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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 aprile alle ore 15:52
    Venanzio Pecora

    Come comincia: Chi è Venanzio Pecora?
    Venanzio Pecora è (o è stato, non saprei) il coniuge de "La vicina di famiglia".
    Se volete sapere chi è "La vicina di famiglia" è un altro personaggio da me inventato descritto in parte nel racconto 'A mamma dispiace'.
    Quando ho conosciuto il sig.Venanzio Pecora?
    Alla prima riunione di condominio.
    Il sig.Venanzio Pecora, senza che lui lo sapesse, mi aveva veramente confortato in quella riunione. Ed in parte anche la moglie.
    Con quello che avevano detto e fatto mi avevano confermato che essi costituissero un valido baluardo contro le manovre del ragioniere Casoria, il condomino che viveva ininterrottamente in quella palazzina da quasi quarant'anni e che sembrava avere una tendenza al 'maneggio'.
    Il ragioniere Casoria a quella riunione aveva detto che occorreva pitturare le scale. Era intervenuto il sig.Pecora: <<Conosco uno che farebbe il lavoro per un milione e mezzo di lire ...>>. <<Noooo>>, era intervenuto furioso il ragioniere, <<per pittare le scale ci vogliono sedici milioni e ci vuole l'ingegnere!>>.
    Conclusione: non se ne fece niente.
    Quando incontrai in seguito la consorte del sig.Pecora, le chiesi:<<Ma chi conoscete voi che farebbe il lavoro per un milione e mezzo?>> <<E chi conosciamo? Il marocchino che ci ha pittato casa>>, rispose lei.
    M'informai presso un mio amico che fungeva da amministratore nel palazzo dove abitava e valutò che una regolare ditta che avrebbe emesso regolare fattura avrebbe svolto il lavoro per tre milioni di lire. Valutazione che quattro anni dopo si sarebbe rivelata esatta. Messo il ragioniere Casoria in condizioni di non 'maneggiare' troppo, quattro anni dopo le scale vennero pitturate (con il raddoppio dei prezzi che c'era stato quattro anni prima con l'euro) da una ditta che emise regolare fattura per tremila euro.
    Toniamo alla prima riunione di condominio.
    Il ragioniere Casoria, a mio beneficio, nuova arrivata, precisò che fino a quel momento la rata condominiale mensile era stata di £80000, con il passaggio all'euro il ragioniere proponeva di passare la rata ad euro 50.
    Intervenne con un prudente colpo di tosse il condomino che fungeva da amministratore: <<Ho calcolato che con £80000 a fine anno rimane circa un milione non utilizzato. Secondo me, è sufficiente 40 euro.>>.
    Il ragioniere Casoria deglutì e, anche se non convinto, chiese all'assemblea: <<Allora va bene 40 euro?>>. La risposta tacita, concorde e solidale fu: <<Sì>>.
    Il ragioniere Casoria si sentì in dovere di spiegare che la rata era uguale per tutti per comodità ma che a fine anno si faceva il conguaglio: <<Tu devi avere tanto, tu devi avere tant'altro>>, cominciò a dire ai vicini.
    La consorte del sig.Pecora a mezza voce e guardando a terra e di lato disse: <<Qua mi si dice sempre che devo avere però io non vedo mai niente>>.
    Nei mesi successivi ebbi conferma che, anche se l'amministratore era un altro vicino, chi maneggiava il denari e si occupava di tutto era il ragioniere Casoria.
    Tre mesi dopo, nuova assemblea.
    Notai l'assenza del sig.Venanzio Pecora e chiesi informazioni. 
    Il sig.Venanzio Pecora aveva lasciato la palazzina, lasciandovi la moglie ed i figli.
    Ancora un paio di mesi dopo sento trambusto per le scale ed il condomino dirimpettaio della consorte del sig.Pecora mandarla a fare etc.
    Capii che il condomino era furioso per aver trovato il suo posto auto occupato dall'auto del figlio della signora.
    Alla successiva assemblea era presente il sig.Venanzio Pecora, che con abbastanza garbo (almeno questa è l'impressione che ne ebbi io) disse: <<Chiedo di comprendere e di essere compreso. Io sono andato via di qua, ma comunque qui è rimasta a vivere quella che è ancora la mia famiglia ...>>.
    Compresi che la consorte si era lamentata con il coniuge dell'attacco verbale che avevo ricevuto ed il coniuge era venuto a ricordare di rispettare comunque la sua consorte ed i suoi figli.
    ...
    Pochi mesi dopo, la consorte del sig.Pecora bussò alla mia porta e sostenne di avere di nuovo problemi d'infiltrazione dal terrazzo.
    "Ah!", pensai dentro di me e replicai:<<Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?>>.
    La consorte del sig.Pecora cambiò due volte colore in viso, riuscì a boccheggiare:<<Eh, ah>>, girò le spalle e se ne andò.
    Ed io rimasi con la consapevolezza che, andato via il sig.Venanzio Pecora, la consorte era diventata socia d'affari del ragioniere Casoria.
    Di che si trattava? Un anno prima, sempre durante la prima riunione di condominio, il ragioniere Casoria aveva millantato un preventivo per l'impermeabilizzazione del terrazzo, un preventivo scritto con una Olivetti portatile uguale a quella che possedeva lui stesso. Nessuno aveva replicato niente e mi ero adeguata. Ed avevo 'sborsato' (sborsare è un termine che piace al ragioniere Casoria) 600 euro in tre comode rate da 200 per quei lavori, senza che nessuno avesse mai visto passare un operaio, mai parlato con il titolare della ditta, mai sentito un rumore proveniente dal terrazzo, mai visto una pezza d'appoggio.
    Ed ora, a due mesi dal pagamento dell'ultima rata, la neo-socia del ragioniere Casoria tornava all'attacco.
    Avrei dovuto andare a parlare con il sig.Venanzio Pecora? Questa idea non mi passò nemmeno per l'anticamera del cervello.
    Passano tre anni, tra alti e bassi, e la consorte del sig.Venanzio Pecora si presenta di nuovo alla mia porta stavolta chiedendo di entrare perché vuole conferire con mio marito. 
    Vado a chiedere a mio marito se è disponibile. Dice di sì, che si sistema e ci raggiunge e faccio accomodare la consorte del sig.Venanzio Pecora in soggiorno. Preferisce sedersi al tavolo invece che sul divano e, mentre io sono alla ricerca di un argomento di conversazione, sbotta:<<No, perché se le cose continuano così, io qualsiasi cosa ci sta su questo tavolo la prendo e la butto per terra!>>.
    In quell'occasione sì che avrei dovuto contattare il sig.Venanzio Pecora. 
    A quanto pareva, la consorte esigeva rispetto ma non lo dava.
    E quell'offesa irrisolta dette agio alla consorte del sig.Venanzio Pecora di divenire sempre più prepotente, petulante e maleducata.
    E non è la sola.
    Ogni limite ha una pazienza, diceva Totò.
    Ed io, che devo sentire nelle orecchie anche le lamentele di mio marito sulla prepotenza e maleducazione dei vicini, quando i signori sono per l'ultima volta ospiti in casa mia per l'assemblea condominiale mostro loro che non sono ospiti graditi. 
    Chissà perché se fai come loro poi a loro non piace.
    I signori, anime candide, si stupiscono e si offendono.
    E la consorte del sig.Venanzio Pecora continua ad essere doppia. E prepotente.
    E si passa alle mani. Non da parte mia.
    E la falsità conduce ad altre aggressioni. Da parte del resto della famiglia. Non la mia.
    Sì che avrei dovuto contattare il sig.Venanzio Pecora.
    E dirgli: <<Chiedo di comprendere e di essere compresa ....>>

  • 30 aprile alle ore 15:47
    A mamma dispiace

    Come comincia: Settembre 2017.
    La madre di Liliana sente squillare il telefono e va a rispondere.
    -"Pronto?"
    - "Pronto? Sono Gilla Pistoia. Deve dire a sua figlia che non può entrare in casa: ho fatto cambiare le chiavi del cancelletto e del portone. Guardi che non l'ho fatto per non far entrare sua figlia. Ho trovato segni che qualcuno ha tentato di entrare [magari nell'eventualità Gilla Pistoia fosse stata una professoressa d'italiano avrebbe detto "segni d'effrazione", ma non lo è, N.d.R.]. E sua figlia non deve entrare con l'auto: consuma la corrente della lampada lampeggiante del cancello automatico. E sua figlia quando entra consuma la corrente delle scale."

    - "Mia figlia consuma la corrente? Ma che corrente consuma? Vi dovete vergognare! Lì si stava tranquilli solo quando c'era mio marito che pagava lui per tutti! Io non sono attaccata al denaro e facevo finta di niente. Da quando se ne andato mio marito da lì, lì non si capisce più niente! ...."

    - "Signora, a me dispiace... So che ha dei problemi ..."

    - "E lei sai che tengo questi problemi e mi chiama per dirmi queste sciocchezze!?! ......"

    [Febbraio-Aprile 2002. Ogni mattina alle ore 06:40 Gilla Pistoia attende al varco Liliana nell'ingresso del palazzo per ordinarle che il neon fuori il portone di notte deve essere spento perché si consuma corrente.
    Ottobre 2002. Gilla Pistoia chiede a Liliana di farle una copia di una chiave condominiale. Liliana gliela fa, Gilla Pistoia chiede: "Quant'è?". Liliana aveva speso 80 centesimi e replica: "Signora, le pare! Per una chiave!". Gila Pistoia fa la faccia furba per il risparmio ottenuto e cattiva pensando: "Questa me la mangio in un boccone".]
    ...........

    A mamma dispiace.

    22 maggio 2013.
    Il dirimpettaio di Gilla Pistoia fa parlare Liliana del suo stato di salute mentre vegliano la salma del padre di Liliana.
    Quando Liliana rientra sente il dirimpettaio che riferisce a Gilla e ne ridono fragorosamente insieme.

    A mamma dispiace.

    Ottobre 2012.
    Liliana incontra la figlia di Gilla Pistoia. Ha 15 anni meno di Liliana. Liliana le dice: <<Lei non si è mai scusata per avermi messo le mani addosso.>> <<E' vero. Mi scusi.>> <<Sua madre le aveva raccontato che io le avessi messo le mani addosso, in realtà era stato il contrario. E tutto è derivato da quando sua madre venne in casa mia perché voleva parlare con mio marito. Si irritò perché notò che avevo cambiato soprammobile sopra il tavolo ed arrivò a minacciare di buttarlo per terra!>> <<Ah, sì, è possibile. A mamma piacciono questi oggetti. Guardi, a mamma dispiace tanto vedere che lei sta così!>>

    A mamma dispiace.

    Giugno 2011.
    Liliana e Gilla Pistoia sono nella sala d'attesa dei Carabinieri. Sono state convocate insieme ad un altro vicino. L'altro vicino è entrato per primo nell'ufficio. Liliana non si sente bene. Si siede su una sedia appoggiata alla parete. Gilla Pistoia si pone in piedi di fronte a lei e comincia ad arringarla con la solita prepotenza ed arroganza: <<I soldi sul conto corrente condominiale sono i miei ...>>
    Il successivo ricordo di Liliana è che apre gli occhi. Si rende conto di essere stata chissà quanto tempo con la testa reclinata all'indietro, sorretta dal muro, gli occhi chiusi, la mano sinistra sul cuore ed a respirare con la bocca. 
    Gilla Pistoia non è più di fronte a lei.
    Si guarda intorno. Gilla Pistoia si è seduta su un divanetto più in là. Finge di sfogliare intenta una rivista, in realtà ogni tanto guarda dalla sua parte, seguendo, speranzosa, l'evolversi del suo malore. Con la scusa pronta: <<Stavo leggendo la rivista! Non mi sono accorta di niente!>>
    Liliana si alza, le passa davanti ed esce dalla sala d'attesa.
    Quando è il suo turno di entrare nell'ufficio, le spiegano che sono stati convocati come testimoni perché il ragioniere Casoria, un condomino che ha sempre fatto il bello ed il cattivo tempo, aveva querelato l'amministratore del condominio che aveva dato le dimissioni circa otto mesi prima, il primo amministratore professionista di quel condominio, dal 2009 fino a quasi tutto il 2010.

    A mamma dispiace.

    Torniamo al presente.
    Agosto 2018, ore 21:00. Liliana esce col cagnolino a fare una passeggiata in giardino. Gilla Pistoia sta stendendo i panni e con la solita prepotenza e petulanza fa: "Che, lo portiamo a fare i bisogni?".
    Gilla Pistoia sa che Liliana sta affrontando un grande dolore.
    Gilla Pistoia sa che Liliana è stata molto male e non si è mai ripresa del tutto.

    A mamma dispiace.

  • 27 aprile alle ore 7:17
    I Mostri dell'ID

    Come comincia: Mi sa che non devo aprire FB appena sveglia, quando il subconscio o l'inconscio non sono ancora bloccati dai freni inibitori. 
    "I mostri dell'ID" del bellissimo film di fantascienza degli anni '50 "Il Pianeta Proibito". 
    Che poi è quello che tenta di spiegare Ciampa alla signora ne "Il berretto a sonagli" :
    "Ci azzanneremmo tutti quanti come cani se potessimo signora mia, ma non si può".

    Tutto questo preambolo per introdurre il racconto derivato dalle fantasie di prima mattina di oggi.

    Titolo:
    Odio.

    Guardo le foto delle persone felici e capisco l'odio che le persone in passato avevano per me.
    Persone che mi odiavano perché ero felice.
    Anche se a loro non mancava niente.
    In realtà è solo la foto di una persona che in questo momento mi provoca questa reazione, una persona a me estranea di cui però conosco le caratteristiche che sbandiera, e, precisiamo, non la odio, ma, non essendo io più felice come ero prima, rendendo così felice chi mi odia, vedo che la prima reazione è di fastidio, reazione già smussata mentre scrivo e, tranquilli, non vi odio quando vedo le vostre foto felici e sorridenti.

    Chi erano le persone che mi odiavano?

    Gruppo 1) la cornacchia appollaiata in alto e la sua consorte (mia madrina di battesimo), nonché le loro figlie (che almeno non mi amano, anche se facevo ridere la piccola quando aveva 5 anni che piangeva perché, essendo piccola, veniva sempre lasciata in disparte ed ho ospitato gratuitamente la grande quando ero nella capitale). 
    E perché mi odiavano? Gli avevo fatto o tolto qualcosa? Mah.

    Gruppo 2) Mi odiavano oppure non mi amavano: la mia madrina di cresima, nonché suo marito, suo figlio maggiore e non mi amavano le sue figlie;

    Gruppo 3) non mi amava (anzi posso proprio parlare di odio) il primogenito dei miei genitori (e che gli ho fatto?) ;

    Gruppo 4) mi odia una grande amica della cornacchia, nonché i suoi figli e forse pure il suo consorte. Ma che 'ammo 'a sparti'? Chi siete?

    Perché mi odiavano? 
    La capostipite del gruppo 2 mi aveva insegnato fin da piccola che sua figlia mi doveva stare 'a copp (espressione napoltana per dire 'stare da sopra, essere superiore').
    Forse ho capito tardi che aveva trasferito questa caratteristica anche agli altri. 
    Sono anni ed anni ed anni che di loro penso: "Ma guarda questi. Loro hanno 100, io tengo 1, sono invidiosi dell'uno che tengo io." Mah.

    Almeno il gruppo 2 era più trasparente.
    È il gruppo 1 il peggiore: dietro la maschera dell'affetto e della benevolenza si nascondevano odio e malefiche mire di gran lunga peggiori.

    Ed il 3? Il 3 era già verso la sua strada di. 'sano(?) egoismo' quando fu irretito, adolescente e giovane, un paio di volte dal gruppo 2 perché avevano bisogno di qualcosa da lui e lui, lusingato di cotanta stima da cotale famiglia, da allora ha sempre orbitato intorno a loro, essendosi in seguito accoppiato con chi ha caratteristiche simili al gruppo 2. Un componente del gruppo 2 non disdegna una vacanza gratis nella capitale ogni tanto e l'amicizia gli fa comodo.

    Ed il gruppo 4? Aveva già le sue caratteristiche, non è stato difficile per il gruppo 1 portarlo dove volevano.

    "Non si può", dice Ciampa.
    Gruppo 1. Non ci si può mettere ad urlare in casa d'altri o per le scale o nel cortile. O urlare e minacciare per telefono la persona che ha risposto gentilmente, e non era tenuto, ad un tua richesta. Se poi si può inventare falsità in Tribunale, non è qualcosa su cui io possa metter bocca. Anche se si tratta di inventare falsità contro i figli di chi vi ha regalato l'appartamento in cui vivete da oltre cinquant'anni.

    Gruppo 2. Non si può urlare ed insultare il vicino che ti ha fatto una domanda lecita o che ti ha chiesto di stare attento a non far cadere tutta quell'acqua quando innaffi o semplicemente perché sei invidioso della sua auto nuova. E non si può ...,  lasciamo perdere.

    Gruppo 3. Non si può dire alla sorella: "Se papà muore è colpa tua", quando l'hai lasciata sola (per fortuna) per tre giorni ad occuparsi di tutto ed oltretutto aggredirla il giorno dopo.
    Non si può dire, non richiesto oltretutto, con sicumera al medico: "Me ne occupo io", il giorno dopo insultare un altro medico che aveva affidato tutto a tua sorella ribadendo:"Mi occupo io di tutto" e la sera del giorno dopo andare spaventato da tua sorella a chiedere: "Te ne puoi occupare tu?" , però secondo le disposizioni che ordini tu.

    Gruppo 4). In breve, non si può essere maleducati o addirittura minacciare, dovunque tu sia, figuriamoci quando sei ospite in casa d'altri. Non si può deridere ed aggredire chi ti ha fatto un favore. Non si può aggredire e deridere chi ti  ha addirittura fornito gratuitamente un parere tecnico da te richiesto; non sei d'accordo? Chiami un altro tecnico e lo paghi. Non si può trattare con sufficienza ed aggredire il vicino di casa che ti ha fatto una richiesta lecita nel tuo ruolo di amministratore del fabbricato.
    Non si può arringare i tuoi vicini maleducatamente e prepotentemente per le scale, dal balcone, nel cortile, ...

    Non si può. O sì?
    Sì, se sei un bullo. O un gruppo di bulli.
    Sì, se ti avvali della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggetamento e di omertà.

