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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 27 gennaio alle ore 11:52
    L'ora della merenda

    Come comincia: Sbuccio una mela raccolta nel giardino dell'illusione, il suo sapore è un misto tra inezia e disperazione. Dicono levi il medico di torno, ma si dicono tante cose, ricordo si diceva tua la Prinz senza ritorno. Il cielo pare una trappola per topi, nuvole di lattice, se c'è la goccia è Gin, senza lemon, due cubetti di ghiaccio per sentirsi meno soli dentro all'addiaccio, polverine magiche avvallano fantasie lisergiche, sogni nel cassonetto, parola differenziata, paga tu che offro io, il potere logora gli esseri più scrupolosi, perfino Dio. Volta pagina, bianco Natale, farmacia chiusa per turno, mensa che profuma d'ospedale, vietato fumare all'interno di una cassa da morto, a maggior ragione trovandoti, da solo, potresti pure avere torto, ma anche ragione nel caso tu non sia avvezzo a praticare la libagione. Prima che la morte mi porti via vorrei fare una confessione geroglifica, terminandola con l'augurio a tutti di una vita più prolifica, meno incerta, roba da applausi a scena aperta; ho visto uomini umiliati e sconfitti aspettare, in silenzio, donne intente a lottare per la parità dei propri diritti, ho visto smemorati rievocare giorni mai vissuti senza accorgersi  minimamente di chi gli esplodeva accanto, adoperando la stessa dinamica con la quale il contadino si libera dei rifiuti, giustificandosi poi con l'enfasi del momento. Ho visto banconote muoversi come foglie e terminare ammassate, una sopra l'altra, che neppure il proprietario stesso era a conoscenza di averle mai possedute, ho visto pulcini asciutti con la bronchite, galline adolescenti fare buon brodo a cattiva sorte, ho visto volpi vendere il proprio corpo e orsi ricomprarsi la pelle, con il ricavato delle foche, dopo giorni e giorni di lavoro senza mai veder le stelle, ho visto rubare in casa del ladro prima che se ne andassero tutti quanti fuori a cena, ho visto scarpe mai indossate volare giù da un'altalena, ho visto spicchi di mela, come quello che mi è rimasto ora in mano, sostituire lune senza cruna ad interrompere il filo dei ricordi, ho visto un matrimonio tra due cani e prima di impartire loro la benedizione nessuno che sentì il bisogno di purificarsi le mani. Alla cerimonia ero il padre della sposa, giardiniere di quel piccolo lembo di terra dove ora la sua anima riposa, rosso di sera un desiderio non si avvera, a meno che non sia tu a dire te l'avevo detto. Allora sì che otterrai onore, ragione e rispetto.

  • 26 gennaio alle ore 7:06
    Russia 1989

    Come comincia: Non si può, durante un viaggio in Russia, non imbattersi in una riflessione sul sacro. L’oro delle cupole si accende di bagliori sullo scenario azzurro del cielo e sembra accompagnarti in ogni panorama. E’ un oro quasi dimenticato, proibito. Un oro sotterrato da un’ideologia che si adopera in quest’impresa illusoria e impossibile. Falce e martello al posto della croce, semplice.
    Ho visto a Murmansk, sperduta base polare dei sommergibili atomici, nella penisola di Kola, il loro polo nord, costruire una nuova chiesa ortodossa, con le antiche tecniche dei maestri d’ascia. Uomini e donne in una fredda mattina, tra un aroma di vodka e di resina, risate sguaiate di ragazze dalle mammelle enormi. Il secco suono delle asce, tra lo schizzare di una miriade di schegge. Non c’erano chiodi, ma solo abilissimi incastri. Una nebbia di gelo su tutto, anche sui pensieri. Una fretta nel gesto, di chi crea qualcosa di proibito, che presto verrà distrutto. Ciò che mi affascina è l’affiorare del sacro, laddove l’uomo cerca, per motivi politici, di cancellarlo. E’ una forza primordiale come quella dei teneri germogli, che a primavera forano l’asfalto, per venire alla luce. Non basta laicizzare un rito matrimoniale, per sotterrare l’elemento sacrale, che lo accompagna. Ho assistito a un matrimonio politico, presso la Casa dei Matrimoni, a Leningrado, e posso dire di averlo trovato ugualmente ricco di attese, tensioni, di un nostro matrimonio religioso. E’ pur vero che ci siano abili sostituzioni di ambienti e di personaggi: il mondo ecclesiale con quello statale comunista. Gli sposi sono tutti giovanissimi, non più dei diciotto anni. Impacciati, come la loro età comporta. Sono introdotti in una coreografia da operetta. Un breve sogno di fasto ed eleganza occidentale, che non appartiene a loro. I colori del folclore sono sostituiti da candidi vestiti di tulle delle spose, copiati da qualche rivista americana. Un’orchestrina di balalaiche è la presenza del passato. Serissimi e attenti suonatori, in costume, emettono note, che riconosco. Dopo Mendelssohn, un’improvvisa aria di Cole Porter, mi stupisce. Osservo il volto dei ragazzi: sognano su quelle note, evadono, viaggiano nel proibito. La coppia è al centro di un salone fastoso. L’oro si spreca e si riflette nei cristalli dei lampadari degli zar. I parenti, rilegati in un angolo, seduti su sedie comuni, hanno un fiore in mano e ostentano una mite eleganza contadina. Le donne, fazzoletti colorati, alla contadina, sul capo. Da dietro una vasta scrivania, in stile Luigi XVI, avanza incontro alla coppia, una stupenda creatura dal vestito di raso amaranto, lungo sino ai piedi. Mi chiedo quale grado abbia nella scala del partito. Capelli d’oro, raccolti sulla nuca. Lo sguardo, dolce e penetrante, accompagna la tonalità carezzevole della voce. Pause studiate, brevi frasi musicali che si perdono nella grande sala. La guardano con stupore, quasi un’apparizione. Il sì degli sposi, riconoscibile in ogni lingua, chiude la breve cerimonia. Medaglie del partito sono appuntate sui vestiti. Il sorriso è sparito, i volti sono seri. Gli sposi hanno una rigidità militare. Nell’angolo, genitori e parenti armeggiano con i fazzoletti incontro lacrime di sempre. Baci, abbracci, qualche sorriso. Il tutto molto contenuto. Lo sguardo, ora spento e severo, della donna d’oro, limita e mette soggezione. La prossima coppia la s’intravede, già pronta sulla soglia della sala.

     

  • 24 gennaio alle ore 22:11
    Adagio

    Come comincia: Non era per il vento gelido che ho richiuso la giacca.
    Non le  notti, ma i miei giorni hanno te addosso.
    Mi hai guardato la gola che è del mio corpo il tallone d'Achille. 
    Non per l'inutile fiume di parole che prima t'ha investito, ma per tutto quello che in fondo a cavernosi abissi non dico.

    Conosco a memoria le tue spalle, la schiena, l'aspirazione diabolica ad essere Dio.

    Non le notti, ma i miei giorni hanno addosso te. 
    Scriverò di impossibilità cosicché tu possa trovarmi, onironauta.
    Fatta di alta magia, come il vento che striscia sulle ringhiere. 

    Non di te, ma di sogni parlo.
    Che incedono sicuri come fiere. 
     

  • 23 gennaio alle ore 0:40
    Sirena

    Come comincia: Silenzio.
    Caldo infernale.
    Lo stridìo di un gabbiano isterico da qualche parte là fuori, in alto.
    La luce mi ferisce gli occhi...direi che ho dormito pochissimo e male. 
    Ma non mi sembra il mio letto e neppure una casa che conosco.
    Inizio a guardarmi intorno, mi giro e pian piano ricordo come sono finito a dormire qui.
    Lei dorme ancora, avvinghiata al cuscino come fossi io.
    Il cane pure.
    Finalmente...quella bestia non mi ha dato pace per tutta la notte, ora ricordo...
    l'ha passata a saltare di continuo su e giù dal letto e cercare di leccarmi la faccia mentre cercavo di addormentarmi, 'sto incubo a quattro zampe.
    Cerco di riordinare le idee: ieri ho ricevuto una chiamata da lei, sconvolta come non l'avevo mai sentita, allora ho mollato qualsiasi cosa stessi facendo, mi sono vestito in fretta e sono corso a vedere cosa stesse succedendo.
    In tanti anni di conoscenza non ero mai salito a casa sua.
    Era in piena crisi esistenziale, non riusciva neppure a riordinare i pensieri fra un singhiozzo e l'altro.
    Ho cercato di calmarla un pò.
    "Resti qui e ci guardiamo un film così provo a distrarmi?".
    Trovato un film che potesse tirarla su ci siamo stesi sul letto.
    Non riusciva a seguire più di qualche secondo, aveva una tale angoscia che si lasciava prendere dai suoi pensieri mentre mi stringeva la mano.
    Non c'era un modo immediato di farla rilassare.
    Conoscersi da tantissimo tempo e non aver mai avuto alcun tipo di contatto fisico  all'improvviso è diventato molto strano, perché era da un momento all'altro l'unico modo per entrare in comunicazione come le parole non riuscivano più a fare.
    Me la sono ritrovata abbracciata come una bambina spaventata, il contrario di tutto quello che era stata per me fino a solo poche ore prima.
    Molto di quello che credevo di sapere di lei fino a quel momento non valeva più, era come trovarmi davanti una persona diversa.
    Mai avrei pensato a qualcosa di simile, e mi sono trovato spiazzato.
    Le ore passavano mentre ci tenevamo stretti in silenzio e passavo il tempo a carezzarla.
    Sembrava solo un pò meno angosciata.
    Quando parlava seguiva un filo sconnesso di pensieri che spesso non c'era modo di cogliere per intero... non era un vero dialogo, spesso era un soliloquio a voce alta a cui assistevi senza poter fare o dire molto.
    Del resto non c'era molto da dire per farsi ascoltare.
    Così dopo qualche ora sono sceso a prenderle del cibo fresco, tanto per mettere sotto i denti qualcosa... avevo bisogno di staccare un attimo la testa da quella situazione improvvisa e farne il punto.
    Quando sono tornato le cose non andavano molto meglio, si trascinava attanagliata dall'angoscia fra il letto e la cucina senza sapere veramente cosa fare.
    Così ci siamo mangiati un boccone.
    "Non lasciarmi sola stanotte": cambio di programma.
    Ormai ero li' e mi preoccupava l'eventualità che potesse combinare qualcosa di stupido, così com'ero su due piedi sono rimasto.
    Era una giornata di primavera avanzata ma la temperatura era già estiva.
    Ci siamo presi la mano e ci siamo stesi al buio, mentre l' afa saliva dall'asfalto e l'aria si faceva immobile e attaccaticcia.
    Abbiamo dormito un pò, poi ci siamo accorti di essere svegli entrambi.
    "Come ti senti?"
    "Non smette...non smette...se provassi a massaggiarmi un pò, forse...".
    Mi misi a massaggiarla.
    Tutto mi sembrava nuovo e strano... la situazione in cui mi ero trovato... quella casa e quel letto... lei che non era la persona sicura grintosa e determinata che avevo sempre conosciuto... e adesso che la sfioravo mi sembrava la stessa ragazzina che avevo conosciuto tanti anni prima.
    Era minuta ma molto bella, femminile come non l' avevo mai veramente considerata.
    Le volevo bene, ero in pena per lei, vederla così atterrita mi faceva male, mi aveva preso in contropiede trovarla improvvisamente così smarrita.
    Volevo davvero proteggerla... e non sapevo come.
    E così nel dormiveglia ho iniziato a carezzarla e l'ho massaggiata a lungo, ci ho messo tutto l'impegno che potevo... abbiamo continuato per ore, pian piano si è lasciata andare, e mi sono lasciato trasportare anch'io, siamo finiti abbracciati stretti:
    "Non avrò mai più un uomo".
    Ma che le salta in mente, adesso?
     "Che ti sei messa in testa?!".
    Lentamente nel dormiveglia abbiamo iniziato a baciarci.
    Non avrei mai pensato a qualcosa di simile...era fra le mie braccia, bella e dolce come non sapevo fosse... se voleva un uomo normalmente se lo prendeva senza tanti complimenti, era molto diretta e determinata, eravamo sempre stati mondi distanti.
    E quella distanza all' improvviso sembrava svanita nella notte... il caldo si insinuava ovunque e ti stordiva come una nebbia, e lentamente ero scivolato dove non avrei dovuto finire... non era nei miei pensieri finire in QUEL letto... e prima ancora di rendermene pienamente conto ce la stavamo intendendo.
    Era qualcosa di pericoloso e la percezione del pericolo non si era immediatamente fatta strada oltre la sorpresa del momento.
    Ero travolto dalla stranissima sensazione di stare fra le braccia di una persona che conoscevo da anni e non avevo mai preso davvero in considerazione come donna, e all'improvviso sentivo tutta la sua femminilità esplodermi addosso nella notte afosa.
    Probabilmente la lucidità è mancata anche a me in quel momento.
    Poi ricordo che ci siamo addormentati abbracciati, e in mezzo a tutto questo il continuo zampettare salire e scendere del cane.
    E adesso... lei dorme abbandonata al suo cuscino... è così abituata alla sua indipendenza che ne ha uno solo, neppure concepisce di portarsi qualcuno in casa.
    È imbarazzante questa intimità, mi sento come avessi violato qualcosa.
    Le carezzo appena i capelli e molto lentamente mi alzo dal letto.
    Devo andare in bagno, ma non voglio svegliarla.
    Recupero i jeans dalla sedia e lentamente mi dirigo fuori dalla sua stanza.
    Ho assolutamente bisogno di una rinfrescata per svegliarmi e decidere il da farsi.
    E poi... porca vacca... fra poco dovrò andare al lavoro, e ho una cera da fare schifo.
    Mi si legge in faccia ogni minuto che ho passato a non dormire.
    L'afa fa il resto.
    È successo qualcosa di molto strano stanotte, non so se è stata la cosa giusta ma con tutta probabilità è successa nel momento sbagliato.
    In questo momento è solo la sua paura, non può scegliere, non può volere, non può decidere.
    Lei no... ma io si.
    Non possiamo prendere questa piega, potrei ferirla.
    Non voglio che si aggrappi, voglio una persona che mi scelga ad armi pari, e adesso semplicemente non è possibile.
    Esco dal bagno, infilo la maglietta e le scarpe, recupero le mie cose.
    La guardo...dorme ancora.
    È  così bella adesso, vinta dal sonno...
    Ha addosso dei leggins in tinta con le lenzuola, che per qualche strana coincidenza cromatica le fasciano strette le cosce e per poi allargarsi come fosse lei stessa a sciogliersi da carne a tessuto... una piccola sirena fatta per metà di quelle lenzuola... come se dovesse rimanere così imprigionata in quel letto per sempre.
    Certi attimi sono così particolari nella loro perfezione che non puoi scordarli, ti mostrano per caso qualcosa di più, tu hai solo la fortuna di avere gli occhi diretti nel punto giusto quando arrivano.
    E io non scorderò questo attimo e questa notte.
    Voglio ricordarla così, com'è adesso, la notte che per un attimo siamo stati qualcosa di più.
    Le faccio una foto e le dò un bacio sulla fronte prima di uscire.
    Mi dispiace sirena, magari troverò un modo migliore per aiutarti, ma così no.
    Sei anche troppo femmina, ma non sei ancora abbastanza donna.
     

  • 17 gennaio alle ore 12:58
    Altro

    Come comincia: Era una giornata grigia di mezza stagione e la luce già incerta sembrava prossima a scendere nel giro di un'ora.
    Sembrava sul punto di piovere, salutai tristemente la persona con cui mi trovavo e che non poteva trattenersi oltre, e mi incamminai.
    Davo occhiate frettolose in alto per capire che aria tirava, e non prometteva nulla di buono.
    Pian piano il cielo si stava incupendo, il grigiore diventava più plumbeo col passare dei minuti.
    I lampioni iniziavano ad accendersi, ero vestito leggero e sarà stata la premura di non bagnarmi, il pensiero di chi avevo appena salutato e speravo presto di rivedere, o la poca pratica che avevo del luogo, fatto sta che mi accorsi in ritardo di aver imboccato la  strada sbagliata.
    L' idea non mi piaceva, qualche sporadica goccia iniziava già a umidire il selciato.
    Non so il motivo, eppure invece di tornare indietro proseguii comunque per quella strada che credevo solo di conoscere, ma in realtà, stavo scoprendo col passare dei metri, non sapevo davvero dove mi stesse portando.
    Pensando di poter recuperare terreno imboccai un viottolo che la intersecava, mentre man mano la via maestra si era andata facendo meno ampia e meno frequentata.
    Il viottolo sterrato mi portò nel volgere di poco in una specie di spiazzo cinto malamente da una rete di fil di ferro, che superai agevolmente.
    Mi sembrava di vedere una strada che proseguiva in lontananza oltre lo spiazzo verso la direzione nella quale avrei dovuto trovarmi, e così mi diressi da quella parte.
    Quasi subito però sui lati dello spiazzo, ingombro di ciarpame e collinette di materiale da riporto vario come fosse una specie di discarica o di deposito semi-abbandonato, notai un cancello malandato.
    Con un brivido appena lo ebbi superato mi accorsi della presenza al suo interno di un grosso cane scuro, mal tenuto e disposto peggio.
    Pochi secondi e la bestia iniziò ad abbaiare e ringhiare rabbiosamente da dietro il cancello malfermo.
    Lo avevo superato di poco diretto verso il sentiero alla fine della radura, sperando che la bestia avrebbe lasciato correre se non l'avessi infastidita, quando notai che il cane, salto dopo salto, stava al contrario guadagnando la cima del cancello man mano che procedevo.
    Non sembrava esserci anima viva: eravamo solo io, il cagnaccio famelico e la pioggia imminente.
    Mi guardai intorno: ero visibilissimo e raggiungibilissimo in pochi balzi.
    Fra il ciarpame vidi un paio di vecchie cadreghe abbandonate nei pressi di un alberello non molto alto vicino a un altro lato della rete di metallo leggero che delimitava quel posto malsano.
    Avrei potuto fare due cose, ma la velocità con la quale cerbero si sbarazzò del cancello me ne permise una sola.
    Riuscii a guadagnare le cadreghe e ad afferrarne una in tempo per poterla brandire in alto quando arrivò a portata e mi puntò.
    La roteai lentamente un paio di volte senza esagerare per tenerlo a bada.
    La bestia ringhiava e si preparava ad attaccare.
    Con l'adrenalina a mille pregai di non mancare il bersaglio, trattenni il respiro e quando saltò diretto verso la mia gola vibrai in orizzontale e descrissi un arco con la sedia.
    Il suo balzo si interruppe nel fracasso della sedia che andò in pezzi.
    Fido rovino' a terra intontito.
    Non sarebbe stato per molto: mi rimanevano solo pochi secondi.
    Saltai verso l'altra cadrega e da quella cercai di raggiungere l'alberello per issarmi fuori dalla portata di quelle fauci bavose.
    Cerbero mi seguì di pochi secondi e azzannò l'aria vicino al mio polpaccio nel momento in cui mi stavo aggrappando a un ramo.
    Mentre mi stavo tirando su, sperando che la bestia non stesse usando la sedia nello stesso modo, mi accorsi che oltre la rete metallica la strada si stava riempiendo di gente.
    Forse ero salvo.
    Ansimando ancora mentre mi aggrappavo alla disperata all'albello con l'animale subito sotto ancora molto vicino e pronto a farmi la festa, iniziai chiedere aiuto cercando di farmi sentire sopra quel tumulto di persone in arrivo.
    Sembrava esserci una discussione, o una sommossa.
    Individui vari dalla pelle chiara stavano urlando cose che non capivo verso altri dalla pelle più scura.
    Urlai sperando che uno qualsiasi di loro mi vedesse e venisse a prendermi.
    Il tumulto nel giro di poco scavallò la recinzione leggera e a quel punto il cane, rabbioso forse ma certo non scemo, e piu' ancora spaventato dal baccano, se la diede a zampe levate.
    Così io mi ritrovai appeso all' albero, circondato da facce nere e non molto raccomandabili che mi guardavano in modo indecifrabile.
    Sentii diverse mani tirarmi giu' e mi ritrovai sballottato e strattonato in mezzo alla turba.
    La gazzarra però era sul punto di scoppiare: volavano spintoni, si sentivano parole con tono velenoso da diverse parti, ma io non capivo cosa dicessero; la prima linea di quella battaglia  cambiava di attimo in attimo, cercavo di starne alla larga ma non era facile.
    Velocemente un cuneo di facce bianche si stava insinuando verso il punto in cui mi trovavo.
    Intuendo l'antifona continuavo a cercare di andare nella direzione opposta ma il muro umano dietro di me mi rendeva lentissimo e scivoloso ogni movimento, come una risacca angosciosa che ti ributta dove non vorresti.
    Una faccia bianca mi sibilò qualcosa che non potevo capire.
    La tensione e gli spintoni stavano aumentando di attimo in attimo, come l' elettricità nell' aria prima del temporale che stava per scoppiare.
    Ma quando l'esplosione di una fitta d'acciaio mi penetrò il fianco...ecco, quello fu  il primo e unico lampo che vidi prima del buio.

