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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 28 marzo alle ore 0:19
    Volevi mordere

    Come comincia:  
    La vita di Giacomo (Jack per la moglie originaria di Salem, il paese delle streghe bambine, nel Massachusetts) era un film.
    Anzi, volendo essere precisi, ricalcava la trama di un vecchio film Horror dal titolo “Shining”, però con alcune incursioni dentro altre pellicole cinematografiche.
    A parte il labirinto di siepi in giardino, gli altri ingredienti del film c’erano tutti.
    Anche lui abitava in un ex albergo, seppur di dimensioni più ridotte, diciamo una pensione con locanda.
    Aveva ereditato quella vecchia struttura perché gli altri parenti vi avevano rinunciato.
    A differenza di lui, loro conoscevano la storia di quella ex pensione.
    Era nata all’inizio del “Novecento”, negli anni in cui cominciava la guerra santa dei pezzenti (direbbe Guccini). Era riuscita a superare la prima guerra mondiale, il biennio rosso, il ventennio nero e la seconda guerra mondiale; poi, un drammatico fatto di cronaca nera, accaduto proprio all’interno della pensione, ne decretò la chiusura.
    Comunque lui, senza tanti problemi, vi si trasferì subito con la famiglia.
    Inizialmente, in preda a un irrazionale entusiasmo, pensò di trasformarla, almeno in parte, in un bed and breakfast.
    Idea che, resosi conto del costo dei lavori necessari per ridare dignità e accoglienza  a quel posto, aveva repentinamente abbandonato; decisione questa condivisa anche da Wendy, che quando aveva visto il preventivo dell’architetto aveva detto: “Se tutto va bene siamo rovinati”.
    L’ex pensione era posta sulle alture di Borgo San Vito, molto ma molto lontano dagli occhi indiscreti, e purtroppo anche da quelli discreti.
    Un lungo e contorto sentiero, che ormai aveva perso le caratteristiche di strada, dalla periferia del paese saliva verso le colline e arrivava alla ex pensione; in inverno la neve aggiungeva isolamento all’isolamento.
    Lo stabile (si fa per dire e non ripetere la denominazione di ex pensione, già usata sopra) aveva un grande salone con annessa cucina.
    -Qui togliamo tutto, bancone, tavoli, separè, diamo una bella rinfrescata e facciamo un open space – disse Jack alla moglie Wendy che, in quel frangente, non sapeva se ridere, piangere o mandarlo a cagare.
    Poi c’erano 7 camere da letto, numerate da 1 a 7.
    La numero 1 venne destinata a laboratorio di erboristeria, grande passione di Wendy sin dai tempi di Salem.
    La numero 4 per gli eventuali ospiti o pellegrini, visto che la casa era sulla Via Francigena.
    La 5 per loro e la 6 per il figlio una volta raggiunta l’età in cui non avrebbe più rotto gli zebedei per dormire con mamma e papà.
    Le 2, 3, 7, molto piccole, divennero, dopo aver abbattuto alcune pareti in legno, la stanza 237, lo stesso numero della stanza degli orrori del film Shining; li si stabilirono le figlie.  
    Anche lui, come il protagonista di quella pellicola era stato in gioventù un aspirante scrittore, ma la sua produzione letteraria si era limitata a una serie di racconti e il romanzo, “Sogno di una notte di mezza estate” di ogni scrittore, non era mai arrivato; alla fine aveva smesso di scrivere anche i racconti.
    Nella sua famiglia, oltre alla moglie Wendy, c’erano tre figli.
    Due ragazze gemelle identiche al punto tale che pur essendo già in età pre-adolescenziale ancora non riusciva a distinguerle.
    Inoltre vestivano allo stesso modo, mai un qualche capo di abbigliamento diverso, tutte due pettinate con le treccine perfettamente uguali, lo stesso timbro di voce, almeno così sembrava, visto che non parlavano mai insieme, quando dovevano chiedere qualcosa, a turno parlava una e l’atra acconsentiva.
    Non erano semplicemente gemelle erano l’una il riflesso dell’altra nello specchio
    C’era da perdere la testa, erano due ma sembravano una persona sola.
    Poi c’era il piccolo Daniele (Danny in famiglia) che era uno ma sembravano due.
    Si comprese bene la cosa quando Jack recuperò in cantina uno strano triciclo blu modello chopper: sella con schienale alto e manubrio largo.
    Lo consegnò a Danny, e lui con gli occhi lucidi dalla gioia disse: -Grazie papi Jack- e subito cominciò ad usarlo, ed era come se lo avesse sempre guidato
    Pedalava tutto il giorno, passava dalla zona giorno alla zona notte, entrava nelle camere, anche nella 237, quella delle gemelle, ma loro, esasperate, una volta lo graffiarono tutto.
    Da quel giorno limitò il suo circuito all’open space.
    La cosa strana era che nel suo forsennato pedalare si dava gli ordini e lì eseguiva.
    -Gira a destra, ok; svolta a sinistra, ok; rallenta, ok; accelera accelera ok ok…
    Sembrava ci fossero due persone su quel maledetto triciclo.
    C’era da perdere la testa.
    -Non sarà mica bipolare? – disse un giorno Jack alla moglie.
    Era solo una battuta, ma Wendy non la percepì come tale.
    -Viviamo ai margini della società civile in una casa enorme e decrepita, per giunta in culo ai lupi e tu ti stupisci della vitalità di Danny; ma meno male che è così, di muffa e di muffe in questa casa già ne abbiamo.
    Lui non aveva osato replicare, meglio tacere, quella era capace di piantarli lì e tornare a Salem.
    Anche con la moglie c’era da perdere la testa.
    In buona parte sua moglie aveva ragione, e anche lui aveva le sue colpe e un carattere discontinuo, alternava momenti di contenuta allegria a momenti di non tanto velata depressione.
    Il loro rapporto all’inizio, grazie anche a certe tisane che sua moglie preparava, fu un “Labirinto di passioni”; poi nel tempo si deteriorò al punto che in diverse occasioni arrivò a chiedersi “Che ho fatto io per meritare questo”
    Solo il lavoro riusciva a distrarlo e ad aiutarlo a superare certe tensioni famigliari e a non porsi troppe domande su talune stranezze della moglie e soprattutto dei figli.
    Lui gestiva un negozio ben affilato, ops ben avviato: La coltelleria dei “Sette Samurai”.
    Aveva una clientela vasta ed eterogenea: ristoratori, cuochi, casalinghe e anche alcune persone che non si sapeva bene cosa se ne facessero di certi accessori così affilati.
    La qualità dei suoi prodotti era ottima e riconosciuta dappertutto, finanche nelle patrie galere; poche le lamentele, anche perché il suo negozio un po’ intimoriva, probabilmente per quella collezione di katane che stava alle sue spalle dietro il registratore di cassa
    Una sera, poco prima della chiusura, entrò nel suo negozio il proprietario della Braceria “Carne tremula”; portava con sé una borsa piena di coltelli.
    La posò sul bancone e poi, dopo aver lanciato una sguardo veloce alla collezione di sciabole giapponesi, disse:
    - Ciao Jack ti ho portato i coltelli del mio ristorante, per me andrebbero bene così, ma i miei clienti dicono che non tagliano, prova ad affilarmeli.
    Jack prese la borsa dei coltelli e si spostò sul tavolo di lavoro.
    In realtà erano perfetti e non avevano bisogno di alcuna affilatura. Probabilmente il problema non erano i coltelli, ma la carne e di colpo capì perché quella braceria stava perdendo clienti a vantaggio del sushi ristobar.
    Comunque visto che anche la vita di quel cliente, o perlomeno il nome della sua attività, era un film, per solidarietà, con un paio di ore di straordinari lo accontentò.
    L’importante è che mi paghi, – pensò - di tutto il resto francamente me ne infischio.
    Tornò a casa molto tardi, la moglie lo accolse con freddezza.
    -Noi abbiamo già cenato, ti ho lasciato il piatto di pasta sul tavolo, ho finito il sugo, ci ho messo sopra un po’ di ketchup.
    - Almeno è rimasto un po’ di parmigiano?
    -No, finito anche quello, se non ci penso io alla spesa qui si fa la fame
    Consumò quella triste cena, ma per rallegrarla   un po’ aprì e svuotò la bottiglia di Sangue di Giuda che gli aveva regalato il titolare del Carne tremula.
    Era tornato a casa stanco e ora, oltre a essere stanco, era pure un po’ annebbiato, per cui gli fu quasi naturale sbragarsi sulla poltrona.
    Le gemelle si erano già ritirate nella loro stanza 237, luogo off limits per tutti.
    -Meglio così –pensò.
    Danny invece era più euforico del solito.
    Girava e rigirava come un folle nell’open space dando ordini ed eseguendoli.
    Vai “Via col vento, ok; svolta a sinistra, ok; gira a destra, ok; accelera accelera, ok ok…Jack era esasperato da quel casino, “Sull’orlo di una crisi di nervi”.
    -Una di queste sere ti sbrano a morsi, pensò.
    Danny si fermò di colpo e lo fissò intensamente; Jack in quel frangente ebbe la terribile impressione che suo figlio avesse intuito ciò che lui aveva solo pensato e abbassò lo sguardo.
    Subito dopo Danny scese dal triciclo e avvicinandosi al padre chiese:
    -Papi Jack, dai fammi il cane, dai dai fammi il cane.
    - Stasera sono molto stanco, un’altra volta, magari domani.
    - Ma domani è un altro giorno, dai papi Jack fammi il cane, adesso
    - Accontentalo sto bambino! Non giochi mai con lui – disse la moglie.
    - E va bene: bau.  
    - No papi Jack, non un chiwawa, fai il dobermann.
    - Bu bu.
    - Più cattivo papi Jack, ringhia.
    -Bu bu grrr.
    -Più cattivo papi Jack, ringhia, fai vedere i denti.
    -Bu, grrrrr, bu, grrrrrr – urlò lui spalancando la bocca e mostrando i denti.
    A quel punto Danny fece partire una pedata che squarciò il volto di Jack.
    -Bastardo d’un cane volevi mordere!
     
     
     

     

  • 27 marzo alle ore 17:37
    Ipotesi di miracolo

    Come comincia: Una mattina come tante. La voglia di scrollarsi quegli anni, che ti zavorrano. Comandi alla schiena di star dritta, il passo, lo vuoi spedito. Il tuo vecchio ambulatorio ti aspetta, fiducioso. Il sole indora i Vergini, un anfiteatro di storia. Il mercato vende colori e profumi. Le prime massaie, attente, toccano ogni cosa. La corrente degli extracomunitari passa veloce, per non perdere bus o metro, diretta a Foria. Lassù, all’ultimo piano del palazzo del Principe di Traetta, la veranda del boss. Di mattina osserva il suo reame. Oggi non c’è. I miei occhi volano tra uomini e cose. Il traffico di auto e motorini è solido. Avverto improvvisamente una sensazione di disagio. Qualcosa sta succedendo. Cos’è? Il posteriore di quell’auto, in retromarcia si avvicina troppo a quel bambinello con cartellina, che si avvia per un vicolo laterale, S.Maria del Pozzo, ignorando il sopraggiungere dell’auto. Ora è un film al rallentatore, sequenze interminabili, in frazioni di secondi: l’auto continua la sua retromarcia, tocca alle spalle il bimbo inconsapevole. Il bambino cade in avanti, per la spinta, e scompare sotto le ruote posteriori. Un urlo di donna squarcia la scena. Giuro di aver sentito il rumore delle ossa schiacciate. Vedo il lago di sangue. Il mio cuore esplode in tachicardia. Possibile che sto fuggendo, io medico! Non voglio vederlo. Avverto il modo orrendo di essere padre. Altri urli si susseguono. La gente mi scansa con difficoltà, nel loro curioso accorrere. Il giorno dopo, mi soffermo presso un negoziante, vicino al punto dell’investimento. –“Del bimbo che ne è stato?”- Il cuore riprende a scalpitare. Lui, calmo, quasi incurante dell’accaduto:-“ Ah! Il bimbo, dite? Non si è fatto nulla. Capirete, il telaio dell’auto era molto alto e c’è passata sopra, senza neanche un graffio”-.
     

  • 27 marzo alle ore 15:10
    Nombres (nomi)

    Come comincia: Questo racconto (articolo) o meglio ancora sarebbe definirlo una "rassegna" (sebbene il termine sia poco simpatico a me, visto l'assonanza con la parola parata che sa di dolce...qualcosa di militare!) è frutto di letture alquanto disordinate (per mancanza di tempo, sovente, ma anche - a volte - di voglia e di stimolo a farlo, cioè a leggere o a ricercare), di ricerche effettuate un po' ovunque (a casaccio, tra materiale in mio possesso così come nel web ed anche tra i social, o sparando...cercando, cioé, nel mucchio come spesso mi è accaduto o mi capita di fare per alcune altre cose nella mia vita e in determinati frangenti della stessa). Ne è uscito fuori (meglio sarebbe scrivere, però, "ne sta uscendo fuori", visto che il tutto sta avvenendo quasi in "tempo reale", si cormpone come un puzzle, pezzo dopo pezzo) un qualcosa che spero possa essere utile (per qualcosa ed anche a qualcuno). L'ho voluta titolare [la rassegna] usando un vocabolo che ritengo sia adatto ed esaustivo al contempo, ossia "nombres" il quale nella traduzione dallo spagnolo (idioma più convincente, spesso, in casi come questo, rispetto a quello anglosassone: forse più caldo... efficace e rafforzativo alla bisogna, direi!) sta per nomi: nomi, appunto, o storie di nomi...nombres, da portare all'attenzione, alla memoria, alla riflessione di quanta più gente possibile; perchè è di loro che la storia di ognuno di noi è fatta; nomi, appunto, o storie di nomi...nombres, di persone anonime come di quelle più note: nombres di storie accadute realmente; a volte conclusesi bene (o andate a buon fine), altre invece drammaticamente male, ovvero col fatal evento, la morte: perchè la vita è vita, certo, ma anche è morte; un alternarsi di gioie e dolori, un alternanza di nascite e lutti. 
    - Fiona Nalukenge (7 anni) - Primo anno di scuola primaria/aprile 2018 - Fiona è orfana, vive con la nonna e tre dei suoi fratelli. Sono fuggiti dal villaggio di origine a causa di un'anomalia genetica, l'albinismo, che ha colpito questi bambini. Nei villaggi più remoti del Paese questa condizione è vista come portatrice di sfortuna e i bambini hanno sofferto l'isolamento sociale. Nonostante una vita davvero difficile Fiona è una bambina intelligente, disciplinata e determinata, con un grande desiderio di studiare. Per aiutare questa famiglia, così provata e priva di mezzi economici, abbiamo accolto Fiona nel collegio della scuola (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     -Elias Migombe (13 anni) - Primo anno di scuola secondaria/aprile 2018 - E' stato abbandonato dai genitori ancora piccolo e da allora ha vissuto con la nonna paterna, che lo ha cresciuto lavorando duramente per riuscire a mantenerlo e pagargli la scuola primaria. Con l'avanzare dell'età e dei problemi di salute la nonna non è stata in grado di lavorare né di provvedere al nipote. Elias è andato a vivere con uno zio, che però deve già mandare a scuola i suoi figli e non può pagare al nipote le rette scolastiche, più gravose nella scuola secondaria. (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     - Timothy Rukenya (11 anni) - Terzo anno di scuola primaria/aprile 2018 - Timothy è orfano di entrambi i genitori e vive con un fratello maggiore nella casa in cui è nato ed ha sempre abitato. A pranzo mangia alla mensa della scuola, mentre la sera cena a casa di una zia che vive nel suo stesso quartiere. La mamma è mancata da poco; lavorava come lavandaia per provvedere ai suoi figli, ma per mandarli a scuola ha sempre avuto bisogno di aiuto. Ora che la mamma non c'é più, questi bambini hanno bisogno di un maggior supporto. (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     - Nathaniel Woods (43 anni) - Condannato a morte per triplice omicidio: la sua condanna è stata eseguita all'interno dell'Holman Correctional Facility di Atmore, nello stato dell'Alabama, nel sud degli Stati Uniti, il 5 marzo del 2020, tramite iniezione letale di pentobarbital. L'uomo si era dichiarato innocente: l'accusa che lo ha condannato era di aver ucciso i tre agenti di polizia che avevano fatto irruzione (il 17 giugno del 2004 a Birmingham, in Alabama) nella casa in cui egli si trovava per motivi di droga. In quella casa si trovava anche Kerry Spencer che in seguito ha più volte dichiarato - egli stesso - di essere stato l'unico autore materiale del crimine, discolpando Woods. Al processo, dove - tra l'altro - su dodici giurati solo due erano di colore come Woods, la sentenza di colpevolezza non fu unanime (dieci giurati contro due si dichiararono favorevoli ad essa) ma l'Alabama è uno degli Stati (tra quelli in cui è prevista la pena capitale) il cui ordinamento penale non prevede che necessiti l'unanimità per dichiarare la colpevolezza di qualcuno e la sua condanna a morte. Kerry Spencer è stato anch'esso condannato a morte (anzi, alla luce di come andarono i fatti, nel 2004, sarebbe dovuto essere l'unico a subire la condanna) e risiede attualmente nella death row (braccio della morte), all'interno della stessa casa di detenzione in cui è stato "eseguito" Woods, in attesa della esecuzione della sua condanna.
     - Mariama - Mariama era incinta di sette mesi quando è scappata durante un attacco degli estremisti al suo villaggio: dopo l'uccisione di alcuni operatori umanitari nel mese di agosto 2020, si sono inasprite le incursioni da parte di gruppi armati che terrorizzano vecchi, donne e bambini. Giunta a Tillabery, dipartimento posto a sud-est del Niger, Mariama ha partorito dopo pochi giorni in solitudine perché il Centro di Salute più vicino era chiuso a causa della pandemia in atto. Tutto il Paese è in preda a una grave crisi: le misure anti covid attuate hanno aggravato le condizioni economiche e socio-sanitarie in cui versava, già da tempo. A farne le spese la popolazione ed i più deboli, a causa della scarsità di acqua potabile e cibo. A causa del rialzo dei prezzi dei beni di primaria necessità, inoltre, migliaia di famiglie hanno perduto il loro (già) misero reddito e molta gente è costretta a vivere per strada, senza fissa dimora. Tra giugno ed ottobre il Paese ha subito anche inondazioni che hanno distrutto abitazioni, rovinato i raccolti e diffuso la malaria, la quale sovente colpisce i più piccoli malnutriti. Nel dipartimento di Tillabery, ben venticinque Centri di Salute hanno dovuto chiudere i battenti e a risentirne sono proprio i bambini nei primi anni di vita, causa le complicanze della malattia che per loro sovente divengono letali. Quando il medico della nostra clinica mobile è arrivato nel campo profughi, la bambina di Mariama era in fin di vita, causa una infezione intestinale provocata dalla malnutrizione. Grazie alla somministrazione di cibo proteico (nota personale: trattasi, in genere, delle cosiddette buste terapeutiche "plumpynut" contenenti latte in polvere, zucchero, vitamine, burro di arachidi, e che io chiamo spesso "bombe ad orologeria" visto il loro potere altamente energetico, quasi a...presa rapida!) e alle cure mediche, la figlia di Mariama (Colette) ha preso peso (ben tre chili in dieci giorni) superando la crisi. Mariama ha ricevuto le indicazioni atte a prendersi cura della sua bambina e sa ora a chi rivolgersi. Nel dipartimento di Tillabery ci sono oltre tremila bambini come la figlia di Mariama che versano in condizioni di malnutrizione. (da: "Bollettino di FONDAZIONE COOPI-COOPERAZIONE INTERNAZIONALE ONLUS") - novembre 2020.
     - Hassan e sua madre - Hassan ha soltanto undici giorni di vita e sebbene sia appena nato, ha già dovuto sopportare il peso della crisi umanitaria in corso nello Yemen. Lui...  
     

