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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
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elementi per pagina
  • Come comincia:  Ambientalismo spicciolo
     Comune di Vicenza - Vietato dar da mangiare agli alberi: non hanno denti per masticare
      -Io porto a cacare il cane sempre nello stesso posto. - Anche io!
     Vaffanculo: città gemellata con "li mortacci tua"
     Frase in tivu' (da rai fiction): - Ma quale diritto! Veramente crede che il test del DNA possa creare dei diritti? Posso capire verso la legge, ma non sono certo i diritti legali che fanno un padre o un figlio! PS. D'accordissimo!!!!
     Ho sognato tanti numeri ad occhi aperti, stanotte: i numeri nascondono delle storie, proprio come le parole (le racchiudono); anzi, ogni numero porta con sé una storia, ed è come una scatola cinese: quando l'hai aperta ne trovi subito un'altra da aprire e poi ancora un'altra...
     Sono sempre stato molto tranquillo ma ho visto molte "cose"; ho lasciato presto la scuola perché non significava niente per me, volevo soltanto che mi accadesse qualcosa! (Jimi Hendrix)
    Una ragazza giovanissima ferma un signore di mezza età per strada e li chiede:
    - Vuoi fare l'amore con me? L'uomo risponde: - Quando? - La ragazza, ancora, fa: Anche subito, se ti va. Basta che c'é l'hai a portata di mano!
    Chiuso per ferie. Per preservativi e viagra rivolgersi al biciclettaio via dei Macci. Grazie.
    Chiuso per riposo mentale, cioè sto esaurit...c.vrimm aropp u ferragost!!! (cioé u'21) ciao, Nicola.
    Non rubare! Lo Stato non tollera la concorrenza.
    Quì chiavi in 5 minuti
    Pizzeria da Gino, consegne a domicilio. Anche se non avete un domicilio ci pensiamo noi, basta che ci fate sapere dove abitate.
    Col distanziamento sociale, la scorsa estate, ho prenotato un ombrellone a Gallipoli e me ne hanno dato uno a Rimini. PS. Chilometro più chilometro meno: all'incirca 800 chilometri!
    Dal Corriere della Romagna: "cane trova l'eroina e suona il clacson".
    Roma ai Romani, Anzio agli Anziani
    Ciao, bellissima Amelie! Come stai? A me andrebbe di incontrarti per fare l'amore con te. Che dici, possiamo scambiarci e-mail? Adesso ti mando un bacino. Fammi sapere, ok? PS. La mia mail, comunque, è questa:...porca puttana, non me la ricordo più! 
    Gli idraulici sono in agitazione: non hanno ben compreso alcune indicazioni del "decreto sturacessi"!
    Frasi romantiche
     Questo immenzo amore per te, sei sempre nel mio quore!
     Flavia se non ceri t'i avessero dovutta in vendare
     Ti proteggerò come proteggo il drink passando tra la gente in diskoteka!!!
     Come disse Napoleone a Waterloo: "gli Inglesi? Soltanto una questione di...feeling!". PS. L'esercito francese, il 18 giugno del 1815, sulla piana di Waterloo, località del Brabante Vallone belga, subì oltre 25000 perdite: una delle più grandi disfatte nella storia militare della Francia.
     Due amici si incontrano per strada. L'uno domanda all'altro:
     - Dimmi, come stai? Ti vedo strano, non è che sei un po' stressato, esaurito?  Quello risponde: - Io esaurito? Ma quando mai! E' solo il cervello che non mi funziona tanto bene in questo periodo!
     Annunci vari
     Fittasi monolocale fronte strada, (vascio), angolo cottura, parché nuovo, tivù al plasmon, wai fai, no criaturi, no cani&gatti cannibali, no nonni rattusi
     Svendo tutto e vado a Cuba
     Vendesi autentiche borse Luì Vitton perfettamente imitate (sono nostrane no Made in China o coreane)
    Cercasi moglie referenziata "milleusi", senza servizio sveglia incorporato; la preferenza verrà data a candidate con esperienza. No perditempo.
    Si prenotano torte pascquali: da mo fino a Natale. Lasciate numero, sarete richiamati (possibilmente prima di Pasqua...ma non è sicuro al 100%)
    Chi combra e spente un soma di euro 10,00 riceverà una bantiera in omaggio
    Cercasi rosticciere esperto, no zuzzus!
     Locali varie
    Trattoria "Pisciapiano gioia mia"
    Buone vacanze! Il Tè Mat resterà chiuso dal 23 al 38 luglio. Ci rivediamo martedì 39
    Aperti...per incendio!! Pizzeria Gino Sorbello, 80 posti nel vico!!!
    Il negozio riaprià il prima possibile, appena l'emergenza sarà finita. Coraggio, Dio ci ama! Pensa se je stavamo sul cazzo!!
    Abbi rispetto per il barista perchè neanche un water riesce a servire più di un culo alla volta
    Dal fruttivendolo=tutte le donne soprese a palpare la frutta subiranno lo stesso trattamento!!!
    Davanti a una serranda chiusa=non sostare senza di té
    Io non sono dipendente dell'alcool ma titolare
    La direzione valuta pagamenti in natura
    Ricchioni dal 1962
    Non abbiamo il wi-fi: parlate tra di voi!!
    Vengo subito: allora godi poco!
    La Figa (ristorante) - cucina mediterranea
    Super offerta del giorno= 1 pizza euro 1,50; 2 pizze euro 3; e addirittura 3 pizze euro 4,50
    Pesche appena pescate, pensa te se vendeva pure i cachi
    Chiuso per ferie dal 24 luglio. Ritorniamo quando abbiamoo finito i soldi, cioé il 27 luglio
    Bar=per evitare inutili discussioni, si avvisa la gentile clientela che nei cornetti vuoti non c'é niente...!!!
    Orari salvataggio in mare, mattino=10-13; pomeriggio=15-18
    Avviso ai signori ladri: io sparo!
    Domenica finita, località gemellata con Cazzo, domani è lunedì
    Varie ed affini
    Per favore non urinare sul portone del palazzo, quì ci vivono persone perbene! Fallo sulla banca quì di fronte!!
    Divieto di fermata per contrattare prestazioni sessuali (su tutto il territorio comunale)
    Muori educato: prima di andartene non sbattere la porta!
    Attenzione: pavimento corridoio sino ad arrivare ai wc pericolo di cunette e d'orsi
    Amore&dintorni
    Porta Elisa...l'ho portata, e adesso?
    Tra due (ex) fidanzati
     Lei: - Tu hai solo paura di amarmi!
     Lui: - No...non ti amo!!!
     Paese=Gnocca (vicino Porto Tolle)
     Nature&varie
    E' assolutamente vietato camminare sulla superficie del lago: potrebbe volersene a mare!
    Trentino - Valduga primo giorno da sindaco. Ecco gli impegni: rapina in negozio col coltello
     Sulla felicità...
     Ci vuole poco per essere felici: basta un niente!
     dal blog: Era meglio quando c'erano gli Squallor
     (voce del canale di destra)
    Signori e Signori buona sera, vi parliamo da una paese torrido come...l'Africa
    E' freddo come il Polo nord, siamo collegati con circa quaranta paesi, quelli che avete ascoltato sono alcuni schiaffi che il tecnico ha mollato al proprio dipendente. Siamo collegati dicevo con circa due paesi, l'Uganda per l'Uganda e il Giappone per il Giappone. Molte sono state le adesioni, per la Germania Est l'est, per la Germania Ovest l'ovest e il Polo sud Nord.
    Se sei d'accordo mi passerei la linea.
    Sì, sono d'accordo e sono sempre quì.
    Ed eccoli quì finalmente da lontano stanno arrivando...
    sì, non vorrei sbagliare,
    sono loro, i Maomettani. Ormai sono passati...i carciofi.
    I carciofi, come sapete è la materia prima di questo luogo che esporta carciofi
    quest'anno c'è stata una specie di carestia
    perché alcuni uccelli passando raso raso hanno incappato nelle punte dei carciofi
    e, i quali non sono cresciuti all'altezza giusta.
    Ed ora alcuni comunicati commerciali:
    "La tazza di caffé non va bevuta, va pisciata."
    "Scarpe ortopediche Velox."
    "Comprate il Vaticano. Il prete a casa vostra. Costruitevi il prete."
     "Mettetevi un dito in culo, e la vita vi sorriderà."
     Va declamando il saggio (ovvero: domandona da cento milioni di lire...pardon euro):
     "E' meglio un uovo oggi oppure una gallina domani?". PS. Come al solito, la risposta al quesito è abbastanza opinabile. Personalmente preferirei la gallina...trattasi sempre di soggetto di sesso femminile; tuttavia, non disdegnerei neanche l'uovo (purchè non sia sodo e sia rigorosamente biologico!).

    Taranto, 30 gennaio 2021. 
     

  • 27 gennaio alle ore 7:57
    Lettera ad un ex compagno di scuola

    Come comincia: Caro Renato, quella tua voce stentorea, offuscata da un affanno, che, come medico, so riconoscere, mi ha raggiunto, sere fa, dal vivavoce della mia auto, nel buio, senza luna, della discesa dalla valle del Noce, che scende a Scalea. Guidavo in quell’assenza di pensieri, che ti capita, quando decidi di concederti una breve vacanza. Il ritmo dello sterzo, per le continue curve, si accompagnava al suono del motore, richiamato dallo scalare delle marce, per ridurre la velocità, all’entrata delle curve. Le conifere, a tratti, erano come fantasmi, al lato della strada. Quel trillo…-“Sono Renato, ti ricordi di me?..”- Quel tonfo dell’anima, più sonoro e preoccupante di quello del cuore, che sappiamo. Non era la tua voce di ragazzo, che ho lasciato negli anni, eppure ho saputo riconoscerti, forse anche per quel tanto di accento ligure, che trapelava in quel tuo angoscioso ansimare.
    Scusa la grafia del computer, ma ti evito la decifrazione della mia calligrafia..
    Il tempo ci spaventa e noi spesso lo fermiamo nei ricordi. Così tu sei ancora per me, Renato, il bello incontestabile, che sviava su di se gli occhi di tutte le nostre compagne, al liceo. Quel volto abbronzato, attraversato da un sorriso gioioso. La tua figura, curata dallo sport, che a quei tempi era un lusso di famiglia. Avevi un modo così invitante di saper chiedere i compiti, da me già fatti. Una volta, affascinato dalle prime cuffie militari per radio, che mio padre aveva conservato dalla guerra, mi chiedesti di imprestartele. Non ritornarono mai più .Mi sembrò un gesto naturale di elegante distrazione. Non parliamo di quando ti esibivi al tennis, nei vari tornei. T’invidiavo, guardando il volto acceso delle nostre compagne. Quei commenti verso il tuo fisico. T’invidiavo i calzettoni candidi di marca, che a me, scendevano sempre, inesorabilmente. Le tue racchette poi, erano sculture inarrivabili. Le corde di budella, suonavano come violini, se ci passavi il palmo della mano, con eleganza, quando, a fine partita, tornavi tra noi. Sorseggiavi il Chinotto ghiacciato, alternando frasi e commenti a tutti noi, che mi sembravano d’irraggiungibile originalità. A volte ne ho copiato a mente, qualcuna di quelle frasi.
    Parlarti di me vorrebbe dire fare un riassunto della mia vita; passiamo oltre, gioie e dolori come tutti. Lavoro ancora. Il mio studio in Piazza della Sanità, uno dei rioni a rischio di Napoli ,mi ha dato la possibilità di fare un’esperienza altrimenti impossibile. Scusami se, interrompendosi la comunicazione telefonica, non ho avuto il coraggio, all’arrivo, di ritelefonarti. Il tuo ansimare mi stava cancellando il tuo giovane sorriso e la nostra gioventù. Perdona il mio egoismo.

