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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 gennaio alle ore 14:41
    UN CONDOMINIO DI AMOROSI SENSI

    Come comincia: ‘A ciascuno il suo destino’ film del 1946 ma anche frase che poteva fotografare la situazione di un condominio di Roma in via Giolitti, situazione molto particolare in quanto a sesso. Vengono riportati solo i nomi senza cognomi degli interessati in quanto  si tratta di una storia vera e le persone citate potrebbero non gradire una pubblicità non voluta. Alessio e Mia ambedue quarantenni coniugati da dieci anni, erano una coppia felice, senza figli per volere di entrambi, insegnavano ambedue in un liceo cittadino, lui di lettere lei di lingue. Mia da tempo dava lezioni private a Tommaso figlio diciassettenne di Amos  e di Elettra che Mia aveva visto crescere ed a cui dava ripetizioni. La signora non si era accorta che il ragazzo stava diventando un adulto con relative conseguenze sessuali. Un pomeriggio il ragazzo si presentò a Mia bianco in viso e quasi tremante: “Zia Mia ti devo confessare un mio pensiero  ma non ho il coraggio di farlo, non mi sento in forma, da giorni…” “Tommaso puoi confessarti con me come se fossi un prete e, anche se non sono religiosa ti darò l’assoluzione!” “Sono innamorato di te, non sorridere, ora ti considero una donna, io son cresciuto sessualmente e, pensandoti, faccio il…falegname.!” “Se ti spiegassi meglio…” “Pensando a te mi faccio tante seghe!” “Non vorrai che te le faccia io!” celiò Mia che nel contempo cercava di trovare una soluzione a quanto appreso dal ragazzo. “Sai che ho molta fantasia per far partecipare anche tuo marito Alessio ho pensato ad uno swapping tra di noi, io desidero ardentemente avere rapporti con te, tuo marito potrebbe andare con mia madre.” A Mia venne da ridere ma, dinanzi alla faccia seria di Tom cercò di vagliare il progetto fantasioso del ragazzo. “Ammesso che io sia d’accordo non penso che lo sia tua madre, lo sai quanto è  riservata, Alessio sarebbe d’accordo, lo conosco bene!” “Mia madre è una romantica e poi mi risulta che non abbia buoni rapporti sessuali con mio padre, origliando dietro la porta della loro camera da letto una sera ho sentito mia madre dire: “Sei un egoista il solito ‘vado l’ammazzo e torno’ ed io resto a bocca asciutta, va al diavolo!” Mio padre è molto religioso, la mattina prima di recarsi al suo lavoro alle poste dove è impiegato, passa sempre in chiesa e per lui il rapporto sessuale ha come sola finalità il procreare; ho scoperto una scatola di pillole anticoncezionali che  assume mia madre che evidentemente non vuole darmi un fratello o una sorella ma se tuo marito si dimostrasse romantico con lei penso che ci riuscirebbe a...conquistarla.” Messo al corrente Alessio fece salti di gioia, Elettra non era niente male come donna, sua moglie le aprì la strada telefonando ad Elettra una mattina di domenica quando suo marito era in chiesa battersi il petto: “Mia cara scusa se ti disturbo, ti chiedo un favore: Alessio mi parla spesso di te, noi siamo una coppia aperta e vorrei che lo sentissi.” Dopo qualche secondo di silenzio:  “ Fallo venire ora a casa mia, mio marito starà in chiesa sino a mezzogiorno.”  Seduti sul divano: “Anche se non sei truccata sei una donna molto piacevole. Come ti ha riferito  Mia noi siamo una coppia aperta e siamo sempre sinceri l’un l’altro, vedendoti passare ogni giorno di più mi sei entrata nel cuore, vorrei…” “Immagino quello che vorresti ma io sono una donna romantica, il sesso viene dopo …” “A parole non mi esprimo bene, ti comunicherò i miei sentimenti tramite mail, ti prego di credere alla mia sincerità.” Riferito il colloquio alla consorte Alessio, da buon letterato, dimostrò  nello scrivere la sua ‘valentia’. “Cara  Elettra, quando ti guardo mi rispecchio nei tuoi occhi che mi fanno provare un sentimento intenso: il desiderio di poter stare sempre insieme. Provo dolcezza mista a tenerezza che mi fa soffrire pensando che non sarà possibile estraniarci da tutti e vivere la nostra vita in comune. Sogno di stare con te in riva al mare, d’inverno, dinanzi a noi la burrasca, il vento che ti scompiglia i capelli e tu abbracciata alla mia vita, l’effluvio della tua pelle mi stordisce, chiudo gli occhi assaporando con la fantasia quello che purtroppo non potremo avere mai. Finalmente sorridi, anch’io riesco a sorridere, sembriamo due giovani alla prima esperienza amorosa. D’impulso ti metti a correre, sei più veloce di me, mi aspetti, mi abbracci piangendo, il tuo pianto mi distrugge l’anima, ancora una volta provo del trasporto nel cuore, non oso pensare a quel sentimento…si proprio quello, l’amore che dal cervello arriva alle viscere facendomi provare un dolore acuto, te ne accorgi e mi baci a lungo riesci a darmi un po’ di serenità.”Alessio, dopo aver inviato la mail, la fece leggere a Mia che si fece delle sonore risate. “Che hai da ridere, sono o non sono un professore di lettere?” Lo scritto provocò in Elettra uno sconvolgimento nel cervello, mai nessuna l’aveva corteggiata letteralmente in modo così piacevole, invitò Alessio in casa sua durante l’assenza di Amos e di  Tommaso, si presentò truccata e coperta solo di una vestaglia quasi trasparente, durante il rapporto sessuale grazie alla bravura di Alessio provò delle sensazioni mai provate in vita sua, si ripropose di invitare ancora Alessio. Venuto a conoscenza dei fatti, Tommaso chiese ed ottenne dalla ‘zia’ quel qualcosa che aveva desiderato da tempo, Mia capì che la relazione col ragazzo, non più ragazzo, si sarebbe prolungata nel tempo come pure quella di suo marito. Altra crisi di coppia fra Leonardo trentenne per lavoro imbarcato per mesi su una nave mercantile e la consorte Bianca di pari età del marito, donna piuttosto robusta, capelli corti, palestrata che non si lamentava tanto della lontananza del marito quanto… perché non era ancora riuscita a conquistare la sua vicina di casa Marina. Una sera d’estate allorché il marito di Marina Ennio, farmacista, era di turno di notte invitò Bianca a casa sua facendole trovare dei cannoli molto graditi dalla siciliana Bianca  e del caffè sport Borghetti anch’esso molto apprezzato. Il caffè sport conteneva anche dell’alcol che fece effetto alle due signore che sul divano si ritrovarono abbracciate sino al bacio e toccata (senza fuga) sui rispettivi seni. Passate sul lettone furono interessati anche i relativi fiorellini con goderecciata finale. Marina cercò di spiegare il perché del suo comportamento: “Per Ennio non  è questione di età, ha cinquant’anni ma è borzo, la pancia gli sciaborda, è costretto a farsi fare vestiti su misura, ha anche difficoltà a trovare le cinture ed usa le bretelle, uno sfascio totale. Una volta è venuto a casa con la novità di assumere la famosa pillola blu per avere un’erezione, ma quale erezione è caduto a terra tutto sudato e mezzo svenuto, ho dovuto chiamare il medico di famiglia, averlo vicino mi nausea ma sono casalinga, lui è ricco e divorziando dovrei rinunziare a tante cose compreso la frequenza del circolo dei nobili cui lui appartiene perché i suoi nonni erano baroni. Non avrei mai pensato di fare un’esperienza come la nostra ma in fondo ci vogliamo bene ed è quello che conta, qualche volta verrò a trovarti a casa tua.” Non potevano mancare nel condominio gli omo, io non ho nulla contro di loro anzi li considero degli sfortunati sia perché non amano i ‘fiorellini’ ma soprattutto per l’ostracismo che la maggior parte delle persone da loro. Alcuni sono finiti in ospedale picchiati dai sessuofobi, m’è venuto di pensare che in tale categoria ci sia qualche omosessuale che non  accetta la sua diversità. Al primo piano abitavano Riccardo e Nino il primo fisico massiccio altezza un metro ed ottanta centimetri, barba e baffi dava l’idea di grande mascolinità cosa che evidentemente aveva affascinato il compagno Nino biondo, occhi azzurri,  fisico minuto;  conducevano un grande negozio di scarpe da uomo e da donna in via primo settembre; non avendo problemi finanziari da parte di lei (Nino) avevano acquistato due appartamenti che avevano unito ristrutturandoli completamente con mobili moderni, una sciccheria. Nino dal dolce animo femminile voleva fare amicizia con  gli inquilini del palazzo, pensò che ci sarebbe riuscito organizzando una festa danzante; mise nella buca delle lettere un invito a tutti i coinquilini, giorno previsto domenica alle ore quindici. Ad eccezione di Ennio e di Leonardo pian piano si presentarono tutti: Alessio, Mia, Amos, Elettra, Tommaso, Bianca e Marina. Grandi complimenti da parte degli ospiti: Elettra: “Ben contenti di avevi conosciuto, oggi andiamo tutti di fretta e si sono perse la amicizie di una volta” e poi: “Dopo aver assaggiato tutto ben di Dio dovrò mettermi a dieta ferrea, per fortuna non ci saranno altre feste vicine altrimenti diventerei come…” stava per dire Ennio ma si cucì la bocca. Pian piano si formarono delle coppie eterogenee, il più ricercato soprattutto dalle signore fu inaspettatamente Nino il quale, per ripicca, fece le boccacce al convivente Riccardo che invece ballava solo con le signore, forse era bisessuale? Mia si ‘strofinava’ abbastanza con Tommaso ben ricambiato da Alessio con Elettra, Amos con Bianca e Marina. La musica rock ad alto livello incuriosì gli abitanti del palazzo di fronte ma la loro curiosità rimase tale perché erano state tirate le tende. Novità inaspettata: Nino chiese ad Elettra di poterla rincontrare da soli a casa sua. La signora che ovviamente non si aspettava tale richiesta da un omo, consultò il marito Amos che, dopo qualche minuto di perplessità diede, ridendo, il nulla osta alla richiesta della moglie, in fondo una paio o più di scarpe potevano far piacere alla signora. Il pomeriggio dell’incontro Riccardo era sparito da casa sua, Nino indossava un abbigliamento da donna, risultava molto bello o bella alla vista con vestito stile Belle Èpoque con calze e tacchi alti. Prima ballò da solo poi abbracciata Elettra prese a baciarla sul collo ed in bocca, volle toccarle e tette ed il fiorellino e poi: “Io non sono abituata ad andare con le donne, ma lei mi ha incuriosita,  ho provato uno slancio particolare per me sconosciuto sicuramente dovuto al suo profumo non quello di Armani che indossa ma il suo personale che è per me inebriante. Quando vorrà mi telefoni, sarà per me un piacere rincontrarla di nuovo e poi le dico che ho un amico che è il rappresentante in Italia delle auto Mini, qualora avesse bisogno...Se me lo consente mi spoglio nuda vorrei che lei usasse un vibratore nel mio sedere, è l’unico modo in cui riesco a godere ed anche se a lei non fa effetto prendere in bocca il mio uccellino e assaporare …” Un po’ sconvolta dalle sensazioni provate Elettra tornò a casa ed al marito curioso di farsi raccontare la sua avventura disse solo: “Presto sarà padrona di una Mini che sarà solo mia, me la sono proprio guadagnata!”
     

  • 31 gennaio alle ore 14:35
    VALERIA LA RIBELLE

    Come comincia: Quando deve nascere un figlio un po’ per tutti c’è il problema del nome. Valeria, Rossi di cognome, era quello della madre di Maurizio Magliarditi la quale, da tradizionalista, partiva dal presupposto, senza eccezione, che il suo dovesse essere imposto alla nascitura se fosse nata una femmina, peggio sarebbe stata la sorte di un maschietto: Asdrubale come il nonno Magliarditi ma la sorte fu benigna col nascituro: femmina e quindi Valeria che vuol dire forte, robusto. Maurizio con gli anni aveva dimostrato che di scuola ne ‘mangiava’ poco e così il padre preferì rilevare per lui  un negozio di ricambi di auto ben avviato sotto casa in via Amba Aradam a Roma. Mauri (per i parenti ed amici) aveva incontrato ad un ballo una certa Gemma Colucci molto corteggiata, alla fine della serata riuscì a ‘strapparle’  un appuntamento e, dopo un po’ di tempo che si vedevano: “Caro sono incinta di te, festeggiamo?” Mauri non fu particolarmente felice in quanto giravano voci che la damina si ‘intrattenesse’ con altri baldi giovani ma, per evitare liti giudiziarie  e riconoscimento di paternità a mezzo del D.N.A., il buon Mauri fece finta di crederci e riportò la notizia, peraltro aspettata con ansia dai nonni, che stabilirono la data delle nozze e comprarono,  facendolo anche arredare, un appartamento nell’isolato da loro abitato per star più vicino al nascituro. Da precisare che il nonno era il ‘paperone’ di famiglia, oltre a terreni, fabbricati ed un sostanzioso conto in banca, teneva in cassaforte molte Sterline e monete Krugerrand affermando: “In tempo di guerra serve l’oro, il denaro è carta straccia. (Il vecchio già prevedeva una guerra!). Valeria faceva onore al suo nome in quanto a forza morale ma non era robusta anzi cresceva con un fisico longilineo, capelli lunghi castani e grandi occhi neri che esprimevano sfida! Fin da piccola era una lettrice formidabile, si riforniva dei libri della fornita biblioteca del nonno. A scuola per bravura superava tutte le colleghe cui era ovviamente antipatica soprattutto quando le insegnanti, in sede di consegna delle pagelle: “Ti diamo nove in tutte le materie, il dieci sarebbe la prima volta in questa scuola e non è il caso.” I professori non avevano citato il fatto che, alla prova del quoziente di intelligenza la baby aveva riportato un numero  alto, chissà da chi aveva preso in famiglia, non certo dal padre! Valeria leggeva di tutto anche libri considerati osé e, a tredici anni cominciò a rendersi conto di cosa volesse dire sessualità. Una volta, sotto la doccia, toccandosi il fiorellino le capitò di provare molto piacere, primo incontro col sesso. Talvolta per le scale le capitava di incontrare un signore circa trentenne di bell’aspetto ma sempre solitario. Notizie da parte della portiera Clotilde: “il professore si chiama Consalvo Freddi, insegna materie letterarie al liceo classico, è vedovo da sei mesi, niente figli.” Quando Valeria si metteva un’idea in testa… l’idea era quella di conoscere meglio Consalvo, solo il nome non le piaceva, lo avrebbe chiamato Salvo ma come agganciarlo? “Mamma ho problemi col latino, mi occorrono delle lezioni private.” Gemma cadde dalla nuvole, sua figlia così brava a scuola…ma l’accontentò a che se, malignamente, pensò, azzeccandoci, che c’era qualcosa di strano sotto quella richiesta. Fu la stessa Valeria a prendere contatti col professore a mezzo telefono il cui numero le era stato fornito dalla portiera. Per un improvviso suo capriccio anticipò il giorno di appuntamento  col professore il quale da dietro la porta:”Ennio ti apro.” E si presentò con i soli slip e rimase senza parole. “Aspettavo un mio amico, l’appuntamento era per domani…” “Non mi sono sbagliata, l’ho fatto apposta volevo vederla ‘nature’.” “Alla faccia della faccia tosta, vado a vestirmi.” “Quanti anni hai?”“L’età non conta ho un quoziente di intelligenza di 130 ed a scuola ho tutti nove, son venuta qui per lei, non è facile che un uomo mi piaccia, lei è speciale per i miei gusti.” “Non mi far dire cose ovvie ma ti rendi conto che potresti essere mia figlia!” “Non lo sono, l’unica cosa che non piace di lei è il nome, la chiamerò solo Salvo, mi dice qualcosa della sua vita o meglio mi dici…” “Ti dico che è meglio che ritorni a casa tua, tua madre…” “No, voglio conoscerla a fondo,  anzi conoscerti mi capisci?” “Io capisco che sei  da codice penale, ti prego torna a casa tua!” “Se insisti comincio a gridare forte dicendo mi stai violentando, mi crederebbero e passeresti un sacco di guai, mò come ti metti?” “Mi metto a sedere sul divano…” “Voglio baciarti in bocca per sentire che sapore ha.” Valeria fece seguire le parole con la ‘messa in opera’ delle stesse. “Il tuo giudizio?” “Non male, per ora non ti faccio vedere niente di me, fra l’altro ho poche tette, ci vediamo domani per…la lezione di latino.” La frase di Valeria fu seguita da una risata, ormai la baby sentiva di aver in mano la situazione ma voleva iniziare gradatamente a provare delle sensazioni sessuali. La sua andata dal professore non sfuggì a Clotilde: “Sei una ragazza intelligente non c’è bisogno dei miei consigli.” Quella più in crisi era  Gemma, si era accorta delle visita di sua figlia al professore sicuramente non per motivi di studio, era il caso di avvertire Maurizio ma non sapeva come l’avrebbe presa, d’altronde anche lei sera in crisi con suo marito il quale non la ‘guardava più’, forse aveva conosciuto qualcuna di cui si era innamorato con la conseguenza che lei aveva ripreso contatti con un suo vecchio amore di gioventù: certo Mario Salimbeni suo coetaneo. Mario era ancora scapolo per una serie di motivi, soprattutto per le malattie gravi dei genitori che seguiva personalmente ma il suo comportamento aveva allontanato un paio di ragazze che gli piacevano ma che non volevano aver problemi con i futuri suoceri. Mario era impiegato quale ingegnere al Genio Civile, talvolta allungava le trasferte per stare di più con i genitori affetti dal mordo di Alzheimer seguiti, talvolta,  da un vicino di casa caritatevole. “Mario sono Gemma, come stai?” “Mia cara ho il problema dei miei genitori, per il resto…” “Ti sei sposato.” “No, le ragazze che ho incontrato non volevano avere problemi con i miei.” “Mi piacerebbe rivederti, abito in via Amba Aradam , se ti va vieni a trovarmi di mattina, prima fammi una telefonata.” La telefonata della mamma era stata per caso intercettata da Valeria che ne pensò una delle sue, ‘beccare’ sua madre sul fatto. Nel frattempo seguitava a frequentare il professore: pian piano era diventata più intima e metteva in pratica gli atteggiamenti erotici visti alla TV di notte. Il professore era un po’ nel pallone, essere stato conquistato da una ragazzina che in campo sessuale ragazzina non era, ci volle del tempo ma giunsero anche a rapporti intimi, per Valeria una situazione normale, non tanto per Salvo che però si stava innamorando come uno scolaretto di una ragazzina che di testa dimostrava molto più della sua età. Gemma un pomeriggio alla figlia: “Mi sa che stai frequentando troppo quel professore, ormai sei alla fine dell’anno scolastico, vedi di smettere.” Mossa sbagliata con una come Valeria che pensò bene di fargliela pagare. Una mattina fece finta di andare a scuola, uscì di casa e vide l’auto dell’amico di sua madre posteggiata vicino al loro portone. A casa fece un’entrata trionfale nella camera da letto di Gemma che in quel momento dispensava le sue grazie all’amante. “Scusate ho sbagliato porta, seguitate pure, buon divertimento!” La sua era stata un’azione di una cattiveria, ma  di una cattiveria… insomma decisamente riprovevole che poteva portare a conseguenze inaspettate e sicuramente spiacevoli se venuta a conoscenza soprattutto dei nonni puritani all’eccesso. Gemma: ”Mia cara, non voglio cercare giustificazioni al mio operato, devi sapere che da tempo io e tuo padre siamo in crisi, sicuramente lui ha un’amante, io ho ritrovato un vecchio compagno di scuola col quale…” “Mamma non ti giustificare ma non chiedermi più nulla sulle mie visite a Salvo il professore, siamo, non so come dire, fidanzati va bene?” “Un giorno fallo venire a pranzo a casa nostra voglio conoscerlo di persona.” Salvo si presentò con un gran mazzo di rose rosse. “I fiori sono per me o per mammina, non ti basta la figlia vuoi farti anche la madre?” “Signora lei conosce sua figlia meglio di me quindi non faccia caso alle sue parole, forse le farebbero bene delle sculacciate!” “Con o senza mutande?” Valeria ancora una volta non si era smentita, in fondo però era una brava ragazza molto ma molto in fondo!

