ordini e lì eseguiva.
    -Gira a destra, ok; svolta a sinistra, ok; rallenta, ok; accelera accelera ok ok…
    Sembrava ci fossero due persone su quel maledetto triciclo.
    C’era da perdere la testa.
    -Non sarà mica bipolare? – disse un giorno Jack alla moglie.
    Era solo una battuta, ma Wendy non la percepì come tale.
    -Viviamo ai margini della società civile in una casa enorme e decrepita, per giunta in culo ai lupi e tu ti stupisci della vitalità di Danny; ma meno male che è così, di muffa e di muffe in questa casa già ne abbiamo.
    Lui non aveva osato replicare, meglio tacere, quella era capace di piantarli lì e tornare a Salem.
    Anche con la moglie c’era da perdere la testa.
    In buona parte sua moglie aveva ragione, e anche lui aveva le sue colpe e un carattere discontinuo, alternava momenti di contenuta allegria a momenti di non tanto velata depressione.
    Il loro rapporto all’inizio, grazie anche a certe tisane che sua moglie preparava, fu un “Labirinto di passioni”; poi nel tempo si deteriorò al punto che in diverse occasioni arrivò a chiedersi “Che ho fatto io per meritare questo”
    Solo il lavoro riusciva a distrarlo e ad aiutarlo a superare certe tensioni famigliari e a non porsi troppe domande su talune stranezze della moglie e soprattutto dei figli.
    Lui gestiva un negozio ben affilato, ops ben avviato: La coltelleria dei “Sette Samurai”.
    Aveva una clientela vasta ed eterogenea: ristoratori, cuochi, casalinghe e anche alcune persone che non si sapeva bene cosa se ne facessero di certi accessori così affilati.
    La qualità dei suoi prodotti era ottima e riconosciuta dappertutto, finanche nelle patrie galere; poche le lamentele, anche perché il suo negozio un po’ intimoriva, probabilmente per quella collezione di katane che stava alle sue spalle dietro il registratore di cassa
    Una sera, poco prima della chiusura, entrò nel suo negozio il proprietario della Braceria “Carne tremula”; portava con sé una borsa piena di coltelli.
    La posò sul bancone e poi, dopo aver lanciato una sguardo veloce alla collezione di sciabole giapponesi, disse:
    - Ciao Jack ti ho portato i coltelli del mio ristorante, per me andrebbero bene così, ma i miei clienti dicono che non tagliano, prova ad affilarmeli.
    Jack prese la borsa dei coltelli e si spostò sul tavolo di lavoro.
    In realtà erano perfetti e non avevano bisogno di alcuna affilatura. Probabilmente il problema non erano i coltelli, ma la carne e di colpo capì perché quella braceria stava perdendo clienti a vantaggio del sushi ristobar.
    Comunque visto che anche la vita di quel cliente, o perlomeno il nome della sua attività, era un film, per solidarietà, con un paio di ore di straordinari lo accontentò.
    L’importante è che mi paghi, – pensò - di tutto il resto francamente me ne infischio.
    Tornò a casa molto tardi, la moglie lo accolse con freddezza.
    -Noi abbiamo già cenato, ti ho lasciato il piatto di pasta sul tavolo, ho finito il sugo, ci ho messo sopra un po’ di ketchup.
    - Almeno è rimasto un po’ di parmigiano?
    -No, finito anche quello, se non ci penso io alla spesa qui si fa la fame
    Consumò quella triste cena, ma per rallegrarla   un po’ aprì e svuotò la bottiglia di Sangue di Giuda che gli aveva regalato il titolare del Carne tremula.
    Era tornato a casa stanco e ora, oltre a essere stanco, era pure un po’ annebbiato, per cui gli fu quasi naturale sbragarsi sulla poltrona.
    Le gemelle si erano già ritirate nella loro stanza 237, luogo off limits per tutti.
    -Meglio così –pensò.
    Danny invece era più euforico del solito.
    Girava e rigirava come un folle nell’open space dando ordini ed eseguendoli.
    Vai “Via col vento, ok; svolta a sinistra, ok; gira a destra, ok; accelera accelera, ok ok…Jack era esasperato da quel casino, “Sull’orlo di una crisi di nervi”.
    -Una di queste sere ti sbrano a morsi, pensò.
    Danny si fermò di colpo e lo fissò intensamente; Jack in quel frangente ebbe la terribile impressione che suo figlio avesse intuito ciò che lui aveva solo pensato e abbassò lo sguardo.
    Subito dopo Danny scese dal triciclo e avvicinandosi al padre chiese:
    -Papi Jack, dai fammi il cane, dai dai fammi il cane.
    - Stasera sono molto stanco, un’altra volta, magari domani.
    - Ma domani è un altro giorno, dai papi Jack fammi il cane, adesso
    - Accontentalo sto bambino! Non giochi mai con lui – disse la moglie.
    - E va bene: bau.  
    - No papi Jack, non un chiwawa, fai il dobermann.
    - Bu bu.
    - Più cattivo papi Jack, ringhia.
    -Bu bu grrr.
    -Più cattivo papi Jack, ringhia, fai vedere i denti.
    -Bu, grrrrr, bu, grrrrrr – urlò lui spalancando la bocca e mostrando i denti.
    A quel punto Danny fece partire una pedata che squarciò il volto di Jack.
    -Bastardo d’un cane volevi mordere!
     