    "Non sai mai di essere l' altro finché un altro non te lo dice".

  • Come comincia: Asaliah era l'unico Angelo Custode infelice del Paradiso, per questo chiede a Dio di favorire la sua parte umana, concedendole l'opportunità di tornare sulla Terra in tale veste, per poter vivere una vita terrena con il neurochirurgo conosciuto nella sala operatoria dove era stato operato il suo ultimo protetto e di cui si è perdutamente innamorata. Ottenuto il consenso divino, si sposa e dà alla ...luce Yezalel, la sua splendida bambina, piccolo mezzo Angelo, tuttavia la sua esistenza è oscurata dalla presenza di entità demoniache che la perseguitano, fino ad arrivare a rapirle sua figlia, alla tenera età di cinque anni, per condurla negli inferi. Catapultata nell'atroce dimensione demoniaca, le viene rivelata un'incredibile, quanto terribile verità.

  • Come comincia: Asaliah was the only unhappy Guardian Angel of Paradise, so he requested and obtained from God to return to their robes half-human, to live his life with the neurosurgeon who had known, in that operating room where he was last operated. He married and had Yezalel, his daughter, but, unfortunately, his life was overshadowed by the presence of demonic entities that haunted her, coming to abduct her ...child, at the age of five years, to lead her to hell, where learned a terrible truth.

  • 07 gennaio alle ore 18:24
    Il piccolo Miki

    Come comincia: L’abbaiare disperato del piccolo Miki sembrava sgretolarsi contro le invisibili pareti della strada. Una strada buia, deserta, fredda. Appariva vuota e chiusa, dentro una dimensione tutta sua. Una trappola orribile per un bianco maltese indifeso e impaurito. Il cucciolo voleva tornare a casa dai suoi padroni il prima possibile. Perché non erano ancora qui? Il buio ululava come un lupo e per un cucciolo rimanere avvinghiato tra le braccia della notte era pericoloso. E la solitudine era così opprimente. Che fosse successo qualcosa ai suoi padroni? Non ricordava molto, solo una spinta violenta, e poi la pietra dura graffiare le zampette inferiori dando modo al dolore di scaturire un liquido denso privo di odore.
    Non c’era molta luce, e la paura danzava come la nera signora in attesa di metterlo al guinzaglio, per condurlo all'inferno per sempre. Ma non aveva fatto niente di male, a parte i suoi bisogni sullo zerbino di casa. Era la pipì, il suo più grave errore?
     “Non farò più pipì” si promise Miki, gemendo e muovendo la testolina spaventato.
     I padroni non lo volevano più? Faceva sempre le feste a tutti e lasciava chiunque accarezzare il suo pelo candido come le ali di un angelo.
    “Vi prego, siete la mia famiglia!” gridò il cuoricino di Miki. Aveva fame, sete, e tanto bisogno di affetto.
    Il maltese non sentiva più la coda, le zampette, il muso. Non sentiva più odori e rumori, e vedeva solo una strada ghiacciata e nera come la pece. Forse stava morendo? I suoi pensieri s’arrampicavano nell'oscurità e il desiderio dell’accoglienza aleggiava tra brusii celati nell'oblio del colore del fango. Il freddo della notte divorava ogni frammento di striscia bianca sulla strada senza pietà.
    “AIUTO!” Miki mandò un altro guaito, con tutta la forza rimasta in corpo, al punto di svenire. Un suono straziante e doloroso. Pianto e tristezza. Il tormento di un piccolo cuore che desiderava solo un po’ d’amore dalla famiglia che l’aveva adottato.
    All’improvviso due fari nella vita notturna illuminarono un fagotto niveo sul ciglio della strada.
    Un’auto blu frenò di colpo alla vista di quella strana cosa, sprofondata in totale agonia. Lo sportello si aprì e scese un cinquantenne, alto e robusto, dotato di una capigliatura bruna e folta.
    «Povero cucciolo!» esclamò l’uomo sorpreso e allo stesso tempo disgustato da quella scena. Un dolcissimo maltese bianco abbandonato in strada, al freddo e al buio. Prese in braccio il cane con delicatezza e lo strinse con amore, come se fosse un neonato.
    «Tranquillo, mi occuperò io di te. E mia figlia ti farà tanta compagnia.»
    Miki aprì gli occhietti, neri e teneri, poi osservò quella dolce illusione di stile natalizio.
     «Povero piccolo. Va tutto bene, tranquillo» disse il suo nuovo padrone caricandolo in macchina e coprendolo con una coperta rossa.
    “La punizione è finita? Perché, signore, io non ho fatto nulla”. 
    «Ora hai trovato una nuova famiglia. E nessuno di noi ti abbandonerà mai, neanche se sporcherai i nostri letti con i tuoi bisogni» disse l’uomo, come se avesse percepito l’angoscia dell’animale. E poi prese a guidare con calma, fino a una casa illuminata di luci multicolore, dove l’albero di Natale emanava bagliori di serenità e pace. Note musicali si trasformarono in poesie incantatrici, circondate da fulgori di speranze e amore.
    La notte di quel meraviglioso Natale aveva compiuto il suo nuovo miracolo, e l’amore aveva salvato per l’ennesima volta un cane abbandonato.
     
    Premio speciale della giuria “i grandi temi sociali” per il racconto “Il piccolo Miki”al premio internazionale di poesia e narrativa
     “Dal Golfo dei Poeti - Shelley e Byron, alla Val di Vara” edizione 2016

  • 07 gennaio alle ore 18:19
    La rosa nera

    Come comincia: La rosa nera
       Le bertesche plumbee di un maniero  s’innalzavano nel cielo turchino del giorno. Le finestre istoriate erano un po’ sporche e i lati parevano funghetti neri e velenosi. In quella struttura, però, c’era ancora l’originario splendore e la dimora signorile, che imitava i castelli del Medioevo, era guarnita da un meraviglioso campo destinato a fare compagnia a qualsiasi creatura notturna o diurna. Un laghetto silenzioso azzurrognolo era nitido e brillava sotto i raggi di un debole sole autunnale. I padroni della residenza erano il conte Oscar Odd e la bella contessa Angelina, ed erano ricchi e molto conosciuti. A loro non mancava nulla, a parte un po’ di felicità. Angelina era una donna alta e magra, con il volto attorniato da una fitta capigliatura biondo cenere che scendeva lungo le spalle. Aveva due occhi grandi da gatta furba che guardavano attentamente tutto ciò che stava intorno. Non poteva avere figli e il conte era dispiaciuto, sia per la consorte, sia per il fatto che in quell'immensa tenuta sarebbe stato bello vedere delle creature alte un metro e dieci correre dappertutto. Sarebbe stato bello vedere quelle grazie naturali saltare, urlare, rompere quel silenzio deprimente che spesso e volentieri sovrastava i corridoi del maniero; belle creature che avrebbero portato il calore e l’allegria nelle fredde e tristi hall della reggia. Per questo Angelina si sentiva depressa, infelice, debole e stanca. Certe cose non riusciva a farle e alle volte si abbandonava a pianti isterici. Le uniche cose che sollevavano un po’ il morale alla contessa erano delle pitture appese alle pareti che raffiguravano imbarcazioni, spiagge ambrate e il sole, che sembrava così reale che andava a riscaldare tutto ciò che circondava l’infelice donna.
    «L’atmosfera è rilassante».
    Alla presenza del consorte, Angelina si allontanò dalla finestra della sala da pranzo.
    «Sei tornato?»
    «Come ti senti? Questa notte non hai dormito» disse il conte avvicinandosi alla moglie.
    «Sto bene».
    «Cara, sai che giorno è oggi?»
    «Il nostro anniversario di matrimonio» rispose Angelina, priva di emozione.
    «Sì, mia cara. Ho un dono per te».
    «Un dono?»
    «Sì. Aspetta qui» rispose il marito. Baciò sulla fronte la coniuge e uscì dalla sala con passo soffice.
    Tornò poco dopo, non da solo, in compagnia di una bambina nera sugli otto anni, dotata di una bellezza particolare. L’insieme di occhi, capelli e labbra sembrava un dipinto prezioso. La magrezza pareva una forma di denutrizione, ma in realtà era dovuta alla costituzione. Indossava un vestito scuro come il carbone che le stava largo, e la, striscia bianca di denti batteva come un martello ammattito per la paura. Vedendola, Angelina rimase per un attimo ammutolita dalla meraviglia.

    «Cosa significa?»
    «Te lo spiego subito, mia cara. Questa è Katia, la tua serva personale, nonché il mio regalo per l’anniversario di matrimonio».
    La donna fece un profondo respiro. Poi fu sopraffatta da una voglia: il suo disperato desiderio di avere un figlio, di abbracciare e amare la sua innocente creatura. Una lacrima calda le rigò la guancia sinistra.
    «Bene…» disse col nodo alla gola, dopodiché non aggiunse altro e si ritirò nella stanza da letto.
    Katia fu scortata da un’anziana servitrice nella camera che le avevano assegnato. Agli occhi della bambina, la reggia doveva sembrare una fortezza nel quale regnava solo la tristezza, come la notte che venne, malinconica e nostalgica.
    Al primo albore del giorno Angelina si svegliò, percossa da un presentimento. Dopo  aver indossato la veste da camera azzurrognola, uscì nel corridoio, dove la sagoma della piccola ospite si muoveva quatta.
    «Katia?» la chiamò.
    Nella penombra, due lacrime affiorarono negli occhi tristi e dolenti della ragazzina.
    «Signora… madame… perdono… io non ho nessuno al mondo… e nessuno mi ha mai insegnato a fare la serva…»
    «E vuoi andare via?» chiese la contessa, osservando il piccolo bagaglio che la bimba portava sulle spalle.
    «Sì… per imparare a fare la serva».
    Angelina sorrise alla piccola. Allungò la mano e disse: «Non ce n’è bisogno. Vieni con me».
    Affrontarono insieme una scalinata alabastrina, tutto intorno era grande e lussuoso.  Katia pensò a quale castigo fosse in serbo per lei per aver cercato di scappare, mentre la padrona aveva in mente tutt'altra cosa, una cosa che molti pargoletti orfani avrebbero gradito: un mondo fatto d’amore, calore, balocchi e comprensione.
    Angelina donò alla bambina una stanza colma di giocattoli e ninnoli, dove bambole, marionette e modellini aspettavano di essere toccati, presi e baciati.
    «Che succede?» giunse improvvisa la voce del conte.
    L’uomo curiosò dentro la stanza e per la prima volta vide un fiore, una bellissima rosa nera ricca di purezza, innocenza e naturalezza.
    «Succede… che abbiamo una figlia» mormorò la consorte.
    Oscar, preso dall'emozione che all'inizio sembrava un niente, abbracciò la moglie e mormorò: «Sì, cara. Se a Katia va bene, abbiamo una figlia».

  • 06 gennaio alle ore 13:37
    CILIEGI IN FIORE

    Come comincia: Ti ricordi? Quando venimmo a vedere questa casa sulla collina di Torino ce ne innamorammo subito, ma soprattutto ci colpì la grande terrazza coperta, quadrata, comunicante col cucinino. Fu naturale immaginare pranzi e cene consumati lì durante la bella stagione, nel silenzio della natura. L’abitammo quasi subito. Tu al mattino andavi via, a lavorare, ed io trascorrevo la giornata organizzando qualunque cosa per farti felice. La terrazza fu la mia prima preoccupazione: un tavolo con le sedie, una poltrona di vimini, un mobiletto con sopra il giradischi. Io e i miei inseparabili dischi. C’era sempre musica in casa, soprattutto canzoni, le nostre canzoni. Quando da sopra riconoscevo la tua auto che saliva lungo la ripida strada per raggiungere casa nostra, mi agitavo, mi batteva forte il cuore. Controllavo che tutto fosse pronto per accoglierti, perfetto, e la musica fosse quella che preferivi. Imparavo ricette nuove e aspettavo col fiato sospeso il tuo giudizio. Mi nutrivo dei tuoi complimenti, in realtà mi nutrivo di qualunque cosa tu dicessi, facessi, non esisteva niente di mio. Tu potevi decidere la mia felicità o viceversa la mia tristezza solo con un’occhiata, solo con poche parole, o magari con una telefonata: stasera farò molto tardi, non aspettarmi per cena. Come se io avessi potuto cenare da sola, certo che ti aspettavo, ero allenata all’attesa, aspettare era la cosa che sapevo fare meglio.
    E’ arrivata finalmente la bella stagione ed oggi il sole splende. Oggi hai mezza giornata libera nel pomeriggio, davvero qualcosa di eccezionale. Ho apparecchiato la tavola fuori in terrazza, ho preparato una pietanza che ti piace tanto e che so mi riesce bene, il bottiglione di vino è al fresco sotto l’acqua corrente nel lavandino, come vuoi tu. La mia vicina mi ha anche dato dei fiori del suo giardino che ho sistemato in un vaso e appoggiato in un angolo del tavolo. Non riesco a stare seduta nell’attesa, continuo a controllare che sulla tavola non manchi niente, continuo ad affacciarmi, sono impaziente di vederti arrivare, e finalmente ecco spuntare la tua auto in fondo alla salita. Corro nel bagno a specchiarmi, sì, tutto a posto. Corro anche a cercare un disco che ti accolga quando entrerai in casa. Trovo Frank Sinatra e faccio partire la musica.
    Sono contenta di come è andato il pranzo, sono contenta del pomeriggio che ci attende. Sei sempre così impegnato...oggi è un autentico regalo. Siamo tutti e due affacciati al parapetto della terrazza e mi tieni un braccio intorno alle spalle. Niente altro esiste, niente altro conta. Con immensa dolcezza mi sussurri due parole taglienti come coltelli: ti lascio.
    La tavola è ancora apparecchiata e nei bicchieri è rimasto del vino, le posate sono appoggiate disordinatamente accanto ai piatti. Penso che devo sparecchiare. Rimango incollata al parapetto della terrazza, incapace di muovermi o di parlare. Penso ostinatamente che devo sparecchiare. Tu rientri in casa e cominci a radunare la tua roba ed io, no, penso che non è possibile, devo avere capito male, non puoi avermi detto che mi lasci in questa giornata luminosa, splendente, non puoi avermelo detto di fronte a questa distesa di ciliegi in fiore disseminati a perdita d’occhio lungo il pendio della collina.
    Non rispondo al tuo “ti telefono” dal vialetto sottostante, non rispondo. Continuo a fissare i ciliegi in fiore che ormai sono soltanto una immensa macchia bianca che danza fra le mie lacrime. E comunque devo sparecchiare.

