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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • sabato alle ore 13:48
    Collina "81"

    Come comincia:  Collina "81", sul promontorio della paura: guarda sempre di sbiego il sole e fa l'occhiolino - a volte - alla luna ed alle stelle. La notte è stata lunga, nelle trincee l'inferno: i cannoni han lavorato sodo creando ovunque danni, squarciandolo quel cielo tutt'intorno a più non posso; martoriandolo all'infinito e seminando morte...Il rumore assordante delle cannonate e i colpi degli obici da quattrocento hanno rotto i timpani del tenente Krauss. Soffia un vento gelido, adesso: il silenzio fa paura, più delle bombe! Ma un giorno i prati torneranno in fiore e le madri e i padri potranno piangere così i loro figli nelle pianure.

    Taranto, 5 dicembre 2019.

  • 02 dicembre alle ore 9:37
    ALBERTO E GENÉVIÈNNE (TERZA PARTE)

    Come comincia: Ge: "Non capisco un'acca, non
    conosco il latino." "Ti tradurrò tutto ma come ricompensa..." "Niente
    ricompense per ora, ho capito dove vuoi arrivare, l'uso dell'argenteria
    te la devi conquistare! Traduci." "Lollo deve baciare il buchino davanti
    di Dorella e Tindaro quello dietro." Dorella: "Nunc fellatio at ordo,
    membrum plus parvus esse secundus in ludis, Lollo super tabula femur
    manifesta: lingo tergas, lingopilas, lingofallum." "Vai con la
    traduzione e non fartelo ripetere." ""Dorella sta leccando il culo, le
    palle e il pisello di entrambi, a turno, beati loro!" "Non è il momento
    di farti venire le voglie, voglio partecipare alla loro orgia." Dorella:
    "Lollo fallum bene erectus. Tindaro fallum parvus erectus, experio
    secare... fallum semper parvus erectus, experio ex novo lingere.""Lollo
    ce l'ha ben duro, quello di Tindaro, malgrado l'impegno di Dorella con
    la lingua e con le mani resta moscio, Dorella prova di nuovo a
    leccarglielo."Dorella: "Tindaro experiore con manu te ipsum dum osculor
    in ore Lollo." "Tindaro deve provare con la sue mani a farselo diventare
    duro mentre Dorella bacia in bocca Lollo." Dorella: "Res sic stantibus,
    copulo cum Lollo, expero spectandum membrum ferreus fit." "Dato che
    Tindaro l'ha tuttora mezzo moscio, Dorella si mette a scopare con Lollo
    sperando che guardandoli a Tindaro diventi duro." Dorella: "Esperioremus
    cum Lollo qui debet sugare membrum Tindaro." "Dorella cerca in tutti i
    modi di far diventare duro il coso di Tindaro, ha dato ordine a Lollo di
    succhiarglielo." Ge:"Non ricordo che in passato Tindaro abbia avuto con
    me delle défaillances..." Dorella: "Medicina efficax fuit, Tindaro
    concitatus est et potest irrumpere in mea vulva dum capio status ovis."
    "A Tindaro è diventato duro e può scoparsi Dorella che si è messa alla
    pecorina." Dorella: "Tindaro emergi da mea vulva ut facere intromittere
    Lollo." "Ha ordinato a Tindaro di mettersi da parte per far entrare in
    fica Lollo." Dorella: "Nunc collocatio mea vulva super membrum Tindaro e
    membrum Lollo debet irrumpere in mea terga." "La cosa si fa più
    interessante e fantasiosa: Tindaro si deve infilare nella fica e Lollo
    in culo, doppio gusto, mai provato?" Ge: "No, oltre te dovrei trovare
    una persona speciale, sono di gusti difficili." Dorella: "Volo mutare,
    Tindaro cun suo penis in terga Lollo et Lollo in mea vulva." "Tindaro si
    deve inchiappettareb Lollo che dve entrare in fica." Tindaro: "Non so
    se ci riesco." Dorella: "Si vis gaudere intra mea vulva aut intra in mea
    terga obedi!" "Se Tindaro vuol godere in fica o in culo di Dorella deve
    ubbidire." Tindaro: "Se Lollo me lo lecca diventa duro." Dorella:
    "Lollo obedi." "Hai capito, a tuo marito, diventa duro solo se glielo
    lecca Lollo." Dorella: "Duratio perfetta, intromissionis in terga Lollo
    magna cum suavitate." "Cazzo di Tindaro perfettamente duro, deve
    metterlo in culo a Lollo con delicatezza." In sottofondo gemiti di
    piacere. Dorella: "Tindaro non debebat gaudere, ob pena sugas Lollo
    usque suum gaudium in tua ore." "Tindaro non doveva godere, per
    punizione deve far godere Lollo nella sua bocca, cattivella la fidanzata
    di tuo marito!" "Se piace a loro, ma sentiamo il finale." Dorella: Volo
    gaudere magnopere, at ordo volo antea gaudere cum cunnilingus et postea
    con fallum at ordo usque mea perfecta satisfatis." " Dorella vuol farsi
    una goderecciata planetaria, ha ordinato ai due di leccarla e di
    infilargliela a turno sino a completa sua soddisfazione, i risultati li
    senti..." Ge aveva spento il ricevitore e guardava Gi con aria
    interrogativa:"Stai pensando tu la stessa cosa?" "Si ma come trio mi
    andrebbero due femminucce." "Furbacchione niente da fare, ed ora a cena,
    cos'hai di buono?" "A Nadia ho detto che questa sera avevo compagnia,
    andiamo a scoprire la sua valitudine nell'arte culinaria." "Non è che te
    la sei fatta?" "Solo un pompino, una volta." "Cazzo ti dai pure agli
    amori ancillari!" "Senti vergine delle rocce a te non è mai capitato
    qualcosa di simile?" "Te lo racconto un'altra volta, andiamo ad aprire
    il forno... caspita coniglio con peperoni e olive greche, piccioni
    ripieni, contorni: rucola con scaglie di parmigiano, verdura amara di
    montagna, cetrioli, carote senza buccia ma interi, Nadia fa pure la
    spiritosa, forse pensa che sia come Lollo e Tindaro." "Va bene non sei
    un culattone, va a prendere del vino, se penso al mio Amarone..." "Ho la
    Lacrima di Morro d'Alba, ti piacerà." "Buonissima cena, devo fare i
    complimenti a Nadia, la frutta... cazzo sta ucraina m'ha preso di nuovo
    per il cuolo, ananas interi con un buco al centro." "Te lo faccio venire
    duro, vediamo se c'entra." Slam, slam, slam. "Prova ad infilarlo
    nell'ananas... non c'entra." "Dirò a Nadia, la prossima volta, di
    praticare un foro più largo, intanto succhiamelo ancora." "O si mangia o
    si scopa, si mangia!" Per ultimo una baretta di cioccolato amaro. Sul
    divano abbracciati: "Mai provato la sensazione piacevole di un bacio al
    cioccolato, ora voglio raccontarti una mia avventura particolare. Come
    ti dicevo mio padre era capo stazione a Basilea; una sera lo incontrai
    in compagnia di una ragazza circa della mia età. Quando mi vide si
    arrabbiò ingiungendomi di non dir nulla a mia madre; tornai a casa
    amareggiata e decisi di allontanarmi dalla mia abitazione. Quale figlia
    di appartenente alle ferrovie, avevo diritto di poter fruire di viaggi
    gratis sino a duemila chilometri all'anno e così decisi di imbarcarmi
    sul primo treno trovato in stazione. Era sera, in partenza sul primo
    binario c'era un treno con cuccette, il conduttore mi disse che ce n'era
    una libera, tutte le altre erano occupate dai componenti di una squadra
    di rugby, se mi andava bene... D'istinto decisi di accettare, non
    pensavo di correre alcun pericolo, i giocatori di rugby sono conosciuti
    per la loro serietà e per la loro lealtà sia in campo che fuori, certo
    la loro stazza... L'addetto al wagon lit aprì la porta delllo
    scopartimento immerso nel buio appena rischiarato da una debole luce di
    cortesia, mi arrampicai sulla scaletta posta al centro e mi issai sulla
    cuccetta superiore sinistra, restai vestita in minigonna e giubbino. Nel
    frattempo il treno si era messo in moto e non feci caso al rumore della
    scaletta che veniva spostata; poco dopo sentii il calore di una manona
    che lentamente guadagnava l'interno delle mie cosce. Decisi di starci,
    mai conosciuto un giovanotto muscoloso che speravo anche ben dotato. La
    mia passività indusse il giovane a farsi più intraprendente e poco dopo
    me lo trovai nella mia cuccetta, delicatamente mi sfilò le mutndine e
    cercò di infilarmelo ma benchè agisse delicatamente, mi fece male. Lo
    alliontanai con la mano, lui capì e prese a baciarmi la cosina e poco
    dopo godei a lungo. Il cotale, visti sparire i miei spasmi tornò alla
    carica e questa volta non ebbe difficoltà, la mia tata era pronta ad
    accoglierlo. Data la giovane età godè in breve tempo, restò un pò dentro
    di me, non mi dispiceva rimanere in quella posizione, dopo poco tempo
    si ritirò. In verità ero insoddisfatta, pensavo ad una notte di fuoco...
    ma presto la delusione fece posto a una piacevole sorpresa, un altro
    giocatore di rugby prese il posto del suo collega e, benchè anche lui
    ben dotato, entrò facilmente nella mia cosina scivolando nella
    visocosità lasciata dal suo collega. Anche lui fu piuttosto veloce e
    scese dalla mia cuccetta per lasciare il posto al terzo ed ultimo
    giocatore. Stessa scena ma alla fine mi sentivo frustrata, sti ragazzoni
    avevano poca resistenza in campo sessuale, mi era rimasta addosso il
    loro piacevole effluvio di mascolinità. Mi era girata su un fianco in
    attesa del buon Morfeo quando sentii la solita manona che mi rigirava ma
    da dove compariva il quarto? Capii che era il
    primo evidentemente insoddisfatto della antecedente prestazione. La cosa
    durò più a lungo dei precedenti con grande goduria della mia beneamata.
    Ci furono varie altre prestazioni da parte dei rugbisti che persi il
    conto. sinchè la mia gatta, indolenzita, rifiutò di farsi ulteriormente
    penetare. Chiesi in prestito un  asciugamano per pulire la mia cosina
    completamente allagata. Dopo la pugna un sonno ristoratore come gli
    antichi soldati greci dopo la battaglia. Quando mi svegliai lo
    scompartimento era vuoto, pensai che fossero scesi in una stazione, il
    treno era ancora in moto. Mi recai al vagone ristorante per far
    colazione e, sorpresa sorpresa, vidi tutta la squadra alle prese con
    caffellatte e pasticcini. Non so quale folletto mi spinse a cercare di
    riconoscere i miei trapanatori, pensai di averli individuati in tre che
    occupavano un tavolino in fondo al vagone, con notevole faccia tosta mi
    sedetti al loro tavolo. Espressione attonita da parte degli interessati
    che mi guardavano perplessi e intimiditi; erano tutti e tre biondi,
    mascelle larghe, occhi azzurri, capelli biondi tipici della razza
    ariana, sarennero piaciuti a Hitler, sicuramente parlavano tedesco e in
    questa lingua chiesi loro di procurarmi caffellatte e cornetti. Si
    alzarono all'unisono e sparirono dalla mia vista, pensavo che avessero
    preferito andarsene insalutato ospite invece si presentarono con un
    vassoio pieno di strudel, cornetti, diplomatici oltre che con un bricco
    di caffellatte. Erano notevolmente cambiati, sorridenti mi biaciarono a
    turno la mano e si sedettero mentre io davo l'assalto un pò a tutto, la
    notte godereccia mia aveva procurato un noteviole appetito, dovevo
    riprendere le forze. Restammo seduti sino a quando i tre mi dissero che
    stavano per giungere a destinazione, mi baciariono sulle guance seguiti
    dagli sguardi interrogativi e sicuramente invidiosi dei loro colleghi,
    indubbiamente in seguito li avrebbero messi al corrente della loro
    avventura. Alla fermata successiva scesi dal treno, andai in una
    farmacia e acquistai una pomata per lenire l'arrossamento della mia
    cosina, me l'avevano prorpio sconquassata! Ritornai in stazione ed
    aspettai un treno che mi riportasse a Basilea. Ai miei genitori dissi
    che ero andata a trovare un'amica, guardai negli occhi mio padre e gli
    feci capire che mi sarei fatta i fatti miei, in fondo era anche 'merito'
    suo se avevo potutto godere quell'avventura particolare e piacevole."
    "Sei una porcona matricolata ma spero che non farai paragoni di
    volatili, il mio deve essere decisamente più modesto." "Il tuo va
    benissimo, funziona perfettamente e poi... è il tuo." "Non sappiamo nel
    frattempo il finale del banchetto, hai chiuso il collegamento." "Vado a
    vedere se nel parcheggio c'è ancora la macchina di Dorella... è andata
    via, rientro a casa, bacione della buona notte." "Non è che tu sia molto
    generosa..." "Per stasera va bene così, 'Traduzione mi ha creato uno
    svuotamento mentale, buonanotte." "Notte". Quale buonanotte, se Ge si
    era svuotata mentalmente, Al si era caricato sessualmente e giaceva sul
    letto guardando imbambolato 'ciccio' anche lui perplesso e sull'attenti.
    Solo all'alba un pietoso Morfeo decise di prendere fra le sue braccia
    il povero affranto Al. Il risveglio fu causato dal rumore di una porta
    sbattuta. Nadia si era trovata Al fra i piedi ed in tale modo aveva
    dimostrato il suo disappunto e l'invito di levarsi dalle balle; niente
    da fare Al ce l'aveva col mondo ed anche con quella incolpevole 'pulisci
    cessi'. Questo pensiero ingiurioso fece tornare Al alla realtà,
    normalmente non avrebbe mai offeso Nadia anzi apprezzava molto i suoi
    sacrifici per far studiare i figli e l'essere lontana dalla sua terra.
    si diede ancora dello stronzo ed andò a trovare l'affaccendata ucraina
    alle prese con la lavastoviglie. Sorriso accarrivante che Nadia
    interpretò come resa incondizionata e conseguente uscita di casa. "Nadia
    scusami, non mi sento bene, preferisco non uscire, mi sposterò a una
    stanza all'altra mentre tu lavori." "Penso che il signorino avrà
    apprezzato le cena che ha condiviso con una gentile signora o signorina
    visto il rossetto che ho trovato su un bicchiere!" "Nadia hai meritato i
    nostri complimenti anche se non abbiamo compreso la curiosa
    preparazione dell'ananas." "È una consuetudine ucraina..." "Una
    consuetudine zozzona!" "Onni soi qui mal y pense." "Cazzo questa conosce
    pure il francese e mi prende bellamente per i fondelli, mi sta bene la
    battuta romana 'prendi e porta a casa!' Nadia sono nel salone, ti faccio
    sentire una musica allegra." Quale musica allegra, Al le aveva
    mollato la marcia funebre di Mozart. "La marcia funebre di Mozart non
    migliorerà il suo cattivo umore dovuto forse alla bufera che si sta
    avvicinando o a qualcosa che ieri sera è andato storto..." "Nadia ti
    offendi se ti dico di farti i cosi tuoi!"Al andò ad alzare la serranda
    del salone. Effettivamente un temporale era in arrivo, il forte vento
    piegava i rami degli alberi, dalla Calabria si stavano avvicinando
    grossi nuvoloni neri carichi di pioggia, qualche lampo lontano, non se
    ne parlava proprio di uscire. Nadia si presentò al cospetto di Al:
    "Signorino ho trovato questo biglietto sotto la porta d'ingresso, ce lo
    devono aver messo da poco, quando son venuta non c'era, non l'ho
    aperto." Figurarsi se quell'impicciona non l'aveva letto. "Caro sento il
    bisogno di allontanarmi un pò da Messina, stanotte ho avuto una crisi
    ma non so spiegarti di che si tratta o forse lo so... in ogni caso
    preferisco star sola." Inutile rifugiarsi nel luogo comune 'chi le
    capisce le donne'. Ge non era una donna banale e allora...Gi aprì la
    porta finestra, il posto macchina di Ge era vuoto. Gi allora decise di
    uscire di casa, niente barba, niente doccia, niente vestiti solo una
    tuta da ginnastica. Giunse frastornato a piazza Cairoli, poca gente in
    strada, rari pedoni alle prese con ombrelli diventati paracadute
    all'incontrario, quasi tutti rifugiati nei negozi o nei bar. Gi era
    vicino alla rivendita di giornali dell'amico Nino ma preferì andare in
    un'altra edicola, il suo aspetto non era dei migliori e non aveva voglia
    di sopportare le inevitabili battute salaci del suo amico giornalaio.
    'La Gazzetta del Sud' riportava le solite notizie spiacevoli: incidenti
    stradali con morti e feriti, arresti delle forze dell'ordine di
    spacciatori di droga, un latitante di grosso calibro arrestato dopo
    lunghi indagini, politici che se ne dicevano di tutti i colori per 'il
    bene della città'. L'unica pagina distentiva era un'allegato dedicato
    agli studenti delle elementari, bellissimi ed ingenui disegni e le
    letterine degli scolari. Queste immagini lo portarono a rivolgersi una
    domanda alla quale in passato non aveva saputo dare una risposta:
    sarebbe stato un buon padre o, preso da problemi personali, avrebbe
    lasciato alla madre l'incombenza della educazione dei figli? Doveva
    essere proprio a terra per riproporsi una simile domanda tanto
    impegnativa quanto senza risposta. Al rientro a casa non trovò Nadia che
    gli aveva preparato un risotto con sugo di pesce e, per secondo,
    salmone con contorni di verdure e, in bella mostra, un secchiello con
    ghiaccio con una bottiglia di 'Verdicchio', niente ananas con buco al
    centro. Messo a tacere l'appetito, Al si distese sull'amico divano con
    le braccia incrociate dietro la testa, la sua posizione preferita per
    cogitare: a mente serena non riusciva a trovare una motivazione
    dell'allontanamente di Ge, sicuramente non era un problema col marito,
    ognuno viveva la propria vita. Qui si fermava la diesamina, inutile
    spingersi oltre per trovare una motivazione plausibile. Cavolo non aveva
    pensato al telefonino: 'Risponde la segreteria telefonica del numero
    ... lasciate un messaggio dopo il segnale acustico.' Chiaramente Ge non
    voleva avere rapporti con lui, che fare? Dopo lunga meditazione Al
    ritenne che la cosa migliore fosse lasciare un messaggio nella
    segreteria telefonica non chiedendo spiegazioni ma effettuando una
    cronaca dell'andamento di casa sua: "Cara come stai, qui il tempo è
    maledetto e m'impone una prigionia forzata con grande irritazione di
    Nadia, 'ciccio' è molto affranto e riposa nella sua cuccia, non ci sono
    novità, ti chiamerò domani, un bacione." "Oggi mi sento meno triste
    forse anche per merito del tempo che è notevolmente migliorato. Per
    quanto riguarda casa tua devo comunicarti che il tuo allontanamento è
    stato ben accetto dalla banda che da tre è aumentata a quattro perchè,
    penso, si sia aggiunto Cocò quel tale titolare del ristorante che aveva
    fornito la mangiatoria a Tindaro, a Dorella ed a Lollo nel loro primo
    incontro-orgia. È in tipo magro, alto, molto elegante da quello che ho
    potutto vedere dallo spioncino della mia porta d'ingresso. Se avessi
    lasciato le microspie in funzione avrei potutto riferirti qualche
    passaggio interessante delle loro...conversazioni, solito bacione."
    "Oggi Nadia mi guarda in maniera strana, forse ha intuito qualcosa della
    nostra relazione e si domanda il perchè della tua lontananza (non è la
    sola). Io non  frequento più gli amici, ho cambiato giornalaio per non
    subire domande imbarazzanti sul mio aspetto fisico non proprio al top,
    che altro dirti, bacioni." "Amore non tengo più il conto dei giorni che
    son passati, la domanda è sempre la stessa: perchè? Se hai preso questa
    decisione avrai avuto i tuoi buoni motivi, vorrei che...che vorrei?
    Averti di nuovo fra le mie braccia!" Al aveva deciso di non inviare più
    sms a Ge, non era sicuro che li leggesse, forse suo marito sapeva
    qualcosa, avrebbe potutto chiedergli... la disperazione porta a pensare
    soluzioni inopportune e sciocche, ufficilamente non lo conosceva
    nemmeno. Dopo due giorni, di notte squillò il telefono di casa:
    "pronto": Dalla'ltro lato un suono di pianto, un pianto sempre più
    fporte.irrefrenabile, non poteva che essere Ge, infine la sua voce: "Ci
    sei?" Con la maggior indifferenza possibile Al: "Certo che son qui, mi
    hai svegliato, non potevi telefonarmi in un'ora meno antelucana!" Al
    cercava di sdrammatizzare. "Brutto maiale, io manco di casa venti giorni
    e tu fai il sostenuto, ho fatto male a chiamarti, sei un maledetto, ti
    odio!" "Pure io, non voglio farti domande ovvie, dimmi dove sei e se
    vuoi che ti raggiunga." "Non vorrei ma è più forte di me, sono al 'Bed
    and Breakfast 'La Stalla' di Salvatore di Fitalia, non ho voglio di
    spiegarti dove si trova, guarda su internet." "Dato che ti trovi in una
    stalla, mi domando se devo portare il sacco a pelo ed il lume a gas."
    "Se fai ancora l'imbecille sparisco di qui e non mi faccio più trovare."
    "Se non accetti le mie battute sei proprio a terra, più o meno ho
    capito dov'è il posto, a presto." "Non spingere troppo
    sull'acceleratore, ora che ho deciso di rivcederti vorrei trovarti tutto
    intero, io starò ad aspettarti all'inizio della salita che porta al
    casolare." Valigia preparata in fretta, vestito sportivo, autostrada
    Messina - Palermo, uscita a Patti prosieguo in strade malagevoli
    seguendo le indicazioni stradali, infine la scritta 'Bed and breakfast
    La Stalla Km.1' Ispirazione di Al, fare gli ultimi cinquecento metri a
    piedi, sbucare all'improvviso per vedere le reazioni di Ge. Detto fatto,
    Jaguar posteggiata sotto una curva, ultimo tratto in salita, e che
    salita!. Giunto nelle vicinanze del casolare Al aveva la classica lingua
    di fuori.Scorse la conosciuta figura di Ge seduta su un masso, il viso
    appoggiato su una mano ed il gomito su una gamba, non l'aveva ancora
    notato. Quando Al si avvicinò, alzò solo lo sguardo, un'immagine
    spiacevole, era dimagrita, lo sguardo spento, nemmeno un 'ciao'.Ge si
    alzò, prese per mano Al, s'incamminarono per raggiungere l'abitazione,
    una ex fattoria rimodernata che di stalla non aveva che il nome.
    Passarono vicino alla piscina ovviamente vuota (era novembre) e si
    diressero verso una sala dove c'era una radio accesa che inviava musica
    country. "Vieni, sediamoci sul divano, è qui che passo la maggior parte
    del tempo quando le condizioni atmoferiche non mi permettono di andare a
    cavallo nei boschi." Stranamente Ge non guardava in faccia Al, che
    poteva aver combinato per sentirsi tanto in colpa? Mah. Si avvicinarono
    una signora sulla trentina, bruna, piccolina, sorridente seguita dal
    marito alto, panciuto e dall'espressione di figlio di puttana e lo
    dimostrò subito partendo all'attacco: "È suo padre?" "Potrebbe esserlo
    ma è solo il mio amante!" Gino e Carmelo, dopo una stretta di mano si
    allontanarono, avevano compreso che non era il caso di esagerare viste
    le espressioni contrariate dei due. "Vieni in canera mia, in questo
    momento non vi sono altri ospiti." "Bene, finalmente soli, mi sembra la
    classica situazione  di due novelli sposi alla prima notte di nozze."
    "Non ho nemmeno la forza di darti un pugno in faccia, te lo
    meriteresti!" Ge era distesa sul letto prona, non voleva farsi vedere in
    viso, forse piangeva. Al gli si mise accanto, un braccio intorno alle
    spalle. Restarono in questa posizione sin quando non giunse la voce di
    Carmelo: "L'amore fa venire fame, mia moglie ha preparato cose
    buonissime." Menù letto da Carmelo: - antipasti: peperoni arrosto,
    funghi e melanzane fritti, provola cotta alla brace; - primi piatti:
    bucatini al ragù, risotto ai funghi; - secondi piatti tutti cotti su un
    coppo: carne di struzzo, salsicce, filetto di maialino; - contorni:
    verdure di campagna,fagioli lessi, fave e piselli, patate fritte; -
    frutta: melograni, mele di montagana, pere. Un piatto con ingredienti
    genuini in città ve lo potete sognare!" Al: "Modestia decet puellas."
    "Il signore conosce il latino? Bene ci intenderemo in tale lingua." Ge:
    "Niente latino, ne abbiamo fatto una scorpacciata in altra occasione..."
    Carmelo: "Vedo con piacere che la signora si è ripresa, nei giorni
    passati non  ha mangiato quasi nulla e ci ha sempre deliziato con
    un'espressione da funerale, signor Alberto tutto merito suo!" "Carmelo
    vorrei darti del tu per poterti mandare a f....lo senza che tu ti
    offenda!" ""Permesso accordato, vado subito dove mi ha mandato!" Quella
    era la donna che Al preferiva, battagliera. Ge aveva 'ripreso le penne'
    ed aveva preso d'assalto i piatti che man mano venivano serviti a
    tavola, Gi pensò che nei giorni passati doveva aver soffeto la fame.
    Riempito il delizioso pancino Ge, dopo aver ringraziato sia Gina che
    Carmelo, chiese loro di sellare due cavalli per un giro nel bosco.
    "Genéviènne come cavaliere sono maldestro, ho paura di cadere e di
    rompermi la testa." "È proprio quello che desidero e che ti meriti,
    monta e seguimi, ormai conosco bene la zona." Ge aveva messo il cavallo
    al trotto, Al invece frenava il suo, già andare al passo per lui era
    abbastanza viste le asperità del terreno. "Cagone del c...o, fai alzare
    le chiappe al cavallo!" "Te lo puoi dimenticare anzi lo giro a torno
    indietro." Ge raggiune il suo amante, scese da cavallo, tirò giù dalla
    sella Al che si ritrovò disteso a terra quasi senza accorgersene. "Vedo
    che sei migliorata, non sei più pazza ma solo def..." Al non riuscì a
    finire la frase, Ge si era appropriata della sua bocca e lo baciava
    freneticamente. Finita la furia distruttrice ripresero fiato guardandosi
    negli occhi. "È troppo chiederti e soprattutto ottenere qualche
    spiegazione, una piccola piccola solo per capirci qualcosa dell tua
    fuga, ero fuori di testa, stavo quasi per telefonare a tuo marito per
    avere tue notizie." "Lui non sa nulla dove sono nè penso che gli
    interessi gran che. La mia diserzione, chiamiamola così,è dovuta ad una
    violenta reazione contro me stessa, ho provato un sentimento che non
    volevo accettare e che ha portato ad odiarmi, sai quanto sia importante
    per me la libertà, la mia ragione di vita, non accetto costrizioni di
    alcun genere e così piuttosto puerilmente sono fuggita quando ho
    scoperto di essermi innamorata di un essere esecrabile, me lo sogno, di
    notte mi abbraccio al cuscino pensando a lui... a te maledetto
    abominevole uomo!" Tutto ad un tratto il silenzio era sceso fra di loro,
    il canto degli uccelli appollaiati sugli alberi erano l'unico suono del
    bosco, Ge dopo la sofferta confessione, aveva poggiato la testa sul
    ventre di Al. Se da un lato si sentiva sollevato dall'altro era
    perplesso, che c'è di meglio di un sentimento che ti coinvolge tutto, al
    diavolo la libertà e le fregnate del genere! L'umidfità ed il freddo
    consigliarono ai due amanti di riprendere la via di casa ma i cavalli...
    si erano dimenticati di legarli ad un albero e gli interessati avevano
    ritenuto opportuno andar per i fatti loro. Una corsa verso l'alto,
    niente cavalli 

