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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 27 aprile alle ore 22:25
    Umani per caso

    Come comincia: Vorrei dirti: "forse non capiresti mai", per delicatezza, ma io so che non puoi capire la mia vita. È un ginepraio ridente il mio momento, un ballo sciamanico di forze e fragilità, un cuneo di vibrazioni di tamburo in spazi di un violino tormentato, un respiro in membri tremolanti di fisarmonica struggente. Un canto amaro di viole profumate e calpestate. Un pianto di corbezzoli appassiti. Non puoi capire i miei giorni appesi al vento, e i nembi torturati da un sol nascente. Non puoi, non puoi capire i lapilli incandescenti che friggono la mia pelle. Non puoi sentire l'humus impregnare le mie vene. Non puoi vedere licheni e muschi e brattee di piante finte morte, e nemmeno stremate ragnatele di ragni, pasti d'una lucertola. Non puoi vedere i miei giorni stesi ad asciugare al sole della misericordia, al vento del giudizio, al sale del mio pianto asciutto. Non puoi. Nessuno può essere verme e serpe e farfalla che ha cambiato la sua pelle, se non è boia e condonatore di se stesso come io fui.

  • 26 aprile alle ore 22:49
    A volte basta una canzone

    Come comincia: C’era una volta un re che disse alla sua serva raccontami una favola 
    e la serva incominciò e disse 
    c’era una volta un re che disse alla sua serva raccontami una favola e la serva incominciò.

    Comincia così "L'uomo col megafono" di Daniele Silvestri, suona nelle casse dell'auto a volume alto mentre presta attenzione alla strada. Conosce il testo a memoria, ma non lo canta, la segue solo nella mente, cercando di distrarsi dal pensiero ossessivo che non riesce a scacciare.
     
    "L’uomo col megafono cercava, 
    sperava, tentava di bucare il cemento 
    e gridava nel vento parole …" 
    Pantaloni a quadri
    "L’uomo e il suo megafono sembravano staccati dal mondo …" 
    Pantaloni a quadri
     
    Davanti agli occhi l’autostrada che si snoda, rolla sotto le ruote e sparisce dietro l’auto, lasciandone il ricordo sullo specchietto retrovisore. Sta guidando in maniera automatica, come succede a chi fa spesso la stessa strada, conosce quei 500km, più o meno a memoria; in quale curva accelerare, in quale frenare, dove si trovano i rilevatori di velocità; la conosce così bene da essere diventata una abitudine, come l’area di sosta in cui prendere il caffè ed andare in bagno, come la buca che schiva da mesi, come la fila al casello, come la musica che ascolta, come il rituale della partenza e dell’arrivo.
    Stavolta forse è diverso, pensa, ma qualsiasi pensiero fa fatica a farsi strada, la sua mente torna continuamente ai pantaloni a quadri. Da qualche parte aveva letto di un esercizio proposto da un professore universitario “Non pensare all’elefante, a qualsiasi cosa ma non all’elefante” recitava, una volta fatta questa affermazione non c’era modo che l’interlocutore, per quanto la discussione variasse, non finisse per pensare all’elefante. Il suo elefante erano quei fottutissimi pantaloni a quadri.
    Pur di fermare la propria mente comincia a cercare in rubrica qualcuno da chiamare e parlare di altro, ma è troppo tardi, l’unica persona che sarebbe sicuramente sveglia è quella dei pantaloni a quadri, e la sua mente torna di nuovo allo stesso punto.
    Riprova con la musica, stavolta a volume più alto, accelera per sorpassare.

    “Le spalle curve per il peso delle aspettative
    Come le portassi nelle buste della spesa all'Iper …”
    Pantaloni a quadri

    Il navigatore segna ancora 100 chilometri, solamente 100, poi 99, poi 98, poi 97.
    Si concentra solo su quello, sui numeri che si riducono ed arriva un po’ di sollievo, come contare le pecore al contrario, ma da qualche parte nel suo cervello continua a girare come un gatto irrequieto che va di stanza in stanza, muove la coda, si struscia ovunque, la sente, l’immagine di quei pantaloni a quadri.
    Macina chilometri uno dopo l’altro, prestando poca attenzione alla velocità, alle altre auto, a tutto. Se la strada fosse fatta di lava incandescente non se ne accorgerebbe. Se nel cielo esplodessero tutte le stelle non se ne accorgerebbe. Tutte le sue abitudini sono sparite, questo è un viaggio del tutto nuovo.
    Il navigatore segna solo 1 chilometro, l’impellenza di arrivare è fisica, prepotente, dolorosa, la macchina è stretta come una bara, deve viaggiare per l’ultimo tratto con i finestrini aperti per non sentirsi soffocare.
    Solo per un momento si accorge che nelle casse sta passando la sua canzone preferita.

    “Te ne sei accorto no
    Che non c’hai più le palle per rischiare
    Di diventare quello che ti pare
    E non ci credi più”

    Ma non la fa neanche finire, i viaggio è finito! Il navigatore chiede di premere il tasto “Fine”. Parcheggia nel primo posto libero che trova. Strappa il telefono dal caricabatterie, apre lo sportello e scende dall’auto, mentre chiude l’auto ha l’impressione di ricominciare a respirare sul serio.
    Si avvia verso casa, il passo sostenuto quasi corre, il respiro affannato, la mente in tempesta.

    Gira l’angolo e sono li.
    I pantaloni a quadri.
    Li indossa.
     
    Ma non è solo, sta baciando una altra, le braccia strette intorno ad una altra, i visi fusi, gli occhi chiusi.

    Sente un rumore, nella sua testa, nel suo petto, nel suo stomaco, come specchi che si infrangono.
    Chiude gli occhi, respira, si gira e torna sui suoi passi.
    Michela risale in macchina, accende il navigatore, inserisce la destinazione, sul display compare di nuovo 500 chilometri alla destinazione, accende il motore e scappa.
    Nelle casse riprende la musica, la ascolta, anche se le parole rimbalzano all'interno di quell'involucro vuoto che le sembra sia diventato il suo cranio. 

    "E che morire serve
    Anche a rinascere

    La verità
    È che ti fa paura
    L’idea di scomparire
    L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire"

  • 18 aprile alle ore 23:11
    Dieci secondi

    Come comincia:
    Quando sono uscito dall'ufficio ero un coacervo di sensazioni ed emozioni, dall'eccitazione all'agitazione, dall’euforia alla preoccupazione, ma soprattutto la curiosità.
    La curiosità di scoprire se dopo tanto scambio di messaggi e telefonate avrebbe fatto lo stesso effetto anche di persona, una volta tolto il filtro di un telefono, dei messaggi. La curiosità di scoprire se era vero, reale, o se era stato tutto un gioco. La curiosità di scoprire se sarebbe stata una delusione, se avrei detto la solita parola sbagliata al momento sbagliato, se lo avrebbe fatto lei.
    Senza accorgermene avevo dato il via a una serie di scherzi e battute a cui avevo intenzione di tenere fede, per questo una volta sceso dalla macchina mi sono avviato verso il punto dell’appuntamento indossando un naso rosso da clown, sfilando tra la gente perplessa.
    Forse è stato il naso, o forse il sorriso che indossavo subito sotto, ma appena ci siamo incontrati questa stupidaggine le ha strappato una risata, ed ha sciolto in un momento il ghiaccio e l’imbarazzo.

    Rido e dico “Guarda che ti avevo avvertito, 10 secondi di silenzio, ne sono passati già 3”

    Mentre ci avviamo al ristorante è un fiorire di chiacchiere, leggere, divertenti, quelle di due persone che si conoscono appena e che cercano di scoprirsi a vicenda. Lei è bella, sul serio, più di quanto mi aspettassi, ma mi scopro molto più interessato a scoprire cosa ci sia dietro i suoi occhi verdi, al sorriso che le illumina il volto ed alla risata contagiosa.

    Alzo la mano e comincio a contare con le dita della mano non occupata dalla sigaretta “Sei… Sette…”

    Ci accordiamo per una regola base, niente telefoni mentre mangiamo, lo abbiamo già usato troppo nelle settimane precedenti, adesso non ne abbiamo veramente bisogno. Seduti al tavolo del ristorante cominciamo a scegliere cosa mangiare, con qualche difficoltà visto che continuiamo ad interromperci per parlare. Il cameriere viene a chiederci per la terza volta se vogliamo ordinare esordendo con “Ce l’abbiamo fatta a scegliere o vogliamo fare un altro ripasso del menù?”, ridiamo di gusto alla battuta e decidiamo di impegnarci un po’ di più nell’ardua scelta. Riusciamo ad esaudire la richiesta del povero cameriere e riprendiamo a parlare. Nel locale affollato le nostre parole e le nostre risate si perdono in mezzo a quelle dei tavoli vicini, gli argomenti si accavallano l’uno sull’altro, tra parentesi che si aprono in continuazione, discorsi che derivano completamente dall’argomento iniziale, parliamo sull’antipasto e sul primo per oltre una ora.