  • 22 gennaio alle ore 16:31
    INNO AL PIACERE

    Come comincia: Oh PataPina, dolce compagna delle mie notti insonni ti immagino, ti vedo, ti sento, mi inebrio del tuo effluvio chiave d’ingresso del piacere più smodato e di meravigliose sensazioni gustative.  Ti stimolo trattenendoti in bocca per gustare più a lungo la tua sapidità. Il tuo clitoris si innalza come un piccolo pene e ti trasmette sensazioni profonde che ti portano ad  orgasmi incontrollati, ripetuti nel tempo sino allo sfinimento. Come non prestare attenzione alle magnifiche tette dal capezzolo aumentato di volume per il piacere provato. Con l’aiuto di ‘ciccio’, in gran forma il ritrovamento del punto G è un tripudio di sollazzo profondo, illimitato con perdita della visione della realtà fino ad un sonno ristoratore. Sei ad occhi chiusi, abbandonata al godimento  prolungato che non ti ha lasciato e riprende la sua forza quando ti bacio sul collo, è l’apoteosi. Mi distendo vicino a te, ti guardo,  un sorriso di piacere non ti abbandona. Non penso ad altro, per ora sei solo mia e voglio ricordarti così, più bella che mai, non ti risvegliare, con una foto vorrei immortalare il tuo corpo ed in particolare il viso, ma temo che  la foto  potrebbe finire in mani estranee, per un po’ sei stata solo mia, forse la mia passione si è tramutata in amore …

  • 22 gennaio alle ore 12:58
    Dolce&Gabbana

    Come comincia: Amo Portofino. Ogni volta che ritorno in Liguria, prendo il treno da Genova e scendo a Santa Margherita. Poi, percorro a piedi la stretta litoranea, che porta a Portofino. In macchina o in bus sarebbe un reato. Sono passi paradisiaci, di colori, di profumi, di ricordi. Ma l'euforia delle endorfine, che il nostro cervello scatena alla visione del bello, cancella ogni fatica. Povera madre, convalescente da una colonstomia per un cancraccio da due, tre mesi, la percorse con me, costretta, a braccetto, vivendo vita vera. Non me ne pento. Si cammina al suono del frangersi delle onde dabbasso. L’occhio si stende in un azzurro confuso di mare e cielo. Vele invidiate, sono macchie candide. Il verde mediterraneo di contorti pini è quasi un tetto che ti profuma e ti dà macchie d’ombra. Giunto a Portofino, subito a comprare la fugassa in un negozietto fermo nel tempo: scelgo quella sbrodolante d’olio d’oliva che scende tra le dita. Incontro l’odore di mare, di porticciolo. Turisti in sindrome stendhaliana vagano guardando a caso, altri si attardano nelle boutiques di nome. Subito dopo amo alzarmi, a volo d'uccello, sino al castello Brown, uno stretto sentiero tra cancelli e inferriate di ville superbe, che hanno i nomi sottaciuti dei nostri ricchi, imprenditori, politici e attori. La vista è unica. Tra fiori, l'azzurro del mare, violento, quasi una macchia indelebile. Ricordo che mi colpirono, in bilico, su di un dirupo, aldilà dei cancelli di una lussuosa villa, due sdraio da giardino, dalle tele eccentriche, affiancate, strette come da un sentimento.  Erano sospese su di un panorama unico. Un precipizio da estasi.
    "Chi sarà mai questa coppia d'innamorati, così fortunata e doverosamente felice, da potersi unire in questa bellezza?" Dissi a mezza voce.
    "Dolce e Gabbana!" Mi rispose un ragazzetto di passaggio, ammiccando un mezzo sorriso.

  • 22 gennaio alle ore 10:38
    Il tornado e il ventaglio

    Come comincia: Sedersi sulla panchina di Piazza Sanità è un lusso da medico in pensione. La vita da seduti è ben diversa. Ti accorgi del sole, del suo calore, di chi ti circonda. Dalla cantina cingalese arriva l'odore intenso del cumino a evidenziare i nuovi abitanti della Sanità. Salvatore Oliva prepara la pasta per le prime pizze del mezzogiorno. Lo vedo attraverso la vetrata. Il traffico è intenso, vario. Marianella si è venuta a sedere accanto a me. Ha posato la borsa della spesa.
    - Marì, è da tempo che non ti vedevo.-
    – Sono stata da mia sorella, a Miami. -
    – In questi giorni? Ti sei presa l'uragano-
    – Eccome, dottò! .-
    Il sole di mezzogiorno si fa sentire. Marianella ha preso dalla borsa un ventaglio e ha iniziato un lento ritmo della mano.
    – Quanto è durato, Marì?-
    – Tre giorni, tre giorni d'inferno. Io sono claustrofobica e ho pensato di morire. Tutto chiuso. Finestre oscurate da tavole inchiodate all'esterno. Mancava la luce. Buio nero, buio. Quindi niente frigorifero, aria condizionata, telefono, tv, radio e possibilità di ricaricare il telefonino. Una vera tomba -
    – Che vedevi? Che sentivi?
    – Attraverso piccole fessure, vedevo dei rami sbattuti dal vento. Nient'altro. Un boato incessante. Una pressione esterna sulle strutture di cemento. Una vibrazione continua, che si trasmetteva a tutto, anche ai nostri corpi.
    – Ma la sensazione più forte, qual'è stata?-
    – Il caldo. La mancanza di condizionatori e non poter aprire le finestre. Sarebbe esploso tutto. Chiusi in una bolla di calore, che aumentava via via. Il non poter avere informazioni dall'esterno è un'esperienza tremenda. Quando sarebbe finito? -
    – Che cosa ti ha aiutato? Quale pensiero?-
    – Vedete questo ventaglio? E' stato lui a salvarmi dal soffocare. Mi ha aiutato, per tutti e tre giorni. Mi ha salvato la vita.

  • 20 gennaio alle ore 16:18
    Piazza Garubaldi - La Stazione - Napoli

    Come comincia: Fa parte delle mie passeggiate serali. " Vado in Africa", mi dico, chiudendo la porta, e, subito, sono sul piazzale della ex Pretura, dove stupendi ex schiavi neri, con pettorine colorate delle due squadre in lizza, giocano una partita al pallone. Al termine, saranno sostituiti da giocatori di baseball, con le loro mazze. Rari bianchi, sogguardano distratti, dalle loro motorette. Bionde extracomunitarie, di tutte le età, dai vestiti impossibili, bevono birra e addentano un panino, parlando tra loro, sedute dove trovano. Le aiuole, oltre all’immondizia di giorni, hanno i bagliori multicolori di vetri rotti. C’è odore di urina nell’aria. I rom sono più avanti; ti lasciano un niente di marciapiede: braccialetti, chincaglieria infima, femminile, che trova ancora sguardi e mani a rovistare. Eccola, Piazza Garibaldi: se non fosse per la statua di Garibaldi, atemporale, incongrua, scorgeresti un grande catino di ingombri rumorosi. Il telaio di pali dell’architetto Domenique Perraul sembra un’eruzione di freddi acciai, da una voragine del terreno. Promette una nuova stazione europea, a crederci. Le luci di S. Martino, lassù, placano le ansie. Ora si cammina: il marciapiede di sinistra, guardando la stazione, è l’estero in casa. Hotel grondanti di neri. Valige e parabole satellitari ingombrano balconi. L’abbigliamento è vario: dal senegalese a quello di Harlem. Il Mc Donald's è loro. Se c’entri, ti senti in imbarazzo. Bancarelle improvvisate vendono le stesse cose, con monotonia esasperante. Un occhio ai vigili, che spesso girano al largo. Eleganti magnacci, dal passo felpato, alla Obama, si portano dietro puttane, dal corpo felino. Hanno collari d’oro, come ricchi mastini. I cinesi, piccoli e minuti, non si fermano. Hanno da lavorare, loro. Basta un attraversamento ed è Turchia: gli stessi profumi, gli stessi aromi, che sbucano da bettole luminose. Le note musicali sono orientali. Baffi e barbe scure, camicie, a volte candide, ti riportano sul ponte di Galata, a Istanbul. Rari, operosi, ma non progrediti, con i tempi, napoletani, tentano di coinvolgerti al gioco dei tre campanellini, avvolti da una piccola corte di attori improvvisati. Possibile – ti chiedi - che gl’imbecilli si riproducano sempre? La Feltrinelli laggiù, mi attende, linda di specchi serali, rigorosamente incoerente con la cultura che la circonda. Quasi un tentativo di missione, la sua.

  • Come comincia:  Il peggior piazzato nel Derby, tra loro, fu Hansel che a Churchill Downs in maggio era stato 10°. Ad onor del vero, tuttavia, è da dire che altri due cavalli (Man O' War, nel 1920, e Pillory, due stagioni dopo) riuscirono a siglare la doppietta ma entrambi non avevano preso il via nel Derby. Man O'War nel 1920 (senza dubbio la sua stagione "monstre", in tutto e per tutto!) restò imbattuto su undici corse disputate (tra di esse una epica match-race con Sir Barton, autore della triple l'anno prima, distanziato di sette lunghezze a Windsor, Ontario, Canada, nella Kenilworth Park Gold Cup), mentre in otto di esse siglò il nuovo record mondiale, nazionale o della pista. Il 4 settembre di quell'anno, sul traguardo delle Lawrence Realization Stakes (una delle più antiche e prestigiose corse americane, la cui prima edizione risale al 1889), a Belmont Park in New York, montato da Clarence Kummer (fantino inserito, in seguito, a sua volta, nella Hall of Fame), portò a termine una delle più epiche imprese mai realizzate nella storia quasi trecentenaria delle corse, trionfando con un margine di ben cento lunghezze sul secondo (il noto giornalista sportivo Joe Palmer, come riportato su americanclassicpedigrees.com, riteneva che il margine fosse vicino alle duecento lunghezze!): il più ampio di sempre ottenuto da un cavallo in una vittoria ufficiale per qualsiasi gara americana. Ancora oggi, questo splendido e potente baio che nel pieno della maturità raggiunse le 16,2 spanne (Charles Hatton, del Daily Racing Form, riteneva tuttavia che ne misurasse 17 nel punto più alto dei fianchi), ed aveva ossa, gambe, piedi e muscolatura impareggiabile, quasi...perfetto, è considerato il più forte cavallo americano di sempre: la prima volta avvenne nel dicembre del 1999, quando un gruppo di esperti e giornalisti convocato da The Blood-Horse, Sports Illustrated e Associated Press lo dichiarò tale (alle sue spalle si piazzarono, in quella sorta di referendum, nell'ordine, Secretariat eppoi, ex-aequo, Native Dancer e Citation). Gli esperti britannici John Randall e Tony Morris, invece, nel loro libro "A Century of Champions", lo pongono al settimo posto tra i più forti cavalli nordamericani di questo secolo. Possedeva un pedigree coi fiocchi, principalmente di stampo britannico: suo nonno materno (Rock Sand), aveva portato a termine la triplice inglese nel 1902; un bisnonno paterno (Bend Or) e due bisnonni materni (Sainfoin e Merry Hampton), avevano trionfato nel Derby di Epsom rispettivamente nel 1880, 1890 e 1887; infine, un suo discendente, West Australian, era stato il primo assoluto vincitore della triplice inglese nel 1853. Non di meno, tuttavia, anche la sua attività stalloniera e, conseguentemente, la sua progenie, furono di prim'ordine: figliò 219 vincitori di corse su 381 monte (57,4%) e l'erede suo più noto fu senza dubbio quel War Admiral che nel' 37 diverrà il quarto "triplettista" della storia. Fu messo a riposo quando era ventiseienne, in seguito ad un infarto. Morì nel novembre del 1947 ed i suoi resti vennero seppelliti nel Kentucky Horse Park di Lexington, in cui egli dimora coi suoi figli War Admiral e War Relic, ed al cui ingresso è posta una statua bronzea, eretta in suo onore, che lo raffigura. Native Dancer fu un'altro famoso nonché sfortunato "doubler". Questo splendido cavallo grigio vide la luce nel marzo del 1950 alla Scott Farm di Lexington, Kentucky, da Polynesian (stallone del 1942, il quale a tre anni aveva vinto le Preakness montato da Wayne D. Wright, fantino dell'Idaho morto nel 2003) e Geisha (figlia di Discovery, che fu Horse of the Year nel 1935 ed è classificato 37°, dagli esperti messi assieme da The Blood-Horse, tra i 100 migliori cavalli americani del XX°secolo). Era animale davvero imponente visto che nella sua maturità arrivò a misurare 16,3 spanne: la spanna è antica unità di misura la quale, in pratica, corrisponde alla distanza intercorrente tra il pollice ed il mignolo nel palmo della mano, tenuto aperto, di un'adulto (all'incirca essa misura una ventina di centimetri). Con Northern Dancer aveva un rapporto di stretta affinità e comunione... invero familiare parentela: nonno materno, infatti (per parte di Natalma), del baio canadese, era - tra l'altro - bisnonno di Nijinsky. Non ebbe di certo un buon carattere e neanche tanto facile da gestire ("nasty animal", lo definirono gli americani!), ma era una vera e propria macchina da guerra, meravigliosa forza naturale...delle corse: ossia, fatto a misura di cavallo per loro! In carriera ne disputò ventidue, vincendole tutte tranne una, la più importante probabilmente: il Derby del 1953. Al proposito, Brian Zipse, che fu editore di Horse Racing Nation dal 2010 al 2017 oltre ad essere grande appassionato e conoscitore di cavalli e corse negli Stati Uniti, scrisse così alcuni anni orsono: "sfortunatamente per lui la sconfitta è arrivata nel Kentucky Derby, poiché The Grey Ghost (così soprannominato Native, per via del colore del suo manto e del fatto che fosse stata la prima star televisiva tra i cavalli: quell'anno, infatti, la NBC trasmise in diretta, su tutto il territorio nazionale, dapprima le Wood Memorial Stakes, importantissimo gruppo uno che si corre in aprile all'Aqueduct Race Track di Ozone Park, nel Queens a New York, che lo videro trionfare, eppoi il Derby in cui giunse secondo), guadagnava ad ogni passo ma poi è arrivato all'improvviso, da dietro, un cavallo veloce, Dark Star. Un salto lontano da un imbattuto campione della Triple Crown, ma ahimé, non doveva essere così per uno dei cavalli preferiti d'America". Dark Star, infatti, avendo doti di grande finisseur (dotato, cioé, di veloci finali), superò Native proprio in dirittura d'arrivo, sopravanzandolo (grazie anche alla monta decisa di Henry Moreno) d'una corta testa sul traguardo. Dark fu un cavallo sfortunato: la sua carriera, che sembrava promettere tanto, si interruppe di colpo a causa di un grave infortunio tendineo occorsogli proprio sul traguardo delle Preakness del' 53, che videro Native trionfare dopo la battuta d'arresto a Churchill Downs. Tuttavia, il suo allevatore, Warner L. Jones, della Hermitage Farm di Goshen, New York (il cavallo era stato acquistato per errore nel 1951, alle aste estive degli yearlings a Keeneland, Lexington, Kentucky, all'esiguo prezzo di seimilacinquecento dollari!), ebbe miglior sorte: diventerà, nel corso del tempo, il primo in assoluto degli Stati Uniti a vincere in carriera Derby, Kentucky Oaks (Nancy Junior, nel 1967) e Breeders' Cup (Is It True, nello Juvenile dell'88). Il cavallo, tuttavia aveva un pedigree di prim'ordine (figlio di quel Royal Gem II°, campione australiano e vincitore in patria, tra il 1945 e il 1948, di ben nove gruppi uno tra cui la Caulfield Cup del'46) ed ebbe anche un'ottima carriera in razza: nelle sue 309 monte figliò 209 vincitori (67,6%) e 26 vincitori di stakes graduate (8,4%). Zipse inserisce Native Dancer al nono posto nella sua personale classifica all-times dei 25 cavalli nordamericani più forti in assoluto, preceduto - nell'ordine - da: Man O' War, Secretariat, Citation, Dr. Fager, Spectacular Bid, Kelso, Count Fleet e Seattle Slew. Nel Derby perduto, Native fu montato da Eric Guerin: la carriera di questo fantino della Louisiana (era nato nel 1924, vicino Baton Rouge) fu legata a filo doppio (o doppiamente arrotolata intorno ad essa!) a quella del cavallo del Kentucky. Egli è stato - con ogni probabilità ed a causa di quello, probabilmente - uno dei jockeys più sottovalutati nella storia del galoppo statunitense (se non il maggiore in assoluto). Non a caso, infatti, viene ricordato innanzi ad ogni cosa per la sconfitta subita cavalcandolo nel Derby del 1953, piuttosto che per aver vinto quella corsa al suo primo tentativo: era accaduto sei anni prima quando montò Jet Pilot e lo aveva con maestria portato al successo - lui, ventitreenne e fresco ancora della gavetta fatta come stalliere presso la scuderia di un suo cugino all'ippodromo di New Orleans - di una corta testa su Phalanx, guidato da quel Eddie Arcaro, già famosissimo e idolo delle corse. Quella edizione del Derby (la settantatreesima) fu una delle più entusiasmanti della decade, anche a causa - e per merito - di quel duello tra cavalieri e cavalli, seguita da oltre centoventicinquemila spettatori (una delle più alte affluenze della storia, a Churchill Downs). Così scrisse, domenica 4 maggio, Frank B. Ward, redattore capo ed inviato al seguito della corsa, a proposito di quel giorno, sulle colonne del quotidiano dell'Ohio Youngstown Vindicator: "  La colpa di quanto accaduto, nel corso della sua carriera, fu di quella macchia - unica in assoluto -, quasi un'onta per il pubblico e per gli appassionati delle corse: soprattutto, però, a causa delle aspettative che la tivù aveva creato attorno ad esse. Quell'anno, infatti, naccquero le dirette televisive in America e i fans non perdonarono alla coppia Native Dancer-Guerin la sconfitta di Churchill Downs. Il 1953, Derby a parte, fu una "cavalcata trionfale" per entrambi: dopo aver perso la corsa clou della stagione, si impose tanto nelle Preakness, quanto nelle Belmont...