  • 30 dicembre 2018 alle ore 23:46
    Happy New Year

    Come comincia: Roberto: per quanto tu sia la persona che conosco da meno tempo, sei comunque uno di quegli amici su cui so di poter fare affidamento, e anche grazie a te piano piano sto imparando a tradurre la lingua più difficile e complicata di tutte: quella del cuore. Ti voglio bene.

    Antonio: ricordo ancora quando prima di conoscerti mi parlavano di te dicendo che eri identico a me, e in fondo non avevano tutti i torti. Adesso però sei cresciuto (un pochino ma meglio di niente) e anche io lo sono (un pochino), ma c’è una cosa in particolare che volevo dirti: il solo aver trovato la tua anima gemella mi ha [ri]dato la speranza che magari c’è anche la mia, chissà. Ti voglio bene.

    Luisa: le risate insieme a te sono state tra le migliori dell’anno, se non della mia vita. So di non averti sempre dimostrato quanto sei importante per me, so che a volte sembra che dò più importanza ad altri, ma la verità è che sei una delle mie amiche più strette, e ci tengo veramente un sacco a te. Grazie per avermi sostenuto nei momenti di difficoltà e per apprezzarmi per quello che sono. Ti voglio bene.

    Gab: ormai sarà quasi impossibile stupirti di nuovo, ma ci proverò lo stesso. Quando ci siamo conosciuti stavo tutto il tempo da solo, chiuso in me stesso, e dopo solo qualche giorno non solo ci siamo incontrati, ma mi hai fatto entrare nella tua vita e uscire dalla mia gabbia. Vero, non ero solo, però avevo paura di allargare i miei orizzonti a causa di troppe persone che mi hanno deluso. Non ti ringrazierò mai abbastanza per tutto quello che hai fatto e fai per me. Ti voglio bene.

  • 30 dicembre 2018 alle ore 9:56
    AMADOR SILVA L'ARGENTINO

    Come comincia: Amador Silva apparteneva alla quarta generazione di italiani emigrati in Argentina. Si poteva annoverare fra i più fortunati perché gli avi, succedutisi in  famiglia, erano  riusciti  ad acquistare terreni e fazendas nella Pampa, la regione più fertile. Trentacinquenne era l’ultimo rampollo dei Silva, di bell’aspetto, corporatura atletica aveva le caratteristiche fisiche  dei bruni italiani, caratteristiche che gli permettevano di ‘rimorchiare’ le migliori femminucce sul mercato, ovviamente senza mai maritarsi. Sin da giovanissimo era stato impiegato dai suoi genitori nei lavori dei campi che producevano frumento, mais, canna da zucchero ed erba medica, quest’ultima importante per  cibare la schiera di  animali che, d’inverno, venivano ricoverati nelle stalle inoltre, massima fortuna da quelle parti, un fiume attraversava le sue terre tutte intorno un pò aride per non parlare della produzione di un vino locale, di eccellente qualità dal nome un po’ ‘ecclesiastico’ di AVE. Ultima situazione fortunata, coltivava la terra con trattori provenienti dall’Italia mentre i granjeros lavoravano i terreni ancora con buoi ed aratri. Dai nonni aveva sentito dire che in Italia c’erano donne sofisticate, bellissime, di attrici di film, di varietà ed anche di posti di villeggiatura al mare dove le stesse mettevano in mostra  i loro corpi in costumi ridottissimi, talvolta anche senza reggiseni.  Amador, come tutti coloro che hanno ‘la pancia piena’ era scontento della vita che conduceva e pensò bene di fare un ‘salto’ in  Italia, per le sue attività non c’era problema. Il proprietario di un fondo vicino a lui gli faceva da sempre la corte’ affinché gli vendesse i suoi poderi; ad ogni sua richiesta aumentava la cifra da versargli, quando fu molto consistente Amador decise che era la volta buona, organizzò una cena presenti tutti i suoi dipendenti e comunicò loro la notizia della vendita facendo presente che Ciro,  l’acquirente, non avrebbe licenziato nessuno degli addetti ai lavori. Grande fu il dolore dei suoi parenti ma ormai Amador aveva deciso,  prese l’aereo che da Buenos Aires lo condusse in Italia, dopo un trasbordo a Milano (non c’era una linea diretta) giunse a Catania dove gli risiedevano dei lontani parenti. Aveva Inviato loro un telegramma preannunziando il suo arrivo alle 15 del  giorno successivo che cadeva di domenica.  Dall’aeroporto di ‘Fontanarossa’ in tassì giunse in via Paternò  sede dei i coniugi Rossi “Al citofono: “Sono Amador vostro lontano parente proveniente dall’Argentina.” Ci volle del tempo prima che il portone si aprisse. Messa la valigia in ascensore si ricordò che non gli avevano comunicato a che piano dovesse fermarsi e così iniziò dal quinto, erano al primo. Dovette suonare il campanello, si era spettato di trovare il portone aperto anzi ci volle del tempo prima che una scarmigliata signora si decidesse di farlo entrare. “Sono Amalia, i miei ancora dormono.” Come prima impressione…”Sono Amador, non vorrei avervi disturbato.” “Il sabato sera facciamo bisboccia e il giorno dopo ci alziamo tardi, accomodati in salotto.” Pian piano si presentarono i vari componenti della famiglia: il padre Melo (Carmelo) ed i figli Sandro (Alessandro) e  Saro (Rosario). I due giovani non fecero buona impressione  ad Amador, innanzi tutto avevano un taglio di capelli tutti rasati da una sola parte e poi indossavano un pigiama rosa! Il buon italo- argentino pensò che si doveva abituare alla differenza fra gli usi ed i costumi fra i due paesi. Di cena non se ne parlava proprio e Amador vista l’aria che tirava: prese l’iniziativa. “Ho visto una trattoria all’angolo della strada, siete tutti invitati a cenare.” Amalia: “Io e mio marito la domenica pranziamo tardi, vai pure tu con i  ragazzi. “ I giovani ci misero del tempo a presentarsi ma…come erano vestiti, qui non si trattava più di usi e costumi locali, in Argentina li avrebbero chiamati ‘Maricones’ ovvero homosexuales! Nei particolari: ‘abbondante’ camicia rosa con pantaloni  fino alla caviglia strettissimi e neri, un foulard al collo color lilla e scarpe bicolori bianche e rosa! I due evidentemente conosciuti nel locale  furono accolti con baci ed abbracci da parte del padrone che: “Sono ‘Chicca’ diminutivo di Francesco, che bel giovane dove l’avete trovato?” “È un nostro lontano parente proveniente dall’Argentina.” “Speriamo che ci resti tanti giorni, accomodatevi, per voi una cena speciale a base di cibi afrodisiaci, non che voi ne abbiate bisogno!” Aragoste, granseole, gamberi, scampi sparirono in  breve tempo dentro il ‘pancino’ dei quattro. “Ma vi pare che vi faccio pagare, offro io in onore di Amador, ha bello anche il nome!” Il ‘bello, sistemato nella camera degli ospiti, camera, era una specie di sgabuzzini senza bagno, deprimente. Amador al ristorante aveva notato la pubblicità del ‘Rifugio Sapienza’ sull’Etna. Detto fatto il giorno seguente prese in affitto una Fiat 595 Abarth e dopo circa due ore giunse sul posto, non molta neve ma uno spettacolo spettacoloso. Amador non aveva considerato la differenza di temperatura fra Catania e l’Etna e così fu costretto a restare dietro i vetri del bar a  guardare le varie compagnie di ragazzi e ragazze che scherzavano tirandosi palle di neve. Ad un certo punto il gioco si fece pesante ed un giovane schiaffeggiò una ragazza che si rifugiò nel bar piangendo. La baby era veramente una bellezza, alta, capelli corvini e forme che dentro il completo da sci si immaginavano favolose e allora…Dopo un po’ di tempo la ragazza era sempre seduta su uno sgabello vicino al bancone del bar, Amador pensò bene di approfittare dell’occasione e: “Le ci vorrebbe più che un fazzolettino un  fazzolettone, ha allagato il locale!” La ragazza si tolse di bocca la cannuccia con la quale stava sorbendo una Coca Cola, guardò in viso Amador, accettò un fazzoletto del giovane che seguitò: “Forse non è ben informata ma quella che sta bevendo è un ‘Junk drink’ come diciamo noi in Argentina prendendo in prestito il detto dall’inglese, insomma una bevanda spazzatura!” La ragazza abbozzò un sorriso: “Mi vergogno per lo spettacolo che ho dato ma per me è intollerabile che...lasciamo perdere, se non ho capito male lei è argentino che ci fa da queste parti?” “Sono venuto a conoscere lontani parenti che abitano a Catania, ho affittato una 595 Abarth, al mio paese correvo in pista con una vecchia Ferrari ma non sono Fangio.” “Parlando di auto m’è venuto in mente che sono a piedi, il mio fidanzato e meglio ex fidanzato mi ha dato in passaggio in macchina all’andata ma al ritorno…” “Per il ritorno ci pensa il qui presente Amador sempre che lei sia d’accordo.” “Lei mi ispira fiducia, è una stupidaggine che tutti gli uomini sono uguali, mi chiamo Marina anche se non so nuotare!” “Io sono un pesce nelle acque fluviali, venga in auto le darò un passaggio.” Mentre i due si appropinquavano alla 595 si avvicinò l’ex fidanzato che la insultò con aggettivi…poco carini. Amador,  forte della sua stazza gli diede una spinta che lo fece rotolare a terra ,  gli altri componenti della comitiva si misero a ridere, l’ex non doveva godere delle simpatie dei conoscenti. Durante il tragitto Etna – Catania Amador diede prova della sua abilità di pilota, un  vero uomo, Marina guardava il suo profilo affascinata. “Ho passato l’esame?” Solo un sorriso della ragazza. Dietro indicazioni della stessa, Amador fermò la macchina in Corso Italia, c’erano solo appartamenti di lusso. Immaginando le sensazioni di Amador, Marina: “Qui abitano solo persone abbienti, i miei hanno fatto fortuna in Brasile come i tuoi antenati in Argentina, ora si godono meritati agi, hanno una casa con quattro stanze,  le abitazioni più grandi costano un occhio della testa!” “Marina come mi presenti ai tuoi, non mi conoscono…” “Una soluzione, farci ospitare da una signora del mio stesso palazzo, è vedova ed i figli lavorano a Milano, mi vuole bene come una madre, non dirà nulla anzi…ha conosciuto il mio ex e più volte mi ha fatto capire che non era una persona di suo gradimento. I desideri dei miei genitori sono altri: diventare nonni ma…”  Gaia, questo il nome della vicina di casa di Marina li accolse ambedue con entusiasmo, finalmente…” Finalmente voleva dire una persona raccomandabile, abbracciò anche Amador che si commosse, capì cosa angustiava la signora: la solitudine. “Vi dovete accontentare di una cena frugale, io e Marina andiamo in cucina, tu Amador accendi la televisione.” Marina mise al corrente Gaia degli ultimi avvenimenti, Gaia sorrise: “Hai scaricato un pelandrone, a proposito stanotte dormirai da sola oppure…” “Col tuo permesso…oppure.”Gaia era stata modesta nel qualificare il suo ‘banchetto’, aveva svuotato sia il frigo che la dispensa, Amador aveva apprezzato soprattutto i vari ‘sott’olio’ che in Argentina non esistevano,  il pane integrale ed il vino Nerello Mascalese. “Vai piano col vino può fare brutti effetti…” Gaia aveva pronunziato un battuta che aveva fatto arrossire Marina, in quelle parole c’era un evidente sottofondo. “Telefono ai miei  che non rientro a casa stanotte.” La mamma: “Se ho capito bene sarai ospite di Gaia” .  La camera destinata ai due novelli ‘sposi’ era quella matrimoniale di Gaia che voleva che i due fossero  proprio agio, un solo problema: “Non ho il pigiama.” “Ti presterò uno dei miei figli.” Poco dopo una telefonata: “È tuo padre.” “Papà dimmi tutto.” “Volevo augurarti la buona notte.” Bugiardone, l’avo voleva essere sicuro che fosse a casa di Gaia e non con quel…’ Sistemati’ con bidet i relativi ‘gioielli’ , Amador sdraiato supino sul matrimoniale di Gaia pensò che la ‘cattiva nuotatrice’ si dedicasse come preliminari a ‘ciccio’ inalberato ’in sua ore’ mentre la baby non fu dello stesso parere e di sua mano lo indirizzò dentro la ‘deliziosa’. “Di solito…” A gesti: “Non parlare, Gaia potrebbe sentirci ed io mi vergogno un po’.” Amador si mise a ridere vedendo le smorfie della compagna di letto.  Amador  comprese  che a Gaia non piaceva avere la bocca piena di…e quindi aveva indirizzato ‘ciccio’ dentro la ‘gatta’, vogliosa di stare per molto tempo ‘impegnata’. E così fu, la baby superò in numero gli orgasmi di Amador  ma poi piano nell’orecchio del compagno, “Ho paura che mi si sia abbassata la pressione!”  Sempre a voce bassa il giovane: “Ti credo quante te ne sei fatte?” “Non fare il ragioniere, dormirò per ventiquattro ore” , si girò di spalle e cadde fra braccia di Morfeo. Era stata troppo ottimista, alle dieci Gaia bussò alla porta e si presentò con un vassoio pieno di cose ‘corroboranti’. “Amador per te uno zabaione di due uova, penso che ne abbia bisogno!” “No ti prego Gaia, lo zabaione no! è stato il mio incubo sino all’età di diciotto anni poi son riuscito a ‘scansarlo’ con la scusa di aver il fegato ingrossato. Mammina amareggiata e poco convinta aveva ritirato per sempre la bevanda,  per lei  io ero sempre bianco in viso…forse aveva ragione!” Ormai Amador era un inquilino fisso a casa di Gaia, capì che  si stava innamorando e fu invaso da una paura che non sapeva giustificare, forse i racconti di suoi amici che ‘c’erano cascati’ ed erano diventati esseri fragili dinanzi alla loro bella, fatto sta che: ”Signore, sono stato contattato da alcuni miei parenti di Roma, ho promesso loro di andarli a trovare, partirò domani.” Delusione da parte delle due, a  Marina addirittura vennero dei lucciconi delle agli occhi,  si rifugiò in bagno, ci volle del tempo prima che ‘riemergesse’ in salotto.  Gaia una sola frase: “Non farla soffrire se ritorni è per sempre, ricordatelo.” Amador consumò la cena con i due fratelli e col padrone del locale, stavolta pagò lui il conto. La mattina fu accompagnato alla stazione ferroviaria da Melo: Hai capito come sono i miei figli, tutti i due… non riesco ad accettare…Scusa il mio sfogo ma per me è un dolore costante.” Sotto la pensilina della stazione Termini c’era ad attenderlo un giovane rintracciato tramite cellulare.” Sei Amador? Sarà per noi un piacere ospitarti a casa nostra, io sono Alcide che vuol dire ‘forza’ non farci  caso, nella mia famiglia ci sono nomi fuori del comune ereditati da nonni e zii abbienti per cui…seguitando mio padre è Acazio, non ridere, vuol dire ‘il signore tiene’, non si sa che cosa e poi mia madre Angelica, ti accorgerai subito che è un nome che non le si addice,  Daniele vuol dire ‘il mio giudice è Dio’, gli sta a pennello, è prete con le gonne ma lui ama quelle femminili e per ultimo Angelo il ‘piccolo di casa’  un errore di calcolo dei miei genitori, un rompiballe, se ne approfitta perché nessuno osa contraddirlo, ha dodici anni e poi le mie sorelle Bruna e Donata, la prima bionda e la seconda mora, finita la presentazione. Ti sto conducendo a casa nostra in via Ciamicin alla Tiburtina, una villa isolata ereditata dal nonno Alcide, io e le mie sorelle frequentiamo l’Università, siamo l’orgoglio di nostro padre che, da semplice muratore,è diventato un ‘palazzinaro’ conosciuto e ricco. Eccoci arrivati.” Amador fu colpito dalla ‘maestà della villa, sicuramente era stata la dimora di qualche nobile. Era domenica, tutti i componenti erano a casa, il pranzo domenicale era ‘sacro’. Amador fu accolto con affetto da tutti, Angelo dimostrò subito la sua natura: “Pensavo che gli argentini fossero più alti, tu…” Nessuno fece caso alle parole del ‘piccolo di casa’. Mamma Angelica, si presentò con un menù classico romano: ‘Bucatini alla Amatriciana, e poi tanti secondi: trippa alla romana, coda alla vaccinara, abbacchio e poi carciofi alla Giuda, broccoli verdi ed infine ananas per digerire quel popò di cibo oltre al caffè ed allo ammazza (poverino) caffè. La sera, era sabato,  tutti a divertirsi: Acazio, Angelica,  Angelo ed Alcide in un circolo privato, il papà per il pokerino con gli amici, la mamma ed il figlio più grande in sala da ballo, Angelo in un locale riservato ai più giovani. Musica romantica in sala  dove mammina ed il figlio più grande più che a ballare erano dediti a ‘rimorchiare.’ Amador , dietro suggerimento di Bruna e di Donata si recò in un locale trendy dove sovrana era la musica techno ad altissimo volume. Spesso maschietti e femminucce si ‘ritiravano’ in bagno per farsi delle canne che, assieme a fiumi di alcool  mandavano tutti fuori di testa. Amador vide ritornare in sala le due sorelle praticamente ‘groggy’ sorrette da due giovani anche loro su quella via. Amador turbato da quella scena che non  si aspettava, diede la mancia a due camerieri per accompagnare le ragazze nella loro macchina, una Volkswagen Up  a quattro sportelli per fortuna munita di navigatore satellitare che permise al giovane di trovare la via  di casa. Mettere a letto Bruna e Donata fu per l’argentino un’impresa, era nauseato di quello che aveva visto.  Acazio, Alcide, Angelo ed Angelica tornarono insieme on la Golf del padre, la madre aveva il trucco fuori posto e la mancanza di reggiseno metteva in parte in mostra due tette ben fornite. la ‘piccola peste’ si avvicinò ad Amador: “Non giudicare male mia madre, è la vittima in questa famiglia di debosciati, è quella che manda avanti la ‘baracca’, buona notte.” Quella frase commosse Amador, non si aspettava tanto amor filiale che  lo portò a fare un confronto con Marina ragazza in fondo pudica. Lo prese  una gran nostalgia…e, more solito prese una decisione immediata, ritornare a Catania. Fu accompagnato in stazione da un imperturbabile Acazio che doveva essere abituato quelle scene familiari. Un rapido saluto, finalmente lontano dai casini e…Durante il tragitto in treno prese contatti con Gaia comunicandole l’ora del suo arrivo in stazione. La signora lo andò a rilevare con la sua Cinquecento, dopo una cena con i fiocchi al telefono: Sono Gaia puoi dire a tua figlia Marina che è invitata a casa mia, grazie.” Amador ebbe l’idea di mettere all’ingresso la sua valigia, voleva far sospettare alla ragazza la sua presenza,non voleva che presentandosi di colpo dinanzi a lei Marina  potesse avere uno ‘sturbo’. Ci riuscì solo in parte, Marina vedendolo si mise a piangere e, non previsto, mollò un ceffone all’ormai fidanzato il quale: “Mi aspettavo un’accoglienza migliore, penso che sia meglio che ritorni in  Argentina con le solite ragazze che si contentano di poco e non fanno storie e soprattutto non mollano schiaffoni ai maschietti che frequentano.” “Provaci e tornerai al tuo paesello in barella con le gambe fratturate. “Fino a che morte non vi divida’ ti dice niente questa frase?” “Si vedo per me un futuro..radioso!”