  • 25 marzo alle ore 17:20
    SENSUALITÀ

    Come comincia: Isabelle Laurent aveva accompagnato suo figlio Patrizio all’aeroporto parigino di Orly con la Maserati Levante di suo marito Ubaldo Orsini attaché italiano alla ambasciata di Parigi. Il giovane aveva superato brillantemente gli esami di maturità al liceo Honorè del Balzac, appassionato di storia dell’arte aveva chiesto ed ottenuto dal padre di poter andare in vacanza a Roma, la mamma si era dimostrata contraria: “È ancora giovane per andar da solo!” “Ha diciannove anni, tu lo vorresti accompagnare anche in viaggio di nozze, ne farai un frocetto” “Cosa dici mai…” “Si, ora ti metti ad imitare Topo Gigio, non vuoi capire che Patrizio  deve fare le esperienze personali anche facendo degli errori, io alla sua età ero militare alla Ceccignola di Roma, vita dura, me ne sono scappato vincendo un concorso di addetto all’ambasciata francese qui a Parigi, gli ho prenotato una stanza all’Hotel ’Ambassador’ nella capitale, come vedi anche io penso a nostro figlio.” Isabelle non riuscì a trovare un posto dove posteggiare la Maserati, scoraggiata: “Da ora te la devi sbrigare da solo, qui c’è la documentazione da consegnare allo sportello della Air France per il check in, la partenza è prevista per le undici  con un Boeing 747 dell’Air France, mi raccomando sta molto attento, non ti fidare di nessuno, un bacio.” Da quel momento Patrizio per la prima volta in vita sua si sentì solo, si fece coraggio, si mise in fila ed al suo turno una impiegata: “Spiacente monsieur tutti i posti dell’aereo sono occupati, abbiamo messo in atto  l’over booking, se non sa quel che vuol dire glielo spiego io, la compagnia ha venduto un numero superiore di biglietti dei posti disponibili sull’aereo, se qualcuno rinunzia o non si presenta un prenotato può sostituirlo, resti vicino allo mio sportello le darò notizie.” Nel frattempo da un altoparlante una voce femminile annunziò in tre lingue la partenza del Boeing, l’addetta al ceck in: “Si sbrighi, sì è reso libero un posto sul suo aereo.” Scaletta  e poi entrata in aereo. Patrizio su una lunga fila di tre poltrone notò un posto libero, sicuramente il suo, gli altri due erano occupati: al centro da una vistosa signora bruna con vicino un signore di mezza età che guardava fuori dall’oblò. Patrizio sistemato il bagaglio a mano sul vano porta oggetti educatamente salutò la coppia, la dama rispose con un sorriso, il signore con un grugnito, non doveva essere molto socievole. Raggiunta la quota di volo gli altoparlanti di bordo diffusero una rilassante musica francese, la signora: “Permetta che mi presenti, sono Ninfa Fogliani, questo signore accanto a me è mio marito Martino Galeazzi, di solito è l’immagine dell’allegria, oggi ha ricevuto cattive notizie circa il calo della borsa…Vorrei chiederle un favore, io e Martino soffriamo di claustrofobia, dovrei andare in bagno, le chiedo la cortesia di accompagnarmi alla toilette, è un luogo piccolo potrei anche svenire.” Patrizio a quella richiesta rimase basito , guardò il viso del signore che mostrò di non aver ascoltato le parole della moglie, una  situazione non prevista, suo padre Ubaldo gli aveva inculcato l’idea di afferrare la volo le situazioni piacevoli, si alzò ed entrò in bagno con Ninfa la quale dopo aver chiusa la porta a chiave prese a baciarlo in bocca. Logica  conseguenza del ‘ciccio’ inalberato che la signore provvide ad introdurre in ‘sua ore’ ingurgitando tante vitamine. Sorridendo, soddisfatta madame girò la chiave della toilette ed insieme a Patrizio ritornò al suo posto. Domanda di Martino: “Tutto a posto?’ conferma con un bacio in bocca al marito. Patrizio fissò il suo sguardo sulla novella amante, cercava di rendersi conto della situazione, in fatto di sesso era digiuno, solo qualche bacio a Isabelle una compagna di classe e poi tanti rasponi, zaganelle, pugnette insomma piaceri solitari che però lo lasciavano insoddisfatto. L’espressione del viso di Patrizio era tutta un punto interrogativo, Ninfa ritenne opportuno dargli delle spiegazioni, al suo orecchio: “Caro la situazione ti sarà sembrata un po’ fuori dell’ordinario, la spiegazione che mio marito è un cuckold ossia ama vedere me far l’amore con altri uomini, solo così riesce ad eccitarsi. All’inizio del nostro matrimonio era mia intenzione lasciarlo poi mi resi conto che il suo atteggiamento era dovuto alla sua natura che come saprai è immutabile, sinceramente a favore di mio marito c’è anche la sua molto florida situazione finanziaria, siamo proprietari di una villetta a schiera completamente nostra vicino alla Laurentina, stiamo per arrivare.” Intervenne Martino che doveva aver capito quanto confidato dalla consorte al giovane parigino. “Una proposta, che ne dici di venire ad abitare a casa nostra, vedo che mia moglie…”  Patrizio d’istinto decise di andare sino a fondo di quella avventura singolare: “Sarà mio piacere vivere un po’ insieme, appena a terra disdirò la prenotazione di una stanza all’albergo Ambassador.” Recuperati i bagagli dal nastro trasportatore i tre cercarono invano un facchino…improvvisamente si avvicinò un giovane: “Signori, sono Gianni Ricci  un tassista abusivo, ho qui fuori una Fiat Tipo con cui potrei accompagnarvi in qualsiasi località voi siate diretti, ho bisogno urgente di denaro, fareste un opera buona. Fu Ninfa a prendere la decisione di accontentare quel giovane, fu sempre lei ad occupare il sedile vicino al guidatore, i due uomini dietro. Seguendo le indicazioni del navigatore satellitare i quattro giunsero dinanzi al cancello della  ‘Villa Ninfa’, ad aspettarli dietro il cancello d’ingresso Lisetta e Gina le  inservienti di casa Galeazzi, le due insieme all’autista portarono i bagagli all’interno dell’abitazione. “Grazie caro, quanto ti devo?” “Faccia lei signore, come le ho accennato è stato il bisogno di denaro a spingermi a fare il tassista abusivo, sono uno studente, mia madre è ammalata e vedova di recente, non voglio pianger miseria…” “Martino : “Venga dentro casa con noi,  dalla espressione della sua faccia si deduce che ha una gran fame, segua Lisetta che le indicherà dove lavarsi poi ci raggiungerà in sala mensa.” Gina aveva dimostrato la sua grande esperienza in fatto di cucina romana, Gianni cercò di mangiare compostamente,  fece il bis di tutte le portate. “Caro Gianni questi sono cinquecento €uro, se lo desidera resti con noi anche a riposarsi, io e mio marito ci siamo commossi per la sua situazione, eventualmente avvisi sua madre del suo mancato rientro a casa, intanto godiamoci il caffè sempre se lei riesce a prender sonno anche dopo averlo sorbito.” Caffè per i tre. Le due cameriere tornarono  loro  abitazione  situata vicino alla villetta. Gianni mostrò chiari segno di sonnolenza, chiese scusa e si ritirò nella camera a lui assegnata, fu seguito da Patrizio che dopo una doccia calda e distensiva anche lui a entrò in un’altra stanza. Mattina avanzata, Patrizio ancora assonnato si lavò alla peno peggio, aveva fame, in sala mensa trovò il tavolo apparecchiato alla grande: da caffè e latte a spremute varie oltre che una varietà notevole di pasticcini, doveva star attento a non abbuffarsi, ci teneva alla linea. Uscito in giardino notò  Martino e Ninfa che sedevano su una panchina, lui leggeva un quotidiano lei sferruzzava. “Ben alzato al nostro dormiglione, come vede mi sono messa in libertà, a Roma quando fa caldo fa caldo.” La padrona di casa aveva indossato una camicetta trasparente che lasciava intravedere  due bei seni, una minigonna molto larga che…la dama aveva dimenticato di indossare gli slip! “Non ci faccia anzi non farci caso, a me piacciono molto le passere pelose, è mia goduria cercare il clitoride fra una foresta nera come quella di mia moglie, come avrà capito non sono geloso.” Quello era stato un chiaro  imprimatur per Patrizio ad usufruire delle grazie muliebri. Martino seguitò: “ Posseggo una Porsche Cayenne, mia moglie una Abarth  595 cabriolet, lei ama sentire il vento fra i capelli e non solo fra quelli!” discorso seguito da una risata. Gianni era tornato a casa sua con la Fiat Tipo, telefonicamente aveva comunicato che sarebbe rimasto nella casa materna per sistemare affari di famiglia (debiti). Le due cameriere, sbrigate le faccende domestiche prima del solito orario avevano lasciato l’abitazione dove prestavano servizio, forse avevano subodorato qualcosa del menage sessuale dei datori di lavoro. Infatti: “Che ne dite di un riposino post prandiale?” Richiesta accettata senza commenti da parte di Ninfa e di Patrizio, i tre entrarono nella camera matrimoniale,  prima  passaggio nella toilette per lavare i ‘gioielli’ e poi: Ninfa e Patrizio  distesi sul letto, il giovane già ‘in armi’, il padrone di casa seduto su una poltrona in attesa che lo spettacolo dei due amanti lo facesse eccitare. “Caro mi lubrifico il popò, mio marito lo ama più della passera, vedo con piacere che hai una ciolla più piccola di quella di Martino.” Ninfa arrivò al ‘settimo cielo’ varie volte come pure Patrizio che d’improvviso sentì una mano che lo allontanava dal corpo della sua amante, Martino entrò in azione nel popò, ci rimase a lungo. Nessun dialogo fra i tre  durante la cena, si era avverato quanto previsto sin dal primo incontro. Il pomeriggio successivo suono del citofono, era Gianni: “Vi trovo in forma, ho sistemato mia madre per il vitto nella osteria sotto casa, il padrone della mi ha chiesto cinquemila €uro per lasciarmi la Tipo.” Senza far commenti Martino mise mano al portafoglio e contò dieci biglietti da cinquecento che consegnò al neo padrone della macchina poi: “Stasera vorrei cenare in  una trattoria qui vicino, si mangia veramente bene, il titolare Checco è il classico romanaccio, mi fa tanto  ridere con  le sue battute.” Sopra l’ingresso della trattoria un cartellone con la scritta ‘Da Checco’ ma al posto del titolare si presentò un signore ben vestito che esordì con accento francese: “Messieurs sono André Houlot nuovo proprietario di questa trattoria, il signor Checco ha accettato la mia proposta di acquisto del locale, ha preferito andare in pensione ma nulla è cambiato, questo è il menu.” I tre  in attesa di ‘eventi’ non si abbuffarono, solo un po’ del buon vino Merlot che li rese più audaci soprattutto Ninfa che poggiò un suo piede sulla pattuella di Gianni. “Cara io faccio una cosa per volta, se mi arrapo mi si alza ciccio ma mi si chiude la gola e non inghiotto più!” Risata generale poi Gianni: “Voglio farvi ridere, frequentavo il terzo liceo, in classe c’era anche un certa Carlotta grassottella e pudica, mi stava sulle palle col suo modo di parlare, un giorno: “Lo sai con quale parola fa rima il tuo nome, indovina un  po’, ti dice niente ‘mignotta’! ”E a te dice niente ‘Gianciotto!” Finì pari e patta ma a me rimase per sempre quel soprannome, a scuola ero per tutti Gianciotto!” Ninfa: “Lo sarai anche per noi, che ne dici di ritirarci?” La proposta fu messa in atto, tutti e tre nella camera matrimoniale, Ninfa fra due fuochi  Gianciotto nel ‘fiorello’ Patrizio nel ‘popò’ sino a quando il padrone di casa mise da parte i due e fece valere i suoi diritti nel posteriore della consorte.  Morale della storia: non risponde a verità il detto che il numero perfetto sia il tre, è il quattro!
     

