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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: L’amorale, chi è l’amorale? Non andiamo a scomodare il vocabolario o il Boccaccio, ognuno di noi può avere un’opinione al riguardo ma con certi limiti come quelli del buon gusto, della non violenza e del non creare problemi agli altri anzi cercando di aiutare quelli che soffrono e gli  indigenti, un utopista ed anche uno zozzone come direbbero i ben pensanti. io sono fra questi ultimi non i ben pensanti ma fra gli zozzoni, la assoluta libertà delle proprie azioni parlo principalmente nel campo del sesso. Inorridisco quando vengo a conoscenza di certe punizioni nei paesi mussulmani a cui vengono sottoposti gli omosessuali che, a dire di alcuni dei loro medici possono essere curati ma di quale malattia? Quella di avere un corpo diverso dalla natura del proprio cervello? Dove voglio arrivare, forse lo avete capito al sesso, lo amo profondamente, mi dà e mi ha sempre dato sensazioni meravigliose. L’avevo conosciuto sin da bambino, parlo di un ragazzino di dodici anni che era a contatto con una realtà esterna diversa da quella di casa mia  dove il puritanesimo era imperante. La seconda guerra mondiale scatenata da pazzi sanguinari mi avevano portato ad essere trasferito, in qualità di sfollato da Jesi, cittadina vicina ad Ancona, dove dimoravo con i miei genitori, a S.Anastasia frazione del Comune di Cingoli in provincia di Macerata. Abitavo nella grande  casa dello zio Fefè (ricco proprietario terriero) che aveva sposato zia Lilli, sorella di mio padre io e vari zii ed i nonni paterni. Vicini a noi in altro grande edificio di proprietà dello zio Camillo: (parente dello zio Fefè) magrissimo, altezza 1,90 un solo dente visibile si erano ‘accampati’ varie famiglie di anconetani fuggiti dai bombardamenti da parte degli allora non ancora alleati. Il loro problema era quello di sopravvivere finanziariamente, i maschietti erano tutti pescatori ed a S.Anastasia di pesce ce n’era ben poco anzi proprio niente e quindi chi portava a casa il ‘mangime’ quotidiano? Bella domanda, le loro femminucce tutte piuttosto giovani e se non  proprio dee della bellezza erano sicuramente apprezzate dai locali villici le cui mogli, anche per le molte gravidanze, non erano propriamente appetibili. I cotali pagavano le loro prestazioni sessuali in contanti (raramente) o con prodotti della terra sempre apprezzati dalle famiglie delle signore. Io ( a proposito mi chiamo Alberto) ero diventato amico di Alda una mia compagna di scuola di due anni più grande che abitava con i genitori nel casermone degli anconetani. La cotale chissà per quale recondita ragione diceva di saper cucinare e mi portava nel sottosuolo del loro casermone dove c’era un frantoio e una cucina in disuso da anni. Io, innamoratissimo della bionda ed alta Alda mi prestavo malvolentieri ad far l’assaggiatore delle sue schifezze finché un giorno glielo dissi apertamente ed Alda, con una grande risata: “Ti farò divertire in altro modo.” E prese a spogliarsi nuda, mutandine comprese mostrando un buchino circondato da tanti peli… Quella visione per me assolutamente nuova mi fece un effetto strano ossia il coso con cui normalmente facevo la pipì divenne ben duro e Alda lo prese prima in mano e poi in bocca… evidentemente era già un’esperta nel campo del sesso. Cielo toccato con un dito, i pomeriggi, sistemata la questione dei compiti (svolgevo anche quelli di Alda), ci davano al sesso non più da bambini, insomma ero diventato maschietto a tutti gli effetti. Il problema sorse quando mi accorsi che Alda era in intima amicizia con ragazzi di età più avanzata della mia, circa 18 o 20 anni che non tolleravano la mia invasione sessuale in quello che consideravano il loro campo e così, mio malgrado, dovevo accontentarmi dei..rimasugli cosa da me non gradita e così presi guardarmi intorno  ebbi la gradita sorpresa di incontrare Fulvia figlia di un contadino di zio Fefè che spesso lavorava nell’orto dello zio. Alta, bionda, occhi verdi, formosa, sempre sorridente non sembrava proprio il prodotto di genitori bassi e neri di capelli e di carnagione scura (troppo sole) ma forse qualche svedese di passaggio…Mi domandai come conoscerla più da vicino e idea idea pensai di immedesimarmi fotografo avendo notato che lo zio Fefè era proprietario di una Kodak con la quale riprendeva i paesaggi ma soprattutto le contadine sue dipendenti in pose come dire discinte e le interessate ‘ci stavano’, si trattava sempre del loro padrone ed allora erano tempi ben duri per i coltivatori della terra non proprietari della stessa. Lo zio Fefè, vecchio mignottaro, aderì alla mia richiesta sorridendo con fare di complicità, d’altronde in giro si diceva che due figlie di contadini gli assomigliassero un po’ troppo…D’altronde lo zio aveva per moglie una insegnante elementare una puritana ingenua che in fatto di sesso non ne mangiava proprio. Più in là vi racconterò una disavventura della zia Lilli per la quale risero a lungo un po’ tutti gli abitanti di S.Anastasia. Ritornando a me, con la Kodak un pomeriggio mi presentai da Fulvia chiedendo di mettersi in posa per delle foto. La cotale in principio rimase senza parole ma poi aderì alla richiesta (ero pur sempre il nipote del padrone). Fulvia per quei tempi era una anticonformista, d’estate aveva l’abitudine di non mettere il reggiseno che la faceva sudare, indossava solo una leggero vestito, fra l’altro corto. Mi tremavano un po’ le mani quando Fulvia sfoderò un seno e più tardi si girò di spalle e mise in mostra un bel popò. Come Dio volle (ma non penso che Dio in quei momenti si interessasse a me, non che per me fosse importante dato che ero ateo come mio padre) finii di scattare venti fotogrammi. Il successivo giorno mi recai a Cingoli e portai il rullino ad un fotografo. “Ragazzo passa fra due ore.” Girai per la città fra turisti vocianti, la maggior parte romani, e dopo due ore mi ripresentai al fotografo. “Giovane non sono foto che posso darti, sono pornografiche!” Lampo di genio da parte mia: “Sono di mio zio Fefè U, non ne so niente.” Il nome di mio zio fece ‘impressione’ al fotografo che, preso il compenso, mi consegnò le foto senza ulteriori commenti. Il pomeriggio successivo condussi Fulvia nello sgabuzzino degli attrezzi e le mostrai le ventiquattro foto, un successo. “Sembro una diva del cinema, grazie tante quanto ti devo?” “Puoi ricompensarmi in natura.” La baby non capì il mio asserto, pretendevo troppo da una illetterata (allora le femminucce contadine non andavano a scuola.) Mi espressi più chiaramente abbracciandola e mettendole in mano ‘ciccio’ ben duro paventando una sua risposta negativa che non solo non venne ma la cotale lo prese in mano  facendo su e giù con ovvio finale. “Le farò vedere al mio fidanzato, abita a Troviggiano e fa il sarto.” “Ora farà anche il cornuto” pensò Alberto e da quel giorno il loro appuntamento fu quasi quotidiano. Lo zio Fefè si accorse della situazione e: ”Giovanotto stai esagerando, sei troppo dimagrito, non più di due volte alla settimana, comprendi?” Compresi e seguii le sue direttive sino alla fine della guerra quando rientrai a Jesi con grandi pianti della ormai innamorata Fulvia. Vi avevo promesso un episodio della ingenua zia Lilli: Come precedentemen- te detto le ragazze non sapevano leggere al contrario dei maschietti che frequentavano la scuola sino alla quinta elementare e quindi quando dal fronte di guerra scrivevano alle loro fidanzate le lettere venivano loro lette dalla maestra Lilli . Durante la festa della trebbiatura Spera, una figlia del contadino vicino casa loro chiese a zia Lilli di leggere la lettera del suo fidanzato presenti tutti gli agricoltori della zona. La zia come precedentemente detto era ingenua da morire lesse: “Ti ho rotto la cocchia ma ti sposo.” Anche se non siete cingolani avrete capito cos’è la cocchia ma non la zia che rimase basita nel vedere il risultato delle sue parole. A Concetta il vino uscì dal naso, Peppe, suo marito si stava soffocando con un boccone, Giovanna scappò via per essersi fatta la pipì addosso, insomma un caos generale che rimase a lungo nella mente dei contadini. Ritornati a casa Lilli al marito: “Imbecille mi potevi avvertire cosa voleva dire quella parola!” Fine della guerra, ritornato a Jesi fui iscritto alla prima media nel collegio dei Francescani così rimanevo fuori di casa sino alla sera (i miei genitori lavoravano, papà in  banca mi madre aveva un negozio di coloniali) ma le cose fin dall’inizio non andarono nel verso giusto nel senso che io contestavo la religione cattolica forte dei libri letti sull’argomento. Il direttore aveva l’abitudine il sabato di ‘metter su  un processo ai vari personaggi della Bibbia. Quando fu la volta di Giuda come pubblico ministero si propose il secchione della classe ed io mi autonominai difensore d’ufficio. Quello del Pubblico Ministero fu un ovvio sproloquio infarcito di paroloni e luoghi comuni quando venne il mio turno dissi solo poche parole: “Chiedo l’assoluzione di Guida in quanto non poteva sfuggire ad un destino già a lui assegnato dalla divinità.” Dopo vari processi a personaggio famosi in cui era sempre l’avvocato difensore, il preside si ruppe le palle e chiese a mio padre di ritirarmi dal collegio: “Suo figlio non  solo è ateo ma mi sobilla tutta la classe, lo scriva ad un istituto pubblico.” E così fu. Il mio profitto scolastico era buono, mi piaceva fare bella figura in classe. Ero compagno di banco di una certa Laura ingenua ragazza di un paese vicino alla quale propinavo gli scherzi più cattivi dopo aver capito che con lei non c’era niente fa fare in fatto di sesso. Laura da buona  credente cristiana ogni mattina, prima di entrare in classe, si recava in chiesa per pregare. Io malignamente riferii la cosa al prof. Gatti, insegnate di materie letterarie, ateo e mangiapreti come si diceva allora con la conseguenza che Laura veniva interrogata con domande astruse alle quali non sapeva rispondere e tornava a posto piangendo. “Signorina invece di andare in chiesa studi di più!” era il verdetto del prof. Gatti. Non le feci più scherzi, mi sentivo un po’ verme anzi presi a passarle dei compiti in classe, in fondo sono un buono! In seguito sono venuto a sapere che Laura si era sposata con un altro cattolico praticante, in tre anni aveva messo al mondo quattro figli (due coppie di gemelli) ed era rimasta vedova.
    Come me la passavo col sesso? Niente male. Nello stesso pianerottolo della mia abitazione abitava una coppia senza figli, lei  alta bruna, seno quanto basta, occhi bellissimi, vita stretta, gambe chilometriche in somma un gran pezzo di…Per caso venni a sapere che mio padre, da sempre dedito al sesso extra, aveva provato a farla capitolare con risultati negativi per suo grande scorno che si considerava un gran tombeur de femme. Mia madre, filosofa per natura, preferiva far finta di nulla per non rovinare il matrimonio. Un pomeriggio madame Letizia, questo il suo nome, bussò alla porta del mio appartamento: “Ti chiedo scusa (mi dava del tu data la differenza di età, aveva quaranta anni) mi occorrono altre due pentole, stasera ho degli invitati, ti dispiacerebbe prestarmele, posso telefonare a tua madre.” “ Non è il caso, venga pure e se le scelga potrà sempre ricompensarmi in natura…” Letizia rimase senza parole, mi guardò a lungo e rientrò nel suo appartamento senza profferir parola. Dopo qualche giorno rincontrandola nel pianerottolo le ricordai il suo debito. “Giovanotto potrei essere tua madre…” “Ma non lo è e…”. “Di solito è difficile che qualcuno mi metta in difficoltà tu ci sei riuscito.” Capii che la signora stava capitolando, doveva avermi inquadrato bene,  ormai ero diventato un bel giovanotto ben messo fisicamente. “Signora so che lei fuma anche se suo marito non è d’accordo, son riuscito a trovare un pacchetto delle introvabili ‘Roy d’Egypte’ (le avevo sottratte a mio padre) e così potremo fumare il kalumet della pace.” Senza profferire parola Letizia mi fece entrare a casa sua, mi portò in camera da letto, si spogliò completamente e: “Vieni sotto la doccia.” Un finale al fulmicotone, la signora dimostrò grande maestria nell’ars amatoria. Dopo circa un’ora “Non giudicarmi male, io amo il sesso, mio marito è quello di ‘vado, l’ammazzo e torno.’ Tradotto soffriva di ejaculatio praecox e la signora non ne era soddisfatta, tutto lì, l’Albertone dovette provvedere alle mancanze del consorte con sua grande gioia sinché un giorno papà Armando: “Caro figlio, ormai sei grande,  come ben sai non sono un moralista ma la tua storia con Letizia deve finire per vari motivi: stai dimagrendo in modo preoccupante ed inoltre il marito Oddo, lo so è stronzo anche nel nome è gelosissimo e non vorrei che uscisse di testa. Son d’accordo con tua madre andrai a studiare a Roma e abiterai presso tua zia Armida e la nonna Maria, Partenza domattina.” Era un vero e proprio ordine,  non mi restò che ubbidire. La zia Armida era sorella di mia madre e vedova dello zio Alberto fratello di mio padre ed aveva un’adorazione per me che gli ricordavo suo marito. Fui iscritto all’Istituto Scientifico Cavour, vicino al Colosseo e ci arrivavo prendendo l’autobus 85. Il biglietto del mezzo di trasporto ammontava a 20 lire ossia l’ammontare di due sigarette Sport (allora per sentirmi grande fumavo) e così mi scarpinavo tre chilometri all’andata e altrettanti al ritorno consumando in modo notevole le scarpe. La zia Armida non riusciva a capacitarsi della cosa e  la confidò alla signora Denise, francese, 40enne  moglie di un proprietario terriero marchigiano che passava la maggior parte del tempo nelle sue terre lontano da casa. La cotale abitava nel nostro stesso pianerottolo, era una accanita fumatrice e pensai di sfruttare la situazione di povero studente senza una lira (la zia e la nonna non mollavano soldi) e così:  zia lontana ad insegnare in un paese vicino e  nonna in chiesa a cercare di guadagnarsi il Paradiso mi recavo a far visita a madame Denise, bionda tinta, un po’ pesante di figura ma ancora abbordabile poi con la fame di sesso che avevo…Madame con un sorriso di complicità assecondava il mio (e suo) vizio foraggiandomi con sigarette ben più costose delle mie Sport. Io girando molto alla larga, cercavo di farle capire che, anche se giovane di età rispetto a lei, avrei gradito…Rien a faire, ce la mettevo tutta, avevo imparato a memoria poesie romantiche di De Musset e di De Vigny ma Denise non mollava proprio, con grandi sorrisi mi prendeva bellamente per il sedere. La svolta fu quando al rientro a casa del marito sentii un litigio fra di loro piuttosto prolungato, il marito il giorno dopo si levò dalle balle e così bussai alla porta di madame e la trovai in lacrime. “Una bella signora come lei merita ben altra sorte.”  La baciai in bocca e la sciagurata rispose, non essendo la monaca di Monza non  ebbe conseguenze se non quella  di prendere l’abitudine di scopazzarmi bellamente e spesso. La storia durò circa un mese sin quando la portiera ‘fece la spia’ e così la zia Armida le fece una scenataccia bollandola come puttana che si era messa con uno molto più giovane di lei. Conclusione porta sbarrata e non solo la porta di Denise per me sconsolatissimo che non sapevo dove portare il mio nobile a divertirsi ma il destino…A casa nostra veniva a far pulizie Maria figlia ventenne  di Mimma (quella che aveva fatto la spia) e del portiere Nando un ex contadino inurbato con l’aiuto di un politico locale perché stanco di lavorare la terra con poco riscontro economico. Dopo i soliti discorsi
    “Sei fidanzata?” “No mio padre dice che sono troppo giovane” cominciai a farle dei complimenti la gratificai di qualche regalino con i soldi che mettevo da parte non andando al cinema la domenica. Un giorno finalmente Maria si mollò a prese a baciarmi con conseguenze ben prevedibili da parte mia ma spaventando la baby quando vide il mio ‘ciccio’ “È enorme, no non voglio, io sono vergine!” La scalata fu lunga, ci vollero bacini sul collo, carezze sul viso, abbracci appassionati e finalmente un cunnilingus che mandò fuori di testa la bella mora. Un giorno, fuori di casa zia e nonna, avvenne il matrimonio. “Ti prego piano piano, ho molto paura di farmi male, prima baciami molto lì.” Maria si era portato appresso un asciugamano (le donne sono più previdenti dei maschietti) e così quel sangue che uscì non finì sul lenzuolo del mio letto. Da quel momento, aperta la via, la situazione migliorò, Maria di era scoperto sessualmente molto calda, per me era piacevole toccare quelle tette e  cosce dure dovute al lavoro campestre (pensai che avrebbe rotto una noce di cocco!). Ormai un giorno dopo l’altro…papà Armando, sentita la zia Armida, decise di far finire il mio ostracismo a Roma ed io mi ‘imbarcai’ sul treno Roma – Ancona, fermata Jesi. L’addio con Maria erra stato straziante, la baby si era follemente innamorata e mi pianse addosso tutte le sue lacrime e, come ricordo, mi permise con grande goduria di ‘ciccio’ di usare il suo buchino posteriore che era stato sempre off limits! Vi sono sembrato un po’ cinico, forse si ma a quell’età l’ormone comanda più dei sentimenti. All’arrivo a casa grande commozione soprattutto da parte di mia madre ingrassata sino all’inverosimile ma quello che più mi colpì furono le notizie dei miei amici: Giovanni (orfano di padre e di madre) si era suicidato con la pistola dello zio cui era affidato, la moglie di Augusto di era impiccata forse perché depressa, Roberto mio coetaneo, da sempre omosessuale, era stata cacciato dalla scuola insieme al professore di francese sorpresi dal bidello mentre lo…gratificava di un pom….o; ma i guai nella famiglia di Roberto non erano finiti: suo fratellastro famoso scopatore (che strano il destino!) era morto per infarto mentre si intratteneva con la moglie  di un impiegato del Comune, sua sorella Stefania era deceduta per tetano, Marco aveva messo incinta una minorenne, Quinto detto ‘cascappezzi’, commesso del
     
    negozio di mia madre, era in ospedale con un tumore al pancreas. A questo punto ripensai con nostalgia al mio soggiorno romano ed alle grazie della mia georgica amica Maria che in  fondo mi era rimasta nel cuore.
     