  • Come comincia: È inverno, silenzio bianco sulle alture e fuoco acceso nel camino. Viene spontaneo il ricordo di un altro inverno, remoto nel tempo, quasi un’altra vita. Eppure si muore ancora nelle terre squarciate dalla guerra, tra i rami spogli delle alture trafitte dal gelo e le rocce bianche 
    Nell’inverno della steppa russa, tra l’imperversare della bufera, i soldati Alpini avanzavano sorretti solo dalla loro tenacia e dal senso del dovere a cui mai sarebbero venuti meno.
    Buio intorno, gelo nel cuore e negli occhi, solitarie distese di campi  a perdita d’occhio, in una profondità senza fine. Era l’inverno del 1942 e i soldati italiani erano ragazzi di vent’anni, strappati alla loro terra, gettati sull’altare del potere come agnelli, o angeli immacolati.
    I contadini dei villaggi russi semisommersi dalla neve erano povera gente, la stessa in ogni parte del mondo, per loro la Guerra dei Grandi non aveva alcun significato, perché per loro, e per i soldati Alpini, non sarebbe cambiato nulla, se non il nome di qualche  città, o paese, ma la fame, la fatica, la miseria, la sopravvivenza quotidiana, sarebbero stati gli stessi, sempre, immutabili come il volgere inesorabile delle stagioni, o della Vita.
    Una vecchia contadina del villaggio di Belegorije chiese ad un giovane alpino di aiutarla a recuperare alcune povere cose dalla sua isba quasi distrutta dai combattimenti.
    Tra le macerie ecco apparire un’icona della Vergine Addolorata, trafitta dai Sette dolori, dolente e armoniosa al tempo stesso. Il suo vero nome è “myrovlita Icona della Madre di Dio “Addolcimento dei cuori malvagi” (“Semistrelnaya”). Secondo gli abitanti, l’icona proveniva dal monastero della Resurrezione di Belogorskog vicino a Pavlovsk. Gli italiani la chiamarono “Madonna del Don”. Fu un raggio di luce per i soldati accecati dal bianco.
    La vecchia contadina la regalò al Cappellano del Reggimento e lui pose quell’immagine delicatissima sulla porta d’entrata della capanna adibita a piccola cappella. Si avvicinava il Natale e gli Alpini cominciarono subito a rivolgersi alla Madre Celeste chiedendo pace, consolazione, vicinanza, coraggio, forza.
    Tremavano nei loro pastrani troppo leggeri, quei fragili ragazzi chiamati alla guerra, e il Generale Gelo stava serrando nella sua morsa ogni rivolo d’acqua, il fiume Don stava ghiacciando e la profondità della notte accerchiava la mente e i movimenti fino a incatenare ogni spirito, ogni ardore.
    Il cappellano, Padre Narciso Crosara, verso la metà di dicembre del 1942, affidò l’Icona ad uno dei soldati che doveva rientrare in Patria perché la madre stava morendo. Gli diede il compito di portarla a sua madre, cioè la madre del cappellano, affinché la Madonna Addolorata divenisse conforto per le tante migliaia di mamme in attesa, che non avrebbero festeggiato nessun Natale, se non con la trepidante attesa di un ritorno.
    La Madre Santissima avrebbe cullato i tanti cuori spersi dietro i vetri, le tante figure in grembiule sedute accanto alla finestra, e avrebbe raccolto il dolore delle mamme  che non avrebbero mai più rivisto i loro ragazzi. Sicuramente, quando avessero saputo che proprio davanti a quell’Immagine i loro figli avevano pregato e tremato, loro, le mamme, li avrebbero sentiti vicino anche solo per un istante di respiro e di preghiera.
    Padre Crosara sopravvisse alla guerra, tra i pochi che riuscirono a superare il Passo e ritornare a casa. Per lui fu naturale ritrovare la Sacra Immagine dell’Addolorata, e cominciò un cammino portandola in giro per l’Italia, affinché la Madonna potesse alleviare il grande e infinito dolore delle mamme che avevano perso i figli lassù nella steppa russa.
    Dopo il Pellegrinaggio itinerante, la Madonna del Don si fermò, e fu deposta nel Santuario dei Frati Cappuccini a Mestre, dove ancora oggi silenziosa raccoglie i pianti invisibili di ogni mamma.
    Davanti all’Icona arde perennemente una lampada votiva, tenuta accesa, a turno, da ogni Sezione dell’ANA, come impegno redatto dall’Associazione fin dal 1974.
    Un pagliericcio, un bimbo addormentato, una Madre che veglia, un Padre che vigila.  La vita è un Mistero e molte e diverse sono le scelte che guidano la Vita di ognuno: non tutti gli uomini al mondo diventeranno mai padri, non tutte le donne diventeranno mai Madri, ma sicuramente una cosa ci accomuna: siamo tutti stati figli.
    Teniamo alta la Lampada della Luce, crediamoci. Crediamo nella Speranza!
     

  • 04 gennaio alle ore 19:36
    2011

    Come comincia: Buonanotte a noi che non temiamo di affrontare la bufera. Ci avvolgiamo la sciarpa sulla bocca, mettiamo le mani in tasca e proseguiamo il cammino. Il forte vento e la polvere non ci feriranno. Per la pioggia useremo l'ombrello, se ci sarà il cielo nero useremo una torcia. Se ci saranno i lampi accecanti li nasconderemo con un paio di occhiali scuri. Non avremo paura, perché sappiamo bene che di bufere ce ne saranno tante nella vita e noi non ci faremo trovare impreparati. Coraggiosi con il sorriso sulle labbra. Audaci anche se avremo un po' di timore. Noi caparbi e intelligenti che non scappiamo dai problemi, ma li affrontiamo e andiamo a tutta dritta!

  • 02 gennaio alle ore 8:28
    L'irrinunciabile piacere del "mi piace"

    Come comincia: "Mi piace", e il nostro cervello gode! Uno spruzzo di endorfine annebbia la nostra razionalità, per frazioni millesimali di secondo. Il consenso, comunque e dovunque, c'intriga, ci rafforza, ci accomuna ad una illusione di unione, di cui, noi, siamo assetati. Sarebbe secondario, secondo gli psicologi, il piacere di ricevere questo segnale, al solo sorriso di un lattante. Si crea, col tempo, una vera e propria dipendenza. Non passa ora o minuto, che l'occhio non debba controllarne la presenza. Gli autori di Facebook non l'hanno buttato lì, tra i tanti segni di consenso che potevano mettere. "D'accordo", "letto", "concordo", "va bene" " potrebbero essersi presentati come sinonimi, ma la genialità del "mi piace" crea e rafforza il Social Network, che a "mi piace" deve il suo successo. Trovare, nel mondo degli sconosciuti, qualcuno che provi piacere per te, affascina, abbaglia. Qualsiasi cosa tu abbia lasciato sulla pagina, uno scritto, una foto, tre parole. Si crea un ponte tra te ed un altro, una alleanza imprevista. Una magica condivisione, impudica, di piacere, ci unisce a esseri, che ignoriamo e di cui, a mala pena, intravediamo una mini effige. Qualcosa di molto più complesso di un sentore di amicizia. Il suggerire piacere ha risonanze ben più ambigue nel paradiso delle sirene della nostra mente.

    l.p.r.

  • 30 gennaio 2016 alle ore 16:24
    Will ed Io

    Come comincia: E nulla; fu così che m’isolai.
    Ero partito con tanti buoni propositi e, per quanto avessi vissuto anni difficili, alla fine male non stavo.
    Ma poi un giorno, così, dopo tante attese e illusioni mistiche, quello che avevo cercato mi era stato tolto (come sempre, potrei aggiungere). Alla fine, poi, di colpe ne avevo anch’io se la vogliamo mettere su questo piano anche se, a dirla tutta, erano colpe più che lecite se si mettono in conto tantissime cose.
    Non mi va di stare qui ad elencarle o a farne un dramma; in tanti anni sono stato come una fenice e di certo non mi butto giù per così poco (per dei pezzi di merda, se posso permettermi).
    Allora ad un certo punto ero lì nel mio totale isolamento e poi boh, qualcosa piomba nella mia frastornante solitudine; non c’è molto da spiegare nemmeno in questo.
    E’ come quando sei in strada e cammini, cammini poi uno ti tocca per sbaglio, ti chiede scusa, tu annuisci e vai via. Si, peccato che non sono andato via! Ci sono rimasto con quel qualcuno che ti ha toccato per sbaglio. Ci parli un po’, ti fai un sorriso, metti a fuoco e poi, senza accorgertene, t’è entrato pure nel cuore.
    E vabbè, ragazzi allora, che si fa? Uno non può stare tranquillo nel proprio casino che dietro l’angolo ci si tuffa nel mezzo anche quello.
    Sono anni che vivo da solo col me stesso nella valigia, con l’altro me nella tasca e l’anima nel portafoglio; non a caso ho sempre rifiutato ogni qualsiasi forma di contatto per non sporcarmi al resto soprattutto quando non v’è nessun interesse.
    Poi boh, sarà la stupida solitudine che ti tira il braccio o ti mette lo sgambetto a farti ricordare che, poi, dopo tutto, brutto non sei, soli non si può stare e bam! T’innamori del mondo.
    Perché capita sicuro quando passi troppo tempo da solo e là le opzioni son due; o fai il pezzo di merda rude e freddo o perdi il capo ad ogni angolo che svolti.
    Ed i segnali del corpo, a volte, sono molto chiari ma il dilemma sta in quello: che fare? Dare ascolto o tacere? Spingere o sfuggire? Illudersi o amare?
    Alle volte mi viene sempre in mente un grande mare sul quale mi affaccio a luci spente; mi viene alla mente una città lontana lasciata al caso del passato, le note di canzoni smielate che percorrono la brezza fino alle orecchie sorde di una persona che non è più quella persona e allora mi dico “Per quanto quel mare lo conosca bene, le particelle d’acqua che la compongono sono diverse sia quelle vicine che quelle lontane. E se mi sono perso in quelle vicine, chissà cosa potrei trovare in quelle lontane.”
    E quindi poi spunta un faro che illumina l’orizzonte perso dei miei pensieri; poi m’illudo che il faro sono io e invece è solo quello che faccio che lo illumina all’improvviso.
    Così tento di afferrarlo per diventarne padrone e lo chiamo anche Will! Ma più cerco di afferrarlo più mi allontano io.
    Allora non v’è soluzione che sedermici accanto, Will ed'io, con la speranza che, mano nella mano, possa giungere all’origine di quel mare senza vederne il passato od il futuro, stare serenamente lì a guardare quello che ne sarà chiudendo gl’occhi per sentirne il profumo. 

  • 29 gennaio 2016 alle ore 10:06
    I DUBBI DEL PADRETERNO

    Come comincia: Quando L’Eterno, alla fine del settimo giorno ritornò in cielo a godersi un meritato riposo, non furono per lui ore di calma come la Bibbia ci vorrebbe far credere.
    La notte di svegliò madido di sudore, un sogno orripilante lo aveva sconvolto: i guai che l’uomo avrebbe combinato sulla terra. Perché non ci aveva pensato prima,  lui tanto preveggente, possibile che gli erano sfuggiti i disastri futuri del pianeta, eppure…
    Prima di tutto perché popolare solo uno fra i miliardi di altri astri che esistevano? E poi perché privilegiare l’uomo facendogli assoggettare e sfruttare gli animali e non punirlo invece molto più pesantemente per aver egli disobbedito ai suoi ordini? Sicuramente poca cosa era stata la sua  cacciata dal Paradiso terrestre in considerazione dei guai che avrebbe procurato  con le  guerre con i suoi simili con motivazioni del tutto ignobili che lui stesso, padreterno, non riusciva a ben comprendere! Come era potuto accadere la shoah degli ebrei, tremenda storia di un popolo, peraltro eletto da Dio, che un pazzo dittatore voleva sterminare. Il Padreterno era perlomeno distratto! Correva l’anno 2016, a capo della chiesa cattolica c’era un certo papa Francesco che aveva sostituito un  predecessore che non era riuscito a tener a bada i suoi dipendenti sempre in lotta fra di loro. Ebbene il buon Francesco, da furbo Gesuita, si stava conquistando le simpatie del mondo cattolico e non, con il buonismo e l’empatia ma non cambiando di una virgola le rigide regole cattoliche migliori solo di quelle dell’Islam decisamente medioevali in cui le donne valevano e valgono mano di una capra, vi sembro esagerato? Provate a chiederlo a qualche femminuccia dell’Arabia Saudita o di altro stato simile .
    La credenza comune di quegli arabi è che gli esseri umani femminili servano solamente a sfornare figli, a fare le schiave in famiglia o le prostitute anche in paesi molto ricchi in cui il Padreterno aveva ritenuto opportuno dotare il sottosuolo dell’oro nero molto apprezzato da tutti i paesi del mondo.
    Inutile rammentare i guai che la chiesa cattolica aveva combinato nel medioevo, meglio stendere un pietoso velo;  un predecessore dell’attuale papa aveva ritenuto opportuno chiedere perdono per le  immense nefandezze commesse in nome di quella religione.
    Ritorniamo all’anno di grazia 2016; caduti alcuni dittatori mediorientali per le sciocche furbizie di alcuni stati occidentali con cui in passato erano in buoni rapporti, era sorta una religione spaventosa in cui la vita di un uomo era men che nulla, i famosi tagliagole che si vantavano dinanzi alle telecamere di sgozzare altri esseri umani in nome di una religione islamita che si erano creati su misura.
    Torniamo al Padreterno le cui notti sono costellate da sogni infelici ma poi Padreterno di quali religioni, ovviamente di tutte ma a questo punto un ateo come me cade in depressione perché i suoi simili di pensiero o, per esempio, gli omosessuali, nei paesi governati dall’Islam, vengono gettati dall’ultimo piano del palazzo più alto della città!
    Qual è mi domando il motivo per cui alcuni uomini si rifugiano nella religione, qualunque essa sia: sicuramente per insicurezze personali; confidandosi con un sacerdote cattolico, vengono mal consigliati da un prete che giudica i fatti col filtro del suo credo fuori dalla realtà comune.
    Per non parlare delle povere suore… invece parliamone: d’accordo è stata una loro scelta ma non si può vivere coartando la propria natura. Immaginate come se la passano male in campo medico, soprattutto ginecologico. Nel medioevo era consuetudine far indossare il velo a fanciulle nobili per non suddividere il patrimonio di famiglia.
    Nel recente passato alcune di loro, uscite dal convento, ne hanno raccontate di belle o meglio di brutte storie ignobili di cui erano state protagoniste loro malgrado.
    In alcune la madre superiora, dai gusti omo, pretendeva dalle subordinate prestazioni che ben poco avevano di divino, a parte i sacerdoti maschi che, in sede di confessione, infliggevano punizioni che non assomigliavano alle Ave Maria o Gloria Patri, punizioni non sempre gradite dalle interessate considerata anche la bruttezza o la vecchiaia dei confessori.
    In Vaticano vi sono suore, perlopiù africane, che prestano la loro opera quali inservienti a tutto campo nei locali adibiti a locande e sale da pranzo a disposizione di pellegrini senza essere retribuite (sembra). 
    Sotto il patrocinio di congregazioni cattoliche vi sono mense e dormitori per i non  abbienti. Diciamolo francamente sanno un po’ di ‘smoke in the eyes’ come dice la canzone, insomma fumo negli occhi per coprire le non buone e inveterate abitudini dei parroci di farsi pagare le prestazioni religiose in contrasto di quanto disposto dal papa.  Gli stessi preti si sono ben guardati dall’obbedire al dettato del loro capo supremo che ha suggerito di dare alloggio e vitto ad una famiglia di rifugiati, ben pochi lo hanno seguito.
    Andando in alto nella scala gerarchica troviamo prima i vescovi e poi i cardinali che, come rivelato da servizi giornalistici, alloggiano in gran parte in abitazioni di 500 metri quadrati e più con opere d’arte di immenso valore e con a disposizione autovetture di gran pregio.
    Gli italiani, giustamente, si lamentano delle esose imposte che son costretti a pagare; in Europa pare siamo i primi di questa non ammirevole classifica. Il comune cittadino si domanda il perché l’Agenzia delle Entrate, dietro imput del governo,  non mette l’occhio sui fabbricati della chiesa cattolica che, con la motivazione che sono luoghi di culto, non pagano una lira, anzi un  euro di imposte! Risposta: i politici perderebbero i voti dei cattolici purtroppo ancora ben radicati sul nostro territorio.
    Non che le altre religioni siano migliori: recentemente una trasmissione televisiva  ha svelato quanto accade ai componenti del credo ‘I Testimoni di Geova’: i giovani che non seguono rigide regole di comportamento vengono pesantemente puniti e allontanati dalla loro società.
    Altra religione ossessiva Scientology: alcuni attori di grido che la foraggiavano molto lautamente allorché volevano abbandonare quel credo, sono stati pesantemente ricattati e hanno dovuto far marcia indietro.
    Conclusione: io mi tengo stretto il mio pacifico ateismo lontano dai casini di tante religioni, quando posso faccio del bene ai poveri, agli straccioni, ai diseredati che popolano le nostre strade e che mi fanno stringere il cuore.
    O Padreterno non pensi che sia il caso di fare scomparire tutti noi terrestri come hai fatto con i marziani? Ovvia domanda a me stesso:
     “Ma tu che ne pensi di morire, non credo ti farebbe piacere.”
    Io suggerisco al signor Padreterno di rimandare la cosa a fra vent’anni, nel frattempo io avrò compiuto cento anni di età!

  • 25 gennaio 2016 alle ore 20:43
    Un altro che non sono.

    Come comincia:          
    Non ho fatto nulla, sono assolutamente innocente, dice Antonio quasi tra sé, praticamente sottovoce, anche se lo fa con un tono che verrà dichiarato sulla carta stampata del giorno seguente deciso e convinto, quasi quello di un individuo che non fa che mostrarsi verso gli altri come un soggetto umile e sottomesso, pur conservando una sua personalità molto ferma, propria di un individuo che non è soltanto il povero ragazzo praticamente preda di una forza insospettabile a lui superiore, ma anche tutt’altro. Intorno in molti lo guardano con grande attenzione, ma nessuno dei presenti, almeno all’apparenza, concede davvero troppa importanza a quelle parole. Con ogni evidenza tutto ciò che l’inquisito esprime anche in questa fase, è subito registrato e soprattutto analizzato in ogni sua parte, esattamente come se quelle espressioni che adopera fossero costituite da sillabe, frasi e parole estremamente più complesse di ciò che realmente sono, forse mostrandosi addirittura frutto di una mente contorta, indubbiamente da interpretare, e alla quale senz’altro è doveroso concedere lo stesso ordinario beneficio di un qualsiasi assunto filosofico a cui, nelle pagine della cronaca dei quotidiani locali, sembrano praticamente riferite.
    La vittima indagata, detto ciò, resta subito dopo in silenzio, con gli occhi bassi, l’espressione di chi non si aspetta proprio niente di buono da tutta quella faccenda. Qualcuno senza alcuna professionalità da difendere, mormora di alcuni elementi evidenti che non avrebbero neppure alcuna necessità di essere dimostrati. Poi, mentre si continua ad interrogarsi praticamente su tutto, si dichiara ufficialmente una breve sospensione tecnica di quei lavori. Si levano subito in coro commenti e polemiche varie contro qualsiasi cosa sia stata trattata fino a questo momento, qualcuno alza addirittura la voce, però girandosi subito di spalle al momento in cui si ritiene troppo osservato. Altri abbandonano il luogo, sollevando le braccia quasi in segno di resa della civiltà.
                  Antonio alza lo sguardo, si osserva attorno, perde per un attimo la sua espressione dimessa e forma nell' aria densa un grido rovente di rabbia e disprezzo per la speculazione giornalistica in atto sul proprio caso. Si instaura immediatamente appena un attimo di silenzio profondo, in cui tutti si voltano verso di lui, anche se Antonio adesso è tornato immediatamente a sedersi e ad abbassare lo sguardo. Gli avvocati lo raggiungono subito, qualcuno vicino torna ad accendere il proprio registratore, altri prendono nota delle parole e del tono usato per essere espresse. Infine una donna, non troppo avanti con gli anni, si avvicina ad Antonio, e con la punta delle dita gli accarezza una mano mentre lui resta immobile, quasi ripiegato sopra di sé. Io ti credo, gli dice sporgendosi, e poi più nulla. Intorno qualcuno osserva la scena, due o tre fanno cenno di si con la testa, forse una piccola breccia si sta aprendo tra le file dei colpevolisti per forza. Alcuni trovano immediatamente lo spunto per una storia che nasce proprio in quel preciso momento, insospettabile, che addirittura getta chiara luce su nuovi e imprevedibili scenari.
                   Infine si riprendono i dibattimenti, ma Antonio a questo punto ha un lieve malore, si accascia, viene portato subito fuori dal personale addetto alla sua salvaguardia. Tutto, nella confusione generale, perde immediatamente di qualsiasi interesse, e in molti si accalcano già per andarsene, il presidente quindi grida silenzio più volte, ma oramai ogni cosa sembra sgonfiarsi, forse bisognerà attendere la prossima udienza per riattivare la curiosità di chiunque. La sala ormai è quasi vuota, i tassisti lungo il viale si precipitano a portar via i professionisti e gli addetti ai lavori che già stanno dietro a qualche altra cosa, ma all’improvviso si dice tra i corridoi che Antonio sia rientrato nell’aula che adesso evidenzia soltanto pochi rumori soffusi, e che sia tornato al suo posto, piazzandosi in piedi, a guardare i pochi rimasti negli occhi per poi infine arringarli: mi dispiace farvi perdere tempo, dice asciutto; ma non sono certo io la persona che state cercando.
     
