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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
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  • 27 febbraio alle ore 15:24
    Epitaph by Albert

    Come comincia: Hermes, god of thieves and cheaters, makes my eternal sleep consoled by what I loved most in life: from images of graceful and available young girls, from desks laden with succulent foods and exquisite wines to taste in company of convivial carefree and festive and makes sure that it is not haunted by funereal images of prediucatoei, of piagnoni or, what is worse by fools. Let me remind you of the old loves: - the sweet Raffaella with skilled hands - the smiling Adriana with bursting tits - the little Tiziana, small but with a fiery mouth - the sweet Miriam always ready to turn her back - the passionate Violetta always moist. Finally let me forget my beautiful wife Anna: elegant, clsse, haughty, scented but so cold and unfriendly. 'Ciccio' does not have a memory of her but, on the other hand, has consoled herself with her friends. please, Hermes, do that me in the afterlife, I who have never been mischievous or trickster it becomes so as not to make me steal from saints, madonnas, devils and priests masters of the afterlife as they are on this side! 

  • 27 febbraio alle ore 11:04
    At TATA THE MAGIC

    Come comincia: Or magical Tata, queen of pleasure, wonderful sweet companion of my sleepless nights appear to me timid, reserved, delicious half-hidden in a soft bush. Wave delightfully when your mistress walks, invisible at that moment sure of your erotic charm. I imagine you, I see you, I hear you. Your silence is deafening, you are a dispenser of happiness that upsets my senses. Talk to your lady, tell her of my shudders, of the tremor that attacks me at the thought of your existence, tell her to be generous, I will be her eternal slave. I also need kisses, small bites to inebriate me with your intense fragrance, I would hold you between my lips sucking sweetly, long until an endless thrill will not wake up from sleep with sweet whispers pouring into my mouth a soft river, unstoppable, fragrant . So I dream of you but the dream will come true? All of my being asks you, at your only thought I feel my bowels tighten, the heart baffles quickly, the breath becomes labored ... Please give a positive sign to your eternal, disconsolate, and confident in love, have mercy and also a bit of understanding, fuck!

  • 26 febbraio alle ore 18:37
    TALVOLTA UNA MIGNOTTA...

    Come comincia: Cari lettori, molto probabilmente troverete fuori del comune il titolo di questo racconto, in seguito capirete il perché. Alberto M. era ed è un insegnante di lettere in una scuola media alla periferia di Roma. Non poteva affermare che l’insegnamento gli apportasse molte soddisfazioni come da studente universitario pensava di poter avere. La scolaresca era composta da ragazzi provenienti da famiglie disagiate per usare un termine eufemistico, i padri nella maggiore parte dei sopravvivevano con lavori precari, alcuni erano ospiti delle patrie galere, altri spacciavano, i più furbacchioni erano riusciti a farsi dichiarare invalidi e godevano di piccola pensione ed infine i ladri: non era più facile questo mestiere o professione come affermavano gli interessati, quei fetentoni dei padroni di casa avevano messo porte blindate all’ingresso e talvolta anche alle finestre e poi c’erano i ricettatori che ‘prendevano per il collo’ i venditori di oggetti rubati, una vita difficile. E le madri? Immaginate un po’: le meno appetibili ‘andavano a serva’, quelle discrete si arrangiavano con i vecchietti, la meglio messe erano quelle bellocce,  che ben vestite e truccate accalappiavano i clienti in strada o, le più fortunate in case di signore tenutarie ex…signorine come venivano chiamate ai bei tempi prima che la famosa senatrice facesse chiudere..le case chiuse. Le giovani ed i giovani studenti, benché assolutamente impreparati, d’accordo tutti i professori, venivano annualmente promossi sia per evitare ‘grane’ con i padri sia perché non avrebbero frequentato le superiori. A questo punto ad Alberto venne proposto un lavoro differente che lo avrebbe gratificato: scrivere per un giornale. Armando M. vecchio compagno di scuola aveva ereditato dal padre, deceduto di recente, una villetta a due elevazioni alla periferia di Roma con al piano terra una tipografia. Il genitorere, vedovo da anni e molto parsimonioso, aveva messo da parte un bel gruzzoletto con il quale Armando potè affrontare le spese iniziali. “Caro Alberto voglio mettere in atto un mio sogno, pubblicare una rivista mensile anticonformista che possa affascinare i lettori anche con qualche foto, tu eri molto bravo in questo campo, dammi una risposta entro domani con il settore in cui vuoi operare.“ Dopo cena, spaparazzato sul divano e confortato da musiche brasiliane, il buon Albertone prese ad esaminare le varie possibilità senza riuscire a giungere ad una conclusione, Armando pretendeva qualcosa di diverso dal solito, di riviste in giro ce n’era un fottìo. Si addormentò ma a metà notte si svegliò perché  senza coperta si era preso di freddo; si infilò dentro il letto ma il sonno tardava a venire ed ancora non riusciva a riscaldarsi ma proprio quel disagio lo portò, per motivi ignoti, a pensare alle prostitute che di notte sulla strada accendevano dei fuochi per soffrire meno il gelo notturno. Trovato, avrebbe scritto dei racconti sulla vita delle ‘signorine’ e soprattutto per i motivi che le avevano portato a quella loro scelta. Armando fu entusiasta, ecco quello che desiderava, scioccare i lettori con argomenti fuori del comune, in quel campo sui giornali venivano riportate solo scarne notizie di ragazze condotte in caserma e con maìtresses incarcerate ma, dopo la descrizione del fatto, il vuoto. La notte successiva Alberto a bordo della sua Cinquecento  Fiat di quarantennale vetustà ma ben tenuta si mise a peregrinare sulla circonvallazione di Roma dove le baby ‘lavoravano’; una in particolare attrasse la sua attenzione: alta, castana, lineamenti del viso regolari, poco trucco,e vestita con abiti un po’ più eleganti e meno appariscenti delle sue colleghe. “Gentile signorina vorrei parlare con lei…” “A’ cocco, cò me se viene pè scopà la conversazione falla cò tu sorella!” “Mi sono espresso male, vorrei conoscere  più a fondo e invitarla a casa mia.” “Se vengo a casa tua la tariffa raddoppia, damme n’ documento, vojo sapè chi sei, una volta uno stronzo m’ha riempita di botte!” “Sono Alberto M. un insegnante di materie letterarie, questa è la mia carta di identità.” “M’hai convinto a montà su sta carriola, num me sembri così morto de fame da…” “Questa che tu chiami carriola è un pezzo da museo, la richiedono anche dal Giappone…” “Va bè monto sur pezzo de museo.” Arrivati nel suo appartamento in via Taranto a Roma: ”A proposito come ti chiami?” “Chiamame Letizia, te piace?” “Mi piaci tu, se la smettessi col dialetto romano te ne sarei grato, mi sa tanto che ti piace fare la volgarona ma in fondo non lo sei.” “Ti accontento, in fondo sei simpatico non come i soliti clienti: vado, l’ammazzo e  men vò così parlando onesto!” “Vedi che ho ragione, hai citato l’Inferno di Dante, sicuramente hai frequentato le superiori, dimmi la verità.” Letizia accusò il colpo, con la testa fra le braccia sul tavolo piangeva, situazione che mandava in tilt il sensibile Albertone il quale, dopo un ragionevole lasso di tempo la prese fra le braccia. “Sei un disastro, il mascara si è squagliato su tutta la tua faccia, sembri pulcinella, vai in bagno,  ti ci accompagno io.” La baby si insaponò più volte ed il viso apparve veramente bello senza quel trucco pesante che aveva prima, sembrava una modella, Al la guardava instupidito, non sapeva più che pensare, una tale bellezza a far marchette per strada! “Vieni sul divano, rilassiamoci con un po’ di musica romantica e, se me lo permetti vorrei baciarti…” Letizia non oppose resistenza anzi partecipò attivamente tanto da far svegliare ‘ciccio’. “Vedo una protuberanza che prima non c’era, in fondo mi fa piacere, voglio dirti tutto di me, mi chiamo Beatrice Annibaldi ma non mi piace quando mi chiamano Bea, sembro una pecora ma tu chi sei veramente a parte la tua professione, non ho mai incontrato nessuno che si prendesse interessasse di me, mi sei piaciuto appena ti ho incontrato, ci manca solo che mi innamori di un cliente!” “E se io cliente non volessi essere nel senso che…” “Non parlarmi di amore, mi sono messa nei guai per questo sentimento ma non voglio parlarne.” “Una proposta: bagno insieme e poi, saziati gli appetiti mangerecci saziamo quelli erotici.” Un sorriso di approvazione da parte di Beatrice. “Cavolo una vasca Jacuzzi ma allora sei ricco!” “Lo erano i miei genitori morti in un incidente aereo mentre andavano in Australia a trovare nostri parenti, è stato un colpo durissimo, mi ero appena laureato e, tranne che per l’insegnamento, non sono uscito di casa per molto tempo, non riuscivo a trovare un equilibrio, mi ha, come dire, svegliato il mio amico Armando proponendomi di collaborare con una sua rivista, per ora sono abbondantemente confuso, oltre che stupenda in viso hai un corpo meraviglioso che, se permetti, vorrei…Per Alberto fu il più bello rapporto sessuale della sua vita, Bea ci sapeva fare, dopo un lasso di tempo Al andò in bagno, testa sotto l’acqua fredda, ne aveva bisogno. Si svegliarono a mattina inoltrata abbracciati, Alberto telefonò a scuola, aveva un forte mal di testa e di stomaco, prognosi cinque giorni di riposo. Alberto avrebbe voluto ancora…ma capì che era meglio godersi una giornata di quel sole romano che gli parve quanto mai romantico. Colle Oppio, giardini da lui frequentati da piccolo con i genitori, una vena di tristezza ma la presenza di Beatrice..”Ti chiamerò Bea anche se non ti piace.””Da te accetto tutto ma, ti prego, non mi deludere per me sarebbe la fine!” In via del Corso a fare spese, la carta di credito di Alberto si arroventò ma il padrone ne fu felice, gli abiti e le scarpe che Bea aveva acquistato la rendevano ancora più deliziosa, il padrone del negozio fece i complimenti ad entrambi. “Siete una bella coppia!” L’ovvio problema prese corpo nella mente di Alberto: se qualche cliente l’avesse riconosciuta per strada o in un locale…lo espose a Beatrice che rimase ammutolita. “Mio nonno Alfredo ex commissario di P.S. affermava che tre erano le esse importanti nella vita: salute, soldi e serenità, troverò una soluzione. E la soluzione fu quella di farsi trasferire in una scuola in località lontano da Roma, quale posto migliore della Sicilia? Alberto scelse il liceo classico ‘La Farina’ di Messina dove fu trasferito con ‘l’aiuto’ di un funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione che era stato amico dei suoi genitori. Il finale: Alberto non riportò la sua storia sulla rivista dell’amico Armando, la ‘carriola’ divenne di esclusivo uso di Bea, Alberto acquistò una Jaguar x type suo vecchio sogno con la quale visitarono i più bei posti della Trinacria, felici? Alberto faceva gli scongiuri e si promise di non volare mai su un aereo!

  • 26 febbraio alle ore 13:11
    Cade la neve

    Come comincia: Pensavamo che le nevi dell'inverno fossero completamente scomparse, ma ci sbagliavamo.
    Mentre sognavamo attorno al fuoco, avvolti strettamente nei nostri pensieri, i fiocchi di neve erano raccolti dal loro stato di fusione bagnata dagli staia e dalle barche, dai cesti e dalle casse, in tutta il paese, le nevi bianche dell'inverno sono riapparse sugli alberi di pero, di melo,copiosi, vaporosi e puliti, la passamanerie degli angeli, il primo segno della primavera.

    E io, che mando sempre fiori bianchi per onorare i morti, ho sentito il grande silenzio vuoto che da molto oltre gli oceani mentre migliaia di anime si alzavano tra le nuvole bianche.
    Quindi pianto un fiore importante che si chiama la regina di primavera,è bianca e la pianto in fioriere e finestre che dal giardino si rovesciano sulla pietra.
    La loro fragranza galleggia nell'aria del pomeriggio.
    Con una bellezza delicata, sono fiori abbastanza coraggiosi da resistere a tutto il freddo che deve ancora venire - ciascuno sboccia una preghiera, ogni petalo un ricordo.

    Ho pensato che quando ero abbastanza grande avrei capito di più, pensavo che le candele della mia torta di compleanno avrebbero significato una saggezza.
    Ma ci sono misteri più enormi e domande più complesse di quanto avrei mai potuto immaginare quando riponevo la mia speranza nell'ampiezza dei miei anni.
    Così pianto e prego e mi tengo per mano con la terra.
    Mentre il mondo diventa bianco

  • 25 febbraio alle ore 8:36
    È tutta colpa mia [3]

    Come comincia: Nonostante tutto ancora conservo la mia ironia e la mia gioia di vivere. Un giorno incrocio nel cortile il figlio trentenne dell’amministratrice e lo saluto con un allegro “Buongiorno!, convinta che tutte quelle cattive azioni fossero dettate dalla bile di due pensionati un po’ fissati, ma certa che dei giovani come i figli non ne fossero coinvolti e che loro vedessero a quegli avvenimenti con la stessa ironia e benevolenza con cui li vedevo io. Quello non risponde e tira dritto. E qui mostro di nuovo la mia imprudenza e stupidità. Invece di tirare dritto in silenzio senza curarmene, nella mia ingenuità di voler portare quel condominio a rapporti normali e civili, dico qualcosa per sdrammatizzare. Quello mi fa minaccioso: “Signora, state attenta. Siete sul filo del rasoio. Noi mettiamo l’avvocato.” Nella mia ingenuità solo allora penso che la signora ha raccontato anche ai figli che io l’avessi picchiata e che mio marito ha rubato.
    L’avvocato a cui si è rivolto mio marito ha passato tutto ai figli: al maschio il penale, alle due figlie minori il civile. Purtroppo il giorno dopo vedo le ragazze e, ancora sconvolta, riferisco le parole che mi sono sentita rivolgere.
    Intanto Lorina, la figlia minore di zio Furio ha deciso di sposarsi. Mio marito riceve un plico da zio Furio che non apre. Ci convoca mio padre che ha ricevuto lo stesso plico e dice a mio marito che se avesse aperto il plico avrebbe trovato una bella lettera di mio zio in cui diceva che dovevamo tornare ad essere una famiglia e tante altre belle parole. Ma oramai so come agisce mio zio. Anche sua sorella, mia zia Liliana mi aveva avvertito: zio Furio commette la sua mascalzonata poi ha bisogno di qualcosa da te e viene da te con tante belle parole dicendo che siamo una famiglia, quel che è stato è stato e poi, quando ha ottenuto il perdono e quello che voleva da te, ti sferra un’altra coltellata godendo ancora di più per il tuo stupore e dolore. Dissi: “Papà, se zio Furio voleva presentarsi come la colomba con il ramoscello di ulivo in bocca, si sarebbe presentato con il ritiro di quella ridicola citazione contro mio marito e una bella lettera di scuse firmata da tutti i condòmini”. Ed in effetti lì sbagliai, oramai eravamo in guerra ed avrei dovuto combattere astutamente, avrei dovuto pretendere il ritiro della citazione ed una bella lettera di scuse firmata da tutti i condòmini in cui si attestava che non avevano nulla da eccepire sull’operato di mio marito. A quelle condizioni sarei andata al matrimonio. Ma sono sicura che non li avrei ottenuti.
    Al rientro da casa trovai il biglietto d’invito che respinsi.
    Come previsto, il giorno dopo il matrimonio mio marito riceve una raccomandata da un altro loro avvocato con altre pretese ed accuse a mio marito.
    Vediamo l’avvocato padre che si dimostra turbato per le minacce che ho avuto dal figlio dell’amministratrice e vuole scrivere una lettera di monito. Io dico di lasciare perdere. Ed invece, ci deve essere un malinteso, qualche mattina dopo vedo sul solito davanzale dove il postino lascia la posta una lettera indirizzata al figlio dell’amministratrice, mittente il nostro avvocato.
    Avrei voluto prendere quella lettera e distruggerla. Ma il rispetto delle norme era in me ancora troppo forte e la lascio dov’era. L’amministratrice è fuori in vacanza. Anche io prendo le ferie e me ne vado al mare. Quando riprendo il lavoro, anche l’amministratrice è rientrata da un paio di giorni. La voglia di mare è ancora troppo forte e quando nel tardo pomeriggio rientro dal lavoro, dico a mio marito di andarcene a mare e così facciamo. In quel periodo vado al lavoro in treno e la mia auto è ferma in cortile da almeno un mese. Il secondo giorno di lavoro dal rientro delle ferie rientro un po’ più tardi a causa di un ritardo del treno, ma ho ancora voglia di andare a mare e rientro con questa intenzione. Ma rientrando vedo il cofano anteriore della mia auto sporco di acqua e fango. È come se dalla finestra del primo piano, finestra corrispondente all’appartamento dell’amministratrice, avessero gettato una secchiata di acqua sporca. Avrei dovuto tenere la cosa per me e rientrare comunicando a mio marito la mia intenzione di andare al mare ed andarci. Invece lo sbigottimento è troppo grande e gli comunico quel che ho visto coll’idea di essermi sbagliata. Invece mio marito esce e conferma. Vuole pulire l’auto. Gli dico di lasciar perdere e di andare al mare. Lo sporco è ancora fresco e mio marito insiste a pulire prima che lo sporco s’incrosti. Allora rientro a cambiarmi ed a prendere degli strofinacci. Quando riesco, mio marito non è più accanto all’auto. Ristò un po’ sull’ingresso del palazzo, interrogandomi sul da farsi, quando arriva la figlia dell’amministratrice che prima mi spintona di lato, poi comincia a colpirmi in faccia, facendomi cadere gli occhiali, sulle braccia ed a darmi calci alle gambe. Quindi desiste e corre fuori. La seguo, temendo per mio marito, e, quando giro l’angolo, vedo mio marito indietreggiare di fronte agli attacchi dell’amministratrice e la figlia che accorre a dare man forte alla mamma. Accorro anch’io chiedendo a mio marito se devo chiamare i Carabinieri. Non ricevo risposta, ma la figlia e la mamma si rivoltano contro di me per cercare di strapparmi il telefonino. Mio marito si frappone e quelle, vedendo vani i loro tentativi, desistono e se ne vanno.
    Arriva settembre e mio marito riceve un’altra citazione. Mio zio (o forse il loro nuovo avvocato furbo) ha cambiato di nuovo idea. Questa volta afferma di aver sostenuto delle spese per il condominio, ma dimentica di dire, come aveva fatto nella precedente citazione che come “consolidata consuetudine” non versava le rate condominiali e che le rate gli erano state scomputate per quelle spese. Ora vuole essere (di nuovo) rimborsato e chiede €461. Inoltre l’amministratrice accusa mio marito di aver gestito €1400 senza averne l’autorità non essendo più l’amministratore. Evidentemente dimentica che erano stati loro a chiedere a mio marito, per favore, di occuparsene lui perché per la nuova amministratrice sarebbe stato troppo gravoso.
    E qui perdo la bussola[L1]  e dimostro sempre più la mia ingenuità[L2] . MI scandalizzo come non mi ero mai scandalizzata prima. Non mi ero scandalizzata di fronte a preventivi falsi, scritti per sottrarmi denaro, non mi ero scandalizzata di fronte alle innumerevoli versioni di zio Furio sui conti. Le avevo solo considerate estremamente seccanti per il tempo che ci faceva perdere. Ma qui li vedevo andare dal giudice sostenendo scientemente il falso. E allora? Lo avevano già fatto con me, mandandomi un decreto ingiuntivo per lavori che non erano mai stati eseguiti. Qual è la differenza ora? Forse è che allora avevano attaccato me. Ora attaccavano mio marito.
    E da allora comincio quasi a non pensare ad altro. Anche sul lavoro mi distraggo e non riesco a pensare ad altro. Penso a come difenderci. Era semplice: avrei potuto aspettare qualche mese e portare la loro fattura falsa alla guardia di finanza, così l’amministratrice avrebbe dovuto rispondere per non aver agito quale sostituto d’imposta. Ma quello forse lo sentivo come un attacco, ed io pensavo a difendermi non ad attaccare. E sono stata sciocca: perché concedere sconti quando loro avevano iniziato contro di noi una guerra senza quartiere?
    Io ancora m’illudevo di poter tornare a vivere normalmente in quel condominio e ristabilire rapporti civili. E dicevo all’ing. Ferruccio Soldini: “Scrivete una lettera di scuse e ritiriamo tutto”.
    [continua]
     
    Sono stanca questo racconto non continua
    volendo sapere altro partite dal punto g) verso la fine di:
    https://www.aphorism.it/linda_landi/racconti/saper_vivere/

  • 25 febbraio alle ore 8:30
    È tutta colpa mia [2]

