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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 17 ottobre 2016 alle ore 1:42
    UN CUCKOLD, UNA SWEET, UN AMORE PARTICOLARE.

    Come comincia: Alberto non era solito prendere il tram per rientrare a casa dall’Università ma la Cinquecento in riparazione lo aveva costretto ad usare quel mezzo di trasporto per ritornare a casa a Messina, in viale dei Tigli. Il tram stava giungendo ad capolinea vicino alla villa Sabin ma, stranamente una giovin signora se  ne stava in piedi  appoggiata alla maniglia di un sedile.
    Mau, da sempre dedito alle conquiste femminili,  pensò bene di avvicinarsi e, con fare indifferente, andò a sedersi sul sedile dove la dama aveva poggiato le mani. Sguardo indifferente della stessa che seguitò a guardare il panorama sin quando il mezzo di trasporto si fermò ed aprì le porte.
     ‘Capolinea’ la voce del conducente indusse tutti a scendere. La bionda scese e, lento pede,  si incamminò verso un vicino cancello dove erano situate varie villette. Mau la pedinò sin quando la stessa entrò in un portone poi riprese la strada per arrivare a casa sua.
    La visione di quella femmina di lusso (alla Pittigrilli, non sapete chi è, è uno scrittore a suo modo porno del primo novecento) le era rimasta impressa nella memoria: fronte alta, occhi grigi, naso all’insù come piaceva a lui (le femminucce dai grandi nasi gli sembravano dei travestiti) ed una bocca carnosa che invitava a pensieri...cattivi, maglietta rosa senza reggiseno, le tette deliziosamente piccole si muovevano ad ogni sobbalzo del tram. (Mauro non amava i seni da balia) occhi grigi, vita stretta,  pantaloni aderenti che mettevano in evidenza un bel sedere, altezza quasi quanto la sua che era di un  metro e ottanta, insomma un gran pezzo di…
    Nei giorni successivi Alberto pensò molto a quella magnifica visione, sentiva che gli era entrata nel cuore, nel cervello, nel…insomma  se ne era innamorato anche se riteneva ridicolo innamorarsi di una femminuccia vista una sola volta, ma tant’è! Questa infatuazione lo portò a effettuare cose non proprio, come dire, intelligenti come fare un appostamento di ore all’ingresso principale dell’abitazione della cotale, sembrava un quindicenne alla sua prima cotta. La cosa non passò inosservata alla signora che una volta lo notò e lo affrontò: “Non so se debbo essere lusingata o preoccupata la mia domanda è…” “Le rispondo subito, anche se mi ritengo un razionale questa volta sto vivendo una situazione forse ridicola, non sono il solito disturbatore del gentil sesso, il fatto è che lei è la persona che mi ha stregato, voglia scusarmi.” E stava per andar vita quando…”Mi faccia compagnia, sto andando a prendere la mia auto, destinazione centro di Messina per acquisti.” Infatti poco dopo apparve una Jaguar con alla guida madame che con un sorriso lo fece accomodare nel sedile del passeggero.
    “Penso che avrà problemi di parcheggio per l’auto, il mio abituale è quello del Cavallotti, lo conosce?” “In verità no, in ogni caso è il benvenuto, non è molto tempo che abito in questa città, sono di parte femminile svedese, i miei, purtroppo sono deceduti in un incidente stradale, son qua con mio marito, forse lei lo avrà sentito nominare, è il chirurgo plastico Giuseppe M…., a proposito mi chiamo  Lucia come tante svedesi.”Un stretta di mano poi, posteggiata l’auto, visita a vari negozi femminili, cosa sempre aborrita da Alberto, i maschietti al seguito di femminucce animate da furor di acquisto lo aveva sempre fatto ridere, ora... ci era cascato lui!
    “Penso di aver finito a far il cavalier servente, vorrei tornare a casa." " L’accompagnerò alla sua, mi indichi la strada.”
    Al si fece portare sin nel cortile della sua abitazione, avrebbe voluto invitarla…”Non è il caso, arrivederci.” “Non è il caso di cosa?” “Dica la verità voleva che salissi nel suo appartamento o mi sbaglio?” “Nessuno sbaglio, lei è una maga, vorrei darle del tu e…” “Vorrebbe ben altro mio bel giovane ne pas? Diamoci del tu senza illusioni da parte sua, questo è il numero del mio cellulare, usare con parsimonia.” “Marito geloso? “Assolutamente no, è più svedese di me altro che siciliano!, au revoir.” Una perfetta marcia indietro e Lucia sparì dalla visione di Alberto che lemme lemme salì in ascensore sino al suo piano.
    “Al figlio mio hai una faccia…” “Quella che mi hai fatto tu dolce mammina, ho incontrata una fata.” “Basta che non sia una strega, vieni a tavola, a proposito sa cucinare?”  La signora Rosa era la classica genitrice della maglia di lana e del figlio paffutello. E chi pensa a mangiare pensò Alberto, era senza forze, non vide l’ora di buttarsi sul letto dove lo raggiunse  Mercurio, il suo dio preferito, che lo dileggiò sin quando Morfeo non lo prese fra le sue spire.
    Ormai Lucia era diventata per il giovane un pensiero fisso, la immaginava a casa sua a letto che dormiva, il suo risveglio, nuda sotto la doccia e, in campo sessuale, un punto interrogativo. Che voleva dire che suo marito era più svedese di lei, troppi interrogativi, Al si decise a telefonarle, era le otto e mezzo di mattina: “Sono…” non riuscì a finire la frase che: “Ho capito subito che eri tu anzi mi sono meravigliata che non mi hai chiamato prima, desidero andare al mare, ti vengo a prendere con la Jaguar, non desidero mettere piede nella tua bagnarola, sto scherzando, fra un pò mi vedrai spuntare nel cortile.”
    “Andiamo al lido di Mortelle, ho affittato una cabina per tutto il mese.”
    La Jaguar sembrava volare sulla strada Panaramica dello  Stretto, Lucia guidava fregandosene bellamente del codice stradale e facendo sorpassi uno dietro l’altro.
    “Guarda che c’è il limite dei 50 orari, oltre alla contravvenzione potrebbero toglierti punti dalla patente.” “Nessun problema, tutto a carico di Giuseppe.”
    Alberto non parlò più per tutto il tragitto, cercava di immaginarsi il costume che avrebbe indossato Lucia e…rimase di stucco quando la signora toltosi il leggero vestito apparve con un costume  brasiliano: un francobollo davanti ed un filo di dietro, una piccola fascia copriva solo il capezzolo. “Non fare quella faccia, mi sembri Pierino nel paese delle meraviglie!” e di slancio corse verso la battigia per poi infilarsi pian piano in acqua.
    “Non amo il freddo anche se per metà sono svedese, andiamo al largo, sai nuotare?”
    “Come un pesce” e presero a fare a gara chi era più veloce sinché si trovarono abbastanza al largo.
    “Vorrei parlarti di un argomento importante, mio marito: è un cuckold termine inglese che indica chi si eccita nel vedere la propria donna  sweet  fare sesso con un altro. Ho avuto questa esperienza per volere di Giuseppe che ha invitato un suo amico che però era non bello, era volgare e soprattutto non ci sapeva fare a letto, una esperienza da dimenticare e così ho preteso da Giuseppe che, pur accontentandolo, avrei io scelto un partner e il cotale sei tu ma non faremo sesso sin quando non saremo a casa mia per ora solo una assaggio orale.
    Alberto prese a fare il morto mentre Lucia si dedicò ad una fellatio  sin quando la sua deliziosa bocca fu riempita da una flusso violento e prolungato. 
    “Ha un buon sapore, ho avuto mano felice nello sceglierti, ed ora a riva.”
    Dopo aver preso il sole per circa due ore ritorno a casa. “Ti telefonerò io per l’appuntamento, ciao mon amour.”
    I giorni passavano senza notizie di Lucia, Alberto, dopo i primi attimi di meraviglia, era impaziente e nervoso.
    “Figlio mio ti vedo triste, la tua bella ti ha lasciato?”
    Poco dopo giunse una telefonata: “Sabato sera alle 18 a casa mia, vieni a piedi.”
    il laconico messaggio. I due giorni più lunghi della vita di Alberto; cercava di studiare ma con poco profitto, gli esami all’Università erano imminenti.
    Vestito elegante ma sobrio Maurizio si presentò a casa di Lucia mezz’ora prima dell’orario stabilito.
    “Sei in anticipo, io e mio marito ci stiamo preparando, vai nel salone e accendi la tv.” Giuseppe era un quarantino moro, altezza media niente di speciale pensò Alberto, sicuramente ricco. Presentazioni: ‘Come sta’ da parte di Al invece del solito ‘piacere’ ,segno di stile da parte sua.
    “Sediamoci, abbiamo ordinato la cena in da un ristoratore qui vicino, d’estate fa troppo caldo per cucinare e Lucia…” “Non sa cucinare” pensò Alberto ma quel lato della baby sinceramente gli interessava poco.
    La padrona di casa apparve poco dopo: una visione: sotto un vestito elegante e trasparente si intravedevano reggiseno mini e slip pure mini.
    “Ho conosciuto mia moglie e Rimini un anno addietro, ero là per un convegno di studio e lei in vacanza con i suoi genitori, inutile dirle che mi ha colpitola sua avvenenza, bene diamoci del tu dato che sappiamo tutti il motivo per il quale sei qui.”
    Suono del campanello dell’ingresso: due camerieri con la cena e due bottiglie di un vino bianco siciliano. “Non dico buon appetito, è volgare vero cara?” La cara sembrava fra le nuvole, forse già pregustava l’incontro sessuale mentre Alberto era perplesso per come si sarebbero svolti gli avvenimenti.
    “Io e mio marito nel mio bagno, tu nell’altro, appuntamento in camera da letto, march.” Lucia era sorridente.
    Alberto fu il primo a prendere possesso del talamo, si coprì col lenzuolo per non far vedere subito il suo coso già in posizione di assalto al solo pensiero di un futuro godereccio.
    I due coniugi apparvero abbracciati e si baciarono palesemente per dimostrare il loro affetto reciproco. Chiuse le finestre il locale fu illuminato solo dalla luce di un abat-jour, atmosfera godereccia!
    Lucia prese in mano la situazione, scoprì il corpo di Alberto supino, si fece penetrare in vagina e,vis a vis, prese  a cavalcarlo dolcemente. Giuseppe dinanzi a quello spettacolo si eccitò e si impossessò del culino della consorte prima lentamente poi sempre più velocemente per circa cinque minuti, smise per qualche secondo e poi riprese  sin quando godette una seconda volta e si ritirò in buon ordine lasciando libero il campo alla consorte ed all’amante i quali, vista la situazione, presero a dare sfogo alla voglia repressa da troppo tempo prima con un sessantanove e poi con tutto il repertorio della scienza erotica. Il marito seduto su una poltrona prese a masturbarsi.
     “Ammazzete che zozzone” pensò Alberto per un istante ma poi riprese ad infilarsi nei pertugi di Lucia la quale dopo un lasso di tempo: “Basta, mi hai distrutto!”
    Il sabato era ormai  un appuntamento fisso con la solita coreografia solo che qualche volta Giuseppe si metteva supino e penetrava Lucia davanti e Alberto dietro, quella stanza sprizzava sesso da tutte le parti!
    Anche le cose belle hanno una fine. Dopo circa sei mesi Alberto prese delle scuse per evitare il sabato di andare a casa di Lucia la quale non se ne lamentò gran che. Conclusione la baby si era trovato un altro fustaccio per sé e per il per il marito cuckold e Alberto una bella siciliana mora, meno alta dell’amante ma con tette più voluminose, sguardo caliente ed una furia a letto.
    Mercurio di congratulò col suo protetto per la fine della storia, troppo impegnativa, e soprattutto per la conquista di una bella fidanzata molto gelosa ma non consapevole delle precedenti gesta del suo Al che, da gentiluomo, tenne per sé la storia.
     
     