                  Bruno Magnolfi

  • 25 gennaio 2016 alle ore 16:17
    Stralcio di "Annadelmare del sì"

    Come comincia: Nacque il mio bambino, bello come lo immaginavo.
    Angiolino riccioluto e biondo, illuminò di sole i corridoi dalle porte chiuse del castello. A lui devo e davo la me stessa vera, quella che aveva conosciuto nei nove mesi in cui, complici, ci siamo donati la vita.
    Il mio sposo continuava ad essere circondato dall’amore di moglie e di amica e di madre che tutto perdona affinché torni il sorriso, scordando le umiliazioni piccole e grandi, accogliendo con la compassione di chi soffre vedendo soffrire, confortando l’artefice del dolore profuso ritenendolo vittima del male che, nato con lui, con lui cresceva; continuavo il gioco che mi avrebbe risucchiata nel pozzo nero della sua follia. Intanto la sua tela di ragno ricamava preziosi vestiti sulla mia pelle, seppure, farfalla incosciente e felice, volavo rallegrando l’aria.
    Ero conscia di essere in quel preciso istante in una linea precisa dell’universo e se c’era un disegno di vita, la mia era proiettata in quel castello e il mio passaggio avrebbe dovuto tracciare nuove linee che, come i raggi filtrati da un cristallo, avrebbero prodotto altre linee. Fasci di luce. La vita è un insieme di fasci di luce che incontrandosi si deviano, sprigionandone altre, o si fondono diventando un’unica scia luminosa. Una sola azione, un gesto, un sorriso o una parola, illuminano e incrociano traiettorie che illumineranno altre e così all’infinito, e se la luce è buona, è gioia, rispetto e umanità che si perpetua e si allarga; quando i fasci di luce sono lame taglienti che feriscono e accecano nasce il dolore e l’oscurità, che si perpetuano e si allargano. Se ognuno di noi credesse a quanto è importante un solo pensiero e che effetti determina, forse saremmo tutti più attenti.
    Una famiglia di lucciole danzanti in una notte morbida, ecco cosa potremmo essere, noi esseri viventi di questa terra, lucine evanescenti nel cosmo, noi, e anche notte morbida e luminosa. Questo mio pensiero mi accompagna da allora.
    Il castello aveva grandi muri e grandi torri ma non avrebbe potuto uccidere la mia luce. Niente e nessuno può uccidere la luce, si possono sbarrare gli scuri delle finestre, bendare gli occhi, ma essa non muore.
    Il mio sposo apriva le braccia e il cuore, e avvolgeva l’aria con più oscurità, l’innamoramento era finito, unità di coppia non se ne era creata ed io guardavo, come da bambina, la me fuori di me che soffre, senza voler sentire emozione alcuna, mondi separati nascosti dietro un sipario di teatro. Opere scelte, sempre la stessa  recita: mostrare al mondo la forza di un amore immaginato che si nutre e cresce delle parti che interpreta, ottimi attori, bravissimi attori gratificati dal consenso del pubblico, mondi separati, nascosti dietro il sipario del teatro della nostra storia. Il declino nascosto. Morte celata da voci squillanti di cantastorie protagonisti di mondi antichi e lontani, di mondi immaginati.
    So che la forza non mi ha ancora abbandonata, so che se cambio la partitura, se propongo la realtà in tutta la sua bellezza, essa si materializzerà e il mio sposo può svegliarsi, può cambiare la sua pelle vecchia e gioire della muta, quando i serpenti cambiano il proprio vestito sono pronti per la nuova stagione, non lasciano se stessi sul terreno ma la pelle del passato. Volevo lasciare il passato, salutare il castello e i castellani ed edificare il mio nido come una madre deve fare per la sua famiglia, volevo dare al mio bimbo i suoi genitori e la sua casa. Ci riuscii, partii lontano, era importante mettere una distanza fisica tra la mia vita e la vita del castello. Mio fratello quasi gemello fu felice della mia scelta e spianò ogni difficoltà pratica, mi mise a disposizione imbianchini e architetti che accontentarono il mio bisogno di calore dalle pareti ai mobili e arredai la “mia” casa, diede un lavoro al padre di mio figlio. Ero pronta a ricominciare con la gioia e la forza che mai mi abbandonò, non mi accorsi di aver preparato, anziché il nido per mio figlio, la tana dove sarei stata divorata più furiosamente. La bava della tela di ragno era urticante, il mio corpo e la mia anima ne portavano le ustioni ma mai avrei svelato ad alcuno quale fosse la penitenza da scontare per essere in vita, per essere stata scelta da un uomo nonostante la colpa che era stata marchiata sul mio essere già da bambina. Vivevo i giorni nell’amore con il mio meraviglioso bimbo e con lui dividevo i pennelli e i colori nelle ore più dolci che una mamma possa ricordare, facevamo lunghe passeggiate e chiacchierate e risate, al ritorno, mentre preparavo minestre per lui, stava seduto sul tavolo per essere vicino alle scodelle dalle quali rubava il cibo per poi con aria birichina farsi pulire lo sbaffo di verdura sul naso e io, illuminata dal suo sorriso e inebriata dalla melodia della sua voce, ero felice di essere in quell’attimo della vita e di viverlo. Nulla poteva spegnere quella luminosità, neanche il ritorno a casa del mio sposo. E questa forza, che nasceva dall’amore bello che può regalare solo l’animo bello di un bimbo, mi faceva affrontare le lunghe sere seduta attorno a un tavolo che non potevo lasciare, costretta ad ascoltare discorsi bui fatti di parole brutte vomitate da uno stomaco malato.
    L’orecchio teso ai rumori esterni nella speranza di sentire l’arrivo di una visita che spezzasse quei momenti, divenne la mia speranza serale, e fui esaudita, venne una prima volta un amico comune, il mio caro amico intellettuale camionista che prese l’abitudine di passare tutte le sere dopo essersi reso conto di quanto malata fosse la coppia dei suoi amici lontano dal palco. Fu lui che una sera impose allo sposo di lasciarmi andare a letto. E tante altre sere.
    Pregavo, in cuor mio, che fosse tanto ubriaco quando mi raggiungeva, da crollare addormentato. Lo sentivo imprecare mentre si spogliava per infilarsi sotto le lenzuola e trattenevo il respiro per poi farlo somigliare al respiro di chi sta già dormendo. Ancora una volta inventavo una me per sopravvivere, forzando perfino l’esigenza primordiale della respirazione, non era più sufficiente staccarmi da me stessa e guardarmi, ero adulta e per quanto funzionasse bene la mia immaginazione, non ero più capace di soffrire senza rendermene conto. I miei polmoni dovettero comunque imparare a non respirare autonomamente, anche se si ribellavano. Imparai ad aver paura del buio.

  • Come comincia: Selvino, la Sciesopoli, quel palazzo dove i bambini di ogni tempo e di ogni luogo ritrovarono la libertà e il gioco

    Lungo le stradine avvolte dal verde e contornate da fiori di campo, proseguendo verso la Valle Brembana, un tragitto si inerpica tra le zone collinari dell’altopiano di Selvino Aviatico.
    Silenzio intorno e cinguettio di uccelli, stormir di foglia e sussurrare di brezza. Appare una cancellata aggrovigliata ai vitigni, e lo sguardo si allarga su uno spiazzo aperto aggredito dall’erba selvatica. Imponente e fragile allo stesso tempo, si mostra l’austera facciata dell’edificio che un tempo palpitava di vita e di bambini. Il suo nome evoca un paese dei balocchi, un mondo di giochi e di futuro: “Sciesopoli”.
    Prese il nome del patriota milanese del Risorgimento Antonio Sciesa, morto durante le insurrezioni contro gli Austriaci nel 1850 e fu intitolato a due caduti del Regime: Emilio Tonoli e Cesare Melloni, rispettivamente di 22 e 25 anni, appartenenti alla Squadra da combattimento “Antonio Sciesa”, caduti il 4 agosto 1922 durante gli scontri nei pressi della tipografia dell’”Avanti” a Milano.
    La sua costruzione fu un desiderio delle autorità milanesi del Partito, con l’attivo interessamento del fratello del Duce Benito Mussolini, nell’ambito delle iniziative legate all’ONMI (Organizzazione Nazionale Maternità Infanzia), per offrire ai giovani Balilla e alle piccole Figlie della Lupa la possibilità di respirare aria salubre e fortificare il corpo, la mente e lo spirito tra le selve. La Sciesopoli era talmente imponente e suggestiva che svettava su tutta la vallata brembana, offrendo un panorama di cime innevate e rigogliosi boschi da mozzare il respiro.
     Poi tutto precipitò.
    Al termine della Seconda Guerra Mondiale, dall’autunno del 1945 all’autunno del 1948, la “Sciesopoli” divenne la “Colonia Ebraica”, come dicono i documenti “il più importante orfanotrofio in Italia, uno dei maggior in Europa”, e offrì ospitalità, rifugio e ritorno alla vita a circa 800 bambini ebrei orfani sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. Le organizzazioni partigiane ed ebraiche, che li avevano raccolti, li portarono lassù, per ritornare alla vita, prima di riprendere il loro viaggio e giungere finalmente in Palestina. Erano bambini perlopiù polacchi, ungheresi, rumeni, che nulla capivano della lingua italiana, ma ai loro occhi il verde dei boschi intorno a Selvino, il bianco della neve sui Monti Podona e Poieto, il giallo dei giorni d’estate all’ombra degli abeti, il rosso delle foglie dei faggi in autunno, divennero i colori della vita, un arcobaleno dopo il nero dei giorni della “Shoah.”
    Qui i bambini ripresero a studiare, a creare, costruire piccoli manufatti, ad imparare, al fine di fornire loro ogni possibilità di intraprendere una vita dignitosa e autonoma.
    Raccontava la maestra Angela Camozzi: “Erano tutti magrissimi, con le guance scavate e lo sguardo triste. Molti di loro avevano visto i genitori entrare nei forni crematori e nelle camere a gas. Me lo raccontavano in un linguaggio fatto di gesti e di qualche parola in italiano, tra lacrime disperate. Piangevano spesso. Mentre erano impegnati in una partita di calcio o seduti davanti al cinema della colonia, davanti a una comica di Stanlio e Ollio, qualcuno all’improvviso veniva colpito da una crisi di pianto.” Lei, appena diplomata, si recava spesso alla colonia a insegnare un poco di italiano. La gente del paese era commossa da queste vicende e faceva a gara per dare una luce di serenità a quei visetti pallidi e seri. 
    Nel 1948 i bambini della Sciesopoli partirono verso la loro nuova patria e la “Colonia Ebraica” rimase muta, vuota, quasi sperduta tra le enormi chiome degli alberi. Ma non aveva ancora concluso il suo compito.
    Il Comune di Milano, pur non essendo proprietario dello stabile, prese in consegna la Colonia e la destinò a “Stazione climatica di montagna” per i bambini disagiati e con difficoltà economiche, denominandola “Pio Istituto di Santa Corona” e dandone in gestione alle Suore.
     Durante l’anno, ogni 3 mesi, salivano a Selvino ben 4 pullman che, partendo dalla stazione di Milano presso Porta Vigentina, portavano lassù oltre 200 bambini desiderosi di giochi e armonia, soprattutto figli di carcerati o di tossicodipendenti, bambini che avevano subito violenze,  i quali venivano così tolti dalla solitudine e dall’abbandono, rifocillati e curati nel corpo e nell’anima lacerata.
    I bimbi frequentavano regolarmente le lezioni scolastiche; infatti era attiva perfino la scuola elementare, che occupava il piano superiore ed era curata dalle maestre nominate dalla locale Direzione Didattica. Ma soprattutto c’erano loro, le “maestrine”, giovani diplomate provenienti da tutta la Lombardia e anche dal Meridione.
    Al mattino i bambini seguivano le lezioni ordinarie secondo i Programmi Nazionali, mentre al pomeriggio subentravano le maestre del doposcuola che li seguivano nei compiti e che poi li impegnavano in attività ricreative, giochi, passeggiate fino all’ora di cena, dopodiché si ritiravano nelle camerate.
    Per le vacanze natalizie e pasquali la Colonia-scuola chiudeva e i piccini ritornavano in famiglia. Ricorda Bea che il personale di servizio, tra cui lei stessa, riempiva con cura ognuna delle piccole valigie, molte di esse vecchie e consumate, inserendo i panni ben piegati e puliti, odorosi di bucato e di vento, con amorevole e materna sollecitudine, aggiungendo un fiocco, un nastrino, una mollettina, un piccolo pensiero. Ma purtroppo, spesso, quando a gennaio i bambini rientravano in Colonia, le inservienti scoprivano con amarezza e dispiacere che molte valigie non erano state nemmeno aperte, oppure erano vuote. Una domanda saliva alla mente: che cosa avranno fatto quei bambini, chi si sarà occupato di loro? Che cosa avranno visto ancora che un bimbo non dovrebbe mai vedere?
    Il 1979 passò senza eventi, la Colonia venne aperta solo 3 mesi d’estate, ma nel 1980, trasformata in “Opera Pia Per l’Assistenza Climatica”, titolazione che ancora oggi campeggia sulla facciata dell’edificio, divenne punto di accoglienza del Progetto “Scuola Natura” e nei 3 anni successivi ospitò alcune famiglie di  profughi vietnamiti, che avevano lasciato il loro paese per la difficile situazione economica, carenza di cibo e beni di prima necessità, causati dall’autorità del governo comunista.
    Tra i tanti che dormirono nelle camerate della colonia anche i pazienti dell’Istituto Marchiondi, un Istituto Minorile per l’educazione di ragazzi difficili, basato non come riformatorio ma “scuola di vita”. Per la stagione 1982 - 1983 giunsero i bimbi emopatici, affetti da anemia mediterranea: spesso accompagnati dal medico personale, soggetti a frequenti trasfusioni, fragilissimi ed estremamente deboli, quei bimbi dai grandi occhi già adulti si estasiavano seduti sotto le chiome dei faggi, nel fresco silenzio dei giardini, tra il chiaroscuro dei giorni d’estate, con il sole a giocare a nascondino con le ombre.
    Salirono poi alcuni ragazzi di origine africana e infine, tra il 1984 e fine estate del 1985 la Colonia venne scelta dall’II.PP.A.B di Milano (Istituti Pubblici di Assistenza e Beneficenza, che svolgono attività socio assistenziali) per soggiorni legati alla terza età.
    Ma alla fine giunse  l’inesorabile declino, che portò alla chiusura della “Sciesopoli” alla fine dell’estate del  1985. Da allora cadde il silenzio.
    Sono entrata dell’enorme edificio vuoto in una giornata di gennaio limpida e soleggiata. Il tepore del pianoro intorno pareva risucchiato dal gelido respiro degli atri bui, spogli e squallidi. I dormitori non recano più voci di bambini, solo colonne desolate, che come soldatini ancora reggono l’enorme salone. Non ci sono più i lettini ordinatamente in fila, né i banchi di scuola, né piattini, né scodelle, né tavolini, né panchette, nessun gioco, nessuna impronta se non quella del tempo.
    La “Sciespoli”, antica dimora di bimbi, oggi piange le sue solitarie lacrime dimenticate, chiede solo di essere ascoltata, chiede solo di ritornare alla luce.
     
     