  • 29 dicembre 2018 alle ore 17:41
    Il lupo Spartaco

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Spartaco.
    Dal carattere nobile ed altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del brioso ondeggiare dei fiori nei campi, del respiro lieve dei ruscelli all’aria aperta, del candido brillio della luna in cielo, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Nato con una macchia nera sul muso, il lupo dal pelo bianco, non era mai stato ben visto dagli altri animali della Foresta, che lo ritenevano troppo brutto per quella sua particolarità, e lasciato per questo, spesso solo ed in disparte, per nulla vinto, docile e mite lui sorrideva alle loro parole senza remore, componendo la sua poesia Acquazzone/ dondolano al chiaro di luna/i ciliegi ricamando nel suo cuore i propri haiku.
    Ed un giorno girovagando per la Foresta, contando le sillabe dei suoi versi, udendo una voce dietro di lui, vibrare affascinata, il suo cuore mancò di un battito, nello scorgere una lupa dagli occhi d’ambra scodinzolante “Che bellissima poesia! Complimenti lupo!”
    E Spartaco, goffo, voltandosi adagio, balbettò radioso “Grazie!”
    Felice che la sua poesia fosse piaciuta, lui, lupo bianco con una macchia nera sul muso, conosciuto da tutti per quella sua caratteristica, e chiamato per questo col nome di “Nero”,  in maniera dispregiativa.
    “Non fidarti mai del lupo che ha una macchia nera!” era sempre stata una delle Voci più ricorrenti nella Foresta “Stai alla larga dal lupo bianco, che sul muso porta una macchia nera!” sbarrò gli occhi in quell'istante la lupa, riconoscendolo, e Spartaco, leggendo nello sguardo di lei lo stupore, comprendendone il motivo, indietreggiò “Hai tanto amato il mio haiku,  dal non fermarti nemmeno a chiederti, chi ne fosse l’autore!”
    “Quella macchia nera!” era sempre stato il ritornello più ricorrente “Come è brutto!” “Al lupo, al lupo!”
    Ma lei, nel vedere il lupo abbassare le orecchie appuntite, dopo aver compreso di essere stato riconosciuto, sentì il cuore in subbuglio.
    “Non ascoltare ciò che dicono gli altri!” l'ammonì al suo orecchio una Voce “Spesso l’Importante non è visibile agli occhi!”
    E la lupa inspirando forte l'odore di lui, riconoscendolo buono, lo chiamò per nome, in un sol fiato “Spartaco! Grazie per il tuo haiku! Il mio nome è Nausicaa, e sono felice di fare la tua conoscenza!” .
    “Di nulla!” si fermò lui  “Grazie a te, Nausicaa per averlo ascoltato ed apprezzato, sono così pochi quelli che si fermano ancora ad ascoltare poesia! specie poi i miei haiku! molti guardando il colore della macchia che ho sul muso, e fuggono via senza pensarci due volte, per fortuna tu non lo hai fatto, e ancor più per fortuna, tu non hai creduto a quelli che di tutto il mio pelo bianco, vedono solo la macchia nera che porto, e in base a quella, mi chiamano con disprezzo col nome di Nero, quando questo nomignolo, mi era stato posto alla nascita come vezzeggiativo!” abbassò la coda contrito “Grazie per avere amato i miei haiku!” le sorrise.
    E lei chinando il capo, per tutta risposta, gli leccò dolcemente il muso, ricambiando il suo sorriso “Spartaco, tu sei il lupo poeta! Il tuo nome è conosciuto da tutti anche per questo! E la poesia non può essere un male!” scodinzolò, sotto lo sguardo esterrefatto di lui, continuando “La poesia è un gesto di pace, è un atto d’Amore!” soffiò col cuore in subbuglio lei, senza fermarsi “La poesia è l’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore a prescindere! L’Amore che è l’unico compenso dell’Amore!” si accoccolò contro il pelo di lui, senza considerarlo diverso “Me lo reciteresti un altro haiku?”
    Ed il lupo, accogliendola dentro il suo cuore, tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, annuì “Primavera/ ospite fra rami di ciliegio/un pettirosso”.
    Insieme Spartaco e Nausicaa, si diressero verso la stessa grotta, uno di fianco all’altra, scoprendosi a dividere il giaciglio, innamorati. E da allora non si separarono più, e vissero per sempre felici e contenti.

  • 25 dicembre 2018 alle ore 19:59
    Il fantasma del tenente francese

    Come comincia:                                                                                                                                           Il  fantasma della sua donna vide il tenente Francois Deleçour seduto che era, a scrutare il cielo, sul molo "13" di Durbanville in una notte stellata di tanti, tantissimi anni orsono. Il tenente aspettava la sua nave, l'Hesperance, un piccolo cargo che aveva battuto tutti i mari del globo, su cui si sarebbe imbarcato per terre lontane.
    La sua donna - una bellissima "rossa" di nome Sophie - era morta di colera anni prima a Zanzibar: mentre i due erano insieme in vacanza.
    Apparve quella sera al tenente: portava, come al solito, i lunghissimi suoi capelli sciolti che erano solcati dal vento caldo di scirocco, portava una sottoveste leggera e trasparente di nylon rosa che ricopriva i suoi bei seni turgidi; e sembrò andasse incontro al suo amato.
    Il tenente, mentre aspettava la sua nave, la vide per un attimo...nulla più!
    Quell'attimo, però, quella visione quasi istantanea (durata appena un pò!) li bastarono: il giovane, infatti, cambiò subito idea; egli non avrebbe più preso la nave per partire lontano...
    Tornò a casa e dall'indomani riprese a fare quello che aveva sognato di fare sin da bambino e che poi, per un motivo o per un'altro, per un contrattempo o un incidente di percorso (come le guerre combattute contro gli inglesi e contro i boeri) che lo avevano bloccato, per una indecisione o un tentennamento che li avevano "tarpato" le ali a più riprese, aveva smesso di fare: il musicista, suonatore di arpa birmana e di violino classico.
    Da allora, cioè da quella notte di agosto al molo "13", il tenente non "rivide" più Sophie, l'amata di un tempo ma visse, però, la sua vita: nel modo in cui aveva sempre desiderato fare!

    Taranto, 18 marzo 2017. 

     

     

  • 21 dicembre 2018 alle ore 15:57
    Frammenti di follia (per non dimenticare)

    Come comincia: "La strada, ora, si faceva ingombra di profughi. Sull'altipiano di Asiago non era rimasta anima viva. La popolazione dei sette comuni si riversava sulla pianura, alla rinfusa, trascinando su carri a buoi e su muli, vecchi, donne e bambini, e quel poco di masserizie che aveva potuto salvare dalle case affrettatamente abbandonate al nemico. I contadini allontanati dalla loro terra, erano come naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore".
    (da: "Un anno sull'altipiano", di Emilio Lussu, sulla disfatta di Caporetto, 1917). 

  • 18 dicembre 2018 alle ore 19:09
    Febbre da isolamento

    Come comincia: Non c’è connessione, non faccio parte più del tutto. Ho un battito flebile, chiuso dentro me, nella distanza, attraverso intercapedini di assenza. È un paradosso: sono prigioniero della realtà tangibile, di libertà della forma, della tridimensionalità di una faccia, di un sorriso. Lo sforzo per schiarire la voce e rivolgermi a Raul, che abita qui da alcuni mesi, è uno squarcio nello sterno, inimmaginabile. «La linea è assente, hai visto anche tu? Non solo il modem non manda segnali, anche il cellulare sembra morto. Siamo in isolamento!» 
    «Vero, Internet ha grossi problemi. Credo che per oggi ci si debba dedicare ad altro.»
    «Ma avevo già raggiunto il terzo livello in Tower of Soul, entro sera sarei potuto diventare tesoriere della Sala della corona. Mondo boia! Se i danesi entrano, approfittano della défaillance e sono spacciato. Perdo la prima vita aerobica e poi sono ridotto a spiare le loro mosse dal livello di coscienza meno uno o ancora più basso, se mi iniettano il siero paralizzante per l’area cerebrale del piano riparatore.»
    «Non conosco un accidente di questi inganna-tempo che succhiano la ragione. Preferisco una sana partita a basket o tutt’al più un gioco di ruolo tipo Disconnected o Alzh & Imer: sto col gruppo, ci guardiamo in faccia e liberiamo l’immaginazione e lo spirito di simulazione. Un divertimento assicurato, ruoli liberatori e soprattutto vicini agli occhi, all’udito e tutto! Nel frattempo i vassoi di pinsa e birra vanno e vengono dalla cucina. Una dimensione reale, capisci?»
    Non condivido, forse davvero non capisco. Christian, sono io, il patologico astinente, Christian il fuso di testa ogni mattina dopo le ore notturne, Softdream per gli utenti io, che di sogni leggeri non ne ho più. Rantolo invece sul cuscino madido alla vista di un ostacolo opprimente, una feritoia, un nuovo getto di laser che mi sfiora o mi stende su un prato di lame aguzze. Invoco l’aiuto di Thor, lui si trasforma in fulmine e minaccia di eliminarmi dal Regno, come polvere nel vuoto.
    Strizzo le palpebre, l’attenzione è al livello di riserva, non riesco a non vedere Raul come un alieno mentre sperimenta la ricetta del pancake salato con la curcuma. Non reagisco al suo invito a pranzare insieme. Avrei potuto dirgli no, che ho lo stomaco in subbuglio. Ma ho dimenticato di dargli risposta. Ho voglia piuttosto di una flebo, un antidepressivo, una dose di appagamento sia pur fittizia.
    “Ma qualcuno, perdio, mi soccorra! Avranno pur creato un centro di pronto intervento per crisi da abbandono, un posto dove metterci in standby, in tempi critici.”
    Non sono stato io a chiamarla, l’infermiera della guerra. Mi ha messo sugli occhi una bandana umida e nella mano un campanello, per le emergenze. Fuori c’è un’aria di sole, che non mi appartiene.
     

  • 18 dicembre 2018 alle ore 7:50
    VIVA L'ISLANDA

    Come comincia: Ían era un funzionario dell’ambasciata islandese a Roma. Era giunto nella capitale italiana in seguito alla morte dei suoceri a Parigi allorché era addetto all’ambasciata Islandese in quella città. Aveva scelto la capitale italiana in seguito alle pressioni delle figlie sedicenni Agneta ed Alba che studiavano storia dell’arte. Aveva sposato Sophie vent’anni prima solo per il suo patrimonio, la dama non era particolarmente avvenente ma lui era abituato ad una vita dispendiosa e quindi si era ‘arreso’ alla ragione del dio denaro, fra l’altro amava le donne brune, tipo mediterraneo mentre Sophie era biondissima. Non voleva frequentare prostitute, per lui il sesso doveva essere accompagnato da qualcosa di più tipo simpatia, attrattiva, passione, insomma un’amante. Si era guardato intorno ma senza successo. L’occasione avvenne allorché ci fu un ballo organizzato nella sua ambasciata, invitò l’autista tale Carmelo di origine siciliana che pensava potesse presentargli qualche dama di sua conoscenza. All’arrivo di Carmelo con la consorte il colpo di fulmine, la moglie Lucia era brunissima, alta più media delle donne dell’isola era una bellezza tipo indossatrice. Paesana di Carmelo, nata e vissuta in un paesino in provincia di Enna non le era parso vero poter abbandonare il ‘natio borgo selvaggio’ per andare ad abitare nella capitale. Aveva conseguito il diploma di liceo classico presso un istituto del suo capoluogo ma, per motivi finanziari, non aveva potuto proseguire gli studi. “Carmelo non mi presenti la signora?” “Questa è Lucia mia moglie.” Ían abbagliato da tanta beltade si sbilanciò più del dovuto:“Sei un uomo fortunato se l’avessi saputo mi sarei sposato con una siciliana.” Poi avvedendosi che stava esagerando: “È solo un  complimento, io amo la qui presente moglie Alberta, siamo sposati da vent’anni…” Ebbe la buona idea di smettere di farfugliare baggianate, tutti i presenti avevano capito del suo entusiasmo per Lucia, comprese le due figlie che presero a ridere sonoramente. Ían però non si diede per vinto ed invitò a ballare la dama che aveva avuto l’assenso del marito con un cenno del capo. Ían prese a spostarsi in fondo alla sala lontano dai suoi invitati e poi: “Lucia la vedo un po’ spoglia nel senso che non indossa alcun gioiello, le vedrei bene degli orecchini di perle o una collana d’oro, se un giorno potessimo uscire insieme...io conosco un gioielliere in via del Corso.” Il cervello di Lucia entrò in ebollizione, aveva capito dove voleva arrivare il bell’islandese, guardandolo bene si accorse che come uomo non era male, forse un po’ troppo alto con il suo metro e novanta ma… Nel frattempo Carmelo aveva preso a ballare con Alberta, cercava un argomento di conversazione ma in fondo era un timido e soprattutto non sapeva come avrebbe reagito la  signora se avesse tentato un approccio. Fu lei a venirgli incontro: “Non stia tanto lontano dal mio corpo, prenda esempio da mio marito che con sua moglie…” Figurati se Carmelo non prese al volo  l’invito, il sangue siciliano lo portò a eccitarsi tanto che la signora: “Vedo che hai capito… , se non erro sento qualcosa di piuttosto prorompente dinanzi alla mia cosina che non è insensibile ai maschietti!” “Signora non so che dirle, non vorrei che suo marito…io sono un semplice autista dell’ambasciata e non vorrei perdere il lavoro.” “Il lavoro in senso lato se lo sta guadagnando sua moglie, lei è un siciliano anomalo, i suoi corregionali sono famosi per la loro gelosia…” “Io e Lucia siamo molto anticonformisti, ci vogliamo un gran bene ma questo non preclude a…” “Vedremo di poterci incontrare dopo che il mio beneamato sposo si sarà portato a letto la sua beneamata perché son sicura che finirà in tal modo, lei o meglio tu come uomo sei piacevole, non amo i biondi, in questo ho gli stessi gusti del mio non tanto amato sposo.” Carmelo prese a ballare anche con Alba e con Agneta, le due ragazze sembravano più sveglie della loro età, d’altronde con quei genitori avevano un bell’esempio in famiglia. Ne ebbe la conferma una mattina quando, seduto al posto di guida della Volvo 60…”Carmelo ho chiesto il permesso a mio padre, dovremmo andare sull’Appia Antica, io e mia sorella stiamo studiando storia dell’arte e vogliamo vedere de visu i resti dell’antica Roma.” “Alba quella è la tomba di Cecilia Metella.” Carmelo guardò il rudere e pensò: “Io l’avevo scambiata per un fortino militare dell’ultima guerra!” Ma il ‘meglio’ avvenne allorché si fermarono in uno spiazzo: “Carmelo siamo venute qui non per motivi di studio, se non ti dispiace vorremmo farti un ‘pipe’  come si dice in francese, in italiano non lo sappiamo. Intanto tiralo fuori, non ti offendere ma puliremo il tuo uccello con dei fazzolettini profumati. ‘Ciccio sempre più arrapato stava diventando più grande ‘strappando’  alle ragazze un ‘ohhh’. La prima fu Alba che in poco tempo si trovò la dolce boccuccia ripiena di…” “Ha un buon sapore, quello dei nostri compagni di scuola fa schifo.”  Della stessa opinione fu Agneta, insomma Carmelo nel giro di poco tempo si fece due ‘goderecciate.’ Forse era un po’ intontito quando Alba: “Se vuoi guidiamo una di noi, non ti vedo in forma.” Carmelo riprese in mano la situazione: “Non avete la patente, a cuccia!” Tornato a casa riferì  a Lucia l’accaduto.”Non farai tante storie per due pompini!” “Ho capito tu te la spasserai con Ían.” “Si ma niente gratis, ‘l’amico’ deve pagarmi, abbiamo l’appuntamento domani mattina, dovrai darmi un passaggio sino alla’ambasciata, non fare quella faccia ormai siamo in ballo. Ían: “Benvenuti, col tuo permesso Carmelo porterò Lucia a fare delle spese al centro.” Senza ottener risposta mise in moto una Mini verde targata 75 – Parigi – Lucia sorridendo prese posto lato passeggero e salutò con la mano il buon Carmelo che rimase imbambolato, doveva ben sapere che ci sarebbe stata quella l’avventura di sua moglie. Ían si fermò dinanzi ad una gioielleria: “Vorrei acquistare qualcosa di tuo gusto.” “Se proprio ci tieni preferisco i contanti, lo stipendio di mio marito…” “D’accordo, andiamo in un albergo qui vicino di cui conosco il direttore. Il cotale diede la mano a Ían ed un finto baciamano alla dama, non chiese loro di documenti, sapeva che sarebbe stato ben ricompensato. Il direttore era stato un buon padrone di casa: la camera era profumata e ben raffreddata, era luglio. “Cara andiamo in  bagno e poi…” Un problema sorse allorché l’islandese andò sul bidet per lavarsi ma ce l’aveva già tanto duro e lungo da impedirgli di lavarsi. Ci pensò Lucia che si mise a ridere e provvide alla bisogna. Ían si sdraiò sul letto e Lucia sopra di lui, il contrario sarebbe stato problematico per la stazza del signore il quale cominciò dalle tette per finire sul fiorellino. Lucia notò con piacere che il suo amante ci sapeva fare, il suo clitoride fu sollecitato in maniera eccellente tanto da riuscire ad avere due orgasmi in breve tempo. Dopo ‘l’immisio penis’ nella cosina tutta bagnata provò ancora del piacere particolare quando il ‘ciccio’ di Ían proiettò sul collo del suo utero una mitragliata di sperma, sensazione mai provata con suo marito. Il signore si fece più audace e chiese di ‘voltare pagina’. Lucia se l’aspettava ma preferì rimandare alla prossima volta, sarebbe costata più cara al suo amante rispetto al fiorellino. Finalmente soddisfatti i due si rivestirono, Lucia si trovò nella borsetta un mucchietto di  Euro in contanti, a casa li contò dinanzi a Carmelo, erano cinquemila. “La prossima volta saranno il doppio, il signore mi ha insistentemente chiesto il popò, mi porterò un bel po’ di vasellina!” Lucia era stata cattivella, aveva fatto capire al marito che il suo amante che l’aveva più grosso del suo. Nel frattempo si era fatta viva Alberta che impose a Carmelo di ‘vederlo’ in casa di lui, non voleva andare in albergo. Lucia informata della richiesta della dama fece un sorriso a suo marito ma era un sorriso amaro, non  le piaceva che il talamo coniugale fosse diviso con un’altra, in fondo era venuta fuori la sua sicilianità. Carmelo e Lucia abitavano in un isolato di otto piani in via Merulana. C’era il problema della portiera estremamente pettegola che domandò ad Alberta a quale abitazione era diretta, conclusione Lucia fu costretta a non uscire dall’isolato e si rifugiò in casa della sua dirimpettaia. Il tempo non passava mai per lei mentre  i due amanti si davano da fare. Carmelo aveva sempre avuto un debole per le bionde, Alberta era bionda naturale, Carmelo se ne accorse quanto si mise il bocca il clitoride di Alberta che doveva avere una fame sessuale arretrata, non sapeva neppure lei quanti orgasmi stava provando, fece omaggio a Carmelo anche di quello che Lucia non aveva concesso al suo amante. Carmelo all’uscita di Alberta da casa sbatté forte la porta di casa sua per far capire alla moglie che poteva rientrare e così fu senza che nessuno dei due accennasse a quello che era accaduto. La settimana successiva Lucia aveva appuntamento con Ían, prima di mettere in borsa il tubetto di vasellina, con un po’ di cattiveria lo mise bene in mostra dinanzi gli occhi del marito, il suo uso  avrebbe fruttato ben diecimila Euro ben guadagnati in quanto Ían volle rimanere a lungo nel popò di Lucia. Il finale della storia? Un wife swapping all’inglese che permise a Carmelo ed a Lucia di cambiare i mobili di casa e di acquistare una Mini verde come quella di Ían, col tempo forse avrebbero potuto acquistare un’abitazione…Le sorelle Alba ed Agneta impararono a tradurre dal francese in italiano la parola ‘pipe’ e lo misero in atto con alcuni giovani loro compagni di scuola i quali, incuriositi della nazionalità soprattutto dalla spregiudicatezza delle ragazze andarono sulla carta geografica a vedere dove si trovava l’Islanda, forse d’estate ci avrebbero fatto un viaggio per constatare di persona se le femminucce di quell’isola…

