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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 dicembre 2020 alle ore 14:08
    Natale Rosso Sangue

    Come comincia: E' solitaria la stazione di Crema. Non solo è molto presto, ma è anche la vigilia di  Natale. Giulia ha ricevuto una telefonata urgente e visto che la macchina ha improvvisamente deciso di non partire e di lasciarla appiedata, ha dovuto ricorrere al treno. Non possiede il biglietto ovviamente, ma spiegherà tutto al capostazione sperando di trovarne uno comprensivo. La nebbia, che per il novanta per cento del tempo "allieta" gli inverni della pianura padana, è così fitta che sembra di aver davanti un muro, non si riescono a vedere le piante al di là dell'unico binario, si sente solo il fruscio delle foglie al vento e tutto sembra irrealeGiulia, una ragazza alta, vestita in modo sportivo, si sistema la sciarpa con fare aggraziato: c'è molta umidità che sente penetrare nelle ossa e non vede l'ora che arrivi il treno per poter salire. 
    Pensa al calduccio del suo appartamentino e agli scatoloni delle decorazioni natalizie sparsi sul pavimento del soggiorno che aveva tolto dall’armadio. In un primo momento aveva deciso di non fare nulla, perché non voleva niente che le ricordasse i Natali passati con la sua famiglia. Poi chissà perché, ha cambiato idea.
    I suoi genitori erano morti in un incidente stradale esattamente una settimana prima del Natale dello scorso anno. 
    La mamma aveva preparato il presepio in un angolo del soggiorno durante la festa dell’Immacolata, come al solito.
    Prima lo preparava sul piano della credenza, ma le piaceva costruire casette nuove, che si andavano a sommare alle precedenti, per cui nel corso degli anni non ci stava più. Ricorda come si divertiva la sua mamma a segare i pezzi di legno che servivano a costruire le varie casette, e a quando intanto che le colorava cantava, lei che era stonata come una campana, e suo padre che si tappava le orecchie per non sentirla: quanto amore aveva sempre letto negli occhi dei suoi genitori e, se il dolore della loro perdita era stato immenso, ringraziava Dio che almeno se ne fossero andati insieme.
    Da lontano il fischio, i fari che penetrano la nebbia e finalmente il treno si ferma in stazione. E vuoto. Solo una ragazza, vestita molto dimessamente, si trova su un  sedile accanto al finestrino. Giulia decide di sedersi di fronte a lei. 
    La ragazza guarda fuori con un'espressione assente, è minuta, molto pallida e sembra anche spaventata. 
    - Ciao… io mi chiamo Giulia e tu? 
    - Stella… un nome luminoso come la stella cometa che si mette sulla capannina. 
    - Io mi chiamo Giulia.
    Giulia è abituata a parlare con le persone, ma questa volta si sente molto a disagio e non riesce a comprendere il perchè: il suo istinto le fa intuire che la ragazza è turbata per qualcosa.
    - Scusa se mi intrometto, ma ti senti bene? 
    - No non mi sento per niente bene… mi sento molto stanca e abbattuta.
    -Posso chiederti perché se non sono indiscreta? 
    - Ieri ho litigato con Cesare… che è l'uomo che amo. 
    - Capita anche a me di litigare con il mio compagno, ma poi tutto si chiarisce e si risolve, stai tranquilla.
    - Lui è tanto bello, sempre elegante… intelligente e sa quello che vuole… non come me… me lo dice sempre lui… vedi la mia è una situazione strana, nessuno sa della nostra relazione perchè lui è sposato e non vuole divorziare per i figli… io all'inizio avevo accettato tutto pur di averlo… adesso però comincia a pesarmi e ieri sera gliel'ho detto.
    - E lui? - Chiede Giulia e intanto pensa che la definizione più esatta per descrivere quell’uomo sia arrogante e non intelligente.
    - Come al solito si è messo a brontolare e a urlare… mi ha anche dato uno spintone… sono caduta per terra e ho picchiato la testa contro lo spigolo del cassettone.
    - Spero che tu abbia fatto la denuncia.
    - Noooooooo…  non è possibile, non posso… tutto deve rimanere segreto, figurati che non ha mai voluto farsi fotografare con me… io però di nascosto con l'autoscatto sono riuscita a fare una foto di noi due insieme mentre sul divano guardavamo la televisione… la foto è conservata in una scrivania che apparteneva alla mia nonna… il ripiano del cassetto nasconde uno scompartimento segreto ed è lì che la tengo… insieme ai soldi e ad altre cose di valore… mamma mia, se lui lo sapesse me la farebbe buttare via subito!
    E' vero che Giulia per il suo lavoro è abituata a sentirne di tutti i colori, ma questa storia le sembra tanto strana e poi perchè una ragazza deve raccontare tutto ad una sconosciuta. Addirittura svelare il segreto della scrivania, mah… e quanto gesticolare con le mani mentre parla, con la testa che si muove in continuazione come se avesse paura di vedere entrare qualcuno.
    - Hai provveduto a curare la ferita? Mi sembra di non vedere nulla.
    - La ferita sulla testa? No… no… tanto sangue… tanto... poi il bisturi l’ha messo dentro nella punta color rosso che ho messo in cima all’albero di natale. 
    - Ma che stai dicendo? Che centra il sangue, il bisturi e la punta dell’albero?
    - Scusa… non so neanche io cosa sto dicendo… forse sarà la botta.
    Ormai il treno è arrivato alla stazione e Giulia deve scendere.
    - Ascolta... mi prometti che andrai in ospedale per un controllo?
    - Si Sì… te lo prometto… e tu aiuterai me, vero? 
    - Se hai bisogno senz'altro… guarda, ti lascio il mio biglietto. Puoi metterti in contatto con me in qualsiasi momento ritieni opportuno… ok? 
    - Non avrò bisogno di mettermi in contatto io… sarai tu che mi troverai…
    Giulia la saluta, scende dal treno e si avvia verso l'uscita. Fuori ad attenderla, l’appuntato Angelo Fugazza che tira in dietro la pancia in un ultimo tentativo di abbottonare la divisa. “Dal 7 gennaio a dieta” si ripromette tra i denti, fumando una sigaretta.
    -Buongiorno Dottoressa, ma che faccia ha. Non ha dormito stanotte? Sa pol mia che an bel Magistrato cuma le, i la fa laurà a po ala vigilia da Nedal. - le dice mentre apre la portiera per farla salire mentre con il piede spegne la sigaretta.
    Giulia sorride. Tante volte gli ha detto che non deve parlare in dialetto sul luogo di lavoro, ma come al solito una battuta gli sfugge sempre.
    - Scusa Angelo, ma sono un pò frastornata per un incontro sul treno. Certo che al mondo esistono personaggi molto molto strani... comunque dimmi tutto dai.
    - Dottoressa, come le hanno già detto il fattaccio è successo in via Cavour. Non sto a descriverle lo scenario perchè lo vedrà lei, ma l'è an disastro, an rebelot!!!!
    Come al solito Giulia non fa domande, preferisce arrivare sulla scena del crimine sapendo poco o nulla perchè vuole vedere con i proprio occhi e non con quelli degli altri.
    Il condominio dove si trova l'appartamento è signorile e ben tenuto, senza però essere di lusso. Fuori la solita folla di curiosi e giornalisti di testate e di varie televisioni. L'ingresso dell'appartamento sembra in ordine; il soggiorno invece è un caos: tanto sangue sulle pareti, sui mobili, perfino sull’albero di Natale.
    La vittima giace sul pavimento e il medico legale, un uomo con la barba lunga e gli occhiali spessi, sta ultimando i suoi rilevamenti con molta scrupolosità.
    - Ciao Giulia, hai visto che disastro?
    - Ciao Massimo… vedo…  come è successo? 
    - Qui in questo punto della testa lo vedi? C’è un taglio, ma non è questa la causa della morte. 
    Massimo si alza e con il dito fa notare a Giulia lo spigolo del cassettone che è sporco di sangue.
    - Presumo che sia stata spinta, cadendo ha picchiato la testa contro lo spigolo e poi l’assassino  le ha inciso la giugulare. Praticamente è morta dissanguata… Ehi, ma mi stai ascoltando?
    Giulia è molto turbata… per terra c'è la ragazza del treno.
    - Massimo scusami… ma  la morte a quando risale? 
    - Potrò essere più  preciso dopo l'autopsia, però  posso già dirti tra le 20 e le 4 circa di stanotte.
    - Non è possibile!
    - Come non è possibile? dice Massimo fissandola con uno sguardo basito.
    Giulia non risponde, si guarda freneticamente intorno e il suo sguardo si ferma su una scrivania. Si infila i guanti di lattice, si avvicina, apre il cassetto sotto lo sguardo attonito dell'appuntato e del medico legale non abituati a vederla così: di solito sul lavoro è molto fredda, quasi glaciale, calma e precisa. 
    Come aveva detto la ragazza sul treno, il cassetto nasconde uno scompartimento segreto e Giulia vede subito la foto. 
    - Angelo, prendi immediatamente la punta rossa che è sull’albero di Natale.
    -Ma Duturesa.
    - Fai come ti dico!!!!!! 
    Mentre Angelo, sbuffando senza farsi sentire, va in cucina a prendere una sedia, Giulia cammina avanti e indietro inquieta. Ad un certo momento le sembra di avere un’allucinazione: accanto a lei c’è la ragazza del treno che le sorride e le manda un bacio. 
    Il rumore della sedia che Angelo appoggia accanto all’albero per salire ad afferrare la punta la riporta alla realtà.
    - Dammela subito.
    L’appoggia con delicatezza sul tavolo, chiede a Massimo una pinza e lentamente la introduce nella cavità.
    Sente che c’è qualcosa dentro e cerca di farlo uscire… se lo aspettava, ma rimane ugualmente senza parole.
    La pinza ha afferrato una busta di plastica che contiene un bisturi insanguinato.

  • 26 dicembre 2020 alle ore 16:48
    Il Natale "diverso"

    Come comincia: (C'è sempre la possibilità di vedere ogni faccia del diamante che è la Vita)

    Nelle strade quasi solitarie, sparute figure di coppiette e famigliole illuminate dal riverbero delle luminarie: gocce di luce appese a delicati fili stesi fra un palazzo e l'altro. L'ombra sugli asfalti a disegnare magiche teorie che tanto richiamano un antico percorso di millenni di passi e di occhi, tutti protesi a Camminare di più, a Vedere di più.

    I miei, di passi, risuonano il ritmo del piede calzato in comode scarpe rosse, ne miro il colore cangiante nell’ondeggio di punta tacco punta tacco. l’animo è sempre bambino, l’incanto è il suo vademecum.

    Punta tacco punta tacco la strada semivuota resta alle mie spalle, dinnanzi altre luminarie, altre figure oscillanti fra luci e riflessi.

    Una vettura della Polizia nella stretta stradina del centro rasenta il mio cappotto, all’interno due militari dallo sguardo stanco e dal viso coperto dalla mascherina chirurgica, pure vedo rivolto a me, il sorriso unito al segno di saluto sparso con la mano; un sorriso negli occhi e nel palmo della mano e fra la mascherina che dischiude le sue piegoline.

    Da una finestra illuminata fugge il riso di qualcuno, è argentino, pieno, è gioia. Altre luci continuano ad allagare la piazza; sono davanti al Duomo. Tre giovani militari chiacchierano davanti al portone laterale, quello per “solo entrata”, si scostano per farmi passare. Non ho pensiero alcuno o forse un rsquo;impercettibile senso di controllo, o forse no, forse mi sento rassicurata dalla loro presenza. Penso piuttosto: così giovani, così teneri, fra loro la collega minuta e dai capelli raccolti in una gioiosa coda che spunta dal berretto. Penso ai miei nipoti, avranno la stessa età…

    Sono distratta da codeste considerazioni mentre mi avvicino all’uscio, quasi pronta a tendere il braccio per aprirlo, e… “Buon Natale signora!” Buon Natale signora, echeggiano gli altri due dopo il primo… “Buon Natale ragazzi” rispondo nel mentre il sorriso mi apre il cuore e incontra il loro viso dagli occhi seri e teneri. Torna il sorriso di occhi, mani e mascherina dei poliziotti di pattuglia, e s’incontra con il mio che gorgheggia nel cuore. È un Natale diverso, sì, è diverso. Ho incontrato umanità differente dagli scorsi anni, non ho rivisto occhi sgranati di stanchezza e stress natalizio, e nemmeno ne ho visti sgranati di paura; di seria preoccupazione sì, la seria preoccupazione l’ho vista in tutti, in me e perfino nelle cose inanimate. È un Natale diverso, mostra un volto tutto nuovo, mostra i doni con cui siamo nati e rimasti nascosti per secoli nei vortici del dna: quelle capacità di acconsentire a situazioni negative di sviluppare l’attenzione a quanto di meglio, da esse, si può trarre. Senza soccombere, senza annaspare. Senza affogarci dentro.

    Questo Natale mostra la paura e la via per alchimizzarla, e rendere Vita Nuova a tutto quanto non è nel proprio potere combattere. Le strade sono state mostrate, tocca all’Umano scegliere se fermarsi o camminare…

    Io cammino, non posso fermarmi, non mi sono mai fermata davanti ai mostri della vita; come ora, li ho guardati, mi sono misurata riconoscendo la mia impotenza, ho alchimizzato la paura in un’altra potenza: consapevolezza. Morire in attesa di morire? O vivere senza attendere?

    Quel domani, che non è in mio potere dirigere, verrà forse o forse no. Intanto oggi vivo e m’inonda il sorriso di quei militari che, come me, sono impotenti davanti al domani. Vivo e mi lascio penetrare dall’attimo che mostra luminarie e figure stagliate e moventi fra luci e riflessi, ascolto il suono dei passi miei e di altri, m’incanto nel gioco del vento fra le stelle filanti, m’illumino nell’udire una risata dietro una finestra: là oltre i vetri c’è una famiglia riunita o forse una famiglia dimezzata dalle misure sanitarie, o forse solo una coppia di sposi, non importa chi c’è là dietro; forse qualcuno come me consapevole che morire in attesa di morire non è degno di definirsi Vita. Comunque sia. Comunque sia è vita e va vissuta prima di morire.

  • 19 dicembre 2020 alle ore 17:48
    UNA CUCKQUEAN

    Come comincia: L’Apollo, a Messina, era uno dei pochi cinematografi ancora in funzione, molti altri per cause varie non ultimo il Coronavirus avevano chiuso i battenti, la loro apertura non era più remunerativa. Goffredo era seduto in galleria in un posto vicino alla balaustra, stava più comodo poggiando piedi sul muretto, si era stravaccato. Entrando nella hall del cinema non aveva nemmeno guardato che film ci fosse in programmazione. Quella  decisione era scaturita dal fatto di aver ancora una volta litigato con Gloria sua compagna sia di classe (terzo liceo classico) che nella vita, avevano rapporti intimi già dalla quinta ginnasiale. Un futile motivo alla base della lite, il problema di fondo era che ambedue avevano un  carattere volitivo o, per meglio dire intransigente e non cedevano mai dai propri punti di vista. Avevano provato a lasciarsi varie volte ma poi, con le solite promesse di amore eterno si erano riappacificati ma in seguito tutto era finito in ‘gloria’, forse questa era la volta buona per andare ognuno per la propria strada. Goffredo era nato monello nel senso che spesso riusciva a dileggiare i più grandi, professori compresi e, benché preparato nelle materie scolastiche in condotta aveva spesso riportato un  sei con la conseguenza di dover ripetere tutte le materie ad ottobre. Il giovane viveva a Messina con la madre Mecuccia (vezzeggiativo di Domenica) figlia di un proprietario di edifici in città e di terre coltivabili  a Cesarò. Del padre Alfredo conosceva solo il nome, il cotale era sparito da casa quando Goffredo era giovanissimo, nessuno in famiglia parlava di lui. Quel suo carattere spigoloso di Goffredo forse era dovuto alla mancanza della figura paterna o forse l’aveva ereditato proprio dallo sconosciuto padre. Il giovane con madre e nonna Maria abitavano in una casa vicino al mare in frazione Torre Faro. Gof. frequentava il liceo ‘Maurolico’ in corso Cavour. Raggiungeva l’istituto con lo scooter Aprilia Dorsoduro  in caso di bel tempo, con la vetturetta Casalini M 14 allorché pioveva. Mentre era al cinema Apollo gli venne in mente una sua ‘monelleria’ effettuata al cinema ‘Savoia’ due anni prima. Fatto il biglietto per la galleria non aveva trovato posto a sedere, non la prese bene, si vendicò (che c’era poi da vendicarsi…) svuotando una bottiglietta di birra sugli spettatori della platea per poi scappare dal locale a gambe levate. Il fatto fu riportato da un giornale locale il cui un redattore, bell’esprit intitolò: “Birra gratis al Savoia’. Alla fine del primo tempo si accesero le luci, Goffredo vide nella poltrona accanto alla sua una signora piacente di viso e dal corpo da modella, vicino a lei altra dama piuttosto mascolina anche per i capelli a spazzola ed un viso che sembrava  scolpito nella roccia. Dopo metà del secondo tempo le due dame uscirono dal locale, Goffredo non trovò alcuna scusa per seguirle, rimase al suo posto ma la curiosità gli era rimasta. Fine del film, Goffredo prese l’impermeabile che aveva riposto fra la sua sedia e quella della vicina signora, lo indossò e nel mettere le mani in tasca si accorse che c’era un biglietto da visita con scritto ‘Centro Estetico Sole e Luna  -  via Consolare Pompea 69’. Un chiaro invito della signora viciniora al cine, si ripropose di andarci. Preso dallo studio il giovane non pensò più a quell’episodio sino a quando un giorno la nonna Maria, religiosissima gli si presentò col biglietto da visita in mano: “Adesso frequenti pure istituti di bellezza, lo sai che sono solo una copertura, ci troverai solo ragazze poco perbene, per me sei stato solo una delusione, il tuo nome vuol dire protetto da Dio, mi sa che Dio si sia scordato di te, hai sempre violato la morale, hai calpestato tutte le norme di madre Chiesa, hai sbeffeggiato i suoi sani principi, alla fine della vita ti troverai in una landa desolata!” “Cara nonna sei rimasta indietro di anni, le sacre scritture che tu ami tanto sono state oggetto di revisione, è risultato che Mosè quando andò sul Sinai per ricevere i dieci comandamenti era completamente drogato…” Nonna Maria si allontanò sconsolata, proprio a lei doveva capitare un nipote senza Dio! Mamma Mecuccia non si intrometteva mai nella vita del figlio, non era religiosa, aveva qualche peccatuccio sulla coscienza, si era fatta un amante toy boy. Era d’estate, Goffredo una mattina con la vetturetta si recò in via Consolare Pompea, si fermò dinanzi al numero 69, suonò una campanella esterna, aprì il portone una ragazza in camice bianco: “Signore buongiorno, penso che si sia sbagliato, questo è un istituto di bellezza per sole donne.” “Una signora m’ha consegnato questo biglietto da visita…” Si accomodi.” “La baby si allontanò e poco dopo: “Sono Hedone, la ricordo, ci siamo incontrati al cinema Apollo, la prego di ritornare dopo le tredici.” “Ho un’idea migliore, che ne dice di incontrarci al ristorante Kaleidos’ che ho visto lungo la strada.” “Accettato, io e Nerina verremo appena finito il lavoro.” Alle dodici e trenta Goffredo entrò nel ristorante che si stava riempendo di clienti. Si avvicinò un signore distinto ed elegante dal forte accento straniero: “Sono Zeno il titolare del locale, è solo?” “Aspetto due signore. “Dopo mezz’ora entrata di Hedone e di Nerina, salutarono affettuosamente il padrone del locale che già conoscevano, Goffredo si era alzato e le aspettò al tavolo. Nerina: “Lei sembra molto giovane…” “Ho trent’anni, ne dimostro dieci di meno.” “Lei è un bugiardo matricolato, meglio così, i timidi non ci piacciono! Zeno conosce i nostri gusti.” Infatti dopo un quarto d’ora comparve un cameriere con un carrello, un ben di dio.  Nerina: “Non le dico buon appetito che non è più di moda ma vedrà che apprezzerà il cibo greco.” Previsione avverata tutto buonissimo, Goff fece onore alle cibarie elleniche, solo il caffè era un espresso italiano.  Nerina era la più chiacchierona: “Ti do del tu, non far caso al cattivo umore di Zeno, è omosessuale, è scappato da Atene perché il suo amante gli ha rubato quasi tutto il suo patrimonio, si è confidato con noi, lo abbiamo conosciuto a fondo, è un gentiluomo.” Alla fine del pasto Zeno si presentò al tavolo dei tre: “Permettetemi di offrirvi il pranzo  in onore del signore che vedo per la prima volta e che spero di rivedere quanto prima.” Appena usciti Nerina: “ Caro Goffredo piaci anche agli omo, vedo che rimiri Hedone, se lei non parla vuol dire che…” “Che ne dici di farti i fattarelli tuoi…” “Mi accorgo che ci ho azzeccato, io vengo con te in quella scatoletta di auto, Hedone verrà a casa nostra con la nostra mini.” Il piano superiore dell’istituto di bellezza era la magione delle due dame, arredata con gusto con mobili moderni, il salone poi era un bijou. Hedone mise sull’apparecchio un CD brasiliano indiavolato, invitò a ballare Goffredo che si dimostrò all’altezza, maestra era stata per lui Gloria che era portata sia nella danza che a letto. Dopo un  po’ Goff rivolto ad Hedone: “Mi sono stancato, vorrei riposarmi su di un morbido letto.” Solita Nerina: “Dillo chiaro che ti vuoi scopare Hedone!” Un’ira funesta si stava abbattendo sulla malcapitata che prese una fuga rifugiandosi dentro una toilette e chiudendosi dentro. La chiacchierona ci aveva azzeccato, Hedone condusse Goffredo in camera sua, passaggio in bagno e poi su di un  letto matrimoniale con lenzuola che profumavano di violetta. Goffredo partì all’attacco, prima in bocca un bacio lungo, passaggio sulle tette ed infine sul clitoride piccolino fra pochi peli biondi. Hedone ebbe un orgasmo quasi silenzioso come sua natura, solo al secondo orgasmo si lasciò andare alla grande, all’immissione penis cominciò a tremare tutta, il giovane amante si era dimostrato più che all’altezza. Era quasi sera quando: “Belli di zia, ho visto tutto mi sa che dovrò farmi anch’io il bel Goff anche se preferisco le femminucce, caro amico sono una cuckquean!
     