    “Otto… Nove…” Lei mi guarda e ride, ma non dice nulla.

    Arrivati alla fine del primo ed alla fine della bottiglia di vino rosso, torna il nostro caro amico cameriere a consegnarci un altro improbo compito “la scelta del dolce”. Arrivati a questo punto decidiamo di comune accordo che possiamo concedere una tregua alla regola base, del resto lei è a cena con una persona che potrebbe essere veramente chiunque ed avere qualunque intenzione, deve rassicurare le amiche che, almeno per ora, è tutto a posto.
    Prendo il telefono in mano anche io e mi ritrovo a leggere il messaggio di un amico “Già messa in pratica la regola dei dieci secondi?”, il messaggio mi strappa una risata che richiama la sua attenzione. Con lo sguardo interrogativo mi osserva e mi chiede “Che succede?”. Non ci penso un momento e le racconto il motivo della mia reazione. Nel pomeriggio ho confidato dell’appuntamento ad un amico, soprattutto per chiedere consiglio dato che ne era passato di tempo dall’ultimo a cui ero andato. Tra consigli più o meno seri ne era uscito uno in risposta alle mie perplessità sul fatto che avrebbe potuto prevalere l’imbarazzo e che avrei dovuto trovare un modo per uscirne in qualche modo, pena una serata silenziosa e sicuramente poco divertente per entrambi. Il consiglio era “comincia la serata mettendo in chiaro le cose, nel caso in cui rimaniate in silenzio per più di 10 secondi tu la baci, per più di un minuto …”
    L’aneddoto la diverte e diventa spunto per un nuovo argomento, che ne aprirà un altro, che a sua volta ne partorirà uno nuovo e così via fino a finire il dolce, poi il caffè, poi l’amaro.
    La serata non è fredda, abbiamo voglia entrambi di una sigaretta. Pago il conto ed usciamo a passeggiare. Fino a quel momento abbiamo parlato senza sosta.
    Ci fermiamo a guardare il naviglio, mentre fumiamo la sigaretta.
    Silenzio.

    “Dieci”

  • 14 aprile alle ore 9:59
    GIANNA, L'ASINA

    Come comincia: Leggendo il titolo di questo racconto può venire di pensare ad una ragazza che di scuola ne mangia poco: niente di più sbagliato. Gianna era l’asina del contadino Dario F. residente con la moglie Domenica S. e la figlia Mariola a Jesi, in quel di Ancona, in periferia dopo la zona ‘Casette’. Dario non era il proprietario del fondo di due ettari coltivati ad ortaggi, frutta e viti, la terra apparteneva ad Armando M. vedovo di Domenica che, prima di morire, gli aveva regalato il figlio Alberto tredicenne che, pur assomigliando al padre dall’aspetto molto mascolino ma un po’ grezzo aveva dei tratti di finezza della madre. Armando quarantenne era proprietario di un’abitazione A TRE PIANI in via San Martino ma  possedeva anche, in viale della Vittoria,  un edificio con: al pian terreno un garage con officina auto e cucina, al piano superiore una grande sala funzionante da mensa in cui spesso si svolgevano cerimonie di rinfresco post matrimoni, di comunioni e di compleanni, al secondo piano camere da letto arredate in modo classico.  Alberto frequentava la terza media alla scuola Federico ll°. Ritornando a Gianna dobbiamo dire che era eternamente inc….ta e ne aveva ben donde: tutti i lavori pesanti erano affidati a lei: tirare il carretto sino la mercato per vendere i prodotti della terra. Il mercato ‘Delle Erbe’  era lontano dalla stalla ben cinque chilometri, che diventano dieci fra l’andata ed il ritorno. Inoltre far girare, bendata e legata ad una sbarra, la ‘noria’, un  macchinario in ferro sito dentro un pozzo; tutto questo per far riempiere una vasca d’acqua che serviva per innaffiare le piante del fondo. Una volta, più arrabbiata più del solito, morse violentemente un avambraccio di Dario che per sua fortuna aveva un fiasco in mano e glielo ruppe in testa all’asina per evitare di restare monco. Alberto, espletati i compiti, si recava spesso in campagna sia per rimpizarsi di mele, di pere e di uva  sia per stare vicino a Mariola di tre anni più ‘anziana’  e guardare la ‘cose buone’ della ragazza più alta di lui, bionda, slanciata, occhi verdi, insomma un gran pezzo di … che non assomigliava affatto a nessuno dei due genitori.  Una volta fu più fortunato: una mattina, marinata la scuola, andò nel  podere di suo padre e si accorse che la bicicletta di Mariola era posteggiata al suo posto, conclusione la baby era da quelle parti a far che? Guardando attraverso una finestrella della stalla vide la ragazza appoggiata ad una greppia, piagata in avanti, gonna abbassata, mutande sparite e, posizionato dietro di lei, un maschietto che…si muoveva avanti ed indietro. In posizione scomoda,  capitò ad Alberto di scivolare e fare un gran rumore che portò Mariola e lo sconosciuto a smettere di ‘far ginnastica’ . Lo stesso sconosciuto sparì di gran carriera. Alberto si era fatto male ad un gomito che sanguinava ed entrò dentro casa di Dario. Lì trovò Mariola che con una faccia sorridente : “Ecco che succede a chi non si fa i ‘cazzarelli’ suoi; vieni qua, ti medico prima che ti venga il tetano.“ Alberto cominciò a tremare, difficile capire il motivo se per il dolore alla ferita o più verosimilmente per la vicinanza della ragazza, vestita in maniera decisamente succinta, o per il suo odore di femmina. Il giovane si ripromise di visitare più spesso la casa di Mariola che, ogni volta che lo vedeva, si faceva matte risate. Accadde che una volta Alberto, vicinissimo al corpo della ragazza, diventò tutto rosso in viso. “Non  vorrei che ti scoppi una vena, avrai la pressione altissima, vieni qua, io da buona boy scout (si dice così anche per le ragazze) sono obbligata ogni giorno a fare un’opera buona ed io so quella che desideri. Mariola prese a sbottonare la pattuella (cerniera dei pantaloni) di Alberto il quale si aspettava di seguire le orme di quel tale che aveva visto insieme a Mariola usare una certa posizione ma la ragazza: “Sdraiati sul letto, chiudi gi occhi e…” Alberto sentì qualcosa di caldo intorno al suo ‘ciccio’, aprì un po’ un occhio e vide che la ragazza si era messa in bocca il suo ormai cosone che ben presto riversò nella sua bocca un fiume di…con gran piacere del suo padrone. Mariola sparì per un po’ per poi tornare e: ” Quello che ti ho fatto si chiama ‘pompino’, non volevo che mi entrassi in fica con pericolo di rimanere incinta. Il cotale che hai visto scappare usava il condom, tu procuratelo e poi lo faremo dentro di me.” Alberto capì che si trattava ma non aveva la faccia tosta di presentarsi ad un farmacista, tutti lo conoscevano e forse l’avrebbero preso in giro e potevano raccontarlo ai suoi. La necessità spinge l’uomo ad aguzzare l’ingegno ed il buon Al. ricordò che alla seconda classe del liceo classico c’era un giovane di nome Franco B. figlio di un farmacista. Anche se non aveva confidenza con lui fece la faccia tosta e: “Scusa se ti disturbo ma mi occorre il tuo aiuto, dovrei acquistare un condom perché la ragazza che conosco vuole che lo usi, io non saprei come procurarmelo.” Franco diciottenne guardò con curiosità il più giovane collega e: “Ti posso dare una mano ma io che ci guadagno?” “Te lo pago.” “Non hai capito se ne vale la pena vorrei metterci il ‘becco’ pure io, potremmo anche dargli qualcosa in soldi.” Alberto pur di portare in porto ‘l’affare’ acconsentì una mattina, scuola disertata, di raggiungere Mariola che stava facendo il bucato e che restò perplessa quando vide che Alberto era in compagnia. “Mariola questo è Franco, un caro amico che sa farsi i fatti suoi, lui, figlio di farmacista, mi ha procurato i…”Mariola si sedette su un muretto e cominciò a fissare alternativamente i due giovani per poi scoppiare in una risata. “Siete venuti qui per avere un pò di…compagnia, mi sembrate ragazzi simpatici e soprattutto riservati, seguitemi uno alla volta in camera mia.” Franco si francobollò dietro la baby e ad Alberto non restò che attendere il suo turno che in verità tardava…Dopo circa tre quarti d’ora Franco uscì dalla casa e andò a rifugiarsi nella Fiat Topolino di suo padre con la quale avevano raggiunto il podere. Alberto si catapultò dentro casa e sentì la voce di Mariola: “Spogliati e mettiti sul mio letto.” Presto si presentò e: “Quel tuo amico prima ha voluto che gli facessi un pompino e poi è entrato dentro la mia cosina col preservativo per questo motivo hai dovuto aspettare, ma tu mi piaci di più, vieni…” Anche Alberto se ne fece due ma ambedue col condom. Non era più un ‘segaiolo’, la ‘cosina’ era proprio stimolante; si ripromise di ritornare da Mariola però da solo. Durante la prima parte del viaggio di ritorno silenzio assoluto fra i due poi Franco: “Ho lasciato dei soldi dentro il comodino di Mariola, non volevo lasciarli in giro, poteva offendersi, in fondo è una brava ragazza anche se a soldi non mi sembra se la passi bene., mi piace molto.” I due giovani, divenuti amici per la ‘cosa’ di cui fruivano a turno ma due eventi cambiarono la loro vita: Armando aveva conosciuto un’insegnate di educazione fisica  fisicamente prestante e, dopo un corte serrata  a base  di regali  costosi, l’aveva convinta a convolare a giuste (?) nozze. Sofia C. molto probabilmente si era decisa al gran passo perché avrebbe risparmiato i soldi per: il posteggio della sua Mini in garage, per il prezzo del pranzo e delle cene oltre quello per la  camera da letto (chiamala fessa!). Nozze in grande stile al Duomo celebrate dal vescovo in persona a cui Armando aveva elargito una grossa somma per i ‘poveri’. Ovviamente pranzo nella sala mensa di viale della Vittoria con gli amici festanti e dalla pancia piena e poi partenza per il viaggio di nozze con la Mercedes di Armando: destinazione primo albergo dove infilarsi per…’copula primae noctis’, furbescamente Sofia non gliela aveva mai mollata prima. Sofia tradotto dal greco vuol dire sapiente ma più che sapiente la cotale poteva chiamarsi ‘callida’ che vuol dire furba. Il perché è presto detto: di natura muscolosa aveva lo sguardo fiero, più mascolino che femminile e, in quanto a muscoli, superava qualche collega maschio anche per l’allenamento dovuto alla sua professione. Conclusione: dopo i primi tempi di fuoco (molto da parte di Armando meno da parte di Sofia) le ‘acque’ si erano molto calmate. D’estate, scuole chiuse, Sofia con la sua Mini andava al mare a Falconara Marittima e, per compagnia, si portava appresso Alberto  che era stato costretto ad  abbandonare la calda Mariola rimasta di assoluta proprietà di Franco che, affascinato sempre più dalla baby, soprattutto per le sue prestazioni, se ne era innamorato con gioia dei genitori di lei ma non dei suoi estremamente snob (la figlia di un contadino!). Alberto si era fatto rimandare in latino e greco senza tanti commenti da parte del genitore che, a suo tempo, era stato uno studente mediocre. Sofia aveva ‘fatto’ il classico e così i pomeriggi, dopo la siesta pomeridiana, matrigna e figliastro si dedicavano alle lingue degli antenati ma la dama, si era accorta che Alberto seguiva poco le lezioni motivo? Eh! non ci voleva molto a capirlo, il giovane sessualmente a secco  se la passava male non riuscendo più a farsi accompagnare da Franco a casa di Mariola, ormai sua fidanzata ufficiale. “Sei un bamboccione, se non ti impegni lo riferirò a tuo padre, voi farti bocciare e ripetere l’anno!” Alberto si mise a piangere ed abbracciò Sofia che ormai stava rendendosi conto della situazione ma, nello stesso tempo, giustamente, pensava alle conseguenze! Un giorno Armando partì per Brema quale concessionario della Mercedes, doveva anche fare un giro in Germania per propagandare il suo hotel e così rimase a lungo lontano da casa., Male gliene incolse. Alberto con l’ormone alle stelle, una notte si presentò nella camera da letto della matrigna la quale, benché assonnata, ‘la sventurata rispose’ (Manzoni docet). Alberto viveva in un mondo surreale, di giorno aveva ripreso a studiare, di notte…Anche le cose belle, o meglio soprattutto le cose belle hanno una fine e così al rientro di Armando la tragedia: la gelosia di Alberto faceva il pari con la non accettazione da parte di Sofia del ruolo sessuale di moglie. I loro incontri erano fuggevoli e niente affatto appaganti. Ci pensò Zeus, vecchio putt…re a sistemare le cose: Alberto, diplomatosi, vinse il concorso all’Accademia della Marina Militare di Livorno, la vecchia asina Gianna passò a miglior vita, Sofia cominciò ad invecchiare precocemente, Franco sposò Mariola che gli ‘regalò’ un pupo maschio, indovinate il nome? Alberto. Non è vero che tutte le favole finiscono col classico: ‘e vissero…’ questa lasciò infelice e scontenta più di una persona!

