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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 27 febbraio alle ore 16:14
    Il Trench di Alan Ladd

    Come comincia: Raramente, percorrendo una vita intera, si può cambiare disposizione, in maniera così radicale, verso un elemento della natura, quale è la pioggia, come è accaduto a me, negli anni. Sí, Genova è una città piovosa, ma la sua pioggia, anni fa, era lenta, impalpabile, insistente pioggerellina. Non ho portato mai, con me, l'ombrello, da ragazzo. Era un attributo per "figie". Si poteva passeggiare per ore, lungo i viali alberati della circonvallazione, la pioggia sembrava non volerti bagnare. Le
    violente piogge , incontrate a Napoli , divennero per i miei amici genovesi, piogge dal carattere equatoriale, che ben si addicevano al loro concetto di profondo sud, in cui io mi ero andato a cacciare. Avevo ereditato, in vita di mio padre, un suo vecchio trench. Qualche macchia vistosa, mamma l'aveva ridotta con la benzina, il cui odore tendeva a restare nel tempo. Il trench era un icona nel vestiario dell'epoca. Alan Ladd, nella lotta ai gangsters newyorchesi, ne aveva impresso l'immagine in molti films. Humphrey Bogart lo riprese, subito dopo,in Casablanca, e non lo abbandonó più. In realtà poteva sembrare a prima vista un camicione beige, ma due tocchi magici, lo trasformavano in oggetto da piacere. Il bavero alzato ad arte, e la cintura stretta in vita. Solo allora si entrava, in un attimo,nel personaggio holliwoodiano. Averne uno comunque, voleva significare di possedere più chances con le ragazze. Mi ricordo che andavo, in terza media, ad aspettare, all'uscita dalla scuola, Betty, un caschetto nero su di un volto da primavera del Botticelli.
    In un vespasiano ottocentesco, nei giardini della scuola, mi ero precedentemente allenato ad un gesto simbolico, che avrebbe accresciuto il mio fascino. Sigaretta penzolante all'angolo della bocca, gesto elegante della mano destra, nel dare fiamma all'accendino, a pietra focaia. Un solo colpo sicuro, quasi uno schioccare di dita. E oplá: la sigaretta era accesa. La prima boccata, al mentolo, per non vomitare. Una nuvola candida a coprire il mio rossore. Lo sguardo fisso su di lei, che usciva, parlando alle sue compagne. Cercavo i suoi occhi.
    "Ciao, Betty!" Mi usciva appena, quasi una implorazione.
    Lei mi regalava un tenue, indecifrabile sorriso.
    Un lampo e via.
    La ricordo ancora.
     

  • 26 febbraio alle ore 16:59
    Sciantal D'Arco

    Come comincia: Sto facendo il giro lungo appositamente per arrivare tardi, o quasi tardi.
    Ho messo i tacchi più scomodi, il tailleur più stretto in modo da limitare i movimenti.
    Cose come queste hanno consigliato di farle di mattina, di modo che poi se ne parli per tutto il giorno.
    Sono le 10 del mattino e la città è grigia, i palazzoni sembrano gonfiarsi al mio passaggio.
    Fortunatamente trovo un semaforo ogni volta che svolto un angolo, così posso aspettare che diventi rosso e prendermi un altro po’ di tempo.
    Non ci ho fatto l’abitudine, mi chiedo ancora come io possa apparire alla gente che mi vede passare, nascosta nel mio piumino verde bottiglia. Ma viviamo in un’epoca in cui tutti si interessano degli altri solo attraverso lo schermo di un telefono, quindi gli unici occhi che incontro sono i miei, riflessi sui finestrini delle auto parcheggiate.
    Non amo parlare di me, non amo spezzettarmi. Per fortuna queste cose durano un giorno solo, poi ognuno torna a casa propria.
    Pioviggina, l’asfalto si trasforma in un quadretto di piccole stelline che posso attraversare sulle apposite strisce.
    Chi è alla guida delle macchine ferme per farmi passare forse ha più tempo per guardarmi bene, magari mi riconosce e ci sta mettendo tutto se stesso per non abbassare il finestrino e gridarmi qualcosa.
    Sicuramente conoscono il mio nome.
    Mi sono tinta i capelli di nero per sembrare più sicura di me stessa.
    Dopotutto, quelle come me non lo sono mai. Hanno bisogno di crearsi appigli. Zattere di salvataggio.
    Questa camminata decisa su tacco 12 l’ho imparata da un tutorial.
    Piovono stelle, foglie cadute dagli alberi lungo i marciapiedi volano a creare un tappeto sotto i miei piedi.
    Una versione naturale e più sfolgorante di un red carpet.
    Non è un vero e proprio tribunale, quello dove sto andando. Ne abbiamo fatto richiesta, ma la risposta ancora deve arrivarci. Nel frattempo, lo definiamo “Centro vampe di recupero”.
    La sede, per ora, è la casa dei nonni di una di noi, scelta perché il garage è grandissimo.
    In fondo ci bastano due stanze.
    Ad avere l’idea è stata Lepre, dopo essere stata nascosta nella sua tana da settimane.
    Mi ha chiamato mentre ero appena tornata a casa, rientrando dalla porta di servizio.
    In quei giorni per me era sempre così. Un estremo della mia casa era calmo e silenzioso, per poi sfumare in un delirio di pugni alle finestre man mano che mi avvicinavo alla porta d’ingresso.
    Dai suoni che facevano da sottofondo alla voce di Lepre, direi che non se la stava cavando in maniera molto diversa.
    Fu facile poi diffondere il nostro progetto e trovare nuove adepte, diventare come rockstar.
    Questa è la quinta volta che ci incontriamo, ma ogni passo per me pesa ancora tanto.
    Il passato passa quando lo decide lui.
    Lepre ha degli occhi che sembrano schermati, nonostante le minacce non le arrivino più.
    Dalla mia bocca escono solo monosillabi, nonostante nessuno buchi più le gomme della mia macchina.
    Nonostante abbia fatto di tutto per rallentare il passo, d’un tratto le riserve di confortanti palazzoni finiscono, rarefatte da giardini sempre più grandi.
    Quello che fanno è sconvolgermi le unità di misura. Non ci sono più un palazzo, due palazzi, tre palazzi uguali da superare. Ci sono immensi squarci verdi che si confondono come onde, scevri da occhiate mal riposte, ed è lì che passo dal conto alla rovescia all’esserci già.
    Questa è una hall, all’orizzonte piano piano compare già il tetto rosso di una bellissima casetta gialla.
    I balconi sono tutti aperti, probabilmente il bollitore per il tè è già sul fornello.
    Se siamo fortunati, Lepre ha fatto anche i biscotti a forma di stella.
    E' questo che succede. La tensione di pochi istanti prima sfuma, catturata dagli acchiappasogni che tintinnano appesi all’ingresso.
    Ogni volta mi accorgo che è una meraviglia e ogni volta cerco strade che mi aiutino a non arrivarci in tempo.
    C’è una certa sensazione di comfort, nell’odio che possono provare per me.
    Sui tre gradini bianchi che portano all’entrata c’è pochissimo spazio per passare, è tutto occupato da vasi di fiori bellissimi, che ti guardano e sorridono. Ovviamente è stato studiato, l’arredamento è stato pianificato nei minimi dettagli.
    Devi far fatica ad arrivare, per una volta deve essere la bellezza a impedirti di proseguire.
    Quei fiori sembrano tanti fan che ti vogliono toccare.
    La porta è in legno e pezzi di vetro colorati, disposti a formare un pavone.

    Abbiamo riempito ogni stanza di ninnoli. Statuette, vasi, candele, piante, fotografie recuperate dai bidoni e ora diventate veramente importanti. L’abbiamo fatto per riempirci la testa di immagini prima di scendere al piano inferiore.
    Lepre ha trovato anche un orologio a pendolo a forma di Garfield, il ticchettìo è il più forte ticchettìo tra tutti i ticchettii.
    Lo senti dappertutto, come se ti fosse dietro le orecchie, anche mentre scendi le scale verso lo scantinato, per poi interrompersi improvvisamente quando ti trovi davanti alla porta della Sala Saliente.
    Abbiamo deciso di appenderci un cartello al neon luminoso con scritto “On Air” quando si sta svolgendo una sessione, ma il motivo e i partecipanti non li conosciamo finché non entriamo.
    Io, che sono l'ultima a entrare, ho il compito di accendere il neon.
    Da lì in poi nessuno entrerà più, nessuno uscirà più, finché non avremo cambiato il mondo almeno un pochino.

    ON AIR.
    Quello che si vede appena entrati è la luce che entra da una finestrella molto alta. Se c'è il sole, rimani abbagliato.
    Quando gli occhi si abituano, vedi le quattro mura spoglie, azzurrine d'umidità.
    La stanza è piccola, quadrata, sarà all'incirca sei metri per sei.
    Tre sedie sono sistemate in linea, addossate alla parete di sinistra, che guardano verso la parte opposta.
    Sono sempre tre.
    Una è per Lepre, che mette a disposizione la casa, una per me, che faccio da tramite e sbrigo il lato pratico della seduta, e una per l'ospite, che in genere non vuole parlare con noi fino alla fine.
    Tutte quelle che arrivano in genere le conosciamo già, precedute da uno strato di cronache tristi che strisciando per terra fanno un rumore madornale.
    Lei, quella di oggi, la riconosco dalle scarpe.
    Tutti la riconoscono dalle scarpe.
    Le scarpe dovrebbero bastare a capirla.
    Sono eleganti, di raso azzurro, fatto appositamente per sembrare impalpabile, etereo.
    Tacco a spillo altissimo, punta pronunciata e ferma, fermissima, determinata a indicare il colpevole.
    Anche la cavigliera è la stessa che abbiamo già visto, dorata, con un ciondolo a forma di farfalla, e già ammiro questa donna per non aver buttato via tutta quella spazzatura, per non averla bruciata, presa a martellate, tritata con una mezzaluna.
    Da quello che ho imparato fin qui, ci vuole una fermezza mentale invidiabile per non eliminare le prove.
    Le gambe accavallate sono fasciate in jeans chiari, con una fila di perle bianche che ne percorre tutta la lunghezza.
    Ha una giacca rosa appoggiata alle spalle, come il mantello di un supereroe, e un top blu con Topolino disegnato a forza di paillette.
    Qualsiasi cosa di lei grida vitalità, ma è come se si riferisse a un passato in cui è stata fermata e il presente non le fosse così interessante.
    Labbra pompate da mille strati di rossetto rosso, occhi scuri pieni di ciglia nere di mascara, spalancati, come volessero assorbire tutto e non assorbissero niente.
    Ha un'incredibile massa di ricci bruni, quasi una nuvola. Altro suo tratto identificativo, altro suo biglietto per la fama. Quando vidi quello per il quale in seguito sarebbe stata ricordata, speravo che quei capelli le attutissero le cadute.
    Sciantal D'Arco, davanti a me, avrà 40 anni.
    Nella mente di tutti ne ha ancora 29. Forse anche nella sua.
    Serate come queste sono macchine del tempo. Il tempo rimasto in pausa procede velocemente e tu uscirai da qui con la tua vera età sottobraccio.
    Appena entro, la vedo di profilo.
    Davanti a lei, in fondo alla stanza, si ergono le tre croci di legno lucidato che Lepre ha personalmente cesellato. Un capolavoro. Le due più piccole, le più esterne, sono alte due metri. Quella centrale, il posto d'onore, è una croce gigante, enorme.
    A Lepre sono serviti tre mesi per prepararla. Ha perlustrato una spiaggia dopo l'altra per trovare la legna giusta. L'asse verticale è alta tre metri e larga uno, quella orizzontale poco di meno.
    Gli attrezzi usati per lisciarla non sono gli stessi delle altre. Dovevano essere speciali, devoluti solo a questo scopo. Santificati. Martirizzati.
    Abbiamo fatto un rituale, appena comprati. In realtà abbiamo utilizzato il primo rituale proposto da  internet e l'abbiamo usato.
    Mentre bruciava la salvia per disinfestare le case dagli spiriti, Lepre diceva che avrebbe funzionato, l'importante era crederci.
    Non so che prodotti avesse poi utilizzato per trattare e lucidare il legno, fatto sta che aveva assunto un colore bluastro. Quasi spariva nel colore altrettanto scuro della stanza, se non fosse stato per il corpo appeso che ne delineava i contorni.
    La tua croce esiste se la fai esistere.
    Anche per legare polsi e caviglie avevamo trovato corde speciali. Erano metri e metri di organza rosa e gialla, metri e metri di pizzo macramè, scuciti dai nostri vestitini d'infanzia.
    Qualche volta le nostre ospiti portavano speciali ninnoli che reputavano importantissimi per la riuscita dell'operazione, allora Lepre spendeva tempo a cucirli pazientemente sulle nostre funi.
    Sciantal aveva portato un sacco di campanelli, un sacco di sonagli, tutte cose che facevano rumore. E adesso, qualunque cosa gridasse questo omuncolo era accompagnata da un delicato suono di carillon che lo scherniva.
    Sembrava così misero.
    La maestosità della croce contribuiva a renderlo piccolo.
    Tutta la sua spietata violenza ora non si poteva muovere.
    Se di Sciantal mi interessavano tutti i dettagli, al posto di questo tizio ci potrebbe essere stato uno scarabocchio e non mi sarebbe importato.
    Non mi importa mai. Non riesco a ricordare nemmeno una faccia di tutti quelli che abbiamo crocefisso.

    Trasformato in un sonaglio, diceva: Scusa, ma che ti aspettavi?
    Trasformato in un tamburello, diceva: Potevi fermarmi, invece di ridere.
    Trasformato in una renna di Natale, diceva: Dì a queste psicopatiche di mettermi giù!
    Non era nient'altro che un campanaccio e diceva a Sciantal che molte ragazze sognano di diventare popolari come lo era lei.

    Anche se Sciantal non si mosse di un millimetro, io guardai Lepre di scatto e il cenno che lei mi fece fu chiaramente il nostro via alle danze.
    Posizionato sotto la mia sedia c'era un sacco di iuta gigantesco e pesantissimo. Mi ero fatta dei bicipiti incredibili trascinandolo da una stanza all'altra, avanti e indietro.
    Il trascinare sovrastò lo scampanellìo costante che continuava a esserci, sovrastava il tizio che continuava a inveire e il sacco divenne ben presto il vero protagonista, al centro della stanza, a egual distanza da Sciantal e questo Campanellino crocefisso.
    Tutti sapevamo cosa c'era lì dentro e cosa sarebbe successo, bastava solo decidere chi l'avrebbe fatto.
    Di solito passano tra i dieci e i quindici minuti prima che si giunga a una scelta, ma dopo soli due minuti Sciantal si alza dalla sedia e finalmente si sente qualcosa di lei.
    Tacco, punta, tacco, punta.
    Questo rumore lo riconosciamo, ma nel video camminava sul parquet, ora cammina sulla vendetta.
    Prende il sacco, lo trascina ai piedi della croce e lo apre.

    Non gliel'abbiamo dato noi il nome Sciantal, non è nemmeno un soprannome di gioventù.
    Sciantal è il titolo del video che ha iniziato a circolare su internet anni fa.
    Se vogliamo, lei era un supereroe con tanto di divisa offerta dal carnefice. Il suo mantello contro il male erano le scarpe di raso, le uniche cose che Campanellino le chiese di tenersi addosso mentre lui faceva i suoi comodi con il telefonino in mano.
    Non passò tanto tempo prima che cominciassero a chiamarla Sciantal anche per strada.
    Al citofono.
    Al cellulare.
    Sui social.
    Per posta.
    Continuamente.
    Sciantal, le metti anche per me le tue scarpette?
    Erano state create almeno 100 pagine con il suo nome. Alcuni vendevano il suo numero di telefono, l'indirizzo di casa, mutande che lei nemmeno aveva mai visto.
    Sciantal voleva scomparire, e scelse di farlo apparendo ancora di più, iniziando a voler essere chiamata così.
    Le persone fantastiche spesso usano come pseudonimo il nome che è stato loro affibbiato da chi voleva contribuire alla loro rovina, dalle cose che le spaventano di più e che in un certo senso hanno fatto sì che venisse modellata una corazza.
    Batman è diventato un pipistrello perché la cosa che temeva di più erano i pipistrelli.
    Un pittore qui vicino dipinge con una benda sugli occhi perché una volta a scuola l'hanno bendato con la scusa di fargli una sorpresa, poi l'hanno buttato giù da un muretto. Da quel giorno ha il terrore del buio ed è la cosa che ricerca di più. Dipinge paesaggi bellissimi. È famoso in tutto il mondo.
    Lepre si chiama così perché un giorno le hanno teso un agguato mentre portava da mangiare agli immigrati, fatti sloggiare da un centro di accoglienza e ora dispersi per la città. Le hanno teso un agguato e le hanno sparato ai piedi, costringendola a correre velocissima, urlandole che da quel giorno avrebbe dovuto imparare ad essere una lepre e che non avrebbe camminato mai più tranquillamente.
    Quanto a me, mi chiamo Gruccia da quando ho abortito. Qualcuno iniziò a dire che lo feci in casa, da sola, con una gruccia. Che lo facevo almeno due volte l'anno. Da allora iniziarono a fiorire grucce divelte sul mio zerbino.
    Tutti noi, tutte queste metamorfosi, sono avvenute solo per far nascere Sciantal.
    Per farla essere qui adesso.
    Cosa succede se diventiamo quello che ci terrorizza?

    Non è mai una cosa riservata, riguarda sempre tutti. La crocefissione di tutti i nostri mali.
    Il campanellino di oggi suona rabbiosamente i suoi sonagli per tutti i colpevoli, passati e futuri.
    Non è mai una persona sola.
    Molti di noi hanno dovuto rinunciare alla propria vita per diventare un evento solo. Si aggirano per le strade pensando di poter parlare solo di quello. Hanno perso la memoria del resto del passato e reputano impossibile il resto del futuro.
    Qui, in questa stanza, si equilibrano le cose, si equalizzano due frequenze di tempo.
    Sciantal, rimasta impantanata nel fango di un video porno scambiato per amore.
    Campanellino, andato avanti con la sua vita troppo velocemente. Per fermarne la corsa, non c'era altro modo che legarlo ad una croce.

    Io e Lepre, a questo punto, abbiamo il cuore in gola.
    Sciantal è di fronte a Campanellino con il sacco aperto. Di solito non c'è nessuno scambio di parole, la vittima non vuole regalare altra voce al carnefice, soprattutto ora che sa che può solo vincere.
    Di solito, inizia subito il rogo.