  • Come comincia:                                                 = Introduzione =
    Sul finire degli anni novanta dello scorso secolo cominciai a prendere appunti su fantini, cavalli e storie legate al mondo delle corse di galoppo. Alla fine del decennio precedente avevo cominciato ad interessarmi a quello sport, a quel mondo e alle sue storie seguendo avvenimenti su quotidiani e riviste, in tivù o nelle sale corse, dove attraverso vari circuiti televisivi privati e network a circuito chiuso venivano sovente irradiate immagini in diretta di corse importanti come, ad esempio, il Derby inglese di Epsom o l'Arc de Triomphe in Francia. Pur essendo appassionato di sport sin da ragazzino, fino ad allora avevo sempre visto con occhio sospettoso e con circospezione quella branca sportiva, ritenendola - a torto - di difficile comprensione. Una cosa ed un mondo a sé stante, sembravano per me, quasi inavvicinabile...una nicchia incomprensibile a tutti quelli che come il sottoscritto non fossero degli addetti ai lavori o  avvezzi alle scommesse; qualcosa per pochi intimi o aficionados e poco più (molti infatti la ritengono un settore di esclusivo interesse di scommettitori incalliti, miliardari o nobili: a misura fatta per i loro interessi, appunto!). E' invero cosa sicura, tuttavia, direi quasi del tutto matematica (o matematicamente esatta), che l'ippica - e le corse di cavalli in genere - possano apparire a volte un tantino noiose mentre cifre e statistiche siano del tutto indigeste talora - e per i più - trasformandosi spesso in un vero e proprio ginepraio in cui è difficile muoversi e districarsi ed altrettanto facile - al contempo - perdersi. Tuttavia essa (soprattutto il galoppo, per quel che più mi tange) riveste un fascino particolare, quasi inspiegabile, e quando la scopri o meglio impari a conoscerla e intendi che è così, allora non puoi più fare a meno di amarla. A dire il vero, però, ho amato, sin dall'infanzia, quegli animali a quattro zampe bellissimi nonché affascinanti che rispondono al nome di cavalli: molti li ritengono - ingiustamente - scarsamente intelligenti se no addirittura stupidi ma non è affatto così; al contrario invece essi sono intelligenti parecchio (molto spesso lo sono più dell'uomo, degli uomini e degli esseri umani tutti insieme!) e sensibili come pochi. Sono, in buona sorte e sostanza degli "spiriti liberi", dotati di un certo quid di selvaggio ma anche pieni di grazia e dolcezza, davvero qualcosa di...speciale! Tornando a quanto sopra scritto, debbo dire che il progetto era quello - tanti anni fa - di dare alla luce una serie di articoli (lunghi, monografici, col taglio a metà tra cronaca e storia da una parte e aneddotica, curiosità, statistica e quant'altro dall'altra) sulle grandi corse nel mondo, ovvero quelle che hanno fatto e segnato la storia del galoppo nel corso del tempo, dagli albori ai nostri giorni:  le corse più importanti, insomma, e prestigiose, in quei paesi dove esso è la specialità regina dell'ippica (dagli Stati Uniti ai Paesi britannici ed anglofoni in genere, come Australia e Canada; dalla Francia all'Italia e al Sud America passando per estremo Oriente e Paesi Arabi) rispetto al trotto. Ebbene, il progetto (quel progetto) l'ho accantonai in seguito ma lo scorso anno (dopo oltre un ventennio) ho ricominciato a mettere in ordine tali appunti, ad assembrarli razionalmente e ad aggiornarli statisticamente servendomi anche dello sconfinato patrimonio di dati, curiosità e notizie (quelle che Americani ed Inglesi chiamano "facts" o "trivia") oggidì disponibile sul web. Lo feci (e continuo a farlo perché trattasi di opera abbastanza lunga e difficile che abbisogna di continui restauri ed aggiornamenti) a partire dall'Arc de Triomphe, la corsa più importante di Francia e tra le più importanti e seguite in Europa, dalle corse inglesi e da alcune americane tra cui quelle della cosiddetta "triplice corona". Ne è scaturita (anzi, ne sta scaturendo perché molte volte mi capita di scrivere in "tempo reale", a braccio o di getto) una serie che ho intitolato"le corse della leggenda". Debbo dire, anzi, evidenziare bene (ritengo sia doveroso farlo per onestà verso molti appassionati e molte persone che operano nel settore come addetti ai lavori e spesso ricavano di che vivere da esso) che non amo particolarmente il trotto (ricordo, tuttavia, una storica edizione, la prima - quella del lontanissimo, temporalmente ma no nei miei ricordi, 1978 - del Gran Premio "Città dei Due Mari" disputata sulla pista dell'ippodromo "Paolo VI°" di Taranto e che vide protagonista principe un cavallo di nome Wayne Eden, leggenda delle corse in carrozzino: fatto curioso è che esso fosse nato proprio negli States per poi essere allevato dalla società Mira, in Toscana), benché esso sia specialità che vada per la maggiore in Italia (ma è così anche in altri Paesi europei come quelli scandinavi, o in Belgio: inoltre, nella stessa Francia, negli Stati Uniti e in Canada esso ha notevole seguito ed enorme volume d'affari sebben non tocchi i livelli della sua consorella). Ritengo, per mio conto, che quella del - ed al galoppo - sia l'andatura più naturale per un cavallo: la corsa, a quell'andatura, non viene snaturata dall'elemento tecnicamente innaturale come può essere il sulky (o carrozzino, o seggiolino che dir si voglia), appunto. Voglio concludere l'introduzione con un pensiero non mio ma da me pienamente condivisibile. Da qualche parte una volta qualcuno scrisse: "che meraviglioso racconto sono i cavalli, vi è qualcosa di memorabile in ognuno di loro!". - La Triple Crown americana: i magnifici "tredici" e il poker di Whirlaway
    La leggendaria "Triple Crown" (triplice corona) è l'evento più atteso della stagione negli Stati Uniti per i purosangue di tre anni. Si articola su tre prove: Kentucky Derby, Preakness e Belmont Stakes. Il termine venne coniato ad hoc ufficialmente da Charles Hatton, giornalista del Daily Racing Form di Chicago (la bibbia dei tabloid per gli scommettitori del Nord America), nel 1930, dopo le vittorie di Gallant Fox nelle tre corse, ma ufficiosamente era già in uso dal 1923, introdotto nel gergo tecnico-sportivo da altri giornalisti. In un secolo di corse soltanto tredici cavalli sono stati capaci di completare il trittico (vincere, cioè, le tre prove che si svolgono annualmente nell'arco di cinque settimane, tra maggio e giugno, nella stessa stagione): Sir Barton (1919), Gallant Fox (1930), Omaha (1935), War Admiral (1937), Whirlaway (1941), Count Fleet (1943), Assault (1946), Citation (1948), Secretariat (1973), Seattle Slew (1977), Affirmed (1978), American Pharoah (2015), Justify (2018). Tra questi cavalli, però, l'unico che sia riuscito ad ottenere il "grande slam" fu Whirlaway. Questo castano puledro, che vide la luce alla Calumet Farm di Lexington, Kentucky, (uno dei sancta sanctorum delle scuderie, dell'allevamento e del galoppo americano) il 2 aprile del 1938, da Blenheim II°(vincitore nel 1930 del Derby di Epsom) e Dustwhirl, dop'aver trionfato - dominandole - nelle prove della "corona" (fu il primo degli otto vincitori di Derby nella storia per i suoi colori: l'ultimo è stato Forward Pass nel 1968) ottenne infatti il poker riportando le Travers Stakes, corsa che negli States è anche conosciuta come il "Mid-Summer Derby" (Derby di mezza estate). Essa si disputa annualmente in agosto nel Saratoga Race Course che è situato nella omonima località dello stato di New York ed è il quarto più antico ippodromo della nazione. Nelle classifiche internazionali è inserita al 57°posto tra le cento pattern races o corse di gruppo uno più importanti al mondo (nel galoppo le corse sono classificate in gruppi, dal primo al terzo, secondo la loro importanza, tradizione e montepremi). La prima edizione si corse nel lontano 1854 e deve il suo nome a William Rubin Travers, avvocato e ricco uomo d'affari che fu uno dei fondatori dell'ippodromo di Saratoga nonché presidente della locale Racing Association (associazione delle corse). Whirlaway fu votato Horse of the Year (cavallo dell'anno) a tre anni di età e l'anno dopo, ottenendo rispettivamente nove e undici successi (prima di lui, l'impresa era riuscita solamente a Chalendon nel 1939 e 1940). In carriera ebbe un record di 32 vittorie su 60 corse disputate e guadagnò la bellezza di 561.161 dollari, cifra altamente considerevole all'epoca. "La maggior parte delle sconfitte", come scrive Peter Matthews nel suo The Guinness International Who's Who of Sport, "fu dovuta al fatto che egli avesse l'abitudine di cambiare condotta e ritmo di gara, quando era messo sotto pressione: il suo tallone d'Achille!". Morirà quindicenne (appena quattro giorni dopo il compleanno) a Haras-de Fresnay-le Burrard, in Normandia, nel nord-ovest della Francia, dove si trovava nell'allevamento di Marcel Boussac, ricco magnate tessile (fu miglior proprietario dell'anno nel 1950 e 1951), il quale lo aveva acquistato per utilizzarlo nell'attività stalloniera solamente l'anno prima a titolo definitivo, dopo averlo tenuto in affitto tre anni. Terry Conway, corrispondente di corse per ESPN.com, nonché cronista e scrittore per il magazine Blood-Horse e per numerose altre testate negli States (non soltanto di argomento ippico ma anche di arte, storia e viaggi) ha scritto: "il più delle volte le sensazionali gare di Mister Longtail (era il suo nick per via della lunga e folta coda che lo contraddistingueva) lo hanno portato sulle prime pagine delle sezioni sportive della nazione sopra Ted Williams che ha battuto .406 quell'anno, e Joe Di Maggio, che ha messo assieme una serie di 56 vittorie consecutive". E' inserito al 17°posto nel ranking dei 250 cavalli più forti d'ogni epoca di Horse Racing Nation, votato dagli stessi fans. Nel biennio 1997-98 due allievi di Bob Baffert (dapprima Silver Charm e Real Quiet l'anno dopo) videro infrangere il loro sogno, diventato evidentemente una maledizione, all'ultimo atto: furono infatti entrambi sconfitti nelle Belmont, dopo aver vinto le prime due prove della triplice. Similmente, nel corso del tempo, è accaduto ciò ad altri diciannove cavalli, di cui ben undici dopo l'ultima impresa degli anni settanta firmata dal fuoriclasse sauro della Florida Affirmed: Spectacular Bid (1979), Pleasant Colony (1981), Alysheba (1987), Sunday Silence (1989), Charismatic (1999), War Emblem (2002), Funny Cide (2003), Smarty Jones (2004), Big Brown (2008), I'll Have Another (2012), California Chrome (2014). Bob Baffert è indubbiamente il trainer (tecnico) più  vincente del galoppo americano nell'era moderna (dal dopoguerra ad oggi ha vinto più di chiunque altro!) e uno dei più carismatici d'ogni epoca insieme a James Fitzsimmons, Horatio Luro, Charles "Charlie" Whittingham e Wayne Lukas. Due suoi cavalli, nel 2015 e 2018 (American Pharoah e Justify) hanno compiuto il triplo vincente mentre nel suo palmarès figurano ben sedici prove singole in totale (record assoluto): sei Derbies (numero di successi di Ben Jones eguagliato nel 2020 con Authentic), sette Preakness (record assoluto detenuto con Robert Wyndham Walden), tre Belmont. La sua storia è davvero fuori dall'ordinario. Egli incarna, infatti, la classica persona fattasi da sé, venuta su da sola (self-made men, son soliti indicare Americani e in genere gli anglosassoni). La sua famiglia, in Arizona, allevava vacche e polli per poi distribuirli a ristoranti e locali della zona, mentre lui cominciò a cavalcare i quarter horses: lo faceva ogni mattina prima della scuola, su una pista in sterrato che il padre avea messo a punto arando un campo di fieno d'avena alle spalle del ranch in cui viveva, a Nogales (curiosamente essa confina, a nord, con la omonima cittadina messicana situata nello stato di Sonora). Ha continuato su quella strada, così negli anni settanta, prima di intraprendere l'università, arrivarono i primi successi da fantino e da tecnico, insieme ai guadagni ("non ho mai imparato da un vero allenatore, quindi sono stati tentativi ed errori. Per lo più errori!", dichiarò una volta egli stesso). Aveva talento, occhio per i cavalli ed anche tanto cervello. Nella metà degli anni ottanta si era fatto un nome, oramai, non soltanto in Arizona, ed era diventato allenatore d'alto livello. Un importante proprietario di cavalli, il magnate dei fast-food Mike Pegram, si accorse di lui e lo convinse a compiere il gran salto nel mondo dei purosàngue veri (thoroughbred o blood horses in inglese). Baffert allora accettò la sfida e nel giro d'una decade di tempo riuscì a farsi strada - a suo modo - anche nel nuovo ambiente: i primi successi infatti non tardarono a venire (nel 1991 vinse la sua prima corsa graduata sul suolo americano: le Junior Miss Stakes, gruppo tre a Del Mar, in California, con Soviet Sojourn montato da Corey Nakatani, top-jockey californiano degli anni novanta e duemila; con Thirty Slew, montato da Eddie Delahoussaye, fantino della Louisiana ritiratosi nel 2003 dopo una venticinquennale carriera e oltre seimila successi, trionfò nel Breeders' Sprint del'92), così come pure piazzamenti di prestigio (nel 1996 si piazzò secondo d'un soffio nel Derby il suo allievo Cavonnier, montato da Chris McCarron). In seguito diverrà fraterno amico di Pegram: i due insieme, tra le altre cose, nel 1998 porteranno al successo Real Quiet tanto nel Derby, quanto nelle Preakness, e Lookin At Lucky nelle Preakness del 2010. L'incontro tra il tecnico ed il miliardario fu importante, quasi fondamentale nella vicenda umana di Baffert: ha dato il via ad una grande storia nel mondo delle corse visto che da quel momento in avanti è cominciata una vera e propria escalation di vittorie e soddisfazioni per il tecnico dell'Arizona che non accenna minimamente a fermarsi. "Baffert ha fatto molta strada nelle corse dei cavalli", ebbe a scrivere Dave Wharton sul Los Angeles Times nel giugno di cinque anni orsono, poco prima che il suo allievo American Pharoah trionfasse nelle Belmont e lui ottenesse la prima Triplice in carriera. Oggidì Baffert è il trainer più famoso e stimato del galoppo targato "stars&stripes", nonché uno dei più noti al mondo. Le sue cifre da sole parlano: dal 1979 i cavalli che egli ha sellato hanno preso il via in 13505 corse, vincendo per ben tremilasettantotto volte (percentuale del 23%) e portando a casa oltre trecento milioni di dollari di montepremi vinti (cifra pazzesca...a dir poco da capogiro!).- A proposito di...quarterI cavalli di razza quarter sono tozzi, meno resistenti e più piccoli rispetto ai purosangue standard (le loro misure, al garrese, ossia l'altezza presa tra il collo e la scapola, possono variare da un metro e cinquanta a uno e sessantacinque). Questa razza è il risultato ottenuto da un ibrido tra i mustang americani e i purosangue inglesi: è riportato che l'incrocio sia avvenuto in Virginia nel 1756 tra un purosangue importato dall'Inghilterra di nome Janus e puledre indigene. Trattasi di animali in genere abbastanza docili, mansueti e propensi all'apprendimento ed al comando da parte dell'essere umano. Queste peculiarità caratteriali fanno si che siano predisposti non solo per la corsa: vengono infatti utilizzati in altre specialità ippiche come il dressage (vi sono stati cavalli, però, che si sono esibiti anche nel salto ad ostacoli) oppure in altri tipi di monte come quelle "western", durante i rodei; sovente e volentieri lo sono anche in attività di lavoro (ad esempio, per l'aratura dei campi là dove tale pratica venga ancora eseguita a quel modo, o per tenere a bada ed ordinare il bestiame nelle mandrie) e nell'ippoterapia. A proposito dell'ippoterapia è da dire che essa rappresenta un aspetto importante dell'attività di questi cavalli: trattasi invero di una pratica utilizzata per curare persone (soprattutto bambini) con limitazioni psichiche e psico-sensoriali, la quale spesso da adito a risultati soddisfacenti. Tornando all'aspetto agonistico è da dire che le corse di cavalli su brevi distanze, negli Stati Uniti, presero piede in Virginia agli inizi del 1600, per opera dei primi coloni insediatisi nei pressi della cittadina di Jamestown. Esse venivano disputate sulla distanza di un quarto di miglio (da cui derivò in seguito il nome di quarter affibbiato ai cavalli), dapprima su ogni tipo di percorso disponibile poi su strade rettilinee vere e proprie. Il miglio è antica unità di misura utilizzata dai Romani. Entrò poi nel Sistema Imperiale Britannico ed è tuttora in uso nei Paesi di estrazione anglofona e negli Stati Uniti, nonché nel traffico per mare e cielo. Il miglio terrestre (o inglese) misura 1760 iarde che corrispondono a 1609,344 metri del Sistema metrico decimale. Le corse organizzate di quarter invece (come riferisce la Britannica Enciclopedia) iniziarono intorno agli anni quaranta del'900 e da allora in poi presero piede su circa 100 piste negli Stati Uniti, soprattutto nell'ovest del Paese. Venivano utilizzati cavalli di quella razza perché meno resistenti dei purosangue "classici" e più adatti, quindi, a distanze brevi. Oggi, negli Usa, sono classificate ben undici distanze di gara ufficiali, comprese tra 220 e 870 iarde (da 201 a 796 metri). Le gare di 550 iarde o meno si svolgono su percorsi privi di curva e le regole - in genere - sono simili a quelle delle corse standard per purosangue. E' stato creato un vero e proprio registro della razza quarter (stud), avente sede ad Amarillo, nel Texas; vi sono poi diverse organizzazioni di breeders (allevatori) ed owners (proprietari) nonché delle aste di vendita e un Jockey Club sul modello esistente nel tradizionale galoppo. Si disputa, annualmente, anche una Triple per quarter che si articola sulle seguenti prove (tutte si corrono al Ruidoso Downs Race Track, New Mexico): Kansas Futurity, a giugno, Rainbow Futurity, a luglio, All-American Futurity, a settembre. L'unico cavallo che sia riuscito a realizzare la tris vincente fu Special Effort nel 1981. Nel pedigree suo figurano due "mostri" sacri dei purosangue standard: Raise A Native (nonno per parte di padre) e, soprattutto, suo padre Native Dancer. L'attività agonistica coi quarter fu propedeutica all'entrata in scena nel mondo del galoppo d'elite (vera e propria gavetta, direi), non solo per Baffert che guidò quattro campioni, ma anche per un'altro grandissimo tecnico della scena statunitense e mondiale come Darrell Wayne Lukas (quattrordici prove della Triple e venti della Breeders' Cup in carriera).- Northern e Native: i due "danzatori" sfortunati La vittima più illustre nella storia della Triplice è senza dubbio Northern Dancer, cavallo canadese bàio (colore del mantello rosso scuro, tendente al castagno) da Neartic (figlio, tra l'altro, di quel Nearco che oltre ad essere considerato, insieme a Ribot, il più forte cavallo italiano mai esistito ed uno dei più grandi del novecento, fu anche influentissimo progenitore) e Natalma il quale, dop'aver battuto di una incollatura Hill Rise nel Derby (primo cavallo canadese della storia vincitore a Louisville), e di due lunghezze e un quarto The Scoundrel sul traguardo delle Preakness, fu soltanto terzo nelle Belmont (preceduto oltre che dal vincitore Quadrangle, che a sua volta era stato 5°nel Derby e 4° a Pimlico, anche da Roman Brother). Allievo di Horatio Luro, il trainer che lo guidò nel corso della carriera, è inserito al 42°posto nella classifica dei duecentocinquanta cavalli più forti di sempre stilata da Horse Racing Nation. Dopo aver smesso di correre in pista (lo aveva fatto in eccellente modo, vincendo quattrodici delle diciotto corse a cui prese il via, giungendo due volte secondo e altrettante terzo, guadagnando oltre mezzo milione di dollari), cominciò la carriera di razzatore a Chesapeake City, nel Maryland, e fu campione anche in quella: probabilmente, a detta di tecnici ed addetti ai lavori, il più influente nei tempi moderni. Fu miglior stallone negli Usa e in Nord-America nel 1971 e in Inghilterra nel 1970, 1977, 1983, 1984. I puledri e le figlie che ha generato, così come i suoi nipoti e pronipoti, sono stati campioni nazionali in ben quarantaquattro diversi Paesi al mondo ed hanno trionfato in centoquarantasette gare di gruppo (alcune cifre parlano di centoquarantatre) tra cui Irish Derbies, Prix du Jockey Club a Chantilly (derby francese), in gare della Triple Usa e in tutte quelle della Breeders' Cup. Ha fatto nascere ben 49 yearlings (puledri dell'età di un anno) venduti alle aste a un milione di dollari o più. Era una vera e propria miniera d'oro oltre che una macchina (perfetta e ben...oliata) della monta. La rivista People così scrisse su di lui: "l'unica celebrità in grado di guadagnare un milione di dollari prima di colazione!". Il suo figlio più prestigioso fu senz'altro un tal puledro irlandese chiamato Nijinsky, cavallo preferito di sua maestà Lester Piggott, col quale il fantino di Wantage conquistò la Triple Crown in Inghilterra: 2000 Ghinee, Derby di Epsom e St. Leger. La sua linea di sangue (o consanguineità) si è fatta sentire, nel corso degli anni, perfino in nazioni apparentemente distanti tra loro (seppur abbastanza evolute nel mondo dell'ippica e del galoppo in particolare) come Brasile e Giappone, così come pure in tempi recentissimi: essa arriva, infatti, attraverso pédigrée ed albero genealogico ascendente e discendente dei cavalli, o dei vari incroci delle linee maschili e femminili anche sugli stessi campionissimi americani American Pharoah e Justify, ossia gli ultimi vincitori in ordine cronologico della Triplice Usa (rispettivamente sei e tre anni orsono). Nel 2004 accadde una cosa davvero straordinaria, uno degli eventi più incredibili nella storia dello sport mondiale, paragonabile - a mio avviso - a quel "giorno dei giorni" (25 maggio 1935) in cui Jesse Owens, fenomenale atleta di colore dell'Alabama, stabilendo cinque record mondiali in appena tre quarti d'ora, ad Ann Arbor, nel Michigan, aveva stravolto e al contempo riscritto ex-novo tutta l'atletica e lo sport: ognuno dei diciotto cavalli schierati al cancelletto di partenza dell'Arc de Triomphe aveva il sangue di Northern Dancer nelle ve...nel proprio pédigrée! Joe Hickey, ex direttore pubblicitario dell'ippodromo di Pimlico, a Baltimora, nonché uno degli assistenti di Edward Plunket Taylor, suo allevatore e proprietario, alla Windfiels Farm di Oshawa, Ontario (Canada), ebbe a dire una volta:"è stato il più grande padre commerciale di tutti i tempi. Venderanno cavalli, per molti anni a venire, ma non sperimenteranno mai l'influenza mondiale trasmessa da Northern Dancer!". Morì nel novembre del 1990 (aveva superato i ventinove anni di età da circa sei mesi), a causa dei postumi di una colica intestinale (disturbo non infrequente tra cavalli anziani). Nel 1976 era stato inserito nella Canadian Horse Racing Hall of Fame (Arca della Gloria canadese dei cavalli da corsa), situata nei locali annessi al Woodbine Racetrack di Toronto, Ontario (Canada), al cui ingresso trovasi oggi una statua scolpita in onor suo. Nella primavera del 2011, in occasione del cinquantenario dell'Arca, vennero esposti per tre giorni al Woodbine cimeli, foto e trofei della carriera del cavallo oltre alla proiezione in video delle sue vittorie. In quell'occasione John Stapleton, presidente dell'Arca stessa, dichiarò al quotidiano di Toronto The Globe and Mail: "ciò che lo rende speciale e che aveva il temperamento e la volontà di vincere". La storia della "triplice" è intessuta, invero, di episodi curiosi ed importanti tanto dal lato umano, quanto da quello agonistico o puramente scarno, freddo eppur essenzialmente inevitabile e necessario delle cifre e delle statistiche (così come del resto accade dacché esiste il mondo tutto dell'ippica e delle corse di cavalli in genere). Ci sono cavalli, ad esempio, che hanno compiuto il percorso "incompleto" a ritroso...inversamente: ossia, dopo essere stati sconfitti nella prova d'esordio (Kentucky Derby), sono poi riusciti ad accaparrarsi le due Stakes, Preakness e Belmont. In quel caso, quindi, secondo alcuni esperti ed addetti ai lavori, si dovrebbe parlare di "double" riuscito piuttosto che di triplice...mancata. A giusta ragione, ritengo io stesso, perché comunque trattasi - e sempre - di impresa degna ugualmente di nota: portata a termine, cioé (nessuno dovrebbe mai dimenticarlo ma...soprattutto coloro i quali intendono essere i cavalli delle macchine da monta e da soldi soltanto!), da fantastici animali e bellissimi i quali, seppur siano allevati, curati addestrati e sellati da uomini (o da esseri umani in generale), intinsecamente posseggono dentro di sé (oltre alla bellezza, appunto) particolari doti fisiche, psico-attitudinali e sensoriali che li rendono unici. In totale i "doppiettisti" (gli autori del misfatto...il double) sono stati undici nel corso del tempo: Bimelech (1940), Capot (1949), Native Dancer (1953), Nashua (1955), Damascus (1967), Little Current (1974), Risen Star (1988), Hansel (1991), Tabasco Cat (1994), Point Given (2001), Afleet Alex (2005). 