  • 13 gennaio alle ore 21:27
    Al caldo è meglio! (insomnia)

    Come comincia:  Faceva freddo quella notte; Sam, però, quasi mai se n'accorgeva o forse - chissà - le sue ossa non ci facevano più caso. Aveva girato tutti i bar della città, oramai non sapeva dove andare...come tutte le notti d'ogni santo giorno dell'anno: in compagnia della bottiglia e di un bicchiere (a volte), insieme ad altri disperati come lui che non hanno domani, sono senza una meta e non sanno neanche di essere ancora al mondo. Era stato anche al "Papillon", una pensione di terz'ordine sulla settima - al quartiere francese - dove affittano stanze ad ore: ci andava spesso; un intermezzo tra un bar e...l'altro; un'ancora di salvezza all'interno del suo girovagare in cerca di nulla. Lì aveva avuto una sveltina con una puttana di colore: l'aveva pagata dopo, quella volta lo fece (di solito non avviene a quel modo: lui saldava tutto prima, compreso il compenso al portiere di notte!), lasciandogli anche venti dollari extra; eppoi li dette un bacino sulla bocca prima d'andar via (anche quello era un suo modo di fare: di un ubriacone si, di un puttaniere, di un fallito ma, in fondo...ancora, a suo modo, egli aveva un pizzico di dignità e di dolcezza dentro di sé che ti permette di restare a galla seppur intorpidito). Tutto sporco di rossetto si ritrovò di nuovo sulla strada e...ne approfittò, così, per scolarsi mezza bottiglia di Chivas: lo fece nature, tenendola per metà dentro un sacchetto di carta marrone. Era quasi alba e mentre camminava, ad un certo momento, si fermò. Un attimo soltanto: decise di tornare a casa, per restare sveglio. Pensò dentro di sé...in fondo, nonostante tutto, al caldo è meglio!

    Taranto, 13 gennaio 2021.

     

  • 08 gennaio alle ore 10:02
    SESSO FANCIULLESCO

    Come comincia: Non risponde a verità che il sesso sia di pertinenza solo dei maggiori di età, quanto di seguito riportato ne comproverà la teoria. Tiziana, viterbese di nascita e di residenza non poteva annoverarsi fra la persone fortunate, suo marito Omero era deceduto per un ictus in età giovanile, da casalinga si vide persa. Per sua fortuna le venne  in aiuto  sua sorella Serena che risiedeva a Roma ed insegnava materie letterarie all’Istituto Centro Modica in via Appia, era vicino alla sua abitazione di piazza Ragusa. Leonardo, dodicenne figlio di Tiziana era stato iscritto alla prima media di quella scuola, andava insieme alla zia alle lezioni  ma non nella stessa classe.  Come rendimento scolastico era un disastro, non era attento in aula, disturbava gli altri alunni, a casa non studiava insomma un pessimo elemento. Uno psicologo amico di Serena aveva interpretato  l’atteggiamento del giovane al fatto che era stato ‘estirpato’ dal suo ambiente, a Roma non aveva amici né poteva contare su insegnamenti dello zio Teodoro marito di Serena che non faceva onore del suo nome. Di mestiere puttaniere, ricco di famiglia cercava sempre di ‘farsi’ tutte le pulselle che gli capitavano a tiro. Serena l’aveva conosciuto all’Università, lo aveva  sposato perché a suo tempo  non aveva un posto di lavoro. Abituatasi al comportamento del marito aveva deciso di ignorare le sue avventure d'altronde ormai non aveva quasi più rapporti sessuali con lui, era stata costretta a passar sopra al fatto che Teodoro fin da subito aveva corteggiato ed infine aveva superato le resistenze di Tiziana, si era ‘fatto’ pure la cognata con l’assenso della sorella, meglio una di famiglia che…Un amico di Teodoro aveva avanzato l’ipotesi che il suo non avere figli poteva dipendere da lui e non dalla moglie. Punto sul vivo il signore era andato in un laboratorio di analisi ed aveva sottoposto ad esame il suo sperma. Nel frattempo era dovuto correre a casa di un suo contadino che era rimasto ferito sotto un trattore ribaltatosi. L’analisi dello sperma era negativo, Teodoro era sterile. Un lampo di genio, Serena andò a trovare in ufficio il titolare del laboratorio, gli chiese di falsificare il certificato facendo risultare suo marito perfettamente in grado di generare trattenendo il certificato originale. Dopo molti tentennamenti il dottor Pigliapoco si fece convincere anche e soprattutto dopo aver incassato due biglietti da cinquecento Euro, non aveva pigliato poco! Chi disse che le donne sono diaboliche ci aveva proprio azzeccato, qual’era il disegno di Serena? Sputtanare qualche signora o signorina che avesse voluto incastrare suo marito con una paternità a lui attribuibile. Ora il problema da risolvere era il comportamento scolastico di Leonardo, il Preside della Scuola, esasperato dal comportamento del giovane voleva sospenderlo dalle lezioni, la madre non era in grado di sistemare la situazione, Serena pensò bene di prendere in mano la situazione, lo prese da parte e: “Leo capisci che così non puoi andare avanti, alla tua età è presto per cercare un lavoro e poi hai solo la licenza elementare, ti faccio una promessa, se metterai la testa a posto dopo quindici giorni o meglio una settimana ti farò un regalo che ti sia gradito, una bici, un motorino, insomma puoi scegliere tu.” Quella promessa della zia fece cambiare completamente il comportamento del ragazzo, dal giorno successivo a scuola era diventato  attento alle lezioni, non disturbava i compagni di classe, faceva domande al professore di turno circa la lezione spiegata, era diventato uno studente modello con gioia e meraviglia degli insegnanti. Non usciva di casa, il pomeriggio lo passava ‘sui libri’, non era più sgarbato con la madre, era sempre sorridente la qualcosa meravigliò e fece insospettire la zia, c’era sotto il suo comportamento che lei non riusciva a comprendere sin quando una sabato pomeriggio mentre il giovane studiava nella sua stanza si fece viva Serena: “Or che bravo sei stato puoi chiedere il regalo che vuoi fatto. Ho copiato una frase del ‘Carosello’ una trasmissione pubblicitaria della R.A.I. che in passato, per fare la reclame di una lavatrice recitava: ‘Or che bravo sono stato posso fare anche il bucato? Risposta: il bucato in casa c’è chi lo fa meglio di te ed a lei dico grazie…’ e la voce in sottofondo specificava  anche il nome della marca della lavatrice, sentiamo ora quale regalo vuoi fatto.” “Cara zietta un regalo molto particolare….che non ti costerà nulla in soldi.” A Serena venne un sospetto che presto si tramutò in realtà. “Zia vorrei baciare una tua tetta.” Serena cercò di ‘buttarla’ sul ridire: “Non sei più un bambino che viene allattato dalla madre.” “Zia fai finta di non capire, non sono più un neonato, cerca di accontentarmi, lo desidero tanto.” Serena uscì dalla stanza di Leo sconcertata, non si aspettava quella richiesta, ne fece partecipe la sorella che nell’ascoltare quanto richiesto dal figlio ebbe una reazione istintiva: ”Vado di là e lo prendo a schiaffoni!” “Cerca di ragionare, se Leo è cambiato è per merito mio che gli ho promesso un regalo, non vorrai che riprenda il comportamento di prima, vuol dire che…” “Caro ho pensato molto a quanto mi hai chiesto, capisci che è qualcosa fuori del normale, ti accontenterò, Teodoro è fuori Roma, ci possiamo incontrare stasera dopo cena.”A tavola Leonardo non fece onore a quanto cucinato dalla madre, la zia cercò di essere brillante scherzando con sua sorella chiedendole se Teodoro ci avesse provato ancora con lei. “Deve avere qualcuna nuova di zecca, è da quindici giorni che non si fa vivo.” Leonardo ebbe la conferma che fra sua madre e lo zio…non gli importò gran che. “Cara sorella, andrò in camera di tuo figlio per ripassare una lezione, buona notte.” “Buona notte a voi due…” Serena era in vestaglia senza reggiseno ma con gli slip, andò in bagno per lavare i gioielli, Leo la seguì ‘armato’ sino ai denti il che fece dire a Serena: “Cavolo nemmeno mio marito…” Il ragazzo avrebbe voluto fare della zia un’amante ma ebbe un chi va là. “Mi hai chiesto di baciare una tetta, qui ne hai due a disposizione, col tempo…” Leonardo, intelligente di suo, divenne uno dei migliori alunni dell’istituto, alla festa di fine anno scolastico risultò il terzo in ordine di bravura. L’andamento della casa di Serena era diventato una routine, Teodoro ad un certo punto fu costretto ad abbandonare le sue abitudini sessuali, il suo ‘ciccio’ non rispondeva più ai suoi desiderata. Leonardo era riuscito a conquistare le grazie della zia, con i soldi dello zio si comprò prima una moto Ducati Monster e poi una Peugeot 308 con cui scarrozzava per Roma mamma e zia sino a quando: “Gentili signore, questa è Lucilla mia compagna di Università, è brava  in tutto… vorrei solo che le insegnaste l’arte culinaria, per dove è piuttosto scarsa, per il resto…

