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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 dicembre 2017 alle ore 9:59
    LA SUPPOSTA E IL RAZZO

    Come comincia: Cosa accade nel cervello di una persona, nel caso il mio, svegliarsi la mattina e, ancora insonnolito, ripetere stancamente col pensiero un mantra tipo: ‘che differenza c’è tra una supposta ed un razzo?’ Che non sono una persona normale ed io a questo punto tale non mi ritengo ammesso che al tempo d’oggi tale parola abbia un significato, con quello che si vede e si sente in giro…In ogni caso non vi tedierò col raccontarvi la barzelletta, che tra l’altro non è nemmeno tanto spiritosa ma anche un po’ volgare. Mi giro nel letto e m’inebrio del profilo della mia consorte, inondato da un bel sole messinese. La cotale un po’ più giovane di me, diciamo molto più giovane che  ha voluto sposarmi ad ogni costo ventiquattro anni addietro quando ancora non ero ancora disastrato come ora per aver compiuto il…simo anno di età (sono coetaneo della mia suocera) e bisognevole talvolta di una aiutino, si quello che avete immaginato, oggi, per fortuna,  la farmacopea  dà una mano ai non più giovani. Talvolta non ne avrei bisogno come questa mattina ma mai svegliare la dolcissima nel pieno del sonno, mal me ne incoglierebbe; mi limito a bearmi del suo profilo dolcissimo perchè quando si incazza… (è un leone ascendente leone!) Mi ficco sotto la doccia ma il rumore dell’acqua sveglia la non più dolce Anna che: “Non potevi aspettare… manco la domenica…” Per farmi perdonare vado in cucina e preparo una sostanziosa colazione con la quale spero di addolcire Keeta (leggi Cita, non ditele che la chiamo così, era la scimmia di Tarzan). Suo stiramento degli arti superiori ed inferiori, stropiccio degli occhi per riprendere la realtà: “Talvolta sei meno… del solito” Ho volutamente tralasciato l’aggettivo che, detto da lei,  considero normale non offensivo. “Quante belle cose madama Dorè, o hai qualcosa da farti perdonare o vorresti…hai presente il colore bianco, è quello in cui andrai incontro per avermi svegliato.” La miglior risposta è il silenzio, non so chi l’abbia detto ma faceva al caso mio, cercai di cavarmela con una battuta: “Allora mi vesto a vado a Messa.” “Ma se ti hanno buttato fuori dal collegio dei preti per le vignette e le battute anticlericali che hanno trovato nel tuo diario, non ci credo nemmeno se ci fosse una giovane monaca arrapata, dì piuttosto che vai al circolo ufficiali a farti una partita a carte!” Io Alberto M. sono un ex colonnello dell’Artiglieria ma l’appartenenza a quest’arma non era a mio favore. “Come artigliere sei un po’, dico un po’ per aiutarti,  fuori allenamento…” Era tutta una sceneggiata, Anna M. mi voleva un bene da pazzi ed era anche gelosa; quando durante una festa danzante al Circolo Ufficiali qualche vecchia signora si strofinava troppo con lo scrivente, la fulminava con lo sguardo e riprendeva possesso della mia persona! Ma non finiva lì: per mortificarmi agganciava qualche giovane Tenente e faceva finta di divertirsi un sacco alle battute, magari insulse, del bamboccio, pensava di vendicarsi e farmi ingelosire ma io, da vecchio anticonformista  non me la prendevo proprio a mi recavo al bar a parlare col barista giovane romano dè Roma come me. “A’ Romolè so quasi tutte nonne incartapecorite, esclusa ovviamente mia moglie ma tu…” “Quarcuna c’ià provato con me, magari se sganciano qualche migliaia di Euro…” “A lì mortè te metti a fa er macrò…” “Non so si ce la farei, con tutta quella pellancica che c’ianno, bah!” Un giorno una novità:  mia cugina Silvana va in palestra che ne dici se ci vado anch’io?” Non c’era nessuna scusa per negare il consenso anche se istintivamente…”D’accordo fai come vuoi.” L’istinto non aveva sbagliato: dopo circa dieci giorni qualcosa era cambiato nel comportamento di Anna: non era più allegra come prima, parlava e sorrideva poco, talvolta la trovavo a letto, quando mai la mattina restava in casa, andava sempre in giro negozio negozio ma ora… e poi anche sessualmente…Pensai che non era il caso di fare domande dirette dato che aveva poca voglia di parlare e per non metterla a disagio ma fu Silvana che scoprì l’arcano. “Alberto sai quanto voglio bene a te e ad Anna ma ti devo dire che tua moglie..non te la prendere con me che l’ho portata in palestra ma…”Ho capito con chi se la fa?” “Col coach, è un giovane fusto affascinante che piace un po’ a tutte le ragazze.” Dopo mangiato, pipa in bocca: “Che ne dici se mettiamo in atto quello che abbiamo sempre sostenuto, rapporti di sincerità fra di noi, mi puoi dire la verità, non sono il tipo che crea casini.” Dopo un lungo silenzio:”Hai parlato con Silvana? Penso proprio di si, è difficile spiegarti l situazione, tu mi sei molto caro…” “Lascia perdere lo zucchero e vieni al dunque.” “Ho avuto rapporti con Massimo il mio istruttore, non pensavo mai che sarebbe accaduto una cosa del genere ma…è accaduto, qualsiasi decisione prenderai per me va bene.” “Non ho alcuna intenzione di perderti, cerchiamo una soluzione anticonformista, niente pannicelli caldi come dicono i politici, invita il tuo…amico a casa nostra, lo sorprenderai, digli che ho spiccato il senso dello humor, anche se ho qualche dubbio in questo caso e che non sono un tipo violento. Evidentemente Anna aveva molto faticato a convincere l’amante a venire a casa mia dato che erano passati quindici giorni dal nostro ultimo colloquio. “Che ne dici se domenica faccio venire Massimiliano, vorrei mangiare a casa nostra e non al ristorante, potrebbero esserci delle chiacchiere, che ne dici?” “La fatica sarà tutta tua perché dovrai cucinare e non ordinare cibi già pronti.” Almeno volevo risparmiare sulla spesa ed infatti la baby, dopo essersi recata in giro ad acquistare cibare da cucinare per il pranzo, la domenica mattina si alzò molto presto e si mise ai fornelli. In verità fece una bella figura ma di questo ve ne parlerò dopo. Il giovan signore si presentò tutto azzimato a mezzogiorno, posteggiò la sua Mini verde classica, auto inglese anche nel colore e bussò alla porta di casa mia. “Per favore vai tu, sto cucinando.” Una scusa per vedere come si metteva la situazione tra i due maschietti. Il cotale era vestito in modo sportivo, all’ultima moda e qui, pensò Alberto, lo stipendio della palestra doveva essere consistente, a meno che il giovane non avesse un altro genere di entrate…“Signor Alberto buon giorno, io sono Massimiliano…” “La conosco di fama, si accomodi in salotto Anna sta cucinando e la cucina è off limits. Caro Max io da buon romano sono per  l’empatia, possiamo darci del tu, dimmi come sei giunto a Messina dato il tuo accento bolognese, mi sbaglio?” “No son proprio di Bologna, a Messina è stato trasferito a suo tempo mio padre impiegato di banca e ci sono rimasto.” Poco dopo apparve la mia consorte reggendo una cofana fumante (non sapete cos’è una cofana? Gnurants) con dentro delle lasagne al sugo forse in onore del suo amico(è un piatto tipico di Bologna). Riempì i nostri piatti del succulento cibo e, sorpresa sorpresa, toltosi il grembiule di cucina apparve vestita con corta minigonna in rosso con una scollatura abissale , capelli a chignon, un colpo d’occhio al quale il bolognese rimase per un attimo come imbambolato. “Cara se ti presenti così invece di mangiare ci fai pensare al altre piacevoli cose, che ne dici Max?” “Sua moglie è affascinante, non so che altro dire.” Meglio così pensai brutto maiale che ti trombi la qui presente consorte, come se non l’avessi mai vista nuda!  Seguirono portate di gamberi arrosto, alici marinate, sgombri già spinati, insalata di vari colori e, dulcis in fundo cannoli alla siciliana che penso che baby abbia acquistato in pasticceria. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi del mio amico Giorgio Brunori non poteva mancare e, insieme, con i dolci, lo spumante veneto Merlot.  “Mes amies dopo pranzo sono abituato a fumare la pipa, siccome Anna non sopporta il fumo me ne vado in strada, con permesso.” I due amanti sicuramente erano rimasti sorpresi di tanta, come dire, generosità da parte mia, ma faceva parte della strategia, volevo metterli in difficoltà nel constatare tanta benevolenza da parte di un marito cocu. Portai fuori Pucci, a proposito non vi avevo detto di possedere un cane pastore tedesco e tornai dopo circa un’ora facendo entrare in casa prima il mio cagnolone per avvisare i due del mio ritorno. Li trovai un po’ rossi in viso mentre ballavano al suono di una musica brasiliana. “Vedo che avete i miei stessi gusti, per me il Brasile e soprattutto le sue femminucce mi fanno impazzire, anche a voi?” Massimiliano decise di averne avuto abbastanza e, con una scusa, si levò dalle balle. Anna si sedette sul divano, apparvero le sue mutandine rosse come il vestito. “Cara ma non siamo a Natale che ci si veste di rosso ad ogni modo stai molto bene e soprattutto sei molto sexy.” Anna andò in cucina ed apparve dopo circa mezz’ora. “Non ho capito cosa volevi concludere con questa sceneggiata, Max era molto sorpreso ed anch’io.” “Non ricordo chi disse ‘semper satisfare uxorem tuam’, ho messo in atto il detto latino…” Anna scappò in camera da letto e quando la raggiunsi la trovai piena di lacrime. “Ho fatto il classico ed ho capito il tuo messaggio ed ho pensato che…era il tuo amore che ti spingeva a comportarti in modo almeno inusuale per un marito tradito, io ti voglio ancora molto bene e ormai ritengo che la mia sia stata solo una sbandata sessuale che deve finire qui, sempre che tu lo voglia.” “Amore mio questa volta te lo dico in italiano: talvolta le corna servono per  migliorare un legame affettivo, penso che sia così o mi sbaglio?” Un lungo bacio, la storia di Anna  e Massimiliano  era finita, l’amore aveva trionfato, forse la frase è troppo pomposa ma rispondeva alla realtà. A proposito del razzo e della supposta: il primo va in cielo mentre la seconda…ciao a tutti.
     

  • 30 dicembre 2017 alle ore 16:53
    Adriano il lupo

    Come comincia: Adriano il lupo
     
     
    C’era una volta, un bellissimo lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Adriano.
    Dal carattere dolce e sincero, nobile ed idealista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del festoso dondolio delle lucciole all’aria aperta, del danzare lieve dei fiori coi loro colori, del brillio della luna in cielo, fiero nel suo incedere, perennemente col muso rivolto verso l’alto, forte e coraggioso.
    Acquazzone/si vestono di luna/i papaveri ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, ritenuto proprio per questo suo modo di fare, un tipo allorché eccentrico, dagli altri componenti del branco, che non vedevano di buon occhio questo suo poetare, apprezzando ben altre virtù in un lupo della sua età, adatte alla continuazione della specie, ed il proliferare del gruppo, quali l’adoperarsi per trovare una buona compagna e crescere insieme a lei dei bei cuccioli sani, lasciandolo per questo motivo spesso solo, ed in disparte.
    Ma docile ed altruista, lui sorrideva alle loro parole, senza remore.
    Perduto il dono di poter mangiare frutta fresca, melone, ciliegie, more, e qualsiasi alimento contenesse zuccherini, il lupo, non si era mai perso d’animo, e anche se costretto a nutrirsi di semi e tanta, tanta acqua, non aveva mai smesso di comporre poesie da ululare alla luna, attento al suo stile di Vita, prediligendo altro cibo, cercando di muoversi un po’ in più, con regolarità, come la sua condizione gli imponeva, ugualmente orgoglioso di riempire coi propri ululati il creato.
    “Ma senza poter mangiare more!” giungevano voci al suo orecchio “Senza divorare noci croccanti!”, “Ma non si può guarire?”, “Mai?”
    “No…ed è bene invece, tenere sotto controllo lo stato degli zuccheri nel sangue, con continuità e usare buoni accorgimenti!” replicava lui per tutta risposta “Scegliendo il giusto di cui nutrirsi!” drizzava le orecchie “E continuare così a ululare!”
    “Ma se i semi un giorno dovessero scarseggiare?”, “Se tu non riuscissi  a trovare altro?” e lui a quelle domande, ringhiava grattando la nuda pietra con gli artigli, guardando loro straniti.
    “Ma come si fa a vivere?”, “Non puoi mangiane zucchero proprio mai, mai?”, “Non ti manca?” e lui ululava, facendo risplendere il cielo, rimarcando “Posso scegliere di tanto in tanto, magari di mangiare, la frutta che contiene minor quantità di zuccheri!”
    “Mi sembra che non sia mai stato invitato ad alcuna Festa, organizzata nella Foresta!”, “E come sarebbe potuto essere il contrario?”, “Deve fermarsi così di frequente per dissetarsi!”, “Ma beve proprio tanta acqua?!”, “E poi come avrebbe mai fatto ad affrontare un cammino così lungo?”, “Deve fare tanta pipì!”.
    E di colpo nel mezzo di quel ciarlare, salendo sulla roccia, con un solo salto, la bella Alba, lupa dagli occhi d’ambra, correndogli di fianco, storcendo il muso, tirandogli giocosamente l’orecchio, gli chiese scodinzolando “Me lo reciteresti un haiku, Adriano?”
    Compagna di giochi del lupo, conosciutisi ancora cuccioli, intenti a ruzzolare lungo la vallata, con le zanne non ancora aguzze, divertendosi insieme a nascondersi dietro gli alberi, i due non si erano lasciati mai più, restando uno accanto all’altra, con gioia infinita, condividendo lo stesso indomito amore per la poesia, componendo haiku, guardando ben oltre quel cicaleccio.
     “La poesia è un gesto di pace!” ripeteva lei, strusciando il naso contro quello di lui “Ricordi, il giorno in cui mi parlasti degli haiku per la prima volta? …insegnandomi a dividere le sillabe?” sorrise.
    E lui ricambiando la sua dolcezza, annuì “Tu non pensi all’acqua che mi fermo a bere?...allo zucchero che non divoro…alla tanta pipì…alle volte in cui esausto sto così male… e ti sono d’intralcio?”
    “Dovrei?...fa differenza?” si chinò lei a leccargli le zanne bianche, come piaceva ad entrambi “Vorrei tu mi recitassi un haiku…”
    E lui, guardandola con Amore infinito,  ululò alla luna “Vento/pensieri dal vecchio fico/a sgocciolare”
    “La poesia è l’Amore che abbiamo dimenticato...l’Amore a prescindere, l’unico compenso dell’Amore!” si accoccolò Alba, contro il pelo del lupo, senza considerarlo diverso, per il modo che aveva di dover mangiare, per il suo bere così frequente, per la quantità di zuccheri aggiunti che scorreva nel suo sangue, per i momenti di stanca. Sorda ai commenti altrui.
    “Fosse per me non ti cambierei di una virgola!” gli confessò, aprendogli il cuore, la lupa.
    Ed insieme Adriano e Alba, quella notte si diressero verso la grotta, uno di fianco all’altra, scoprendosi a dividere lo stesso giaciglio, innamorati. Ed al sorgere del nuovo giorno, i due lupi non si separarono più, e vissero per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     
     

     
     
     
     
     

  • 30 dicembre 2017 alle ore 10:51
    ALBERTO IL MAGNIFICO

    Come comincia: “Intitolare un insieme di racconti con un titolo esageratamente altisonante…  lascia perdere!” Chi parlava era il mio alter ego; io, da buon ateo, non ho un angelo custode come i cristiani ma un rompi c…i .che non si fa mai i cazzarelli suoi. Lo so che ‘il magnifico’ era detto il sultano turco Solimano ma stavolta lasciatemi esagerare. Giunto all’….mo anno di età, qualche licenza penso di potermela permettere anche per incoraggiarmi un po’: uno che da giovane era considerato per il suo fisico il ‘bell’Apollo’ (viva la modestia!) e ‘conquistatore di donne a getto continuo'(Petrolini)’ all’apparire di rughe sul viso, perdita della muscolatura, colonna vertebrale tipo slalom, dolori sparsi un po’ in tutto il corpo, perdita della memoria e qualche… defaillance permettete che sia almeno un pò giù di morale. Anche passare il tempo in caserma fra ex colleghi (sono un ex maresciallo delle Fiamme Gialle) non migliora la situazione, il discorso va spesso a finire sulle malattie o peggio sul decesso di qualcuno dei nostri, una tristezza… L’unica consolazione una frase di mia moglie (molto più giovane di me) che mi ripete: “Sei sempre l’amore mio!” “Sarai sempre l’amore suo ma è un amore tutto sfasciato” il pensiero di Alberto. Ti pareva che l’alter ego non si immischiasse peggiorando la situazione, str…o! Col mio senso dello humor riesco in parte a sollevarmi lo spirito. Talvolta mi capita di accompagnare Anna (il suo nome) a fare delle compere e vengo interpellato da qualche commesso: “Le piace quello che ha scelto sua figlia…” oppure qualche vecchia signora amica che, per darmi un po’ di corda: “Alberto non dimostri assolutamente la tua età! “ (pietosa bugia). Il peggio è avvenuto quando ho preso a sfogliare il mio album di foto, lì è stato il crollo finale. Ora basta con i piagnistei (peraltro inutili) e, se volete, leggetevi i miei racconti ed anche il mio romanzo ‘Tato il libertino ed il sapore di Venere’, edizione Albatros. Qualche critico (bontà sua) l’ha definito: ‘originale,piacevole, pregno di emozioni, a tratti erotico. C’è nostalgia miscelata a dolce ricordo di un’esistenza che viene gustata di nuovo attraverso la memoria.’ Buona lettura.
     

  • 20 dicembre 2017 alle ore 16:03
    Romeo il lupo

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiane tonalità viola scuro, di nome Romeo.
    Dal carattere dolce e sincero, nobile ed idealista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del festoso scorrere dei ruscelli all’aria aperta, del danzare lieve dei fiori fra l’erba fresca, del brillio della luna in cielo, fiero nel suo incedere, forte e coraggioso.
    Acquazzone/sgocciola fra i rami/l’allodola ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, ritenuto proprio per questo suo modo di fare, un tipo allorché stravagante, dagli altri componenti del branco, che non vedevano di buon occhio questo suo poetare, apprezzando ben altre virtù in un lupo della sua età, adatte alla continuazione della specie, ed il proliferare del gruppo, quali l’adoperarsi per trovare una buona compagna e crescere insieme a lei dei bei cuccioli sani, lasciandolo per questo motivo spesso solo, ed in disparte.
    Ma docile ed altruista, lui sorrideva alle loro parole, senza remore, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Cucciolo timido e introverso, quanto energico e vivace, ricevuto in dono alla nascita, sotto la zampetta sinistra, un disegno a forma di cuore, diviso  a metà, grande era stato l’augurio che aveva accompagnato la sua venuta al mondo “Che tu possa trovare la compagna della tua vita!” “E che tu possa riconoscerla attraverso questo cuore a metà, che al momento opportuno si congiungerà alla sua parte mancante, che solo la lupa per te avrà  sotto la stessa zampa! Riconoscendo in lei, e solo in lei,  la tua compagna!”.
    Ma divenuto adulto, perso nei suoi haiku, Romeo non aveva mai trovato in alcuna lupa, quella magia adatta a fargli battere il cuore, e trascorrendo i giorni a puntare la luna, componendo poesie nel suo animo, non aveva mai dato  più di tanto, importanza alla cosa.
    E una notte mentre era intento a girovagare per la Foresta, silenzioso, componendo nuovi haiku, di colpo fu sorpreso da una tremenda tempesta,  e spaventato, cercando alla svelta riparo, saltando una roccia resa precaria dalla pioggia, lanciando un guaito straziante scivolò, rovinando al suolo, con una zampa ferita, inerme, ormai perduto .
    “Non ti muovere o potresti finire col peggiorare la situazione!” gli si accostò una lupa dagli stupendi occhi d’ambra ed il pelo zuppo, che incurante della tormenta, in fuga col suo branco in cerca di asilo, nel vedere lui cadere dalla roccia, ferendosi malamente, non aveva esitato a lasciare i suoi compagni per corrergli in aiuto, raggiungendolo “Non ti muovere!”
    E udendo le parole di lei, attutite e lontane, ormai stravolto dal dolore, il lupo, inspirando forte l’odore della bella lupa, riconoscendolo buono, perse i sensi stremato.
    Ma la creatura consapevole del rischio che lui stava correndo, ridotto in quello stato, senza porre tempo in mezzo, chinandosi sullo sventurato, lo addentò morbidamente per la collottola, e trascinandolo di peso, cercò con tutte le sue energie, sfidando la furia degli elementi, di portarlo al sicuro.
    “Scappa! Scappa bella lupa! Non pensare a lui!” gli urlò contro, fuggendo, l’alce nero, anche lui in cerca di un rifugio, vedendola trascinare il lupo, impedita, con tutta la sua forza “Non riuscirai a salvarti da questa bufera, se porti con te anche lui, riverso in queste condizioni!” sparì lui, con un solo salto.
    Ma lei senza porre orecchiò alcuno alle sue parole, continuò a fatica, senza lasciarlo, riuscendo a trovare una grotta di fortuna, seppur sfinita e col fiato corto. E raggiante,  adagiando il lupo sopra un giaciglio di foglie secche ed asciutte, leccandogli la ferita sanguinante, disinfettandola, restò a scaldarlo col calore del suo fiato, senza muoversi dal suo fianco.
    Al suo risveglio lui, non percependo più alcun dolore dilaniargli la zampa, voltandosi adagio, scorgendo la bella lupa, sorridergli dolcemente, rapito dallo sguardo disarmante di lei, intuendo quanto fosse successo, sentì il cuore balzargli in petto, come mai gli era successo.
    E abbassando lo sguardo, lo stupore di lui fu enorme nello scoprire sotto la  zampa sinistra di lei, la stessa identica macchia a forma di cuore che aveva anche lui, anch’essa a metà, e prendendo fiato a tratti, articolando a fatica ogni sillaba, scosse la testa stranito. “Quella macchia… che hai sotto la zampa…” buttò in un sol respiro, tremante.
    E lei a quella domanda, gli sorrise timida “Questa macchia …” soffiò “Ce l’ho dalla nascita! Perché ti spaventa?” si meravigliò.
    E lui sorridendo a quelle parole, strusciò d’istinto il suo muso contro quello di lei incurante, provando per la prima volta un sentimento d’amore, mai sentito prima di allora.
    Indietreggiando a quel gesto così puro e forte, la lupa chinò il capo smarrita, senza riuscire a proferire parola, e grattando la nuda pietra con gli artigli, lo guardò con tenerezza “Questo cuore a metà, mi fu disegnato sotto la zampa sinistra alla nascita!” inghiottì, ricordando la sua venuta al mondo  “Che tu possa trovare  il compagno che ti renderà felice! Lui e lui soltanto! Il lupo che ti amerà sopra ogni cosa! Sin dal primo istante! Senza il bisogno di conoscere nemmeno il tuo nome! Il lupo che ti porterà già con sé nel cuore alla nascita!”
    E Romeo mostrandole a quelle parole, lo stesso pezzo di cuore, che aveva sotto la zampa sinistra, guardandola negli occhi con amore infinito, le chiese il suo nome. “Elettra!” arrossì lei “Il mio nome è Elettra!” guaì stringendosi a lui, ed il lupo accogliendola, a sua volta gli fece eco “Il mio è Romeo!”
    Ed Elettra a quella scoperta, stranita, scodinzolando, sgranò gli occhi “Il poeta? …chi lo avrebbe mai detto?” e riscoprendosi nello stesso cuore, i due restarono a scrutarsi impacciati, nel medesimo battito a formarne uno soltanto, melodia d’amore, assordante, d’impareggiabile bellezza.
    E dividendo il giaciglio quella notte, ritrovandosi innamorati, si strinsero l’uno all’altra, al riparo dalle intemperie, colmi di gioia “Me lo reciteresti un haiku?” le chiese lei, leccandogli le zanne bianche, come piaceva ad entrambi, e lui tirandole l’orecchio in modo giocoso, le recitò la sua poesia più bella “Luna di pioggia/a dondolare nel cuore/ una piuma”
    Ed al far dell’alba i due lupi, contemplando l’aurora più splendente che avesse mai svegliato la Foresta, facendo brillare il creato attorno, in mille bagliori di rugiada scintillante, finito il temporale, uniti, Romeo ed Elettra non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 17 dicembre 2017 alle ore 14:50
    Buon Natale anche a te