  • 30 gennaio alle ore 10:34
    La Donna Piangente

    Come comincia: Erano le 15.30. Clarissa, confinata nella camera matrimoniale, aveva appena smesso di piangere. Era accaduto, ma non riusciva ancora a crederci. Ci pensava e ripensava mentre poggiava la schiena alla spalliera del letto e si accarezzava la pancia. Gli occhi le caddero, prima, sul suo libro di fotografie preferito dal titolo Dora Maar. Nonostante Picasso, che si trovava sul comodino, poi, sull’unica stampa affissa alla parete, (insieme ad un crocifisso), raffigurante la Donna Piangente. Quel ritratto di Dora Maar, realizzato da Picasso, sembrava davvero vivo: la rabbia rullava dalla bocca spalancata dove spiccavano, bianchi, i denti aguzzi, e gorgogliava il pianto accorato con lacrime che scendevano a fiotti.
    “Ah, Dora, anche io sono in balia di uno stronzo!”, proruppe Clarissa con il viso infiammato.
    Improvvisamente una raffica di vento fece sbattere le persiane; per lo spavento la donna guizzò dal letto, e le chiuse. Ora, da fuori, si sentiva solo un sommesso fruscio di foglie rammulinate. “Vieni!”, sibilò una voce.
    “Chi ha parlato?”, esclamò Clarissa, immobile vicino alla finestra. Nessuno rispose. Lei indugiò per qualche minuto, poi, coraggiosamente, si posizionò di fronte alla Donna Piangente. La guatò, in apnea. Dopo aver deglutito, con apprensione, chiese: “Sei stata tu, Dora?”.
    Seguì un breve silenzio. D’un tratto, Clarissa, cominciò a soffrire di forti convulsioni: recalcitrava e si dimenava; si aggruppava e assottigliava. Il suo viso divenne scavato, scosso e scomposto. Una linea tagliava la fronte a metà. Gli occhi si ritrovarono ovali dentro due orbite. Le ciglia sembravano spesse come spighe. Spuntò in testa un cappellino con un garofano rosso appuntato alla calotta, quasi a fare da ciliegina sulla torta.
    Dopo quella metamorfosi, la poveretta, fu risucchiata dalla bocca della Donna Piangente e catapultata su una terra melmosa a ridosso di una grande pozzanghera. L’atterraggio fu dolce e lieve ma la donna strillava e strillava, più per spavento che per reale dolore. Il cappellino cadde rotolando dentro una cunetta.
    Lei stava carponi sull’erba quando si specchiò nell’acqua giallo-verde della pozza. “Ah, sono una FIGURA, e che FIGURA! Sono uguale a LEI, alla DONNA-PIANGENTE! Ah, aiuto!”, sbraitò mentre per istinto si riparava con una mano la pancia.
    “Non urli, vuole farmi schizzare fuori il cervello?”, risuonò un baritono alle sue spalle.
    Si voltò sbigottita: uno sguardo da Minotauro la stava frugando. Lo riconobbe, e si agitò tutta. Provò ad alzarsi. Il Minotauro l’aiutò: in fretta raccolse il cappellino dalla cunetta che sistemò alla buona sulla testa della donna. Poi, tetragono, disse: “Dobbiamo andare!”.
    Lei confusa balbettò: “Pi… Picasso!”.
    Lui rispose bruscamente: “Sì, sono io, però non mi è permesso parlare di me!”.
    Lei chiese implorante: “Ma dove sono? E perché ho questa faccia deformata?”.
    Lui scocciato proruppe: “Non l’ha capito? Si guardi attorno!”.
    La donna, disperata, levò gli occhi dal pittore.
    Sotto un cielo fumido si trovavano a covate delle baracche di metallo e legno, rattoppate sui tetti con del cartone. Due bambini erano piazzati davanti a una roulotte. Una mamma vestita di stracci teneva in braccio un marmocchio, e stava a guardare l’intrusa affacciata alla finestra di una catapecchia. Poco più in là un ragazzino con le scarpe spaiate era seduto su una staccionata rotta.
    Clarissa, quasi fuori di sé, esclamò: “Sembra la vecchia Zone di Parigi: negli anni ‘30 del ‘900 era la periferia più povera della città! Dora Maar l’ha fotografata esattamente così! Ho una raccolta delle sue foto in camera da letto!”.
    “Non si sbaglia”, disse secco il pittore, “Dora m’ha imprigionato nei suoi scatti. Surreale vero? Come avrebbe detto Man Ray! Quella maledetta, ora che è morta, s’è messa in testa di vendicarsi, AH!”. Continuò con rabbia: “Bella legge del contrappasso! Come in vita sono stato un Dio per lei, lei è ora Dio per me: mi controlla, mi fiuta, mi scova, da beffata diventa beffarda. Ed io sono costretto a rispettare la volontà sua! Ha l’appoggio di qualche angelo, quel demonietto! Sono sicuro che ce l’ha!”.
    “Com’è possibile?”, interruppe Clarissa trasecolata.
    “Rimarrò a marcire nella Zone finché non mi pentirò davvero del male che ho procurato a Dora! Uno dei suoi giochetti preferiti è quello di spedirmi, come pacchi, donne che invocano il suo nome: arrivano qui, tramutate in Donne Piangenti! È impressionante quanto siano identiche ai miei dipinti! Dora vuole che io ritragga il loro DOLORE! Dice che le devo ascoltare, e capire! Ah! Che assurdità!”. Finito di spiegare, spazientito, afferrò la mano di Clarissa per trascinarla su uno stradello. “Dobbiamo andare! Devo ritrarla! A pochi passi da qui c’è il mio studio!”, disse divorandola con lo sguardo.
    “Ma io non voglio! E poi non ho nessun DOLORE da mostrare!”, urlò Clarissa quasi perdendo il senno mentre si divincolava dalla presa. Picasso a brutto muso garrì: “Oh sì che ce l’ha un DOLORE, come tutte le Donne Piangenti! A breve confesserà! ANDIAMO!”
    Clarissa ammutolì: senza altra scelta fu costretta ad ubbidire.
    Lungo il sentiero lui procedeva dritto, lei lo seguiva restando leggermente indietro. I loro respiri si mescolavano al chioccolio di un fosso, al vitreo rumore di elitre ed al ronzio di insetti. “Pensa che non abbia mai amato Dora?”, cominciò il pittore scuffiando. “Ero ancora sposato con Olga e frequentavo Marie-Thérèse; vidi Dora ai Deux Magots intenta a giocare con un coltello: lo piantava con la mano destra tra le dita della mano sinistra, finché non si fece male! Era fiera, e fragile!”, disse trepidando.
    Clarissa, sorpresa da quelle parole, sbalestrò un poco e, inciampando su un sasso, sarebbe caduta giù di botto se non fosse stato per il riflesso pronto di Picasso che l’afferrò al volo. Solo il cappello le scivolò a terra. “Ha visto? Non sono così cattivo!”, mormorò, mentre la teneva ancorata al petto.
    Lei si sentì fremere. Col viso rosso per l’imbarazzo si sganciò dalla presa. “Allora perché quei continui tradimenti con Marie-Thérèse? E perché senza pietà l’ha lasciata per Gilot?”, lo attaccò Clarissa mentre si rimetteva il cappello in testa.
    “Dora era pazza, PAZZA dico! Ancor prima di diventarlo davvero!”, si difese lui alterato.
    “QUESTO È FALSO! Si è ammalata per colpa sua!”, gridò lei furente.
    “Ecco il mio studio! Entriamo!” troncò in tono cupo il pittore. Clarissa si guardò intorno: c’era una chiazza gialla di umidità sul soffitto, alla parete un quadro, sotto la finestra un enorme comò e, accostata al camino in pietra, una poltrona sfondata. Il cavalletto era piazzato al centro sopra una striscia di tappeto. Dappertutto si sentiva un odore acre di muffa, tempera e tabacco.
    “Si metta seduta sulla poltrona lasciandosi il cappellino! Prenda questo fazzoletto, da brava Donna Piangente!”, disse con scherno Picasso mentre estraeva un fazzoletto dal cassetto del comò.
    Lei si sedette. Lui si posizionò dietro il cavalletto, e da lì, con tavolozza e pennello, iniziò a guardarla con insistente attenzione: “Cominci pure!”, ghignò.
    Clarissa osservò il fazzoletto: almeno era pulito! Si sentiva così turbata che fu facile cedere a singhiozzi e singulti: “È successo tutto ieri sera! Già da due giorni sapevo di essere incinta ma mio marito l’avrebbe saputo per cena, di ritorno dal suo ennesimo viaggio di lavoro. E la cena l’ho preparata, a base di pesce e buon vino, che lui si è scolato da solo per intero. Era il momento di dirglielo! Ah! Quello, scioccato, ha confessato: m’ha tradito con un’altra donna, e al bambino proprio non era pronto! Così è andato in camera da letto a riprendere la valigia che ancora non aveva disfatto! Ah! M’ha abbandonata, con lui qui dentro! Ah!”. Clarissa piangeva in maniera squassante. Picasso cominciò a sentire un martellio alle tempie. Comparvero, una ad una, tutte le sue donne: Fernande, Eva, Olga, Marie-Thérèse, François, Inès, Jacqueline, Dora, Gilot, e le altre senza nome. Lo accerchiarono. Come fantasmi deliranti gli danzavano intorno. “Basta, andate via!”, urlò lui febbricitante. Fuochi di ghiaccio divamparono dalle loro bocche. Lui mollò tavolozza e pennello. Il suo volto era invetriato di lacrime. Sentiva dolori acuti in tutto il corpo. Avanzava a fatica verso Clarissa. Fu allora che gridò: “Chiuda gli occhi!”.
    Erano le 15.30 quando Clarissa li riaprì: si trovava in camera da letto, come se il tempo non fosse mai trascorso. Il silenzio risuonava con profetica attesa. Improvvisamente si sentì uno scatto alla serratura. La porta di casa si spalancò: “Clarissa, sono io!”, esclamò suo marito posando la valigia.
    “Dora, se non è stato un sogno, dimmi, Picasso l’hai perdonato?”, domandò lei alla Donna Piangente.

     

  • 17 gennaio alle ore 16:27
    AMORI E TRISTEZZE

    Come comincia: Lisa  (Elisabetta) si era finalmente liberata degli studi, aveva conseguito la laurea in lingue, per premio il padre Freddy (Ferdinando) le aveva pagato delle vacanze sulla neve a Cortina d’Ampezzo. A febbraio i prezzi erano abbordabili e così Lisa, amante della montagna ma, inesperta sciatrice, preferiva andare in quota in funivia e passare il tempo a camminare sulla neve o al bar. Quel giorno il tempo era sereno e con in mano una bevanda calda Lisa sedeva in una comoda sedia fuori dall’esercizio. Alta, slanciata, piacevole in viso sempre sorridente poteva dirsi seducente; fu agganciata da un giovane circa della sua età che: “Che fa una bella signorina sola sola?” “Aspetta che qualche maschietto la rimorchi dicendo: “Che fa una bella signorina sola sola?” Ambedue si misero a ridere: sono Alfonso, Fonzi per gli amici e mi godo una vacanza, a Roma sono il padrone di una fabbrica di elettrodomestici, inutile domandarle cosa fa qui.” “Aspetto l’ora di pranzo.” “Se permette mi aggrego a lei, il ristorante dove vado non è gran che.” Al rientro all’albergo Splendor: “Vado in camera a cambiarmi, poi potremo andare al ristorante e desinare insieme.” Il pomeriggio una passeggiata, rientro all’hotel, cena e poi in camera di Lisa. “Ci vediamo un po’ di televisione poi ci daremo la ‘buona notte’ ed ognuno nella sua cuccia. Non  le poso offrire nulla, solo acqua minerale che il mio medico mi ha prescritto di berne due litri al giorno, vado in  bagno. L’acqua aveva uno strano sapore ma forse di trattava di una caratteristica proprio di quella bevanda, non era la solita che Lisa  beveva. Un sonno improvviso e poi la ragazza non ricordò più nulla. Alle dieci una cameriera bussò alla porta della, camera: “Signorina sono le dieci, ha saltato la prima colazione.” Fonzi era sparito, era giustificato lei era in braccia a Morfeo…Lisa prese la borsa per dare la mancia alla cameriera ma, rigiratala tutta si accorse che erano spariti sia i contanti che la carta di credito a cui aveva attaccato la password, maledetta stupida! Accompagnata dal direttore dell’albergo Lisa si rivolse ai Carabinieri per la denunzia ma non aveva nessun elemento da fornire per rintracciare il maledetto. Lisa si rifugiò nel ristorante anche se era presto per il pranzo e, come affermava un vecchio detto una disgrazia tira l’altra. Una telefonata da parte della madre Mimma: “Cara una disgrazia tremenda, tuo padre in autostrada per aiutare due giovani che avevano avuto un incidente, mentre era a piedi è stato falciato da una auto ed è morto sul colpo, torna subito a  casa.” Lisa era impietrita, guardava nel vuoto e non si accorse che il ristorante si era riempito di villeggianti. Un signore: “Permette che io e mio figlio ci sediamo al suo tavolo, gli altri sono tutti occupati.” “Signorina si sente male, chiamo un medico?” “No grazie è che…” Lisa dopo un po’ si riprese e per sfogarsi raccontò al signore le sue ultime vicissitudini, poi si mise a piangere. “Sono il commendatore Bernardo, son qui con mio figlio Eros per ordine del medico di famiglia che ha ordinato di portare questo signorino in montagna…Eros vammi a comprare  un pacchetto di Marlboro. Se mi permette le posso darle una mano nel senso che  pagherò io il suo soggiorno in questo albergo e qualcosa di più qualora mi venisse incontro in una faccenda delicata.  Sono vedovo ed accudire oggi un giovane è quanto mai complicato. Il nostro medico ha constatato che stò zozzone è deperito e potrebbe ammalarsi, la sua malattia è….insomma si masturba in continuazione e potrebbe diventare tubercoloso, se lei potesse aiutarmi, le parlo da padre.” Lisa era pensosa, le avrebbero fatto molto comodo avere dei soldi ma doveva fare da nave scuola erotica ad un ragazzo peraltro minorenne. Il commendatore insisteva: “Le assicuro la massima serietà e segretezza, non so che altro dirle.” Eros tornò con le sigarette ma: “Papà non avevano da cambiare, ho pagato con i miei soldi.” Ovviamente il furbetto aveva messo in tasca i cinquecento Euro. “Eros, dietro richiesta di tuo padre ti autorizzo a venire questa sera a farmi compagnia in camera mia, ed ora una passeggiata che i latini consigliavano dopo pranzo.” Durante tutto il pomeriggio si vedeva che Eros fremeva, aveva capito tutto e: “Lisa vorrei prenderla a braccetto, potrebbe essere mia sorella, in fondo ci sono una decina anni di differenza, oggi son di moda i toyboy!” “Bene Eros vedo che sei informato, a braccetto di papà e figlio.” Nella hall dell’albergo in attesa della cena Bernardo si sedette in una comoda poltrona a leggere una rivista, Lisa e Eros a guardare le vetrine, il ragazzo voleva comprare un gioiello a Lisa ma questa rifiutò decisamente. Dopo cena: “Eros m’è venuto sonno, fai compagnia Lisa, io vado a dormire.” Eros era già in fibrillazione. In camera Lisa: “Stai calmo abbiamo tempo, intanto spogliamoci e andiamo in bagno.” Eros non aveva mai visto una donna nuda dal vero, strabuzzò gli occhi: “Penso che ti sposerò!” “Prima di arrivare ai confetti fai vedere come te la cavi…per un  sedicenne sei ben sviluppato forse più del normale ma non ti dare arie.” Lisa aveva minimizzato la situazione ma era certo che Eros ce l’aveva più grosso e più lungo del suo ultimo fidanzato. “Dato che ti sei indottrinato con i film porno che ne dici di un bel sessantanove?” Il problema che il ragazzo come si dice in gergo ce l’aveva in punta ed inondò la dolce boccuccia di Lisa la quale si alzò ed andò in bagno per ‘rinfrescare’ la bocca. “Quant’è che non ti sparavi una sega, mi hai inondato!” “Giusto ieri ma siamo solo all’inizio, il sapore della tua gatta era delizioso come te, sto provando delle sensazioni che vanno al di là del sesso, ci riprovo col fiorellino.” Questa volta Lisa ebbe due orgasmi di seguito, guardò in faccia Eros vedendolo sotto un altro aspetto, non era un sedicenne con pustole in viso ma un uomo. “Prendo la pillola e quindi riaffacciati nel mio ‘tempio’ delicatamente, non ce l’hai proprio piccolo.” Questa nuova esperienza fu piacevole per entrambi, Eros seguitava, seguitava…ed a Lisa la ‘gatta’ cominciò a far un pochino male. Fece ‘sgombrare’  il ‘tato’ di Eros dal suo fiorellino e lo lubrificò con una pomata comprata prudenzialmente in farmacia. Si era fatto tardi: “Eros torna in camera tua.” “Ma quando mai mi capiterà di incontrare una donna deliziosa come te, telefonerò a mio padre  che stanotte non rientrerò  all’ovile.” E così fece, con l’assenso paterno restò con Lisa ma: “Ti prego di metterti su di un fianco, io ti penetrerò da dietro e ci resterò fino a che ‘ciccio’ rimarrà sull’attenti! Solo che ‘il fratello minore’ non conosceva la posizione di riposo e così…A Lisa la situazione non dispiacque, sentiva dentro di sé un qualcosa di piacevole e caldo che arrivava sino al collo dell’utero, non protestò. Svegliatasi a notte fonda dovette constatare che il coso di Eros era ancora sull’attenti, manco John Holmes il celebre attore porno! A tavola Eros si sbafava porzioni doppie di tutte le portate, sulle guance era ricomparso il colorito roseo  al posto del precedente color biancazzo, lo notò il papà con notevole piacere, ma anche le cose belle hanno una fine come da canzone di Gionny Scandal. Alla fermata del pullman che avrebbe portato Lisa all’aeroporto, un velo di tristezza. Lisa questo è il mio bigliettino da visita con i numeri telefonici, noi abitiamo a Viterbo, nel caso…Anche Lisa scrisse su un foglietto il numero del suo telefonico e poi salì velocemente sull’autobus senza voltarsi, la tristezza si era impadronita di lei. Mettendo le mani in tasca, con sorpresa trovò tremila Euro, sicuramente un affettuoso regalo di Eros, quel ragazzo le era rimasto nel cuore. All’aeroporto Canova di Treviso c’era una gran folla, per fortuna Lisa aveva prenotato e pagato in anticipo il volo e così non ebbe problemi. A Fiumicino niente tassì, autobus sino a Roma doveva risparmiare denaro, la posizione finanziaria sua e di sua madre era molto cambiata. Gli avvenimenti che seguirono fecero in parte dimenticare Bernardo ed Eros.  Nel palazzo dove abitavano lei e sua madre si era istallata una famiglia composta da una vedova, Elena e dal figlio Checco (Francesco) e furono loro che risolsero in parte i problemi finanziari delle due donne. La mamma era titolare di una grande e famosa agenzia di navigazione, per colmare un vuoto di personale invitarono Lisa in ufficio per un provino che ebbe esito positivo, la ragazza fu assunta. Del personale, fra l’altro erano in forza Adamo persona seria e riservata ed un certo Naele. Dove i genitori avessero attinto quel nome non  si ebbe a sapere, forse un nonno… Naele era un ex pugile dei pesi massimi tutto barba e capelli neri che lo facevano assomigliare ad un orango ma parlava inglese e francese e pertanto era stato assunto per far da Cicerone ai turisti di passaggio a Roma. Come  quasi tutte le famiglie, in casa di Elena e di Francesco era sorto un problema, il ragazzo non dimostrava nei modi molta virilità e gli amici invece che Checco la interpellavano con ‘Checca’ . Cuore di mamma trovò una soluzione: far sposare il figlio con Lisa, senza problemi di denaro avrebbe provveduto a tutto lei in tutti i campi, non ultimo le spese per il viaggio di nozze programmato per la Thailandia. La cerimonia avvenne in Comune alla presenza di un delegato municipale, di due amiche di Lisa e di Adamo e Naele quest’ultimo stretto in uno smoking di una taglia inferiore alla sua. Viaggio di dieci ore sino all’aeroporto di Bankok dal nome impronunziabile per un italiano. Alla dogana nel bagaglio di Checco i doganieri notarono una cassetta di sicurezza,  dopo l’apertura della stessa da parte di Checco i doganieri gliela fecero richiudere con un sorriso generale, Lisa si era riservata la richiesta di spiegazioni all’arrivo in albergo sulla spiaggia di Hua Hin raggiunta in pullman. Albergo ben tenuto ed arieggiato, servizi impeccabili di camerieri in livrea, con inchini multipli (e conseguenti mance). “Cara ti debbo confessare una cosa importante: il motivo per cui i doganieri sorridevano erano che aveva scoperto un vibratore che io uso perché sono bisessuale,  il motivo per cui mia madre ha voluto che ti sposassi era per far cessare le chiacchiere sul mio conto, in ogni caso sappi che ti voglio bene e che ti rispetterò sempre, mi sei molto cara.” Dopo tante recenti peripezie Lisa  era corrazzata alle cattive notizie e rispose diplomaticamente al marito di non preoccuparsi avrebbero trovato una intesa fra di loro. La prima notte di nozze non fu per loro molto romantica, Checco per far resuscitare l’uccello’ usò il vibratore nel suo popò e alla meno peggio fece il suo dovere di sposo, piacere per Lisa: nullo. La giovane si vendicò acquistando nella boutique dell’albergo un costume alla brasiliana in cui a mala pena erano copertimi capezzoli,  dietro un filo, davanti un triangolino. Nessuno fece caso al suo abbigliamento, c’era un turismo internazionale di persone ricche ed abituate a qualsiasi situazione fuori del comune. Altra sorpresa: furono contattati dal direttore che in inglese: “Do you want a male or female company of any kind?” Traduzione da parte di Lisa: “Il muso brutto domanda se vogliamo una compagnia maschile o femminile per qualsiasi nostra esigenza, forse hanno avuto una soffiata da qualche amico in aeroporto che ha trovato il tuo vibratore.” Mandali a strafottere maledetti musi neri, per chi mi hanno preso?” “Per quello che sei.” “No tanks.” A tavola come camerieri si presentarono una bella e giovane ragazza in costume locale ed un bellissimo giovane con camicia bianca molto larga e pantaloni neri anch’essi molto larghi, Lisa parlando con se stessa pensò che se lo sarebbe ‘fatto’. Analogo pensiero di Checco a cui la pressione sanguigna si alzò notevolmente, Lisa se ne accorse e…”Ho capito che li vuoi ‘vedere’ in camera nostra, gli dirò che saranno ‘foraggiati’ con 10.000 Bath ognuno, valgono circa 273 Euro, puoi invitarli, i soldi sono di tua madre.” “Se a te non dispiace mi piacerebbe.” “My husband would like to see you in the afternoon in our room, he will give yiou 10.000 Bath per person.” Lisa si sistemò nel salottino della hall, non provava alcun sentimento, si sentiva vuota. Il pensiero corse a Eros, ormai era diventato un uomo, chissà cosa faceva, dove studiava, da Viterbo a Roma…I suoi pensieri furono interrotti dall’arrivo di un giovane in pantaloncini corti che si sedette vicino a lei. “Non voglio  invadere della sua privacy, se le do fastidio levo le tende.”  “Non vedo nessuna tenda, faccia quello che vuole.” Lisa era stata sgarbata,  il giovane preferì ritirarsi in buon ordine. Il cotale a cena era ad un tavolo vicino al suo, Lisa era sola, Checco ancora non si vedeva…boh.”Vorrei rimettere le tende che ho tolto vicino a lei…” “Va bene spiritosone, vieni a sederti al mio tavolo, mio marito ancora non si vede.” “Io occupo la stanza vicino alla vostra, oggi pomeriggio ho sentito del movimento, avevo visto un giovane ed una giovane del posto entrare in camera vostra, suo marito se la sta sollazzando alla grande, adesso devo levare nuovamente  le tende?” “Non togliere nulla, siediti  al mio tavolo per farmi compagnia, come ti chiami?” “Alain, sono francese di Nizza, ho vent’anni, sono in viaggio vacanza, i miei hanno una fabbrica di mobili e non hanno potuto lasciare il lavoro.” “Come te la passi a femminucce?” “Niente legami, l’esperienza di miei amici mi ha portato a diffidare di legami fissi  solo avventure, alla raagazze locali interessano solo i Bath,  noi con l’Euro siamo avvantaggiati ma perché parliamo di me, lei è più interessante.” “Ho capito mi dai del lei perché sono più attempata di te.” “Non è per questo, è che prima mi hai liquidato in modo brusco.” “Ero nervosa, scusami.” Il direttore del locale si era avvicinato ai due, Lisa pensò che era proprio un rompi… forse alcuni turisti, come d’altronde suo marito gradivano…” “I see that the lady has changed company, best wishes.” “I at patres! It is latin, is means good evening.” Il rompiballe sparì dalla vista dei due, Alain: “Io conosco sia l’inglese che il latino, l’hai mandato bellamente a fare in c..o!”Il direttore si presentò nuovamente ai due: “Her husband phoned the concierge who eats in the room.” “Bene madame, tuo marito cena in camera, siamo soli, ci diamo ai cibi afrodisiaci?” “Si ma non per quello che pensi tu, a me piacciono molto le aragoste che a Roma costano un occhio della testa.” Tra i due si era nato un certo feeling, andarono sulla spiaggia a passeggiare, un luna piena illuminava il mare calmo, un’atmosfera idilliaca. Alain fece un grosso respiro rilassante, prese per mano Lisa che non si oppose alla sua tattica di avvicinamento. “Dato che tuo marito occupa ancora la vostra room ed è in compagnia che ne dici di passar la notte in camera mia?” “Bel giovane sono costretta ma…” “D’accordo, non ti pare di fare troppo la ‘vergine dai candidi manti.” “Conosco la poesia se così si può dire e non mi offendo, userò un tuo pigiama.” E così fu. Alain ovviamente fu confinato su un divano con indosso una copertina, Lisa, bella larga sul lettone, augurò la buona notte ad Alain con tanti bacini con la mano sulla sua bocca. “Anche la presa per il culo, Alain era stanco delle schermaglie, sperava che la compagna di camera rientrasse nella sua tanto non ci usciva niente. Ma i dei dell’Olimpo decisero che la sorte andasse a favore del francese il quale, non riuscendo a prendere sonno si rifugiò in bagno. Seduto su uno sgabello aspettava il giorno conscio che gli avvenimenti non sarebbero stati a lui favorevoli. Si sbagliava, per un intervento di Hermes Lisa si svegliò nel mezzo della notte, vide la luce filtrare da sotto la porta del bagno, indossò una vestaglia di Alain ed andò a trovarlo. Il giovane era con la testa fra le mani, non sembrava più lui. Lisa in uno slancio di generosità: “Che fa l’amore mio  piange?” “Purtroppo non sono l’amore tuo…” “E se ti dimostrassi il contrario?” La frase fu seguita dallo spogliarello della signora che lasciò basito Alain, d’impulso la prese in braccio e la depositò sul lettone. Ora erano ambedue nudi e cominciò una battaglia erotica alla grande,  vogliosissimi sperimentarono tutte le tecniche erotiche che dopo circa un’ora li lasciò senza forza ma ancora abbracciati. Nel frattempo Alain cercava di capire quello che gli stava succedendo, lui sempre contrario a legami sentimentali di lunga durata si ritrovò a dover ammettere che si era innamorata di Lisa, conclusione: era in mezzo a casini senza uscita. Alle nove circa Lisa si svegliò, di Alain nemmeno l’ombra ed allora decise di bussare alla porta della stanza dove c’era suo marito che se la dormiva della grossa. Il signore stanco delle fatiche sessuali non dava segni di vita. Lisa fece la doccia, si imbellettò a scese al ristorante per la colazione. Il solito direttore c..a mi…a’ si avvicinò e con un sorriso e: “The gentleman who was with her last night at dinner left, did not leave any contact.” Lisa cercò di recepire bene la notizia ma non c’era dubbio, Alain era partito senza lasciare alcun recapito. Finalmente giunse nella hall  Checco che senza profferir verbo con Lisa si fece portare una sostanziosa colazione, evidentemente doveva recuperare le forze! Lisa era quella delle decisioni improvvise, anche questa volta: “Checco mi sono stancata di stare in questo posto, sistema i conti, fatti prenotare due posti in aereo, domani voglio ritornare a Roma.” Nel frattempo Alain di rientro nella sua Nizza faceva delle considerazioni sulla vicenda con Lisa: la donna le era rimasta nel cuore tanto da esserne innamorato ma il futuro era quello che lo preoccupava, sicuramente avrebbe cercato una ragazza con le sue caratteristiche senza trovarla, insomma si era rovinato la vita! Checco ormai sazio delle prestazioni delle bellezze locali aderì alla richiesta di rientrare a Roma. Il giorno dopo di pomeriggio arrivarono all’aeroporto ‘Leonardo da Vinci’, tassì e poi a casa festeggiati da Mimma e da Elena. La storia ebbe un finale non favorevole Lisa che rimase sola insieme alla madre mentre Checco se la spassava con Adamo che, per necessità pecuniarie era diventato il suo amante, Elena veniva piacevolmente brutalizzata, con suo piacere dal mostruoso Maele.  Lisa, con i soldi provenenti dalla donazione di quella signora deceduta volle allontanarsi dal suo appartamento, acquistò una villa al ‘Giardino sui Laghi’ con tanto di parco e di  piscina che frequentava solo d’estate in compagnia della madre,  di un cane e di un gatto  dal pedigrèe incerto che, stranamente andavano d’accordo fra di loro e si dividevano  la cuccia. Niente più maschietti, di loro solo il ricordo di Eros e di Alain, ricordo che pian piano svanì nel tempo. Non sempre le favole finiscono ‘e vissero tutti a lungo felici e contenti!’