  • 07 gennaio alle ore 17:56
    Porchettone

    Come comincia: C’è stato un momento della mia vita in cui mi sembrava di assomigliare a Bukowski. Avevo circa trent’anni e avevo smesso con tutto, perfino di fare palestra.
    Conobbi una ragazza, lasciai la periferia e andai a vivere con lei in una città di media grandezza, non proprio una metropoli, però piena di palazzi, smog e donnine allegre nei bar. Allora c’erano ancora posti così, ricchi di feste e avvenimenti, risse e prospettive economiche. Sarà stato cosa? Il ’92? Sì, "certo", più o meno quegli anni lì…
    Insomma, come dicevo, mi misi insieme a questa ragazza, in realtà una signora, più grande di me di sette anni, e finii col trasferirmi armi e bagagli nel suo appartamento di due stanze oltre alla cucina e al bagno. Non so ancora adesso con quanto entusiasmo accettò questa mia iniziativa, forse avrebbe preferito continuare a stare sola e io ero troppo invadente. Fu un periodo molto infelice, ero però ancora nel pieno delle forze, alla continua ricerca di un lavoro stabile per poter pagare l’affitto o, almeno, contribuire alle spese di casa.
    Dato che la bella morettina aveva un posto sicuro e una tana al piano terra affacciato al giardino di un condominio molto rispettabile, dovevo darmi da fare. Oltre ai baci e alle carezze, all’alcova necessitava qualcos’altro.
    La città, “Porchettone”, mi aspettava, voleva offrirmi una possibilità.
    Io la colsi, questa possibilità, rispondendo a un annuncio economico apparso sul giornale e, dopo previa telefonata, appuntamento fissato e relativo incontro con i responsabili, capii che mi stavano per assumere.
    L’occupazione consisteva nel preparare grandi pacchi, sigillandoli con del telo plasticato. Dentro questi pacchi c’erano i prodotti che dovevamo preventivamente prelevare dagli scaffali e dai ripiani all’interno di un enorme capannone, in base alle commesse e agli ordini dei clienti del grandissimo magazzino alimentare, un grossista facente parte di una catena commerciale internazionale con ramificazioni in tutto il mondo e di cui, con orgoglio, da quel momento sarei dipeso.
    Ero dentro, avrei procurato cibo, eterno gaudio in scatolame, per le varie bocche da sfamare quali acquirenti nei negozi da fornire. Un’immensa felicità. Anche i gatti, i cani, un po’ tutti gli animali domestici avrei accontentato, grazie ai loro attenti e solerti padroni che compravano mangime, crocchette, antiparassitari ecc. ecc. ecc. Facevo anch’io parte del mondo della produzione! Avrei guadagnato, fatto carriera, ero stato se-le-zio-na-to per questo! Non vedevo l’ora di iniziare.
    Alla fine, risi felice fissando il contratto e mi presentai al primo giorno di lavoro.
    Operazioni sempre uguali, otto ore di su e giù per il magazzino dove erano stipate le merci, robe da spaccarsi la schiena, scendevo e salivo, aprivo, toglievo, mettevo, scaricavo e via a incellofanare; avevo in dotazione un muletto che correva fortissimo, un razzo, per farci risparmiare tempo ed essere più produttivi, talvolta curvavo in bilico col rischio del ribaltamento. Alcuni addetti là dentro ridevano, se cadevi, carico compreso, e non ti aiutavano; c’era concorrenza. Sopra questi mostri elettrici ci stavi sempre in piedi su un’installazione, avevano una specie di manubrio con i comandi a farfalla per alzare e abbassare le forche con i contenuti che ci caricavi sopra, anche botti talvolta, o damigiane. Un triciclo semovente, entravi tra le scaffalature e spostavi bancali, scendevi e smistavi scatole, confezioni, aprivi sacchetti, sollevavi ceste e ordinavi lotti e pezzi. Sempre in piedi, tutto il giorno. Al limite piegato o accosciato, ancora più dura. Mai un minuto per terra disteso a riposare la schiena o seduto. D’altronde, lì non c’erano sedie o divani, solo spazi aperti e giganteschi castelli e scaffali d’acciaio pieni di merce, su ogni parete fino in alto, ad arrivare al soffitto. Potevamo giocare a calcio, là dentro, ma alla sera eravamo tutti talmente stanchi che non ci veniva in mente di portare un pallone, nemmeno per le volte dopo.
    I primi giorni passarono, tornavo a casa come uno zombie, non avevo voglia neanche di parlare con la morosa, soprattutto dopo qualche straordinario suppletivo per richieste del tutto eccezionali che, fatalità e guarda caso, avvennero fin dall’inizio.
    All’ora di pranzo correvo a farmi un panino, se c’era il tempo, perché talvolta dovevo decidere se andare in bagno o mangiare. In pausa, tenevo la pipì e la facevo di nascosto fuori, sul prato, quando non mi vedevano. Perlomeno, pensavo io che non mi vedessero. Salivo nella mia macchina parcheggiata e lasciavo la porta semichiusa, tiravo giù le braghe e fuori il pisello, ero quasi inginocchiato in una posizione intricatissima, pur di compiere l’atto. Alla sera, col buio e al freddo, dopo il sollievo di averla fatta, prendevo fiato e mi avviavo verso casa, dalla mia compagna. Altrimenti rientravo, durante l’orario di lavoro la scusa buona per uscire era quella di aver dimenticato il portafoglio in macchina e, si sa il perché: potevo rischiare che me lo rubassero. Dopo un paio di volte il pretesto non resse più e, quando arrivavo la mattina per timbrare, subito il responsabile mi chiedeva: «Il portafoglio in macchina… l’ha preso?». Quindi in determinate occasioni, proprio perché non resistevo, la feci dietro al carica batterie nel ripostiglio, dentro una bottiglietta di plastica che mi ero portato, con la scusa di mettere sotto carica un muletto e di prenderne un altro. Già, c’era sempre una macchina, un apparecchio, un muletto di riserva, l’attività non poteva mai fermarsi, era tassativo. Di avere un bagno per i dipendenti però, non se ne parlava.
    Quelli originari del posto, i “porchettonesi” insomma, noi, nuovi assunti, a cui avevamo o stavamo per rubare il lavoro, ci chiamavano “i mussi”.
    «Lavora "mus", che ti pagano!», «Lavora "mus"! Schiavo!» ci urlavano dietro.
    Io in quella città non ci volevo più stare, Porchettone mi faceva schifo; volevo andare via, lasciare quel posto e quella ragazza.
    Così feci, dopo appena tre settimane.
    Di quel lavoro non ne volli sapere oltre, mi feci pagare in contanti e in nero; andava bene anche a loro, perché la pratica non era ancora stata inoltrata all’ufficio del lavoro. Furbi. Stracciai il contratto di assunzione, nonostante avessi già superato i due giorni di prova e nessuno avrebbe potuto mandarmi via, volendo. L’impiegata dell’ufficio, dandomi i soldi che mi spettavano, mi disse di essere lì da dieci anni e che la ditta, l’emerita società multinazionale, dopo aver bistrattato gli ex dipendenti iscritti al sindacato, li stava mandando tutti a casa un po’ per volta con un benservito calcio nel didietro, alla faccia dei diritti e delle norme sul lavoro. A lei sarebbe mancato poco, ormai: la settimana successiva se ne sarebbe andata. Era stanca e arrabbiata, non valeva la pena continuare quello stillicidio. Si sentiva sottomessa, perseguitata, vittima di mobbing e me lo disse. Nuovi soci, nuovi capitali, nuovi aguzzini. Io, lì, c’ero finito per quello. Tutto cambia, niente si distrugge, tutto si evolve.
    Datemi qualcosa da nettàre, sono stufo, datemi qualcosa da nèttare.

     

  • Come comincia: …Mirko entrò in casa e accese la luce, ma quella subito dopo si spense; passarono alcuni secondi e si riaccese da sola.
    L’alquanto strana intermittenza continuò per diversi minuti, mettendo in agitazione il ragazzo; alla fine l’illuminazione tornò regolare e lui si tranquillizzò, ma non si accorse che la caldaia nel frattempo era andata in blocco.
    Era stanco e aveva i vestiti impregnati di un sudore tardo- puberale; inoltre era reduce da una gara di braccio di ferro, in cui aveva, ad uno ad uno, abbattuto i suoi avversari, più con l’odore che con la forza.
     -Una doccia calda e veloce di venti, venticinque minuti al massimo e poi a letto.
    Entrò in bagno e aprì l’acqua calda della doccia; nel frattempo si spogliò e, com’era solito fare, sparpagliò i vestiti con noncuranza nei vari anfratti del locale.
    Un calzino finì nel water e lui, per evitare alla madre l’ingrato compito di recuperarlo, tirò lo sciacquone.
    Compiuta l’operazione preliminare della svestizione, si fermò davanti allo specchio a rimirarsi.
    -Che fisico, che muscoli ragazzi! E chi sono io: Spartaco?
    Passato quel momento di estasi estetica, si lanciò sotto la doccia.
    Quando il getto di acqua gelida lo investì, lanciò un urlo, accompagnato da alcune parole che del mitico gladiatore ribelle avevano ben poco:
    -Mamma, aiutoooo!
     
    …Manolo, dopo una lunga e devastante serata al Pub Occidentali’s Karma, rientrò a casa in compagnia dei suoi amici.
    -Namasté! Ci spilliano una birra? – chiese avvicinandosi alla macchinetta e facendo il gesto di congiungere le mani unendo i palmi con le dita rivolte verso l’altro.
    - Alé! – risposero in coro i suoi amici, alquanto felici per quella bevuta extra.
    Pose il bicchiere sotto la spillatrice, ma appena schiacciò il tasto di avvio, con una successione degna del miglior cortocircuito, saltò la corrente in tutta la casa.
    Mimmo, uno degli amici presenti (pugliese di origine), disse:
    -Ue uagliù: NAMA STE’ du o scimaninn?
     

     
    …Camillo, nel cuore della notte, si alzò dal letto e alla moglie, che nel frattempo, per quei suoi movimenti, si era girata verso di lui, quasi giustificandosi disse:
    -Si è accesa la luce di emergenza, vado a vedere il salvavita. E non è una scusa!
    Che palle di uomo, pensò la moglie, una volta: “devo aver lasciato accesa la televisione”, un’altra volta: “ho sentito uno strano rumore in cucina”.
    Tutto per non dire: “devo andare a pisciare”; ma cribbio abbiamo i migliori farmaci al mondo contro l’ipertrofia prostatica, e prendili!
    Sono pure in fascia A, manco li paghi.
     
    …Era tardi, molto tardi, doveva muoversi e anche in fretta, altrimenti sai quanti bambini sarebbero rimasti senza calza.
    A voler guardare, pensò, ai bambini d’oggi stare un po’ senza calze non farebbe poi così male; e anche con poco cibo da mangiare, con poca legna, o carbone, o metano con cui scaldarsi.
    Lei in quella miseria c’era cresciuta e non era certo morta di fame, tantomeno di freddo.
    Subito dopo però visualizzò il volto dei suoi nipoti e quasi si pentì di quei pensieri.
    Riempì il sacco con le calze in cui aveva posto il carbone, qualche sacchetto di caramelle e alcuni pacchetti di dolci e salì sul balcone di casa.
    Una volta lì si mise a cavallo della scopa e si lanciò nel buio della notte.
    Era in ritardo e cercò di accelerare la corsa, ma, per via della pioggia incessante, non riuscì a portarsi in quota: come solitamente faceva per ragioni di sicurezza e per godersi la vista totale del paese, che era l’unica cosa piacevole di quell’ingrato lavoro.
    Si accorse troppo tardi della presenza di un cavo dell’alta tensione posto proprio sulla sua rotta a bassa quota.
    Non fece in tempo a virare e l’esito fu devastante: l’effetto elastico del cavo la fece rimbalzare di alcune decine di metri.
    Solo grazie alla sua antica esperienza riuscì a non perdere il controllo della scopa e in qualche modo ad atterrare in retromarcia senza grosse conseguenze.
    Il sacco delle calze invece andò completamente distrutto, carbone, caramelle, dolciumi giacevano sparsi in tutta la campagna.
    Il cavo dell’alta tensione dopo un lungo ondulare si ruppe e cadde a terra.
    Sotto c’era un signore che stava facendo fare i bisognini al proprio cane; di solito usciva a quell’ora perché non c’era in giro nessuno e poteva evitare di raccogliere le deiezioni, così approfittava anche per buttare in giro qualche sacchetto dell’immondizia.
    Il cavo colpì con tutta la sua scarica elettrica quel signore, riducendolo a un cumulo di cenere.
    Al che il cane, che comunque non approvava il comportamento del suo proprietario, pensò:
    “Giusto punire i proprietari di cani che non raccolgono la cacca dei propri animali, o chi abbandona i rifiuti; ma cazzo, qui stiamo esagerando!”
    La Befana, ripresasi dal terribile rimbalzo e dal conseguente spavento, si lanciò in una lunga imprecazione-riflessione sulla sua condizione.
    - Se nasco un’altra volta nasco Babbo Natale.
    Lui gira con le renne e la slitta, io con una scopa di saggina, che, a differenza di quanto pensa una lunga schiera di maschietti perversi, non è affatto piacevole e comoda.
    Il fatto è che quando si trattò di scegliere il mezzo di trasporto avevamo tre opzione: la slitta con le renne, il tappeto volante, la scopa di saggina.
    Babbo Natale scegliendo per primo prese il mezzo più comodo, allora noi optammo per il tappeto volante, che però risultò non essere ancora disponibile su Amazon.
    Morale della favola ci toccò la scopa.
    Ci offrirono la possibilità di avere, con un piccolo supplemento, la versione elettrica; c’era però un problema: dovevamo farci carico noi del costo della prolunga di cinquanta chilometri abbinata alla scopa.
    Babbo Natale aveva ricevuto in dotazione: un vestito in materiale termico con pelliccia interna, cappellino trapuntato con fiocchetto e luci led esterne a intermittenza, guanti da montagna, grossi e pesanti scarponi con suola in vibram.
    La befana invece che uscisse con quello che aveva, infatti lei nell’impatto aveva perso pure le ciabatte.
    Per non parlare poi di come li dipingevano: Babbo Natale era più anziano di lei e tutti sapevano che aveva grossi problemi di salute, prostata ingrossata all’inverosimile, diabete, discreta miopia e pronunciata obesità: però lui doveva apparire in perfetta forma e in una canuta bellezza, fatta di una folta e fluente chioma, barba lunga e ben curata nel taglio e nelle linee, guance di un roseo quasi infantile, sorriso Berlusconiano.
    Visivamente doveva richiamare alla memoria volti noti e rassicuranti, tipo: Ernest Hemingway o Kenny Rogers.
    Le befane invece venivano dipinte vestite come delle sciattone (tipo Tomas Milian- Er Monnezza o Mauro Corona) e soprattutto brutte.
    Beh proprio belle, considerando l’età, non erano; ma vestite bene, truccate e con qualche piccolo lifting avrebbero fatto comunque la loro porca figura.
    E in quanto a malattie, a parte qualche dolore articolare, erano messe senz’altro meglio di quel panzone pelle di daino di Babbo Natale.
    Per non parlare dei doni: lui portava il meglio che c’era sul mercato, e invece alla befana toccava portare il carbone.
    …Riuscì a consegnare l’ultima calza alle ore undici dell’Epifania.
    Il bambino aprì la calza e trovò solo carbone, allora alzò lo sguardo verso la befana e disse:
    -Ma allora è vero, come dice sempre il mio papà, che oltre a essere brutte voi befane siete anche stronze.
    La befana si fece di marmo, non permettendo a quelle parole d’offesa di penetrarle l’anima; dopo quel momento di fredda impassibilità, rivolgendosi al piccolo demone disse:
    -Ah, quasi dimenticavo: ti ho riportato a casa il cane.
     