  • 25 marzo alle ore 7:58
    Lavorare di lingua, conviene

    Come comincia: Non ero mai stato al "Paradise", alcuni miei amici invece erano stati in quel locale tantissime volte; spesso mi avevano anche invitato a seguirli:
     - Dai, Norman! - dicevano. - Non farti pregare! Vieni con noi e non te ne pentirai, li si abborda facile! - In effetti il locale, uno dei tanti che animano la vita notturna nella periferia nord della città, ha la nomea di essere un vero e proprio alveare ricco di miele...di api regina che altro non attendono se no di essere infilzate da qualche calabrone di passaggio. Sono sempre stato un tipo tranquillo nella mia vita ed avevo fino ad allora sempre fatto orecchie da mercante agli inviti degli amici. Non sono affatto una persona timida, tuttavia mi piace stare semplicemente sulle mie e preferisco dare agli altri la sensazione di essere schivo, tanto da poter apparire, forse, anche altezzoso e scostante talvolta, piuttosto che mettermi in mostra. Una sera d'estate, però, decisi di "darci un taglio", come suol dirsi, e prendermi una piccola libera uscita...una botta di vita inusitata, insomma. Da due anni oramai vivo da solo in una dépendance carina e confortevole, sulla Hamilton Parkway, vicino Borough Park a Brooklyn: da quando, cioé, mia moglie Joan ed io ci siamo separati e lei andò a vivere, insieme a nostra figlia Reby, con un uomo più giovane, poco fuori New York. Era un sabato e tornato a casa da lavoro (da diciassette anni faccio il capo cantiere per una grossa ditta edile che costruisce palazzi in città e in altri centri urbani vicini dello stato), mi diedi una ripulita, poi cenai e vidi un po' di tivù. Dopo alcune ore (si erano fatte nel frattempo le ventidue), scesi in strada e al bar sotto casa mi feci un paio di whiskey dry; dopo di che - con tutta calma - mi avviai verso il Paradise. Il locale si trova dalla parte opposta della città, rispetto alla mia abitazione, e visto che la "vita" non comincia mai prima della mezzanotte, decisi di raggiungerlo a piedi: avevo tempo (nessuno mi correva dietro, infatti!), pure avevo l'occasione di smaltire meglio la cena e i whiskey appena prima ingurgitati. Al ritorno, casomai, avrei preso un taxi o la metro. Arrivai al locale verso la mezzanotte e trenta. Accesi una sigaretta, prima di entrare. Era la prima volta, in vita mia, che capitava: di entrare, cioè, in un locale di strippers; ed ero abbastanza teso. Una volta entrato, presi posto su un tavolino distante dalla pedana su cui si stavano esibendo due ragazze: una di colore (il suo nome era Leanne, seppi dopo), l'altra era lei, Linzi, una mora statuaria e bellissima. Il tavolino su cui sedevo era defilato rispetto agli altri, quasi nacosto in un angolo dalle luci più soffuse (lo avevo scelto per questo, in fondo). La ragazza, però, mi adocchiò quasi subito. Dopo aver fatto sull'asse d'acciaio sopra la pedana alcune piroette da far venire i brividi...un cerchio alla testa, si girò verso di me e (mi) fece l'occhiolino con l'occhio sinistro. Stetti al gioco, li risposi facendolo con quello destro. Alla fine del suo numero scese dalla pedana su cui si era esibita, andò nel camerino sul retro del locale e dopo qualche minuto ricomparve e si avvicinò a me. Sembrava una pantera; indossava uno slip nero attillatissimo ed un reggiseno rosso dal quale i suoi seni, grossi ma turgidi, trasbordavano parecchio: da vicino era ancora più sexy, affascinante e arrapante...di quelle che ti viene duro in un baleno. Mi disse:
     - Ciao! Sei nuovo quì, vero? Mi chiamo Linzi.
     - Si! - risposi io. - E' la prima volta. Tanto piacere, sono Norman! - Sembravo un po' impacciato, lei se ne accorse ma invece di mettersi a ridere e a burlarsi di me, mi mise a mio agio con le sue parole:
     - Dai Norman, c'è sempre la prima volta per ogni cosa. Sei un matusa ma avrai certamente le tue doti nascoste! (Probabilmente la ragazza si riferiva a ciò che l'uomo aveva sotto i pantaloni, anzi era sicurissimo proprio come lo è altrettanto che la luna sia tonda invece che quadra, che alludesse a quello!).
     - Cazzo! - pensai dentro di me. - Oltre ad essere uno schianto, questa ragazza è anche in gamba. - Presi allora coraggio e domandai:
     - Cosa prendi? Ordina pure qualsiasi cosa e...resti inteso che paghi tutto io - Lei fece:
     - Norman, sei davvero gentilissimo! Prendo un bloody Mary doppio ma faccio...pago io, quà si usa così coi principianti!
     - D'accordo! - esclamai. Poi dissi:
     - Raccontami qualcosa di te, mi fa piacere stare ad ascoltarti - Così Linzi cominciò a raccontare (lo fece per parecchio...sembrava un fiume in piena!):
     - Lavoro al "Paradise" da tre anni, mi alterno con altre sei ragazze che hanno la mia stessa età. Lavoriamo sei sere alla settimana. E' snervante tutto ciò ma ho fatto l'abitudine, ormai. Alla fine del turno sono distrutta, ma spesso faccio i miei "extra", come le altre...li faccio senza farmi pagare con quelli che mi piacciono. Sai qual'é la frase che la metà dei clienti passati per il locale ripete? (Linzi aveva cambiato tono, repentinamente, ed anche espressione: era sempre bella, tuttavia appariva moltissimo arrabbiata. Non la interruppi e lei continuò a parlare). "E' la prima volta che vengo quì. Sono capitato da queste parti per caso, non avevo idea che facessero spogliarelli e altre cose immorali del genere nel locale, altrimenti sarei...". Detesto quegli uomini, la loro ipocrisia. Noi strippers siamo contente che vengano quì, ci mancherebbe altro! Lo siamo che entrino nel locale piuttosto che vadino in un'altro, in fondo: alla fine sono tutte mance in più sul piatto. Mi chiedo sovente e volentieri perché mai debbano spudoratamente mentire a quel modo? - continua Linzi. - vengono a rifarsi gli occhi, sbavando dietro al nostro culo e alle nostre tette e poi magari li ritrovi nel cesso a smanettarsi il cazzo! Molti lo fanno per sfuggire alle loro mogli grasse e brutte; per evadere dal loro menage matrimoniale, che a volte è diventato asfissiante. Ma hanno paura, in fondo, della moglie ed anche - chissà - che qualcuno li faccia fessi, per cui non ammettono apertamente che li piace frequentare posti nei bassifondi come il "Paradise"; e neanche ti dicono mai il loro vero nome - A questo punto la interruppi e domandai:
     - Linzi, spero che non penserai questo di me? -
     - Ma no, dai! Tu sei diverso, lo sento a naso! - esclamò lei sorridendo.
     - Davvero? - Feci allora io.
     - Certo! - ribatté lei. - Ho il naso lungo io, lo è ancor più di quello d'un elefante! Fiuto tutto...le persone eppoi mi hai detto subito il tuo nome, senza esitare un sol momento!
     - Grazie! - replicai io. - Devo confessarti che sono separato da tempo ed è davvero la mia prima volta. Miei amici invece ci sono stati spesso, quì, e mi hanno molto raccontato sul locale: sono venuto per verificare di persona se sia vero ciocché m'hanno raccontato.
     - Hai fatto bene! - disse lei. - Anzi, più che bene! (aveva capito a cosa alludessi). - Dopo ti faccio provare una cosina molto piacevole se ti va - Non dissi nulla questa volta e Linzi, adesso molto più distesa, riprese a raccontare disinvoltamente di sé.
     - Sono una lussuriosa e me ne vanto. Amo il sesso, l'ho amato sin da ragazzina in ogni sua sfaccettatura e mi piace farlo in ogni modo. A quindici anni avevo già tutti gli attributi al posto giusto e in breve cominciai ad usarli nel modo giusto ed il più piacevole possibile. Non ricordo, però, neanche minimamente quanti amanti abbia avuto né con quanti uomini abbia fatto l'amore sino ad oggi (Linzi non ha neanche trent'anni...forse ne ha ventotto, non di più ma ne dimostra molti di meno). Cosa c'é di strano in questo? Tantissima gente invece pensa che lo sia parecchio e anche quanto sia immorale o peccaminosa 
    la mia condotta di vita. Non vi trovo nulla di ciò in essa; non vi è niente di sbagliato nel piacere: tanto nel darlo, quanto nel riceverlo. Penso che sbagliato sia invece come la società si comporti eppure la gente che ne fa parte. Se una ragazza, ad esempio, mangia a tavola sino a scoppiare oppure possiede un appetito fuori dal comune e tale da rasentare, a volte, l'ingordigia è una buongustaia per tutti, tutt'alpiù è tacciata di essere eccessivamente stravagante, mentre è ben diversa la musica qualora faccia indigestione di sesso, di uomini e di cazzi: diventa subito nel giudizio comune una puttana! Io sono contenta di essere quello che sono, così come sono perché, in fondo, sono sempre stata sincera ed onesta con me stessa e con gli altri. Cercherò di essere per tutta la mia vita così. Ho anche avuto molte proposte di matrimonio ma ho sempre rifiutato perché so che tradirei mio marito alla prima occasione e penso non sia giusta cosa; lo farei tutte le volte che dovesse capitarmi e con chiunque dovesse piacermi. L'ho fatto anche con due uomini insieme e lo farei anche con una donna o con più di una, se ne avessi occasione. Viva la libertà sessuale, quindi, e l'amore libero in forma di piacere e godimento. Sia chiaro, tuttavia, che non giudico male le altre donne, quelle cioé che seguono una strada diversa dalla mia, praticano scelte diverse attuando una opposta condotta di vita a quella che conduco io. Sono una libertina ma no una irresponsabile incapace di leggere tra le righe della realtà e del mondo circostante. Sono riuscita ad aprirmi in questo modo con te, Norman, e a confidarmi come non mi capitava da svariato tempo. Spero che non mi giudicherai male né penserai che sia soltanto una troia! - esclamò così, Linzi, al termine del suo lungo con...raccontarsi.
     - No! Non lo sei! - dissi io. - Fai liberamente e senza inibizioni quello che ti piace fare e che, probabilmente, molte donne (o uomini) vorrebbero fare ma preferiscono non farlo, per un motivo o per un'altro, oppure non ne hanno il coraggio. Ma anche se tu fossi la peggiore puttana di questa terra non ti giudicherei mai male: chi sono io, in fondo, per farlo? Non sono né un cristo senza croce né un moralista da strapazzo. - A quel punto Linzi si allontanò per alcuni minuti, andando nel suo camerino a cambiarsi di nuovo, poi tornò da me, mi prese per mano ed esclamò:
     - Andiamo! - senza proferir parola alcuna mi lasciai condurre da lei. Camminammo cinque minuti appena e due isolati più avanti rispetto al Paradise entrammo in un portone illuminato a giorno e ci dirigemmo all'ascensore. Era un condominio di lusso, insolita cosa per il quartiere in cui si trova, tenuto molto bene (lo si vedeva dalle rifiniture delle pareti, dall'arredamento, dalla moquette nell'ascensore). Arrivammo all'ottavo piano ed entrammo nell'appartamento di Linzi. Lei portava una camicetta rosa, sbottonata sino all'orlo dei seni, e una cortissima gonna con lo spacco nel mezzo. Non indossava né reggiseno né mutandine (le aveva tolte nel camerino, al Paradise: voleva già essere pronta per l'uso, probabilmente!). Lentamente si tolse di dosso gli abiti, ma mantenne le scarpe coi tacchi alti ai piedi. Poi mi domandò:
     - Hai mai lavorato con la lingua? E' un mondo a parte, credimi. Si può godere fino a morire di piace...senza limiti.
     - No! - secco gli risposi. - Con mia moglie ho praticato solo cose tradizionali, quasi per abitudine. Il sesso non ci prendeva più né ci soddisfaceva tanto, oramai, soprattutto negli ultimi tempi del nostro matrimonio. Io sopra di lei col mio uccello dentro la sua fica e al massimo poi...una sborrata sul suo ombelico.
     - Non preoccuparti, Norman! - mi disse lei rassicurandomi ancora una volta e mettendomi a mio agio. - Nessuno nasce prof a questo mondo. Le cose si imparano provandole, poco per volta. Seguimi e magari ti piacerà darmi piacere e sentirne dentro di te, nel mentre lo dai a me. Linzi si adagiò sul divano nel salotto, allargò poi le sue gambe ed esclamò a gran voce:
     - Dai, comincia, vecchio! Leccami il clitoride, leccamelo per bene, su! Fallo e mi farai morire di piacere! - Così mi piegai su di lei e cominciai a leccare sopra la sua fica con la mia lingua (nel mentre lo facevo gliela allargavo dolcemente poggiando l'indice ed il pollice della mano destra sui bordi), da destra a sinistra e poi dal basso verso l'alto, dapprima lentamente e poi con maggior frequenza; la mia lingua sembrava un cuore pulsante, che batte e freme all'unisono mentre Linzi - da par suo - cominciò a gemere facendolo talmente forte che io temetti, per un attimo, che le pareti della stanza ascoltassero e dicessero "Maleducati, vergogna!". Andammo avanti per una decina di minuti abbondanti. Dopo di che, Linzi mi disse:
     - Prova con le dita, adesso! - Allora infilai l'indice della mano sinistra nel buco della sua fica ma lei fece:
     - Fallo con due dita e spingi un po' più forte, non aver paura! - Li diedi retta e presi a farlo anche col medio. Dopo qualche minuto ansimò di nuovo eppoi squirtò abbondantemente: sembrava una fontana ed io il viaggiatore assetato che va ad abbeverarsi in un'oasi, dopo aver camminato a lungo sotto il cocente sole in pieno deserto. Mi bagnai dei suoi umori e non mi diede affatto fastidio, tutt'altro. Linzi mi guardò negli occhi e mi disse:
     - Hai fatto un cannilingus perfetto ed un lavoro di ricamo...di dita al bacio! Vedi che non è difficile, in fondo! Basta provarci, eppoi le cose vengono da sé! - Linzi aveva ragione, pensai dentro di me. A quel punto lei si sollevò di scatto e senza neanche darmi il tempo di muovermi né di dire qualcosa, mi prese per le braccia scaraventandomi vicino alla parete. Dopo cominciò a leccare la cappella del mio uccello (il quale, nel frattempo, era diventato duro come il marmo bianco che cinge l'urna della tomba della mia povera mamma al cimitero), poggiando dolcemente la sua mano destra sotto i miei testicoli, nel mentre lo faceva. Una linguata dopo l'altra, dall'alto verso il basso e viceversa sino alla...nona (come le sinfonie di Beethoven perfettamente eseguite da Herbert Von Karajan!), quando fui io ad ansimare di piacere e a sborrare sul suo viso. Poco prima gli avevo donato godimento con la mia lingua e le dita, lei era stata adesso a ricambiare il favore: un dare e avere reciproco senza nessuna inibizione o freno né particolari preconcetti. Le stesse cose, pensai, che Linzi mi aveva detto quando eravamo al Paradise. La ragazza fece:
     - Vedi che bello...lavorare di lingua, conviene!
     - Sì! - esclamai io. - Adesso ne sono convinto! - Linzi si alzò in piedi e mi baciò sulla bocca, così lo sperma che aveva sulla lingua e sulla sua bocca si ricongiunse a me, almeno in parte. Dopo avermi baciato si mise un'asciugamano sulle spalle, poi si diresse verso il bagno. Mentre camminava, però, si voltò verso di me e disse, alzando la voce quasi gridando:
     - Torno subito, aspettami! - Io invece mi rivestii in fretta e andai via. Non sono più stato, dopo quella sera, al Paradise né ho incontrato Linzi da nessuna altra parte. So, per certo, che lei continuerà a lavorare con la sua lingua, a fare pompini; magari dopo che qualche altro (uomo o donna che sia, poco importa!) li abbia dato, a sua volta, piacere con la propria lingua, con l'uccello o con qualsiasi altra cosa, in un semplice e reciproco avvicendarsi di dare ed avere, appunto. Le stesse cose ascoltate proprio da Linzi, durante il suo racconto. Dopo essere uscito dal portone dell'appartamento della ragazza, fermai un taxi e mi feci riportare a casa. Era l'alba da poco ma il sole già faceva capolino sopra il cielo della "grande mela". Era anche domenica mattina e non sarei andato a lavoro. Lungo il tragitto, tra me pensai: "lavorare di lingua, conviene e d'ora in poi lo farò più spesso al posto di dire stronzate!".

    da: "Racconti erotici".

    Taranto, 24 marzo 2021. 

  • 24 marzo alle ore 17:50
    Il viaggio

    Come comincia: Avevo chiuso gli occhi, giusto un attimo, per attraversare quella linea di confine che mi aveva sempre ancorato a un modo di essere. Sognare aveva sempre esortato in me il viaggio, bagagli a parte. Era vivere una vita parallela, a misura, perfetta. La perfezione però non è di questo mondo ed io mi ero persa in quel viaggio.
    Non è facile chiudere fuori ogni cosa. Il tempo sbiadisce contorni, non ora. Non voglio svegliarmi da questo sogno.
    -L'amore è vita. Chi ama non deve spiegare nulla, perché è qualcosa che invade ogni remoto angolo di questa caotica vita. È luce che illumina spazi infiniti, carezza di emozione che scivola su ogni centimetro di pelle, che penetra nel piacere di accogliere dei sensi.
    Mi piaceva, disse Sofia, aggrapparmi all'idea che i suoi pensieri fossero rivolti a me; un modo come restare a galla in un mare di tormenti. E non importa se oggi non è uguale a ieri, se i tasselli di questo puzzle non trovano il giusto incastro, se tutto è fermo a quel momento in cui il desiderio era di entrambi. Tu continui a chiamare ed io ti sento forte, ancora mi perdo nella tua eco.