  • 17 dicembre 2018 alle ore 9:36
    Mondo è stato e mondo sarà

    Come comincia: In via Vattelapesca n.0 non era solo questione di tirchieria a causa della quale si procedeva a suon di truffe (e la cosa era considerata normale). 
    Non era solo questione di avidità per la quale almeno due o tre nel condominio credevano di avere diritto sulla proprietà del padre di Liliana e poi sulla proprietà di Liliana. 
    A capo di meno di due anni, Liliana lì dentro si sentiva come il figlio del Re nella parabola del Re e dei vignaioli disonesti: dopo aver mandato i servi, i segretari a riscuotere il dovuto e dopo che questi erano stati cacciati dai vignaioli disonesti a suon di sassate, il Re mandò suo figlio (avranno rispetto per mio figlio, pensò il Re); i servi, vedendo il figlio, dissero tra loro: Costui è l'erede, uccidiamolo e l'eredità sarà nostra; e così fecero.
    E Liliana pensava: "Ma mio padre cosa credeva: non hanno avuto rispetto per lui, avrebbero avuto rispetto per me?"
    Non era solo questione di invidia se l'appartamento o i mobili erano belli (anche se i loro magari erano più belli o più preziosi o più comodi).
    Liliana rilevò un'altra verità quando lo zio Casoria si presentò all'ospedale dove il fratello maggiore, il padre di Liliana, doveva essere operato di urgenza una seconda volta nel giro di tre mesi. 
    Liliana rilevò che lo stato dello zio Casoria non era di ansia o preoccupazione. No. Lo zio Casoria era eccitato.
    "Questo è stato mandato qui dalla moglie per avere notizie fresche e magari essere il primo a riportare la ferale notizia."
    Ed a Liliana tornò in mente quando si era operata lei undici anni prima. Era stata in ospedale un mese in attesa dell'intervento e nessuno era venuto a trovarla, mentre il giorno dell'intervento, dopo l'intervento apre gli occhi nel suo letto nel reparto, ancora mezzo addormentata e con la ferita che le faceva male, e vede Dorina, la figlia maggiore di zio Casoria, e Leopoldo, figlio maggiore dello zio Giulio. Liliana accennò un sorriso, fece un cenno con la mano, poi riadagiò la testa sul cuscino e si riaddormentò. Non prima però di avere visto la smorfia sul volto di Leopoldo che avrebbe voluto essere un sorriso di solidarietà e di incoraggiamento. Sì, Liliana si riaddormentò, ma non prima di aver pensato: "Ma guarda questi! E' un mese che sono qui e questi si presentano il giorno dell'intervento?".
    Adesso Liliana credette di capire: erano stati mandati dalla madre di Dorina a vedere come era la situazione non per partecipazione e solidarietà, ma per mero e puro pettegolezzo. Mera e pura mania di impicciarsi, di dover sempre sapere i fatti degli altri.
    Comunque l'intervento del padre di Liliana riuscì e lo zio Casoria ed i suoi accoliti rimasero con un palmo di naso.
    Ma quella vittoria di Liliana fu solo una vittoria di Pirro.
    Sì. Perché quella vittoria Liliana la considerava un suo successo.
    Quando il padre era stato ricoverato d'urgenza a distanza di tre mesi da un precedente intervento, Liliana aveva fatto la spola per tre giorni tra due ospedali per capire cosa stesse succedendo e cosa fosse meglio fare. Aveva sfondato porte, aveva costretto un impiegato a fare e consegnarle immediatamente la copia di una cartella clinica (e non tra una settimana), aveva interrogato caposale e primari. E si era calmata solo quando il padre si lasciò convincere a cambiare ospedale.
    Ma quello fu l'ultimo successo di Liliana.
    Non appena il padre disse: "Va bene, allora andiamo all'altro ospedale", fu piantato il germe per insinuare il dubbio in se stessa, la paura e farla diventare una criminale. 
    Una criminale, come e peggio degli altri membri della famiglia.
    Non appena il padre disse: "Va bene, allora andiamo all'altro ospedale", l'altro fratello, appena arrivato, di sabato, da quattro giorni che il padre era in ospedale, si volta verso di lei e fa: "Se papà muore è colpa tua". Una mazzata.
    Ed il giorno dopo, domenica pomeriggio, l'aggredisce verbalmente e fisicamente.
    E così fu piantato il germe perché Liliana un anno dopo abbandonasse il fratello che l'amava, il fratello che si fidava di lei nelle mani dell'altro fratello che si riteneva (e si ritiene) l'unico in gamba della famiglia ed il detentore della verità.
    Ma questa è un'altra storia.
    Passarono altri tre anni, quattro anni ed i vicini di Liliana si avventarono con ferocia su Liliana ed il marito di Liliana, a suon di lettere di insulti e calunnie, a suon di citazioni per richiedere pochi spiccioli sulla base solo delle loro menzogne ed omertà solidali.
    E Liliana capì che il problema non era solo che il padre aveva abituato i fratelli (e poi gli estranei che avevano comprato gli appartamenti che alcuni dei fratelli avevano venduto) al fatto che lui da solo pagasse tutte le spese. E questo era stato un grosso errore di affetto (o di quieto vivere) da parte del padre di Liliana: poi i bambini crescono viziati e quella che era una gentile concessione per loro diventa un diritto.
    Quindi, dicevamo, non era solo questione di truffe per mantenere in piedi la tradizione che uno solo pagava le spese condominiali per tutti.
    Non c'era solo l'invidia e la bramosia per le cose degli altri.
    C'era qualcosa di più.
    Da parte di zio Casoria, c'era l'invidia per la posizione ed il rispetto sociale di cui godeva il padre di Liliana.
    E da parte del neo-arrivato, c'era la voglia di rivalsa del villano rifatto contro il signore di un tempo. Quello che una volta era del signore del luogo, ora doveva essere suo.
    E Liliana comincia a dare segni di cedimento.
    Per poi crollare quando quei signori fanno quello che lei non aveva mai fatto.
    Liliana non aveva mai detto al padre che lo zio Casoria le aveva presentato un preventivo fasullo per sgraffignarle 600 euro.
    Che il cugino Leopoldo aveva millantato l'esistenza di una fattura inesistente.
    Che il neo-arrivato aveva preteso che a pochi mesi dai fantomatici lavori aveva di nuovo dei problemi.
    Che lo zio Casoria non pagava fisicamente le rate condominiali.
    Che lo zio Casoria vessava il marito di Liliana.
    Che il neo-arrivato, geloso delle cose belle in casa di Liliana, aveva minacciato, accomodatosi in casa di Liliana, di buttare a terra gli oggetti che c’erano sul tavolo.
    Che i vicini avevano firmato tutti insieme una lettera di calunnie ed insulti contro di lei ed il marito.
    Che lo zio Casoria aveva citato il marito di Liliana per chiedere 58 euro.
    Che ...
    E quei signori vedendo che né Liliana né il padre di Liliana (e come avrebbe potuto? non sapeva niente!) erano toccati da tutto quello stillicidio di persecuzioni, pensarono bene di far sapere loro personalmente tutto al padre ed all'altro fratello di Liliana. 
    Oltre che raccontare le loro menzogne ai loro conoscenti.
    E Liliana dovette vedere l'altro fratello prendere le parti dei suoi avversari.
    E Liliana dovette vedere conoscenti comuni che ammiccavano o facevano finta di non vederli.
    Liliana avrebbe dovuto continuare ad essere intelligente ed ignorarli. Quelle persone contavano qualcosa per lei? Che se ne importava Liliana se una nota farmacista di Salerno, conoscenza comune, strabuzzava gli occhi quando li vedeva? Erano mai state veramente amiche? No, ed allora?
    Già, ma altri tradimenti facevano male. E Liliana avrebbe dovuto capire da questo quanto quelle persone valevano e quindi quanta importanza dare loro.
    Una parente di zio Casoria non era andata a riferire quello che lo zio Casoria diceva di loro alla madre di Liliana commentando: "Ma io lo conosco al marito di tua figlia, siamo colleghi (e questo zio Casoria non lo sapeva): non è mica come dice lui!"?
    Ma Liliana cede e cedendo fa il loro gioco permettendo loro di ottenere un successo insperato.
     
     

  • 04 dicembre 2018 alle ore 11:23
    Un amore, una coppia, una famiglia normale

    Come comincia: Stanotte non son riuscito a chiudere occhio e allora che faccio a un'ora così insolita per me di scrivere? Non so perché (forse perché sono solo per la solita assenza bisettimanale di Jessica che da maggio scorso ha ripreso gli studi universitari e dopo aver conseguito la laurea triennale va avanti adesso per la specializzazione), più che scrivere poesie o riflessioni su quel ch'era stato il mio amore per mia moglie e viceversa, mi va invece di scrivere sul tipo di rapporto che da 30 anni vivevamo. Intanto faccio presente che nè io nè lei tantomeno mia figlia, eravamo soliti raccontare le nostre cose di famiglia (come tante altre coppie sposate e non), insomma, da questo punto di vista, eravamo molto riservati e quindi in questo momento voglio essere, diciamo, proprio "pubblico". È anche forse un modo per "scaricare" un po' di tristezza, dispiacere che ormai, anche come le descrivo nei miei scritti, non mi abbandonano e non riesco, con tutti gli sforzi che faccio, ad allontanarli se non in presenza di mia figlia, così da non incupirla (più di quanto lo sia già) condizionandole il prosieguo degli studi (in effetti agendo così lei s'è applicata con buon profitto laureandosi il luglio scorso). Il rapporto con mia moglie era ottimo e ci amavamo molto, anche se qualche volta ci sono state delle incomprensioni che poi abbiamo allontanato dimostrando a noi stessi, ai parenti ed a tutti quelli a noi vicini, che se c'è "vero" amore, tutto quello che può nascere, o per un motivo o per un altro, a far crollare un castello ben costruito anche con sacrifici, si farà di tutto per combatterlo e sconfiggerlo e quindi mantenere il rapporto...costi quel che costi. Dicevo che ci amavamo molto e lei mi amava sicuramente più di quanto la amassi io e questo lei l'ha sempre dimostrato ma soprattutto in occasione dell'incidente quasi mortale occorsomi e, sebbene in corso vi era un'incomprensione, lei mi stette vicino in modo così amorevole che di più non si sarebbe potuto, sobbarcandosi da sola tutto quello che un uomo avrebbe dovuto sobbarcarsi e cioè, per esempio, gli innumerevoli viaggi in auto per le visite sia per Catanzaro, dov'ero stato ricoverato che per Reggio Calabria (essendo io logicamente impossibilitato a guidare) o pernottare, sempre da sola, in albergo per 12 giorni ed un anno e mezzo e poi altri sette mesi a somministrarmi i medicinali terapeutici durante la convalescenza, senza mai disobbligarsi dai suoi doveri di casalinga e tant'altro. Quindi lei non solo dimostrò di nutrire un amore incommensurabile per me ma dimostrandosi anche una donna seria e affabile quanto forte e decisa lavorando in quei 13 anni di Sondrio come impiegata per il Comune, Provincia e Regione accudendo nello stesso tempo Jessica, allora appena nata, me e la casa, con annessi e connessi. Si sa che il valore di un qualcosa lo si capisce quando questo ti viene a mancare ma, quando questo succede soprattutto con la persona che si ama, si capisce ovviamente di più poiché non si tratta, non so, di un anello o qualsivoglia monile o un abbigliamento o magari un veicolo a cui ci tieni molto per vari motivi, ma ti viene a mancare la persona con la quale si è scelto per viverci insieme, nel bene e nel male e nella salute e nella malattia. Ti manca di questa persona tutto e, come ho detto a quanti me lo chiedono e me lo chiederanno, la sua mancanza, in verità la sento e la sentirò, finché vivrò, più di quanto abbia sentito quella dei miei genitori (deceduti con me allora giovane e che mi portò ad assorbire il loro decesso in modo molto più facile di adesso) e dei miei fratelli, anche perché più vivi con qualcuno più ne senti la mancanza e questo è quello che mi sta succedendo. Vivere con lei, per il suo amarmi, la sua voglia di vita, la sua serietà, semplicità, laboriosità, solidarietà, per le tante cose fatte per me e per la nostra famiglia mi fa capire adesso che la tristezza sarà soprattutto per me e mia figlia, la compagna inesorabile nel cammino della nostra ormai insignificante vita senza di lei. La cosa che più mi manca di lei e che mi faceva, e mi fa, capire ogni giorno che la persona con cui avevo scelto di vivere era quella giusta ed appropriata, era il BACIO e penso che ognuno di noi nel rapporto col proprio partner ha delle preferenze per quanto riguarda gli atteggiamenti che sono importanti per capirlo. Quel BACIO che da trent'anni ce lo davamo 2 volte al giorno, che ci rendeva sempre più sereni, che non uscivo di casa senza darglielo e che se distratti non ce lo davamo, allora sentivamo dirci:"Non dimentichi qualcosa?" Quel BACIO che non era solo un segno abituale, frequente, solito ma d'amore dato con una dolcezza inesprimibile, che magari lasciava qualcuno attonito se glielo davo in mezzo alla gente quando rientravo dal lavoro o dalla battuta di pesca o da commissioni da adempiere e ch'è anche convincente se mia figlia, vedendoci da sempre eseguire questo rito, già da adesso lo fa col suo ragazzo. Quel BACIO che ci rendeva consapevoli del nostro solido rapporto, anche se con alti e bassi, dettato dall'amore e che nei momenti critici si sentiva la sua mancanza che entrambi riconoscevamo per la sua importanza e che purtroppo adesso glielo dò sulle sue foto sparse per casa o al cimitero o qui sul cellulare perché, inevitabilmente, la vedo scrivendo spesso (allegando delle sue o nostre foto insieme) su questo amore, ch'è sì finito materialmente ma che non finirà mai perché chi ha amato, ama e amerà per sempre. Si...avevo avuto proprio fortuna conoscendo lei, la madre di mia figlia, la donna con cui sono stato trent’anni e che, dopo essersi sentita male, se n'è andata in soli 24 giorni. La sua dipartita, il 20 marzo scorso, né io né mia figlia, come ho detto, son certo mai potremo metabolizzare ma il ricordare i momenti bellissimi, che in trent'anni sono stati tantissimi, alleggerirà in qualche modo il dolore per questo infausto evento. Andiamo spesso al cimitero insieme e sicuramente ci andremo ancora insieme appena ci sarà la possibilità di farlo, perché mentre il tempo passa, si sa, le cose cambiano. Forse vi sembrerà strano o insolito ma ho tantissime fotografie per tutta la casa, anche se lei è e vi sarà sempre e soprattutto adesso nei ricordi e in quei viaggi che avremmo dovuto fare ma che io e Jessica faremo lo stesso nel suo ricordo. Ecco, vi ho raccontato la storia di un amore, di una coppia e, soprattutto di una famiglia normale che il destino, come succede da tempo immemorabile, decide della sua riuscita o del suo fallimento.

  • 03 dicembre 2018 alle ore 16:56
    INUSITATE ESPERIENZE SESSUALI

    Come comincia: Alberto, Gennaro e Giannino erano tre amici e compagni di classe all’Istituto di Ragioneria di Jesi in provincia di Ancona, al contrario di tanti colleghi erano degli anticonformisti tanto che i primi giorni di un agosto particolarmente afoso, circa la mezzanotte erano tutti e tre a casa dei cugini Gennaro e Giannino in via Mura Orientali invece di andare a divertirsi in qualche località esotiche, ne avevano la possibilità finanziaria in quanto il padre di Alberto era il direttore di una importante banca ed i due cugini figli di due imprenditori di una fabbrica di macchine agricole ed allora perché  non erano andati e divertirsi? Semplice: non amavano i luoghi affollati di turisti, sostavano sul terrazzo di casa con lo sguardo verso la strada dopo passavano poche auto. Gennaro il più  ‘scapocchione’ entro entrò in casa e ritornò con un fucile ad aria compressa con relativo munizionamento ed una fionda e si mise a sparare sulle auto di passaggio i cui conducenti non si rendevano conto di strani rumori provenenti dalla carrozzeria della loro macchina. Qualcuno allertò i Carabinieri che si presentarono sulla via Mura Orientali e cominciarono a suonare ai citofoni delle varie abitazioni. I tre compresero il pericolo per loro, rientrarono in casa ed indossarono un pigiama. Al Carabiniere che suonò al citofono: “Vengo ad aprire la porta.” Tutto scarmigliato si presentò alle forze dell’ordine e:”Cosa posso fare per voi?” “Ci hanno segnalato che qualcuno sta tirando dei sassi o qualcosa del genere sulle auto di passaggio, avete notato qualcosa di insolito?” “Io stavo dormendo, se dovessi notare qualcuno o qualcosa di insolito vi avviserò.”La storia finì in una risata ma i tre capirono che certe bravate andavano evitate. La mattina successiva arrivò in casa una telefonata da un amico di Ancona, Ferdinando che: “Ho una grossa sorpresa per voi, vi dico solo portate appresso un mucchio di soldi e vi spiegherò a voce a cosa servono.” I tre pensarono che si meritavano un po’ di svago extra in quanto nel mese di giugno Alberto aveva dovuto controllare la trebbiatura del grano  dei poderi di suo padre (dormendo di notte sui sacchi di grano), Gennaro e Giannino erano stati impiegati come semplici operai nella paterna fabbrica,  dovevano imparare il mestiere dal primo gradino. Ovviamente per racimolare un bel po’ di denaro si rivolsero ad Armando, padre di Alberto, il quale all’inizio fece un po’ di storie per via della legge antiriciclaggio ma poi, poiché i tre erano intestatari di un conto personale sostanzioso cedette e li accontentò. La mattina successiva incontrarono ad Ancona il loro amico Adolfo che: “Non vi meravigliate di quello che sto per dirvi, si tratta di una avventura molto particolare, in mare, al largo, fuori delle acque territoriali sosta una nave senza bandiera con a bordo delle belle ragazze musulmane disponibili sessualmente, chi c’è stato ha detto meraviglie delle stesse, con un motoscafo potrete raggiungere quella nave.” Finalmente un’avventura fuori del comune, i tre non si fecero pregare e, dopo mezz’ora di corsa in motoscafo raggiunsero la nave il cui capitano parlava italiano e indicò una scaletta bordo per salire a bordo. “Io sono Adamo se siete qui immagino che conoscerete la situazione a bordo. Ci sono sei ragazze disponibili, tutte per loro scelta indossano il burqa, parlano l’italiano, il compenso è per una settimana di  millecinquecento Euro al giorno compreso il vitto, venite che ve le presento: signorine questi sono Alberto, Gennaro e Giannino. Alberto notò una ragazza che, al contrario delle altre aveva gli occhi in basso, gli fece tenerezza e la scelse. “Mi chiamo Amina, ho venti anni, andiamo in camera mia.” Alberto posò la valigia su di un tavolino e restò a guardare Amina che seduta sul letto ancora non si era spogliata, guardò con aria interrogativa. La ragazza: “Scusa ma ancora mi vergogno e da poco che faccio questo….Ti prego vai in bagno, dopo io sarò pronta.” Alberto si recò nella toilette, lavò per bene i ‘gioielli’ di famiglia e si presentò dinanzi ad Amina ‘armato’ di tutto punto. La ragazza stava nel letto coperta dal lenzuolo e ci volle un po’ prima che si decidesse a restare in costume adamitico o meglio evitico. Uno spettacolo, Alberto non immaginava tanta beltade, rimase un attimo senza fiato sino a che la ragazza si mise a ridere. Era veramente favolosa dalla testa ai piedi, perfetti che avrebbe fatto felice un feticista. Non volle andare subito ‘al dunque’ e si mise a baciarle il fiorellino profumato e molto sensibile tanto che presto giunse all’orgasmo, Alberto seguitò sin quando Amina gli fece capire che ne aveva abbastanza. La stessa gli porse un preservativo ed anche lui giunse presto alla ‘soluzione’. Alberto si era incuriosito e chiese ad Amina come fosse finita in quella nave particolare. Amina si rattristò ma: “Ho avuto rapporti sessuali con un mio compagno di scuola, i miei genitori mi hanno detto che nessuno mi avrebbe più sposata e mi hanno cacciato di casa, conclusione sono qua molto malvolentieri, ho pensato anche di buttarmi a mare ma non ce l’ho fatta, ora sai tutto di me.” Bella storia alla Carolina Invernizio pensò Alberto sempre che fosse vera, suo nonno Alfredo gli aveva insegnato di non fidarsi di niente e di nessuno ma stavolta, forse obnubilato da tanta avvenenza pensava che Amina dicesse la verità si, ma il seguito? Una pazzia! Chiedere al capitano quanto volesse in denaro per lasciare libera la ragazza. Convocati Gennaro e Giannino: “Ragazzi sto per fare una cosa che nemmeno potete immaginare.”  Rispose Gennaro, Gianni sta in disparte bianco in viso, non stava bene: “Vuoi uccidere il capitano della nave e portarti a terra tutte le ragazze!” “Ci sei vicino, vorrei con me solo Amina è una ragazza splendida, è stata buttata fuori di casa dai genitori e si è trovata nel giro ma non ci vuole rimanere.” “E poi è arrivato il buon samaritano…” “Gennà a voi chiedo un favore che ricambierò quando torneremo a Jesi: datemi tutti i soldi che avete con voi, lasciamo solo il compenso per il motoscafista che ci porterà a terra, che ne dite?” “Dico di si anche a nome di Giannino forse perché siamo più pazzi di te.” Alberto si recò dal capitano e gli espose la sua proposta, il capitano non fece una piega: “Dovete darmi cinquantamila Euro.” “Ne abbiamo solo trentacinque, per lei non sarà difficile rimpiazzare la ragazza, è un favore personale che le chiedo.” “Io ho il cuore tenero e ti accontento, chiamerò il motoscafista per farlo venire di notte, auguri.” Le cose andarono lisce, Adolfo, avvisato del loro arrivo fece trovare la Mini di Gennaro nel porto di Ancona vicino alla scalinata dove doveva attraccare il motoscafo. Un rapido saluto e poi rientro a Jesi in casa di Gennaro e Giannino. La mattina: “Papà sono a Jesi a casa di Gennaro, ho una novità importante da dirti, ho con me una ragazza araba, un tipo molto in gamba, l’apprezzerai anche tu quando la conoscerai.” “A me vien da ridere pensando alla faccia di tua madre Mecuccia  che non ama  i musulmani!” “Sta a te dirglielo con diplomazia, io acconsentirò a quanto tu mi hai sempre chiesto in passato di impiegarmi nella tua banca.” “E se tua madre ci butta fuori di casa tutti e due?” “La mamma è buona d’animo e poi ci ama entrambi, fammi sapere.” “Te lo puoi dimenticare, padre e figlio siete due dissennati, non vi seguirò in questo…in questo casino.” Alberto prese il toro per le corna nel senso che prese in prestito dei vestiti dall’armadio delle madri di Gennaro e di Giannino che sarebbero rientrate con i mariti fra quindici giorni, vestiti che fece indossare ad Amina, una modella! La mamma ne sarebbe stata affascinata. Mecuccia (vezzeggiativo di Domenica) era molto  combattuta fra l’amor per suo figlio e la minchiata che lui  stava per fare, prevalse l’amore ed andò incontro alla futura nuora a braccia aperte e con un sorriso. Tutto bene? Non proprio, Giannino era ammalato di un brutto male, portato a Bologna morì nel giro di una settimana, funerali con centinaia di persone cui partecipò anche Amina vestita di nero ma non col Burqa. Vi sarete chiesti voi più giovani chi è Carolina Invernizio? È stata una scrittrice di romanzi mielosi ma tanto di moda nel primo novecento.