  • Come comincia: L’amorale, chi è l’amorale? Non andiamo a scomodare il vocabolario o il Boccaccio, ognuno di noi può avere un’opinione al riguardo ma con certi limiti come quelli del buon gusto, della non violenza e del non creare problemi agli altri anzi cercando di aiutare quelli che soffrono e gli  indigenti, un utopista ed anche uno zozzone come direbbero i ben pensanti. io sono fra questi ultimi non i ben pensanti ma fra gli zozzoni, la assoluta libertà delle proprie azioni parlo principalmente nel campo del sesso. Inorridisco quando vengo a conoscenza di certe punizioni nei paesi mussulmani a cui vengono sottoposti gli omosessuali che, a dire di alcuni dei loro medici possono essere curati ma di quale malattia? Quella di avere un corpo diverso dalla natura del proprio cervello? Dove voglio arrivare, forse lo avete capito al sesso, lo amo profondamente, mi dà e mi ha sempre dato sensazioni meravigliose. L’avevo conosciuto sin da bambino, parlo di un ragazzino di dodici anni che era a contatto con una realtà esterna diversa da quella di casa mia  dove il puritanesimo era imperante. La seconda guerra mondiale scatenata da pazzi sanguinari mi avevano portato ad essere trasferito, in qualità di sfollato da Jesi, cittadina vicina ad Ancona, dove dimoravo con i miei genitori, a S.Anastasia frazione del Comune di Cingoli in provincia di Macerata. Abitavo nella grande  casa dello zio Fefè (ricco proprietario terriero) che aveva sposato zia Lilli, sorella di mio padre io e vari zii ed i nonni paterni. Vicini a noi in altro grande edificio di proprietà dello zio Camillo: (parente dello zio Fefè) magrissimo, altezza 1,90 un solo dente visibile si erano ‘accampati’ varie famiglie di anconetani fuggiti dai bombardamenti da parte degli allora non ancora alleati. Il loro problema era quello di sopravvivere finanziariamente, i maschietti erano tutti pescatori ed a S.Anastasia di pesce ce n’era ben poco anzi proprio niente e quindi chi portava a casa il ‘mangime’ quotidiano? Bella domanda, le loro femminucce tutte piuttosto giovani e se non  proprio dee della bellezza erano sicuramente apprezzate dai locali villici le cui mogli, anche per le molte gravidanze, non erano propriamente appetibili. I cotali pagavano le loro prestazioni sessuali in contanti (raramente) o con prodotti della terra sempre apprezzati dalle famiglie delle signore. Io ( a proposito mi chiamo Alberto) ero diventato amico di Alda una mia compagna di scuola di due anni più grande che abitava con i genitori nel casermone degli anconetani. La cotale chissà per quale recondita ragione diceva di saper cucinare e mi portava nel sottosuolo del loro casermone dove c’era un frantoio e una cucina in disuso da anni. Io, innamoratissimo della bionda ed alta Alda mi prestavo malvolentieri ad far l’assaggiatore delle sue schifezze finché un giorno glielo dissi apertamente ed Alda, con una grande risata: “Ti farò divertire in altro modo.” E prese a spogliarsi nuda, mutandine comprese mostrando un buchino circondato da tanti peli… Quella visione per me assolutamente nuova mi fece un effetto strano ossia il coso con cui normalmente facevo la pipì divenne ben duro e Alda lo prese prima in mano e poi in bocca… evidentemente era già un’esperta nel campo del sesso. Cielo toccato con un dito, i pomeriggi, sistemata la questione dei compiti (svolgevo anche quelli di Alda), ci davano al sesso non più da bambini, insomma ero diventato maschietto a tutti gli effetti. Il problema sorse quando mi accorsi che Alda era in intima amicizia con ragazzi di età più avanzata della mia, circa 18 o 20 anni che non tolleravano la mia invasione sessuale in quello che consideravano il loro campo e così, mio malgrado, dovevo accontentarmi dei..rimasugli cosa da me non gradita e così presi guardarmi intorno  ebbi la gradita sorpresa di incontrare Fulvia figlia di un contadino di zio Fefè che spesso lavorava nell’orto dello zio. Alta, bionda, occhi verdi, formosa, sempre sorridente non sembrava proprio il prodotto di genitori bassi e neri di capelli e di carnagione scura (troppo sole) ma forse qualche svedese di passaggio…Mi domandai come conoscerla più da vicino e idea idea pensai di immedesimarmi fotografo avendo notato che lo zio Fefè era proprietario di una Kodak con la quale riprendeva i paesaggi ma soprattutto le contadine sue dipendenti in pose come dire discinte e le interessate ‘ci stavano’, si trattava sempre del loro padrone ed allora erano tempi ben duri per i coltivatori della terra non proprietari della stessa. Lo zio Fefè, vecchio mignottaro, aderì alla mia richiesta sorridendo con fare di complicità, d’altronde in giro si diceva che due figlie di contadini gli assomigliassero un po’ troppo…D’altronde lo zio aveva per moglie una insegnante elementare una puritana ingenua che in fatto di sesso non ne mangiava proprio. Più in là vi racconterò una disavventura della zia Lilli per la quale risero a lungo un po’ tutti gli abitanti di S.Anastasia. Ritornando a me, con la Kodak un pomeriggio mi presentai da Fulvia chiedendo di mettersi in posa per delle foto. La cotale in principio rimase senza parole ma poi aderì alla richiesta (ero pur sempre il nipote del padrone). Fulvia per quei tempi era una anticonformista, d’estate aveva l’abitudine di non mettere il reggiseno che la faceva sudare, indossava solo una leggero vestito, fra l’altro corto. Mi tremavano un po’ le mani quando Fulvia sfoderò un seno e più tardi si girò di spalle e mise in mostra un bel popò. Come Dio volle (ma non penso che Dio in quei momenti si interessasse a me, non che per me fosse importante dato che ero ateo come mio padre) finii di scattare venti fotogrammi. Il successivo giorno mi recai a Cingoli e portai il rullino ad un fotografo. “Ragazzo passa fra due ore.” Girai per la città fra turisti vocianti, la maggior parte romani, e dopo due ore mi ripresentai al fotografo. “Giovane non sono foto che posso darti, sono pornografiche!” Lampo di genio da parte mia: “Sono di mio zio Fefè U, non ne so niente.” Il nome di mio zio fece ‘impressione’ al fotografo che, preso il compenso, mi consegnò le foto senza ulteriori commenti. Il pomeriggio successivo condussi Fulvia nello sgabuzzino degli attrezzi e le mostrai le ventiquattro foto, un successo. “Sembro una diva del cinema, grazie tante quanto ti devo?” “Puoi ricompensarmi in natura.” La baby non capì il mio asserto, pretendevo troppo da una illetterata (allora le femminucce contadine non andavano a scuola.) Mi espressi più chiaramente abbracciandola e mettendole in mano ‘ciccio’ ben duro paventando una sua risposta negativa che non solo non venne ma la cotale lo prese in mano  facendo su e giù con ovvio finale. “Le farò vedere al mio fidanzato, abita a Troviggiano e fa il sarto.” “Ora farà anche il cornuto” pensò Alberto e da quel giorno il loro appuntamento fu quasi quotidiano. Lo zio Fefè si accorse della situazione e: ”Giovanotto stai esagerando, sei troppo dimagrito, non più di due volte alla settimana, comprendi?” Compresi e seguii le sue direttive sino alla fine della guerra quando rientrai a Jesi con grandi pianti della ormai innamorata Fulvia. Vi avevo promesso un episodio della ingenua zia Lilli: Come precedentemen- te detto le ragazze non sapevano leggere al contrario dei maschietti che frequentavano la scuola sino alla quinta elementare e quindi quando dal fronte di guerra scrivevano alle loro fidanzate le lettere venivano loro lette dalla maestra Lilli . Durante la festa della trebbiatura Spera, una figlia del contadino vicino casa loro chiese a zia Lilli di leggere la lettera del suo fidanzato presenti tutti gli agricoltori della zona. La zia come precedentemente detto era ingenua da morire lesse: “Ti ho rotto la cocchia ma ti sposo.” Anche se non siete cingolani avrete capito cos’è la cocchia ma non la zia che rimase basita nel vedere il risultato delle sue parole. A Concetta il vino uscì dal naso, Peppe, suo marito si stava soffocando con un boccone, Giovanna scappò via per essersi fatta la pipì addosso, insomma un caos generale che rimase a lungo nella mente dei contadini. Ritornati a casa Lilli al marito: “Imbecille mi potevi avvertire cosa voleva dire quella parola!” Fine della guerra, ritornato a Jesi fui iscritto alla prima media nel collegio dei Francescani così rimanevo fuori di casa sino alla sera (i miei genitori lavoravano, papà in  banca mi madre aveva un negozio di coloniali) ma le cose fin dall’inizio non andarono nel verso giusto nel senso che io contestavo la religione cattolica forte dei libri letti sull’argomento. Il direttore aveva l’abitudine il sabato di ‘metter su  un processo ai vari personaggi della Bibbia. Quando fu la volta di Giuda come pubblico ministero si propose il secchione della classe ed io mi autonominai difensore d’ufficio. Quello del Pubblico Ministero fu un ovvio sproloquio infarcito di paroloni e luoghi comuni quando venne il mio turno dissi solo poche parole: “Chiedo l’assoluzione di Guida in quanto non poteva sfuggire ad un destino già a lui assegnato dalla divinità.” Dopo vari processi a personaggio famosi in cui era sempre l’avvocato difensore, il preside si ruppe le palle e chiese a mio padre di ritirarmi dal collegio: “Suo figlio non  solo è ateo ma mi sobilla tutta la classe, lo scriva ad un istituto pubblico.” E così fu. Il mio profitto scolastico era buono, mi piaceva fare bella figura in classe. Ero compagno di banco di una certa Laura ingenua ragazza di un paese vicino alla quale propinavo gli scherzi più cattivi dopo aver capito che con lei non c’era niente fa fare in fatto di sesso. Laura da buona  credente cristiana ogni mattina, prima di entrare in classe, si recava in chiesa per pregare. Io malignamente riferii la cosa al prof. Gatti, insegnate di materie letterarie, ateo e mangiapreti come si diceva allora con la conseguenza che Laura veniva interrogata con domande astruse alle quali non sapeva rispondere e tornava a posto piangendo. “Signorina invece di andare in chiesa studi di più!” era il verdetto del prof. Gatti. Non le feci più scherzi, mi sentivo un po’ verme anzi presi a passarle dei compiti in classe, in fondo sono un buono! In seguito sono venuto a sapere che Laura si era sposata con un altro cattolico praticante, in tre anni aveva messo al mondo quattro figli (due coppie di gemelli) ed era rimasta vedova.
    Come me la passavo col sesso? Niente male. Nello stesso pianerottolo della mia abitazione abitava una coppia senza figli, lei  alta bruna, seno quanto basta, occhi bellissimi, vita stretta, gambe chilometriche in somma un gran pezzo di…Per caso venni a sapere che mio padre, da sempre dedito al sesso extra, aveva provato a farla capitolare con risultati negativi per suo grande scorno che si considerava un gran tombeur de femme. Mia madre, filosofa per natura, preferiva far finta di nulla per non rovinare il matrimonio. Un pomeriggio madame Letizia, questo il suo nome, bussò alla porta del mio appartamento: “Ti chiedo scusa (mi dava del tu data la differenza di età, aveva quaranta anni) mi occorrono altre due pentole, stasera ho degli invitati, ti dispiacerebbe prestarmele, posso telefonare a tua madre.” “ Non è il caso, venga pure e se le scelga potrà sempre ricompensarmi in natura…” Letizia rimase senza parole, mi guardò a lungo e rientrò nel suo appartamento senza profferir parola. Dopo qualche giorno rincontrandola nel pianerottolo le ricordai il suo debito. “Giovanotto potrei essere tua madre…” “Ma non lo è e…”. “Di solito è difficile che qualcuno mi metta in difficoltà tu ci sei riuscito.” Capii che la signora stava capitolando, doveva avermi inquadrato bene,  ormai ero diventato un bel giovanotto ben messo fisicamente. “Signora so che lei fuma anche se suo marito non è d’accordo, son riuscito a trovare un pacchetto delle introvabili ‘Roy d’Egypte’ (le avevo sottratte a mio padre) e così potremo fumare il kalumet della pace.” Senza profferire parola Letizia mi fece entrare a casa sua, mi portò in camera da letto, si spogliò completamente e: “Vieni sotto la doccia.” Un finale al fulmicotone, la signora dimostrò grande maestria nell’ars amatoria. Dopo circa un’ora “Non giudicarmi male, io amo il sesso, mio marito è quello di ‘vado, l’ammazzo e torno.’ Tradotto soffriva di ejaculatio praecox e la signora non ne era soddisfatta, tutto lì, l’Albertone dovette provvedere alle mancanze del consorte con sua grande gioia sinché un giorno papà Armando: “Caro figlio, ormai sei grande,  come ben sai non sono un moralista ma la tua storia con Letizia deve finire per vari motivi: stai dimagrendo in modo preoccupante ed inoltre il marito Oddo, lo so è stronzo anche nel nome è gelosissimo e non vorrei che uscisse di testa. Son d’accordo con tua madre andrai a studiare a Roma e abiterai presso tua zia Armida e la nonna Maria, Partenza domattina.” Era un vero e proprio ordine,  non mi restò che ubbidire. La zia Armida era sorella di mia madre e vedova dello zio Alberto fratello di mio padre ed aveva un’adorazione per me che gli ricordavo suo marito. Fui iscritto all’Istituto Scientifico Cavour, vicino al Colosseo e ci arrivavo prendendo l’autobus 85. Il biglietto del mezzo di trasporto ammontava a 20 lire ossia l’ammontare di due sigarette Sport (allora per sentirmi grande fumavo) e così mi scarpinavo tre chilometri all’andata e altrettanti al ritorno consumando in modo notevole le scarpe. La zia Armida non riusciva a capacitarsi della cosa e  la confidò alla signora Denise, francese, 40enne  moglie di un proprietario terriero marchigiano che passava la maggior parte del tempo nelle sue terre lontano da casa. La cotale abitava nel nostro stesso pianerottolo, era una accanita fumatrice e pensai di sfruttare la situazione di povero studente senza una lira (la zia e la nonna non mollavano soldi) e così:  zia lontana ad insegnare in un paese vicino e  nonna in chiesa a cercare di guadagnarsi il Paradiso mi recavo a far visita a madame Denise, bionda tinta, un po’ pesante di figura ma ancora abbordabile poi con la fame di sesso che avevo…Madame con un sorriso di complicità assecondava il mio (e suo) vizio foraggiandomi con sigarette ben più costose delle mie Sport. Io girando molto alla larga, cercavo di farle capire che, anche se giovane di età rispetto a lei, avrei gradito…Rien a faire, ce la mettevo tutta, avevo imparato a memoria poesie romantiche di De Musset e di De Vigny ma Denise non mollava proprio, con grandi sorrisi mi prendeva bellamente per il sedere. La svolta fu quando al rientro a casa del marito sentii un litigio fra di loro piuttosto prolungato, il marito il giorno dopo si levò dalle balle e così bussai alla porta di madame e la trovai in lacrime. “Una bella signora come lei merita ben altra sorte.”  La baciai in bocca e la sciagurata rispose, non essendo la monaca di Monza non  ebbe conseguenze se non quella  di prendere l’abitudine di scopazzarmi bellamente e spesso. La storia durò circa un mese sin quando la portiera ‘fece la spia’ e così la zia Armida le fece una scenataccia bollandola come puttana che si era messa con uno molto più giovane di lei. Conclusione porta sbarrata e non solo la porta di Denise per me sconsolatissimo che non sapevo dove portare il mio nobile a divertirsi ma il destino…A casa nostra veniva a far pulizie Maria figlia ventenne  di Mimma (quella che aveva fatto la spia) e del portiere Nando un ex contadino inurbato con l’aiuto di un politico locale perché stanco di lavorare la terra con poco riscontro economico. Dopo i soliti discorsi
    “Sei fidanzata?” “No mio padre dice che sono troppo giovane” cominciai a farle dei complimenti la gratificai di qualche regalino con i soldi che mettevo da parte non andando al cinema la domenica. Un giorno finalmente Maria si mollò a prese a baciarmi con conseguenze ben prevedibili da parte mia ma spaventando la baby quando vide il mio ‘ciccio’ “È enorme, no non voglio, io sono vergine!” La scalata fu lunga, ci vollero bacini sul collo, carezze sul viso, abbracci appassionati e finalmente un cunnilingus che mandò fuori di testa la bella mora. Un giorno, fuori di casa zia e nonna, avvenne il matrimonio. “Ti prego piano piano, ho molto paura di farmi male, prima baciami molto lì.” Maria si era portato appresso un asciugamano (le donne sono più previdenti dei maschietti) e così quel sangue che uscì non finì sul lenzuolo del mio letto. Da quel momento, aperta la via, la situazione migliorò, Maria di era scoperto sessualmente molto calda, per me era piacevole toccare quelle tette e  cosce dure dovute al lavoro campestre (pensai che avrebbe rotto una noce di cocco!). Ormai un giorno dopo l’altro…papà Armando, sentita la zia Armida, decise di far finire il mio ostracismo a Roma ed io mi ‘imbarcai’ sul treno Roma – Ancona, fermata Jesi. L’addio con Maria erra stato straziante, la baby si era follemente innamorata e mi pianse addosso tutte le sue lacrime e, come ricordo, mi permise con grande goduria di ‘ciccio’ di usare il suo buchino posteriore che era stato sempre off limits! Vi sono sembrato un po’ cinico, forse si ma a quell’età l’ormone comanda più dei sentimenti. All’arrivo a casa grande commozione soprattutto da parte di mia madre ingrassata sino all’inverosimile ma quello che più mi colpì furono le notizie dei miei amici: Giovanni (orfano di padre e di madre) si era suicidato con la pistola dello zio cui era affidato, la moglie di Augusto di era impiccata forse perché depressa, Roberto mio coetaneo, da sempre omosessuale, era stata cacciato dalla scuola insieme al professore di francese sorpresi dal bidello mentre lo…gratificava di un pom….o; ma i guai nella famiglia di Roberto non erano finiti: suo fratellastro famoso scopatore (che strano il destino!) era morto per infarto mentre si intratteneva con la moglie  di un impiegato del Comune, sua sorella Stefania era deceduta per tetano, Marco aveva messo incinta una minorenne, Quinto detto ‘cascappezzi’, commesso del
     
    negozio di mia madre, era in ospedale con un tumore al pancreas. A questo punto ripensai con nostalgia al mio soggiorno romano ed alle grazie della mia georgica amica Maria che in  fondo mi era rimasta nel cuore.
     

  • Come comincia: L’amorale, chi è l’amorale? Non andiamo a scomodare il vocabolario o il Boccaccio, ognuno di noi può avere un’opinione al riguardo ma con certi limiti come quelli del buon gusto, della non violenza e del non creare problemi agli altri anzi cercando di aiutare quelli che soffrono e gli  indigenti, un utopista ed anche uno zozzone come direbbero i ben pensanti. io sono fra questi ultimi non i ben pensanti ma fra gli zozzoni, la assoluta libertà delle proprie azioni parlo principalmente nel campo del sesso. Inorridisco quando vengo a conoscenza di certe punizioni nei paesi mussulmani a cui vengono sottoposti gli omosessuali che, a dire di alcuni dei loro medici possono essere curati ma di quale malattia? Quella di avere un corpo diverso dalla natura del proprio cervello? Dove voglio arrivare, forse lo avete capito al sesso, lo amo profondamente, mi dà e mi ha sempre dato sensazioni meravigliose. L’avevo conosciuto sin da bambino, parlo di un ragazzino di dodici anni che era a contatto con una realtà esterna diversa da quella di casa mia  dove il puritanesimo era imperante. La seconda guerra mondiale scatenata da pazzi sanguinari mi avevano portato ad essere trasferito, in qualità di sfollato da Jesi, cittadina vicina ad Ancona, dove dimoravo con i miei genitori, a S.Anastasia frazione del Comune di Cingoli in provincia di Macerata. Abitavo nella grande  casa dello zio Fefè (ricco proprietario terriero) che aveva sposato zia Lilli, sorella di mio padre io e vari zii ed i nonni paterni. Vicini a noi in altro grande edificio di proprietà dello zio Camillo: (parente dello zio Fefè) magrissimo, altezza 1,90 un solo dente visibile si erano ‘accampati’ varie famiglie di anconetani fuggiti dai bombardamenti da parte degli allora non ancora alleati. Il loro problema era quello di sopravvivere finanziariamente, i maschietti erano tutti pescatori ed a S.Anastasia di pesce ce n’era ben poco anzi proprio niente e quindi chi portava a casa il ‘mangime’ quotidiano? Bella domanda, le loro femminucce tutte piuttosto giovani e se non  proprio dee della bellezza erano sicuramente apprezzate dai locali villici le cui mogli, anche per le molte gravidanze, non erano propriamente appetibili. I cotali pagavano le loro prestazioni sessuali in contanti (raramente) o con prodotti della terra sempre apprezzati dalle famiglie delle signore. Io ( a proposito mi chiamo Alberto) ero diventato amico di Alda una mia compagna di scuola di due anni più grande che abitava con i genitori nel casermone degli anconetani. La cotale chissà per quale recondita ragione diceva di saper cucinare e mi portava nel sottosuolo del loro casermone dove c’era un frantoio e una cucina in disuso da anni. Io, innamoratissimo della bionda ed alta Alda mi prestavo malvolentieri ad far l’assaggiatore delle sue schifezze finché un giorno glielo dissi apertamente ed Alda, con una grande risata: “Ti farò divertire in altro modo.” E prese a spogliarsi nuda, mutandine comprese mostrando un buchino circondato da tanti peli… Quella visione per me assolutamente nuova mi fece un effetto strano ossia il coso con cui normalmente facevo la pipì divenne ben duro e Alda lo prese prima in mano e poi in bocca… evidentemente era già un’esperta nel campo del sesso. Cielo toccato con un dito, i pomeriggi, sistemata la questione dei compiti (svolgevo anche quelli di Alda), ci davano al sesso non più da bambini, insomma ero diventato maschietto a tutti gli effetti. Il problema sorse quando mi accorsi che Alda era in intima amicizia con ragazzi di età più avanzata della mia, circa 18 o 20 anni che non tolleravano la mia invasione sessuale in quello che consideravano il loro campo e così, mio malgrado, dovevo accontentarmi dei..rimasugli cosa da me non gradita e così presi guardarmi intorno  ebbi la gradita sorpresa di incontrare Fulvia figlia di un contadino di zio Fefè che spesso lavorava nell’orto dello zio. Alta, bionda, occhi verdi, formosa, sempre sorridente non sembrava proprio il prodotto di genitori bassi e neri di capelli e di carnagione scura (troppo sole) ma forse qualche svedese di passaggio…Mi domandai come conoscerla più da vicino e idea idea pensai di immedesimarmi fotografo avendo notato che lo zio Fefè era proprietario di una Kodak con la quale riprendeva i paesaggi ma soprattutto le contadine sue dipendenti in pose come dire discinte e le interessate ‘ci stavano’, si trattava sempre del loro padrone ed allora erano tempi ben duri per i coltivatori della terra non proprietari della stessa. Lo zio Fefè, vecchio mignottaro, aderì alla mia richiesta sorridendo con fare di complicità, d’altronde in giro si diceva che due figlie di contadini gli assomigliassero un po’ troppo…D’altronde lo zio aveva per moglie una insegnante elementare una puritana ingenua che in fatto di sesso non ne mangiava proprio. Più in là vi racconterò una disavventura della zia Lilli per la quale risero a lungo un po’ tutti gli abitanti di S.Anastasia. Ritornando a me, con la Kodak un pomeriggio mi presentai da Fulvia chiedendo di mettersi in posa per delle foto. La cotale in principio rimase senza parole ma poi aderì alla richiesta (ero pur sempre il nipote del padrone). Fulvia per quei tempi era una anticonformista, d’estate aveva l’abitudine di non mettere il reggiseno che la faceva sudare, indossava solo una leggero vestito, fra l’altro corto. Mi tremavano un po’ le mani quando Fulvia sfoderò un seno e più tardi si girò di spalle e mise in mostra un bel popò. Come Dio volle (ma non penso che Dio in quei momenti si interessasse a me, non che per me fosse importante dato che ero ateo come mio padre) finii di scattare venti fotogrammi. Il successivo giorno mi recai a Cingoli e portai il rullino ad un fotografo. “Ragazzo passa fra due ore.” Girai per la città fra turisti vocianti, la maggior parte romani, e dopo due ore mi ripresentai al fotografo. “Giovane non sono foto che posso darti, sono pornografiche!” Lampo di genio da parte mia: “Sono di mio zio Fefè U, non ne so niente.” Il nome di mio zio fece ‘impressione’ al fotografo che, preso il compenso, mi consegnò le foto senza ulteriori commenti. Il pomeriggio successivo condussi Fulvia nello sgabuzzino degli attrezzi e le mostrai le ventiquattro foto, un successo. “Sembro una diva del cinema, grazie tante quanto ti devo?” “Puoi ricompensarmi in natura.” La baby non capì il mio asserto, pretendevo troppo da una illetterata (allora le femminucce contadine non andavano a scuola.) Mi espressi più chiaramente abbracciandola e mettendole in mano ‘ciccio’ ben duro paventando una sua risposta negativa che non solo non venne ma la cotale lo prese in mano  facendo su e giù con ovvio finale. “Le farò vedere al mio fidanzato, abita a Troviggiano e fa il sarto.” “Ora farà anche il cornuto” pensò Alberto e da quel giorno il loro appuntamento fu quasi quotidiano. Lo zio Fefè si accorse della situazione e: ”Giovanotto stai esagerando, sei troppo dimagrito, non più di due volte alla settimana, comprendi?” Compresi e seguii le sue direttive sino alla fine della guerra quando rientrai a Jesi con grandi pianti della ormai innamorata Fulvia. Vi avevo promesso un episodio della ingenua zia Lilli: Come precedentemen- te detto le ragazze non sapevano leggere al contrario dei maschietti che frequentavano la scuola sino alla quinta elementare e quindi quando dal fronte di guerra scrivevano alle loro fidanzate le lettere venivano loro lette dalla maestra Lilli . Durante la festa della trebbiatura Spera, una figlia del contadino vicino casa loro chiese a zia Lilli di leggere la lettera del suo fidanzato presenti tutti gli agricoltori della zona. La zia come precedentemente detto era ingenua da morire lesse: “Ti ho rotto la cocchia ma ti sposo.” Anche se non siete cingolani avrete capito cos’è la cocchia ma non la zia che rimase basita nel vedere il risultato delle sue parole. A Concetta il vino uscì dal naso, Peppe, suo marito si stava soffocando con un boccone, Giovanna scappò via per essersi fatta la pipì addosso, insomma un caos generale che rimase a lungo nella mente dei contadini. Ritornati a casa Lilli al marito: “Imbecille mi potevi avvertire cosa voleva dire quella parola!” Fine della guerra, ritornato a Jesi fui iscritto alla prima media nel collegio dei Francescani così rimanevo fuori di casa sino alla sera (i miei genitori lavoravano, papà in  banca mi madre aveva un negozio di coloniali) ma le cose fin dall’inizio non andarono nel verso giusto nel senso che io contestavo la religione cattolica forte dei libri letti sull’argomento. Il direttore aveva l’abitudine il sabato di ‘metter su  un processo ai vari personaggi della Bibbia. Quando fu la volta di Giuda come pubblico ministero si propose il secchione della classe ed io mi autonominai difensore d’ufficio. Quello del Pubblico Ministero fu un ovvio sproloquio infarcito di paroloni e luoghi comuni quando venne il mio turno dissi solo poche parole: “Chiedo l’assoluzione di Guida in quanto non poteva sfuggire ad un destino già a lui assegnato dalla divinità.” Dopo vari processi a personaggio famosi in cui era sempre l’avvocato difensore, il preside si ruppe le palle e chiese a mio padre di ritirarmi dal collegio: “Suo figlio non  solo è ateo ma mi sobilla tutta la classe, lo scriva ad un istituto pubblico.” E così fu. Il mio profitto scolastico era buono, mi piaceva fare bella figura in classe. Ero compagno di banco di una certa Laura ingenua ragazza di un paese vicino alla quale propinavo gli scherzi più cattivi dopo aver capito che con lei non c’era niente fa fare in fatto di sesso. Laura da buona  credente cristiana ogni mattina, prima di entrare in classe, si recava in chiesa per pregare. Io malignamente riferii la cosa al prof. Gatti, insegnate di materie letterarie, ateo e mangiapreti come si diceva allora con la conseguenza che Laura veniva interrogata con domande astruse alle quali non sapeva rispondere e tornava a posto piangendo. “Signorina invece di andare in chiesa studi di più!” era il verdetto del prof. Gatti. Non le feci più scherzi, mi sentivo un po’ verme anzi presi a passarle dei compiti in classe, in fondo sono un buono! In seguito sono venuto a sapere che Laura si era sposata con un altro cattolico praticante, in tre anni aveva messo al mondo quattro figli (due coppie di gemelli) ed era rimasta vedova.
    Come me la passavo col sesso? Niente male. Nello stesso pianerottolo della mia abitazione abitava una coppia senza figli, lei  alta bruna, seno quanto basta, occhi bellissimi, vita stretta, gambe chilometriche in somma un gran pezzo di…Per caso venni a sapere che mio padre, da sempre dedito al sesso extra, aveva provato a farla capitolare con risultati negativi per suo grande scorno che si considerava un gran tombeur de femme. Mia madre, filosofa per natura, preferiva far finta di nulla per non rovinare il matrimonio. Un pomeriggio madame Letizia, questo il suo nome, bussò alla porta del mio appartamento: “Ti chiedo scusa (mi dava del tu data la differenza di età, aveva quaranta anni) mi occorrono altre due pentole, stasera ho degli invitati, ti dispiacerebbe prestarmele, posso telefonare a tua madre.” “ Non è il caso, venga pure e se le scelga potrà sempre ricompensarmi in natura…” Letizia rimase senza parole, mi guardò a lungo e rientrò nel suo appartamento senza profferir parola. Dopo qualche giorno rincontrandola nel pianerottolo le ricordai il suo debito. “Giovanotto potrei essere tua madre…” “Ma non lo è e…”. “Di solito è difficile che qualcuno mi metta in difficoltà tu ci sei riuscito.” Capii che la signora stava capitolando, doveva avermi inquadrato bene,  ormai ero diventato un bel giovanotto ben messo fisicamente. “Signora so che lei fuma anche se suo marito non è d’accordo, son riuscito a trovare un pacchetto delle introvabili ‘Roy d’Egypte’ (le avevo sottratte a mio padre) e così potremo fumare il kalumet della pace.” Senza profferire parola Letizia mi fece entrare a casa sua, mi portò in camera da letto, si spogliò completamente e: “Vieni sotto la doccia.” Un finale al fulmicotone, la signora dimostrò grande maestria nell’ars amatoria. Dopo circa un’ora “Non giudicarmi male, io amo il sesso, mio marito è quello di ‘vado, l’ammazzo e torno.’ Tradotto soffriva di ejaculatio praecox e la signora non ne era soddisfatta, tutto lì, l’Albertone dovette provvedere alle mancanze del consorte con sua grande gioia sinché un giorno papà Armando: “Caro figlio, ormai sei grande,  come ben sai non sono un moralista ma la tua storia con Letizia deve finire per vari motivi: stai dimagrendo in modo preoccupante ed inoltre il marito Oddo, lo so è stronzo anche nel nome è gelosissimo e non vorrei che uscisse di testa. Son d’accordo con tua madre andrai a studiare a Roma e abiterai presso tua zia Armida e la nonna Maria, Partenza domattina.” Era un vero e proprio ordine,  non mi restò che ubbidire. La zia Armida era sorella di mia madre e vedova dello zio Alberto fratello di mio padre ed aveva un’adorazione per me che gli ricordavo suo marito. Fui iscritto all’Istituto Scientifico Cavour, vicino al Colosseo e ci arrivavo prendendo l’autobus 85. Il biglietto del mezzo di trasporto ammontava a 20 lire ossia l’ammontare di due sigarette Sport (allora per sentirmi grande fumavo) e così mi scarpinavo tre chilometri all’andata e altrettanti al ritorno consumando in modo notevole le scarpe. La zia Armida non riusciva a capacitarsi della cosa e  la confidò alla signora Denise, francese, 40enne  moglie di un proprietario terriero marchigiano che passava la maggior parte del tempo nelle sue terre lontano da casa. La cotale abitava nel nostro stesso pianerottolo, era una accanita fumatrice e pensai di sfruttare la situazione di povero studente senza una lira (la zia e la nonna non mollavano soldi) e così:  zia lontana ad insegnare in un paese vicino e  nonna in chiesa a cercare di guadagnarsi il Paradiso mi recavo a far visita a madame Denise, bionda tinta, un po’ pesante di figura ma ancora abbordabile poi con la fame di sesso che avevo…Madame con un sorriso di complicità assecondava il mio (e suo) vizio foraggiandomi con sigarette ben più costose delle mie Sport. Io girando molto alla larga, cercavo di farle capire che, anche se giovane di età rispetto a lei, avrei gradito…Rien a faire, ce la mettevo tutta, avevo imparato a memoria poesie romantiche di De Musset e di De Vigny ma Denise non mollava proprio, con grandi sorrisi mi prendeva bellamente per il sedere. La svolta fu quando al rientro a casa del marito sentii un litigio fra di loro piuttosto prolungato, il marito il giorno dopo si levò dalle balle e così bussai alla porta di madame e la trovai in lacrime. “Una bella signora come lei merita ben altra sorte.”  La baciai in bocca e la sciagurata rispose, non essendo la monaca di Monza non  ebbe conseguenze se non quella  di prendere l’abitudine di scopazzarmi bellamente e spesso. La storia durò circa un mese sin quando la portiera ‘fece la spia’ e così la zia Armida le fece una scenataccia bollandola come puttana che si era messa con uno molto più giovane di lei. Conclusione porta sbarrata e non solo la porta di Denise per me sconsolatissimo che non sapevo dove portare il mio nobile a divertirsi ma il destino…A casa nostra veniva a far pulizie Maria figlia ventenne  di Mimma (quella che aveva fatto la spia) e del portiere Nando un ex contadino inurbato con l’aiuto di un politico locale perché stanco di lavorare la terra con poco riscontro economico. Dopo i soliti discorsi
    “Sei fidanzata?” “No mio padre dice che sono troppo giovane” cominciai a farle dei complimenti la gratificai di qualche regalino con i soldi che mettevo da parte non andando al cinema la domenica. Un giorno finalmente Maria si mollò a prese a baciarmi con conseguenze ben prevedibili da parte mia ma spaventando la baby quando vide il mio ‘ciccio’ “È enorme, no non voglio, io sono vergine!” La scalata fu lunga, ci vollero bacini sul collo, carezze sul viso, abbracci appassionati e finalmente un cunnilingus che mandò fuori di testa la bella mora. Un giorno, fuori di casa zia e nonna, avvenne il matrimonio. “Ti prego piano piano, ho molto paura di farmi male, prima baciami molto lì.” Maria si era portato appresso un asciugamano (le donne sono più previdenti dei maschietti) e così quel sangue che uscì non finì sul lenzuolo del mio letto. Da quel momento, aperta la via, la situazione migliorò, Maria di era scoperto sessualmente molto calda, per me era piacevole toccare quelle tette e  cosce dure dovute al lavoro campestre (pensai che avrebbe rotto una noce di cocco!). Ormai un giorno dopo l’altro…papà Armando, sentita la zia Armida, decise di far finire il mio ostracismo a Roma ed io mi ‘imbarcai’ sul treno Roma – Ancona, fermata Jesi. L’addio con Maria erra stato straziante, la baby si era follemente innamorata e mi pianse addosso tutte le sue lacrime e, come ricordo, mi permise con grande goduria di ‘ciccio’ di usare il suo buchino posteriore che era stato sempre off limits! Vi sono sembrato un po’ cinico, forse si ma a quell’età l’ormone comanda più dei sentimenti. All’arrivo a casa grande commozione soprattutto da parte di mia madre ingrassata sino all’inverosimile ma quello che più mi colpì furono le notizie dei miei amici: Giovanni (orfano di padre e di madre) si era suicidato con la pistola dello zio cui era affidato, la moglie di Augusto di era impiccata forse perché depressa, Roberto mio coetaneo, da sempre omosessuale, era stata cacciato dalla scuola insieme al professore di francese sorpresi dal bidello mentre lo…gratificava di un pom….o; ma i guai nella famiglia di Roberto non erano finiti: suo fratellastro famoso scopatore (che strano il destino!) era morto per infarto mentre si intratteneva con la moglie  di un impiegato del Comune, sua sorella Stefania era deceduta per tetano, Marco aveva messo incinta una minorenne, Quinto detto ‘cascappezzi’, commesso del
     
