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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Quelle che seguono sono, in successione, la testimonianza diretta di Luigi Montagnini, anestesista di Medici Senza Frontiere, e il testo quasi integrale di una intervista telefonica a Cécile Barbou, coordinatrice della stessa organizzazione nella Striscia di Gaza. Sono (quasi) contemporanee perché risalgono entrambe a oltre tredici anni orsono (si era agli inizi del 2009, ovvero quando scoppiò, poi manifestandosi in maniera oltremodo drammatica, cruenta ed infausta, la cosiddetta "crisi" a Gaza e dintorni) ma non hanno perso valore, a mio modesto avviso, nel corso del tempo: per il fatto semplice ed ultra chiaro che lungo la "striscia di Gaza" (o Gaza Strip, come viene di solito identificata dalla moderna toponomàstica di matrice anglofona o da coloro i quali, me compreso, vogliono a volte darsi un tono di internazionalità, quella piccola zona costiera, una sorta di lingua o striscia, appunto, lunga poco meno di trecentosessantacinque chilometri e posta in mezzo ai territori di Israele - a nord - ed Egitto - a sud - e che si affaccia a sua volta sul Mediterraneo) e in tutta Palestina occupata  il passato sia sempre presente, o meglio ancora, non passi mai di mod...d'attualità!
     Il sette gennaio, appena dopo la Befana, ho ricevuto una telefonata da Roma (np., mi pongo un paio di domande, unisone al mio stesso scrivere, o meglio ancora, prima di andare avanti nel racconto: chissà se anche in quei luoghi "arrivi di notte e con le scarpe tutte rotte"? E chissà mai se "porti carbone ai più cattivi"? Molto spesso ho la cattiva abitudine di darmi la zappa sopra i pied...rispondere da me stesso alle domande appena poste, e questa volta le risposte che riesco a darmi sono le seguenti: innanzi tutto è da dire che di notte in Palestina possano sovente capitare ben altre cose tra cui che polizia od esercito - o entrambi - entrino nelle case dei palestinesi ed in maniera del tutto arbitraria le mettano a soqquadro, terrorizzino gli occupanti, strattonando e picchiando senza far complimenti chiunque trovino innanzi, comprese donne, vecchi e bambini; la "vecchia", invece, mi sa che qualora essa arrivi lo faccia proprio con scarpe rotte e di certo non firmate visto che molti non se la passino bene ed anche lei non possa permettersele; in ultimo, per quanto concerne il carbone debbo dire...beh, in Cisgiordania occupata, tutta quanta e non solo a Gaza, l'enclave sotto egida Hamas, sono abituati a riceverne tanto visto che in molti identifichino ancora i Palestinesi con l'aggettivo cattiv..."terrorista", qualunque cosa essi facciano ed in ogni modo agiscano nei confronti dell'occupante israeliano!): "Ciao, sono Ettore di MSF. Stiamo formando una equipe chirurgica da inviare a Gaza. Il prima possibile. Che ne dici?". Avrei anche potuto dire di no, ma erano i giorni più critici di questa guerra e, dopo aver visto le immagini in TV e avuto l'opportunità di fare qualcosa per le vittime civili, soprattutto i bambini, mi sarebbe costato molto di più rifiutare che accettare. Dopo tre giorni ero in volo per Tel Aviv. Una settimana di attesa a Gerusalemme per avere i permessi e la prima parte dell'Emergency Team è riuscita ad entrare a Gaza da Erez (al confine nord con Israele); il giorno dopo da Rafah (al confine sud con l'Egitto) ci ha raggiunto la seconda parte del Team: in tutto tre chirurghi, due anestesisti, un infermiere di sala operatoria, un infermiere di terapia intensiva, un logista e un coordinatore.
     "We are happy to have you here!", è stato il commosso benvenuto dei nostri operatori palestinesi, che collaborano da anni con MSF nella striscia di Gaza per gestire due ambulatori di fisioterapia, un servizio di pediatria e uno di salute mentale. Dopo due giorni sono arrivati i due autotreni con le ventuno tonnellate di materiale per il nostro ospedale da campo: quattro tende con due sale operatorie, dodici letti di terapia intensiva, una farmacia e una centrale di sterilizzazione. Mentre, in tempi record, i logisti approntavano il nostro ospedale, abbiamo dato una mano ai colleghi dell'ospedale di Shifa, il più importante della città: le notizie in Italia riportavano che le prime vittime di questa guerra fossero donne e bambini. Sarà stato un caso ma i miei primi due pazienti sono stati una ragazzina, con le gambe esplose, che è morta in sala operatoria e la sua mamma a cui abbiamo dovuto amputare una gamba e che è morta per un trauma toracico il giorno dopo. Sono passate oramai tre settimane dal mio arrivo a Gaza. Sono in attesa del nuovo anestesista che verrà a darmi il cambio. Molte cose sono cambiate: il cessate il fuoco sembra reggere, le esplosioni sono sempre più rare e tutta la città sembra rinascere. Sembra lontano il giorno in cui sono entrato nella Striscia: il cielo era lo stesso che in Israele, il colore della terra anche, il resto no. L'impatto è stato desolante, un paesaggio martoriato e grigio. Qualche colpo in lontananza, un aereo da ricognizione che ronzava costantemente sopra le nostre teste, nel cielo due elicotteri e la scia infuocata di tre colpi di mortaio. E tutto attorno il muro di dieci metri che sigilla la Striscia; le tracce sulla terra battuta segnavano il recente passaggio dei carri armati. Ogni casa lungo il percorso portava i segni dei combattimenti e molte erano completamente distrutte. Intanto anche il nostro ospedale è in piena attività: non si tratta più di effettuare interventi in emergenza, ma di sottoporre a nuovi interventi persone con ferite non chiuse o infettate, ustioni estese, amputazioni eseguite in fretta nei giorni della guerra che richiedono revisioni. A giorni apriremo anche il programma di chirurgia plastica per effettuare innesti di cute, soprattutto ai bambini. Intanto H., quattro anni, la nostra prima paziente, con una brutta ustione al braccio, ha terminato il ciclo di medicazioni in anestesia generale. Dovrà essere seguita ancora ma basterà farlo ambulatorialmente. Mi vengono in mente le parole del direttore dell'ospedale di Shifa: "I morti, purtroppo, sono morti. Ci dobbiamo concentrare sulle persone che ora hanno bisogno di cure e ogni risultato, anche piccolo, è un grande risultato". I morti sono morti, certo; ma hanno la cattiva abitudine di parlare, pur essendo morti, o meglio, dopo aver acquisito sul campo quello status: essi contano quanto i vivi nella memoria collettiva di un popolo ("morire è invano se nessuno ricorda che hai vissuto", scrissi io stesso alcuni anni orsono), dimenticarli sarebbe oltraggioso verso di essi oltre che nei confronti di chi sopravvive. Per fortuna, a mio parere, sembra che la gente abbia del tutto estirpato dal linguaggio comune, oltre che dal proprio sentire, ovviamente, la parola "oblio" in Palestina, laddove, infatti, il martirio faccia parte dell'immaginario di ognuno e a qualsiasi età anagrafica (spesso, anzi, è una delle poche usanze o pratiche che da quelle parti possieda intrinseco potere riconciliatorio, o riconciliante che si voglia dire, e indistintamente tutti riconduca poi, magari solamente per poco, agli ideali comuni). Basta leggere le cronache dei funerali delle vittime (dei bombardamenti, dell'esercito, dei coloni o di altre cause violente) oppure vedere i video di tali avvenimenti, sparsi ormai ovunque sul web, per rendersene conto, scoprire che un villaggio intero vi prenda parte, se e quando ciò sia possibile farlo, evidentemente. Accade infatti molto spesso, in Palestina, che anche al semplice e normale svolgersi - lo si va definendo altrove consueto, o meglio ancora, consuetudinario - della manifestazione umana più diffusa nel mondo (quale quello di un funerale, appunto) vi siano degli "impedimenti", i quali non sono del tutto secondari visto che gli israeliani possiedono la cattiva quanto macabra abitudine (sancità anche da alcune leggi e dalle stesse autorità, non di rado) di trattenere la salma del deceduto e lo fanno per motivi precipui e no insignificanti (ai più) o che possano apparire senza senso alcuno per la maggioranza delle persone: vogliono dare esempio e impartire una lezione morale ma non solo perché le salme sono considerate merce di scambio, al pari di un misero gruzzolo di shekel (valuta ufficiale israeliana, usata correntemente anche in Palestina). Tutto questo è accaduto in passato, ancora oggi accade ed ancora accadrà, purtroppo. Nell'ottobre del 2011 il soldato israeliano Gilad Shalit, nelle mani di Hamas da oltre cinque anni, venne scambiato con quattrocento detenuti palestinesi: Amnesty International denunciò all'epoca le dure pratiche di detenzione attuate da entrambe le parti. E' da dire, però, che in quel caso (ma accade quasi sempre, a quanto pare) gli israeliani, in seguito, incarcerarono nuovamente numerosi prigionieri facenti parte dell'accordo di scambio. Gli scambi, invero, ricordano quelli che un tempo avvenivano nelle fiere e nei mercati del bestiame, colla differenza - tuttavia - che si tratti di carne uman...esseri umani ad essere in ballo, in questi casi, e no maiali o vitelli. Nella primavera del 2020 il quotidiano saudita Elaph News Agency riferì come avvengono gli scambi, o meglio, le loro fasi principali: "Solitamente, se si tratta di prigionieri di credo musulmano, avvengono al termine della festa di al-Fitr (np., nella cultura e nella religione islamica essa rappresenta la seconda festa più importante - "festa della interruzione del digiuno", è chiamata - ed avviene tra la prima domenica di maggio ed il lunedì seguente, al termine del Ramadan), la prima fase dell'accordo è quella generalmente più semplice; la seconda, invece, è meno facile visto che prevede la richiesta di rilascio dei detenuti palestinesi che scontano l'ergastolo, compresi quelli che sono stati arrestati di nuovo dopo il rilascio come parte dello Shalit (contratto di scambio dei prigionieri, viene detto in ebraico) e la loro condanna all'ergastolo è stata ripristinata. La mediazione avviene di solito da parte di mediatori neutrali (egiziani, spesso, ma anche europei come svizzeri, tedeschi, russi)". In quel caso si trattò di scambio tra corpi vivi, per così dire (o "esistenti in vita", parafrasando per assonanza quel documento che in Italia certifica che la persona a cui è intestato è viva e vegeta nel momento in cui il documento stesso venga rilasciato da una autorità o amministrazione pubblica per qualsivoglia motivo e determinati usi). Emblematico è, tuttavia, nonché alquanto paradossale (a proposito di anime buone, corpi senza vita o cadaveri che dir si voglia) quanto accadde la scorsa primavera per Zakaria Hamayel, ucciso da un proiettile sparato dai soldati israeliani durante una protesta contro l'espansione dell'insediamento coloniale "Eviatar/Aviatar", nel villaggio di Beita, a sud di Nablus nel nord West Bank: i funerali del giovane, infatti - come reca scritto la notizia stessa del fatto -  vennero svolti in tutta fretta perché i suoi familiari temevano che il corpo fosse preso dalla polizia e fatto sparire. Mi sembra non sia del tutto inappropriato scrivere quanto segue: "Ai Palestinesi (oltre che vivere) non è permesso neanche morire in pace, o meglio intraprendere il viaggio verso la dimora eterna per essere seppelliti!". Cécile Barbou rilasciò una intervista telefonica - di cui detto sopra - al giornalista Ugo Tramballi, inviato a Gerusalemme de IlSole24Ore: l'articolo che la contiene apparve il 10 gennaio 2009 sul quotidiano, cioè qualche giorno dopo la testimonianza da Gaza dello stesso Montagnini ma poco prima - evidentemente - della sua partenza dall'Italia. Tramballi è autore, tra l'altro, del libro "L'ulivo e le pietre, Palestina e Israele: le ragioni di chi? Racconto di una terra divisa", apparso nel duemiladue ad opera dell'editore Marco Tropea, Milano. Così scrisse per introdurre l'intervista: "Non sono quì per definire cosa sia una emergenza umanitaria. Ma con tremila feriti negli ospedali, e non sappiamo quanti ce ne siano nelle case, la situazione è molto dura e complicata. Vista da dentro Gaza, come la vede Cécile Barbou, la polemica se nella Striscia ci sia una emergenza umanitaria o meno - Israele dice no - è irrilevante. Cécile, la coordinatrice dei sei dottori e dei due infermieri della missione di Medici Senza Frontiere nella Striscia, può essere raggiunta solo per telefono perché Israele continua a negare ai giornalisti l'ingresso a Gaza. E non ha molto tempo per stare all'apparecchio".
     - Quanti feriti state curando?
     - Fra i centocinquanta e duecento. Il problema è che la gente ha troppa paura per uscire di casa e venire da noi. Siamo noi che andiamo da loro. Anche sotto le bombe. La situazione è molto, molto dura. I bombardamenti sono incessanti, anche se da qualche giorno sembrano un po' meno pesanti. Da quando gli Israelian hanno iniziato l'offensiva terrestre i morti e i feriti sono molti di più. Soprattutto i civili. E raggiungerli è difficile: bombardano le ambulanze, tirano sugli infermieri. La situazione non è più accettabile.
     - L'ONU ha cessato le sue attività a Gaza, e voi?
     - Teniamo aperto il nostro ambulatorio ma pochi riescono a raggiungerlo. Nella nostra tenda accanto all'ospedale di Shifa, il più grande di Gaza, stiamo aspettando una équipe chirurgica che non riesce a passare la frontiera a nord (np. quella di cui parla Montagnini nella sua testimonianza). Qui i medici sono troppo stanchi: in sala operano due pazienti alla volta. E le persone da curare aumentano senza sosta.
     - Tre ore di tregua umanitaria sono sufficienti?
     - Non è vero, non c'è tregua. Bombardano anche durante quelle tre ore. E quando ci sono feriti nelle strade, il soccorso dovrebbe essere garantito ventiquattro ore su ventiquattro. Se hai tre ore, e non abbiamo nemmeno quelle, le persone che andiamo a raccogliere il giorno dopo non sono dei feriti ma dei morti E' la legge internazionale che impone di garantire accesso umanitario ai feriti. Ma non c'è accesso: molti soccorritori spesso finiscono nella lista dei morti.
     - Qual'è lo stato d'animo della gente?
     - Da una settimana non c'è elettricità e questo significa niente luce, ma anche niente acqua, E'difficile trovare da mangiare. La gente ha così paura che non esce di casa. E' disperata. Ho incontrato madri che si augurano di morire presto insieme ai loro figli per smettere di soffrire. Quando una madre spera questo a quale futuro possiamo pensare? Spero che voi giornalisti riusciate a entrare a Gaza presto. Abbiamo bisogno di voi, che vediate e raccontiate al mondo intero quello che sta succedendo quì. 

  • Come comincia:  La storia che segue, la quale fa da commento a un video passato su you tube nel maggio scorso dalla organizzazione umanitaria B'tselem, riguarda la famiglia Tamimi, residente a Deir Nidham, piccolo villaggio collinoso sito a nord-ovest della città di Ramallah, nel Governatorato omonimo e di Al-Bireh (Central West Bank o Cisgiordania centrale che dir si voglia). Nel 2007 il Palestinian Central Bureau of Statistics conteggiò nel villaggio una popolazione residente di circa ottocentottanta persone. Il nove marzo dello scorso anno (2021), cinque membri della famiglia Tamimi, tra cui il capo famiglia, lasciarono il loro villaggio per giungere nelle loro terre, site in prossimità del villaggio di Nabi Saleh (o Nabi Salih), visto che avevano avuto notizia della presenza di un colono di nome "Zvi" il quale vive - a sua volta - nell'avamposto di "Hafat Zvi Bar Yosef" ed è conosciuto per la sua insistenza nel portare il bestiame (mucche) a pascolare nelle terre dei contadini della zona. Il colono convocò i soldati, i quali giunsero e cacciarono i contadini dalle loro terre (prassi molto comune in ogni parte, remota o meno che sia, della Palestina: forse, chissà, è nello stesso DNA degli israeliani ancor da prima che essi diventassero Stato; o forse solamente da quando - un giorno di maggio di tantissimi anni fa..."Cacciateli fuori!", fu l'ordine impartito da David Ben-Gurion, padre storico di Israele, al Palmach - ala paramilitare della stessa Haganah - riferendosi agli arabi ed agli arabo-palestinesi che abitavano la Palestina storica sin da prima del mandato britannico), confiscandogli, poi, anche un trattore agricolo col pretesto che si trattasse di "terreni demaniali". La mattina del diciassette marzo, alcuni membri della famiglia sono giunti in un'altra loro terra, situata a circa seicento metri a ovest del primo lotto e a circa duecento metri dall'insediamento coloniale di Halamish. Su questo terreno, alcuni mesi orsono, i Tamimi hanno piantato duemilaquattrocento piantine di mandorle circondandolo con recinzione, nell'ambito di un progetto sostenuto dallo stesso Ministero dell'Agricoltura palestinese nonché dal Centro Palestinese per lo Sviluppo e finanziato dalla ong Oxfam. Al loro arrivo i membri hanno notato che i coloni avevano sradicato gran parte della recinzione. Mentre erano occupati a riparare la recinzione, alcuni coloni sono venuti a guidare la loro mandria di mucche a pascolare sui terreni della famiglia Tamimi. Tra di loro il colono di nome "Zvi" (di cui s'é scritto), giunto armato. Il video in questione lo mostra chiaramente col mitra portato appeso al collo. In seguito è scoppiato un alterco tra i presenti abbastanza acceso senza - tuttavia - che la situazione degenerasse nella violenza estrema, come spesso accade in molti posti della Cisgiordania. Alché i coloni hanno convocato i soldati - da parte loro - è un rappresentante della Autorità israeliana per le antichità. I Tamimi son tornati nuovamente sulla loro terra a mezzogiorno del diciannove marzo scoprendo che i coloni avevano riportato le loro mucche a pascolare ai margini del terreno. Uno dei coloni ha minacciato i membri della famiglia di sparare se non se ne fossero andati via. Dopo pochi minuti è arrivato un'altro gruppo di coloni, seguito da alcuni soldati. I soldati hanno espulso i coloni e al tempo stesso ordinato ai Tamimi di lasciare la loro terra, cosa che hanno fatto. Verso le sette del mattino del giorno dopo la famiglia Tamimi è tornata sulla propria terra per lavorare. L'insediamento di Halamish fu stabilito a circa duecento metri di distanza dal terreno dei Tamimi i quali scoprirono che i coloni avevano sradicato la maggior parte degli alberelli piantati. I Tamimi allora informarono la direzione palestinese di coordinamento e collegamento che convocò gli abitanti del villaggio per farsi aiutare a ripiantare le piantine sradicate. Quello stesso pomeriggio, alcuni membri della famiglia Tamimi si recarono in prossimità del villaggio di Nabi Saleh, poi arrivarono otto soldati e ufficiali che li ordinarono di lasciare la loro terra. Quando i membri della famiglia si sono rifiutati di obbedire all'ordine, i soldati hanno chiesto ai Tamimi di esibire documenti comprovanti la loro proprietà del terreno, ma hanno continuato a chiedere alla famiglia di andarsene anche dopo che aveva presentato i documenti richiesti. Nel frattempo, una ventina di abitanti del villaggio si sono radunati sul posto e così l'ufficiale ha ordinato ai soldati di lanciarvi contro granate stordenti e candelotti lacrimogeni. I residenti sono dovuti fuggire, ma dopo essersi allontanati a circa cinquanta metri di distanza, si sono fermati e hanno guardato cosa stesse succedendo. La gente vide un soldato nell'intento di sradicare due degli alberelli di olivo che erano stati piantati. Continuarono a guardare e nel primo pomeriggio, poi, ognuno è tornato alla propria casa.   

  • 13 marzo alle ore 13:07
    I miei versi mi attendono

    Come comincia: Quando fu, allora, all'istante seppi che ero malato, che dopo il cuore malconcio, il cancro aveva abbracciato il mio corpo e quindi nel comunicarlo, tutti subito a pensare che ero diventato vulnerabile, fragile, forse anche inaffidabile, incapace di dar al mio vivere il cento per cento, solo perché a rischio di recidività. Io lo sapevo già, cancro è infido, è come una spada di Damocle che ti pende sulla testa, una nuvola nera che ti segue ovunque, che ti fa vivere nella sensazione di sentirti imputato, colpevole, senza saper di cosa. E piano piano ti accorgi di percorrere strade lastricate di frasi fatte,di quelle che hanno ancora il sapore della compassione e in cui aleggiano nell'aria le note di una melodia malinconica. Eppure là, su quelle strade ho giurato a me stesso che da queste battaglie dovrò uscirne vittorioso, come fin'ora è stato, anche se vivrò con quelle cicatrici. Lo devo a mia moglie, alle mie figlie, ai miei nipoti, a me stesso.

  • 13 marzo alle ore 13:06
    Ostinatamente a modo mio...un po' di me

    Come comincia: Mendicante dei miei sensi,ho vissuto un'adolescenza di malesseri perché tra i suoi amici e i suoi conoscenti, mio padre si vantava d'aver un figlio studioso, l'unico in famiglia ad aver studiato,l'unico a frequentare un liceo e, dopo essermi diplomato, ad indossare il camice bianco dello studente universitario iscritto a medicina. Ma nessuno ha mai capito che questo per me era un peso,un tormento che avvolgeva di pathos la mia anima. Che ci crediate o no, anch'io sono stato e sono un romantico e Vi racconto il fu delle azioni vissute in giovinezza, in questo romanzo travagliato che è stato il mio vivere. È vero, sono stato gelosamente amato, anche se non ho mai compreso i motivi di questa gelosia che ha avuto la complicità della stessa aria che respiravo in una sorta di possesso esclusivo, che mi voleva diverso agli occhi del mondo e mi teneva prigioniero della mia stessa libertà.Ho amato e amo questa mia diversità che mi ha portato fino a frequentare il mondo cattolico. In parrocchia davo ripetizioni a bambini che non si potevano permettere il "doposcuola"; aiutavo, assieme ad altri ragazzi della mia età, a donare ciò che si poteva alle famiglie bisognose. Erano tempi di povertà, tante famiglie erano molto povere, mentre il tempo libero lo passavo studiando e leggendo. E poi il mio scrivere, quello scrivere che mi ha aiutato e mi aiuta a sentirmi una persona ricca interiormente, ricca e veramente libera.Ora ho la vita dipinta in un grande ritratto personale, dove mi si vedono ancora addosso fatti che non avrei mai voluto sapere e parole che non avrei voluto mai sentire, inanità che ho avuto tatuate nella pelle e nella mente, volutamente imposte. Là, arde perenne il fuoco di certe ferite alimentato dal mio desiderio di continuare a lottare e di andare aldilà dell'ira, perchè ho sempre creduto e credo che a rimanere sempre arrabbiati...si perda solo tempo prezioso; e allora, con tutta la mia forza interiore, ho pensato di non farmi sottomettere dalla paura, ho voluto affrontare con ferrea volontà ogni avverso destino e ho voluto combatterlo,nella speranza di scriverne alla fine il più lieto epilogo.

  • 12 marzo alle ore 20:33
    Storiella

    Come comincia: STORIELLA
     
    Sono Un Portafortuna
    Ad un torneo di bocce del Centro Anziani di Venosa volevo toccare la gobba di una vecchietta, convinto che mi avrebbe portato fortuna. Finalmente, dopo tantissimi stratagemmi e senza dare nell’occhio, sono riuscito a toccare l’agognata gobba. Mi sono abbracciato l’ignara vecchietta, senza dire nulla delle mie reali intenzioni!
    E mi sono messo ad aspettare con ansia gli effetti positivi della mia iniziativa. Prima o poi la fortuna doveva arrivare!
    Dopo qualche giorno ho incontrato l’arzilla vecchietta, che, con mia grande sorpresa mi ha abbracciato dicendomi: “Ciao Emilio sai una cosa? Mi hai portato fortuna! ho vinto la coppa del torneo e mi sono piazzata al primo posto!!! Grazie, grazie per avermi portato fortuna!”
    Morale della favola: ho sempre donato e mai ricevuto.  (LA STORIA È VERA! GLI AMICI ME LO RICORDANO SEMPRE PER PRENDERMI IN GIRO).
     
     
    Di: emilio basta – Venosa – Potenza.***

  • Come comincia:  Ahmad Hikmat Saif aveva soltanto ventitré anni: è morto il nove marzo scorso nell'ospedale An - Najah di Nablus, Palestina occupata, dove era stato condotto in gravissime condizioni per ferite di arma da fuoco alla colonna vertebrale, al polmone destro, nella coscia e nella gamba sinistra. Era nato nel villaggio di Burqa, situato a poca distanza dalla stessa Nablus dov'era stato colpito mortalmente. Ora è un nuovo martire di Palestina, immolatosi in nome di una causa che definire eterna è quasi eufemismo; nel nome di un popolo continuamente vessato da oltre sette decenni. Adesso anche lui è un martire del villaggio di Burqa, il quale in nome di tale causa ha pagato altissimo tributo di sangue: è il primo di questo 2022 (oltre ad Ahmad, tuttavia, in tutta Palestina sono state sette le vittime, soltanto a marzo: Abdul Kahman Qassim, Karim Qawasmi, Ammar Abu Afifah e Abdullah Al-Hosari, tutti di ventidue anni; il tredicenne Mohammed Shehada, il quindicenne Yamin Jaffal e il diciottenne Shadi Najim) e non sarà di certo l'ultimo perché quel villaggio è votato alla morte, è segno del destino che l'ha contraddistinto sin dalla prima Intifada palestinese, quella del 1987 che tutti chiamarono "Intifada delle pietre" visto che quelle fossero l'unica arma che i Palestinesi potevano opporre ai carri armati israeliani e perché nacque in modo del tutto spontaneo, dal basso: prendendo di sorpresa gli stessi vertici di Fatah e della OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) guidata allora da Yasser Arafat. E' segno del destino che questo piccolo villaggio, posto nella parte settentrionale del West - Bank (territori di Cisgiordania occupata, nella dicitura non anglofona) debba votarsi al martirio attraverso molti dei suoi abitanti: è peculiarità che contraddistingue chi lotta e la lotta, in terra di Palestina, sovente e volentieri è sinonimo di sangue e morte, appunto. Su israelpalestinetimeline.org è scritto: "I soldati hanno sparato ad Ahmad con tre proiettili veri al petto e all'addome durante una protesta scoppiata una settimana addietro quando l'esercito ha invaso il villaggio ed ha attaccato dozzine di palestinesi che manifestavano in solidarietà verso i prigionieri politici detenuti da Israele e che subiscono continue violazioni dei loro diritti". E' da dire come, oramai, quella di sparare proiettili veri piuttosto che di gomma, sia una prassi consolidatissima nei territori occupati; altresì è da dire come i detenuti politici attualmente rinchiusi nelle carceri israeliane siano tantissimi, di ogni età e sesso: molte, infatti, anche le donne ed i minori (cifre pubblicate lo scorso settembre dalla emittente AlJazeera, le quali riprendono fonti della organizzazione umanitaria Addameer, parlavano chiaro: quattromilaseicento prigionieri in totale, di cui duecento giovanissimi e minori, quaranta donne e ben cinquecento in detenzione amministrativa, ovvero imprigionati in modo del tutto arbitrario senza processo e prove a carico).  Le carceri, in Israele, bisogna infine sottolineare, che non godano affatto la nomea di essere dei luoghi di villeggiatura o delle residenze turistico - alberghiere "pentastellate", tutt'altro: sono esse, invece (anche per colpa, invero, dei carcerieri stessi i quali sono - in massima parte - persone arruolate nell'esercito piuttosto che civili), tra le più dure esistenti al mondo, insieme a quelle iraniane, egiziane e turche, probabilmente. A proposito di Burqa, nel dicembre scorso, quando si erano avute altre proteste, Bassam Saleh aveva scritto: - Oggi questo piccolo villaggio rappresenta la resistenza popolare palestinese, insieme a quelli di Betna, Kufrkaddum, Neelin, Belin, etc. (np. ma anche a quello di Al - Masara, posto nei pressi di Betlemme, alcuni anni orsono noto per i "venerdì di protesta" nel corso dei quali gente del luogo e dei villaggi limitrofi, insieme a quella arrivata da più lontano, scendeva in strada per protestare contro il muro di divisione; a quello di Beita, sito nel distretto di Hebron, a sud, di fianco alle alture dei monti Sabih, dove operano da quasi un anno i "guardiani delle montagne", gruppi di persone, per lo più giovani, che si battono come meglio sia possibile contro le incursioni armate dei coloni e dell'esercito che va appoggiandoli. Il villaggio ha donato alla causa palestinese nove uomini nel corso dell'anno passato; a quello di Budrus, situato una trentina di chilometri a nord - ovest di Ramallah, la quale fu in passato - a volta sua - il sancta sanctorum ed esilio dorato di Yasser Arafat e la quale molti considerano essere la capitale morale di Palestina: esso balzò agli onori della ribalta come simbolo di coraggio e lotta popolare, nel duemilatre quando l'attivista arabo - palestinese Ayed Morrar riuscì ad unire le opposte fazioni di Hamas e Fatah, oltre a centinaia di civili israeliani, nelle proteste contro la barriera di separazione tra Israele e Palestina eretta dal governo israeliano. Tutto fu poi immortalato in un noto film - documentario, intitolato "Budrus" e presentato alla mostra del Cinema di Berlino del duemiladieci, della regista brasiliana Julia Bacha; a molti altri piccoli villaggi che sono la linfa vitale della ex Palestina "libera" come lo erano - in fondo - prima ancora che fosse instaurato il mandato britannico nei territori della Palestina storica e molto prima della nascita dello stato di Israele). Il villaggio, al pari di ogni altro villaggio vicino, è sotto costante minaccia di ingiustificati attacchi  (np. appunto) di coloni estremisti (np. in inglese vengono chiamati "settlers", termine derivante dalla parola settlement la quale significa colonia, distretto, colonizzazione), generalmente appoggiati dall'esercito (np. meglio sarebbe usare le parole "quasi sempre" o "in massima parte", visto che l'esercito israeliano si rende del tutto complice dei coloni stessi e delle loro violente incursioni e malefatte, col placet molto più che supposto e nemmeno tanto silenzioso delle autorità centrali, in più del 90% delle occasioni: nonostante ciò gran parte della corrente opinione pubblica - anche in Italia - si ostina ancora a identificarlo, non so se facendolo in buona fede oppure del tutto - e colpevolmente - consapevole, con "forze armate di difesa" o IDF mentre - in realtà - esse lo sono soprattutto di "occupazione"!). A Silat  Al Dhahr i coloni hanno attaccato gli abitanti e le loro case ditruggendo ovunque e cercando di incendiarle. Un gruppo della Resistenza ha reagito, una settimana fa, sparando contro una macchina uccidendo così un colono e ferendone un'altro. Ciò dimostra che la protesta è più forte del piano di annessione e del governo di estrema destra, presieduto da Naftali Bennett. A Burqa esiste una colonia che si chiama Homesh, già evacuata nel duemilacinque. Nel duemilanove i coloni hanno istituito una scuola religiosa al posto della colonia e da questa scuola partono gli attacchi dei coloni di cui si è detto con aiuto e complicità dell'esercito. Burqa fa parte della storia della resistenza palestinese, nell'Intifada del 1987 si autoproclamò Repubblica libera di Burqa perché l'esercito non poté sottometerla nonostante molti morti e feriti. A Burqa, oggi tornata in prima fila, c'é tutta la Palestina. Un corrispondente scrive: "C'é chi da fuoco a pneumatici e ruote di gomma di auto e camion, vi è chi erige lo "strappo" di sassi nelle strade. C'é chi incita, invece, alla resistenza dai tetti delle case, altri distribuiscono cipolle al pubblico (per sopportare i lacrimogeni). Questa è l'atmosfera dell'Intifada, il suo profumo, il suo colore". Esce il primo comunicato: "Le famiglie stanno tutte bene. Le persone stanno bene, non saranno spezzate, non arretreranno di un passo. Battaglia in Burqa, la dignità e il fuoco sono in Burqa come se tutta la Palestina fosse la. Giovani vengono da ogni dove: Jenin, Jabaa, Araba, Yabad, campo di Jenin, Silat Al Dhahr, al Fandakoumieh, al Atara, Anza, al Zawiya, al Assa, Sanur, Mithloun, al Yamoun, Tulkarm, Noor al - Shams, campo di Tulkarm, Anabta, Beit Lid, Ramin, Bala'a, Kafr Rumman, Nablus, Deir Sharaf, Iginesinia, Zawata, Tell, Surra. Tutta la Palestina è quì. Fuochi nei cuori delle persone, basta un fiammifero per accendersi. Mahmoud al - Aloul, numero due di Fatah, grida: "Resisteremo fino al martirio". - Un dipinto molto bello, - scrive ancora Saleh nel suo racconto - cronaca dei fatti,  - venite a Burqa, venite alla bellezza. Salviamo Burqa! -. Il racconto ci dice quanto succedeva a dicembre passato, alcuni mesi orsono soltanto: le cose, però, non sono affatto cambiate, adesso; non cambieranno mai, a Burqa, forse (incursioni dei coloni, spari dei soldati, proteste e reazione della resistenza del villaggio). Il villaggio, da qualche giorno, ha un'altro (nuovo) "martire" che si chiama Ahmad. In realtà, tuttavia, non importa il suo nome ma quello che rappresenta; egli, cioé, avrebbe potuto chiamarsi Rafeef o Hisham, Bashir oppure Yousef, Amir, Mohammed, Nadim, Shady, Ahmed. Quel che importa, sopra ogni cosa, è che ve ne sia sempre uno nuovo, pronto a rimpiazzare quello precedente. Da queste parti, in fondo, non conta il giorno né il mese dell'anno, importa poco pure se sia inverno oppure estate, se faccia freddo o caldo: quel che importa è che vi sia sempre un nuovo martire perché è il solo, unico modo per andar avanti e resistere! 
    (fonti: If Americans Knew & contropiano.org, giornale comunista online).