  • 13 aprile alle ore 8:49
    Una storia come tante

    Come comincia: Aveva solo quattro anni, quando capì che la vita sarebbe stata complicata.
    Quella sera di giugno, l’ennesima lite tra i suoi genitori, la portò a nascondersi, spaventata, tra il lavandino di pietra della cucina e il frigorifero. Accucciata, infinitamente piccola, quasi volesse rendersi invisibile. 
    I suoi occhi erano così fondi che parean più scuri; fissavano un punto lontano, sperando che la porta della cucina si aprisse. 
    La lite degenerò e il frigorifero ricevette un pugno, muovendosi. 
    Lei, rimase ferma, quasi senza respirare, si portò le mani sulle orecchie.
    Ripensò ai suoi cani; loro sarebbero stati in grado di aiutarla e farla uscire da quella nicchia di fortuna.
    L’aria era quasi irrespirabile, densa di parole fredde, villane, dolorose.
    Se si fosse messa a piangere forse si sarebbero accorti di lei; se si fosse messa a urlare … se … Il coraggio però le mancava, non riusciva a muoversi da quella scomoda posizione. 
    Non una lacrima… non un urlo. Solo paura.
    Poi, all’improvviso, finalmente qualcuno girò la maniglia della porta. Le due persone smisero un attimo di urlare, guardando quella figura che, con passo deciso entrò e chiamando per nome la piccola, la prese in braccio e la portò via.
    Fuori, dove le stelle disegnavano il cielo illuminandolo, mano nella mano con il suo salvatore, riuscì a respirare.
    I suoi cani, alti quanto lei, le trotterellavano a fianco, proteggendola, ancora una volta.

  • 07 aprile alle ore 10:17
    LA RELIGIONE E I MORALISTI

    Come comincia: Veniamo abituati sin dall’infanzia a credere che dentro di noi esista il male e che sia nostro compito combatterlo, dominarlo, sconfiggerlo.
    Ci sono in giro troppi moralisti che "spargono" consigli e insegnano a noi tutti, bambini in primis, cosa sia giusto e cosa sia sbagliato; di conseguenza il piacere ci fa paura, non accettiamo di viverlo serenamente e ci convinciamo che il desiderio è un nemico da combattere quasi che le fonti del nostro piacere materiale, prime fra tutte i genitali, la bocca e il tatto siano state "costruite" da un dio infantile e capriccioso che vuole che le si domini e che le si reprima.
    Il piacere represso ci porta verso un'idea di purezza del tutto perversa e malata, verso la rabbia, la distruttività, verso i rancori.
    I desideri che abbiamo repressi sono il male!