    negozio di mia madre, era in ospedale con un tumore al pancreas. A questo punto ripensai con nostalgia al mio soggiorno romano ed alle grazie della mia georgica amica Maria che in  fondo mi era rimasta nel cuore.
     

  • venerdì alle ore 9:36
    Vita

    Come comincia: C'è una cosa che ho imparato da ciò che ho vissuto:
    Quando vivi qualcosa, devi viverla pienamente
    Il tuo amante deve essere esausto dai tuoi baci
    Devi essere esausto per aver annusato un fiore
    Si può guardare il cielo per ore
    Si può guardare per ore al mare, a un uccello, a un bambino
    Vivere in questo mondo è essere tutt'uno con esso
    Crescendo radici indistruttibili in esso
    Bisogna ascoltare tutta la bella musica
    In modo tale che i suoni, le melodie si riempiano dentro
    Bisogna tuffarsi a capofitto in questa vita
    Come tuffarsi da uno scoglio in un mare color smeraldo
    Le persone che non conosci devono attirarti in terre lontane
    Devi vivere con il desiderio di leggere tutti i libri e di conoscere tutte le vite
    Non devi scambiare nulla con la felicità di bere un bicchiere d'acqua

    Ma per tutta la felicità che c'è, devi essere archiviato con il desiderio di vivere
    E devi anche vivere il dolore, con onore, con tutta la tua presenza
    Perché anche il dolore fa maturare, come la felicità
    Il tuo sangue deve essere mescolato con la grande circolazione della vita
    Il sangue fresco e senza fine della vita deve circolare nelle tue vene
    C'è una cosa che ho imparato da ciò che ho vissuto:
    Quando vivi, devi vivere in grande, come essere uno con i fiumi, il cielo e l'intero universo
    Perché ciò che chiamiamo vita è un dono presentato alla vita

    E la vita è un dono che ti viene presentato.❤️

  • 02 agosto alle ore 9:09
    La lettera ritrovata

    Come comincia:                                                                                                 Sarnano, 25 aprile 2022
     
    Finalmente sono da sola con me stessa, beh non proprio da sola…
    Eccomi qui dove posso ritrovare un po’ di pace, tranquillità e serenità.
    Nei giorni scorsi, ho oltrepassato il monte Sibilla, che mi hanno detto essere la dimora di una fata buona. Avrei tanta voglia di esprimere un desiderio.
    Me ne sono andata dall’omonimo parco nazionale e sono arrivata ai margini sud della provincia di Macerata.
    Non so se è realtà o leggenda, ma mi hanno raccontato che i vecchi cacciatori, grazie a un referendum, hanno preferito il loro sport all’entrare in un'area naturale protetta.
    Tracciare una croce su un pezzo di carta è il pegno d’amore più semplice a cui io abbia mai considerato.
    Non comprendo come questa scelta non si sia concepita come un’opportunità per migliorare. Essendo straniera meglio non farlo sapere troppo in giro.
     
    Non è stato facile raggiungere questo luogo.
    Non esiste una stazione ferroviaria funzionante.
    Non arriva una corriera dalla capitale, anche se mi hanno detto che in passato esisteva. Purtroppo i tempi cambiano…
    Per non parlare dell’inesistenza del porto. Il mare qui, neanche il miglior candidato sindaco lo potrebbe promettere in campagna elettorale!
    Quanto mi mancano le distese d’acqua della mia terra.
    Ho pianto davanti alla bellezza delle varie piccole cascate che sono qui intorno.
    In questo periodo, devo trovare sempre un buon samaritano per ogni necessità.
    Io senza patente mi sento ai margini di questa società basata sulle macchine. Santo autostop che dalla cittadina più vicina mi ha permesso  di arrivare da queste parti.
    Non avendo progetti, con il mio zaino in spalla, sono arrivata fin qui e quasi sicuramente da qui me ne andrò. Non c’è nulla che mi può trattenere.
    Io, in questo periodo della mia vita sto cercando di non sentirmi un’emarginata.
    Ho saputo che qui nel 1944 si fece la Storia con un pallone da calcio.
    Un sergente nazista per risollevare il morale delle truppe, volle organizzare una partita. Chi si fosse presentato per giocare, gli sarebbe stata risparmiata la deportazione. La partita finì 1 a 1 con gli undici partigiani che corsero via verso i monti, guadagnandosi un po' di libertà.
    Questo evento viene ricordato nel vecchio stadio comunale intitolato all’arbitro di quella partita, Mario Maurelli, che poi divenne anche internazionale, arbitrando due partite della Coppa dei Campioni.
     
    Oggi la banda del paese suona in ricordo della festa della liberazione, quanto mi manca ballare e cantare la mia musica.
    In questo paese l’acqua sgorga dalle fontanelle ininterrottamente, che bello sarebbe poterlo fare anche nel mio paese d’origine.
    Mi hanno detto che ci sono anche delle terme con acqua sulfurea e che i cittadini non hanno voluto aggiungere al nome del paese la parola “terme”, non ho capito ancora bene cosa significa di preciso…
    Forse alcuni pensano che in una grande città si viva meglio, con più possibilità, ma non sempre è così.
    Sono le persone che, se si mettono in gioco, cercano di migliorare la propria esistenza, e, forse, un giorno ci riusciranno.
    Mia nonna diceva sempre che non ci si rende conto su che miniera d’oro si è seduti fino a quando non è troppo tardi...
    Infine, un piccolo consiglio sorridete un po’ di più anche agli sconosciuti, perché non sapete che tipo di guerra ognuno di noi sta combattendo.
    Io spero di tornare un giorno qui con la mia famiglia in vacanza, quando la guerra nel mio paese si sarà conclusa.
     
    Una mamma in dolce attesa scappata da un paese in conflitto.
     
    La protagonista non ha nazionalità perché i conflitti nel mondo oggi sono numerosi.
    In ordine puramente alfabetico, si potrebbe scegliere uno di questi: Siria, Israele, Myanmar (ex Birmania), Nigeria, Palestina, Russia, Ucraina, Yemen, perché tutti gli Stati sopra citati hanno distese d’acqua, musica e ricordi...
     
    Riproduzione di una lettera ritrovata incastrata nel fondo di un cassetto.
    Per non dimenticare!

  • 27 luglio alle ore 12:03
    Mio zio, satanista

    Come comincia: A quanto ricordi, appresi che mio zio fosse una carogna nel marzo 1991.
    Mio padre ricevette una telefonata dalla sorella minore, la sorella che aveva accompagnato all’altare. Era sconvolta.
    Aveva ricevuto una citazione in tribunale dall’altro fratello, quello con cui aveva dovuto, giustamente, dividere l’eredità materna.
    A quanto capii, mia zia aveva svolto dei lavori in una delle sue proprietà ereditate dalla mamma nella palazzina del capoluogo vicino, dove anche il fratello aveva ereditato parte delle proprietà della mamma.
    Nella mia nescienza, nella mia ingenuità, pensai che mia zia avesse fatto dei lavori in nero ed il fratello, geloso delle migliorie che la sorella stesse apportando alla sua proprietà, l’avesse denunciata. Nella mia abitudine di farmi i fatti miei, non chiesi delucidazioni.
    Avrei dovuto capire dal prosieguo della vicenda che non era come io avevo creduto di intuire. E oltretutto si sarebbe trattato di una segnalazione, non di una citazione in tribunale.
    Mio padre tentò di calmare la sorella, riagganciò e telefonò al fratello. Nel corso di quella telefonata vidi mia madre, come una furia, strappare di mano la cornetta a mio padre e urlare al cognato: <<FAI SCHIFO!>>. Non chiedete conferma a mia madre, mia madre ha una capacità eccezionale a dimenticare quello che vuole dimenticare.
    In seguito, mia madre mi riferì che mia zia avesse dovuto dare £10,000,000 al fratello. E qui avrei dovuto capire che le cose non stavano come avevo pensato io, ma, forse, quando si tratta di meschinità, tendo a non approfondire.
    Mia madre mi riferì anche che, ancora in seguito, mio zio divise quei soldi in due quote da £5,000,000 e ne fece due buoni fruttiferi per ciascuno dei due figli della sorella, dicendo che intendeva agire contro il cugino, che evidentemente pure aveva svolto dei lavori, e non aveva potuto fare a meno di coinvolgere la sorella.
    A mio avviso, l’azione contro la sorella era stata accolta con tale sdegno dal resto della famiglia che mio zio non aveva potuto fare a meno di riparare in questo modo se voleva essere riammesso in famiglia.
    Un anno dopo, conseguii la laurea e mio zio si rifece vivo. Da bravo zio premuroso, il soggetto venne a dirmi che conosceva un dirigente di azienda del mio settore a Roma e poteva organizzarmi un colloquio. Pensai che da una carogna come quella non fosse il caso di accettare favori, ma in seguito, vuoi per la sua insistenza o per la mia cronica mancanza di fiducia in me stessa, accettai.
    La mia cronica mancanza di fiducia in me stessa. Da cosa era dovuta?
    Licenza media con Ottimo; Diploma di Teoria e Solfeggio Musicale con 9/10; Maturità Scientifica 60/60; Laurea con Lode e non avevo fiducia in me stessa!? Da cosa dipendeva? Ora lo so e forse lo sapevo già allora, comunque, quando il maestro d’italiano delle scuole elementari di mia figlia maggiore concluse il discorso che tenne alla cena d’addio, solo sette anni fa, con le parole, fuori programma: <<Ah, e non dimenticate l’autostima, senza autostima non si va da nessuna parte!>> quelle parole, non dico che furono per me come una mazzata, ma ne conoscevo la veridicità. Riconoscevo che, se alcune cose nella mia vita non erano andate bene, era stato a causa della mia scarsa autostima.
     
    Andai a Roma, mi presentai ai cancelli di quell’azienda, dissi il nome della persona che mi aspettava e mi dettero le indicazioni per arrivare al suo ufficio.
    Bussai, entrai, mi presentai, mi fece accomodare.
    E qui iniziarono le stranezze. Il tipo mi sembrava imbarazzato, poco convinto e non sapeva cosa chiedermi. Si fosse mostrato poco convinto dopo le prime domande, lo avrei interpretato come se io non lo avessi convinto, ma fin da prima ancora di cominciare?
    Conclusi quella specie di colloquio, salutai e me ne andai, chiedendomi cosa ci fosse dietro. Lo capii circa dieci anni più tardi.
     
    Ebbi modo di osservare il carattere dello zio più da vicino. Mio zio era invidioso, era geloso delle qualità di mio padre e del prestigio di cui mio padre godeva in famiglia. Aveva cercato il suo riscatto, spingendo le sue figlie all’ambizione. All’ambizione del denaro e del prestigio sociale. Prestigio basato su denaro e posizione sociale. Nulla che potesse competere con le qualità intellettuali e morali di mio padre.
    La sua più grande gioia era poter denigrare i figli dell’ingegnere Landri. In confronto, poi, con il successo delle sue figliole. E, per ottenere questo, agiva per mettere i bastoni tra le ruote degli odiati nipoti, se ne aveva l’occasione. Agiva per minare il loro spirito.
    Ebbi anche conferma che lo zio maneggiasse molto col denaro, anche in maniera poco chiara. Chi sa quale tipo di debito quel dirigente di Roma aveva con mio zio, il quale doveva avergli detto qualcosa del genere: <<Senti, devi farmi un favore. Devi fare un finto colloquio di lavoro a mia nipote. Guarda che non la devi assumere, ho solo bisogno che si crei questo situazione di debito nei miei riguardi.>>
    E, probabilmente, voleva anche minare la mia fiducia in me stessa con un colloquio andato male.
    Immagino come si sia roso quando, tre anni dopo, fui assunta dalla stessa azienda dove lui mi aveva mandato a fare il finto colloquio, solo in una sede non a 300 km da casa, bensì a 50 km da casa.
    Ma tutto questo lo capii solo più tardi.
    Lo zio non mancò di mettermi altri bastoni tra le ruote. Dette molto fastidio a mio marito, prima con pretese pretestuose, poi con raccomandate pretestuose da parte di avvocati, poi addirittura con citazioni pretestuose presso il giudice di pace, solo che, a differenza con la sorella, essendo questa volta citazioni basate sull’aria fritta, non ne ha ricavato nulla. Nulla, se non quello che io gli ho concesso: il mio dolore; i miei pensieri e il mio tempo, cosa che mi ha tolto risorse per il mio lavoro, la mia famiglia, la mia vita; la mia rabbia; il mio odio. E magari era quello che voleva.
    Un suo modus operandi era (è) quello di commettere una carognata, poi, quando ha bisogno di qualcosa da te, pretende di presentarsi con il discorso: “Siamo una famiglia, mettiamoci una pietra sopra, …” Di modo poi da godere ancora di più, nel caso tu ci caschi, del tuo dolore quando commette la successiva carognata.
    Prima ancora di notare questo suo modus operandi ebbi modo di osservare la sua completa indifferenza, anzi godimento, del dolore altrui.
    Mio padre doveva subire un intervento d’urgenza e c’erano medici che avevano dato poche speranze. Mio zio era lì. Il suo stato d’animo non era affranto. Era eccitato. Strano sentimento da provare quando il fratello che ti ha regalato l’appartamento dove vivi fin da quando ti sei sposato e hai cresciuto la tua famiglia sta per affrontare quella prova. Veramente inappropriato.
    Mio padre si riprese splendidamente dall’intervento, pur con una patologia che gli era stata diagnosticata pochi mesi prima con la quale convivere.
    Poco dopo, cominciarono, in maniera sistematica, le carognate di mio zio contro mio marito e me. In maniera sistematica, perché non è che non ne avesse commesse prima, ma si trattava di ladrocini, non di persecuzione vera e propria.
    E, dato che la cosa non sortiva alcun effetto sul fratello (e come avrebbe potuto? Mio marito ed io ci eravamo guardati bene dal riferirlo a mio padre, non intendevamo certamente dargli quel peso e quel dolore), mio zio credette bene di informare lui stesso il fratello che gli aveva regalato l’appartamento dove viveva da sempre con la sua famiglia.
    Mio padre sopportò e sopportò e sopportò. Troppo, a mio avviso. Solo dopo che mio marito non si trattenne dal raccontargli che un’amica di mio zio mi aveva aggredito, mentre mio zio, la moglie e la figlia (mia cugina) assistevano indifferenti, mio padre, ottantuno anni appena compiuti, prese carta e penna e scrisse al fratello: <<Né tu né nessuno della tua famiglia osasse più presentarsi davanti la porta di casa mia.>> Come avevano fatto il giorno prima la moglie e la figlia di mio zio. Compresi che l’aggressione era stata rimandata di un giorno in attesa che quella visita si compisse.
    Quando, cinque anni dopo, mio padre si mise a letto per non alzarsi più, il fratello chiese il permesso di andarlo a trovare. Io non lo seppi. Non me lo dissero. Sapevano che avrei fatto il diavolo a quattro per impedirlo. <<Piangeva>>, mi riferì in seguito mia madre. “Sì, le lacrime di coccodrillo”, pensai io.
    Mio marito invece sapeva e, a quanto pare, era lì. Perché mi raccontò che mio padre non aveva perso la sua ironia e quando quello, sfrontato, se ne uscì un’altra volta con “Mettiamoci una pietra sopra”, mio padre rispose, col suo filo di voce: <<Abbiamo già preparato la calce>>.
    Pochi mesi dopo, mio padre non c’è più, ma una nuova disgrazia si è abbattuta su mia madre, sto per andare a casa da mia madre, ma mi fermo. Sotto casa di mia madre c’è mio zio, con la sorella e i rispettivi consorti che stanno per andare a fare visita a mia madre. Mio zio ritiene evidentemente che il divieto di mio padre sia superato. Da lontano osservo mio zio che guarda con moderata soddisfazione il manifesto che annuncia la morte di un giovane di 21 anni. Sì, soddisfazione. La sua espressione, tutto il suo atteggiamento mi trasmisero l’idea che stesse pensando: “Ah, ah. Questi, così giovane, è morto ed io, anziano, sono ancora qui.”
    Come si spiega la natura di mio zio?
    Con “Ingrati – La sindrome rancorosa del beneficato” della psicoterapeuta Maria Luisa Parsi? Certo, descrive in pieno mio zio. Con alcune frasi celebri che aprono il libro:
    “L’ingratitudine è sempre una forma di debolezza. Non ho mai visto che uomini eccellenti fossero ingrati.” (Johann Wolfgang von Goethe)
    “Si è sempre ingrati verso chi ci dona il necessario, mai con chi ci dona il superfluo. Ne vogliamo a chi ci regala il pane quotidiano, siamo riconoscenti a chi ci dona una parure.” (Diane de Beausacq)
    “L’ingrato scrive il bene sull’acqua e il male sulla pietra.” (Gerard De Narval)
    “Fate del bene e vi farete degli ingrati.” (August Strindberg)
     
    E, per la soddisfazione, la contentezza di vedere gli altri stare male, c’è la spiegazione di Giovannino Guareschi: <<La gente è stupida. Non è contenta quando sta bene, è contenta quando vede gli altri stare male.>>
     
    Ma c’è qualcosa di più.
    Furio Landri, mio zio, il ragioniere Furio Landri cerca il male di chi gli ha fatto del bene. Ne trae godimento, ne trae elisir di lunga vita.
    Com’è possibile non provare un po’ di pietà per un giovane sconosciuto che muore a 21 anni, ma solo soddisfazione?
    Cattiveria, perfidia, egoismo allo stato puro. Assenza totale di simpatia per il prossimo.
    Quando ho cominciato a pensare al satanismo?
    Sapevo che mio zio si dedicasse a questo tipo di studi, però avevo sempre pensato che fossero stupidaggini. Costituiva solo un’ulteriore prova dell’animo meschino e malvagio dell’individuo.
    Quando ho cominciato a considerare la cosa in maniera più preoccupante?
    Arriva la pandemia. Sono tra quelli che ad un certo punto si convincono che è tutto organizzato, che c’è un preciso disegno, un preciso progetto dietro tutto questo e pensano di capire dove vogliano arrivare: al controllo assoluto su di noi, sulle nostre vite, sui nostri figli, sul nostro denaro, sulle nostre proprietà.
    Un amico di vecchissima data comincia a canzonarmi: terrapiattista, rettiliana.
    Comprendo che mi prende in giro, intendendo: “Credi anche che la terra sia piatta e che esistano i rettiliani”. Non so assolutamente cosa significhi ‘rettiliano’. Un nuovo amico prova a spiegarmelo.
    Una mosca vive 28 giorni. Secondo te, per una mosca, l’Uomo che vive settant’anni non è un essere eterno? Da quando è iniziata la Storia dell’Umanità? Cinquemila anni? Un essere che vive diecimila anni non sarebbe eterno?
    Ma come farebbe a vivere diecimila anni? 
    Non ricordo se mi parla di esseri venuti da fuori o altro, ricordo che mi parla di una sostanza ricavata dal sangue di bambini.
    Basta così – lo interrompo – non voglio sapere più niente. 
    Però poi comincio a chiedermi se mio zio faccia uso di adrenocromo. Ma no, concludo, è ricchissimo, ma mica è a livello di banchieri centrali, alti politici o magnati mondiali…
    Passa un anno e mezzo e vedo le immagini di Biden che accarezza con particolare trasporto un bambino che è davanti a lui nella fila in una cerimonia ufficiale. E leggo i commenti.
    Avevo visto mio zio accarezzare il figlio di un vicino nello stesso modo. Era stato mio marito a farmi notare l’innaturalità e la morbosità di quelle carezze.
    Anche a me non erano piaciute, mi era sembrato che quelle carezze fossero un promemoria per il padre del bambino.
    “Fosse mio zio un satanista?”, mi chiedo per la prima volta seriamente. Eppure, sapevo dei suoi studi.
    Infine, vedo questo video https://t.me/davide_zedda/15239: Roland Bernard, ex banchiere olandese afferma: “il satanismo è la religione dell’élite”.
    È un testimone-chiave davanti ad una commissione di inchiesta su traffici umani e abusi sessuali su bambini.
    Alcuni stralci della testimonianza:
    << … siamo solo una risorsa da usare. Noi siamo il valore, noi siamo la luce e loro vogliono assorbirla, completamente come... spremere un’arancia completamente, risucchiando tutto fuori, quindi gettarla via. Una volta chiamavano questo il sistema Americano. Lo consumi e poi lo getti via. Ed è questo che sta accadendo su questo pianeta.
    Sta avvenendo attraverso i tuoi genitori, loro ti amano, vogliono prendersi cura di te, ti mettono nel programma dei vaccini con un sacco di sostanze chimiche per danneggiare il tuo sistema immunitario, è nel sistema scolastico, è dappertutto affinché tu sia lo schiavo perfetto.>>
     
    E ancora:
    << Io mi divertivo davvero nell’avere l’opportunità di distruggere tutti gli umani e tutta la vita sulla terra. La natura era nulla. Doveva essere distrutta. Noi odiavamo ogni cosa … che rappresentasse … la vita … quello che rappresentava il Creatore dei Cieli e della Terra. […] E poi, più avanti, quando sei nel mercato finanziario, ascoltavi le persone che sono in bancarotta e si facevano una grossa risata, perché, alcune persone si stavano suicidando quando le loro aziende venivano distrutte e lasciavano dietro di loro donne con bambini e tutti ci facevamo una risata su questo, ce la godevamo!
     