  • 23 marzo alle ore 21:21
    Il Cavalier Covid-19

    Come comincia: Il Cavalier Covid-19 Leggero e invisibile nemico silente avanzi nelle nostre vite senza bussare alle porte dei nostri cuori, i sentieri sono afflitti dal pianto e lo stridore dei denti ora è malinconica melodia che aleggia nelle nostre menti dove ogni nostra fiducia si scioglie nel fango delle tenebre nel momento in cui si spegne pian piano la vita segnando i tristi destini irrimediabilmente in chi ha perso la battaglia, e non restan altro di loro che un numero che li identificano nelle memorie di quel registro ospedaliero segnato con l'inchiostro della necrosi. Dimmi chi sei veramente? Per lungo e in largo le tue scure orme hai impresso nelle nostre anime, lacrime amare a sorpresa ci hai lasciato e lene speranze accendi negli angoli delle nostre case a riscaldarci di gelida psicosi fasciata da inquietudine. Dimmi chi sei veramente? Dimmi chi sei veramente?! Ferrigno e ben corazzato percorri la tua redola senza considerar la fragilità della nostra vita. Dimmi chi sei veramente? Dimmi chi sei veramente?Ma sappi o guerriero di questo tempo così periglioso di cui vuoi intingerlo di dolore che spacca le viscere della pace, noi uomini donne e bambini siamo una umanità dalla quale di tutto puoi privarci tranne la speranza che mai nessuno può estinguere sul volto della terra, ossia quell'amore immenso per la vita che mai nessuno potrà placare, neppure dopo la morte. Ma non si può neppure restare indifferenti allo sguardo del male quando ci sceglie sue predilette vittime, non puoi non tentare di osteggiarlo poiché è in noi la fiamma della folgorante speranza mentre ci indica la strada della sua espugnazione. Lui scenderà e scaverà fino in fondo al nostro più remoto essere per provarci e stancarci fino all'estremo, ma risaliremo se sapremo esser previdenti e circospetti in ogni sua mossa perché di pura speranza è formato il nostro plasma mentre scorre positivo nelle vene. Lui invece così forte e superbo si fa sentire nell'anima quando i suoi abbracci avvolgono la vita dalla sua crudele morsa per farci suoi martiri nel suo preciso obbiettivo di defraudarci dagli affetti più cari, dai sorrisi sinceri di chi amiamo debellando nell'intimo quanto è più prezioso per la nostra vitalità, protraendoci nel tunnel del supplizio ove non molte anime sapranno combattere le sue insidie. Sarà dunque una gran lotta e su una gran moltitudine di gente la sua ombra estenderà diventando loro imponente patrono, ma mai nel loro e nostro cuore noi che ancora siamo al sicuro! Perché proprietà sublime di quella luce fatta di vita ossia l'immortalità della speranza dentro l'anima che resterà in eterno in noi. Dunque dimmi chi sei o guerriero salito dall'inferno col mantello fatto di particelle untuose e avvelenate che al tuo scuoterlo ci allontani dalla libertà sconvolgendo ogni nostra libera scelta e stile di vita! Dillo chi sei perché noi ci siamo identificati! Ma sappi anche che sulla tua meditata rivincita su noi, sappi che saremo più preparati che mai a giocarci la partita perché incredibilmente audaci saremo nella vittoria, e finalmente tu sarai Covid-19 nella scaletta dei sconfitti e archiviati negli scaffali delle memorie del tempo di questo mondo per sempre.

  • Come comincia: "La realtà è la proiezione di tutti i sogni del mondo.
    La bassa marea della vita ti avvicina al fondale della mente.
    Quando il tramonto spegne il nostro cielo e gli occhi chiudono il sipario della realtà, la luce dell'immaginazione accende il firmamento dei sogni.
    Ogni singola Stella che brilla nell’Universo, un tempo, brillava nella mente di grandi uomini:
    noi continueremo ad alzare lo sguardo nella notte, sognando la nostra Stella,
    perché sognare ti insegna a risvegliarti"
    Fabio Meneghella

  • 18 marzo alle ore 15:15
    L'EREDITÀ DELL'AMANTE MATERNA.

    Come comincia: Chiamarsi Vaccaro è una una normalità ma nel caso che tale cognome risulti anagraficamente quello di un contadino la situazione cambia. Era il caso di Calogero ( di origine siciliana che esercitava il suo mestiere in frazione Pavone di Albano Laziale vicino Roma. Sposato con Santa Diotaiuti conduceva la classica vita di coltivatore della terra con la sveglia il mattino presto, mungitura delle due vacche che  venivano poi agganciate ad un aratro per ‘tracciare un solco’  senza  spada come da mussoliniana memoria, solco  dove impiantare i semi  di  frumento o di altri cereali. Il buon Calogero si dedicava anche alla cura della vigna mentre la consorte Santa era addetta al pollaio e alle faccende domestiche. Il cognome era stato apposto ad un  suo antenato da qualche sacerdote integralista che in tal modo aveva per sempre ‘bollato’ la sua condizione di figlio di N.N. I coniugi Vaccaro dopo vari anni di matrimonio avevano messo al mondo Carlo Alberto un  bel pupone biondo e dalla pelle chiara in contrasto con quella dei  genitori bruni. Il nome gli era stato imposto dal marchese Sinesio Langellotti suo padrino di battessimo e proprietario del terreno. Crescendo a Carlo Alberto erano state evitate le fatiche della coltivazione dei campi su suggerimento del marchese che da, buon padrino sovvenzionava ogni mese la famiglia Vaccaro. Il giovane frequentò le elementari nel plesso vicino casa, iscritto alla scuola media cominciarono i suoi guai. I suoi compagni, la maggior parte figli di persone abbienti lo sfottevano per il cognome: “Quante vacche hai?” “Ci porti un po’ di latte?” “Mio padre ha detto che il vostro vino fa schifo!” Carlo Alberto spesso tornava a casa piangendo, i genitori cercavano di consolarlo: “Fai finta di non sentire.”, soprattutto la madre gli era più vicino,  Un giorno Carlo Alberto tornò a casa con un  occhio nero, aveva cercato di difendersi dalle ingiurie prendendo  a pugni i dileggiatori ma ne aveva pagato le conseguenze. Né Calogero né Santa andarono dal preside per informarlo che il loro figlio era oggetto di stalking da parte dei compagni. Dopo un bel po’ tempo il marchese si ritirò nel suo castello adiacente al terreno agricolo dopo un ‘world tour’, era abbronzato e molto dimagrito. Calogero: “Signor marchese lei ha bisogno di riposo e soprattutto di mangiare qualcosa di buono, chissà quante schifezze avrà ingurgitato, mia moglie insieme a sua sorella Gina sarà a disposizione sia per mettere in ordine il suo castello che a preparare intingoli romani.” Santa aveva preso sul serio quell’incarico tanto di rimanere talvolta nel castello del marchese anche la notte, giustificazione al marito: “Caro ero tanto stanca che i sono  addormentata sul letto degli ospiti.”  Calogero non si poneva tante domande, con l’aiuto del marchese aveva acquistato un altro paio di vacche e soprattutto aveva ingaggiato un giovane contadino che lo aiutava nei lavori georgici (dei campi). Un giorno, era domenica, il marchese incontrò Carlo Alberto: “Non so più nulla di te, dimmi qualcosa per esempio che classe frequenti…” Sto per compiere diciotto anni, quest’anno sono di licenza liceale poi si vedrà.”Se non hai la patente datti da fare, vai alla scuola guida ‘Lo specchietto‘, il padrone Giovanni Gerundini è mio amico, digli di mandare a me il conto delle lezioni  poi contatta un meccanico di Albano per sistemare la Lancia Aprilia che è nel mio garage, era di mio padre. Carlo Alberto seguì le direttive del padrino, conseguì la patente di guida,  fece sistemare la Lancia Aprilia con la quale portava in giro il marchese e sua madre, sembravano loro i suoi genitori. Il marchese durante i suoi viaggi aveva pensato solo a divertirsi tralasciando la salute, negli ultimi tempi non stava bene, ricoverato nella casa di cura San Camillo risultò affetto da glaucoma con perdita in parte della vista ma il problema più preoccupante era il cuore affetto da fibrillazione atriale. Fu consultato un cardiologo che decise di operarlo al cuore il giorno successivo, il marchese morì durante la notte. Al funerale parteciparono oltre Calogero, Santa e Carlo Alberto in prima fila dietro il feretro anche molti paesani riconoscenti per le donazioni ricevute dal nobile. All’apertura del testamento depositato presso il notaio D’Arrigo Carlo Alberto risultò l’unico erede, un patrimonio veramente ingente. Da quel momento molto cambiò nel menage della famiglia Vaccaro: Santa a Carlo Alberto si installarono nella villa del marchese, Calogero invece preferì restare nella casa contadina “Cosa farei tutto il giorno, non mi sento di andare in pensione, mi sentirei inutile, seguirò a lavorare nei campi, mi farò aiutare da quel giovane che ho ingaggiato per i lavori più pesanti.” Un giorno Carlo Alberto aveva posteggiato a Roma la Lancia Aprilia presso un negozio dove sua madre era entrata per acquistare dei vestiti, lui era rimasto seduto alla guida perché aveva posteggiato l’auto in divieto di sosta. Gli si era avvicinato un signore anziano che: “Che bella macchina, sono un appassionato di auto d’epoca, che ne dice di vendermela?” Carlo Alberto era perplesso, quell’auto era un ricordo del suo benefattore poi  pensò all’acquisto di una macchina più moderna, una Jaguar che aveva notato su una rivista specializzata. L’affare fu concluso, notevole la somma incassata. Senza porre tempo in mezzo la mattina dopo Carlo Alberto e sua madre si recarono in taxi presso una concessionaria Jaguar. All’ingresso furono contattati da un impiegato della concessionaria che, venuto a conoscenza del desiderio del giovane: “Vado a chiamare il titolare.” Si presentò un signore vestito elegantemente con un abito fumo di Londra, fece un  mezzo inchino: “Sono John Braun a vostra disposizione.” “Signor Braun vorrei acquistare la Jaguar F-Pace 550 CV ADW.” “Ne ho una in concessionaria da molto tempo, il prezzo è elevato, i clienti della Jaguar preferiscono modelli meno cari,  il prezzo è superiore ai centomila Euro, non so se ….” Carlo Alberto comprese che il signor Braun molto probabilmente era uno snob e lo considerava non all’altezza di pagare quella cifra. “Per la mia solvibilità può chiamare al numero telefonico che le fornirò il dottor Mazzarini, è il direttore della Banca Credito Romano.” “Mi scusi, non era mia intenzione…accetto la sua carta di credito platino.” Mamma e figlio uscirono dalla concessionaria con la macchina appena acquistata, passando per Albano Laziale notarono gli sguardi meravigliati dei concittadini, Carlo Alberto si sentiva (ed in verità lo era) figlio del marchese. Con l’aiuto della madre ‘rivoluzionò’ l’interno del castello in cui spesso dava delle feste a cui partecipavano i notabili dei dintorni, soprattutto femminucce che tentavano in tutti i modi di farsi impalmare, fatica inutile, Carlo Alberto seguiva l’esempio  del marchese suo padre: niente legami fissi!

  • 18 marzo alle ore 15:15
    L'EREDITÀ DELL'AMANTE MATERNA.

    Come comincia: Chiamarsi Vaccaro è una una normalità ma nel caso che tale cognome risulti anagraficamente quello di un contadino la situazione cambia. Era il caso di Calogero ( di origine siciliana che esercitava il suo mestiere in frazione Pavone di Albano Laziale vicino Roma. Sposato con Santa Diotaiuti conduceva la classica vita di coltivatore della terra con la sveglia il mattino presto, mungitura delle due vacche che  venivano poi agganciate ad un aratro per ‘tracciare un solco’  senza  spada come da mussoliniana memoria, solco  dove impiantare i semi  di  frumento o di altri cereali. Il buon Calogero si dedicava anche alla cura della vigna mentre la consorte Santa era addetta al pollaio e alle faccende domestiche. Il cognome era stato apposto ad un  suo antenato da qualche sacerdote integralista che in tal modo aveva per sempre ‘bollato’ la sua condizione di figlio di N.N. I coniugi Vaccaro dopo vari anni di matrimonio avevano messo al mondo Carlo Alberto un  bel pupone biondo e dalla pelle chiara in contrasto con quella dei  genitori bruni. Il nome gli era stato imposto dal marchese Sinesio Langellotti suo padrino di battessimo e proprietario del terreno. Crescendo a Carlo Alberto erano state evitate le fatiche della coltivazione dei campi su suggerimento del marchese che da, buon padrino sovvenzionava ogni mese la famiglia Vaccaro. Il giovane frequentò le elementari nel plesso vicino casa, iscritto alla scuola media cominciarono i suoi guai. I suoi compagni, la maggior parte figli di persone abbienti lo sfottevano per il cognome: “Quante vacche hai?” “Ci porti un po’ di latte?” “Mio padre ha detto che il vostro vino fa schifo!” Carlo Alberto spesso tornava a casa piangendo, i genitori cercavano di consolarlo: “Fai finta di non sentire.”, soprattutto la madre gli era più vicino,  Un giorno Carlo Alberto tornò a casa con un  occhio nero, aveva cercato di difendersi dalle ingiurie prendendo  a pugni i dileggiatori ma ne aveva pagato le conseguenze. Né Calogero né Santa andarono dal preside per informarlo che il loro figlio era oggetto di stalking da parte dei compagni. Dopo un bel po’ tempo il marchese si ritirò nel suo castello adiacente al terreno agricolo dopo un ‘world tour’, era abbronzato e molto dimagrito. Calogero: “Signor marchese lei ha bisogno di riposo e soprattutto di mangiare qualcosa di buono, chissà quante schifezze avrà ingurgitato, mia moglie insieme a sua sorella Gina sarà a disposizione sia per mettere in ordine il suo castello che a preparare intingoli romani.” Santa aveva preso sul serio quell’incarico tanto di rimanere talvolta nel castello del marchese anche la notte, giustificazione al marito: “Caro ero tanto stanca che i sono  addormentata sul letto degli ospiti.”  Calogero non si poneva tante domande, con l’aiuto del marchese aveva acquistato un altro paio di vacche e soprattutto aveva ingaggiato un giovane contadino che lo aiutava nei lavori georgici (dei campi). Un giorno, era domenica, il marchese incontrò Carlo Alberto: “Non so più nulla di te, dimmi qualcosa per esempio che classe frequenti…” Sto per compiere diciotto anni, quest’anno sono di licenza liceale poi si vedrà.”Se non hai la patente datti da fare, vai alla scuola guida ‘Lo specchietto‘, il padrone Giovanni Gerundini è mio amico, digli di mandare a me il conto delle lezioni  poi contatta un meccanico di Albano per sistemare la Lancia Aprilia che è nel mio garage, era di mio padre. Carlo Alberto seguì le direttive del padrino, conseguì la patente di guida,  fece sistemare la Lancia Aprilia con la quale portava in giro il marchese e sua madre, sembravano loro i suoi genitori. Il marchese durante i suoi viaggi aveva pensato solo a divertirsi tralasciando la salute, negli ultimi tempi non stava bene, ricoverato nella casa di cura San Camillo risultò affetto da glaucoma con perdita in parte della vista ma il problema più preoccupante era il cuore affetto da fibrillazione atriale. Fu consultato un cardiologo che decise di operarlo al cuore il giorno successivo, il marchese morì durante la notte. Al funerale parteciparono oltre Calogero, Santa e Carlo Alberto in prima fila dietro il feretro anche molti paesani riconoscenti per le donazioni ricevute dal nobile. All’apertura del testamento depositato presso il notaio D’Arrigo Carlo Alberto risultò l’unico erede, un patrimonio veramente ingente. Da quel momento molto cambiò nel menage della famiglia Vaccaro: Santa a Carlo Alberto si installarono nella villa del marchese, Calogero invece preferì restare nella casa contadina “Cosa farei tutto il giorno, non mi sento di andare in pensione, mi sentirei inutile, seguirò a lavorare nei campi, mi farò aiutare da quel giovane che ho ingaggiato per i lavori più pesanti.” Un giorno Carlo Alberto aveva posteggiato a Roma la Lancia Aprilia presso un negozio dove sua madre era entrata per acquistare dei vestiti, lui era rimasto seduto alla guida perché aveva posteggiato l’auto in divieto di sosta. Gli si era avvicinato un signore anziano che: “Che bella macchina, sono un appassionato di auto d’epoca, che ne dice di vendermela?” Carlo Alberto era perplesso, quell’auto era un ricordo del suo benefattore poi  pensò all’acquisto di una macchina più moderna, una Jaguar che aveva notato su una rivista specializzata. L’affare fu concluso, notevole la somma incassata. Senza porre tempo in mezzo la mattina dopo Carlo Alberto e sua madre si recarono in taxi presso una concessionaria Jaguar. All’ingresso furono contattati da un impiegato della concessionaria che, venuto a conoscenza del desiderio del giovane: “Vado a chiamare il titolare.” Si presentò un signore vestito elegantemente con un abito fumo di Londra, fece un  mezzo inchino: “Sono John Braun a vostra disposizione.” “Signor Braun vorrei acquistare la Jaguar F-Pace 550 CV ADW.” “Ne ho una in concessionaria da molto tempo, il prezzo è elevato, i clienti della Jaguar preferiscono modelli meno cari,  il prezzo è superiore ai centomila Euro, non so se ….” Carlo Alberto comprese che il signor Braun molto probabilmente era uno snob e lo considerava non all’altezza di pagare quella cifra. “Per la mia solvibilità può chiamare al numero telefonico che le fornirò il dottor Mazzarini, è il direttore della Banca Credito Romano.” “Mi scusi, non era mia intenzione…accetto la sua carta di credito platino.” Mamma e figlio uscirono dalla concessionaria con la macchina appena acquistata, passando per Albano Laziale notarono gli sguardi meravigliati dei concittadini, Carlo Alberto si sentiva (ed in verità lo era) figlio del marchese. Con l’aiuto della madre ‘rivoluzionò’ l’interno del castello in cui spesso dava delle feste a cui partecipavano i notabili dei dintorni, soprattutto femminucce che tentavano in tutti i modi di farsi impalmare, fatica inutile, Carlo Alberto seguiva l’esempio  del marchese suo padre: niente legami fissi!