     
     

     

  • 27 marzo alle ore 17:37
    Ipotesi di miracolo

    Come comincia: Una mattina come tante. La voglia di scrollarsi quegli anni, che ti zavorrano. Comandi alla schiena di star dritta, il passo, lo vuoi spedito. Il tuo vecchio ambulatorio ti aspetta, fiducioso. Il sole indora i Vergini, un anfiteatro di storia. Il mercato vende colori e profumi. Le prime massaie, attente, toccano ogni cosa. La corrente degli extracomunitari passa veloce, per non perdere bus o metro, diretta a Foria. Lassù, all’ultimo piano del palazzo del Principe di Traetta, la veranda del boss. Di mattina osserva il suo reame. Oggi non c’è. I miei occhi volano tra uomini e cose. Il traffico di auto e motorini è solido. Avverto improvvisamente una sensazione di disagio. Qualcosa sta succedendo. Cos’è? Il posteriore di quell’auto, in retromarcia si avvicina troppo a quel bambinello con cartellina, che si avvia per un vicolo laterale, S.Maria del Pozzo, ignorando il sopraggiungere dell’auto. Ora è un film al rallentatore, sequenze interminabili, in frazioni di secondi: l’auto continua la sua retromarcia, tocca alle spalle il bimbo inconsapevole. Il bambino cade in avanti, per la spinta, e scompare sotto le ruote posteriori. Un urlo di donna squarcia la scena. Giuro di aver sentito il rumore delle ossa schiacciate. Vedo il lago di sangue. Il mio cuore esplode in tachicardia. Possibile che sto fuggendo, io medico! Non voglio vederlo. Avverto il modo orrendo di essere padre. Altri urli si susseguono. La gente mi scansa con difficoltà, nel loro curioso accorrere. Il giorno dopo, mi soffermo presso un negoziante, vicino al punto dell’investimento. –“Del bimbo che ne è stato?”- Il cuore riprende a scalpitare. Lui, calmo, quasi incurante dell’accaduto:-“ Ah! Il bimbo, dite? Non si è fatto nulla. Capirete, il telaio dell’auto era molto alto e c’è passata sopra, senza neanche un graffio”-.
     

  • 27 marzo alle ore 15:10
    Nombres (nomi)

    Come comincia: Questo racconto (articolo) o meglio ancora sarebbe definirlo una "rassegna" (sebbene il termine sia poco simpatico a me, visto l'assonanza con la parola parata che sa di dolce...qualcosa di militare!) è frutto di letture alquanto disordinate (per mancanza di tempo, sovente, ma anche - a volte - di voglia e di stimolo a farlo, cioè a leggere o a ricercare), di ricerche effettuate un po' ovunque (a casaccio, tra materiale in mio possesso così come nel web ed anche tra i social, o sparando...cercando, cioé, nel mucchio come spesso mi è accaduto o mi capita di fare per alcune altre cose nella mia vita e in determinati frangenti della stessa). Ne è uscito fuori (meglio sarebbe scrivere, però, "ne sta uscendo fuori", visto che il tutto sta avvenendo quasi in "tempo reale", si cormpone come un puzzle, pezzo dopo pezzo) un qualcosa che spero possa essere utile (per qualcosa ed anche a qualcuno). L'ho voluta titolare [la rassegna] usando un vocabolo che ritengo sia adatto ed esaustivo al contempo, ossia "nombres" il quale nella traduzione dallo spagnolo (idioma più convincente, spesso, in casi come questo, rispetto a quello anglosassone: forse più caldo... efficace e rafforzativo alla bisogna, direi!) sta per nomi: nomi, appunto, o storie di nomi...nombres, da portare all'attenzione, alla memoria, alla riflessione di quanta più gente possibile; perchè è di loro che la storia di ognuno di noi è fatta; nomi, appunto, o storie di nomi...nombres, di persone anonime come di quelle più note: nombres di storie accadute realmente; a volte conclusesi bene (o andate a buon fine), altre invece drammaticamente male, ovvero col fatal evento, la morte: perchè la vita è vita, certo, ma anche è morte; un alternarsi di gioie e dolori, un alternanza di nascite e lutti. 
    - Fiona Nalukenge (7 anni) - Primo anno di scuola primaria/aprile 2018 - Fiona è orfana, vive con la nonna e tre dei suoi fratelli. Sono fuggiti dal villaggio di origine a causa di un'anomalia genetica, l'albinismo, che ha colpito questi bambini. Nei villaggi più remoti del Paese questa condizione è vista come portatrice di sfortuna e i bambini hanno sofferto l'isolamento sociale. Nonostante una vita davvero difficile Fiona è una bambina intelligente, disciplinata e determinata, con un grande desiderio di studiare. Per aiutare questa famiglia, così provata e priva di mezzi economici, abbiamo accolto Fiona nel collegio della scuola (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     -Elias Migombe (13 anni) - Primo anno di scuola secondaria/aprile 2018 - E' stato abbandonato dai genitori ancora piccolo e da allora ha vissuto con la nonna paterna, che lo ha cresciuto lavorando duramente per riuscire a mantenerlo e pagargli la scuola primaria. Con l'avanzare dell'età e dei problemi di salute la nonna non è stata in grado di lavorare né di provvedere al nipote. Elias è andato a vivere con uno zio, che però deve già mandare a scuola i suoi figli e non può pagare al nipote le rette scolastiche, più gravose nella scuola secondaria. (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     - Timothy Rukenya (11 anni) - Terzo anno di scuola primaria/aprile 2018 - Timothy è orfano di entrambi i genitori e vive con un fratello maggiore nella casa in cui è nato ed ha sempre abitato. A pranzo mangia alla mensa della scuola, mentre la sera cena a casa di una zia che vive nel suo stesso quartiere. La mamma è mancata da poco; lavorava come lavandaia per provvedere ai suoi figli, ma per mandarli a scuola ha sempre avuto bisogno di aiuto. Ora che la mamma non c'é più, questi bambini hanno bisogno di un maggior supporto. (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     - Nathaniel Woods (43 anni) - Condannato a morte per triplice omicidio: la sua condanna è stata eseguita all'interno dell'Holman Correctional Facility di Atmore, nello stato dell'Alabama, nel sud degli Stati Uniti, il 5 marzo del 2020, tramite iniezione letale di pentobarbital. L'uomo si era dichiarato innocente: l'accusa che lo ha condannato era di aver ucciso i tre agenti di polizia che avevano fatto irruzione (il 17 giugno del 2004 a Birmingham, in Alabama) nella casa in cui egli si trovava per motivi di droga. In quella casa si trovava anche Kerry Spencer che in seguito ha più volte dichiarato - egli stesso - di essere stato l'unico autore materiale del crimine, discolpando Woods. Al processo, dove - tra l'altro - su dodici giurati solo due erano di colore come Woods, la sentenza di colpevolezza non fu unanime (dieci giurati contro due si dichiararono favorevoli ad essa) ma l'Alabama è uno degli Stati (tra quelli in cui è prevista la pena capitale) il cui ordinamento penale non prevede che necessiti l'unanimità per dichiarare la colpevolezza di qualcuno e la sua condanna a morte. Kerry Spencer è stato anch'esso condannato a morte (anzi, alla luce di come andarono i fatti, nel 2004, sarebbe dovuto essere l'unico a subire la condanna) e risiede attualmente nella death row (braccio della morte), all'interno della stessa casa di detenzione in cui è stato "eseguito" Woods, in attesa della esecuzione della sua condanna.
     - Mariama - Mariama era incinta di sette mesi quando è scappata durante un attacco degli estremisti al suo villaggio: dopo l'uccisione di alcuni operatori umanitari nel mese di agosto 2020, si sono inasprite le incursioni da parte di gruppi armati che terrorizzano vecchi, donne e bambini. Giunta a Tillabery, dipartimento posto a sud-est del Niger, Mariama ha partorito dopo pochi giorni in solitudine perché il Centro di Salute più vicino era chiuso a causa della pandemia in atto. Tutto il Paese è in preda a una grave crisi: le misure anti covid attuate hanno aggravato le condizioni economiche e socio-sanitarie in cui versava, già da tempo. A farne le spese la popolazione ed i più deboli, a causa della scarsità di acqua potabile e cibo. A causa del rialzo dei prezzi dei beni di primaria necessità, inoltre, migliaia di famiglie hanno perduto il loro (già) misero reddito e molta gente è costretta a vivere per strada, senza fissa dimora. Tra giugno ed ottobre il Paese ha subito anche inondazioni che hanno distrutto abitazioni, rovinato i raccolti e diffuso la malaria, la quale sovente colpisce i più piccoli malnutriti. Nel dipartimento di Tillabery, ben venticinque Centri di Salute hanno dovuto chiudere i battenti e a risentirne sono proprio i bambini nei primi anni di vita, causa le complicanze della malattia che per loro sovente divengono letali. Quando il medico della nostra clinica mobile è arrivato nel campo profughi, la bambina di Mariama era in fin di vita, causa una infezione intestinale provocata dalla malnutrizione. Grazie alla somministrazione di cibo proteico (nota personale: trattasi, in genere, delle cosiddette buste terapeutiche "plumpynut" contenenti latte in polvere, zucchero, vitamine, burro di arachidi, e che io chiamo spesso "bombe ad orologeria" visto il loro potere altamente energetico, quasi a...presa rapida!) e alle cure mediche, la figlia di Mariama (Colette) ha preso peso (ben tre chili in dieci giorni) superando la crisi. Mariama ha ricevuto le indicazioni atte a prendersi cura della sua bambina e sa ora a chi rivolgersi. Nel dipartimento di Tillabery ci sono oltre tremila bambini come la figlia di Mariama che versano in condizioni di malnutrizione. (da: "Bollettino di FONDAZIONE COOPI-COOPERAZIONE INTERNAZIONALE ONLUS") - novembre 2020.
     - Hassan e sua madre - Hassan ha soltanto undici giorni di vita e sebbene sia appena nato, ha già dovuto sopportare il peso della crisi umanitaria in corso nello Yemen. Lui...  
     