  • 12 ottobre 2016 alle ore 16:46
    UN'OPERA BUONA

    Come comincia: La timidezza? Coi tempi che corrono sembra non alberghi (vi piace alberghi?) nè nei giovani e tantomeno negli anziani, ambedue le categorie hanno un bel da fare nel mantenersi a galla in una società spietata in cui i vecchi valori non hanno più senso, l’unica cosa importante (oltre alla salute) è il  lavoro, che spesso manca o si perde, o la ricchezza ereditata dai soliti culi… fortunati.
    Abitante a Messina Albertoo sin da piccolo aveva dovuto combattere con la insicurezza ereditata dalla madre, deceduta troppo presto, e malignamente sottolineata dal padre gran tombeur des femmes ma poco incline a capire la natura del figlio.
     Al a scuola, dalle elementari alle medie superiori, cercava di mascherare questo suo problema con delle battute di spirito non sempre apprezzate dai compagni, in parole povere era diventato un solitario. L’unica sua fortuna era stata l’aver vinto un concorso  alla Camera di Commercio ma, ottenuta la indipendenza economica, decise di prendere il volo dalla casa paterna a Messina e comprare un’abitazione in provincia, ad Alì Terme, anche se ogni mattina doveva sobbarcarsi il tragitto da casa all’ufficio, l’importante per lui era star lontano da suo padre anche se formalmente ma solo formalmente i loro rapporti erano buoni.
    In ufficio la situazione non era migliorata, era l’unico scapolo che non faceva la corte alle damigelle che volentieri di sarebbero accoppiate con lui tenuto anche conto che, tutto sommato, era un bell’uomo: altezza unoesettantacinque,  fisico longilineo, accuratamente vestito ma..ma..con difficoltà a relazionarsi col gentile sesso. Conseguenza che le dame come i compagni d’ufficio lo avevano dipinto come allergico al fascino femminile e quindi…
    L’unica persona che gli stava vicino moralmente era Anna  che spesso si rivolgeva a lui per pratiche d’ufficio per lei ostiche ma anche per alleviare i suoi stati d’animo.
    Anna era felicemente maritata con Armando più anziano di lei, anche la baby era oggetto di pettegolezzi soprattutto da parte delle colleghe invidiose sia per la sua eleganza che per il patrimonio immobiliare del consorte ammontante a vari milioni di Euro. (Cosa viene e a fare in ufficio a rubare il lavoro a chi ne ha bisogno!) una delle tante frasi caustiche che però si ritorcevano sulle pettegole dato che non ottenevano alcun risultato.
    Un giorno Anna: “Alberto perché non ti fai una crociera, a giorni attracca a Messina la Golden Star, fa il giro del Mediterraneo, è una nave modernissima, lì troverai di tutto dal teatrino alle piscine, alla casa da gioco, al vitto eccellente oltre che qualche bella in cerca di avventure…”
    Alberto nicchiò molto ma alle insistenze della piacevole collega di ufficio si convinse e prenotò una cabina singola con visione esterna, una delle migliori al primo ponte, quello più ambito.
    In sala mensa si trovò al tavolo di due anziani e simpatici signori con i quali legò sin quando la dama, cinquantenne, con un gran sorriso prese l’iniziativa e da sotto il tavolo gli mise un piede fra le gambe,  sicuro segno di gradimento della sua compagnia. Alberto ancora infantilmente considerava le signore al di sopra di trent’anni anziane e quindi si guardò bene di aderire alla richiesta e cambiò tavolo. Evidentemente le dame della nave avevano scoperto in lui un fascino particolare, in quest’altro tavolo erano sedute tre ragazze decisamente appetitose, Alberto fu invitato nel teatrino, fece amicizia con loro e, alla fine dello spettacolo, si trovò una delle cotali in cabina che, con un gran sorriso, si spogliò completamente ed andò a farsi una doccia. Davanti ad un nudo femminile mai visto, Alberto rimase imbambolato, da quel suo atteggiamento la signorina capì bene che non era il caso di continuare e se ne andò sbattendo la porta e pensando “Proprio a me doveva capitare un omo!”
    Dopo questa figuraccia Alberto non se la sentì più di continuare la crociera e sbarcò nel porto di Tangeri. Aereo per Catania e poi rientro ad Alì Terme quanto mai frustrato.
    Rintracciato al telefonino da Anna, quest’ultima capì che non era più sulla nave e si fece confessare, con lacrime amare,  la triste avventura che aveva profondamente colpito il suo collega e amico. Evidentemente Anna aveva l’anima del buon pastore, raccontò tutto al marito e poi una richiesta particolare: “Voglio andare a casa di Alberto, non vorrei che facesse una sciocchezza, troppo è stato il suo shock!”
    Alfredo la prese sull’umorismo: “Non vorrei che ti violentasse…” “Lo sai che quello è il suo grande problema, da quel punto di vista puoi stare sicuro, non è invece che tu approfittando della mia assenza…” “Mi hai dato un’idea, hai vista quella nuova inquilina del terzo piano, mi fa gli occhi dolci… “Ah occhi dolci non dire fregnacce!”
    Anna caricò qualcosa per la notte in un borsone, non sarebbe rientrata  in casa e domani era un sabato e quindi libertà anche dall’ufficio. Naturalmente chiamò al telefonino Alberto che non credeva alle sue orecchie, con un nodo in gola:“Ti aspetto…” La casa di Al era un unico isolato a due piani, un grande giardino ed un canile dove di giorno dimorava Ras un bel pastore tedesco.
    “Non sapevo che avessi un cane, bellissimo. “ “Vuoi andare fuori a cena o preferisci…” “Preferisco mangiare a casa, ho portato una bottiglia di Lambrusco.”.”
    “Non so descriverti quello che provo per questa tua venuta, non so quello che penserà tuo marito ma può stare sicuro"…” È questo è il punto pensò Anna, voleva aiutare il suo amico ma nello stesso tempo non creargli problemi se fosse stata esplicita in una sua richiesta sessuale e quindi, dopo cena, televisione come due buoni amici ma…
    “Alberto vorrei che tu provassi, insomma se non ti da fastidio che ne diresti di andare a letto insieme, fisicamente sei piacevole …”
    “Lo sai che per te farei qualsiasi cosa, lo sai che a letto sono un disastro ma…” Doccia insieme, Anna notò che in fondo Ferdy non ce l’aveva troppo piccolo anzi a riposo era più grande di quello di Alfredo.
    Luci attenuate, nudi, Anna prese l’iniziativa chiedendo di essere baciata prima in bocca, poi sulle tettine ed infine sul fiorellino. Alberto fece del suo meglio ed Anna si prese la sua dote di goderecciata con il cuinnilingus poi a sua volte  cercò una fellatio senza successo perché il ciccio di Alberto proprio non ne voleva sapere di alzarsi.
    “Non ti preoccupare, m’è venuta in mente una certa idea e mi domando perché non ci ho pensato prima, ora ninna e appuntamento sabato prossimo a casa mia.”
    Quella per Alberto sarebbe stata la settimana più lunga della sua vita, i giorni passavano lenti e il sabato alle diciotto posteggiò la sua Giulietta sulla strada per non dare adito ai vicini di Anna di malignare. Un mazzo di rose rosse precedette l’entrata in casa di Alberto che cercava di coprire la sua eccitazione in attesa della messa in atto di quell’idea di Anna che nel frattempo si dava da fare in cucina con piatti a base di pesce. “Ho un Verdicchio dei Castelli di Jesi, il mio amico Giorgio  me ne fa omaggio ogni anno ed io ricambio con dolci siciliani, è un po’ forte di gradazione.” E fu proprio l’eccesso di vino che portò Alfredo a salutare e: “Ragazzi non vi offendete ma casco dal sonno, buonanotte!” Nessuno dei due ragazzi si offese anzi: “Alberto prendi questa pillola, è un digestivo, ti farà bene.” I due uscirono  nel terrazzo anteriore, una vista mozzafiato del porto di Messina e della costa Calabra, Anna prese l’iniziativa e cominciò a baciare in bocca uno stralunato Alberto che dopo un po’ di tempo ebbe una sorpresa molto gradita: il suo ‘ciccio’ stava aumentando di volume in maniera mai vista, Anna gli abbassò i pantaloni e gli slip dai quali emerse un coso lungo, molto più lungo di quello di suo marito pensò Anna, una sorpresa che si concluse con la masturbazione e la conseguenza goderecciata da parte di Al che finì sulla  macchina di una zitella del primo piano che forse non avrebbe apprezzato…
    Alberto sembrava impazzito, trascinato in bagno da Anna, dietro suggerimento di quest’ultima, si lavò ben bene il coso rimasto sul ‘presentatarm’ con gioia della sua compagna che lo trascinò sul divano per un’entrata trionfale nella sua gatta vogliosissima . “Ce l’hai molto lungo, mi sei arrivato al collo dell’utero, mai provato un simile piacere, non ti fermare!” Nessuna fermata, Alberto era diventato una locomotiva che smise di viaggiare allorché la sua compagna: “Non ce la faccio più, non ho mai goduto così in vita mia...Quella che hai assunto era la ‘Spedra’, da ora in poi non avrai più problemi di erezione, riposati poi torna a casa tua, preferisco per ora che mio marito non immagini quello che è successo, un bacione finale.”
     Dire che la vita di Alberto era cambiata  era dir poco, il signorino si sentiva sicuro di sé e cominciò a mettere in atto in ufficio una strategia particolare, tenuto conto della sua fama di impotente, decise di seguire una sua collega nel bagno delle signore, collega nota per le sue conquiste amorose: “Scusa cara ma il gabinetto degli uomini è occupato, ti dispiace se, data l’urgenza, uso questo?” e nel frattempo tirò fuori un ‘ciccio’ in piena forma che fece strabuzzare gli occhi alla dama la quale pensò bene di approfittare dell’occasione e di abbassare gli slip con la conseguenza ‘immisio penis gigans’ nel suo fiorellino. Ormai la sua fama era passata di bocca in bocca alle signore della Camera di Commercio e alcune, insoddisfatte delle prestazioni dei relativi coniugi, pensarono bene di ricorrere alle ‘cure’ di Alberto il quale però non dimenticava la cara Anna che aveva cambiato la vita. Un fine settimana fu invitato a casa della cotale che, piuttosto impacciata : “Al stavolta sono io a chiederti un favore molto particolare, un po’ me ne vergogno ma puoi non accettare…mio marito vuol vedermi far l’amore con te ed anche partecipare ..”
    Un sabato sera, dopo cena, un trio era affacciato alla ringhiera del salone: in mezzo Anna nuda con una vestaglia trasparente ed i due maschietti di lato in slip che facevano gli indifferenti ma ambedue arrapatissimi dalla situazione. Passaggio sul lettone di casa con Alfredo supino, Anna sopra di lui con il ‘micio’ di suo marito in fica e Alberto immerso nel meraviglioso culetto. Le posizioni cambiarono molte volte fin quando Anna decise  di prendere in bocca il coso lungo di Al per una goderecciata finale e poi: i coniugi nel lettone e Alberto sul divano un po’ tutti distrutti ma felici di quella esperienza  particolare.
    Alberto trovò una compagna ideale ma non dimenticò mai la bella, dolce e straordinaria amica che le aveva cambiato la vita ed ogni tanto…
     
     

  • 31 ottobre 2015 alle ore 0:07
    La Gatta

    Come comincia: C'era sempre dell'astio quando guardavo i suoi occhi; ad un certo punto, mi veniva sempre in mente la storia del gatto nero (il mio con precisione), quel gatto che avevo tanto amato e che se n'era andato così, il due di ottobre, mandandomi segnali nei sogni per poi stendermi il morale completamente. 
    Tutt'ora, se sono in compagnia di gatti, ripenso sempre a quegl'occhi e così mi ritorna alla mente quella storia che tanto cerco di dimenticare.

    Il fatto è che mi capita sempre quando guardo i miei di occhi, e penso spesso che i miei ed i suoi sono stati così vicini ed uguali che, un pezzo della storia, l'abbiamo vista insieme; lei la mia e io la sua.
    Poi faccio finta di nulla, il sipario cala e cambio pensiero. E' un pò così che va la vita, no?
     

  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:27
    Let's go!

    Come comincia: Let's go. Andiamo.Lascia perdere quegli incroci bloccati dalle menti confuse, lì le anime hanno smesso da tempo di chiedersi perchè si ostinano ad aspettare un turno che non arriva mai.marcia: fa inversione e fa strage di chi ti viene contro. Ricordati di guardarli negli occhi, quando metterai il piede sull'acceleratore. Troverai sguardi smarriti e terrorizzati dal doversi ridestare dal proprio torpore. E' proprio allora che dovrai annullare ogni pietà. Fa pure una strage, tu ne uscirai indenne.Percorri quella strada che non hai percorso mai. Non hai bisogno di lampioni che la illuminano. Meno luce c'è, più puoi servirti del tuo faro personale. Illumenerà cose che mai avresti pensato potessero esserci. Tipo la fine in fondo ad un tunnel.

    Le rotonde devono essere una giostra. Giraci attorno quanto tempo vuoi, ogni volta che vuoi. Lascia perdere i clacson dei sicuri di sè che non vedono l'ora di sbarazzarsi del tuo "rottame" per lanciarsi spediti sulla strada prescelta. Saranno i primi a tornare indietro quando troveranno un ingorgo.Tu prenditi tutto il tempo del mondo prima di svoltare. 

    E se dovesse finire la benzina, continua a piedi.

  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:25
    Goodbye

    Come comincia: La cosa che aveva tra le mani emise un latrato. O quello le sembrò, per quanto potesse importarle. L'unica cosa certa era che, qualsiasi fosse stato il verso giusto da attribuirgli, stava senz'ombra di dubbio soffrendo.
    Le aveva artigliato le braccia nel vano tentativo di fermarla, ma i colpi erano andati a segno ugualmente. Inevitabilmente.
    Il suo sangue s'era mischiato a quello della cosa, scorrendo lungo gli arti, imbrattando il bianco immacolato del pigiama che indossava. Ad un certo punto era riuscito a sfuggirle. L'aveva inseguito sotto al letto, afferrandolo per quella specie di manto che usava rivestirne il corpo. Altri latrati erano seguiti, altri singulti, altre urla quando aveva compreso d'essere impotente a quelle percosse, a quella violenza, a quell'ira.Aveva provato a sfuggirle optando per l'armadio. Non si sarebbe mai azzardata ad inseguirlo al buio. Si sbagliava.
    Il colpo che gli sfondò il cranio arrivò più velocemente della sorpresa.
    "... Cosa stai facendo?".Non s'era accorta delle luci che erano state accese nella sua camera.
    Fece un passo indietro portando con sè la mazza da baseball, su cui cadde inevitabilmente lo sguardo circospetto della donna.
    "Ho ucciso uno scarafaggio, mamma."
    Gli angoli della bocca della donna salirono a formare un sorriso.
    "Nell'armadio? Da sola e al buio? Non c'era il tuo uomo nero, lì dentro?".
    Il tono canzonatorio con cui furono propinate le domande penetrò appena le orecchie impassibili della bambina.
    Sorrise scanzonatamente, con un modo di fare che non le era mai appartenuto, facendo rabbrividire la donna che aveva davanti.
    "Non più."

  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:18
    Inchiostro improvviso.

    Come comincia: Irriducibili correnti anti gravitazionali, chiedo venia dei miei peccati non compiuti, delle risate disperse al vento e delle lacrime che han toccato terra.
    Figlia dell'aria, ho sempre piegato, mi sono protratta laddove il limbo fungeva da culla dell'anima, i tormenti miei compagni, le domande mie consigliere.e terre bagnate dal sole che trafigge le schiere di nubi guidate dal vento.Il tempo, amico dei malanni, mi sorride, mi carezza e mi graffia. Raccolgo in bocca senza parola alcuna il mio stesso sangue, assaporandone il sapore.

    Mai nulla m'è sembrato più vero.

  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:16
    L'ultima spiaggia

    Come comincia: - Spara! -. 

    Aspirò profondamente dalla sua sigaretta, lasciando che il fumo abbandonasse le sue labbra lentamente. Come l'acqua trasportata dalla corrente, che le lambiva i piedi nudi affondati nella sabbia.

    La luna era particolarmente luminosa quella sera, non potè fare a meno di notare.

    - SPARA! - .

    "Cristo..." imprecò dentro di sè, rivolgendo gli occhi al cielo per scusarsi immediatamente.

    - SPARA! SPARA! Andiamo... è quello che vuoi. Lo sai che è quello che vuoi....SPARA! - .

    C'era qualcosa d' incredibilmente fastidioso in quella voce. Non la ripetitività dell'ordine. Nè l'ordine in sè per sè. Nè tantomeno il contenuto dell'ordine stesso. Quanto il suono. Possibile che fosse stato sempre quello? Da quando precisamente aveva iniziato a credere fosse diverso?Si voltò, lasciandosi cadere la sigaretta dalle labbra.

    "Ecco da quando." .

    - Raccogli quella cazzo di pistola e spara! CRISTO! SPARA, SPARA! - . I pugni stretti convulsamente. Gli occhi iniettati di sangue, deliranti. Il ghigno provocatorio.

    Era diventato identico al proprio riflesso. Quello di un po' di tempo fa.

    Gli avrebbe detto che sembrava trattarsi dell'ultima spiaggia, se non le fosse venuto subito da ridere per l'ironia scaturita dalla consapevolezza del posto in cui si trovavano.

    L'aveva seguita di soppiatto per tutto il tragitto, mal celando di proposito la sua presenza.

    Era stata tentata più volte di voltarsi, raggiungerlo laddove si nascondeva e urlargli di andare al diavolo. Ma non l'aveva fatto. La curiosità morbosa era l'unico elemento del suo carattere che proprio no, non era riuscita a smussare durante il suo percorso. L'aveva lasciato fare per vedere fin dove si sarebbe spinto. Ed erano arrivati fino a lì. Lei avanti, lui dietro. Come in una continua giostra in cui si fanno più giri da diverse angolazioni per vedere cosa si prova. Ma quello era tutto fuorchè una giostra. Semmai un gioco al massacro. Sadico tanto quanto i film che le piaceva vedere.

    Era risaputo che i registi prendessero spunto dalla realtà. Quelli più attinenti a quest'ultima non erano i fantasy, le romantic comedy o i thriller. Erano gli horror. Proprio perchè no, sembrava non esserci il benchè minimo spazio per quella cosa chiamata "amore" in quell'angolo sperduto dell'universo in cui erano stati relegati a sopravvivere. E semmai ce ne fosse stato di spazio, era tristemente limitato e difficilmente reperibile. Barattabile spesso e volentieri con maree d' illusioni.

    E il motivo per cui si era ritrovata a riflettere su tutto quello si trovava lì, di fronte a lei. Perchè se non ci fosse stata la benchè minima ombra di quella cosa limitata, difficilmente reperibile e barattabile, no. Non si sarebbe mai e poi mai prestata a quel gioco. Era arrivato anche il momento di piantarla di prendersi per il culo da sola.

    - Mi hai deluso. - trovò solo la forza di dire. Tre parole che racchiudevano il prima, il durante e il dopo di una storia predestinata da tempo a chiudersi così, probabilmente. Che lui nemmeno sentì. Gli occhi iniettati di sangue erano ancora rivolti alla pistola che giaceva poco distante dai suoi piedi. Laddove il mare, purtroppo, non riusciva ad arrivare.

    Estrasse un'altra sigaretta dal pacchetto che aveva costretto nelle tasche dei jeans e se l'accese, mentre lui la guardava.

    - TI HO DETTO DI SPA-...-.

    Mai e poi mai si sarebbe aspettato l'occhiata glaciale che lei gli rivolse. Poi la vide tirar fuori un'altra boccata di fumo e rivolgere gli occhi nuovamente al cielo.

    Avrebbe potuto accontentarlo, si era ritrovata a pensare, facendo saettare lo sguardo dall'arma ai suoi piedi al concentrato di disperazione che le era davanti. Sì. Disperazione era il termine più adatto che potesse descriverlo. Forse l'unico.

    No. Non l'avrebbe fatto, pensò istantaneamente, prendendo ad avanzare lentamente verso di lui, osservandolo diventare sempre più piccolo man mano che camminava. Sovrastò con la sua ombra quelle che giacevano in prossimità della sua presenza. Troppe, per una persona sola.

    Scosse la testa e sospirò, quando si trovò a condividere la stesso suolo su cui poggiavano anche i suoi piedi.

    - Troppo semplice. - gli sussurrò in un orecchio, mentre la luna lasciava spazio al sole in un gioco di colori irripetibile e i suoi piedi si allontanavano, lasciandolo alle spalle.