  • 15 marzo alle ore 17:02
    LA GITA SCOLASTICA.

    Come comincia: A giugno di ogni anno nelle scuole di grado superiore vengono organizzate le gite scolastiche col tempo ribattezzate  eufemisticamente di istruzione, didattiche o culturali ma di culturale non  avevano proprio nulla, era un modo acché ragazze e ragazzi,  professori compresi si concedessero una vacanza dopo le ‘fatiche’ di un anno scolastico. ‘Predica’  del preside prima della partenza: “Mi raccomando niente casini, mi rivolgo soprattutto alle ragazze, tenete a bada gli ‘zozzoni’ di turno, buon viaggio.” La meta preferita dagli istituti scolastici di tutta Italia nella maggior parte dei casi è la città di Roma con tutti ‘i fori  e gli  scavi’,  nel nostro caso gli studenti erano romani e quindi gioco forza dovettero scegliere un’altra località. Un sabato mattino alla fine delle lezioni fu indetto un  referendum dove recarsi in gita: le femmine votarono per Venezia, per loro città romantica, i maschietti Aosta, vinsero questi ultimi la ragazze masticarono amaro “volete andare fra i crucchi e le baitane, peggio per voi con noi avete chiuso.” Appuntamento dinanzi all’edificio dell’Istituto del liceo classico ‘Lucrezio Caro’, Giorgio Busalacchi l’insegnante di lettere responsabile della gita era stato preciso, partenza ore nove. Con lui la moglie Patrizia Angeli ed i figli Leonardo e Ginevra. Il buon Giorgio vecchio marpione (non tanto vecchio era quarantenne) trovò l’autista seduto al posto di guida, si aspettava il solito omone corpulento che guidava per molti chilometri senza stancarsi invece gli si presentò un giovane magro un po’ particolare, lunghi capelli castani con una fiezza bionda, lineamenti non proprio mascolini, giacca color giallo, pantaloni rossi, maglietta nera, scarpe basculanti (quelle degli atleti). Il cotale si presentò: “Sono Amelio Perasso, avrò il piacere di condurvi ad Aosta, città che adoro!” Amelio si era svelato, era dell’altra sponda ma ai tempi attuali anche gli omo sono se non rispettati sono almeno tollerati. “Caro Amelio con tutti stí colori addosso o sei della Roma o del Milan.” “Spiacente caro sono della Lazio.” (Per i non appassionati del calcio fra i tifosi della Roma e della Lazio c’è un profondo astio.) “Allora ce li hai proprio tutti i difetti!” Giorgio era quello della battuta facile, vide l’autista arrossire, per scusarsi: “Ti offro un caffè al bar.” Pace fatta, erano scoccate le nove: “Ci siamo tutti?” Patrizia: “Indovina chi manca? La solita ritardataria la contessina Lisa Buonarroti…  sta arrivando una Lancia Flaminia, ci scommetti che dentro c’è lei?” Previsione azzeccata, Lisa aspettò che l’autista, toltosi il berretto le aprisse la portiera posteriore, lo stesso autista gli sistemò la valigia nel bagagliaio  del torpedone. Sedutasi su  un posto vuoto la ragazza salutò tutti con un cenno di mano,  si sistemò una cuffietta alle orecchie  per ascoltare la musica preferita. All’inizio del viaggio solo strade statali sino ad Arezzo poi l’Autostrada del Sole. Superat o lo svincolo di Modena Giorgio: “Autista fermati a quell’autogrill, debbo cambiare l’acqua alle olive.” Battuta di dubbio gusto di cui solo i maschietti compresero il significato.  Tutti studenti e professori scesero dal pullman, dopo circa una mezzora tutti di nuovo a bordo,  mancava solo l’autista. “Dove cacchio s’è infilato quel frocione (pensiero di Giorgio), all’interno dell’autogrill nessuna traccia di Amelio, Giorgio malignò e ci azzeccò: l’autiere doveva essere nella toilette degli uomini, una sola porta era chiusa dall’interno, Giorgio bussò violentemente: “Vieni fuori maledizione stiamo aspettando solo  te!” Ci volle qualche minuto prima che il signor Perasso venisse fuori, rosso in viso a vestito alla meno peggio. Giorgio comprese la situazione, sicuramente aveva trovato una gradita compagnia maschile. “Dammi il numero del telefonino del tuo datore di lavoro, non credo che tu sia in grado di guidare, come si chiama?” ”Romolo Troiani.”  Amelio comunicò a Giorgio anche il numero del suo telefonino. “Signor Trioiani sono un insegnante che partecipa ad una gita scolastica, lei ci ha affittato un autobus, purtroppo il suo autista non si sente bene e non è più in grado di guidare.” “Che è successo a quel maledetto frocio?” “Niente di grave, posso  prendere io il suo posto, sono in possesso della patente D), gliene mando una copia col Whats App, naturalmente se lei ha un’altra soluzione…” “Dove lo prendo un altro autista, i miei sono tutti in servizio.” “Allora resta confermato che guiderò io il pullman, tramite wath app le invio copia della mia patente D), penso che lei non avrà problemi e dare a me il compenso dell’autista oltre le spese  d’accordo? “ Va bene, mi raccomando l’autobus è nuovo!” Amelio: “Che ci faccio qui, non conosco nessuno e come riesco a tornare a Roma…” L’autista aveva cominciato a piangere, spettacolo pietoso, Giorgio era in crisi che fare? Spinto dalla ‘pietas latina’ degli ascendenti romani prese una decisione: “Vieni con noi ma mi raccomando comportati bene soprattutto con i maschi.” Amelio, si sistemò nel sedile vicino alla contessina. Un’altra situazione colpì Giorgio: sua moglie era al penultimo posto vicino ad Efisio Cadeddu insegnante di Educazione Fisica, se la ridevano bellamente, il cotale forse non era una fonte di intelligenza (aveva la fronte bassa) ma quanto a fisico …. Giorgio pensò che stavolta era la volta  sua a dover soffrire di mal di testa, d’altronde non poteva lamentarsi, gli capitava di avere qualche incontro ravvicinato con Anne Moreau insegnante di lingue, pari e patta! Ormai si era formata un’altra coppia Lisa e Amelio che la contessina guardava con ammirazione mah! Alle porte di Milano un autogrill molto bene attrezzato, c’era pure una sala di coiffeur ed uno negozio di vestiti e di scarpe per uomini e per donne. Lisa a Giorgio: “Il mio amico (Lisa era già arrivata all’amicizia) ha bisogno di una  sistemazione migliore, fra circa mezz’ora potremo ripartire.” La mezz’ora divenne un’ora, molto malumore fra i componenti della gita ma all’apparizione di Amelio un  coro di oh oh, il giovane era vestito elegantemente con i capelli a spazzola, sparita la ‘fiezza’ aveva un aspetto più mascolino. Giorgio: “Si riparte e stavolta niente più fermate.” Ad Aosta l’hotel ‘Belvedere’ mostrava di meritare il suo nome, all’orizzonte monti ancora innevati e sotto un bosco i castagni.  Riunione di tutti in  sala mensa, i meno ‘freddolini’ fuori sul terrazzo dell’albergo. Cena con piatti tipici valdostani ‘innaffiati’ da un  Barolo d’annata che portò all’allegria i commensali. Un grande salone, in fondo  troneggiava un giradischi con dei CD indiavolati. Alla spicciolata tutti i componenti della gita pian piano si ritirarono nelle varie stanze senza tener conto delle raccomandazioni del preside, maschi e femmine misti. Seguì un silenzio generale, Giorgio in camera insieme alla moglie, dopo un  attimo di imbarazzo  i due presero a ridere, si abbracciarono affettuosamente,  ci fu un wife swapping con Efisio e con Anne con ovvie conseguenze sessuali.  Al primo raggio di sole in viso Giorgio decise di alzarsi, dopo una doccia e la colazione al bar passeggiata nel bosco, un refrigerio per i polmoni. Proseguendo nel girovagare il professore si imbatté in un capriolo femmina il cui piccolo cercava invano di attaccarsi ad una tetta materna, cattivo esempio di affettuosità animale. Dopo qualche metro Giorgio si imbatté in un grosso cespuglio che sbarrava la strada stradicciola, da dietro provenivano delle risate da parte di giovani, scostate delle frasche apparve la scena di Leonardo e di Ginevra che erano in affettuosità con i figli di Rosalinda proprietaria dell’albergo solo che….cazzo i due maschi si baciavano fra di loro come pure le femmine!  Giorgio si avviò sulla strada del ritorno. Sconvolto e bianco in viso, incontrò Patrizia, la condusse nel salone e le rivelò quanto aveva visto. Dopo un attimo di esitazione: “Caro, i tempi sono cambiati, gli omo sono accettati dalla società, la loro natura non si può cambiare, io sosterrò sempre i nostri figli come spero farai anche tu.” Pura teoria, a Giorgio era rimasto un dolore in cuore, proprio a lui vecchio ‘tomber de femme’ doveva capitare questa disgrazia. A pranzo la famiglia Busalacchi seduta allo stesso tavolo: Ginevra: “Sei il miglior papà del mondo, non ne desidererei averne un altro ma…” Un abbraccio affettuoso, i due fratelli erano stati accettati anche dal ‘pater familias’. Si sa che le cose belle finiscono presto, dopo una settimana,  sistemate le valige nel porta bagagli del  bus viaggio di ritorno per  Roma, alla partenza per i quattro omo solo baci sulle guance con la promessa di tenersi in contatto. Alla guida del pullman si avvicendò anche Amelio con accanto la fidanzata, arrivo verso le venti sul piazzale dinanzi alla scuola. L’autista di famiglia con la Lancia Flaminia era in attesta della contessina; solita levata di berretto, appena una alzata di ciglio nel vedere che un maschietto, a lui sconosciuto entrare in auto con la ‘padrona’, rientro  alla villa ai Parioli. Lisa ed il nuovo venuto vennero festeggiati dalla contessa madre avvisata dalla figlia via telefonino  della novità. Per Giorgio e famiglia su una vecchia Fiat Tipo che aveva bisogno di ‘andare in pensione’,  in via Magna Grecia la loro abitazione. I quattro ragazzi avevano telefonicamente deciso del loro futuro,  Andrea ed Ortensia si iscrissero  ad un corso di infermieri  presso l’Ospedale  Parini di Aosta, Leonardo e Ginevra, conseguita la licenza liceale, superato il concorso a circuito chiuso, si iscrissero alla facoltà di medicina e si  specializzarono rispettivamente in andrologia ed in ostetricia, ognuno di loro aveva un buon motivo per quella scelta! Il tempo passò in fretta, Leonardo e Ginevra accettarono la proposta di Andrea e di Ortensia di trasferirsi ad Aosta per esercitare la loro professione nel nosocomio di quella città. Due novità piacevoli, in seguito ad inseminazione di Ginevra e di Ortensia nacquero Greta ed Edoardo due puponi bellissimi, occasione di un viaggio ad Aosta per Amelio e per Lisa per rivedere gli amici e per far da padrini ai neonati. Amelio non se la sentiva più di vivere alle spalle della fidanzata, dietro consiglio di quest’ultima decise di ‘metter su’ una sua casa di moda al pian terreno della villa appositamente ristrutturato dal nome significativo ‘LES DIFFÉRENTES’. Inaugurazione in pompa magna con invitati tutti gli amici di cui alcuni omo. Considerata la poca conoscenza della professione da parte di Amelio, la contessa madre ricorse ai servigi di un couturier impiegato in una sartoria di cui era cliente, Amelio doveva imparare da lui la professione. Una mattina si presentò in villa Giorgio Impolloni: “Contessa lei mi ha fatto un  piacere immenso, il titolare della ditta in cui lavoravo  mi trattava malissimo dinanzi a tutti,  frocione o Giorgina erano gli epiteti  usuali, spero gli arrivino tutti gli accidenti che gli ho mandato!” La contessa Buonarroti stava invecchiando, espresse il desiderio a figlia e genero di diventare nonna. Inseminazione artificiale, a Lisa dopo due mesi cominciò ad aumentare il pancino, felicità da parte di tutti. Dopo i fatidici nove mesi le voilà: Lisa ‘sfornò’ Patrizio che aveva una caratteristica particolare: l’apparato sessuale molto sviluppato. “Tutto suo nonno il commento della contessa Buonarroti che ricordava ancora le prestazioni della buonanima. Giorgio ripensò a tutta la vicenda, quanti avvenimenti dovuti ad una gita scolastica!

  • 13 marzo alle ore 0:51
    Quanto mi resta?

    Come comincia:                                                             Perché nessun diamante
                                                                smette mai di brillare
                                                                negli occhi di coloro
                                                                che lo hanno ammirato.