  • 05 aprile alle ore 18:49
    FRENESIE TORMENTATE

    Come comincia:  Qualora amaste  le storie  pubblicate da Carolina Invernizzio o da Liala (se siete troppo giovani sicuramente non le conoscete, in ogni caso sappiate che le cotali si dilettavano a riportare intrecci amorosi  mielosi) questo racconto non fa per voi ma se preferite narrazioni forti, appassionate  e complicate,  come la maggior parte quelle del nostro tempo, accomodatevi in poltrona. Adriana R. ventitreenne e Roberto suo fratello ventunenne erano iscritti al’Università di Messina rispettivamente al terzo ed al primo anno della facoltà di medicina. Abitavano  nella casa paterna, al piano attico di un edificio a cinque piani sulla circonvallazione, isolato Colleoni,  residenza di persone per bene (se quelle ricche possono essere così classificate). Anche i due giovani  erano agiati anche se un po’ tragicamente in quanto i due genitori erano deceduti in Polinesia per la caduta del loro aereo ed il fratello maggiore Davide, gran tombeur des femmes a ventotto anni era passato a miglior vita nel modo migliore  (morto d’infarto mentre si sollazzava con Maddalena F.,(nome di donna di facili costumi nella Bibbia).La signora , abitante al terzo piano, coniugata con  Fausto C. il cui nome significa: felice e benevolo, martire della cristianità ma nel suo caso si anche martire si ma…la religione c’entrava poco! Non c’era da annoiarsi nel passare in rassegna le storie dei vari dimoranti di quel palazzo, un beffardo destino pareva averli riuniti sotto questa egida. Cominciando da Adriana e Roberto. La prima biondona , dalle forme procaci che non passava inosservata, Roberto anche lui biondo ma, come dire, diafano, piccolo di statura, occhi azzurri, fisico magrolino, insomma non molto maschietto. La normalità non era di quel palazzo, ammesso che oggi questa parola abbia un significato; al secondo piano due insegnanti donne di  educazione fisica dal fisico potente, sguardo fiero e, in campo sessuale, amanti del fiorellino anziché del pisello, insomma due lesbiche.  Potevano mancare due omo maschietti? No di certo: Nino M. e Gianni F. due insegnanti di lingue (inglese e tedesco) presso il liceo classico Carducci non ne avevano il classico aspetto; loro caratteristica, voluta, un certo accento di fondo rispettivamente anglosassone e teutonico che faceva tanto snob. Eccezione alla regola al primo piano due coniugi molto anziani , Mario S. e Elda B., pensionati,  buoni d’animo e ossequiosi con gli altri inquilini la cui caratteristica, conosciuta dagli altri condomini, era la pochezza della loro pensione che spingeva gli altri abitanti del palazzo a far scivolare nella loro cassetta delle lettere qualche foglietto da 50 €uro con grande gioia e riconoscenza da parte degli interessati. La loro abitazione era il rifugio peccatorum dei vari condomini quando erano in crisi. Alla fine dell’anno Adriana e Roberto decisero per una festa in grande stile a casa loro con invito a tutti gli altri inquilini e con la raccomandazione dei vestirsi in maschera, cosa difficile per Mario ed Elda i quali, foraggiati più del solito, si presentarono con gli abiti di Arlecchino e Colombina, gli unici che potevano rispettare il proprio sesso, tutti gli altri erano stati invitati ad indossare maschere del  sesso opposto (perlomeno quello ufficiale!) e così Adriana era Meneghino, il fratello Roberto Colombina, Fausto, il cocu, Rosalinda, la consorte fedigrafa Maddalena, Buffalmacco, le insegnanti di educazione fisica Andrea e Fede rispettivamente Pierrot e Pantalone , Nino e Gianni gli insegnanti di lingue di provenienza marchigiana scelsero Burlandoto e Cagnera.  L’idea di Adriana era quella di sparigliare le coppie, la maggior parte omo , l’unico vero uomo Fausto,  anche se dolorante in fronte ma pur sempre vero maschietto, Rosalinda gli altri…e lì il bello. Dato l’ordine perentorio di non togliesi la maschera, capitò che lesbiche e omo maschi nel ballare si eccitavano sessualmente, anche per le abbondanti libagioni e per lo spumante ingurgitato,  non sapendo però con chi avevano a che fare, una goduria  della maligna padrona di casa che invece conosceva chi si celava sotto le maschere. Ad un suo perentorio ordine si formarono delle coppie che dovevano appartarsi nelle loro abitazioni svelandosi così la vera identità di ognuno. Questo giochetto portò a situazioni  inaspettate perché qualche maschio omo trovandosi fra le braccia una femminuccia pure omo dimenticò la sua natura e prese a fare il maschietto, situazione che cambiò la vita sessuale di vari componenti dell’isolato Colleoni (quel signorotto medievale dalle tre palle)e così fecero onore al nome del loro edificio.

  • 04 aprile alle ore 18:36
    OGGETTO SENSUALE DI DESIDERIO

    Come comincia: Ci sono persone, soprattutto femmine, che ‘emanano’ una sensualità prorompente, sensualità percepita sia da uomini che da donne. Leone Mazzanti, trentenne proprietario terriero, era stato letteralmente ammaliato da Chiara Accetta, pari età e l’aveva sposata malgrado il parere non favorevole del padre, vecchio putt….re che aveva visto nella ragazza delle ‘doti’ che non riteneva idonee per una moglie e che non portasse ‘novità’ extra a casa ma Leone, affascinato, non aveva voluto sentir ragioni. In una bella giornata settembrina, classica romana, era convolato a giuste nozze in Comune, era ateo. Nel fastoso bar-ricevimenti di Colle Oppio aveva invitato le amiche e gli amici tra cui Sabrina Sollazzo massaggiatrice, Alessandro Leone ginecologo e Sabrina Faraone titolare di un lussuoso negozio per femminucce in via del Corso. Vi domanderete cosa avesse di tanto affascinante Chiara? Vi accontento subito:  altezza m.1,78, lunghi capelli castani senza frangetta (Leone non l’amava) occhi…che dire erano il fascino maggiore della baby: un verde particolare che ti penetravano sin dentro l’anima, sensualissimi e soprattutto promettenti di sessualità sfrenata. Pensate che solo lo scrivente sia stato affascinato? Sbagliato tutti i maschietti ed anche le femminucce dai gusti…particolari rimanevano senza fiato. Aggiungiamo un viso regolare sempre sorridente, seno forza tre, pancia piatta, gambe chilometriche, mani affusolate e, per ultimo, piedi lunghi e stretti, affascinanti per i trasgressori erotici (foot-fetish) insomma per i feticisti. La sposa si era sbarazzata del velo e, dopo il primo ballo d’obbligo col neo-marito, era diventata preda dei vari maschi col testosterone alle stelle! La festa finì a notte inoltrata con poco apprezzamento dei camerieri che si consolarono con mance adeguate al loro sacrificio. La casa degli sposi ubicata nella vicina via Merulana, arredata dal padre dello sposo con gusto e sfarzo, accolse Leone e Chiara che, ambedue stanchi ed un po’ ubriachi, rinunziarono alla ‘prima notte di nozze’; l’avevano già provata tempo addietro e quindi si rifugiarono nel morbido letto tutto azzurro, messaggero di felicità. Chiara era stata adottata dai coniugi Accetta residente in Australia e lei dopo una gita nella capitale italiana, ci era rimasta in seguito alle profferte matrimoniali di Leone. Il marito, proprietario terriero, passava la maggior parte del tempo a controllare i suoi interessi sulle sue terre lasciando la dinamica consorte a bighellonare in città. Per prima Sabrina che l’affascinava con i suoi prodotti per donna: scarpe bellissime, vestiti all’ultima moda, costumi da bagno ‘alla brasiliana’, cappelli, biancheria intima da sballo che Chiara provava e talvolta dimenticava di restituire alla proprietaria dimenticando anche di pagare ma…c’era un ma grosso come una casa. Sabrina aveva smesso di frequentare una sua vecchia amica lesbica perché innamoratasi perdutamente di Chiara la quale all’inizio rimase sorpresa delle avances ma poi ci prese gusto, Sabrina in fatto di sesso era bravissima e poi si era dotata di ‘aggeggi’ che la portavano ad una goduria mai provata e così, durante le ore di intervallo di chiusura del negozio via  alla Saffo più sfrenato. Leone era quello de ‘vado, l’ammazzo e torno’ come si dice in gergo e quel poco gli bastava non ponendosi problemi sulla sensualità della consorte. Un giorno Chiara ebbe qualche problema alla ‘cosina’ ed andò a consultare il ginecologo Alessandro Leone che aveva partecipato al ricevimento delle sue nozze. Ovviamente fu accolta con calore dal quarantenne dottore il quale ci mise più del tempo necessario alla visita sinché, con la pressione alle stelle, le chiese se poteva provare la sua ‘cosina’ col suo ‘cosone’ per essere sicuro della diagnosi. La prova durò a lungo con gran risate di Chiara che poi dovette andare in bagno per un ‘sostanzioso’ bidet. Alessandro era divorziato  ed invitò spesso Chiara nel suo studio fuori orario. Chiara, dallo spirito maligno, pensò bene di farsi accompagnare da Sabrina la quale all’inizio perplessa, pur di far contenta l’amica accettò e, dopo un attimo di esitazione, pensò bene di seguire i due, già nudi, nei loro ludii, una situazione talmente piacevole per i tre che seguitarono a frequentarsi con incroci di gambe, di fiorellini vogliosi, di tette baciate, con penetrazioni ‘contro natura’ delle due dame, insomma un repertorio degno di  un libro di Kamasutra. La storia fu interrotta quando Leone, dopo la trebbiatura del grano delle sue terre, pretese che sua moglie lo seguisse in una crociera Costa nel Mediterraneo. Ormai Chiara era scatenata in campo sessuale, fece facilmente innamorare il vicecomandante della nave e, marito sotto coperta a dormire, faceva impazzire Joseph il bel marinaio inglese che poco aveva con i suoi conterranei ‘niente sesso, siamo inglesi!’ Alla fine della crociera nel porto di Civitavecchia Joseph seguì il facchino che trasportava le valige ed invitò i due coniugi a New Castle dove abitava nel suo castello. Un si di cortesia da parte di Chiara e di Leone con lo scambio dei relativi numeri telefonici ed indirizzi ma la cosa finì lì, Chiara sapeva a Roma dove ‘far pascolare’ la sua ‘cicciolina’. Una brutta caduta per le scale la costrinse al riposo assoluto, l’ortopedico amico di Alessandro il ginecologo le prescrisse antinfiammatori e massaggi. Nel palazzo dei coniugi Mazzanti, al pianterreno una signora quarantenne nubile, tale Susanna Faraone aveva uno studio in cui si eseguivano massaggi medicali. La dama fu contattata e naturalmente fu contenta di far amicizia con Chiara che conosceva solo di vista. Susanna non aveva nulla in comune con Chiara: leggermente più bassa e muscolosa per la sua attività usava anche lei mezzi da palestra, a lei si sarebbe potuta adattare la vecchia battuta che ‘avrebbe potuto schiacciare delle noci con le cosce!’ ma nei massaggi era molto delicata e ben presto Chiara ne apprezzò le doti anche la  dama aveva l’abitudine di finire molto spesso molto vicino alla sua ‘cosina’, talvolta procurandole un orgasmo che a lei, in fondo, non dispiaceva. Susanna pian piano passò oltre cominciando a baciare Chiara in bocca, poi sulle tette ed infine sulla  ‘natura’ con un piacere fortissimo, mai provato, anche con l’aiuto di un vibratore, sicuramente aveva toccato il suo punto G. I giorni ed i mesi passavano in fretta, Chiara dividendosi fra suo marito (poco) e Susanna, Alessandro e Sabrina viveva praticamente di erotismo. Un suo amico psicologo le aveva detto che le sue endorfine erano alle stelle, quanto mai vero!