    Questo è il mondo da cui vengo.>>
     
    Eccolo, mio zio!
    Geloso del valore, geloso della luce di mio padre, una luce che lui sentiva di non potere eguagliare e che voleva offuscare.
    Ecco il mio valore, la mia luce che mio zio e i suoi amici volevano offuscare.
    E per loro, io sono solo una risorsa da usare, un’arancia da spremere completamente!
     
    Ecco il loro godimento nella sofferenza, nella morte degli altri. Tanto più divertente se provocata da loro.
     
    Mio zio, satanista.               E i suoi seguaci.

    P.S. L'ultima volta che ho visto mio zio gongolava, eccitato e soddisfatto, alle esequie del giovane figlio del fratello da cui tanto bene aveva ricevuto, incluso un appartamento nel quale ha vissuto fin dai venticinque anni crescendo lì la sua famiglia.
    Il fratello della cui luce e del cui valore era geloso. 

  • 27 luglio alle ore 11:00
    NELLINA LA DISPONIBILE

    Come comincia: Il tutto era iniziato in una notte di agosto quando un  temporale estivo aveva squarciato il cielo con lampi e tuoni, la piccola Nellina di nove anni a Milazzo era stata presa dalla paura e si era rifugiata nel lettone matrimoniale dei genitori dove dormiva solo suo padre Adamo, la genitrice Nives era andata nella villa del Capo dove si era incontrata col suo giovane amante Roberto, la loro era una famiglia allargata come si dice attualmente. “Cara stasera vi siete sbrigati presto, forse la paura dei tuoni?” Allungando le mani Adamo incontrò il corpo minuto di Nellina, rimase basito: “Cosa ci fa qui…” “Papà con questo temporale, voglio abbracciarti, ti prego…” Nellina si accorse dell’effetto che la sua vicinanza aveva fatto sul genitore, il ‘ciucio’ paterno si era ingrandito. “Papà ti ho sempre pensato nudo, ti voglio toccare, lo faccio, che bello, una fontanella!, che buon sapore sembra latte.” Tutto finì in pompino anche se Nellina non conosceva il termine tecnico. L’alba li trovò abbracciati, era sabato, niente scuola per Nellina quarta elementare, nessuna incombenza per Adamo notaio Diotallevi come da targhetta fuori dal portone. Nellina in pieno sonno fu ‘depositata’ dal padre nel suo lettino, così la trovò sua madre al rientro dalle ‘fatiche notturne’. Da quella notte Nellina cominciò a guardare con un certo interesse tutti i maschi ed anche le femmine che al posto del ‘ciuciolo’ avevano un buchino, il suo si era eccitato quando aveva toccato il ‘cosone’ paterno. Adamo aveva messo al corrente la moglie del fatto accaduto con sua figlia, a parte la loro piena confidenza anche per avere un consiglio. “Cara anche se sei molto giovane devi sapere che il sesso è molto importante per le persone, può essere gradevole ma anche portare a grandi problematiche, in altre prole creare dei guai. Tu sei il nostro amore più grande, pensaci bene prima di…”Nellina fece segno che aveva compreso quello che sua madre le aveva detto. “Starò molto attenta  ho compreso il piacere del sesso.” La ragazzina sembrò essere cresciuta di colpo, più consapevole ma: ”Vorrei far l’amore anche con voi.”  Adamo e  Nives compresero che la situazione era in mano a loro figlia la quale ogni tanto si avvicinava a loro due non filialmente,  era diventata proprio brava in fatto di sesso. Un giorno a tavola: “Ho conosciuto a scuola  Mattia il figlio ed Edoardo il padre, il bidello mi ha detto che sono  proprietari di tante case e di una macchina bellissima, sono indecisa se andare col padre o con il figlio, mammina vorrei un tuo consiglio.” Dopo un attimo di silenzio: “Verrò io scuola per invitarli a casa nostra, da donna matura sarò più credibile di te.” A mezzogiorno della domenica una  Maserati Ghibli si fermò sotto il portone di casa Diotallevi, Nellina in attesa dietro i vetri si precipitò in strada e prese a braccetto il giovane Mattia di dieci anni: “Entrate in ascensore, vi stavamo aspettando.” Solite presentazioni: piacere, lieto, come va, mazzo di fiori per la signora, bambola parlante per Nellina che: “È un bel po’ che non gioco più con le bambole ma accetto l’omaggio.” Le persone più anziane presenti erano in una certa soggezione, tutto in mano alla ragazzina che: “Mattia vieni in camera mia, voglio vedere come te la passi nello studio, io conosco il sussidiario sino alla quinta elementare.” Preso per mano, il fanciullo seguì Nellina senza opporre resistenza. Edoardo :“Non vi ho detto che sono titolare anche di una scuola guida.” Giusto giusto, a mia moglie Nives sta scadendo la patente potrebbe approfittare…” Nives ne approfittò facendo scuola guida sino a Capo Milazzo, c’erano poche macchine in giro e così Nives poté esibirsi in un pompino seguito da una cavalcata sopra il ‘ciuciolo’ di Edoardo. Nellina non era da meno, vista la pochezza del ‘pisello’ di Mattia ce la mise tutta sia a mano che con la bocca sino a quando il ragazzo: “Sei proprio brava, ti voglio fare un regalo, ecco cinquanta Euro per te, non dire nulla a nessuno.” Edoardo non fu da meno: “Cari signori Diotallevi, vedo che Nives non ha una vettura personale, nel mio garage c’è una Mini verde che non uso da tempo, meglio che ne approfitti  qualcuno, sarà un mio regalo per Nives.” I cinque   erano diventato molto affiatati sessualmente, in assenza della servitù giravano per casa nudi, viva l’anticonformismo, anche i due giovanissimi partecipavano ai ludi con i genitori in particolare Nellina che aveva imparato a sollazzarsi con i maschietti che la portavano a raggiungere orgasmi prolungati. Un avvenimento cambiò la loro vita, un pomeriggio di un sabato Edoardo: “Signori vi debbo comunicare una notizia che riguarda la mia famiglia, ho una figlia di nome Guendalina che ha voluto vestire i panni di monaca pur col mio parere contrario, non ho mai conosciuto la motivazione, ora è suora col nome di Cristina. Ci ha fatto pervenire un bigliettino col quale ci ha chiesto di chiedere  al padre Priore il permesso di farla uscire dal convento per qualche giorno da trascorrere presso la nostra famiglia. Ho avuto il nulla osta della superiora, domani andrò a prenderla in convento.” Il gelo era sceso fra i presenti, una religiosa? Addio giochetti sessuali, tutti vestiti sino al collo. Edoardo  in parlatorio incontrò suor Cristina, la riconobbe a malapena, era dimagrita e bianca in viso, solo un abbraccio. Giunti a casa incontrarono Gigetto il portiere che da buon romano non risparmiò quella che per lui era una battuta spiritosa: “Sia lodato Gesù Cristo” “Sempre sia lodato” la ovvia risposta della suora. In casa erano riuniti parenti ed amici tutti vestiti correttamente tranne Nellina che, more solito era la ‘voce fuori dal coro’ con minigonna e camicetta slacciata. Abbracci e baci, solo sfiorato il viso, grande imbarazzo, a tutti fece impressione la magrezza della suora ma nessun commento. “Cara per qualche giorno ti prego di non indossare quel come dire cappello svolazzante, immagino che avrai i capelli corti, eccoti un foulard per coprirti il capo. Non potrai restare tanti giorni chiusa in casa, ti presterò dei miei vestiti, per compagnia ti affiderò al nostro amico Adamo, con la sua Fiat 500 potrete girare per Milazzo e dintorni e, volendo, fare degli acquisti.” “Io non conosco questo signore!” “Lo conoscerai per Dio, scusa se ho bestemmiato ma cerca di cambiare almeno quando sarai in nostra compagnia, andrete da Alberto  nostro dottore ed amico per rassicurarci sulle tue condizioni di salute, sembri malata di T.B.C….Stavolta suor Cristina non disse nulla ed il giorno successivo si fece trovare con i panni ed un foulard prestatigli da Nives. Il dr. Alberto era stato avvisato della sua visita: “Si accomodi sig...suor…insomma si accomodi e resti  in slip e reggiseno.” “io da tempo non indosso il reggiseno …” “Ed io la visiterò col le tette al vento, si sbrighi.” “C’è qualcosa che voglio approfondire, venga domattina, le farò fare delle lastre al torace dal mio collega Ennio che ha lo studio qui vicino.” Il giorno successivo: “Per sua fortuna non ha niente di grave è solo deperita, mangi di più!” Adamo ormai divenuto cavalier servente aveva aspettato nella sala d’aspetto, abbracciò suor Cristina.” La notizia della visita favorevole fu riportata a parenti ed amici con la conseguenza che nei giorni successivi suor Cristina si abbuffò delle specialità locali e riprese colorito in viso ed anche un po’ di ‘ciccia’ nel corpo oltre al buonumore perso da tempo. Stando tanto insieme sorse della confidenza fra Guendalina (niente più suor Cristina) e l’accompagnatore  Adamo che trascorrevano molto tempo insieme. Guen una mattina ritenne di sfogarsi e raccontare la motivazione della sua decisione di prendere il velo. “Ero ‘interna’ in un collegio di Orsoline, predicatore e confessore un ‘domenicano’ fanatico che non dava quasi mai l’assoluzione alle confessandi, io mi ero innamorata del figlio di un giardiniere, con lui avevo avuto il mio primo rapporto sessuale, durante la confessione lampi e tuoni: ‘il tuo è un peccato gravissimo, il Padreterno non potrà mai perdonarti, vivrai nel fuoco eterno. Potrai cancellare il tuo grave peccato solo facendoti suora.” Ero molto giovane, spaventata a morte mi convinsi a prendere il velo. Tutto bene nei primi tempi poi in convento la situazione cambiò, la madre superiora oltre che amare i santi e le madonne desiderava avere rapporti intimi con le giovani suore, io mi rifiutai e da quel momento un inferno, mi assegnava le peggiori e pesanti incombenze che mi hanno ridotto una larva umana, col vostro aiuto ritornerò ad essere una ragazza normale.”Adamo prese la palla al balzo: Un messaggio: “Caro Edoardo con Guendalina abbiamo deciso di pranzare nella trattoria ‘da Filippo’, torneremo tardi.” Niente trattoria  ‘da Filippo’ ma l’agriturismo ‘La Ciocciola’ accolti da Maria una signora grassottella e ridanciana che offrì loro un pranzo leggero ed una stanza profumata che portò i due alle gioie sessuali che avrebbero ricordato per tutta la vita. La sera la notizia portò prima allo stupore dei presenti e poi ad un battimani collettivo con lo spogliarello dei presenti, prima Nellina ed infine Guendalina  che mise in mostra un rotondo popò, due tettine a pera ed un pube da Foresta Nera.
     
     

  • 27 luglio alle ore 10:51
    CAOS GENERALE

    Come comincia: Alberto dopo aver girato un po’ tutta la Francia per piazzare i prodotti  della sua fabbrica romana la S.I.M.A. – Società Italiana Macchine Agricole aveva deciso di tornare a respirare l’aria natia che gli mancava tanto. Giunto all’aeroporto di Orly ebbe la sgradita sorpresa di apprendere che tutti i voli per l’Italia erano stati cancellati per ‘mancanza di personale’. Mancanza di personale! Ma se in po’ in tutti gli stati c’era disoccupazione a non finire…inutile polemizzare, meglio accedere al più sicuro wagon lit o voiture-lit per dirla alla francese. Fu fortunato: “Monsieur vous avez de la chance, il ne reste qu’un seul compartiment avec deux places, venez avec moi.” ‘Foraggiato’ il conduttore Alberto cercò inutilmente di prender sonno, nella fretta aveva dimenticato di acquistare qualche rivista, si mise a leggere le caratteristica della cabina: la biancheria da letto, i servizi offerti a bordo, quelli offerti al mattino…stava per addormentarsi quando il conduttore aprì la porta dello scompartimento: “Monsieur vous avez de la compagnie…” Alberto rimase senza fiato, una stangona elegante senza un filo di trucco la quale si guardò bene dal salutarlo, si addolcì solo quando chiese: “Monsieur que dites-vous si nous changeons, je voudrais dormir dans le lit en dessous, je souffre du mal des trains.”
    La ragazza  aveva aspettato il suo assenso, si era sistemata nel lettino inferiore, passando sotto la luce ad Alberto parve di averla già conosciuta, impossibile fra tante persone residenti a Parigi ma il dubbio restava. Al si sporse dalla sua cuccetta alla fioca luce della lampada per lettura ebbe di nuovo la sensazione di un viso conosciuto, all’albergo Bouchois, Calogero il concierge  siciliano emigrato in Francia gli aveva ‘mandato’ in camera una figona simile a quella che era in cabina con lui solo che allora la demoiselle era molto truccata ma questo era un particolare trascurabile. La dama si agitava, niente sonno. “Signorina che ne dice se ci facciamo un po’ di compagnia, sento che Morfeo non viene a trovare nemmeno lei.” Nessuna risposta, solo un pianto con singhiozzi. Alberto scese dalla sua cuccetta, si mise in ginocchio davanti e quella della ragazza e: “Adesso ti riconosco, hotel Bouchois, Calogero (Lillo) il concierge ti ha mandato in camera mia, ricordo un particolare, hai due nei al senso sinistro, non ti preoccupare sono un gentiluomo, so tenere la bocca chiusa. La ragazza si era abbracciata ad Alberto, era proprio lei quella ‘conosciuta’ da Alberto in albergo. Le stazioni ferroviarie passavano veloci, i due furono svegliati dai doganieri italiani, non avevano niente da dichiarare o meglio un ‘Ciccio’  decisamente incazzato per essere andato in bianco ma questo particolare non interessava i doganieri…All’arrivo a Roma colazione al bar della stazione Termini, nessun dialogo sino a quando: “Cara che programmi hai, io vorrei andare a casa mia…” “Non ti preoccupare per me mi arrangerò…” Alberto, animo buono comprese che la ragazza era nei guai, chissà se c’era di mezzo il siciliano. “Se vuoi puoi venire a casa mia, sono scapolo, abito in via S.Croce Gerusalemme. Come risposta un abbraccio e: “Sono Georgette, in seguito ti racconterò la mia storia, per ora accetto il tuo invito.” Raggiunta l’abitazione in taxi davanti al portone c’era Sisto il portiere che si precipitò a prendere le valige. “Ben tornato, vedo che ti sei portato appresso un bel ricordo dalla Francia!” Arrivati al quinto piano fu Sisto ad aprire la porta di casa, Alberto non ricordava di avergli lasciato le chiavi. Altra sorpresa l’abitazione era in perfetto ordine…”Non ti meravigliare merito di mia moglie Jole. Pranzo alla romana preparato dalla succitata signora, insomma un accoglimento coi fiocchi. Il giorno successivo Alberto fece rientro in fabbrica acclamato dai suoi dipendenti, era riuscito a piazzare in Francia molti loro prodotti, Georgette rasserenata era ‘rifiorita’ anche grazie al trucco, aveva stretto buoni rapporti con Jole. Il sabato sera successivo mise al corrente Alberto delle sue passate traversie. Nata e cresciuta a Bergues paese del nord francese, a sedici anni ebbe le prime esperienze negative del sesso, sua madre ricca  vedova aveva conosciuto e si era innamorata di un siciliano emigrato in Francia tale Vincenzo nome storpiato in ‘Bicenzu.’ Anche allora ero come dire appariscente, quell’imbecille una notte si intrufolò in camera mia e cercò di violentarmi. Lo respinsi con tutte le mie forze ma non avvertii del fatto mia madre, innamorata di lui  era capace di dirmi che l’avevo provocato. L’andata a Parigi con l’iscrizione alla facoltà di lingue mi pose per un certo periodo lontano dalle grinfie di quel maiale ma non avevo fatto i conti con la sua appartenenza alla Mafia. Insegnante al’Università un siciliano tale Corrado La Mantia, Duccio per gli intimi che mi  invitò ad una riunione di amici in una villa sontuosa, potevo mai pensare… Ingenuamente bevvi una bevanda che poi compresi essere quella denominata dello stupro. Mi svegliai la mattina dopo in una strada sconosciuta. Un tale mai visto mi scuoteva: “Signorina, si sente male, la porto in ospedale?” Ci volle vario tempo per compresi che anche lui era della ‘Ndrangeda, pensai di farmi aiutare da Calogero il concierge dell’albergo Bouchois dove tu mi hai conosciuto, decisione sbagliata, anche lui… per mia fortuna aveva già deciso di fuggire da Parigi per qualsiasi destinazione, sei stato il mio angelo custode!” Il mio spirito romanesco ebbe il sopravvento: “Mè mancano l’ali.” Eravamo diventati una famiglia borghese ma istintivamente pensai che c’era qualcosa che Georgette mi aveva taciuto, ci azzeccai. Alle dieci di una mattina rientrai in casa, nessuno in portineria, aprii uno spiraglio della porta della mia camera da letto da cui provenivano labili ‘miagolii’ femminili. Ci avevo azzeccato, Jole stava ‘cavalcando la mia Georgette la quale dimostrava di gradire la situazione. Sceneggiata da parte mia con il forte rumore della porta d’ingresso sbattuta, tempo concesso alle due dame di ricomporsi e poi dalla cucina: “Cara sono in casa, dove sei?” “Ti raggiungo.” Dinanzi alla  mia faccia: ‘a me non la si fa’ Georgette non tentò di metter su una scusa plausibile. “Caro quando ti ho raccontato la mia storia di prostituta ho ‘dimenticato’ di metterti al corrente che talvolta Calogero mi presentava delle lesbiche che io preferivo ai maschi perché meno violente, m’è rimasto questo ‘vizietto’…Ho compreso  che vorresti approfittare dell’occasione, lo sai che per te…” Jole non era molto alta di statura ma aveva un fisico particolare: vita stretta, viso da adolescente, tette a pera, gambe affusolate, piedi da far impazzire un feticista. Mi venne in mente la mia vecchia passione per la fotografia. Rispolverai la Nikon D 18/140 – F 3,5 – 5,6, - la misi in funzione per ritrarre Jole con e senza maschera di Carnevale in viso. Ero ancora bravo, ripresi molti particolari del corpo della baby , inviai le foto da me sviluppate alla rivista POLANSKI che pubblicava immagini equilibrate fra la fotografia creativa e quella effetto ‘sberla in pieno viso.’ Ebbi successo, con occhi ‘pietosi’ feci capire a Jole che meritavo una ricompensa, lo ottenni alla grande, anche Georgette partecipò alla pugna ‘magno cum gaudio omnium’.

  • 27 luglio alle ore 10:32
    UMANITÀ DEGLI UOMINI

    Come comincia: UMANITÀ DEGLI UOMINI
    Dopo l’Umanità delle Bestie non  poteva mancare un racconto intitolato l’Umanità degli Uomini, in senso provocatorio naturalmente. Un episodio che mi ha colpito grandemente è stato trasmesso in visione alla TV nei giorni passati. Si è vista una signora che tentava di agganciare un guinzaglio di un cane ad un palo con l’intento di abbandonarlo, nel frattempo un bambino, probabilmente il figlio della cotale che tentava, anche piangendo di convincere la madre a riprenderlo e riportarlo in casa. Quante volte abbiamo sentito in TV delle persone qualificate affermare che gli animali, in particolare cani e gatti non sono degli oggetti ma degli esseri viventi cui dobbiamo rispetto e non di acquistarli come giocattoli per i figli per poi abbandonarli e farli diventare dei randagi. La parola Umanità da me usata più volte l’ho imparata da mio padre, funzionario di Banca durante la Seconda Guerra Mondiale quando io con due miei fratelli andavamo nelle zone alla periferia di Roma a distribuire beni di prima necessità alle famiglie al limite della sopravvivenza. La domanda più frequente era: “Chi dobbiamo ringraziare  il Signore?” Mio padre da vecchio agnostico non rispondeva se non:”Buon appetito.” Non aveva torto il mio genitore, solo negli ultimi tempi son venuti fuori i guai combinati dalla Chiesa un po’ in tutto il mondo, un Papa, se non sbaglio polacco ha affermato che una donna può perdere la verginità anche col solo pensiero! mentre l’attuale Papa è andato in Canada a scusarsi con i nativi delle angherie effettuate in passato dai preti cattolici nei loro confronti per non citare i numerosi casi di pedofilia che hanno distrutto la vita di bambini e di bambine. Cerco di essere imparziale nel giudicare il clero ma mi sono domandato quale atteggiamento avrei avuto nei confronti di un sacerdote che avesse abusato di un mio figlio o di una mia figlia, meglio scacciare questo pensiero, mi vengono i brividi.  Mio padre Armando malgrado le sue idee in fatto di religione mi aveva iscritto al Collegio Pergolesi condotto dai Fratelli della Misericordia che cercavano in tutti i modi di fare il lavaggio del cervello ai giovani alunni in fatto di religione. Ad un tema sulla Madonna nello svolgimento avevo messo in dubbio sia la sua verginità e soprattutto che potesse rimanere in vita in alto nel cielo dove non  c’è ossigeno. Malgrado l’arrampicata sugli specchio del ‘bacarozzo’ di turno il dubbio era penetrato nel cervello dei miei colleghi che condividevano le mie idee. La mia fantasia corroborata da libri della libreria paterna non aveva limiti: esempi: ‘Alla morte di un vecchio parroco la Perpetua singhiozzando: “Era un brav’uomo ci mancherà moltissimo.” Un inserviente. “Vuole dargli un bacio prima di metterlo dentro?” E la Perpetua sempre più disperata e singhiozzando: ‘Me lo diceva sempre anche lui!!!’ Altra barzelletta: Tre amiche hanno un incidente stradale in auto, morte immediata. Davanti al Padreterno: “Cara che hai fatto in vita?”  “Io l’ho data ai preti.” “In Paradiso per  amor di Dio e tu?” “Io l’ho data ai militari.” Brava in Paradiso per amor di Patria e tu?” “Io sono vergine.” “Vergine? hai preso il Paradiso per un pisciatoio? dritta all’Inferno.” Miei aforismi: ‘Religione? Patetica illusione a cui si aggrappano gli umani spaventati.’ ‘Dio è l’essere al quale rivolgersi quando si è tristi in cui rifugiarsi nei momenti di difficoltà, l’idolo più grande creato dagli uomini.’ ‘Le religioni hanno la pretesa di imporre la loro dottrina all’umanità, sono solo tirannia e imperialismo.’ ‘La religione è come l’omeopatia funziona perché gli ingenui, i paurosi ed i complessati ci credono.’ Aforismi di personaggi famosi: ‘Teologia: una collezione di risposte incomprensibili a domande senza senso.’ Voltaire – Teologia: Un insieme di problemi che provocano traumi. Un dubbio senza aiuto.’ Merton monaco trappista – Non è minor male così empiamente venerare gli dei o non credere affatto ad essi? Plutarco – Dio non esiste. Esiste una ragione universale, c’è un nesso tra la ragione che governa il mondo e quella che governa la nostra mente, sono la stessa cosa. Eraclito – ‘ La donna è l’essere inferiore che non fu creata da Dio a sua immagine. Sant’Agostino’ – ‘ La religione distorce i nostri sentimenti , è più spirituale non farla propria. C’è qualcosa di peccaminoso in qualsiasi fede. Gli esseri umani non vogliono conoscere, vogliono solo credere per abbandonare  la loro  individualità per unirsi al branco. Martin Aramis scrittore.
    ‘Veniamo abituati sin dall’infanzia a credere che dentro di noi esista il male e che sia nostro compito combatterlo, sconfiggerlo, dominarlo. Ci sono troppi moralisti che danno consigli, insegnano a noi tutti cosa sia giusto e cosa sia sbagliato di conseguenza il piacere ci fa paura, non accettiamo di viverlo e ci convinciamo che il desiderio sia un nemico da relegare sullo sfondo quasi che le fonti del nostro piacere, primi fra tutti i genitali, la bocca ed il tatto fossero stati messi in atto da un dio infantile e capriccioso che vuole che le si reprima e le si domini. Il piacere represso ci porta verso un’idea di purezza del tutto perversa e malata, verso la rabbia e la distruttività. I desideri che reprimiamo diventano il male.’ - Anonimo
    ‘Plerique ignorant!’ È presunzione la mia? Purtroppo è una constatazione!