  • 17 dicembre 2020 alle ore 14:05
    Non posso farlo! (seconda parte)

    Come comincia:  - Comandi! - esclamò Henri all'ufficiale, seduto davanti a lui. Era il capitano Nomas, un tipo simpatico coi baffi e le basette lunghe, il quale comandava la postazione: alle sue spalle due soldati sul riposo, col fucile tenuto basso. - Sono il tenente Henri Galthier, del XV° battaglione di fanteria. Con me porto due miei compagni, il soldato semplice Alain Kantorek ed il sottotenente François Lucy, che mi aspettano fuori.
    - Buongiorno, tenente! - fece l'altro. - Stia pure comodo...riposo! riposo! Siete destinati alla decima compagnia. Quando esce di quì vada sempre dritto, avanti a lei, costeggiando la strada di fianco al bosco. Arriverà giusto in trincea: tre, quattrocento metri ancora da camminare, no di più! Quando sarete là, lei ed i suoi uomini, qualcuno sarà ad attendervi, al comando e poi...vi daranno sistemazione. Buona fortuna! L'ufficiale era stato chiaro, proprio come un libro stampato a differenza però che...i libri, a volte, non seguono fili logici prestabiliti nella loro narrazione, nel loro esporre agli altri parole scritte: spesso scantonano, deragliano sui sentieri dell'animo umano! Il tenente così salutò l'ufficiale di grado superiore, dando un colpo secco ben assestato coi tacchi degli stivali e portando la mano destra sopra il cappello. Poi disse:
     - Bene, signore! Grazie infinite! Henri sapeva già tutto, però; conosceva per filo e per segno dov'era destinato sin da quando aveva lasciato il battaglione ma si sa, in fondo, come stanno le cose tra i militari: tutto ordine, ordini e disciplina, inutili scartoffie, precisione ed ossessiva quanto maniacale ripetitività anche in tempi come quelli. Eppoi, ognuno passava da quel posto quando arrivava: era tappa obbligata, l'ingresso sul fronte occidentale da dove poi gli uomini venivano dislocati in vari punti delle trincee. Quello era il punto di snodo (sembrava - senza esserlo però - il punto d'arrivo d'un treno a scartamento ridotto: quel mezzo di locomozione, cioé, che di lì a poco verrà usato - sovente e volentieri - in vari strategici punti della contesa col nemico per spostare truppe) verso l'infe...la porta che conduce al paradiso dei soldati, alla gloria: quello da dove si "comincia a ballare!", come disse il sergente maggiore Katczinsky, mattina precedente, dop'aver udito alla radio il proclama del governo. Henri uscì con piglio deciso dalla casetta e disse agli altri: - Andiamo, ragazzi!
     
    - Arrivo in trincea. La collina del disonore.
     Erano le otto e quaranta, i tre non portavano ritardo alcuno sulla tabella di marcia. Infatti, dieci minuti più avanti giunsero alle trincee. Quelle erano state scavate alcuni giorni addietro dai soldati del genio per fornire appoggio alle truppe in transito (era da alcune settimane, infatti, che la situazione tra i due Stati vicini, ora in guerra, era tesissima ai confini e ogni cosa lasciava intendere quello che sarebbe accaduto di lì in avanti!), tuttavia diverranno in breve il punto strategico e nevralgico della guerra stessa; luogo di doloroso e sanguinoso stallo; la casa dei soldati da una parte e dall'altra e purtroppo, per molti - tantissimi - anche l'ultima...il loro camposanto, spesso profano!

  • 17 dicembre 2020 alle ore 13:52
    JOSEPHINE IS ENOUGH

    Come comincia: I decided: enough with the vision of your smile that penetrates my brain and gives the confort to my fantasies; just savor your effluvium that radiates in my interior and explodes in a sea of exciting sensations; it is enough me in a whirlwind of pleasant sensations; it is enough with the fantasy of you breasts covered with a trasparent veil that rises and falls rhythmically; enough with tha diaphanous hands that caress my face;enough with your thinghs that hold the flooded my omviso of a sweet, fragant and hot foam; enough with your eyeshalf open that penetrate me and give me a daily suffering. I walk among the people and i see you at my side smiling but you're just an elusive ghost!

  • 15 dicembre 2020 alle ore 17:10
    AIDA DIVENTA UNA SIGNORA

    Come comincia: Si era nel pieno della seconda guerra mondiale voluta dall’allora beneamato Duce. Nell’anno 1943 le operazioni belliche non erano favorevoli alle truppe del ‘patto di acciaio’ stipulato tra Mussolini e Hitler), i frequenti bombardamenti degli allora non ancora alleati americani avevano messo in subbuglio la popolazione civile che viveva vicino a obiettivi strategici o nelle grandi città. Molti romani avevano abbandonato le loro abitazioni per rifugiarsi nei sobborghi della capitale tra questi Vittorio Colonna che, dal suo castello situato sulla via Aurelia aveva deciso di sfollare in una abitazione situata in un suo  terreno a Pavona frazione di Castel Gandolfo. Nella la suddetta località si sentiva al sicuro in quanto residenza estiva dei Papi. Una delle abitazioni era un antico grande caseggiato in muratura abitato in parte da Dario Famiglini conduttore del vicino terreno agricolo e dalla moglie Aida Fulgenzi che si interessava del pollaio e dell’orto. Nella stalla due vacche che oltre a fornire il latte venivano aggiogate all’aratro per arare il terreno. Un asino faceva parte dei residenti nella stalla. Prima dei bombardamenti il somaro veniva attaccato ad un carro per portare al mercato merce prodotta dal terreno. Altro  impiego: essere legato alla staffa della noria che portava in superficie l’acqua di un pozzo. Il passaggio del fronte dei tedeschi in ritirata ebbe come  conseguenza l’arrivo a Pavona, frazione di Castel Gandolfo del ‘padrone’ Vittorio ed in seguito anche di alcuni sfollati, la maggior parte della periferia romana che, dietro autorizzazione delle autorità occupavano le abitazioni sfitte delle frazioni capitoline. Vittorio, dalle ampie possibilità pecuniarie, aveva acquistato una casetta prefabbricata in legno prodotta dalla ditta romana ‘Domus Viridi’ specializzata nel settore, se l’era fatta montare vicino al lago sia per godere  del panorama sia per usufruire della libertà di non avere vicini di casa. Gli sfollati erano in maggior parte operai, dietro richiesta di Vittorio, e ben remunerati, cominciarono a sistemare gli interni del  vecchio edificio. Vittorio aveva adocchiato fra le sfollate qualche femminuccia particolarmente avvenente e  disponibile, le invitava a ‘visitare’ la sua casa sul lago. Il detto latino: ‘auro quaeque ianua panditur’ funzionava sulle signore e sulle signorine, il denaro faceva loro aprire i loro vogliosi ‘gioielli’. Con l’armistizio, da tutti augurato venne meno la ‘materia prima’ a Vittorio, tutti gli sfollati erano tornati alle loro case. Piacevole era  visione del lago,  si era affezionato a quei luoghi, i pasti  presso le varie trattorie erano di suo gusto. Una mattina tornò al suo ‘casermone’, Alida era alle prese con le sue galline. “Padrone posso fare qualcosa per lei?” Vittorio la guardò meglio, tutto sommato ancora valeva la pena di incontri ravvicinati: “Cara hai mai visitato la mia casa vicino al lago?” “Mi sarebbe piaciuto ma lei era interessato alle sfollate…” Un chiaro rimprovero invito. “Possiamo andarci anche subito, Dario non ritorna prima di sera.”  Dinanzi alla casetta in legno Aida mostrò meraviglia: “Non sapevo che esistessero, è bellissima.” Vittorio aumentò la dose: “Fresca ‘estate, calda d’inverno, ora siamo a luglio…” “Vorrei andare al lago ma non ho il costume…” Vittorio si fece più coraggioso: “In casa non hai bisogno del costume, spogliamoci così potremmo stare più freschi.” “Padrone io mi vergogno, nuda non mi ha visto nemmeno mio marito!” Cacchio, una puritana! “Io non sono tuo marito e mi piacerebbe…” Aida andò in bagno, dopo un po’ di tempo ritornò in camera da letto avvolta nell’accappatoio di Vittorio, dal profumo che emanava il ‘padrone’ comprese che si era fatta la doccia. Giustificazione: “A casa mia non abbiamo l’acqua corrente in bagno.” Si girò ed apparve nuda di schiena. Vittorio le si avvicinò e tentò di girarla. “Padrone mi vergogno…” “Lascia stare il padrone, chiamami Vittorio e soprattutto se ti vergogni chiudi gli occhi e girati. Aida chiuse gli occhi e si girò, Vittorio non aveva immaginato un si bel corpo, la fece distendere sul letto e cominciò a baciarle il firellino. Dopo poco tempo la ragazza ebbe delle vibrazioni  in tutto il corpo. “Mi sono sentita male…che m’è successo?” “Hai avuto un orgasmo.” “Non conosco la parola…” “Tu resta come sei e te ne farò provare un altro, è solo godimento.” Aida al secondo orgasmo comprese di che si trattava, mai l’aveva provato con suo marito. Restò ad occhi chiusi sdraiata sul letto, Vittorio andò in bagno, voleva finire il ‘lavoro’ iniziato, Quando uscì dalla toilette ‘ciccio’ era alla massima potenza, Aida se ne accorse: “Mio marito ce l’ha più piccolo, ho paura di farmi male!” Non si fece male, aveva il canale vaginale lubrificato dai precedenti orgasmi. Prima esperienza piacevole di ambedue. “Devo rientrare a casa, Dario sarà ritornato, è furbo, forse avrà capito quello che è successo fra di noi, domattina tornerò qui.” Dario immaginò quello che era successo fra sua moglie ed il ‘padrone’, fece finta di nulla, non fece domande ma nella sua testa si palesò un disegno ben preciso. “Moglie mia vorrei parlare col padrone per problemi che riguarda il terreno, per favore domandagli se possiamo vederci.” Da quella richiesta Aida comprese che suoi marito aveva accettato quello che era successo. La mattina successiva Aida andò nella  casetta in legno di Vittorio, fece la donna di casa cucinando per il pranzo per evitare di andare in trattoria, riferì all’amante quanto richiesto da Dario. Vittorio cercò di comprendere l’atteggiamento del contadino, decise di andarlo a trovare al lavoro, lo trovò che stava arando il terreno. “Dario se ti serve qualcosa…” “Padrone le mucche che lei vede sono vecchie e non ce la fanno più, vorrei…” “Possiamo sostituirle con due più giovani” “Io avrei un'altra soluzione, ho sentito parlare di trattori che sostituiscono gli animali nel tirare l’aratro…” Ecco dove voleva arrivare il furbacchione, avere un mezzo meccanico per fare lui stesso molto meno fatica nel coltivare il terreno. “D’accordo, domani andrò a Roma in un negozio che li vende.” “Padrone se lei è d’accordo verrei venire con lei per scegliere quello che più si adatti al nostro terreno.” Vittorio ammirò la furbizia tutta contadina di Dario, il suo scopo era quello di scegliere il migliore.” “D’accordo ci vedremo domattina, andremo a Roma con la mia Alfa Sport, prima cercherò di parlare con  un mio amico vigile urbano per avere le indicazioni su un negozio di trattori.“ Aida rientrò  a casa sua, Vittorio la mattina andò nel garage del casermone, aspettò l’arrivo di Dario e con la Alfa Sport  presero la via di Roma. Ad un vigile che dirigeva il traffico: “Sono un cugino di Gigi Villoresi un suo collega, non riesco a rintracciarlo, può lei gentilmente indicarmi un  negozio che vende trattori?” “Vada in via Prenestina, appena l’imbocca troverà sulla destra l’Agricola Bonsignore’.” Grazie e buon lavoro.” Il signor Bonsignore era un cinquantenne panciuto che sostava all’ingresso del suo esercizio. Accortosi dell’auto di lusso che stava parcheggiando dinanzi al suo negozio aprì la portiera di destra. “Benvenuti, sò a vostra disposizzione.” “Vorremo vedere qualche trattore.” “Io sò er  rivenditore dei mejio trattori de Roma e puro de quelli meno cari.” Dario entusiasta salì su vari mezzi ed infine: “Per me il migliore è questo.” “Er signore c’iha l’occhio lungo, ha scelto er mejo.” “Non ho con me dei contanti, posso firmarle delle cambiali.” Vittorio non voleva fare sfoggio di troppa ricchezza. “Io de solito non le accetto ma vojo fidamme, me firmi stè quattro cambiali, me lassi er suo indirizzo, je farò recapità er trattore dove dice lei.” Due giorno dopo in cortile entrò un camion da cui due operai misero a terra il trattore. Da un finestra Aida vide tutta la manovra, pensò che suo marito era riuscito a fregare Vittorio, le corna avevano avuto un buon risarcimento per il cocu. Dario suscitò l’invidia di suoi colleghi che, citandolo ai padroni dei loro campi da loro coltivati chiesero lo stesso trattamento, inutilmente, il trattore era troppo costoso. Aida pensò che in fondo la sua cosina valeva un bel po’ di soldi. Vittorio malgrado la stangata pecuniaria era felice, Aida dormiva permanentemente nella sua casa in legno e stava facendo molti progresso nel campo sessuale. Il primo a cadere sotto i colpi di ‘ciccio’ fù il popò seguito da altre raffinatezze come il rinvenimento nella sua vagina del punto G che la portò ad un orgasmo lungo e molto soddisfacente lasciandola senza forze. “In questo campo sei un dio.” Vittorio pensò: ‘Si del cazzo!’ Il tempo passava, Aida era diventata praticamente la moglie di Vittorio, il marito arava i campi felice fregandosene di non aver più vicino la consorte, un trattore valeva molto più delle corna. Il cervello da contadino di Dario funzionava perfettamente, un po’ meno quello di Vittorio che sentiva la vecchiaia avvicinarsi a grandi passi. Un pomeriggio Vittorio ed Aida andarono al casermone, trovarono Dario che stava strigliando l’asino. “Padrone stavo pensando proprio a lei, come può vedere la bestia non ce la fa più a girare intorno al pozzo per portar su l’acqua, ci vorrebbe la luce elettrica per mettere un motorino e mandare in pensione l’asino, anche casa ci guadagnerebbe, ormai la luce ce l’hanno quasi tutti. Vittorio pensò di accontentare Dario, in fondo i suoi soldi, morto lui a chi sarebbero andarti? Due giorni dopo una squadra di elettricisti si mise all’opera per installare un impianto elettrico al caseggiato che arrivava sino  al pozzo. Il giorno successivo l’impianto entrò in funzione con l’allacciamento alla rete nazionale. L’umore di Dario era alle stelle, nessuno dei suoi colleghi aveva potuto ottenere quello che lui era riuscito ad avere. Nel frattempo Aida stava usufruendo delle comodità ottenute col denaro dell’amante. Per prima cosa aveva assunto una contadina viciniora cui aveva affidato il pollaio e l’orto, aveva imparato a guidare l’Alfa Sport con gli insegnamenti di Vittorio, conseguì la patente  di guida e talvolta andava a Roma da sola. Si era fatta indicare un istituto di bellezza dove venne accolta a braccia aperte, le clienti come lei erano mosche bianche.  Al ritorno  incontrò Vittorio che rimase basito, Aida era diventata una miss, capelli rivoluzionati nel taglio e nel colore, viso truccato con molta sobrietà, anche il guardaroba era cambiato come pure le scarpe, nulla la faceva assomigliare alla contadina Aida. Vittorio decise di ritornare ad abitare nel castello di via Aurelia, insieme ad Aida  comunicò la novità a Dario che fece loro gli auguri presentando un ultima richiesta: “Per il trasporto di merci mi occorrerebbe un camioncino.”  Fu accontentato. La ragazza si era affezionata Vittorio che pian piano stava visibilmente invecchiando, Aida lo stava amorevolmente curando accompagnandolo dai medici e somministrandogli le medicine che gli venivano prescritte. Purtroppo il cuore di Vittorio cedette di colpo, una mattina Aida cercò di svegliarlo, niente da fare, un infarto l’aveva portato alla morte. Ai funerali, civili per espressa volontà di Vittorio  parteciparono  solo  Aida e Dario, tumulazione nella tomba di famiglia. Il  marito di Aida si fece avanti, voleva riprendere i rapporti con sua moglie, ebbe un rifiuto, Aida all’ex marito lasciò la casetta in legno. Vittorio le era rimasto nel cuore e non intendeva tradirlo. Diventata ormai una signora in tutti i campi, Aida si iscrisse ad una società laica per aiutare i più bisognosi, era soddisfatta di poter impiegare il suo tempo ed i suoi soldi per un’opera di bene.

  • 15 dicembre 2020 alle ore 12:33
    Una ragazza di fiume

    Come comincia:                                                         "...quando la incontri non puoi più farne a meno,
                                                             ti resta dentro per sempre: come una sigaretta
                                                             che porti in bocca senza mai accenderla."

     - Troppo giovane per essere già donna; troppo bella per esser già vecchia; troppo candida da apparire una sgualdrina; troppo sensuale da sembrare una madonna. Era solamente una ragazza di fiume: lo portava scritto nel suo sguardo ed era impossibile non volergli bene.

    Taranto, 15 dicembre 2020.

  • 15 dicembre 2020 alle ore 6:22
    Ma non sulla Terra

    Come comincia: Ma quanto mi piacerebbe tuffarmi dal mio limbo dentro l'atmosfera natalizia! Ornata da mille campanelli che suonano tutte le pastorali esistenti, volare a cavallo della Cometa, disseminare pacchetti variopinti in giro per l'universo, fare l'altalena fra le costellazioni e scivolare leggera lungo la via lattea su nuvole di palline colorate che si rincorrono nel blu, mentre nuvolotti dispettosi mi soffiano da una parte all'altra divertendosi a guardarmi precipitare e poi risalire, e poi mi spingono a salutare la luna e chiederle se gli innamorati sognano ancora guardandola, se i poeti ancora le dedicano versi struggenti e i musicisti melodie indimenticabili, o se è tutto finito sul pianeta Terra dove perfino il Natale finge di essere Natale. Voi mi tentate nuvolotti dispettosi, e allora eccomi, portatemi a spasso per questo infinito silenzioso e luminoso. Così grandioso da non volerlo disturbare nemmeno respirando. Soffiate via dal mio viso le lacrime di commozione che non posso trattenere di fronte a tutto questo. Giochiamo, voglio giocare anch'io, con l'allegria inconsapevole dei bambini, senza tempo, senza età, voglio ridere delle mie capriole e sapere che non mi serve niente che io già non abbia. Però vi prego: non portatemi sulla Terra. 