     

  • 28 ottobre 2015 alle ore 10:19
    Ai miei tempi

    Come comincia: "Alzi la mano chi non si è sentito dire almeno una volta nella vita <ai miei tempi si faceva, ai miei tempi si diceva> Pochi, vero?"
    Aspettò la reazione dei presenti, una trentina in tutto, che non ebbero nulla da obiettare. Si sistemò la chioma fluente color rame e si tolse gli occhiali con entrambe le mani fissandoli tutti; li aveva in pugno e la cosa la eccitava parecchio. Concluse dicendo "Bene, la prossima volta ci concentreremo su questo punto. Grazie per l'attenzione, vi auguro una buona serata" I presenti ricambiarono e con ordine si avviarono verso l'esterno della grande stanza.
    Lei uscì per ultima, spense le luci e chiuse la porta a chiave, le avevano assegnato quell'incarico e lo eseguì con attenzione. Fuori, nel lungo corridoio dell'università, si era formato un piccolo capannello di ragazzi vicino al distributore di bevande, l'ora tarda e l'argomento impegnativo avevano messo alla prova la resistenza di tutti; anche lei si avvicinò e uno dei presenti, un ragazzo sulla ventina d'anni, le chiese "Posso offrirle un caffè prof?" Lei fece un cenno affermativo "Volentieri Giulio" Dopo alcuni istanti stava gustando la forte bevanda calda.
    Rientrò a casa e aspettò un attimo sulla porta d'entrata, lui non si fece attendere e appena arrivato la prese con forza e la trascinò in camera da letto, la sua irruenza e la sua foga giovanile le provocavano un'immensa eccitazione e dopo aver fatto l'amore con passione fino allo sfinimento si abbandonò, abbracciata al ragazzo, ad un sonno ristoratore
    Era sabato mattina e doveva far lezione presso il liceo del quartiere, mentre lui avrebbe dovuto presentarsi in università per ascoltare un relatore, ma ovviamente non si svegliò.
    "Eh giovanotto, così non va. Gli impegni sono impegni" Le sussurrò lei con dolcezza mentre lui si stropicciava gli occhi ancora assonnato" "Che ore sono?" Chiese lui vedendola in piedi e già pronta per uscire "Sono le 8 e 30 caro. Io alle 9.00 ho lezione e ne avrò fino alle 13.00. Tu fai pure i tuoi comodi, ma al mio ritorno ti voglio fuori di qui" "Ma, Alice?" Provò ad obiettare lui "Niente ma, signorino. Il fatto che tu abbia accesso al mio letto non significa che sia mio ospite, quindi ripeto: al mio ritorno ti voglio fuori di qui e lascia tutto in ordine altrimenti sono guai" Lui chinò il capo e lei le poggiò la mano sulla testa accarezzandolo teneramente "Dai, mi faccio sentire io, una di queste sere vieni qui a cena e poi si vedrà" Lui alzò il capo con lo sguardo di chi aspetterà ardentemente quel momento. Non si disserò più nulla e lei uscì di casa per raggiungere la scuola a piedi.
    Il breve tragitto, circa 10 minuti di camminata, le serviva spesso per riflettere sulla sua vita. Professoressa di lettere, con un'altra laurea in psicologia nel cassetto e con la passione per la psicoanalisi e l'introspezione, a 38 anni era una splendida donna senza legami fissi e viveva intensamente tutte le sue giornate. In quel periodo l'università di psicologia le aveva assegnato una cattedra serale per delle lezioni extra corso da tenere a quegli alunni interessati ad argomenti non propriamente didattici e lei aveva accettato immediatamente l'incarico, fu lì che conobbe Giulio, il ventenne che si portava a letto da ormai alcuni mesi.
    Arrivò a scuola puntuale e al cambio dell'ora, quando la campanella avvisò l'intero istituto che la prima ora era finita, lei era già davanti alla porta della 3°D. Il suo collega di informatica quasi la investì uscendo dall'aula, era un piccolo uomo  sulla quarantina, uno di quelli che passano inosservati in mezzo alla gente, ma lei sapeva che a suo modo era un genio e stavolta lo sorprese chiedendogli "Professore, sempre di corsa. Ha da fare domani sera? Il PC di casa mia è in panne e se non le creo disturbo la inviterei volentieri a cena, poi potremmo dare un'occhiata a quell'aggeggio infernale, con tutta calma ovviamente" Il professore diventò rosso come un pomodoro maturo e quasi balbettando riuscì a rispondere "Si, ok, va bene. A che ora posso venire da lei?" "Alle 19.00 andrà benissimo e mi dia del tu, siamo amici io e lei" "D'accordo, ci sarò" Si limitò a rispondere sempre più impacciato.
    La scena non era sfuggita agli alunni della sua classe e appena tutti furono seduti una voce si levò dal fondo dell'aula ""Lo ha fatto sprofondare nell'imbarazzo prof!" Aveva parlato uno dei ragazzi più tremendi della classe, ma lei colse l'occasione per rispondere a sua volta con una domanda a bruciapelo "E voi, come vi sareste comportati? Cioè, voi maschietti, come avreste reagito al suo posto? E voi ragazze, vi sareste poste come ho fatto io?" Mentre poneva questo quesito si accomodò sulla sedia accavallando le lunghe gambe e notò lo sguardo famelico dei ragazzi e l'ammirazione da parte delle ragazze. Come previsto i ragazzi risposerò nei modi più bizzarri e fantasiosi, era un caldo sabato di maggio e anche loro avevano bisogno di staccare un po'. Nel frattempo le tornarono alla mente le reazioni dei ragazzi dell'università alle domande che aveva posto loro la sera prima e decise di provare a fare lo stesso con gli alunni del liceo. Fu sorpresa nel constatare che, nonostante il clima da rompete le righe che si era creato in classe, posero tutti attenzione a quelle domande e in un attimo la stanza si trovò immersa nel silenzio. Stavano riflettendo, pensò lei, o non avevano afferrato l'argomento? Stava per parlare quando una delle alunne alzò la mano e disse "Mio padre profe me lo ripete tutti i giorni" "Si, anche mia madre" Si affrettò a confermare la sua vicina di banco" "E quindi?" Provò ad insistere lei "E quindi è sempre la solita rottura" Concluse uno dei ragazzi facendo scoppiare tutti a ridere. Lei colse il momento e giocò a carte scoperte, voleva vedere fino a che punto si sarebbero spinti quei ragazzi sovraeccitati dagli ormoni che spingevano a mille. "Quindi mi volete dire che ogni qualvolta che i vostri genitori, parenti o chiunque essi siano, vi rievocano i tempi andati per voi è una rottura di scatole" Adesso tutti sorrisero ma in modo più contenuto, la profe parlava sul serio.
    "Vede profe" Prese a dire uno dei ragazzi "I miei genitori sono separati e ogni volta che sto con uno di loro fanno a gara per farsi belli ai miei occhi, ma spesso nemmeno si accorgono di quello che faccio o che penso. Ma quando si tratta di riprendermi usano spesso parlare dei loro tempi: ai loro tempi non c'era il cellulare, il computer era per pochi, la macchina era un lusso e tanti altri paragoni che mi fanno arrabbiare" Il ragazzo aveva chinato lo sguardo in basso e serrava i pugni dal nervoso "Si Roberto, capisco. E tu cosa rispondi in quelle occasioni?" "Chiedo se ai loro tempi anche i loro genitori fossero separati" Calò nuovamente il silenzio, ma lei aveva rotto il ghiaccio e adesso poteva far affiorare le emozioni dei suoi ragazzi, misurò le parole e con calma riprese a dire "Certo Roberto, i tuoi genitori si nascondono dietro il ricordo dei tempi passati per coprire le proprie difficoltà. Tu però sei un ragazzo in gamba e sono sicura che supererai anche questa esperienza. Chi di noi può dirsi immune da errori e disavventure?" "Profe" La interruppe Daniela "Mia madre dice sempre che ai suoi tempi poter andare a scuola era un privilegio per pochi, bisognava lavorare per guadagnarsi la pagnotta e secondo lei io e i miei coetanei siamo una massa di smidollati senza futuro" "Si, anche mio nonno me lo ripete spesso" Rimarcò uno dei ragazzi "Dice che abbiamo tutti la schiena di vetro" "E secondo voi è vero?" Si affrettò a chidere lei "No!" Urlò una delle ragazze "Cioè, forse io non sarei in grado di fare il lavoro pesante che fanno i miei, ma i tempi son cambiati, ora si può sopravvivere senza spaccarsi la schiena" "Giusto" Confermò la sua compagna di banco "Ci sono mille lavori che non richiedono sudore e fatica" lei adesso aspettò un momento, leggeva sui volti dei giovani una sorta di aria trionfale, loro studiavano, non si sarebbero mai sporcati le mani, allora chiese "Certo Veronica, ci sono un sacco di mestieri che non richiedono fatica e dimmene alcuni ad esempio" La ragazza rispose senza esitazioni "ll suo ad esempio, non mi sembra un lavoro tanto faticoso" E tutti scoppiarono nuovamente a ridere e quando si furono calmati lei ribattè "Già, hai ragione Veronica, io non mi sporco le mani, lavoro in un ambiente asciutto e pulito, non faccio sforzi fisici ed ho anche un mucchio di ferie, sono proprio una privilegiata. E dimmi Veronica, i tuoi genitori, che lavoro fanno?" La ragazza arrossì imbarazzata e rispose a bassa voce "Mio padre fa l'imbianchino e mia madre lavora in tessitura" "Che schifo" La apostrofò lei " Mestieri non degni per una ragazza come te" In pochi capirono il suo tono ironico e quindi continuò chiedendo "Meglio il mio di lavoro, vero? Tu lo faresti Veronica, faresti la professoressa? Saresti meglio dei tuoi genitori, vero?" La ragazza era chiaramente confusa, ma rispose quasi seccata "No, non lo farei" "Infatti" affermò Alice che sentiva salire il tono della discussione e proseguì chiedendo"E quindi cosa vorresti fare? Voi tutti, cosa vorreste fare per vivere?" Nessuno rispose, adesso l'atmosfera scherzosa si era trasformata in un brusio di mugugni e lamenti e lei decise di rimettere un po' d'ordine alle loro idee. "Ascoltate ragazzi, a mio modo di vedere non importa cosa e per quanto tempo si faccia qualcosa, l'importante e che ci si dedichi con impegno e serietà. Il mondo è vario, le persone sono varie,  perciò ognuno di noi ha pregi e difetti, dovremmo cercare di valorizzare i pregi e limitare i difetti. Dunque un buon imbianchino e una buona tessitrice, sono al pari di un buon ingegnere o di un buon avvocato. Bisogna sempre cercare di dare il massimo e capire quali sono le proprie capacità per indirizzarle al meglio" La stavano ascoltando attentamente "La mia generazione, perché ahimè sono un po' più matura di voi, non aveva alcune cose che oggi avete voi, come del resto la generazione prima della mia non ne aveva altre e così via. Penso però che il nocciolo della questione sia che ogni generazione debba essere in grado di sfruttare al meglio i mezzi e le opportunità a disposizione in quel momento, le difficoltà maggiori le incontra sempre chi invecchia, perché fatica a stare al passo con i tempi" Ora i ragazzi sembravano un po' confusi, forse neppure lei capiva ciò che voleva dire e restò zitta quel tanto da permetterle di riordinare le idee, ma proprio mentre stava per riprendera il discorso una delle ragazze intervenne
    "Allora profe sta dicendo che ogni tempo ha un suo perchè, ogni generazione, pur se costretta a convivere con le altre, deve vivere il proprio tempo in base all'età e all'esperienza maturata nell'arco degli anni senza interferire con le altre, ma cercando di interagire. E' così?" Alice sorrise, i ragazzi avevano sempre una marcia in più "Sì Elisa, più o meno e ciò che intendevo dire"
    La lezione scivolò via tra domande e risposte piene di contenuti, era orgogliosa dei suoi ragazzi e dopo due ore di confronto, al cambio dell'ora, si gustò un buon caffè in sala professori, le ultime due ore le avrebbe trascorse in 1°A, ma lì avrebbe svolto una normalissima lezione.
    Rientrò a casa con la testa piena di interrogativi, Giulio nel frattempo era andato via e lei tirò un sospiro di sollievo; a volte l'esuberanza del ragazzo la trascinava in un turbine amoroso che poi le lasciava poco tempo per occuparsi delle sue faccende ma in cuor suo si rendeva conto di essersi affezionata a quello scavezzacollo.
    Il confronto di quella mattina e la spontaneità dei suoi ragazzi aveva fatto riaffiorare nella sua mente alcuni ricordi nascosti in un angolo del suo cervello, ricordi belli e ricordi brutti.
    Da ragazzina, ultima di quattro sorelle, aveva capito di essere la più carina e non perdeva occasione per mettersi in mostra provocando spesso scontri verbali e fisici tra loro sorelle. Suo padre, operaio di una fonderia, le ricordava sempre che spesso non è il fiore più bello, ma l'arbusto brutto e insignificante che sopravvive alle avversità del tempo, il bel fiore invece per preservare la sua bellezza deve sfruttare il poco tempo a disposizione per trasmettere le sue caratteristiche alle generazioni future.
    Purtroppo capì quelle parole solo il giorno in cui suo padre, coinvolto in un incidente, morì; lei aveva venticinque anni. Allora tutte le frasi, gli esempi e le immagini di suo padre distrutto dalla fatica ma sempre fiero e sorridente, le sfilarono nella mente aprendo il suo cuore e il suo cervello. Fu in quel momento che decise di laurearsi anche in psicologia, riuscendovi in poco tempo e con pieno merito. Purtroppo le sue idee, a volte troppo anticonformiste, la esclusero dal giro che contava e il suo sogno di poter aprire le menti della gente sfumò miseramente. Per fortuna non aveva tralasciato il suo impiego d'insegnante, lavoro che all'inizio le permise di sopravvivere e con il tempo iniziò a regalarle anche parecchie soddisfazioni, in fondo per lei i professori moderni sono anche un po' psicologi e con i ragazzi riusciva sempre ad instaurare un buon rapporto di fiducia traendo spesso spunto dalle loro riflessioni.
    Anche la madre ricordava spesso a lei e le sorelle come avesse provveduto, fin da giovane, alle faccende di casa, visto che purtroppo la sua di mamma era morta giovane e lei era l'unica donna di casa con il papà e tre fratelli che facevano i muratori, altri tempi ripeteva sempre. E così Alice, tra una cosa e l'altra era cresciuta come quasi tutti con in testa il ritornello <ai miei tempi si faceva, ai miei tempi si diceva> e adesso che si trovava a confrontarsi con la generazione dopo la sua, voleva sfruttare tutta l'esperienza per trovare spunti e apportare accorgimenti al suo scritto, stava infatti realizzando un testo che mirava a far integrare le idee delle nuove generazioni con l'esperienza delle vecchie, la foga dei giovani con la riflessione delle persone più mature. Alle volte rideva tra se, spesso le capitava di incontrare giovani molto più maturi di persone più anziane.
    Era sabato sera, nel pomeriggio si era sentita con alcune delle sue amiche ma aveva declinato i vari inviti a serate più o meno movimentate. Non aveva neppure voglia di stare con Giulio e stava pensando di mettersi sul divano a guardare la tivù. Fuori però il cielo era ancora chiaro e i rumori tipici della primavera, con la gente che si riversa per le strade, le fece venire un'idea folle e intrigante; alcune delle sue alunne del liceo le avevano detto di ritrovarsi spesso fuori da un locale pieno di giovani ed al sabato sera era davvero una <figata> come dicevano loro.
    Si preparò, jeans e camicetta che non lasciava molto all'immaginazione, decise allora di abbinare il tutto con una giacchetta non elegantissima ed optò per dei sandali con tacco alto, d'altronde poteva vestirsi di stracci che avrebbe sempre attirato l'attenzione, era davvero bella.
    Raggiunse il posto che le avevano indicato le sue alunne e nel volgere di un istante si trovò immersa in mezzo ad un nugolo di ragazzi e ragazze che potevano avere al massimo diciotto anni, nonostante il suo aspetto giovanile si sentì in imbarazzo e stava per alzare i tacchi quando alle sue spalle una voce famigliare la chiamò ad alta voce. "Profe! Professoressa! Alice!" Si voltò trovandosi di fronte due delle sue alunne della terza liceo "Profe, è uno schianto" "Grazie Veronica. Anche voi siete bellissime" Le ragazze non aggiunserò altro e prendendola per mano la invitarono a seguirla e lei non oppose resistenza, gettandosi nella mischia.
    Passò la serata ballando, bevendo e fece impazzire un mucchio di ragazzi che sbavavano ai suoi piedi. In preda ad un attacco di euforia si lasciò andare facendo qualche tiro di spinello e solo grazie all'intervento delle sue alunne non costrinse uno dei ragazzini ad appartarsi con lei.
    "Profe che fa? E' impazzita?" La redarguì severamente Veronica. Alice ebbe un sussulto, voleva risponderle che lei era adulta e vaccinata e sapeva ciò che stava facendo, ma lo sguardo severo della ragazza le fece riprendere il controllo e allora si rese conto di cosa veramente stesse succedendo: lei era bella, poteva atteggiarsi come una giovane donna e di sicuro avrebbe retto il confronto, ma la realtà era un'altra; lei, tra quei giovani, era vecchia, era di un'altra generazione, era di un altro tempo.
    "Scusate ragazze, scusate davvero. Siete state veramente gentili ad accettarmi tra di voi ed io mi sono comportata da sciocca. Vi chiedo ancora scusa" Le ragazze sorrisero e la abbracciarono come fosse una loro vecchia amica "Adesso però vai a casa Alice" "Si Veronica, vado a casa"
    Trascorse la domenica smaltendo i postumi della sbornia accovacciata sul divano, non riuscì neppure a bere un bicchier d'acqua tanto era forte il senso di nausea. Limitò il martellante mal di testa con pasticche e bustine e si ripromise di non far più una bravata del genere e per fortuna Giulio era via quel giorno, non avrebbe retto la sua presenza. Si addormentò ad un'ora imprecisata del pomeriggio e fu svegliata dal suono penetrante del citofono. Si alzò e si trascinò fino alla cornetta "Si? Chi è?" Riuscì a biscicare a malapena "Sono Marco, il professore d'informatica. Ricordi il nostro appuntamento?" Esitò nel pronunciare quell'ultima parola e nonostante l'appannamento ad Alice sfuggì un sorriso, quell'uomo era tanto timido. "Si certo" mentì spudoratamente "Sali, stavo finendo di fare la doccia. sto al secondo piano, ti lascio la porta socchiusa"
    Sentiva il rumore dell'acqua della doccia, esitò un istante ma poi entrò con decisione e richiuse la porta dietro di se. Restò lì in piedi per una decina di minuti, poi lei usci dal bagno, avvolta in un accappatoio striminzito e lui non poté far a meno di ammirarla in tutta la sua bellezza. Lei arrossì, era abituata agli sguardi famelici degli uomini, ma lui la stava guardando in un altro modo. "Scusa Marco ma oggi sono stata poco bene" Lui aveva già notato il disordine che regnava in casa, tipico di chi aveva passato la notte fuori facendo baldoria e non si era preoccupato di riordinare
    "Se vuoi torno un'altra volta" disse lui candidamente. Qualcosa nel suo sguardo e nella sua voce però, avevano colpito Alice che invece rispose "No Marco, resta con me. Anzi, se non ti chiedo troppo puoi prepararmi qualcosa per il mal di stomaco? In cucina troverai tutto l'occorrente" Non capì mai cosa le fosse passato per la testa in quel momento ma lui non disse nulla e si dileguò in cucina. Lei si sdraiò sul divano e dopo alcuni minuti lui tornò con in mano una tazza fumante "Cos'è?" Chiese lei sorridendo "Acqua bollente con scorze di limone. Ai miei tempi era il miglior rimedio per i postumi di una sbornia" Ai miei tempi, pensò lei, mai si sarebbe aspettata una simile risposta da quell'uomo, ai miei tempi significava che anche lui era stato giovane, che anche lui aveva una storia da raccontare. "Per favore Marco, siediti vicino a me, raccontami la tua storia" L'uomo fu sorpreso da quella richiesta ma poi il suo sguardo incrociò quello di Alice e il suo cuore ebbe un sussulto, nessuno aveva mai voluto sentire la sua storia.
    "Quella sera sbocciò un tenero sentimento che ancora oggi, dopo tanti anni, mi lega a Marco. Abbiamo quasi settant'anni eppure ci vogliamo bene come allora e abbiamo viva la passione per l'insegnameto. Quindi ragazzi ricordate una cosa; non stancatevi mai di ascoltare e fare tesoro delle esperienze di chi è più vecchio di voi, anzi, usate i vostri giovani cervelli per migliorare i nostri errori e non spaventatevi di fronte ai confronti e alle difficoltà" Alice tirò il fiato e tossì leggermente "Per stasera è tutto, potete andare" I ragazzi restarono composti ai loro posti e dal fondo dell'aula si alzò la voce di una delle ragazze "Scusi profe, una cortesia, se non è stanca potrebbe raccontarci una delle sue eperienze giovanili?" Annuirono tutti e lei nonostante la sorpresa fu felice di accontentarli. "D'accordo ragazzi, statemi a sentire. Ai miei tempi..."