    Come comincia: [segue]
    Il 16 marzo successivo ero contenta perché avevo fatto l’esame finale di un corso di specializzazione post-laurea che avevo seguito negli ultimi due anni. Ed il pomeriggio mi reco a casa dei miei genitori per condividere con loro la mia contetezza. Entro, ho le chiavi di casa, e trovo zia Susanna, la moglie di zio Furio, che sta facendo vedere i conti redatti da Pino (che avevano già approvato all’unanimità) a mio padre. Ed accanto a lei c’è mia madre che segue tutta interessata. E qui faccio un altro errore. Oramai l’esasperazione mi sta prendendo ed il mio comportamento è tutta una sequela di errori. Non mi avevano visto. Avrei dovuto tirare un profondo respiro, come ne avevo tirato tanti in passato, ed uscire silenziosamente come ero entrata. Invece esprimo tutta la mia indignazione per la sfrontatezza di quella persona. Fiato sprecato. Poi purtroppo riferisco quello che avevo visto a mio marito e Pino rimane indignato dalla scorrettezza dei miei genitori. Pensa che i miei genitori avrebbero dovuto dire a quei signori: “Se volete parlare dell’operato di Pino, dovete parlarne in presenza di Pino”.
    Intanto mio zio continua a rompere con i suoi conti contestando in continuazione con versioni sempre nuove i conti di Pino che lui stesso aveva approvato in assemblea insieme a tutti gli altri condòmini.
    Il condominio è sprovvisto di cassette postali ed io trovo la mia corrispondenza aperta con il vapore.
    Sono costretta a noleggiare una casella postale nel comune a 20km di distanza per tutelare il mio diritto alla riservatezza.
    Si sposa mia cugina Loretta, sorella minore di Poldo. Informo i miei genitori che sarei andata alla cerimonia, ma non al ricevimento. “Ma Loretta che c’entra!”, fa mio padre. “Appunto perché non c’entra, vengo alla cerimonia, altrimenti non sarei andata nemmeno a quella”. Dico a Pino: “Al ricevimento saremo soli”. Replica: “Io vado per stare insieme a tuo padre”, e così mi convince.
    Purtroppo oramai vedevo la pagliuzza nell’occhio dell’altro mentre avrei dovuto pensare alle mie travi.
    I tavoli erano stati sistemati in modo da avere un tavolo per i fratelli della sposa e relativi consorti ed un tavolo per ogni fratello del padre della sposa, mio zio Giulio, con relativi figli e generi e nuore.
    Il tavolo riservato a mio padre aveva 7 posti: mio padre, mia madre, mio fratello Giulfurio, la sua compagna, io, mio marito, mio fratello Alfredo all’epoca single.
    Ma mio fratello Giulfurio, grande amico di mio cugino Poldo, e la sua compagna, grande amica di Andreina, moglie di Poldo, pensano bene di volersi divertire e si sistemano al tavolo dei fratelli della sposa. E così due posti al tavolo riservato a mio padre rimangono vuoti.
    Mio fratello vive abitualmente a 300km di distanza. Lo so, avrei dovuto pensare alle mie travi e non esprimere giudizi sul comportamento altrui, ma non riesco a fare a meno di pensare: “Ma accidenti, conosci la malattia di tuo padre, tra poco ti trasferirai a Paestum ed avrete un mese intero da trascorrere con i vostri amici. Non puoi sacrificare il tempo di una cena per stare insieme con tuo padre?”.
    Per tutto il periodo dell’amministrazione di mio marito, zio Furio si caratterizza per un’altra peculiarità. Si mostra fisicamente e mentalmente incapace di prendere i soldi dalla tasca e darli a Pino per pagare le quote condominiali ordinarie. Zio Furio non ha mai pagato una delle quote mensili dell’amministrazione ordinaria. A fine 2004 si presenta a Pino e fa: “Vedi io ho pagato queste quote alla donna delle pulizie e al giardiniere, scalamele come rate condominiali”. Oppure si trattava di bollette della corrente elettrica e dell’acqua. E Pino, per quieto vivere, gli compila una ricevuta di 200 euro.
    A fine 2005 la stessa storia e Pino gli compila una ricevuta di 260 euro.
    A fine 2006 non si presenta. Presenterà in assemblea una spesa di circa 700 euro e Pino, previa approvazione dell’assemblea, gliele scomputa per le quote condominiali non versate.
    2007
    Pino è stufo e vuole dare le dimissioni da amministratore. Nessuno degli altri condòmini vuole prendere l’incarico e lo ostacolano. Zio Furio non è mai stato amministratore. Ha sempre voluto essere l’amministratore de facto, ma l’amministratore ufficiale è sempre stato un altro condomino. La distrazione di Pino gioca un altro scherzo. Pino ha sempre fissato le assemblee condominiali di venerdì sera. Nella prima metà del 2007 guarda il calendario di un altro anno e, senza volere, fissa l’assemblea di sabato invece di venerdì. Ad ogni modo si presentano tutti.
    Errare humanum est, diabolicum perseverare. Pino ora vuole fissare la prossima riunione di sabato, ma guarda sempre il calendario sbagliato e li convoca di domenica. È l’assemblea in cui vuole rassegnare le dimissioni. Dico a Pino: “Ritira la convocazione ed invia una nuova convocazione”. “Non posso”, fa Pino, “C’è un condomino ostile”. Avendo mal interpretato il mese della convocazione (o facendo finta di aver mal interpretato il mese della convocazione) si presenta un mese prima la vicina che abita sotto il terrazzo. Le dico: “Signora, parli con gli altri e chiedete voi una convocazione di assemblea prima della data fissata”. Ma la signora non ne fa niente. E qui sbaglio io, sarei dovuta andare da Soldini per attivare gli altri condòmini a chiedere prima la convocazione di un’assemblea, ma comunque credo non ne avrei ottenuto niente.
    Il giorno dell’assemblea, come previsto, non si presenta nessuno. E qui veramente sbaglio io. Mi aspettavo che non si sarebbe presentato nessuno, però provo ugualmente risentimento contro Poldo e Ferruccio. Non siamo degli estranei, siamo pressoché coetanei. Quando si erano visti la lettera di convocazione da lì a due mesi in un giorno di domenica, non potevano venire da Pino e dirgli, da amici: “Pino, ma che c…(parola che assomiglia a cassata) hai fatto?” E vedere di sistemare la faccenda? Ma qui dimostro la mia ingenuità. Fossero stati degli amici non si sarebbero fatti irretire dalle manovre di Furio e non si sarebbero presentati a controllare scontrini e ricevute.
    Ad ogni modo poco dopo, un sabato mattina si presenta Ferruccio alla porta perché vorrebbe un favore da Pino. Pino non c’è ed io, ancora irritata, stupidamente lo tratto con freddezza. Forse da allora inizia l’antipatia di Ferruccio nei miei confronti, ma penso fosse già iniziata da prima.
    Nel frattempo ricevo un altro duro colpo nella mia vita privata. Mi telefona mio fratello Giulfurio per dirmi che nostro fratello Alfredo, in vacanza in Irlanda, ha avuto una brutta ricaduta. Vedo realizzarsi le parole della dottoressa che voleva curare nostro fratello con una terapia alternativa: “Se vostro fratello continua con la terapia tradizionale, ogni due anni starà in una struttura sanitaria”. È da allora che sono presa da una brutta e stupida esasperazione contro Giulfurio, esasperazione che è la causa del mio futuro comportamento errato anche nel condominio. Avrei dovuto invece rintracciare la dottoressa e vedere se era possibile provare con la sua terapia con due anni di ritardo.
    L'ho capito solo adesso perché non l'ho fatto: avevamo messo "il padrone". Quella carogna di mio fratello maggiore da Roma pretendeva di comandare la situazione: lui, persona in gamba, era la testa e noi, deficienti, burattini che dovevamo solo ubbidire ai suoi ordini. Ed io ero entrata in quel gioco di condizionamento psicologico che ha portato ad una vita infame ed alla distruzione mio fratello minore ed anche me.

    Un mese dopo è il mio compleanno. Il telefono trilla. So che si tratta di mio fratello Giulfurio e la sua compagna che mi chiamano per farmi gli auguri. E qui comincio il mio pessimo comportamento nella mia vita privata. Non rispondo. Sono troppo arrabbiata con loro per non aver permesso che Alfredo fosse curato secondo la strada che ritenevo migliore. Ma ad ogni modo sbaglio. Avrei dovuto rispondere. Mio fratello e la sua compagna chiamavano per farmi fare gli auguri dal loro bambino.
    Due settimane dopo ci vediamo. È il compleanno di nostra madre e nostra madre vuole festeggiare offrendo alla sua famiglia un pranzo al ristorante al mare. C’è anche la suocera di Giulfurio che oltretutto da tre anni passa il mese di luglio alla casa al mare di mia madre. Al momento di pagare il conto, Giulfurio, la sua compagna e sua suocera si scambiano sguardi d’intesa e di derisione nei confronti di mia madre.
    Dopo un altro mese è l’onomastico di mio padre che c’invita tutti per un pranzo alla casa al mare. Sono risentita per quegli sguardi di scherno verso la loro ospite che oltretutto permette loro di fare una vacanza gratis ogni estate e decido di non andare. Questa volta mio marito non mi dice, ed avrebbe dovuto dirlo a maggior ragione in quell’occasione: “Io vado per tuo padre” e così faccio questa enorme corbelleria.
    Intanto Pino mi dice che vuole portare le carte del condominio in tribunale per inerzia dell’assemblea. Io gli dico che sembra brutto e Pino mi rinfaccerà per sempre di averlo fatto desistere.
    Passa un altro po’ di tempo e una vicina, dopo averlo oltretutto canzonato per iscritto, aggredisce verbalmente mio marito in giardino accusandolo di non convocare l’assemblea perché vuole rimanere amministratore. Gli dice pure che sarà lei, che è appena andata in pensione a fungere da amministratore. Furio l’aiuterà.
    E così ci incontriamo per l’ultima volta in casa mia. E qui continuano i miei errori seri. Avrei dovuto mostrare una calma serafica, quasi ascetica. Ed invece decido di comportarmi come si erano comportati loro. Mi mostro stizzita come sempre era stato l’atteggiamento della futura amministratrice, e lasciamo perdere il comportamento di zio Furio che aveva sempre dato in escandescenze. Tanto che Poldo chiede se mi ero scimunita. Chissà perché se ti comporti come loro, poi a loro non piace. “Ma come”, penso, “loro possono comportarsi così ed io no?”. Ad ogni modo nominiamo Furio e la vicina presidente e segretario dell’assemblea ed iniziamo i lavori. Furio ha le ultime rimostranze. Il consuntivo presentato dice che è debitore di €298. Come ha già fatto in passato, quasi si fa venire un collasso, salvo riprendersi quando parliamo di chiamare il 118, per asserire che lui è debitore solo di €33, ma gli altri 165 non li paga! Pino non è d’accordo, ma tutti e 5 i condòmini all’unanimità, incluso Furio, votano per addebitare a Furio solo €33 ed addebitare i rimanenti 165 in parti uguali tra i 5 condòmini.
    Non è finita. Pino rassegna le dimissioni. Ma ci sono ancora alcune pratiche da sbrigare per i lavori straordinari, tipo liquidare il commercialista ed altro. Furio suggerisce di non riempire di carte il nuovo amministratore e di passarle solo le carte che servono per terminare la gestione ordinaria dell’anno corrente, il 2007. Potrebbe Pino, per favore, terminare lui le pratiche dei lavori straordinari? Per la signora, nuovo amministratore, sarebbe troppo complicato occuparsene.
    La sera mio marito ed io andiamo a mangiare una pizza per festeggiare la fine di un incarico che si era rilevato così gravoso.
    Siamo quasi alla fine di agosto e vengo convocata dal nuovo amministratore per discutere sui preventivi pervenuti per lavori di manutenzione al terrazzo. Mio marito aveva fatto pervenire un preventivo e zio Furio avrebbe presentato un preventivo della ditta a lui cara.
    Non voglio andare più alle riunioni e chiedo consiglio ad un collega che si occupa di amministrazione di condominio. Mi dice: “Guarda, se tu non vai devono farti avere il verbale e se c’è qualche punto su cui non sei d’accordo hai 30 giorni di tempo per fare ricorso”. Pessimo consiglio. Avrebbe dovuto dirmi: “Liliana, datti un pizzico sulla pancia e vai alle riunioni. Meglio che vai a difendere i tuoi interessi in assemblea che rischiare di perdere tempo e soldi in un ricorso”.
    Così non vado, ma espongo come credo si siano svolti i fatti. Il preventivo della ditta presentato da mio marito risulta di €100 inferiore a quello presentato da zio Furio. Ma zio Furio non si scoraggia. Approfittando della nostra assenza scrive sulla linguetta della busta del suo preventivo: “Se scelto, verrà praticato un ulteriore 10% di sconto sul prezzo finale”. Così vince la ditta cara a zio Furio.
    Siamo ancora in agosto, non so ancora niente di tutto questo. Verrò a saperlo solo in seguito. Dobbiamo fare dei lavori in casa perché gli intonaci presentano delle lesioni. Nell’ultimo giorno dei lavori, torno a casa la sera dopo il lavoro e vedo segni di pedate bianche nell’ingresso della palazzina. Sono tracce lasciate dagli operai che hanno finito i lavori a casa nostra. Devo andare a fare la spesa, così dico a mio marito di pulire mentre io esco. Quando rientro non ci sono segni bianchi, ma vedo pedate nere che prima non avevo notato dato che l’attenzione era stata catturata dallo sporco di nostra responsabilità.
    Il giorno dopo, sabato pomeriggio, mio marito va a fare una visita di cortesia in casa di mio zio Furio, dato che c’erano stati problemi di salute in famiglia, e vede sulla porta del terrazzo che fronteggia la porta dell’appartamento di zio Furio un foglio che avvisa: “ASFALTO FRESCO”. Zio Furio dice a Pino che è venuta la ditta ed ha fatto i lavori. “Stavolta ci sono tutte le garanzie!”, dice.
    Un giorno della settimana successiva, rientro alle 10 di sera dalle prove del coro amatoriale di cui faccio parte e mio marito mi dice che era passata l’amministratrice a consegnare il verbale. Parto in quarta, preparo una ricevuta ed un foglio di attestazione della data di consegna del verbale e mi accingo a salire dall’amministratrice per consegnarle la ricevuta e farle firmare l’attestazione. Mio marito mi dice di non andare e m’informa che la nostra quota è di €240. Avrei potuto fermarmi: io pensavo ad un ricorso nel caso se ne fossero usciti con spese ben superiori. 5 anni prima mi ero lasciata sottrarre €600 senza quasi fiatare, figuratevi adesso se avrei fatto storie per €240! Ma oramai ero lanciata. Il verbale avrebbe potuto contenere altre cose! E vado. L’amministratrice mi accoglie con il sorriso di benvenuto delle persone false, ma poi fa la faccia di chi teme un tranello quando le spiego che non solo le ho portato la ricevuta del verbale, ma che le chiedo cortesemente di firmarmi l’attestazione della data di consegna. Tento di spiegarle che è normale amministrazione, ma la signora non mi ascolta nemmeno e afferma: “Mi rivolgerò a suo padre”. Ricordo l’aggressione verbale e le minacce che zio Furio aveva espresso per telefono a mio padre. Ricordo che mio padre ha fatto sapere loro che per ogni cosa del condominio non lo disturbassero più e che si rivolgessero a me. Ho dentro tutta l’esasperazione per il comportamento di mio fratello maggiore. Esasperazione che mi ha portato ad esasperarmi per tutta la maleducazione, le prepotenze, le villanie che dovevamo sopportare da parte dei nostri vicini. E avevo ancora nella testa la frase non punita di quella signora: “Se le cose continuano così, qualsiasi cosa ci sia qua sopra la prendo a la butto per terra!”. E con ironia esprimo una perifrasi di quella sua frase per dirle di non disturbare mio padre. Ma la signora non coglie l’ironia ed il riferimento alla sua frase. Capirò solo in seguito che per lei la frase che aveva detto e quella maleducazione e prepotenza che aveva espresso in casa mia erano normale amministrazione e nemmeno le ricordava. La vedo trasformare in un attimo. Fa una faccia cattiva, mi afferra per un braccio, me lo torce e mi spinge verso le scale, urlando: “Mi ridia il verbale!”. Arriviamo non so come alla porta del mio appartamento. La signora fa un bel po’ di baccano e non c’è bisogno di bussare perché mio marito apra. Mio marito le lancia contro il verbale dicendole: “Se lo prenda e se ne vada!”. Io rimango un po’ nell’ingresso tentando di riprendermi dalla sorpresa e dallo spavento. Sento che la signora fa ancora baccano per le scale. Sempre preoccupata che non disturbino mio padre, esco di nuovo e raggiungo la signora che è andata a bussare e piangere da mio zio e si trovano tutti lì per le scale. Mio zio con la faccia arrabbiata, ché avevano “toccato” la sua amica. Io, che avevo avuto le mani addosso, chiedo scusa alla signora per la mia espressione (a lei che non si era mai scusata) e tento di farmi ridare il verbale. La signora continua la recita e fingendo tremore fa: “No, io mi sono spaventata!”. Mio zio urla: “Voglio sapere di chi è l’appartamento!”. Avrei fatto bene a girare le spalle ed andarmene, tanto, avrei capito in seguito, mio padre, nonostante la malattia, era più che in grado di difendersi da solo. Invece risposi, da perfetta idiota che ero diventata: “È mio”, rivelandogli quello che avevamo tenuto nascosto per tre anni ed aprendo il fianco ai suoi successivi attacchi. La faccia di mio zio divenne furiosa e cattiva. Era stato ingannato! Ebbi un brivido.  In un istante capii che lui riteneva suo diritto avere il controllo su “la roba”, includendo ne “la roba” anche le proprietà dei suoi fratelli, e che avevo fatto un madornale errore.
    Mio marito avrebbe voluto portarmi al pronto soccorso e denunciare l’aggressione. Desistetti. E feci male. Il giorno dopo al lavoro il braccio ancora mi doleva.
    Un sabato pomeriggio sono fuori al balcone che dà sull’ingresso, quando vedo arrivare mia cugina Loretta con la bambina. Da 5 anni che ero lì non era mai venuta a trovarmi, ma non vi avevo dato peso, dato che non eravamo particolarmente amiche, però faccio una cosa stupida. Quando ero andata a trovarla prima del matrimonio mi aveva detto che le piaceva lo stile etnico. Io non ne vado pazza, anzi, però il pezzo principale nel mio salotto è un mobile che s’ispira allo stile etnico ed in occasione di quella visita glielo avevo detto. Così mi viene da dirle: “Loretta, entra ti faccio vedere il mobile”.
    Non l’avessi mai fatto!
    Poco tempo dopo, un altro sabato pomeriggio sento bussare alla porta. Vado ad aprire e mi trovo davanti mia zia Radaele, madre di Loretta e Poldo, e mia cugina Giulietta, sorella di Loretta e Poldo. In 5 anni che ero lì non erano mai venute a trovarmi! E questa volta ci avevo fatto caso, essendo Giulietta ed io cresciute insieme. “Siamo venute a farti gli auguri di Natale”, esordisce con aria sorniona mia zia. Entrano in salotto, lo esaminano e Giulietta dice che le piace come avevo sistemato quella stanza.
    Intanto passa più di un mese da quell’incidente con l’amministratrice e ricevo la convocazione ad una nuova assemblea. Non posso certo recarmi a casa di chi mi ha messo le mani addosso e chiedo che si cambi locazione. Non vengo accontentata e non mi reco alla riunione.
    Il giorno dopo ricevo il verbale con acclusa una relazione dei lavori svolti due mesi prima sul terrazzo.
    Sia il verbale che la relazione sono chiaramente dettati da mio zio Furio. Sia il verbale, fatto firmare da mio zio a tutti i condòmini, inclusi Poldo e Ferruccio, che la relazione sono un agglomerato di insulti e illazioni sull’amministrazione di mio marito, oltre che insulti e calunnie sulla sottoscritta. Risulta addirittura che sarei stata io a mettere le mani addosso all’amministratrice! Anche la relazione sui lavori è tutta un falso. A parte il fatto che l’amministratrice non era nemmeno presente essendo andata in vacanza da suo fratello, nessuno era venuto a rimuovere i fogli d’asfalto danneggiati e saldati dei nuovi. Tutto quello che era stato fatto era spalmare un po’ di catrame sulle parti lesionate. Costo? 100 o 200 euro.
    A due mesi dai lavori per la prima volta compare per iscritto il riparto dei costi: €240 a testa per un totale di €1200, IVA inclusa.
    Per la cronaca, i lavori come relazionati dall’amministratrice verranno eseguiti nel periodo di Natale di sei anni dopo. Sei anni dopo sentimmo il rumore della fiamma ossidrica venire dal terrazzo per saldare i nuovi fogli di asfalto, vedemmo lo sporco sulle pareti delle scale lasciati dai fogli di asfalto mentre venivano trasportati e le bombole per il cannello ossidrico ed i vecchi fogli di asfalto lasciati per settimane nel cortile.
    Mio marito è saturo e vuole rivolgersi ad un avvocato. Gli dico di lasciare perdere e che a quei signori avrei risposto io. Ma mio marito è inamovibile. Si rivolge ad un avvocato. La cosa migliore sarebbe stata di ignorarli: erano solo parole.
    L’avvocato consultato, senza che noi avessimo dato il nostro definitivo consenso, scrive all’amministratrice invitando lei e gli altri condòmini a moderare i toni. Nient’altro.
    In quel periodo mio padre telefona al fratello Furio per chiedere notizie sulla salute di un suo familiare. Si ritrova subissato di urla: “Mi ha fatto scrivere dall’avvocatoooo!”. La risposta che mio padre ha in mente è: “Veramente è mio genero che è stato scritto per prima da un avvocato”.
    Durante l’amministrazione di mio marito, mio zio Furio aveva fatto scrivere a mio marito da tre avvocati.
    Non era abitudine né di mio marito né mia quella di andare a piangere da mio padre né da nessun altro sulle scorrettezze e vessazioni di mio zio Furio&Co. Mio padre aveva saputo delle lettere dei tre avvocati dopo che mio zio Furio si era lamentato con mio padre di Pino.
    Invece zio Furio, mio cugino Poldo etc. avevano l’abitudine di lamentarsi con mio padre o con mio fratello maggiore, Giulfurio, non appena qualcosa non gli andava per il verso giusto.
    E così mia madre mi disse che mio fratello Giulfurio le avesse chiesto che cos’era quella faccenda di Pino e l’avvocato.
    Naturalmente lo aveva saputo da Poldo. Ma caro fratello, se tuo cugino si lamenta di tuo cognato, se vuoi sapere qualcosa, anzi è tuo dovere, perché non chiami tuo cognato invece di chiedere a nostra madre e/o accontentarti della versione di tuo cugino?
    E lì inizia quello che mi fa veramente male e sarà alla base di tutte le mie corbellerie future. Mio fratello si beve tutto quello che gli racconta mio cugino, si schiera dalla loro parte e si mostrerà sempre ostile nei miei riguardi.
    Idiota (io), oltre a tutta la combriccola dovevo ignorare anche lui.

    Sei mesi dopo mio marito riceve una citazione da mio zio Furio.
    Mio zio Furio ha cambiato idea rispetto all’ultima riunione dov’era Pino amministratore.
    Adesso dice che Pino aveva ragione: è vero lui era in debito di €198, in quanto come “consolidata consuetudine” non versava le rate condominiali, però, avendo sostenuto delle spese per il condominio (di sua iniziativa) avanzava un credito di €20. Inoltre voleva indietro la sua quota parte di €198 che erano state divise in parti uguali (qui fa un altro errore, in parti uguali avevamo diviso €165, non €198). In tutto vuole qualcosa come €58. Sì mio zio fa causa per chiedere €58.
    Due settimane dopo mio padre riceve una lettera, anche questa firmata da tutti i condòmini, inclusi mio cugino Poldo e l’ing. Ferruccio, in cui si insinua che mio marito abbia gestito €80000 per lavori straordinari senza mai aver dato conto della sua amministrazione. La lettera è inviata anche in giro nel parentado di zio Furio e zia Susanna. A parte il fatto che ogni lavoro era stato deciso all’unanimità dall’assemblea, zio Furio aveva chiesto e ottenuto le copie di tutte le fatture e di tutti i bonifici.

    Dato che i miei amabili vicini commettono un’altra scorrettezza nei miei riguardi, presento ricorso contro una loro delibera. Solo a seguito di questo ricorso, mi vedo recapitare, con 8 mesi di ritardo, la copia della fattura dei fantomatici lavori al terrazzo. La fattura è la n.1 del 09/09/2007. L’iva è al 20%, mentre avrebbe dovuta essere del 10%, non c’è la ritenuta d’imposta.  Sarei dovuta andare con quella fattura alla guardia di finanza, ma io ancora desidero riportare tutto sui binari della normalità e non ne faccio niente.
    Alla guardia di finanza ci andai sei anni dopo. Risultato: quella ditta aveva chiuso l’attività due anni prima e per tutto il periodo della sua attività non aveva mai emesso una fattura.
    [continua]

  • 25 febbraio alle ore 8:19
    È tutta colpa mia [1]

    Come comincia:  Con tutte le massime che trovo postate su FB, FB è diventato per me maestro di vita:  “Le azioni che gli altri compiono fanno parte della loro storia, come tu reagisci fa parte della tua”. [Da FB] “Chi sa perché, se agisci come loro, poi a loro non piace”. [Da FB] Tutte frasi che sembrano scritte apposta per ricordarmi che “È tutta colpa mia”.