    Sciantal si toglie i tacchi, li posa ai piedi della croce, come se d'ora in poi dovessero essere le scarpe strette del resto della vita di Campanellino.
    Si china e rivolta il sacco rapidamente.
    Dalla iuta scende vera benzina.
    Benzina che fa il rumore di copertine rigide di libri che cadono.
    Con un tonfo, dal sacco escono saggi, trattati, biografie, racconti, canzoni.
    Nevica Baudelaire.
    Soffia Tolstoj.
    Fuma De Andrè.
    Fiammeggia Bukowski.
    Armonica De Gregori.
    I libri non sono mai nuovi, li abbiamo recuperati usati perché avessero già una vita, perché fossero già sporchi.
    Le canzoni le abbiamo scritte tutte, tutte, tutte a mano su fogli trovati. E non una volta sola. Tutte le volte che ci venivano in mente, tutte le volte in cui ne avevamo bisogno.
    Ai piedi della croce, il cumulo di volumi e fogli cresce, cresce e inizia a sotterrare le caviglie di Campanellino.
    Lui smette di urlare rabbia. Immediatamente. Viene come cementificato.
    Libri, tomi, tovagliette dei ristoranti con passi di discorsi scritti a matita.
    Bloccano le ginocchia, murano le anche.
    Lui inizia a sospirare tremando.
    È questo il punto, è questo lo scopo.
    Il sospiro dei mille Campanellini è un primo obiettivo raggiunto.
    Nessuno di loro ha mai sospirato così nella vita.
    Nessuno di loro è mai stato abbastanza empatico per farlo.
    I versi che ora lo toccano, lo bruciano, lo ustionano, riducono a brandelli la pelle dura.
    Parlano ai suoi nervi di storie così vivide, descrizioni così delicate, che perfino la sua corazza di mattoni va in fumo.
    Sulla croce sacrificale, Campanellino è coperto fino alle spalle e ora piange di commozione.
    I fiori del male, l'uccellino azzurro nascosto in un mare di whisky e Geordie, impiccato con una corda d'oro, stanno arrivando al cuore.
    La cattiveria brutale è quasi sempre il risultato di parole non ascoltate, non lette, ignorate.
    Sciantal lo guarda singhiozzare come un bambino. Lo guarda diventare umano.
    Io e Lepre assistiamo alla scena senza muoverci da dove eravamo.
    I libri ora lo avvolgono come una fascia avvolge un neonato.
    Spunta solo la testa, ed è ormai deformata dal dispiacere.
    E poi finalmente sibila: Scusami. Ti prego, scusami.
    Sciantal tentenna, io vado da lei.
    Afferrandole un polso, le dico. Aspetta ancora un secondo. Un secondo.
    Come mossa finale, la divina commedia, per mano all'avvelenata, scortati da un assassino e da un pescatore, arrivano alle sinapsi, colonizzano la materia grigia, suonano per cervello e cervelletto.
    Si vede che lui muore dalla voglia di coprirsi la faccia dalla vergogna.

    Puoi slegarlo, Sciantal.

    Il tutto è durato non più di un'ora.
    Lei si arrampica su quella montagna di carta, tira gli estremi dei chilometri di organza e merletti e in un attimo i campanellini cadono, rotolano a terra in una coreografia trionfale.
    Io e Lepre la aiutiamo a scansare i libri ed infine, spossato, Campanellino crolla esausto.
    Si è fatto un silenzio assordante.
    La scena che si va a comporre è questa:
    Sciantal è seduta a terra. Tra le sue braccia, disteso e senza un briciolo di forza, il suo assassino che si sente uno schifo e non fa alcun rumore se non respirare a fatica e chiedere Scusa, scusa, scusa.
    Le parole per spiegarsi quello che ha fatto le ha trovate nelle storie degli altri, nell'arte che hanno creato.
    La luce della finestra li illumina come un occhio di bue. Il resto è un buio bluastro.
    Alcuni pezzi di organza sono caduti sulle spalle di lei, sulla sua nuvola di capelli, e ora creano un velo distratto.

    La pietà di Sciantal D'Arco.

    È inevitabile pensare a tutte noi, a tutte quelle che sono passate di qui con l'unico intento di riprendersi il tempo passato senza una dignità.
    Questa storia la scriveremo su un quaderno, che andrà ad aggiungersi ai chili di carburante chiusi dentro al sacco per roghi, abbracciata ad Anna stella di periferia, rassicurata da una milonga.
    Allo stesso modo in cui, in fogli ripiegati, c'è la storia mia e la storia di Lepre.

    E dal profondo del nostro cuore rovente capimmo che, con la veste di legno che ci avevano forzato addosso, potevamo chiaramente bruciare il fuoco.

  • 25 febbraio alle ore 17:44
    Vacui pensieri

    Come comincia: Era sempre lì a rovistare tra quei pensieri posti in un ordine precario, aspettando il giusto tempo per dargli una posizione di priorità. Tanti piccoli pezzi di un puzzle che non riusciva a incastrare, così diversi tra loro. Giulia non riusciva a immaginare un’etichetta di scadenza posta su ognuno, quindi continuava a rimandare a un domani che non appariva segnato su nessun calendario. In quel divario, che vorticava attorno a una libertà mai raggiunta, si alimentava la sua perpetua condanna. Si sentiva persa in quel labirinto di carezza e voce, sentiva l’aria spostarsi e un brivido attraversarla. Una voce guidava i suoi passi, le giungeva acuita, con un’intensità penetrante fino a causare uno smarrimento tale da non farle trovare la via d’uscita. Il cuore, con i suoi battiti criptati, inviava messaggi che la mente, puntualmente, cancellava. Si era creato in lei uno strano meccanismo di autodifesa, creava e annullava contemporaneamente ogni impulso. Ogni forma di contatto perdeva senso nel contesto in cui si sviluppava, fino a determinare una perdita di coscienza affrancata dalle forme chiuse di un linguaggio non definito.

  • Come comincia: Dedicato a mio padre; in sua memoria, in memoria di tutti i "ragazzi del 1919 e del 1920", morti in mare per la maledetta Patria e di quella di tutti i compagni della "Croce rossonera Anarchica", morti o imprigionati ingiustamente. 

     La mia prima volta a Roma fu...è stato come quando ti fai la prima sega o ti prendi la prima cotta; come la prima volta con una donna (o con più d'una per volta, quando accade, o con un uomo o con entrambi assecondando i propri gusti, le proprie tendenze ed i propri orientamenti sessuali), o come quando impari ad allacciarti le scarpe, ad aspirare la prima sigaretta (magari a farti pure la prima canna!), a raderti per la prima volta: una volta che lo hai fatto, insomma, non dimentichi più, ovvero si stampa nel tuo dna di essere vivente (nel mondo animale è stabilito che avvenga qualcosa di simile per "imprinting", appunto), ti resta fisso nella testa il ricordo tal quale ad un lampo che resta sempre acceso e...non si spegne neanche dopo che vi è stato il tuono. Era l'estate del 1980 (anzi, dovrei scrivere che essa correva: tutte le estati in certo qual modo corrono, lo fanno a doppia andatura rispetto alla vita stessa, spesso sorpassandola nella corsia d'emergenza), cadeva il mese di agosto: prima del ferragosto. Fu una strana estate, quella, ed anche per certi versi maledetta, seppure a suo modo indimenticabile, irripetibile: dapprima la tragedia di Ustica, avvenuta sopra il cielo della Sicilia (uno dei tanti, dolorosi misteri insoluti della contemporanea storia italiana); e dopo la strage alla stazione di Bologna: una delle tante stragi di matrice "nera" , sporca di verità politiche e giudiziarie a volte sottaciute (i silenzi, più o meno noti di Giulio Andreotti, più volte Presidente del Consiglio, nonché dell'intellighènzia della democrazia cristiana, ma anche quelli, non meno colpevoli, di gran parte delle altre forze politiche parlamentari dell'epoca), di collusioni con lo Stato, con i servizi segreti "deviati", con la malavita organizzata e, chissà, con chi...cos'altro; invero, una delle tante stragi avvenute in Italia che affondano radici ben lontano nel tempo, risalgono molto indietro...a quel nostrano "ground-zero" (intercalare di matrice anglosassone, principalmente americana, divenuto tristemente usuale dopo l'attentato alle Twin Towers di New York, o Torri Gemelle che si voglia dire, dell'undici settembre del 2001) che fu Piazza Fontana (l'attentato avvenuto nei locali della Banca nazionale dell'agricoltura, in pieno centro a Milano, il 12 dicembre del 1969, che cambiò il corso della storia italiana e inaugurò, appunto, la lunghissima stagione delle stragi nel Paese): un denominatore comune lega quella alle altre stragi, visto che anche allora si volle fare una squallida (credo anche non casuale) opera di depistaggio. In quel caso, inizialmente, erano stati due incolpevoli compagni anarchici a farne le spese e lo fecero, purtroppo, seppure in maniera alquanto diversa, direttamente pagando, o meno, con la propria vita: in primis Giuseppe Pinelli, ex partigiano nella Brigata "Bruzzi Malatesta", dapprima garzone e poi ferroviere militante della disciolta "Crocenera Anarchica", il quale infatti morì misteriosamente precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era stato trattenuto oltre le quarantotto ore previste dalla legge, sospettato di essere l'autore materiale della strage, nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre del 1969 ("Quella sera a Milano era caldo./Ma che caldo che caldo faceva./"Brigadiere apra un po' la finestra./E ad un tratto Pinelli cascò": è l'incipit comune alle varie versioni della canzone anarchica "La ballata del Pinelli" tra cui la prima, scritta a più mani lo stesso giorno dei funerali dell'uomo, da alcuni militanti del circolo anarchico "Gaetano Bresci" di Mantova, di nome Ugo Zavanella, Giancorrado Barozzi, Dado Mora, Flavio Lazzarini, e poi modificata dal cantautore pisano Pino Masi e dal cantautore anarchico Joe Fallisi, entrambi vicini al gruppo comunista di Lotta Continua, e quella più famosa del cantautore bolognese Claudio Lolli, contenuta nell'album "La terra, la luna, l'abbondanza", del 2002); in secundis Pietro Valpreda, il quale fu, invece, "vittima di una  drammatica macchinazione" (così scrive Paolo Finzi, suo amico, nell'editoriale che lo ricorda, apparso su Rivista Anarchica pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta nella abitazione milanese di residenza il 6 luglio del 2002). Egli era un ex ballerino (l'amore per la danza aveva cominciato a coltivarlo subito dopo aver espletato gli obblighi di leva) e in tale veste partecipò anche a una edizione del noto varietà televisivo della rai "Canzonissima", col balletto di Carla Fracci. La sua morte, è vero, avvenne a causa di una lunga e atroce malattia (cancro), ma l'uomo (ed il suo fisico, oltre che la sua testa) furono indubbiamente minati dalla ingiusta detenzione ("con il morbo di Burger", - malattia delle piccolo e medie arterie degli arti inferiori e superiori, di origine autoimmune o infiammatoria, la quale degenera talvolta in lesioni e cancrena - aggravato dalla detenzione", scrive Finzi, "Valpreda non può più proseguire la sua carriera di ballerino") e dalle estenuanti vicende giudiziarie che lo videro protagonista (un iter lungo ben diciotto anni, che si concluse con l'assoluzione nel 1987 dopo tre processi, di cui due a Roma e uno a Catanzaro). "Per molto tempo l'incubo dell'ergastolo prolunga la sua ombra sulla sua vita quotidiana", scrive Finzi (non ha torto, aggiungo. Io stesso, seguo da un paio di anni vicende di detenuti rinchiusi nella "death-row", il braccio della morte, in attesa della loro esecuzione: l'attesa è qualcosa che uccide, corrode chi la subisce ancor più della condanna stessa!). Valpreda, a mio avviso, era forse morto (inconsapevolmente, chissà) già molto tempo prima di quanto non dica la data stessa del decesso materiale. Forse da quel 12 dicembre, tre giorni prima del suo arresto: "il 12 dicembre 1969 Valpreda è a casa della sua prozia Rachele Torri e vi rimane tutto il giorno, ed anche i successivi, febbricitante. Non ha piazzato lui la bomba nella Banca dell'Agricoltura, in piazza Fontana. Non ha fatto niente, perché è rimasto tutto il giorno chiuso in casa. Ma il 15 dicembre, mentre si reca in Tribunale per una piccola pendenza politica, viene arrestato. Il giorno dopo, Pinelli farà il "volo" di cui detto, ma non avendo - purtroppo - né le ali né tanto meno un paracadute di servizio a bloccarlo...ad attenuarne gli effetti! C'è chi dice che non erano degli "stinchi di santo", Valpreda e Pinelli: possibile, anzi, possibilissimo (non sta a me giudicare, in questo mio scritto che è dedicato innanzitutto a istantanee, o flash-back di memoria, e a varie impressioni - "temporali" - annesse), come ognuno di noi, del resto. Nessuno è perfetto, a questo mondo (chi scrive ha tantissimi "scheletri" rinchiusi nel cassetto di cui non andare di certo fieri!), e lasciamo anche da parte la parabola evangelica del "chi è innocente scagli la prima pietra", ma mi sento di dire - facendolo senza ombra di dubbio alcuno - che nessuno meriti di finire i giorni suoi cadendo dal cornicione d'una finestra (per cause non dipendenti dalla propria volontà: in questi anni, durante i quali mi sono avvicinato alle vicende di Pinelli e Valpreda nonché all'anarchismo in genere, ho anche sentito affermare, da molti, che Pinelli sia "stato suicidato", appunto!), oppure rinchiuso in galera per qualcosa che non ha commesso. La vicenda di Valpreda, a mio avviso, riveste analogie con quella - altrettanto triste e drammatica, nel suo concludersi - di Enzo Tortora. Anche il noto giornalista, autore e conduttore televisivo e radiofonico fu, infatti, vittima del "potere" in Italia: quello politico, mediatico e giudiziario. Io e mio padre alloggiammo all'hotel "Genova", sito al civico numero trentatré di via Cavour, in pieno centro, nei pressi della stazione Termini. Da molto tempo quel viaggio era in programma nel nostro carnet, per farla (anzi, per dirla) più scic! Scherzi a parte (il noto programma televisivo non c'entra nulla, però), debbo dire che mio padre me lo aveva promesso da alcuni anni (almeno un paio, credo) e quell'estate mantenne la promessa, riuscì a farlo. Lo fece in ritardo, - ahilui! - è vero, o diciamo pure a scoppio ritardato (meglio non usare mai questo metodo, soprattutto altrove...a letto, durante un rapporto amoroso; ma anche in generale nella vita, possibilmente, bisognerebbe sempre avere il "timing" giusto, e lo scrivo pur credendo che sia quasi impossibile averlo!), a causa dei suoi impegni di lavoro che sovente non li concedevano molto spazio né tempo da dedicare a sé ed alla famiglia, ma alla fine lo fece; e lui era fatto così, manteneva - quasi - sempre le promesse: quando non riusciva o non poteva farlo, a causa di motivi vari, se ne rammaricava tanto, ma in genere lo faceva anche a costo di tagliarsi un dito o le palle...i baffi, quei baffi alla Tiberio Murgia che portò con sé (sul viso suo stampati) vita sua natural durante (credo che non li avrebbe mai tagliati per nessuno, neanche per me lo avrebbe fatto, o per mia sorella, se glielo avessimo chiesto, nonostante ci amasse più della sua stessa vita, o per qualsiasi cosa al mondo, neanche se fosse sceso - o ridisceso - il Cristo sulla terra: a prescindere, ovviamente, dal fatto che fosse ateo, come me!). Mio padre si chiamava Marco: era il suo nome di battesimo vero, sebbene molti (anzi, tutti o quasi) lo chiamassero Mario. Sinceramente non mi è dato sapere il motivo di ciò e neanche ricordo bene se egli me lo abbia mai detto: anzi, credo che pure lo abbia fatto, qualche volta, ma non ricordo bene (appunto) se lui conoscesse il motivo di tutto ciò. Tuttavia debbo scrivere, in tutta sincerità, che io stesso lo chiamavo Mario (mai l'ho chiamato "padre" o "papà" così come chiamavo per nome di battesimo mia madre) e quindi chi...se ne frega, del resto. Molti lo chiamavano col diminutivo di Mario (Mariolino), per via della sua esile figura, seguito da due aggettivi: il primo era l'"interista", per via delle sue preferenze calcistiche, la "fede" sua nerazzurra che ebbe sin da giovanissima età; il secondo era il "modenese", per via delle sue origini emiliane. Nacque, infatti, nella primavera del 1920 (primogenito di quattro fratelli, da Luigia Cappelli, detta "Gigia", massaia, e da Carlo Ronchetti, detto "Carlon", contadino mezzadro) in un piccolo paese, anzi, nella frazione (Villalunga) d'un piccolo paese (Casalgrande) della bassa reggiana sito al confine con la provincia di Modena. In verità è proprio il fiume Secchia che ad est delimita le due province, separandole tra loro geograficamente e territorialmente. Quel fiume (o meglio la riva del fiume dal versante reggiano, appunto) vide crescere mio padre ed assistette (incolpevolmente inerme, cieco e muto: ma i fiumi quando parlano lo fanno in maniera schietta, senza giri di parole, magari urlando...esondano pure dagli argini, a volte, per farsi sentire) a molteplici bravate sue e dei suoi compagni di infanzia, di merenda e di gioventù. Intorno a quel fiume che bagna la frazione di quel piccolo paese, mio padre crebbe svolgendo una vita semplice: magari anelando a qualcosa di diverso o sognando pure (come accade a tutti i ragazzi di ogni tempo e in tutti i luoghi della terra) qualcosa di grande. Quel paese, poi, nel corso del tempo (quando mio padre era già andato via) crebbe ma in fondo è rimasto sempre piccolo, proprio come accade ad ognuno di noi quando cresciamo, diventiamo adulti e poi vecchi: restiamo sempre piccoli dentro perché non vorremmo mai che il tempo passi e con esso la vita stessa. Quel piccolo paese, così, allo stesso modo degli uomini è cresciuto, ma in fondo penso sia rimasto sempre piccolo nonostante oggi, coi suoi diciannovemila abitanti (forse, all'epoca in cui ci visse mio padre, non erano neanche la metà!) risulti essere al quarto posto (dopo il capoluogo, Correggio e Scandiano) della provincia di Reggio Emilia per popolazione residente. Sempre - e soltanto - di piccolo paese trattasi, nonostante oggi esso formi, con Castellarano (in provincia di Reggio Emilia), Sassuolo e Fiorano (in provincia di Modena) il cosiddetto distretto (o grande conurbazione) della ceramica: a causa, questo (o per merito, forse!) dell'altissima concentrazione di stabilimenti industriali e fabbriche che producono mattonelle (o piastrelle e affini) composte di quel materiale. Io stesso, ironia della sorte, nell'inverno del duemilauno, lavorai per alcuni giorni (cadevano il ventisette e il ventotto dicembre di quell'anno) all'interno di uno stabilimento di mattonelle nell'hinterland industriale di Sassuolo, come addetto alla pulizia dei mulini che frantumano la materia prima da cui si ricavano poi le mattonelle stesse. Quando mio padre lo seppe fu contentissimo: sognava, in pratica, che io andassi a vivere e facessi famiglia dalle sue parti, compiendo a ritroso il percorso rispetto a quello compiuto da lui nella sua vita. A Sassuolo, ma anche a Formigine e a Fiorano, lui - mio padre - ci andava sovente, in bici, cogli amici: al cinema, alle balere; ma anche da solo, alcune volte, per far visita alle sue "morose". Nel capoluogo della ghirlandina (Modena), invece, le incursioni erano meno frequenti, in giovane età...sovente, però, furono di natura "calcistica", quando vi si recava per assistere ad incontri di calcio (appunto), sempre - e rigorosamente - in bici, della squadra gialloblù (una volta, mi disse, che insieme agli amici arrivarono persino a Genova, per seguire il Modena giocare nel capoluogo ligure). A Modena vi si trasferì (per motivi sentimentali) uno dei suoi tre fratelli, Loris (il più vecchio tra i quattro fratelli, dopo mio padre, e uno dei miei zii). Ci andavamo spesso (tutte le estati, o quasi), con mia sorella, a trovare zii e cugine. Un paio di volte ci venne anche mia madre la quale, come mia zia (una delle sue sorelle) era ben restia a viaggiare: fosse dipeso da lei stessa, infatti, non lo avrebbe fatto neanche se il cielo cacava... qualora fossero piovuti soldi dal cielo! A proposito di diminutivi, nomignoli ed affini, invero ben ricordo che mio padre m'abbia pur detto (parlato) dell'esistenza d'una terza via...un terzo soprannome. Qualcuno infatti lo chiamava anche "marinaio della montagna", quel soprannome glielo avevano affibbiato per via del fatto (sacrosanto) che avesse svolto servizio, in gioventù, nella regia marina (era allora così aggettivata in onore di quella combriccola di pezzi di mer...pardon, allegri galantuomini e gentildonne della italica casa regnante dell'epoca: i Savoia!), dapprima sulla nave da battaglia "Caio Duilio", gemellata con l'altra unità della stessa classe (denominata, appunto, Duilio) "Andrea Doria"; dopo sulla "Vittorio Veneto", nave anch'essa da battaglia ma della classe Littorio. Mio padre aveva il grado di marò semplice S. V. (la esse e la vi stanno per servizi vari o mansioni varie: nulla di che), addetto alla pulizia della cambusa (nel lessico marinaresco e navale indica il luogo, stipato sotto coperta, atto al deposito, alla conservazione ed alla preparazione delle vivande: in poche e povere parole, trattasi della dispensa della nave da dove, poi, le vivande vengono somministrate a graduati e no in sala mensa). Mio padre imparò il mestiere del servire ai tavoli: ci si trovò bene a svolgerlo, direi che fosse in sintonia col suo carattere, aperto e gioviale mentre io, talvolta, sono più schivo e taciturno (qualche volta sono anche un pò scostante, dicono forse succede quando ho fatto un brutto sogno, o magari se ho dormito dal verso sbagliato del cuscino!). Il mio vecchio non ebbe mai in simpatia gli alti gradi e neanche le divise li andavano a genio oltre il normale (quasi come il sottoscritto, che nutre una idiosincrasia atavica nei confronti di militari, divise ed affini essendo antimilitarista convinto!); tuttavia, dovette sorbirsi (suo malgrado ed alla stessa stregua di centinaia di migliaia di suoi coetanei) ben sette anni di servizio militare obbligatorio (mi vien da ridere a pensare come io, che non sono riuscito a tenere in mia vita un lavoro per più di tre o quattro mesi, avrei potuto resistere per così tanto tempo: forse, chissà, avrei dato di matto al massimo dopo sei mesi!), durante il secondo conflitto mondiale (tutta la durata dello stesso, in pratica!): fortunato fu, quindi, a "servire" la patria e a non ricevere onori né medaglie, in cambio...magari post-mortem! Le medaglie, puah: quanta inutile "ferraglia", così come io stesso le ho definite in una mia poesia dal sapore vagamente naif...antimilitarista. Scherzi a parte (ancora nulla a che vedere col noto programma televisivo), però, che poi non lo sono per nulla, evidentemente, (né per me né, tanto meno, lo furono per mio padre), ritengo che la sola cosa positiva, ovvero l'unico risvolto positivo della vicenda stia nel fatto che egli abbia imparato un buon mestiere che li permise di andare avanti una vita intera. Ma forse, chissà, c'è qualcos'altro che...non fu l'unico risvolto che ebbe conclusione alla "viva il parroco", quello di cui ho scritto. Quanto seguirà, infatti, potrebbe far ricredere più di qualcuno. A mio padre capitò di servire a tavola, nel corso della sua lunga militanza in divisa, in sala ufficiali, anche l'ammiraglio Bergamini, sulla Duilio. Sì, proprio quel Carlo Bergamini e no altri, cioè colui il quale dall'otto dicembre del 1941 aveva assunto il comando della V^Divisione Navale, proprio a bordo della nave citata con cui effettuò numerose missioni di scorta ai convogli che transitavano nel Mediterraneo centrale: mi si creda quando dico che non è un abbaglio, il mio, in maniera del tutto assoluta, visto che tra l'altro non vado al mare né mi crogiolo sotto i raggi del sole, in estate, per la tintarella, dal lontano duemiladieci. Ebbene, colpi di sole a parte, le cose andarono come vado a scrivere. Quando l'ufficilale venne a conoscenza che mio padre fosse delle sue parti (Bergamini era nato a San Felice sul Panaro, paesino di meno di diecimila anime, in provincia di Modena, situato sulla sponda nordorientale del fiume omonimo, trentacinque chilometri distante dal capoluogo e meno di cinquanta dal luogo in cui nacque mio padre), li propose di seguirlo. 