    Come comincia: Quando Fausto aprì la finestra era già mattina inoltrata e un tepido sole si affacciava in cielo. Meglio così, pensò. Un Natale col sole era quello che ci voleva per lui. Niente strane indesiderate malinconie, nostalgie, quadretti di quartieri innevati con alberelli stracarichi di luci, ninnoli, e via dicendo. Da tempo il Natale non aveva alcun fascino su di lui, da quando era morta sua moglie, sì, più o meno da allora, ma già da prima lui aveva cominciato a covare una certa indifferenza verso le feste, tutte le feste, una indifferenza che era diventata insofferenza, ma che nascondeva molto bene per non deludere lei. Adesso ormai non aveva più bisogno di fingere, lei non c’era più. Fausto chiuse la finestra e andò in cucina a fare il caffè. Come al solito lo berrò da solo, pensò, tanto lui non ci sarà, ma provò lo stesso a chiamare suo figlio: il caffè è pronto. Gli rispose un silenzio di assenza. Non è rientrato, pensò Fausto. Non andò a guardare in camera del figlio, non lo faceva mai, anche perché spesso capitava che lui fosse in compagnia di una donna, sempre una diversa, naturalmente, e Fausto non voleva sentirsi in imbarazzo. Le situazioni imbarazzanti l’avevano sempre messo molto a disagio e così aveva imparato ad evitarle. Si sedette al tavolo di formica della cucina e pensò, mentre sorbiva il caffè, che niente era più freddo della formica, distante, malinconico. Potrei metterci sopra una tovaglia, anzi, un bel tappeto spesso, di quelli che si usano anche quando si gioca a carte, magari allegro, colorato, ma poi perché? Cosa me ne importa? Così il tavolo si pulisce in fretta, due passate di straccio e via. Sul tappeto, se poi rovescio qualcosa, devo lavare, poi magari le macchie non se ne vanno. Viva la formica. Stabilito che il tavolo sarebbe rimasto così, nudo e freddo, si alzò e lavò bicchiere e cucchiaino. Guardò l’orologio a muro, erano le 11. Non era abituato a dormire al mattino, il suo lavoro gli piaceva, mai un’assenza, mai un ritardo, era soddisfatto di sé, però oggi era il 24 dicembre, la vigilia di Natale, e lui si sentiva inquieto, non sapeva cosa fare, nessun lavoro a salvarlo dai suoi fantasmi, dall’insoddisfazione, dai pensieri che lo tormentavano. E il suo tormento era il figlio. Un figlio di 27 anni che non si era nemmeno diplomato, mentre lui avrebbe desiderato un figlio con una bella laurea, magari di quelle importanti che danno tanto lustro: medico, avvocato, e forse addirittura magistrato. E invece eccolo lì, questo figlio! Non studiava, non lavorava, non parlava col padre. Però era molto bene educato, mai una rispostaccia, mai una litigata, quando il padre gli proponeva delle occasioni di lavoro, lui opponeva un semplice e pacato “non sono interessato”, così pacato, così indifferente che Fausto si sentiva esplodere, ma poi non diceva niente. Certo le madri sono diverse, le madri sono ostinate, assillanti, non si arrendono, scavano e osservano, affrontano i figli. Eh, quando c’era lei era tutto diverso, lui non era mai riuscito ad entrare in contatto col figlio e col tempo si era rassegnato. In fondo il suo stipendio bastava per tutti e due, e magari le cose prima o poi sarebbero cambiate. Decise di uscire, l’aria di casa era opprimente e la giornata sarebbe stata lunga. Camminò tutto il giorno, ma non lungo i marciapiedi intasati da gente in cerca degli ultimi regali, delle ultime compere per il cenone e poi il pranzo del 25 e poi, già, bisognava pensare anche a S.Stefano, insomma una corsa pazza e sconsiderata agli acquisti di ogni genere. No, lui camminò a lungo nei giardini pubblici, si sedette su panchine silenziose e si perse a guardare il mondo che più amava, quello che gli presentava la natura nella sua meravigliosa semplicità. Tornò a casa tardi, quando si era fatto buio già da un bel po’. Sulla porta, entrando, quasi si scontrò col figlio che stava uscendo il compagnia di una ragazza. Fausto restò allibito: tacchi altissimi, calze a rete, minigonna vertiginosa, un nero attorno agli occhi così pesante che sembrava fosse stata truccata da un pugile. In testa una foresta che sudava gel. Santo cielo, pensò Fausto, questa le batte tutte.
    -Papà, lei è Shelley.
    -Piacere
    -Ciao- e Shelley scese per le scale di corsa.
    Entrato in casa Fausto riuscì soltanto a sospirare e a pensare, ma solo per un attimo, che quella era la notte di Natale. Guardò fuggevolmente la fotografia della moglie sul comò, e se ne andò a dormire. Quella notte sognò la grande chiesa della sua infanzia, tanta gente, tanto aroma d’incenso, e sua moglie che gli sorrideva dal soffitto: sposami Fausto, sposami! Ma come faccio a sposarti, io sono un bambino, non posso sposarti! Sposami Fausto, sposami! Fausto si svegliò di soprassalto e accese subito la luce. Ogni cosa era al suo posto, il silenzio era il solito, solo il tendone che nascondeva la finestra si muoveva leggermente, come capita sempre dove c’è un calorifero acceso. Prima ancora di guardare l’orologio, avvertì un profumo che inondò la camera da letto. Ma sto ancora sognando? No, quello era profumo di caffè, caffè vero. Fausto si mise addosso qualche indumento e uscì dalla stanza con prudenza e circospezione, sapeva che probabilmente avrebbe incontrato suo figlio o qualche amica. Non ricordava che qualcuno degli amici del figlio avesse mai fatto il caffè, tanto meno lui, lui sarebbe uscito e l’avrebbe bevuto al bar. Si fermò sulla soglia della cucina: no, non era suo figlio, era una ragazza, che in quel momento gli voltava le spalle. Di lei Fausto poteva vedere una lunga innocente coda di cavallo, una maglietta rosa e un paio di pantaloni neri alla caviglia. Calzava scarpette basse tipo cenerentole.
    Lui accennò un lieve colpo di tosse. Buongiorno. Lei si voltò, e, con un gran sorriso lo salutò: Oh, buongiorno. Bevi un po’ di caffè?
    Fausto arrossì violentemente di fronte a quel “tu” così disinvolto, ma si fece coraggio.
    -Sì grazie, mi fa molto piacere, ma tu chi sei?
    -Ma sono Shelley, non mi riconosci?
    Fausto guardava Shelley e non la riconosceva. Davanti a lui c’era una ragazza con la faccia priva di trucco, il sorriso gradevole, gentile. Sembrava giovanissima.
    -Ah!
    Shelley rise divertita. Tutto quello che sai dire è “ah”? Ciao, mi presento, mi chiamo Irma.
    -Ah!
    -Sì, Shelley è per la sera, quando andiamo in giro.Vieni, bevi il caffè, chissà che ti venga in mente qualche parola che non sia “ah”.
    Fausto si avvicinò al tavolo per bere il caffè e intanto rifletteva che questa ragazza era davvero troppo giovane, non era che il figlio se la faceva con una minorenne. Gli venne un brivido al solo pensiero.
    -Bene, ciao Irma, quanti anni hai?
    -Finalmente una frase intera. Ho 25 anni, sì lo so che ne dimostro di meno, però sono 25.-Senti Fausto, ti chiami Fausto, vero? Ho visto che nel frigorifero c’è un po’ di roba. Potrei preparare qualcosa da mangiare per mezzogiorno, tanto oggi rimango qui.
    -Fai pure, non mi disturba, ma ricordati che qui non c’è niente da festeggiare, il Natale non mi interessa.
    -Non preoccuparti, si tratta solo di mangiare qualcosa.
    Irma rise di nuovo e Fausto capì che niente avrebbe potuto smuovere il buon umore della ragazza. La guardava mentre lei si muoveva veloce in cucina, leggera e canticchiando. Pensò che era simpatica, ma chissà se era una nullafacente come suo figlio! Ricordava i vecchi proverbi: chi si assomiglia si piglia. La studiò un po’ in silenzio, e poi non ce la fece più.
    -Cosa fai tu? Studi? Lavori?
    -Lavoro, faccio la traduttrice per una azienda, e poi altri lavoretti che mi capitano, sempre concernenti le traduzioni. Non avevo molta voglia di studiare ma me la sono cavata e sono indipendente. Allora faccio io? Decido io per il pranzo?
    -Ma sì certamente, se proprio ne hai così voglia, fai pure tu. Io vado in camera mia a mettere in ordine, a più tardi.
    Fausto si chiuse in camera e si sedette sul letto. Guardò sua moglie che gli sorrideva dal comò, e le restituì il sorriso. Si sentiva bene, di buon umore. Hai visto? Abbiamo un’ospite, una ragazza, pare che trascorrerà la giornata con noi, e non mi dispiace. E’ strano che non mi dispiaccia, non credi? Se penso a quando l’ho vista ieri sera... se l’avessi incontrata di notte mi sarei spaventato. Beh, sembra che voglia cucinare. Io adesso esco così li lascio più liberi, lei e nostro figlio. Fausto fissò ancora un attimo la fotografia prima di chiudersi la porta alle spalle. Salutò Irma uscendo da casa, e sentì la voce di lei che lo inseguiva:
    -Non preoccuparti, vedrai che pranzetto! Me la cavo, cosa credi!
    Fausto pensò che avrebbe dovuto rientrare per l’ora di pranzo, non avrebbe potuto starsene tutto il giorno sulle panchine dei giardini. Comunque si sedette e cercò il suo stato d’animo ideale, come al solito, ma non riusciva a godersi la solitudine. Continuava a pensare a quella ragazza che stava cucinando per lui e suo figlio, così allegra, così diretta. Si rese conto che aveva voglia di tornare a casa. Non mi piace, pensò, non mi piace per niente. Provò a cambiare panchina e poi addirittura si diresse verso un parco che era piuttosto lontano, ma non poteva mentire a se stesso, non aveva nessuna voglia di andarci. Tornò allora verso casa e attraversò il centro del paese. La piazza era affollata, la gente era lì per l’aperitivo, come si usava dalle sue parti. La pasticceria gremita, ed anche il bar di fronte. Qualcuno lo fermò per stringergli la mano e fargli gli auguri. Lui li subì di malavoglia, ma sorrise compiacente. E poi, all’improvviso, un’idea. Non poteva certamente tornare a casa senza portare nulla. Niente di natalizio, si consolò, delle paste, sì un vassoio di paste andava bene, gli sembrava doveroso, almeno per i ragazzi. Sì, era doveroso.
    Quando entrò in casa sentì subito il chiacchierio dei ragazzi. Depositò sul tavolo della cucina il pacco con le paste, e rimase impietrito. La tavola era apparecchiata per quattro. Perché per quattro? Deve arrivare qualcuno? Guardò Irma, e lei timidamente rispose che no, aveva apparecchiato anche il posto della mamma. Fausto era furente, ma come ti è venuto in mente!
    -Scusa Fausto, sparecchio subito. Io ero abituata così, non ho pensato di darti un dispiacere. Quando è morto mio padre la mamma ha sempre apparecchiato anche per lui e non ha mai parlato di lui al passato. Lui faceva parte della nostra vita, lei diceva sempre: papà dice che, papà pensa che... Scusami.
    Fausto si rese conto di essere stato troppo violento e cercò di rimediare.
    -Non importa, lascia stare così, non mi dà fastidio.
    Ma la piazza, gli amici, gli auguri...Fausto era profondamente turbato. La mente gli rimandava immagini di tempi spensierati, di progetti, speranze, di mattine di Natale quando lui prendeva il suo bambino per mano e lo portava fuori per permettere alla moglie di completare tranquilla i suoi preparativi per la festa. Lei ci teneva così tanto! Poi, verso mezzogiorno tornava a casa e lei si faceva trovare pronta, sempre elegante, con quel filo di rossetto che le illuminava il sorriso, con i suoi capelli di seta ben pettinati e profumati di buono, e poi andavano anche loro in piazza a sorseggiare l’aperitivo insieme agli amici, per poi tornare nella loro casa odorosa di vaniglia e arance.
    Fausto si rese conto che il Natale gli stava camminando sull’anima con gli scarponi pesanti, e il nodo in gola lo stava soffocando: riuscì solo a mormorare torno subito.
    In camera lasciò che tutto il dolore sgorgasse dai suoi occhi, senza cercare di fermarlo. Nascose la faccia nel cuscino per timore di essere sentito. E dopo tornò a tavola. Sorrise al figlio come non era capitato da tempo, sorrise a Irma, sorrise al posto vuoto, era pronto? Non lo sapeva, ma certamente si sentiva accogliente, leggero.
    -Perché Irma non sei con tua madre, oggi?
    -Mia madre ha l’ alzheimer. E’ ricoverata. Vado a trovarla oggi nel pomeriggio. Se non ti dà troppo fastidio Fausto, io un panettone ce l’ho e anche una bottiglia, me li ha dati l’azienda. Potremmo anche fare un brindisi.
    Fausto capì che Irma non voleva parlare della madre, non ancora. E accettò il brindisi, accettò “Buon Natale” e lo ricambiò, volentieri, con sentimento.
    Tardi, la sera del 25, Fausto stava leggendo un libro quando gli apparve Irma, no, non era Irma, era Shelley.
    -Ragazza mia, mi hai spaventato, stasera sei più terrificante di ieri sera.
    -Ci vediamo, Fausto.
    Non disse altro, i ragazzi uscirono e la porta si chiuse dietro di loro. Fausto avvertì tutto il vuoto del silenzio che avevano lasciato dietro di loro e sentì che aveva bisogno di qualcosa, di una speranza, una certezza forse sarebbe stata troppo, ma una speranza sì, poteva anche permettersela. E così andò in camera del figlio: la camera era perfettamente in ordine. Pose lo sguardo su ogni cosa e ad un tratto, bene appoggiati su una sedia, vide la maglietta rosa, i pantaloni neri, e per terra accanto alla seggiola, le scarpette basse.
    Richiuse la porta e andò in camera sua, si sedette sul letto come era solito fare e guardò sua moglie. Le sorrise. Hai visto? Shelley ha lasciato qui Irma, credo che tornerà.
    Il sorriso di sua moglie era sempre uguale, immutabile, però lui aveva scoperto che se fissava a lungo la fotografia, il viso sembrava animarsi, il sorriso diventare più confidenziale, intimo, e le labbra sembravano muoversi, proprio come quella sera mentre gli sussurravano: Buon Natale.
    -Grazie cara, Buon Natale anche a te.
     

  • 12 dicembre 2017 alle ore 12:10
    Colme gli occhi di una bimba

    Come comincia: Un passo dopo l’altro, l’aria distratta di chi non ha fretta. Passeggiavo, tra vicoli stretti, vestiti di luci. Lo sguardo verso il cielo, l’azzurro limpido tutto invernale, le mani in tasca.
    Avevo l’impressione di poter leggere i pensieri di chi abitava nelle case sulla strada e riuscivo a vedere le luci dell’albero che tingevano le pareti. Un gatto passeggiava, sui cornicioni. Più in alto, il fumo usciva tra i tetti.
    Non potevo fare a meno di incantarmi ad osservare le vetrine, gli occhi come quelli di una bambina e le guance arrossate dal freddo pungente.
    Avevo scelto con cura una panchina, dalla quale avrei potuto anche sbirciare tra i ritratti degli artisti di strada. Avrei voluto essere ritratta anche io. Da lui. Vedermi con i suoi occhi.
    Sarebbe arrivato in serata. Con quel suo strano modo di camminare, l’aria distratta di chi non ha fretta, di chi ha negli occhi molto più di quel che vede.
    Nell’attesa, ho rivolto lo sguardo ancora una volta verso il cielo e proprio in quel momento un piccolo bianco fiocco mi ha baciato il viso.

  • 08 dicembre 2017 alle ore 16:45
    Quel dolce brivido di speranza che è Natale.

    Come comincia: Un brivido di speranza
    A volte arriva presto. Un brivido momentaneo che fa sobbalzare i nostri sensi in una mattina di dicembre altrimenti insignificante. Chiudiamo gli occhi per prenderlo nel momento in cui evapora, lasciandosi alle spalle una sfumatura sbiadita di grigio ghiaccio e verde. Forse lo sentiamo passare come un ricordo, trascinandosi disinvolto sulle note di una vecchia canzone familiare. Istintivamente, la nostra anima protende, ma è improvvisamente scomparsa, scomparsa come un vapore di nebbia di neve. Un trillo lontano di campanelli della slitta, una certa sfumatura di rosso. Non sappiamo mai quando un accenno di esso arriverà di corsa, solo per ridurre rapidamente prima che possiamo rivendicare tutta la magia che offre. Ma ancora, riconosciamo. Ancora ricordiamo lo spirito del Natale.

    Ogni Natale era una fantasia quando eravamo bambini. Non abbiamo mai pensato a Spirito natalizio, non ci siamo mai chiesti quando, o se, sarebbe arrivato su di noi. Babbo Natale. Babbo Natale. Il bambino nella mangiatoia. Biscotti di zucchero con granelli  scarlatti, regali, vestiti di velluto. Ogni singolo elemento della stagione delle vacanze era un incanto tangibile e si muoveva e tutti insieme, creavano un magico incantesimo di bontà e speriamo di non averlo mai messo in discussione. Era sempre degno di fiducia, mai mercuriale; sapevamo che sarebbe venuto come sicuramente sapevamo che le pagine del calendario si sarebbero trasformate, a riempire i nostri cuori e inondare le nostre menti con un calore ineguagliato per tutto il resto dell'anno.

    Ma l'età adulta porta, e occasionalmente ruba, molte cose. Abbiamo più responsabilità e meno innocenza. Sappiamo dove sono nascosti i regali perché siamo noi a nasconderli. A volte nel turbinio di biglietti natalizi e pasta per biscotti, improvvisamente ci fermiamo e ricordiamo quel vecchio sentimento d'infanzia. Tornerà da noi quest'anno? E se l'intera stagione scivolasse senza di essa? Che cosa succede se il Natale diventa solo un'altra serie di compiti di dicembre da completare, semplici oggetti su una lista di lavori domestici, anche se festivi? Potremmo disperare al pensiero, se solo avessimo il tempo.

    Ma poi una sera ci ritroviamo seduti in una cappella piena di candele e piena di ceri e proprio mentre una bambina lotta per colpire la nota più alta in O Holy Night, lo sentiamo. Quasi casualmente, come un sussurro, ritorna come mai prima d'ora. Il vecchio stupore, il ben noto buon volere. Il brivido della speranza è il regalo del Natale. Chiudiamo gli occhi e ricordiamo la sua dolcezza. Raggiungiamo la mano dei nostri amati seduti accanto a noi mentre rievochiamo di nuovo la ragione di tutto il colore e la luce, i regali e l'amore.