  • 03 aprile alle ore 16:29
    Ombre sul Cermis

    Come comincia: La pietra è larga, una poltrona costruita dal vento e dalla pioggia e dal tempo che le si sono versati sopra, vi resto seduto su, allungo le gambe e sorrido.

    I piedi nudi sul tappeto mi regalano sempre una sensazione di piacere, io e te su questo divano color delle foglie in autunno, i nostri occhi calati fra le pagine di un libro, i tuoi occhiali che sistematicamente scivolano sul naso, dovrò stringere le viti delle aste un giorno o l'altro, te ne lamenti sempre. Mi sfuggono quotidianamente i particolari che rendono conciliabile la convivenza, piccolissimi particolari, come le piccolissime viti nelle aste degli occhiali che, nella microscopica potenza della loro misura, hanno pur aperto un varco, hanno trasformato in canale incontenibile la traccia nella quale erano state inserite. Una vite di pochi millimetri balla nell'asta che scivola sotto il peso delle lenti, lima pian piano la conformazione e ne indebolisce la struttura, e gli occhiali cascano inesorabilmente a ogni istante sulla punta del naso, e tu li tiri su ormai per inerzia, non ti innervosisci più, è diventato un gesto abituale, rassegnato. Aspettavi che fossi io a ricordarmi di un tuo bisogno, lo pretendevi: - è dovere dell'anima sapersi prendere cura l'uno dell'altro quando si è in coppia, deve essere l'altro a saper anticipare il bisogno dell'uno, deve essere la voce interiore ad avere la supremazia, quando si è in coppia - .

    Non ti capivo, Marta, non ti capivo proprio quando mi dicevi queste cose, quant'è più semplice che tu mi chieda esplicitamente quel che ti bisogna. Non puoi dirmi: - la vite degli occhiali è da stringere ? - No?

    No, vuoi che sia io ad accorgermi che gli occhiali non ti stanno più sul naso, che le aste sono slargate e che tu non puoi usare il cacciavite e stringere quella benedetta vite perché senza occhiali non ci vedi.

    Ti rigiri sul divano, cambi continuamente posizione, ti guardo di sottecchi mentre arricci il naso o mordi il labbro superiore. La lettura ti avvince, è lampante che sei trama nel tessuto del libro che stai leggendo. Sei in uno di quei momenti in cui il racconto è coinvolgente movimento, se continuassi a studiarti, sono certo che indovinerei le scene in cui sei immersa. Mi piace studiarti e far finta di essere completamente avulso dalla realtà del momento. Sei qui ma non ci sei, il tuo mondo è sprofondato nelle pagine che ti avvolgono e rapiscono, ti proteggono da me, il tuo compagno che di compagnia ne fa poca; il tuo compagno che non sa anticipare le tue esigenze perché non sa guardare e recepire, dalla variazione di luce e di intensità dei tuoi occhi, quel che dicono senza parlare. O forse è proprio perché ho letto troppo in quel tuo sguardo che ho innalzato tra me ed esso un invisibile e potente schermo.

    Quando ho iniziato a non voler più ascoltare le parole senza suono? Forse avevi ragione tu, non volevo anticipare i tuoi bisogni, non sapevo e non potevo soddisfarli. Ti ho persa per strada mentre camminavo percorsi miei, geloso del mio tempo. Non ti ho fatta entrare volutamente. Mi bastava la certezza di ritrovarti a ogni incrocio. Inseguivo la mia crescita rifiutando il ruolo di figlio, proiettandomi tenacemente nella sfera di uomo, di adulto, e non mi son accorto che volevo dimostrare a te quel che un bambino dimostra alla propria madre. Ma tu non eri mia madre, quante volte me lo hai detto e spiegato e poi urlato; e come per gli occhiali alla fine ti sei rassegnata.

    Ti guardo, sei in fondo al libro dalla copertina azzurra, ogni tot numero di pagine spunta una strisciolina di carta, mi fanno sorridere i tuoi segnalibri, stralci di biglietti di treno di un viaggio di chissà quanto tempo fa, pezzetti di un tovagliolo di carta, l'involucro trasparente delle sigarette e perfino foglie, rametti. Quando smetterai di trasformare un libro in un campo archeologico!?! È bellissimo il tuo fare, in ogni cosa. In ogni cosa rifletti quel mondo incantato che è dentro te, sei qui ma non sei qui, da sempre, è questo che mi ha fatto innamorare: quel tuo essere corpo eppure impalpabile, se ti stringo a me sento la tua carne sotto le mani, ma ancor più sotto mi par di sfiorare un cielo dal quale si ammirano monti valli fiumi e mari sottostanti. E vento, sento sempre il vento quando ti ho fra le braccia. Ascoltare qualsiasi cosa tu dica è entrare nel vortice di una girandola di luce e di colori, perfino una disavventura che pure è motivo di tensione la fai divenire ameno racconto. Tutto diventa favola con te, ma chi sei? Sei una favola da cui son uscito per paura di me bambino, per paura di essere un infante da accudire, e non capivo che solo un uomo cresciuto e consapevole di sé, sa essere bambino.

    ...Dammi gli occhiali, voglio stringere le viti.