     

  • 03 gennaio alle ore 11:02
    ALBERTO IL FINANZIERE

    Come comincia: Alberto Minazzo della sua gioventù ricordava solo gli ultimi avvenimenti della seconda guerra mondiale quando dalla natia Roma si era trasferito con la famiglia a Jesi in quel di Ancona. Suo padre Armando era stato nominato direttore di banca del Credito Jesino. Il papà non era stato richiamato sotto le armi in quanto invalido civile, aveva avuto amputata mezza gamba in seguito ad un incidente con la sua moto Guzzi. In seguito ai bombardamenti degli americani, non ancora alleati, Alberto con al seguito la madre Domenica Sciarra e le zie paterne Giovanna e Lidia si era trasferito a Santa Anastasia, frazione di Cingoli (Macerata) nell’abitazione dello zio Raffaele (Fefè) marito della zia paterna Elena (Lilli). In quella località non vi era la scuola media (si trovava a Cingoli distante quindici chilometri) e pertanto Alberto seguiva le orme di Michelaccio: ‘mangiava, beveva e andava a spasso.’ In una vicina grande abitazione erano giunti sfollati degli abitanti di Ancona, famiglie di pescatori che non sapevano far altro che il loro mestiere che ovviamente non era possibile esercitare in campagna. Unico loro sostegno le signore mogli, ancora piacenti che si guadagnavano il pane non col sudore della fronte ma con quello più remunerativo di ‘dar via la cocchia’ termine locale per indicare il sesso femminile. Figlia di una di queste era Alda Berti, dodicenne, che già da piccola aveva appresa l’ars amatoria dai compagni di scuola. Alberto stanco di fare il ‘falegname’ prese confidenza sino a dividere con la ragazza la sua stanza con piacevoli conseguenze per ambedue peraltro senza problemi, la baby non aveva avuto ancora le mestruazioni. Fine della guerra e della liaison, rientro a Jesi dove Alberto sedicenne riprese gli studi, fece comunella con un compagno di classe ma ebbe un incidente con la mamma di costui, la signora separata dal marito ed in assenza del figlio si era fatta trovare da Alberto deshabillé (sotto la vestaglia niente) con ovvia conseguenza da parte di un ‘ciccio’ arrapatissimo. Il paese è piccolo, la gente non solo mormora ma fa pettegolezzi ormai sulla bocca di tutti, Alberto fu esiliato a Roma a casa della zia materna Armida. La situazione piacque al giovane che superati gli esami di quinta ragioneria presentò domanda di arruolamento nella Guardia di Finanza. Risultando iscritto alla leva di Ancona ebbe la fortuna di ‘scansare’ la Scuola Alpina di Predazzo località freddissima e disagiata e di essere arruolato alla Scuola Allievi finanzieri di via XXI aprile a Roma. Di quel periodo ricordava in particolare modo la stupida cattiveria di alcuni istruttori che, a suo tempo loro stessi vessati, scaricavano il loro sciocco umorismo sugli allievi. Un esempio: “Chi di voi sa suonare il pianoforte?” Ai due allievi presentatisi sorridenti e felici sicuri di far bella figura: “Andate al pian terreno e trasportate il pianoforte a casa del Comandante al terzo piano!” Altra schifezze che Alberto aveva dovuto sopportare: sbucciare patate e pulire il cesso sulla cui porta un bel esprit aveva scritto: “Non dico nel centro ma almeno, figli di puttana cacate dentro!” Passati i primi venti giorni libera uscita per gli allievi che per prima cosa pensarono come poter sollazzare l’augello. Saputo che Alberto era romano lo pregarono si indicare loro dove fossero ubicati i casini (allora la senatrice Merlin non aveva ancora rotto i zebedei con la sua legge). Alberto divise i colleghi in vari gruppi ed a ciascun gruppo indicò una casa di tolleranza, lasciando per sé la migliore e più costosa dove alloggiavano le più belle  gnocche anche straniere, via Degli Avignonesi. Il soldi non erano per lui un problema, papà Armando ogni mese gli inviava diecimila lire sino alla consegna delle Fiamme Gialle, assegnazione ufficiale della qualifica di finanziere. In quella casa di tolleranza conobbe una ‘signorina’ fuori del comune: bellissima, altezza superiore alla media, viso da bambola, occhi mai visti oro grigio azzurro, francese di Nizza. La prenotò ed andò in camera di Gisele e: ”Mademoiselle je connais le français.” “Ed io l’italiano, siamo pari, quanto tempo vuoi stare con me, facciamo mezz’ora, mi piaci, voglio divertirmi anch’io.” Finito l’incontro’ ad Alberto sceso in sala la maîtress chiese la somma di cinquemila lire, prima di andar via rivolto a Gisele: “Mi piacerebbe rivederti ancora ma non ho tanti soldi…” “Vieni quando vuoi, ti sovvenzionerò io.” La relazione fra Alberto e la francese divenne impegnativa per entrambi, si erano scoperti innamorati, Gisele non volle mettere al corrente Alberto del motivo della sua entrata in un casino, Alberto non le  racconto le sue vicissitudini passate, seguirono il detto napoletano: ‘Scurdammoce ò passato’ Venne il giorno del trasferimento di Alberto alla Legione di Torino, avuta la notizia Gisele scoppiò a piangere. Alberto pensò di congedarsi e trovare un lavoro ma dato il tenore di vita della francese lei avrebbe voluto seguitare nella sua ‘professione’, Alberto non lo avrebbe accettato. Alla Stazione Termini sino all’ultimo sperò di rivederla… delusione, Gisele non si era presentata. Dal comando della Legione di Torino fu assegnato insieme a due colleghi marchigiani alla Brigata di Montecrestese in provincia di Novara. Giunsero di notte, furono accolti dal piantone Ambrogio Colombo classico milanese che dopo averli rifocillati indicò loro la camera dove dormire e sistemare i bagagli. I tre furono svegliati alle otto dal casermiere, dopo colazione si presentarono al comandante del reparto brigadiere Guglielmo Angeleri che, benché in età avanzata era stato assegnato a quella brigata di confine per conseguire il requisito di appartenenza a reparto disagiato, motivo: conseguire i requisiti per essere promosso al grado di maresciallo. Brigadiere anziano, moglie molto più giovane,  allorché il marito si allontanava dalla caserma per servizio la signora Sonia Adalberti faceva sollazzare la sua topina dai giovani dipendenti del consorte. “Che titolo di studio hai?” “Ragioneria.” “Bene mi aiuterai a fare  i conti da quelli del vitto sino  alle paghe, io ci capisco poco.” Le cose non andarono come desiderato dal brigadiere, tre finanzieri del dipendente distaccamento di Lago Matogno furono  trasferiti ad altro reparto, tre nuovi giunti dovettero rimpiazzarli. Alberto in compagnia di Sanzio Loretelli, vecchio del reparto e di Biagio Lupini seguì il vivandiere che con un mulo  si recava al distaccamento per rifornire di viveri i finanzieri. Durante il tragitto Sanzio, durante una sosta spiegò ad Alberto ed a Biagio il perché il comandante della Brigata fosse soprannominato ‘balle da vendere.’ Durante la visita ispettiva a Montecrestese del capitano Primo Pagnani comandante della Compagnia al pranzo erano presenti tutti i componenti del reparto esclusi due uomini di pattuglia. In sala mensa a capo tavola il capitano, a destra la signora Sonia, a sinistra il comandante del reparto, fra i finanzieri l’autista del capitano Santo Brecciaroli. Sonia mangiava in silenzio ed a testa bassa, il capitano le domandò: “Signora si sente bene?” “Mai stata tanto bene in vita mia!” Un sorrisetto aleggiò sul viso della maggior parte dei componenti il reparto.  Il capitano rivolto al brigadiere: “Ho notato che lei invia le pattuglie sempre più in alto, non sarebbe meglio fare dei posti di blocco in pianura?” Il buon Guglielmo forse in un momento di ira: “Balle da vendere, so io quello che faccio!” Il capitano non replicò ma il ‘balle da vendere’ restò come soprannome al brigadiere.  Alberto durante il tragitto sino al distaccamento era piuttosto stanco appesantito dallo zaino ed anche perché non allenato, domandò al vivandiere: “Quanto manca?” “Poco finanziere.”  Dopo ventisette chilometri il quartetto giunse finalmente dinanzi al reparto accolti da sottobrigadiere Gavino Pinna sardo di Alghero,  molto religioso che salutò i nuovi venuti con un “Sia lodato Gesù Cristo”, i tre gli risposero salutandolo militarmente, erano atei. I giorni passavano lenti, qualche giro di pattuglia ma il sabato sera le signorine baitane che custodivano le capre, (non le pecore lasciate libere di pascolare) erano invitate dai finanzieri a ‘ballare’ al suono di una radio a batterie, era il pretesto giustificativo per avere rapporti sessuali lontano dal distaccamento. Il sottobrigadiere fidanzato al suo paese non solo non partecipava ma condannava quei rapporti che lui non accettava prima del matrimonio, gli era stato inculcato il principio che i rapporti sessuali erano destinati al solo fine di procreare! Venne l’inverno. Quando liberi dal servizio i finanzieri giocavano a carte, si vestivano da donna o addirittura mettevano su uno spettacolo, in particolare: Sanzio  mentre scorreggiava spudoratamente senza mutande  avvicinava la fiamma del suo accendino al culo procurando una specie di fiammata. “Malaittu porcu” era il commento del sottobrigadiere. Alla radio GF 1 il comandante di brigata domandò: “Tobacco?” Era la frase convenzionale del brigadiere Angelieri per sapere se i militari del distaccamento avessero  eseguito un sequestro di sigarette. Alla risposta negativa del sottobrigadiere: “Bel sardagnolo, ti farò abbassare le note caratteristiche e potrai dare addio alla promozione, datti da fare, cazzo!” Alberto venne in aiuto al povero e affranto Gavino Pinna, contattata una baitana con cui era in ‘buoni rapporti’  si fece indicare giorno e  località in cui il suo fidanzato, cocu sarebbe transitato insieme a suoi colleghi con una bricolla di sigarette di contrabbando. “Brigadiere domani vorrei andare in pattuglia con Sanzio Locatelli e con Biagio Lupini, viveri per tre giorni, porteremo con noi anche i sacchi a pelo, spero di tornare col ‘tobacco’. Il sottobrigadiere lo abbracciò e pregò  la Madonna acché i tre suoi dipendenti portassero a buon fine l’agognato sequestro. La baitana amica di Alberto aveva ‘spiato’ la notizia con precisione, all’alba del terzo giorno in località Agarina Alberto e compagni intravidero tre figure con  indosso una bricolla, con la pistola spararono in aria vari colpi segnale in seguito al quale i contrabbandieri si disfecero del carico e fuggirono per non essere arrestati. Stavolta non andò così: due spalloni sparino in fretta mentre il terzo fu trovato dai finanzieri seduto su di un  masso. Alberto: “Non hai sentito i colpi di pistola, che pensavi fossimo dei cacciatori, ora dobbiamo arrestarti!” “Io sugno calabrisi…” Alberto: “Non mi frega di dove sei, prendi la bricolla e seguici in caserma.” A ‘Lago Matogno’ i tre più uno furono accolti con gridi di gioia ed abbracci come fossero dei giocatori di calcio dopo aver segnato un gol, il comandante di brigata fu informato del fermo. Dinanzi al focolare acceso, si era in inverno, il calabrese interpellato dal finanziere Luca Romeo, suo corregionale riferì in dialetto che con moglie e tre figlie era andato a far fortuna a Domodossola, non aveva trovato altro lavoro che quello di contrabbandiere.  Dichiarò solo i suoi nome e cognome: Giuseppe Morabito, non il luogo di residenza e  nemmeno quello dei suoi colleghi contrabbandieri. Alberto notò che Giuseppe, toltesi gli scarponi aveva i piedi bagnati, tremava dal freddo, era vestito troppo leggero per quel clima invernale, ebbe pietà, credette alla miseria del suo interlocutore, lo fece spogliare, gli consegnò una sua maglia, un paio di mutandoni di lana,  dei pantaloni, una camicia di flanella ed un paio di scarponi. Alberto, non  religioso,   da suo padre aveva appreso la carità per i più deboli, l’aveva messa in atto. Il Morabito ringraziò con gli occhi, si era commosso di tanta generosità. Al calabrese fu consegnato un sacco a pelo, doveva dormire per terra, tutti i letti erano occupati dai finanzieri. La mattina il Morabito era un altro, accettò un’abbondante colazione preparata dal casermiere, fece capire che era pronto ad andare in prigione. Il sottobrigadiere Pinna, consultati tutti i finanzieri presenti: “Caro il nostro calabrese sei libero, non dire a nessuno che non ti abbiamo arrestato, potremmo passare noi dei grossi guai.” Si intromise Alberto, si presentò e: “Vai a Domodossola dal mio collega e paesano  Gigi Gallozzi, digli che ti mando io e che ti trovi un lavoro dignitoso.” Giuseppe Morabito non riuscì a trattenere le lacrime, era stato trattato da  fratello, se lo sarebbe ricordato. Il Comandante della Legione di Torino, venuto a conoscenza del sequestro di T.L.E e che Alberto, uno dei componenti la pattuglia conosceva bene la lingua francese lo trasferì a Domodossola a prestare servizio sui treni internazionali. Libero dal servizio una sera Alberto si recò nella sala da ballo ‘Galletti’, pensava di rimorchiare qualche disponibile  domese, così si chiamano gli abitanti di quella città. Stranamente fu lui ad essere rimorchiato da una bruna niente male: “Lei non mi conosce, io l’ho riconosciuta tramite un racconto di mio padre, mi chiamo Rita Morabito. Tutta la mia famiglia le deve molto, tramite il suo collega Gallozzi mio padre è stato assunto come guardiano notturno in una fabbrica, io e le mie dure sorelle siamo impiegate come commesse in negozi di moda e di profumeria, non faccia quella faccia, il mio è un ringraziamento, se vuole possiamo ballare.” “Sconsigliato, in passato mi sono iscritto ad una scuola di danza, il titolare dopo due lezioni mi ha restituito la caparra, ‘il ballo non è per lei’, questo il suo giudizio. Sono sincero come mio solito, lei o meglio tu hai un effluvio molto piacevole, parlo non di un’acqua di colonia ma un profumo personale…” “Dilla tutta che vorresti fare?” “Non so chi dei due abbia di più la faccia tosta, cosa desidera un maschietto da una dama?” “Scopare caro, c’è solo un piccolo problema, nemmeno tanto piccolo, ho ventitre anni ma sono ancora vergine.” ”A me viene in mente una poesia goliardica che recita: “Noi siam le vergini dai candidi manti rotte di dietro ma sane davanti!” “Frase non valida per me, anche il posteriore è vergine come pure la bocca, altre domande?” “Scusa la mia volgarità, talvolta mi lascio trascinare, restiamo seduti al tavolo ad ascoltare la musica.” “Idea migliore, andiamo a casa mia, abito vicino alla tua caserma, mio padre è al lavoro, in casa troveremo mia madre Assunta e le mie due sorelle, potrai scegliere quella che più ti piace!” “Hai un senso dello humour molto particolare che non si pensavo albergasse in una ragazza del sud, andiamo a conoscere le altre femminucce di famiglia.” “Fai sfoggio di cultura, io ho la licenza classica, non ho potuto proseguire gli studi per difficoltà pecuniarie.” Entrati in casa Morabito la mamma in vestaglia: “Potevi anche avvisarmi che avevi un ospite!” “Mamma questo è Alberto il finanziere di cui ci ha parlato papà.” Assunta squadrò Alberto, dal suo sguardo parve essere soddisfatta, Alberto aveva salvato tutta la famiglia. “Caro ormai è tardi per andare a dormire in caserma, vieni nella mia stanza.” Aurora era stata esplicita, Alberto se pur un po’ meravigliato acconsentì, pensava che le meridionali fossero tutte delle puritane, aveva incontrato una eccezione. Dietro invito della ragazza andò in bagno per lavare i suoi ‘gioielli’, ‘ciccio’ ,sempre all’erta si alzò in tutta la sua magnificenza spaventando Aurora: “Spero sarai delicato…” Alberto fu delicato nei limiti del possibile, Aurora si dimostrò stoica, nessun lamento anzi:”Resta dentro…” “Non vorrei…” “Voglio io: qualora restassi incinta di un maschio gli imporrei il tuo nome col mio cognome.”  Alberto, prima di nascere era stato già battezzato. Alle sei mamma Assunta bussò alla porta della camera di Aurora: “Tuo padre sta per rientrare…” Alberto ancora insonnolito capì l’antifona, si vestì in fretta, baciò Aurora, salutò mamma Assunta e prese la via della caserma. “Cavolo, che ci fai in giro a quest’ora, non eri di servizio!” Il piantone stava dormendo. Alberto si ritirò in camera sua, notò gli slip sporchi di sangue, li avrebbe gettati nella mondezza, non voleva che la lavandaia gli facesse delle domande imbarazzanti. Era domenica, dormì sino all’ora di pranzo, lo stomaco stava reclamando. Chiese al cuoco altra  razione del primo.  il bolognese Silvano Roncaccioli gli preparò un altro piatto di tagliatelle doppio del primo e: “A capè ai ò  metter una pezza fiôl de busona!” Il lunedì successivo Alberto riprese il suo lavoro di controllo dei viaggiatori del treno che dalla svizzera Brig porta a Domodossola tramite il tunnel del Sempione. Solitamente cercava di rimorchiare qualche dame ou mademoiselle, stavolta il suo pensiero era rivolto solo ad Aurora, la ragazza l’aveva stregato, una sensazione o meglio un sentimento nuovo. Alberto comprese che non era il caso di recarsi a casa di Aurora o nel negozio dove esercitava la professione di commessa, sarebbe stato irrazionale. Ogni sabato si recava al ‘Galletti’, ovviamente niente ballo, si rifugiava in un tavolino lontano dall’orchestra e si sorbiva una bibita. Gigi Gallozzi lo incontrò in caserma e rimase basito dall’atteggiamento di Alberto, non era più il solito  ‘caciarone’, comprese la situazione dell’ amico e: “Arbè, er monno è pieno dè fica, lassa perde la calabrese se voi….” Alberto lo ringraziò: “Sei un amico, me la caverò da solo.” La sua presenza al ‘Galletti’ ebbe delle conseguenze positive. Verso le ventidue di un sabato stava per ritornare in caserma quando: “Scusi signore, i tavoli sono tutti occupati mi può ospitare?” “Bien sure mademoisele.” “Mi capita un francese…” “No sono italiano, ero in  sovrappensiero.” “Sono Flora Lucio del Priore, lieta.” “Il suo cognome mi fa pensare che qualche suo antenato sia stato così chiamato da qualche prete che, per lasciargli un marchio indelebile di N.N. lo abbia battezzato col quel cognome.” “Cavolo nessuno me l’aveva detto prima, lei è un insegnante?” “No, un finanziere.” “Non ho un bel ricordo dei suoi colleghi, lavoro a Briga, un pomeriggio avevo con me dieci pacchetti di sigarette Turmac, un suo collega, in verità un po’ effeminato mi ha accompagnata in Dogana e me le ha fatte sequestrare, devo pagare una multa salata…” “Domattina incontrerò quel brigadiere, si chiama Beniamino Barbieri soprannominato B.B., il perché l’ha capito da sola, vedrò quello che posso fare…mi piacerebbe invitarla a ballare ma in quel campo sono un  orso, ci sarebbero in ballo le sue scarpe ed anche i suoi piedi, se le va resti con me al tavolo, ho bisogno di distrarmi.” “Posso fare un’ipotesi, forse il cuore?” “Ha indovinato,  mai accaduto prima:” “Le cito un proverbio che si addice al suo caso:’ chiodo scaccia chiodo.” “Se il chiodo fosse lei…” Era il chiodo giusto, la liaison con Flora ebbe un seguito sino a quando Alberto vinse il concorso e si recò ad Ostia per frequentare la Scuola Sottufficiali ma questa è un’altra storia.