  • 25 aprile alle ore 10:49
    ALBERTO PSICOLOGO EROTICO

    Come comincia: La targa fuori dello studio in contrada Torre Faro di Messina ‘Alberto Psicologo Sessuale’ aveva stupito e incuriosito gli abitanti della frazione, chi poteva aver bisogno di uno ‘Psicologo Sessuale’? Alberto nato in frazione Giampilieri di Messina era riuscito a laurearsi in psicologia alla locale università; i genitori, agricoltori, avevano sopportato notevoli sacrifici per quel figliolo tanto amato che li aveva ricompensati con molta applicazione negli studi e conseguente conseguimento di  una laurea, era l’orgoglio di famiglia. Alberto era di bell’aspetto, alto di statura, dai modi signorili non passava inosservato, i compaesani si erano domandati, senza risposta, perché assomigliasse così poco ai genitori bassi e robusti. Era dotato di una sottile intelligenza e di furbizia propria dei contadini da secoli abituati a sopportare le angherie dei padroni. Ad Alberto occorrevano due collaboratori con la qualifica di infermieri: un giovane maschio ed una giovane femmina. In seguito ad inserzione sul locale giornale si presentarono una decina di aspiranti. Alberto guardandoli in viso ne scelse due a naso come si diceva una volta: Mariella ed Edoardo sorridenti e dallo sguardo intelligente, lui judoka cintura nera secondo dan, lei frequentatrice di palestra. I due furono eruditi sul loro compito di ausiliari, sicuramente i pazienti maschi o femmine avevano dei problemi psicologici che potevano portare a cure non convenzionali, in altre parole i due dovevano essere pronti ad esibirsi anche sessualmente. Per una settimana nessun cliente e di conseguenza nessun incasso, Alberto non aveva voluto chiedere un aiuto finanziario ai genitori, avevano già fatto molto per lui e quindi doveva aspettare gli introiti provenienti dall’esercizio della professione. Un lunedì mattina del mese di luglio, una giornata soleggiata che invitava a recarsi in spiaggia, così fecero Mariella ed Edoardo portando con sé un telefonino che dopo un’ora suonò: “Venite c’è una cliente donna.” La dama era vestita con un abito lungo e camicetta sino al collo poco adatti al clima torrido e già questo aspetto mise in guardia Alberto, capì che la dama doveva avere problemi sessuali. “Signora per discrezione non le domando le generalità, mi dia un nome qualsiasi. “Sono la con…Amalia, ho pensato molto prima di venire da lei, non so se potrà aiutarmi a superare…” “Al fine di chiarirle le idee su di me le assicuro la massima segretezza su quanto mi dirà, con me potrà scaricare pressioni sociali e morali, abbassare le inibizioni per conseguire un benessere psico sessuale, potrà riferirmi le proprie fantasie e trasgressioni, ovviamente non darò alcun giudizio morale su quello che lei desidera, i miei due collaboratori sono della massima serietà ed anche disponibilità.” “Per il pagamento?” “Non ho tariffe, sta a lei darmi, in contanti,  una somma  congrua se sarà soddisfatta di quanto otterrà.” “Posso svestirmi, ho caldo.” Madame rimase in reggiseno e slip, un corpo da modella che fece effetto soprattutto sui due maschietti presenti. “Ho un amico d’infanzia a cui sono molto affezionata, ambedue ci siamo sposati e ci siamo persi di vista, ora è rimasto vedovo ed è tornato a Messina, abita un villino vicino al mio ma è restio ad ‘avvicinarsi’ sessualmente a me, cosa che desidero.” “Signora  Amalia in psicologia inglese questo di chiama ‘friends with benefits’ mi dica dove vuole che avvenga l’incontro.” “Nel mio villino lungo la statale 113,  mio marito, più anziano di me è consenziente ma vuole assistere alla scena, insomma si è scoperto voyer e così la situazione si è semplificata ma Luciano, il mio amico non deve essere al corrente della situazione, non so come la prenderebbe. C’è uno specchio nella mia camera da letto che è trasparente, la scena può esser vista e sentita dal vicino salone, voi tre vi ci posizionerete lì con mio marito Salvatore, appuntamento sabato alle ore 17, in questa busta c’è un anticipo per le spese.” Amalia si rivestì e prese posto sulla sua Mercedes e partì sgommando. “Ragazzi come inizio cinquemila Euro, a voi mille a testa.” Alberto alle quindici del sabato si fece trovare nello studio, Mariella ed Edoardo si presentarono poco dopo e tutti presero posto sulla Fiat Tipo di recente acquistata da Alberto a rate, auto capiente ma poco costosa perché costruita in Turchia. Con l’ausilio del navigatore satellitare in mezz’ora arrivarono a destinazione, Amalia si fece trovare all’ingresso della villa e fece posteggiare l’auto dietro casa, i tre la seguirono nel salotto dove uno scontroso Salvatore a mala pena rispose al loro saluto. Dopo quindici minuti apparvero in camera da letto Amalia con Luciano che: “E tuo marito?” “È andato in città a trovare alcuni amici.” “Mia cara, hai avuto una buona idea per l’aria condizionata, anche la musica in sottofondo è speciale come te, spero di poterci vedere spesso sempre che…” “Luciano guarda quello che non hai mai visto.” E si spogliò mostrando un corpo da quarantenne  estremamente piacevole. Solito repertorio: un sessantanove con ingoio da parte della padrona di casa che poi prese a cavalcare l’amante molto a lungo, dai ‘guaiti’ si poteva immaginare da parte dei due orgasmi multipli che fecero effetto su Alberto, su Edoardo ma soprattutto su Salvatore che, ormai fuori di testa per l’eccitazione chiese a Mariella di poter…All’assenso col capo di Alberto la ragazza si trovò a fronteggiare o meglio a posteggiare nel suo popò un coso piccolo del padrone di casa che volle fare il bis. Passata la buriana, Salvatore da un cassetto prese una manciata di Euro, li diede a Mariella e poi sparì dalla circolazione. Amalia e Luciano stavano recuperando il tempo passato e, dopo mezz’ora si lasciarono baciandosi in bocca. Amalia si presentò ai tre e mise in mano ad Alberto una busta simile a quella consegnatagli in passato. Rientro a Torre Faro senza conversazione, ormai i tre compresero quello che sarebbe stato il loro lavoro futuro. Mariella ebbe tremila Euro (se li era ben guadagnati!) due mila a Edoardo ed il resto ad Alberto, come prima esperienza era stata positiva. Due giorni dopo  Alberto trovò posteggiata vicino all’ingresso del suo studio una Jeep. Aperto lo studio il signore dell’auto lo seguì. “È lei lo psicologo?” “Si accomodi, sono io.” “Ho da segnalarle una mia questione piuttosto delicata, si tratta di mia figlia Carlotta, ha diciassette anni, il problema è che talvolta frequenta una discoteca ‘La Luna’ locale piuttosto equivoco, mi hanno riferito che non si comporta bene nel senso che…insomma lei dovrebbe andare in quel locale, controllarla e farmi conoscere cosa combina, sono vedovo e mia figlia,  come può immaginare  è la cosa che mi sta più a cuore al mondo.” Nel frattempo erano giunti anche Mariella e Leonardo, Alberto li presentò ad Aurelio assicurandolo sulla loro segretezza e competenza. “ Io  ho una villa sui monti Peloritani, si entra da Musolino e dopo due chilometri si può scorgerla sulla sinistra, non può sbagliare. il locale ‘La Luna’ si trova in viale Europa, apre alle ventidue e chiude alle tre di notte, in questa busta ci sono cinquemila  Euro, questo il mio biglietto da visita con indicato il mio telefono fisso a cui potrà inviarmi delle mail ed il mio telefonino, mi faccia sapere qualcosa al più presto.” “Ragazzi stasera alle ventidue saremo in discoteca, andremo con la mia Tipo, passerò a prendervi a casa vostra.” Entrati nel locale Edoardo incontrò un suo amico, Scanio, anche lui cintura nera, buttafuori del locale. “Son qui con i miei due collaboratori per controllare per desiderio del padre una ragazza, Carlotta.” “La conosco, viene qui spesso, talvolta sono costretto ad intervenire perché alcuni giovani se la  contendono, non posso proibirle l’entrata nel locale, la sorveglio ma quando va nella toilette delle signore non posso entrare ma immagino…” “È con me Mariella che servirà allo scopo.” Carlotta posteggiò dinanzi al locale una vetturetta cinquanta di cilindrata che i sedicenni possono guidare con il patentino delle moto. In minigonna abissale e camicetta trasparente, fra l’altro molto scollata che talvolta lasciava ‘andare in libertà’ una tetta. Prese la scala che conduceva al gabbiotto del disc Jokey, lo baciò in bocca e lasciò la sua borsetta, dove aveva nascosto lo slip e la ripose nell’armadietto dell’amico. Scendendo la scalinata Alberto poté ammirare sotto la svolazzante minigonna un bel cespuglio biondo che aveva attirato l’attenzione di alcuni giovani, come inizio…Musica techno a tutto volume che ti penetra nel cervello mandandoti in tilt; Carlotta passava da le braccia di un giovane a quelle di un altro fino a quando due pretendenti si presero a pugni. Per primo intervenne Edoardo che cercò con le buone a pacificarli ma uno sfrontato: “Tu chi cazzo si.” E partì con un pugno che Edoardo schivò ma nello stesso tempo prese un braccio del facinoroso, girò tutto il suo corpo e lo sbatté a terra. Gli altri due amici intervennero in suo favore ma fecero la stessa fine con applausi degli astanti. Era intervenuto anche Scanio che, da buon buttafuori li buttò fuori del locale. Ristabilito l’ordine Alberto, Mariella ed Edoardo convinsero con le ‘buone’ Carlotta a seguirli dopo aver recuperato i suoi slip. “Mariella tu prendi quella schifezza di macchina della ragazza e seguici, noi portiamo a casa stà disgraziata che mi pare si sia ‘fatta’, io guido, tu Edoardo nel sedile posteriore con lei, controlla che non faccia minchiate come aprire lo sportello quando l’auto è in moto, mi raccomando.” “Alberto devo accontentare Carlotta, mi pare stia esagerando.” “Fa quello che vuole, fin quando non  la scaricheremo a casa sua.” Carlotta aveva preso prima  a baciare in bocca Edoardo e poi, aperti pantaloni a prender in bocca il ‘ciccio’ del compagno di viaggio fino a quando lo stesso fece il suo dovere ‘inondandole’ la boccuccia. Conclusione inaspettata di Carlotta: “È buonissimo, mai provato uno così dolce!” Finalmente la voce della femminuccia del satellitare dichiarò l’arrivo a destinazione. “Signor Aurelio, le abbiamo recuperato la figlia, non è il momento di parlare degli avvenimenti, se vuole ci potremo vederci domani al mio studio, buona notte.” Mariella abbandonata la mini auto entrò nella Tipo, riposo meritato sino alla mattina seguente quando puntualmente il signor Aurelio si presentò ansioso di sapere del’esito degli accertamenti dei tre. Alberto riportò gli avvenimenti e poi: “Signor Aurelio quale psicologo ho cercato di inquadrare la posizione mentale di sua figlia ed ho compreso che lei vuol accedere ad una gamma di sensazioni, di stimolazioni, di fantasie e di esperienze che la portano all’estasi come la ‘Petit mort’. Il piacere interiore e le esperienze interne cambiano la percezione di voluttà e stabiliscono una connessione più profonda conseguentemente Carlotta vorrebbe stabilisce una legame cerebrale verso un nuovo mondo sensoriale ed erotico. Questo le dà la possibilità di vivere fantasie e desideri, sensazioni ed emozioni che altrimenti rimarrebbero inespresse creandole problemi psicologici.” “Dottore sono confuso, io sono il direttore di una banca, in campo della medicina sono a zero, mi dia dei consigli, fra l’altro Carlotta, che per ora non faccio uscire di casa non parla altro che di un certo Edoardo che è molto dolce, forse si riferisce al suo collaboratore?” “Credo proprio di si ma non mi spiego…” “Penso che ci sia poco da spiegare, Carlotta è stata viziata ed è capricciosa, quando vuole una cosa…Un altro particolare, la nonna di Carlotta era tedesca e faceva parte di una famiglia di possessori di fabbriche di acciaio che sia durante il nazismo che in epoca attuale lavorano per il governo con profitti altissimi. Carlotta cui è stato imposto il nome della nonna Charlotte,  al diciottesimo anno di età erediterà una grossa somma di Euro e qui è la mia preoccupazione, trovarle un giovane di cui innamorarsi che la tenga a freno, non conosco altra soluzione. Posso domandare ad Edoardo che intenzioni ha, potrebbe essere la mia salvezza.” Intervenne Alberto: “Grazie per il compenso che le vedo in mano, avrò un colloquio con Edoardo e le faremo sapere.” Ragazzi ci sono diecimila Euro, tre a testa  a voi e quattro a me. Ed ora Edoardo permettimi di  farmi i fatti tuoi: prima di prendere una decisione vorrei esaminare la tua posizione, per motivi di età e di lavoro ho più  esperienza di te della vita. Potresti avere una vita lussuosa e senza pensieri di soldi ma a che prezzo? Saresti lo ‘zerbino’ sia di Carlotta che tu sai capricciosa che del padre, la parola libertà sarebbe per te un’utopia, non ho altro da dirti.” La mattina seguente Edoardo con a bordo Mariella si presentò in  studio con una Fiat 500 Abarth.” “Ti dai alle corse?” “Non potendo acquistare un’auto di grossa cilindrata mi accontento di questa acquistata a rate in attesa di clienti danarosi che abbiano problemi psicologici!” “E Carlotta?” “Non mi ricordo di nessuna Carlotta!”

  • 25 aprile alle ore 10:45
    AMORI E TRISTEZZE

    Come comincia: Lisa  (Elisabetta) si era finalmente liberata degli studi, aveva conseguito la laurea in lingue, per premio il padre Freddy (Ferdinando) le aveva pagato delle vacanze sulla neve a Cortina d’Ampezzo. A febbraio i prezzi erano abbordabili e così Lisa, amante della montagna ma, inesperta sciatrice, preferiva andare in quota in funivia e passare il tempo a camminare sulla neve o al bar. Quel giorno il tempo era sereno e con in mano una bevanda calda Lisa sedeva in una comoda sedia fuori dall’esercizio. Alta, slanciata, piacevole in viso sempre sorridente poteva dirsi seducente; fu agganciata da un giovane circa della sua età che: “Che fa una bella signorina sola sola?” “Aspetta che qualche maschietto la rimorchi dicendo: “Che fa una bella signorina sola sola?” Ambedue si misero a ridere: sono Alfonso, Fonzi per gli amici e mi godo una vacanza, a Roma sono il padrone di una fabbrica di elettrodomestici, inutile domandarle cosa fa qui.” “Aspetto l’ora di pranzo.” “Se permette mi aggrego a lei, il ristorante dove vado non è gran che.” Al rientro all’albergo Splendor: “Vado in camera a cambiarmi, poi potremo andare al ristorante e desinare insieme.” Il pomeriggio una passeggiata, rientro all’hotel, cena e poi in camera di Lisa. “Ci vediamo un po’ di televisione poi ci daremo la ‘buona notte’ ed ognuno nella sua cuccia. Non  le poso offrire nulla, solo acqua minerale che il mio medico mi ha prescritto di berne due litri al giorno, vado in  bagno. L’acqua aveva uno strano sapore ma forse di trattava di una caratteristica proprio di quella bevanda, non era la solita che Lisa  beveva. Un sonno improvviso e poi la ragazza non ricordò più nulla. Alle dieci una cameriera bussò alla porta della, camera: “Signorina sono le dieci, ha saltato la prima colazione.” Fonzi era sparito, lei era stata in braccia a Morfeo. Lisa prese la borsa per dare la mancia alla cameriera ma, rigiratala tutta si accorse che erano spariti sia i contanti che la carta di credito a cui aveva attaccato la password, maledetta stupida! Accompagnata dal direttore dell’albergo Lisa si rivolse ai Carabinieri per la denunzia ma non aveva nessun elemento da fornire per rintracciare il maledetto. Lisa si rifugiò nel ristorante anche se era presto per il pranzo e, come affermava un vecchio detto una disgrazia tira l’altra. Una telefonata da parte della madre Mimma: “Cara una disgrazia tremenda, tuo padre in autostrada per aiutare due giovani che avevano avuto un incidente, mentre era a piedi è stato falciato da una auto ed è morto sul colpo, torna subito a  casa.” Lisa era impietrita, guardava nel vuoto e non si accorse che il ristorante si era riempito di villeggianti. Un signore: “Permette che io e mio figlio ci sediamo al suo tavolo, gli altri sono tutti occupati.” “Signorina si sente male, chiamo un medico?” “No grazie è che…” Lisa dopo un po’ si riprese e per sfogarsi raccontò al signore le sue ultime vicissitudini, poi si mise a piangere. “Sono il commendatore Bernardo, son qui con mio figlio Eros per ordine del medico di famiglia che ha ordinato di portare questo signorino in montagna…Eros vammi a comprare  un pacchetto di Marlboro. Se mi permette le posso darle una mano nel senso che  pagherò io il suo soggiorno in questo albergo e qualcosa di più qualora mi venisse incontro in una faccenda delicata.  Sono vedovo ed accudire oggi un giovane è quanto mai complicato. Il nostro medico ha constatato che stò zozzone è deperito e potrebbe ammalarsi, la sua malattia è….insomma si masturba in continuazione e potrebbe diventare tubercoloso, se lei potesse aiutarmi, le parlo da padre.” Lisa era pensosa, le avrebbero fatto molto comodo avere dei soldi ma doveva fare da nave scuola erotica ad un ragazzo peraltro minorenne. Il commendatore insisteva: “Le assicuro la massima serietà e segretezza, non so che altro dirle.” Eros tornò con le sigarette ma: “Papà non avevano da cambiare, ho pagato con i miei soldi.” Ovviamente il furbetto aveva messo in tasca i cinquecento Euro. “Eros, dietro richiesta di tuo padre ti autorizzo a venire questa sera a farmi compagnia in camera mia, ed ora una passeggiata che i latini consigliavano dopo pranzo.” Durante tutto il pomeriggio si vedeva che Eros fremeva, aveva capito tutto e: “Lisa vorrei prenderla a braccetto, potrebbe essere mia sorella, in fondo ci sono una decina anni di differenza, oggi son di moda i toyboy!” “Bene Eros vedo che sei informato." A braccetto di papà e figlio.nella hall dell’albergo in attesa della cena Bernardo si sedette in una comoda poltrona a leggere una rivista, Lisa e Eros a guardare le vetrine, il ragazzo voleva comprare un gioiello a Lisa ma questa rifiutò decisamente. Dopo cena: “Eros m’è venuto sonno, fai compagnia Lisa, io vado a dormire.” Eros era già in fibrillazione. In camera Lisa: “Stai calmo abbiamo tempo, intanto spogliamoci e andiamo in bagno.” Eros non aveva mai visto una donna nuda dal vero, strabuzzò gli occhi: “Penso che ti sposerò!” “Prima di arrivare ai confetti fai vedere come te la cavi…per un  sedicenne sei ben sviluppato forse più del normale ma non ti dare arie.” Lisa aveva minimizzato la situazione ma era certo che Eros ce l’aveva più grosso e più lungo del suo ultimo fidanzato. “Dato che ti sei indottrinato con i film porno che ne dici di un bel sessantanove?” Il problema che il ragazzo come si dice in gergo ce l’aveva in punta ed inondò la dolce boccuccia di Lisa la quale si alzò ed andò in bagno per ‘rinfrescare’ il cavo orale. “Quant’è che non ti sparavi una sega, mi hai inondato!” “Giusto ieri ma siamo solo all’inizio, il sapore della tua gatta era delizioso come te, sto provando delle sensazioni che vanno al di là del sesso, ci provo di nuovo col fiorellino.” Questa volta Lisa ebbe due orgasmi di seguito, guardò in faccia Eros vedendolo sotto un altro aspetto, non era un sedicenne con pustole in viso ma un uomo. “Prendo la pillola e quindi riaffacciati nel mio ‘tempio’ delicatamente, non ce l’hai proprio piccolo.” Questa nuova esperienza fu piacevole per entrambi, Eros seguitava, seguitava…ed a Lisa la ‘gatta’ cominciò a far un pochino male. Fece ‘sgombrare’  il ‘tato’ di Eros dal suo fiorellino che lubrificò con una pomata comprata prudenzialmente in farmacia. Si era fatto tardi: “Eros torna in camera tua.” “Ma quando mai mi capiterà di incontrare una donna deliziosa come te, telefonerò a mio padre  che stanotte non rientrerò  all’ovile.” E così fece, con l’assenso paterno restò con Lisa ma: “Ti prego di metterti su di un fianco, io ti penetrerò da dietro e ci resterò fino a che ‘ciccio’ rimarrà sull’attenti! Solo che ‘il fratello minore’ non conosceva la posizione di riposo e così…A Lisa la situazione non dispiacque, sentiva dentro di sé un qualcosa di piacevole e caldo, non protestò. Svegliatasi a notte fonda dovette constatare che il coso di Eros era ancora sull’attenti, manco John Holmes il celebre attore porno! A tavola Eros si sbafava porzioni doppie di tutte le portate, sulle guance era ricomparso il colorito roseo  al posto del precedente color biancazzo, lo notò il papà con notevole piacere, ma anche le cose belle hanno una fine come da canzone di Gionny Scandal. Alla fermata del pullman che avrebbe portato Lisa all’aeroporto, un velo di tristezza. Lisa questo è il mio bigliettino da visita con i numeri telefonici, noi abitiamo a Viterbo, nel caso…Anche Lisa scrisse su un foglietto il numero del suo cellulare poi salì velocemente sull’autobus senza voltarsi, la tristezza si era impadronita di lei. Mettendo le mani in tasca, con sorpresa trovò tremila Euro, sicuramente un affettuoso regalo di Eros, quel ragazzo le era rimasto nel cuore. All’aeroporto Canova di Treviso c’era una gran folla, per fortuna Lisa aveva prenotato e pagato in anticipo il volo e così non ebbe problemi. A Fiumicino niente tassì, autobus sino a Roma doveva risparmiare denaro, la posizione finanziaria sua e di sua madre era molto cambiata. Gli avvenimenti che seguirono fecero in parte dimenticare Bernardo ed Eros.  Nel palazzo dove abitavano lei e sua madre si era istallata una famiglia composta da una vedova, Elena e dal figlio Checco (Francesco) e furono loro che risolsero in parte i problemi finanziari delle due donne. Elena era titolare di una grande e famosa agenzia di navigazione, per colmare un vuoto di personale invitò Lisa in ufficio per un provino che ebbe esito positivo, la ragazza fu assunta. Del personale, fra l’altro c’erano  Adamo persona seria e riservata ed un certo Naele. Dove i genitori avessero attinto quel nome non  si ebbe a sapere, forse un nonno… Naele era un ex pugile dei pesi massimi tutto barba e capelli neri che lo facevano assomigliare ad un orango ma parlava inglese e francese e pertanto era stato assunto per far da Cicerone ai turisti di passaggio a Roma. Come  quasi tutte le famiglie, in casa di Elena e di Francesco era sorto un problema, il ragazzo non dimostrava nei modi molta virilità e gli amici invece che Checco la interpellavano con ‘Checca’. Cuore di mamma trovò una soluzione: far sposare il figlio con Lisa, senza problemi di denaro avrebbe provveduto a tutto lei in tutti i campi, non ultimo le spese per il viaggio di nozze programmato per la Thailandia. La cerimonia avvenne in Comune alla presenza di un delegato municipale, di due amiche di Lisa e di Adamo e Naele quest’ultimo stretto in uno smoking di una taglia inferiore alla sua. Viaggio di dieci ore sino all’aeroporto di Bankok dal nome impronunziabile per un italiano. Alla dogana nel bagaglio di Checco i doganieri notarono una cassetta di sicurezza,  dopo l’apertura della stessa da parte di Checco i doganieri gliela fecero richiudere con un sorriso generale, Lisa si era riservata la richiesta di spiegazioni all’arrivo in albergo in località di Hua Hin raggiunta in pullman. Albergo ben tenuto ed arieggiato, servizi impeccabili di camerieri in livrea, con inchini multipli (e conseguenti mance). “Cara ti debbo confessare una cosa importante: il motivo per cui i doganieri sorridevano erano che aveva scoperto un vibratore che io uso perché sono bisessuale,  il motivo per cui mia madre ha voluto che ti sposassi era per far cessare le chiacchiere sul mio conto, in ogni caso sappi che ti voglio bene e che ti rispetterò sempre, mi sei molto cara.” Dopo tante recenti peripezie Lisa  era corrazzata alle cattive notizie e rispose diplomaticamente al marito di non preoccuparsi avrebbero trovato una intesa fra di loro. La prima notte di nozze non fu per loro molto romantica, Checco per far resuscitare l’uccello’ usò il vibratore nel suo popò e alla meno peggio fece il suo dovere di sposo, piacere per Lisa: nullo. La giovane si vendicò acquistando nella boutique dell’albergo un costume alla brasiliana in cui a mala pena erano coperti i capezzoli,  dietro un filo, davanti un triangolino. Nessuno fece caso al suo abbigliamento, c’era un turismo internazionale di persone ricche ed abituate a qualsiasi situazione fuori del comune. Altra sorpresa: furono contattati dal direttore che in inglese: “Do you want a male or female company of any kind?” Traduzione da parte di Lisa: “Il muso brutto domanda se vogliamo una compagnia maschile o femminile per qualsiasi nostra esigenza, forse hanno avuto una soffiata da qualche amico in aeroporto che ha trovato il tuo vibratore.” Mandali a strafottere maledetti musi neri, per chi mi hanno preso?” “Per quello che sei.” “No tanks.” A tavola come camerieri si presentarono una bella e giovane ragazza in costume locale ed un bellissimo giovane con camicia bianca molto larga e pantaloni neri anch’essi molto larghi, Lisa parlando con se stessa pensò che se lo sarebbe ‘fatto’. Analogo pensiero di Checco a cui la pressione sanguigna si alzò notevolmente, Lisa se ne accorse e…”Ho capito che li vuoi ‘vedere’ in camera nostra, gli dirò che saranno ‘foraggiati’ con 10.000 Bath ognuno, valgono circa 273 Euro, puoi invitarli, i soldi sono di tua madre.” “Se a te non dispiace mi piacerebbe.” “My husband would like to see you in the afternoon in our room, he will give yiou 10.000 Bath per person.” Lisa si sistemò nel salottino della hall, non provava alcun sentimento, si sentiva vuota. Il pensiero corse a Eros, ormai era diventato un uomo, chissà cosa faceva, dove studiava, da Viterbo a Roma…I suoi pensieri furono interrotti dall’arrivo di un giovane in pantaloncini corti che si sedette vicino a lei. “Non voglio  invadere della sua privacy, se le do fastidio levo le tende.”  “Non vedo nessuna tenda, faccia quello che vuole.” Lisa era stata sgarbata,  il giovane preferì ritirarsi in buon ordine. Il cotale a cena era ad un tavolo vicino al suo, Lisa era sola, Checco ancora non si vedeva…boh.”Vorrei rimettere le tende che ho tolto vicino a lei…” “Va bene spiritosone, vieni a sederti al mio tavolo, mio marito ancora non si vede.” “Io occupo la stanza vicino alla vostra, oggi pomeriggio ho sentito del movimento, avevo visto un giovane ed una giovane del posto entrare in camera vostra, suo marito se la sta sollazzando alla grande, adesso devo levare nuovamente  le tende?” “Sono Lisa, non togliere nulla, siediti  al mio tavolo per farmi compagnia, come ti chiami?” “Alain, sono francese di Nizza, ho vent’anni, sono in viaggio vacanza, i miei hanno una fabbrica di mobili e non hanno potuto lasciare il lavoro.” “Come te la passi a femminucce?” “Niente legami, l’esperienza di miei amici mi ha portato a diffidare di legami fissi  solo avventure, alle ragazze locali interessano solo i Bath,  noi con l’Euro siamo avvantaggiati ma perché parliamo di me, lei è più interessante.” “Ho capito mi dai del lei perché sono più attempata di te.” “Non è per questo, è che prima mi hai liquidato in modo brusco.” “Ero nervosa, scusami.” Il direttore del locale si era avvicinato ai due, Lisa pensò che era proprio un rompi, forse alcuni turisti, come d’altronde suo marito gradivano…” “I see that the lady has changed company, best wishes.” “I at patres! It is latin, is means good evening.” Il rompiballe sparì dalla vista dei due, Alain: “Io conosco sia l’inglese che il latino, l’hai mandato bellamente a fare in c..o!”Il direttore si presentò nuovamente ai due: “Her husband phoned the concierge who eats in the room.” “Bene madame, tuo marito cena in camera, siamo soli, ci diamo ai cibi afrodisiaci?” “Si ma non per quello che pensi tu, a me piacciono molto le aragoste che a Roma costano un occhio della testa.” Tra i due si era nato un certo feeling, andarono sulla spiaggia a passeggiare, un luna piena illuminava il mare calmo, un’atmosfera idilliaca. Alain fece un grosso respiro rilassante, prese per mano Lisa che non si oppose alla sua tattica di avvicinamento. “Dato che tuo marito occupa ancora la vostra room ed è in compagnia che ne dici di passar la notte in camera mia?” “Bel giovane sono costretta ma…” “D’accordo, non ti pare di fare troppo la ‘vergine dai candidi manti.” “Conosco la poesia se così si può dire e non mi offendo, userò un tuo pigiama.” E così fu. Alain ovviamente fu confinato su un divano con indosso una copertina, Lisa, bella larga sul lettone, augurò la buona notte ad Alain con tanti bacini con la mano sulla sua bocca. Anche la presa per il culo, Alain era stanco delle schermaglie, sperava che la signorina ci ripensasse e lo facesse ‘riposare’ vicino a sé nel lettone. I dei dell’Olimpo decisero che la sorte andasse a favore del francese il quale, non riuscendo a prendere sonno si rifugiò in bagno. Seduto su uno sgabello aspettava il giorno conscio che gli avvenimenti non sarebbero stati a lui favorevoli. Si sbagliava, per un intervento di Hermes Lisa si svegliò nel mezzo della notte, vide la luce filtrare da sotto la porta del bagno, indossò una vestaglia di Alain ed andò a trovarlo. Il giovane era con la testa fra le mani, non sembrava più lui. Lisa in uno slancio di generosità: “Che fa l’amore mio  piange?” “Purtroppo non sono l’amore tuo…” “E se ti dimostrassi il contrario?” La frase fu seguita dallo spogliarello della signora che lasciò basito Alain, d’impulso la prese in braccio e la depositò sul lettone. Ora erano ambedue nudi e cominciò una battaglia erotica alla grande,  vogliosissimi sperimentarono tutte le tecniche erotiche che dopo circa un’ora li lasciò senza forza ma ancora abbracciati. Nel frattempo Alain cercava di capire quello che gli stava succedendo, lui sempre contrario a legami sentimentali di lunga durata si ritrovò a dover ammettere che si era innamorata di Lisa, conclusione: era in mezzo a casini senza uscita. Alle nove circa Lisa si svegliò, di Alain nemmeno l’ombra ed allora decise di bussare alla porta della stanza dove c’era suo marito che se la dormiva alla grossa. Il signore stanco delle fatiche sessuali non dava segni di vita. Lisa fece la doccia, si imbellettò a scese al ristorante per la colazione. Il solito direttore ca..a mi…a’ si avvicinò e con un sorriso e: “The gentleman who was with her last night at dinner left, did not leave any contact.” Lisa cercò di recepire bene la notizia ma non c’era dubbio, Alain era partito senza lasciare alcun recapito. Finalmente giunse nella hall  Checco che senza profferir verbo con Lisa si fece portare una sostanziosa colazione, evidentemente doveva recuperare le forze! Lisa era quella delle decisioni improvvise, anche questa volta: “Checco mi sono stancata di stare in questo posto, sistema i conti, fatti prenotare due posti in aereo, domani voglio ritornare a Roma.” Nel frattempo Alain di rientro nella sua Nizza faceva delle considerazioni sulla vicenda con Lisa: la donna le era rimasta nel cuore tanto da esserne innamorato ma il futuro era quello che lo preoccupava, sicuramente avrebbe cercato una ragazza con le sue caratteristiche senza trovarla, insomma si era rovinato la vita! Checco ormai sazio delle prestazioni delle bellezze locali aderì alla richiesta di rientrare a Roma. Il giorno dopo di pomeriggio arrivarono all’aeroporto ‘Leonardo da Vinci’, tassì e poi a casa festeggiati da Mimma e da Elena. La storia ebbe un finale non favorevole Lisa che rimase sola insieme alla madre mentre Checco se la spassava con Adamo che, per necessità pecuniarie era diventato il suo amante, Elena veniva piacevolmente brutalizzata, con suo piacere dal mostruoso Maele.  Lisa, con i soldi provenienti dalla donazione di quella signora deceduta volle allontanarsi dal suo appartamento, acquistò una villa al ‘Giardino sui Laghi’ con tanto di parco e di  piscina che frequentava solo d’estate in compagnia della madre,  di un cane e di un gatto  dai pedigrèe incerti che, stranamente, andavano d’accordo fra di loro e si dividevano  la cuccia. Niente più maschietti, solo solitudine, il ricordo di Eros e di Alain  pian piano svanì nel tempo. Non sempre le favole finiscono ‘e vissero tutti a lungo felici e contenti!’