  • 25 marzo alle ore 17:20
    SENSUALITÀ

    Come comincia: Isabelle Laurent aveva accompagnato suo figlio Patrizio all’aeroporto parigino di Orly con la Maserati Levante di suo marito Ubaldo Orsini attaché italiano alla ambasciata di Parigi. Il giovane aveva superato brillantemente gli esami di maturità al liceo Honorè del Balzac, appassionato di storia dell’arte aveva chiesto ed ottenuto dal padre di poter andare in vacanza a Roma, la mamma si era dimostrata contraria: “È ancora giovane per andar da solo!” “Ha diciannove anni, tu lo vorresti accompagnare anche in viaggio di nozze, ne farai un frocetto” “Cosa dici mai…” “Si, ora ti metti ad imitare Topo Gigio, non vuoi capire che Patrizio  deve fare le esperienze personali anche facendo degli errori, io alla sua età ero militare alla Ceccignola di Roma, vita dura, me ne sono scappato vincendo un concorso di addetto all’ambasciata francese qui a Parigi, gli ho prenotato una stanza all’Hotel ’Ambassador’ nella capitale, come vedi anche io penso a nostro figlio.” Isabelle non riuscì a trovare un posto dove posteggiare la Maserati, scoraggiata: “Da ora te la devi sbrigare da solo, qui c’è la documentazione da consegnare allo sportello della Air France per il check in, la partenza è prevista per le undici  con un Boeing 747 dell’Air France, mi raccomando sta molto attento, non ti fidare di nessuno, un bacio.” Da quel momento Patrizio per la prima volta in vita sua si sentì solo, si fece coraggio, si mise in fila ed al suo turno una impiegata: “Spiacente monsieur tutti i posti dell’aereo sono occupati, abbiamo messo in atto  l’over booking, se non sa quel che vuol dire glielo spiego io, la compagnia ha venduto un numero superiore di biglietti dei posti disponibili sull’aereo, se qualcuno rinunzia o non si presenta un prenotato può sostituirlo, resti vicino allo mio sportello le darò notizie.” Nel frattempo da un altoparlante una voce femminile annunziò in tre lingue la partenza del Boeing, l’addetta al ceck in: “Si sbrighi, sì è reso libero un posto sul suo aereo.” Scaletta  e poi entrata in aereo. Patrizio su una lunga fila di tre poltrone notò un posto libero, sicuramente il suo, gli altri due erano occupati: al centro da una vistosa signora bruna con vicino un signore di mezza età che guardava fuori dall’oblò. Patrizio sistemato il bagaglio a mano sul vano porta oggetti educatamente salutò la coppia, la dama rispose con un sorriso, il signore con un grugnito, non doveva essere molto socievole. Raggiunta la quota di volo gli altoparlanti di bordo diffusero una rilassante musica francese, la signora: “Permetta che mi presenti, sono Ninfa Fogliani, questo signore accanto a me è mio marito Martino Galeazzi, di solito è l’immagine dell’allegria, oggi ha ricevuto cattive notizie circa il calo della borsa…Vorrei chiederle un favore, io e Martino soffriamo di claustrofobia, dovrei andare in bagno, le chiedo la cortesia di accompagnarmi alla toilette, è un luogo piccolo potrei anche svenire.” Patrizio a quella richiesta rimase basito , guardò il viso del signore che mostrò di non aver ascoltato le parole della moglie, una  situazione non prevista, suo padre Ubaldo gli aveva inculcato l’idea di afferrare la volo le situazioni piacevoli, si alzò ed entrò in bagno con Ninfa la quale dopo aver chiusa la porta a chiave prese a baciarlo in bocca. Logica  conseguenza del ‘ciccio’ inalberato che la signore provvide ad introdurre in ‘sua ore’ ingurgitando tante vitamine. Sorridendo, soddisfatta madame girò la chiave della toilette ed insieme a Patrizio ritornò al suo posto. Domanda di Martino: “Tutto a posto?’ conferma con un bacio in bocca al marito. Patrizio fissò il suo sguardo sulla novella amante, cercava di rendersi conto della situazione, in fatto di sesso era digiuno, solo qualche bacio a Isabelle una compagna di classe e poi tanti rasponi, zaganelle, pugnette insomma piaceri solitari che però lo lasciavano insoddisfatto. L’espressione del viso di Patrizio era tutta un punto interrogativo, Ninfa ritenne opportuno dargli delle spiegazioni, al suo orecchio: “Caro la situazione ti sarà sembrata un po’ fuori dell’ordinario, la spiegazione che mio marito è un cuckold ossia ama vedere me far l’amore con altri uomini, solo così riesce ad eccitarsi. All’inizio del nostro matrimonio era mia intenzione lasciarlo poi mi resi conto che il suo atteggiamento era dovuto alla sua natura che come saprai è immutabile, sinceramente a favore di mio marito c’è anche la sua molto florida situazione finanziaria, siamo proprietari di una villetta a schiera completamente nostra vicino alla Laurentina, stiamo per arrivare.” Intervenne Martino che doveva aver capito quanto confidato dalla consorte al giovane parigino. “Una proposta, che ne dici di venire ad abitare a casa nostra, vedo che mia moglie…”  Patrizio d’istinto decise di andare sino a fondo di quella avventura singolare: “Sarà mio piacere vivere un po’ insieme, appena a terra disdirò la prenotazione di una stanza all’albergo Ambassador.” Recuperati i bagagli dal nastro trasportatore i tre cercarono invano un facchino…improvvisamente si avvicinò un giovane: “Signori, sono Gianni Ricci  un tassista abusivo, ho qui fuori una Fiat Tipo con cui potrei accompagnarvi in qualsiasi località voi siate diretti, ho bisogno urgente di denaro, fareste un opera buona. Fu Ninfa a prendere la decisione di accontentare quel giovane, fu sempre lei ad occupare il sedile vicino al guidatore, i due uomini dietro. Seguendo le indicazioni del navigatore satellitare i quattro giunsero dinanzi al cancello della  ‘Villa Ninfa’, ad aspettarli dietro il cancello d’ingresso Lisetta