  • 27 ottobre 2015 alle ore 15:25
    Andata e ritorno con sorpresa

    Come comincia: Non è un giorno qualsiasi, è la prima volta per te. Prendi coraggio, entri alla stazione e ti sembra di esser giunta nella terra di nessuno: la paura di essere derubata o molestata dal primo passante, il senso di sporcizia, disordine e l'immancabile ritardo annunciato dalla voce gracchiante di un microfono scassato ti gettano nello sconforto più totale. Lo sapevi, dovevi prendere l'automobile, ma il viaggio è lungo e sei stanca; i tuoi amici comunque hanno promesso di venirti a prendere all'arrivo. Incroci le mani  e alzando lo sguardo invochi l'altissimo "Che Dio me la mandi buona".
    Hai pensato bene di non portarti un bagaglio troppo ingombrante, si tratta di star via un paio di settimane e il caldo persistente continuerà a lungo, quindi solo abiti leggeri e lo stretto necessario; si va al mare non serve aver con se troppa roba.
    Il cellulare vibra nella tasca dello zainetto, nella fretta l'hai infilato tra bevande e spuntini e quando riesci a recuperarlo ha smesso di vibrare, chi sarà mai? E chi vuoi che sia, è tua madre che vorrà sapere se tutto procede bene, la richiami? Si, altrimenti sai che angoscia, non te lo perdonerebbe mai. Inoltri la chiamata ma dall'altro lato nessuna risposta, succede sempre così quando non riesci a rispondere ed immediatamente provi a ricontattare chi ti cercava: nessun segno di vita. "Accidenti, mi hai cercata tu!" Spazientita stai per chiudere la chiamata quando un flebile "Pronto" arriva alle tue orecchie "Mamma!" Sei nervosa, respiri a fondo e riprendi con calma "Dimmi mamma, tutto ok?" "Si. Tu come stai?" Hai la forza di non rispondere subito in malo modo e in quei brevi istanti pensi a tua madre che ti ha messo al mondo e cresciuta con tanto amore "Bene mamma. Tra poco arriva il treno, se vuoi ti chiamo quando sarò giunta a destinazione" Non era quello che volevi dire ma ormai è fatta "Va bene, come preferisci e mi raccomando, stai attenta" "Si mamma, saluta papà, vi voglio bene"
    Hai venticinque anni ma per loro sei ancora la piccola di casa e invece ti sei appena laureata, hai già ricevuto tre proposte di lavoro e gli uomini si scornano per avere la tua attenzione e anche in quel preciso istante un ragazzo, dall'aspetto stralunato, ti sta fissando da pochi metri di distanza. Te ne accorgi e ti sposti vicino ad un gruppo di orientali tutti indaffarati con i loro cellulari ed aggeggi elettronici di vario tipo. Il ragazzo si accorge della tua mossa, sorride e tu non puoi fare a meno di notare di quanto sia carino mentre una vampa di calore ti fa diventar rossa in viso. Uno degli orientali, forse cinesi, nota la cosa e con un cenno eloquente ti indica al resto del gruppo che subito sorride; a questo punto sei diventata color rubino e istintivamente ti allontani da loro.
    Maledetto ritardo, una volta sul treno ti isolerai dal resto del mondo collegandoti alla rete con il tuo ultimo gioiello tecnologico ricevuto in regalo dai nonni il giorno della laurea. La foga e la fretta di allontanarti ti hanno portata ai margini della stazione vicino ad un gruppetto di uomini dall'aspetto poco raccomandabile, hai paura di irritarli con dei movimenti repentini e quando senti un brivido lungo la schiena e stai per urlare ecco che uno di quegli individui domanda "Hai da accendere?" "No! Non fumo!" Rispondi urlando ed arretrando come una bestia braccata "Ok, grazie" Risponde invece tranquillo l'altro. Ma che ti succede? Sei una donna, laureata per giunta, di cosa hai paura? Ma proprio mentre stai cercando di riprendere il controllo della situazione senti qualcosa, forse una mano, che stringe sulla spalla e subito ti si gela il sangue nelle vene. Ti giri di scatto terrorizzata trovandoti di fronte, con la mano tesa in segno di elemosina, una donna sporca e maleodorante; stai per scappare quando incontri il suo sguardo, quegli occhi parlano di una vita fatta di sofferenza e solitudine. Porti le mani al viso, ti hanno educata all'altruismo e al rispetto quindi afferri il tuo portafogli, ne estrai una banconota da 5 euro e la porgi nella sua mano; lei immediatamente la serra e poi si dilegua senza se e senza ma. Che ti aspettavi, dei ringraziamenti? Quella poverina deve vederne di tutti i colori e probabilmente nel suo ambiente 5 euro sono un tesoro, sarà corsa subito a nascondersi.
    Ti senti meglio, quel piccolo gesto ha scaricato le tue ansie e nel frattempo è arrivato anche il treno. Hai prenotato una cuccetta con letto per la notte, sai che con te ci saranno altre cinque persone e speri di non fare brutti incontri, sei la prima ad accomodarti, gli altri passeggeri non sono ancora arrivati, ma appena ti sei seduta entra una bella signora non più nel fiore della giovinezza. La saluti per cortesia e lei ti risponde gentilmente accennando un sorriso mentre sistema il suo bagaglio, poi infila degli occhiali da vista e si immerge nella lettura di un libro. Un libro, pensi, che strano modo di far passare il tempo, tu hai già collegato il cellulare alla rete e ti pregusti un viaggio tranquillo, ma proprio mentre la mente si sta eclissando dalla realtà nello scompartimento irrompe rumorosamente un bambino di colore che avrà si e no 5 anni. Lo fulmini con lo sguardo mentre lui ti fissa con i suoi occhioni innocenti spaventato dalla tua espressione e subito una mano lo afferra e una voce squillante lo richiama a se. Un uomo possente ma dall'aspetto gioviale chiede scusa per l'irruenza di suo figlio, parla un buon italiano e subito dietro di lui appare la figura di una bella donna che si presenta come la mamma del bambino. Ok, pensi, vi siete presentati, adesso tenete a bada il marmocchio che non voglio essere disturbata. Al contrario di te la signora anziana accoglie la famigliola con sorrisi e cortesia e subito ne nasce uno scambio di battute che tanto ti infastidisce.
    Cosa me ne frega di chi siete, cosa fate e da dove venite. Appena sarò scesa dal treno non vi vedrò mai più, quindi non rompetemi le scatole e mentre fai questi pensieri ti sei messa le cuffiette ed hai alzato il volume del tuo apparecchio.
    Il treno si mette in movimento e lentamente prende velocità, sei talmente isolata dal resto del mondo che non ti sei accorta che manca il sesto passeggero e quando te ne rendi conto sospiri di sollievo, uno scocciatore in meno.
    Dopo circa dieci minuti dalla partenza ti alzi, prendi con te lo zainetto e ti dirigi verso il bagno, ti fa un po' schifo l'idea di dover entrare in quel piccolo sgabuzzino, ma non puoi pensare di affrontare tutto il viaggio senza mai utilizzarlo, meglio rompere subito il ghiaccio. Dopo aver affrontato quella difficile prova ti avvii verso il tuo scompartimento con la speranza di trovare un minimo di silenzio, da quando siete partiti quei quattro non hanno mai smesso di parlare un attimo e quando arrivi a destinazione trovi una sorpresa, il sesto passeggero è il ragazzo che ti fissava alla stazione. Istintivamente ti irrigidisci sulla soglia e lui, che si è accorto di ciò, sorride, si alza in piedi e con la mano ti invita ad accomodarti.
    Carino e pure gentile, speriamo anche riservato, forse il viaggio sarà meglio di quanto credevi. Infatti dopo un primo momento di stallo decidi di interagire con i presenti ed è così che scopri che la famigliola è di origine africana, poco ti importa di quello che dicono ma il belloccio vicino a te pare interessato e non vuoi sembrare scortese cercando anzi di partecipare attivamente alla conversazione. Il ragazzo parla bene, è istruito e in pochi attimi il suo carisma cattura l'attenzione di tutti i presenti, anche il bambinetto sembra affascinato dai suoi racconti. Vi dice di essere figlio di buona famiglia, laureato da circa un anno, ma che non ha ancora deciso cosa fare da grande. Parla dei suoi viaggi, delle sue avventure e di come sia vario il mondo. Senza volerlo ti sei appoggiata a lui, senti il suo calore, il suo odore e in te crescono forte il desiderio e l'eccitazione tanto che anche lui se ne accorge e forse anche gli altri presenti. E' un attimo, vi alzate all'unisono e vi recate verso quello sgabuzzino che tanto ti fa schifo chiudendovi dentro. Unite i vostri corpi con foga animalesca dando sfogo a istinti da troppo tempo sopiti e mai avresti pensato di ritrovarti in una situazione del genere. Sono attimi intensi, momenti in cui ti liberi di ogni vincolo morale e quando raggiungete l'apice del piacere urli come mai avevi fatto prima. Adesso che siete paghi e soddisfatti quell'ambiente stretto e maleodorante vi fa sorridere e con movimenti scoordinati vi divincolate e vi date una sistemata. Rientrate nel vostro scompartimento a distanza di alcuni minuti l'uno dall'altra per dissimulare l'accaduto, ma le vostre facce parlano chiaro. L'anziana signora solleva leggermente lo sguardo dal libro ma ha la delicatezza di non far trasparire alcun giudizio e si rimette a leggere, mentre la coppia, sorridendo, bisbiglia qualcosa nella loro lingua e poi si mette a giocare con il bimbo. Ora lui è seduto vicino a te e senti il suo odore acre, vedi il suo corpo sudato e anche un po' sporco e ti domandi cosa ti abbia spinto a fare ciò che hai fatto e mentre ti arrovelli nel cercare delle risposte lui si è già addormentato; uomini! Pensi sorridendo.
    Il viaggio procede da alcune ore senza intoppi, lui dorme ancora, l'anziana si è appisolata mentre l'uomo è uscito dallo scompartimento col figlioletto e ti accorgi che la madre ti fissa. Infastidita distogli lo sguardo, ma lei insiste e allora ti arrabbi "Cos'hai da fissarmi?" La donna non si scompone e di rimando ti pone una domanda che mai ti saresti aspettata "Lo ami?" Lo ami? Ma cosa cavolo mi chiede, eppure il suo sguardo fermo ti costringe a darle una risposta, in fondo che ti costa? "No, certo che non lo amo" "Però ti sei donata a lui" Replica subito lei e la cosa ti fa incazzare "Si, e allora? Sono grande, vaccinata e faccio ciò che mi pare" Hai urlato svegliando la signora dal suo torpore, lui no, dorme come un ghiro. "Mio marito mi ha comprata" Dice la ragazza con naturalezza "Da noi è ancora pratica comune, ma non credere che siamo dei selvaggi. Prima di arrivare a ciò ha dovuto superare delle prove per ottenere il benestare della mia famiglia ma soprattutto il mio. Lui mi rispetta, come moglie e come donna, e io rispetto lui. Non so cosa voglia dire amore per voi, noi però ci vogliamo bene" Sei turbata, cosa centra quella storia con te? Perché ti ha detto quelle cose? "Sapete" interviene a bassa voce l'anziana "Io facevo il mestiere" e per conferma ribadisce "La prostituta" e appena vi vede pronte ad ascoltarla prosegue "La mia è una famiglia ricca, da generazioni. Non mi mancava nulla, tantomeno gli uomini, eppure dopo aver provato per gioco a vendere il mio corpo con il tempo ho capito di essere più rispettata dai miei clienti che dagli uomini che si dicevano disposti a fare follie pur di avermi tutta per loro" Lascia in sospeso il discorso e dopo aver sospirato a fondo conclude "Adesso ho smesso, sono stanca. Raggiungo mia sorella, al mare" E senza aggiungere altro infila gli occhiali e si immerge nella lettura.
    A questo punto per te il quadro è chiaro, stai viaggiando con una schiava e il suo padrone, con una puttana e con un belloccio che dopo aver soddisfatto i suoi istinti sessuali ronfa accanto a te. Tu non sei una schiava, decidi del tuo destino, e tantomeno non sei una prostituta, il tuo corpo non lo vendi, lo dai a chi ti garba e per quanto riguarda il giramondo ti è anche piaciuto, sei una donna libera. Eppure perché non ti senti a posto con te stessa?
    Si è fatto tardi ed è ora di preparare le cuccette per la notte, senti la famigliola borbottare qualcosa prima di coricarsi, forse una preghiera e dopo aver preso posto nei rispettivi lettini il padre augura una buona notte a tutti. La signora anziana chiede di poter leggere ancora un po', non vuol disturbare con la luce accesa, si accontenterà del lumino della sua cuccetta; le fate un gesto di assenso e ti chiedi che diavolo mai avrà di così interessante da leggere.