  • 22 febbraio alle ore 11:03
    QUANT’È BELLA GIOVINEZZA…

    Come comincia: La Jaguar di Alberto M. viaggiava spedita lungo le strade che portavano in Svizzera sulla sponda sinistra del lago Maggiore. Anna M., vicino a lui, osservava con curiosità le espressioni del volto di suo marito, quei luoghi che stavano attraversando erano stati frequentati da Alberto da finanziere molti anni addietro ma, evidentemente, erano ancora ben saldi  nella sua memoria. Ogni tanto in coniuge rompeva il silenzio: “Qui ad Intra c’era una casa di tolleranza, non ti meravigliare, talvolta ‘ciccio’ era a secco e…” Fermata dinanzi ad una villa favolosa a Cannero: “Ho frequentato in questa casa: la padrona Emma, l’amante Elisa, una cantante di Ascona, la piccola Fru Fru una cagliolina anch’essa femmina e la bellissima figlia  Aurora  anche lei dai gusti particolari… Col mio aiuto voleva uscir fuori dalla sua condizione ma, né io né lei avevamo capito (eravamo molto giovani) che la natura delle persone non si cambia.” “Siamo  a Cannobio, qui sono riuscito a sequestrare ottanta chilogrammi di sigarette con l’aiuto di un tassista che le trasportava nella sua auto. C’eravamo messi d’accordo con segnali particolari  quando avrebbe trasportato sigarette  con a bordo relativo contrabbandiere. Per ricompensa io, di servizio al valico di Piaggio Valmara, gli permettevo di far il pieno di benzina al rientro in Italia, cosa allora assolutamente proibita. Alla mia vista il contrabbandiere, gambe in spalla, era sparito ed io trionfante avevo condotto tassì e tassinaro nella sede della Tenenza dove fui ricevuto dal tenente Sergio T. senza tanti complimenti perché, molto probabilmente, sarebbe stato ‘cazziato’ dal capitano perché il sequestro era stato effettuato da un finanziere, peraltro appartenente ad altro reparto e non dai suoi uomini. Ci scappò un elogio che mi aiutò ad accedere alla Scuola Sottufficiali .“  Dopo cinque chilometri: “A sinistra c’era una villetta dopo ho passato molte ore in compagnia di una gentile vedova e relativo cane ringhioso che mi odiava, lì è stato costruito quel palazzo che vedi. Più avanti a sinistra i locali delle caserme dei finanzieri di mare e di terra,  la Dogana, il Corpo di Guardia delle Fiamme Gialle e dei Martelloni (Carabinieri) e dell’ACI.” Entrarono nel bar. Dietro il bancone una giovane ragazza: ”Che vi posso servire?” “Sono Alberto M. e questa è mia moglie Anna, ho prestato servizio qui al valico negli anni cinquanta col grado di finanziere, ero amico di Ambrogio e di Anna proprietari di questo bar, che fine hanno fatto?” Un velo di tristezza negli occhi della ragazza: “Sono Alice cugina dei vecchi proprietari, Anna è deceduta per un tumore Ambrogio è stato pizzicato dai finanzieri con l’auto piena di orologi, non può risiedere a meno di dieci chilometri dal confine.”  Un silenzio profondo, la morte di Anna era un dolore ripercorso dalla cugina ma soprattutto da Alberto: “Anna era una giovane sempre allegra, simpatica, buona, disponibile, eravamo molto amici. Ho portato delle foto scattate insieme e che avrei voluto rivedere con lei.” Alice offrì loro la colazione ma non volle essere pagata, aveva compreso quali erano stati i rapporti tra sua cugina e l’allora finanziere. Alberto oltrepassò il ponte che divideva I’Italia dalla Svizzera, sotto un torrente impetuoso che proveniva dalle sovrastanti montagne e che si smorzava nelle acque placide del lago Maggiore. Si fermarono alla Dogana Svizzera, “Ai nostri tempi c’era molta armonia fra i finanzieri italiani ed i doganieri svizzeri con scambio di merci che costavano meno dall’una o dall’altra parte. Sicuramente non ci saranno più i vecchi doganieri.” Alberto si presentò ed ad una giovane guardia, descrisse un suo vecchio collega ed amico a nome Alessandro C. Il doganiere fece quasi un salto: “Io sono Marco suo figlio, mio padre abita qui vicino, posteggiate  e venite con me.”  Un vecchio signore era seduto in giardino e contemplava il lago, Marco presentò i nuovi venuti al padre, all’inizio Alessandro era confuso, si riprese subito ed abbracciò Alberto, lacrime da ambo le parti. “Non ci vedo più molto bene ma ti riconosco, sei sempre quel bell’uomo che faceva stragi…scusi signora…” “Non si preoccupi, conosco il mio pollo.” “Non restiamo qui, Alberto vorrà rivedere i luoghi in cui ogni tanto  faceva delle…puntate. Che bella macchina, un po’ costosa…” “Ale io sono stato sempre una persona onesta, è morta una mia zia che mi ha lasciato un gruzzoletto, mi sono tolto una soddisfazione.”  La strada del lungo lago portava a Locarno, al bivio di Ronco Sopra Alberto fermò l’auto: “Abita ancora in quella villa che si intravede una bella signora contornata da gatti, eravamo buoni amici.” “Alessandro so perfettamente che significato ha per mio marito la parola amica, ormai Alberto ha chiuso i battenti nes pas?”  Ad Ascona passarono dinanzi al Night Club dove la cantante Elisa si esibiva a suo tempo. Alberto chiese al portiere di entrare malgrado il locale fosse chiuso. “Grazie per la vostra cortesia, qui una volta cantava Elisa…” “È la padrona, la vado a chiamare.” Apparve una signora un po’ in carne vestita elegantemente e ben truccata, uno sguardo ai quattro poi: “Tu sei Alberto, ti riconosco malgrado gli anni passati, sediamoci, mi fa piacere vederti. Emma è deceduta e ha comprato questo locale a mio nome, Aurora è in Germania, si è sposata con una donna di Berlino, io son qua invecchiata.” Si avvicinò un cagnolino simile a Fru Fru di lontana memoria. “Questa è la quarta generazione di Fru Fru, non so che altro dirti, mi sono emozionata nel pensare al passato, permettimi un abbraccio.” La commozione aveva preso un po’ tutti. “Andiamo in terrazzo, troverai il lungo lago un po’ cambiato, a pranzo siete tutti invitati, penso questa sia tua moglie, non ti offendere se dico che potrebbe essere tua figlia, in ogni caso siete una bella coppia. Riconosco anche Alessandro vecchio doganiere svizzero.”A tavola un po’ di allegria, pranzo a base di pesce di lago e per il vino…Verdicchio dei Castelli di Jesi di Brunori. “Incredibile, il vino prodotto dal mio amico Giorgio.” “Una sera è passato di qui con un suo amico svizzero importatore di vini, è un simpaticone, siamo diventati amici e talvolta vado a Jesi sua ospite.” Il distacco fu fra abbracci e commozione. Erano le quattro del pomeriggio ed Alberto aveva in testa un’idea, rintracciare Nelly D. con cui aveva avuto un rapporto burrascoso.  Ricordava che abitava a Locarno in via Motta -  Al Portico. Giunto in quella località di fece indicare la via e…alzando gli occhi un tuffo al cuore: affacciata ad un balcone una bionda precisa spiccicata a Nelly, stava sbattendo un tovaglia da tavola. Un po’ stupidamente: “Ciao Nelly, mi riconosci?” La donna  circa quarant’anni ben portati guardò stupita Alberto, nel frattempo intervenne una donna anziana, a sua volta stupita, riconobbe l’ex fidandato di sua figlia, quella al balcone era Aurora la figlia di Nelly per ovvii motivi di età, le assomigliava moltissimo, Alberto se ne rese conto. “Sei Alberto…mi riconosci sono la nonna Marisa, questa è Chiara la figlia di Nelly, entrate.” Un po’ di imbarazzo: “Ti presento Alessandro ex doganiere, questa giovin signora è mia moglie.” Nonna Marisa prese in mano la situazione: “Quando Nelly ci ha presentato mi sei subito piaciuto, oltre che affascinante eri allegro sempre sorridente, saresti stato il tipo adatto a mia figlia sempre triste e scura in volto, il suo carattere (ereditato da suo padre tedesco) da quello che ho capito t’ha portato a lasciarla, ma è acqua passata. Il tran tran familiare in casa mia non va molto bene, quel…simpaticone di mio marito se n’è andato con una put…lla che potrebbe essere sua figlia, pare che ora sia di moda. Io e Chiara ci siamo rimboccate le maniche, lavoriamo ambedue e possiamo dire di essere felici. Parlami di te.” “Sono diventato maresciallo e questa è Anna mia moglie, non guardarla con occhi dolci, ha le unghie ben affilate! Ho portato con me delle foto scattate con tua figlia, te le lascio, per me non sono un bel ricordo.” Dopo altri convenevoli la carovana ripartì. Alessandro propose una cena in un locale di un amico vicino Brissago, amico cui aveva fatto molti piaceri quando era in servizio. All’ingresso si presentò un omone di stazza superiore alla media. “Anna e Alberto vi presento il padrone del locale Marco Antonio, ci conosciamo da molti anni e…” Alberto scoppiò in una risata seguito da Alessandro, poi capirete il perché.” Furono introdotti in un locale con un lettino, un divano, una tv ed al centro un tavolo imbandito (evidentemente Alessandro aveva avvisato il padrone.) Solita libagione a base di pesce di lago innaffiata da un ‘Carato doc.’ niente male a cui Alessandro fece molta festa tanto da essere decisamente brillo. “Marco Antonio ricordi quella coppia di palermitani Rosalia e Cateno…ne ho viste delle belle e poi dicono che i siciliani sono gelosi… pensi che i signori si potrebbero offendere se racconto…” “Non ti preoccupare,  siamo anticonformisti.”  “ In breve la storia: Cateno era un impiegato in un ufficio della parte italiana (non voglio dirvi quale) e prima di maritarsi lodava le virtù delle donne sue paesane che non uscivano di casa se non accompagnate come le ragazze arabe ma dopo qualche mese di permanenza al confine italiano la solfa cambiò. Cateno si presentò qui una sera con la consorte che sotto il cappotto indossava poca biancheria intima, riuscii a capire che si eccitava vedendo la moglie che scopava con altri uomini, feci la prova per primo io ed effettivamente Cateno durante il mio rapporto con Rosalia si masturbava bellamente. Questa stanza fu addobbata alla bisogna ed a turno invitai miei amici svizzeri, nessun italiano,  che ovviamente sborsavano bei quattrini (Rosalia era molto bella), soldi che dividevano in due. Una volta un inglese disse come veniva chiamato al suo paese quel genere si rapporto amoroso, forse ‘colding’.” Alberto lo corresse, “Si dice ‘cuckolding’  ma io non sono Cateno ed Anna non è Rosalia…” Risata generale poi rientro in Italia e pernottamento a Stresa in un albergo con stanza con vista sul lago Maggiore. Tappa intermedia a Salerno, rientro a Messina. Pensiero di Anna durante il viaggio:“Chissà cosa avrei provato nell’imitare Rosalia ovviamente con un ragazzo di mio gradimento.” “Non farti venire idee sconce!”Alberto aveva indovinato le fantasie della consorte!

  • 10 febbraio alle ore 23:24
    Vita normale

    Come comincia: Quando è finita la mia vita normale?
    Quando tornai a casa e mia madre mi disse: "Tuo fratello dice cose assurde"?
    Iniziava una nuova fase, ma io continuai la mia vita normale.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando mio zio, mio vicino di casa, mi presentò un preventivo per lavori di manutenzione scritto con una Olivetti portatile uguale a quella che possedeva lui stesso? 
    No, gli ho dato i soldi che voleva ed ho continuato la mia vita.
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando pochi mesi dopo la vicina diretta interessata a quei lavori, amica di mio zio, venne a dirmi che aveva di nuovo problemi? 
    No. 
    Chiesi: "Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?". 
    E per due anni non ne sentii più parlare.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando, con due anni di ritardo, capii che per mio fratello non si trattava solo di stress da lavoro e non bastava il nostro affetto e le nostre attenzioni, ma occorreva l'intervento di uno specialista?
    Si entrava ancora in un’altra fase, ma il mio cervello continuò a funzionare "normalmente".
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando per mio fratello si arrivò ad una prima diagnosi? 
    Inaccettabile dapprima, sia per il malato, sia per i familiari.
    E poi, perché inaccettabile? Se un professore universitario e premio Nobel per l'Economia aveva la stessa malattia, cosa c'era di inaccettabile o da nascondere?
    Inaccettabile comunque.
    Mio fratello iniziò una terapia, bene o male, ed io continuai la mia vita “normale”.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando dopo dieci giorni di tira e molla tra il medico curante che diceva che mio padre doveva essere ricoverato e gli operatori delle strutture sanitarie che dicevano il contrario, mio padre fu ricoverato d'urgenza ed arrivò un'altra brutta diagnosi?
    No. Iniziava un'altra durissima fase, ma avemmo la fortuna che nell’ospedale della nostra città ci fosse un primario di Chirurgia di altissimo livello.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando l'altro mio fratello (quello sano) mi aggredì con odio perché secondo lui non avevo capito che dovevamo telefonare noi all'ospedale per sapere quando mio padre doveva iniziare la terapia e non il contrario?
    Sì, la mia vita normale ebbe un cedimento. Ma mi ripresi e recuperai la mia vita ‘normale’.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando mio padre dopo un mese di sofferenze, che chi lo aveva operato imputava alla terapia, fu di nuovo ricoverato d'urgenza in un altro ospedale, anche a causa delle incomprensioni sorte con chi lo aveva operato?
    E il nuovo primario mi disse: "I chirurghi hanno valutato la situazione. Il tumore ha invaso lo stomaco. I chirurghi propongono di levare il duodeno e fare un by-pass. Ma si deve rendere conto che si tratta di una situazione palliativa"?
    Mi crollò il mondo addosso, ma con l'aiuto di mio marito riuscii a rimettere in moto il cervello per capire cosa fosse meglio fare.
    E con l'aiuto dei due primari riuscii a convincere mio padre a farsi trasferire di nuovo all'ospedale dove era stato già operato.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando mio fratello (quello sano), appena arrivato dalla capitale, di sabato, dopo tre giorni che io facevo la spola tra i due ospedali per capire cosa stesse succedendo e cosa bisognasse fare, si volta verso di me e fa: "Se papà muore, è colpa tua."?
    Fu un altro subitaneo choc, ma in quel momento dovevo pensare al trasferimento di mio padre.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando il giorno dopo trovai mio fratello (quello sano) affranto sul divano che diceva a mio fratello (quello malato) che pensava di prendere il treno il giorno dopo e rientrare nella capitale per poi tornare per i funerali?
    "Ma come", pensai, " non può sacrificare nemmeno un giorno delle sue preziose ferie per aspettare che il padre si operi?".
    Tirai un respiro e cercai qualcosa da dire per indurlo a rimanere.
    E non mi venne in mente nient'altro che: " Guardate che il dottor XXX ha detto che la situazione è grave ...".
    Mio fratello (quello sano) balza in piedi e mi sovrasta costringendomi ad indietreggiare: "Lo so che la situazione è grave!", mi sbraita in faccia, " è per questo che me ne vado! [o qualcosa del genere, n.d.r.]. Cosa dovrei fare? Rimanere qua ad aspettare che il tuo prezioso chirurgo lo operi?" "Ora mi colpisce", pensai. Ma mio fratello (quello sano) sembrò riuscire a trattenersi ed invece di colpirmi in faccia, come mi aspettavo, mi dette uno spintone alla spalla. Caddi all'indietro. Fortuna dietro di me c'era un altro divano.
    Afferrai le mie cose ed uscii di corsa.
    Sì. La mia vita normale finiva allora. Ma in sordina.

    All'ansia per mio padre si aggiunse la paura delle reazioni di mio fratello (quello sano).
    Mio padre si riprese alla grande ed io, dopo aver passato il resto dell'estate a leccarmi le ferite causate dagli attacchi di mio fratello, ripresi la mia vita normale.
     
    Ma mentre ci occupavamo di mio padre avevamo distolto l'attenzione da mio fratello.
    E mio fratello ne approfittò per interrompere la terapia.
    Iniziò una nuova fase. O meglio riprendemmo una vecchia fase. Mio marito ed io la sera stavamo sul chi va là. Non era insolito che mio padre ci telefonasse per chiedere aiuto. E noi correvamo.
    Fino a quando mio padre provvide al ricovero di mio fratello.

    Quel ricovero inaspettatamente avrebbe potuto segnare la svolta positiva.
    Il 2 giugno mio marito ed io, come avevamo fatto tutti i giorni in cui eravamo liberi dal lavoro, ci recammo a far visita a mio fratello in ospedale, a 100 km da casa.
    L'altro mio fratello (quello sano) era sceso dalla capitale con la sua famiglia e ne approfittò per un pomeriggio al mare.
    Mentre eravamo con mio fratello nel reparto, mio fratello cominciò ad andare in agitazione. Intervenne una dottoressa, non con un'iniezione, ma riportando mio fratello alla correttezza ed alla logica con la parola. La dottoressa interrogò anche me. E non appena tendevo ad essere evasiva o a svicolare, mi costringeva ad essere precisa e diretta.
    Poi promise a mio fratello che l'avrebbe dimesso. Ora non poteva perché era finito il suo turno. Ma all'inizio del suo prossimo turno, alla mezzanotte della domenica, lo avrebbe dimesso.
    Quindi prese accordi con me e mio marito che avremmo dovuto andare a prelevare mio fratello. Ma non solo. La dottoressa aveva intenzione di affidare mio fratello a noi, che, disse, si vedeva eravamo persone affidabili e continuare a curarlo con la terapia della parola anche dopo le sue dimissioni.
    Ebbi fiducia in quella dottoressa. Vedevo in lei un vero interesse umano e professionale per mio fratello. Non un interesse pecuniario. 
    "Se vostro fratello continua con i farmaci, ogni due anni starà in una struttura sanitaria", ci avvertì. Però lei poteva lavorare solo in quella circoscrizione, a 100km da casa nostra. Andava benissimo. Solo le facemmo presente il problema che noi eravamo fuori casa per l'intera giornata. "Ci penso", replicò la dottoressa. 
    Un altro problema, ma non lo dissi alla dottoressa, era lasciare mio fratello (e la mia casa) in balia dei nostri parenti e vicini infidi. 
    E confermammo l'appuntamento. Finalmente, mi sembrava, stavamo imboccando la direzione giusta.
    Arrivammo vicino casa. La mia intenzione era di andare a casa e telefonare ai miei genitori per dire loro che mio fratello stava bene. Tutto qui. Mio marito invece se ne uscì che dovevamo andare a casa dei miei a dare la bella notizia. "No", replicai, "si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci". Mi riferivo a quello che era successo l'anno precedente, quando se avessi lasciato fare a loro, mio padre sarebbe stato squartato per levare un'inesistente metastasi allo stomaco, mentre era stato operato in laparoscopia per levare un esistente calcolo della colecisti che lo aveva fatto soffrire terribilmente per un mese ed alla fine gli aveva causato un blocco delle vie digestive.
    "I genitori devono sapere", insistette mio marito e non demorde dalle sue intenzioni. 
    Il diavolo si stava nascondendo nelle vesti della persona di cui più mi fidavo: mio marito.
    Sapevo come sarebbe andata a finire: mio fratello (quello sano) si sarebbe opposto.
    Eppure mi arresi. E lasciai che mio marito facesse come voleva.
    Mi arresi. 
    Per stanchezza, per vigliaccheria.
    Fatto sta che smisi di lottare.
    E fu allora che finì la mia vita normale. 
     
    E mio fratello (quello sano) si oppose nella maniera più infingarda che poteva: telefonò all’ospedale senza dirci niente, senza consultarci. Ed impose, sbraitando e minacciando, che mio fratello (quello malato) continuasse ad essere curato con i farmaci.

    Abbandonai mio fratello malato, il fratello che si fidava di me, nelle mani di chi riteneva di essere più in gamba di me e mio marito.
    Lo abbandonai nelle mani di chi, pur non vivendo vicino e quindi non potendo garantire che mio fratello seguisse il piano farmacologico, imponeva che mio fratello fosse curato con i farmaci.
    Lo abbandonai nelle mani di chi, per stare tranquillo, preferiva che iniettassero al fratello la calma, la calma opaca, come ho letto ieri in un articolo su Alda Merini.
     
    Mi arrabbiai, anche. Mi arrabbiai con mio fratello (quello sano) e sua moglie che s’intromisero in maniera così infingarda. Mi arrabbiai con mio padre che si fece raggirare ed appoggiò la loro strada.
    E nella mia mente, dove risuonava (e risuona ancora) quel “Se papà muore, è colpa tua” scattò qualcosa come: “E va bene, siete più in gamba di me? Vedetevela voi!”
     
    Un attimo di debolezza che ha distrutto tante vite. Quella di mio fratello per prima. Poi la mia. Ed ha reso infelice la vita dei miei cari.
     
    A undici anni di distanza neurologi, psichiatri, psicologi mi hanno detto che non abbiamo la prova contraria: non sappiamo se mio fratello sarebbe stato meglio con l’altra terapia. Lo so, risposi, ma dovevamo provare. Dovevamo rischiare.

    "Se avessi, se potessi, se fossi erano tre fessi", ripete un proverbio sulle targhe che si vendono ai turisti.

    Uno psichiatra mi ha chiesto anche da dove venisse questo mio delirio di onnipotenza. Gliel’ho spiegato: dal fatto che un anno prima avevo avuto ragione a far operare mio padre da chi diceva che mio padre aveva un calcolo e non da chi diceva che aveva una metastasi allo stomaco.
     
    Nel momento in cui pensai: "Va bene, siete più in gamba di me? Vedetevela voi!", credevo di riprendermi la mia vita.
    Invece la mia vita normale finiva lì. 
    Ma me ne accorsi anni dopo.

    Un anno prima, quando, con mio padre ricoverato per la seconda volta, avevo scostato mentalmente mia madre e mio fratello (quello malato, quello sano per fortuna non c'era) con un braccio pensando: "Levatevi di torno, ora il capofamiglia sono io", ero diventata all’improvviso adulta. Ora tornavo ad essere bambina.
    E reagii male: tenendo il broncio, come fanno i bambini.
     
    Due anni dopo mio fratello stette di nuovo male. Ma in realtà non stava mai bene.
    Ed io, invece di riprendere in mano la situazione, confermai la mia esasperazione.
    Divenni esasperata contro mio fratello (quello sano) e sua moglie che avevano imposto la strada dei farmaci. Mi esasperai contro i miei vicini e parenti che continuavano con i loro raggiri e prepotenze.
     