  • 14 dicembre 2020 alle ore 18:37
    Momenti magici della mia infanzia

    Come comincia: Sono trascorsi quasi ottant’anni e certe sensazioni di estremo benessere sono rimaste trascritte in qualche grumo di cellule del mio cervello. Perché mai avevano avuto una tale importanza per marchiare nugoli di elettroni da farli impazzire? Una sensazione di accoglienza, di amore, di tana animale. Una vecchia camera da letto. Luci tenui sui comodini. Ci si prepara in casa dei nonni materni ad andare a dormire. Ospite io. . –“Amina, la papalina.”- Nonno Angelo è un essere imponente, uomo di Sicilia, di Noto. Calvo, due lenti brillanti di luce che racchiudono i suoi occhi. La mia eterna soggezione. Stasera dormirò tra loro. Nonna Amina, meridionale di Melfi, ubbidisce nel suo ruolo di donna sottomessa. Depone sul capo di nonno Angelo la papalina, un emisfero di spesso cotone che lo aiuterà a difendersi dal freddo notturno della stanza. Nonna tarda. Io sono già sotto una montagna di coperte. Il viso di nonno è a pochi centimetri. Si è tolto gli occhiali e con questo copricapo mi sembra un po’ buffo. Il fiato mi disturba.  –“Che vuoi che ti racconto? La solita fiaba prima di dormire?”- -“Pollicino, nonno, Pollicino”- E la sua voce rauca di tabacco mi immerge in una atmosfera ansiogena, come tutte le favole di un tempo. E’ una eccitazione ricorrente, quasi un piacere nella sicurezza del luogo che mi ospita. Lo sperdersi nel bosco di Pollicino, lasciando molliche di pane come traccia. Sono con Pollicino ora. Il bosco mi ospita.  Poi giungerà la salvezza e il sonno. Ogni sera richiederò questa favola per il ripetersi alternativo di sensazioni buone e cattive. Nella notte mi sveglierà il rumore dei nonni, che scendendo dal letto prenderanno dal comodino il loro orinale. La musicalità della loro pipì era diversa. Mi è rimasto quel suono. Pensate cosa può un bimbo!

  • 13 dicembre 2020 alle ore 9:43
    MALEDICTA VETUSTAS

    Come comincia: Gustavo (Guy) Rinaldi, vecchio insegnante di materie letterarie al liceo classico per tenersi in forma talvolta rileggeva gli scritti greci e latini. Una mattina, in un momento di sconforto per le classiche malattie della vecchiaia, (aveva ottanta anni) nella sua biblioteca trovò un libro scritto in greco con vicino la traduzione in italiano, libro che non consultava da tempo: ‘Kataraméno Girateiá’, in gergo italico: ‘Vecchiaia maledetta’. Quel titolo si addiceva sia all’umore del vegliardo che alla giornata piovigginosa tipica di un novembre romano. Guy abitava in un caseggiato in via Daniele Manin di fronte al liceo classico ‘Albertelli’ dove aveva insegnato sino all’invio in pensione. La mattina dalla finestra vedeva sfilare gli studenti che si recavano in classe, un  po’ di nostalgia. Mesi addietro il preside della scuola, suo vecchio amico, gli fece sostituire un insegnante di materie letterarie che si era ammalato. Un giornata indimenticabile, alla fine della lezione fu festeggiato con applausi dagli studenti, era ringiovanito di venti anni. Per sua fortuna Guy aveva le  qualità intellettive ancora efficienti, solo quelle  in quanto quelle fisiche, soprattutto sessuali… lasciavano a desiderare. La gentile consorte dal nome piuttosto particolare: Nadia Perma Ciulla (ventisei anni in meno del consorte), non solo non gli faceva pesare le defaillance ma ne era contenta, con la menopausa non aveva più ‘slanci’ sessuali. Nadia era titolare di un salone di parrucchiera in via Taranto vicino al capolinea del tram in piazza Ragusa.  All’entrata in alto ‘troneggiava’ un cartellone con la scritta .’Nadia Perma Ciulla - sotto: Coiffeur’. Il secondo cognome in lingua volgare aveva un significato riguardante il sesso, all’inizio gli abitanti vicino all’esercizio avevano fatto qualche risolino ma nessuno si era permesso di farci una battuta di spirito sino a quando una mattina, all’apertura del ngozio si era presentato un tipo non proprio sobrio e nemmeno tanto mascolino che: “Vorrei conoscere da vicino la signora Ciulla…” Nadia non amava essere presa per il culo, a Mariola, sua lavorante robusta di fisico, classica ‘braccia strappate alla terra’: “Buttalo fuori a pedate!” Mariola preferì prenderlo per la collottola e una volta fuori dal locale un calcio ben assestato al didietro  fece volare a terra il ‘simpaticone’. “Vigliacca, proprio a me doveva capitare una lesbica.” Ebbe la fortuna di prendere al volo il tram che stava partendo dal capolinea e così evitò ulteriori guai. Una volta a bordo mostrò a Mariola un pugno chiuso con il solo medio in alto seguito dalla mossa dell’ombrello. Dietro anche consiglio del marito Nadia fece modificare la targa sopra l’ingresso del locale con una scritta più semplice: ‘By Nadia - Coiffeur’. Guy teoricamente amava ancora il sesso, purtroppo ‘ciccio’ non rispondeva più alle sollecitazioni sessuali e così una sera invitò la consorte già quasi addormentata ad aprire le ancora deliziose cosce e prese in bocca il clitoride con la conseguenza che Nadia ebbe un orgasmo ma lo scambiò per un sogno e riprese a dormire. La mattina seguente, domenica, Guy era particolarmente di buon umore cosa notata dalla consorte: “Che ti succede, di solito sei un musone…” “Non ricordi nulla di ieri sera?” “Ho sognato ma non credo che tu possa entrare nelle mie fantasie.” La vita scorreva lenta per i due coniugi sino a quando una vecchia signora del quarto piano passò a miglior (?) vita. Dopo pochi giorni si installarono nel suo appartamento una coppia di coniugi: Orlando Caruso e Liboria (Lilla) Leonardi siciliani di Palermo ambedue assegnati al liceo classico ‘Albertelli’ in via Daniele Manin dinanzi alla loro abitazione, lui insegnante di materie scientifiche, lei di educazione fisica, aveva un fisico atletico. Tramite Romolo Ricci, classico portiere  romano dè Roma fecero la conoscenza, già da subito scatto una simpatia fra di loro, Lilla divenne  cliente di Nadia, Guy amico  di Orlando, aveva con lui in comune la passione per il gioco delle carte. Talvolta andavano in gita ai Castelli Romani con la Giulia di Orlando, nella loro Fiat 500 ci sarebbero stati stretti. La loro esistenza cambiò all’arrivo in casa Caruso di un siciliano Alessandro Durazzo alto funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione, fu festeggiatissimo,  il motivo fu chiaro subito: era stato lui il fautore del trasferimento da Palermo alla capitale dei due coniugi per di più in un istituto dinanzi all’abitazione della defunta zia! L’interessamento di Alessandro era stato piuttosto ‘peloso’ già dopo la loro conoscenza alla spiaggia di Mondello Lilla aveva concesso le sue ‘grazie’ al funzionario che, per riconoscenza aveva fatto loro quel grosso piacere. Ale, malgrado i suoi cinquant’anni si dimostrò subito uno sportivo, aveva acquistato una A.R. Stelvio con cui il quartetto, ormai quintetto andava in giro per Roma e nel Lazio, Nadia seduta vicino al guidatore gli altri tre nel sedile posteriore.  La fine del mese di giungo portò oltre che l’estate anche le vacanze sia per i due insegnanti che per il funzionario ministeriale. Prenotazione di un’ampia cabina al Lido di Ostia allo stabilimento ‘La Mariposa’, due ombrelloni e cinque sedie a sdraio, pasti? Nessun problema, il complesso era dotato anche di bar e ristorante. Il riposino post prandium era un privilegio di Nadia e di Alessandro, gli altri tre…a bocca asciutta. Unica novità: Nadia aveva imparato a guidare la ‘Stelvio in modo sportivo, partiva sgommando e faceva sorpassi azzardati, Ale ci rideva sopra, non tanto gli altri tre che non avevano molto apprezzato la bravura di Nadia nel maneggiare il ‘manico’ del cambio… Ai primi di settembre la situazione cambiò radicalmente, Ale impegnato al Ministero raramente aveva tempo di farsi vedere dagli amici che,  in sua assenza erano poco propensi all’allegria. Uno in particolare era triste e sconsolato, Gustavo, niente sesso…ma non era un inglese! In suo aiuto inaspettatamente venne Lilla che si dimostrò buona d’animo in  un campo ormai tabù per Guy, il sesso. Una sera, dopo cena Lilla: “M’è venuta la voglia di dormire con Guy.” Meraviglia e risolino degli altri due. In camera da letto dell’ex insegnante di materie letterarie un qualcosa di inaspettato: la signora  portò sotto la doccia il prossimo  amante e sul giaciglio matrimoniale mostrò il suo clitoride voglioso al quale Guy dedicò la sua attenzione portando il ‘cicciolino’ ad un orgasmo poi ripetuto, ‘ciccio’ era fuori uso ma non la lingua di Guy. “Sei più bravo di quel vanaglorioso di mio marito, queste sono vere corna, quelle con Ale sono pura convenienza, ogni volta che lui finisce i suoi giochetti con me lascia sul comodino una serie di carte da 500 Euro, sono venti, diecimila Euro per fica e culo…

  • 11 dicembre 2020 alle ore 10:15
    Non posso farlo! (prima parte)