     - E' un giovedì qualsiasi, un giorno come tanti altri nella vita di Hans, modesto fattorino nella grande città. L'uomo sta camminando per strada, una via poco affollata in periferia: lo fa immerso nei suoi pensieri. D'improvviso sente qualcosa dentro di sé, nel suo corpo, che non va. Poi avverte una fitta in pieno petto, come una stilettata: dura soltanto un attimo. Poi ancora un'altra, più forte della prima. L'uomo questa volta emette un rantolo e si accascia a terra, privo di conoscenza. Un'ora dopo si risveglia, è disteso sul letto in una stanza del pronto soccorso, in ospedale. E' tutto intubato, ma riesce a parlare. Si avvicina a lui un medico e Hans chiede:
     - Dottore, cosa mi è successo? Mi dica, non ricordo nulla! Non sento più nulla! Il medico risponde, senza esitazione né giri di parole:
     - Hai avuto un attacco di cuore e la situazione è grave! Sei messo molto male, non... - l'uomo allora afferra per un braccio il medico con la sua mano destra e lo interrompe, domandandogli:
     - Quanto mi resta?
     - Non molto, purtroppo! - replica impietosamente l'altro. - Venti minuti, mezz'ora al massimo! Vuoi l'estrema unzione?
     - No! - risponde secco l'uomo. - Voglio che lei faccia una cosa per me, dottore!
     - Dimmi cosa? - chiede il medico. - Vedrò di accontentarti!
     - Mi piacerebbe riascoltare un brano, - fa l'uomo, - un'altra volta ancora, l'ultima, prima di andarmene da questo mondo.
     - Quale? - domanda il medico.
     - "Shine On You Crazy Diamond" ! - replica Hans. - Lo conosce anche lei?
     - Certo! - fa il medico. - Sono anch'io un floydian! E' un brano lungo, ce la farai?
     - Sicuro che ce la farò! Crede che voglia andarmene senza averlo fatto, cazzo? - esclama l'uomo.
     - Va bene! - risponde il medico sorridendo. Dopo aver detto ciò, estrae lo smartphone da una tasca del suo camice e chiama qualcuno. Un minuto dopo appena una ragazza coi lunghissimi capelli biondi si avvicina di corsa al medico e al letto ove giace Hans: è l'infermiera Greta, che ascolta i Pink Floyd sempre, quando è in servizio al pronto soccorso. La ragazza toglie dalle orecchie il suo auricolare Bluetooth e lo porge al medico. Questi lo prende e lo mette intorno alle orecchie di Hans. Poi va via, insieme alla ragazza. Tredici minuti più tardi (il tempo esatto della durata del brano) ritorna dall'uomo. Si avvicina al suo letto: Hans ha gli occhi spalancati e un sorriso stampato sulla bocca. Il medico ascolta il cuore dell'uomo, dopo li prende il polso per sentire il battito. Hans è morto. Il dottore li toglie l'auricolare dalle orecchie e lo mette in tasca. Poi li chiude gli occhi ed esclama:
     - Sei stato di parola! Hai fatto in tempo a riascoltare il tuo brano! Brilla ora, diamante pazzo! - Dopo chiama due inservienti e dice loro:
     - Pensateci voi, per favore!
     - Certo, dottore! - rispondono i due. Dopo si avviano verso il letto su cui giace Hans. Il medico, a sua volta, si avvia all'uscita del pronto soccorso. Quando esce incontra Greta, la prende per mano e assieme si avviano alla macchina. Entrambi hanno terminato il turno in ospedale: l'infermiera è la ragazza del medico. Quando sono in macchina si guardano per un attimo negli occhi, senza dirsi nulla; poi l'uomo dice alla ragazza:
     - Per fortuna esiste ancora qualcuno che sa come andar via da questo mondo! - La ragazza sorride e l'uomo allora avvia la macchina: li aspetta la cena e una buona bottiglia di vino; gli occhi della ragazza brillano e...proprio come brilla il diamante del brano dei Pink Floyd.

    Taranto, 12 marzo 2021.
     

  • 29 marzo 2020 alle ore 19:33
    Ebbrezze

    Come comincia: Sono ubriaco, Steve.
    Ah, il mio alcolismo, maldetto assuefattore; ti prende l’anima e te la brucia così silenziosamente ma in modo sublime, eh! Sia chiaro.
    Le mie giornate sono così vuote, o forse no, ogni tanto… credo, quando sono sobrio per lo più, per cui solo quando sono a lavoro sicuramente.
    Ah, follie, che follie Steve! Chi l’avrebbe mai detto che avrei concluso la mia vita così, con un bicchiere di vino ed una bottiglia di Vodka.
    Quando morirò, voglio che mi seppellisci in un mare di bottiglie, almeno me le porto all’inferno quelle troie; renderanno sicuramente la mia permanenza più dolce di quanto credevo.
    Ah, tu dici che non posso portarmele? Mi fermeranno alla dogana del purgatorio?
    “Hey, lei, dove sta andando con quelle bottiglie! Qui niente vetro, niente liquidi infiammabili ne armi di alcun tipo!”
    Ma cazzo, Steve, è l’inferno! Se non ci si può finire di ammazzare la, dove cazzo dovrò andare per bermi un bicchierino?
    Al massimo potrò dire “Hey dai, almeno uno, prima di entrare, giusto per tenermi meglio, no? Non farà mica male, che regole sto infrangendo?”
    Ma poi scusa Steve, ci sono regole pure all’inferno?
    Cazzo però, uno non può stare tranquillo nemmeno da morto! Ma poi, non chiedo mica il paradiso? Un bicchiere all’inferno chiedo, che sarà mai? Racconterò ch'è un regalo di un vecchio amico, butto giù due stronzate sull'amicizia, no, come si fa tra noi. 
    Qualcosa me la invento sennò a raccontare troppe cose, mi bevo tutto in fila.
    Come ai colloqui, no? Ma lei è specializzato nel campo? Quanta cattiveria ha usato in vita? Ma si drogava? Ma poi perchè dovremmo farla entrare? Si descriva in tre parole!
    Ma cazzo vogliono? T'immagini? Tre parole poi, non saprei nemmeno quali potrebbero essere. Ma butterò giù qualcosa anche la, come si faceva sempre tra noi.
    Sarebbe un ottimo colloquio. Rido già da ora! 

    L’hai capita la battuta?
    Dai su, Steve, passami la Vodka.

  • 23 marzo 2020 alle ore 12:51
    LA BANDA DEI...

    Come comincia: Alberto Minazzo maresciallo della Guardia di Finanza stava vivendo una vicenda di cui avrebbe fatto volentieri a meno ma…Era una uggiosa giornata di novembre, nell’ufficio insieme ai suoi due collaboratori Alberto stava svogliatamente sbrigando delle pratiche noiose quando si presentò Scilio il piantone del Colonnello Comandante che all’orecchio: “I militari del  Servizio Informazioni hanno arrestato quattro dei nostri, prima di portarli in carcere lei deve fotografarli e  compilare la scheda segnaletica, per ora sono nella saletta di ricevimento del pubblico, prenda l’attrezzatura fotografica, le schede segnaletiche le ho portate io.”  Di colpo Alberto si svegliò dal torpore, maledizione una maledetta grana, di quell’avvenimento ne avrebbero parlato i giornali  e forse quelle foto sarebbero servite a documentare l’avvenimento. Munito della Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione non gliela aveva fornita per la solita mancanza di fondi) entrò nella saletta e vi trovò due Appuntati, un Maresciallo ed un Tenente che nervosamente  passeggiavano avanti ed indietro. Per indorare la pillola:  “Colleghi ci sono momenti spiacevoli nella vita, per voi è uno di questi, vi debbo fotografare di faccia e di profilo…Cominciamo da lei.” Era l’appuntato Floris, sardo che del normale colorito in viso non aveva più nulla, un bianco totale che fece pensare ad Alberto ad un suo prossimo svenimento. Sfoggiando il suo spirito romanesco Alberto: “Signori può capitare a chiunque passare dei momenti non favorevoli, il Colonnello Pedara un giorno mi ha detto che ognuno di noi dovrebbe passare almeno un giorno in prigione…” La battuta non fece alcun effetto positivo sui carcerandi ed Alberto passò al secondo, appuntato  Gregoraci anche lui profondamente bianco in viso, il Maresciallo Ordinario Filippone al contrario dei due era molto rosso in viso, sembrava prossimo ad un colpo apoplettico, il Tenente Argento si rifiutò di farsi fotografare: “Io sono innocente e non intendo essere fotografato da un mio inferiore di grado (dimenticando che fino a nove mesi prima era parigrado di Alberto). Alberto prese il telefono interno e fece il numero del Colonnello Comandante: “Sono Minazzo, il Tenente Argento non vuole farsi fotografare.” “Cerchi di convincerlo, non voglio grane!” “Il Colonnello ha detto di mettere le manette al Tenente, Scilio provvedi, poi andremo  in cortile dove  un nostro furgoncino aspetta i carcerandi, a meno che il Tenente non venga a più miti consigli per farsi fotografare e prendere le impronte digitali, nel qual caso mi prendo la responsabilità di farvi passare tutti e quattro dai sotterranei per non farvi vedere dai colleghi e dai borghesi che si dovessero trovare nel cortile.” Vista la mala parata,  Argento divenne di ‘latta’ ed aderì alla richiesta di Alberto. Una telefonata del Colonnello Comandante: “ Comè andata?” “Tutto bene, tra poco stamperò le foto e le porterò le schede segnaletiche complete.” “Bravo Minazzo, sapevo di poter contare su di lei.” Alberto sperava che la ‘triste historia’ per la sua parte fosse finita lì ma una mattina: “Sono il sottufficiale d’ispezione, c’è una signora che vuole conferire con lei, la faccio passare?” Alberto pensò chi potesse essere, sua moglie Maria era a scuola…”Va bene accompagnala da me.” Una signora dall’aspetto dimesso entrò e quasi di buttò ai piedi di Alberto: “Sono la moglie dell’Appuntato Floris… “Ragazzi andate a prendere un caffè…signora mi dica.” “Mio marito ha rovinato tutta la famiglia, siamo senza una lira, non riesco nemmeno a pagare le bollette,  ho usato tutti i risparmi, non so a chi rivolgermi, tutti gli amici e parenti sanno che mio marito è in galera, io ed i miei due figli evitiamo di uscire di casa, mi hanno detto che lei è un buono d’animo…veda quello che può fare!” “Per far avere a suo marito la pensione ci sono dei passaggi burocratici, mi impegnerò personalmente perché gli atti siano redatti nel più breve tempo possibile.” “Ed io nel frattempo?” “Signora come si chiama?” “Sono Grazia, una volta ero una bella donna, ora sono diventata inguardabile, per …qualsiasi cosa sono a sua disposizione.” Alberto, anche se spesso svicolava dal legame matrimoniale non se la sentiva di avere  dei rapporti sessuali per…pietà.  “Davanti alla caserma c’è la filiale della mia banca, non le posso dare una grande cifra…” Stavolta Grazia baciò in bocca il maresciallo che rimase basito, alcuni passanti li guardarono soprattutto perché Alberto era in divisa, si prese dello ‘zozzone!’ Grazia non si era fatta i fatti suoi tanto che due mattine dopo Il piantone dell’ingresso: “Maresciallo c’è una signorina che desidera vederla.” Ai due collaboratori: “Ragazzi penso di aver capito di cosa si tratta, fatevi un giretto e accompagnate stá signorina in ufficio e non fate quella faccia, l’altra volta..bè lasciamo perdere!” Era un ‘fior’ di ragazza, alta, longilinea dai lineamenti signorili, ben vestita: “Sono Mariella la figlia dell’Appuntato Gregoraci, Grazia mi ha confidato che lei l’ha aiutata per far avere a suo padre la pensione e…” Quella e poteva voler dire che anche lei avrebbe voluto un ‘conquibus’ magari dietro una prestazione…rispetto alla consorte dell’Appuntato Floris Mariella era tutt’altra cosa. “È l’ora del pranzo, non l’invito nella nostra sala mensa per ovvii motivi, se se la sente abbastanza vicino c’è la trattoria dove talvolta vado.” “È li che porta le sue conquiste?” “Marella  te lo dico in inglese con la speranza che tu non lo capisca, sei una ‘daughter of a bitch’! “ “Io all’Università sono scritta in lingue…” “Ho capito, ho toppato, ti prenderei sotto braccio ma in divisa daremmo troppo all’occhio.” “Maresciallo è un po’ che non viene in…” “Calogero la qui presente Mariella è mia nipote, non fare ‘more solito’ il maligno!” “Maresciallo lei è fortunato, io di nipote femmine non ne ho nessuna!” “Potrebbe capitare che tua moglie diventi vedova!” “Ho capito,lasciamo perdere al menù ci penso io.” Mariella se la rideva: “Intanto ti do del tu, vieni spesso qui in compagnia delle nipoti, non sei sposato?” “Sposatissimo ma non ti dico prossimo alla separazione perché sarebbe la solita scusa meschina di chi ha avventure fuori del letto coniugale, volevo dire tetto.” “Ho che bello: linguine cozze e vongole le mia preferite Calogero ci sa fare.” ‘Spazzolato’ il primo Mariella fu entusiasta anche delle acciughe fritte: “Sono il miglior pesce, è quello che costa meno ma le azzurre fanno bene alla salute, specialmente andando avanti con l’età…” “Stavolta non userò l’inglese che tu conosci ma il tedesco per dirti…” “Conosco anche quello quindi puoi fare a meno di darmi della….Forse non ti è piaciuta l’espressione che sei avanti nell’età, io preferisco gli uomini maturi, i giovani sono magari tutto sesso ma niente personalità!” “Ti sei salvata in ‘corner”, finito di mangiare devo andare a prendere la mia macchina posteggiata vicino alla caserma, non voglio che i colleghi mi vedano in tua compagnia, seguimi ad una certa distanza, mi vedrai entrare dentro la mia amata Giulietta  color rosso fuoco.”  “Accessoriata di tutto punto, te la passi bene, non è che farai la fine di mio padre!” “I ‘talleri’, non di provenienza savoiarda, mi sono pervenuti da un’eredità non dal classico zio d’America ma da una mia zia italiana e quindi non seguirò tuo padre nelle patrie galere. Mio padre mi ha inculcato l’idea che la disonestà non paga quasi mai, io la notte dormo saporitamente sognando angioletti femmine che ti assomigliano…” “A parte che gli angeli non  hanno sesso questa è una vera e propria dichiarazione che io accetto volentieri mio bel maresciallo!” “Ancora una volta dimostri di essere una…posso dirtelo in latino?” “Conosco questa lingua.” “Allora in russo.” “Qui mi trovi impreparata… come si dice in russo ‘figlia di puttana?” “Suka doch’, la prima parola in siciliano è una volgarità, me l’ha insegnata un collega siculo.” “Lì ci arrivo anche io, che ne dici di venire a casa mia, mia madre Donatella sarebbe felice di conoscerti. Abito al quinto piano senza ascensore, ti farà bene alla linea, mi pare che stai mettendo su un po’ di epa…” “Talvolta mi scopro un pò sadico, che ne dici di deliziose sculacciate sul bel tuo sederino.” “La mia parte di masochista è d’accordo…Siamo arrivati…mamma questo è Alberto che come vedi dalla divisa è un maresciallo delle Fiamme Gialle, quello che ha messo in galera mio padre, tuo marito; è un simpaticone, non morde!” Mariella era la copia spiccicata di sua madre la quale, anche se con qualche ruga in più era decisamente ancora appetibile.” “Devo o non devo esternare quello che stai pensando della mia genitrice?” “Tutte cose buone, signora come fa a sopportare questa deliziosa furbacchiona scatenata, sono poche ore che la conosco e già mi ha messo K.O. varie volte!” “Ha preso da me…glisson, le offro un caffè o un liquore?” “Qualcosa di mezzo, il Caffè Sport Borghetti che…” “Che ho in casa perché è la mia passione. Domani è domenica che ne dice di pranzare con noi?” “Bien sur, finisco il liquore e men vo, a domani.” Giunto a casa Alberto si trovò dinanzi la moglie Maria, una furia scatenata: “Sento dall’odore che hai frequentato qualche sciacquetta!” “Non so che profumo tu possa sentire, forse di carcere, sono andato a fotografare quattro dei nostri finiti in galera, piuttosto vorrei domandarti ti dice niente la parola Chiesa?” “Che siamo agli indovinelli, è un luogo di culto.” “Non pensi che possa essere un cognome di un maschietto magari il tuo direttore didattico?” “Non  vedo…” “L’ha visto quella tua collega che mi ha inviato questo bigliettino.” “Tutte malignità ed invidia!” “Facciamo una tregua: tu non ti interessi dei fatti miei ed io dei tuoi, good luck my wife!” Anche in borghese Alberto faceva la sua ‘porca figura’, non rispondeva a verità che avesse messo su un po’ di pancia come affermato da Mariella tanto è vero che aveva fatto i cinque piani senza affanno. Suonato il campanello della porta dove era riportato il cognome Gregoraci dall’interno la voce di Mariella: “Caro vai ad aprire non sono ancora pronta.” Si appalesò un giovane castano, alto, sorridente che: “Lei dovrebbe essere Alberto, me ne ha parlato la mia fidanzata.” Altro scherzo da parte di Mariella, questa volta andava sculacciata di brutto! Si era presentata Donatella alla quale, con una giravolta di destinazione Alberto offrì il mazzo di rose rosse che era destinato alla figlia. Mariella si presentò vestita alla gran sexy con minigonna larga e camicetta trasparente, una vera provocazione per ‘vedere l’effetto che fa’ come da canzone di Jannacci. Alberto una mummia come pure Alessio che però doveva essere abituato ai capricci della fidanzata. Tavola da pranzo ben apparecchiata: “Tutto merito di Mariella” il commento del fidanzato il quale fece i complimenti alla futura suocera per le varie portate eccellenti. Tradotto Mariella aveva apparecchiato la madre si era data da fare in cucina, senza l’aiuto della figlia la quale: “Perché non ci traduci quella frase in un’altra lingua?” La domanda era diretta ad Alberto il quale si prese una rivincita: “Quando prestavo servizio a Domodossola sui treni internazionali ho conosciuto ‘da vicino’ una giapponese che durante il  tragitto sino a Milano mi ha insegnato qualche parola della sua lingua, la frase è questa : ‘ Meino no musuko’ traduci un pò se ci riesci!” “E tu vuoi far capire che in un tragitto di massimo due ore hai conosciuto ‘da vicino’una giapponese che ti ha insegnato anche qualche parola della sua lingua?” Intervenne Donatella: “Ragazzi il pranzo si fredda, almeno datemi la soddisfazione di affermare che è buono!” Tutti addosso a Donatella che: “Mi avete spettinata tutta devo andare alla toilette….” “Sei bellissima anche così!” Chi si era sbilanciato era stato Alberto che aveva suscitato la curiosità degli altri due commensali. La serata finì allegramente anche grazie al liquore-caffè, Alberto fu invitato dalla padrona di casa per un altro incontro conviviale. La storia degli arrestati per Alberto non era ancora finita. La mattina successiva: “Sono il sottufficiale d’ispezione, al Corpo di Guardia c’è un giovane che desidera parlare con lei.” La frase seguita da una risatina.“Accompagnalo da me.”  “Ragazzi qui c’è qualcosa di particolare, non ve ne andate. “ Il giovane era veramente particolare: capelli rasati per metà del capo, occhi bistrati, camicia rosa e pantaloni azzurri. Nessuno in ufficio fece commenti. “Sono Umberto il figlio del maresciallo Filippone, vengo a chiederle il favore di avviare le pratiche per far avere a mio padre la pensione.” “Farò del mio meglio, lasci il suo indirizzo di casa col numero del telefono, appena avrò notizie la contatterò.” Ringraziamenti con abbraccio da parte di Umberto ma la scena, avvenuta con porta aperta dell’ufficio fu notata da vari colleghi di Alberto,il più spiritoso: “Carissimo, sei favoloso che ne dici di…” “Vi dico molto volgarmente di andare a fare ….” Pure la presa in giro  ma la storia non era ancora finita, più tardi il piantone accompagnò nell’ufficio di Alberto un giovane che: “Sono Giovanni il figlio del Tenente Argento, mi occorre avere la certezza che al più presto mio padre possa fruire della pensione, le dico al più presto!” “Noi trattiamo tutti i nostri colleghi nello stesso modo, inizierò quanto prima a dedicarmi alla pratica di suo padre.” “Questo è un modo di scaricarmi, mio padre è un suo superiore di grado!” “Suo padre sino a nove mesi addietro era un mio collega ma, come le ripeto provvederò sbrigare la pensione di suo padre, se non ha altro da dirmi…” Il maleducato uscì dalla stanza sbattendo la porta e ad Alberto l’atto non piacque affatto e pensò di vendicarsi tenuto conto di certe notizie che ‘giravano’ intorno all’operato del Tenente Argento. Telefonò ad un suo amico e compagno alla Scuola Sottufficiali: “Caro Pier Luigi sono Alberto, anche se non ci sentiamo talvolta ti penso quando eravamo allievi insieme, ho da chiederti un favore ma non per telefono, ti invierò una lettera indirizzata alla tua persona, ti prego di rispondermi con lo stesso mezzo; qualora venissi dalle mie parti sarai mio ospite.” Nella lettera Alberto aveva chiesto al collega di far indagini ed accertamenti sugli acquisti a Napoli e dintorni di immobili a nome ‘ del Tenente Argento e dei suoi familiari, anche quelli acquisiti.” Alberto prese a frequentare la casa  di Mariella e di Donatella, quest’ultima gli faceva trovare a pranzo o a cena piatti sfiziosi, furbacchiona voleva prendere Alberto per  la gola, un pomeriggio, dopo mangiato, assenti Alessio e Mariella prese a baciarlo sinché il  bel maresciallo sfoderò la ‘sciabola’ alla vista della quale: “Accidenti quanto ce l’hai grosso,  mio marito ce l’ha molto più piccolo e lo usa poco e male, la mia ‘gatta’ potrebbe farsi male!” “La tua ‘gatta’ gradirà per primo un cunnilingus e poi il pisellone di Alberto entrerà dentro alla grande!” E così fu per tutto il pomeriggio. Alle diciotto al rientro di Mariella: “Vi vedo belli riposati, che ne dici Alessio, questi due di sono dati da fare o meno?” “Da fare? Avranno la pressione a zero dopo averla portata alle stelle, complimenti!” I due neo amanti se ne fotterono altamente e:”Tu piuttosto figlia mia cerca di farmi diventare nonna!” “Per me è ancora presto  in ogni caso non vorrei diventare zia!” Ormai tutti i tasselli della storia erano a posto, mancava solo le notizie da parte di Pier Luigi che giunsero dopo una settimana. “Caro Alberto riporto qui appresso tutte le proprietà immobiliari del Tenente Argento e dei suoi parenti, ufficialmente non deve risultare la mia indagine, appena possibile di verrò a trovare, saluti alla signora.” Ad Alberto risultava che il Tenente Argento non era molto simpatico al Colonnello e così una mattina: “Comandante ho notizie non ufficiali sulle proprietà del Tenente Argento, veda lei se vuole fare una richiesta ufficiale al reparto competente per territorio.” Ti pare che Mariella non ne combinasse una delle sue, era più forte di lei. Alle quattordici di un giorno feriale si appostò vicino alla Giulietta di Alberto ed alla sua vista: “Caro mi dai un passaggio?” “Tutto questo puzza, è una frase famosa di un attore russo, un certo Misha Hauer ma si addice al momento, che ti frulla per la testa? “Volevo solo farti una domanda: preferisci il fiorellino o il popò?” “Non hai specificato il nome della  titolare dei due beneamati.” “Se ti dicessi i miei?” “Se la finiamo di dire baggianate direi i tuoi.” “Bene, dove possiamo andare, a casa mia non è il caso.” “Mia moglie e in vacanza come in quel famoso film con Marilyn Monroe.” Alberto, poverino, si sacrificò, si ‘fece’ sia la figlia che la mamma!
     