  • 13 gennaio alle ore 16:58
    WIFE SWAPPING

    Come comincia: Era d’estate, nel suo ufficio della Camera di Commercio di Messina, il condizionatore al minimo,’ voja de lavorá sartame addosso, lavora tu pè me che io nun posso!’ Alberto che non aveva dimenticato il suo dialetto romanesco, sentì bussare alla porta. Dopo  il solito ‘Avanti’ si presentò un giovane di media statura, ben vestito con cravatta che, con un sorriso, gli porse la mano. “Sono Salvatore S. il nuovo capo sezione, sostituirò il povero Antonino A. deceduto dieci giorni addietro, resti pure seduto, non amo le formalità.” “Finalmente uno non pieno di sé e della sua carica”  pensò Alberto, sono  Alberto M. vicecapo ufficio ai suoi ordini.” “Forse lei era un militare, io do solo consigli e considero i dipendenti degli amici, venga le offro un caffè al bar.” Così era avvenuta la conoscenza fra i due, conoscenza che il fato, benigno in questo frangente, avrebbe fatto approfondire e quanto approfondire! “È l’ora di pranzo, la invito a casa, mia moglie è in vacanza e avrà preparato qualcosa di buono.” “Non voglio disturbare la signora, andiamo al ristorante.” “Niente complimenti signor capo sezione, ho la mia Panda qui vicino al posteggio ‘Cavallotti’, la sua?” Anch’io.” Durante il viaggio Alberto tramite il telefonino dell’auto informò Ninfa che avevano un ospite a pranzo. L’abitazione di Alberto situata lungo la Panoramica dello Stretto, dono della zia Giovanna da poco deceduta, era una villetta a due piani di vecchio stile recentemente ristrutturata con mobili moderni. Posteggiatala Panda nel garage, da una scala interna raggiunsero il primo piano: all’ingresso trovarono Ninfa: “Mi scusi sono impresentabile ma non aspettavo ospiti.” Salvatore posò il suo sguardo sulla padrona di casa un po’ più a lungo del dovuto (sicuramente aveva apprezzato…). “Come dicevo a suo marito sono un anticonformista quindi niente complimenti anzi diamoci del tu.” A tavola grande convivialità e scambio di informazioni: Salvatore di origini messinesi di stanza ad Udine, venuto a conoscenza di un posto libero alla Camera di Commercio di Messina, aveva inviato al Ministero la domanda di trasferimento anche se non ci sperava troppo data la moltitudine di siciliani che volevano  avvicinarsi alla loro terra ma, inaspettatamente, la sua istanza era andata a buon fine con mugugni da parte di suoi colleghi concorrenti. Alberto fece un risolino interno ma capì che sotto c’era qualcosa  di poco chiaro che a lui poco interessava, Salvatore si stava dimostrando una persona perbene. La storia di Alberto era piuttosto comune, diplomato ragioniere era riuscito, tramite raccomandazioni, a vincere il concorso alla Camera di Commercio, l’excursus di Ninfa era più, molto più complicato. Innanzi tutto il nome richiesto o meglio imposto dalla zia Giovanna vedova senza prole ma ricca di famiglia  e quindi…  degna di attenzione ad ogni sua desiderata; come compenso, alla sua morte aveva fatto diventare benestanti sua nipote Ninfa e, conseguentemente, il marito. Ma la baby, orgogliosa di natura e molto intraprendente si era prefissa di trovare un lavoro, tuttavia in periodo di crisi non era facile. Scovò una banca o piuttosto una bancarella non quella delle fiere ma una piccola banca appena aperta e situata in via Cannizzaro al posto di un’altra trasferitasi altrove. Il direttore era un signore di taglia elevata dimessosi da un istituto di credito importante per divergenze col suo superiore che era riuscito a farsi sovvenzionare dagli amici e di farsi seguire da alcuni clienti del vecchio istituto di credito nella nuova avventura: Banca di Credito Popolare di Messina. Tuttavia, come facile immaginare, i problemi finanziari erano molteplici, a lui si era rivolto Ninfa chiedendo di aprire una filiale sul torrente Trapani dove una cara amica gli avrebbe messo a disposizione i locali gratis per i primi sei mesi. Ninfa sostenuta dai piccioli della zia Giovanna fece adattare i locali a banca e inaugurò la filiale con avviso sulla stampa della città. Molte persone all’apertura, soprattutto amici e curiosi ma i giorni seguenti lei e gli altri due impiegati… guardavano le mosche. Il direttore la chiamò in sede e le disse che era costretto a chiudere la filiale. Ninfa ottenne quindici giorni di proroga ed escogitò un piano diabolico: fece stampare duecento bigliettini da visita con scritto ’Dott:ssa Ninfa M. responsabile filiale della Banca di Credito Popolare di Messina, via Torrente Trapani n.104 – tel.090-7918999  e con essi prese a frequentare la hall dei più importanti Istituti di Credito di Messina dove avvicinava i maschietti in attesa di effettuare operazioni, solo coloro che  riteneva di poter convincere a cambiare banca, persone di mezza età ben vestiti che davano l’idea di portafoglio gonfio e nello stesso tempo frustrati sessualmente per mogli in menopausa, racchie, indisponibili insomma complessati. Si presentava con generosa scollatura, grandi sorrisi, linguaggio confidenziale Ebbe successo, la sua filiale cominciò a riempirsi di nuovi clienti con meraviglia del suo direttore ed anche di Alberto che non era al corrente dello strattagemma della sua diabolica consorte. Qualche problema sorse quando i cotali signori cominciarono a sperare qualcosa di più dalla gentile dottoressa. Un tale nell’uscire dalla Banca lasciò sul bancone un astuccio con dentro un anello con brillanti, inseguito dalla bella Ninfa dovette riprendersi il suo regalo, così capitò altre volte con signori che facevano finta di dimenticare il loro denaro, talvolta con cifre anche notevoli. Ninfa intelligentemente capì che se si fosse sparsa la voce che lei accettava regali ci sarebbero state spiacevoli conseguenze e così prese a rifiutarli, d’altronde non aveva bisogno di soldi. A questo punto era giunto Salvatore che, dopo pranzo, aveva rivelato di essere ospite di sua madre ma cercava un appartamento ammobiliato dato che, sposatosi da poco, ad Udine non aveva acquistato i mobili per arredarlo. Alberto e Ninfa si guardarono in viso e all’unisono presero una decisione: “Sopra noi abbiamo un appartamento ammobiliato era di una mia parente deceduta, non avevamo voluto affittarlo per non aver vicini di casa  sgraditi ma penso che lei e sua moglie…” “Come ti ho detto niente lei, mia moglie Grazia sarà felice, è insegnante di educazione fisica, le darò subito la notizia e sabato mattina, col vostro permesso, porteremo la nostre cose nell’appartamento di sopra, Grazie di nuovo.” Il sabato mattina una Jaguar entrò nel loro giardino: erano giunti Salvatore e Grazia G. L’auto bellissima una XJ era più lunga di cinque metri e dal costo proporzionato. “Complimenti per la macchina anch’io sono un ammiratore della Jaguar un’auto che non passa mai di moda, ne vedo in giro alcune d’epoca ancora in funzione, di nuovo complimenti anche per la signora, spero che non t’offendi né che sia geloso.” “Ma quando mai, mio marito sa tutto di me ed io sono sempre sincera con lui, quando ci conosceremo meglio ti narrerò alcuni episodi boccacceschi, permettetemi un abbraccio ad ambedue, ci avete tolto un pensiero inoltre il posto è bellissimo., da buona polentona avevo dei pregiudizi nei confronti dei siciliani, tutto cancellato.” “Sistematevi e all’una tutti in tavola come da vecchio carosello.” Le signore sfoggiavano vestiti corti, eleganti, scollati davanti e di dietro, i maschietti erano rimasti basiti. “Non avete mai visto le vostre mogli in ghingheri?” Salvatore “Io la mia si ma la tua … non ho aggettivi.” Effettivamente Ninfa faceva onore al suo nome: capelli castani con sfumature di rossiccio, occhi tra un verde e il grigio, attiravano molto l’attenzione, erano magnetici, naso piccolino, bocca carnosa e denti bianchissimi tipo reclame di dentifricio, seno forza tre, gambe ben tornite e piedi lunghi e stretti, una dea! Alberto: “Per fortuna non sono geloso, me l’hai spogliata con gli occhi ed ora a far onore a Ninfa che anche in cucina  è bravissima. “ L’interessata: “ Che intendi dire che in altri campi…”La tavola era uno spettacolo: dagli antipasti ai cannoli tutte specialità siciliane innaffiate da un vino Neo D’Avola, delizioso. Salvatore “Qui ci mettiamo a vitto per sempre come si dice in gergo militare.” L’atmosfera era favorevole per un ballo con scambio di dame, i maschietti erano su giri non meno le femminucce ma Salvatore ritenne opportuno riportare tutti alla realtà. “Che ne dite di una giro in Jaguar sui monti Peloritani?” Approvato all’unanimità. Davanti Salvatore ed Alberto dietro le signore spaparazzate sul divano, si tenevano per mano affettuosamente. Alberto dallo specchietto di cortesia le seguiva incuriosito, non sapeva che pensare. Arrivati il cima furono accolti da  una gradita aria frizzante, erano a più di mille metri di altezza. Visitarono una minuscola chiesa con icone antiche sui muri e poi una mezz’oretta seduti su un muro a rimirare il bel panorama di Messina. Dopo un’ora tutti a casa, erano le diciannove. “Buona notte a tutti.” Alberto “ Che ne pensi dei due, avevi preso la mano di Grazia…” Mi piacciono ambedue, Grazia è andata in Provveditorato per avere un posto di insegnante di educazione fisica, nel frattempo si occuperà della casa, meglio di così, che ne dici di Lei?” “Preferisco te ovviamente ma non è male, ha una struttura atletica bel viso  seno e popò..” “Lo immaginavo che andavi a finire lì vecchio sporcaccione! Ma io ti amo anche se non so per qual motivo, la zia Giovanna all’inizio non ti apprezzava gran che ma siccome mi piacevi… e mi piaci ancora che ne dici di un bel…” “ E poi lo zozzone sono io, vada per un sixty nine.” (studiate l’inglese!). Grazia era stata assunta quale insegnante di educazione fisica presso l’istituto Tommaseo e la vita dei quattro era cambiata nel senso che a mezzogiorno per il pranzo ci si arrangiava ma la sera era un piacere rivedersi e cenare insieme come vecchi amici. Alberto aveva notato che Salvatore evitava di guardare in viso Ninfa segno di un suo interessamento alla signora ma evidentemente non voleva far un torto a suo marito ma il cotale (Alberto) da buon psicologo l’aveva ‘sgamato’ ma non così la diretta interessata che a letto: “Hai notato che Salvatore cerca di non guardarti mai…” “E allora?””Ingenua non hai capito che per te farebbe pazzie ma vuole evitare…” Ninfa era caduta dalle nuvole ma dopo il bacino della buona notte non riusciva a prendere sonno e pensava, pensava…gli sarebbe piaciuto…ma no mai avrebbe pensato ad un altro uomo non che Salvatore gli dispiacesse, i suoi modi, il suo fisico…pian piano Morfeo si impadronì di lei ma gli interrogativi si ripresentarono i giorni successivi, ora era lei che non guardava in viso Salvatore. Tutto questo sotto gli occhi ironici di Alberto che stava divertendosi un sacco per quella sceneggiata. Una sera un grande annuncio da parte di Grazia, “Amici miei fra otto mesi diventerete zii!” Congratulazioni e grandi abbracci. Un giorno successivo Grazia annunziò che aveva preso un appuntamento con un ginecologo per la mattina successiva ma Salvatore doveva andare fuori sede e Ninfa non era disponibile causa una febbre improvvisa. Fu Salvatore che chiese ad Alberto di accompagnare Grazia alla visita ginecologica, il buon Albertone alzò le orecchie come si dice in gergo, la storia gli sembrava strana ma accettò. Alle nove con la sua Panda accompagnò Grazia dal dr. Tinelli il quale, venuto a conoscenza che Alberto non era il marito ma un amico, lo pregò di restare nella sala di attesa ma a questo punto intervenne Grazia la quale si sbilanciò: “Preferisco che Alberto  resti con me, mi dà sicurezza.” Il ginecologo non fece una piega solamente alzò un sopracciglio, da anziano medico probabilmente ne avete viste di tutti i colori. Quando Grazia fu in posizione Alberto cominciò a ridere: “Lo sai che al momento del parto ti raseranno a zero il fiorellino a te i peli arrivano quasi all’ombelico, ci vorrebbe un taglia erba!” Grande risata di Grazia ed altra alzata del sopracciglio del ginecologo che confermò l’iniziale gravidanza. In Auto Grazia, per ringraziamento diede un fuggevole bacio sulle labbra di Alberto che rimase perplesso anche perché ‘Ciccio’ a quel contatto aveva assunto una posizione di attenti e tale rimase sin a casa quando Grazia, accortasi della situazione, credette bene di  sollazzarlo con un bel blowjob (solito inglese) sin quando l’Albertone le riversò in bocca…La situazione si era complicata, a questo punto come impedire a Salvatore di effettuare un classico wife swapping (a quest’ora sarete in confidenza con l’inglese!). A letto prese in mano il viso di Ninfa e le raccontò l’accaduto chiedendola cosa pensasse e soprattutto cosa desiderasse. Ninfa dentro di sé aveva deciso per il si, volete sapere come finì?” Con una scopata al dio biondo” questa la risposta della bella consorte. La sera a tavola Alberto capì subito che Salvatore era venuto a conoscenza  di qualcosa di ingombrante era spuntata sulla sua fronte ma ben portata dall’interessato il quale giustamente pensava di poter finalmente raggiungere il suo scopo. Alberto “Signori miei come si dice tutti sanno di tutto e quindi largo a Ninfa e Salvatore sempre che Ninfa sia d’accordo a mettere in palio la sua deliziosa…” Chi tace acconsente e quindi: “Il grande evento sabato sera” chiosò Alberto. Il venerdì giornata di pre-avvenimento a tavola il solito Alberto: “C’è un’atmosfera elettrica , io la sento, non so voi, propongo un avvenimento non previsto: la rasatura della cosina di Grazia lasciando il privilegio al legittimo consorte, che ne dici Salvatore?” L’interessato, col pensiero al giorno successivo, avrebbe accettato qualsiasi proposta e così fu: un avvenimento molto particolare perché si decise che avvenisse sul tavolo da pranzo: posizionate varie coperte Grazia non si fece pregare e immediatamente scoprì la foresta nera che fece uscire dalla bocca di Ninfa un oh oh prolungato, anche lei non si immaginava una cosina così pelosa. Salvatore munito di forbicine cominciò a sfoltire la massa e quando i peli raggiunsero un’altezza minima cominciò col rasoio elettrico. Si scoprì un fiorellino delizioso: le grandi labbra tutte intere ed un clitoride piuttosto pronunziato e Salvatore si sbilanciò: “Domani amico mio potrai divertiti a lungo, Grazia è una goderecciosa prolungata poi adesso…”Il sabato sera nessuno aveva fame, ognuno spiluccava qualcosa in attesa… Ninfa, per motivi personali, preferì usufruire del talamo di Salvatore conseguentemente Alberto e Grazia…Quest’ultima neo coppia si rifugiò sotto una doccia ristoratrice, era inverno e la casa tutta riscaldata ma un buon getto di acqua calda è sempre gradito. Alberto sempre dichiaratosi anticonformista e non geloso aveva il pensiero a Ninfa ma questo non gli impedì di mettersi in bocca due tette a forma di pera per poi passare sulla cosina rasata ma dal clitoride molto sensibile, goderecciata dentro la cosina senza problemi (era incinta) ma poi un po’ di tristezza, la mente umana…Alberto si appisolò sin quando  Salvatore si presentò in camera da letto, aveva perso la cognizione del tempo, un saluto affrettato e poi a ritrovare il suo amore nel loro talamo. Avvolta nel lenzuolo e con la schiena girata Ninfa piangeva silenziosamente, Alberto preferì non disturbarla, avrebbero parlato la mattina seguente. Ninfa fu la prima ad alzarsi, Alberto si svegliò col profumo di un cappuccino contornato da cornetti e prugne snocciolate, solita colazione. Si guardarono a lungo in silenzio sinché Alberto: “Vorrei che ti togliessi la tristezza di dosso, non ci complichiamoci la vita.” “Non so se essere sincera o stare zitta e tenere tutto per me.” “Massima sincerità more solito, nulla può cambiare il nostro amore.” Dopo la doccia Salvatore ha cercato di baciarmi in bocca, non l’ho permesso la bocca per il bacio è riservata al solo amore mio ma poi ha preso a baciarmi le tette sin quasi a portarmi all’orgasmo, d’improvviso ha smesso tralasciando la cosina per passare ai piedi, dita in bocca e poi leccata sotto le piante, sinceramente m’è piaciuto, il tale è un feticista ma quello che è successo dopo, indescrivibile. Ha un ciccio uguale al tuo ma molto più duro, ma non me l’ha infilato dentro la cosina sino in fondo ma a metà strofinando la parte superiore della vagina, dopo un po’ ho provato una sensazione unica: un orgasmo prolungato, profondo, indescrivibile mai provato con te, forse ha trovato il mio punto G, quando dopo un po’ mi sono ripresa ha usato di nuovo lo stesso modo facendomi provare uguale sensazione anche più forte, non finivo mai di godere. Quando ho ripreso la forze sono tornata in camera, ero confusa, lo sono ancora, dimmi qualcosa.” Alberto pensò: “Posso dire solo che sessualmente non valgo gran se viene uno sconosciuto che porta mia moglie alle stelle facendomi fare la figura dello sprovveduto e poi a viva voce: “Il mio grande amore mi porta a dirti che sono contento per te, non ti porre problemi, nulla è cambiato, vero?” “Sei sempre l’amore grande della mia vita, sempre di più, non voglio riprovare quelle sensazioni.”Un giorno dopo l’altro come la canzone, nessuno aveva accennato a quella serata del sabato, l’allegria, almeno apparente regnava in quella comunità, solo Alberto si sentiva come dire sminuito nella sua mascolinità anche perché provò varie volte a trovare il punto G di sua moglie senza riuscirvi. Un giorno Salvatore prese da parte Alberto e: “È un argomento delicato,  Grazia non ha il coraggio di chiedertelo e vorrebbe… le sei piaciuto molto, vedi tu.” Alberto non era uno sprovveduto, capì perfettamente che il buon Salvatore ciurlava nel manico, evidentemente voleva farsi di nuovo Ninfa, chissà se era vera la storia di Grazia. Un giorno rimasto solo con lei: “È vero quanto riportatomi da tuo marito vorresti di nuovo stare con me, non mi pare di essere un amante modello!” Grazia lo abbracciò, qualche lacrima e poi la confessione: “Mi sono innamorata di te, non intendo lasciare mio marito ma almeno ogni tanto…mi basta vederti, quando faccio sesso con mio marito lo faccio con te. Sembrava sincera, piccole lacrime scendevano dal suo viso insieme al trucco, Alberto era sensibile alle disgrazie umane e questa gli sembrava vera, la baciò a lungo, “Ogni tanto ci vedremo.”Ninfa sembrava spensierata ma Alberto capì che non lo era, quei due orgasmi col punto G avevano lasciato il segno, talvolta l’amore non basta, anche il lato sessuale… Ragionò a lungo con se stesso era sicuro dell’amore di Ninfa ma capì che ogni tanto doveva lasciarla andare. La moglie giurò che non sarebbe più andata con Salvatore ma le sue parole erano contraddette dai suoi occhi, Alberto la conosceva bene anche in questa nuova veste e capì che ogni tanto la baby avrebbe voluto provare quelle sensazioni meravigliose che lui non riusciva a darle. L’atmosfera non era più quella spensierata di una volta, che fare? Ultima trovata del buon Alberto: fare l’amore in quattro sullo stesso letto scambiandosi le dame e fu così che riuscirono a trovare un po’ di serenità anche se, pensò il padrone di casa che ci aveva guadagnato non era lui ma talvolta nella vita i compromessi sono necessari!