  • 24 aprile alle ore 16:29
    Qui custodiet ipsos custodes?

    Come comincia: Premessa.
    Da https://www.injob.com/it/it/career-plan/diventare-quality-manager:
    Tutte le qualità del quality manager (gestore della qualità):
    Il Quality Manager è una persona pragmatica, in grado di definire obiettivi raggiungibili. Scrupolosa, per controllare che questi vengano rispettati giorno per giorno. Aperta al confronto, perché deve dialogare con tanti diversi dipartimenti aziendali.

    Il mio primo 'quality manager'.

    Incontro n.1.
    Tom, il project manager, il penultimo giorno del progetto mi (ci) scrive di aspettare a scrivere il 'Rapporto fine attività' perché sta per fornirci un nuovo modello da utilizzare per scrivere il documento.
    Mi reco da Max, il quality manager, e gli dico: <<Max, vedi che le attività si sono tutte concluse con successo il giorno stabilito. Domani non memorizzo nell'archivio di progetto il rapporto perché Tom ci ha detto di aspettare: dobbiamo utilizzare un nuovo modello da compilare che ci fornirà tra un paio di giorni. Max, mi raccomando, tutte le attività eseguite con successo entro il giorno stabilito.>> (Esplicito: 100% executed, 100% successful, 100% delivery precision).
    <<Sì, sì, sì>>, fa Max.
    <<Max, mi raccomando>>.
    <<Sì, sì, sì>>.
    Due giorni dopo Tom invia il modello, scrivo il rapporto e lo memorizzo in archivio.
    Qualche giorno dopo esce il 'Rapporto qualità' compilato da Max. Vi trovo scritto "Delivery precision: 98%" (o un altro numero, comunque non il 100%), faccio i calcoli e quei numeri in meno corrispondono proprio ai due giorni di 'ritardo' di consegna del mio rapporto.
    Vado da Max e gli dico: <<Max, scusa, ma cosa è quel ritardo che hai relazionato!?! Ero venuta a dirti che le attività si erano concluse con successo etc.>>.
    Max allarga le braccia e si stringe nelle spalle, fa l'espressione inconsapevole ed emette un <<Eeeh>>.
    Mi chiesi se dietro quella facciata di impeccabilità e squisito formalismo non fosse  un po’ stolido.
    Magari la domanda che avrebbe dovuto sorgere spontanea era: ‘Ma ci è o ci fa?’.

     
    Incontro n. 2.
    Un errore trovato in fase di progettazione costa 10, un errore trovato in fase di esecuzione costa 100, un errore trovato in fase di verifica costa 1000, etc
    Dobbiamo trovare gli errori il prima possibile: chi si occupa della verifica parteciperà all'ispezione dei documenti di progetto.
    Bene.
    Mi occupo di verifica e vado all'ispezione dei documenti di progetto.
    Segnalo vari errori. Ne prendono nota e correggeranno il documento. Tranne di uno: "Ah, ma questo è responsabilità dell'altro comitato!", mi fanno.
    "Va bene", replico, "Amedeo, il responsabile dell'altro comitato, siede nella stanza affianco: comunicateglielo.", dico al responsabile del presente comitato."
    Due, tre mesi dopo è il momento di verificare il prodotto implementato. Non trovo gli errori che avevo già segnalato, tranne uno: quello che avrebbe dovuto correggere l'altra linea di prodotto. Scrivo ed invio, come da prassi, il 'rapporto d'errore'.
    Meglio così. Max, il quality manager, stima la bontà dell'attività di verifica sulla base del numero dei 'rapporti d'errore'.
    Sono andata spesso a parlargli: <<Max, se tu valuti la qualità del mio lavoro sulla base del numero dei 'rapporti d'errore' che scrivo al momento della verifica, io non sono motivata a segnalare gli errori quando vado all'ispezione dei documenti di progetto. Sai cosa faccio? Vado all'ispezione, vedo che ci sono degli errori e non li segnalo. Li segnalerò quando farò la verifica così scriverò tanti 'rapporti d'errore' e tu relazionerai che sono stata brava.>>
    <<Ah, non devi fare così!>>, replica Max.
    <<E mi dici perché non devo fare così? Che motivazione mi dai?>>
    Ma naturalmente sono sempre stata stupida e quando ho rilevato un errore nel documento di progetto l'ho sempre segnalato.
     
    Incontro n.3.
    “Dobbiamo entrare nella telefonia mobile. Se non entriamo nella telefonia mobile non sopravviviamo.”.
    Queste erano le frasi che sentivo dire in azienda.
    OK. C’è un progetto con il quale abbiamo un primo contatto con il mondo della telefonia mobile.
    “Dobbiamo lavorare bene. Dobbiamo fare bella figura. Dobbiamo presentarci bene, se non entriamo nella telefonia mobile”.
    Il capo mi chiama e mi chiede se voglio occuparmi della pianificazione e controllo dell’esecuzione dell’ultima fase del progetto. Mi sembra una cosa importante ed accetto, anche se sento puzza di bruciato. La pianificazione era già stata iniziata da un mio collega che lascia. Perché?
    OK. Controllo la sua pianificazione, vi trovo un paio di errori e li correggo.
    Inoltre non sono d’accordo con l’avere prenotato tre centrali di prova, due secondo me sono sufficienti. “Oramai le abbiamo prenotate e dobbiamo utilizzarle”, mi fa il capo. Va bene. Sarò costretta ad arrampicarmi sugli specchi per giustificare l’invio di due miei colleghi e di un collega greco ad eseguire le verifiche su una centrale a 2000 km di distanza.
    Squilla il telefono sulla mia scrivania. Il mio telefono non ha il display che mostra il numero del chiamante. Rispondo. Una voce in inglese si presenta e si dice preoccupato e meravigliato che io non stia per andare alla riunione in Germania di tutti i responsabili della fase di verifica. “Daniel”, lo rassicuro, “non ero stata informata. Verrò sicuramente”.
    Nessuno mi aveva parlato di Daniel. Mi avevano detto che dovevo fare riferimento a Stephen che supervisionava la fase di verifica del nucleo (core, in inglese) della telefonia mobile.
    Telefono a Stephen che mi conferma la riunione e precisa che un primo giorno ci saremmo incontrati con tutti i responsabili della fase di verifica ed il giorno dopo ci sarebbe stata una riunione più in piccolo dove ci saremmo incontrati solo i responsabili afferenti al ‘nucleo’ e lì avrei relazionato anch’io.
     
    E così ci ritroviamo almeno una ventina di persone sedute intorno ad un tavolo ovale ad anello.
    A turno, tanti presentano le attività che andranno ad eseguire. All’improvviso, “out of the blue” direbbero gli inglesi, si sente la voce di Daniel che con un inaspettato tono di sfida fa: “E Lidia non presenta niente?”. Un sentimento di imbarazzo e curiosa attesa serpeggia intorno al tavolo. Guardo Daniel tranquilla, ma non replico. Aspetto. Stephen emette un colpo di tosse imbarazzato e spiega che io, come gli altri afferenti al ‘core’, avrei relazionato il giorno dopo in quella riunione ristretta.
    “Ah”, fa Daniel, “dopo la riunione vorrei incontrarvi”.
    E così il giorno dopo ci ritroviamo intorno ad un piccolo tavolo Stephen, Daniel, un assistente di Daniel ed io.
    Daniel col tono di chi sta per sparare un proiettile che andrà a segno, spara: “Nella vostra pianificazione avete mancato di inserire questa funzione”.
    Era uno degli errori che avevo rilevato nella pianificazione del collega che mi aveva preceduto.
    Il proiettile sta viaggiando verso me. Rispondo: “E’ vero. Nella pianificazione precedente mancava. Ora nell’ultima revisione del documento, memorizzata nella libreria di progetto, l’ho inserita.”
    Il proiettile fa flop davanti a me senza raggiungermi.
    Daniel fa la faccia di chi vede cadere inesplosa la prima granata che ha lanciato.
    Un po’ meno convinto, ma senza perdersi d’animo, spara il suo secondo colpo.
    Replico anche su quello ed anche il secondo proiettile fa flop davanti a me.
    L’incontro si conclude. Germania 0 – Italia 2.
    Rientro in ufficio direttamente dall’aeroporto venerdì pomeriggio. Il mio capo è partito poche ore prima per le ferie estive. E quando torna diciotto giorni dopo non ha alcun interesse ad ascoltare la mia relazione sulla riunione in Germania.
    Due mesi e mezzo dopo, quando abbiamo iniziato già la fase di esecuzione arriverà nella nostra sede colui che da lì a meno di dieci anni sarebbe diventato il Chief Executive Officer dell’azienda, ma nemmeno lui ebbe voglia di ascoltarmi.
    Perché Daniel ce l’aveva con me? Certo non con me personalmente, ma con la sede che rappresentavo. Nella mia ingenuità, per un bel po’ ho pensato che il suo amor proprio era stato offeso in quanto era stato ordinato che io riferissi a Stephen e non a lui. Tecnicamente sarebbe stato più corretto che io facessi riferimento direttamente a Daniel, ma compresi che la scelta era stata strategica e non tecnica in quanto puntavamo a mettere piede nel ‘core’ della telefonia mobile.
    Solo di recente ho riflettuto che il motivo era proprio questo: a Daniel, ed a molti altri, non andava giù che la nostra sede mettesse piede nella telefonia mobile e voleva approfittare dell’occasione per dimostrare che non eravamo affidabili.
    Tentativo che, in quella sede, gli era fallito.
     
    OK. Un mese e mezzo dopo arriva la data stabilita per l’inizio della fase di esecuzione della verifica del prodotto.
    Illusi. Il prodotto (non nella parte di nostra responsabilità che era marginale) viene consegnato in uno stato così miserevole che viene rispedito direttamente al mittente, ossia ai progettisti che devono rimetterci mano.
     
    Inizia la fase per me più concitata. Sì, perché i progettisti possono permettersi di consegnare il loro prodotto in ritardo, ma questo lusso non è concesso a chi si occupa della verifica che è l’ultima fase del progetto e deve terminare nella data stabilita.
    Cominciai subito a darmi da fare.
    Prima di tutto bloccai la partenza dei miei due giovani colleghi per la Germania.
    Senza prodotto da verificare che dovevo fare? mandarli lì a fare i turisti a spese dell’azienda?
    Sarebbe stato meglio che l’avessi fatto. Avevo anche pensato di farne partire solo uno per limitare lo spreco. All’inizio non sapevamo di quanto sarebbe stato il ritardo. Avrei potuto mandare solo un collega che avrebbe potuto iniziare a lavorare se la situazione si fosse sbloccata. Ma mi comportai da madre eccessivamente ansiosa. I miei due giovani colleghi, un ragazzo ed una ragazza, erano alla loro prima missione all’estero ed io, ingenuamente, pensavo sarebbero stati più tranquilli se fossero andati insieme. E così i due si andarono a lamentare con il nostro capo che non sapevano quando dovevano partire.
    Nel frattempo non me ne stetti con le mani in mano.
    La parte di prodotto che era completamente sballata era quella che aveva interazioni con l’hardware.
    Isolata la parte di prodotto ‘puramente’ software, feci iniziare la verifica almeno su quella parte.
    Passano tre settimane. Il prodotto viene consegnato di nuovo, stavolta almeno funzionante nelle sue parti di base.
    OK. Andate voi tre (i miei colleghi della stessa sede ed il giovane collega greco) in Germania con la nostra benedizione ed intanto noialtri ci diamo da fare qui.
    Ma tre settimane sono tre settimane e devo organizzare doppi turni per un po’. Doppi turni ai quali il collega italiano rimasto in sede ed i colleghi cinesi arrivati da noi si prestano di buon grado. E con qualche disagio. Il mio collega cinese rimane giustamente perplesso che alle otto di sera non possiamo ordinare delle pizze da far portare in sede.
    Va bene. Arriviamo alle ultime due settimane. Abbiamo recuperato il ritardo e stiamo finalmente lavorando di nuovo su ritmi normali.
    Alle 18:00 di un giorno di metà settimana spengo il Personal Computer, mi alzo e mi giro per andare incontro al collega con il quale ho finalmente potuto ricominciare a viaggiare che mi sta aspettando e mi vengono incontro Enzo, il project manager, e Max, il quality manager.
    Mi devono parlare. Ci sediamo. Inizia Enzo: “Si dice che il progetto non sta andando bene perché c’è qualcuno del gruppo di verifica che non si sta impegnando …”, intanto Max annuisce.
    Come dice la pubblicità di quella merendina? “Non ci vedo più dalla fame”?
    Mi sa che non ci vedi più dall’esasperazione. E partii con una veemente difesa dei ‘miei ragazzi’.
    Dopo di che raggiunsi il collega che mi stava ancora aspettando e che aveva assistito alla scena e mi scusai per la mia eccessiva veemenza. “Lidia”, commentò, “eri una leonessa che difende i suoi cuccioli”.
    Quante volte ho pensato: “Ma perché non ho tirato un bel respiro profondo e non ho chiesto con calma: <<Chi 'dice'? E su quali basi fonda queste affermazioni?>>”.
    Ma in seguito, anche nella vita privata, mi sarei rovinata nello stesso modo. Fino a quando toccano me transeat, ma quando toccano qualcuno che considero sotto la mia protezione dopo un po’ esplodo. E, naturalmente, peggioro le cose.
     
    Comunque continuiamo a lavorare bene. Arriva la fine del progetto. Successo. Festeggiamo con una allegra cena di fine progetto per salutarci.
    E dopo quindici giorni vado dal mio capo a chiedere per quale motivo non avevo avuto lo ‘scatto’ previsto dall’iter standard nella mia fase di anzianità di servizio.
    Lo ‘scatto’ tanto caro a Totò e Peppino in “Chi si ferma è perduto”.
     