    Ma, chissà perché, se ti comporti come loro poi a loro non piace.
     
    E la signora che, ospite in casa mia, aveva minacciato di buttare a terra gli oggetti che erano sopra il tavolo, mi malmenò.
    E mio zio dettò un verbale di insulti e illazioni contro me e mio.
    E mio zio citò mio marito per avere 58 euro. Ma questo, sarebbe avvenuto comunque, dice mio marito: "Tuo zio ha mandato in tribunale la sorella, ti aspettavi che non mandasse in tribunale me?"
    Ed io ricevetti un decreto ingiuntivo per 240 euro per lavori mai eseguiti.

    E mio marito ed io fummo aggrediti nel cortile di casa. Da amici dei miei parenti. 
    Mio fratello (quello malato), il fratello che io avevo abbandonato nelle mani di chi voleva farlo curare con i farmaci, mi chiese se doveva andare a parlare con il figlio di chi ci aveva aggrediti.
     
    Mio zio, consigliato da un avvocato, cambiò versione e, contraddicendo la sua precedente citazione, citò mio marito per avere 460 euro.
    Mio fratello (quello sano) piombò in casa mia e minaccioso, senza nemmeno sedersi, mi fece il terzo grado.
     
    E mio fratello, il fratello che avevo abbandonato, due anni dopo ancora si ritrovò di nuovo in una struttura sanitaria, come aveva detto la dottoressa. Io ero lì con lui, chiamata da mio padre. Ancora vigile, ma non abbastanza per pensare di riportare mio fratello da quella dottoressa, anche se con 4 anni di ritardo.
    Nel frattempo avevo sprecato e stavo sprecando le mie energie ed il mio cervello per difendere mio marito dagli attacchi dei miei parenti e per evitare che mi venissero addebitate tutte le spese del condominio.
     
    Dopo altri due anni, a seguito di un aborto, causato forse anche dalle persecuzioni dei miei parenti e vicini, vado in depressione che, unita a diagnosi sbagliate, interventi sbagliati ed una serie di imprudenze, mi manda in ipocondria.
    E lì finì anche la parvenza di una vita normale.
    Da allora mio fratello si è ritrovato in una struttura sanitaria ogni anno.
    Ma ancora poteva dimostrare di che pasta era fatto.
    Io stavo male. O almeno credevo di stare male.
    Mio fratello (quello malato) mi accompagnò in banca, dal medico e si occupò della revisione della mia auto.
    Otto mesi dopo ero ancora in ipocondria e non dormivo da due anni, ma mi occupai del ricovero di mia madre che era caduta (frattura del femore e dell'omero), dormivo la notte da mio padre che aveva bisogno di assistenza, mi occupai del ricovero di mia suocera che era da dieci mesi a letto dopo la frattura del femore ed, il giorno dopo, del ricovero di mio fratello che era tornato dal Nord dove lavorava e stava di nuovo male. 
    Intanto andavo al lavoro (11 ore fuori casa). 
    Mio fratello e mia suocera erano nello stesso ospedale in reparti diversi. Appena stette meglio, mio fratello (quello malato) si vestiva ed andava a fare visita a mia suocera, senza dirle che era anche lui ricoverato.
    Da quando ero in depressione ed in ipocondria non vedevo nessuno al di fuori del lavoro. Sentivo il bisogno di parlare con qualcuno, di un po' di conforto. 
    Telefonai a mio fratello (quello sano) che viveva sempre nella capitale. Mi disse: "Sei una fallita."
     
    Cominciai a pensare di ricontattare la dottoressa, anche se in notevole ritardo, di rivolgermi all'ordine dei medici per trovare dove lavorasse ora.
    Sarebbe bastato telefonare allo stesso ospedale. Ho scoperto solo adesso che è ancora lì.
    Ma già per me ogni giorno era una scommessa.
     
    Un anno dopo, a grave prezzo, guarii dall'ipocondria.
    E mio marito mi portò lontano.
    Ma ancora avrei potuto fare qualcosa per mio fratello. Quante volte nell’ultimo anno ho pensato di dirgli di prendere i farmaci, di seguire i consigli dei medici, che oramai li prendevo anch'io (5mg, la dose pediatrica, dice il mio medico), ma non l'ho fatto, visto che anch'io ancora cerco di farne a meno?

    Stavo cercando disperatamente di riprendere in mano la mia vita 'normale'. 
    E mio marito mi aveva creato altri problemi, falsi problemi che non avrebbero dovuti essere creati, con cui combattere.
    E sono certa che questi falsi problemi abbiano avuto un negativo impatto anche sulla psiche di mio fratello.

    Ed avevo ora due figlie da proteggere.

    Ed ora è troppo tardi.
    Mio fratello non c'è più.
     
    Nessun colpevole, nessuno innocente.

  • 09 febbraio alle ore 16:34
    IL DIAVOLO

    Come comincia: Sicuramente saprete che il Diavolo Belzebù è il principe delle tenebre e degli spiriti malvagi, secondo solo a Lucifero e comandante di una schiera di 6666 demoni. In fondo non doveva essere così malvagio se, secondo il Nuovo Testamento si rivolge a lui Ocozia, re d’Israele, per una sua malattia. Perché questa premessa? Lo capirete in seguito.
    Correva l’anno 19.., il tenente della dei Carabinieri VA. umbro di Perugia
    era in servizio a Varese. Non poteva dirsi che ci fosse molto da fare in quanto a delinquenza ed il cotale passava la maggior parte del tempo fuori servizio al cinema o con qualche gentile signorina in una casa chiusa (allora la Merlin non aveva ancora rotto i zebedei con la sua legge). Un giorno gli capitò sotto mano un volantino in cui v’era un invito agli umbri della città di residenza per un ballo fra paesani. Era un sabato estivo, dopo la mattinata passato sul lago, sonnellino nel pomeriggio e, vestito elegantemente, si presentò nel locale da ballo dove era riconosciuto e non ebbe bisogno di presentare i documenti di riconoscimento. Ebbe una delusione, pensava di incontrare giovin fanciulle sorridenti ma la maggior parte delle femminucce era in là con gli anni e non particolarmente avvenenti. Al bancone del bar notò una donna piuttosto giovane che da sola beveva una bibita. In mancanza di meglio, si presentò: “sono VA. di Perugia tenente dei Carabinieri, non mi risulta di averla mai vista a Varese.” La cotale, anche lei annoiata: “Sono LU. professoressa di lettere, sono sola, mia madre è rimasta a casa, non sta bene.” A VA. la cosa non interessò gran che, chiese a LU. di ballare nel frattempo cercava di inquadrare la cotale: piuttosto alta, sguardo non accattivante anzi un po’ annoiato e allora le propose di uscire dal locale. Il lungo lago era incantevole  e l’atmosfera tra i due migliorò tanto che LU. prese sottobraccio la nuova conoscenza.; parlarono della città di origine di ambedue e riscontrarono che alcune persone erano amiche di famiglia. La serata finì con VA. che accompagnò a casa LU. Che con un bacio appena sfiorato sulla guancia congedò la nuova conoscenza. VA. prese a frequentare casa di LU. solo tre volte alla settimana perché i restanti quattro giorni le due donne si dedicavano all’ordine ed alla pulizia di casa, cosa che, purtroppo per lui,(si trattava di un disturbo ossessivo compulsivo) non gli fece drizzare le orecchie! Stanco della vita in caserma, VA. chiese a LU. di fidanzarti e poi decisero di ritornare alla città di provenienza e di sposarsi, cosa annunziata ai genitori per telefono. Caricati i bagagli sulla Fiat 110/103  di VA. i tre, suocera RO. (vedova) compresa, giunsero a Perugia nel tardo pomeriggio. Mentre ME. Madre di VA.  donna gioviale d un po’ ingenua fece delle feste ai nuovi conoscenti, AR. da vecchio conoscitore di donne capì che c’era qualcosa che non andava ma ormai era tardi di chiedere a suo figlio di fare marcia indietro. Si accollò tutte le spese non proprio lievi della cerimonia dal collocamento in albergo dei parenti venuti da lontano sino al loro vettovagliamento. Da vecchio funzionario di banca aveva qualche picciolo da parte ma avrebbe fatto volentieri a meno di sborsarli, ma i figli…Nel frattempo VA. era stato trasferito a Napoli col grado di capitano e ‘io, mammeta e tu’ si insediarono in una abitazione al Vomero. La prima notte VA. andò in bianco con la scusa della stanchezza del viaggio della sposa, come inizio…
    La seconda notte  VA fece il suo dovere di novello sposo ma rimase un po’ male quando si accorse che non aveva fatto molta fatica…la sposa si giustificò affermando che, secondo il suo ginecologo aveva un imene elastico…elastico un corno era stata fidanzata per anni con un lontano parente che, venendo a conoscere a fondo LU, si era ritirato in buon ordine. Come inizio…ma VA. evidentemente faceva parte della schiera dei Calandrino (ricordate il Decamerone del Boccaccio?), fece il suo dovere quasi tutte le sere sino a quando il grande annuncio da parte della novella sposa: “Sono incinta!” Da quel momento la situazione precipitò: “Non voglio che tu faccia male al bambino!” e così niente più sesso fra i due coniugi con la cacciata dal talamo coniugale di VA. e l’esilio in una stanzetta con letto singolo. Da quel momento lotta senza quartiere da parte dei due coniugi: dispetti a vicenda in tutti i campi e decisione da parte di  VA. anche lui cattolico praticante (aveva pure questo difetto!) che si  rivolse  alla Sacra Rota per avere l’annullamento del vincolo  matrimoniale. Spese un fottìo di denaro con la conclusione: matrimonio valido! Nacque una deliziosa bambina cui venne apposto il nome di FE. in onore di un nonno furbastro che durante la prima guerra mondiale, per non correre rischi, rischi, tramite raccomandazioni, riuscì a farsi assegnare ad un incarico amministrativo ma male gliene incolse lo stesso in quanto durante il tragitto caserma – ufficio postale fu centrato da una granata austriaca. Purtroppo per FE. Le liti coniugali si riversarono su di lei che fu ‘sballottolata’ fra la genitrice ed i genitori di VA. che nel frattempo, approvata la legge Gaslini-Fortuna potè divorziare ma ancora una volta male gliene incolse: complessato in campo femminile sposò TI. una napoletana grassa, anche volgare e fumatrice accanita. Passa un giorno, passa l’altro ( non centra il prode Anselmo)i due coniugi passarono a miglior vita VA. per un diabete ribelle e TI. per un ictus. Dal loro ‘incontro’ venne fuori RO. giovane che, purtroppo per lui, era poco dotato intellettualmente per cui fu costretto a fare l’operaio. In seguito per la crisi generale fu licenziato ed il povero RO. fu costretto a sopravvivere con una piccola pensione della Previdenza Sociale, ovviamente niente auto né moto solo una bicicletta con cui si recava nella mensa di una chiesa per fare pulizie ricevendo in cambio il vitto giornaliero. Un particolare: RO. Era diventato obeso e gran fumatore e niente femminucce, un disastrato. Un passo indietro di anni: unico rimasto della famiglia originaria AL. che non riuscendo a vincere concorsi per l’Accademia dei vari Corpi di Polizia, (non aveva nessuno che lo raccomandasse) si accontentò di fare l’allievo finanziere in quel di Roma nella caserma di via XXI aprile. Abituato da gran signore nella famiglia originaria (nel frattempo AR. e ME. erano deceduti), strinse i pugni ricordando le raccomandazioni di nonno AF.: mai dichiararsi volontario per qualsiasi incarico e non fidarsi nemmeno della propria ombra, consigli preziosi! Gli istruttori erano o giovani sottobrigadieri stronzi ovvero vecchi brigadieri silurati alla promozione di maresciallo, tutti acidi  pronti a prendere per i fondelli i poveri allievi. Esemplificando: “Chi di voi sa suonare il pianoforte?” A due sprovveduti che si presentarono: “Andate al circolo ufficiali al pian terreno e trasportate il pianoforte al terzo piano a casa del Colonnello Comandante.” Altra boutade: “Chi di voli ha un titolo di studio di media superiore?” Ai sei presentatisi: “Andate a pulire le latrine delle tre Compagnie, due per piano.” Al. fu notato che se ne stava sempre in disparte da un vecchio brigadiere. “Ah fai il furbo? Hai un bottone sbottonato, cinque giorni di consegna.” Togliere la libera uscita ad AL. era la peggiore punizione che potesse capitargli perché non poteva recarsi in a piazza di Spagna non per ammirare i monumenti ma, più prosaicamente,  per frequentare delle signorine dentro una casa chiusa. La sua salvezza fu un capitano di Perugia cui si presentò facendo presente la sua situazione, da quel momento libera uscita tutte le sere! Indossate le fiamme di finanziere, AL. fu costretto a farsi trasferire in ‘reparti situati ai confini di terra' conditio sine qua non poter accedere alla Scuola Sottufficiali. Vinto il concorso indossò nel 19..i gradi di vicebrigadiere ed assegnato alla sede di Messina. Qui trovò il solito stronzo superiore di grado, piccolo e brutto che lo prese in antipatia affidandogli i compiti più ingrati. AL. Studiò la situazione e la risolse in modo brillante congratulandosi con se stesso: fece domanda per ottenere la qualifica di ‘capo laboratorio fotografico’ (era stato sempre un appassionato di foto) e, una volta ottenutala, si presentò a quel superiore poco simpatico con in mano una circolare in cui si prescriveva che chi fosse in possesso della qualifica suddetta non potesse essere trasferito ad altri incarichi, tieh! La sua vita ovviamente cambiò in meglio, per eseguire servizi fotografici aveva a disposizione una un’auto targata G. di F. con cui percorreva le province di Messina, Catania, Siracusa e Ragusa imbarcandosi anche sulle  motovedette e sugli elicotteri, una pacchia. Ovviamente nel frattempo non si fece mancare …la materia prima, non aveva difficoltà di conquiste femminili, era alto un metro e ottanta e attirava il sesso femminile anche per la sua simpatia. AL. Si era scoperto anche scrittore, aveva pubblicato un romanzo sulla sua vita e quasi ogni settimana ‘sfornava’ un racconto, spesso di natura erotica, ormai era arrivato a cento. Fece pubblicare un trafiletto su una rivista nazionale ed ebbe un discreto successo. Troppo bello per durare, il suo dio protettore Hermes, in altre faccende affaccendato, si distrasse e un messaggio giunse sul computer di AL.: “Sono tua nipote FE. figlia di VA., ti ho rintracciato tramite I racconti che hai pubblicati su l’app.’APHORIM, mi piacerebbe allacciare un rapporto con te, siamo rimasti in pochi che portano il nostro cognome anche se francamente devo dirti che tuo fratello mi ha rovinato la vita.”Come premessa non era delle migliori. AL. Un po’ sorpreso rispose alla mail  e così cominciò un passaggio di notizie sulle proprie posizioni in vari campi, non ultimo quello religioso che era basilare per FE. decisamente meno per AL. Il quale nei suoi racconti aveva chiaramente dimostrato  la sua contrarietà ad incomprensioni, fanatismo e puritanesimo. Una frase di FE. lo colpì: “Non c’è sesso senza amore!” tuttavia ritenne opportuno non sottolineare i rispettivi punti ti di vista e si scambiarono notizie sulle loro vite passate forse però FE. non comprese quanto grandi fossero le differenze che li dividevano. AL. fece chiaramente capire i suoi punti di vista in fatto di sesso raccontando l’episodio di quando, davanti alle prorompenti tette della cognata  (sua moglie le aveva più piccole) gliene tirò fuori una dal reggiseno fra gli applausi  dei presenti. In seguito ad altra corrispondenza FE. scrisse ad Al.una mail di fuoco coinvolgendo anche la figlia CH., degna di sua madre, che fece altrettanto. Al. infine rispose facendo presente che non intendeva offendere nessuno e che voleva che la cosa finisse lì ma come risposta? Indovina, indovina: “Sei il diavolo!” Quella era l'espressione di una fanatica religiosa e quindi non degna di risposta. Non raccontò l’episodio alla dolce consorte An., erano una coppia talmente affiatata, anche se con una grande differenza di età, si poteva usare la parola amore. Cambiando argomento, la piccola AN. aveva un solo difetto, usava spesso per acquisti la carta di credito ma sicuramente era una delle donne più eleganti di Messina ed AL. ne andava orgoglioso. Avrete capito che Il diavolo è il concetto che si lega all’inizio del racconto, AL. Ricordava una barzelletta in cui un uomo interrogato se preferisse andare in Paradiso o all’Inferno rispose: “in Paradiso si gode di una bella aria ma all’inferno ci si diverte di più.” Sicuramente non avrà fatto ridire qualche fanatica religiosa ma poco me ne cale. Per finire una osservazione: in casa d FE: i maschietti contavano pochissimo, quelli presenti e forse anche quelli futuri, molto probabilmente potevano assimilarsi a Calandrino, senza offesa per nessuno!
     

  • 08 febbraio alle ore 16:06
    Ricordi.

    Come comincia: Un nome, in una telefonata, li risvegliò. Cominciarono ad uscire lentamente dalla memoria, come se fossero tutti frammenti collegati che scivolavano fuori da un bicchiere a calice, simili alle bollicine eteree dello spumante.
    Era per una questione di lavoro, eppure quando la persona si presentò le venne fatto subito di chiedere:
    -"Montanari? E' un cognome che ricordo molto bene, quello di un medico caro amico di mia madre e di mia zia... Tullio? Le dice qualcosa?"-
    Risultò che sì, si trattava di un parente stretto.
    -"Il figlio è medico. Lui era fratello di mio padre, insomma, siamo cugini"-
    Immediatamente, come prima bollicina, sentì il solletico che le procurava la barba di lui, medico, quando le auscultava le spalle. Disse:
    -"Era molto più grande di me, io una bambina, lui aveva l'età di mia madre, più o meno"-
    Poi tornarono all'argomento della telefonata, tuttavia dentro di lei, scrittrice, qualcosa cominciò a ronzare, come sempre le accadeva quando "sapeva" che la circostanza fortuita, verosimile se non vera, si sarebbe tramutata in racconto. Verosimile, se non vero? Ma la storia, che non avrebbe mai e poi mai raccontata alla persona dall'altro capo del filo, era vera.
    Ecco: riuscì a rivedere la madre, con quel vestito molto elegante, ma non eccessivo, che aveva indossato alla prima comunione della figlia di quella che lei chiamava "zia Olga", sin da bambina. La gonna blu, il corpetto azzurro, in cui si inserivano, ritagliati e ricamati, miriadi di fiorellini col bordo blu. Le belle braccia della mamma ancor giovane, seppure l'aveva partorita a circa 36 anni e lei, nella foto(c'era una foto) ne aveva certamente almeno quindici.
    C'era zia Olga, sua madre, suo padre (che l'avrebbe lasciata troppo a breve), la piccola coi riccioli neri e l’abito da prima comunione ed il padre di lei.
    Ricordava le rare volte in cui si erano trovate a casa di questa zia, laddove il marito, magro, piccolo, si vedeva raramente. Come si chiamava la piccina? No: non lo ricordava. Forse Fiorella. Ma poteva trattarsi di una associazione mentale.
    Frasi, come bollicine scoppiavano nelle memoria e lei si ritrovava a riallacciarle e a rendersi conto che, sì, fin da piccola aveva capito che alle spalle di quella zia Olga c'era un mistero.
    Zia Elena (zia vera, la sorella della madre), doveva avere l'abitudine di parlare liberamente davanti a lei bambina, senza comprendere che i bambini hanno strane orecchie, munite di registratori e per le cose che non comprendono al momento, c'è poi un seguito in cui si riascoltano i ricordi, si collegano tra di loro, si comprende quello che non era stato compreso subito. Attenti, dunque, a ciò che si dice in loro presenza, o quanto possono, in qualche modo, ascoltare.
    Dunque: la piccola, molto carina, dalla carnagione scura, gli occhi neri, brillanti, aveva i capelli che crescevano gonfiandosi di riccioli verso l'alto. Fatto che costringeva la madre a tenerglieli corti. Raccontava la zia.
    A pensarci bene lo diceva come se fosse qualcosa che nascesse da un segreto, da un fatto che non doveva essere spiegato in quanto chi parlava sapeva che l'ascoltatrice (mia madre), avrebbe capito. Somiglianze.
    La mamma raccontava spesso di come lei stessa, piccola di statura e rossa di capelli, camminasse a braccetto con l'amica Olga, alta, bruna e riccioluta (a pensarci bene, cosa che spiegava, senza altri misteri i capelli della figlia e anche la carnagione e lo sguardo bruno). Correvano e "chi passa currenno nun o' vere" (chi passa correndo non se ne accorge), scherzava la mamma, ricordando quelle passeggiate amicali per le strade di Napoli in cui lei appariva elegante perché lei "si cuciva addosso" i vestiti con grande bravura, stretti in vita in modo da porre in luce i fianchi e il seno ma qualche volta li indossava non proprio finiti,  per cui li fermava con "le spille di nutriccia" e nessuno se ne rendeva conto. Le spille che usavano le balie (e le mamme), per fermare i pannolini dei bambini. Spille di sicurezza le definiremmo oggi.
    Dovevano essere state davvero belle, così differenti, quelle due ragazze vissute ai primi del 900. Attiravano gli sguardi dei giovanotti. La mamma diceva:
    -"E' un bene camminare con una amica bella, si è guardate di più. Stupido essere gelose delle amiche belle, servono ad essere ammirate, specialmente quando sono diverse da noi."-
    Ma zia Olga aveva un segreto. Con questo torniamo alla telefonata e a quel Medico Montanari e alla sua barba che le solleticava la schiena. Lei aveva sette o otto anni, lui la visitava perché era stata ammalata, o lo era, forse, ancora. La sua figura alta si stagliava sotto la porta. Doveva essere un bell'uomo di cui in realtà ricordava ben poco oltre la barba, se non fosse stato, oggi, per le bollicine che si erano collegate e esplodevano nei ricordi. Diceva la zia alla madre, riferendosi all’amica comune:
    -"Porta con sé la figlia quando si va ad incontrare con lui, poi la fa uscire fuori il balcone e la lascia li."-
    Oggi comprende: la piccola ricciuta all'epoca doveva avere pochi anni, quindi non capiva (o avrebbe poi capito?). Eppure oggi si chiedeva con quale coraggio (o disperazione), una madre, per fare l'amore con quello che considera l'uomo della sua vita (forse anche il padre della bambina? La somiglianza? I capelli ricci? Il colorito?), chiude una piccola di circa quattro anni fuori al balcone? Di dove? Di una casa? Di un albergo ad ore? Ed era poi sposato questo Tullio Montanari? La figlia seppe poi di non essere nata da quello che considerava il padre? Ebbe modo di dialogare con il padre naturale? Ebbero modo di seguire l'uno la vita dell'altra? Lui di aiutarla nella crescita?
    Lei, oggi, non lo sapeva. Il padre della piccola vendeva scarpe. La casa era grande e vecchia. Lei, oggi, poteva rivedere chiaramente tutti loro grazie a quella foto nel vecchio album in cui si ritrovava elegante, ben pettinata, come in realtà poi non aveva mai amato tanto di essere.
    Che fine fecero poi quelle persone, scomparse si potrebbe dire, dalla sua vita (ovviamente da quella di sua madre), da un momento all'altro?
    La risata di zia Olga, il volto dalle gote gonfie, lo strano modo di parlare, intercalato di silenzi.
    Tutto scompare. Da qualche parte ci deve essere il ricordo di una morte. Quella di lei? Di lui? Del marito di lei?
    Non lo sa. Le bollicine si sono sgonfiate e non danno più volume ai ricordi.
    In ogni caso quella telefonata ha funto da ponte, riallacciando il presente con il passato, dando almeno una risposta:sì: anche lui doveva avere una famiglia, perché l'uomo al telefono aveva detto:
    - "Il figlio è medico come il padre."
    Che strano conoscere, dall'esterno, fatti così intimi di una persona che ci è passata a fianco senza quasi sfiorarci, se non nel ricordo di una visita medica alle spalle e di un insieme discontinuo composto con frasi percepite, che non erano state dette a te. Una storia per cui forse una moglie gelosa non ha dormito la notte, chiedendosi la ragione del marito distratto, sempre occupato nel lavoro. Sensazioni che certamente avevano reso perplesso un marito, le cui amiche della moglie, al suo arrivo, sembravano imbarazzate, tacevano per qualche momento e poi cambiavano argomento. Strappi nell'animo di una ragazzina, poi cresciuta con l'ambivalenza del sentirsi, sapersi, non essere certa di chi sia il padre, con ricordi infantili di un balcone, di un essere estraniata, di non comprendere il prima e il dopo dell'incontro e dell'avere ricevuto forse qualche caramella da quel bell'uomo che la madre incontrava e di cui -certamente- le era stato imposto che non dovesse fare cenno con il padre. La considerazione che poteva avere avuto per un padre che la cresceva, ma forse non era il suo e a cui doveva tacere qualcosa che intuiva grave.
    Strappi nell'animo di quella donna bruna che rideva, ma non doveva essere davvero felice. Poi c'era il vago ricordo di un altro figlio, più grande, il maschio malato di non si sa bene cosa e di come doveva avere vissuto nell'ambiente domestico non certo felice, in qualche modo aiutato dall’amico medico della madre.
    Di lui ricordava ben poco.
    Sofferenza, nascondimento, timori, bugie, amore, passione, stravolgimenti di vite. Tutto così vano, polveroso, finito. Marchi nei corpi, morti assieme a quelli, di cui non restano che bollicine di ricordi nell'animo troppo sensibile di una scrittrice che ha tutto appena lievemente sfiorato, pur avendo con la sua presenza e un breve scritto, dato loro una memoria.
     