    Oh Marta, sono lacrime il sale essiccato sotto le tue palpebre chiuse nel sonno? Vieni, vieni accanto a me, lasciati avvolgere dalla mia essenza, concedile di penetrare in ogni spazio tempo che ho spezzato. Lasciami carezzare tutti gli anni che ho tinto di grigio, vedi? è bastato un gesto, ogni silenzio si è colorato.
    Ti stringo a me, sento la tua carne sotto le mani, ancor più sotto mi par di sfiorare un cielo dal quale ammiro monti valli fiumi e mari sottostanti.
    E vento, sento sempre il vento quando ti ho fra le braccia.
    La pietra è larga, una poltrona costruita dal vento e dalla pioggia e dal tempo che le si sono versati sopra; vi resto seduto su, ti guardo e sorrido. Quassù è pace.
    Lavi dal viso le lacrime essiccate, seguo allo specchio i tuoi lineamenti, ne carezzo col dito ogni curva; in ogni ruga semino un sorriso, sul solco degli occhiali appoggio un bacio. Sento il vento scuotermi dentro, lo senti anche tu e mi cerchi nel riflesso dello specchio. Non mi vedi, Marta. Non puoi, ma mi senti. Mi sorridi, sai che sono io il fremito. Non più distanze ora che so abbracciarti l’anima.
     

  • 01 aprile alle ore 12:55
    PRELIBATEZZE SESSUALI DI GIOVENTÙ

    Come comincia: Svegliarsi la mattina con una frase fissa nel cervello può far pensare all’interessato che sia ora di consultare un buon neurologo. Alberto M. ottantenne, rimirava con rinnovato piacere la dolce, giovane e deliziosa consorte che riposava vicino a lui. In passato si era domandato come la incantevole Anna M. ventunenne si era n’incaponita’ contro un ovvio parere contrario dei suoi genitori a farsi impalmare dal quarantasettenne
    Al., forse affascinata dalla sua divisa di maresciallo della Fiamme Gialle o meglio dal suo fascino di tombeur des femmes. Astrologicamente leoncino, aveva tenuto duro fino a quando la mattina del 20 giugno dell’anno 19..papino a mammina l’avevano malvolentieri accompagnata al Comune di Messina, non in chiesa perché Alberto era divorziato. Grandi festeggiamenti nel bellissimo locale Villa S.Andrea di Giardini Naxos,  un paio di femminucce sarebbero state volentieri al posto della sposa! Avevo dimenticato la frase in latino: “Adulta mulier semper voluptatem donat.” che calzava con l’inizio alla carriera amorosa del prode Al. Anche se non avete studiato la lingua dei nostri padri con un po’ di buona volontà potrete riuscire a capirne il significato. Alberto sedicenne abitava a Messina  Crispi, frequentava il primo liceo classico insieme all’amico Franco S. residente nello stesso suo palazzo e con cui ‘faceva i compiti’. La di lui madre Lucia F.,conduttrice della palestra al pianterreno dello stabile, era divorziata ma era ancora una quarantatreenne piacevole. Mentre ad Alberto madre natura aveva ‘concesso’ un fisico atletico, 1,82 di altezza,  muscoloso (eredità del padre), non altrettanto era stata benevola con  Franco magrolino e cagionevole di salute (anche per lui eredità del padre). Al. una mattina non trovò a scuola il compagno ed il pomeriggio si recò a casa sua: il suo amico era stato ricoverato in ospedale con una broncopolmonite. Insieme a Lucia Al. si recò al ‘Papardo’ con la Mini Cooper della signora; per fortuna le notizie erano incoraggianti, Franco doveva solo curarsi e riposarsi, nel giro di una settimana sarebbe ritornato a casa. “Alberto sali a casa mia, ti offrirò un tè con pasticcini fatti da me, spero di non intossicarti.” Niente intossicazione, tutto buono anche la padrona di casa che. “Anche se è solo giugno fa un gran caldo, vado a farmi una doccia.”La doccia durò poco e la dama  si presentò in soggiorno in accappatoio. “Io preferisco il caffè molto forte.”” Ma nel frattempo Lucia non si ‘accorse’ che l’accappatoio si era aperto sul davanti mostrando un ‘ben di Dio’ con buona pace dell’Onnipotente che, a parere dei preti, non si interessava a tale problematica. Al. anche dinanzi all’indifferenza di Lucia cercava di fare anche lui l’indifferente ma..nà parola! “Vieni qua cucciolone, ahi ahi ahi vedo qualcosa aumentare di volume, è normale alla tua età, però vedo che …non pensavo che tu…” Madame era rimasta molto sorpresa nel vedere il ‘ciccio’ di Alberto, “È il coso più grosso mai visto in vita mia, non ci pensò due volte a intrufolarselo in bocca con ovvia conseguenza…”Quello di mio marito aveva un cattivo sapore, quello tuo è una delizia. Che ne dici di far visita al fiorellino di zia Lucia?” Non pose tempo in mezzo e il ‘ciccio’ di Al., sempre inalberato, provò una sensazione, mai provata, quella di entrare in una ‘cuccia’ umida, recettiva e poco dopo eccitatissima tanto da far vibrare tutto il corpo della padrona. Alberto avrebbe seguitato ma Lu. “Caro per me basta, era un bel po’ che stavo a stecchetto, riprenderemo il ‘discorso’ un’altra volta, vai a casa, domani pomeriggio ti voglio in palestra, ho un certo progetto…” La palestra di Lucia era un circolo chiuso nel senso che accettava solo signore, occorreva iscriversi con tanto di tessera e foto ma soprattutto essere accettati dalla padrona con una rigida selezione o presentate da altri socie. In fondo alla palestra, del metraggio di quattro appartamenti sovrastanti, c’erano uno studio con scrivania, sedie e cassaforte, in mezzo un corridoio e più avanti una stanza con lettino con un piccolo bagno per… Il progetto che aveva in mente Lucia era molto chiaro: sostituire un  anziano maschietto nelle feste di addio celibato di femminucce nubende con Alberto di cui era sicura delle prestazioni e, soprattutto dal fisico sicuramente apprezzato dalle femminucce; ne parlò con l’interessato il quale, ovviamente, si dichiarò entusiasta. Alberto, però,  per mascherare le feste, doveva ufficialmente essere nominato coach della palestra. Il problema stava anche nel fatto che era minorenne e che non conosceva gli esercizi da insegnare alle signore. “Non ti preoccupare, ti sgrezzerò non in quel senso ah! ah! ma ti insegnerò quelli principali e poi ho le spalle coperte.” In seguito Alberto comprese il significato di quella frase (amicizie altolocate anche fra i giudici e le forze dell’ordine.) Durante la prima serata di presentazione, Alberto in canottiera e pantaloncini fu molto applaudito dalle signore che vollero abbracciarlo, erano una ventina e tutte al di sopra dei quaranta, qualcuna appetibile. Alberto i pomeriggi seguitò a studiare con Franco il quale non  si accorse di nulla in quanto la buon ‘gufo’ andava a letto ‘dopo Carosello’. La prova del fuoco per Alberto la sera di una giornata di luglio: festeggiata Laura una trentenne bionda non molto alta ma graziosa e soprattutto ‘caliente’. Alberto si presentò in giacca, pantaloni e camicia e cravatta ma, accompagnato da musica brasiliana, prese a togliersi lentamente i vestiti sino a rimanere in slip color rosso.  Durante lo spogliarello grandi applausi delle dame che apprezzarono il fisico da dio greco di Al per poi, a turno, abbracciandolo e baciandolo sino a quando, la più ‘sfacciata’ gli abbassò gli slip che misero in mostra un ‘mostro’ di pene con grandi oh oh oh delle damìne. Allora le meno timide presero a toccaglielo con la conseguenza che ‘ciccio’ volse la punta all’insù sembrando ancora più ‘mostruoso’, infine la promessa sposa, nella qualità di festeggiata, glielo prese in bocca tra gli applausi delle presenti ma con l’avvertimento di Al. :”Bella mia può accadere che ‘ciccio’ ti ‘innaffi’ la bocca!” “Chi se ne frega, il ‘latte’ del mio fidanzato puzza non penso che..” e infatti la pompinara smise di parlare e assunse una dose notevole di vitamine sempre accompagnata dagli urletti delle presenti. Malgrado ciò, ‘ciccio’ dimostrò la sua valenza erotica rimanendo ancora ‘inalberato’ fra lo stupore delle dame. “Lucia ci hai portato un mandrillo della foresta africana, brava.” Anche le cose piacevoli hanno un fine, Alberto tornò a casa sua, dopo una doccia calda-fredda rimase a letto sino a mezzogiorno della domenica. Alle 13 , seguendo i consigli di Lucia, Al. si rimpinsò ben bene al fine di recuperare…Né sua madre, donna modesta e silenziosa, né suo padre capitano di Carabinieri assai burbero chiesero notizie sulla serata al figlio. La vita di Al. era segnata: prima di tutto lo studio e poi saltuariamente un ‘contentino anzi un contentone’ a Lucia, ormai sessualmente quasi consorte e poi in palestra quale personal trainer e qualche addio al celibato di vogliose nubende. Con molta onestà Lucia aveva promesso ad Al. di sistemarlo finanziariamente al compimento del 18° anno di età e così il 3 settembre 19…  Scesero nell’ufficio della palestra e Lucia: “Ti farò un escursus della tua situazione: ufficialmente riscuoto da ogni socia cento €uro al mese ma le signore sborsano molto di più in contanti. Una guardia giuratamensilomente viene a ritirare il denaro, quello in assegni depositato sul mio conto corrente della banca, quello in nero su un conto cifrato in Svizzera, non chiedermi come, è illegale, i tuoi soldini sono anch’essi in Svizzera, su questo bigliettino il numero del tuo conto.” Alberto strabuzzò gli occhi, anche se talvolta aveva dovuto ‘accompagnare’ a letto qualche ‘carampana’ era stato munificamente remunerato; ringraziò sentitamente, anche sessualmente, la zia Lucia. Tutto cambiò quando il padre di Alberto, promosso al grado di maggiore fu trasferito in Piemonte. Era inverno, clima  freddo, nebbia, compagne di università non particolarmente simpatiche e disponibili…le notti Alberto sognava con tristezza la Sicilia con il suo sole e soprattutto con le sue…

