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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 8 ore fa e 48 minuti fa
    Irrefrenabile desiderio

    Come comincia: Io non volevo giocare... non gioco mai con le persone. Sono stata una stupida. Ho confuso l'alba col tramonto, non è difficile se non si sa dove ci si trova; hanno gli stessi colori e il sole ha la stessa posizione: è rosso e basso all'orizzonte. Avrei solo dovuto aspettare il tempo che ci voleva per vedere se nasceva o se moriva. Allora avrei capito. 
    E allo stesso modo ho scambiato per amore un desiderio. Tutto qui. Ho sbagliato. Capita no? Non sapevo più come liberarmene alla fine. Quel desiderio era diventato... Irrefrenabile? Si può dire, irrefrenabile? Ecco allora era irrefrenabile.
    E così... l'ho ammazzato.
    No, non il desiderio... Lui. Proprio lui. Lui Basilio, il mio amante.
    Beh, amante nel senso che mi amava. A modo suo. Lui. Io no. O meglio, non lo so. Credo di no, se no... non lo avrei ammazzato, ecco... Ma so anche che mi manca. Non sempre, no, mi manca se ci penso. Quindi cerco di non pensarci... No, non è così difficile: basta concentrarsi su qualche cosa da fare, che so, un libro da leggere, lo smalto sulle unghie, le parole crociate, qualcosa insomma che ti tenga distratto. No...non è vero. Ci penso. Ci penso di continuo. Lo vedo sempre lì, Basilio, addormentato sul mio letto, che russa. Basilio... Con un nome cosi non poteva che finire ammazzato. Se non lo avessi fatto io lo avrebbe fatto qualcun'altro. Basilio russava in modo spietato, senza il minimo ritegno, di continuo. No... no... ora che ci penso non mi manca. Non mi manca per niente!
    Voleva pure sposarmi. Ma glielo dissi che avevo troppo da fare, che non avevo tempo per andare a comprare il vestito, ordinare le bomboniere, fare gli inviti e preparare tutto quello che serve... glielo dissi un casino di volte. Non c'era verso di convincerlo. Lui doveva sempre avere ragione su ogni cosa! Disse che avrebbe fatto tutto lui. Io avrei solo dovuto dire sì! 
    Beh, sapete cosa gli ho detto? Vaffanculo, sì, vaffanculo!
    Mi sono sentita subito meglio dopo. Lui ha capito che non mi avrebbe convinta così facilmente. Non sono una tipa che puoi convincere così facilmente!
    La prima volta che lo vidi mi accorsi subito che aveva l'occhio spermatozoico... sì, io lo chiamo così lo sguardo di quello che non sai perché o percome ma ci finisci a letto presto, me ne accorsi di quell'occhio penetrante come una trivella... Lo ammetto, ho sbagliato. Avrei dovuto scappare invece di lasciarlo attaccare bottone. Comunque sia è andata così. Tre anni... no... tre e... quattro, quattro. Quattro anni con Basilio che russava. Ruttava anche. E scorreggiava. Non è sempre stato così... Col tempo si è rilassato il rapporto e anche i suoi sfinteri...
    Basilio era il classico uomo che una volta che sei con lui non riesci più a mollarlo... a meno che non lo ammazzi. Sì. Lo devi scannare come un maiale se no non c'è verso di toglierselo di torno.
    Finito di mangiare mi guardava e mi diceva: “pulisci la tavola prima del caffè”. Una volta sapete cosa gli dissi? Gli dissi: Vaffanculo! Sì, vaffanculo.
    Quella fu la volta delle costole rotte. Quattro. E questo!(INDICA IL DITO MEDIO).
    Non gli era piaciuto il fatto che lo avessi usato per mandarlo a fanculo. Io trovo invece che il medio accompagni bene la parola. Vaffanculo (COL MEDIO ALZATO)! Visto? Beh, lo prese e me lo spezzò... Poi mi diede quattro cazzotti in faccia e persi i sensi. 
    Quando invece mi chiese di sposarlo, e gli risposi vaffanculo, non andò cosi bene... Un calcio mi distrusse la milza, un altro il naso, tre denti, le solite costole e 3 giorni in coma... Però gli avevo fatto vedere che non sono una tipa che puoi convincere così facilmente.
    Io non volevo farlo innamorare quando lo incontrai... non gioco con le persone... non dovevo lasciarlo attaccare bottone.
    Basilio russava così forte quella mattina che non ho avuto cuore di svegliarlo. Qualche volta lo avevo fatto, ma era notte, e lui si era così arrabbiato che mi chiuse fuori sulla finestra tutta la notte... No, non mi picchiò. Mi prese per il collo da dietro e mi mise fuori sul balcone poi tiro giù la tapparella e mi lascio lì tutta la notte. Pioveva a dirotto. A febbraio piove spesso qui da noi.
    Comunque quella mattina non lo svegliai. Andai in cucina a preparare la colazione. Caffelatte, fette biscottate col miele di acacia, quello dolce dolce, un po' di muesli e succo di arancia. Mangiai tranquilla con il sottofondo di Basilio che russava. Era un'ira di dio quella mattina. Faceva tremare i vetri. La sera prima aveva mangiato come un maiale...Finita colazione, andai da Basilio e, senza svegliarlo, gli ho aperto quella testa di cazzo che aveva con la mannaia per la carne. Era un regalo di mamma. Non la ringrazierò mai abbastanza. Comunque, quattro colpi secchi sul cranio, tanto per stare tranquilla che non riprendesse a russare.
    No, no... non credo che mi manchi. Credo di no... Almeno per ora. Il desiderio è stato davvero irrefrenabile... Si può dire irrefrenabile vero? Ecco, sì, irrefrenabile.
    Povero Basilio. Con un nome così non poteva che fare quella fine. Ma forse il nome non c'entrava nulla... Forse è successo perché russava... Sì sì...e poi ruttava... e scorreggiava... Non era bello. Povero Basilio. Vaffanculo!

  • domenica alle ore 9:09
    ALBERTO IL MAGNIFICO

    Come comincia: “Intitolare un insieme di racconti da me scirtti (ben 88) con un titolo esageratamente altisonante…  lascia perdere!” Chi parla è il mio alter ego; io, da buon ateo, non ho un angelo custode come i cristiani ma un rompi c….che non si fa mai i cazzarelli suoi. Lo so che ‘il magnifico’ era detto il sultano turco Solimano ma stavolta lasciatemi esagerare. Giunto all’….mo anno di età, qualche licenza penso di potermela permettere anche per incoraggiarmi un po’: uno che da giovane era considerato per il suo fisico il ‘bell’Apollo’ (viva la modestia!) e ‘conquistatore di donne a getto continuo (Petrolini)’ all’apparire di rughe sul viso, perdita della muscolatura, colonna vertebrale tipo slalom, dolori sparsi un po’ in tutto il corpo, perdita della memoria e qualche… defaillance permettete che sia almeno un pò giù di morale. Anche passare il tempo in caserma fra ex colleghi (sono un ex maresciallo delle Fiamme Gialle) non migliora la situazione, il discorso va spesso a finire sulle malattie o peggio sul decesso di qualcuno dei nostri, una tristezza… L’unica consolazione una frase di mia moglie (molto più giovane di me) che mi ripete: “Sei sempre l’amore mio!” “Sarai sempre l’amore suo ma è un amore tutto sfasciato” Ti pareva che l’alter ego non si immischiasse peggiorando la situazione, str…o! Col mio senso dello humor riesco in parte a sollevarmi lo spirito. Talvolta mi capita di accompagnare Anna (il suo nome) a fare delle compere e vengo interpellato da qualche commesso: “Le piace quello che ha scelto sua figlia…” oppure qualche vecchia signora amica che, per darmi un po’ di corda: “Alberto non dimostri assolutamente la tua età! (pietosa bugia). Il peggio è avvenuto quando ho preso a sfogliare il mio album di foto, lì è stato il crollo finale. Ora basta con i piagnistei (peraltro inutili) e, se volete, leggetevi i miei racconti ed anche il mio romanzo ‘Tato il libertino ed il sapore di Venere’, edizione Albatros. Qualche critico (bontà sua) l’ha definito originale, 'piacevole, pregno di emozioni, a tratti erotico. C’è nostalgia miscelata a dolce ricordo di un’esistenza che viene gustata di nuovo attraverso la memoria.' Buona lettura.
     

  • domenica alle ore 9:09
    ALBERTO IL MAGNIFICO

    Come comincia:           ALBERTO  IL MAGNIFICO
    “Intitolare un insieme di racconti con un titolo esageratamente altisonante…  lascia perdere!” Chi parlava era il mio alter ego; io, da buon ateo, non ho un angelo custode come i cristiani ma un rompi c….che non si fa mai i cazzarelli suoi. Lo so che ‘il magnifico’ era detto il sultano turco Solimano ma stavolta lasciatemi esagerare. Giunto all’….mo anno di età, qualche licenza penso di potermela permettere anche per incoraggiarmi un po’: uno che da giovane era considerato per il suo fisico il ‘bell’Apollo’ (viva la modestia!) e ‘conquistatore di donne a getto continuo (Petrolini)’ all’apparire di rughe sul viso, perdita della muscolatura, colonna vertebrale tipo slalom, dolori sparsi un po’ in tutto il corpo, perdita della memoria e qualche… defaillance permettete che sia almeno un pò giù di morale. Anche passare il tempo in caserma fra ex colleghi (sono un ex maresciallo delle Fiamme Gialle) non migliora la situazione, il discorso va spesso a finire sulle malattie o peggio sul decesso di qualcuno dei nostri, una tristezza… L’unica consolazione una frase di mia moglie (molto più giovane di me) che mi ripete: “Sei sempre l’amore mio!” “Sarai sempre l’amore suo ma è un amore tutto sfasciato” Ti pareva che l’alter ego non si immischiasse peggiorando la situazione, str…o! Col mio senso dello humor riesco in parte a sollevarmi lo spirito. Talvolta mi capita di accompagnare Anna (il suo nome) a fare delle compere e vengo interpellato da qualche commesso: “Le piace quello che ha scelto sua figlia…” oppure qualche vecchia signora amica che, per darmi un po’ di corda: “Alberto non dimostri assolutamente la tua età! (pietosa bugia). Il peggio è avvenuto quando ho preso a sfogliare il mio album di foto, lì è stato il crollo finale. Ora basta con i piagnistei (peraltro inutili) e, se volete, leggetevi i miei racconti ed anche il mio romanzo ‘Tato il libertino ed il sapore di Venere’, edizione Albatros. Qualche critico (bontà sua) l’ha definito originale,piacevole, pregno di emozioni, a tratti erotico. C’è nostalgia miscelata a dolce ricordo di un’esistenza che viene gustata di nuovo attraverso la memoria. Buona lettura.
     

  • giovedì alle ore 19:16
    Padre

    Come comincia: Eccolo lì un nodo, uno di quei puntini nascosti in un groviglio che sembrano una chiara matassa della vita e invece se ci metti il dito, nel tentativo di toccarlo e scioglierlo, te lo ritrovi impiccato e stretto nella morsa; sì, eccolo lì un nodo, uno dei tanti, sparato nel mirino che inquadra un letto, un letto di morte. E sono lì, ora, dopo tre anni della vita vecchia, proiettata nel quarto anno della vita nuova, col corpo e la coscienza seduti accanto a un letto e con il filo che li lega all’anima, ed è lungo, lungo, lungo, fino ad uno dei nodi.E sei morto, quattro giorni dopo, nei miei occhi è rimasto il tuo corpo magro e il viso emaciato e maestoso incorniciato dalle pareti della tua stanza. La laurea in giurisprudenza datata 1947 con le didascalie in latino “Senarum Universitade” e l’onorificenza del Presidente della Repubblica che in pompa magna ti fregia di “Cavaliere” e poi più in là la foto con Papa Wojtila, tu e lui, le mani unite e il sorriso e lo sguardo dell’uno nell’altro.

    E questo filo lungo e annodato che vedo solo ora, guardando te, l’ho visto materializzarsi mentre col cuore colmo d’amore ti sussurravo parole gentili che potessero penetrare e blandire il tuo animo dolorante (il corpo no, era sazio di morfina e nulla più sentiva) quando la mia mano accompagnava un cucchiaio di minestra verso le tue labbra pronte dicendoti: - “sono pronta!”- e tu socchiudevi la bocca e ringraziando mi dicevi: “- anch’io”-.

    Il nodo, il nodo, uno dei nodi.

    Accanto a te ad aspettare la morte, perché da mio padre sono arrivata in ritardo, di quattro ore e te invece, ti ho accompagnato fino all’attimo prima. Eppure non mi hai cercata, son capitata da te per caso, mi dicevi. - “a domani cara”- e domani, io c’ero. Mio padre invece, mi cercava, mi voleva vicino ed è morto senza potermi vedere. Quanto mi ha cercata mio padre? Quanto teneva di me nel cuore, in quel momento e nei momenti in cui la mia vita non prevedeva la sua?

    Quanta è la colpa di un padre che pensa a sé e non si cura di altri se non del proprio presente e passato e quanta è la colpa di un figlio che concede al padre il contentino di un sorriso e di un abbraccio e forse anche con trasporto?

    C’ero, ci sono stata accanto a te, mio padre, nel tuo letto d’ospedale e mi son chiesta e mi chiedo se lì dov’eri, è stato per reale bisogno o per bisogno di essere amato, eppure dopo due mesi sei morto davvero; era il tuo ultimo tentativo di avermi accanto quando ormai le tue difese del passato erano crollate? Di sentire il mio amore o di darmelo un po’ d’amore?

    Di amore lasciato indietro negli anni, amore barattato per il tuo comodo e per il mio.

    Amore confuso, cancellato e imbrogliato col sorriso di cerimonia che il tuo e il mio ruolo esigevano. Pensa che davvero ti amavo e t’amo, nel mio andare e tornare nella tua vita; di te, m’accorgo ho un tessuto forte, i miei principi, i miei modi di dire e di fare, quanto sono ancorati ai tuoi!

    Ma non c’ero, quando hai lasciato la vita io ero in viaggio verso te, non ero accanto a te

    a sussurrarti i miei “credo”, ad accarezzarti l’anima come so fare con tutti; a te, il mio amore e la mia compassione, non sono toccati.

    So accompagnare, sai papà? So accompagnare con dolcezza e tenerezza, mi viene spontaneo, so sussurrare parole dell’anima che toccano le corde mie e del fratello morente e all’unisono si accordano alle note dell’aldilà. Ma con te non mi è stato concesso cantare quella musica, né a te è stato concesso udire la mia musica. Perché? Perché il mio treno è arrivato quella manciata d’ore più tardi. Tardi per tenere una tua mano fra le mie, per lasciare la voce del mio cuore nel tuo. Quel più tardi che era la musica nel tunnel, nel tuo e nel mio. Sei venuto però, a salutarmi. Nell’ora esatta che il tuo respiro si è fermato, nella mia cuccetta in quel vagone, mi hai svegliata e bagnandomi con l’acqua che non c’era, mi hai costretta ad alzarmi e senza più sonno, guardare l’orologio, cosicché dopo avrei potuto avere un riscontro. Il tuo ultimo saluto. Io non arrivavo e tu non potevi più aspettarmi. Ecco papà, oggi ti sono stata accanto, ti ho imboccato, accarezzato, sorriso e sussurrato parole amorose, ti ho dato un bacio ogni giorno nei tuoi ultimi giorni. Ti ho raccontato delle mie conquiste, ti ho letto l’ultima recensione che hanno fatto su di me. Ti ho fatto partecipe dei miei momenti di gloria e tu mi hai sorriso, sorriso ed annuito orgoglioso di questa figlia.

    Ogni giorno per giorni accanto a un uomo che moriva, come te, come mio padre. Non eri tu, non sei stato tu a morire con la gioia di tua figlia accanto, è stato un altro uomo che ha avuto me, figlia tua.

    La morte mi ha dato un nodo pronto da sciogliere, ha liberato il dito rimasto incastrato nel filo in questa stanza di Firenze e quel dito ha lacerato il tempo e le distanze, e ha toccato te, mio padre. Io ci sono accanto a te, adesso, con due anni di ritardo, ma tu sei lì dove il tempo non ha la stessa connotazione ferma del mondo, ha una pulsione eterna. C’ero, ci sono stata, a dirti addio, attraverso un altro padre io ti ho accompagnato nel passaggio e ti ho amato, ti ho avvolto d’amore in un abbraccio tenero mentre andavi nell’abbraccio eterno.
    Ecco papà, ora so che questa opportunità mi è stata regalata per farti arrivare quel momento che ho mancato, per farci incontrare in quel nodo che altrimenti sarebbe rimasto legato per sempre. Ora è sciolto, ora abbiamo vissuto quell’ultimo incontro che ci è mancato, a cui ho e abbiamo mancato.

     