  • Come comincia: La principessa Salim spesso osservava, dal balcone della sua reggia, la montagna incantata rossa che si stagliava enorme di fronte a lei; essa, però, quando lo faceva si rattristava tantissimo: pensando al giorno in cui sarebbe dovuta andare via, in una lontana terra straniera; pensava, cioè, che non avrebbe più rivisto quella "meraviglia della natura": visione paradisiaca ed inquietante assieme!
    Ed un giorno, infatti, quel giorno arrivò: quando che la principessa sposò il suo principe ed andò via con lui lontano.
    Quello stesso giorno , però, anche la montagna incantata andò via, a suo modo: un'ora prima dello scoccar di mezzanotte, infatti, corse dapprima un vento fortissimo tutt'intorno a lei e poi franò per intero in poco più di un attimo!

  • 03 dicembre 2018 alle ore 11:49
    L'odore del ferro

    Come comincia: È un lontano ricordo. Abitavo con mio marito. Io sbrigavo le faccende, lui mi lasciava qualche spiccio per la spesa e, spesso, grossi lividi sul viso. Quel giorno ci trovavamo in salotto: fu peggio delle altre volte e, dopo che lui fu rientrato in sé, uscì di casa. Io rimasi a fissare uno scarafaggio sul pavimento. Il suo corpicino, come un’armatura, brillava sotto la luce: effondeva un odore di ferro che irradiava calore. Piansi. ‘‘Perdona, per tutte le volte che ti ho ucciso; ora capisco che in ogni insetto è custodito il profumo di un angelo!’’. Fu allora che fuggii.

     

  • 02 dicembre 2018 alle ore 9:39
    VOLEMOSE BENE

    Come comincia: Alberto  passati gli ottanta anni si era ritirato nella casa di Roma in via Conegliano dove era nato. L’abitazione gli era stata lasciata in eredità dalla defunta zia Armida assieme a negozi, terreni e ad un solido conto in banca. Alberto si era ben inserito con la gente di quella via sia per il suo carattere espansivo che per gli aiuti in denaro alle famiglie in difficoltà finanziarie,  per tutti era semplicemente Alberto. Non soddisfatto della casa per la sua parvità, dopo molte insistenze e soprattutto molti soldi convinse il proprietario della abitazione del suo stesso piano a vendergliela realizzando così un alloggio molto più ampio, alloggio che fece completamente ristrutturare insieme al suo e munire di mobilia molto più moderna. L’adorata moglie Anna era deceduta sette anni prima per un male inguaribile lasciandogli un vuoto incolmabile ed un dolore infinito. Da buon pagano aveva chiesto aiuto ad suo protettore Hermes che si rivolse a Giove ma il destino, che è sopra gli dei aveva deciso la morte di Anna. All’inaugurazione dell’abitazione, orchestrata dal portiere Claudio  un ex agricoltore inurbato, parteciparono un po’ tutti gli abitanti di via Conegliano, ci furono anche canti e balli, una festa ben riuscita, il padrone di casa fu ‘circuito’ da Angelica, figlia del  portiere che aveva i suoi buoni motivi per farlo. La ragazza, studentessa universitaria, era addetta alla pulizia della sua abitazione ma il suo intento era quello di portarsi a letto il buon Alberto che riuscì a far bella figura con l’aiuto della pillola blu, gli ottanta anni si facevano sentire! In compenso Angelica si ritrovava ogni volta nella borsetta duecento Euro che versava al padre, la paga di portiere  era inadeguata  alle esigenze di famiglia. Alberto cercava di superare la solitudine in qualche modo, una volta con uno scherzo goliardico. Venuto a sapere che un certo Leonardo  era gelosissimo della  fidanzata Sofia,  con l’aiuto di alcuni ragazzi mise in atto una sceneggiata in cui la damigella si faceva trovare a letto, in casa di Alberto, con Matteo  un giovane abitante nella stessa via. Un pomeriggio a Leonardo giunse nel telefonino una mail in cui si affermava che Sofia era in casa di Alberto a letto con un ragazzo. Leonardo senza por tempo in mezzo suonò alla porta d’ingresso e, una volta dentro casa si diresse direttamente nella camera da letto in cui effettivamente trovò Sofia e Leonardo sotto le coperte. “Puttana, sei una puttana, da oggi fra di noi è finita.” Stava per andarsene quando furono tolte le coperte sul letto e apparvero i due incriminati vestiti di tutto punto e da dietro una tenda cinque ragazzi  che: “Sei su scherzi a parte, ora chiedi scusa a Sofia!” L’episodio venne a conoscenza degli abitanti della via Conegliano e qualcuno, più spiritoso:”Leo come va oggi il mal di testa?” Alberto si fece perdonare regalando ai due fidanzati cinquecento Euro che i giovani usarono per una gita sulla neve. Un sabato pomeriggio al posto di Angelica si presentò per le pulizie di casa la mamma Arianna affermando che la figlia era dovuta andare al funerale della madre del suo fidanzato. Sbrigate le pulizie, Arianna stava per andarsene quando Alberto: “Che ne dici Arianna di farmi un po’ compagnia, oggi percepisco particolarmente la solitudine.” (Chiamala solitudine, era la pillola blu che faceva effetto!) Arianna non era una stupida, capì subito la situazione e, recatasi in bagno, ne uscì completamente nuda per la gioia degli occhi di Alberto che notarono come la dama aveva, malgrado i quaranta anni suonati tette ancora ‘in piedi’ed anche un bel popò, era un po’ più ‘pienotta’ della figlia ma per la bisogna era più che sufficiente. Molto probabilmente Arianna era a stecchetto sessuale da molto tempo, si impegnò a fondo cominciando a baciare Alberto in bocca per scendere giù giù sino ai piedi. Alberto ricambiò con un cunnilingus che portò subito la dama ad un orgasmo doppio e poi l’‘immissio penis’ che fece provare ad Alberto sensazioni piacevolmente forti, fra l’altro aveva scoperto, con meraviglia, una vagina piuttosto stretta, poi mandò in visibilio la padrona penetrando nel popò  insomma una scopata coi fiocchi, la madre aveva superato la figlia in quanto a sesso. Angelica rimase esclusa dai rapporti con lui, ma non se la prese più di tanto, preferiva il giovane fidanzato di cui era innamorata. Arianna ogni sabato andava a rassettare la casa ed il ‘coso’ di Alberto, ne erano a conoscenza sia Angelica che il padre Claudio cui la situazione non creava nessun problema, molto probabilmente in campo sessuale era un po’ claudicante come il significato del suo nome. Il compenso per le prestazioni del sabato di Arianna era passato da duecento e trecento Euro oltre alla tredicesima in occasione del Natale e la quattordicesima a Pasqua, era come se fosse un’impiegata statale! Claudio ebbe un colpo di genio: dare una grande festa per il compleanno di Alberto cui avrebbero partecipato tutti gli abitanti della via. Riuscì a farsi autorizzare dal Comune, tramite un suo amico assessore del Comune a far chiudere la strada per quel giorno, il 3 settembre, dalle sedici alle due di notte. La cosa fece piacere un po’ a tutti gli abitanti che non si chiesero come Claudio avesse fatto ad ottenerla (era stato un supporter politico dell’assessore). Il pomeriggio prestabilito si presentarono due vigili urbani in divisa che posero delle transenne all’ingresso di via Conegliano, Claudio spiegò loro il motivo di quella decisione dell’assessore alla viabilità e li invitò a venire anche loro a festeggiare. La mattina del 3 settembre accadde una cosa spiacevole: Alberto prese in mano un vecchio romanzo giallo di Mike Spillane e da esso cadde a terra una foto del suo matrimonio con Anna. Quella visione sconcertò Alberto che si sentì mancare, non riuscì ad arrivare sino al letto, si gettò su una poltrona dove lo rinvenne Arianna venuta per la solita pulizia. “Amore mio che t’è successo, andiamo sul letto, hai la faccia cadaverica.” Ad Alberto ci volle del tempo per riprendersi, nel frattempo nella via Conegliano erano iniziati i preparativi, maschietti e femminucce si stavano dando da fare a trasportare tavolini e tovaglie al centro della strada, Rosa la titolare di una rosticceria sita nella stessa strada, aiutata dalla figlia Giorgia aveva preparato un ben di Dio sia per quantità che per qualità, alcune ragazze avevano indossato dei costumi dell’antica Roma recuperati dalle cassapanche delle nonne, alcuni uomini si stavano dando da fare  con un impianto hi-fi, altri scattavano delle foto, insomma un’organizzazione funzionante. Una parentesi: Alberto consumava pranzo e  cena nella rosticceria di Rosa che mangiava insieme a lui in una saletta riservata. La signora era famosa per le sue battute salaci nei confronti dei clienti come quella volta che un tale, dopo aver consumato metà delle  cibarie ordinate stava per uscire dal locale quando: “Ahò allora che devo da fà, vor dì che non te sò piaciuti i supplì ar telefono, te li devi da mangià tutti sinnò m’offenno!” Il malcapitato dinanzi a quella furia obbedì e poi velocemente uscì dal locale da cui sicuramente in futuro sarebbe passato alla larga. L’arrivo in strada di Alberto sorretto da Arianna fu motivo di applausi da parte di tutti i presenti anche di coloro che erano affacciati alle finestre, un tripudio che lo rianimò facendogli riprendere in viso un po’ di colore. La ‘mangiata’ durò sino alle ventuno quando furono portati via i tavoli e messo in funzione l’impianto hi-fi dapprima con canzoni romantiche di Liza Minnelli e di Frank Sinatra  via via sostituiti con pezzi più ritmati ed infine con musica da discoteca a volume altissimo, per fortuna era sabato e l’indomani nessuno andava a lavorare. Alberto con un po’ di cattiveria ignorò Arianna come ballerina, dapprima invitò Angelica alla quale domandò: “Il tuo fidanzato conosce quelli che sono stati i nostri rapporti?” Ci mancherebbe altro, è gelosissimo,  lui ti considera per la tua età sessualmente inoffensivo.” Alberto cambiò le danzatrici  tutte molto giovani ridendo dentro di sé vedendo la lontano il viso corrucciato di Arianna,  quando fu stanco (l’età limita i desideri dei vecchietti) ritornò al tavolo dove era seduta la dama  che: “Quando non ce la fai più ritorni sempre da ‘mammina!” Un passo indietro: Claudio ancora una volta aveva dimostrato la sua furbizia contadina invitando alla festa anche don Agostino sacerdote delle vicina chiesa; il suo ragionamento: meglio sempre tenersi come amico un rappresentante di Dio…Il predetto prete si avvicinò al tavolino dove era seduto Alberto e: “Noi non ci conosciamo in quanto non mi risulta che lei frequenti la chiesa ma per me sarà sempre un piacere rivederla.” “Anche per me don Agostino, io divido le persone in per bene e non per bene al di fuori dell’abito che indossano. Iscritto sin da piccolo in un collegio cattolico sono stato letteralmente ‘buttato fuori’ perché contestavo le religioni tutte che ritenevo create dagli uomini, dico tutte le religioni di cui anche un romano illuminato come il poeta Ovidio Publio Nasone  affermava: ‘Lasciateci credere che esistono gli dei.’ Sono per la libertà assoluta di ognuno di noi in qualsiasi campo partendo dal presupposto che la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri.” “In questo sono d’accordo con lei, anche se sacerdote per alcune idee non sono d’accorto con alcuni miei superiori ma lasciano stare i discorsi seri. Ho saputo che lei è molto benvoluto dagli abitanti di questa via anche per la sua generosità, i miei complimenti più sentiti, qualora volesse aiutare anche qualche mio parrocchiano…” Alberto tirò fuori il libretto degli assegni e: “Ci scriva lei la cifra, senza esagerare! Qualora esistesse vorrei guadagnarmi un posto almeno in purgatorio anche se una vecchia battuta afferma che si sta meglio all’inferno dove ci sono tanti peccatori anziché in paradiso dove si vive una vita  beata ma poco piacevole materialmente!” Ad Alberto l’età (e relativi acciacchi) cominciava a pesare. Aveva preso in antipatia alcuni medici che si riempivano la bocca con diagnosi roboanti: ad esempio invece di scrivere sulle ricette ‘mal di schiena’ usavano altri termini tipo:’Spondilodiscite’seguita da una lettera e da un numero che Alberto giocava al lotto con scarsi risultati! Purtroppo la salute del nostro eroe andava peggiorando, la mattina non aveva la voglia né la forza per alzarsi dal letto, veniva aiutato da Arianna che ormai si considerava sua infermiera o forse anche moglie. Per ricompensare lei e la sua famiglia fece venire in casa un notaio  e nel testamento fece scrivere che tutti i suoi beni venissero divisi equamente fra Claudio, Arianna ed Angelica, niente per i parrocchiani di don Mariano. Il Vaticano è ricchissimo,  evasore fiscale di imposte e tasse italiane,  molti suoi componenti sono gay ed altri accusati d pedofilia, una bella foto del clero! L’ordine di restare celibi era stato imposto nel 1085  dal Papa Gregorio VII che non aveva pensato a quanti guai avrebbe  procurato. Molto probabilmente non amava i ‘fiorellini’ come alcuni suoi colleghi nell’andar dei secoli, la questione lasciava indifferente l’ateo Alberto il quale cominciava ad avere problemi relativi alla vecchiaia che avanzava. La mattina non aveva né voglia né molte forze per alzarsi, preferiva il silenzio alla lettura ed alla visione dei programmi televisivi inoltre non aveva molta fame malgrado i succulenti cibi preparati da Rosa. Arianna gli stava vicino più del solito, talvolta la notte dormiva con lui, ormai il sesso era un lontano ricordo, una tristezza…Fu interpellata il medico di base dottoressa Concetta  la quale fece una diagnosi spiacevole. “Il signor Alberto si sta consumando pian piano come una candela, possiamo al massimo ritardare un pò…” Alberto aveva ascoltato da dietro la porta le infauste previsioni di Concetta, spalancò la porta e con uno scatto d’orgoglio: “Io non sono una candela ma un cero grande come una colonna!” Anche se un po’ con la mente annebbiata Alberto capì che la fine non era molto lontana, non provò nemmeno a chiedere aiuto a Hermes, ormai la Parca Atropo stava per tagliare con le sue lucide cesoie il filo della sua vita. Nel testamento fece aggiungere che, a discrezione degli eredi, il tre settembre, suo compleanno, poteva essere organizzata la solita festa in suo onore, festa pagata dai tre beneficiari citati nel testamento. Atropo aveva forse fretta ed una notte usò le sue forbici ed Alberto morì nel sonno con un sorriso sulle labbra, nemmeno la morte era riuscito a fargli perdere il senso dello humour. Per sua volontà non ci furono cerimonie in chiesa, la sua bara, esperiti gli adempimenti burocratici di rito fu trasportata nella cappella al cimitero del Verano da lui a suo tempo acquistata, aveva raggiunto la zia Armida. Gli abitanti della via Conegliano ritennero opportuno tassarsi per far erigere un mezzo busto di Alberto che, non potendo trovare accoglimento nella strada, fu messo all’ingresso del numero otto; col suo sorriso sembrava che salutasse tutti coloro che entravano in ascensore.

  • 01 dicembre 2018 alle ore 19:54
    I cognati di mio fratello

    Come comincia: Sogno e son desto.

    Incubo di una notte di mezza estate.

    Il racconto che a gennaio non ho pubblicato.

    E' da cinque anni che so che questa specie di matrimonio mi ha accorciato la vita.

    Quello che non avevo capito è che, forse, l'avesse accorciata anche a mio fratello.

    Eppure nel novembre 2017 mi era saltato in mente: "Mi sa che mio fratello aveva ragione."
    Su cosa mio fratello aveva ragione?
    Il 3 giugno 2005 mio fratello, a quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato, disse: "Tu non mi sei mai piaciuto".
    Non me la presi. Credevo di conoscere le condizioni di mio fratello in quel momento.

    Mio fratello aveva attaccato 'mio marito' anche una sera di un sabato del settembre 2004. E lì ci avevo sofferto.
    La mattina successiva mi svegliai singhiozzando tra le braccia di mio marito: "Non ho più fratelli!". "Mi sa che tu non li hai mai avuti", rispose lui.
    Perché "fratellI" e non "fratellO"?
    Perché l'altro fratello aveva attaccato me almeno tre volte tra metà maggio ed inizio luglio di quello stesso anno. Con aggressioni verbali e fisiche.

    Va bene. Torniamo al 3 giugno 2005. Dopo quella frase: "Tu non mi sei mai piaciuto" , conosciamo una dottoressa che vedo che sa agire con la parola sulle corde (o connessioni?) giuste del cervello di mio fratello. 
    E sa correggere anche i miei comportamenti sbagliati. 
    "Questa può aiutare anche me", pensai.
    E ci mettiamo d'accordo affinché lei continuasse a seguire mio fratello che deve essere affidato a noi, a me ed a mio marito, che si vede siamo persone 'a posto', dice la dottoressa.
    E così ci mettiamo in auto. Io, guardando con timore al compito che mi aspetta, ma finalmente con fiducia e speranza. E' la prima volta che vedo la luce in fondo al tunnel che da almeno tre settimane mi sembrava senza uscita.
    Arriviamo a Battipaglia e vedo mio marito che, invece di prendere la strada di casa, prosegue.
    "Dove stai andando?". "Andiamo a dare la bella notizia ai tuoi".
    Era il ponte del 2 giugno e l'altro fratello era sceso dalla capitale con la sua famiglia e stava a casa dai miei.
    "No", replico io, "si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci." E 'mio marito' sapeva a cosa mi riferissi.
    "I genitori devono sapere", insiste lui.
    E qui commetto una grande vigliaccata ed una grande stupidaggine: vedendo la sua determinazione, non replico.

    .......

    Il primo gennaio piangevo. Cercavo di trattenermi: "Ricordati che quello che fai il primo dell'anno, lo fai tutto l'anno", ma non riuscivo a smettere.
    La mia piccola la sera prima si era accorta che non ero del tutto in me: aveva notato che, allestendo l'aperitivo per l'attesa della mezzanotte, avevo dimenticato di cacciare dal frigo i succhi di frutta che avevo preso per lei e la sorella.

    E così il primo dell'anno piangevo. Nessuno faceva niente, quel tizio aveva il suo sorriso ebete stampato sul volto.

    Solo mio fratello si avvicina e mi avvolge con il suo abbraccio.

    ...
    "Quando si mette in mezzo quello le cose non vanno mai bene!", dice quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato.
    "Quello" sarebbe l'altro fratello.
    È una vita che gli sento ripetere questa frase.
    "E allora perché gli hai permesso di mettersi in mezzo riferendogli i nostri accordi con la dottoressa? "
    "Ed io mica avevo la patria potestà".
    Il vuoto.
    13 anni prima avevo sentito la compagna dell'altro fratello dire: "A me dispiace per .... E per me. .. non è nessuno"
    Gelo. "Come non è nessuno? Credevo fosse tuo fratello.", pensai. Sì, intuii che intendesse quella frase in senso positivo, ma mi impressionò lo stesso.

    Ora è peggio. Erano sei anni o più che recriminavo con me stessa di non aver impedito a quel tizio di andare a riferire ai miei i nostri accordi con la dottoressa e che galleggiavo in un incubo credendo che potessi svegliarmi e ritrovarmi a quella sera del 27 maggio 2005, quando credetti di capire che l'altro fratello voleva che nostro fratello venisse a stare a casa mia non solo per non rischiare di essere disturbato, ma anche perché così magari nostro fratello mi dava un pugno in testa e lui si liberava di entrambi i fratelli in un colpo solo ed ora scopro che quel tizio lo aveva fatto magari perché non voleva occuparsi in maniera continuativa di mio fratello? E magari non voleva che me ne occupassi io.

    Il vuoto.

  • 01 dicembre 2018 alle ore 19:49
    Mio fratello

    Come comincia: Mio fratello.

    La prima ad annunciare che mio fratello stava per arrivare fu la signora Katia, parrucchiera, futura madre di D. F. che sarebbe diventato in età adulta grande amico di mio fratello.
    La signora Katia nel suo esercizio chiese a mia madre: "Signora, ma per caso siete incinta?". 
    Mia madre, 39enne, già madre di due bambini, rispose: "Spero di no".

    Ed invece era proprio così. 

    Quando annunciarono a me ed a mio fratello maggiore, pressoché coetaneo, che avremmo avuto o un fratellino o una sorellina, mio fratello cominciò a tifare per un fratellino, io per una sorellina.

