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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • giovedì alle ore 10:50
    SI VIS PACEM...

    Come comincia: Alberto M., anni sedici, frequentava a Jesi in quel di Ancona la quinta classe A) del locale ginnasio. Che ne combinava di tutti i colori era il meno che si potesse dire. Di intelligenza superiore alla media, per natura riusciva a dileggiare sia i compagni che i professori.  In un compito in classe ‘si vis pacem’aveva sostituito Il normale  ‘para bellum’ (per i non latinisti prepara la guerra) un ingiustificato:  ‘para culum.’ Frase che fece saltare sulla sedia il professore di materie letterarie Altero G. il quale non trovò altra soluzione che mandarlo fuori dall’aula. Male gliene incolse (al professore), di passaggio dinanzi all’alunno  il preside Gioele C. si informò dall’insegnante dell’accaduto e: “i professori debbono istruire gli alunni non punirli!” e così l’indisciplinato Alberto riprese con faccia serafica il suo posto in classe  con un risolino sulle labbra che fece ancor più incazzare il docente che, impotente dinanzi alla decisione del preside,  ritenne opportuno far scrivere dalla segretaria della scuola sul diario dell’alunno una nota altamente negativa sul comportamento di Alberto, nota da far firmare p.p.v. (per presa visione) al padre del colpevole o da chi ne fa le veci. Ti pare che l’Albertone  si sarebbe fermato, quando mai. Variò il p.p.v. in p.p.p.c.  e si presentò alle tredici al papà Armando, funzionario di banca, il quale: “Dì al tuo professore che non so che voglia dire quella sigla in ogni caso non firmo niente, ho altro da fare.” e sparì dalla sala da pranzo. Mecuccia S., la mamma, fu dello stesso parere, abbracciò il suo cucciolone preferito e fece ritorno al negozio di coloniali di cui era titolare. Il giorno successivo Alberto si presentò al professor di lettere con una firma falsa, la sua, sulla nota a suo carico e, col solito sorriso serafico la mise sotto il naso del prof. Altero il quale saltò sulla sedia della cattedra: “Cosa hai combinato piccolo imbroglione, che vuol dire p.p.p.c.?” “Penso che debba chiederlo alla signorina Isotta, la segretaria.” Già chiamarsi così era una disgrazia, il nome voleva dire’colei che protegge il ferro’ più che il ferro la cotale doveva proteggere se stessa dalla bruttezza totale, la classica zitella tipo quella descritta da un regista Frank Capra: legnosa, piatta, naso lungo, labbra inesistenti, capelli cinerei. Il professor Altero preferì chiamare il bidello per far accompagnare Alberto dal preside con la nota modificata dall’impertinente. Amos V. il bidello era una macchietta: gli alunni gli avevano appioppato il soprannome di ‘nasibù’ per il gran naso che quasi gli entrava in bocca inoltre mostrava una gobba tipo il campanaro di Notre Dame e due piedi taglia 46, una barzelletta ma tanto buono d’animo e benvoluto dagli alunni che gli donavano spesso delle sigarette che il bidello amava molto in mancanza di altri…divertimenti. “Arbè che minchia hai combinato? Stavolta so cazzi!” Il preside all’inizio si rabbuiò, era sempre vicino agli alunni ma quando è troppo è troppo! “Signorina Isotta per favore prenda la pagella di questo signorino, immagino…” “Immagina male signor preside, ho tutti otto ed anche qualche nove, solo un sei in matematica.” “Non ci capisco più nulla, Alberto andiamo al bar Ciro qui di fronte, voglio parlarti in privato.” Il titolare del bar: “Professore vedo che ha con sé il miglior alunno dell’istituto, conosco il padre un galantuomo, forse un po’ troppo scherzoso!” Pensiero del preside: “Ecco da chi ha preso stó figlio di cane.”  “Dammi il numero di telefono del genitore, voglio parlarci.” A tavola papà Armando era serio. “Alberto il preside mi ha dato pessime notizie sul tuo comportamento, meriti una punizione, una settimana senza tv né cinema, solo studio.” “A’papà che debbo prendere tutti dieci, non bastano gli otto ed i nove!” I due coniugi non riuscirono a trattenere una grassa risata poi Armando: “Allora studia matematica, lì sei scarso, io all’età tua…” “Avevi sei in latino e greco e così siamo pari.” “Mecuccia come lo abbiamo concepito stó figlio, quella notte dovevamo essere distratti!” Alberto pensò bene di mollare il prof. Altero e rivolgere i suoi lazzi alle ragazze alcune delle quali bonazze ma inavvicinabili, erano gli anni cinquanta ma questo non lo scoraggiò. Ad un banco vicino al suo c’era una certa Rossana bassotta, faccione,  niente di speciale  era destinata ad essere la prima vittima. Alberto scrisse, a stampatello, due biglietti: ‘ Ho comprato una maglia di lana, l’ho comprata Rossana per te ma ho saputo che fai la puttana la maglia di lana la tengo per me!’ ed un’altra: ‘Ho comprato due belle galoches, le ho comprate Rossana per te ma ho saputo che lo prendi fra le cosce e le belle galoches le tengo per me.’ Durante i dieci minuti di intervallo i due biglietti finirono fra le pagine del diario della predestinata la quale al rientro in classe, all’apertura del diario ne prese visione e, rossa in viso come un peperone  le portò all’attenzione del prof. Altero il quale, da vecchio puritano, divenne più rosso dell’alunna. Una calma surreale piombò nell’aula, il professore si recò dal preside con la conclusione che, anche se in mancanza di prove, Alberto fu trasferito nella quinta B), dove c’era‘merce’ fresca da poter sfruttare! Nei giorni successivi il buon Al. adocchiò una ragazza di una frazione di Jesi Polverigi, nome: ‘Fragolina’. Ovviamente c’era da domandarsi chi avesse avuto quella brutta idea di imporgli quel nome. Alberto non se lo domandò più di tanto perché la ragazza aveva un corpo atletico, tutto quasi perfetto, quasi perché sul viso alloggiava un naso alla Cyranau de Bergerac  quasi uguale a quello del bidello ‘Nasibù’ che in un uomo porta a pensare… in una donna…Allora non erano di moda gli interventi chirurgici di plastica nasale e dunque Fragolina dovette escogitare qualcosa per far passare in seconda linea quel difettuccio: affidarsi al seno prosperoso ossia esporlo il più possibile. Le ragazze indossavano un grembiule nero chiuso sino al collo e allora…Fragolina smise di indossare il reggiseno, niente canottiera con la conseguenza di un  seno ondeggiante che nei maschietti faceva un certo effetto soprattutto quando l’interessata, presa da sacro fuoco erotico, sbottonava  la parte superiore del grembiule. Il caso o il destino che, come tutti sanno, è al di sopra degli dei portò Fragolina e Odino F. professore di lingue a frequentare la stessa pensione in una strada laterale della piazza principale: la baby pensava così di essersi assicurata dei buoni voti, il professore amava la ‘merce’ fresca e vogliosa. La situazione non sfuggì ad Alberto a cui non parve vero di poter ‘mescolare le carte’. Fattosi amico della non più giovane padrona della pensione, pensò bene con una sceneggiata di farsi curare dalla stessa un ginocchio malconcio in seguito ad una ‘fasulla’ caduta accidentale dentro la pensione. Il vecchio truccò funzionò e ‘la vecchia’ riprovò dopo molto tempo le gioie del sesso in cambio ebbe il permesso di spiare professore e alunna che, talvolta, respiravano l’aria della stessa camera da letto. Odino era dotato di un po’ di gobba ed aveva anche l’aria di un gibbone, cosa che non interessava Fragolina  per i vantaggi sia scolastici che per quelli pecuniari (Odino era ricco). Alberto un pomeriggio entrò nella stanza dei due mentre la ragazza si ‘fumava’ il sigarone di Odino al quale il sigarone stesso prese ad ammosciarsi. “Scusate ho sbagliato stanza.” Scusa assolutamente non credibile ma Al. non ne aveva trovata una migliore. A scuola prese contatti con la baby rappresentandole la possibilità di farle visitare la sua bella casa a tre piani di via S. Martino in assenza dei genitori che andavano a passare il week end da parenti a Roma. Alberto si impossessò del lettone dei genitori in stile neo-classico con specchio ovale ed armadi con specchi che davano l’idea di un cinemascope. Era domenica, alla cameriera Lina aveva chiesto di preparare un pranzo alla ‘deus flavis capillis’, cosa che avvenne  con  un brodetto di pesce innaffiato col Verdicchio di Giorgio Brunori. Al buio il nasone di Fragolina non si vedeva proprio in compenso tette favolose, cosce da maratoneta e piedi lunghi e stretti che sarebbero stati apprezzati dai feticisti.  Punto G di Fragolino trovato, orgasmi sino allo sfinimento  e poi: “Cara sono un po’ sul distrutto, scusami se non ti accompagno.” Una svolta molto particolare avvenne nella vita di Alberto con l’arrivo in  classe proveniente da un istituto romano della professoressa di matematica tale Gabriella F. jesina puro sangue con villetta a due piani più giardino sul viale dei Colli e cagnetta ‘Perla’ oltre ad un bel gruzzolo di famiglia. Sola al mondo, d’estate girava un po’ tutti i paesi dei dintorni ma la solitudine le pesava, anche se lei affermava il contrario. Conosceva i suoi limiti fisici, non molto alta ma ben proporzionata, naso piccolino , bocca promettente, seno…insomma una bambolina che ‘l’on pourrait baiser’. Gabriella notò subito Alberto sia per il suo fisico che come spirito; aveva studiato anche  psicologia e aveva scoperto subito che tipo fosse. Un problema era però sorto, somigliava molto ad un suo collega romano che l’aveva lasciata per una modella e la ferita non si era ancora rimarginata. Un giorno si fece coraggio e, durante l’intervallo aveva chiamato in cattedra Alberto che non aspettava altro. “Giovanotto ti do del tu perché ho dieci anni più di te, mi meraviglio del tuo voto in matematica, nella altre materie tutti otto e qualche nove in matematica 6, sei allergico ai numeri? “Ai numeri si ma non alle professoresse di matematica.” “E non sei nemmeno allergico alla faccia tosta bel giovane con me…” “Più di una all’inizio mi ha detto di no poi si è squagliata come neve al sole!” “A’ neve al sole vedi d’annà a…” “Provvedo cara Gabri…à bientôt.” “Mó questo fa pure il poliglotta, buah…” Ovviamente finì che Alberto fu invitato nella villetta dei Colli di Gabri. All’ingresso, aperto il cancello, fu avvicinato dalla cagnetta ‘Perla’ che, alle sue carezze, prese a leccargli la mano. “Stà puttanella, quando incontra una persona che non conosce fa un casino del diavolo, con te…inspiegabile!” “La padrona farà la stessa fine!” “Io vado in palestra, yudo cintura nera primo dan, ti potrebbe finire che finisci in orizzontale a terra!” “In orizzontale si ma su un morbido letto, a proposito il tuo com’è, morbido oppure duro come la padrona?” Gabri. sconfitta si ritrasse in casa seguita da una Perla scodinzolante e dall’alunno Al. sicuro della vittoria. Nella parte posteriore della villetta Gabriella offrì all’ospite delle bevande colorate, niente alcol, una volta si era ubriacata e le era bastato. “Ho voglia di metterti le mani fra le cosce, a proposito sono morbide come sembrano, penso di si” ed, alle parole fece seguire l’azione alla quale Gabri. non si oppose, la sua era una sconfitta piacevole,  Alberto le era entrato in corpo in senso metaforico. Cena all’aperto, era luglio, Perla felice si arrampicava sulle gambe dei due ricevendo del cibo  ed Alberto , eccitato, senza profferire verbo fece capire a Gabri che l’ora fatale era giunta.  A letto  la padrona  di casa, si appropriò del cosone di Al.  preferendo la posizione cavalcante data la sua statura. Non fu solo una questione fisica, Gabri si ritrovò con le lacrime agli occhi, capì di essersi innamorata, non era sicura che fosse la cosa migliore, fare l’amore con un alunno di dieci anni più giovane, che futuro…”Non pensare troppo, ti si legge in viso, ho due genitori meravigliosi che ti apprezzeranno.” E così fu: Armando “Giovanotto sei fortunato a me è capitata una racchia come tua madre, a te…” “Tu sei la figlia che non ho avuto.” La notizia ovviamente venne a galla, pareri discordi ma dopo un po’ la gente si stancò dei pettegolezzi ed Alberto e Gabriella vissero… Dimenticavo Perla, mamma di tre volpini  che salivano sul letto anche in piena notte, che palle!
     

  • mercoledì alle ore 18:55
    Lettera d'amore

    Come comincia: Nascemmo noi, uno poco più in là dell'altro. Giusto il tempo di imparare a fare la pipì nel vasino, tu, e sono arrivata io a controllare, avvinghiata a mammina, che centrassi quel coso di plastica azzurro, anziché il pavimento del bagno. Ecco, ci siamo conosciuti così io e te, anche se a dire il vero ti ho visto quando ti abbuffavi attaccato a quel coso, quel tubo, come lo chiamano, ah sì, cordone ombelicale. Io ti guardavo curiosa, volevo capire, imparare... Caro mio, ero già pronta a rimpiazzare il tuo vuoto nella calda piscina sai? E così mentre tu posizioni il tuo pisellino e ti eserciti a non sbagliare mira, io mi cullo nell'acqua tiepida con l'idromassaggio. Oh oh! qualcuno ha tolto il tappo e mi sento roteare. Mi gira la testa, ho la nausea... Oddio, mi risucchia il budello, non c'è nemmeno luce qui. Che fracasso lì attorno, sento voci che cercano di superarsi, di sovrastarsi e tutte sono agitate, ma perché poi si agitano tanto, sono io che avrei di che agitarmi. Altroché! Ho la testa troppo grossa, lo sapevo io che non dovevo lasciar crescere i capelli, lo immaginavo che i riccioli avrebbero creato qualche complicazione. Ma ce l'ho fatta, sì posso ritenermi soddisfatta. Ho imparato davvero bene guardando quello che facevi tu, ho seguito la tua traccia e pure io sono riuscita a... a venire alla luce, si dice così quando fai tutta quella fatica per passare in quell'altro tubo che, mamma mia quanto è stretto mi sento ancora soffocare! Capisco tutte le smorfie che hai fatto, avevi proprio ragione caro mio, un gran bel da fare per venire a guardarti mentre fai la pipi in quel coso di plastica azzurro. E va bene dai, vale la pena fare tutto questo per venire a conoscerti. Ma quanto mi faceva ridere vederti con quella faccia così sconvolta quando mi hai vista la prima volta, quasi quasi rinascerei solo per il gusto di guardare i tuoi occhi spalancati e la O sulla tua bocca che sembrava voler prendere tutto lo spazio del viso. Sì sì, lo rifarei. E così da quel momento che la mia testa riccioluta è spuntata nella tua vita, mi hai insegnato come si fa la pipi nel vasino prendendo la mira senza schizzare attorno. Però sai, mi è stato un po' difficile imparare nella mia condizione di femminuccia, ma devi dire che nonostante tutto ce l'ho fatta... E a giocare a pallone e ad arrampicarmi su ogni cosa verticale, e a fare il tuffo a pesce morto in mare, poi...! che risate, e che sgridate...

    Mi hai insegnato che i ragazzi vanno tenuti a bada, e mi ricordo sai, quella volta che sei arrivato a "occhio gelido" a raggelare il tuo amico che mi stringeva un po' troppo in quella trappoletta del "ballo del mattone"... hai fatto bene sai? mi hai aiutata a restare bambina sorridente per ancora un po'... Fratello mio, fratello quasi gemello, una vita insieme da quel giorno che venni, curiosa di te, in questo mondo. Quante scene impresse sulla retina di me e di te, quante avventure e bizzarrie e gioie e dispiaceri e dolori, quanti momenti di noi. E ti guardo con gli occhi del cuore mentre con l'anima accarezzo ogni tuo pensiero e sorrido quando mi dici "va tutto bene, è tutto a posto" col movimento delle labbra nella ricerca di quella voce che non hai più. Ti sorrido mentre stai dicendo la bugia, mentre il tuo corpo urla contro Dio e contro il cancro che più non vuol lasciarti. Sorrido, tristemente sorrido e t stringo al cuoricino...

    Tua principessa.

  • Come comincia:                                                                  Il mito Pink Floyd iniziò con questo disco nel                                                                       1972 e si elevò in excelsis con l'album                                                                                successivo "Dark Side Of The Moon"
                                                                                = Riccardo Bertoncelli =

     Composto all'inizio dei settanta, cioé un momento tendenzialmente slow del gruppo, questo disco si rivelò, invece, artisitcamente, tecnicamente e musicalmente valido (nonostante avesse avuto vendite a dir poco blande negli States!). Anzi, a suo modo, rappresentò esso una sorta di ponte, di anello di congiunzione tra le fasi artistico-musicali precedenti (epoca barrettiana psichedelica e "Ummagumma") e la successiva; ovvero, dicasi della performance "premonitrice" di quanto accadrà due anni più tardi ai Floyd...dalle parti "dark" della luna!
    - One Of These Days: bellissimo pezzo "elettronico" dalle atmosfere "viaggio sulla luna" (cioé, da "Spazio 1999", come diceva il nonno di un mio amico!) o "kubrickiane" (cioé, da "2001: odissea nello spazio");
     - A Pillow Of Winds, Fearless&Seamus: un mix di poesia e pittura in note musicali (o le classiche ballate acustiche di stampo floydiano?! Fate pure voi!); ovvero, quadri impressionisti in musica. Del primo brano, in particolare, sono da dire due cose: la traduzione italiana é "Un cuscino di venti" e - le piume finali dell'imbottitura - scrive Bertoncelli nel suo "I cento dischi" (Rizzoli, Milano, 1986), - altro non sono che i cinquantamila tifosi del Liverpool che incitano i reds ad Anfield Road; - inoltre è un pezzo romantico, romantico, romantico e bellissimo, struggente: il che, a volte, proprio non guasta!
     - San Tropez: pezzo scritto da Waters, con atmosfere jazz delicate, soffuse; propiziatorio, quasi propedeutico, prima del gran botto finale; ovvero, prima della "marea" psichedelico-visionaria di Echoes.
     Il brano finale del disco, appunto "Echoes", era in principio "Return To The Sun Of Nothing", ed a proposito di echi quello che segue è un mix, una miscellany (come sono soliti dire i britannici!) di impressioni relative ad esso. Il suddetto [Echoes], col titolo originario di cui sopra, venne suonato il 15 maggio 1971 durante uno spettacolo di due ore e mezzo al Crystal Palace Garden Party di Londra, con fuochi artificiali inframezzati e proprio mentre un polipo gigante gonfiabile emergeva dal lago. Un certo Johann Sebastian, in  arte Bach, affermava che - la musica (più) vera è quella che ruota su se stessa all'infinito..."; ed infatti, lupus in fabula - :Quando suonammo questo pezzo, - disse Nick Mason una volta, - pensavamo a qualcosa che non dovesse finire mai (appunto!); od anche: - il finale è stato ideato pensando ai disegni di Escher, alle scale impossibili che danno in altre scale e non portano da nessuna parte (Roger Waters). Lo stesso Riccardo Bertoncelli, infine, scrive: "E'il brano più esemplare del disco, spalmato in chiusura in tutti i suoi ventitré minuti. E'uno dei tanti trips sonori disegnati dai Floyd avendo in mente ben altri "viaggi" e come quelli, appunto, è lungo, incerto, vano e da l'impressione di non terminare mai". Uno dei tanti - e famosi - trips, certo, che hanno reso i Floyd immortali insieme, ovviamente, alle ballate acustico-elettroniche, alle musical poesie romantico-sentimentali, alle visioni stupefatte e stupefacenti, anarcoidi, apocalittiche, paranoiche (quelle di Waters) e premonitrici (vedi "The Wall", del 1979), ai viaggi psichedelici dell'era Barrett ("Ummagumma", "The Piper At The Gates Of Dawn", "A Saucerful Of Secrets"), futuristici e futuribili ("Atom Heart Mother"), prog-fantasy ("Dark Side Of The Moon", "Wish You Where Here", "A Momentary Lapse Of Reason", "The Division Bell"), oltre a tanto e tanto altro ancora.
     Il brano "Echoes" è un riff straordinario ed immenso, pulsante talvolta ed ossessivo; talora anche profetico e lugubre, quasi infinito, interminabile. Un groviglio di musica e suoni, un viaggio nella alienazione dell'uomo, nella pazzia e nella sua solitudine; all'interno della sua coscienza, nei meandri più reconditi, quasi oscuri e inimmaginabili della sua psiche e del subconscio. Visione onirica (intensa), profetica; forse menzoniera?! Grandi, veramente grandi furono i Pink Floyd nell'architettarlo e metterlo in musica: grande la loro immaginazione! Da molti (come da me stesso) è considerato il "pezzo" (simbolo) del gruppo. Da molti è considerato il manifesto cult, simbolo d'una intera generazione: quella post-sessantottina (o sessantottesca); da molti è considerato il manifesto della psichedelia e del prog-fantasy; o meglio ancora del rock psichedelico-progressive: uno stile, cioé, del tutto nuovo, perché inventato dal gruppo inglese.
     LUCE E BUIO, BUIO E LUCE; LUCE O BUIO: SOLO E SOLTANTO ECHI...E BASTA, RISVOLTI DI UNA STESSA PIEGA NELLO STRANO GIROVAGARE DELL'UOMO LUNGO LE STRADE DELLA VITA: UNA MATASSA CHE SI DIPANA E POI SI RIANNODA DI NUOVO...LEI, LA PERFETTA "GUERRA" DEI DUE MONDI INTERIORI DELL'UOMO: QUELLA TRA CUORE E COSCIENZA, TRA CERTEZZE E PAURE. SCHERZI DI LUCE O DI BUIO, DI BUIO O DI LUCE, CHISSA', SCHERZI DI LUCE E DI BUIO, SONO IN FONDO QUESTI ECHI!
                                        Meddle (scheda tecnica)
    Tipo                             Studio
    Date                            30 ottobre 1971 (Usa), 5 novembre 1971 (UK)
    Durata                         46"49
    Tracks                         6 
    Etichetta                      Harvest Record, EMI
    Produttore                   Pink Floyd World&Music, Pink Floyd Music Publishers Ltd.
    Registrazione              EMI Studios-Associated Independent Recording Morgan Studios                                      (London)
    Charts                          USA 70°, UK 3°
                                         = Testi esemplari =
    A  Pillow of Wind (Un cuscino di venti)
    Una nube di piumino si disegna intorno a me
    Ammorbidendo il suono
    E'tempo di dormire quando sono coricato col mio amore accanto
    E lei respira piano, e la candela si spegne.
    Ora si sveglia la civetta, ora dorme il cigno
    Guarda un sogno, il sogno è finito
    Verdi campi, una fredda pioggia
    Cade in un'alba dorata.
    E nelle profondità del terrenno i suoni di prima mattina
    E io scendo
    E' tempo di dormire quando sono coricato col mio amore accanto
    E lei respira piano, e io mi alzo come un uccello
    Nella foschia quando i primi raggi toccano il cielo
    E i venti notturni muoiono.
    (traduzione di Alessandro Besselva Averame in "Pink Floyd, the lunatic - testi commentati", Arcana Ed.ce, Roma, 2008).      