    “Perché non ti sei sacrificata abbastanza”, fu la risposta.
    In quel momento non pensai agli errori della pianificazione del mio collega che avevo dovuto correggere. Non pensai a come avevo tenuto testa a Daniel che aveva l’aspetto e la stazza di un sergente nazista (scusa Daniel, ma era così, per cortesia non mi mettere allo stesso piano di Silvio con Shultz). Non pensai a come avevo dovuto sforzarmi a presentare in maniera accettabile al collega greco il fatto che dei suoi cinque ragazzi, invece di stare tutti da noi, uno doveva andare in Germania. Non pensai a tutto quello che avevo dovuto inventarmi per riuscire a rispettare la scadenza nonostante le tre settimane di ritardo della fase precedente. Non pensai a tutte le volte che avevo fatto le 21:30 in ufficio per aiutare la squadra a risolvere i problemi tecnici, per poi lavorare a casa fino alle 23:30 per preparare la scaletta degli argomenti da discutere alla riunione telefonica del giorno dopo con i colleghi stranieri o per preparare le slide da presentare il giorno dopo ai capi norvegesi in visita.
     
    Pensai ai sacrifici che avevano fatto i miei genitori.
    A quando in estate si erano preoccupati perché alle 21:30 non ero ancora arrivata alla casa al mare (da 60 km di distanza), non potendo avvertirli in quanto i telefonini non prendevano.
    A quando scesi in garage e trovai rotto il motorino d’avviamento dell’auto e mi feci accompagnare da mio padre al lavoro perché quella mattina c’era un’altra riunione con i capi norvegesi ed io non sapevo guidare l’auto di mio padre. E fu quella volta che mi resi conto per la prima volta che non dovevo chiederglielo più.
    Quattro anni prima mio padre mi aveva accompagnato lui il primo giorno di lavoro, dato che io, pur avendo la patente, non guidavo.
    Per la prima volta realizzai che mio padre, 72 anni, si stancò.
     
    E fu così che esplosi di nuovo.
     
    “Non ti sei sacrificata abbastanza”.
     
    In seguito riferii queste parole ad una mia compagna del corso di specializzazione in telecomunicazioni.
    Commentò: <<E tu non gli hai risposto: “Fatemi vedere dov’è l’altare del sacrificio, così mi immolo”.?>>.
    Il mio fidanzato invece commentò: <<E tu non lo hai informato che tu vai lì per lavorare e non per sacrificarti?>>.
     
    Di nuovo, solo di recente, ho riflettuto che quel “Qualcuno del gruppo di verifica non si sta impegnando”, era riferito proprio a me. Ero io quel qualcuno del gruppo di verifica che non si stava impegnando. Avevo sempre pensato che una lamentela fosse giunta dal project manager, ma mi sa che il quality manager non era estraneo.
    Per permettere al collega greco, che gestiva il gruppo più numeroso e che doveva ‘sacrificare’ uno dei suoi ragazzi mandandolo in Germania, di apportare modifiche fino all’ultimo per la parte di esecuzione di sua competenza, avevo commesso un’altra ingenuità.
    Anche se il documento di pianificazione era pronto alla ‘milestone’ stabilita da processo, avevo ‘congelato’ la revisione del documento solo prima che iniziasse la fase di esecuzione, precisando che la pianificazione delle fasi precedenti non era modificabile.
    Questioni che controllava il quality manager. Ed il ‘tailoring’ (adattamento) del processo, documentato dalle ‘excemption request’ (richieste di eccezione)?
     
    Mi sa che il quality manager, senza venire a chiedermi spiegazioni, aveva riferito al project manager che era andato a lamentarsi dal mio capo che io ci avevo messo “tanto tempo per scrivere il documento di pianificazione”. Frase che, di nuovo “out of the blue”, avevo sentito dire dal mio capo quando il documento di pianificazione era bello che ‘congelato’ da oltre due mesi.
     
    Il quality manager.
    La scorsa estate ho ripensato a questo episodio.
    Il quality manager.
    Era rigido, era fiscale o ce l’aveva con me?
     
    Un anno prima dell’episodio 1, in luglio ci eravamo ritrovati in tre ad uscire dalla mensa a fine orario. E, non so come, Max aveva letto l’importo scritto sulla lettera che mi comunicava qual era l’ammontare del mio premio produzione, la futura quattordicesima. Ed era sbottato scandalizzato: “Non è possibile che Lidia Lauda abbia avuto un premio più alto del mio! Non è possibile!”.
     
    Non è possibile.
     
    [P.S. In seguito le cose furono messe a posto, anche con un aumento che non era nell'iter ‘standard’. Avrei potuto metterci una pietra sopra.]
     
     

  • 22 aprile alle ore 20:18
    Viaggi e miraggi.

    Come comincia: Inizia con la sveglia che suona sull'ora di Limerick, peccato che sono le 04,00 del mattino ed un ora è già passata sul programma di rientro al Sud.
    Il tempo scorre veloce, carichi la macchina e si comonicia; la sonnecchiosa cittadina dorme ancora, forse dorme sempre durante l'anno ma stamattina ancor di più.
    Superiamo alcuni semafori ed alcune rotonde, simbolo di un finto progresso che ha cementificato anche le anime, ed eccoci di fronte al casello.
    In autostrada grossi bestioni gommati rombano vicino alla piccola e scattante utilitaria; 189 Km mi portano fino a Bologna la grassa; ed è quasi giorno.
    Fino a quel punto la notte avvolge la macchina proteggendola da occhi indiscreti, l'alba svela la nostra origine e la nostra destinazione;due grosse valigie ed il sedile posteriore ribaltato ci uniformano a mille altre macchine, a chi da decenniaspetta l'estate per un effimero periodo di riposo che faccia dimenticare le brume invernali padane.
    Intanto il tempo passa, le voci dei giovani cantautori ed i suoni etnici irlandesi mi tengono compagnia, insieme a mia moglie decidiamo che è tempo di fermarsi per il ristoro prima di proseguire , ma ci sono ancora chilometri di draghi gommati da superare in quella interminabile metafora italiana che è la variante di valico; strada dall'attenzione alta e dai percorsi tortuosi in un infinito sali e scendi.
    Penso a quando finisco e all'autogrill con i suoi costosi cornetti di cartone ed il cappuccino con poco caffè ed un finto latte.
    La cosa che noto dopo 296 km di strada è che la luce del giorno è diversa  rispetto all' alba che solo il giorno prima mi aveva visto sonnecchiante  e stressato nella città di Fanfulla da Lodi, soldato di ventura che trovo la morte nella battaglia di Pavia il 24 febbraio del 1525.
    Penso alla faccia di un cittadino, nel momento in cui smontando ogni sua certezza ed il suo forte spirito camapanilistico gli ho riferito che secondo il Guicciardini, Fanfulla da Lodi in realtà era cittadino di Parma, il tutto mentre lui orgoglioso mi raccontava della disfida di Barletta che lo vide protagonista insieme a Ettore Fieramosca e ad altri tredici guerrieri italiani, combattere valorosamente contro altrettanti guerrieri francesi e mentre corredava il suo racconto del fatto che durante la battaglia , lo stesso pur rimanendo appiedato riusci ad uccidere un gran numero di nemici.
    Sadicamente ed in maniera divertita smontavo almeno un poco le sue certezze di cittadino Laudense.
    Il cappuccino è finito, si riparte su un nastro asfaltato migliore, con ancora in testa la cadenza fiorentina, musicalmente valida ma che ti irrita pensando alla loro presunta superiorità letteraria propagandata con una certa arroganza dagli stessi fiorentini.
    La strada è più larga ed anche il mio modo di guidare si fa più rilassato; certo ci sono ancora camionisti che pensano sia lecito piazzarsi in tutte le tre corsie per gareggiare fra di loro, oppure schiacciare a fondo sul pedale  dell'accelleratore in prossimità di una curva se ti vedono dallo specchietto in fase di sorpasso.
    Il paesaggio intanto cambia, non più capannoni di logistica vuoti e mega , super, ipermercarti ma case e palazzi sparsi in mezzo ad una natura aggredita e offesa di un Italia colpita al cuore tra le cose che ha di più caro; il suo patrimonio paesaggistico. 
    Roma è vicina la seconda fermata pure, minuti in cui si pensa ai genitori in ansia a casa e alla loro paura atavica per la strada ed il suo traffico, figli loro di un tempo migliore in cui sulle strade si poteva anche passeggiare e non solo rinchiudersi in bozzoli ferrosi, climatizzati e inquinanti; chiamate nella maniera più brutale e impersonale macchine.
    Il tempo di una telefonata, di un resoconto veloce del traffico e del tempo, in quei momenti ti senti tanto speaker di Isoradio, e si riparte con in testa il pensiero fisso che la prossima tappa sarà, almeno per il momento quella definitiva.
    Napoli si avvicina e poi da Caserta a Salerno, con la visione fulminea di un cartello che mi preannuncia l'altra cavalcata selvaggia in direzione Reggio Calabria.
    Alla barriera di Salerno, in attesa della "mazzata" che mi colpirà, con l'ennesimo aumento delle tariffe autostradali, una voce ed un urlo liberatorio attirano la mia attenzione ed il mio corpo stanco trova ristoro spirituale in una repentina e fulminea frase che suona così:" Ao staiu appicciandu, manchi i cani aiu ancora m'arrivu a Riggiu".
    La traduzione suona più o meno così:" Sto morendo dal caldo, mamma mia devo ancora arrivare a Reggio Calabria".
    L'espressione "manchi i cani" viene tradotta non letteralmante ma a senso con - mamma mia-; anche se sta ad indicare che condizioni simili di viaggio nemmeno i cani le affrontano.
    Rido di gusto insieme a mia moglie ed entrambi pensiamo agli ultimi trentacinque chilometri che ci separanoda gustose mozzarelle di bufala, da un comodo letto e da una rigenerante doccia.
    Post scriptum. Il viaggio è sempre unico, forse non si racconta, alcune volte lo inventi, in ogni caso lo desideri sempre.
     

  • 19 aprile alle ore 8:02
    UN PALAZZO DI FEMMINE DI LUSSO

    Come comincia: Il destino è al di sopra degli dei. È il concetto che discende dalla credenza che esista un ordine naturale già fissato nell’universo,  teoria che trae origine del fatalismo dei greci, vedi vicenda di Edipo e delle Parche che regolavano la vita degli uomini.  Il fato non ha le stesse caratteristiche negative del destino perché, senza una voluta partecipazione del soggetto non produce effetti. Il credo cattolico, per giustificare i suoi principi parla di libero arbitrio ma i filosofi moderni hanno affermato  che tale pensiero è incompatibile con le nostre attuali conoscenze della natura. Il motivo per cui il seguente racconto è iniziato con questo ‘pistolotto’? Semplice perché sembrava impossibile che si fossero presentate delle situazioni un po’ complicate ed anche boccaccesche che come era accaduto a Roma, in via Duca d’Aosta, palazzina di cinque piani più garage e alloggio per il portiere,  edificio moderno e antisimico ma…c’era un ma: dinanzi passava un tram che più avanti incrociava altro tram in via Taranto, conclusione ad ogni passaggio un rumore infernale. Il costruttore era stato previdente ed aveva isolato con pannelli antirumore tutto l’edificio ma d’estate, a finestre aperte… un bel concerto. Viola quarantenne, divorziata, ricca e nullafacente abitava al primo piano;  stanca di stare sul letto in sottoveste ed aria condizionata accesa, sperando nel ‘ponentino’ romano si era affacciata al balcone quando sotto passò Riccardo figlio della portiera Amaranta: ”Un bellissimo spettacolo, se possibile vorrei ammirarlo da vicino!” Viola non si era accorta che era senza slip e quindi la ‘pelosa’ era in vetrina, doveva accadere proprio lei molto pudica come da suo nome. La dama sparì all’interno arrabbiata con se stessa. Amaranta aveva avuto una pessima sorpresa quando una mattina dei Carabinieri si erano presentati in casa sua ed avevano ammanettato Mattia, il marito portandolo a Regina Coeli per certe sue operazioni  ‘non pulite’ e combinate  in combutta con la mafia capitolina, ne avrebbe avuto per cinque anni. Dopo i primi attimi di smarrimento, Amaranta, come da suo nome ‘immortale’ si era rimboccate le maniche ed aveva preso il posto di portiere di suo marito, non c’era altra soluzione anche se la paga non bastava alle esigenze famigliari ma un suo dio la prese sotto l’ala protettrice.  Federico, fratello di Mattia che aveva fatto fortuna in Australia, venuto a conoscenza della situazione ogni mese inviava alla cognata una consistente somma di denaro con cui il figlio Riccardo poteva pagarsi gli studi all’Università, era iscritto in medicina. Altra situazione al secondo piano: Frida nubile, trentenne figlia di agricoltori diretti con terreni vicino a Frascati era professoressa di francese al liceo scientifico di via Cavour. Dopo un lungo rapporto con un compagno d’Università il cotale l’aveva lasciata con un laconico messaggio sul cellulare: “Hi good luck’”, si era messo con una ventenne come ormai di moda. Dopo un primo momento di rabbia Frida si era ripresa ed aveva preso ‘confidenza’ con Tommaso un professore della sua stessa scuola quarantenne, sposato che la andava a trovare dopo bugie propinate alla legittima consorte che faceva finta di crederci, meglio, le corna che l’abbandono, l’attuale filosofia delle signore tradite è  diventata più pratica, niente sceneggiate, il consorte o prima o poi, per nostalgia per la casa coniugale avrebbe alzato bandiera bianca e sarebbe tornato all’ovile. Tommaso aveva un  pregio non indifferente: era molto ricco e non lesinava regali e denaro in contanti a Frida che lo spendeva in viaggi con amiche ed amici soprattutto in crociere durante le quali si prendeva più di una  licenza con maschietti giovani e di suo gusto. Oggigiorno i principi morali, tranne che per i poveri cattolici praticanti (talvolta anche per loro!) sono molto cambiati in meglio, a seconda dei punti di vista! Terzo piano dell’edificio occupato da Mimosa vedova ricca di suo ed anche per ‘merito’ del suo  defunto marito che le aveva lasciato inoltre due eredi gemelli diciassettenni Amos e Leo che la mamma prudentemente aveva ‘spedito’ in un collegio per ricchi ma lontani dalla genitrice che amava molto la libertà consistente soprattutto in colloqui intimi con signori di bell’aspetto e sessualmente dotati. Chi meglio di Riccardo non per nulla detto ‘er casanova’ per soddisfare le sue molteplici voglie sessuali, talvolta anche per tutta una notte, prestazioni  che lasciavano il giovane spossato ma con le tasche piene di bei soldini. Quarto piano occupato da Flora cordiale con tutti soprattutto con le femminucce che apprezzava come i maschietti, la sua professione di coach in una palestra di sua proprietà la portava ad incontrare giovani e giovanette cui insegnava  esercizi e metodi di allenamento per migliorare la loro  forma fisica. Al quinto piano Aurora dal fisico longilineo e splendente come il significato del suo nome.  Venticinquenne era modella e spesso sfilava anche all’estero, era l’amica intima del  noto stilista Diego, uno dei pochi non omosessuale che, innamoratissimo di lei, la poteva incontrare solo in occasione di sfilate considerata la gelosia ossessiva della consorte che, essendo comproprietaria del marchio faceva pesare la sua volontà nelle scelte di lavoro e non era conveniente per Diego chiedere il divorzio. Viola in crisi di solitudine una mattina pensò di far qualcosa lontano dalla sua natura di donna riservata: dare una festa a casa sua invitando tutti le signore  residenti nel palazzo, ognuno avrebbe potuto farsi accompagnare da una persona di suo gradimento. Convocò la portiera Amaranta cui consegnò cinque inviti scritti di sua mano con riportato il disegno di una sala da ballo, inviti per il sabato successivo per una festa danzante nel suo alloggio. Le quattro invitate, anche se un po’ sorprese aderirono alla richiesta ringraziando per telefono Viola. La padrona di casa aveva unito due stanze per avere un salone grande, era sempre stata un suo desiderio e così le coinquiline all’ingresso nei locali apprezzarono e lodarono la padrona di casa che,  smessi i consueti vestiti modesti aveva acquistato un abito da sera di gran lusso e si era fatta truccare da una stilista, sembrava un’altra come poterono accertare le quattro signore. La signora si recò personalmente in una famosa pasticceria in via Taranto per ordinare dolci e bevande per la festa. Ad un commesso chiese di parlare col padrone del locale, era un signore quarantenne molto elegante sia nel vestire che nei modi, Viola rimase affascinata, non era facile di gusti in fatto di maschietti ma questo… “Sono Ennio spero di poterle esserle utile.” Viola lo mise al corrente della prossima festa che avrebbe dato a casa sua e chiese al proprietario della pasticceria di farsi carico per quanto riguardava il rinfresco poi fu  audace: “Qualora lo desideri potrebbe venire personalmente a controllare…” “Con gran piacere madame,  sono stato a suo tempo barman a Parigi, lei mi ricorda una tale madame che mi è rimasta nel cuore, mi lasci un suo biglietto da visita, vorrei il giorno prima venire  a casa sua a controllare il locale.” “Bien sure monsieur, voici ma carte de visite.” Toh,  una dama poliglotta, quel giorno potremo fare anche della conversazione…” “Io preferisco il ballo.” “Senza modestia in quel campo sono ferrato, a presto mia gentile signora.” Un finto baciamano mise fine alla conversazione. Viola non riconosceva più se stessa, non vedeva l’ora che arrivasse quel sabato, mai in vita sua si era innamorata, che fosse la volta buona…La notte prima sembrava il film ‘la notte prima degli esami’. Viola aveva dormito poco e male, ce l’aveva con se stessa e che cavolo…Aveva chiesto alla parrucchiera di inviarle a casa l’estetista, ora si sentiva a suo agio, si fece i complimenti da sola. Pian piano giunsero gli ospiti compresi Amos e Leo i due giovani figli di Mimosa, dimostravano più dei loro diciassette anni, erano dei bei giovani. Per ultimo giunse Ennio al seguito di tre camerieri con tre vassoi per le cibarie e secchielli con delle bibite, il signore indossava uno smoking grigio molto elegante che metteva il risalto il suo fisico. Viola d’impulso gli si avvicinò e lo abbracciò presentandolo agli astanti un po’ sorpresi di tanta manifestazione di affetto, Viola era stata sempre considerata una donna riservata, ora…Furono loro due ad aprire i balli, al suono di uno stereo, musiche romantiche e pian piano si formarono delle coppie eterogenee, solo una coppia rimase sempre l stessa quella di Viola e di Ennio che alla fine della serata rimasero soli in casa, si guardarono negli occhi e come nelle favole…vissero a lungo felici e contenti.