  • 16 ottobre alle ore 10:57
    ONESTÀ, BELLEZZA, SESSO E SOLDI

    Come comincia: Che connessione possono avere l’onestà,la bellezza,  il sesso ed i soldi?  Ve ne renderete  conto leggendo il prosieguo di questo racconto. Alberto M.  maresciallo della Polizia Tributaria di Catania aveva molto da raccontare in merito, era considerato ed era in servizio un elemento assolutamente icorruttibile e, diciamo la verità, incorruttibile anche perché era ricco di famiglia da parte della madre Mecuccia S. (diminutivo di Domenica) proprietaria di numerosi terreni e fabbricati in provincia di Viterbo (era nata a Grotte di Castro), suo marito Armando, e padre di Alberto, aveva avuto l’occhio lungo: impiegato nella locale Banca di Credito di Viterbo nello scorrere i conti dei vari  clienti aveva constatato che la famiglia S. era decisamente ricca e la signorina Mecuccia era l’ unica erede. Anche se non molto alta tutto sommato era simpatica e carina. Armando faceva al suo caso perché la signorina Mecuccia desiderava una discendenza, soprattutto maschile, di alta statura e Armando era un bel fusto e così…Ritorniamo ad Alberto: il suo ufficio era all’interno della caserma ‘Angelo Maiorana’. Nato e vissuto a Roma per motivi di servizio del padre, era il classico caciarone e amicone di tutti, il suo ufficio la mattina era il ritrovo dei più simpatici e casinisti colleghi fra tutti l’appuntato Bonannella detto ‘lingua veloce’ per le frecciate che inviava ai colleghi ed ai superiori poveri di spirito e soprattutto a quelli considerati poco onesti (è un eufemismo per non chiamarli ladri). Era una mattina di luglio dell’anno 19… nell’ufficio di Alberto prima che le pattuglie uscissero per il loro servizio, si faceva bisboccia a base di granite, cornetti, bomboloni e cannoli tutto a spese del titolare dell’ufficio. Quella mattina caso volle che per sbaglio entrasse un vecchio maresciallo, Alfio M., non considerato cristallino in quanto ad onestà che aveva una borsa di coccodrillo. “Scusate ho sbagliato…” .Bonannella  “Venga cavaliere le offriamo qualcosa!” “Accetto volentieri ho dimenticato di far colazione.” Il cotale, gran spilorcio, ogni mattina cercava qualcuno che gliela pagasse. Finito  Alfio M. di sgranocchiare  un bel po’ di dolci entrò in azione il Bonannella: “Cavaliere ha una borsa favolosa di coccodrillo, costerà un  bel  po’ di  quattrini.” “Giovane  non  fare  insinuazioni,  io l’ho pagata i n c o n t a n t i!”  Tutti in coro: “Si con tanti ringraziamenti!” Risata generale e ritirata strategica del povero Alfio M. Quella mattina la pattuglia di Alberto composta dall’immancabile Bonannella e da altri due finanzieri era in verifica,  unitamente ad altre pattuglie, ad alcuni grandi magazzini sparsi per la città  del commendatore  Giuffrida che godeva fama di benestante: macchine di lusso, moto per i due figli, un entrobordo di dodici metri e villa favolosa alla foce del fiume Simeto oltre ad grande appartamento in via Etnea situato all’ultimo piano  con vista panoramica sulla città. Venuto a conoscenza della verifica in corso, il commendatore Giuffrida si catapultò in uno dei suoi negozi dove incontrò il maresciallo Alberto M: ed i suoi accoliti. A questo punto è d’obbligo una descrizione del cummenda: cinquantenne, non molto alto, faccia sempre sorridente (in quella occasione un po’ meno) epa da commendatore con gilet e catena d’oro con orologio antico pure d’oro. Divorziato dalla moglie, aveva sposato una ragazza dell’est europeo, ungherese, che tutti descrivevano favolosamente bella; era stata una modella, bruna, occhi invitanti ed il resto  immaginate voi.“Che piacere incontrarla qua, avrei voluto conoscerla prima ma non c’è stata occasione, venga nel mio ufficio.” Discorsetto indirizzato ad Alberto M. il quale capì subito l’antifona. Il commendatore la prese alla larga prima di arrivare al punto. ”Mi dicono i miei consulenti che la mia contabilità è regolarissima ma voi dovete pur trovare qualcosa, fate voi. Penso che dopo una settimana di lavoro con questo caldo avrete un po’ bisogno di riposare, non pensi che la voglia corrompere ma vorrei invitarla nella mia modesta villa alla foce del Simeto, dietro c’è una oasi naturale che potrebbe visitare, è molto rilassante.” Alberto accettò, voleva rendersi conto dove il commendatore andasse a parare. Si presentò in villa una domenica alle nove del mattino vestito sportivo come richiedeva il posto. Il  commendatore gli venne incontro sorridendo. “È un vero piacere averla qui, non le domando nulla della verifica vorrei che lei passasse una giornata distensiva, alle tredici un pranzetto a base di pesce, ho una cuoca molto brava per il vino ovviamente un bianco dell’Etna, poi vedrà, per ora, se si vuole spogliare andremo sulla spiaggia. Capanno enorme e con tutti i confort. I due sotto l’ombrellone guardavano il mare, avevano poco da dirsi. Alberto era ad occhi chiusi per ripararsi dal sole quando ad un  certo punto il sole sparì lasciando allo stupefatto spettatore una visione difficile da definire, forse angelica: capelli castani lunghi sino alla vita, costume alla brasiliana, immaginate voi, seno non molto pronunciato da modella, viso non c’è altro aggettivo che bellissimo insieme alla vita stretta ed alle gambe chilometriche. Forse Alberto aveva in viso un’espressione forse un pò ebete tanto che il commendatore si mise a ridere riportando il suo ospite alla realtà. “Vedo che mia moglie l’ha impressionata, anche se è un po’ più giovane di me (alla faccia dell’eufemismo) mi vuole molto bene, vero cara?” L’interpellata annuì, prese una sdraia e si posizionò vicino ad Alberto. “Sono Brigitta, ho imparato un po’ l’italiano, mi piace la vostra lingua, è armoniosa. Lei è sposato, fidanzato o che…” “Niente di tutto ciò in quel campo vivo alla giornata, quando avrò l’età del commendatore andrò in Ungheria…” La conversazione prese un’altra piega, Alberto aveva la licenza del liceo classico e si mise a parlare di scrittori italiani, francesi e russi, di magiari non ne conosceva, Brigitta lo seguiva affascinata, anche lei aveva seguito studi classici e così la conversazione, escluso il commendatore, seguitò sin quando un cameriere annunziò  che il pranzo era servito.  Arredamento moderno e di gusto sicuramente
    affidato ad un bravo architetto. “Commendatore complimenti per la sua magione, veramente favolosa!” “La ringrazio ma ora diamoci ai piaceri della tavola, il finale come immaginerà sarà a base di dolci catanesi innaffiati con un Dom Perignon del 1954, difficile da reperire. Dopo una siesta sotto un albero vicino alla villa, Alberto decise di rientrare alla base. Stava per salire sulla sua vecchia ed amata Cinquecento quando ricordò di aver lasciato il suo borsello all’ingresso, lo recuperò, salutò di nuovo i suoi ospiti e poi in caserma nella sua camera. Classico sonnellino alla romana e poi al risveglio la sorpresa; rovistando dentro il borsello trovò un biglietto esplicito: ‘Mi sei piaciuto subito, chiamami a questo numero di cellulare per stabilire quando potrai venire in villa a …farmi compagnia.B’
     Alberto pensò a lungo alla situazione: il commendatore aveva le polveri bagnate e sperava con l’aiuto della consorte di mettergli la museruola. Questo gli fece ancora di più drizzare le orecchie che pensò quali potessero essere le magagne, sicuramente di grossa portata per convincere il marito di quella gnocca a farsi…Evidentemente non si doveva trattare della solita evasione fiscale, in quel periodo era molto di moda far girare i propri capitali fra vari paradisi fiscali per la loro non tracciabilità, ovviamente si doveva trattare di ingenti somme di denaro ed in questo senso indirizzò le sue indagini. Col passar dei giorni capì che aveva fatto centro, informò dell’accaduto il maggiore Trifirò comandante del Nucleo di pt che lo incoraggiò a seguitare nell’accertamento col massimo segreto. Alberto però voleva dare un colpo oltre che al cerchio anche alla botte…A questo punto ricordò gli insegnamenti del vecchio nonno Sinesio, padre di sua madre, vecchio  furbo mignottaro (alcuni dei figli delle contadine gli assomigliavano un po’ troppo!) il quale prima che lui si arruolasse in Finanza lo chiamò da parte e, indicando l’ombra sul terreno che faceva la sua figura gli disse una frase che rimase impressa nella mente del giovane Alberto: “Vedi quell’ombra? Nella vita non devi fidarti nemmeno di lei specialmente quando sarai in servizio della Guardia di Finanza.” Era stato esplicito ed Alberto tenne questo consiglio sempre presente. Applicandolo nel suo caso pensò malignamente, ma forse giustamente, che Brigitte lo volesse far andare nella villa dove potevano essere stati posizionati telecamere e microfoni per registrare le sue mosse e le conversazioni con conseguente ricatto. Contattò il direttore dell’hotel ‘La Ville’ Ferdinando G. un romano che aveva modo di conoscere (ed… aiutare un po’) in occasione di una verifica e: “Hello how are you my friend?” Arbè t’ho riconosciuto subbito, inutile che cambi lingua, noi romani tra de noi…” “Vecchio zozzone mi occorre una stanza nel tuo albergo dove entrare senza essere visti da altri, si tratta di una signora molto conosciuta…” “Famme sapè  giorno e ora, sarò addisposione.” Alberto chiamò il numero del cellulare indicato da Brigitta. “Aspettavo la tua telefonata, quando puoi venire in villa?” “Ho dovuto cambiare programma per motivi che ti dirò a voce,  domani sera va con la tua auto nella piazzetta del Consolato del Mare e aspettami.” Il motivo della scelta di quella piazzetta era  perché poi si diramava in quattro strade e sarebbe stato difficile indovinare dove era andato Alberto. “Avevamo con cordato che venivi in villa…” “Ne parleremo a voce, a domani.” I sospetti di Alberto divennero certezze, il commendatore doveva aver fatto piazzare telecamere e microfoni in ogni punto della villa ma… gli era andata male.”  Come riuscire a seminare qualcuno che sicuramente avrebbe seguito la signora? Con l’aiuto di Bonannella che, messo al corrente  della situazione, non parve vero entrare nello spirito dello spionaggio. ‘Lingua veloce’ per fortuna aveva una cinquecento dello stesso colore di quella di Alberto cosa che aiutò molto nell’esecuzione del piano per sfuggire a qualche investigatore privato messo alle calcagna della moglie dal commendatore. Dietro richiesta di Alberto Bonannella aveva portato in macchina la consorte posteggiando dietro la Cinquecento del suo capo sezione; giunse una BMV guidata da Brigitta che, dietro invito del suo prossimo amante si infilò nella sua Cinquecento che partì a tutto vapore. Il resto lo raccontò Bonannella: “ Un po’ lontano, dietro la sua macchina era giunta una Mercedes  dal quale erano scesi due individui che a gesti indicarono la sua auto,  a questo punto ‘lingua veloce partì in direzione diversa da quella presa da Alberto e vide che la Mercedes lo seguiva: tutto a posto il commendatore era stato servito!“ Alberto chiamò al telefonino Ferdinando il quale gli disse di posteggiare dietro l’albergo, lì c’era un’uscita di servizio ed un ascensore che portava ai piani superiori. Tutto filò liscio, Ferdi accompagnò i due amanti in pectore che entrarono in una stanza grande e ben arredata anche con fiori freschi, il direttore si era fatto onore. All’inizio un po’ d’imbarazzo, Alberto spiegò a Brigitta il perché di tutto quel traffico, la cotale si fece matte risate e poi: ”Hai indovinato quel panzone  voleva incastrarti, ben gli sta anche per le corna che prossime venture gli compariranno sulla fronte. E così fu: dopo la doccia simultanea Alberto ebbe modo di scialarsi alla vista di un corpo magnifico e soprattutto molto disponibile. Dopo il primo…assalto Alberto: “Scusa ma da quanto tempo…” “Ho capito dove vuoi arrivare, mio marito è quello di: vado, l’ammazzo e torno, dopo un minuto tutto finito e poi mi fa anche un po’ schifo.” Al mattino alle nove il telefono: “Sono Ferdinando vi porto la colazione, penso abbiate fame…” La storia ebbe un lieto fine per Alberto che ebbe un encomio da parte del Comandante della Zona di Palermo per il brillante risultato ottenuto, il commendatore era finito all’hotel ‘Piazza Lanza’  (carcere di Catania) ma a Brigitta la cosa era del tutto indifferente in quanto nel suo conto in banca il marito le aveva accreditato una notevole somma di denaro, inoltre si godeva la villa al mare e l’appartamento in città oltre che di una BMV; del dodici metri non gliene fregava nulla, l’avevano preso i figli del cummenda. Vi domanderete come finisce la storia: i due amanti si erano innamorati e poi, dopo il divorzio di Brigitta, sposati. Alberto si era fatto trasferire alla sede di Messina dove trovò colleghi e superiori cordiali e amichevoli per la sua simpatia e per i suoi risultati di servizio conosciuti da tutti.
     
     
     
     
     
     
     

  • 13 ottobre alle ore 13:11
    UN AMORE TRAVAGLIATO

    Come comincia: Alberto M. abitava temporaneamente a Roma in via Marsala, frequentava l’università, era iscritto alla facoltà di lettere moderne in quanto ne ‘mangiava’ poco di materie scientifiche. Sradicato dalla natia Cingoli (Mc) o meglio dalla frazione di Troviggiano, aveva presto fatto amicizia con i colleghi anche se aveva dovuto sborsare un bel po’ di quattrini per evitare che, in qualità di matricola, fosse sottoposto a pesanti scherzi di cattivo gusto. Lo differenza di ambiente non lo aveva sconcertato anzi stava fuori con gli amici sino a notte inoltrata passeggiando per le vie della movida e talvolta frequentando qualche bella e costosa passeggiatrice. Ovviamente gli studi andavano a rilento ma non c’era nessuno che lo rincorreva, i suoi genitori erano anziani: per il padre proprietario di case e terreni e per la madre insegnante elementare era stato il figlio maschio tanto desiderato e passavano sopra alle sue marachelle che, anche da giovanissimo, erano la sua specialità. La sua vita cambiò radicalmente alla morte dei suoi genitori, una morte assurda: i due spesso andavano in giro per le campagne per portare a casa delle erbe che consideravano curative e ringiovanenti ma l’ultima volta avevano scambiato una molto velenosa con una innocua con la conseguenza di un ricovero all’Ospedale di Cingoli e poi a quello di Ancona. Per loro nulla da fare, solo un trapianto di fegato li avrebbe salvati ma in giro non ce n’erano compatibili con il loro. Alberto con la sua Lancia Appia giunse ad Ancona bruciando semafori facendo sorpassi irregolari ma arrivò troppo tardi. Non gli rimase altro che contattare un’impresa di pompe funebri per far trasportare le salme al cimitero di Cingoli dove c’era una cappella per tutta la famiglia. Passata la buriana della messa, dei discorsi, degli abbracci e delle rotture di p…, Alberto cercò di fare il punto della situazione. Ormai non se la sentiva di rimanere nel natio borgo selvaggio e quindi accettò la proposta del vecchio zio Camillo il quale, ricchissimo, comprò in blocco tutte le proprietà del coniugi M. rendendo Alberto il giovane più che benestante, ricco. Rientrato ma Roma pensò per prima cosa di comprare un’abitazione nei pressi della stazione Termini, contattò un’agenzia  e gli fu proposto l’acquisto di un appartamento in via Cavour di 150 metri quadri; il padrone anziano era deceduto ed i nipoti, abitanti a Milano, avevano preferito vendere l'abitazione ad Alberto proponendogli anche di acquistare anche un altro loro appartamento nello stesso piano facendogli uno sconto sul prezzo. Alberto non ci pensò due volte, ormai se lo poteva permettere ed aveva in testa di riunirli in uno unico. Contattò uno studio di architetti in via Cavour e,  dopo una settimana, gli fu presentata una pianta che prevedeva l’abbattimento di vari muri, l’apposizione di vetri doppi e delle coibentazioni alle pareti interne per evitare che i rumori della strada lo disturbassero e mobili moderni che valorizzavano di molto quella ‘reggia’ di 300 metri quadri. Per l’inaugurazione invitò un sabato i colleghi e le colleghe dell’università appoggiandosi per il buffet ad un esercizio della vicina piazza di S.Maria Maggiore. Tutte le luci accese, stereo a tutto volume, fiumi di spumante (Alberto era un nazionalista, niente champagne) che ben presto resero allegra tutta la compagnia, due coppie si erano ‘ritirate’in due camere da letto, Alberto fece finta di nulla, lui non poteva permetterselo quale padrone di casa. Circa alle tre di notte tutti a casa con i taxi per evitare guai con la polizia, erano la maggior parte ubriachi. Il  giorno successivo il portiere Nando  Proietti: “Dottore scusi ma stanotte tutti gli inquilini…” “Nando intanto non chiamarmi dottore ma Alberto e poi era l’inaugurazione della mia nuova casa, se mi permetti un caffè…e mollò al cotale due cinquantini e, forse perché inaspettati, resero subito servizievole Nando. “Mi capisca io…” “Non ti scusare quando hai bisogno io son qua.” “Pure io dottore pardon, Alberto.” Nando era stato in Francia a lavorare ed ogni tanto si esprimeva in quella lingua.
    Alberto studiava anche per rispetto dei defunti genitori e poi voleva diventare insegnante, fare il nulla facente per tutta la vita non gli andava e poi…non si sa mai come diceva sua madre. Le feste in casa sua si diradarono, non voleva inimicarsi gli altri abitanti del palazzo, tutti liberi professionisti, tranne un trio di donne o meglio due signore ed una ragazza piuttosto giovane. “Nando vorrei notizie su quelle tre donne…”
    “Chiamo mio figlio per sostituirmi nella guardiola e poi ti raggiungo nel tuo appartamento, voglio raccontarti tutto lontano da orecchie indiscrete.”“Allora Nando…”
    “Si chiamano Anna e Lucia le due signore, Rossana la loro figlia, non ti meravigliare di quello che ti ho detto le due donne sono lesbiche, si sono sposate in Danimarca e Rossana è figlia di Anna, ovviamente con l’inseminazione artificiale tutto li.Tutte e due le signore avvocate, lavorano in uno studio in via Volturno, la cosa è risaputa da tutti gli inquilini ma nessuno se ne meraviglia, son tutte persone di ceto elevato anticonformiste.” “La ragazza è molto bella e bionda tipo nordico, sicuramente deve assomigliare a suo padre, le due signore sono brune.” “È probabile  in ogni caso sono piuttosto inavvicinabili, hanno i loro amici ed amiche fuori da questo palazzo e nessuno le viene a trovare.” “Mi ha colpito la ragazza che mi pare tu abbia detto si chiama Rossana, vorrei conoscerla.” “Non sarà facile, la ragazza frequenta l’ultimo anno di liceo scientifico in via Cavour e non dà confidenza a nessuno, a me mi saluta appena, è una ragazza molto sensibile, fa la volontaria in un’associazione che fa beneficienza, non ti posso aiutare.” Le difficoltà non avevano mai fermato Alberto anzi erano state uno sprone a trovare soluzioni a problemi difficili e la soluzione venne fuori, una soluzione un po’ ingarbugliata. Una mattina Alberto vide da lontano Rossana che stava per rientrare a casa e, nel momento in cui la ragazza entrava nel portone,  fece finta di cadere a terra e cominciò a lamentarsi toccandosi le testa e le costole sempre rimanendo sdraiato sul primo gradino della scala. Rossana cercò il portiere che, avvisato in tempo di quanto Alberto aveva escogitato, era sparito dalla circolazione, allora Rossana citofonò alle ‘madri’ le quali accorsero con l’ascensore. “Dobbiamo chiamare il 118,, come sta signor…” Alberto aprì gli occhi non smettendo di lamentarsi. “Non penso sia nulla, se mi date una mano vorrei rientrare a casa mia.” Con l’aiuto delle tre, ad una delle quali aveva dato la chiave di casa, rientrò e fu adagiato sul suo letto. “Andate pure, vi siete sacrificate anche troppo, grazie.” “Resterà con lei Anna fin quando si rimetterà, chiamerò Nando, non so dove sia finito, quando c’è bisogno sparisce!” Alberto lasciò passare una settimana per ‘guarire’ e poi si presentò alle 17 di un pomeriggio con un gran mazzo di rose bianche alla porta delle tre dame che abitavano sopra di lui e: “Vorrei che accettaste questo modesto dono per ringraziarvi della vostra cortesia.” Aveva aperto la porta Anna la quale, un po’ meravigliata, gli fece cenno di entrare. “Lucia c’è qui quel signore che una settimana fa si era fatto male.” “Lucia anche lei in vestaglia come sua moglie (o suo marito) gli porse la mano, in fondo non erano così scostanti. “Me ne vado subito, non vorrei disturbare.” Nel frattempo si era presentata Rossana in minigonna e maglietta scollata, Alberto posò lo sguardo su di lei un po’ più troppo a lungo del dovuto e se ne accorse dalle facce della due signore. “Sicuramente l’avranno reso edotto della nostra situazione…” “Signore mie sono un anticonformista per natura, quando ero in collegio dai preti hanno espulso perché contestavo in toto la religione cattolica e quindi…” “Ci fa piacere anche perché ci sembra lei sia una brava persona, noi stiamo molte attente a chi frequentiamo per ovvi motivi. Per lei faremo un’eccezione (aveva parlato Lucia) la inviteremo a mangiare al ristorante ‘Urbana’ dietro casa, il prossimo sabato, sempre che lei sia d’accordo. Ad Alberto non pareva vero riuscire ad avvicinare Rossana. La serata fu piena di allegria, Alberto descriveva la vita agreste dove era nato coni vari personaggi particolari, ognuno di loro aveva un soprannome e fece molto ridere le tre dame. Ovviamente Alberto aveva preso da parte il padrone ed aveva pagato in anticipo il conto. Quando Anna: “Aurelio il conto.” “Signora tutto pagato dal signore.” “Ma l’avevamo invitato noi…” “Mio padre, vecchio signore di campagna, mi ha insegnato ad essere cavaliere col gentil sesso. Perché sorride?” “M’è venuto in mente un vecchio detto: un signore con tre dame fa la figura del salame!” “E lei chi sceglierebbe?” Aveva parlato Lucia (poi ve le  descrivo tutte e tre) e Alberto, bugiardamente, "Ovviamente lei anche se non vorrei che si scatenasse una guerra, ai tempi che furono per una mela d’oro ci fu la guerra dei dieci anni fra greci e troiani!” “Debbo ammettere che lei è una buona compagnia, ha il senso dello humor non casereccio come quello romano. A questo punto mi spingo oltre anche se in contrasto col mio modo di pensare: vorrei che lei desse una festa a casa sua che mi risulta grande con noi ed i nostri amici(diciamo un po’ particolari), il nostro appartamento è troppo piccolo e noi siamo in tanti, andrebbe bene sabato prossimo?. “Accordato.” Aveva avuto ragione Lucia: la maggior parte degli uomini e delle donne erano omo, tutti vestiti in maniera particolare e talvolta bizzarro come loro natura ma in fondo divertenti e sicuramente agiati dato il tanto oro e gioielli che indossavano. La loro musica preferita? Sicuramente i lenti che imperarono per tutta la sera. Un maschietto (si fa per dire) in compagnia di Anna si avvicinò ad Alberto: “Ma che bel giovane dove l’hai pescato, forse lui non…io sono Francesca” “Francesca hai detto bene io non…”e l’abbracciò perché non si offendesse. Vi avevo promesso di descrivere le due coniugi: Anna era più bassa di sua.., fisico robusto, lineamenti piuttosto maschili e gambe muscolose, (forse lei era il  marito) , Lucia più alta, longilinea, viso delicato, seno piccolino vita stretta, gambe magroline e piedi lunghi e stretti, bellissimi per un podofilo (amante dei piedi), forse era la moglie ma la più interessante, ovviamente era Rossana: biondissima, capelli lisci e lunghi, viso delicato, naso piccolino e all’insù (Alberto non amava nelle donne i nasi grandi, sembravano dei travestiti) vita stretta, gambe chilometriche, ragazzi miei un gran pezzo di … ed anche furba e lo dimostrò subito. Ballando con Alberto: “Senti giovan di belle speranze, non penserai che abbia creduto a quella tua caduta, non sono un’ingenua, ne ho conosciuti di ‘sun of the bitch’ ma tu li superi tutti, hai molta fantasia!” ”Spero sia un complimento, dirti che mi sei piaciuta subito sarebbe una affermazione ovvia ma mi sei piaciuta non solo per la tua bellezza ma soprattutto per il tuo sorriso, per il modo di camminare e naturalmente per il tuo fisico, ho giurato di non guardare più altre ragazze.” “Ed allora andrai in bianco per molto tempo…” “Non pensavo però che fossi cattiva d’animo…io povero naufrago fra tante procellose onde…” “ Ma quali onde, sei arrapato come un riccio arrapato!” “Alla faccia della sincerità, così peggiorerai la situazione perché mi piaci ancor di più, ti giuro sarò casto e puro sino a quando…” “…Andrai in pensione ed ora un po’ di musica allegra, stò branco di fin…i la smetteranno di strofinarsi!”Musica brasiliana indiavolata inondò il salone con le  proteste degli astanti andate a vuoto, Rossana era irremovibile e cominciò a ballare con Alberto in verità un po’ ammosciato, da quello che aveva ascoltato…Alberto si sedette su un divano seguito dalla sua, per modo di dire, bella. “Hai un bel nome, chi te l’ha imposto?” “ È  una storia strana, Lucia la mia vera madre aveva una nonna che si chiamava Rosanna, questo è il mio vero nome ma siccome non mi piaceva l’ha cambiato in Rossana.” Nel frattempo Alberto aveva cambiato macchina, una Maserati Gran Cabrio pluri accessoriata al posto della vetusta Appia. Con la nuova macchina si appostava nei pressi dell’uscita della scuola di Rossana la quale la prima volta prima di ‘imbancarsi’ guardò a lungo in faccia Alberto il quale: “Non è di tuo gusto?” “Inutile che sfoggi tanta ricchezza, con me non c’è nulla da fare”. Ovviamente le compagne di Rossana le facevano i complimenti sia per il fisico di Alberto che per la meravigliosa auto ma lei: “Non mi interessa!” “Allora sei proprio scema”  la risposta unanime delle ragazze.” Come capire l’atteggiamento di Rossana? Solo lei sapeva la storia, si era innamorata pazzamente di un compagno di scuola che  lei aveva scoperto a scuola, nel gabinetto delle donne a baciarsi con una sua collega. Rossana era di carattere violento e quella storia l’aveva profondamente colpita ed aveva giurato a se stessa… ma questo Alberto non lo sapeva e quindi non ci si raccapezzava. Un fatto particolare avvenne nel frattempo : una mattina  Anna, non andata a lavorare, si presentò in vestaglia da Alberto che aprì la porta ancora insonnolito. “Ciao, quale buon vento…” Ma quale vento , Anna vogliosissima aveva cominciato a baciare in bocca Alberto il quale, a digiuno da molto tempo, non resistette e trascinò la dama nel suo letto. Dopo un paio di ore Anna: “Mi hai distrutto brutto zozzone!” Lo zozzone sarei io, ora cosa dico a Rossana” Anna non rispose e sparì dalla circolazione. Quel giorno Alberto non andò a scuola a prendere Rossana la quale ormai si era abituata alla sua compagnia e ci rimase male. Le compagne: ”Hai visto che fine hai fatto a dirgli sempre di no, ci sono un bel paio di corna in vista, ben ti sta!” Anche se non lo voleva ammettere nemmeno a se stessa, Rossana si stava innamorando del bell’Alberto. Rossana col suo intuito femminile capì che era successo qualcosa, forse Alberto aveva trovato una.. compagnia femminile e così la loro storia era finita, maledì se stessa, non bisogna tirare troppo la corda ed a lei era finita male! Tornò a casa sconvolta, Lucia:”Ti senti male, hai una faccia…” “Non ho fame, vado a letto.” Anna fece finta di nulla ma nel suo intimo sentimenti contrapposti, si era lasciata andare per un fuggevole contatto sessuale che l’aveva lasciata si soddisfatta ma a scapito di Rossana, un bel casino! Il giorno dopo la mattina con una scusa uscì dall’ufficio e da un telefono pubblico chiamò Alberto: “Sentimi bene, il mio è stato un capriccio ma non voglio rovinare la vostra storia, ne soffrirei per  tutta la vita, ti prego di riappacificarti con Rossana, non deve sapere nulla di quello che è successo fra di noi, tutta la mia famiglia ne risentirebbe, sarebbe un disastro, pensaci prima di prendere una decisione.” Alberto in verità stava anche lui soffrendo, Rossana era entrata profondamente nel suo cuore e la loro lontananza era per lui oggetto di forte disagio ed amarezza, decise di far finta di nulla e di andare a prendere Rossana a scuola. Immaginate la scena: la ragazza scioccata prese a correre e, senza aprire la portiera dell’auto, ci si tuffò dentro prendendo in contropiede il buon Alberto che fu meravigliato ma contentissimo, dunque anche lei l’amava profondamente! Rossana quel giorno non tornò a casa sua, disse che sarebbe stata un paio di giorni a casa di una compagna di scuola, solo Anna capì la verità e ne fu contenta, l’armonia della famiglia prima di tutto. Un paio di giorni di fuoco in casa di Alberto: i due mangiarono pochissimo e passavano la maggior parte del tempo a letto. Dopo due giorni Rossana, che nel frattempo non era andata a scuola, si ripresentò candida candida in famiglia. Lucia: “Ti vedo bene, vuol dire che eri in buona compagnia!” Frase criptata che voleva dire tutto!
     