  • 23 febbraio alle ore 9:34
    LA LEGGENDA DEL MARTIN PESCATORE

    Come comincia: Quando l’Eterno  il settimo giorno se ne tornò in cielo a godersi il meritato riposo non furono ore di calma, quelle, come la Bibbia vorrebbe farci credere. La sua mente analizzò le cose create, aveva fatto qualcosa di veramente grandioso degno di lui gli era però rimasto un dubbio, quel dubbio era l’uomo, forse gli avrebbe  dato delle noie mettendo in subbuglio la terra. L’aveva creato troppo intelligente inferiore solo ai Cherubini, in Cielo intelligenza voleva dire ‘gli altri’, ‘laggiù’, ‘io’, l’uomo sarebbe stato egoista, avrebbe scatenato odii e guerre, stava a lui stabilire le pene, nei casi più gravi l’Inferno, il Purgatorio per chi fosse vissuto senza commetter peccati gravi e che sui fosse realmente pentito dei mal fatti commessi. Poi il Padreterno pensò alle bestie, agli uccelli soprattutto dalle voci celesti ma aveva dimenticato di crearne uno dal color del firmamento tutto azzurro. Pensò di rimediare, si sporse dal trono, strappò due manciate di cielo a le lanciò laggiù attraverso l’etere. “Andate e diventate uccelli, vivrete agli argini dei fiumi, costruirete i vostri nidi  a terra vicino ai fiumi, pesci ed insetti saranno il vostro cibo, vi chiamerete Martin Pescatori, di Marte non avrete il carattere bellicoso, la vostra vita sarà semplice. Ed ecco i due brandelli di cielo scender giù veloci l’uno accanto all’altro verso la terra, a notte erano diventati proprio uccelli, aprirono le ali per rallentare la velocità della discesa, il loro color celeste si incupì sotto la sferza dell’aria buia, divennero turchinicee comprese le teste che però rimasero picchettate di chiaro. Passò una meteora, bianchissima, la terra era vicina, un cozzo  e poi immoti fra le fresche zolle. Erano caduti sulle maggesi, le penne del petto e della parte interna delle ali assunsero il colore della terra. Rimasero storditi, bocconi poi ripresero i sensi e guardarono il cielo con un senso di nostalgia. Il maschio: “frit frit” disse le sue impressioni ed al chiaror delle stelle, fece alla compagna una dichiarazione d’amore, l’avrebbe amata per sempre, c’era un gran fuoco in lui, era bella la vita anche così al buio nel silenzio. Lei rispose agitando le aluzze, anche lei sentiva un gran caldo nel cuore, ora però voleva riposare, riposasse anche lui. S’accoccolarono  l’uno vicino all’altra, il lungo becco era pesante, l’inguainaron sotto l’ala, un sonno profondo. Il sole era già alto quando il maschio si svegliò, un gran caldo, sguainò il becco, una gran luce l’aveva quasi accecato, rinfoderò il becco sotto l’ala, la compagna seguitava a dormire, poi pian piano attraverso le penne un chiarore cui cercò di  abituarsi, si guardò intorno, un panorama meraviglioso, che gran pittore era stato il buon . Martino guardò Martina, una bellezza, era sua moglie, un dono di Dio, lei stessa aveva dimostrato di amarlo. Fece alcuni passi, sentì il bisogno di stirar le ali, le batté con forza,  si sollevava da terra. Ci riprovò, ora  volava, rise, comprese che le zampe servivano a camminare sulla terra, le ali a volare come gli Angeli del cielo. Vide altri uccelli, bestie a quattro zampe, insetti, anche un uomo, fuggì lontano. Volò incerto, scorse lontano una striscia d’argento che si snodava tortuosa, vi si diresse, acqua., una novità per lui. Vi stette sopra sospeso scotendo le ali, fu vinto dal desiderio di immergevi il becco, un refrigerio. Vide guazzarvi dentro qualcosa, d’istinto  rase il pelo dell’acqua, infilò al momento giusto il becco semiaperto, lo rinchiuse, aveva preso un pesce, lo stritolò e lo ingoiò. Si domandò perché avesse fatto questo, si ricordò delle parole dell’Eterno quando fu inviato sulla terra, che ingegno il buon Dio, aveva pensato a tutto. Lì vicino c’era uno specchio d’acqua, una gora,  si avvicinò sull’orlo, l’acqua non scorreva, vi guardò dentro, gli parve di vedervi Martina ma non sentiva la sua voce, gli sorse il dubbio che fosse lui stesso, mosse la testa e poi le ali, si convinse, era lui stesso. “Allora son bello, rifletté, era vero somigliava alla compagna, ambedue erano stati fatti con un lembo di cielo. Orgoglioso si lisciò le penne con il becco e con una zampa, voleva che Martina fosse abbagliata dalla sua bellezza. Si diresse volando verso il punto dove erano atterrati, la trovò sveglia ma abbacinata dal sole, si stava ruzzolando per terra. “Fai così come ho fatto io, ti passerà” e poi la carezzò. Martina quando aprì completamente gli occhi fu tutto un ‘oh, oh’, aveva visto il suo sposo che stava vicino a lei, sentì il  suo cuore allargarsi, ringraziò in cuor suo il Padreterno con un sospiro, sentì  il cuore batterle forte, sentì il bisogno di abbassare la testa vergognosa. , Martino la tolse dall’impaccio, le raccontò della sua avventura con l’acqua e con il pesce, poi le insegnò a volare, la condusse al ruscello, l’acqua serviva a dissetarsi ed a nettar le penne. La condusse poi alla gora. “Qui ti puoi specchiare, guarda quanto sei bella!” Poi le fece notare che altri uccelli avevano fatto il nido sugli alberi ma loro erano esseri acquatici e quindi avrebbero fatto il nido nella sabbia, scegliesse lei il punto. Coi becchi robusti scostarono alcuni rovi, l’argine era molle per recenti piogge. Con le zampette, a turno scavarono una  fossa grande abbastanza  da contenere loro due, avevano il cibo lì vicino, nel ruscello. Il pesce era ottimo ed abbondante come pure ottimi erano certi insetti che scovarono nel terreno. La buca fu ricoperta con dei ramoscelli, era rimasto solo un pertugio per entrare ed uscire dal nido. Pensarono all’amore, si dissero tante cose belle, si carezzarono a lungo e poi ebbero il primo contatto, a lei spuntarono alcune lacrime, era diventata la moglie di Martino. Il tramonto li stupì, quando le ombre della notte si insinuarono fra le foglie di un albero sovrastante  si strinsero fra di loro, avevano scoperto il tramonto. Passarono la notte molto vicini, sentivano il calore reciproco. La mattina Martino riprese a scavare col becco e con le zampette, Martina portava fuori la sabbia scavata, chissà cosa aveva in mente il marito e chi gliela aveva suggerito, forse l’istinto. Il buco si allungò per circa un metro poi: “Cara questa in fondo sarà la camera della nidificazione.” Allora avrebbero auto dei figli? Dopo pochi giorni Martina si lamentava, aveva dei dolori al pancino, sent’ la necessità di accoccolasi, entro nel nido, vi rimase a lungo immobile. Martino le portò del cibo, stava vicino a lei a guardarla, anche lui soffriva con la compagna. Verso sera Martino si allontanò per bere, sentì un verso gioioso, Martina gli si avvicinò con un richiamo acuto, adesso stava bene, che andasse con lei in fondo al nido, c’era qualcosa di ovale di color bianco, Martina da quel momento non si allontanò più dal nido sempre imboccata di cibo dal marito. Dopo pochi giorni una sorpresa: nascita di tre piccoli pulcini dalle bocche sempre aperte in attesa di cibo, i loro figli!  I due genitori provvidero a portar fuori le scorse delle uova, Martina si strappò delle piume dal petto, il nido dei piccoli risultò più morbido. Dopo i primi attimi di sorpresa i due genitori si adattarono ad effettuare in continuazione viaggi nel vicino fiume per accontentare l’ingordigia dei pulcini, solo di notte tacevano, altro problema era quello di catturare pesci piccolini o triturare quelli più grossi,  insomma una faticaccia. I tre crescevano prepotenti, ora potevano rimanere soli, il caldo nel nido aumentava, Qui, Quò e Qua ( questi i loro nomi impostigli da Martino) crescevano, stavano mettendo le prime penne. Qui il più intraprendente  tentò di uscire dal nido, arrivò all’entrata e poi tornò indietro, a modo suo parlottò con i due fratelli. Dopo poco tempo i cinque mi misero a camminare lungo la riva del fiume, Martino in testa per controllare che i figli non cadessero in acqua, sempre Qui uscì furtivamente dal nido cominciò a muovere le ali, era notte, si spaventò e rientrò di corsa nella camera di nidificazione, svegliò i fratelli e raccontò l’avventura. Tutti e tre ci riprovarono quando videro della luce penetrare nel nido, un disco d’oro all’orizzonte, gli volarono contro per curiosità, il disco saliva nel cielo sempre più luminoso. D’istinto presero a volare e si allontanarono sempre più dal nido, assaporarono la libertà. I genitori avevano dormito fuori il nido e cercarono Qui, Quo e Qua, pensarono che qualche brutta bestia li avesse divorati  ma poi si rassicurarono, non c’erano tracce di piume lì intorno, i figli erano fuggiti, avevano assaporato la libertà. Volarono a lungo tutt’intorno, li chiamarono a lungo nessuna traccia, stanchi morti con la morte nel cuore ritornarono al nido. Dall’alto stava scendendo una cappa pesante, grigia, la notte era scura senza stelle. Ciac una goccia d’acqua schiaffeggiò una foglia, poi altre ed altre ancora, pioveva. Un fruscio, fra le frasche, una voce melodiosa, un usignolo che vedendoli rattristati cominciò a consolarli. Si facessero coraggio  non c’era motivo di considerarli morti, i figli non sono di proprietà dei genitori, sono figli del mondo, prendono la loro strada abbandonando i genitori e diventano a loro volta padri e madri, un ciclo come tutto sulla terra. Il cielo si era squarciato sopra di loro portando una aria di ottimismo. Per ultimo un consiglio da parte dell’usignolo: “Avete un nido e da mangiare, mettete al mondo altri figli.”

  • 22 febbraio alle ore 23:30
    La quarta dimensione

    Come comincia: Giravano pollini col vento intorno all’edificio, con le porte interne in cerchio sul corridoio, un’orbita e un centro occupato dalla sala convegni. Fu in quello spazio poco illuminato e vuoto che s’incontrarono la prima volta, dopo che lui l’aveva attesa giorno dopo giorno. In un alterno sentore d’irrealtà si affievolivano certezze, così le identità. Mentre la speranza era agli sgoccioli, Ermanna arrivò, fulcro di svelamenti, dalla voce congedata in distanze incolmabili. La quarta dimensione.
    Prima di entrare guardò le rondini circoscrivere l’aria in un gioco di linee chiuse, senza poter andare né tornare. Non le apparivano disorientate in quel cielo tondo, erano prese piuttosto da un’euforia di forme e spostavano i tigli in un piano secondario. Qualche garrito acuiva il suo stato d’animo, vivido come più non lo era da anni. Una sorpresa imminente doveva essere l’epilogo dell’ultimo raggio.

    Per un attimo le venne in mente il fiume color bordeaux che l’aveva tenuta in ostaggio, mentre scorreva placido intorno alla sua pelle inerme, al suo sguardo imbambolato e vitreo. L’acqua aveva la sua stessa temperatura e si percepiva stranamente densa. Forse non si trattava di acqua, ma di un solvente per il corpo, di quelli che infine liberano l’anima dal gravame e la fanno evaporare nelle parti alte dell’atmosfera, lontano a perdersi in uno sciame di moscerini brillanti, per rasentare il sole.

    Sei mesi prima aveva contattato uno psicologo, le sembrò subito la persona giusta, quella che l’avrebbe liberata dal panico opprimente che puntuale l’attanagliava nei vasti spazi intorno. Fuggiva disorientata da ogni storia che la portava a uscire. Per compensare una perdita la trasformava in mito, ne carezzava strascichi, conservava di essa le tracce. La casa era un museo d’amori soffocati. Viveva, mangiava, lavorava, sognava, il più possibile dentro.
    I colloqui con il suo nuovo amico avvenivano via mail. Provava un senso di affezione via via più profondo e insieme una dipendenza come di un bambino verso l’oggetto transizionale che rappresenta un seno.  Dopo i primi lunghi scambi centrati sul suo grave disagio, cominciò una favola di curiosità e confidenze, attrazione e attese. Non si erano mai visti, neppure in foto, ma correva tra loro un fluido trascinante oltre la realtà materiale, e senza distaccarsene. Era naturale come la goccia che cade dal bicchiere, incomprensibile come la scintilla che dà fuoco a quella goccia.
     
    Avevano deciso di incontrarsi, Ermanna e Livio, dopo il levitare di ore di silenzi, dall’insostenibile vuoto che rimbombava nelle loro dimore di vento, inventate per dirsi vola fino a me, senti com’è facile alzarsi.
    Lui si immaginava un angelo gentile materializzato finalmente in uno sguardo, un corpo, un profumo, un capitolo da scrivere dal vivo. Lei era piena della esuberante fantasia di lui e degli enigmatici aha, quelli che prolungano gli intervalli, le risposte.
    Erano vicini, bastava mezz’ora di autostrada per raggiungersi. Scelsero che sì, nell’inverno avrebbero annullato il gelo intorno, sorriso nella pioggia. Avrebbero pranzato nel piccolo borgo, con vista sulla valle degli echi, gridato insieme Siamo vivi! e riascoltato il grido cento volte.
    Era tardi ormai e di lei nella piazza nemmeno un accenno, fosse stato anche a distanza. Chiuso nella delusione, Livio, dopo aver immaginato infinite circostanze contrarie, concluse che alla dolce compagna di lettere era mancato il coraggio di una leggera follia. Ancora una volta rifuggiva una storia, e ancor prima che iniziasse. Le scrisse per giorni, non ebbe risposte.
     