    Taranto, 10 marzo 2022.

  • 06 marzo alle ore 16:42
    LA MADONNA DELLA LETTERA

    Come comincia: LA MADONNA DELLA LETTERA
    Tutto si può dire dei messinesi ma non che non siano religiosi, perlomeno formalmente. La manifestazione   della loro devozione si esprime soprattutto il quindici  agosto di ogni anno durante la processione della Madonna della Lettera. Già nei tre giorni precedenti in piazza Castronovo degli operai innalzano un baldacchino, i cotali si sentono  dei novelli Michelangelo e, senza successo avevano chiesto al Comune un’indennità speciale per il loro lavoro. Intorno alla cerimonia della ‘Vara’(nome modificato di bara) c’erano molti interessi anche ‘pelosi’. Sino a pochi anni addietro era gestita da mafiosi che  ‘consigliavano’ chi dovesse tirare i lunghi canapi cui era agganciata quell’enorme macchina piramidale appoggiata a terra con scivoli in legno. È l’illustrazione dell’assunzione in cielo della vergine Maria, circondata da angeli, in procinto di raggiungere l’Empireo. Non manca  l’immagine di Gesù Cristo che tiene nella mano destra l’Alma Mater materna. Alla base la scritta: ‘Vos et ipsam civitatem benedicimus’, frase il cui significato è ignoto a molti messinesi. All’interno della macchina degli ingranaggi che fanno muovere i vari personaggi. Per rendere le cerimonia più significativa erano presenti le autorità cittadine con  il corteo  preceduto da quattro Vigili Urbani con  tanto di gonfalone comunale. Quello che più colpiva della processione era i ‘tiratori’ della Vara, tutti in camicia bianca ed a piedi scalzi e l’immensa folla che stazionava da piazza Castronovo sino alla Cattedrale. Non tutti erano interessati solo alla cerimonia religiosa, la sera abbuffata generale con piatti tipici: stoccafisso, baccalà  e  pesce spada molto apprezzati dai messinesi. Alberto Parisi era in mezzo alla  folla, non che gli interessasse la cerimonia, appassionato di foto con la sua Canon riprendeva i personaggi più strani: quelli che si flagellavano (o facevano finta), altri in ginocchio che pregavano, alcune donne piangevano con alti lai. Un risolino ai lati della bocca di Alberto che, da buon ateo  anni prima era stato espulso da un collegio dei ‘Fratelli della Misericordia’ che miserdicordiosi non erano stati quando Alberto mise in dubbio che la vergine potesse vivere in cielo dove non c’era ossigeno. Altra ipotesi formulata da sempre da Alberto quella che fosse trasmigrata in cielo solo l’anima  ed allora dov’era il corpo? Queste ipotesi, confutate dai sacerdoti con giustificazioni speciose erano costate ad Alberto l’espulsione dal collegio.  Stanco della folla vociante, Alberto preferì trasferirsi in una strada laterale buia dove non c’erano persone, un po’ di quiete per le orecchie. Si accorse che fra due angoli di una chiesa due ombre si muovevano in maniera strana. Avvicinatosi, due ragazzi o meglio un ragazzo ed una ragazza si stavano dando da fare, lei piegata in avanti lui dietro a usufruire delle sue grazie. Al suo avvicinarsi il ragazzo scappò  più velocemente di uno scoiattolo, la baby rimase un attimo in posizione poi, visto che era rimasta sola e accortasi della presenza di Alberto, abbassò la gonna e prese a fare l’indifferente. Sono un maresciallo della Finanza, le tue generalità.” “Io non pago le tasse, ci pensa mio padre.” “Io sono oltre che ufficiale di Polizia Tributaria anche di Polizia Giudiziaria, ti contesto il reato di atti osceni in luogo pubblico e ti devo portare in caserma.” “Quante storie, ti faccio un pompino e la finiamo lì.” “Brava, così sono io che finisco in galera per ‘omissioni di atti d’ufficio!’ “Tu non ci guadagni niente, io sarei nei guai, i miei genitori sono cattolici, si trovano  davanti alla Cattedrale, se venisse fuori questa storia immagina tu, se sei religioso faresti un’opera di bene…” Alberto alla luce dei fari di una macchina di passaggio vide bene  la ragazza, era veramente piacente, alta, longilinea, un faccino infantile, naso piccolino, tette anch’esse piccoline,   pensò ad un futuro erotico e: ”Va bene dammi le generalità.” “Sono Sofia Boccadifuoco.” “Sarebbe facile fare delle battute sul tuo cognome, lasciamo perdere, ti accompagno a casa, dove abiti?” “Non molto lontano, in via Colapesce, forse è meglio che raggiunga i miei, ci diamo appuntamento per un’altra volta, prendi nota del mio telefonino,  dammi il tuo.” Un bacio alla grande pose fine al dialogo. “Se questa scopa come bacia…” Alberto, preso dal lavoro scordò l’episodio, mentre era in verifica ad una ditta squillò il suo cellulare: “Maresciallo Parisi.” “Lo sai che non conosco il tuo nome.” “Adesso sai il cognome, nome Alberto, In questo momento sono al lavoro, oggi pomeriggio sono libero, chiamami alle tre.” “Bel maresciallo mi piacerebbe vederti in uniforme,  che ne dici di venire a prendermi sotto casa, con la divisa faresti un bell’effetto soprattutto su mio padre vecchio militare.” “Ho una Abarth 595 grigio argento, all’ora prestabilita sarò sotto casa tua.” Sofia era in strada che aspettava, fece un cenno di saluto ai genitori affacciati al balcone, ci teneva a far vedere con chi usciva, avrebbe evitato il solito interrogatorio sui suoi amici maschi. “Siamo quasi ad un fidanzamento ufficiale, ora voglio fare lo spaccone con i miei colleghi, andiamo in caserma in via Cannizzaro, voglio far morire di invidia un brigadiere in servizio alla porta.” Alberto partì alla grande ed alla grande si fermò dinanzi al portone della caserma con stridio di gomme. Si  avvicinò il sottufficiale non simpatico ad Alberto il quale quando lo vide in compagnia di una ‘sorcona’ rimase basito poi: “Lo sa che non può posteggiare qua.” “Un attimo, vado nel mio ufficio, faccio presto.” Il bar era aperto, entrarono, Alberto:“Paolo una acqua tonica, questa è Sofia.” Al barista gli occhi vennero fuori dalle orbite, non fece pagare la consumazione con tanti ringraziamenti da parte della ragazza. “Non ho capito che siamo venuti a fare all’interno della caserma?” “Per mostrare ai ‘derelitti’ le mie capacità rimorchiatorie.” Tutti i finanzieri di  guardia erano  vicino al portone d’uscita a rimirare la conquista del maresciallo Parisi: “Buon pomeriggio ragazzi.” Sofia furbescamente diede la mano a tutti sorridendo,  Alberto era al settimo cielo. “Cara vorrei portarti a casa mia in viale dei Tigli, sono celibe, nessun problema.” Prenotata per un’altra volta, devo raggiungere i miei, teniamoci in contatto.” Due giorni dopo: “Indovina chi sono?” “’’Na mignotta!” “Non pensare di potermi offendere, diciamo che sono libera di costumi, se sei a casa vengo con la mia Mini.” “T’aspetto.” Sofia era un buon ‘manico’, raggiunse il cortile dove c’era l’abitazione di Alberto  sceso in strada per farla posteggiare. C’erano in giro gli addetti della pulizia. “Gigi sta arrivando una mia amica, per favore togli la tua auto dal numero dodici.” “Maresciallo non è il tuo posto!” “È quello del mio amico Gaetano che dopo la morte della moglie abita a Patti, raus!” Gigi malvolentieri spostò il camioncino appena in tempo per l’arrivo di Sofia con la Mini. “Maresciallo me lo potevi dire…” “Si ti dico: fatti i cazzarelli tuoi, sto scherzando sei sempre un amico.” Sofia era in minigonna mini mini e blusa scollatissima fece restare a bocca aperta gli addetti alla pulizia. “Fra loro ci sono dei padri di famiglia, se a qualcuno viene un infarto…” “Esagerato, per un paio di tette e di cosce…” Abito al penultimo piano entra in ascensore.” Sofia girò per tutta l’abitazione: “Complimenti per il buon gusto e la grandezza, quanti metri quadrati?” “Duecento, mi è venuta un’idea, dare una festa il pomeriggio di un sabato, vorrei che oltre ai  compagni di scuola ci fossero anche i tuoi genitori che ne dici?” “Sono d’accordo ma devi sapere che mia madre è molto religiosa, mio padre  si chiama Asdrubale ma tutti lo chiamano col secondo nome Vittorio, ha ottenuto la commenda e ci tiene a farlo sapere a tutti. Ha uno studio  di notaio a piazza Cairoli, , ha gli occhiali spessi come un  fondo di bottiglia,  una segretaria che si può definire:’La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte’ al contrario di tanti suoi colleghi pari età, insomma hai capito il tipo, regolati tu.” Il salone della casa di Alberto pian piano si stava riempiendo di giovani , per ultimo i due futuri ‘suoceri’ di Alberto. Vittorio una veloce stretta di mano al padrone di casa, Maria Luisa uno sguardo scrutatore. “Gentile signora spero di aver passato il suo esame, la vedrei bene come scrutatrice!” “Io sono prima di tutto una mamma, mi piace conoscere chi frequenta mia figlia, lei potrebbe essere il padre…” “Quindi nessun pericolo?”  “Non ho detto questo, da Sofia me ne aspetto di tutti i colori, spero nella sua buona stella.” Fra gli altri partecipanti c’era Lucio, quel cotale che la sera del quindici agosto era fuggito all’arrivo di Alberto. Sofia malignamente glielo presentò spiegando al padrone di casa chi fosse. Dopo un attimo di perplessità il maresciallo gli diede un buffetto sulla guancia: “Gira al largo da Sofia, è roba mia, fa pure rima.” Lucio vedendo la stazza di Alberto ben superiore alla sua fece un risolino e si rifugiò fra i suoi colleghi di classe. C’era un buffet alla grande, ognuno poteva servirsi a piacimento, solo bevande non alcoliche. Alberto si ritirò in cucina, la musica  rock era troppo alta per le sue orecchie. Fu raggiunto da Maria Luisa: ”Vorrei chiamarla solo Luisa, il nome Maria mi ricorda mia madre deceduta con mio padre durante un disastro aereo.” “Condoglianze anche se in ritardo, cambiando discorso cosa Sofia le ha raccontato di me?” “Tutto quello che è successo, le ho chiesto da sempre di essere sincera, di dirmi tutta la verità riguardo alla sua vita anche se tanti episodi…lasciamo perdere, posso chiederle che intenzioni ha?” “Rifacendomi ad un vecchio libro di dichiarazioni d’amore dell’ottocento: ‘Dal primo momento che l’ho vista’…è una frase un po’ di maniera e ridicola ma in questo momento non mi viene altro da dire…forse non ha capito, mi riferisco alla sua persona…” “Se ho compreso bene si riferisce a me?” “Esattamente, vedendo suo marito mi son fatto un’idea della sua vita sessuale, forse ci vorrebbe una scossa!” “Non sia ridicolo, non ho mai  cornificato Vittorio!” “There is alwais a first time!” Alberto preso da entusiasmo sessuale prese a baciare Luisa in bocca con gran meraviglia dell’interessata che non reagì…Nel frattempo il destino fece in modo di spingere Sofia a cercare Alberto e la madre, li trovò in cucina al culmine del loro approccio. “Mammina non sai quanto sia contenta in questo momento, Alberto ha la tua stessa età, io  cercherò non più l’avventura ma un mio coetaneo in gamba, finalmente potrò dar corso ad un tuo desiderio: diventare nonna ma sinora…” Un abbraccio ai due poi Alberto: “Ora che abbiamo il benefit di tua figlia andremo alla grande, quando potrai ci vedremo a casa mia, diventerà anche la tua e di Sofia, dimentica la teorie che ti hanno inculcato le ‘Ancelle Riparatrici’ nel cui collegio hai studiato. Nel mondo è dei singoli la responsabilità delle cattive azioni, le religioni sono state create dall’uomo per una sua necessità psicologica, rifugiarsi in esse nei momenti di difficoltà, fine del sermone.”Luisa rimase in cucina imbambolata con gli occhi fissi nel vuoto, in pochi attimi era stata rivoluzionata la sua vita. “Mammina capisco perfettamente il tuo stato d’animo, conosco Alberto sarà un eccellente compagno e soprattutto amante, torniamo a casa, stanotte dormirai male ma…dopo la cura di Alberto ‘nova  vita incipiam tibi.”

  • 06 marzo alle ore 10:22
    LA PIÙ BELLA SEI TU

    Come comincia: La professione o mestiere che dir si voglia del porno attore non viene esercitata in Italia per motivi vari, non ultimi il divieto non scritto ma sottinteso politicamente da parte dei ‘bacarozzi’ vaticani sempre pronti a parlare di moralità  dimenticando gli scandali di pedofilia dei suoi componenti. Alberto Minazzo trentacinquenne era un porno attore, il suo ‘teatro di posa’ si trovava in Cecoslovacchia, a Praga ma quando era libero dagli impegni di ‘lavoro’ ritornava nella città natale. A Roma si sentiva euforico, il soggiorno romano era per lui la panacea delle scocciature giornaliere. Proprietario di un trivani in via SS.Apostoli ereditato dai genitori faceva la vita di Michelaccio: mangiare, bere ed andare a spasso, pensava a risolvere tutti i suoi problemi Elvira la portiera peraltro ben remunerata. Una mattina in via Anagnina: “È lei il signor Alberto Minazzo?” “A sua disposizione signorina, in cosa posso esserle utile?” “Signora, sono Alessia Buonavolontà, una inviata della rivista ‘SETTE’ stampata a Roma, dovrei farle un’intervista, lo so è una noia, anche per noi giornalisti, solite domande retrive a cui avrà risposto tante volte per non parlare delle foto tutte uguali come stile: sorriso degli interessati a trentadue denti, altre di profilo tranne che per i possessori di nasi lunghi, in  questo caso inquadrature prese dal basso, per le orecchie a sventola uno scotch per farle avvicinare alla testa, per la bocca in dentro del cotone posto sotto le labbra.”  ” Proviamo allora a cambiare, le domande le faccio io, quante volte alla settimana scopa con suo marito?” “Che sta dicendo, sono in diretta col giornale non posso cambiare la conversazione!” “I lettori potrebbero essere curiosi di sapere da chi provengono le notizie ed avere anche delle  foto ‘significative’ dei corrispondenti soprattutto se si tratta di femminucce alle prime armi come lei, la vedo in crisi.” “Mi sto riprendendo, d’altronde devo farmi le ossa! Penso che lei sia la persona giusta in quanto a faccia tosta!” “Andiamo in una trattoria tipica romana situata qui vicino “Da ‘Sugamelo’ è un soprannome del padrone del locale,  il vero nome è Gigetto Nuvolari, nulla a che fare col campione automobilistico, poi si renderà conto del perché quell’eccentrico nome del locale.” All’entrata: “Carissimo, ancora una volta hai colpito, stavolta proprio nel centro, beato te cui piacciono le donne! Il solito menù afrodisiaco ma a te non occorre!” “Perché viene a mangiare qui, ci sono tanti  altri bei posti…”Mi piace essere sincero, Gigetto non mi fa pagare e il locale è frequentato da tanti di lui colleghi spassosi, si prendono per il culo fra di loro, nel senso che si prendono in giro, hanno il senso dello humour e poi guardali come sono vestiti, puoi scattare delle foto da inviare al giornale, sono uniche, farai un figurone.” Alessia fece il figurone previsto da Alberto, il giornale quella settimana andò a ruba soprattutto per le foto spassose e particolari, Alessia telefonò ad Alberto  per ringraziarlo dei suoi suggerimenti, mio marito Oronzo Cassano è pugliese, è impiegato alla Agenzia delle Entrate, se lei è d’accordo una domenica sera possiamo andare a cena insieme, stavolta il locale lo scelgo io, il mio direttore dopo il successo dell’ultimo numero vuole servizi particolari, fuori del comune, soprattutto di sesso, andremo al ‘Vello d’Oro’. Oronzo Cassano, pugliese, fu presentato dalla consorte ad Alberto, il locale prescelto era situato in una stradina laterale del Lungotevere della Vittoria, un’entrata a vetri colorati illuminata da tre  lampioncini ‘patriottici’ colori bianco, rosso e verde, di lato una scritta eloquente.‘È severamente vietato l’ingresso ai minori di diciotto anni.’ A far rispettare il divieto una specie di gorilla fatto uomo dalla folta barba e con alla cintura un manganello, controllava i documenti dei clienti che volevano entrare nel locale. Al guardaroba si depositavano sia i cappotti che mille Euro per la cena spettacolo compreso, ricevuta fiscale? Sconosciuta. Rivolta al marito:“Caro lunedì c’è lavoro per te.” “Io mi limito a fare una segnalazione alla Finanza, il resto del lavoro lo fanno loro.” Cena di buon livello servita a tavola da una cameriera in topless, la macchina fotografica fu da subito sequestrata ad Alessia che però si era scaltrita, aveva acquistato una piccolissima fotocamera una ‘Minox’ con zoom con cui riuscì a riprendere un po’ tutto il locale e soprattutto lo spettacolo. Alla fine del pasto musica brasiliana in sottofondo, entrata di bellissime donne sempre in topless che iniziarono a ballare  fra di loro, finale inaspettato, due delle danzatrici avevano qualcosa in più, un ‘batacchio’ peraltro di notevoli proporzioni, visione breve, le ballerine, trans compresi si ritirarono coperti di applausi. “Caro oltre la Finanza bisogna avvertire la Polizia!” “I finanzieri sono anche agenti di Polizia Giudiziaria, penseranno a tutto loro.” Ormai la strada giornalistica intrapresa da Alessia non poteva essere abbandonata,la signora pensò bene di mettere a frutto un ‘vizietto’ di suo marito, non quello del film ma l’abitudine di Oronzo al voyerismo, far masturbare la consorte e poi seguirla nello stesso campo. Alessia propose una triologia, tradotto lei ed Alberto a sollazzarsi sessualmente, Oronzo a far da spettatore masturbandosi e scattando anche delle foto significative alla  consorte ed amante, lui ogni tanto entrava in scena  con una maschera in viso. Considerata la sua professione era d’obbligo non farsi riconoscere soprattutto dai coinquilini di via XX settembre. Alberto, a digiuno da vario tempo alla nudità di Alessia rispose con un’alzata non di scudi ma di un ‘ciccio’ mostruoso agli occhi della signora che si limitò a dare direttive sessuali: “Prima il clitoride, solo dopo un mio orgasmo la penetrazione, sii delicato col quel cosone… Alberto constatò un clitoride piuttosto grande, fuori del normale e dire che lui in quel campo ne aveva di esperienza, Alessia lo meravigliò ancora con orgasmi ripetuti e lunghissimi, molto probabilmente il marito  la lasciava insoddisfatta. All’ennesimo orgasmo: “Cara non è che poi ti senti male!” “Ma quando mai, ho un record di undici, siamo solo a cinque!”Nel frattempo Oronzo aveva ripreso il vizietto preferito, si stava bellamente masturbando, la macchina fotografica con congegno di autoscatto intervallato  stava riprendendo tutti e tre. Alberto pensò ad una foto particolare al clitoride di Alessia ‘immerso’ in un mare di pelame, una foto fuori del comune che ancora una volta piacque sia al direttore che agli acquirenti della rivista. Alberto aveva l’arte fotografica nel sangue, propose  un servizio notturno sulla spiaggia di Torre Astura vicino Nettuno, spiaggia con  sabbia dorata nei pressi di  una pineta. Alessia protagonista senza vestiti  ma non il solito nudo, doveva Oronzo doveva riprendere con varie pose la signora impaurita che sfuggiva alle voglie di un sadico  ben ‘armato’, Alberto. “Caro la volta passata ho visto le stelle nel senso che non avevo mai provato un ‘batacchio’tanto grosso, non si lamentano la ‘attrici’ con cui lavori?” “Figurati, per guadagnare di più si girano anche di spalle.” “Vuoi dire nel popò?” “Esattamente tu che ne diresti?” “Pensiamo al servizio fotografico. Primo scatto: Alessia passeggia lungo la battigia vestita, secondo scatto le si avvicina un uomo che cerca di convincerla ad un rapporto sessuale, terzo scatto la donna cerca di scappare inseguita dal sadico, quarto scatto, il sadico la raggiunge e le strappa i vestiti, quinto scatto la donna nuda  mostra le sue nudità dotate di forte carica erotica, sesto scatto particolari del viso piangente con in risalto la fica ed il culo, settimo scatto arriva un cavaliere e la salva mettendo in fuga il sadico, ottavo scatto: finale sessuale fra i due. Il direttore ancora una volta apprezzò quelle foto che avevano maggior impatto sui lettori meglio di una ripresa cinefotografica. Il soggiorno a Roma di Alberto volgeva al termine, la notizia sconvolse Alessia che si era innamorata di lui. “Cara hai sempre saputo qual era la mia professione, in Italia non posso lavorare.” “Io non posso stare lontano  da te, vorrei seguirti a Praga.”  “In Cecoslovacchia la vita è difficile, non conosci la lingua, non potresti lavorare, io guadagno bene ma devo pensare anche alla mia vecchiaia, nessuno è più patetico di un ex attore porno!” “Nascerà una nuova coppia del porno internazionale, posso truccarmi alla grande, so scopare pure alla grande…” “Dovresti talvolta cambiare uccello…” “Non sono ancora così aperta di idee, a proposito di idee che ne diresti  di andare in Puglia, acquisire la residenza in una villa di mio marito, all’inizio potremmo portare con noi un uomo ed una ragazza giovani per girare pellicole porno, come copertura farli risultare  camerieri, accontenteremo anche Oronzo, lui da me accetta tutto, ha amici in alto grado e potrebbe farsi trasferire in un ufficio vicino casa sua a Lecce, gli farò tante coccole da convincerlo.” Le coccole funzionarono. Silvia e  Valerio due ventenni borgatari romani, invitati a esercitare, ben remunerati per girare film porno,  pur di uscire dal loro ambiente  accettarono entusiasti la proposta: vivere agiatamente in una villa sul mare facendo quello che erano abituati a fare gratis.
    Alessia conobbe  altri volatili di giovani meno grossi ma  molto performanti: ‘Juventus semper vincit’, non si tratta della squadra di calcio…