    Come comincia:  - Il tenente Galthier era un tipo risoluto e dalla battuta sempre a tiro. Veniva dal nord, un paesino di campagna: respirando aria buona crebbe in mezzo ai govoni nei campi di grano, tra distese di alberi di frutta a perdita d'occhio, accudendo stalloni e giumente, raccogliendo sterco nelle porcilaie. Nel tempo libero andava a caccia di fiorellini e di farfalle: aveva un debole per quelle dagli occhi azzurri e coi capelli biondi, ne fece scempio, in paese; scellerato ed alquanto...disonorevole! A diciotto anni, terminato il liceo (lo frequentò in un paese vicino al suo), entrò in accademia militare dove, terminato il suo corso tre anni dopo, prese i gradi. Fu assegnato di servizio al XV°battaglione di fanteria: la caserma si trovava cinquecento chilometri più a sud dal paese in cui era nato ma non si fece problemi né si perse mai d'animo, per questo. Colà vi trascorse due anni sicché un giorno...era metà estate, il suo paese entrò in guerra e lui, come migliaia di suoi coetanei e commilitoni venne chiamato a "servire" la patria. Fu davvero entusiasta, per quello, il giovane Henri Mathieu (i suoi due nomi di battesimo: glieli avevano affibbiati i genitori per onorare i loro padri, medagliati al valore in guerra!). Di mattina presto in caserma i megafoni riprodussero la voce squillante del Primo Ministro che parlava dalla radio alla Nazione: 
     "Miei cari connazionali, donne e uomini tutti, ad ogni luogo voi ora vi troviate e qualunque cosa stiate svolgendo, debbo annunciarvi che questo è il giorno più importante della nostra storia. Oggi è un momento grave e solenne al tempo stesso perché da ora in poi riscriveremo la storia del nostro Paese amato; lo faremo tutti assieme, lo faranno soprattutto loro, i nostri giovani che al mondo intero mostreranno il posseduto valore...di cosa sono capaci. Moriranno per la Patria se sarà necessario, doneranno le loro vite giovani se la sorte ed il destino faranno sì che ciò accada: lo faranno con coraggio ed orgoglio improbi e noi onoreremo sempre la loro memoria così come quella di quanti cadranno sui campi di battaglia, al fronte e in ogni dove. La guerra è dichiarata, evviva la guerra!".
     Era l'annuncio solenne dell'entrata in guerra. Il sergente maggiore Katczinsky, veterano del battaglione, dopo averlo ascoltato scese in cortile (mezzo svestito) e gridò a squarciagola:
     - Coraggio, pelandroni e pelapatate, alzate il culo dalle brande che si comincia a ballare! Era un campagnolo come Henri, il sergente; tipo arcigno e dai modi assai spicci, a volte grezzi e duri (come tutti i sergenti, del resto: di ogni esercito al mondo. Nessuno ha mai visto uno di quelli che non lo fosse: è più facile pescare una carpa gigante nella vasca del proprio cesso, piuttosto!)...un naturalizzato: i genitori erano giunti nel paese straniero con l'ondata migratoria di inizio secolo (una delle tante che, all'alba di epoche nuove per il mondo e per l'umanità, colpiscono le Nazioni a ogni latitudine: nessuno sa il perché!), dotato però di grande acume, spirito di osservazione e ironia a iosa (doti meno solite, queste, in rappresentanti della "bassa" forza come lui). . Quel giorno ancora giovane, fu per lui importante e per tutto il battaglione. Non tutti i soldati, invero, quando la radio distribuì l'annuncio dai megafoni, erano svegli: molti, infatti, dormivano ancora come ghiri in amore, qualcuno era invece in dormiveglia, con gli occhi semichiusi e le antenne accese, altri lo ascoltarono con solenne attenzione. Henri non aveva chiuso occhio per problemi di stomaco, tutta notte un andirivieni tra lettino (era di quelli a castello, a due piani: per fortuna sua e dell'altro compagno lui aveva il posto in basso!) e latrine. Dopo che ebbe ascoltato il messaggio alla radio, però, il giovane sembrava un'altra persona: quello avea sortito su di lui lo stesso effetto d'una compressa antidiarroica facendolo sentire di colpo risollevato, al 7°, all'8°, al nono cielo, come se avesse fatto qualche...una colossale scopata con la più bella entraineuse della terra.
     - Su, ragazzi! - esclamò Henri, rivolgendosi agli altri. - Fate in fretta, tra poco suoneranno l'adunata!
     - Ma come, tenente, a quest'ora? - ribatté il soldato Kantorek, naturalizzato come il sergente e il più giovane della compagnia. Presto lo seguì anche Louis, la sua ombra; compagno di branda dell'altro (lui e Kantorek sembravano gemelli siamesi: sempre assieme, gli stessi errori e le stesse bravate; agivano e parlavano allo stesso modo, come se fossero fatti l'uno per...con la carta carbone o lo stampo), eppoi il sottonente Lucy che era compagno di branda del tenente, seguito da Baumer il lungo e...via via da ogni altro: quelli già svegli da prima e quelli (ri) svegliatisi poi, che insieme parevano "voci bianche" impazzite di sobbalzo.
     - Ma come, tenente? E' prestissimo? - Fecero infatti tutti, in coro e all'unisono (in effetti, la tabella di marcia...della sveglia era in anticipo solamente di qualche minuto). 
     - Forza, ragazzi! - Esclamò ancora Galthier. - Non fate i capricci! Mi sembrate delle signorine che fregnano, no dei fanti del quindicesimo! (il battaglione aveva tradizioni militari di prim'ordine e in passato gli uomini che ne fecero parte ebbero ricevuti grandi onori: otto medaglie d'oro e quindici d'argento al valore militarono nelle sue fila!). Non avete sentito la radio, poco fa? E il sergente, in cortile...avete mica afferrato le sue grida? (Non era possibile, infatti, che l'annuncio dell'una e le urla dell'altro fossero passati entrambi sotto silenzio alle povere orecchie di qualcuno, tranne...a quelli che si erano risvegliati in ritardo, s'intende!). Dopo un attimo di pausa, per sfilarsi gli stivali eppoi infilarseli daccapo (li aveva infilati scambiando la destra con la sinistra e viceversa), il tenente riprese a parlare, rivolgendosi all'intera compagnia con tono più deciso e sarcastico di prima:
     - Allora, signori, in bagno fate in fretta; niente manovre strane con la cappella, vi voglio in palla e a tono, tra poco ci sarà adunata e...vi raccomando di stapparvi bene il cerume dalle orecchie, a scanso di equivoci! In realtà tutti avevano sentito (tanto quelli già svegli al momento dell'annuncio, quanto quelli in dormiveglia) ed erano già abbastanza su di cappe...giri per loro conto: anche i ritardatari lo erano adesso ed i sognatori di lungo corso, dopo essersi risvegliati. E' da dire, però (e questo accade dacché esistono eserciti e soldati), quanto segue: in ogni caserma e in tutti i battaglioni che si rispettino i soldati fanno la "cresta" sul rancio (sebbene molto spesso, ed ovunque, lasci esso a desiderare!) e sul sonno (sebbene vi sia sempre, ed ovunque, il Katczinsky di turno a sorvegliare, ovvero a rompere gli equilibri, le uova nel paniere...i sacramenti!), sovente e volentieri...ognuno rosica un cucchiaio di minestra in più, quando può, o qualche minuto extra di sonno e non vi sono dichiarazioni di guerra che tengano, in questo. Tutto ciò lo sapeva il tenente e di sicuro lo sapeva anche quel satanasso di Katczinsky. Il sergente, appunto, da par suo, era già bello e pronto, in cortile (aveva finito di lavarsi e vestirsi: quello non aveva bisogno di orologio e lancette; lui...era una lancetta umana!). Da alcuni minuti faceva su e giù e il rumore dei suoi stivali sul lastricato rimbombava dappertutto nelle camerate della caserma; fumava una cicca poi e tra un tiro e l'altro sbuffava talmente tanto da sembrare una vaporiera. L'adunata sonò alle sei e trequarti: il trombettiere Delemont (di nome faceva Christophe, soprannominato il "cagnaccio" per il suo modo, tutt'altro che artistico di abbaia...suonare il suo arnese a fiato!) fu anch'esso puntuale (come una disgrazia) e preciso: come al solito (cioè puntualmente e precisamente) ruppe i timpani di chi l'ascolta! Nel giro di due minuti tutti i soldati furono in cortile (il battaglione era diviso in dieci compagnie di ottanta uomini ognuna, più cinque tra sottufficiali ed ufficiali: Galthier comandava la settima), ma erano in ordine sparso. Katczinsky tuonò allora:
     - In riga, marmaglia! Tutti in riga vi voglio, tutti quanti così come siete! All'istante, allineatevi, mi sembrate un mucchio di capre pronte a scornarvi fra voi. - Gli uomini non si fecero pregare ancora...il suggerimento del sergente era stato forte e chiaro. In men che non si dica, così, il battaglione era tutto bello e schierato in ordine marziale...tutto in riga davanti agli ufficiali e ai loro sguardi severi. Il colonnello Villerieux era comandante della guarnigione: tipo tutto d'un pezzo, militare di carriera (da tre generazioni erano stati militari nella sua famiglia) e pluridecorato nella precedente guerra in cui aveva perso l'uso parziale della mano destra. Era stato assegnato al XV°da tre anni: le alte sfere dell'esercito lo avevano fatto per dargli un comp...contentino che fosse il meno irriguardoso possibile nei confronti del suo lignaggio ed evitargli così una messa a riposo anticipata e disonorevole. L'ufficiale parlò ai soldati, messi in schiera tutti sull'attenti davanti a lui, per cinque minuti:
     - Avete tutti ascoltato poco fa quanto è stato detto, spero sia chiaro a tutti come stiano oggi realmente le cose e quale sia il vostro compito in questo momento! Se a qualcuno ancora non è chiaro quale sia vi rifaccio la domanda e poi rispondo io stesso, con mie parole. Qual'é il compito a cui dovrete adempiere? Ebbene, molti di voi sono giovani; la stragrande maggioranza di voi lo è ed alcuni anche penseranno di esserlo ancora sin troppo o di non essere in grado abbastanza di farlo: di partire, cioé, per il fronte, e di combattere dinanzi al nemico. Vi dico ora che sono pensieri codardi questi e idee disfattiste: non fateci caso a quello che vi dice l'amor proprio, pensate invece all'amor patrio e basta! Voi siete la vita, la forza, la fierezza del vostro Paese. La Patria ci chiama, chiama voi; vi chiama perché oggi ha bisogno di voi e di soldati che siano disposti ad onorarla ed anche a sacrificarsi per lei, se sarà necessario farlo. E' solo l'inizio questo, pensate, d'un cammino che potrebbe portarvi verso la imperitura gloria. Il campo dell'onore vi chiama, ragazzi, non vi è quindi ragione per cui qualcuno resti quì! - Non appena ebbe finito di parlare il colonnello porse un foglietto al maggiore Delaplane, che li era di fianco: quello lesse il foglietto e poi lo ridiede al colonnello che lo piegò e lo mise nella tasca sinistra della sua giacca blu. I due così si guardarono intensamente negli occhi per un attimo e poi si abbracciarono. Dopo di che scoppiò il finimondo nel cortile della guarnigione: il sergente Katczinsky sonò con la sua tromba una marcia trionfale (quel diavolo d'un sergente sapeva sempre qual'era la cosa giusta da fare, al momento giusto...suonava molto meglio di Delemont, il "cagnaccio"!). Gli uomini tutti del battaglione allora accompagnarono con tre hurrah! e lanciarono i berretti al cielo, e dopo...abbracci, strette di mano, fischi e grida di giubilo a non finire. In serata ognuno degli ottocentocinquanta uomini del battaglione aveva ricevuto le consegne e conosceva la propria destinazione e il proprio destino: trecento di loro partirono per il fronte la sera stessa, altrettanti lo fecero nei successivi giorni, in diversi scaglioni; soltanto cinquanta non partirono, tra cui il colonnello Villerieux. Di quei seicento ragazzi partiti molti tornarono mutilati (di una gamba o di un braccio, per chi ebbe fortuna!), tantissimi non tornarono più indietro e per la maggior parte di quelli che lo fecero non fu più la stessa cosa perché essi avevano visto cose inimmaginabili e vissuto un'esperienza troppo più  grande di loro (in realtà lo fu per tutti quelli che la vissero, senza riguardo alla età anagrafica, purtroppo!). Vissero a metà per il resto dei loro giorni...privati del loro cuore, estirpati della stessa loro anima. Alcuni di loro la fecero finita! Il sergente maggiore Katczynski ebbe una sorte migliore, in fondo: saltò in aria, dilaniato da una mina alcuni mesi dopo, sul fronte occidentale. Anche il tenente Galthier fu destinato sul fronte occidentale, ai confini col Paese nemico: in prima linea! Insieme a lui Kantorek e il sottotenente Lucy. I tre presero il treno in nottata: il viaggio sarebbe stato lungo, li aspettava una levataccia. Non appena ebbero preso posto, in terza classe (il mezzo, una tradotta vintage del secolo passato, pullulava di soldati giunti dalle località più disparate del Paese, che andavano pur'essi al fronte, ma anche di molti civili: il puzzo di sudore frammisto al fumo delle sigarette creò una cappa sopra le loro teste che sembrava tal quale all'aureola dei santi o del Cristo!), Kantorek uscì dallo zaino una bottiglia di color giallognolo e disse:
     - Tenga, tenente, ne beva un sorso! Visto che ci tocca far notte, tanto vale non restare colla gola secca! Era cognac, di quello buono e invecchiato a lungo e bene (in botti di quercia di rovere, evidentemente!). Il tenente prese la bottiglia dalle mani dell'altro e bevve. Dopo di che esclamò:
     - Ottimo, ragazzo!
     - Ci credo! - rispose quello. - Lo facciamo noi, mica chiacchiere! - I genitori di Kantorek avevano un grosso vitigno e producevano cognac: lo vendevano poi di contrabbando a tutte le cantine della zona, per non pagare dazi allo Stato. Dopo, il sottotenente Lucy che aveva osservato la scena in silenzio tombale, sbottò dicendo:
     - Ehi, cazzo, voi due! Avete deciso di lasciarmi all'asciutto?
     - Ma no, boia d'un mondo! - rispose Kantorek. - Ce n'è per tre! Tieni e zitto! Il ragazzo, che dava del tu al sottuficiale (al contrario di quanto facesse col tenente) prese così la bottiglia e la passò al compagno: quello bevve e la sua faccia, dop'averlo fatto, lasciò trasparire tutt'altro che delusione! Kantorek riprese la bottiglia e la stipò nello zaino. Poi prese a discorrere:
     - Sa, tenente, - disse, - quella carogna mi manca già...non poco! Si riferiva, ovviamente, al compagno di branda e di...bravate Louis, che era stato assegnato altrove.
     - Non fartene un cruccio! Forza, ragazzo! - fece Henri. - Vedrai che vi ritroverete presto, tu e lui, e farete baldoria insieme con qualche bella signorina! - Non fu buon auspicio quello del tenente: Ferdinand Louis, venti anni, morì sei settimane più tardi, falciato da una mitraglia mentre portava ordini al suo plotone. Kantorek non lo saprà mai: lui il mondo lo lascerà ancor prima del suo amico, purtroppo!
     - Ha ragione, tenente! - ribatté il ragazzo. - Lei ha sempre ragione! E' per questo che lei è un ufficiale ed io un povero soldato! (il tenente avea sempre ragione, nell'ottica di Kantorek forse...quella volta no, invece, non l'aveva per niente: neanche questo avrebbe saputo mai!).
     - Ma no, dai! Non pensarci ora, su, Alain! - (il nome di battesimo dell'altro). - Raccontami invece della tua prima... - non ebbe neanche il tempo, Henri, di proseguire, che Lucy lo interruppe (aveva argutamente intuito a cosa alludesse il compagno!):
     - La mia prima volta, tenente, fu in un bordello vicino la capitale. Era autunno, una domenica di sole. Erano due ragazze bellissime, mio padre mi ci portò la sera, dopo la scampagnata del giorno e il giro turistico per la città. Lui spesso le chiamava "donnine", alcune volte "femmine fatali", altre ancora troie però mi diceva sempre così: "Ragazzo, anche se vai con una di loro non dire mai scopare ma fare l'amore: quelle donne sono i più bei fiori della terra!". Ha frequentato in lungo ed in largo quei posti, si è preso anche lo scolo, da giovane! - Il sottotenente aveva di proposito usato il tempo passato perché il padre - ricco industriale che da sé s'era fatto - mancò qualche anno prima, morendo in un incidente d'auto e lasciando il giovane orfano, insieme alla moglie e altri due figli più piccoli (fratelli minori di Lucy). La fabbrica, che produceva cappelli (durante la guerra ne produrrà anche per gli aviatori e per i marinai), passò nelle mani dello zio del sottotenente. - Una era molto giovane, si chiamava Valerie, - continuò Lucy, - aveva gli occhi tristi, da cerbiatta impaurita, i seni piccoli e una bocca che sembrava una fragola...la baciai, prima di fare l'amore con lei, e così mi sorrise e mi accarezzò i capelli dolcemente. L'altra era più anziana, più scura di incarnato e uno sguardo malizioso di...una che la sapeva lunga: una vera bagascia di lungo corso, i suoi capezzoli e la vagina profumavano di lavanda! Il tenente e Kantorek ascoltarono in religioso silenzio il racconto del loro compagno: erano stati tanto presi da quelle parole, ne rimasero quasi estasiati. Henri non disse nulla all'altro, sul fatto che prima lo avesse interrotto bruscamente; neanche raccontò agli altri due delle sue peripezie ed avventure sotto le lenzuola, i suoi trascorsi da rubacuori impenitente, le numerose conquiste da tombeur des femmes. Domandò a Kantorek:
     - E tu, Alain?
     - Io l'ho fatto in campagna la prima volta, in primavera. E' la stagione che più mi garba, sapete? Perché nell'aria senti quel profumo di...qualunque cosa; quel profumo non lo sentirai mai d'estate perché fa troppo caldo! Era una mia compagna di classe, quattro o cinque anni fa. Ricordo bene tutto di allora, lo ricordo quel giorno e ricordo quei momenti come fosse oggi. Quelle cose non le puoi dimenticare! Lei si chiama Milena, è andata in città dopo. Adesso vive con la sua famiglia. Non l'ho più rivista, da allora, ma il suo profumo lo sento ancora nel naso, qualche volta di notte e mi capita di risvegliarmi di soprassalto. Quando il ragazzo ebbe finito di raccontare, dallo scompartimento più avanti si levarono all'improvviso due urla:
     - Abbasso gli ufficiali! D'accordissimo! - Non era stata la stessa persona a urlare quelle parole...tuttavia vi furono risate generali e uno scroscio di applausi, anche da parte di militari seduti vicino ai tre. Kantorek e Lucy cominciarono allora con gli sfottò verso il tenente:
     - C'è l'hanno con lei, tenente? - Domandò il primo.
     - Beh, non solo con lui! Con tutti i graduati! - esclamò di rimando l'altro.
     - Ma no, non è possibile! - fece Henry. - Io non sono un vero e proprio ufficiale...sono vicino alla truppa! Lo sono più di quanto immaginiate, credetemi! 
     -Sì! Sì! Come no! - esclamò così Lucy. - Ti prendiamo in parola: tu sei vicino alla truppaglia ed io mangerò merda di cavallo...paté e caviale da quì al mese prossimo! Il tenente sorrise, poi i tre accesero una sigaretta all'unisono. Dop'aver fumato presero a riposare. Dormirono alcune ore. Il treno si fermò solo due volte e vi scesero tutti i civili: il viaggio fu meno lungo...scomodo del previsto. Alle sei e trenta del mattino arrivò a destinazione. Galthier era sveglio da un po', gli altri due si risvegliarono puntuali: quando il treno arrivò all'ultima stazione e l'altoparlante lo annunciava a gran voce. Era una giornata calda, no afosa, lo faceva presagire il sole pieno che già faceva capolino in alto...cielo nonostante l'ora.
     - Ah, siete svegli? Finalmente! - esclamò Henri sorridendo sarcasticamente sotto i baffetti (li portava ben curati, sin dai tempi del liceo al paese). - Mi suonava strano, sapete? Non aver sentito le vostre brutte voci per un po': ho fatto persino dei brutti pensieri, che sembravate belli e...ma non si era detto che avremmo passato la notte in bianco? (il tenente, infatti, alludeva a due cose: la prima è che aveva pensato che i due fossero morti invece di dormire - con ironia, certo - la seconda invece che avrebbero dovuto trascorrere notte discorrendo del più e del meno o magari ricordando cose passate).
     - Cazzo! Tenente! - fece Kantorek. - Vuole metterci di malumore già di primo mattino, senza aver bevuto un caffé? O cosa? (il ragazzo disse così perché aveva ben capito a cosa alludesse l'altro).
     - Ma no, dai! - replicò Henri. - Volevo mettervi di buon umore invece! Ne avremo bisogno, sapete? Non crediate che andiamo ad un pic-nic e poi...mi sembra d'avervi reso la pariglia, non è giusto? (il tenente alludeva agli sfottò che aveva subito dai due, poco prima che i tre si addormentassero, ma era anche...la prima volta che tra loro si parlò della guerra seppure alludendo e basta ed in maniera sarcastica, da quando avevano lasciato casa: la caserma del XV°). I tre scesero dal treno in tutta calma: dovevano presentarsi entro le nove al comando di trincea, e prima ancora al posto di blocco 45 che tutti chiamavano il "cancello": c'era tempo però. Erano stati assegnati al XII° plotone che stava di fronte alla "collina 81" e per arrivarci dovevano percorrere - metro più, metro meno - cinque chilometri a piedi: la distanza che li separava dalla stazione in cui erano arrivati col treno sino al punto prestabilito. Si accodarono ad un grosso convoglio militare, all'inizio, il quale trasportava pale ed attrezzi meccanici. Quello procedeva ad andatura lenta ma dettava il ritmo di marcia, scandiva cioè il passo - i passi - di quelli che erano a piedi dietro di lui. Questo incedere avvenne per circa un quarto d'ora, sino a che il convoglio non lasciò Henri e gli altri due praticamente a...sul posto. Insieme continuarono, poi, il cammino con altri soldati (la fila era lunghissima: cento, duecento e...forse 300 metri o ancor di più, chissà!). Il tenente era sul margine destro della strada, il quale costeggiava un torrente e la campagna limitrofa. Ad un certo punto si girò, girò il capo lentamente verso sinistra e notò che di fianco a lui e ai suoi due compagni s'era creata per inerzia una parallela fila di soldati, lunga quanto quella su cui procedeva egli stesso insieme a Kantorek e a Lucy. Questo numero impressionante di uomini, i quali procedevano a passo lento ed all'unisono, una cosa mai vista da occhio umano...il primo sentore vero di qualcosa di grande, enormemente grande ed immenso, abnorme ma al tempo stesso inspiegabile quasi "irreale" nella sua crudezza: il primo sentore, cioé, della guerra che poco per volta comincia a insinuarsi con lentezza ma inesorabilmente nella testa del tenente Galthier, dei suoi compagni e di certo in quella di tutti gli altri soldati. La guerra si manifesta in questo modo, a piccole dosi; sino a quando non ti si para innanzi in tutto il suo essere, impietosamente, senza veli e...maschere! Il giovane ufficiale a quel punto esclamò:
     - Cristo santo! Sono una marea di uomini! Saranno migliaia, uuuhhh...- Lucy, da par suo, lo guardò negli occhi senza proferire parola: il suo sguardo, però, esterrefàtto e vuoto al contempo, aveva detto tutto parlando al suo posto! Kantorek invece continuò a camminare, come se non avesse udito affatto le parole del tenente: allargò soltanto le braccia, in segno di re...accettazione. D'improvviso si cominciarono a sentire in lontananza dei boati: uno, isolato, fu seguito da altri, a stantuffo, meno forti del primo ma più netti; sembravano però sempre più vicini e richiamavano il rantolo di qualcuno che sta per tirare le cuoia, amplificato per dieci, venti, trenta volte! Kantorek questa volta fece un balzo in avanti, di soprassalto, quasi come se avesse dovuto evitare un masso che li si era posto innanzi, sulla strada, mentre la percorreva.
     - Tranquillo, Alain! esclamò il tenente. - Sono ancora lontani! (lo erano, ma no come aveva immaginato Henri!). Lucy allora fece:
     - Sono gli obici da 75, quelli più leggeri! Lo aveva letto, forse, da qualche parte tempo prima, in caserma; oppure glielo aveva detto qualcuno che è così, magari...lo aveva sentito da quel satanasso di Katczinsky! Quelli che Lucy e gli altri soldati in avvicinamento alle trincee ascoltavano, in realtà, eran colpi dei cannoni da 77. Le forze nemiche avevano già piazzato, lungo i quindici, sedici chilometri del fronte oltre un migliaio di pezzi di artiglieria: il più piccolo era quello da 77, il più grande, da 420 millimetri di diametro, poteva sparare proiettili da una tonnellata e anche a diversi chilometri di distanza. Le batterie sparavano colpi con dei tiri indiretti (senza vedere, cioè, il bersaglio né curarsi del loro punto di caduta) ma lo facevano con continuità e a cadenza sincrona, ogni dodici o tredici minuti: il rumore, a volte, era assordante e...metteva paura, faceva tremare la terra, gli alberi e gli uomini! I tre si guardarono a vicenda negli occhi, poi proseguirono nel cammino. Dopo tre quarti d'ora, un 'ora abbondante furono a destinazione, la prima no quella definitiva però. Si presentarono al comando, dopo aver passato una sorta di posto di blocco: era formato da una coppia di garitte in mattoni color marroncino (in cui vi erano due sentinelle col fucile), una opposta all'altra e situate ad entrambi i lati della strada. Le garitte avevano due feritoie dalle quali le sentinelle potevano osservare i movimenti all'esterno e ripararsi. Più avanti vi era una piccola casupola in legno di castagno Galthier entrò, gli altri due restarono insieme, fuori, ad attenderlo.
     
    Taranto, 26 novembre 2020.

  • 29 dicembre 2019 alle ore 20:58
    L'élite

    Come comincia: Lettera aperta ai figli di Lorina, mia cugina (secondo il codice civile).
    Cari bambini,
    non ci conosciamo e spero continui ad essere così, a meno che non dimostriate di avere una mentalità diversa da quella di vostra madre, vostro nonno, vostra nonna, etc, ma di ciò dubito.
    Ad ogni modo vorrei parlarvi della mia conoscenza con vostra madre, perché bisogna sapere da dove si viene.
    Il ricordo più remoto che ho di vostra madre è quando lei doveva avere quattro o cinque anni. Quindi io ne avevo tredici o quattordici.
    Ricordo che a quell’età vostra madre si lamentava sempre, emettendo un iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii come pianto lamentoso. Interpretavo quel lamento come dovuto al fatto che si sentisse/venisse esclusa dal nostro gruppo di cugini, dai nostri giochi di ragazzi più grandi. Vostra madre era la più piccola.
    A me, come a mio fratello minore, mio padre, mia madre, dispiace vedere qualcuno che sta male e, soprattutto, già sapevo cosa significasse essere esclusa, così, per farla sentire meglio, la prendevo da dietro da sotto le braccia e, girando su me stessa, la facevo roteare. Lei smetteva subito di piangere e rideva contenta.
    Quando smettevo, strillava: <<Ancora!>>. Ricordo una volta che dissi: <<Un momento, a me gira la testa, mi devo riprendere>>.
    Naturalmente ci vedevamo in altre occasioni, minimo minimo alle feste di Natale, però il successivo ricordo che riguarda specificatamente vostra madre è quando voleva scegliere la facoltà universitaria.
    No, c’è ne è un altro, anche se è un ricordo indiretto. Era il 1991 o dintorni, mio fratello Alberto tornò a casa la sera dicendo che aveva incontrato vostra madre che gli aveva detto: <<Hai sentito che belle parole si sono scambiati i nostri genitori ieri sera?>>.
    Cosa era accaduto la sera prima? Aveva telefonato mia zia Linda, sconvolta. Mia zia era nata quando mio padre aveva 25 anni, quindi capirete che mio padre per lei era più un padre che un fratello. Mia zia era sconvolta: vostro nonno, suo fratello maggiore di dodici anni, l’aveva citata in tribunale. Mio padre telefona a vostro nonno e vedo mia madre strappargli la cornetta di mano ed urlarvi dentro: <<FAI SCHIFO!>>. Non chiedete conferma a mia mamma, tanto dirà che non si ricorda. Mia madre, beata lei, non si ricorda quello che non vuole ricordare.
    Torniamo a quando vostra madre voleva scegliere la facoltà universitaria.
    Non ricordo per quale motivo, ero a casa dei suoi genitori con il mio (ahimè) ragazzo e ci chiese consiglio.
    Le dissi: <<Dipende da quello che vuoi fare>>. Rispose: <<Voglio fare i soldi>>.
    Con me cascava proprio male. Io avevo fatto l’università ob torto collo, perché non avevo saputo tenere testa a mio padre che mi denigrava: <<E che vuoi fare con un diploma di maturità scientifica?>>. Hai voglia all’epoca quante cose potevi fare con una maturità scientifica! Oltretutto conseguita con il massimo dei voti come avevo fatto io. Lo avevo detto proprio io ai miei compagni di classe pochi mesi prima. Qualcuno aveva chiesto alla professoressa di filosofia e storia a che servisse prendere 60 (il massimo voto all’epoca) all’esame di maturità. LA professoressa girò la domanda a me. Mi volsi verso chi aveva posto la domanda e risposi: <<Per esempio il banco di S. Paolo ha appena emesso un bando di assunzioni rivolto a diplomati con 60/60>>.
    E mi sa che vostra zia, la sorella maggiore di vostra madre, che si era appena laureata in giurisprudenza, proprio poco dopo questo episodio di vostra madre che chiedeva consiglio, partecipò ad un bando della S. Paolo per diplomati con il massimo dei voti e fu assunta. (Poi ha lasciato anche, immagino, per avere maggiori soddisfazioni ed ora sta dove sta).
    Tornando a vostra madre che affermava: <<Voglio fare i soldi>>, dicevo, con me cascava proprio male.
    Io avevo scelto la facoltà che avevo frequentato per:
    1) influssi familiari;
    2) perché sembrava che me la cavassi meglio con la matematica e la logica che con l’italiano;
    3) perché speravo mi permettesse di trovare lavoro senza ricorrere a raccomandazioni;
    4) e non avevo seguito mio fratello maggiore che si era iscritto alla facoltà di informatica, solo perché ritenevo che quella che avevo scelto io offrisse anche altre strade.
    E così vostra madre voleva fare i soldi (intento in cui è riuscita benissimo), io puntavo solo ad un modesto lavoro che mi permettesse di vivere, tanto è vero che a 18 anni per me il massimo sarebbe stato ottenere un bel posto alle Poste, magari nella mia città natale così da poter continuare con i miei hobby: pallavolo, studio del pianoforte, canto corale. Cosa potevo rispondere a vostra madre? Infatti non risposi, ma pensai: <<Allora va ad aprire una saracinesca>>, intendendo apri un negozio. Avevo evidentemente ancora una mentalità di provincia.
    Poi vedo vostra madre alla sua festa di laurea.
    Poi, purtroppo, alla festa del mio matrimonio. Purtroppo perché i parenti lato paterno non li volevo, infatti al massimo volevo invitare solo gli amici, ma mi sono rovinata definitivamente la vita trasformandomi di nuovo nella figliola di provincia obbediente che segue le tradizioni.
    Quando ho rivisto di nuovo vostra madre? Era convalescente di qualche cosa a casa dei genitori e mio marito ed io, vicini di casa dei vostri amorevoli nonni, le andiamo a fare doverosa visita portandole una scatola di cioccolatini. Realizzo che tutta la visita è tirata e vostra madre mal tollera la nostra presenza. Quando usciamo, da dietro l’uscio sento vostra madre che comincia a sforbiciare.
    Poi arriviamo ai primi di gennaio del 2006. Vostra madre è seduta con vostra zia nel salotto di casa mia per parlare con mio marito della causa dell'agitazione del loro riverito padre la precedente mattina di Natale del 2005.
    Il loro riverito padre aveva telefonato a mio padre esprimendosi in modo brusco, tanto per glissare.
    Poi ci incrociamo ai primi di giugno del 2006. Sta scendendo le scale con il suo fidanzato, immagino il vostro futuro padre, nella palazzina dove abitavo e ci incrociamo davanti la porta di casa nostra. Ero con mio marito. Vostra madre si ferma a fare le presentazioni e aggiunge, con aria schifata: <<Loro abitano qui, a piano terra>>. Pensai: <<Loro invece abitano all’ultimo piano, nell’appartamento che gli ha regalato mio padre>>.
    Come al solito, pensai. Non dissi.
    Specifichiamo. Non è che proprio glielo ha regalato mio padre. L’appartamento dove vivono da più di cinquant’anni i vostri nonni materni e dove è cresciuta vostra madre fu costruito in un terzo momento sul terrazzo di una palazzina di due piani. Costruito con i soldi lasciati dal padre di vostro nonno paterno e con il lavoro gratuito di mio padre ingegnere. Anche il sottotetto che lo protegge, costruito dieci anni dopo, fu costruito con il lavoro gratuito di mio padre ed io ho intuito che mio padre mise mano pure alla tasca.
    Quando è stata l’ultima volta che ho sentito parlare di vostra madre? Anzi, che ho sentito parlare vostra madre? Erano i primi di luglio del 2008 e vostra madre era sul balcone sul retro dell’appartamento di vostro nonno e stava parlando al telefono.
    Intuii che stava parlando con mia madre che era alla casa al mare e si accordava con lei per raggiungerla allo scopo di consegnarle il biglietto di invito al suo matrimonio e ritirare il regalo, la busta coi soldi preparata da mio padre.
    Quella sera, tornando a casa con mio marito, trovai a terra un biglietto che era stato infilato sotto la porta. Diceva: “C’è posta per voi”.
    Dovete sapere, cari bambini, che da un anno avevo ottenuto di installare una cassetta delle lettere nell’ingresso del palazzo. Gli altri vicini si erano sempre rifiutati perché le cassette erano ‘antiestetiche’ e fuori non c’era spazio e altri problemi. Le lettere di tutti erano disposte su quel davanzale che conoscete all’ingresso del palazzo alla mercé di chiunque passasse. Avevo insistito, perché nell’estate 2006 avevo dovuto realizzare che le mie bollette venivano aperte col vapore. Naturalmente è solo una mia fantasia.
    Andai a controllare in cassetta: c’era l’invito al matrimonio di vostra madre. Vi scrivo sopra “RESPINTO AL MITTENTE” e lo lascio sopra il davanzale.
    E questa mia risposta sancisce la fine dei miei rapporti con vostra madre.
    Pochi giorni prima mio marito aveva trovato in cassetta un plico da parte di vostro nonno. Diceva che dovevamo tornare ad essere una famiglia, che dovevamo metterci una pietra sopra, etc etc.
    Anche mio marito aveva respinto al mittente.
    Qui penso che avrei dovuto usare il coltello che avevo dalla parte del manico. Il tizio, vostro nonno, voleva che andassi al matrimonio della figlia. Dobbiamo metterci una pietra sopra? Bene.
    Caro zietto,
    a) scrivi una lettera di scuse a mio marito ed a me, firmala e falla firmare agli altri tre vicini, per annullare tutti gli insulti e calunnie che hai dettato alla tua amica in quella specie di pseudo-relazione che hai fatto firmare a tutti;
    b) annullate, tu ed i tuoi amici, la delibera assembleare in cui (me assente) avete dichiarato ‘insufficiente’ il bilancio consuntivo che tre mesi prima avevate approvato all’unanimità (poi dicono che sono gli altri ad essere ‘schizzati’ con la testa) ed in base alla quale vi siete trattenuti i miei 140 euro di credito a colmare i vostri 80 e 60 euro di debito che non avete mai cacciato dalle vostre tasche;
    c) scrivete una lettera di scuse a mio marito, al suo avvocato ed a mio padre ai quali il 5 aprile 2008, sabato, avete fatto pervenire un’altra lettera di illazioni;
    d) caro zietto, che vivi con la tua famiglia nell’appartamento costruito grazie al lavoro gratuito di mio padre e che non hai pagato una lira quando nel 1998 mio padre ha mandato una ditta a risolverti l’eterna infiltrazione d’acqua nella parete del tuo studio e lasciamo perdere il resto, ritira la citazione pervenuta a mio marito tre mesi prima in cui chiedi in tutto circa € 58, a coronamento delle tue precedenti ed ugualmente infondate richieste.
    No. Non feci presente tutto questo a vostro nonno materno. Ritenevo che potesse arrivarci da solo.
    Ho capito solo di recente che avrei dovuto spiegargli bene punto per punto. Le persone ipersensibili, quale sono (o ero) io, non capiscono che gli altri non sentono come loro e non hanno le stesse intuizioni.
    Ma poi in realtà con quella gente non volevo proprio più averci a che fare e, se vostro nonno non ci arrivava da solo, avevo pienamente ragione.
    Solo per la cronaca. Il giorno dopo il matrimonio di vostra madre (ed immagino di vostro padre), arrivò a mio marito l’ennesima lettera, anzi una lettera raccomandata, di un altro avvocato (il quinto).
    Né io e mio marito né nessun altro componente la mia stretta famiglia di origine, mi assicurò mia madre, si recò al matrimonio. Ma, come sapevo e mi aspettavo, la lettera, anzi la raccomandata dell’avvocato, sarebbe arrivata anche se vi fossimo andati. Era già tutto preparato.
    Cari bambini, perché ho deciso oggi di raccontarvi tutto questo? Perché è Natale ed a Natale si pensa alla famiglia.
    E perché pochi giorni fa mi è capitato davanti agli occhi l’articolo che allego. E che mi ha fatto pensare a vostra madre.
    https://oasisana.com/2019/12/20/5g-golpe-lobbista-nel-parlamento-europeo-principio-dinnovazione-sostituira-quello-di-precauzione-salute-in-svenduta-alle-aziende-buchner-sfacciati/?
     