    Ermanna quel mattino indossò un vestito leggero e sobrio - non amava gli eccessi e tantomeno voleva apparire frivola - ma si concesse un vezzo: le scarpe rosse di vernice, mai calzate prima, che davano un tocco di vivacità femminile. Eccitata e ansiosa di partire, scivolò per la scala che portava al parcheggio. Scivolò in un vortice di stelle nere. Non vide più nulla, dopo il rosso scintillio che l’avvolse, dai piedi in su.
    Seguirono giorni e notti di un colore omogeneo. Un letto di silenzio, fuori dal mondo. Mesi di cui non ebbe cognizione. Era sola e al sicuro, nell’oscurità. Finché un lento fruscio arrivò a muovere il sogno rappreso. Aria viva. Una voce femminile le fu vicina, “Ce l’ha fatta, bravissima!”
    Dov’era stata, in quell’istmo di memoria? Lampi divennero chiari, poi un volto senza voce e un aha senza volto. Era stato da lei, a guardarla dormire, ne era certa. Si era impresso nella mente come un fittone.
     
    Ermanna arrivò dove lui lavorava e l’aspettava, nonostante l’assenza che diventava pietra.
    “Sono appena uscita dall’utero. Caro amore, portami a vivere”.
     

  • 21 febbraio alle ore 8:25
    Itapua

    Come comincia: “Itapuà…Itapuà”... sento ancora il suo canto che mi invia l’ I- pod. Una registrazione di molti anni fa, in qualche locale di Rio. Brusio di parole, tra tavoli di un locale. Vinicius, con la sua voce anziana, roca di fumo ma musicale, parla con Toquino della spiaggia brasiliana, il suo ultimo rifugio, Itapuà. Sono battute allegre. Il pubblico ride, poi Vinicius inizia a cantare. Un poeta che ha saputo musicare i suoi versi, intrecciandoli al suono del canto e della chitarra. Anche la sua figura sembra aver preso la forma delle note. Una coerente metamorfosi.
    Sono arrivato da pochi minuti su questa spiaggia. Sono le 13 di un giorno invernale per i brasiliani, nonostante i 24°. Il mare ha onde colore del cielo. Nuvole dense si aprono su azzurri intensi. Sullo fondo, scorgo le case di Salvador. La spiaggia è deserta. Mi sono seduto a questo barretto, precario, come tutto, qui. Sedie di plastica, rose dal salino, che affondano nella sabbia. Una baracca di paglia e canne. Ho ordinato un caffè ad un ossequioso pescatore che è corso, non so dove, a cercarlo, lasciandomi dubbioso. Sulla sinistra, il Faro, restaurato di fresco, con un rosso che colpisce, tanto da farmi pensare che possa sostituire la sua luce, almeno di giorno. Ho cercato di avvicinarmi , ma una coppia, in intimità, me lo ha precluso. Gabbiani rasentano la spuma e s’immergono nelle onde a riva, in cerca di pesce. . Le note di una chitarra riprendono un motivo di Vinicius, lente, dolci, melanconiche. Non ne scorgo la provenienza, ma mi bastano. Il pescatore è tornato con un termos e mi versa un bicchiere bollente di bevanda. Mi dice qualcosa in brasiliano, ma non lo capisco. Gli sorrido comunque e lo ringrazio. Il caffè scende giù a tratti. Sento di aver afferrato un attimo di vita. Le note sono sempre più vicine. L’ombra di una figura si frappone, di fronte a me, ad un raggio di sole. La chitarra ha una pausa. L’ombra dice qualcosa in brasiliano che capisco. “ Voi rassomigliate a Vinicius, negli ultimi giorni di vita.”

  • Come comincia: Moceo: una recensione di Cinzia Baldazzi 16 Agosto 2015 Quando rifletto sull’attualità degli ultimi anni, degli ultimi mesi, se non fossi cresciuta e maturata all’interno di una “Bibbia operativa”, di un diktat di intervento riparatore immediato, a volte avrei la tentazione di sfidare il presente corrotto, pauroso, non consolatorio, impugnando l’unità perfetta (quella sì, gratificante e protettiva) della cultura trascorsa, ad esempio, del mondo rinascimentale, con alti valori di perfezione stilistica e purezza, per nulla limitativa e priva di rischi, anzi dispiegata nell’intera vita dell’uomo, come mai più si sarebbe verificato nei tempi successivi. No, Cesare, non siamo quel tipo di persone. E se la realtà contemporanea si mostra particolarmente negativa e stravolta, invece di tentare di sanarla o contestarla (senza, peraltro, fare niente di effettivo), mirando a ricomporne purezza e immediatezza ottenute in epoche letterarie precedenti (certo, ora “socialmente” inadeguate se considerate in sé), gettiamo noi stessi nella mischia, nei “salti temporali / seducenti e senza scrupoli / a separare le stagioni della vita”, circondati da “atti intimidatori / ad aumentare fervori senza limiti / e creare strade buie e tortuose”. Non vogliamo essere schiacciati dall’angoscia. Scrive Ezra Pound: «Buon compagno dell’equità / si unisce al processo / esserne privo, ecco l’inedia. / Quando le equità sono insieme raccolte / come uccelli che si posino / balza sul vivido. / Se le azioni non si chiudono e non si depositano nel cuore / ecco l’inedia». Nei percorsi oscuri e di difficile accesso, o da cui è impossibile uscire, gli “alibi incontestabili” per te non contano, non pesano: non appassirai nel dolore e non accetterai di sopravvivere condizionato a te stesso, travolto da inedia e incapacità di reagire paralizzanti. Poco prima, Pound aveva avvisato: «E ora che le formiche», ovvero tutti noi intorno, «sembrano vacillare / ora che all’alba il sole ne ha imprigionato l’ombra», quando ormai si è scoperto il gioco, «questo soffio», cioè il verso forte, chiaro, uno di seguito all’altro, «avvolge interamente le montagne / splende e divide / nutre con la sua rettitudine / non offende / sovrastando la terra colma i nove campi / fino al cielo». E tu sembri rispondere: “Ho già spazzato via tutte le sottili venature di crudeltà”. Tuttavia, mentre vorresti colmare i vuoti temporali dell’anima senza rispondere all’incessante canto delle sirene, seducente ma autoritario e manipolatore, anche io lotto per liberarmi da “miscele di spietatezze e masochismi” e da “affascinanti magnetismi d’equilibri”. È duro, è difficile, poiché la poesia aiuta ma deve anche essere aiutata con il pensiero, il coraggio: hai ragione, non basta l’intuizione dell’alternativa, dell’eversione, di quelle “follie” che spazzerebbero via (anziché essere spazzate da) “spietatezze e masochismi”. Non sarebbe sufficiente l’intuizione, poiché in quel caso, come dice Theodor Adorno nella sua “Teoria estetica”, «l’arte sarebbe semplicemente tutt’uno con la teoria, mentre invece manifestamente essa stessa diventa intrinsecamente impotente lì dove, per esempio, come falsa forma della scienza, ignora la sua differenza qualitativa dal concetto discorsivo». I versi di Cesare Moceo conoscono, al contrario, la propria specificità: non parlano, infatti, non espongono, non rappresentano ciò che è chiaramente incomprensibile, bensì lo spandono in “fervori” da impugnare e, con lui, dissolvere o potenziare tramite la parola poetica. Ma, continua Adorno, «il fatto che nessuna opera sia simbolo», ovvero univoco, monotematico, intraducibile, «rende conto del fatto che in nessuna opera l’assoluto si manifesti immediatamente; altrimenti l’arte non sarebbe né apparenza né gioco ma realtà». Come il Pound nostalgico di un candore ancestrale ritenuto superiore a ogni contraddizione, noi però, Cesare, non sfidiamo la negatività rendendola “pura”, ma contestiamo, con una follia meditata, gli “alibi incontestabili”. Raramente riesco ad accostare la poetica dei “Canti pisani” di Pound ad altre, perché – e la mia generazione lo sa bene, meglio di ogni altra – l’intera sua rivoluzione poetica del ventesimo secolo della quale è stato, con Eliot e la sua “Terra desolata”, tra i massimi e consapevoli promotori, è stata oscurata dal suo pensare che l’idea del regime fascista a lui contemporaneo, ignorandone lo stampo autoritario e liberticida, potesse riportare alla luce, chissà in quale modo, fantomatici sentimenti di purezza, semplicità e bellezza che la società capitalistica aveva dissolto: «Le radici scendono fino all’orlo del fiume» scrive Pound, «e la città nascosta si innalza / candido avorio sotto la corteccia». La nostra città, la tua città, “della” poesia e “nella” poesia, non è mai stata nascosta. E l’abbiamo scoperta prima che fosse costruita. Cinzia Baldazzi La poesia di Cesare Moceo Sempre più spesso risiedo nelle follie Salti temporali seducenti e senza scrupoli a separare le stagioni della vita Miscele di spietatezze e masochismi affascinanti magnetismi d’equilibri spazzati via da sottili venature di crudeltà astuzie rafforzate a proposito con atti intimidatori ad aumentare fervori senza limiti e creare strade buie e tortuose alibi incontestabili a appassire il dolore e sopravvivere a me stesso

  • 18 febbraio alle ore 1:12
    L'incontro

    Come comincia: Al porto quel giorno Chiara volle esserci anche lei ad accogliermi.
    Insieme a Nino un caro amico di famiglia, quella famiglia che avevo perduto in un bruttissimo incidente, dal quale solo io rimasi illeso ma questa è un altra storia.
    Durante questo viaggio non feci altro che ripensare, che finalmente avrei potuto vedere un volto amico, una cara persona che mi riportava a quelle che erano le mie radici, a quella parte integrante di me.
    Vi era un sole caldo che confortava! Nino mi vide, mi chiamò ad alta voce agitando le braccia, ma ad attirare la mia attenzione fu anche quella giovane donna al suo fianco, che con fare garbato se ne stava li indossando una gioia celata, con quella felicità di condividere quel bel momento come se attendesse da tempo di vedere quel qualcuno, che lei fino al giorno prima aveva potuto solo immaginare. Mi attendeva come se fossi stato un caro amico.
    Mi avvicinai stringendo Nino in un caloroso abbraccio, quanti gli anni passati, ma lui mi disse che mi avrebbe riconosciuto tra tanti.
    Restò in tanto il come, sul fatto stesso di come avesse fatto a riconoscermi, visto che non ero più il bambino che vide l'ultima volta.
    Mi presentò Chiara sua nipote! Persona timida, bella come quelle parole che non riesci a dire e a trovare in tali circostanze.
    Forse la mia felicità nasceva in quell'istante! Non avrei potuto fare più a meno di quel viso, dei suoi occhi, del attimo in cui avrebbe sorriso ed incantato così la mia anima.
    Passarono i giorni, dei giorni belli, ed avevo costruito in così poco tempo, un pizzico di tanta desiderata felicità.
    Non mi sentii affatto un ospite in quella tenuta, ma giunse il giorno della partenza.
    Preparando i bagagli, speravo ancora in un gesto, che io non ero in grado di fare, ma in quei giorni mai un accenno da parte sua, mai un segno che potesse far capire un qualcosa in modo chiaro, in modo che io potessi spiegarle.
    Per Chiara forse, anzi di certo, ero un amico. Solo un amico caro!
    Arrivammo al porto, stavo per andare via con dentro di me, un forte sentimento taciuto, di certo il più forte che avessi mai provato prima.
    Salutandoli sulla banchina del molo, mi celavo dietro un sorriso, amaro come non mai.
    Ci rivedremo Andrea... stai tranquillo, così mi diceva Nino facendomi pensare ad un probabile ritorno ad una sua disponibilità sempre presente. Mi raccomando riguardati!
    Sapevo, andato via che fossi, quello sarebbe stato un addio.
    La nave parti non potei più scendervi, ma trovai il coraggio di gridare una parola rivolta a lei, non ti dimenticherò
    Il pianto in tanto inizio a sgorgare imperterrito da gli occhi di Chiara.
    Non potei dimenticare quello sguardo disperatamente affranto. Son passati anni da allora, ed i suoi occhi di un azzurro così intenso sono ancora qui impressi nella mia mente, lucidi più che mai. Laghi profondi bisognosi di quiete.
    Apparentemente esile nel suo aspetto, così elegante nel suo portamento, capelli neri, raccolti e sempre in ordine, la sua pelle come il suo nome, delicata, quasi evanescente bella come il petalo del ramo di pesco, come le cose più irraggiungibili e quindi le più desiderate.
    Una donna estremamente sensibile dall'intelletto poderoso, capace di suscitare emozioni ineguagliabili, vivacemente forti, così da farti perdere completamente la testa e follemente innamorare.
    Restò il fatto che ci siamo ritrovati e da qui non ci siamo mai più perduti.

  • 13 febbraio alle ore 9:03
    Giornata mondiale della radio

    Come comincia: E’ un gesto rapido, forse anche elegante nella sua sinuosità quasi impercettibile, ma il misfatto è compiuto. La mia compagna Ida mi ha spento la Radio! Fosse casa o in auto o in ambulatorio. Si, lo confesso, ho vissuto di radio e lo faccio ancora. Scrivo queste righe mentre il terzo programma mi ricorda la ricorrenza. Il primo ricordo? Cinque anni, non vedo l’oggetto a Villa Adela, ma sento il tamburo iniziale di Radio Londra e l’angoscia dei miei parenti.  I tedeschi accampati nel nostro salotto e i miei genitori sotto una coperta per non far fuggire i suoni ascoltano notizie sulla guerra da una stazione radio clandestina. Sempre alla medesima età, io gioco tra la ghiaia del giardino con una piccola palla di celluloide (?!) che non salta. La guerra è finita. Mimo il gioco del calcio sulla radiocronaca di Nicolò Carosio che papà sta ascoltando nello studio. A scuola brani a memoria su Mazzini, Fratelli bandiera e Guglielmo Marconi! Mamma mi raccontava della sua gioventù bene a Livorno. Aveva conosciuto Elettra, la figlia di Marconi che era in vacanza sul panfilo del padre con il suo nome. Nel dopoguerra le sere in cucina, i gomiti sul tavolo di marmo, mentre Nunzio Filogamo presentava i dilettanti. Silvio Gigli! Volti tesi all’ascolto, commenti minimi per non sopraffare l’ascolto. L’adolescenza e la separazione dalla famiglia: la mia prima radio a “galena” con cuffia. Un paradiso delle mie notti. Un ago su di un luccicante cristallo sapeva cercare stazioni nel mondo. Quel giorno che un impiegato di mio padre a tavola di un ristorante genovese tirò fuori una delle meraviglie della mia gioventù: la radiolina giapponese, un microscopico gioiello. Poi adulto, la Satellite 2000 che ancora ascolto. Portatile, tenerla sulle spalle in villaggio Valtur, d’estate dava acchiappanza sicura! In questa casa, dove abito del 1890 che la vide nascere nel 1901 ne tengo accese a volte quattro contemporaneamente su programmi diversi.. Per Ida, quando arriva, è una fatica spegnermele.
     

  • 06 febbraio alle ore 10:42
    Intorno ad un (mio) aforisma

    Come comincia: Una regola non scritta, ma usuale, stabilisce (o forse, chissà, sarebbe meglio usassi il termine "sentenzia"!) che un autore, poeta o romanziere che sia, o comunque un artista in genere, non debba mai spiegare agli altri quello che scrive o compone: debbono essere gli altri (coloro che lo leggono, che osservano le sue opere, lo ascoltano, etc.) a rendere una interpretazione del suo operato, a giudicarlo, pena...ne andrebbe della sua umiltà, in contrario caso! Ma io questa volta voglio derogare alla regola non scritta, ovvero voglio permettermi di essere scarsamente umile. Una volta un amico mi disse: "Luciano, nella vita devi essere umile, bisogna esserlo!". Non so se avesse ragione o meno, ma alla luce di quello che è accaduto dopo, non mi interessa oramai più di tanto. Forse, chissà, non era un amico: l'amico vero non ti ammaestra, non sciorina di fronte a te i suoi insegnamenti, ti prende e ti accetta per quello che sei, coi tuoi sbagli e le tue virtù, con le tue manie e le tue ossessioni, i tuoi difetti e i tuoi alti e bassi. Non è facile questo, lo so, ma se deve essere tale [amico] dev'esser così, a mio modesto avviso! Eppoi, mi sento di affermare che "il medico mai mi ha prescritto dosi di umiltà" nelle sue ricette: per lo meno non mi ha mai detto di essere umile vita mia natural durante, sempre e comunque. Ma torniamo al nocciolo della questione. L'aforisma che voglio commentare lo passai sul blog qualche tempo fa (sinceramente non sono andato a rivedere la data, ma non è importante questo!), era il seguente: "Odio la primavera perché finisce, ma non la baratterei mai con l'inverno". Sin da bambino, infatti, ho nutrito una sorta di idiosincrasia (termine forse poco digeribile per alcuni: non preoccupatevi, trattasi - né più né meno - di avversione per qualcosa!) per tutto ciocché si consuma, a causa del tempo o magari, semplicemente, per causa della "ruggine" stessa (a volte, infatti, anzi spesso, è proprio la maledetta ruggine che fa trascolorare ogni cosa, nè toglie ad essa l'ancestrale colore!), degli agenti atmosferici, dell'uso stesso che se ne fa (da un semplice oggetto, un soprammobile, un utensile casalingo o da lavoro, a una giacca, una maglietta o un'altro capo d'abbigliamento); per ogni cosa che si perda o vada via, per qualsiasi cosa che finisca. A volte, mano a mano che il tempo scorreva inesorabile davanti a me ed io - inevitabilmente - sono cresciuto (anagraficamente s'intende, ma anche fisicamente e forse, chissà, intellettivamente nonostante per molti sia un tipo strano - alcuni mi hanno giudicato essere "immaturo", anche, per via di questo mio lato caratteriale, diciamo un po'...andanseuse!!!) arrivando anche ad odiare le stagioni (la primavera, in particolare) e la vita stessa: proprio per il loro senso sfuggente (e sfuggevole) di bellezza che portano in sé, misteriosamente racchiudono, il loro trascolorarsi agli occhi di chi le guarda, la loro insita peculiarità di finitudine (e finitezza) che appartiene, del resto, ad ogni cosa (e ad ogni evento) passi su questa terra. Pur essendo, a volte, cupo e malinonico nei miei pensieri (e nel mio essere: ma il mio essere non lo cambierei con nulla al mondo!) tal quale alla fredda stagione (l'inverno), tuttavia essa [la primavera] non è possibile scambiarla o barattarla (appunto) con altro: mai lo farei, infatti, men che meno con l'inverno!