       

  • 03 ottobre alle ore 15:52
    CONTRO NATURA

    Come comincia: Quante volte abbiamo sentito questa frase soprattutto in bocca ai cattolici ad esempio: un rapporto anale lo è perché l’ano è preposto ad altre mansioni. Nei divieti religiosi c’è la costante volontà di mortificare, costringere, imbrigliare il piacere del corpo e quindi la sua libertà. In altre parole il cattolico praticante deve usare solo la vagina senza contraccettivi, tradotto figli a non finire non tenendo conto oggigiorno delle difficoltà, soprattutto economiche  di una famiglia numerosa. Il caso volle coinvolgere due famiglie di Roma residenti nello stesso palazzo a Piazza Indipendenza. Alberto psicologo, Anna sua moglie casalinga, Alceo  assicuratore, Clotilde moglie casalinga e Eberardo loro figlio, universitario. Quest’ultimo ventenne, un giovanottone da un metro e novanta era il problema della famiglia. Sin da giovane si vergognava a farsi vedere nudo anche dai genitori destando preoccupazioni soprattutto da parte del padre. Clotilde: “È solo vergogna, pudicizia non facciamone in dramma.” “La pudicizia l’hanno le femminucce…” Eberardo praticava atletica leggera con lanci del disco e del giavellotto e, data la possanza fisica,  otteneva risultati notevoli, era stato in prova anche nella squadra di rugby. Ma non entrava nello spogliatoio con i colleghi uno dei quali, un giorno per sfottò lo chiamò Ebe. Male gliene incolse, finì in ospedale giustificando le ferite con una caduta dalle scale. Malgrado i voti eccellenti negli esami, Eberardo era sempre triste e con poca compagnia, mai di femminucce che, peraltro, lo avrebbero volentieri ‘impalmato’  per il suo fisico magnifico ma…c’era un grosso ma che il padre ritenne di risolvere contattando Alberto per una visita psicologica al figlio. “Mandamelo venerdì, sono libero da visite.” Il venerdì il giovin signore ‘marcò visita’e non si presentò. Alberto una mattina lo aspettò sul pianerottolo e, presolo sotto braccio, lo accompagnò nel suo studio. “Con me niente vergogna, dopo quindici anni di professione ne ho viste di tutti e colori e d’altronde è la natura che ci vuole come siamo con tutti i pregi e difetti’. Permettimi una visita all’apparato sessuale…hai il pene un po’ piccolo ma questo non vorrebbe dire nulla, ti ordino delle pillole che dovrebbero fare al caso tuo, si tratta del ‘Levitra’ da prendere mezz’ora prima del rapporto sessuale, fammi sapere.” Eberardo una sera che i genitori erano a teatro invitò speranzoso a casa una prostituta che passeggiava alla Stazione Termini, era una ragazza piuttosto bella e fine. “Sono Samanta, cento in macchina, cinquecento a casa.” “Hai un bell’appartamento, se vuoi possiamo stare tutta la notte per duemila.” Ma quale duemila, nemmeno un milione avrebbe potuto aiutare Eberardo, ‘ciccio’ proprio non ne voleva sapere di crescere e così la baby, incassò il compenso e con accento bolognese: “Io sono sempre al solito posto, sono a tua disposizione.” La tale voleva far la furba, guadagnare molto senza far nulla. Eberardo si mise a letto arrabbiato con se stesso e col mondo, proprio a lui doveva capitare il guaio, nessuno dei colleghi pare avessero quel problema maledizione! I genitori rientrarono all’una, il giovane era ancora sveglio ed ancora più incazzato, si mise a piangere sempre più forte. Il padre nel letto già dormiva, la madre struccatasi ed in camicia da notte stava per coricarsi quando percepì il pianto del figlio. “Caro posso entrare?” Nessuna risposta, Clotilde aprì la porta e si portò vicino al letto del figlio: “Caro confida tutto a tua madre, qualsiasi cosa lo sai che sei tutta la mia vita.” Eberardo raccontò gli ultimi avvenimenti alla genitrice la quale con freddezza amorosa: “Ci scommetti che sistemo tutto io.” Tolse il lenzuolo, abbassò i pantaloni del pigiama al figlio e prese in mano e poi in bocca il ‘cosino’ del figlio che, inaspettatamente cominciò a crescere, a crescere, a crescere in  modo notevole, Clotilde pensò bene di completare l’opera e introdusse il non più piccolo pene in vagina sino a quando sentì che il figlio aveva avuto un orgasmo. “Ora dormi sereno figlio mio, quello che ho fatto è stato solo per amore materno, non accadrà più!” Eberardo la mattina successiva era di buon  umore,  la sua felicità sprizzava da tutti i pori. Ricco per il lascito del nonno suo omonimo, si recò in una gioielleria ed acquistò un collier di diamanti che orgogliosamente mise al collo della genitrice. Al rientro a casa Alceo: “Dove l’hai preso quel collier?” “Stanotte ho fatto delle marchette, non ci credi, pensi che io non valga un gioiello come questo?” Sentito presosi per i fondelli, il pater familias mangiò a e si rifugiò in ufficio, era di cattivo umore per la presa per il culo. Entusiasta per la prestazione, Eberardo invitò in casa Erminia una compagna di università la quale, anche perché aveva ricevuto in dono un braccialetto d’oro, era propensa a… ma, malgrado il Levitra, ‘ciccio’ non si mosse lasciando il proprietario in uno stato di prostrazione. Contattò Alberto e la mattina dopo si recò nel suo studio. Raccontò gli ultimi avvenimenti senza tralasciare alcun particolare e, speranzoso attese il responso del medico. “Mio caro il sesso dipende tutto dal cervello, la natura è capricciosa e commette degli errori in campo sessuale che nemmeno te li immagini. Ultimamente al computer sono apparse delle forme umane decisamente furori del comune: una donna con due peni e la vagina, un’altra con un membro che gli arrivava alla bocca entro cui eiaculava, due ermafroditi che facevano sesso una dentro l’altra e poi tanti trans con peni di una grandezza spropositata, non aggiungo altro, molto probabilmente tu hai bisogno di fare l’amore in maniera assolutamente fuori del comune, per ora non posso dirti altro.” Eberardo riportò alla madre il colloquio col medico anche il fatto che lo stesso non era voluto andare più avanti in quella che poteva essere una soluzione del problema. Clotilde era disperata, che fare per aiutare il figlio? Per ultimo  contattò l’amica Anna, con cui era in confidenza, riferendole paro paro tutti gli ultimi avvenimenti di Eberardo. Anna non sapeva che dire, era arrabbiata e in conflitto col marito perché non voleva comprarle una Mini Countryman omnia optionals molto bella e molto costosa e così ascoltava l’amica con poco interesse e poi una furbata di Clotilde: “Mio marito ti ha sempre guardata con occhio particolare, gliel’ho fatto notare ma non me l’ha mai negato, vedi se possiamo sistemare in qualche modo i nostri due problemi: pecunia non olet…ma risolve tante situazioni.” Quella sera Anna fu molto affettuosa col marito: “Clotilde mi ha fatto pena, suo figlio ha dei problemi che probabilmente tu conosci, se le diamo una mano probabilmente…” “Eberardo ha varie deviazioni sessuali, ho capito fra l’altro che è un cuckold ossia ama vedere sua moglie nel suo caso sua madre avere un rapporto sessuale con un altro uomo.” Forse era vero a metà, la verità era che Alberto si voleva ‘fare’ Clotilde da molto tempo e quella era l’occasione buona. Messo fuori gioco Alceo c’era la possibilità che Alberto  facesse sesso con  Clotilde e che Eberardo, eccitatosi dinanzi a quel rapporto, diventasse intimo di Anna alla quale tutto sommato non dispiaceva. Questa la teoria fu approvata  dalle due signore, unico problema la presenza di Alceo che, fortuna adiuvante, fu invitato a Rimini per dieci giorni ad un convegno della sua casa assicuratrice. Eberardo sentiva in giro aria di complicità, domandò notizie a sua madre senza ottenere una spiegazione poi ad Alberto che se la cavò con un: “Ci sto studiando.”  “Clotilde al figlio: ”Sabato sera una festa a casa nostra con io ed Anna, tutte e due in ghingheri, si festeggia l’onomastico di Alberto, non ti meravigliare dei nostri costumi brasiliani, sono stati scelti da Anna.” Eberardo era confuso, immaginava qualcosa di insolito ma non riusciva bene a capire di cosa si trattasse. La signore non avevano voluto usare i fornelli e pertanto la cena venne ordinata al sottostante ristorante, tutto pesce, c’erano pure le aragoste! Le signore misero un compact disk di musica brasiliana, un cha cha cha indiavolato,  ordinarono di spegnere le luci ed al comando ”Accendete!” un visione: delle loro tette coperte solo il capezzolo, davanti un francobollo e dietro un filo, uno spettacolo! I due maschietti sorpresi, Alberto immobile Eberardo cominciò a saltellare come un bambino e poi: “Guardate, guardate…” Il suo ‘ciccio’ stava diventando sempre più lungo e duro, abbracciò la madre e baciò Anna la quale fu forse la più felice, aveva in mente un certo progetto…Clotilde prese in mano la situazione: “Prima si mangia e poi…e poi…” Un Prosecco aveva contribuito a migliorare ancor più l’atmosfera godereccia. Alberto: ”Col vostro permesso io e Clotilde andiamo nell’altra stanza per un riposino, buon divertimento.” Eberardo che per tutto il tempo aveva il ‘ciccio’ in erezione era il più smanioso: “Cara posso…” “Aspetta, andiamo prima in bagno.” Alla fine delle abluzioni intime il giovanotto sentì il suo ‘ciccio’ preso in bocca da Anna che poco dopo: “Aspetta mi hai riempito la bocca ed andò nel bagno parlando con se stessa: “Cazzo questo aveva il ‘serbatoio’  pieno.” E al rientro in stanza Eberado: “Posso infilartelo, non resisto più.” “E la Madonna, hai appena avuto un orgasmo, aspetta un attimo, mi lubrifico la cosina.” Per lei fu solo una cosa meccanica che avrebbe portato a…” Eberardo era instancabile, voleva rimanere sempre dentro la ‘gatta’fin quando Anna: “Un po’ di riposo!” E si sfilò il ‘marruggio’ dalla sua cosina. Il giovane era abbastanza soddisfatto anche se avrebbe voluto…”Volevo chiederti un favore, mio marito non vuole  acquistarmi una utilitaria, se potessi tu darmi una mano…” “Non c’è problema, staccherò un assegno, domani ti accompagnerò dal concessionario, che marca desideri?” “Una Mini.” “Per ora pensiamo a divertirci.” E riprese ad entrare ed uscire dalla cosina di Anna che capì quanto per lei sarebbe stato duro ottenere quel regalo! Nell’altra stanza atmosfera del tutto diversa: “Clotilde devo confessarti tante cose sul tuo conto, ti vedevo di sfuggita e non ho avuto il coraggio di fermarti, sei la donna che ho sempre desiderato, hai lo stile della vera signora cosa che manca completamente a mia moglie che pensa solo al lusso, sono innamorato di te da sempre, starti vicino mi da un’emozione immensa, quando faremo sesso ci sarà molto amore, quell’amore di cui molti parlano senza sapere veramente il significato. Sei nel mio cervello, nel mio cuore e, al tuo pensiero, sento una sensazione bellissima nelle mie viscere. Il mio amore non è egoismo, godrei insieme a te anche se tu fossi con un altro purché di tuo gradimento, quello che ti ho detto è difficile da comprendere non so se…” “Posso dire solo che sei magnifico, in passato io pure ti avevo notato ma avevo paura della gelosia di tua moglie .” “Non ti preoccupare, lei pensa solo al denaro, ora se permetti un omaggio orale alla tua cosina.” Così si erano formate due coppie un po’ eterogenee ma, per motivi diversi, affiatate. Il giorno seguente Eberardo tirò fuori dal garage la Jaguar X type di sua proprietà, aspettò Anna la quale lo vide dalla finestra e si precipitò per la scale. “Quest’auto ha il tuo odore. Mi sei sempre piaciuto.” (Bugiardona ma credibile da parte del suo compagno di viaggio.) Al concessionario Eberardo staccò un assegno da diecimila €uro per una mini omnia accessoriata di color verde, la dama riempì un modulo con i suoi dati e rientrò a casa per una ‘sveltina’. Alberto e Clotilde avevano passato una notte indimenticabile non solo per il sesso, avevano scoperto l’amore con la a maiuscola. La fortuna diede loro una mano: Alceo sempre più spesso si recava fuori Roma per delle riunioni di lavoro, era evidente che aveva anche lui intrapreso una relazione extra coniugale. Eberardo ed Anna,  sempre più eccitati,  dovettero seguire i consigli medici di: ‘andarci piano’, lei aveva la ‘cosina’ arrossata, lui doveva star attento a non sforzare troppo la prostata.  Per completare il quadro ogni  notte si era consolidata l’abitudine di uno swapping di letto delle due coppie che  vissero per molto tempo una bellissima favola, anche se supportata da interessi molto diversi ma, pur sempre  con conseguenze  molto piacevoli!
     
     

  • 03 ottobre alle ore 11:27
    Jeena, storia di una bisex...

    Come comincia: Anch'io sono stata normale fino a qualche anno fa. Tutto è accaduto per caso, quando un giorno è venuta a trovarmi una mia ex compagna di scuola delle medie che non vedevo da tanti anni. 
    Si era fatta molto bella, alta, bionda, con un paio di gambe e un seno da far voltare pure i ragazzini. Anche lei mi aveva trovata cambiata (ovvio, erano trascorsi quasi dieci anni e non eravamo ancora "signorine"). 
    Era molto impegnata nel sociale; aveva fatto un buon matrimonio ma non desiderava figli! Il marito? Un bell'uomo (me ne mostrò la foto), con molti più anni di lei, un industriale catanese. 
    Mi espresse il desiderio di trascorrere in mia compagnia alcuni giorni a Messina (lei viveva a Catania da tempo). La cosa mi entusiasmò subito. Avremmo  avuto così la possibilità di rievocare i tempi della nostra adolescenza; avremmo parlato dei nostri amici, delle prime palpitazioni. Sonia - questo il suo nome - si sistemò, quindi, nel mio appartamentino e ripose nel mio armadio ciò che aveva in valigia. 
    Dopo aver cenato e aver visto un film alla TV, fummo colte entrambe dal sonno. Io le indicai la stanza dove avrebbe potuto dormire e dove le avevo preparato il letto, io sarei andata nella mia camera da letto.
    "Come? mi fai dormire da sola? No, assolutamente! Dormo nel letto grande con te, stiamo assieme, parliamo, dai!".
    Per me era la cosa più naturale di questo mondo e mi dimostrai contenta nell'aderire alla sua proposta. Io ho sempre dormito con una camicia da notte, anche se senza reggiseno e mutandine, Sonia invece si tolse tutto e si infilò sotto le lenzuola completamente nuda, dicendo che era abituata a dormire in quel modo.
    Dopo aver parlato un po', spensi la luce e mi addormentai.
     
    Nel corso della notte, cominciai ad avvertire qualcosa di strano: credevo di sognare qualcosa di fastidioso; avevo le smanie e, svegliatami di colpo riuscii ad intravedere il volto di Sonia quasi a sfiorare il mio. 
    "Come sei bella, Gina, sembri un angelo! Ti ho osservata mente dormivi; il tuo respiro è così lieve, le tue mani aperte sul cuscino come quelle di un neonato che dorme beatamente. Il profumo della tua pelle è straordinario. Ti ho baciata a lungo sai? Ti ho accarezzato il seno, il pube: ho fatto scorrere le mie dita tra i tuoi peli morbidi. Poi non ho resistito più ed ho baciato queste tue meravigliose labbra così carnose ed invitanti. E tu ti sei svegliata di colpo!". 
    "Sonia, ma che cazzo fai? Che schifo dici? Ma che pezzo di stronza sei? Lesbicaccia del cazzo! Questo sei? O Dio mio! Alzati, rivestiti, va' via da qui, sudicia porca che non sei altro! Ecco perché volevi dormire con me!". 
    Andai in bagno e cominciai a vomitare, pensando ai baci che Sonia mi aveva dato! Ne era segno eloquente la traccia di rossetto lasciatami sulle labbra e che io vedevo osservandomi allo specchio. Mi chiese ed implorò perdono. Non avrebbe mai più osato; non voleva  che la considerassi una estranea. Mi disse che aveva avuto un momento di smarrimento. Cominciò a piangere e mi abbracciò singhiozzando. 
    Lei era nuda ed io sentivo il suo seno contro il mio; aveva come dei sobbalzi; tremava; mi diceva che mi voleva bene come amica, che non avrebbe mai voluto che io mi adirassi con lei. Le presi il volto fra le mie mani per rincuorarla: i suoi occhi pieni di lacrime sembravano ancor più luminosi ed espressivi: era decisamente bella. 
    Ora era a pochi centimetri da me; ne potevo scoprire la perfezione dei lineamenti, il naso, la bocca stupenda, i denti bianchissimi e la fossetta sul mento. Le sue guance erano morbide, anche il suo alito era gradevole, sapeva di mela.
    Provai una sensazione strana mai provata sino ad allora: una grande tenerezza ed il bisogno di farle sentire che il mio affetto per lei non sarebbe mai finito.
    Faceva un po' freddo ed io presi l'accappatoio e glielo misi sulle spalle. Tornammo a letto ed io le diedi un bacio chiedendole scusa per la mia reazione. 
    "Ti chiedo scusa, Sonia, ma credimi non me l'aspettavo... Non volevo essere così brusca con te...".
    "Vieni accanto a me" - rispose lei con una voce dolcissima - "appoggia la testa sul mio braccio, dormi così con me, non avere timore; sta' tranquilla!".
    Dopo alcuni minuti, Sonia si era addormentata. Io la osservavo nella penombra: la punta del mio naso sfiorava il suo seno destro; percepivo l'odore della sua ascella, un profumo che mi spingeva a “respirarla” sempre più e ad avvicinarmi a lei. Il suo corpo nudo era caldo; tolsi piano piano la coperta per scoprirla: era magnifica. I miei occhi si erano ormai abituati alla penombra e quindi riuscivo a distinguere la forma delle cosce, il ventre senza una benché minima traccia di grasso o cellulite. Il pube ben pronunciato e colmo di peli; il seno prorompente: Sonia era  davvero un trionfo della natura!
    La ricoprii con molta attenzione per evitare che si svegliasse; quindi mi strinsi un po' più a lei mettendo la mia mano sul suo seno, obbedendo ad un impulso irrefrenabile che in quel momento mi spingeva a farlo. Avevo bisogno di toccarla, palparla, sentire il suo respiro, il suo profumo. La testa mi pulsava prepotentemente e sentivo il mio cuore come fosse in tumulto.
    Ad un certo momento, mi sollevai un poco protendendomi verso di lei. Ora ero io che volevo baciarla; proprio io che avevo vomitato due ora prima perché lei aveva sfiorato le mie labbra…
    Sì, era un controsenso, ma non potevo trattenermi, avevo bisogno di quel contatto e la baciai con molta tenerezza. Sonia aprì gli occhi, emise un gemito appena percettibile e dischiuse le sue labbra per potere bagnare le mie. Fu un bacio straordinario: le nostre lingue sembravano intrecciarsi, sfidarsi, penetravano all'unisono ora nella mia ora nella sua bocca. Sonia sollevò di scatto la coperta e la gettò a terra, mi sfilò la camicia da notte: ora eravamo tutte e due nude.
    Il suo seno turgido si strofinava contro i miei capezzoli eretti. In quel momento capii che ero in sua totale balìa. Mi piaceva donarmi a lei. Le dissi che era ormai padrona assoluta del mio corpo e che avrebbe potuto fare di me qualunque cosa. Cominciò a succhiarmi i capezzoli, mi dava piccoli morsi nel ventre per scendere poi sul pube e, quindi, ancora più giù per baciarmi, leccarmi e succhiarmi le grandi e piccole labbra finché riuscì a penetrarmi nella vagina con la lingua. 
    Erano movimenti ritmici, ad ognuno dei quali io sussultavo e cedevo sempre più fino  a giungere al totale abbandono, alla mia resa completa alla volontà di sesso di Sonia che era diventata pure mia  decisa volontà  di godere e di farle provare lo stesso stato di beatitudine in cui la nostra folle febbre dei sensi ci aveva fatto sprofondare.
    Ora non era più la sua lingua che mi dava sensazioni forti, ma prima un dito poi due insieme mi penetravano dentro e mi toccavano le pareti bagnatissime della vagina, mentre Sonia con la lingua titillava il clitoride.
    Dio mio, che sensazione indicibile... che felicità! Avrei voluto che lei si fermasse per concedermi un attimo di pausa, di contro non volevo rinunciare - perché troppo eccitata - a quel piacere sempre più intenso... e poi... e poi... esplosi in un  orgasmo celestiale che mai avevo provato in vita mia e che nessun uomo era riuscito a farmi provare: il mio primo orgasmo vaginale con un fiotto di liquido che mi uscì nel momento supremo: l'eiaculazione femminile, di cui avevo sentito parlare e che per me era una fandonia, io la stavo avendo grazie a Sonia! (Il tanto decantato squirting)
    Da quella notte cominciammo ad amarci; ero felice con lei, mi sentivo realizzata! Il rapporto lesbico, tanto deprecato dai benpensanti, è il più eccitante che una donna possa sperimentare, pur rimanendo attratta dall'altro sesso. 
    Oggi Sonia non vive più con me perché si è trasferita in Germania dove il marito ha impiantato una fabbrica di microprocessori. Ci vediamo in estate e trascorriamo insieme due settimane da favola a Taormina. Ormai io sono una donna bisex, felice di esserlo, perché in questo modo mi sento realizzata totalmente: sono cercata dagli uomini ed anche dalle donne. Sono felice perché amo la vita e la natura. Voglio essere amata così come io so amare. Credo nell'amore universale. Ecco perché amo uomini e donne con tutta me stessa. 
    A quarant’anni ho realizzato che il vero amore non ha sesso, ha il cuore!

    Giovanni Mascellaro
     

     

  • 27 ottobre 2018 alle ore 9:05
    IL MAGO DISSE ALLA STREGA...