e Gina le  inservienti di casa Galeazzi, le due insieme all’autista portarono i bagagli all’interno dell’abitazione. “Grazie caro, quanto ti devo?” “Faccia lei signore, come le ho accennato è stato il bisogno di denaro a spingermi a fare il tassista abusivo, sono uno studente, mia madre è ammalata e vedova di recente, non voglio pianger miseria…” “Martino : “Venga dentro casa con noi,  dalla espressione della sua faccia si deduce che ha una gran fame, segua Lisetta che le indicherà dove lavarsi poi ci raggiungerà in sala mensa.” Gina aveva dimostrato la sua grande esperienza in fatto di cucina romana, Gianni cercò di mangiare compostamente,  fece il bis di tutte le portate. “Caro Gianni questi sono cinquecento €uro, se lo desidera resti con noi anche a riposarsi, io e mio marito ci siamo commossi per la sua situazione, eventualmente avvisi sua madre del suo mancato rientro a casa, intanto godiamoci il caffè sempre se lei riesce a prender sonno anche dopo averlo sorbito.” Caffè per i tre. Le due cameriere tornarono  loro  abitazione  situata vicino alla villetta. Gianni mostrò chiari segno di sonnolenza, chiese scusa e si ritirò nella camera a lui assegnata, fu seguito da Patrizio che dopo una doccia calda e distensiva anche lui a entrò in un’altra stanza. Mattina avanzata, Patrizio ancora assonnato si lavò alla peno peggio, aveva fame, in sala mensa trovò il tavolo apparecchiato alla grande: da caffè e latte a spremute varie oltre che una varietà notevole di pasticcini, doveva star attento a non abbuffarsi, ci teneva alla linea. Uscito in giardino notò  Martino e Ninfa che sedevano su una panchina, lui leggeva un quotidiano lei sferruzzava. “Ben alzato al nostro dormiglione, come vede mi sono messa in libertà, a Roma quando fa caldo fa caldo.” La padrona di casa aveva indossato una camicetta trasparente che lasciava intravedere  due bei seni, una minigonna molto larga che…la dama aveva dimenticato di indossare gli slip! “Non ci faccia anzi non farci caso, a me piacciono molto le passere pelose, è mia goduria cercare il clitoride fra una foresta nera come quella di mia moglie, come avrà capito non sono geloso.” Quello era stato un chiaro  imprimatur per Patrizio ad usufruire delle grazie muliebri. Martino seguitò: “ Posseggo una Porsche Cayenne, mia moglie una Abarth  595 cabriolet, lei ama sentire il vento fra i capelli e non solo fra quelli!” discorso seguito da una risata. Gianni era tornato a casa sua con la Fiat Tipo, telefonicamente aveva comunicato che sarebbe rimasto nella casa materna per sistemare affari di famiglia (debiti). Le due cameriere, sbrigate le faccende domestiche prima del solito orario avevano lasciato l’abitazione dove prestavano servizio, forse avevano subodorato qualcosa del menage sessuale dei datori di lavoro. Infatti: “Che ne dite di un riposino post prandiale?” Richiesta accettata senza commenti da parte di Ninfa e di Patrizio, i tre entrarono nella camera matrimoniale,  prima  passaggio nella toilette per lavare i ‘gioielli’ e poi: Ninfa e Patrizio  distesi sul letto, il giovane già ‘in armi’, il padrone di casa seduto su una poltrona in attesa che lo spettacolo dei due amanti lo facesse eccitare. “Caro mi lubrifico il popò, mio marito lo ama più della passera, vedo con piacere che hai una ciolla più piccola di quella di Martino.” Ninfa arrivò al ‘settimo cielo’ varie volte come pure Patrizio che d’improvviso sentì una mano che lo allontanava dal corpo della sua amante, Martino entrò in azione nel popò, ci rimase a lungo. Nessun dialogo fra i tre  durante la cena, si era avverato quanto previsto sin dal primo incontro. Il pomeriggio successivo suono del citofono, era Gianni: “Vi trovo in forma, ho sistemato mia madre per il vitto nella osteria sotto casa, il padrone della mi ha chiesto cinquemila €uro per lasciarmi la Tipo.” Senza far commenti Martino mise mano al portafoglio e contò dieci biglietti da cinquecento che consegnò al neo padrone della macchina poi: “Stasera vorrei cenare in  una trattoria qui vicino, si mangia veramente bene, il titolare Checco è il classico romanaccio, mi fa tanto  ridere con  le sue battute.” Sopra l’ingresso della trattoria un cartellone con la scritta ‘Da Checco’ ma al posto del titolare si presentò un signore ben vestito che esordì con accento francese: “Messieurs sono André Houlot nuovo proprietario di questa trattoria, il signor Checco ha accettato la mia proposta di acquisto del locale, ha preferito andare in pensione ma nulla è cambiato, questo è il menu.” I tre  in attesa di ‘eventi’ non si abbuffarono, solo un po’ del buon vino Merlot che li rese più audaci soprattutto Ninfa che poggiò un suo piede sulla pattuella di Gianni. “Cara io faccio una cosa per volta, se mi arrapo mi si alza ciccio ma mi si chiude la gola e non inghiotto più!” Risata generale poi Gianni: “Voglio farvi ridere, frequentavo il terzo liceo, in classe c’era anche un certa Carlotta grassottella e pudica, mi stava sulle palle col suo modo di parlare, un giorno: “Lo sai con quale parola fa rima il tuo nome, indovina un  po’, ti dice niente ‘mignotta’! ”E a te dice niente ‘Gianciotto!” Finì pari e patta ma a me rimase per sempre quel soprannome, a scuola ero per tutti Gianciotto!” Ninfa: “Lo sarai anche per noi, che ne dici di ritirarci?” La proposta fu messa in atto, tutti e tre nella camera matrimoniale, Ninfa fra due fuochi  Gianciotto nel ‘fiorello’ Patrizio nel ‘popò’ sino a quando il padrone di casa mise da parte i due e fece valere i suoi diritti nel posteriore della consorte.  Morale della storia: non risponde a verità il detto che il numero perfetto sia il tre, è il quattro!
     