  • 23 gennaio 2016 alle ore 8:09
    UN GENTILUOMO

    Come comincia: La parola gentiluomo è diventata desueta, ormai quasi nessuno la usa: non i politici, non gli insegnanti, non i preti (non che la cosa mi interessi gran che), non più gli industriali (in passato ce n’erano in gran numero), non…non… insomma quasi nessuno.
    Ve lo siete domandato il perchè? Il vocabolario recita: “Signore ben educato, di modi distinti, leale, corretto.”
    Citavo prima i politici, avete mai assistito ad una riunione di politici? Scene disgustose, litigi, arroganza, l’uno che non lascia parlare l’altro, talvolta sono venuti alle mani.
    I preti? Essendo io ateo forse sono di parte ma ne ho conosciuto pochi: uno solo mi ha colpito:  il cardinale Martini che, se non erro, ricevuta in dono una notevole somma di danaro da un cattolico che voleva così guadagnarsi il Paradiso, si è ritirato in terra santa seguitando a criticar la chiesa dall’interno.
    Forse l’attuale Papa che ha sostituito il suo predecessore il quale, circondato da furbacchioni disonesti che non era in grado di tenere a bada, ha ritenuto di levarsi dai piedi per passare la palla ad un successore. Dicevo papa Bergoglio che ha ereditato un bel po’ di problemi: uno dei tanti lo I.O.R , la banca Vaticana, gestita per anni dal non onesto cardinal Marcinkus (non voglio usare il termine disonesto), in cui si riversavano i soldi dei mafiosi, dei i massoni e di molti  personaggi i cui denari erano di dubbia provenienza.
    Bergoglio ha dichiarato pubblicamente di voler far pulizia, c’è riuscito? Bah. Sicuramente non è riuscito a far sloggiare i vari cardinali che occupavano e occupano appartamenti di 500 metri quadri e più in cui sono custoditi opere di immenso valore. Ha provato anche a far  ospitare dai suoi parroci i profughi provenienti dai paesi del nord Africa, ha fatto fiasco, pochissimi hanno seguito il suo invito. Dunque il Papa può essere considerato un gentiluomo? A voi la risposta, io mi astengo.
    Gli insegnanti potrebbero esserlo dando un buon esempio agli allievi ma hanno tanti problemi da parte loro tra: trasferimenti fuori dalla sede di residenza, stipendio da fame, allievi turbolenti e mal gestiti, genitori non collaborativi anzi sempre dalla parte dei figli, niente da fare da parte loro.
    I dirigenti di azienda? In passato tanti; ricordo un certo Borghi che si era interessato al benessere dei suoi operai cedendo loro gratis delle abitazioni, oggi sono veramente in pochi, nessuno di fama nazionale.
    Un gentiluomo che ricordo con piacere, mio padre. Impiegato in un istituto di credito, dispensato dal servizio militare perchè mutilato da una gamba in seguito ad un incidente stradale (era il 1940 l’Italia era entrata in una sciagurata guerra). Oltre al suo normale lavoro si ingegnava a portar soldi in casa (eravamo una famiglia numerosa tra nonni, fratelli, sorelle e figli, io Alberto e mio fratello Massimo). Teneva la contabilità di varie ditte e tornava la casa a casa stanco morto, considerando anche la sua invalidità, portando con sé qualcosa che le ditte producevano (uova, carne, pane, vino).
    Mio padre Armando riusciva anche a far del bene: in un magazzino raccoglieva quello che poteva donare ai poveri: legna, bottiglie di vino, scatolette di carne e di tonno, un po’ di tutto ma soprattutto bussava alla porta dei più abbienti in cerca di danaro che i cotali raramente ‘sganciavano’. Il ricavato veniva convertito in beni distribuiti con la collaborazione mia e dei giovani di famiglia ai poveri durante le feste natalizie o pasquali.
    “Chi dobbiamo ringraziare?” La domanda dei beneficiari. “Il cavalier Minazzo (nome inventato per non far scoprire mio padre).
    Finita la carriera di bancario, il buon Armando prese a scrivere ed a pitturare quadri naturalmente in stile naif dato che non aveva seguito alcuna scuola ma con ottimi risultati (riusciva anche a vendere i suoi quadri con grande suo orgoglio).
    Una sorpresa alla sua morte. A parte ‘l’invasione’ a Jesi (luogo di residenza del genitore) da parte di un nugolo di finanzieri (mio fratello era maggiore comandante del Gruppo di Pesaro, io semplice maresciallo aiutante) vennero fuori alcune storielle che vengo ad illustrarvi, a parte il fatto che in quell’occasione i finanzieri si sparpagliarono per la città gettando nel panico alcuni botteganti che abbassarono le saracinesche per paura di un’ispezione.
    Dopo la cerimonia funebre gli amici vennero invitati nell’attico dimora dei miei genitori in via Giani e qui vennero fuori delle sorprese da parte di alcune distinte e non più giovani signore che lodarono il buon gusto dell’arredamento di casa e alcune , come dire, si sbilanciarono un po’.
    Una certa Lucia, sguardo da… (avete capito):
    “Suo padre aveva una gamba  in meno ma in compenso…”
    Quell’in compenso mi fece malignare sul mio genitore soprattutto Quando la contessa  Capogrossi:
     “Sono già stata in questa abitazione quando sua madre era da Roma presso sua sorella”.
     Domanda ovvia pensata ma non espressa da me: “Cosa c’è venuta a fare quando era assente mia madre?”
    Un’altra persona aveva attirato la mia attenzione: femminuccia, altezza 1,75 circa, corpo atletico, minigonna con stivali, capelli folti e ricci, occhi neri, grandi, promettenti. Stava ammirando un quadro di mio padre raffigurante una casa contadina con orto posteriore, anteriormente un’aia dove erano posizionati un trattore, una trebbiatrice, una scala ed un pagliaio in via di composizione e contadini addetti al lavoro.
    “Signora la vedo interessata a questo quadro, c’è un motivo particolare?”
    “Sono Giuditta Cotichelli professoressa di ginnastica, ero amica di suo padre che mi aveva promesso di vendermelo, mi piace molto, mi fa provare delle sensazioni piacevoli, distensive, vorrei che me lo cedesse. Suo padre talvolta veniva a trovarmi a casa mia, abito nella villetta qui di fronte, sono sola, divorziata senza figli, le ho fatto la foto della mia vita, le ripeto sono interessata al quadro.”
    “Forse anche a mio padre o sbaglio?”
    Un lungo sguardo come per dire: “Brutto stronzo hai capito tutto, non fare tutta stà manfrina.”
    “È suo, ma non credo sia il momento di consegnarglielo dinanzi a tutti, verrò a casa sua col quadro.”
    “Non penso sia il caso di un ‘bis in idem’, conosce il latino?”
    “Si ho fatto il classico, messaggio recepito, venga quando vuole, posso darle del tu.?”
    Nessuna risposta, la baby mi aveva fatto capire che non aveva alcuna voglia di farsi scopare da me, punto.
    Infine la giovane cameriera Mariola inconsolabile: “Suo padre era più di un padre per me…”
    A questo punto una mia domanda: “Da chi ho ereditato la mia mandrillagine?” “Risposta ovvia da….”
    Ho l’orgoglio di dirvi che la mia abitazione messinese è tappezzata da quadri del buon Armando in cui sono espressi tutti i suoi stati d’animo: sfondi rosati: ottimismo e distensione, sfondi grigi: tristezza, sfondi uniformi: creatività, sfondi viola: violenza.
    Talvolta sfoglio il mio album di foto: fra le altre vedo un giovane signore in bombetta, bastone con pomo d’argento e cappotto scuro di castoro, sorridente che tiene in braccio un bel bambino. Il bel bambino ero io bello, purtroppo, non lo sono più, ho superato l’ottantina!

  • 22 gennaio 2016 alle ore 23:58
    The Invisible Ship

    Come comincia: Ciò amo ricordare nelle fredde e umide serate invernali, quando alla taverna in pietra di Thomas Godwin vado a sedere in cerca di un poco di pace e di una sacrosanta pinta di rum. Prima che quella vecchia strega di Margaret venga a prendermi per trascinarmi ubriaco fradicio in casa, maledicendo sette volte, uno per ogni giorno della settimana, il momento in cui decise di sposarmi.
    - Un tempo Thomas ed io, di quella marmaglia facemmo parte...

    The Invisible Ship
    L’invisibile Vascello
    di Veniero Rossi

    Sulla nave in secca la ciurma operava in silenzio, alternandosi nella stiva rischiarata dalle lampade a petrolio che per l’occasione erano accese.
    Dai boccaporti dischiusi si diffondevano il fumo denso e una luce ocra spettrale.
    Saldamente assicurato con forti cime a dei grossi ceppi disposti in coppia a prua e a poppa e conficcati nella sabbia, il battello offriva superbo la prora al vento proveniente dal mare.
    Sinistri scricchiolii e tonfi sordi si avvertivano giungere dalla spina in acero di quel vecchio legname.
    L’occasione tuttavia era unica per svolgere quell’importante affare ma il tempo a disposizione, esiguo.
    A sostenere il vero, si trattava di una possibilità legata a poche ore in tutto.
    Così l’equipaggio correva dalla sopra coperta, alla sentina, cercando di risolvere il problema con il timore che il comandante tornasse a bordo e una volta sul cassero, all’accenno della marea di ritorno impartisse l’ordine di salpare.
    Sulla costa bianca di West Kirby in Inghilterra, il restante manipolo di marinai forti e coraggiosi di quella nave, lavorava di là del bagnasciuga, riempiendo in tutta fretta grossi otri rossi di terra per trasportarli a bordo.
    Presto sarebbe giunto il fortunale e le attività ne avrebbero risentito.
    Tuoni e lampi si cominciavano a formare all’orizzonte e una coltre d’acqua in quella notte da lupi cominciò a cadere.
    Carichi cirri, atterrirono uomini che in vita loro avevano visto tutto.
    Nei minuti che seguirono, tutte le armi, munizioni, uncini, asce e quant’altro armamento, coltello o punteruolo, perfino i cavatappi della cambusa, finirono coperti di arena e stivati nella capiente pancia dell’imbarcazione.
    All’orizzonte, come pecore bianche innocenti, le increspature d’acqua intrapresero il cammino.
    La marea salì veloce e il comandante tornò a occupare posto sul ponte che il vento in coffa rafforzava.
    Assieme alla ciurma, attese nell’oscurità che arrivasse a lambire la nave sino al galleggiamento.
    Il vascello vacillò nel riprendere fondo e ruppe bruscamente ogni ormeggio.
    Neppure l'ancora, interrata sul fondale, riuscì a trattenerlo e la catena rischiava di strappare nell'arare il fondo.
    Fu in quel momento che ordinò al secondo di sollevarla e prendere il largo, appiccando con rabbia il proprio uncino alle mura.
    Privo di velatura e con l’albero di maestra spezzato e appariscenti fori, il vascello virò a dritta nella disperazione generale.
    Alcuni di quei marinai ebbero unicamente il tempo di serrare al corpo le vesti che il ponte fu battuto da un’onda di mare talmente forte da uscire a poppa e scaraventarne un paio in acqua.
    E molte altri ancora di quei flutti sarebbero presto arrivati in quel freddo oceano.
    Quegli uomini dovettero farsene una ragione.
    Il misero tentativo di seppellire le armi a bordo, era fallito...
    Un qualche attrezzo contundente doveva essere sfuggito o non essere stato seppellito a dovere!
    Giacché il vascello tornava a navigare e la maledizione prolungata per un altro mezzo secolo.
    Giusto il tempo necessario a tornare da quelle parti e avere un istante di pace!
    Nel mare profondamente cavo e nella notte torbida e ventosa, il vascello solcò i marosi fino a diventare invisibile all'orizzonte.
    -Sul trinchetto spiccava impavida la bandiera e il teschio.

  • 22 gennaio 2016 alle ore 11:37
    Il corvo rosso dell'Alta Società

    Come comincia: CAPITOLO 1
    IL BARDO ERRANTE.
     
    Il mondo di sopra è una monarchia consiliare fondata sul lavoro e il rispetto della legge.
    Essa assicura prosperità ai suoi abitanti e concede nuova linfa al mondo di sotto, secondo la magnanimità del supremo imperatore e dei suoi delegati.
    Art 1 comma 1 della costituzione.

    Anche quel giorno, proprio come ogni mattina, Luchas si era svegliata priva di novità.
    La signora Maron era uscita presto a fare la spesa e aveva lasciato in cucina la colazione per i suoi due bambini e il marito nel letto col bacio del risveglio. Henry  Stryp, L’ortolano, curvato degli anni e dal suo mal di schiena cronico, sistemava le verdure sul bancone già da tempo al vaglio di alcune clienti abituali.
    I vecchi chiacchieravano tra loro in piazza, alternando a una sniffata di tabacco e l'altra, una sbirciata ai bambini che correvano felici e una occhiata nostalgica agli uomini di ritorno dal mare.
    Per loro, come per tutti gli altri, i giorni scorrevano lenti; gli anni, come secoli. Già… non c’era proprio nulla di nuovo nella piccola ma ridente Luchas; famosa solo per le sue rape e il suo ottimo pesce.
    A parte forse un piccolo dettaglio. Due giorni prima un mercante proveniente dalla più grande Dorys, aveva informato la cittadina portuale dell’imminente arrivo di Fan.
    Quando Luchas lo seppe, tutti, dal primo all’ultimo, ne furono entusiasti. Il sindaco Mc Ghin fu in prima linea nella corsa al rinnovamento del paese, portando personalmente in piazza festoni, vasi di fiori e ogni cosa utile a intrattenere per un paio di giorni il personaggio.
    Febbraio era stato molto freddo e piovoso, ma in quel lunedì d'inizio marzo, i raggi del sole splendevano come in piena estate. Per molti questo fu un segno: come se anche l’astro mattutino lo aspettasse e avesse dato la sua benedizione a una festa che avrebbe lasciato il segno.
    Prima che il sole sorgesse sul secondo giorno dopo la rivelazione e abbracciasse il mulino a vento sopra la collina, tutto il borgo si era già riversato da tempo nelle poche centinaia di metri della piazza di Luchas.
    «Perché vi siete riuniti qui oggi?»
    Gary Stanford era senza dubbio l'uomo con la voce più squillante della cittadina e quel giorno, invece di strillare al mercato per elogiare il suo pesce, gridava per scaldare il pubblico e infiammare gli animi.
    Tutti risposero unanimi: «Volgiamo Fan!»
    «Come? Non riesco a sentirvi!»  gridò Gary a squarciagola, temporeggiando.
    «Vogliamo Fan!»
    Dal vecchio cascinale della signora Hanz, Sam era testimone, suo malgrado, dell'attesa traboccante del borgo. Ascoltava tutto e osservava con fare annoiato le ombre che sfrecciavano sul muro dietro di lui. Sapeva di chi fossero quelle ombre. Accadeva sempre. In qualunque città andasse c'era sempre qualcuno che dormiva troppo o che non dormisse affatto e che quindi, alla fine, perdeva la poltrona.
    Sam si concesse un altro sorso d'acqua dopo la lunga notte di cammino. Nonostante la fatica gli piaceva quella vita. Amava soprattutto che, ovunque fermasse gli zoccoli, lui e il suo padrone venissero accolti come grandi eroi. Le voci pian piano scomparvero, proprio come il sapore dell'ultimo boccone di paglia che aveva mangiato. Sbuffò e, dondolando la coda per allontanare le mosche, si mise alla ricerca di un posticino dove riposare le lunghe e stanche zampe. Nitrì felice quando trovò ciò che faceva al caso suo. Era in un angolino, all'ombra e lontano dalla finestra e, quindi… fuori dalla portata di sguardi indiscreti.
    Spesso gli umani si comportavano come se non avessero mai visto uno come lui.
    Tale frustrazione era compresa solo dalle parole del suo compagno di viaggio. Diceva che lo guardavano meravigliati perché sbalorditi dal suo manto bianco, dalla sua criniera sempre in ordine, o forse dalla croce nera che gli divideva a metà la spaziosa fronte. Sam gli credeva ma ogni tanto ribatteva con sonori nitriti.
    «Cosa, lo pensi davvero? Oh andiamo, sei ancora in gamba, un giovanotto!» E ancora:
    «Sei una bestia rara, mica un pensionato. Devi capire che non sono in molti ad avere visto un cavallo come te.» Già, forse era vero e forse, anzi, sicuramente, lui avrebbe rimediato all'inconveniente convogliando su di sé le attenzioni di tutti; riscrivendo l'ultima frase e facendola diventare: "non sono in molti ad aver visto uno spettacolo come il mio!"  Lo faceva sempre e Max aspettava solo quello.
    Era pronto e comodo, con le orecchie puntate alla piazza, per udire suoni che non si sarebbe mai stancato di ascoltare.
    Le arterie di Lucas erano deserte, ma nel suo centro, dentro il suo cuore, vi correva un treno.
    La piazza era più che gremita e, il palco eretto per l'occasione, sovraccarico di occhi e orecchie affamate.
    Leggermente dietro, sotto la sua ombra, le ruote e le assi di una carovana estranea. Era tenuta in maniera impeccabile, anche se le avversità affrontate erano state di sicuro molte. Le riparazioni e le piaghe del legno, per il suo proprietario sembravano avere lo stesso valore di coppe e medaglie, e invece di nasconderle sotto una semplice mano di vernice, le sfoggiava con orgoglio e fierezza.
    «Bene gente, vedo che siete pronti e carichi» gridò a squarciagola il pescivendolo «quindi, senza ulteriori induci, vado a presentarvi il nostro ospite d’onore! Acclama, oh Luchas ed elogiate tutti, suoi abitanti: il cantastorie proveniente dal mondo fatato di Sinfònia, il ballerino del crepuscolo, l’angelo purpureo; ecco a voi Fan il grande!»
    Dall’interno della carovana saltò fuori un uomo. Gridando quasi quanto la platea, Fan si presentò ai suoi beniamini spalancando le braccia con un sorriso smagliante.  Dopo una rapida occhiata alla folla, l’uomo si sistemò il cappello di stoffa e attaccò a pizzicare le corde del suo banjo.

    Il sole si alza nel cielo più vero
    E non c’è niente che mi renda più fiero
    La città si sveglia di primo mattino
    Con gli uccelli liberi e il gallo canterino
    Respirate l’aria, amici cari!
    Sentite il sole riscaldare la vostra pelle
    Perché poche son le cose più belle
    e molti i bocconi amari
    Di cosa questo bardo sta parlando?
    Ma della felicità! State attenti, mi raccomando.
    Ogni fatica aspetta premio
    e ogni raccolto attende un granaio
    La ricompensa per il lavoro è il vostro gaio
    e la felicità perenne è l’augurio mio!
    Rammentatevi di queste rime
    Conservate queste mie strofe inf’ìme
    Perché  la felicità vi voglio donare
    poiché il mio cuore è generoso nel dare!
     
    La voce melodiosa di Fan rapì gli ascoltatori e le vibrazioni delle corde del suo strumento di legno e tela, li ipnotizzò come un incantatore fa coi serpenti. Di lui Luchas conosceva solo la fama ma, ora che lo avevano davanti agli occhi e, soprattutto, alle orecchie, trovò che le informazioni trapelate non gli rendevano giustizia. «Vogliamo vederli! Facceli vedere, Fan!» gridarono in molti dalle prime file.
    Il Bardo itinerante atterrò sulle punte dopo una piroetta e si fermò. Accarezzando due corde domandò:
    «Amici cari accorsi oggi per udirmi, in cosa questo essere inferiore può servirvi?»
    «Vogliamo vederli! Facci vedere il sangue!» Urlò la folla con un crescendo d'ovazioni.
    Fan sorrise e, sfoggiando nuovi ritmi e nuovo magnetismo, tornò a suonare come il mago della musica che aveva stregato la città.
    Rammentatevi di queste rime
    Conservate queste mie strofe infìme
    Perché  la felicità vi voglio donare
    poiché il mio cuore è generoso nel dare!
    La seconda parte dello spettacolo coinvolse a tal punto il pubblico che le acclamazioni avvolsero il paesino e le sue campagne circostanti. Mentre saltava e ballava, giostrando col banjo in maniera sublime senza fatica apparente, il vento salmastro, come un ammiratore troppo zelante voglioso di un souvenir della propria celebrità, rubò a Fan il cappello. Una cascata purpurea scivolò dalla nuca, gli accarezzò la veste rattoppata e, prima che ricadesse sulle cosce, con un movimento deciso del collo, l'artista l'adagiò nella scia del vento; incantando con essa, attraverso evoluzioni sempre nuove, coloro che con insistenza ne avevano richiesto la presenza. Il bardo terminò la ballata con un profondo inchino preceduto dal ritornello di tutte le sue canzoni. Il sipario scese sullo spettacolo attraverso una pioggia di finissimi capelli che sfiorò il palcoscenico.
    La mattinata volò in un attimo. Nessuno seppe quantificare la durata dello spettacolo, ma tutti furono concordi nel definirlo incredibile. Il sindaco Mc Ghin invitò Fan a fermarsi a pranzo a casa sua e organizzò un banchetto in grande stile per la sera. Il convito ebbe inizio al tramonto, ma l'allegria di Luchas fu tale che Fan non riuscì a capire quanto durò la pausa tra la fine della sua esibizione e l'inizio della cena.
    Sulle grandi tavolate ovali, vivande e bevande vennero servite fino a notte fonda, e birra e vino locale, insieme all'energia contadina, non mancarono mai. Il banchetto si concluse dopo aver messo a letto i più piccoli. Il falò al centro dello spiazzo fu ravvivato con altra legna e le ragazze più graziose, vestite coi costumi tradizionali, iniziarono a danzarvi attorno. La vera festa cominciò solo allora.
    Il ritmo della musica, scandito dal battito delle mani di chi tra il pubblico animava la serata, era irresistibile.
    Il bardo, attratto dalla leggiadria delle danzatrici e dal clima festoso, si lascio trasportare al punto dal voler memorizzare gli accordi delle ballate per un futuro componimento.  
    I movimenti delle giovani gli ricordavano vagamente i suoi; erano più lenti e attenti, ma se eseguiti da loro l’insieme cambiava radicalmente, assumendo una vena in più di beltà.
    Agli occhi di Fan erano fate. Ne scelse una e focalizzò la sua attenzione su di lei. Quel vestito lungo e niveo, i pizzi ricamati, la corona di fiori rosa sui capelli e quei movimenti degni di un’ape su un giglio, lo incantarono e lo proiettarono in un passato molto lontano.
    In un attimo tutte le altre scomparirono e rimase solo lei a danzare per lui.
    Una voce poi gli parlò. "Pher! Vieni anche tu, è divertente!"
    E, per un motivo che non comprese bene, gli iridi divennero giallo oro e le dita si strinsero attorno alla tovaglia di tela. «Fan, qualcosa non va?» domandò Mc Ghin  seduto alla destra del cantastorie.
    L’ospite riemerse dall'indesiderato scherzo della memoria e si sforzò di riportare gli occhi al suo normale azzurro. «Tutto bene, grazie sindaco» disse sfregandosi il viso con le mani «davvero uno spettacolo magnifico, complimenti. Erano molti anni che non vedevo danzare ragazze così brave.»
     