  • 25 febbraio 2017 alle ore 14:46
    Gli occhi della morta

    Come comincia: Eravamo sei o sette quel pomeriggio a casa di Renzo, un omaccione alto, paffuto, simpatico, ma molto più grande di noi. Viveva da solo. Suo padre si era ritirato nell’appartamento al piano di sopra. Aveva perso la moglie a causa di un di pezzo d’intonaco precipitatole sul cranio da un balcone. Ci aveva raccontato che la madre rincasava dal mercato quando è successo. Il sangue si era sparso intorno al suo cadavere e sulle scarpe di un passante, rimasto illeso per stupide frazioni di secondo.
    Non sapevo se  la donna fosse morta di recente. Una foto sbiadita la ritraeva da giovane. Folti capelli neri. Occhi chiari fissi nella macchina, immuni d’impaccio. Un sorriso triste, forse presago dell’assurda fine, con due fossette ai margini della bocca.
    Nella lugubre cornice di metallo, dall’alto del comò di radica, quegli occhi scrutavano ogni angolo della stanza. Il vecchio letto disfatto. L’enorme specchio dell’armadio che sfiorava il soffitto. I tappetini sudici, resi quasi stracci sotto i nostri piedi. Una policromia di vesti a seppellire le coperte a fiori rossi delle due poltrone rose accanto alla finestra. La luce che filtrava dal cellofan opaco, assicurato all’anta di sinistra senza vetro. Persino in terra giungeva quello sguardo. Ero chino a raccogliere una sigaretta rotolata dietro una fila sghemba di scarpe spaiate, adorne di calzini lerci.
    Alcuni ragazzi si rincorrevano per la casa, come dei bambini. Altri sfogliavano riviste porno mentre sbattevano i pieni per il freddo. Era inizio autunno, ma la casa maledettamente umida, con grandi macchie scure alle pareti e al soffitto. Pazientavamo nudi, quasi per non perdere altro tempo quando sarebbe arrivata.
    Mi ero rinchiuso in bagno un minuto, per stare da solo. Non c’era una finestra né un oblò per l’aria e una luce tenue si propagava da una lampada moscia. Cavi sospesi s’attorcigliavano dietro uno specchio orlato di ruggine. Tutto intorno mattonelle rosa, con due file di nero equidistanti dagli estremi di muro.
    Sentii delle grida, un tallonare turbolento. Finalmente era arrivata. Mi precipitai nella stanza dominata dagli occhi della morta. Lanciai uno sguardo a quell’immagine, che non trattenni più di un attimo.  Erano tutti lì, sconci e pelosi. Alcuni in piedi a scambiarsi oscenità e sorrisi furbi. I più audaci, già seduti a gambe aperte ai bordi del letto, si compiacevano della propria erezione. Tra le lenzuola sgualcite un corpo enorme si dimenava nell’abito di tela nera. Con gesti di maniera venivano fuori le grosse cosce e le mutande che rigavano l’ombelico. Uno strato di carne molle si svicolò dondolando e s’acquattò. Il volto era ancora nascosto e solo un ciuffo castano spuntava dal groviglio. Intorno a me risate dense di sarcasmo, insulti senza remore, atroci e cattivi. Cercavo di non farmi coinvolgere. Avevo voglia di fuggire, ma sorridevo vile insieme a loro al disincastro da quella gabbia di tela.
    Partecipavo al disgusto, con in mano una mammella pesante e calda, dal capezzolo turgido, in un cerchio di peli accolti in pori slargati. La sua gemella libera era precipitata in basso senza forma. Lasciai cadere anche l’altra e mi accorsi del suo sorriso sdentato, dei suoi occhi lucidi che mi fissavano.
    Mi vergognavo di me stesso. Mi ringraziava o mi supplicava? Non meritavo ringraziamenti ma disprezzo. Non meritavo suppliche. Una delusione pungente o una presa di coscienza? Non capivo. Era riuscita a leggermi dentro o avrebbe sorriso a chiunque? Speravo nella prima ipotesi, per poter riprendere la recita, assolto. La vera pietà, la vita vera sarebbe rimasta dentro integra, rinvigorita dallo sguardo della vittima, non scalfita dalla sostanza dell’atto, dalla parvenza per confondermi nel gruppo e meritare l’illusione d’aver vinto la solitudine. Ma persisteva il dubbio.
    Riprovai la stessa angoscia un giorno quando, dopo aver scansato un mendico, mi voltai indietro per scrupolo. Tendeva una berretta sudicia  e una mano di vene scure attorno a un’immaginetta traballante di Cristo. Vidi il vecchio cercare di alzarsi da terra, dopo una spinta.
    Mi allontanai dal letto, ma nessuno se ne accorse.  Immersa nel ruolo, ora lei vendeva risate sguaiate, lanciava mani esperte ai corpi che le si appressavano attorno. Ad ogni insulto rispondeva  alla pari con voce cavernosa, maschile. Si distese facendo gemere la rete e aprì le grosse gambe. Non era abbastanza, perché qualcuno volle gravarle col suo peso di maggiore oscenità. La vagina era interamente coperta da un manto di grasso. Lo afferrò con la mano, come un gatto per il collo, e lo spostò sullo stomaco per aprirsi allo scempio.
    Mentre mi rivestivo, lo sguardo ricadde negli occhi della morta. Mi facevano paura, ma provavo in quella fissità liberazione. Sentivo che almeno quell’immagine inerte, quel foglio di materia dagli angoli deturpati dal tempo, riusciva a disprezzarmi, a frustarmi con violenza.
    La donna l’ho rivista ieri, così magra che stentavo a riconoscerla. Ha risposto al mio sorriso impacciato con allegria. Non ho avuto il coraggio di fermarmi.
     

  • 19 febbraio 2017 alle ore 21:27
    In parole, opere e omissioni... io uccido

    Come comincia: Rinaldo è caduto.È stato un mese tra la vita e la morte, ma le cure dei medici e la sua tempra hanno avuto la meglio.Rinaldo è vivo. I primi giorni in cui si attendeva di sapere se Rinaldo ce l’avrebbe fatta o no Laura, oltre a pregare e sperare per la salvezza di Rinaldo, aveva un pensiero che le passava come un lampo per la mente: “Se Rinaldo muore, non andrò alle sue esequie. Non è opportuno che un assassino vada alle esequie della sua vittima”.Laura non aveva mai alzato una mano contro Rinaldo.Anzi, una volta sì.Venticinque anni prima.Rinaldo e Laura stavano giocando a scacchi in un pomeriggio d’estate. Rinaldo dichiara scacco matto. Che cosa scatta nella mente di Laura? Un moto di stizza infantile? Fatto sta che Laura dà uno schiaffo a Rinaldo. Rinaldo fa “Oh!?!” con un tono ed un’espressione sul volto di risentimento e stupore. Laura si scusa, vergognosa. E l’episodio finisce lì. Fatto salvo degli strascichi invisibili ed inconsapevoli che ogni evento lascia nella nostra anima.Laura non ha mai usato un’arma contro Rinaldo. Perché si ritiene assassina di Rinaldo?Una degli assassini di Rinaldo, per la verità.Perché tanti possono essere gli assassini di Rinaldo.Ma gli altri rispondono alla propria coscienza.Laura può solo rispondere alla propria.Era da molti anni che Rinaldo aveva bisogno d’aiuto. Che bisognava intervenire.Con il senno del poi, da molto prima che la madre suonasse il primo serio campanello d’allarme.Andando indietro con la memoria, Laura trova la prima omissione quando Rinaldo aveva 14 anni. Il papà di Rinaldo è ricoverato d’urgenza in ospedale per un’emorragia allo stomaco. È proprio il papà di Rinaldo dal letto di ospedale ad alzare la prima banderuola: “State vicini a Rinaldo.”, dice ai figli più grandi Laura ed Orlando e alla moglie, “Non l’ha presa bene”. Ma Laura non ricorda che nessuno si sia preso la briga di parlare a Rinaldo per aiutarlo ad affrontare quella situazione nuova e destabilizzante.Gli anni passano e ci sarebbero diverse osservazioni e appunti ma arriviamo a quando Rinaldo esplode con Laura per la prima volta.Laura lavora da due anni in un’azienda a 50 km da casa. Rinaldo, studente universitario, inopinatamente un pomeriggio sbotta con violenza, come se fosse risentito nei confronti dei fratelli già laureati e “sistemati”, senza riflettere che hanno quasi dieci anni più di lui, che anche lui si sarebbe laureato e se la sarebbe cavata meglio di loro! Laura è sbigottita: “Rinaldo”, fa, “ma che credi? Che ti sistemi non mi può fare altro che piacere.”Tre mesi dopo succede il patatrac. Pino sta cercando casa. Finalmente ne trova una che piace a Laura. Laura sa che il padre vorrebbe che lei aggiustasse la vecchia casa di famiglia e vi andasse a vivere.Ma Laura ha tre obiezioni:1) Il suo lavoro non le garantisce che lavorerà sempre nella stessa sede. Laura potrebbe avere necessità in futuro di trasferirsi altrove. Deve avere una casa che può vendere per comprarne un’altra.2) Laura dice a Pino: “Io non vado lì a far subire ai miei figli quello che ho dovuto sopportare io”. L’appartamento è in una palazzina di famiglia circondata da un giardino. La palazzina ha 5 appartamenti, uno per ogni figlio del nonno paterno. E Laura ricorda le angherie e le sopraffazioni che ha dovuto subire dai cugini.3) Come sa bene Filumena Marturano, i figli quando sono grandi o sono tutti uguali o è l’inferno. Il padre è tanto accecato dall’affetto per quella casa che non pensa che gli altri due suoi figli potrebbero risentirsi? Laura sa che non è un regalo. Ma lo sanno anche i fratelli? La casa e la palazzina hanno bisogno di pesanti manutenzioni. In pratica Laura invece di spendere i suoi soldi per comprare un appartamento nuovo, li dovrebbe utilizzare per riparare l’appartamento e contribuire alla manutenzione della palazzina che ha da tempo bisogno di pesanti ristrutturazioni. E Laura rimarrebbe senza soldi per poter trasferirsi in caso di necessità. E così torniamo al punto 1).Invece di fare i propri interessi e procedere, Laura informa il padre che avevano trovato un appartamento. Il suo scopo è duplice: a) preparare il padre alla delusione; b) chiedere al padre che è ingegnere di darvi un’occhiata per dare un parere strutturale del palazzo. E, poi, diciamo la verità, anche Laura è affezionata a quella vecchia casa. La risposta del padre la blocca: “Se tu te ne compri un’altra, io vendo quella”. E Laura sospende tutto. Lo zio Alfredo ha già venduto il suo appartamento. La zia Liliana vende anche il suo. E Laura vede già le persone che ruotano come avvoltoi intorno al padre e che vorrebbero comprare l’appartamento a metà del suo valore di mercato e si decide. Parla ai fratelli in presenza del padre. Orlando mostra la sua completa indifferenza. Sta a Roma e più volte ha detto a Laura: “Papà è fissato con quella casa. Quella è una casa vecchia”. A Laura sembra invece che la cosa dispiaccia a Rinaldo. Allora lo guarda e dice: “Se avete qualcosa da dire, ditela adesso. Dopo non voglio sapere niente”. Orlando riafferma la sua completa indifferenza. Rinaldo non dice niente.Laura avrebbe dovuto dire: “Ho capito”. E dire al padre: “Papà, non se ne fa niente. A Rinaldo dispiace”. E invece, niente. Magari avrebbe potuto illustrare a Rinaldo lo stato dell’appartamento e della palazzina e chiedergli: “Te ne vuoi fare carico tu?”. E invece niente. Poi se ne dimentica.Rinaldo si laurea, trova lavoro ed ha una fidanzata fissa. I genitori non sono molto contenti della ragazza. E così, quando dopo un ennesimo litigio, la povera ragazza in lacrime dice: “Ma lui dice cose assurde!”, nessuno le dà credito. Poi Rinaldo lascia la sua fidanzata e, forse senza rendersene conto, commette un grave peccato contro la vita.Passa più di un anno quando la madre per prima inizia a sospettare seriamente che qualcosa non vada. Riferisce a Laura che Rinaldo dice cose assurde.Laura rimane interdetta e non capisce che occorre agire subito. E con determinazione.  “Sarà conseguenza dello stress che Rinaldo subisce sul lavoro”, pensa Laura, “Rinaldo deve solo imparare a gestire gli attacchi che quotidianamente riceve”.E quando può, Laura ne parla con Rinaldo. Non capisce che è già tempo di chiedere l’aiuto di uno specialista.Passa un anno e la situazione si trascina.Pino, il fidanzato di Laura, ne parla con Orlando. Rinaldo deve cambiare aria, deve uscire dalla casa dei genitori. E suggerisce a Orlando di portare Rinaldo con sé a Roma, di aiutarlo a trovare lavoro lì. Orlando non è d’accordo. Ha altre opinioni. E si nega.Laura e Pino si sposano. Hanno ristrutturato l’appartamento. Hanno risparmiato e Laura progetta di comprare un bilocale per Rinaldo. Questo gli darebbe fiducia.Ma, si sa, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Pino non l’aiuterà. Né economicamente né nella ricerca. Oltretutto è stupido mettere su un mutuo per una casa dove non devi andare ad abitare, dice. Sì, non ci andremo ad abitare noi, ma ci andrà ad abitare Rinaldo, avrebbe dovuto ribattere Laura. Laura non si aspettava alcun aiuto economico, ma nella ricerca e nelle pratiche sì. Laura sta fuori tutto il giorno per lavoro. Non è che abbia molto tempo. L’azienda la manda due mesi fuori. Ed il tempo passa. E i prezzi della bolla speculativa aumentano, contrariamente a quanto Laura aveva letto sulla rivista che mensilmente le invia la sua banca. Pino e Laura invitano Rinaldo a pranzo. Laura vuole invitare Rinaldo a trasferirsi da loro. La reazione di Rinaldo la gela. Per la prima volta è testimone di quanto la madre di Rinaldo cercava di far capire loro. Rinaldo rifiuta con un secco no. Ma è tutto l’atteggiamento di Rinaldo che gela Laura. Rinaldo non si fida di loro! Una diffidenza profonda, irrazionale, incontrollata. Laura comincia a proporgli di vedere uno specialista. “No, cosa fai!”, dirà anni dopo il senno del poi, “Non devi proporglielo! Devi trovarlo tu e portarcelo! Volente o nolente!” Oramai la situazione è buia. Laura e Pino chiedono di nuovo aiuto a Orlando, che pensano abbia ascendente su Rinaldo. In presenza di Orlando la situazione precipita e non si può più fare a meno di richiedere l’intervento dei medici. Per la prima volta arriva una diagnosi. Tremenda. Rinaldo ha la stessa malattia di John Nash. Laura tende a non crederci. Pensa che i medici se ne escano con quella parola quando non ci capiscono niente. Solo anni dopo legge che quella malattia con quel nome è associato ad un sintomo ben preciso. E' Rinaldo accusa quel sintomo. Due giorni dopo, Laura ammette che con le cure Rinaldo sta meglio e riferisce al padre, che si commuove: "Per la prima volta dopo tre anni, ho parlato normalmente con Rinaldo". Rinaldo accetta la terapia. O meglio sembra accettare la terapia. È evidente che pensa di ingannare “il nemico” fingendo collaborazione. Laura non è convinta, ma non essendo in grado di proporre una valida alternativa, pensa meglio che niente. La vita continua sui suoi binari. Rinaldo continua a recarsi al lavoro, ma pochi mesi dopo l’azienda per cui lavora dichiara lo stato di crisi. Il rischio chiusura si profila sempre più realistico. Uno stress che sarebbe stato meglio evitare per Rinaldo.Il padre di Rinaldo è operato per una grave patologia. Tra gli alti e bassi della successiva terapia, il padre di Rinaldo è di nuovo ricoverato d’urgenza. Rinaldo non è in condizioni di prendere in mano la situazione, Orlando è a Roma e rimane lì. Tocca a Laura capire cosa stia succedendo.Il padre di Rinaldo è ricoverato in un ospedale diverso da dove era stato operato tre mesi prima. Parlando con i medici, Laura si convince che il padre deve farsi trasferire all’ospedale dove era già in cura. Quando riesce, con fatica, a convincere anche il padre, deve sentirsi dire da Orlando, appena arrivato: “Se papà muore è colpa tua”. Nei giorni successivi il secondo intervento, Laura si trova ancora da sola a seguire il decorso dell’intervento. Quando gli esiti sono ancora incerti, Laura deve sentire Rinaldo che le parla di un progetto di impianto solare per la produzione di elettricità. Deve raccogliere tutte le sue risorse per rimanere calma e spiegare a Rinaldo che il padre non è ancora fuori pericolo. Il giorno dopo la situazione si risolve e da allora il padre comincia a riprendersi alla grande. Mentre l’attenzione è rivolta al padre, la situazione di Rinaldo continua a precipitare. Tre mesi dopo annuncia che ha dato le dimissioni. Laura avrebbe dovuto capire che in sé la cosa non era grave. Al di là che l’azienda stava chiudendo per i fatti suoi, per quanto bravo nel suo lavoro, sarebbe stato bene che Rinaldo trovasse un lavoro più adatto alla sua indole. Ma non è bene che Rinaldo si isoli e rimanga a casa. Il padre di Rinaldo chiama spesso Pino e Laura perché Rinaldo dà in escandescenze e chiede il loro intervento. Fino a quando non arriviamo a maggio. Rinaldo rifiuta di mangiare. Come John Nash, sente voci e ordini che sono solo nel suo cervello. Una volta che Laura si reca da sola e cerca di discutere con Rinaldo, Rinaldo davanti al padre la prende per i capelli. Ma il suo affetto per lei è più grande del suo rancore e non tira. Laura pensa che Rinaldo si sia controllato meglio di Orlando che era stato lì lì per colpirla in faccia e poi le aveva invece dato un violento spintone, quando aveva fatto trasferire il padre da un ospedale all'altro. In quel maggio arriva, non determinante, ma inopportuna, la telefonata di zio Furio, vicino di casa di Laura e Pino. Furio, che per “consolidata consuetudine” non versa le sue quote mensili, protesta con il padre di Laura che Pino, amministratore di turno del condominio, ha chiesto ai vicini di versare le loro quote. Telefonata non determinante, ma inopportuna. Rinaldo, già non tranquillo, dice turbato a Laura: "Ma quando mai zio Furio non ha versato le sue quote?". Sempre, risponde nella sua mente Laura, ma tace.Laura si reca spesso a casa di Rinaldo e lo fa uscire per dare un po’ di sollievo ai suoi genitori. Non è tempo di giocare. Non lo è mai stato. Laura esorta il padre di Rinaldo a chiudere la porta della camera da letto quando vanno a dormire e di mettere una sedia dietro. Laura ricorda bene quando, una delle volte che invita Rinaldo ad uscire, in ascensore fa la disinvolta, ma dentro di sé prega: “Fa che non cacci dal giubbotto un paio di forbici e me le ficchi nel fianco”. Non avrebbe dovuto preoccuparsi: Rinaldo può far del male a se stesso, non agli altri. La tensione è troppa per il padre e Rinaldo sta male. Una mattina che sa che Laura non si è recata ancora al lavoro, il padre rompe gli indugi e chiede di nuovo l’intervento dei medici. Rinaldo accetta per la seconda volta il ricovero. Due anni prima era a 30 km da casa. Adesso è a 100 km da casa.Le prime due settimane sono penosissime.Orlando decide comunque di partire per una vacanza già programamta. Quando rientra, comincia a tempestare di telefonate i medici. “Non sapevano neanche che avesse un fratello!”, si lamenta con Laura. "E come potevano saperlo?", pensa Laura, "tu non c'eri e non c'è mai stao modo nè necessità di dirlo." Orlando comincia a delineare strategie e impartire direttive a Laura al telefono. Dice anche: “Guarda, io ho paura che quando Rinaldo esce voglia vendicarsi.” “Vendicarsi?” pensa Laura “e se anche fosse, si vorrà vendicare con il padre, con me. Che devi temere tu che non eri nemmeno presente?”. Ma tiene quella risposta per sé.Il 27 è il compleanno di Laura. Un compleanno importante. Compie 40 anni. Per dare un po’ di ristoro ai genitori, Laura e Pino organizzano una cena in casa e li invitano. Laura ricorda quella cena. Una cena ed una serata riuscita, considerate le circostanze. Con il senno del poi negli anni a venire due cose Laura rimpiange e cambierebbe di quella serata.Laura decide di portare un pezzo di torta ad Andreina, la moglie del cugino Poldo che abita sopra di loro. “Lascia perdere”, le dice Pino, “chillo è ‘nu fetente”. Sì, ma io voglio ringraziare Andreina non Poldo e va. Poteva risparmiarsi il disturbo. Andreina non c’è ed a malincuore consegna la torta a Poldo, che s'informa del motivo ed accoglie la torta con il suo solito risolino falso che fa quando gli rode che qualcun altro è contento.Arriva la telefonata di Orlando. Ufficialmente per fare gli auguri, in realtà per dare direttive a Laura, direttive che, Laura lo percepisce, vengono dalla compagna. Laura rimpiange di non aver tagliato la telefonata dicendo: “Guarda, ci sono papà e mamma che aspettano a tavola. Ci sentiamo in un altro momento”.Orlando parla e parla e parla… Ad un certo punto parla dell’inopportunità per Rinaldo di tornare a casa dei genitori. Orlando parla e parla e parla… poi conclude: “Laura, non è che potrebbe venire da te?”. Non bisogna interpretare, Laura sentì dire qualche anno dopo da un medico che aveva in cura Rinaldo. Laura questa volta rimane in piedi, ma sente la sua anima raggomitolarsi dal dolore. Ricorda la frase di Orlando: "Guarda, io ho paura che quando Rinaldo esce voglia vendicarsi.”. Cosa vuole Orlando? Che Rinaldo le dia una bella botta in testa, così in un colpo solo si sbarazza di tutte e due?Il 29 è il compleanno di Rinaldo. Laura e Pino nel pomeriggio vanno a trovarlo in ospedale. Il medico di turno è un vecchio amico di Rinaldo. Gli spiegano le circostanze e così ottengono il permesso di uscire dal reparto e vanno a festeggiare al bar dell’ospedale.Si avvicina velocemente il ponte del 2 giugno. E il ponte del 2 giugno Orlando scende con la sua famiglia per fare i bagni a Paestum.Il 2 giugno Laura e Pino non vanno a mare. Vanno a fare visita di nuovo a Rinaldo. Mentre sono lì, sono testimoni di un episodio. La dottoressa di turno parla in modo eccessivamente veemente con un altro gruppetto. A parte questo incidente, la visita è tranquilla e si mantiene su binari normali.Il 3 mattina, Laura è convocata all’ASL locale. Non invitato, si presenta anche Orlando. Il medico spiega a Laura che i medici parlando con Rinaldo hanno individuato lei come il parente di cui Rinaldo ha più fiducia e le chiede se Rinaldo, una volta uscito dall’ospedale possa andare a casa di Laura. Laura spiega che il marito ha delle perplessità. Orlando con sicumera afferma che Rinaldo può andare a casa sua, a Roma. Certo, deve prima parlare con sua moglie.Il pomeriggio Laura e Pino vanno di nuovo a trovare Rinaldo. Questa volta la visita non è tranquilla come il giorno prima. Verso la fine Rinaldo comincia a dare in escandescenze. Interviene la dottoressa del giorno prima. Non con un’iniezione calmante, come avevano già fatto i suoi colleghi qualche giorno precedente, ma parlando a Rinaldo, riportando i suoi pensieri sui normali binari. La dottoressa vuole parlare anche con Laura e, quando le sue risposte non sono dirette, la costringe ad essere diretta, chiara e concisa. Come sta facendo con Rinaldo. Alla fine promette a Rinaldo che all’inizio del suo prossimo turno, sabato prossimo a mezzanotte, lo dimetterà. Ora non può farlo perché il suo turno è finito. È rimasta solo per non consegnare al collega un problema irrisolto. Poi si rivolge a Pino ed a Laura informandoli che può prendere in cura Rinaldo anche dopo le dimissioni e che vorrebbe affidare Rinaldo a loro, che si vede sono persone affidabili. Però lei può operare solo in quella zona, quindi dovrebbero accompagnarlo sempre lì. Li informa che se Rinaldo continua con la terapia tradizionale, ogni due anni sarà ricoverato in una struttura sanitaria. Laura si fida. Non vede un interesse pecuniario nelle parole della dottoressa, ma un vero interesse umano e medico nei confronti di Rinaldo. Pino esprime solo il dubbio che loro due sono fuori casa tutto il giorno (inoltre pensa, ma non lo dice, ai loro vicini poco affidabili). La dottoressa dice: “Fatemici pensare”. Si lasciano confermando l’appuntamento per il prossimo sabato (il giorno dopo) a mezzanotte per venire a prendere Rinaldo. Intanto anche Laura ci pensa. Pensa di sistemare una stanza per Rinaldo a casa loro o, se si ritiene sia troppo pericolo ospitare Rinaldo, anche alla possibilità di ospitarlo in un residence in attesa di trovare un appartamento in affitto. Percorsi i 100 km che separano l’ospedale da casa, Laura vorrebbe rientrare e telefonare ai genitori per tranquillizzarli che hanno trovato Rinaldo in buone condizioni. Ma il diavolo ci mette la coda anche stavolta e veste i panni di Pino che, in realtà, è animato dalle migliori intenzioni. Pino vuole andare dai suoceri per comunicare loro la rassicurante notizia della dottoressa che vuole prendere in cura Rinaldo. “No”, fa Laura, “si metterebbero in mezzo ed abbiamo visto già che non sono capaci”. “I genitori devono sapere”, insiste Pino. E qui Laura commette il suo quarto grande errore nei confronti di Rinaldo. Visto che con il ragionamento non riesce a far cambiare idea a Pino, perché non si mette ad urlare? Perché non fa la pazza come fece per il padre l’anno precedente fino a quando il padre non si convinse a farsi trasferire d’ospedale? Perché l’anno precedente capiva che era questione di vita o di morte. Ed adesso non capisce che è la stessa cosa, anche se non si tratta di un rischio fisico immediato? Perché non dà a Pino un bel cazzotto e gli urla: “Portami a casa, poi tu va’ dove vuoi!”? È stanca Laura. Sono anni che combatte e quell’ultimo mese è stato tra i più estenuanti. Non è cieca. Anche lei ha timore che Rinaldo, nonostante tutto l’affetto che ha per lei, in un momento in cui le sue voci interne hanno il sopravvento, possa darle una bella botta in testa. Poi ci sono quelle parole di Orlando: “Ho paura che Rinaldo voglia vendicarsi…. Laura non è che può venire da te?” E le parole dell’anno prima: “Se papà muore è colpa tua”. E Laura smette di discutere. A casa dei genitori ci sono anche Orlando e sua moglie. Si vede che non accolgono quelle che per Pino erano rassicuranti notizie con un senso di liberazione. Al contrario, sono tutti terrorizzati che Rinaldo venga dimesso. Però nessuno parla. E così Pino prende congedo sempre con lo spirito alto. Il giorno dopo, sabato, Pino va a scuola. Laura pensa di andare ad un mobilificio dove può trovare un armadio e comodino economici pronti al ritiro per sistemare una stanza provvisoria per Rinaldo. Ha già una brandina che per il momento può servire da letto. Ma arriva una telefonata. È il padre che le intima, esagitato, di non andare all’ospedale. Così hanno detto i dottori. I dottori hanno detto che deve andare Orlando a prendere Rinaldo lunedì mattina e Laura non si deve presentare. Cosa era successo? Laura lo apprese dopo. Sembra che Orlando avesse telefonato all’ospedale chiedendo chi fosse quella stronza che non sapeva tenere in pugno la situazione.Più tardi Pino e Laura vanno a casa della madre di Pino che è bloccata da un anno dall’artrite. Ed a mezzanotte Laura e Pino sono ancora là. Laura pensa di recarsi ugualmente all’ospedale, ma si tratta di fare più di 200km, tra andata e ritorno, in piena notte. E se fosse per niente e la dottoressa avesse ricevuto ordine di non dimettere Rinaldo? Laura si fa vincere dalla stanchezza, e forse dalla paura, e non pensa, come avrebbe dovuto, che il gioco valga la candela. Si limita a telefonare all’ospedale a mezzanotte e farsi passare la dottoressa. Laura dice: “Mi hanno detto di non venire”. “Chi glielo ha detto?”, risponde la dottoressa, pretendendo la solita chiarezza. “Mio padre, ma io mi sono messa d’accordo con lei”. Laura non ricorda le parole precise della dottoressa. Non sa se la dottoressa abbia rinunciato perché si ricrede sull’affidabilità di Pino e Laura, visto i risultati, o per ordini ricevuti dai superiori.Prima della conclusione, c’è un altro colpo di scena. Orlando si presenta a casa di Laura domenica sera. Non mostra la baldanza e sicumera che ha ostentato davanti al medico dell’ASL. È spaventato ed insicuro. Chiede a Laura se Rinaldo possa venire a casa sua. Laura risponde: “Sì, ma non intontito dai farmaci. Solo se verrà seguito dalla dottoressa”. Laura non ricorda come reagisce Orlando. Sa solo che Orlando pretende che Laura si occupi di Rinaldo seguendo la cura dei farmaci tradizionali. Orlando se ne va. Il mattino dopo Laura telefona ad Orlando dicendo che vuole venire anche lei in ospedale. Orlando le urla che i medici hanno detto di no, se non ci credeva telefonasse pure all’ospedale e che lei se ne era lavata le mani.Orlando si porta Rinaldo a casa a Roma, abbattuto da quella che Laura chiama la famigerata iniezione dei 15 giorni. Poche ore più tardi Laura riceve uno squillo sul suo telefonino: è Rinaldo! Laura non fa in tempo a rispondere e richiama. Rinaldo la rassicura: sono arrivati a Roma, sta bene, la telefonata doveva essere partita per errore. Per Laura quello squillo rimane l’ultima disperata richiesta di aiuto.La compagna di Rinaldo ha preso le sue giuste precauzioni: domenica mattina è partita in treno col bambino e si è stabilita col bambino a casa della madre. Salvo tornare quindici giorni dopo quando ci si è accertati che Rinaldo sta meglio. Il bimbo è felice di trovare l’amato zio a casa sua. E la mamma gli permette pure di uscire a fare qualche passeggiata accompagnato solo dallo zio. Passano altri quindici giorni. La famiglia di Roma si stabilisce per i due mesi di vacanze estive a Paestum, nella casa dei genitori di Orlando, Rinaldo e Laura. E quando l’estate finisce ritornano a Roma restituendo definitivamente Rinaldo ai genitori.