    Non hai sonno e nemmeno il belloccio, di cui non sai neanche il nome, mostra segni di sonno, ha dormito tutta la giornata, pensi, come farà ad avere sonno? Uscita nel corridoio incontri il suo sguardo e non c'è bisogno di parole, in un baleno siete nuovamente rinchiusi nell'angusto gabinetto: lui è una furia, lo desideri, ma questa volta la tua parte razionale del cervello analizza ogni cosa, ogni istante e alla fine neppure raggiungi la pienezza del piacere. Vi ricomponete con calma, in silenzio. Di dormire non se ne parla, vi accomodate su due sgabelli e cominciate a parlare come due vecchi amici di scuola; più che altro tu ascolti, lui è un fiume in piena e continua a parlare di se, della sua vita senza freni, della sua libertà. Sprizza gioia da tutti i pori coinvolgendoti nelle sue emozioni ma quando gli menzioni la tua meta si rabbuia all'improvviso e ti confessa di essere stanco. Prima di lasciarlo andare ti rivolgi a lui in modo diretto anche se il tuo rossore in viso tradisce la vergogna. "Senti, lo abbiamo fatto due volte e neppure so come ti chiami. Io sono Silvia, e tu?" "Carlo, io sono Carlo. Buonanotte"
    Il sole sta sorgendo ad Est, la famigliola e la signora anziana sono già svegli e stanno consumando la colazione in cabina ed anche tu accusi un certo languorino. Ti alzi piano e dopo aver dato il buongiorno ai presenti estrai dallo zainetto la tua colazione, un frutto e una bottiglietta d'acqua naturale, lui dorme ancora. Tra un'oretta giungerai a destinazione, dopo aver percorso tutta la penisola senza mai fermarsi, da ora il convoglio fermerà in tutte le stazioni locali. Il padre esce con il bimbo che comincia a non resistere più dall'eccitazione, probabilmente sono anche loro vicini alla meta e infatti la madre del piccolo ti chiede "Allora, stanotte hai capito se lo ami o no?" Non hai voglia di rispondere, non sai che dire, ma lei insiste "Alla prossima fermata noi scendiamo, allora?" Vi siete incontrate da alcune ore, su un treno, eppure senti che la sua non è solo curiosità femminile, lei vuole veramente conoscere la tua risposta, o forse semplicemente ti ha presa a cuore, chissà? Ok, tanto non la rivedrai più "Si, penso di essermi innamorata di lui, sei contenta?" Per tutta risposta lei si alza, recupera il bagaglio e si appresta a raggiungere la sua famiglia, ma quando il treno comincia a rallentare si ferma sulla soglia e ti fissa di nuovo con quegli occhioni profondi "No ragazza, non sono contenta. Ti auguro buona fortuna, ma stai attenta, lui non ti porta rispetto" E senza aggiungere altro se ne va lasciandoti con quel dubbio. Quando il treno riparte hai già sistemato il tuo bagaglio, vuoi essere pronta per quando sarà il tuo momento di scendere, non hai dato seguito alle parole della ragazza africana, hai rimosso tutto e ti sei concentrata sul pensiero di lui, affascinante, avventuriero e caliente, forse ti stai proprio innamorando. Con la coda dell'occhio noti l'anziana signora riporre il suo dannatissimo libro nella borsa e con calma olimpica preparare il suo bagaglio, anche lei ti ha osservato. "Tra poco tocca a me scendere, vi lascerò soli per un po'" Parla a bassa voce, come sempre "Se ho capito bene ti sei innamorata, giusto?" Oddio anche lei, ma che gli prende alla gente, perché non si fa gli affari propri? Ti costringi a stare calma, in fondo è stata una compagna di viaggio educata ed assolutamente non fastidiosa e non rivedrai più neppure lei. "Si, mi sono innamorata e appena saremo soli lo obbligherò a dirmi dove vive e cosa fa" " E poi andrai a vivere con lui?" Ti anticipa lei "Chi lo sa?" Ti limiti a rispondere.
    Il treno rallenta fino a fermarsi e la signora con calma si appresta ad uscire dallo scompartimento, ti offri di accompagnarla "Grazie ragazza, faccio da sola. Ti auguro tanta felicità, ma ricorda, quell'uomo non ti rispetta" E nel dirti ciò estrae il suo libro dalla borsa e te lo infila nello zaino.
    Il treno riparte, la prossima fermata è la tua e mentre sei immersa nei tuoi pensieri lui si alza, si da una sistemata e prepara le sue cose "La prossima fermata è la nostra" Dice. Il tuo viso si illumina come un faro, ecco un segno del destino, se scende con te avrai di sicuro modo di rivederlo quindi pensi di esporre subito i tuoi pensieri. "Senti Carlo, io pensavo.." "Di rivederci una volta scesi dal treno?" Ti interrompe bruscamente "Di dare un seguito a quello che è accaduto stanotte? Di provare ad uscire insieme? No Silvia, non hai capito nulla, tu per me sei stata solo una bella avventura. Io non amo i legami fissi, anche se in realtà ho una fidanzata a cui voglio molto bene e che a modo mio amo sinceramente, ma lei è una ragazza semplice e garbata e magari un giorno, quando sarò stanco di questa vita, la sposerò e ci farò dei figli, ma oggi mi sento uno spirito libero e tu sei l'ennesima preda cascata nella mia rete" Talmente è stato duro e diretto che non hai la forza di replicare. In cuor tuo lo sapevi che sarebbe finita lì, ma sentire quelle parole uscire dalla bocca di colui a cui hai donato tutta te stessa ti ferisce e in quell'istante ti tornano alla mente le parole delle due compagne di viaggio: quell'uomo non ti rispetta!
    Il treno rallenta, negli ultimi minuti di viaggio nella cabina si era creato un clima surreale e ti sembrava di essere sospesa in un universo parallelo. Lui non ti ha più degnata di uno sguardo e adesso i tuoi movimenti sono quelli di un automa; il convoglio si è fermato e lentamente scendi dalla scaletta ripida e stretta e subito vieni avvolta da una vampa di calore e nelle orecchie rimbomba forte il tuo nome "Silvia! Silvia!" Sono le tue amiche Cinzia e Anna che ti corrono incontro a braccia aperte e subito ti sommergono di abbracci e baci, ma sei ancora in stato confusionale per la faccenda con Carlo. "Carissima, come stai? Come è andato il viaggio? Gli altri sono al villaggio che ti aspettano, abbiamo un sacco di sorprese per te e la prima la vedrai tra poco" Cinzia è il solito fiume in piena, neppure volendo potresti tenerle testa, men che meno adesso che hai il morale sotto i piedi, al contrario Anna è più silenziosa del solito, dopo gli abbracci iniziali si è messa in disparte come se attendesse una punizione. Cinzia vi conosce e subito interviene. "Che avete voi due? Allora Anna, vuoi dirle la novità o devo pensarci io?" Osservi Anna che a testa bassa traffica nervosamente con il suo cellulare e poi tutto d'un fiato esclama "Mi sono fidanzata!"
    Anna la timida, Anna la secchiona, ma anche Anna la bella ragazza e soprattutto Anna dal cuore d'oro. Ti torna il sorriso e subito la abbracci "Sono contenta per te, che tipo è" "Oh, tra poco lo conoscerai" Interviene Cinzia che proprio non riesce a stare zitta "Era sul tuo stesso treno"
    Vi raggiunge con il suo intercedere caracollante e lo sguardo stralunato, l'orribile presentimento che ti aveva colto pochi istanti prima si è materializzato davanti a voi. "Lui è il mio ragazzo" Riesce a bisbigliare la cara Anna che poi vi presenta "Lei è la mia amica Silvia" Ti viene da vomitare ma reciti la tua parte alla perfezione e allunghi la mano afferrando la sua "Lui è Carlo" conclude Anna rossa in viso.
    Siete in spiaggia, la brezza marina ti da un gran sollievo, è una magnifica giornata e mentre sono tutti in acqua tu preferisci restartene distesa sul lettino ad arrostire al Sole, immersa nei tuoi pensieri. Hai avvisato i tuoi genitori dell'arrivo a destinazione, li hai rassicurati e hai promesso loro di chiamarli almeno una volta al giorno, li hai fatti contenti.
    Quando frequentavi il liceo hai avuto una breve ed intensa storia con un ragazzo che allora ti sembrava l'amore della vita: il tuo primo rapporto completo, le promesse e i sogni da adolescenti, il tutto condito da picchi di gioia e dolore. Vi eravate lasciati dopo circa un anno, senza un motivo preciso, forse solo perché stavate crescendo e cercavate nuove esperienze. In fondo lo avevi amato intensamente e tutt'oggi quando vi capita di rivedervi passate momenti di spensieratezza stupendi, in effetti hai un buon ricordo di lui, delle sue tenerezze, del suo modo di sussurrarti parole dolci. Quel ragazzo ti rispettava e forse un domani, chissà?
    Quella sera uscite tutti insieme, si va in un ristorantino che vi hanno consigliato gli animatori del villaggio.
    Avevano ragione, l'ambiente è adatto a compagnie di giovani ed il cibo, accompagnato da abbondante vino, è squisito. La serata fila via liscia, tra canti, brindisi, rievocazioni di vecchi episodi e speranze per il futuro. Senza volerlo ti sei seduta vicino ad Anna che a sua volta sta accanto a Carlo e quando lui si lancia tra i tavoli con gli altri ragazzi improvvisando  un ballo senza senso ti trovi a fissare la tua amica che canta e sorride.
    Anna la timida la chiamavate, ed ora è lì che stravede per il suo ragazzo, il bel Carlo. Ci hai pensato bene, non hai colpe, non sapevi e quindi non devi farti perdonare nulla, ma quel tarlo che ti frulla per la testa ti fa male, ti sta massacrando. Bevi ancora un bicchiere di vino nella speranza di avere la forza di dire ciò che va detto e senza esitare oltre afferri delicatamente il braccio della tua amica che si gira verso di te e di nuovo ti assale quel senso di vomito "Anna" "Dimmi Silvia" "Sei innamorata di Carlo?" Per un attimo lei si irrigidisce, poi, convita che tu abbia bevuto un bicchiere di troppo ti  risponde come si farebbe ad un bambino "Che domande, certo che lo amo e lui ama me. Continua a ripetermelo da quando siete arrivati" E adesso? Chiudi gli occhi  e stringi forte i denti, poi la guardi e le dici "Ne ero sicura, ma volevo sentirtelo dire. Ti voglio bene Anna" "Anche io Silvia"
    ll treno sta per partire, si torna a casa. Stai leggendo il libro che hai trovato nello zainetto, per tutto il viaggio d'andate ti eri chiesta di cosa si trattasse e adesso stai soddisfacendo la tua curiosità. 
    Hai passato due splendide settimane in compagnia dei tuoi amici visitando posti fantastici e mangiando come un maialino. Hai visto Anna felice con Carlo, hai sopportato stoicamente Cinzia che non ha mai smesso di parlare; cara Cinzia lei si che avrebbe bisogno di un uomo.
    Con te nello scompartimento ci sono due giovani ragazze abbronzatissime probabilmente reduci come te dalle vacanze, una coppia di anziane sorelle e un uomo sulla quarantina, non bellissimo ma fascinoso. Il convoglio parte e tu ti alzi con movenze inequivocabili fissando l'uomo che immediatamente ricambia quello sguardo e capisce le tue intenzioni. Esci dalla cabina e ti dirigi verso il piccolo bagno assicurandoti che lui ti segua e poi vi chiudete dentro.
    Nel frattempo il libro che avevi appoggiato malamente sul sedile è caduto per terra ed una delle ragazze lo raccoglie per riporlo al suo posto e intravede il titolo. "Chissà che cavolata di libro è" Dice rivolta all'amica "Perché?" "Senti che titolo <Donne, fatevi rispettare>"
    Sorridono le due ragazze, mentre tu, dopo esserti data una sistemata, stai incassando il compenso per la tua prestazione.

  • 24 ottobre 2015 alle ore 12:19
    Inquinamento psico-insostenibile

    Come comincia: Nella società finisce anche per accumularsi tutta la spazzatura immateriale che produciamo, frutto di gran parte dei nostri pensieri sistematicamente influenzati da pochi e, comunemente, accettati da molti. Siamo sommersi di immondizia eterea che non possiamo smaltire perché non facilmente afferrabile. Occorrerebbe anche qui ingegnarsi per trovare rimedi capaci di eliminare un tasso di inquinamento cognitivo divenuto anch'esso ormai insostenibile. L'istruzione, almeno per come l'abbiamo lasciata (o voluta?) ridurre, sembra divenuta insufficiente a ricostituire una vita sociale psico-sostenibile. 
    Forse, su questo, si riflette ancora troppo poco.

  • 23 ottobre 2015 alle ore 11:11
    ALBERTO...ALBERTO.