  • 10 ottobre alle ore 22:36
    Onironauta

    Come comincia: Da bambina credevo che la mia casa potesse diventare mare. Se fossi riuscita a serrare porte e finestre per bene, rovesciando grandi quantità d'acqua avrei cominciato a fluttuare come una sirena e l'acqua pian piano mi avrebbe portata senza sforzo a raggiungere la vetta del soffitto.
    Il mio corpo sarebbe stato leggero di piuma e tutto intorno Debussy a ricordarmi dell'anima e del suo gioco immortale.

    Allora ho scritto su di me una storia di mare e corpi leggeri. Di ululati in stanze chiuse che l'acqua vuol soffocare.
    Di vita attraverso la vita. Che abbatte. Rinvigorisce. Riprende. E abbandona.
    Senza peso.
    Un nuotare alato di farfalle notturne. Mentre fuori tutti stonano, io sono dentro. 
    Volteggio senza tempo come acrobata senza rete di sicurezza.
     

  • 10 ottobre alle ore 8:40
    UN AMORE ALTRUISTA

    Come comincia:  Ad Alberto M. la mattina appena sveglio accadevano fatti alquanto strani, forse la sera aveva esagerato con il mangiare o con le bevande alcoliche? Quanto mai, era al limite del diabete e seguiva una stretta dieta e allora? Era in quel periodo della vita (cinquanta anni) in cui la memoria fa brutti scherzi nel senso che ha perfetti ricordi degli avvenimenti degli anni precedenti ma non riesce facilmente a memorizzare quelli recenti. Cercava di mascherare questa sua situazione ma la gentile consorte Anna M., di ventisei anni più giovane, lo ‘leggeva’ come un libro aperto e quindi…”Oggi è sabato e non vado in ufficio e quindi apriti con l’amore tuo grande, son tutta orecchie.” “Promesso che non mi prendi per il culo?” ”Giuricchio.”
    “ More solito fai la furba, ad ogni modo dato che mi hai classificato amore tuo grande…ti racconto quello che mi è accaduto. Da questa mattina  appena sveglio mi ronza in testa una poesia del Carducci che ho studiato al ginnasio, recita così: Contessa cos’è mai la vita? È l’ombra d’un sogno fuggente, la favola breve è finita, il vero immortale è l’amor, aprite le braccia al dolente, vi aspetto al nuovissimo bando ed or Melisenda accomando un bacio a lo spirto che muor.’ Siamo nel dodicesimo secolo, il principe di Blaia ‘Rudello’ (già dal nome…), sentiti i racconti di pellegrini che lodavano la bellezza della principessa Melisenda, si era imbarcato su un suo vascello per raggiungerla ma durante il viaggio si ammalò gravemente e, prima di morire, ottiene un  bacio da Melisenda. Un principe con tanti pezzi di f…. che gli girano attorno fa un lungo viaggio per conoscere una mai vista e ci rimette le penne, che ne dici cara, io mi sarei io messo in viaggio…” “Tu sei un pigrone, col cavolo…lasciamo perdere le sciocchezze e servimi a letto un vassoio con bioches, cappuccino e spremuta di arancia.” “Io che ci guadagno?” “Hai detto bene guadagno ma te la devi meritare!” “Ed io svicolo…” “Ed io pure, abbiamo finito di dire fregnacce, vai!” I coniugi M. se la passavano proprio bene da un paio di anni in seguito ad un’eredità (piovuta è il giusto termine) dall’Australia da un parente sconosciuto che aveva cercato i suoi affini in Italia per non lasciare i suoi beni ai parenti colà residenti e così Alberto ed Anna si erano trasferiti da un modesto appartamento di via Colapesce di Messina in un complesso di lusso ‘Il Parnaso’ dove dimoravano i più in di questa città. I più in non comprendevano solo professionisti e gente dalle ottime  possibilità finanziarie ma anche qualche coppia in cui la gentile consorte, decisamente bella (e costosa)  era gentile anche con qualche maschietto di passaggio. Alberto, vecchio mign….ro aveva subito scoperto Elena, bionda alta, bellissima e, a detta di chi la conosceva a fondo, molto cara, ma ne valeva la pena (potendo…). “Se ti avvicini a quella ti cavo gli occhi!” “Sei sempre esagerata, magari uno schiaffone…” “Hai capito benissimo.” E così l’Albertone, anche perché abituato a non pagare le prestazioni femminili, girava al largo. Anna non aveva voluto lasciare il suo impiego al Genio Civile (nella vita non si sa mai diceva lei) e così tutti i giorni, escluso il sabato si recava al lavoro con la nuova auto, un Twingo Renault munita di tutti gli accessori. Anna aveva fatto amicizia con una signora del loro stesso piano che purtroppo era costretta a letto paralizzata per un grave incidente stradale, bella donna bruna dai capelli lunghi. Laura F. questo il suo nome, gradiva la compagnia della dirimpettaia anche perché non riusciva ad aver confidenza con l’infermiera, donna tipo corazziere, rozza, che l’accudiva per qualche ora del giorno. Laura era una donna colta, ex insegnante al liceo classico di materie letterarie parlava tre lingue per essere stata all’estero col padre ambasciatore. Purtroppo suo marito, con la scusa del lavoro (era il rappresentante di importanti ditte alimentari) dopo l’incidente si interessava ben poco della consorte e si era ‘fatta’ un’amichetta molto più giovane della quarantenne consorte. Non vi ho parlato di Alberto: ebbene il non più giovane signore (era  cinquantenne) ex impiegato dell’ufficio delle entrate, ex perché all’arrivo dell’eredità dall’Australia, aveva preferito stare in panciolle e girava con la Jaguar X type munito della fida macchina fotografica Nikon. Aveva fatto amicizia con un fotografo professionista con negozio a piazza Cairoli, il salotto della città, e talvolta seguiva nei suoi servizi Gaetano P. senza guadagnarci nulla, col solo piacere di presenziare a cerimonie varie, prime fra tutte i matrimoni, era diventato anche molto bravo a sviluppare e stampare in bianco e nero, foto apprezzate  dagli intenditori. Naturalmente per un tipo ‘frizzante’ come Alberto la normalità non era di casa e così, dopo la sua presentazione da parte di Anna alla signora Laura, prese a frequentare la sua casa per farle compagnia. In totale assenza del legittimo consorte, era l’unico interlocutore della dama la quale cominciò ad apprezzarlo anche per il suo spirito romanesco (era romano dè Roma, quartiere S.Giovanni). Le raccontava i pettegolezzi sulla gente più in vista di Messina (corna, fallimenti, figli di importanti personaggi che avevano fatto outing  quali omosessuali) e Laura per qualche tempo dimenticava i suoi guai. Inoltre Alberto le leggeva un suo romanzo che era riuscito a farsi pubblicare da una casa editrice in cui raccontava le sue avventure amorose (vere ed anche immaginate) durante il periodo di tre anni in cui era stato ‘Fiamma Gialla’ (finanziere).  Alcuni brani venivano sorvolati perché descrivevano qualche avventura erotica del protagonista, Laura se ne accorgeva e lo pregava di leggerle lo stesso. Una volta la signora diventò rossa in viso per il contenuto di un brano esplicitamente sessuale, Alberto si scusò e stava per andarsene quando: “Non andar via, son diventata rossa pensando al sesso, mio marito non mi…guarda più ed io…”Un pianto silenzioso portò Alberto ad abbracciarla, Laura era paralizzata dalla cintola in giù ma le braccia no, abbracciò il suo vicino di casa e lo baciò lungamente. La signora ci sapeva fare con la lingua ed Alberto, diciamo per compassione in verità perché si era eccitato, le mise in bocca un ‘ciccio’  ben dur col finale prevedibile. Madame si era vergognata ed aveva voltato le spalle al da poco amante, Alberto la rigirò prendendole il viso in mano: “Sei ancora bella e desiderabile.” “Non venire più a casa mia, avere rapporti con te sarebbe piacevole ma farei un grosso torto ad Anna, cerca di capirmi.” Era pomeriggio inoltrato, Anna stava stirando, suo marito al rientro in casa andò in bagno per lavarsi, cosa che non sfuggì alla consorte, le donne  hanno un sesto senso e capì quello che era successo, nessun commento da parte sua. La sera a cena silenzio totale, ambedue davanti al televisore sino alle ventidue quando Anna: “M’è venuto sonno, buona notte.” Da quel momento Alberto evitò le visite alla dirimpettaia, cosa ovviamente saltata agli occhi della consorte che invece seguitava a far visita a Laura. Una domenica mattina: “Vorrei ricordarti quello che ci siamo promessi prima di sposarci: massima sincerità anche se non sempre piacevole, lo ricordi?” “Vai al dunque.” “Laura mi ha raccontato quello che è successo fra voi ed ha giurato che non accadrà più ma…ma… ci sono molti ma. Siamo diventate amiche ed ho capito il suo dramma anche per l’allontanamento del marito hai capito in che campo. Per un attimo mi sono messa al suo posto ed ho provato un dolore profondo anche per la sua solitudine, sai quanto sono stata sempre gelosa di te ma…” “Ricominci con i ma?” “Vieni andiamo a casa di Laura.” Alberto molto sorpreso non disse nulla, non capiva dove sua moglie volesse andare a parare. “Cara amica mia, questo è mio marito, è sempre il mio amore, a me non spiacerebbe se …ti leggesse ancora qualche pagina di quel suo romanzo, sempre se tu sei d’accordo. Oggi ho cucinato qualcosa di buono a base di pesce, ti aiuto ad andare sulla tua carrozzella per portarti a casa mia.” I lucciconi erano spuntati sugli occhi di Laura, quel discorso era stata una chiara ed esplicita autorizzazione a…da donna capì che sacrificio che Anna si era imposta, lei così gelosa! Il lunedì mattina: “Good luck my husband.” Questo il saluto alquanto particolare della consorte di Alberto il quale, dopo un colloquio telefonico con Laura (lei si voleva far lavare dall’infermiera) si presentò all’amante ormai ufficiale la quale era cambiata completamente: ben truccata, capelli raccolti a chignon, profumatissima, sorridente a soprattutto nuda. Aveva ancora un bel corpo dovuto ai massaggi di una fisioterapista. Stavolta niente lacrime o meglio qualche dolorino alla cosina della signora dovuta al calibro di ‘ciccio’, dolorino ben sopportato perché seguito da goderecciate multiple. Laura era completamente cambiata, sempre sorridente con tutti tranne che col marito in via di separazione, anche gli handicappati… 
     
     

  • 09 ottobre alle ore 20:14
    Damian sotto il cappello

    Come comincia: È sveglio dalle prime ore del mattino quando la luna splende più che nella notte fonda.
    Il gracchiare lontano dei corvi preannuncia già i deliri di un giorno che s'appresta a venire. Si toglie passione e polvere dalla giacca, zoppica come poeta bevitore e negli occhi gli sfilano cortei di prostitute senza patria.

    Nella valigia di carta, stracci e cartoline per amori dal cuore cannibale .
    La sua è una dimora di sedie accanto all'albero che fronteggia di qualche metro il fornaio, mentre i randagi irrorano d'oro bollente gli scarponi di due taglie più grossi. 
    Lo sguardo in basso, ma non vigliacco. Fruga in terra come avesse perduto qualcosa di prezioso : un dente o il senno. 
    Non si difende, Damian  è nel suo cappello. Damian è la faccia della gente che lo bersaglia, ma non si difende.
    Eroe della strada all'alba, il cavaliere che tira giù Dio e i Santi in silenzio. Il mago che trasforma l'imbarazzo di essere al mondo, con la libertà della non appartenenza.
    È sveglio, sotto il cappello, in un mondo di dormienti. 

  • 09 ottobre alle ore 11:42
    Un contenitore di vite

    Come comincia: Un treno che sfreccia. Rompe l'aria. Corre verso qualcosa o viene rincorso? Sta arrivando o sta scappando? È solido, ferro, metallo, è rumoroso, grigio, scuro, è imponente. È un contenitore di vite. Un recipiente che trasporta corpi. Una cassaforte di segreti. Mani che lasciano spazio ad altre mani stanche, sudate, deboli, fredde, salde. Mani che cercano un appiglio per non cadere. Sguardi che incrociano altri sguardi distratti, persi, curiosi, bassi, spenti. Sguardi che cercano comprensione per non sentirsi inadeguati. Labbra serrate vicine a labbra in movimento, silenzi, parole a metà, volume troppo alto, confessioni, preghiere. Piedi che calpestano piedi ancorati, tremanti, forti. Piedi che camminano perché non si possono fermare. Poi ci sono i pensieri. Una nebulosa di pensieri che nascono e svaniscono, che si incontrano e si allontanano, che si scontrano, si mescolano, si guardano e inorridiscono, si leggono e si trovano, si nascondono, si vergognano, giocano, ballano, muoiono, sono fermi, incerti, spaventosi, pieni di dubbi e paure, di colori e sfumature, fanno chiasso, baccano, colpiscono, stridono, urlano e poi... il vuoto, l'assenza... solo carne, muscoli, ossa, capelli, vestiti, tacchi, borse, telefoni, solo questo, il nulla dell'umanità. Eppure le anime ci sono. Sono sedute una accanto all'altra, sono una di fronte all'altra, ma sono prigioniere. Le teniamo legate con una catena di protezione e amore materno per evitargli dolore, delusione, sconfitta. Le catene con il tempo fanno sanguinare, lacerano. Una lotta costante, quotidiana, che lascia al suo passaggio feriti e distruzione, una lotta tra la potenza delle catene e la forza dello spirito. Tutti vogliono essere liberi, ma pochi trovano le chiavi del lucchetto. 
    Così, passeggiando per strada e guardando sul ponte il treno che passa, immagino che quelle nuvole che quasi lo sfiorano siano delle navette che avvolgono tutte le anime che ce l'hanno fatta. Fluttuano e lasciano volare i pensieri nell'aere, nudi e pieni di speranze.

  • 07 ottobre alle ore 4:04
    - DIVENTARE ADULTI -

    Come comincia: Dentro ogni vita c'è un percorso scritto che solo chi lo ha vissuto e percorso conosce. Il mio percorso non è stato sicuramente facile e nemmeno in discesa, ma posso assicurare che è stato redditizio per la mia anima e la mia personalità. Un percorso degno della crescita interiore che ho raggiunto. Ho sopportato, ingoiato e superato delusioni, cattiverie e sconfitte. Da esse ho ottenuto come bonus le armi migliori per proseguire... esperienza, sesto senso e saggezza. Ho decifrato comportamenti, parole e atteggiamenti. Da essi ho elaborato le sfaccettature delle personalità nelle quali avrei potuto imbattermi ed ho imparato a rapportarmi ad esse. Ho ascoltato vite, segreti, confidenze e lamentele. Un grande insegnamento anche la vita e i percorsi altrui. La mia anima ne ha fatto tesoro, perché anche dal peggio, dal poco e dal superfluo c'è sempre qualcosa di buono da imparare per far crescere noi stessi. Ho rincorso, aspettato, sperato e supplicato. Gesti e azioni da non ripetere mai più nella vita. E' stato proprio quello il momento in cui ho cominciato a camminare voltando le spalle verso coloro che si credevano Dio e non erano nemmeno degni di fare il Chierichetto. Ho imparato a non mostrare il mio vero volto a chi ha saputo sempre e solo mostrarmi la faccia che più gli conveniva al momento. Ho anche vinto, ottenuto i miei traguardi e avuto le mie soddisfazioni. Loro mi hanno fatto assaporare quanto bello sia il sapore di una gioia dopo l'amaro di mille delusioni. Sono una Donna di 44 anni ormai e mi sento tremendamente "Dura" con il mondo e con me stessa. Cambiata fino alle radici dell'anima da un percorso non facile e pieno di spine. Una donna che non ci sta più a raccogliere i suoi cocci, figuriamoci quelli altrui. Una donna che non fa più la crocerossina a nessuno, che non vuole più salvare nessuno e tanto meno vuole salvare il mondo, purtroppo il tempo che ho a disposizione mi basta solo per cercare di salvare me stessa da quella parte di mondo che a volte tenta di divorarti anche la dignità. Oggi non vanto niente se non la mia esperienza. Un'esperienza di crescita interiore di cui vado fiera. Attaccata molto spesso per i suoi muri, per la durezza che traspare. Indecifrabile e spesso non raggiungibile. Pronta a difendersi con le unghie e con i denti. Spesso come un cane inferocito ribalto persone, fatti e situazioni se non li trovo corretti. Sono una che si incazza se ferita, tradita e soprattutto se si sente presa per il culo. La donna che sono è una di quelle donne con cui non puoi giocare, ma che sa come si gioca e se la provochi saprà mostrartelo a dovere. Definita forte, una che non crolla, che è pronta a tutto. Sì, sono una donna di quelle pronte a tutto, una donna forte, ma non una di quelle che non crolla. Anzi... Ho lasciato pezzi di me nei cuori di gente che non meritava nemmeno di conoscermi. Ho lasciato parole su messaggi mai letti. Ho lasciato il buono di me a piccole dosi dentro le ferite che mi sono state inflitte. Crollo! Si, crollo anch'io come ogni essere umano, ma ho imparato che da una sconfitta si può rinascere in modo meraviglioso. Oggi vivo quasi per me stessa e per quelle poche persone che hanno dato colore e sapore alla mia vita. Ci sono per chi merita, ci sono anche per chi ha bisogno di una mano, ma faccio molta attenzione a chi la tendo. Ci sono stati momenti in cui io non sentivo più nemmeno il mio respiro, credetemi... Momenti di buio e di vuoto assoluto... Ma è stato proprio dal buio e dalla notte che sono uscita così... So che forse la durezza che oggi mi accompagna può sembrare eccessiva agli occhi del mondo, ma in fondo chi non mi conosce può pensare ciò che vuole. Chi vuole conoscermi la porta è aperta. Sono diventata una donna spesso intollerante. Intollerante a uomini che pensano che perché sei single da un po' cadrai con due complimenti ai loro piedi. Intollerante a tutte quelle parole mielose che l'amore stereotipo impone. Intollerante a chi tenta di "Comprarmi". Intollerante alle bugie, alla poca lealtà, alla mancanza di coerenza e di personalità. Intollerante a chi è convinto di sapere cosa vuole o di cosa ha bisogno una donna, come se fossimo fatte tutte con lo stampino. Intollerante anche ai: "Ciao" di chi non conosco e continua malgrado le non risposte a scrivere comunque. Intollerante a quelli che ti dicono che sei troppo forte, che fai paura e non si sentono uomini, perché non hai bisogno di protezione. Detto così sembrerebbe che io sia diventata intollerante all'uomo in generale, in realtà non è così. Io non cerco nessuno che mi salvi e mi protegga, ma che semplicemente ci sia. Un uomo deve sentirsi uomo a prescindere dalla forza che la donna che sceglie si porta dentro. L'uomo che vorrei non è quello che deve far da scudo alle mie fragilità, ma quello che sa ascoltarle, quello che sa farmi togliere la corazza che per necessità la mia pelle ha scelto di indossare. Io non devo sentirmi donna se protetta, aiutata ecc... IO SONO DONNA a prescindere. Io non voglio essere ricoperta di frasi mielose a me non servono, voglio essere circondata da una sincera presenza. Ad una certa età, quando raggiungi un'indipendenza e una maturità elevata, non è facile adeguarsi all'altro. Soprattutto non sei più disposto a rischiare, a perdere ancora pezzi di te. Non ti serve più avere qualcuno al tuo fianco per forza, ormai sai camminare da sola e anche bene. Questo non significa che non si ha bisogno di nessuno. Io ho bisogno di un amico fidato con cui parlare. Di qualcuno con cui io possa aprirmi nel profondo e lasciar uscire anche le lacrime più intime. Ho bisogno di qualcuno che mi faccia ridere fino a stare male. E avrei anche bisogno di qualcuno da amare e che mi ami. Qualcuno che mi faccia provare ancora quella strana sensazione di essere invincibile che l'amore ti regala. Non è vero che non ho bisogno di nessuno, ho anch'io i miei momenti di solitudine, di paura e di sconforto. Tutto questo però non fa di me una donna che si accontenta, che si lascia trascinare in situazioni che già sono "Fallite" in partenza. Sono una donna che ha imparato a scegliere, che ha imparato a stare con se stessa nei momenti migliori e anche nei momenti peggiori e questo fa di me una di quelle donne che darà quel posto speciale solo a chi saprà amarla come merita, con serenità, senza ferirla e senza imporle niente. Sono una di quelle donne che sceglierà quella persona che saprà guardare dietro la sua durezza, senza crocifiggerla al primo confronto più acceso. Perché sceglierò solo colui che con i giusti tempi darà di nuovo vita a quel meglio che è in me. A tutta la dolcezza e la delicatezza che ho sotterrato. Da sola ho camminato, da sola mi sono difesa, da sola ho lottato e da sola ho imparato a farcela e se questo per alcuni è un motivo per sentirsi meno uomo mi dispiace, credo che abbiate da fare voi un bel lavoro su voi stessi. Io per uomo intendo semplicemente qualcuno che mi tiene la mano non solo nel momento del bisogno, ma sempre. Qualcuno che con rispetto, sincerità divide il suo tempo con me e condivide con me attimi, quotidianità di una vita semplice. Qualcuno che sa assumersi responsabilità senza trovare scuse, giustificazioni ad azioni che non dovrebbero più far parte di un uomo dai tempi del liceo. Non sono stupida, non sono snob e non sono una che crede che come lei non c'è nessuno. Io sono semplicemente una donna che ha sofferto a sufficienza. Ha dato sia in amore e sia nella vita in generale e per questo adesso l'unica strada che vede è quella che le fa mantenere la serenità interiore che ha raggiunto. Solo chi saprà alimentarla e rispettarla potrà far parte della mia vita, magari camminare con me e chissà forse fermarsi anche per sempre nei miei giorni. Tutto questo non è legge e nemmeno una regola di vita. Tutto questo è semplicemente il mio percorso, le mie esperienze e il frutto di esse. Continuo a camminare e sento che da qualche parte in questo strano e vasto mondo, qualcuno sta camminando verso me, con la stessa voglia di incontrare qualcuno che possa donargli di nuovo quei pezzi mancanti che il suo cammino gli ha sottratto. Quando il giusto momento arriverà, le nostre strade si incroceranno, io ne sono certa. Intanto vivo... E ho detto vivo... Non sopravvivo.
    NON FA DIFFERENZA NASCERE UOMO O DONNA, MA SAPER CRESCERE INTERIORMENTE E DIVENTARE ADULTI SI! 