    La fantasia del Natale di un bambino non è persa per noi da adulti. Forse più calmo, e più sereno, fluttua verso di noi sulle brezze della memoria. Non lo diamo mai per scontato adesso. Attraverso le lenti lunghe delle nostre vite, lo vediamo come il tempo del bene supremo che porta la bellezza in un mondo stanco.
    E così leghiamo archi sontuosi. Noi appendiamo ghirlande.
     Non desideriamo altro Natale di quello al nostro tavolo
     e sentiamo la sua presenza come una fiamma di candela nelle profondità più oscure della nostra anima.
    Se fosse in mio potere, darei un regalo a ciascuno di voi.
    Quel dolce brivido di speranza che è Natale.
    Che tu possa sentirlo di nuovo quest'anno

  • 05 dicembre 2017 alle ore 11:25
    FACCETTA NERA

    Come comincia: Che strano, nel telefonino c’era un messaggio di Anna, sua seconda e deliziosa consorte. Alberto M.  ex maresciallo della Guardia di Finanza si trovava in caserma a Messina per stampare delle foto (in servizio era capo laboratorio fotografico) e per intrattenersi con gli ex colleghi giocando a carte. “Non mi troverai a casa, sono partita con un mio amico che è diventato il mio nuovo amore, cose che succedono, è successa a me, fattene una ragione, gli anni passati insieme sono stati magnifici ma tout passe, tout lasse, tout casse, ho portato con me i miei vestiti e La Twingo, non dovresti avere molti problemi sei agiato e di fiche nel mondo… ti lascio, per ricordo, solo il mio profumo preferito. “Alberto era sbiancato in volto, i colleghi: “Ti portiamo in infermeria, cosa t’è successo?” “Non vi preoccupate, mi sto riprendendo.” Quella che Alberto andò invece a riprendersi fu la sua Jaguar x Type al posteggio ‘Cavallotti’. Arrivò quasi senza accorgersene alla  sua villetta lungo la panoramica, Anna aveva detto la verità, Alberto aveva ereditato da parenti senza figli un sostanzioso gruzzoletto in contanti, in abitazioni ed in terreni ed in quanto a fiche…perché aveva voluto usare una vocabolo volgare e poi chi poteva essere il cotale con cui…Quella notte fu la più lunga notte della sua vita, mille pensieri: “Anna si era stancata di aver vicino un marito più vecchio di trenta anni con… ovvie conseguenze sessuali ed aveva preferito un ’toy boy’ tanto di moda ma chi poteva essere, sicuramente uno della loro cerchia di amici ma chi? Alle otto telefonò a Pippo M., carissimo amico abitante in una villa vicina di professione ortopedico che l’aveva operato già tre volte. “Pronto chi cazzo rompe a quest’ora? Chi sei?” “Alberto, Anna mi ha lasciato…” “…Vengo subito, Loredana mi vesto, oggi non vado all’Ortopedico, mi prendo un giorno di vacanza, non avevo interventi.” Anche Pippo aveva avuto la stessa sorte, la prima consorte si era ‘involata’ con un tale più giovane di lui ma aveva avuto la fortuna di trovare in Loredana una catanese ex modella, piacevole e molto elegante. Alberto aveva lasciato la porta d’ingresso aperta e andò a farsi una doccia ed a sbarbarsi, aveva stretto i pugni, stava mettendo in atto il suo motto ‘mai lasciarsi andare’. “Pippo sono in bagno, fatti un caffè e mangia quello che vuoi.” “Cavolo sembri invecchiato di un secolo, sto pensando come risolvere i tuoi problemi; fra qualche giorno, i primi di agosto, vado in vacanza, verrai con noi in barca.” “Dimmi la verità sapevi che Anna aveva una relazione extra?” “Io e Loredana abbiamo quasi litigato per metterci d’accordo se renderti edotto che Paolo S. era l’amante di tua moglie, abbiamo deciso di no sperando che…ma vedo che …” “Mon ami troppi che, sai che mi ha scritto Anna nel  messaggio telefonico con cui mi ha comunicato la sua partenza che il mondo è pieno di fiche, in fondo ha ragione: ‘vita non est nisi unus ita vixit ut optimus’ quando sono in crisi mi rifugio nel latino magari maccheronico, grazie di essere qui, vai a sbrigare le tue cose a fammi sapere quando ritieni di partire con la barca.“ Più che una barca quella di Pippo era uno yacht: due vele e con motore ausiliario, destinazione Malta. “Da medico previdente ho portato con me pillole per il mal di testa, non si sa mai…”battuta spiritosa di Pippo. Loredana si era ‘infilata’in un costume brasiliano: tette col solo  capezzolo coperto, più in basso una specie di francobollo sulla cosina depilata e dietro un filo…Guardando la moglie Pippo: “Vedi che ho fatto bene a portare le pillole contro il mal di testa…” “Mom ami, per me le mogli degli amici sono come gli angeli di cristiana memoria, non hanno sesso.” Purtroppo Nettuno non fu loro favorevole, a bordo tutti e tre si davano da fare ma un forte vento spinse lo yacht sulla costa tunisina verso l’isola di Djerba. Avvicinatisi alla banchina col motore ausiliario i tre furono ‘agganciati’ da un indigeno che aveva vinto la concorrenza di suoi colleghi. “Je suis Mohammed-Al Mokki, vingt Euro au jour.” Affare fatto, i tre non ingoiarono quasi nulla, il mare forte aveva rivoluzionato lo stomaco, restarono a riposare: Pippo e Loredana in un cabina con letto matrimoniale e Alberto un una con due letti singoli, quella degli ospiti. La sera tutti e tre ‘ripresero le penne’ come si dice a Roma, città natale di Alberto e,  messisi sull’elegante si fecero indicare da Mohamed dove trovare un locale notturno. Furono indirizzati all’hotel Green Palm al cui interno v’era ‘Le Cyclone’.  Musica orientale con tanto di ballerine dedite alla danza del ventre. Ad un certo punto Alberto si mise a ridere. “Finalmente ! Cos’hai trovato di tanto divertente?” “Ritornando agli studi classici ha ricordato che quest’isola era nell’Eneide quella dei lotofagi, mangiatori di loto pianta che fece loro dimenticare il passato tanto si non voler più ritornare ad Itaca, spero mi faccia lo stesso effetto!” L’orchestra passò alla musica occidentale e alcune coppie di stranieri presero a ballare. Alberto adocchiò un tavolo con un arabo bassotto, panzone e faccia da crapulone circondato da due ballerine e vicino a lui, seduta a terra, una ragazza vestita di nero col solo viso scoperto. I suoi occhi erano molto belli ma tristi, il resto del viso piacevole, molto giovane. Si avvicinò e le chiese di ballare in italiano. Palla di lardo in francese: "Si vous  voulez vous  pouvez l’acheter, est mon esclave, donne moi trois mille Euro.”
    Alberto dal francese che aveva studiato a scuola capì la richiesta e, ritornando al tavolo si fece dare da Pippo duemila €uro, li aggiunse a mille dei suoi li diede al panzone e, presa per mano la schiava, la portò con se al tavolo; i  suoi amici avevano gli occhi di fuori (in senso traslato.) “Torniamo alla barca, ti spiegherò.” Vicino allo yacht trovarono il guardiano che a gesti fece capire che la ragazza non poteva salire a bordo, bastarono cento Euro…Poi la spiegazione di Alberto senza alcun commento da parte di Pippo e di Loredana la quale prestò una camicia ed una vestaglia da notte alla ragazza che si era presentata. “Mon nome est Amina Sawsan, je suis soudanaise.” L’atmosfera era diventata surreale, tutti a letto sino alle sette di mattina quando Pippo: “Albè ci siamo incasinati, che ne facciamo della ragazza, non puoi portarla in Italia senza documenti. Anche se è abbastanza chiara di carnagione si vede subito che non è italiana.” “Pippo tu fammi sbarcare a Messina, per il resto me la vedo io.” Venti favorevoli, giunsero nella città dello Stretto nel tardo pomeriggio del giorno seguente. Alberto telefonò al guardiano delle villette: “Salvatore sono Alberto (si davano del tu), vai a casa mia, prendi le chiavi della Jaguar e raggiungici al molo dinanzi alla Prefettura. All'andata aveva usato un tassì. Caricati sulla auto sia i bagagli che i passeggeri, presto arrivarono alle rispettive abitazioni. Salvatore era tutto un punto interrogativo che rimase senza risposta sino al giorno dopo. “Amico mio, quella ragazza è sudanese, non ha documenti ma è bellissima e la voglio… regolarizzare in Italia, qui ci sono duecento €uro, per favore non farne cenno a nessuno a vacci a comprare qualcosa per mangiare.” La convivenza con Amina era diventata una commedia in primis per via della lingua: Alberto cercava di parlare il miglior francese di sua conoscenza traducendo poi le parole in italiano per insegnarlo ad Amina con la quale divideva il letto matrimoniale ma..ognuno dalla sua parte. La ragazza fu fornita di qualche vestito e scarpe da parte di Loredana ma in seguito fu accompagnata da Alberto nel miglior negozio di Messina  dove una commessa: “Signor M. chi è la ragazza?” “È una mia cugina di Parigi, parla solo francese.” La balla non fu creduta dai vari appartenenti del negozio che nel frattempo si davano da fare per accontentare la nuova acquirente che, prima di acquistare un vestito o un paio di scarpe chiedeva, con gli occhi, l’approvazione del suo anfitrione. I giorni passavano scanditi solo dalle lezioni di italiano che Alberto impartiva ad Amina la quale, da ragazza intelligente, in poco tempo migliorò il suo idioma italico. Dietro consiglio dell’avvocato  Nino A. Alberto con lo sborso di 10.000 Euro fece avere alla ragazza un falso passaporto sudanese col quale si recò all’Inps dall’amico Ferdinando F. per una pratica di badante. Il cotale, malgrado i buoni rapporti, era piuttosto perplesso: “Alberto sei sicuro di questo passaporto, la ragazza ha venticinque anni, nella foto ne dimostra molti di meno non vorrei…” “Vorrai, vorrai mon ami, ti ricordi quella statuetta che hai visto nella gioielleria Strano di viale S.Martino? È ancora là in attesa di un acquirente…” Le cose in un certo senso erano state sistemate solo un punto mancava, si proprio quello, il sesso. I settanta anni si facevano sentire in quel campo e allora? Alberto decise di andare in una farmacia dove non era conosciuto, recentemente ne aveva notato una nuova lungo la circonvallazione, si presentò al titolare un giovane medico coadiuvato da un aiutante: “Dottore sono Alberto M., settanta anni, ho bisogno di un aiutino…riservato.” “Sono Alfio T. e questo è Turi S., le prescrivo la Spedra da 100 mg. da assumere mezz’ora prima di…sempre che abbia a disposizione la materia prima!” “A proposito di materia prima mi dia anche degli assorbenti igienici per donna ed una confezione di pillole anticoncezionali.” “Età della signora: cinquanta?... Quaranta?... Trenta?...Venti?” “Venti.” “Questa è Azalia, auguri e…ci vada piano.” Era un consiglio o l’espressione di una punta di invidia? Chissene… A casa Amina era intenta a guardare una trasmissione della tv, riguardava Roma ed i suoi monumenti. “Molto bella Roma, mi sembra tua città.” Ci sono nato e l’ho lasciata a 19 anni, ci tornerò volentieri con te, intanto cerco un albergo a Roma, non voglio disturbare il figlio di mia cugina unico parente rimasto in vita.” A dir la verità Alberto aveva in mente ben altra situazione…voleva ‘assaggiare’ la cosina di ‘Faccetta Nera’, che nel frattempo assumeva la pillola Azalia, ma preferì accontentarla. Al computer cercò  l’albergo ‘Hotel Relais dei Papi’ vicino al ristorante ‘Cencio la Parolaccia’ dove voleva cenare e poi, sistemato il navigatore satellitare partenza  prima sul traghetto a poi sull’autostrada per Roma. Lungo il tragitto  grande euforia di Amina che durante le soste l’abbracciava con grande entusiasmo e curiosità da parte di persone vicino a loro (un vecchietto vicino ad una giovane e bella perdipiù negretta!) Arrivarono nel pomeriggio, sistemazione in albergo, piccolo riposino, trucco della baby e rasatura per lui e poi ingresso al ristorante ‘La parolaccia’ subito circondati da camerieri con gli occhi di fuori felici di poter sfottere una coppia fuori del comune. Alberto: “Je voudrais
    une table pour deu.” Voleva vedere sino a che punto si sarebbero spinti i camerieri con gli insulti, gli improperi e le parolacce. “ ’n vedi , ‘n vecchio rincoglionito cò ‘na mignotta negra, je portamo spaghetti al viagra!” Alberto “Mè sa che er Viagra serve a te, eppoi me sembri pure ‘n po’ frocio, nun sei dè Roma ma burino lavoratore strappato a la tera” “Er nonnetto è romano damoje solo seconni che viso pallido non conosce, che ne dichi de: osso buco, coda alla vaccinara, scaloppine al limone, saltimbocca alla romana e abbacchio al forno. Poi portamo n’ananàs pè fa digerì er vejardo nun vorrei che ce resta secco.” Alberto fece buon viso a cattivo gioco, diede una sostanziosa mancia ai tre camerieri che, capita l’antifona, non ruppero più le scatole. Amina mangiò un po’ di tutto sporcandosi le mani, ogni tanto abbracciava con trasporto ‘er vejardo’ con ovvia curiosità degli altri commensali. Alberto assaggiò appena il vino  Trebbiano di Soave cui invece fece un po’ troppo festa Amina con la conseguenza che, una volta rientrati in albergo, la baby stecchita su buttò sul letto ed finì nelle braccia di Morfeo e non in quelle ‘der vecchietto’ il quale si rassegnò sperando nel domani ricordando con tristezza il: ‘Carpe diem quam minimum credulus postero’ e facendo un pensiero sugli ultimi avvenimenti: ‘acquisto’ di una schiava, rientro al proprio focolare e per l’agognato desidero nulla più che qualche bacio, un po’ poco! Amina la mattina si svegliò per prima, prese possesso del bagno ed uscita bella e profumata (aveva usato il profumo di Anna il Mit Ciu Quo baciò Alberto con una novità: “A Khartoum ero a scuola d'’arte, e vorrei visitare i monumenti di Roma.” Porca vacca, questa proprio non ci voleva ma, more solito, il buon Albertone si piegò ai desiderata della futura ‘consorte’ e, dietro consiglio del portiere dell’albergo, chiamò un tassì, sarebbe stato difficile girare per Roma e posteggiare con la Jaguar. Gli capitò il classico romano: “Dottò 'ndò annamo?” “Come te chiami?” “Romoletto.” “A’ Romolè io sono Alberto, mia moglie vuole visitare i monumenti, facce girà pè Roma.” E così fu sino all’ora di pranzo che Alberto preferì consumare nel ristorante dell’albergo, non aveva nessuna voglia di essere investito da parolacce varie. Dopo pranzo Amina guardò Alberto negli occhi e inaspettatamente: “So quello che tu volere, dopo riposo sono tutta per te.” Essere al settimo cielo era l’espressione adatta per il settantenne prossimo amante della baby. E così fu: finalmente sotto la doccia Alberto poté rimirare il flessuoso corpo di Amina, una bellezza da modella, a letto un cunnilingus con relativo finale  e, passata la mezz’ora preconizzata dal farmacista tutto come quando aveva quaranta anni. Tralascio e vissero a lungo felici anche se così fu con invidia di tutti tranne che di Pippo e di Loredana con cui spesso  pranzavano ed andavano in gita. ‘Viva l’Italia’ espressione che non c’entra gran che con la storia ma fa tanto patriottico!

  • 02 dicembre 2017 alle ore 16:24
    Numero 7

    Come comincia: Me la ritrovo spesso davanti quando soffia un vento di quelli violenti  come sciabolate capaci  di frantumare anche l'amianto. 
    Sento le sue grida fin sopra la mia camera, mi affaccio per assicurarmi che vada tutto bene, col  controllo dei lupi adulti che proteggono i cuccioli altrui messi al mondo per errore e dimenticati nelle strade indifferenti. 
    Ha i capelli scuri  d'ebano ed occhi senza pupille, comunica male perché nessuno le ha insegnato a parlare e si chiama come me. Lisa.
    Lisa è un nome sordo.  All'infinito di due forze uguali e contrarie che si annullano. Al presente rimosso,  al passato  diviso.
    Cammina su quattro ossa accompagnata da un esercito di fantasmi e nenie crudeli.

    Lisa è nome di Dio 
    che ha scelto come condanna
    la perfezione
    Che fa ammalare

    È nome di anima
    girovaga 

    È nome di Dio 
    e il suo giuramento
    per una promessa
    mai mantenuta

  • 02 dicembre 2017 alle ore 12:09
    Il mesaggio

    Come comincia:  
     
    Il messaggio.
     
     
    Quel giorno vidi che le lancette dell’orologio, presero a girare in senso antiorario; sapevo che mi avrebbe chiamato, e che non avrei potuto fuggire, ma non volevo accettare un compromesso che tempo addietro timbrò la mia vita.
    Era un tardo pomeriggio di Gennaio e nonostante non avessi fame, preparai della pasta in bianco per colmare il vuoto che si arrampicava nel mio stomaco, nella speranza di attenuare quel pensiero che mi teneva sott’occhio come un avvoltoio.
    Scolai la pasta rovistando tra i miei pensieri, e posai il piatto sul piccolo tavolino di fronte la tv, poi attizzai il fuoco nel camino e mi cominciai a navigare tra vari canali scartando film d’amore, alla fine optai in un documentario. Mi sistemai sprofondando sul mio divano e mi accinsi a mangiare. Non feci in tempo ad arrotolare gli spaghetti sulla forchetta quando il telefono squillò, guardai sul display del portatile e vidi che era lui.
    Il primo impulso fu di rispondere ma, fui distratta dalla televisione che senza il mio comando girò canale approdando su una scena che mi colpì; c’era una donna di cui non si vedeva il volto giacché era di spalle, la testa inclinata da una parte copriva il viso di un uomo e dietro, uno sfondo di un mare galoppava triste sulla riva, mentre dei gabbiani sembrava formare un arco di parole. Fermai l’immagine mentre il telefono continuava a squillare, ma non diedi peso all’insistente suono che vociava stridulo nella stanza, fui troppo presa nel decifrare il significato del disegno nel cielo, che i gabbiani magicamente immobili, aveva tracciato. Focalizzai l’immagine sul quel punto, e mi avvicinai allo schermo cercando di analizzare quella sorta di testo scritto nell’aria. Mi spaventai, era come se qualcuno avesse versato gli uccelli in un gioco di parole, ma di cui non riuscivo ad afferrarne il significato. Le parole sembravano gettate in modo confuso senza alcun senso, ma qualcosa mi suggeriva che c’era un messaggio, allora decisi di invertirne l’ordine di queste e, dopo essermi armata di carta e penna, scrissi al contrario le lettere. Quando fini di appuntare lessi tutto di un fiato, e quello che venne fuori mi agitò ulteriormente, pensando indiscutibilmente che il messaggio fosse rivolto a me, quindi con gesto fobico buttai il foglio sul fuoco che ardeva impetuoso. Notevolmente agitata feci ripartire la scena ma, i titoli di coda indicavano il termine del film, premetti sul titolo ma vi lessi: nessun evento.
    Intestardita, cercai nel menù i film trasmessi finora sul canale prescelto e, costatai che era stato trasmesso un documentario, in sostanza quello che avevo scelto inizialmente: la questione non quadrava.
    Rimasi immobile a pensare, con mano il telecomando remore del passato. Se prima non avevo appetito ora solo l’idea di mangiare mi dava la nausea, andai in cucina e presi un bicchiere di vino, lo bevvi tutto in un sorso e sentì suonare alla porta, mi pulì con un tovagliolo le labbra e, mi diressi ad aprire trattenendo l’ansia che mi attanagliava la mente.
    Aprì la porta ma, costatai che non c’era nessuno, avanzai fuori di qualche passo ma non colsi anima viva. Pensai a uno scherzo o qualcuno che avesse sbagliato a suonare, stavo per richiudere la porta quando mi accorsi che vicino ai miei piedi c’era un foglio, lo raccolsi e per un attimo mi sentì mancare. Quel foglio che prima avevo stropicciato e gettato nel fuoco ora, era fra le mie mani, illeso.
    Preoccupata chiusi in fretta la porta mentre tenevo da un lembo il foglio come se fosse contaminato e, determinata, lo rigettai sul fuoco attendendo che si riducesse in cenere. Poi versai tanta acqua sul fuoco fino a farlo spegnere e con una paletta raccolsi il tutto mettendo in una busta, poi in un altra e infine gettai le buste ben annodate nella pattumiera in terrazzo. Feci un respiro di sollievo poi, mi accertai che tutti gli infissi fossero ben serrati e chiusi a doppia mandata anche la porta di casa. Tornai in salotto e vidi che la tv era spenta, un brivido mi sali fino allo stomaco e il cuore comincio a battere forte. Mi sedetti sul divano, pensando che nelle ultime settimane ero stata messa a dura prova dagli eventi che si erano accalcati uno sopra l’altro. Squillò il telefono e vidi che era ancora lui, quindi in un gesto folle presi il telefono scaraventandolo a terra, ma questo continuò a strillare come un bambino in fasce che acclama il suo pasto, allora lo calpestai con tutta la forza fino a ridurlo in poltiglia e, finalmente cessò di suonare. Mi sentivo stranamente euforica, libera; l’angoscia mi aveva indotto in uno stato risucchiandomi la razionalità e iniettandomi un’apparente febbre delirante ma, che ovattai nella razionalità perché non volevo assolutamente approfondire l’evento accaduto, sempre se non fossi stata in preda di qualche altra mistica allucinazione. Riaccesi la tv e mi apprestai a mangiare gli spaghetti ormai freddi e, per nulla stimolanti. Notai che i miei gesti erano guidati inconsciamente, e lasciai che il mio corpo si muovesse al difuori della mente. Rimasi sul canale che per primo era apparso e non so, se fu la mia immaginazione, perché di nuovo la scena precedente si affacciò davanti ai miei occhi; La donna di spalle con la testa inclinata sembrava ascoltare le parole dell’uomo senza volto, mentre stavolta il mare taceva come spettatore, ascoltando quieto il sussurro dei due amanti.
    I gabbiani s’innalzarono in cielo in una danza senza note, mentre dipingevano ancora parole. Stavolta non ci fu bisogno di decifrare nessun messaggio, una sequenza descrisse in modo chiaro e fluido, ciò che il cielo, lasciò ai gabbiani il compito di inviare il messaggio. Sì, perché di questo si trattava: di un messaggio. Non volevo leggere e abbassai lo sguardo spegnendo quel marchingegno ma, senza volere rivolsi nuovamente lo sguardo sullo schermo che acceso da una mano invisibile, mostrò un’immagine scolpita come se fosse dipinta in una sfera.  Non potevo fuggire, anche perché sentivo le forze perdersi e, dileguarsi nel panico che mi agganciava alla poltrona. Ormai senza speranza di disertare ciò che stava accadendo, lessi le parole e scivolai in un pianto liberatorio. Il telefono che prima avevo distrutto, ora era lì, al solito posto e squillò; risposi tra il panico, l’incertezza che l’oblio mi aveva posto in un’assurda sensazione che scavava le mie emozioni.
    «Pronto, sei tu?» chiesi rassegnata.
    «Sì.»
    «Perché?»
    «Perché ti amo!»
    «Io non voglio più amare!»
    «Io invece voglio amarti.»
    «Ma ho promesso…»
    «Ma non che non ti si possa amare.»
    «Tu mi ameresti, anche se non ti amo?» domandai ermeticamente.
    «Sì.»
    «Chi sei tu?»
    «Sono chi tu vuoi.»
    «Io.. io non so più cosa voglio!» Lo disse a bassa voce mentre le mani tremavano e, la mente in subbuglio cercava un volto.
    «Tu vuoi lasciarti amare?»
    «E tu mi amerai per sempre?»
    «Per l’eternità.»
     
     
     
     
     

  • 25 dicembre 2016 alle ore 16:40
    CLINICA DI SANTA GNACCHERA.