  • 05 marzo alle ore 18:00
    DUE BRASILIANE PARTICOARI

    Come comincia: Luigi Venuti portiere dello stabile in via degli Avignonesi n.21 a Roma stava per ‘lasciare la stecca’ dopo tanti anni di onorato servizio. Era diventato un vecchio un po’ curvo in avanti come tanti suoi coetanei. Con tanti dolori aveva resistito ma ormai non era più in grado di espletare il suo lavoro.  Benvoluto da tutti gli abitanti del palazzo stava passando di appartamento in appartamento per un saluto di commiato, stava raccogliendo in denaro la sua simpatia e la sua passata disponibilità verso tutti. Aveva visto nascere tanti bambini ormai adulti e sposati, un triste ritorno alla natia Isola del Liri, posto incantevole ma che non aveva più nessuna attrattiva per il buon Luigi, era rimasto solo al mondo. Dopo un giorno di ‘interregno’ due brasiliane, dichiaratesi madre e figlia si installarono in portineria accompagnate da Andrea Guerrieri amministratore del codominio. Il nome, che si adatta sia ad uomini che donne era indovinato per la sua persona: era un simpaticone, sempre elegante, dal sorriso facile e soprattutto dai modi melliflui tipici degli omosessuali ‘razza’ alla  quale apparteneva. Man mano che gli inquilini uscivano di casa e passavano dinanzi alla portineria venivano presentati alle due brasiliane di cui una, quella più avanti di età fece ‘strammare’ (veggasi Camilleri) i maschietti che gli venivano presentati, Larissa Gomez era la madre, Isadora Pereira la figlia. Un femminuccia al marito: “Ti piacerebbe brutto porco…” Un’altra: “Madre e figlia due puttane!” Il buon Andrea se la rideva sotto i baffi. Federico Andreottini, nessuna parentela col quasi omonimo politico, era proprietario dell’attico all’ultimo piano. Alla presentazione delle due brasiliane fu colpito da quella più giovane dal corpo infantile e dal  viso da bambola. Nemmeno lui comprese il perché di quella predilezione rispetto alla madre classica brasiliana da sfilata del Carnevale di Rio de Janeiro, incomprensibile soprattutto per un  ‘tombeur de femme’ come lui. Discendenti da nonni italiani le due brasileire comprendevano e parlavano l’idioma italico. Federico volle togliersi il dubbio per quella sua preferenza della ragazzina: “Caro Andrea che ne dici di andare a mangiare al ristorante ‘Paper Moon’, un benvenuto per dama e damina, andiamo a prendere la macchina in garage.” Federico era possessore di tre auto: un fuoristrada Jeep per andare a visitare  le sue tenute, una Mini Cooper per correre a Vallelunga ed infine una Bentley Mulsanne una berlina lunga quasi sei metri  difficile da posteggiare nella capitale. Fortuna volle che il ristorante prevedesse dei posteggi riservati alla clientela (con aumento sul prezzo finale del conto). Pranzo con piatti romani molto graditi dalle due brasiliane. Alla fine del pasto Andrea passò a Federico il conto stratosferico a lui presentato  da un cameriere molto gentile, troppo gentile…”Caro come ti chiami?” “Aurelio signore.” “Andiamo al bar ti offro un caffè.” “Sono in servizio signore, nequeo, volevo dire non posso, grazie comunque del suo gentile pensiero.” Perché Andrea aveva invitato al bar il cameriere, facile da comprendere, erano della stessa ‘tribù’. Al ritorno a casa Federico guidava la Bentley con al posto del passeggero Larissa. Andrea. “Mi piacerebbe tanto guidarla stà nave!” “Hai notato che l’auto ha le marce  automatiche, niente frizione.” “Io sono un mago del volante!” Pensiero di Federico: “Tu sei un mago del c…!” Fermata l’auto sulla destra, Federico: “Io passo nel sedile posteriore, spero che Zeus ci protegga, sono ancora giovane per andare agli Inferi!” Accomodatosi  dietro Federico ebbe a constatare che veramente Andrea sapeva guidare bene l’auto, si rivolse a Isadora: “Da quando ti ho conosciuto non hai spiccicato parola, sei timida oppure…” “La ragazza seguitò col suo silenzio, fece parlare un suo gesto, aveva posto la mano sulla pattuella dei pantaloni di Federico che sentì un movimento che indicava il suo  ‘ciccio’ interessato alla pugna. Risposta chiara, fatti non parole! Posteggiata l’auto Larissa: “È ancora presto per andare a dormire, che ne dice signor Federico di farci visitare il suo attico?” “Cara Larissa, per chi ci crede il signore sta lassù, io sono ateo,  diamoci del tu.” Già all’ingresso dell’abitazione Larissa sgranò gli occhi: “Mai vista tanta classe in un appartamento, complimenti!” Nel salone Federico pensò bene di omaggiare le due cariocas con musica del loro paese. Un CD con incise  musiche del carnevale di Rio de Janeiro fece venire della nostalgia alle due brasileire, Andrea d’impulso prese sottobraccio Larissa e: ”Scusate, ho da riferire qualcosa di privato a questa gentile signora.” Sparirono dalla circolazione nei meandri delle camere dell’attico. Federico rimase perplesso, forse Andrea era bisessuale, boh. “Ed ora cara bambina raccontami tutto di te.” “Ho sedici anni e non diciotto come risulta dai miei documenti, Larissa è un trans, l’ho incontrata ad un Comissariado de Policia Civil a Rio dove  io mi ero recata per denunziare il compagno di mia madre per stupro, mi aveva fatto ubriacare e poi…scusa, non sono dalla lacrima facile ma è stato un episodio che ha stravolto la mia vita. Larissa si è avvicinata a me ed abbiamo preso confidenza raccontato i nostri problemi:  doveva lasciare Rio perché perseguitata da un ex amante, io gli raccontai quello che mi era accaduto ed allora una proposta di madame: io son qui per avere un passaporto da cui risulti che sono donna e non un…mi costa un sacco di soldi ma devo risultare femmina dato che ho l’intenzione di stabilirmi in Italia, a Roma luogo di provenienza di mio nonno, se tu vuoi posso far avere a te un passaporto con la data di nascita da maggiorenne, a me farebbe comodo risultare che ho una figlia.” “Ho accettato, in Brasile avrei avuto molti problemi, in seguito alla mia denunzia di quel maiale, avrei subito interrogatori da parte della Policia e dei Giudici in Tribunale, mi aspettava una vita d’inferno e poi sarei rimasta sola, mia madre. Sei stato molto gentile con noi, hai una casa da sogno!” “Ti dispiace venire nella mia camera da letto, vorrei vederti nuda.” Isadora seguì Federico, giunti all’interno della stanza matrimoniale Isadora si spogliò nuda, un corpo da bambina, poche tette, pochi peli sul pube, lunghi capelli castani prima raccolti in una crocchia. Federico ebbe una reazione improvvisa o meglio il suo ‘ciccio’ …Anche lui si spogliò nudo, si domandò se fosse diventato un pedofilo, preferì usare la bocca della ragazza,  ragionando aveva pensato che se fosse entrato nel fiorellino poteva doversi addossare una eventuale gravidanza della ragazza dovuta invece allo stupro subito. Isadora con la bocca piena di sperma si recò in bagno, usò un colluttorio trovato sulla etagere e rientrò in camera. “Ti va se ti bacio in bocca?” La ragazza non si fermò alla bocca, pian piano scese più in basso, riprese ‘confidenza con ‘ciccio’ ancora in alto, Federico  fece il bis. Morfeo involse tra le sue spire i due, alle dieci del giorno dopo il sole colpì in viso Isadora che si rivestì in fretta e ritornò nell’appartamento in portineria. Federico aprì gli occhi a mezzogiorno quando Filippa, la cameriera, bussò alla porta: “Signore è mezzogiorno ho preparato il pranzo per due, c’è qualche invitato?” La sun of bitch ormai era abituata alle avventure del suo datore di lavoro. “Sinceramente non lo so, avevo inviato mamma e figlia da me poi mi sono addormentato.” Federico non gustò molto le leccornie preparate da Filippa, il suo pensiero  era altrove, uscì di casa, nessun incontro, la neo portiera e la  ‘figlia’ non erano all’ingresso, andò in garage, mise in moto la Mini e partì sgommando, un modo per sciogliere la tensione, ben presto si calmò, dinanzi al traffico romano fu costretto a seguire le auto incolonnate che lo precedevano. Rottosi i ‘zebedei’ decise il rientro fra le mura domestiche. Nemmeno stavolta incontrò  le due brasiliane, da lontano vide Larissa a colloquio con i signori del piano sottostante al suo attico, finito il colloquio la brasiliana lo notò affacciato alla ringhiera delle scale, fece un piano a piedi e: “Vorrei parlarti, andiamo nel tuo appartamento.” “Caro il mio signor Federico ho notato la tua preferenza per mia figlia, insomma per Isadora, guarda che non è maggiorenne, datti una regolata, potresti essere suo padre.” Federico non replicò ma comprese il sottofondo della frase, tu sei ricco, molla i soldi! Il signore ripensò al detto romano: ‘parcere subiectis et debellare superbos’, forse poteva adattarsi al suo caso, Larissa stava alzando troppo la cresta. Si incontrarono a cena, finita la pappatoia. “Cara Larissa sinceramente non ho apprezzato le tue parole, io sono magnanimo con chi mi dimostra amicizia ma inflessibile verso chi cerca di ricattarmi, scegli tu senza dimenticare i tuoi problemi e quelli di Isadora, compris?” Larissa comprese e si adeguò, si trovava in terra straniera e con documenti falsi, aveva tutto da perdere a prendere di punta Federico, meglio prenderlo con le pinze. Dopo cena, i tre rilassati sul divano, Larissa in mezzo ai due guardava con occhi languidi il padrone di casa. La ‘figlia’: “Papino non ti accorgi che mia ‘madre’ ti sta facendo la corte, ha un bel popò e da quello che mi risulta…Era la prima volta che la ragazza lo chiamava con quell’appellativo e soprattutto che aveva fatto il tifo per Larissa, gli aveva messo una pulce nell’orecchio…Andò a dormire,ricordò il vecchio detto: ‘I sogni son desideri’, cercò di scacciare tutti i pensieri, non ci riuscì, scese dal letto, doccia e barba, era ancora buio, scese in autorimessa, la Bentley  serviva al caso suo, le strade di Roma erano semi deserte, un vigile urbano non lo fermò anzi lo salutò con la mano sul berretto, forse abbagliato da quell’auto importante, probabilmente aveva pensato che appartenesse un’ambasciata estera. Girava per la capitale senza una meta precisa, stava sorgendo il sole, mise in funzione il navigatore satellitare, si trovava a Prima Porta, mai stato, alcuni tuguri lo riportarono alla realtà, che differenza col suo quartiere, pensò alla vita di quei poveracci che abitavano in quella zona, questo gli fu di consolazione alle sue ambasce, riprese ad essere ottimista e con l’aiuto del satellitare riuscì a rientrare a casa. Un sospiro di sollievo, non aveva le chiavi del portone principale, suonò il campanello della portineria…venne ad aprirgli il portone una Larissa scarmigliata e mezzo insonnolita. “Chi cacchio…”si fermò, “Scusami non potevo immaginare…non ti dico buona notte perché ormai è giorno, posso farti un caffè, entra nella mia dimora.” Un letto matrimoniale vuoto, Isadora evidentemente riposava in un’altra stanza. , il caffè era buono, Larissa era in vestaglia piuttosto trasparente, si immaginavano i seni ed anche il pube, Federico andò in tilt, ‘ciccio’ lancia in resta, la portiera comprese la situazione, “Vado un attimo in bagno.” Non fu un attimo ma quel tempo servì a Larissa per diventare più appetibile anche se con una nerchia incredibilmente grossa che fece impressione a Federico, fu rassicurato. “Questo non è per te ma per il tuo amico Andrea, in tuo onore niente pomata nel popò, voglio gustarti in maniera naturale.” La signora cominciò  con movimenti circolari, fece impazzire ciccio’ che si prese la soddisfazione di due orgasmi consecutivi, era da tempo che non provava quella sensazione. Era apparsa Isadora in slip senza reggiseno, “Non credo ai miei occhi, hai capito papino, madre e figlia!” Dopo un passaggio in bagno Federico si rivestì, rimase nella casa della portiera, era l’ora che gli inquilini lasciavano la loro abitazione, non aveva alcuna voglia di incontrare qualcuno. Fece una sostanziosa colazione, doveva recuperare le forze, era seduto su un divano. Isadora si presentò e si sedette sulle gambe di Federico. “Papino caro, una promessa  quando vorrai anch’io sono disponibile, è passato anche il ‘marchese’ e potrai usufruire dei due buchini, considera che il popò non è stato mai usato da nessuno!” “Chi ti ha detto che le mestruazione in gergo volgare si chiamano marchese?” “Non ci crederai ma Andrea voleva visitare il mio culetto, non mi avevi detto che era gay, forse dinanzi ad un popò femminile …”  
     
     

  • 05 marzo alle ore 17:03
    LA FELICITÀ

    Come comincia: Avevano bussato con i pugni alla porta d’ingresso, sicuramente si trattava di amici, solo loro non suonavano il campanello. Alberto Marcucci, santiando, scese dal letto, aveva abbandonato malvolentieri il suo calduccio, era una domenica di febbraio. Dallo spioncino riconobbe Lavinia De Scalzi la portiera del palazzo, tipo invadente.  “Caro Alberto ben alzato, ti chiedo un favore e poi puoi tornare al caldo del letto, pigrone!” Lavinia  si era arrogata il diritto di dargli del tu, aveva giustificato la sua invadenza col fatto che nelle Marche dove abitava prima di trasferirsi a Roma tutti si davano del tu, vecchi, giovani, poveri e ricchi. Ad Alberto poco importava l’abitudine marchigiana ma per togliersela di mezzo: “Dimmi che ti serve e poi levati dai…” “Il signore è nervoso, forse ti manca la ‘cocchia’, sono a disposizione.” Alberto ancora dormiva in piedi, Lavinia capì male: “Forse preferisci il culo?” “Ti ripeto dimmi quello che ti serve e poi…” “Trentamila Euro me li presti?” “Alberto riprese il suo spirito di moqueur: “Anch’io cerco chi mi faccia  un prestito, conosci qualcuno?” “Con me non attacca, sei ricco, tua moglie ti ha fatto becco ma ti ha  lasciato casa e tanti quattrini e pure una macchina giapponese, non fare lo spilorcio!” “Hai qualcosa di più appetitoso oltre te?” “Mia figlia Beatrice, ha quindici anni,  è ora che cominci ad aiutare la famiglia!” Alberto rimase basito, quella era capace di dire la verità, andò in camera, prese il libretto degli assegni, ne staccò uno, trascrisse  la cifra richiesta, lo porse alla sfacciata richiedente e chiuse la porta sbattendogliela in faccia, non c’era nessun aggettivo per classificarla o meglio si: ‘prosseneta!’ Il palazzo dove abitavano a Roma Alberto, Lavinia e Beatrice si trovava in via  Paolina, la scuola dove Alberto insegnava lingue alla scuola media Manin era in via dell’Olmata, non molto lontano. Alberto aveva qualche volta intravisto la piccola Beatrice, era ancora un pulcino, quella proposta della madre gli faceva ribollire il sangue, non era giustificata dal fatto che a mamma Lavinia si poteva attribuire il detto latino: ‘mater semper certa est pater nunquam’, insomma  era stata abbandonata da chi l’aveva messa incinta, questo il motivo del suo livore verso gli uomini. Il pomeriggio successivo il campanello della porta, Alberto non aspettava nessuno, non dava lezioni private, non aveva bisogno di soldi. Dallo spioncino riconobbe Beatrice, aprì la porta. Prima che potesse aprire bocca la ragazza: “Mia madre mi ha detto di venire a casa sua per…giocare con lei, tutto quello che lei vuole.” Stà figlia d’introcchia, maledetta, che razza di madre! “Entra cara, potremo fare insieme i tuoi compiti.” Era ancora in casa a fare i servizi la cameriera Adele che non si meravigliò della venuta della ragazza, sicuramente per ottenere delle ripetizioni. Ormai d’abitudine il pomeriggio Bea andava a casa del professore dove spesso anche pranzava, la madre  era d’accodo con quella soluzione, a dir suo lei andava in giro a fare pulizie nei palazzi vicini. Venne la primavera e con essa  un clima più temperato, Beatrice vestiva in maniera più leggera, semplici camicette ed anche una minigonna, per lei una novità. Alberto praticamente le faceva da padre, la mattina a scuola, il pomeriggio impegnato con la bimba che bimba non era più, stava crescendo, dava del tu ad Alberto il quale non aveva il tempo materiale per invitare qualche vecchia ‘amica’, insomma andava in bianco.  Lavinia domandava alla figlia se avesse rapporti intimi col professore, “Mamma può essere mio padre!” “Quel delinquente di mio marito chissà dov’è finito, spero all’Inferno.” Quella domanda materna spinse Beatrice a guardare in maniera diversa Alberto, potevasi essere si suo padre ma era ancora un bell’uomo, i suoi compagni di classe erano dei bamboccioni, nessuno di suo gusto. Un pomeriggio: “Alberto tu chiudi gli occhi, per te una sorpresa!” Alberto obbedì, pensava ad un regalo,  poco dopo si trovò le sue labbra incollate a quelle di Beatrice, una sensazione mai provata, aprì completamente la bocca e la lingua della signorina gli penetrò all’interno, baciava come un persona grande. Fu Alberto che si staccò per primo: “Ti rendi conto di quello che abbiamo fatto, roba da Codice Penale!”  “Sinché non troverò un fidanzato di mio gusto lo sarai tu!” Molto cambiò nel rapporto fra i due, appena entrata in casa di Alberto questi si beccava un bacio alla grande ma la situazione si modificò come volle la ragazza che un pomeriggio ‘dimenticò’ di indossare gli slip, si piegò dinanzi ad Alberto che si trovò di fronte…Reazione inaspettata di ‘ciccio’ che portò Beatrice a battere le mani: “Sei ancora un vero uomo, sarai il primo!” La buona cena preparata da Adele non attirò più di tanto Alberto, al contrario di Beatrice che ‘spazzolò’ tutti i piatti, ananas compreso. Si sedettero sul divano dinanzi la TV. “Non è possibile tutte sté cattive notizie, chiudi gli occhi, non fare storie, ormai sei mio.” Conclusione, un ‘ciccio’ inalberato fu tratto da Bea fuori dei pantaloni di Alberto che pensò:”Era destino, ormai Bea ha sedici anni…” La ragazza dimostrò un’esperienza che stupì Alberto, ricevette in bocca lo sperma e lo ingoiò poi: “Pensavo peggio, ha un buon sapore!” Un avvenimento venne a modificare l’idillio, Lavinia un pomeriggio che la figlia era uscita per far delle compere bussò a casa di Alberto. “Ho dei problemi gravi da risolvere, ho bisogno di soldi, devo sparire da Roma,  subito cinquantamila Euro, devi prestarmeli, sarà un compenso per le prestazioni di mia figlia!” “A parte che tua figlia non mi ha effettuato nessuna prestazione, da quello che ho compreso devi andar via da Roma per sempre, ecco un assegno  di cinquantamila Euro ma intendo regolarizzare in qualche modo la mia posizione e quella di Bea, una scrittura privata in cui dichiari che hai da me ricevuto prima trenta poi cinquantamila Euro e che io sarò il tutore di tua figlia sino alla maggiore età.” Lavinia non se lo fece ripetere, su un foglio di carta protocollo mise nero su bianco quanto richiesto da Alberto, prese l’assegno  e sparì dalla  circolazione, un sollievo da parte di Alberto e di Beatrice che al rientro in casa seppe delle ultime novità. Dopo due giorni fu assunta una nuova portiera, Giovanna Samperi ribattezzata da Alberto Giovannona, nubile, era di stazza notevole e di buon carattere. Beatrice trasportò i suoi averi in casa di Alberto, c’erano armadi a sufficienza ed anche letti ma i due usavano solo quello matrimoniale. “Papi nella mia classe è giunto un siciliano, è simpaticissimo col suo dialetto anche se qualche parola non lo capisco, per esempio talvolta dice: ‘Cam’a fari’ per dire cosa dobbiamo fare, nel nostro caso ti dico: ‘Cam’a fari?” “Lo sento come un ultimatum, sono del vecchio stampo e non sono andato mai con una vergine…” “La vergine non vuole restare ancora   vergine a vita, non tirare fuori la storia che sono minorenne, mancano pochi mesi al fatidico giorno, la mia passerina sta scalpitando, datti da fare, son sicura che sarai delicato…” Quello di Beatrice era una specie di ultimatum, Alberto pensò a problemi pratici: usare un preservativo, sembrava volgare per la prima volta di una ragazza, acquistare pillole anticoncezionali? Ci voleva troppo tempo perché facessero effetto.”Caro ti leggo in viso quello che pensi, tu prova a fare marcia indietro, se accadesse che…vuol dire che era destino.” Il giorno scelto era un sabato pomeriggio, Beatrice era  lavata e profumata, fece tutto lei, si mise a cavalcioni del coso di Alberto inalberato e pian piano raggiunse l’obiettivo, nessun lamento da parte sua, era una dura. Giugno, la fine delle lezioni coincise con il compimento del diciottesimo anno di Beatrice, la ragazza avrebbe voluto festeggiare con i compagni di classe, Alberto gli propose un’alternativa: andare in villeggiatura nelle isole Eolie non ancora affollate come nei mesi estivi.  A Milazzo  posteggio dell’auto in garage, dopo due ore di aliscafo sbarco nell’isola di Panarea, sul molo un cartello indicava la strada per  l’albergo, ‘Ulisse’ c’erano ancora stanze disponibili. Cena nel vicino ristorante che dava su una scala in cemento in fondo alla quale c’era una caletta, piccola spiaggia di cui usufruivano principalmente gli ospiti dell’albergo-ristorante. Beatrice abbracciò Alberto,: “Mi hai portato in un Paradiso, stasera…razione doppia!” La ragazza aveva sfoggiato un bichini mini, dove l’aveva acquistato? Ovviamente a Roma, la baby mostrava un popò in bella vista, solo un filo dietro  ed un ‘francobollo’ davanti con pube rasato. Alberto non sapeva se essere orgoglioso della sua compagna o preoccupato, in giro c’erano molti giovani bellocci ed eternamente  a caccia di femminucce, Bea era un preda molto appetibile. I due baciati dal sole pomeridiano erano soli nella caletta quando sentirono il rombo di un motore, si stava avvicinando, uno yacht che però non raggiunse la riva causa il pescaggio.  Un gommone a remi fu messo in acqua dall’equipaggio, sopra un uomo e una signora non più giovane, il gommone si arenò vicino ad Alberto ed a Beatrice i quali si alzarono in piedi. Con accento napoletano il giovane “I signori sono il comitato di benvenuto, è la prima volta che approdiamo a Panarea.” “No, anche noi siamo dei turisti.” Dopo le presentazioni: “Alberto Marcucci, Beatrice De Scalzi la mia compagna.” “Sono Ciro Esposito, mia madre Eloise Dubois, è francese, non parla italiano., restate pure comodi.” Ad Alberto parve strano che la dama non conoscesse la lingua italica: ”Je suis Romanò, professeur de langues,  considerant que vous non connessez pas l’italien nous parleron avec votre langue.” Nessun riscontro da parte della dama, Alberto ebbe modo di comprendere il suo atteggiamento in seguito. “Ci siamo abbastanza abbrustoliti, noi rientriamo sullo yacht, appuntamento al ristorante per la cena.” Tutti e quattro con abbigliamento sportivo si presentarono al ristorante, furono accolti dal capo cameriere: “Sono Bartolo il capo cameriere,  per voi questo tavolo a destra.” Ciro: “Se possibile ne vorremmo uno più grande.” “Non ci sono tavoli liberi..” Intascati cinquanta Euro: “Signori potrei sistemarvi in un tavolo rettangolare in fondo alla sala, è poco illuminato, dovrò farlo apparecchiare, ha un inconveniente solo due sedie, dall’altra parte una panchina.” “Aggiudicato io sono Alberto.” “Bene signor Alberto…””Niente signore, per il menù faccia lei, unica eccezione niente baccalà e stoccafisso, se possibile nel primo piatto capperi locali, mi piacciono molto.” Alberto fu accontentato: antipasto di polpo con capperi, pasta corta con melanzane fritte e capperi, secondo frittura mista di pesce azzurro e mezza aragosta a testa,  insalatona e vino Bianco di Salina I.G.T.” Ciro: “ Niente caffè non mi fa dormire.” “Perché tu hai voglia di dormire? In villeggiatura si va a letto alle cinque di mattina!” Così Bea si era espressa ridendo, che avesse qualche idea in testa?” Ciro prese la palla al balzo: “Se ti va potremmo andare nell’isola di Basiluzzo dove Antonioni nel 1959 ha  girato il film l’Avventura’ con Monica Vitti, mi hanno informato che c’è ancora una capanna da loro messa su per esigenze cinematografiche.” “Approvato, caro vuoi venire anche tu?” Ad Alberto si era stretto il cuore, immaginava come poteva andare a finire quella gita.” “No cara, ho sonno vado a dormire., messieurs bonne nuit!” “Che buona notte buona notte, non mi va di dormire da sola…” “La muta dei Portici ha ripeso la voce, grande sceneggiata, per qual motivo?” “Ce l’avevo col mondo, quel porco di mio marito mi ha lasciato per una compagna di università di mio figlio, odio gli uomini…” “Allora non posso esserle d’aiuto, di nuovo…” Alberto fu preso a braccetto da Eolise: “Dov’è la sua stanza?” “Più avanti due isolati.” “Vediamo com’è il letto, abbastanza morbido, io vado in bagno, seguimi.” Ad Alberto quelle parole sembrarono più degli ordini, era confuso che più confuso non si può ma allorché vide Eloisa nuda aprì bene gli occhi, aveva ancora il corpo da giovinetta, longilinea, tette piccole, aggraziate, vita stretta, pube  tipo foresta nera, si convinse che madame andava accontentata. E così fu. “Sii gentile, è da tempo che…” “Dovrò togliere le ragnatele, vieni sul letto porcona!” Così iniziò la liaison fra i due, Eloise aveva recuperato la voce, Alberto una ‘maialona’ che dopo due ore lo lascò senza forze. Alle sette di mattina Alberto aprì gli occhi, passata la tempesta sessuale la normalità riprese il sopravvento nel suo cervello, immaginava quello che poteva aver fatto Beatrice, si vestì, andò al bar. Dietro la macchina del caffè Bartolo che:”Buon giorno signor Alberto, ci sono i cornetti freschi, le preparo un buon cappuccino.” La parola ‘cornetti’ fece sorridere Alberto, richiamava il fatto di come doveva aver passato la notte Beatrice sullo yacht coccolata anche dalle onde che dovevano aver reso più piacevole il soggiorno. Poco dopo dalla scalinata spuntò la baby fresca come un rosa. “Buon giorno amore mio, ho una fame da lupo, buon giorno Bartolo pure a me un cappuccino con tre cornetti, devo recuperare le forze…nel senso che ho fatto la salita per arrivare sino a quassù!” “Alberto sono stata e voglio essere sincera con te, nella capanna dell’isola Basiluzzo non c’era nulla per poter riposare  siamo ritornati in rada, prima di venire quassù mi sono lavata i denti ed ho sciacquato la bocca con un disinfettante.” Tradotto gli ho fatto anche un pompino.  Alberto non era più nemmeno meravigliato, solo rassegnato, comprese che la gioventù di Bea avrebbe preso il sopravvento e che lui, pur essendo il ‘suo grande amore’ doveva accettare qualche capriccio giovanile. A pranzo l’atmosfera era cambiata, Eolisa aveva ripreso a parlare in italiano sfotticchiata dal figlio.”Vedo mammina che la cura di Alberto ha avuto successo meglio che se fossi andata a Lourdes!” Il pomeriggio tutti sbracati sulle comode poltrone della sala da pranzo nel frattempo sistemata a pista per il ballo della sera. Tutti ad occhi chiusi ad assaporare il ‘post prandium.’ Ad Alberto venne in mente la trama di un romanzo francese dell’ottocento in cui un uomo piuttosto attempato si era innamorato di una giovanissima, l’autore del libro aveva sottolineato la pateticità di quel povero vecchio, Alberto si rivide in lui, una tristezza! Una mattina durante la colazione: “Alberto e Beatrice, ‘la favola breve è finita’ come scriveva il Carducci, io sono proprietario fra l’atro di una fabbrica di pasta a Gragnano ‘ pasta ‘Mangione’ il nome gliel’ha data mio padre, voi siete invitati permanenti a casa mia, se volete potete venire anche adesso con noi con lo yacht. Anche madame Eloise si associò alla richiesta del figlio, evidentemente aveva un buon ricordo di Alberto che  rispose anche a  nome di Beatrice: “Vedremo in futuro quando saremo a Roma, bon voyage.” Il saluto di Beatrice nei confronti di Ciro fu un pó troppo affettuoso perlomeno così apparve ad Alberto. Il giorno successivo Beatrice appariva nervosa: “Non mi sento più di rimanere a Panarea…” Il suo desiderio di ritorno nella capitale fu esaudito da Alberto che  comprese che qualcosa di  importante era avvenuto nella mente della baby, si era innamorata del bel napoletano. Si era iscritta all’università nella facoltà di lingue, non si applicava molto nello studio, la frequenza le serviva soprattutto per uscire di casa, i rapporti con Alberto era diventati superficiali e di facciata, Alberto se ne accorse, inutile non guardare in faccia alla realtà. Il non più giovane se ne accorse e: “Cara penso che una gita in Campania ti farebbe bene, ho prenotato via web un biglietto del treno che parte domattina alle otto.” Era quello che lei desiderava. La mattina alle sette: “Ho chiamato un taxi non mi sento di guidare.” Il motivo era un altro, non sopportava i  saluti alla stazione che probabilmente sarebbero stati gli ultimi. Al citofono: ”Taxi”. “Caro ti darò mie notizie”, un abbraccio, non un accennò alla data di un suo ritorno. In seguito rare telefonate, una per comunicare ad Alberto che si era iscritta all’Università di Napoli e che si stava impegnando molto nello studio, voleva essere indipendente. Anche se in profonda crisi esistenziale una volta per telefono Alberto ritrovò il vecchio spirito umoristico: “Cara è buona la pasta Mangione?” “La ragazza colse la battuta. “Ne mangio poco e raramente, sono dimagrita.” Alberto non andava più ad insegnare, in aspettativa per motivi di salute, non usciva più di casa, si affidava a Giovannona cui aveva dato le chiavi di casa. La fune troppo tirata una notte si spezzò, infarto mortale, sul viso di Alberto erano rimasti i segni della sua tragedia, il volto riassume i problemi del corpo. Lontani parenti di Alberto si presentarono alla sua abitazione, sapevano che era scapolo e loro erano i soli consanguinei  conosciuti. Una sola persona oltre Bea conosceva la situazione personale di Alberto, il notaio Caio Baldi che appresa la notizia da Giovanna,  si precipitò in via Paolina, comunicò ai parenti allibiti le ultime volontà scritte di Alberto, tutti i suoi averi ad una certa Beatrice De Scalzi, specificato il numero del cellulare. La notizia giunse via telefono da parte di Giovanna a Bea che rimase sconvolta ma non se la sentiva di andare a Roma e sopportare la cerimonia del seppellimento della salma, inviò sul conto corrente della portiera la somma per pagare i funerali. Pian piano Beatrice si rese conto che causa della morte di Alberto poteva essere attribuita al  comportamento di lei, d’istinto abbandonò la Campania e la pasta ‘Mangione’,  rientrò a Roma. La lezione l’aveva cambiata profondamente, si laureò, prese ad insegnare e si iscrisse ad una associazione che assisteva i poveri, era ricca senza merito e elargendo il suo denaro ai derelitti le serviva per cercare di cancellare quel sentimento di angoscia che lo accompagnò per tutta la vita.
     