    Furono in pochi a resistere fino all’alba, ma la maggior parte delle ragazze restò per fare compagnia a Fan.
    «Qual è il tuo tipo di donna ideale?»
    A quella domanda Fan quasi soffocò del goccio di birra che gli restava nel bicchiere. Arrossì, diventando paonazzo quasi quanto i suoi capelli. Tutti gli occhi erano su di lui… ancora una volta. Ciò non gli dispiaceva, anzi, in tutti quegli anni di vagabondaggio era stata una cosa assai gradita; tuttavia quella domanda gli aveva sempre causato problemi.
    Quindi, vedendo avvicinarsi l’ora della prova, il bardo si difese usando l’unica arma a sua disposizione.
    Raccolse il suo fedele compagno di battaglie e cominciò a intonare una melodia.
    Socchiuse gli occhi.
     
    Come dev’essere la donna mia?
    Questo benjo ve lo dirà.
    Deve seguire questa melodia
    Che tutti quanti vi stupirà.

    A tratti folle, pur sempre dolce
    Che sia delicata, ma fiera e forte
    Di sorrisi adorna, come consorte
    La cui carezza mio vivere molce.
    Voglian gli dei che mi sia concesso
    Purtroppo, è solo un mero riflesso.
    Durante i secoli della sua attività gli era capitato molto di rado; tuttavia Fan era il tipo di uomo che al sorgere del pensiero, qualunque esso fosse, questo si manifestava a tutti. In quell'occasione, fu nei panni di una ballata al chiaro di luna. Le dita affusolate modificarono il ritmo e intonarono un inno nuovo, frutto della sua anima vissuta. La cadenza era dolce, ma i suoni che lasciavano il banjo avevano una vena di amarezza in loro e rispecchiavano l’espressine del viso che l’uomo aveva assunto.
    La musa mia si annuncia ansante
    tra cadaverici sospiri
    La morte tiene nei respiri;
    d’Ade eCaronte melliflua amante.
    Oh, si invece, amiche care, non vi sbagliate
    Il vecchio Fan non mente, bene badate
    Lui pien d’ardore canta, sappiate
    per il  trascorso  cancellare
    e un’agonia dimenticare.

    Fan alzò gli occhi di scatto e ritrovò il controllo di sé perso solo per un attimo. Aveva parlato troppo e con parole decisamente sbagliate. Diede una occhiata alle giovani. Erano spaventate e la bocca di alcune era aperta per lo stupore.
    Balzò in piedi e tornò a strimpellare con forza la canzone del suo debutto.
      Rammentatevi di queste rime
    Conservate queste mie strofe infime
    Perché  la felicità vi voglio donare
    poiché il mio cuore è generoso nel dare!

    Già dopo i primi accordi molti volti si sporsero dalle finestre e, benché assonnati, quella tiritera nel cuore della notte non parve dispiacere a nessuno. Anzi, tempo pochi minuti e la maggior parte di loro scese in strada a danzare; guidati dal loro musico preferito, felice di scatenarsi con loro e per loro.

    «Sicuro di non voler restare per qualche giorno? Lo sai che ospitarti non è affatto un problema.»
    Alle spalle del signor Mc Ghin c’era la città intera. Fan vide i musicisti che avevano suonato durante la cena, i bambini con cui aveva ballato e anche le danzatrici che, nonostante l’incidente, ancora pendevano dalle sue labbra e bramavano afferrarle. Il volto di Fan s'aprì in un sorriso nel notare le sue due ragazze in prima fila. Serenità e Felicità seguivano l'artista ovunque andasse e lui le considerava le sue ammiratrici numero uno. «Vi ringrazio molto signor sindaco, ma sono costretto a declinare l’offerta» disse Fan con un profondo e umile inchino. «L’unica regola che mi sono imposto è di non restare in una città per più di un giorno e una notte.» Il primo cittadino si rattristò per il rifiuto, così come tutta Lucas; tuttavia, dopo un attimo di debolezza, riemerse l’uomo impavido che, col suo carisma giovanile, aveva conquistato l’allegro borgo alle votazioni di meno di un anno prima.
    «Le regole sono regole. Chi sono io per forzarti a infrangerle visto che sono un tutore dell’ordine e della legge?» Gli tese la mano.
    «Grazie mille, sono lieto che abbia capito.»
    «Ci siamo divertiti moltissimo con te, Fan. Se ti ritrovassi da questi parti più avanti, ricordati di passare; ti assicuro che l’accoglienza sarà ancora più calorosa!»
    Il sole brillò sul viso raggiante del bardo, facendolo splendere a sua volta. «Tornerò, non dubitate» Afferrò la mano protesa e, dopo gli ultimi saluti e inchini, balzò sopra la sua carovana, dietro a un Sam pronto e scattante. Spronò con le redini il destriero, il quale prontamente nitrì e partì. La folla lo seguì fino al confine sud di Luchas. Le mani in perenne movimento furono per Fan come le pale del mulino sopra la collina e lo deliziarono fino a quando, proprio l'ombra di quelle pale, non le inghiottirono. Quando fu abbastanza lontano, l'uomo appoggiò la mano su una tavola di legno del pavimento del carro e questo scivolò via. Premette il palmo sopra un pannello di metallo. Dopo averla scansionata, un getto di fumo avvolse il cocchio
    «Sempre diritto, Sam, portami ancora più a sud» disse al cavallo.
    Si tolse il cappello liberando la chioma e si sdraiò, entrando per metà nel suo mezzo di trasporto. Il tetto della carovana si aprì lentamente e una prima lama di luce lo pugnalò all'altezza del cuore. Fan socchiuse gli occhi e s'immerse nei suoi pensieri prima che una secondo affondo di fotoni lo privasse della vista.
    «Svegliami quando saremo arrivati.»
     
    Amava la primavera. Adorava il tocco dell’aria frizzante sulla pelle e per lui nulla era come il sentire l’erba crescere sotto i suoi piedi. La collinetta dove sonnecchiava tranquillo era la più alta dell’emisfero sud.
    Da quello spicchio di paradiso scorgeva sia la vita urbana, indaffarata e costante, che la tranquillità della campagna. Sbadigliò con pigrizia. Raccolse un dente di leone e lo guardò assorto. Le nuvole lo salutavano da lontano con le loro mille forme. Per Fan il sud del continente aveva le nuvole passeggere più belle; e lui si divertiva a memorizzarle con occhi viola: era il suo hobby.
    Due mani gli posarono sulla testa una corona di margherite.
    «Oh, grazie mille, Feli.» Felicità gli sorrise e lo baciò sulla fronte. Voltandosi alla sua sinistra, Fan intravide Serenità tentare di acchiappare una farfalla saltellando tra i fiori di campo. I suoi capelli neri, lunghi fino alle spalle, erano in netto contrasto con quelli di Felicità: biondissimi, che le accarezzavano i gomiti.
    Erano le sue ragazze, la sua consolazione. Era il loro amore sincero a farlo andare avanti e fu solo grazie a loro due che Fan non impazzì durante i suoi anni bui. Respirò avidamente e socchiuse gli occhi, immergendosi nel profumo dell'erba. Sbadigliò ancora, contemplando la penombra delle palpebre socchiuse. Quelle ultime settimane lo avevano impegnato più del previsto. Le dita ancora ardevano e le gambe gli dolevano per il troppo lavoro. Si guardò bene dall’addormentarsi però. La sua mente aveva involontariamente riportato a galla vecchi pensieri che una dormita avrebbe solo ravvivato e resi più vicini. Fan non dormiva da secoli, non voleva dormire…
    Chiudere gli occhi e assaporare la magica frescura della bella stagione, alla lunga lo avrebbe rinvigorito.
    Sì, avrebbe fatto così; il tempo era dalla sua parte.
    «Buon pomeriggio amico, come ti va la vita?»
    «Non rilascio interviste, per gli autografi rivolgersi al mio agente» esternò Fan con voce piatta.
    «Non chiuderesti un occhio per un tuo vecchio compagno, eh Sayph?»
    «Se mi chiami in quel modo non puoi essere venuto in pace; di questo ne sono abbastanza sicuro, Boris.» Boris Cohen sciolse le braccia e sorrise.
    «Lieto che ti ricordi ancora di me, Sayph.» Per Fan, l'arrivo di Boris Cohen preannunciava l'oscurità di chi lo aveva mandato.
    «Non mi chiamare così» disse l’uomo immergendo gli occhi azzurri nel blu della volta celeste.
    «Il mio nome è Fan.» Cohen si sdraiò a pancia all’aria come lui, facendo attenzione a non stropicciare o sporcare il suo completo firmato. Fan ne fu alquanto irritato, ma si limitò a sospirare.
    «Cosa ci fa un servo dell’Alta Società in questo posto sperduto? Se non ricordo male non vi degnate di muovervi da Araghent.» Boris allargò la curva delle labbra e si lasciò cullare nella magnificenza dei fiori e dell’erba tenera. Per molto tempo nessuno disse nulla, lasciando aleggiare i pensieri insieme al candore delle nubi. «Come ti vanno le cose?»
    «Meglio di quanto immagini» ammise il bardo sereno.
    «Vedo che ti piace prendere aria.»
    «Mi aiuta a non pensare. Il cielo è magnifico in primavera: chiaro più dell’inverno e dell’autunno ma meno dell’estate; una giusta combinazione di beltà e utilità.»
    «Esattamente come te, vecchio marpione. »
    Il vento strappò dalla bocca di Fan il suo prossimo commento.
    «Cosa sei venuto a fare qui?» domandò.
    «Sono venuto a chiamarti.»
    «Qualcuno mi vuole? Digli di lasciare un messaggio alla segreteria telefonica, da oggi sono in vacanza.
    «Non posso farlo, è una cosa urgente e importante» avvisò Boris.
    Fan si mise seduto e guardò con iridi verdi, simbolo d’irritazione, il suo vicino.
    «Credi davvero che non sappia il motivo del tuo arrivo? Dì a quei cani che anche se mi promettessero metà del mondo di sopra, io non ne sono interessato!» Stizzito, si girò di lato, rifiutandosi di ascoltare le idiozie che l’avvocato gli avrebbe rifilato per convincerlo.
    Boris però conosceva il suo pollo e, difatti, reagì andandosi a sdraiare più vicino a lui; alla sua sinistra.
    Fan si voltò dall’altra parte. «Mi dispiace moltissimo di aver declinato la tua offerta quella volta» disse solamente. «Ma l'ho fatto per tutti e tre, tu lo sai.»
    Nessuna risposta da parte del suo vicino imbronciato.
    «A ogni modo, amico mio, credo che la vita da eremita canterino ti si addica molto.»
    «Pff, un fan… ma guarda che fortuna.»
    «Dico sul serio Sayph, lo penso veramente.»
    L'alzata di spalle di Fan fece trasalire Boris. «Oh che diamine! Quanto odio questo tuo modo di fare! è proprio vero che il lupo perde il pelo ma non il vizio.»
    «Sono stati loro a volermi così. Lamentati con quelle mummie, non con me. Io sono libero e faccio come mi pare.»
    «Questo lo credi tu. Pensi davvero che l’Alta Società non ti abbia tenuto d’occhio durante questi anni d’esilio? So che pensavi che cambiando nome e cambiando vita avresti potuto far perdere le tue tracce, ma ti assicuro che non ti abbiamo perso di vista nemmeno per un momento.»
    «Avrai notizie dal mio avvocato. Ti accuserò di stolking; a te e anche ai tuoi amici.»
    Boris riuscì a rimanere serio solo per una decina di secondi; trascorsi i quali scoppiò a ridere facendo oscillare a tempo di record il suo pancione rotondo. Si passò una mano sulla nuca per metà stempiata.
    «Beh, almeno hai sviluppato un minimo di senso dell’uomorismo… meglio tardi che mai!
    Ricordo che quand'eri ancora in servizio non capivi mai le battute, anzi, eri tu a darle benzina.»
    Si asciugò col dito una lacrima, frutto delle risate. «Sì amico, credo che nonostante tutto questa vita da ramingo ti abbia fatto maturare.»
    Per la prima volta da quando aveva concluso la sua visita ad Astar, Fan sorrise.
    «Ecco l’espressione che volevo vedere.»
    «Non è la prima volta che sorrido; durante i miei spettacoli sono sempre allegro.
    «Non puoi darla a bere al vecchio Boris. Tu sorridi, ma senza convinzione. Quelli che propini ai tuoi ammiratori non sono sorrisi sinceri, ma ghigni prefabbricati sopra una maschera di ceramica bianca.»
    L'ultima esclamazione dell'avvocato affossò l'umore di Fan; il quale tornò impassibile e i suoi occhi del colore della terra.
    «Boris, dimmi cosa sei venuto a fare esattamente. Cosa vogliono da me gli avvoltoi?»
    Il legale lasciò correre un abbondante minuto prima di parlare.
    «Dimmi Sayph, ti andrebbe di tornare in azione come i vecchi tempi?» Fan aprì di poco le labbra. In un brevissimo secolo di stupore e ricordi, il bardo ripercorse gran parte della sua storia. Ricordò le battaglie e le gioie e i dolori di un tempo ormai perduto nel tempo.
    Prima però che potesse ribattere, si ritrovò le braccia di Felicità al collo.
    Gli occhi azzurri luccicavano di lacrime. In silenzio, lo supplicava di restare, di non cedere, di fare attenzione alle trappole che gli avevano tese.  Fan annuì e scrollò la testa per mandare via quella ipotesi e anche tutte le altre. «Basta prendere in giro questo vecchio relitto fallito» disse «sono stato bandito, ricordi? Scomunicato dal grande capo in persona.» Sprofondò ancora nell’erba con un tonfo sordo.
    Boris s’alzò in piedi. Serenità lo fulminò con gli occhi e lo sgridò con una linguaccia, ma l'avvocato non la degnò di uno sguardo. Piuttosto, si piazzò tra Sayph e i raggi del sole; oscurandolo con la sua stazza.
    I due si scrutarono attentamente.
    «E se ti dicessi che… il grande capo vuole vederti? Come la prenderesti?»
     

  • 14 gennaio 2016 alle ore 12:42
    La differenza che uccide

    Come comincia: Vorrei poter cancellare una parola dal nostro attuale vocabolario...
    Mi chiedo spesso:
    ─ Qual è la differenza tra “femmina” e “donna” ?
    Secondo me è lì, in quella differenza che si annida la mano omicida dei numerosi, in eclatante escalation, assassini  di donne qusi tutti per lo stesso motivo, il desiderio di sciogliere un rapporto non più gradito.
    Non c’è dubbio che i due termini solo apparentemente indichino la stessa sostanza o lo stesso concetto.
    Consulto Wikipedia che sentenzia: “La femmina è uno dei due sessi (insieme al maschio) nelle specie che  utilizzano la riproduzione sessuata dioica o partenogenetica.” L’enciclopedia online continua approfondendo in primo luogo le caratteristiche anatomiche strutturali del corpo della donna ma solo in riferimento alla sua funzione riproduttiva per passare infine al simbolo che viene utilizzato per indicare questa metà del cielo: “♀”.
    Il simbolo detto, uno specchio  in mano alla dea Venere, è più frequentemente interpretato come un utero nel momento del parto e nelle voci correlate, a chiusura del capitoletto, si trovano solo “inversione sessuale”, “maschio” e  “sesso”.
    Cerco, quindi, “donna”. Leggo: ”Una donna è un essere umano adulto di genere femminile, della specie Homo sapiens. Si distingue dalla femmina prepubere, che può essere chiamata, a seconda dell'età: ragazza, fanciulla, bambina, ed è l'altro sesso della specie: l'uomo.”
    Viene riportata anche l’etimologia del termine: “La parola donna deriva per assimilazione consonantica dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, cioè "signora" ”
    Wikipedia conclude il suo lungo excursus, circa sette paragrafi  o capitoli, sul termine “Donna” con le voci correlate “femminilità” e “Forma del corpo umano femminile”.
    Cosa mi salta agli occhi in modo prepotente? Nella prima definizione “femmina” è semplicemente un essere preposto al soddisfacimento del piacere maschile e della riproduzione della specie. In quest’ottica non solo non le vengono riconosciute, ma le sono completamente negate,  le proprietà dell’uomo, l’altro sesso: autonomia di giudizio e di libera scelta, indipendenza e stile di vita proprio.
    In sostanza qual è la differenza tra “femmina” e “donna” ?
    Avrete notato che a donna viene associato “essere umano” mentre a femmina no. Quindi la donna ha un’anima, un’intellgenza… insomma tutto ciò che attiene all’essere umano, la femmina no.
    Di “donna” parla esaurientemente l’etimologia. La donna è il termine femminile del maschile “domine” … è dunque la “signora” l’alter ego femminile del “signore”. La “femmina” no.
    In questa differenza cova il femminidio. Sarò ridicola ma mi viene da chiedere:
    “Perché l’uccisione di un uomo non si chiama “maschicidio”? Credo che solo in questo modo, sarebbe accettabile il termine “femminicidio”!
    L’uomo, nel suo delirio omicida, uccide la femmina non la donna,  uccide perché non riconosce nell’essere a cui ha deciso di togliere la vita caratteristiche umane, sintetizzate dalla parola “libertà”, la stessa che vanta lui.
    Dal suo punto di vista l’assassino, quando definisce il suo reato “femminicidio”, non sbaglia perché questo fa, uccide la femmina… ma noi, spettatori, inquirenti, forze dell’ordine, avvocati, giudici e chi più ne ha più ne metta, popolo civile del terzo millennio, sottoscrivendo l’uso di questo termine efferato, rinneghiamo tutto ciò che abbiamo sottolineato fin qui.
    Chi viene uccisa è sempre una donna e non una sottospecie o solo un suo organo o solo la sua funzione. Nessuno potrà negare che chi uccide una donna perché si rifiuta di essere un oggetto, qualcosa che le appartenga, sta negando libertà di pensiero e di azione a quell’essere che considera sua proprietà.
    Chi continua a parlare di “femminicidio” è un fiancheggiatore, un complice, uno che condivide il giudizio negativo dell’assassino, che è anche positivo se usato solo nei contesti  o negli ambiti deputati.
    Questa parola, dunque, è sbagliata, è da cancellare. A me personalmente dà fastidio… ci avverto la stessa violenza che arma la mano assassina e contemporaneamente la mancanza di un riconoscimento di qualsiasi valore alla  “donna”
    Non posso pensare che chi sia in grado di ragionare su questi presupposti avalli simile abbaglio letterario!
    Per questo vorrei chiedere che venga abolita la parola “femminicidio” e utilizzato al suo posto un altro termine più giusto e rispettoso della dignità, facendo così salva  la inequivocabile caratteristica di “umanità” di ogni donna uccisa.
     