    Come comincia: Alberto M., quarantenne, Maresciallo  Maggiore Aiutante della Guardia di Finanza, aveva un po’ tutto in doppia copia: il nome innanzi tutto dovuto al fatto che la mamma, quando da piccolo si esibiva in qualche monelleria, lo richiamava con ‘Alberto… Alberto!’ e poi aveva in Finanza due incarichi: capo sezione operativa e capo laboratorio fotografico; due pistole: una quella d’ordinanza ed una, Smith e Wesson cal.38, sua personale e, per ultimo due medaglie di prestigio: la Medaglia d’oro al Merito di Lungo Comando e la Medaglia Mauriziana ambita da molti ma in possesso di pochi. Mettici un:’aitante e distinto’ come da note caratteristiche, un metro e 80 di altezza, barba e pizzo, insomma un belloccio che Anna, un metro e sessantacinque, deliziosa, furbacchiona se l’era sposato in seconda istanza in quanto Alberto aveva ritenuto di scaricare la prima moglie dal carattere mefistofelico.
    Alberto Alberto abitava e abita a Messina in via Consolare Pompea nel complesso ‘Madonnina dello Stretto’, sei edifici ciascuno di dodici appartamenti che aveva preso nome da una Madonna posta all’ingresso  dove molte fresche spose posavano il loro bouquet di fiori nella speranza di boh… Alberto da buon ateo non ne immaginava proprio il motivo.
    Il maresciallo, romano purosangue,  era stata sbalzato in Sicilia dal Lido di Ostia dopo aver indossato i gradi di vicebrigadiere, prima nelle isole Eolie, poi a Milazzo, sede della prima moglie e poi a Messina dove guarda caso, aveva incontrato un paesano portiere del complesso dove abitava.
    “Nando chi cacchio ti ha portato a Messina?”
    “Maresciallo non ci crederà ma è stata una minchiata”
    “Nel senso di una fesseria?”
    “No un colpo di minchia: in villeggiatura a Messina ho conosciuta Carmela e l’ho messa incinta. Il padre, uno con la faccia tagliata, mi ha convito a sposarla ed ora son qua.”
    “Va bene Nando facciamo squadra fra noi romani e raccontami tutto del condominio.”
    “Marescià ci vorrebbero giorni, piano piano ti renderò edotto, posso darti del tu?”
    “Ma certamente, ogni tanto vieni a casa mia, ho buoni vini: un Lambrusco di Sorbara e un Verdicchio dei Castelli di Jesi, ciao.”
    Allora parliamo della moglie di Alberto la deliziosa Anna: anni 23, bruna con meches rossicce, occhi verdi bellissimi, bocca da p…..ra, seno piccolo ma molto sensibile come pure la … gatta bruna. La piccola era molto gelosa ma, intelligentemente non lo dava a vedere.
    I coniugi M. abitavano all’ultimo piano della prima palazzina, dirimpettaia una biondona che più biondona non si può: Denise Eva Carin anni 28, un metro e75 di altezza, vita stretta, piccolo seno, lunghe gambe,  modella free lance, insomma ogni tanto veniva chiamata per sfilare ma non girava il mondo anche per poter crescere  il piccolo Daniel dal padre sconosciuto o meglio avuto con la inseminazione artificiale in Svezia poiché Denise non voleva avere accanto l’ingombro di un marito (parole sue).
    Anna e Denise avevano fatto amicizia, ogni tanto il piccolo Daniel di anni due sgambettava nell’appartamento di Alberto quando non c’era la baby sitter e la mamma era in giro a sfilare.
    “Marescià però c’iai nà bella vicina!”
    “Io c’iavrò pure una bella vicina ma c’iò pure una moglie dalle lunghe unghie.”
    “Tu sei alto e potresti arrivarci, a me ci vorrebbe una scaletta, sino uno e sessanta!”
    “Nando non si tratta di altezza lì non ci arriva nessuno dei due, capì!”
    Invece Alberto ci aveva messo gli occhi, una volta pensando a lei si era pure masturbato, ogni volta che la incontrava gli aumentava di molto la pressione, in presenza di Anna mostrava indifferenza totale, troppa indifferenza che la piccola mignotta maligna non aveva tardato a notare.
    “Inutile che fai quella faccia, ti conosco mascherina!”
    Una volta, su richiesta della bella vicina, erano andati tutti e quattro ai giardinetti vicino casa loro per fare delle foto, passando dinanzi alla portineria, Nando con un sorriso:
    “Buona passeggiata signori!”
    Denise: “Cosa voleva dire il portiere?”
    Alberto: “Quello che ha detto, buona passeggiata.”
    Alberto aveva dato il meglio di sé (come fotografo). Quando riprendeva  Denise cercava per lei pose seducenti, sensuali, con la camicetta sbottonata che lasciava intravedere…la baby era pure in minigonna!
    “Faresti una fortuna come fotografo delle dive, vorrei controllare il tuo slip!”
    “Non sono stato io a propormi, la prossima volta dirò di no così non rompi!”
    “Non fare l’offeso tanto non c’è niente da fare, Denise non ama i piselli!”
    “Ecco il perché dell’inseminazione artificiale, quanta bella merce sprecata!”
    “Chiamare merce una donna! Sei un maschilista, in ogni caso sprecata per chi, non per te!”
    Alberto era rimasto deluso, non che pensasse di poter…ma adesso che sapeva che Denise era lesbica… forse avrebbe voluto averne due anche di…
    Il bel maresciallo non lo sapeva ma il destino stava girando a suo favore.
    Una sera verso le ventitré era a letto quando Anna lo abbracciò, stava piangendo.
    Non era il momento di chiedere spiegazioni, rimasero abbracciati a lungo finchè Morfeo li prese entrambi.
    Dell’episodio non se ne accennò per molto tempo quando una sera, dopo mangiato:
    “Vado a trovare Denise…voglio dirti quello che è successo con lei la volta passata: eravamo sul divano quando abbiamo cominciato a scherzare chi avesse il seno più piccolo, ci siamo denudate e Denise ha preso a baciare il mio seno dolcemente, tanto dolcemente da riuscire a farmi godere, non mi era mai successo con te poi  mi ha sfilato gli slip e mi ha baciato a lungo la gatta, non so quante volte ho goduto, avevo gli occhi chiusi e non sono riuscita a ribellarmi ecco il perché delle mie lacrime quando sono venuta a letto, adesso sai tutto ma io ti amo sempre, tantissimo, quello è stato solo un episodio.”
    Alberto era fra lo sbalordito ed il dolcemente sorpreso, malignamente pensò ad un trio ma si guardò bene dal manifestare qualsiasi espressione, strinse solo al petto Anna e la baciò a lungo.
    Denise, Anna e Alberto si evitavano, fecevano in modo di non incontrarsi anche se il maritone pensava che certe situazioni vanno affrontate, inutile nascondere una verità anche se scomoda ma Anna non era dello stesso parere.
    I coniugi M. pensarono bene per un periodo di rifugiarsi a Jesi ridente cittadina in provincia di Ancona presso la cugina Letizia, che poi hanno di ridente certe località Alberto se l’era spesso domandato senza giungere ad ottenere alcuna risposta valida.
    A Jesi Alberto era vissuto con i genitori ed aveva studiato presso il liceo classico. Cercò di riallacciare una relazione con qualche compagno di scuola ma con scarsi risultati, ognuno  aveva famiglia, erano finiti i tempi della goliardia e così prese a girare in Jaguar nei paesi vicini, in particolare a Cingoli in provincia di Macerata dove aveva vissuto,in tempo di guerra.
    L’acquisto della Jaguar gli aveva procurato qualche problema presso il suo comando. Un maresciallo che spende 39.000 €. per una macchina di lusso qualche spiegazione doveva pur darla, in considerazione anche del fatto che cinque suoi colleghi erano finiti a Gazzi (carcere di Messina) per concussione.
    La questione fu risolta presentando la documentazione da cui risultava la vendita di una villa di sua zia Giovanna deceduta di recente.
    I coniugi Notari, cognome del marito di Letizia, erano dei buongustai e quindi il quartetto passava la maggior parte del tempo o all’acquisto di cibarie (i cappelletti una specialità favolosa) o in qualche ristorante alla moda anche sulla costa adriatica.
    Dopo quindici giorni Alberto e Anna si guardarono in faccia e, all’unisono decisero che era giunta l’ora di levare le tende con grande dispiacere dei cugini ma il richiamo di casa si era fatto sempre più forte, addio dunque a Jesi in una giornata piovosa.
    La pioggia li accompagnò sino a Villa S.Giovanni sul traghetto per Messina.
    All’ingresso incocciarono Nando:
    “Novità?”
    “Sai quella signorina svedese con un figlio che abita allo stesso tuo piano, è stata ricoverata nella clinica S. Rita, non si sa bene cosa abbia, è giunto anche un suo parente dalla Svezia.”
    Il gelo era sceso fra Alberto e Anna senza una particolare motivazione, forse quell’episodio fra le due donne aveva lasciato il segno su Denise ma era solo un’ipotesi, una spiacevole ipotesi.
    Il giorno successivo Alberto sentì l’ascensore arrivare al suo piano, di corsa aprì la porta di casa e incontrò un signore alto, biondo di mezza età sicuramente un parente di Denise.
    “Sono Alberto M., io e mia moglie siamo amici di Denise, vorremmo sapere qualche notizia sul suo conto.”
    Il signore si presentò in uno stentato italiano:
    “Fabian Milton, zio Denise, mia nipote ricoverata da settimana, molto dimagrita, medici non sanno cosa ha. Chiede sempre di una Anna.”
    “È mia moglie, sono amiche, andremo a trovarla.”
    Situazione complicata, difficile prendere una decisione, quel chiedere sempre di Anna poneva dei problemi…
    “Che ne pensi, è il caso di andarla a trovare, chiede sempre di te, che pensi voglia dire.”
    “Hai la sensibilità di un mammalucco, sei come tutti gli uomini che pensano alle femminucce solo come trastulli, hai mai sentito parlare di sentimenti, anche gli omosessuali si innamorano, sei proprio un imbecille!”
    Dopo essersi preso dell’imbecille, il buon Alberto per distendersi mise nel giradischi dei CD rilassanti con rumori di bosco, di uccellini, delle onde del  mare, di solito funzionava ma non questa volta, mal di testa, confusione totale, maledizione…
    Il giorno dopo era spuntato il sole, i due coniugi, più rilassarti, con la 500 di Anna raggiunsero la clinica, aspettarono un’ora, non era orario di visite.
    La vista di Denise fu un pugno nello stomaco per Alberto e per Anna: dimagrita, colore del viso terreo, occhi chiusi dopo aver notato la loro presenza, un’infermiera:
    “Non la fate stancare, è molto debole.”
    Fu  Anna a rompere il silenzio, prese una mano di Denise cercando di metterla sullo scherzo:
    “Ti abbiamo lasciato per qualche giorno e ci fai questi scherzi, sai che di dico, vestiti e vieni con noi, abbiano portato da Jesi dei cappelletti da fare in brodo di cappone, vecchio rimedio della nonna, quello che ci vuole per farti star bene, veloce, alzati e abbracciami, lo sai che ti voglio bene, dai…”
     Le parole di Anna fecero un effetto immediato, Denise aprì gli occhi, parve rinfrancata tanto da riprendere un po’ di colorito in viso, si mise seduta sul letto, aveva bisogno di aiuto ma fece capire che voleva andare a casa.
    E così fu. All’arrivo furono salutati da un Nando cerimonioso:
    “Evviva!”
    A casa di Denise a far compagnia al piccolo Daniel c’era una baby sitter, lo zio Fabian era a far la spesa.
    “Per festeggiare un pranzo come promesso con cibi jesini e del Lambrusco che mette sempre allergia.” Alberto faceva il giovialone.
    “Fatto piccolo miracolo, grazie.” Lo zio era felice, non sapeva cosa fosse successo ma l’importante era il risultato.
    “Mia cara, vai a letto col piccolo Daniel che ha bisogno del calore della sua mamma, ti verrò a trovare, promesso.”
    Come finisce questa storia? A favore di quel simpaticone di Alberto che si trovò all’interno di un trio senza aver fatto nulla per meritarselo se non il fatto di essere al centro delle voglie di due signore le quali, dopo un ‘consiglio di guerra’, decisero per una sua ammissione ai loro giochi erotici.
    Il tutto iniziò con la messa a dormire del piccolo Daniel e con una cena a base di cibi afrodisiaci, ammesso che ce ne fosse bisogno!
    Durante il mangiare un silenzio ‘condito’ con sorrisi che preludevano ad un da un abat jour dalla luce azzurrina.
    Anche Anna si era tolta i vestiti, Alberto guardava un po’ istupidito la scena surreale.
    “Imbecille ti vuoi spogliare!”
    Quell’aggettivo da parte di Anna era del tutto meritato! Anche lui ignudo vide le due signore appassionatamente abbracciate baciarsi in bocca voluttuosamente per poi passare sui seni e sulle ‘gatte’ sicuramente bagnate oltre ogni dire.
    Il ‘ciccio’ del giovin signore si era notevolmente ‘inalberato’ e si trovò a penetrare alternativamente nella due ‘chattes’ giungendo quasi subito all’orgasmo ma rimanendo sempre in posizione questa volta molto più a lungo sin quando si trovò a infilarsi un po’ faticosamente in un buchino più piccolo, ma sempre disponibile, quasi sicuramente di Denise che, dopo un po’, gli fece capire che la sua prestazione era alla fine e che doveva ritirarsi in buon ordine per dar modo alle due signore di spassarsela fra di loro.
    Anna completamente anche lei innamorata di Denise (pur dichiarando di amare ancora Alberto) spesso la sera si assentava dal tetto coniugale per passare la serata con la voluttuosa svedese; anche Alberto, talvolta, veniva invitato al desco sessuale.
    In questa storia chi ci guadagnava era sicuramente il maschietto e anche in questa situazione per lui si presentò la regola del doppione: avere due mogli.
    D’altronde qual è il desiderio di ogni uomo? Diciamolo francamente: avere contemporaneamente la disponibilità di due femminucce di cui, possibilmente, una omo.
    Forse Nando istintivamente si era accorto di qualcosa perché quando Alberto passava dinanzi alla portineria alzava un braccio e faceva segno con il pollice e indice uniti conditi da un bel sorriso, son of the bitch!
     
     

  • 22 ottobre 2015 alle ore 17:09
    "U’ Scogliu do Zitu e a Zita"