  • 26 luglio alle ore 16:53
    La mia vacanza speciale

    Come comincia: Sento il fruscio di foglie smosse dal vento, o forse sono le ondine laggiù che solleticano i ciottoli a riva, no forse no, è il merletto che rifila l'ombrellone declinato ad essere lambito dal soffio tenero del pomeriggio. La brezza mi accarezza e rende il mio oblio un dolce sonno rem. Il suono lontano di una campana segna le ore, le conto, voglio svegliarmi, andare a riva, lasciare la pelle alle carezze del mare, al tocco della sabbia rovente, al velluto di questo cielo che mi copre di melodie. Voglio destarmi senza dissipare la beatitudine di questo momento, sfiorare con lo sguardo il benessere che mi sta cullando. Le palpebre sollevano il mondo astante, scivolano sulle percezioni e si richiudono. La bolla si ricompone e torno nella beatitudine, per un istante, uno solo, il tempo che la mente sovrasti la sopramente e stracci ogni percezione, strusciandola nel senso dell'udito.

    Come uno scampanio urgente e molesto, saturo di suoni violenti, le fauci della realtà azzannano la mia beatitudine.

    Apro gli occhi.
    Il fruscio delicato del ventilatore si spalma nell'eco della stanza, le luci del giorno si affievoliscono. Di là dalla finestra i suoni attutiti della città di agosto: sonnolenta e vuota. È quasi sera, attorno a me la mia casa e le mie cose, boccette e compresse in pila sul tavolo in attesa delle prossime dosi. Il dolore lancinante è in fase di remissione, si risveglierà pigramente fra qualche ora, poi si stenderà, aprirà la diga e percuoterà pelli di tamburi assordanti fino al mio sfinimento. Mi collasserà di nuovo, di nuovo scivolerò nell'oblio e forse, forse sentirò ancora il fruscio di vento e di onde, beatificare questa mia vacanza speciale.

     

  • 25 luglio alle ore 9:20
    GAETA: MEMORIA E FUTURO

    Come comincia: “Le storie del cuore nel cuore della Storia”: così Giuseppe Napolitano presenta il suo nuovo libro, il suo ennesimo regalo a Gaeta, appena pubblicato con Ali Ribelli Edizioni dell’infaticabile Jason Forbus. Giuseppe Napolitano è ben noto nel Golfo, sia come organizzatore di eventi culturali e autore di numerosi libri di poesia e saggistica, sia come professore, avendo insegnato per 25 anni nel Liceo “Fermi”. Quest’ultima sua opera si intitola “Gaeta: memoria e futuro” ed è un pamphlet sentimentale e polemico, un excursus nella storia della nostra città, vista però con i suoi occhi di poeta, che dichiara il suo amore per Gaeta ma la vorrebbe sempre più bella e curata, appunto come si vuole che sia una donna che si ama. Il libro sarà presentato il 29 luglio alle 19 sulla terrazza del bastione della Favorita, con la partecipazione di altre due voci storiche della città: Vera Liguori Mignano e Sabina Mitrano. Mentre Irene Vallone leggerà alcune poesie dedicate a Gaeta da poeti stranieri. La voce di Giuseppe Napolitano è quella del cuore che racconta storie, incastonate nella grande Storia, quella con la maiuscola, che a Gaeta non solo è di casa, ma è la sua stessa vita.

  • 24 luglio alle ore 13:58
    Mare

    Come comincia: È lo stesso con le persone, come con le onde: vengono, vanno. A volte sono tempestosi e rumorosi, si rompono, distruggono e lasciano ferite... A volte sono silenziosi, quasi impercettibili, ma lasciano comunque tracce. Profondo e duraturo. Sì, le persone sono come le onde, vanno e vengono, ma forse è proprio questo il punto.
    Perdiamo sempre, ma rimaniamo sempre ad aspettare, da qualche parte, qualcuno, qualcosa... E questo è probabilmente il fascino della vita: aspettare la prossima ondata e far volare la tua anima.
    Guardare il mare, vedere il bello sempre e ovunque e andare avanti - arriva ancora una nuova onda, con una piccola conchiglia in tasca e un soffio di mare nel cuore."♥️♥️♥️

  • 21 luglio alle ore 16:30
    UMANITÀ DELLE BESTIE

    Come comincia: UMANITA’ DELLE BESTIE
    Lo confesso, il titolo di questo racconto l’ho pari pari copiato da un romanzo scritto da mio padre Armando nel 1945, dopo il secondo conflitto mondiale in memoria di suo fratello Alberto, mio omonimo, deceduto per il ‘tifo’ (allora gli antibiotici non erano ancora conosciuti.) Il cotal romanzo per esigenze di risparmio era stato stampato dalla tipografia editrice Flori di Jesi, dove tutta la famiglia Mazzoni abitava, su carta color tra il giallo ed il bianco non per esigenze tipografiche ma per parsimonia ultimo ‘regalo’ della autarchia di mussoliniana memoria che aveva portato gli italiani alle pezze nel ‘culo’ed alle toppe sotto le scarpe. Il romanzo originale trattava dei sentimenti che anche gli animali provano. Avevo nove anni quando la nostra cameriera Mariola mi fece notare un gattino piccolo, spelacchiato e spaventato che stentava a reggersi in piedi sul tetto di un vicino edificio forse abbandonato dalla madre. Un forte sentimento di passione mi portò ad andarlo a prendere anche se con un po’ di pericolo dato che i ‘coppi’ erano umidi di pioggia. Da quel momento ‘mio mao’ era divenuto per me inseparabile, mio compagno di letto, di scuola (sotto il giaccone), di giochi (era ingrassato e divenuto molto socievole, un amico carissimo.) Ad Eris, dea dell’invidia non parve vero di mettere in atto una sua cattiveria: Mio Mao una mattina fece una piroetta, si girò su se stesso e cadde dal balcone, morte immediata. Rimasi impietrito, non una lacrima, mio padre cercò di consolarmi: “Ci sono in giro tanti gatti randagi oppure te ne comprerò uno.” Nessuno poteva sostituire Mio Mao, un grande amore. Quell’episodio doloroso condizionò la mia vita. Superata la maturità classica mi iscrissi a veterinaria  a Roma dove nel frattempo di era trasferita la famiglia di mio padre funzionario di banca. Conseguita la laurea ebbi la fortuna di leggere sul ‘Messaggero’: ‘Cedesi laboratorio veterinario’ via Flaminia 201 telefonare al n.------- Non mi parve vero, chiamai subito, il titolare dell’esercizio, lo trovai seduto dinanzi alla porta d’ingresso, espressione del viso sconsolata, il perché lo seppi dopo. “Sono Ignazio Scortichini,. sono diventato troppo vecchio per  questo lavoro, mi sta accadendo che gli animali che curo spesso mi mordono, mai accaduto in passato, è ora che me ne vada in pensione.” Il signor Scortichini mi cedette l’esercizio per un prezzo non elevato così accadde che diventai il padrone e  dell’esercizio veterinario che chiamai ‘Mio Mao’. Prima  cliente una signora circa trentenne, ben truccata, di classe con in braccio un volpino che abbaiava alla grande. “Veda lei che può fare, vicino casa mia ci sono state volpine in calore ed il mio cane vorrebbe…” Entrai subito in funzione: “Pucci muto, mutuo hai capito?” Il cane al principio non percepì il mio ordine nemmeno la mia espressione del viso corrucciata poi pian piano si calmò anche dietro somministrazione di biscotti dolci.” “Come ha fatto, Pucci abbaia anche di notte…” “Gentile signora ai maschietti come lei avrà pensato piacciono due cose, la seconda sono i cibi dolci.” “E la prima?” “Non voglio essere volgare ma guardandola…” “Non pensa di essere impertinente?” “Mi permetta di risponderle in latino ‘audaces fortuna iuvat’.”Fui ricambiato da una risata ‘argentina “Che ne dice di offrirmi un pranzo? Sono Aida Saglinbene.” “Ed a Pucci non ci pensa, vediamo se riesco  a trovare una deliziosa compagna per lui.” Altro colpo di fortuna, entrò in negozio una volpina della Pomerania in piena crisi di astinenza da maschietti. Senza porre tempo in mezzo i due volpini iniziarono a ‘copulare’ sino a quando rimasero ‘attaccati’ e ci volle del tempo prima che ritornassero alla calma sessuale. La padrona della volpina femmina, una signora non più giovane: “Quanto debbo per la prestazione del maschietto?” “Tutto gratis madame, se ha in futuro bisogno di un veterinario son qua.” Il ristorante ‘Suprasutta’ non distava molto dal ‘MioMao’, subito dopo l’ingresso Pucci, soddisfatto in tutte le sue voglie s’infilò sotto un tavolo, lo stesso scelto da me e da Aida. “Mia cara permettimi di darti del tu e di farti una domanda ovvia, chi era della tua famiglia che portava il tuo stesso nome?” “Mia nonna.” “Immagino ricca.” “Indovinato, sei un mago.” Nel frattempo si era avvicinato un cameriere dai modi e vestito in modo particolare, sicuramente un gay. “Che bella coppia cosa ordinate?” “Faccia lei siamo affamati.” Tutto il pranzo di gradimento mio e di Aida che volle fare da anfitrione, una gran signora che si espresse questa volta lei in latino: ‘post prandium stabis post coenam ambulabis.’ Abbraccio di ammirazione da parte mia non tanto di sola ammirazione, ‘ciccio’ si svegliò di colpo e fece vedere la sua presenza nel bozzo sui pantaloni. “Sono perplessa, non mi capita spesso ma stavolta…“Non sono perplesso, mon ami ‘ciccio’…” ”Ho capito, a casa mia o a casa tua? Ho la mia Maserati ‘Grecale’ posteggiata vicino al tuo esercizio.” “Ho la  mia Alfa Romeo ‘Stelvio’ nei pressi, scegli tu.” In quel momento non feci del campanilismo, Aida si mise al volante, Pucci con un salto si sistemò nel sedile posteriore, io vicino ad un paio di cosce quasi tutte scoperte…”Tra poco ti usciranno gli occhi dalle orbite, un po’ di pazienza…” Porta d’ingresso aperta, entrata per primo da parte di Pucci, Aida si diresse nella camera da letto in cui  era acceso il condizionatore che emanava una frescura piacevole, eravamo ad agosto. Lavacri alle parti nobili da parte di entrambi nel vicino bagno e poi …vai sino alla sera quando Aida: “Sono separata da mio marito, è stato l’unico uomo ella mia vita ma tu...” Forse qualche lacrima,  rimpianto ovvero…Aida si era girata si spalle, io malignamente pensai che madame gradisse un approccio posteriore ma male me ne incolse. “Non  ti è ancora bastato, per fortuna che la nostra storia finirà presto!” Non finì presto, Grande amicizia fra me e Pucci a cui presentai qualche femminuccia in calore suscitando il non assenso della padrona, appartamento mio in un condominio di otto piani in via Appia, condominio abitato anche da tante ‘signorine’ non quelle delle famigerate case di tolleranza ma ugualmente disponibili. La gelosia si impadronì di Aida che venne  a conoscenza delle mie intime ‘conoscenze’ con Isabella, con Armida, con Eloisa, con Lucrezia, con Corinna giurando ogni volta che avrebbe lasciato per sempre quell’incorregibile zozzone ma poi…l’amore, quello vero aveva il sopravvento sino a quando ciccio non riuscì più a…Pucci, ormai vecchio venne sepolto di notte in giardino sotto una pianta di rose, anche il vecchio zozzone fu omaggiato degli onori che decisi meritasse.

  • 15 luglio alle ore 10:06
    IL COMMENDATORE

    Come comincia: Brando era il titolare di una negozio di abbigliamento di lusso in via Centonze a Messina. Sempre spaparazzato in una poltrona dell’esercizio si alzava solo quando arrivavano clienti di riguardo, la sua merce era molto costosa e unica nel suo genere: vestiti confezionati da sarti famosi come pure le camice, le scarpe  e le cravatte di produzione di specialisti napoletani, maglieria di lana proveniente dall’Australia, i clienti erano solo persone facoltose. Il nome del negozio? ‘Lord Brummel’ Alberto maresciallo della Finanza una mattina insieme al brigadiere brigadiere Folco, in divisa, si fermarono dinanzi all’esercizio e si misero ad osservare le merci in vetrina, il commesso Giovanni avvisò il commendatore Della loro presenza, Brando  ritenne opportuno alzarsi dalla fatidica poltrona, ad aprire la porta dell’esercizio e ad invitare i due all’interno del negozio.  “Posso esservi utile, sono a vostra disposizione.” “Commendatore sono Alberto e questo è Folco, stavamo solo curiosando, ha della merce veramente elegante ma fuori della nostra portata.” “Ho prezzi scontati per le forze dell’ordine, soprattutto per le Fiamme Gialle, entrate anche se non è vostra intenzione acquistare nulla. Giovanni ordina al bar un caffè per i signori o preferiscono qualcos’altro?” “Vanno bene il caffè.” Maresciallo approfitto della sua presenza per farle controllare la mia contabilità, non mi fido del mio consulente tributario è diventato troppo vecchio.” “Commendatore sicuramente lei sa che ci è proibito controllare la contabilità dei contribuenti se non in visita ufficiale il che non è il caso in questione.” “Mi farebbe un grosso piacere, le do l’indirizzo dello studio del mio commercialista, può contare sulla mia assoluta riservatezza, questo è il mio bigliettino da visita, grazie comunque.” Alberto, di recente diviso dalla consorte Stella con cui aveva avuto continui dissapori era in crisi di denaro perché doveva ‘passare’ alla consorte, che era andata ad abitare a Milazzo una consistente somma per il suo mantenimento, conseguenza accettò la richiesta del commendatore e si recò, in borghese nell’ufficio del consulente tributario certo Giulio. Il cotale non fece buona impressione ad Alberto sia per l’aspetto di vecchio trasandato che per  il carteggio depositato in disordine sulle scrivanie. In ufficio c’era anche un giovane a nome Tommaso che si presentò come aiuto del titolare. Alberto si rese subito conto che la contabilità era, per dirla con un eufemismo piuttosto caotica cui il giovane  non poteva porre rimedio per la sua inesperienza. Prima di metter mano per sistemare il carteggio Alberto ritenne opportuno interpellare Brando andando al suo negozio. “Commendatore la prego di uscire, debbo parlarle.” Non intendo avere con lei un colloquio nel suo negozio, per esperienza personale, so di ‘cimici’ che noi installiamo in locali al fine di conoscere le situazioni riservate dei contribuenti, al bar può andar bene.” “Allora caro Brando, mi permetto chiamarla per nome, dire che la sua contabilità è disastrata è un eufemismo, se un nostra pattuglia si recasse ora nello studio tributario di Giulio il suo portafoglio alzerebbe ‘alti lai’, in altre parole occorre risistemare a fondo l’ufficio acquistando anche materiali moderni per effettuare la contabilità.” Al commendatore era aumentata notevolmente la pressione: “Cosa mi consiglia?”  “Potrei sistemare tutto in quindici giorni sempre che lei mi dia il nulla osta per il mio operato anche se ancora non ho deciso, non vorrei avere guai col mio comando.” “Le do carta bianca e naturalmente saprò ben ricompensarla, da domani si metta all’opera, avviserò Giulio.” Alberto, per evitare guai chiese un mese di licenza e si mise subito all’opera dando a Tommaso una lista di macchinari da acquistare cominciando da un computer, non voleva esporsi facendolo in prima persona. Dopo una settimana pervenne tutta l’attrezzatura ma ci vollero altri sette giorni  per riuscire ad inquadrare la situazione tributaria. Soddisfatto del risultato, una mattina Alberto posteggiò la sua Cinquecento dinanzi al negozio del commendatore e lo invitò a sedersi in auto. “Allora che mi dice?” “Tutto a posto, una bella faticata, sto istruendo al meglio il giovane Tommaso, l’apprendista; con la mia costante consulenza la contabilità sarà impeccabile.” Un abbraccio da parte di Brando ad Alberto. “Cummenda non è ce ci pigliano per due…” “Non c’è pericolo anzi voglio informarti dell’ultima novità, l’altro giorno si è presentata in negozio una ragazza, si chiama Desiré, è figlia di un mio affezionato cliente che in futuro non sarà più tanto affezionato: è finito in galera per un giro di fatture false,  falso in bilancio, falsi incidenti stradali e di collusione con la mafia, gli hanno sequestrato tutti i beni. Inoltre ha la moglie  malata che deve assumere medicinali di prezzo elevato. Desirè era giustamente affranta, mi ha chiesto aiuto, l’ho assunta come commessa, mi fa pena.” Nel frattempo la situazione si era evoluta: Brando venuto a conoscenza della situazione familiare di Alberto lo invitò in via permanente a  casa sua a pranzo ed a cena con l’assenso della consorte Isabella che, col marito non aveva buoni rapporti personali; in considerazione che lui era il paperone di famiglia aveva preferito non chiedere la separazione. Della famiglia faceva anche parte Brunella la figlia dei due ragazza scialba, studiosissima al terzo liceo classico, per lei un sette era un voto basso! Lei aveva accolto Alberto con indifferenza, i maschietti per lei non erano un problema anche perché nessuno sinora si era fatto avanti con lei. Isabella era una donna intelligente, si vedeva dagli occhi, aveva personalità, di fisico di media statura, non male di corpo anche per la frequenza di una palestra. Già dalla prima volta aveva guardato Alberto con un certo interesse ma, data la sua riservatezza non lo aveva fatto a vedere. Ultima novità: il commendatore aveva deciso di recarsi in giugno a Firenze per visitare l’esposizione Pitti uomo, moda maschile di risonanza internazionale, volle portare con sé Desirè per…farsi consigliare nella scelta dei vestiti da acquistare. Isabella non fece commenti, era da tempo che i rapporti col marito erano praticamente inesistenti, insomma ognuno viveva la sua vita. Alberto seguitava ad usufruire della cucina di Isabella talvolta con la presenza a tavola della figlia Brunella che la maggior parte delle volte preferiva rimanere a scuola sino al pomeriggio. Hermes stavolta si mise di buzzo buono ed un giorno a tavola fece bere più del normale del buon Chianti ad Isabella che si avvicinò ad Alberto tanto da cominciare a baciarlo in bocca per poi passare sul letto matrimoniale con permanenza sino alle cinque al rientro della figlia da scuola. Alberto e Isabella, digiuni ambedue di sesso da molto tempo avevano sfogliato quasi tutto il Kamasutra. Senza forze per non dimostrare quello che era accaduto fra di loro, si erano seduti sul divano del salotto a vedere la tv.  Brunella era brutta ma non stupida, guardando in faccia i due si mise a ridere fragorosamente e si rifugiò in camera ma non gliene importò gran che, non era in buoni rapporti con suo padre. Poi un avvenimento impensato: Brunella un dopo pranzo si avvicinò ad Alberto mentre la madre era in cucina a rigovernare: “Già da quando ti ho visto per la prima volta ho capito che eri un furbacchione ma non un imbroglione, avresti potuto chiedere ed ottenere da mio padre somme notevoli, ti abbiamo adottato per le cibarie, hai avuto rapporti con mia madre per sopperire alle …chiamiamole mancanze paterne, ormai ti considero di famiglia, vorrei chiederti un favore, accompagnami in un istituto i bellezza, sono stanca di fare la secchione racchia, forse si stanno svegliando gli ormoni, cosa dici a Brunella?” “Io ho ammirato in te l’intelligenza ed ora anche la personalità, chiamerò la mia amica titolare del Centro Estetico di viale S.Martino.” Il giorno successivo Alberto accompagnò Brunella al Centro Estetico e la presentò come cara amica alla titolare Arianna che: “Fatti vivo alle diciotto, ora sparisci.” Alle diciassette e trenta, la precisione era propria di Alberto vergine di oroscopo, il buon maresciallo in borghese entrò nell’istituto e si accomodò nel salottino all’ingresso, ad un certo punto vide entrare una ragazza con tanti pacchetti in mano,  non era Brunella allora andò a cercare Arianna: “Dov’è la mia amica?” Grande risata da parte della titolare del Centro: “Mi fa piacere che non hai riconosciuto la tua amica, è nel salottino e non ti ha chiamato per prenderti in giro.” A vis a vis con la ragazza si trovò con le labbra risucchiate da Brunella, era un suo ringraziamento, era diventata molto bella.” “Adesso ti debbo presentare un fidanzato che ne dici di un mio collega?” “Di Fiamme Gialle me ne basta una ed a quella fiamma donerò la parte mai usata di me, che ne dici?” “Dico che sei una meraviglia,, sediamoci e restiamo fermi per un attimo mi debbo riprendere, troppe novità tutte insieme.” Anche mamma Isabella fece i complimenti alla figlia e ad Alberto:”Ora la smetterai di incurvarti sui libri, trovati subito un bel maschietto…” “Già trovato e presto l’userò…” Isabella capì al volo la situazione, non ne fu contenta ma cuore di mamma abbracciò la figlia e: “Ti auguro tanta felicità quella che non ho mai provato in vita mia.” Non tutti gli avvenimenti furono benigni per il commendatore, ritornato da Firenze, in un momento di crisi profonda riferì ad Alberto che, malgrado pillole varie il suo ‘ciccio’ aveva fatto cilecca più volte con  Desirè anzi le famose pillole lo avevano portato ad un svenimento e la ragazza era stata costretta a chiamare un medico, peggio di così! Brando  era invecchiato di colpo, si vedeva dal suo viso mai sorridente, aveva lasciato il negozio in mano a Desirè ed a Giovanni. Finale col botto: Alberto e Brunella si sposarono e misero subito al mondo un maschietto cui fu imposto il nome del nonno, Brando, unica soddisfazione del vecchio proprietario di Lord Brummel.
     

  • 13 luglio alle ore 10:06
    FIORELLINO

    Come comincia: FIORELLINO
    Intro: Che tristezza non voler accettare la vecchiaia!
    Il racconto
    Peccaminosa ambasciatrice di infernali voluttà o celestiale creatura paradisiaca apportatrice di eteree gioie? Alberghi in me con frementi,  contrastanti  e sconvolgenti sensazioni. I tuoi occhi nascondono un’animalesca, profonda e sconvolgente femminilità che fanno fremere il mio intimo insieme ad una visione contrastante di casti baci infantili.
    Sono confuso dal tuo sorriso promettente che muti talvolta in una bambinesca espressione corrucciata.
    Non sono io il motivo dei tuoi cambiamenti, il tuo sguardo non mi sfiora nemmeno, forse in passato mi hai notato giudicandomi non degno di attenzione, forse un tuo amore finito male ti ha reso refrattaria ad un nuovo legame.
    I miei sono desideri o forse sogni e, come tutti i sogni, irrealizzabili.
    Sei seduta sulla battigia, i tuoi due pezzi simili a  due microscopici fili lasciano aperta la visione delle tue rotondità prorompenti. Anche il colore del ‘costume’ è particolare, viola: non devi essere superstiziosa.
    Piccole onde bagnano i tuoi lunghi, affusolati e deliziosi piedi.
    Appoggi il capo fra le mani: forse un segno di tristezza, forse di desolazione, sentimenti che contrastano la tua favolosa figura di donna, forse stai piangendo…
    Dubbioso cerco di approfittare del momento. coraggio a due mani: “Signorina posso aiutarla? “(frase di una intelligenza…).
    Fiorellino alza il viso, niente pianto anzi un sorriso cristallino mostra denti perfetti e bianchissimi.
    Finale inaspettato: “Mò me ce voleva pure er vecchietto mandrillo mattutino! Là c’è mi nonna, vedi si ce stà.”
    Non c’è più rispetto da parte dei giovani...avevo dimenticato i miei ottant’anni!

  • 11 luglio alle ore 16:41
    ALBERTO...ALBERTO...

