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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 29 dicembre 2019 alle ore 20:58
    L'élite

    Come comincia: Lettera aperta ai figli di Lori, mia cugina (secondo il codice civile).
    Cari bambini,
    non ci conosciamo e spero continui ad essere così, a meno che non dimostriate di avere una mentalità diversa da quella di vostra madre, vostro nonno, vostra nonna, etc, ma credo sia difficile.
    Ad ogni modo vorrei parlarvi della mia conoscenza con vostra madre, perché bisogna sapere da dove si viene.
    Il ricordo più remoto che ho di vostra madre è quando lei doveva avere quattro o cinque anni. Quindi io ne avevo tredici o quattordici.
    Ricordo che a quell’età vostra madre si lamentava sempre, emettendo un iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii come pianto lamentoso. Interpretavo quel lamento come dovuto al fatto che si sentisse/venisse esclusa dal nostro gruppo di cugini, dai nostri giochi di ragazzi più grandi. Vostra madre era la più piccola.
    A me, come a mio fratello minore, mio padre, mia madre, dispiace vedere qualcuno che sta male e, soprattutto, già sapevo cosa significasse essere esclusa, così, per farla sentire meglio, la prendevo da dietro da sotto le braccia e, girando su me stessa, la facevo roteare. Lei smetteva subito di piangere e rideva contenta.
    Quando smettevo, strillava: <<Ancora!>>. Ricordo una volta che dissi: <<Un momento, a me gira la testa, mi devo riprendere>>.
    Naturalmente ci vedevamo in altre occasioni, minimo minimo alle feste di Natale, però il successivo ricordo che riguarda specificatamente vostra madre è quando voleva scegliere la facoltà universitaria.
    No, c’è ne è un altro, anche se è un ricordo indiretto. Era il 1991 o dintorni, mio fratello Alberto tornò a casa la sera dicendo che aveva incontrato vostra madre che gli aveva detto: <<Hai sentito che belle parole si sono scambiati i nostri genitori ieri sera?>>.
    Cosa era accaduto la sera prima? Aveva telefonato mia zia Linda, sconvolta. Mia zia era nata quando mio padre aveva 25 anni, quindi capirete che mio padre per lei era più un padre che un fratello. Mia zia era sconvolta: vostro nonno, suo fratello maggiore di dodici anni, l’aveva citata in tribunale. Mio padre telefona a vostro nonno e vedo mia madre strappargli la cornetta di mano ed urlarvi dentro: <<FAI SCHIFO!>>. Non chiedete conferma a mia mamma, tanto dirà che non si ricorda. Mia madre, beata lei, non si ricorda quello che non vuole ricordare.
    Torniamo a quando vostra madre voleva scegliere la facoltà universitaria.
    Non ricordo per quale motivo, ero a casa dei suoi genitori con il mio (ahimè) ragazzo e ci chiese consiglio.
    Le dissi: <<Dipende da quello che vuoi fare>>. Rispose: <<Voglio fare i soldi>>.
    Con me cascava proprio male. Io avevo fatto l’università ob torto collo, perché non avevo saputo tenere testa a mio padre che mi denigrava: <<E che vuoi fare con un diploma di maturità scientifica?>>. Hai voglia all’epoca quante cose potevi fare con una maturità scientifica! Oltretutto conseguita con il massimo dei voti come avevo fatto io. Lo avevo detto proprio io ai miei compagni di classe pochi mesi prima. Qualcuno aveva chiesto alla professoressa di filosofia e storia a che servisse prendere 60 (il massimo voto all’epoca) all’esame di maturità. LA professoressa girò la domanda a me. Mi volsi verso chi aveva posto la domanda e risposi: <<Per esempio il banco di S. Paolo ha appena emesso un bando di assunzioni rivolto a diplomati con 60/60>>.
    E mi sa che vostra zia, la sorella maggiore di vostra madre, che si era appena laureata in giurisprudenza, proprio poco dopo questo episodio di vostra madre che chiedeva consiglio, partecipò ad un bando della S. Paolo per diplomati con il massimo dei voti e fu assunta. (Poi ha lasciato anche, immagino, per avere maggiori soddisfazioni ed ora sta dove sta).
    Tornando a vostra madre che affermava: <<Voglio fare i soldi>>, dicevo, con me cascava proprio male.
    Io avevo scelto la facoltà che avevo frequentato per:
    1) influssi familiari;
    2) perché sembrava che me la cavassi meglio con la matematica e la logica che con l’italiano;
    3) perché speravo mi permettesse di trovare lavoro senza ricorrere a raccomandazioni;
    4) e non avevo seguito mio fratello maggiore che si era iscritto alla facoltà di informatica, solo perché ritenevo che quella che avevo scelto io offrisse anche altre strade.
    E così vostra madre voleva fare i soldi (intento in cui è riuscita benissimo), io puntavo solo ad un modesto lavoro che mi permettesse di vivere, tanto è vero che a 18 anni per me il massimo sarebbe stato ottenere un bel posto alle Poste, magari nella mia città natale così da poter continuare con i miei hobby: pallavolo, studio del pianoforte, canto corale. Cosa potevo rispondere a vostra madre? Infatti non risposi, ma pensai: <<Allora va ad aprire una saracinesca>>, intendendo apri un negozio. Avevo evidentemente ancora una mentalità di provincia.
    Poi vedo vostra madre alla sua festa di laurea.
    Poi, purtroppo, alla festa del mio matrimonio. Purtroppo perché i parenti lato paterno non li volevo, infatti al massimo volevo invitare solo gli amici, ma mi sono rovinata definitivamente la vita trasformandomi di nuovo nella figliola di provincia obbediente che segue le tradizioni.
    Quando ho rivisto di nuovo vostra madre? Era convalescente di qualche cosa a casa dei genitori e mio marito ed io, vicini di casa dei vostri amorevoli nonni, le andiamo a fare doverosa visita portandole una scatola di cioccolatini. Realizzo che tutta la visita è tirata e vostra madre mal tollera la nostra presenza. Quando usciamo, da dietro l’uscio sento vostra madre che comincia a sforbiciare.
    Poi arriviamo ai primi di gennaio del 2006. Vostra madre è seduta con vostra zia nel salotto di casa mia per parlare con mio marito della causa dell'agitazione del loro riverito padre la precedente mattina di Natale del 2005.
    Il loro riverito padre aveva telefonato a mio padre esprimendosi in modo brusco, tanto per glissare.
    Poi ci incrociamo ai primi di giugno del 2006. Sta scendendo le scale con il suo fidanzato, immagino il vostro futuro padre, nella palazzina dove abitavo e ci incrociamo davanti la porta di casa nostra. Ero con mio marito. Vostra madre si ferma a fare le presentazioni e aggiunge, con aria schifata: <<Loro abitano qui, a piano terra>>. Pensai: <<Loro invece abitano all’ultimo piano, nell’appartamento che gli ha regalato mio padre>>.
    Come al solito, pensai. Non dissi.
    Specifichiamo. Non è che proprio glielo ha regalato mio padre. L’appartamento dove vivono da più di cinquant’anni i vostri nonni materni e dove è cresciuta vostra madre fu costruito in un terzo momento sul terrazzo di una palazzina di due piani. Costruito con i soldi lasciati dal padre di vostro nonno paterno e con il lavoro gratuito di mio padre ingegnere. Anche il sottotetto che lo protegge, costruito dieci anni dopo, fu costruito con il lavoro gratuito di mio padre ed io ho intuito che mio padre mise mano pure alla tasca.
    Quando è stata l’ultima volta che ho sentito parlare di vostra madre? Anzi, che ho sentito parlare vostra madre? Erano i primi di luglio del 2008 e vostra madre era sul balcone sul retro dell’appartamento di vostro nonno e stava parlando al telefono.
    Intuii che stava parlando con mia madre che era alla casa al mare e si accordava con lei per raggiungerla allo scopo di consegnarle il biglietto di invito al suo matrimonio e ritirare il regalo, la busta coi soldi preparata da mio padre.
    Quella sera, tornando a casa con mio marito, trovai a terra un biglietto che era stato infilato sotto la porta. Diceva: “C’è posta per voi”.
    Dovete sapere, cari bambini, che da un anno avevo ottenuto di installare una cassetta delle lettere nell’ingresso del palazzo. Gli altri vicini si erano sempre rifiutati perché le cassette erano ‘antiestetiche’ e fuori non c’era spazio e altri problemi. Le lettere di tutti erano disposte su quel davanzale che conoscete all’ingresso del palazzo alla mercé di chiunque passasse. Avevo insistito, perché nell’estate 2006 avevo dovuto realizzare che le mie bollette venivano aperte col vapore. Naturalmente è solo una mia fantasia.
    Andai a controllare in cassetta: c’era l’invito al matrimonio di vostra madre. Vi scrivo sopra “RESPINTO AL MITTENTE” e lo lascio sopra il davanzale.
    E questa mia risposta sancisce la fine dei miei rapporti con vostra madre.
    Pochi giorni prima mio marito aveva trovato in cassetta un plico da parte di vostro nonno. Diceva che dovevamo tornare ad essere una famiglia, che dovevamo metterci una pietra sopra, etc etc.
    Anche mio marito aveva respinto al mittente.
    Qui penso che avrei dovuto usare il coltello che avevo dalla parte del manico. Il tizio, vostro nonno, voleva che andassi al matrimonio della figlia. Dobbiamo metterci una pietra sopra? Bene.
    Caro zietto,
    a) scrivi una lettera di scuse a mio marito ed a me, firmala e falla firmare agli altri tre vicini, per annullare tutti gli insulti e calunnie che hai dettato alla tua amica in quella specie di pseudo-relazione che hai fatto firmare a tutti;
    b) annullate, tu ed i tuoi amici, la delibera assembleare in cui (me assente) avete dichiarato ‘insufficiente’ il bilancio consuntivo che tre mesi prima avevate approvato all’unanimità (poi dicono che sono gli altri ad essere ‘schizzati’ con la testa) ed in base alla quale vi siete trattenuti i miei 140 euro di credito a colmare i vostri 80 e 60 euro di debito che non avete mai cacciato dalle vostre tasche;
    c) scrivete una lettera di scuse a mio marito, al suo avvocato ed a mio padre ai quali il 5 aprile 2008, sabato, avete fatto pervenire un’altra lettera di illazioni;
    d) caro zietto, che vivi con la tua famiglia nell’appartamento costruito grazie al lavoro gratuito di mio padre e che non hai pagato una lira quando nel 1998 mio padre ha mandato una ditta a risolverti l’eterna infiltrazione d’acqua nella parete del tuo studio e lasciamo perdere il resto, ritira la citazione pervenuta a mio marito tre mesi prima in cui chiedi in tutto circa € 58, a coronamento delle tue precedenti ed ugualmente infondate richieste.
    No. Non feci presente tutto questo a vostro nonno materno. Ritenevo che potesse arrivarci da solo.
    Ho capito solo di recente che avrei dovuto spiegargli bene punto per punto. Le persone ipersensibili, quale sono (o ero) io, non capiscono che gli altri non sentono come loro e non hanno le stesse intuizioni.
    Ma poi in realtà con quella gente non volevo proprio più averci a che fare e, se vostro nonno non ci arrivava da solo, avevo pienamente ragione.
    Solo per la cronaca. Il giorno dopo il matrimonio di vostra madre (ed immagino di vostro padre), arrivò a mio marito l’ennesima lettera, anzi una lettera raccomandata, di un altro avvocato (il quinto).
    Né io e mio marito né nessun altro componente la mia stretta famiglia di origine, mi assicurò mia madre, si recò al matrimonio. Ma, come sapevo e mi aspettavo, la lettera, anzi la raccomandata dell’avvocato, sarebbe arrivata anche se vi fossimo andati. Era già tutto preparato.
    Cari bambini, perché ho deciso oggi di raccontarvi tutto questo? Perché è Natale ed a Natale si pensa alla famiglia.
    E perché pochi giorni fa mi è capitato davanti agli occhi l’articolo che allego. E che mi ha fatto pensare a vostra madre.
    https://oasisana.com/2019/12/20/5g-golpe-lobbista-nel-parlamento-europeo-principio-dinnovazione-sostituira-quello-di-precauzione-salute-in-svenduta-alle-aziende-buchner-sfacciati/?
     
    Un eurodeputato ha definito una cosa sfacciata mettere gli interessi dell’industria [io aggiungo i propri interessi] al di sopra della sicurezza delle persone. E questo eurodeputato ha anche affermato che per lui ancora vale l’uomo prima del profitto.
    L’articolo dice che al Parlamento Europeo il dibattito sui pericoli dell’Internet delle cose si fa sempre più acceso. Le lobby delle industrie interessate pretendono di inficiare la sensata richiesta di uno studio preliminare sugli effetti socio-sanitari dell’inesplorata tecnologia 5G.
    Perché questo articolo mi ha fatto venire in mente tua madre? Perché pochi anni fa appresi da Facebook (forse le ho inviato un messaggio di promemoria delle azioni paterne) che mia cugina Lorenza ora lavorava presso il Parlamento Europeo. Ne desunsi che avesse lasciato il suo lavoro presso una nota multinazionale di detersivi e non solo a Brussels dove da qualche anno era stata nominata dirigente.
    Sapete bambini, leggendo articoli sul 5G ho letto che si tratta di una operazione “prendi i soldi e scappa”, ossia gli operatori coinvolti sanno benissimo che è una tecnologia che fa male, ma prima che la popolazione mondiale cominci ad essere decimata loro si saranno messi un sacco di soldi in tasca grazie a noi gonzi che faremo gli abbonamenti 5G, compreremo i dispositivi adatti al 5G, televisioni (è prossimissimo in Italia) ed elettrodomestici compresi.
    Se ne leggono di sciocchezze in giro, vero?
    Ricorre anche un’altra immagine tra gli oppositori del 5G: quella di una élite che si mette al sicuro mentre il popolino si estingue, addirittura una élite che avrà macchine, robot a servirla.
    Simile all'idea dell'élite che ha pianificato di salvarsi nel film '2012'. Solo che nel film la distruzione dell'umanità è causato da eventi naturali, mentre nell'immaginario di chi è contro il 5G i potenti ed i ricchi della Terra sanno che con il 5G (e con altro) stermineranno l'umanità, diventata troppo numerosa, secondo loro.
    E tuo nonno, tua nonna, tua madre hanno sempre cercato di fare parte dell’élite. Si sono sempre vantati di fare parte dell’élite, vivono per questo.

    Sapete bambini, in agosto ho visto un programma del giornalista Paolo Mieli in cui si leggeva cosa Lenin diceva di Stalin, di come Lenin mettesse in guardia i suoi collaboratori da Stalin. A me è venuto in mente vostro nonno. Anche mio nonno paterno, il padre di vostro nonno materno, aveva messo in guardia gli altri fratelli da vostro nonno, ma mio padre, troppo affettuoso con tutti i fratelli, non gli ha dato retta.

    Ed un'altra cosa. La geopolitica attuale che punta sul 5G mi ha fatto venire in mente il film “Il dottor Stranamore”.
    E stamattina indovinate a chi mi ha fatto pensare il personaggio del dottor Stranamore, interpretato da Peter Sellers?
    Baci.
     

  • 28 dicembre 2019 alle ore 7:42
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto, senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico, che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.

  • 24 dicembre 2019 alle ore 14:05
    Christmas Dinner

    Come comincia: Stava seduto sulla poltrona in finta pelle nera con la faccia rivolta allo schermo del computer.
    La fluorescenza del monitor rendeva la cute del volto e delle mani colore azzurrognolo biancastro.
    Carlo Rossi componeva parole per risposta ai commenti lasciati dagli amici e lettori all’ultimo racconto horror, edito sul “Blog” personale.
    C’era di tutto.
    Dai saluti per il Natale, ai complimenti per le foto di figli e nipoti.
    Si dedicò  ai più  pertinenti tra questi e impilò: Ti ringrazio per la visita ed i bei complimenti. Sì,  è giusto, il racconto è una visione onirica infarcita di ossessioni...
    La moglie lo chiamò in quel momento:  Carlo, mi daresti aiuto? disse dolcemente parlando sull’uscio della cucina - sono in ritardo col preparare la tavola.
    Erano quasi le sette di sera e  tante le cose daffare prima dell’arrivo degli ospiti.
    - Un attimo soltanto, ringrazio i miei amici, rispose e in cerca di comprensione da parte della compagna aggiunse - sai l'ultimo lavoro sta andando bene…
    Era mai possibile? Si domandò la moglie.
    Sempre impegnato con quella passione.
    Poi sbuffò e disse: Sì, amore. È andato assai bene il tuo raccontino. Lo so. Me lo hai detto.
    Del resto Carlo tutti i giorni le faceva il riassunto di quanto aveva scritto e delle reazioni dei lettori.
    Non che non fosse contenta per lui, ma davvero: il marito sembrava non avere altra passione di scrivere.
    Del resto con la pensione, aveva acquisito molto tempo per sé e non c’era niente di male a trascorrerlo alla tastiera.
    Forse la moglie, Maria avrebbe preferito vederlo inchiodato sul divano di casa a vedere la Tv  o che lo trascorresse a giocare a carte o alle “macchinette” del bar?
    Lei tornò a sfaccendare.
    Lui riprese  a osservare lo schermo.
    Rilesse quanto finito di scrivere ad Eleanor.
    Indubbiamente un grazioso sostantivo femminile in grado di nascondere di tutto, da una bella principessa ad uno qualsiasi dei sette nani.
    Per quanto la conoscesse da un poco di tempo, Eleanor poteva veramente essere sia il lupo cattivo in cerca di cappuccetto rosso o la nonna o anche l’orco cattivo di Pollicino, seppure, in alcuni momenti, si soffermasse a pensarla al pari della dolce fatina di Pinocchio e fosse tentato di domandarle il telefono all’insaputa di Maria.
    Per certo però, Eleanor era un suo lettore assiduo e aveva lasciato un commento.
    Non risponderle sarebbe apparso come mancanza di rispetto o da spocchioso.
    - Sono davvero contento che tu abbia gradito il racconto Eleanor. Spero di scrivere ancora parole così belle come mi è capitato. Mi siete tutti vicini, grazie!
    Sì, indubbiamente interessare con i ringraziamenti tutto il pubblico pareva essere una buona idea degna di un grande autore.
    Passò all’amico Adalberto.
    Di lui ricordava che abitasse a Milano, no, anzi: a Torino, sì era quello il luogo.
    In passato aveva scambiato con lui dei messaggi in privato e si erano persino telefonati decidendo di darsi supporto.
    L’uno avrebbe parlato bene dell’altro e scritto ancor meglio sulle qualità artistiche del collega tanto da consolidare la bravura. 
    Poi l’amicizia era finita e da un poco di tempo Adalberto sembrava essere diventato fin troppo critico nei suoi confronti.
    Che il vecchio patto non reggesse più?
    Carlo scrisse: Mi spiace Adalberto che tu non abbia compreso a storia,  o, mise il segno di un trattino, per meglio dire, il titolo. Si tratta di un semplice thriller: “L’orrore corre sul filo del telefono”, non mi era sembrato male e l’ho intitolato in questo modo, non certo per via della bolletta. Siamo in crisi nera, certo, ma ci gioviamo d’abbonamento alla linea telefonica grazie al cielo a tariffe speciali . Fai bene però a precisare che in realtà non si tratta di un filo come riportato nel testo, ma di un doppino. È vero, così come: tu fai l’elettricista alla Telecom. Non negare, lo so e capisco quanto sia frustrante combattere ogni giorni con utenti scontenti. Ad ogni modo è un titolo. Nulla di grave. Mi aspetto di risentirti. Ciao. Carlo.
    Forse era stato troppo duro con lui ma anche Adalberto: perché scrivere certe cose?
    Lo sollecitò nuovamente Maria, una donna buona e bella ma sempre più indaffarata e in ritardo con i tempi:  Amore che fai, vieni ad aiutarmi?
    - Arrivo! Rispose.
    Aveva promesso di darle una mano con le cose, ora però che era arrivato il momento non aveva voglia e intendeva starsene in pace.
    -Sono in ritardo. Aiutami! Ripeté stizzita Maria, uscendo nel corridoio con il cumulo di posate da sistemare in tavola.
    - Sì. Spengo il computer e vengo da te. Concluse lui quando mancavano poche righe per terminare anche l’ultimo commento.
    Sarebbe stato brutto e sconveniente per Lucifero: un visitatore mai conosciuto prima non avere attenzione quando agli altri l’aveva dedicata.
    Decise di replicare alle osservazioni di Lucifero in maniera veloce: No, Lucifero, scrisse, non c’è pericolo il virus omicida sconfini nella vita reale e si diffonda tramite internet perché oggi usiamo il wireless. Le cose che affermi potevano accadere anni fa quando si usava il doppino. Ciao. Stai bene.
    Si girò su se stesso per scollegare la presa della corrente; non avrebbe usato il PC fino all’indomani e l’aveva afferrata quando s’accorse con la coda dell’occhio di un’ombra minacciosa alle spalle.
    Ebbe unicamente modo di lasciar cadere a terra il filo elettrico e sollevare a mezz’aria la mezza risma di carta per la stampa, smazzata ore prima e lasciata di fianco sul piano antico della scrivania che la lama del lungo coltello d’acciaio pensato per tagliare il pane si infranse su di essa lacerando diversi fogli del pacco. 
    -Diamine! Imprecò rivolto alla moglie - Mi vuoi ammazzare?
    -Scusami amore! Rispose lei, apparsa subito costernata per l’accaduto e stringendosi il polso indolenzito per la violenza del rinculo sul cumulo di fogli - Non so proprio cosa mi ha preso!
    Maria era sincera.
    Si vedeva dagli occhi sereni, seppure vacui e lattiginosi che aveva.
    Carlo badò a raccogliere il coltello e sistemarlo da parte, al sicuro.
    Doveva essere accaduto qualcosa in lei, si disse,  Maria non era una persona violenta  e mai che portasse rancore, per ciò, le domandò - Dimmi amore con cosa stavi lavorando in cucina?
    Era certo di venire a conoscere la ragione per tale assurdo atteggiamento.
    -Ho acceso la grattugia elettrica per sminuzzare del pane! Disse lei con naturalezza.
    -Non fa nulla, amore. Ho capito, rispose aggrottando le ciglia.
    -Mi perdoni allora? Domandò Maria con tono incerto. Era accanto a lui e stava cercando di superare il dolore alla mano.
    Del resto era davvero  un fatto grave aver sferrato una coltellata al marito.
    - Certo. È colpa mia. Continuavi a chiamarmi ed io a ripeterti di darti una mano senza farlo:  è  normale che tu ti sia adirata.
    -Amore mi spiace veramente. Insistette Maria prima di mettersi a piangere al pensiero che Carlo fosse  un uomo proprio tenero a perdonare il momento di disagio.
    L’asciutto suono del citofono risuonò nel silenzio dell’abitazione richiamandoli alla realtà.
    Fra pochi istanti la tranquilla casa, immersa nel silenzioso e nell’elegante comprensorio di città, si sarebbe riempita d’amici e parenti e chissà quanti bambini, venuti con loro a festeggiare la notte di Natale.
    - Andiamo in salone amore, ti darò l’aiuto cercato disse Carlo avviandosi nel corridoio e avvicinandosi alla porta d'entrata con lungo coltello celato dietro le spalle.
    Trascorsa la mezzanotte avrebbe cambiato il titolo al racconto horror pubblicato, in: “L’orrore  si trasmette dalla linea elettrica di casa.”
    Sì, il cambiamento gli parve indubbiamente appropriato, poi assieme a Maria spensero le luci del salone e lasciarono che il chiarore intermittente dell'albero di Natale attirasse gli invitati nella stanza e solo allora, lentamente accostò l’uscio fino a chiuderlo.
     