  • 05 marzo alle ore 13:13
    INTRIGHI PASSIONALI

    Come comincia: Alberto la domenica aveva ricevuto dal papà Armando la paghetta settimanale oltre che il vestiario nuovo invernale compresi gli scarponcini, si sentiva un dandy inglese. Aveva scelto di passare il pomeriggio al Cinema Golden dove proiettavano un film con Ava Gardner sua grande passione, trattava della occupazione degli inglesi in India, la Gardner recitava la parte di un mezzo sangue. Vicino di posto in galleria una signora belloccia, non guardava il film, parlava in continuazione con un suo vicino forse il marito. Finita la proiezione del film  Alberto seguì la coppia che usciva dal cinema, la signora lo squadrò e poi: “Questo è un mio biglietto da visita, sono titolare di un negozio di abiti da donna francesi, anch’io sono francese, per favore dia il cartoncino a sua madre che penso apprezzerà i miei abiti.” Da vicino ed alla luce la signora sembrava anche più affascinante, Alberto appena maggiorenne  i suoi sollazzi li passava in  case di piacere, quella bella dama se la sarebbe fatta volentieri, una fantasia… A casa: “Mamma fuori dal cinema ho incontrato una signora mi ha dato stò biglietto da visita, ha un negozio di haute culture francese, se vuoi ti ci accompagno. “A me non la si fa, dimmi la verità com’era la signora?” “Una delle tante.” “Va bene accompagnami.” Amélie Moreau era la moglie di Aubert Martin un attaché dell’Ambasciata Francese a Roma. Lei in persona accolse Bianca Rinaldi e suo figlio Alberto Massaccesi all’ingresso della boutique. “C’est un plaisir accoglierla nel mio negozio, ho conosciuto suo figlio fuori del cinema Golden, un simpatico ragazzo. si guardi intorno se le piace qualche mio vestito, ho delle riviste di moda, possiamo confezionare abiti anche su misura.” La mamma di Alberto scelse due vestiti, erano adattati alla sua persona. “Mamma verrò io a ritirarli.” Appena fuori dal negozio: “Brutto bugiardo quella signora era una delle tante, ci hai lasciato gli occhi!” Il sabato successivo Alberto andò nella boutique di Amèlie per ritirare gli abiti materni, erano già stati già pagati dalla madre.” “Prima di uscire:”Signor Alberto per favore venga nel mio ufficio, vorrei conoscere  il suo cognome.” “Meliconi.” “Mi sembra sia un tipo affidabile, ho un problema, mia figlia Danielle  ha sedici anni ma dall’aspetto ne dimostra di meno,. Il trasferimento a Roma l’ha resa più musona, non esce di casa ma da ottobre dovrà frequentare la prima classe di un istituto che io e mio marito non abbiamo ancora scelto.” “Il prossimo anno scolastico frequenterò il secondo anno del liceo classico presso la  scuola paritaria San Giovanni Battista, sua figlia potrebbe iscriversi alla quarta ginnasiale, faremmo la strada insieme, me la fa conoscere?” “Danielle s’il te plaît viens ici.” Aveva la ragione Amélie, la ragazza dimostrava meno anni della sua età, i capelli a  treccia che nessuna ragazza esibiva più a quell’età, scarpe nere senza nemmeno l’ombra di un tacco, calze bianche corte, vestiti anonimi. “Gentile signora lei ha una boutique…” “È la signorina che non ne vuole sentire, ci ho provato varie volte a farla vestire a gusto mio, rien à faire!” “Danielle dovremo frequentare lo stesso istituto, se ti presenterai vestita in tal modo ti beccherai un sacco di pernacchie da parte delle altre studentesse!” “Quelles sont les pernacchie?” Alberto si esibì in un pernacchione con la bocca:” “È questa che hai sentito, per il vestiario nuovo da giovanetta vai con tua madre in via del Corso e poi da un parrucchiere, domani sarai un’altra!”Il giorno dopo era un’altra, Alberto la accompagnò nella classe quarta B, la presentò al professore che stava per iniziare la lezione:. All’uscita: “Com’è andata?” “Così così, devo imparare  a fare amicizia, le mie colleghe si conoscono quasi tutte fra di loro.” “Com’è che parli così bene l’italiano?” “Era italiana mia nonna Vincenza, tutti in famiglia lo parliamo, per questo motivo che mio padre ha scelto di venire a Roma.” Arrivati a casa Danielle fu abbracciata dalla madre.” “Maman sembra che io ritorni dalla guerra, ho il mio cavaliere che mi difende, vero Alberto?” Amélie abbracciò anche Alberto, voleva così ringraziarlo per aver cambiato completamente la vita di sua figlia solo che non pensò che Alberto aveva i suoi problemi per non aver accontentato ‘ciccio’ dal molto tempo, il ‘signorino’ capì male e all’interno dei pantaloni si creò un bozzo rilevato dalla signora che di colpo si staccò dal giovane. “Caro vuoi mangiare con noi?” “Sarà per un’altra volta, mi aspetta a casa mia madre.” Così finì il loro primo incontro ravvicinato ma nessuno dei due lo dimenticò. Alberto a casa sua si arrovellava per raggiungerla la meta agognata, ‘la cognata…’ no quella era una battuta di Rascel. Il medico di famiglia dottor Sandro Pileri accondiscese a firmare in falso attestato di una malattia inesistente di Alberto, riposo per due giorni: “Non di più, non voglio guai, chissà dove vai.” Alberto nel frattempo era riuscito a prelevare un ricettario del medico, gli sarebbe servito in futuro. Un piano ben preciso: Alberto per una settimana ‘pompò’ quasi tutto il programma dell’intero anno, gli bastava leggere una volta una pagina per ricordarla per sempre, aveva un memoria formidabile, Pico della Mirandola gli faceva un baffo. Date le continue assenze al rientro in classe i professori lo interrogavano sempre ma rimanevano scornati, Alberto era preparato e così smisero di assillarlo. Dove si recava Alberto durante le ‘licenze’ dalla scuola? A casa di Amélie che lasciava il negozio in mano  ad una commessa fidata. La signora si era abituata alla presenza del giovane, anche lei ogni giorno di più cominciava a provare qualcosa per Alberto, quel qualcosa che gli mancava completamente con suo marito il quale,  ufficialmente,  la sera aveva come amusement di recava a giocare a carte con gli amici. Metti del legno vicino al fuoco…un aforismo che andò a segno una mattina, Alberto più eccitato del solito all’ingresso in  casa di Amélie improvvisamente prese a baciarla in bocca,  ‘la sventurata rispose’ e si trovò un ‘ciccio’ ben dur in bocca, logica conseguenza tante vitamine…”Cavolo quant’è che…”Alberto non rispose, provò ad infilare ‘ciccio’ sempre in armi nel fiorellino della signora che  fece un balzo indietro. “Sei matto, io ho quarant’anni, ho ancora le mestruazioni, ci mancherebbe pure che…” “Ma scusa con tuo marito?” “È da tempo che non mi cerca e sinceramente non mi interessa più, ho capito come andrà a finire con te, andrò in farmacia per acquistare la pillola anticoncezionale.” “Ed in attesa io cambierò canale.” “Ci ha provato una volta Aubert, mi ha fatto un male cane senza concludere nulla.” “Il mio quasi omonimo è un imbecille, io sono un mago del popò.” Dopo quindici giorni altra vacanza di Alberto a scuola, il giovane si era munito di vasellina, con occhi imploranti chiese ancora una volta a Amélie il piacere del popò, fu accontentato con la promessa di un contemporaneo orgasmo con il fiorello che avrebbe attutito l’eventuale dolore. Esperimento riuscito alla grande, sino all’effetto della pillola via libera a ‘Sodoma’ ‘magno cum gaudio dell’interessata. Ormai l’appuntamento era quindicinale, una mattina i due amanti erano abbracciati sul letto quando giunse alle loro orecchie il suono di un CD con musica brasiliana. “Non vorrei sbagliarmi ma mi  sembra che sia un CD di mia figlia, ci mancherebbe altro!” “Vado io a vedere in camera sua, tu intanto sistemati.” Alberto aperta la porta della camera di Danielle se la trovò davanti sorridente: “Volevo capire sin quando avreste sentito la musica, forse eravate in ‘tutt’altre faccende affaccendate?” “Complimenti, hai studiato la poesia del Giusti.” “Diciamo che da quando mi hai conosciuto sono molto cambiata, in parte merito tuo, volevo ricompensarti ma mi ha preceduta mia madre …mi sarebbe piaciuto che tu fossi il primo …sono arrivata tardi.”  Alberto abbracciò Danielle, era cresciuta da quando l’aveva incontrata, il signorino non sapeva più come comportarsi. Fu tolto  dai guai per uno scandalo del padre di lei: il signor Martin fu sorpreso insieme ad altri uomini in una casa di appuntamento dove si ‘esibivano’ dei trans brasiliani, fortunatamente nell’articolo del giornale  non c’erano i nomi dei clienti, sarebbe stato un grave problema per un addetto ad un’ambasciata ma fra le righe i nomi erano venuti fuori. Amélie fece finta di nulla, ormai i rapporti con suo marito erano diventati puramente formali, due estranei, meglio così, la liaison con Alberto poteva essere gestita senza problemi. Altra novità inaspettata: “Mamma mi sono fidanzata ed anche come dire, sposata, il lui è un mio professore di ginnastica Aurelio Mariotti, un atleta in tutti i campi. Un giorno lo inviterò a pranzo ma mammina devi cucinare tu, è un tradizionalista, gli ho fatto intendere di essere brava in arte culinaria e non solo in quella…insomma hai capito, in quella dove anche tu eccelli…

  • 05 marzo alle ore 12:51
    ABBASSO I MASCHI

    Come comincia: Luca e Monica ormai anziani decisero di adottare un ‘bravo’ giovane cui lasciare il loro consistente  patrimonio, avevano cambiato idea di fare il testamento in favore della Chiesa Cattolica causa i recenti scandali che l’avevano colpita un po’ in tutto il mondo. Chiesero consiglio a Guglielmo direttore di un  collegio per trovatelli il ‘Colosium’ di Roma il quale segnalò loro un giovane di nome Amilcare che in quell’anno avrebbe compiuto diciotto anni e conseguito il diploma di ragioniere.  I due coniugi abitanti in via Ardeatina a Roma pensarono ad una festa di arrivo ma il ragazzo era di carattere riservato e non fece salti di gioia alla loro offerta anzi non rispose proprio, gli anni di collegio avevano influito  sulla  formazione ella sua personalità riservata. Iscrizione all’Università nella facoltà di Economia e Commercio e dopo l’acquisizione della patente di guida acquisto a suo nome  di una Fiat 500 L con cui talvolta portava a spasso per Roma i genitori acquisti. Finalmente un giorno a tavola un Amilcare sorridente e: “Miei cari,  all’Università ho conosciuto una collega simpatica, sempre allegra e sorridente tutto l’opposto di me, mi piacerebbe che la conosceste.”  Una domenica mattina Eliana fu invitata a casa di  Luca e di Monica, era una ragazza piuttosto bella e soprattutto espansiva, i padroni di casa si trovarono abbracciati e baciati dalla nuova venuta che emanava da tutti i pori gioventù e gaiezza. Era residente a Viterbo, abitava a Roma per ragioni di studio. Luca aveva prenotato il pranzo presso il ristorante ‘Conte Cavour’ che talvolta frequentavano, il capo cameriere Eusebio:”Benvenuti anche alla signorina che non conosco, penso una conquista di Amilcare, complimenti, ecco il menù.” Il pranzo finì a risate sia  per le battute di Eliana che del vino Frascati poi tutti a casa. Eliana prese alloggio presso i genitori adottivi di Amilcare,  i giovani si sentirono autorizzati a condividere un letto matrimoniale, Luca e Monica sperarono di diventare nonni. Il giovane finalmente provò le gioie del sesso: Eliana sicuramente aveva avuto delle precedenti esperienze in quel campo, prendeva sempre lei l’iniziativa, Amilcare non pensava che ci fossero tante  posizioni sessuali. Ma una nuvola cattiva incombeva su tutti loro, Eliana prese a guidare l’auto di famiglia, una sera di pioggia sul raccordo anulare un camion contromano prese in pieno l’auto guidata da Eliana in cui erano presenti anche Luca e Monica, un incidente terribile, tutti deceduti all’istante. Amilcare distrutto psicologicamente dovette sobbarcarsi tutte le penose pratiche del seppellimento dei genitori e del trasferimento della salma di Eliana a Viterbo. Irato a’ patri numi diede in beneficienza i centomila Euro liquidati dalla assicurazione, per lui erano soldi maledetti. Restò chiuso in casa per molti giorni, Gina la cameriera cercava di consolarlo, avrebbe fatto anche un sacrifico sessualmente per aiutare il padrone, era ancora appetibile ma Amilcare era fuori di testa ed il sesso non lo interessava più. Gina avvertì Alberto il medico di famiglia che il pomeriggio si presentò a casa del giovane  diventato padrone di tutti i beni, i due non si conoscevano. Il dottore si presentò e chiese ad Amilcare cosa pensasse fare in futuro. “Non avrò un futuro, la mia vita è finita.” “Potrei consigliarle la visita presso uno psichiatra ma sarebbe una storia lunga e non sempre costruttiva, meglio una crociera, la prenoterò io stesso, partenza da Civitavecchia, le presterò la mia Jaguar per raggiungere quella città, si comprerà una auto nuova al ritorno.” Amilcare aveva bisogno di qualcuno che lo scuotesse, il dottor Alberto riuscì nell’intento, il giovane anche se invecchiato tornò a vivere, con la Jaguar raggiunse Civitavecchia e si imbarcò sulla motonave da crociera ‘Diadema’ un vero gioiello. Il medico gli aveva prenotato una cabina di prima classe con due letti e con vista esterna, costava un ‘pozzo’ di quattrini ma non era questo il problema di Amilcare. La sera a cena si trovò nello stesso tavolo di una biondona circa trentenne, favolosa, la salutò appena, fu lei che attaccò bottone: “Un così bel giovane da solo, le farò compagnia.” Amilcare ancora sotto shock assaggiò a malapena i piatti portati da un cameriere: “Signore non gradisce il nostro vitto?” “No, è che non mi sento molto bene.”Intervenne la ragazza:”Sono Beatrice, già dal nome può capire la mia natura, il nome vuol dire che porta gioia e felicità, andiamo a ballare?” Amilcare non disse di no, sottobraccio a Bea entrò nella sala da ballo molto grande, era già affollata di persone festanti e casiniste. Amilcare :”Stiamo lontani dalla musica, è fastidiosa.” “Andiamo nella sua cabina, lì di musica non ce ne dovrebbe essere!” “Il giovane  sempre a braccetto della nuova amica si diresse verso il primo ponte, giunti dinanzi al suo alloggio: “Cavolo le sarà costata una montagna di soldi, buon per lei.” La signorina all’interno della cabina si diresse nel bagno e ne uscì nuda e: ”Che ne dici?”  La riposta più logica sarebbe dovuta essere: “Sei una mignotta che mi ha incastrato!” I fatti gli diedero ragione, le mani di Bea di diressero nei suoi pantaloni ma trovarono un coso piccolo e moscio. “Cazzo non ti piacciono le donne, mi doveva pure capitare un frocio impotente!” Rivestitasi Bea sparì dalla vista di Amilcare, che figura di merda! Il giovane pensò bene di non uscire più dalla cabina per non trovarsi in mezzo agli altri gitanti e per paura di rincontrare la sfacciata, si faceva servire i pasti nella sua cabina da un cameriere che foraggiava profumatamente. Una volta si presentò una cameriera niente affatto male, pure giovane ma il ‘ciccio’ di Amilcare dormiva della grossa, erano finiti i tempi delle grandi imprese con Eliana! Giunti alla fine della crociera Amilcare chiamò da parte un inserviente, cinquanta Euro convinsero il cotale a portagli i bagagli sino alla Jaguar, durante il tragitto:  Amilcare quasi investì una ragazza che vagava sulla banchina, scese dall’auto: “Si è spaventata?” “No è colpa mia, ho un grosso problema forse lei potrebbe darmi una mano, scusi la sfacciataggine!” Una schiva, non assomigliava in nessun modo a Beatrice. La giovane proseguì. “Mi chiamo Noemi, vengo da Losanna, mi è capitato un grosso guaio, mi hanno rubato il portafoglio con tutti i miei soldi ed i miei documenti, non so più come rientrare a casa.” La ragazza era diventata rossa in viso, una timida. “Oggi mi sento un buon samaritano, le posso dare un passaggio sino a Roma dove abito, domattina potrà prendere un treno che la riporterà a casa sua, potrà pernottare in un albergo a spese mie ovvero  nella mia abitazione, scelga.” Noemi lì per lì non scelse, montò in macchina, non si accorse che Amilcare aveva attivato il navigatore satellitare, quando una voce femminile cominciò a segnalare la strada su cui proseguire rimase sconcertata, non era mai venuta a conoscenza di quel congegno. A metà strada si fermarono in  un autogrill, Amilcare ordinò un brunch, termine inglese indicante un pasto  tra  colazione e  pranzo. Di nuovo in viaggio, passati Ladispoli e Santa Marinella dopo circa quattro ore giunsero a Roma in via Ardeatina.  Aperta la porta di casa una novità: Gina era in una camera degli ospiti in dolce colloquio con un giovane. Alla vista di Amilcare e di Noemi i due schizzarono fuori dal letto, Amilcare signorilmente “Scusate.” e richiuse la porta. “Quella ragazza è la mia cameriera, molto efficiente nei servizi di casa …non guardarmi così non ci sono mai andato a letto!” I due senza aiuto di Gina sistemarono i bagagli, entrarono nella camera matrimoniale, aprirono le finestre, , persero tempo per dare modo alla cameriera di ricomporsi ed all’amante di levarsi dai zebedei. L’avvenimento fu presto dimenticato, “Se mi avesse avvisato le avrei fatto trovare la casa in ordine ed un pranzo preparato.” “Cara questa è Naomi mia nuova amica, è svizzera, del Canton Vaud, parla francese oltre che italiano, se avessi bisogno di qualche lezione…” Amilcare era stato pungente, buon segno, stava riprendendo le penne. Alle venti  Gina aveva già messo in  ordine la casa e preparato la cena con classici piatti romani. Noemi aveva sgranato gli occhi: “Brava Gina è stata  bravissima ma non penso di restare molto a Roma, diventerei una bomba, caro  ti piacciono le bombe?” “Dipende in che campo!”  Gina opportunamente preferì andare a dormire a casa di sua sorella. Finalmente soli, Noemi dopo un passaggio in bagno si era mostrata come Venere che esce dalle acque. “Per favore girati…anche il popò non è male ma io ho un problema, con me ci vorrebbe una carrucola!  Da quando è morta Eliana, la mia convivente, sono miseramente andato in bianco con le femminucce, ecco il riferimento alla carrucola.” “Hai trovato la persona giusta, sono laureata in medicina, per specializzarmi sono andata a Londra all’ospedale Saint Thomas, mi hanno assegnato  nel reparto di andrologia, dalla mia esperienza mi sembra che i britannici in fatto di sesso se la passino piuttosto male. “ Amilcare aveva apprezzato le prestazioni della Jaguar del dottore, ne acquistò una simile di color rosso, l’auto veniva guidata anche da Noemi. I giorni passavano senza che la baby facesse cenno al suo rientro in Svizzera, accompagnava Amilcare all’università e, in attesa di andarlo a riprendere alle fine delle lezioni faceva la turista per Roma, di sesso non se ne parlava proprio. Un pomeriggio squillò il telefonino di Noemi:”…Mamma sono a Roma ospite di un amico, non so quando tornerò a casa, sto apprezzando le bellezze di Roma,mparlo in italiano per farmi comprendere anche da Amilcare che sta vicino a me…conosco la tua avversione per gli italiani, poco me ne cale…cale vuol dire importare, ciao, statti bene!” Una mattina di domenica il miracolo, chissà per quale recondito motivo ‘ciccio’ si era inalberato, Naomi se ne accorse, finalmente la tanto agognata ‘immissio penis’ allietò i due. “L’amore fa miracoli, non userò alcuna precauzione, non mi dispiacerebbe un puffo italo svizzero!” Dopo due giorni nuovo squillo del telefonino di Noemi: “Mamma che c’è di nuovo….va bene ho capito, torneò appena possibile.” Noemi si sbottonò dopo  pranzo: “Mi hanno assunto all’ospedale  di Chailly Rovéréaz vicino Losanna, devo prendere servizio prima possibile.” “Non pensare che io ti lasci andar via, ti accompagnerò con la mia macchina, forse è meglio che io faccia il passeggero e tu l’autista.” “Caricati  bagagli autostrada Roma Milano e poi Milano, Domodossola, Iselle, Sion, Montreux, Lausanne. “Vediamo se il satellitare funziona anche in Svizzera, metti  Losanna via Romiro 3… che bello funziona.” “Mamma stiamo arrivando, abbiamo messo la Jaguar di Amilcare nel parcheggio sotterraneo, a tra poco.” La signora Danielle dimostrò di non  essere molto ospitale, la porta di casa sua al terzo piano di un palazzo di dieci era ancora chiusa. Noemi aveva ancora le chiavi di casa, entrarono portando dentro i bagagli,  mammina si trovava in camera sua. Noemi e Amilcare nella camera gli ospiti riunirono due letti singoli, usufruirono della toilette adiacente, rivestitisi si recarono in cucina dove  incontrarono la padrona di casa:  che finalmente si dimostrò un po’ più espansiva anche se bugiarda. “Non mi sento bene, preparate voi qualcosa da mangiare.” Nulla a che fare con le leccornie romane, da quello che trovarono nel frigo venne fuori una cucina mista francese – tedesca (nazionalità della padrona di casa) non molto appetibile, era quello che offriva ‘la ditta’.  Riposo notturno e la mattina seguente autiere Noemi si recarono  al nosocomio suo nuovo posto di lavoro. Durante il tragitto Amilcare: “Non conosco nemmeno il nome di tua madre, non che la cosa mi interessi gran che ma penso che nei giorni prossimi dovrò dormire e mangiare a casa sua.” “Si chiama Adina. In ospedale Noemi incontrò Chanel una sua compagna di scuola che espletava le mansioni di pediatra. “Ti hanno assegnata al reparto di andrologia, nessuno voleva quel ruolo…” “È destino, a Londra avevo lo stesso incarico, questo è Amilcare, stiamo insieme da circa un mese, una conquista in crociera.” “Non ti sembra troppo anziano per te, può essere tuo padre!” “Mi è mancata la figura paterna, è per questo che l’ho scelto.” La pettegola era stata sistemata, era piuttosto racchia ed anche acida, in quanto a savoir fair non aveva esibito i modi del galateo prescritti da monsignor Della Casa! Rientro à la maison, fortunato posteggio della Jaguar sotto casa, mamma Danielle era affacciata al balcone, vide i due uscire dalla Jaguar, rimase al balcone.. “Dimmi il nome di un ristorante famoso e costoso.” “Ce ne sono vari, ricordo il ‘Le Mirabeau’  lì ci pelano.” “È quello che voglio, un posto di lusso e costoso, vediamo che dice quella simpaticona di tua madre.” “Mammina stiamo andando al ‘Le Mirabeau’, vestiti elegante  ed aspettaci in macchina, è aperta, ci cambiamo e veniamo subito.” Quella dimostrazione di ricchezza aveva colpito la dama. “Non mi hai spiegato il perché tua madre non ama gli uomini, soprattutto gli italiani.” “Mio padre era italiano, si chiamava Alberto ma se l’è filata con la puttanella di turno, da quel momento…”  Il ristorante aveva dei posti macchina riservati ai clienti, i tre scesero, l’auto fu presa in consegna da un boy in divisa, Danielle in quanto ad eleganza lasciava molto a desiderare. Si era avvicinato al tavolo un cameriere anche lui in divisa che con accento romanesco: “Signori questo è il menu, a vostra disposizzione.” “A coso disposizione di pronunzia con una zeta soltanto…” “Signore, sono Luigi, Gigetto per gli amici,  non immaginavo di trovare un romano tra stì burini, se me lo  permette al menu ci penso io, conosco le magagne del locale…” “Mamma sono proprio sfortunata, sto con un italiano e per di più romano, più sfortunata di così.” Una presa per i fondelli bella e buona, la vecchia recepì il messaggio, capì che il suo atteggiamento era infantile e sciocco.  I tre restarono sino alla chiusura, Gigetto si sedette al loro tavolo: “Finalmente sento parlà la lingua mia, so rimasto a Losanna per una minchiata …hai capito ho messo incinta la fia der proprietario.” “A’paraculo chiamala minchiata, hai avuto un bucio de…” Recuperata la Jaguar Amilcare: “Mammina voglio che ti sieda vicino a me nel sedile posteriore, , lascia guidare tua figlia finché può e quando il pancione non sarà troppo visibile…” Il colpo finale da maestro, Amilcare ne aveva sparata una delle sue, Eliana non era affatto incinta, seguitò: “Il giorno delle nozze ti voglio elegantissima, ecco un  assegno in bianco, da domani ‘nova incipit vita’ nonnina cara.” Add Adina scese qualche lacrima sul viso ma non volle dare sazio ai due: “Chiudi quel vetro, la corrente mi fa venire le lacrime.” Pistolotto finale: Un delegato del sindaco di Losanna unì in matrimonio Noemi ed Amilcare,  ricevimento in  pasticceria ‘El Gato’. Nei mesi seguenti a Noemi cominciò veramente ad aumentare il volume della pancia con gran gioia dei tre. “Mammina come vuoi che lo chiamiamo, è un maschio.” “Tutti i nomi mi vanno bene, escluso uno…”

  • 04 marzo alle ore 15:39
    MALEDICTA VETUSTAS

    Come comincia: Gustavo (Guy) Rinaldi, vecchio insegnante di materie letterarie al liceo classico, per tenersi in forma talvolta rileggeva gli scritti greci e latini. Una mattina, in un momento di sconforto per le sue classiche malattie della vecchiaia, (aveva ottanta anni) nella  biblioteca trovò un libro scritto in greco con vicino la traduzione in italiano, libro che non consultava da tempo: ‘Kataraméno Girateiá’, in gergo italico: ‘Vecchiaia maledetta’. Quel titolo si addiceva sia all’umore del vegliardo che alla giornata piovigginosa tipica di un novembre romano. Guy abitava in un caseggiato in via Daniele Manin di fronte al liceo classico ‘Albertelli’ dove aveva insegnato sino all’invio in pensione. La mattina dalla finestra vedeva sfilare gli studenti che si recavano in classe, un  po’ di nostalgia. Mesi addietro il preside della scuola, suo vecchio amico, gli fece sostituire un insegnante di materie letterarie che si era ammalato. Un giornata indimenticabile, alla fine della lezione fu festeggiato con applausi dagli studenti, era ringiovanito di venti anni. Per sua fortuna Guy aveva le  qualità intellettive ancora efficienti, solo quelle  in quanto quelle fisiche, soprattutto sessuali… lasciavano a desiderare. La gentile consorte dal nome piuttosto particolare: Nadia Perma Ciulla, non solo non gli faceva pesare le defaillance ma ne era contenta, con la menopausa non aveva più ‘slanci’ sessuali. Nadia era titolare di un salone di parrucchiera in via Taranto vicino al capolinea del tram in piazza Ragusa.  All’entrata in alto ‘troneggiava’ un cartellone con la scritta .’Nadia Perma Ciulla - sotto: Coiffeur’. Il secondo cognome in lingua volgare aveva un significato riguardante il sesso, all’inizio gli abitanti vicino all’esercizio avevano fatto qualche risolino ma nessuno si era permesso di farci una battuta di spirito sino a quando una mattina, all’apertura del negozio si era presentato un tipo non proprio sobrio e nemmeno tanto mascolino che: “Vorrei conoscere da vicino la signora Ciulla…” Nadia non amava essere presa per il culo, a Mariola, sua lavorante robusta di fisico, classica ‘braccia strappate alla terra’: “Buttalo fuori a pedate!” Mariola preferì prenderlo per la collottola e una volta fuori dal locale gli diede un calcio ben assestato al didietro che fece volare a terra il ‘simpaticone’. “Vigliacca, proprio a me doveva capitare una lesbica.” Ebbe la fortuna di prendere al volo il tram che stava partendo dal capolinea e così evitò ulteriori guai. Una volta a bordo mostrò a Mariola un pugno chiuso con il solo medio in alto seguito dalla mossa dell’ombrello. Dietro anche consiglio del marito Nadia fece modificare la targa sopra l’ingresso del locale con una scritta più semplice: ‘By Nadia - Coiffeur’. Guy teoricamente amava ancora il sesso, purtroppo ‘ciccio’ non rispondeva più alle sollecitazioni sessuali e così una sera invitò la consorte già quasi addormentata ad aprire le ancora deliziose cosce e prese in bocca il clitoride con la conseguenza che Nadia ebbe un orgasmo ma lo scambiò per un sogno e riprese a dormire. La mattina seguente, domenica, Guy era particolarmente di buon umore cosa notata dalla consorte: “Che ti succede, di solito sei un musone…” “Non ricordi nulla di ieri sera?” “Ho sognato ma non credo che tu possa entrare nelle mie fantasie.” La vita scorreva lenta per i due coniugi sino a quando una vecchia signora del quarto piano passò a miglior (?) vita. Dopo pochi giorni si installarono nel suo appartamento una coppia di coniugi: Orlando Caruso e Liboria (Lilla) Leonardi siciliani di Palermo ambedue assegnati al liceo classico ‘Albertelli’, lui insegnante di materie scientifiche, lei di educazione fisica, aveva un fisico atletico. Tramite Romolo Ricci, classico portiere  romano dè Roma fecero la conoscenza, già da subito scattò una simpatia fra di loro, Lilla divenne  cliente di Nadia, Guy amico  di Orlando, aveva con lui in comune la passione per il gioco delle carte. Talvolta andavano in gita ai Castelli Romani con la Giulia di Orlando, nella loro Fiat 500 ci sarebbero stati stretti. La loro esistenza cambiò all’arrivo in casa Caruso di un siciliano Alessandro Durazzo alto funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione, fu festeggiato,  il motivo fu chiaro: era stato lui il fautore del trasferimento da Palermo alla capitale dei due coniugi per di più nell’istituto dinanzi all’abitazione della defunta. L’interessamento di Alessandro era stato piuttosto ‘peloso’ già dopo la loro conoscenza nella spiaggia di Mondello Lilla aveva concesso le sue ‘grazie’ al funzionario. che aveva fatto loro quel grosso piacere. Ale, malgrado i suoi cinquant’anni si dimostrò subito uno sportivo, aveva acquistato una A.R. Stelvio con cui il quartetto, ormai quintetto andava in giro per Roma e nel Lazio, Nadia seduta vicino al guidatore gli altri tre nel sedile posteriore.  La fine del mese di giugno portò oltre che l’estate anche le vacanze sia per i due insegnanti che per il funzionario ministeriale. Prenotazione di una cabina al Lido di Ostia allo stabilimento ‘La Mariposa’, due ombrelloni e cinque sedie a sdraio, pasti? Nessun problema, il complesso era dotato anche di bar e ristorante. Il ‘riposino’ post prandium era un privilegio di Nadia e di Alessandro, gli altri tre…a bocca asciutta. Unica novità: Nadia aveva imparato a guidare la ‘Stelvio in modo sportivo, partiva sgommando e faceva sorpassi azzardati, Ale ci rideva sopra, non tanto gli altri tre che non avevano molto apprezzato la bravura di Nadia nel maneggiare il ‘manico’ del cambio… Ai primi di settembre la situazione cambiò radicalmente, Ale impegnato al Ministero raramente aveva tempo di farsi vedere dagli amici che,  in sua assenza erano poco propensi all’allegria. Uno in particolare era sempre triste e sconsolato, Gustavo, niente sesso…ma non era un inglese! In suo aiuto inaspettatamente venne Lilla che si dimostrò buona d’animo in  un campo ormai tabù per Guy, il sesso. Una sera, dopo cena la signora: “M’è venuta la voglia di dormire con Guy.” Meraviglia e risolino degli altri due. In camera da letto dell’ex insegnante di materie letterarie avvenne qualcosa di inaspettato: la signora  portò sotto la doccia il prossimo amante e sul giaciglio matrimoniale mostrò il suo clitoride voglioso al quale Guy dedicò la sua attenzione portando il ‘cicciolino’ ad un orgasmo poi ripetuto, ‘ciccio’ era fuori uso ma non la lingua di Guy. “Sei più bravo di quel vanaglorioso di mio marito, queste sono vere corna, quelle con Ale sono pura convenienza, ogni volta che lui finisce i suoi giochetti con me lascia sul comodino una serie di carte da 500 Euro, sono venti, diecimila Euro per fica e culo…mi vuol far sentire una prostituta…