     

  • 14 gennaio 2016 alle ore 10:55
    L'ETÀ INVISIBILE

    Come comincia: Spalle curve, andatura altalenante, sguardo perso nel vuoto, pelle rinsecchita, età invisibile, latente, inavvertibile, sfuggente, penosa, nel cuore tanta tristezza, questa è ahimè la vecchiaia.
    Ti passano vicino giovani sorridenti, dall’andatura elastica abbracciati fra di loro maschietti e femminucce (magari anche maschietti con maschietti e viceversa ma che importa), ti lacrimano gli occhi ricordando la tua gioventù molto meno fortunata di quella di oggi.
    Stì giovani hanno tutto e di più non come noi che indossavamo vestiti dei fratelli maggiori e scarpe risuolate con toppe, un vestito per l’inverno ed uno per l’estate anche se crescendo ti andavano  stretti.
    Alberto M. (per gli amici Al) erede di una schiatta di nobili decaduti, nato a Grotte di Castro in provincia di Viterbo ma sin da giovane residente a Roma, era il tipico esempio di quanto sopra descritto.
    Ora il caro Alberto abita a Messina colà condotto dalla sorte o meglio dal lavoro quale vincitore di un concorso alle Agenzie delle Entrate.
    Risiede in via La Farina, strada intestata ad un messinese famoso a lui ignoto.  Alberto è proprietario di una abitazione al quinto e penultimo piano della scala a), un casermone di quattro scale e ottanta alloggi. Casa signorile ben arredata, bel panorama dal porto di Messina sino alla Calabria, suggestivo specialmente di notte, ma appartamento  tristemente vuoto dopo la dipartita traumatica della bella e giovane moglie, Annamaria, il solito male incurabile.
    Alberto, dopo i primi attimi di smarrimento, si era organizzato: pulizia casa: un filippino, Edy, bucato e cucina: Pina,la moglie di portiere Salvatore. La pecunia, fortunatamente, non era un problema, oltre ad una buona pensione c’era il lascito di 300.000 euro alla morte della zia Lidia.
    Nulla poteva alleviare il dolore dal profondo dell’anima “né più nel cor parlerà lo spirto del dolcissimo amore, unico spirto a’ vita raminga.” Il buon Alfieri aveva ben espresso il dolore di Alberto che ‘adirato a’ patri numi’ dapprima si era rinchiuso in casa e poi, al contrario, aveva preso a girare per Messina a piedi e poi con la fida Jaguar, specialmente di notte.
    Il problema erano proprio le ore notturne passate in compagnia del televisore o della lettura di un romanzo sino alle prime ore del mattino quando il buon Edy si presentava a casa sua con lo sguardo rimproveratore di buon amico che si faceva carico delle pene del suo padrone.
    Non era certo la religione a poterlo consolare né a fargli sbollire la rabbia “a’ patri numi”. Da sempre miscredente benché ‘allevato’ dai preti ‘della Misericordia’  aveva contestato in toto le dottrine cattoliche tanto di essere cacciato con ignominia dal collegio.
    Aveva notato che in tarda serata alcune giovin donzelle, non eccessivamente coperte, passeggiavano sotto casa sua sino alla stazione, talvolta avvicinate da signori con macchine lussuose che, dopo un breve colloquio, se le caricavano con destinazione ignota.
    Ovviamente si trattava prostitute provenienti la maggior parte dai paesi dell’est europeo in cerca di fortuna vendendo il proprio corpo, frase che Alberto contestava, al massimo lo prestavano…
    Prese a frequentarle: ormai le conosceva quasi tutte: Annabel, Cipriana, Daphne, Ileana, Magda, Viviana, Zinia.  Non voleva invitarle a casa sua, perché, a ottantanni suonati, ormai ‘ciccio’ aveva perduto ‘lo slancio’ anzi dormiva profondamente.
    Su internet aveva scovato un medicinale di ultima generazione  che poteva fare al caso suo, nome commerciale ‘Spedra’ , si trattava di scegliere una baby peripatetica sotto la sua abitazione, scartò Annabel il cui nome gli ricordava troppo la consorte, Viviana poteva andar bene. Bruna, lunghi capelli corvini, sorriso accattivante, occhi verdi, bellissimi, seno prorompente altezza 1,75, insomma ne valeva la pena.
    L’interessata ben volentieri aderì all’invito di Alberto, l’aveva preso a conoscere conversando talvolta con lui sotto casa e pensava di potersi fidare.
    Appena messo piede nell’abitazione  ritenne opportuno far presente la tariffa elencando le varie prestazioni.
    “Voglio solo sapere quanto guadagni in una serata.”
    “Forse 300 euro.”
    “Te ne do 500 per tutta la notte.”
    Bidet per entrambi. Bartolo accese solo l’abat jour, non gli piaceva farsi vedere nudo, il suo corpo non era più quello della gioventù e se ne vergognava un po’.
    Era la prima volta che una donna posava la sue membra sul letto che era stato di Annamaria; lo ‘Spedra’, assunto mezz’ora prima, alle sollecitazioni di Viviana, miracolosamente prese a far risorgere ‘Ciccio’ che, indossato un previdenziale cappuccio, fu preso in bocca dalla damigella che poi si mise cavalcioni a mo’ di amazzone e, col sorriso sulle labbra, seguitò a dimenarsi voluttuosamente sin quando capì che il ‘ciccio’ di Bartolo aveva svolto il suo compito.
    Viviana scese dal letto e cominciò a vestirsi.
    “Cara di prego di passare la notte abbracciato con me.”
    Quell’amplesso fu una panacea alla tristezza del padrone di casa il quale, al mattino, si trovò ancora stretto alla baby molto disteso spiritualmente. Diede a Viviana 1.000 euro la quale apprezzò moltissimo e chiese se poteva effettuare un’altra prestazione; al diniego del padrone di casa con un sorriso ed un lieve bacio sulle labbra dell’amante uscì di casa.
    Qualcosa era cambiato nel cervello di Alberto: la notte prese a frequentare Taormina, posteggiata la Jaguar passeggiava lungo il corso molto frequentato specialmente da stranieri, seduto al bar della piazzetta sorbiva una bibita dinanzi al panorama stupendo del golfo.
    La vita lo aveva ripreso anche se qualcosa ancora mancava.
    Una sera vicina di tavolo, all’aperto, nella solita piazzetta una bellezza di schianto : cascata di capelli biondi, occhi di un profondo azzurro, corpo da modella, minigonna,  camicetta ampiamente aperta lasciava intravedere un seno prorompente, un minuscolo cagnolino spuntato dalla sua capiente borsa: uno spettacolo. La baby aveva poggiato sul tavolo due pubblicazioni nella lingua di Albione: la Sicilia e Taormina, evidentemente un’appassionata di arte.
    Quale approccio? Alberto penso bene con’inglese che aveva studiato al classico ma non  era in grado di parlarlo correttamente. Ripiegò sulla scrittura:
    “Cameriere per favore mi porti un blocco notes ed una penna.”
    Scrisse: “Madam i would like toh ave the pleasure of making them known Taormina.”
    “Signorina vorrei avere il piacere di farle conoscere Taormina.”
    Si congratulò con se stesso, il suo inglese non si era arrugginito.
    Poggiato,lo scritto sul tavolino della baby, vide l’interessata darvi uno sguardo e poi restituirlo dopo aver trascritto sullo stesso:
    “€. 500 for a blowjob, 1.000 for a shag, 5.000  for anal  intercorse and 10.000 for the night.”
    Bartolo non credeva ai suoi occhi, la traduzione, ad un dipresso, era la seguente:
    “€. 500 per un pompino, 1.000 per una scopata, 5.000 per un rapporto anale e 10.000 per la notte intera.”
    Bartolo si girò a guardare stupito la dama mignotta la quale seguitava a giocare col cagnolino facendo finta di nulla.
    Non era un problema di soldi che a lui non mancavano, restava il fatto che lui sperava in un’avventura quando invece…
    Alberto scrisse ‘ok’ sul taccuino che, strappato lo scritto, fu restituito al cameriere.
    Madam si alzò con aria annoiata, guardò in faccia Alberto e gli fece cenno di seguirla; era alloggiata al S.Domenico, uno degli alberghi più lussuoso di Taormina ecco svelato il perché dei prezzi praticati per le sue prestazioni erotiche.
    Giunti incamera la signorina disse di chiamarsi Ingrid, era svedese. Bartolo mise sul tavolo 10.000 €. che sparirono ben presto nella capiente borsa delle dama. (la cagnolina si era rifugiata sotto il letto, sicuramente era stata ammaestrata dalla padrona durante il suo ‘lavoro’.)
    Ambedue sotto la doccia,beh in fondo ne valeva la pena, Ingrid prese a massaggiare il corpo di Bartolo con una spugna profumata e poi a baciarlo voluttuosamente in bocca, cosa strana per una del mestiere.
    Ingrid si guadagnò il suo compenso, si lavorò Alberto in tutti i modi, Alberto che si addormentò svegliandosi solo verso le sette del mattino al bussare della porta della sua camera. Era il cameriere che chiedeva se dovesse servire la colazione. Alberto approvò, mancia al cameriere e rientro a Messina con la fida Jaguar recuperata dal posteggio.
    Una strana forma di rilassamento invase Alberto, sensazione che non provava da molto tempo:  allora qual era la sua futura scelta di vita? Andando a mignotte, cosa piuttosto costosa oppure avere un legame affettivo fisso, optò per quest’ultima soluzione e allora con chi fidanzarsi?
    Nel frattempo divenne l’unico ‘frequentatore’ di Viviana, ucraina,  che, lasciata la strada, ben presto divenne la padrona di casa  dimostrando nascoste doti di casalinga e di affettuosità nei confronti del suo ‘vecchietto’ , come apostrofava affettuosamente Alberto che non ebbe più bisogno dei servigi di Edy il filippino e di Pina, la moglie del portiere.
    Conclusione come nelle favole, la bella Viviana divenne la signora M!