  • 25 marzo alle ore 7:58
    Lavorare di lingua, conviene

    Come comincia: Non ero mai stato al "Paradise", alcuni miei amici invece erano stati in quel locale tantissime volte; spesso mi avevano anche invitato a seguirli:
     - Dai, Norman! - dicevano. - Non farti pregare! Vieni con noi e non te ne pentirai, li si abborda facile! - In effetti il locale, uno dei tanti che animano la vita notturna nella periferia nord della città, ha la nomea di essere un vero e proprio alveare ricco di miele...di api regina che altro non attendono se no di essere infilzate da qualche calabrone di passaggio. Sono sempre stato un tipo tranquillo nella mia vita ed avevo fino ad allora sempre fatto orecchie da mercante agli inviti degli amici. Non sono affatto una persona timida, tuttavia mi piace stare semplicemente sulle mie e preferisco dare agli altri la sensazione di essere schivo, tanto da poter apparire, forse, anche altezzoso e scostante talvolta, piuttosto che mettermi in mostra. Una sera d'estate, però, decisi di "darci un taglio", come suol dirsi, e prendermi una piccola libera uscita...una botta di vita inusitata, insomma. Da due anni oramai vivo da solo in una dépendance carina e confortevole, sulla Hamilton Parkway, vicino Borough Park a Brooklyn: da quando, cioé, mia moglie Joan ed io ci siamo separati e lei andò a vivere, insieme a nostra figlia Reby, con un uomo più giovane, poco fuori New York. Era un sabato e tornato a casa da lavoro (da diciassette anni faccio il capo cantiere per una grossa ditta edile che costruisce palazzi in città e in altri centri urbani vicini dello stato), mi diedi una ripulita, poi cenai e vidi un po' di tivù. Dopo alcune ore (si erano fatte nel frattempo le ventidue), scesi in strada e al bar sotto casa mi feci un paio di whiskey dry; dopo di che - con tutta calma - mi avviai verso il Paradise. Il locale si trova dalla parte opposta della città, rispetto alla mia abitazione, e visto che la "vita" non comincia mai prima della mezzanotte, decisi di raggiungerlo a piedi: avevo tempo (nessuno mi correva dietro, infatti!), pure avevo l'occasione di smaltire meglio la cena e i whiskey appena prima ingurgitati. Al ritorno, casomai, avrei preso un taxi o la metro. Arrivai al locale verso la mezzanotte e trenta. Accesi una sigaretta, prima di entrare. Era la prima volta, in vita mia, che capitava: di entrare, cioè, in un locale di strippers; ed ero abbastanza teso. Una volta entrato, presi posto su un tavolino distante dalla pedana su cui si stavano esibendo due ragazze: una di colore (il suo nome era Leanne, seppi dopo), l'altra era lei, Linzi, una mora statuaria e bellissima. Il tavolino su cui sedevo era defilato rispetto agli altri, quasi nacosto in un angolo dalle luci più soffuse (lo avevo scelto per questo, in fondo). La ragazza, però, mi adocchiò quasi subito. Dopo aver fatto sull'asse d'acciaio sopra la pedana alcune piroette da far venire i brividi...un cerchio alla testa, si girò verso di me e (mi) fece l'occhiolino con l'occhio sinistro. Stetti al gioco, li risposi facendolo con quello destro. Alla fine del suo numero scese dalla pedana su cui si era esibita, andò nel camerino sul retro del locale e dopo qualche minuto ricomparve e si avvicinò a me. Sembrava una pantera; indossava uno slip nero attillatissimo ed un reggiseno rosso dal quale i suoi seni, grossi ma turgidi, trasbordavano parecchio: da vicino era ancora più sexy, affascinante e arrapante...di quelle che ti viene duro in un baleno. Mi disse:
     - Ciao! Sei nuovo quì, vero? Mi chiamo Linzi.
     - Si! - risposi io. - E' la prima volta. Tanto piacere, sono Norman! - Sembravo un po' impacciato, lei se ne accorse ma invece di mettersi a ridere e a burlarsi di me, mi mise a mio agio con le sue parole:
     - Dai Norman, c'è sempre la prima volta per ogni cosa. Sei un matusa ma avrai certamente le tue doti nascoste! (Probabilmente la ragazza si riferiva a ciò che l'uomo aveva sotto i pantaloni, anzi era sicurissimo proprio come lo è altrettanto che la luna sia tonda invece che quadra, che alludesse a quello!).
     - Cazzo! - pensai dentro di me. - Oltre ad essere uno schianto, questa ragazza è anche in gamba. - Presi allora coraggio e domandai:
     - Cosa prendi? Ordina pure qualsiasi cosa e...resti inteso che paghi tutto io - Lei fece:
     - Norman, sei davvero gentilissimo! Prendo un bloody Mary doppio ma faccio...pago io, quà si usa così coi principianti!
     - D'accordo! - esclamai. Poi dissi:
     - Raccontami qualcosa di te, mi fa piacere stare ad ascoltarti - Così Linzi cominciò a raccontare (lo fece per parecchio...sembrava un fiume in piena!):