    Come comincia: Il mago disse alla strega....
     Non vi sto a riferire quello che il mago disse alla strega per evitare volgarità, vi posso solo dire che il mago andò in bianco. Questo ‘cappello’ per introdurre un racconto un po’ particolare: personaggio Aurelio Mangano con studio in un paese in provincia di Catania con pochi abitanti, suo padre Gioacchino era stato il suo maestro nell’arte divinatoria e gli aveva consegnato un libriccino, il cui contenuto era conosciuto solo da loro due, col quale Aurelio riusciva a predire il futuro delle persone che si presentavano a lui. Col passa parola si era fatta una fama di persona seria e affidabile, moltissimi dei suoi clienti, provenienti anche da località lontane, avevano visto avverare le sue previsioni un po’ in tutti i campi, da quello medico e poi un po’ in tutti gli altri:  lavoro, studi,  affetti ecc. Come poteva essere classificato? Veggente, divinatore o che altro, Aurelio si presentava solo col suo nome e cognome senza alcuna qualifica,  riceveva i clienti solo per appuntamento, la sua sala d’aspetto era sempre piena di persone in attesa di conoscere il loro futuro. Scapolo, palestrato, molto sensibile al fascino femminile  nel suo studio evitava nel modo più assoluto di far la corte a qualche cliente femmina anche se di suo gradimento. Più di una volta gli era capitato che qualche signorina gli aveva fatto capire la sua disponibilità ma siccome c’era molta concorrenza in questo campo, preferiva far una cernita a seconda della beltade del soggetto e  dava loro appuntamento a Fiumefreddo dove aveva la sua abitazione  molto confortevole ed arredata con buon gusto. Alcune volte gli erano capitati casi ‘difficili’ come quando si era presentata una ragazza in compagnia di una signora anziana  a cui aveva ‘visto’ un tumore al fegato e la morte entro trenta giorni. Fece segno alla ragazza di seguirlo in altra stanza per rivelarle quanto da lui pronosticato. La ragazza si mise a piangere e ci volle del tempo prima che si ricomponesse. Al rientro nello studio la vecchia: “Sei la solita puttana, ti sei fatto anche il qui presente, paga e andiamo via.” La figlia fece cenno ad Aurelio di non farci caso, la vecchia doveva essere proprio una peste ma… ancora per poco! Altro caso particolare: un uomo di mezza età non particolarmente attraente volle sapere se sua moglie avesse un amante. Dal libriccino Aurelio dedusse che la signora non aveva un  amante ma ben tre suoi vicini di casa. Entrò in crisi, poteva accadere una tragedia se avesse detto la verità al marito. Col pretesto di conoscere i dati personali del richiedente, si fece consegnare la sua carta di identità da cui rilevò oltre al nome e cognome anche il luogo e la via di residenza, al ‘cocu’ disse una bugia: “Sua moglie non la tradisce, sia sereno.” Appena uscito il cotale, all’ufficio informazioni chiese il numero dell’utenza telefonica intestata a….Ottenuta l’informazione: “Signora noi non ci conosciamo, le dico solo di stare molto attenta, suo marito dubita della sua fedeltà e potrebbe fare una sciocchezza” “Chi parla? Non  credo ad una parola di quello che mi ha detto!” “Farebbe meglio a crederci!”  Ormai Aurelio si era incamminato oltre che nella strada del preveggente anche in quella di salvatore di situazioni pericolose ma talvolta non poteva riuscirci come nel caso di una signora: “Son venuta da lei per un motivo delicato, il mio consorte ha un amico… molto amico, spesso escono insieme ed io resto sola a casa, non abbiamo figli, anche in campo sessuale è un disastro, vorrei sapere se il mio poco adorato marito è omosessuale.” Era omosessuale. “Gentile signora mi ha messo in crisi, dirle la verità potrebbe essere spiacevole ma…” “Ho capito tutto, anche se omosessuale resterò con lui per il volgare denaro, è molto ricco e evidentemente il nostro matrimonio è stato per lui un paravento, questo è il mio biglietto da visita qualora…”Aurelio ricambiò fornendo il suo biglietto da visita. La signora Elda M. oltre ad essere bella aveva classe, Aurelio ne prese nota ed ebbe una gradita sorpresa quando un pomeriggio di un venerdì: ”Sono Elda M. fra mezz’ora circa sarò sotto casa sua, porti un costume da bagno, andremo… glielo dirò in macchina.”  Elda fermò la sua Giulia A.R. rossa sotto casa del futuro probabile amante e suonò due volte il clacson. Aurelio scese le scale e fu letteralmente abbagliato da Elda, era in costume da bagno che, dire non molto castigato era il minimo, sopra un copricostume trasparente, la dama era riuscito a far rimanere la bocca aperta Aurelio in segno di  meraviglia. “Chiuda la bocca, ci possono entrare delle mosche!” Pure preso per il c…o “Col suo permesso preferirei andare con la mia Jaguar X Type.” “Permesso accordato lei, anzi tu, hai avuto stile nell’acquisto di un’auto di classe.” “Per ora ho conquistato una donna di classe che mi vuol condurre dove?” “A Marina di Cottone mio marito, in una caletta, ha un bungalow ben attrezzato, ci passeremo il tempo che vogliamo, Guglielmo è col suo amico.” Era venuto a galla il nome dell’omo. Il bungalow era una bomboniera con tante comodità ma ci sarebbero potuti rimanere solo sino a domenica sera, il lunedì Aurelio aveva degli impegni di lavoro. La signora aveva un arretrato in fatto di sesso e lo dimostrò non appena chiusa la porta del bungalow, un bacio alla grande di quelli che fanno resuscitare i morti. “Vieni in bagno per un bidet ai tuoi gioielli…altro che gioielli hai…hai…A letto i due ripassarono tutto il Kamasutra, la dama era una buongustaia e gustò anche il sapore dello sperma di Aurelio: “Sembrava panna, mai assaggiato qualcosa di simile!” Per recuperare le forze un breve spuntino e poi il classico bagno a mezzanotte particolarmente romantico per la presenza della Luna piena poi sdraiati sull’arenile con Elda che aveva girato il viso dall’altra parte, delle lacrime scendevano sulle sue gote, lacrime di gioia e forse anche di rimpianto per qualcosa che sicuramente le sarebbe stato precluso per il futuro, Aurelio era stato chiaro: niente rapporti fissi. La domenica sera il rientro, Elda con solo una stretta di mano salutò il bell’amante che le aveva fatto provare non solo delle gioie del sesso, solo una stretta di mano perchè c’erano degli inquilini affacciati alle finestre. Il solito rompiballe spiritoso: “La prossima volta facciamo a metà?” “Zozzone a metà di che, è sola un’amica!” “Si un’amica del c…o!” “Vai a…” Va bene ci vado ma ricordati che se hai bisogno di un aiuto…” In studio la mattina seguente due sorelle un po’ avanti con gli anni e niente affatto appetibili: “Vorremmo sapere se riusciremo a sposarci, sinora…” Il sinora risultò che sarebbe stato definitivo ma come indorare la pillola? “Risulta che per voi è meglio rimanere sole tra di voi, vi farete compagnia.” Era il massimo della diplomazia. Altro cliente ‘difficile: una mattina si presentò un tale piuttosto tarchiato, baffi,  barba non rasata, coppola, gilet con catena d’oro,  aveva lo stile del mafioso. Era accompagnato da altro individuo più alto di statura, ma praticamente simile, munito di fucile calibro dodici e di cartucciera, il classico guarda spalle.“Mi dissero che vvossia insirta u futuru.” “Ci provo, cosa vuol sapere?” “Venni a sapiri chi mi vogghiunu  ammazzari, vogghiu  sapiri si ci arrinìscirannu.” Vagli a dire che ci sarebbero riusciti, solita risposta diplomatica.”Lei verrà ferito e sarà ricoverato in ospedale, di più non posso dirle.” “Dutturi quantu vi haju?” “È un  mio omaggio, tanti auguri.”  “Vvossia si fici n’amicu, riurdatillo Linu!” Avere una amicizia in un certo campo Aurelio non l’aveva messo in conto, non si sa mai, poteva servire. ‘Altro giro, altro numero’ Per chissà per quale motivo recondito ad Aurelio venne in mente questo vecchio detto all’apparire di altro cliente la cui mascolinità era in  forte dubbio: magro, occhi truccati, sciarpa al collo, maglietta ‘non baciatemi in bocca’ modi femminei: “Sono Gabriele, Gabri per gli amici vengo da lei per un fatto doloroso, mio marito o quello che pensavo fosse mio marito Marco mi ha lasciato per una donna,per una donna! Sono angosciata, vorrei sapere se ritornerà a me, le pagherò qualsiasi cifra!” “Lei vuol sapere la verità oppure…” “Come la canzone la verità mi fa male lo so, veda lei.” “Marco si sposerà con Antonella, lo sapeva il suo nome?” “Si lo sapevo, brutto vigliacco, tenga cento  €uro, ormai per me i soldi…” Ci mancava pure l’omo flerens! Per fortuna non c’erano altri clienti. Lunedì mattina, Aurelio non si sentiva particolarmente in forma fisica, raffreddato qualche linea di febbre, i primi freddi lo avevano colpito ma la sala d’aspetto era piena di clienti e così, imbacuccato: “Entri il primo.” Un uomo sui quaranta ben vestito, una persona normale che descrisse la sua situazione amorosa un po’ particolare: “Per prima cosa desidero che quanto le riferirò non esca da questa stanza, voglio la sua parola.” “Vada pure avanti, c‘è il segreto professionale.” “Sono un impiegato statale, da tempo sono l’amante della moglie del mio capo sezione, non è una avventura passeggera, anche lei è innamorata di me ma, se la storia divenisse di pubblico dominio passerei guai seri, penso di aver trovato una soluzione anche se difficile da mettere in atto: far diventare mia moglie l’amante del mio capo, non vorrei esagerare ma per me è una questione di vita o di morte, minimo potrei essere trasferito fuori sede oppure…non ci voglio pensare ci riuscirò?” Il signore cominciò a tremare. “Non si sente bene, vuole un bicchiere d’acqua?” “No solo una sua risposta.” Consultando il suo ‘breviario’ constatò che il cotale sarebbe riuscito nell’intento ma ritenne di non dover dare subito la risposta e consigliare il suo dirimpettaio: “Avrà difficoltà sia a convincere sua moglie sia il suo capo sezione, per prima cosa faccia un  po’ la corte alla sua signora, fiori, cena al ristorante, qualche gioiello se ne ha la possibilità finanziaria e le dica che il suo capo gli ha confidato di un suo interessamento amoroso per lei, agisca nello stesso modo col suo capo, gli riferisca che sua moglie, piangendo, gli ha confidato di essere innamorato di lui, ci vorrà del tempo ma la situazione si evolverà come lei spera.” “Qui ci sono duecento €uro, non ho problemi finanziari, qualora riuscissi nel mio disegno la verrò di nuovo a trovare, magari in compagnia della mia adorata…” Esaurito il numero di clienti, squillò il telefono, solo  un pianto. “Se è uno scherzo è di cattivo gusto.” “Sono Elda, ho bisogno di parlarti, posso venire allo studio?” Aurelio fu tentato di dirle di no, sentiva puzza di guai ma Elda aveva ripreso a piangere. “Ti aspetto.” Dopo una mezz’ora Aurelio vide dalla finestra l’arrivo di una Giulia rossa. Elda portava gli occhiali scuri ed era vestita trasandata. “Stiamo un po’ seduti sul divano, vorrei…” “Ed il vorrei che ti togliessi gli occhiali, qui dentro non  c’è il sole.” Frase che Aurelio riconobbe non molto intelligente ma rimase basito nel vedere che la signora aveva un occhio nero. Ripresasi, la signora raccontò che dopo aver fatto visita alla madre, ritornando a casa prima del previsto gli era accaduto di entrare in camera da letto e scoprire che il marito era ‘in compagnia’ del suo amico omo, il marito aveva preso male questa sua intrusione e l’aveva picchiata. Aveva pensato di denunziarlo alla Polizia ma, ragionando a mente fredda capì che aveva tutto da perdere e quindi rinunziò. Chissà per quale ‘marchingegno’ psicologico il ‘ciccio’ di Aurelio alzò la testa, Elda se ne accorse e provvide a farlo entrare dentro la cosina che si risvegliò e tutto finì ‘in gloria’. “Mangiamo qualcosa e poi decidi cosa fare.” “Purtroppo non ho altra scelta, tornerò a casa.” La storia finì come Aurelio non avrebbe voluto, si era innamorato di Elda da lei ricambiato e la loro divenne un legame fisso. Per quanto riguarda il titolo c’è da domandarsi perché un mago dall’aspetto piacevole e dai modi signorili dovesse chiedere un favore sessuale ad una strega dall’aspetto orrido e poco appetibile, solo una risposta possibile, il mago era un masochista!

  • 26 ottobre 2018 alle ore 17:25
    Fischiettare

    Come comincia: - “Hai sentito, ieri sera, su Radio Montecarlo, quel motivo di Bellafonte?”
    - “No, ah... forse... fammelo sentire un attimo. Come faceva…?”-
    E Barbera (tra compagni di liceo era d’obbligo il cognome), iniziava ad emettere suoni dalle sue labbra. Note che presto diventavano motivo da afferrare. Era una sua dote, in quella ricchezza di suoni che generavano musica. Un gioco di labbra, di lingua, di gote. Il suo volto dai biondi capelli si trasformava. Gli occhi accesi di azzurro, lampeggiavano. Non era da tutti. Io, ad esempio non ci sono mai riuscito; e ne ho passato di tempo davanti allo specchio in una ricerca affannosa. Ma solo soffi mi uscivano, suoni incoerenti. Il fischio non ci serve più, tranne che allo stadio, in qualche contestazione o galanteria da poco. Era la musica primordiale dell’uomo, spazzata via dai mille congegni elettronici dell’era moderna. I riproduttori erano da inventarsi ancora e il fischio regnava. Già in casa si poteva intuire l’umore di mio padre di prima mattina, intento a sbarbarsi con la gilette.  E nelle scale di casa, alle prime uscite, già si sentiva qualche accenno di motivo tra gli inquilini. Ogni padre aveva un suo fischio personale. Lo usava per chiamare dalla finestra il figlio, che stava giocando in strada. Era un ordine senza parole. Poi c’era il fischio del “sto arrivando”. Entrava come un'eco dalla finestra, al rientro dal lavoro.
    – "C’è papà!" – e ti buttavi giù per le scale ad andargli tra le braccia.                                 
    Il fischio era tabù per le femmine. Non le si addiceva. Hélene aveva diciassette anni ed era la mia prima cotta.
    – "Sai fischiare, Lucio?"
    Dovetti confessare la verità a malincuore.
    – "Guarda, attento, te lo insegno..."
    Mise due dita, sprofondate in bocca, sotto la lingua e ne uscì un fischio assordante, impetuoso, virile, da portuale genovese.
    Una delusione incancellabile.

  • 26 ottobre 2018 alle ore 17:01
    Che dici? Apro?

    Come comincia: La stuoia vegetale non trattiene aghi di luce colorati. Le palpebre fremono una ultima difesa, invano. L'immobilità del sonno profondo si dissolve man mano. Ritorna la coscienza del mio corpo. Il fragore delle onde, alla barriera corallina, si trasmette, da terra, con minime vibrazioni, al mio orecchio, poggiato sul cuscino. Un uccello manda due note, ritmate, incessanti.
    -”Che dici? Apro?- mi chiedo. Entro in una realtà sognata, o la centellino come una pozione salutare. L'odore acre del Baygon di ieri sera, perde al profumo del mango, tagliato a fette, sulla mensola, ed ora pasto per formiche e mosche. Fuori un tonfo, netto, sordo. Un cocco è precipitato dall'alto, staccato dal vento. L'abbaiare rabbioso del cane del custode. Il sibilo di una sega elettrica, a tratti. Il riso gorgogliante di una giovane dallo chalet accanto. Sa di felicità. Giunge dal forno il profumo del dolce al cocco. Si prepara le petit dejuner.                                                                                     
    -”Che dici, apro?”-
     
    da Un isola che c'è.   

  • 22 ottobre 2018 alle ore 17:00
    INSIEME IN ALLEGRIA

    Come comincia: Matteo De Luca e Alice Marconi si erano sposati nel castello  di Monterone vicino Perugia, dove abitavano, ampiamente ‘foraggiati’ da papà Riccardo e da mamma Maria Milazzo: invitati duecento persone, anche stranieri iscritti alla locale Università dove i due sposi erano impiegati. La maggior parte dei convitati  erano  giovani e crearono una gran caciara con grandi abbracci, anche un po’ troppo spinti, musica rock ad altissimo volume, pranzo preparato dal più stilè ristorante di Perugia: strangozzi al tartufo, ciaramicola, gallina ubriaca, agnello al forno, colombaccio selvatico, molte verdure, pane brustengolo, vino Montefalco rosso, torta al testo, liquore Nocerino, ce n’era per tutti i gusti ma dei giovani preferirono: alcuni ballare al ritmo indiavolato  dal suono del rock, altri si ‘infrattarono’ nelle stanze del castello. I due sposi furono molto festeggiati dagli invitati, grandi baci ed abbracci,  fine della serata alle due di notte. Il giorno seguente Matteo ed Alice partirono per il viaggio di nozze in Tunisia, paese arabo meno retrogrado degli altri in quanto a libertà personale delle donne, la sposa, in spiaggia, col suo mini bichini  era ovviamente meno ‘vestita’ delle ragazze locali che la invidiavano ma non potevano imitarla. Al ritorno una sorpresa: papà Riccardo aveva predisposto una porta tra i due appartamenti di sua proprietà nello stesso piano : “Quando leticherete potrete trovare rifugio nell’altro appartamento!” aveva sentenziato argutamente il papà non prevedendo che…Matteo ed Alice durante la permanenza in Tunisia si erano accorti che ambedue guardavano con insistenza gli appartenenti al sesso opposto, si domandarono il perché e, poiché avevano giurato di essere sempre sinceri l’un l’altro,  decisero di mettere in atto quello che in gergo si denomina ‘coppia aperta’ aiutati dal fatto di aver a disposizione due appartamenti. Matteo traslocò col suo  materiale di vestiario nei locali adiacenti,  sopra la porta divisoria furono poste due lampadine: una rossa ed una verde per capire quando era possibile andare a trovare il vicino coniuge senza procurargli problemi di intimità. Fra i due furono stabiliti patti chiari: nessuna gelosia, nessun impegno affettivo con altre persone di sesso opposto, cautela nello scegliere il partner temporaneo. Matteo era una giovane venticinquenne alto, bruno, fisico atletico, uno e ottanta di altezza, spesso allegro e sorridente al contrario di Alice  capelli lunghi, castani, alta quasi come il marito, occhi nerissimi, quasi sempre con sguardo corrusco e deciso per natura che, allorché arrabbiata, non faceva presagire nulla di buono da parte di chi l’aveva provocata; solo a letto, con un maschietto giusto per lei,  diventava uno ‘zuccherino’ lascivo.“Cara, stasera sono in compagnia di Aurora un allieva di legge, è una francese bionda, non ha nulla in comune con te, tu sei…” “Inutile che mi indori la pillola, ormai ognuno di noi, in quanto a sesso, ha la propria vita, auguri e non spremerti troppo!” La bionda si presentò poco dopo dicendo che da tempo aveva notato Matteo,  si mise subito in azione dimostrando che, in fatto di sesso,  le francesi non avevano nulla da invidiare alle italiane. Unico suo problema era stato quello che, durante l’orgasmo, urlacchiava e dall’altra parte Alice sentiva tutto rimanendo perplessa, a lei non era mai successo. Poi fu la sua volta: scelse Baldo un allievo di ingegneria bassino, moro: ”Cara ti chiedo scusa ama ho un problema!” “Non mi dire che sei impotente, ci mancherebbe altro!” “Non sono impotente anzi, guarda qua…e sfoderò un pene fuori della norma per grandezza e per lunghezza. Alice per la prima volta in vita sua rimase senza parole, stava pensando come comportarsi: accettare il rapporto sessuale con possibili conseguenze negative per la sua ‘gatta’ oppure…scelse ‘oppure’: “Mi raccomando vai leggero, mai provato…”  Leggerezza sino ad un certo punto, malgrado la vasellina con cui Baldo si era spalmato il pene e che ‘l’immisio penis’ avvenisse un centimetro per volta, Aurora emise qualche gridolino non di piacere come l’amica di suo marito, solo quando Baldo con il suo ‘marruggio’ arrivò sulla cervice del suo utero e dette il via ad una ‘mitragliata’ di sperma, Alice godette alla grande e così fu ricambiata del sacrificio. Baldo restò dentro per altre ‘mitragliate’ cosa ben accettata dalla signora sin quando: ”Basta mi hai distrutto!” Matteo ed Alice talvolta si riunivano a mangiare insieme raccontandosi senza vergogna le relative avventure con qualche benevolo sfottò quando erano accadute situazioni particolari come quando Alice incontrò un tale a nome Tommaso di Pistoia iscritto a medicina il quale: “Cara ho un problema…” “Non mi dire che hai un coso troppo grosso!” “No, io per avere un’erezione devo usare un vibratore nel mio popò poi tutto va bene.” Pensiero di Alice: “Ora mi capita pure un bisessuale, tutti a me gli incasinati!” Le cose andarono come previsto da Tommaso, tutto regolare sin quando ad Alice venne un’idea: “Fa provare anche a me il vibratore, non l’ho mai usato.”Alice ebbe due orgasmi consecutivi e poi rimase a gambe aperte sul letto piuttosto perplessa, che un coso di plastica fosse meglio di uno naturale, bah! A cena, dopo il racconto del fatto al marito, Alice fu bellamente presa per i fondelli fin quando: ”Vediamo se il mio è meglio di quello di plastica!” Era migliore! Alice rimorchiava più del marito: aveva conosciuto uno svedese spilungone, più di un metro e novanta, classico nordico biondo con occhi azzurri; la locale squadra di pallavolo lo aveva preso in squadra, era uno schiacciatore formidabile, molte vittorie erano dovute a lui e quindi era molto conosciuto e coccolato dai tifosi. Alice lo aveva conosciuto alla facoltà di agricoltura in cui era iscritto il tale, era curiosa di ‘assaggiarlo’ tanto era diverso dagli altri giovani dell’università, gli fece la corte, Dennis Bergman, questo il suo nome, non la recepiva ed Alice, come da suo carattere, si incaponì sin quando Dennis si fece convincere di andare a casa sua. Male gliene incolse quando vide uscire dal bagno Dennis che a fronte di due testicoli molto grossi presentava un pene piccolino, quasi da bambino, Alice represse una risata e si domandò se con quel coso avrebbe provato solo del solletico poi una decisione improvvisa: usare il popò che normalmente  ‘praticava’ raramente per evitare sensazioni spiacevoli ma con Dennis fu il contrario, il non sentire dolore le fece provare della goduria inaspettata, prolungata e piacevole, anche se non capì il motivo non avrebbe riferito il fatto al marito, forse ci avrebbe riprovato con Dennis. Matteo a medicina incontrò la negra Feiven Tewolde eritrea dal viso simpatico e dalle forme prorompenti, la scelse per variare le sue conquiste. Alla vista della dama nuda Matteo rimase perplesso e niente affatto arrapato, Feiven oltre ad una epa troppo pronunziata aveva tette grosse, pendenti  ed il nero dominava la punta del seno e le labbra della cosina, anzi della cosona. Ormai era troppo tardi e non poteva tirarsi indietro, avrebbe fatto una figuraccia che era probabile la ragazza avrebbe riferito alle compagne e lui avrebbe perso la faccia. Dopo un bel po’ di aiuto orale da parte della dama,  riuscì in qualche modo di far ‘riesumare’ciccio, ebbe anche il coraggio di mettersi in bocca la ‘cosona’ di Feiven e penetrare la vagina ma poi alzò bandiera bianca, cattiva esperienza che gli sarebbe servita in futuro per scegliere un partner. Meglio andò ad Alice con un mulatto etiope che probabilmente aveva del sangue italiano da parte di padre dopo la campagna della ‘terza’ sponda di Mussolini nel 1940. Senai Abraham  dimostrò subito la sua signorilità:  finto baciamano ad Alice, le diede la precedenza in bagno, non assistette al bidet della signora e si presentò in camera con un asciugamano sulle pudende. Alice rimase ben impressionata, baciò a lungo  il temporaneo compagno di letto e prese in bocca il pene che eiaculò un liquido piacevole al gusto e poi nella gatta dimostrò dimestichezza nell’arte amatoria riuscendo a trovarle il punto G ed a portarla nell’empireo del piacere, un vero signore sessuale, da rincontrare. Alice un pomeriggio di sabato si stava annoiando a casa, a Riccardo era venuto il pallino delle bocce e dedicava questo ‘amusement’ proprio il sabato pomeriggio con lo sfottò della consorte che considerava le bocce un passatempo per soli anziani. “ Ti vedo in discesa mon amour , attento che qualche boccia fuori tiro non ti arrivi sul tuo ‘ambaradam’.  Alice, benché fuori ci fosse un vento gelido, decise di uscire imbacuccandosi alla meglio, non aveva veri capi invernali e, passeggiando per il corso di fermò dinanzi ad una pellicceria ben fornita. D’impulso entrò dentro e fu accolta da un delizioso calore. All’avvicinarsi di un giovane elegantemente vestito di bell’aspetto e sorridente: “Sono entrata solo per riscaldarmi, scusi la sincerità.” “Sono Adalberto Mosca il proprietario del negozio, è un piacere avere nel mio esercizio sì deliziosa signora, anche se non è venuta per acquistare una pelliccia gliene farò provare qualcuna, in caso di sfilata potrei chiederle, dato il suo fisico longilineo, di fare da modella.  Alice ne provò alcune ma, indossatane una di color marrò-miele rimase affascinata: “Questa è favolosa, non le chiedo nemmeno quanto costa, immagino una cifra elevata.” “Lei ha buon gusto, questo è un visone demi buff a righe verticali  e poi all’orecchio di Alice: “La vedrei bene solo con questa pelliccia indosso!” “Anch’io ma…” “Non ci sono ma, le chiedo di fornirmi un  indirizzo dove recarmi con la pelliccia e fargliela provare ‘nude look’. Alice non ci pensò due volte e fornì ad un Adalberto, cui la pressione sanguigna era aumentata di molto, l’indirizzo di casa sua e l’orario: domenica mattina alle dieci. Il giovane si presentò un quarto d’ora prima, Alice accese la luce rossa della porta di comunicazione col marito e:”Se permette vado in bagno per indossare questa favola.” Apri la porta del bagno avvolta nel ‘demi buff’ e di colpo, restando nuda:  “Voila  sono a sua disposizione.” Finirono sul letto ed Alice mise in atto tutto il suo repertorio sessuale che mandò ‘in gloria’ Adalberto. “Sei stata favolosa, c’è un solo problema, ho un socio nel negozio e prima di poterti regalare la pelliccia devo parlare con lui e sperare che sia d’accordo.” Ed intanto si riportò indietro la pelliccia; Alice pensò di aver preso una fregatura e, all’uscita del giovane, per rabbia prese una spazzola e la getto contro il muro dandosi dell’ingenua. Ma il destino era diverso da quello da lei presagito, Adalberto si fece vivo per telefono e: ”Carissima, ho avuto il consenso del mio socio, un giovane per bene che però desidera conoscerti, se sei d’accordo…” Dopo un attimo di esitazione la futura proprietaria della pelliccia acconsentì e l’appuntamento fu per le nove della domenica, decise un’ora prima pensando che i signori da accontentare erano in due…Adalberto aveva avuto ragione, Giacinto questo il nome del socio, di brutto aveva solo il nome. Alice fece la solita pantomina dell’entrata con pelliccia addosso senza veli , invitò i due con testosterone alle stelle ad andare in bagno per un bidet e poi…Giac. ce l’aveva proprio lungo, impressionante, in erezione sembrava la lancia di un cavalier antico, sul letto Alice riuscì a mettere in bocca solo la punta ma il più doveva ancora venire quando si trovò la ‘gatta’ infilata sino in fondo con solo la metà del ‘coso’, Adalberto si fece anche lui sotto o meglio si infilò nel ‘popò’ della dama  facendo provare alle stessa il doppio gusto. I due erano instancabili fin quando: “Ragazzi ne potremo parlare un’altra volta, per oggi…”Ci vollero altre tre ‘sedute’ per conquistare finalmente la proprietà della ‘demi buff’ che Adalberto disse valere quindicimila  €uro, voleva dire che anche la sua ‘chatte’ valeva tanto! Riccardo non fece commenti solo pensò che la ‘gatta’ della consorte era più pregiata del suo ‘pisello’. Alice sentiva il bisogno di provare nuove sensazioni sessuali, era nel suo carattere prendere l’iniziativa, lo comunicò  al marito: “Mon amour che ne diresti di un’esperienza di noi due con una coppia così vedrò quello che combini con un’altra ed anche tu…” Ricevuto l’assenso si mise alla ricerca. La scelta ricadde su una coppia di siciliani di Taormina che non avevano nulla di quello si dice degli abitanti di quell’isola, avevano la fama di essere anticonformisti. Calogero (Lillo)  Caruso e Letizia Marino furono contenti dell’invito anche se  conoscevano Matteo ed Alice solo di vista. “Benvenuti a casa nostra, abbiamo ordinato in vostro onore una cena a base di pesce, cosa difficile da avere da queste parti,  aggiungeremo del Verdicchio dei Castelli di Jesi e del Pro Secco, vini che ci inviano degli amici.” Un po’ di musica ‘lenta’ per ballare e conoscerci, ci sappiamo anticonformisti e questo renderà più piacevole la serata. Letizia bionda di chiara provenienza normanna non aveva nulla dei caratteri siciliani, al contrario Lillo che era un classico dalla pelle scura ed occhi nerissimi. Due camerieri portarono la cena ed i quattro fecero onore alla libagione non trascurando i vini che resero i quattro ancora più allegri. Letizia andò in camera da letto e ritornò come mamma l’aveva fatta con gran piacere di Matteo che seguì il suo esempio, Calogero ed Alice si guardarono negli occhi e scoppiarono in una bella risata: “Stì zozzoni ci hanno preceduto, che ne dici mia cara di imitarli?” E così fu che tutti e quattro ballavano al suono di un lento con i maschietti che avevano sfoderato la loro ‘sciabola’ che le ragazze presero volentieri in bocca con la conseguenza di assaggiare un ‘digestivo’ da ambedue apprezzato poi il passaggio sul lettone che dovette sopportare il peso ed il movimento dei quattro. In una pausa Alice baciò in bocca Letizia che contraccambiò volentieri, le signore si erano scoperte bisessuali con gran piacere dei compagni  maschietti che le ‘infilarono’ mentre loro seguitavano a baciarsi, una situazione non prevista ma molto piacevole. I quattro si erano affezionati, Matteo ed Alice smisero di cambiare partner. I due siculi, dopo aver conseguito la laurea nelle rispettive discipline ritornarono nella loro terra. “Vi aspettiamo a Taormina, mio padre è proprietario dell’hotel ‘Le Rose Rosse’, è un posto bellissimo con panorama sul mare, un bacione ed a presto!” Ormai un sentimento profondo univa le due coppie, non era solo un ‘exchange of partners’, c’era qualcosa di molto più profondo che li legava, qualcosa di indefinibile, al di la del sesso, che li portava a voler stare insieme il più possibile provando sensazioni meravigliose, un qualcosa molto vicino all’ amore, anche se molto particolare.