  • 12 gennaio alle ore 17:39
    Ciao zii

    Come comincia: Ciao zii.
    Zii poi. Non esageriamo.
    Da bambina affezionata quale ero avevo sempre pensato che uno zio è un vice-padre e sono dieci anni che dico che gli unici zii che ho sono mio zio in Friuli e mio zio in Brasile.
    Mio zio che sta in Friuli almeno non mi farebbe mai del male proditoriamente. 
    A proposito sono appunto dieci anni che mio zio in Friuli mi dice che oramai sono troppo vecchia per chiamarlo zio. 
    Mio zio che vive in Brasile, poi. Una persona ed un cuore veramente grande.

    Dicevo, ciao zii (formalmente continuiamo ad usare questo appellativo),
    vi ricordate del bambino che avete contribuito ad uccidere (guardate che lo so che l'ho ucciso io, ma forse foste state persone probe e mi aveste, non dico aiutata, non pretendo tanto, ma almeno lasciata tranquilla, magari avrei avuto più energie e testa per continuare ad occuparmi di lui.).

    Un pomeriggio mia madre e la signora Rita erano dal parrucchiere. 
    I loro bambini più piccoli erano con loro.
    Passa il signor Franco, marito di Rita, a prendere la figlioletta e propone di portare via anche mio fratello: "Li porto tutti e due a casa, almeno giocano. Poi lo vieni a prendere", dice a mia madre. 
    Così i bambini si ritrovano a giocare sul terrazzo dell'altro zio (uso il termine zio solo per identificarlo), al terzo piano. Non c'era ancora la veranda. Ad un certo punto un grido della signora Speranza: "Francooo! E' cadutooo!"
    Mi riferirono in seguito che a quel grido il signor Franco sbiancò: aveva capito che fosse caduto giù. 
    Invece mio fratello era solo evidentemente inciampato ed era andato a sbattere, vicino all'occhio, su uno spigolo di un gradino e c'era tanto sangue.
    Lo portarono alla clinica Venosa. Allora mi sembra non c'era ancora l'ospedale nel nostro paese.
    L'occhio era salvo. Gli rimase una piccola cicatrice vicino all'occhio.

    Post nel profilo di Linda Landi, 15-07-2018

  • 10 gennaio alle ore 18:27
    ALBERTONE LO STALLONE

    Come comincia: Alberto era nato il 3 settembre di anni fa in  una clinica privata in quel di Roma, niente di particolare nella nascita di un bambino se non il fatto che il pargolo era particolarmente dotato in fatto di sesso: pene e testicoli di grandezza sproporzionata, simili a quella di un giovane di quindici anni! La notizia di queI fatto anomalo fu presto di pubblico dominio diramata da una infermiera che aveva scattato delle foto al bambino nudo; anche la stampa scandalistica si occupò di lui ma senza poter pubblicare foto dell’infante in quanto la stessa infermiera era stata diffidata da un avvocato per conto del padre Alessio. Usciti dalla clinica sorsero ovvii problemi per i genitori Alessio ed Aurora; i vicini di casa con sorrisetti avevano tentato senza successo di poter vedere Alberto subito ribattezzato Albertone. Tutta la faccenda fu in mano ad Aurora in quanto Alessio, titolare di una importante ditta di trasporti molto spesso era lontano da casa. Un primo problema molto particolare: Alberto era sempre tranquillo, grandi dormite, grandi risatine ai presenti, solo all’ora della poppata urli e strilli subito calmati dalla mamma con l’offerta di una tetta. Alberto era un gran mangione, svuotata di latte la prima tetta cercava subito l’altra, svuotata pure questa si metteva tranquillo a dormire. Un fatto strano per Aurora: durante l’allattamento aveva provato delle sensazioni erotiche che l’avevano lasciata interdetta, mai le aveva provate col marito, si trovò senza quasi accorgersene a masturbarsi! Aurora laureata in lettere, alla nascita del figlio aveva preferito lasciare l’impiego, se lo poteva permettere, era ricca di famiglia. Alberto cresceva bello robusto, anche quando aveva cominciato lo svezzamento seguitava a cercare la tetta materna. Ad Aurora venne in mente un versetto di Gioacchino Belli riguardante il sesso maschile: ‘Er padre de li santi, scopa, canocchiale, arma, bambino,  torzo, crescimanno, catenaccio, minnola, e mi’ – fratello – piccinino.’ L’ultimo aggettivo poco si adattava ad Alberto che ogni giorno aumentava di corporatura ed anche di ‘pisello’. I problemi sorsero quando Alberto dovette essere iscritto ad un asilo. Quello delle monache gli fu subito precluso; al sentire la storia la Madre Superiora si fece il segno della croce, forse pensava ad uno scherzo del diavolo. Trovato un asilo privato con parco e giochi per bambini, la direttrice, donna austera, non fece una piega però impose ad Aurora di pagare il doppio della retta in quanto il bambino doveva essere seguito sempre da una maestra dedicata solo a lui. Aurora voleva avere per lei anche dei momenti di libertà, ormai era ossessionata per dover dar retta sempre al pargolo senza poter andare a fare spese, incontrare le amiche, togliersi qualche capriccio ed allora pensò ad una baby sitter ma non italiana per motivi di riservatezza. Leggendo una rubrica di ‘cerca lavoro estero’ fu attratta da una richiesta di una russa certa Bella che contattò col telefono. La ragazza che parlava italiano e francese accettò con entusiasmo la venuta a Roma e, col biglietto pagato da Aurora giunse all’aeroporto della capitale una settimana dopo. Mamma Aurora andò in macchina a prenderla e fu subito colpita dalla bellezza della ragazza, non era bello solo il nome. Lungo il tragitto sino alla villa in via Nomentana le spiegò i suoi compiti e dovette illustrare le ‘qualità’ sessuali del pargolo. Bella ci pensò un attimo e poi accettò, a Mosca si trovava in una situazione familiare molto precaria: padre alcolizzato, seconda di cinque sorelle avrebbe fatto la fine della madre e della sorella maggiore che, oltre a rassettare le camere di un famoso albergo, per arrotondare il magro stipendio si  davano da fare con gli ospiti. Aveva lasciato malvolentieri il fidanzato,  capì che ormai le loro vite avevano preso strade diverse. Aurora sempre molto generosa la mattina seguente accompagnò Bella in negozi del centro per rinnovare vestiti e scarpe, quelli della ragazza erano in uno stato pietoso. Il pomeriggio prima di andare a prendere Alberto all’asilo, la chioma di Bella fu messa nelle mani di un famoso parrucchiere tanto bravo quanto ‘checca’. Alberto alla vista della baby sitter, ignorò la madre e si buttò fra le braccia di Bella un po’ meravigliata ma che in futuro avrebbe avuto ben altre sorprese. Compreso come sarebbe andata a finire la situazione fra Alberto e Bella, Aurora, marito sempre fuori d’Italia per lavoro, fece prima visitare la moscovita dal ginecologo Abramo, amico di famiglia, e poi si recò in farmacia di Nino, altro caro amico presso cui acquistò delle pillole anticoncezionali suggerite dal ginecologo, della vasellina e della pomata da mettere all’interno della vagina. In attesa delle analisi del sangue di Bella, preferì che la stessa dormisse con lei nel lettone coniugale con dispiacere di Alberto che non commentò l’accaduto ma dalla faccia scura si capì che non era assolutamente d’accordo, ormai aveva tredici anni e ‘ciccio’ sempre più grosso e soprattutto ‘arrapato’. Qualcosa di insolito accadde tra Aurora e Bella. Quest’ultima aveva l’abitudine di dormire nuda e talvolta durante il sonno si agitava e si trasferiva dalla parte di Aurora. Una notte baciò in bocca la padrona di casa che rimase basita anche se riconobbe che la cosa non le era dispiaciuta, Bella si scusò affermando che aveva sognato il fidanzato. Aurora era in crisi di sesso, mancando il marito, peraltro poco performante in quel campo la notte successiva fu lei a baciare la russa la quale non solo rispose al bacio ma si dedicò alle tette della padrona di casa ed in seguito anche al fiorellino; al risveglio nessuna delle due fece cenno a quanto accaduto. Alberto a scuola sino alle diciassette al ritorno trovò le due donne rilassate e sorridenti, data la sua età non era maligno e quindi fu contento della situazione. Consultate le analisi,  dopo due giorni Bella fu autorizzata a trasferirsi nella camera di Alberto dotata di due lettini  che il furbacchione unì col per maggior comodità.  Bella aveva avuto rapporti intimi col fidanzato ma alla vista del ‘cosone’ di Alberto si allarmò e capì il perché dell’acquisto delle pomate da parte di Aurora. Nell’immisio penis Alberto cercò di essere molto delicato ma…Bella capì la verità di quanto affermato da Dante  ‘quanto di sale sa lo pane altrui’. Dopo due notti Bella si sentiva la ‘cosina’ piuttosto dolorante malgrado la pomata rinfrescante,  si confidò con Aurora la quale: “Mi spiace mia cara,  ho acquistato per te anche della vasellina, puoi usare anche le mani e la boccuccia, sarai ricompensata col doppio dello stipendio, talvolta ti farò dormire nel mio letto così risposerai.” Aurora si era fatta furba, toglieva dalle grinfie di suo figlio la bella moscovita ma ne approfittava lei. Bella inviava alla madre ed alle sorelle un bel po’ di denaro tanto che Ludmilla diciottenne, ultima della schiatta chiese di venire a Roma per lavorare. Fu subito tacitata da Bella con una scusa pensando che Alberto poteva ‘farsi’ anche lei. Alberto col testosterone sempre alle stelle si guardava intorno ed la sua attenzione  si posò sulla professoressa di matematica di cui talvolta aveva notato lo sguardo su di lui, la matematica era la sola materia a lui ostica, le chiese di darle delle lezioni private. La cotale quarantenne, vedova, non molto avvenente lo ospitò in casa sua, spedì la figlia universitaria ventenne a casa di zii,  dentro di sé sentì una voglia erotica perduta da tempo che la portò a superare tutte le inibizioni, telefonò alla mamma di Alberto che il rampollo avrebbe mangiato con lei e, dato il freddo della notte sarebbe rimasto a casa sua, il giorno dopo era domenica. Aurora e Bella si guardarono in viso, ormai la loro era diventata una relazione più piacevole di quella con maschietti soprattutto con quelli con un ‘coso’ del calibro di quello di Alberto. Olga aveva sentito delle chiacchiere sul conto di Alberto ma non vi aveva dato molto peso; ambedue in bagno per il bidet di rito rimase ‘fulminata’ dal ‘gioiello’ dell’alunno. Alberto aveva imparato il dialetto e lo stile romanesco talvolta irriverente: “A nonnè nun te preoccupà, ce vado piano ma si tu nun voi arzo bandiera bianca e me ne vò, che me dichi?” Olga si era ripresa, preferì il sacrificio, quando mai gli sarebbe capitata altra occasione. Alberto fu di parola, ormai pratico nell’ars coeundi cominciò dalle tette ancora un buono stato e recettive per poi passare al cunnilingus che portò l’insegnate alle stelle, ovviamente l’’introduzione di’ciccio’ fu un po’ dolorosa ma Olga ci prese gusto e riuscì ad avere orgasmi multipli che per lei erano ormai un lontano ricordo. Alberto seguitò a frequentare casa di Olga, naturalmente fu promosso in matematica con voti eccellenti! La figlia bruttina come la madre, dietro input della portiera  era venuta a conoscenza delle ‘malefatte’ della genitrice; era incazzata nera perché un giovane che le piaceva l’aveva presa a pernacchie, maledetto lui e tutti i maschietti. Trovandosi tra i piedi Alberto  un’ispirazione: ”Mammina sono sfortunata con gli uomini, ora li odio ma se tu me lo permetti…” Cuore di mamma come dire di no ad una figlia tanto racchia: “Giuditta ma se tu sei vergine…”Mamma non lo sono da tempo, ricordi quel figlio di un contadino che ci portava le uova…” Alberto alle profferte di Giuditta rimase perplesso, non era assolutamente puritano ma farsi madre e figlia…Sempre di sabato avvenne il misfatto, la baby non era si più vergine ma non aveva fatto i conti con ‘ciccio’ più in forma che mai. All’inizio spaventata ci giocò con la mani e con la bocca ma infine decise il grande sacrificio: pensò: ‘ma questo non è un cazzo ma un torcolo, ahi ahi ahi. Alberto scaricò dentro la vagina di Giuditta tutto il suo potenziale che finalmente fece provare alla signorina un orgasmo violento, molto piacevole, debilitante… La cena a base di pesce e vino bianco dei Castelli Romani fu contornata da musica techno che gratificò tutti e tre. Finale: Alberto fece gli straordinari anche con la mammina…ma quella fu l’ultima volta,  Alberto amava ‘changer les femmes’. Il ritorno del guerriero stanco, Alessio aveva girato mezza Europa per la consegna di merci, ne era scaturito un buon guadagno ma fisicamente si sentiva stanco, era emaciato in viso. Aurora quella sera invitò a cena sia Alberto che Bella ma la tristezza dal capo famiglia contagiò un po’ tutti. Purtroppo non si trattava di qualcosa di passeggero, Alessio visitato in Ospedale risultò affetto da un tumore ai polmoni, brutto vizio il suo di fumare,  dopo due mesi lasciò una vedova ed un orfano. Alberto laureatosi in lettere moderne prese ad insegnare nel liceo scientifico Cavour, ovviamente ‘omaggiò’ la maggior parte delle colleghe finché una, la più bella e più ricca lo convinse a giuste (?) nozze alle quali parteciparono molte delle sue conquiste. Adelaide era ricca e di nobile casato come da significato del suo nome, una contessina innamoratissima, anche sessualmente di Alberto il quale, per non smentirsi si ‘fece’ pure la contessa madre!              