     - Lavoro al "Paradise" da tre anni, mi alterno con altre sei ragazze che hanno la mia stessa età. Lavoriamo sei sere alla settimana. E' snervante tutto ciò ma ho fatto l'abitudine, ormai. Alla fine del turno sono distrutta, ma spesso faccio i miei "extra", come le altre...li faccio senza farmi pagare con quelli che mi piacciono. Sai qual'é la frase che la metà dei clienti passati per il locale ripete? (Linzi aveva cambiato tono, repentinamente, ed anche espressione: era sempre bella, tuttavia appariva moltissimo arrabbiata. Non la interruppi e lei continuò a parlare). "E' la prima volta che vengo quì. Sono capitato da queste parti per caso, non avevo idea che facessero spogliarelli e altre cose immorali del genere nel locale, altrimenti sarei...". Detesto quegli uomini, la loro ipocrisia. Noi strippers siamo contente che vengano quì, ci mancherebbe altro! Lo siamo che entrino nel locale piuttosto che vadino in un'altro, in fondo: alla fine sono tutte mance in più sul piatto. Mi chiedo sovente e volentieri perché mai debbano spudoratamente mentire a quel modo? - continua Linzi. - vengono a rifarsi gli occhi, sbavando dietro al nostro culo e alle nostre tette e poi magari li ritrovi nel cesso a smanettarsi il cazzo! Molti lo fanno per sfuggire alle loro mogli grasse e brutte; per evadere dal loro menage matrimoniale, che a volte è diventato asfissiante. Ma hanno paura, in fondo, della moglie ed anche - chissà - che qualcuno li faccia fessi, per cui non ammettono apertamente che li piace frequentare posti nei bassifondi come il "Paradise"; e neanche ti dicono mai il loro vero nome - A questo punto la interruppi e domandai:
     - Linzi, spero che non penserai questo di me? -
     - Ma no, dai! Tu sei diverso, lo sento a naso! - esclamò lei sorridendo.
     - Davvero? - Feci allora io.
     - Certo! - ribatté lei. - Ho il naso lungo io, lo è ancor più di quello d'un elefante! Fiuto tutto...le persone eppoi mi hai detto subito il tuo nome, senza esitare un sol momento!
     - Grazie! - replicai io. - Devo confessarti che sono separato da tempo ed è davvero la mia prima volta. Miei amici invece ci sono stati spesso, quì, e mi hanno molto raccontato sul locale: sono venuto per verificare di persona se sia vero ciocché m'hanno raccontato.
     - Hai fatto bene! - disse lei. - Anzi, più che bene! (aveva capito a cosa alludessi). - Dopo ti faccio provare una cosina molto piacevole se ti va - Non dissi nulla questa volta e Linzi, adesso molto più distesa, riprese a raccontare disinvoltamente di sé.
     - Sono una lussuriosa e me ne vanto. Amo il sesso, l'ho amato sin da ragazzina in ogni sua sfaccettatura e mi piace farlo in ogni modo. A quindici anni avevo già tutti gli attributi al posto giusto e in breve cominciai ad usarli nel modo giusto ed il più piacevole possibile. Non ricordo, però, neanche minimamente quanti amanti abbia avuto né con quanti uomini abbia fatto l'amore sino ad oggi (Linzi non ha neanche trent'anni...forse ne ha ventotto, non di più ma ne dimostra molti di meno). Cosa c'é di strano in questo? Tantissima gente invece pensa che lo sia parecchio e anche quanto sia immorale o peccaminosa 
    la mia condotta di vita. Non vi trovo nulla di ciò in essa; non vi è niente di sbagliato nel piacere: tanto nel darlo, quanto nel riceverlo. Penso che sbagliato sia invece come la società si comporti eppure la gente che ne fa parte. Se una ragazza, ad esempio, mangia a tavola sino a scoppiare oppure possiede un appetito fuori dal comune e tale da rasentare, a volte, l'ingordigia è una buongustaia per tutti, tutt'alpiù è tacciata di essere eccessivamente stravagante, mentre è ben diversa la musica qualora faccia indigestione di sesso, di uomini e di cazzi: diventa subito nel giudizio comune una puttana! Io sono contenta di essere quello che sono, così come sono perché, in fondo, sono sempre stata sincera ed onesta con me stessa e con gli altri. Cercherò di essere per tutta la mia vita così. Ho anche avuto molte proposte di matrimonio ma ho sempre rifiutato perché so che tradirei mio marito alla prima occasione e penso non sia giusta cosa; lo farei tutte le volte che dovesse capitarmi e con chiunque dovesse piacermi. L'ho fatto anche con due uomini insieme e lo farei anche con una donna o con più di una, se ne avessi occasione. Viva la libertà sessuale, quindi, e l'amore libero in forma di piacere e godimento. Sia chiaro, tuttavia, che non giudico male le altre donne, quelle cioé che seguono una strada diversa dalla mia, praticano scelte diverse attuando una opposta condotta di vita a quella che conduco io. Sono una libertina ma no una irresponsabile incapace di leggere tra le righe della realtà e del mondo circostante. Sono riuscita ad aprirmi in questo modo con te, Norman, e a confidarmi come non mi capitava da svariato tempo. Spero che non mi giudicherai male né penserai che sia soltanto una troia! - esclamò così, Linzi, al termine del suo lungo con...raccontarsi.
     - No! Non lo sei! - dissi io. - Fai liberamente e senza inibizioni quello che ti piace fare e che, probabilmente, molte donne (o uomini) vorrebbero fare ma preferiscono non farlo, per un motivo o per un'altro, oppure non ne hanno il coraggio. Ma anche se tu fossi la peggiore puttana di questa terra non ti giudicherei mai male: chi sono io, in fondo, per farlo? Non sono né un cristo senza croce né un moralista da strapazzo. - A quel punto Linzi si allontanò per alcuni minuti, andando nel suo camerino a cambiarsi di nuovo, poi tornò da me, mi prese per mano ed esclamò:
     - Andiamo! - senza proferir parola alcuna mi lasciai condurre da lei. Camminammo cinque minuti appena e due isolati più avanti rispetto al Paradise entrammo in un portone illuminato a giorno e ci dirigemmo all'ascensore. Era un condominio di lusso, insolita cosa per il quartiere in cui si trova, tenuto molto bene (lo si vedeva dalle rifiniture delle pareti, dall'arredamento, dalla moquette nell'ascensore). Arrivammo all'ottavo piano ed entrammo nell'appartamento di Linzi. Lei portava una camicetta rosa, sbottonata sino all'orlo dei seni, e una cortissima gonna con lo spacco nel mezzo. Non indossava né reggiseno né mutandine (le aveva tolte nel camerino, al Paradise: voleva già essere pronta per l'uso, probabilmente!). Lentamente si tolse di dosso gli abiti, ma mantenne le scarpe coi tacchi alti ai piedi. Poi mi domandò:
     - Hai mai lavorato con la lingua? E' un mondo a parte, credimi. Si può godere fino a morire di piace...senza limiti.
     - No! - secco gli risposi. - Con mia moglie ho praticato solo cose tradizionali, quasi per abitudine. Il sesso non ci prendeva più né ci soddisfaceva tanto, oramai, soprattutto negli ultimi tempi del nostro matrimonio. Io sopra di lei col mio uccello dentro la sua fica e al massimo poi...una sborrata sul suo ombelico.
     - Non preoccuparti, Norman! - mi disse lei rassicurandomi ancora una volta e mettendomi a mio agio. - Nessuno nasce prof a questo mondo. Le cose si imparano provandole, poco per volta. Seguimi e magari ti piacerà darmi piacere e sentirne dentro di te, nel mentre lo dai a me. Linzi si adagiò sul divano nel salotto, allargò poi le sue gambe ed esclamò a gran voce:
     - Dai, comincia, vecchio! Leccami il clitoride, leccamelo per bene, su! Fallo e mi farai morire di piacere! - Così mi piegai su di lei e cominciai a leccare sopra la sua fica con la mia lingua (nel mentre lo facevo gliela allargavo dolcemente poggiando l'indice ed il pollice della mano destra sui bordi), da destra a sinistra e poi dal basso verso l'alto, dapprima lentamente e poi con maggior frequenza; la mia lingua sembrava un cuore pulsante, che batte e freme all'unisono mentre Linzi - da par suo - cominciò a gemere facendolo talmente forte che io temetti, per un attimo, che le pareti della stanza ascoltassero e dicessero "Maleducati, vergogna!". Andammo avanti per una decina di minuti abbondanti. Dopo di che, Linzi mi disse:
     - Prova con le dita, adesso! - Allora infilai l'indice della mano sinistra nel buco della sua fica ma lei fece:
     - Fallo con due dita e spingi un po' più forte, non aver paura! - Li diedi retta e presi a farlo anche col medio. Dopo qualche minuto ansimò di nuovo eppoi squirtò abbondantemente: sembrava una fontana ed io il viaggiatore assetato che va ad abbeverarsi in un'oasi, dopo aver camminato a lungo sotto il cocente sole in pieno deserto. Mi bagnai dei suoi umori e non mi diede affatto fastidio, tutt'altro. Linzi mi guardò negli occhi e mi disse:
     - Hai fatto un cannilingus perfetto ed un lavoro di ricamo...di dita al bacio! Vedi che non è difficile, in fondo! Basta provarci, eppoi le cose vengono da sé! - Linzi aveva ragione, pensai dentro di me. A quel punto lei si sollevò di scatto e senza neanche darmi il tempo di muovermi né di dire qualcosa, mi prese per le braccia scaraventandomi vicino alla parete. Dopo cominciò a leccare la cappella del mio uccello (il quale, nel frattempo, era diventato duro come il marmo bianco che cinge l'urna della tomba della mia povera mamma al cimitero), poggiando dolcemente la sua mano destra sotto i miei testicoli, nel mentre lo faceva. Una linguata dopo l'altra, dall'alto verso il basso e viceversa sino alla...nona (come le sinfonie di Beethoven perfettamente eseguite da Herbert Von Karajan!), quando fui io ad ansimare di piacere e a sborrare sul suo viso. Poco prima gli avevo donato godimento con la mia lingua e le dita, lei era stata adesso a ricambiare il favore: un dare e avere reciproco senza nessuna inibizione o freno né particolari preconcetti. Le stesse cose, pensai, che Linzi mi aveva detto quando eravamo al Paradise. La ragazza fece:
     - Vedi che bello...lavorare di lingua, conviene!
     - Sì! - esclamai io. - Adesso ne sono convinto! - Linzi si alzò in piedi e mi baciò sulla bocca, così lo sperma che aveva sulla lingua e sulla sua bocca si ricongiunse a me, almeno in parte. Dopo avermi baciato si mise un'asciugamano sulle spalle, poi si diresse verso il bagno. Mentre camminava, però, si voltò verso di me e disse, alzando la voce quasi gridando:
     - Torno subito, aspettami! - Io invece mi rivestii in fretta e andai via. Non sono più stato, dopo quella sera, al Paradise né ho incontrato Linzi da nessuna altra parte. So, per certo, che lei continuerà a lavorare con la sua lingua, a fare pompini; magari dopo che qualche altro (uomo o donna che sia, poco importa!) li abbia dato, a sua volta, piacere con la propria lingua, con l'uccello o con qualsiasi altra cosa, in un semplice e reciproco avvicendarsi di dare ed avere, appunto. Le stesse cose ascoltate proprio da Linzi, durante il suo racconto. Dopo essere uscito dal portone dell'appartamento della ragazza, fermai un taxi e mi feci riportare a casa. Era l'alba da poco ma il sole già faceva capolino sopra il cielo della "grande mela". Era anche domenica mattina e non sarei andato a lavoro. Lungo il tragitto, tra me pensai: "lavorare di lingua, conviene e d'ora in poi lo farò più spesso al posto di dire stronzate!".