  • Come comincia: Il locale “Il Vascello” della famiglia Dattola che all’inizio degli anni ’70 fece tendenza a Melito e provincia di Reggio era un locale unito praticamente al cinema di proprietà anch’esso della famiglia ed era adibito a tutte le funzioni che sono di un locale soprattutto estivo ed essendo praticamente situato all’inizio del corso e quindi al centro del paese o quasi, faceva sì che fosse facilmente raggiungibile.
    Faccio presente che allora furono mattatori del locale personaggi di primo piano o che lo diventarono da lì a poco.
    Ricordo soprattutto Mike Bongiorno e la sua valletta Sabina Ciuffini, Lucio Dalla, il jazzista Romano Mussolini, la procace e sex Tamara Baroni, Gli Alunni del Sole e Il Giardino dei Semplici e tanti altri.
    Tutti portarono a quei tempi molta gente a Melito ed il locale fece anche da apripista per altri locali di quel genere a Melito e nel basso Jonio.
    Poi, purtroppo, alla morte del “Conte Dattola” il locale e lo stesso cinema, per motivi, penso io di gestibilità e per l’avvento delle televisioni private, che ancor’oggi tolgono pubblico al cinema, dovettero chiudere ed in seguito scomparire del tutto per la vendita del suolo.
    Vorrei ricordare con un aneddoto il “Conte Dattola”, che riguarda soprattutto la sua spontaneità e franchezza.
    Lucio Dalla, che doveva esibirsi la sera alle 21, aveva fatto il bagno nella nostra spiaggia e verso le 13 era passato dal locale per bere qualcosa prima che, disse a noi ragazzi presenti, che eravamo tutti lì incuriositi dalla star, mangiasse e facesse una pennichella. Malauguratamente per lui, non conoscendo naturalmente il “Conte” per il suo rigido rispetto del galateo soprattutto, appoggiò entrambi i piedi, anche un pò insabbiati per la verità, sul tavolo, davanti a tutti i presenti richiedendo un bibita fresca gridando al cameriere.
    Apriti cielo !!! Il ”Conte”, sentitolo, arrivò di corsa e vedendo addirittura il cantante con i piedi sul tavolo, sbraitò imponente (data la stazza, 1,90):
    -"Scimmione (ricordo che il cantante era conosciuto per essere molto peloso) che non sei altro, prima di tutto togli i piedi dal tavolo e poi, non gridare che non sei a casa tua!”.
    Lucio Dalla, stupefatto, fece notare che lui era il cantante che si doveva esibire quella sera.
    Ed il “Conte”:
    -”Puoi essere chiunque ma qua dentro devi stare con due piedi in una scarpa!”.
    A quel punto, vista la magra figura, il cantante se ne andò proprio contrariato. Naturalmente non l’aveva conosciuto perché era il figlio Santo che provvedeva a tutto, però penso che, conoscendo noi il "Conte", avrebbe trattato il Dalla nello stesso modo. Questo era il “Conte”, che ancora ricordo con molta simpatia e…non solo io.

  • 21 ottobre 2018 alle ore 18:56
    L’Alchymien

    Come comincia: L’Alchymien era un grosso mosaico mobile, una macchina rotante i cui ingranaggi erano tasselli dalla forma prismica, che, per mezzo di giochi di luce e spostamenti molecolari variava vorticosamente il corso del suo movimento in asincroni sbalzi, flussi di materia sospesa e fluttuante. Gilbert aveva ideato questo stranissimo congegno, dedicando ad esso studi e test approfonditi, lavorando interi giorni, intere notti alla sua creazione; il fine ultimo del congegno doveva essere quello del teletrasporto; ma, ancora il macchinario andava perfezionato a dovere e Gilbert era persino pronto ad usare se stesso come cavia per l’esperimento, e presto l’avrebbe fatto di sicuro. Gilbert, un tipo solitario; il suo unico vero “amico”: il fido maggiordomo androide, Rod (modello 3-omicron). Rod era anche il suo insostituibile mentore, la sua balia, il suo factotum. Difatti Rod aveva assistito sin da piccolo Gilbert, il quale si rivolgeva a lui come un vero umano, pur sapendo che Rod non poteva mai eguagliare una creatura umana in sentimenti e stati d’animo; si trattava pur sempre di un automa, una macchina tecnologicamente avanzata progettata dal defunto padre di Gilbert. La casa in cui viveva (e lavorava) Gilbert era più simile ad un laboratorio/officina e non ad una vera abitazione; le pareti erano tappezzate con formule complesse e labirintici schemi di progettazione. La dimora di Gilbert sorgeva isolata, su una collinetta alle falde di Monte Titanium, ma il panorama da lì era maestoso e si poteva dominare con lo sguardo l’intero complesso residenziale di Nova City, colonia e costola della fiorente Vega. Al calar delle tenebre si udivano gemiti sinistri e ululati da far accapponare la pelle. Si trattava dell’ennesima faida tra le gang dei bassifondi: i nosferatu e gli uomini lupo, creature mutanti orrende, che, a causa di esperimenti genetici militari erano diventati mostri senza pace e vivevano nascosti nei meandri più squallidi di Nova City, celati nell’oscurità e in continuo conflitto tra la loro natura bestiale e il loro lato umano. I nosferatu erano del tutto simili ai vampiri, con canini spropositatamente sviluppati, artigli affilati, corpi scheletrici e deformi. Gli uomini lupo erano dei freak denutriti, colpiti da ipertricosi, il cui corpo era orridamente cosparso di ispidi peli simili ad aculei. La lotta senza sosta tra le due gang nasceva dal loro bisogno primordiale: il cibo. I capoclan delle due fazioni un tempo erano alleati, ma da quando fu proclamato ufficialmente il coprifuoco notturno dal sindaco di Vega City a causa dei continui raid cannibalistici delle due gang, il cibo venne a scarseggiare per le orrende creature e nacquero così scontri per la sopravvivenza, e i due clan da allora non si danno più pace, attaccandosi e depredando a vicenda i bottini e i trofei dei loro rivali. Dunque, Vega City e la sua costola abitata erano costantemente in all’erta nel cuore della notte; mentre di giorno la vita degli abitanti era salvaguardata, protetta dai Borg, androidi armati e corazzati, il cui sistema di rilevamento di minacce ostili era infallibile durante il giorno, ma di notte nemmeno loro potevano dominare la furia distruttiva e i continui assalti dei mostri mutanti dotati di agilità e poteri telepatici, i quali sfruttavano l’oscurità per attaccare senza tregua in cerca di cibo, razziando e devastando la qualunque. <<Mister Gilbert>> esclamò con alcuna inflessione vocale Rod  <<è già l’una di notte; è ora che lei vada a riposare>>. <<Preferisco rimanere ancora un pò..>> rispose Gilbert <<..piuttosto preparami del thè caldo, Rod!>> <<Come  desidera, signore>> e Rod si allontanò. Gilbert controllò nuovamente le serrature del portone di casa, poi tornò al suo meticoloso operato. Una scintilla di genio si sprigionò in Gilbert, immediatamente ebbe come una rivelazione. <<Credo d'aver capito... finalmente, era così semplice, ed io invece….>> e provò a posizionare due prismi alla volta in senso opposto nel congegno, fino a quando non ottenne la combinazione perfetta, e l’Alchymien improvvisamente cominciò ad emettere strani ronzii simili all’oscillare di onde magnetiche. Rod intanto tornò con la caraffa di thè caldo; rimase abbagliato da una luce caldissima ma piacevole. L’Alchymien proiettava fasci di luce in ogni angolo della stanza e un portale cominciò a materializzarsi dal suo nucleo. Gilbert, in preda alla frenesia e alla contentezza, cominciò a saltellare di gioia stringendo a sé l’inamovibile Rod. In men che non si dica vennero entrambi risucchiati nel gorgo del portale luminoso; ma qualcosa andò storto, e i due dopo una rapidissima scomposizione molecolare si ritrovarono esattamente al di fuori dell’abitazione di Gilbert. Sinistri ringhi e risa sguaiate si sovrapposero. Un nugolo di uomini lupo circondò i due. D’improvviso una decina di nosferatu apparve dal buio,  lanciandosi sugli ignari uomini lupo. Scoppiò così una zuffa furiosa e bestiale per accaparrarsi le due prede. Gilbert e Rod si fissarono per alcuni istanti, e lestamente si allontanarono dalla ressa in atto. Magicamente a pochi metri da lì un nuovo portale di luce apparve dal nulla, i due si lanciarono a capofitto e senza tentennamenti in quel globo luminoso. Dopo circa tre secondi il portale si chiuse, e Gilbert si ritrovò in una celletta buia e squallida, ma non c’era nessuna traccia del fido Rod. <<Rod! Rod, dove sei?!?>> esclamò Gilbert  <<Dove mi trovo? Ma che posto è mai questo..?>> Gilbert, in preda al panico, si scaraventò contro le fredde grate della celletta spingendo con tutte le sue energie, ma nulla. Le sbarre erano solide, impossibili da forzare. Gli occhi di Gilbert cominciarono a lacrimare per lo sconforto e la paura. Dopo un tempo indefinito Gilbert cominciò a udire dei passi; la porta della celletta venne aperta con forza dall'esterno. Una mano gelida, enorme afferrò dall’oscurità della cella Gilbert, e dopo averlo strattonato con violenza lo tramortì, caricandolo su una spalla. In un altro luogo lontano nel tempo apparve una luce abbagliante  e Rod si ritrovò catapultato dall’alto per una decina di metri rovinando con un tonfo al suolo.  Si rialzò di colpo, osservandosi subito intorno con diffidenza e sospetto. <<Prego, identificarsi!>> trillò alle sue spalle una voce robotica e tonante. <<Mi fornisca le sue generalità!>> Rod, ancora intontito per via della caduta, notò che l’alba stava sorgendo, e tentando di rispondere al Borg, si accorse però di non poter emettere alcun suono a causa di una avaria al suo sistema vocale provocata dalla forte caduta. <<Signore, lei è un intruso!>> squillò la voce del Borg.  <<La dichiaro in arresto, mi segua o sarò costretto a spararle!>> e gli puntò all’altezza del volto una fiocina a raggi stordenti, costringendo Rod ad avanzare. Rod venne condotto alle porte di Vega City. Con stupore comprese che la situazione cominciava a peggiorare e non c’era la benché minima traccia di Gilbert. Le enormi porte di Vega si spalancarono. Tra brusii e chiasso, Rod si ritrovò nel bel mezzo di una megalopoli assordante e caotica. L’androide venne poi portato con forza al Reparto Sospetti della giurisdizione locale, dove fu sottoposto a indicibili torture e interrogatori. Ma il povero Rod non poté ribellarsi in alcun modo, né quantomeno proferire parola a causa dell’avaria al sistema vocale. Venne poi rinchiuso in una sala di quarantena e isolamento, dove notò tutt’attorno scheletri in decomposizione avanzata, lordura e carcasse arrugginite di antiquati modelli androidi. Intanto, lontano da lì, Gilbert si destò. Con profondo sconcerto capì di trovarsi in un’altra epoca, in un maniero medioevale dove cavalieri, paggi, giullari di corte e monaci lo fissavano con meraviglia, ridendo sommessamente, confabulando tra loro sullo strano arrivato. Donzelle danzanti si contendevano ridacchiando la giubbetta antitermica di Gilbert, piroettando allegre intorno allo strano ospite. Gilbert sentì stringersi i polsi e riconobbe la gelida mano del suo carceriere: un mastodontico energumeno dal volto coperto da un cappuccio nero in parte lacerato, che lasciava intravedere profonde cicatrici e segni di bruciatura sul volto. Il bestione condusse Gilbert in una stanza adiacente l’atrio del maniero, e lì venne spogliato da capo a piedi da alcuni nani, che lo rivestirono poi con una tunica accessoriata da svariate fibbie e cinghie. Posero sul suo capo un pesante copricapo bronzeo che a stento il povero Gilbert riusciva a sostenere. Gli venne posta con brutalità una grossa benda di grezza lana attorno alla bocca, che impediva quasi di respirare. L’energumeno, lo strattonò  con forza conducendolo in un’arena dove una folla schiamazzante lo derideva e scherniva con parole a lui incomprensibili. Gilbert si ritrovò solo tra una folla in putiferio, e tutto d’un tratto vennero chiuse le inferriate dell’arena con un tonfo metallico. Trascorsi pochi secondi, i due cancelli si spalancarono all’unisono; due feroci pantere imbizzarrite si diressero correndo verso Gilbert, il quale serrò gli occhi  preparandosi al peggio. Due dardi avvelenati sibilarono d’improvviso nell’aria. Le due pantere si accasciarono a terra in preda a convulsioni e ruggiti di dolore. Gilbert, non ancora resosi conto di nulla, spalancò di colpo gli occhi e vide ciò che era accaduto. Tutti i presenti volsero lo sguardo verso l’artefice di quel gesto inconsulto, scorgendo un uomo tarchiato e robusto, abbigliato esoticamente, con la benda su un occhio. <<Gra…grazie…chiunque tu sia, mi hai salvato da morte certa!>> disse Gilbert con un groppo in gola. L’uomo a sua volta non lo degnò nemmeno di uno sguardo, e Gilbert senza proferire parola si diresse celermente in direzione di una trave posta al di sopra degli spalti, e da lì si lanciò all’esterno dell’arena con balzo felino. La folla sugli spalti cominciò a irritarsi. Tre guardie irruppero nell’arena cingendo Gilbert in modo bruto, trascinandolo così fuori da lì. Gilbert, ancora esterrefatto per l’accaduto, venne ricondotto nella buia cella. Lasciato lì per interi giorni senza acqua né cibo. Il poveretto, ormai allo stremo delle forze, urlò a voce sguaiata in cerca d’aiuto e comprensione, ma per tutta risposta udì soltanto il confuso vocio e le suppliche incomprensibili di altri carcerati. Trascorsero parecchie ore. Gilbert, rimuginando e patendo, pensava ancora al suo ignoto salvatore. L’uomo misterioso intanto era già a diverse miglia di distanza dalla cittadina. Si fermò per bere della limpida acqua da una sorgente e ritemprarsi. Dopo essersi dissetato, cominciò a prepararsi per la notte, rifugiandosi in una grotta naturale dove accese un bivacco nel quale arrostì della selvaggina che portava con sé. L’uomo aveva il corpo cosparso di strani tatuaggi, i suoi tratti esotici mettevano in evidenza una natura avventuriera e una indole nomade. Il mattino seguente l’uomo si medicò con strane erbe l’occhio nascosto sotto la benda per poi ripercorrere i passi del suo tragitto senza meta. Gilbert dal canto suo stentava ancora a credere di essere vivo e vegeto, anche se la mancanza di cibo e acqua unita alla desolazione lo assalivano. Improvvisamente un bagliore fece capolino nel buio della cella. Un nuovo portale luminoso apparve ancora. Gilbert si precipitò a testa bassa verso il portale, e dopo pochi istanti venne scaraventato fuori ritrovandosi così tra una fitta e rigogliosa vegetazione. Si trovava ancora nel Medioevo, ma all’esterno del maniero. Subito cominciò a correre a perdifiato sino a quando non giunse nei pressi di un ruscello, dove con suo stupore incontrò l’uomo misterioso che lo aveva salvato. <<Straniero, chiunque tu sia, mi sei debitore!>> disse l’uomo. << Il mio nome è Rudolph, sono un viaggiatore del tempo, e come te mi ritrovo qui a causa del portale.>> <<Qui.. quindi tu parli la mia lingua…grazie ancora d’avermi salvato, te ne sono infinitamente grato!>> replicò entusiasta Gilbert. << Mi chiamo Gilbert, sono un inventore e provengo dal futuro…ma tu, da che epoca provieni? Chi è un viaggiatore del tempo?>> <<Bene, io appartengo alla dinastia dei Travellers, sono un nomade da sempre e non appartengo al vostro pianeta. La mia missione sulla terra è recuperare da varie epoche i sigilli del tempo: manufatti occulti che permettono ai signori del Maelstrom di viaggiare tra le dimensioni temporali per variare il corso delle cose, riducendo così la Terra a una valle desolata e deserta dove gli unici padroni saranno loro. Questi signori devono essere assolutamente fermati! Sono stato inviato dal Consiglio per metter fine alle loro abominevoli mire.>> spiegò Rudolph. <<Credo d’aver compreso; ti sono debitore, sono con te, e ti aiuterò nell'impresa se possibile…>> disse Gilbert con gli occhi pieni di gratitudine. <<Come preferisci Gilbert! Sarò ben lieto di ricevere un aiuto…intanto mangia qualcosa e dissetati o non andrai da nessuna parte...>> rise sommessamente Rudolph. Dopo essersi rifocillato, Gilbert rivolgendosi a Rudolph disse di esser pronto. Un nuovo portale, generato dallo stesso Rudolph tramite  comando vocale apparve; entrambi si lanciarono verso la fonte di luce. Riapparvero in un battibaleno nel laboratorio di Gilbert. Rudolph sbottò: <<Manca adesso l’ultimo manufatto, e prima che possa essere preso dai signori del Maelstrom devo averlo!>> e mostrò a Gilbert una serie di piccoli oggetti dalla forma prismica, ognuno preso in varie epoche. Gli oggetti somigliavano molto ai prismi del macchinario di Gilbert: avevano numeri stampigliati in lettere romane su ognuno di essi; erano i numeri relativi alla data storica di ogni epoca nella quale erano stati nascosti. Gilbert comprese di trovarsi in una situazione di estrema urgenza per tutti gli abitanti del suo pianeta e le loro sorti. Rudolph inserì tutti i prismi nell’Alchymien. Un boato assordante seguito da vampate di luce si propagò nel laboratorio per brevissimi istanti. <<Adesso manca l’ultimo manufatto.. si trova proprio nella tua epoca, Gilbert!>> disse Rudolph. <<Tu mi sarai d’aiuto come promesso…>> <<Aspetta..!>> replicò Gilbert. <<Prima dovresti aiutarmi a ritrovare il mio amico Rod, il mio maggiordomo androide.. non so che fine abbia fatto!>> <<Non c’è tempo adesso per altro! Dobbiamo assolutamente recuperare l’ultimo manufatto prima che finisca tra le grinfie dei signori del Maelstrom!>> ribattè Rudolph. <<Non appena avremo compiuto la nostra missione, stai pur certo che ti aiuterò a ritrovare il tuo amico androide.>> Gilbert scosse la testa in segno di approvazione, e i due uscirono quindi dall’abitazione. Intanto Rod era stato sottoposto dai Borg ad attente analisi, e gli stessi, per ordine di alcuni ufficiali avevano dissezionato l’androide col fine ultimo di esaminare ogni possibile sospetto, credendolo una minaccia per gli abitanti di Vega City. A diverse miglia da lì un altro portale. Tre figure umanoidi emersero dal nulla. Si trattava dei famigerati signori del Maelstrom, alieni dalle fattezze umane, bramosi di scovare l’ultimo manufatto per i loro vili interessi. Questi alieni erano alti all’incirca due metri, con il volto umano e il corpo ricoperto di squame; avevano la pelle olivastra. Erano a torso nudo, indossavano soltanto degli ampi pantaloni biancastri e stranissimi stivali. Ai polsi portavano bracciali aurei, e brandivano delle lame dall’aspetto insolito. <<Gilbert!>> disse Rudolph. <<Il mio indicatore rileva delle strane presenze nei dintorni.. credo proprio si tratti dei signori del Maelstrom! Presto dileguiamoci!>> I due trovarono un rifugio tra le fronde di un maestoso albero secolare, dove si arrampicarono freneticamente sino in cima. Trascorsi pochi minuti entrarono in scena i signori del Maelstrom, che farfugliando tra loro con versi gutturali si diressero verso le porte di Vega City alla ricerca del manufatto prezioso. <<Dobbiamo agire..fare qualcosa, Rudolph!>> esclamò con fermezza Gilbert. <<Aspetta amico....!>> rispose subito Rudolph <<..non possiamo affrontarli così a viso aperto, di sicuro ci ucciderebbero senza pensarci due volte!>> Gilbert, nonostante i premurosi avvertimenti di Rudolph, scese rapidamente dall’albero e cercò di attirare l’attenzione degli alieni che si girarono di scatto verso di lui. Gilbert cominciò a correre a gambe levate verso casa sua; uno degli alieni lo inseguì immediatamente. Gli altri due alieni scorsero Rudolph, e con grida taglienti, terrificanti si avventarono contro lo stesso, che subito scagliò grossi dardi avvelenati contro i due umanoidi, i quali caddero al suolo contorcendosi con urla sovrumane. Sistemate le due creature, Rudolph corse in aiuto di Gilbert, e giunto sul posto afferrò alle spalle l’alieno. Lo tempestò di colpi  con il machete, sino a stenderlo e finirlo con un secco, netto colpo alla gola. <<Rudolph! Rudolph...!>> esclamò Gilbert <<...perdonami…non avrei dovuto disobbedirti…>> <<Non importa mio giovane amico. Ormai ho sistemato una volta per tutte gli alieni. Adesso incamminiamoci prima che faccia buio!>> replicò Rudolph. Giunsero quindi alle porte di Vega City quando stavano già per calare le tenebre, ma prima che potessero entrare nella metropoli due Borg dall’aria minacciosa intimarono loro di fermarsi. Rudolph sfoderò il machete. Colpì con tutta la sua forza uno dei robot, ma l’acciaio impenetrabile del Borg assorbì del tutto il colpo. Il machete venne respinto a pochi metri da Gilbert. Il gigantesco portone a sensori digitali della metropoli stava per chiudersi. Prima che potesse serrarsi del tutto, due ombre leste e minacciose si infiltrarono all’interno. Come un fulmine a ciel sereno uno dei cupi figuri si scagliò con veemenza su uno dei Borg disabilitando i suoi circuiti. Approfittando del buio, l’altro oscuro figuro assalì il secondo Borg alle spalle, dilaniando in pochi attimi il suo casco di metallo e i suoi rilevatori ottici. Gilbert indietreggiò intimorito. Uno sprazzo di luce lunare rivelò la natura dei due esseri oscuri: si trattava di un nosferatu e un uomo lupo, che ringhiando e sbavando cominciarono ad osservarsi inferociti per il possesso delle due povere prede. Così Rudolph, approfittando del momentaneo scontro tra i due mostri, afferrò precipitosamente una delle sue granate scagliandola verso le orripilanti creature, le quali però balzarono distanti dalla deflagrazione prima di poter essere inceneriti, e si nascosero nell’ombra. Gilbert con coraggio e grande audacia prese da terra il machete del compagno, e stringendolo forte tra le mani tagliò l’aria in segno di sfida. <<No, Gilbert! No!>> gridò Rudolph, che fulmineo afferrò per la collottola l’intrepido amico e lo portò lontano dall’imminente pericolo. <<Non possiamo affrontare adesso quelle belve…fuggiamo!>> Si diressero all’interno di una palazzina diroccata. Le mostruosità si lanciarono all’inseguimento dei due, sospendendo per il momento la loro lotta e rivalità. Gilbert e Rudolph salirono di corsa per gli scalini della palazzina, finché giunsero in un attico all’aperto da dove si lanciarono nel vuoto, atterrando in modo brusco ma salvifico su un tendone sottostante. Le due orripilanti creature arrivarono anch’esse all’ultimo piano della palazzina in rovina ma non trovarono le loro prede; ripresero così il loro feroce scontro azzannandosi vicendevolmente. Durante la colluttazione precipitarono inavvertitamente dall’alto, atterrando privi di vita su una cancellata appuntita. Rudolph vide il sangue che sgorgava a fiotti dai corpi esanimi delle due mostruosità, e coprì con una mano gli occhi del giovane Gilbert. <<Non guardare amico mio! E’ meglio che tu non assista a questa scena truculenta!>> e con fare paterno e protettivo portò per mano Gilbert lontano da quel posto macabro. Dopo una lunga marcia arrivarono pressappoco alla zona centrale di Vega City, i cui abitanti erano rintanati in casa come dettava il coprifuoco notturno. Gilbert si accorse fortuitamente di un luccichio proveniente da un angolo; quel bagliore era emanato da un talismano che Rod portava al collo, e Gilbert non faticò a riconoscerlo. Esultante per il ritrovamento, Gilbert fissò il talismano e alzando lo sguardo si accorse di trovarsi innanzi al palazzo della giurisdizione locale, e chiamando in aiuto Rudolph provò a scassinare le porte dell’ingresso con la punta acuminata del talismano stesso. Riuscirono nell’impresa. Si infiltrarono nel palazzo muovendosi con cautela ed estrema lentezza per non fare il minimo rumore. Si ritrovarono in una sala immensa, dove una guardia appisolata di tanto in tanto osservava i monitor dello stabile. Fortuna volle che i due riuscirono a sgattaiolare inosservati, e dopo aver aperto varie porte ed esaminato con circospezione i vari locali trovarono finalmente Rod, il quale era in uno stato pietoso e i cui pezzi organici erano stati smontati in parte dal corpo, lasciando così scoperti fusibili, chip e parti meccaniche sotto la cute. <<Rod! Rod!>> singhiozzò Gilbert <<Cosa ti hanno fatto amico mio?!>> Ma Rod non rispose. Era ormai inservibile, i suoi circuiti erano in tilt. Gilbert pianse amaramente, e disse: <<Non temere amico mio, verrò presto e ti riporterò con me appena posso…>> Ma, prima che Gilbert potesse terminare la frase, Rudolph lo scosse e gli ricordò la promessa fattagli, e la scelta di aiutarlo nel ritrovamento dell’ultimo manufatto. Dopo diverse ore cominciò a sorgere in cielo il sole, e la città riprese la sua quotidiana attività. Ogni cittadino tornò alle proprie mansioni. Intanto Rudolph e Gilbert girovagavano in lungo e in largo per la metropoli, fino a quando il rilevatore di Rudolph captò un forte segnale provenire dal sottosuolo. Rudolph senza esitare scoperchiò un tombino e invitò l’amico a seguirlo nelle putride fogne. Il segnale si faceva mano a mano più forte, sino a quando Rudolph trovò il prezioso oggetto. <<Adesso non mi resta che portare a termine la missione per cui sono stato mandato qui!>> disse Rudolph. <<E’ tempo che ogni possibile minaccia per il vostro pianeta termini!>> E così i due si avviarono al laboratorio di Gilbert, dove Rudolph collocò nell’Alchymien il tassello mancante. Una forte luce invase la stanza come una supernova. Ma, non appena il bagliore cessò, Rudolph era svanito con esso, e Gilbert stupito sgranò gli occhi in cerca dell’uomo. Poi comprese, e notò con aria soddisfatta che l’Alchymien adesso brillava, baluginava di una nuova luce, fioca e meravigliosa. Gilbert da quel giorno in poi decise che non avrebbe mai più utilizzato il suo macchinario. Pensò di nasconderlo in un bunker sotterraneo, dove nessuno potesse più farne uso. L’indomani Gilbert si recò a Vega City in pieno giorno. Andò a riprendere Rod come promesso. Riportandolo poi al laboratorio lo rimise nuovamente in sesto. L’androide tornò perfettamente in funzione. Fu così che tutto ritornò alla sua giusta collocazione. Negli anni a venire Gilbert trovò una compagna. Ebbero quindi degli eredi. Tramandò ai figli, e poi ai nipoti la sua avvincente storia. Da allora, di generazione in generazione, un membro scelto della famiglia vigila sull’Alchymien, custodendo gelosamente la sua segretezza fino alla fine dei tempi.