    Come comincia: Alberto Minazzo, quarantenne, Maresciallo Maggiore Aiutante della Guardia di Finanza, aveva un po' tutto in doppia copia: il nome innanzi tutto dovuto al fatto che la mamma, quando da piccolo si esibiva in qualche monelleria, lo richiamava con 'Alberto... Alberto!' e poi aveva in Finanza due incarichi: capo sezione operativa e capo laboratorio fotografico; due pistole: una quella d'ordinanza ed una, Smith e Wesson cal.38, sua personale e, per ultimo due medaglie di prestigio: la Medaglia d'oro al Merito di Lungo Comando e la Medaglia Mauriziana ambita da molti ma in possesso di pochi. Mettici un:'aitante e distinto' come da note caratteristiche, un metro e 78 di altezza, barba e pizzo, insomma un belloccio che Anna, un metro e sessanta, deliziosamente furbacchiona se l'era sposato in seconda istanza in quanto Alberto aveva ritenuto di scaricare la prima moglie dal carattere mefistofelico.
    Alberto Alberto abitava e abita a Messina in via Consolare Pompea nel complesso 'Madonnina dello Stretto', sei edifici ciascuno di dodici appartamenti che aveva preso nome da una Madonna posta all'ingresso dove molte fresche spose posavano il loro bouquet di fiori nella speranza di boh... Alberto da buon ateo non ne immaginava proprio il motivo.
    Il maresciallo, romano purosangue, era stata sbalzato in Sicilia dal Lido di Ostia dopo aver indossato i gradi di vicebrigadiere, prima nelle isole Eolie, poi a Milazzo, sede della prima moglie e poi a Messina dove guarda caso, aveva incontrato un paesano portiere del complesso dove abitava.
    "Nando chi cacchio ti ha portato a Messina?"
    "Maresciallo non ci crederà ma è stata una minchiata"
    "Nel senso di una fesseria?"
    "No un colpo di minchia: in villeggiatura a Messina ho conosciuta Carmela e l'ho messa incinta. Il padre, uno con la faccia tagliata, mi ha convito a sposarla ed ora son qui."
    "Va bene Nando facciamo squadra fra noi romani e raccontami tutto del condominio."
    "Marescià ci vorrebbero giorni, piano piano ti renderò edotto, posso darti del tu?"
    "Ma certamente, ogni tanto vieni a casa mia, ho buoni vini: un Lambrusco di Sorbara e un Verdicchio dei Castelli di Jesi, ciao."
    lLa moglie di Alberto, la deliziosa Anna: anni 23, bruna
    con meches rossicce, occhi verdi bellissimi, bocca da p.................... ra, seno piccolo
    ma molto sensibile come pure la ... gatta bruna. La piccola era molto gelosa ma, intelligentemente non lo dava a vedere.
    I coniugi Minazzo abitavano all'ultimo piano della prima palazzina, dirimpettaia una biondona che più biondona non si può: Denise Èva Carin anni 28, un metro e75 di altezza, vita stretta, piccolo seno, lunghe gambe, modella free lance, insomma ogni tanto veniva chiamata per sfilare ma non girava il mondo anche per poter crescere il piccolo Daniel dal padre sconosciuto o meglio avuto con la inseminazione artificiale in Svezia poiché Denise non voleva avere accanto l'ingombro di un marito (parole sue).
    Anna e Denise avevano fatto amicizia, ogni tanto il piccolo Daniel di anni due sgambettava nell'appartamento di Alberto quando non c'era la baby sitter e la mamma era in giro a sfilare.
    "Marescià però c'iai nà bella vicina!"
    "lo c'iavrò pure una bella vicina ma c'iò pure una moglie dalle lunghe unghie."
    "Tu sei alto e potresti arrivarci, a me ci vorrebbe una scaletta, sino uno e sessanta!"
    "Nando non si tratta di altezza lì non ci arriva nessuno dei due, capì!" Invece Alberto ci aveva messo gli occhi, una volta pensando a lei si era pure masturbato, ogni volta che la incontrava gli aumentava di molto la pressione, in presenza di Anna mostrava indifferenza totale, troppa indifferenza che la piccola mignotta maligna non aveva tardato a notare. "Inutile che fai quella faccia, ti conosco mascherina!"
    Una volta, su richiesta della bella vicina, erano andati tutti e quattro ai giardinetti vicino casa loro per fare delle foto, passando dinanzi alla portineria, Nando con un sorriso:
    "Buona passeggiata signori!"
    Denise: "Cosa voleva dire il portiere?"
    Alberto: "Quello che ha detto, buona passeggiata."
    Alberto aveva dato il meglio di sé (come fotografo). Quando riprendeva Denise cercava per lei pose seducenti, sensuali, con la camicetta sbottonata che lasciava intravedere...la baby era pure in minigonna!
    "Faresti una fortuna come fotografo delle dive, vorrei controllare il tuo slip!"
    "Non sono stato io a propormi, la prossima volta dirò di no così non rompi!"
    "Non fare l'offeso tanto non c'è niente da fare, Denise non ama i piselli!" "Ecco il perché dell'inseminazione artificiale, quanta bella merce sprecata!"
    "Chiamare merce una donna! Sei un maschilista, in ogni caso sprecata per chi, non per te!"
    Alberto era rimasto deluso, non che pensasse di poter...ma adesso che sapeva che Denise era lesbica... forse avrebbe voluto averne due anche di...
    Il bel maresciallo non lo sapeva ma il destino stava girando a suo favore. Una sera verso le ventitré era a letto quando Anna lo abbracciò, stava piangendo.
    Non era il momento di chiedere spiegazioni, rimasero abbracciati a lungo finché Morfeo li prese entrambi.
    Dell'episodio non se ne accennò per molto tempo quando una sera, dopo mangiato:
    "Vado a trovare Denise...voglio dirti quello che è successo con lei la volta passata: eravamo sul divano quando abbiamo cominciato a scherzare chi avesse il seno più piccolo, ci siamo denudate e Denise ha preso a baciare il mio seno dolcemente, tanto dolcemente da riuscire a farmi godere, non mi era mai successo con te poi mi ha sfilato gli slip e mi ha baciato a lungo la gatta, non so quante volte ho goduto, avevo gli occhi chiusi e non sono riuscita a ribellarmi ecco il perché delle mie lacrime quando sono venuta a letto, adesso sai tutto ma io ti amo sempre, tantissimo, quello è stato solo un episodio."
    Alberto era fra lo sbalordito ed il dolcemente sorpreso, malignamente pensò ad un trio ma si guardò bene dal manifestare qualsiasi espressione, strinse solo al petto Anna e la baciò a lungo.
    Denise, Anna e Alberto si evitarono, fecero in modo di non incontrarsi anche se il maritone pensava che certe situazioni vanno affrontate, inutile nascondere una verità anche se scomoda ma Anna non era dello stesso parere.
    I coniugi Minazzo pensarono bene per un periodo di rifugiarsi a Jesi ridente cittadina in provincia di Ancona presso la cugina Letizia, che poi hanno di ridente certe località Alberto se l'era spesso domandato senza giungere ad ottenere alcuna risposta valida.
    A Jesi Alberto era vissuto con i genitori ed aveva studiato presso il liceo classico. Cercò di riallacciare una relazione con qualche compagno di scuola ma con scarsi risultati, ognuno aveva famiglia, erano finiti i tempi della goliardia e così prese a girare in Jaguar nei paesi vicini, in particolare a Cingoli in provincia di Macerata dove aveva vissuto,in tempo di guerra. L'acquisto della Jaguar gli aveva procurato qualche problema presso il suo comando. Un maresciallo che spende 39.000 €. per una macchina di lusso qualche spiegazione doveva pur darla, in considerazione anche del fatto che cinque suoi colleghi erano finiti a Gazzi (carcere di Messina) per concussione.
    La questione fu risolta presentando la documentazione da cui risultava la vendita di una villa di sua zia Giovanna deceduta di recente.
    coniugi Notari, cognome del marito di Letizia, erano dei buongustai e quindi il quartetto passava la maggior parte del tempo o all'acquisto di cibarie (i cappelletti una specialità favolosa) o in qualche ristorante alla moda anche sulla costa adriatica.Dopo quindici giorni Alberto e Anna si guardarono in faccia e, all'unisono decisero che era giunta l'ora di levare le tende con grande dispiacere dei cugini ma il richiamo di casa si era fatto sempre più forte, addio dunque a Jesi in una giornata piovosa.
    La pioggia li accompagnò sino a Villa S.Giovanni sul traghetto per Messina.
    All'ingresso incocciarono Nando:
    "Novità?"
    "Sai quella signorina svedese con un figlio che abita allo stesso tuo piano, è stata ricoverata nella clinica S. Rita, non si sa bene cosa abbia, è giunto anche un suo parente dalla Svezia."
    gelo era sceso fra Alberto e Anna senza una particolare motivazione, forse quell'episodio fra le due donne aveva lasciato il segno su Denise ma era solo un'ipotesi, una spiacevole ipotesi.Il giorno successivo Alberto sentì l'ascensore arrivare al suo piano, di corsa aprì la porta di casa e incontrò un signore alto, biondo di mezza età sicuramente un parente di Denise.
    "Sono Alberto Minazzo, io e mia moglie siamo amici di Denise, vorremmo sapere qualche notizia sul suo conto."
    Il signore si presentò in uno stentato italiano:
    "Fabian Milton, zio Denise, mia nipote ricoverata da settimana, molto dimagrita, medici non sanno cosa ha. Chiede sempre di una Anna."
    "È mia moglie, sono amiche, andremo a trovarla."
    Situazione complicata, difficile prendere una decisione, quel chiedere sempre di Anna poneva dei problemi...
    "Che ne pensi, è il caso di andarla a trovare, chiede sempre di te, che pensi voglia dire."
    "Hai la sensibilità di un mammalucco, sei come tutti gli uomini che pensano alle femminucce solo come trastulli, hai mai sentito parlare di sentimenti, anche gli omosessuali si innamorano, sei proprio un imbecille!"
    Dopo essersi preso dell'imbecille, il buon Alberto per distendersi mise nel giradischi dei CD rilassanti con rumori di bosco, di uccellini, delle onde del mare, di solito funzionava ma non questa volta, mal di testa, confusione totale, maledizione...
    Il giorno dopo era spuntato il sole, i due coniugi, più rilassarti, con la 500 di Anna raggiunsero la clinica, aspettarono un'ora, non era orario di visite. La vista di Denise fu un pugno nello stomaco per Alberto e per Anna: dimagrita, colore del viso terreo, occhi chiusi dopo aver notato la loro presenza, un'infermiera:
    "Non la fate stancare, è molto debole."
    Fu Anna a rompere il silenzio, prese una mano di Denise cercando di metterla sullo scherzo:
    "Ti abbiamo lasciato per qualche giorno e ci fai questi scherzi, sai che di dico, vestiti e vieni con noi, abbiano portato da Jesi dei cappelletti da fare in brodo di cappone, vecchio rimedio della nonna, quello che ci vuole per farti star bene, veloce, alzati e abbracciami, lo sai che ti voglio bene, dai..."
    Le parole di Anna fecero un effetto immediato, Denise aprì gli occhi, parve rinfrancata tanto da riprendere un po' di colorito in viso, si mise
    seduta sul letto, aveva bisogno di aiuto ma fece capire che voleva andare a casa.
    E così fu. All'arrivo furono salutati da un Nando cerimonioso:
    "Evviva!"
    A casa di Denise a far compagnia al piccolo Daniel c'era una baby sitter, lo zio Fabian era a far la spesa.
    "Per festeggiare un pranzo come promesso con cibi jesini e del Lambrusco che mette sempre allergia." Alberto faceva il giovialone.
    "Fatto piccolo miracolo, grazie." Lo zio era felice, non sapeva cosa fosse successo ma l'importante era il risultato.
    "Mia cara, vai a letto col piccolo Daniel che ha bisogno del calore della sua mamma, ti verrò a trovare, promesso."
    Come finisce questa storia? A favore di quel simpaticone di Alberto che si trovò all'interno di un trio senza aver fatto nulla per meritarselo se non il fatto di essere al centro delle voglie di due signore le quali, dopo un 'consiglio di guerra', decisero per una sua ammissione ai loro giochi erotici.
    Il tutto iniziò con la messa a dormire del piccolo Daniel e con una cena a base di cibi afrodisiaci, ammesso che ce ne fosse bisogno!
    Durante il mangiare un silenzio 'condito' con sorrisi che preludevano ad tm-da un abat jour dalla luce azzurrina.
    Anche Anna si era tolta i vestiti, Alberto guardava un po' istupidito la scena surreale.
    "Imbecille ti vuoi spogliare!"
    Quell'aggettivo da parte di Anna era del tutto meritato! Anche lui ignudo vide le due signore appassionatamente abbracciate baciarsi in bocca voluttuosamente per poi passare sui seni e sulle 'gatte' sicuramente bagnate oltre ogni dire.
    Il 'ciccio' del giovin signore si era notevolmente 'inalberato' e si trovò a penetrare alternativamente nella due 'chattes' giungendo quasi subito all'orgasmo ma rimanendo sempre in posizione questa volta molto più a lungo sin quando si trovò a infilarsi un po' faticosamente in un buchino più piccolo, ma sempre disponibile, quasi sicuramente di Denise che, dopo un po', gli fece capire che la sua prestazione era alla fine e che doveva ritirarsi in buon ordine per dar modo alle due signore di spassarsela fra di loro.
    Anna completamente anche lei innamorata di Denise (pur dichiarando di amare ancora Alberto) spesso la sera si assentava dal tetto coniugale per passare la serata con la voluttuosa svedese; anche Alberto, talvolta, veniva invitato al desco sessuale.
    In questa storia chi ci guadagnava era sicuramente Alberto e anche in questa situazione per lui si presentò la regola del doppione: avere due mogli.
    D'altronde qual è il desiderio di ogni maschietto? Diciamolo sinceramente: avere contemporaneamente la disponibilità di due femminucce di cui, possibilmente, una omo.
    Forse Nando istintivamente si era accorto di qualcosa perché quando Alberto passava dinanzi alla portineria alzava un braccio e faceva segno con il pollice e indice uniti conditi da un bel sorriso, son of the bitch!

  • 11 luglio alle ore 15:40
    CATTOLICI E FASCISTI

    Come comincia: Era una piovosa giornata ottobrina del 1940  XIII° dell’era fascista, il professor Eugenio Gatti stava uscendo di casa dalla sua villetta in viale della Vittoria a Jesi, in quel di Ancona per recarsi nella scuola ginnasio-liceo classico, il suo umore era paro paro con il tempo, ne aveva ben donde. C’era in giro aria di epurazione nel senso che il regime, tramite io suoi scagnozzi, stava togliendo di mezzo quelli che loro consideravano nemici pericolosi. I più infidi venivano purgati con generose dosi di olio di ricino che costringeva gli interessati a non uscire di casa per vari giorni ed in sosta quasi permanente nella propria toilette. Nei casi un po’ più gravi, come l’esser ebrei, licenziamento dai posti di lavoro. Come venivano scoperte le famiglie ebree? A scuola ai bambini venivano fatti abbassare le mutande e la circoncisione del pene era la prova dell’appartenenza a quella religione tanto odiata anche dai nazisti. Un caso particolare quello degli atei. Dopo i vergognosi Patti lateranensi dell’11 febbraio 1929 tra lo Stato Italiano e la Santa sede i più integralisti dei cattolici consideravano un offesa la teoria atea e cominciarono e ‘stanare’ quelli che non frequentavano le chiese con all’inizio richiesta di chiarimenti che, se non sufficientemente provati provocavano agli interessati gli stessi provvedimenti ‘propinati’ agli ebrei. Il professor Gatti sin dai tempi dell’Università era uno studioso di lingue estere, conosceva perfettamente oltre al latino ed al greco, sue materie di insegnamento ed anche il tedesco e lo spagnolo oltre che l’aborrito inglese, i fascisti chiamavano l’Inghilterra la ‘Perfida Albione’. Per il professor Gatti quella era  un mattina sfortunata: all’ingresso del plesso scolastico incontrò  Settimio Famiglini da lui bocciato per la sua crassa ignoranza e soprattutto perché aveva poca voglia di impegnarsi nello studio. “Professore che piacere incontrarla, è un  bel po’ che non ci vedevamo, da quando lei mi ha bocciato senza motivo. Voglio essere generoso non denunziandolo al partito per il fatto che lei non frequenta la chiesa, in giro si dice che è angostico, perché stamattina non entra alla ‘Madonna delle Grazie’ è qua vicino.” Gatti pensò: “Piacere un cazzo, ho fatto bene a bocciarti non sai pronunziare la parola agnostico.” E poi: stamani, causa il tempo, mi si è riacutizzata la lombaggine, anzi sto andando dal Preside per chiedergli di essere autorizzato andare dal dottor Massimo Pileri perché mi prescriva una cura.” “Professore per questa volta…ma stia attento io la curo!” “Maledetto, mille volte maledetto mó vuoi vedere che ogni mattina devo andare in chiesa e diventare un bacia pile, per fortuna conosco don Francesco. Il prete, in tempi non sospetti, era stato in Inghilterra ed aveva appreso le norme che regolano la democrazia, mal sopportava il regime fascista ma stava ben attento a non mostrare le sue idee. Don Francesco accolse con calore il professor Gatti, lo stimava molto e: “Fratello posso offriti la colazione, sto andando al bar Ciro qui vicino.” Il professor Gatti ne approfittò anche se di solito saltava la prima colazione, cornetto e cappuccino lo sollevarono di spirito. Finito di mangiare raccontò quello che gli era capitato attimi prima. “Non ti preoccupare, tu sai che da democratico convinto accetto tutte le teorie non violente, ogni mattina vieni in chiesa e poi facciamo colazione insieme.” Don Francesco aveva fatto un’altra opera buona, aveva assunto come chierichetto un non più giovane  Andrea, nome che può essere imposto sia ai maschietti che alle femminucce. In questo caso era azzeccato Andrea era omosessuale condizione inammissibile per i fascisti che si consideravano di razza ariana e quindi pura. Per gli omosessuali la punizione minima era il confino nelle isole Eolie, lì c’erano finiti vari intellettuali. Un esempio Carlo Levi autore del libro ‘Cristo si è fermato ad Eboli’ confinato in Lucania. A Jesi altro ateo convinto era il Commissario di P.S. Alfredo Minazzo che giustificava con i suoi impegni istituzionali la non frequenza continuativa della Chiese, nemmeno i più fanatici fascisti osavano contraddirlo, avevano molto rispetto per l’Autorità costituita. Altro seguace dell’ateismo era Armando Minazzo, figlio del commissario che aveva evitato di essere arruolato nell’Esercito e come alcuni suoi coetanei inviato in Russia da dove non erano più tornati. Con i loro scarponi di cartone ed il fucile 91 i soldati italiani erano patetici rispetto agli equipaggiamenti e ai armamenti dei tedeschi e dei russi. Un giorno un fanatico fascista aveva messo in dubbio che il figlio del Commissario avesse una gamba di legno in seguito ad incidente stradale, incontrandolo per il corso aveva battuto col suo bastone nella gamba incriminata e solo allora si era convinto. Armando era un benefattore nato, funzionario di una banca aveva acquistato una moto con sidecar per portare alle famiglie disagiate dei beni di prima necessità che riusciva ad avere senza tessera, come allora d’obbligo per acquistarli,  presso amici abbienti e generosi che si rifornivano al mercato nero. Il sidecar era usato da Armando anche per andare alla stazione e ‘approvvigionarsi’ a spese delle Ferrovie dello Stato, con la complicità di un amico ferroviere del carbone che usava per riscaldare la sua casa in cui abitava con sua moglie, due figli, suo padre, sua madre e tre sorelle nubili, un lusso che pochi potevano permettersi a Jesi. C’è da domandarsi che fosse l’allora capo dello Stato: c’era la monarchia ed un re a nome Vittorio Emanuele III° detto ‘pippetto’ per la sua bassa statura. Per sopperire a questo ‘inconveniente’ l’interessato indossava, con pochi risultati un copricapo molto alto; migliore fu la sua scelta di impalmare un donnone, Elena del Montenegro che gli ‘sfornò’ un maschio e quattro figlie femmine, la successione era assicurata. Il cotale aveva avallato il colpo di Stato di Mussolini, era un pusillanime tanto che, quando i tedeschi divennero dei nemici pensò bene di fuggire dalla reggia di Roma e di recarsi a Brindisi creando, sulla carta, un’Italia formata dalle province di Brindisi, Bari, Lecce e Taranto,  i suoi colleghi del nord Europa, al suo contrario, si erano aggregati ai partigiani, un figura di…. Tale decisione  fu di intralcio per suo figlio Umberto, che gli era succeduto  nel Regno per l’abdicazione del padre allorché ci fu un referendum vinto dai repubblicani anche se con sospetto di brogli. Anche a Jesi con la fine della guerra la situazione politica cambiò: il sindaco Giuseppe Carotti prese  la via dell’esilio rifugiandosi in Argentina dove poteva contare su parenti colà stabilitisi, fu seguito anche dal capo dei Vigili Urbani Gino Scortichini mentre altri, compromessi col precedente regime, prima della fine della guerra cambiarono bandiera e  salvarono il…Un situazione curiosa per le ‘signorine’ che avevano avuto contatti sessuali con gli ex nemici: furono tutte rapate a zero! Tutti gli Jesini si diedero da fare per la ricostruzione della città, Armando ebbe una gratificazione da parte di coloro che aveva aiutato con cibarie durante quel periodo nero della guerra, gli fu intestata una piazza. E il professor Gatti? Sessantanovenne insegnava ancora alla quinta ginnasiale, era diventato un mito per tutti, gli studenti che seguivano in silenzio le sue lezioni. Quando andò in pensione fu organizzata una gran festa con la partecipazione di tutta la sua classe, manifestazione di affetto che portò alle lacrime il professore il quale visse ancora a lungo dando, gratis, ripetizioni agli alunni dei meno abbienti.

  • 10 luglio alle ore 17:11
    I PASSIONALI

    Come comincia: Rinaldo e Rossana venticinquenni insegnanti di scuola media, lui di educazione fisica, lei di lettere, da poco tempo maritati, si erano trasferiti dalla natia Cingoli (Mc) nella capitale. “Roma è una città particolare o meglio lo sono i loro abitanti un po’ caciaroni, fanno amicizia sempre e comunque, con la loro simpatia contagiano tutti ‘nun c’è gnente da fa’, parlano pure coi sassi, fanno gruppetto. Sono  creativi anche perché se non sei creativo in questa meravigliosa città i parcheggi col c…li trovi. La creatività dei romani si palesa in moltissime occasioni. Oggi si direbbero  smart per definire questa loro verve. La verità è che con i tempi amplificati di Roma devi per forza esser  bravo a ‘ncastrà le cose perciò via tutti i ‘problem solving’.  In ogni contesto i romani  ci mettono sempre ‘n attimo…” “Da dove l’hai preso tutto stò sproliquio?” “Mi sono documentato dai migliori  autori romaneschi: il Trilussa ed il Belli che riuscivano a prender in giro anche loro stessi, pensa che erano tollerati pure al tempo del Fascismo.” I due novelli sposi avevano avuto la fortuna di essere assegnati alla scuola media ‘Pascoli’, dietro indicazioni di un corregionale di Jesi (An) avevano trovato alloggio in via Sibari, una fortuna,  nella stessa via del plesso scolastico quindi niente autobus o tram. La loro era una villetta a schiera, una coincidenza, solo una coppia vicini di casa Eros e Beatrice professione? Possidenti come si scriveva una volta sui documenti di identità. I Loro possedimenti andavano dalle Isole Eolie, in particolare Panarea e Salina poi sulla costa laziale nell’Agro Pontino. Da chi proveniva tanto ‘ben di Dio?’uello delle isole Eolie da un nonno medico conotto che  Quello delle Isole Eolie da un nonno medico condotto che via via aveva acquistato i terreni e le abitazioni da parte di emigranti in Australia, quelli dell’Agro Pontino dai proprietariri, insomma gran culi. Eros e Beatrice avevano voluto godersi la vita alla grande, avevano delegato l’andamento dei loro beni Eoliani ad un isolano, ad un fattore quelli qell’Agro, altro che Michelaccio… Allora come passavano il tempo i due? Rinaldo e Rosanna lo scoprirono allorché i due una notte d’agosto particolarmente calda a Rinaldo uscendo dalla villetta si appalesò uno spettacolo per lui inusitato: Eros stava ammirando sua moglie che si stava esibendo su una panchina del giardino in un sessantanove con una giovane fanciulla. Rinaldo si considerava un anticonformista ma…ritornò in camera: “Cara indovina un po’… “Caro cò stò caldo…” Tutto rimandato alla mattina: “Certo è un po’ inusitato, ma se piace a loro.” A pranzo fu Eros che prese l’argomento: “Rinaldo forse si è meravigliato dell’approccio di Beatrice con Carlotta la nostra cameriera, non l’avete ancora conosciuta è una brava ragazza figlia del conduttore di un nostro terreno…io e mia moglie d’estate giriamo per casa nudi, voi che ne pensate?” “Mes amies ci adegueremo anzi che ne dite di cominciare subito?” E così fu, alla fine del pasto tutti in giardino, in deshabillé, a passeggio nel parco con wife swapping gran risate per l’imbarazzo iniziale di Rossana e di Rinaldo, imbarazzo ben presto superato quando Beatrice prese in bocca il ‘batacchio’ di Rinaldo mentre Rosanna si era messa piegata in avanti per favorire l’ingresso del ‘ciuciolo’ di Eros nella sua gatta. Un’altra novità la mattina dopo, lo squillo del citofono “Sono Angelica, mi aprite?” La curiosità spinse Rinaldo ad aprire il cancello…Angelica era un figone che più figone non si può: Fu interpellato dalla nuova venuta: “Sei nuovo oppure ho sbagliato villa?” “Prima ipotesi, entra ancora tutti dormono, ti porto io la valigia.” La nuova venuta classica sud americana probabilmente brasiliana. “Sono affamata, mi prepari qualcosa?” “Anch’io sono affamato ma in un altro campo…” “Mi fa piacere aver incontrato un bel esprit, per ora pensiamo alla mia fame…”Angelica si ‘spazzolò’ tre cornetti ed un cappuccino. Nel frattempo si era presentata Beatrice che fu tutta baci ed abbracci con la nuova venuta: “Sei more solito una fata, dopo una doccia e col pancino pieno mi ti farò.” Frase sibillina che Rinaldo non comprese a fondo…” Eros si presentò e senza tante cerimonie baciò in bocca a lungo la brasiliana:  “Faresti arrapare un monaco trappista.” Insomma grande benvenuto alla nuova venuta, non furono da meno Carlotta e Rossana che aveva compreso subito la situazione. Era iniziato il mese di luglio, il clima romano consigliava di passare l’estate in località dove trovare refrigerio, fu scelta l’isola di Salina. “Alloggeremo in una delle tue case?” “Purtroppo sono molto richieste, sono già prenotate dall’anno passato, andremo in albergo.” Treno Roma – Ancona, Milazzo, Aliscafo Vulcano, Lipari Salina. Sul molo indicazione: Albergo Villa Lory raggiunto con due ‘Api’ prese in affitto. “Sono Giuseppe Bonannella, avete avuto un gran …una gran fortuna, sino al ieri eravamo al completo per il Festival, la prima colazione la mattina ve la servirò io, pranzo e cena al ristorante Filippino, è un po’ caro ma si mangia da Dio.” Le due Api condotte rispettivamente da Rinaldo e da Eros erano l’unico mezzo di trasporto ammesso nell’isola. Anche al ristorante una gran botta di…fortuna, solita tiritera: “Sono Bartolo, signori sino a ieri……..penso che gradirete una cena a base di pesce, la nostra specialità.” “E così fu per quindici giorni, novità più interessante fra Eros e Carlotta che si fece apprezzare per le sue fisicità giovanili ma il vero boom accadde fra Rinaldo e Angelica che si presentò: “Caro ho qualcosa di delle altre.” Sfoderando un pene che via via si stata mostruosamente allungando. Ultima difesa da parte di Rinaldo:”Cara mi piaci come donna ma tu…” Rinaldo si accorse che il ‘marruggio’ di Angelica si stava insinuando nel suo popò peraltro piacevolmente, non avrebbe mai pensato che…’iucundum aliquid repetitur’  latino docet e così Rinaldo ‘fu preso da costui piacer si forte…’ Rosanna al risveglio non diede peso alla mancanza del marito in camera, poteva esser andato a far colazione; solo più tardi comprese la situazione per la mancanza  sia di Rinaldo che di Angelica. Quasi svenne, ritornò in camera da letto, si rifugiò nel bagno sino a mezzogiorno quando chiese aiuto a Beatrice: “Vorrei partire subito, per favore informati quando attracca un aliscafo.” Dopo due ore a stomaco vuoto si imbarcò sull’Eolo che dopo scalo a Lipari Marina Corta la ‘depositò a Milazzo. Pullman sino Messina. Il pomeriggio successivo arrivo finalmente a Cingoli, le parve di essere in un altro pianeta, gente genuina forse più rozza ma lontana mille miglia dalla precedente realtà. I rimanenti cinque rimasti all’albergo Villa Lory si ripresero presto dinanzi a quel panorama, passarono un pomeriggio a Malfa, la frazione dove era stato girato il film ‘Il postino’con Troisi, sembrava che la spirito dell’attore scomparso aleggiasse ancora fra le bianche case. Ultima avventura a Rinella, altra frazione di Salina: incontro in acqua con due svedesi femmina e maschio che facevano il bagno  nudi, con grandi risate un approccio sessuale che non ebbe il ‘sapore’ di quelli di una volta, si può essere anticonformisti quanto si vuole ma la storia di Rinaldo e di Angelica aveva lasciato in tutti un segno profondo e spiacevole.
     