  • 19 aprile alle ore 7:59
    CATTOLICI E FASCISTI

    Come comincia: Era una piovosa giornata ottobrina del 1940 XIII° dell’era fascista, il professor Eugenio Gatti stava uscendo di casa dalla sua villetta in viale della Vittoria a Jesi, in quel di Ancona per recarsi nella scuola ginnasio-liceo classico, il suo umore era paro paro con il tempo, ne aveva ben donde. C’era in giro aria di epurazione nel senso che il regime, tramite i suoi scagnozzi, stava togliendo di mezzo quelli che loro consideravano nemici pericolosi. I meno infidi venivano purgati con generose dosi di olio di ricino che costringeva gli interessati a non uscire di casa per vari giorni e sosta quasi permanente nella propria toilette. Nei casi un po’ più gravi, come l’esser ebrei, licenziamento dai posti di lavoro. Come venivano scoperte le famiglie ebree? A scuola ai bambini venivano fatti abbassare le mutande e la circoncisione del pene era la prova dell’appartenenza a quella religione tanto odiata anche dai nazisti. Un caso particolare quello degli atei. Dopo i vergognosi Patti lateranensi dell’11 febbraio 1929 tra lo Stato Italiano e la Santa sede i più integralisti dei cattolici consideravano un offesa la teoria atea e cominciarono e ‘stanare’ quelli che non frequentavano le chiese con all’inizio richiesta di chiarimenti che, se non sufficientemente provati provocavano agli interessati gli stessi provvedimenti ‘propinati’ agli ebrei. Il professor Gatti sin dai tempi dell’Università era uno studioso di lingue estere, conosceva perfettamente oltre al latino ed al greco, materie di insegnamento anche il tedesco e lo spagnolo oltre che l’aborrito inglese, i fascisti chiamavano l’Inghilterra la ‘Perfida Albione’. Per il professor Gatti quella era pure un mattina sfortunata, all’ingresso del plesso scolastico incontrò certo Settimio Famiglini da lui bocciato per la sua crassa ignoranza e soprattutto perché aveva poca voglia di impegnarsi nello studio. “Professore che piacere incontrarla, è un  bel po’ che non ci vedevamo, da quando lei mi ha bocciato senza motivo. Voglio essere generoso non denunziandolo al partito per il fatto che lei non frequenta la chiesa, in giro si dice che è angostico, perché stamattina non entra alla ‘Madonna delle Grazie’ è qua vicino.” Gatti pensò: “Piacere un cazzo, ho fatto bene a bocciarti non sai pronunziare la parola agnostico. E poi: "stamani, causa il tempo, mi si è acutizzata la lombaggine, anzi sto andando dal Preside per chiedergli di essere autorizzato andare dal dottor Massimo Pileri perché mi prescriva una cura.” “Professore per questa volta…ma stia attento io la curo…” “Maledetto, mille volte maledetto mò vuoi vedere che ogni mattina devo andare in chiesa e diventare un bacia pile, per fortuna conosco don Francesco. Il prete, in tempi non sospetti, era stato in Inghilterra ed aveva appreso le norme che regolano la democrazia, mal sopportava il regime fascista ma stava ben attento a non mostrare le sue idee. Don Francesco accolse con calore il professor Gatti, lo stimava molto e: “Fratello posso offriti la colazione, sto andando al bar Ciro qui vicino.” Il professor Gatti ne approfittò anche se di solito saltava la prima colazione, cornetto e cappuccino lo sollevarono di spirito. Finito di mangiare raccontò quello che gli era capitato attimi prima. “Non ti preoccupare, tu sai che da democratico convinto accetto tutte le teorie non violente, ogni mattina vieni in chiesa e poi facciamo colazione insieme.” Don Francesco aveva fatto un’altra opera buona, aveva assunto come chierichetto un non più giovane  Andrea, nome che può essere imposto sia ai maschietti che alle femminucce. In questo caso era azzeccato Andrea era omosessuale condizione inammissibile per i fascisti che si consideravano di razza ariana e quindi pura. Per gli omosessuali la punizione minima era il confino nelle isole Eolie, lì c’erano finiti vari intellettuali. Un esempio: Carlo Levi autore del libro ‘Cristo si è fermato ad Eboli’ confinato in Lucania. A Jesi altro ateo convinto era il Commissario di P.S. Alfredo Minazzo che giustificava con i suoi impegni istituzionali la non frequenza continuativa della Chiese, nemmeno i più fanatici fascisti osavano contraddirlo, avevano molto rispetto per l’Autorità costituita. Altro seguace dell’ateismo era Armando Minazzo, figlio del commissario che per una gamba di legno aveva evitato di essere arruolato nell’Esercito e come suoi coetanei inviati in Russia da dove non erano più tornati. Con i loro scarponi di cartone ed il fucile 91 i soldati italiani erano patetici rispetto agli equipaggiamenti e agli armamenti dei tedeschi e dei russi. Un giorno un fanatico fascista aveva messo in dubbio che il figlio del Commissario avesse una gamba di legno in seguito ad incidente stradale, incontrandolo per il corso aveva battuto col suo bastone nella gamba incriminata e solo allora si era convinto. Armando era un benefattore nato, funzionario di una banca aveva acquistato una moto con sidecar per portare alle famiglie disagiate dei beni di prima necessità che riusciva ad avere senza tessera, come allora d’obbligo per acquistarli,  presso amici abbienti e generosi che si rifornivano al mercato nero. Il sidecar era usato da Armando anche per andare alla stazione e ‘approvvigionarsi’ a spese delle Ferrovie dello Stato, con la complicità di un amico ferroviere del carbone che usava per riscaldare la sua casa in cui abitava con sua moglie, due figli, suo padre, sua madre e tre sorelle nubili, un lusso che pochi avevano a Jesi. C’è da domandarsi che fosse l’allora capo dello Stato: c’era la monarchia ed un re a nome Vittorio Emanuele III° detto ‘pippetto’ per la sua bassa statura. Per sopperire a questo ‘inconveniente’ l’interessato indossava, con pochi risultati un copricapo molto alto; migliore fu la sua scelta di impalmare un donnone, Elena del Montenegro che gli ‘sfornò’ un maschio e quattro figlie femmine, il successore era assicurato. Il cotale aveva avallato il colpo di Stato di Mussolini, era un pusillanime tanto che, quando i tedeschi divennero dei nemici pensò bene di fuggire dalla reggia di Roma e di recarsi a Brindisi creando, sulla carta, un’Italia formata dalle province di Brindisi, Bari, Lecce e Taranto,  i suoi colleghi del nord Europa, al suo contrario, si erano aggregati ai partigiani, la sua un figura di…. Tale decisione  fu di intralcio per suo figlio Umberto, che gli era succeduto  nel Regno per l’abdicazione del padre allorché ci fu un referendum vinto dai repubblicani anche se con sospetto di brogli. Anche a Jesi con la fine della guerra la situazione politica cambiò: il sindaco Giuseppe Carotti prese  la via dell’esilio rifugiandosi in Argentina dove poteva contare su parenti colà stabilitisi, fu seguito anche dal capo dei Vigili Urbani Gino Scortichini mentre altri, compromessi col precedente regime, prima della fine della guerra cambiarono bandiera e  salvarono il…Un situazione curiosa per le ‘signorine’ che avevano avuto contatti sessuali con gli ex nemici: furono tutte rapate a zero! Tutti gli Jesini si diedero da fare per la ricostruzione della città, Armando ebbe una gratificazione da parte di coloro che aveva aiutato con cibarie durante quel periodo nero della guerra, gli fu intestata una piazza. E il professor Gatti? Sessantanovenne insegnava ancora alla quinta ginnasiale, era diventato un mito per tutti, gli studenti che seguivano in silenzio le sue lezioni. Quando andò in pensione fu organizzata una gran festa con la partecipazione di tutta la sua classe, manifestazione di affetto che portò alle lacrime il professore il quale visse ancora a lungo dando, gratis, ripetizioni agli alunni dei meno abbienti.

  • 18 aprile alle ore 21:07
    Gilda

    Come comincia: Cammina coi suoi tre figli sdentata e prosciugata di deserto. Come tigre famelica protegge i suoi cuccioli autoritaria e dura. Cammina con l'inganno che il tempo possa restituirle un mondo negato.
    Fa l'elemosina e striscia con le pareti dell'anima con un coltello, a pungolare l'inedia di chi la scruta, come si fa coi rottami.
    Una macchina sforna bambini, pezzo di carne consumato e ricacciato dall'inferno ancora non abbandonato.
    Gilda si trascina per le strade della coscienza quando in un giorno cattivo, abbiamo compreso di avere il brivido di una stessa ferita.
    In quegli occhi dove si affaccia il mio stesso abisso.
    E Cristo in croce
    morì anche per noi.
    Nel nome del padre
    e per Maria di Magdala

     

  • 18 aprile alle ore 21:07
    Gilda

    Come comincia: Cammina coi suoi tre figli sdentata e prosciugata di deserto. Come tigre famelica protegge i suoi cuccioli autoritaria e dura. Cammina con l'inganno che il tempo possa restituirle un mondo negato.
    Fa l'elemosina e striscia con le pareti dell'anima con un coltello, a pungolare l'inedia di chi la scruta, come si fa coi rottami.
    Una macchina sforna bambini, pezzo di carne consumato e ricacciato dall'inferno ancora non abbandonato.
    Gilda si trascina per le strade della coscienza quando in un giorno cattivo, abbiamo compreso di avere il brivido di una stessa ferita.
    In quegli occhi dove si affaccia il mio stesso abisso.
    E Cristo in croce
    morì anche per noi.
    Nel nome del padre
    e per Maria di Magdala

     

  • 04 aprile alle ore 5:42
    La casa delle streghe

    Come comincia: "Sembra la casa delle streghe", disse Pino una volta che dovette recarsi lì.
    Ed in effetti quella casa, così nascosta dietro la recinzione, così al buio (altrimenti la luce al neon sopra il portone consuma corrente. Figuriamoci ad accendere il resto delle luci in giardino) che neanche si notava esserci, così silenziosa, con gli abitanti che uscivano furtivi dalle loro abitazioni sperando di non incontrare nessuno dei vicini, dava un'impressione veramente sinistra.

    "Sembra la casa dei fantasmi", ha rincarato poco più di un anno fa il cugino di Liliana che aveva quattordici anni quando la madre, la zia di Liliana, decise di andare via di là.

    "Potreste stare così bene!", esclamò l'avvocato al quale Pino si era rivolto per controbattere le aggressioni dei vicini quando venne a visitare i luoghi.

  • 03 aprile alle ore 9:25
    L'ALIANTE

    Come comincia: Gli aggettivi:  peculiare, inconsueto, originale, insolito, possono ben adattarsi ai personaggi del racconto che state per leggere, luogo principale degli avvenimenti la città di Messina lambita dal mare e circondata da magnifici monti, i Peloritani,  dove i possidenti avevano fatto costruire le loro ville. Zeno e Mia erano una coppia ‘peloritana’, lui famoso chirurgo, lei insegnate di religione in un istituto del capoluogo. I due non avevano nulla di che lamentarsi, ricchi con una figlia, Rossella, meravigliosa da sembrare una modella. Alcuni, i soliti maligni, si domandavano da chi avesse ‘preso’ la signorina diciottenne dato che i genitori non erano particolarmente avvenenti anzi, forse la natura oppure…Non esisteva l’oppure, Mia  oltre che religiosa era puritana sino all’eccesso quindi nessun problema in famiglia sino a che un pomeriggio… Mia, sentendosi poco bene, decise di ritornare in villa dove la figlia stava ricevendo una lezione privata da parte della professoressa d’inglese solo che l’insegnante aveva gusti particolari e stava baciando in bocca Rossella ed anche le sue mani non erano…al posto giusto. Una furia: “Se domani ti ritrovo a scuola ti denunzio ai Carabinieri, ti rovino per tutta la vita, fra l’altro mia figlia è minorenne…(bugia).”Perché Rossella aveva ‘ceduto’ alle profferte omo dell’insegnate? Forse per curiosità dato che il boy friend con cui aveva dei rapporti sessuali era poco ‘performante’. Mia si recò dal confessore raccontando quanto accaduto alla figlia, il vecchio prete non trovò altra soluzione se non quella di consigliarle di far avere un colloquio di Rossella con un esorcista al fine di ‘sradicare’ il male dal suo cervello. Alla proposta materna Rosella si mise a ridere prendendo in giro la madre che, a  parere della figlia i metodi dell’esorcista erano ‘bufale’ da  Medio Evo. Papà a mamma si consultarono e, per bene della figlia, presero la decisione di organizzare per lei  una crociera nel Mediterraneo al fine di farle dimenticare il triste episodio che per Rossella non aveva nulla di triste ma valli a capire i genitori rimasti indietro di anni. La nave ‘Royal’ attraccò a Messina una mattina di luglio, Mia e Zeno accompagnarono Rossella sino alla sua cabina esterna (la più lussuosa) con mille raccomandazioni relative alla frequenza di persone estranee. Rossella estroversa per natura, fece subito amicizia con due coniugi anziani che mangiavano al suo stesso tavolo; con le sue battute li fece tanto divertire che le loro risate attirarono l’attenzione dei vicini di tavolo. I vecchietti si ritirarono in cabina ma per Rossella niente sonno,  per finire la serata si recò al teatrino della nave dove si esibivano dei ballerini brasiliani. Sotto il palco tanti maschietti con applausi fragorosi e con la speranza di ‘conoscere’ da vicino una delle bellezze d’oltre oceano, Rossella preferì un tavolo vicino all’uscita, non amava la confusione. Musica a tutto volume, folla soprattutto di giovani impazziti e vocianti fino a quando i ballerini si presero un meritato riposo e scesero dal palco per andare nelle loro cabine passando nel corridoio vicino a Rossella. L’ultima ballerina nel passare vicino alla ragazza si fermò e: “Vôce é realmente linda, eu posso sentar na sua mesa?” “Non parlo la tua lingua sono italiana.” “Ti chiedo scusa, guardandoti pensavo fossi sud americana, in portoghese ti ho chiesto il permesso di sedermi al tuo tavolo, sono affaticata ed assetata.” Mi chiamo Melissa.” “Io sono Rossella, bevi pure da dove vieni?” “La mia ultima residenza era a Säo Paulo ossia San Paolo, mi piace girare il mondo e così faccio la ballerina, tu?” “Io sono studentessa, abito a Messina, in Sicilia e son qui a bordo per distrarmi, se ti va possiamo mangiare insieme, io sono nella cabina 132 con vista esterna.” “Io sono in una cabina multipla con tre colleghe che di notte non mi fanno dormire anche perché talvolta si portano appresso qualche maschietto, tu potresti…” “La mia cabina ha un letto matrimoniale, non c’è problema a meno che tu non russi” celiò Rossella. “Non russo ma ho un problema, se sei anticonformista…” “In vita mia ho avuto problemi solo con i miei professori perché vedo  le situazioni con ‘esprit  humoristique’ come dicono i francesi e non a tutti piace essere dileggiati…” “Il mio è un caso particolare, come ti dicevo i miei genitori, fattisi vecchi, si sono ammalati gravemente e sono deceduti. Io un giorno era in stazione a San Paolo, seduta su una banchina con la testa fra le mani sono stata interpellata da una bella signora di passaggio che: “Posso aiutarla, la vedo triste, alla sua età…” Le spiegai il motivo dei miei problemi e la tale a nome Azzurra mi accennò al fatto che poteva agevolarmi qualora io avessi accettato di far parte di un balletto e così fu. Ritornando all’oggi potremo fare il viaggio insieme anche se io la sera sarò costretta a venire a dormire tardi.” “Ti farò compagnia…” In quel momento si presentò un giovane ufficiale della nave: “La signorina Rossella?” “Sono io, mi dica.” “ Il Comandante della nave desidera parlarle, mi segua per favore.” Ovvia curiosità da parte di Rossella, che poteva volere da lei il Comandante, donne intorno ne aveva tante…” “Signorina mi scusi se inizio la conversazione con una domanda: i suoi genitori talvolta volano con un aliante?” “Si è la passione di mio padre ma non capisco…” “Questo è un telegramma del suo medico di famiglia, viene da Messina, purtroppo l’aliante dei suoi non è stato rintracciato nel Mediterraneo da due giorni, tutte le ricerche sono state vane, la speranza…” Rossella pian piano si rese conto della realtà, la speranza di rintracciare i suoi dopo due giorni era quasi inesistente, prese il telegramma dalle mani del Comandante e uscì dalla cabina seguita da Melissa. Mai in vita sua aveva provato un dolore tanto violento, stava tremando e fu costretta a sedersi su una panchina sin quando Melissa la condusse in cabina. Mancava un giorno per il rientro a Messina e Rossella non si mosse più dal suo alloggio, l’amica le portava il cibo e le bevande ma Rossella non riusciva ad inghiottire nulla se non dell’acqua, un choc tremendo. In banchina a Messina Rossella scorse il dottor Leonardo che, arrivata a terra l’abbracciò, non c’era nulla da dire. Il dottore aprì la portiera della sua Mercedes, Rossella stava per salire quando si accorse della presenza di Melissa, che fare? D’impulso: “Vieni con me, recupera i bagagli miei e tuoi, ti aspettiamo qui.” Durante il percorso il dottore comunicò le ultime notizie: un vento particolarmente violento aveva battuto il tratto di mare fra la Sicilia e la Sardegna, natanti della Marina Militare insieme a quelli della Capitaneria di Porto stavano cercando i resti dell’Aliante anche se la possibilità che i due coniugi si fossero salvati era minima se non inesistente. Leonardo si offrì di aiutare le due donne ma Rosella rifiutò con gentilezza, aveva bisogno di silenzio, la compagnia di Melissa le poteva alleviare il dolore. Dopo tre giorni la notizia:  i resti squarciati dell’Aliante  erano stati recuperati vicino alle coste sarde…La mattina successiva Rossella stava per mettere in moto la Golf di sua padre quando squillò il telefonino: “Sono il notaio Neri, signorina Rossella quando le viene comodo passi da me.” Dal notaio: “Ci sono delle novità, occorre innanzi tutto che venga dichiarata la morte presunta dei suoi genitori intanto, data l’amicizia che mi legava ai suoi le anticipo quali sono i beni oggetto del testamento: la villa,  due auto, il conto corrente presso la Banca Unicredit ed i vari investimenti sia in Italia che in Lussemburgo (notevoli), duecento monete d’oro Krugerrand e ciò che è depositato in una cassetta di sicurezza della suddetta banca, io,  col suo permesso mi tratterrò una moneta d’oro in ricordo dell’amico Zeno.” All’uscita dallo studio del notaio Rossella chiese a Melissa se sapesse guidare, all’affermazione  dell’amica la pregò di prendere il suo posto al volante, proprio non se la sentiva. Rossella prese contatto con la cameriera di casa, certa Virna la quale entrò subito in confidenza  con Melissa, ambedue sostituirono la padrona di casa in tutte le faccende domestiche. Rossella capì che doveva ‘darsi una mossa’ e si mise alla guida della sua Mini, insieme a Melissa si recò all’Unicredit per constatare il contenuto della cassetta di sicurezza. Anche qui il direttore, molto amico di suo padre, fece uno strappo alla regola e consegnò la seconda chiave della cassetta. La ragazza stordita dagli ultimi avvenimenti non era molto curiosa di vedere il contenuto dell’astuccio ma quando l’aprì restò di stucco: un contenitore pieno di grossi diamanti, un patrimonio! Come aveva fatto suo padre ad accumulare tante ricchezze? Domanda inutile, il problema era come gestirle, chiese aiuto a Melissa che, saggiamente, le consigliò di lasciare tutto come si trovava, la banca Unicredit era conosciuta anche in campo europeo e dava affidamento. Rossella aveva preso l’abitudine di dormire nel letto matrimoniale dei suoi genitori, era come sentirseli vicini ma una mattina ebbe una cattiva sorpresa: forse presa da un profondo sonno durante la notte non si era accorta che le erano venute le mestruazioni con la conseguenza di aver sporcato la camicia da notte, il  lenzuolo ed anche il materasso. Presa dal nervosismo chiamò Melissa e le chiese di chiamare una nota ditta per farsi consegnare un materasso nuovo poi le venne in mente che Melissa non aveva mai avuto le mestruazioni e, stranamente, le venne in mente una frase di Eraclito: ‘non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare ciò che non ti aspetti’, talvolta il cervello umano…Chiamò Melissa e le espose i suoi dubbi. L’amica si sedette sul letto e finalmente venne fuori la realtà: “Quando era a San Paolo quella signora di cui ti ho parlato mi offrì l’opportunità di far parte di un balletto ma dovevo anche diventare un trans, dopo varie cure lo sono diventata…se non mi vuoi più vicino me ne andrò.” Un pianto silenzioso, le lacrime scendevano copiose sulle gote di Melissa, il pianto, come in questo caso, può avere la funzione di chiedere l’aiuto e il supporto degli altri,  Rossella non li fece mancare all’amica. Ovviamente passata la ‘bufera’ grande era la curiosità di Rossella che finalmente una sera fu soddisfatta, Melissa era dotata di un membro niente affatto piccolo soprattutto in erezione, Rossella ridendo lo toccò  a lungo sino a quando uno spruzzo violento le arrivò in viso. Ormai le due amiche dormivano nello stesso letto e la sera successiva Rossella dopo aver massaggiato il ‘cosone’ di Melissa pian piano lo infilò nel suo ‘fiorellino’ riuscendo anche a far provare alla sua compagna un  orgasmo  che lo portò ad ’inondare’ la sua vagina sino al collo dell’utero, un matrimonio in piena regola. Ormai i rapporti fra Rossella e Melissa erano quasi quotidiani (dal latino cotidie che vuol dire giornaliero) conseguenza che stavolta le mestruazioni non vennero a Rossella, dopo un mese si capì che era in arrivo un bebè, situazione confermata dal dottor Leonardo  che si domandò chi potesse essere il padre ricordando il detto latino ‘mater certa est pater nunquam’ (la madre è certa il padre non è mai sicuro). Il medico quarantenne,  durante la lunga carriera aveva resistito agli assalti matrimoniali di numerose pulzelle (oltre che essere un fusto era anche ricco) e  l’esperienza professionale l’aveva portato ad esaminare a fondo le situazioni dei suoi pazienti, conclusione Rossella non risultava frequentasse alcun maschietto ed allora? Un bel busillis che col tempo non fu più tale. Il dottore esaminando a fondo il viso di Melissa si accorse che aveva qualcosa di particolare, fuori del comune, capì che la brasiliana non era una donna ‘normale’, ci azzeccò e rivolgendosi a Rossella: “Mia cara, ho sempre rifiutato di sposarmi, un legame perpetuo era per me un fardello troppo grosso da sopportare, se avessi deciso in tal senso avrei scelto te, dopo questa premessa permettimi di esternare il mio pensiero: Melissa ha tutte le caratteristiche di un trans,  da medico e da uomo posso dirti che non sono puritano e per me il segreto professionale è qualcosa di inviolabile , tanto premesso ti chiedo: Melissa è un trans ed il figlio che porti in grembo è suo?” Le due ragazze si guardarono in viso e dopo attimi di silenzio Rossella: “Leo ti ho sempre considerato una persona anticonformista…”  “A questo punto inaspettatamente è emerso in me un sentimento particolare che non so definire, mi siete diventate ambedue molto care e col vostro permesso vorrei frequentare questa casa, se non sarete di questo avviso potrò capirlo e ne trarrò le ovvie conclusioni, è una questione molto delicata.” Rossella e Melissa d’impulso lo abbracciarono, avevano trovato un amico sincero con cui dividere le loro emozioni. Leonardo smise la frequentazione di ‘amiche’ di passaggio e riversò le sue ‘attenzioni’sulle due ragazze che all’inizio ebbero qualche problema di ‘pudicizia’ ma poi si formò un trio ben affiatato,  unico rapporto non previsto quello fra Leonardo e Melissa in ‘funzione’ di maschietto. La nascita di Marina, una paffutella bimba bionda dagli occhi marroni fu una festa non solo per i tre ma anche per i comuni amici che furono invitati a solennizzare l’avvenimento. I presenti, ovviamente si domandavano che potesse essere il padre, il più ‘votato’ era Leonardo ma la neonata non assomigliava né al presunto padre e nemmeno alla mamma… Rossella si era un po’ ingrassata, si sentiva serena ed aveva cominciato ad apprezzare troppo il buon cibo ma mise su chili ulteriormente quando non le comparvero le mestruazioni, stavolta ‘merito’ di Leo che stava invecchiando ed aveva deciso di avere un discendente. E dopo i fatidici nove mesi venne  alla luce Amos un bellissimo bambino (assomigliante al padre Leonardo) dotato di un bell’uccello pronto a fare la pipì in faccia a chi osservava troppo da vicino il suo pisello. Rossella ingaggiò una baby sitter per accudire i due fratelli diventati ogni giorno più ‘casinisti’.  L’aliante sperduto in mare era diventato un lontano ricordo,  il trio funzionò  perfettamente per molti anni, d’altronde il numero tre ha un valore esoterico, cosmico, è celebrato dai Pitagorici, dai Taoisti e dai Cattolici ed anche le divinità indù sono tre: Brahma, Shiva e Vishnu. Salut à tout le monde..
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 03 aprile alle ore 9:09
    IL COMMENDATORE