  • 28 aprile 2017 alle ore 19:10
    Il chiosco "da Turi"

    Come comincia: Sui luoghi di mare che venivano frequentati negli anni '70 a Melito di Porto Salvo e che comprendevano varie zone a partire dalla frazione Pilati per finire ad Annà, menzionerò un chiosco che fin dalla fine degli anni ’60, è stato frequentato da parecchia gente della città ma soprattutto dei quartieri Porto Salvo, Sbarre, S. Leonardo e si chiamava, prima, “da Pennestrì” e poi, alla morte del proprietario, il signor Nino, ”da Turi”, il figlio anch’egli adesso deceduto.
    Questo, rispetto ad altri bar e chioschi che menzionerò fungeva solamente da bar, mentre dal lato opposto, vi era tutte le estati, un capanno dove si vendevano le angurie che la famiglia vendeva anche sulla via Nazionale, nei pressi del bar Serranò (bar nel quale io vi ho lavorato e di cui vi parlerò in seguito, raccontando anche qualche aneddoto) e che ormai non esiste più, sostituito da un albergo sempre gestito dalla famiglia Serranò.
    Una particolarità che aveva questo chiosco rispetto agli altri, era che gli abituali frequentatori ed anche avventori giocavano spesso al “patruni e sutta”, gioco di società o meglio, di compagnia, (anche questo menzionerò parlando del “Checco”), dove lo scopo principale del gioco è quello di bere, magari ubriacandosi, lasciando gli avversari o qualcuno “all’urmu” (all’asciutto); e questo dopo vari trucchi di parole e giochi di squardi e movimenti di bicchieri e bottiglie.
    Il gioco si poteva svolgere sia con la conta che con le carte e con tutti i tipi di bevande.
    Il chiosco era stato fatto tutto nuovo e in legno ed era frequentatissimo anche perché dov'era situato vi era la piazza di Porto Salvo, anch’ essa fatta nuova, di fronte al Lungomare dei Mille e quindi di passaggio continuo di auto e vari mezzi come bici, motorette e moto.        
    Adesso, da qualche anno è stato rimosso completamente dai proprietari. 