    Un eurodeputato ha definito una cosa sfacciata mettere gli interessi dell’industria [io aggiungo i propri interessi] al di sopra della sicurezza delle persone. E questo eurodeputato ha anche affermato che per lui ancora vale l’uomo prima del profitto.
    L’articolo dice che al Parlamento Europeo il dibattito sui pericoli dell’Internet delle cose si fa sempre più acceso. Le lobby delle industrie interessate pretendono di inficiare la sensata richiesta di uno studio preliminare sugli effetti socio-sanitari dell’inesplorata tecnologia 5G.
    Perché questo articolo mi ha fatto venire in mente tua madre? Perché pochi anni fa appresi da Facebook (forse le ho inviato un messaggio di promemoria delle azioni paterne) che mia cugina Lorina ora lavorava presso il Parlamento Europeo. Ne desunsi che avesse lasciato il suo lavoro presso una nota multinazionale di detersivi e non solo a Brussels dove da qualche anno era stata nominata dirigente.
    Sapete bambini, leggendo articoli sul 5G ho letto che si tratta di una operazione “prendi i soldi e scappa”, ossia gli operatori coinvolti sanno benissimo che è una tecnologia che fa male, ma prima che la popolazione mondiale cominci ad essere decimata loro si saranno messi un sacco di soldi in tasca grazie a noi gonzi che faremo gli abbonamenti 5G, compreremo i dispositivi adatti al 5G, televisioni (è prossimissimo in Italia) ed elettrodomestici compresi.
    Se ne leggono di sciocchezze in giro, vero?
    Ricorre anche un’altra immagine tra gli oppositori del 5G: quella di una élite che si mette al sicuro mentre il popolino si estingue, addirittura una élite che avrà macchine, robot a servirla.
    Simile all'idea dell'élite che ha pianificato di salvarsi nel film '2012'. Solo che nel film la distruzione dell'umanità è causato da eventi naturali, mentre nell'immaginario di chi è contro il 5G i potenti ed i ricchi della Terra sanno che con il 5G (e con altro) decimeranno l'umanità, diventata troppo numerosa, secondo loro.
    E vostro nonno, vostra nonna, vostra madre hanno sempre cercato di fare parte dell’élite. Si sono sempre vantati di fare parte dell’élite. Vivono per questo.

    Sapete bambini, in agosto ho visto un programma del giornalista Paolo Mieli in cui si leggeva cosa Lenin diceva di Stalin, di come Lenin mettesse in guardia i suoi collaboratori da Stalin. A me è venuto in mente vostro nonno. Anche mio nonno paterno, il padre di vostro nonno materno, aveva messo in guardia gli altri fratelli da vostro nonno, ma mio padre, troppo affettuoso con tutti i fratelli, non gli ha dato retta.

    Ed un'altra cosa. La geopolitica attuale che punta sul 5G mi ha fatto venire in mente il film “Il dottor Stranamore”.
    E stamattina indovinate a chi mi ha fatto pensare il personaggio del dottor Stranamore, interpretato da Peter Sellers?
    Baci.
     

  • 28 dicembre 2019 alle ore 7:42
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto, senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico, che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.

  • 24 dicembre 2019 alle ore 14:05
    Christmas Dinner

    Come comincia: Stava seduto sulla poltrona in finta pelle nera con la faccia rivolta allo schermo del computer.
    La fluorescenza del monitor rendeva la cute del volto e delle mani colore azzurrognolo biancastro.
    Carlo Rossi componeva parole per risposta ai commenti lasciati dagli amici e lettori all’ultimo racconto horror, edito sul “Blog” personale.
    C’era di tutto.
    Dai saluti per il Natale, ai complimenti per le foto di figli e nipoti.
    Si dedicò  ai più  pertinenti tra questi e impilò: Ti ringrazio per la visita ed i bei complimenti. Sì,  è giusto, il racconto è una visione onirica infarcita di ossessioni...
    La moglie lo chiamò in quel momento:  Carlo, mi daresti aiuto? disse dolcemente parlando sull’uscio della cucina - sono in ritardo col preparare la tavola.
    Erano quasi le sette di sera e  tante le cose daffare prima dell’arrivo degli ospiti.
    - Un attimo soltanto, ringrazio i miei amici, rispose e in cerca di comprensione da parte della compagna aggiunse - sai l'ultimo lavoro sta andando bene…
    Era mai possibile? Si domandò la moglie.
    Sempre impegnato con quella passione.
    Poi sbuffò e disse: Sì, amore. È andato assai bene il tuo raccontino. Lo so. Me lo hai detto.
    Del resto Carlo tutti i giorni le faceva il riassunto di quanto aveva scritto e delle reazioni dei lettori.
    Non che non fosse contenta per lui, ma davvero: il marito sembrava non avere altra passione di scrivere.
    Del resto con la pensione, aveva acquisito molto tempo per sé e non c’era niente di male a trascorrerlo alla tastiera.
    Forse la moglie, Maria avrebbe preferito vederlo inchiodato sul divano di casa a vedere la Tv  o che lo trascorresse a giocare a carte o alle “macchinette” del bar?
    Lei tornò a sfaccendare.
    Lui riprese  a osservare lo schermo.
    Rilesse quanto finito di scrivere ad Eleanor.
    Indubbiamente un grazioso sostantivo femminile in grado di nascondere di tutto, da una bella principessa ad uno qualsiasi dei sette nani.
    Per quanto la conoscesse da un poco di tempo, Eleanor poteva veramente essere sia il lupo cattivo in cerca di cappuccetto rosso o la nonna o anche l’orco cattivo di Pollicino, seppure, in alcuni momenti, si soffermasse a pensarla al pari della dolce fatina di Pinocchio e fosse tentato di domandarle il telefono all’insaputa di Maria.
    Per certo però, Eleanor era un suo lettore assiduo e aveva lasciato un commento.
    Non risponderle sarebbe apparso come mancanza di rispetto o da spocchioso.
    - Sono davvero contento che tu abbia gradito il racconto Eleanor. Spero di scrivere ancora parole così belle come mi è capitato. Mi siete tutti vicini, grazie!
    Sì, indubbiamente interessare con i ringraziamenti tutto il pubblico pareva essere una buona idea degna di un grande autore.
    Passò all’amico Adalberto.
    Di lui ricordava che abitasse a Milano, no, anzi: a Torino, sì era quello il luogo.
    In passato aveva scambiato con lui dei messaggi in privato e si erano persino telefonati decidendo di darsi supporto.
    L’uno avrebbe parlato bene dell’altro e scritto ancor meglio sulle qualità artistiche del collega tanto da consolidare la bravura. 
    Poi l’amicizia era finita e da un poco di tempo Adalberto sembrava essere diventato fin troppo critico nei suoi confronti.
    Che il vecchio patto non reggesse più?
    Carlo scrisse: Mi spiace Adalberto che tu non abbia compreso a storia,  o, mise il segno di un trattino, per meglio dire, il titolo. Si tratta di un semplice thriller: “L’orrore corre sul filo del telefono”, non mi era sembrato male e l’ho intitolato in questo modo, non certo per via della bolletta. Siamo in crisi nera, certo, ma ci gioviamo d’abbonamento alla linea telefonica grazie al cielo a tariffe speciali . Fai bene però a precisare che in realtà non si tratta di un filo come riportato nel testo, ma di un doppino. È vero, così come: tu fai l’elettricista alla Telecom. Non negare, lo so e capisco quanto sia frustrante combattere ogni giorni con utenti scontenti. Ad ogni modo è un titolo. Nulla di grave. Mi aspetto di risentirti. Ciao. Carlo.
    Forse era stato troppo duro con lui ma anche Adalberto: perché scrivere certe cose?
    Lo sollecitò nuovamente Maria, una donna buona e bella ma sempre più indaffarata e in ritardo con i tempi:  Amore che fai, vieni ad aiutarmi?
    - Arrivo! Rispose.
    Aveva promesso di darle una mano con le cose, ora però che era arrivato il momento non aveva voglia e intendeva starsene in pace.
    -Sono in ritardo. Aiutami! Ripeté stizzita Maria, uscendo nel corridoio con il cumulo di posate da sistemare in tavola.
    - Sì. Spengo il computer e vengo da te. Concluse lui quando mancavano poche righe per terminare anche l’ultimo commento.
    Sarebbe stato brutto e sconveniente per Lucifero: un visitatore mai conosciuto prima non avere attenzione quando agli altri l’aveva dedicata.
    Decise di replicare alle osservazioni di Lucifero in maniera veloce: No, Lucifero, scrisse, non c’è pericolo il virus omicida sconfini nella vita reale e si diffonda tramite internet perché oggi usiamo il wireless. Le cose che affermi potevano accadere anni fa quando si usava il doppino. Ciao. Stai bene.
    Si girò su se stesso per scollegare la presa della corrente; non avrebbe usato il PC fino all’indomani e l’aveva afferrata quando s’accorse con la coda dell’occhio di un’ombra minacciosa alle spalle.
    Ebbe unicamente modo di lasciar cadere a terra il filo elettrico e sollevare a mezz’aria la mezza risma di carta per la stampa, smazzata ore prima e lasciata di fianco sul piano antico della scrivania che la lama del lungo coltello d’acciaio pensato per tagliare il pane si infranse su di essa lacerando diversi fogli del pacco. 
    -Diamine! Imprecò rivolto alla moglie - Mi vuoi ammazzare?
    -Scusami amore! Rispose lei, apparsa subito costernata per l’accaduto e stringendosi il polso indolenzito per la violenza del rinculo sul cumulo di fogli - Non so proprio cosa mi ha preso!
    Maria era sincera.
    Si vedeva dagli occhi sereni, seppure vacui e lattiginosi che aveva.
    Carlo badò a raccogliere il coltello e sistemarlo da parte, al sicuro.
    Doveva essere accaduto qualcosa in lei, si disse,  Maria non era una persona violenta  e mai che portasse rancore, per ciò, le domandò - Dimmi amore con cosa stavi lavorando in cucina?
    Era certo di venire a conoscere la ragione per tale assurdo atteggiamento.
    -Ho acceso la grattugia elettrica per sminuzzare del pane! Disse lei con naturalezza.
    -Non fa nulla, amore. Ho capito, rispose aggrottando le ciglia.
    -Mi perdoni allora? Domandò Maria con tono incerto. Era accanto a lui e stava cercando di superare il dolore alla mano.
    Del resto era davvero  un fatto grave aver sferrato una coltellata al marito.
    - Certo. È colpa mia. Continuavi a chiamarmi ed io a ripeterti di darti una mano senza farlo:  è  normale che tu ti sia adirata.
    -Amore mi spiace veramente. Insistette Maria prima di mettersi a piangere al pensiero che Carlo fosse  un uomo proprio tenero a perdonare il momento di disagio.
    L’asciutto suono del citofono risuonò nel silenzio dell’abitazione richiamandoli alla realtà.
    Fra pochi istanti la tranquilla casa, immersa nel silenzioso e nell’elegante comprensorio di città, si sarebbe riempita d’amici e parenti e chissà quanti bambini, venuti con loro a festeggiare la notte di Natale.
    - Andiamo in salone amore, ti darò l’aiuto cercato disse Carlo avviandosi nel corridoio e avvicinandosi alla porta d'entrata con lungo coltello celato dietro le spalle.
    Trascorsa la mezzanotte avrebbe cambiato il titolo al racconto horror pubblicato, in: “L’orrore  si trasmette dalla linea elettrica di casa.”
    Sì, il cambiamento gli parve indubbiamente appropriato, poi assieme a Maria spensero le luci del salone e lasciarono che il chiarore intermittente dell'albero di Natale attirasse gli invitati nella stanza e solo allora, lentamente accostò l’uscio fino a chiuderlo.
     

  • 18 dicembre 2019 alle ore 17:42
    I TRE PORCELLINI.

    Come comincia: ‘Siam tre piccoli porcellin, siamo tre maialin, mai nessun ci dividerà, trallalallallalà.’ Più in là capirete cari lettori cosa c’entra questa filastrocca col resto del racconto.  Beatrice, Edoardo e Diego erano tre bambini di sei anni iscritti alla prima elementare, erano figli di genitori molto amici fra di loro che avevano condiviso le esperienze prima hippie e poi punk degli anni settanta. Leonardo con Anna, Mattia con Chiara e Riccardo con Sara si erano conosciuti alla quarta ginnasiale frequentando il liceo classico Augusto a Roma. Avevano superato con qualche difficoltà gli esami di Stato della terza liceale (tradotto con tante raccomandazioni), per premio avevano ottenuto dai genitori di poter passare una vacanza negli Stati Uniti. Era il periodo degli hippies, tutte e tre le coppie  aderirono a quel movimento aggressivo e irriverente che affermava di aver scoperto l’amore, la bellezza ed il divertimento, erano pacifisti convinti. Le loro teorie erano: ‘mettete dei fiori nei vostri cannoni’ o ‘fate l’amore non fate la guerra’. Gli hippies sfoggiavano acconciature bizzarre e teorie che si basavano anche sulla la rivoluzione sessuale che nella puritana America erano una vera eresia. Gli hippies non erano stati i primi a sfoggiare quelle teorie, li avevano preceduti i greci Diogene ed i cinici, quindi: ‘nihil sub sole novum’. Le tre coppie aveva partecipato al festival  di Woodstock in cui si erano esibiti molti complessi musicali fra cui gli applauditissimi Sex Pistols. I sei vacanzieri erano foraggiati dai genitori che ad un certo punto pensarono ad un ritorno a casa dei figli per iniziare un’attività seria e redditizia. L’unico modo per convincerli era tagliare loro i ‘viveri’, solo così riuscirono a riportarli a Roma. Ritornati in famiglia suscitarono per il loro stile l’ilarità dei padri e la angoscia delle madri. Con gran dispiacere al fine di non rimanere asciutti di soldi per prima cosa si dovettero tagliare i capelli, acquistare abiti molto formali ed accettare di impegnarsi in un lavoro proficuo: Leonardo direttore di una scuola guida, Mattia responsabile di un supermercato e Riccardo responsabile di un negozio di abiti e scarpe di lusso. Nella teoria degli hippies prima e dei punk dopo non era previsto il lavoro e così i tre capo famiglia delegavano i loro collaboratori a farne le veci. I padri, d’accordo fra di loro acquistarono per i figli una palazzina di tre piani con giardino e garage in località Capannelle a Roma. Soprattutto le madri dei tre chiedevano insistentemente di diventare nonne, Leonardo, Mattia e Riccardo non avevano perso la mentalità hippie e praticavano normalmente il wife swapping per tal motivo quando le consorti rimasero incinte non sapevano con precisione chi fossero i padri, il segreto rimase sempre fra di loro, soprattutto le  nonne  sarebbero rimaste scioccate! Dopo i fatidici nove mesi vennero al mondo Beatrice, Edoardo e Diego tutti e tre bellissimi e diversissimi fra di loro. Anna, Chiara e Sara si dedicarono interamente alla prole, non avevano problemi, i mariti portavano a casa lo stipendio, i nonni erano finanziariamente molto generosi e mostravano agli amici le foto dei nipotini che, secondo loro gli assomigliavano (quando mai!). La mattina, a turno mamme e nonni accompagnavano a scuola i ragazzini ed alla fine delle lezioni andavano a riprenderli tutti orgogliosi di essere parenti di bimbi bellissimi (e furbacchioni ma loro non lo immaginavano). Le loro furfanterie cominciarono una notte, tutto escogitato  da Beatrice.  La sera andavano a letto presto, al controllo dei genitori: ‘dormono come angioletti’, quando mai, allorché i papà e le madri erano nelle loro stanze si alzavano dal letto ed andavano a curiosare dal buco delle serrature per ‘spiare’ quello che combinavano i grandi. Coordinatrice della banda era Beatrice: “Ho in mente un’idea vediamo se corrisponde a verità!” Corrispondeva eccome, i genitori si scambiavano i relativi coniugi, prima andavano in bagno e poi con i papà  sfoderavano il loro uccellone si coricavano e si davano alla pazza gioia ricordando i bei tempi degli hippies. Dopo le prime volte i ragazzi si erano abituati a quelle visioni poi vinti dalla curiosità Beatrice: “Vorrei vedere quanto ce l’avete grosso o meglio piccolo.” Edoardo e Diego all’inizio restarono perplessi, si vergognavano poi dietro le insistenze della capo banda, a turno, si tolsero gli slip. “Ho capito che per combinare qualcosa debbo aspettare che crescete, ce l’avete proprio piccolo, avete fatto caso che l’uccello più grosso ce l’ha mio padre!” Edoardo e Diego non erano d’accodo, era il loro papà ad essere il più dotato, campanilismo infantile! Dopo vario tempo Beatrice tornò alla carica, era un pomeriggio d’estate, i grandi a letto con il condizionatore acceso, i bimbi che non erano più bimbi in giardino dietro una siepe: ”Edoardo togliti lo slip…e adesso te lo tocco veniamo se ti diventa duro.” Il ‘ciccio’ di Edoardo non ne voleva proprio sapere di ‘innalzarsi’ forse per vergogna o timidezza al contrario di quello si Diego che alzò la cresta, non era come quello dei papà ma faceva la sua bella figura. Beatrice lo prese in mano, imitò i genitori e se lo mise pure in bocca, a lungo, sinché sentì qualcosa di liquido di un sapore mai provato. Ci volle del tempo ma un giorno riuscì anche a farlo penetrare pian piano nella sua ‘gattina’, per sua fortuna non aveva avuto ancora le mestruazioni. Anche Edoardo finalmente riuscì nell’intento di far innalzare il suo ‘ciccio’ ed imitò Diego, Beatrice aveva  due mariti. La storia andò avanti sin a quando a Beatrice vennero le mestruazioni, Anna avvisò la figlia che dal quel momento era diventata una donnina ma poteva rimanere incinta nei suoi futuri rapporti sessuali, ma quale futuri, ad ogni modo Beatrice capì la lezione e si limitava a prendere in mano ed in bocca i ‘cosi’ sempre più grandi di volume dei due amici. In occasione del sedicesimo anno di età i tre ragazzi ebbero come regalo tre casette di legno prefabbricate in cui rifugiarsi, pensarono bene di invitare i compagni di scuola per una recita sempre guidati da Beatrice che aveva scovato il testo da un cartone di Walt Disney: ‘I tre porcellini.’ Dinanzi ad una platea di ragazzi e di genitori iniziò lo spettacolo: “In un tiepido mattin se ne vanno i porcellin dimenando al sole i loro codin, spensierati e birichin. Il più piccolo dei tre ad un tratto grida ahimé da lontano vedo un lupo arrivar, non facciamoci pigliar. Marcia indietro fanno allor a gran velocità mentre il lupo corre ancora a casa sono già. Prima chiudono il porton poi si affacciano al balcon or che il lupo non può prenderli più tutti e tre gli fan cucù. Ah ah ah che bell’affare, il lupo non potrà cenar. Siam tre piccoli porcellin, siamo tre fratellin mai nessun ci dividerà trallalla-lallà.” Grandi applausi da parte dei presenti, soprattutto i nonni erano commossi sino alle lacrime, che nipotini meravigliosi! Da quel giorno i rapporti fra i tre cambiarono, Edoardo prese confidenza con Eloisa una compagna di scuola, Diego non fu da meno con Aurora una ragazza della stessa classe, stranamente Beatrice non riuscì a trovare un maschietto che le piacesse, gli unici che aveva ‘amato’ non erano più disponibili, fra l’altro si domandava se per rapporto fisico avuto anni addietro aveva potuto portare alla rottura del suo imene, per la prima volta in vita sua si sentiva angosciata, non era più la Beatrice di una volta sempre pronta a prendere iniziative in tutti i campi, i genitori Anna e Leonardo se ne accorsero, cercarono di consolarla portandola in crociera, una crociera nel Mediterraneo che toccò i porti di Grecia, Creta, Libia e Spagna  ma, mentre i genitori la sera si davano alla pazza gioia rispolverando la mentalità di hippies, Beatrice non riusciva a trovare la serenità di una volta, forse col tempo…
     