     
     
     

  • 21 marzo 2020 alle ore 17:38
    Quarantine: Me stesso

    Come comincia: “Quando ero ragazzo, non ero molto socievole. Mi guardavo intorno e non potevo far altro che chiudermi. Il mondo non mi piaceva, ma per niente.
    Frenesia, eresia, follia.
    Mi chiedevo ogni giorno se fossi riuscito a scappare, prima o poi, dal quel buco nero.
    Venivo molestato spesso, deriso, corrotto, gettato in pasto alla belva dell’uomo.
    Ero così, così stanco di tutto quello.
    La mia famiglia era povera e numerosa; ero terzo di cinque figli.
    Credo non andassi d’accordo con nessuno di loro, se non con il nostro cane rachitico.
    Quando lo guardavo, rivedevo il me stesso rinchiuso; aveva degl’occhi vitrei ed aurei, come i miei.
    Sbavava molto; pareva sarebbe morto ad ogni passo che faceva, si teneva su per la grazia di Dio.
    Ero l’unico che badava a lui e, questa cosa, mi teneva vivo.
    Vivevo per lui e lui per me; fino a quando non morì per davvero in un giorno di primavera.
    Lo trovai stramazzato nel campo preso a picconate da chissà chi.
    Era un bravo cane e non so come sia stato possibile che l’abbiano ucciso.

    “Vedi William? prima o poi anche tu farai la sua stessa fine.”

    Mi disse una volta mio padre mentre gli scavava una fossa con un piccone.
    La lezione l’avevo avuta. Mi mossi a cercare un lavoro per fuggire.
    Fortuna ci riuscii in fretta ed abbandonai per sempre quella casa.
    Non rividi mai più nemmeno uno di loro; tempo dopo seppi che la casa s’incendiò e morirono tutti.
    Forse la morte del mio cane era stato un segno che mi ha salvato la vita.
    Lo porterò sempre nel cuore, fino alla fine.
    Da lì capii; salvato da un cane per diventare un cane io stesso e, devo dire, non mi dispiacque finire, poi, a fare da balia canina ad una ragazzina egoista e arrabbiata; era come se avessi avuto una seconda possibilità di redimere me stesso, cercando di addestrare un cane più piccolo.
    Fu così che Blues divenne tutto ciò che avevo e l’avrei protetto a denti stretti, come l’amore di un cane verso il proprio padrone.
    Del resto, non aveva scelto la sua vita per cui non aveva colpe e, come me, avrebbe voluto solo fuggire da tutto quello.
    La capivo, per questo decisi di starle accanto senza mai contestarla o aggredirla. Avevo annusato quanto il suo fragile cuore cercasse compagnia in quella solitudine chiamata vita.
    E per quanto mi schernisse o si prendesse gioco di me, sapevo che quello era l’unico modo che aveva per amare.
    Sentire di possedere qualcuno, ci fa sentire meno soli alle volte; e benché non fosse un comportamento adeguato, sano non lo ero nemmeno io. Abbracciai quella creatura con tutto il mio sentimento e nessuno me l’avrebbe portata via se avessi obbedito ai suoi giochi.
    Ma si sa, alle volte, il gioco stanca e quando ciò accadde, qualcosa in me si tramutò per sempre.

    “Un giorno troverai una brava ragazza, ne sono sicura.”

    Mi disse una volta mia madre mentre mi pettinava i capelli.
    Non credetti molto alle sue parole e, di certo, brava Blues non era; ma nelle nostre imperfezioni, eravamo perfetti.
    Dovevo solo arrivarci e lei capirlo.”

  • 21 marzo 2020 alle ore 17:07
    Quarantine: Sussulto

    Come comincia: “Non ho potuto non notare quel taglio sotto il mento, Clap. Chi ha osato ferirti senza la mia autorizzazione?”
    “Mh? Ho bisogno delle autorizzazioni se, nel caso, qualcuno volesse farlo?”
    “Ovviamente, Clap! Che discorsi. Non hai capito, allora, che da quando i miei genitori ti hanno portato qui, con il compito di farmi da servitore, in realtà hanno firmato la tua condanna? Che schiocchino!”
    “Ah, mh, no, non l’avevo capito.”
    “Non mi hai risposto. Sto attendendo una spiegazione.”
    “Credo sia stato molto tempo fa, non ricordo come e quando sia accaduto.”
    “Sei un bugiardo, Clap! Com’è possibile che non ricordi chi, come e quando? Mi nascondi qualcosa?”
    “Sono rammaricato, penso… realmente di non ricordare.”
    “Bagianate! Ti prendi gioco di me, ora? Da quando sei tu, adesso, quello che prende in giro me?”

    Si alza Blues, prende uno spillo e lo punta alla gola di Clap.

    “Signorina!”

    Esclama il povero Clap, indietreggiando lentamente.

    “Il tuo viso è troppo leggiadro. Con una sola cicatrice è troppo pulito, ma sono sempre in tempo per fartene un’altra. Ma stavolta infilzandoti un occhio se non ti muovi a parlare.”

    Ride lei.
    Il volto di Clap diventa serio d’improvviso; fa un respiro profondo e, con lenti movimenti, prende la mano di Blues.

    “Probabilmente, se lei mi dovesse infilzare, farebbe meno male.
    Probabilmente, se lei dovesse ferirmi, sarebbe più dolce.”

    Arrossisce lei. I loro occhi si fissano per pochi attimi, minuti, secondi.
    Dopodiché, con scatto selvaggio, la ragazza ritira la sua mano lanciando lo spillo in terra.

    “Ti prego, vattene ora. Verrai punito severamente per questo comportamento poco ordinario. Avrei dovuto tagliarti la lingua, almeno i miei cani sanno di cosa cibarsi.”

    Esce dalla stanza sbraitando qualcosa sotto lo sguardo attento di Clap.
    Una volta solo, si porta una mano alla testa e sospira guardando fuori dalla finestra; vi scorge la cuoca al cancello con uno sconosciuto.

    “Chi sarà mai a bussare alla nostra porta, di questi tempi?”

    Si chiede.

     