  • 18 dicembre 2019 alle ore 17:42
    I TRE PORCELLINI.

    Come comincia: ‘Siam tre piccoli porcellin, siamo tre maialin, mai nessun ci dividerà, trallalallallalà.’ Più in là capirete cari lettori cosa c’entra questa filastrocca col resto del racconto.  Beatrice, Edoardo e Diego erano tre bambini di sei anni iscritti alla prima elementare, erano figli di genitori molto amici fra di loro che avevano condiviso le esperienze prima hippie e poi punk degli anni settanta. Leonardo con Anna, Mattia con Chiara e Riccardo con Sara si erano conosciuti alla quarta ginnasiale frequentando il liceo classico Augusto a Roma. Avevano superato con qualche difficoltà gli esami di Stato della terza liceale (tradotto con tante raccomandazioni), per premio avevano ottenuto dai genitori di poter passare una vacanza negli Stati Uniti. Era il periodo degli hippies, tutte e tre le coppie  aderirono a quel movimento aggressivo e irriverente che affermava di aver scoperto l’amore, la bellezza ed il divertimento, erano pacifisti convinti. Le loro teorie erano: ‘mettete dei fiori nei vostri cannoni’ o ‘fate l’amore non fate la guerra’. Gli hippies sfoggiavano acconciature bizzarre e teorie che si basavano anche sulla la rivoluzione sessuale che nella puritana America erano una vera eresia. Gli hippies non erano stati i primi a sfoggiare quelle teorie, li avevano preceduti i greci Diogene ed i cinici, quindi: ‘nihil sub sole novum’. Le tre coppie aveva partecipato al festival  di Woodstock in cui si erano esibiti molti complessi musicali fra cui gli applauditissimi Sex Pistols. I sei vacanzieri erano foraggiati dai genitori che ad un certo punto pensarono ad un ritorno a casa dei figli per iniziare un’attività seria e redditizia. L’unico modo per convincerli era tagliare loro i ‘viveri’, solo così riuscirono a riportarli a Roma. Ritornati in famiglia suscitarono per il loro stile l’ilarità dei padri e la angoscia delle madri. Con gran dispiacere al fine di non rimanere asciutti di soldi per prima cosa si dovettero tagliare i capelli, acquistare abiti molto formali ed accettare di impegnarsi in un lavoro proficuo: Leonardo direttore di una scuola guida, Mattia responsabile di un supermercato e Riccardo responsabile di un negozio di abiti e scarpe di lusso. Nella teoria degli hippies prima e dei punk dopo non era previsto il lavoro e così i tre capo famiglia delegavano i loro collaboratori a farne le veci. I padri, d’accordo fra di loro acquistarono per i figli una palazzina di tre piani con giardino e garage in località Capannelle a Roma. Soprattutto le madri dei tre chiedevano insistentemente di diventare nonne, Leonardo, Mattia e Riccardo non avevano perso la mentalità hippie e praticavano normalmente il wife swapping per tal motivo quando le consorti rimasero incinte non sapevano con precisione chi fossero i padri, il segreto rimase sempre fra di loro, soprattutto le  nonne  sarebbero rimaste scioccate! Dopo i fatidici nove mesi vennero al mondo Beatrice, Edoardo e Diego tutti e tre bellissimi e diversissimi fra di loro. Anna, Chiara e Sara si dedicarono interamente alla prole, non avevano problemi, i mariti portavano a casa lo stipendio, i nonni erano finanziariamente molto generosi e mostravano agli amici le foto dei nipotini che, secondo loro gli assomigliavano (quando mai!). La mattina, a turno mamme e nonni accompagnavano a scuola i ragazzini ed alla fine delle lezioni andavano a riprenderli tutti orgogliosi di essere parenti di bimbi bellissimi (e furbacchioni ma loro non lo immaginavano). Le loro furfanterie cominciarono una notte, tutto escogitato  da Beatrice.  La sera andavano a letto presto, al controllo dei genitori: ‘dormono come angioletti’, quando mai, allorché i papà e le madri erano nelle loro stanze si alzavano dal letto ed andavano a curiosare dal buco delle serrature per ‘spiare’ quello che combinavano i grandi. Coordinatrice della banda era Beatrice: “Ho in mente un’idea vediamo se corrisponde a verità!” Corrispondeva eccome, i genitori si scambiavano i relativi coniugi, prima andavano in bagno e poi con i papà  sfoderavano il loro uccellone si coricavano e si davano alla pazza gioia ricordando i bei tempi degli hippies. Dopo le prime volte i ragazzi si erano abituati a quelle visioni poi vinti dalla curiosità Beatrice: “Vorrei vedere quanto ce l’avete grosso o meglio piccolo.” Edoardo e Diego all’inizio restarono perplessi, si vergognavano poi dietro le insistenze della capo banda, a turno, si tolsero gli slip. “Ho capito che per combinare qualcosa debbo aspettare che crescete, ce l’avete proprio piccolo, avete fatto caso che l’uccello più grosso ce l’ha mio padre!” Edoardo e Diego non erano d’accodo, era il loro papà ad essere il più dotato, campanilismo infantile! Dopo vario tempo Beatrice tornò alla carica, era un pomeriggio d’estate, i grandi a letto con il condizionatore acceso, i bimbi che non erano più bimbi in giardino dietro una siepe: ”Edoardo togliti lo slip…e adesso te lo tocco veniamo se ti diventa duro.” Il ‘ciccio’ di Edoardo non ne voleva proprio sapere di ‘innalzarsi’ forse per vergogna o timidezza al contrario di quello si Diego che alzò la cresta, non era come quello dei papà ma faceva la sua bella figura. Beatrice lo prese in mano, imitò i genitori e se lo mise pure in bocca, a lungo, sinché sentì qualcosa di liquido di un sapore mai provato. Ci volle del tempo ma un giorno riuscì anche a farlo penetrare pian piano nella sua ‘gattina’, per sua fortuna non aveva avuto ancora le mestruazioni. Anche Edoardo finalmente riuscì nell’intento di far innalzare il suo ‘ciccio’ ed imitò Diego, Beatrice aveva  due mariti. La storia andò avanti sin a quando a Beatrice vennero le mestruazioni, Anna avvisò la figlia che dal quel momento era diventata una donnina ma poteva rimanere incinta nei suoi futuri rapporti sessuali, ma quale futuri, ad ogni modo Beatrice capì la lezione e si limitava a prendere in mano ed in bocca i ‘cosi’ sempre più grandi di volume dei due amici. In occasione del sedicesimo anno di età i tre ragazzi ebbero come regalo tre casette di legno prefabbricate in cui rifugiarsi, pensarono bene di invitare i compagni di scuola per una recita sempre guidati da Beatrice che aveva scovato il testo da un cartone di Walt Disney: ‘I tre porcellini.’ Dinanzi ad una platea di ragazzi e di genitori iniziò lo spettacolo: “In un tiepido mattin se ne vanno i porcellin dimenando al sole i loro codin, spensierati e birichin. Il più piccolo dei tre ad un tratto grida ahimé da lontano vedo un lupo arrivar, non facciamoci pigliar. Marcia indietro fanno allor a gran velocità mentre il lupo corre ancora a casa sono già. Prima chiudono il porton poi si affacciano al balcon or che il lupo non può prenderli più tutti e tre gli fan cucù. Ah ah ah che bell’affare, il lupo non potrà cenar. Siam tre piccoli porcellin, siamo tre fratellin mai nessun ci dividerà trallalla-lallà.” Grandi applausi da parte dei presenti, soprattutto i nonni erano commossi sino alle lacrime, che nipotini meravigliosi! Da quel giorno i rapporti fra i tre cambiarono, Edoardo prese confidenza con Eloisa una compagna di scuola, Diego non fu da meno con Aurora una ragazza della stessa classe, stranamente Beatrice non riuscì a trovare un maschietto che le piacesse, gli unici che aveva ‘amato’ non erano più disponibili, fra l’altro si domandava se per rapporto fisico avuto anni addietro aveva potuto portare alla rottura del suo imene, per la prima volta in vita sua si sentiva angosciata, non era più la Beatrice di una volta sempre pronta a prendere iniziative in tutti i campi, i genitori Anna e Leonardo se ne accorsero, cercarono di consolarla portandola in crociera, una crociera nel Mediterraneo che toccò i porti di Grecia, Creta, Libia e Spagna  ma, mentre i genitori la sera si davano alla pazza gioia rispolverando la mentalità di hippies, Beatrice non riusciva a trovare la serenità di una volta, forse col tempo…
     

  • 18 dicembre 2019 alle ore 17:38
    LA PICCOLA NINFOMANE

    Come comincia: Agnese era nata il 19 marzo di un giorno piovoso nella clinica privata Villa Salus di Roma, era stata tanto desiderata dai genitori Cristian e Frida, un frugoletto biondo, bellissimo  con occhi verdi di quelli che si vedono nei giornali di moda per bambini. Dopo qualche anno il padre era sparito dalla circolazione nel senso che si era innamorato di un’amica della madre, un classico che aveva lasciato Frida in uno stato di profonda  prostrazione solo in parte alleviata dal suo lavoro di insegnante in una scuola di monache, impegno che la teneva lontano da casa sino alle diciassette del pomeriggio. La piccola Agnese di solito affidata ad una baby sitter cresceva vispa e chiacchierona a modo suo, non piangeva se non a stomachino vuoto o per il pannolino da cambiare. Un giorno, una mattina presto si era svegliata e voleva girare per casa, nello scavalcare la sponda del letto rimase incastrata sul tubolare, si strofinò il fiorellino sino a provare del piacere inusitato, un piacere che le rimase nella memoria tanto da volerlo riprovare nei giorni seguenti. Crescendo di età era ormai diventata quello dello strofinamento una sua abitudine non confessata alla mamma Frida, aveva da sola capito che era una situazione da tenere per sé. Nello stesso palazzo di via degli Avignonesi, a piano terra aveva aperto uno studio medico il dottor Diego, medico di famiglia che in breve tempo per la sua preparazione professionale e per il suo impegno aveva acquisito molti pazienti, aveva inoltre  affittato un alloggio nello stesso piano di Frida. La mamma di Agnese aveva preso amicizia con Diego ma non tanto da avere una relazione, era ancora  ‘irata a’ patri numi’ o meglio con la razza degli uomini per l’allontanamento di suo marito. La piccola Agnese la mattina  veniva lasciata dalla madre nella sala d’aspetto di Diego che  la faceva accompagnare a scuola dalla sua infermiera Aurora, lo stesso alla fine delle lezioni. I pomeriggi  la ragazza passava il tempo svolgendo i compiti,  leggendo i fumetti o giocando con le bambole sempre in compagnia del dottore. Il pranzo sia per Diego che per la piccola Agnese veniva preparato da una cameriera  che  rimaneva nell’abitazione sino al rientro in casa di Frida o andava via prima dopo aver lavato i piatti lasciando Agnese in compagnia del dottore. Un giorno quando Agnese aveva compiuto otto anni di età una domanda inusitata: “Dottore quando ero più piccola mi sono strofinato il fiorellino sulla sponda del letto, ho sentito un solletico, mi è piaciuto tanto, posso rifarlo ancora?” Diego  fu come si dice in gergo ‘preso dai turchi’, cosa rispondere a quella domanda ad una bambina di otto anni? “Cara si tratta di cosa da grandi, quando sarai cresciuta te lo spiegherà la mamma.” “Io voglio saperlo adesso sennò dico alla mamma che non hai voluto rispondermi.” “Non mi mettere in difficoltà, ti ho detto che è una cosa da grandi nel senso del sesso, non avere fretta di crescere, ogni cosa a suo tempo.”  “Ho capito, devo riferire alla mamma che non hai voluto rispondermi.” Diego prese in braccio la piccola rompiballe: “Lo sai che ti voglio bene, cercherò di spiegarti di che si tratta: gli uomini hanno un coso per fare la pipì e per fare figli, le donne un buchino per metterci il coso degli uomini, in cima al buchino c’è un piccolo pene che si chiama clitoride, se lo strofini ti fa provare piacere, è quello che hai provato tu, adesso sai tutto, non tocchiamo più l’argomento.” La curiosità è femmina e così Agnese il cui nome vuol dire casta e pura (poco adatto alla ragazza) cominciò a masturbarsi con le mani il fiorellino, più  volte al giorno eccessivo per una della sua età. Diego se ne accorse e: “Voglio dirti una cosa per sempre, non esagerare, ho capito quello che stai facendo, te lo dico da medico.” “A me piace molto, va bene ti ubbidisco, lo farò solo una volta al giorno ma voglio che me lo faccia tu!” Diego rimase pensieroso, stá  grana non ci voleva proprio, era ancora triste per la morte contemporanea di genitori in un incidente aereo in cui più di duecento passeggeri avevano perso la vita. I suoi gli avevano lasciato un bel gruzzolo in Titoli di Stato ma anche tanto sconforto, non se la sentiva di iniziare un legame amoroso con nessuna ragazza, passava il tempo libero in casa dinanzi alla televisione o leggendo sua antica passione da studente, adesso: “Voglio parlarti come se tu fossi grande, non è possibile fare quello che mi chiedi, mi sei tanto cara ma devi capire che se lo facessi correrei il rischio di finire in galera per  lungo tempo, spero che abbia capito il  concetto, ti prego non crearmi  problemi.” “Io da grande ti sposerò,  ti voglio tanto bene, non ti tradirei mai, te lo giuro, vuol dire che seguiterò a farlo da sola, se ci ripenserai…mi farai felice!” Un pomeriggio di giugno già l’afa si faceva sentire, la ‘casta e pura’ ne pensò una delle sue, si tolse gli slip e, a gonna alzata passò dinanzi a Diego: “Caro mi stanno crescendo i peletti guarda qui! Adesso sono diventata grande puoi toccarmi e, se vuoi baciarmi in  bocca e sul fiorellino.” Agnese non pose tempo in mezzo ed incollò le sue labbra si quelle di un intontito Diego,  a quel punto il suo ‘ciccio’a digiuno da molto tempo alzò la cresta, la ragazza ne approfittò, aprì la pattuella  dei pantaloni del dottore, glieli abbassò, abbassò pure gli slip e prese in mano un coso lungo e duro, cominciò anche a masturbarlo sino a che lo sperma si sparse sulle sue mani, un altro bacio in bocca a Diego, era sulla strada buona per… Il dottore passò i giorni successivi come in stato di trance, aveva sempre dinanzi a sé una ragazza che stava crescendo: alta, bionda, occhi verdi, naso piccolino, bocca con denti bianchissimi, tette un po’ sviluppate, una piccola modella, forse se ne stava innamorando, una tredicenne, si stava innamorando di una tredicenne! Un pomeriggio: “Zio devo chiederti un altro favore.” “Da quando in qua sono diventato tuo zio.” “Sono stata costretta a dire alle mie compagne di scuola che sei mio zio, quelle sono più maligne di me, chissà cosa stavano immaginando…” “Forse quello che sta succedendo fra di noi.” “In occasione del tuo compleanno voglio farti un regalo, un regalo di quelli che si fanno una sola volta nella vita, immagina un pò’.” “A questo punto c’è poco da immaginare, la risposta è un no, no, no!” “Ed io ti rispondo con un si, si, si!” Il no col passare dei giorni divenne ni e poi si, ormai Diego si era innamorato della piccola, l’operazione venne stabilita per un pomeriggio, Agnese aveva trovato chissà dove un velo bianco, se l’era posto in qualche modo in testa e nuda si presentò a Diego. “La nostra prima notte di nozze, la ricorderemo per sempre, son sicura che sarai delicato, il fiorellino è allenato per avere degli orgasmi ma è ancora vergine e non voglio che  resti ancora in tale situazione, voglio sentirti dentro di me.” Diego aveva paura di far troppo male ad Agnese e spingeva poco il suo ‘ciccio’ dentro la topina fino a quando: “Pensi che ci metteremo tutto il pomeriggio, se non spingi di più resterò vergine a vita.” Agnese sopportò bene il dolore, aveva immaginato da tempo quel momento, quando Diego finì l’operazione ed eiaculò sul collo del piccolo utero, Agnese  ebbe un orgasmo ben diverso da quello che di solito provava, un orgasmo da donna grande. Per bloccare la piccola emorragia Diego da medico si era organizzato con cotone emostatico ma il  lenzuolo si era macchiato di sangue, il giorno successivo lo avrebbe portato personalmente in una lavanderia dove non era conosciuto. Quattordici anni, esami di terza media superati senza problemi, era giunta l’ora delle mestruazioni, Agnese di sentiva una donna completa ma da quel momento nei rapporti con Diego ci furono delle complicazioni: o il condom o la pillola anticoncezionale adatta ad una tredicenne. Agnese cresceva in altezza ogni giorno di più, aveva superato in altezza il suo dottore, quando indossò  scarpe con un po’ di tacco  Diego diventò ancora più piccolo. Alla quarta ginnasiale il numero dei ‘pappagalli’ aumentò in numero esponenziale, Agnese ne era lusingata, mai le era accaduto prima ma nel suo cuore aveva ancora il bel dottore e li respingeva tutti sino a che un giorno tornò a casa e: ”Zio questo è Tobia che non è la famosa candida spia della commedia di Rascel ma un mio compagno con cui ho preso a studiare, è più bravo di me e ne approfitto.” Quella notte Diego non riuscì a prendere sonno, c’era poco da capire, Agnese aveva preso il volo e non avrebbe più potuto raggiungerla, i venti anni di differenza erano troppi. In caso di eventuale sconfitta la fuga, Diego non ricordava il nome di quel generale romano ma applicò il suo principio, si trasferì in Sicilia, nella  città dello stretto, Messina, col tempo sperava di poter dimenticare la piccola ninfomane che l’aveva stregato!
     

  • 18 dicembre 2019 alle ore 0:09
    Che cosa rappresentava per lei?