  • 13 gennaio 2016 alle ore 15:42
    Un'altra occasione

    Come comincia: Il vento caldo sollevava polvere e foglie secche in quel soleggiato pomeriggio di metà gennaio, era un inverno anomalo; lei ricordava quelli freddi passati da ragazza con tanta neve e ghiaccio, altri tempi.
    Adesso stava osservando attentamente i soliti uccellini che bisticciavano sul suo terrazzo dove aveva volutamente lasciato del pane secco oggetto della contesa e per qualche istante sorrise spensierata, finché i due volatili sparirono alla sua vista dietro la parete divisoria del montacarichi che poggiava su un lato del balcone.
    Abitava in una vecchia palazzina di tre piani sprovvista di ascensore e quel montacarichi le era stato regalato dai figli dopo la tragedia che l'aveva costretta sulla sedia a rotelle e resa vedova; l'auto che li investì mentre passeggiavano non lasciò loro scampo, suo marito morì sul colpo e lei si ritrovò paralizzata alle gambe.
    Il giorno del funerale lei era ancora ricoverata in ospedale e dopo la funzione i quattro figli si recarono a farle visita.
    "Doveva morire vostro padre per farvi ritrovare nuovamente tutti assieme" Tuonò lei con le lacrime agli occhi. I figli risposerò con le solite frasi di cortesia e dopo alcuni minuti si congedarono alla spicciolata senza mai menzionare il montacarichi. Fu così che una volta dimessa dall'ospedale trovò quella sorpresa: aveva la mente annebbiata e i ricordi confusi e in cuor suo sperò che quel gesto fosse l'inizio di un nuovo rapporto con loro.
    Erano passati quasi 3 anni da quel giorno, la figlia più anziana era tornata subito in Brasile con la sua compagna; non la vedeva ne sentiva da allora. Il figlio più giovane era rientrato in galera dopo aver usufruito di un permesso speciale per assistere al funerale del padre; anche lui non l'aveva più visto, solo alcune telefonate per gli auguri, ma capiva dalla sua voce che avrebbe preferito non sentirla. Da circa un mese era libero, aveva scontato la sua pena, ma non si era ancora presentato da lei e forse era meglio così. Pietro, l'altro figlio, da alcuni anni si era trasferito all'estero per motivi di lavoro con l'intera famiglia, la crisi aveva colpito duramente tutti i settori e la distanza aveva ulteriormente raffreddato il loro rapporto già logorato da anni di incomprensioni. Restava solo la secondogenita che, al contrario degli altri fratelli, abitava a poca distanza da lei, non aveva motivi particolari di dissidio e viveva una vita tranquilla ma, nonostante ciò, si faceva vedere di rado e solo perché le sue due figlie chiedevano di passare del tempo con la nonna.
    Queste riflessioni la gettarono nello sconforto, gli uccellini adesso erano tornati e sembrava avessero raggiunto un accordo dividendosi il tozzo di pane secco come si conviene a chi vive insieme e condivide tutto; quella vista le fece salire le lacrime agli occhi e per evitare di piangere si accese la televisione convinta di distrarsi un po', speranza immediatamente disillusa dalla pochezza dei programmi proposti.
    Spense allora l'apparecchio e si decise a cominciare la lettura di un libro che le aveva regalato la signora Adele, vedova anch'essa, che condivideva lo stesso pianerottolo.
    Avevano trascorso insieme il Natale appena passato, l'aveva invitata a pranzo, una cosa semplice e senza pretese, più che altro un'occasione per stare insieme. La signora Adele si era presentata con un panettone acquistato al discount e con un pacchettino regalo, un libro dal titolo eloquente <Meglio soli o male accompagnati?> Anche il giorno di Natale avevano discusso su quell'argomento, la sua amica credeva che restar soli fosse una condizione peggiore del più brutto dei mali e sosteneva che pur di avere compagnia sarebbe stata disposta a stare col suo peggior nemico. Lei invece continuava a sostenere la sua idea "Cara Adele, dai retta a me: meglio soli che male accompagnati" Ed infatti era talmente sola da non aver più neppure dei nemici; non avrebbero mai trovato un punto d'incontro sulla questione.
    Controvoglia cominciò a sfogliare quel libro, le prime pagine descrivevano storie vere di persone restate sole per i più disparati motivi, gente che aveva preferito l'oblio alla speranza di continuare a vivere. Sopraggiunse la stanchezza e sentì gli occhi affaticati, decise allora di sospendere la lettura e quella scusa la fece sentire meno in colpa nei riguardi della sua amica, stava leggendo solo per non urtare la sensibilità di Adele.
    Si stava apprestando a preparar qualcosa per cena quando squillò il telefono, raggiunse il cordless appoggiato sul tavolo e rispose con voce squillante, quello era l'orario dei call center "Pronto" Rispose speranzosa "Mamma?" Era sua figlia "Anna?" Chiese stupita "Si, aspettavi altre chiamate?" Ovviamente no e la figlia lo sapeva, inutile spiegarle che per lei quello era il momento dei call center, la sera prima si era intrattenuta per quindici minuti con un ragazzo che voleva farle cambiare fornitura di energia elettrica ma alla fine era stato lui, disperato, ad interrompere la comunicazione. "Dimmi Anna, cosa vuoi?" Ormai sapeva che quando la chiamavano era sempre per qualche ragione precisa e il suo cuore si era indurito anche con i figli "Volevo solo sapere come stai. Sei a casa stasera?" "No Anna, stasera vado a ballare il latino-americano" Rispose seccata "Scusa mamma, intendevo dire se sei da sola o se viene la tua amica Adele" "Stasera lei non c'è" "A si, e dov'è?" "Quante domande, insomma Anna, cosa vuoi?" "Sei sempre la solita, volevo solo parlare un po' con te" "E allora vieni a trovarmi, sai dove abito, o devono dirtelo le bambine?" Anna non rispose, ma lei sentiva che era dall'altro lato dell'apparecchio con il fiato corto e sapeva che qualcosa stava bollendo in pentola "Si mamma, hai ragione. Lo sai che Roberto è uscito di galera?" Ecco dove voleva andare a parare "Certo che lo so, è fuori da un mese e non si è degnato di passare a salutarmi, il solito Roberto" "Ha avuto dei problemi" "Sai che novità" "No mamma, lasciami finire. Sta provando a rifarsi una vita, ma è dura" "E tu che ne sai?" Conosceva già la risposta ma voleva vedere fino a che punto la figlia avrebbe retto quella situazione "Roberto sta da me, da quando è uscito e adesso" Non le lasciò finire la frase "E adesso ne avete piene le scatole e vorreste scaricarlo da me, giusto?" Anna non ebbe la forza di ribattere, lei accolse quel silenzio come una conferma e poi interruppe la comunicazione.
    Minestra di verdure con un po' di formaggio, una cena frugale mentre alla televisione passava il solito programma con concorrenti impegnati a rispondere alle più disparate domande. Osservava le immagini ma il suo pensiero era rivolto alla telefonata ricevuta dalla figlia; dove aveva sbagliato? Cosa aveva fatto mancare ai suoi figli per essere ridotta in quella condizione? Terminò la cena e rassettò la cucina, decidendo infine di sistemarsi sulla poltrona; era invalida ma grazie a degli attrezzi miracolosi in casa aveva una certa autonomia. Dallo schermo arrivavano i rumori del pubblico che acclamava il nuovo campione del programma ma lei raggiunse con una mano il libro della sua amica e lo tirò a se. Le mancava Adele, di solito alla sera si tenevano compagnia bevendo una tisana, ma la sua amica da qualche tempo si era unita ad un gruppo di volontari che aiutavano le persone disagiate e quindi alcune sere rientrava tardi. 
    Senza convinzione riprese a leggere dal punto in cui si era interrotta costringendosi ad andare avanti e senza rendersene conto dopo alcune pagine era completamente immersa nella lettura. Fu sopraffatta dal sonno proprio mentre terminava la vicenda di un tale che, dopo aver perso tutto, famiglia, lavoro ed amici si era ritrovato a mendicare per le strade della sua città. Dopo anni vissuti in quel modo un giorno aveva incontrato una donna nella sua stessa condizione, tra loro era scoccata la scintilla dell'amore e dopo parecchie traversie erano riusciti ad uscire da quella situazione; adesso gestivano un centro di soccorso per i senza tetto e per chiunque ne avesse avuto bisogno. 
    Si addormentò sulla poltrona con un sorriso sarcastico stampato in faccia, era convinta che tutte quelle storie fossero inventate.
    Fu svegliata da un rumore inconsueto, dalla finestra filtrava un filo di luce proveniente dai lampioni, con la mano afferrò il filo della lampada da tavolo e accese la luce guardando in direzione dell'orologio appeso al muro; le tre e mezza.
    Il rumore si fece più insistente e lei spense la luce, qualcuno stava cercando di entrare in casa e fu tentata di urlare per chiedere aiuto, ma una sorta di sesto senso la costrinse a tacere, in cuor suo aveva già capito.
    La porta di entrata si aprì lentamente lasciando entrare una flebile luce nella casa immersa nella penombra, lei intravide una sagoma scivolare furtiva all'interno e sentì il rumore del portoncino blindato richiudersi. A quel punto i suoi occhi si erano abituati all'oscurità e, nonostante il riverbero della pila ostacolasse la visuale sulla figura appena entrata, non ebbe dubbi e accese la lampada sul tavolo "Roberto!" Esclamò per nulla intimorita.
    L'uomo adesso era seduto sulla poltrona di sua madre e stringeva tra le mani una tazza di camomilla calda, infatti, dopo il primo momento di stupore, si era sciolto in un pianto fanciullesco e la madre l'aveva fatto accomodare senza dire una parola. Roberto sorseggiava la bevanda bollente con il capo chino, stava aspettando la sfuriata della donna, era pronto, ma lei non proferiva parola limitandosi a fissarlo con aria distaccata. Dopo alcuni minuti lui provò a dire "Mamma, non è come tu pensi" Non lo lasciò terminare "No, infatti, è peggio. Finisci la camomilla e sparisci, non farti più vedere. Sei un"  Non riuscì ad inveire contro il figlio e in quel momento capì che gli voleva ancora bene, in realtà voleva bene a tutti i suoi figli, gli mancava il marito e dal giorno dell'incidente era diventata dura ed intransigente con tutti e soprattutto con se stessa. Non era quello che voleva, sapeva di poter essere una madre migliore e tornò a porsi la domanda che ultimamente non la lasciava tranquilla un attimo; dove aveva sbagliato?
    "Scusami Roberto" si rivolse al figlio come mai aveva fatto "Non è colpa tua, sono io che ho perso ogni speranza di vivere una vecchiaia serena, di avere dei figli accanto che si prendano cura di me, senza avere il terrore di restare sola e abbandonata. Tu non c'entri, hai la tua vita, hai fatto i tuoi errori e hai pagato il giusto prezzo. Adesso finisci la tua bevanda e poi vai a stenderti sul letto della mia stanza, io resto qui, sulla poltrona. Vedrai che in qualche modo c'è la caveremo" Roberto bevve in un sorso la camomilla e poi si avvicinò alla madre sussurrandole nell'orecchio "Ok mamma, avremo modo di riparlarne"
    Di mattina fu destata dal suono del campanello della portineria, era Anna che passava a trovarla, che strano pensò. E poi perché suona, ha le chiavi, o forse no? Quando la figlia fu salita al piano bussò leggermente e lei aprì la porta. "Ciao mamma" Sussurrò la donna mentre si piegava verso di lei per darle un bacio sulla guancia "Roberto è qui?" "Si. Sei stata tu a dargli le chiavi di casa mia, perché?" Anna non rispose. Si avvicinò invece ai fornelli della cucina e preparò il caffè "Forte e amaro per te" Disse rivolta alla madre "Si". Le due donne attesero in silenzio che la bevanda fosse pronta, Anna ne servì due dosi abbondanti, diede una tazza alla madre e si accomodò sulla poltrona "E' calda" Notò la figlia "Ho dormito lì questa notte e adesso sono qui sul mio cavallo da traino" Era cosi che chiamava la carrozzella, ma tutto quel cianciare le dava fastidio, lei voleva sapere cosa stesse succedendo e perché e ad Anna bastò un suo sguardo per capire che la pazienza era finita. Trangugiò il caffè bollente ingozzandosi e non poté trattenere un forte colpo di tosse che fece finire gran parte della bevanda scura sul tavolo ed in terra. Rossa in viso e con le lacrime agli occhi chiese scusa e si affrettò a pulire tutto e stava asciugando il tavolo quando sua madre, completamente spazientita, sbuffo "Allora, mi vuoi dire cosa sta succedendo?"
    "Maria" disse Anna. Maria era sua sorella che viveva in Brasile. La donna intuì subito che era successo qualcosa a sua figlia ma non riuscì a dire nulla e allora toccò ad Anna farsi forza e riprendere a dire "Maria, mamma. L'hanno trovata morta, uccisa a colpi di pistola" L'anziana donna strabuzzò gli occhi, in cuor suo sapeva che Maria avrebbe fatto una brutta fine, ma il saperla lontana credeva le avesse indotto una sorta di indifferenza nei confronti della figlia mentre le parole di Anna la riportarono alla realtà; avevano ammazzato sua figlia e il suo cuore era straziato dal dolore.
    "Quando è successo? Chi l'ha ammazzata? E perché? Come facciamo ad andare al funerale? Me la faranno riportare a casa? E i tuoi fratelli lo sanno?" "Mamma calmati" "Maria è morta e mi dici di stare calma? Io le volevo bene, non sono mai riuscita a dimostrarle il mio affetto, ma è così, è sempre stato così" "Lo so mamma, lo sappiamo tutti" Anna abbracciò la madre ed entrambe piansero in silenzio restando così per alcuni minuti. Poi Anna, con le gambe informicate dalla posizione scomoda, si rizzò in piedi e parlò lentamente alla madre che ancora piangeva. "Mamma, Maria è stata trovata qui, in città. Era tornata per vedere te, voleva riallacciare i rapporti con la famiglia ma aveva ancora un sacco di problemi e si è rivolta all'unica persona di cui poteva fidarsi che l'avrebbe aiutata a risolvere i suoi casini" Anna lasciò in sospeso la frase, sua madre era molto più sveglia di quanto ci si potesse attendere da una donna nelle sue condizioni e capì immediatamente la verità "Roberto!" "Si mamma, si è rivolta a lui. Nonostante fosse scappata in Brasile aveva mantenuto dei contatti qui da noi con certa gente a cui doveva soldi e favori, ed infatti, a nostra insaputa, ogni tanto tornava in città per sistemare alcune faccende. Questa volta però era intenzionata a darci un taglio, voleva sistemare ogni cosa una volta per tutte e voleva anche riavvicinarsi a noi" "E tu come le sai tutte queste cose?" "E' stata da me per alcuni giorni, lei e Roberto sembravano così tranquilli e sereni, mi ricordavano i tempi in cui eravamo dei ragazzini spensierati che giocavano per strada" Un sorriso apparve sul volto della donna, quei ricordi la facevano sentir meglio. "Poi l'altra sera mi hanno detto che sarebbero stati fuori di notte per risolvere alcune faccende e ho dovuto accettare la loro decisione senza opporre resistenza" " E tuo marito? E le bambine?" "Mio marito è un brav'uomo, mi appoggia in tutto e per tutto e non commenta mai le scelte dei miei fratelli. Le bambine vedono ancora i propri zii come eroi, nonostante tutto" "Questo è successo l'altro ieri sera. Poi ieri, in giornata, Roberto è rientrato a casa stravolto e mi ha detto che Maria era andata con degli uomini in un vecchio palazzo alla periferia, ed è lì che l'hanno trovata morta".
    Roberto aveva ascoltato tutto appoggiato allo stipite della porta "Mamma, non è come credi" L'anziana donna si era isolata dal resto del mondo, gli occhi chiusi e i pugni serrati non facevano presagire nulla di buono, la conoscevano bene, ed infatti dopo alcuni istanti inveì contro il figlio "Tu, maledetto idiota, cosa cavolo hai fatto ancora? E' mai possibile che combini sempre guai? Hai rovinato la mia esistenza e quella del tuo povero padre, i tuoi fratelli hanno dovuto subire le conseguenze delle tue malefatte e adesso Maria è morta! Maledetto, vattene, andatevene tutti e due, non vi voglio più vedere, fuori da casa mia!" Anna, con gli occhi sbarrati, stava per uscire quando Roberto la fermò "No Anna, non questa volta. Resta, adesso chiariamo le cose, una volta per tutte" Le due donne restarono sorprese dal suo tono di voce, lui, il più piccolo dei fratelli, era sempre stato remissivo nei confronti dei genitori, ma stavolta sembrava un'altra persona. Si accomodò sul divano ed invitò la sorella ad imitarlo, Anna non ebbe nulla da obiettare e si mise accanto al fratello.
    "Adesso mamma mi stai a sentire" La donna avrebbe voluto ribadire l'invito ad uscire da casa sua, ma capì che c'era aria di resa dei conti.
    "Vedi mamma, fin da bambino ho capito di non essere ben accolto, di essere un errore. Quella volta papà avrebbe fatto meglio a dormire e invece no, dopo nove mesi sono nato io. Quante volte ti sei chiesta se era meglio sbarazzarsi di me? Quante volte hai pensato che l'aborto sarebbe stata la soluzione meno dolorosa da affrontare? Tante, lo so, lo percepivo già nel tuo grembo, speravo in un atto di amore ed infatti sono nato, ma non per amore, ma per clemenza. Maria dava già segni di omosessualità, Pietro aveva una forma di balbuzie acuta e Anna era ancora troppo piccola, magari sarebbe saltato fuori qualche strano morbo o chissà cosa che l'avrebbe condannata per tutta la vita. E allora perché non riporre le proprie speranze nel piccolo Roberto?" "Tu non sai quello che dici" Provò a dire la madre "Stai zitta!" Anna strinse la mano del fratello. "Stai zitta. Papà si spaccava la schiena per cercare di mantenere in piedi la baracca e tu che facevi? Sperperavi i soldi in cazzate pavoneggiandoti con amiche e amichetti, mentre io e i miei fratelli dovevamo rinunciare anche alle cose più banali" "Roberto" Provò a calmarlo la sorella" " No Anna, è giusto che ricordi, ciò che ha fatto è mostruoso" La madre lo fissò con aria interrogativa, era lui il fondo di galera, con che diritto mentiva sputando veleno? "Non ricordi nulla, vero? L'infanzia di merda che ci hai fatto passare, le umiliazioni pubbliche, gli insulti e le botte, nulla vero?" Adesso era spaesata "Anna, ma cosa sta dicendo? E' impazzito?" Anna non rispose, le lacrime scendevano copiose sul suo viso. La madre sentiva aumentare i battiti del cuore e le vene pulsare era rossa in viso e chiaramente affannata, le mancava il respiro, ma Roberto proseguì senza tregua "Sei stata tu la causa di tutti i nostri guai, tu che ci hai allontanati e hai messo Maria sulla strada ancora minorenne. E sempre a causa tua Pietro ha subito un trauma da renderlo quasi muto oltre che balbuziente. Stavi per rovinare anche Anna, ma per fortuna ha incontrato suo marito che è un uomo dal cuore d'oro e hai rovinato me, trattandomi sempre da moccioso e costringendomi a subire le tue angherie. Ed infine sei stata tu la causa della morte di papà, l'hai ammazzato tu e io sono finito in galera perché ho tentato di ripagarti con la stessa moneta" Concluse Roberto paonazzo in viso e che adesso era svuotato come un pallone bucato, Anna al suo fianco piangeva e singhiozzava rumorosamente mentre la madre era come pietrificata incapace di muoversi od emettere un solo gemito.
    Il giudice accolse le richieste dei legali nominati da Pietro Anna e Roberto, la madre, sotto la loro responsabilità, non era più agli arresti domiciliari e alla fine dell'udienza decisero di recarsi al cimitero.
    Roberto depose i fiori sulle tombe del padre e della sorella, erano riusciti a metterli uno di fianco all'altra. Anna si asciugò gli occhi colmi di lacrime e la madre allungò una mano dietro la carrozzina per afferrarle il braccio, erano passate alcune settimane dallo sfogo di Roberto e lei si era chiusa in un silenzio impenetrabile.
    "Voglio sapere tutto" Chiese in modo risoluto ai figli. Anna fissò il fratello che con un cenno la invitò a parlare, anche lei doveva liberare tutta la rabbia e la frustrazione che aveva in corpo; la madre capì quel gesto ed invitò la figlia a parlare
    "Vedi mamma, tu sei sempre stata dura e cattiva con noi e il papà. Lui ti voleva bene e sopportava qualsiasi cosa, ma noi siamo cresciuti in un clima di terrore. Quando hai spinto papà giù dalle scale causandone la morte, Roberto si è avventato su di te e nella caduta ti sei rotta la spina dorsale ed hai subito un forte trauma cerebrale che ti ha fatto perdere la memoria, e solo grazie a pazienti cure sei riuscita a riprenderti e ad essere ciò che sei ora. Quando i medici ci hanno detto che avremmo potuto farti ricominciare da capo abbiamo pensato di eliminare tutto il passato nella speranza di ricominciare una nuova vita con una madre diversa. In principio le cose andavano bene, avevi una nuova vita e la tua infermità ha agevolato il giudice che ti ha condannato agli arresti domiciliari sotto la mia responsabilità. La tua nuova situazione, i tuoi nuovi ricordi, l'affetto della mie bimbe e della signora Adele e tutta una serie di circostanze ti avevano resa sotto molti punti di vista migliore rispetto a prima. Purtroppo, però, ultimamente il tuo carattere originale ha cominciato a prendere il sopravvento e senza rendertene conto hai ripreso a comportarti male nei confronti di chiunque ti stia vicino. Anche la signora Adele si è stufata di te e dei tuoi modi e noi, che ci siamo già passati, abbiamo chiesto aiuto a dei professionisti che ci hanno consigliato di farti rievocare il passato in modo da metabolizzare le tue angherie e i tuoi errori. Maria era tornata per quello e ci avrebbe raggiunto anche Pietro, eravamo d'accordo, ti avremmo affrontata insieme. Purtroppo Maria è andata incontro al suo tragico destino, Roberto non ha retto al colpo è ha dato la colpa a te" Ci fu un momento di silenzio in cui i figli fissarono la madre che, colpita da una folgorazione esclamò "Allora eri venuto per finire l'opera! Roberto era venuto per ammazzarmi e voi lo sapevate!" I figli non dissero nulla, adesso i loro sguardi erano compassionevoli, quella donna ridotta su una sedia a rotelle era pur sempre loro madre, Anna adesso piangeva e Roberto l'abbracciò imitandola. "Perché non mi hai ammazzata, perché mi avete lasciata viva?" Anna e Roberto ormai piangevano a dirotto e l'anziana donna si girò di scatto verso Pietro che come al solito era restato in disparte ed in silenzio, la donna lo fissò e per la prima volta nella sua vita l'uomo tenne testa allo sguardo della madre che in un attimo capì tutto l'orrore e gli errori della sua vita e con le lacrime agli occhi chiese ancora "Dimmi Pietro, perché sono ancora viva?" L'uomo, con le lacrime agli occhi, inspirò rumorosamente e poi con uno sforzo estremo rispose "P-per d-darti uuun'altra ooc-casione"
    Per i restanti anni della sua vita si prodigò nel volontariato, fu una brava nonna, un'ottima amica e soprattutto una brava madre e si fece benvolere da tutti. Morì, quasi centenaria, con il sorriso sulle labbra e il giorno del funerale, dopo esser stata seppellita vicino al marito e alla figlia, Anna si accinse ad aprire quella busta che lei le aveva consegnato alcuni giorni prima "La mamma mi aveva chiesto di aprirla solo dopo la sua sepoltura" Ne estrasse un biglietto che riportava, scritte a mano e con calligrafia malferma, poche parole:
    <Grazie per avermi concesso un'altra occasione>
     

  • 11 gennaio 2016 alle ore 23:30
    Dalla finestra II

    Come comincia: Ogni giorno, almeno una volta al giorno, mi diverto a giudicare il mondo (o meglio, la piccola parte di esso che, per me, è come uno specchio fedele del tutto che è esso), con vigliaccheria nascosto tra le inferriate bianche della mia finestra. Io, che sono un grande impiccione, tutto vedo e tutto sento, quando sento il bisogno di guardare il mondo dalla mia finestra.
    Ci sono quattro o cinque cornacchie che, spavalde come loro sanno spesso essere, smistano il bottino raccolto dagli ormai strabordanti cestini dell’immondizia sull’asfalto del viale e, senza badare a quelli che potrebbero o non potrebbero essere i commenti dei condòmini, ordinatamente, ridistribuiscono tra loro il cibo ricavato. Ed io le vedo. E allora mi accorgo che i netturbini portano un paio di giorni di ritardo, ed è solo per questo che le cornacchie si sono permesse di atteggiarsi e pavoneggiarsi con tale spavalderia.
    C’è un signore che, e non è assolutamente un fatto nuovo, esce dal portone del palazzo di fronte stringendo un sacchetto di plastica in mano, attraversa un po’ distrattamente il viale che separa il palazzo dove vivo io da quello dove vive lui, si guarda intorno con espressione assonnata, e, senza un chiaro interesse da parte sua e né tanto meno mia o di chiunque altro, lascia cadere il sacchetto di plastica nel cestino dell’immondizia dedicato ai condòmini del palazzo dove vivo io, e non in quello dedicato ai condòmini del palazzo dove vive lui, come chiarezza esige. Io ovviamente lo vedo sempre. E penso a quel ragazzo che, un giorno, mentre portava a guinzaglio un barboncino bianco, capitò proprio nel viale asfaltato che passa sotto la mia finestra; penso a quando egli, dopo aver (da vero signore) raccolto con un sacchetto le feci del proprio animale provò a buttarle nel cestino dell’immondizia del palazzo di fronte al mio, quello dove vive il signore che butta i propri rifiuti nel cestino dell’immondizia del mio condominio, e quindi una signora, che abita a sua volta nel palazzo di fronte al mio, dove già vive il signore che sistematicamente non butta i propri rifiuti nel posto esatto, lo riprese bruscamente obbligandolo a riprendere indietro ciò che aveva appena buttato. Ricordo quanto fu terribilmente severa e ricordo il desiderio che avvertii, di urlare dalla finestra: “Ma signora, la prego, rifletta! Lei abita in un palazzo dove un signore, mezzo matto o mezzo scemo, ancora non ha imparato dove deve buttare i propri rifiuti, e lei vuole dare la colpa di tutto questo, di tutto il male del mondo, di tutte le sue disavventure, a questo povero ragazzo, capitato di qui per sbaglio?”, ma ovviamente non dissi nulla.