    Come comincia: Ogni estate, dopo il matrimonio, la località scelta come luogo di vacanza, è stata un piccolo paese della Sicilia meridionale in provincia di Agrigento, luogo natale di mio marito Giuseppe.
    I primi anni ci andavo controvoglia.
    Mi dava fastidio la troppa luce, non sopportavo il caldo torrido, le persone sembrava ostentassero una superiorità che non condividevo e per questo mi erano sinceramente antipatiche. Ogni cosa, poi, lentamente, si vestì di significati diversi… o forse tutto è rimasto uguale e sono cambiata io. Fatto sta che, quando la diffidenza iniziale si è sciolta ed ho cominciato ad avvicinarmi senza timori a cose e persone, il soggiorno è diventato più gradevole.
    Oggi amo quella terra arsa e le sue contrade polverose, il mare cristallino e, quando la mattina, raggiungiamo la spiaggia mi sembra di sentire ancora il profumo intenso dei gigli bianchi che, quarant’anni fa crescevano sulle dune di quella sabbia finissima.
    Era il mese di agosto del 1996 e quella mattina impiegai più del solito per raggiungere mio marito che mi aspettava nella nostra auto sotto casa per andare insieme in spiaggia mentre nostro figlio, poco più di un adolescente, rimaneva a dormire visto che si coricava all’alba come tutti i ragazzi ...e comunque era già qualche anno che giustamente preferiva scendere al mare da solo e raggiungere la sua comitiva.
    Mi dilungavo sempre un po’ in chiacchiere con mia suocera che rimaneva sola a casa.
    “Che prepari oggi di buono? Noi mangiamo qualcosa al bar in spiaggia... ” e sentivo che non le faceva proprio piacere il fatto che il figlio, dopo un anno di lontananza, preferisse rimanere al mare piuttosto che stare un po’ più con lei.
    “Dai vieni anche tu” le proponevo ma lei si scherniva e rispondeva che non aveva più l’età per passeggiare in spiaggia e, accompagnando le parole con il gesto di una mano, mi ordinava: “Vai!”
    Non sono mai stata una nuotatrice provetta.
    Rettifico: non sono mai stata una nuotatrice.
    Amo il mare ma ho rispetto della sua grandezza e della sua potenza. Lo amo e lo temo allo stesso tempo e quest’ultimo sentimento mi ha sempre precluso la gioia di viverlo e apprezzarne tutta la bellezza e la forza di cui è ricco. È stato a causa di questo timore che poche volte sono stata in grado di nuotare nei tratti in cui i miei piedi non fossero sostenuti dal fondale quando, dopo un certo numero di bracciate a stile libero, mi fermavo a riprendere fiato. Senza la sabbia sotto i piedi, allora ma ancor di più oggi, comincio ad agitarmi e ad annaspare invocando aiuto finché non arriva qualcuno...
    Quel giorno era tardi perciò decidemmo di non immergerci in acqua ma di concederci una bella passeggiata.
    Incontrammo subito una coppia di amici di mia cognata ma che erano diventati anche amici nostri, per una certa proprietà transitiva.
    “Passeggiate?”. “Andiamo al faro!”. “Anche noi... andiamo insieme?”... e ci incamminammo.
    E’ stupefacente la varietà di quella costa di mare il cui fiore all’occhiello è la scogliera di marna bianca, una roccia sedimentaria a grana fine formata da calcare e argilla. Scogliera modellata dal vento e dalla pioggia che l’hanno trasformata in una gradinata naturale chiamata, a ragione, “Scala dei Turchi”. Il suo bianco acceso risplende in mezzo ad una costa di tufo arenario, lo stesso materiale rossiccio che tagliato a mattoni viene usato per la costruzione di case ma anche dei bellissimi templi che s’innalzano in una valle di quel distretto agrigentino ....appunto la valle dei Templi.
    La sabbia è chiara e finissima. Il mare è disseminato di scogli scuri e alti di origine vulcanica: paradiso dei ragazzi per le loro esibizioni, tuffi dagli stili più improbabili e spericolati. Come se non bastasse, dopo essere rimasto fermo perché sostituito con uno più moderno, dal promontorio di Capo Rossello, campeggia nuovamente alto il faro con il suo lungo fascio di luce...
    La passeggiata al faro, o meglio sotto il promontorio che lo ospita, è una delle mete più gettonate per l’inusuale spettacolo, che si gode a guardare a naso in su… una parete a picco sotto il faro. Una parete che si sta sgretolando e i cui grandi massi potrebbero venir giù da un momento all’altro tra lunghe scie grigie di argilla che la tappezzano a tratti.
    Ѐ lì che torme di ragazzi si ricoprono di argilla e poi passeggiano lungo il litorale sicuri di richiamare l’attenzione.
    La riva è sempre affollata di bagnanti e si deve procedere per due, perciò mi ritrovai sola con Franca al mio fianco e i nostri mariti po’ indietro. Ogni tanto si fermavano a ricordare le prodezze della gioventù con qualche paesano. A tratti ci giungevano le loro risate e, quando non li sentimmo più, non ce ne preoccupammo.
    Arrivammo al porticciolo sotto il faro proprio nel momento in cui un amico di mio marito, Filippo, stava uscendo, solo, con il gommone per fare un “giro”.
    “Dai, chiedigli se possiamo salire anche noi!” chiese pronta Franca.
    Un sorriso e un “Naturalmente” in risposta ci catapultarono sul gommone. Io e Franca ci sistemammo una di fronte all’altra, Filippo mise una mano al timone e uscimmo dal porticciolo procedendo lentamente e solo quando fu possibile il motore rullò e partimmo... Ebbi una strana sensazione, quasi mi sembrò di non voler più uscire in mare, stavo per chiedere di riportarmi indietro ma guardai il cielo: era sereno e il sole splendeva alto! Non c’era alcun pericolo. Mi girai a guardare la spiaggia ... dei nostri mariti non c’era traccia.
    Mi rilassai e decisi di godermi quella gita in gommone.
    Tra gli spruzzi e il vento che ci sferzava il viso per sentirci dovevamo urlare... ma poi cosa? La felicità era lì  nell’assaporare quei momenti unici.
    Arrivammo a Rocca Gucciarda, che è un isolotto a circa duecento metri da riva con fondali profondi, paradiso dei sub.
    Questo isolotto, che in realtà è formato da due scogli legati da una sottile striscia di roccia, ha ispirato la leggenda in cui due giovani innamorati, per non separarsi come era stato loro ordinato,  si tolsero la vita lanciandosi dalla punta di Capo Rossello. I due scogli sarebbero emersi proprio nel punto esatto dove i due avevano sacrificato la loro giovane vita e per questo Rocca Gucciarda è detta "U’ Scogliu do Zitu e a Zita".
    Filippo fermò il gommone perché è quasi un rito rimanere in contemplazione di quella meraviglia. Strano! Di solito ci sono gommoni e pedalò che gli girano intorno come api attorno al miele. In quel momento nessuno.
    Senza preavviso, senza un cenno di intesa Franca  si tuffò dal gommone... “Faccio una nuotata, dai vieni pure tu!”
    Sapevo che c’erano sette metri d’acqua e per arrivare, al sicuro, su Rocca Gucciarda una decina di metri, ma sfido chiunque, in grado di dare qualche bracciata e rimanere a galla, a non accettare l’invito... e non dico di Franca ma di quelle acque smeraldine, con la loro trasparenza che lascia vedere il fondale di grandi massi ricoperti di poseidonia ed altre alghe. Mi affidavo alla presenza di Franca e del gommone... e sull’esperienza di Filippo praticamente nato in quelle acque.
    Successe tutto nel giro di pochi secondi.
    Franca che non mi conosceva molto bene, visto che mi ero tuffata, pensò che fossi in grado di nuotare da sola e, in modo molto plateale con tanti spruzzi,  raggiunse l’isolotto e ne cominciò il periplo nascondendosi alla mia vista.
    Filippo che sicuramente aveva pensato le stesse cose di Franca, mentre diceva forte ”Torno subito!” girò il timone e diresse altrove... sparendo anche lui dalla vista.
    Mi vidi morta sul fondale.
    Urlai ma Franca non poteva sentirmi e nemmeno Filippo. Ripensai alla mattina quando uscendo di casa avevo inciampato... e qualche giorno prima i tg regionali avevano diffuso la notizia,  di avvistamenti di squali in quelle acque.
    Mi giungeva una musica da lontano. Mi sembrava il ritmo incalzante del film “Lo squalo”.
    Mi guardai intorno non c’erano pinne... mi stavo perdendo dietro fantasie ridicole. Dovevo trovare un modo per rimanere a galla, scegliere tra morire o tirare fuori il coraggio. Sapevo fare il morto a galla e pensai che in quel modo potevo evitare di farlo sul fondo.
    Ogni tanto mi arrivava qualche onda che mi faceva traballare, stringevo i denti e cercavo di mantenere la calma. Ogni tanto tiravo su la testa per guardare verso riva. Mio marito, ne ero certa, aveva visto tutto e, conoscendo il terrore che mi attanagliava in quella situazione, stava morendo di paura come me. Di Franca e del gommone nemmeno l’ombra.
    Se non arrivava qualcuno ... quel pensiero mi avrebbe portato alla fine prima ancora di finire sul fondo. Davanti ai miei occhi passò la mia vita, poi pensai alle cose che ancora dovevo fare, a mio figlio ancora adolescente…
    Il pensiero di mio figlio che poteva rimanere orfano mi dette un ultimo stimolo a resistere.
     Strinsi i denti e gli occhi per non farci entrare l’acqua, ma questa cominciava ad entrare dal naso... Era finita, non mi restava che pregare. Aprii gli occhi per guardare l’ultima volta il cielo e… magia o miracolo non lo so, vidi la mia salvezza: un pedalò che fino a quel momento era stato dietro Rocca Gucciarda e che procedeva col suo ritmo traballante verso di me.
    Mi piace pensare che a sostenermi fino a quel momento sia stato il coraggio e la forza “do Zitu e a Zita”.
     

  • 21 ottobre 2015 alle ore 20:53
    La solitudine

    Come comincia: La solitudine avanza sul filo dell’orizzonte, artiglia anima e cuore di chi, spaesato, arranca lungo i viali. Intorno solo silenzio, schegge di acciaio e cemento svettanti fino al cielo, nubi basse come corona al dolore dell’uomo. Porta il grigio di sere solitarie, il gelo delle finestre vuote sul mondo.
    La solitudine si stende sui prati senza voci di bimbi, né giochi, né tramonto rosso.
    All'imbrunire il cuore sente tutto il peso della propria esistenza, portata con fatica tra errori e disillusioni. Sente tutto il peso della povertà, vissuta come anelito e fame di vita. Sente tutto il peso della mortalità, scacciata in un angolo del cuore nello stordire dei rumori del giorno. Sente di essere solo.
    Eppure è proprio al Crepuscolo che l'anima eleva la sua canzone più struggente, vera e sincera. Eppure è proprio al crepuscolo che l'occhio vede oltre la barriera dei sensi ottenerbrati dall'affanno del giorno, e lo sguardo, lucidato da tutte le opache imperfezioni delle nebbie, appare più cristallino, vivido, luminoso esso stesso, come in "una lente del cuore". Il grande Michelangelo ha saputo dare vita ai colori del marmo, alla vena pulsante della roccia, ed è il Crepuscolo dell'oblio, ed è l'alba dell'Eternità
    Appoggiata ad un albero di noce, una fascina di legna sembra attendere un ritorno. Con occhi stanchi un vecchio cacciatore ritrova storie e ricordi; da tempo ha gettato le armi, da tempo il suo cuore è gonfio di rimpianti. Ma il bosco, con il suo silenzioso abbraccio, scalda le sue ossa, ammorbidisce il suo sguardo, sostiene le sue notti. Dietro la boscaglia i giovani virgulti tessono le loro trame, come fiabe antiche di nostalgia.
     

  • 20 ottobre 2015 alle ore 15:47
    Due passi

    Come comincia: "Vado a fare due passi"
    Capita di usare quest'espressione per indicare la volontà di fare una passeggiata, breve o lunga che sia; ma accade sempre meno frequentemente.
    La fretta e i mille impegni della vita quotidiana, veri o presunti, impongono delle rigide tabelle di marcia che ci privano di quello che in teoria dovrebbe essere il tempo libero dedicato alla spensieratezza, oggi purtroppo si tende a voler riempire qualsiasi spazio libero con "Qualcosa da fare". Già, perché è impensabile non aver nulla da fare. Lavoro, faccende domestiche, riunioni, inviti, scuola, sport e poi il cellulare e il computer, i social e ancora il cellulare, i videogiochi e gli aperitivi con gli amici, le uscite in compagnia e gli immancabili hobby e il proprio io che trionfa.
    Più o meno siamo tutti egoisti ed egocentrici ed è impensabile fare qualcosa se non se ne ha un immediato tornaconto personale. Non mi dilungo oltre, il discorso è troppo complesso ed articolato e in fondo ognuno è libero di occupare il proprio tempo come meglio crede e preferisce, sempre però nel rispetto del prossimo.
    Dunque dicevo: vado a fare due passi.
    Il cielo grigio minaccia pioggia e forse sarebbe meglio non uscire di casa, in fondo non l'ha prescritto il dottore di dover camminare. Ma due passi dove? Sì, perché oggi si tende a programmare tutto, anche la passeggiata all'aria aperta deve avere un percorso prestabilito in modo da calcolare tempi e incontri. "Uffa" Sbuffo come un bambino, oggi ho un paio d'ore libere, non voglio programmare un accidente; esco e mi metto a camminare senza una meta precisa, senza un orario di rientro prefissato.
    Che strana sensazione, cammino per le strade della mia cittadina che è circondata dalla campagna ben tenuta dai contadini e il mio olfatto percepisce strani profumi, un misto di terra e asfalto, foglie bagnate e scarichi di auto e intento a distinguere questi odori mi ritrovo in una via secondaria e i miei occhi scorgono un giardino ben curato cui non avevo mai fatto caso. Eppure non è la prima volta che passo di lì, poi mi dico che anche io faccio parte della massa di automi che si muove su binari e percorsi ben definiti e tutto ciò che mi circonda spesso mi sfugge. Incuriosito mi fermo ad osservare quel giardino: ben curato, con vari tipi di piante e cespugli, rocce disposte a creare uno stagno artificiale e in un angolo l'immancabile focolare testimone di grigliate in compagnia. Senza rendermene conto mi sono appoggiato al recinto per osservare meglio e subito mi accorgo che qualcuno mi fissa, dalla finestra della casa una signora, presumo la padrona, mi lancia occhiate velenose; immediatamente mi sgancio dal recinto e senza fretta me ne vado per la mia strada.
    Poverina, penso, devo averla fatta spaventare, con tutto quello che si sente al giorno d'oggi mi avrà scambiato per un ladro, o per un guardone o forse più semplicemente le dava fastidio che qualcuno stesse curiosando nella sua proprietà.
    Non fa nulla, ho la coscienza a posto, se mai dovessi ripercorrere quella strada eviterò di guardare da quella parte.
    Camminare senza meta ha dei vantaggi, si può decidere all'ultimo istante se imboccare la via di destra o di sinistra, se passare sotto il porticato della palazzina o in mezzo ai giardinetti e non avere l'assillo dell'orologio e una goduria, per precauzione non ho neppure portato con me il cellulare: libero!
    Qualcosa mi dice però che la mia espressione di libertà sia vista dagli altri come un segno di squilibrio, incrocio un signore anziano e lo saluto garbatamente ma lui per tutta risposta grugnisce qualcosa e si gira dall'altra parte, avrà avuto i suoi pensieri Nel frattempo ho raggiunto un viottolo stretto e poco illuminato che attraversa una zona vecchia e mentre cammino a passo normale vedo una signora dal bel portamento camminare in direzione opposta alla mia dal mio lato di strada. Sorrido, non sono un malintenzionato e quando è a pochi metri da me mi appresto a farle un gesto di saluto, ma lei improvvisamente accellera il passo, stringendo forte a se la borsa, abbassa la testa e scarta decisa dall'altro lato della strada. Rallento il passo e mi giro a  guardarla e lei quasi si mette a correre, spaventata solo dalla mia presenza e io ci resto male e le gambe si irrigidiscono. Dopo alcuni istanti mi impongo di riprendere a camminare e pur a fatica mi avvio verso la mia meta, torno a casa, non ho più voglia di fare due passi. Rimuovo dalla mia mente quegli episodi e mi godo l'ultimo tratto di strada fischiettando con il sorriso stampato in faccia.
    Ad attendermi visibilmente in ansia c'è la mia famiglia, mia moglie, i miei figli; sono stato via per circa un paio d'ore, ma quando sono uscito loro non c'erano e quindi nessuno sapeva dove io fossi. Il fatto che poi avessi lasciato a casa il cellulare destava ancor più preoccupazione. Amo mia moglie e i miei figli , sopra ogni altra cosa.
    "Dove sei stato amore? Eravamo preoccupati"
    Appunto, dove sono stato? Cosa ho fatto? Sono stato a zonzo e non ho fatto nulla, solo camminato per il piacere di farlo e il pensiero di quell'attimo di libertà mi riempie l'animo; sorrido, ancora.
    "A fare due passi tesoro, solo a fare due passi"
    Mi guarda e sorride anche lei, ha capito il mio stato d'animo, ha sentito la mia gioia.

  • 11 ottobre 2015 alle ore 19:10
    TAMARO RISUONA COME TITOLO A ME NOTO

    Come comincia: Ho vagato nel vuoto del tempo per quanti furono i miei pensieri; buio e luce si alternavano tra immagini nuove e ricordi passati fin quando l’azzurro mi colpì. Tamaro risuona come titolo a me noto. Indossavo sembianze simili alle tue, ma di passione e lussuria colmai il mio tempio e per causa loro lo lasciai. Vidi il rosso delle mie colpe colorare la porta che varcai, ma il tepore della luce mi impose il perdono ed iniziai a salire. Avevo da poco passato i tre cerchi e più volte tornai alla mia dimora. Tra lacrime e soddisfazioni scorsi inseguire le mie vesti, ma a me negavo tal visione. Cercai vendetta e giustizia e sprofondai in un pozzo grigio di pensieri angusti. Il tormento della vile mano mi coinvolse nel suo deserto e da lì compresi il fuoco. Mi chiedi dove fu la mia dimora, ma non ricordo dove vidi prima luce. Il verde circondava la mia casa e il Sole sorgeva tra due colli, ma non ricordo dove vidi prima luce. Fa per te tanta differenza? Non è forse il Mondo privo di confini? Tu ne sei la prova! Ho origini antiche, lontane nel tempo e nel cammino; ho indossato pelle e seta, oro e fango, ma in questo lampo Tamaro risuona come titolo a me noto. Vuoi moniti al tuo popolo? Vuoi vite alla tua storia? Vuoi nomi al tuo racconto? Chi varca la soglia non torna indietro, non gettare l’eccezione. Di passione e lussuria colmai il mio tempio e per causa loro lo lascia. Non c’era nobile sentimento se non la voglia di colmare l’ego. Non posso parlar di pentimento perché fui ciò che volli e non lo nego. La razza tua sceglie le colpe e le condanne, innalza tribunali e li presiede, ma non esiste ancora creatura che possiede. Ho preso quello che mi è stato dato, da Tamaro, a nessun uomo ho mai rubato. Non abita il deserto per quello che ha compiuto, ma per la presunzione di avere posseduto. Vuoi moniti al tuo popolo? Vuoi vite alla tua storia? Ricordati di me, ma senza alcuna gloria. Non ho vanti nella vita, non morali nella morte; ho solo la certezza di aver scelto la mia sorte. Vuoi vite alla tua storia? Vuoi nomi al tuo racconto? La mia è stata una vittoria, quando ho compreso è cessato il mio tormento.