  • Come comincia: Il Grand Prix de l'Arc de Triomphe, nato nel 1920, (la prima edizione arrise a Comrade, cavallo inglese di tre anni) è il gioiello più prezioso dell'ippica francese. Si disputa la prima domenica di ottobre (mancò l'appuntamento soltanto nel biennio 1939-40, per ovvi motivi legati al secondo conflitto mondiale) nell'ippodromo parigino di Longchamp, tempio del galoppo transalpino e mondiale. L'Arc e questo ippodromo, il suo ippodromo, sono legati a filo doppio, l'uno senza l'altro non sarebbero la stessa cosa: entrambi infatti rappresentano monumenti alla "grandeur" francese (la corsa fu ideata per celebrare la vittoria della Francia nella "grande guerra"), ed entrambi hanno accompagnato lo sviluppo e la trasformazione dell'ippica francese; entrambi, infine, rappresentano la più concreta risposta della Francia al predominio britannico in Europa. Longchamp venne costruito nel 1857, su un progetto dell'architetto Antoine-Nicolas Bailly, nella parte sud-occidentale del Bois-de-Boulogne nel luogo in cui precedentemente era sorta una abbazia di clarisse fondata nel 1260 e demolita dopo la sua soppressione nel 1790. Venne inaugurato da Napoleone III° e dalla sua consorte Eugenia. Subì danni notevoli nel 1870 (durante la guerra franco-prussiana) e nel corso della prima guerra mondiale. Nel 1966 fu ricostruito in toto con tecniche ardimentose come l'avanzamento su binari delle nuove strutture mentre si abbattevano quelle vecchie. Al termine del "maquillage" che durò cinque mesi e nel corso dei quali, con l'intervento di ben seicentocinquanta operai, vennero trasportate circa diciottomila tonnellate di materiale, l'impianto potè vantarsi di essere, a giusta ragione direi, il più efficiente e moderno d'Europa. Le tribune potevano contenere quindicimila persone, tutte al coperto: sul suo prato invece, nei convegni più importanti (ad esempio, durante il Gran Prix de Paris in giugno) ne prendevano posto anche più di centomila. Nel 2016, il vecchio ippodromo ha chiuso i battenti per due anni (l'Arc si disputò ugualmente nell'ippodromo di Chantilly, lo stesso che ospita - in maggio - il Derby francese), così subendo un totale rimodernamento. Un progetto arabo, portato a termine dall'architetto Dominique Perrault, ne ha completamente cambiato il volto. Dal 2018 (ha riaperto i battenti l'otto di aprile) si chiama Paris Longchamp: la nuova tribuna della Defense dispone di ben cinque piani con terrazzo, box e ristorante di duecentocinquanta posti annessi. L'odierno sponsor della corsa parigina (lo sarà, per contratto, sino al 2022) è il QREC (Qatar Racing and Equestrian Club), mentre il montepremi attuale, salito alla stratosferica cifra di cinque milioni di euro, non ha eguali al mondo. Sfogliando il libro d'oro dell'Arc si possono scoprire notizie interessanti, estrapolare dati di rilevante importanza tecnico-statistica ma anche di natura storica. Il primo vincitore, come sopra scritto, fu Comrade, maschio di tre anni e figlio di Bachelor's Double e Sourabaga. Quel giorno fu montato dal jockey australiano Frank Bullock il quale trionferà a Longchamp anche nel'22, portando al secondo successo Ksar, e si impose in 2'39 di una corta lunghezza su King's Cross e Pieurs. Allenato dal trainer inglese Peter Purcell Gilpin e di proprietà del francese Evremond de Sant Alary (la sua scuderia trionferà ancora nell'Arc, nel 1935, con Samos, montato da Wally Sabbritt), questo cavallo vanta una 
    curiosa storia ed alquanto singolare, oltre che un palmarès di qualità: tre vittorie su cinque corse disputate in carriera (nell'anno del successo nell'Arc vinse pure il prestigioso Gran Prix de Paris, gruppo uno sui tremila metri in giugno, a Longchamp e le Queen Anne Stakes ad Ascot, gruppo due sulla distanza dei millecinquecentosessanta, in ottobre; infine, si piazzò dietro al connazionale Orpheus nelle altrettanto "classiche" Champion Stakes, corsa di gruppo due sui duemilaundici a Newmarket). Era stato acquistato quasi casualmente da yearling (età di un anno), dal suo futuro trainer, quand'era di proprietà del banchiere inglese di bavaresi origini Ludwig Neumann (morirà a Touquet, nel'34, cadendo accidentalmente dal balcone della sua stanza d'albergo!), per una cifra abbastanza modesta e quasi...simbolica (poco più di venticinque ghinee) alle annuali aste di Newmarket: in caso contrario, ossia se nessuno avesse fatto un'offerta, sarebbe stato rispedito indietro al mittente. In seguito venne rivenduto al nuovo proprietario francese di cui sopra, col quale trionfò a Parigi. Il primatista, in fatto di successi, tra i jockeys, è l'italiano Frankie Dettori il quale ha tagliato da vincitore il nastro d'arrivo dell'Arc per ben sei volte, di cui due di seguito: Lammtarra (1995), Sakhee (2001), Marienbard (2002),  Golden Horn (2015), Enable (2017, 2018). A distanza inseguono in sei con quattro successi: l'inglese Pat Eddery e ben cinque transalpini: Freddie Head, Jako Doyasbère, Thierry Jarnet, Olivier Peslier e Yves Saint-Martin il quale è da molti considerato il fantino francese più forte di sempre. Nato ad Agen (Lot-et-Garonne) nel 1941, ottenne in carriera (calcò i turf del mondo intero dal 1955 all'87) la bellezza di 3314 successi di cui ben 119 in corse di gruppo uno. Fu allenato da due trainers soltanto: François Mathet (dal 1955 al 1970) e Daniel Wildenstein (1971-1977). Nel suo palmarès incredibile figurano successi e riconoscimenti ottenuti su ogni ippodromo del mondo; quindici volte campione del Jockey Club francese o Cravache d'Or (premio al fantino più vittorioso in stagione), Cavalierato della Legion d'onore, Prix "Claude Foussier" de l'Academie français des Sports per servigi resi allo sport ippico, trentacinque classiche francesi, escluso il poker di successi nell'Arc (nove Prix du Jockey Club o Derby, cinque Poul d'Essai des Poulains, quattro Gran Prix de Paris, sette Poul d'Essai des Poulishes, cinque Prix de Diane, cinque Prix de Vermeire); sette classiche inglesi: Derby del 1963 in groppa a Relko, due Oaks (Monade, 1962, Pauwneese, 1976), due 1000 Ghinee (Altesse Royale, 1971, Flying Water, 1976), un 2000 Ghinee (Nonoalco, 1974) e un St. Leger (Crow, 1976); l'Irish Derby del 1974 al Curragh, con English Prince; cinque gruppi uno negli States e Canada: Breeder's Turf e Mile, Hollywood Derby, Washington  D. C. International a Laurel Park, nel Maryland ed E. P. Taylor Stakes al Woodbine Racetrack di Toronto. Il giornalista inglese Nick Higgins, uno dei massimi esperti mondiali di galoppo, nella sua "Top Jockeys of All-Times List" (graduatoria dei più forti fantini di sempre), apparsa su Jockeys Room.com lo inserisce al 19°posto.