  • 20 ottobre 2018 alle ore 22:36
    Terremoto... da far rizzare i capelli

    Come comincia: Verso la fine del mese scorso, da queste parti, vi è stata una scossa tellurica di discreta entità e questo mi ha fatto venire in mente una delle tante storie che spesso mio padre, nelle fredde serate invernali accanto al braciere, raccontava a noi figliuoli che lo ascoltavamo, tutti presi dal suo modo così chiaro di esporre, con grande attenzione.

    Il terremoto, per chi non lo sappia ancora, è la cosa, per quanto riguarda soprattutto la paura, che mi ha fatto più impressione di qualsiasi altra cosa io possa aver assistito, fin’adesso. 
    Su quest’ evento mio padre mi raccontò di suo padre che, quando successe il terribile e catastrofico terremoto (e anche maremoto, non dimentichiamolo) del 1908, aveva 23 anni.
    Nella sua giovanile esuberanza, mio nonno era scettico sulla pericolosità del terremoto perché, secondo lui, bastava mettersi sotto un pilastro che non ti succedeva niente. 
    Evidentemente non era così.
    Mio nonno, quando sentì la prima scossa, tranquillizzò tutti perché aveva visto che la lampadina si muoveva poco ma quando sopraggiunse la seconda e vide la sedia dove appoggiava i vestiti a terra con ancora i vestiti lì e la tendina della finestra a terra, incominciò a gridare come un dannato:" Presto! Presto! Tutti fuori”.
    Quando mia nonna lo vide fuori nella piazza scalzo e quasi nudo, gli disse:” E allora? Non ti sei riparato sotto il pilastro? ”Mio nonno rispose ancora impaurito: ”Min…a, ch’era forte!!!
    Così il suo scetticismo sulla non pericolosità del terremoto finì lì.
    Ho voluto raccontare questa vicenda che mi ha trasmesso mio padre, dove si capisce, senza mezzi termini, che quest’evento che non si riesce a prevenire ancora del tutto, fa molto paura e non solo per la pericolosità ma per la visione della terra e delle cose che si muovono con un ritmo e un boato da far rizzare i capelli solo al pensarci.
    Come successe a me nel 1977, dentro al cinema “Mio Sogno” di Melito e che difficilmente sparirà dalla mia mente.

  • 20 ottobre 2018 alle ore 17:28
    Il lupo Costes

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Costes.
    Dal carattere nobile e altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del festoso scorrere dei ruscelli all’aria aperta, del danzare lieve dei fiori nei campi, del brillio della luna in cielo, fiero nel suo incedere, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Acquazzone/sgocciola fra i mandorli/la luna piena ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, ritenuto proprio per questo suo modo di fare, un tipo allorché stravagante, dagli altri componenti del branco, che non vedevano di buon occhio questo suo poetare, apprezzando ben altre virtù in un lupo della sua età, adatte alla continuazione della specie, ed il proliferare del gruppo, quali l’adoperarsi per trovare una buona compagna e crescere insieme dei bei cuccioli sani, lasciandolo per questo motivo spesso solo, ed in disparte.
    Ma docile e mite, lui sorrideva alle loro parole, senza remore.
    “Ma deve pur trovare una compagna!” “Deve avere dei cuccioli suoi!” “Una compagna giusta e fedele!” lo imbottavano le Voci intorno vedendolo tornare da solo alla sua grotta, ogni notte “Una compagna che sappia essere al suo fianco” “Sostenerlo!” “Creare una famiglia!”
    “E magari innamorarmene!” rispondeva Costes a tono ogni volta, di rimando, lui che ancora non aveva  trovato quella magia, pura e forte, adatta a fargli battere il cuore.
    E tornando per l’ennesima notte alla sua tana, componendo nuovi haiku, sorpreso di colpo da un tremendo temporale, cercando alla svelta un riparo, saltando su di una roccia, il lupo scivolò di peso impedito, lanciando un guaito straziante, rovinando al suolo, con una zampa ferita.
    “Non ti muovere o potresti finire col peggiorare la situazione!” gli si accostò una lupa dagli stupendi occhi d’ambra ed il pelo zuppo, che incurante della tempesta, in fuga col suo branco, nel vedere il lupo cadere, non aveva esitato a lasciare i suoi compagni per corrergli in aiuto “Non ti muovere!”
    E udendo le parole di lei, attutite e lontane, ormai stravolto dal dolore, la bestia, inspirando forte l’odore della bella lupa, riconoscendolo buono, perse i sensi stremato.
    Ma la creatura consapevole del rischio che lui stava correndo, ridotto in quello stato, senza porre tempo in mezzo, chinandosi sullo sventurato, lo addentò morbidamente per la collottola, trascinandolo con tutte le sue energie, cercando disperatamente di portarlo al sicuro, sfidando la furia degli elementi.
    “Scappa bella lupa!” “Non pensare a lui!” le urlavano all’orecchio le Voci nel parapiglia generale “Non riuscirai a salvarti da questa bufera, se porti con te anche lui, riverso in queste condizioni!” “Lascialo!”
    Ma lei senza porre alcuna attenzione al cicaleccio intorno, continuò a fatica, portandolo fino ad una grotta di fortuna, seppur sfinita e col fiato corto.
    E raggiante, adagiando il lupo sopra un giaciglio di foglie secche ed asciutte, leccandogli la ferita sanguinante, disinfettandola, restò a scaldarlo col calore del suo fiato “Puoi farcela! Forza! Ci sono qui io!”.
    E riaprendo adagio gli occhi, il lupo, percependo lieve il dolore alla zampa, scoprendola intera, scorgendo la bella lupa al suo fianco, intuendo quanto fosse successo, sentì il cuore balzargli in petto, come mai gli era successo.
    “Sei sveglio?” le chiese lei, accorata, col cuore a mille.
    E sorridendo Costes, levandosi con sforzo, strusciò d’istinto il suo muso contro quello di lei, facendola arrossire, provando per la prima volta un sentimento mai sentito prima “Grazie per quello che hai fatto per me! Mi hai salvato la Vita!” soffiò “Come sei bella!”  tossì ancora fradicio “Come ti chiami?.
    Indietreggiando a quel gesto così puro e forte, la lupa chinò il capo smarrita, senza riuscire a proferire parola, e grattando la nuda pietra con gli artigli, lo guardò con tenerezza, ricordando le parole che avevano accompagnato anni addietro, la sua venuta al mondo  “Che tu possa trovare  il compagno che ti renderà felice! Lui e lui soltanto!” era stato l’augurio “Il lupo che ti amerà sopra ogni cosa! Sin dal primo istante! Senza il bisogno di conoscere nemmeno il tuo nome! Il lupo che ti porterà già con sé nel cuore alla nascita!”
    E Costes guardandola negli occhi con amore infinito, scodinzolò.
    “Nana!” asserì lei “Il mio nome è Nana” guaì,  ed il lupo attirandola a sé, accogliendola sul suo cuore le sussurrò “Io mi chiamo Costes!”
    Nana a quella scoperta, stranita, sgranò gli occhi “Il poeta? Chi lo avrebbe mai detto?” e riscoprendosi nel medesimo battito, i due restarono a scrutarsi impacciati.
    E dividendo lo stesso giaciglio quella notte, al riparo dalla bufera, i due scaldandosi col reciproco respiro, si scoprirono innamorati, stringendosi l’uno all’altra colmi di gioia “Me lo reciteresti un haiku?” chiese Nana, timida, e lui tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne annuì “La poesia è un atto d’Amore, piccola Nana! L’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore a prescindere, l’Amore che è l’unico compenso dell’Amore!”, le soffiò la sua poesia più bella “Luna di pioggia/dondola nel cuore/ una piuma” 
    E da quella notte Costes e Nana non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.

  • Come comincia: Ho riascoltato ieri, alcune volte, il brano "Bocca di Rosa", di Fabrizio De Andrè: scritto e 
    composto da lui stesso ed arrangiato da Gianpiero Reverberi.
    La storia di Bocca di Rosa, credo - e spero - la conosciamo tutti: è la storia di una donna di facili costumi, una puttana (o una troia, o una battona: a seconda delle latitudini, vengono così brutalmente apostrofate...ma tutti si dimenticano che sono donne, esseri umani come tutti gli altri!) che arriva, un bel giorno senza data, in un fantomatico paese della provincia nostrana (Sant'Ilario): è comincia a prostituirsi, anzi, a concedersi a tutti; il bello della storia (per alcuni, però, forse è il brutto!) sta proprio nel fatto che la suddetta lo fa in uno strano modo; lo fà, stranamente, senza farsi pagare; lo fà per passione, appunto! 
    Sta proprio quì, l'inganno, ma no, l'inghippo della storia, ciò che mette il pepe al culo alla gente, ciò che non va giù ai benpensànti, ai savi, ai sensati, ai timorati di Dio: che una puttana si conceda a tutti, no per denaro ma perchè li và di farlo!
    Capite Signori, qual'è il nocciolo della questione: non è il fatto che Bocca di Rosa eserciti la professione più antica del mondo, ma il fatto di cui sopra detto, che lo faccia senza farsi pagare.
    Io sono un anarchico, per mia libera scelta, anzi, sono un anarchico sui generis, visto che da alcune settimane oso definirmi un comunista-anarchico (non mi frega niente se non vado a genio nè ai comunisti, nè agli anarchici: ho scelto così, superando, dopo quasi quarant'anni le barriere ideologiche che mi bloccavano, facendo finalmente parlare - merito di una donna con cui sto chattando su un sito di incontri - il mio cuore!), e sono - ahimè! pure un romantico: per questo motivo sto, e starò sempre dalla parte di Bocca di Rosa; cioè, dalla parte dell'AMORE vero, quello che si dà senza chiedere nulla in cambio, quello che si dà a tutti senza chiedersi il perchè, incondizionatamente e senza doppi fini, senza fare calcoli o compromessi di sorta...alla faccia dei preconcetti, dei pregiudizi o quant'altro; alla faccia dei bigotti e dei benpensanti: di coloro i quali pensano ancora che avere un crocifisso in mano ti dia il diritto di sentirti migliore di chi non lo ha, di chi la domenica fa l'amore piuttosto che andare a sentir messa. Ebbene, io Signori, sono di Taranto ed ivi abito: in un appartamento, sito all'ottavo piano - da quasi mezzo secolo - che dà proprio, udite, udite di fronte ad una chiesa, la più grande della città, la nuova concattedrale (costruita nel 1970-71 dall'architetto Giò Ponti): forse, chissà, per ironia della sorte, a voler ricordare perpetuamente, a uno come me, ateo, di essere un essere (scusate il gioco di parole!) infinatamente più piccolo e inferiore agli altri. Ebbene io, Signori, non mi sento nè più grande nè più piccolo di nessuno: io AMO,
    come tutti gli altri, AMO (in una poesia lunghissima che poi riporterò quì, su APHORISM l'ho chiaramente fatto intendere: la considero il mio "manifesto programmatico", se mi si concede il termine!) la natura, la poesia, l'arte, il bello, l'AMORE, le donne, le città, la campagna, la vita semplice... ed ancora il mare, i tramonti in riva al mare, quei tramonti vermigli e fiabeschi che ti mozzano il fiato, il cielo, le stelle, la luna, il creato tutto all'infuori di Dio; perchè tutto ciò che conta per me vive quaggiù, senza risposte di vita eterna ultraterrena, tutto, per mè finisce quaggiù, insieme all'uomo; amo tutti i paesi del mondo come se fossero i miei paesi, le mie patrie: è per questo che noi anarchici amiamo il mondo intero, è per questo che il mondo intero è la nostra patria!
    Quindi, ripeto, di non sentirmi inferiore a nessuno: soltanto per il semplice motivo di non credere in Dio, nè di non frequentare le patrie ga...pardon chiese!
    Il bello della favola, anzi, del racconto che sto scrivendo sta proprio nel fatto che io, in gioventù, sia pure stato chirichetto, che ho pure servito messa (come si diceva una volta!) e ho fatto parte dell'azione cattolica: non rinnego niente, però, del mio passato, in quanto ho conosciuto dei ragazzi fantastici (moltissimi sono miei amici nel mio profilo facebook: vedasi "Gruppo della Concattedrale"), che ancora oggi sono coerenti alle loro scelte, con alcuni dei quali spesso ci si incontra e ci si saluta regolarmente!
    Poi, erano gli anni settanta (metà-fine) ho cominciato a leggere testi diversi (non parlo solo di Bakunin) che mi hanno avvicinato all'ideologia anarchica; ho cominciato ad appassionarmi alle vicende dell'allora "movimento" (quello del '77, tanto per intenderci!)...e poi, il silenzio (politico-ideologico), inframezzato da frequentazioni maldestre (dicasi, udite, udite: Figc-Fuan, estrema destra!). La disillusione, il disincanto, il disimpegno ideologico-politico che colpì tantissimi giovani della mia generazione: la vita spensierata dei magnifici anni ottanta: irripetibili anch'essi!
    Soprattutto, però, la vita vissuta nell'ambito familiare: irripetibile, senza paragoni!
    Non è questo un controsenso, cioè un contestatore come me che esalta la vita in famiglia: la mia famiglia, come ho scritto da qualche altra parte, è stata una famiglia speciale (non lo dico perchè era la mia famiglia, ma proprio perchè lo fù, nel vero senso della parola!), una famiglia ultramoderna, già agli albori degli anni settanta, quando il ruolo dei genitori veniva messo in discussione dagli stravolgimenti socio-politici, quando il rapporto genitori-figli stava per essere capovolto, per non dire stravolto!
    La mia famiglia, invece, era un'eccezione, anzi, lo è stata in tutti i sensi: tanto che, paradossalmente, io sembravo il fascista, rispetto a loro, e loro gli anarchici; io il conservatore tradizionalista, rispetto a loro, e loro i sessantottini! 
    La mia famiglia originaria era composta da mio papà Marco, figlio della bassa reggiana-modenese, venuto in quel di Taranto a diciannove anni per cause non dipendenti dalla sua volontà (dicasi chiamata di leva: era il 1939 ed allo scoppio della guerra, come accadde per molti giovani della sua generazione, ecco il calcio nel culo...e si ritrovò sulla nave "Caio Duilio" della regia marina italiana, a trascorrere le vacanze, alias tutta la guerra!); dalla mia mamma Ada, tarantina d'oc e casalinga per quasi tutta la sua vita (tranne qualche anno di impiego presso l'allora Genio Marino); dalla zia materna Maria e dalla mia amica-sorella ANNA, colei che ha segnato indelebilmente la prima fase della mia vita (è andata via, lei, come tutta la mia famiglia: lei però, è andata via in modo speciale, così come fu tutta la sua vita, ossia lasciando il segno; per colpa di quel mostro a sette code e dieci teste che si chiama Alzheimer!).
    Ebbene, perchè la mia famiglia era speciale? I miei genitori ripetevano spesso, anzi, lo facevano sempre, quanto segue: "Luciano, fai quello che vuoi fare, dì quello che vuoi dire, và ovunque tu voglia andare purchè sia felice: e se tu lo sarai, noi lo saremo per te!". Ora, sfido chiunque a dire che una famiglia del genere non fosse ultramoderna, sfido chiunque a sostenere che una famiglia del genere andasse contestata!
    Tornando al brano di De Andrè, il grande Faber, devo rimarcare questo: Bocca di Rosa verrà cacciata dal paese in cui era misteriosamente giunta; alla stazione l' accompagnano i gendarmi ed anche il parroco: messa sul treno, però, ci si accorge che il suo viaggio di ritorno (verso dove, però, non è dato sapere!) è commovente, a tratti struggente, romanticissimo; infatti, a salutarla, in ogni stazione, diventano sempre più numerose le persone di ogni età, persino qualche prete. Tutti a salutarla con un fazzoletto rosso in mano o a lanciarle addosso un fiore, oppure, addirittura un bacio!
    Bocca di Rosa è uno spaccato di provincia italiana antico: che, però, persiste ancora oggi. Sono ancora vaste, a mio avviso (ringalluzzite, rinvigorite dagli eventi politici recenti), nel nostro paese, le sacche di miseria intellettuale, di povertà di animo e di grettezza di spirito. Ripeto, e con questo termino il mio racconto, io sto - e sempre starò - dalla parte di Bocca di Rosa, dalla parte, cioè, di tutte quelle fantomatiche Bocca di Rosa che amano senza chiedersi il perchè, pur andando contro l'ordine precostituito delle cose, pur andando contro tutto e tutti!    