  • 10 gennaio alle ore 9:55
    L'ultimo bicchiere

    Come comincia: Ieri ho chiesto a Luigi un favore. Odio farlo, lo odio da sempre ma ho sentito la necessità di chiamarlo per chiedere lui del vino, del formaggio e qualche salume. Ho vissuto di terra e dei suoi prodotti da quando ne ho memoria e invece ora, per esplicita richiesta e imposizione di un medico che avrà si e no trent'anni dovrei rinunciare a ciò che amo di più. Al mio vino, ai miei salumi, ai miei formaggi. A tutto ciò che mi riporta indietro negli anni, a tutto ciò che mi fa sentire giovane, agli odori e ai sapori che mi tengono in vita. Muoio male così, muoio male.

    Ho quasi novanta anni io e secondo un giovane medico dovrei rinunciare a ciò che più amo. Per cosa poi? Per qualche mese in più? No. Se devo morire almeno lo farò felice. Almeno morirò con il gusto e il sapore della mia terra, dei suoi frutti. Morirò sazio.

    << Antò, sono franco con te perché potresti essere mio padre. Antò ti resta poco. La malattia è peggiorata e si è estesa velocemente>> mi disse il dottore non guardandomi nemmeno in faccia.

    E poi << Antò, da figlio, segui attentamente ciò che ti scrivo così almeno potrai goderti questi ultimi mesi. Vabbuò Antò?>> sempre senza guardarmi. Sempre con lo sguardo fisso sul foglio di carta.

    << Certo dottò, certo. Come dici tu>> risposi seccato.

    Ci salutammo con una fredda stretta di mano e, uscendo dallo studio, pensavo a quanto possa essere stronza la vita e a quanto possano essere glaciali certi uomini. Certi giovani d'oggi.

    In pratica mi aveva detto che era arrivato il mio tempo. In pratica mi aveva detto addio e lo aveva fatto senza battere ciglio, senza far trasparire alcun sentimento. Senza neanche guardarmi in faccia.

    << è il suo lavoro>> mi direte voi

    << è la mia vita>> vi risponderei io.

    Misi il foglio in tasca senza neanche leggerlo e piano piano me ne tornai a casa.

    Lo senti quando è il tuo tempo. Lo senti addosso. Almeno noi uomini di terra e di sud le avvertiamo immediatamente certe cose.

    << Ho quasi novanta anni, c'è d'aspettarselo, ma chi mai può essere pronto? Chi mai? Che si abbiano cento o venti anni. Chi mai>> bisbigliai tra me e me a voce bassa mentre aprivo la porta di casa.

    Appena entrato gettai il foglio del medico sulla credenza e lì rimase forse per una o due settimane almeno,

    *****************************

    << Luigi, mi raccomando, il primitivo che mi piace a me sai? Quello che ci beviamo da sempre. Quello di Manduria>>

    <<Certo Antò, che mica posso sbagliare>> rispose lui ridendo di gusto. << Antò e che devi farci con il vino, i salumi e i formaggi Antò? I festini? E non mi inviti? Ti devi divertire con Lena no?>>

    continuando a ridere di gusto.

    << Ma no, ma no. Lena l'ho anche licenziata. Non mi serve la badante a me Luì. Quella un'idea di mia figlia di Torino è stata, io neanche la volevo>> risposi.

    << Scherzo Antò. Peccato però, era una bella signorina. E che devi fare? Scende tua figlia con i bambini Antò?>>

    Mentre parlavamo guardai l'orologio. Dovevo prendere la cardioaspirina e tutto il resto delle medicine. Dovevo riscaldare il brodo per cena e a momenti sarebbe iniziato il telegiornale sul primo canale. Io guardavo sempre e solo quello sul primo canale. Abitudine credo.

    << Luigi, per favore. Ma che dici, quella non scende da anni e anni. Mica le ricordo le facce dei miei nipoti Luì, mica le ricordo. Quella lì non scende da anni. No, no>> e continuai << se mi accompagni alla masseria e mi riprendi in serata è un problema Luì? Vorrei passare una bella giornata in campagna che non ci vado da tanto>>.

    << A disposizione Antò lo sai. Tu sei solo, io sono solo. Se vuoi resto con te pure io>>

    << No no>> risposi << mi porti e mi riprendi in serata, devo solo vedere se sia tutto apposto, non ci vado da molto e spesso entrano i ladri. Poi vorrei pulire il giardino e godermi la giornata. Mi raccomando Luì, il vino. Ti aspetto domani mattina>>.

    Luigi scoppiò in una grossa risata e concluse la chiamata con il suo solito << Antò, ti posso dire di no a te? A domani.>> e riagganciò.

    **************************

    Non lo sapeva nessuno ma in realtà la badante l'avevo mandata via dopo meno di una settimana. Ogni mese davo lei un pensierino affinché non dicesse nulla a mia figlia che viveva da anni a Torino. L'altro mio figlio viveva in Germania da più di trent'anni e nessuno dei due scendeva giù da me da anni. Lina, mia moglie, era morta da troppo e da troppo mi mancava. Io ero solo, ma solo stavo bene. Non avevo bisogno di nessuno se non di Luigi con cui da sempre bevevo vino e giocavo a scopa al bar. In realtà ormai neanche al bar ci andavo più a giocare a carte con il caro Luigi. I solitari sì però, quelli sempre, non me li facevo mancare mai mentre la tv accesa in cucina mi faceva compagnia mentre io ricordavo il passato.

    *****************************

    Mi alzai, come facevo da anni, alle cinque. Preparai il caffè, metà d'orzo per renderlo meno pesante, presi le solite pillole e aspettai il fischio della vecchia macchinetta. Versai il caffè velocemente nella tazzina, i soliti tre giri tre con il solito cucchiaino. Niente zucchero; lo preferivo così, e mi avvicinai alla finestra. Era bello bere il primo caffè guardando nascere una nuova giornata nel mio salento. Era un rito giornaliero il mio.

    Goduta la nuova giornata appena nata tornai nel cucinotto, lavai con cura la macchinetta, la tazzina e il cucchiaino e mi spostai nel vecchio bagno di servizio. Quello dove mi radevo quando Lina era ancora viva; mi radevo lì per non sporcare quello grande. Lina lo voleva lindo per gli ospiti, anche se in realtà raramente avevamo ospiti e ancor più raramente usavano il bagno, però lo sapete, mai contraddire una donna del sud.

    Mentre passavo con il vecchio pennello la schiuma da barba sul viso mi guardavo allo specchio e le lacrime solcavano il mio volto stanco e segnato dagli anni. Sgorgavano sole ma non ne capivo il perché. Le asciugai con cura e portai a termine la rasatura. Lavoro perfetto. << Sono sempre bello>> esclamai a voce alta ridendo.

    ****************************

    Come sempre Luigi fu puntuale. Due colpi di clacson dalla sua vecchia panda per avvisarmi. Ero però già sulla soglia di casa.

    Percorrendo la strada sconnessa di campagna parlavamo del più e del meno. Ai lati della carreggiata sulla destra il grande vigneto di Monteleone e sulla sinistra invece gli ulivi di Cavallo “Il Senatore”.

    <<gira a destra alla prossima>> dissi

    <<Antò>> rispose sorridendo Luigi. Lo sapeva da sempre dove era la masseria.

    Ci salutammo velocemente dandoci appuntamento per le diciotto e trenta al cancello. Presi la busta con il vino, i formaggi e il salame e mi incamminai verso il porticato percorrendo piano il vialetto, senza voltarmi. Mi resi conto però che Luigi rimase lì qualche minuto osservandomi, e solo dopo, facendo retromarcia e suonando i soliti due colpi di clacson andò via.

    Appena fui solo apparecchiai il tavolo esterno con una vecchia tovaglia che mi ero portato da casa. Presi un piatto, una forchetta e un coltello, il mio bicchiere dalla credenza del salone e li portai fuori. Aprì il cassetto del tavolo e presi il vecchio tagliere, lo ripulì alla buona e sistemai tutto per bene.

    Finalmente ero seduto nella mia masseria e guardavo gli alberi che avevo curato per una vita, riempì il primo bicchiere di primitivo, assaggiai il salame e il formaggio e brindai a loro. E giù il primo bicchiere.

    Quasi meccanicamente ripetei l'azione più volte e ogni volta brindavo a qualcosa o a qualcuno. Il secondo brindisi fu per mia moglie, il terzo per i miei figli, il quarto per Luigi. Il tagliere era ormai vuoto e la bottiglia anche. Versai il vino rimasto e riempì il bicchiere, presi il foglio e la penna che avevo nella tasca della camicia e scrissi due righe. Buttai giù il mio ultimo bicchiere di vino brindando a me e sorridendo di gusto.

    *******************************

    Luigi come promesso fu al cancello alle diciotto e trenta. Due colpi di clacson d'avvertimento ma Antonio non lo vedeva. Scese dalla vecchia panda e dopo aver percorso il vialetto arrivò sotto il porticato. << Antò andiamo?>> nulla. << Antooò>> ancora nulla. Solo un cane che abbaiava da sotto gli ulivi. Luigi vide il tavolo imbandito, il tagliere e la bottiglia vuota. Il bicchiere anche. Sotto il bicchiere un foglio, ma di Antonio nessuna traccia. La porta di casa era aperta; prese il foglio e iniziò a leggere:

    “ Grazie Luì, ho brindato anche a te e alla tua amicizia e ti ringrazio per tutto. Salutami i miei figli e i miei nipoti di cui non ricordo neanche i volti. Non scendono da anni loro, salutameli. Salutami tutti, saluta i miei alberi e le mie vigne. Dì a tutti che ho brindato e bevuto anche per loro. Salutami anche il dottore. Fammi un ultimo favore luì, sai che odio chiedere favori, ma con te posso permettermi. Salutami tutti e dì loro che sorridevo. Dì al dottore che noi uomini di terra decidiamo dove e quando salutare. Dì ai miei figli che la solitudine può essere bella, l'abbandono no. L'abbandono no. Perché pur non facendo trasparire nulla a me mancavano loro, i miei nipoti, i miei figli, mia moglie Lina. Ma un anziano non dovrebbe elemosinare presenza. Dì loro che però non li colpevolizzo e che li ho amati e li amerò sempre e comunque.

    Ps: Ancora grazie Luì, ancora grazie. Ricorda di dire a tutti che sorridevo e che sono andato via davvero felice. Ricorda di dire a tutti che però l'ultimo bicchiere era per me. Che ho brindato alla mia solitudine, alla mia vita e al mio primitivo. Che ho bevuto il mio ultimo bicchiere felice e senza rimpianti”

    Grazie Luigi.

    Antonio “Cin cin”

    Luigi entrò in casa e Antonio era seduto nel grande salone sulla sua vecchia poltrona di fronte al camino. Aveva gli occhi aperti, spalancati e felici. Aveva un grosso sorriso sul volto.

    << Antò, Antoooò>> esclamò Luigi e continuando << Sei sempre il solito>> e sorrise piangendo anche lui.

     

  • 08 gennaio alle ore 13:50
    Come foresta

    Come comincia: Come foresta di spiriti, vento t'insinui in danze acrobatiche.
    Come in cruna di ago, anima t'espandi a musica delle sfere.

    Cammina vagabonda su invisibili fili del fato. 
    Ho pagato il debito karmico di essere al di fuori.
    Ho amato corpo urlante pensieri del passato.

    Come foresta di spiriti fluisco nei monopodiali rami
    del mondo capovolto
    Restituisco il dolore
    Restituisco il patto
    Restituisco me stessa alla vita
     

  • 08 gennaio alle ore 9:37
    È L'AMOR...

    Come comincia: È l’amor che mi rovina è uno  dei tanti filmetti  di poche pretese che ci deliziavano (parlo di noi meno giovani) nel 1951. Questo poteva essere in tempi attuali la situazione un po’ ingarbugliata di una coppia di professori del liceo romano Augusto. Leonardo e Aurora si erano conosciuti all’università e dopo la laurea lei in matematica lui in materie letterarie erano riusciti (con qualche spintarella dall’alto) a vincere un concorso per andare ad insegnare nello stesso istituto classico. Non religiosi, avevano preferito la convivenza al matrimonio.  Il loro stile di vita: pizza, cinema, locali da ballo, vacanze al mare d’estate, d’inverno a Roccaraso, un tran tran piacevole ma niente di straordinario.
    Ovviamente c’era qualcuno che doveva rompere i …., era il dio Hermes o Mercurio che dir si voglia protettore di Leonardo che ‘scompigliò’ le carte o meglio la vita dei due, l’arrivo a scuola come insegnante di lingue di un inglese o meglio di uno scozzese (l’interessato ci teneva molto a sottolineare la differenza). Quarantenne, discendente da una nobile famiglia aveva girato il mondo imparando altre lingue e, appassionato di antichità si era trasferito a Roma e, dietro sua richiesta appoggiata dal suo  ambasciatore fu destinato dal Ministero dell’Istruzione al liceo ‘Augusto’. Dire che la sua venuta aveva portato lo scompiglio nell’Istituto era un eufemismo non solo per la sua figura alta, slanciata e signorile ma anche perché si presentò  la prima volta a scuola con la sua Rolls Royce. In subbuglio erano le professoresse ed anche qualche alunna più ‘anziana’. Il Preside Alessandro se la riveda sotto i folti baffi. Romano dè Roma  sogghignava di quelle ‘gallinelle’ starnazzanti che sbavavano dinanzi al bello scozzese.  William, che non era inglese e quindi a lui non si poteva attribuire il detto ‘niente sesso siamo inglesi’  ritenne opportuno invitare i colleghi e colleghe ad una cena un sabato nella villa da lui affittata nella via Appia. Aurora volle condurre con loro anche Eloisa una cinquantenne vedova, ancora in forma per la frequenza dei saloni di bellezza che in quel momento era in crisi perché il suo toyboy era sparito e con lui soldi e gioielli. I professori giunti alla villa con le loro utilitarie (col loro stipendio…) notarono che il barone era in possesso anche di una Mini Countryman verde e di un cane Labrador (Argos di nome) molto espansivo. Dopo una cena fatta pervenire da un famoso ristorante della zona, dietro imput del maggiordomo Ralston l’aria fu ‘inondata’ da musica all’inizio di un jazz indiavolato poco gradito da tutti seguita poi da pezzi  lenti molto apprezzati dalle signore che facevano a gara a chi si accaparrava William. L’unica a non seguire le colleghe era stata Aurora con piacere di Leonardo,  era immune dal fascino del collega? Niente affatto, era stata una sua furbizia. Leonardo comprese che era una tattica della sua longilinea e bella convivente infatti Willam fu lui a chiedere alla signora di ballare. Durante la danza i due si guardavano in viso senza parlare. Ruppe il silenzio William: “Sei il tipo di donna che amo di più, niente grassone con tette da nutrice e gambe storte, mavita da vespa, piedi lunghi e stretti e, scusa la franchezza un bel popò…” “Grazie per la fotografia,  potrei dire altrettanto di te (Aurora ritenne opportuno passare al tu come il compagno di ballo) ma poi…” “Potremmo conoscerci più a fondo sempre che tuo marito non sia geloso.” “Il mio compagno è anticonformista.” “Bene allora vienimi a trovare in villa.” Abbiamo una sola auto, prenderò un tassì” “Prendi la mia Mini, sarà un piacere che sia ‘inondata’ dal tuo profumo inebriante, hai qualcosa che mi fa…mi fa…” “Mi fa…mi fa sei forse timido?” “No…non so spiegarmi…” Leonardo ed Aurora furono gli ultimi a lasciare la villa, ovviamente Leonardo restò perplesso per il prestito della Mini ad Aurora ma non fece commenti. Il giorno dopo una telefonata: “Sono William, avevo dimenticato di dirti che ho lasciato un telefonino nel cruscotto della mia auto, puoi usarlo, chiamami presto.” “Ora siamo a posto, col telefonino abbiamo chiuso il cerchio.” Nel frattempo che ti combina Aurora? Si reca a scuola non insieme a Leonardo con la loro Cinquecento ma con la Mini suscitando li immancabili pettegolezzi dei colleghi che a lei attribuivano l’epiteto di mignotta ed a lui di ‘cocu’; ambedue se ne fregavano bellamente come pure il Preside sempre contento di poter ‘bagnare il pane’ in vicende boccaccesche. Un sabato mattina Aurora: “Caro mi ha telefonato William, mi ha invitato a cena, che ne dici’” “Che ne dici tu, sei tu l’invitata” “Facciamo una cosa, per la prima volta è meglio che vieni anche tu ed anche Eloisa, è sempre giù…” “Mi piace il tuo specificare ‘per la prima volta’ , ho capito come va a finire!” Nessun commento da parte di Aurora, il silenzio è meglio di…” Alle diciotto il trio giunse in villa, ad aprire il portone un elegante Ralston che dopo un inchino li fece entrare. Poco dopo apparve in cima alla scala William il quale non parve infastidito dalla presenza di Leonardo, forse pensava che la giovin signora sarebbe giunta da sola ma non fece commenti, l’aplomb britannico! “Aurora col permesso di Leo vorrei farti visitare il parco.” E senza ulteriori indugi  prese sottobraccio una Aurora elettrizzata e forse qualcosa di più. Niente visita nel parco ma bacio lungo e appassionato con ovvie conseguenze per il ‘ciccio’ dello scozzese che fu presto in bocca di Aurora che apprezzò il sapore del….migliore di quello del suo compagno. Durante l’assenza dei due Leonardo ed Eolisa presero a conversare col maggiordomo  Ralston il quale raccontò dei viaggi in tutto il mondo del suo signore sottolineando la sua generosità verso tutti, soprattutto verso gli amici, un chiaro riferimento a quello che avrebbe ottenuto Aurora. A tavola Leonardo si accorse che Aurora era rimasta senza rossetto sulle labbra…capì che ormai il ‘dado era tratto!’ Nei giorni successivi nessun contatto fra lo scozzese ed  Aurora che preferì lasciare la Mini al proprietario che in compenso la omaggiò di un a Panda pluriaccessoriata. Aurora ottenne dal preside della scuola una aspettativa di trenta giorni senza stipendio, William la seguì su quella ’strada’ ormai capirono che si erano  innamorati. La signora si recava regolarmente nella sua villa portandosi appresso Eloisa che aveva stretto ‘amicizia’ col maggiordomo, data la passata esperienza pensò che era meglio un suo coetaneo, peraltro un po’ snob, che un giovane. Leonardo dapprima rimase intontolito (termine romanesco usato da G.G.Belli) dalla situazione ormai sfuggitagli di mano ma stavolta Hermes si ricordò di lui e a scuola alla fine di una lezione: ”Professore sono un po’ carente in latino e greco, che ne dice di darmi delle lezioni private?” “Cara Alice non so se conosci la proibizione di dare lezioni private ai propri alunni, se non lo sai te lo dico adesso: non posso darti lezioni private.” “Professore i miei sono poveri mi dia una mano, la prego…” Tutto si poteva dire di Leonardo ma non che non fosse caritatevole e quindi accettò di ‘lezionare’  Alice. “A proposito quanto anni hai?” “Diciassette, fra quindici giorni diciotto.” Alice non faceva nulla per dimostrare la sua età: capelli castani divisi in due trecce, viso da ragazza ingenua non truccato, scarpe senza tacco, calze sino a metà polpaccio, dimostrava cinque anni di meno. La ragazza si era impegnata a studiare tanto da meravigliare sia il suo insegnante che il padre Aurelio che un pomeriggio telefonò a Leonardo: “Professore sono Aurelio il direttore della Banca di S.Paolo padre di Eloisa, volevo ringraziarla per le lezioni date a mia figlia,  il suo compleanno  sarà domani ma lo festeggeremo domenica con tutta la famiglia. Alice  vorrebbe guidare la mia Volvo ma è troppo grande per una principiante, le donerò una Volkswagen Up, di nuovo grazie.” Brutta puttanella ‘ i mei sono poveri’, le avrebbe dato una lezione nel senso che… insomma non di latino e greco! Una visione: Alice si presentò a Leonardo completamente trasformata tanto che il professore  faticò a riconoscerla, evidentemente era stata in un istituto di bellezza: capelli lunghi divisi a metà da una riga, occhi truccati da vamp, rossetto rosso fuoco, vestito con scollatura abissale, minigonna a righe, scarpe con tacchi alti. “Brutta puttanella, mi ha telefonato tuo padre, mi hai preso in giro, dovrei sculacciarti!” Alice si voltò di spalle e si abbassò lo slip, ne venne fuori un deretano favoloso. “Che cavolo aspetti mon amour  te la stò sbattendo in faccia, oggi sono maggiorenne!” ‘Ciccio’ sentì un buon odore di femminuccia, odore che ormai non avvertiva da molto tempo e…dopo un bel po’: “Cara preferisci un maschietto o una femminuccia?” “Meglio una femminuccia, la chiameremo Stella con la speranza che assomigli a me!