    Come comincia: Che cosa rappresentava per lei? Proprio non si sa, una persona o un demonio che puntava dritto il dito per far danni a suo piacimento? Usciva e quando rientrava era un altro. Escogitava piani. Nella sua testa gli frullavano cose apparendo sereno mai poi sentendosi dire di no, che non sarebbe stato accontentato per avere più soldi a disposizione il suo umore si incrinò, inventandosi qualcos'altro o cercando un alleato che potesse permettergli di realizzare quello che avesse in mente. Tantissime guerre creò, fingendosi di essere sempre una vittima raccontando come visse da bambino che una vita facile non ebbe. Trascrisse delle pagine. Ogni giorno le riempiva prese nota di quello che sentiva e vedeva un'idea che servì per sopportare dando luogo ad una speranza ad una via d'uscita finendo tutto quel gran casino. Viveva sognando, con uno sguardo languido. Le porte si aprivano dentro passi più volte veloci, alquanto strani. Al chiuso si sentiva soffocare anche solo mezza giornata per sentirsi prigioniero. Non c'era un momento in cui non smettesse di pensare, la sua mente era continuamente al lavoro, progettare doveva dicendo bugie a non finire. Quanto rumore usciva dagli strumenti che costruì, portandoseli ovunque sperando che molti lo notassero dicendogli bravo per qualsiasi cosa facesse. Era anche una malattia, quella che lo rese veramente euforico. Un senso a tutto questo c'era, ma è possibile, che dipendesse solamente dal suo stato di salute e non dalla personalita? Se lo chiedeva spesso dicendo a se stessa tante volte che non poteva essere. Capì, ascoltandolo, che dava risposte giuste, tacendo quando doveva e sapeva quando era finito dalla padella alla brace, quindi si convinse che fingeva, con le nuvole che si abbassavano. La nuvolosità in aumento appariva con forti precipitazioni temporalesche. Rimase comunque nel vago, perchè nessuno le spiegò. Nessuno voleva affrontare questo argomento per quanto delicato fosse, trovandosi i malcapitati in balia del vento, senza cinture allacciate bene. Curarlo bisognava, qualcuno però non prese le giuste precauzioni, forse per la troppa debolezza che regnava in un cuore in tessuto di lana, dove si prosciugava, aumentando la sete

  • 15 dicembre 2019 alle ore 22:13
    Racconto giallo. "Sbattendo la porta"

    Come comincia: Fiorella: ciao Viola, stanotte è entrato nella mia stanza mentre dormivo credo volesse ammazzarmi.
    Viola: e perché dovrebbe farlo, cos'hai fatto tu per meritare una fine bruttissima?

    Fiorella: lui vuole tutto e io spesse volte glielo impedisco. La mia unica colpa è questa, che poi lo faccio anche per lui, intendiamoci. Abbiamo costruito insieme quello che abbiamo e da anni pensa di campare senza preoccupazioni. Detesto questo suo modo di vedere le cose carissima Viola

    Viola: fai bene ad essere dura e che eviti di uscirci insieme. Vorrei tanto che tu potessi andartene via da qui. Dovresti cercarti un'altra casa.

    Fiorella: ma se io me ne vado perdo tutto.

    Viola: non penso, qualcosa ti resterebbe e anche se poco pazienza. Ciò che conta di più è che tu non lo hai vicino ad assillarti continuamente.

    Fiorella: ci sono momenti che dico ma si, me ne torno al mio paese dove la gente è più vera rivedere quelle amiche e organizzare qualche festa in casa come si faceva una volta con il sorriso che mai mancava rispettandoci senza provare invidia per nessuno. A quei tempi si viveva davvero e non come oggi con troppe esigenze e tanta indifferenza. Viviamo facendoci del male ogni giorno non pensando ai giorni volati.

    Viola: Fiorella adesso basta, smettila di deprimerti, pensa alle tue figlie.

    Fiorella: certo hai ragione Viola, però quell'uomo mi sta uccidendo. Io vorrei cambiare discorso, se non riesco non è colpa mia, mettitelo bene in testa, per favore.

    Fiorella: me lo spieghi tu, come posso fregarmene? Non lo vedi com'è, pronto ad architettare un piano, per far tanto rumore?

    Viola: che cosa vorresti fare con lui? Che ne pensi di prendere una decisione? Direi che sarebbe il caso di affrontare la questione, cercando innanzitutto di capire chi è, perché sinceramente a me sembra che abbia un segreto che forse si porta dietro da quando era solo un ragazzo.

    Viola: Fiorella devi sapere che mi aveva raccontato alcuni episodi veramente curiosi. Mi raccontò che nel paese dove era cresciuto seppe che un ragazzino che faceva il pastore per un suo stretto parente fu trovato morto. Qualcuno gli fece vedere il corpo e lui che era giovanissimo rimase scosso da non riuscire a dormire , vedendo quando chiudeva gli occhi anche se non dormiva fiamme alte ed aerei che volavano sulla sua testa.

    Fiorella: io Viola, se potessi me ne andrei all'estero per non farmi più trovare se soltanto avessi il coraggio di farlo, ed invece mi ritrovo sempre qua parlando degli stessi problemi che mi irritano tanto. Non so che fare con quest'uomo è avvilente addossandomi colpe che non ho.

    Viola: io ti sono amica, potresti venire da me se vuoi. La casa è piccola ma potrei ospitarti, poi nel frattempo, vedremo gli sviluppi di questa complicanza che onestamente tu, avresti dovuto darci un taglio quando ti accorgesti di quegli strani comportamenti abituali. Potremmo prendere informazioni su di lui.

    Viola: io Fiorella sono tentata ad andare a parlare con dei conoscenti assieme a te. Verresti? Dimmi di sì, te ne supplico.

    Fiorella: va bene Viola. Dimmi da dove vuoi che incominciamo. Intanto vorrei recarmi in banca per scoprire se ha aperto nuovi conti e se si, a favore di chi.

    Fiorella: ma chi ti dice, che puoi?

    Viola: posso, conosco uno che mi conosce da vent'anni e abbiamo la stessa età. È una persona gradevole emiliano di nascita matto per i computer che un giorno si era messo a giocare in borsa ritrovandosi senza un soldo. Ci volle parecchio per lui, per rivedere la luce. Quando ci riuscì, diventò più sensibile, aprendo un locale per donne spaventate fuggite da storie che le avevano rapite.

    Mauro: ciao Fiorella devo parlarti. Mauro sono impegnata, che cosa vuoi ancora, si può sapere. Non credi che sia arrivato il momento di farla finita. Lui al telefono la sentì particolarmente agitata. Si meravigliò, pensando che dietro a questo suo cambiamento ci fosse una persona a proteggerla da renderla forte. Quando la conversazione terminò, Mauro si vestì e scese a piano terra comunicando al portiere che doveva assentarsi dallo studio pubblicitario per circa quattro ore. Salì sul suo fuoristrada facendo inversione di marcia. Aveva i capelli al vento, elegantissimo ed un'abbronzatura quasi perfetta. Sembrava un divo di Hollywood. Era nervoso correva come un pazzo non rispettando i semafori la casa dove viveva con Fiorella distava due chilometri dal suo studio, non poté trovarlo nelle vicinanze per questioni economiche. Prezzi veramente troppo alti per le sue possibilità. Mauro mise il viva voce e compose il numero della moglie quell'attesa lo innervosiva pensare che lei era un'altra e poteva aver scoperto il suo lato interiore gli sconvolgeva la mente. Egli era un bugiardo cronico e non voleva che nessuno lo scoprisse. Viola rispose ma riattaccò immediatamente.

    Mauro: la sua voce grintosa gli fece paura, il cuore sobbalzò nel petto. Fiorella ebbe la sensazione che lui volesse raggiungerla allora prese il cappotto e raggiunse il taxi che la stava aspettando. Quando sali, disse all'autista di accompagnarla in banca guardandolo con un'aria molto infelice. Viola si sedette vicino a lei sul sedile posteriore mentre dallo specchietto notò un uomo subito non lo riconobbe ma dopo sì, comunque ormai si stavano allontanando non erano lontane ma lui non avrebbe provato lo stesso ad inseguirle non voleva dare nell'occhio. Salì nell'appartamento entrando scorse una lucina che proveniva dalla stanza delle figlie. Esse a quell'ora dovevano essere uscite da circa due ore. Al mattino solitamente alle 7 erano già sulla porta per recarsi a scuola. Ciò lo mise in allarme avanzando delicatamente nell'ingresso di un corridoio semi buio. Il suo volto si specchiò. C'era uno specchio rettangolare spostato da una parte messo per potersi ammirare. La figlia maggiore odiava quella egocentricita' e lui la sua disapprovazione, non la vedeva per niente di buon occhio. Le pupille di Mauro scorsero una figura alta 1,65 capì che in casa qualcuno lo stava aspettando e chi. Perché sei qui, papà, gridava la ragazza. Lei sperava in quel momento che cadesse. La sua vicinanza era irritante come un tuono tempestoso che investe il cuore e ruba la voce. Uscì allo scoperto, accendendo la luce. Il buio scomparve ora potevano fissarsi negli occhi. Papà, che ci fai qui, non dovresti essere al lavoro? Tu invece a scuola, esatto? Disse con un sorriso sarcastico. Sonia s'intimori, non gli sembrò, calmo davvero, come voleva far sembrare.

    Sonia si fece coraggio, dicendo: papà perché non mi dici chi sei, ti tieni tutto dentro, menti spudoratamente. Hai mentito a tutti, con quale faccia, mi domando io? Scusa ma come puoi insinuare questo? Stai delirando figlia mia. Sono un padre che lavora, ho sempre portato i soldi a casa non vi ho mai fatto, mancare niente, trattando tua madre come una signora che se non fosse stato per me avrebbe continuato a vivere dove viveva.

    Sonia: papà sono una ragazzina, non stupida, convincitene per favore. Dovresti spiegarmi perché sei venuto. Non sono tenuto a darti spiegazioni quindi aspetta tua madre e in silenzio. Siamo intesi?

    Sonia rabbrividì. Suo padre le mostrò i denti, quell' interrogatorio la stava logorando. Egli si accomodò sul divano versandosi del moscato glielo dette un viticoltore pugliese che trascorse tutta la vita nei campi prendendo tanto sole e tanta pioggia nella felicità la troppa fatica veniva ricompensata dagli abbracci della moglie e dai figli al suo rientro in casa.

    Mauro: mentre beveva dei passi avanzarono, era lei la moglie incredula, per quello che l'impiegato le disse.

    Mauro aprì un altro conto ma non seppe a nome di chi. L'impiegato, non volle svelarlo, si preoccupò per essa che la vide molto provata per ciò che scoprì. Nel taxi Viola le svelò dei segreti. Lo aveva seguito per due settimane di fila quando staccava dal lavoro ritrovandosi in un pub pieno di clienti. Mauro un essere egocentrico che non si capiva o troppo chiuso volendo star solo per ore nella sua camera oppure trascorrere il suo tempo quando poteva nei labirinti della bellezza di Giamaica per meditare facendo yoga con una insegnante dagli occhi stregati come quelli di una zingara. Da essa si sentiva ipnotizzato. Metteva musiche rilassanti consigliandogli di immaginare di vedere una barca al centro di un lago sotto un cielo senza nuvole. Mauro la sentì entrare. Fiorella procedette di corsa verso il salotto. Quella mattina ne aveva sentite troppe di cose da non poterne più. Pensò di non dirgli nulla e chiedere il divorzio. Un'ombra si rifletee sul muro maestro. Entrambi si accorsero dell'altro. I loro volti increduli per qualche istante restarono paralizzati, però non persero l'occasione di dirsi di tutto, dire che il loro amore era finito e per sempre. Egli pensando di volersi sentire libero, come non lo era mai stato, non ebbe nessuna difficoltà ad accettare la separazione. Mauro uscì dall'appartamento senza nemmeno salutare la figlia disperata, sbattendo la porta

  • 15 dicembre 2019 alle ore 14:06
    Io, ammalato di cancro, che fine farò?

    Come comincia: Dal mio diario...ricordi Cefalù,giugno 2019 Rassegnato a un futuro senza ulteriori terrori, vivo i miei momenti nella pacifica incoscienza di chi sa che non esiste oscurità più buia delle tenebre;e mi metto impettito, in posizione per affrontare il mio nemico,con l'anima rivestita d'acciaio,dentro l'armatura della mia fermezza, pronto a cantar vittoria contro il destino avverso.Preparo i miei giorni al loro domani, fidandomi soltanto dei mirifici istinti che fan pressione sulle mie naturali emozioni. Là,"interrogazioni a sorpresa" giungono inaspettate a porre domande di dolore e d'incerto avvenire, arrivando senza preavviso a martellare la mente.E comincio a vedere la vita,nella sua prorompente eloquenza,come una stazione di sosta,dove fermarmi a aspettare i miei treni d'abissi,che non so per niente dove mi porteranno. Forse potrebbero andare veloci verso la mia liberazione,da questa prigione d'istanti d'attesa con gli orpelli del vivere scoloriti ,oppure viaggiare,al completo d'altri viaggiatori, prigionieri che come me sperano di liberarsi nella grazia di Dio.

  • 15 dicembre 2019 alle ore 12:06
    Il fiume e la vita

    Come comincia: Tutta notte Johnny si dibatté nei meandri della sua coscienza: il suo cuore gridava ancora vendetta, qualche giorno prima aveva lasciato la donna più dolce e gentile che avesse mai conosciuto in tutta la sua squallida vita...Al mattino, prestissimo, l'uomo si alzò ed andò a Liberty Road, nel quartiere a luci rosse della città: si accoppiò con una giovane puttana di nome Kristel; non la pagò: dopo l'amplesso la baciò in bocca e li mise una rosa rossa tra i capelli neri come il carbone. Tornando a casa, mentre camminava lungo il fiume, Johnny pensò tra sé: - La vita è proprio come questo fiume, vorresti fermarla ma lei scorre ugualmente.

    Taranto, 14 dicembre 2019.

  • 14 dicembre 2019 alle ore 16:33
    Non am(av)o recitare poesie

    Come comincia: Non am(av)o recitare poesie. Tale esercizio mnemonico mi distrugge, mi provoca l’angheria dell’emozione che si contorce nello spazio ristretto dell’organizzazione parola -neurone, colore -verso, melodia – strofa.

    Ma questo lo so adesso.

    Ora di lettere, terzo anno Magistrali.

    La prof Braganò mi chiamò alla cattedra, argomento del giorno: Manzoni.

    Sono preparata, mi piace il Manzoni e le sue articolate scene pittoresche di personalità e luoghi, non come mi piacciono gli scrittori e poeti del ‘200 e del ‘900, ma è da studiare anche l’800 e così sia, sono preparata.

    “Signorina Vezio, mi faccia sentire il Cinque maggio.”

    “Il Cinque maggio è un’ode scritta nel 1821 dal Manzoni in occasione della morte di Napoleone Bonaparte in esilio sull'isola di Sant'Elena… ”

    “Grazie Vezio, ma mi reciti la poesia...”

    “...il ritmo incalzante, in sei settenari… la sineddoche...”

    “Grazie Vezio, ora reciti la poesia...”

    Attimo di silenzio rumoroso, la memoria cozza a fil di lama con l’aura mistica del poeta e del Bonaparte in esilio. Lo sguardo interiore ripercorre tutta la storia e la triste fine dell’imperatore dei francesi e re d’Italia, si posa sulle spalle curve del Manzoni mentre intinge il pennino e munge il repertorio poetico per creare l’ode; mi sembra di vedergli un alone fumoso sul capo, mi sembra di perdermi nel suo pensiero mentre cerca i lemmi adatti a un ‘sì grande condottiero per non offenderne memoria, per esaltarne i pregi di genio militare e di doti umane, la sofferenza dell’esilio, dell’umiliazione…

    “Vezio, sto aspettando...”

    “Prof...”

    “Vezio, la poesia...”

    Piange ogni poro la delusione dell’ode che deve stazionare e stagionare nel gelido della mente. Odio congelare i sentimenti, miei e altrui, in cellette cerebrali.

    “Vezio…!”

    Decido di recitare, mordono i denti dello stomaco, sento già le ulcere fiorire e sanguinare

    “Ei fu…

    Ei fu. Siccome immobile,
    dato il mortal sospiro,
    stette la spoglia immemore
    orba di tanto spiro…”

    No, non posso farcela. NON POSSO FARCELA!

    Urlò la mia mente.

    “Prof, mi rifiuto di recitare la poesia, mi perdoni, ma non ce la posso fare.”

    Oltre gli occhiali, cerchiato di gommose saette lo sguardo della prof Braganò, poi lo scoppio:

    “Vezio, ti ordino di recitare la poesia!!! te lo ordino!”

    Silenzio assoluto, mai vista una classe così taciturna in tutto l’Istituto Magistrale e in tutta la mia carriera di studentessa. Mai sentito tanto legno nello stomaco e mente e gambe. Mi bloccai. Mi bloccai come fa un mulo quando resta sordo anche alle legnate del padrone e anzi, più legnate riceve, più si impunta.

    E io mi impuntai, non volevo recitare la poesia, non amavo recitare. Non volevo, proprio non volevo. E non lo feci.

    “No prof, non voglio recitare la poesia.”

    “Osi rivolgerti a me con questo tono??? osi mettere in dubbio la mia autorità? Recita o finirai dal signor Preside!”

    Non so che mi successe, la lotta era ormai innescata, mi sentii in ragione di restare nella mia fermezza; le compagne di scuola attentissime, ora mi guardavano con ammirazione o più verosimilmente terrore, per me, per loro che avrei e avrebbero subito chissà quale aspra vendetta della prof di Lettere.

    Arrivò il signor bidello che mi accompagnò dal signor preside. Nel corridoio presi la prima ramanzina da parte del signor bidello: “Ma che ti salta in mente di fronteggiare la prof Braganò, lo sai che potrebbe farti perdere l’anno, lo sai che dimentica tutti i tuoi voti e li azzera per un gesto così?”

    “Non lo so signor Luigi, non so che mi è successo, ma la poesia non la voglio recitare.”

    “Non la conosci a memoria, non l’hai studiata?”

    “Sì che l’ho studiata, si che la so a memoria!”

    “E allora?”

    A capo chino e con tutta la sincerità di cui ero capace risposi “Non lo so”. E non lo sapevo davvero.

    Il signor preside mi guardò fra il serio e il faceto: “Beh signorina Vezio, cos’è questa storia del Cinque maggio, vogliamo raccontarcela?”

    E mi si liberò la lingua.

    “Ei fu. Siccome immobile,
    dato il mortal sospiro,
    stette la spoglia immemore
    orba di tanto spiro,
    così percossa, attonita
    la terra al nunzio sta,
    muta pensando all'ultima

    ora dell'uom fatale;
    né sa quando una simile
    orma di pie' mortale
    la sua cruenta polvere
    a calpestar verrà.
    Lui folgorante in solio
    vide il mio genio e tacque;
    quando, con vece assidua,
    cadde, risorse e giacque,
    di mille voci al sònito
    mista la sua non ha:
    vergin di servo encomio
    e di codardo oltraggio,
    sorge or commosso al sùbito
    sparir di tanto raggio;
    e scioglie all'urna un cantico
    che forse non morrà.
    Dall'Alpi alle Piramidi,
    dal Manzanarre al Reno,
    di quel securo il fulmine
    tenea dietro al baleno;
    scoppiò da Scilla al Tanai,
    dall'uno all'altro mar.
    Fu vera gloria? Ai posteri
    l'ardua sentenza: nui
    chiniam la fronte al Massimo
    Fattor, che volle in lui
    del creator suo spirito
    più vasta orma stampar.
    La procellosa e trepida
    gioia d'un gran disegno,
    l'ansia d'un cor che indocile
    serve, pensando al regno;
    e il giunge, e tiene un premio

    ch'era follia sperar;
    tutto ei provò: la gloria
    maggior dopo il periglio,
    la fuga e la vittoria,
    la reggia e il tristo esiglio;
    due volte nella polvere,
    due volte sull'altar.
    Ei si nomò: due secoli,
    l'un contro l'altro armato,
    sommessi a lui si volsero,
    come aspettando il fato;
    ei fe' silenzio, ed arbitro
    s'assise in mezzo a lor.
    E sparve, e i dì nell'ozio
    chiuse in sì breve sponda,
    segno d'immensa invidia
    e di pietà profonda,
    d'inestinguibil odio
    e d'indomato amor.
    Come sul capo al naufrago
    l'onda s'avvolve e pesa,
    l'onda su cui del misero,
    alta pur dianzi e tesa,
    scorrea la vista a scernere
    prode remote invan;
    tal su quell'alma il cumulo
    delle memorie scese.
    Oh quante volte ai posteri
    narrar se stesso imprese,
    e sull'eterne pagine
    cadde la stanca man!
    Oh quante volte, al tacito
    morir d'un giorno inerte,

    chinati i rai fulminei,
    le braccia al sen conserte,
    stette, e dei dì che furono
    l'assalse il sovvenir!
    E ripensò le mobili
    tende, e i percossi valli,
    e il lampo de' manipoli,
    e l'onda dei cavalli,
    e il concitato imperio
    e il celere ubbidir.
    Ahi! forse a tanto strazio
    cadde lo spirto anelo,
    e disperò; ma valida
    venne una man dal cielo,
    e in più spirabil aere
    pietosa il trasportò;
    e l'avviò, pei floridi
    sentier della speranza,
    ai campi eterni, al premio
    che i desideri avanza,
    dov'è silenzio e tenebre
    la gloria che passò.
    Bella Immortal! benefica
    Fede ai trionfi avvezza!
    Scrivi ancor questo, allegrati;
    ché più superba altezza
    al disonor del Gòlgota
    giammai non si chinò.
    Tu dalle stanche ceneri
    sperdi ogni ria parola:
    il Dio che atterra e suscita,
    che affanna e che consola,

    sulla deserta coltrice
    accanto a lui posò.”