  • 20 ottobre 2018 alle ore 9:24
    UNA FAMIGLIA PARTICOLARE

    Come comincia: “Siamo a Fiumicino, mia cara tra poco prenderemo un tassì per Roma.” Elettra Guerra aveva annunziato il loro arrivo nella capitale italiana alla sua compagna Grace Taylor ed alla di lei figlia Alison Taylor. “Prima di passare dalla Dogana recuperiamo i nostri bagagli.” “Niente da dichiarare?” Consueta domanda di un finanziere, tale Cristian Roncaccioli che controllò anche i passaporti, constatò che Grace ed Alison avevano lo stesso cognome, mancava quello del padre… All’interno del bagaglio di Elettra, Cristian rinvenne un tubo di plastica lungo un cinquantina di centimetri gonfiato  e con una circonferenza di tre centimetri, lo prese in mano e: “Signore di che si tratta?” “È un giocattolo di mia figlia.” “Penso che lo sia delle due signore…” Il finanziere si era sbilanciato ed aveva provocato l’ira di Elettra: ”Non abbiamo merce di contrabbando né droga e nemmeno armi, il suo intervento non è accettabile, farò rapporto ai suoi superiori.” Nel frattempo era intervenuto il capo posto della Finanza brigadiere Leonardo Sciarra: “Cristian che sta succedendo?” Gli rispose Elettra: “Questo signore, si fa per dire, sta facendo degli apprezzamenti poco simpatici su di me e sulla mia compagna, intervenga lei che penso sia superiore di grado.” All’orecchio di Leonardo: “Queste sono due lesbiche e quella è la figlia di una…” “A te che minchia interessa, ti possono far passare dei guai e potresti trovarti in una brigata sperduta della Sardegna, sparisci, sistemo tutto io.” “Signore le mie scuse, posso darvi una mano?” “Si, ci chiami in tassì.” Andando verso il posteggio Elettra guardò meglio in brigadiere, sorridente, belloccio ed anche disponibile, (aveva preso  il bagaglio di Alison.) Grace:”Voglio ricompensare la sua gentilezza, le scrivo il numero del mio telefonino e l’indirizzo di casa mia, quando sarà libero dal servizio  potrà venire per un pranzo, immodestamente le dico che sono una brava cuoca.” Leonardo ricambiò fornendo il numero del suo cellulare. Quell’episodio non fu più presente nella memoria del brigadiere preso da servizi sempre più fitti per mancanza di personale con la conseguenza che non telefonò a quella signora inglese la quale però, avendo un buon ricordo di quel Leo in divisa: “Sono Grace Taylor, brigadiere si è perso, non si è fatto più vivo…” “Mi crede se dico che sono stato molto impegnato in servizio sia perché, essendo luglio, molti colleghi sono in licenza ed anche per mancanza cronica di personale, domenica prossima sarò finalmente libero.” “Noi abitiamo in via Marsala 23, lo aspettiamo per le dieci.”  Leonardo era alloggiato in via dell’Olmata non molto lontano dalla casa delle signore, passando dinanzi ad un rivenditore di fiori suo conoscente: “Brigadié sti fiori per chi sono? Le dò delle rose rosse per la sua fidanzata?” “No, sono stato invitato a pranzo da due signore.” “Allora vanno bene le rose bianche, beato lei che è giovane!” Evidentemente il fioraio aveva malignato sul fatto che Leo andasse a trovare due signore…La due dame si erano messe in ghingheri compresa Alison e fecero molta festa al brigadiere che era stato tanto gentile. “Noi siamo abituate a desinare più presto dei romani, per le dodici e trenta va bene?” “Sinceramente ho fatto una prima colazione  col solo caffè…” Elettra: “Sediamoci in salotto, questa casa è di 140 metri quadrati come le costruivano una volta, l’ho ereditata da mia madre da poco deceduta, siamo state fortunate, a Roma, qui al centro, ci sono prezzi incredibili di affitto. Per conoscerci un po’ le dico che abitavamo a Londra dove io insegnavo italiano e Grace era impiegata al Ministero degli Esteri; per sua fortuna e con l’aiuto di un’amica è stata trasferita all’Ambasciata inglese qui a Roma, io ho agganci al Ministero dell’Istruzione, mi hanno promesso un posto di insegnante di lingue, oltre all’inglese conosco pure il tedesco per aver avuto sin da piccola una badante di tale lingua, la qui presente signorina Alison  sarà iscritta, come suo desiderio, alla quinta ginnasiale e di lei cosa ci dice?” “Ho conseguito il diploma di liceo classico, sono nato a Roma ma, per motivi di lavoro di mio padre, funzionario di banca, ho vissuto vari anni a Jesi in quel di Ancona. Mi sono arruolato sedici anni addietro nella Guardia di Finanza, dopo tre duri anni di confine sono andato alla Scuola Sottufficiali ad Ostia e poi alla Compagnia di Fiumicino, la piccola Alison che ci dice?” “Non sono la piccola Alison ho quattordici anni, quasi quindici.” La ragazza di era subito dimostrata dal carattere ‘pungente’. “Chiedo scusa signorina, potrei essere suo padre per questo…” “Io non ho padre ma due madri che mi vogliono e si vogliono bene, siamo una famiglia particolare.” La baby aveva idee ben chiare sul genere della sua famiglia, evidentemente in Inghilterra c’era minor conformismo il che fece piacere a Leonardo, aveva sempre combattuto contro i parrucconi del pensiero. “Mi sono espresso male, mi riferivo all’età, ho venti anni più di te.” “Io preferisco gli uomini maturi, i miei coetanei in Inghilterra erano molto infantili e viziati, almeno nell’ambiente che frequentavo io, con lei anzi con te potrei farci un pensierino!” Risata generale, Grace: “Non ci faccia caso, mia figlia è così, penso che potremo darci del tu, io ed Elettra andiamo in cucina, Alison non saltare addosso a Leonardo!” La mamma si beccò delle boccacce da parte dell’erede che lei non vide perché di spalle. “Vorrei accendere la TV ma, tranne qualche raro programma, ci sono solo cattive notizie che sicuramente anche tu avrai notato, solo la notte, mentre le signore dormono, mi vedo dei film piccanti nel senso che…”Ho capito, mi vien da dirte che forse non sono adatti a…” “Ecco un altro parruccone, ti avevo giudicato meglio.” “Facciamo un gioco, ci guardiamo negli occhi, il primo dei due che ride paga pegno.” Leonardo restò serio, Alison barò e rise, “Adesso voglio pagare il pegno, si alzò dalla poltrona e baciò Leonardo in bocca. “Ti rendi conto…” “Non mi fare pure tu il puritano, mia madre e mia zia sono lesbiche e si sono sposate a Londra, vuoi sapere altro?” “Per oggi ho fatto il pieno di tante novità, non so che altro dirti, in Italia le ragazze della tua età sono un po’ diverse.” “Va bene, mi comporterò meglio, un giorno quando avrai voglia… voglio vedere il tuo uccello duro, i miei compagnia di classe ce l’avevano troppo piccolo!” Leonardo pensò bene si allontanarsi da quella…furia scatenata e si rifugiò in cucina. “Che buon odore, cosa di buono cucinano la signore?”  “Pasta alla amatriciana, pollo alla cacciatora e tanti contorni, come vedi niente di speciale.” “Speciali sono le cuoche nel senso della culinaria!” La signore risero forte tanto da indurre Alison ad entrare in cucina. “Devi essere tanto spiritoso da far ridere loro due ma non illuderti per te non c’è ‘trippa pè gatti’ come dice in questo casi Elettra!” Alla fine del pranzo: “Dopo mangiato di solito fumo la pipa, non vorrei dar fastidio a voi tutte.” In ogni caso non alla signorina, talvolta mi è capitato di sentire odore di tabacco sui suoi vestiti anche se si mette in bocca delle mentine per non farsi accorgere che fuma.” Ultima provocazione da parte di Alison: “Leonardo mi fai provare la pipa?” “E tu mi fai provare a sculacciarti, penso che tu ne abbia bisogno.” “Allora posso abbassarmi gli slip o preferisci sculacciarmi con le mutandine?” Stavolta Alison capì di aver esagerato e sparì dalla circolazione. Grace: “Sei sposato, fidanzato, hai figli?” “Uh! la mia ragazza mi ha cornificato immaginate con chi? Col mio migliore amico, forse è stato meglio, meglio prima che dopo sposati.” Elettra cambiò discorso e: “Siamo impegnate fino a tardi per il nostro lavoro e quindi costrette ad iscrivere Alison ad una scuola che la trattenga sino alle sedici, c’è un collegio di suore abbastanza vicino.” E così fu, Alison fu costretta ad indossare il costume della scuola ed a moderare il suo linguaggio.  Una domenica in cui era stato invitato a pranzo Leonardo alla sua richiesta: “Raccontaci qualcosa del collegio dove vai.” “Niente di particolare, per me lo studio non è un problema, per quanto riguarda i pettegolezzi posso dirvi che ci sono due giovani monache lesbiche e che il padre confessore è l’amante della superiora alla quale ho chiesto di non farmi partecipare alle cerimonie religiose, non ha potuto dirmi di no altrimenti…” I tre erano distesi ad ascoltare il linguaggio illuminante della baby, la mamma si era spesso domandato se la presenza di un padre avrebbe cambiato sua figlia ma sui gusti sessuali non si discute. Una mattina di sabato Leo era libero dal servizio è telefonò: “Sono Leonardo, so che di sabato non lavorate, che ne direste di ospitarmi a mangiare?” “Sei sempre il benvenuto, fra l’altro potremo stare un po’ in pace per la mancanza della signorina rompi balle, vieni subito.” Era agosto, Leonardo si presentò in maniche di camicia ed in pantaloncini corti. “Scusate il mio vestiario ma dovendo stare tutto il giorno in divisa, quando son libero dal servizio…” Dopo pranzo: “Sai che è buono il profumo della tua pipa, è piacevolmente aromatico.” Elettra si era buttata sul corpo di Alberto per capire come si fumava la pipa, forse troppo vicino perché il ‘ciccio’ di Leonardo alzò la cresta ed uscì dai pantaloncini.  Leo: ”Scusate signore io non volevo ma…” “Non ti preoccupare, io ed Elettra abbiamo discusso sulla tua persona, ci piaci molto, sei differente dagli altri uomini sciocchi e brutali se sei d’accordo…” “Leonardo di colpo si trovò col suo ‘cosone’ in bocca ad Elettra ed a Grace che lo baciava in bocca con la conseguenza che, causa il lungo suo digiuno, Elettra si trovò la bocca ‘inondata’  e non poter far altro che ingoiare e:”Sai che ha un bel sapore, non lo immaginavo.” Fu poi la volta dei due fiorellini ed alla fine un abbraccio generale a tre. ”Sei stato il primo uomo che abbiamo conosciuto intimamente, sei di nostro gusto. Ti ricordi quell’episodio in cui sei intervenuto all’aeroporto di Fiumicino? Ebbene quel figlio di cane del tuo finanziere aveva capito che quel coso che aveva trovato nella mia valigia era un aggeggio che noi mettiamo in vagina per aver un orgasmo. Che ne dici di una doccia a tre?” “Si ma senza conseguenze sessuali, ho già dato!”  Leonardo aveva chiesto al Comandante della Compagnia, capitano Felice di Bella compagno di corso di suo fratello Alfredo,  se fosse possibile essere libero un giorno della settimana di sua scelta, sacrificandosi anche a fare servizio per più notti. “Va bene brigadiere darò ordini in tal senso al maresciallo scrivano, c’è qualche marito… Sto scherzando, le faccio tanti auguri ed attento che i ‘cocu’, hanno un sesto senso e potrebbero ritornare a casa senza avvisare!” Invece di un marito cornuto la sorpresa la fece Alison che, subodorato che ci fosse qualcosa fra i tre, un sabato fece finta di andare a scuola ma si nascose sotto il suo letto. Leonardo si presentò pimpante e vogliosissimo, le signore si erano già preparate e così iniziò una ‘pugna’ al dio biondo. Alison, appostata dietro la porta della camera da letto delle signore, ebbe la conferma di quanto immaginato percependo dei suoni gutturali di piacere. Decise di uscire di casa e di ripresentarsi  suonando il campanello. “Sono Alison, sono uscita prima, aprimi il portone.” Il trio si era ricomposto fisicamente e faceva finta di parlare del più e del meno. “Ho un forte mal di pancia, vado a letto.”Alison fece una delle sue solite diavolerie, telefonò a Leonardo:”Ti aspetto a casa venerdì mattina, vi ho sentito da dietro la porta quando vi sollazzavate alla grande, voglio la mia parte non puoi dirmi di no.” Leo,  freddamente, cercò di fare il punto della situazione: ogni settimana sarebbe stato impegnato alternativamente con le signore e con la signorina, sperava che non sorgessero problemi. La notte prima del primo venerdì, Leo dormì poco, che sarebbe successo se le due signore avessero scoperto e non accettato il suo ‘legame’ con Alison, in caso di uno scandalo addio carriera e trasferimento immediato. Solo la mattina si addormentò e fu svegliato dal suono del cellulare. “Dover sei ?” Leo sfoderò la prima scusa che gli passò per la testa: “Ho bucato ed ho avuto difficoltà a trovare un gommista, non ci so fare con gli attrezzi che i costruttori di auto danno in dotazione per gonfiare una gomma bucata, sto venendo.” Alison lo vide dalla finestra, aprì la porta e si nascose dietro, Leo dentro casa non riusciva a rintracciarla, finalmente la baby si presentò al cospetto di Leo:  “Ti prego cara, ti ho spiegato che…” Leo si era interrotto, la ‘cara’ si era presentata nuda, uno spettacolo che tolse la parola al giovane brigadiere. “Mai vista una donna nuda?” “Donne si ma ragazzine...” “La ragazzina ti farà vedere i famosi sorci verdi, ti aspetto sul mio lettino, non voglio lasciar segni né profumi vari sul lettone delle signore. Qui ci sono dei preservativi, me li ha dati il figlio del farmacista qui sotto casa, mi ha promesso anche delle pillole anticoncezionali, tu non ci avevi pensato, dì la verità, ho sempre sostenuto che i  maschietti sono tutti un  po’ ‘tontoloni!” Dopo il primo orgasmo orale da parte di entrambi, Leo, a richiesta della parte ‘avversa’ si mise supino e dopo un’entrata un po’ difficile nella cosina di Alison, che emise anche qualche gridolino, la ragazza ‘cavalcante’ faceva su e giù col bacino poi roteandolo che fece dire a Leonardo: “Dove hai imparato, sembri una professionista!” ”Dai filmini notturni, niente di meglio di un film porno che peraltro mi fa arrapare e sono costretta a…” Alison avrebbe seguitato ma ebbe l’alto di Leonardo: “Cara sono spompato!” “Mi doveva capitare anche un amante spompato, ti offro un ‘VOV’ , conosci quel liquore a base di uova che dicono molto indicato per gli spompati!” Leo chiese ‘pietà’ con gli occhi, Alison capì che ‘la festa è finita, gli amici se ne vanno…’, qui c’era solo un amico ormai inutile alla pugna. Lo baciò in bocca come ringraziamento, gli venne in mente che avrebbe dovuto aspettare altri quattordici giorni, nel frattempo le due signore avrebbero goduto delle gioie sessuali provenienti dal  ‘ciccio’ di Leo. Elettra captò in casa il profumo di Leo, andò nella camera di Alison ed odorando le lenzuola ebbe la conferma del sospetto, comunicò la situazione a Grace senza commenti, c’era solo da domandarsi come comportarsi. La due signore presero la via più intelligente quella di far finta di niente e finì che ‘tutte sapevano di tutto’ come si dice in gergo. Fine della storia? Alison crescendo conobbe altri maschietti non tanto ‘tontoloni, e, divenuta maggiorenne, andò a vivere da sola in un mini appartamento ‘foraggiata’ anche dal figlio del farmacista. Grande soddisfazione da parte di Grace e di Elettra,  al sabato riprese imperante il trio. Il finale: Leonardo si molto affezionato alle due signore, talvolta dormiva anche a casa loro, sembravano dei vecchi coniugi con famiglia allargata situazione attualmente molto di moda. Alison iscritta all’università in psicologia ogni tanto veniva a far visita a casa di sua madre  anche per riscuotere denaro  dalle due signore, non era ancora finanziariamente indipendente ma sempre pungente: “Come si comporta il nonnetto, ancora efficiente? Sto scherzando mi fa piacere che andiate d’accordo cosa ad giorno d’oggi molto difficile, ci sono in giro più famiglie separate che unite, in fondo il tre è il numero perfetto se non ricordo male!
     

  • 18 ottobre 2018 alle ore 16:55
    Sergi Salvatore... sarto

    Come comincia: La racconto perché oggi mi ha telefonato da Savona ricordandomi l'impegno di pubblicarla in modo che possano leggerla suo figlio, sua nuora, sua nipote e tutti quelli che si chiamano Sergi, nome di cui va orgoglioso.
    L' avevo conosciuto, in spiaggia, quando, mentre pescavo con le mie canne da posta, si avvicinò per chiedermi delle informazioni. E da lì, incuriosito dallo stesso cognome mio (diceva di chiamarsi "cugino" con mio padre, senza essere parenti stretti), in un paio di giorni, questo è tutto quello che ho saputo di lui e della sua famiglia:
    Si chiamava Sergi Salvatore, sarto, nato a Melito di Porto Salvo il 12-01-1921.
    Lasciò Melito, per lavoro, nel 1936, in pieno regime fascista, e si recò ad Aosta.
    Partì militare il 03-01-1941 per Bari, arruolato nel 48°Fanteria e dopo poco tempo fu promosso sergente.
    Si congedò nel marzo del 1947 con il grado di sergente-maggiore e fu mandato, per sua scelta, a Milano.
    In quell'anno, conosciuta una certa Suzanne Huber, che lo colpì per la sua intraprendenza, si recò, su suo consiglio, a Berna, Svizzera, dove vi rimase per 3 anni, vivendo con questa bella ragazza che, tra l'altro, tramite un parente stretto, gli rinnovava ogni volta il permesso di soggiorno; insomma, l'utile e il dilettevole.
    Rientrato in Italia, nel 1950 conosce, s'innamora perdutamente e sposa nel 1952, quella che fu poi sua moglie, per ben 56 anni, Maria Irma Zunino, deceduta quest'anno il 30 maggio, dopo lunga malattia.
    Nel 1953, da questa felice e duratura quanto rara unione, nasce l'unico erede, Leonardo, ingegnere del genio pioniere militare, adesso in pensione, e dèdito adesso ai sistemi di stoccaggio, avviando una proficua collaborazione soprattutto con il Giappone. Bravo militare che, per 2 anni consecutivi, s'impose 1°assoluto all'Accademia Militare di Modena, congedandosi poi con il grado di tenente.
    Il Sergi Salvatore si trasferì, nel 1954, naturalmente con la moglie tanto amata, a Parigi, dove vi restarono per ben 19 anni, fino al 1973. Qui lavorò per un ebreo come sarto a domicilio, e pagato così bene che dopo un anno e mezzo potette mettersi in proprio e comprarsi un appartamento più grande. Praticamente, fattasi una buona clientela, si aprì una sartoria con, a sua volta, tre sarti in carico, quasi tutti, negli anni, provenienti da Melito di Porto Salvo.
    Rientrato ancora una volta in Italia, nel 1973, per non restare inattivi e in attesa della pensione, presero in gestione per 2 anni un campeggio di montagna a Sassello, capitale degli amaretti. Qui, però, il Sergi, a suo dire, si annoiava a morte tanto che convinse la moglie a prendere in gestione un negozio di sartoria in pelle, a Savona, fino al 1993, anno della definitiva decisione di smettere di dopo ben 50 anni di effettivo lavoro.
    A Savona, dove si stabilì definitivamente, incominciò a godersi la vita che era stata così varia quanto tranquilla e serena. In questi 15 anni, fino alla morte della moglie Maria Irma, decise anche di trascorrere spesso le vacanze a Melito, dove non ci veniva dal lontano 1936, cioè 37 anni ed in giro, anche per il mondo. E lo fece, insieme a lei fino alla morte della madre, avvenuta nel 1977.
    Ha una nipote, amatissima, Camilla, di 20 anni, che frequenta l'Università a Genova.
    Ha deciso dopo ben 31 anni, dopo la morte della cara Maria Irma, di venire a trovare la sorella Mimma la quale vedeva tutti gli anni andando anche lei a trovarlo a Savona.
    Il padre, Leonardo, era deceduto nel 1968. E' andato a trovare, al Paese Vecchio, dove vive attualmente, la nipote Caterina, figlia del fratello Antonio, deceduto e del quale ha visitato la tomba al cimitero nuovo.
    Il figlio gli ha consigliato, essendo adesso da solo, di vivere il resto della sua vita con lui alle Bahamas, dove ha una villa ed anche il lavoro, che può svolgere anche lì.
    Credente, quando veniva a Melito, viaggiando dalla parte adriatica, spesso si fermò a visitare la tomba di Padre Pio che aveva visitato anche da vivo.
    Di saldi principi che gli hanno consentito di vivere tranquillamente e con pochi problemi: amore e responsabilità della famiglia alla moglie, laboriosità, serietà, impegno e rispetto verso il prossimo, soprattutto.
    E' rimasto colpito del progresso che Melito ha avuto in questi ultimi 30 anni ed ha notato che gente, amici anche, che ai suoi tempi se la passava male e che adesso vive nel benessere, che per un paese meridionale, non è male, detto senza alcun livore, anzi con orgoglio.
    Altra cosa che l' aveva sbalordito, a suo dire, è il senso della solidarietà e della coscienza civile che aveva riscontrato parlando con tanti melitesi in quei 15 giorni di "rimpatriata".
    Ci siamo lasciati, con qualche lacrimuccia da parte sua, dovendo partire il martedì, 23 settembre, con la speranza, forse di ritornare, essendosi trovato bene e con l'augurio a tutti i melitesi per un continuo benessere e progresso, soprattutto turistico.

    Ciao, Salvatore, a presto e.....goditi la vita. Te la meriti.

  • 17 ottobre 2018 alle ore 13:17
    Puoi lasciare il cappello

    Come comincia: «Sei pazzo?»
    «Certo...di te»
    Lo sguardo di John era serio e non ammetteva nessun tipo di replica»
    «Io... uno spogliarello?»
    «Certo, perchè no?»
    «Ma come ti viene in mente un’assurdità simile?»
     
    Il mio sogno.
    Lo avevo immaginato tante volte, una musica di sottofondo ed esibirmi per il mio uomo, avevo da sempre in mente tutti i gesti, i ritmi differenti, il reggicalze slacciato di scatto e le calze scivolate via piano piano, i movimenti scanditi dalla musica, gli sguardi imparati a memoria probabilmente dalla vita scorsa, ancora imballati in un cellofan di ritrosia e inadeguatezza.
    Non ne avevo mai avuto il coraggio, e ora, proprio ora che l’età non mi avrebbe di certo aiutata e tantomeno il fisico notevolmente appesantito, qualcuno mi stava platealmente chiedendo di fare uno spogliarello per lui.
    Che vergogna... di certo non avrei potuto farlo, la pancia, i fianchi ormai non più sodi, le gambe non più così agili mi suggerivano solo il senso del patetico.
    Che bello, però.
    Con un guizzo John fu al pc, e trovò uno degli spezzoni più famosi del cinema italiano. La grandissima Loren e Mastroianni e il loro mitico abatjour.
    «Comincia, su... sto aspettando, non vedo l’ora di ammirarti» sussurrò come un soffio dipingendo con un dito il mio seno.
    Lo guardai quasi stizzita, perchè mi provocava in quel modo? Non poteva immaginare quale voglia repressa per anni, quale ingordigia mi stava facendo annusare, nemmeno il miele per un orso, nemmeno un’oasi nel più asciutto dei deserti... piantala!
    «Fa freddo» conclusi guardandolo con sfuggente vaghezza.
    «Dal tuo sguardo non si direbbe – si limitò a replicare – ma accontenterò la signora e accenderò la stufetta. Tu comincia a ballare, vedrai che un po’ alla volta ti scaldi»
    Mi piaceva ballare, lo avevamo fatto diverse volte nelle tiepide serate di settembre e il suo animo attento aveva di certo notato come più che una danza per me fosse sempre una sorta di esibizione. Dei sensi, della femminilità, del desiderio. Voglia di essere guardata, in ogni caso, e ammirata, nonostante tutto, Probabilmente il mio corpo non più di certo aggraziato era percepito dai miei sensi in maniera diversa.
    Possibile che fosse così anche per i suoi occhi?
     