  • 18 dicembre 2019 alle ore 17:38
    LA PICCOLA NINFOMANE

    Come comincia: Agnese era nata il 19 marzo di un giorno piovoso nella clinica privata Villa Salus di Roma, era stata tanto desiderata dai genitori Cristian e Frida, un frugoletto biondo, bellissimo  con occhi verdi di quelli che si vedono nei giornali di moda per bambini. Dopo qualche anno il padre era sparito dalla circolazione nel senso che si era innamorato di un’amica della madre, un classico che aveva lasciato Frida in uno stato di profonda  prostrazione solo in parte alleviata dal suo lavoro di insegnante in una scuola di monache, impegno che la teneva lontano da casa sino alle diciassette del pomeriggio. La piccola Agnese di solito affidata ad una baby sitter cresceva vispa e chiacchierona a modo suo, non piangeva se non a stomachino vuoto o per il pannolino da cambiare. Un giorno, una mattina presto si era svegliata e voleva girare per casa, nello scavalcare la sponda del letto rimase incastrata sul tubolare, si strofinò il fiorellino sino a provare del piacere inusitato, un piacere che le rimase nella memoria tanto da volerlo riprovare nei giorni seguenti. Crescendo di età era ormai diventata quello dello strofinamento una sua abitudine non confessata alla mamma Frida, aveva da sola capito che era una situazione da tenere per sé. Nello stesso palazzo di via degli Avignonesi, a piano terra aveva aperto uno studio medico il dottor Diego, medico di famiglia che in breve tempo per la sua preparazione professionale e per il suo impegno aveva acquisito molti pazienti, aveva inoltre  affittato un alloggio nello stesso piano di Frida. La mamma di Agnese aveva preso amicizia con Diego ma non tanto da avere una relazione, era ancora  ‘irata a’ patri numi’ o meglio con la razza degli uomini per l’allontanamento di suo marito. La piccola Agnese la mattina  veniva lasciata dalla madre nella sala d’aspetto di Diego che  la faceva accompagnare a scuola dalla sua infermiera Aurora, lo stesso alla fine delle lezioni. I pomeriggi  la ragazza passava il tempo svolgendo i compiti,  leggendo i fumetti o giocando con le bambole sempre in compagnia del dottore. Il pranzo sia per Diego che per la piccola Agnese veniva preparato da una cameriera  che  rimaneva nell’abitazione sino al rientro in casa di Frida o andava via prima dopo aver lavato i piatti lasciando Agnese in compagnia del dottore. Un giorno quando Agnese aveva compiuto otto anni di età una domanda inusitata: “Dottore quando ero più piccola mi sono strofinato il fiorellino sulla sponda del letto, ho sentito un solletico, mi è piaciuto tanto, posso rifarlo ancora?” Diego  fu come si dice in gergo ‘preso dai turchi’, cosa rispondere a quella domanda ad una bambina di otto anni? “Cara si tratta di cosa da grandi, quando sarai cresciuta te lo spiegherà la mamma.” “Io voglio saperlo adesso sennò dico alla mamma che non hai voluto rispondermi.” “Non mi mettere in difficoltà, ti ho detto che è una cosa da grandi nel senso del sesso, non avere fretta di crescere, ogni cosa a suo tempo.”  “Ho capito, devo riferire alla mamma che non hai voluto rispondermi.” Diego prese in braccio la piccola rompiballe: “Lo sai che ti voglio bene, cercherò di spiegarti di che si tratta: gli uomini hanno un coso per fare la pipì e per fare figli, le donne un buchino per metterci il coso degli uomini, in cima al buchino c’è un piccolo pene che si chiama clitoride, se lo strofini ti fa provare piacere, è quello che hai provato tu, adesso sai tutto, non tocchiamo più l’argomento.” La curiosità è femmina e così Agnese il cui nome vuol dire casta e pura (poco adatto alla ragazza) cominciò a masturbarsi con le mani il fiorellino, più  volte al giorno eccessivo per una della sua età. Diego se ne accorse e: “Voglio dirti una cosa per sempre, non esagerare, ho capito quello che stai facendo, te lo dico da medico.” “A me piace molto, va bene ti ubbidisco, lo farò solo una volta al giorno ma voglio che me lo faccia tu!” Diego rimase pensieroso, stá  grana non ci voleva proprio, era ancora triste per la morte contemporanea di genitori in un incidente aereo in cui più di duecento passeggeri avevano perso la vita. I suoi gli avevano lasciato un bel gruzzolo in Titoli di Stato ma anche tanto sconforto, non se la sentiva di iniziare un legame amoroso con nessuna ragazza, passava il tempo libero in casa dinanzi alla televisione o leggendo sua antica passione da studente, adesso: “Voglio parlarti come se tu fossi grande, non è possibile fare quello che mi chiedi, mi sei tanto cara ma devi capire che se lo facessi correrei il rischio di finire in galera per  lungo tempo, spero che abbia capito il  concetto, ti prego non crearmi  problemi.” “Io da grande ti sposerò,  ti voglio tanto bene, non ti tradirei mai, te lo giuro, vuol dire che seguiterò a farlo da sola, se ci ripenserai…mi farai felice!” Un pomeriggio di giugno già l’afa si faceva sentire, la ‘casta e pura’ ne pensò una delle sue, si tolse gli slip e, a gonna alzata passò dinanzi a Diego: “Caro mi stanno crescendo i peletti guarda qui! Adesso sono diventata grande puoi toccarmi e, se vuoi baciarmi in  bocca e sul fiorellino.” Agnese non pose tempo in mezzo ed incollò le sue labbra si quelle di un intontito Diego,  a quel punto il suo ‘ciccio’a digiuno da molto tempo alzò la cresta, la ragazza ne approfittò, aprì la pattuella  dei pantaloni del dottore, glieli abbassò, abbassò pure gli slip e prese in mano un coso lungo e duro, cominciò anche a masturbarlo sino a che lo sperma si sparse sulle sue mani, un altro bacio in bocca a Diego, era sulla strada buona per… Il dottore passò i giorni successivi come in stato di trance, aveva sempre dinanzi a sé una ragazza che stava crescendo: alta, bionda, occhi verdi, naso piccolino, bocca con denti bianchissimi, tette un po’ sviluppate, una piccola modella, forse se ne stava innamorando, una tredicenne, si stava innamorando di una tredicenne! Un pomeriggio: “Zio devo chiederti un altro favore.” “Da quando in qua sono diventato tuo zio.” “Sono stata costretta a dire alle mie compagne di scuola che sei mio zio, quelle sono più maligne di me, chissà cosa stavano immaginando…” “Forse quello che sta succedendo fra di noi.” “In occasione del tuo compleanno voglio farti un regalo, un regalo di quelli che si fanno una sola volta nella vita, immagina un pò’.” “A questo punto c’è poco da immaginare, la risposta è un no, no, no!” “Ed io ti rispondo con un si, si, si!” Il no col passare dei giorni divenne ni e poi si, ormai Diego si era innamorato della piccola, l’operazione venne stabilita per un pomeriggio, Agnese aveva trovato chissà dove un velo bianco, se l’era posto in qualche modo in testa e nuda si presentò a Diego. “La nostra prima notte di nozze, la ricorderemo per sempre, son sicura che sarai delicato, il fiorellino è allenato per avere degli orgasmi ma è ancora vergine e non voglio che  resti ancora in tale situazione, voglio sentirti dentro di me.” Diego aveva paura di far troppo male ad Agnese e spingeva poco il suo ‘ciccio’ dentro la topina fino a quando: “Pensi che ci metteremo tutto il pomeriggio, se non spingi di più resterò vergine a vita.” Agnese sopportò bene il dolore, aveva immaginato da tempo quel momento, quando Diego finì l’operazione ed eiaculò sul collo del piccolo utero, Agnese  ebbe un orgasmo ben diverso da quello che di solito provava, un orgasmo da donna grande. Per bloccare la piccola emorragia Diego da medico si era organizzato con cotone emostatico ma il  lenzuolo si era macchiato di sangue, il giorno successivo lo avrebbe portato personalmente in una lavanderia dove non era conosciuto. Quattordici anni, esami di terza media superati senza problemi, era giunta l’ora delle mestruazioni, Agnese di sentiva una donna completa ma da quel momento nei rapporti con Diego ci furono delle complicazioni: o il condom o la pillola anticoncezionale adatta ad una tredicenne. Agnese cresceva in altezza ogni giorno di più, aveva superato in altezza il suo dottore, quando indossò  scarpe con un po’ di tacco  Diego diventò ancora più piccolo. Alla quarta ginnasiale il numero dei ‘pappagalli’ aumentò in numero esponenziale, Agnese ne era lusingata, mai le era accaduto prima ma nel suo cuore aveva ancora il bel dottore e li respingeva tutti sino a che un giorno tornò a casa e: ”Zio questo è Tobia che non è la famosa candida spia della commedia di Rascel ma un mio compagno con cui ho preso a studiare, è più bravo di me e ne approfitto.” Quella notte Diego non riuscì a prendere sonno, c’era poco da capire, Agnese aveva preso il volo e non avrebbe più potuto raggiungerla, i venti anni di differenza erano troppi. In caso di eventuale sconfitta la fuga, Diego non ricordava il nome di quel generale romano ma applicò il suo principio, si trasferì in Sicilia, nella  città dello stretto, Messina, col tempo sperava di poter dimenticare la piccola ninfomane che l’aveva stregato!
     

  • 18 dicembre 2019 alle ore 0:09
    Che cosa rappresentava per lei?

    Come comincia: Che cosa rappresentava per lei? Proprio non si sa, una persona o un demonio che puntava dritto il dito per far danni a suo piacimento? Usciva e quando rientrava era un altro. Escogitava piani. Nella sua testa gli frullavano cose apparendo sereno mai poi sentendosi dire di no, che non sarebbe stato accontentato per avere più soldi a disposizione il suo umore si incrinò, inventandosi qualcos'altro o cercando un alleato che potesse permettergli di realizzare quello che avesse in mente. Tantissime guerre creò, fingendosi di essere sempre una vittima raccontando come visse da bambino che una vita facile non ebbe. Trascrisse delle pagine. Ogni giorno le riempiva prese nota di quello che sentiva e vedeva un'idea che servì per sopportare dando luogo ad una speranza ad una via d'uscita finendo tutto quel gran casino. Viveva sognando, con uno sguardo languido. Le porte si aprivano dentro passi più volte veloci, alquanto strani. Al chiuso si sentiva soffocare anche solo mezza giornata per sentirsi prigioniero. Non c'era un momento in cui non smettesse di pensare, la sua mente era continuamente al lavoro, progettare doveva dicendo bugie a non finire. Quanto rumore usciva dagli strumenti che costruì, portandoseli ovunque sperando che molti lo notassero dicendogli bravo per qualsiasi cosa facesse. Era anche una malattia, quella che lo rese veramente euforico. Un senso a tutto questo c'era, ma è possibile, che dipendesse solamente dal suo stato di salute e non dalla personalita? Se lo chiedeva spesso dicendo a se stessa tante volte che non poteva essere. Capì, ascoltandolo, che dava risposte giuste, tacendo quando doveva e sapeva quando era finito dalla padella alla brace, quindi si convinse che fingeva, con le nuvole che si abbassavano. La nuvolosità in aumento appariva con forti precipitazioni temporalesche. Rimase comunque nel vago, perchè nessuno le spiegò. Nessuno voleva affrontare questo argomento per quanto delicato fosse, trovandosi i malcapitati in balia del vento, senza cinture allacciate bene. Curarlo bisognava, qualcuno però non prese le giuste precauzioni, forse per la troppa debolezza che regnava in un cuore in tessuto di lana, dove si prosciugava, aumentando la sete

  • 15 dicembre 2019 alle ore 22:13
    Racconto giallo. "Sbattendo la porta"

    Come comincia: Fiorella: ciao Viola, stanotte è entrato nella mia stanza mentre dormivo credo volesse ammazzarmi.
    Viola: e perché dovrebbe farlo, cos'hai fatto tu per meritare una fine bruttissima?

    Fiorella: lui vuole tutto e io spesse volte glielo impedisco. La mia unica colpa è questa, che poi lo faccio anche per lui, intendiamoci. Abbiamo costruito insieme quello che abbiamo e da anni pensa di campare senza preoccupazioni. Detesto questo suo modo di vedere le cose carissima Viola

    Viola: fai bene ad essere dura e che eviti di uscirci insieme. Vorrei tanto che tu potessi andartene via da qui. Dovresti cercarti un'altra casa.

    Fiorella: ma se io me ne vado perdo tutto.

    Viola: non penso, qualcosa ti resterebbe e anche se poco pazienza. Ciò che conta di più è che tu non lo hai vicino ad assillarti continuamente.

    Fiorella: ci sono momenti che dico ma si, me ne torno al mio paese dove la gente è più vera rivedere quelle amiche e organizzare qualche festa in casa come si faceva una volta con il sorriso che mai mancava rispettandoci senza provare invidia per nessuno. A quei tempi si viveva davvero e non come oggi con troppe esigenze e tanta indifferenza. Viviamo facendoci del male ogni giorno non pensando ai giorni volati.

    Viola: Fiorella adesso basta, smettila di deprimerti, pensa alle tue figlie.

    Fiorella: certo hai ragione Viola, però quell'uomo mi sta uccidendo. Io vorrei cambiare discorso, se non riesco non è colpa mia, mettitelo bene in testa, per favore.

    Fiorella: me lo spieghi tu, come posso fregarmene? Non lo vedi com'è, pronto ad architettare un piano, per far tanto rumore?

    Viola: che cosa vorresti fare con lui? Che ne pensi di prendere una decisione? Direi che sarebbe il caso di affrontare la questione, cercando innanzitutto di capire chi è, perché sinceramente a me sembra che abbia un segreto che forse si porta dietro da quando era solo un ragazzo.

    Viola: Fiorella devi sapere che mi aveva raccontato alcuni episodi veramente curiosi. Mi raccontò che nel paese dove era cresciuto seppe che un ragazzino che faceva il pastore per un suo stretto parente fu trovato morto. Qualcuno gli fece vedere il corpo e lui che era giovanissimo rimase scosso da non riuscire a dormire , vedendo quando chiudeva gli occhi anche se non dormiva fiamme alte ed aerei che volavano sulla sua testa.

    Fiorella: io Viola, se potessi me ne andrei all'estero per non farmi più trovare se soltanto avessi il coraggio di farlo, ed invece mi ritrovo sempre qua parlando degli stessi problemi che mi irritano tanto. Non so che fare con quest'uomo è avvilente addossandomi colpe che non ho.

    Viola: io ti sono amica, potresti venire da me se vuoi. La casa è piccola ma potrei ospitarti, poi nel frattempo, vedremo gli sviluppi di questa complicanza che onestamente tu, avresti dovuto darci un taglio quando ti accorgesti di quegli strani comportamenti abituali. Potremmo prendere informazioni su di lui.

    Viola: io Fiorella sono tentata ad andare a parlare con dei conoscenti assieme a te. Verresti? Dimmi di sì, te ne supplico.

    Fiorella: va bene Viola. Dimmi da dove vuoi che incominciamo. Intanto vorrei recarmi in banca per scoprire se ha aperto nuovi conti e se si, a favore di chi.

    Fiorella: ma chi ti dice, che puoi?

    Viola: posso, conosco uno che mi conosce da vent'anni e abbiamo la stessa età. È una persona gradevole emiliano di nascita matto per i computer che un giorno si era messo a giocare in borsa ritrovandosi senza un soldo. Ci volle parecchio per lui, per rivedere la luce. Quando ci riuscì, diventò più sensibile, aprendo un locale per donne spaventate fuggite da storie che le avevano rapite.

    Mauro: ciao Fiorella devo parlarti. Mauro sono impegnata, che cosa vuoi ancora, si può sapere. Non credi che sia arrivato il momento di farla finita. Lui al telefono la sentì particolarmente agitata. Si meravigliò, pensando che dietro a questo suo cambiamento ci fosse una persona a proteggerla da renderla forte. Quando la conversazione terminò, Mauro si vestì e scese a piano terra comunicando al portiere che doveva assentarsi dallo studio pubblicitario per circa quattro ore. Salì sul suo fuoristrada facendo inversione di marcia. Aveva i capelli al vento, elegantissimo ed un'abbronzatura quasi perfetta. Sembrava un divo di Hollywood. Era nervoso correva come un pazzo non rispettando i semafori la casa dove viveva con Fiorella distava due chilometri dal suo studio, non poté trovarlo nelle vicinanze per questioni economiche. Prezzi veramente troppo alti per le sue possibilità. Mauro mise il viva voce e compose il numero della moglie quell'attesa lo innervosiva pensare che lei era un'altra e poteva aver scoperto il suo lato interiore gli sconvolgeva la mente. Egli era un bugiardo cronico e non voleva che nessuno lo scoprisse. Viola rispose ma riattaccò immediatamente.

    Mauro: la sua voce grintosa gli fece paura, il cuore sobbalzò nel petto. Fiorella ebbe la sensazione che lui volesse raggiungerla allora prese il cappotto e raggiunse il taxi che la stava aspettando. Quando sali, disse all'autista di accompagnarla in banca guardandolo con un'aria molto infelice. Viola si sedette vicino a lei sul sedile posteriore mentre dallo specchietto notò un uomo subito non lo riconobbe ma dopo sì, comunque ormai si stavano allontanando non erano lontane ma lui non avrebbe provato lo stesso ad inseguirle non voleva dare nell'occhio. Salì nell'appartamento entrando scorse una lucina che proveniva dalla stanza delle figlie. Esse a quell'ora dovevano essere uscite da circa due ore. Al mattino solitamente alle 7 erano già sulla porta per recarsi a scuola. Ciò lo mise in allarme avanzando delicatamente nell'ingresso di un corridoio semi buio. Il suo volto si specchiò. C'era uno specchio rettangolare spostato da una parte messo per potersi ammirare. La figlia maggiore odiava quella egocentricita' e lui la sua disapprovazione, non la vedeva per niente di buon occhio. Le pupille di Mauro scorsero una figura alta 1,65 capì che in casa qualcuno lo stava aspettando e chi. Perché sei qui, papà, gridava la ragazza. Lei sperava in quel momento che cadesse. La sua vicinanza era irritante come un tuono tempestoso che investe il cuore e ruba la voce. Uscì allo scoperto, accendendo la luce. Il buio scomparve ora potevano fissarsi negli occhi. Papà, che ci fai qui, non dovresti essere al lavoro? Tu invece a scuola, esatto? Disse con un sorriso sarcastico. Sonia s'intimori, non gli sembrò, calmo davvero, come voleva far sembrare.

    Sonia si fece coraggio, dicendo: papà perché non mi dici chi sei, ti tieni tutto dentro, menti spudoratamente. Hai mentito a tutti, con quale faccia, mi domando io? Scusa ma come puoi insinuare questo? Stai delirando figlia mia. Sono un padre che lavora, ho sempre portato i soldi a casa non vi ho mai fatto, mancare niente, trattando tua madre come una signora che se non fosse stato per me avrebbe continuato a vivere dove viveva.

    Sonia: papà sono una ragazzina, non stupida, convincitene per favore. Dovresti spiegarmi perché sei venuto. Non sono tenuto a darti spiegazioni quindi aspetta tua madre e in silenzio. Siamo intesi?

    Sonia rabbrividì. Suo padre le mostrò i denti, quell' interrogatorio la stava logorando. Egli si accomodò sul divano versandosi del moscato glielo dette un viticoltore pugliese che trascorse tutta la vita nei campi prendendo tanto sole e tanta pioggia nella felicità la troppa fatica veniva ricompensata dagli abbracci della moglie e dai figli al suo rientro in casa.

    Mauro: mentre beveva dei passi avanzarono, era lei la moglie incredula, per quello che l'impiegato le disse.