    Il silenzio nella sala di presidenza si fece più fitto dell’ovatta. La mano a uncino sul mento, nascondendo in parte le labbra, il Preside mi guardava. Ero certa stesse sorridendo, ma ora la preoccupazione prendeva il sopravvento, cosa mai avrei detto a papà, come avrei potuto giustificare la mia ritrosia a recitare la poesia in classe durante l’interrogazione!

    Il Preside mi guardava e rimaneva zitto. Si rivolse al signor Luigi: “Luigi, accompagni la signorina a casa e riporti il libretto con la nota firmata da uno dei due genitori, la signorina è sospesa per cinque giorni, cinque, proprio come il titolo della poesia. Vezio, mi sa dire perché si è opposta alla professoressa di lettere?”

    “Signor Preside, mi si è bloccata la mente, avevo un pugno nello stomaco, pensavo al Manzoni e al Bonaparte, li vedevo, mi capisce? Mi perdoni, non glielo so spiegare...”

    Dissi mesta, e a capo chino guardai il pavimento.

    Presi la nota e la sospensione, mio padre non proferì parola, in quei cinque giorni mi portò in negozio con lui, fra un cliente che provava un abito e una mamma che comprava il corredo alla sua figliola, recitavo il “Cinque maggio” ad alta voce. Divenne il mantra di quel 1972.

    Non seppi mai cosa si dissero il preside e mio padre, ma so che di questo avvenimento ne parlarono molto durante i loro incontri di ex alunni del Liceo, forse loro avevano capito prima di me perché non am(av)o recitare poesie?

  • 13 dicembre 2019 alle ore 14:55
    Guardò il soffitto

    Come comincia: Comandava senza riflettere alle conseguenze. Adele impertinente rincorreva sogni che li viveva come se potesse affrontarli veramente la sua ossessione insistente si ripercuoteva fissata in un punto della mente. Appoggiata al cuscino guardò il soffitto le diede dei suggerimenti che si contorcevano su di essa e più pensava e peggio era. I tramonti l'accompagnavano sempre, ogni minuto un problema di quelli complicati senza provare una gioia immensa con molta leggerezza scrollandosi negatività, tutte quante, per ringraziare felicemente.
    In un contrasto di parole, i ricordi si assopivano, tenui come spine. Le offese subite, ciondolavano cadendo ad ogni passo sui bordi di vie pericolanti. Le pareti del cuore indurite adoravano la pioggia e il ticchettio delle gocce sui vetri. Com'era rilassante, sentirli, al posto delle voci del giorno. Nella sua vita c'era un segreto se lo portò appresso ma lo svelò. Un beneficio volle, che accadesse, il solo scopo di sapere che tutti potessero sapere anche famiglie non toccate e forse consapevoli, responsabili, di non aver detto, quel nuocere distruttivo posto ai lati delle stanze dai muri spessi ed uno sottile. Molta falsità traspariva. Rispose attaccata al telefono, con il filo in mano. Cercava di apprendere spiegazioni vane nessuna verità a galla venì.
    Lesse lettere, in alcuni pezzi si soffermò, osservando certe frasi che le fecero comprendere cose sfuggite lasciate a macerare, che prendessero forma, riciclandole. Conveniva a cervelli non curanti, di proseguire e spartirsi torte farcite buonissime lasciandone di vuote, al meno, arioso, che tante porte per lui rimasero ben salde ma rivolte ad un cielo nebuloso tratto da un'immagine dal battito violento, preso dalla scossa rumorosa, con brividi inespressivi.
    Una frase trovò, in una lettera, nella quinta riga. Quella capii, che era la chiave giusta. Le fornii alibi, vicini alla verità, illuminandole la traiettoria. Percorreva via via, momenti sepolti e mai visti conoscendoli solamente per sentito dire, nel cammino di camini accesi di giorno messi ogni tanto a dormire immersi nel silenzio fluttuante di un'alba gelosa di lei, rincorsa dall'aria indispettita, a volte pungente, nel sogno di domani, sognandolo splendido, con essenza, di rose profumate

  • 10 dicembre 2019 alle ore 21:50
    Precipizio.

    Come comincia:      
     
    "Si sta consumando lentamente", dico con una voce appena sussurrata a questa nostra vicina di casa che oggi è passata a vedere come possono andare le cose dopo il lungo periodo di ospedalizzazione di mia moglie. "D'improvviso tutto diventa una sciocchezza, al confronto”, le dico; “ed in certi momenti sembrano venire a mancare perfino le forze per continuare ad andare  ancora avanti". Non voglio commuovermi, penso trattenendomi, anche se ne avrei una gran voglia. D’altra parte appare evidente come tutto quello che era l’andamento normale di una casa, di una famiglia, di tutte le abitudini consumate nel giro di tanti anni, degli stessi comportamenti maturati tra noi due, ed anche quei semplici pensieri messi a punto giorno dopo giorno come una vera strategia di esistenza, adesso siano completamente infranti, finiti, spazzati via da qualcosa che è come un incubo a cui però non resta che adattarsi. La vicina mi stringe la mano senza parlare, e poi se ne va, mesta, triste, come già si immaginava di dover essere, fin dal momento in cui aveva suonato il campanello alla porta.
    Resto da solo a guardare gli oggetti di sempre, nel silenzio dell’appartamento ammalato, foderato di un sottile dolore che non c’era fino a qualche settimana più addietro, e che adesso è diventato l’elemento più forte, più invadente, prevaricatore di ogni altro aspetto. Mi guardo attorno, ed anche se niente è stato cambiato o spostato, tutto comunque ha ormai assunto una colorazione diversa e uniforme, come a mostrare una patina di irrealtà purtroppo vera. Preparo del caffè, controllo le scatole dei medicinali in primo piano, guardo l’orologio da muro inflessibile, mi dedico a togliere della polvere immaginaria da sopra il piano della credenza in cucina, tanto per occupare le mani e la testa in una sciocchezza qualsiasi, qualcosa che mi riporti a dei gesti consunti, usuali, e verso quella normalità per cui adesso pagherei qualsiasi cifra.
    La sospensione che avverto è pressoché insopportabile. Il mio respiro, le mie dita, il passato che torna prepotente a dirmi com'erano le giornate soltanto l'anno scorso, o quello prima, o durante un tempo che nei pensieri diventa lungo e indefinito, per certi versi: tutto adesso mi arriva addosso insopportabilmente, proprio come un corpo estraneo e nemico in mezzo ad un organismo ancora vivo. Questa forse la sensazione più forte, quella di affrontare i prossimi giorni e le prossime ore con la coscienza che tutto sarà caratterizzato da attimi differenti, e che si dovrà modificare leggermente tutto il percorso, a seconda dei passi successivi che il male richiede. Infine torno in camera da letto, e lei è lì: apre gli occhi, mi guarda, sa cosa penso, conosce benissimo cosa io possa avere in mente durante questi momenti. Io la guardo, sorrido, dico qualche sciocchezza, anche se è soltanto una maschera di cortesia, e lei distoglie lo sguardo quasi cercando di nascondere il pallore oramai assunto dalla sua faccia.
    “Mi dispiace”, dice poi con grande presenza di sé, forse vergognandosi per la situazione che è andata così rapidamente franando. Le prendo una mano, vorrei dirle chissà cosa, ma non ha alcuna importanza: sono qui, penso; sarò con te quando le cose precipiteranno.
     
    Bruno Magnolfi

  • 08 dicembre 2019 alle ore 9:04
    uscita d'emergenza

    Come comincia: La pioggia cadeva ininterrotta da giorni. Ora fitta, sottile e di sbieco, stirata dal vento, ora con gocce grosse e grevi che si schiantavano al suolo in fiotti sfavillanti, oppure con scrosci imperiosi, rovesci irruenti che impedivano alla gente di poter fare qualsiasi cosa. Buda, dunque, da sempre adusta, si fermò attonita e depressa, in fremente attesa  che il cielo plumbeo sparisse e scaricasse altrove la sua pancia gonfia d'acqua, magari a San Antonio o in quel di Galveston, dove tutta quella gente con la puzza sotto al naso ne avrebbe giovato.

    Jane, appostata dietro la finestra, approfittò immediatamente del riprender fiato dei nembi e, sotto una pioggerella innocua, raggiunse in fretta il bar all'angolo. Da troppo era chiusa in casa, anche per una solitaria come lei: doveva rientrare nello spazio dell'umanità.  Ma, tranne il barista appisolato sul bancone, la porta le spalancò il nulla, il niente: il bar era completamente deserto. 

    Purtuttavia non tornò indietro anzi, con un contento disappunto, prese posto al tavolino dietro la vetrata, in modo da poter osservare la strada e la pioggia che, nel frattempo, aveva ripreso a scrosciare con rinnovato vigore.

    Niente, dunque, come al solito.

    Niente oltre la soglia del suo matrimonio, niente dietro le porte dei vari maschi incrociati dopo, e niente dietro la porta della sua famiglia. Niente neppure oltre i paraventi degli amici,  e meno di niente oltre le sgangherate porte dei colleghi, del lavoro. 

    Aveva ormai perso il conto di quante volte era entrata ed uscita dal niente, sempre sorretta e sospinta dal "non può essere". Sino a che non aveva imboccato una delle due uscite d'emergenza possibili: la solitudine. L'altra, quella del niente di niente, pur spalancata e invitante, l'avrebbe evitata. 

    E la scelta sembrava essersi rivelata fruttuosa poiché da quando aveva intrapreso il romitaggio aveva ritrovato tutto. Tutto quello che aveva perso, o le era stato rubato o a cui aveva rinunciato, nel nome del "s'è fatto sempre così" e di "così va il mondo". L'aver accettato supinamente regole e consuetudini, pensieri preconfezionati e azioni telecomandate, ne aveva abbrutito l'essenza sin quasi a convenire di chiudersi la porta alle spalle, e far finta di niente. Stritolata dalle catene delle sopraffazioni, delle contraffazioni e delle mistificazioni s'era dovuta adeguare per non perire e, dunque, ne era diventata ingranaggio consapevole. Anonima porzione del grande e immarcescibile gioco delle parti, dove ciascuno non è mai quel che sembra. Dove menzogne, ipocrisia e avidità lubrificano in continuazione la giostra. Che corre, corre sempre, per non andare da nessuna parte.

    Nonostante ciò, però, nonostante stesse bene da sola, e isolata, ogni tanto sentiva imperioso il bisogno di parlare e di essere ascoltata, di essere toccata, abbracciata. A stento resistendo all'impulso di rimettersi nel gioco, di lasciarsi andare.

    Il fragore di un tuono sorprese il barista nel più bello del sonno, sancendone la fine. Assodato che ebbe l'assenza di avventori, nel persistere del fortunale, l'uomo chiuse i battenti senza pensarci su due volte. Jane rimase, così, l'intera notte a frugare freneticamente nella pioggia, come se in qualche goccia potesse scovare il segreto della felicità.

     

  • 07 dicembre 2019 alle ore 13:48
    Collina "81"

    Come comincia:  Collina "81", sul promontorio della paura: guarda sempre di sbiego il sole e fa l'occhiolino - a volte - alla luna ed alle stelle. La notte è stata lunga, nelle trincee l'inferno: i cannoni han lavorato sodo creando ovunque danni, squarciandolo quel cielo tutt'intorno a più non posso; martoriandolo all'infinito e seminando morte...Il rumore assordante delle cannonate e i colpi degli obici da quattrocento hanno rotto i timpani del tenente Krauss. Soffia un vento gelido, adesso: il silenzio fa paura, più delle bombe! Ma un giorno i prati torneranno in fiore e le madri e i padri potranno piangere così i loro figli nelle pianure.

    Taranto, 5 dicembre 2019.

  • 02 dicembre 2019 alle ore 9:37
    ALBERTO E GENÉVIÈNNE (TERZA PARTE)