  • 05 ottobre alle ore 17:17
    LU...CACARO - LU...CAZZITTO

    Come comincia: Era possibile che Lucia M. ed Asdrubale S. litigassero per il nome da imporre ad un figlio, peraltro eventuale in quanto la signora non aspettava nessun bambino. La solita storia alla siciliana (abitavano a Messina). Un nonno di lei si chiamava Luca e prima di morire chiese alla nipote di dare il suo nome ad un nipotino maschio. Come non obbedire alle volontà di un nonno in fin in vita, Lucia era intransigente in merito ma Asdrubale (forse anche pensando al suo nome streus, (è tedesco, andatevelo a cercare!) era contrario e così litigavano o meglio ribadivano pertinacemente il proprio punto di vista. I due coniugi si erano conosciuti in occasione di un guasto all’auto di Lucia che per fortuna era capitato vicino ad una officina meccanica. Asdrubale aveva riparato il guasto e dopo due mesi aveva sposato la bella signorina. Lucia bella lo era veramente: longilinea, altezza superiore alla media, faccino sempre sorridente, occhi grandi e profondi ed anche tutto il resto non era male. Avevano acquistato il piano terra di una villetta a schiera fuori Torre Faro, vicino al mare. Erano stati costretti ad accendere un mutuo ventennale piuttosto gravoso ma Asdrubale, quale capo meccanico di una importante officina meccanica se lo poteva permettere. Purtroppo il padrone dell’officina aveva avuto un infarto e, non più giovanissimo, aveva ritenuto opportuno vendere il locale ad una società che, unitamente ai piani sovrastanti, avrebbe costruito un supermercato e Asdrubale? A spasso! Lucia era figlia di contadini, aveva potuto studiare sino alla maturità classica ma, alla morte del padre non si era potuta iscrivere all’università e non era riuscita a trovare un lavoro, di questi tempi! Asdrubale si era venduto la Giulietta a lui tanto cara ed aveva acquistato un motorino di seconda mano per andare a Messina a cercare lavoro ma con scarsi risultati, altre officine meccaniche avevano chiuso per mancanza di lavoro, avevano in mano il settore i  concessionari di marche di auto che però avevano già pieno l’organico di meccanici e così… I coniugi S. avevano conosciuto un signore cinquantenne Alberto M. che abitava il piano superiore della villetta a schiera, un vero signore: occhiali cerchiati d’oro, viso aperto e sorridente, un po’ di pancetta da cavaliere del lavoro qual era, ex proprietario di una gioielleria che a cinquant’anni aveva preferito lasciare al nipote; era vedovo senza figli, benestante con proprietà in campagna ed appartamenti in città. Lucia capì che doveva far qualcosa per mandare avanti la famiglia e così si presentò al cavaliere Alberto prospettandogli la sua posizione finanziaria e chiedendogli se potesse aiutarlo in casa per raggranellare quanto basta a sopravvivere. Signori si nasce (Totò) ed il cavaliere M. signore lo era nato. Comprese la situazione e disse a Lucia che aveva bisogno di una cameriera ed anche di una cuoca, a comprare la merce per mandare avanti la casa di avrebbe pensato lui. Al ritorno Lucia abbracciò Asdrubale: “Sono stata assunta dal cavaliere M, farò le pulizie a la cuoca, trecento €uro a settimana che ne dici? Asdrubale non aveva messo in conto che sua moglie potesse fare la sguattera ma almeno non doveva andare in città distante venti chilometri a fare la commessa per molto meno e stando tutto il giorno in piedi, anche se malvolentieri disse che era d’accordo. La mattina dopo Lucia alle otto si presentò a casa del cavaliere. “Mi sono sbarbato dopo la doccia per avere un aspetto meno spiacevole…” “Cavaliere debbo invece farle i complimenti a quarant’anni…” “Mon petit chou, scusa il francese,  aggiungi dieci anni e ti troverai nel vero ma lasciamo perdere i complimenti, in passato veniva una donna a far pulizie ed a cucinare ma era un disastro, spero che tu…nel frattempo fammi una lista dei prodotti che ti occorrono per la pulizia e per cucinare, ci sai fare in arte culinaria? Non volevo fare lo spiritoso…” “Mi arrangio un po’ in tutto e poi ho buona volontà.” Dalla finestra Lucia vide uscire dal garage posteriore una Maserati nera, caspita che lusso, un giorno le sarebbe piaciuto…Si mise subito al lavoro, l’appartamento era disordinato e sporco, dopo tre ore era irriconoscibile, ben lustra e ordinata. Al rientro del padrone di casa un: “oh… oh, bravissima ed ora cuciniamo quello che ho acquistato.”  Venne fuori un pranzetto niente male tutto a base di pesce, risotto, contorno e frutta e per finire dei cannoli e una bottigiglia di spumante. “Cavaliere cosa festeggia?” “Cosa festeggiamo: ho trovato una…collaboratrice eccellente, porta qualcosa a tuo marito.” Il motorino di Asdrubale non c’era. “Mangerà qualcosa a cena, sta fuori casa a cercar lavoro, talvolta non viene a pranzo.” Che il marito di Lucia stesse fuori solo a cercare lavoro era piuttosto improbabile, spesso tornava la sera un po’ brillo, ormai in casa c’era chi portava il conquibus. Conseguentemente  Lucia passava la maggior parte del tempo della mattina col cavaliere che un giorno: “Ti vedo un po’ trascurata, quant’è che non vai da un medico e dal ginecologo? Alla tua età…” “Un motivo c’è e può immaginarlo.” “Prenderò per domani un appuntamento con la mia dottoressa di base e con un ginecologo mio amico, ora vatti a riposare.” Ma quale riposare, Lucia stesa sul letto fantasticava, che poteva succedere con Alberto, distinto, signorile, pieno di gentilezze nemmeno da paragonarlo col grezzo marito in quale di lì a poco entrò in casa. “Come va il lavoro, sottolineando lavoro con una risata.” “Furbacchione non c’è niente da ridere, se non ti va bene quello che faccio va fuori di casa dato che chi porta la pagnotta sono io, tu fai il magnaccia e rompi pure le scatole, da domani niente più soldi per te, vatteli a guadagnare!” “Ma no stavo scherzando.” Asdrubale capì chi aveva il coltello dalla parte del manico e venne a più miti consigli, veniva a casa, mangiava, dormiva ed il giorno dopo, presi i soldi che la moglie gli dava, spariva. A Lucia la cosa in fondo andava bene, ormai aveva capito come sarebbe stato il suo futuro o meglio lo sperava. E così fu. “Mia cara stamattina abbiamo appuntamento con la dott.ssa Riva e col  dr.Grillo, due amici. La dottoressa confermò il perfetto stato di salute della signora, una leggera infiammazione alle tonsille curabile con uno spry. Il dr. Grillo, dopo la visita ginecologica, fece entrare nello studio Alberto. “Tua nipote ha una leggera infiammazione, le ho prescritto degli ovuli e, a sua richiesta, un anticoncezionale, quando puoi portami del buon Lambrusco che fai venire da Reggio Emilia, ciao a tutti e due e …buona fortuna.” Quest’ultima frase fece capire ai due che..aveva capito tutto. In farmacia dal dr. Frate amico pure lui di vecchia data e poi rientro in auto: “Qui ci sono i tuoi medicinali.” “E quello?” “È per me…un aiutino…” Non ci voleva tanto a capire che a cinquanta anni qualche problema di…poteva capitare. Nel frattempo lo stipendio di Lucia era aumentato di molto ma la differenza la ragazza lo lasciava in un cassetto della scrivania del suo anfitrione, non voleva che Asdrubale…Passato un mese: “Mio caro, posso chiamarti così? La pillola anticoncezionale sta facendo il suo effetto e quindi…”Alberto un po’ stupito baciò affettuosamente Lucia. “Non ci speravo, credevo che un vecchio ti facesse un po’…” “La signorilità non ha età e poi penso che mi sto innamorando di te.” “ Vorrei fare una doccia insieme e poi…” E poi a letto: “Hai una corpo bellissimo, sei uno spettacolo, se vorrai sarai il bastone della mia vecchiaia, penso che potrò liquidare tuo marito con un bel po’ di soldi che sicuramente non rifiuterà, ormai avrà capito che tra voi tutto è finito.” Il loro primo rapporto fu di una dolcezza infinita, Alberto cominciò a baciare Lucia in bocca poi a lungo sulle tette piccole e deliziose oltre che molto sensibili tanto da far provare alla padrona un orgasmo. “Non mi era mai capitato…” Alberto seguitò con un cunnilingus prolungato, altro orgasmo e poi, con l’aiuto della pillola blu un’entrata trionfale nella bagnatissima gatta. Finale roseo: Lucia aveva imparato a guidare la Maserati, vestiva in modo elegante ma sobrio e si faceva vedere in giro al braccio di Alberto sempre più impettito e felice. “Puellae veteribus vigorem donant.” Non vi sforzate a ricordare chi l’ha detto, l’ho inventato io!

  • 04 ottobre alle ore 8:58
    UN HAREM ALL'ITALIANA

    Come comincia: Alberto M. e Sofia M. erano affacciati al balcone di casa, lato mare, e si stavano godendo lo spettacolo dello Stretto di Messina durante un pomeriggio di giugno piacevolmente caldo: transito di traghetti e di aliscafi, motoscafi privati e barche di pescatori, per lo più dilettanti, in panorama idilliaco e distensivo quando: “Sofia il telefono”La signora ritornò sul balcone dopo un bel po’ di tempo sorridendo. “Fa ridere anche me, ti vedo particolarmente allegra.” “Lo sarai anche tu quando ti dirò che era la tua ex…” “Quale ex…non ho ex.” “La tua ex moglie l’hai dimenticata?”
    Dopo un  lungo silenzio: “Che voleva dopo tanti anni e non mi risulta che ci siamo lasciati in buoni rapporti.” “La signora mi ha fatto tanti complimenti per arrivare al punto, vuol venire a Messina e riprendere i vostri rapporti possibilmente amichevoli, il tempo cancella il passato.” “Ecco mo me diventa puro filosofa.  (Alberto non aveva dimenticato la sua origine romana) che le hai risposto?” “Per me va bene.” “Io non ci capisco più nulla, forse non ho ancora scoperto la filosofia delle femminucce ma se sino a qualche tempo fa…” “Tempus delet praeteritum.” “Lascia perdere il latinorum come diceva Renzo a don Abbondio , lo sai che ho fatto ragioneria, traduci.” “Il tempo cancella il passato.” “In altre parole sei d’accordo ma se fino a ieri…” “Oggi è oggi, vorrei vivere in pace con tutti e poi sarà divertente!” Alberto passò la notte in bianco, si alzò dal letto e rimase a dormicchiare sin quando Sofia lo svegliò con un bacio, almeno il risveglio era stato piacevole. “Vado al lavoro, oggi pomeriggio il grande avvenimento ah ah ah.”Sua moglie era addetta alle vendite di un grande magazzino” Alberto, cinquantenne, ex maresciallo della Guardia di Finanza ritornava spesso in caserma perché, in qualità di fotografo, riprendeva (con i suoi attrezzi , la G. di F: non aveva soldi sul capitolo) gli arrestati e le varie cerimonie, insomma era sempre di casa ben accetto dai colleghi e dal comandante del Gruppo Provinciale. “Arbè che stanotte sei andato a mignotte, sei pallido…” Ti pareva che non incontrava Nando un ex collega romano simpatico ma rompi c. “No, t’ho sognato e me sò ridotto così, annamo al bar, t’offro n’ caffè.” “Veramente non ho ancora fatto colazione.”  “T’offro la colazione rompiballe e scroccone.” In fondo erano amici, i soli romani fra tanti burini (come dicevano loro). Alberto lavorò sino alle 11 in laboratorio e poi rientrò a casa, doveva preparare qualcosa da mettere sotto i denti per lui e per la gentile consorte, aveva imparato a cucinare quando, da finanziere, era in forza al distaccamento di Lago Matogno a 2.000 metri sopra Domodossola. La compagnia della pipa, dopo mangiato, era un distensivo per il prode Alberto e così lo studio, unico locale in cui gli era permesso di fumare, si riempì di un piacevole fumo odorante di buon tabacco. Al computer fece un giro per controllare la posta, i movimenti del suo (del loro) conto corrente rimpinguato dai soldi della dolce consorte che aveva ereditato da un nonno che le era molto affezionato. Alle 17 entrò nel cortile una Jaguar XF berlina rosso fuoco, alla guida una Aurora S. smagliante, sorridente, allegra e ben truccata, (sicuramente era passata in un istituto di bellezza, ci teneva a fare bella figura, oggi le cinquantenni…Alberto rimase nello studio mentre Sofia dal balcone fece cenno ad Aurora di entrare nel garage. Complimenti reciproci sino a che punto sentiti? L’ospite “Cara il matrimonio con Alberto ti ha ringiovanita, sei uno splendore.” Anche tu non scherzi, merito di chi?” “Nessun maschietto se è quello che volevi dire, vediamo casa tua.” Aurora aveva i capelli castani un po’ arricciati, il viso truccatissimo con gusto in cui spiccavano due labbra ben messe in evidenza, vita stretta, ed il resto del corpo piacevole da guardare. Finalmente Alberto uscì dal suo guscio e: “Ciao Aurora.” “Pensavo ad un saluto un po’ più affettuoso, dopo dieci anni si dimenticano la spiacevolezze passate.” “Sofia ti farà vedere casa, io vi aspetto nel salone.” Alberto mise su musica brasiliana che era la preferita da Aurora e quando questa entrò: “Vedi che quando vuoi sei affettuoso ti sei ricordato delle mia preferenze musicali.” Nel frattempo aveva bussato il portiere Fulgenzio con delle buste in mano, un saluto generale togliendosi il cappello e poi dietro front, non aveva nulla del classico portiere chiacchierone, sapeva tutto di tutti ma se lo teneva per sé tranne qualche volta quando Alberto con un cinquantino in mano domandava notizie di… “Alberto ha prenotato in un ristorante di Ganzirri, si mangia molto bene, il padrone è un amico, se vuoi andiamo con la Jaguar, preferisco non presentarci tardi altrimenti rischiamo di passare ore al tavolo. Alle 20,30 entrata nel salone, un tavolo col cognome di Alberto. Carmelo il proprietario si presentò con un mazzo di fiori ma vedendo due femminucce: “Non pensavo ci fossero due signore altrimenti…” Carmelo lascio perdere i fiori non edibili (a questa parola Carmelo fece segno con la mano per dire che c. vuoi dire) ma poi fece i complimenti alla nuova arrivata. “Alberto ha avuto sempre buon gusto in fatto di donne, scusate la gaffe  volevo dire…” “Lo sappiamo quello che volevi dire, questa Aurora la mia ex moglie.” Questa volta Carmelo, suo malgrado, riuscì a fare l’indifferente e presentò  il menu del giorno. A fine pasto uno spumante con pasticcini offerti dal trattore e rientro a casa. "È tardi per rientrare a Spadafora dove abito, se me lo permettete dormirò sul divano." Proposta accettata, tutti a nanna. La mattina seguente Sofia al lavoro, Alberto e Aurora a poltrire nei relativi giacigli sin quando  la ex (son sempre le femminucce a prendere l’iniziativa) si presentò in camera da letto. “Toc toc, posso entrare?” Alberto stava supino con le braccia dietro il collo con lo sguardo in alto sul soffitto. “Aurora ancora in camicia da notte avuta in prestito da Sofia si avvicinò al letto sedendosi su una poltrona. “Dopo dieci anni avremo pure qualcosa da dirci.” “Si quanti maschietti di sei fatta nel frattempo?” “Sei partito col piede sbagliato, non voglio sembrare patetica ma tu sei stato il solo amore della mia vita, ci siamo lasciati per le continue liti non per altri motivi.” “Vuoi dirmi che da allora…” “Provare per credere…” Un chiaro invito, ambedue all’unisono ognuno in una toeletta a farsi il bidet e poi a letto. “Adesso ti accorgerai se ho detto la verità, in fatti Alberto faticò un poco a penetrarla gatta della signora malgrado lubrificata da un precedente cunnilingus.Godferecciata gigante come ai bei tempi, sicuramente era stato quello lo scopo di quella telefonata, Aurora aveva vinto la sua battaglia anche perché…”A letto com’è tua moglie?” “Solo quando non ne può fare a meno da quando è in meno pausa poi quasi niente.” “Povero Albertone mio ci sarà sempre vicino quella gran mignottona di…” “Non sei una mignottona sei stata il mio amore per molti anni, venendo a Messina mi hai messo in crisi anche se non penso che Sofia faccia delle storie per i motivi sopra detti, invece di andare in giro…” “A proposito di andare in giro, andiamo a comprare un buon divano letto, quello che hai non si apre.” Con la Jaguar andarono in un fornito negozio della circonvallazione, pagando una somma in più il nuovo divano venne subito portato a casa con ritiro del vecchio, tutto a posto. Al suo rientro Sofia non fece nessun commento sull’acquisto, buon segno. Il pomeriggio Aurora rientrò nella sua casa di Spadafora con l’impegno di tornare il giorno dopo. Alberto a cena era taciturno, si può essere anticonformisti quanto vuoi ma… “Ho capito perfettamente che avete usato il nostro letto, d’ora in poi usa il divano…” Quello era un imprimatur vero e proprio al rientro di Aurora a casa loro, Alberto all’inizio pensò ad un trio poi ricordando la freddezza sessuale di Sofia capì che non c’era nulla da fare ma, tutto sommato, gli andava bene così. La ex e Sofia erano benestanti con lasciti dai relativi parenti, lui si contentava della pensione e di una cinquecento Fiat, sua moglie una Volkswagen UP piccolina adatta per il posteggio. ‘Un giorno dopo l’altro il tempo se ne va…’ Tenco aveva ragione. Fulgenzio ogni tanto passava e: “Avete bisogno di nulla?” Non erano i coniugi M. ad aver bisogno ma lui in termini monetari,  regolarmente fornito di qualche cinquantino ne versava una parte, da cristiano osservante, alla vicina chiesa dove si recava tutte le mattine dalle nove alle undici lasciando la figlia Adriana, da poco diciottenne, a guardia della guardiola. Adriana non condivideva i sacri principi religiosi del padre, orfana di madre, iscritta all’Università era di larghe vedute in tutti i campi non escluso quello sessuale. Ovviamente aveva notato l’arrivo di Aurora in casa di Alberto, aveva fatto domande al padre che era stato molto vago e quindi un giorno che moglie e la ex moglie di Alberto erano lontane da casa. “Toc toc posso entrare’” “Vieni parliamo un po’, vedo che negli ultimi tempi sei cresciuta…” “È da vario tempo che son cresciuta solo che lei non mi degna di uno sguardo.” “Vieni qui sul divano e raccontami di te, hai un boy friend?” “Si ma pur essendo belloccio  ne sa poco in fatto di sesso, gli devo insegnare tutto io e poi è un po’ scarso…vorrei fare un paragone col suo, permette?” e nel frattempo aveva messo una mano sull’apertura del pigiama di Alberto che sorpreso, diciamo pure piacevolmente sorpreso, si mise a ridere a mise a disposizione di Adriana il suo coso che pian piano stava aumentando di volume sino a quando…”Ma questo è un mostro, quello del mio fidanzato forse è la metà, vorrei provare se mi fa male, mi scusi mi tolgo gli slip e lei il pigiama, …ci vada piano nel frattempo.. il solito cunnilungus per lubrificare e poi entrare, ‘cum juicio (Manzoni)’ sino al finale schizzo godereccio sul collo dell’utero. “Vai facile, prendo la pillola.” Dopo la seconda goderecciata Adriana  recuperò gli slip e sparì da casa. Ad Alberto pareva di aver sognato in pochi giorni due avvenimenti avevano cambiato la sua vita, sicuramente in meglio e soprattutto senza problemi, questa volta Mercurio, il suo dio pagano, l’aveva aiutato. A letto con Sofia: “Ho immaginato quello che è successo, ormai avrai capito che la menopausa mi porta a non apprezzare il sesso ma ti amo come prima e forse di più non è un  assioma, l’importante che non ti innamori di qualcuna, ne soffrirei da morire.” Come darle torto, intanto sfruttare la situazione, vecchio zozzone! La situazione era foriera di cambiamenti infatti al rientro di Aurora, la sera, a cena: “Ho rincontrato una vecchia amica di quando ero sposata con Alberto, mi ha fatto un sacco di feste, vorrei invitarla qui, è una simpaticona, sempre sorridente anche se sfortunata ma fino ad un certo punto: suo marito è morto ma le ha lasciato un bel po’ di quattrini. “Ci sono in giro troppe signore single e quattrinose in cerca di…” “No  certo di mariti, oggi per noi i maschietti sono come i fazzolettini di carta: usa e getta.” Alberto: “Complimenti per questa filosofia, l’avete copiata dai maschi, nes pas?” Il sabato sera successivo invito all’amica di Aurora che si presentò puntuale alle 20. Nascosta dietro un gran mazzo di rose bianche apparve Ambra. Al suo apparire la pressione di Alberto arrivò alle stelle e il poveraccio divenne rosso in viso con gran ridere di tutte le signore. “Scusate, un colpo di pressione, vado a mettermi il ghiaccio in testa.” “Non è che mi fate rimanere vedova…” e tutte e tre le femminucce a ridere, Ambra era stata per Alberto anche lei un’amica… particolare, non ci voleva molto a capirlo. Le signore a tavola compunte, Alberto si era cambiato la camicia, aveva sudato, non ci furono commenti se non acclamazioni alla buona cucina di Aurora che si era voluta esibire in arte…culinaria. Alberto cercò, con calma, di inquadrare la situazione, ormai tutte e tre sapevano di tutto e quindi…nessun problema. Avevano lui e le signore preso l’abitudine di uscire con la Jaguar per andare al centro a fare spese, Alberto  si limitava a guardare  i capi di vestiario e le scarpe che le signore provavano e poi compravano, fatti loro. Naturalmente il vicinato ci ricamava sopra ma il quartetto se ne fregava altamente, Fulgenzio riferiva ad Alberto i pettegolezzi conseguenti ad invidia soprattutto dei maschi dell’isolato, meglio essere invidiato che…Una mattina, Sofia al lavoro, Aurora decise di ritornare a casa sua a Spadafora per sistemare alcune cose, una evidente bugia per lasciare soli Alberto ed Ambra i quali, ovviamente, approfittarono dell’occasione per usare il sofà  di Aurora per un …riposino, il letto matrimoniale era off limits. Ad Aurora L’antica voglia di sesso col tempo non si era pacata molto probabilmente anche per le poche attenzioni del marito malato e lo dimostrò subito con mettere in atto varie posizioni del Camasutra, la sua specialità però era la goderecciata col popò, forse era come Linda Lovelace  nel film ‘Gola profonda’  che aveva il clitoride nella gola, lei nel didietro. Al rientro di Sofia, ; “Ti vedo un po’ giù forse di …pressione, ho comprato un Lambrusco favoloso, un brindisi, alla nostra…” Non finì la frase era difficile specificare a che cosa brindare. Aurora ed Ambra talvolta dormivano insieme, Alberto ovviamente nel letto matrimoniale con la legittima consorte che si accontentava di abbracci affettuosi. Il finale col botto: una mattina le signore si presentarono nude e profumate al cospetto di Alberto che le …punì severamente, inizio della formazione di un harem all’italiana!