    Come l’anno prima Laura aveva ringraziato il Cielo che l’egoismo o il pragmatismo di Orlando gli avesse impedito di scendere immediatamente da Roma quando il padre era stato ricoverato d’urgenza, così ora comincia a maledire il ponte del 2 giugno che aveva fatto sì che Orlando si trovasse in zona quando si decidevano le sorti di Rinaldo.
    E da allora, Laura si ritiene l’assassina di Rinaldo: per non aver impedito a Pino di andare a rivelare i loro accordi con la dottoressa. Non sa se la terapia alternativa sarebbe stata più efficace, ma pensa che sarebbe valsa la pena provare.
    Ma a lei non è permesso agire secondo quello che lei ritiene meglio: “Se papà muore è colpa tua”.
    Gli altri sembrano autoassolversi.
    Sempre.
    ​"Se vostro fratello continua con le terapie tradizionali, ogni due anni sarà in una struttura sanitaria", aveva detto la dottoressa.

    Due anni dopo, nel 2007, Rinaldo non è ricoverato ma passa un brutto momento
    .Nel 2009 è di nuovo ricoverato.
    Nel 2010 anche Laura commette un peccato contro la vita e si ammala.

    Ma è Laura che il 31 dicembre 2011 insieme a Pino comprano rustici, dolci e spumante e vanno a passare la fine d'anno con Rinaldo nell'ospedale dove è ricoverato.

    Due mesi dopo è Rinaldo ad aiutare Laura con la revisione dell'auto, accompagnandola in banca e dal medico. A fine anno sono Laura e Pino che si occupano del nuovo ricovero di Rinaldo ed è Laura a pulire il sangue nel corridoio, nel bagno e nella camera prima che il padre lo veda.​

    Ora Rinaldo è caduto. Ma si è rialzato. E libero dai preconcetti dei benpensanti, andrà avanti. Più forte di prima.

  • 14 febbraio 2017 alle ore 14:36
    2012

    Come comincia: Quante volte ci siamo fatti male per aver dato fiducia a persone sbagliate che di noi non gliene importava un bellissimo niente, che non si sono risparmiate di ingannarci, di raccontare frottole, che non hanno esitato a tradirci, che hanno deriso le nostre cadute e le nuove ferite mentre sanguinavano.Con il passare del tempo abbiamo imparato ad acquistare la forza e anche se ci stiamo facendo ancora male sappiamo bene che dobbiamo proseguire e non mollare. Sappiamo bene che anche se la strada è lunga e tortuosa vale la pena essere percorsa a tutta dritta con le persone che meritano di condividere il cammino con noi!

  • 14 febbraio 2017 alle ore 9:56
    "Si fa sera"

    Come comincia: "Si fa sera" scrisse il poeta. E nella sera cadono tutti i processi che hai subìto, perché sei stato processato, e quanto sei stato processato! Hai guardato oltre, sei andato avanti testardo e noncurante, ti convincevi che non importava, e così doveva essere. Come un'araba fenice hai sorvolato gli acquitrini che le gocce di sangue delle tue ferite, cadendo, hanno trasformato in ruscelli trasparenti. Ma la sera ti ha donato l'unico processo che ha importanza, il tuo. Ti sei processato: ti sei accusato, ti sei difeso, hai capito, hai sofferto, e ti sei perdonato. E nel crepuscolo che ti accompagna verso il buio, avvolgente e morbido come una coperta d'angora, rassicurante e tenero come un abbraccio sincero, vivi l'eterno mattino della leggerezza, la curiosità dell'infinito. Hai lasciato la zavorra che ti opprimeva a perdersi fra i detriti inutili e inquinanti, e sei finalmente libero.

  • Come comincia: storie dalle periferie del mondo - la terra spazzata dal vento
    "la terra spazzata dal vento è più pulita di qualsiasi pavimento di marmo...."
    così ci salutava La Negra ogni volta che passavamo da casa sua
     
    io giravo la chiave per accendere il motore della macchina e puntavo gli occhi allo specchietto retrovisore e la vedevo lì, diritta in piedi con la scopa in mano, la gonna che ballava nel vento, il suo cane Llovizna che le scodinzolava intorno

    i bambini che giocavano con le biglie per terra, i ciondoli di argilla che tintinnavano la loro melodia...
    e lei con la mano alzata che ci regalava la sua benedizione, potevamo andare via

    la terra spazzata dal vento è più pulita di qualsiasi pavimento di marmo

    mi accomodavo nel sedile e puntando gli occhi in avanti, guidavo piano per evitare le buche sulla via del ritorno

    la terra spazzata dal vento è più pulita di qualsiasi pavimento di marmo

    era serena la sua voce, pensavo,
    si percepiva che lei credeva davvero a quello che diceva,

    lo viveva ogni singolo giorno che il destino manda in terra
    e non aveva paura nel cantarlo ogni giorno a chi la visitava,
     ogni sera come fosse una ninna nanna

    La Negra viveva  da sola da tanti anni,
    da sola, lei e i suoi figli

     viveva all'entrata de El Rosario il piccolo paese di artisti allevatori e commercianti sulla via verso El Dorado

    La sua era una lunga storia, noi la conoscevamo soltanto per quell'ultimo frammento che ci univa in quel momento,
    i corsi di artigianato in argilla che insieme a noi volontari  promuoveva presso quelle periferie del mondo,
    e per quella  cantilena, per quella preghiera

    la terra spazzata dal vento è più pulita di qualsiasi pavimento di marmo......

    Marco Bo
    http://cantidallaperiferiadelmondo.blogspot.it/#!/2017/02/la-terra-spazzata-dal-vento.html

  • 09 febbraio 2017 alle ore 12:49
    Assolo

    Come comincia: Ogni alba è una liberazione, non esiste uno spazio di fuga tra la paura del tormento e il tormento, la luce del buio acceca la speranza, l'aurora è utopia. Solamente l'alba riesce a trasmettere la dolce sofferenza di un pianoforte. L'estrema unzione di tutte le cose è la casa, una città a ferragosto con ogni cosa al suo posto e nessuno che transita, un delirio di onnimpotenza, nessun avamposto, terribile voler essere qualcuno ad ogni costo. Immagini deglutite a colazione, i ponti riprendono a sostenere la fretta, mostrano gli umidi muscoli come cavalli tra i nastri, raccordo tra ceti asociali, ogni goccia a quest'ora va persa, che sia d'acqua, di sudore o di vino. Dal fondo di un fumo incornato emerge il viso di una donna che parla col vento, l'incapacità di ascoltare traduce ombre vaghe di similitudini, essere giovani e non sapere di esserlo, accorgersi soltanto di esserlo stati, come quando di un fuoco rimangono solo le braci. La paura, che torna, annuncia la fine della primavera, a breve mancherà l'aria sotto il salice che non piange più, che non ride più. Ci sono sere in cui ti illudi di aver avuto tra le mani cose che non ti sono mai appartenute, tipo il riverbero del pomeriggio o il suono acustico di una chitarra all'equinozio, ma tua era solo la voce che ora tace. E il basso, sempre più in basso, suono cupo a introdurre versi di denominazione di origine incontrollata, pavimenti in bilico sotto i piedi, vibrazioni di suppellettili in disuso, frammenti di vapore a congestionare l'assenza, chi è fuori è fuori, chi è senza è senza, futile parvenza una grancassa in astinenza. Torneranno a brillare le stelle, sopra gli occhi di chi non ha palle per guardare il buio, dentro le città murate si spalancheranno i silenzi, cantine ormai svuotate a emulare periferie abbandonate, tornerà a fiorire la vigna e sarà di nuovo un piacere distendersi sotto un sole elegante, quanto un sassofono soprano, quel sole gentile che non fa male, non inquina la mente e che non lascia appassire un cuore.