    Come comincia: Forse il nome non è appropriato per una clinica in quanto santa Gnacchera sarebbe il trentasei agosto e il detto popolare recita: ‘ti sposerò il giorno si santa Gnacchera’, tradotto: mai.Il suddetto luogo di cura esisteva veramente a Messina lungo la circonvallazione da molto tempo, nessuno era in grado di sapere chi gli aveva affibbiato quell’insolito nome, a parte ciò quella clinica era molto quotata per la  professionalità. dei medici.Proprietaria una ditta di Bologna il cui direttore selezionava personalmente i suoi collaboratori. Le infermiere che  interessano il racconto: Giada bruna che più bruna non si può, ventitreenne nubile il cui nome si riferisce ad una pietra miracolosa e poi Aurora, pari età,  bionda tipo svedese che voleva significare luminosa, splendente, un toccasana per l’umore dei ricoverati. In ultima si era aggiunta una brasiliana bruna Malika, significato regina, che tale dava l’idea con il suo  aspetto.  Come era giunta a Messina ad esercitare quella professione? Era stata la badante di un anziano medico della clinica, ora deceduto, amico del proprietario. Un bel trio non c’è che dire, le signorine erano diventate molto amiche a dispetto di coloro che affermano la difficoltà delle donne di legare insieme. Diciamo la  loro amicizia era un po’ particolare , particolare in quel senso, ma oggi nessuno se ne meraviglia più anzi è un sintomo di distinzione. Come era accaduto che Alberto M., maresciallo della Guardia di Finanza era entrato in contatto con le cotali? Molto semplice: era il capo di una pattuglia di finanzieri che era andato in clinica per effettuare una verifica fiscale. Anche l’Albertone non passava inosservato: altezza metri 1,80, fisico da atleta, viso sempre sorridente e, in aggiunta,una certa disponibilità finanziaria proveniente dalla famiglia di origine, insomma un bel partito. Ma anche lui aveva commesso un errore come l’ispettore Rock di Carosello, l’ispettore non aveva mai usato una certa brillantina con la conseguente perdita dei capelli, Alberto non aveva usato un preservativo con Anna con la conseguente nascita di Arianna, deliziosa bambina ora di sedici anni, bruna e furbacchiona come la madre. Alberto aveva acquistato un villino sul mare, a  S.Saba in cui raramente ‘metteva il naso’ la consorte conscia dell’uso che ne faceva il marito. Anche lei era una donna di ampie vedute con la conseguenza che si passava qualche capriccio sessuale con qualche collega d’ufficio del Genio Civile, insomma una coppia moderna, aperta e ben affiatata. Talvolta si scambiavano notizie sulle rispettive conquiste con grandi risate e con la complicità della loro figlia ben più grande di mentalità rispetto alla sua età. “Papà mi fai conoscere la tua ultima conquista, come si chiama?” “Amore mio ci sto studiando, sono tre…” “Esagerato, ricordati i tuoi quarant’anni, non sei più un ragazzino!” Alberto aveva fondato con Giada e con Aurora una specie di sodalizio non nel termine iniziale di addetto al culto di divinità particolari, anzi di divinità non ne parlava proprio per la sua idiosincrasia  per il divino per lui inventato di sana pianta dai vari portatori della parola di dio ma di amicizia profonda, oltre che materiale per i loro rapporti sessuali a due ed anche a tre senza sciocche gelosie, un caso più unico che raro. Luogo di incontri: per la ‘pappatoria’ il ristorante di Nicola, locale sul lago di Ganzirri ben frequentato dalla élite messinese e per la parte sessuale la villetta di S.Saba ben arredata e confortevole, calda d’inverno e fresca d’estate. All’inizio rapporto a due e poi a tre  con la complicità di un fuori del comune senso dello humor, l’arrivo di Malika avrebbe portato una nota di novità, e che novità, nel terzetto! Primo incontro a quattro ovviamente al ristorante. Nicola:”Vedo amico mio che è aumentata la compagnia, posso avere il piacere…” “Malika questo signore è il padrone del locale, ci proverà con te come ha fatto con Giada e con Aurora con scarsi risultati, vero amico mio?” “Se tu mi fai una rèclame all’incontrario..." "Vi lascio alle cure culinarie di Salvatore il quale:“ Se la gioventù vale qualcosa, io sono più giovane del vostro amico e più dotato…” “Salvo pensa al pesce e non  a quello tuo ma quello pescato a mare!” La battuta fece sorridere il terzetto. Quasi alla fine della cena Alberto si accorse che un piedino, fra l’altro non molto piccolo, stava ‘sfruculiando’ la sua patta con la conseguenza che ciccio…Alberto fece finta di nulla e l’interessata (Malika) si ritirò in buon ordine, appuntamento la mattina successiva, domenica, nella villetta di S.Saba. La Jaguar del padrone di casa giunse per prima poco dopo raggiunto nel parcheggio dalla 500 Fiat delle ragazze e poi tutti in spiaggia a godersi il sole, era luglio avanzato. Solita routine: bagno doccia, pranzo portato da casa dalle ragazze e poi  Aurora e Giada all’unisono: “Preferiamo lasciarvi soli, questa è la nostra sorpresa.” Appena soli Alberto prese l’iniziativa, bacio in bocca profondissimo, lungo , sensuale, piacevolissimo e poi le tette sensibilissime,la padrona parve raggiungere l’orgasmo e poi la cosa più importante il buchino anteriore…ma quale buchino , Marika era dotata di un bel cazzo, peraltro di dimensioni fuori del comune e già in posizione…Alberto fece un salto all’indietro, non era facile sorprenderlo ma in questo caso…Nessun commento per un bel po’ e poi: “Quelle due puttanelle potevano avvisarmi…” “Ti avevano promesso una sorpresa e questa è la mia sorpresa, io posso essere sia donna che uomo, sta a te scegliere” e mostrò ad Alberto un sedere favoloso da buona brasiliana. Il nostro  eroe, preso di coraggio, si insinuò con una certa fatica nel bel popò ricambiato da movimenti della padrona che fece provare all’Albertone una goderecciata sui generis mai provata.  Al rientro a casa convocò la consorte Anna e la figlia Arianna,  tutte e due furono  messe  al corrente dell'accaduto con conseguente  presa in giro da parte  femminucce che mise alle corde il povero Alberto al quale la consorte Anna chiese di fargli visitare il suo didietro: “Sei sicuro che…” “Andate a farvi fot…re madre e figlia!” Per il finale, non c’è bisogno di tanta fantasia, il ‘tombeur des femmes’ divenne anche tombeur di un ‘trans’ con grande soddisfazione da parte di tutta la combriccola.
     

  • 16 dicembre 2016 alle ore 20:58
    Natale con i tuoi

    Come comincia: Lia fermò l’auto davanti alla casa dei suoi genitori, ma non scese subito. Rimase per un po’ a guardare attraverso le finestre illuminate. Non era così sicura di voler suonare quel campanello. Non aveva idea di come sarebbe stata accolta e se sarebbe stata accolta, non si vedevano da otto anni. L’addio era stato violento, rabbioso, se n’era andata sbattendo la porta gridando che non l’avrebbero mai più vista, inseguita dalle urla di suo padre: te ne vai? bene, non tornare. Adesso se ne stava lì, a spiare un’intimità che non le apparteneva più. Si guardava attorno timorosa che qualcuno che la conosceva la notasse. Continuava a fissare lo specchietto retrovisore, ma la via era deserta. Menomale, pensò, era già molto difficile così, se poi qualche vicino l’avesse riconosciuta e interpellata, lei sentiva che sarebbe scappata. Il buio della sera le era complice. Il prato davanti casa era sempre uguale, in lontananza un paio di costruzioni nuove, i pini marittimi silenziose sentinelle, e nella sua mente il profumo acre della resina, il sapore dei pinoli che lei da piccola si mangiava golosa dopo aver rotto i gusci col martello. E quando era stanca di mangiarli li raccoglieva in una scodella e li portava a suo padre per il pesto alla genovese. Lia scacciò i pensieri dell’infanzia e tornò a fissare le finestre illuminate sorpresa di non notare alcun movimento di persone. Eppure era la vigilia di Natale e in casa, oltre ai suoi genitori, avrebbero dovuto esserci anche sua sorella e suo fratello. Che avessero cambiato le loro abitudini? Si sentiva inquieta. Non aveva più avuto né cercato di avere notizie. Una volta sola, qualche anno prima, aveva sentito sua sorella che le aveva riferito quanto il loro padre fosse ancora adirato. Nessuno in casa aveva più nominato Lia quando lui era presente, ma quando lui non c’era, la mamma esprimeva tutta la sua angoscia. Lia aveva pregato la sorella di tranquillizzare la mamma e poi non si erano sentite più neppure per telefono. Che silenzio, pensò Lia, cosa faccio? Ormai sono qui e devo trovare il coraggio. Cosa mi può capitare? Il peggio sarebbe di essere mandata via. Pazienza. Devo mettere in conto anche questo. Scese dall’auto e poi, esitante e col cuore in tumulto, premette il pulsante del campanello. Non rispose nessuno, e allora provò ancora, più a lungo.
    -Un momento! Che diamine, eccomi.
    La voce di sua madre: sempre uguale, sottile e spazientita. Lia sentì immediatamente la commozione invaderle il petto. Non voglio piangere, si disse, non devo piangere. Cercò di ingoiare le sue lacrime. Ebbe ancora l’impulso di fuggire, ma nel frattempo la porta si era aperta. Troppo tardi per scappare, sua madre era lì, impietrita, davanti a lei.
    -Mamma...
    Le due donne rimasero immobili, gli occhi negli occhi. Lia si accorse di quanto i capelli di sua madre fossero diventati più bianchi e il suo viso fosse solcato da rughe profonde, troppo profonde per la sua età. Nel suo sguardo non c’era nessun rimprovero, né ira, né rifiuto. Troppo emozionata per riuscire a parlare, allargò soltanto le braccia per accogliere la figlia, e fra le braccia della madre Lia sentì sciogliersi la pietra che le opprimeva il petto. Sollievo e benessere la consolarono mentre si godeva l’abbraccio così inconsapevolmente desiderato da tanto tempo, e lacrime che ormai poteva lasciare uscire senza imbarazzo le rigarono il viso.
    Sua madre la condusse in casa e si sedette sul divano accanto a lei.
    -Dimmi di te Lia, dimmi di questi anni.
    E intanto le accarezzava una spalla, togliendole premurosa invisibili fili di lana dal cardigan, per poi scendere con le mani ad avvolgere le sue e stringerle. Lia pensò che anche da piccola sua madre le sistemava sempre il golfino d’angora, lo spolverava da imperfezioni inesistenti, le metteva a posto il colletto della camicetta, poi le passava le mani sotto le gonnellina blu plissettata per tirare bene giù la camicetta. Tutte le domeniche la vestiva così per la S.Messa delle undici, la messa grande. Si raccomandava che non sporcasse le calze bianche e le scarpe alla bebè appena spalmate di lucido bianco. Poi le metteva in mano il velo e il libretto delle preghiere e la affidava alla Carla, la vicina di casa, la sartina ventenne che l’accompagnava in chiesa. La Carla le aveva confezionato il primo cappotto di cui Lia avesse memoria: un cappottino di lana bouclè blu che l’aveva fatta sentire una principessa. Lei la prendeva per mano e la teneva vicina a sé in uno dei banchi più vicini all’altare nella chiesa sempre affollatissima, odorosa di incenso, dove i canti dei fedeli riempivano di echi le navate. “Mira il tuo popolo” era l’inno che Lia preferiva. Anche da adulta, ogni tanto lo canticchiava per conto suo.
    Anche Lia strinse le mani di sua madre.
    -Mamma, non credo sia il caso che io incontri papà, non so cosa potrebbe succedere ma non voglio rovinare il Natale a tutti. Preferirei andare via, piuttosto.
    Sua madre di scatto le voltò le spalle e si avviò al lavandino della cucina. Lì si appoggiò con tutte e due le mani.
    -Non lo incontrerai Lia. Tuo padre non vive più qui già da tre anni. Mi ha lasciata, si è innamorato di un’altra e se n’è andato.
    -Mamma...
    -Non dire niente. Sto bene. E’ passata, ormai è passata. Sto bene.
    In quel momento la porta d’ingresso si aprì e le voci allegre di Angela ed Edoardo riempirono la casa. Lia si alzò e rimase ferma davanti al divano chiedendosi quale sarebbe stata la reazione di suo fratello e di sua sorella quando l’avessero vista. Angela corse ad abbracciarla senza un attimo di esitazione, era nel suo carattere, ma Edoardo si diresse verso la sua camera senza dire nulla. Lui non le aveva perdonato di essersene andata senza tenere conto di quanto lei fosse importante per lui: la sorella maggiore, la sua confidente e amica, il suo punto di riferimento. Edoardo aveva sofferto tanto. Lia non aspettò nemmeno un attimo e lo rincorse in camera per abbracciarlo a lungo con tutto quell’affetto che non aveva più potuto dimostrargli, e il fratello alla fine si abbandonò all’abbraccio, senza riserve. Vieni Edoardo, è pronta la cena, siediti vicino a me, mi sei mancato così tanto!
    L’albero di Natale, le ricette tradizionali di sua madre, le stesse da sempre. Anche quella una continuità che parlava di radici, di famiglia, tutto sapeva di buoni sentimenti. E quante cose da dirsi, dopo tutti quegli anni! Le voci si sovrapponevano nella fretta di raccontare, ogni tanto la commozione prendeva il sopravvento, e qualche frase rimaneva a metà spezzata da un imprevisto nodo alla gola che faceva mancare il fiato. La mezzanotte arrivò in un baleno e in mezzo al tavolo comparvero un panettone e un pandoro. Edoardo andò a prendere lo spumante in frigorifero e si accinse a stappare la bottiglia. I bicchieri di cristallo del servizio buono erano già pronti. Una scampanellata fece sì che tutti si guardassero interrogativamente. Vado io, disse Lia, ed andò ad aprire.
    Lia non incrociò subito lo sguardo di suo padre. Per un interminabile attimo guardò oltre il bavero rialzato del giaccone bagnato dell’uomo. Stava nevicando fittamente e il prato davanti casa era già tutto bianco. In breve tempo il paesaggio aveva cambiato aspetto e lei si ostinava a guardare lontano quasi a prendere tempo e coraggio prima di tornare con lo sguardo al viso di suo padre, ai suoi capelli brizzolati dove piccoli cristalli di neve luccicavano in modo intermittente alle luci appese accanto alla porta d’ingresso. Ebbe alla fine la forza di affrontare l’emozionante realtà e il suo sguardo scese per fermarsi attonito su un fagottino avvolto in una copertina bianca di lana che suo padre stringeva al petto.
    Allora guardò suo padre negli occhi.
    -E’ il mio bambino.
    Com’era tutto diverso da quel giorno tanti anni prima in cui suo padre era entrato in casa raggiante, avete un fratellino bambine, è nato Edoardo.
    Lia cercò di pensare, ma non le era possibile, e comunque non c’era nulla da pensare. Intanto tutti gli altri famigliari erano giunti lì, all’ingresso. Lia sentì che doveva agire subito e non ebbe esitazioni.
    -Mamma, c’è un uomo alla tua porta con un bambino in braccio, sta nevicando. Mamma, devi farlo entrare.
    -Non posso...non posso.
    -Mamma, devi farlo entrare.
    Così dicendo Lia prese il piccolo dalle braccia di suo padre e lo depose fra le braccia di sua madre.
    -Mamma, tu occupati di lui.
    Poi accompagnò suo padre in camera da letto. Hai bisogno di indumenti asciutti, papà, e hai la testa tutta bagnata. Gli asciugò amorevolmente i capelli con un asciugamani, gli diede abiti asciutti approfittando di quei movimenti necessari, per accarezzarlo e tenerlo un po’ stretto a sé. Cercava inutilmente dentro di sé rabbia, rancore, ma si sentiva traboccare soltanto di affetto e tenerezza.
    Molto più tardi nella notte Lia non dormiva. Pensava che a breve la luce del mattino avrebbe portato con sé il giorno di Natale, una giornata complicata di cui non riusciva a prevedere gli sviluppi. Una giornata in cui forse tante parole anche crudeli, anche cariche di risentimento sarebbero state pronunciate un po’ da tutti. Una giornata in cui tutti loro avrebbero avuto molto da accettare. Lei poteva contare soltanto sulla forza dell’amore che provava verso quelle persone, un amore che la lontananza aveva ingigantito e reso granitico. Pensava a suo padre ingannato da una chimera, e anche alla giovane donna probabilmente anch’essa ingannata da una chimera: l’infatuazione per un uomo maturo, che lei aveva scambiato per amore; qualcosa di cui non voleva neppure più il ricordo, al punto di rifiutare il bambino che aveva messo al mondo.
    Però in quella notte magica un padre e sua figlia si erano perdonati a vicenda, e una donna offesa, umiliata, scartata dall’uomo a cui aveva dedicato la vita, aveva preso fra le braccia il piccolo di lui e l’aveva accudito e cullato come se fosse stato il suo. Non era un miracolo?
    Lia si accomodò meglio sul divano e si mise un cuscino sotto la testa. Chiuse gli occhi.
    E’ già un buon inizio, pensò, prima di addormentarsi.

  • 15 dicembre 2016 alle ore 20:54
    Quel pomeriggio di un giorno da caccia

    Come comincia: Un pomeriggio di inizio Dicembre, sara' stato il '01.
    Decido di andarmene a fare un giro per gli affari miei, ho proprio voglia di vedere le bancarelle, di gustare le luci, i profumi, l' atmosfera, di starmene per conto mio ma in mezzo alla gente, a guardare e osservare tutto con la curiosità e l' ingenuità di un bambino e respirare quell' aria tipica di Dicembre.
    La vita sta ricominciando, le cose iniziano a girare, penso anche che i tempi siano ormai maturi per una nuova relazione, mi sto guardando intorno senza preconcetti.
    Così senza fretta arrivo sul molo, ho smania di rivedere il mare dopo settimane di tempo pessimo.
    E' una di quelle giornate invernali abbastanza miti, non si può dire che ci sia il sole ma neppure delle vere nuvole, il cielo è coperto ma c'è comunque una certa luminosità diffusa.
    Il mare liscio ha un colore un po' plumbeo e dove riflette la luce del cielo sembra quasi sia coperto di cellophane.
    Ed eccomi lì, bello rilassato, tranquillo, anche felice, quando mi sembra di vedere una ragazza che conosco, intenta a studiare.
    Ma potrebbe anche non essere lei.
    Mi fermo, guardo e non riesco a capire se sia lei o no, mi secca passare per orso ma anche fare figure oscene, così esito.
    Dopo qualche minuto lei si alza e si allontana con tutta l' aria di andarsene.
    Beh, adesso che è in piedi dal culo non sembra lei, ma le assomigliava parecchio.
    Poi, dopo una dozzina di metri, fa dietro-front, mi squadra e viene verso di me.
    Vorrà da accendere? O chiedermi cos'avevo da guardarla?
    Mi guarda negli occhi e mi dice:
    "Io ti conosco. Tu vieni spesso qui a suonare, sono stata spesso ad ascoltarti...è da tanto che vorrei conoscerti! Sei geniale, hai una gran passione quando suoni!".
    Credeteci o no, (io stesso non ci sto credendo: da dove è uscita questa nuova fan?) queste sono le parole esatte con cui la studentessa sconosciuta si è presentata.
    E adesso? Diretta la bambina, e anche piuttosto carina.
     Il trucco dov'è?
    Le spiego la verità, per quanto poco credibile: l'ho scambiata per un' amica che viene spesso lì ma di non averla fermata per non fare brutte figure.
    Ok, ghiaccio rotto.
    Parliamo per una decina di minuti, sembra una a posto.
    È piuttosto carina,  e questo l'abbiamo capito, ed è abbastanza il mio tipo, dei bei capelli scuri fin poco sopra le spalle, occhi nocciola abbastanza birichini, aria molto sciolta e simpatica, mi sembra di conoscerla da chissà quanto.
    Del resto mi ha messo subito a mio agio, tutto fila liscio e naturale.
    Poi all'improvviso l' impennata: "Mi dai il tuo numero?".
    Wow! Cotto e mangiato, babe! E senza neppure tanti complimenti!
    Non ha il cellulare con sé, così le chiedo carta e penna (ha dietro gli appunti sui quali stava studiando poco fa, l'ho vista!).
    Credeteci o no, l'intrigante moretta si alza la manica della felpa, mi porge il braccio e mi dice:
    "Scrivi qui".
    A questo punto ho in testa un coro di diavoletti glam che ululano Babe's on fire. Sia come sia le incido praticamente il mio numero sull'avambraccio, lo guarda come un trofeo e con un ghigno di sfida mi notifica:
    "Non ti libererai facilmente di me...".
     E chi ha detto il contrario??
    Ci salutiamo e poi, scalza com' era arrivata, lentamente, sinuosamente, se ne va ancheggiando leggermente con gli appunti fra le braccia, un po' studentessa e un po' ninfetta.
    Il coro di angeli glam ormai è diventato Bach vestito da Elvis con una permanente da metallaro anni '80 che salta in piedi sull'organo suonando il solo di Jump.
    Ed eccomi lì incredulo a osservare quel bel culetto allontanarsi ritmicamente mentre mi sto ancora chiedendo che diavolo sia successo.
    Semplice, ragazzo mio: sei stato rimorchiato, proprio come di solito fanno i marpioni piu' sfacciati con le ragazze sul molo nelle sere d' estate.
    E io che non avevo neppure scritto la letterina a San Niccolo'!

     

  • 11 dicembre 2016 alle ore 21:08
    Io, il mare e i sette anni nuovi

    Come comincia: Come si inizia: Si arriva fino alla cima dopo dolorose e faticose scalate. Dopo esser caduti e feriti, dopo aver calmato il sangue che sgorga dalle ferite, e della benda insanguinata se n’è fatto il proprio vessillo, ti fermi a guardare la bellezza dal piccolo spazio sulla cima, e vivi la meraviglia. Inizi l’istante che si dilata e che contiene ogni pensiero fermo, immagini senza suono sfilano, e abbracciato dal senso di pace, guardi il silenzio nel silenzio.

    Ogni momento di vita è davanti ai tuoi occhi e si lascia guardare, scrutare, capire.

    E tu, buon osservatore guardi, guardi te stesso nella luce della cima e ti capisci. Capisci te e la tua vita. Ma dove inizia il tremore del luogo dove sei poggiata?

    Capitolo I

    Io, il mare e i sette anni nuovi

    A. D. 2007

    Cancellavo con i passi l’asfalto che correva dietro me. Turista, mi ero persa, nella periferia della città dell’Arte, nel silenzio di un mezzogiorno di domenica. Palazzi chiari di sole, strade larghe come uno stretto abbraccio; mi fermai stupita del mio stupore e mi sentii leggera, aria dell’aria che respiravo e che mi avvolse. Guardai quel paradiso di quotidiano nascosto alla memoria. Si aprì ai miei occhi curiosi il frontespizio di una chiesa in tutto il suo splendore, lontana dall’eleganza rinascimentale, liscia e chiara, semplice, dai muri color paglia che sembravano pennellate di luce. Entrai.
    Sentii il bisogno di far parte del silenzio sacro di quel luogo, di quelle fiammelle di candele che come mani di un pittore giocoso disegnavano sagome ballerine nella morbida penombra così piacevole e contrastante con la strada accecata dal sole dietro la grande porta. Mi sentii fusa nei colori bruni della chiesa e nel profumo di incenso appena percepibile, mentre da lontano mi raggiungeva un canto che pareva innalzarsi fino a superare il cielo.