  • 29 ottobre 2016 alle ore 22:52
    La paura del “Profondo Preziosissimo”.

    Come comincia: Un istante, un prezioso accadere e l’assenza.  L’incommensurabile tragitto di una Perseide si raccoglie e declina nelle notti d’agosto. Dolorosa allegoria …  si esprimono desideri  in un istante di inesorabile dissoluzione.  Per strada la notte inizia a farsi pace e l’odore della pelle prende il posto di quello del giorno.  E’ un odore che non sentiamo più. Un’altra assenza. Un nuovo esilio da qualcosa che ci è stato donato. Percorrersi in un volo radente di labbra è un’evoluzione ardita di notte. Eppure gli amanti lo fanno ad occhi chiusi. Saltimbanchi nudi ai piedi delle stelle si stringono i capelli e i fianchi con la disperazione di chi annuncia l’ultimo degli ultimi spettacoli. Soli, impauriti e tremanti davanti a una platea d’infinito.  La notte li accoglie come una madre,  lei nutrice stringe il suo seno verso l’alto per offrire un’esplosione di luce a quelle pelli di luna, a quell’incanto di vita in silenzioso tormento.  
    Lì danzano, si fanno spazio gli uni negli altri nelle loro anime. Lì delizie, tormenti, delusioni, stanchezze, paure prendono istantanee forme e si dissolvono tra mani che si intrecciano, visi che si accarezzano.  Tutti fantasmi in fila che tamburellano nei cuori impazziti nell’attesa di una redenzione, di una arresa salvezza.
    Al di là delle tende brune l’alabastro di un mattino lontano ricorda ancora troppo la maledizione del giorno … quella che chiamano vita. Ogni paura è pronta ad emergere agli angoli estremi della notte, eppure basterebbe dare ad ogni mattino il nome dell’altro per dissipare ogni minaccia. Ora ogni fremito è spezzato da un domani già incarnato come quotidiano nell’anima. La condanna dell’indifferenza è vicina e senza appello.  
    Ormai la notte non è più madre ma … attesa. Ha perso la sua maestosa pace, abdicata, umiliata da troppi silenzi.  Non basta stringere al seno un viso segnato da lacrime mai versate, né accogliere tra le mani spalle raggelate dal timore di perdere ogni cosa, persino se stessi. Le mancate promesse restano sempre mantenute. Restano  vive sino a soffocarsi nel tempo sospese in un lacrima d’ambra, in una bolla iridescente d’opportunità mancate e parole non dette.
    Ora si aspetta l’odiato giorno come una salvezza feriale, un desiderato accomiatarsi, come lo spezzarsi di un incantesimo che intreccia cuori abitati dalla consolatoria illusione di essere liberi solo in solitudine. Va bene così. Il prezzo è troppo alto e l’esito … incerto. Ma resta nelle anime come una tenera maledizione il sapore della notte. il risplendere di fianchi e sorrisi. Resta il marchio di una celata fattura, di un incanto di baci e istanti che lega all’ignoto il mai stato, il passato alla ottenuta assenza per una libertà amara.
    Forse due anime, un giorno, riusciranno, con infinita grazia, a saper attendere il mattino, trasformando le loro parole in gioielli, declinando insieme versi amati e condivisi. Quanta faticosa semplicità per allontanare via dall’anima ogni paura:
    “Perdonami se ti cerco
    Così dentro di te.
    Perdonami il dolore.
    E che da te
    Voglio estirpare
    Il tuo migliore tu.

  • 28 ottobre 2016 alle ore 12:42
    Incongruenze... congruenti.

    Come comincia: Quanti ne devi compiere ad agosto? Sessantasette!? Vorrai scherzare! E tu saresti un'attempata signora che si avvicina ai settanta? Ma guardati allo specchio, anzi, meglio se non lo fai, altrimenti davvero impazzisci nel vedere quanto scompenso c'è tra la tua venerabile età anagrafica e la tua infantile, pazza, incorreggibile, incontenibile e, in fondo, commovente anima bambina. 

    Dai, fai come ti dico io: mettiti seduta, magari proprio davanti ad un grande specchio, composta e concentrata, e ripeti con calma all'immagine che ti osservaun po' imbronciata "Tu sei una donna alla soglia dei settanta, il tuo corpo combatte bene contro l'assalto degli anni, ma non sempre riesce ad eseguire perfettamente i tuoi comandi. Hai dovuto aumentare di una taglia i pantaloni, perché il vitino di vespa era ormai irrecuperabile. L'aspirapolvere è un incubo ogni volta: il tratto lombo- sacrale del tuo rachide protesta già dopo cinque minuti di smanettamento sul parquet. La sera stenti a prendere sonno, se tuo marito russa: ora è più difficile cadere dolcemente e velocemente nelle braccia di Morfeo (la tua anzianità ti dissuade dal cedere facilmente agli abbracci appassionati, seppure del dio del sonno).

    Va bene: ora mi siedo davanti allo specchio e faccio esattamente quello che tu mi suggerisci, o Ragione che non erra!

    Alzo gli occhi e vedo la mia anima bambina che ride e mi fa l'occhiolino.

    E dove pensi di nascondermi? - mi chiede - Copri con un telo questo specchio, alzati e vieni con me. Ho appena intravisto un tramonto dai colori straordinari sui monti. Prendi l'iphone e scatta una foto, che non vada perduto. Se il tempo permetterà, qualche mattina prenderemo la canna da pesca e tutta l'attrezzatura necessaria, e ce ne andremo al lago, come non facciamo da tanto. Anzi, sai che ti dico? Decideremo se andare a pesca o al mare, a camminare a piedi nudi nell'acqua, sul bagnasciuga. Dimenticavo: c'è da leggere quel libro, l'ultimo che hai comprato e che hai messo da parte per dare spazio a lavori di casa che potevi tranquillamente rimandare. 

    Ci sono mille cose da fare: essere felice perché tuo figlio sta per laurearsi, preparare il viaggio per raggiungere l'altro, che ti aspetta, dopo quattro lunghi mesi di lontananza, e non vede l'ora di riabbracciarti; sarà l'occasione per godersi il paesaggio bellissimo dell'Umbria, col cuore straripante d'amore per tutto, per lui, per la famiglia meravigliosa che hai, per la natura, per la vita. 

    E quella poesia che ti solletica il cuore da giorni, come onde del mare quei versi che si accavallano e chiedono di fermarsi finalmente sulla pagina bianca? La luna rossa di ieri sera era uno spettacolo: hai fatto bene a fotografarla, così sarà tua per sempre. La rosa appena invasata, quella color arancio, aspetta di essere innaffiata: dille che ne sei innamorata e ti aspetti grandi cose da lei, mi raccomando.

    Ora, però, alzati e vai a stendere la biancheria: il ciclo di lavaggio è finito da un pezzo. Ma non ti avvilire: di sicuro, mentre sarai lì, sul terrazzo, a stendere, nel cielo passerà qualche nuvola speciale, dalla forma strana, e potrai decidere a cosa somiglia.

    Non dimenticare che ci sono i nibbi, che planano a due a due nel tuo pezzo di cielo. Potrai seguirli con lo sguardo e sorridere, come ti capita ogni volta che li vedi volteggiare nell'azzurro, mentre si avvicinano e poi si allontanano, giocando a rincorrersi e poi a separarsi, per tornare subito dopo vicini, proprio come fanno gli innamorati.

    E continua a sognare, mi raccomando! Se poi non bastasse, senza remore, ti prego, scrivi tutto ciò che ti frulla nella testa e nel cuore. 

    Ricordati sempre che sei incorreggibile, sei una ragazza del quarantanove!

  • 28 ottobre 2016 alle ore 12:34
    Per mantenere una promessa

    Come comincia: Cara mamma,
    che ti avrei scritto ancora l'avresti mai pensato? Sei morta ormai già da oltre un mese, morta per gli altri, e per me molto molto più viva e presente di quando mi chiamavi in continuazione, per confessarmi, poi, rammaricata che avevi dimenticato cosa dirmi. E io, forte della certezza della tua presenza, avrò, magari, anche protestato dolcemente con te, pregandoti di tenere a mente le cose, prima di interrompere una mia qualche sciocca attività domestica.

    E cosa darei ora per essere interrotta! Ma tu non mi chiami più. Mi hai lasciato tutta intera la mia libertà e l'onere di utilizzarla, adesso che ho l'impressione di non sapere cosa farne.

    Ti scrivo da quella che, negli ultimi quattro anni, era diventata la tua stanza. Adesso ha riassunto l'aspetto originario, lo studio ricco di libri e di oggetti, collezionati in un'intera vita di lettrice accanita, docente appassionata, sentimentale scrittrice di emozioni.

    L'ho ritinteggiata e, dove prima era il tuo letto ortopedico, troneggia uno splendido divano color pietra, sormontato da un altrettanto splendido Chagall (sai? quello del "Volo", che piaceva tanto anche a te).

    Mi giro di tanto in tanto, dalla mia postazione web, e guardo, se per caso tu mi stia sorridendo con affettuosa ironia, gelosa come eri persino del computer, che mi distoglieva da te per troppo tempo, quasi fosse "un innamorato". E' che quando ti metti a scrivere, ti dimentichi di tutto - dicevi - anche di me!

    Ma tu non ci sei. Ora c'è il divano e c'è Chagall. Ora posso scrivere, senza rischiare di trascurarti.

    Cerco di non immaginarti nella tomba, perdonami. Lo sai cosa penso io del corpo che si corrompe, conosci i miei progetti per me stessa: nulla deve rimanere, se non la cenere che siamo. Ma tu e papà avete voluto diversamente e così sia. Dovremmo essere meno egoisti quando siamo vivi e pensare che, quando non ci saremo più, quelli che restano continueranno a pensare, a immaginare, a vedere con gli occhi della mente, se coloro che sono andati via rimangono nel loro cuore. Ma non voglio che tu pensi ad un rimprovero, anche se in realtà lo è.

    La lettera che ti scrisse Gra e che non arrivò in tempo perché tu la leggessi, l'ho fatta mettere tra la bara e la lapide, come lui ha voluto, perché tu potessi tenere, nel tuo ultimo giaciglio, anche un segno tangibile del suo amore, come i bigliettini degli altri nipoti, gli occhiali, il pacchetto di sigarette, i due euro per il viaggio, i tuoi immancabili fazzoletti da naso e la fotografia di papà, che baciavi ogni sera prima di addormentarti, chiedendogli quando volesse venire a riprenderti con sé.

    In quella lettera tuo nipote ti confessa il suo timore di non rivederti più, ti dice cose bellissime del presente e del passato, di tutti i giorni di festa trascorsi insieme a te e al nonno, della sua infanzia ricca della vostra amorosa presenza. Ti ricorda le epifanie trascorse a casa vostra, quando il nonno saliva in mansarda e batteva i piedi sul pavimento, per convincere lui e gli altri nipotini che Babbo Natale stava arrivando: bisognava allora rimanere chiusi in cucina, per dargli agio (a Babbo Natale!) di sistemare i doni vicino al caminetto, in sala da pranzo, sotto l'albero. E quanto erano ricchi di ansiosa felicità quei momenti di attesa!

    Scusami ora. Devo lasciarti. Continuerò domani.

  • 28 ottobre 2016 alle ore 10:55
    Innesto

    Come comincia: Lo sai come si fanno, gli innesti? Il contadino incide un taglio su un ramo, poniamo di un arancio, asportandone un pezzo di corteccia. Solitamente in primavera, sul finire del gelo. Poi prende il ramo di un albero diverso, poniamo un mandarino, e lo taglia. Quindi innesta il ramo reciso dal mandarino sul taglio inciso nell'arancio. Se i due tagli sono perfetti, se combaciano perfettamente, se le piogge sono abbondanti e il sole brilla come si deve, dopo un poco nasce un nuovo ramo che non è più un arancio, non è più un mandarino. Ma una perfetta fusione di due dolori, da cui nascono frutti che nessun'altra pianta del mondo potrà mai donare, una specie che non esiste in natura. Tu non mi sei entrata dentro, a ben pensarci. Io non ti sono entrato dentro. Abbiamo solo fatto, sul limitare di questo gelido inverno, un semplice innesto.

  • 27 ottobre 2016 alle ore 12:43
    Essere esordiente

    Come comincia: L’essere esordiente è uno strano essere.
    Un essere mitologico, tipo centauro, con il corpo di uomo e la testa di clacson, però.

    La colpa, tuttavia, non è sua, ma della via che ha improvvidamente eletto a propria strada di vita.

    La via dell’esordiente, infatti, è irta di pericoli, insidie, trabocchetti e organi amari rigidi come  una manichetta dei pompieri, di quelle che se ci sbatti con l’auto sprizzano spuma fino al terzo piano, proprio come un… essere esordiente.

    Dal momento in cui l’essere esordiente (esordiendo, per esser precisi latinorumamente)  pensa “voglio essere esordiente e scrivere un libro”, fino al momento in cui si piazza la prima copia, possono trascorrere anni, giorni o mesi, ma in tutti i casi passeranno mal di testa, di stomaco e sofferenze di fegato.

    Una delle malattie più diffuse, è la calimerite familiare. Nei confronti della propria famiglia, ci si sente brutti e neri non tanto come un singolo calimero, ma come distese di calimeri erranti, colonie di calimeri, pianeti ovulari da cui schiocciano claimeri come funghi da un sottobosco. Sembrerà strano, ma gli ultimi lettori sulla faccia della terra che sborseranno un euro per l’essere esordiente, sono proprio tutti i parenti sui quali l’essere contava.

    I parenti, tutti, dalla mamma al cugino di diciottesimo grado (acquisito per una botta di vita di un tuo prozio in bordello cileno), ti abbordano con domande del tipo “Dove lo trovo?”, e quando tu dici che non è in libreria ma solo su Amazon, li vedi sollevati, perchè hanno trovato un’ottima scusa: “Ah scusa, io non compro niente su internet”. Negli anni, ogni volta che li rivedi a Natale e Pasqua, non ti chiedono nulla, ma se per caso il discorso cade in argomento, fanno finta di non ricordare di averti posto quella domanda sittordici milioni di volte e te la ripropongono già sapendo la risposta e pregustando il loro nuovo sollievo nel dirti che loro, su internet, non comprano niente, altrimenti avrebbero speso fantastiliardi di dollari per te. In realtà, comincio a sospettare che i parenti si aspettino tu prenda in affitto un Boeing, lo carichi di copie, e le distribuisci in giro giro facendole piovere stile aiuti umanitari della Caritas in zone di guerra. Ma tutto ciò solo perchè vogliono la dedica, eh, mica per altro.

    Un altro problema sono gli editor! Non se ne ha una vaga idea, finché non si dichiara al mondo di aver scritto un libro. Ti volano sulla testa con cerchi concentrici, ti chiedono l’amicizia, mandano dieci/venti faccine a stupore ai tuoi post, poi ti pongono mille domande sul tuo capolavoro che ti vien da piangere, manco tu ti sei fatto tante e tanto belle domande. Tu gongoli, sali dieci metri sopra il cielo e già cominci a pregustare il giro in Porsche su un boulevard di Hollywood con Sharon Stone lato passeggero che ti infila una mano nei pantaloni, eccitata dal tuo ultimo best seller, e a quel punto senti uno stridore: “Senti, amico, per il successo c’è bisogno di un editor professionale. Tu ne hai uno?”. E dopo pochi minuti ti arriva un preventivo. La cosa peggiore che possa fare un editor per farsi pubblicità, a mio avviso, non è tanto questo elemosinare un lavoro (se Stephen King ti insegue tipo Katy Bates in “Misery non deve editare” per ottenere i tuoi servigi, forse, amico mio, non dovresti stare a inseguire me, o no?), quanto spiegarti che anche lui, come te, ha dovuto sborsare per farsi editare. A quel punto, googli il suo nome e scopri che i suoi capolavori sono tipo 125.000 in classifica. Come si suol dire, chi non sa fare insegna… e chi non sa insegnare, fa l’editor!

    E, last but not best(ia), gli editori! Io dico, se un editor-e si chiama editor-e, evidentemente, qualcosa con l’editing dovrà averlo a che fare? La dura vita di un essere esordiente ben presto si scontra con una dura realtà: gli editori sono molti meno delle società che si professano editori, essendo tutt’altro. Ti agganciano con i metodi più disparati, con finti concorsi, con poke su Facebook, con email o semplicemente lanciando l’amo sui loro siti web in cui annunciano di essere, eccezionalmente, evento raro mai avvenuto negli ultimi quattrocento secoli, guarda caso, giusto in quel momento, alla ricerca di nuovi talenti, ma devi affrettarti, un po’ come quando il baffo o Mastrota decidono di dare via i loro coltelli magici o i loro materassi rivoluzionari (talmente rivoluzionari che sono trent’anni che sono rivoluzionari…) a un quinto del loro valore. Dopo circa dodici ore dall’invio del manoscritto, eccezionalmente, cosa mai successa prima, ti contattano per dirti che hanno tutta l’intenzione di pubblicarti alla modica cifra di septamila dollari paperoneschi.

    Ma incluso spese di spedizione delle otpamilioni di copie che sono destinate a te, che a quel punto potrai finalmente coronare il tuo sogno: andare in giro a piazzare Tupperware e libri insieme.

  • 26 ottobre 2016 alle ore 13:21
    Grazie

    Come comincia: Grazie ai medici radiologi e medici specialisti che mi hanno diagnosticato prima una piosalpinge poi corretta in sactosalpinge.

    La conclusione comunque era la stessa: intervento in laparoscopia.

    Grazie al medico specialista, luminare della provincia di Salerno, che ha aggiunto: “C’è anche una ciste all’ovaio destro”.

    Grazie al mio medico curante che quando procrastinavo l’intervento mi ha avvertito, favorendo la mia successiva ipocondria: “Se non ti operi muori di peritonite”.

    Grazie a mio fratello, persona molto in gamba e capace, circondato da donne ancora più in gamba e capaci che, informato, invece di interessarsi e capire di cosa si trattasse, si limita ad ironizzare col mio medico curante sulla mia paura di operarmi.