    Eravamo nella nostra stanza dal pavimento in marmo semisegato nero (ma come, avete fatto la stanza dei bambini col pavimento nero? chiesi a mia madre non troppo tempo fa; all'inizio era il soggiorno, mi spiegò mia madre), quando arrivò mio padre a dare la notizia ai fratelli ed alle cognate che erano nel soggiorno per sorvegliarci: "E' un maschio!", annunciò. Mio fratello esultò, "Noooo", mi lamentai io, ma naturalmente ero contenta lo stesso. Anzi probabilmente gli ho voluto più bene.

    Le immagini che ho conservato sono:
    1) mio fratello allattato con il biberon da mia zia Assunta, sorella di mia madre, in cucina. E gli occhi di mio fratello andavano dalla zia alla mamma che pure era presente ed a me dava l'impressione che si stesse chiedendo: "Ma chi è mia mamma?"
    2) io mandata ad intingere il succhiotto nel miele per mio fratello che sta dormendo nella culla accanto al letto di mamma e papà. Arrivata l'ora della poppata, mio fratello non si svegliava e mia mamma cominciò a preoccuparsi, poi capì la situazione: avevo intinto troppo miele e mio fratello non aveva fame e saltò quella poppata.
    3) io che assisto mia madre che cambia mio fratello sul letto matrimoniale. Non c'erano i pannolini usa e getta, c'erano i triangoli di stoffa che andavano lavati.

    Un po' di tempo dopo, mio fratello nel girello e noi fratelli e cuginetti tutti intorno. Però pretendiamo di farlo uscire dal soggiorno al balcone. Il portafinestre ha un listello di marmo per terra, il girello si ribalta e mio fratello finisce faccia a terra. Ho sempre imputato a quell'incidente il suo naso.

    Poi, quando ci eravamo già trasferiti nella casa nuova, l'episodio che abbiamo ricordato tante volte. Noi due fratelli grandi che conduciamo il passeggino rosso, una mano per uno, altrimenti avremmo litigato per chi doveva condurlo, per andare a trovare i cugini rimasti nella vecchia casa. Una di quelle volte ci fermò un signore che ci chiese stupito e dubbioso: "Ma voi due siete marito e moglie e questo è vostro figlio?" (Avevamo 10, 9 ed 1 anno). Lo guardiamo tra il metà stupiti e metà 'ma questo è scemo' e replichiamo: No, siamo tutti fratelli. "Ah" e se ne va.
    Ho ricordato questo episodio con l'amico Cesare C. che voleva consolarmi all'inizio di questo gennaio ed ho detto: "Quei due fratelli che si contendevano la guida del passeggino hanno poi fatto un disastro contendendosi il diritto a decidere cosa fosse meglio per il loro fratello".

    E poi quando tagliamo per la prima volta i suoi capelli ed i ricciolini non compariranno più: i capelli cresceranno lisci.
    Quante volte ho ricordato: "Come era carino con quei riccioli!" E mio fratello mi riprendeva: "Rassegnatevi: sono cresciuto.".

    E quella volta a tre anni che, a mio parere, dà prova della sua intelligenza. Disse: "All'incomincio della strada". Ed io pensai: "Ma guarda questo bambino! Sa che c'è il verbo 'iniziare' ed il verbo 'incominciare'. Ha sentito che c'è la parola 'inizio', ha dedotto che c'è anche l'equivalente 'incomincio'."

    E sempre a tre anni dette prova della sua generosità ed affetto. Era in visita dal Brasile la signora Maria, la suocera di mio zio Peppino, fratello di mia madre. La mattina portava mio fratello a passeggio ed una mattina si fermarono ad un bar e la signora Maria gli prese un dolce. La signora Maria racconta: <<Eravamo seduti al tavolino e vedo questo bambino che guarda il dolce e non lo mangia. "Non ti piace?" gli chiedo. "No, mi piace". "Ed allora perché non lo mangi?" "Ho pensato che lo porto a casa per Gianfranco e Linda". Rimasi così impressionata che un bambino di tre anni si sacrificasse in quel modo! Gli dissi: "Non ti preoccupare, mangialo! Per Gianfranco e Linda ne compriamo un altro e glielo portiamo.">>

    E poi? 
    Un anno dopo, io che me lo carico sulle spalle e gli faccio fare le corse nel corridoio. Di quel periodo ho delle foto con lui vestito da Gatto degli Stivali, il mio vestito di Carnevale di quando avevo quattro anni, seduti sul letto o che giochiamo a quella specie di biliardino.

    E un anno dopo in estate con quella canottiera di cui una spallina cadeva sempre e lo chiamavamo "Tarzanito". E per il fatto che come frutta mangiava solo ..... 
    E la mia amica che prima vede mio fratello in estate con i capelli lunghi e poi con i capelli corti e chiede: "Ma Linda ha due fratelli piccoli? Una sorellina ed un fratellino?".

    E due anni dopo in estate quando mi taglio i capelli non si allontana dal suo angolo e mi guarda corrucciato deluso e diffidente. "E' Linda", gli dicono. "No", risponde lui.

    Ed un mese dopo in settembre nostra madre lo rimprovera aspramente per un'iniziativa che avevo preso io. Quel povero bambino innocente si difende meravigliato e senza asprezza: "E' stata Linda". Io intervengo con un secondo di ritardo: "Sì mamma, sono stata io." E poi mamma mi spiega il motivo di quell'asprezza.

    E poi c'è il terremoto.
    Mentre io ero al corso e mi chiedevo: "Ma che cavolo sta succedendo?", il mio fratellino era nella vasca da bagno. Mia madre lo avvolge nell'asciugamano e lo abbraccia addossandosi alla parete ed il mio fratellino chiede: "Mamma, che cos'è? Il terremoto?".

    E poi quando le scuole sono chiuse la mattina lo porto fuori. Su una panchina di piazza Madonnina gli insegno la morra cinese e lo porto a vedere i treni alla stazione, come fanno i nonni con i nipotini.

    E Luciano D.B. gli chiede ammiccando: "Com'è Linda? E' buona?". "No, è cattiva", risponde lui, "perché non vuole giocare con me".

    E quella volta che dovevo prenderlo dalla scuola provvisoria (la principale era chiusa a causa del terremoto) vicino al liceo e per un'altra stupidata che gli avevo detto non c'incontriamo. Corro indietro per la strada che porta al liceo e lo vedo uscire con gli occhi lucidi accompagnato dal bidello, Rocco.
    Me lo abbraccio, lo bacio e lo riporto a casa.

    I suoi anni delle medie non li ricordo. Non li ho vissuti. Io ero ai primi anni dell'università e per un po' stetti anche fuori casa.
    No, però ricordo che quando mio fratello compì 12 anni dissi a mia madre: "Ora ci vuole un altro bambino". Non ricordo le parole esatte della risposta di mia madre, ma certamente mi mandò elegantemente dove dovevo andare. Allora avevo vent'anni e probabilmente, se proprio ci tenevo, avrei anche potuto pensarci da sola.

    Quell'estate c'era mio zio Peppino che tornava per la prima volta dopo quasi vent'anni dal Brasile. E fece il giudice di gara tra me, che a quanto pare proprio non mi decidevo a crescere, ed il mio fratellino per una corsa sulla spiaggia. Allo scatto mio fratello guadagnò netto vantaggio, ma sulla distanza lo battei. Infame! Non far vincere un bambino!

    Però mi ricordo che quando giunse il momento di scegliere la scuola superiore, facendo sue quelle che erano state le mie paure (e non era così), gli dissi: "Tu scegli la scuola che preferisci, anche se sta a Salerno o altrove. Se devi prendere l'autobus o altro mezzo non ti preoccupare: i primi giorni ti accompagno io." Ma non ce ne fu bisogno: se la cavava benissimo da solo.

    E poi? E poi papà ha un ricovero improvviso in ospedale e dal suo letto ci dice: "State vicini ad Alberto: non l'ha presa bene". Ma mi sa che nessuno si prese la briga di parlargli e di rassicurarlo.

    E mio padre decide di andare in pensione anticipata e da quel momento può seguire sempre più Alberto seguendolo nelle sue gare di pallacanestro.

    E anni dopo mio fratello maggiore mi dice che era stato geloso di quell'attenzione che lui non aveva avuto, mentre Alberto mi dice che quella presenza costante lo aveva fatto sentire un po' soffocato.

    Intanto passa un anno o due e arriva P. che mi dice: "Guarda che Alberto non ha bisogno di una seconda mamma." Secondo lui lo seguivo troppo aiutandolo nei compiti. Mah, forse per la matematica, ma come avrei potuto aiutarlo per le materie tecniche di cui non sapevo nulla?

    E quattro anni dopo è Alberto che mi 'pizzica' alla stazione per farmi tornare a casa.

    Ed un paio di anni dopo è Alberto che mi raggiunge a Milano dove io da dieci giorni ero bloccata a casa a seguito di una frattura al piede che mi ero procurata in piazza S.Babila (ma i medici del Policlinico avevano detto per ben due volte che era una distorsione e che dovevo pazientare).

    E sei anni dopo deve andare in trasferta a Brescia per conto dell'azienda. Siamo a Paestum alla casa al mare. Dice che si alzerà ad ora antelucana per prendere il treno ed arrivare all'aeroporto. "Ma quando mai!", gli faccio io, "Ti accompagno io con l'auto e poi vado al lavoro." Ma devo insistere per farlo accettare. Ed in auto, pensando che il suo disagio sia dovuto ai problemi che vivevo anch'io, all'ambiente difficile del lavoro, ma nella sua azienda erano più pesanti, con i colleghi che tentano di farti le scarpe (ma ci sono anche i colleghi che ti stimano, ti aiutano e ti vogliono bene e lui li aveva, avrei dovuto dirglielo) ed i capi che ti vessano, ti tiranneggiano e non riconoscono mai il tuo lavoro (ma ci sono anche i capi degni di questo nome che ti supportano invece di esserti d'ostacolo) ed anche agli amici che ti tradiscono (ma lui ha avuto tanti amici che lo hanno supportato fino all'ultimo), gli dico: " Il mondo del lavoro è così. E gli amici crescendo si allontanano, ognuno deve pensare alla propria famiglia. Queste sono le persone che ti rimangono vicine: la tua famiglia".

    Già, ma magari i fratelli pensano a farsi la loro vita, come è giusto che sia, ma magari pensano alla famiglia di origine come un ostacolo (e magari questo è meno giusto). E magari i fratelli si fanno una loro famiglia ed i coniugi del fratello pensano ai cognati come 'altro' dalla loro famiglia e manipolano, magari in buona fede, il coniuge che, condizionato, non sempre riesce ad agire per il meglio per il proprio fratello. 

    ............
    Altri ricordi.
    Mio fratello a 14-16 anni era già bravissimo con i bambini. Io, che ero negata, gli dicevo che doveva fare il baby-sitter.

    Mio fratello, perito tecnico informatico.
    Io, facendo di altri quello che era stato un mio desiderio, gli dico che avrebbe potuto mettersi subito a lavorare: già solo facendo domanda nelle scuole, puoi fare supplenze come insegnante tecnico pratico.
    Lo so, avrei dovuto farmi i fatti miei.
    Mio fratello sceglie di fare l'università.

    Mio fratello a 22 anni fa volontariato in un centro di cui io nemmeno conoscevo l'esistenza in cui si svolgono attività per ragazzi con problemi, tipo droga.
    E sono quasi vent'anni che pensavo che per lui l'attività giusta era nel sociale.

    Mio fratello già dipendente di un'azienda informatica che nei primi del 2000 balza alla ribalta della cronaca nazionale per il suo exploit in borsa, poi professore di matematica ed informatica, creatore di siti web ed altte attività in libera professione nel settore dell'informatica.

    E continua con le sue attività di volontariato, neanche quattro anni fa tiene lezioni di chitarra in una manifestazione/iniziativa estiva tenuta nella villa comunale che vogliamo intestare al grande Carmine Battipede.

    E continua, alternatamente, a praticare la pallacanestro in modo amatoriale, dopo aver dovuto lasciare questo sport a livello quasi professionistico a.18 anni.

    Mio fratello, dirigente di una squadra di pallacanestro su carrozzina.

    ........
    Mio fratello che mi ha sempre riempito di regali. Anche, ed ancora di più, dopo che sono andata a vivere con un altro.
    E spesso i regali rispondevano alle esigenze che esprimevo, come quando mi portò una bottiglia di vino bianco senza solfiti prodotta da una cooperativa del Piemonte, dopo avermi sentito spesso lamentare che non si trovava una bottiglia di vino senza solfiti. 

  • 31 dicembre 2017 alle ore 9:59
    LA SUPPOSTA E IL RAZZO

    Come comincia: Cosa accade nel cervello di una persona, nel caso il mio, svegliarsi la mattina e, ancora insonnolito, ripetere stancamente col pensiero un mantra tipo: ‘che differenza c’è tra una supposta ed un razzo?’ Che non sono una persona normale ed io a questo punto tale non mi ritengo ammesso che al tempo d’oggi tale parola abbia un significato, con quello che si vede e si sente in giro…In ogni caso non vi tedierò col raccontarvi la barzelletta, che tra l’altro non è nemmeno tanto spiritosa ma anche un po’ volgare. Mi giro nel letto e m’inebrio del profilo della mia consorte, inondato da un bel sole messinese. La cotale un po’ più giovane di me, diciamo molto più giovane che  ha voluto sposarmi ad ogni costo ventiquattro anni addietro quando ancora non ero ancora disastrato come ora per aver compiuto il…simo anno di età (sono coetaneo della mia suocera) e bisognevole talvolta di una aiutino, si quello che avete immaginato, oggi, per fortuna,  la farmacopea  dà una mano ai non più giovani. Talvolta non ne avrei bisogno come questa mattina ma mai svegliare la dolcissima nel pieno del sonno, mal me ne incoglierebbe; mi limito a bearmi del suo profilo dolcissimo perchè quando si incazza… (è un leone ascendente leone!) Mi ficco sotto la doccia ma il rumore dell’acqua sveglia la non più dolce Anna che: “Non potevi aspettare… manco la domenica…” Per farmi perdonare vado in cucina e preparo una sostanziosa colazione con la quale spero di addolcire Keeta (leggi Cita, non ditele che la chiamo così, era la scimmia di Tarzan). Suo stiramento degli arti superiori ed inferiori, stropiccio degli occhi per riprendere la realtà: “Talvolta sei meno… del solito” Ho volutamente tralasciato l’aggettivo che, detto da lei,  considero normale non offensivo. “Quante belle cose madama Dorè, o hai qualcosa da farti perdonare o vorresti…hai presente il colore bianco, è quello in cui andrai incontro per avermi svegliato.” La miglior risposta è il silenzio, non so chi l’abbia detto ma faceva al caso mio, cercai di cavarmela con una battuta: “Allora mi vesto a vado a Messa.” “Ma se ti hanno buttato fuori dal collegio dei preti per le vignette e le battute anticlericali che hanno trovato nel tuo diario, non ci credo nemmeno se ci fosse una giovane monaca arrapata, dì piuttosto che vai al circolo ufficiali a farti una partita a carte!” Io Alberto M. sono un ex colonnello dell’Artiglieria ma l’appartenenza a quest’arma non era a mio favore. “Come artigliere sei un po’, dico un po’ per aiutarti,  fuori allenamento…” Era tutta una sceneggiata, Anna M. mi voleva un bene da pazzi ed era anche gelosa; quando durante una festa danzante al Circolo Ufficiali qualche vecchia signora si strofinava troppo con lo scrivente, la fulminava con lo sguardo e riprendeva possesso della mia persona! Ma non finiva lì: per mortificarmi agganciava qualche giovane Tenente e faceva finta di divertirsi un sacco alle battute, magari insulse del bamboccio, pensava di vendicarsi e farmi ingelosire ma io, da vecchio anticonformista  non me la prendevo proprio a mi recavo al bar a parlare col barista giovane romano dè Roma come me. “A’ Romolè so quasi tutte nonne incartapecorite, esclusa ovviamente mia moglie ma tu…” “Quarcuna c’ià provato con me, magari se sganciano qualche migliaia di Euro…” “A lì mortè te metti a fa er macrò…” “Non so si ce la farei, con tutta quella pellancica che c’ianno, bah!” Un giorno una novità:  mia cugina Silvana va in palestra che ne dici se ci vado anch’io?” Non c’era nessuna scusa per negare il consenso anche se istintivamente…”D’accordo fai come vuoi.” L’istinto non aveva sbagliato: dopo circa dieci giorni qualcosa era cambiato nel comportamento di Anna: non era più allegra come prima, parlava e sorrideva poco, talvolta la trovavo a letto, quando mai la mattina restava in casa, andava sempre in giro negozio negozio ma ora… e poi anche sessualmente…Pensai che non era il caso di fare domande dirette dato che aveva poca voglia di parlare e per non metterla a disagio ma fu Silvana che scoprì l’arcano. “Alberto sai quanto voglio bene a te e ad Anna ma ti devo dire che tua moglie..non te la prendere con me che l’ho portata in palestra ma…”Ho capito con chi se la fa?” “Col coach, è un giovane fusto affascinante che piace un po’ a tutte le ragazze.” Dopo mangiato, pipa in bocca: “Che ne dici se mettiamo in atto quello che abbiamo sempre sostenuto, rapporti di sincerità fra di noi, mi puoi dire la verità, non sono il tipo che crea casini.” Dopo un lungo silenzio:”Hai parlato con Silvana? Penso proprio di si, è difficile spiegarti l situazione, tu mi sei molto caro…” “Lascia perdere lo zucchero e vieni al dunque.” “Ho avuto rapporti con Massimo il mio istruttore, non pensavo mai che sarebbe accaduto una cosa del genere ma…è accaduto, qualsiasi decisione prenderai per me va bene.” “Non ho alcuna intenzione di perderti, cerchiamo una soluzione anticonformista, niente pannicelli caldi come dicono i politici, invita il tuo…amico a casa nostra, lo sorprenderai, digli che ho spiccato il senso dello humor, anche se ho qualche dubbio in questo caso e che non sono un tipo violento. Evidentemente Anna aveva molto faticato a convincere l’amante a venire a casa mia dato che erano passati quindici giorni dal nostro ultimo colloquio. “Che ne dici se domenica faccio venire Massimiliano, vorrei mangiare a casa nostra e non al ristorante, potrebbero esserci delle chiacchiere, che ne dici?” “La fatica sarà tutta tua perché dovrai cucinare e non ordinare cibi già pronti.” Almeno volevo risparmiare sulla spesa ed infatti la baby, dopo essersi recata in giro ad acquistare cibare da cucinare per il pranzo, la domenica mattina si alzò molto presto e si mise ai fornelli. In verità fece una bella figura ma di questo ve ne parlerò dopo. Il giovan signore si presentò tutto azzimato a mezzogiorno, posteggiò la sua Mini verde classica, auto inglese anche nel colore e bussò alla porta di casa mia. “Per favore vai tu, sto cucinando.” Una scusa per vedere come si metteva la situazione tra i due maschietti. Il cotale era vestito in modo sportivo, all’ultima moda e qui, pensò Alberto, lo stipendio della palestra doveva essere consistente, a meno che il giovane non avesse un altro genere di entrate…“Signor Alberto buon giorno, io sono Massimiliano…” “La conosco di fama, si accomodi in salotto Anna sta cucinando e la cucina è off limits. Caro Max io da buon romano sono per  l’empatia, possiamo darci del tu, dimmi come sei giunto a Messina dato il tuo accento bolognese, mi sbaglio?” “No son proprio di Bologna, a Messina è stato trasferito a suo tempo mio padre impiegato di banca e ci sono rimasto.” Poco dopo apparve la mia consorte reggendo una cofana fumante (non sapete cos’è una cofana? gnurants) con dentro delle lasagne al sugo forse in onore del suo amico(è un piatto tipico di Bologna). Riempì i nostri piatti del succulento cibo e, sorpresa sorpresa, toltosi il grembiule di cucina apparve vestita con corta minigonna in rosso con una scollatura abissale , capelli a chignon, un colpo d’occhio al quale il bolognese rimase per un attimo come imbambolato. “Cara se ti presenti così invece di mangiare ci fai pensare al altre piacevoli cose, che ne dici Max?” “Sua moglie è affascinante, non so che altro dire.” Meglio così pensai brutto maiale che ti trombi la qui presente consorte, come se non l’avessi mai vista nuda!  Seguirono portate di gamberi arrosto, alici marinate, sgombri già spinati, insalata di vari colori e, dulcis in fundo cannoli alla siciliana che penso che baby abbia acquistato in pasticceria. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi del mio amico Giorgio Brunori non poteva mancare e, insieme, con i dolci, lo spumante veneto Merlot.  “Mes amies dopo pranzo sono abituato a fumare la pipa, siccome Anna non sopporta il fumo me ne vado in strada, con permesso.” I due amanti sicuramente erano rimasti sorpresi di tanta, come dire, generosità da parte mia, ma faceva parte della strategia, volevo metterli in difficoltà nel constatare tanta benevolenza da parte di un marito cocu. Portai fuori Pucci, a proposito non vi avevo detto di possedere un cane pastore tedesco e tornai dopo circa un’ora facendo entrare in casa prima il mio cagnolone per avvisare i due del mio ritorno. Li trovai un po’ rossi in viso mentre ballavano al suono di una musica brasiliana. “Vedo che avete i miei stessi gusti, per me il Brasile e soprattutto le sue femminucce mi fanno impazzire, anche a voi?” Massimiliano decise di averne avuto abbastanza e, con una scusa, si levò dalle balle. Anna si sedette sul divano, apparvero le sue mutandine rosse come il vestito. “Cara ma non siamo a Natale che ci si veste di rosso ad ogni modo stai molto bene e soprattutto sei molto sexy.” Anna andò in cucina ed apparve dopo circa mezz’ora. “Non ho capito cosa volevi concludere con questa sceneggiata, Max era molto sorpreso ed anch’io.” “Non ricordo chi disse ‘semper satisfare uxorem tuam’, ho messo in atto il detto latino…” Anna scappò in camera da letto e quando la raggiunsi la trovai piena di lacrime. “Ho fatto il classico ed ho capito il tuo messaggio ed ho pensato che…era il tuo amore che ti spingeva a comportarti in modo almeno inusuale per un marito tradito, io ti voglio ancora molto bene e ormai ritengo che la mia sia stata solo una sbandata sessuale che deve finire qui, sempre che tu lo voglia.” “Amore mio questa volta te lo dico in italiano: talvolta le corna servono per  migliorare un legame affettivo, penso che sia così o mi sbaglio?” Un lungo bacio, la storia di Anna  e Massimiliano  era finita, l’amore aveva trionfato, forse la frase è troppo pomposa ma rispondeva alla realtà. A proposito del razzo e della supposta: il primo va in cielo mentre la seconda…ciao a tutti.
     