  • 04 marzo alle ore 10:30
    UNA CUCKQUEAN

    Come comincia: L’Apollo, a Messina, era uno dei pochi cinematografi ancora in funzione, molti altri per cause varie, non ultimo il Coronavirus avevano chiuso battenti, la loro apertura non era più remunerativa. Goffredo era seduto in galleria in un posto vicino alla balaustra, stava più comodo poggiando piedi sul muretto, si era stravaccato. Entrando nella hall del cinema non aveva nemmeno guardato che film ci fosse in programmazione. Quella  decisione era scaturita dal fatto di aver ancora una volta litigato con Gloria sua compagna sia di classe (terzo liceo classico) che nella vita, avevano rapporti intimi già dalla quinta ginnasiale. Un futile motivo alla base della lite, il problema di fondo era che ambedue avevano un  carattere volitivo o, per meglio dire intransigente e non cedevano mai dai propri punti di vista. Avevano provato a lasciarsi varie volte ma poi, con le solite promesse di amore eterno si erano riappacificati ma in seguito tutto era finito in ‘gloria’, forse questa era la volta buona per andare ognuno per la propria strada. Goffredo era nato monello nel senso che spesso riusciva a dileggiare i più grandi, professori compresi e, benché preparato nelle materie scolastiche in condotta aveva spesso riportato un  sei con la conseguenza di dover ripetere tutte le materie ad ottobre. Il giovane viveva a Messina con la madre Mecuccia (vezzeggiativo di Domenica) figlia di un proprietario di edifici in città e di terre coltivabili  a Cesarò. Del padre Alfredo conosceva solo il nome, il cotale era sparito da casa quando Goffredo era giovanissimo, nessuno in famiglia parlava di lui. Quel suo carattere spigoloso  forse era dovuto alla mancanza della figura paterna o forse l’aveva ereditato proprio dallo sconosciuto padre. Il giovane con madre e nonna Maria abitavano in una casa vicino al mare in frazione Torre Faro. Gof. frequentava il liceo ‘Maurolico’ in corso Cavour. Raggiungeva l’istituto con lo scooter Aprilia Dorsoduro  in caso di bel tempo, con la vetturetta Casalini M 14 allorché pioveva. Mentre era al cinema Apollo gli venne in mente una sua ‘monelleria’ effettuata al cinema ‘Savoia’ due anni prima. Fatto il biglietto per la galleria non aveva trovato posto a sedere, non la prese bene, si vendicò (che c’era poi da vendicarsi…) svuotando una bottiglietta di birra sugli spettatori della platea per poi scappare dal locale a gambe levate. Il fatto fu riportato da un giornale locale il cui un redattore, bell’esprit intitolò: “Birra gratis al Savoia’. Alla fine del primo tempo si accesero le luci, Goffredo vide nella poltrona accanto alla sua una signora piacente di viso e dal corpo da modella, vicino a lei altra dama piuttosto mascolina anche per i capelli a spazzola ed un viso che sembrava  scolpito nella roccia. Dopo metà del secondo tempo le due dame uscirono dal locale, Goffredo non trovò alcuna scusa per seguirle, rimase al suo posto ma la curiosità gli era rimasta. Fine del film, Goffredo prese l’impermeabile che aveva riposto fra la sua sedia e quella della vicina signora, lo indossò e nel mettere le mani in tasca si accorse che c’era un biglietto da visita con scritto ‘Centro Estetico Sole e Luna  -  via Consolare Pompea 69’. Un chiaro invito della signora viciniora al cine, si ripropose di andarci. Preso dallo studio il giovane non pensò più a quell’episodio sino a quando un giorno la nonna Maria, religiosissima gli si presentò col biglietto da visita in mano: “Adesso frequenti pure istituti di bellezza, lo sai che sono solo una copertura, ci troverai solo ragazze poco perbene, per me sei stato solo una delusione, il tuo nome vuol dire protetto da Dio, mi sa che Dio si sia scordato di te, hai sempre violato la morale, hai calpestato tutte le norme di madre Chiesa, hai sbeffeggiato i suoi sani principi, alla fine della vita ti troverai in una landa desolata!” “Cara nonna sei rimasta indietro di anni, le sacre scritture che tu ami tanto sono state oggetto di revisione, è risultato che Mosè quando andò sul Sinai per ricevere i dieci comandamenti era completamente drogato…” Nonna Maria si allontanò sconsolata, proprio a lei doveva capitare un nipote senza Dio! Mamma Mecuccia non si intrometteva mai nella vita del figlio, non era religiosa, aveva qualche peccatuccio sulla coscienza, si era fatta un amante toy boy. Era estate, Goffredo una mattina con la vetturetta si recò in via Consolare Pompea, si fermò dinanzi al numero 69, suonò una campanella esterna, aprì il portone una ragazza in camice bianco: “Signore buongiorno, penso che si sia sbagliato, questo è un istituto di bellezza per sole donne.” “Una signora m’ha consegnato questo biglietto da visita…” Si accomodi.” “La baby si allontanò e poco dopo: “Sono Hedone, la ricordo, ci siamo incontrati al cinema Apollo, la prego di ritornare dopo le tredici.” “Ho un’idea migliore, che ne dice di incontrarci al ristorante Kaleidos’ che ho visto lungo la strada.” “Accettato, io e Nerina verremo appena finito il lavoro.” Alle dodici e trenta Goffredo entrò nel ristorante che si stava riempendo di clienti. Si avvicinò un signore distinto ed elegante dal forte accento straniero: “Sono Zeno il titolare del locale, è solo?” “Aspetto due signore. “Dopo mezz’ora entrata di Hedone e di Nerina, salutarono affettuosamente il padrone del locale che già conoscevano, Goffredo si era alzato e le aspettò al tavolo. Nerina: “Lei sembra molto giovane…” “Ho trent’anni, ne dimostro dieci di meno.” “Lei è un bugiardo matricolato, meglio così, i timidi non ci piacciono! Zeno conosce i nostri gusti.” Infatti dopo un quarto d’ora comparve un cameriere con un carrello, un ben di Dio.  Nerina: “Non le dico buon appetito che non è più di moda ma vedrà che apprezzerà il cibo greco.” Previsione avverata tutto buonissimo, Goff fece onore alle cibarie elleniche, solo il caffè era un espresso italiano.  Nerina era la più chiacchierona: “Ti do del tu, non far caso al cattivo umore di Zeno, è omosessuale, è scappato da Atene perché il suo amante gli ha rubato quasi tutto il suo patrimonio, si è confidato con noi, lo abbiamo conosciuto a fondo, è un gentiluomo.” Alla fine del pasto Zeno si presentò al tavolo dei tre: “Permettetemi di offrirvi il pranzo  in onore del signore che vedo per la prima volta e che spero di rivedere quanto prima.” Appena usciti Nerina: “ Caro Goffredo piaci anche agli omo, vedo che rimiri Hedone, se lei non parla vuol dire che…” “Che ne dici di farti i fattarelli tuoi…” “Mi accorgo che ci ho azzeccato, io vengo con te in quella scatoletta di auto, Hedone verrà a casa nostra con la nostra mini.” Il piano superiore dell’istituto di bellezza era la magione delle due dame, arredata con gusto con mobili moderni, il salone poi era un bijou. Hedone mise sull’apparecchio un CD brasiliano indiavolato, invitò a ballare Goffredo che si dimostrò all’altezza, maestra era stata per lui Gloria che era portata sia nella danza che a letto. Dopo un  po’ Goff rivolto ad Hedone: “Mi sono stancato, vorrei riposarmi su di un morbido letto.” Solita Nerina: “Dillo chiaro che ti vuoi scopare Hedone!” Un’ira funesta si stava abbattendo sulla malcapitata che prese una fuga rifugiandosi dentro una toilette e chiudendosi dentro. La chiacchierona ci aveva azzeccato, Hedone condusse Goffredo in camera sua, passaggio in bagno e poi su di un  letto matrimoniale con lenzuola che profumavano di violetta. Goffredo partì all’attacco, prima in bocca un bacio lungo, passaggio sulle tette ed infine sul clitoride piccolino fra pochi peli biondi. Hedone ebbe un orgasmo quasi silenzioso come sua natura, solo al secondo orgasmo si lasciò andare alla grande, all’immissione penis cominciò a tremare tutta, il giovane amante si era dimostrato più che all’altezza. Era quasi sera quando: “Belli di zia, ho visto tutto mi sa che dovrò farmi anch’io il bel Goff anche se preferisco le femminucce, caro amico sono una cuckquean!
     

  • 03 marzo alle ore 18:03
    SE POTESSE PARLARE...

    Come comincia: Valentino e Viola stavano  amoreggiando sul letto matrimoniale, lei più rilassata con le ancora piacevoli cosce aperte, lui si dava da fare a sbaciucchiare il fiorellino, malgrado i cinquant’anni di età  erano entrambi ancora in forma. “Cara m’è venuta un’idea, chissà quanti piselloni avrà assaggiato la tua ancora piacevole topa.” Perplessità da parte dell’interessata che: “Mi piacerebbe sapere da dove ti vengono ste idee bislacche, potrei cantarti la canzone “Ma che te frega, ma che te ‘mporta…” “Dì la verità ti vergogni un po’ oppure ci sono dei ricordi spiacevoli?” “Tutte e due, in fondo sono rimasta una timida e soprattutto riservata, potrei farti la stessa domanda!” Valentino comprese che aveva toccato un tasto sbagliato, si scusò ed abbracciò Viola, si appisolarono. Era il pomeriggio di una giornata piovosa, una di quelle giornate romane che non ti invitano ad uscire da casa, l’abitazione  di Viola a Largo Polveriera. Una pioggerella sottile, in siciliano detta ‘chioggia futti viddano’, insomma il povero contadino seguita a lavorare anche sotto una pioggerellina che però gli poteva creare problemi di salute. Nel dialetto siculo si rifugiava Valentino nativo di Agrigento, si esprimeva nel suo idioma quando era in difficoltà, non tutti lo comprendevano, era un’arma a suo favore, dietro di lui i più sentivano puzza di mafia. La non più giovane signora aveva il pallino della cucina, Valentino ne approfittava solo in parte, i medici amici gli avevano consigliato di non ingrassare nemmeno un chilo per non incorrere in malattie che in vecchiaia peggiorano e lui si atteneva ai loro consigli. L’unico vizio la pipa che riempiva i tabacchi profumati che inondavano casa. Viola una volta volle provare l’estasi di quel fornello volante, causa il fumo tossì a lungo e non ci riprovò più. “Caro dato che non abbiamo voglia di uscire imitiamo i personaggi del Decamerone e raccontiamo i fatti nostri, sarai  il mio confessore. “Figliola quanto tempo è che non ti confessi,che peccati hai commesso?” “Padre, tanti e tutti di natura sessuale, andrò all’inferno?” “Cara non hai sentito che anche San Pietro si è dato alle orge, vai facile.” “Allora il primo impatto col sesso l’ho avuto a sedici anni con un mio compagno di scuola tale Nullo di nome e imbecille di fatto. La solita storia, aveva ereditato quella specie di nome da un nonno abbiente che voleva che il suo nome fosse riportato nei discendenti. Avevo preso a studiare a casa sua un attico in via Buozzi, la mia abitazione era vicina ala sua ma preferivo non restare a casa mia perché sarei rimasta sola con la cameriera Rosilde, mio padre, vedovo, era indaffarato spesso fuori sede per la sua società di trasporto. Nullo a scuola lo era di nome e di fatto, eravamo in quinta ginnasiale, all’ultimo banco in classe, il professore prossimo al pensionamento era molto miope ed anche un po’ sordo, facevamo come si dice in gergo ‘i fatti nostri’, il mio compagno copiava tutti i miei compiti. Era orfano di padre, la madre Adriana mi coccolava, poi mi accorsi che ci spiava quando facevo qualcosa di manuale o di orale con suo figlio. Mi piacevano i suoi regali anche  vestiti e qualche spiccio. Un giorno decisi il grande passo: perdere la verginità come alcune mie compagne di scuola avevano già fatto. Non pensavo che Nullo fosse così brutale, provai un dolore fortissimo con perdita di sangue, cominciai a lamentarmi fortemente, mamma Adriana entrò in camera, mi prese fra le braccia e cercò di consolarmi: “Cara o prima o poi tutte le donne…” Mi mise in mano cinquecento Euro che io gli gettai in faccia, voleva pagarmi la grezzezza di suo figlio, a casa trovai Rosilde che comprese che mi era successo qualcosa di spiacevole, in bagno mi lavai e buttai nella mondezza i miei slip sporchi di sangue. Al massimo della mia rabbia telefonai a casa di Nullo, mi rispose la madre: “Signora faccia in modo che suo figlio sparisca dalla mia classe altrimenti andrò dal preside e racconterò a modo mio lo stupro!”Nullo la settimana dopo in cui tornai in classe non era seduto nel posto vicino al mio, la madre era riuscita a farlo trasferire in altra scuola, fine del primo atto. A diciotto anni avevo  conseguito il diploma di liceo classico, stavo per iscrivermi all’università quando una disgrazia colpì mio padre, un ictus cerebrale fulminante mentre in autostrada guidava il suo truck, aveva fatto appena in tempo a posteggiarlo nella corsia di emergenza poi era morto,  era rimasto riversato sul sedile di guida. Un agente La Polizia stradale dando uno sguardo da fuori del mezzo non si era accorto della sua presenza, solo dopo che io denunziai il mancato rientro di mio padre fornendo il numero di targa furono avviate delle indagini che portarono al ritrovamento del mezzo che  fu portato in un deposito della Stradale. Dopo il funerale andai in compagnia di un autista di mio padre a ritirarlo. Nel frattempo riuscii a conseguire la patente per guidare i camion, sin da piccola avevo dimostrato di amare la guida di auto, guidavo i kart e poi mio padre mi insegnò anche a guidare i truck anche se riuscivo a malapena a raggiungere con i piedi la frizione, il freno e l’acceleratore. La società di trasporti i papà era composta da tre autisti, morto lui presi io la dirigenza della società, la cosa non piacque all’autista più anziano che si licenziò, non accettava che una pischella lo avesse ai suoi comandi e così presi a guidare un camion. All’inizio vestivo in minigonna ma quando mi fermavo nella stazioni di servizio venivo adocchiata dai camionisti che facevano pesanti apprezzamenti su di me, imparai la lezione e da quel momento indossai pantaloni e pullover sino al collo. Ricordo perfettamente il primo incarico, andai a Civitavecchia dove da una nave fu scaricato un carico di argilla proveniente dal Portogallo da portare a Sassuolo in quel di Modena. Fu personalmente Amedeo il titolare di una ditta di ceramiche a ricevere il prodotto da lui ordinato,  era un bell’uomo circa quarantenne dai modi piacevoli. Mi invitò nella sua villa  quasi tutta ricoperta di maioliche, desinammo insieme, mi invitò a restare a dormire, mi fece la corte, mi piaceva come uomo e ripresi la mia vita sessuale. Amedeo era vedovo, mi chiese di trasportare le sue maioliche in vari località italiane, era il problema di tutti i camionisti di non viaggiare con il camion vuoto, io avevo risolto il problema. Qualche volta mi capitava di portare un carico a Roma e così potevo controllare il lavoro dei due autisti che si dimostrarono bravi nel loro lavoro ed anche onesti, dovevano molto a mio padre. La fortuna non girò dalla mia parte, un infarto portò Amedeo a miglior vita, la sua ditta andò in mano ad una sorella zitella, non sopportava la mia presenza e persi quel lavoro. Dopo poco tempo mi ritrovai in un’altra storia amorosa, una mattina un giovane si presentò nel mio ufficio, era stravolto ed in crisi, mi raccontò che suo padre, unico sostegno della famiglia era incappato in un incidente stradale da lui provocato e gli avevano tagliato una gamba, toccava a lui sostenere la famiglia composta anche dalla  madre e da due sorelle, non trovava lavoro, aveva la patente per guidare i camion. Compresi la tragicità di quella situazione, mi faceva comodo viaggiare con un sostituto alla guida, lo guardai in faccia, mi piacque fisicamente, accettai di assumerlo. Gli affari della ditta andavano bene, ci eravamo fatta la fama di essere precisi e puntuali nella consegna della merce. Una volta avevamo attraversato quasi mezza penisola, ad un motel affittammo una camera e, al risveglio, più riposati ci trovammo abbracciati con la logica conseguenza, da quel momento Ludovico divenne mio compagno di abitazione ed anche di letto. Restammo insieme due anni, due anni di fuoco sessuale, Ludo era instancabile,  la cosina ed anche il popò erano arrossati, ogni tanto gli chiedevo una pausa. Un giorno facemmo una consegna ad una importante ditta di Melegnano vicino Milano, titolare della società una vedova circa quarantenne che durante un pranzo  nella  sua villa, mi accorsi che aveva allungato un piede sulla patta di Ludovico che fece finta di nulla, una provocazione bella e buona. Al caffè portato da un cameriere nel soggiorno fece da sottofondo una musica romantica messa su da Mariangela che invitò Ludo a ballare, ballare per modo di dire, aveva fatto eccitare il mio amante, se lo trascinò in camera da letto ed io pensai bene di tagliare la corda insalutato ospite, fine della relazione. In fondo mi ero stancata dell’eccessivo sesso, non lo rimpiansi, ritornai a Roma nella mia attuale abitazione  stranamente quasi contenta di quell’epilogo. Giravo per la città con la 500 Fiat cui mio padre in vita era molto affezionato. Lasciai passare del tempo per dar modo ai miei ‘gioielli’ di ritornare in forma. Un incontro casuale a Colle Oppio mi cambiò radicalmente l’esistenza, mentre passeggiavo tra i vialetti mi venne incontro un pastore tedesco latrante che mi impaurì, per mia fortuna la padrona riuscì a farlo ritornare da lei, avevo preso una fifa blu. Madame si scusò e si presentò: “Sono Desireé, Betti mi è sfuggita di mano, lei ama gli uomini non le femminucce al contrario di me…, Betti madame c’est une amie!La signora si era presentata specificando le sue tendenze ed anche presentandomi alla ‘cana’,mi venne da ridere, non pensavo mai di incontrare una lesbica, tra l’altro piacevole, di altezza superiore alla media non aveva nulla dei caratteri mascolini, soprattutto gli occhi erano particolari di un grigio oro difficili da incontrare. “Venga, le offro un caffè al bar qui vicino.” Il bar aveva un nome fuori del comune: ‘Voodoo’, richiamava alla mente i culti africani e la magia nera. Ricordavo di un episodio riportato dai media in cui un uomo che aveva abbandonato la propria moglie era stato sottoposto da uno stregone a quel rito, ad una bambola di pezza le aveva trapassato il cuore con degli spilli e l’uomo era passato a miglior vita. Il caffè era veramente buono, siccome si avvicinava l’ora di pranzo: “Cara che ne pensi di un brunch, io in culinaria …Approvai la scelta, il bar forniva anche i pasti, non la solita cucina romana ma qualcosa di internazionale che non seppi classificare ma in ogni caso gustosa. “Mi son dimenticata di presentarmi sono Viola, gestisco una ditta di autotrasporti, mi dicono che sono un buon manico parlo in senso automobilistico, sono sola dopo non buone esperienze sessuali…” La mia affermazione era una risposta a Desireé circa la mia disponibilità. Andiamo a casa mia, ho un’abitazione lungo la via Appia, l’ho acquistata con il lasciato di una mia buona amica parigina  che purtroppo non c’è più, sono venuta in Italia perché appassionata di antichità, ero professoressa di Storia dell’Arte, qui fuori ho una Maserati Quattroporte, l’ho acquistata in Italia, non ho voluto la Peugeot della amia amica, volevo cancellare il suo ricordo.  Quasi alla fine dell’Appia, un vialetto che portava al’interno, ad un certo punto  una casa in legno: “Gira a  destra, quella è la mia abitazione.” Era un manufatto a due piani con tutti gli accessori di una casa in muratura, il precedente proprietario doveva essere un amante della natura. L’ho acquistata perché è calda d’inverno e fresca d’estate, in garage c’è un canile per Betti, è la mia guardia del corpo.” La cagna aspettò che entrassimo in casa poi si rifugiò nel canile, era stata ben addestrata. Al primo piano cucina, sala da pranzo, salone, due bagni ed una camera da letto moderna tutte rivolto a mezzogiorno. Era d’estate, il legno della casa non faceva entrare molto caldo. “Cara Viola, io in casa preferisco stare nuda” si spogliò completamente e: “ Post prandium requiem post cenam deambulatio.” Tradotto, spogliati a vieni a letto con me. Ero piaciuta, Desireé doveva essere a stecchetto da molto tempo, prese a baciarmi tutto il corpo, si fermò sulle tette e poi sul fiorellino, aveva una lingua ‘sapiente’, ebbi due orgasmi. Poi a mia volta presi possesso del corpo della novella amica e la portai all’orgasmo varie volte, avrebbe volto seguitare ma io mi addormentai, troppe emozioni nell’ultimo giorno. La liaison durò circa un mese poi capii che dava segni di stanchezza, molto probabilmente anzi sicuramente Desireè era approdata ad altri lidi. “Mia cara, inutile cercare di rammendare la nostra storia, ormai è giunto il momento di dirci addio e rimanere amiche, che ne dici?” Desireé mi abbracciò, era d’accordo con me, con la Maserati mi accompagnò a casa mia, un lieve bacio di addio. In seguito mi sono domandata il perché di essermi imbarcata in quella storia di lesbiche, molto probabilmente avevo fatto troppa scorpacciata di c…i. Per ultimo una disgrazia: un pattuglia della Guardia di Finanzi si presentò una mattina nel mio ufficio, una verifica generale. Un maresciallo: ”Gentile signora non so se se ne sia resa conto ma la sua contabilità è disastrosa…non so se nemmeno io riuscirei a sistemarla.” Il maresciallo mi aveva lanciato una via d’uscita, compresi che dovevo sacrificarmi…mi sacrificai volentieri, il sacrificio dura ancora, il bel maresciallo si chiamava e si chiama Valentino…

  • 03 marzo alle ore 18:02

    Come comincia:

  • 03 marzo alle ore 17:14
    SESSO FANCIULLESCO

    Come comincia: Non risponde a verità che il sesso sia di pertinenza solo dei maggiori di età, quanto di seguito riportato ne comproverà la teoria. Tiziana, viterbese di nascita e di residenza non poteva annoverarsi fra la persone fortunate, suo marito Omero era deceduto per un ictus in età giovanile, da casalinga si vide persa. Per sua fortuna le venne  in aiuto  sua sorella Serena che risiedeva a Roma ed insegnava materie letterarie all’Istituto Centro Modica in via Appia, era vicino alla sua abitazione di piazza Ragusa. Leonardo, dodicenne figlio di Tiziana era stato iscritto alla prima media di quella scuola, andava insieme alla zia alle lezioni  ma non nella stessa classe.  Come rendimento scolastico era un disastro, non era attento in aula, disturbava gli altri alunni, a casa non studiava insomma un pessimo elemento. Uno psicologo amico di Serena aveva interpretato  l’atteggiamento del giovane al fatto che era stato ‘estirpato’ dal suo ambiente, a Roma non aveva amici né poteva contare su insegnamenti dello zio Teodoro marito di Serena che non faceva onore del suo nome. Di mestiere puttaniere, ricco di famiglia cercava sempre di ‘farsi’ tutte le pulzelle che gli capitavano a tiro. Serena l’aveva conosciuto all’Università, lo aveva  sposato perché a suo tempo  non aveva un posto di lavoro. Abituatasi al comportamento del marito aveva deciso di ignorare le sue avventure d'altronde ormai non aveva quasi più rapporti sessuali con lui, era stata costretta a passar sopra al fatto che Teodoro fin da subito aveva corteggiato ed infine aveva superato le resistenze di Tiziana, si era ‘fatto’ pure la cognata con l’assenso della sorella, meglio una di famiglia che…Un amico di Teodoro aveva avanzato l’ipotesi che il suo non avere figli poteva dipendere da lui e non dalla moglie. Punto sul vivo il signore era andato in un laboratorio di analisi ed aveva sottoposto ad esame il suo sperma. Nel frattempo era dovuto correre a casa di un suo contadino che era rimasto ferito sotto un trattore ribaltatosi. L’analisi dello sperma era negativo, Teodoro era sterile. Un lampo di genio, Serena andò a trovare in ufficio il titolare del laboratorio, gli chiese di falsificare il certificato facendo risultare suo marito perfettamente in grado di generare trattenendo il certificato originale. Dopo molti tentennamenti il dottor Pigliapoco si fece convincere anche e soprattutto dopo aver incassato due biglietti da cinquecento Euro, non aveva pigliato poco! Chi disse che le donne sono diaboliche ci aveva proprio azzeccato, qual’era il disegno di Serena? Sputtanare qualche signora o signorina che avesse voluto incastrare suo marito con una paternità a lui attribuibile. Ora il problema da risolvere era il comportamento scolastico di Leonardo, il Preside della Scuola, esasperato dal comportamento del giovane voleva sospenderlo dalle lezioni, la madre non era in grado di sistemare la situazione, Serena pensò bene di prendere in mano la situazione, lo prese da parte e: “Leo capisci che così non puoi andare avanti, alla tua età è presto per cercare un lavoro e poi hai solo la licenza elementare, ti faccio una promessa, se metterai la testa a posto dopo quindici giorni o meglio una settimana ti farò un regalo che ti sia gradito, una bici, un motorino, insomma puoi scegliere tu.” Quella promessa della zia fece cambiare completamente il comportamento del ragazzo, dal giorno successivo a scuola era diventato  attento alle lezioni, non disturbava i compagni di classe, faceva domande al professore di turno circa la lezione spiegata, era diventato uno studente modello con gioia e meraviglia degli insegnanti. Non usciva di casa, il pomeriggio lo passava ‘sui libri’, non era più sgarbato con la madre, era sempre sorridente la qualcosa meravigliò e fece insospettire la zia, c’era sotto il suo comportamento che lei non riusciva a comprendere sin quando una sabato pomeriggio mentre il giovane studiava nella sua stanza si fece viva Serena: “Or che bravo sei stato puoi chiedere il regalo che vuoi fatto. Ho copiato una frase del ‘Carosello’ una trasmissione pubblicitaria della R.A.I. che in passato, per fare la reclame di una lavatrice recitava: ‘Or che bravo sono stato posso fare anche il bucato? Risposta: il bucato in casa c’è chi lo fa meglio di te ed a lei dico grazie…’ e la voce in sottofondo specificava  anche il nome della marca della lavatrice, sentiamo ora quale regalo vuoi fatto.” “Cara zietta un regalo molto particolare….che non ti costerà nulla in soldi.” A Serena venne un sospetto che presto si tramutò in realtà. “Zia vorrei baciare una tua tetta.” Serena cercò di ‘buttarla’ sul ridire: “Non sei più un bambino che viene allattato dalla madre.” “Zia fai finta di non capire, non sono più un neonato, cerca di accontentarmi, lo desidero tanto.” Serena uscì dalla stanza di Leo sconcertata, non si aspettava quella richiesta, ne fece partecipe la sorella che nell’ascoltare quanto richiesto dal figlio ebbe una reazione istintiva: ”Vado di là e lo prendo a schiaffoni!” “Cerca di ragionare, se Leo è cambiato è per merito mio che gli ho promesso un regalo, non vorrai che riprenda il comportamento di prima, vuol dire che…” “Caro ho pensato molto a quanto mi hai chiesto, capisci che è qualcosa fuori del normale, ti accontenterò, Teodoro è fuori Roma, ci possiamo incontrare stasera dopo cena.”A tavola Leonardo non fece onore a quanto cucinato dalla madre, la zia cercò di essere brillante scherzando con sua sorella chiedendole se Teodoro ci avesse provato ancora con lei. “Deve avere qualcuna nuova di zecca, è da quindici giorni che non si fa vivo.” Leonardo ebbe la conferma che fra sua madre e lo zio…non gli importò gran che. “Cara sorella, andrò in camera di tuo figlio per ripassare una lezione, buona notte.” “Buona notte a voi due…” Serena era in vestaglia senza reggiseno ma con gli slip, andò in bagno per lavare i gioielli, Leo la seguì ‘armato’ sino ai denti il che fece dire a Serena: “Cavolo nemmeno mio marito…” Il ragazzo avrebbe voluto fare della zia un’amante ma ebbe un chi va là. “Mi hai chiesto di baciare una tetta, qui ne hai due a disposizione, col tempo…” Leonardo, intelligente di suo divenne uno dei migliori alunni dell’istituto, alla festa di fine anno scolastico risultò il terzo in ordine di bravura. L’andamento della casa di Serena era diventato una routine, Teodoro ad un certo punto fu costretto ad abbandonare le sue abitudini sessuali, il suo ‘ciccio’ non rispondeva più ai suoi desiderata. Leonardo era riuscito a conquistare le grazie della zia, con i soldi dello zio si comprò prima una moto Ducati Monster e poi una Peugeot 308 con cui scarrozzava per Roma mamma e zia sino a quando: “Gentili signore, questa è Lucilla mia compagna di Università, è brava  in tutto… vorrei solo che le insegnaste l’arte culinaria dove è piuttosto scarsa, per il resto…