    Grazie a mio marito, meno in gamba e meno capace, anche se 7 anni prima aveva evitato che mio padre venisse squartato da due chirurghi che volevano levargli il duodeno (fu poi operato in laparoscopia per eliminare un grosso calcolo della colecisti), e comunque stanco dei miei tira e molla, che quando gli dico che il chirurgo non mi sembra sia tanto convinto e sono sicura che non mi leverà niente, non mi appoggia nel firmare ed andarmene.

    Grazie al professore ed alla sua assistente che si presentano a me dopo l’intervento, ancora con le mascherine, e con gli occhi che ridono dicono che non hanno trovato niente.

    E meno male che chi mi aveva mandato da lui ne aveva parlato come di una persona molto umana!

    Grazie al mio medico curante che mi prescrive un’ecografia addominale un mese dopo l’intervento da cui risulta due polipi alla coleciste. “Ecco!” comincio a pensare io “mi hanno operata per niente ed ora devo rioperarmi per la colecisti”.

    Grazie a tutti i medici che, un mese dopo, non mi dicono che la mia irritazione alla gola, il senso di peso sulle spalle, i miei capogiri nel piegarmi e nel sollevare le braccia o pesi ed infine il mio svenimento che sembrava un attacco di cuore fossero dovuti a ernia iatale e reflusso.

    Grazie al medico radiologo che un anno dopo mi dice: “Signora, lei ha detto che si è operata ma non hanno trovato niente. Qui c’è una neoformazione”. Grazie alla nuova specialista ed al nuovo tecnico radiologo che concludono la stessa diagnosi dell’anno prima: sactosalpinge.

    Informati dell’intervento dicono: una, potrebbe essere di origine intestinale; l’altro, il professore ha sbagliato l’intervento. E dicono che devo rioperarmi in laparoscopia. “Sentite”, faccio io, con quel poco di cervello che mi era rimasto, “questa cosa ce l’ho almeno da un anno e non mi dà problemi. La tengo sotto osservazione e se cresce ne riparliamo”.

    Grazie alla compagna di mio fratello, persona sempre molto in gamba e capace, con cui avrei voluto parlare di quello che mi era accaduto, ma io per lei non sono nessuno, anzi sono una nemica, e poi lei era venuta per fare pasquetta alla casa al mare dei miei genitori, non per essere seccata con i miei problemi.

    Grazie allo specialista di Pisa al quale il mio nuovo medico curante inviava i casi dubbi che mi conferma: Sactoslpinge. E come gli altri dice che devo risottopormi a laparoscopia.

    Grazie al medico ecografista che un anno dopo fa: “Signora, ma che tiene qua! Io non riesco nemmeno a vedere l’ovaio, ma che dice il suo specialista?”
    Grazie allo specialista che vede un palloncino nel mio addome e conclude che siccome il professore non aveva visto niente deve avere altra origine e che mi consiglia di rivolgermi ad un altro luminare.

    Grazie a mio fratello, sempre molto in gamba e capace, interessato solo che io vada a firmare dal notaio per acquisire l’eredità paterna che, quando gli dico che devo scegliere dove ricoverarmi per accertamenti, mi dice: “Io ti faccio dichiarare incapace di intendere e di volere”. Caro fratello, ma se io ero incapace di intendere e di volere, non avresti dovuto interessarti della situazione invece di preoccuparti solo che andassi a firmare dal notaio? 

    Grazie allo staff che mi induce all’intervento mostrandomi la formazione che si appoggia alla vescica, al colon e sposta l’ovaio verso l’alto scrivendo “potrebbe essere di origine peritoneale, al momento non ci sono processi infiltrativi” ed aggiungono può crescere ancora, diventare inoperabile, può degenerare.

    Grazie a mio marito che non mi dà ascolto quando gli dico: “Questi hanno deciso di operarmi prima di vedere i risultati delle analisi”. Non sapevo che l’avevano terrorizzato dicendo: “Non sappiamo cosa troveremo, potremo dover levare l’utero”.

    Risultato? Mi sottometto ad un intervento “massivo” per levare quello che risulta poi essere un tumore benigno, passato in due anni dalle dimensioni di cm10xcm3 a 12cmx8cm, che, a mio parere, non dava fastidio a nessuno, tranne potermi causare urgenza urinaria quando si poggiava sulla vescica o stitichezza poggiandosi sul colon.

    Grazie al professore che quando gli sottopongo i risultati del suo intervento e di quello del suo collega per prima cosa dice: “Se mi fa causa, la perde”.

    Poi aggiunge: “Io ho levato in laparoscopia tumori anche più grandi del suo. E’ uscito pure sul giornale. Perchè non avrei dovuto levare anche il suo?”

    Già perchè? Perchè quel giorno aveva troppi interventi in programma e non ha avuto il tempo di guardare bene?

    Grazie al professore che mi conferma che quel tumore si individua con semplice palpazione. Sì, sono sicura che Giuseppe Moscati senza ecografia e senza risonanza magnetica all’inizio del ‘900 sarebbe stato in grado di individuarlo e rassicurarmi. 

    Ed infine soprattutto grazie alla mia depressione e scarsa autostima, che proprio all’inizio di questa storia, causate dalla decisione più sbagliata e vigliacca della mia vita, che andava contro tutti i miei principi, hanno fatto capolino facendomi diventare facile preda dell’ipocondria e diventare sottomessa alla volontà altrui.

    Aggiungo grazie ai parenti e vicini che con la loro gioia nel vedermi in difficoltà hanno aumentato la mia depressione ed ipocondria.

  • 23 ottobre 2016 alle ore 11:07
    LE LOLITE CRESCONO

    Come comincia: "Ci hai fatto caso che ad Ambra stanno crescendo le tettine, sta diventando una donnina.""Di testa è sempre una bambina." "Non sono molto d'accordo, tu la vedi da madre io...""Non mi dire che ti senti un po' padre." "Volevo dire da estraneo."
    Alberto, cinquantenne, da poco pensionato della Guardia di Finanza, si stava intrattenendo, insomma parlando, con Arlène sua buona amica, insomma avete capito, sua...Erano le diciassette, un buon tè verde, biscottini usciti dalle sapienti mani, sapienti in senso sia culinario che...di Arlène quarantenne, divorziata, sua dirimpettaia e amante da quando la sua ex consorte, Armida, aveva fatto la valige per assoluta incompatibilità di carattere. Arlène bionda, longilinea era dolce, sopportava il carattere un po' particolare di Alberto e questo era il motivo principale del loro buon rapporto e poi era bravina anche a letto cosa molto apprezzata da un Alberto, rimasto un po' cucciolone, insomma un bambinone al quale devi dire sempre di si, inquadrati i due? Bene.Altro personaggio di questa vicenda Ambra, tredicenne sua figlia, molto amica e compagna di classe di Angelica, sguardo furbetto, caratteristica particolare: un sedere a mandolino che l'interessata muoveva con studiata indifferenza. Giudizio dei professori maschi puritani: "Se fosse mia figlia..." degli zozzoni: "Cresci e ripassa!"
    'Ciavete fatto caso che er nome de tutti i personaggi del racconto hanno inizio con la lettera a, no? Be fatece caso!' Scusate il romanesco ma è una frase copiata da uno scheck di Aldo Fabrizi. Ritorniamo alle tettine di Ambra oggetto di interessamento di Alberto."Non è che di botto ti sei scoperto pedofilo?" "Non scherzare, tua figlia è anche mia figlia anche se Angelica mi chiama zio, a me basta la madre, a proposito che ne diresti..." "Direi di no, oltre che lavorare in ufficio chi a casa lava, stira, cucina, fa le pulizie, rifa i letti, scopa, in senso di pulire per terra?" "Lascia perdere prima che ti spunti l'aureola di santa, lo sai che sono ateo." "Stasera pizza alla napoletana di Kamut e contorni vari, niente fornelli accesi, telefona in pizzeria alla tua amica Deborah con l'acca e cerca di non fare come al solito lo svenevole, sei ridicolo!" "Cara Deborah con l'acca che ne diresti di farmi pervenire illeche et immediate la pizza napoletana di Kamut?" "Non abbiamo la pizza illeche et immediate, ti mando solo quella di Kamut." "Come al solito hai fatto una figura ridicola come se tutti avessero studiato latino, a proposito vedi di dare una mano ad Ambra e ad Angelica sia col latino che col francese, a scuola le professoresse mi hanno detto che ne mangiano poco."
    "Forse dipende anche dal fatto che ambedue le due signorine hanno: capelli lunghi a treccia unica posteriore, occhi e bocca truccati, niente reggiseno e dalle maniche corte della maglietta si intravede l'inizio di tettine, pantaloni stracciati lunghi sino al ginocchio, scarpe con troppo tacco ed andatura..." "Stai descrivendo due passeggiatrici romene del porto di Messina, ci vedo un pizzico di gelosia."
    "Hanno suonato al campanello, sta arrivando la pizza 'illeche et immediate', chiama le due mocciose." Avevo dimenticato di dirvi che anche Angelica abitava nello stesso palazzo e quindi era sempre a casa di Arlène. Ambra: "Stasera l'arte culinaria si spreca: anatra all'arancia, pollo alla diavola, scaloppine al marsala, evviva." "Stasera le due spiritosone sono di corvè, tutte e due a lavare i piatti mentre io e vostro zio sul divano a vedere la televisione, c'è Montalbano." Arlène si era vendicata. In fondo ad Alberto la situazione non dispiaceva, circondato da tre esseri femminili anche se due immature si ma sin quanto immature? Un episodio mise in allarme il maschietto della scala A), un pomeriggio: "Vieni a casa mia, le due scimunite sono andate a casa di un'amica, sono arrapatissima."Un volo e subito sotto la doccia. Arlène un corpo da statua greca: 1,75, seno marmoreo misura tre, vita stretta, gambe chilometriche, piedi bellissimi. Quello che più attraeva Andrea era il fatto che la signora aveva punta del seno e labbra della cosina di colore rosato, in passato aveva avuto un rapporto con una negretta e ne era uscito disgustato, insomma era un pò razzista in fatto di sesso.
    Sul lettone,la baby a gambe aperte:"Da dove comincio?" "Non è possibile..."
    "Allora scelgo io: alluci in bocca, sono diventato feticista, la colpa è tua sono troppo belli, come ha fatto tuo marito a lasciare un essere come te, un imbecille!" "Ti rendi conto di quello che dici, lascia stare la filosofia e baciami il fiorellino a lungo!" "Agli ordini, eseguo."Arlène dopo due orgasmi fece cenno di avere bisogno di un po' di tregua che Al non concesse entrando in una vagina completamente allagata e arrivando sino in fondo col suo 'marruggio' grande e lungo, la natura era stata benevola con lui. Arlène dopo un altro orgasmo cominciò prima a leccare e poi a mordere il collo dell'amante il quale, da vecchio zozzone cambiò porta d'ingresso con delicatezza ma il calibro era quello che era e Arlène strinse i denti; ogni tanto accontentava il buon Al che nel frattempo le procurava un orgasmo con il dito medio sul clitoride, insomma una goderecciata gigante.In pieno post ludio i due sentirono sbattere la porta d'ingresso, Arlène schizzò via dal letto, anche se sua figlia immaginava il suo rapporto con Alberto non voleva farsi vedere in quello stato."Ciao cara sei rientrata presto." "Ho mal di pancia, stasera non mangio, vado in camera mia."Istintivamente quel ritorno prematuro non aveva convinto Alberto, da Ambra c'era di aspettarsi di tutto, non si era sbagliato, i fatti futuri gli diedero ragione."Zietto devo confessarti una cosa."
    "Conoscendoti non sono sicuro di poterti dare l'assoluzione, vai dal canonico della chiesa qui vicina." "Un prete non capisce nulla di sesso perché non ha esperienza in quel campo e poi..." "Ho capito ti sei fatta un boy friend e..." "Niente boy friend ho avuto un rapporto con Angelica, non so nemmeno io come sia successo, eravamo sul letto e ripassavano una poesia che dovevano imparare a memoria quando Angelica mi ha messo una mano fra le cosce, ho avuto un orgasmo profondo molto di più di quelli che provo da sola, sono in crisi." E mò che gli dici ad una tredicenne dal primo rapporto lesbico, vorrei vedere voi. Al prese il viso di Ambra fra le mani: "Alla tua età si scopre il sesso etero, a te è capitato il rapporto omo, non porti tanti problemi, nel medio evo gli omosessuali venivano incarcerati e tutt'oggi nei paesi arabi vengono sanzionati con la morte ma devi sapere che, specialmente fra le femminucce, in questi rapporti c'è tanta dolcezza al contrario dei maschietti, in ogni caso è una storia vecchia come il mondo, avrai sentito parlare della poetessa Saffo che nell'isola di Lesbo amava circondarsi di belle fanciulle con cui aveva dei rapporti detti appunto lesbici. Rasserenati, sei giovane, stai aprendo gli occhi sul mondo, talvolta ti apparirà strano, accetta le cose come sono, cerca solo di non fare sbagli irreparabili come quello di rimanere incinta alla tua età, può succedere e la tua vita ne verrebbe sconvolta, insomma hai capito, quando hai dei problemi c'è qui il vecchio zio Al." "Non sei vecchio!" "Alla tua età consideravo vecchi quelli che avevano pochi anni più di me, insomma hai capito son qua!" Alberto era in crisi non per quello che aveva saputo da Ambra ma sul fatto di far sapere o meno ad Arlène quello confidatogli da sua figlia, perché aveva preferito lui, un estraneo, a sua madre, forse per vergogna; decisione: niente rapporto ad Arlène. Dopo quell'episodio Alberto guardava la due fanciulle con altri occhi come, le vedeva toccarsi vicendevolmente il fiorellino in cui erano spuntati i primi peli. La visione gli aveva procurato un innalzamento di 'ciccio' che lo aveva lasciato perplesso, cosa poteva succedere se durante una lezione di latino la mano sua o di una fanciulla prendeva una direzione 'sbagliata', non voleva pensarci, ne sarebbe venuto fuori un gran casino! "Zietto ti devo comunicare una novità, mi son fatta un boy friend, si chiama Alessandro è figlio della preside." "Bene così avrai la promozione assicurata, sto scherzando, impegnati nello studio, te l'ho detto varie volte nella vita non si finisce mai di studiare, io anche prima di congedarmi mi aggiornavo sulle materie tributarie." "No volevo dirti un'altra cosa, io ogni tanto gli prendo in mano il coso che diventa duro ma è piccolino, con l'età crescerà?" Porcaccia miseria...che atteggiamento prendere: "È una cosa normale per quella età farsi un'esperienza; non c'è nulla di male basta che non combinate guai," ma che guai potevano combinare boh..."Parliamo di altro, è un po' che tu e Angelica non venite a farmi vedere i compiti e a fare un po' di ripetizione, prova a chiamarla." "È a letto con la febbre." Alberto istintivamente capiva che non era il caso di restare solo con Ambra: "Mi hanno chiamato dalla caserma, devo fare delle foto, ciao." Andrea non si era sbagliato, ogni giorno incontrava Ambra sempre triste, per le scale lo salutava appena finché una sera alle ventidue sentì bussare violentemente alla porta d'ingresso, Ambra in lacrime si abbracciò ad Alberto, lacrime sempre più irrefrenabili, finirono sul letto.
    "Quando riuscirai a calmarti vorrei sapere cosa ti sta succedendo, guardami in faccia."
    Ambra non si staccava dall'abbraccio, ci volle del tempo finché "'Tu non sei stato mai per me uno zio, nemmeno un padre ma molto di più. A otto anni, tu eri ancora sposato con Armida, un pomeriggio entrai a casa tua, in salotto, con la scusa di un bicchiere d'acqua allontanai tua moglie e rubai da un album una tua foto in divisa. Alcune mie compagne di classe si accorsero della foto e ridendo mi chiesero se ero innamorata di quel bel giovane in divisa, era vero. Già da allora provavo per te un sentimento profondo che aumentava di giorno in giorno, ero diventata gelosa di tua moglie ma mi è parso d'impazzire quando giorni fa, rientrando in casa prima del tempo ti ho visto mentre facevi l'amore con mia madre, tu nudo, un dio con un coso grosso e lungo che avrei voluto io avere dentro di me, avrei voluto uccidere mia madre, mi chiusi in camera mia e non andai a scuola per una settimana, ora son qua..." Nel frattempo Alberto si era ritrovato nudo spogliato da Ambra che aveva preso in mano e poi in bocca il suo 'ciccio' diventato grosso e duro come non mai per poi dilagare nella boccuccia della ragazzina che seguitava, seguitava, seguitava... Un piacere inaspettato, un ricordo confuso, il cervello annebbiato, senza forze Alberto si ritrovò solo, solo col casino combinato senza quasi accorgersene ed ora? Cominciava ad albeggiare, Al girava per casa come istupidito in cerca di una soluzione, non poteva certo far fìnta di nulla, come comportarsi con madre e figlia eh, maledizione a lui era nei guai, Ambra non lo avrebbe mollato visto come si era comportata unica soluzione: la fuga ma dove? Il suo pensiero di rivolse a sua cugina Silvana di Roma che era stata per lui una sorella nei momenti difficili. Via, valige e partenza immediata con la fida Jaguar X type acquistata con i proventi della vendita della villa della defunta zia Giovanna. Durante il traghettamento un buon cappuccino con brioche, una buona boccata di aria marina, era proprio rinfrancato, non si poteva far condizionare da una quattordicenne si ma...uffa per lui era stato solo un pompino ma per lei il suo grande amore? Squillo del telefonino ahi ahi chi poteva essere, basta guardare...Arlène:
    "Ciao cara, ti avrei chiamato io, sono sul traghetto per Villa S.Giovanni, una telefonata di Silvana da Roma, suo figlio Cesare ha avuto un brutto incidente stradale, è ricoverato in coma, lo sai quando c'è un problema siamo sempre a disposizione uno dell'altro, per me Cesare..." "È come un figlio, mi pare che figli ce ne hai troppi in giro, soprattutto femminucce!" "Non ti metterai a fare la gelosona, non è da te, era un po' di tempo che pensavo di cambiare aria nel senso che andrò ad abitare a Cerenova dove Silvana ha una villa e poi se capita l'occasione, chissà al mare con tanta di quella foca..." "Non te ne approfittare perché sono innamorata di te, ciao." Alberto sperava di non ricevere altre telefonate invece...era Ambra, decisione immediata:"Cara ti sei voluta fare lo zio, mi sta bene ma 'semel in anno licet insanire', scrivitelo e traducilo, capirai, ciao."Si era levato un peso ma che sarebbe successo al ritorno? Basta pensare, non aveva avvisato la cuginetta:"Silvana indovina dove sono?" "A letto con qualche mignotta ho indovinato?" "Ci sei andata vicino, poi ti dirò, sono sul traghetto Messina - Villa S.Giovanni, verso sera sarò a casa tua."
    "Mi hai incuriosita, non riesco ad immaginare che porcata avrai combinato, da te mi aspetto tutto." "Mi hai dato dello zozzone e io non ti racconto niente, tieh."
    "Racconti, racconti, stasera andremo nella trattoria 'Urbana' sotto casa, hanno cambiato gestione e cucinano alla grande, ciao." Era un po' di tempo che mancava da Roma, ad Andrea la città gli sembrò diversa anche se nulla era cambiato: casa di Silvana in via Cavour 101, l'edicola all'angolo, l'ingresso di un piccolo albergo, il negozio di frutta e verdura, la macelleria, la chiesa di S.Maria Maggiore, i bar...l'aria di Roma, la sua Roma, dove era nato, mai dimenticata anche dopo i molti trasferimenti in giro per l'Italia. "Fatti una doccia, puzzi come un cane!" "Come saluto di benvenuto non c'è male!" "Sto scherzando, mi fa sempre piacere quando mi vieni a trovare, il racconto dei tuoi casini dopo cena, a stomaco pieno, sei come l'aspirina. Cesare stava bene, abitava per conto suo, ogni tanto cambiava fidanzata, a Messina ne aveva portate quattro tutte alloggiate all'hotel 'Paradise' a spese dell'Albertone o a Panarea presso l'albergo dell'amica Lidia. A cena il telefonino di Silvana squillava a ripetizione causa il lavoro di consulente tributaria e del lavoro, i clienti non gli davano pace nemmeno la sera. "Chiudi stà porcheria e che c..o!" "Aggiornami senza imbrogliare, non ti vergognare io sono come una vecchia mignotta a cui i cosi grossi non fanno effetto!"
    Alberto fu sincero, Silvana non battè ciglio: "Penso che sarai mio ospite a lungo, le lolite sono pericolose poi c'è di mezzo anche la madre, nemmeno Stecchetti quello scrittore pornografo del prima novecento avrebbe avuto la fantasia di un casino totale come il tuo." I giorni successivi Alberto si scoprì turista : stazione Termini, via Nazionale, piazza di Spagna, altare della Patria, via del Corso, fontana di Trevi tutto immortalato dalla fida Canon. Tornava a casa stanco e affamato ma si doveva improvvisare cuoco, Silvana sempre al lavoro non aveva tempo di cucinare ma non gli dispiaceva. Ricordava quando a Montecrestese, da finanziere, in una brigata di confine sopra Domodossola espletava il suo turno di cuciniere. Qualche giorno al mare a Cerenova nella villetta di sua cugina: sulla spiaggia a prendere il sole, cosa strana per lui non sentiva il bisogno di attaccare bottone con qualche baby sola sulla spiaggia, brutto segno non apprezzare più le attrattive femminili! La sera al solito ristorante:
    "Fammi un resoconto dei giorni passati al mare." "Solitudine totale, forse sento ancora lo shock del casino combinato a Messina." "Non è stata colpa tua, ti sei trovato in mezzo tra madre e figlia, non è che ti sei fatta pure la nonna?" Un pomeriggio squilla il telefonino, Arlène, dubbio se rispondere o meno..."Mon petit chou (la baby era di origine francese) sento il bisogno di parlarti, ormai è passato un anno e, come sai, il tempo...La scimunita mi ha messo al corrente, immagina la mia prima impressione, le due persone che più amo al mondo, ho abbracciato Ambra che nel frattempo, ne aveva combinata un'altra: aveva ripreso i rapporti omo con la su amica Angelica, ora pare che la situazione sia tornata alla normalità ammesso che nel nostro caso il vocabolo abbia un significato, non sono una conformista ma...mi senti, dimmi qualcosa, ho bisogno di sentire la tua voce." "Son qua, anche se potrà sembrarti improbabile ma è un anno che..." "Non so se mi faccia piacere o meno, dobbiamo ritrovarci, il tempo passa, o torni a Messina o io vengo a Roma." "Voglio parlarne con Silvana, è il mio 'consigliori', ti farò sapere.""Silvana..." "Ho capito tutto, la tua bella ti reclama ma tu non sai se tornare a Messina o restare qua ospite indesiderato, ci ho azzeccato?" "Alcune volte mi fai impressione, sei una maga, una maga buona che consiglierà |^ÌTtóxAtfeefto-di.."
    "Di fare quello che più desidera, nella tua camera potrei metter un altro letto, scegli tu."
    L'idea di fare il turista per Roma al braccio Arlène era una soluzione gradita, avrebbe anche fatto vedere alla sua bella la casa di via Conegliano vicino S.Giovanni dove era nato e vissuto sino al momento dell'arruolamento nella Guardi di Finanza, decisione apprezzata anche dalla cuginetta. Arrivo alla stazione Termini col cuore in gola da parte di ambedue gli innamorati, valige disfatte e immissione dei vestiti nell'armadio poi la solita cena a tre."Arlène più ti guardo e più mi piaci, non capire male, io apprezzo chi ama mio cugino e mi sembra che tu...A còsi non mettiamola sul patetico, Nando portaci una bottiglia del tuo meglio vino, dobbiamo festeggiare." A casa: "Belli qui ci sono due lenzuola la migliori del mio corredo, sono profumate alla violetta."
    Dapprima timidamente e poi sempre più violentemente a due presero a far l'amore, alla fine spossati: "A coso mi hai distrutto la cosina, ci vediamo fra un altro anno."
    "Non ti ho domandato di Ambra." "È ospite della famiglia della sua amica Angelica, non c'era altra soluzione, io non potrò stare a lungo a Roma, ho solo quindici giorni di licenza." I quindici giorni passarono in fretta, Arlène aveva pronte le valige quando:
    "Aspetta, una telefonata di mia figlia: dimmi tutto cara, come... non so che dirti poi mi informerai meglio quando verrò a Messina, un saluto da parte di Alberto, ciao cara."
    "Allora le ultime novità spero piacevoli." "Bah! Ambra si è fidanzata con un certo Agilulfo, anche se ha un nome impossibile è un ragazzone che conosco, suo compagno di scuola, un bravo ragazzo, di buona famiglia, spero riuscirà a cambiare la vita di mia figlia." "Cara Silvana valige doppie, torno nella città dello Stretto, quando vorrai sarai mia gradita ospite, a proposito tu niente maschietti?" Andrea riuscì a schivare un cucchiaio di legno, l'ultimo saluto della cuginetta.