  • 30 dicembre 2017 alle ore 10:51
    ALBERTO IL MAGNIFICO

    Come comincia: “Intitolare un insieme di racconti con un titolo esageratamente altisonante…  lascia perdere!” Chi parlava era il mio alter ego; io, da buon ateo, non ho un angelo custode come i cristiani ma un rompi c…i .che non si fa mai i cazzarelli suoi. Lo so che ‘il magnifico’ era detto il sultano turco Solimano ma stavolta lasciatemi esagerare. Giunto all’….mo anno di età, qualche licenza penso di potermela permettere anche per incoraggiarmi un po’: uno che da giovane era considerato per il suo fisico il ‘bell’Apollo’ (viva la modestia!) e ‘conquistatore di donne a getto continuo'(Petrolini)’ all’apparire di rughe sul viso, perdita della muscolatura, colonna vertebrale tipo slalom, dolori sparsi un po’ in tutto il corpo, perdita della memoria e qualche… defaillance permettete che sia almeno un pò giù di morale. Anche passare il tempo in caserma fra ex colleghi (sono un ex maresciallo delle Fiamme Gialle) non migliora la situazione, il discorso va spesso a finire sulle malattie o peggio sul decesso di qualcuno dei nostri, una tristezza… L’unica consolazione una frase di mia moglie (molto più giovane di me) che mi ripete: “Sei sempre l’amore mio!” “Sarai sempre l’amore suo ma è un amore tutto sfasciato” il pensiero di Alberto. Ti pareva che l’alter ego non si immischiasse peggiorando la situazione, str…o! Col mio senso dello humor riesco in parte a sollevarmi lo spirito. Talvolta mi capita di accompagnare Anna (il suo nome) a fare delle compere e vengo interpellato da qualche commesso: “Le piace quello che ha scelto sua figlia…” oppure qualche vecchia signora amica che, per darmi un po’ di corda: “Alberto non dimostri assolutamente la tua età! “ (pietosa bugia). Il peggio è avvenuto quando ho preso a sfogliare il mio album di foto, lì è stato il crollo finale. Ora basta con i piagnistei (peraltro inutili) e, se volete, leggetevi i miei racconti ed anche il mio romanzo ‘Tato il libertino ed il sapore di Venere’, edizione Albatros. Qualche critico (bontà sua) l’ha definito: ‘originale,piacevole, pregno di emozioni, a tratti erotico. C’è nostalgia miscelata a dolce ricordo di un’esistenza che viene gustata di nuovo attraverso la memoria.’ Buona lettura.
     

  • 17 dicembre 2017 alle ore 14:50
    Buon Natale anche a te

    Come comincia: Quando Fausto aprì la finestra era già mattina inoltrata e un tepido sole si affacciava in cielo. Meglio così, pensò. Un Natale col sole era quello che ci voleva per lui. Niente strane indesiderate malinconie, nostalgie, quadretti di quartieri innevati con alberelli stracarichi di luci, ninnoli, e via dicendo. Da tempo il Natale non aveva alcun fascino su di lui, da quando era morta sua moglie, sì, più o meno da allora, ma già da prima lui aveva cominciato a covare una certa indifferenza verso le feste, tutte le feste, una indifferenza che era diventata insofferenza, ma che nascondeva molto bene per non deludere lei. Adesso ormai non aveva più bisogno di fingere, lei non c’era più. Fausto chiuse la finestra e andò in cucina a fare il caffè. Come al solito lo berrò da solo, pensò, tanto lui non ci sarà, ma provò lo stesso a chiamare suo figlio: il caffè è pronto. Gli rispose un silenzio di assenza. Non è rientrato, pensò Fausto. Non andò a guardare in camera del figlio, non lo faceva mai, anche perché spesso capitava che lui fosse in compagnia di una donna, sempre una diversa, naturalmente, e Fausto non voleva sentirsi in imbarazzo. Le situazioni imbarazzanti l’avevano sempre messo molto a disagio e così aveva imparato ad evitarle. Si sedette al tavolo di formica della cucina e pensò, mentre sorbiva il caffè, che niente era più freddo della formica, distante, malinconico. Potrei metterci sopra una tovaglia, anzi, un bel tappeto spesso, di quelli che si usano anche quando si gioca a carte, magari allegro, colorato, ma poi perché? Cosa me ne importa? Così il tavolo si pulisce in fretta, due passate di straccio e via. Sul tappeto, se poi rovescio qualcosa, devo lavare, poi magari le macchie non se ne vanno. Viva la formica. Stabilito che il tavolo sarebbe rimasto così, nudo e freddo, si alzò e lavò bicchiere e cucchiaino. Guardò l’orologio a muro, erano le 11. Non era abituato a dormire al mattino, il suo lavoro gli piaceva, mai un’assenza, mai un ritardo, era soddisfatto di sé, però oggi era il 24 dicembre, la vigilia di Natale, e lui si sentiva inquieto, non sapeva cosa fare, nessun lavoro a salvarlo dai suoi fantasmi, dall’insoddisfazione, dai pensieri che lo tormentavano. E il suo tormento era il figlio. Un figlio di 27 anni che non si era nemmeno diplomato, mentre lui avrebbe desiderato un figlio con una bella laurea, magari di quelle importanti che danno tanto lustro: medico, avvocato, e forse addirittura magistrato. E invece eccolo lì, questo figlio! Non studiava, non lavorava, non parlava col padre. Però era molto bene educato, mai una rispostaccia, mai una litigata, quando il padre gli proponeva delle occasioni di lavoro, lui opponeva un semplice e pacato “non sono interessato”, così pacato, così indifferente che Fausto si sentiva esplodere, ma poi non diceva niente. Certo le madri sono diverse, le madri sono ostinate, assillanti, non si arrendono, scavano e osservano, affrontano i figli. Eh, quando c’era lei era tutto diverso, lui non era mai riuscito ad entrare in contatto col figlio e col tempo si era rassegnato. In fondo il suo stipendio bastava per tutti e due, e magari le cose prima o poi sarebbero cambiate. Decise di uscire, l’aria di casa era opprimente e la giornata sarebbe stata lunga. Camminò tutto il giorno, ma non lungo i marciapiedi intasati da gente in cerca degli ultimi regali, delle ultime compere per il cenone e poi il pranzo del 25 e poi, già, bisognava pensare anche a S.Stefano, insomma una corsa pazza e sconsiderata agli acquisti di ogni genere. No, lui camminò a lungo nei giardini pubblici, si sedette su panchine silenziose e si perse a guardare il mondo che più amava, quello che gli presentava la natura nella sua meravigliosa semplicità. Tornò a casa tardi, quando si era fatto buio già da un bel po’. Sulla porta, entrando, quasi si scontrò col figlio che stava uscendo il compagnia di una ragazza. Fausto restò allibito: tacchi altissimi, calze a rete, minigonna vertiginosa, un nero attorno agli occhi così pesante che sembrava fosse stata truccata da un pugile. In testa una foresta che sudava gel. Santo cielo, pensò Fausto, questa le batte tutte.
    -Papà, lei è Shelley.
    -Piacere
    -Ciao- e Shelley scese per le scale di corsa.
    Entrato in casa Fausto riuscì soltanto a sospirare e a pensare, ma solo per un attimo, che quella era la notte di Natale. Guardò fuggevolmente la fotografia della moglie sul comò, e se ne andò a dormire. Quella notte sognò la grande chiesa della sua infanzia, tanta gente, tanto aroma d’incenso, e sua moglie che gli sorrideva dal soffitto: sposami Fausto, sposami! Ma come faccio a sposarti, io sono un bambino, non posso sposarti! Sposami Fausto, sposami! Fausto si svegliò di soprassalto e accese subito la luce. Ogni cosa era al suo posto, il silenzio era il solito, solo il tendone che nascondeva la finestra si muoveva leggermente, come capita sempre dove c’è un calorifero acceso. Prima ancora di guardare l’orologio, avvertì un profumo che inondò la camera da letto. Ma sto ancora sognando? No, quello era profumo di caffè, caffè vero. Fausto si mise addosso qualche indumento e uscì dalla stanza con prudenza e circospezione, sapeva che probabilmente avrebbe incontrato suo figlio o qualche amica. Non ricordava che qualcuno degli amici del figlio avesse mai fatto il caffè, tanto meno lui, lui sarebbe uscito e l’avrebbe bevuto al bar. Si fermò sulla soglia della cucina: no, non era suo figlio, era una ragazza, che in quel momento gli voltava le spalle. Di lei Fausto poteva vedere una lunga innocente coda di cavallo, una maglietta rosa e un paio di pantaloni neri alla caviglia. Calzava scarpette basse tipo cenerentole.
    Lui accennò un lieve colpo di tosse. Buongiorno. Lei si voltò, e, con un gran sorriso lo salutò: Oh, buongiorno. Bevi un po’ di caffè?
    Fausto arrossì violentemente di fronte a quel “tu” così disinvolto, ma si fece coraggio.
    -Sì grazie, mi fa molto piacere, ma tu chi sei?
    -Ma sono Shelley, non mi riconosci?
    Fausto guardava Shelley e non la riconosceva. Davanti a lui c’era una ragazza con la faccia priva di trucco, il sorriso gradevole, gentile. Sembrava giovanissima.
    -Ah!
    Shelley rise divertita. Tutto quello che sai dire è “ah”? Ciao, mi presento, mi chiamo Irma.
    -Ah!
    -Sì, Shelley è per la sera, quando andiamo in giro.Vieni, bevi il caffè, chissà che ti venga in mente qualche parola che non sia “ah”.
    Fausto si avvicinò al tavolo per bere il caffè e intanto rifletteva che questa ragazza era davvero troppo giovane, non era che il figlio se la faceva con una minorenne. Gli venne un brivido al solo pensiero.
    -Bene, ciao Irma, quanti anni hai?
    -Finalmente una frase intera. Ho 25 anni, sì lo so che ne dimostro di meno, però sono 25.-Senti Fausto, ti chiami Fausto, vero? Ho visto che nel frigorifero c’è un po’ di roba. Potrei preparare qualcosa da mangiare per mezzogiorno, tanto oggi rimango qui.
    -Fai pure, non mi disturba, ma ricordati che qui non c’è niente da festeggiare, il Natale non mi interessa.
    -Non preoccuparti, si tratta solo di mangiare qualcosa.
    Irma rise di nuovo e Fausto capì che niente avrebbe potuto smuovere il buon umore della ragazza. La guardava mentre lei si muoveva veloce in cucina, leggera e canticchiando. Pensò che era simpatica, ma chissà se era una nullafacente come suo figlio! Ricordava i vecchi proverbi: chi si assomiglia si piglia. La studiò un po’ in silenzio, e poi non ce la fece più.
    -Cosa fai tu? Studi? Lavori?
    -Lavoro, faccio la traduttrice per una azienda, e poi altri lavoretti che mi capitano, sempre concernenti le traduzioni. Non avevo molta voglia di studiare ma me la sono cavata e sono indipendente. Allora faccio io? Decido io per il pranzo?
    -Ma sì certamente, se proprio ne hai così voglia, fai pure tu. Io vado in camera mia a mettere in ordine, a più tardi.
    Fausto si chiuse in camera e si sedette sul letto. Guardò sua moglie che gli sorrideva dal comò, e le restituì il sorriso. Si sentiva bene, di buon umore. Hai visto? Abbiamo un’ospite, una ragazza, pare che trascorrerà la giornata con noi, e non mi dispiace. E’ strano che non mi dispiaccia, non credi? Se penso a quando l’ho vista ieri sera... se l’avessi incontrata di notte mi sarei spaventato. Beh, sembra che voglia cucinare. Io adesso esco così li lascio più liberi, lei e nostro figlio. Fausto fissò ancora un attimo la fotografia prima di chiudersi la porta alle spalle. Salutò Irma uscendo da casa, e sentì la voce di lei che lo inseguiva:
    -Non preoccuparti, vedrai che pranzetto! Me la cavo, cosa credi!
    Fausto pensò che avrebbe dovuto rientrare per l’ora di pranzo, non avrebbe potuto starsene tutto il giorno sulle panchine dei giardini. Comunque si sedette e cercò il suo stato d’animo ideale, come al solito, ma non riusciva a godersi la solitudine. Continuava a pensare a quella ragazza che stava cucinando per lui e suo figlio, così allegra, così diretta. Si rese conto che aveva voglia di tornare a casa. Non mi piace, pensò, non mi piace per niente. Provò a cambiare panchina e poi addirittura si diresse verso un parco che era piuttosto lontano, ma non poteva mentire a se stesso, non aveva nessuna voglia di andarci. Tornò allora verso casa e attraversò il centro del paese. La piazza era affollata, la gente era lì per l’aperitivo, come si usava dalle sue parti. La pasticceria gremita, ed anche il bar di fronte. Qualcuno lo fermò per stringergli la mano e fargli gli auguri. Lui li subì di malavoglia, ma sorrise compiacente. E poi, all’improvviso, un’idea. Non poteva certamente tornare a casa senza portare nulla. Niente di natalizio, si consolò, delle paste, sì un vassoio di paste andava bene, gli sembrava doveroso, almeno per i ragazzi. Sì, era doveroso.
    Quando entrò in casa sentì subito il chiacchierio dei ragazzi. Depositò sul tavolo della cucina il pacco con le paste, e rimase impietrito. La tavola era apparecchiata per quattro. Perché per quattro? Deve arrivare qualcuno? Guardò Irma, e lei timidamente rispose che no, aveva apparecchiato anche il posto della mamma. Fausto era furente, ma come ti è venuto in mente!
    -Scusa Fausto, sparecchio subito. Io ero abituata così, non ho pensato di darti un dispiacere. Quando è morto mio padre la mamma ha sempre apparecchiato anche per lui e non ha mai parlato di lui al passato. Lui faceva parte della nostra vita, lei diceva sempre: papà dice che, papà pensa che... Scusami.
    Fausto si rese conto di essere stato troppo violento e cercò di rimediare.
    -Non importa, lascia stare così, non mi dà fastidio.
    Ma la piazza, gli amici, gli auguri...Fausto era profondamente turbato. La mente gli rimandava immagini di tempi spensierati, di progetti, speranze, di mattine di Natale quando lui prendeva il suo bambino per mano e lo portava fuori per permettere alla moglie di completare tranquilla i suoi preparativi per la festa. Lei ci teneva così tanto! Poi, verso mezzogiorno tornava a casa e lei si faceva trovare pronta, sempre elegante, con quel filo di rossetto che le illuminava il sorriso, con i suoi capelli di seta ben pettinati e profumati di buono, e poi andavano anche loro in piazza a sorseggiare l’aperitivo insieme agli amici, per poi tornare nella loro casa odorosa di vaniglia e arance.
    Fausto si rese conto che il Natale gli stava camminando sull’anima con gli scarponi pesanti, e il nodo in gola lo stava soffocando: riuscì solo a mormorare torno subito.
    In camera lasciò che tutto il dolore sgorgasse dai suoi occhi, senza cercare di fermarlo. Nascose la faccia nel cuscino per timore di essere sentito. E dopo tornò a tavola. Sorrise al figlio come non era capitato da tempo, sorrise a Irma, sorrise al posto vuoto, era pronto? Non lo sapeva, ma certamente si sentiva accogliente, leggero.
    -Perché Irma non sei con tua madre, oggi?
    -Mia madre ha l’ alzheimer. E’ ricoverata. Vado a trovarla oggi nel pomeriggio. Se non ti dà troppo fastidio Fausto, io un panettone ce l’ho e anche una bottiglia, me li ha dati l’azienda. Potremmo anche fare un brindisi.
    Fausto capì che Irma non voleva parlare della madre, non ancora. E accettò il brindisi, accettò “Buon Natale” e lo ricambiò, volentieri, con sentimento.
    Tardi, la sera del 25, Fausto stava leggendo un libro quando gli apparve Irma, no, non era Irma, era Shelley.
    -Ragazza mia, mi hai spaventato, stasera sei più terrificante di ieri sera.
    -Ci vediamo, Fausto.
    Non disse altro, i ragazzi uscirono e la porta si chiuse dietro di loro. Fausto avvertì tutto il vuoto del silenzio che avevano lasciato dietro di loro e sentì che aveva bisogno di qualcosa, di una speranza, una certezza forse sarebbe stata troppo, ma una speranza sì, poteva anche permettersela. E così andò in camera del figlio: la camera era perfettamente in ordine. Pose lo sguardo su ogni cosa e ad un tratto, bene appoggiati su una sedia, vide la maglietta rosa, i pantaloni neri, e per terra accanto alla seggiola, le scarpette basse.
    Richiuse la porta e andò in camera sua, si sedette sul letto come era solito fare e guardò sua moglie. Le sorrise. Hai visto? Shelley ha lasciato qui Irma, credo che tornerà.
    Il sorriso di sua moglie era sempre uguale, immutabile, però lui aveva scoperto che se fissava a lungo la fotografia, il viso sembrava animarsi, il sorriso diventare più confidenziale, intimo, e le labbra sembravano muoversi, proprio come quella sera mentre gli sussurravano: Buon Natale.
    -Grazie cara, Buon Natale anche a te.
     

  • 12 dicembre 2017 alle ore 12:10
    Colme gli occhi di una bimba

    Come comincia: Un passo dopo l’altro, l’aria distratta di chi non ha fretta. Passeggiavo, tra vicoli stretti, vestiti di luci. Lo sguardo verso il cielo, l’azzurro limpido tutto invernale, le mani in tasca.
    Avevo l’impressione di poter leggere i pensieri di chi abitava nelle case sulla strada e riuscivo a vedere le luci dell’albero che tingevano le pareti. Un gatto passeggiava, sui cornicioni. Più in alto, il fumo usciva tra i tetti.
    Non potevo fare a meno di incantarmi ad osservare le vetrine, gli occhi come quelli di una bambina e le guance arrossate dal freddo pungente.
    Avevo scelto con cura una panchina, dalla quale avrei potuto anche sbirciare tra i ritratti degli artisti di strada. Avrei voluto essere ritratta anche io. Da lui. Vedermi con i suoi occhi.
    Sarebbe arrivato in serata. Con quel suo strano modo di camminare, l’aria distratta di chi non ha fretta, di chi ha negli occhi molto più di quel che vede.
    Nell’attesa, ho rivolto lo sguardo ancora una volta verso il cielo e proprio in quel momento un piccolo bianco fiocco mi ha baciato il viso.

  • 08 dicembre 2017 alle ore 16:45
    Quel dolce brivido di speranza che è Natale.

    Come comincia: Un brivido di speranza
    A volte arriva presto. Un brivido momentaneo che fa sobbalzare i nostri sensi in una mattina di dicembre altrimenti insignificante. Chiudiamo gli occhi per prenderlo nel momento in cui evapora, lasciandosi alle spalle una sfumatura sbiadita di grigio ghiaccio e verde. Forse lo sentiamo passare come un ricordo, trascinandosi disinvolto sulle note di una vecchia canzone familiare. Istintivamente, la nostra anima protende, ma è improvvisamente scomparsa, scomparsa come un vapore di nebbia di neve. Un trillo lontano di campanelli della slitta, una certa sfumatura di rosso. Non sappiamo mai quando un accenno di esso arriverà di corsa, solo per ridurre rapidamente prima che possiamo rivendicare tutta la magia che offre. Ma ancora, riconosciamo. Ancora ricordiamo lo spirito del Natale.

    Ogni Natale era una fantasia quando eravamo bambini. Non abbiamo mai pensato a Spirito natalizio, non ci siamo mai chiesti quando, o se, sarebbe arrivato su di noi. Babbo Natale. Babbo Natale. Il bambino nella mangiatoia. Biscotti di zucchero con granelli  scarlatti, regali, vestiti di velluto. Ogni singolo elemento della stagione delle vacanze era un incanto tangibile e si muoveva e tutti insieme, creavano un magico incantesimo di bontà e speriamo di non averlo mai messo in discussione. Era sempre degno di fiducia, mai mercuriale; sapevamo che sarebbe venuto come sicuramente sapevamo che le pagine del calendario si sarebbero trasformate, a riempire i nostri cuori e inondare le nostre menti con un calore ineguagliato per tutto il resto dell'anno.

    Ma l'età adulta porta, e occasionalmente ruba, molte cose. Abbiamo più responsabilità e meno innocenza. Sappiamo dove sono nascosti i regali perché siamo noi a nasconderli. A volte nel turbinio di biglietti natalizi e pasta per biscotti, improvvisamente ci fermiamo e ricordiamo quel vecchio sentimento d'infanzia. Tornerà da noi quest'anno? E se l'intera stagione scivolasse senza di essa? Che cosa succede se il Natale diventa solo un'altra serie di compiti di dicembre da completare, semplici oggetti su una lista di lavori domestici, anche se festivi? Potremmo disperare al pensiero, se solo avessimo il tempo.

    Ma poi una sera ci ritroviamo seduti in una cappella piena di candele e piena di ceri e proprio mentre una bambina lotta per colpire la nota più alta in O Holy Night, lo sentiamo. Quasi casualmente, come un sussurro, ritorna come mai prima d'ora. Il vecchio stupore, il ben noto buon volere. Il brivido della speranza è il regalo del Natale. Chiudiamo gli occhi e ricordiamo la sua dolcezza. Raggiungiamo la mano dei nostri amati seduti accanto a noi mentre rievochiamo di nuovo la ragione di tutto il colore e la luce, i regali e l'amore.