  • 03 marzo alle ore 16:56
    AIDA FIVENTA UNA SIGNORA

    Come comincia: Si era nel pieno della seconda guerra mondiale voluta dall’allora beneamato Duce. Nell’anno 1943 le operazioni belliche non erano favorevoli alle truppe del ‘patto di acciaio’ stipulato tra Mussolini e Hitler, i frequenti bombardamenti degli allora non ancora alleati americani avevano messo in subbuglio la popolazione civile che viveva vicino a obiettivi strategici o nelle grandi città. Molti romani avevano abbandonato le loro abitazioni per rifugiarsi nei sobborghi della capitale tra questi Vittorio Colonna che, dalla sua villa sulla via Aurelia aveva deciso di sfollare in una abitazione situata in un suo  terreno a Pavona frazione di Castel Gandolfo. Nella la suddetta località si sentiva al sicuro in quanto residenza estiva dei Papi. Una delle abitazioni era un antico grande caseggiato in muratura abitato in parte da Dario Famiglini conduttore del vicino terreno agricolo e dalla moglie Aida Fulgenzi che si interessava del pollaio e dell’orto. Nella stalla due vacche che oltre a fornire il latte venivano aggiogate all’aratro per arare il terreno. Un asino faceva parte dei residenti nella stalla. Il somaro veniva attaccato ad un carro per portare al mercato merce prodotta dal terreno. Altro  impiego: essere legato alla staffa di una noria di un pozzo che portava in superficie l’acqua. Il passaggio del fronte dei tedeschi in ritirata ebbe come  conseguenza l’arrivo a Pavona del ‘padrone’ Vittorio ed in seguito anche di alcuni sfollati, la maggior parte della periferia romana che, dietro autorizzazione delle autorità occupavano le abitazioni sfitte delle frazioni capitoline. Vittorio, dalle ampie possibilità pecuniarie, aveva acquistato una casetta prefabbricata in legno prodotta dalla ditta romana ‘Domus Viridi’ specializzata nel settore, se l’era fatta montare vicino al lago sia per godere  del panorama sia per usufruire della libertà di non avere vicini di casa. Gli sfollati erano in maggior parte operai, dietro richiesta di Vittorio, e ben remunerati, cominciarono a sistemare gli interni del  vecchio edificio. Vittorio aveva adocchiato fra le sfollate qualche femminuccia particolarmente avvenente e  disponibile, le invitava a ‘visitare’ la sua casa sul lago. Il detto latino: ‘auro quaeque ianua panditur’ funzionava sulle signore e sulle signorine, il denaro faceva loro aprire i loro vogliosi ‘gioielli’. Con l’armistizio, da tutti augurato venne meno la ‘materia prima’ a Vittorio, tutti gli sfollati erano tornati alle loro case. Piacevole era  visione del lago, si era affezionato a quei luoghi, i pasti  presso le varie trattorie erano di suo gusto. Una mattina tornò al suo ‘casermone’, Alida era alle prese con le sue galline. “Padrone posso fare qualcosa per lei?” Vittorio la guardò meglio, tutto sommato ancora valeva la pena di incontri ravvicinati: “Cara hai mai visitato la mia casa vicino al lago?” “Mi sarebbe piaciuto ma lei era interessato alle sfollate…” Un chiaro rimprovero-invito. “Possiamo andarci anche subito, Dario non ritorna prima di sera.”  Dinanzi alla casetta in legno Aida mostrò meraviglia: “Non sapevo che esistessero, è bellissima.” Vittorio aumentò la dose: “Fresca ‘estate, calda d’inverno, ora siamo a luglio…” “Vorrei andare al lago ma non ho il costume…” Vittorio si fece più coraggioso: “In casa non hai bisogno del costume, spogliamoci così potremmo stare più freschi.” “Padrone io mi vergogno, nuda non mi ha visto nemmeno mio marito!” Cacchio, una puritana! “Io non sono tuo marito e mi piacerebbe…” Aida andò in bagno, dopo un po’ di tempo ritornò in camera da letto avvolta nell’accappatoio di Vittorio, dal profumo che emanava il ‘padrone’ comprese che si era fatta la doccia. Giustificazione: “A casa mia non abbiamo l’acqua corrente in bagno.” Si girò ed apparve nuda di schiena. Vittorio le si avvicinò e tentò di girarla. “Padrone mi vergogno…” “Lascia stare il padrone, chiamami Vittorio e soprattutto se ti vergogni chiudi gli occhi e girati. Aida chiuse gli occhi e si girò, Vittorio non aveva immaginato un si bel corpo, la fece distendere sul letto e cominciò a baciarle il fiorellino. Dopo poco tempo la ragazza ebbe delle vibrazioni  in tutto il corpo. “Mi sono sentita male…che m’è successo?” “Hai avuto un orgasmo.” “Non conosco la parola…” “Tu resta come sei e te ne farò provare un altro, è solo godimento.” Aida al secondo orgasmo comprese di che si trattava, mai l’aveva provato con suo marito. Restò ad occhi chiusi sdraiata sul letto, Vittorio andò in bagno, voleva finire il ‘lavoro’ iniziato, Quando uscì dalla toilette ‘ciccio’ era alla massima potenza, Aida se ne accorse: “Mio marito ce l’ha più piccolo, ho paura di farmi male!” Non si fece male, aveva il canale vaginale lubrificato dai precedenti orgasmi. Prima esperienza piacevole di ambedue. “Devo rientrare a casa, Dario sarà ritornato, è furbo, forse avrà capito quello che è successo fra di noi, domattina tornerò qui.” Dario immaginò quello che era successo fra sua moglie ed il ‘padrone’, fece finta di nulla, non fece domande ma nella sua testa si palesò un disegno ben preciso. “Moglie mia vorrei parlare col padrone per problemi che riguarda il terreno, per favore domandagli se possiamo vederci.” Da quella richiesta Aida comprese che suoi marito aveva accettato quello che era successo. La mattina successiva Aida andò nella  casetta in legno di Vittorio, fece la donna di casa cucinando per il pranzo per evitare di andare in trattoria, riferì all’amante quanto richiesto dal marito. Vittorio cercò di comprendere l’atteggiamento del contadino, decise di andarlo a trovare al lavoro, lo trovò che stava arando il terreno. “Dario se ti serve qualcosa…” “Padrone le mucche che lei vede sono vecchie e non ce la fanno più, vorrei…” “Possiamo sostituirle con due più giovani” “Io avrei un'altra soluzione, ho sentito parlare di trattori che sostituiscono gli animali nel tirare l’aratro…” Ecco dove voleva arrivare il furbacchione, avere un mezzo meccanico per fare lui stesso molto meno fatica nel coltivare il terreno. “D’accordo, domani andrò a Roma in un negozio che li vende.” “Padrone se lei è d’accordo verrei venire con lei per scegliere quello che più si adatti al nostro terreno.” Vittorio ammirò la furbizia tutta contadina di Dario, il suo scopo era quello di scegliere il migliore.” “D’accordo ci vedremo domattina, andremo a Roma con la mia Alfa Sport, prima cercherò di parlare con  un mio amico vigile urbano per avere le indicazioni su un negozio di trattori.“ Aida rientrò  a casa sua, Vittorio la mattina andò nel garage del casermone, aspettò l’arrivo di Dario e con la Alfa Sport  presero la via di Roma. Ad un vigile che dirigeva il traffico: “Sono un cugino di Gigi Villoresi un suo collega, non riesco a rintracciarlo, può lei gentilmente indicarmi un  negozio che vende trattori?” “Vada in via Prenestina, appena l’imbocca troverà sulla destra l’Agricola Bonsignore’.” Grazie e buon lavoro.” Il signor Bonsignore era un cinquantenne panciuto che sostava all’ingresso del suo esercizio. Accortosi dell’auto di lusso che stava parcheggiando dinanzi al suo negozio aprì la portiera di destra. “Benvenuti, sò a vostra disposizione.” “Vorremo vedere qualche trattore.” “Io sò er  rivenditore dei mejio trattori de Roma e puro de quelli meno cari.” Dario entusiasta salì su vari mezzi ed infine: “Per me il migliore è questo.” “Er signore c’iha l’occhio lungo, ha scelto er mejo.” “Non ho con me dei contanti, posso firmarle delle cambiali.” Vittorio non voleva fare sfoggio di troppa ricchezza. “Io de solito non le accetto ma vojo fidamme, me firmi stè quattro cambiali, me lassi er suo indirizzo, je farò recapità er trattore dove dice lei.” Due giorno dopo in cortile entrò un camion da cui due operai misero a terra il trattore. Da un finestra Aida vide tutta la manovra, pensò che suo marito era riuscito a fregare Vittorio, le corna avevano avuto un buon risarcimento per il cocu. Dario suscitò l’invidia di suoi colleghi che, citandolo ai padroni dei loro campi da loro coltivati chiesero lo stesso trattamento, inutilmente, il trattore era troppo costoso. Aida pensò che in fondo la sua cosina valeva un bel po’ di soldi. Vittorio malgrado la stangata pecuniaria era felice, Aida dormiva sempre nella sua casa in legno e stava facendo molti progresso nel campo sessuale. Il primo a cadere sotto i colpi di ‘ciccio’ fù il popò seguito da altre raffinatezze come il rinvenimento nella sua vagina del punto G che la portò ad un orgasmo lungo e molto soddisfacente lasciandola senza forze. “In questo campo sei un dio.” Vittorio pensò: ‘Si del cazzo!’ Il tempo passava, Aida era diventata praticamente la moglie di Vittorio, il marito arava i campi felice fregandosene di non aver più vicino la consorte, un trattore valeva molto più delle corna. Il cervello da contadino di Dario funzionava perfettamente, un po’ meno quello di Vittorio che sentiva la vecchiaia avvicinarsi a grandi passi. Un pomeriggio Vittorio ed Aida andarono al casermone, trovarono Dario che stava strigliando l’asino. “Padrone stavo pensando proprio a lei, come può vedere la bestia non ce la fa più a girare intorno al pozzo per portar su l’acqua, ci vorrebbe la corrente elettrica per mettere un motorino e mandare in pensione l’asino, anche casa ci guadagnerebbe, ormai la luce ce l’hanno quasi tutti. Vittorio pensò di accontentare Dario, in fondo i suoi soldi, morto lui a chi sarebbero andarti? Due giorni dopo una squadra di elettricisti si mise all’opera per installare un impianto elettrico al caseggiato che arrivava sino  al pozzo. Il giorno successivo l’impianto entrò in funzione con l’allacciamento alla rete nazionale. L’umore di Dario era alle stelle, nessuno dei suoi colleghi aveva potuto ottenere quello che lui era riuscito ad avere. Nel frattempo Aida stava usufruendo delle comodità ottenute col denaro dell’amante. Per prima cosa aveva assunto una contadina viciniora cui aveva affidato il pollaio e l’orto, aveva imparato a guidare l’Alfa Sport con gli insegnamenti di Vittorio, conseguì la patente  di guida e talvolta andava a Roma da sola. Si era fatta indicare un istituto di bellezza dove venne accolta a braccia aperte, le clienti come lei erano mosche bianche.  Al ritorno  incontrò Vittorio che rimase basito, Aida era diventata una miss, capelli rivoluzionati nel taglio e nel colore, viso truccato con molta sobrietà, anche il guardaroba era cambiato come pure le scarpe, nulla la faceva assomigliare alla contadina Aida. Vittorio decise di ritornare ad abitare nel castello di via Aurelia, insieme ad Aida  comunicò la novità a Dario che fece loro gli auguri presentando un ultima richiesta: “Per il trasporto di merci mi occorrerebbe un camioncino.”  Fu accontentato. La ragazza si era affezionata Vittorio che pian piano stava visibilmente invecchiando, Aida lo stava amorevolmente curando accompagnandolo dai medici e somministrandogli le medicine che gli venivano prescritte. Purtroppo il cuore di Vittorio cedette di colpo, una mattina Aida cercò di svegliarlo, niente da fare, un infarto l’aveva portato alla morte. Ai funerali, civili per espressa volontà di Vittorio  parteciparono  solo  Aida e Dario, tumulazione nella tomba di famiglia. Il  marito di Aida si fece avanti, voleva riprendere i rapporti con sua moglie, ebbe un rifiuto, Aida all’ex marito lasciò la casetta in legno. Vittorio le era rimasto nel cuore e non intendeva tradirlo. Diventata ormai una signora in tutti i campi, Aida si iscrisse ad una società laica per aiutare i più bisognosi, era soddisfatta di poter impiegare il suo tempo ed i suoi soldi per un’opera di bene.

  • 03 marzo alle ore 12:13
    IO DARE DODICI CENTO LIRE SE ...

    Come comincia: Ottobre 1945, Roma, la seconda guerra mondiale era appena terminata, Gabriella Mazzarini stava uscendo dalla sua abitazione in via degli Avignonesi a Roma quando incontrò un soldato mulatto, probabilmente americano con la divisa in disordine senza cappello e barcollante nel camminare, chiaramente ubriaco. Appoggiatosi al muro il militare: “Io dare dodici cento lire se you dare culo bianco.” Gabri non sapeva se ridere e arrabbiarsi, optò per la prima soluzione:”Io volere dodici mille lire!” “Io non avere dodici mille lire!” “Allora fatti una sega!” “Io non essere falegname…!” Molto probabilmente il soldato era un italo americano, aveva percepito il significato della parola sega ma non quello dato volgarmente a quel termine, Gabri per evitare problemi preferì rientrare in casa. Quell’appartamento di  via degli Avignonesi durante il regime fascista era situato sopra una casa di tolleranza frequentata anche da persone ‘per bene’, la maggior parte fascisti sposati. Il 3 settembre 1945 un gruppo di partigiani facinorosi dopo la caduta del Fascismo avevano suonato al campanello del ‘casino’, erano entrati, si erano scopate le signorine gratis e, per sfregio, le avevano rapate a zero. Gabriella era stata fortunata, era uscita presto dal suo  appartamento, al ritorno aveva visto le ‘signorine’ piangenti. Le consolò: “Mettetevi un foulard in testa, ai maschietti non interessano i capelli.” Gabriella, ora cinquantenne  era stata la  maîtresse della casa di tolleranza,  previdente, aveva messo da parte in un sottoscala i documenti riservati riguardanti il ‘casino’. In seguito aveva cercato di farli pubblicare in una rivista  sotto il titolo: ‘Museo delle case di tolleranza nel ventennio fascista’ ma  era stata chiamata dal capo redattore che si era scusato di non poter rendere pubblico quanto in suo possesso, un alto prelato del Vaticano, venutone a conoscenza non si sa come  aveva ‘pregato’ il direttore del giornale di evitare la pubblicazione perché ‘i bambini potrebbero scandalizzarsi.’ Passata la buriana le quattro signorine Marisella, Rosina, Annalisa e la tedesca Erica  non avevano ripreso a ‘lavorare’ e insalutato ospite erano sparite dalla circolazione forse emigrate in Germania al seguito della  deutsche. Dopo la guerra non era ancora entrata in vigore la sciagurata legge Merlin che avrebbe imposto la chiusura delle ‘case chiuse’ e così Gabri si trovò a dover rimpiazzare le fuggiasche. Dopo la guerra l’Italia era ridotta a brandelli soprattutto in campo economico, allora non c’erano in giro malattie come gli infarti ma la tubercolosi purtroppo regnava sovrana, gli italiani soprattutto nelle grandi città non sapevano come soddisfare i loro bisogni primari in quanto a cibo. La povertà aveva spinto  signore e signorine anche di una certa levatura sociale ad intraprendere il mestiere più antico del mondo evitando di esercitare la professione vicino ai luoghi dove erano conosciute. Una mattina di dicembre 1945, freddo da cani a Roma, suonò il campanello di casa Mazzarini, al classico: “Chi suona?” Un voce di donna: “Prego apra, le spiegherò a voce chi sono.” “Secondo piano.” Gabriella ancora insonnolita anche se erano le undici aprì la porta ad una signora impellicciata che: “Mi avevano avvisato che a Roma  talvolta fa molto freddo, io vengo da Messina, la città dello Stretto.” “Lasci all’ingresso la valigia, preferisce caffè o te?” “Cappuccino, ho un certo languorino…” Toltasi la pelliccia la signora mostrò un bel fisico, poco truccata, non eccessivamente  alta, longilinea, bel seno, insomma piacevole. “Vorrei ‘lavorare’ in  questa ‘casa’ che vedo ha molto stile e penso prezzi alti, ho bisogno di denaro per una vicenda spiacevole…ora non mi va di rammentarla, mi scusi…” “La ‘casa’ è situata nell’appartamento sottostante, ci sono oltre ai servizi e ad un salone quattro camere da letto con bagno, lei è la prima signora che si è presentata, diamoci del tu, se sei brava puoi aiutarmi a preparare il pranzo.” “Non mi sono presentata: sono Barbara Solimeni, calabrese, moglie di un ufficiale dell’Esercito di stanza a Messina. Sino a poco tempo addietro facevo una vita agiata, mio marito era addetto al vettovagliamento del battaglione, non ci avevo fatto molto caso ma il signorino mostrava una disponibilità finanziaria superiore al suo stipendio, disponibilità di cui anch’io fruivo. Un giorno non ritornò per il pranzo, li per li non ci feci caso ma verso sera una sua telefonata, che aveva combinato?  Facendo la ‘cresta’ sui conti dell’Esercito si era impossessato di una notevole somma di danaro. IL Colonnello, suo comandante di battaglione  non aveva controllato i conti come suo dovere, scoperto l’inghippo lasciò a mio marito due soluzioni: essere denunziato ed andare a Gaeta (carcere militare) oppure congedarsi a domanda, naturalmente mio marito scelse la seconda, col solo vestito che aveva indosso sparì dalla circolazione con la Jaguar che aveva acquistato pagando solo un anticipo. Io ero casalinga, nessuna  entrata, abituata ad una vita lussuosa ho dovuto scegliere fra un impiego mal pagato o …come vedi ho scelto o…” Bene, dovrai sottoporti come da regolamento ad una visita ginecologica da parte del nostro medico convenzionato dottor Vinicio Barbera presso il suo studio a piazza Barberini e le analisi del sangue le potrai fare presso il Centro Padovani a via Veneto, sono due posti qui vicino, potrai andarci a piedi. La seconda candidata si presentò il pomeriggio dello stesso giorno: “Sono Daria Andreani, mi hanno comunicato che mio marito è dato per disperso, non mi spetta nemmeno la pensione, coltivavo con lui un terreno sulla via Ardeatina vicino Roma,  il padrone, vecchio porco voleva che seguitassi a fare la contadina e la sera portarmi a letto, l’ho preso a calci nelle palle e…son qua, se la do via voglio almeno essere pagata.” “Cara Daria questa è una casa di lusso, vai a nome mio al salone di parrucchiera qui all’angolo, Patrizia, la titolare ti sistemerà, prima di tutto le unghie e poi ti farà togliere i baffetti che hai sotto il naso, per il resto affidati a lei.” Due giorni dopo, anche se con personale ridotto a due ‘signorine’ il casino ebbe a riprendere il ‘lavoro’, si era sparsa la voce della presenza della nuova ‘quindicina’ come allora si diceva in gergo. Tor della Monaca la provenienza di Ginevra Famiglini la terza ‘volontaria’. Rossa di capelli, alta, fisico longilineo, viso da bambola in poche parole mise al corrente Gabriella della sua tragica storia: in una baracca  dove viveva con la madre ed il nuovo marito, era stata violentata da quest’ultimo, la madre le aveva dato torto’: “Tu con quella minigonna te la sei andata a cercare, gli uomini sono fatti così.” Solito giro di sistemazione prima dalla parrucchiera e poi la visita medica e gli esami del sangue. Dopo altri due giorni “Sono Mariella Civerchia, Barbara Solimeni mi ha informata del suo nuovo ‘lavoro’, la mia posizione familiare è precaria, mio marito  è stato investito da un motociclista che è scappato, gli hanno tagliato un gamba, non può più lavorare…” Gabriella squadrò la nuova venuta, bionda, grandi occhi ben truccati, anche il vestiario era ricercato, tuta blu molto aderente, aveva voluto dare una spiegazione  poco convincente di quella sua scelta, Gabriella non ritenne opportuno farle domande, era il ‘pezzo’ pregiato della sua casa. L’ultima candidata fu una vera sorpresa, una brasileira  alta, bruna, tette e sedere da sfilata del Carnevale di Rio, parlava l’italiano appreso da un nonno paterno. Fatima Morello, queste le sue generalità aveva uno stile particolare che non sfuggì all’osservazione di Gabriella che non seppe darsi una spiegazione. L’organico era saturo, dopo pranzo Fatima chiese a Gabriella di parlarle a quattro occhi. Insieme si recarono nell’appartamento di Gabri che: “Sono curiosa di sapere quello che hai da dirmi, fisicamente mi sembri a posto…” “Si ma ho qualcosa in più…” Fatima scostò gli slip ed apparve lui, un coso che  pian piano si stava alzando…un trans! Dopo un attimo di stupore: “Cara per gli italiani sarai una sorpresa, durante il regime fascista era impensabile la presenza di un trans, avrebbe tolto lustro alla mascolinità italica, anche ora…” “Ho un passaporto in cui risulto donna, se non vuoi farmi ‘lavorare’ lasciami dormire qualche giorno a casa tua, sono disperata,  nei giorni passati…” Fatima aveva preso a piangere. Gabriella ebbe un moto di pietà e di generosità,  acconsentì alla richiesta, pretese solo che Fatima stesse nascosta in casa sua. La brasiliana era costretta a prepararsi i pasti ma quello che più le pesava durante il giorno era la solitudine, solo la sera aveva la compagnia di Gabriella, dormivano nello stesso letto matrimoniale.  La signorina Morello un giorno ebbe la non buona idea di affacciarsi al balcone, la sua presenza su notata da Giovanni Abramo dirimpettaio, quarantenne ricco e sfaticato appena rientrato dal Brasile, era rimasto sorpreso nel vedere a casa di Gabriella una miss di cotanta bellezza. All’apertura della casa di tolleranza, alle sedici si presentò in sala e andò sui complimenti: “Carissima, sei sempre in forma, una domanda: chi è quella brunona che abitata a casa tua?” Gabri, benché sorpresa comprese quello che era successo. “Per le spiegazioni ci vediamo domani a pranzo, come saprai io chiudo la casa la domenica, ti farò conoscere quella signorina che probabilmente avrai visto al balcone di casa mia, mangeremo insieme, spero ti piaccia la cucina carioca.” Giovanni si comportò da gentiluomo, si presentò con due mazzi di rose, quello rosso per la sconosciuta, l’altro bianco per la padrona di casa. All’ingresso finto baciamano per le due dame. Nel salone sul grande tavolo erano stati disposti i piatti brasiliani a lui noti: ‘Feijoada, Moqueca, Acarajé, Farofa il tutto ’innaffiato’ con un vino bianco italiano il Verdicchio dei Castelli di Jesi, un caffè e fine del pranzo. Giovanni prese a conversare con Fatima in portoghese, riprese la madre lingua per non lasciar fuori dalla conversazione Gabriella. “Sei la classica brasiliana, non ti domando come sei arrivata in Italia, mi basta averti conosciuta, col permesso della tua amica vorrei fari visitare casa mia.” La visita si concluse con la permanenza fissa di  Fatima a casa del signor Abramo, un colpo di fulmine. Era  stata  da lui apprezzata la scoperta di ‘qualcosa di più’ in possesso della signorina Morello, girando il mondo, in particolare la terra Carioca era diventato bisessuale.