    Taranto, 5 febbraio 2021. 

  • 06 febbraio alle ore 8:26
    Nuova biografia

    Come comincia: BIOGRAFIA Cesare Moceo é nato a Palermo da una famiglia dove la ricchezza era una solo una realtá chiamata dignitá,dove,sono sue parole, l’educazione era affidata “alla cinghia dei pantaloni”.In una adolescenza vissuta di stenti riesce a proseguire gli studi concludendo il liceo scientifico col diploma di maturità e iscrivendosi in seguito alla facoltá di Medicina e Chirurgia,che abbandona dopo il biennio a causa di una sopravvenuta crisi interiore che si risolve con l’aiuto del fratello Pietro lavorando insieme nella ristorazione e divenendo ben presto ambedue importanti e di riconosciuto talento in quel settore.È di quel periodo la nascita della sua passione per la scrittura e per la poesia.Nel 1978 conosce la donna della sua vita,Concetta Cerniglia cefaludese doc,una signorina dolce e sincera che a diciassette anni sacrifica la gioventú per unire la sua sorte a colui con il quale ad oggi sta giá da quarantuno anni, donandogli due splendide figlie Manuela e Vanessa. Adesso,Cesare Moceo vive ed opera a Cefalù, ha compiuto 67 anni ed é marito padre e nonno felice.La sua carriera poetica é ricca di soddisfazioni;é presente in molte antologie (circa 70) che raggruppano affermati e emergenti poeti italiani.Diversi i premi che ha ricevuto nel corso degli anni. Ricordiamo: con la poesia «Il mio essere nonno», è stato premiato a Trevi al primo concorso «Poeta anch’io». Un'antologia nella quale è presente con una sua lirica è stata donata al presidente del museo egizio di Torino.A Roma, è stato premiato con la poesia «In corsia» scritta in occasione dell’intervento chirurgico al cuore che ha subito qualche tempo fa.La sua lirica “La leggerezza dell’essere” è stata premiata con la Menzione di Merito e la Lode alla creatività al 2° concorso nazionale Vox Animae. La sua poesia «E mi accorgo di essere un nuovo povero» ha ricevuto la menzione di merito al Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “Città di Genazzano”. La sua poesia «Siamo anime sfuggenti» fa parte in un’antologia dedicata a Papa Francesco e donata al Santo Padre che ha apprezzato con una lettera di ringraziamento al curatore.la sua poesia "Il buio dinanzi la siepe", incorniciata,è stata esposta insieme ad altre nelle sale del Museo Fondazione Venanzo Crocetti a Roma. Una sua poesia sul Natale é stata studiata dagli scolari di una scuola primaria di Palermo. Un’antologia contenente una sua poesia è presente nella biblioteca dell’esimio giornalista e importante conduttore televisivo Maurizio Costanzo.Con una sua lirica scritta per la poetessa Alda Merini,inserita in un’antologia a Lei dedicata,é presente con la stessa presso la sua casa-museo ai Navigli in Milano.Nel settembre 2018 gli é stata assegnata dall’associazione culturale “I Rumori dell’Anima” di Roma la targa alla carriera per meriti poetici.Ultimamente ha ricevuto un encomio dall’associazione Caffe Letterario di Cefalù per una sua poesia sulla Shoah. Insignito per quattro anni consecutivi del riconoscimento di cefaludese dell'anno per meriti culturali,dal febbraio 2021 è stato iscritto nell'albo d'oro dei Poeti Contemporanei Italiani Cefaluart e menzionato nell'enciclopedia nazionale 3° vol.dei poeti contemporanei della stessa Cefaluart .Ha pubblicato per lungo tempo le sue poesie sul giornale della sua Cefalù

  • 04 febbraio alle ore 19:39
    Genova per noi

    Come comincia: Provaci a tornare, ogni tanto, nella tua Genova, se vivi lontano da lei. I colori delle sue abitazioni, ti verranno incontro per primi. Tenui pastelli, in una vasta gamma, a cui non saprai dar nome, ma solo riconoscere dal tonfo al cuore, che ti raggiungerà alla prima visione. Quelle mura arabescate, quelle finestre trompe-l’oeil, disegnate solo per non perdere il ritmo di una visione attesa. Tetti d’ardesia, grigie piramidi nel cielo turchino, che si accendono al sole. Ti sorprenderà di ritrovare la presenza immediata delle colline, a chiudere in un abbraccio la città. Quell’abbraccio sicuro e verde, che ti sarà mancato, se avrai avuto la disgrazia di vivere in un mondo piatto. Il verde della natura scende all’azzurro del mare. Due colori che ti porti dentro per tutta la vita, se sei genovese e di cui hai perenne sete. Alberi, fiori, parchi esuberanti faranno da collante alla scena. Improvvisi, quasi inattesi, arriveranno i ricordi. Ti verranno incontro come fantasmi. Una strada, un nome, un’insegna, un profumo, un sapore. Un vagare disordinato nella memoria, alla ricerca di voci, volti, momenti, che hai perso nel tempo. Vi hai lasciato la tua vita sino ai vent’anni, il meglio che ti è stato concesso. E resti in bilico in una riflessione che ti disarma. – “Se fossi rimasto. Se avessi disubbidito alla mia famiglia?” – Avrei perso un’altra vita, un altro mondo. E sai rassegnarti.
     

  • Come comincia:  - Personaggi: un cane ed un gatto; poi...una voce narrante (cioè: che narra, inizialmente intorno ai personaggi stessi, sul luogo della scena e sulla descrizione; a volte, pure, interviene intromettendosi nel dialogo; mentre lo fa, alla fine del dialogo stesso, soltanto per concludere vestendosi a guisa di pretuncolo...col tirar delle somme e suggerir la morale); infine, un Dubbioso o Malinconico (lo è molto meno del dubbio...), sempre fuori campo, quasi sempre si intromette nel dialogo dopo la Voce narrante (a differenza del dubbio, però, e della Voce narrante, non si pone domande: semplicemente, egli rompe le palle!) ed anche il Bardo, cioè, colui che dice (mette) la parola FINE.   
     - Luogo della scena (la prima scena: le altre, dopo la prima, sono in altro luogo) e descrizione, ad opera della voce narrante.
     - Voce narrante: Da un bel po' il sole è tramontato (di tanto in tanto lo fa: magari per         non incrociarsi colla luna...in tal caso sarebbe eclissi solare, di luna, di sole allunato o     di luna che ha preso un abbaglio?!); in un vicoletto nascosto (non si sa se esso sia         cieco, però) e poco frequentato (nonché abbastanza putrido) d'una strada della città       grande (qualsiasi grande città della terra potrebbe andar bene!), ovvero frequentato       da ratti e da cattivi odori; ricco di cattive soprese, pertanto. Colà, (casualmente)               vanno ad incontrarsi (per fortuna non si scontrano, come spesso accade a soggetti         della loro specie, quadrupedi: i quali, pur non avendo corna...quando lo fanno                 succedono "botte da orbi"!) un cane (Randagio...molto) ed un gatto (Sveglio, ma non     troppo): lo fanno senza luci ed ombre (cinesi) ad intromettersi tra loro.
     - Cane: Ciao! Cosa ci fai, quì, a quest'ora, in un posto di mer...come questo? Non mi                    sembra proprio sia adatto a uno come te...sei tutto pulito e profumato! Io sono                Randagio, di nome eppure di fatto. Tu come ti chiami?
     - Gatto: Beh, forse hai ragione tu! Son capitato quì, per caso, per il mio bisognino...un                  fatto di natura! Piacere di conoscerti: io sono Sveglio, di nome ma no di fatto                     perché dormo metà della giornata e nell'altra metà ozio e mangio ciocché                       passa il convento...pardon, mi da il padrone!
     - Cane: Ah, d'accordo! Fortunato te, allora! Io mangio quando capita (Voce narrante: Il               cane è davvero pelle ed ossa: più pelle che ossa, a dire il vero!), quel che                       trovo in discarica o tra i cassoni del pattume, come questa sera: a volte                           qualche osso, pure, da spolpare (Voce narrante: Chissà, il povero cane, riesce               a trovare anche qualche ossa umana, tra un osso e l'altro...parrebbe cosa                       difficile assai, però, visto che quelle son già tutte belle e "spolpate", ancor                       prima che qualcuno le trovi!) o un po' di minestra, che mi lasciano in scodella                   persone del quartiere: è dura, sai, sbarcare il lunario senza ossi da                                   spolpare...niente di nulla da mangiare! Ma un tempo, credimi, non era                             così...bistecca (Voce narrante: senza osso?!) due volte a settimana eppoi                       spaghetti con polpette, ogni giorno, ossobuco e trippa alla domenica. Una vera               pacchia, per la mia bocca ed il mio ventre: lei non era mai sazia e l'altro non                   restava mai vuoto! Il padron mio l'era proprio un gran bel Signore: ne ha                         spolpato di gente...ossa, lui!
     - Voce narrante: Chissà, se il gatto afferri il senso delle parole del cane? Onori, glorie e               fortune non sempre spettano in vita a tutti - e per sempre. Queste,                                   dicono, che ognuno se le debba meritare: ma il cane, ahilui!, cosa                                   mai avrebbe fatto di male (e, soprattutto, a chi?) per non meritarsele?
      - Dubbioso o Malinconico: Ma si sa, gentilissimo pubblico, come gli stràli dell'avversa                 sorte non conoscano la bussola e si scaglino sovente in ogni direzione: a volte,               però, colpendo in maniera alquanto stramba, irriguardosa e                                               malevolmente...cinica.                   
    - Gatto: E poi, su, dimmi Fido...pardon, Randagio, cosa ti è mai capitato?
       - Cane: Beh, son caduto in disgrazia, il mio padrone è morto e...in quattro e quattro                   otto mi son ritrovato per strada, ramingo e a far la fame. Così io, un Randagio                 di nome, ahimé!, come ben tu vedi, lo sono diventato anche di fatto: è dura,                     sai, senza ossi da spolpare. Lo è davvero, credimi! M'é misero, l'é proprio una                 vita grama, la mia...un tempo ero come te, lustro tutto ed anche pulito; giravo                   al guinzaglio del padrone, ma almeno ero sempre con la pancia satolla e non                 dormivo sotto il cielo come faccio ora!
       - Voce narrante: Cazzo, però!
       - Dubbioso o Malinconico: Che sarà mai? Roba di poco conto, in fondo!
       - Gatto: Ma dai, su, non far così! La ruota gira nella vita, sai? Hai trovato me, se vuoi                  posso aiutarti e farti un po' di compagnia, adesso: almeno non sarai più solo!
       - Voce narrante: Sarà vero? Che strana combinazione! A volte, forse...capita!
       I due si fermano un attimo dal parlare...qualcuno, dal balcone d'una casa che da sulla  aperta strada, di fronte al vicolo in cui si sono incontrati, ha lanciato verso di loro qualcosa...è proprio un osso (così parrebbe essere, a prima vista). Il cane, allora, va verso l'osso, lo imbocca e poi torna nel vicolo dove lo attende il gatto. Riprende il dialogo.
    - Cane: Toh! Hai visto? Ogni tanto qualcosa di buono piove anche dall'alto! Ma cosa                    mi dicevi?
     - Voce narrante: Non è poi granché, quello che è piovuto...non è pioggia né grandine,                neanche la manna; contento lui! Ma si, è sempre meglio che nulla, in fondo!                    Meglio della pioggia e della grandine, non occorre neanche l'ombrello per                        ripararsi quando piovon giù dal cielo i miraco...gli ossi! 
      Il Gatto riprende da dove aveva interrotto.
     - Gatto: Ti aiuterò, eppoi, se ti va, qualche volta faremo una passeggiata insieme...Ti                  va di venirmi a trovare?
     - Cane: Si! Certo che mi va! E' sempre meglio del contrario...che non lo faccia tu, io                  non sono mai nello stesso posto ed a lungo, tanto a lungo da poter essere                      trovato da qualcuno. Sono un randagio, non dimenticartelo! Dimmi, Sveglio: il                  tuo padrone vorrà tutto questo o farà problemi?
     - Gatto: Ma no! Certo che no! Lui sarà contento e non farà nessun problema, vedrai! Il               mio padrone è un buon cristiano (Voce narrante: Sarà vero? Ma è un buon                     cristiano solamente? Oppure è anche democratico?) ed anche democratico                     (Voce narrante: Beh, beh! Allora si che siamo a posto! Il suo padrone è un                       democratico cristiano!). Gatti  e cani, cani o gatti per lui son tutti uguali.                           randagi, lustri o figli di putta...di cagna, senza famiglia oppure senza                                 nome che siano non fa differenza alcuna. Tratta tutti in egual modo: i cani                       son per lui come gatti e quegli altri come fossero cani. Mica roba da                                 piange...ridere, cosa credi?
     - Dubbioso o Malinconico: Mi sa che il gatto è proprio impazzito, no, no, è rinsavito                     eppoi...non mi pare neanche tanto coglione! Sembrerebbe aver proprio                           ragione, e dicasi sembrerebbe senza dubbio. Il suo padrone potrebbe essere                 davvero diverso da tutti gli altri padroni, che sono come gatti e cani, a volte;                     come quei gatti e quei cani cattivi che si azzannano tra loro per spolpare l'osso               di qualcun altro. Questo padrone è un cristiano democratico dal cuore tenero;                 anzi, è un democratico cristiano borghese dal cuore tenero, evidentemente, e                 no un democratico cristiano borghese e basta! Parrebbe non essere neanche                 più di tanto...imborghesito: a differenza del gatto! Sarà forse la pancia piena,                   che fa questo effetto, a volte, sui cristiani...sui gatti!
     - Cane: Va bene, allora! Mi hai convinto, ci sto! Ci vedremo qualche volta, a casa del                   tuo padrone.Ti verrò a trovare. Vivi da solo, con lui?
     - Gatto: No! Non sono solo! Con me c'è un'altro gatto: è femmina, si chiama                                 Dormiente. (Voce narrante: Cazzo! Mi sa che si cucca qualcos'altro, stavolta, il               cane, oltre alle ossa del padro...gli ossi! Dubbioso o malinconico: Siamo messi               male, diciamo che non siamo messi bene tra Randagi, gatti svegli o mezzi                       svegli e metà...dritti, e dormienti!). Viene dalla strada, prima viveva da randagio               come te. Il mio padrone la trovò, sporca ed affamata, lontano da casa, una                     sera, quando rientrava dal lavoro (Voce narrante: Cazzo! E' un padrone che                   lavora! Dubbioso o Malinconico: Non ho parole! Meglio che resti muto, allora!).               Le ha dato quel nome perché mangia dalla mattina alla sera e dorme (pure)                     quasi...nulla! (Voce narrante: siamo al paradosso, mi sa! I padroni sono                           cristiani e democratici, mentre i gatti si rimpinza...imborghesiscono! Dubbioso o               Malinconico: Sono senza parole eppure non dovrei...dovrei averne di cose da                 dire! Dov'è l'inganno? Tra padroni e gatti mezzi...svegli non ci si capisce più                     nulla!). Te la farò conoscere, se vuoi! E' carina, magari, chissà?
     - Cane: Certo! Certo! Non sarai mica geloso? Non voglio rompere le pal...uova nel                     paniere a nessuno, io. Sarò pure Randagio ma il tatto e l'olfatto non li ho                         ancora perduti!
      - Gatto: Non preoccuparti per me, non sono affatto geloso. Lei è carina, dolce e                         simpatica ma a me piacciono i gatti coi baffi e col pisello. Puoi star tranquillo,                   Dormiente ama moltissimo i cani ed andrete d'accordo, vedrai!
      - Voce narrante: Madonna di una puttana santa! Qua le cose si complica...la matassa               forse si sta dipanando?! 
      - Dubbioso o Malinconico: Sarà perché sono Dubbioso...mi nutro di dubbi ed a volte                   non capisco neanche me stesso. Questa volta ho dei forti dolo...dubbi, non                     solo su me stesso. Mi domando quando farà giorno, su questa vicenda...sarà                ora di andare a dormire!
     Scambiate queste parole il cane ed il gatto lasciano il vicolo e si spostano in strada, su un marciapiede vicino. Dopo riprendono a parlare.
      - Cane: Sai, caro gatto, a me non fa specie di quello che ti piace; può piacerti ciocché                ti pare, carote, zucchine, banane ed anche piselli senza baccello...verrò                          proprio a trovarvi; anzi, mi sa che lo farò molto spesso, l'idea di incontrare la                    tua amica gattina assai mi alletta...eppoi, farlo a pancia sazia è tutto un                            luccicar di stelle!
      - Voce narrante: Si! Si! Come no! Evidentemente il cane si riferisce alle stelle che                        luccicano nello stomaco, quando si è innamo...satolli: proprio come le farfalle,                  lustre eppure tutte luccicanti nello stomaco!
      - Dubbioso o Malinconico: Insieme alle stelle, chissà, profumeranno anche le stalle                    piene di mer...se son farfalle fioriranno, come disse il saggio una volta?!
      - Gatto: Ho piacere a sentirti dire quel che hai detto. Conta, in fondo, solo fare quanto                ci piace e no quel che vogliono gli altri si faccia! Ti aspetto quanto prima, caro                  cane. Ora devo proprio andare, ti saluto.
       - Cane: Ciao! Stammi bene pure tu!
       I due, dopo essersi amichevolmente accomiatati, prendono direzioni opposte. Il cane, con calma quasi pia...ossessiva si avvia verso l'opposto marciapiede, il gatto invece va via a passo più solerte: ha degli orari da rispettare, lui...cena e riposo, in fin dei conti, non possono attendere più di tanto! Il cane, poi, giunge in prossimità d'una grossa scatola vuota e si ferma davanti ad essa. Infine la raccoglie colla bocca e la porta via con sé. Si ferma, dopo essere arrivato a destino...destinazione e ci si infila dentro per dormire.
     - Voce narrante: Quando si è a pancia piena ci si innamora davvero d'ogni cosa, a                         digiuno invece è la fame che parla al posto tuo e...a quello dello stomaco,                       delle orecchie, del naso, della gola e degli occhi pure. La fame è nera, ma                       non è mai sorda, né muta, né cieca: ci sente, favella e ci vede pure                                 benissimo! La felicità...fame non guarda in faccia proprio a nessuno: è                             cristiana, democratica e borghese, lei, proprio come i padroni tutti!
      - Dubbioso o Malinconico: Ma quando si è visto o si è sentito dire da qualcuno (che                       cogli stessi suoi occhi lo abbia visto) che le farfalle fioriscono? Casomai,                         muoiono dopo essere sfiori...aver brevemente vissuto, quel poco tempo                           che gli è concesso di vivere in natura; il tempo necessario a non far cose                         inutili e a non sprecar di tempo, che nella clessidra la sabbia è ben poca                         assai e molto presto si consu...passa dall'altra parte. Allora, lei lo usa per                         mettere al mondo altre farfalle, magari sotto le stelle. Nascita, vita, morte,                       senza miracoli e senza domande da farsi né risposte da poter dare. Mi                            domando, però, ora, se la farfalla procrei a pancia piena?!
      - Bardo: La Voce narrante ed il Dubbioso, quei due assieme son peggio dei cani e dei                  gatti divisi tra loro. Meglio che taccian per sempre, meglio è posar sulla                            tomba la pietra...anzi, la pietra tombale e proferir la parola FINE!