    Io, mi sentii in quel canto e come se volassi negli stessi cieli, mi vidi scendere e posarmi sugli scuri pavimenti di San Miniato. L’istante era lo stesso.
    Gradini
    Avevo salito tutti quei gradini arrivando col fiatone al portone, il sole accecante lambiva la scalinata facendola sembrare una gialla collina sbiadita dalla luce, e assonnata scivolava sulla città, l’interno per contro era fresco e piacevolmente ombroso, lo stesso profumo di incenso, lo stesso canto lontano, la stessa luce tremula e fioca di candele votive. La stessa aria disegnata dai giochi di luce. Era Firenze, era il mio viaggio alla ricerca del bello attraverso cui poi, poter vedere me stessa.
    Con un sorriso mesto pensai all’Ara Coeli, ai suoi tantissimi gradini a picco che avevano fatto urlare i muscoli delle mie gambe per poi ripagarmi con l’incanto che fa vivere ogni meraviglia che ci concede di farne parte. Tanti gradini antichi da salire, a Firenze come a Roma, come nella vita.
    Salire i propri gradini antichi e poi dall’alto, guardare.
    Mi abbandonai al presente. Circondata dal bello creato nel tempo grazie alla capricciosa intuizione di grandi artisti in luoghi diversi, mi spinsi nel mercato di San Lorenzo lasciando rotolare il mio corpo sballottato da altri corpi distratti, ubriacata da voci dai suoni ridenti e ondulate in lingue sconosciute.
    Che strano, cercarsi tra la folla, nelle grandi città dove a ogni sguardo, un’opera d’arte si impone altera fra gente che frettolosa zampetta urtandosi. Suoni di clacson rabbiosi, visi deformati dalla tensione, bocche in continuo movimento, spalancate, tristi, ridenti. Voci, voci concitate, voci e rumori di città. Cercarsi tra la folla… forse che i rumori sono tanto forti da non concedere alla mente di formulare un qualsiasi pensiero, forse che il caos esterno ghiacci il proprio e restringendosi conceda spazio all’anima. È così che il vagare per la città tra frotte di turisti, sentendosi un giapponese fra giapponesi col naso all’insù a rimirare e fotografare ogni angolo partorito dall’Arte, può essere illuminante: il frastuono resta sospeso attorno al capo mentre tutto l’essere viene inondato dalla bellezza, il bello dilaga, come acqua pura, come restare immersi in un lago di montagna, come lasciarsi abbracciare dalle colline toscane. E abbracciarle. E si annulla ogni moto dell’anima confusa.
    Ritorno nel rifugio della chiesa e guardo il silenzio che cade sulla città insonnolita della domenica mattina, in silenzio; e mi guardo dentro, nel mio silenzio, poi mi segue sulla strada allagata di sole e mi rende l’eco ovattata dei miei passi solitari in una delicata sinfonia.

     ....

     

     

     

  • 10 dicembre 2016 alle ore 17:20
    UNA PASSIONE TRISTE.

    Come comincia: Quale avvenimento aveva portato Alberto M. a spostarsi dalla città di Messina alla dotta Bologna? Un matrimonio che avrebbe avuto un forte impatto sulla sua esistenza: un matrimonio, non il suo che doveva ancora avvenire ma a quello di sua cugina Pina. Pinuccia di cinque anni più giovane di lui era la unica figlia dello zio Antonio e di zia Jolanda sorella  di suo padre. Lo zio Antonio pugliese del nord e precisamente di S.Severo (ci sono pure i pugliesi del sud) era il procuratore capo delle imposte dirette di una città dell’Emilia (preferisco per ovvi motivi non nominarla) e, causa una legge che concedeva a quella carica ampi poteri discrezionali in fatto di contenzioso con i contribuenti, lo zio Antonio aveva ‘fatto i soldi’ come si dice volgarmente e non certo in maniera onesta. Questo gli aveva permesso di prenotare una chiesa addobbata in maniera sfarzosa ed il pranzo in un locale molto alla moda e molto costoso. I presenti non erano certi degli straccioni: le signore avvolte in eleganti abiti, i signori la maggior parte in smoking tranne il buon Alberto che sfoggiava un normale abito scuro. Tra le dame il buon Alberto, vecchio putt...re aveva notato la presenza di una signora che, avvolta in un tubino nero, spiccava per la bellezza fra le altre dame. Sedeva in un tavolo con un signore, non più, giovanissimo, che cercava di attaccar bottone con scarsi risultati. L’Albertone, un forza del suo metro e ottanta e dal fascino ‘a getto continuo’ (cito Petrolini) appena seduto al tavolo ebbe la meglio ed il cotale ‘vecchietto’ non poté far di meglio che ritirarsi in buon ordine. “Di solito apprezzo la faccia tosta delle persone ma oggi non sono di buon umore, mi scusi.” La signora liquidò con queste parole Alberto che, mogio mogio (era stato colpito il suo orgoglio), con un inchino abbandonò anch’egli la postazione. La cerimonia andò avanti sino alle 19, Alberto si accomiatò dagli sposi e con un tassì giunse alla stazione ferroviaria per prendere il, treno che lo avrebbe condotto a Roma per poi imbarcarsi su quello che lo avrebbe portato a Messina. Nel vagone di prima classe cercò un compartimento vuoto ma nell’andare avanti notò che la dama vista al matrimonio occupava da sola un posto in uno scompartimento. Entrò, sistemò la valigia. La tale non gli aveva rivolto lo sguardo ma quando Alberto, per provocarla, accese la pipa: “Spiacente questo non è il vagone dei fumatori e non mostri la faccia del meravigliato, mi ha perfettamente riconosciuta, solo che io non mi sento di conversare.” ‘Cazzo (pensiero di Alberto) una tosta!’ Il silenzio regnò nello scompartimento sino a Firenze. “Gentile signora vorrei aprire il finestrino per ordinare una bibita, non le chiedo se ne desidera una anche lei… “ ‘Cazzo (sempre pensiero di Alberto) che ha da piangere una donna piacevole, alta, capelli biondo-rossi, occhi verde oltremare (non so che significhi ma l’ho letto in qualche parte), nasino delizioso, bocca da…, collo alla Modigliani, tette non troppo pronunziate, altezza superiore alla media, età presumibile quaranta, solo uno stronzo poteva averla fatta soffrire o forse c’era dell’altro.’ “Mi permetta di essere sincero, se la mia presenza la infastidisce cambierò scompartimento…” “Lei non c’entra nulla, sono andata a Bologna al matrimonio di Pina per svagarmi, ho…” altre lacrime cominciarono a scorrere copiose sul viso della dama mettendo in crisi l’Albertone che, con mossa audace la prese fra le braccia e, con sua grande meraviglia fu ricambiato nell’abbraccio, poi ognuno al loro posto sino a Roma. Alla stazione Termini divisero i servigi di uno stesso facchino sino al posteggio dei taxi. “Non ci siano presentati: sono Eloisa L.” “Io Alberto M. e son cugino di Pina.” I taxi erano rari, al loro turno si guardarono in faccia e salirono sulla stessa auto. “Io vado in via Magna Grecia a S.Giovanni, lei?” “Dopo una pausa: “Io avrei dovuto proseguire per Messina…” Gran risata di Eloisa. “Che ci fa qui con me o meglio…credo nel destino, lo invito a casa mia ma non capisca male!”
    Una reggia di almeno duecento metri quadri arredata con gusto, si vedeva la mano di una donna dalla spiccata personalità. “Vada in quella camera, c’è un bagno, si sistemi e poi andremo a mettere qualcosa sotto i denti nel ristorante qui sotto.” Quello che meravigliò Alberto che era entrato in una camera matrimoniale, di solito quella degli ospiti aveva uno o due letti singoli…” “Nando ti presento Alberto mio ospite per stasera, fai del tuo meglio, solo secondi, veniamo da un banchetto di nozze.” “Non sono solita invitare degli sconosciuti, me ne sono meravigliata io stessa ma lei mi dà fiducia cosa per me è assolutamente insolita. Vedo nei suoi occhi tanti interrogativi, provvedo a dirimerli: ho quaranta anni, sposata da venti con Mario professore universitario conosciuto allorché frequentavo la sua facoltà, lui ha dieci anni più di me ma la nostra storia è finita quando l’ho trovato nel nostro letto con una sua allieva, da quel momento non ho più dormito nel talamo matrimoniale dove l’ho sistemata, fine della triste istoria e lei?” “Brigadiere della Guardia di Finanza di stanza a Messina, fidanzato con una insegnante conosciuta nella isole Eolie dove ero al comando di alcuni distaccamenti, ho ventisette anni, il resto lo vede qua.” “Può restare a Roma finché vuole.” “Telefonerò alla mia ragazza, ho una zia che abita a Roma in via Cavour, zia Rosilde vedova un po’ toccata di testa ma è l’unica scusa valida che posso accampare.” “Zia sono a Roma per un congresso, sono in albergo con i miei colleghi, dormirò in albergo ma non voglio farlo sapere alla mia fidanzata, tu stacca il telefono…” “Brutto porcellone sei in compagnia, va bene ti asseconderò!” “È ora di farci coccolare da Morfeo, buona notte.” Alberto stanco prese subito sonno, una doccia aveva contribuito a farlo rilassare. Forse stava sognando nel sentire sopra di sé il corpo di una femminuccia odorosa di un profumo di classe, ma quale sogno, Eloisa se lo stava bellamente abbracciando con la conseguenza che ‘ciccio’ prese ad inalberarsi per poi sprofondare in un tunnel deliziosamente accogliente e vogliosissimo. La storiella durò a lungo sin quando la padrona decise di ritirarsi in buon ordine con un: “Basta!” seguito da un gran sospiro, ne aveva avuto abbastanza! “Non ti preoccupare, non posso avere figli!” Un  noioso raggio di sole prese a colpire il viso di Alberto che fu costretto ad aprire gli occhi per poi richiuderli per rendersi conto di quella strana realtà poi. “Colazione per il signore, penso che debba riacquistare le forze…non dire nulla, ogni parola sarebbe inutile, è successo per mio volere, forse un modo per riappacificarmi con la vita, resta a casa mia finché vuoi, non interferirò nella tuo privato.” Bella proposta  con l’inconveniente di dover cercare una scusa valida per Silvana a Messina, ci avrebbe pensato, per ora sentiva dal profondo di voler approfondire il legame con Eli. “Ti senti di raccontarti, solo se lo vuoi.” “La mia è una storia come tante altre, forse un po’ particolare: ero in un collegio condotto da monache con tua cugina Pina, una stanza con due letti., Una notte fummo ‘visitate’ dalla superiora, giovane svedese molto bella che se ne fregava delle regole monastiche , capelli biondi lunghi, niente cilicio, corpo da mannequin, viso che esprimeva tanta sensualità. Il suo noto comportamento omo veniva tollerato dai suoi superiori, apparteneva ad una nota facoltosa famiglia imparentata con i reali. Una notte ce la siamo trovata nella nostra camera, senza tanti complimenti ha preso a baciarci a turno facendoci provare delle sensazioni meravigliose mai provate, io e Pina eravamo come imbambolate sotto i suoi baci, la storia è durata quasi tutta la notte e ci ha lasciato lo strascico, anche io e Pina in seguito abbiamo cominciato a provato le delizie del lesbico e per questo la mia presenza al suo matrimonio ma amo sempre i maschietti soprattutto te, mi stai entrando nell’anima, ho paura…” La permanenza di Alberto a Roma finì dopo dieci giorni, con un semplice  bacio il distacco e l’imbarco sul treno. A Messina Silvana capì che era cambiato qualcosa fra di loro, da donna intelligente non fece domande e così i due ripresero il solito tran tran. Il pomeriggio di un giovedì: “Sarò a Messina sabato mattina, vieni alla stazione.” La Legione della Guardia di Messina aveva una circoscrizione vasta oltre a quella del capoluogo aveva giurisdizione anche sulle province orientali dell’isola e così per l’Albertone non fu difficile trovare una scusa di servizio fuori sede nella sua qualità di fotografo. Eli arrivò a Messina di il pomeriggio del  venerdì, un forte abbraccio e arrivo all’albergo Jolly dove un portiere, ficcanaso, si mise a confrontare i documenti dei due per poi guardarli in faccia per far rilevare la differenza di età...fu tacitato da Alberto con una lauta mancia che lo rese sorridente e disponibile: “Stanza con vista sul porto, il ristorante sarà ancora aperto per voi.” Cena frugale, pensieri erotici  volteggiavano sue due amanti che toccarono appena il cibo per rifugiarsi sotto la doccia e poi, e poi…”Voglio darti qualcosa che non ho concesso a nessuno!” Alberto ebbe qualche difficoltà a penetrare nel popò di Eli ma grande fu il godimento, il doppio gusto quasi fece svenire l’interessata che seguitò sino allo sfinimento, sapeva che quella era forse l’unica volta che si sarebbero rivisti. “Non ho nessuna voglia di dormire, facciamo un giro a Messina by night.” La proposta fu accettata con entusiasmo da Alberto, in fondo gli non gli capitava di visitare la città di notte. Da via Garibaldi sino al salotto buono di Messina, piazza Cairoli, e poi in viale S.Martino dove trovarono un locale illuminato, erano le tre di notte. Entrarono, era una cioccolateria non conosciuta da Alberto, ci passava dinanzi senza mai fermarsi. “Buona notte, sono Settimio il proprietario, non vi domando cosa fate in giro a quest’ora di notte, vi si legge in faccia, in fondo ho imparato ad essere un po’ psicologo, accomodatevi.” “Madame non ho solo cioccolato ma spezie di ogni genere, dolci  oltre che bevande, a vostra disposizione." E poi “Il signore mi pare di averlo incontrato, adesso si che mi ricordo, era in divisa, un brigadiere della Guardia di Finanza! Io in quanto scontrini sono a posto, quasi…lo Stato è troppo esoso, talvolta…” “Settimio non sono in servizio dimmi piuttosto che ci fai a Messina, non mi sembri siciliano. “ “Sono di Jesi città in provincia di Ancona, la patria del Verdicchio, ero venuto in questa città in villeggiatura, ho conosciuto Rosaria ragazza deliziosa ma…insomma una minchiata nel senso che la baby è rimasta incinta e col padre c’era poco da scherzare, adesso in casa ho tre donne, due gemelle che hanno scambiato la notte per il giorno, quando piange l’una sveglia pure l’altra e così preferisco aprire il locale anche di notte per farmi fare compagnia da qualche nottambulo. Siete una coppia stupenda ma mi sembrate un po’ irregolari, scusatemi l’ invadenza…” “Settimio sei un simpaticone, io sono Eloisa, romana ed il qui presente Alberto è mio paesano. Siamo al Jolly la prossima notte saremo di nuovo qui da te e poi…” Eli al pensiero della partenza si era rabbuiata, forse una lacrima, istintivamente Settimio l’abbracciò…”Alberto scusami se approfitto dell’occasione ma devo farti presente una cosa spiacevole: un tuo collega una volta mi ha pizzicato senza l’emissione di uno scontrino, non mi ha sanzionato ma  da allora si presenta ogni mattina per far colazione gratis, è un individuo che ha fatto del carboidrato una ragione di vita, in altre parole è un grassone della malora!” Alberto localizzò subito il personaggio: “Settimio ti sistemerò la questione, intanto fammi il conto.” “Stai scherzando, siamo diventati amici, la mia è un offerta con tutto il cuore, penso che in futuro ti rivedrò in quanto ad Eloisa…” “Domani notte sarà l’ultima volta, ti lascerò il numero del mio telefonino, se dovessi capitare a Roma…” Era mezzogiorno, timidamente una signora addetta alle pulizia fece timidamente capolino nella stanza dove alloggiavano Alberto ed Eloisa: “Chiedo scusa…” “Ci dia una mezz’ora poi…che ora è… vediamo…tra poco andremo a mangiare e le lasceremo la stanza libera.” Nel pomeriggio i due amanti  andarono a visitare il lago di Ganzirri con la speranza di non  incontrare qualche conoscente. “Che luogo incantevole, sediamoci su una panchina, voglio imprimermi in mente il paesaggio, me lo ricorderò per sempre.”Di notte nuova visita al locale di Settimio che non sapeva che fare per i due ospiti i quali seduti restarono a lungo ad ammirare il passeggio dei rari nottambuli messinesi poi un rapido abbraccio da parte di Eli. La mattina seguente arrivo del treno alla stazione di Messina, Alberto si imbarcò anch’egli per accompagnare la baby sul traghetto sino a Villa S.Giovanni e poi solo un rapido abbraccio… Nell’intimità della sua stanza in caserma il brigadiere M. sdraiato sul letto, mani incrociate dietro il collo, occhi chiusi cercò di fare il punto sulla sua situazione sentimentale: fidanzato come tanti altri senza particolari slanci ma solo certezze di un futuro come dire normale, forse con figli e rispetto reciproco ma senza sussulti come quelli che aveva provato ultimamente. Sulla parte della stanza gli apparve il viso piangente di Eloisa, un pianto inarrestabile segno di un dolore profondo. Cosa aveva impedito di farsi una vita con lei: la differenza di età, il sospetto che le passioni finiscono e lasciano l’amaro in bocca, il fatto di non poter diventare padre…un dolore addominale improvviso, violento lo fece sussultare, un sentimento violento, uno di quelli che non aveva mai provato, forse un po’ di vigliaccheria da parte sua, maledizione! ‘Questa è la triste istoria’ contavano gli antichi aedi, quella sarebbe stata in futuro  la sua triste istoria.

  • 02 dicembre 2016 alle ore 14:59
    L'ultimo Natale (Seconda parte)

    Come comincia: Laura, appena in autostrada, si fermò per telefonare a sua madre.
    "Ciao mamma. Sto andando alla casa di riposo dalla zia. Trascorrerò il pomeriggio con lei e poi rientrerò. Non vado più in montagna."
    Sua madre le disse che loro sarebbero tornati in tempo per pranzare tutti insieme a capodanno.
    Riprese il viaggio e si mise a pensare quanto fosse stata bene insieme a Gloria. Si rese conto che sentiva desiderio di famiglia. E se fosse tornata a vivere insieme ai genitori? La casa era abbastanza grande per tutti, e lei non aveva più quella frenesia di libertà e indipendenza per cui era andata a vivere da sola. Non era neppure più fidanzata, e comunque doveva ammettere che si sentiva sola quando rientrava alla sera. Magari avrebbe tenuto il suo appartamento, e, quando avesse sentito necessità di solitudine, avrebbe potuto rifugiarsi lì.
    Nei giorni che seguirono Laura rimase sotto l'effetto benefico del Natale appena trascorso. Era calma, allegra, ben disposta verso tutti e anche verso se stessa. Decise di impiegare il tempo libero anche per comperarsi un abito elegante che da tempo aveva notato esposto in una vetrina, anche se non sapeva ancora come avrebbe trascorso la notte di fine anno. Pensava molto a Gloria: non avrebbe lasciato trascorrere troppo tempo prima di tornare a trovarla.
    Fu la mattina del 31 dicembre che il suo telefono cellulare suonò: erano le dieci.
    "Buongiorno, la signora Laura?"
    "Sì, sono io. Lei chi è?"
    "Sono Annamaria, l'amica di Gloria. Stavo mettendo in ordine e ho visto il suo numero. Gloria non aveva contatti con nessuno, perciò mi è sembrato strano e ho pensato di chiamare."
    "Aveva?" Laura sentì che il cuore le pulsava in gola.
    "Sono tornata la mattina del 27. Gloria era ancora a letto. Ho cercato di svegliarla. Sembrava che dormisse."
    "Vengo lì, vengo lì subito."
    Partì immediatamente. Non riusciva a credere che Gloria non ci fosse più. Quanti avvenimenti in pochi giorni! Il dolore le toglieva il respiro. Ripensava ai momenti che avevano diviso, momenti bellissimi, sereni, in cui lei aveva assorbito tutto ciò che solo una persona molto speciale è in grado di trasmettere. Pensava anche che avrebbero dovuto essere insieme, e invece era partita, e Gloria era morta da sola. Non si perdonava nulla, ma in realtà non aveva alcuna colpa.
    Quando finalmente arrivò pregò Annamaria che la accompagnasse al cimitero  prima ancora di entrare in casa. Lei si prestò subito, con molta gentilezza e cercando di raccontare come erano andate le cose, ma Laura non riusciva ad ascoltarla.
    "Venga a casa signorina, ha viaggiato, deve riposarsi un po'."
    "Sì, se non le spiace, mi fermo volentieri un paio d'ore."
    Annamaria la accompagnò a casa.
    "Ci vediamo più tardi, devo ancora sbrigare delle formalità."
    Laura si sedette in poltrona nel salotto fissando il vuoto. Come era tutto diverso senza Gloria. Come avrebbe voluto vederla seduta di fronte a lei come la notte di Natale quando le luci intermittenti dell'albero illuminavano a tratti il suo viso. Più ci pensava, e più si convinceva che il luccichio che aveva visto negli occhi di lei erano lacrime. Si guardò attorno cercando di memorizzare il più possibile un ambiente che non avrebbe rivisto mai più. L'orologio a parete continuava a diffondere il suo tic tac ignaro di scandire un tempo che per Gloria ormai era finito. In un angolo del salotto c'era uno scrittoio. Laura notò che era aperto e col piano abbassato. Si avvicinò e vide un quaderno spesso con la copertina di pelle, lo prese in mano e il quaderno subito si aprì all'ultima pagina scritta. La penna era ancora appoggiata lì, fra un foglio e l'altro. Era una pagina di diario e Gloria l'aveva scritta il giorno di Santo Stefano, dopo la partenza di Laura.
    "Finalmente la vita mi ha regalato un vero Natale. Non l'avrei mai immaginato. Ho trascorso il Natale con mia nipote Laura e ho potuto fare gli auguri, anche se solo per telefono, a mia figlia. Almeno ho risentito la sua voce. Sono piena di felicità. In questi giorni con Laura ci sono stati momenti di grande intimità in cui mi è stato difficile resistere alla tentazione di rivelarle chi sono io per lei, ma il buon Dio mi ha tenuto la mano sulla testa ed anche questa volta sono riuscita a far prevalere il buon senso. Spero che avrò sempre la forza di tacere. La cosa più importante è sempre stata la loro serenità e lo sarà sempre."
    Subito Laura non capì, ebbe solo la consapevolezza che quella pagina le stava svelando una verità sconvolgente. Rilesse soffermandosi su ogni parola. Gloria era la madre di sua madre? Quindi lei aveva trascorso il Natale con sua nonna? Lasciò che il quaderno le cadesse in grembo e cercò di dominare il tremore delle mani, ma era impossibile. Provò a pensare. Sua madre non aveva mai nascosto a nessuno di essere stata adottata, anzi da ragazza aveva anche tentato di sapere qualcosa  della sua vera mamma, ma non era riuscita a scoprire nulla e si era rassegnata. Se Gloria era abituata a scrivere il diario sicuramente ce n'erano  altri. Laura si alzò, andò a cercare nella libreria e li vide: quattro quaderni identici a quello che aveva in mano, spessi e con la copertina di pelle scura. Allora capì che la vita di Gloria era tutta lì, in quelle pagine scritte con una calligrafia piccola e minuziosa, quasi impersonale, tanto in contrasto con le incredibili vicende che descriveva.
    Così Laura lesse di una giovanissima Gloria innamorata di un ragazzo che si chiamava Edoardo, morto all'improvviso. Lesse dell'emozione di Gloria nell'accorgersi di essere in attesa di un bambino, ma anche della vergogna dei genitori di lei che l'avevano obbligata a vivere la gravidanza in solitudine, lontano da casa e dal paese, e poi a rinunciare alla piccola che era nata. Lesse anche che  tempo dopo, quando Gloria era diventata più adulta e si era finalmente sottratta al giogo della madre, era andata a cercare la sua bambina scoprendo che era già stata adottata. Gloria si era disperata e tramite conoscenze era riuscita a sapere dove viveva e chi l'aveva adottata. Quando finalmente l'aveva vista, felice con i suoi genitori che l'amavano, lei aveva deciso di rimanere nell'ombra per non rovinare la serenità di quella famiglia. Si era dedicata all'insegnamento trasformando il suo enorme dolore in un grande amore che esprimeva facendo di ogni bambino che le veniva affidato, il suo bambino. Non si era più sposata nè innamorata.
    Laura divorava le parole di quei diari. Tutte le tappe più importanti della sua vita, della vita di sua madre, erano ricordate e descritte in quelle pagine. C'era anche una fotografia di Gloria ed Edoardo: il viso di lui appoggiato a quello di lei, e dietro la fotografia una dedica: "Per sempre. Edoardo e Gloria". C'era una fotografia dei suoi genitori e una di sua madre piccola, e poi una sua, scattata durante una recita scolastica.
    Laura non riusciva a controllare i suoi sentimenti. Non sapeva se essere arrabbiata oppure commossa. Ma perchè Gloria non aveva parlato! Ormai lei era una ragazza e sua madre una donna più che adulta. Non avrebbe sconvolto nessuna di loro due sapere la verità. O forse sì? E quando era stata la sua maestra? Tutte le volte in quei cinque anni di elementari che aveva incontrato sua madre senza poterle dire "Tu sei mia figlia"? Quanto sacrificio e quanta sofferenza da sopportare in solitudine. Doversi ridurre a spiare, quasi, la loro vita, tenendo tutto dentro di sè. Sentì che le lacrime le scendevano lungo il viso, le salavano le labbra per poi andare a posarsi su quelle pagine di diario. Cominciò a chiedersi se tutti i fatti degli ultimi giorni non fossero stati parte di un disegno a lei incomprensibile: l'errore in autostrada e poi l'idea improvvisa di quella visita dopo vent'anni, e il desiderio così impellente di fermarsi in quella casa a Natale, e poi purtroppo tutto il resto.
    Quando Annamaria rientrò Laura le chiese se poteva portare con sè i diari di Gloria. Presero il tè insieme.
    "Non resterò qui da sola in questa grande casa. Andrò a vivere accanto ai miei figli."
    Laura ascoltò lo sfogo di Annamaria rendendosi conto che anche lei stava soffrendo e non aveva ricevuto attenzione. Cercò di consolarla, e quando fu il momento di partire, si promisero di tenersi in contatto.
    Durante il viaggio di ritorno si rese conto quasi all'improvviso che non aveva ancora pensato a sua madre. Avrebbe dovuto raccontarle la verità tenendo conto della grande emozione che avrebbe suscitato in lei. Pensava quale potesse essere il modo migliore. Ma c'era un modo migliore? 
    Era l'ultimo giorno dell'anno e la segreteria del suo telefono cellulare aveva registrato diversi messaggi da parte delle amiche per trascorrere insieme la notte di San Silvestro. Non rispose a nessuno. Quando arrivò si chiuse in casa e continuò a leggere i diari di Gloria. Trascorse la notte così, leggendo e riflettendo, lasciandosi libera di dare sfogo ad ogni sua emozione, piangendo ai passaggi più drammatici, e ridendo degli aneddoti riguardanti la vita scolastica. Pensò che Gloria era arguta e simpatica, dotata di un grande senso dell'umorismo e di una capacità di scrittura incisiva e affascinante. Rimpianse di non avere potuto condividere la vita con una persona così speciale, e si sentì pronta a parlare con sua madre.
    Racchiuse i diari in un foglio di carta colorata e sopra  applicò un fiocco rosso: quello sarebbe stato il regalo per lei.
    Quando arrivò a casa dei genitori per il pranzo di capodanno, sua madre era già sulla soglia ad attenderla.
    Fu come se Laura la vedesse per la prima volta: i capelli raccolti dietro la nuca, ma alti e ondulati sulla fronte. Gli occhi scuri penetranti. La somiglianza con Gloria era straordinaria.  Si fermò un attimo e si appoggiò all'auto perchè le mancava il respiro e le tremavano le gambe. Poi vide le pantofole che indossava, di panno marrone, e sorrise.
    "Allora? Cosa fai lì ferma sulla strada?"
    "Vengo subito, devo prendere un pacco nel portabagagli."
    Sua madre aveva tante cose da raccontarle. Durante il pranzo le descrisse tutto il viaggio appena concluso, mentre suo padre taceva sapendo che quando la moglie si metteva a parlare era inutile cercare di interromperla. Laura ascoltava distrattamente, attenta com'era a guardarla e constatare quanto fosse simile a Gloria anche nei modi di muoversi e di sorridere.
    "Non guardarmi così! Sembra che tu non mi abbia mai vista prima!"
    Aveva ragione: non l'aveva mai vista prima.
    Appena pranzato, suo padre se ne andò in camera per il sonnellino pomeridiano. Era un'abitudine a cui era difficile farlo rinunciare. Ma a lei non dispiacque. Preferiva  parlare prima con sua madre da sola.
    "Mamma, non pensiamo ai piatti adesso. Siediti qui sul divano vicino a me. Ti ho portato qualcosa. Guarda"
    Così dicendo  depose il pacco regalo sul tavolino del salotto.
    La madre l'abbracciò e fece per aprirlo, ma Laura posò una mano sopra le sue e le parlò con dolcezza.
    "Non adesso, mamma. Aspetta. Prima devo raccontarti una storia."
    "Una storia?"
    "Sì, una storia di grande amore, una storia vera che sembra una favola."
    Poi raccolse tutto il fiato che potè perchè l'emozione le strozzava le parole in gola:
    "La storia di tua madre...e di mia nonna."
    E allora vide negli occhi di sua madre lo stesso luccichio che la notte di Natale aveva visto negli occhi di Gloria, e seppe che sì, erano lacrime.