  • 03 marzo alle ore 11:58
    PIOVE A ROMA

    Come comincia: Quando a Roma piove, piove di brutto. Eros Modigliani era uscito dal suo studio di consulente tributario in via Volturno per raggiungere un garage in via Lanza dove ogni giorno  posteggiava la sua Volkwagen Tiguan. Aveva acquistato l’auto  presso il concessionario di quella marca Vinicio Gallozzi suo amico sin dai tempi scolastici. “Per la città ti farebbe comodo una Up, è meno ingombrante, me la pagherai quando vuoi.” Il buon Eros per raggiungere il garage si era bagnato  come si dice in gergo come un pulcino, prima di uscire dallo studio non aveva guardato fuori e non si era munito di un ombrello. Finalmente arrivato a destinazione “Dottò fori piove.” Romolo Giusti il proprietario del garage si era espresso con  ovvietà, “Non me n’ero accorto…”Eros due anni prima si era laureato in  Economia e Finanza  all’università ‘Guido Carli’, i suoi genitori abitavano a Sperlonga, col loro aiuto finanziario aveva acquistato un trilocale a piazza Ragusa a Roma accollandosi un mutuo estinguibile in vent’anni conseguenza: niente acquisto della Up. Il giovane  era stato fortunato in quanto il giorno della laurea con Centodieci e Lode all’Università era stato avvicinato da un signore piuttosto anziano: “Sono Marsilio Bersani titolare di un Studio Tributario, è mia intenzione lasciare le redini  dell’ufficio ad un  giovane capace, tu mi dai affidamento, questo è il mio biglietto da visita, vieni a trovarmi lunedì mattina per sistemare tutte le scartoffie burocratiche indispensabili per farti diventare mio socio,  è ora che vada in pensione.” Eros pensò: “Che botta di…  aver trovato subito un impiego.” Il lunedì mattina un altro evento fortunato, aveva reperito un garage abbastanza vicino allo studio. Il giorno prescelto si presentò al dottor Bersani: “Sono qua, spero di non deludere le sue aspettative.” Eros non deluse il dottor Marsilio, nel giro di poco tempo aveva imparato i trucchi del mestiere soprattutto quelli che attirano i ricconi  vogliosi di pagare il meno possibile di imposte (tradotto in altri termini esportare la loro moneta in paradisi fiscali.) Il sabato, giorno in cui lo studio era chiuso Eros lo dedicava a sistemare la sua abitazione con mobili moderni, quello che gli mancava era una presenza femminile. Gina Bentivoglio, la segretaria dello studio era ultra cinquantenne ed in ogni caso Eros aveva percepito il senso di uno scritto  dello studio: ‘Non mescolare mai piacere e lavoro.’ L’aforisma, vergato su una piccola ceramica forse era un memento a se stesso del dottor Bersani. Col tempo l’azienda era passata completamente nelle  mani di Eros, il titolare, lasciato vuoto  l’appartamento di sua proprietà situato sopra lo studio si  era ritirato in una casa di riposo con tutti i confort, giardino compreso, voleva godersi la terza (o la quarta) età. Il lavoro seguitava ad aumentare, Eros comprese che aveva bisogno di un aiutante. Si presentò all’Istituto Tecnico Commerciale Botticelli, in segreteria apprese i nominativi dei giovani diplomati a giugno. Marco Mazzarini secondo quanto riferito dalla segretaria della scuola era uno studente modello però in conflitto perenne con la professoressa di italiano zitella secca di fisico e di colorito giallastro. Famosi erano stati  i loro litigi. Quello che più fece ridere l’intero corpo docente era stato quello di un tema dato dalla insegnate agli alunni: ‘Marzo, sta arrivando la primavera.’ Marco non si fece sfuggire l’occasione per prendere per i fondelli l’insegnate: ‘Marzo? M’arzo, me lavo, pjio er latte e vado a scola.’ Era troppo. L’insegnate riportò il fatto al preside che dopo essersi fatto un bel po’ di risate si limitò a redarguire l’alunno. Questo era Marco. Eros lo convocò per telefono nello studio esattamente come anni prima era accaduto a lui. Il giovane sin dall’inizio si dimostrò capace e volenteroso. Una mattina:“Dottore mi sono accorto che sopra lo studio c’è un  appartamento sfitto, io convivo con mia madre vedova e con Letizia mia sorella, che ne dice di interpellare il padrone per comprendere se intende affittarlo alla mia famiglia?” “Ci penserò.” Una mattina era entrata nello studio, travalicando la segretaria una signora truccatissima, media età dal fare ‘spiccio’: “Sono la marchesa Eleonora Fiumara, in passato avevo a che fare col dottor Bersani, non so se lei sia alla stessa altezza!” “ Eros Modigliani, altezza uno e ottanta, il mio predecessore mi sembra essere alto un metro e settanta.” “Non faccia lo spiritoso con me, potrei ritirare tutto il mio malloppo dallo studio.” Eros localizzò il patrimonio notevole della signora, era nella maggior parte investito in banche Honduregne. “Signora marchesa l’Honduras è un po’ lontana, ci vorrebbe del tempo…” “Ho capito, ritorniamo al principio: io sono…” “Gentile marchesa venga al dunque, sono disponibile alle esigenze dei clienti ma…” “Vengo al dunque, un mio amico e vostro cliente mi ha soffiato quella che potrebbe essere una vostra come dire ‘defaillance’ conservando il carteggio mio e quello di altri clienti  in ufficio se venisse la Finanza per un controllo sarebbero guai, deve trovare un'altra soluzione.” “Ritengo che lei abbia ragione, le farò conoscere le mie decisioni.” “Intanto che ne dice di offrirmi un pranzo, ho intravisto qui vicino una trattoria, le preferisco ai grandi ristoranti, tutto fumo e niente arrosto!” “Gina sto andando in trattoria con la signora marchesa, avvisa per favore Marco della mia assenza, se ha bisogno di me usi il telefonino.” All’ingresso il proprietario del locale, un panciuto signore di mezza età li invitò ad entrare, Eros era un cliente abituale. “Dottore benvenuto, mi fa piacere che abbia portato anche sua madre.” “Bruttu asinu  ésti orbu, sugno la marchesa Fiumara…” “Mi scusi signora marchesa, con la vecchiaia mi sta calando la vista, per il menù ci penso io come faccio sempre col dottore.” Eros more solito non perse la calma ed il sorriso. “Vedrà che Giorgio si farà perdonare la gaffe con un pranzo coi fiocchi.” Giorgio si fece perdonare anche non facendo pagare ad Eros il conto. All’uscita dal locale Eleonora barcollava un pò, le aveva fatto effetto il vino dei Castelli Romani. Eros la fece salire con fatica sul sedile posteriore della sua auto, quando la signora si allungò ed alzò la gonna  apparve una foresta nera, la contessa non aveva indossato le mutande! Sotto casa Eros col suo aiuto la fece scendere dall’auto per poi entrare nell’ascensore,  fortunatamente non incontrarono altri inquilini. Dentro casa Eleonora parve riprendersi: “Dov’è il bagno?” Nella toilette Madame si tolse il vestito, rimase completamente nuda non aveva indossato nemmeno il reggiseno. Dopo un lavaggio ai ‘gioielli’ Eleonora si presentò in camera pronta alla pugna. “Vediamo quello che sai fare, non è che sei frocio?” “Non sono omosessuale.” Eros  dimostrò a lungo la sua vigoria sessuale, era a stecchetto da vario tempo.”Cazzo non pensavo che l’avessi tanto grosso, mi fanno male la fica e il  culo! Accompagnami ad una stazione di taxi, ciao, non ti dico a presto, a me piace cambiare spesso i cazzi.” Alla faccia della signorilità Eleonora era proprio sboccacciata ma su un punto aveva ragione, occorreva nascondere in un posto sicuro la corrispondenza con l’estero dei clienti. La mattina successiva entrando nello studio: “Marco vieni nel mio ufficio.” Si ‘allargò’ facendo suo il rilievo della marchesa: “Ho pensato che nella nostra contabilità riservata ci sia un ‘errore’, i Finanzieri in sede di controllo potrebbero accertare dove sono finiti gli investimenti irregolari dei nostri clienti, penso che la cosa migliore sia quella di depositare il tutto in una cassetta di sicurezza della nostra banca magari a nome  di Gina.” Giusta l’idea, sbagliato il nome dell’intestataria, si potrebbe facilmente attraverso il cognome Bentivoglio risalire alla nostra segretaria, che ne dici di intestarla a mia madre?” “Tutto sommato è una buona idea, accompagnala in studio.” “Verrà anche mia sorella Letizia.” Le due donne Gemma Marchetti e la figlia si assomigliavano molto, sembrano due sorelle.” Dentro di sé Eros pensò che se avesse dovuto scegliere sarebbe stato in imbarazzo, ambedue erano…scopabili. Gemma fu messa al corrente del suo ruolo nel carteggio dell’ufficio del figlio. Il lunedì  si recarono tutti nella banca fiduciaria, incontrarono il direttore Manlio Richetti che, alla richiesta di affittare un cassetta di sicurezza a nome della sconosciuta Gemma Marchetti non fece una piega, alzò solo un sopracciglio, aveva compreso l’inghippo. “Data la grandezza della cassetta che voi desiderate affittare il prezzo sarebbe mille Euro, per la ditta Modigliani Mazzarini un decimo, cento Euro.” All’uscita dalla banca: “Mamma io e Letizia andiamo in giro per fare delle compere, fatti accompagnare a casa da Eros.” “Gentile signora, suo figlio non ha specificato in quale casa debba accompagnarla, che ne dice della mia?” Gemma sorrise, forse era stato tutto programmato, senza forse. “È un appartamento ordinato però si vede la mancanza di stile femminile, le debbo confidare la mia situazione delicata, Marco ci ha lasciati soli con la speranza che facciamo …amicizia, mio marito è morto anni addietro, mi sono innamorata e sono divenuta l’amante di un uomo più giovane di me Damiano Giordano che ho scoperto in ritardo essere figlio di Rocco un boss dell’ndrangheta calabrese a Roma per…affari. Ho ricevuto da lui molti regali, è ricco anche se la ricchezza è di dubbia provenienza. Suo padre non accetta il nostro legame, avrebbe preferito che suo figlio sposasse una ragazza del suo entourage: ‘può essere tua madre’ ha così sfogato la sua rabbia Rocco Giordano, la mia vita è un inferno, in passato ho scoperto un investigatore privato che chiedeva mie notizie alla segretaria della scuola dove insegno, forse lei potrebbe aiutarmi.” Eros rimase colpito dalla storia di Gemma: “Cosa posso fare per aiutarla?”  “Io un’idea ce l’avrei ma ci andrebbe di mezzo mia figlia…” “Ne parli con lei, io sono disponibile.” La situazione che aveva progettato Gemma era quella di fare incontrare Letizia con Eros per un falso loro fidanzamento,  il capo bastone calabrese a quella notizia si sarebbe quietato. Letizia anche per il bene della madre accettò la proposta, in fondo  Eros era di bell’aspetto, piacevole, serio. Anche a  Damiano cui pesava il suo legame  amoroso, apprezzò l’aiuto di Eros. La situazione si evolse come progettato, nel frattempo che i due amanti si ‘intrattenevano’, il padrone di casa cercava di fare il disinvolto con Letizia ma si vedeva che erano ambedue imbarazzati. “Un giorno la ragazza: “Eros ma tu come stai a donne?” “Benissimo ce n’ho una davanti a me con cui amerei stringere un’amicizia profonda.” Ci volle del tempo, prima che i due arrivassero  all’intimità, ‘Il tempo è un grande autore, scrive sempre un finale perfetto.’ L’aforisma di Charlie Chaplin si dimostrò veritiero, Marco si fidanzò ufficialmente con Letizia, il capo bastone Rocco Giordano fu felice per quella conclusione. Letizia mise al mondo un bel pupo  cui fu imposto il nome di Marsilio in onore del titolare dello studio il quale fece da padrino al battesimo del piccolo.  Non sempre risponde a verità il detto latino: ‘Fortuna audaces iuvat’ Pensandoci bene Eros e Marco avevano raggiunto i loro obiettivi senza alcuna loro ‘audacia’.

  • 03 marzo alle ore 10:05
    L'ALTER EGO

    Come comincia: Cosa più gratificante è per noi tutti riuscire a trovare un’altra persona uguale o a noi simile per personalità, forma mentis, gusti insomma un alter ego. Molte coppie col tempo ‘scoppiano’ perché le incomprensioni ed i piccoli diverbi quotidiani pian piano erodono quella atmosfera ovattata chiamata amore che  si era creata appena conosciuti. Leonardo e Alessia erano stati fortunati, si erano incontrati al ‘Galletti’ locale da ballo di Domodossola, lui finanziere, lei tuttofare impiegata specialmente nella vicina Svizzera dove era più facile trovare  lavoro. Leonardo aveva invitato Alessia a danzare con un semplice inchino, alla fine del primo ballo: “Spero che tu non sia muto, mi dispiacerebbe non poter colloquiare con te.” “Apprezzo quel verbo anche se un po’ snob, vorrei esternare i miei pensieri e quello che ho provato vedendoti…” “Non amo molto i complimenti che nella maggior parte delle volte sono fasulli ma guardandoti in viso li ritengo sinceri.” “Bene, ora che ci siamo presentati...a proposito io sono Leonardo Martini romano di nascita e di mentalità.” “Mi hai ricordato il detto romano ‘Civis romanus sum’ appreso al Liceo. Sono Alessia Lucio del Priore…non fai commenti sul mio cognome?” “Lo faccio e dico cose concrete: non si ha alcuna colpa di qualcosa di cui non siamo responsabili e poi pensandoci bene non è male avere un cognome fuori del comune.” Alessia abbracciò Leo, era un segno tangibile di apprezzamento della sua personalità, il suo sapersi esprimere su ciò che si ritiene importante senza ricorrere a luoghi comuni, la libertà di essere se stessi, di mostrare empatia. Alessia si staccò un attimo da Leo per guardarlo in viso per poi baciarlo in bocca. “Guarda che il mio ‘ciccio’ …” “Non cercare di fare il duro, d’istinto penso d’aver finalmente trovato l’uomo della mia via.” “L’uomo della tua vita se ne deve andare in caserma, imbarcarsi su un treno e attraverso il ‘Sempione’ raggiungere Briga e poi …ho il desiderio di rivederti e stare insieme più a lungo, se lo desideri potrei venire a casa tua, che ne diresti di darmi l’indirizzo.“ “Andiamo al fidanzamento ufficiale? Ti presenterò mia madre, abito in via Piave 61” “Verrò dopodomani mattina, by baby.” Leonardo si presentò puntualmente a casa di Alessia dopo due giorni, alla vista della madre di Alessia:”Se avessi saputo della beltade della mia futura suocera…” “Sono Greta Leopoli, grazie del complimento che ricambio col dire: finalmente mia figlia mi ha presentato un giovane per bene, gli altri…” “Adesso sono io che… se avete finito di complimentarvi…” Un attimo di silenzio poi un abbraccio di empatia fra i tre, si era creata un’affettuosità condivisa. Leonardo ormai passava tutto il suo tempo libero a casa delle due donne, entrava liberamente, era venuto in possesso delle chiavi dell’appartamento. Lontana la figlia per motivi di lavoro Greta mise al corrente Leonardo di una disavventura di Alessia: “Aveva conosciuto un funzionario di Dogana, rimasti soli avevano preso a bere ubriacandosi, il cotale si dimostrò sessualmente violento, la penetrò violentemente sia davanti che dietro procurandole delle lesioni. Quando  rientrai in casa, appreso lo spiacevole avvenimento il giorno dopo mi recai dal capo degli ispettori doganali, gli feci presente il fatto. Il colpevole dopo poco tempo fu trasferito ad altra sede, fra l’altro aveva taciuto il fatto di essere sposato.” Dopo due mesi di lontananza Alessia rientrò a Domo (come veniva chiamata la città dai suoi abitanti), abbracciò madre e fidanzato e dopo cena passò la notte con l’amante. Dopo un piacevole rapporto sessuale ritenne opportuno confidargli un avvenimento della sua vita all’ospedale di Losanna dove aveva svolto il servizio di infermiera. Il lavoro era pesante, Alessia aveva preso a flirtare con un funzionario del nosocomio tale Aginald Vatano di cui divenne l’amante e  così ebbe l’incarico di capo sala con la conseguenza di dover sempre accettare di avere con lui rapporti sessuali di ogni tipo, escluso il popò che aveva riservato all’amore suo. Aginald si innamorò di Alessia, voleva fare l’amore ogni giorno, arrivò al punto di affermare che stava lasciando moglie e figli per mettersi con lei, quello era stato il motivo di rientro a casa di Alessia. La sincerità della fidanzata non turbò Leo che anzi l’apprezzò. A sua volta le volle raccontarle un episodio della sua vita, fatto accaduto in un distaccamento delle Fiamme Gialle a mille metri di altezza. Il sabato sera era dedicato alle gioie del sesso, la maggior parte dei finanzieri a caccia di baitane, unici che non partecipavano al ‘rito’ erano Leo e Piero il vicebrigadiere comandante del reparto che: “A te non piacciono le donne?” “Si ma queste ‘crucche’ puzzano per la poca igiene.” “Io sono profumato che ne dici di…” Nel frattempo il comandante aveva slacciato la pattuella dei pantaloni del dipendente, glielo aveva preso in mano e poi in bocca, Leo per la prima volta in vita sua stava provando le ‘gioie’ del sesso omo. Si ritrovò in mano il ‘ciccio’ duro di Piero, prese a masturbarlo,  conseguenza una confusione mentale. Durante i quattro successivi sabati del mese di soggiorno nel distaccamento  Leo si trovò spesso il ‘ciccio’ del suo comandante in mano per poi avere un rapporto anale con lo stesso ma si rifiutò di farselo infilare nel popò. Leo ed Alessia avevano trovato l’alter ego, ne erano felici, a nessuno dei due in passato era capitato di provare una sensazione del genere. Leonardo ormai aveva scelto l’abitazione di via Piave luogo dove trascorrere la libera uscita, fra l’altro Greta si era dimostrata brava in culinaria, niente più cibo standardizzato della mensa della brigata. La lontananza di Alessia aveva portato Leo e Greta a trovarsi sempre più vicini con la conseguenza che un giorno la suocera abbracciò e baciò in bocca il genero, non finì lì, i due presero ad amoreggiare ogni volta che si incontravano col pianto finale di Greta che ogni volta prometteva a se stessa di non ‘cascarci’ più, promessa da marinaio. Al rientro a Domodossola Alessia ‘annusò’ la situazione anomala di sua madre che spesso si allontanava dalla abitazione per recarsi a casa della sorella passandovi anche la notte. La ragazza non chiese spiegazioni, un giorno Alessia abbracciò i due e: “Vi voglio molto bene.”Era una dichiarazione di consenso al loro legame a tre. Purtroppo non ci fu un lieto fine nella relazione fra Leonardo ed Alessia. Il finanziere preferì fare gli esami per il concorso  alla Scuola Sottufficiali del Lido di Ostia, fu ammesso. Dopo qualche mese di contatti epistolari i due li interruppero, il detto che la lontananza non favorisce i legami sentimentali si mostrò veritiero.
     

  • 02 marzo alle ore 17:35
    FIORELIN DELPRATO

    Come comincia: Agapito Mazzarini si era recato a Porta Portese a Roma per cercare un vecchio giradischi con cui  poter ascoltare i settantotto giri rinvenuti a casa della zia Armida recentemente deceduta, deluso stava per abbandonare il mercatino quando proprio all’ultima bancarella un vecchio: “Dottò che te serve?” Rispondendo nel suo dialetto Aga: “Me serveria ‘n grammofono c’iò  vecchi dischi ma vedo che nun ce l’hai.” “Nonno Romolo c’iha tutto.” Il vecchio si recò in una Balilla da dove trasse un giradischi non tanto datato, non era  a manovella, si poteva attaccare all’energia elettrica. “ ‘A sor coso, questa è ‘na reliquia, la do via malvolentieri, trattamela bene, era dè mi padre, damme cento Euro.” Agapito tornò a casa in via Bobbio, con la cospicua eredità della zia si era permesso il lusso di acquistare una Jaguar X Type ma non liquidò la vecchia 500 Fiat, era troppo affezionato a quello che era stato il primo amore automobilistico. La sua era una vecchia casa a due piani rimodernata, al piano terra un locale dove potevano essere posteggiate ambedue le auto, per Roma una rarità. Entrato dentro l’abitazione con  sottobraccio orgogliosamente il grammofono incontrò la moglie Consuelo che…lo smontò: “Dove vai con stò vecchiume, avrà più anni di te!” Forse era vero, Aga aveva passato la soglia degli settanta, la consorte…ventisei di meno. Non replicò, andò nel salone, lo poggiò sopra una etagère, lo spolverò ed attaccò con una certo apprensione la spina ad una presa elettrica, il vecchio strumento si accese. Agapito lesse nelle singole etichette ‘Voce del Padrone’ i nomi dei cantanti tutti a lui sconosciuti: Amelia Galli, Beniamino Gigli, Sergio Bruni, Alberto Camerini, Umberto Balsamo sino a quando giunse a Luciano Tajoli, forse l’aveva sentito, la canzone: ‘Fiorellin del prato…’  il cantante seguitava: ‘messagger d’amore, bello è baciar la bocca che mi piace e donando un fiore quante ne ho baciate…’ Consuelo entrando nel salone sentì le parole della canzone: “Che è stà cosa melensa, oggi quanto a canzoni ci sono delle parole da veri maschi, anche se in giro ne vedo pochi. La poco gentile consorte si riferiva proprio a lui che, causa l’età  aveva ammainato  bandiera, pensando di accontentarla in altro modo. Un giorno era entrato nel sexy shop ‘Blu Moon’ in piazza Barberini, chiese al commesso molto gentile, diciamo troppo gentile, un vibratore. “Signore lo vuole in plastica o in caucciù che lunghezza, è per lei?” “Senti coso tu sicuramente lo usi…va bene questo che vedo, quanto ti devo?” “Signore per lei che è simpatico trentaquattro Euro.” “Se non ti fossi stato simpatico?” “Il doppio, se me lo permette un consiglio, qui  ce n’è uno più piccolo è per il popò… un mio omaggio.”” Stavolta la simpatia aveva fatto risparmiare Agabito, sperava che fosse gradito a Consuelo, due sostituti del pisello che avrebbe accontentato la signora sia nel fiorello che nei buchino posteriore. Aga aveva  sistemati gli acquisti in una scatola rivestita con carta regalo e fiocchetti multicolori, si aspettava…”Cara un pensierino anzi due pensierini .” Consuelo chissà cosa immaginava, scartato il pacco si mise ridere fragorosamente: “Non mi conosci ancora dopo tanto tempo, a me piacciono quelli veri…un giorno penso di farti io una sorpresa!”Dopo una settimana sorpresa fu. Al telefonino: “Caro sto venendo a casa con due etiopi, sono stato in Chiesa da don Felice, a voce ti spiegherò.” Aga: “Due etiopi? Forse quelli che giungono in Italia a bordo di barconi, malandati e con tante malattie, Consuelo era impazzita! La consorte entrò per prima a casa, dietro di lei un uomo ed una donna mulatti che si inchinarono al suo cospetto, almeno erano educati ed anche bellocci, soprattutto l’uomo di statura superiore alla media, parlavano l’italiano, molto probabilmente l’idioma italico era stato da loro appreso da qualche italiano  distaccato  nella loro terra. Aga squadrò meglio la ragazza, grandi occhi neri, capelli ricci che incorniciavano il viso, denti bianchissimi, bel fisico, veramente piacevole, forse nelle loro vene scorreva anche del sangue italiano. Al tempo di fascismo gli italici guerrieri  erano sbarcati in quella terra per conquistare un impero come le altre potenze mondiali, le femminucce non erano male per dei guerrieri giovani ed eternamente arrapati, conclusione dopo qualche mese si videro in giro delle somale con sulle spalle tanti piccoli mezzo sangue. “Questi sono Nisba ed Ayscha, lui in Etiopia esercitava il mestiere di meccanico, potrai sistemarlo presso  l’officina che hai ceduto ad un tuo amico, lei mi aiuterà in casa. Consuelo aveva posto troppa attenzione sul maschietto, ad Agapito era piaciuta Ayscha ma con ciccio in pensione… i due furono sistemati nella camera degli ospiti. Consuelo aveva preso l’abitudine di accompagnare con la 500  Nisba  al lavoro in via Illiria. “Poverino non è pratico di Roma, gli faccio un favore.” Aga pose una domanda trabocchetto alla consorte: “Che ne dice Nisba della 500?” “Gli da fastidio il freno a mano…” Consuelo c’era caduta in pieno, l’etiope sicuramente durante il,viaggio aveva usufruito delle grazie della signora la quale aveva un viso sempre allegro come non mai prima, la cura di Nisba faceva effetto. Una mattina appena svegli: “Caro potresti…dovresti…” “Non ho capito se potrei o dovrei…” “Insomma ti chiedo in nome del nostro vecchio amore di permettermi di dormire la notte insieme a Nisba, sono stanca di pompini e di sveltine in macchina!” “Aggiudicata, allora io dormirò con Ayscha nel letto matrimoniale.” “A dir la verità pensavo…va bene accordato non so cosa combinerai con lei ma…fatti tuoi!” Aga pensò ai fatti suoi, come uscire dall’impasse? Cavolo non ci aveva pensato prima, il Viagra!” Si recò  dal farmacista Roberto a Piazza di Spagna. “Chi si rivede, se tutti fossero sani come te chiuderei bottega, dimmi tutto.” “Andiamo nel retro, una storia riservata. Ho trovato una mulatta favolosa ma ciccio non si vuole o meglio non può più alzarsi, mi occorre una scatola di Viagra.” Niente Viagra, ti darò lo Spedra, ha meno effetti collaterali, devi assumerlo mezz’ora prima del… possibilmente a stomaco vuoto, per funzionare devi essere eccitato, è un mio omaggio, fammi sapere.” A cena Aga era  nervoso, mangiò poco ed a fine pasto: “M’è venuto un sonno improvviso, vado a letto, voi seguitate a mangiare, Ayscha mi fai compagnia?” Nella camera matrimoniale il letto era addobbato con lenzuola ricamate ereditate dal corredo della zia Armida. “Cara andiamo in bagno, un bel bidet caldo…” Detto fatto i due si ritrovarono nel letto, la etiope: “ Mio marito mi ha riferito che hai problemi in campo sessuale…” “Sbagliato, prendilo in bocca e vedrai!” Ciccio si era ringalluzzito, con la Spedra dopo molto tempo diede il meglio di sé ma prima Aga si era  impadronito del clitoride di Ayscha portando l’interessata ad un doppia orgasmo, entrata trionfale nel fiorellino lubrificato, nessun problema, Aga rimase dentro quel caldo antro sino a che ciccio ammainò la bandiera poi un sonno ristoratore col sorriso sulle labbra, si svegliarono a mattino inoltrato. Passaggio in cucina per una robusta colazione, incontrarono Consuelo che con un sorrisetto beffardo sulle labbra: “Com’è andata?” Rispose Ayscha: “Meglio del previsto.” Non era la risposta che la padrona di casa si aspettava, pensò che la etiope avesse voluto coprire la defaillance di suo marito, se ne andò via ridendo. Man mano che passavano i giorni Aga e Ayscha si ritrovavano quotidianamente  nel letto matrimoniale, gli altri due inquilini pensarono ad un bluff sin quando Aga durante una cena facendo sfoggio della sua cultura poliglotta: ”It is pleasure that i announce to you will become uncles, i do not know whet her of a boy or girl.”  Nisba e Consuelo non  cedettero ad una gravidanza della etiope, seguitarono la loro relazione intima anche se la padrona di casa cominciava ad avere della stanchezza sessuale, dal niente assoluto era passata al troppo. Dopo un mese, a cena Aga toccò il pancino di Aysha che stava diventando un pancione: “Sarà una bambina bellissima, appena appena abbronzata!” Stavolta Consuelo dovette mandar giù la notizia, come cavolo aveva fatto suo marito…pensò ad un’ultima difesa: “Caro ricordi il detto latino: ‘mater certa est, pater nunquam’sei sicuro che sia tuo?” “Manca poco tempo alla nascita, alla nascita farò fare alla bimba  l’esame del DNA. e così finalmente chiuderai quella boccaccia! Te lo puoi scordare che porterà il tuo nome! Da domani ingaggerò una cameriera per i servizi di casa.” Consuelo uscì di casa sbattendo la porta, prese la Jaguar ed uscì per Roma, con quel gesto voleva dimostrare che anche lei era la padrona di casa non ricordando che i cordoni della borsa li teneva suo marito. I suoi erano sentimenti diversi tra il dolore, la rabbia, la tristezza, aveva perso il marito e con lui tutto. Durante il peregrinare per la città riprese la calma, cercò di pensare quale fosse la migliore via per ricucire i rapporti col consorte e forse avere una famiglia allargata come era molto di moda ultimamente in Italia, prevalse quest’ultima soluzione. Entrò in casa sorridente: “Ragazzi chiedo scusa, non era preparata a quanto accaduto,da ora in poi saremo, se vorrete una sola famiglia, in quanto al nome alla piccola…fate voi!” Naque Consuelo.