                                   = Autocommento = (al Dialogo)
     L'autore, quà, si è (miserevolmente ma anche ragionevolmente) ispirato al teatro dell'assurdo (su tutti il sommo nonché pure magno Tommaso, in arte Beckett), ma anche a certi giovani "arrabbiati" britannici del dopoguerra; infine, ad alcuni autori tedeschi (quelli del "Gruppo 47") e al pazzoide più pazzo di tutti, ossia quel Rainer Werner Fassbinder che sapeva usare il coltello come pochi. Era un romantico nichilista, infatti, lui, anzi, era un nichilista romantico: tagliava, si, ma lo faceva con garbo. Magari, chissà, a qualche compagnia di questo mondo - e di questa epoca - verrà lo sghiribizzo di rappresentare quanto scritto ed al gentile pubblico la pericolosa idea di stare attentamente ad ascoltare. Ad maiora.

     Taranto, 27 ottobre 2020.
     

  • 01 febbraio alle ore 11:45
    Non sparate sulla puttana santa

    Come comincia: La chiamavano tutti la "puttana santa" per via d'un crocifisso d'oro che portava sempre appeso al collo. Il suo vero nome era Jolie, nessuno lo sapeva tranne la sua migliore amica, Christiane. Entrambe bazzicavano il quartiere di Saint-Pauli; entrambe erano scure di capelli: lei, Jolie, mulatta cogli occhi azzurri (suo padre non l'aveva mai conosciuto: dicono fosse sbarcato in città da una petroliera giunta dal Venezuela, trenta e passa anni addietro), l'altra era bruna naturale cogli occhi grigi da gattina impaurita. Ricevevano i clienti per strada, non avevano protettori, e si accoppiavano con loro dovunque capitasse: nelle auto di quelli, in un cantiere edile dismesso, sopra una nave abbandonata al porto, o semplicemente dietro una grande aiuola in un parco. Jolie e Christiane erano inseparabili, come due gatti siamesi; piangevano e ridevano all'unisono persino, sovente erano anche picchiate insieme: era difficile che avvenisse il contrario visto che si tenevano sempre per mano, quando camminavano nel quartiere, tranne...facevano orario continuato, notte e giorno senza sosta: si separavano giusto il tempo che serviva loro ad accoppiarsi coi clienti. Avevano messo da parte un bel gruzzolo, ormai; il loro sogno era quello di imbarcarsi su una nave da crociera per Santo Domingo: il sole, il mare, cielo terso e cristallino dei Caraibi per tutto l'anno. Loro, in fondo, conoscevano soltanto la nebbia dei freddi inverni di Amburgo, la pioggia e quel tanfo di fulìggine delle ciminiere delle fabbriche della periferia nella grande città, il rumoroso frastuono delle gigantesche gru dei cantieri navali al porto; avevano sempre dormito nei quartieri dormitorio della zona est, non facendo altro che battere le strade e fare marchette, sin da ragazzine senza aver mai visto, durante quella squallida vita trascorsa sino ad allora, un pedalò nè una spiaggia dorata o un tramonto in riva al mare. Avevano intenzione di cambiare, lo desideravano con tutte loro stesse: la forza per continuare li veniva di dentro, soprattutto quando incrociavano gli sguardi delle altre ragazze "normali", quando loro stesse si incrociavano con le studentesse liceali o quelle dell'università che parlano nei pub o nei bistrot del centro, oppure mentre si fissavano a spiare le coppiette di giovani fidanzati che limonano seduti sulle panchine dei giardini e degli immensi parchi. Il giorno della partenza era oramai vicino, fissato per l'autunno seguente: all'altro capo dell'oceano sarebbe cominciata invece la stagione del boom vacanziero e del flusso ininterrotto delle enormi navi da crociera provenienti da ogni parte del globo. Una volta sbarcate sull'isola, si sarebbero sistemate nella loro casa di fronte alla spiaggia di Boca Chica (l'avevano acquistata per procura tramite agenzia) e poi avrebbero aperto un piccolo bar insieme ad un amico del posto. Una notte, però, accadde l'imprevisto doloroso, l'imponderabilità del destino o meglio ancora, nel caso delle due ragazze, gli incerti del mestiere: Jolie venne uccisa con due coltellate al cuore. Christiane fu avvertita da alcuni amici, si precipitò sul posto (un vicolo buio) in cui era riverso il corpo esàngue dell'amica: quando si trovò vicina ad essa non pianse neanche un po' ma prese con le sue mani la testa dell'altra, li baciò i capelli e poi la strinse a sé, per alcuni attimi. All'arrivo della polizia, raccontò quel poco che sapeva e che aveva visto prima. Agli agenti poi, ai cronisti e ad alcuni curiosi raggruppatisi sul posto disse ad alta voce (il tono sembrava una sorta di proclama!):
     - Quella ragazza distesa per terra si chiamava Jolie, era una puttana come me; la chiamavano tutti la "puttana santa". Non sparate sulla puttana santa, per favore! Christiane partì in autunno, come aveva programmato di fare insieme all'amica, prima della sua morte. A Santo Domingo aprì il suo bar, coronando il sogno d'una vita intera. Ogni tanto, quando la sera suona la chitarra seduta sulla spiaggia intorno ad un falò, con gli amici, li capita un fatto strano: rivolge lo sguardo alla luna e dentro di essa scorge il volto sorridente di Jolie. Lei, allora, smette di suonare e manda un bacio all'amica morta. Una volta, alcuni ragazzi li chiesero:
     - A chi mandi il bacio, Christiane? - Lei, allora, rispose:
     - A una mia amica, il suo nome era Jolie ma la chiamavano tutti la puttana santa. Non sparate sulla puttana santa, per favore!

    Taranto, 31 gennaio 2021. 

  • 28 febbraio 2020 alle ore 9:47
    UNICUIQUE SUUM

    Come comincia: C’era una volta…Iniziare un racconto con questa espressione può sembrare troppo favolistico. Tempo addietro Alberto, superato brillantemente gli esami alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza di Ostia aveva indossato il grado di sottobrigadiere, denominazione  variata in vicebrigadiere da qualche ufficiale intelligente del Comando Generale forse domandandosi che ci dovesse fare un neo sottufficiale sotto un suo superiore di grado. A quei tempi, correva l’anno 19..c’erano ben altre assurdità nella vita militare, Alberto era in parte riuscito a ‘tamponarle’ con suo spirito romanesco, in altre parole prendendo poco benignamente in giro i suoi istruttori per lo più ignoranti. Esempio: un tale brigadiere, dai piedi più larghi che lunghi, invece dell’espressione  ‘adunata’ chiamava a raccolta gli allievi con ‘radunata’…tutto dire! Alberto neo promosso si era presentato al maresciallo della Legione di Messina addetto ai trasferimenti il quale lo assegnò a Lipari facendogli presente che nelle isole Eolie c’era una buona produzione di vino Malvasia, di capperi e soprattutto di pesce in primis le aragoste…Alberto capì subito l’antifona e si comportò ‘in maniera adeguata’. Ovviamente fu accontentato quando,  ‘onusto’ di prodotti eoliani chiese di essere trasferito alla sede di Messina. Non si poteva lamentare del soggiorno a Panarea, a Salina e a Filicudi  infatti durante l’estate c’era in giro molta ‘passera’, soprattutto straniera ma trascorrere l’inverno a Stromboli, ultima sua destinazione non se la sentiva proprio. Una sistemazione al Gruppo verifiche era quello che desiderava ed ottenne,  trascorreva le ore lavorando  nella sede delle ditte controllate poi era libero dalle diciassette in poi, festivi tutto il giorno. Stanco di dormire in caserma  con ovvi  rumori notturni dovuti al personale che montava e smontava dal servizio, arrivo di nuovi finanzieri in forza ai reparti alla sede, col pretesto di far posto a questi ultimi chiese di andare ad alloggiare fuori dalla caserma. Un colpo di fortuna: aveva conosciuto durante una verifica fiscale Riccardo Parisi commerciante di prodotti alimentari all’ingrosso che, in cambio di un ‘aiuto’ da parte di Alberto, gli aveva offerto un’abitazione in una villetta isolata di sua proprietà nella Strada Panoramica dello Stretto dove lui risiedeva con la moglie Olga Di Benedetto ed il figlio Valerio. Magnifico panorama specialmente di notte con la costa calabra illuminata e con il faro della Capitaneria di Porto che saettava nel buio rischiarando la costa siciliana, un silenzio rilassante e di primavera, la mattina, il canto degli uccellini, un Eden! Un sabato sera Alberto non aveva in programma di uscire, la giornata piovosa invitava a restare a casa e stava per andare in cucina per preparare la cena quando squillò il campanello di casa: era Riccardo: “Brigadiere che fa solo soletto, non penso che con questo tempo voglia uscire, che ne dice di mangiare da noi, mia moglie è brava in culinaria…nel senso che cucina bene.” Quella precisazione parve strana ad Alberto ma non volle essere maligno. “Olga, Alberto ha portato due bottiglie di vino bianco Verdicchio dei Castelli di Jesi, mettilo in frigo, penso che possiamo darci del tu, Alberto è un romano molto alla mano ed anche spiritoso come piace a noi.” L’Albertone era dello stesso parere anche perché aveva adocchiato Olga che vestita, in maniera piuttosto succinta gli aveva smosso l’appetito sessuale, era un po’ di tempo che andava in bianco… In camicetta senza reggiseno con conseguente movimento di tette e gonna mini. Olga era particolarmente allegra e portò in tavola un piattone di spaghetti cozze e vongole seguito da alici fritte e pesce spada alla griglia oltre che un’insalatona il tutto ben accetto da parte di Alberto. “Vedo che hai fatto onore al mio cibo, vorrei qualcosa da parte tua in compenso, che ne dici se ci sediamo sul divano e parliamo un pó…” Olga aveva scambiato il verbo parlare con quello più gradito di pomiciare, cominciò a baciare Alberto in bocca per poi aprire la camicetta ed alzare la gonna sotto cui aveva dimenticato’ di mettere gli slip… un invito palese che prese Alberto in contropiede per la presenza di Riccardo il quale: “Non ti preoccupare, a me piace accontentare mia moglie e tu le piaci…” Avuto un insperato nulla osta, Alberto lasciò libero di alzarsi il suo ‘uccello’ il quale fu imprigionato dalla bocca ardente della padrona di casa che, come digestivo ingoiò un bel po’ di prodotto del cotale ma non contenta si girò e mettendosi carponi da sola si infilò ‘ciccio’ in vagina. Allo ‘zozzone’ non parve vero poter fruire di un rifugio caldo ed accogliente e ci rimase a lungo con orgasmi multipli sia suoi che da parte di Olga. Nel frattempo Riccardo di stava masturbando guardando Alberto e la moglie, un cuckold! Nessun commento da parte dei due, c’era poco da dire se non che ‘contenti loro’. Alberto ad un certo punto della serata baciò in bocca Olga per ringraziamento, fece un inchino al ‘cocu’ e rientrò in casa felice e soddisfatto, aveva un futuro assicurato in quanto a sesso! Qualcosa cambiò nel loro ménage à trois: la notizia che l’otto giugno ci sarebbe stato a Messina un corteo del ‘gay pride’  peraltro patrocinato dal Comune. Partenza da Piazza Antonello arrivo a Piazza Unione Europea. Per questa occasione si fece vivo Valerio figlio di Riccardo e di Olga, notoriamente Gay che andò a trovare Alberto nel suo appartamento: “Caro anche se non vediamo quasi mai ti conosco per averti visto in compagnia di mia madre… a modo nostro tutti in famiglia amiamo il sesso. Ti invito al corteo del Gay Pride, c’è bisogno di far partecipare il più alto possibile di persone, qui a Messina si professano tutti religiosi per far piacere agli appartenenti alla Chiesa e preferiscono le processioni…” “Se potessi sarei felice di accontentarti ma conosci la mia posizione di appartenente alle Fiamme Gialle, i giornalisti potrebbero fotografarmi e passerei dei guai con i miei superiori.” Valerio, arrabbiatissimo, se ne andò sbattendo la porta d’ingresso ma per Alberto la storia non era finita, poco dopo si presentò Olga desiderosa di far felice il figlio, chi meglio di lei per convincere Alberto? “Caro ormai mi sono innamorata di te, per te farei qualsiasi cosa ma anche tu vienimi incontro, fai contento Valerio, ci penserò io a non farti riconoscere mentre marcerai in prima fila al corteo del Gay Pride. Primo: maschera da Carnevale in viso e poi indosserai i vestiti un po’ eccentrici di mio figlio, ricompensa da parte mia? Qualcosa di veramente speciale che ora non ti dico per non scoprire la sorpresa, intanto che ne dici di far suonare il tuo batacchio nella mia vogliosa bocca?” Il batacchio suonò ed Alberto la mattina del 6 giugno si trovò nel suo appartamento un Valerio travestito ed in gran forma, sembrava proprio una bella donna. Per forza di cose usarono l’autobus per raggiungere piazza Antonello dove sicuramente non avrebbero trovato posteggio. Durante il viaggio col mezzo pubblico ebbero un assaggio di quello che sarebbe  avvenuto più tardi, un dileggio da parte di alcuni passeggeri. Alberto sperava almeno che il ‘regalo’ da parte di Olga valesse la pena di questo sacrificio. Si trovò a sorreggere unitamente ad altri nove partecipanti alla manifestazione un lungo striscione con varie scritte tra cui ‘VIVA LA  L.G.B.T.’ di cui sconosceva il significato e poi finalmente il corteo si mise in marcia, c’erano pure dei gay calabresi. La Chiesa tramite un suo rappresentante aveva commentato: ‘Dissentiamo augurando un comportamento costruttivo’, non voleva dire niente ma ribadire che anche la Chiesa aveva i suoi bei problemi in fatto di sesso. Alberto ai lati dei marciapiedi riconobbe alcuni finanzieri che se la ridevano alla grande, se avessero saputo…Il cuore di Alberto diminuì dei battiti quando il corteo si sciolse dinanzi al Comune. Riccardo era stato previdente ed aveva posteggiato la sua Golf in via Argentieri, col cellulare aveva avvisato della sua presenza Alberto che non vedeva l’ora di poter ritornare a casa e tornare alla normalità. Un sabato sera il saldo della promessa: Olga in camicetta trasparente che lasciava intravedere le tette ancora in forma ed uno slip con dietro un filo e dinanzi un triangolo che lasciava trasparire una foresta nerissima. Con Alberto in camera da letto c’era l’onnipresente Riccardo più eccitato che mai, stavolta volle lui essere il primo ad entrare in bocca ad Olga che provò una sensazione nuova per lei, pareva avesse il clitoride in gola come Linda Lovelace. Rabbonito il marito, la padrona di casa di impossessò  del pisellone di Alberto e cominciò a strofinarlo fra le tette, poi tra i piedi ed infine direttamente nell’ano con qualche difficoltà ma con doppio gusto dato che aveva provveduto ad inserire un vibratore dentro la ‘tata’, orgasmo lunghissimo anche perché la signora era riuscita a farsi sollecitare il punto G da un Alberto in preda ad un delirio sessuale mai provato. Riccardo al solito faceva il ‘solitario’, scena da Kamasustra cui aveva partecipato visualmente, a mezzo di una telecamera anche Valerio dalla sua stanza insieme a Mirko, suo amico calabrese ben dotato di ‘batacchio’ su cui si era seduto andando su e giù magno cum gaudio…

  • Come comincia: dal teatro dell'assurdo; a: Samuel Beckett&Eugene Ionesco.
    Personaggi
     - Bardo scemo;
     - Coro (fuori scena);
     - Spettro (giovane);
     - Watt Molloy (nel racconto dello spettro).

    (contro; l'assurdità delle convenzioni "reali" e della realtà che le circonda, già scritta dagli uomini e...standardizzata, appunto, dalle convenzioni e dalla routine); pro: fantasia ed immaginazione.
                                               = Protasi o introduzione = 
    (lettura facoltativa ad opera del bardo scemo)
    - Perché - mi domando - realtà e immaginazione non possono coesistere?Il divario tra le due sfaccettature della nostra esistenza è, a pensarci bene, meno marcato di quanto non si creda e di quanto, in realtà, non lo sia...e le convenzioni di routine (o consuetudinarie) entrambe mortificano, anzi, mortificano eppure stroncano e tarpano le "ali" tanto all'una (la realtà), quanto all'altra (l'immaginazione). E pensare che non servirebbe tanto, anzi, ben poco basta - dico io, che sono solo scemo anziché altro! - affinché le due facce della stessa medaglia possano coesistere e pacificamente convivere: ci vuole soltanto un po'di fantasia, di minuta e povera fantasia (magari comprata alla rinfusa o di contrabbando, chissà!) - o immaginazione - appunto (nonché un foglio di carta bianco ed una penna a sfera che lo percorra tutto, in lungo ed in largo, apposta per riempirlo!)... Sì, basta poco; poco basta (me lo diceva anche il mio trisavolo, il duca di Camembert, che per niente era scemo come me, anzi, non lo era proprio ma che morì pazzo in un castello della Cornovaglia durante un temporale estivo: la sua morte fu meglio di un temporale, di quel temporale!); davvero veramente poco (ma poco poco, eh: non di più!) per creare una realtà diversa, una realtà "autre": una realtà di immaginazione. 