  • 31 gennaio 2020 alle ore 16:10
    Il coraggio

    Come comincia:  Nella foresta divampo'un incendio immane: tutti gli animali, compresa sua maestà il leone, fuggirono di gran lena dinanzi alle fiamme. Solo un minuscolo colibrì volava in senso contrario, portando una goccia d'acqua nel becco. - Cosa credi di fare? - gli chiese il leone. - Vado a spegnere l'incendio! - rispose il colibrì. - Con una goccia d'acqua soltanto? - Io faccio la mia parte! - rispose il colibrì. 

  • 31 gennaio 2020 alle ore 16:02
    Le domande (in) discrete

    Come comincia:                                                                                                              da: Isaak Babel
     
      Come sono fatti gli assassini? Sono passionali o spietati? O forse, entrambe le cose: chissà! Che cosa spinge mai l'assassino ad uccidere? Vanità, forse; senz'altro rabbia e rancore, ma...Una volta ho desiderato ardentemente di uccidere un uomo, il mio peggior nemico; di offenderlo per più di un'ora, martoriarne il suo corpo e le sue membra prima di berne il suo sangue, catturare la sua essenza e ingoiarne le sue melmose viscere, i suoi maleodoranti liquami: volevo scoprire, a quel modo, che cosa fosse mai in realtà la vita, a che cosa assomigliasse la vita di un uomo, quella di ognuno di noi lungo la nostra via, il nostro cammino.

  • 31 gennaio 2020 alle ore 10:14
    NIPOTE PREDILETTO

    Come comincia: “Lucrezia sono Mirella…scusami ma mi manca il fiato, aspetta un momenton bevo dell’acqua…eccomi mi sono ripresa: una grande novità per me, alla Pirelli mi hanno promosso dirigente titolo ambito da molti uomini ma hanno scelto me, l’unico problema è che mi devo trasferire a Breuberg in Germania, io parlo correttamente il tedesco ed il francese, me li ha insegnarti da piccola mio padre questo è anche stato il motivo per la mia preferenza nella scelta ma ho un problema da risolvere, mio figlio Baldo ha diciassette anni, frequenta il terzo liceo classico non posso portarlo con me sia perché non parla la lingua e soprattutto perché alla scuola in Germania non lo accetterebbero.” “Finisci il discorso non so come potrei aiutarti.” “Non è facile chiederti questo favore ma solo tu me lo puoi fare…prenderlo a casa tua il tempo necessario sino a che non possa ritornare in Italia.” Lucrezia non sapeva cosa rispondere, da tempo vedova di Doriano si era organizzata la vita senza maschietti, col marito aveva avuto un’esperienza negativa per motivi religiosi, lei aveva solo amicizie femminili con le quali passava il tempo libero, era casalinga, andava in villeggiatura in montagna o al mare e talvolta in crociera nel Mediterraneo, non aveva problemi finanziari in quanto il defunto aveva avuto il ‘buon gusto’ di lasciarla agiata…”Cara non so che risponderti, Baldo mi è tanto caro ma avrà le sue esigenze che non combaciano con le mie…” Un lungo silenzio fra le due amiche poi Lucrezia: “D’accordo sarà un modo per movimentare la mia vita, accompagnalo quando vuoi, gli faccio sistemare da Gina la cameriera la stanza degli ospiti.” “Un bacione grande grande, solo tu mi potevi aiutare non ti dico che ti ringrazierei con delle preghiere altrimenti ti manderei all’Inferno, stavo scherzando, domattina verrò a casa tua con Baldo che provvederò a catechizzare, qualora si comportasse male fammelo sapere…” Roma d’estate non è la migliore città d’Italia e così madre e figlio arrivarono a casa di Lucrezia in Corso Francia tutti sudati con tre valige. “I figli vanno bene quando ci sono anche i padri a prendersene cura, come sai Ettore il genitore di questo signorino ha da tempo preso il volo con una sciacquetta molto più giovane di lui, ormai è di moda, se lo fanno le mogli vengono bollate come…lasciamo perdere. Baldo ha lasciato a casa il computer, andrà a riprenderlo i prossimi giorni.” “Lascia perdere, era mia intenzione rimodernarmi,  ne acquisterò un nuovo per casa mia, lo sai che c’è la possibilità di vedersi in tutto il mondo con un aggeggio chiamato ‘skype’? Così avrete modo di sentirvi.” “Allora scappo, il mio aereo parte alle sedici, non posso perderlo, a te non dico nulla ormai hai capito come comportarti, a te Lucrezia una abbraccio forte forte ed un bacione.” “Questa è la tua stanza, come vedi c’è anche una grande scrivania dove potrai anche sistemare il computer, vicino il bagno, se hai bisogno di qualcosa….” “Grazie zia, cercherò di darti fastidio il meno possibile.” Il giorno seguente Lucrezia si recò in via Merloni per acquistare un computer moderno, poi le venne un’idea: “Egregio direttore vorrei che impiantaste un cimice microspia non facilmente visibile in una  stanza di casa mia in modo che sul mio telefonino possa vedere ed ascoltare quello che succede l’interno della stanza stessa, mandi un suo tecnico domattina, quanto le devo? …. le lascio un assegno.” Vennero due ragazzoni simpatici e sorridenti, avevano capito qualcosa in quella richiesta un po’ inusuale di quella signora, una buona mancia è sempre gradita e fa dimenticare i cattivi pensieri. Lucrezia si accorse di aver guardato quei giovani in maniera diversa dal solito, li aveva trovati piacevolmente mascolini anche comparandoli con defunto marito che aveva ricevuto in dono un nome appropriato alla sua mentalità, Doriano che vuol dire ‘Dono di Dio’. Secondo lui i rapporti sessuali dovevano avere il solo scopo della procreazione con conseguenze immaginabili per la consorte che  era risultata sterile. Baldo stava mettendo in atto le raccomandazioni della madre, Lucrezia era contenta della sua compagnia, talvolta con una battuta romanesca riusciva a farla sorridere poi un  giorno: “Zia se me lo permetti vorrei invitare a studiare una mia amica molto brava in tutte le materie, si chiama Perla è figlia di buona famiglia.” Lucrezia non si aspettava una tal richiesta ma non si oppose, se si trattava di una brava ragazza… La tale era un tipo piacevole: alta di statura, bionda, grandi occhi azzurri sembrava una nordica, frequentava una palestra e si notava dal suo fisico statuario. Lucrezia la accolse con un sorriso e: “Buono studio.” La padrona di casa il pomeriggio si rifugiava in camera da letto per non farsi scoprire dalla cameriera mentre stava spiando il ‘nipote’ e l’amica. I primi due pomeriggi non accade nulla ma il terzo…Perla prese in mano il ‘ciccio’ di Baldo e poi addirittura in bocca dove sicuramente fece provvista di vitamine, bella porca un pompino in piena regola! Finiti gli esami di Stato con esito positivo Perla non veniva più a casa di Lucrezia ma era Baldo che il pomeriggio spariva dalla circolazione per rientrare la sera visibilmente spompato, una immotivata gelosia da parte di Lucrezia nei confronti del ‘nipote’. “Ti vedo deperito, vorrei condurti da un dottore, anzi lo faccio venire a casa, è un vecchio amico.” “Ascanio quando puoi vieni a casa mia, dovresti controllare mio nipote, lo vedo dimagrito e bianco in viso, va bene domai pomeriggio?” “D’accordo.” Ascanio era un anziano medico, misurò la pressione arteriosa di Baldo, gli auscultò il torace e la schiena ed alla fine: “Cara Lucrezia, tuo nipote non sta particolarmente male, forse ha bisogno di cambiare aria, possibilmente in montagna, auguri.” Nel frattempo Baldo si era recato in una scuola guida ed aveva conseguito la patente ma neo patentato non poteva guidare la Volvo della ‘zia’ che per lui acquistò una Cinquecento Fiat con l’obbligo di guidarla con la zia accanto, ‘sun of a bitch’ e così la dama gli precludeva gli incontri con Perla. Ultima trovata: “Caro ho prenotato un soggiorno a Madonna di Campiglio, un hotel a millecinquecento metri di altezza, quello che ci vuole per te, ho parlato con tua madre che è d’accordo. Roma – Fiumicino – aeroporto di Bolzano circa cinquanta chilometri da Madonna di Campiglio raggiunta con una Fiat Panda a noleggio. L’hotel Spinale era di gran lusso con relativa rilevante spesa, non era un problema per Lucrezia che, lontana da Roma, sentiva più vicino il nipote, forse voleva averlo ancora più vicino… Lucrezia chiese due stanze allo stesso piano. Andarono in boutique per rifornirsi di materiale adatto alla montagna e la sera cena insieme. Il maître del ristorante: “Benvenuta a lei madame ed a suo figlio, sono a vostra disposizione, a voi il menu, scegliete con calma.” “Ho sempre desiderato una mammina come te, sicuramente più affettuosa di quella deutschland della mia!” Cena a base di specialità locali mai assaggiate prima, il tutto ‘innaffiato’con l’Amarone della Valpolicella. Passeggiata digestiva, qualche minuto dinanzi alla TV in lingua tedesca, sguardo reciproco e poi: “Tutti a nanna!” “Sogni d’oro mammina!” Invece il sonno tardava a venire, s’erano fatte le ventitré Baldo accese l’abatjour, niente da fare, provò allora a telefonare alla stanza 232 quella della zia ma per risposta un lungo tu tu tu. “Centralinista cerco di mettermi in contatto telefonico con mia zia, non ci riesco, mi da una mano?” “Signore per motivi di privacy non c’è collegamento interno, provo a chiamare io sua zia, se la signora è ‘accordo  le passerò la linea.” “Stavo per addormentarmi…(Non era vero)” “Io invece stavo ripassando la poesia del Pascoli: ‘Fratello non posso prender sonno’ e poi sento dentro di me una tristezza infinita…vorrei parlare con te.” “Son qua, dimmi tutto.” “Lo sai che la telefonata passa dal centralino…vorrei invece venire in camera tua.” “Figurati, questa me l’aspettavo, ti apro la porta.” Lucrezia indossava un baby doll rosa, sotto un corpo ancora desiderabile. “Non fare quella faccia, mai vista una donna?” “Quando siamo soli vorrei chiamarti per nome, un mio capriccio, mi gratti la schiena?” “Sei ancora un cucciolone ma vedo….” Per ‘ciccio’ zia o Lucrezia non faceva  differenza, si era alzato in tutta la sua altezza, Baldo per evitare un diniego si mise prono sul letto, la zia lo rivoltò: “Non ti vergognare, è naturale che…” “Lucrezia che ne dici di una fellatio o di un cunnilingus?” “E tu che ne dici di non parlarmi latino?” Baldo ringalluzzito pose delicatamente ‘ciccio’ in bocca alla zia che rimase perplessa ma non protestò. “Questa è la fellatio…”Lucrezia in poco tempo si trovò con la bocca piena, una sensazione mai provata in vita sua, ingoiò il tutto, non era una sensazione spiacevole. Baldo allora pensò bene di passare al cunnilingus e appoggiò la sua bocca sul pube della zia che, accortasi dell’intenzione del nipote saltò giù dal letto, andò in bagno e ritornò  con la ‘topa’ ben pulita e odorosa. Baldo si mise all’opera e dopo poco tempo Lucrezia per la prima volta in vita sua provò un orgasmo, un orgasmo prolungato che la lasciò basita senza forze, capì cosa le era sempre mancato in vita sua. Qualche lacrima da parte sua, Baldo per sdrammatizzare passò al dialetto romanesco: “A’ zì se ‘na goderecciata te fa st’effetto se te l’infilo dentro me mori!” Ripresasi, Lucrezia: “In quel momento oltre a provare una sensazione meravigliosa ho capito quanto la religione aveva suggestionato quel fesso di mio marito, ora mi sento una donna e per merito di…” “Lascia stare i meriti, dentro sei un lago, ‘ciccio’ non ti farà male.” E così fu, Lucrezia ebbe un altro orgasmo più  prolungato, con la mano fece cenno al nipote che voleva godersi il post ludio, rimase immobile ad occhi chiusi per un bel pezzo. I due si addormentarono sino a che la mattina alle dieci, entrando col pass partout apparvero due ragazze  addette alla sistemazione della stanza che rimasero perplesse nel vedere i due dormienti: “Ragazze dateci dieci minuti e poi la stanza sarà tutta vostra, per favore telefonate al barista, fateci portare due colazioni ‘robuste’.” I due amanti in breve si rivestirono e fecero festa alle leccornie locali poi passarono nella stanza di Baldo lasciando sul comodino due biglietti da venti Euro. Dopo circa un mese di permanenza  a Madonna di Campiglio Lucrezia capì che ‘la favola breve era finita’ e che il ritorno a Roma era d’uopo. Si fecero prenotare due biglietti aerei Trento – Roma Fiumicino e prima della partenza ebbero il saluto corale (ed interessato) del personale nel frattempo ben foraggiato. Gina aveva fatto trovare l’abitazione in ordine e una cena alla romana, finiti gli intrugli alto atesini!  Da quel momento Baldo fu militarizzato dalla zia: iscrizione al primo anno di medicina, studio senza soluzione di continuità sino a venerdì, sabato ‘grandi manovre’, domenica a pranzo in un ristorante. Baldo aderì alle disposizioni di Lucrezia, era per motivi di affetto che la zia aveva imposto quel regime che portò i suoi frutti dopo quattro anni la laurea in medicina ed iscrizione alla specializzazione di ginecologia. “Non pensare che ti darai alla pazza gioia con le femminucce che visiterai, la maggior parte saranno poco appetibili ed in ogni caso per deontologia professionale…””Per gelosia è il termine più adatto, fa pure rima!” “Voglio dirti una cosa seria, ho pensato a lungo alla nostra situazione, o prima o poi troverai, come successo in passato una tua coetanea, forse ti sposerai ed avrai figli che io non ti ho potuto dare ma una cosa ti chiedo: ogni tanto…ricordati dell vecchia zia!” Tu sei una zia che non invecchia, sei giovane dentro e sempre lo sarai! Al conseguimento della specializzazione in ostetricia grande festa con gli amici, Lucrezia apparse completamente diversa, capelli raccolti in un chignon, trucco agli occhi che li facevano sembrare più grandi e luminosi, la bocca ben truccata portava a pensieri lascivi soprattutto del nipote che all’orecchio: “Hai lo stile della pompinara!” Male gliene incolse si trovò con le mani della zia sul collo tipo strangolamento e poi un lungo bacio  dinanzi ad una platea applaudente. Stavolta Hermes, protettore di Baldo non riuscì a salvare la bella Lucrezia, spiegò a Baldo che il fato era superiore anche agli dei e che Atropo con lucide cesoie stava per recidere inesorabile le stame di Lucrezia. Ricovero immediato in una clinica privata, accertamenti a non finire, diagnosi infausta: carcinoma allo stato finale all’utero. Incredibile Baldo specialista in ginecologia non si era accorto… si maledì cento volte ma ogni volta che incontrava Lucrezia le dava buone notizie sul decorso delle malattia. Quando i dolori divennero insopportabili, tutti i medici curanti d’accordo, Lucrezia fu sottoposta a una terapia a base di antidolorifici che la lasciarono incosciente sino alla morte avvenuta dopo quindici giorni. Mirella la madre di Baldo era sparita dal video, forse si era trovata un altro uomo, Baldo fece trasportare la salma direttamente nella tomba di famiglia ed inumata vicino a quella di suo marito. Baldo, dietro consiglio di uno psichiatra amico seguitò nel suo lavoro per evitare di pensare troppo e crearsi problemi psicologici. Ogni tanto accontentava ‘ciccio’ ma era solo una questione meccanica, Lucrezia era rimasta nel suo cervello e soprattutto nel suo cuore, non si sposò mai.