  • 02 dicembre 2016 alle ore 14:56
    L'ultimo Natale (Prima parte)

    Come comincia: Dopo avere sistemato la valigia nel portabagagli dell'auto Laura si sedette al volante e passò mentalmente in rassegna tutto ciò che stava portando con sè. Dimenticava qualcosa? Può darsi, si dimentica sempre qualcosa quando si parte. Pensò che in fin dei conti non stava andando nel deserto: se aveva dimenticato qualcosa avrebbe potuto acquistarlo al suo arrivo. Diede un'ultima occhiata alla casa, mise in moto e partì. Quello era il primo anno che non avrebbe trascorso il Natale in famiglia. I suoi genitori erano in viaggio, il suo fidanzamento era finito. Un lungo fidanzamento che aveva fortemente condizionato la sua libertà, al punto che lei, per assecondare un uomo possessivo e molto geloso, aveva finito per perdere tutte le amicizie, rimanendo isolata. Ora finalmente aveva recuperato libertà e allegria e così, per festeggiare se stessa, aveva deciso di andare qualche giorno in montagna. Era eccitata ed entusiasta, e la sua mente non si stancava di elaborare progetti per il futuro. Era padrona di decidere ogni cosa, di andare dove voleva, di sbagliare, anche, senza sentirsi dare della cretina; inoltre non aveva fretta perchè nessuno l'aspettava, nessuno le avrebbe mostrato adirato l'orologio se fosse stata in ritardo, nessuno le avrebbe detto che era inaffidabile, superficiale, confusionaria.
    Pensava tutte queste cose mentre viaggiava in autostrada e si ripeteva che doveva smettere di pensare al passato. Il passato era sepolto e lontano, adesso era il momento del riscatto. Laura era distratta dai suoi pensieri al punto che superò lo svincolo per la località di destinazione. Uffa, pensò, adesso chissà dove andrò  a finire prima di poter tornare indietro! Sembrava che l'uscita successiva non dovesse arrivare mai, ma finalmente, dopo quasi cinquanta km, ecco lo svincolo. Quale località? Quando lesse il nome del paese si ricordò che lì vent'anni prima abitava la sua maestra. Chissà se abitava ancora lì. Velocemente fece i conti e concluse che adesso doveva avere circa settantacinque anni. Laura aveva un bel ricordo di lei, le aveva voluto bene. Nonostante fosse stata una maestra molto severa, aveva  dimostrato sempre un sincero interesse per il futuro di ognuno dei suoi alunni cercando di costruire degli individui con dei princìpi saldi e grandi aspirazioni; si comportava con i bambini come se fossero figli suoi, e i ragazzi tutto questo lo sentivano e accettavano senza protestare anche le sgridate, consapevoli di essersele meritate.  A decidere di andarla a trovare, Laura ci mise solo un attimo. Non conosceva l'indirizzo ma il paese non era grande, infatti la prima persona che interpellò seppe indicarle dove andare.
    "Ah sì, la maestra. Vada sempre diritta fino al secondo semaforo, lì giri a sinistra nel viale alberato, la terza casa a destra è la sua."
    Posteggiò l'auto di fronte ad una bella casa a due piani, elegante e solida; recintata da un muro oltre il quale si intravedevano i rami spogli delle piante da frutta. Di fianco al cancello d'entrata c'era il citofono. Quando premette il pulsante si rese conto di essere emozionata e per un attimo pensò anche che forse non era buona educazione presentarsi a casa di qualcuno senza avvisare, ma ormai era lì.
    "Chi è?"
    "Buongiorno, sono Laura, Laura Gavelli. Lei è la maestra? Sono stata sua alunna."
    "Ti apro."
    Il cancello si aprì e Laura si sentì rassicurata dal fatto che la maestra le aveva subito dato del tu. Attraversò il giardino: un grande bel giardino che sicuramente era stato, in passato, molto curato. Lei era già sulla soglia e le sorrideva. Non era cambiata tanto, e portava ancora la stessa pettinatura dei tempi della scuola: i capelli raccolti dietro la nuca, ma alti e ondulati sulla fronte. Solo che adesso erano bianchi. Il fisico asciutto come allora, e, come allora, una camicetta beige sotto un pullover marrone scuro scollato a vu, una gonna lunga marrone e le immancabili pantofole di panno. Laura sentì  forte il desiderio di abbracciarla e lo fece. La maestra le rivolse uno sguardo divertito e penetrante. I suoi occhi scuri brillavano dietro agli occhiali:
    "Non crederai davvero che mi ricordi di te!"
    Laura si mise a ridere.
    "No infatti, però posso dirle che faccio parte dell'ultima classe di bambini che lei portò fino in quinta elementare. So, perchè mi fu raccontato, che avrebbe dovuto andare in pensione quando noi eravamo in quarta, ma rimandò di un anno perchè potessimo completare i cinque anni senza dover cambiare insegnante. E' vero?"
    "Sì cara, è vero, non ho mai lasciato nulla a metà, e comunque il tuo visetto non è cambiato molto da allora. Vieni, entra. Sono contenta che tu sia venuta a trovarmi, è bello essere ricordati."
    Laura si sentiva completamente a suo agio. La vecchia maestra la guidò in un salotto molto accogliente e entrambe si sedettero in poltrona di fronte al caminetto acceso.
    "Come sta maestra?"
    "Prima di tutto non siamo più a scuola. Mi chiamo Gloria, chiamami per nome, e se mi dai del tu sono ancora più contenta."
    "Proverò, ma sa non è facile, per me lei è sempre la maestra."
    "Bene, io a quest'ora di solito mi faccio il tè. Lo beviamo insieme?"
    Laura la seguì in cucina con naturalezza, come se avesse sempre abitato lì, e si sedette mentre Gloria preparava il tè.
    "Allora Laura, dove stai andando di bello?"
    "Veramente non ho una meta precisa. Volevo solo evadere un po' dalla routine. Ma qui sto bene. E lei, anzi tu, Gloria, vivi qui da sola?"
    "No, vive con me la mia amica Annamaria, ma è andata a trascorrere il Natale con i suoi figli. Voleva che andassi con lei, ma io sto bene in casa mia. Mi sono impigrita un po' con l'età, e poi, cosa c'è di meglio della mia casa!"
    Laura si sentiva talmente a suo agio da pensare che le sarebbe piaciuto rimanere lì per Natale. Così osò:
    "E' bella questa casa, così intima e accogliente. Viene voglia di restare."
    "Puoi restare se vuoi. Io non ho nessun programma speciale per Natale, ma abbiamo ancora un po' di tempo per organizzarci.".
    "Sarà il più bel Natale degli ultimi cinquant'anni" scherzò Laura "Davvero non ti disturbo se rimango qui con te?"
    "Non mi disturbi, anzi mi rendi felice."
    Bevvero il tè in cucina chiaccherando fittamente dei tempi della scuola. Laura ricordava ancora quando Gloria la sgridava dopo l'intervallo di mezza mattina per quanto si era scalmanata, e poi la portava nel bagno, le lavava il viso e la pettinava. "Fammi vedere i denti" le diceva "Te li lavi sempre? Mi raccomando, che se no rimani senza e poi come fai a mangiare?" In classe la maestra camminava fra i banchi, ogni tanto si fermava dietro a un bambino, gli appoggiava una mano sulla spalla e gli accarezzava la testa. Era sempre molto dolce, ma anche tanto esigente. "La buona educazione, l'ordine e la bella calligrafia saranno il vostro biglietto da visita. E poi, con la buona volontà si impara tutto il resto."  E quando vedeva compiti scritti male e trasandati perdeva la pazienza "Queste sono zampe di gallina!". Ma quello che Laura ricordava, anche con un po' di rabbia, era l' annotazione che la maestra scriveva sempre sotto i suoi componimenti d'italiano: "Non è farina del tuo sacco".
    "Perchè Gloria lo scrivevi? Io non ho mai copiato neppure una riga."
    "Lo so, lo so, eri bravina, ma io volevo molto di più perchè avevi le potenzialità, e siccome eri un po' lazzarona, ti tenevo sulla corda. Ma adesso pensiamo al Natale."
    Un'oretta più tardi le due donne a braccetto passeggiavano per le vie del paese guardando le vetrine illuminate, sotto le ghirlande luminose appese per aria da un lato all'altro delle vie. La gente era allegra e frettolosa, intenta agli ultimi acquisti natalizi. I bar e le pasticcerie erano stipati di persone che acquistavano dolci o bevevano l'aperitivo. Famiglie intere che si godevano l'antivigilia di Natale dedicandosi a tante piccole gioiose attività tipiche del periodo. Laura non si sentiva così appagata da anni. Si sentiva bene, libera, e partecipe dell'entusiasmo generale. Non ricordava neppure più quando fosse stata l'ultima volta che aveva passeggiato con sua madre per le strade della città, scherzando e acquistando regali per il Natale. Stava riscoprendo antiche emozioni che le erano state sottratte da quel fidanzamento così esclusivo che l'aveva intrappolata per troppo tempo.
    Strinse più forte il braccio di Gloria fin quasi ad appoggiarle la testa sulla spalla.
    "Io suggerirei un bel bollito per la vigilia. Come si faceva un tempo. Sono giovane ma certe cose le so. Cosa ne dici Gloria? La messa di mezzanotte e al ritorno la classica scodella di brodo."
    "Perchè no! E' da molti anni ormai che non assisto alla messa di mezzanotte. Ci vado volentieri con te. C'è anche il presepe vivente, se vuoi possiamo andare a vederlo."
    Quando rientrarono con le borse della spesa, le posarono sul tavolo della cucina.
    "Che bel calduccio!" Esclamò Laura! Proprio come da bambina.
    D'inverno, quando entrava in classe, Laura diceva così alla maestra. Gloria si soffermò a guardarla mentre si toglieva il giaccone pesante. Era vero, quel visetto sotto il berretto di lana era sempre lo stesso di allora, e anche l'entusiasmo e l'eccitazione per quel Natale imprevisto, erano gli stessi di quando era bambina. Gloria non potè fare a meno di prenderle un attimo il viso fra le mani con tenerezza.
    "Vieni, ti mostro la tua camera."
    Partecipare alla messa di mezzanotte per Laura fu come ritornare indietro di vent'anni. Da molto tempo lei non frequentava chiese, giusto da quando era bambina. Trovarsi in chiesa insieme alla sua maestra poi, rendeva il tutto ancora più irreale. C'era tantissima gente e la cerimonia era molto suggestiva. Quando alla fine della messa il coro e tutti i fedeli intonarono "Tu scendi dalle stelle" lei si commosse e non potè trattenere le lacrime. 
    Tornando a casa a piedi fu tutto un susseguirsi di strette di mano e scambi di auguri. In tanti si rivolgevano a Gloria dandole del tu e facendole notare quanto fosse eccezionale vederla alla messa di mezzanotte. Lei sorrideva  ed aveva una parola gentile per tutti. Laura pensò che la vecchia maestra doveva essere molto amata dai suoi compaesani, e si sentì privilegiata ad essere in sua compagnia.
    A casa, ranicchiata in poltrona davanti al caminetto, sorseggiò insieme a Gloria la scodella di brodo bollente.
    "Abbiamo fatto davvero un bell'alberello, non ti pare?"
    "Sì, è proprio carino."
    Le luci intermittenti illuminavano a momenti il viso di Gloria e il luccichio dei suoi occhi, e Laura si chiese se a luccicare fossero lacrime. Non disse nulla e lasciò che il silenzio di quei momenti riempisse la stanza. Posò la scodella e appoggiò la testa allo schienale della poltrona. Chiuse gli occhi. Mai il silenzio le era sembrato così bello. L'unico rumore era il tic tac dell'orologio a parete. Era completamente serena, in pace con se stessa e col mondo, perfino con quel piccolo individuo del suo ex fidanzato. Si accorse di sorridere di sollievo al ricordo di lui che ormai faceva parte del passato.  La voce di Gloria la distolse dai suoi pensieri.
    "Buon Natale Laura"
    "Buon Natale maestra"
    La mattina di Natale, quando aprì la finestra della sua camera, Laura pensò che quel giardino, innevato sarebbe stato molto romantico. Ma a oriente il cielo era rosa e non si vedevano nuvole, perciò si preannunciava una bella giornata soleggiata, anche se fredda.
    Gloria le aveva preparato la colazione: tè con una fetta di torta che aveva cucinato lei.
    "Speriamo che sia buona, non facevo una torta da anni."
    "Santo cielo, ma a che ora ti sei alzata?"
    "Presto cara, ma mi alzo sempre presto."
    "E' fantastica questa torta."
    Lavorarono insieme in cucina: Laura preparò il sugo e Gloria l'arrosto.
    A mezzogiorno tutto era pronto per il pranzo di Natale, e Laura aveva raccontato a Gloria gli ultimi suoi vent'anni di vita.
    "L'amore deve dare gioia, se fa soffrire qualcosa non va."
    A Laura sarebbe piaciuto sapere qualcosa della vita di Gloria, ma era così evidente e palpabile la riservatezza di lei, che non ebbe il coraggio di chiederle nulla. Invece lei era riuscita a confidarle con estrema naturalezza cose che non aveva mai detto neppure a sua madre. Per tutto il giorno le parlò dei suoi progetti. Non voleva legarsi ad un altro uomo per parecchio tempo e quando avesse deciso di vivere un'altra storia sarebbe stata bene attenta a chi avesse scelto. Non voleva più sbagliare, anche se non voleva neppure rimanere sola tutta la vita.
    "Non siamo fatti per stare soli. Io ho scelto di non legarmi a nessuno però vivo con un'amica. Condividiamo gusti e stile di vita, perciò è una buona convivenza. Ci facciamo reciprocamente compagnia e ci assistiamo quando ci ammaliamo. Ma sola no, non mi piacerebbe vivere sola. Daltronde nella vita non si sa mai: tutto può succedere, ma spero che Annamaria viva a lungo, più di me sarebbe l'ideale. Cosa mi dici dei tuoi genitori? Vogliamo chiamarli e fare loro gli auguri?"
    Laura si sentì immediatamente in colpa, avrebbe dovuto pensarci lei, ma Gloria sembrò intuire il suo stato d'animo.
    "Ho pensato che tu non osassi chiedermi di usare il telefono."
    "No, sinceramente non ci avevo ancora pensato, oggi sono un po' distratta. Comunque ho il telefono cellulare: non ho scuse."
    "Certo, non pensavo più che esistono i telefoni cellulari. Ma chiamiamo dal mio."
    Laura era emozionata.
    "Mamma? Ciao mamma, auguri, buon Natale. Non immagineresti mai dove sono. Sono a casa della mia maestra. Quando torno ti racconto! Passami papà"
    Dopo Laura volle che Gloria parlasse con i genitori.
    "No signora, Laura non mi ha disturbata. Sono contenta che sia qui, anzi spero che tornerà ancora a trovarmi."
    Ma il viso di Laura si era un po' adombrato mentre ascoltava la madre, e poco più tardi informò Gloria che sarebbe dovuta partire l'indomani mattina.
    "Vorrei rimanere di più. Si sta così bene qui, ma mia madre mi ha ricordato una promessa che devo mantenere. Veramente la promessa l'ha fatta lei, ma devo mantenerla io."
    "Le mamme vanno sempre accontentate. Oggi è già una bellissima giornata, e spero che tornerai a trovarmi."
    Dopo quella telefonata sembrò che il tempo si fosse messo a correre. In un attimo fu sera e in altrettanto breve tempo fu l'indomani mattina, e il momento di partire. 
    Laura scrisse il suo numero di telefono su un foglio e con una piccola calamita lo appese alla porta del frigorifero: "Così ogni volta che aprirai il frigo penserai a me, e magari qualche volta mi chiamerai."
    Poi Gloria la accompagnò all'auto. Si abbracciarono e lei rimase a guardare  finche l'auto non scomparve dietro una curva.