    Come comincia: Brando era il titolare di una negozio di abbigliamento di lusso in via Centonze a Messina. Sempre spaparazzato in una poltrona dell’esercizio si alzava solo quando arrivavano clienti di riguardo, la sua merce era molto costosa e unica nel suo genere: vestiti confezionati da sarti famosi come pure le camice, le scarpe  e le cravatte di produzione degli specialisti napoletani, maglieria di lana proveniente dall’Australia, i clienti erano solo persone facoltose. Il nome del negozio? ‘Lord Brummel’ Alberto maresciallo della Finanza una mattina insieme al brigadiere brigadiere Folco in divisa si fermarono dinanzi all’esercizio e si misero ad osservare le merci in vetrina, il commesso Giovanni avvisò il commendatore di quella presenza, Brando  ritenne opportuno alzarsi dalla fatidica poltrona, ad aprire la porta dell’esercizio e ad invitare i due all’interno del negozio.  “Posso esservi utile, sono a vostra disposizione.” “Commendatore sono Alberto e questo è Folco, stavamo solo curiosando, ha della merce veramente elegante ma fuori della nostra portata.” “Ho prezzi scontati per le forze dell’ordine, soprattutto per le Fiamme Gialle, entrate anche se non è vostra intenzione acquistare nulla. Giovanni ordina al bar un caffè per i signori o preferiscono qualcos’altro?” “Vanno bene il caffè.” Maresciallo approfitto della sua presenza per farle controllare la mia contabilità, non mi fido del miuo consulente tributario è diventato troppo vecchio.” “Commendatore sicuramente lei sa che ci è proibito controllare la contabilità dei contribuenti se non in visita ufficiale il che non è il caso in questione.” “Mi farebbe un grosso piacere, le do l’indirizzo dello studio del mio commercialista, può contare sulla mia assoluta riservatezza, questo è il mio bigliettino da visita, grazie comunque.” Alberto, di recente diviso dalla consorte Stella con cui aveva avuto continui dissapori era in crisi di denaro perché doveva ‘passare’ alla consorte, che era andata ad abitare a Milazzo una consistente somma per il mantenimento, conseguenza accettò la richiesta del commendatore e si recò, in borghese nell’ufficio del consulente tributario tale Giulio. Il cotale non fece buona impressione ad Alberto sia per l’aspetto di vecchio trasandato che per  il carteggio depositato in disordine sulle scrivanie. In ufficio c’era anche un giovane a nome Tommaso che si presentò come aiuto del titolare. Alberto si rese subito conto che la contabilità era, per dirla con un eufemismo piuttosto caotica cui il giovane  non poteva porre rimedio per la sua inesperienza. Prima di metter mano per sistemare il carteggio Alberto ritenne opportuno interpellare Brando andando al suo negozio. “Commendatore la prego di uscire, debbo parlarle.” Non intendo avere con lei un colloquio nel suo negozio, per esperienza personale, so di ‘cimici’ che noi installiamo in locali ai fii di conoscere le situazioni riservate dei contribuenti, al bar può andar bene.” “Allora caro Brando, mi permetto chiamarla per nome, dire che la sua contabilità è disastrata è un eufemismo, se un nostra pattuglia si recasse ora nello studio tributario di Giulio il suo portafoglio alzerebbe ‘alti lai’, in altre parole occorre risistemare a fondo l’ufficio acquistando anche materiali moderni per effettuare la contabilità.” Al commendatore era aumentata notevolmente la pressione: “Cosa mi consiglia?”  “Potrei sistemare tutto in quindici giorni sempre che lei mi dia il nulla osta per il mio operato anche se ancora non ho deciso, non vorrei avere guai col mio comando.” “Le do carta bianca e naturalmente saprò ben ricompensarla, da domani si metta all’opera, avviserò Giulio.” Alberto, per evitare guai chiese un mese di licenza e si mise subito all’opera dando a Tommaso una lista di macchinari da acquistare cominciando da un computer, non voleva esporsi facendolo in prima persona. Dopo una settimana pervenne tutta l’attrezzatura ma ci vollero altri sette giorni  per riuscire ad inquadrare la situazione tributaria. Soddisfatto del risultato una mattina Alberto posteggiò la sua Cinquecento dinanzi al negozio del commendatore e lo invitò a sedersi in auto. “Allora che mi dice?” “Tutto a posto, una bella faticata, sto istruendo al meglio il giovane Tommaso, l’apprendista, con la mia costante consulenza la contabilità sarà impeccabile.” Un abbraccio da parte di Brando ad Alberto. “Cummenda non è ce ci pigliano per due…” “Non c’è pericolo anzi voglio informarti dell’ultima novità, l’altro giorno si è presentata in negozio una ragazza, si chiama Desiré, è figlia di un mio affezionato cliente che in futuro non sarà più tanto affezionato: è finito in galera per un giro di fatture false, , falso in bilancio,  falsi incidenti stradali e di collusione con la mafia, gli hanno sequestrato tutti i beni. Inoltre ha la moglie  malata e deve assumere medicinali di prezzo elevato. Desirè era giustamente affranta, mi ha chiesto aiuto, l’ho assunta come commessa, mi fa pena.” Nel frattempo la situazione di era evoluta: Brando venuto a conoscenza della situazione familiare di Alberto lo invitò in via permanente a  casa sua a pranzo ed a cena con l’assenso della consorte Isabella che, col marito non aveva buoni rapporti personali; in considerazione che lui era il paperone di famiglia aveva preferito non chiedere la separazione. Della famiglia faceva anche parte Brunella la figlia dei due ragazza scialba, studiosissima al terzo liceo classico, per lei un sette era un voto basso! Lei aveva accolto Alberto con indifferenza, i maschietti per lei non erano un problema anche perché nessuno sinora si era fatto avanti con lei. Isabella era una donna intelligente, si vedeva dagli occhi, aveva personalità, di fisico di media statura, non male di corpo anche per la frequenza di una palestra. Già dalla prima volta aveva guardato Alberto con un certo interesse ma, data la sua riservatezza non lo aveva fatto a vedere. Ultima novità: il commendatore aveva deciso di recarsi in giugno a Firenze per visitare l’esposizione Pitti uomo, moda maschile di risonanza internazionale, volle portare con sé Desirè per…farsi consigliare nella scelta dei vestiti da acquistare. Isabella non fece commenti, era da tempo che i rapporti col marito erano praticamente assenti, insomma ognuno viveva la sua vita. Alberto seguitava ad usufruire della cucina di Isabella talvolta con la presenza a tavola della figlia Brunella che la maggior parte delle volte preferiva rimanere a scuola sino al pomeriggio. Hermes stavolta si mise di buzzo buono ed un giorno a tavola fece bere più del normale del buon Chianti ad Isabella che si avvicinò ad Alberto tanto da cominciare a baciarlo in bocca per poi passare sul letto matrimoniale con permanenza sino alle cinque al rientro della figlia da scuola. Alberto e Isabella digiuni ambedue di sesso da molto tempo avevano sfogliato quasi tutto il Kamasutra. Senza forze per non dimostrare quello che era accaduto fra di loro si erano seduti sul divano del salotto a vedere la tv.  Brunella era brutta ma non stupida, guardando in faccia i due si mise a ridere fragorosamente e si rifugiò in camera ma non gliene importò gran che, non era in buoni rapporti con suo padre. Poi un avvenimento impensato: Brunella un dopo pranzo si avvicinò ad Alberto mentre la madre era in cucina a rigovernare: “Già da quando ti ho visto per la prima volta ho capito che eri un furbacchione ma non un imbroglione, avresti potuto chiedere ed ottenere da mio padre somme notevoli, ti abbiamo adottato per le cibarie, hai avuto rapporti con mia madre per sopperire alle …chiamiamole mancanze paterne, ormai ti considero di famiglia, vorrei chiederti un favore, accompagnami in un istituto i bellezza, sono stufa di fare la secchione racchia, forse si stanno svegliando gli ormoni, cosa dici a Brunella?” “Io ho ammirato in te l’intelligenza ed ora anche la personalità, chiamerò la mia amica titolare del Centro Estetico di viale S.Martino.” Il giorno successivo Alberto accompagnò Brunella al Centro Estetico e la presentò come cara amica alla titolare  Arianna che: “Fatti vivo alle diciotto, ora sparisci.” Alle diciassette e trenta, la precisione era propria di Alberto vergine di oroscopo, il buon maresciallo in borghese entrò nell’istituto e si accomodò nel salottino all’ingresso, ad un certo punto vide entrare una ragazza con tanti pacchetti in mano,  non era Brunella allora andò a cercare Arianna: “Dov’è la mia amica?” Grande risata da parte della titolare del Centro: “Mi fa piacere che non hai riconosciuto la tua amica, è nel salottino e non ti ha chiamato per prenderti in giro.” A vis a vis con la ragazza si trovò con le labbra risucchiate da Brunella, era un suo ringraziamento, era diventata molto bella.” “Adesso ti debbo presentare un fidanzato che ne dici di un mio collega?” “Di Fiamme Gialle me ne basta una ed a quella fiamma donerò la parte mai usata di me, che ne dici?” “Dico che sei una meraviglia,, sediamoci restiamo fermi per un attimo mi debbo riprendere, troppe novità tutte insieme.” Anche mamma Isabella fece i complimenti alla figlia e ad Alberto:”Ora la smetterai di incurvarti sui libri, trovati subito un bel maschietto…” “Già trovato e presto l’userò…” Isabella capì al volo la situazione, non ne fu contenta ma cuore di mamma abbracciò la figlia e: “Ti auguro tanta felicità quella che non ho mai provato in vita mia.” Non tutti gli avvenimenti furono benigni per il commendatore. Ritornato da Firenze, in un momento di crisi profonda riferì ad Alberto che, malgrado pillole varie il suo ‘ciccio’ aveva fatto cilecca più volte con  Desirè anzi le famose pillole lo avevano portato ad un svenimento e la ragazza era stata costretta a chiamare un medico, peggio di così! Brando  era invecchiato di colpo, si vedeva dal suo viso mai sorridente, aveva lasciato il negozio in mano a Desirè ed a Giovanni. Finale col botto: Alberto e Brunella si sposarono e misero subito al mondo un maschietto cui fu imposto il nome del nonno, Brando, unica soddisfazione del vecchio proprietario di Lord Brummel.
     

  • 01 aprile alle ore 23:34
    L'ufficio postale.

    Come comincia: Una gelida giornata di un inverno appena iniziato, arrivo a casa e subito si prospetta una fila interminabile alle poste: la missione è pagare il tanto vituperato canone rai.
    Fuori la gelida galaverna ha preso il sopravvento sulle piante stanche e fiaccate da una stagione autunnale strana, che alternava giornate finto estive a umidità e pioggie monsoniche mai viste nel catino padano.
    Decido , forse in maniera affrettata che non è il caso di rimettersi in macchina , dopo la strada provinciale affollata; da post giornata di lavoro.
    Coraggiosamente e incoscientemente, a piedi con con passo sicuro da militare in pensione, mi avvio verso l'ufficio postale.
    Dopo un centinaio di metri, percorsi con sicurezza e cercando di non pensare all'ennesimo fatto scolastico che ha visto protagonisti quelle " simpatiche belve " dei miei alunni, le mie difese immunitarie incominciano pericolosamente e inesorabilmente a cedere il passo a starnuti sempre più frequenti e ad un mal di ossa, che in maniera subdola mi dice che forse era meglio coprirsi e ascoltare i consigli di mia moglie; che con la sua solita grazia mi ricorda che non ho più vent'anni.
    L'ufficio postale intanto si materializza all'orizzonte, io ed il mio bravo bollettino postale, targato Agenzia delle Entrate di Torino, ci infiliamo con passo sicuro in questo edificio risorgimentale ed austero, nella speranza di trovare conforto dopo la passeggiata " salutare " nella gelida nebbia padana.
    Da dietro la porta guardo speranzoso all'interno dell'ufficio, per capire se lo stesso, anche durante le ore che precedono la sera, fosse affollato da vecchietti/e speranzose  di incontrare qualcuno/a con cui intavolare un discorso sui destini del mondo, su quanto la gioventù odierna fosse maleducata, volgare e inconsistente; mentre ai tempi loro...
    Stranamente l'ufficio è semivuoto, due avvocati reazionari, animano l'atmosfera, stizziti dal fatto che le loro raccomandate non partono immediatamente ma la mattina successiva: -dipendenti pubblici del cazzo , seduti tutta la giornata a non far niente, l'Italia non può funzionare con questi lavativi- fanno finta di non sapere che il lavativo seduto su quella sedia è da una giornata che combatte, per la " congrua "  cifra di mille e duecento euro al mensili, con persone che vogliono cambiare le loro cinquanta euro a monetine da dieci centesimi, con altre che confondono mittente con destinatario nella compilazione di un modulo, con anziani arrabbiati che dopo minuti e minuti di spiegazione capiscono che la pensione sociale la si prende una volta al mese e non una a settimana- i comunisti, i sindacati, gli extracomunitari è notorio hanno rovinato l'Italia- il tempo scorre, guardo distratto queste scene, metafora di un paese sempre uguale a se stesso; intanto i sintomi influenzali da quarantenne finto giovane mi ricordano che forse è meglio sbrigarsi e tornare a casa .
    Si materializza a pochi metri il dipendente tardo hippie, che con un sorriso sincero mi comunica a suo modo che la meta è vicina, a questo punto dietro di me una vecchietta con occhi verde smeraldo e capigliatura ancora fluente, nascosta sotto un elegante cappellino sollecita la mia attenzione con un buffetto sulla schiena - mi scusi signore - ed io - mi dica - con quel briciolo di gentilezza rimasta- non mi dica che quello che ha in mano è il versamento per il canone della televisione - gli astanti esplodono in una grossa e grassa risata; la mia stanchezza si trasforma in uno sguardo ebete, in silenzio faccio il mio dovere, esco dall'ufficio postale, pensando che stasera qualcuno usufruirà di un film datato e scadente o di un documentario targato Istituto Luce, pagato dal sottoscritto.
    P. S. " La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile".
    Corrado Alvaro.    

  • 27 aprile 2018 alle ore 22:25
    Umani per caso

    Come comincia: Vorrei dirti: "forse non capiresti mai", per delicatezza, ma io so che non puoi capire la mia vita. È un ginepraio ridente il mio momento, un ballo sciamanico di forze e fragilità, un cuneo di vibrazioni di tamburo in spazi di un violino tormentato, un respiro in membri tremolanti di fisarmonica struggente. Un canto amaro di viole profumate e calpestate. Un pianto di corbezzoli appassiti. Non puoi capire i miei giorni appesi al vento, e i nembi torturati da un sol nascente. Non puoi, non puoi capire i lapilli incandescenti che friggono la mia pelle. Non puoi sentire l'humus impregnare le mie vene. Non puoi vedere licheni e muschi e brattee di piante finte morte, e nemmeno stremate ragnatele di ragni, pasti d'una lucertola. Non puoi vedere i miei giorni stesi ad asciugare al sole della misericordia, al vento del giudizio, al sale del mio pianto asciutto. Non puoi. Nessuno può essere verme e serpe e farfalla che ha cambiato la sua pelle, se non è boia e condonatore di se stesso come io fui.

  • 26 aprile 2018 alle ore 22:49
    A volte basta una canzone

    Come comincia: C’era una volta un re che disse alla sua serva raccontami una favola 
    e la serva incominciò e disse 
    c’era una volta un re che disse alla sua serva raccontami una favola e la serva incominciò.

    Comincia così "L'uomo col megafono" di Daniele Silvestri, suona nelle casse dell'auto a volume alto mentre presta attenzione alla strada. Conosce il testo a memoria, ma non lo canta, la segue solo nella mente, cercando di distrarsi dal pensiero ossessivo che non riesce a scacciare.
     
    "L’uomo col megafono cercava, 
    sperava, tentava di bucare il cemento 
    e gridava nel vento parole …" 
    Pantaloni a quadri
    "L’uomo e il suo megafono sembravano staccati dal mondo …" 
    Pantaloni a quadri
     
    Davanti agli occhi l’autostrada che si snoda, rolla sotto le ruote e sparisce dietro l’auto, lasciandone il ricordo sullo specchietto retrovisore. Sta guidando in maniera automatica, come succede a chi fa spesso la stessa strada, conosce quei 500km, più o meno a memoria; in quale curva accelerare, in quale frenare, dove si trovano i rilevatori di velocità; la conosce così bene da essere diventata una abitudine, come l’area di sosta in cui prendere il caffè ed andare in bagno, come la buca che schiva da mesi, come la fila al casello, come la musica che ascolta, come il rituale della partenza e dell’arrivo.
    Stavolta forse è diverso, pensa, ma qualsiasi pensiero fa fatica a farsi strada, la sua mente torna continuamente ai pantaloni a quadri. Da qualche parte aveva letto di un esercizio proposto da un professore universitario “Non pensare all’elefante, a qualsiasi cosa ma non all’elefante” recitava, una volta fatta questa affermazione non c’era modo che l’interlocutore, per quanto la discussione variasse, non finisse per pensare all’elefante. Il suo elefante erano quei fottutissimi pantaloni a quadri.
    Pur di fermare la propria mente comincia a cercare in rubrica qualcuno da chiamare e parlare di altro, ma è troppo tardi, l’unica persona che sarebbe sicuramente sveglia è quella dei pantaloni a quadri, e la sua mente torna di nuovo allo stesso punto.
    Riprova con la musica, stavolta a volume più alto, accelera per sorpassare.

    “Le spalle curve per il peso delle aspettative
    Come le portassi nelle buste della spesa all'Iper …”
    Pantaloni a quadri

    Il navigatore segna ancora 100 chilometri, solamente 100, poi 99, poi 98, poi 97.
    Si concentra solo su quello, sui numeri che si riducono ed arriva un po’ di sollievo, come contare le pecore al contrario, ma da qualche parte nel suo cervello continua a girare come un gatto irrequieto che va di stanza in stanza, muove la coda, si struscia ovunque, la sente, l’immagine di quei pantaloni a quadri.
    Macina chilometri uno dopo l’altro, prestando poca attenzione alla velocità, alle altre auto, a tutto. Se la strada fosse fatta di lava incandescente non se ne accorgerebbe. Se nel cielo esplodessero tutte le stelle non se ne accorgerebbe. Tutte le sue abitudini sono sparite, questo è un viaggio del tutto nuovo.
    Il navigatore segna solo 1 chilometro, l’impellenza di arrivare è fisica, prepotente, dolorosa, la macchina è stretta come una bara, deve viaggiare per l’ultimo tratto con i finestrini aperti per non sentirsi soffocare.
    Solo per un momento si accorge che nelle casse sta passando la sua canzone preferita.

    “Te ne sei accorto no
    Che non c’hai più le palle per rischiare
    Di diventare quello che ti pare
    E non ci credi più”

    Ma non la fa neanche finire, i viaggio è finito! Il navigatore chiede di premere il tasto “Fine”. Parcheggia nel primo posto libero che trova. Strappa il telefono dal caricabatterie, apre lo sportello e scende dall’auto, mentre chiude l’auto ha l’impressione di ricominciare a respirare sul serio.
    Si avvia verso casa, il passo sostenuto quasi corre, il respiro affannato, la mente in tempesta.

    Gira l’angolo e sono li.
    I pantaloni a quadri.
    Li indossa.
     
    Ma non è solo, sta baciando una altra, le braccia strette intorno ad una altra, i visi fusi, gli occhi chiusi.

    Sente un rumore, nella sua testa, nel suo petto, nel suo stomaco, come specchi che si infrangono.
    Chiude gli occhi, respira, si gira e torna sui suoi passi.
    Michela risale in macchina, accende il navigatore, inserisce la destinazione, sul display compare di nuovo 500 chilometri alla destinazione, accende il motore e scappa.
    Nelle casse riprende la musica, la ascolta, anche se le parole rimbalzano all'interno di quell'involucro vuoto che le sembra sia diventato il suo cranio. 

    "E che morire serve
    Anche a rinascere

    La verità
    È che ti fa paura
    L’idea di scomparire
    L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire"

  • 18 aprile 2018 alle ore 23:11
    Dieci secondi

    Come comincia:
    Quando sono uscito dall'ufficio ero un coacervo di sensazioni ed emozioni, dall'eccitazione all'agitazione, dall’euforia alla preoccupazione, ma soprattutto la curiosità.
    La curiosità di scoprire se dopo tanto scambio di messaggi e telefonate avrebbe fatto lo stesso effetto anche di persona, una volta tolto il filtro di un telefono, dei messaggi. La curiosità di scoprire se era vero, reale, o se era stato tutto un gioco. La curiosità di scoprire se sarebbe stata una delusione, se avrei detto la solita parola sbagliata al momento sbagliato, se lo avrebbe fatto lei.
    Senza accorgermene avevo dato il via a una serie di scherzi e battute a cui avevo intenzione di tenere fede, per questo una volta sceso dalla macchina mi sono avviato verso il punto dell’appuntamento indossando un naso rosso da clown, sfilando tra la gente perplessa.
    Forse è stato il naso, o forse il sorriso che indossavo subito sotto, ma appena ci siamo incontrati questa stupidaggine le ha strappato una risata, ed ha sciolto in un momento il ghiaccio e l’imbarazzo.

    Rido e dico “Guarda che ti avevo avvertito, 10 secondi di silenzio, ne sono passati già 3”

    Mentre ci avviamo al ristorante è un fiorire di chiacchiere, leggere, divertenti, quelle di due persone che si conoscono appena e che cercano di scoprirsi a vicenda. Lei è bella, sul serio, più di quanto mi aspettassi, ma mi scopro molto più interessato a scoprire cosa ci sia dietro i suoi occhi verdi, al sorriso che le illumina il volto ed alla risata contagiosa.