  • 27 gennaio 2018 alle ore 3:48

    Come comincia: - L'ABISSO -
    Questa è solo una testimonianza e non una lettera rivolta a qualcuno che tanto non la leggerà mai. E' una testimonianza... La mia. Perché ogni tanto si sente il bisogno di svuotare l'anima da ogni dolore nascosto, da ogni paura e anche da tutti quei pensieri sbagliati e inquietanti che spesso con il tempo si insediano in noi rendendoci più difficile il cammino e oscurandoci la giusta via. Ho sofferto e tanto. Ho toccato il dolore in un modo talmente profondo che riesco a ricordarne per sino l'odore da quanto mi ci sono immersa dentro. L'ho toccato e gli ho permesso di impossessarsi di me, di umiliarmi e calpestarmi senza riuscire a difendermi. Era un dolore padrone il mio, uno di quelli che parte dal cuore. E mentre il dolore mi lacerava e a fatica restavo in piedi, attorno a me ho assistito alle rappresentazioni teatrali dei miei aguzzini. Ho assistito al loro pietoso giustificarsi. Alle loro dichiarazioni di sensibilità ed empatia. Ho ascoltato le loro testimonianze dichiarare quell'altissima capacità di immedesimarsi negli altri. Li ho visti passare da vittime con ancora il coltello tra le mani e mentre urlavano al mondo il proprio finto dolore sola ti lasciavano... E io sola e in silenzio continuavo a restare ferma, subire e morire. Mentre morivo dentro poco a poco continuavo a camminare solo per istinto, solo perché la vita me lo imponeva e nel cammino ho visto persone darmi addosso, calpestarmi, insultarmi e prendersi ancora gioco di me. I loro sguardi compiaciuti nel vedermi barcollare non mi sono sfuggiti e me li ricordo tutti... Uno ad uno! Li ho contati e ben memorizzati nell'anima. Ognuno di loro ha lasciato un fregio profondo che ha alimentato il mio dolore. Ci sono arrivata sul quel fondo che in molti dicono di aver toccato. Ci sono arrivata calma e rassegnata. Ho alzato gli occhi verso la luce, ma era troppo lontana per me, troppo alta la scalata e troppo poche le mie forze per percorrerla. E mentre sul quel fondo ci morivo ho continuato a tacere e a fare finta di niente. Non era orgoglio il mio, ma semplice rassegnazione di fronte alla mia morte apparente. Dopo aver visto persone pugnalarmi senza scrupoli conoscendo le mie ferite a niente mi sarebbe servito parlare... O almeno così credevo! Ho conosciuto la paura e giorno per giorno limitava i miei passi. Giorno dopo giorno li rendeva più insicuri e incerti. Ho avuto paura anche dell'aria che respiravo, fino ad aver paura solo al pensiero di averne ancora troppa da respirare. Ho avuto così tanta paura del dolore che sentivo che ormai smettere di respirare era per me l'unica via di uscita. Ho avuto paura di non farcela a risalire fino alla luce, convinta che nel momento in cui ci avrei provato le signore malvagità e cattiveria mi avrebbero di nuovo spinta sul fondo... di nuovo e ancora... Sono arrivata ad essere paralizzata dal dolore e ingabbiata dalla paura. E mentre mi lasciavo morire adagiata sul fondo di chissà quale abisso la mia mente elaborava cose assurde. Era arrivata a pensare che niente in me fosse giusto, che io fossi una persona sbagliata e priva di qualità. Auto stima non ne avevo più. Avevo o... Avevano fatto a pezzi tutto ciò che ero. Io non ero più una donna, non ero più nemmeno una persona, ma un bozzolo completamente vuoto che aspettava la sua fine inconsapevole che con le mosse giuste avrebbe potuto diventare farfalla. Sono arrivata a pensare che mi dispiaceva che quelle persone avessero avuto la sfortuna di incontrarmi, che il mondo sarebbe stato migliore senza di me. Sono arrivata a pensare che per non far soffrire nessuno dovevo chiudermi in fondo a quell'abisso. Mi guardavo allo specchio e vedevo "Qualcuno" non me, ma semplicemente qualcuno e credetemi se molto spesso faticavo a sapere chi fosse. Non ero più una persona, ma un involucro vuoto che respirava ossigeno. Ho avuto così tanta paura che la notte ho smesso di dormire, perché quando non dormi le tue energie si bruciano più in fretta e tu la tua fine la vedi più vicina. La mia unica meta era diventata la "FINE". In quel maledetto fondo però non c'è solo l'abisso, il buio e il vuoto. In quel fondo non c'è solo la luce lontana e praticamente irraggiungibile... C'è anche qualcos'altro! Su quel fondo, tra te e il fondo c'è una cosa che si chiama "Istinto di sopravvivenza"! Ne avete mai sentito parlare?! Io l'ho conosciuto proprio là in fondo a quell'abisso e non vi so spiegare la potenza che nasconde in se'... Posso però dirvi che se mai vi trovaste su quel fondo e quell'istinto dovesse mai bussasse alla vostra anima aprite quella porta e lasciatelo entrare. E' come indossare un paio di occhiali che vi mostreranno le cose in modo diverso, più semplice e meno doloroso. In realtà quello che è chiamato istinto di sopravvivenza non è altro che la risposta che cercavate. E se scatta è il vostro grido alla vita... A non volerla lasciare andare. Credetemi che è un grido potentissimo, così forte da far tremare l'intero tunnel in cui vi siete persi. Un grido disperato che parte da dentro. Qualcosa di quasi "Disumano", ma presto capirete che quel grido è molto più umano di tutte le persone, fatti e circostanze che vi hanno spinto là in fondo. Afferratelo forte, stringete i pugni, chiudete gli occhi...
    Avete un'energia nuova dentro, ma se pensate che il peggio è passato, pensate male. Il peggio comincia proprio nel momento in cui prenderete per mano il nuovo alleato, ossia L'istinto di sopravvivenza! Lui vi porterà a sorreggervi di nuovo in piedi e vi insegnerà di nuovo tutte quelle piccole cose che avete completamente dimenticato. Così è stato per me... Lui prima mi ha mostrato che la maggior parte di ciò che ero diventata era dipeso più da me stessa che dagli altri. E mi ha fatto male... Mi ha fatto male capire che il 70% della responsabilità di ciò che ero arrivata ad essere in realtà apparteneva a me. In fondo, le persone possono deluderti, i fatti metterti in difficoltà, la vita porti prove faticose e la cattiveria ferirti, ma sei TU e sempre tu che scegli se permetterglielo o meno. E quando capirai che non hai reagito e non ti sei amato abbastanza, ma hai fatto il loro gioco finendo inconsapevole il loro lavoro non sarà facile accettarlo. Aspetta! Non sederti di nuovo su quel fondo, non allentare i pugni e non aprire i tuoi occhi. Pensa... Pensa a come eri prima di cadere così in basso. Pensa che nella vita non hai incontrato solo gente sbagliata, ma anche qualcuno che ti ha voluto bene davvero. E così... Tenendo ancora ben stretti i pugni, ho cominciato a pensare. Ho visto mia madre abbracciarmi stretta, mio padre insegnarmi i valori e mio fratello condividere con me il suo tempo. Ho pensato alla scuola, all'asilo e a quel primo giorno di scuola in cui mi veniva da piangere perché la mia migliore amica dell'asilo,Claudia, 
    non era stata messa nella mia stessa classe in prima elementare. Sorrisi... Sorrisi di fronte a quel pensiero, la prima grande delusione, il primo scalino da superare. La prima volta in cui dovetti trattenere le lacrime imponendomi forza, perché ormai ero diventata "Grande". Sorrido ancora, mi faccio tenerezza, ma la tenerezza è un sentimento. Un sentimento che porta emozioni ed io di emozioni non ne avevo più da molto. Capisco in quel momento, mentre una lacrima scende che sono viva... Dentro di me io ancora esisto e forze non è tutto perso. Penso ancora e ricordo le scuole medie e le scuole superiori. Ricordando quanto mi sono divertita in quegli anni. Spensierata e piena di vita. E anche li non erano mancati amori sbagliati, delusioni e lacrime. In fondo è un percorso che affrontiamo tutti, ma non avevo toccato quel fondo all'epoca. Cosa avevo sbagliato questa volta?! Avevo semplicemente perso di vista la cosa più importante, la consapevolezza di me stessa, della persona che sono e delle mie capacità. Avevo smesso di credere in me stessa dando ragione agli altri. Eccolo il mio errore... Non so per quanto tempo io abbia tenuto gli occhi chiusi e i pugni stretti, non so dirvelo credetemi... So che il peggio non era ancora arrivato ed io ero stremata, ma tenevo stretto ancora quell'istinto e il mio grido era ancora forte e disumano. Mi vibrava dentro al petto, nello stomaco, nel cervello... Ovunque. E mi sembrava di impazzire, ma tenevo duro! Dovevo cambiare tutto, dovevo cambiare me stessa e dovevo ricostruirmi... Eccolo il PEGGIO! Ricostruirsi, perché per farlo servono pezzi da mettere insieme e io non avevo più niente di me. Niente da raccogliere, da riordinare, da ricomporre per poter ricostruire. Allora uno pensa che è finita e che una via d'uscita non c'è, ma se è così perché quel grido disumano ancora mi esplode dentro?! Ancora più forte e questa volta è colmo di rabbia. Quella rabbia non va sottovalutata sarà il vostro primo tassello. E' il momento di riaprire le vostre mani e così feci pure io... Aprii i palmi e presi quella rabbia e cominciai a plasmarla con le dita, piano e poi sempre più forte, senza fermarmi mai! La rabbia poco a poco mutò divenendo forza! Avevo fatto il mio primo progresso, avevo imparato a tramutare la rabbia in forza. Nel caso fossi riuscita a risalire da quel maledetto fondo, sapevo di essere in grado di difendermi. Nel momento in cui mi fosse capitato di incontrare ancora qualcuno pronto gratuitamente a gettarmi fango addosso con lo scopo di ferirmi, non avrei provato rabbia e se mai mi fosse capitato di provarla, mai più mi sarei fatta sopraffare da essa, ma avrei saputo tramutarla in forza... Nella forza dell'indifferenza. Quell'indifferenza che puoi provare verso qualcosa che non ti appartiene e che ti suscita solo pena. 
    Quella forza non va mollata, ma bisogna continuare a plasmarla. E' troppa ancora per essere lasciata libera e voi non siete ancora in grado di gestirla. Qui comincia il cambiamento e quella forza vi darà modo di rialzarvi e risalire un pezzo dell'abisso. Risalii anch'io... Ecco che risalendo per un tratto, ho cominciato a guardare di nuovo le persone negli occhi, non con lo stesso sguardo di un tempo, è cambiato. Adesso ho uno sguardo duro e diffidente, ma ben proporzionato e attento. Ed è con quello guardo che comincio di nuovo a muovere qualche passo ed è camminando che ritrovo alcuni pezzi di me a terra. Alcuni integri, altri distrutti e irrecuperabili e qualcuno leggermente modificato. Li raccolgo uno ad uno e li riordino dentro me. Prendo di nuovo forma, almeno apparente e risalgo un altro pezzo del mio abisso. C'è confusione adesso in me, troppa e comincia un'altra fase, quella del riordinarsi l'anima. Prendo i pezzi non recuperabili e irrimediabilmente distrutti e li ripongo nel cassetto delle esperienze passate. Accettando le sconfitte e i cambiamenti, comprendendo e imparando che vivere e crescere significa anche questo. Prendo i pezzi di me mal conci e un po' modificati e li appoggio da una parte e guardo quei pezzi ancora integri. Li guardo bene uno ad uno e comincio a ridare loro un posto. Ecco che ho di nuovo la mia capacità di ascoltare, la mia intelligenza e la mia positività. Ritrovo anche i miei valori principali, la mia dignità di persona e quella sana vena di follia che amavo a dismisura. Finito questo lavoro torno a guardare quei pezzi modificati e tento continuando a camminare di trovar loro un nuovo posto, un giusto senso e di adattarmi ai nuovi cambiamenti. E mentre lo faccio qualcosa mi sfiora il viso... La luce. Avevo risalito tutto l'abisso... Ero fuori e finalmente ero baciata di nuovo dalla luce del sole, ma non era finita ancora, adesso dovevo mettere in pratica tutto ciò che l'abisso mi aveva insegnato. Prima di proseguire e cominciare a vivere la mia seconda possibilità c'era una cosa ancora che dovevo fare... Per mettere al suo posto i miei pezzi ritrovati avevo estirpato da me stessa il dolore, la rassegnazione, i fatti e tutte le persone che là in fondo mi avevano condotto e me le ero messe in una tasca in attesa di decidere che cosa farne. Nell'altra tasca avevo riposto un pezzo di me che ancora non ero stata in grado di ricollocare, mi era sconosciuto. Ora vedendo la luce avevo capito cosa fare. Infilai la mano nella prima tasca ed afferrai tutto ciò che da me avevo estirpato... Mi voltai un'ultima volta indietro e lo getta giù... Nell'abisso. Un volo libero fino a raggiungere quel maledetto fondo. Un volo da cui ero certa mi sarebbero risaliti, perché chi vive nell'ombra... Nell'ombra muore. Infilai la mano nella seconda tasca per riprendere quel pezzo che ancora non avevo saputo ricollocare e aprendo il palmo della mano lo riconobbi. Era il mio SORRISO... Mi voltai verso la vita e indossandolo me ne andai. 
    - Tratto da "Un giorno nuovo" -

  • 26 gennaio 2018 alle ore 17:38
    UN SENSUALE EFFLUVIO

    Come comincia: “Abbracciami forte” le parole di Anna erano rivolte ad Alberto i cui pensieri erano rivolti altrove. Una nebbia, a tratti intensa, stava invadendo i monti Peloritani che sovrastano Messina facendo sparire dalla vista il paesaggio. La vista dei fusti degli alti pini si dissolveva pian piano, in lontananza si intravvedeva appena il viottolo inghiottito dalle brume e una casa diroccata nelle cui vicinanze Alberto aveva posteggiato l‘auto. Il paesaggio surreale veniva talvolta illuminato dai fari di qualche automobile di coppiette in cerca di solitudine. All’interno della Opel i vetri si stavano appannando impedendo viepiù la visuale. Alberto abbassò il vetro dello sportello dalla sua parte per contemplare, affascinato, il panorama.  Era abbastanza inusitato che in Sicilia, nel mese di aprile, si appalesasse un tempo così invernale, sembrava che la natura volesse ovattare la sua particolare storia d’amore.
    Non era nuovo ad avventure ’galanti’ per dirla in stile ottocentesco ma andando avanti negli anni gli capitavano storie sempre più particolari.
    Si girò verso Anna ventenne dal seno impertinente e dal ventre piatto dalla bocca deliziosamente infantile e dai verdi occhi ora sorridenti ora tristi ma che in ogni caso gli facevano provare sensazioni di tenerezza, di rimpianto dei suoi quarantotto anni di età, molto ben portati ma che cominciavano a dare i primi segni di futuri ‘acciacchi’.
    “Sei signorile, elegante, hai personalità, ti sposerei subito, dove lo trovo un ragazzo che mi soddisfi: i miei coetanei sono insulsi, pensano solo al sesso ma ad un sesso vuoto. Tu mi dai calore, sicurezza e gioia di vivere, quando ti abbraccio mi si riempiono gli occhi di lacrime e quando mi distacco da te sento un vuoto profondo, vorrei tornare indietro…
    Siamo venuti qua a guardare il panorama? Ti prego toccami il seno, mi fa tanto male, sai le pillole…, in fondo il sacrificio lo faccio per te…” “Per noi” corresse Alberto.” “Va bene per noi ma toccalo delicatamente anzi bacialo mi piace di più.” Il piccolo seno di Anna si muoveva delicatamente su e giù per il respiro affannoso, Alberto cominciò ad accarezzarlo ed a baciarlo dolcemente tutto intorno come piaceva a lei provocando mugolii di soddisfazione. “Toccami per vedere se sono bagnata sotto.” Anna era sempre bagnata ‘sotto’ quando era con Alberto. “Mi basta sentire la tua voce per telefono ed anche quando siamo fra la gente, se mi guardi in un certo modo, anche senza toccarmi…” aveva confessato la baby, un tipo unico. “La mia amica Cettina ci mette molto tempo, a suo marito lo fa ‘lavorare’ tanto e poi si fa male, me lo dice lei, io invece…” La natura è strana pensava Alberto la genitrice di tanta delizia, Mara, donna dura non apprezzata di certo da un marito grasso e piccolo non solo di statura, conformista e con i santini sparsi per casa non poteva di certo averle trasmesso quella natura sessuale che già a dodici anni la scuoteva tutta. “Coma fa una donna a non amare il sesso? È meraviglioso, mi distende, mi rende allegra, mi bagna le parti intime,  mi piace tanto!” “Non fare la razzista all’incontrario” diceva convinto Alberto “Non pensi a quello che dicono le frigide, perlomeno di prenderesti della puttana.” “Mi piace essere mignottella” gorgogliava Anna. Non era facile fare un ragionamento razionale con lei. “Va bene se preferisci la nebbia a me scendo dalla macchina.” Una ventata gelida le fece cambiare opinione, ora sedeva buona buona al suo posto, Alberto non era il solito fidanzato, c’era qualcosa in lui che la attirava in modo notevole. “Tua moglie, hai avuto da dire con tua moglie?” “Non è in città, è da sua madre a Milazzo altrimenti non saremmo qui.” “Ma allora che d’acchiappa, non mi vuoi più bene, dimmelo, ti prego, lo sai che non potrei vivere senza vederti, quando sei andato a Roma da tua cugina…non voglio pensarci, un giorno stavo per prendere l’aereo, lo sai quanto sei importante per me.” I due amanti si erano incontrati circa un anno prima in un circolo di nobili frequentata da gente un po’ snob: i mariti annoiati parlavano fra di loro, talvolta venivano interrotti dalle legittime consorti per un giro di danza, qualche vecchio pensionato, in vena di follie, si buttava con le ultime energie rimaste su qualche giovin pulsella che non riusciva a dir di no a quel brutto satiro. Alberto lontano dalla legittima consorte, annoiato,  girava per i locali. Alle pareti quadri di cattivo gusto, forse dipinti da qualche frequentatore del circolo che lo facevano sorridere. Stava accendendo la pipa quando si trovò fra le braccia una fanciulla uscita di corsa  dalla toilette delle signore; I fili incandescenti  del tabacco si erano sparsi sul vestito dalla signorina ed anche sul suo smoking. Dopo aver spento i vari ‘focolai’ Alberto guardò in faccia Anna, serafico lui, arrabbiatissima lei che aveva preso fiato per aggredire il suo astante ma, guardando la sua espressione, aveva desistito. Il silenzio ed il modo di guardarla  tra l’incuriosito ed il divertito le avevano impedito di dare la stura ad una delle sue solite sceneggiate aggressive. Nel frattempo Alberto aveva preso fra le sue le deliziose diafane mani di Anna e, guardandola negli occhi: “Ma così corrono solo le gatte, qualche parente fra i felini?” Fare ammutolire la ragazza non era impresa facile, ma lei non sapeva che dire, ogni frase che le passava nella la mente le sembrava inadeguata alla situazione e poi si sentiva imbarazzata. Ritirò le sue mani da quelle di Alberto e, senza guardarlo in viso, rientrò in sala. “Ehi gatta non ti sarai offesa!” Maledizione le dava pure del tu, mi ha chiamato gatta, ora gli faccio sentire le unghie del felino. Si girò di scatto con lo sguardo fiammeggiante della vendicatrice sospinta da una giusta ira ma la risata di Alberto la colpì bloccandola. “Mi scusi signorina sia per la bruciatura che per l’appellativo di gatta, vede io sono un istintivo e dico sempre quello che mi passa per la mente, non la chiamerò più così, lo giuro, l’appellerò alla francese ‘chatte’” “Questo seguita a prendermi per i fondelli, chi crede di essere, maledetto sfrontato, borioso e impertinente!” Ma la frase era rimasta nel suo pensiero, non aveva ancora pronunziato verbo, cercava qualcosa d’effetto che potesse trarla d’impaccio ma non trovava nulla, meglio il silenzio. “Signorina è la tecnica migliore, lo faccio anch’io quando sono impacciato. “Accidentaccio questo mi legge pure nel pensiero, lo odio…” Stava di nuovo allontanandosi quando si sentì afferrare per la vita, “Anna questa volta era molto infuriata, questa non gliela perdono” Stava per reagire quando si trovò stretta al petto di Alberto, gli occhi di lui la scrutavano dall’alto del suo metro e ottanta, occhi seri, tristi, anche questa volta non reagì. Alberto la lasciò andare, uno accanto all’altro rientrarono in sala accolti da una musica sud-americana, Alberto la prese fra le braccia e cominciò a ballare.  “Lei è l’uomo che non deve chiedere mai, non mi piacciono i presuntuosi.” Si sciolse dall’abbraccio e si allontanò sculettando deliziosamente.
    “Alberto dimmi cos’hai, te lo chiede la tua chatte, ti sento lontano.” Il più non giovin signore rientrò nella realtà, la nebbia si era fatta ancora più fitta ed il buio della notte avanzava. “Ho un po’ di paura ti prego di stringerti a me, ne sento il bisogno, lo sai che ti voglio un bene dell’anima.”  Alberto invece aveva voglia, una voglia sessuale violenta che gli stringeva lo stomaco come una morsa, tolse le scarpe ad Anna, poi i collant e lo slip, intravide nella penombra le morbide deliziose cosce e affondò la bocca nella deliziosa ‘chatte’ già bagnatissima. La baciò a lungo. Sentì qualcosa di vischioso sulle labbra e sulla barba. Anna si era lasciata andare completamente e respirava forte, ogni tanto si lamentava sommessa e si mise sopra di lei penetrandola facilmente. Sentì che i loro umori si univano, lei si muoveva freneticamente. Alberto sentì che ‘ciccio’ si ritirava lentamente. “Una volta duravo più a lungo, ora…” “Non ti cambierei con un giovane, hai tutte le qualità che desidero, sono molto  innamorata di te, talvolta ho paura che tu sparisca dalla mia vita. Ricordo quando ci siamo rincontrati per la prima volta dopo la festa da ballo, era un anno addietro, siamo andati al mare, era aprile, il tempo nuvoloso. Avevo accettato l’invito senza convinzione mi hai fatto delle foto in bianco e nero ed a colori, mi dicevi: guarda verso il mare, meno pensierosa, sorridi meno forzatamente soprattutto con gli occhi, va bene, mi piaci anche seria, imbronciata sei deliziosa; era venuta gente. In macchina al ritorno sentii il desiderio di raccontarti qualcosa di importante della mia vita, non ero più vergine, mia madre mi ucciderebbe, mi ha inculcato l’idea che la verginità è un bene supremo. Ero impiegata presso lo studio di un ingegnere, io geometra  lavoravo anche fuori orario. Un pomeriggio, assente la moglie, mi invito a mangiare in casa sua, forse per il troppo spumante ingurgitato non mi sono quasi accorta che quel maledetto mi aveva spinto sul divano e mi aveva violentato. Giunta a casa mi sono rifugiata a letto con la scusa che mi sentivo male. Dopo una settimana mi sono recata da un ginecologo che mi ha confermato che c’erano delle lesioni sulla mia…” Anna rammentando il triste episodio sembrava riviverlo nella realtà, Alberto l’abbracciò e la baciò a lungo cosa che parve calmare la poverina che rispose ai baci e riuscì anche a sorridere poi “Ho capito da tempo che vuoi una giornata completa per noi, organizza tu la…spedizione!”
    Alberto ricordò che in passato aveva favorito la direttrice di un albergo in sede di verifica, andò a trovarla. Era una bolognese simpatica: ”Maresciallo a disposizione, la Cesira non dimentica gli amici.”  “Dovrei passare qualche ora con una mia conoscente, mi occorre una stanza dalla mattina alla sera.” “Ben bada ben mi indichi la data, sarà servito.” Anna disse a sua madre che voleva passare un giorno a casa di una sua amica, la vecchia per fortuna ci credette e così la baby ebbe via libera un sabato. Alberto la stava aspettando all’interno dell’albergo in compagnia di Cesira che volle la carta di identità di ambedue: “Non vi registrerò ma se viene la polizia…” Quando apparve, la deliziosa era vestita molto elegantemente e dimostrava tutta la sua giovane età. Cesira: “La differenza tra uomini e donne è che se un maschietto si prende un’avventura è un conquistatore, una femminuccia come me una…lasciamo perdere.” La direttrice era stata di parola, la stanza era la migliore dell’albergo e c’era anche un mazzo di fiori. Alberto mise in frigo la ‘mangereccia’ che aveva portato e rimase sbalordito quando Anna apparve nuda dal bagno. “Sei una visione!”  la prese in braccio e la depositò sul letto, ovviamente Ciccio era già in posizione, la Gatta istintivamente lo prese in bocca e poco pochi minuti rimase quasi affogata da un mare di sperma; si rifugiò in bagno e riapparve…”Scusami  ma non ho mai avuto un’esperienza simile, voglio solo abbracciarci prima di…” La stanza era dotata pure di filodiffusione e Cesira pensò bene di immettere musica romantica, un’atmosfera rilassante e romantica. Alle dodici Alberto aprì i pacchetti contenenti cose buonissime da mangiare. “Basterebbero per un battaglione…” “Mi piace il tuo paragone militare…mia cara mi sto innamorando di te e non so…” “Io lo sono da un bel po’ quindi siamo pari.” Celiò la baby. Dopo un riposino Alberto partì all’attacco, Ciccio sembrava più grosso del solito ed ebbe qualche difficoltà a penetrare la gatta la cui padrona si guardò bene dal protestare anche se aveva provato un po’ di dolore. Dopo un po’ Anna cominciò a respirare sempre più affannosamente sino ad emettere dei prolungati ulularti di piacere, Alberto capì che forse aveva trovato il punto G della deliziosa la quale seguitava imperterrita sino a quando, esausta, pian piano smise e girò di spalle a…suo marito. Ci volle circa un’ora ad Anna per riprendersi, si stirò da vera gatta e si posizionò sopra l’Albertone: “Sembriamo un panino imbottito.” La baby aveva anche il senso dello humor. Dopo un pranzo innaffiato, poco, da un Lambrusco doc restarono in camera sino alla sera. Erano le diciannove quando i due si rivestirono e nella hall ritirarono le relative carte di identità. Un velo di tristezza li avvolgeva , la favola breve è finita, il vero immortale è l’amor (Jaufré Rudel). Per fortuna di ambedue questa volta Hermes, protettore di Alberto, si impegnò al fine che la ‘favola breve’ non fosse più tale e, dopo molte peripezie i due felicemente maritati vissero…vi risparmio il resto. Amici lettori auguro anche a voi tanta fortuna in tutti i campi, specialmente in quello amoroso.