  • 23 ottobre 2016 alle ore 10:50
    I LICENZIOSI

    Come comincia: I licenziosi chi sono? Senza scomodarvi a consultare il vocabolario ve lo suggerisco io: sono quei simpaticoni che se ne fregano delle convenzioni e, a modo loro, vivono felici.
    La simpatica storia che sto per raccontarvi è vera, non ci credete? Fatti vostri in ogni caso ritengo che la possiate apprezzare solo se avete il senso dello humor, non siete conformisti e soprattutto se amate il sesso!
    Protagonisti: Alberto e Nausicaa (ma voi pronunziatela con una sola a) e poi Massimo con Quinta regolarmente maritati sinché...
    "Che é sto casino, i nostri sovrastanti..." Alberto si era rivolto alla amata consorte commentando il rumore di vasellame sbattuto violentemente per terra e sulle pareti che proveniva dal soprastante appartamento dove dimoravano (non sempre pacificamente) i loro amici Quinta e Massimo. Vi meraviglierete, come d'altronde io la prima volta, quando ho appurato che ad un essere umano femminile fosse stato imposto al posto del nome un numero. Spiegazione: nella valle dell'Esino, fiume vicino a Jesi (An), forse per non scontentare i nonni o per altri ignoti motivi, ai nascituri venivano imposti invece di un comune nome dei numeri bah!
    "Il solito litigio, amore mio pensa ai bagagli." Nau aveva in testa il prossimo viaggio a Parigi e non aveva alcuna voglia di pensare ai fatti altrui.
    Finita la buriana, i due futuri turisti sentirono bussare violentemente alla porta d'ingresso.
    Elettra struccata e incazzata nera aveva poggiato a terra due valige: "Questa è la volta buona, ho trovato un messaggio di qualche bagascia sul telefonino di Massimo, torno da mia madre a Cingoli!" Per i non marchigiani è una località collinare in provincia di Macerata detta balcone delle Marche.
    Con un abbraccio i tre amici si salutarono, ogni frase sarebbe stata inutile.
    Dopo circa un'ora un bussare sommesso alla porta, era Massimo.
    "Siediti, stiamo preparando i bagagli, partiamo domani per Parigi, fermati mangerai un boccone con noi."
    "Massimo, forse avrai capito che questa è la volta buona, quando non va...se Nausica è d'accordo ti invitiamo a venire con noi, conosco un dirigente ali'Alitalia, penso che troveremo un posto anche per te, allegria!"
    Over booking adiuvante, i tre amici si trovarono in aereo seduti in tre posti vicini con in mezzo la femminuccia del gruppo.
    Alberto incallito fumatore di pipa,: "Vado in bagno..."
    Massimo era veramente a terra, occhi chiusi, forse una lacrima, la sua vita sconvolta. Nau gli accarezzò il viso e poggiò l'altra mano sulla coscia del vicino il quale, inaspettatamente, aumentò vistosamente di volume al centro, insomma lì, situazione rilevata da Nau con un sorriso di compiacimento: ancora, malgrado i trentacinque anni, riusciva a sollecitare gli appetiti sessuali dei maschietti. Bacino sulle labbra di Max e poi ritirata strategica, stava rientrando Alberto.
    Arrivo in taxi all'hotel De Ville. Il portiere parlava italiano: "Benvenuti signori i vostri nomi?" Alberto: "C'è un problema il nostro amico non ha prenotato e quindi..." "Spiacente signore, siamo al completo, a ferragosto..." Cinquanta Euro passano di mano da Alberto al portiere il quale: "Forse una soluzione ci sarebbe, mettere un lettino nella vostra camera."
    Panorama stupendo con vista sulla Torre Eiffel, camera abbastanza grande, lettino posizionato vicino finestra. "Massimo molla il muso, siamo qua per divertirci, ti troviamo una bella pollastra e via..." Cena deliziosa innaffiata da un buon Bordeaux che aveva messo in allegria la compagnia, passeggiata vicino alla Senna e poi ritorno in albergo.
    Massimo "Posso farmi la doccia?" "Nau: vai caro noi abbiamo da fare..." e mise in atto l'intenzione. Un doverosa premessa: al contrario di altre femminucce, Nau amava molto il sesso anale e per migliorare la prestazione ...
    Un passo indietro: da una rivista porno acquistata da Alberto aveva notato la pubblicità di due vibratori, uno normale con le solite batterie e l'altro molto particolare in quanto all'interno cavo era possibile immettere dell'acqua tiepida che poteva venire spruzzata da due simil testicoli che, compressi, facevano giungere al collo dell'utero il liquido in sostituzione dello sperma, insomma un'aggeggio sofisticato che Nau decise di acquistare. Il giorno seguente si presentò dinanzi ad un porno shop e stava per entrare quando vide che come commesso c'era una femminuccia invece del solito maschietto possibilmente omo. Difficile capire quel che passò per la testa alla consorte di Alberto, forse una crisi di pudicizia fatto sta che ritornò a casa incazzata con se stessa.
    Pranzo col muso lungo, alla fine : "Posso aiutare la mia signora?" Nau raccontò l'episodio ed Alberto decise di far lui i due acquisti. Al suo rientro grande curiosità e Nau decise di provare subito quello con lo spruzzo con grande sua goduria. Ritorniamo a Parigi: in mancanza del vibratore la bella si accontentò di un sessantanove e, al rientro nella stanza di Massimo, insieme al consorte andò in bagno per una doccia ristoratrice.
    Al ritorno a letto: "Buonanotte caro, sogni d'oro." E si girò dalla parte del letto di
    Max. All'inizio non ci fece caso poi, allungando il collo, notò alla luce riflessa del lampione sottostante che il profilo del corpo di Massimo aveva come dire, un andamento particolare: al centro si ergeva un alberello piuttosto pronunziato. La signora, accertatasi che il consorte già dormiva della grossa, decise d'impulso di andare di persona a verificare quella specie di cannocchiale.
    Le venne in mente l'inizio di un canto carnascialesco romano: 'Tre palmi sotto il mento ci sta un bel monumento'in questo caso bastavano due palmi...
    Come suo costume, d'istinto decise che voleva prendersi una vacanza sessuale, prese in mano quel coso il quale reagì allungandosi ancora di più, altro che alberello era una sequoia! Come aperitivo un piccolo bacio sulla punta e poi immissione in bocca che praticamente fu riempita, dopo qualche su e giù il ciccio di Max decise che la cosa era molto piacevole e quindi inondò la bocca della signora che apprezzò il buon sapore molto migliore di quello di suo marito. Stava per ritirarsi quando constatò che il cannocchiale non solo non si era ritirato anzi sembrava ancora più lungo e grosso... Decisione: uno smorcia candela (se non sapete l'origine della locuzione ve la spiego dopo) in parole povere decise di cavalcare Max anche se si accorse subito della difficoltà considerate sia la lunghezza e soprattutto il diametro del pene. In passato aveva avuto esperienze con vari maschietti ma mai una bestia di quella portata mai, ci volle del tempo prima di arrivare in fondo. Lo schizzo dello sperma gli ricordò quello provato con il vibratore. A quel punto presa da una frenesia sessuale decisa che anche culino dovesse provare qualcosa di insolito, strinse i pugni quando... Alla fine di recò in bagno dove per sua fortuna teneva una pomata per lenire il dolore, decise che non avrebbe mai più cercato di provare analoga esperienza. Uno strano collegamento di quando era in collegio le sue colleghe che studiavano tedesco pronunziavano ridendo la frase: 'la gatta nel carbone', non aveva mai provato a tradurla in tedesco, provateci voi!
    La mattina si trovò sola nella stanza, raggiunse i due maschietti al bar per la colazione. Il Barman: "La signora gradisce della panna nel cappuccino?" Nau si mise a ridere ricordando lo sperma di Max ingoiato lasciando il marito interdetto per quella risata per lui inspiegabile...
    Un passo indietro: lo smorcia candele era una canna in cima alla quale veniva apposto un cono di alluminio che serviva in chiesa per spegnere le candele poste più in alto, parlo di anni addietro.
    La vacanza dei tre? I giorni successivi vita da turisti comuni: viaggio in bateau mouche quei battelli che 'solcano'la Senna e ti fanno vedere Parigi dal basso, visita di qualche museo (Alberto si rompeva...), anche qualche locale classico per turisti tipo Moulin Rouge, in fondo una noia, solo una certa Nausicaa (con due aa) avrebbe avuto un ricordo indelebile.. "Cara è un bel po' che sei in bagno, si tratta di colite?" "Di culite, di culite maledizione!"
    La gatta nel carbone si traduce in tedesco in: 'katze in der kohle'!

  • 23 ottobre 2016 alle ore 10:07
    MELANIA CRESCE

    Come comincia: Era il 31 marzo 1967 quando la dolce Melania Milafi aveva lasciato il comodo pancino della mamma per respirare l'aria marina della città di Messina dopo che un ostetrico, per dovere professionale le aveva accarezzato, non proprio dolcemente, il piccolo sederino suscitando la arrabbiata riprovazione dell'interessata.
    Il lieto evento tanto desiderato dalla mamma Mara, figliatrice di razza, era stato accolto con gioia dal papà Gaetano, dal fratello Antonio, bel pupone grassottello e dalla sorella Anna detta 'chatte' (gatta) a causa del suo sguardo felino dei suoi occhi verdi che non promettevano nulla di buono per chi osasse contraddirla. La piccola Melania crescendo era attenta a tutto quanto la circondava; sempre calma e sorridente si metteva in agitazione solo a stomaco vuoto ed a pannolino pieno.
    I familiari accorrevano in gran fretta per evitare piagnistei udibili in tutto il palazzo. Una volta soddisfatta la baby riprendeva la normale tranquillità.
    Riconosceva le persone che la attorniavano abitualmente ed alle quali distribuiva larghi sorrisi, non altrettanto bene con estranei accolti con pianti di ripulsa. "Gaetano come ti spieghi che tu e tua moglie, classici esemplari del tipo mediterraneo avete sfornato una figlia biondissima?
    Gaetano, buono d'animo, attaccato alla religione sino allo spasimo, non accettava la provocazione con senso dello humor ed evocava lontani parenti di origine irlandese che sicuramente avevano contribuito a trasmettere le caratteristiche nordiche alla bimba. Mara dalla moralità ineccepibile, non accettava il sarcasmo e fulminava con lo sguardo truce l'improvvido irrisore.
    Melania cresciuta assai viziata, voleva far valere sempre il suo punto di vista talvolta con richieste decisamente stravaganti come quella di voler andare a passeggio di notte. Altra peculiarità, non apprezzata dai fratelli, era quella di cercare l'anima' dei giocattoli, compresi quelli di Antonio e di Anna con la conseguenza di ridurli in uno stato pietoso e di vedersi precluso l'ingresso nella comune sala giochi.
    Un giorno scoprì un passatempo piacevole: a cavalcioni sulla sponda del lettino aveva provocato eccitazione nello strusciarsi il fiorellino con la conseguenza finale di una gradevole goduria alla quale, in seguito, ricorse spesso. Stranamente Melania, sin dalla prima volta, aveva accettato con piacere la novità di frequentare l'asilo; si trastullava con maschietti e con femminucce ma non aveva abbandonato la inveterata abitudine della sistematica distruzione degli altrui balocchi (i suoi erano diventati dei rottami) vezzo non apprezzato dai compagni di giochi.
    Nemmeno le maestre erano immuni dalle sue burlette: una volta alla richiesta di una maestra di andare a prendere una palla rossa, l'aveva scelta di color verde ed aveva ripetuto lo scherzo tante volte sinché convinse la insegnanti che fosse daltonica. A casa mamma Mara ripetè l'esperimento e capì subito che la piccola rompiscatole aveva messo in atto uno dei suoi giochetti.
    Altri problemi erano sorti allorché la deliziosa baby era stata iscritta alla prima elementare: abituata a svegliarsi dolcemente in tarda mattinata, rimpiangeva l'asilo giudicando I scuola elementare un motivo di disturbo delle sue buone abitudini. Mara come il papà Gaetano ed i fratelli dovevano essere presenti al posto di lavoro o a scuola alle 8,30, orario che Melania giudicava antelucano.
    La storia si ripeteva ogni mattina, Melania veniva appoggiata ed in seguiti sbatacchiata sul divano del salone al fin di farla svanire dal sonno.
    Tale comportamento non aveva dato esito alcuno in quanto l'interessata riprendeva placidamente a dormire il sonno del giusto per cui un giorno Mara, esasperata, I'aveva adagiata delicatamente ma con decisione sul piano esterno della porta d'ingresso.
    La mancanza del solito calore, non solo umano, svegliò di botto la piccola sfortunata che capì l'antifona e corse precipitosamente a farsi vestire, con le buone maniere... A Melania si potevano rimproverare tante manchevolezze ma non quella di essere una studentessa negligente. A scuola seguiva con attenzione le spiegazioni degli insegnanti, a casa era scrupolosa nel seguire i compiti assegnatile, i maestri erano entusiasti, i genitori piacevolmente sorpresi soprattutto la mamma che negli studi non era stata eccelsa (aveva preso dal padre).
    La famiglia Milafi era inaspettatamente aumentata di numero allorché un implume passerotto, caduto dal nido, era approdato sul terrazzino di casa. "Dono del Signore" aveva chiosato papà Gaetano, "Rottura di scatole" aveva commentato la più pratica mamma Mara che vedeva aumentato il 'bordellino' in casa.
    Ciccio Pupella (questo il nome appioppato al volatile dal buon Gaetano) cresceva circondato dalle affettuosità di Antonio e di Anna che lo imboccavano con una cannuccia, Ciccio li ricambiava con leggere beccatine sulle mani o sui lobi delle orecchie quando si arrampicava sulle loro spalle.
    Talvolta veniva ristretto in gabbia per evitare che lasciasse in giro le sue 'fatte', evento non apprezzato dall'interessato che non si rendeva conto delle ragioni della sua prigionia.
    Quello che però faceva più incazzare Ciccio Pupella era l'abitudine di Melania di prenderlo in mano e di portalo in bocca subissato di tanti 'bacini'. "Melania non mettere l'uccello in bocca, è un volatile" sentenziava Mara senza rendersi conto del doppio senso...Un giorno Ciccio Pupella, stanco dei continui 'bacini', adocchiata una finestra aperta, divenne uccel di bosco.
    Melania cresceva bene in altezza, anche il seno le era cresciuto prosperoso al contrario della sorella Anna praticamente piatta. In comune le due sorelle avevano gli occhi ereditati dal padre, grandi e luminosi che cominciavano a truccare quando uscivano, di nascosto di mammina. A quindici anni per Melania il primo flirt con grande frustrazione della genitrici che era in costante lite condominiale con lo zio del prescelto: Melania si era fidanzata con Tonino Marrazzo. Mara accampava sempre nuove scuse per impedire alla figlia di incontrarsi col boy friend, in verità non era facile in quanto Tonino era il classico bravo ragazzo, studioso, serio, ben educato, il suo 'difetto' era quello di essere il nipote di Giuseppe Marrazzo.
    "Mamma non facciamo niente di male, ti prego fammi andare al cinema con lui.
    "Ci mancherebbe pure che facessi qualcosa di male, vada per questa volta ma che non diventi un'abitudine."
    Mara era giunta al matrimonio vergine ed aveva idee molto severe in fatto di sessualità. Per paura che le figlie facessero qualcosa di proibito rappresentava situazioni di pericolo come quella di essere considerate dalla gente delle poco di buono, di rimanere incinta di non potersi più sposare perché non più vergini.
    La pillola anticoncezionale, poi, portava al tumore, il papà rincarava la dose affermando che i rapporti prematrimoniali rappresentavano un peccato mortale. Melania non andava al di là di casti bacini che però producevano in Tonino effetti prorompenti aH'interno dei suoi pantaloni. Dubbiosa la baby si limitava a toccare il 'coso' al di sopra della stoffa ma col tempo, presa dalla curiosità, aveva acconsentito che Tonino 'lo tirasse fuori.'
    Subito gli era parso mostruosamente grosso e decise che mai avrebbe permesso di farselo introdurre nel suo piccolo buchino. In seguito, innamorata più che mai,aveva acconsentito ad effettuare 'lavoretti' manuali ed infine anche 'orali', quest'ultima pratica aveva dei risvolti di sapidità non piacevoli e c'era voluto del tempo per abituarsi. L'unica cosa che non apprezzava in Tonino e che non sapeva farla godere. Il boy, come molti suoi coetanei, aveva idee confuse sulla conformazione sessuale femminile, le sue mosse maldestre avevano convinto Melania a riprendere le buone abitudini acquisite da bambina. Una svolta nella vita di quest'ultima avvenne allorché giunse a scuola il nuovo professore di educazione fisica: durante l'ora di ginnastica : durante l'ora di lezione tutte le sue compagne di classe erano eccitate. Sandro Ridolfi proveniva da Ferrara ed aveva partecipato alle ultime olimpiadi nel corpo libero. Era stato eliminato al primo turno ma restava il fatto che poteva sfoggiare un fisico muscoloso, scattante e col petto con la classica forma di carapace di testuggine.
    Abitava in una villa vicino al lago di Ganzirri di proprietà di suoi cugini, i Milioti, ricchi commercianti di vini. Il motivo di quel trasferimento a Messina non era dato sapersi ma, tutto sommato, non interessava nessuno o quasi.
    Un giorno Melania, mentre giocava a pallavolo cadde a terra ed affermò di essersi fatta male ad una caviglia. L'insegnante Ridolfi ritenne opportuno penderla in braccio ed accompagnarla con la sua auto al pronto soccorso. Dinanzi al medico di turno Melania non ricordò con sicurezza quale caviglia si fosse infortunata... "Professore sono pesante, si è stancato a tenermi in braccio?"
    "Per ora mi sono stancato di farmi prendere in giro, ti accompagno a casa e vedremo quello che diranno i tuoi genitori!" "Professore non mi rovini, soprattutto mia madre la prenderebbe male, la prego...sono pronta a pagare pegno."
    'Tradotto in parole povere quale sarebbe?""Quello di darmi il suo indirizzo di casa sua." "A che servirebbe?"
    "Nella vita non si sa mai." Melania aveva buttato l'amo e vi aveva inserito un verme appetitoso, se stessa, si era stancata di un bambino, tale considerava Tonino e voleva concedersi nuove esperienze.
    I giorni passavano inutilmente, Melania si sentiva offesa, non era una ragazza da buttare anzi...
    "Professore mi si è acuito di nuovo il dolore alla caviglia."
    "Il dolore non è un pochino più in alto?" Melania era diventata rossa in viso, per fortuna nessuna aveva potuto udire la conversazione, era in fondo alla palestra. "Posso andarmene dopo che mi ha trattato da puttana?"
    "Non era mia intenzione, ti chiedo scusa, tieni."
    Sandro le aveva passato un biglietto con un numero telefonico l'indirizzo della sua abitazione a Ganzirri.
    Melania doveva risolvere due problemi:
    escogitare una scusa per allontanarsi da casa;
    trovare un mezzo di locomozione per raggiungere Ganzirri da viale dei Tigli, non aveva la patente né tanto meno una macchina.
    Soluzione:
    -copertura da parte di Margherita sua compagna di scuola;
    una bicicletta procurata dalla stessa.Melania percorse velocemente gli otto chilometri di distanza, senza, per fortuna, incontrare alcun impiccione parente o amico che fosse.
    Sandro era dinanzi al cancello della villa ad aspettarla, prese la bicicletta e la depositò nel garage fuori della vista di estranei.
    "Che bel posto, vorrei visitare il giardino, da fuori sembra magnifico."
    Sandro non fu particolarmente felice della richiesta che considerò improvvida ma non fece commenti.
    Melania ebbe modo di ammirare i prati all'inglese, le siepi ben tenute, gli alberi di alto fusto, le terrazze che degradavano verso il lago ed infine la gabbia degli uccelli.
    Furono accolti da un 'cornuto' parola pronunziata da un bell'esemplare giallo e nero di pappagallo.
    "Vedi questo è il pierino della specie, è un pappagallo indiano che, oltre che alle parolacce apprese da un giardiniere palermitano, imita in maniera perfetta tutti i suoni. Sto scass...zzi in passato ha fatto impazzire un po' tutti: col suo trespolo era stato piazzato all'ingresso della villa. Aveva imparato così bene ad imitare lo stridio del cancello che, ad ogni sua performance, qualcuno andava a controllare. In ultimo è stato sgamato ed immediatamente esiliato fra gli altri uccelli." Entrarono in casa, all'interno si avvertiva la mano di un architetto, gli alti muri erano rivestiti con marmi pregiati, i mobili di legno massiccio erano di fattura antica, ben restaurati, tutto dava l'idea di opulenza e di buon gusto.
    "Questa è la mia stanza arredata con arte povera ma l'ho migliorata con un televisore maxischermo e con un home thèatre. Poco dopo infatti la stanza fu inondata da una musica romantica.
    Sandro prese Melania fra le braccia iniziando a ballare ma per modo di dire in quanto non si spostava da una mattonella, si francobollò sul suo corpo mentre le mani presero a strizzare violentemente le natiche di Melania che si trovò in bocca un grosso randello che le impediva di respirare. Per ultimo dovette assaporare una spuma acida che nulla a che fare aveva con quella di Tonino. La signorilità e lo stile non erano di casa dalle parti di Sandro abituato più a trattare con professioniste del sesso.Melania andò in bagno a vomitare, era stralunata.
    "Ti senti male?"
    'Tra poco ti sentirai male tu, maledetto maiale" e prese in mano un grosso candelabro. L'insegnante di ginnastica fece ricorso a tutte le sue qualità di atleta ed approdò velocemente al piano di superiore, non riusciva a capacitarsi del comportamento di Melania, talvolta le donne...
    Melania in bagno di riempì la bocca di dentifricio per cercare di eliminare quel cattivo sapore, in garage prese la bicicletta e via a casa di Margherita alla quale raccontò gli ultimi avvenimenti ed insieme concertarono di riferire tutto al preside il giorno seguente.
    Il professor Pugliatti le accolse col solito sorriso che sparì presto dalla sua bocca allorché apprese le malefatte del professor Ridolfi.La versione dei fatti di Melania era un pò 'prò domo sua' ma fu creduta in toto. Dopo quattro giorni il professore di ginnastica Sandro Ridolfi andò a mostrare il suo carapace in un'altra scuola d'Italia trasferito d'ufficio dal Ministero della pubblica Istruzione, pare che avesse avuto altro analogo incidente a Ferrara...