    Come comincia: Ge: "Non capisco un'acca, non
    conosco il latino." "Ti tradurrò tutto ma come ricompensa..." "Niente
    ricompense per ora, ho capito dove vuoi arrivare, l'uso dell'argenteria
    te la devi conquistare! Traduci." "Lollo deve baciare il buchino davanti
    di Dorella e Tindaro quello dietro." Dorella: "Nunc fellatio at ordo,
    membrum plus parvus esse secundus in ludis, Lollo super tabula femur
    manifesta: lingo tergas, lingopilas, lingofallum." "Vai con la
    traduzione e non fartelo ripetere." ""Dorella sta leccando il culo, le
    palle e il pisello di entrambi, a turno, beati loro!" "Non è il momento
    di farti venire le voglie, voglio partecipare alla loro orgia." Dorella:
    "Lollo fallum bene erectus. Tindaro fallum parvus erectus, experio
    secare... fallum semper parvus erectus, experio ex novo lingere.""Lollo
    ce l'ha ben duro, quello di Tindaro, malgrado l'impegno di Dorella con
    la lingua e con le mani resta moscio, Dorella prova di nuovo a
    leccarglielo."Dorella: "Tindaro experiore con manu te ipsum dum osculor
    in ore Lollo." "Tindaro deve provare con la sue mani a farselo diventare
    duro mentre Dorella bacia in bocca Lollo." Dorella: "Res sic stantibus,
    copulo cum Lollo, expero spectandum membrum ferreus fit." "Dato che
    Tindaro l'ha tuttora mezzo moscio, Dorella si mette a scopare con Lollo
    sperando che guardandoli a Tindaro diventi duro." Dorella: "Esperioremus
    cum Lollo qui debet sugare membrum Tindaro." "Dorella cerca in tutti i
    modi di far diventare duro il coso di Tindaro, ha dato ordine a Lollo di
    succhiarglielo." Ge:"Non ricordo che in passato Tindaro abbia avuto con
    me delle défaillances..." Dorella: "Medicina efficax fuit, Tindaro
    concitatus est et potest irrumpere in mea vulva dum capio status ovis."
    "A Tindaro è diventato duro e può scoparsi Dorella che si è messa alla
    pecorina." Dorella: "Tindaro emergi da mea vulva ut facere intromittere
    Lollo." "Ha ordinato a Tindaro di mettersi da parte per far entrare in
    fica Lollo." Dorella: "Nunc collocatio mea vulva super membrum Tindaro e
    membrum Lollo debet irrumpere in mea terga." "La cosa si fa più
    interessante e fantasiosa: Tindaro si deve infilare nella fica e Lollo
    in culo, doppio gusto, mai provato?" Ge: "No, oltre te dovrei trovare
    una persona speciale, sono di gusti difficili." Dorella: "Volo mutare,
    Tindaro cun suo penis in terga Lollo et Lollo in mea vulva." "Tindaro si
    deve inchiappettareb Lollo che dve entrare in fica." Tindaro: "Non so
    se ci riesco." Dorella: "Si vis gaudere intra mea vulva aut intra in mea
    terga obedi!" "Se Tindaro vuol godere in fica o in culo di Dorella deve
    ubbidire." Tindaro: "Se Lollo me lo lecca diventa duro." Dorella:
    "Lollo obedi." "Hai capito, a tuo marito, diventa duro solo se glielo
    lecca Lollo." Dorella: "Duratio perfetta, intromissionis in terga Lollo
    magna cum suavitate." "Cazzo di Tindaro perfettamente duro, deve
    metterlo in culo a Lollo con delicatezza." In sottofondo gemiti di
    piacere. Dorella: "Tindaro non debebat gaudere, ob pena sugas Lollo
    usque suum gaudium in tua ore." "Tindaro non doveva godere, per
    punizione deve far godere Lollo nella sua bocca, cattivella la fidanzata
    di tuo marito!" "Se piace a loro, ma sentiamo il finale." Dorella: Volo
    gaudere magnopere, at ordo volo antea gaudere cum cunnilingus et postea
    con fallum at ordo usque mea perfecta satisfatis." " Dorella vuol farsi
    una goderecciata planetaria, ha ordinato ai due di leccarla e di
    infilargliela a turno sino a completa sua soddisfazione, i risultati li
    senti..." Ge aveva spento il ricevitore e guardava Gi con aria
    interrogativa:"Stai pensando tu la stessa cosa?" "Si ma come trio mi
    andrebbero due femminucce." "Furbacchione niente da fare, ed ora a cena,
    cos'hai di buono?" "A Nadia ho detto che questa sera avevo compagnia,
    andiamo a scoprire la sua valitudine nell'arte culinaria." "Non è che te
    la sei fatta?" "Solo un pompino, una volta." "Cazzo ti dai pure agli
    amori ancillari!" "Senti vergine delle rocce a te non è mai capitato
    qualcosa di simile?" "Te lo racconto un'altra volta, andiamo ad aprire
    il forno... caspita coniglio con peperoni e olive greche, piccioni
    ripieni, contorni: rucola con scaglie di parmigiano, verdura amara di
    montagna, cetrioli, carote senza buccia ma interi, Nadia fa pure la
    spiritosa, forse pensa che sia come Lollo e Tindaro." "Va bene non sei
    un culattone, va a prendere del vino, se penso al mio Amarone..." "Ho la
    Lacrima di Morro d'Alba, ti piacerà." "Buonissima cena, devo fare i
    complimenti a Nadia, la frutta... cazzo sta ucraina m'ha preso di nuovo
    per il cuolo, ananas interi con un buco al centro." "Te lo faccio venire
    duro, vediamo se c'entra." Slam, slam, slam. "Prova ad infilarlo
    nell'ananas... non c'entra." "Dirò a Nadia, la prossima volta, di
    praticare un foro più largo, intanto succhiamelo ancora." "O si mangia o
    si scopa, si mangia!" Per ultimo una baretta di cioccolato amaro. Sul
    divano abbracciati: "Mai provato la sensazione piacevole di un bacio al
    cioccolato, ora voglio raccontarti una mia avventura particolare. Come
    ti dicevo mio padre era capo stazione a Basilea; una sera lo incontrai
    in compagnia di una ragazza circa della mia età. Quando mi vide si
    arrabbiò ingiungendomi di non dir nulla a mia madre; tornai a casa
    amareggiata e decisi di allontanarmi dalla mia abitazione. Quale figlia
    di appartenente alle ferrovie, avevo diritto di poter fruire di viaggi
    gratis sino a duemila chilometri all'anno e così decisi di imbarcarmi
    sul primo treno trovato in stazione. Era sera, in partenza sul primo
    binario c'era un treno con cuccette, il conduttore mi disse che ce n'era
    una libera, tutte le altre erano occupate dai componenti di una squadra
    di rugby, se mi andava bene... D'istinto decisi di accettare, non
    pensavo di correre alcun pericolo, i giocatori di rugby sono conosciuti
    per la loro serietà e per la loro lealtà sia in campo che fuori, certo
    la loro stazza... L'addetto al wagon lit aprì la porta delllo
    scopartimento immerso nel buio appena rischiarato da una debole luce di
    cortesia, mi arrampicai sulla scaletta posta al centro e mi issai sulla
    cuccetta superiore sinistra, restai vestita in minigonna e giubbino. Nel
    frattempo il treno si era messo in moto e non feci caso al rumore della
    scaletta che veniva spostata; poco dopo sentii il calore di una manona
    che lentamente guadagnava l'interno delle mie cosce. Decisi di starci,
    mai conosciuto un giovanotto muscoloso che speravo anche ben dotato. La
    mia passività indusse il giovane a farsi più intraprendente e poco dopo
    me lo trovai nella mia cuccetta, delicatamente mi sfilò le mutndine e
    cercò di infilarmelo ma benchè agisse delicatamente, mi fece male. Lo
    alliontanai con la mano, lui capì e prese a baciarmi la cosina e poco
    dopo godei a lungo. Il cotale, visti sparire i miei spasmi tornò alla
    carica e questa volta non ebbe difficoltà, la mia tata era pronta ad
    accoglierlo. Data la giovane età godè in breve tempo, restò un pò dentro
    di me, non mi dispiceva rimanere in quella posizione, dopo poco tempo
    si ritirò. In verità ero insoddisfatta, pensavo ad una notte di fuoco...
    ma presto la delusione fece posto a una piacevole sorpresa, un altro
    giocatore di rugby prese il posto del suo collega e, benchè anche lui
    ben dotato, entrò facilmente nella mia cosina scivolando nella
    visocosità lasciata dal suo collega. Anche lui fu piuttosto veloce e
    scese dalla mia cuccetta per lasciare il posto al terzo ed ultimo
    giocatore. Stessa scena ma alla fine mi sentivo frustrata, sti ragazzoni
    avevano poca resistenza in campo sessuale, mi era rimasta addosso il
    loro piacevole effluvio di mascolinità. Mi era girata su un fianco in
    attesa del buon Morfeo quando sentii la solita manona che mi rigirava ma
    da dove compariva il quarto? Capii che era il
    primo evidentemente insoddisfatto della antecedente prestazione. La cosa
    durò più a lungo dei precedenti con grande goduria della mia beneamata.
    Ci furono varie altre prestazioni da parte dei rugbisti che persi il
    conto. sinchè la mia gatta, indolenzita, rifiutò di farsi ulteriormente
    penetare. Chiesi in prestito un  asciugamano per pulire la mia cosina
    completamente allagata. Dopo la pugna un sonno ristoratore come gli
    antichi soldati greci dopo la battaglia. Quando mi svegliai lo
    scompartimento era vuoto, pensai che fossero scesi in una stazione, il
    treno era ancora in moto. Mi recai al vagone ristorante per far
    colazione e, sorpresa sorpresa, vidi tutta la squadra alle prese con
    caffellatte e pasticcini. Non so quale folletto mi spinse a cercare di
    riconoscere i miei trapanatori, pensai di averli individuati in tre che
    occupavano un tavolino in fondo al vagone, con notevole faccia tosta mi
    sedetti al loro tavolo. Espressione attonita da parte degli interessati
    che mi guardavano perplessi e intimiditi; erano tutti e tre biondi,
    mascelle larghe, occhi azzurri, capelli biondi tipici della razza
    ariana, sarennero piaciuti a Hitler, sicuramente parlavano tedesco e in
    questa lingua chiesi loro di procurarmi caffellatte e cornetti. Si
    alzarono all'unisono e sparirono dalla mia vista, pensavo che avessero
    preferito andarsene insalutato ospite invece si presentarono con un
    vassoio pieno di strudel, cornetti, diplomatici oltre che con un bricco
    di caffellatte. Erano notevolmente cambiati, sorridenti mi biaciarono a
    turno la mano e si sedettero mentre io davo l'assalto un pò a tutto, la
    notte godereccia mia aveva procurato un noteviole appetito, dovevo
    riprendere le forze. Restammo seduti sino a quando i tre mi dissero che
    stavano per giungere a destinazione, mi baciariono sulle guance seguiti
    dagli sguardi interrogativi e sicuramente invidiosi dei loro colleghi,
    indubbiamente in seguito li avrebbero messi al corrente della loro
    avventura. Alla fermata successiva scesi dal treno, andai in una
    farmacia e acquistai una pomata per lenire l'arrossamento della mia
    cosina, me l'avevano prorpio sconquassata! Ritornai in stazione ed
    aspettai un treno che mi riportasse a Basilea. Ai miei genitori dissi
    che ero andata a trovare un'amica, guardai negli occhi mio padre e gli
    feci capire che mi sarei fatta i fatti miei, in fondo era anche 'merito'
    suo se avevo potutto godere quell'avventura particolare e piacevole."
    "Sei una porcona matricolata ma spero che non farai paragoni di
    volatili, il mio deve essere decisamente più modesto." "Il tuo va
    benissimo, funziona perfettamente e poi... è il tuo." "Non sappiamo nel
    frattempo il finale del banchetto, hai chiuso il collegamento." "Vado a
    vedere se nel parcheggio c'è ancora la macchina di Dorella... è andata
    via, rientro a casa, bacione della buona notte." "Non è che tu sia molto
    generosa..." "Per stasera va bene così, 'Traduzione mi ha creato uno
    svuotamento mentale, buonanotte." "Notte". Quale buonanotte, se Ge si
    era svuotata mentalmente, Al si era caricato sessualmente e giaceva sul
    letto guardando imbambolato 'ciccio' anche lui perplesso e sull'attenti.
    Solo all'alba un pietoso Morfeo decise di prendere fra le sue braccia
    il povero affranto Al. Il risveglio fu causato dal rumore di una porta
    sbattuta. Nadia si era trovata Al fra i piedi ed in tale modo aveva
    dimostrato il suo disappunto e l'invito di levarsi dalle balle; niente
    da fare Al ce l'aveva col mondo ed anche con quella incolpevole 'pulisci
    cessi'. Questo pensiero ingiurioso fece tornare Al alla realtà,
    normalmente non avrebbe mai offeso Nadia anzi apprezzava molto i suoi
    sacrifici per far studiare i figli e l'essere lontana dalla sua terra.
    si diede ancora dello stronzo ed andò a trovare l'affaccendata ucraina
    alle prese con la lavastoviglie. Sorriso accarrivante che Nadia
    interpretò come resa incondizionata e conseguente uscita di casa. "Nadia
    scusami, non mi sento bene, preferisco non uscire, mi sposterò a una
    stanza all'altra mentre tu lavori." "Penso che il signorino avrà
    apprezzato le cena che ha condiviso con una gentile signora o signorina
    visto il rossetto che ho trovato su un bicchiere!" "Nadia hai meritato i
    nostri complimenti anche se non abbiamo compreso la curiosa
    preparazione dell'ananas." "È una consuetudine ucraina..." "Una
    consuetudine zozzona!" "Onni soi qui mal y pense." "Cazzo questa conosce
    pure il francese e mi prende bellamente per i fondelli, mi sta bene la
    battuta romana 'prendi e porta a casa!' Nadia sono nel salone, ti faccio
    sentire una musica allegra." Quale musica allegra, Al le aveva
    mollato la marcia funebre di Mozart. "La marcia funebre di Mozart non
    migliorerà il suo cattivo umore dovuto forse alla bufera che si sta
    avvicinando o a qualcosa che ieri sera è andato storto..." "Nadia ti
    offendi se ti dico di farti i cosi tuoi!"Al andò ad alzare la serranda
    del salone. Effettivamente un temporale era in arrivo, il forte vento
    piegava i rami degli alberi, dalla Calabria si stavano avvicinando
    grossi nuvoloni neri carichi di pioggia, qualche lampo lontano, non se
    ne parlava proprio di uscire. Nadia si presentò al cospetto di Al:
    "Signorino ho trovato questo biglietto sotto la porta d'ingresso, ce lo
    devono aver messo da poco, quando son venuta non c'era, non l'ho
    aperto." Figurarsi se quell'impicciona non l'aveva letto. "Caro sento il
    bisogno di allontanarmi un pò da Messina, stanotte ho avuto una crisi
    ma non so spiegarti di che si tratta o forse lo so... in ogni caso
    preferisco star sola." Inutile rifugiarsi nel luogo comune 'chi le
    capisce le donne'. Ge non era una donna banale e allora...Gi aprì la
    porta finestra, il posto macchina di Ge era vuoto. Gi allora decise di
    uscire di casa, niente barba, niente doccia, niente vestiti solo una
    tuta da ginnastica. Giunse frastornato a piazza Cairoli, poca gente in
    strada, rari pedoni alle prese con ombrelli diventati paracadute
    all'incontrario, quasi tutti rifugiati nei negozi o nei bar. Gi era
    vicino alla rivendita di giornali dell'amico Nino ma preferì andare in
    un'altra edicola, il suo aspetto non era dei migliori e non aveva voglia
    di sopportare le inevitabili battute salaci del suo amico giornalaio.
    'La Gazzetta del Sud' riportava le solite notizie spiacevoli: incidenti
    stradali con morti e feriti, arresti delle forze dell'ordine di
    spacciatori di droga, un latitante di grosso calibro arrestato dopo
    lunghi indagini, politici che se ne dicevano di tutti i colori per 'il
    bene della città'. L'unica pagina distentiva era un'allegato dedicato
    agli studenti delle elementari, bellissimi ed ingenui disegni e le
    letterine degli scolari. Queste immagini lo portarono a rivolgersi una
    domanda alla quale in passato non aveva saputo dare una risposta:
    sarebbe stato un buon padre o, preso da problemi personali, avrebbe
    lasciato alla madre l'incombenza della educazione dei figli? Doveva
    essere proprio a terra per riproporsi una simile domanda tanto
    impegnativa quanto senza risposta. Al rientro a casa non trovò Nadia che
    gli aveva preparato un risotto con sugo di pesce e, per secondo,
    salmone con contorni di verdure e, in bella mostra, un secchiello con
    ghiaccio con una bottiglia di 'Verdicchio', niente ananas con buco al
    centro. Messo a tacere l'appetito, Al si distese sull'amico divano con
    le braccia incrociate dietro la testa, la sua posizione preferita per
    cogitare: a mente serena non riusciva a trovare una motivazione
    dell'allontanamente di Ge, sicuramente non era un problema col marito,
    ognuno viveva la propria vita. Qui si fermava la diesamina, inutile
    spingersi oltre per trovare una motivazione plausibile. Cavolo non aveva
    pensato al telefonino: 'Risponde la segreteria telefonica del numero
    ... lasciate un messaggio dopo il segnale acustico.' Chiaramente Ge non
    voleva avere rapporti con lui, che fare? Dopo lunga meditazione Al
    ritenne che la cosa migliore fosse lasciare un messaggio nella
    segreteria telefonica non chiedendo spiegazioni ma effettuando una
    cronaca dell'andamento di casa sua: "Cara come stai, qui il tempo è
    maledetto e m'impone una prigionia forzata con grande irritazione di
    Nadia, 'ciccio' è molto affranto e riposa nella sua cuccia, non ci sono
    novità, ti chiamerò domani, un bacione." "Oggi mi sento meno triste
    forse anche per merito del tempo che è notevolmente migliorato. Per
    quanto riguarda casa tua devo comunicarti che il tuo allontanamento è
    stato ben accetto dalla banda che da tre è aumentata a quattro perchè,
    penso, si sia aggiunto Cocò quel tale titolare del ristorante che aveva
    fornito la mangiatoria a Tindaro, a Dorella ed a Lollo nel loro primo
    incontro-orgia. È in tipo magro, alto, molto elegante da quello che ho
    potutto vedere dallo spioncino della mia porta d'ingresso. Se avessi
    lasciato le microspie in funzione avrei potutto riferirti qualche
    passaggio interessante delle loro...conversazioni, solito bacione."
    "Oggi Nadia mi guarda in maniera strana, forse ha intuito qualcosa della
    nostra relazione e si domanda il perchè della tua lontananza (non è la
    sola). Io non  frequento più gli amici, ho cambiato giornalaio per non
    subire domande imbarazzanti sul mio aspetto fisico non proprio al top,
    che altro dirti, bacioni." "Amore non tengo più il conto dei giorni che
    son passati, la domanda è sempre la stessa: perchè? Se hai preso questa
    decisione avrai avuto i tuoi buoni motivi, vorrei che...che vorrei?
    Averti di nuovo fra le mie braccia!" Al aveva deciso di non inviare più
    sms a Ge, non era sicuro che li leggesse, forse suo marito sapeva
    qualcosa, avrebbe potutto chiedergli... la disperazione porta a pensare
    soluzioni inopportune e sciocche, ufficilamente non lo conosceva
    nemmeno. Dopo due giorni, di notte squillò il telefono di casa:
    "pronto": Dalla'ltro lato un suono di pianto, un pianto sempre più
    fporte.irrefrenabile, non poteva che essere Ge, infine la sua voce: "Ci
    sei?" Con la maggior indifferenza possibile Al: "Certo che son qui, mi
    hai svegliato, non potevi telefonarmi in un'ora meno antelucana!" Al
    cercava di sdrammatizzare. "Brutto maiale, io manco di casa venti giorni
    e tu fai il sostenuto, ho fatto male a chiamarti, sei un maledetto, ti
    odio!" "Pure io, non voglio farti domande ovvie, dimmi dove sei e se
    vuoi che ti raggiunga." "Non vorrei ma è più forte di me, sono al 'Bed
    and Breakfast 'La Stalla' di Salvatore di Fitalia, non ho voglio di
    spiegarti dove si trova, guarda su internet." "Dato che ti trovi in una
    stalla, mi domando se devo portare il sacco a pelo ed il lume a gas."
    "Se fai ancora l'imbecille sparisco di qui e non mi faccio più trovare."
    "Se non accetti le mie battute sei proprio a terra, più o meno ho
    capito dov'è il posto, a presto." "Non spingere troppo
    sull'acceleratore, ora che ho deciso di rivcederti vorrei trovarti tutto
    intero, io starò ad aspettarti all'inizio della salita che porta al
    casolare." Valigia preparata in fretta, vestito sportivo, autostrada
    Messina - Palermo, uscita a Patti prosieguo in strade malagevoli
    seguendo le indicazioni stradali, infine la scritta 'Bed and breakfast
    La Stalla Km.1' Ispirazione di Al, fare gli ultimi cinquecento metri a
    piedi, sbucare all'improvviso per vedere le reazioni di Ge. Detto fatto,
    Jaguar posteggiata sotto una curva, ultimo tratto in salita, e che
    salita!. Giunto nelle vicinanze del casolare Al aveva la classica lingua
    di fuori.Scorse la conosciuta figura di Ge seduta su un masso, il viso
    appoggiato su una mano ed il gomito su una gamba, non l'aveva ancora
    notato. Quando Al si avvicinò, alzò solo lo sguardo, un'immagine
    spiacevole, era dimagrita, lo sguardo spento, nemmeno un 'ciao'.Ge si
    alzò, prese per mano Al, s'incamminarono per raggiungere l'abitazione,
    una ex fattoria rimodernata che di stalla non aveva che il nome.
    Passarono vicino alla piscina ovviamente vuota (era novembre) e si
    diressero verso una sala dove c'era una radio accesa che inviava musica
    country. "Vieni, sediamoci sul divano, è qui che passo la maggior parte
    del tempo quando le condizioni atmoferiche non mi permettono di andare a
    cavallo nei boschi." Stranamente Ge non guardava in faccia Al, che
    poteva aver combinato per sentirsi tanto in colpa? Mah. Si avvicinarono
    una signora sulla trentina, bruna, piccolina, sorridente seguita dal
    marito alto, panciuto e dall'espressione di figlio di puttana e lo
    dimostrò subito partendo all'attacco: "È suo padre?" "Potrebbe esserlo
    ma è solo il mio amante!" Gino e Carmelo, dopo una stretta di mano si
    allontanarono, avevano compreso che non era il caso di esagerare viste
    le espressioni contrariate dei due. "Vieni in canera mia, in questo
    momento non vi sono altri ospiti." "Bene, finalmente soli, mi sembra la
    classica situazione  di due novelli sposi alla prima notte di nozze."
    "Non ho nemmeno la forza di darti un pugno in faccia, te lo
    meriteresti!" Ge era distesa sul letto prona, non voleva farsi vedere in
    viso, forse piangeva. Al gli si mise accanto, un braccio intorno alle
    spalle. Restarono in questa posizione sin quando non giunse la voce di
    Carmelo: "L'amore fa venire fame, mia moglie ha preparato cose
    buonissime." Menù letto da Carmelo: - antipasti: peperoni arrosto,
    funghi e melanzane fritti, provola cotta alla brace; - primi piatti:
    bucatini al ragù, risotto ai funghi; - secondi piatti tutti cotti su un
    coppo: carne di struzzo, salsicce, filetto di maialino; - contorni:
    verdure di campagna,fagioli lessi, fave e piselli, patate fritte; -
    frutta: melograni, mele di montagana, pere. Un piatto con ingredienti
    genuini in città ve lo potete sognare!" Al: "Modestia decet puellas."
    "Il signore conosce il latino? Bene ci intenderemo in tale lingua." Ge:
    "Niente latino, ne abbiamo fatto una scorpacciata in altra occasione..."
    Carmelo: "Vedo con piacere che la signora si è ripresa, nei giorni
    passati non  ha mangiato quasi nulla e ci ha sempre deliziato con
    un'espressione da funerale, signor Alberto tutto merito suo!" "Carmelo
    vorrei darti del tu per poterti mandare a f....lo senza che tu ti
    offenda!" ""Permesso accordato, vado subito dove mi ha mandato!" Quella
    era la donna che Al preferiva, battagliera. Ge aveva 'ripreso le penne'
    ed aveva preso d'assalto i piatti che man mano venivano serviti a
    tavola, Gi pensò che nei giorni passati doveva aver soffeto la fame.
    Riempito il delizioso pancino Ge, dopo aver ringraziato sia Gina che
    Carmelo, chiese loro di sellare due cavalli per un giro nel bosco.
    "Genéviènne come cavaliere sono maldestro, ho paura di cadere e di
    rompermi la testa." "È proprio quello che desidero e che ti meriti,
    monta e seguimi, ormai conosco bene la zona." Ge aveva messo il cavallo
    al trotto, Al invece frenava il suo, già andare al passo per lui era
    abbastanza viste le asperità del terreno. "Cagone del c...o, fai alzare
    le chiappe al cavallo!" "Te lo puoi dimenticare anzi lo giro a torno
    indietro." Ge raggiune il suo amante, scese da cavallo, tirò giù dalla
    sella Al che si ritrovò disteso a terra quasi senza accorgersene. "Vedo
    che sei migliorata, non sei più pazza ma solo def..." Al non riuscì a
    finire la frase, Ge si era appropriata della sua bocca e lo baciava
    freneticamente. Finita la furia distruttrice ripresero fiato guardandosi
    negli occhi. "È troppo chiederti e soprattutto ottenere qualche
    spiegazione, una piccola piccola solo per capirci qualcosa dell tua
    fuga, ero fuori di testa, stavo quasi per telefonare a tuo marito per
    avere tue notizie." "Lui non sa nulla dove sono nè penso che gli
    interessi gran che. La mia diserzione, chiamiamola così,è dovuta ad una
    violenta reazione contro me stessa, ho provato un sentimento che non
    volevo accettare e che ha portato ad odiarmi, sai quanto sia importante
    per me la libertà, la mia ragione di vita, non accetto costrizioni di
    alcun genere e così piuttosto puerilmente sono fuggita quando ho
    scoperto di essermi innamorata di un essere esecrabile, me lo sogno, di
    notte mi abbraccio al cuscino pensando a lui... a te maledetto
    abominevole uomo!" Tutto ad un tratto il silenzio era sceso fra di loro,
    il canto degli uccelli appollaiati sugli alberi erano l'unico suono del
    bosco, Ge dopo la sofferta confessione, aveva poggiato la testa sul
    ventre di Al. Se da un lato si sentiva sollevato dall'altro era
    perplesso, che c'è di meglio di un sentimento che ti coinvolge tutto, al
    diavolo la libertà e le fregnate del genere! L'umidfità ed il freddo
    consigliarono ai due amanti di riprendere la via di casa ma i cavalli...
    si erano dimenticati di legarli ad un albero e gli interessati avevano
    ritenuto opportuno andar per i fatti loro. Una corsa verso l'alto,
    niente cavalli 

  • 30 dicembre 2018 alle ore 23:46
    Happy New Year

    Come comincia: Roberto: per quanto tu sia la persona che conosco da meno tempo, sei comunque uno di quegli amici su cui so di poter fare affidamento, e anche grazie a te piano piano sto imparando a tradurre la lingua più difficile e complicata di tutte: quella del cuore. Ti voglio bene.

    Antonio: ricordo ancora quando prima di conoscerti mi parlavano di te dicendo che eri identico a me, e in fondo non avevano tutti i torti. Adesso però sei cresciuto (un pochino ma meglio di niente) e anche io lo sono (un pochino), ma c’è una cosa in particolare che volevo dirti: il solo aver trovato la tua anima gemella mi ha [ri]dato la speranza che magari c’è anche la mia, chissà. Ti voglio bene.

    Luisa: le risate insieme a te sono state tra le migliori dell’anno, se non della mia vita. So di non averti sempre dimostrato quanto sei importante per me, so che a volte sembra che dò più importanza ad altri, ma la verità è che sei una delle mie amiche più strette, e ci tengo veramente un sacco a te. Grazie per avermi sostenuto nei momenti di difficoltà e per apprezzarmi per quello che sono. Ti voglio bene.