    «E’ lenta»
    Non si spazientì, e l’incrocio degli sguardi e delle pelli lo fece sintonizzare esattamente nel mio punto di rottura.
    Il mio respiro era sospeso, ed ebbe quasi un rantolo soffocato già dalle prime note.
    Era lui.
    «Questo andrà bene» sussurrò sedendosi mollemente sul divano.
    Rispose solo il mio corpo, ribellandosi ed esplodendo alle note di Cocker. Un colpo basso, mi entrava nei pori come l’inchiostro nella carta assorbente.
    Aprii l’armadio quasi imbambolata, ormai in preda del sogno che si stava materializzando nonostante me, e tirai fuori un vecchio cappello,  ogni nota mi lambiva i fianchi assolutamente incurante delle loro dimensioni.
     
    Scatenata.
    Non avrei potuto definirmi altrimenti.
    L’iniziale ritrosia si era completamente sciolta e non so da dove zampillava una nuova me. Ero fatta di musica e sesso, nessun altro elemento era presente nel mio corpo, tutto il resto era precipitato non so come in un’altra galassia.
    Sfrenata.
    I sogni che si avverano forse lo sono sempre, probabilmente l’attesa non fa che amplificarli.
    Tirai la prima calza come una fionda sul suo viso, e la seconda direttamente sul suo sesso che pulsava al di là di ogni mio sogno degli anni passati.
    Rimasi sui tacchi a spillo a gambe nude, mentre facevo oscillare la gonna accarezzando la mia intimità con un ardire che mai avevo sperimentato. Che mi faceva quell’uomo?
    Il fuoco danzava, non io, e un pezzo alla volta sciolsi ogni velo con una sensualità molto diversa da quella che avevo immaginato, l’ardore aveva preso il posto anche della stessa malizia e si era tramutato in erotismo allo stato puro, sembrava lo avessi fatto da sempre, forse qualche oscuro demone si era impossessato dei miei sogni più perversi.
    John era abbagliato, la mia eccitazione portata all’estremo dallo sguardo di lui, tra le nostre pupille un filo così spesso da poterci camminare sopra.
    Pazzi funamboli fuori di testa! Ballavo nuda nel gelo, solo una stufetta ad aria calda in una stanza enorme, ma le note frustavano i miei sensi come un gatto a nove code, e finalmente le sue mani si allungarono di colpo ad afferrarmi, in bilico tra piacere e tortura.
    Avevo ormai solo il perizoma e una minuscola canottiera di pizzo, mi ero per un attimo fermata ma la musica era in loop e lo spettacolo doveva continuare.
    Puoi lasciare il cappello, e lo avevo, un borsalino nero di panno trovato chissà dove, non avrei potuto non indossarlo.
    Le mani fecero il resto, e la pelle, e i nostri sessi affondati di colpo l’uno nell’altro.
    Musica sesso e noi, mischiati in un cocktail di furibonda e giocosa ingordigia, a divorarci affamati di tutto, il cappello per terra e un infinito ripetersi delle note di un film di tanti anni fa.
    Ora il film ero io.
    I sogni avevano lasciato il posto al divampare ansimante dei fuochi, e l’epicentro di me era scivolato di colpo in un vortice di appagante realtà.
    Lo avevo fatto davvero... oh sì, lo avevo fatto, senza vergogna pudore o incertezze, solo con la gioia di darmi esaltarmi e donare.
    Il pavimento freddo era un giaciglio perfetto per una sera fatta di contrasti così forti, il suo sesso nel mio come tante volte ma questa era davvero speciale, quella bocca caldissima a risucchiare i miei umori e divorare ogni cosa di me, quell’orgasmo così potente, così diverso ed esploso e il mio sesso gonfio fino a scoppiare, nella sua bocca o avvolgendo il suo corpo come una morsa di carne.
    Non scorderò quella sera neppure tra un secolo.
    In quell’attimo stesso ebbi la certezza che avrei potuto realizzare qualunque cosa avevo nella mia vita sognato, talvolta è sufficiente trovare un’anima che scruti la tua per aprirla del tutto, e il tempo che passa spesso è solo un alibi o una nostra noiosa manìa.
    E per la cronaca, il cappello è ancora di là.

  • 16 ottobre 2018 alle ore 17:21
    Il Paese Vecchio e gli "Straci"

    Come comincia: Organizzatore Giuseppe Toscano, presidente dell'associazione pro-Pentedattilo. Relatori: il Sindaco di Melito di Porto Salvo Giuseppe Iaria e il prof. Pasquino Crupi, noto critico letterario calabrese.
    Gli "straci" erano cocci di terracotta usati per armonizzare la muratura di pietra irregolare nelle costruzioni della Calabria contadina.
    In questo libro ci si occupa però di cocci molto "sui generis": uomini passati al mondo della verità e parole ormai vecchie e dimenticate che facevano parte, fino a qualche decennio fa, dell'idioma parlato dalle classi agrarie insediate in quella fascia della Calabria jonica che va da Melilo a Bova, tra le vallate dell'Amendolèa e del Tuccio. Quindi figure a loro modo carismatiche che hanno avuto un ruolo e hanno fatto la loro parte, prima di piombare nell'oblìo della morte e di diventare parole che si estinguono nel giro di due o tre generazioni di uomini sempre più smemorati.
    Vengono qui evocate anche parole ormai in disuso, legate come gli uomini all'economia di autoconsumo; infatti nella Calabria contemporanea la scomparsa dell'economia contadina ha determinato l'eclissi del lessico (legato alle stagioni, agli arnesi, alle tecniche) e del vulcanico laboratorio espressivo collegato alla vita comunitaria e fatto di imprecazioni, soprannomi, folclore, apparati paremiologici.
    Quella sera ho voluto ringraziare l’avv. Giuseppe Tripodi sia per aver menzionato mio padre sia per l’averci regalato quest’opera che per noi melitesi è importante sia dal punto di vista letterario che di quello storico-linguistico.
    Devo dire anche che ho avuto l'onore di poter conoscere e dialogare con il prof. Pasquino Crupi che conosceva mio padre.
    Il professore, conosciuto già come uomo d'indubbie qualità, sia letterarie (è scrittore e poeta) che politiche (ha svolto nella sua vita parecchi incarichi istituzionali a livello locale), mi lasciò sbalordito per la sua capacità di tenere sempre viva la conversazione; quella conversazione, che a detta di qualcuno, s'è persa già da qualche tempo e che dobbiamo recuperare per poter sicuramente vivere meglio e bene, come appunto quella sera.
    V’ nviterei di andare a comprare questo libro che, senza essere anche presuntuoso, val la pena leggere per la sua semplicità e scorrevolezza e, a detta proprio del prof. Crupi, umile e popolare.
    Devo dire anche che quella sera ho respirato una bella aria, e non quella fresca che ci ha almeno alleviato dal caldo che in quegli ultimi tempi è stato soffocante ma quell’aria che auguro a tutti sempre di respirare e cioè la giovialità, sinonimo di allegria, serenità e codialità.
    Questo, in sintesi, quello che dissi nel mio intervento:
    “Ho avuto la fortuna di leggere questo bellissimo libro regalatomi da te, Peppe Toscano, e ti devo ribadire oltre la gratitudine che ti ho dimostrato in un mio passato “racconto rimato” su Melitonline, anche la dimostrazione di come una persona di una cultura d’alto spessore come l’avv. Giuseppe Tripodi è attaccatissimo alla sua terra di origine (perché non tutti lo sono) dal passato povero e sfruttato da chi potesse averne l'occasione, dato la natura pacifica dei calabresi.
    E' che, seppur in un periodo che non si augura a nessuno, quello della guerra e della povertà legata ad essa, è riuscito, con un linguaggio semplice e talvolta ironico, a cogliere e a trasmettere ai lettori, i protagonisti e le varie storie che hanno fatto del Paese Vecchio, più di Melito stesso, uno dei cardini importantissimi della storia della nostra bellissima cittadina e, ricordiamolo per l’ennesima volta, il Paese Vecchio E’ Melito.
    Ricordando che mio padre, Saverio (detto "u pintu" per le macchie rimastegli sul volto, dopo aver contratto il vaiolo), ”scarparu” (calzolaio o ciabattino), è menzionato nel libro, colgo l’occasione di ringraziare l’avv. Tripodi che, con questa menzione, ha reso la mia famiglia, come tutte le altre anche menzionate, onorata di aver avuto un padre che, nel suo piccolo, ha contribuito con il suo attaccamento a questo quartiere, a costruirne, insieme a tutti gli altri, la storia.
    Ricordiamoci sempre che come disse qualcuno (e che tutti noi giovani e vecchi abbiamo a cuore):”Chi non ha storia non ha futuro” e noi melitesi, quindi, sono certo che questo futuro ce l’abbiamo grazie ai nostri genitori che in questo modo ce l’hanno assicurato soprattutto insegnandoci i valori e i principi basilari per poter essere fieri di far parte di questa comunità e per far sì che questa storia continui.
    Peppe, questa sera ci sono stato anche per incontrarci e, come al solito, ricordare i nostri amatissimi padri (il mio Sciavè “’u pintu” ed il tuo, Cicciu detto “baffa”, per colpa di una rana chiamata “buffa”, menzionatissimo nel libro) che furono legati da una profondissima amicizia e che hanno lasciato nei nostri cuori e non solo nei nostri, un vuoto incolmabile”.

  • 16 ottobre 2018 alle ore 11:18
    CONIUGI BELLA PRESENZA...

    Come comincia: Roberto M. una mattina si trovò sul tavolo di lavoro, lui ingegnere elettronico di una ditta che fabbricava materiali di precisione, con la quale gli veniva comunicato che l’attività sarebbe stata trasferita In Romania e che tutti gli impiegati erano invitati a far conoscere il loro gradimento al trasferimento nella nuova sede altrimenti: il licenziamento. Una bella mazzata, avrebbe chiesto alla consorte Maria S. cosa ne pensasse, lui era contrario a lasciare Roma per chissà quale località. Maria fu dello stesso avviso e da quel momento Alberto iniziò una affannosa ricerca di altro posto di lavoro ma si era in tempi di crisi e l’unica occupazione che trovò fu quella di lava scale…Era vicino alla disperazione, quando Maria, che come tutte le donne aveva più senso pratico del marito, dopo due giorni sventolò davanti al viso del Roberto ‘Il Messaggero’ che alla pagina degli avvisi economici riportava. ‘Coniugi bella presenza offronsi per compagnia a donne ed uomini anche handicappati. Telefonare al numero….’ “Ma quello è il numero del tuo telefonino!” A Roberto ci volle un po’ di tempo per rendersi conto delle intenzioni della consorte “Compagnia in senso lato vuol dire…Sei un mammalucco!” “Ma tu te le senti di…” “Se tu hai un’altra soluzione…piuttosto anche tu sei in  gioco.” “Per noi uomini è differente ma se questa è la tua decisione…” La prima telefonata dopo sei giorni: “Sono la contessa Ylenia F., ho letto il vostro annuncio fatemi sapere quando potreste venire a casa mia in via Salvini 53, sotto c’è un garage. La signora dovrebbe far ‘compagnia’ a mio figlio Filippo di venti anni, è handicappato ma buono d’animo, non creerà problemi.” Maria: “Va bene domattina alle nove?” “Alle nove di domani.” Posteggiata la Giulietta in garage, Roberto citofonò al nome della contessa a subito fu aperto il portone. Al portiere: “Stiamo andando dalla contessa Ylenia F. siamo attesi.” Il portiere fece una faccia strana, evidentemente in passato…” La contessa elegantissima e truccata dimostrava meno dei suoi cinquant’anni, le case di bellezza…” “Prego entrate mio figlio Filippo è già da stamattina presto che vi aspetta, ossia aspetta la signora, è sul letto nudo; una precisazione per Maria, mi pare si chiami così, mio figlio ‘sotto’ è piuttosto ‘dotato’, ho voluto avvisare la signora. Maria pensò: “Chi sarà mai, Polifemo!” Era Polifemo: due testicoli come due palle da biliardo ed un pene tipo ‘Salame Negroni’ già in posizione!  Preso in mano, il ‘cosone’, in breve tempo fece partire tre schizzi di sperma che, passati davanti la faccia di Maria approdarono sul letto. Filippo dimostrò evidente felicità e fece capire che voleva entrare nella cosisa. Maria pensò bene di lubrificare il ‘salame Negronetto’ e pian piano riuscì, centimetro dopo centimetro, di accontentare Filippo ma il ‘ciccio’ era tanto lungo da giungere sino al collo dell’utero, mai successo con suo marito. Fu lei a muoversi sopra il giovane, cominciò a provare belle sensazioni e dopo poco tempo sentì degli schizzi violenti sul collo dell’utero che in verità le piacquero, forse riuscì anche a provare un orgasmo, quella era la mattina delle novità. Filippo non era ancora contento e Maria prese di nuovo a muoversi, questa volta ci volle di più ma provò la stessa sensazione della prima volta. Ora ci voleva il meritato riposo per la sua ‘cosina’ troppo strapazzata. Nel frattempo la contessa e Roberto spiavano i due da una porta laterale, poiché la fessura era piccola Roberto di trovò a ridosso della contessa con ‘ciccio’ eccitato posizionato dietro la dama la quale gradì ed alzò la gonna: niente mutande, evidentemente tutto programmato anche mammina voleva la sua parte e l’ebbe! Filippo cercò di restare più a lungo possibile senza eiaculare anche perché la dama aveva cambiato obiettivo facendo entrare Roberto nel buchino del suo deretano. Finite le ‘manovre’ i tre come se niente fosse successo si sedettero in salotto e gustarono pasticcini e vermouth offerto dalla dama. “Talvolta ho fatto venire a casa per Filippo qualche professionista ma, la maggior parte erano di basso rango e volgari, invece la signora…ed anche suo marito.” Maria alzò le antenne e capì. Maria in garage aprì la busta contenente il denaro, sorpresa duemila €uro. “Si ma c’è la ricompensa anche per la mia prestazione!” I due coniugi festeggiarono con un pranzo al ristorante ‘Osteria Flaminio’ sotto casa loro in via Flaminia. Giunse a Maria un’altra chiamata, era la signora Emma D. che voleva contattare Roberto per sua figlia Elvira V. venticinquenne disabile down ma evidentemente non tanto da non gustare le gioie del sesso . La fortuna volle che abitasse nella stessa loro strada in via Flaminia, si diedero appuntamento nei giardinetti, al loro apparire furono avvicinati dalla signora che aveva telefonato a braccetto di una ragazza piuttosto rotondetta dai capelli biondi, non molto alta che alle parole della madre: ”Dà un bacino al signore è un amico.” Elvira lo abbracciò baciandolo in bocca. Era sempre Maria che teneva i contatti: “Signora non è che facciamo una fesseria io e mio marito, non mi sembra che la ragazza sia in grado di intendere e di volere.” “Anche se può sembrare strano, lo psicoterapeuta ha affermato che il sesso, peraltro amato da mia figlia, può aiutare a migliorare il suo handicap ma non voglio metterla in mano di qualche mascalzone, non avrete guai. Vi pagherò in contanti cinquecento €uro di più non posso. Andiamo a casa mia, è dietro l’angolo”. Elvira spogliati nuda, il signore ti darà tanti bacini e poi entrerà nel tuo buchino, a te piace tanto, vero?” Elvira aveva capito in ogni caso obbedì alla madre e poco dopo , nuda, si gettò sul letto matrimoniale della mamma a gambe aperte. Roberto insieme a Maria era ancora titubante: “Signora non ho con me i preservativi…” “Ad Elvira dò tutti i giorni la pillola anticoncezionale consigliata dal medico di famiglia anche lui favorevole a contatti sessuali di mia figlia.” “Signora io non penso di riuscire a…” “Si spogli e si posizioni vicino Elvira, lei è abituata a contatti con maschi, farà tutto lei.” E così fu, Roberto fu spompinato a dovere con ingoio da parte della ragazza che poi si infilò il ‘coso’ dentro il suo buchino dando inizio ad una danza sessuale fuori del comune. Elvira raggiunse l’orgasmo varie volte come pure Roberto, questa avventura sarebbe rimasta impressa a lui ed a Maria per tanto tempo, era stata così fuori del comune. I due coniugi non vollero il compenso, per loro era stata un’opera buona anche se particolare! Altra telefonata della contessa: “Miei cari ho ancora bisogno di voi.” “Per Filippo?” No, ho un altro figlio sedicenne che è iscritto alla quinta ginnasiale. Il nostro medico, causa il suo deperimento ha affermato che Giulio, questo il suo nome, si fa troppe seghe, sarebbe meglio un rapporto con una donna, ho pensato a Maria, se siete d’accordo Giulio verrebbe a casa vostra, compenso doppio per l’età di mio figlio, va bene domenica?” Maria d’accordo ma non vorrei…” “Mi assumo tutte le responsabilità, non voglio che mio figlio abbia contatti una professionista.” “Va bene, domenica alle dieci.” La contessa accompagnò il figlio in macchina, una Volvo 60, macchina di lusso che dimostrava la sua solvibilità finanziaria, stavolta avrebbe scucito un bel mucchio di quattrini. In casa M. “Giulio resterai a mangiare dai signori, io ho un appuntamento di lavoro.” “Conosco i tuoi appuntamenti di lavoro poi di domenica…” La contessa fece finta di non aver sentito le parole sfrontate di suo figlio che aveva dimostrato di essere mentalmente più grande della sua età. “Se possibile vorrei un paio di pantofole, i miei scarponi fanno troppo rumore ed il condomino sottostante si potrebbe porre delle domande imbarazzanti.” Roberto: “Sto figlio di puttana oltre a mettersi le mie pantofole nuove, mai usate, mi sembra troppo scaltro, mah.””Se possibile vorrei sapere cosa c’è di pranzo, io sono allergico alle cucurbitacee.” Roberto con un punto interrogativo in viso, intervenne Maria: “Niente zucchine né angurie, pasta al forno, coniglio in fricassea, contorno di patate al forno, insalata verde, ananas, caffè se sei abituato.” “Niente caffè, se possibile e se suo marito non si arrabbia posso metterle le mai fra le cosce.”Non chiedermi il permesso, devi scopare con mia moglie non con me!” Roberto incazzato usci dal salone e si rifugiò in cucina. Maria capì che l’atmosfera si era troppo surriscaldata: “Mio marito non è geloso quindi possiamo fare ciò che vogliamo.” “Se possibile me ne vorrei fare una prima ed una dopo pranzo.” “Se possibile non usare più la frase ‘se possibile’, andiamo in camera da letto, prima vai in bagno a farti un bidet e poi sul letto.” Nel vedere Maria nuda, Giulio cambiò completamente linguaggio: “Madame lei è deliziosamente sensuale, come vede la sua nudità mi ha fatto già effetto, prima però vorrei omaggiare il suo fiorellino con un cunnilingus per assaggiare il suo sapore che deve essere paradisiaco. Mi permetta inoltre di baciarle a lungo le tette che vedo scultoree, se fossi suo marito non permetterei a nessuno di…” Sorprendentemente il ragazzo ci sapeva fare e portò Maria ad un orgasmo prolungato come raramente le era successo. Inoltre aveva sfoderato un pene fuori del comune soprattutto per un ragazzo sedicenne. Il ragazzo aveva trovato chissà come il punto G di Maria con conseguente orgasmo fuori del comune e molto prolungato. Maria chiuse gli occhi, era spossata, non voleva farsi vedere così da suo marito ed aspettò dieci minuti prima di ripresentarsi in cucina. Per consolare Roberto: “Il ragazzo mi ha riferito che sua madre pagherà qualsiasi cifra da noi richiesta, si è dimostrato più educato ed ha chiesto scusa per il suo comportamento, adesso tutti a tavola!” Maria al termine del pranzo: “Sono curiosa di sapere come vai a scuola, che lingua studi?” “A scuola mi annoio, mi hanno dato un quoziente intellettivo molto alto, non è merito mio, ho già imparato tutto il programma della mia classe, da piccolo mi hanno insegnato il francese e l’inglese per questo mi considero fortunato, il mio problema è mio fratello handicappato sin dalla nascita per colpa di un ginecologo e mia madre che non si rassegna alla vecchiaia e fa collezione di amanti. Le ho consigliato di prendersene uno fisso anche se toy boy ma non mi ascolta; mi sento solo, ho pochissimi amici, anche per questo ho accettato il vostro invito, siete una coppia in gamba ed anche  anticonformista, non si offenda signor Roberto io…” “Lascia stare il signore e diamoci del tu, ti avevo giudicato male, pace e..goditi mia moglie, meglio te di tanti altri.” Maria concesse tutto al buon Giulio, anche il popò che raramente metteva in uso, che si stesse innamorando di un ragazzo… “Carissimi come si è comportato Giulio?” Roberto: “Contessa la trovo in forma, vorrei essere io a…” “Si può fare  Giulio è giovane ma capirebbe vero caro?” “Non penso di offenderti se affermo di aver come madre una mignotta, meglio mignotta che una bacia pile, un abbraccio ai signori e poi una proposta: che ne dite di un quartetto stabile fra di noi senza dimenticare mio fratello.  Roberto  mi sembra sia ingegnere elettronico, se possibile potrebbe amministrare i nostri beni invece di quel vecchio rimbecillito che abbiamo ora, mammina che ne dici? Signori scusate il ‘se possibile!’ 
     

  • Come comincia: In una delle sue Pensées più cupe, Pascal disse che la fonte di tutte le nostre sofferenze era l'incapacità di starcene tranquilli in una stanza.
    Perché, domandava, un uomo che ha di che vivere sente lo stimolo a trovare un diversivo in qualche lungo viaggio per mare? O a vivere in un'altra città, o a andarsene alla ricerca di un grano di pepe, o in guerra a spaccar teste?
    Scoperta la causa delle nostre disgrazie, Pascal volle anche capirne la ragione, e dopo averci riflettuto sopra ne trovò una ottima: e cioè la naturale infelicità della nostra debole condizione mortale;così infelice che, se ci concentriamo  su di essa, nulla può consolarci.
    Solo una cosa può alleviare la nostra disperazione, ed é lo svago (divertissement); eppure proprio questa é la peggiore di tutte le nostre disgrazie, perché lo svago ci impedisce di pensare a noi stessi e ci porta gradualmente alla rovina.
    da: Taccuini in "Le vie dei canti", di Bruce Chatwyn.

    -  L'uomo é nato per muoversi, non per restare fermo: la sua natura é movimento.
    Blaise Pascal, Pensées.
    -  Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all'altro?
    Bruce Chatwyn a Tom Maschler, 1969.
    - Studio della grande malattia: l'orrore del domicilio.
    Charles Baudelaire, Journaux Intimes.
    - Ma i veri viaggiatori partono senz'avere né meta né ragione;da un fatale richiamo sospinti, cuori lievi come le mongolfiere, senza saper perché, dicono sempre: "Andiamo!". Charles Baudelaire, I fiori del male.
    - Soprattutto, non perdere la voglia di camminare... i  pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo...ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati...perciò basta continuare a camminare e andrà tutto bene. Soren Kierkegaard, Lettera a Jette (1847).
    - Robert Burton - sedentario e libresco don di Oxford - dedicò un'enorme quantità di tempo e di erudizione a dimostrare che il viaggiare non era un flagello ma un rimedio alla malinconia, ossia agli effetti deprimenti della vita sedentaria: "Anche i cieli girano continuamente in tondo, il sole sorge e tramonta, la luna cresce, stelle e pianeti mantengono un moto costante, l'aria é agitata dai venti, le maree montano e rifluiscono: senza dubbio per conservarsi e insegnarci che dovremmo sempre essere in movimento".
    Oppure:
    "Contro questa malattia [la malinconia] non c'é nulla di meglio che cambiare aria, vagabondare qua e là, come quei tartari zalmoensi che vivono in orde, e colgono le opportunità che offrono loro i tempi, i luoghi e le stagioni".
    Anatomia della malinconia
    tutti da: Taccuini in "Le vie dei canti", di Bruce Chatwyn.
    - Il viaggio é scoperta prima, poi diventa ricerca di qualcosa o di qualcuno: ricerca della propria strada, della "via". (mio pensiero breve della domenica delle Palme, 20 marzo 2016).