  • 02 dicembre 2016 alle ore 10:15
    Con il buonsenso si prende tutto

    Come comincia: Due amici in un laghetto:

    A: "Hei il tuo smartphone perchè l'hai spento?"
    B: "Non fa niente"
    A: "il mio ha quattro tacchette prende a meraviglia"
    B: "Beh.. vedi la mia canna da pesca? non ha nessuna tacchetta ma ha preso 4 pesci"

  • 01 dicembre 2016 alle ore 16:29
    La presunzione di Livia

    Come comincia: Le riunioni scolastiche possono diventare un'arena. Ne sapeva qualcosa Livia che quel giorno si permise di obiettare ad un'osservazione posta da un genitore ad un professore: scoppiò il finimondo. La tensione e lo scontro verbale coinvolsero tutti i presenti fino a farli apparire lupi famelici pronti a sbranare la preda di turno; Livia era la preside e come tale aveva l'obbligo e l'autorità per porre fine a quel pandemonio che la disgustava e quando capì che la situazione stava degenerando, con un urlo acuto e deciso riuscì a calmare gli animi dei presenti  "Silenzio! Signore, signori, cerchiamo di mantenere un contegno e riportiamo la discussione entro i termini di un civile scambio di opinioni" Tutti tacquero, nemmeno lei credeva alle parole che aveva pronunciato; troppa ignoranza in quella stanza, troppa arroganza, ma la sua diplomazia stemperò per un momento gli animi illudendola di poter concludere l'incontro positivamente. Purtroppo però, tra mille polemiche e litigi, la riunione si protrasse per le lunghe e, nonostante tutta la buona volontà, fu costretta a sospendere la seduta prima di aver preso in  esame tutti i punti all'ordine del giorno; avrebbero concluso il dibattito l'indomani, dopo l'orario delle lezioni.
    Livia uscì di scuola che era ormai buio pesto ma per fortuna la fermata della metrò era a pochi passi, non le piaceva restare da sola per strada a quell'ora. Raggiunse la stazione in un attimo e dopo alcuni minuti di attesa snervante salì sul convoglio e si accomodò seduta nell'unico posto libero. Venti minuti la separavano dalla sua fermata ed era talmente stanca che quel sedile le sembrò un trono. Alla fermata successiva scesero alcuni passeggeri e ne salirono altri in numero tale da non lasciare posti a sedere per tutti e tra i tanti Livia notò una coppia di anziani che con lo sguardò cercava vanamente un seggiolino libero, oltre che ad essere anziani parevano anche claudicanti, colpiti forse da qualche problema dovuto all'età avanzata. A quella vista il vicino di Livia, un bel giovane dall'aspetto atletico, si alzò immediatamente per cedere il posto ad uno degli anziani invitandola con lo sguardo a fare altrettanto, lei invece girò il capo dall'altra parte e sbuffò sonoramente, non aveva la minima intenzione di cedere il posto a nessuno, era troppo stanca. A quel punto il giovane aiutò la signora ad accomodarsi e nel contempo imprecò nei confronti di Livia, ma fu l'anziana a stemperare la tensione rivolgendo al giovane delle semplici parole per tranquillizzarlo "Su, stia calmo. E' stato gentile a donarmi il posto. La signora al mio fianco sarà sicuramente stanca e non è obbligata a cedere il suo posto a nessuno, mio marito è forte, vedrà che andrà tutto bene" Nel frattempo il convogliò si fermò e Giuseppe, così si chiamava il ragazzo, scese dal treno rispondendo con un sorriso ai cenni di saluto dei due anziani, mentre Livia lo squadrò dall'alto in basso con aria distaccata.
    Da lì Giuseppe, in dieci minuti a passo sostenuto, raggiunse casa sua dove c'erano ad attenderlo i suoi genitori con il fratello. "Hai fatto tardi anche questa sera" Lo accolse la madre con voce melanconica "E allora?" Rispose lui in cagnesco "Nulla, era solo una considerazione" ribadì sospirando la donna "Non sono affari tuoi" Infierì Giuseppe alzando il tono di voce anche per sovrastare il volume della televisione che nel frattempo qualcuno in sala aveva aumentato considerevolmente "Hai sentito? Tuo padre preferisce il frastuono di quell'aggeggio infernale piuttosto di prender parte al discorso" "Lui dov'è?" Chiese invece Giuseppe che non l'aveva ascoltata "In cameretta, sta riposando" Rispose la mamma con un nodo alla gola, non le piaceva il tono del figlio e quando Giuseppe si girò verso di lei, qualcosa nel suo sguardo le fece gelare il sangue nelle vene. Poi lui si affacciò in sala dove suo padre era sdraiato sul divano, intento a guardare la tv completamente immerso nel suo mondo e senza aggiungere altro scansò la madre con un braccio e si diresse verso la cameretta. Spalancò la porta ed accese la luce, incurante di disturbare il riposo del fratello che, imbottito di farmaci e avvolto nelle coperte, non si accorse di nulla. Richiuse dietro di se la porta e girò la chiave a doppia mandata costringendo sua madre ad aspettare fuori, pietrificata dal terrore. Giuseppe scoprì il fratello e restò immobile ad osservarlo in tutta la sua vulnerabilità; la rara malattia che aveva colpito il povero ragazzo, oltre ad averlo reso storpio, ne aveva cambiato completamente i lineamenti e anche il suo cervello si stava riducendo ad un ammasso di gelatina senza funzioni; ormai suo fratello era paragonabile ad una pianta malata. Giuseppe trasse un lungo respiro e poi fece la sua mossa. Allertati dalla madre preoccupata, i carabinieri arrivarono nel volgere di pochi minuti e furono costretti a scassinare la porta della cameretta, quando entrarono ebbero la conferma dei timori della donna; Giuseppe era appeso ad una corda legata al lampadario, mentre sul letto era steso il fratello con il viso rilassato come se stesse dormendo beatamente. Nel frattempo erano arrivati anche i volontari del pronto soccorso che presero subito in consegna Giuseppe; infatti grazie al tempestivo intervento dei carabinieri e al suo eccezionale fisico pur se in gravi condizioni era ancora vivo. A quel punto suo padre si abbandonò ad un pianto sfrenato tra le braccia incredule della moglie.
    Giuseppe fu portato in ospedale e, nonostante le sue condizioni, messo sotto sorveglianza armata, l'indomani il giudice avrebbe preso i provvedimenti del caso. L'infermiera che fu incaricata di tenerlo sotto controllo quella notte era una neo laureata, di bell'aspetto e con un'ottima preparazione, non era per nulla spaventata dell'incarico; le avevano detto cosa avesse appena combinato quel ragazzo, ma la sua determinazione le fece assumere subito il controllo della situazione. Giuseppe era in coma farmacologico, ma lei credeva nella teoria che un cervello non è mai spento e quindi anche in quelle condizioni assimilasse comunque tutto ciò che gli accadeva intorno e quando, dopo alcune ore, restò sola con il paziente, prese a parlare "Bene, ti chiami Giuseppe, e a quel che vedo sei un bel ragazzo. Ho saputo che hai appena ammazzato tuo fratello, qualcuno dice per un atto di misericordia, qualcuno no. Non ti conosco personalmente, ma so un sacco di cose di te e penso che tu abbia voluto toglierti di torno un peso; si, mi hai capito bene, un peso, un fastidio. Quel fratello malato e impresentabile di cui tanto ti vergognavi, tu che sognavi di sfondare nel mondo della televisione e dello spettacolo, tu che hai dedicato ogni istante della tua crescita per diventare simile ad uno di quei personaggi che tanto ammiravi. Come faccio a sapere tutte queste cose? Ascolta: durante i miei studi ho frequentato vari ambienti per l'apprendistato e per un certo periodo sono stata inserita in un centro per assistenza di pazienti affetti da gravi patologie. Lì mi hanno affidato il caso di un ragazzo che, sano come un pesce, aveva cominciato ad avere dapprima piccoli problemi motori, poi man mano che la malattia progrediva il suo corpo ha preso a deformarsi e anche la sua mente ha cominciato a cedere fino a ridurlo a ciò che era fino ad oggi, io conoscevo bene tuo fratello. Era lui che mi raccontava dei tuo sogni, delle tue ambizioni, ed era lui che piangeva per te consapevole che la sua malattia avrebbe precluso ogni tuo sforzo, perché  i tuoi genitori stavano spremendo tutte le proprie risorse per lui nel vano tentativo di guarirlo. Finché ha potuto farsi capire tuo fratello ha sempre tenuto la tua parte, si sarebbe ammazzato pur di vederti felice. Ti voleva bene, per te invece era solo un ostacolo da eliminare; ora che l'hai ammazzato, come ti senti? Sei un verme Giuseppe, ed è giusto che provi quello che ha passato tuo fratello" Detto ciò Anna, così si chiamava l'infermiera, preparò un cocktail di medicinali che sapeva essere micidiale, lo diluì nella flebo che doveva sostituire quella quasi esaurita e la fissò al suo posto con le mani tremanti; Giuseppe sarebbe morto nel sonno. Anna fini il suo turno, sostituì la flebo e senza batter ciglio si avviò verso casa, sarebbe toccato agli altri scoprire la morte del ragazzo.
    Livia aveva ancora il mal di testa, nonostante avesse ingerito una dose massiccia di sonnifero non era riuscita a chiudere occhio, suo marito era all'estero per lavoro e da quando i figli si erano accasati altrove, stare da sola le creava sempre una certa angoscia. Si preparò una colazione abbondante innaffiata da caffè nero e forte e dopo essersi fatta una doccia rigenerante si apprestò ad affrontare una nuova giornata di fatica tra colleghi e collaboratori che non sopportava più. Quando salì sulla carrozza della metrò, piena come sempre, notò con la coda dell'occhio un posto a sedere libero e fece per raggiungerlo quando un istante prima di lei lo occupò una giovane ragazza dalla folta e riccioluta capigliatura rossastra. Livia la squadrò dall'alto esortandola con lo sguardo a cederle il posto, in fin dei conti quella giovinetta poteva essere sua figlia. La ragazza dal canto suo si limitò a sorriderle con aria sprezzante, non le avrebbe ceduto il posto neppure a pagamento. Livia imprecò tra se e se ma all'istante le apparve nella mente la scena della sera prima, quando fu lei a non cedere il posto all'anziano signore e ricordò anche il sorriso dei due anziani che, per nulla contrariati dal suo gesto restarono tranquilli ai loro posti. Livia sospirò profondamente e un sorriso si fece largo sul suo bel viso; aveva dei lineamenti ben marcati, ma la sua femminilità era tale da far invidia a parecchie donne facendola sentire superiore alle altre. La ragazza dai capelli rossi la osservò con aria stanca, aveva lavorato quella notte e il comodo sedile, l'ambiente riscaldato e i tipici rumori di fondo di un vagone affollato, le stavano conciliando il sonno al punto che, reclinato il capo su una spalla, si addormentò senza accorgersi di aver fatto scivolare a terra la sua borsetta da cui ne  usci il suo cellulare. Livia istintivamente si chinò a raccogliere tutto e quando ebbe tra le mani il cellulare non poté non notare un'immagine che inavvertitamente aveva aperto sullo schermo; ritraeva un ragazzo sdraiato su un letto di ospedale con tanto di flebo al braccio. Il particolare che la colpì però non fu quello, osservando attentamente sullo schermo si rese conto di aver già visto quel ragazzo, era colui che la sera prima aveva ceduto il posto alla signora anziana sulla metrò e a quel punto decise di svegliare la ragazza per avere notizie su quel tale. La giovane, ancora intontita dal sonno, ci mise un attimo a realizzare cosa fosse successo, Livia infatti le stava spiegando di come, senza volerlo, avesse visto l'immagine sul suo cellulare convinta di aver riconosciuto quel ragazzo, ma la giovane le rispose con tono aggressivo "E lei chi è? Cosa vuole da me?" "Nulla di importante" replicò Livia con calma "Ieri sera ho incrociato quel ragazzo sulla metrò" e così raccontò alla ragazza ciò che era accaduto "Io ero stanca dopo quella riunione" concluse Livia "E mi sono comportata da stronza, non ho attenuanti, ed infatti oggi ho ricevuto lo stesso trattamento. Ma quel ragazzo, così gentile, così a modo. Che gli è successo?" La ragazza aveva ascoltato attentamente quel racconto, e un dubbio atroce la assalì, come poteva un ragazzo dai modi così gentili aver commesso un atto così terribile? Livia si accorse dello sgomento della ragazza e, convinta di essere lei la causa di quello stato d'animo, le poggiò una mano sulla spalla e le disse "Mi scusi, forse sono stata indiscreta, non volevo arrecarle nessun disturbo" Per tutta risposta la ragazza si alzò di scattò e abbracciò Livia con tanta foga da farle mancare il respiro, la preside strabuzzò gli occhi, incredula e con un filo di voce le disse "Piacere, io sono Livia" La ragazza si stacco da lei e con un sorriso smagliante rispose "E io sono Anna e lei mi ha aperto gli occhi" Alla prima fermata la ragazza scese dal convoglio e immediatamente salì sul treno che andava in senso contrario, aveva sbagliato e doveva correre all'ospedale per porre rimedio al suo tragico errore. Livia dal canto suo prese il posto della ragazza, aveva ancora alcuna fermate prima di giungere a destinazione, ma quell'episodio la convinse ancor di più di come le persone avessero ancora molto da poter dare, bastava un po' meno indifferenza, forse.
    Anna raggiunse l'ospedale e si recò immediatamente verso la camera di Giuseppe e quando fu a pochi metri dalla stanza incontrò uno dei medici che ne stava uscendo scuotendo la testa. Anna interpretò quel gesto nel peggiore dei modi e quasi si scontrò con l'altro nella foga di sapere cosa fosse accaduto "Bene!" Esclamò l'uomo "Che ci fai qua?" "La flebo" biascicò terrorizzata Anna "Già, la flebo" Sei talmente distratta che non ti sei accorta che la flebo era staccata dalla sua sede. Devi aver combinato uno dei tuoi soliti casini e io ho trovato tutto il liquido in terra, per fortuna sono venuto a controllare e l'ho sostituita con una nuova, in più mi è toccato asciugare tutto" "Quindi il paziente non ha ricevuto neanche una goccia di quella flebo" Affermò Anna speranzosa "No, ma la situazione è sotto controllo. Dovrei fare rapporto a te e a quell'inetto del tuo collega. Da quando hai smontato di turno e ha preso il tuo posto non si è ancora degnato di venire a controllare il paziente" Anna sentì salire le lacrime agli occhi "Su, su Anna, non ti preoccupare, il fatto che tu sia tornata immediatamente qua dimostra il tuo attaccamento per il lavoro, sospettavi di aver commesso un errore e sei corsa per porvi rimedio, ok?" Rimedio all'errore, pensò Anna. Quanto era vero, ma quanto si sbagliava il dottore "Si dottore, la ringrazio per aver rimediato alla mia distrazione" L'uomo sorrise benevolmente e poi si lasciò Anna alle spalle "Se vuole, ragazza, entri pure a far visita al suo paziente" Anna non se lo lasciò ripetere ed immediatamente si fiondò al capezzale del ragazzo.
    Livia era seduta nel suo ufficio, fuori dalla finestra scorgeva il via vai di veicoli che affollavano la città tutte le mattine, la gente era impazzita, o era sempre stata così'? Mentre sorseggiava il cappuccio ormai tiepido, tornò con la mente ai fatti successi nelle ultime ore, qualcosa l'aveva toccata nel profondo dell'animo. Da sempre si riteneva una donna tutta di un pezzo, infaticabile nel lavoro, precisa e attenta nella vita di tutti i giorni, innamorata di suo marito, madre presente ed attenta alle esigenze dei figli, ben voluta da amici e colleghi e rispettata dai propri alunni; era orgogliosa di tutto ciò. Eppure, in quel momento, sentiva che non era pienamente soddisfatta della sua vita. Per lei il lavoro era diventato un'ossessione, tutti dovevano rispettare le sue regole e tutti dovevano essere all'altezza delle sue richieste; i professori, gli alunni i collaboratori scolastici, tutti, senza eccezione. Amava suo marito, ma anche a lui aveva imposto il suo ritmo di vita incurante delle sue esigenze, l'uomo però era troppo buono per manifestare delle rimostranze e forse, in questo modo, il loro rapporto si stava lentamente deteriorando. Finì di bere il cappuccio ormai freddo e si mise davanti al monitor del computer intenzionata a riprendere il controllo, aveva un sacco di cose da fare, ma ormai la sua testa era altrove; nel profondo del suo cuore si era spalancata una voragine da dove fuoriuscivano a getto continuo emozioni e sentimenti repressi da anni. Consapevole di non riuscire a concentrarsi sul lavoro Livia si alzò e si mise a guardar fuori dalla finestra, il traffico si era leggermente attenuato e il cielo, che di prima mattina era coperto da fitte nubi, ora lasciva passare qualche raggio di luce solare e a quella vista sorrise tra se, le sembrava di essere in una scena tratta da un film di serie b; la protagonista che, presa dai suoi rimorsi, interpreta i segni del cielo come una via di uscita dal suo limbo interiore. La sua scorza si stava sciogliendo ed ora le era chiara una cosa, non aveva mai dedicato seriamente e gratuitamente un solo istante della sua vita al prossimo tanta era la sua presunzione e la sua convinzione di essere migliore degli altri, a quel punto le fu chiaro di non essere benvoluta, tutt'altro, era temuta. Quel pensiero la fece esitare per un attimo, ma poi il suo carattere forte la aiutò a riprendere il controllo della situazione e in un attimo decise di dare una svolta alla sua vita; sorrise nuovamente, anche perché nel frattempo il cielo si era nuovamente rannuvolato e le prime gocce di pioggia punteggiavano la strada, interpretò quel segno pensando che ognuno è padrone del proprio destino.
    Anna stava fissando Giuseppe da qualche minuto e senza rendersene conto riprese il discorso da dove l'aveva lasciato prima di smontare dal turno "Sai Giuseppe, non ti ho detto tutta la verità. Tuo fratello, che ti adorava, aveva espresso più volte il desiderio di morire per lasciarti libero di realizzare i tuoi sogni e i tuoi desideri, mi ha sempre parlato di te come di un ragazzo buono e gentile. Poco fa ho incontrato sulla metrò una donna che mi ha raccontato un fatto accaduto ieri sera e ti ha dipinto come un ragazzo sensibile e sorridente, io non voglio credere che tu abbia commesso quello di cui sei accusato, non puo essere. E poi c'è un'altra cosa che ti ho nascosto: ero talmente entrata in sintonia con tuo fratello che tutto quello che lui provava per te lo sentivo anche io. Mi mostrava le tue foto, mi parlava dei tuoi modi e, lo confesso, mi sono innamorata di te" Anna si fermò un attimo ad ascoltare, aveva captato un rumore provenire dall'esterno della stanza e per precauzione uscì a controllare; era solo il militare che era venuto a dare il cambio al suo collega "Tutto bene signorina?" Chiese l'uomo "Si, tutto bene" Rispose gentilmente lei senza aggiungere altro  e poi richiuse la porta dietro di se e riprese a parlare "Io ti amo Giuseppe, lo so che è strano, non ci siamo mai visti prima, ma è così e ieri sera, quando ti hanno portato da me in fin di vita e ho saputo cosa era successo, mi è crollato il mondo addosso" Anna si avvicinò al letto e prese tra le sue mani una mano di Giuseppe "Ti prego, riprenditi. Sono sicura che tutto si risolverà per il meglio" In quel momento la ragazza senti la mano del ragazzo stringere le sue, pensò ad un movimento dovuto a uno spasmo ma poi udì uscire dalle labbra del ragazzo un'unica parola dolcemente sussurrata "Grazie" e il volto di Giuseppe si riempì di lacrime.
    Livia aveva trascorso la mattinata lavorando come al solito ma, pervasa da una nuova carica, sentiva di voler urlare al mondo che sarebbe cambiata e che si sarebbe aperta al prossimo. A breve avrebbe avuto la prima prova per verificare la bontà del suo intento, doveva concludere l'incontro interrotto il giorno prima.
    Anna, che nel frattempo si era appisolata seduta al fianco di Giuseppe, fu svegliata dal rumore di passi che si stava avvicinando alla stanza e dopo pochi istanti la camera fu invasa da cinque persone: con il dottore che poco prima le aveva fatto la ramanzina c'erano l'infermiere di turno, poi un militare chiaramente di grande importanza ed un signore ed una signora che immediatamente identificò come i genitori di Giuseppe e Carlo, suo fratello deceduto. Fece per spostarsi immediatamente ma il dottore le chiese di stare tranquilla; era tutto sotto controllo. La signora si avvicino al figlio immobile sul letto e con le labbra ne sfiorò la fronte, mentre le lacrime inumidirono il viso del ragazzo. "Non piangere mamma, sto bene" La donna si ritrasse quasi spaventata all'udire quelle parole e contemporaneamente cercò con lo sguardo il dottore che a sua volta aveva stampata in viso un'espressione incredula ma immediatamente prese in mano la situazione. Ordinò a tutti di lasciare la stanza, trattenendo con se solo l'infermiere e ordinando ad Anna di correre subito in reparto ad avvisare i suoi colleghi di raggiungerlo immediatamente. Nel volgere di pochi minuti la stanza di Giuseppe si riempi di un nugolo di dottori ed infermieri e agli altri non restò che allontanarsi. Si trovarono così a bere un caffè nella zona dei distributori automatici dove, in forma confidenziale, il comandante dei carabinieri stava informando i genitori dei ragazzi di avere raccolto sufficienti prove per ritenere che Carlo fosse morto alcuni istanti prima dell'arrivo di suo fratello e quindi, con tutta probabilità, sarebbero cadute velocemente le accuse di omicidio lasciando però  il dubbio sulle reali intenzioni che avevano spinto Giuseppe a barricarsi in camera e poi a tentare il suicidio. Anna era riuscita, senza dare nell'occhio, ad avvicinarsi ed ad ascoltare quella conversazione privata e nell'udire quelle novità il suo cuore sobbalzò dalla gioia; Giuseppe non era un assassino. Nel frattempo uno dei dottori uscì dalla stanza in cui era allettato il ragazzo e con aria trionfale informò i presenti che il paziente era miracolosamente fuori pericolo.
    Livia accolse nella sala riunioni i professori e i genitori, o comunque chi aveva la responsabilità dei suoi ragazzi al di fuori della scuola, con un sorriso e con parole distensive, non voleva che si ripetesse di nuovo la bagarre del giorno prima. Esortò tutti i presenti ad avviare una discussione civile e concisa, era decisa a risolvere la questione in poco tempo così da evitare ulteriori tensioni ed infatti si risolse tutto nel migliore dei modi lasciando soddisfatti tutti i presenti e Livia riuscì quindi a congedarli con il sorriso sulle labbra. Dopo aver lasciato la scuola si diresse verso la metrò e appena raggiunta la fermata incontrò lo sguardo di Anna che le corse incontro e la abbracciò e Livia, nonostante la sorpresa di quel gesto, la accolse tra le sue braccia e sentì un calore sprigionarsi dal cuore della ragazza. "Dimmi Anna, tutto bene?" le chiese mentre salivano in carrozza.  La ragazza iniziò a raccontarle gli ultimi avvenimenti nei minimi dettagli, sentiva di potersi fidare di quella donna e anzi, voleva condividere con lei la sua gioia; le due donne erano talmente prese che non si accorsero del tempo che scorrevae solo quando giunsero al capolinea si resero conto di essere rimaste sole sul vagone. Sorprese da quell'inconveniente ma per nulla demoralizzate, presero a ridere fino alle lacrime e a quel punto Livia propose "Visto che siamo qua potremmo trovare un locale e fermarci a mangiare qualcosa, che ne dici?" "Ok Livia, oggi è un giorno speciale, festeggiamo" Mentre scendevano dalla carrozza Livia afferrò una mano di Anna e parlò con voce calma e serena, come non faceva da tanto tempo "In realtà tutti i giorni sono speciali, ogni giorno ci regala qualcosa, le persone che ci circondano hanno la loro storia e tutti, dal primo all'ultimo essere umano, hanno il diritto di viverla poterla raccontare. A noi il compito e la forza di saperli ascoltare e capire" Livia sorrise, Anna la stava fissando con aria interrogativa "Con il tempo, cara la mia Anna, capirai come il fatto stesso di vivere sia stupendo e tutti hanno questo diritto, di vivere e gioire, di poter sbagliare e rimediare, di perdonare ed essere perdonati. Io l'ho capito solo ora, ma ti assicuro che è una sensazione meravigliosa" Anna strinse la mano di Livia, forse aveva capito, o magari aveva frainteso, ma alla donna bastò quel gesto per farla sentire bene "Ecco un bar tavola calda!" Esclamò la ragazza mentre con delicatezza si era staccata dalla mano di Livia. Le due donne si accomodarono ad un tavolino e dopo aver ordinato qualcosa da mangiare e bere si misero a parlare come due vecchie amiche, la serenità che spigionava Livia aveva ormai contagiato anche Anna;. La serata scivolò via rapida e tranquilla e quando fu il momento di lasciarsi Livia capì che per anni aveva giudicato le persone senza mai conoscere la loro storia fino in fondo. Quei pensieri la accompagnarono fino ad un istante prima di addormentarsi e la mattina seguente, quando si svegliò di buon'ora, esclamò a gran voce "Eccomi mondo, sono pronta!"