    Mauro aprì un altro conto ma non seppe a nome di chi. L'impiegato, non volle svelarlo, si preoccupò per essa che la vide molto provata per ciò che scoprì. Nel taxi Viola le svelò dei segreti. Lo aveva seguito per due settimane di fila quando staccava dal lavoro ritrovandosi in un pub pieno di clienti. Mauro un essere egocentrico che non si capiva o troppo chiuso volendo star solo per ore nella sua camera oppure trascorrere il suo tempo quando poteva nei labirinti della bellezza di Giamaica per meditare facendo yoga con una insegnante dagli occhi stregati come quelli di una zingara. Da essa si sentiva ipnotizzato. Metteva musiche rilassanti consigliandogli di immaginare di vedere una barca al centro di un lago sotto un cielo senza nuvole. Mauro la sentì entrare. Fiorella procedette di corsa verso il salotto. Quella mattina ne aveva sentite troppe di cose da non poterne più. Pensò di non dirgli nulla e chiedere il divorzio. Un'ombra si rifletee sul muro maestro. Entrambi si accorsero dell'altro. I loro volti increduli per qualche istante restarono paralizzati, però non persero l'occasione di dirsi di tutto, dire che il loro amore era finito e per sempre. Egli pensando di volersi sentire libero, come non lo era mai stato, non ebbe nessuna difficoltà ad accettare la separazione. Mauro uscì dall'appartamento senza nemmeno salutare la figlia disperata, sbattendo la porta

  • 15 dicembre 2019 alle ore 14:06
    Io, ammalato di cancro, che fine farò?

    Come comincia: Dal mio diario...ricordi Cefalù,giugno 2019 Rassegnato a un futuro senza ulteriori terrori, vivo i miei momenti nella pacifica incoscienza di chi sa che non esiste oscurità più buia delle tenebre;e mi metto impettito, in posizione per affrontare il mio nemico,con l'anima rivestita d'acciaio,dentro l'armatura della mia fermezza, pronto a cantar vittoria contro il destino avverso.Preparo i miei giorni al loro domani, fidandomi soltanto dei mirifici istinti che fan pressione sulle mie naturali emozioni. Là,"interrogazioni a sorpresa" giungono inaspettate a porre domande di dolore e d'incerto avvenire, arrivando senza preavviso a martellare la mente.E comincio a vedere la vita,nella sua prorompente eloquenza,come una stazione di sosta,dove fermarmi a aspettare i miei treni d'abissi,che non so per niente dove mi porteranno. Forse potrebbero andare veloci verso la mia liberazione,da questa prigione d'istanti d'attesa con gli orpelli del vivere scoloriti ,oppure viaggiare,al completo d'altri viaggiatori, prigionieri che come me sperano di liberarsi nella grazia di Dio.

  • 15 dicembre 2019 alle ore 12:06
    Il fiume e la vita

    Come comincia: Tutta notte Johnny si dibatté nei meandri della sua coscienza: il suo cuore gridava ancora vendetta, qualche giorno prima aveva lasciato la donna più dolce e gentile che avesse mai conosciuto in tutta la sua squallida vita...Al mattino, prestissimo, l'uomo si alzò ed andò a Liberty Road, nel quartiere a luci rosse della città: si accoppiò con una giovane puttana di nome Kristel; non la pagò: dopo l'amplesso la baciò in bocca e li mise una rosa rossa tra i capelli neri come il carbone. Tornando a casa, mentre camminava lungo il fiume, Johnny pensò tra sé: - La vita è proprio come questo fiume, vorresti fermarla ma lei scorre ugualmente.

    Taranto, 14 dicembre 2019.

  • 14 dicembre 2019 alle ore 16:33
    Non am(av)o recitare poesie

    Come comincia: Non am(av)o recitare poesie. Tale esercizio mnemonico mi distrugge, mi provoca l’angheria dell’emozione che si contorce nello spazio ristretto dell’organizzazione parola -neurone, colore -verso, melodia – strofa.

    Ma questo lo so adesso.

    Ora di lettere, terzo anno Magistrali.

    La prof Braganò mi chiamò alla cattedra, argomento del giorno: Manzoni.

    Sono preparata, mi piace il Manzoni e le sue articolate scene pittoresche di personalità e luoghi, non come mi piacciono gli scrittori e poeti del ‘200 e del ‘900, ma è da studiare anche l’800 e così sia, sono preparata.

    “Signorina Vezio, mi faccia sentire il Cinque maggio.”

    “Il Cinque maggio è un’ode scritta nel 1821 dal Manzoni in occasione della morte di Napoleone Bonaparte in esilio sull'isola di Sant'Elena… ”

    “Grazie Vezio, ma mi reciti la poesia...”

    “...il ritmo incalzante, in sei settenari… la sineddoche...”

    “Grazie Vezio, ora reciti la poesia...”

    Attimo di silenzio rumoroso, la memoria cozza a fil di lama con l’aura mistica del poeta e del Bonaparte in esilio. Lo sguardo interiore ripercorre tutta la storia e la triste fine dell’imperatore dei francesi e re d’Italia, si posa sulle spalle curve del Manzoni mentre intinge il pennino e munge il repertorio poetico per creare l’ode; mi sembra di vedergli un alone fumoso sul capo, mi sembra di perdermi nel suo pensiero mentre cerca i lemmi adatti a un ‘sì grande condottiero per non offenderne memoria, per esaltarne i pregi di genio militare e di doti umane, la sofferenza dell’esilio, dell’umiliazione…

    “Vezio, sto aspettando...”

    “Prof...”

    “Vezio, la poesia...”

    Piange ogni poro la delusione dell’ode che deve stazionare e stagionare nel gelido della mente. Odio congelare i sentimenti, miei e altrui, in cellette cerebrali.

    “Vezio…!”

    Decido di recitare, mordono i denti dello stomaco, sento già le ulcere fiorire e sanguinare

    “Ei fu…

    Ei fu. Siccome immobile,
    dato il mortal sospiro,
    stette la spoglia immemore
    orba di tanto spiro…”

    No, non posso farcela. NON POSSO FARCELA!

    Urlò la mia mente.

    “Prof, mi rifiuto di recitare la poesia, mi perdoni, ma non ce la posso fare.”

    Oltre gli occhiali, cerchiato di gommose saette lo sguardo della prof Braganò, poi lo scoppio:

    “Vezio, ti ordino di recitare la poesia!!! te lo ordino!”

    Silenzio assoluto, mai vista una classe così taciturna in tutto l’Istituto Magistrale e in tutta la mia carriera di studentessa. Mai sentito tanto legno nello stomaco e mente e gambe. Mi bloccai. Mi bloccai come fa un mulo quando resta sordo anche alle legnate del padrone e anzi, più legnate riceve, più si impunta.

    E io mi impuntai, non volevo recitare la poesia, non amavo recitare. Non volevo, proprio non volevo. E non lo feci.

    “No prof, non voglio recitare la poesia.”

    “Osi rivolgerti a me con questo tono??? osi mettere in dubbio la mia autorità? Recita o finirai dal signor Preside!”

    Non so che mi successe, la lotta era ormai innescata, mi sentii in ragione di restare nella mia fermezza; le compagne di scuola attentissime, ora mi guardavano con ammirazione o più verosimilmente terrore, per me, per loro che avrei e avrebbero subito chissà quale aspra vendetta della prof di Lettere.

    Arrivò il signor bidello che mi accompagnò dal signor preside. Nel corridoio presi la prima ramanzina da parte del signor bidello: “Ma che ti salta in mente di fronteggiare la prof Braganò, lo sai che potrebbe farti perdere l’anno, lo sai che dimentica tutti i tuoi voti e li azzera per un gesto così?”

    “Non lo so signor Luigi, non so che mi è successo, ma la poesia non la voglio recitare.”

    “Non la conosci a memoria, non l’hai studiata?”

    “Sì che l’ho studiata, si che la so a memoria!”

    “E allora?”

    A capo chino e con tutta la sincerità di cui ero capace risposi “Non lo so”. E non lo sapevo davvero.

    Il signor preside mi guardò fra il serio e il faceto: “Beh signorina Vezio, cos’è questa storia del Cinque maggio, vogliamo raccontarcela?”

    E mi si liberò la lingua.

    “Ei fu. Siccome immobile,
    dato il mortal sospiro,
    stette la spoglia immemore
    orba di tanto spiro,
    così percossa, attonita
    la terra al nunzio sta,
    muta pensando all'ultima

    ora dell'uom fatale;
    né sa quando una simile
    orma di pie' mortale
    la sua cruenta polvere
    a calpestar verrà.
    Lui folgorante in solio
    vide il mio genio e tacque;
    quando, con vece assidua,
    cadde, risorse e giacque,
    di mille voci al sònito
    mista la sua non ha:
    vergin di servo encomio
    e di codardo oltraggio,
    sorge or commosso al sùbito
    sparir di tanto raggio;
    e scioglie all'urna un cantico
    che forse non morrà.
    Dall'Alpi alle Piramidi,
    dal Manzanarre al Reno,
    di quel securo il fulmine
    tenea dietro al baleno;
    scoppiò da Scilla al Tanai,
    dall'uno all'altro mar.
    Fu vera gloria? Ai posteri
    l'ardua sentenza: nui
    chiniam la fronte al Massimo
    Fattor, che volle in lui
    del creator suo spirito
    più vasta orma stampar.
    La procellosa e trepida
    gioia d'un gran disegno,
    l'ansia d'un cor che indocile
    serve, pensando al regno;
    e il giunge, e tiene un premio

    ch'era follia sperar;
    tutto ei provò: la gloria
    maggior dopo il periglio,
    la fuga e la vittoria,
    la reggia e il tristo esiglio;
    due volte nella polvere,
    due volte sull'altar.
    Ei si nomò: due secoli,
    l'un contro l'altro armato,
    sommessi a lui si volsero,
    come aspettando il fato;
    ei fe' silenzio, ed arbitro
    s'assise in mezzo a lor.
    E sparve, e i dì nell'ozio
    chiuse in sì breve sponda,
    segno d'immensa invidia
    e di pietà profonda,
    d'inestinguibil odio
    e d'indomato amor.
    Come sul capo al naufrago
    l'onda s'avvolve e pesa,
    l'onda su cui del misero,
    alta pur dianzi e tesa,
    scorrea la vista a scernere
    prode remote invan;
    tal su quell'alma il cumulo
    delle memorie scese.
    Oh quante volte ai posteri
    narrar se stesso imprese,
    e sull'eterne pagine
    cadde la stanca man!
    Oh quante volte, al tacito
    morir d'un giorno inerte,

    chinati i rai fulminei,
    le braccia al sen conserte,
    stette, e dei dì che furono
    l'assalse il sovvenir!
    E ripensò le mobili
    tende, e i percossi valli,
    e il lampo de' manipoli,
    e l'onda dei cavalli,
    e il concitato imperio
    e il celere ubbidir.
    Ahi! forse a tanto strazio
    cadde lo spirto anelo,
    e disperò; ma valida
    venne una man dal cielo,
    e in più spirabil aere
    pietosa il trasportò;
    e l'avviò, pei floridi
    sentier della speranza,
    ai campi eterni, al premio
    che i desideri avanza,
    dov'è silenzio e tenebre
    la gloria che passò.
    Bella Immortal! benefica
    Fede ai trionfi avvezza!
    Scrivi ancor questo, allegrati;
    ché più superba altezza
    al disonor del Gòlgota
    giammai non si chinò.
    Tu dalle stanche ceneri
    sperdi ogni ria parola:
    il Dio che atterra e suscita,
    che affanna e che consola,

    sulla deserta coltrice
    accanto a lui posò.”

    Il silenzio nella sala di presidenza si fece più fitto dell’ovatta. La mano a uncino sul mento, nascondendo in parte le labbra, il Preside mi guardava. Ero certa stesse sorridendo, ma ora la preoccupazione prendeva il sopravvento, cosa mai avrei detto a papà, come avrei potuto giustificare la mia ritrosia a recitare la poesia in classe durante l’interrogazione!

    Il Preside mi guardava e rimaneva zitto. Si rivolse al signor Luigi: “Luigi, accompagni la signorina a casa e riporti il libretto con la nota firmata da uno dei due genitori, la signorina è sospesa per cinque giorni, cinque, proprio come il titolo della poesia. Vezio, mi sa dire perché si è opposta alla professoressa di lettere?”

    “Signor Preside, mi si è bloccata la mente, avevo un pugno nello stomaco, pensavo al Manzoni e al Bonaparte, li vedevo, mi capisce? Mi perdoni, non glielo so spiegare...”

    Dissi mesta, e a capo chino guardai il pavimento.

    Presi la nota e la sospensione, mio padre non proferì parola, in quei cinque giorni mi portò in negozio con lui, fra un cliente che provava un abito e una mamma che comprava il corredo alla sua figliola, recitavo il “Cinque maggio” ad alta voce. Divenne il mantra di quel 1972.

    Non seppi mai cosa si dissero il preside e mio padre, ma so che di questo avvenimento ne parlarono molto durante i loro incontri di ex alunni del Liceo, forse loro avevano capito prima di me perché non am(av)o recitare poesie?

  • 13 dicembre 2019 alle ore 14:55
    Guardò il soffitto

    Come comincia: Comandava senza riflettere alle conseguenze. Adele impertinente rincorreva sogni che li viveva come se potesse affrontarli veramente la sua ossessione insistente si ripercuoteva fissata in un punto della mente. Appoggiata al cuscino guardò il soffitto le diede dei suggerimenti che si contorcevano su di essa e più pensava e peggio era. I tramonti l'accompagnavano sempre, ogni minuto un problema di quelli complicati senza provare una gioia immensa con molta leggerezza scrollandosi negatività, tutte quante, per ringraziare felicemente.
    In un contrasto di parole, i ricordi si assopivano, tenui come spine. Le offese subite, ciondolavano cadendo ad ogni passo sui bordi di vie pericolanti. Le pareti del cuore indurite adoravano la pioggia e il ticchettio delle gocce sui vetri. Com'era rilassante, sentirli, al posto delle voci del giorno. Nella sua vita c'era un segreto se lo portò appresso ma lo svelò. Un beneficio volle, che accadesse, il solo scopo di sapere che tutti potessero sapere anche famiglie non toccate e forse consapevoli, responsabili, di non aver detto, quel nuocere distruttivo posto ai lati delle stanze dai muri spessi ed uno sottile. Molta falsità traspariva. Rispose attaccata al telefono, con il filo in mano. Cercava di apprendere spiegazioni vane nessuna verità a galla venì.
    Lesse lettere, in alcuni pezzi si soffermò, osservando certe frasi che le fecero comprendere cose sfuggite lasciate a macerare, che prendessero forma, riciclandole. Conveniva a cervelli non curanti, di proseguire e spartirsi torte farcite buonissime lasciandone di vuote, al meno, arioso, che tante porte per lui rimasero ben salde ma rivolte ad un cielo nebuloso tratto da un'immagine dal battito violento, preso dalla scossa rumorosa, con brividi inespressivi.
    Una frase trovò, in una lettera, nella quinta riga. Quella capii, che era la chiave giusta. Le fornii alibi, vicini alla verità, illuminandole la traiettoria. Percorreva via via, momenti sepolti e mai visti conoscendoli solamente per sentito dire, nel cammino di camini accesi di giorno messi ogni tanto a dormire immersi nel silenzio fluttuante di un'alba gelosa di lei, rincorsa dall'aria indispettita, a volte pungente, nel sogno di domani, sognandolo splendido, con essenza, di rose profumate

  • 10 dicembre 2019 alle ore 21:50
    Precipizio.

    Come comincia:      
     
    "Si sta consumando lentamente", dico con una voce appena sussurrata a questa nostra vicina di casa che oggi è passata a vedere come possono andare le cose dopo il lungo periodo di ospedalizzazione di mia moglie. "D'improvviso tutto diventa una sciocchezza, al confronto”, le dico; “ed in certi momenti sembrano venire a mancare perfino le forze per continuare ad andare  ancora avanti". Non voglio commuovermi, penso trattenendomi, anche se ne avrei una gran voglia. D’altra parte appare evidente come tutto quello che era l’andamento normale di una casa, di una famiglia, di tutte le abitudini consumate nel giro di tanti anni, degli stessi comportamenti maturati tra noi due, ed anche quei semplici pensieri messi a punto giorno dopo giorno come una vera strategia di esistenza, adesso siano completamente infranti, finiti, spazzati via da qualcosa che è come un incubo a cui però non resta che adattarsi. La vicina mi stringe la mano senza parlare, e poi se ne va, mesta, triste, come già si immaginava di dover essere, fin dal momento in cui aveva suonato il campanello alla porta.
    Resto da solo a guardare gli oggetti di sempre, nel silenzio dell’appartamento ammalato, foderato di un sottile dolore che non c’era fino a qualche settimana più addietro, e che adesso è diventato l’elemento più forte, più invadente, prevaricatore di ogni altro aspetto. Mi guardo attorno, ed anche se niente è stato cambiato o spostato, tutto comunque ha ormai assunto una colorazione diversa e uniforme, come a mostrare una patina di irrealtà purtroppo vera. Preparo del caffè, controllo le scatole dei medicinali in primo piano, guardo l’orologio da muro inflessibile, mi dedico a togliere della polvere immaginaria da sopra il piano della credenza in cucina, tanto per occupare le mani e la testa in una sciocchezza qualsiasi, qualcosa che mi riporti a dei gesti consunti, usuali, e verso quella normalità per cui adesso pagherei qualsiasi cifra.
    La sospensione che avverto è pressoché insopportabile. Il mio respiro, le mie dita, il passato che torna prepotente a dirmi com'erano le giornate soltanto l'anno scorso, o quello prima, o durante un tempo che nei pensieri diventa lungo e indefinito, per certi versi: tutto adesso mi arriva addosso insopportabilmente, proprio come un corpo estraneo e nemico in mezzo ad un organismo ancora vivo. Questa forse la sensazione più forte, quella di affrontare i prossimi giorni e le prossime ore con la coscienza che tutto sarà caratterizzato da attimi differenti, e che si dovrà modificare leggermente tutto il percorso, a seconda dei passi successivi che il male richiede. Infine torno in camera da letto, e lei è lì: apre gli occhi, mi guarda, sa cosa penso, conosce benissimo cosa io possa avere in mente durante questi momenti. Io la guardo, sorrido, dico qualche sciocchezza, anche se è soltanto una maschera di cortesia, e lei distoglie lo sguardo quasi cercando di nascondere il pallore oramai assunto dalla sua faccia.
    “Mi dispiace”, dice poi con grande presenza di sé, forse vergognandosi per la situazione che è andata così rapidamente franando. Le prendo una mano, vorrei dirle chissà cosa, ma non ha alcuna importanza: sono qui, penso; sarò con te quando le cose precipiteranno.
     
    Bruno Magnolfi

  • 08 dicembre 2019 alle ore 9:04
    uscita d'emergenza

    Come comincia: La pioggia cadeva ininterrotta da giorni. Ora fitta, sottile e di sbieco, stirata dal vento, ora con gocce grosse e grevi che si schiantavano al suolo in fiotti sfavillanti, oppure con scrosci imperiosi, rovesci irruenti che impedivano alla gente di poter fare qualsiasi cosa. Buda, dunque, da sempre adusta, si fermò attonita e depressa, in fremente attesa  che il cielo plumbeo sparisse e scaricasse altrove la sua pancia gonfia d'acqua, magari a San Antonio o in quel di Galveston, dove tutta quella gente con la puzza sotto al naso ne avrebbe giovato.

    Jane, appostata dietro la finestra, approfittò immediatamente del riprender fiato dei nembi e, sotto una pioggerella innocua, raggiunse in fretta il bar all'angolo. Da troppo era chiusa in casa, anche per una solitaria come lei: doveva rientrare nello spazio dell'umanità.  Ma, tranne il barista appisolato sul bancone, la porta le spalancò il nulla, il niente: il bar era completamente deserto. 

    Purtuttavia non tornò indietro anzi, con un contento disappunto, prese posto al tavolino dietro la vetrata, in modo da poter osservare la strada e la pioggia che, nel frattempo, aveva ripreso a scrosciare con rinnovato vigore.

    Niente, dunque, come al solito.

    Niente oltre la soglia del suo matrimonio, niente dietro le porte dei vari maschi incrociati dopo, e niente dietro la porta della sua famiglia. Niente neppure oltre i paraventi degli amici,  e meno di niente oltre le sgangherate porte dei colleghi, del lavoro. 

    Aveva ormai perso il conto di quante volte era entrata ed uscita dal niente, sempre sorretta e sospinta dal "non può essere". Sino a che non aveva imboccato una delle due uscite d'emergenza possibili: la solitudine. L'altra, quella del niente di niente, pur spalancata e invitante, l'avrebbe evitata. 

    E la scelta sembrava essersi rivelata fruttuosa poiché da quando aveva intrapreso il romitaggio aveva ritrovato tutto. Tutto quello che aveva perso, o le era stato rubato o a cui aveva rinunciato, nel nome del "s'è fatto sempre così" e di "così va il mondo". L'aver accettato supinamente regole e consuetudini, pensieri preconfezionati e azioni telecomandate, ne aveva abbrutito l'essenza sin quasi a convenire di chiudersi la porta alle spalle, e far finta di niente. Stritolata dalle catene delle sopraffazioni, delle contraffazioni e delle mistificazioni s'era dovuta adeguare per non perire e, dunque, ne era diventata ingranaggio consapevole. Anonima porzione del grande e immarcescibile gioco delle parti, dove ciascuno non è mai quel che sembra. Dove menzogne, ipocrisia e avidità lubrificano in continuazione la giostra. Che corre, corre sempre, per non andare da nessuna parte.

    Nonostante ciò, però, nonostante stesse bene da sola, e isolata, ogni tanto sentiva imperioso il bisogno di parlare e di essere ascoltata, di essere toccata, abbracciata. A stento resistendo all'impulso di rimettersi nel gioco, di lasciarsi andare.

    Il fragore di un tuono sorprese il barista nel più bello del sonno, sancendone la fine. Assodato che ebbe l'assenza di avventori, nel persistere del fortunale, l'uomo chiuse i battenti senza pensarci su due volte. Jane rimase, così, l'intera notte a frugare freneticamente nella pioggia, come se in qualche goccia potesse scovare il segreto della felicità.