  • 24 gennaio 2018 alle ore 12:25
    L'amore che rimane

    Come comincia: Due amici, cresciuti nello stesso quartiere per diverso tempo, si rincontrano dopo più di quindici anni e iniziano a parlare tra loro, come fosse la prima volta. E per uno strano scherzo del destino, quei due bambini che adesso si ritrovano quasi adulti, dal tanto parlare e scherzare, si ritrovano invaghiti l’uno dell’altra. Quando però succede che si innamorano, non sono pronti per vivere i loro sentimenti. L’amore sembra essere qualcosa di semplice, ma loro complicano tutto con i loro rispettivi caratteri. Una storia nata e cresciuta tramite messaggi sul cellulare; quello che prima è un dialogo tra i due protagonisti, diventa poi un monologo. Quanto tempo passerà prima di diventare concreta, reale? Il destino sembra essere contro questo amore: succede sempre qualcosa che non li farà mai incontrare di persona. L’imbarazzo di fare i conti con la propria coscienza e la paura di credere alla loro storia offusca tutto, rendendo il solito lieto fine non tanto poi così scontato.

  • 23 gennaio 2018 alle ore 8:44
    Aspettando il mio turno dal dentista

    Come comincia: Mentre aspettavo il mio turno dal dentista, per passare un po’ di tempo, mi vado a leggere alcune poesie di Alda Merini su internet, mentre ero raccolto nella mia lettura, provando una profonda emozione per quel che leggevo, sento quello che è accanto a me russare mentre dorme seduto sulla sedia, non potevo fare a meno di ridere sotto i baffi, è stata una sensazione curiosa perché passai da un tipo di emozione ad un'altra.

  • 23 gennaio 2018 alle ore 8:20
    Ho tolto la barba a Dio

    Come comincia: Un bimbo uscito dalla fredda razionalità di una guerra, dove apprende che la bomba, che stava scendendo, ha preso la casa vicina e non la sua. Quel frantumarsi di vetri, la sabbia dai sacchi su di noi, urla, pianti. All'uscita dal rifugio, in via Casaregis, un enorme cratere colmo d'acqua: la casa dei nostri vicini e non la nostra. Poi, la fuga a Villa Adela. Il contatto fisico col nemico. Solo il segno della croce e un bacio alla “Madonnina”, prima di dormire, imposto da mamma. A fine guerra, due anni dalle Suore Cabrini, a Genova. Mi raccontano una religione, che non capisco. Importante è inginocchiarsi tutti a tempo, al suono della campanella, evitando le urla della suora guardiana. Non ridere! Dio? Chi sarà mai? Sì, è quel vecchione barbuto, là in cima, tra le nuvole della cappella. Sotto ci sta una suora, la Beata Cabrini. Tutto qui. Le preghiere sono litanie ripetitive, con le ginocchia che hanno dolore. Alzarsi, inginocchiarsi, alzarsi, il segno di Croce. E l'ho partata dietro, con me, questa religione insegnata per anni. Ma Dio con la barba dove mai si era cacciato? Un pomeriggio, a Busios, in Brasile, inizio a camminare per una spiaggia infinita. Alla mia destra un intreccio di mangrovie mi separano dal mondo, a sinistra, l'oceano. Non è più il mare delle mie vacanze, ma è l'oceano, poderoso, immenso, sonoro, tumultuoso. Siamo in due, io e lui. Ho un brivido, un'angoscia, un timore a limite con la paura. Toh! Ma che l'oceano fosse Dio? E' Dio. Un Dio senza volto e barba. E sarà, di seguito, sempre Dio, l'alba di colori, il Cervino, immenso, che mi domina a Chamoi, il fiore, che nasce sul mio balcone, il sorriso di mio figlio, il pulsare delle mie tempie, a notte sul cuscino.

    E le preghiere? Dove le hai mai lasciate?

    “Pregare non è dire preghiere” leggo in Adriana Zarri, in Tutto è Grazia.

    Giusto, mi ci ritrovo. Adriana, che verità hai mai detto! Io più di una volta, a letto di un malato, sofferente, coinvolto dal suo dolore e impotente, io miscredente, mi sono detto, quasi vergognandomi: “Mi sa che sto pregando.”

  • 22 gennaio 2018 alle ore 21:41
    Blue Marble, la prima fotografia alla terra

    Come comincia: Il 7 dicembre 1972 l’equipaggio della missione Apollo 17 fotografò per la prima volta il pianeta azzurro in tutta la sua bellezza e rotondità. Una visione unica di un pianeta unico: dallo spazio quasi una carta d’identità che racconta di un unico popolo, di un unico confine, di un’unica frontiera.
    Incredibile ed evanescente, eterea e immobile, la Terra si mise quasi in posa, mostrandosi accarezzata da nubi leggere, quasi un velo da sposa, attraversata da venature azzurre sopra un viso diafano e color terracotta, un viso indifeso e appena ombreggiato da pensieri offuscati e dolori taciuti. Il continente africano appariva liscio e splendente e siccome era quasi il solstizio d’inverno anche l’Antartide era colpito dalla luce.
    Il Sole si trovava proprio dietro la navicella Apollo 17 e per la prima volta la Terra era tutta illuminata, completa, senza angoli nascosti, senza zone dimenticate e straniere, senza esclusioni.
    Oltre quel silenzio opalescente era nascosto alla vista un turbinio di eventi, drammi, storie e gioie che ne facevano un libro aperto.
    La fotografia della signora Terra venne chiamata “Blue Marble” cioè “Biglia Blu” e fece in breve tempo il giro del mondo lasciando tutti senza fiato. Non ci si stancava di guardarla, non  ci si stanca di ammirarla.
    La scattò l’astronauta Harrison Jack Schmitt verso le dieci del mattino, a circa cinque ore dal momento del lancio. La navicella era diretta verso la Luna e in quel momento si trovava ad una distanza dalla Terra di circa 45.000 chilometri. L’astronauta usò una macchina fotografica analogica, di quelle che oramai non se ne vedono più. Non sapeva quell’astronauta che quella foto sarebbe diventata in assoluto la fotografia più riprodotta di tutti i tempi. Fu la prima e l’unica volta in cui il mondo su cui corriamo e respiriamo divenne casa, quartiere, guscio, nido, coperta e tetto sotto cui ripararci. La prima e unica volta in cui il buio era “là fuori” e noi tutti umani eravamo sulla “nostra” barca, al sicuro dall’ignoto, dai cattivi. Eravamo nella nostra casa sospesa sull’albero al riparo dai mostri sconosciuti. Fu la prima e unica volta in cui una fotografia cancellava ogni differenza, ogni diversità, ogni disagio. La Terra e noi il Mondo.
    Non sapeva quell’astronauta che per pochi istanti la terra divenne Patria per miliardi di abitanti, dove un’unica lingua e un’unica razza si fondevano in un linguaggio universale: quello dell’immortalità. Poi l’istante svanì, il silenzio riprese il suo vorticare e quello scatto si frantumò di migliaia di frammenti che come lame taglienti ferirono uomini e storie, anime e menti.
    Quella dell’Apollo 17 fu l’undicesima missione americana e l’ultima missione umana sulla Luna. Da quel momento nessun essere umano ebbe più la possbilità di scattare una fotografia in cui la Terra appariva totalmente e completamente esposta all’obiettivo.
    Oggi si scattano ogni due minuti migliaia e migliaia di fotografie, superando di molto quelle scattate in tutto il 1800, il secolo nel quale si inventò la fotografia. Ogni mese novanta milioni di video vengono caricati su Youtube.
    Si vive di fotografie, ma non nel senso classico: si scattano selfie. Ognuno racconta il proprio “io” per dimostrare agli altri di essere “vivo”, di esistere. Ogni fatto, ogni evento, è lo sfondo alla nostra personale esistenza, ognuno di noi documenta una storia, ma queste miliardi di storie non riescono a trovare il proprio spazio, il proprio tassello. Sono come prigioniere di una scatola con il coperchio chiuso. Come una prigione, dove non si resce a vedere nient’altro che uno spicchio di quell’universo stellato e celeste sotto cui viviamo. Ed ecco allora che tutto è distorto, frammentato, disuguale. Ognuno di noi racconta il proprio Mondo. Ci siamo dimenticati del Mondo che ancora attende uno scatto. Quello immortale ed eterno. Lo scatto che narra un’unica Storia. La storia univerale di un popolo. (Quello umano).
     

  • 22 gennaio 2018 alle ore 17:20
    U cafetteri

    Come comincia: Ricordo che quando ritornai a Melito, dopo tanti anni vissuto fuori, incontrai un vecchio comunista detto “'u cafetteri” che, conosciutomi a malapena e solo dopo avergli detto “sugnu ‘u figghjiu 'i Sciavè “u pintu” mi abbracciò con forza e mi disse : -ciao, "compagno"-.
    Da quanto tempo che non sentivo la parola "compagno"...
    Un paio di decenni di sicuro...appunto dal 1968 e immediatamente, nel vedere e nell'abbracciare il vecchio "comunista", rivedevo le sezioni invase dal fumo, le discussioni che duravano fino a notte fonda, la passione che noi giovani e loro, gli anziani del partito, mettevamo in ogni cosa, in tutte le battaglie, in tutti i discorsi.
    Mi tornano in mente "il centralismo democratico", "la via italiana al socialismo", i discorsi dei membri della direzione, del"comitato centrale” (Ingrao, al cinema “Dattola”), l'eskimo, i capelli lunghi (!), le marce (più a Reggio, per la verità) contro la guerra in Vietnam, il "sessantotto", gli anni di piombo, gli scioperi all'Università, il "movimento della pantera" (che io lo ritenevo giusto ma un po’ violento), l’unione e la solidarietà tra operai e studenti, Moro, Berlinguer, Almirante, Craxi, Ingrao, Lama e tanti altri protagonisti di quegli anni.
    Quanti sforzi e quante battaglie per dimostrare che il comunismo italiano era diverso da quello sovietico; quanto impegno per la libertà, l'uguaglianza, la solidarietà.
    Magari litigavamo su una frase di Pajetta o di Amendola ma poi ritornavamo ad abbracciarci.
    Volevamo un mondo migliore, una scuola più libera e più aperta, volevamo la pace in tutte le parti del mondo, lottavamo contro la fame, rifiutavamo il razzismo, volevamo l'uguaglianza di tutti gli uomini, di tutte le razze e di tutte le religioni.
    Negli occhi del “cafetteri” ho visto quello che da tempo percepivo in mio padre, morto nel marzo del 1979: la sconfitta lasciato dalle tracce profonde dovute a queste delusioni e la notai soprattutto sul suo volto ormai vecchio e stanco.
    Tanti che come lui credevamo negli stessi ideali abbiamo svenduto la nostra anima e salvato il corpo perché adesso abbiamo la macchina bella, qualcuno magari la villa favolosa, un bel conto in banca, ma non abbiamo più quell'anima.
    Il “cafetteri” allora mi salutò con gli occhi lacrimanti; io l’ho abbracciato e l’ho baciato perché gli volevo bene come tutti i vecchi amici di mio padre e a tutti quelli come lui che avevano sofferto e vissuto sulla propria vita tutte le negazioni e le incoerenze da essa ingratamente regalate ma che comunque, fino alla fine, non si arresero mai.
    È stato bello per quelli che hanno e abbiamo vissuto quel periodo ma adesso è andato.
    Viviamo un' altra realtà...diversa...un’altra società.
    Certo quel periodo ha cambiato tantissimo la società ma ora bisogna confrontarsi con la realtà odierna e smetterla definitivamente di guardarsi indietro, perché si sa, tante cose possono ritornare ma il passato, quello proprio no.

  • 07 gennaio 2018 alle ore 1:17
    Viva la semplicità

    Come comincia: Mi capita spesso con gli amici d' infanzia, soprattutto con quelli che lavorano lontano fuori Melito e che ritornano per trascorrere insieme ai parenti le festività natalizie o le ferie estive, di ricordare con nostalgia le nostre vacanze sia natalizie che estive che passavamo qui a Melito...soprattutto quelle estive. Devo dire... bei tempi passati...stavamo bene veramente e più in acqua che fuori. Facevamo il bagno persino col mare in tempesta, rischiando un pò e quando le onde ci sbattevano a riva, ridevamo a crepapelle e a lungo, come degli scemi. Devo dire la verità...vorrei una bacchetta magica per poter fare tante cose...per eliminare, per esempio, tante brutte cose che tutti possiamo immaginare ma la vorrei anche per poter tornar indietro e rivivere quei tempi, di tornare indietro nel tempo in quella Melito, allora piccolo paese, dove sono nato e dove ho trascorso la fanciullezza e la giovinezza fino a quasi 20 anni. Adoravo il vecchio bar Martorano dove ho bevuto il caffè più buono della mia vita con il suo aroma che aleggiava nell'aria quando si passava di là per incontrarci ed avviarci per la "spiaggia del "Checco"". Oltre a vari bar e negozi di vario genere che c'erano sulla strada che portava al mare vi erano anche gli alberi del viale così grossi e alti da far fresco, d'estate, all'Ospedale "Tiberio Evoli" ch'era stato costruito proprio sul quel viale intitolato a Giuseppe Garibaldi...semplici alberi ma bellissimi. Sì...niente di più bello che la semplicità della natura e, senza dubbio, grazie a quel viale che ritenevo bello, ho imparato nel tempo che le cose più belle sono, veramente, le cose semplici. Purtroppo, noi uomini, spesso non apprezziamo la semplicità. Infatti quei bellissimi alberi sono stati eliminati per far posto a delle palme che sì...saranno anche belli ma non hanno la naturalezza degli altri, antichi di secoli e perché no...per me magici.

  • 27 gennaio 2017 alle ore 11:52
    L'ora della merenda

    Come comincia: Sbuccio una mela raccolta nel giardino dell'illusione, il suo sapore è un misto tra inezia e disperazione. Dicono levi il medico di torno, ma si dicono tante cose, ricordo si diceva tua la Prinz senza ritorno. Il cielo pare una trappola per topi, nuvole di lattice, se c'è la goccia è Gin, senza lemon, due cubetti di ghiaccio per sentirsi meno soli dentro all'addiaccio, polverine magiche avvallano fantasie lisergiche, sogni nel cassonetto, parola differenziata, paga tu che offro io, il potere logora gli esseri più scrupolosi, perfino Dio. Volta pagina, bianco Natale, farmacia chiusa per turno, mensa che profuma d'ospedale, vietato fumare all'interno di una cassa da morto, a maggior ragione trovandoti, da solo, potresti pure avere torto, ma anche ragione nel caso tu non sia avvezzo a praticare la libagione. Prima che la morte mi porti via vorrei fare una confessione geroglifica, terminandola con l'augurio a tutti di una vita più prolifica, meno incerta, roba da applausi a scena aperta; ho visto uomini umiliati e sconfitti aspettare, in silenzio, donne intente a lottare per la parità dei propri diritti, ho visto smemorati rievocare giorni mai vissuti senza accorgersi  minimamente di chi gli esplodeva accanto, adoperando la stessa dinamica con la quale il contadino si libera dei rifiuti, giustificandosi poi con l'enfasi del momento. Ho visto banconote muoversi come foglie e terminare ammassate, una sopra l'altra, che neppure il proprietario stesso era a conoscenza di averle mai possedute, ho visto pulcini asciutti con la bronchite, galline adolescenti fare buon brodo a cattiva sorte, ho visto volpi vendere il proprio corpo e orsi ricomprarsi la pelle, con il ricavato delle foche, dopo giorni e giorni di lavoro senza mai veder le stelle, ho visto rubare in casa del ladro prima che se ne andassero tutti quanti fuori a cena, ho visto scarpe mai indossate volare giù da un'altalena, ho visto spicchi di mela, come quello che mi è rimasto ora in mano, sostituire lune senza cruna ad interrompere il filo dei ricordi, ho visto un matrimonio tra due cani e prima di impartire loro la benedizione nessuno che sentì il bisogno di purificarsi le mani. Alla cerimonia ero il padre della sposa, giardiniere di quel piccolo lembo di terra dove ora la sua anima riposa, rosso di sera un desiderio non si avvera, a meno che non sia tu a dire te l'avevo detto. Allora sì che otterrai onore, ragione e rispetto.