  • 20 marzo 2020 alle ore 20:43
    PUCCI IL VIZIATO

    Come comincia: Pucci era il cane volpino della zia Maria; voler bene ad un cane è cosa comune, farne un idolo è tutt’altra cosa. Il quadrupede era il ricordo del defunto marito della zia. Quando era un vita  Peppino, Pucci era considerato come il figlio che i due zii non avevano avuto. Viziatissimo, il cane riteneva che tutto gli fosse dovuto, concesso e permesso: d’inverno dormiva sul letto della padrona amorevolmente coperto da un plaid di pura lana, d’estate in una cuccia con rivestimento di fresca seta, non mangiava a terra come tutti i suoi simili ma a tavola con la zia Maria, aveva il suo spazio ed era molti schizzinoso in quanto a cibo, rifiutava ostinatamente quello non di suo gusto e veniva subito accontentato con altra cibaria a lui gradita sino a quando… La zia Maria era proprietaria di una villetta tra Ancona e Falconara acquistata con l’eredità del marito capo stazione ricco di famiglia. Si trattava di un’abitazione elegante provvista di parco con al piano terra uno spazio adibito a garage dove faceva bella figura una Alfa Romeo Giulietta  guidata non dalla proprietaria ma dal nipote Alberto, ventenne che aveva conseguita la maturità classica e frequentava l’Università di Ancona, in verità con poco profitto. Il giovane con papà Armando e mamma Domenica abitava in una villa vicina ma spesso andava a casa della zia che lo ricopriva di regali di ogni genere conseguentemente era molto elegante nel vestire e frequentava la società bene. Un fatto sconvolse il tranquillo menage del cane che di colpo si vide privato delle coccole della padrona. La zia Maria era andata in Sicilia a trovare la sorella del defunto marito, prima della partenza aveva subissato Alberto di  tante raccomandazioni  riguardanti Pucci : “Poverino è tanto fragile e bisognoso di attenzioni, mi raccomando trattalo bene!” Tra i due non c’era mai stata della simpatia, si tolleravano appena e questa era la volta buona che Alberto si prendesse un rivincita ma quale? Idea geniale: il cibo: niente posto a tavola, a terra vicino alla cuccia due ciotole una con l’acqua e l’altra con solo il pane! Giunta l’ora di pranzo Pucci si guardò in giro, vide la tavola non apparecchiata e scorse con orrore le due ciotole, spinto dalla sete bevve dell’acqua ma rifiutò sdegnosamente di cibarsi del solo pane e si rifugiò sotto il letto della padrona. Alberto il giorno successivo prese per la collottola il cane, gli infilò al collo il guinzaglio e lo portò in giro per i suoi bisogni. Il rifugio sotto il letto della padrona era chiaramente un gesto di protesta da parte di Pucci che ogni tanto, speranzoso si avvicinava alle due ciotole usufruendo solo di quella con l’acqua e tralasciando quella col pane. Alberto andava a trovare Pucci, aveva chiuso tutte le finestre e così il buio regnava sovrano, solo uno spiraglio nel soggiorno dove erano situate le due ciotole, more solito usata quella con l’acqua, intonsa quella con il pane ormai diventato duro. La mattina del terzo giorno Alberto andando nella casa della zia ebbe una sorpresa che lo fece sorridere: nella ciotola dell’acqua galleggiava il pane che duro non  era più e risultava sbocconcellato, la fame….Questo episodio fece ravvicinare i due, Pucci in fondo meritava del rispetto, non era colpa sua se era stato viziato e poi aveva dimostrato di essere intelligente col trasferimento del pane duro nella ciotola dell’acqua. Alberto prese il muso del cane, lo guardò negli occhi e gli parlò come fosse un essere umano: “Pace?” E pace fu con la conseguenza che Alberto messo il guinzaglio a Pucci lo portò a spasso sin quando passando vicino ad una villetta il quadrupede con uno strappo scappò di mano ad Alberto ed entrò nel cancello dell’abitazione cominciando ad abbaiare.  Apparve una ragazza, Alberto: “Signorina mi scusi ma il mio cane m’è scappato di mano, se me lo permette entro e me lo riprendo.” La ragazza sorridendo: “Sono Ella, le dico io il motivo per cui il suo cane è entrato a casa mia, anch’io posseggo un volpino ma è femmina ed in calore, il suo cane ha odorato l’aria e…” “Hai capito stò zozzone, mi fa fare pure delle brutte figure!” “Niente brutte figure, è la loro natura, entri così potrà recuperare il suo volpino sempre che….” I dubbi di Ella erano fondati, Pucci se ne stava beatamente ‘cavalcando la volpina che mostrava gradire.”Non ci resta che aspettare, Dora non ha mai avuto cuccioli.” “Siamo alla ‘prima nox’ non mi sembra che la sua cagnolina abbia avuto molti problemi…” “Glisson, le offro qualcosa di fresco, che ne dice di  una amarena con seltz e ghiaccio?” “D’accordo, abbiamo del tempo da aspettare dato che…non mi pare di averla mai vista da queste parti.” “Ho ventiquattro anni, sono qui da poco tempo, da quando mia madre Ena ha sposato Marcello ambedue vedovi, Bella è di proprietà di Marcello, mi dica qualcosa di lei.” “Intanto diamoci del tu, siamo più o meno coetanei, io frequento l’Università in Giurisprudenza ad Ancona, siamo in estate e preferisco il craul di cui sono stato campione regionale a sedici anni, ora dimmi qualcosa di te.” “Io e mi madre siamo di Filottrano un paese in provincia di Macerata, io sto studiando farmacia all’Università di Ancona, le nostre sono due storie comuni. Ora vado a vedere a che punto sono ‘gli sposi’.” Al ritorno: “Penso che dovremo aspettare ancora….sta arrivando mia madre… mamma questo è Alberto, il suo volpino si è infilato a casa nostra e sta facendo… amicizia con Dora, per ora meglio lasciarli soli, che hai comprato di buono.” “Al mercato ho trovato del pesce che mi hanno assicurato freschissimo, preparerò un brodetto con cozze, vongole e seppie e per secondo orate al forno, vado a preparare, invita il tuo amico, ci farà compagnia, Marcello non rientra per il pranzo. Alberto si era ben impresso nella mente le due donne: Ella non molto alta di statura indossava una camicetta leggera da cui si intravedevano due seni non ‘trattenuti’ da reggiseno ed una minigonna, una piccola Venere come quella attrice francese François Arnoul. “Quando hai finito di fotografarmi…” “Hai colpito nel segno, posseggo una Canon 450 e, col tuo permesso, possibilmente in posto isolato per evitare guardoni vorrei immortalarti, scusa l’immodestia ma sono piuttosto bravo, ho vinto un secondo premio ad una mostra fotografica.” I due cani non più ‘allacciati’ se ne stavano allungati godendosi il post ludio, apprezzarono moltissimo il cibo loro offerto da Ena, il sesso e la fame hanno molto in comune. Elogi  alla padrona di casa: “Penso che abbia conquistato suo marito prendendolo per la gola nel senso…” “Pur essendo tu giovane ti dimostri un bel furbacchione, penso soprattutto con le femminucce, Ella sta in guardia…lo dico come boutade.” Alberto a fine pasto, ringraziò le due dame, diede loro l’indirizzo di casa sua e quello della zia Maria e riportò indietro un Pucci un po’ recalcitrante, forse avrebbe voleva ancora…Quando la zia Maria ritornò dal viaggio in Sicilia rimase perplessa, Pucci nonle  fece le feste come al solito quando rientrava a casa, stava vicino ad Alberto come mai succedeva in passato, chiese spiegazioni al nipote: “Cosa è successo a Pucci, mi sembra molto diverso da prima.” “Zia Maria quali sono le cose che fanno girare il mondo?” “Siamo agli indovinelli, va bene: il denaro.” “E poi.” “Il potere.” “E poi.“ “Il sesso.” “Sei giunta la punto: Pucci ha ‘conosciuto’ da vicino una volpina, si sono ‘sposati’ e lui vorrebbe avere di nuovo rapporti con lei ma, come sai gli animali femmine hanno rapporti sessuali sono quando sono in calore, Pucci non lo può comprendere e spera sempre…” Finalmente dopo quattro mesi una telefonata di Ella: “Dora ha avuto tre cuccioli bellissimi, ora è di nuovo in calore…” “Pucci sarà al settimo cielo, che ne dici di chiedere a tua madre di preparare un pranzo a base di pesce come l’ultima volta…” “Va bene, ci sarà anche una sorpresa.” Forse Pucci aveva capito dove erano diretti, per strada tirava molto il guinzaglio facendo correre Alberto e, una volta aperta da Ella la porta di casa di buttò a capofitto nel corridoio con tutto il guinzaglio. Alberto lo seguì, gli tolse il guinzaglio mentre il cotale già era pronto alla pugna…”Mio caro, lavati le mani, e poi in sala mensa dove mamma ha posto tutte le cibarie, c’è pure in fresco il Verdicchio dei Castelli di Jesi, vacci piano ha tredici gradi e non vorrei…” Si era presentata una ragazza abbronzata, alta e robusta, bel viso, grandi occhi e seno piccolo, bel popò, sorridente. “Questa è Camila, l’ho conosciuta a Cuba durante un mio viaggio, siamo diventate molto amiche…” Alberto ci mise un po’ poi mise a fuoco la situazione: Ella e Camila era ‘intime’ tradotto lesbiche ed allora addio al progetto di Alberto di ‘farsi’ Ella, in comune con lei aveva  una inclinazione non compatibile, la preferenza per il ‘fiorellino’! Fare un buon viso a cattivo gioco è dei grandi uomini, Alberto dimostrò di essere un grande, abbracciò Camila ed augurò alle due ‘Good fun.’ Le sorprese non erano finite: in sala si era presentata Ena quasi irriconoscibile, bel truccata, camicetta rosa molto scollata, gonna azzurra, una collana stile hawaiano e braccialetti ai polsi molto appariscenti. “Madame è passata in uno istituto di bellezza? Lei non ne aveva bisogno ma così è irresistibile, quasi quasi rinunzio al cibo per…” Ella il tuo amico è più ‘cochon’ del suo cane ma devo riconoscere che ha il senso dello humour sconosciuto ai più, non dico buon appetito perché è buona norma di evitare questa frase ma io lo dico lo stesso: buon appetito!” L’atmosfera era diventata molto amichevole fra i quattro che avevano fatto ‘festa’ al Verdicchio con ovvie conseguenze di una allegria ‘navigabile’ come avrebbe detto il buon Jacovitti. Ella mise sul lettore compact disc musiche sud americane e le coppie si misero a ballare  Alberto con Ena ed Ella con Camila, queste due diedero il ‘cattivo esempio’ e cominciarono a baciarsi con la conseguenza di essere imitate da Alberto e da Ena poi finiti in camera da letto con ‘sesso selvaggio’, ambedue erano a stecchetto da vario tempo. Ad un certo punto Alberto sentì suonare il telefonino: “Dove ti sei cacciato, sono le venti!” “Scusa zia ma Pucci si è intrattenuto più del solito con Dora, non ho avuto il coraggio di farli smettere…ora ci riprovo!” Il verbo fu esatto nel senso che nei giorni successivi lo studente in giurisprudenza riprovò quasi ogni giorno a sollecitare il fiorellino ed il popò di una Ena sempre più allupata…
     

  • 20 marzo 2020 alle ore 13:53
    Quarantine: Radici

    Come comincia: "Ho ricevuto una lettere dai suoi genitori. Dicono che sono rinchiusi in un paese a un paio di miglia dalla tenuta, ma non possono allontanarsi, per cui saranno costretti a fermarsi lì per un tempo da definire."

    "Mmmmh. Lo sapevamo questo, mi pare. Se non fanno allontanare nessuno, non vedo perché avrebbero dovuto farli muovere. Tanto ci sono abituata a questa cosa."
    "A cosa? Signorina Blues?"
    "Alla loro assenza, mi pare chiaro. Secondo te perché ti hanno messo qui a sopportarmi? Loro sono troppo impegnati a girare invece di badare alla loro unica figlia. Del resto, come biasimarli? Anche io sarei fuggita se avessi avuto una figlia come me."
    "Perché pensa questo?"
    "Perché di certo, questa, non era la vita che sognavano. Sono nata perché dovevano avere qualcuno a cui affidare il loro lavoro un domani, costretti dalle proprie famiglie a tenere alto il loro nome e non perché mi desideravano. Allora, a questo punto, mi chiedo quale senso abbia tutto questo? Quale sarà il mio destino? Vivrò per il loro nome o morirò per l'epidemia? 
    I miei quadri non li compra più nessuno, Clap. È anche inutile che io continui a dipingere se non ho compratori. Inutile anche che io respiri se non posso fare ciò che voglio fare. 
    Portami un coltello."

    "Cosa ci vuole fare?"

    Silenzio.

    "Per passare il tempo ho deciso di tagliarti le orecchie, così non mi ascolterai più quando farò discorsi così tedianti. Ma se proprio le vuoi tenere, taglierò i tuoi capelli!"
    "Ma, signorina, le mie orecchie, i miei capelli!"

    Ride lei.

    "Tanto se muori a chi importerebbe dei tuoi capelli lunghi?!"
    "Mmmh... Magari, una volta sotto terra, potrebbe crescere un albero che userà i miei capelli come radici!"
    "Oh, che cosa poetica Clap! Questa volta ti farò un applauso di sostegno! Sai dove le devi affondare le tue radici? Avrei un idea! Mmm, potresti iniziare da dietro al campo accanto lo sterco di vacca! Tu cresci e lei ti concima!"

    Urla soddisfatta del suo pensiero.
    Il volto di Clap mostra interdizione ma, fortunatamente, dopo ha sorriso. Si starà abituando?
    Intanto, al di là della porta in salotto, la cuoca alza gl'occhi al soffitto come in segno di preghiera quando, da lontano, si odono passi. 
    Qualcuno urla qualcosa tanto da far precipitare la donna all'ingresso.

    "Chi, in periodo di epidemia, osa bussare alle nostre porte?" 

  • 19 marzo 2020 alle ore 15:51
    Quarantine: Inutilità

    Come comincia: Questa quarantena inizia a diventare una tortura, Clap. Perché ci tengono ancora qui?"
    "C'é un'epidemia in corso, signorina Blues. Per ora la situazione è molto complicata e per la sua sicurezza, é bene che rimanga qui. Purtroppo non ho ancora notizie della sua famiglia ma vedrete che prima o poi ci scriveranno."
    "Non sei molto di conforto Clap. Reclusi in casa insieme a te e la vecchia cuoca, sento vacillare la mia fanciullezza. Sono sicura che se, crescerò vecchia dentro, sarà sicuramente per colpa vostra."

    Silenzio.

    "Vuole un succo al mirtillo?"
    "Mmm... Naah. Voglio un bacio, Clap. Fammi schioccare un po' le labbra."

    Sussulta Clap. 
    "Mi perdoni ma, non credo ne sia capace." 
    "Eh? Non hai mai baciato una donna?"

    Chiede perplessa Blues.

    "A mio malgrado, temo di no. Mai accaduto."
    "Ahhhh Clap! Sei proprio un idiota, puro nel suo termine. Ma come sia possibile? Un uomo di trent'anni che non ha mai provato l'ardore di una donna!"

    Ride lei.

    "Sono mortificato." 

    Arrossisce Clap, tutto intimidito. I suoi due anni di servizio, non lo avevano ancora formato ed affrontare i discorsi impertinenti di Blues, lo destabilizzavono. Ragazzina di diciotto anni viziata e sfrontata, cresciuta in una grande casa spoglia di affetti, senza arte né parte, ma solo enormemente ricca.

    "Almeno il servitore che c'era prima di te, sapeva come tenermi compagnia. Quanto sei inutile."
    "Sono costernato."
    "Vai a costernarti altrove. La tua vista inizia ad annoiarmi terribilmente."

    Silenzio. Clap lascia la stanza con una lieve demoralizzazione sul volto.

    "Non darle ascolto, Will. È molto sola e la sua famiglia è sempre in giro, lo sai. Non sa con chi prendersela."
    "Mmm, Marì. Non è un problema."

    Esce Clap, congedandosi dalla cuoca.

  • 19 marzo 2020 alle ore 13:54
    Quarantine: Stelle

    Come comincia: "C è un po' di ghiaccio stasera o sbaglio?".
    "Sente freddo..?"

    "Ma no che dici! C'è il ghiaccio e sento caldo! Me le farai consumare queste mani prima o poi Clap!"
    "'Mmm...."  

    Con espressione al quanto infastidita, Clap prende la sua giacca e la posa sulla ragazza.

    "Può andar meglio così, signorina Blues?"
    "Ah! Allora t'era arrivata l'informazione al cervello. Come sei caro, Clap. Grazie. 
    Guarda su, guarda su! Magari questa notte si potranno vedere le stelle! 
    Hai mai visto una stella cadente?"
    "Credo che l'unica cosa di cadente che abbia visto nella mia vita, é il mio umorismo."

    Silenzio. La ragazza si gira verso Clap.

    "Ah. Era una sorta di battuta? No perché, tra che passa una stella cadente e le tue battute, penso possa andare anche a dormire." 
    "Cercavo di essere... Di spirito? Mi perdoni."
    "Qua l'unica cosa di spirito che abbiamo, è l'alcol che ti getterò per darti fuoco. Così invece delle stelle cadenti, faremo un bel falò per riscaldarci."

    Clap sorride.

    "Vado a prendere dei fiammiferi?"
    "Sei serio, Clap?"
    "Mi perdoni. Mi ero fatto prendere la mano."
    "La mano usala per andare a prendere del cibo. A stomaco vuoto potrei assalirti; almeno così ho del peso che mi trattiene."
    "E le stelle?"
    "Bruciate."

  • 19 marzo 2020 alle ore 12:41
    Quarantine: Occhi

    Come comincia: "A volte quando ti guardo, Clap, vedo un firmamento di pensieri e parole che navigano vorticosamente e che non dici mai. Vorrei tuffarmici dentro e nuotare alla scoperta di te stesso. Poterli toccare con mano e stupirmene gioiosamente. Sarebbe meraviglioso!
    Almeno così potrei non pensare che tu sia vuoto."

    Ride.

    "Credo che non ci sia molto da scoprire, signorina Blues. Si bagnerebbe per poco."

    "Ah, Clap. Ogni volta che apri bocca, dai sempre conferma ai miei pensieri.
    Mi farai bagnare di noia, un giorno o l'altro."

  • 19 marzo 2020 alle ore 12:40
    Quarantine: Il fiume

    Come comincia: "Quando guardi questo fiume, a cosa pensi?"

    "Mh? Mah.. Non credo mi sia fermato molto a pensare a questa cosa. Credo.. che sia un fiume che scorre."

    "Come sei vuoto Clap. Non ti suscita niente guardare un fiume che scorre in tutta la sua naturalezza? Che so, ti potrebbe trascinare in un ricordo, magari nel viso di qualcuno o che ti faccia sentire in qualche modo. Mmm, tipo dirti "oddio mi sento così malinconico a vedere che gli anni scorrono via così ed io nn ho fatto niente di concreto! La mia vita vuota! Cosa posso fare per migliorare il mio stato sociale? No?"

    "Mmmm... Credo che il mio nome non sia esatto, signorina Blues."

    "Eh?.... Sarà per questo che quando ti ho sentito parlare per la prima volta, ti ho chiamato Clap; il suono delle mie mani che implode quando dici qualcosa di questo genere. Sei così inutile, Clap."
     

  • 16 marzo 2020 alle ore 19:08
    Il profeta

    Come comincia: La realtà, invece, erano miserabili città in rovina dove gente denutrita si trascinava su e giù con scarpe che lasciavano scoperti i piedi, dentro certe case novecento che si tenevano su a furia di toppe e di cartone e di tela cerata, e che puzzavano sempre di cavoli e di cessi otturati. (George Orwell, 1984). 

  • Come comincia: La noia è il prodromo principale dell'oblio: il quale, quando arriva e se arriva, è quello stato in cui si perde, non sempre però, la percezione dell'io assoluto (oppure, se credete, quella assoluta dell'io); e non si ha più memoria, e non si hanno più ricordi, e non si ha più il senso del tempo, delle cose e delle persone che sono intorno a noi. Per alcuni, però, esso (ossia quello stato) può rivelarsi, per certi versi ed aspetti ed in determinati momenti dell'esistenza, taumaturgico se non addirittura catartico.
    "Tutto sommato c'è la caviamo egregiamente: sotto questa cascata di stelle d'oro...e perline filanti (almeno una volta all'anno è così!)".

  • 16 marzo 2020 alle ore 13:30
    Ehi man! (il monito e l'appello)

    Come comincia: Puoi essere tutto ciò che vuoi; puoi fare tutto ciò che vuoi; puoi avere ciò che vuoi, puoi dire ciò che vuoi: se lo vuoi; puoi avere, dire e fare ciò che vuoi: se lo vuoi! Puoi sognare e camminare sull'acqua: puoi persino sognare di camminare (davvero) sull'acqua! Ma puoi davvero farlo?...Soltanto, però, uomo: non devi mai esser triste, non puoi farlo perché non è cosa ben accetta; perché è cosa invisa assai su questa terra a questo mondo! Ehi man, puoi esser tutto ciò che vuoi...davvero?!