  • 08 febbraio 2017 alle ore 19:50
    L' ultima notte

    Come comincia: Una meravigliosa schizoide dell'anima, ecco di chi si era innamorato.
    Questo stava pensando mentre spegneva il motore.
    Quella storia era andata avanti in modo bizzarro e imprevedibile per anni ormai.
    Una cosa più o meno segreta e clandestina, queste erano le regole e lui per amore o quel che sia le aveva accettate.
    Le regole di quella meravigliosa schizoide dell'anima che con il suo profumo gli riempiva ancora la macchina anche adesso che non c'era, e lui avrebbe voluto che quell'odore si piantasse per sempre in ogni sedile in ogni centimetro di lamiera di plastica di pelle di polmone di anima.
    Perché quell'odore lí dentro significava lei, e lui era l'unico a saperlo.
    Odiava e adorava allo stesso tempo avere questo segreto.
    Ma sarebbe stata l'ultima cosa di sé che lasciava indietro per lui... l'ultimo
    strascico dell'ultima notte.
    Aveva fatto di tutto per trattenerla, perché questa notte non fosse l'ultima, ma il fascino di questa persona incredibile era anche il suo vivere con parametri tutti suoi, non negoziabili.
    Ed era volubile.
    Volubile un bel pò, come sanno esserlo solo le belle bambine, la volubilità di chi può scegliere chiunque e quindi anche te ma chissà.
    L'ultima notte con la donna più affascinante della città?
    Senza dubbio si.
    La più affascinante del Paese?
    E perché no?
    La più affascinante sulla faccia della Terra?
    Lui ci avrebbe giurato.
    Le aveva mandato un messaggio, come tante altre volte...ed era scesa.
    Lui l'aspettava a luci spente sotto casa di lei, al solito.
    E al solito salendo lei si chinò all'interno per salutarlo con uno di quei suoi sorrisi che avrebbero resuscitato il Titanic.
    E al solito lui ci mise qualche secondo a riprendersi da quella visione, a bersi la stupenda creatura che ora aveva accanto, i vestiti che aveva scelto, la pettinatura... o spettinatura che fosse, ma che le donava in ogni caso, gli occhietti meravigliosi puri e sornioni, le labbra più belle che siano mai state disegnate...
    Ci sono persone che ti fanno innamorare ogni stramaledetta volta che ti guardano, e lei era così... l'avesse vista centomila volte si sarebbe innamorato di lei centomila volte e ognuna come fosse la prima l'ultima e la sola.
    Come al solito lei abbassò il finestrino per godersi la prima sigaretta della serata mentre pensavano alla prima tappa e ascoltavano un disco che lei gli aveva regalato e che tante volte avevano cantato insieme a squarciagola in macchina tenendosi la mano.
    Non riusciva ad accettare che sarebbe stata davvero l'ultima volta, questa creatura così viva che gli respirava accanto lo faceva sentire così vivo...
    La sua voce così sarcastica sexy ironica annoiata e gentile insieme... quel mix unico che lo faceva impazzire sorridere riflettere sognare...
    Chiacchierando in una delle loro solite schermaglie decisero all'incirca un posto, lui accese il motore e partirono, mentre lei guardava furtiva nello specchietto che nessuno che conosceva l'avesse vista salire.
    Parlare con lei era una continua partita a scacchi, era una persona di un'arguzia incredibile e sempre vigile, bisognava avere delle antenne instancabili per annusare i suoi cambi d'umore improvvisi e le sue allusioni... la sua ironia adorabile affilatissima e spietata.
    La amava non solo col cuore ma anche col cervello.
    Lei non aveva pietà e contemporaneamente era buona premurosa originale, adorava sorprenderti con regali che non ti saresti mai aspettato eppure avevano sempre una loro logica...
    E allo stesso tempo poteva essere egocentrica lunatica paranoica, sbattersene del mondo intero e starsene ad aspirare il fumo della sua cicca mentre ti guardava colare a picco, come stesse guardando un film e pure un pò noioso.
    Aveva un estremo pudore della propria dolcezza, la nascondeva nell'intimo della sua anima di bambina e le sfuggiva in modi inaspettati soltanto a volte, facendola uscire suo malgrado come i piedi da una coperta troppo corta nella quale si appallottolava a volte sul divano di lui guardando un film.
    Non esisteva al mondo una donna più dolce di lei in quei rari momenti, e ogni volta che ci pensava gli prendeva un groppo asfissiante al cuore.
    Non era sdolcinata, ma a volte era riuscito a coglierla alla sprovvista e quel lato di lei era rimasto scoperto in modo così splendido e disarmante come sanno esserlo soltanto i bambini quando scoppiano a ridere.
    Così era la sua dolcezza quando capitava: imprevedibile fragorosa contagiosa pura innocente e immensa.
    E allora i suoi occhietti brillavano come dovevano aver brillato quando aveva tre anni, pensava lui, e lei se ne stava a bocca aperta davanti ai regali di compleanno.
    A volte era stato lui a sorprenderla con regali inaspettati, e allora la gioia dolcissima dei suoi occhietti sgranati si era mescolata all'imbarazzo e al senso di colpa di non sapere dove li avrebbe nascosti per sottrarli agli sguardi di chi, per lei, non doveva vederli.
    E lui lo sapeva... sapeva tutto... ma come avrebbe potuto non viziarla?
    Tanto più perché SAPEVA di non avere una vita davanti insieme a lei, anche se avrebbe dato la vita per averla, e allora il tempo che restava loro doveva riempirlo meglio che poteva, perché era dolorosamente conscio che in qualche modo presto o tardi sarebbe finita.
    E sapeva che avrebbe passato il resto della vita a rimpiangere ogni singolo momento con quella persona incredibile.
    Sapeva che avrebbe passato il resto della propria vita a ricordare la vita VERA, quella con al fianco una meravigliosa schizoide dell'anima.
    E così si avviarono verso la loro meta, cercando di fare come fosse solo l'ennesima delle loro intense clandestine imprevedibili serate: un minuscolo pub piuttosto sgrauso e dalla clientela folkloristica e altrettanto imprevedibile gestita da un amico comune.
    Lì avevano trascorso notti memorabili e poteva benissimo essere l'ultima meta dell'ultima sera.
    L'estate stava morendo intorno a loro, Agosto diventava Settembre e le T-shirts iniziavano a far posto alle giacche di pelle.
    L'ultima estate del loro strano rapporto si avviava al termine... una coincidenza alla quale avrebbe pensato solo in seguito ma che si adattava perfettamente alla loro situazione.
    Le foglie intorno stavano morendo ma loro erano ancora vivi, almeno per qualche ora.
    Non sapeva come prenderla... la serata si sarebbe fatta da sé, come ogni volta.
    Ogni volta un'avventura, ogni volta un prendere le cose e le situazioni come venivano e, se non ogni volta, spesso un pentirsi di lei il giorno dopo:
    "È l'ultima volta che facciamo una cosa simile... non è giusto... non dovrei...non dovremmo...".
    Eppure c'erano state dozzine di ultime volte.  
    Era condannato a sentirsi colpevole di quello che lo rendeva semplicemente felice.
    E così il loro abbraccio per lui era ogni volta un miracolo, un approdo, un'oasi felice nel mare dell'attesa di rivederla, di parlarle ancora, di ascoltarla di respirarla di bersi ogni suo minimo cenno.
    Ancorare la gomena delle sue braccia nel porto sicuro del dolce collo di lei, e affondare il viso nei suoi capelli profumati di tabacco pelle e magia era tutto quello che desiderava e a cui lo spingevano ogni fibra del suo corpo, ogni pensiero e ogni sentimento che provava.
    Eppure per questo doveva sentirsi colpevole e maledetto.
    Come avreste vissuto voi tutto questo? Non per giorni... ma per mesi... anni, ormai...
    C'era da impazzirci.
    Si sentiva stanco, esausto dentro, un alluvionato dell'anima... costretto ogni volta a traslocare i sentimenti verso l'ultima volta...l'ennesima ultima volta.
    Mai una sicurezza, con lei...
    Lo stava ammazzando.
    Lo stava ammazzando dentro.
    E lui si lasciava ammazzare e crocifiggere per un suo sorriso, per un altro abbraccio, per un altro sguardo... per un'altra volta, un'altra maledettissima ultima volta.
    Era fuori discussione che la amava... La amava più della sua stessa vita, tanto che avrebbe rinunciato anche ad averla per poterle stare accanto, perché per lui era tutto... La Donna per eccellenza...la sua amica la sua sorellina il suo amore la sua croce e la sua benedizione.
    Lei avrebbe potuto perdere qualsiasi cosa ma poteva star certa che non avrebbe MAI perso lui e il bene che le voleva.
    Eppure non bastava.
    Anzi.
    Per lei sarebbe stato meglio se a lui non fosse importato.
    E come poteva pretendere che a lui non importasse della persona più fantastica che avesse mai conosciuto?!
    Poco ma sicuro, quando le circostanze ti mettono davanti La Donna Perfetta non stai a farti tante domande e tantomeno stai a porti limiti, salti sul treno e ti fai tutte le stazioni ovunque ti portino, infili ogni paradiso e ogni inferno che lei ti mette davanti in quella corsa a perdifiato ai confini dei sentimenti.
    E frequentarla era esattamente salire su un treno... un ottovolante sospeso in mezzo alle Ande, molto spesso, dove non si poneva il problema di saltare in corsa o restare... ti aggrappavi forte a qualsiasi cosa e trattenevi il fiato reggendoti con tutto te stesso.
    E così aveva fatto, affascinato conquistato sedotto dalle attrattive infinite di quella donna indescrivibilmente intensa.
    Parcheggiò e rimasero ancora un pò a cantare sulla musica che lei gli alzava
    regolarmente a palla per potersi godere meglio il suo cantante preferito.
    "È un peccato che non esista qualcosa che ti permetta di portarti in giro nei locali dove vai la musica che stavi ascoltando in macchina, è un peccato interrompere quel fluire di sensazioni... Dovrebbero inventarlo,  no?".
    Lui rispose di sì e pensò:
    "Dovrebbero anche inventare qualcosa che unisca due persone che stanno vivendo allo stesso modo la stessa canzone anche quando sono distanti, così potrei non perderti mai...".
    Scesero e prendendosi per mano si avvicinarono alla loro meta.
    Ai tavolini all'esterno solita fauna un pò così, mentre loro li oltrepassavano ed entravano.
    Il barista li salutò con un sorriso e un cinque e iniziò a mescere il solito.
    Uscirono e cercarono un tavolino dove il loro amico avrebbe portato loro i bicchieri ben colmi.
    Si misero comodi, lei al solito come fosse una specie di rito estrasse e posizionò con un unico gesto deciso ma aggraziato il suo necessaire: pacchetto di sigarette accendino e immancabile cellulare.
    Quindi accesa la cicca ricominciarono la conversazione, quell'insieme di ricordi schermaglie pettegolezzi e novità che con lei riusciva sempre magicamente fra un bicchiere e l'altro, fra una tappa e l'altra.
    A volte se era più sciolta si lasciava andare e si apriva, e gli raccontava della propria vita, trascorsi, genitori, esperienze...
    Era sempre uno spettacolo vedere il suo visetto mimare confermare rafforzare i concetti che esprimeva, a volte con espressioni buffe quanto adorabili... era uno spettacolo sentire dalla viva voce di una persona così stupenda concetti così profondi.
    E lui era rapito come ogni volta dal come non meno che da quello e da chi lo diceva.
    Ogni tanto cadeva un attimo di silenzio, bevevano un sorso e lui le sfiorava la mano e sospirava per non ripetere quello che già sapevano entrambi avrebbe voluto dire.
    Gli piaceva quando lei gli parlava dei suoi... delle persone fantastiche che lui non avrebbe mai conosciuto ma che poteva indovinare speciali e fuori dal comune dall'ammirazione e dall'affetto con cui lei glie li descriveva.
    Avrebbe voluto poterli vedere almeno una volta per dire loro che figlia straordinaria avevano cresciuto... per poterli ringraziare di aver messo al mondo una creatura simile... anche adesso che quella creatura lo stava pugnalando lentamente.
    Ma il mondo non doveva sapere di loro, su questo lei era stata inflessibile.
    E così seguirono i bicchieri i discorsi e i silenzi, finché gli avventori iniziarono a diradarsi e la notte a farsi più fredda.
    Si misero stravaccati con le scarpe sulle sedie molto vicini, confabulando fitto, ricordando episodi del loro rapporto, posti in cui erano stati, cercando di scaldarsi un pò dall'aria cruda di fine Agosto.
    Iniziò a cadere una pioggerellina sottile e si strinsero nelle loro giacce leggere, si fecero più vicini e si presero sottobraccio, le gambe di lei incrociate a quelle di lui per cercare un pò di tepore.
    Ogni tanto rintoccava una frase come una campana funebre:
    "È tardi...".
    Ma sapevano entrambi che non ci sarebbe stato un dopo per loro, e quindi allungavano ancora un pò il momento di levare le tende.
    Molti bicchieri e molti discorsi erano passati dall'inizio della serata, i bus stavano ricominciando a circolare, era ancora buio ma i primi lavoratori iniziavano a sfrecciare nelle auto sulla strada di fronte a loro.
    L'alba non poteva essere molto lontana.
    "L'estate è agli sgoccioli... beh dai ci siamo fatti ancora quest'ultima estate,
    prendila come un regalo, ricordaci così...".
    Aveva un'amarezza sempre crescente dentro mentre le teneva il braccio...
    L'amico stava iniziando a radunare i tavolini e chiudere le serrande, portò loro
    uno sgroppino, il bicchiere della staffa offerto dalla casa.
    Senza sapere a cosa i due stessero brindando veramente, l'amico brindò con loro il bicchiere dell'addio.
    Si salutarono, poi lui e lei si diressero verso la macchina.
    Accesero la musica e si misero a cantare da dove si erano interrotti qualche ora prima...sembrava una vita fa.
    Lui non se la sentiva di accendere il motore... le prese la mano.
    Si strinsero a lungo carezzandosi...
    "Non voglio..."-
    "Lo so...lo so...ma non possiamo...non posso...".
    Rimasero stretti a lungo, sempre quel profumo divino fra i capelli di lei dove lui affondava...
    Poi lei gli cinse i fianchi con un braccio e appoggiò le sue gote al ventre di lui mentre con l'altra mano stava intrecciata alla mano di lui che le cingeva la schiena.
    Con la mano libera iniziò a carezzarle il collo... le spalle... la schiena... mentre si sfioravano le mani lui lasciò lentamente che lei fosse vinta dal sonno e la cullò finché riuscì a vegliarla, e quando intuì che si era addormentata piano lasciò che scendessero le lacrime che le aveva nascosto fino a quel momento, mentre le baciava il collo e le sussurrava tutto quello che da sveglia si sarebbe imbarazzata troppo a sentire... o forse che fingendo di dormire poteva fingere di non aver sentito.
    Le loro mani erano ancora intrecciate strette quando si svegliò fra i lunghi capelli della sua bella, raccolti da un lato in modo da lasciarle il collo scoperto, così bello profumato e sottile, e rimase fermo col cuore gonfio di tristezza ad aspettare che lei si svegliasse e ponesse fine a tutto questo chiedendogli di riaccompagnarla a casa.
    La accarezzò ancora e ancora delicatamente riempiendole il collo di baci finchè lei diede segno di essersi svegliata... ancora insonnolita continuò a tenerlo per mano mentre gli diceva:
    "È ora, mi sa...oooooh mamma mia che posizione imbarazzante, se fosse passato
    qualcuno avrebbe pensato che ti stessi facendo chissà cosa...!".
    Allora si abbracciarono, poi sempre tenendolo per mano lasciò che accendesse il motore e ricominciarono a cantare andando dietro al disco, le loro mani sempre intrecciate fra il petto di lui e le cosce di lei.
    "Cosa faresti al posto mio...se ogni momento...".
    Guidava molto molto lentamente, per ritardare il più possibile il momento dell'inevitabile.
    Era mattina ormai, una giornata grigia e livida, subito dopo l'alba, qualche gabbiano svolazzava fra le case, qualcuno aspettava un pullman, le strade erano quasi vuote.
    A ogni metro una parola del suo cantante preferito scandiva i loro ultimi minuti insieme, finché si ritrovarono ancora fermi davanti a casa di lei... sopravvissuti a un'altra notte.
    Tirò il freno a mano col cuore in gola, aveva cercato di prepararsi a quel momento ma niente al mondo può prepararti a perdere la persona più preziosa del mondo... soprattutto quando sa che daresti qualsiasi cosa perchè decidesse di restare.
    Sperò con tutto sé stesso in una specie di miracolo, ma il suo splendido angelo stava per volarsene a casa a dormire... senza di lui.
    Ci fu un lunghissimo abbraccio.
    "Cancella tutto.
    Cancellami.
    Cancellaci.
    Non deve restare traccia di noi.
    Fallo per me.
    Grazie... grazie di ogni cosa che hai fatto per me...
    Perdonami se puoi...
    Ma non posso restare... non posso".
    Non l'avrebbe mai cancellata...dal cuore dalla testa dalla pelle.
    Ci sarebbe sempre stato per lei.
    In questa vita e in tutte quelle che sarebbero seguite.
    Così pensava mentre saliva le scale.
    Mise le chiavi nella toppa e con ancora il profumo di lei addosso cercò di mettere del sonno fra quel momento e il dopo.
    Non gli era rimasto nient'altro da fare.

     

  • 06 febbraio 2017 alle ore 11:52
    Il killer silenzioso e i suoi nemici

    Come comincia:  
    Il killer silenzioso e i suoi nemici.
     
    Il Dott. Alberto Celli era un noto medico del Dipartimento di Biomedicina, Sezione Malattie del Metabolismo e Diabetologia di un noto Ospedale, di una delle tante città d’Italia.
     
    Di media statura, sui quarantacinque anni, magrissimo, stempiato ma con ancora i capelli del suo originale colore:castano.
     
    Un po’ ombroso, almeno all’apparenza, sbrigativo, ma forse anche gentile e soprattutto molto professionale e preparato.
     
    Adele non era certo obesa. Vantava un passato di linea perfetta, poi un cancro al seno, debellato ormai da dieci anni, una chemioterapia, all’epoca, una menopausa chirurgica, avevano mandato all’aria il suo metabolismo e così, si erano presentate vecchie eredità familiari su di lei: pressione alta, e diabete, con relativo ingrassamento della persona, esattamente 10 kg.
     
    I  controlli con il medico specialista si svolgevano ogni sei mesi in Ospedale.
     
    Quando era il “giorno” del controllo, Adele si presentava corredata di tutto: lista di almeno 10giorni con la misurazione giornaliera della glicemia, e analisi del sangue complete.
     
    Il primo “approccio” era la bilancia pesapersone, sempre quella grande digitale, che nell’immediato sentenziava a chiari numeri il peso esatto.. Adele però veniva da un passato di “magra” e nei suoi occhi e nel suo pensiero aveva solo in mente la sua vecchia linea, solo quella bilancia le ricordava la realtà. Sempre di carattere combattiva, prima di salire sul malefico strumento, si rivolgeva al medico dicendogli:
     
    -Dottore, che faccio, mi tolgo le scarpe, la cintura, il maglione, i gioielli, o fa poi le la tara?
     
    Il Dott. Celli, la guardava, facendo scendere gli occhiali sul naso, e poi le rispondeva:
     
    -Non vorrà che faccia una tara di 5kg. ?Monti sopra e mi dica quanto segna di peso.
     
    Però, a dire il vero il Dott. Celli non le aveva mai detto né che era grassa, né che doveva dimagrire di tot Kg., si limitava solo a segnare sulla sua scheda e ad aggiustare la cura.
     
    Era Lei, evidentemente, a sentirsi umiliata, dopo aver letto a caratteri grandi il suo peso, nonostante la ginnastica e le sue quotidiane passeggiate col cane.
     
    In quel suo nuovo appuntamento, in una giornata di pieno Maggio che sembrava assomigliare più al grigio Novembre, Adele sedeva in sala di attesa, leggermente in anticipo rispetto al suo appuntamento.
     
    Pensava…, a una delle ultime volte che aveva visto il Dott. Celli. Anche allora pioveva e Lui aveva sul volto un pallore molto sospetto. Lei gli aveva chiesto timidamente come stava e Lui, frettolosamente le aveva risposto che quel giorno non andava troppo bene.
     
    Poi le cose si erano svolte in maniera solita e quando Adele era tornata a salutarlo, dopo aver preso il consueto appuntamento per la volta seguente, non riuscì a trovarlo.
     
    Chiese ad un’infermiera dove fosse e Lei rispose:
     
    - Ha avuto un malore, è svenuto, ed un’ambulanza lo ha trasportato al pronto Soccorso, siamo preoccupati per il suo stato di salute, si teme un infarto in atto.
     
    Quando poi, la volta successiva lo trovò in forma e al suo posto di lavoro, sollevata gli chiese:
     
    - Dottore, ma l’altra volta, quando non si è sentito bene, non era niente di grave vero?
     
    Lui, con aria seriosa le aveva risposto:
     
    - No, grazie. Era solo aria in pancia.
     
    Adele per poco non scoppiò in una grossa grassa risata, poi pensò al suo killer silenzioso e rispose composta:
     
    - Meglio così dottore.
     
    La porta bianca si spalancò e Lui, leggermente invecchiato rispetto ai sei mesi precedenti e con qualche filo grigio alle tempie la salutò così:
     
    - Lei è dimagrita! Salga subito sulla bilancia.
     
    Adele sorridendo obbedì dirigendosi verso quel grosso strumento che sentenziava senza pietà, ma Lui subito:
     
    - Ma dove va? Quella è una bilancia per obesi, lei non è obesa ma semplicemente un pochino su di peso, salga sull’altra piccola pesapersone.
     
    Flebo di felicità per Adele che già vedeva la sua graziosa figura fasciata in un tubino nero.
     
    Doveva prendere molte pastiglie Adele, aveva molti “amanti noiosi”, non certo dovuti alla sua alimentazione, ma piuttosto ad un’eredità genetica di cui avrebbe fatto volentieri a meno, però quel Dott. Celli, ora le piaceva di più, così magro, pallido, certe volte scorbutico, frettoloso, ma in fondo anche Lui, nonostante la sua magrezza,la sua alimentazione probabilmente perfetta, senza sgarrare mai, aveva i suoi problemi e li stava combattendo come tutti.
     
    Adele lo salutò cordialmente e gli disse:
     
    - Quante pastiglie Dottore…
     
    Sempre sbrigativo Lui le rispose:
     
    - Non possiamo togliere niente, abbiamo raggiunto de risultati… non è poco, anzi… l’importante è raggiungere l’obiettivo.
     
    E le aveva già voltato le spalle.

  • 05 febbraio 2017 alle ore 17:49
    Sotterranea distrazione

    Come comincia: Sotterranea distrazione
     
    Vania lavorava in Pizzeria, faceva la cameriera, si guadagnava da vivere con questo lavoro, otto ore al giorno portando piatti ai tavoli, con antipasti, primi, pizza e dessert. Non era molto svelta nel servire i clienti, ma i conti, quelli sì, li sapeva fare bene e velocemente.
     
    Era carina, snella, una brunetta con la coda di cavallo, naso dritto e magro e occhi color nocciola che la facevano sembrare un dolce cerbiatto.
     
    Non le piaceva molto fare la cameriera, Lei era ragioniera e avrebbe voluto lavorare in un ufficio, magari in uno di quei grandi palazzi, dove gli impiegati scendendo a pranzo, venivano a consumare un piatto di pasta.
     
    Una volta aveva lavorato in un Ufficio presso un commercialista, ma poi Lui si era trasferito altrove e Lei era rimasta senza lavoro, così si era dovuta accontentare di quello che le era capitato: un lavoro onesto, a contatto col pubblico, scarpe basse un grembiule davanti, i capelli raccolti e su e giù con i piatti fumanti.
     
    Quel sabato sera la pizzeria era piena, per lo più ragazzi giovani e qualche coppia più matura. Tante chiacchiere, bottiglie di birra e lattine di coca cola.
     
    Stava proprio servendo una coppia di quarantenni: Lui alto, magro, con tanti capelli ondulati e solo qualche filo d’argento ai lati, Lei, una donna morbida e mielosa, messa in piega fatta da poco, con ciuffo ben phonato, vestito da boutique color verde smeraldo come i suoi occhi che brillavano al solo guardarlo.
     
    Vania ebbe un momento di fastidio, aveva problemi con la glicemia e troppo miele la faceva nauseare. Perfettamente professionale, prese le ordinazioni, sorrise e tolse la sua persona da quel tavolo velocemente.
     
    Un senso di nausea l’assalì d’improvviso, ma determinata nel suo lavoro, fece finta di non farci caso e servì alla coppia la loro fumante pizza. Lui, preso dalla compagnia della “verdona” le aveva appena rivolto un sorriso distratto, ma quasi subito la richiamò:
     
    “ Signorina, prego, con questi coltelli non è possibile tagliare la pizza, può portarci qualcosa che assomigli ad un coltello tagliente?” 
    “ Certo, rispose Vania, sorridendo ma infastidita e nauseata, arrivo subito.” 
    Vania voleva fare tutto velocemente, almeno per una volta, e mentre portava ancora due piatti fumanti di spaghetti all’astice, teneva i due coltelli con la punta rivolta in alto, ma il destino volle che appena arrivata al tavolo della coppia, inciampasse arrovesciando gli spaghetti in terra e drammaticamente uno dei due coltelli andò a centrare la parte alta dietro il collo di quell’uomo giovane e bello.
     
    La candita camicia si macchiò immediatamente di sangue, Lui accasciò la sua testa sul tavolo senza un lamento, mentre la donna gridava disperata. Nella frazione di un attimo nella sala ci fu un gran baccano: la gente si era alzata, urlava, Vania piangeva con le mani al volto. Il proprietario chiamò immediatamente l’ambulanza, ma per l’uomo non ci fu  più niente da fare e quando arrivarono i soccorsi era già morto, centrata la vena del collo, un lavoro che solo un chirurgo avrebbe potuto fare con tale precisione.
     
    Nei giorni che seguirono Vania rimase a disposizione della polizia. Di lavorare non se ne parlava, e poi, chissà se avrebbero ancora avuto bisogno di Lei.
    Era stata una disgrazia, d’accordo, ma chi l’avrebbe nuovamente assunta?
     
    Passò un po’ di tempo, Vania si guadagnava da vivere facendo le pulizie negli appartamenti, sbarcando così il lunario, sempre più triste e afflitta.
     
    Poi un giorno, sentì bussare alla stanza che aveva preso in affitto; era la proprietaria che con aria preoccupata, le annunciò la presenza della polizia.
     
    Le fecero molte domande, Lei all’inizio era smarrita ed i suoi occhi da cerbiatta facevano pena a tutti, poi, a mano a mano che la matassa si ingigantiva, soprattutto quando il Commissario le fece notare che Lei, quando in altri tempi, era bionda e con i capelli a caschetto era stata alle dipendenze dell’uomo morto in pizzeria, Vania diventò abile, aggressiva ed i suoi occhi color nocciola, assomigliavano sempre più a quelli di un puma dentro una gabbia.
     
    Diceva che non lo aveva riconosciuto, che era cambiato, che stava lavorando e che non aveva tempo né voglia di osservare i volti dei clienti, ma il commissario era sospettoso e le disse chiaramente che per Lui questo era un omicidio e non una disgrazia.
     
    Ma come poteva una ragazza così semplice, dolce, lavoratrice, avere la mente di una assassina? Poi, la precisione di quel coltello …, era da attribuire ad un chirurgo o …ad un esperto.
     
    Ce l’aveva quasi fatta Vania e stava preparando le valige per andarsene e dimenticare, sì, dimenticare quell’amore grande per quell’uomo che non l’aveva neanche riconosciuta…, era bastato un colore e un taglio di capelli diverso per annullarla completamente. Aveva avuto quello che si era meritato. Sapeva che frequentava quella pizzeria e si sarebbe fatta assumere anche venendo a patti col diavolo.
     