  • 02 marzo alle ore 17:35
    FIORELIN DELPRATO

    Come comincia: Agapito Mazzarini si era recato a Porta Portese a Roma per cercare un vecchio giradischi con cui  poter ascoltare i settantotto giri rinvenuti a casa della zia Armida recentemente deceduta, deluso stava per abbandonare il mercatino quando proprio all’ultima bancarella un vecchio: “Dottò che te serve?” Rispondendo nel suo dialetto Aga: “Me serveria ‘n grammofono c’iò  vecchi dischi ma vedo che nun ce l’hai.” “Nonno Romolo c’iha tutto.” Il vecchio si recò in una Balilla da dove trasse un giradischi non tanto datato, non era  a manovella, si poteva attaccare all’energia elettrica. “ ‘A sor coso, questa è ‘na reliquia, la do via malvolentieri, trattamela bene, era dè mi padre, damme cento Euro.” Agapito tornò a casa in via Bobbio, con la cospicua eredità della zia si era permesso il lusso di acquistare una Jaguar X Type ma non liquidò la vecchia 500 Fiat, era troppo affezionato a quello che era stato il primo amore automobilistico. La sua era una vecchia casa a due piani rimodernata, al piano terra un locale dove potevano essere posteggiate ambedue le auto, per Roma una rarità. Entrato dentro l’abitazione con  sottobraccio orgogliosamente il grammofono incontrò la moglie Consuelo che…lo smontò: “Dove vai con stò vecchiume, avrà più anni di te!” Forse era vero, Aga aveva passato la soglia degli settanta, la consorte…ventisei di meno. Non replicò, andò nel salone, lo poggiò sopra una etagère, lo spolverò ed attaccò con una certo apprensione la spina ad una presa elettrica, il vecchio strumento si accese. Agapito lesse nelle singole etichette ‘Voce del Padrone’ i nomi dei cantanti tutti a lui sconosciuti: Amelia Galli, Beniamino Gigli, Sergio Bruni, Alberto Camerini, Umberto Balsamo sino a quando giunse a Luciano Tajoli, forse l’aveva sentito, la canzone: ‘Fiorellin del prato…’  il cantante seguitava: ‘messagger d’amore, bello è baciar la bocca che mi piace e donando un fiore quante ne ho baciate…’ Consuelo entrando nel salone sentì le parole della canzone: “Che è stà cosa melensa, oggi quanto a canzoni ci sono delle parole da veri maschi, anche se in giro ne vedo pochi. La poco gentile consorte si riferiva proprio a lui che, causa l’età  aveva ammainato  bandiera, pensando di accontentarla in altro modo. Un giorno era entrato nel sexy shop ‘Blu Moon’ in piazza Barberini, chiese al commesso molto gentile, diciamo troppo gentile, un vibratore. “Signore lo vuole in plastica o in caucciù che lunghezza, è per lei?” “Senti coso tu sicuramente lo usi…va bene questo che vedo, quanto ti devo?” “Signore per lei che è simpatico trentaquattro Euro.” “Se non ti fossi stato simpatico?” “Il doppio, se me lo permette un consiglio, qui  ce n’è uno più piccolo è per il popò… un mio omaggio.”” Stavolta la simpatia aveva fatto risparmiare Agabito, sperava che fosse gradito a Consuelo, due sostituti del pisello che avrebbe accontentato la signora sia nel fiorello che nei buchino posteriore. Aga aveva  sistemati gli acquisti in una scatola rivestita con carta regalo e fiocchetti multicolori, si aspettava…”Cara un pensierino anzi due pensierini .” Consuelo chissà cosa immaginava, scartato il pacco si mise ridere fragorosamente: “Non mi conosci ancora dopo tanto tempo, a me piacciono quelli veri…un giorno penso di farti io una sorpresa!”Dopo una settimana sorpresa fu. Al telefonino: “Caro sto venendo a casa con due etiopi, sono stato in Chiesa da don Felice, a voce ti spiegherò.” Aga: “Due etiopi? Forse quelli che giungono in Italia a bordo di barconi, malandati e con tante malattie, Consuelo era impazzita! La consorte entrò per prima a casa, dietro di lei un uomo ed una donna mulatti che si inchinarono al suo cospetto, almeno erano educati ed anche bellocci, soprattutto l’uomo di statura superiore alla media, parlavano l’italiano, molto probabilmente l’idioma italico era stato da loro appreso da qualche italiano  distaccato  nella loro terra. Aga squadrò meglio la ragazza, grandi occhi neri, capelli ricci che incorniciavano il viso, denti bianchissimi, bel fisico, veramente piacevole, forse nelle loro vene scorreva anche del sangue italiano. Al tempo di fascismo gli italici guerrieri  erano sbarcati in quella terra per conquistare un impero come le altre potenze mondiali, le femminucce non erano male per dei guerrieri giovani ed eternamente arrapati, conclusione dopo qualche mese si videro in giro delle somale con sulle spalle tanti piccoli mezzo sangue. “Questi sono Nisba ed Ayscha, lui in Etiopia esercitava il mestiere di meccanico, potrai sistemarlo presso  l’officina che hai ceduto ad un tuo amico, lei mi aiuterà in casa. Consuelo aveva posto troppa attenzione sul maschietto, ad Agapito era piaciuta Ayscha ma con ciccio in pensione… i due furono sistemati nella camera degli ospiti. Consuelo aveva preso l’abitudine di accompagnare con la 500  Nisba  al lavoro in via Illiria. “Poverino non è pratico di Roma, gli faccio un favore.” Aga pose una domanda trabocchetto alla consorte: “Che ne dice Nisba della 500?” “Gli da fastidio il freno a mano…” Consuelo c’era caduta in pieno, l’etiope sicuramente durante il,viaggio aveva usufruito delle grazie della signora la quale aveva un viso sempre allegro come non mai prima, la cura di Nisba faceva effetto. Una mattina appena svegli: “Caro potresti…dovresti…” “Non ho capito se potrei o dovrei…” “Insomma ti chiedo in nome del nostro vecchio amore di permettermi di dormire la notte insieme a Nisba, sono stanca di pompini e di sveltine in macchina!” “Aggiudicata, allora io dormirò con Ayscha nel letto matrimoniale.” “A dir la verità pensavo…va bene accordato non so cosa combinerai con lei ma…fatti tuoi!” Aga pensò ai fatti suoi, come uscire dall’impasse? Cavolo non ci aveva pensato prima, il Viagra!” Si recò  dal farmacista Roberto a Piazza di Spagna. “Chi si rivede, se tutti fossero sani come te chiuderei bottega, dimmi tutto.” “Andiamo nel retro, una storia riservata. Ho trovato una mulatta favolosa ma ciccio non si vuole o meglio non può più alzarsi, mi occorre una scatola di Viagra.” Niente Viagra, ti darò lo Spedra, ha meno effetti collaterali, devi assumerlo mezz’ora prima del… possibilmente a stomaco vuoto, per funzionare devi essere eccitato, è un mio omaggio, fammi sapere.” A cena Aga era  nervoso, mangiò poco ed a fine pasto: “M’è venuto un sonno improvviso, vado a letto, voi seguitate a mangiare, Ayscha mi fai compagnia?” Nella camera matrimoniale il letto era addobbato con lenzuola ricamate ereditate dal corredo della zia Armida. “Cara andiamo in bagno, un bel bidet caldo…” Detto fatto i due si ritrovarono nel letto, la etiope: “ Mio marito mi ha riferito che hai problemi in campo sessuale…” “Sbagliato, prendilo in bocca e vedrai!” Ciccio si era ringalluzzito, con la Spedra dopo molto tempo diede il meglio di sé ma prima Aga si era  impadronito del clitoride di Ayscha portando l’interessata ad un doppia orgasmo, entrata trionfale nel fiorellino lubrificato, nessun problema, Aga rimase dentro quel caldo antro sino a che ciccio ammainò la bandiera poi un sonno ristoratore col sorriso sulle labbra, si svegliarono a mattino inoltrato. Passaggio in cucina per una robusta colazione, incontrarono Consuelo che con un sorrisetto beffardo sulle labbra: “Com’è andata?” Rispose Ayscha: “Meglio del previsto.” Non era la risposta che la padrona di casa si aspettava, pensò che la etiope avesse voluto coprire la defaillance di suo marito, se ne andò via ridendo. Man mano che passavano i giorni Aga e Ayscha si ritrovavano quotidianamente  nel letto matrimoniale, gli altri due inquilini pensarono ad un bluff sin quando Aga durante una cena facendo sfoggio della sua cultura poliglotta: ”It is pleasure that i announce to you will become uncles, i do not know whet her of a boy or girl.”  Nisba e Consuelo non  cedettero ad una gravidanza della etiope, seguitarono la loro relazione intima anche se la padrona di casa cominciava ad avere della stanchezza sessuale, dal niente assoluto era passata al troppo. Dopo un mese, a cena Aga toccò il pancino di Aysha che stava diventando un pancione: “Sarà una bambina bellissima, appena appena abbronzata!” Stavolta Consuelo dovette mandar giù la notizia, come cavolo aveva fatto suo marito…pensò ad un’ultima difesa: “Caro ricordi il detto latino: ‘mater certa est, pater nunquam’sei sicuro che sia tuo?” “Manca poco tempo alla nascita, alla nascita farò fare alla bimba  l’esame del DNA. e così finalmente chiuderai quella boccaccia! Te lo puoi scordare che porterà il tuo nome! Da domani ingaggerò una cameriera per i servizi di casa.” Consuelo uscì di casa sbattendo la porta, prese la Jaguar ed uscì per Roma, con quel gesto voleva dimostrare che anche lei era la padrona di casa non ricordando che i cordoni della borsa li teneva suo marito. I suoi erano sentimenti diversi tra il dolore, la rabbia, la tristezza, aveva perso il marito e con lui tutto. Durante il peregrinare per la città riprese la calma, cercò di pensare quale fosse la migliore via per ricucire i rapporti col consorte e forse avere una famiglia allargata come era molto di moda ultimamente in Italia, prevalse quest’ultima soluzione. Entrò in casa sorridente: “Ragazzi chiedo scusa, non era preparata a quanto accaduto,da ora in poi saremo, se vorrete una sola famiglia, in quanto al nome alla piccola…fate voi!” Naque Consuelo.

  • 02 marzo alle ore 17:35
    FIORELIN DELPRATO

    Come comincia: Agapito Mazzarini si era recato a Porta Portese a Roma per cercare un vecchio giradischi con cui  poter ascoltare i settantotto giri rinvenuti a casa della zia Armida recentemente deceduta, deluso stava per abbandonare il mercatino quando proprio all’ultima bancarella un vecchio: “Dottò che te serve?” Rispondendo nel suo dialetto Aga: “Me serveria ‘n grammofono c’iò  vecchi dischi ma vedo che nun ce l’hai.” “Nonno Romolo c’iha tutto.” Il vecchio si recò in una Balilla da dove trasse un giradischi non tanto datato, non era  a manovella, si poteva attaccare all’energia elettrica. “ ‘A sor coso, questa è ‘na reliquia, la do via malvolentieri, trattamela bene, era dè mi padre, damme cento Euro.” Agapito tornò a casa in via Bobbio, con la cospicua eredità della zia si era permesso il lusso di acquistare una Jaguar X Type ma non liquidò la vecchia 500 Fiat, era troppo affezionato a quello che era stato il primo amore automobilistico. La sua era una vecchia casa a due piani rimodernata, al piano terra un locale dove potevano essere posteggiate ambedue le auto, per Roma una rarità. Entrato dentro l’abitazione con  sottobraccio orgogliosamente il grammofono incontrò la moglie Consuelo che…lo smontò: “Dove vai con stò vecchiume, avrà più anni di te!” Forse era vero, Aga aveva passato la soglia degli settanta, la consorte…ventisei di meno. Non replicò, andò nel salone, lo poggiò sopra una etagère, lo spolverò ed attaccò con una certo apprensione la spina ad una presa elettrica, il vecchio strumento si accese. Agapito lesse nelle singole etichette ‘Voce del Padrone’ i nomi dei cantanti tutti a lui sconosciuti: Amelia Galli, Beniamino Gigli, Sergio Bruni, Alberto Camerini, Umberto Balsamo sino a quando giunse a Luciano Tajoli, forse l’aveva sentito, la canzone: ‘Fiorellin del prato…’  il cantante seguitava: ‘messagger d’amore, bello è baciar la bocca che mi piace e donando un fiore quante ne ho baciate…’ Consuelo entrando nel salone sentì le parole della canzone: “Che è stà cosa melensa, oggi quanto a canzoni ci sono delle parole da veri maschi, anche se in giro ne vedo pochi. La poco gentile consorte si riferiva proprio a lui che, causa l’età  aveva ammainato  bandiera, pensando di accontentarla in altro modo. Un giorno era entrato nel sexy shop ‘Blu Moon’ in piazza Barberini, chiese al commesso molto gentile, diciamo troppo gentile, un vibratore. “Signore lo vuole in plastica o in caucciù che lunghezza, è per lei?” “Senti coso tu sicuramente lo usi…va bene questo che vedo, quanto ti devo?” “Signore per lei che è simpatico trentaquattro Euro.” “Se non ti fossi stato simpatico?” “Il doppio, se me lo permette un consiglio, qui  ce n’è uno più piccolo è per il popò… un mio omaggio.”” Stavolta la simpatia aveva fatto risparmiare Agabito, sperava che fosse gradito a Consuelo, due sostituti del pisello che avrebbe accontentato la signora sia nel fiorello che nei buchino posteriore. Aga aveva  sistemati gli acquisti in una scatola rivestita con carta regalo e fiocchetti multicolori, si aspettava…”Cara un pensierino anzi due pensierini .” Consuelo chissà cosa immaginava, scartato il pacco si mise ridere fragorosamente: “Non mi conosci ancora dopo tanto tempo, a me piacciono quelli veri…un giorno penso di farti io una sorpresa!”Dopo una settimana sorpresa fu. Al telefonino: “Caro sto venendo a casa con due etiopi, sono stato in Chiesa da don Felice, a voce ti spiegherò.” Aga: “Due etiopi? Forse quelli che giungono in Italia a bordo di barconi, malandati e con tante malattie, Consuelo era impazzita! La consorte entrò per prima a casa, dietro di lei un uomo ed una donna mulatti che si inchinarono al suo cospetto, almeno erano educati ed anche bellocci, soprattutto l’uomo di statura superiore alla media, parlavano l’italiano, molto probabilmente l’idioma italico era stato da loro appreso da qualche italiano  distaccato  nella loro terra. Aga squadrò meglio la ragazza, grandi occhi neri, capelli ricci che incorniciavano il viso, denti bianchissimi, bel fisico, veramente piacevole, forse nelle loro vene scorreva anche del sangue italiano. Al tempo di fascismo gli italici guerrieri  erano sbarcati in quella terra per conquistare un impero come le altre potenze mondiali, le femminucce non erano male per dei guerrieri giovani ed eternamente arrapati, conclusione dopo qualche mese si videro in giro delle somale con sulle spalle tanti piccoli mezzo sangue. “Questi sono Nisba ed Ayscha, lui in Etiopia esercitava il mestiere di meccanico, potrai sistemarlo presso  l’officina che hai ceduto ad un tuo amico, lei mi aiuterà in casa. Consuelo aveva posto troppa attenzione sul maschietto, ad Agapito era piaciuta Ayscha ma con ciccio in pensione… i due furono sistemati nella camera degli ospiti. Consuelo aveva preso l’abitudine di accompagnare con la 500  Nisba  al lavoro in via Illiria. “Poverino non è pratico di Roma, gli faccio un favore.” Aga pose una domanda trabocchetto alla consorte: “Che ne dice Nisba della 500?” “Gli da fastidio il freno a mano…” Consuelo c’era caduta in pieno, l’etiope sicuramente durante il,viaggio aveva usufruito delle grazie della signora la quale aveva un viso sempre allegro come non mai prima, la cura di Nisba faceva effetto. Una mattina appena svegli: “Caro potresti…dovresti…” “Non ho capito se potrei o dovrei…” “Insomma ti chiedo in nome del nostro vecchio amore di permettermi di dormire la notte insieme a Nisba, sono stanca di pompini e di sveltine in macchina!” “Aggiudicata, allora io dormirò con Ayscha nel letto matrimoniale.” “A dir la verità pensavo…va bene accordato non so cosa combinerai con lei ma…fatti tuoi!” Aga pensò ai fatti suoi, come uscire dall’impasse? Cavolo non ci aveva pensato prima, il Viagra!” Si recò  dal farmacista Roberto a Piazza di Spagna. “Chi si rivede, se tutti fossero sani come te chiuderei bottega, dimmi tutto.” “Andiamo nel retro, una storia riservata. Ho trovato una mulatta favolosa ma ciccio non si vuole o meglio non può più alzarsi, mi occorre una scatola di Viagra.” Niente Viagra, ti darò lo Spedra, ha meno effetti collaterali, devi assumerlo mezz’ora prima del… possibilmente a stomaco vuoto, per funzionare devi essere eccitato, è un mio omaggio, fammi sapere.” A cena Aga era  nervoso, mangiò poco ed a fine pasto: “M’è venuto un sonno improvviso, vado a letto, voi seguitate a mangiare, Ayscha mi fai compagnia?” Nella camera matrimoniale il letto era addobbato con lenzuola ricamate ereditate dal corredo della zia Armida. “Cara andiamo in bagno, un bel bidet caldo…” Detto fatto i due si ritrovarono nel letto, la etiope: “ Mio marito mi ha riferito che hai problemi in campo sessuale…” “Sbagliato, prendilo in bocca e vedrai!” Ciccio si era ringalluzzito, con la Spedra dopo molto tempo diede il meglio di sé ma prima Aga si era  impadronito del clitoride di Ayscha portando l’interessata ad un doppia orgasmo, entrata trionfale nel fiorellino lubrificato, nessun problema, Aga rimase dentro quel caldo antro sino a che ciccio ammainò la bandiera poi un sonno ristoratore col sorriso sulle labbra, si svegliarono a mattino inoltrato. Passaggio in cucina per una robusta colazione, incontrarono Consuelo che con un sorrisetto beffardo sulle labbra: “Com’è andata?” Rispose Ayscha: “Meglio del previsto.” Non era la risposta che la padrona di casa si aspettava, pensò che la etiope avesse voluto coprire la defaillance di suo marito, se ne andò via ridendo. Man mano che passavano i giorni Aga e Ayscha si ritrovavano quotidianamente  nel letto matrimoniale, gli altri due inquilini pensarono ad un bluff sin quando Aga durante una cena facendo sfoggio della sua cultura poliglotta: ”It is pleasure that i announce to you will become uncles, i do not know whet her of a boy or girl.”  Nisba e Consuelo non  cedettero ad una gravidanza della etiope, seguitarono la loro relazione intima anche se la padrona di casa cominciava ad avere della stanchezza sessuale, dal niente assoluto era passata al troppo. Dopo un mese, a cena Aga toccò il pancino di Aysha che stava diventando un pancione: “Sarà una bambina bellissima, appena appena abbronzata!” Stavolta Consuelo dovette mandar giù la notizia, come cavolo aveva fatto suo marito…pensò ad un’ultima difesa: “Caro ricordi il detto latino: ‘mater certa est, pater nunquam’sei sicuro che sia tuo?” “Manca poco tempo alla nascita, alla nascita farò fare alla bimba  l’esame del DNA. e così finalmente chiuderai quella boccaccia! Te lo puoi scordare che porterà il tuo nome! Da domani ingaggerò una cameriera per i servizi di casa.” Consuelo uscì di casa sbattendo la porta, prese la Jaguar ed uscì per Roma, con quel gesto voleva dimostrare che anche lei era la padrona di casa non ricordando che i cordoni della borsa li teneva suo marito. I suoi erano sentimenti diversi tra il dolore, la rabbia, la tristezza, aveva perso il marito e con lui tutto. Durante il peregrinare per la città riprese la calma, cercò di pensare quale fosse la migliore via per ricucire i rapporti col consorte e forse avere una famiglia allargata come era molto di moda ultimamente in Italia, prevalse quest’ultima soluzione. Entrò in casa sorridente: “Ragazzi chiedo scusa, non era preparata a quanto accaduto,da ora in poi saremo, se vorrete una sola famiglia, in quanto al nome alla piccola…fate voi!” Naque Consuelo.

  • 02 marzo alle ore 17:13
    PIZZA DI TUTTE LE MISURE.

    Come comincia: Loredana Giuffrida non era particolarmente allegra anzi non lo era proprio per niente, d'estate il caldo a Roma era fastidioso anche per una catanese come lei studentessa universitaria al primo anno della Facoltà di Medicina presso l'Università UniCamillus. Suo padre Alfio, vedovo, proprietario di supermercati a Catania, le aveva prenotato in affitto un appartamento in via Nomentana 391 vicino all'Università al fine di evitare che la vivace figlia usasse l'auto come in un circuito automobilistico, a Catania con la sua Mini Cooper non faceva altro che collezionare contravvenzioni stradali. La baby aveva appena licenziato il boy friend romano studente della sua stessa facoltà. Gigi Mancini detto 'er cédola', (aveva la non buona abitudine di essere uno scroccone), mostrava anche un altro difetto, era il tipo che voleva andare subito al 'dunque' senza il minimo romanticismo. "Brutto stronzo mi hai preso per un mignotta, vai a fare in culo!" E così una sera d'estate Lory, irata a' patri numi giunse dinanzi al locale di una grande pizzeria, sopra l'ingresso un cartellone particolare: 'Pizza di tutte le misure', scritta che ovviamente aveva portato molte persone a fare del facile umorismo ma che non aveva convinto Settimio Severo, il titolare a non cambiare denominazione, quella intestazione aveva attirato l'attenzione dei buontemponi che per il suo nome lo avevano soprannominato 'imperatore', l'interessato non aveva compreso il perché, a suo tempo aveva conseguito solamente la licenza elementare prima di emigrare a Roma dal natio paese Montecarotto in quel di Ancona. Michele Baldoni, suo nipote da parte di madre era ad un bivio, conseguito a Jesi il diploma liceale aveva due vie: iscriversi all'università oppure accettare la proposta dello zio di andare a Roma a fare il pizzaiolo. Non particolarmente attratto dallo studio e soprattutto per lasciare il paese di nascita accettò l'offerta e, imbarcatosi due giorni dopo a Jesi sul treno Ancona - Roma si presentò in via dei Parioli 81 dove lo aspettava lo zio. "È un piacere averti qui, sono stanco di questo lavoro, non ti dico tutte le mie patologie, da subito ti metterai all'opera, ti conosco come un giovane in gamba, imparerai presto il mestiere. Queste sono le chiavi, vai nel mio appartamento sopra la pizzeria, ci sono due camere per gli ospiti, ognuna con bagno, sistemati, domattina alle nove presentati al lavoro." Michele era entusiasta di abitare nella capitale, nella pizzeria aveva un sorriso per tutti i clienti, soprattutto per le clienti che con gli sguardi apprezzavano il fisico del giovane. Loredana una sera, incuriosita dal cartello della pizzeria entrò nel locale e trovò tutti i posti occupati, si guardò intorno, incontrò lo sguardo di Michele: "Signorina aspetti un attimo, un cliente ha appena pagato il conto e sta per uscire." "Poco dopo: "Che genere di pizza preferisce?" Intanto cercava di far girare la pasta in alto come un vero pizzaiolo napoletano. "Sono Michele Baldoni, lo consiglio una Capricciosa, non è un'allusione a lei, cercherò di non bruciare la pizza, sono ancora agli inizi come pizzaiolo, come bevande le sconsiglio quelle a base di Cola, preferibili le spremute." Sono d'accordo, gradirei un succo di melograni." "Vorrei aspettarla sin quando avrà finito il suo lavoro, si è fatto tardi e non vorrei fare brutti incontri." La giustificazione poteva essere accettabile, la verità era un'altra, Lory voleva una compagnia maschile di suo gusto, l'aveva trovata. A mezzanotte, abbassata la serranda Michele prese sottobraccio Loredana che non reagì, anche nella penombra era attratta dal viso mascolino del giovane ed anche dal suo profumo personale, "lo abito con mio zio Settimio in un appartamento sopra la pizzeria, dove ti debbo accompagnare, Ho qui fuori la Panda dello zio." "Via Nomentana 391". Giunti dinanzi al portone: "Ciao cara, quando vorrai sono a tua disposizione." Loredana era interessata al giovane ma per non apparire troppo 'facile' la prima volta lo salutò: "Quando avrò di nuovo voglia di pizza so dove trovarti." La ragazza, stanca di studiare la sera seguente ebbe voglia di pizza. "Caro sono Loredana, ho lasciato la mia auto davanti alla pizzeria, vienimi a prendere." Dopo mezz'ora Michele giunse davanti al portone dell'abitazione della ragazza, un inaspettato bacio in bocca l'accolse: "Ci speravo..."Dentro la pizzeria: "Zio stasera sono di libera uscita te la dovrai cavare da solo." Roma illuminata era agli occhi di Loredana veramente splendida, nella macchina di Michele stava abbracciato a lui quando squillò il telefonino: "Lory dove sei?" "In una Panda in giro per Roma." "Finalmente ti sei convertita ad un'auto normale." "Quando mai, ti sto rispondendo col mio telefonino tramite il bleutooth installato nell'auto del mio fidanzato." "Quale fida...fidanzato?" "Caro paparino non ti vuoi render conto che tua figlia sta crescendo, se lo desideri vieni nella Capitale, puoi portare con te la fidanzata." Quale fidanzata abbiamo lit...non ho fidanzate!" "Sei il solito, sai come raggiungermi, la Maserati ha il navigatore satellitare, non avrai problemi, a presto." Nel frattempo i due giovani erano diventati intimi, Michele la prima volta era stato molto delicato, aveva portato Loredana ad assaporare orgasmi deliziosi mai provati in vita sua, si stavano innamorando. Alfio aveva imbarcato la Maserati a Messina su un traghetto per sbarcare a Villa San Giovanni poi autostrada verso Roma. A metà strada chiamò la figlia col telefonino: "Cara questa autostrada è un disastro, doppi sensi di marcia, traffico a rilento, gabinetti degli autogrill sporchi..." "Papà non fare il lamentoso, non siamo in Svizzera, c'è qualche altro motivo per il tuo malumore?" "No o meglio si, ho una figlia che adoro ma che mi dà tante preoccupazioni." "Anch'io ti adoro specialmente quando metto mano alla carta di credito!" "Non fare la cinica, m'è venuta una preoccupazione non è che..." "Dilla tutta, ti piacerebbe diventare nonno?" "Che male ho fatto? La tua povera madre prima di morire mi ha raccomandato di..." "Non andiamo sul patetico, a Roma ti farò divertire, ho tante belle e disponibili compagne di università, spingi sull'acceleratore, stasera per festeggiare il tuo arrivo ti offrirò una pizza fatta dalle magiche mani di Michele." Alfio non fece più domande sino all'arrivo in via Nomentana dove dinanzi al portone l'attendeva la beneamata figlia. "Papà ti vedo stanco ed invecchiato!" "Mi sei mancata molto, che ne dici se mi trasferisco anch'io definitivamente a Roma?" "Che domande, sei e sarai sempre il mio paparino adorabile!" Entrando nell'appartamento della ragazza in camera da letto sul matrimoniale c'era un baby doli rosa molto corto. "Non è che avrai freddo con quella camicia da notte!" "Quando ho freddo mi strofino con Michele, contento...la camera degli ospiti è in ordine, Gaia la fantesca è brutta ma ordinata ed in cucina se la cava bene, diventerai un porcellino!" La conoscenza fra suocero e genero avvenne la sera successiva in pizzeria, solo una stretta di mano, i due conoscevano i rispettivi nomi. "Papà niente Coca Cola, equivale a tredici cucchiaini di zucchero, il diabete è dietro l'angolo!" "Una figlia rompi è davanti a me!" "Signor Alfio mi fa piacere la sua venuta a Roma così avrò qualcuno con cui dividere le paturnie di Loredana." Un tran tran si era stabilito fra i tre sino alle vacanze estive quando chiusa l'Università Loredana: "Papà è intenzione di Michele di tornare a Montecarotto dove il clima estivo è più fresco, ti aggreghi a noi?" "Mi sono informato, nelle Marche si mangia da Dio soprattutto salumi, cappelletti e formaggi." Il 'treno' delle due auto si mise in moto alle nove del due luglio, Entrata in autostrada al casello Flaminia est, prosecuzione sino all'uscita di Ancona nord poi Jesi, Pianello, Moje, Montecarotto. Arrivo in via Angeli, l'abitazione a tre piani era una ex casa colonica rimodernata. Al posto della stalla il pian terreno adibito a garage ed a deposito attrezzi, al primo piano tutti i servizi, al secondo camere da letto con annessi bagni. Nella mansarda una piccionaia dove tubavano tanti piccioni sia stanziali che di passaggio, era un albergo per volatili. I tre furono accolti con grandi feste dalla nonna Vincenza unica della famiglia rimasta in vita, nell'abitazione soggiornavano anche Beppina Ballarin una cameriera veneta arrivata non si sa come a Montecarotto, c'era anche la figlia Simonetta belloccia, ventenne che studiava all'Università di Ancona. Dopo le presentazioni ed i complimenti di rito pranzo per i sei preparato da Beppina informata via telefono dell'arrivo dei tre. C'erano armadi e letti per tutti, la notte un cielo stellato, lungo i campi tante lucciole (quelle vere) ormai quasi introvabili in campagna. Non mancava nemmeno la compagnia dei grilli col loro cri cri, le galline già da tempo riposavano nel pollaio. La serenità del luogo colpì soprattutto Alfio non abituato a vivere in campagna, il signore prese ad interessarsi a Simonetta chiedendole notizie sui suoi studi non omettendo di informarsi sui suoi fatti personali tipo: sei fidanzata, ti senti più veneta o marchigiana? Michele e Loredana 'ammiravano' da lontano la strategia del rispettivo padre e suocero. I polli la sera andavano 'a letto' molto presto come da detto popolare, la mattina avevano la non buona abitudine di dar la sveglia a tutti al sorgere del sole soprattutto i galli, con i loro ripetuti chicchirichì non prevedendo che presto sarebbero finiti in pentola! Simonetta ricordò ad Alfio un verso di Dante: 'Temp'era dal principio del mattino.' Beppina e Simonetta avevano preso a confezionare i famosi cappelletti che più tardi finirono in pentola cotti nel brodo del povero gallo. Venne l'autunno, il clima di Montecarotto divenne più frizzante, un gran caminetto riscaldava la sala da pranzo, serviva anche a cuocere la cacciagione che un paesano vicino di casa gentilmente regalava loro, sul fuoco c'era anche una pentola con della polenta (memento della veneta Beppina) e al girarrosto tanta carne di pollo, per i galli quell'abitazione era proprio funesta! La sera a letto? Problema risolto con il prete e con la monaca, niente di quanto dicono i due termini: il prete era una costruzione in legno con quattro assi uniti da due quadrati pure in legno, su quello inferiore veniva posta la 'monaca', un contenitore in argilla con dentro della brace per riscaldare le lenzuola. Molto era mutato nel menage della famiglia 'allargata', Simonetta e Loredana frequentavano l'università di Ancona accompagnate a turno da Michele o da Alfio con la Maserati. Un giorno Alfio comunicò via telefono a Peppina che aveva avuto un guasto all'auto e doveva gioco forza rimanere ad Ancona con Simonetta. Così iniziò la 'storia' fra i due, ormai nessuno faceva più tanto caso alla differenza di età fra i due conviventi, Alfio fece di più, A Montecarotto aprì un supermercato approvvigionandosi sia con merce locale che con prodotti famosi. Ebbe un gran successo anche in campo personale, durante il pranzo natalizio annunziò la sua prossima paternità con grandi battimani da parte dei presenti. Mancava solo nonna Vincenza che, secondo il sacerdote che in chiesa aveva celebrato il funerale aveva reso l'anima a Dio. Michele da buon ateo si domandò cosa ci facesse il Signore di tante anime bah...A Settimio venne il magone pensando alla sua Roma, d'impulso prese la decisione di ritornare nella capitale con Simonetta e col figlio Romolo. Cedette la sua pizzeria alla quale il nuovo proprietario di guardò bene dal cambiare nome, era diventata un'attrazione. I tre talvolta si recavano in pizzeria ma il sapore della pizza non era lo stesso di quello di una volta di 'quando c'era lui', questo pensiero gli ricordò un detto nostalgico fascista.