  • 01 luglio alle ore 18:04
    SE TE CIARRIVO...

    Come comincia: Apparteneva alla forte razza marchigiana Giuseppe Famiglini contadino e figlio di contadini residente in campagna alla periferia di Jesi laboriosa e ordinata cittadina in quel di Ancona. Ventenne, fisico robusto nella sia pur breve vita non era stato fortunato, suo padre Dario era deceduto per un carcinoma allo stomaco. Lavorava la terra in un podere di dieci ettari quasi tutto in salita, niente trattori o macchine falciatrici per mietere il grano e il fieno. Di acqua corrente a casa sua non se ne parlava proprio, c’era un pozzo in fondo al terreno con una noria che portava l’acqua in superficie, il prezioso liquido veniva trasferito in casa con delle brocche. L’asino Abele non dimostrava  certo della contentezza quando, bendato, con qualsiasi tempo, girava per ore ed ore tondo tondo legato ad una sbarra. Una volta Abele, particolarmente incazzato aveva azzannato un braccio di Dario che si era difeso rompendo in testa all’asino una bottiglia di vino che stava tracannando. Non volendo la povera bestia gli aveva creato dei problemi quando, attaccato ad un carretto, andò per la prima volta al mercato cittadino per vendere i prodotti della terra. Il furbastro di turno a Giuseppe: “Ma almeno sai chi era Abele, forse il nome Caino era meglio…” e giù a ridere. Dario non sapeva chi fossero i due, aveva comprato l’asino un sabato al mercato, il nome gli era stato suggerito, forse prendendolo per il…bavero dal precedente padrone. Il cotale vedendo un giovane sorridente pensò che fosse un bonaccione e fece ridere tutta la compagnia ma male gliene incolse, un ‘uno, due’ ed il cotale si trovò a terra dolorante al mento, da allora ottenne il rispetto dei colleghi. L’episodio fu riportato al padrone del fondo che orgogliosamente lo raccontò in giro agli amici: “Avete saputo quello che ha fatto il mio contadino?” La casa di Giuseppe? Un vecchio casolare ubicato vicino a quello  del padrone della terra tale Adelio Massaccesi cinquantenne, ammogliato senza figli che aveva fatto restaurare il vecchio castello avito con tutte le comodità moderne. Angelina mamma di Giuseppe  era un quarantenne belloccia e ancora in forma, sbrigava le faccende in casa del padrone. Solite chiacchiere avevano ‘avvicinato’ il suo nome a quello di Adelio, secondo il popolame anche la sorella di Giuseppe, Gilda aveva molto in comune col padrone del terreno, a riprova di ciò era il fatto che la ragazza non  coltivava la terra ma addirittura era in collegio dalle monache, retta pagata da….boh Ed infine Maria Pia moglie di Adelio, donna serissima, quarantenne, sempre vestita di nero per lutti recenti. Religiosissima, si recava in chiesa spesso anche di mattina presto costringendo così il parroco, don Igino non più giovanissimo a dir messa solo per lei. Atro problema fra i due: La signora Maria Pia chiedeva spesso al parroco di confessarsi, perché tanto spesso, un solo peccato, uno solo ma grave: si era invaghita di Giuseppe ed aveva peccato molto col pensiero. Don Igino l’ultima volta l’aveva quasi rimproverata: “Signora mia, ogni volta che si confessa promette di non  ricadere nello stesso peccato ma poi…” Tradotto in termini villici. ‘Fatti scopare e non  rompere i cosiddetti ad un povero parroco soprattutto la mattina presto!’ Chi disse che  lo spirito è un riferimento dell’anima e perché si dice che è forte? Gesù aveva consigliato agli apostoli di vigilare perché la carne è debole mentre lo spirito è  sempre pronto!  Un pomeriggio di domenica Giuseppe si era messo a riposare sul letto, Adelio  a far visita a Gilda in collegio, Maria Pia sola e eccitata quanto mai raggiunse Giuseppe che ancora assonnato si trovò davanti ad una furia assatanata, sprovvista di biancheria intima…Nemmeno lui ricordò quante volte la dama aveva raggiunto il poco celestiale orgasmo, altro che confessione, per ripulirsi l’anima avrebbe dovuto recarsi in pellegrinaggio a Lourdes! Qualcosa di solido era cambiato nella vita di Giuseppe: intanto si era comprato un trattore, aveva assunto un aiutante che lo sollevava dalle fatiche la terra ma non di quelle sessuali, la signora ogni volta libera dalla presenza del marito si dava alla pazza gioia. Altra e non ultima novità: Giuseppe fece rimodernare casa sua, ormai tutti sapevano  tutto. Maria Pia smise di rompere i…al parroco che una volta tanto fu felice dei peccati di una sua pecorella. Altro avvenimento: Maria Pia ingrassò in modo evidente, niente che si riferisse al cibo,  tanto è vero che dopo otto mesi… tutto merito di Giuseppe ormai diventato il padrone del ‘vapore’. Il merito, immeritato, passò al padrone del fondo che fece un figurone con gli amici: “Vedi ancora che Adelio…”E il povero Abele? Passò a miglior vita nel senso che in Paradiso gli asini non lavorano, cosa che in terra ahimè per loro non avviene, per lui brutta fine diventò carne per mortadella! Finale del titolo: ‘te scarpo tutta l’erba ‘ntorno ar pozzo’, per la traduzione… affidatevi ad un marchiciano

  • 01 luglio alle ore 17:44
    LA BELLA IRENE

    Come comincia: Quando un nuovo inquilino, in questo caso una nuova inquilina giunge in un complesso di abitazioni è normale che si generino dei commenti diversi fra maschi e femmine già residenti, di solito queste ultime sono le più critiche ma nel  caso di Irene nessuno fece apprezzamenti. L’abitazione, un attico in via Magenta a Roma era stata occupata sino a qualche giorno prima da un’anziana signora che aveva reso l’anima a Dio (per chi ci crede). I nipoti residenti lontano dalla capitale avevano affittato la casa ad una  trentenne alta, bruna, longilinea, nessuna traccia di trucco. Era stata ‘preceduta’ da un…pianoforte a coda che aveva fatto faticare non poco gli addetti al trasporto che avevano dovuto usare una gru esterna, erano stati generosamente ricompensati. Tramite il portiere, Alfonso si  era venuto a sapere solo il nome della signora o signorina Irene, professione ignota. Qualche giorno dopo quando si avvicendarono a casa della giovane dei giovani allievi che presero a ‘strimpellare’ lo strumento venne fuori la professione, insegnante di pianoforte. Irene aveva una particolarità  particolare, indossava solamente dei lunghi vestiti neri allacciati al centro da una chiusura lampo, d’inverno di lana nelle altre stagioni di seta o stoffa,  il tutto simile alla ‘divisa’ dei sacerdoti che al posto della cerniera avevano dei bottoni, amicizie: nessuna. La cosa ‘puzzava’ alle signore della palazzina, i maschietti non  sapevano che pensare o meglio lo sapevano ma incontrando Irene al massimo ne ricavavano un sorriso, il resto ‘out’. Al principio il suono del pianoforte era piacevole per gli altri inquilini, in seguito decisamente meno ma non c’era nulla da poter rimproverare all’insegnante, il pianoforte entrava in funzione solo negli orari permessi dalle leggi di P.S. A poco a poco la curiosità scemò sino a quando la signorina, un pomeriggio si ritirò a casa a bordo di una fiammante Abarth 595 grigio argento, un ‘aggeggio’ da duecento all’ora. Amleto ventenne, il solito impiccione una mattina con la sua Audi A1 cercò di seguire Irene. Pia illusione,  la ragazza si esibiva in sorpassi pazzeschi lungo i trenta chilometri dalla via Magenta all’autodromo di Vallelunga. Amleto tornò indietro ‘scornato’. Raccontò l’avventura agli amici, ci rimediò anche una ‘presa per il sedere’, battuto da una donna che guidava una ‘scatoletta’. Le Moire chissà per qual recondito motivo avevano preso di mira gli abitanti della palazzina, in particolare quelli del quarto piano, le due famiglie alle quali apparteneva anche  Amleto erano amiche. Un giorno stavano percorrendo a bordo della Audi guidata dal giovane la via del mare per raggiungere Ostia  quando un Tir sbucò da una via laterale, l’auto andò ad infilarsi sotto la pancia del bestione, fu scoperchiata e vi rimase incastrata, i cinque occupanti deceduti su colpo. La notizia fu riportata dalla stampa locale con foto scioccanti dei resti della macchina e dei passeggeri. È noto che per le abitazioni al centro di Roma c’è molta richiesta, il primo alloggio venne occupato da due signori insegnanti al vicino liceo classico: Adriano  docente di materie letterarie, Aurelio di matematica, il secondo appartamento da una signora, Paola col figlio sedicenne Diego. Gli altri inquilini, da  generosi romani diedero un mano ai quattro per la sistemazione degli alloggi. L’incontro fra i due professori ed Irene avvenne una domenica ai piedi dell’ascensore, Adriano ed Aurelio si presentarono  con un finto baciamano, furono ricambiati  con un abbraccio. Adriano  sfoggiò la sua competenza letteraria  esibendosi in: “È l’ora che volge…non al desio ma piuttosto ad un più materiale voglia di cibo, sono le dodici e trenta, che ne dite di entrare nella vicina trattoria ‘Da Checco’? “ Invito accettato all’unanimità. Checco apparve col classico grembiule non particolarmente pulito:” ‘A’ Laura avemo novi clienti, appiccia er foco.” Intervenne Aurelio: “Siamo gli inquilini del quarto piano, ci hanno parlato bene della sua trattoria, siamo un po’ affamati…vedi un  pò che puoi fare…” “Er mejo dottò, mi mioje ai fornelli se la fa…, ce penso io al menù.” La porta della cucina si era aperta, era apparso il viso di una donna che definire brutta era un’offesa a tutte le brutte del mondo. Checco si era allontanato per andare a dare ordini in cucina e poi ritornò vicino al tavolo: “Signori ho visto la vostra faccia…c’iavete ragione ma quando so venuto ‘n stò locale ero ‘n pischello, dovevo solo lavare i piatti, la paga era poca, Laura mi veniva appresso ma io stavo alla larga poi un  giorno il padre Lelio per le insistenze de la fija me propose de sposalla, io cadei, caddi dalle nuvole ma quando Lelio mi propose di intestarmi il locale insieme alla fija…che ve devo da dì, capitolai…La prima notte de nozze la passammo in un  albergo a Napoli, la vidi nuda pé la prima vorta, andai completamente in bianco, ce vollero dù giorni per fammelo diventare duro, il più era fatto, oggi sono il signor Checco có ‘n locale conosciuto in tutta Roma, mó ve n’accorgerete che la brutta…” Checco aveva detto giusto, i tre si rimpinzarono alla grande, il vino dei Castelli aveva fatto la sua parte rendendo il trio euforico. Per giunta Checco aveva voluto fare l’anfitrione, finale in casa dei due insegnanti. “Mi domando perché un letto matrimoniale…forse?” “Non forse, si, siamo omo, insegnavamo in una scuola in provincia di Venezia, in un  paese conformista e molto religioso. Alcuni genitori andarono prima dal Vescovo e poi dal Preside dell’Istituto parlando male di noi paventando che potessimo ‘infastidire’ i marmocchi. Il segretario della scuola, nostro amico ci consigliò di cambiare aria, per fortuna avevamo un amico al Ministero che ci fece trasferire a Roma, fine della storia. Cosa ci dici di te?” “Siccome siamo in via di confidenze…sono femmina con qualcosa in più, in altre parole un trans. Durante il periodo scolastico mio padre mi ha sempre iscritto a scuole private parificate, non ho avuto problemi al conservatorio. Che ne dite di vedere il mio gioiello?” L’interessata fece seguire alle parole ai fatti e mise in mostra un ‘ciccio’ in fase di ‘aumento di volume’  che fece  molta impressione ai due. Adriano: “Pensavo che Aurelio avesse un mostro, ma il tuo…quando decideremo di metterlo in uso ci vorrà un bel po’ di vasellina!” Detto, fatto, Adriano assaggiò per primo il batacchio  in bocca poi si fece coraggio e ci fu un ‘matrimonio’  con qualche lao, insomma lamento dell’interessato. Aurelio spaventato rimandò a miglior tempo la stessa esperienza. Ormai il sabato pomeriggio era dedicato dai tre ai ludi orgiastici, Adriano prima baciò in bocca Irene e poi la penetrò delicatamente usque ad finem; la giovin donna a stecchetto da molo tempo ebbe vari orgasmi col suo pene facendo esclamare all’amante: “Qui ci tocca a fare le lavandaie, Marsilia non è scema e si accorgerà…” “Ci scommetti che un centone la renderà daltonica…” Aurelio era diventato oggetto degli strali pungenti degli altri due, lui stesso non capiva la sua ritrosia. Irene pensò lei a sbloccare la situazione, prese da parte Aurelio, lo condusse a casa sua, nuda cominciò a dimenarsi come una ballerina di danza del ventre, prese in bocca l’augello di Aurelio e si fece penetrare a lungo, per ambedue orgasmi a non finire, con l’aiuto del dio Morfeo passarono una notte rilassata, era avvenuto un  fatto nuovo, un miracolo: Aurelio si era scoperto bisessuale! Irene ormai scatenata volle mettere alla prova il batacchio del giovane virgulto, Diego, si dimostrò all’altezza della situazione ed assaggiò a lungo il disponibile popò di Irene poi nel clima erotico creatosi: “Mamma lunedì vieni a prendermi a scuola, il Preside ha una moglie laida e ignorante, te lo presenterò, è un bell’uomo, con lui ti divertirai un ‘sacco’ e soprattutto mi aiuterai a superare gli esami, mammina fa per me questo sacrificio!”
     
     

  • 01 luglio alle ore 4:18
    Perché ci odiano

    Come comincia: Un blog di Maurizio Blondet del 20 giugno ( https://www.maurizioblondet.it/delirio-bellicista-come-politica-ufficiale/ ) riportava:
    “I nostri governi vogliono ucciderci” (Ida Magli)
    Prima tagliano il gas alle aziende, poi alle utenze private, infine vi ritroverete senza gas in caso e senza approvvigionamenti alimentari… Questa non è solo una guerra dell’occidente contro la Russia: è una guerra dell’occidente contro i suoi stessi popoli.
    Ho fatto qualche ricerca su Ida Magli e ho trovato:
    FEBBRAIO 22, 2017. L’ultima intervista di Ida Magli, morta l’anno scorso, proprio in questi giorni. La ricordiamo, questa grande italiana, attraverso queste sue parole, che sono un testamento per ogni patriota:

    «Hanno fatto di tutto per uccidere gli europei», dice Ida, e quasi sussurra, accomodata sul divano della sua casa luminosa in un bell’angolo verde di Roma. «Ma nessuno può sostituirli. Una volta morti… C’è stata una volontà precisa: questa immigrazione sregolata è stata utilizzata per uccidere gli europei. Ma, dico, perché ci dobbiamo lasciare uccidere senza un tentativo di reazione? Ripristiniamo i confini! Altri mettono le reti? Facciamo anche noi una rete col filo spinato! Se non avessimo dei governanti che odiano gli italiani… Questa è la verità: non so perché, ma i nostri governanti ci odiano».

    Però a quanto sembra vogliono molto bene agli immigrati.

    Da https://voxnews.info/2017/02/22/il-testamento-di-ida-magli-i-nostri-governanti-ci-odiano-ribelliamoci/

    "Non so perché, ma i nostri governanti ci odiano", diceva Ida Magli.

    Potrei azzardare qualche risposta sul perché i nostri governanti ci odiano, se è vero che ci odiano (lo preciso per autotutela), ma preferisco spiegarlo provando a rispondere alla domanda: perché gli zii, i cugini, il fratello maggiore quasi gemello (e altri che preciserò poi) odiano la mia amica Liliana Landri, detta Lilly?
    Direi che la prima grave colpa di Liliana, detta Lilly, è quella di essere nata.
    “Scusate se esisto” era il titolo di un film trasmesso in prima serata su qualche canale Rai poche sere fa.
    Deve essere una colpa che condividiamo in tanti.
    Il fratello quasi gemello più grande di lei di 14 mesi si fermò corrucciato e con odio sulla soglia della stanza della clinica dove la mamma, la sua mamma, teneva un altro bambino in braccio. E non troppo tempo dopo, a casa, provò coscientemente a soffocare la sorellina in culla con un cuscino.
    Liliana dava fastidio anche agli zii?
    Liliana nacque quasi contemporaneamente, poco più di un mese dopo, con un’altra cuginetta. Forse che gli zii si risentirono che il padre di Liliana, primogenito, si era riservato di dare eventualmente, nel caso fosse nata femmina, il nome della mamma a sua figlia? Il secondogenito, sposatosi con largo anticipo, aveva già dato il nome del padre al proprio primogenito. Ma c’è gente che vuole tutto per sé.
    Cos’altro aveva Liliana che poteva dare fastidio agli zii?
    In età scolare era diligente e purtroppo la sua maestra, bravissima peraltro, fece qualcosa che nessun insegnante dovrebbe fare. Richiamò ad un maggiore impegno la cuginetta coetanea che era nella stessa classe, additandole ad esempio Liliana. La zia, risentita, andò a protestare con la maestra: <<Signora maestra, non dovete lodare la cugina con mia figlia Giulietta, altrimenti la bambina mi cresce complessata.>>
    Ora, sono pienamente d’accordo che un insegnante non dovrebbe mai spronare un allievo additando un altro allievo come esempio, comunque, quando la madre di Liliana anni dopo le raccontò quell’episodio, Liliana osservò: <<A quella venivano i complessi!? È a me che hanno fatto venire i complessi. Anzi, le orchestre intere!>>
    Ma anche senza quell’episodio, che non fece altro che aggravare una situazione già esistente, le cose non sarebbero state diverse: Liliana dava fastidio per il solo fatto di esistere: occupava dello spazio che faceva gola ad altri e aveva un’ombra che poteva cadere sopra qualche altra ombra che si sentiva contrariata che qualche altra ombra potesse offuscarla.
    E potrei anche fermarmi qui. Questo spiega già tutto.
    Ma andiamo avanti.
    Lilly commette un’altra serie di azioni imperdonabili, dopo quella di essere nata:
    si laurea con il massimo dei voti e la lode;
    va a lavorare in una prestigiosa multinazionale non lontano da casa.
    “Allora, questa è ‘a mmiria!” (invidia in napoletano), da “Non ti pago” di Edoardo De Filippo.
    E Lilly, in età adulta, oltre questa azioni imperdonabili commette una paio di imprudenze, che, da mia analisi, sono derivate dai ‘complessi’ che le hanno inculcato ai tempi dell’infanzia:
    contrae matrimonio;
    accontenta il padre e va a vivere nella palazzina di famiglia dove le hanno fatto vedere i sorci verdi da bambina.
    Ma allora Liliana se le chiama! Liliana aveva considerato che la famiglia degli zii che più le aveva fatto vedere i sorci verdi se ne era andata da lì. Inoltre, era entrato in quella palazzina un professore universitario, suo ex-compagno di università, e la situazione doveva essersi normalizzata.
    E, probabilmente, il tempo doveva avere smussato i ricordi spiacevoli.
     
    Nessuna normalizzazione.
    L’altro zio, rimasto nella palazzina, continua a fare la cresta sulle spese di condominio, per evitare di mettere mano al portafogli ed anche guadagnarci sopra.
    Eppure, non ne ha bisogno: è ricchissimo. Che bisogno ha di rubare quattro spiccioli a Liliana? Che bisogno hanno i politici a chiedere ai cittadini sempre più 'sacrifici' nonostante i loro lauti stipendi e privilegi?

    Lilly nota che lo zio ne ricava un piacere particolare nel sottrarle denaro.
    La felicità di un bambino che mangia la marmellata.
    In un documentario su degli scimpanzé si documentava un episodio di cannibalismo. Una delle scimpanzé più anziane, strappava gli scimpanzé neonati dalle braccia delle loro mamma e li mangiava. Poi, andava dalla madre annientata e le circondava le spalle con la zampa, come a dirle: <<Guarda che non ce l’ho con te, volevo solo il tuo piccolo.>>
    A Lilly lo zio dava l’impressione che le dicesse: <<Guarda che non ce l’ho con te. Io ti voglio bene: voglio solo i tuoi soldi.>>
    E Lilly qui si sbagliava. Lo zio non voleva solo i suoi soldi e la sua casa, ma voleva proprio lei. Voleva tutto di lei: i suoi soldi, la sua casa, la sua vita. La sua anima.
    Come sarebbe a dire la sua casa?! Fino a questo momento non abbiamo parlato di quattro spiccioli?
    La sua casa. Poche settimane dopo che Liliana abitava lì, si vide presentare alla porta zio, zia e le due cuginette. Tutti intenzionati a vedere la casa e a fare i complimenti. A fare i complimenti? No, Liliana non ebbe questa impressione. Piuttosto erano lì a far notare come l’appartamento di Liliana al pianterreno fosse migliore del loro all’ultimo piano. E questo non era giusto, dicevano i sottotitoli.
    Liliana ne parlò con la madre, la quale la informò di qualcosa che Liliana non aveva mai saputo.
    L’appartamento dove abitava lo zio era stato costruito con il lavoro gratuito del padre di Liliana, ingegnere, alla sommità della palazzina di famiglia fino a quel momento divisa in soli quattro appartamenti. Così la palazzina veniva ad essere costituita da cinque appartamenti, uno per ogni figlio del nonno di Liliana.
    L’appartamento risultò essere più grande e meglio fruibile dei due appartamenti sottostanti, uno dei quali occupato dal padre di Liliana.
    Nel mentre venivano eseguiti i lavori, la mamma di Liliana si vedeva presentare ogni momento il cognato Furio ad esaminare l’appartamento del fratello ingegnere. Non poteva capacitarsi che il fratello gli stesse facendo un appartamento più grande e più bello del proprio e veniva a scrutare dove fosse l’imbroglio, in cosa l’appartamento del fratello fosse migliore. A tal punto che la mamma di Liliana gli disse: <<Neh, Furio. Se proprio pensi che questo appartamento sia migliore del tuo, facciamo a cambio: io mi trasferisco sopra e tu vieni qua>>. Non si presentò più.
    E qui ci vorrebbe l’analisi di uno psichiatra: il signor Furio rubava e, invece, si sentiva sempre rubato. No, non ci vuole uno psichiatra: tutti credono che gli altri siano come loro. Un ladro pensa che gli altri siano tutti ladri.