  • 22 ottobre 2016 alle ore 17:57
    SALVO E LA GELOSIA

    Come comincia: Ti vedo inquieto, stralunato, sospettoso verso la tua partner.
    La gelosia:
    "È un mostro dagli occhi verdi che schernisce la carne di cui si nutre", Shakespeare ha ragione;
    è un sentimento degli dei pagani verso gli uomini; gli dei non gradivano che i mortali si 'facessero' le loro femminucce;
    è una proiezione della propria insicurezza verso gli altri, è tipica di una mente debole, invidiosa, immatura;
    è la profezia di futuri tradimenti, il tuo lato nascosto, dea velata ed oscura che arde dentro di te.Se ad un cocktail noti gli sguardi assatanati degli invitati maschi attratti dalle grazie della tua amata, non accendere la sigaretta dalla parte del filtro, ti intossicheresti ancor di più; se non possiedi te stesso non puoi possedere una donna.
    Il tuo simbolo? Le Erinni vendicatrici.
    Cerchi di vincolare la tua partner? Non puoi incatenare un raggio di sole!
    Una moglie laida non potrebbe sconfiggere la tua gelosia: ti farebbe becco per dimostrare che anche lei...
    Se osservi delle foto della tua signora fasciata in un succinto bikini la quale, sorridente, offre agli astanti la visione di un rigoglioso, prosperoso e lussureggiante bel vedere non devi lamentarti affermando:
    "Non dovevi farlo!" non spiegando a chi ti riferisci:
    alla consorte troppo ... generosa;
    al fotografo che ci ha guadagnato sopra;
    all'allupato di turno, abbagliato spettatore che sbiluccica le immagini.Il tuo persecutore più odiato? Andronico 1° imperatore di Bisanzio che codificò le corna facendo appendere quelle dei cervi da lui cacciati sulle mura dei palazzi appartenenti ai mariti cornificati.
    Per le protuberanze frontali di cui tanto ti adombri, rivolgiti agli dei Dioniso o Pan se sei pagano o, se cattolico, a san Giuseppe od anche a san Martino, loro ne sanno qualcosa. Prova a voltar pagina: sdraiati su di un morbido giaciglio con musica romantica in sottofondo, chiudi gli occhi ed immagina la tua amata che, languidamente, emette piccoli ululati di piacere nascosta sotto il corpo di un robusto maschione e che, guardandoti, ti sussurra:
    "Sto con lui ma è come se giacessi con te, la mia gioia è pure ia tua..." Ammira la sua faccia tosta!
    Ecco vedi come dovrebbero andare le cose, lei sarebbe più tranquilla e felice, tu ci guadagneresti perché moglie allenata è come un'atleta, rende di più...
    Ed, infine, non pensi che i miei consigli andrebbero ricompensati? Ti prego metti una buona parola a mio favore con la tua amata, te ne sarei tanto grato...

  • 22 ottobre 2016 alle ore 11:12
    IPPOCRATE TRADITO?

    Come comincia: Uno degli argomenti con cui amate interrogarmi è quello che riguarda le “ medicine alternative “ e le cure spirituali. Ad ogni domanda su questo tema ho sempre risposto in maniera vaga e poco esaustiva, oggi però, in seguito ad una mail che mi arrivata “ piena di certezze “, voglio esporre il mio parere.Faccio una premessa antipatica ed è quella riguardante la Sanità. Nonostante la buona fede di tanti medici e operatori del settore ospedaliero, ritengo che, ad oggi, la Sanità si comporti e sia a tutti gli effetti un’ Azienda predisposta al business e al profitto. Sarebbe pertanto illusorio e “ paranormale “ credere che l’ AZIENDA SANITA’ rinunci ai propri clienti e ai propri interessi. Alla luce di questa PERSONALE considerazione è dunque improbabile che vengano somministrate le cure migliori, più adatte, più economiche e soprattutto risolutive. E’ forse più facile e credibile che si curi un problema per farne sorgere un altro, in modo da creare una costante necessità dei servizi offerti dall’ Azienda. E’ anche ipotizzabile che, lobby economiche e case farmaceutiche si attivino per carpire la buona fede dei medici e degli operatori sanitari, incuranti minimamente ( tali lobby ) dell’utente finale degli effetti del prodotto somministrato. Alla luce di questa premessa, fatta di CONSIDERAZIONI PERSONALI, ritengo che sia opportuno rivolgere l’attenzione ANCHE verso cure alternative e alimentazioni il più possibilmente naturali.

    Detto questo però sono fermamente convinto che, nonostante i difetti del corpo siano riconducibili a carenze energetiche dello spirito, di questioni mediche debbano occuparsene i medici e che la MATERIA vada curata con la chimica e la biomeccanica più che con le cure spirituali. Con ciò non voglio affermare che l’energia spirituale non sia in grado di curare e di ripristinare alcune funzionalità del corpo fisico, ma POCHISSIME PERSONE HANNO UN’EVOLUZIONE E UNA CONSAPEVOLEZZA TALMENTE ELEVATA DA RENDERE LA PROPRIA ENERGIA FUNZIONALE ED EFFICACE. Se un soggetto che non si è mai occupato della propria “ anima “ pensa di curare un cancro in pochi mesi di meditazione, dieta e preghiera, forse è meglio che si prepari ad un sereno passaggio dimensionale. Se una persona ritiene dai aver percorso un cammino spirituale valido a tal punto da consentirgli di curarsi laddove sorgano dei problemi legati alla materia, e questo cammino non è stato altro che la frequentazione quotidiana di santuari o la recita di rituali e pergamene, forse è opportuno che aggiunga insieme allo “ spirito “ anche una buona dose di medicina. RIPETO : con ciò non voglio dire che le cure “ energetiche “ non funzionano, ma sono lunghe, faticose e inutili se praticate nel tipico contesto sociale in cui vive la maggior parte di noi. E’ doveroso da parte mia fare anche un’altra considerazione ed è quella di ricordarvi che le “ PERSONE CHE HANNO UN’EVOLUZIONE SPIRITUALE TALMENTE ELEVATA DA RENDERE LA PROPRIA ENERGIA FUNZIONALE ED EFFICACE, “ difficilmente si ammalano. Sconsiglio anche vivamente di rivolgersi ad operatori che promettono di curare problemi seri e gravi legati alla vostra salute e al vostro corpo poiché, nonostante ritenga valide alcune pratiche esoteriche e alchemiche non sono di certo l’alternativa valida alla medicina. Un conto è un’infiammazione di un muscolo o un orzaiolo, che possono essere tranquillamente trattati con Pranoterapia e Ritualistica, altro conto è una leucemia o un sarcoma e, soprattutto gli operatori realmente in grado di agire e condizionare l’energia vitale dell’individuo, si contano sulle dita di una mano. LE PRATICHE SPIRITUALI E NATURALI AIUTANO E VELOCIZZANO I PROCESSI DI GUARIGIONE. IN ALCUNI SOGGETTI, CHE HANNO UNA GRANDE EVOLUZIONE SPIRITUALE POSSO SOSTITUIRE COMPLETAMENTE LE EVENTUALI CURE MEDICHE.

    Pur non entrando in una vera e propria spiegazione del rapporto spirito/corpo = energia/materia dell’ibrido umano, vorrei argomentare le considerazioni che ho appena fatto. La Materia/Corpo è alimentata da l’ Essenza dell’individuo, ovvero una forma di energia consapevole e cosciente che possiamo tranquillamente chiamare “ Anima “. Questa Energia si connette al corpo con una serie di flussi immaginabili come dei fili conduttori, più forti sono questi connettori e questi flussi e più il corpo prende vigore e si rafforza, ma perché siano forti i connettori, occorre che l’ Energia Anima sia brillante e vitale. Se la materia prende il sopravvento sull’ essere ibrido, i connettori si affievoliscono e il corpo diventa il padrone delle nostre necessità. Cibi grassi, zuccheri, vita sedentaria ecc.. soddisfano le esigenze di un corpo, ma non di uno spirito. Ansie, paure , frustrazioni, invidie ecc.. creano invece le condizioni perché sia il corpo mentale ad essere egemone e anche questo riduce al minimo la vitalità dell’ energia anima. Chi pertanto ha vissuto una vita fatta di questi presupposti non può certo permettersi di curarsi in pochi mesi di attività spirituale, questo perché per ripristinare una buona connessione energetica tra gli elementi occorre tanto tempo , tanta pazienza e tanto sacrificio ( sacrificio solo per chi è abituato ai vizzi del corpo ). Chi invece ha curato da sempre lo spirito, è certo di avere una buona fonte di energia che saprà, non solo proteggere il corpo da eventuali problemi legati alla materia, ma ripristinare più velocemente problemi e disagi di carattere fisico. Purtroppo come spesso succede, a rovinare i rapporti a due, c’è il terzo incomodo della Mente, cresciuta in base ai parametri sociali in cui si sviluppa l’individuo e, quelli occidentali, non sono mai rivolti allo spirito. Nel dubbio, cominciamo fin da ora a rafforzare la propria energia anima, in modo tale da averla pronta in caso di necessità, ma è doveroso ricordare anche che l’ anima non si rafforza all’interno di cammini religiosi che, nella stragrande maggioranza non si comportano altro come la SANITA’.

    Ensitiv

  • 20 ottobre 2016 alle ore 8:43
    UN AMORE FOLLE

    Come comincia: Alberto era il capo della famiglia  Bevilacqua cognome quanto mai inappropriato in quanto  i suoi antenati erano immigrati a suo tempo nella città eterna provenienti dalle Marche, famosa regione per il vino ‘Verdicchio’.
    Rispetto a tante altre unioni famigliari quella di Alberto poteva considerarsi d’esempio: lui consulente presso uno studio tributario,belloccio , la gentile consorte Wanda una ammazzone di m.1,80  simpaticissima e sempre sorridente insegnante di ginnastica, il figlio Maurizio con fisico materno, bravo a scuola con la girl-friend Susanna anche lei sedicenne iscritta al primo liceo classico. Talvolta Mau ne combinava qualcuna delle sue come quando fece pervenire ad una sua compagna di classe molto religiosa, timida e vergine un ‘pizzino’ con su scritto: ‘you make me a  blowjob?’  che la ragazza tradusse puntualmente come una richiesta di sesso orale. Il biglietto fu portato in cattedra al professor  Annibaldi laico, miscredente e ateo come Maurizio ma che non poté far altro di far presente la situazione al preside con la conseguenza della sospensione di Maurizio dalle lezioni per tre giorni con un rimprovero scritto.
    Tutto sommato la questione fu presa in famiglia come una ragazzata con la promessa dell’interessato di farsi fare quel lavoro solo dalla sua ragazza! Altro 'inconvenite' di Maurizio, a tavola con i genitori si mise a recitare: "Due palmi sotto il mento ce sta un bel monumento." Il padre: "Chi t'ha 'mpoarato ste zozzerie poi davanti a tu madre!" "Non ce crederai ma l'ho senita da te quand'eri sotto la doccia, solo che dicevi non due ma tre palmi, il problema è..." "Stavo scherzando, gustiamoci stò piatto di pappardelle all'anatra,tu madre è stata tutta la mattinata ai fornelli."
    Il menage famigliare era piuttosto costoso, affitto per l’abitazione,  oltre le normali spese di gestione una Smart per Wanda con la quale si recava presso una vicina palestra per fare la 'firness instructor', una Cinquecento per Alberto e un motorino per Maurizio e così Wanda di pomeriggio si recava presso una vicina palestra per fare la ‘fitness instructor’ e da qui cominciarono i problemi, vi spiego il perché. Frequentatore della palestra un tale di nazionalità inglese ma di madre italiana tale Archie Morris cinquantenne, uomo di stile nel vestire e nel porgersi alla gente, elegante nel tratto piuttosto ben visto dal gentil sesso, scapolo, concessionario delle marche inglesi di automobili Aston Martin, Mini e di motociclette Ariel. Inutile dire che le signore frequentatrici la palestra gli giravano intorno come trottole ma il cotale con un sorriso le allontanava sin quando…un olpo di fulmine.
    Chissà quale meccanismo amoroso era scattato nella mente di Archie ma la visione di Wanda lo sconvolse e dire che di donne in passato ne aveva sempre fatto collezione senza legarsi a nessuna ma…e così prese a farle la corte: “Gentile signora, purtroppo i miei cinquantanni mi hanno portato come non gradito regalo una leggera pancetta di cui farei volentieri  a meno, mi darebbe un a mano per ‘spianarla’ un po’, le sarei grato se..".Per Eleonora era una normale richiesta di un cliente della palestra a prese a cuore la cosa tanto da star molto vicino all’italo inglese e riceverne le confidenze.
    “Sono di padre inglese ma di madre italiana, di Roma, purtroppo mia moglie, un cancro… e i miei genitori morti in un pauroso incidente aereo così mi ritrovo solo, ho un appartamento a Londra vicino a Tamigi dove  talvolta mi ci reco per il week-end, gli affari vanno bene ma…e dopo quel ma un sospiro come per chiedere aiuto. Ogni giorno che passava il distinto inglese era più in armonia con Wanda che non disdegnava le sue confidenze e la sua compagnia tanto da essere invitata a cena, invito non accettato  dallla consorte di Alberto che però cominciava ad essere in crisi con se stessa. Una volta si ritrovò nella tasca della sua tuta un assegno di conto corrente in bianco. Chieste spiegazioni, il buon Archie la buttò sul ridere. “Un piccolo omaggio alla sua bellezza!” chiamalo piccolo, Eleonora poteva scriverci qualsiasi cifra, l’assegno tornò al suo proprietario. In seguito il cotale le mostrò nel suo telefonino un collier di oro bianco con perle e diamanti: “Bello vero?”. Altra volta: “Che ne dice di cambiare la sua Smart con una Mini Countryman, è molto ‘alla page’. Eleonora conosceva quella macchina e ci avrebbe fatto volentieri un pensierino, maledizione, ci voleva proprio quell’inglese a complicarle la vita. Pensò di dare di dimissioni dalla palestra ma poi..per motivi vari (ufficialmente per motivi economici) ma la verità era un’altra: l’inglese gli era entrato nel cuore con i suoi modi signorili, mai un’avance  sessuale ma si vedeva che il cotale avrebbe volentieri …
    Il cambiamento dell’umore di Wanda non sfuggì ad Alberto. Quando si erano conosciuti avevano fatto un patto: massima sincerità nei loro rapporti, in qualsiasi campo non un contratto all’americana che ritenevano piuttosto volgare senza fiducia reciproca e quindi…
    “Appena me la sento ti dirò tutto, per ora…”
    Wanda da poco tempo soffriva di mal di pancia mai avuti in passato, si dice che l’intestino è il secondo cervello,  questa affermazione nel suo caso era veritiera.
    Un sabato sera, quando Maurizio era uscita con la fidanzata Wanda si prese coraggio e mise  al corrente Alberto di tutta la storia senza tralasciare alcun particolare, il consorte che aveva immaginato qualcosa di simile le chiese solo: “Mi ami ancora?” “Moltissimo te le giuro ma…”
    Un pomeriggio Archie prese coraggio e invitò Wanda e la sua famiglia a passare il weekend presso la sua villa sull’Appia antica, proposta passata al vaglio di Alberto che, ragionandosi sopra, ritenne di accettare, a quel punto…
    Ne doveva avere di soldi Archie, la villa di due piani, molto ben tenuta doveva costare un occhio della testa per manterla in ordine com’era, due ettari di terreno intorno con piante esotiche, prato all’inglese e siepi curate; la famiglia Bevilacqua con al seguito Susanna era  rimasta basita da tanto lusso ostentata con leggerezza dal padrone di casa. La cena, servita da cameriere in livrea era fuori del comune: tagliatelle al sugo di lepre, cacciagione di varie specie, molto difficile da reperire, e poi costolette di agnello a scotta dito, insalate di tutti i generi, frutta servita in grandi vassoi d’argento. anche le posate erano dello stesso materiale, un omaggio al lusso!
    Archie stava facendo di tutto per sembrare simpatico e mostrò con modestia la sua magione, impossibile non rimanere impressionati.
    Alla fine della serata: “Quando vorrete sarete tutti i benvenuti” e a Maurizio: “Sono concessionario delle moto Ariel, penso che, come tutti i giovani vorrai avere una moto, dimmi quando avrai compiuti il diciottesimo anno sarà tua.
    Ritorno a casa in silenzio, nemmeno Maurizio, di solito casinista, aveva voglia di parlare, ognuno per motivi propri, soprattutto Alberto il quale il giorno dopo chiese ed ottenne di non andare in ufficio per una settimana, aveva bisogno di star solo per riflettere. La mattina a piedi lungo gli argini del Tevere irato à patri numi come nella poesia del Foscolo.
    “Wanda dobbiamo fare il punto della situazione, inutile tacere dinanzi ad un problema, che desideri fare, io non ti lascerò mai, ti amo e sarebbe per me una perdita irreparabile.”
    “Non pensavo mai di amare due persone, è quello che mi sta succedendo, ho pensato a lungo, dipende anche da te, Archie mi vuole a tutti  costi, se sei d’accordo passerei un po’ di tempo con lui a Londra…”
    “Insomma una poliandria come nel Tibet ovvero una bigamia, devo stabilire con me stesso se riesco a sopportare la situazione, nostro figlio che penserà? dammi qualche giorno di tempo.”
    “I giovani di oggi  sono più aperti di noi in fatto di sesso, penso che avrà capito tutto, sarà allettato dal dono della moto che a Roma hanno solo i ricchi, costa un patrimonio.”
    Alberto telefonò ai suoi parenti a Jesi,nelle Marche, avrebbe passato qualche giorno con loro, nel frattempo Eleonora avrebbe assaggiato l’aria di Londra e non solo, l’aria…
    Dopo quindici giorni la famiglia Bevilacqua era di nuovo al completo nella casa di  Roma in via Appia Nuova,  non quella Antica dov’era la villa del signor Morris.
    “Non voglio fare il ‘cuckold’ all’inglese ma vorrei sapere come sono andate le tue cose in campo sessuale.”
    “Non per consolarti ma Archie ce l’ha più piccolo del tuo e in campo erotico non è bravo come te, senza paragoni!”
    Era una bugia, un buon inglese aveva dimostrato quanto fosse sbagliato il proverbio: “Niente sesso siamo inglesi”, Eleonora aveva goduto alla grande come non mai, la sua era stata una bugia consolatoria per il marito. 
    Conclusione di questa avventura insolita: Wanda, invidiata dalle sue colleghe, che si posero tante domande, poté mettersi al volante di una nuovissima Mini Clubman verde, il colore alla moda, Maurizio folleggiava per le vie di Roma con una strepitosa Ariel con dietro la deliziosa Susanna, Alberto...Alberto per orgoglio rinunziò ad una favolosa Aston Martin DB11 e rimase fedele a mamma Fiat con la sua 500, non aveva voluto speculare sulle qualità nascoste ma redditizie della consorte, talvolta l'orgoglio non paga!