    La fantasia del Natale di un bambino non è persa per noi da adulti. Forse più calmo, e più sereno, fluttua verso di noi sulle brezze della memoria. Non lo diamo mai per scontato adesso. Attraverso le lenti lunghe delle nostre vite, lo vediamo come il tempo del bene supremo che porta la bellezza in un mondo stanco.
    E così leghiamo archi sontuosi. Noi appendiamo ghirlande.
     Non desideriamo altro Natale di quello al nostro tavolo
     e sentiamo la sua presenza come una fiamma di candela nelle profondità più oscure della nostra anima.
    Se fosse in mio potere, darei un regalo a ciascuno di voi.
    Quel dolce brivido di speranza che è Natale.
    Che tu possa sentirlo di nuovo quest'anno

  • 05 dicembre 2017 alle ore 11:25
    FACCETTA NERA

    Come comincia: Che strano, nel telefonino c’era un messaggio di Anna, sua seconda e deliziosa consorte. Alberto M.  ex maresciallo della Guardia di Finanza si trovava in caserma a Messina per stampare delle foto (in servizio era capo laboratorio fotografico) e per intrattenersi con gli ex colleghi giocando a carte. “Non mi troverai a casa, sono partita con un mio amico che è diventato il mio nuovo amore, cose che succedono, è successa a me, fattene una ragione, gli anni passati insieme sono stati magnifici ma tout passe, tout lasse, tout casse, ho portato con me i miei vestiti e La Twingo, non dovresti avere molti problemi sei agiato e di fiche nel mondo… ti lascio, per ricordo, solo il mio profumo preferito. “Alberto era sbiancato in volto, i colleghi: “Ti portiamo in infermeria, cosa t’è successo?” “Non vi preoccupate, mi sto riprendendo.” Quella che Alberto andò invece a riprendersi fu la sua Jaguar x Type al posteggio ‘Cavallotti’. Arrivò quasi senza accorgersene alla  sua villetta lungo la panoramica, Anna aveva detto la verità, Alberto aveva ereditato da parenti senza figli un sostanzioso gruzzoletto in contanti, in abitazioni ed in terreni ed in quanto a fiche…perché aveva voluto usare una vocabolo volgare e poi chi poteva essere il cotale con cui…Quella notte fu la più lunga notte della sua vita, mille pensieri: “Anna si era stancata di aver vicino un marito più vecchio di trenta anni con… ovvie conseguenze sessuali ed aveva preferito un ’toy boy’ tanto di moda ma chi poteva essere, sicuramente uno della loro cerchia di amici ma chi? Alle otto telefonò a Pippo M., carissimo amico abitante in una villa vicina di professione ortopedico che l’aveva operato già tre volte. “Pronto chi cazzo rompe a quest’ora? Chi sei?” “Alberto, Anna mi ha lasciato…” “…Vengo subito, Loredana mi vesto, oggi non vado all’Ortopedico, mi prendo un giorno di vacanza, non avevo interventi.” Anche Pippo aveva avuto la stessa sorte, la prima consorte si era ‘involata’ con un tale più giovane di lui ma aveva avuto la fortuna di trovare in Loredana una catanese ex modella, piacevole e molto elegante. Alberto aveva lasciato la porta d’ingresso aperta e andò a farsi una doccia ed a sbarbarsi, aveva stretto i pugni, stava mettendo in atto il suo motto ‘mai lasciarsi andare’. “Pippo sono in bagno, fatti un caffè e mangia quello che vuoi.” “Cavolo sembri invecchiato di un secolo, sto pensando come risolvere i tuoi problemi; fra qualche giorno, i primi di agosto, vado in vacanza, verrai con noi in barca.” “Dimmi la verità sapevi che Anna aveva una relazione extra?” “Io e Loredana abbiamo quasi litigato per metterci d’accordo se renderti edotto che Paolo S. era l’amante di tua moglie, abbiamo deciso di no sperando che…ma vedo che …” “Mon ami troppi che, sai che mi ha scritto Anna nel  messaggio telefonico con cui mi ha comunicato la sua partenza che il mondo è pieno di fiche, in fondo ha ragione: ‘vita non est nisi unus ita vixit ut optimus’ quando sono in crisi mi rifugio nel latino magari maccheronico, grazie di essere qui, vai a sbrigare le tue cose a fammi sapere quando ritieni di partire con la barca.“ Più che una barca quella di Pippo era uno yacht: due vele e con motore ausiliario, destinazione Malta. “Da medico previdente ho portato con me pillole per il mal di testa, non si sa mai…”battuta spiritosa di Pippo. Loredana si era ‘infilata’in un costume brasiliano: tette col solo  capezzolo coperto, più in basso una specie di francobollo sulla cosina depilata e dietro un filo…Guardando la moglie Pippo: “Vedi che ho fatto bene a portare le pillole contro il mal di testa…” “Mom ami, per me le mogli degli amici sono come gli angeli di cristiana memoria, non hanno sesso.” Purtroppo Nettuno non fu loro favorevole, a bordo tutti e tre si davano da fare ma un forte vento spinse lo yacht sulla costa tunisina verso l’isola di Djerba. Avvicinatisi alla banchina col motore ausiliario i tre furono ‘agganciati’ da un indigeno che aveva vinto la concorrenza di suoi colleghi. “Je suis Mohammed-Al Mokki, vingt Euro au jour.” Affare fatto, i tre non ingoiarono quasi nulla, il mare forte aveva rivoluzionato lo stomaco, restarono a riposare: Pippo e Loredana in un cabina con letto matrimoniale e Alberto un una con due letti singoli, quella degli ospiti. La sera tutti e tre ‘ripresero le penne’ come si dice a Roma, città natale di Alberto e,  messisi sull’elegante si fecero indicare da Mohamed dove trovare un locale notturno. Furono indirizzati all’hotel Green Palm al cui interno v’era ‘Le Cyclone’.  Musica orientale con tanto di ballerine dedite alla danza del ventre. Ad un certo punto Alberto si mise a ridere. “Finalmente ! Cos’hai trovato di tanto divertente?” “Ritornando agli studi classici ha ricordato che quest’isola era nell’Eneide quella dei lotofagi, mangiatori di loto pianta che fece loro dimenticare il passato tanto si non voler più ritornare ad Itaca, spero mi faccia lo stesso effetto!” L’orchestra passò alla musica occidentale e alcune coppie di stranieri presero a ballare. Alberto adocchiò un tavolo con un arabo bassotto, panzone e faccia da crapulone circondato da due ballerine e vicino a lui, seduta a terra, una ragazza vestita di nero col solo viso scoperto. I suoi occhi erano molto belli ma tristi, il resto del viso piacevole, molto giovane. Si avvicinò e le chiese di ballare in italiano. Palla di lardo in francese: "Si vous  voulez vous  pouvez l’acheter, est mon esclave, donne moi trois mille Euro.”
    Alberto dal francese che aveva studiato a scuola capì la richiesta e, ritornando al tavolo si fece dare da Pippo duemila €uro, li aggiunse a mille dei suoi li diede al panzone e, presa per mano la schiava, la portò con se al tavolo; i  suoi amici avevano gli occhi di fuori (in senso traslato.) “Torniamo alla barca, ti spiegherò.” Vicino allo yacht trovarono il guardiano che a gesti fece capire che la ragazza non poteva salire a bordo, bastarono cento Euro…Poi la spiegazione di Alberto senza alcun commento da parte di Pippo e di Loredana la quale prestò una camicia ed una vestaglia da notte alla ragazza che si era presentata. “Mon nome est Amina Sawsan, je suis soudanaise.” L’atmosfera era diventata surreale, tutti a letto sino alle sette di mattina quando Pippo: “Albè ci siamo incasinati, che ne facciamo della ragazza, non puoi portarla in Italia senza documenti. Anche se è abbastanza chiara di carnagione si vede subito che non è italiana.” “Pippo tu fammi sbarcare a Messina, per il resto me la vedo io.” Venti favorevoli, giunsero nella città dello Stretto nel tardo pomeriggio del giorno seguente. Alberto telefonò al guardiano delle villette: “Salvatore sono Alberto (si davano del tu), vai a casa mia, prendi le chiavi della Jaguar e raggiungici al molo dinanzi alla Prefettura. All'andata aveva usato un tassì. Caricati sulla auto sia i bagagli che i passeggeri, presto arrivarono alle rispettive abitazioni. Salvatore era tutto un punto interrogativo che rimase senza risposta sino al giorno dopo. “Amico mio, quella ragazza è sudanese, non ha documenti ma è bellissima e la voglio… regolarizzare in Italia, qui ci sono duecento €uro, per favore non farne cenno a nessuno a vacci a comprare qualcosa per mangiare.” La convivenza con Amina era diventata una commedia in primis per via della lingua: Alberto cercava di parlare il miglior francese di sua conoscenza traducendo poi le parole in italiano per insegnarlo ad Amina con la quale divideva il letto matrimoniale ma..ognuno dalla sua parte. La ragazza fu fornita di qualche vestito e scarpe da parte di Loredana ma in seguito fu accompagnata da Alberto nel miglior negozio di Messina  dove una commessa: “Signor M. chi è la ragazza?” “È una mia cugina di Parigi, parla solo francese.” La balla non fu creduta dai vari appartenenti del negozio che nel frattempo si davano da fare per accontentare la nuova acquirente che, prima di acquistare un vestito o un paio di scarpe chiedeva, con gli occhi, l’approvazione del suo anfitrione. I giorni passavano scanditi solo dalle lezioni di italiano che Alberto impartiva ad Amina la quale, da ragazza intelligente, in poco tempo migliorò il suo idioma italico. Dietro consiglio dell’avvocato  Nino A. Alberto con lo sborso di 10.000 Euro fece avere alla ragazza un falso passaporto sudanese col quale si recò all’Inps dall’amico Ferdinando F. per una pratica di badante. Il cotale, malgrado i buoni rapporti, era piuttosto perplesso: “Alberto sei sicuro di questo passaporto, la ragazza ha venticinque anni, nella foto ne dimostra molti di meno non vorrei…” “Vorrai, vorrai mon ami, ti ricordi quella statuetta che hai visto nella gioielleria Strano di viale S.Martino? È ancora là in attesa di un acquirente…” Le cose in un certo senso erano state sistemate solo un punto mancava, si proprio quello, il sesso. I settanta anni si facevano sentire in quel campo e allora? Alberto decise di andare in una farmacia dove non era conosciuto, recentemente ne aveva notato una nuova lungo la circonvallazione, si presentò al titolare un giovane medico coadiuvato da un aiutante: “Dottore sono Alberto M., settanta anni, ho bisogno di un aiutino…riservato.” “Sono Alfio T. e questo è Turi S., le prescrivo la Spedra da 100 mg. da assumere mezz’ora prima di…sempre che abbia a disposizione la materia prima!” “A proposito di materia prima mi dia anche degli assorbenti igienici per donna ed una confezione di pillole anticoncezionali.” “Età della signora: cinquanta?... Quaranta?... Trenta?...Venti?” “Venti.” “Questa è Azalia, auguri e…ci vada piano.” Era un consiglio o l’espressione di una punta di invidia? Chissene… A casa Amina era intenta a guardare una trasmissione della tv, riguardava Roma ed i suoi monumenti. “Molto bella Roma, mi sembra tua città.” Ci sono nato e l’ho lasciata a 19 anni, ci tornerò volentieri con te, intanto cerco un albergo a Roma, non voglio disturbare il figlio di mia cugina unico parente rimasto in vita.” A dir la verità Alberto aveva in mente ben altra situazione…voleva ‘assaggiare’ la cosina di ‘Faccetta Nera’, che nel frattempo assumeva la pillola Azalia, ma preferì accontentarla. Al computer cercò  l’albergo ‘Hotel Relais dei Papi’ vicino al ristorante ‘Cencio la Parolaccia’ dove voleva cenare e poi, sistemato il navigatore satellitare partenza  prima sul traghetto a poi sull’autostrada per Roma. Lungo il tragitto  grande euforia di Amina che durante le soste l’abbracciava con grande entusiasmo e curiosità da parte di persone vicino a loro (un vecchietto vicino ad una giovane e bella perdipiù negretta!) Arrivarono nel pomeriggio, sistemazione in albergo, piccolo riposino, trucco della baby e rasatura per lui e poi ingresso al ristorante ‘La parolaccia’ subito circondati da camerieri con gli occhi di fuori felici di poter sfottere una coppia fuori del comune. Alberto: “Je voudrais
    une table pour deu.” Voleva vedere sino a che punto si sarebbero spinti i camerieri con gli insulti, gli improperi e le parolacce. “ ’n vedi , ‘n vecchio rincoglionito cò ‘na mignotta negra, je portamo spaghetti al viagra!” Alberto “Mè sa che er Viagra serve a te, eppoi me sembri pure ‘n po’ frocio, nun sei dè Roma ma burino lavoratore strappato a la tera” “Er nonnetto è romano damoje solo seconni che viso pallido non conosce, che ne dichi de: osso buco, coda alla vaccinara, scaloppine al limone, saltimbocca alla romana e abbacchio al forno. Poi portamo n’ananàs pè fa digerì er vejardo nun vorrei che ce resta secco.” Alberto fece buon viso a cattivo gioco, diede una sostanziosa mancia ai tre camerieri che, capita l’antifona, non ruppero più le scatole. Amina mangiò un po’ di tutto sporcandosi le mani, ogni tanto abbracciava con trasporto ‘er vejardo’ con ovvia curiosità degli altri commensali. Alberto assaggiò appena il vino  Trebbiano di Soave cui invece fece un po’ troppo festa Amina con la conseguenza che, una volta rientrati in albergo, la baby stecchita su buttò sul letto ed finì nelle braccia di Morfeo e non in quelle ‘der vecchietto’ il quale si rassegnò sperando nel domani ricordando con tristezza il: ‘Carpe diem quam minimum credulus postero’ e facendo un pensiero sugli ultimi avvenimenti: ‘acquisto’ di una schiava, rientro al proprio focolare e per l’agognato desidero nulla più che qualche bacio, un po’ poco! Amina la mattina si svegliò per prima, prese possesso del bagno ed uscita bella e profumata (aveva usato il profumo di Anna il Mit Ciu Quo baciò Alberto con una novità: “A Khartoum ero a scuola d'’arte, e vorrei visitare i monumenti di Roma.” Porca vacca, questa proprio non ci voleva ma, more solito, il buon Albertone si piegò ai desiderata della futura ‘consorte’ e, dietro consiglio del portiere dell’albergo, chiamò un tassì, sarebbe stato difficile girare per Roma e posteggiare con la Jaguar. Gli capitò il classico romano: “Dottò 'ndò annamo?” “Come te chiami?” “Romoletto.” “A’ Romolè io sono Alberto, mia moglie vuole visitare i monumenti, facce girà pè Roma.” E così fu sino all’ora di pranzo che Alberto preferì consumare nel ristorante dell’albergo, non aveva nessuna voglia di essere investito da parolacce varie. Dopo pranzo Amina guardò Alberto negli occhi e inaspettatamente: “So quello che tu volere, dopo riposo sono tutta per te.” Essere al settimo cielo era l’espressione adatta per il settantenne prossimo amante della baby. E così fu: finalmente sotto la doccia Alberto poté rimirare il flessuoso corpo di Amina, una bellezza da modella, a letto un cunnilingus con relativo finale  e, passata la mezz’ora preconizzata dal farmacista tutto come quando aveva quaranta anni. Tralascio e vissero a lungo felici anche se così fu con invidia di tutti tranne che di Pippo e di Loredana con cui spesso  pranzavano ed andavano in gita. ‘Viva l’Italia’ espressione che non c’entra gran che con la storia ma fa tanto patriottico!

  • 02 dicembre 2017 alle ore 16:24
    Numero 7

    Come comincia: Me la ritrovo spesso davanti quando soffia un vento di quelli violenti  come sciabolate capaci  di frantumare anche l'amianto. 
    Sento le sue grida fin sopra la mia camera, mi affaccio per assicurarmi che vada tutto bene, col  controllo dei lupi adulti che proteggono i cuccioli altrui messi al mondo per errore e dimenticati nelle strade indifferenti. 
    Ha i capelli scuri  d'ebano ed occhi senza pupille, comunica male perché nessuno le ha insegnato a parlare e si chiama come me. Lisa.
    Lisa è un nome sordo.  All'infinito di due forze uguali e contrarie che si annullano. Al presente rimosso,  al passato  diviso.
    Cammina su quattro ossa accompagnata da un esercito di fantasmi e nenie crudeli.

    Lisa è nome di Dio 
    che ha scelto come condanna
    la perfezione
    Che fa ammalare

    È nome di anima
    girovaga 

    È nome di Dio 
    e il suo giuramento
    per una promessa
    mai mantenuta

  • 25 dicembre 2016 alle ore 16:40
    CLINICA DI SANTA GNACCHERA.

    Come comincia: Forse il nome non è appropriato per una clinica in quanto santa Gnacchera sarebbe il trentasei agosto e il detto popolare recita: ‘ti sposerò il giorno si santa Gnacchera’, tradotto: mai.Il suddetto luogo di cura esisteva veramente a Messina lungo la circonvallazione da molto tempo, nessuno era in grado di sapere chi gli aveva affibbiato quell’insolito nome, a parte ciò quella clinica era molto quotata per la  professionalità. dei medici.Proprietaria una ditta di Bologna il cui direttore selezionava personalmente i suoi collaboratori. Le infermiere che  interessano il racconto: Giada bruna che più bruna non si può, ventitreenne nubile il cui nome si riferisce ad una pietra miracolosa e poi Aurora, pari età,  bionda tipo svedese che voleva significare luminosa, splendente, un toccasana per l’umore dei ricoverati. In ultima si era aggiunta una brasiliana bruna Malika, significato regina, che tale dava l’idea con il suo  aspetto.  Come era giunta a Messina ad esercitare quella professione? Era stata la badante di un anziano medico della clinica, ora deceduto, amico del proprietario. Un bel trio non c’è che dire, le signorine erano diventate molto amiche a dispetto di coloro che affermano la difficoltà delle donne di legare insieme. Diciamo la  loro amicizia era un po’ particolare , particolare in quel senso, ma oggi nessuno se ne meraviglia più anzi è un sintomo di distinzione. Come era accaduto che Alberto M., maresciallo della Guardia di Finanza era entrato in contatto con le cotali? Molto semplice: era il capo di una pattuglia di finanzieri che era andato in clinica per effettuare una verifica fiscale. Anche l’Albertone non passava inosservato: altezza metri 1,80, fisico da atleta, viso sempre sorridente e, in aggiunta,una certa disponibilità finanziaria proveniente dalla famiglia di origine, insomma un bel partito. Ma anche lui aveva commesso un errore come l’ispettore Rock di Carosello, l’ispettore non aveva mai usato una certa brillantina con la conseguente perdita dei capelli, Alberto non aveva usato un preservativo con Anna con la conseguente nascita di Arianna, deliziosa bambina ora di sedici anni, bruna e furbacchiona come la madre. Alberto aveva acquistato un villino sul mare, a  S.Saba in cui raramente ‘metteva il naso’ la consorte conscia dell’uso che ne faceva il marito. Anche lei era una donna di ampie vedute con la conseguenza che si passava qualche capriccio sessuale con qualche collega d’ufficio del Genio Civile, insomma una coppia moderna, aperta e ben affiatata. Talvolta si scambiavano notizie sulle rispettive conquiste con grandi risate e con la complicità della loro figlia ben più grande di mentalità rispetto alla sua età. “Papà mi fai conoscere la tua ultima conquista, come si chiama?” “Amore mio ci sto studiando, sono tre…” “Esagerato, ricordati i tuoi quarant’anni, non sei più un ragazzino!” Alberto aveva fondato con Giada e con Aurora una specie di sodalizio non nel termine iniziale di addetto al culto di divinità particolari, anzi di divinità non ne parlava proprio per la sua idiosincrasia  per il divino per lui inventato di sana pianta dai vari portatori della parola di dio ma di amicizia profonda, oltre che materiale per i loro rapporti sessuali a due ed anche a tre senza sciocche gelosie, un caso più unico che raro. Luogo di incontri: per la ‘pappatoria’ il ristorante di Nicola, locale sul lago di Ganzirri ben frequentato dalla élite messinese e per la parte sessuale la villetta di S.Saba ben arredata e confortevole, calda d’inverno e fresca d’estate. All’inizio rapporto a due e poi a tre  con la complicità di un fuori del comune senso dello humor, l’arrivo di Malika avrebbe portato una nota di novità, e che novità, nel terzetto! Primo incontro a quattro ovviamente al ristorante. Nicola:”Vedo amico mio che è aumentata la compagnia, posso avere il piacere…” “Malika questo signore è il padrone del locale, ci proverà con te come ha fatto con Giada e con Aurora con scarsi risultati, vero amico mio?” “Se tu mi fai una rèclame all’incontrario..." "Vi lascio alle cure culinarie di Salvatore il quale:“ Se la gioventù vale qualcosa, io sono più giovane del vostro amico e più dotato…” “Salvo pensa al pesce e non  a quello tuo ma quello pescato a mare!” La battuta fece sorridere il terzetto. Quasi alla fine della cena Alberto si accorse che un piedino, fra l’altro non molto piccolo, stava ‘sfruculiando’ la sua patta con la conseguenza che ciccio…Alberto fece finta di nulla e l’interessata (Malika) si ritirò in buon ordine, appuntamento la mattina successiva, domenica, nella villetta di S.Saba. La Jaguar del padrone di casa giunse per prima poco dopo raggiunto nel parcheggio dalla 500 Fiat delle ragazze e poi tutti in spiaggia a godersi il sole, era luglio avanzato. Solita routine: bagno doccia, pranzo portato da casa dalle ragazze e poi  Aurora e Giada all’unisono: “Preferiamo lasciarvi soli, questa è la nostra sorpresa.” Appena soli Alberto prese l’iniziativa, bacio in bocca profondissimo, lungo , sensuale, piacevolissimo e poi le tette sensibilissime,la padrona parve raggiungere l’orgasmo e poi la cosa più importante il buchino anteriore…ma quale buchino , Marika era dotata di un bel cazzo, peraltro di dimensioni fuori del comune e già in posizione…Alberto fece un salto all’indietro, non era facile sorprenderlo ma in questo caso…Nessun commento per un bel po’ e poi: “Quelle due puttanelle potevano avvisarmi…” “Ti avevano promesso una sorpresa e questa è la mia sorpresa, io posso essere sia donna che uomo, sta a te scegliere” e mostrò ad Alberto un sedere favoloso da buona brasiliana. Il nostro  eroe, preso di coraggio, si insinuò con una certa fatica nel bel popò ricambiato da movimenti della padrona che fece provare all’Albertone una goderecciata sui generis mai provata.  Al rientro a casa convocò la consorte Anna e la figlia Arianna,  tutte e due furono  messe  al corrente dell'accaduto con conseguente  presa in giro da parte  femminucce che mise alle corde il povero Alberto al quale la consorte Anna chiese di fargli visitare il suo didietro: “Sei sicuro che…” “Andate a farvi fot…re madre e figlia!” Per il finale, non c’è bisogno di tanta fantasia, il ‘tombeur des femmes’ divenne anche tombeur di un ‘trans’ con grande soddisfazione da parte di tutta la combriccola.