    Gab: ormai sarà quasi impossibile stupirti di nuovo, ma ci proverò lo stesso. Quando ci siamo conosciuti stavo tutto il tempo da solo, chiuso in me stesso, e dopo solo qualche giorno non solo ci siamo incontrati, ma mi hai fatto entrare nella tua vita e uscire dalla mia gabbia. Vero, non ero solo, però avevo paura di allargare i miei orizzonti a causa di troppe persone che mi hanno deluso. Non ti ringrazierò mai abbastanza per tutto quello che hai fatto e fai per me. Ti voglio bene.

  • 30 dicembre 2018 alle ore 9:56
    AMADOR SILVA L'ARGENTINO

    Come comincia: Amador Silva apparteneva alla quarta generazione di italiani emigrati in Argentina. Si poteva annoverare fra i più fortunati perché gli avi, succedutisi in  famiglia, erano  riusciti  ad acquistare terreni e fazendas nella Pampa, la regione più fertile. Trentacinquenne era l’ultimo rampollo dei Silva, di bell’aspetto, corporatura atletica aveva le caratteristiche fisiche  dei bruni italiani, caratteristiche che gli permettevano di ‘rimorchiare’ le migliori femminucce sul mercato, ovviamente senza mai maritarsi. Sin da giovanissimo era stato impiegato dai suoi genitori nei lavori dei campi che producevano frumento, mais, canna da zucchero ed erba medica, quest’ultima importante per  cibare la schiera di  animali che, d’inverno, venivano ricoverati nelle stalle inoltre, massima fortuna da quelle parti, un fiume attraversava le sue terre tutte intorno un pò aride per non parlare della produzione di un vino locale, di eccellente qualità dal nome un po’ ‘ecclesiastico’ di AVE. Ultima situazione fortunata, coltivava la terra con trattori provenienti dall’Italia mentre i granjeros lavoravano i terreni ancora con buoi ed aratri. Dai nonni aveva sentito dire che in Italia c’erano donne sofisticate, bellissime, di attrici di film, di varietà ed anche di posti di villeggiatura al mare dove le stesse mettevano in mostra  i loro corpi in costumi ridottissimi, talvolta anche senza reggiseni.  Amador, come tutti coloro che hanno ‘la pancia piena’ era scontento della vita che conduceva e pensò bene di fare un ‘salto’ in  Italia, per le sue attività non c’era problema. Il proprietario di un fondo vicino a lui gli faceva da sempre la corte’ affinché gli vendesse i suoi poderi; ad ogni sua richiesta aumentava la cifra da versargli, quando fu molto consistente Amador decise che era la volta buona, organizzò una cena presenti tutti i suoi dipendenti e comunicò loro la notizia della vendita facendo presente che Ciro,  l’acquirente, non avrebbe licenziato nessuno degli addetti ai lavori. Grande fu il dolore dei suoi parenti ma ormai Amador aveva deciso,  prese l’aereo che da Buenos Aires lo condusse in Italia, dopo un trasbordo a Milano (non c’era una linea diretta) giunse a Catania dove gli risiedevano dei lontani parenti. Aveva Inviato loro un telegramma preannunziando il suo arrivo alle 15 del  giorno successivo che cadeva di domenica.  Dall’aeroporto di ‘Fontanarossa’ in tassì giunse in via Paternò  sede dei i coniugi Rossi “Al citofono: “Sono Amador vostro lontano parente proveniente dall’Argentina.” Ci volle del tempo prima che il portone si aprisse. Messa la valigia in ascensore si ricordò che non gli avevano comunicato a che piano dovesse fermarsi e così iniziò dal quinto, erano al primo. Dovette suonare il campanello, si era spettato di trovare il portone aperto anzi ci volle del tempo prima che una scarmigliata signora si decidesse di farlo entrare. “Sono Amalia, i miei ancora dormono.” Come prima impressione…”Sono Amador, non vorrei avervi disturbato.” “Il sabato sera facciamo bisboccia e il giorno dopo ci alziamo tardi, accomodati in salotto.” Pian piano si presentarono i vari componenti della famiglia: il padre Melo (Carmelo) ed i figli Sandro (Alessandro) e  Saro (Rosario). I due giovani non fecero buona impressione  ad Amador, innanzi tutto avevano un taglio di capelli tutti rasati da una sola parte e poi indossavano un pigiama rosa! Il buon italo- argentino pensò che si doveva abituare alla differenza fra gli usi ed i costumi fra i due paesi. Di cena non se ne parlava proprio e Amador vista l’aria che tirava: prese l’iniziativa. “Ho visto una trattoria all’angolo della strada, siete tutti invitati a cenare.” Amalia: “Io e mio marito la domenica pranziamo tardi, vai pure tu con i  ragazzi. “ I giovani ci misero del tempo a presentarsi ma…come erano vestiti, qui non si trattava più di usi e costumi locali, in Argentina li avrebbero chiamati ‘Maricones’ ovvero homosexuales! Nei particolari: ‘abbondante’ camicia rosa con pantaloni  fino alla caviglia strettissimi e neri, un foulard al collo color lilla e scarpe bicolori bianche e rosa! I due evidentemente conosciuti nel locale  furono accolti con baci ed abbracci da parte del padrone che: “Sono ‘Chicca’ diminutivo di Francesco, che bel giovane dove l’avete trovato?” “È un nostro lontano parente proveniente dall’Argentina.” “Speriamo che ci resti tanti giorni, accomodatevi, per voi una cena speciale a base di cibi afrodisiaci, non che voi ne abbiate bisogno!” Aragoste, granseole, gamberi, scampi sparirono in  breve tempo dentro il ‘pancino’ dei quattro. “Ma vi pare che vi faccio pagare, offro io in onore di Amador, ha bello anche il nome!” Il ‘bello, sistemato nella camera degli ospiti, camera, era una specie di sgabuzzini senza bagno, deprimente. Amador al ristorante aveva notato la pubblicità del ‘Rifugio Sapienza’ sull’Etna. Detto fatto il giorno seguente prese in affitto una Fiat 595 Abarth e dopo circa due ore giunse sul posto, non molta neve ma uno spettacolo spettacoloso. Amador non aveva considerato la differenza di temperatura fra Catania e l’Etna e così fu costretto a restare dietro i vetri del bar a  guardare le varie compagnie di ragazzi e ragazze che scherzavano tirandosi palle di neve. Ad un certo punto il gioco si fece pesante ed un giovane schiaffeggiò una ragazza che si rifugiò nel bar piangendo. La baby era veramente una bellezza, alta, capelli corvini e forme che dentro il completo da sci si immaginavano favolose e allora…Dopo un po’ di tempo la ragazza era sempre seduta su uno sgabello vicino al bancone del bar, Amador pensò bene di approfittare dell’occasione e: “Le ci vorrebbe più che un fazzolettino un  fazzolettone, ha allagato il locale!” La ragazza si tolse di bocca la cannuccia con la quale stava sorbendo una Coca Cola, guardò in viso Amador, accettò un fazzoletto del giovane che seguitò: “Forse non è ben informata ma quella che sta bevendo è un ‘Junk drink’ come diciamo noi in Argentina prendendo in prestito il detto dall’inglese, insomma una bevanda spazzatura!” La ragazza abbozzò un sorriso: “Mi vergogno per lo spettacolo che ho dato ma per me è intollerabile che...lasciamo perdere, se non ho capito male lei è argentino che ci fa da queste parti?” “Sono venuto a conoscere lontani parenti che abitano a Catania, ho affittato una 595 Abarth, al mio paese correvo in pista con una vecchia Ferrari ma non sono Fangio.” “Parlando di auto m’è venuto in mente che sono a piedi, il mio fidanzato e meglio ex fidanzato mi ha dato in passaggio in macchina all’andata ma al ritorno…” “Per il ritorno ci pensa il qui presente Amador sempre che lei sia d’accordo.” “Lei mi ispira fiducia, è una stupidaggine che tutti gli uomini sono uguali, mi chiamo Marina anche se non so nuotare!” “Io sono un pesce nelle acque fluviali, venga in auto le darò un passaggio.” Mentre i due si appropinquavano alla 595 si avvicinò l’ex fidanzato che la insultò con aggettivi…poco carini. Amador,  forte della sua stazza gli diede una spinta che lo fece rotolare a terra ,  gli altri componenti della comitiva si misero a ridere, l’ex non doveva godere delle simpatie dei conoscenti. Durante il tragitto Etna – Catania Amador diede prova della sua abilità di pilota, un  vero uomo, Marina guardava il suo profilo affascinata. “Ho passato l’esame?” Solo un sorriso della ragazza. Dietro indicazioni della stessa, Amador fermò la macchina in Corso Italia, c’erano solo appartamenti di lusso. Immaginando le sensazioni di Amador, Marina: “Qui abitano solo persone abbienti, i miei hanno fatto fortuna in Brasile come i tuoi antenati in Argentina, ora si godono meritati agi, hanno una casa con quattro stanze,  le abitazioni più grandi costano un occhio della testa!” “Marina come mi presenti ai tuoi, non mi conoscono…” “Una soluzione, farci ospitare da una signora del mio stesso palazzo, è vedova ed i figli lavorano a Milano, mi vuole bene come una madre, non dirà nulla anzi…ha conosciuto il mio ex e più volte mi ha fatto capire che non era una persona di suo gradimento. I desideri dei miei genitori sono altri: diventare nonni ma…”  Gaia, questo il nome della vicina di casa di Marina li accolse ambedue con entusiasmo, finalmente…” Finalmente voleva dire una persona raccomandabile, abbracciò anche Amador che si commosse, capì cosa angustiava la signora: la solitudine. “Vi dovete accontentare di una cena frugale, io e Marina andiamo in cucina, tu Amador accendi la televisione.” Marina mise al corrente Gaia degli ultimi avvenimenti, Gaia sorrise: “Hai scaricato un pelandrone, a proposito stanotte dormirai da sola oppure…” “Col tuo permesso…oppure.”Gaia era stata modesta nel qualificare il suo ‘banchetto’, aveva svuotato sia il frigo che la dispensa, Amador aveva apprezzato soprattutto i vari ‘sott’olio’ che in Argentina non esistevano,  il pane integrale ed il vino Nerello Mascalese. “Vai piano col vino può fare brutti effetti…” Gaia aveva pronunziato un battuta che aveva fatto arrossire Marina, in quelle parole c’era un evidente sottofondo. “Telefono ai miei  che non rientro a casa stanotte.” La mamma: “Se ho capito bene sarai ospite di Gaia” .  La camera destinata ai due novelli ‘sposi’ era quella matrimoniale di Gaia che voleva che i due fossero  proprio agio, un solo problema: “Non ho il pigiama.” “Ti presterò uno dei miei figli.” Poco dopo una telefonata: “È tuo padre.” “Papà dimmi tutto.” “Volevo augurarti la buona notte.” Bugiardone, l’avo voleva essere sicuro che fosse a casa di Gaia e non con quel…’ Sistemati’ con bidet i relativi ‘gioielli’ , Amador sdraiato supino sul matrimoniale di Gaia pensò che la ‘cattiva nuotatrice’ si dedicasse come preliminari a ‘ciccio’ inalberato ’in sua ore’ mentre la baby non fu dello stesso parere e di sua mano lo indirizzò dentro la ‘deliziosa’. “Di solito…” A gesti: “Non parlare, Gaia potrebbe sentirci ed io mi vergogno un po’.” Amador si mise a ridere vedendo le smorfie della compagna di letto.  Amador  comprese  che a Gaia non piaceva avere la bocca piena di…e quindi aveva indirizzato ‘ciccio’ dentro la ‘gatta’, vogliosa di stare per molto tempo ‘impegnata’. E così fu, la baby superò in numero gli orgasmi di Amador  ma poi piano nell’orecchio del compagno, “Ho paura che mi si sia abbassata la pressione!”  Sempre a voce bassa il giovane: “Ti credo quante te ne sei fatte?” “Non fare il ragioniere, dormirò per ventiquattro ore” , si girò di spalle e cadde fra braccia di Morfeo. Era stata troppo ottimista, alle dieci Gaia bussò alla porta e si presentò con un vassoio pieno di cose ‘corroboranti’. “Amador per te uno zabaione di due uova, penso che ne abbia bisogno!” “No ti prego Gaia, lo zabaione no! è stato il mio incubo sino all’età di diciotto anni poi son riuscito a ‘scansarlo’ con la scusa di aver il fegato ingrossato. Mammina amareggiata e poco convinta aveva ritirato per sempre la bevanda,  per lei  io ero sempre bianco in viso…forse aveva ragione!” Ormai Amador era un inquilino fisso a casa di Gaia, capì che  si stava innamorando e fu invaso da una paura che non sapeva giustificare, forse i racconti di suoi amici che ‘c’erano cascati’ ed erano diventati esseri fragili dinanzi alla loro bella, fatto sta che: ”Signore, sono stato contattato da alcuni miei parenti di Roma, ho promesso loro di andarli a trovare, partirò domani.” Delusione da parte delle due, a  Marina addirittura vennero dei lucciconi delle agli occhi,  si rifugiò in bagno, ci volle del tempo prima che ‘riemergesse’ in salotto.  Gaia una sola frase: “Non farla soffrire se ritorni è per sempre, ricordatelo.” Amador consumò la cena con i due fratelli e col padrone del locale, stavolta pagò lui il conto. La mattina fu accompagnato alla stazione ferroviaria da Melo: Hai capito come sono i miei figli, tutti i due… non riesco ad accettare…Scusa il mio sfogo ma per me è un dolore costante.” Sotto la pensilina della stazione Termini c’era ad attenderlo un giovane rintracciato tramite cellulare.” Sei Amador? Sarà per noi un piacere ospitarti a casa nostra, io sono Alcide che vuol dire ‘forza’ non farci  caso, nella mia famiglia ci sono nomi fuori del comune ereditati da nonni e zii abbienti per cui…seguitando mio padre è Acazio, non ridere, vuol dire ‘il signore tiene’, non si sa che cosa e poi mia madre Angelica, ti accorgerai subito che è un nome che non le si addice,  Daniele vuol dire ‘il mio giudice è Dio’, gli sta a pennello, è prete con le gonne ma lui ama quelle femminili e per ultimo Angelo il ‘piccolo di casa’  un errore di calcolo dei miei genitori, un rompiballe, se ne approfitta perché nessuno osa contraddirlo, ha dodici anni e poi le mie sorelle Bruna e Donata, la prima bionda e la seconda mora, finita la presentazione. Ti sto conducendo a casa nostra in via Ciamicin alla Tiburtina, una villa isolata ereditata dal nonno Alcide, io e le mie sorelle frequentiamo l’Università, siamo l’orgoglio di nostro padre che, da semplice muratore,è diventato un ‘palazzinaro’ conosciuto e ricco. Eccoci arrivati.” Amador fu colpito dalla ‘maestà della villa, sicuramente era stata la dimora di qualche nobile. Era domenica, tutti i componenti erano a casa, il pranzo domenicale era ‘sacro’. Amador fu accolto con affetto da tutti, Angelo dimostrò subito la sua natura: “Pensavo che gli argentini fossero più alti, tu…” Nessuno fece caso alle parole del ‘piccolo di casa’. Mamma Angelica, si presentò con un menù classico romano: ‘Bucatini alla Amatriciana, e poi tanti secondi: trippa alla romana, coda alla vaccinara, abbacchio e poi carciofi alla Giuda, broccoli verdi ed infine ananas per digerire quel popò di cibo oltre al caffè ed allo ammazza (poverino) caffè. La sera, era sabato,  tutti a divertirsi: Acazio, Angelica,  Angelo ed Alcide in un circolo privato, il papà per il pokerino con gli amici, la mamma ed il figlio più grande in sala da ballo, Angelo in un locale riservato ai più giovani. Musica romantica in sala  dove mammina ed il figlio più grande più che a ballare erano dediti a ‘rimorchiare.’ Amador , dietro suggerimento di Bruna e di Donata si recò in un locale trendy dove sovrana era la musica techno ad altissimo volume. Spesso maschietti e femminucce si ‘ritiravano’ in bagno per farsi delle canne che, assieme a fiumi di alcool  mandavano tutti fuori di testa. Amador vide ritornare in sala le due sorelle praticamente ‘groggy’ sorrette da due giovani anche loro su quella via. Amador turbato da quella scena che non  si aspettava, diede la mancia a due camerieri per accompagnare le ragazze nella loro macchina, una Volkswagen Up  a quattro sportelli per fortuna munita di navigatore satellitare che permise al giovane di trovare la via  di casa. Mettere a letto Bruna e Donata fu per l’argentino un’impresa, era nauseato di quello che aveva visto.  Acazio, Alcide, Angelo ed Angelica tornarono insieme on la Golf del padre, la madre aveva il trucco fuori posto e la mancanza di reggiseno metteva in parte in mostra due tette ben fornite. la ‘piccola peste’ si avvicinò ad Amador: “Non giudicare male mia madre, è la vittima in questa famiglia di debosciati, è quella che manda avanti la ‘baracca’, buona notte.” Quella frase commosse Amador, non si aspettava tanto amor filiale che  lo portò a fare un confronto con Marina ragazza in fondo pudica. Lo prese  una gran nostalgia…e, more solito prese una decisione immediata, ritornare a Catania. Fu accompagnato in stazione da un imperturbabile Acazio che doveva essere abituato quelle scene familiari. Un rapido saluto, finalmente lontano dai casini e…Durante il tragitto in treno prese contatti con Gaia comunicandole l’ora del suo arrivo in stazione. La signora lo andò a rilevare con la sua Cinquecento, dopo una cena con i fiocchi al telefono: Sono Gaia puoi dire a tua figlia Marina che è invitata a casa mia, grazie.” Amador ebbe l’idea di mettere all’ingresso la sua valigia, voleva far sospettare alla ragazza la sua presenza,non voleva che presentandosi di colpo dinanzi a lei Marina  potesse avere uno ‘sturbo’. Ci riuscì solo in parte, Marina vedendolo si mise a piangere e, non previsto, mollò un ceffone all’ormai fidanzato il quale: “Mi aspettavo un’accoglienza migliore, penso che sia meglio che ritorni in  Argentina con le solite ragazze che si contentano di poco e non fanno storie e soprattutto non mollano schiaffoni ai maschietti che frequentano.” “Provaci e tornerai al tuo paesello in barella con le gambe fratturate. “Fino a che morte non vi divida’ ti dice niente questa frase?” “Si vedo per me un futuro..radioso!”

  • 29 dicembre 2018 alle ore 17:41
    Il lupo Spartaco

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Spartaco.
    Dal carattere nobile ed altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del brioso ondeggiare dei fiori nei campi, del respiro lieve dei ruscelli all’aria aperta, del candido brillio della luna in cielo, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Nato con una macchia nera sul muso, il lupo dal pelo bianco, non era mai stato ben visto dagli altri animali della Foresta, che lo ritenevano troppo brutto per quella sua particolarità, e lasciato per questo, spesso solo ed in disparte, per nulla vinto, docile e mite lui sorrideva alle loro parole senza remore, componendo la sua poesia Acquazzone/ dondolano al chiaro di luna/i ciliegi ricamando nel suo cuore i propri haiku.
    Ed un giorno girovagando per la Foresta, contando le sillabe dei suoi versi, udendo una voce dietro di lui, vibrare affascinata, il suo cuore mancò di un battito, nello scorgere una lupa dagli occhi d’ambra scodinzolante “Che bellissima poesia! Complimenti lupo!”
    E Spartaco, goffo, voltandosi adagio, balbettò radioso “Grazie!”
    Felice che la sua poesia fosse piaciuta, lui, lupo bianco con una macchia nera sul muso, conosciuto da tutti per quella sua caratteristica, e chiamato per questo col nome di “Nero”,  in maniera dispregiativa.
    “Non fidarti mai del lupo che ha una macchia nera!” era sempre stata una delle Voci più ricorrenti nella Foresta “Stai alla larga dal lupo bianco, che sul muso porta una macchia nera!” sbarrò gli occhi in quell'istante la lupa, riconoscendolo, e Spartaco, leggendo nello sguardo di lei lo stupore, comprendendone il motivo, indietreggiò “Hai tanto amato il mio haiku,  dal non fermarti nemmeno a chiederti, chi ne fosse l’autore!”
    “Quella macchia nera!” era sempre stato il ritornello più ricorrente “Come è brutto!” “Al lupo, al lupo!”
    Ma lei, nel vedere il lupo abbassare le orecchie appuntite, dopo aver compreso di essere stato riconosciuto, sentì il cuore in subbuglio.
    “Non ascoltare ciò che dicono gli altri!” l'ammonì al suo orecchio una Voce “Spesso l’Importante non è visibile agli occhi!”
    E la lupa inspirando forte l'odore di lui, riconoscendolo buono, lo chiamò per nome, in un sol fiato “Spartaco! Grazie per il tuo haiku! Il mio nome è Nausicaa, e sono felice di fare la tua conoscenza!” .
    “Di nulla!” si fermò lui  “Grazie a te, Nausicaa per averlo ascoltato ed apprezzato, sono così pochi quelli che si fermano ancora ad ascoltare poesia! specie poi i miei haiku! molti guardando il colore della macchia che ho sul muso, e fuggono via senza pensarci due volte, per fortuna tu non lo hai fatto, e ancor più per fortuna, tu non hai creduto a quelli che di tutto il mio pelo bianco, vedono solo la macchia nera che porto, e in base a quella, mi chiamano con disprezzo col nome di Nero, quando questo nomignolo, mi era stato posto alla nascita come vezzeggiativo!” abbassò la coda contrito “Grazie per avere amato i miei haiku!” le sorrise.
    E lei chinando il capo, per tutta risposta, gli leccò dolcemente il muso, ricambiando il suo sorriso “Spartaco, tu sei il lupo poeta! Il tuo nome è conosciuto da tutti anche per questo! E la poesia non può essere un male!” scodinzolò, sotto lo sguardo esterrefatto di lui, continuando “La poesia è un gesto di pace, è un atto d’Amore!” soffiò col cuore in subbuglio lei, senza fermarsi “La poesia è l’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore a prescindere! L’Amore che è l’unico compenso dell’Amore!” si accoccolò contro il pelo di lui, senza considerarlo diverso “Me lo reciteresti un altro haiku?”
    Ed il lupo, accogliendola dentro il suo cuore, tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, annuì “Primavera/ ospite fra rami di ciliegio/un pettirosso”.
    Insieme Spartaco e Nausicaa, si diressero verso la stessa grotta, uno di fianco all’altra, scoprendosi a dividere il giaciglio, innamorati. E da allora non si separarono più, e vissero per sempre felici e contenti.