    da: "Racconti erotici".

    Taranto, 24 marzo 2021. 

  • 24 marzo alle ore 17:50
    Il viaggio

    Come comincia: Avevo chiuso gli occhi, giusto un attimo, per attraversare quella linea di confine che mi aveva sempre ancorato a un modo di essere. Sognare aveva sempre esortato in me il viaggio, bagagli a parte. Era vivere una vita parallela, a misura, perfetta. La perfezione però non è di questo mondo ed io mi ero persa in quel viaggio.
    Non è facile chiudere fuori ogni cosa. Il tempo sbiadisce contorni, non ora. Non voglio svegliarmi da questo sogno.
    -L'amore è vita. Chi ama non deve spiegare nulla, perché è qualcosa che invade ogni remoto angolo di questa caotica vita. È luce che illumina spazi infiniti, carezza di emozione che scivola su ogni centimetro di pelle, che penetra nel piacere di accogliere dei sensi.
    Mi piaceva, disse Sofia, aggrapparmi all'idea che i suoi pensieri fossero rivolti a me; un modo come restare a galla in un mare di tormenti. E non importa se oggi non è uguale a ieri, se i tasselli di questo puzzle non trovano il giusto incastro, se tutto è fermo a quel momento in cui il desiderio era di entrambi. Tu continui a chiamare ed io ti sento forte, ancora mi perdo nella tua eco.

  • 23 marzo alle ore 21:21
    Il Cavalier Covid-19

    Come comincia: Il Cavalier Covid-19 Leggero e invisibile nemico silente avanzi nelle nostre vite senza bussare alle porte dei nostri cuori, i sentieri sono afflitti dal pianto e lo stridore dei denti ora è malinconica melodia che aleggia nelle nostre menti dove ogni nostra fiducia si scioglie nel fango delle tenebre nel momento in cui si spegne pian piano la vita segnando i tristi destini irrimediabilmente in chi ha perso la battaglia, e non restan altro di loro che un numero che li identificano nelle memorie di quel registro ospedaliero segnato con l'inchiostro della necrosi. Dimmi chi sei veramente? Per lungo e in largo le tue scure orme hai impresso nelle nostre anime, lacrime amare a sorpresa ci hai lasciato e lene speranze accendi negli angoli delle nostre case a riscaldarci di gelida psicosi fasciata da inquietudine. Dimmi chi sei veramente? Dimmi chi sei veramente?! Ferrigno e ben corazzato percorri la tua redola senza considerar la fragilità della nostra vita. Dimmi chi sei veramente? Dimmi chi sei veramente?Ma sappi o guerriero di questo tempo così periglioso di cui vuoi intingerlo di dolore che spacca le viscere della pace, noi uomini donne e bambini siamo una umanità dalla quale di tutto puoi privarci tranne la speranza che mai nessuno può estinguere sul volto della terra, ossia quell'amore immenso per la vita che mai nessuno potrà placare, neppure dopo la morte. Ma non si può neppure restare indifferenti allo sguardo del male quando ci sceglie sue predilette vittime, non puoi non tentare di osteggiarlo poiché è in noi la fiamma della folgorante speranza mentre ci indica la strada della sua espugnazione. Lui scenderà e scaverà fino in fondo al nostro più remoto essere per provarci e stancarci fino all'estremo, ma risaliremo se sapremo esser previdenti e circospetti in ogni sua mossa perché di pura speranza è formato il nostro plasma mentre scorre positivo nelle vene. Lui invece così forte e superbo si fa sentire nell'anima quando i suoi abbracci avvolgono la vita dalla sua crudele morsa per farci suoi martiri nel suo preciso obbiettivo di defraudarci dagli affetti più cari, dai sorrisi sinceri di chi amiamo debellando nell'intimo quanto è più prezioso per la nostra vitalità, protraendoci nel tunnel del supplizio ove non molte anime sapranno combattere le sue insidie. Sarà dunque una gran lotta e su una gran moltitudine di gente la sua ombra estenderà diventando loro imponente patrono, ma mai nel loro e nostro cuore noi che ancora siamo al sicuro! Perché proprietà sublime di quella luce fatta di vita ossia l'immortalità della speranza dentro l'anima che resterà in eterno in noi. Dunque dimmi chi sei o guerriero salito dall'inferno col mantello fatto di particelle untuose e avvelenate che al tuo scuoterlo ci allontani dalla libertà sconvolgendo ogni nostra libera scelta e stile di vita! Dillo chi sei perché noi ci siamo identificati! Ma sappi anche che sulla tua meditata rivincita su noi, sappi che saremo più preparati che mai a giocarci la partita perché incredibilmente audaci saremo nella vittoria, e finalmente tu sarai Covid-19 nella scaletta dei sconfitti e archiviati negli scaffali delle memorie del tempo di questo mondo per sempre.

  • Come comincia: "La realtà è la proiezione di tutti i sogni del mondo.
    La bassa marea della vita ti avvicina al fondale della mente.
    Quando il tramonto spegne il nostro cielo e gli occhi chiudono il sipario della realtà, la luce dell'immaginazione accende il firmamento dei sogni.
    Ogni singola Stella che brilla nell’Universo, un tempo, brillava nella mente di grandi uomini:
    noi continueremo ad alzare lo sguardo nella notte, sognando la nostra Stella,
    perché sognare ti insegna a risvegliarti"
    Fabio Meneghella