                                              = MONOLOGO =
    (lettura facoltativa al pubblico: da parte dello spettro).
    Per: masochisti lucidi - ed un po'scemi, forse - ma di certo non malati di "grandeur" (come lo sono, invece, gli abitanti della Franca Contea); intellettuali pazzi ed anarcoidi - di certo non masochisti mansueti, a riposo né a corto di idee - ma di certo non malati di "autocompiacimento" masturbatorio ed eiaculatorio: ovvero, giammai atti a masturbarsi la mente (no l'ano né il clitoride, direi!) di autocompiacimento.
    - Luogo della scena = Elsinor, regno di Danimarca (sopra una botola chiusa piena di pattume).
     - Sapete? - vi domando (e mi domando, chissà, me lo domando anch'io?!) dove sia l'isola di Carnascialia, anzi, vi domando (e mi domando, purtroppo!) dove si trova? (Diciamo che non ce l'ho presente...anzi, non lo immagino proprio!).
     (Coro): - O potenze onnipotenti del cielo, fatelo guarire; fatelo rinsavire dal (suo) male di vivere...riportatelo cortesemente, se potete (voi che tutto potete), sulla retta via!!! -.
     - Ma è molto, molto semplice, direi; anzi, piùcché semplicissimo, oserei proprio dire: si trova (cioé, si troverebbe) ad est, anzi, ad ovest ditutte le isole che non ci sono e non ci sono mai state neanche una volta (ma non essendo, però, essa medesima, né a est né a ovest - ed invero né a sud né a nord di...nessun posto!); e di fronte, in veritas, alla terra che non c'é e in dentro fino all'arcipelago di Nessuno (proprio come il nome di  colui che "non uccise" Polifemo...avete inteso bene: non siete sordi né claustrofobici!), cioé di Altrove; ossia: in qualche posto...sarà! (questo è sicuro: più certo di un assioma di fiori appassiti!).
     (Coro): - O potenze onnipresenti nel cielo, fatelo smettere, per favore; fatelo smettere davvero dal (suo) impossibile blaterare, dal suo farneticare rumoroso ed inverosimile!
     - Balle, son tutte balle: ma balle vere (sono), però...mic'altro! - Lo scorso anno un mio amico (Watt Molloy, un quarantenne brizzolato di Dublino, cioé un dubliners puro, figlio di Aaron&Rebecca) è stato lì; sì, per davvero...è proprio stato su quell'isola, tutto seriamente per intero e tutto d'un fiato: (vi) soggiornò per più di un mese (beato lui, forse; anzi, spero!), un fottutissimo disperso mese sul calendario (era febbraio o era dicembre? Chi può mai dirlo: nessuno sa quale esso fosse!)...soggiornò su quell'isola, sconosciuta e dimenticata dagli uomini e dal divino: aveva letto (dissero) del suo esistere su un depliant, che lo aveva trovato - bontà sua - in una agenzia turistica a Calcutta nord, la quale credo proprio si chiamasse (la) "Khamasutra's Farm 88&son".
     (Coro): - Dio mio! Questa non è follia cieca: è solo pura follia! -
    - Aveva letto, [lui], mi disse a bruciapelo senza urlare, tanto sul viso, quanto in dentro le orecchie (sì, era proprio lui, solo e soltanto lui, il mio amico Watt Molloy: il dubliners di prima!) quanto segue sopra quell'isola: "Trattasi di un luogo ove tutto evapora, anche l'aria; e (ladd) ove vi sono immense distese di papaveri gialli (di quelli coltivati nelle serre che non sono mica come quegli altri coltivati alacremente dai contadini del Kurdistan settentrionale: quelli sono altri papaveri...appunto!) e di mimose verdi (quelle coltivate in Brasile dai coloni portoghesi, non quelle coltivate ovunque dalle donne senza speranza ogni sette di marzo degli anni bisesti!). I fiori, anche quelli che non vengono coltivati (chissà perché mai succede così?) emanano, nottedì e nottegiorno, cioé quello dopo la notte precedente, un intenso profumo di mirto e di ambrosia (proprio quella tanto cara ai poeti): talmente spiccato da rendere l'aria (che, però, non c'è in quanto evapora ancor prima di venire al mondo!) quasi del tutto nulla...direi irrespirabile!
     (Coro): - Oh, angeli del cielo, pensateci voi; pensateci voi ve ne preghiamo!
     - Ora, credo, che in molti si domanderanno (non certo su "due piedi", ma senza ombra di dubbio con la voglia in canna di spa...sapere!) così: - Ma l'aria è davvero irrespirabile, pro...tanto irrespirabile su quella dannata isola? - Sì, sì, proprio tanto - rispondo io; allora...- lo è talmente (almeno tanto quanto) che neanche una coppia di cani segugio, accoppiata da molti anni, ed anche perfettamente addestrati (poco importa se a Camp David: nei pressi del luogo in cui, nel 1979 si riunirono i più grandi coglioni della terra, vi è un CAC = campo addestramento cani; o in Transilvania: nei pressi delle tenute di appartenenza, un tempo, al Principe Vlad III°di Valacchia, vi è un ulteriore CAC = più rinomato dell'altro!) nella ricerca di tartufi...no, di cadaveri morti (o di persone scomparse&presunte vive) riuscirebbe a trovare, in una fogna, il cadavere - appunto - in avanzato stato di putrefazione di un barbone (morto), nascosto perdipiù in un sacco per la spazzatura: pieno di escrementi (sterco&urina tutti insieme!!) di cavallo! Ora...- capito l'antifona?; no, no...avete capito che razza di profumo giri e che vige su quell'isola? - .
     (Coro): - Fatelo rinsavire: vaneggia!
     - Balle, belle e buone: ma sempre balle; non vaneggio: sono più lucido di ieri; e ancor più di ieri l'altro, direi! Allora, dicevo che il mio amico (Watt, sempre lui: è l'unico che io abbia mai avuto!) - poi - mi disse d'esser stato lì un mese intero (potrebbe essersi trattato di un mese tra agosto e settembre: ma come dettovi innanzi nessuno lo sa per certo!), senza - tuttavia - esserci mai sta...arrivato; & di esserci arrivato senza esserci mai stato: lo fece con un aereo invisibile (lo era, seppur non fosse un'aereo "privato"!), privo di equipaggio ma col pilota automatico perfettamente addestrato per la bisogna (credo si trattasse di un Boeing 747 della linea tutta d'un pezzo, battente bandiera di Andorra, "Direkt where you want") che lo portò sin quasi vicino all'ingresso di un hotel trasparente (anzi, pressappoco invisibile!); ch'era (già) - uno dei due hotel esistenti sull'isola - (l'altro esiste già, ma...deve ancora esser costruito!): tutto ricoperto d'oro blu (fu importato - deve essere così - con containers tascabili modello, "Maske"&"Tex", tutti provenienti dalle terre sottovento, su una nave che si chiamava "Beagle" o forse...era proprio la "Hesperance", chissà!) e magnòlie rosse lustre e luccicanti; anzi, luccicanti e basta...di rosso!
     (Coro): - Santo Iddio: sei proprio sine speranza, caro spettro!
     - Eppure il mio amico, si proprio lui; anzi, ancora - e sempre (di) più - lui, pure mi disse, però, d'aver prenotato una room (con bagno senza doccia, ma con vista sul mare: beato, beatissimo lui!) in quel dannato fottutissimo hotel: tuttavia, a parer mio, resta il fatto che è inconfutabilmente certo - o quasi - che quell'hotel, essendo piùcché trasparente, anzi, invisibile non avesse né room, né reception, né tantomeno altro...nulla, nulla e nulla di niente! Lui, però, il mio amico (era sempre e solotanto Watt Molloy, di Dublino: anzi, direi proprio  quel particolare Watt Molloy e no un'altro!) mi disse di avervi soggiornato in quell'hotel: è contento lui, contenti tutti quanti!
     (Coro): - il tuo amico, caro spettro, era proprio sine speranza e quando ti raccontò ciocché tu vai dicendo, vai blaterando ora, era proprio in quello stato...così, ancor prima che lo fossi e diventassi come e peggio di lui!
     - Senza speranza non lo è mai nessuno: anzi, sine speranza, qualche volta, qualcuno lo diventa; cammin facendo e suo malgrado...mettendoci del suo, magari, ma senz'altro a furia di prender calci nel culo! Ma mettiamola pure così, riguardo al mio amico: diciamo che non essendo mai stato un lurido e sacrosanto bugiardo e neanche uno squallido baro della mente di professione, cioé, non avendolo conosciuto io mai come tale, perché mai, mi domando, non avrei dovuto credergli?
     (Coro): - siete proprio "senza speranza", tu e il tuo amico, caro spettro!
     - Balle! Son tutte balle vere queste che racconto; dovete credermi! Infatti, infatti, sono tutte vere...proprio tutte quante: per filo e per segno, sennò perché le racconterei?! Alla fine di tutto, perciò, dovrei; anzi, devo proprio dirvi ciocché vado a dire...segue: il mio amico (Watt Molloy, di Dublino), che non è mai stato (bontà sua!) - credo (anzi, lo spero vivamente...lo penso!) - vita natural durante un figlio di puttana emerito né tanto meno matricolato (e ci sarebbe, chissà, pure da giurarci!), visto che sua madre, il cui nome da nubile era Rebecca Twist &...Wilson, e la quale fu una santa donna, lo mise al mondo in uno spedale cattolico di Belfast dopo averlo "regolarmente" concepito in una volta sola insieme al padre, il quale da celibe, nonché pure da sposato, faceva di nome e cognome Aaron O'Gara Molloy...- lo lessi proprio avanti ieri, casualmente, sfogliando gli obituaries del Wall Street Journal, anzi, sul Times (mica "pizza&fichi" a cena, mica roba da ridere da quattro soldi bucati:mica...o sti cazzi!) alla pagina 999 dell'edizione del giorno prima, anzi, della sera precedente - è morto molto prima d'un anno fa (probabilmente sarà un anno e mezzo) non lasciando in giro né figli orfani, né mogli vedove, però: (e) quindi - é - probabile, quasi piùcché facile, che non ci sia mai stato a Carnascialia!
     (Coro): - Sei proprio senza fondo, spettro...irrimediabilmente!
    - Tuttavia, io stesso il giorno prima dell'altro avevo già letto sul World Almanac of Mysterious Land del 2016, edito dalla casa editrice Penguin di Londra (roba grossa davvero, mica cavoli verdi a colazione!) dell'esistenza dell'isola suddetta, di quella detta isola...di Carnascialia. Tengo a precisare tantissimo, infatti, che il suddetto libro, a pagina 869, riporta la dicitura seguente: "Carnascialia, è l'isola (dis) abitata da circa 3800 abitanti, con la superficie di 0,000,000 chilometri quadrati. Essa si trova...bla, bla, bla; comunque, di certo da qualche posto si trova: visto che é scritto in quel po'po' di libro deve essere per forza cooosì! Per cui, da ciò tutto di cui "sopra" dettovi - e delucidato - (ne) deduco due salienti fatti, che sono assurdi sinanche all'inverosimile ma di certo non fantastici, anzi, direi che essi sono assurdi (assurdamente) veri, cioé inconfutabilmente veri e piucché certi: in primis, che il mio amico carissimo (Watt Molloy: uomo integerrimo e giusto che però non è stato incoronato santo da nessuno!) è stato su quell'isola almeno una volta, nella sua vita; la quale isola, tuttavia, forse non c'é; in secundis, che quell'isola forse - sì - non c'è, ma il mio amico - proprio là - c'é stato per davvero...seppur dopo esser morto, a seguito di una lunga e sfortunata malattia: e non prima!
     (Coro): - Sei proprio senza fondo, spettro...irrimediabilmente (come è vero che le calendule sono dei fiori e no delle scimmie antropomorfe della Nuova Guinea!). Pregheremo per Voi, per te e per lui, con solerzia; pregheremo ogni giorno per la vostra salvezza anche se non c'é speranza per due tipi come voi...sarà perfettamente inutile: nulla potrà mai salvarvi!   

     
       

  • 27 febbraio 2020 alle ore 18:02
    Sport's memories: Orenthal James Simpson

    Come comincia: E'stato uno dei più grandi runners (corridori) nella storia del football americano. Nato a San Francisco il 7 luglio del 1947, fu soprannominato "the legend" al termine della finale di college del 1967 tra U. S. C. (University of Southern California, la sua università) e U.C.L.A. (University of California - Los Angeles). Nel corso della gara Simpson aveva segnato la meta decisiva dopo una corsa di ben sessantaquattro yards. Nel suo anno da senior vinse l'Heisman Trophy, riconoscimento che premia il miglior dilettante della stagione. Fu anche sprinter di valore eccelso: durante la carriera universitaria aiutò U. S. C. a battere il mondiale della staffetta 4x110 yards (402,34 metri) per ben tre volte (tutte nel 1967) correndo insieme ai compagni Earl McCullouc, Fred Kuller e Lennox Miller, giamaicano; nello stesso anno stabilì anche il personale di 9'4 sulle 100 yards che gli valse il sesto posto ai campionati N. C. A. A.

  • 21 febbraio 2020 alle ore 16:15
    I due giunchi (la ragazza di fiume)

    Come comincia:  - Allora, mi vuoi portare ad appoggiarti sulle sponde del tuo corpo nudo? - Chiese Dalila al suo amante.
     - Certo, - rispose quello, con voce lieve; - mi piacerebbe tantissimo abbracciarti, stringerti tra le mie braccia e poi fare l'amore con te...a suggellare la nostra passione e il nostro volerci bene attraverso indimenticabili momenti di voluttà e piacere. Poi, insieme, come due giunchi inermi lasceremmo le sponde dei nostri corpi e ci faremmo trasportare dalla corrente: restando in balia di essa, delle nostre fantasie e dei nostri sogni...

    Taranto, 21 febbraio 2020.

  • 18 febbraio 2020 alle ore 10:13
    Non si può imprigionare il cielo...

    Come comincia:  Una volta mi trovavo disteso a terra su uno sterminato campo pieno di fiordalisi e girasoli in amore; e mentre andavo osservando in faccia il tersissimo cielo presente sopra i miei occhi, una piccolissima farfalla arcobaleno di getto si avvicinò a me e mi parlò:
     - Ehi, tu, steso a terra; si tu, proprio tu, quando osservi così il cielo te lo puoi disegnare in te stesso il suo immenso spettacolo, il suo grande palcoscenico: e qualora passi l'ombra di una nuvola sul tuo corpo disteso, e se lo racchiuderai (poi) nel tuo cuore e nel tuo (di) sguardo avvertirai "qualcosa". Dopo di che, la farfalla volò via...ma io, dentro di me, pensai: - come si fa a racchiudere il cielo nel cuore, imprigionarlo in uno sguardo...significherebbe, semmai, fermare l'orizzonte in un ricordo!

  • 18 febbraio 2020 alle ore 10:12
    Il circolo degli zozzoni

    Come comincia: Facevano parte del ‘Circolo degli Zozzoni’ non delle persone ‘litigate’ con l’igiene ma degli anticonformisti in senso sessuale. Per lo più benestanti, la maggior parte abitavano a Borgo Pinti a Firenze. Fra di loro vi erano anche delle persone cosiddette normali per lo più impiegate in uffici pubblici e privati. Cosa poteva capitare di peggio ad una ragazza timorata di Dio? Dover frequentare il circolo suddetto non per sua scelta ma per decisione  del marito. Cristiana era una ventenne figlia di Lorenzo, direttore di un Ufficio Postale e di Laura casalinga che sino al diploma di ragioneria era stata in collegio in un istituto religioso. Era tanto devota alla fede cattolica da pensare di farsi monaca ma un episodio increscioso accadde nell’istituto dove la ragazza era interna. Un giovane prete nominato confessore delle suore aveva avuto una liaison con la madre superiora, scoperti sul fatto i due furono ‘consigliati’ dal Vescovo a tornare allo stato laicale, lo stesso alto prelato riuscì a non far trapelare la notizia al di fuori dell’istituto ma Cristiana ne fu turbata tanto da rinunziare ai voti. Un lutto tremendo colpì la ragazza,  i suoi genitori inviatati a pranzo dal contadino che conduceva un loro terreno, malgrado le assicurazioni del fittavolo di loro innocuità mangiarono dei funghi velenosissimi, persero la vita dopo due giorni di ricovero in ospedale, solo un trapianto di fegato avrebbe potuto salvare la loro vita ma non c’erano donatori disponibili. Cristiana per rispetto dei suoi genitori fu assunta come impiegata all’Ufficio Postale del padre, il resto della giornata lo passava nella casa ereditata dal gnutore, in solitudine, strettamente vestita di nero. In ufficio, aveva attirato l’attenzione di Giovanni (Vanni per gli amici) che aveva preso a farle una corte discreta. Intrisa della mentalità della sua famiglia che una ragazza non deve restare nubile ma essere affiancata un marito affidabile, accettò la corte di Vanni e dopo due mesi si sposarono in chiesa, la sposa rigorosamente in bianco e lo sposo con smoking affittato, non era ricco di famiglia come Cristiana ma era stato attirato dal denaro della consorte la quale come primo atto affettuoso pensò bene di regalargli una Alfa Romeo Giulia, auto tanto da lui magnificata. Prima notte di nozze a Roma in un albergo con garage per gli ospiti, posteggiare nella capitale era un’impresa. Dopo una cena sobria prima sorpresa per Vanni, Cristiana pretese prima di andare a letto di spegnere tutte le luci della stanza, il neo sposo avrebbe voluto per la prima volta vedere in costume adamitico e meglio evitico la consorte, mah… Previdente e immaginando la verginità di Cristiana , le pose sotto le natiche un asciugamano, mossa previdente perché dopo una bella fatica in quanto la ragazza si ritirava dinanzi ad un ovvio dolore riuscì a far diventare signora la signorina Cristiana. Quella fu la prima e ultima volta, Vanni comprese che per lui c’era poca ‘trippa pé gatti’come si dice nella capitale.  In seguito provò col cunnilingus, con la fellatio, con la masturbazione, niente da fare: tutte opere del diavolo. Un diavolo per capello ce l’aveva Vanni,  abituato a femminucce disponibili non riusciva a comprendere la riottosità della sposa. Tornati a Firenze lo sposo la sera tornò a frequentare il ‘Circolo degli Zozzoni’ come da sua inveterata abitudine, non ebbe il coraggio di invitare  la moglie, le disse di un circolo cui era iscritto ma non il nome e chi lo frequentava, avrebbe provocato in lei un collasso! Accolto con grandi feste dagli amici dovette confessare la sua situazione sessuale, gran stupore da parte di tutti maschi e femmine e poi il solito ‘aggiusta cose’ Cecco che: “Io una soluzione ce l’avrei, Vanni non so se sarai d’accordo perché è, diciamo così un po’ drastica.” “Fatti uscire il fiato, ormai sono disposto a tutto.” “Bene, si dovrebbe presentare uno di noi a casa tua, far finta di essere  il marito legale, dopo una ovvia risposta stupefatta di Cristiana, farsi fare due carte d’identità scambiandoti con …vediamo un po’, ci vedrei bene Fredo ha la faccia tosta, è scapolo, ricco, nulla facente ed è un bel tipo, certo ci potrebbero scappare le corna ma penso che ‘a mali estremi estremi rimedi’” Vanni accettò facendo presente all’interessato che non sarebbe stato facile recitare la sua parte ed infatti il giorno dopo Fredo  prima di pranzo suonò il campanello di casa Vanni. All’apertura della porta: “Cara ho dimenticato le chiavi a casa, un bacino come stai?” Cristiana si ritrasse confusa e inorridita, chi era costui, un Carneade di manzoniana memoria? Quando riuscì a riprendere fiato: “Guardi questa è la casa mia e di Vanni, mi dispiace per lei signore, buongiorno.” “Cara dimmi che è uno scherzo…” Come risposta ebbe una porta sbattuta di porta in faccia. Nel frattempo Vanni era entrato con Fredo in casa di quest’ultimo, sarebbe stata la sua residenza per chissà quanti giorni finché lo scherzo non avrebbe avuto una soluzione. Il giorno successivo sempre dopo pranzo Fredo si ripresentò in casa di Cristiana che era preoccupata sia per lo scambio di persona che per il non ritorno a casa del marito. “Cristina ieri ho dovuto dormire a casa di un amico, basta cò stò scherzo che non mi riconosci, guarda questa è la mia carta di identità.” Cristiana controllò il  documento e: “Sono confusa, torni domani….” Don Duccio confessore di Cristiana prima ascoltò tutta la storia, ma da un punto di vista religioso non c’era soluzione: “Figliola prova a contattare uno psicologo, non so che altro consigliarti.” Cristiana aveva imparato a non fidarti degli psicologi, finora nella religione cattolica  non erano considerati dei buoni consiglieri, la maggior parte erano atei o agnostici, credevano solo nella scienza ed allora? Anche in considerazione della assenza dall’ufficio ufficio di Vanni (messosi in aspettativa), Cristiana cominciava a credere che effettivamente quello presentatosi in casa sua fosse suo marito, dopo tanti tentativi da parte di Fredo lo fece entrare anche se riluttante. “Senta ha mangiato?” “Cara darmi addirittura del lei, sei rimasta ai tempi del ‘Gattopardo’! Quante  buone qualità penso avrai ereditato da tua madre Laura compresa l’arte culinaria.” Questa frase fu il tocco finale a convincere Cristiana, era sicuramente suo marito altrimenti come avrebbe fatto a conoscere il nome di sua madre peraltro deceduta. Fredo era un ‘conquistatore di donne a getto continuo’ di Petrolinaria memoria. “Cara vorrei abbracciarti, hai un profumo meraviglioso di donna…” e fece seguire le parole al gesto. Anche Cristiana percepì la stessa sensazione mai provata prima, lasciò che ‘suo marito’ le mettesse le mani fra le cosce e la baciasse a lungo, aveva chiuso gli occhi ormai abbandonata alle deliziose sensazioni sessuali. Fredo era un furbacchione e al momento in cui Cristiana era al culmine del piacere: “Mia cara sinora mi hai respinto, se andassi avanti mi sembrerebbe di stuprarti…” La ‘cara’ ci rimase male ma dovette dare ragione al marito, si abbandonò sul divano ad occhi chiusi. Per Fredo fine del primo round vinto per KO. Dopo cena dinanzi al televisore poi: “Vanni sono un po’ stanca che ne dici di andare a letto?” “Mi vedo un altro po’ di TV e poi vengo.” L’attesa fa aumentare il desiderio, e così fu, a Cristiana, inaspettatamente anche per lei, venne una voglia smodata di sesso, prese in bocca il membro eretto di Fredo ingoiando pure senza problemi lo sperma, non appagata da sola si mise nel fiorellino un pisellone che all’inizio le fece un po’ male ma poi…Dopo circa un’ora Cristiana riprese il ‘ben dell’intelletto’ nel senso che si rese conto del suo operato ma pensò che finalmente… Volle uscire di casa nell’auto Mini di Fredo, Vanni dalla finestra vide la scena e pensò che finalmente anche lui avrebbe potuto usufruire delle grazie della consorte, povero illuso. La sera Fredo e Cristiana fecero un ingresso trionfale nel ‘Circolo degli Zozzoni’ con ovvio tremendo casino: Cristiana riconobbe il suo vero marito in Vanni che speranzoso si avvicinò alla consorte rimediando uno schiaffone tremendo, tutti compreso Cesco batterono le mani senza un motivo preciso, i toscani sono famosi per essere degli apprezzatori delle burle già dai tempi del Boccaccio. Vanni cercò di abbracciare  la consorte, non solo non ci riuscì ma Cristiana andò lei a prendere sotto braccio Fredo e lo trascinò in auto, destinazione casa sua, (era di sua proprietà).Vanni completamente instupidito pensò di ‘farla finita’ ma circondato dagli amici prese per buone le parole fi Gigi l’unico romano del circolo: “A’ coso, ricordete che pè ‘na fregna persa ne trovi cento, guardete ‘ntorno …” Nessuno si offese, erano tutti dei buontemponi! Vanni imparò la lezione, cambiò la sede di lavoro, ci guadagnò perché nel nuovo ufficio incontrò una signora Selvaggia, di nome e di fatto che lo apprezzò come uomo anche col beneplacito del marito Cosimo che, oltre che vecchio e malandato in salute era un filosofo: meglio un amante della moglie in casa che…’ boh il resto nella mente del cocu.