  • 25 dicembre 2018 alle ore 19:59
    Il fantasma del tenente francese

    Come comincia:                                                                                                                                           Il  fantasma della sua donna vide il tenente Francois Deleçour seduto che era, a scrutare il cielo, sul molo "13" di Durbanville in una notte stellata di tanti, tantissimi anni orsono. Il tenente aspettava la sua nave, l'Hesperance, un piccolo cargo che aveva battuto tutti i mari del globo, su cui si sarebbe imbarcato per terre lontane.
    La sua donna - una bellissima "rossa" di nome Sophie - era morta di colera anni prima a Zanzibar: mentre i due erano insieme in vacanza.
    Apparve quella sera al tenente: portava, come al solito, i lunghissimi suoi capelli sciolti che erano solcati dal vento caldo di scirocco, portava una sottoveste leggera e trasparente di nylon rosa che ricopriva i suoi bei seni turgidi; e sembrò andasse incontro al suo amato.
    Il tenente, mentre aspettava la sua nave, la vide per un attimo...nulla più!
    Quell'attimo, però, quella visione quasi istantanea (durata appena un pò!) li bastarono: il giovane, infatti, cambiò subito idea; egli non avrebbe più preso la nave per partire lontano...
    Tornò a casa e dall'indomani riprese a fare quello che aveva sognato di fare sin da bambino e che poi, per un motivo o per un'altro, per un contrattempo o un incidente di percorso (come le guerre combattute contro gli inglesi e contro i boeri) che lo avevano bloccato, per una indecisione o un tentennamento che li avevano "tarpato" le ali a più riprese, aveva smesso di fare: il musicista, suonatore di arpa birmana e di violino classico.
    Da allora, cioè da quella notte di agosto al molo "13", il tenente non "rivide" più Sophie, l'amata di un tempo ma visse, però, la sua vita: nel modo in cui aveva sempre desiderato fare!

    Taranto, 18 marzo 2017. 

     

     

  • 21 dicembre 2018 alle ore 15:57
    Frammenti di follia (per non dimenticare)

    Come comincia: "La strada, ora, si faceva ingombra di profughi. Sull'altipiano di Asiago non era rimasta anima viva. La popolazione dei sette comuni si riversava sulla pianura, alla rinfusa, trascinando su carri a buoi e su muli, vecchi, donne e bambini, e quel poco di masserizie che aveva potuto salvare dalle case affrettatamente abbandonate al nemico. I contadini allontanati dalla loro terra, erano come naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore".
    (da: "Un anno sull'altipiano", di Emilio Lussu, sulla disfatta di Caporetto, 1917). 

  • 18 dicembre 2018 alle ore 19:09
    Febbre da isolamento

    Come comincia: Non c’è connessione, non faccio parte più del tutto. Ho un battito flebile, chiuso dentro me, nella distanza, attraverso intercapedini di assenza. È un paradosso: sono prigioniero della realtà tangibile, di libertà della forma, della tridimensionalità di una faccia, di un sorriso. Lo sforzo per schiarire la voce e rivolgermi a Raul, che abita qui da alcuni mesi, è uno squarcio nello sterno, inimmaginabile. «La linea è assente, hai visto anche tu? Non solo il modem non manda segnali, anche il cellulare sembra morto. Siamo in isolamento!» 
    «Vero, Internet ha grossi problemi. Credo che per oggi ci si debba dedicare ad altro.»
    «Ma avevo già raggiunto il terzo livello in Tower of Soul, entro sera sarei potuto diventare tesoriere della Sala della corona. Mondo boia! Se i danesi entrano, approfittano della défaillance e sono spacciato. Perdo la prima vita aerobica e poi sono ridotto a spiare le loro mosse dal livello di coscienza meno uno o ancora più basso, se mi iniettano il siero paralizzante per l’area cerebrale del piano riparatore.»
    «Non conosco un accidente di questi inganna-tempo che succhiano la ragione. Preferisco una sana partita a basket o tutt’al più un gioco di ruolo tipo Disconnected o Alzh & Imer: sto col gruppo, ci guardiamo in faccia e liberiamo l’immaginazione e lo spirito di simulazione. Un divertimento assicurato, ruoli liberatori e soprattutto vicini agli occhi, all’udito e tutto! Nel frattempo i vassoi di pinsa e birra vanno e vengono dalla cucina. Una dimensione reale, capisci?»
    Non condivido, forse davvero non capisco. Christian, sono io, il patologico astinente, Christian il fuso di testa ogni mattina dopo le ore notturne, Softdream per gli utenti io, che di sogni leggeri non ne ho più. Rantolo invece sul cuscino madido alla vista di un ostacolo opprimente, una feritoia, un nuovo getto di laser che mi sfiora o mi stende su un prato di lame aguzze. Invoco l’aiuto di Thor, lui si trasforma in fulmine e minaccia di eliminarmi dal Regno, come polvere nel vuoto.
    Strizzo le palpebre, l’attenzione è al livello di riserva, non riesco a non vedere Raul come un alieno mentre sperimenta la ricetta del pancake salato con la curcuma. Non reagisco al suo invito a pranzare insieme. Avrei potuto dirgli no, che ho lo stomaco in subbuglio. Ma ho dimenticato di dargli risposta. Ho voglia piuttosto di una flebo, un antidepressivo, una dose di appagamento sia pur fittizia.
    “Ma qualcuno, perdio, mi soccorra! Avranno pur creato un centro di pronto intervento per crisi da abbandono, un posto dove metterci in standby, in tempi critici.”
    Non sono stato io a chiamarla, l’infermiera della guerra. Mi ha messo sugli occhi una bandana umida e nella mano un campanello, per le emergenze. Fuori c’è un’aria di sole, che non mi appartiene.
     

  • 18 dicembre 2018 alle ore 7:50
    VIVA L'ISLANDA

    Come comincia: Ían era un funzionario dell’ambasciata islandese a Roma. Era giunto nella capitale italiana in seguito alla morte dei suoceri a Parigi allorché era addetto all’ambasciata Islandese in quella città. Aveva scelto la capitale italiana in seguito alle pressioni delle figlie sedicenni Agneta ed Alba che studiavano storia dell’arte. Aveva sposato Sophie vent’anni prima solo per il suo patrimonio, la dama non era particolarmente avvenente ma lui era abituato ad una vita dispendiosa e quindi si era ‘arreso’ alla ragione del dio denaro, fra l’altro amava le donne brune, tipo mediterraneo mentre Sophie era biondissima. Non voleva frequentare prostitute, per lui il sesso doveva essere accompagnato da qualcosa di più tipo simpatia, attrattiva, passione, insomma un’amante. Si era guardato intorno ma senza successo. L’occasione avvenne allorché ci fu un ballo organizzato nella sua ambasciata, invitò l’autista tale Carmelo di origine siciliana che pensava potesse presentargli qualche dama di sua conoscenza. All’arrivo di Carmelo con la consorte il colpo di fulmine, la moglie Lucia era brunissima, alta più media delle donne dell’isola era una bellezza tipo indossatrice. Paesana di Carmelo, nata e vissuta in un paesino in provincia di Enna non le era parso vero poter abbandonare il ‘natio borgo selvaggio’ per andare ad abitare nella capitale. Aveva conseguito il diploma di liceo classico presso un istituto del suo capoluogo ma, per motivi finanziari, non aveva potuto proseguire gli studi. “Carmelo non mi presenti la signora?” “Questa è Lucia mia moglie.” Ían abbagliato da tanta beltade si sbilanciò più del dovuto:“Sei un uomo fortunato se l’avessi saputo mi sarei sposato con una siciliana.” Poi avvedendosi che stava esagerando: “È solo un  complimento, io amo la qui presente moglie Alberta, siamo sposati da vent’anni…” Ebbe la buona idea di smettere di farfugliare baggianate, tutti i presenti avevano capito del suo entusiasmo per Lucia, comprese le due figlie che presero a ridere sonoramente. Ían però non si diede per vinto ed invitò a ballare la dama che aveva avuto l’assenso del marito con un cenno del capo. Ían prese a spostarsi in fondo alla sala lontano dai suoi invitati e poi: “Lucia la vedo un po’ spoglia nel senso che non indossa alcun gioiello, le vedrei bene degli orecchini di perle o una collana d’oro, se un giorno potessimo uscire insieme...io conosco un gioielliere in via del Corso.” Il cervello di Lucia entrò in ebollizione, aveva capito dove voleva arrivare il bell’islandese, guardandolo bene si accorse che come uomo non era male, forse un po’ troppo alto con il suo metro e novanta ma… Nel frattempo Carmelo aveva preso a ballare con Alberta, cercava un argomento di conversazione ma in fondo era un timido e soprattutto non sapeva come avrebbe reagito la  signora se avesse tentato un approccio. Fu lei a venirgli incontro: “Non stia tanto lontano dal mio corpo, prenda esempio da mio marito che con sua moglie…” Figurati se Carmelo non prese al volo  l’invito, il sangue siciliano lo portò a eccitarsi tanto che la signora: “Vedo che hai capito… , se non erro sento qualcosa di piuttosto prorompente dinanzi alla mia cosina che non è insensibile ai maschietti!” “Signora non so che dirle, non vorrei che suo marito…io sono un semplice autista dell’ambasciata e non vorrei perdere il lavoro.” “Il lavoro in senso lato se lo sta guadagnando sua moglie, lei è un siciliano anomalo, i suoi corregionali sono famosi per la loro gelosia…” “Io e Lucia siamo molto anticonformisti, ci vogliamo un gran bene ma questo non preclude a…” “Vedremo di poterci incontrare dopo che il mio beneamato sposo si sarà portato a letto la sua beneamata perché son sicura che finirà in tal modo, lei o meglio tu come uomo sei piacevole, non amo i biondi, in questo ho gli stessi gusti del mio non tanto amato sposo.” Carmelo prese a ballare anche con Alba e con Agneta, le due ragazze sembravano più sveglie della loro età, d’altronde con quei genitori avevano un bell’esempio in famiglia. Ne ebbe la conferma una mattina quando, seduto al posto di guida della Volvo 60…”Carmelo ho chiesto il permesso a mio padre, dovremmo andare sull’Appia Antica, io e mia sorella stiamo studiando storia dell’arte e vogliamo vedere de visu i resti dell’antica Roma.” “Alba quella è la tomba di Cecilia Metella.” Carmelo guardò il rudere e pensò: “Io l’avevo scambiata per un fortino militare dell’ultima guerra!” Ma il ‘meglio’ avvenne allorché si fermarono in uno spiazzo: “Carmelo siamo venute qui non per motivi di studio, se non ti dispiace vorremmo farti un ‘pipe’  come si dice in francese, in italiano non lo sappiamo. Intanto tiralo fuori, non ti offendere ma puliremo il tuo uccello con dei fazzolettini profumati. ‘Ciccio sempre più arrapato stava diventando più grande ‘strappando’  alle ragazze un ‘ohhh’. La prima fu Alba che in poco tempo si trovò la dolce boccuccia ripiena di…” “Ha un buon sapore, quello dei nostri compagni di scuola fa schifo.”  Della stessa opinione fu Agneta, insomma Carmelo nel giro di poco tempo si fece due ‘goderecciate.’ Forse era un po’ intontito quando Alba: “Se vuoi guidiamo una di noi, non ti vedo in forma.” Carmelo riprese in mano la situazione: “Non avete la patente, a cuccia!” Tornato a casa riferì  a Lucia l’accaduto.”Non farai tante storie per due pompini!” “Ho capito tu te la spasserai con Ían.” “Si ma niente gratis, ‘l’amico’ deve pagarmi, abbiamo l’appuntamento domani mattina, dovrai darmi un passaggio sino alla’ambasciata, non fare quella faccia ormai siamo in ballo. Ían: “Benvenuti, col tuo permesso Carmelo porterò Lucia a fare delle spese al centro.” Senza ottener risposta mise in moto una Mini verde targata 75 – Parigi – Lucia sorridendo prese posto lato passeggero e salutò con la mano il buon Carmelo che rimase imbambolato, doveva ben sapere che ci sarebbe stata quella l’avventura di sua moglie. Ían si fermò dinanzi ad una gioielleria: “Vorrei acquistare qualcosa di tuo gusto.” “Se proprio ci tieni preferisco i contanti, lo stipendio di mio marito…” “D’accordo, andiamo in un albergo qui vicino di cui conosco il direttore. Il cotale diede la mano a Ían ed un finto baciamano alla dama, non chiese loro di documenti, sapeva che sarebbe stato ben ricompensato. Il direttore era stato un buon padrone di casa: la camera era profumata e ben raffreddata, era luglio. “Cara andiamo in  bagno e poi…” Un problema sorse allorché l’islandese andò sul bidet per lavarsi ma ce l’aveva già tanto duro e lungo da impedirgli di lavarsi. Ci pensò Lucia che si mise a ridere e provvide alla bisogna. Ían si sdraiò sul letto e Lucia sopra di lui, il contrario sarebbe stato problematico per la stazza del signore il quale cominciò dalle tette per finire sul fiorellino. Lucia notò con piacere che il suo amante ci sapeva fare, il suo clitoride fu sollecitato in maniera eccellente tanto da riuscire ad avere due orgasmi in breve tempo. Dopo ‘l’immisio penis’ nella cosina tutta bagnata provò ancora del piacere particolare quando il ‘ciccio’ di Ían proiettò sul collo del suo utero una mitragliata di sperma, sensazione mai provata con suo marito. Il signore si fece più audace e chiese di ‘voltare pagina’. Lucia se l’aspettava ma preferì rimandare alla prossima volta, sarebbe costata più cara al suo amante rispetto al fiorellino. Finalmente soddisfatti i due si rivestirono, Lucia si trovò nella borsetta un mucchietto di  Euro in contanti, a casa li contò dinanzi a Carmelo, erano cinquemila. “La prossima volta saranno il doppio, il signore mi ha insistentemente chiesto il popò, mi porterò un bel po’ di vasellina!” Lucia era stata cattivella, aveva fatto capire al marito che il suo amante che l’aveva più grosso del suo. Nel frattempo si era fatta viva Alberta che impose a Carmelo di ‘vederlo’ in casa di lui, non voleva andare in albergo. Lucia informata della richiesta della dama fece un sorriso a suo marito ma era un sorriso amaro, non  le piaceva che il talamo coniugale fosse diviso con un’altra, in fondo era venuta fuori la sua sicilianità. Carmelo e Lucia abitavano in un isolato di otto piani in via Merulana. C’era il problema della portiera estremamente pettegola che domandò ad Alberta a quale abitazione era diretta, conclusione Lucia fu costretta a non uscire dall’isolato e si rifugiò in casa della sua dirimpettaia. Il tempo non passava mai per lei mentre  i due amanti si davano da fare. Carmelo aveva sempre avuto un debole per le bionde, Alberta era bionda naturale, Carmelo se ne accorse quanto si mise il bocca il clitoride di Alberta che doveva avere una fame sessuale arretrata, non sapeva neppure lei quanti orgasmi stava provando, fece omaggio a Carmelo anche di quello che Lucia non aveva concesso al suo amante. Carmelo all’uscita di Alberta da casa sbatté forte la porta di casa sua per far capire alla moglie che poteva rientrare e così fu senza che nessuno dei due accennasse a quello che era accaduto. La settimana successiva Lucia aveva appuntamento con Ían, prima di mettere in borsa il tubetto di vasellina, con un po’ di cattiveria lo mise bene in mostra dinanzi gli occhi del marito, il suo uso  avrebbe fruttato ben diecimila Euro ben guadagnati in quanto Ían volle rimanere a lungo nel popò di Lucia. Il finale della storia? Un wife swapping all’inglese che permise a Carmelo ed a Lucia di cambiare i mobili di casa e di acquistare una Mini verde come quella di Ían, col tempo forse avrebbero potuto acquistare un’abitazione…Le sorelle Alba ed Agneta impararono a tradurre dal francese in italiano la parola ‘pipe’ e lo misero in atto con alcuni giovani loro compagni di scuola i quali, incuriositi della nazionalità soprattutto dalla spregiudicatezza delle ragazze andarono sulla carta geografica a vedere dove si trovava l’Islanda, forse d’estate ci avrebbero fatto un viaggio per constatare di persona se le femminucce di quell’isola…