  • Come comincia: Franco è confuso da quando Eros è diventato un trans e Felice per via di tutto ciò è disperato, di conseguenza Allegra non sorride più. Urbano fa ancora il vigile di professione, il suo fidanzamento con Luna illumina i gossip nel paese, nonostante la precedente passione per Stella abbia smesso di brillare. Emilia si sta riprendendo, ancora trema ogni tanto, ma la cinica Italia non fa una piega, quasi fosse una questione di stato. Regina pulisce i bagni di un supermercato, Salvo è colui che è emigrato da questo paese, tutti lo ricordano per questo, perfino Natale, sebbene lo si veda una volta l'anno e io, non so perché, rimango sempre pervaso da un senso di tristezza quando arriva. Fortunata si è fidanzata con Gastone, le regalerà un Diamante ha promesso, per via di questo fatto Fausto è caduto in depressione e Abbondanza si è ammalata di anoressia. Casto ha sposato Immacolata e tutto, tra loro, è finito quel giorno, così che Beata è divorata dai sensi di colpa e Innocenza non è più lei, fino a prova contraria. Modesto soffre di solitudine, gli manca l'amico Egeo ricoverato per eccesso di inquinamento, Iride era una falsa invalida e Angelo per risarcire i truffati si è venduto le ali. Mansueto è intrattabile poiché Maddalena non si pente più di nulla ma Concetto, un tipo dall'aspetto inspiegabile, ripete lui che tutto finirà in Gloria. Massimo è ai minimi storici da quando Onesta lo ha abbandonato e ripete che Giusto non è uguale con tutti, ora pare sia diventato vegetariano e viva con una certa Eva, persona ambigua che sta sempre sulla bocca di tutti. Tiffany non riesce più a fare colazione perché Carolina produce un latte acido, di questo incolpa Germano, reo di inquinare l'erba da pascolare con i propri escrementi. Donato lo scartano a priori, lui è innamorato del profumo di Flora, ad ogni stagione ci prova ma con poca fortuna. Sauro, senza Dino, dice di aver perso la parte migliore di sé, insieme sarebbe tutta un'altra vita ripete all'amica Messalina, l'unica che in questo paese abbia un lavoro sicuro. Già, perché Assunta è stata licenziata, Libero rimane prigioniero delle proprie paure e Speranza si sta lasciando morire a poco a poco.

  • 27 dicembre 2015 alle ore 13:51
    la bolla

    Come comincia: c'era una volta una bolla che stava per scoppiare, allora chiese di essere manipolata. Sognava di diventare una enorme bolla illuminata da un led, contenere altre bolle e del fumo. La bella, che aveva il potere di parlare alle bolle, udì il suo richiamo e decise di fare la magia. Esaudì così l'ultimo desiderio della bolla, facendola diventare la più bella bolla che l'umanità avesse mai visto... Rimase impressa per decenni nelle menti dei bambini accorsi ad ammirarla che tramandarono di padre in figlio questa storia. La storia di una bolla che incontrò la bella e diventò una leggenda.

  • 25 dicembre 2015 alle ore 4:50
    Aquila blu

    Come comincia: ....ricordo...ero presa dai miei pensieri...
    non mi ero resa conto...di volare a bassa quota...^__*
    mentre volavo...sentii..un ululato...era notte inoltrata...
    intensificai.... la mia vista d'aquila...e....
    lo vidi...era un lupo...meraviglioso e fiero...
    senza riflettere...planai...verso di lui...
    incurante del pericolo che avrei corso...
    mi sentivo fortemente....attratta da lui...
    fu così...che rimasi...fulminata....^__*
    i suoi occhi...emanavano...una luce...immensa...
    occhi meravigliosi...lui mi guardo...e da quel momento...
    fui sua!
    Si avvicinò a me...fu un attimo...ma sembrò...un eternità!
    Relegato nel più profondo del mio cuore...
    avevo sempre desiderato...incontrare un lupo...
    e finalmente...l'universo...aveva esaudito...il mio desiderio...
    lui disse...: " Stay with me "!!!
    La notte passò....e alle prime luci dell'alba...
    ripresi...il mio volo...ma quella notte...volai così in alto....
    che fu come inciampare....in una stella....e
    da quella notte...io divenni un aquila blu. ^__*
    @quil@blu59

  • 23 dicembre 2015 alle ore 20:52
    Ascolto emozioni

    Come comincia: Mi piace il periodo delle feste invernali. Mi piace ascoltare, vedere, odorare, pensare, sentire. Ascolto emozioni dei miei simili: tristi rabbiose tenere amorose. Ascolto voci tintinnanti roche ridenti; vedo I miei simili: ansiosi litigiosi sfiduciati eleganti straccioni ricchi ricchissimi poveri poverissimi. Ascolto I miei simili. Vedo I miei simili fuggire: a se stessi, agli altri, all'amore, alla gioia, alla speranza, all'ottimismo, al perdono, alla vita; li vedo cadere nella ruota della tortura dell' Apparenza. Vedo I miei simili e mi rattristo per loro. Usmo gli odori di tubi di scappamento, di eau de toilette soffocanti fragranti pungenti avvolgenti, di caldarroste per le strade, di legna bruciata che sfugge ai camini; usmo l'odore di persone insieme. Odoro I miei simili e "coloro" il mio olfatto. Penso: ai pensieri dentro aicorpi dei miei simili, rumori roboanti che sconquassano, tracce di urla compresse o note scappate da bocche di bimbi, pensieri ansiosi del domani che deve venire, pensieri ansiosi della coda dell'oggi arenata in una tristezza, in un dolore bloccato nella bolla del cuore che non si riesce a far scoppiare. Penso I pensieri dei miei simili e bevo le loro lacrime e respiro l'aria delle loro gioie. Sento la vibrazione dell' anima che si spande dal corpo del mio simile, migliaia di colori che avvolgono gli spazi attorno ad ognuno, e tutti diventano aria colorata e profumata: ogni pensiero è colore che scivola sul corpo e si riversa sul terreno, e il terreno diventa luce, luci che adornano case e strade e piazze e monumenti, luci di Natale, luci che accoglieranno l'anno nuovo affinché trovi la giusta via e non si perda in meandri astrusi. Sento il mio simile.E' in questo periodo che ogni mio simile è simile ad ognuno realmente: qualunque sia la sua condizione emotiva, sociale, personale, ognuno eleva se stesso in pensieri comuni che durante l'anno non formula perché distratto dalla vita. Saranno anche lamentele per i disagi, ma pur sempre ognuno realizza che Esiste ed esiste Domani e che domani non è detto sia il replay di questo oggi vissuto, esiste domani e domani si presenta con un giro di volta, ci consegna non un giorno ma un anno da plasmare, e siamo bambini con lo stupore del nuovo da scoprire, da gestire, da inventare. Abbiamo nelle mani una Creatura che rispetteremo ed ameremo, avvolgeremo di calore perché è la nostra creatura, ed essa crescerà in queste nostre piccole mani. E diventerà Grande.

  • 22 dicembre 2015 alle ore 21:40
    Il dono

    Come comincia: Quando Viola aprì la porta della cantina si sentì persa. Davanti a lei si presentò una montagna di cose accatastate, disordinatamente e senza un senso logico. Niente che potesse far capire cosa contenessero scatoloni, sacchi neri, e qualunque altro contenitore. Davvero una caccia al tesoro, anche perchè lei non si ricordava più, negli anni, cosa avesse portato lì. L'importante era sempre stato togliersi di torno in casa quello che pensava non le sarebbe servito più. Ma mettere ordine in cantina era qualcosa che era stato sempre rimandato ad altri momenti. Bene, adesso era arrivata l'ora della resa dei conti, perchè il trasloco imponeva di provvedere subito a svuotare. Solo pronunciare la parola "trasloco" la faceva rabbrividire. Non aveva immaginato di dover affrontare un altro trasloco nella sua vita. Le era sembrato tutto così definitivo fino a poco tempo prima, e invece, all'improvviso, il cambiamento. Bisognava traslocare. Sospirò, chiedendosi da che parte incominciare. Spostò qualche scatola e raggiunse il vecchio baule verde con le borchie cromate. Vide che c'era un po' di ruggine intorno alle serrature a scatto. Chissà se sarebbe riuscita ad aprirlo. Ci si sedette sopra e pensò: ecco, adesso sono nel bel mezzo del caos. Che differenza di sensazione: avere il caos di fronte appena aperta la porta le aveva procurato angoscia. Ora, seduta sul baule, si sentiva parte del tutto, e a suo agio. Cominciò a incuriosirsi, come se lì dovesse esserci qualcosa di sconosciuto, di sorprendente, di inaspettato. Non ricordava neppure cosa contenesse il baule. Si alzò e cercò di distaccarlo un po' dalla parete perchè il coperchio rimanesse verticale nel caso fosse riuscita ad aprirlo. Era davvero pesantissimo. Non fu facile, ma, insistendo, le serrature scattarono e il coperchio si alzò. Oh, ma certo! "La Settimana Enigmistica". Quante ce ne potevano stare in un baule? Decine, centinaia? Mah, comunque era pieno fino all'orlo. Viola abbassò il coperchio e si sedette di nuovo. L'emozione era forte. Il passato l'aveva schiaffeggiata all'improvviso. Nelle orecchie la voce di Gianni:
    "Non le buttiamo, mi raccomando, perchè se un giorno dovessi ammalarmi e rimanere a lungo in un letto, potrò completare tutti i cruciverba che adesso non ho tempo di risolvere. E anche tutti gli altri giochi."
    Viola aveva riso.
    "Che assurdità. E secondo te, dove dovrei tenere tutti questi giornaletti?"
    "Mah, non so. C'è un baule in casa, mettili lì dentro."
    "Parli seriamente? Davvero devo conservarli? Credevo scherzassi."
    Ma non stava scherzando, e Viola aveva cominciato a gettare nel baule tutte le "Settimana Enigmistica"
    Il destino grazie a Dio non aveva costretto in un letto Gianni per una lunga malattia, ma se l'era portato via anche troppo presto. Era morto di infarto in pochi minuti, inaspettatamente.
    Viola, la faccia appoggiata alle mani, lasciò che le lacrime scendessero liberamente, e quando le lacrime diventarono singhiozzi, non fece nulla per ricacciarli indietro. Per qualche minuto la disperazione si impadronì di lei, lasciandola stordita e svuotata di emozioni. Gianni, Gianni, il suo Gianni, l'amore della sua vita, il compagno di ogni giorno per così tanti anni. Le parve di sentire il calore delle mani di lui sul viso. Col respiro intermittente, quasi soffocante, ascoltò il dolore che le attraversava il petto, mai diminuito, mai accettato, finchè il dolore uscì dalle sue labbra sotto forma di urlo soffocato.Allora, passandosi le mani fra i capelli, si ricompose: pensò che doveva reagire con forza. Adesso doveva affrontare il trasloco, l'abbandono della casa che tanto amava, un futuro incerto, sconosciuto, che le faceva paura. Inoltre il Natale si avvicinava, come sarebbe stato triste quest' anno! Lei aveva pregato l'incaricato della banca affinchè fosse rimandato il tutto all'anno nuovo, soltanto a gennaio, non più tardi. Non aveva ottenuto nulla. Le sarebbe piaciuto trascorrere ancora un Natale nella casa, soprattutto per sua figlia. Dopo che erano rimaste sole la loro vita era diventata difficile, in discesa verticale. Non solo Gianni non c'era più, ma con lui era svanita ogni sicurezza finanziaria, ad un certo punto Viola era stata costretta ad indebitarsi e trascurare le rate del mutuo, fino a perdere la casa. Non era rimasto tantissimo da dare alla banca, tanto era stato già versato. Era assurdo perdere la casa così, ma non era riuscita ad ottenere nessun tipo di prestito.
    Seduta sul baule Viola pensò a sua madre. Era stata da lei pochi giorni prima.
    -Mamma, non puoi aiutarmi?
    La madre aveva preso al volo l'occasione per rinfacciarle l'incapacità di gestirsi che aveva dimostrato negli ultimi anni.
    -Non posso aiutarti, ma anche se potessi non lo farei. Non lo meriti. Non hai saputo gestire te stessa e neppure tua figlia. L'avevo sempre detto che non vali nulla, e appena tuo marito se n'è andato con Dio, hai dimostrato esattamente quello che mi aspettavo.
    Viola non aveva neppure tentato di spiegare a sua madre che era tutto molto più complicato di come lo vedesse lei. Aveva alzato le spalle in silenzio, non aveva neppure voluto darle la soddisfazione di discutere con lei. Se n'era andata. Mentre sbatteva la porta di casa di sua madre si era chiesta fino a che punto le volesse bene, e fino a che punto la odiasse, evitando però di darsi una risposta. Quanti progetti, quanti sogni svaniti nel nulla!
    Con la testa fra le mani Viola pensò che era ora di mettersi al lavoro, la cantina andava svuotata, inutile stare lì a crogiolarsi nelle malinconie e nei rimpianti.
    -Mamma!
    La voce di sua figlia la raggiunse all'improvviso.
    -Sono qui, in cantina, vieni giù.
    La sentì scendere per le scale di corsa e pensò a quanto fosse piena di vitalità e di allegria sempre, nonostante tutto.-Mamma, cosa fai qui in cantina?
    -Chissà cosa! Non ti ricordi che dobbiamo traslocare? La cantina va svuotata.
    Intanto Viola mostrava alla figlia il baule pieno di "settimana enigmistica".
    -Pensi che possiamo gettarlo così, pieno di giornaletti?
    -Figurati mamma! Non è neppure possibile sollevarlo, così, ma non preoccuparti,  ci penso io a svuotarlo, anzi lo faccio subito, dammi solo qualche sacco di plastica, parecchi, perché non posso appesantirli troppo.

    Viola racattò tutti i sacchetti di plastica presenti in casa e li diede alla figlia, poi si sedette sulla vecchia poltrona in cucina, il primo pezzo di arredamento che lei e Gianni avevano comprato insieme. Non avevano neppure ancora la casa, ma quella poltrona li aveva affascinati subito. Lui nel negozio si era seduto per "provarla" e aveva trascinato lei sopra di sè. Avevano riso come bambini ed anche il negoziante era stato indulgente di fronte alla loro felicità. E poi erano riusciti a ottenere il mutuo e acquistare la casa. Il giorno che avevano presso possesso della casa avevano affittato un furgoncino e portato la poltrona nella nuova casa. Non c'era nulla, solo quella poltrona e il letto matrimoniale. Per terra valige aperte, masserizie appoggiate dappertutto sui pavimenti, e loro due, con tutta la tenerezza e l'amore che provavano reciprocamente, divertiti dall'allegro caos che li circondava, pronti a sfidare il futuro con il loro entusiasmo e la gioia di vivere.
    Viola pensò che non fosse il momento di commuoversi, c'era sua figlia, e non voleva in alcun modo turbarla. Le aveva raccontato quanto l'amore verso suo padre fosse stato grande e ricambiato, ma ormai la realtà aveva preso il sopravvento, lui non c'era più, e loro dovevano fare i conti con un futuro che certamente non avevano immaginato.
    Decise di andare in cantina ad aiutare la figlia, ma proprio in quel momento...
    -Mamma!  Vieni giù, vieni giù subito.
    Viola corse giù per le scale allarmata dal tono agitato della figlia.
    -Mamma, qui in mezzo ai giornali ci sono dei cilindri di cartone, pesanti.
    Col cuore in gola Viola ne prese uno in mano e lo aprì: sterline d'oro.
    Con la voce tremante chiese alla figlia quanti cilindri ci fossero: ce ne sono dieci, mamma.
    Dieci! e in ognuno venti sterline!
    Viola in un attimo capì che i suoi problemi non esistevano più, e cominciò a singhiozzare senza potersi trattenere, e cominciò a pensare, a ricordare. Perché, perché non lo sapeva?
    La sua mente tornò a quel giorno, il giorno terribile della morte del marito. Era rientrato a casa prima, e lei stava uscendo per andare a fare la spesa.
    -No, non uscire adesso. Adesso ho bisogno di parlarti, è molto importante. Devo darti una bella notizia, ma ci vuole una bottiglia speciale. Vado in cantina a prenderla, aspettami!
    Gianni era sceso in cantina, lei era andata in sala a preparare i bicchieri, incuriosita e contenta, ma lui dalla cantina non era più tornato. Ad un tratto un tonfo per le scale, un fracasso di vetri rotti, e lei col cuore in gola che correva, in tempo per vederlo riverso sulle scale, ormai senza vita.
    Il dolore aveva soffocato tutto il resto, lei non si era mai più chiesta cosa dovesse comunicarle Gianni quel giorno. Ormai, quale importanza poteva avere, qualunque cosa fosse!
    La figlia adesso la guardava interrogativamente, ma Viola non aveva risposte, poteva soltanto raccontarle ciò che ricordava, e immaginare che Gianni quel giorno non aveva solo preso una bottiglia speciale, ma  era riuscito finalmente a tramutare in risparmi il sudore della sua fronte, e il baule aveva raccolto e conservato il segreto che lui non aveva fatto in tempo a condividere con la moglie.
    Arrivò Natale, nella casa tutta illuminata. L'albero splendeva al centro della sala, profumo di arance e vaniglia si spandeva e catturava l'olfatto. Quando suonò il campanello di casa, Viola e sua figlia si scambiarono uno sguardo di rassegnazione prima di aprire la porta.
    -Sarò curiosa di sapere come te la sei cavata questa volta!
    Ma Viola, forse per la prima volta nella sua vita, aveva deciso che non si sarebbe confidata con sua madre. Si amavano? Si odiavano? Pensò che non aveva nessuna importanza, comunque era sua madre. La strinse in un abbraccio sincero.
    -Buon Natale, mamma.

  • 19 dicembre 2015 alle ore 14:54
    Teodenanda e la santa della sorgente.

    Come comincia: Tanto, tanto tempo fa, nella città di Amalfi, viveva una fanciulla di nome Teodenanda: aveva appena sposato un bel ragazzo, Mauro, che le voleva molto bene.
    Un giorno, però, Teodenanda si ammalò: fu costretta a rimanere a letto, e cominciò a non mangiare più. Suo marito le faceva preparare tutto quello che le piaceva, ma lei non toccava niente, e dimagriva sempre più.
    Mauro non si rassegnava a veder morire la moglie che tanto amava: portava da lei tutti i medici più bravi che potesse trovare, ma le loro cure non facevano che peggiorare la sua malattia. Persino l’archiatra Gerolamo di Salerno, famoso in tutto il mondo, con tutti i suoi libroni di medicina, non riuscì a venire a capo della misteriosa malattia di Teodenanda. Mauro era disperato: non poteva succedere che questa donna così bella e dolce, l’amore della sua vita, gli venisse portata via senza che lui potesse far niente, doveva fare qualcosa per salvarla o sarebbe morto insieme a lei!
    Un giorno sentì parlare di una donna vecchia e saggia che viveva nella chiesa di Santa Trofimena, nella vicina città di Minori, una monaca di nome Agata: senza perdere un solo istante, Mauro si precipitò da lei per chiederle consiglio. Si gettò ai suoi piedi e, abbracciandole le ginocchia la implorava: - Vi prego, aiutatemi! Mia moglie sta morendo, e non c’è niente che possa guarirla!
    La monaca guardò Mauro, poi gli sorrise.
    - Non disperare, figliolo. C’è una speranza per la tua amata, ma dovrai essere molto coraggioso.
    - Farò qualunque cosa, - rispose Mauro senza esitazione.
    - Allora mettiti in cammino, e va’ alla sorgente del fiume Reginna sul monte Cerreto. Potrai andarci solo a piedi, e senza le scarpe: se riuscirai a raggiungere la sorgente senza fermarti mai, lì troverai qualcuno che ti dirà come puoi salvare Teodenanda, ma se fallirai lei morirà.
    Agata non aveva ancora finito di pronunciare quelle parole che Mauro si era già tolto le scarpe e correva a piedi nudi in direzione del fiume Reginna.
    Il fiume si snodava in un burrone tra montagne irte di rocce, e ben presto i piedi gli si coprirono di tagli dolorosi, ma il giovane non se ne curava: pensava solo a seguire a ritroso il corso del fiume verso la sorgente.
    Per tre giorni e tre notti si arrampicò sul monte Cerreto, fuori dal sentiero, tra massi e rocce con il rischio di cadere giù da un momento all’altro, sotto il sole cocente che arroventava le pietre e con il vento freddo della notte. Mauro, però, sembrava non sentire né il caldo né il freddo, né la fame né la stanchezza.
    Alla fine, una notte, il corso del fiume cominciò a restringersi sempre più, fino ad insinuarsi in una radura: Mauro vi s’infilò e fu lì che trovò la sorgente. Era un luogo solitario, ma l’acqua cristallina che sgorgava dalla terra faceva uno strano rumore, come di una voce di donna che cantava. Pian piano il canto si fece sempre più forte, mentre il getto d’acqua cresceva in altezza, cambiava forma, fino a prendere i contorni di un essere umano.
    Mauro non credeva ai suoi occhi, si chiese se non stesse sognando: davanti a lui era comparsa una fanciulla bellissima, forse della stessa età di Teodenanda, vestita con una tunica d’argento e dagli occhi azzurri e trasparenti come l’acqua della sorgente. E rideva, con un piccolo suono tintinnante.
    - Ce l’hai fatta, Mauro, - gli disse sorridendo. - Io sono Trofimena, che voi chiamate santa. Conosco Teodenanda da sempre, e un giorno lei, quando era piccola, espresse il desiderio di sposare un giovane bello e che le volesse bene veramente: con questo ho voluto metterti alla prova per vedere se davvero l’amassi come merita. E ora il tuo amore e il tuo coraggio saranno premiati.
    Mauro cadde in ginocchio.
    - Io chiedo solo una cosa - rispose con le lacrime agli occhi. - Che la mia Teodenanda possa stare di nuovo bene.
    - E così sarà, - disse Trofimena avvicinandosi a lui e prendendolo per mano. - Guarda ai tuoi piedi, e troverai la medicina per lei.
    Il giovane abbassò lo sguardo, e, invece dell’erba tenera della radura, si ritrovò a fissare le pietre del pavimento della chiesa di Minori: da quelle pietre veniva fuori un olio che aveva un meraviglioso profumo di rosa, e ne veniva fuori tanto che se ne sarebbe potuta riempire una giara!
    Pieno di gioia, Mauro si gettò a terra, prese tutto l’olio che potesse portare tra le mani, si precipitò ad Amalfi, a casa, dalla sua amata moglie, e la strofinò con quell’olio da capo a piedi. 
    Finalmente, Teodenanda aprì gli occhi, più bella di quanto non fosse mai stata. Guardò Mauro, magro e stracciato, e gli si gettò al collo piangendo di gioia.
    - Ho visto in sogno tutto quello che hai fatto per me, - sussurrò guardandolo negli occhi. - Ti amerò per tutto il tempo che mi resta da vivere.
    Mauro organizzò una grande festa perché tutti vedessero che Teodenanda era finalmente guarita: tutta Amalfi rimase meravigliata perché la fanciulla era anche più bella di prima e perché nessuno aveva mai visto due sposi così innamorati come lei e Mauro.
    - Che possa essere così per altri cent’anni! - dissero tutti.
    E il loro augurio si avverò.