    Le donne abbandonate, soprattutto senza una motivazione chiara, quando sono innamorate possono essere capaci di tutto.
     
    Peccato che il Commissario, non avesse mai creduto alla sua innocenza, e che in ultimis, avesse scoperto il lavoro di anni della madre presso un Circo familiare  dopo che il marito, il padre di Vania l’aveva lasciata con una bimba di appena due anni,  trovando in quell’ambiente, conforto, protezione e amicizia,  facendo la “donna”  del lanciatore di coltelli. Vania, aveva sempre respirato la confidenza delle armi bianche, tanto da rimanerne affascinata; era stato proprio lo Zingaro Milock, che parlando col Commissario, rammaricandosi dell’assenza di Vania da anni, gli aveva raccontato di come all’epoca, la piccola,  avesse recepito bene l’arte di saperli lanciare alla perfezione….
     
    Impara l’arte e mettila da parte, dice un antico proverbio.
    Vania lo aveva fatto.
     

  • 05 febbraio 2017 alle ore 17:42
    La lucciola (insetto)

    Come comincia: La lucciola (insetto)
     
     
    Tutti conoscono quei piccolissimi insetti, che emanano luce nelle calde serate di maggio, fino all’estate. Brillano nel buio dei cespugli ed é difficile catturarle e poi perché mai? Sono così carine! 
    Personalmente sono affascinata dagli insetti e dal loro mondo, mi piace documentarmi e magari fare dei confronti, dei paragoni con la grande razza umana, alla quale, anch’io appartengo, sempre più complessa, complicata, e disturbata da se stessa.
    Intanto in questi insetti, ci sono delle differenze tra il maschio e la femmina, anche se il nome é lo stesso al femminile come al maschile.
    Ad esempio, solo il maschio può volare, e perché mai? Semplice, lui possiede le ali. La femmina invece, non conoscerà mai le gioie del volo, e rimane per tutta la sua vita allo stadio larvale, semplicemente perché non é dotata di ali ma solo di piccole squame.
    La lucciola femmina, preso atto di ciò, naturalmente si é organizzata per la sua sopravvivenza e si trascina con le sue sei corte zampette, come d’altronde ha pure il maschio, e trotta piano cacciando la sua preda. Forse non tutti sanno che le lucciole sono carnivore, e le furbette, si cibano di lumache e di chiocciole che cacciano esclusivamente di notte. Attraverso il loro bagliore, sono in grado di seguire la scia della loro preda, che viene morsa ripetutamente, alla testa. Tutto questo, finché sono alla stadio di larve. Essa ha un modo di cacciare, direi piuttosto singolare, infatti, prima di nutrirsi della sua vittima, la cloroformizza per mezzo delle due microscopiche mandibole ricurve ad uncino e sottili come un capello, ma evidentemente efficaci, dalle quali esce una specie di veleno, che non é immediatamente mortale, ma serve ad intorpidire la preda, alla quale continuamente, con brevi pause, essa insiste con questi buffetti che potrebbero anche assomigliare a smancerie, fino ad ottenere l’effetto desiderato, cioè la morte della lumaca. Ma la lucciola non mangia, nel senso che non seziona la carne in pezzetti per poi mandarla giù per mezzo di un apparato masticatore, essa si abbevera o meglio, si nutre di un brodetto leggero in cui ha ridotto la sua vittima, fluidifica la preda prima di nutrirsene e digerisce prima di consumare.
    Tutto questo brodetto é conservato sotto di essa in una specie di conchiglietta ed é talmente generosa che adora banchettare in compagnia con le altre lucciole, senza nessuna discussione, é insomma un vero festeggiamento, i convitati si alimentano tutti insieme. Una volta consumato il pasto, l’insetto si ritira e la conchiglia le rimane attaccata ma vuota, fino alla prossima caccia.
    Più tardi, cioè da adulte, non hanno più bisogno di nutrirsi, mentre l’uomo continua ancora a mangiare, anzi a dire il vero, lo considera uno dei piaceri principali della vita, e tutta la loro energia é impegnata alla riproduzione, e qui la razza umana, almeno una buona parte, con il tempo, ha fatto scelte diverse.
    La lucciola maschio, come tanti altri insetti, muore immediatamente poco dopo l’accoppiamento, un bel prezzo da pagare direi, mentre alla femmina le viene dato il tempo di deporre le uova, cioè un paio di giorni. Nell’autunno successivo sgusciano le larve che restano tali per due anni con l’unico obiettivo di nutrirsi e crescere.
    L’effetto luce da loro emanata é una reazione chimica, é comunque una luce bianca, cioé brilla ma non emana calore, a differenza delle “lucciole”, genere umano, che dietro compenso, generalmente da stabilire prima, vendono calore; per i nostri animaletti é un vero e proprio richiamo sessuale. Il maschio emana una luce più potente, la femmina, risponde, perché anch’essa dotata di luce ma molto più debole. Per questi incontri ci vuole il buio, senza questa complicità, non é possibile l’incontro fra i due sessi e di conseguenza la riproduzione delle medesime.
    Comunque, una cosa é certa, la comparsa delle lucciole sta a significare un buon sistema ambientale e ci possiamo fidare.
    Io, se posso, darei comunque un consiglio agli umani:
    - State attenti a ciò che produce bagliore, dietro buffetti innocenti, semplici solleticamenti, si potrebbero celare delle vere aggressioni; un po’ come dire, dietro un volto angelico, si potrebbe nascondere un serpente a sonagli. 
    Personalmente, non ne ho mai incontrati, serpenti a sonagli voglio dire, almeno non irriconoscibili, però…, nel corso della mia vita, ho ammirato qualche scorpione, addirittura ne ho pure sposato uno, ma non abbiamo mai banchettato col brodetto di lumaca.
     

  • 05 febbraio 2017 alle ore 17:39
    Falsità e Amicizia

    Come comincia: La Falsità dava in affitto le stanze ad ore. Era costretta a lavorare dopo aver sperperato tutto il patrimonio che una sua lontana parente le aveva lasciato, perché figlia unica e non maritata: la Dignità.
     
    L’Arroganza era la frequentatrice più assidua di quelle stanze bellissime i cui balconi  si affacciavano tutti sul mare. Poi c’erano loro, le due gemelle, bruttine a dire il vero, con quel lungo naso e le gambe corte e storte: le Bugie.
     
    Esse erano inseparabili, le trovavi ovunque come le zanzare d’estate, in ogni stanza; pensavi che se ne fossero andate e invece… comparivano in tutti gli angoli e la situazione era dubbia: o le stanze erano affollate da specchi, o loro si moltiplicavano, fatto sta che erano in due, ma sembravano dieci, cento, mille, e la cosa strana era che pagavano solo per due.
     
    E poi c’era lei:Ipocrisia, dalla parvenza bellissima, sempre stesa a prendere il sole, abbronzatissima,  tacchi alti in qualsiasi situazione, però, a dire il vero, a vederla  da vicino, non era proprio così bella. Innanzi tutto il sole, al quale non piaceva affatto, le aveva regalato, sotto quella perfetta abbronzatura, un bel solco di rughe, e poi…, puzzava di miscuglio di creme e profumi che sotto il sole estivo e cocente, evidentemente si squamavano. Comunque, bella o no, di sicuro alla fine, rimaneva sempre da sola.
     
    Quella tarda sera pioveva forte. Un temporale fine giugno, spaventoso. Il vento si era impegnato molto sbatacchiando gli alberi  e quelle povere barche sul molo, che da ore danzavano assieme alle onde, quando completamente bagnata e con le scarpe ormai andate, arrivò una fanciulla dalla bellezza e freschezza veramente rare: Amicizia.
     
    Subito Falsità  si preoccupò di darle una stanza e le raccomandò di fare una doccia calda per evitare di prendersi un malanno, ma già con occhio esperto ed attento aveva fotografato le linee perfette del corpo, che notevoli, si rivelavano attraverso i vestiti bagnati e incollati addosso.
     
    Le bugie si avvicinarono preoccupate e si offrirono di aiutarla nell’asciugatura dei capelli, ma sapevano bene che la corrente elettrica ancora non era tornata.
     
    Ipocrisia disse che non aveva mai visto una fanciulla così bella ed elegante in quell’albergo e si dichiarò pronta a cederle la sua camera se non ce ne fossero state di libere e adatte alla sua  persona, ma sapeva benissimo, che a parte le presenti nominate, quel luogo dalle camere a ore, era del tutto disabitato.
     
    Per cena, il vento prese a cessare, il mare si acquietò, il sole, un po’ scontroso prese ad uscire e come per incanto, il rombo di una macchina ruppe quel silenzio fino ad allora interrotto solo dal movimento delle posate e dei bicchieri, e scese Lui, dalla falcata lunga, decisa e allo stesso tempo delicata e sicura: Affetto.
     
    Affetto entrò nella sala da pranzo, tutte le signore presenti, sorrisero, e con gli occhi lo invitarono, ognuna al proprio tavolo, ma Lui,  cercava solo chi non vedeva in quella grande stanza, poi
    lo scricchiolio proveniente dalla scala, lo fece voltare di scatto, la vide, e subito le andò incontro:
     
    -Ho fatto il possibile per venirti a prendere con la macchina, ma sono arrivato alla stazione con notevole ritardo e tu eri già andata via, tuttavia non mi rassegnavo, ho chiesto informazioni ed ho capito che non potevi essere che qui.-
     
    Non ci fu nessuna risposta, Amicizia si era cambiata d’abito, tamponata i capelli con l’asciugamano e  ringraziando uscì con quel suo profumo naturale, sottobraccio ad Affetto.
     
    Signore e signorine, rimasero davanti ad una tavola ricca di pietanze ormai fredde, e mai come in quel momento, sentirono forte la presenza sottile di: Invidia.
     
    La falsità conosce molte fughe e sa nascondersi con abilità, l’amicizia, quella vera, rimane sempre al suo posto, anche se il farlo, dovesse comportare farsi un po’ male.
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 05 febbraio 2017 alle ore 17:34
    Fokker , immagini in volo

    Come comincia: La prima volta che ho volato in aereo avevo diciotto anni ed era un Fokker.
    La settimana dopo lessi che lo stesso era precipitato in Calabria.
    Pensai al disastro e alla morte di tanta gente, ma non formulai mentalmente la famosa frase: “Non volerò più”.
    Sono sempre stata più terrorizzata dalla “strada” e “dal mare”, considerando quest’ultima, una lenta e angosciante morte con dolorosa agonia; quella in cielo, penso che non fai in tempo a comprendere ciò che sta succedendo, che è già tutto finito.
    Ancora oggi, a metà della vita, continuo a prendere le ali di ferro e a volare nel cielo.
     
    Di recente sono stata a Las Vegas, il Paese dei Balocchi, io l’ho chiamato così, dagli Alberghi a tema, da favola, riproduzioni sognanti, perfette e tutti questi scenari si abbinano bene alla curiosità di tentare, almeno una volta nella vita, la fortuna ai tantissimi Casinò, tutti locati all’interno degli Alberghi.
    Sono arrivata a Las Vegas di notte ed ho potuto costatare la meraviglia delle luci, il luogo più illuminato del Mondo, e il via vai dei taxi, il lustro, i negozi aperti tutta la notte e il buio…, che è proprio inesistente. Tuttavia, a mio avviso, visitarla una volta nella vita, a meno che non si vada esclusivamente per il gioco, può bastare.
     
    Lo spettacolo indimenticabile, che ha addirittura sorpreso la mia fantasia è stato il Gran Canyon. Un piccolo aereo traballante, di una delle tante compagnie turistiche, ci ha accompagnato in questo giro entusiasmante.
    Mi sono seduta accanto al finestrino e non mi sono sentita per niente sicura,
    tutto precario, così almeno mi è sembrato. A parte noi italiani, che eravamo in sei, c’erano alcuni spagnoli che facevano fatica, data la mole, a stare seduti sulle “poltroncine”, il pilota, elegante e di colore ed il suo aiuto, una Signorina, altissima, magrissima, biondissima e pallidissima, ed erano tutto l’equipaggio.
     
    Ho subito pensato: “Speriamo bene”.
     
    Quando il velivolo si è alzato traballando, ho iniziato a guardare il cielo completamente azzurro e ad ascoltare con la cuffia le nozioni nella mia lingua.
     
    Sono stata subito rapita, mi sono persa nella visione spettacolare di quell’immensa gola creata dal fiume Colorado. Abbiamo percorso prima la parte settentrionale, dove si ritirano per settimane gli Indiani Navajos e a questo pensiero la mia fantasia si è accesa ancora di più.  Mi sono venuti in mente gli indimenticabili film western con il mitico John Wayne ed è allora che ho iniziato a vedere indiani a cavallo. 
     
    Li ho proprio visti gli Apaches, adesso non c’era più il silenzio di prima, sentivo i cavalli e le urla e Lui, il temuto e brutale Cochise, tutto pitturato da guerriero, le carovane, gli spari, il sangue e poi l’altro Grande Capo: lo storico Geronimo.
    Sono tornata indietro nel tempo, a quando giovanissima andavo al cinema con la mia famiglia la domenica e i film con gli indiani erano i miei preferiti, piangevo alle loro stragi e li ho perfino odiati, ma poi una volta visto “Soldato Blu”, un film che mi ha colpito molto e che ricordo ancora benissimo, ho capito che probabilmente la brutalità non ha colore, perché purtroppo è un bagaglio scomodo dell’essere umano.
     
    Quanta storia fra queste rocce, quanto sangue, quanta fierezza chiusa in seguito nelle riserve…, anche questo sono riuscita a vedere: gli Indiani osservati come attrazione per i loro costumi, eppure dietro ai loro occhi stanchi e rassegnati c’è una storia antica di tradizioni, di vita e di morte.
     
    La parte meridionale del Gran Canyon invece, presenta tutto un altro Mondo, un fascino variopinto e lussureggiante, bellissimo paesaggio che scorre tra le foreste di Kaibab sulla destra e l’orlo dell’abisso rosso sulla sinistra, poi il canyon si allarga e lascia ampio spazio al Colorado.
    I colori sono da mozzafiato, vanno dal giallo acceso al rosso fuoco.
     
    Traballando si ritorna al piccolo aeroporto e vedo un indiano vero, forse attrazione per fotografie, ha una bancarella, ed è lì che ho acquistato un braccialetto in pelle, con infilato un sasso particolare, grigio-verde, potrebbe assomigliare ad un occhio. Capisco che è un porta-fortuna, lo acquisto e lo metto. Mio marito e gli amici mi dicono che “puzza”, no,  odora di pelle, dico io  e ancora , col passare del tempo, profuma di Indiano, di Colorado, di Arizona, di Storiae spesso lo indosso.
     
    Fa parte di tante emozioni, vissute, fantasticate, immagini lontane eppure vicine, e stranamente le associo a quella ragazzina timida, diciottenne, a quel Fokker che non esiste più, a quanto tempo è trascorso da allora e a quanto cammino ancora avrei voglia di continuare a fare…, Buona Vita concessa,  permettendo.
     

     

  • 05 febbraio 2017 alle ore 17:32
    Il sogno di una sigaretta

    Come comincia: Il sogno di una sigaretta
     
    Non si può discutere sui sogni, desideri, fantasie. Ognuno possiede i propri ed è una questione di gusto, di crescite interne, di fantasmi, tutto soggettivo comunque. Questi abitanti della sfera interna appartengono sicuramente alla razza umana, visto che per quella animale é tutta una questione d’istinto, ma qui ci troviamo davanti al caso di Cica, una semplice sigaretta, eppure, anch’essa con un improvviso desiderio, quasi incontenibile.
    Filippo fumava, molto, aveva deciso di smettere almeno venti volte nella sua giovane vita e sempre, poi, ricominciava. Esisteva comunque un qualcosa per cui tornava a comprare le sigarette, sue grandi amiche.
    Era un bel pomeriggio di primavera inoltrata, il profumo dei fiori e dell’erba tagliata era nell’aria, ma Lui, considerando che era sabato, si recò in tabaccheria per fare la scorta anche per la domenica.
    Aprì il primo pacchetto e subito respirò a pieni polmoni quella sigaretta desiderata, visto che era in astinenza da due giorni. Appena aperto il pacchetto, Cica lo scorse subito e lì, se avesse potuto gli sarebbe saltata in bocca, ma Filippo scelse la prima a sinistra del pacchetto ed essa era nella fila di mezzo.
    Ogni volta che Filippo apriva il pacchetto Cica sperava che andasse a caso dalla fila e la scegliesse. Niente da fare, doveva aspettare il suo turno.
    Cica sapeva bene che non avrebbe fatto ritorno dentro il pacchetto, come non lo avevano fatto le compagne che erano state scelte e che quindi sarebbe stata poi schiacciata a terra.
    Ma aveva visto la sua bocca, quelle labbra carnose e grandi che racchiudevano una cascata di perle bianche,  il suo volto, i suoi occhi e quello sguardo che non avrebbe più dimenticato, anche se la sua vita, lo sapeva, sarebbe stata breve, ma vista da un’altra angolatura forse non proprio breve, contava infatti di rimanere a lungo attaccata alle pareti dei suoi polmoni e lì sarebbe rimasta vigile e in compagnia di tante altre.
    Iniziò a pensare a come sarebbe stato sublime il contatto umido al tocco delle sue labbra, a quanto sarebbe durata quella sensazione di fuoriuscita dalla sua bocca e non solo, si esaltò al pensiero della pausa tra un tiro e l’altro, dopo essere scesa come fumo dentro il tunnel nero della sua gola, rimanendo adagiata fra le dita di una mano bella, lunga, sottile, nervosa, dalle unghie perfettamente tagliate e curate per poi essere riportata nuovamente alla bocca; sperava solo di consumarsi lentamente.
     Improvvisamente iniziò ad agitarsi ed innervosirsi. Un pensiero tagliente s’impadronì di Cica: e se fosse squillato il telefono e lui l’avesse lasciata a spegnersi in solitudine in un posacenere? O peggio ancora se qualcosa l’avesse distratto improvvisamente, ad esempio una brusca frenata in macchina e l’avesse lanciata dal finestrino? No, assolutamente, Cica voleva il suo momento, lo desiderava, ne aveva tutto il diritto, era una sigaretta ed andava fumata fino in fondo.
    Era, come ho già detto, sabato sera, e Filippo, sotto la doccia si preparava ad uscire per la “sabatata”, discoteca, alcool, ragazze, musica, beh, Cica sperava anche di essere fumata in santa pace, senza neanche tanta confusione e fremeva in attesa di quel momento di delizia.
    In discoteca c’erano i soliti amici ed una gran confusione, tante ragazze, qualcuna di queste, anche carina, non era fra le conoscenze di Filippo ed egli fece in maniera di parlare programmando già un  bel film dentro la testa.
    Si conobbero, ballarono, bevvero e poi naturalmente uscirono fuori per un po’ d’aria e per fumare una sigaretta offerta ovviamente da Filippo. La ragazza si chiamava Adele e dal pacchetto scelse proprio Cica.
    La fumò come essa avrebbe voluto essere fumata: lentamente, con piacere e fino al mozzicone, poi, la spense gettandola in terra e schiacciandola col tacco fine ed altissimo.
    Povera Cica, aveva aspettato tanto…., era disposta anche a pagare un alto prezzo, pur di appoggiarsi alle labbra di Filippo, che le importava di essere stata accesa da quella ragazza che se lo mangiava con gli occhi…?
    Anche per gli oggetti, evidentemente, certe volte, la vita può essere perfida.
    Ma anche Filippo, poi non riuscì a vedere quel film che aveva in programma perché la povera Adele, piegata in due dal mal di stomaco e relative conseguenze poco piacevoli ed imbarazzanti, dovette essere riaccompagnata a casa quasi subito.
    Filippo non ne capiva il motivo, poco prima stava bene. Lei, oltre poveretta a lamentarsi per il dolore, iniziava pure a guardarlo con aria sospetta. Insomma, la situazione si era trasformata e non era più idilliaca come invece era iniziata.
    Improvvisamente la pioggia primaverile arrivò e generosamente tolse da Cica le impronte di rossetto rimaste, prese con sé le sue lacrime, lasciandola galleggiare nell’oblio di una pozza.
     

     

  • 04 febbraio 2017 alle ore 12:46
    I diamanti di Johnny

    Come comincia: Il nonno Romualdo portava  la figlia Marta, la sua amica Annina ed i nipotini Vilma e Piero, ogni giorno, a prendere l'acqua al pozzo.  Firenze era stata liberata, i tedeschi non c'erano più, ma l'acqua corrente non era ancora tornata.
    Durante quelle passeggiate, che avevano anche lo scopo di distrarre i bambini dal pensiero della fame, incrociavano spesso un gruppo di soldati alleati che si erano accampati in un giardino, proprio vicino al pozzo.
    Una mattina, uno di loro fermò il nonno.
    «No buone quelle scarpe - disse indicando gli zoccoli che indossavano i quattro ragazzini - fare male ai piedi».
    Romualdo cercò di spiegare al soldato che non avevano altro. La miseria era nera, nel vero senso della parola,  e quelle povere calzature erano state ricavate da pezzi di legno ai quali  aveva fissato delle strisce di velluto che la nonna aveva ottenuto facendo a pezzi una vecchia giacca.
    Il giorno dopo, il giovane aspettò mio nonno lungo la strada che conduceva al pozzo e, quando lo vide arrivare, tirò fuori da un sacchetto quattro paia di sandalini e un pacco di gallette.  I bambini, per la gioia, saltarono al collo del forestiero in divisa. Mio nonno rimase molto colpito da quel  gesto disinteressato e fece amicizia con quel soldato.
    Il suo cuore romagnolo trovò conforto in quel ragazzo che veniva da un paese lontano.
    Si chiamava Johnny ed era sudafricano:  un biondino con gli occhi azzurri, simpatico e affabile, innamorato di Firenze e dell'arte. Al suo paese, raccontò, faceva l'ingegnere minerario.
    Romualdo e Fosca, i miei nonni. lo invitarono a casa: si erano affezionati al giovanotto. Lui non mancava mai di portare loro qualcosa, perfino cose eccezionali come la carne in scatola e le stecche di cioccolata.
    Un giorno, il plotone di Johnny ripartì.
    «Ti prometto di tornare in Italia, quando guerra finire!» disse al nonno stringendogli la mano.
     «Io scrivo a te e quando tornare  ti porto i diamanti delle nostre miniere».
    Lasciò tutti i riferimenti  del suo plotone e della sua casa: ma non scrisse mai.
    Romualdo, a dire il vero,  non credeva che Johnny sarebbe tornato con i diamanti, ma  era sinceramente  interessato alla sorte  di quel  giovane, che  gli sembrava  quasi un fratello minore.
    Pertanto, prese la decisione di farsi aiutare a scrivere una lettera in inglese da spedire alla famiglia, in Sudafrica:  la risposta arrivò, ma non fu quella che si aspettava.  
    Johnny era rimasto ucciso in un' imboscata, pochi giorni dopo aver lasciato a Firenze: non aveva più fatto ritorno alla casa dei suoi genitori.
    Il ricordo della sua amicizia e della sua generosità, però, è giunto fino a noi.