    Alzo la mano e comincio a contare con le dita della mano non occupata dalla sigaretta “Sei… Sette…”

    Ci accordiamo per una regola base, niente telefoni mentre mangiamo, lo abbiamo già usato troppo nelle settimane precedenti, adesso non ne abbiamo veramente bisogno. Seduti al tavolo del ristorante cominciamo a scegliere cosa mangiare, con qualche difficoltà visto che continuiamo ad interromperci per parlare. Il cameriere viene a chiederci per la terza volta se vogliamo ordinare esordendo con “Ce l’abbiamo fatta a scegliere o vogliamo fare un altro ripasso del menù?”, ridiamo di gusto alla battuta e decidiamo di impegnarci un po’ di più nell’ardua scelta. Riusciamo ad esaudire la richiesta del povero cameriere e riprendiamo a parlare. Nel locale affollato le nostre parole e le nostre risate si perdono in mezzo a quelle dei tavoli vicini, gli argomenti si accavallano l’uno sull’altro, tra parentesi che si aprono in continuazione, discorsi che derivano completamente dall’argomento iniziale, parliamo sull’antipasto e sul primo per oltre una ora.

    “Otto… Nove…” Lei mi guarda e ride, ma non dice nulla.

    Arrivati alla fine del primo ed alla fine della bottiglia di vino rosso, torna il nostro caro amico cameriere a consegnarci un altro improbo compito “la scelta del dolce”. Arrivati a questo punto decidiamo di comune accordo che possiamo concedere una tregua alla regola base, del resto lei è a cena con una persona che potrebbe essere veramente chiunque ed avere qualunque intenzione, deve rassicurare le amiche che, almeno per ora, è tutto a posto.
    Prendo il telefono in mano anche io e mi ritrovo a leggere il messaggio di un amico “Già messa in pratica la regola dei dieci secondi?”, il messaggio mi strappa una risata che richiama la sua attenzione. Con lo sguardo interrogativo mi osserva e mi chiede “Che succede?”. Non ci penso un momento e le racconto il motivo della mia reazione. Nel pomeriggio ho confidato dell’appuntamento ad un amico, soprattutto per chiedere consiglio dato che ne era passato di tempo dall’ultimo a cui ero andato. Tra consigli più o meno seri ne era uscito uno in risposta alle mie perplessità sul fatto che avrebbe potuto prevalere l’imbarazzo e che avrei dovuto trovare un modo per uscirne in qualche modo, pena una serata silenziosa e sicuramente poco divertente per entrambi. Il consiglio era “comincia la serata mettendo in chiaro le cose, nel caso in cui rimaniate in silenzio per più di 10 secondi tu la baci, per più di un minuto …”
    L’aneddoto la diverte e diventa spunto per un nuovo argomento, che ne aprirà un altro, che a sua volta ne partorirà uno nuovo e così via fino a finire il dolce, poi il caffè, poi l’amaro.
    La serata non è fredda, abbiamo voglia entrambi di una sigaretta. Pago il conto ed usciamo a passeggiare. Fino a quel momento abbiamo parlato senza sosta.
    Ci fermiamo a guardare il naviglio, mentre fumiamo la sigaretta.
    Silenzio.

    “Dieci”

  • 14 aprile 2018 alle ore 9:59
    GIANNA, L'ASINA.

    Come comincia: Leggendo il titolo di questo racconto può venire di pensare ad una ragazza che di scuola ne mangia poco: niente di più sbagliato. Gianna era l’asina del contadino Dario F. residente con la moglie Domenica S. e la figlia Mariola a Jesi, in quel di Ancona, in periferia dopo la zona ‘Casette’. Dario non era il proprietario del fondo di due ettari coltivati ad ortaggi, frutta e viti, la terra apparteneva ad Armando M. vedovo di Domenica che, prima di morire, gli aveva regalato il figlio Alberto tredicenne che, pur assomigliando al padre dall’aspetto molto mascolino ma un po’ grezzo aveva dei tratti di finezza della madre. Armando quarantenne era proprietario di un’abitazione A TRE PIANI in via San Martino ma  possedeva anche, in viale della Vittoria,  un edificio con: al pian terreno un garage con officina auto e cucina, al piano superiore una grande sala funzionante da mensa in cui spesso si svolgevano cerimonie di rinfresco post matrimoni, di comunioni e di compleanni, al secondo piano camere da letto arredate in modo classico.  Alberto frequentava la terza media alla scuola Federico ll°. Ritornando a Gianna dobbiamo dire che era eternamente inc….ta e ne aveva ben donde: tutti i lavori pesanti erano affidati a lei: tirare il carretto sino la mercato per vendere i prodotti della terra. Il mercato ‘Delle Erbe’  era lontano dalla stalla ben cinque chilometri, che diventano dieci fra l’andata ed il ritorno. Inoltre far girare, bendata e legata ad una sbarra, la ‘noria’, un  macchinario in ferro sito dentro un pozzo; tutto questo per far riempiere una vasca d’acqua che serviva per innaffiare le piante del fondo. Una volta, più arrabbiata più del solito, morse violentemente un avambraccio di Dario che per sua fortuna aveva un fiasco in mano e glielo ruppe in testa all’asina per evitare di restare monco. Alberto, espletati i compiti, si recava spesso in campagna sia per rimpizarsi di mele, di pere e di uva  sia per stare vicino a Mariola di tre anni più ‘anziana’  e guardare la ‘cose buone’ della ragazza più alta di lui, bionda, slanciata, occhi verdi, insomma un gran pezzo di … che non assomigliava affatto a nessuno dei due genitori.  Una volta fu più fortunato: una mattina, marinata la scuola, andò nel  podere di suo padre e si accorse che la bicicletta di Mariola era posteggiata al suo posto, conclusione la baby era da quelle parti a far che? Guardando attraverso una finestrella della stalla vide la ragazza appoggiata ad una greppia, piagata in avanti, gonna abbassata, mutande sparite e, posizionato dietro di lei, un maschietto che…si muoveva avanti ed indietro. In posizione scomoda,  capitò ad Alberto di scivolare e fare un gran rumore che portò Mariola e lo sconosciuto a smettere di ‘far ginnastica’ . Lo stesso sconosciuto sparì di gran carriera. Alberto si era fatto male ad un gomito che sanguinava ed entrò dentro casa di Dario. Lì trovò Mariola che con una faccia sorridente : “Ecco che succede a chi non si fa i ‘cazzarelli’ suoi; vieni qua, ti medico prima che ti venga il tetano.“ Alberto cominciò a tremare, difficile capire il motivo se per il dolore alla ferita o più verosimilmente per la vicinanza della ragazza, vestita in maniera decisamente succinta, o per il suo odore di femmina. Il giovane si ripromise di visitare più spesso la casa di Mariola che, ogni volta che lo vedeva, si faceva matte risate. Accadde che una volta Alberto, vicinissimo al corpo della ragazza, diventò tutto rosso in viso. “Non  vorrei che ti scoppi una vena, avrai la pressione altissima, vieni qua, io da buona boy scout (si dice così anche per le ragazze) sono obbligata ogni giorno a fare un’opera buona ed io so quella che desideri. Mariola prese a sbottonare la pattuella (cerniera dei pantaloni) di Alberto il quale si aspettava di seguire le orme di quel tale che aveva visto insieme a Mariola usare una certa posizione ma la ragazza: “Sdraiati sul letto, chiudi gi occhi e…” Alberto sentì qualcosa di caldo intorno al suo ‘ciccio’, aprì un po’ un occhio e vide che la ragazza si era messa in bocca il suo ormai cosone che ben presto riversò nella sua bocca un fiume di…con gran piacere del suo padrone. Mariola sparì per un po’ per poi tornare e: ” Quello che ti ho fatto si chiama ‘pompino’, non volevo che mi entrassi in fica con pericolo di rimanere incinta. Il cotale che hai visto scappare usava il condom, tu procuratelo e poi lo faremo dentro di me.” Alberto capì che si trattava ma non aveva la faccia tosta di presentarsi ad un farmacista, tutti lo conoscevano e forse l’avrebbero preso in giro e potevano raccontarlo ai suoi. La necessità spinge l’uomo ad aguzzare l’ingegno ed il buon Al. ricordò che alla seconda classe del liceo classico c’era un giovane di nome Franco B. figlio di un farmacista. Anche se non aveva confidenza con lui fece la faccia tosta e: “Scusa se ti disturbo ma mi occorre il tuo aiuto, dovrei acquistare un condom perché la ragazza che conosco vuole che lo usi, io non saprei come procurarmelo.” Franco diciottenne guardò con curiosità il più giovane collega e: “Ti posso dare una mano ma io che ci guadagno?” “Te lo pago.” “Non hai capito se ne vale la pena vorrei metterci il ‘becco’ pure io, potremmo anche dargli qualcosa in soldi.” Alberto pur di portare in porto ‘l’affare’ acconsentì una mattina, scuola disertata, di raggiungere Mariola che stava facendo il bucato e che restò perplessa quando vide che Alberto era in compagnia. “Mariola questo è Franco, un caro amico che sa farsi i fatti suoi, lui, figlio di farmacista, mi ha procurato i…”Mariola si sedette su un muretto e cominciò a fissare alternativamente i due giovani per poi scoppiare in una risata. “Siete venuti qui per avere un pò di…compagnia, mi sembrate ragazzi simpatici e soprattutto riservati, seguitemi uno alla volta in camera mia.” Franco si francobollò dietro la baby e ad Alberto non restò che attendere il suo turno che in verità tardava…Dopo circa tre quarti d’ora Franco uscì dalla casa e andò a rifugiarsi nella Fiat Topolino di suo padre con la quale avevano raggiunto il podere. Alberto si catapultò dentro casa e sentì la voce di Mariola: “Spogliati e mettiti sul mio letto.” Presto si presentò e: “Quel tuo amico prima ha voluto che gli facessi un pompino e poi è entrato dentro la mia cosina col preservativo per questo motivo hai dovuto aspettare, ma tu mi piaci di più, vieni…” Anche Alberto se ne fece due ma ambedue col condom. Non era più un ‘segaiolo’, la ‘cosina’ era proprio stimolante; si ripromise di ritornare da Mariola però da solo. Durante la prima parte del viaggio di ritorno silenzio assoluto fra i due poi Franco: “Ho lasciato dei soldi dentro il comodino di Mariola, non volevo lasciarli in giro, poteva offendersi, in fondo è una brava ragazza anche se a soldi non mi sembra se la passi bene., mi piace molto.” I due giovani, divenuti amici per la ‘cosa’ di cui fruivano a turno ma due eventi cambiarono la loro vita: Armando aveva conosciuto un’insegnate di educazione fisica  fisicamente prestante e, dopo un corte serrata  a base  di regali  costosi, l’aveva convinta a convolare a giuste (?) nozze. Sofia C. molto probabilmente si era decisa al gran passo perché avrebbe risparmiato i soldi per: il posteggio della sua Mini in garage, per il prezzo del pranzo e delle cene oltre quello per la  camera da letto (chiamala fessa!). Nozze in grande stile al Duomo celebrate dal vescovo in persona a cui Armando aveva elargito una grossa somma per i ‘poveri’. Ovviamente pranzo nella sala mensa di viale della Vittoria con gli amici festanti e dalla pancia piena e poi partenza per il viaggio di nozze con la Mercedes di Armando: destinazione primo albergo dove infilarsi per…’copula primae noctis’, furbescamente Sofia non gliela aveva mai mollata prima. Sofia tradotto dal greco vuol dire sapiente ma più che sapiente la cotale poteva chiamarsi ‘callida’ che vuol dire furba. Il perché è presto detto: di natura muscolosa aveva lo sguardo fiero, più mascolino che femminile e, in quanto a muscoli, superava qualche collega maschio anche per l’allenamento dovuto alla sua professione. Conclusione: dopo i primi tempi di fuoco (molto da parte di Armando meno da parte di Sofia) le ‘acque’ si erano molto calmate. D’estate, scuole chiuse, Sofia con la sua Mini andava al mare a Falconara Marittima e, per compagnia, si portava appresso Alberto  che era stato costretto ad  abbandonare la calda Mariola rimasta di assoluta proprietà di Franco che, affascinato sempre più dalla baby, soprattutto per le sue prestazioni, se ne era innamorato con gioia dei genitori di lei ma non dei suoi estremamente snob (la figlia di un contadino!). Alberto si era fatto rimandare in latino e greco senza tanti commenti da parte del genitore che, a suo tempo, era stato uno studente mediocre. Sofia aveva ‘fatto’ il classico e così i pomeriggi, dopo la siesta pomeridiana, matrigna e figliastro si dedicavano alle lingue degli antenati ma la dama, si era accorta che Alberto seguiva poco le lezioni motivo? Eh! non ci voleva molto a capirlo, il giovane sessualmente a secco  se la passava male non riuscendo più a farsi accompagnare da Franco a casa di Mariola, ormai sua fidanzata ufficiale. “Sei un bamboccione, se non ti impegni lo riferirò a tuo padre, voi farti bocciare e ripetere l’anno!” Alberto si mise a piangere ed abbracciò Sofia che ormai stava rendendosi conto della situazione ma, nello stesso tempo, giustamente, pensava alle conseguenze! Un giorno Armando partì per Brema quale concessionario della Mercedes, doveva anche fare un giro in Germania per propagandare il suo hotel e così rimase a lungo lontano da casa., Male gliene incolse. Alberto con l’ormone alle stelle, una notte si presentò nella camera da letto della matrigna la quale, benché assonnata, ‘la sventurata rispose’ (Manzoni docet). Alberto viveva in un mondo surreale, di giorno aveva ripreso a studiare, di notte…Anche le cose belle, o meglio soprattutto le cose belle hanno una fine e così al rientro di Armando la tragedia: la gelosia di Alberto faceva il pari con la non accettazione da parte di Sofia del ruolo sessuale di moglie. I loro incontri erano fuggevoli e niente affatto appaganti. Ci pensò Zeus, vecchio putt…re a sistemare le cose: Alberto, diplomatosi, vinse il concorso all’Accademia della Marina Militare di Livorno, la vecchia asina Gianna passò a miglior vita, Sofia cominciò ad invecchiare precocemente, Franco sposò Mariola che gli ‘regalò’ un pupo maschio, indovinate il nome? Alberto. Non è vero che tutte le favole finiscono col classico: ‘e vissero…’ questa lasciò infelice e scontenta più di una persona!

  • 13 aprile 2018 alle ore 8:49
    Una storia come tante

    Come comincia: Aveva solo quattro anni, quando capì che la vita sarebbe stata complicata.
    Quella sera di giugno, l’ennesima lite tra i suoi genitori, la portò a nascondersi, spaventata, tra il lavandino di pietra della cucina e il frigorifero. Accucciata, infinitamente piccola, quasi volesse rendersi invisibile. 
    I suoi occhi erano così fondi che parean più scuri; fissavano un punto lontano, sperando che la porta della cucina si aprisse. 
    La lite degenerò e il frigorifero ricevette un pugno, muovendosi. 
    Lei, rimase ferma, quasi senza respirare, si portò le mani sulle orecchie.
    Ripensò ai suoi cani; loro sarebbero stati in grado di aiutarla e farla uscire da quella nicchia di fortuna.
    L’aria era quasi irrespirabile, densa di parole fredde, villane, dolorose.
    Se si fosse messa a piangere forse si sarebbero accorti di lei; se si fosse messa a urlare … se … Il coraggio però le mancava, non riusciva a muoversi da quella scomoda posizione. 
    Non una lacrima… non un urlo. Solo paura.
    Poi, all’improvviso, finalmente qualcuno girò la maniglia della porta. Le due persone smisero un attimo di urlare, guardando quella figura che, con passo deciso entrò e chiamando per nome la piccola, la prese in braccio e la portò via.
    Fuori, dove le stelle disegnavano il cielo illuminandolo, mano nella mano con il suo salvatore, riuscì a respirare.
    I suoi cani, alti quanto lei, le trotterellavano a fianco, proteggendola, ancora una volta.

  • 07 aprile 2018 alle ore 10:17
    LA RELIGIONE ED I MORALISTI.

    Come comincia: Veniamo abituati sin dall’infanzia a credere che dentro di noi esista il male e che sia nostro compito combatterlo, dominarlo, sconfiggerlo.
    Ci sono in giro troppi moralisti che "spargono" consigli e insegnano a noi tutti, bambini in primis, cosa sia giusto e cosa sia sbagliato; di conseguenza il piacere ci fa paura, non accettiamo di viverlo serenamente e ci convinciamo che il desiderio è un nemico da combattere quasi che le fonti del nostro piacere materiale, prime fra tutte i genitali, la bocca e il tatto siano state "costruite" da un dio infantile e capriccioso che vuole che le si domini e che le si reprima.
    Il piacere represso ci porta verso un'idea di purezza del tutto perversa e malata, verso la rabbia, la distruttività, verso i rancori.
    I desideri che abbiamo repressi sono il male!

  • 05 aprile 2018 alle ore 18:49
    FRENESIE TORMENTATE.

    Come comincia:  Qualora amaste  le storie  pubblicate da Carolina Invernizzio o da Liala (se siete troppo giovani sicuramente non le conoscete, in ogni caso sappiate che le cotali si dilettavano a riportare intrecci amorosi  mielosi) questo racconto non fa per voi ma se preferite narrazioni forti, appassionate  e complicate,  come la maggior parte quelle del nostro tempo, accomodatevi in poltrona. Adriana R. ventitreenne e Roberto suo fratello ventunenne erano iscritti al’Università di Messina rispettivamente al terzo ed al primo anno della facoltà di medicina. Abitavano  nella casa paterna, al piano attico di un edificio a cinque piani sulla circonvallazione, isolato Colleoni,  residenza di persone per bene (se quelle ricche possono essere così classificate). Anche i due giovani  erano agiati anche se un po’ tragicamente in quanto i due genitori erano deceduti in Polinesia per la caduta del loro aereo ed il fratello maggiore Davide, gran tombeur des femmes a ventotto anni era passato a miglior vita nel modo migliore  (morto d’infarto mentre si sollazzava con Maddalena F.,(nome di donna di facili costumi nella Bibbia).La signora , abitante al terzo piano, coniugata con  Fausto C. il cui nome significa: felice e benevolo, martire della cristianità ma nel suo caso si anche martire si ma…la religione c’entrava poco! Non c’era da annoiarsi nel passare in rassegna le storie dei vari dimoranti di quel palazzo, un beffardo destino pareva averli riuniti sotto questa egida. Cominciando da Adriana e Roberto. La prima biondona , dalle forme procaci che non passava inosservata, Roberto anche lui biondo ma, come dire, diafano, piccolo di statura, occhi azzurri, fisico magrolino, insomma non molto maschietto. La normalità non era di quel palazzo, ammesso che oggi questa parola abbia un significato; al secondo piano due insegnanti donne di  educazione fisica dal fisico potente, sguardo fiero e, in campo sessuale, amanti del fiorellino anziché del pisello, insomma due lesbiche.  Potevano mancare due omo maschietti? No di certo: Nino M. e Gianni F. due insegnanti di lingue (inglese e tedesco) presso il liceo classico Carducci non ne avevano il classico aspetto; loro caratteristica, voluta, un certo accento di fondo rispettivamente anglosassone e teutonico che faceva tanto snob. Eccezione alla regola al primo piano due coniugi molto anziani , Mario S. e Elda B., pensionati,  buoni d’animo e ossequiosi con gli altri inquilini la cui caratteristica, conosciuta dagli altri condomini, era la pochezza della loro pensione che spingeva gli altri abitanti del palazzo a far scivolare nella loro cassetta delle lettere qualche foglietto da 50 €uro con grande gioia e riconoscenza da parte degli interessati. La loro abitazione era il rifugio peccatorum dei vari condomini quando erano in crisi. Alla fine dell’anno Adriana e Roberto decisero per una festa in grande stile a casa loro con invito a tutti gli altri inquilini e con la raccomandazione dei vestirsi in maschera, cosa difficile per Mario ed Elda i quali, foraggiati più del solito, si presentarono con gli abiti di Arlecchino e Colombina, gli unici che potevano rispettare il proprio sesso, tutti gli altri erano stati invitati ad indossare maschere del  sesso opposto (perlomeno quello ufficiale!) e così Adriana era Meneghino, il fratello Roberto Colombina, Fausto, il cocu, Rosalinda, la consorte fedigrafa Maddalena, Buffalmacco, le insegnanti di educazione fisica Andrea e Fede rispettivamente Pierrot e Pantalone , Nino e Gianni gli insegnanti di lingue di provenienza marchigiana scelsero Burlandoto e Cagnera.  L’idea di Adriana era quella di sparigliare le coppie, la maggior parte omo , l’unico vero uomo Fausto,  anche se dolorante in fronte ma pur sempre vero maschietto, Rosalinda gli altri…e lì il bello. Dato l’ordine perentorio di non togliesi la maschera, capitò che lesbiche e omo maschi nel ballare si eccitavano sessualmente, anche per le abbondanti libagioni e per lo spumante ingurgitato,  non sapendo però con chi avevano a che fare, una goduria  della maligna padrona di casa che invece conosceva chi si celava sotto le maschere. Ad un suo perentorio ordine si formarono delle coppie che dovevano appartarsi nelle loro abitazioni svelandosi così la vera identità di ognuno. Questo giochetto portò a situazioni  inaspettate perché qualche maschio omo trovandosi fra le braccia una femminuccia pure omo dimenticò la sua natura e prese a fare il maschietto, situazione che cambiò la vita sessuale di vari componenti dell’isolato Colleoni (quel signorotto medievale dalle tre palle)e così fecero onore al nome del loro edificio.

  • 04 aprile 2018 alle ore 18:36
    OGGETTO SENSUALE DI DESIDERIO.