  • 17 dicembre 2018 alle ore 9:36
    Mondo è stato e mondo sarà

    Come comincia: In via Vattelapesca n.0 non era solo questione di tirchieria a causa della quale si procedeva a suon di truffe (e la cosa era considerata normale). 
    Non era solo questione di avidità per la quale almeno due o tre nel condominio credevano di avere diritto sulla proprietà del padre di Liliana e poi sulla proprietà di Liliana. 
    A capo di meno di due anni, Liliana lì dentro si sentiva come il figlio del Re nella parabola del Re e dei vignaioli disonesti: dopo aver mandato i servi, i segretari a riscuotere il dovuto e dopo che questi erano stati cacciati dai vignaioli disonesti a suon di sassate, il Re mandò suo figlio (avranno rispetto per mio figlio, pensò il Re); i servi, vedendo il figlio, dissero tra loro: Costui è l'erede, uccidiamolo e l'eredità sarà nostra; e così fecero.
    E Liliana pensava: "Ma mio padre cosa credeva: non hanno avuto rispetto per lui, avrebbero avuto rispetto per me?"
    Non era solo questione di invidia se l'appartamento o i mobili erano belli (anche se i loro magari erano più belli o più preziosi o più comodi).
    Liliana rilevò un'altra verità quando lo zio Casoria si presentò all'ospedale dove il fratello maggiore, il padre di Liliana, doveva essere operato di urgenza una seconda volta nel giro di tre mesi. 
    Liliana rilevò che lo stato dello zio Casoria non era di ansia o preoccupazione. No. Lo zio Casoria era eccitato.
    "Questo è stato mandato qui dalla moglie per avere notizie fresche e magari essere il primo a riportare la ferale notizia."
    Ed a Liliana tornò in mente quando si era operata lei undici anni prima. Era stata in ospedale un mese in attesa dell'intervento e nessuno era venuto a trovarla, mentre il giorno dell'intervento, dopo l'intervento apre gli occhi nel suo letto nel reparto, ancora mezzo addormentata e con la ferita che le faceva male, e vede Dorina, la figlia maggiore di zio Casoria, e Leopoldo, figlio maggiore dello zio Giulio. Liliana accennò un sorriso, fece un cenno con la mano, poi riadagiò la testa sul cuscino e si riaddormentò. Non prima però di avere visto la smorfia sul volto di Leopoldo che avrebbe voluto essere un sorriso di solidarietà e di incoraggiamento. Sì, Liliana si riaddormentò, ma non prima di aver pensato: "Ma guarda questi! E' un mese che sono qui e questi si presentano il giorno dell'intervento?".
    Adesso Liliana credette di capire: erano stati mandati dalla madre di Dorina a vedere come era la situazione non per partecipazione e solidarietà, ma per mero e puro pettegolezzo. Mera e pura mania di impicciarsi, di dover sempre sapere i fatti degli altri.
    Comunque l'intervento del padre di Liliana riuscì e lo zio Casoria ed i suoi accoliti rimasero con un palmo di naso.
    Ma quella vittoria di Liliana fu solo una vittoria di Pirro.
    Sì. Perché quella vittoria Liliana la considerava un suo successo.
    Quando il padre era stato ricoverato d'urgenza a distanza di tre mesi da un precedente intervento, Liliana aveva fatto la spola per tre giorni tra due ospedali per capire cosa stesse succedendo e cosa fosse meglio fare. Aveva sfondato porte, aveva costretto un impiegato a fare e consegnarle immediatamente la copia di una cartella clinica (e non tra una settimana), aveva interrogato caposale e primari. E si era calmata solo quando il padre si lasciò convincere a cambiare ospedale.
    Ma quello fu l'ultimo successo di Liliana.
    Non appena il padre disse: "Va bene, allora andiamo all'altro ospedale", fu piantato il germe per insinuare il dubbio in se stessa, la paura e farla diventare una criminale. 
    Una criminale, come e peggio degli altri membri della famiglia.
    Non appena il padre disse: "Va bene, allora andiamo all'altro ospedale", l'altro fratello, appena arrivato, di sabato, da quattro giorni che il padre era in ospedale, si volta verso di lei e fa: "Se papà muore è colpa tua". Una mazzata.
    Ed il giorno dopo, domenica pomeriggio, l'aggredisce verbalmente e fisicamente.
    E così fu piantato il germe perché Liliana un anno dopo abbandonasse il fratello che l'amava, il fratello che si fidava di lei nelle mani dell'altro fratello che si riteneva (e si ritiene) l'unico in gamba della famiglia ed il detentore della verità.
    Ma questa è un'altra storia.
    Passarono altri tre anni, quattro anni ed i vicini di Liliana si avventarono con ferocia su Liliana ed il marito di Liliana, a suon di lettere di insulti e calunnie, a suon di citazioni per richiedere pochi spiccioli sulla base solo delle loro menzogne ed omertà solidali.
    E Liliana capì che il problema non era solo che il padre aveva abituato i fratelli (e poi gli estranei che avevano comprato gli appartamenti che alcuni dei fratelli avevano venduto) al fatto che lui da solo pagasse tutte le spese. E questo era stato un grosso errore di affetto (o di quieto vivere) da parte del padre di Liliana: poi i bambini crescono viziati e quella che era una gentile concessione per loro diventa un diritto.
    Quindi, dicevamo, non era solo questione di truffe per mantenere in piedi la tradizione che uno solo pagava le spese condominiali per tutti.
    Non c'era solo l'invidia e la bramosia per le cose degli altri.
    C'era qualcosa di più.
    Da parte di zio Casoria, c'era l'invidia per la posizione ed il rispetto sociale di cui godeva il padre di Liliana.
    E da parte del neo-arrivato, c'era la voglia di rivalsa del villano rifatto contro il signore di un tempo. Quello che una volta era del signore del luogo, ora doveva essere suo.
    E Liliana comincia a dare segni di cedimento.
    Per poi crollare quando quei signori fanno quello che lei non aveva mai fatto.
    Liliana non aveva mai detto al padre che lo zio Casoria le aveva presentato un preventivo fasullo per sgraffignarle 600 euro.
    Che il cugino Leopoldo aveva millantato l'esistenza di una fattura inesistente.
    Che il neo-arrivato aveva preteso che a pochi mesi dai fantomatici lavori aveva di nuovo dei problemi.
    Che lo zio Casoria non pagava fisicamente le rate condominiali.
    Che lo zio Casoria vessava il marito di Liliana.
    Che il neo-arrivato, geloso delle cose belle in casa di Liliana, aveva minacciato, accomodatosi in casa di Liliana, di buttare a terra gli oggetti che c’erano sul tavolo.
    Che i vicini avevano firmato tutti insieme una lettera di calunnie ed insulti contro di lei ed il marito.
    Che lo zio Casoria aveva citato il marito di Liliana per chiedere 58 euro.
    Che ...
    E quei signori vedendo che né Liliana né il padre di Liliana (e come avrebbe potuto? non sapeva niente!) erano toccati da tutto quello stillicidio di persecuzioni, pensarono bene di far sapere loro personalmente tutto al padre ed all'altro fratello di Liliana. 
    Oltre che raccontare le loro menzogne ai loro conoscenti.
    E Liliana dovette vedere l'altro fratello prendere le parti dei suoi avversari.
    E Liliana dovette vedere conoscenti comuni che ammiccavano o facevano finta di non vederli.
    Liliana avrebbe dovuto continuare ad essere intelligente ed ignorarli. Quelle persone contavano qualcosa per lei? Che se ne importava Liliana se una nota farmacista di Salerno, conoscenza comune, strabuzzava gli occhi quando li vedeva? Erano mai state veramente amiche? No, ed allora?
    Già, ma altri tradimenti facevano male. E Liliana avrebbe dovuto capire da questo quanto quelle persone valevano e quindi quanta importanza dare loro.
    Una parente di zio Casoria non era andata a riferire quello che lo zio Casoria diceva di loro alla madre di Liliana commentando: "Ma io lo conosco al marito di tua figlia, siamo colleghi (e questo zio Casoria non lo sapeva): non è mica come dice lui!"?
    Ma Liliana cede e cedendo fa il loro gioco permettendo loro di ottenere un successo insperato.
     
     

  • 04 dicembre 2018 alle ore 11:23
    Un amore, una coppia, una famiglia normale

    Come comincia: Stanotte non son riuscito a chiudere occhio e allora che faccio a un'ora così insolita per me di scrivere? Non so perché (forse perché sono solo per la solita assenza bisettimanale di Jessica che da maggio scorso ha ripreso gli studi universitari e dopo aver conseguito la laurea triennale va avanti adesso per la specializzazione), più che scrivere poesie o riflessioni su quel ch'era stato il mio amore per mia moglie e viceversa, mi va invece di scrivere sul tipo di rapporto che da 30 anni vivevamo. Intanto faccio presente che nè io nè lei tantomeno mia figlia, eravamo soliti raccontare le nostre cose di famiglia (come tante altre coppie sposate e non), insomma, da questo punto di vista, eravamo molto riservati e quindi in questo momento voglio essere, diciamo, proprio "pubblico". È anche forse un modo per "scaricare" un po' di tristezza, dispiacere che ormai, anche come le descrivo nei miei scritti, non mi abbandonano e non riesco, con tutti gli sforzi che faccio, ad allontanarli se non in presenza di mia figlia, così da non incupirla (più di quanto lo sia già) condizionandole il prosieguo degli studi (in effetti agendo così lei s'è applicata con buon profitto laureandosi il luglio scorso). Il rapporto con mia moglie era ottimo e ci amavamo molto, anche se qualche volta ci sono state delle incomprensioni che poi abbiamo allontanato dimostrando a noi stessi, ai parenti ed a tutti quelli a noi vicini, che se c'è "vero" amore, tutto quello che può nascere, o per un motivo o per un altro, a far crollare un castello ben costruito anche con sacrifici, si farà di tutto per combatterlo e sconfiggerlo e quindi mantenere il rapporto...costi quel che costi. Dicevo che ci amavamo molto e lei mi amava sicuramente più di quanto la amassi io e questo lei l'ha sempre dimostrato ma soprattutto in occasione dell'incidente quasi mortale occorsomi e, sebbene in corso vi era un'incomprensione, lei mi stette vicino in modo così amorevole che di più non si sarebbe potuto, sobbarcandosi da sola tutto quello che un uomo avrebbe dovuto sobbarcarsi e cioè, per esempio, gli innumerevoli viaggi in auto per le visite sia per Catanzaro, dov'ero stato ricoverato che per Reggio Calabria (essendo io logicamente impossibilitato a guidare) o pernottare, sempre da sola, in albergo per 12 giorni ed un anno e mezzo e poi altri sette mesi a somministrarmi i medicinali terapeutici durante la convalescenza, senza mai disobbligarsi dai suoi doveri di casalinga e tant'altro. Quindi lei non solo dimostrò di nutrire un amore incommensurabile per me ma dimostrandosi anche una donna seria e affabile quanto forte e decisa lavorando in quei 13 anni di Sondrio come impiegata per il Comune, Provincia e Regione accudendo nello stesso tempo Jessica, allora appena nata, me e la casa, con annessi e connessi. Si sa che il valore di un qualcosa lo si capisce quando questo ti viene a mancare ma, quando questo succede soprattutto con la persona che si ama, si capisce ovviamente di più poiché non si tratta, non so, di un anello o qualsivoglia monile o un abbigliamento o magari un veicolo a cui ci tieni molto per vari motivi, ma ti viene a mancare la persona con la quale si è scelto per viverci insieme, nel bene e nel male e nella salute e nella malattia. Ti manca di questa persona tutto e, come ho detto a quanti me lo chiedono e me lo chiederanno, la sua mancanza, in verità la sento e la sentirò, finché vivrò, più di quanto abbia sentito quella dei miei genitori (deceduti con me allora giovane e che mi portò ad assorbire il loro decesso in modo molto più facile di adesso) e dei miei fratelli, anche perché più vivi con qualcuno più ne senti la mancanza e questo è quello che mi sta succedendo. Vivere con lei, per il suo amarmi, la sua voglia di vita, la sua serietà, semplicità, laboriosità, solidarietà, per le tante cose fatte per me e per la nostra famiglia mi fa capire adesso che la tristezza sarà soprattutto per me e mia figlia, la compagna inesorabile nel cammino della nostra ormai insignificante vita senza di lei. La cosa che più mi manca di lei e che mi faceva, e mi fa, capire ogni giorno che la persona con cui avevo scelto di vivere era quella giusta ed appropriata, era il BACIO e penso che ognuno di noi nel rapporto col proprio partner ha delle preferenze per quanto riguarda gli atteggiamenti che sono importanti per capirlo. Quel BACIO che da trent'anni ce lo davamo 2 volte al giorno, che ci rendeva sempre più sereni, che non uscivo di casa senza darglielo e che se distratti non ce lo davamo, allora sentivamo dirci:"Non dimentichi qualcosa?" Quel BACIO che non era solo un segno abituale, frequente, solito ma d'amore dato con una dolcezza inesprimibile, che magari lasciava qualcuno attonito se glielo davo in mezzo alla gente quando rientravo dal lavoro o dalla battuta di pesca o da commissioni da adempiere e ch'è anche convincente se mia figlia, vedendoci da sempre eseguire questo rito, già da adesso lo fa col suo ragazzo. Quel BACIO che ci rendeva consapevoli del nostro solido rapporto, anche se con alti e bassi, dettato dall'amore e che nei momenti critici si sentiva la sua mancanza che entrambi riconoscevamo per la sua importanza e che purtroppo adesso glielo dò sulle sue foto sparse per casa o al cimitero o qui sul cellulare perché, inevitabilmente, la vedo scrivendo spesso (allegando delle sue o nostre foto insieme) su questo amore, ch'è sì finito materialmente ma che non finirà mai perché chi ha amato, ama e amerà per sempre. Si...avevo avuto proprio fortuna conoscendo lei, la madre di mia figlia, la donna con cui sono stato trent’anni e che, dopo essersi sentita male, se n'è andata in soli 24 giorni. La sua dipartita, il 20 marzo scorso, né io né mia figlia, come ho detto, son certo mai potremo metabolizzare ma il ricordare i momenti bellissimi, che in trent'anni sono stati tantissimi, alleggerirà in qualche modo il dolore per questo infausto evento. Andiamo spesso al cimitero insieme e sicuramente ci andremo ancora insieme appena ci sarà la possibilità di farlo, perché mentre il tempo passa, si sa, le cose cambiano. Forse vi sembrerà strano o insolito ma ho tantissime fotografie per tutta la casa, anche se lei è e vi sarà sempre e soprattutto adesso nei ricordi e in quei viaggi che avremmo dovuto fare ma che io e Jessica faremo lo stesso nel suo ricordo. Ecco, vi ho raccontato la storia di un amore, di una coppia e, soprattutto di una famiglia normale che il destino, come succede da tempo immemorabile, decide della sua riuscita o del suo fallimento.

  • 03 dicembre 2018 alle ore 16:56
    INUSITATE ESPERIENZE SESSUALI

    Come comincia: Alberto, Gennaro e Giannino erano tre amici e compagni di classe all’Istituto di Ragioneria di Jesi in provincia di Ancona, al contrario di tanti colleghi erano degli anticonformisti tanto che i primi giorni di un agosto particolarmente afoso, circa la mezzanotte erano tutti e tre a casa dei cugini Gennaro e Giannino in via Mura Orientali invece di andare a divertirsi in qualche località esotiche, ne avevano la possibilità finanziaria in quanto il padre di Alberto era il direttore di una importante banca ed i due cugini figli di due imprenditori di una fabbrica di macchine agricole ed allora perché  non erano andati e divertirsi? Semplice: non amavano i luoghi affollati di turisti, sostavano sul terrazzo di casa con lo sguardo verso la strada dopo passavano poche auto. Gennaro il più  ‘scapocchione’ entro entrò in casa e ritornò con un fucile ad aria compressa con relativo munizionamento ed una fionda e si mise a sparare sulle auto di passaggio i cui conducenti non si rendevano conto di strani rumori provenenti dalla carrozzeria della loro macchina. Qualcuno allertò i Carabinieri che si presentarono sulla via Mura Orientali e cominciarono a suonare ai citofoni delle varie abitazioni. I tre compresero il pericolo per loro, rientrarono in casa ed indossarono un pigiama. Al Carabiniere che suonò al citofono: “Vengo ad aprire la porta.” Tutto scarmigliato si presentò alle forze dell’ordine e:”Cosa posso fare per voi?” “Ci hanno segnalato che qualcuno sta tirando dei sassi o qualcosa del genere sulle auto di passaggio, avete notato qualcosa di insolito?” “Io stavo dormendo, se dovessi notare qualcuno o qualcosa di insolito vi avviserò.”La storia finì in una risata ma i tre capirono che certe bravate andavano evitate. La mattina successiva arrivò in casa una telefonata da un amico di Ancona, Ferdinando che: “Ho una grossa sorpresa per voi, vi dico solo portate appresso un mucchio di soldi e vi spiegherò a voce a cosa servono.” I tre pensarono che si meritavano un po’ di svago extra in quanto nel mese di giugno Alberto aveva dovuto controllare la trebbiatura del grano  dei poderi di suo padre (dormendo di notte sui sacchi di grano), Gennaro e Giannino erano stati impiegati come semplici operai nella paterna fabbrica,  dovevano imparare il mestiere dal primo gradino. Ovviamente per racimolare un bel po’ di denaro si rivolsero ad Armando, padre di Alberto, il quale all’inizio fece un po’ di storie per via della legge antiriciclaggio ma poi, poiché i tre erano intestatari di un conto personale sostanzioso cedette e li accontentò. La mattina successiva incontrarono ad Ancona il loro amico Adolfo che: “Non vi meravigliate di quello che sto per dirvi, si tratta di una avventura molto particolare, in mare, al largo, fuori delle acque territoriali sosta una nave senza bandiera con a bordo delle belle ragazze musulmane disponibili sessualmente, chi c’è stato ha detto meraviglie delle stesse, con un motoscafo potrete raggiungere quella nave.” Finalmente un’avventura fuori del comune, i tre non si fecero pregare e, dopo mezz’ora di corsa in motoscafo raggiunsero la nave il cui capitano parlava italiano e indicò una scaletta bordo per salire a bordo. “Io sono Adamo se siete qui immagino che conoscerete la situazione a bordo. Ci sono sei ragazze disponibili, tutte per loro scelta indossano il burqa, parlano l’italiano, il compenso è per una settimana di  millecinquecento Euro al giorno compreso il vitto, venite che ve le presento: signorine questi sono Alberto, Gennaro e Giannino. Alberto notò una ragazza che, al contrario delle altre aveva gli occhi in basso, gli fece tenerezza e la scelse. “Mi chiamo Amina, ho venti anni, andiamo in camera mia.” Alberto posò la valigia su di un tavolino e restò a guardare Amina che seduta sul letto ancora non si era spogliata, guardò con aria interrogativa. La ragazza: “Scusa ma ancora mi vergogno e da poco che faccio questo….Ti prego vai in bagno, dopo io sarò pronta.” Alberto si recò nella toilette, lavò per bene i ‘gioielli’ di famiglia e si presentò dinanzi ad Amina ‘armato’ di tutto punto. La ragazza stava nel letto coperta dal lenzuolo e ci volle un po’ prima che si decidesse a restare in costume adamitico o meglio evitico. Uno spettacolo, Alberto non immaginava tanta beltade, rimase un attimo senza fiato sino a che la ragazza si mise a ridere. Era veramente favolosa dalla testa ai piedi, perfetti che avrebbe fatto felice un feticista. Non volle andare subito ‘al dunque’ e si mise a baciarle il fiorellino profumato e molto sensibile tanto che presto giunse all’orgasmo, Alberto seguitò sin quando Amina gli fece capire che ne aveva abbastanza. La stessa gli porse un preservativo ed anche lui giunse presto alla ‘soluzione’. Alberto si era incuriosito e chiese ad Amina come fosse finita in quella nave particolare. Amina si rattristò ma: “Ho avuto rapporti sessuali con un mio compagno di scuola, i miei genitori mi hanno detto che nessuno mi avrebbe più sposata e mi hanno cacciato di casa, conclusione sono qua molto malvolentieri, ho pensato anche di buttarmi a mare ma non ce l’ho fatta, ora sai tutto di me.” Bella storia alla Carolina Invernizio pensò Alberto sempre che fosse vera, suo nonno Alfredo gli aveva insegnato di non fidarsi di niente e di nessuno ma stavolta, forse obnubilato da tanta avvenenza pensava che Amina dicesse la verità si, ma il seguito? Una pazzia! Chiedere al capitano quanto volesse in denaro per lasciare libera la ragazza. Convocati Gennaro e Giannino: “Ragazzi sto per fare una cosa che nemmeno potete immaginare.”  Rispose Gennaro, Gianni sta in disparte bianco in viso, non stava bene: “Vuoi uccidere il capitano della nave e portarti a terra tutte le ragazze!” “Ci sei vicino, vorrei con me solo Amina è una ragazza splendida, è stata buttata fuori di casa dai genitori e si è trovata nel giro ma non ci vuole rimanere.” “E poi è arrivato il buon samaritano…” “Gennà a voi chiedo un favore che ricambierò quando torneremo a Jesi: datemi tutti i soldi che avete con voi, lasciamo solo il compenso per il motoscafista che ci porterà a terra, che ne dite?” “Dico di si anche a nome di Giannino forse perché siamo più pazzi di te.” Alberto si recò dal capitano e gli espose la sua proposta, il capitano non fece una piega: “Dovete darmi cinquantamila Euro.” “Ne abbiamo solo trentacinque, per lei non sarà difficile rimpiazzare la ragazza, è un favore personale che le chiedo.” “Io ho il cuore tenero e ti accontento, chiamerò il motoscafista per farlo venire di notte, auguri.” Le cose andarono lisce, Adolfo, avvisato del loro arrivo fece trovare la Mini di Gennaro nel porto di Ancona vicino alla scalinata dove doveva attraccare il motoscafo. Un rapido saluto e poi rientro a Jesi in casa di Gennaro e Giannino. La mattina: “Papà sono a Jesi a casa di Gennaro, ho una novità importante da dirti, ho con me una ragazza araba, un tipo molto in gamba, l’apprezzerai anche tu quando la conoscerai.” “A me vien da ridere pensando alla faccia di tua madre Mecuccia  che non ama  i musulmani!” “Sta a te dirglielo con diplomazia, io acconsentirò a quanto tu mi hai sempre chiesto in passato di impiegarmi nella tua banca.” “E se tua madre ci butta fuori di casa tutti e due?” “La mamma è buona d’animo e poi ci ama entrambi, fammi sapere.” “Te lo puoi dimenticare, padre e figlio siete due dissennati, non vi seguirò in questo…in questo casino.” Alberto prese il toro per le corna nel senso che prese in prestito dei vestiti dall’armadio delle madri di Gennaro e di Giannino che sarebbero rientrate con i mariti fra quindici giorni, vestiti che fece indossare ad Amina, una modella! La mamma ne sarebbe stata affascinata. Mecuccia (vezzeggiativo di Domenica) era molto  combattuta fra l’amor per suo figlio e la minchiata che lui  stava per fare, prevalse l’amore ed andò incontro alla futura nuora a braccia aperte e con un sorriso. Tutto bene? Non proprio, Giannino era ammalato di un brutto male, portato a Bologna morì nel giro di una settimana, funerali con centinaia di persone cui partecipò anche Amina vestita di nero ma non col Burqa. Vi sarete chiesti voi più giovani chi è Carolina Invernizio? È stata una scrittrice di romanzi mielosi ma tanto di moda nel primo novecento.