  • Come comincia:  -  Quella montagna, laggiù, sembra così insignificante ma potra decidere il nostro destino! - Disse il capitano Akab all'equipaggio in fermento, mostrando ben alta la croce rosso fuoco che teneva stretta nella mano destra.
     - Signore, signore, signore! - Gridò il piccolo mozzo Jim Hawkins.
     - Che c'é ragazzo? - Disse allora Akab.
     - E'la montagna incantata, quella, signore? - Chiese Jim.
     - No, ragazzo, - rispose Akab; - assolutamente no, ma alle sue pendici costruiremo la nuova grande arca e veleggeremo verso il "futuro".
     
    da: "Quaderni psichedelici", 2017. 

  • 17 febbraio 2020 alle ore 10:42
    Amori folli... ancora (ancora&ancora!)

    Come comincia:  Il mio amico Johnny amava tantissimo le rondini: un giorno, però, sparò a due di loro che volavano in cielo tra le nuvole, uccidendole. Egli amava la sua donna, l'amava più della sua stessa vita: un giorno, però, la uccise sparandoli in mezzo agli occhi; egli amava la (sua) vita, l'amava alla follia: un giorno, però, la prese a calci e si impiccò!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017. 

  • 16 febbraio 2020 alle ore 9:51
    UNA STORIA ROMANTICA

    Come comincia: In pensione da qualche anno, moglie più giovane ancora a lavoro come passare il tempo? Questo era l’interrogativo di Alberto Proietti che ormai …enne ripercorreva la sua vita passata aggiungendovi un pizzico di fantasia che è come il peperoncino, sta bene dappertutto. A trent’anni, maresciallo delle Fiamme Gialle, in divisa faceva la sua ‘porca figura’ (scusate l’espressione) con le femminucce sia giovani che meno giovani, forse il fascino dell’uniforme con un ‘pizzico’ di charme personale, ed anche per qualche battuta di spirito romana. Era stato trasferito d’ufficio in quella terra meravigliosa che è la Sicilia soprattutto da un punto di vista paesaggistico:  mare e montagne compresi due vulcani attivi (Etna e Stromboli) che ogni tanto facevano sentire la loro presenza, lati negativi? Ovviamente la mafia, negli ultimi tempi combattuta con un certo successo ma purtroppo anche di una classe politica degna…di miglior causa. E dire che in passato alcuni politici si erano fatti onore a livello nazionale, ora purtroppo la corruzione ‘magna inundat’, detto in latino fa maggiore effetto ma il concetto è sempre quello: disonestà dei pubblici funzionari. Alberto era preparato nel suo lavoro di esperto in verifiche tributarie ed era riuscito a farsi apprezzare anche per un suo hobby, la fotografia. Aveva attrezzato in caserma un laboratorio fotografico in cui sviluppava sia le foto degli arrestati che le cerimonie e soprattutto foto scattate dall’elicottero per scoprire piantagioni di cannabis fra quelle di mais nascoste in terreni impervi. Aveva ottenuto risultati degni di rilievo molto apprezzati soprattutto dal suo Comandante di Legione che aveva avuto riconosciuti meriti a livello nazionale. Piccola dimenticanza: a Messina dove Alberto era di stanza ci sono due laghi vicino alla frazione di Ganzirri, laghi in passato adibiti all’allevamento di cozze molto apprezzate dai buongustai. I predetti laghi erano stati abbandonati, nessun commento altrimenti bisognerebbe stigmatizzare che le sopracitate cozze che si trovavano sul mercato messinese venivano importate dal nord Italia! Alberto aveva due ‘hobby: le femminucce e le auto.  Per quest’ultime era stato fortunato perché, in seguito al lascito in contanti da parte di una zia, aveva potuto soddisfare finalmente il desiderio di possedere una Alfa Romeo Stelvio. Anche per l’abitazione era stato fortunato: aveva acquistato una villa a schiera  vicino alla spiaggia di Mortelle, località balneare. L’altro condomino era un certo Alfio Marino proprietario di un grosso peschereccio che esercitava la professione in tutto il Mediterraneo. Per non rientrare ogni volta col pescato a Messina lo affidava alle navi di linea che da Lampedusa arrivavano nella Città dello Stretto. La consorte Fiorella Lombardo, da poco maritata con Alfio non sapeva come passare il tempo soprattutto d’inverno. Da subito aveva adocchiato Alberto  che all’inizio aveva pensato di ‘buttarsi’ ma, ragionandosi sopra capì che non era il caso per una serie di motivi e così faceva lo gnorri agli sguardi invitanti di Fiorella venendone ovviamente mal giudicato. Alberto spesso si accompagnava con femminucce non tanto silenziose facendo adirare ancor più Fiorella che pensava di essere (ed era)  un bel pezzo di mora molto appetibile. L’episodio più eclatante fu quando Alberto, di ritorno da Catania dove in un famoso night aveva fotografato un contrabbandiere internazionale di droga, era stato rimorchiato da una biondona da  togliere il fiato, tale Daiana Santos una miss che gli aveva chiesto un passaggio in auto sino a Messina prontamente accontentata da Alberto. Sistemata in villa la ragazza aveva dovuto lasciarla per recarsi in caserma al fine di sviluppare subito le foto del  contrabbandiere, foto richieste urgentemente dal Comando Generale della Guardia di Finanza. Passata tutta la notte, erano le sette di mattina quando finito di  stampare tutte le foto in bianco e nero e, consegnatele al Colonnello Comandante fece ritorno a casa speranzoso, anche se stanco, di godere delle grazie di Daiana ma…”Caro maresciallo una sorpresa per te, vuoi sapere qualcosa di speciale sulla tua amica?” Fiorella era dinanzi alla porta del garage in nuda coperta da  una vestaglia. “Non vorrei essere scortese ma…” “Non la faccio lunga, la tua amica ha qualcosa in più che tu non sai, è un trans, ha un uccello pronto per il tuo poco onorevole culo, buon divertimento!” Alberto rimase seduto in macchina, quelle poche forze che gli erano rimaste erano sparite, chissà come Fiorella aveva scoperto l’inghippo, in ogni caso decise di non dargliela vinta. Entrato in casa fu accolto con slancio da parte di Daiana che in baby doll era ancora più attraente. La ragazza per fortuna parlava italiano che aveva appreso Rio de Janeiro dai nonni siciliani. Dire che Alberto fosse confuso era un eufemismo, per prima cosa riempì d’acqua la vasca da bagno, la profumò con  dei sali alla violetta e fu raggiunto da Daiana che inaspettatamente era nuda o nudo con tanto di ‘ciccio’ in evidenza. “La tua vicina mi ha vista nuda dal buco della serratura, sicuramente ti avrà riferito che sono un trans e quindi nessuna novità per te, se non accetti la mia presenza accompagnami alla stazione, ritornerò a Catania:” Chi disse che le donne ne sanno una più del diavolo certamente si riferiva ad un episodio che circolava nel Medio Evo ma che, come in questo caso rispondeva a verità: la parte femminile di Daiana le aveva consigliato di dire subito ad Alberto la verità sulla sua vera natura. Alberto riguardò bene la brasiliana ed inaspettatamente: “Se sei d’accordo ‘userò’ solo la tua parte femminile…” Daiana era d’accordo e Fiorella per giorni masticò amaro dato che Alberto, tappato il buco della serratura di casa sua non usciva più volutamente dalla sua abitazione. In compenso  usando le peculiarità di Daiana conobbe in campo sessuale sensazioni mai provate prima. Dopo una settimana, di notte Alberto accompagnò Daiana alla stazione ferroviaria e rientrò a casa senza che Fiorella se ne accorgesse. Altra novità: Alfio il marito della vicina di casa col suo peschereccio fece ritorno a Messina per una verifica ai motori. Volle che la consorte gli presentasse Alberto e talvolta i due andavano insieme in auto sino a Messina centro. Alfio era il classico marinaio: non molto alto col viso e le braccia bruciati dal sole e dalla salsedine. Rimase a casa sua per quindici giorni ed alla partenza:”Penso che mia moglie possa essere rimasta incinta, per favore dagli una mano qualora avesse bisogno…” Come da previsione del marito  a Fiorella mese dopo mese aumentava il pancione finché una notte Alberto sentì bussare alla porta da casa sua: Fiorella aveva le doglie ed Alberto infilatesi un paio di scarpe, in pigiama (era luglio) la accompagnò al pronto soccorso dell’Ospedale Papardo, dopo un paio di giorni la notizia del lieto evento: era nata Rossella paffuta bambina di quasi quattro chili. La notizia fu comunicata al padre che seguitò la sua vita sul peschereccio senza far ritorno a Messina. La vita di Alberto e di Fiorella proseguiva su binari paralleli, Alberto in servizio e talvolta in buona compagnia, Fiorella si prendeva cura della figlia a tempo pieno. La bimba crescendo diventava sempre più bella, era una longilinea (al contrario della mamma) con gradi occhi verdi (quelli della mamma) e soprattutto intelligente che già a quattro anni all’asilo sapeva leggere e scrivere merito dello ‘zio’ Alberto presso la cui abitazione passava molto tempo. Fiorella ormai aveva rinunziato ad avere rapporti sessuali col bel maresciallo, aveva conseguito la patente di guida e con una Cinquecento, acquistata di seconda mano, andava a  Messina centro a…far le spese. Una volta fu notata da Alberto ad uscire da un palazzo di via Risorgimento, non ci volle molto per l’investigatore collegare l’episodio con un  suo amante che, probabilmente ricco  le permetteva di sfoggiare abbigliamenti all’ultima moda ma ad Alberto poco caleva. Il suo attaccamento  per la piccola, che cresceva a vista d’occhio, era ogni giorno più forte, era la figlia che non aveva mai avuto. Lavorando  al computer Alberto non si era accorto dell’entrata nello studio di Rossella che, messigli le mani da dietro sul viso: “Caro zio una grande novità…guardami in faccia, sono diventata una donna!” Alberto la abbracciò commosso, le mestruazioni per una ragazza sono un traguardo importante. La baby iscritta alla seconda media (era un anno avanti con gli studi) usufruiva sempre più dei suggerimenti dello ‘zio’ un po’ in tutti mi campi, Alberto aveva conseguito la licenza di liceo classico. Passarono tre anni:“Mia cara sei giunta a quindici anni, alla tua età non pensi al primo flirt, non c’è nella tua classe un ragazzo che ti piace…” “Non c’è nessuno che ti assomigli, i maschi sono tutti oltre che infantili anche brutti e antipatici, alcuni hanno provato a mettermi le mani addosso, ad uno ho fatto un occhio nero…” “Sei una amazzone sai chi sono le amazzoni?” “Si quelle che si tagliavano un seno per combattere meglio in battaglia, io ci tengo ai miei seni, guarda il mio ti sembra da tagliare?” Alberto aveva assunto una espressione sconcertata, non aveva mai visto Rossella sotto il profilo sessuale. “Sarebbe un incesto…ti considero mia figlia.” “Intanto sarei tua nipote essendo tu mio ‘zio’ e poi saresti uno zio morganatico! Ti prego non dire nulla a mia madre, a parte che lei pensa solo a Popo diminutivo di Liborio suo amante da anni, penserebbe che sei stato tu a….” ”Ma non sono stato io…” Alberto non si era accorto che quella sua frase era infantile ma si rese conto che poteva trovarsi in un mare di guai, Fiorella poteva ricattarlo per giustificare il suo legame con l’amante…Rossella capì che lo zio era in crisi, lo baciò per la prima volta in bocca e…peggiorò la situazione. Alberto ebbe ordine dal Colonnello Comandante di riprendere i voli in elicottero e le perlustrazioni via mare con le motovedette e così rimase lontano da casa per quindici giorni, quando ritornò gli venne incontro Fiorella: “Rossella è giorni che sta male, il dottore non capisce da cosa possa proviene la sua febbre alta, gli antibiotici non le hanno fatto effetto…” “Vediamo se lo zio stregone la guarisce!” Rossella era a letto con gli occhi chiusi, Alberto aprì gli scuri: “Fiat lux my Darling mischiando latino ed inglese fece il suo effetto sulla ‘nipote’ che balzò dal letto abbracciandolo a lungo e piangendo. “Ho sognato cose bruttissime, che il tuo elicottero era caduto e tu eri morto!” “Non faccio quel segno volgare di scaramanzia ma come vedi l’elicottero non è caduto ed io sono vivo e vegeto sempre che tu mi permetta di respirare!” Alla scena era stata presente Fiorella che capì la situazione  ma non ne rimase sconvolta, pensava che sua figlia avesse un male incurabile, Alberto era il male minore anche se inaspettato. Rossella ben presto ‘rifiorì’, il padre benché informato della malattia della figlia aveva fatto orecchie da mercante, era lontano molte miglia da Messina e così la situazione era in mano di Fiorella che disse una sola frase ma significativa: “Vogliale bene più di un padre e di uno zio” dando praticamente il via libera ai loro rapporti che avvennero in modo graduale e piacevole per entrambi. Intanto Rossella rientrò a scuola, per far contenti mamma e zio studiava molto e negli intervalli cominciò a prendere confidenza con…Primi approcci: ”Ti dispiace se…” “Oggi mi piacerebbe…” “Chissà se ci provassi piano piano…” e così fu che Rossella divenne una signora e poi moglie  di molti anni più giovane di un Alberto felicissimo ma preoccupato del futuro consolato dalla giovin consorte: “Non vedi quanti attori e persone comuni hanno mogli minori di età, i giovani di oggi sono viziati e mammoni…non saprei che farmene di uno di loro! Ecco perché: ‘In pensione da qualche anno, moglie più giovane…una toy girl!
     

  • 15 febbraio 2020 alle ore 15:24
    Intorno alla natura

    Come comincia:  La natura non è mai futile o casuale né puramente decorativa: essa persegue - immutabilmente - un disegno (ed un piano) ben preciso; essa fa fede (e risponde) - perpetuamente ed incessantemente - a leggi ben precise e prestabilite. Pertanto, quando (o se) l'uomo cerca di rompere tale incantevole, magico e superbo nonché millenario equilibrio che per alcuni è sacro, per altri invece soprattutto inspiegabile, attraverso comportamenti a dir poco incauti, sciocchi ed incoscienti, se non quando addirittura deplorevoli e criminali, non solo mette a repentaglio la vita della natura ma anche quella dei suoi simili: infatti, egli [l'uomo] ne è esso stesso parte integrante ma non la possiede, non è il suo padrone...eppur vero è che ad essa egli appartiene come alla terra, alla vita ed alla morte stessa e no - invece - il contrario!