  • 13 ottobre 2018 alle ore 22:10
    Mare, pesca e ricordi

    Come comincia: Ricordi che come a tutti rimangono indelebili e che fa sempre piacere parlarne o, come in questo caso, scriverne.
    Ricordo per esempio quelle calde mattine d’estate quando mi alzavo, mi affacciavo e vedevo un lembo di mare dal mio balcone e gustavo il rumore immaginando il ritmo delle onde ed il vento che soffiava su di esse facendomi capire che mare ci fosse stato quel giorno e s’era “mosso” meglio ancora, per noi ragazzi.
    Con il mare “mosso" con gli amici si giocava a farsi trasportare dalle onde; ne s’attendeva l'arrivo e ci si lanciava a siluro nella direzione della spiaggia.
    La gara era "a chi arrivava più lontano" e per farlo esistevano due tipi di nuotatori: quelli che si lanciavano ad ogni onda rischiando anche di fare soli 5 metri beccandosi gli sfottò degli altri e quelli, come me, che studiavano il mare ed attendevano l'onda perfetta che li portasse a riva.
    Con il mare “calmo" invece si stava tutto il tempo in acqua sino a che le mani non ti diventavano come quelle di un anziano, sembrando quasi di aver perso il senso del tatto.
    Adesso è tutto un po’ cambiato. I ragazzi oggi giocano a carte sotto l'ombrellone o a pallavolo o a calcio sulla sabbia.
    Ricordo con un po' di nostalgia il percorso (circa 400 metri del Corso Garibaldi) che mi portava lì, che mi separavano dal mare ed era un percorso pieno di ricordi.
    Ricordo gli odori di quando percorrevo quella strada, il profumo di caffè che usciva dai bar, l'invariata tiritera del dialetto delle solite persone che ogni giorno incrociavo, il caldo del sole battente sull'asfalto che ad ogni passo aumentava la voglia di tuffarmi in acqua. Adesso il paesello è diventato una cittadina che, con tutte le frazioni, conta circa 16.000 abitanti.
    Spesso, quando fa piuttosto caldo, mi piace pensare di camminare su quella spiaggia quasi tutta di sabbia fine ed avvicinarmi pian piano a quello splendido mare per rinfrescarmi.
    Questi pensieri...questi ricordi mi sovrastano sempre, facendomi godere quell'ultimo tratto di passeggiata che mi portava lì, dove ancora adesso mi sento pieno di vita e che tanto mi piace che la sera quando rientro dalla battuta di pesca, da una spiaggia ormai deserta ed il sole basso sull'acqua, è un tutt'uno con i ricordi, con i suoni ed i profumi del mare ed il ritmo delle sue onde, belle ed increspate.

  • 10 ottobre 2018 alle ore 18:15
    Felicità di pescatore

    Come comincia: Non pescavo da più di due settimane, da quando i giorni erano diventati cupi e ventosi e allora, vista la mattinata bella calda e profumata dalle camelie, da poco sistemate sul mio balcone, splendidi fiori di una fragranza intensa e delicata, parto per il mare con l’attrezzatura già dalla sera preparata, avendo  letto che il tempo sarebbe stato ottimale per uscire a pesca.
    Arrivo e son contento, ed anche incantato, perché vedo un mare calmissimo e coperto dei colori blu scuro, azzurro e verde che tutt’insieme non ricordo di aver mai visto…veramente uno spettacolo.
    Spettacolo che poi si univa ad un altro che ormai gusto ogni qualvolta scelgo il posto dove lanciare le mie esche e cioè da dove si vedono e l’Etna (oggi proprio “nudo”, insomma prosciugato, senza neve) e Pentedattilo, la roccia a 5 dita, che sono per me, e penso per altri pescatori che pescano qui, una bella compagnia per il panorama, la prospettiva che danno
    Insomma, com’era previsto dai meteorologi, si prospettava una bella pescata con un mare così e ammaliato anche da queste due meraviglie che son certo belle da vedere.
    Così incomincio e pescare ricreato e rinfrescato da una brezza leggera che intanto s’era alzata…niente di meglio, che vorrei di più, mare e brezza, che come mi capita soprattutto ultimamente, mi son molto cari perché alleggeriscono in qualche modo i miei tristi pensieri.
    Comunque, grazie all’esca, al bigattino ed al verme coreano belli freschi e allegri nei loro movimenti sinuosi che attirerebbero qualunque pesce sospettoso, come se aspettassero me venendosi a cibare proprio sotto la mia postazione, mando giù nel secchio uno bel pesce rombo, (direi più strano che bello) ed uno sciarrano di una buona proporzione che per me era fin’oggi sconosciuta.
    Devo dire, in verità, che li ho allamati verso la fine ma non c’è niente di meglio nella pesca quando non buschi il cappotto ed inoltre ti svaghi in quello ch’è il tuo hobby preferito.
    Per finire, il bello della giornata di pesca non è stato il mio divertimento bensì un signore che mentre raccoglievo l’attrezzatura si avvicinava e vedendomi contento visto lo scadente bottino, mi diceva:
    -”Scusi se le pongo ‘sta domanda”:”Ma lei è contento per aver pescato questi pesci scarsi? …e se avesse pescato magari una bella orata o un bel sarago?”.
    -“Ah, allora non sarei contento ma felicissimo, se pescati poi alla fine” gli rispondevo io.
    -E quello:”Addirittura felicissimo”.
    -“Certo”, risposi.
    “Non si può essere felici? Perché, pescare una bella orata proprio quando stai per tornartene a casa con un "cappotto” non è anche questa felicità?”.
    Così, con questa bella risposta al solito intruso che ci capita d’incontrare spesso e volentieri, me ne torno a casa con la speranza che domani si riconfermi il bel tempo.
     
     

     

  • 09 ottobre 2018 alle ore 10:03
    LUANA LA CORTIGIANA

    Come comincia: Un bussare insistente alla porta di casa, Anna ancora insonnolita scese lentamente dal letto e andò ad aprire, erano le otto del mattino. Gli comparve la vicina di casa Luana in lacrime che si buttò in una poltrona del salotto. Mai era capitato da quando abitavano a Messina, in viale S.Martino, doveva esserle capitato qualcosa di grave, mai Luana si era comportata così. Quando si calmò: “Americo è  fuggito in Argentina, mi ha lasciato un ‘ciao’ scritto col mio rossetto sullo specchio del bagno, oltre la beffa anche la presa per il c…o, maledetto!” Luana ed Americo erano sposati da diciotto anni,  lui italiano già residente in Argentina, proprietario terriero, non era mai stato un marito fedele, lei preferiva evitare scenate di gelosia, lui dopo una avventura era sempre ritornato sotto il tetto coniugale ma stavolta si era innamorato di una ventenne e sicuramente era ritornato in Argentina con la ragazza e a Luana, casalinga, oltre ad essere rimasta tristemente sola, si proponeva il problema del ‘conquibus’; c’era anche quello  della figlia Federica diciassettenne, studentessa al liceo classico. Luana recatasi in banca, ebbe la sgradita sorpresa di accorgersi che tutti i loro conti  erano stati azzerati. I risparmi in breve finirono e Luana una mattina, recatasi ad un supermercato,  dovette restituire alla cassa alcuni generi alimentari perché non aveva denaro sufficiente per pagarli, una brutta figura dinanzi alla cassiera, str…a, che la guardava con aria di sufficienza. Rifugiatasi nella Cinquecento crollò psicologicamente e si mise a piangere. Fu notata dal proprietario del supermercato, ‘dottor Carmelo’ come lo chiamavano tutti, il quale si avvicinò alla macchina, aprì lo sportello e: “Una così bella signora che piange, venga con me le offro un caffè.” Luana, calmatasi , dopo aver asciugato le lacrime, si sfogò raccontando la sua storia con lo sguardo perso nel vuoto. “Le faccio una proposta: lei può acquistare la merce che le occorre, per il pagamento ci penso io, lei potrà ricambiare la cortesia con una invito a casa sua a…prendere un caffè.” Luana pensò un triste detto: ‘o bere o affogare’, intascò il biglietto da visita del ‘dottor’ Carmelo e riprese la strada di casa stordita dagli ultimi avvenimenti. Luana aveva come sola amica Anna ed a lei riferì gli ultimi avvenimenti, compresa la proposta del direttore del supermercato di andare a ...‘prendere un caffè’ a casa sua. Le due donne, senza parlare, capirono le intenzioni di Carmelo, si guardarono in faccia senza commentare, la situazione, era ovvia. Al rientro a casa di Alberto dal suo lavoro di proprietario di una ‘Scuola Guida’, Anna gli riferì in breve gli ultimi avvenimenti accaduti a Luana, Alberto non fece commenti, accese la pipa dinanzi alla TV con aria pensosa. Aveva sempre avuto un debole per Luana, mai confessato alla consorte, e pensò che forse questa volta era quella buona, intanto c’era di mezzo per quel padrone del supermercato e pensò una furbata: “Anna che ne sappiamo noi di quel tale, potrebbe essere uno sballato, penso che dovremmo proteggerla in qualche modo, io un pensiero ce l’avrei ma tu devi essere d’accordo lo sai che…” “Va bene, ti conosco abbastanza, tira fuori st’idea.” “Ho un apparecchio che uso alla Scuola Guida che ti fa vedere e sentire quello che succede in una altra stanza, se vuoi lo proviamo insieme.” Il giorno seguente, posta la telecamera nel salone , i due passarono  nello studio dove l’apparecchio in questione fece sentire il suono della radio e l’immagine della stanza dove era situato, funzionava perfettamente. Anna avanzò la proposta dell’apparecchio a Luana la quale all’inizio era molto perplessa, farsi vedere mentre…anche se Alberto ed Anna erano amici…in ultimo capì che forse era giusto essere controllata, non conosceva che tipo fosse il ‘dottor Carmelo’. Nel frattempo era accaduto un altro fatto per cui ci volle l’intervento di Alberto: Federica gli riferì che un compagno di scuola la perseguitava ogni giorno all’uscita dalla scuola chiamandola ‘Fede – Rica – Fica’. Alberto:”Ci penso io.” Beccò il ragazzo in fragrante sfottò e, presolo per la collottola: “Se ci provi ancora ti rompo quella testa di c…zo che hai e fece seguire la minaccia con un pugno in testa che stordì il malcapitato. Federica baciò sulla guancia Alberto che, guardandola negli occhi: “Negli ultimi tempi ci siamo visti poco, sei molto cresciuta.” “Si zio Alberto ormai sono una donna.” E quello era un altro problema per Alberto , tante donne vicino a lui! Luana ad Anna ed ora Federica. “Domani mattina viene a casa mia il dottor Carmelo, dillo a tuo marito, spero di non vergognarmi troppo.” Alberto sistemò i suoi ‘aggeggi’ con aria contenta, se ne accorse Anna: “Sei il solito zozzone!” Il dottor Carmelo si presentò con un gran mazzo di rose rosse. “Alla più bella signora che abbia mai conosciuto.” I due sicuramente erano andati in bagno per un bidet e  apparvero nudi nella camera da letto di Luana, lui già col ‘coso’in posizione, lei dal corpo favoloso da modella. “Non eccitarti troppo, tu mangi in famiglia!” “Potrei dire la stessa cosa a te, hai visto il signore che razza di sciabola ha!” I due cominciarono con un sessantanove e poi in varie posizioni, un bel film porno che portò ad aumentare di volume del ‘ciccio’ di Alberto; Anna se ne accorse e, forse anche lei eccitata, offrì al marito una vogliosa e già lubrificata ‘cosina’. Il pomeriggio Luana fece visita ad Anna: “Un commento?” “Anche io e mio marito ci siamo eccitati e ti abbiamo imitato, non ti avevo visto mai nuda, se amassi le femminucce mi ti farei!” Gran risata da parte di ambedue, si erano ormai dimostrati  piacevolmente anticonformisti. Un pomeriggio Federica si presentò nei locali della Scuola Guida di Alberto. “Qual buon vento…” “Zio vorrei prendere la patente, tra poco compirò diciotto anni.” Alberto andò in crisi, Federica diventava ogni giorno più alta, più formosa, più bella e più donna. ”Ti affiderò per la guida ad un mio collaboratore.” “Zio preferirei che fossi tu.” E così fu senza che Luana ed Anna fossero messe al corrente. Alberto accusò dei forti mal di pancia, Anna: “Vai dal dottore non voglio restare vedova!” Sergio era il medico di famiglia oltre ad essere un amico: diagnosi: “Niente problemi fisici solo psicologici, il motivo lo sai tu, posso inviarti ad un mio collega psicologo.” Riferito l’esito ad Anna, Alberto si disse indisponibile ad andare da uno strizza cervelli, col tempo gli sarebbe passato tutto. Un rimedio c’era ma decisamente pericoloso e poi mettersi con una bambina! Bambina un c…o, Federica lo dimostrò durante una lezione di guida su una stradina della Panoramica quando inaspettatamente: “Zio tu offendi se te lo prendo in bocca?” Faccia stupita e da deficiente da parte di Alberto che lasciò fare alla ‘nipote’ quello che volgarmente viene detto ‘p….no’ con tanto di ingollo, altro che ragazzina, Federica aveva sicuramente avuto altre esperienze in campo sessuale. “Zio non hai fatto nulla di male sono stata io, fra l’altro mia madre mi ha messo al corrente della fonte del  denaro che spende, i tempi son cambiati da quando eri giovane, i puritani sono scomparsi, si guarda al sodo, non sentirti in colpa, fra l’altro io sono pure un po’ innamorata di te, sei un vero uomo anche fisicamente, i miei compagni di scuola non offrono gran che, sono tutti infantili, viziati in famiglia, non c’è nulla da prendere, meglio lo ‘zione’!” Alberto dopo l’ultimo avvenimento come per incanto aveva ripreso il suo buon umore che apparve ad Anna sospetto. “Non è che ti sei fatta una amante come Americo?” “Hai indovinato, ma non farò mancare il ‘mangime’ alla sposa ufficiale!” Anna prese la frase come una battuta e non le diede alcun peso anche perché…
    Un pomeriggio Luana facendo una visita ad Anna le riportò le ultime novità: “Carmelo mi ha proposto di far intervenire un suo amico, insomma lo faremmo in tre col compenso doppio, spero che la mia cosina resista, d’altronde non mi posso lamentare anche lei ha la sua parte. Il terzo non era ‘Harry Line’ come nel famoso film del dopo guerra che solo i più vecchi ricordano ma un giovane che Carmelo disse figlio di un amico, il tale aveva qualche problema col sesso. Ora Luana doveva fare anche da nave scuola ma con compenso doppio, la cosa più importante. Stavolta dinanzi alla apparecchiatura a casa dei due coniugi c’era solo Anna, Alberto aveva un impegno con i sindacati cui non poteva mancare. La situazione si presentò un po’ più ingarbugliata, il giovane Salvatore, questo il suo nome, era il classico bravo ragazzo, secchione a scuola con nessuna esperienza sessuale. Mentre Carmelo e Luana ritornavano dalla consueta visita in bagno, Salvatore stava seduto su una sedia in camera da letto ancora vestito ma vedendo i due nudi ebbe una reazione come se fosse stato colpito da un fulmine, si spogliò in fretta e rimase in piedi col ‘ciccio’ ‘ben dhur’ per dirla alla De Benedetti. Carmelo: “Fatti il bidet e raggiungici, vai.” Salvatore ritornò in camera da letto non sapendo che fare ma fu aiutato da Luana che lo invitò sul letto matrimoniale prendendoglielo in bocca. La conseguenza fu immediata e la signora ingoiò un bel po’ di ‘vitamine’ ma poi dovette subito dar retta a un Carmelo impaziente, insomma si trovò fra due…fuochi infilzata sia in bocca che nel fiorello che dopo un bel po’ di tempo cominciò a dar segni di stanchezza. “Ragazzi basta, la festa è finita, gli amici se ne vanno, non è stata un’inutile serata!” Luana aveva copiato i versi di una canzone; all’uscita dei due guardò con interesse un mucchietto di €uro depositati sul comodino facendo un segno ad Anna  con indice e pollice chiusi, il ‘colloquio’ era stato ben remunerato. La mente umana è qualcosa di imperscrutabile da un punto di vista delle sensazioni, Anna, senza la presenza del marito vicino, aveva provato una percezione per lei sconvolgente, la voglia di partecipare ad un ‘banchetto’ sessuale, lei che mai avrebbe pensato di tradire il marito nemmeno col pensiero e questo la turbò, quel dolore alle viscere provato in passato da Alberto ora lo percepiva lei ma,  non volendo andare da uno psicoterapeuta, non trovava altra soluzione se non …soddisfare i suoi nuovi desiderata, ma come? Alberto benché impegnato su due fronti: il lavoro e Federica, capì che la consorte aveva dei problemi. “Dimmi cos’hai, sei stata e sei il mio grande amore, ti aiuterò.” Ormai allo stremo, Anna rivelò il suo problema al marito il quale non solo la prese bene ma pensò…”Parla con Luana potremmo mettere su un quartetto io con lei e tu col giovane Salvatore o col più anziano Carmelo., a te la scelta.” Dopo questa proposta, Anna con un gran sospiro ‘riprese le penne’ baciò a lungo Alberto, i suoi problemi dovevano essere finiti infatti una mattina in casa di Luana si presentò un Salvatore rinnovato secondo la moda corrente, capelli con sfumatura alta, pantaloni con la vita bassa, scarpe da runner, insomma un altro Salvo che baciò Luana in bocca e su una mano Anna, ad Alberto una stretta di mano. “Che ne dite se dopo il lavaggio di rito stiamo un po’ seduti sul divano, voglio vedere che effetto ci fa vederci nudi.” Hai capito il giovane, da imbranato era diventato uno sfrontato. Ad un certo punto Anna esordì  con un “Caro posso?” rivolto al marito che fece ridere gli altri tre poi tutti sul lettone a sbizzarrirsi in pose varie. Anna percepì nel fiorellino un ‘ciccio’  più lungo di quello di suo marito, l’unico che conosceva, e provò forti sensazioni quanto gli fu sollecitato il collo dell’utero da uno schizzo fortissimo, mai provata una tale sensazione. Nel frattempo Alberto e Luana andavano alla grande, quello che desideravano ambedue da tempo si stava verificando. Invece Salvatore ottenne inizialmente un netto rifiuto quando tentò di girar le spalle ad Anna per penetrarla nel popò, quello era riservato al marito ma poi quando all’orecchio sentì: “Diecimila  €uro” ci ripensò, chissà quante belle cose poteva comprarsi con quella somma; anche Alberto e Luana presero quella strada, insomma un’inchiappettata generale. Dopo aver lasciato il suo ‘obolo’ sul comodino, Salvatore rivestitosi si dileguò con un inchino: “Grazie di tutto.” il saluto finale. Tornati a casa propria, Alberto ed Anna sembravano rientrati da un altro pianeta, quella specie di ‘wife swapping’ aveva avuto un effetto molto gradevole, forse fra di loro era cambiato qualcosa, sicuramente in  meglio. Per i lettori più giovani ribadisco l’espressione ‘Ben dhur’ è contenuta nel poema scritto con spirito goliardico nel primo novecento da tale Hetrz De Benedetti intitolato ‘Ifigonia in Culide’, se lo trovate leggetelo, è spassoso, sempre che non siate dei puritani!

  • 09 ottobre 2018 alle ore 6:17
    Estate 1977: "ascoltare il vento"

    Come comincia: Il vento é come una serpe strana
    che viene e che va
    andanseuse...astuto!
    Il vento di Ishtar che soffia
    lungo le colline dell'utopia
    ha reciso molte menti;
    lo zeffiro di primavera ha illuso
    tantissimi cuori di ragazzi e ragazze.
    Il vento gitano, quello che ti rapisce
    e ti porta via con sè, soffia soltanto
    in estate: lo senti sulla faccia,
    sulla pelle, nel cuore...
    In riva al mare, sulla spiaggia,
    sugli scogli; è un vento
    che ti vuole, é il vento della nostalgia,
    delle illusioni dei sogni.

    Notte sul mio scoglio, spira un vento leggero: é un vento che mi vuole bene!

    Un'estate intera trascorsi ad "ascoltare" il vento: era l'estate - quella lunga, lunghissima estate - del 1977.
    Per venti giorni assolati e per altrettante notti stellate lo feci; ascoltai, cioè, quella calda e sottile brezza estiva: senza, però, nulla sentire...quando, alla ventunesima notte, finalmente [lui] mi disse: "vai sicuro, ragazzo, è stai contento" (ma io, allora, ero già abbastanza felice!). La notte dopo, lui [il vento], mi parlò ancora: "ragazzo, vivrai più di cent'anni", disse (ma io, allora, mi sentivo "immortale"!).
    Dopo quelle notti, diciamo pure abbastanza inconsuete e speciali, continuai ad ascoltare per il resto dell'estate: sfortunatamente più nulla accadde. In autunno le vacanze finirono, tornai sui banchi di scuola e nuovi amori sbocciarono: quella rimase, però, per sempre la lunga e meravigliosa estate del 1977, quella dei quindici anni!
    E da quelle notti di quell'estate, inoltre, non ho mai dimenticato ciò che accadde allora: per questo ogni tanto resto ancora ad ascoltare il vento!

  • 06 ottobre 2018 alle ore 15:06
    Il bar di "don Paolo"

    Come comincia: Racconterò di Paolo Martorano e del suo bar, luogo d’incontro per decine e decine di anni per gli abitanti di Melito e luogo di ristoro per tutti quelli che facevano “le vashe” ossia la discesa e la salita del Corso Garibaldi che sommava totalmente circa 760 m. 
    Il bar era situato proprio al centro del corso e quindi al centro del paese ed era rinomato per la pasticceria proprio del signor Paolo, artigiano pasticciere gia’ da giovanissimo. 
    Famosi erano i suoi “viennesi”,i cannoli e la biscottura, in particolare lo “stomatico”. 
    Nei primi anni ’60 il bar, nel retro fu fornito anche di un biliardo professionale dove i piu’ grandi si cimentavano in partite sia all’italiana che a carambola e goriziana tra di loro ed anche in qualche torneo in cui partecipavano giocatori di fuori paese.
    Ricordo ottimi giocatori come Pascaluzzu Curatola,il piu’ bravo della sua epoca, Pasquale Caristo detto “Lillu Sticca” appunto per la facilita’ di maneggiare la stecca di biliardo, che seguì subito dopo, e poi parecchi altri che non raggiunsero pero’ mai la loro bravura. 
    C’era anche uno dei primi televisori che furono portatori d’immagini dei primi quiz televisivi(in quelle sere c’era il pienone) e soprattutto calcistiche importanti come la finale del Campionato del Mondo del 1970 dove l’Italia di Valcareggi arrivo’ in finale contro il Brasile del grande Pele’ perdendo per 4 a 1 in una bella partita dopo una semifinale vinta alla grande contro la Germania pe 4 a 3 (partita passata alla storia piu’ della finale). 
    Io frequentai il bar per quasi 20 anni e posso dire che alla morte dei titolari, quando il bar passo’ ad altri gestori, non fu piu’ frequentato allo stesso modo sia per la pasticceria non all’altezza di "don Paolo" e sia per la gentilezza e il garbo con il quale servivano i clienti(senza offesa per i nuovi).