    Il signor Furio aveva ricevuto tutto quello che aveva gratuitamente e voleva anche quello che apparteneva a chi doveva tutto?
    Alessandro Siani quando conduceva Striscia la Notizia insieme a Michelle Hunziker e, indignato perché i parlamentari stavano votando una legge che toglieva l’indennità di validità ai disabili che guadagnassero, col proprio lavoro, più di € 5000 l’anno, fece loro un predicozzo: <<Vi abbiano creato, vi abbiamo nutrito, vi abbiamo curato, ora, volete fare qualcosa voi per noi?!>> No, caro Alessandro, chi è ricco o, peggio ancora, è diventato ricco, vuole tutto per sé.  
     
    E come lo zio di Liliana intende appropriarsi di tutto ciò che è di Liliana?
    I nuovi arrivati nella palazzina, estranei alla famiglia, si lasciano irretire dalle sue lusinghe. I personaggi erano già predisposti, in verità.
     
    E torniamo alle riflessioni di Ida Magli:
    <<C’è stata una volontà precisa: questa immigrazione sregolata è stata utilizzata per uccidere gli europei. […] Questa è la verità: non so perché, ma i nostri governanti ci odiano.>>
    Non so perché, ma lo zio di Liliana e il cugino di Liliana (la famiglia che aveva fatto vedere i sorci verdi a Liliana da bambina era tornata), ma anche il fratello di Liliana che si schiera con il cugino, odiano Liliana, sangue del loro sangue, e preferiscono degli estranei.
    Tutto quello che voleva fare Liliana era fermare la deriva della famiglia e mantenere almeno la maggioranza della palazzina in mano alla famiglia, ricostruire i rapporti.
    Invece, il resto della famiglia la odia così tanto da preferire degli estranei a lei. Invece di ringraziarla per avere ripristinato decoro alla palazzina che stava andando in rovina, favoriscono degli estranei dai quali si fanno aiutare per mandarla via, per ucciderla quasi, se ci riuscissero.
    Perché? Per invidia, abbiamo detto. Invidia per una luce, per un Bene interiore che sentono, che credono di non potere mai avere e vogliono offuscare quella luce anche in chi ce l’ha.
    E perché su degli estranei possono esercitare meglio il loro potere.

    Perché i politici preferiscono degli estranei venuti da fuori? Perché pensano che non hanno nulla da temere da loro o possano meglio sfruttarli? 

  • 30 giugno alle ore 15:53

    Come comincia:

  • 30 giugno alle ore 15:53
    MORBIDA, PROFUMATA, DISPONIBILE

    Come comincia: Morbida, profumata, disponibile a chi si possono riferire questi tre aggettivi? Ad una persona, ad un animale, ad una cosa? Non ci siete arrivati, lo capirete nel corso del racconto. Tancredi con Eleonora, Ivan e Giada erano maritati da circa dieci anni, amici sin dall’infanzia erano giunti ad un punto critico della loro unione, la noia regnava sovrana nei loro rapportI. Dopo le ore di insegnamento  nell’istituto  ‘Cavour’ di Roma restavano in casa a correggere i compiti, a vedere la televisione, a leggere qualche giornale oppure uscivano per andare al bar a sorbire  una bevanda giusto il tempo per  far arrivare l’ora di cena. Prima di coricarsi solita TV e caricamento della sveglia alle sette per intraprendere una nuova monotona giornata a scuola. La scontentezza regnava sovrana, si vedeva dalle loro facce, senza figli per scelta avevano bisogno di una scossa altrimenti il loro matrimonio sarebbe finito come quello di altre coppie: separazione con divorzio, facile a dirsi molto meno a metterlo in atto sia per motivi burocratici che di money. Oltre al possesso dell’abitazione avevano come entrata solo lo stipendio che col loro tenore di vita bastava per arrivare a fine mese, in altre parole il divorzio avrebbe complicato  la loro vita. Una domenica Tancredi: “Cara che ne dici di invitare Ivan e Giada a pranzo, lei è molto brava in cucina e ti darebbe una mano…” “E voi due maschietti a grattarvi i cosiddetti in attesa che le dame si presentino al desco con piatti fumanti, niente da fare, tutti al ristorante ‘Da Fernanda’.  La trattoria era a situata a metà strada tra le due villette degli amici situate in viale Trastevere. I quattro erano vecchi clienti della padrona del locale appunto Fernanda che: ‘Ve possino cecà, sò armeno du mesi che nun ve fate vivi, sete puro più magri, che cazzo mangiate a casa, Arfonzo razioni doppie pé quattro morti de fame!” I quattro avevano ripreso il buonumore, Fernanda decisamente grassa sprizzava allegria da tutti i pori e riuscì a far cambiare lo stato d’animo degli insegnanti che gustarono alla grande le ‘doppie razioni’. Dopo aver ringraziato l’ostessa ripresero la via del ritorno un po’ mogi. Giada l’umorista dei quattro: “Ragazzi sapete che vuol dire ‘wife swapping,’ l’ho letto su un giornaletto scandalistico trovato dal mio parrucchiere, sono delle coppie che si scambino i partners per ravvivare il matrimonio, io una mezza idea ce l’avrei.” Dapprima silenzio poi Eleonora: “E tu te lo terresti stò pampagione di mio marito?” Ivan: “Direi di provare  e poi daremo un giudizio finale, fra poco ci saranno le vacanze estive… allora approvato all’unanimità!” I maschietti more solito si disinteressarono dei particolari pratici, Eleonora e Giada si diedero da fare, se anche i due mariti avessero tentato di aiutarle avrebbero combinato più casini che altro. Scambio delle cose personali da una casa all’altra e poi Giada rivolta a Eleonora: “Non me lo strapazzare  anche se ti debbo  anticipare di non pretendere troppo…” Tancredi punto sull’orgoglio celiando: “Sarò un furia!” “Ma vedi d’annattene  furia cavallo del West.” Dopo lo changing le coppie, scambiate le abitazioni, dopo  un po’ di imbarazzo  Giada: ”Tancredi mò che ci penso non ci siamo mai visti senza vestiti…” “Dì pure nudi, ti vergogni?” “Quando mai, guarda stò pezzo di gnocca” Giada era effettivamente una statua greca, Tancredi: “Mai visto una foresta nera come la tua, ti arriva quasi all’ombelico!” “Vediamo il tuo ‘marruggio…” nessun commento, un po’ di delusione… meglio cambiare discorso: “ Chissà cosa faranno  Ivan ed Eleonora.” Questi  erano alle prese con gli stessi problemi: “Me lo fai toccare, mi sembra più grosso di quello di mio marito…effettivamente…quasi non mi entra in bocca!” “Che ne dici di trasferirci sul terrazzino, dentro casa fa caldo, nessuno ci vedrà.” Sul balcone c’erano i materassini che usavano al mare, si avvicinava la sera, una leggera brezza migliorava il clima diventato piacevole, una lampada azzurra rendeva il posto romantico, Ivan chiese ad Eleonora di allargare le deliziose cosce, l’interessata eccitata non se lo fece ripetere due volte,  il novello marito scoprì un ‘fiorellino’ voglioso, prese in bocca il clitoride,  un orgasmo violento, prolungato che fece tremare di piacere Eleonora che: “Mi hai fatto provare qualcosa di nuovo, ci vuoi riprovare?” Ivan più in forma che mai fece un’entrata trionfale nella passera usque ad finem toccando il collo dell’utero, Eleonora strinse a sé il corpo di Ivan, un violento orgasmo dovuto allo schizzo dell’uccellone di Ivan…ripresasi la signora: “Mi domando sino ad ora …” “Non ti fare troppe domande, approfitta del momento, tu sei professoressa di lettere e conosci la forma latina.” Questo avveniva in casa di Ivan con Eleonora ma sul fronte opposto? Giada già alla vista di Tancredi nudo rimase perplessa, rispetto ai ‘gioielli’ del marito Tancredi faceva la figura del poco dotato tuttavia si fece ‘coraggio’ e, massaggiando a lungo il pisello o meglio il pisellino del partner occasionale riuscì in qualche modo a farlo innalzare e infilarselo nella passera, abituata a ben altro calibro ebbe come sensazione quasi di solletico ma non fece commenti, sapeva che ogni uomo toccato sul sesso diventava molto suscettibile. Giada era una donna orgogliosa, ormai era in gioco e voleva dimostrare di poter migliorare le prestazioni sessuali di Tancredi. Nei giorni a venire ce la mise tutta, intanto insegnò all’amante cosa fosse il clitoride, organo indispensabile all’orgasmo femminile, Tancredi in fatto di sessualità era proprio a terra ma, giorno dopo giorno diventava sempre più ‘istruito’ in fatto di sesso, sembrava che anche il ‘batacchio’ fosse diventato più grosso e performante, Giada mise a disposizione dell’amante le tette sensibili ai baci del partner. Arrivarono al feticismo dei piedi anche al trampling consistente nel farsi calpestare e, traguardo finale il popò di Giada che apprezzò il meno ‘calibrato’ augello di Tancredi che tuttavia la portò ad un orgasmo senza dolore come succedeva con Ivan, insomma un amante perfetto molto diverso da quando lo aveva preso in consegna. Eleonora sempre più coinvolta dal sesso sfrenato  pensava a Giada che credeva doveva aver provato la pochezza di Tancredi, dentro di sé immaginava lo sfottò del primo incontro a quattro non pensando che fra Giada a Tancredi era sorto qualcosa di più importante, l’amore, quello con la a maiuscola. La riunione avvenne a casa di Giada che meravigliò tutti presentandosi con camicetta trasparente e soprattutto con minigonna che, allorquando l’interessata si abbassava lasciava largamente vedere la succitata foresta nera, la padrona di casa aveva ‘dimenticato’ di indossare gli slip. Quello più coinvolto fu il marito ufficiale, Ivan non si immaginava nemmeno lontanamente che sua moglie…le andò vicino e cercò di baciarla in bocca ma: “Caro non vorrai far ingelosire Tancredi, fra l’altro è più grosso di te! Come è andata fra di voi?” “Alla grande, Eleonora farebbe arrapare un impotente, figurati  me, apprezza molto il mio cazzo che avrai capito è ben più grosso e soprattutto più performante di quello di Tancredi.” “Risposta dell’interessato: ”Sei male informato, Giada ha fatto miracoli, non è solo questione di proporzioni anzi, col popò ha goduto alla grandissima, il tuo coso grosso fa solo male il mio…” L’atmosfera si stava facendo pesante, Ivan prese per mano Elena e cercò di portarla con sé ma:”Non hai capito che fra noi è finita, l’hai dimostrato anche ora, con la violenza non otterrai mai nulla, Tancredi ha dimostrato di essere prima di tutto un gentiluomo  molto affettuoso, indovina come ha classificato la mia passerina: ‘morbida, profumata, disponibile’, tu in passato l’hai solo usata senza pensare ai sentimenti facendo il maschio che non deve chiedere, a me non chiederai più nulla, si ti vuole resta con Giada ma penso che pure lei…by by grand’uomo.” Ivan all’inizio frastornato  ma in seguito ebbe fortuna, aiutato dal suo dio protettore conobbe a scuola una giovane insegnante  belloccia, alle prime armi, senza esperienza che fu abbacinata dal suo fascino, la baby abitava on la madre vedova che accolse in famiglia il navigato professore, forse  anche lei ci aveva fatto un pensierino…

  • 30 giugno alle ore 12:54
    Orchidea

    Come comincia: L'altra sera la luna era piena. Il giardino pareva era un luogo incantato in cui tutti i fiori sembravano bianchi. I gigli, le margherite, le rose bianche - si potevano vedere questi fiori chiaramente come in pieno giorno.
    Eravamo sedute sul muretto in fondo al giardino, guardavamo l'enorme luna che si muoveva lentamente. Il mare tremava lungo il percorso della luna. Le stelle ammiccavano e tremavano. Le montagne erano nebbiose contorni blu, con piccoli grappoli di luci splendenti attraverso piccoli gruppi di case. Attraverso le porte di vetro della sala da pranzo sul tavolo a lume di candela ,brillanti nasturzi e calendule brillavano come una grotta magica colorata, la grande calma, il fresco esterno era piacevole quando mia madre è entrata, non aveva il solito sorriso era dispiaciuta perché l'orchidea che le avevo regalato per la festa della mamma era morta. Le ho detto non dovevi annaffiarla troppo non sai che il troppo fa morire l'amore; poi per rincuorarla: "sono io la tua orchidea mamma"!
    Ha sorriso.
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  • 30 giugno alle ore 10:12
    COS'É MAI L'AMORE?

    Come comincia: Alberto era stato invitato ad un festa  da un collega delle Poste cinquantenne che festeggiava il divorzio, istituzione che oggi si solennizza forse più dei matrimoni per motivi vari, nel caso di Alibrando per un motivo molto semplice, i quattrini. La sua ex si era innamorata di un giovane dotato sia fisicamente ma soprattutto sessualmente e  aveva lasciato il marito con un grosso sacrificio finanziario da parte sua, innanzi tutto la villa dove attualmente si svolgeva la festa, era sulla via Appia a Roma, il salone faceva parte di un complesso di stanze arredate da mobili antichi di pregio intervallate da servizi di ultimo grido. Alibrando anche lui cinquantenne durante il ricevimento passava da una signora o signorina all’altra, sembrava impazzito, finalmente poteva disporre di un bel patrimonio e soprattutto della libertà di poterlo gestire. Per il ricevimento  era stata ingaggiata una piccola orchestra che, a richiesta degli interessati suonava sia musiche degli anni passati  che rock ultramoderni. Alberto era seduto in fondo alla sala, col ballo era ‘litigato’, in quel campo aveva delle assomiglianze con un orso. Avrebbe voluto abbracciare qualche pulsella ma l’unico motivo era il ballo e allora…Fu lui ad essere ‘agganciato’ da una dama:”Un signore così distinto che fa da tappezzeria, ha qualche problema fisico?” “Spiacente madame, il mio solo problema è che di solito le dame che sono con me per un ballo si lamentano per i piedi dolenti da me pestati.” “Vediamo cosa sa fare, andiamo in mezzo alla pista dove ci si nota di meno, se non riesce a muoversi staremo solo abbracciati sempre che io sia di suo gradimento!” “Se fossi volgare le direi…” “Lei non sarà volgare con Isabella che sono io, restiamo abbracciati mentre le pongo delle domande: cosa la colpisce di più in un donna?” “Troppo facile: gli occhi, un vecchio detto  afferma che sono lo specchio del’anima, sono perfettamente d’accordo, difficilmente mentiscono.” “Altra domanda come preferisce che sia una donna di suo gusto?” “Alta, longilinea, capelli castani, naso assolutamente piccolo ed all’insù e…basta così.” “Non sia reticente, io sono una ribelle alle convenzioni, altre caratteristiche della dama di suo gradimento?” “Che non sia gelosa, non so chi glielo disse ma io concordo con chi affermò di amare  tutte le donne.” “A questo punto mi domando dove sta il suo gineceo di cui sicuramente non farei parte!” “Non si sottovaluti, nel mio gineceo includerei volentieri anche lei, deve ’essere piacevole avere sotto di me  la sua, come chiamarla ‘ciccioneria’ morbida e profumata!” Isabella non riuscì a rispondere perché si accorse che erano rimasti soli, abbracciati in mezzo alla sala gratificati da un fragoroso applauso. Alberto si inchinò non altrettanto Isabella forse non aveva apprezzato l’ultimo apprezzamento del suo…ballerino, lo dimostrò andando via dalla sala in gran fretta, Alberto a se stesso: “Da un addio al tuo fascino, non funziona più.” Aveva ripreso sia il lavoro che la sua vita da viveur, fanciulle giovani ed anche qualche milf che lo ringraziava delle prestazioni lasciando sul letto qualche Euro anche di pezzatura grande. Alberto ne approfittò per acquistare, a rate, una DS 3 Crossback, voleva fare la sua figura. La villa di Alibrando era divisa da quella del suo vicino da un muro con un cancello aprendo il quale apparve una signora con cagnolino Volpino abbaiante, sembrava proprio arrabbiato. I due si avvicinarono ad Alberto e la dama: “Stia attento che Anita la può mordere ed anche stracciarle i pantaloni.” “Non assomiglia molto alla moglie di Garibaldi… non vorrei essere preda delle sue fauci, mi allontanerò.” Anita lo seguì ma invece di azzannarlo gli girò intorno leccandogli i pantaloni. Alberto la prese in braccio con gran stupore della padrona, era quell’Isabella che Alberto non aveva riconosciuto perché vestita un maniera molto casual: minigonna a fiori e camicetta senza reggiseno. “Ma guarda stà puttanella non ho capito cosa le abbia preso, di solito…” “Di solito non incontra uomini fascinosi, penso che la porterò a casa mia, vediamo: Anita vieni con  me?” La cana forse comprese le parole di Alberto e cominciò a seguirlo non appena il signore si avviò per raggiungere la sua auto, addirittura si accomodò dentro dopo che Alberto aveva aperto la portiera posteriore. Grandi risate dei presenti, Alibrando: “Isabella siediti nel sedile anteriore così sarete in due ad apprezzare…” Isabella non fu dello stesso parere, andò in macchina, recuperò Anita e con passo militaresco si diresse verso la sua villa, fine della sceneggiata ma ci fu un seguito. Un giorno Alberto era di servizio allo sportello dell’ufficio postale in cui recentemente era stato trasferito, di colpo si trovò dinanzi Isabella con in braccio Anita che sicuramente lo aveva riconosciuto, scodinzolava alla grande. “Cara non dare confidenza a chi ha una macchina che sembra un siluro!” Anita  scappò dalle braccia di Isabella e prese a graffiare la porta che portava all’interno dell’ufficio. La canèa arrivò all’orecchio del direttore  che, con un punto interrogativo stampato in viso si presentò allo sportello. “Signor direttore niente di importante, una mia ammiratrice vuole salutarmi, parlo della cana naturalmente e non della padrona!” Isabella ancora una volta era uscita sconfitta, si allontanò dall’ufficio col solito passo marziale ma dentro di sé…Passó del tempo, un pomeriggio Alberto  era mezzo addormentato dinanzi al televisore quando giunse una telefonata. Un pronto strascicato contrapposto da un a voce squillante: “Mi accorgo ch stai peggiorando, anche la voce non è più quella di una volta!” Era Isabella con cui non aveva rapporti da tempo. “Insomma vuoi aprire gli occhietti belli? C’è una novità non piacevole da parte di Alibrando.” “Ho capito ha messo incinta una pulzella ed ora ha bisogno di aiuto.” “Indovinato, stasera a casa mia, una cena per ridargli un po’ di ossigeno, la cotale si chiama Elisa.” “Nome da cameriera, va bene alle venti?” “D’accodo a più tardi.”  Alberto si presentò a casa di Isabella col  CD  ‘per Elisa’ di Beethoven ed una confezione grossissima di cioccolatini, al suo arrivo un abbraccio casto da parte della padrona di casa. “Guarda che l’amore tuo non li gradisce, preferisce i biscotti.” Alberto a parte che non sapeva chi fosse delle due il suo amore non raccolse la provocazione, era rilassato e voleva rimanere in questo stato d’animo. Dopo circa una  mezz’ora si presentò Alibrando con vicino una ragazza bruna, non molto alta, niente affatto sorridente, forse non aveva gradito l’invito. Alberto provò col solito finto baciamano che non fu molto apprezzato, bell’inizio! Anita riposava nella sua calda cuccia, Isabella mise sull’apparecchio il CD di Elisa, la ragazza parve svegliarsi e: “Mi hanno detto di questa canzone, è di Chopin, molto bella.” A parte il cambio di autore Alberto fu contento di aver in qualche modo smosso la giovane che forse presa dall’entusiasmo procedette col una frase latina che nel contesto non c‘entrava gran che, forse voleva fare sfoggio…”Velle et nolle eadem ista est amicizia”, io e Alibrando talvolta litighiamo, lui non è al passo con le idee della gioventù, è puritano. Io amo le minigonne come pure Isabella, al mare la parte superiore del costume mi da fastidio e non la metto,  lui si ingelosisce dei maschi che mi guardano, non abbiamo le stesse idee in fatto di libertà!” Alberto pensò di venire in aiuto dell’amico: “Forse non ti rendi conto delle grosse tette che hai e quando cammini balzellano molto, Isabella se lo potrebbe permettere data la misura mini delle tette!” Alberto aveva tappato una falla ma ne aveva aperta un’altra…”Sei un volgare, ora sono di moda…ma tu abituato alle baldracche non puoi capire!” Alberto chiese aiuto ad…Anita. “A n i t a, A n i t a! La cana, svegliata forse da un sogno piacevole mal volentieri aprì’ gli occhi e si diresse verso i tre ma giunta nei pressi si accovacciò muso a terra e riprese a dormire. “Nemmeno lei ti dà più retta, sei al capolinea!” Solo Elisa apprezzò la battuta e prese a ridire, Alberto istintivo per natura prese alla vita Isabella e la baciò in bocca. L’interessata all’inizio non seppe che atteggiamento assumere, forse le era piaciuto m non volle dargli sazio: “Potrei denunziarti per violenza sessuale, come ti sei permesso?”Alberto stavolta prese in braccio Isabella e, dopo averla di nuovo baciata in bocca: “Ed io ti denunzio per adescamento, non ti rendi conto che faresti eccitare anche un eremita in penitenza nel deserto?” Elisa e Alibrando mi smascellavano nel ridire, Anita era perplessa, guardava con aria interrogativa i due…la padrona di casa per togliere tutti dall’imbarazzo: “Ho cucinato  quattro  aragoste che, come sapete sono afrodisiache oltre a  un brodetto di pesce misto con ricetta suggeritami da uno chef amico mio il tutto ‘innaffiato’ dal Verdicchio dei Castelli di Jesi il miglior vino bianco d’Italia, esclusa la bevanda tutto è anche di gradimento dell’amore mio…non guardarmi con quella faccia non sei tu, figurati per due baci… I cinque, Anita compresa fecero  onore alla grande immergendo nel brodetto delle fette di pane abbrustolito, una delizia gastronomica. “Che ne dici di un matrimonio, non penso che nessuno sino ad oggi ti abbia fatto questa proposta.” Affermazione provocatoria di Alberto nei riguardi di Isabella che, imbarazzata: “Ho rifiutato io, mi piacciono i fiorellini!” Alibrando, “Ragazzi così non si va avanti, che ne dite di fare un salto al mare, conosco una caletta poco conosciuta  potremmo usare il ‘siluro’ di Alberto, parlo della macchina…Proviamo a lasciare a terra Anita…” “No, quella è capace di grattarmi tutta la carrozzeria, Anita dietro con voi due così sarete tre femminucce. Alberto voleva arrivare a San Felice Circeo ma era troppo lontano, posteggiarono nella pineta di Ostia. Sorpresa: fermata la macchina in un boschetto scesero Alberto ed Alibrando in slip, le due signore, motivo: si stavano spogliando di tutti i vestiti rimanendo nude, rischiarata le loro figure dal chiaro di luna sembravano due state greche che fecero andare su di giri i due maschietti. Isabella ed Anita si misero a correre inseguite da Alberto e da Alibrando e da una Anita forse perplessa, molto probabilmente non le aveva mai viste nude ma più perplessi i due uomini preoccupati di incontrare qualcuno. Le dame furono ‘placcate’ e solo così finì la loro scorribanda ma ormai l’atmosfera si era surriscaldata, tutti e quattro ritorno  in macchina, quel furbacchione di Alberto con Isabella nel sedile posteriore prese in bocca per la prima volta le tette deliziose di Isabella fino a portarla all’orgasmo per poi scendere più in basso ed intrufolarsi nel voglioso  fiorellino. Alibrando ed Elisa non ebbero bisogno di esibirsi, ormai erano dei veterani del sesso. Alberto ed Isabella ancora abbracciati si trovarono in mezzo a loro Anita, forse voleva partecipare anche lei…ma i due stavano assaporando il post ludio tanto desiderato e finalmente raggiunto alla grande. “Alibrando guida…”Ne te preocupes yo me enecargaré de eso” Ali aveva sfoggiato lo spagnolo imparato a Barcellona anni addietro. Isabella cercava di nascondere qualche lacrimuccia: “Ti ho odiato, cosa aspettavi, dì la verità lo facevi apposta, lo sapevi che ero innamorata pazza di te, ora che ci penso, maledetto, non ci sei stato attento ci mancherebbe pure che…” Alibrando: “Cara Elisa penso che quei due ci imiteranno ‘sfornando’anche loro un bel pupo!”