  • 30 gennaio 2020 alle ore 19:05
    Il santone e la giovane vedova

    Come comincia:  - Non sapevo fossi in casa, altrimenti non avrei bussato così forte alla tua porta, - disse il prete e santone Isaia alla giovane vedova (la quale li aveva aperto la porta tutta in ghingheri discinta); - ma non avevo cattive intenzioni, sai, mia bella giovin fanciulla, -aggiunse lo stesso, appena un attimo dopo.
     - Pensa alla salute! Pensa alla salute, prete! - fece quella, e poi richiuse la porta sbattendola in faccia all'uomo senza complimenti. Il prete andò via e lungo la strada ripeté più volte a se stesso: - Chissà dove ho sbagliato?

  • 30 gennaio 2020 alle ore 18:35
    Visioni notturne

    Come comincia:  dalla II^dimensione, vicina alla III^ed alla I^, ma molto lontana dalla IV^e dalla V^.
     Ho visto in una notte "strana" di marzo un carro funebre giallo passare sulla mia strada: lo guidava un vecchio francese che avea indosso un vestito blu, al suo fianco sedeva uno scheletro, quello d'una maitresse, vestito di nero; portava lo scettro d'un re nella sua mano destra. Nel mentre quel carro passava, dalle finestre chiuse delle case risuonavano note jazz e da una, però, un megafono leggeva poesie di William Blake...La chiesa vicina cominciò a suonare le campane a morto: era già mezzanotte ma nel cielo, illuminato a giorno, sotto forma di un enorme ammasso di nuvole dorate dal sole al tramonto, apparve l'immagine chiara di un cavallo alato bianco che nitriva e scalciava. All'angolo della strada, intanto, uno zingaro nano nudo suonava il suo violino tzigano con note allegre, ma quando il carro li arrivò vicino smise...Svoltò a sinistra, dopo, il carro e non lo vidi più.

    Taranto, 7 novembre 2017. 

  • 30 gennaio 2020 alle ore 18:24
    "Katharsis" (liberazione)

    Come comincia:  "Katharsis": parola che deriva dal greco e sta a significare "purificazione" o "liberazione". Una controversa derivazione etimologica, però, ci prospetta che essa potrebbe derivare da un'altro termine greco, ossia "kathairo", che sta per "liberare il paese dai mostri". Questa è l'ipotesi di cui scrive Bruce Chatwyn nel suo noto romanzo "La via dei canti". Che sia, allora, che si faccia quanto si deve fare; ovvero, liberiamo pure i paesi dai mostri, mi viene da dire, ed anche - visto che ci siamo - le genti che popolano quei paesi, ma teniamo prigionieri dentro di noi, dentro la nostra gabbia interiore, gli "altri" mostri: quelli che ci aiutano a vivere!

  • 30 gennaio 2020 alle ore 16:50
    Il frugale pasto

    Come comincia:  Dopo aver assaporato il vento del digiuno - accompagnato dal canto rigido ed incompleto di fringuelli ciechi - mi misi a mangiare strani pensieri colorati di vergogna e feci, nottetempo - ameni sogni carichi di incenso; bevvi, poi, spettrali profumi d'ambrosia alla luce del sole: avevano il sapore del nulla, nulla sentii e provai nel bere...Intanto, però, accadde che i fringuelli eran morti ed appassirono, mentre il vento (lui) - codardamente - era volato via.

    Taranto, 30 ottobre 2017.   

  • 30 gennaio 2020 alle ore 16:40
    Chiamale (pure) emozioni

    Come comincia: Compagna. - Se ci sono emozioni che non hanno ancora un nome, tu chiamale (pure) emozioni, compagno!
    Compagno: - Una federazione di popoli e di genti sarebbe una grandissima emozione, anzi, più che unica, compagna!
    - Impressione a latere (o: a margine)
    Era una città vuota, quella, una vuota città; era una città vuota (ed asfittica, ed asettica...priva di colori!) come tutte le "vuote" città del mondo, ormai: sono città senza emozioni, quelle...queste; sono città senza emozioni queste: ormai! In quelle città, in tutte queste inutili città non splende più la luna, non riscalda più il sole; ci sono solo strade senza nome e stormi di case inutili e mute: stormi che non voleranno né canteranno mai!

  • 30 gennaio 2020 alle ore 16:31
    La teoria "Einstein"

    Come comincia:  Domanda/Postulato (ovvero: postulato sotto forma di domanda) = Einstein:ma chi era costui?
    - Risposta a: un vecchio con la barba che fumava il narghilé;
    - Risposta b: un profeta rumeno emigrato in Palestina;
    - Risposta c: il nipote (illeggittimo) di John Ruskin.
     Soluzione/Risposta (ovvero: risposta sotto forma di soluzione) = Nessuno dei tre: è il nome del primo uomo - zoppo - apparso sulla terra! 

  • Come comincia:  Il giovane poeta riposò le membra tutte, l'anima sua, il corpo e la mente dopo la grande abbuffata di tutto: di fame e di sete, di viltà e di coraggio, di odio e di amore, di grida e silenzio, di gioia e dolore, di passione ed oblio, di liberazione e prigionia, di ispirazione e aridità, di forza e fragilità, di castità, di lussuria e sodomia, di solitudine e di compagnia...dopo la grande abbuffata del nulla e di tutto, di tutto e di niente riposò: alla fine, però, fece ritorno alla taverna del "Paradiso" da dove era partito tantissimo tempo prima...la guerra con sé stessi, in fin dei conti, non è così tanto brutta!

  • 30 gennaio 2020 alle ore 16:10
    Le streghe di Canterbury

    Come comincia:  Ho visto un enorme branco di streghe, che venivano da Canterbury e che volavan alla guerra: imbracciavano grossi mazzi di papaveri rossi per darsi forza e coraggio... - Andiamo, sorelle, andiamo! - gridò la strega madre alle altre, senza esitazione. - Dobbiamo padroneggiare la paura per affrontare la grande guerra! -.
     Quel branco di streghe combatté con ardore, con furore, con galiardia sui campi di battaglia ai confini delle terre del ghiaccio: soltanto una tornò indietro - era la giovane strega Solange, delle highlands scozzesi - e visse la sua vita errando in mezzo agli uomini.

  • 30 gennaio 2020 alle ore 15:50
    Alberghi &... strane cose!

    Come comincia:  A Djang ci sono ben due alberghi: l'hotel "Windsor" e, di fronte, l'hotel "Anti-Windsor"; uno in più di Gemona del Fiuli, cittadina in provincia di Udine: è l'albergo "Willy", sito in località Ospedaletto, alla via Barigliaria numero cinquantotto. D'altro canto, però, non si trova l'ombra di un albergo in tutta la provincia dello Dzabhan, nella Mongolia estrema nord-occidentale al confine con la Russia, grande quasi quanto tutto il nord-est ed il nord-ovest della penisola italiana messi insieme (non si trova il suddetto neanche a pagarlo un sacco di diamanti!), e non ci sono neanche bed&breakfast, né ostelli o posadas (le famose pensioni "familiari" diffuse in centro e sud-America): tutti dormono "nature", ovvero sotto la luce delle stelle quando sono fuori di casa ed il clima non è troppo inclemente (le temperature medie annue, da quelle latitudini, lontane e sperdute, non superano mai i tre-quattro gradi centigradi!). In compenso, però, in quella provincia vi sono ben tre fiumi (lo Dzabhan, l'Ider e il Tes-Hem) e tanta, tantissima steppa!
     A Dogliòla, paesino collinare ed agricolo della provincia di Chieti, ci sono più pecore (ottocentonovantanove) che cristiani (cinquecentoventi): in compenso, tuttavia, è in costruzione un albergo a quattro piani e tanti posti letto disponibili!
     A Dakar, Senegal, c'è il "Coq Ardi": è l'albergo più lussuoso, rinomato e ricercato della città...ma è anche un bordello. La proprietaria è una certa madame Martine Lagardere la quale - fortuna per i clienti! - possiede una grossa barca da pesca: in questo modo a cena capita spesso di mangiare aragoste freschissime di...appena pescate.
     A Damiétta, invece, città capoluogo dell'omonimo governatorato egiziano, posta tra la riva destra del ramo orientale del Nilo, che da essa prende il nome, e la laguna di Manzala, centosessanta chilometri a nord-est del Cairo, l'unico solitario albergo esistente, il "Villa Floor" crollò per una fuga di gas nel 1980 (l'esplosione provocò trentatré morti e cento feriti!): nessuno dei novantacinquemila abitanti della cittadina, però, se ne da pena più di tanto! Damietta, per la cronaca (o meglio: per la storia) altri non è che l'antica Tamiathis, la quale fu conquistata dagli Arabi nel 641 e tolta loro per breve tempo dai Crociati nel XII°secolo...buono a sapersi, direi!

                                                      = Conclusione =
    In conclusione, è proprio il caso di dire che "tutto è soltanto una questione di alberghi, cose strane o...di punti di vista; ovvero di latitudini!". Oppure: che "ognuno ha gli alberghi (o non ce li ha) che si merita!" (ma comunque, credo sia sempre tutta e soltanto questione di latitudine: sic!).
     A Dakar (Senegal) c'é il "Coq Ardi": è l'albergo più lussuoso, rinomato e ricercato della città...ma è anche un bordello. La proprietaria è una certa madame Martine Lagardiere la quale - fortuna, questa, per i clienti - possiede una grossa barca da pesca: in questo modo, a cena capita spesso di mangiare aragoste freschissime!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.