  • 11 ottobre 2015 alle ore 3:44
    Il paese andante

    Come comincia: C’era una volta un paese né lontano né vicino. Ogni giorno,tutti gli anni, quindi sempre, il paese si spostava. In avanti, in dietro, in diagonale. Scendeva immergendosi in profondità inaudite e si innalzava verso galassie sconosciute. Percorreva chilometri, onde sonore, fasci di luce, correnti marine e flussi ventosi. Cavalcava epoche storiche e si bloccava in attimi fugaci, correva e rallentava, ma nemmeno un giorno, nemmeno un anno, quindi mai, si fermava. Nel paese gli abitanti vivevano rannicchiati in piccole case, con piccole finestre e piccole porte. Spesse mura incorniciavano l’orizzonte e alte coltri di fumo proteggevano la vita da variazioni climatiche, cromatiche ed emotive. Nulla del caotico movimento interspaziale trapelava nelle loro vite. Qualche volta il paese urtava una meteora, finiva in un buco nero o incontrava un eroe, allora una piccola finestra si colorava di una strana luce, o qualcuno piangeva, ma erano casi rari, veramente eccezionali. Una volta il paese si era messo a cavalcare con le valchirie e per un attimo Federico ,il giornalaio, aveva sentito come una brezza accarezzargli la folta chioma bruna, un brivido lungo la schiena ,quasi un sorriso, ma subito cessò <<Forse il cane ha starnutito!>> si disse, e tutto rimase esattamente uguale. Anche la chioma. Quanto più il paese si muoveva tanto più i suoi abitanti restavano fermi e col passar del tempo avevano cominciato a mettere radici. La folta chioma bruna del giornalaio divenne un crespo cespuglio dove merli, corvi e ogni sorta di ragno faceva il nido. Presto ognuno rimase bloccato al suo posto fino a fondersi con esso. Il cane divenne la sua cuccia, il sindaco il suo municipio, Federico la sua edicola, e perfino Tina, la nutrice, il suo latte. Quando tutti furono ben saldi a terra, pietrificati, il paese si fece d’un tratto pesante e per la prima volta nella sua lunga vita, si fermò. Bloccato in un luogo imprecisato cominciò ad invecchiare. Lui che era nato mille e mille volte, mutando forme e prospettive, ora non poteva che osservare sempre dallo stesso punto la sua lenta e inesorabile fine. Prima non poté più muoversi, poi non poté più guardarsi intorno e infine non rimase che lui stesso, la sua posizione e i suoi immobili abitanti. L’usura attaccò per prima la spessa coltre di fumo che prese a dissolversi lentamente. Poi fu la volta delle mura che si sgretolarono minuziosamente, senza lasciare traccia. Quando entrambe le barriere furono sparite, il paese, ormai un rudere, vide per la prima volta gli abitanti o almeno ciò che restava delle loro piccole vite ferme e lento, inesorabile, finì.

  • 10 ottobre 2015 alle ore 22:32
    Ad Un amico

    Come comincia: I momenti andati, sono andati; lo dice la parola stessa.
    A volte, li si pensa sorridendo come per incanto, quando basta un attimo per ricordarsi delle difficoltà del momento dell'epoca e di tutto il resto. Poi, ora, il tutto il resto è già passato; ora hai un altra concezione del tutto il resto che quasi ti spaventa sapendo che sei già dentro.
    Il tutto e il resto è l'aria che si fonde al mio corpo ogni istante, come fossi sempre un ombra in corsa. 
    Il tutto e resto è quello che scorre, giorno per giorno, ieri come oggi è già domani. Poi ti fermi e in quell'attimo rifletti su tutto questo una sera nel calore dell'ebbrezza notturna scrivendo ad un amico sperando che stia bene e tutto il resto.

  • 10 ottobre 2015 alle ore 20:51
    Tartaruga...

    Come comincia: - La mia vita, ormai, aveva la particolare andatura della tartaruga. Dire lenta è dir poco, meglio sarebbe dire al rallentatore o, usando un’espressione presa in prestito dal gergo sportivo, alla moviola. Ogni spostamento mi costava, non solo fatica ma soprattutto tempo. Chi ha vissuto come me, malata di Parkinson, avrebbe diritto a un’altra vita con un recupero di anni... − e, pronunciate le ultime parole, Giulia si rilassò, cercò un appoggio... qualcosa dove sedersi, ma non trovò nulla che potesse servire a quel fine.
    Era avvolta da una specie di nebbia, non le giungevano né suoni né rumori; si trovava in un luogo di cui non vedeva né inizio né fine. Intorno a lei né pareti né alcun elemento di arredamento. 
    Fermò lo sguardo sulle mani bianche e curate del funzionario, sorprendentemente giovane, a cui si era rivolta e la cui tunica rosa dichiarava il sesso che le era stato assegnato nella prima vita. Il funzionario, il supervisore colui che vagliava le richieste dei nuovi arrivati e decideva quali inoltrare all’Altissimo, rimase per alcuni lunghi secondi, in silenzio.
    Il suo sguardo era sereno, non lasciava trapelare emozioni di sorta, osservava Giulia un po’ affaticata anche se avevano comunicato telepaticamente. Quando comunicò alla donna che avrebbe mandato avanti la sua richiesta, le sorrise e la invitò a seguire l’angelo che aveva accanto:
    − Vai con lui, ti guiderà nel luogo dove aspetterai fino a che non sarà deciso se dovrai indossare la tunica di anima o tornerai sulla terra dove vivrai un'altra vita.
    Giulia seguì l’angelo e giunse in un luogo apparentemente più aperto: non capiva se le dimensioni fossero una conseguenza del numero dei presenti o per altro motivo... 
    Comunque non c’erano alberi, animali, fiumi o prati e, in alto e in basso, né cielo né terra, ma una coltre di nuvole tra il grigio perla e il celeste polvere. Non somigliava nemmeno lontanamente a un interno, non poteva essere un luogo chiuso come una stanza o una casa. Dove si trovasse, però, continuava a ignorarlo.
    Man mano che si addentrava in quello spazio, incontrava varie persone, di etnie e lingue diverse.
    Cominciò a comprendere: doveva essere una specie di anticamera, un limbo rivisitato per altri scopi.
    Erano proprio persone perché non avevano tuniche rosa o celesti; anime dentro gli involucri dei corpi, non ancora private della parte mortale degli esseri viventi. Apparentemente camminavano senza degnarsi di una parola, e invece stavano tutti scambiando due chiacchiere. Ognuno aveva il proprio problema, tutti aspettavano una risposta.
    Passando sentì un tizio che diceva al suo vicino:
    − Io ho lavorato tanto, ho corso in lungo e in largo per il mondo, ho avuto una famiglia numerosa... pensa avevo otto figli! Mi sono stancato da morire... letteralmente! Ho chiesto di poter vivere una vita più tranquilla con un lavoro meno faticoso. Mi piacerebbe avere una moglie sola, anche se non mi dispiacerebbe poterla alternare con altre sempre, si intende, una alla volta; di figli basterebbe un maschio o una femmina, o l’uno o l’altro. Niente suoceri da accudire, niente cognati da accontentare... magari un amico... me ne basterebbe uno.
    La risposta del vicino lo sorprese:
    − Non condivido la tua richiesta, ma ognuno conosce i propri limiti e, avendole vissute, le difficoltà di certe situazioni... perciò tu non vorresti ritrovarti in una famiglia numerosa mentre io chiedo proprio questo che tu non vuoi. Sai, sono stato figlio unico...
    − Ma tu, qui, non conosci nessuno? Un mio amico si è fatto presentare un Santo che sa come arrivare all’Altissimo! − lo interruppe l’altro.
    − No! Non è possibile! Non può essere, anche qui per sbrigare una pratica ci vuole un santo in Paradiso! − sbottò Giulia che si infervorò talmente che sentì per un attimo il cuore battere precipitosamente come non l’aveva più sentito da quando era arrivata in quel sito che non osava definire con un termine preciso. 
    − Sono viva o meno o almeno ho ancora l’opportunità di esserlo? – si domandò ma non riuscì a rispondersi e neppure a formulare la domanda a qualcuno del luogo.
    Altre domande cominciarono ad affollare la sua mente.
    − Se vivrò ancora o ne avrò l’opportunità come imposterò la mia vita, cosa cambierei, quali errori dovrei evitare?
    Le domande si moltiplicavano e Giulia si sentiva sempre più confusa.
    Tornò al pensiero che l’aveva turbata: “Un Santo in Paradiso” e si disse che un paradiso di quel tipo non lo avrebbe voluto e altrettanto non gradita sarebbe stata una condanna all’inferno dove favoritismi e corruzione sono il pane quotidiano del diavolo...
    − Forse non sarà proprio così ma per saperlo bisogna passarci− pensò e a questo pensiero le vennero i brividi.
    Riprese ad argomentare intorno alla tesi iniziale e parlò, o almeno le sembrò, di parlare ad alta voce a qualcuno che l’ascoltava o forse stava solo riflettendo.
    − Per giustizia dovrei avere un’altra vita col recupero del tempo perduto. 
    Quale vita, però, è priva di difficoltà? E quali difficoltà sconosciute sono migliori, più sopportabili delle nostre? Chi è sfortunato una volta potrebbe esserlo sempre e una vita da tartaruga avrà i suoi limiti ma...
    Avrebbe voluto uscire da quel sito, o sogno o incubo che fosse, perché aveva sentito il suo cuore battere e con quel battito in lei era nata un’ultima speranza.
    Campare ancora qualche anno sarebbe stato bello!
    Così, come se volesse inviare un messaggio o una richiesta in alto, proclamò con voce alta e chiara, sperando di essere ascoltata:
    − Se sono viva o meno non lo so. Quel che c’è dopo la morte non lo so… so solo che vorrei  scoprirlo il più tardi possibile. 

  • 10 ottobre 2015 alle ore 12:34
    Politica e sobrietà

    Come comincia: Se la politica fosse come il vino, capirei l’esser moderati, ma la politica, quella che sa di buono, quella che ha il sapore della libertà di espressione, quella che odora di verità, quella che ha il colore della giustizia e la fragranza della solidarietà, ha la purezza dell'acqua di sorgente. Ubriachiamoci di libertà, inebriamoci di verità, sbronziamoci di giustizia; esageriamo; balliamo fino alle luci dell’alba sui resti di una notte meschina, rifugio di mentecatti con addosso il vestito della moderazione. Reclamiamo la luce della Politica Alta per illuminare nuovi orizzonti e affidiamo all’oblio quel piccolo mondo antico impolverato di ipocrisia, immobile e triste come una lapide sotto la pioggia di novembre. Un giorno svanirà e lascerà spazio ai colori e alla bellezza.

  • 01 ottobre 2015 alle ore 16:41
    GELO - sia

    Come comincia: Vi è nel Creato una Sorella di verde colorata, così la fece lo scultore di Sorelle, ma forse forse nel suo pensiero, l’immagine non aveva ben presente di colei che stava per plasmare. Aveva già costruito e ora andava per rifinire, pennelli in mano e creta animata, altre sue Sorelle, tutte variegate. Una l’ornò con un cappello in testa, che a scuoterlo cadevan fiocchi, d’arcobaleno colorati, e la chiamò: Serenità. A un’altra mise in grembo un grembiule largo largo, colmo d’ogni curiosità, che ella teneva con una sol mano legato, e coll’altra ne spargeva il contenuto, la chiamò: Gioia. Ne aveva un’altra già pronta da rifinire, volle distribuirle ben bene il colore sulle labbra, che fece rosso acceso, in un bel sorriso, e quando apriva bocca, pareva espander fiori a ogni parola, e la chiamò: Sincerità. All’ultima arrivò, aveva il corpo rigido e il viso contrito e arrabbiato, non riusciva in nessun modo a modellarne le fattezze: com’egli plasmava la creta animata, di nuovo tornava alla primaria sembianza. Non v’era modo di cambiarne il verso. Pensò, lo scultore di Sorelle, di chieder aiuto ad ogni elfo e ogni ondina e ogni spiritello lì lì fra i colori celati; accorsero subitaneamente a mirare e rimirare il soggetto del dilemma. Provarono tutti, da foga presi, a levigare e colorare, a fare gesti strambi per la materia ammorbidire, che un po’ pareva mutare la struttura, a dire il vero, ma dopo il primo istante, rigida tornava, chiusa nel suo broncio annodato, e nulla nulla la smuoveva. Chiese allora, lo scultore di Sorelle al Cielo, che gli desse soli ridenti e nuvole giocose e arcobaleni lucenti, da mostrare a quella Sorella, che sua materia s’ostinava a tener stretta in rigidezza, chissà che commossa da tal bellezze, potesse esser ella più pronta alla dolcezza! Non vi fu risultato alcuno, ella restava tal quale. Insorsero allora i colori e i pennelli e l’altre crete animate, fu un frastuono di voci e di rumori: a terra rotolavano i vasetti a spander sul terreno il loro contenuto colorato, le crete inveivano per il tempo perso che le faceva secche, sole e nuvolette e arcobaleni, dolenti s’attorcigliavano su se stessi; lo scultore di Sorelle , arreso si sedette, le mani a stringere la testa, lo sguardo annegato di pianto, le Sorelle tutte accanto. Così i pennelli commossi dal dolore dello scultore creatore, e d’accordo tutt’insieme raccolsero le sue lacrime, e al popolo di elfi e ondine e spiritelli e vasetti del colore e crete animate, le mostrarono. Ognuno commosso, andò a consolare lo scultore e a raccattare l’altre lacrime, quando furono raccolte tutte, le misero l’una sopra l’altra, e man mano che il cumulo cresceva, davanti a quella creta rigida, divenivano gelate. Guardavano stupiti tutti e in ognuno balenò, nello stesso istante, il nome giusto da dare all’ultima fatica dello scultore di Sorelle, a quest’ultima Sorella: Gelo- sia. I pennelli intanto, per finir l’opera, intingevano la punta nel rimasuglio di colori, da tal miscuglio venne fuori un verdognolo spento. Fu così che la Sorella di creta rigida restò per sempre di colore verde, e fu perché gelò perfino le lacrime del suo creatore, che le restò il nome che ogni elfo ondina spiritello e creta animata e anima del Creato le avevano dato: Gelo-sia.
     

  • 31 ottobre 2014 alle ore 18:31
    Terra mia.

    Come comincia: Sono italiana, amo la mia terra, amo la gente, con le sue imperfezioni, me le sento dentro. Ho girato il mondo, ma nessun posto mi da emozioni intense come quelle che ho qua.

  • 30 ottobre 2014 alle ore 13:17
    Corto # 12 - Favola breve

    Come comincia: Lui era un lampione, lei una strada buia. Unendosi fecero la notte, la più poetica e malinconica di tutte.

  • 30 ottobre 2014 alle ore 7:47
    Amore incompreso.

    Come comincia: Ho amato un uomo più della mia vita, a lui ho dato tutto di me per anni; per me era l'universo, era l'immenso dentro di me. I continui dispiaceri che mi ha dato hanno spendo l'amore. Ovvio da parte mia, da parte sua è rimasta una dipendenza. 

  • 29 ottobre 2014 alle ore 23:46
    La donna.

    Come comincia: La donna ti darà l'illusione che tu sia il capo, ti dirà si, ma sarà un no, ti farà credere che senza te non potrà vivere. Ma sappi che lei sa vivere senza di te, sa organizzare la sua vita, decide sempre lei cosa vuole fare. La donna comanda il mondo nella realtà quotidiana. Ricordalo. Il mondo è delle donne, non degli uomini e lo dimostrano tutti i giorni nel loro piccolo. 

  • 29 ottobre 2014 alle ore 23:31
    Conquistare il cuore di una donna.

    Come comincia: Gli uomini pensano che con un mazzo di rose, con una vacanza, con un anello, con una cena conquistano il cuore di una donna... non è affatto così. Una donna la conquisti giorno dopo giorno, con le attenzioni, conoscendola profondamente nella sua profondità, dedicandole tempo, attenzioni, dimostrandole il tuo totale interesse, dimostrandole la tua fedeltà, il tuo costante desiderio del suo corpo e molto altro. Solo allora conquisterai il suo cuore e il per sempre dipende dalla tua costanza.