  • 26 gennaio 2017 alle ore 7:06
    Russia 1989

    Come comincia: Non si può, durante un viaggio in Russia, non imbattersi in una riflessione sul sacro. L’oro delle cupole si accende di bagliori sullo scenario azzurro del cielo e sembra accompagnarti in ogni panorama. E’ un oro quasi dimenticato, proibito. Un oro sotterrato da un’ideologia che si adopera in quest’impresa illusoria e impossibile. Falce e martello al posto della croce, semplice.
    Ho visto a Murmansk, sperduta base polare dei sommergibili atomici, nella penisola di Kola, il loro polo nord, costruire una nuova chiesa ortodossa, con le antiche tecniche dei maestri d’ascia. Uomini e donne in una fredda mattina, tra un aroma di vodka e di resina, risate sguaiate di ragazze dalle mammelle enormi. Il secco suono delle asce, tra lo schizzare di una miriade di schegge. Non c’erano chiodi, ma solo abilissimi incastri. Una nebbia di gelo su tutto, anche sui pensieri. Una fretta nel gesto, di chi crea qualcosa di proibito, che presto verrà distrutto. Ciò che mi affascina è l’affiorare del sacro, laddove l’uomo cerca, per motivi politici, di cancellarlo. E’ una forza primordiale come quella dei teneri germogli, che a primavera forano l’asfalto, per venire alla luce. Non basta laicizzare un rito matrimoniale, per sotterrare l’elemento sacrale, che lo accompagna. Ho assistito a un matrimonio politico, presso la Casa dei Matrimoni, a Leningrado, e posso dire di averlo trovato ugualmente ricco di attese, tensioni, di un nostro matrimonio religioso. E’ pur vero che ci siano abili sostituzioni di ambienti e di personaggi: il mondo ecclesiale con quello statale comunista. Gli sposi sono tutti giovanissimi, non più dei diciotto anni. Impacciati, come la loro età comporta. Sono introdotti in una coreografia da operetta. Un breve sogno di fasto ed eleganza occidentale, che non appartiene a loro. I colori del folclore sono sostituiti da candidi vestiti di tulle delle spose, copiati da qualche rivista americana. Un’orchestrina di balalaiche è la presenza del passato. Serissimi e attenti suonatori, in costume, emettono note, che riconosco. Dopo Mendelssohn, un’improvvisa aria di Cole Porter, mi stupisce. Osservo il volto dei ragazzi: sognano su quelle note, evadono, viaggiano nel proibito. La coppia è al centro di un salone fastoso. L’oro si spreca e si riflette nei cristalli dei lampadari degli zar. I parenti, rilegati in un angolo, seduti su sedie comuni, hanno un fiore in mano e ostentano una mite eleganza contadina. Le donne, fazzoletti colorati, alla contadina, sul capo. Da dietro una vasta scrivania, in stile Luigi XVI, avanza incontro alla coppia, una stupenda creatura dal vestito di raso amaranto, lungo sino ai piedi. Mi chiedo quale grado abbia nella scala del partito. Capelli d’oro, raccolti sulla nuca. Lo sguardo, dolce e penetrante, accompagna la tonalità carezzevole della voce. Pause studiate, brevi frasi musicali che si perdono nella grande sala. La guardano con stupore, quasi un’apparizione. Il sì degli sposi, riconoscibile in ogni lingua, chiude la breve cerimonia. Medaglie del partito sono appuntate sui vestiti. Il sorriso è sparito, i volti sono seri. Gli sposi hanno una rigidità militare. Nell’angolo, genitori e parenti armeggiano con i fazzoletti incontro lacrime di sempre. Baci, abbracci, qualche sorriso. Il tutto molto contenuto. Lo sguardo, ora spento e severo, della donna d’oro, limita e mette soggezione. La prossima coppia la s’intravede, già pronta sulla soglia della sala.

     

  • 24 gennaio 2017 alle ore 22:11
    Adagio

    Come comincia: Non era per il vento gelido che ho richiuso la giacca.
    Non le  notti, ma i miei giorni hanno te addosso.
    Mi hai guardato la gola che è del mio corpo il tallone d'Achille. 
    Non per l'inutile fiume di parole che prima t'ha investito, ma per tutto quello che in fondo a cavernosi abissi non dico.

    Conosco a memoria le tue spalle, la schiena, l'aspirazione diabolica ad essere Dio.

    Non le notti, ma i miei giorni hanno addosso te. 
    Scriverò di impossibilità cosicché tu possa trovarmi, onironauta.
    Fatta di alta magia, come il vento che striscia sulle ringhiere. 

    Non di te, ma di sogni parlo.
    Che incedono sicuri come fiere. 
     

  • 23 gennaio 2017 alle ore 0:40
    Sirena

    Come comincia: Silenzio.
    Caldo infernale.
    Lo stridìo di un gabbiano isterico da qualche parte là fuori, in alto.
    La luce mi ferisce gli occhi...direi che ho dormito pochissimo e male. 
    Ma non mi sembra il mio letto e neppure una casa che conosco.
    Inizio a guardarmi intorno, mi giro e pian piano ricordo come sono finito a dormire qui.
    Lei dorme ancora, avvinghiata al cuscino come fossi io.
    Il cane pure.
    Finalmente...quella bestia non mi ha dato pace per tutta la notte, ora ricordo...
    l'ha passata a saltare di continuo su e giù dal letto e cercare di leccarmi la faccia mentre cercavo di addormentarmi, 'sto incubo a quattro zampe.
    Cerco di riordinare le idee: ieri ho ricevuto una chiamata da lei, sconvolta come non l'avevo mai sentita, allora ho mollato qualsiasi cosa stessi facendo, mi sono vestito in fretta e sono corso a vedere cosa stesse succedendo.
    In tanti anni di conoscenza non ero mai salito a casa sua.
    Era in piena crisi esistenziale, non riusciva neppure a riordinare i pensieri fra un singhiozzo e l'altro.
    Ho cercato di calmarla un pò.
    "Resti qui e ci guardiamo un film così provo a distrarmi?".
    Trovato un film che potesse tirarla su ci siamo stesi sul letto.
    Non riusciva a seguire più di qualche secondo, aveva una tale angoscia che si lasciava prendere dai suoi pensieri mentre mi stringeva la mano.
    Non c'era un modo immediato di farla rilassare.
    Conoscersi da tantissimo tempo e non aver mai avuto alcun tipo di contatto fisico  all'improvviso è diventato molto strano, perché era da un momento all'altro l'unico modo per entrare in comunicazione come le parole non riuscivano più a fare.
    Me la sono ritrovata abbracciata come una bambina spaventata, il contrario di tutto quello che era stata per me fino a solo poche ore prima.
    Molto di quello che credevo di sapere di lei fino a quel momento non valeva più, era come trovarmi davanti una persona diversa.
    Mai avrei pensato a qualcosa di simile, e mi sono trovato spiazzato.
    Le ore passavano mentre ci tenevamo stretti in silenzio e passavo il tempo a carezzarla.
    Sembrava solo un pò meno angosciata.
    Quando parlava seguiva un filo sconnesso di pensieri che spesso non c'era modo di cogliere per intero... non era un vero dialogo, spesso era un soliloquio a voce alta a cui assistevi senza poter fare o dire molto.
    Del resto non c'era molto da dire per farsi ascoltare.
    Così dopo qualche ora sono sceso a prenderle del cibo fresco, tanto per mettere sotto i denti qualcosa... avevo bisogno di staccare un attimo la testa da quella situazione improvvisa e farne il punto.
    Quando sono tornato le cose non andavano molto meglio, si trascinava attanagliata dall'angoscia fra il letto e la cucina senza sapere veramente cosa fare.
    Così ci siamo mangiati un boccone.
    "Non lasciarmi sola stanotte": cambio di programma.
    Ormai ero li' e mi preoccupava l'eventualità che potesse combinare qualcosa di stupido, così com'ero su due piedi sono rimasto.
    Era una giornata di primavera avanzata ma la temperatura era già estiva.
    Ci siamo presi la mano e ci siamo stesi al buio, mentre l' afa saliva dall'asfalto e l'aria si faceva immobile e attaccaticcia.
    Abbiamo dormito un pò, poi ci siamo accorti di essere svegli entrambi.
    "Come ti senti?"
    "Non smette...non smette...se provassi a massaggiarmi un pò, forse...".
    Mi misi a massaggiarla.
    Tutto mi sembrava nuovo e strano... la situazione in cui mi ero trovato... quella casa e quel letto... lei che non era la persona sicura grintosa e determinata che avevo sempre conosciuto... e adesso che la sfioravo mi sembrava la stessa ragazzina che avevo conosciuto tanti anni prima.
    Era minuta ma molto bella, femminile come non l' avevo mai veramente considerata.
    Le volevo bene, ero in pena per lei, vederla così atterrita mi faceva male, mi aveva preso in contropiede trovarla improvvisamente così smarrita.
    Volevo davvero proteggerla... e non sapevo come.
    E così nel dormiveglia ho iniziato a carezzarla e l'ho massaggiata a lungo, ci ho messo tutto l'impegno che potevo... abbiamo continuato per ore, pian piano si è lasciata andare, e mi sono lasciato trasportare anch'io, siamo finiti abbracciati stretti:
    "Non avrò mai più un uomo".
    Ma che le salta in mente, adesso?
     "Che ti sei messa in testa?!".
    Lentamente nel dormiveglia abbiamo iniziato a baciarci.
    Non avrei mai pensato a qualcosa di simile...era fra le mie braccia, bella e dolce come non sapevo fosse... se voleva un uomo normalmente se lo prendeva senza tanti complimenti, era molto diretta e determinata, eravamo sempre stati mondi distanti.
    E quella distanza all' improvviso sembrava svanita nella notte... il caldo si insinuava ovunque e ti stordiva come una nebbia, e lentamente ero scivolato dove non avrei dovuto finire... non era nei miei pensieri finire in QUEL letto... e prima ancora di rendermene pienamente conto ce la stavamo intendendo.
    Era qualcosa di pericoloso e la percezione del pericolo non si era immediatamente fatta strada oltre la sorpresa del momento.
    Ero travolto dalla stranissima sensazione di stare fra le braccia di una persona che conoscevo da anni e non avevo mai preso davvero in considerazione come donna, e all'improvviso sentivo tutta la sua femminilità esplodermi addosso nella notte afosa.
    Probabilmente la lucidità è mancata anche a me in quel momento.
    Poi ricordo che ci siamo addormentati abbracciati, e in mezzo a tutto questo il continuo zampettare salire e scendere del cane.
    E adesso... lei dorme abbandonata al suo cuscino... è così abituata alla sua indipendenza che ne ha uno solo, neppure concepisce di portarsi qualcuno in casa.
    È imbarazzante questa intimità, mi sento come avessi violato qualcosa.
    Le carezzo appena i capelli e molto lentamente mi alzo dal letto.
    Devo andare in bagno, ma non voglio svegliarla.
    Recupero i jeans dalla sedia e lentamente mi dirigo fuori dalla sua stanza.
    Ho assolutamente bisogno di una rinfrescata per svegliarmi e decidere il da farsi.
    E poi... porca vacca... fra poco dovrò andare al lavoro, e ho una cera da fare schifo.
    Mi si legge in faccia ogni minuto che ho passato a non dormire.
    L'afa fa il resto.
    È successo qualcosa di molto strano stanotte, non so se è stata la cosa giusta ma con tutta probabilità è successa nel momento sbagliato.
    In questo momento è solo la sua paura, non può scegliere, non può volere, non può decidere.
    Lei no... ma io si.
    Non possiamo prendere questa piega, potrei ferirla.
    Non voglio che si aggrappi, voglio una persona che mi scelga ad armi pari, e adesso semplicemente non è possibile.
    Esco dal bagno, infilo la maglietta e le scarpe, recupero le mie cose.
    La guardo...dorme ancora.
    È  così bella adesso, vinta dal sonno...
    Ha addosso dei leggins in tinta con le lenzuola, che per qualche strana coincidenza cromatica le fasciano strette le cosce e per poi allargarsi come fosse lei stessa a sciogliersi da carne a tessuto... una piccola sirena fatta per metà di quelle lenzuola... come se dovesse rimanere così imprigionata in quel letto per sempre.
    Certi attimi sono così particolari nella loro perfezione che non puoi scordarli, ti mostrano per caso qualcosa di più, tu hai solo la fortuna di avere gli occhi diretti nel punto giusto quando arrivano.
    E io non scorderò questo attimo e questa notte.
    Voglio ricordarla così, com'è adesso, la notte che per un attimo siamo stati qualcosa di più.
    Le faccio una foto e le dò un bacio sulla fronte prima di uscire.
    Mi dispiace sirena, magari troverò un modo migliore per aiutarti, ma così no.
    Sei anche troppo femmina, ma non sei ancora abbastanza donna.
     

  • 17 gennaio 2017 alle ore 12:58
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    Come comincia: Era una giornata grigia di mezza stagione e la luce già incerta sembrava prossima a scendere nel giro di un'ora.
    Sembrava sul punto di piovere, salutai tristemente la persona con cui mi trovavo e che non poteva trattenersi oltre, e mi incamminai.
    Davo occhiate frettolose in alto per capire che aria tirava, e non prometteva nulla di buono.
    Pian piano il cielo si stava incupendo, il grigiore diventava più plumbeo col passare dei minuti.
    I lampioni iniziavano ad accendersi, ero vestito leggero e sarà stata la premura di non bagnarmi, il pensiero di chi avevo appena salutato e speravo presto di rivedere, o la poca pratica che avevo del luogo, fatto sta che mi accorsi in ritardo di aver imboccato la  strada sbagliata.
    L' idea non mi piaceva, qualche sporadica goccia iniziava già a umidire il selciato.
    Non so il motivo, eppure invece di tornare indietro proseguii comunque per quella strada che credevo solo di conoscere, ma in realtà, stavo scoprendo col passare dei metri, non sapevo davvero dove mi stesse portando.
    Pensando di poter recuperare terreno imboccai un viottolo che la intersecava, mentre man mano la via maestra si era andata facendo meno ampia e meno frequentata.
    Il viottolo sterrato mi portò nel volgere di poco in una specie di spiazzo cinto malamente da una rete di fil di ferro, che superai agevolmente.
    Mi sembrava di vedere una strada che proseguiva in lontananza oltre lo spiazzo verso la direzione nella quale avrei dovuto trovarmi, e così mi diressi da quella parte.
    Quasi subito però sui lati dello spiazzo, ingombro di ciarpame e collinette di materiale da riporto vario come fosse una specie di discarica o di deposito semi-abbandonato, notai un cancello malandato.
    Con un brivido appena lo ebbi superato mi accorsi della presenza al suo interno di un grosso cane scuro, mal tenuto e disposto peggio.
    Pochi secondi e la bestia iniziò ad abbaiare e ringhiare rabbiosamente da dietro il cancello malfermo.
    Lo avevo superato di poco diretto verso il sentiero alla fine della radura, sperando che la bestia avrebbe lasciato correre se non l'avessi infastidita, quando notai che il cane, salto dopo salto, stava al contrario guadagnando la cima del cancello man mano che procedevo.
    Non sembrava esserci anima viva: eravamo solo io, il cagnaccio famelico e la pioggia imminente.
    Mi guardai intorno: ero visibilissimo e raggiungibilissimo in pochi balzi.
    Fra il ciarpame vidi un paio di vecchie cadreghe abbandonate nei pressi di un alberello non molto alto vicino a un altro lato della rete di metallo leggero che delimitava quel posto malsano.
    Avrei potuto fare due cose, ma la velocità con la quale cerbero si sbarazzò del cancello me ne permise una sola.
    Riuscii a guadagnare le cadreghe e ad afferrarne una in tempo per poterla brandire in alto quando arrivò a portata e mi puntò.
    La roteai lentamente un paio di volte senza esagerare per tenerlo a bada.
    La bestia ringhiava e si preparava ad attaccare.
    Con l'adrenalina a mille pregai di non mancare il bersaglio, trattenni il respiro e quando saltò diretto verso la mia gola vibrai in orizzontale e descrissi un arco con la sedia.
    Il suo balzo si interruppe nel fracasso della sedia che andò in pezzi.
    Fido rovino' a terra intontito.
    Non sarebbe stato per molto: mi rimanevano solo pochi secondi.
    Saltai verso l'altra cadrega e da quella cercai di raggiungere l'alberello per issarmi fuori dalla portata di quelle fauci bavose.
    Cerbero mi seguì di pochi secondi e azzannò l'aria vicino al mio polpaccio nel momento in cui mi stavo aggrappando a un ramo.
    Mentre mi stavo tirando su, sperando che la bestia non stesse usando la sedia nello stesso modo, mi accorsi che oltre la rete metallica la strada si stava riempiendo di gente.
    Forse ero salvo.
    Ansimando ancora mentre mi aggrappavo alla disperata all'albello con l'animale subito sotto ancora molto vicino e pronto a farmi la festa, iniziai chiedere aiuto cercando di farmi sentire sopra quel tumulto di persone in arrivo.
    Sembrava esserci una discussione, o una sommossa.
    Individui vari dalla pelle chiara stavano urlando cose che non capivo verso altri dalla pelle più scura.
    Urlai sperando che uno qualsiasi di loro mi vedesse e venisse a prendermi.
    Il tumulto nel giro di poco scavallò la recinzione leggera e a quel punto il cane, rabbioso forse ma certo non scemo, e piu' ancora spaventato dal baccano, se la diede a zampe levate.
    Così io mi ritrovai appeso all' albero, circondato da facce nere e non molto raccomandabili che mi guardavano in modo indecifrabile.
    Sentii diverse mani tirarmi giu' e mi ritrovai sballottato e strattonato in mezzo alla turba.
    La gazzarra però era sul punto di scoppiare: volavano spintoni, si sentivano parole con tono velenoso da diverse parti, ma io non capivo cosa dicessero; la prima linea di quella battaglia  cambiava di attimo in attimo, cercavo di starne alla larga ma non era facile.
    Velocemente un cuneo di facce bianche si stava insinuando verso il punto in cui mi trovavo.
    Intuendo l'antifona continuavo a cercare di andare nella direzione opposta ma il muro umano dietro di me mi rendeva lentissimo e scivoloso ogni movimento, come una risacca angosciosa che ti ributta dove non vorresti.
    Una faccia bianca mi sibilò qualcosa che non potevo capire.
    La tensione e gli spintoni stavano aumentando di attimo in attimo, come l' elettricità nell' aria prima del temporale che stava per scoppiare.
    Ma quando l'esplosione di una fitta d'acciaio mi penetrò il fianco...ecco, quello fu  il primo e unico lampo che vidi prima del buio.

    "Non sai mai di essere l' altro finché un altro non te lo dice".

  • Come comincia: Asaliah era l'unico Angelo Custode infelice del Paradiso, per questo chiede a Dio di favorire la sua parte umana, concedendole l'opportunità di tornare sulla Terra in tale veste, per poter vivere una vita terrena con il neurochirurgo conosciuto nella sala operatoria dove era stato operato il suo ultimo protetto e di cui si è perdutamente innamorata. Ottenuto il consenso divino, si sposa e dà alla ...luce Yezalel, la sua splendida bambina, piccolo mezzo Angelo, tuttavia la sua esistenza è oscurata dalla presenza di entità demoniache che la perseguitano, fino ad arrivare a rapirle sua figlia, alla tenera età di cinque anni, per condurla negli inferi. Catapultata nell'atroce dimensione demoniaca, le viene rivelata un'incredibile, quanto terribile verità.

  • Come comincia: Asaliah was the only unhappy Guardian Angel of Paradise, so he requested and obtained from God to return to their robes half-human, to live his life with the neurosurgeon who had known, in that operating room where he was last operated. He married and had Yezalel, his daughter, but, unfortunately, his life was overshadowed by the presence of demonic entities that haunted her, coming to abduct her ...child, at the age of five years, to lead her to hell, where learned a terrible truth.