    Come comincia: Ci sono persone, soprattutto femmine, che ‘emanano’ una sensualità prorompente, sensualità percepita sia da uomini che da donne. Leone Mazzanti, trentenne proprietario terriero, era stato letteralmente ammaliato da Chiara Accetta, pari età e l’aveva sposata malgrado il parere non favorevole del padre, vecchio putt….re che aveva visto nella ragazza delle ‘doti’ che non riteneva idonee per una moglie e che non portasse ‘novità’ extra a casa ma Leone, affascinato, non aveva voluto sentir ragioni. In una bella giornata settembrina, classica romana, era convolato a giuste nozze in Comune, era ateo. Nel fastoso bar-ricevimenti di Colle Oppio aveva invitato le amiche e gli amici tra cui Sabrina Sollazzo massaggiatrice, Alessandro Leone ginecologo e Sabrina Faraone titolare di un lussuoso negozio per femminucce in via del Corso. Vi domanderete cosa avesse di tanto affascinante Chiara? Vi accontento subito:  altezza m.1,78, lunghi capelli castani senza frangetta (Leone non l’amava) occhi…che dire erano il fascino maggiore della baby: un verde particolare che ti penetravano sin dentro l’anima, sensualissimi e soprattutto promettenti di sessualità sfrenata. Pensate che solo lo scrivente sia stato affascinato? Sbagliato tutti i maschietti ed anche le femminucce dai gusti…particolari rimanevano senza fiato. Aggiungiamo un viso regolare sempre sorridente, seno forza tre, pancia piatta, gambe chilometriche, mani affusolate e, per ultimo, piedi lunghi e stretti, affascinanti per i trasgressori erotici (foot-fetish) insomma per i feticisti. La sposa si era sbarazzata del velo e, dopo il primo ballo d’obbligo col neo-marito, era diventata preda dei vari maschi col testosterone alle stelle! La festa finì a notte inoltrata con poco apprezzamento dei camerieri che si consolarono con mance adeguate al loro sacrificio. La casa degli sposi ubicata nella vicina via Merulana, arredata dal padre dello sposo con gusto e sfarzo, accolse Leone e Chiara che, ambedue stanchi ed un po’ ubriachi, rinunziarono alla ‘prima notte di nozze’; l’avevano già provata tempo addietro e quindi si rifugiarono nel morbido letto tutto azzurro, messaggero di felicità. Chiara era stata adottata dai coniugi Accetta residente in Australia e lei dopo una gita nella capitale italiana, ci era rimasta in seguito alle profferte matrimoniali di Leone. Il marito, proprietario terriero, passava la maggior parte del tempo a controllare i suoi interessi sulle sue terre lasciando la dinamica consorte a bighellonare in città. Per prima Sabrina che l’affascinava con i suoi prodotti per donna: scarpe bellissime, vestiti all’ultima moda, costumi da bagno ‘alla brasiliana’, cappelli, biancheria intima da sballo che Chiara provava e talvolta dimenticava di restituire alla proprietaria dimenticando anche di pagare ma…c’era un ma grosso come una casa. Sabrina aveva smesso di frequentare una sua vecchia amica lesbica perché innamoratasi perdutamente di Chiara la quale all’inizio rimase sorpresa delle avances ma poi ci prese gusto, Sabrina in fatto di sesso era bravissima e poi si era dotata di ‘aggeggi’ che la portavano ad una goduria mai provata e così, durante le ore di intervallo di chiusura del negozio via  alla Saffo più sfrenato. Leone era quello de ‘vado, l’ammazzo e torno’ come si dice in gergo e quel poco gli bastava non ponendosi problemi sulla sensualità della consorte. Un giorno Chiara ebbe qualche problema alla ‘cosina’ ed andò a consultare il ginecologo Alessandro Leone che aveva partecipato al ricevimento delle sue nozze. Ovviamente fu accolta con calore dal quarantenne dottore il quale ci mise più del tempo necessario alla visita sinché, con la pressione alle stelle, le chiese se poteva provare la sua ‘cosina’ col suo ‘cosone’ per essere sicuro della diagnosi. La prova durò a lungo con gran risate di Chiara che poi dovette andare in bagno per un ‘sostanzioso’ bidet. Alessandro era divorziato  ed invitò spesso Chiara nel suo studio fuori orario. Chiara, dallo spirito maligno, pensò bene di farsi accompagnare da Sabrina la quale all’inizio perplessa, pur di far contenta l’amica accettò e, dopo un attimo di esitazione, pensò bene di seguire i due, già nudi, nei loro ludii, una situazione talmente piacevole per i tre che seguitarono a frequentarsi con incroci di gambe, di fiorellini vogliosi, di tette baciate, con penetrazioni ‘contro natura’ delle due dame, insomma un repertorio degno di  un libro di Kamasutra. La storia fu interrotta quando Leone, dopo la trebbiatura del grano delle sue terre, pretese che sua moglie lo seguisse in una crociera Costa nel Mediterraneo. Ormai Chiara era scatenata in campo sessuale, fece facilmente innamorare il vicecomandante della nave e, marito sotto coperta a dormire, faceva impazzire Joseph il bel marinaio inglese che poco aveva con i suoi conterranei ‘niente sesso, siamo inglesi!’ Alla fine della crociera nel porto di Civitavecchia Joseph seguì il facchino che trasportava le valige ed invitò i due coniugi a New Castle dove abitava nel suo castello. Un si di cortesia da parte di Chiara e di Leone con lo scambio dei relativi numeri telefonici ed indirizzi ma la cosa finì lì, Chiara sapeva a Roma dove ‘far pascolare’ la sua ‘cicciolina’. Una brutta caduta per le scale la costrinse al riposo assoluto, l’ortopedico amico di Alessandro il ginecologo le prescrisse antinfiammatori e massaggi. Nel palazzo dei coniugi Mazzanti, al pianterreno una signora quarantenne nubile, tale Susanna Faraone aveva uno studio in cui si eseguivano massaggi medicali. La dama fu contattata e naturalmente fu contenta di far amicizia con Chiara che conosceva solo di vista. Susanna non aveva nulla in comune con Chiara: leggermente più bassa e muscolosa per la sua attività usava anche lei mezzi da palestra, a lei si sarebbe potuta adattare la vecchia battuta che ‘avrebbe potuto schiacciare delle noci con le cosce!’ ma nei massaggi era molto delicata e ben presto Chiara ne apprezzò le doti anche la  dama aveva l’abitudine di finire molto spesso molto vicino alla sua ‘cosina’, talvolta procurandole un orgasmo che a lei, in fondo, non dispiaceva. Susanna pian piano passò oltre cominciando a baciare Chiara in bocca, poi sulle tette ed infine sulla  ‘natura’ con un piacere fortissimo, mai provato, anche con l’aiuto di un vibratore, sicuramente aveva toccato il suo punto G. I giorni ed i mesi passavano in fretta, Chiara dividendosi fra suo marito (poco) e Susanna, Alessandro e Sabrina viveva praticamente di erotismo. Un suo amico psicologo le aveva detto che le sue endorfine erano alle stelle, quanto mai vero!

  • 03 aprile 2018 alle ore 16:29
    Ombre sul Cermis

    Come comincia: La pietra è larga, una poltrona costruita dal vento e dalla pioggia e dal tempo che le si sono versati sopra, vi resto seduto su, allungo le gambe e sorrido.

    I piedi nudi sul tappeto mi regalano sempre una sensazione di piacere, io e te su questo divano color delle foglie in autunno, i nostri occhi calati fra le pagine di un libro, i tuoi occhiali che sistematicamente scivolano sul naso, dovrò stringere le viti delle aste un giorno o l'altro, te ne lamenti sempre. Mi sfuggono quotidianamente i particolari che rendono conciliabile la convivenza, piccolissimi particolari, come le piccolissime viti nelle aste degli occhiali che, nella microscopica potenza della loro misura, hanno pur aperto un varco, hanno trasformato in canale incontenibile la traccia nella quale erano state inserite. Una vite di pochi millimetri balla nell'asta che scivola sotto il peso delle lenti, lima pian piano la conformazione e ne indebolisce la struttura, e gli occhiali cascano inesorabilmente a ogni istante sulla punta del naso, e tu li tiri su ormai per inerzia, non ti innervosisci più, è diventato un gesto abituale, rassegnato. Aspettavi che fossi io a ricordarmi di un tuo bisogno, lo pretendevi: - è dovere dell'anima sapersi prendere cura l'uno dell'altro quando si è in coppia, deve essere l'altro a saper anticipare il bisogno dell'uno, deve essere la voce interiore ad avere la supremazia, quando si è in coppia - .

    Non ti capivo, Marta, non ti capivo proprio quando mi dicevi queste cose, quant'è più semplice che tu mi chieda esplicitamente quel che ti bisogna. Non puoi dirmi: - la vite degli occhiali è da stringere ? - No?

    No, vuoi che sia io ad accorgermi che gli occhiali non ti stanno più sul naso, che le aste sono slargate e che tu non puoi usare il cacciavite e stringere quella benedetta vite perché senza occhiali non ci vedi.

    Ti rigiri sul divano, cambi continuamente posizione, ti guardo di sottecchi mentre arricci il naso o mordi il labbro superiore. La lettura ti avvince, è lampante che sei trama nel tessuto del libro che stai leggendo. Sei in uno di quei momenti in cui il racconto è coinvolgente movimento, se continuassi a studiarti, sono certo che indovinerei le scene in cui sei immersa. Mi piace studiarti e far finta di essere completamente avulso dalla realtà del momento. Sei qui ma non ci sei, il tuo mondo è sprofondato nelle pagine che ti avvolgono e rapiscono, ti proteggono da me, il tuo compagno che di compagnia ne fa poca; il tuo compagno che non sa anticipare le tue esigenze perché non sa guardare e recepire, dalla variazione di luce e di intensità dei tuoi occhi, quel che dicono senza parlare. O forse è proprio perché ho letto troppo in quel tuo sguardo che ho innalzato tra me ed esso un invisibile e potente schermo.

    Quando ho iniziato a non voler più ascoltare le parole senza suono? Forse avevi ragione tu, non volevo anticipare i tuoi bisogni, non sapevo e non potevo soddisfarli. Ti ho persa per strada mentre camminavo percorsi miei, geloso del mio tempo. Non ti ho fatta entrare volutamente. Mi bastava la certezza di ritrovarti a ogni incrocio. Inseguivo la mia crescita rifiutando il ruolo di figlio, proiettandomi tenacemente nella sfera di uomo, di adulto, e non mi son accorto che volevo dimostrare a te quel che un bambino dimostra alla propria madre. Ma tu non eri mia madre, quante volte me lo hai detto e spiegato e poi urlato; e come per gli occhiali alla fine ti sei rassegnata.

    Ti guardo, sei in fondo al libro dalla copertina azzurra, ogni tot numero di pagine spunta una strisciolina di carta, mi fanno sorridere i tuoi segnalibri, stralci di biglietti di treno di un viaggio di chissà quanto tempo fa, pezzetti di un tovagliolo di carta, l'involucro trasparente delle sigarette e perfino foglie, rametti. Quando smetterai di trasformare un libro in un campo archeologico!?! È bellissimo il tuo fare, in ogni cosa. In ogni cosa rifletti quel mondo incantato che è dentro te, sei qui ma non sei qui, da sempre, è questo che mi ha fatto innamorare: quel tuo essere corpo eppure impalpabile, se ti stringo a me sento la tua carne sotto le mani, ma ancor più sotto mi par di sfiorare un cielo dal quale si ammirano monti valli fiumi e mari sottostanti. E vento, sento sempre il vento quando ti ho fra le braccia. Ascoltare qualsiasi cosa tu dica è entrare nel vortice di una girandola di luce e di colori, perfino una disavventura che pure è motivo di tensione la fai divenire ameno racconto. Tutto diventa favola con te, ma chi sei? Sei una favola da cui son uscito per paura di me bambino, per paura di essere un infante da accudire, e non capivo che solo un uomo cresciuto e consapevole di sé, sa essere bambino.

    ...Dammi gli occhiali, voglio stringere le viti.

    Oh Marta, sono lacrime il sale essiccato sotto le tue palpebre chiuse nel sonno? Vieni, vieni accanto a me, lasciati avvolgere dalla mia essenza, concedile di penetrare in ogni spazio tempo che ho spezzato. Lasciami carezzare tutti gli anni che ho tinto di grigio, vedi? è bastato un gesto, ogni silenzio si è colorato.
    Ti stringo a me, sento la tua carne sotto le mani, ancor più sotto mi par di sfiorare un cielo dal quale ammiro monti valli fiumi e mari sottostanti.
    E vento, sento sempre il vento quando ti ho fra le braccia.
    La pietra è larga, una poltrona costruita dal vento e dalla pioggia e dal tempo che le si sono versati sopra; vi resto seduto su, ti guardo e sorrido. Quassù è pace.
    Lavi dal viso le lacrime essiccate, seguo allo specchio i tuoi lineamenti, ne carezzo col dito ogni curva; in ogni ruga semino un sorriso, sul solco degli occhiali appoggio un bacio. Sento il vento scuotermi dentro, lo senti anche tu e mi cerchi nel riflesso dello specchio. Non mi vedi, Marta. Non puoi, ma mi senti. Mi sorridi, sai che sono io il fremito. Non più distanze ora che so abbracciarti l’anima.
     

  • 01 aprile 2018 alle ore 12:55
    PRELIBATEZZE SESSUALI DI GIOVENTÙ

    Come comincia: Svegliarsi la mattina con una frase fissa nel cervello può far pensare all’interessato che sia ora di consultare un buon neurologo. Alberto M. ottantenne, rimirava con rinnovato piacere la dolce, giovane e deliziosa consorte che riposava vicino a lui. In passato si era domandato come la incantevole Anna M. ventunenne si era n’incaponita’ contro un ovvio parere contrario dei suoi genitori a farsi impalmare dal quarantasettenne
    Al., forse affascinata dalla sua divisa di maresciallo della Fiamme Gialle o meglio dal suo fascino di tombeur des femmes. Astrologicamente leoncino, aveva tenuto duro fino a quando la mattina del 20 giugno dell’anno 19..papino a mammina l’avevano malvolentieri accompagnata al Comune di Messina, non in chiesa perché Alberto era divorziato. Grandi festeggiamenti nel bellissimo locale Villa S.Andrea di Giardini Naxos,  un paio di femminucce sarebbero state volentieri al posto della sposa! Avevo dimenticato la frase in latino: “Adulta mulier semper voluptatem donat.” che calzava con l’inizio alla carriera amorosa del prode Al. Anche se non avete studiato la lingua dei nostri padri con un po’ di buona volontà potrete riuscire a capirne il significato. Alberto sedicenne abitava a Messina  Crispi, frequentava il primo liceo classico insieme all’amico Franco S. residente nello stesso suo palazzo e con cui ‘faceva i compiti’. La di lui madre Lucia F.,conduttrice della palestra al pianterreno dello stabile, era divorziata ma era ancora una quarantatreenne piacevole. Mentre ad Alberto madre natura aveva ‘concesso’ un fisico atletico, 1,82 di altezza,  muscoloso (eredità del padre), non altrettanto era stata benevola con  Franco magrolino e cagionevole di salute (anche per lui eredità del padre). Al. una mattina non trovò a scuola il compagno ed il pomeriggio si recò a casa sua: il suo amico era stato ricoverato in ospedale con una broncopolmonite. Insieme a Lucia Al. si recò al ‘Papardo’ con la Mini Cooper della signora; per fortuna le notizie erano incoraggianti, Franco doveva solo curarsi e riposarsi, nel giro di una settimana sarebbe ritornato a casa. “Alberto sali a casa mia, ti offrirò un tè con pasticcini fatti da me, spero di non intossicarti.” Niente intossicazione, tutto buono anche la padrona di casa che. “Anche se è solo giugno fa un gran caldo, vado a farmi una doccia.”La doccia durò poco e la dama  si presentò in soggiorno in accappatoio. “Io preferisco il caffè molto forte.”” Ma nel frattempo Lucia non si ‘accorse’ che l’accappatoio si era aperto sul davanti mostrando un ‘ben di Dio’ con buona pace dell’Onnipotente che, a parere dei preti, non si interessava a tale problematica. Al. anche dinanzi all’indifferenza di Lucia cercava di fare anche lui l’indifferente ma..nà parola! “Vieni qua cucciolone, ahi ahi ahi vedo qualcosa aumentare di volume, è normale alla tua età, però vedo che …non pensavo che tu…” Madame era rimasta molto sorpresa nel vedere il ‘ciccio’ di Alberto, “È il coso più grosso mai visto in vita mia, non ci pensò due volte a intrufolarselo in bocca con ovvia conseguenza…”Quello di mio marito aveva un cattivo sapore, quello tuo è una delizia. Che ne dici di far visita al fiorellino di zia Lucia?” Non pose tempo in mezzo e il ‘ciccio’ di Al., sempre inalberato, provò una sensazione, mai provata, quella di entrare in una ‘cuccia’ umida, recettiva e poco dopo eccitatissima tanto da far vibrare tutto il corpo della padrona. Alberto avrebbe seguitato ma Lu. “Caro per me basta, era un bel po’ che stavo a stecchetto, riprenderemo il ‘discorso’ un’altra volta, vai a casa, domani pomeriggio ti voglio in palestra, ho un certo progetto…” La palestra di Lucia era un circolo chiuso nel senso che accettava solo signore, occorreva iscriversi con tanto di tessera e foto ma soprattutto essere accettati dalla padrona con una rigida selezione o presentate da altri socie. In fondo alla palestra, del metraggio di quattro appartamenti sovrastanti, c’erano uno studio con scrivania, sedie e cassaforte, in mezzo un corridoio e più avanti una stanza con lettino con un piccolo bagno per… Il progetto che aveva in mente Lucia era molto chiaro: sostituire un  anziano maschietto nelle feste di addio celibato di femminucce nubende con Alberto di cui era sicura delle prestazioni e, soprattutto dal fisico sicuramente apprezzato dalle femminucce; ne parlò con l’interessato il quale, ovviamente, si dichiarò entusiasta. Alberto, però,  per mascherare le feste, doveva ufficialmente essere nominato coach della palestra. Il problema stava anche nel fatto che era minorenne e che non conosceva gli esercizi da insegnare alle signore. “Non ti preoccupare, ti sgrezzerò non in quel senso ah! ah! ma ti insegnerò quelli principali e poi ho le spalle coperte.” In seguito Alberto comprese il significato di quella frase (amicizie altolocate anche fra i giudici e le forze dell’ordine.) Durante la prima serata di presentazione, Alberto in canottiera e pantaloncini fu molto applaudito dalle signore che vollero abbracciarlo, erano una ventina e tutte al di sopra dei quaranta, qualcuna appetibile. Alberto i pomeriggi seguitò a studiare con Franco il quale non  si accorse di nulla in quanto la buon ‘gufo’ andava a letto ‘dopo Carosello’. La prova del fuoco per Alberto la sera di una giornata di luglio: festeggiata Laura una trentenne bionda non molto alta ma graziosa e soprattutto ‘caliente’. Alberto si presentò in giacca, pantaloni e camicia e cravatta ma, accompagnato da musica brasiliana, prese a togliersi lentamente i vestiti sino a rimanere in slip color rosso.  Durante lo spogliarello grandi applausi delle dame che apprezzarono il fisico da dio greco di Al per poi, a turno, abbracciandolo e baciandolo sino a quando, la più ‘sfacciata’ gli abbassò gli slip che misero in mostra un ‘mostro’ di pene con grandi oh oh oh delle damìne. Allora le meno timide presero a toccaglielo con la conseguenza che ‘ciccio’ volse la punta all’insù sembrando ancora più ‘mostruoso’, infine la promessa sposa, nella qualità di festeggiata, glielo prese in bocca tra gli applausi delle presenti ma con l’avvertimento di Al. :”Bella mia può accadere che ‘ciccio’ ti ‘innaffi’ la bocca!” “Chi se ne frega, il ‘latte’ del mio fidanzato puzza non penso che..” e infatti la pompinara smise di parlare e assunse una dose notevole di vitamine sempre accompagnata dagli urletti delle presenti. Malgrado ciò, ‘ciccio’ dimostrò la sua valenza erotica rimanendo ancora ‘inalberato’ fra lo stupore delle dame. “Lucia ci hai portato un mandrillo della foresta africana, brava.” Anche le cose piacevoli hanno un fine, Alberto tornò a casa sua, dopo una doccia calda-fredda rimase a letto sino a mezzogiorno della domenica. Alle 13 , seguendo i consigli di Lucia, Al. si rimpinsò ben bene al fine di recuperare…Né sua madre, donna modesta e silenziosa, né suo padre capitano di Carabinieri assai burbero chiesero notizie sulla serata al figlio. La vita di Al. era segnata: prima di tutto lo studio e poi saltuariamente un ‘contentino anzi un contentone’ a Lucia, ormai sessualmente quasi consorte e poi in palestra quale personal trainer e qualche addio al celibato di vogliose nubende. Con molta onestà Lucia aveva promesso ad Al. di sistemarlo finanziariamente al compimento del 18° anno di età e così il 3 settembre 19…  Scesero nell’ufficio della palestra e Lucia: “Ti farò un escursus della tua situazione: ufficialmente riscuoto da ogni socia cento €uro al mese ma le signore sborsano molto di più in contanti. Una guardia giuratamensilomente viene a ritirare il denaro, quello in assegni depositato sul mio conto corrente della banca, quello in nero su un conto cifrato in Svizzera, non chiedermi come, è illegale, i tuoi soldini sono anch’essi in Svizzera, su questo bigliettino il numero del tuo conto.” Alberto strabuzzò gli occhi, anche se talvolta aveva dovuto ‘accompagnare’ a letto qualche ‘carampana’ era stato munificamente remunerato; ringraziò sentitamente, anche sessualmente, la zia Lucia. Tutto cambiò quando il padre di Alberto, promosso al grado di maggiore fu trasferito in Piemonte. Era inverno, clima  freddo, nebbia, compagne di università non particolarmente simpatiche e disponibili…le notti Alberto sognava con tristezza la Sicilia con il suo sole e soprattutto con le sue…