  • 28 aprile 2017 alle ore 8:50
    I MAGNIFICI QUATTRO

    Come comincia: Nulla a che fare col far west, i magnifici quattro erano due femminucce e due maschietti residenti in un condominio  nel lungomare di Milazzo: Giovanni pilota di aerei dell’Alitalia, Tindara (nome di un santuario famoso) moglie insegnante  alle elementari, Alberto impiegato presso il locale Comune, Lilla farmacista, tutti vicino alla trentina. Pur dimorando nella stessa scala si salutavano solo di sfuggita, nessuna confidenza anche a causa della diversità degli orari di lavoro. La loro conoscenza si approfondì un estate quando si ritrovarono vicini spaparazzati al sole sulla spiaggia di Tono un angolo appartato detto anche n’gonia (angolo) suggestivo e solitario. I quattro non potevano essere più differenti: Giovanni di madre svedese era alto, biondo, occhi azzurri, 1,85, fisico atletico, un po’ chiuso di carattere, godeva fama di essere ricco di famiglia, Tindara sua moglie era insegnante di educazione fisica, alta,  un po’ mascolina, capelli nerissimi corti, poche tette ma dal bel deretano, Alberto classico mediterraneo 1,75, bruno longilineo, sempre sorridente ed allegro, Lilla bionda un po’ più alta del marito occhi azzurri, sguardo da furbacchiona., minuta di fisico ma piena nei punti strategici, molto sensuale. Le due coppie per motivi differenti non erano titolari di pargoli, i primi due per scelta i secondi lo desideravano molto ma senza risultati malgrado i numerosi tentativi, insomma scopavano quasi tutti i giorni. Giovanni aveva dimenticato di portare l’ombrellone (il solito Mammalucco frase di Tindara) e così per non arrostire al sole con molte scuse chiese ospitalità ad Alberto ed a Lilla i quali furono ben contenti di far loro fruire della gradita ombra, certo stavano un po’ troppo vicini… le signore si posizionarono al centro. In acqua quel mattacchione di Alberto cercò di abbassare il reggiseno della gentil consorte la quale non se la prese più di tanto, conosceva le qualità  o meglio le propensioni di suo marito per le altre femminucce e capì che quello era un suo modo per potersi avvicinare alla bella Tindara, non era gelosa altrimenti già da un bel po’ avrebbe lasciato il suo uomo ma ne era troppo innamorata ed accettava qualche ‘svicolata’ del consorte. Giovanni si mostrò indifferente mentre Tindara si fece una bella risata (bel porcaccione tuo marito!).
    Nel lasciarsi sul pianerottolo i quattro si diedero appuntamento la sera al Lido Azzurro locale sugli scogli molto frequentato con tanta musica in sottofondo e poche luci che invitavano all’intimità. Preferirono usare una sola auto, quella di Alberto, una Giulietta, si sedettero in un tavolo appartato lontano dalla musica un po’ troppo rumorosa. Giovanni di ballo non me mangiava proprio e così Alberto fu costretto a sobbarcarsi il ruolo di danseur per ambedue le signore con grande suo piacere, privilegiando i lenti… Quando ballava con Tindara strofinandosi un po’ troppo sentiva qualcosa nei pantaloni che aumentava di volume, sbirciava in continuazione Giovanni per vedere le sue reazioni. “Ci scommetto che ci stai facendo un pensierino, non ci riuscirai,." Tindara mi sembra tutta d’un pezzo e poi Giovanni potrebbe non essere d’accordo e passare a vie di fatto!” (Parole di Lilla). Fatto sta che Alberto arrapato più di un riccio arrapato, appena giunto a casa ‘punì’ la gentile consorte tanto da far dire alla stessa: ”E che cazzo, mi stai distruggendo!” L’estate sta finendo come diceva una celebre canzone e così Giovanni riprese a volare lasciando il tetto familiare per lunghi periodi, Tindara talvolta nel suo appartamento la sera aveva la compagnia di Lilla e di Alberto ma quest’ultimo capì che in quella condizione non avrebbe raggiunto il suo scopo e si sentiva a disagio mentre le signore parlavano fra di loro, smise di frequentare l’abitazione dei vicini al contrario della consorte che tutte le sere vi si recava ritirandosi tardi.  Una notte Alberto si svegliò sia per il profumo che emanava il corpo della consorte sia perché la stessa sembrava aver pianto, Lilla si era girata di spalle, non chiese spiegazioni non era il momento adatto. Un velo sembrava aver avvolto il volto di Lilla finché un pomeriggio: “Voglio metterti al corrente di quello che è avvenuto: quella sera io e Tindara eravamo affacciate al balcone quando lei  mi ha abbracciato ed ha cominciato a baciarmi in bocca per poi trascinarmi sul  divano dove ha seguitato con le tette e poi sul fiorellino. Io ero completamente istupidita anche perché sinceramente provavo un piacere intenso, mi ha spruzzato addosso un profumo giapponese mi pare fosse il Mi Tsu Quo, così mi ha detto e poi mi ha offerto dello cherry brandy, liquore a base di ciliegie che mi ha mandato su di giri. Ha ripreso a masturbarmi stavolta con un vibratore e nello stesso tempo baciandomi il clitoride. Non so quante volte ho goduto, ho anche pianto, quando sono rientrata a casa ero sfinita. Tindara mi ha confessato di essere bisessuale per un’esperienza di collegio con una sua collega, suo marito ne è al corrente. Da allora non ci siamo più incontrate, è stata un’esperienza travolgente che però mi ha lasciato dei segni, non ne ero preparata, tutto qua, spero mi perdonerai.” Guido era tutto un punto interrogativo, quale perdonare in fatto di sesso aveva una mentalità molto aperta: “Sei e sarai sempre il mio grande amore, abbracciami, ti starò sempre vicino.” Intanto lo zozzone…pensò bene di far volgere a situazione a suo favore, ti pareva, ma come fare? Un pomeriggio prese il telefono e rivolto alla consorte: “Vorrei chiamare Tindara…” Lilla malgrado quell’avvenimento non aveva perso il senso dello humor e abbracciando il marito: “Lo sapevo dove volevi arrivare amore mio preferisci anche la mia presenza o…” Stavolta fu Guido ad essere preso di contropiede, sapeva della mentalità aperta della consorte nei suoi confronti ma non sino a quel punto. “Vedi…veramente…io…” “Ho capito vai da solo, darò io un appuntamento a Tindara per conto tuo per dopo cena, che ne dici?” Che cacchio doveva dire , si trovò un’avventura sfiziosa in un piatto d’argento, certo sua moglie doveva amarlo alla follia per aver accettato di dividere suo marito con un’altra, un bacio profondo di ringraziamento. Cena leggera senza alcolici, in pigiama a sopra una vestaglia, Tindara era stata avvisata ed aveva accettato, forse voleva provare qualcosa di diverso con un altro uomo, forse suo marito da quel lato…La dama aprì la porta e in silenzio condusse il futuro amante direttamente in camera da letto, nello stereo musica di Mozart, la baby aveva gusti sofisticati. La pugna: un classico: baci in bocca, sulle tette, e poi alla vista di ‘ciccio’ un ohhh…evidentemente suo marito ce l’aveva più piccolo. La immissio penis fu un successo, la baby era un 'lago', ciccio era arrivato sino al collo dell’utero e col suo schizzo aveva portato Tindara alle stelle. Madame pensò bene di mettere in mostra il suo repertorio col vibratore nel popò, doppia goderecciata, Guido non aveva mai trovato una siffatta furia erotica. Ritornò a casa mezzo intontito sotto lo sguardo irriverente della consorte, era sabato poteva dormire sino al mezzogiorno successivo. Vi pareva che la storia potesse finire così? Ma quando mai, Guido: “Che ne dici di invitare a cena un sabato Tindara, in arte culinaria sei molto brava , ti farai onore!” “Mi sa che vorresti fare onore pure tu ma in un’altra arte o sbaglio? “ Nessuna risposta. Un  menù favoloso: cozze in brodetto con prezzemolo e aglio, gamberi sgusciati arrosto, frittura di alici, avvoltini di pesce spada, insalatona mista, vino Verdicchio dei Castelli di Jesi molto apprezzato dalle due signore che ne avevano fatto un po’ abuso e con la conseguenza che Alberto si trovò in mezzo al letto matrimoniale assediato da due furie che a turno lo accarezzavano, lo baciavano in bocca e su ‘ciccio’ infilata a turno in tutti  i buchini delle signore sino a quando Tindara lasciò il campo e Morfeo ritenne opportuno prendere sotto la sua ala protettrice i due coniugi. La situazione ormai si ripeteva ogni sabato sino al rientro in famiglia di Giovanni situazione che ovviamente cambiò le carte in tavola. Il cotale era così anticonformista da accettare la situazione? Tindara gliene avrebbe parlato boh… Un avvenimento imprevisto: Giovanni proprietario di una Jeep fuori strada propose di domenica una gita sull’Etna imbiancata dalla neve, un diversivo al mare che era stato ben accettato dagli altri tre componenti la combriccola, Tindara non si era sbottonata su eventuali confidenze al marito. Dopo pranzo al rifugio ‘Sapienza’ i due maschietti presero a fumare: Guido la pipa e Giovanni le sigarette sottratte alla provviste di bordo dell’aereo. Tindara allora confessò a Lilla di aver reso edotto il marito dei suoi passati avvenimenti erotici con una inaspettata reazione da parte del compagno: voleva andare a letto con Lilla, beccati questa, il pilota era stato furbo, gli avvenimenti passati non potevano essere cambiati in compenso poteva rivolgerli a suo favore. A casa Lilla mise al corrente il marito della proposta che aveva ricevuto, fu un colpo per Alberto, mai si sarebbe aspettato di dover diventare cornuto consenziente, una possibilità mai presa in considerazione, entrò in profonda crisi immaginando quello che avrebbe fatto sua moglie, gli venne un forte mal di pancia, dicono che l’intestino è il secondo cervello, quanto mai vero, era diventato geloso lui da sempre dichiarato anticonformista! Un avvenimento fece cambiare idea a Guido, Lilla si presentò con un assegno di €.30.000 firmato da Giovanni. “Finalmente potrò comprare una Mini Countryman Cooper e fare anche un viaggio in un paese esotico, io sono d’accordo.” “Le cosine sono tue …”fu la sorprendente risposta di Alberto, ormai si era reso conto dell’ineluttabilità dell’avvenimento, d’altronde si trattava di pareggiare con le relative consorti. Nel condominio del palazzo lungomare di Milazzo ormai il sabato era diventato un giorno di grandi avvenimenti e così Lilla si recò a casa di Giovanni mentre Tindara prese a fare compagnia ad un Alberto scuro in viso e niente affatto erotico tanto che…andò in bianco. Dopo un paio di ore Lilla ritornò nella sua magione distesa e sorridente, Tindara prese la via del ritorno nella sua e Alberto si guardò bene dal chiedere i particolari dell’incontro erotico a sua moglie. Ma il  Fatum, dio romano del destino, doveva ancora presentare il conto al buon Alberto. Un giorno Lilla si presentò con un assegno in bianco consegnatole da Giovanni. “Mi ha detto che puoi metterci una cifra a tuo piacimento, vorrebbe incontrarti…” Guido era rimasto senza parole, situazione assolutamente da lui non prevista e non accettabile, ci teneva alla sue natiche ed a quelle mirava il buon Giovanni, se lo poteva scordare! Ad buon fine scrisse sull’assegno la cifra di 100.000  €. con una gran risata sicuro che l’interessato non l’avrebbe firmato. E invece Lilla di ritorno a casa: “Giovanni ha strappato quell’assegno…” “Lo sapevo, stronzo!” “Ma me ne ha lasciato un altro firmato per la somma, vedi tu.” 500.000 €. una pazzia, quello era fuori di testa con quella cifra poteva comprarsi mister muscolo! Lilla prendendolo in giro: “il coso è tuo!” scimmiottando la precedente frase di Alberto. ‘Pecunia non olet’ (Alberto aveva frequentato il classico) ma per guadagnarsela doveva sacrificarsi e non riusciva ad immaginarsi…I giorni passavano e Lilla disse al marito che Giovanni doveva ritornare a bordo del suo aereo e quindi doveva prendere una decisione. Con un colpo di testa Alberto decise per il si, in fondo sin trattava di mettere dei paletti a quell’incontro che poteva essere un’esperienza irripetibile e forse, dico forse, piacevole. Giovanni aprì la porta, sotto la vestaglia niente solo il suo fisico muscoloso ed un coso non molto grande ma in erezione, bell’inizio. In sottofondo notturni di Chopin, la musica classica era di gusto comune in quella casa. Un brindisi con lo champagne, uno spinello novità per Alberto che giudicò piacevole e poi i paletti: “La mia bocca off limits, d’accordo?” “Bien”. Giovanni alla vista di ‘ciccio’ moscio di Alberto rimase un po’ deluso ma quando lo prese in bocca ben presto si accorse della sua enormità ed espresse il suo pensiero con mugolii di contentezza. (Sicuramente gli stewart di bordo ce l’avevano più piccolo!) I due finirono sul lettone matrimoniale, Alberto per la prima volta in vita sua prese in mano due testicoli ed un membro non suoi, non grosso come il suo ma molto duro, il signore era arrapatissimo e ben presto ebbe un orgasmo riversando lo sperma su un tovagliolino poi si girò di spalle e dopo aver ben lubrificato il suo buchino posteriore prese in mano il membro  di Alberto e con molta fatica e qualche gridolino riuscì a farsi penetrare. In fondo era un buco come quello delle femminucce, così si consolò Alberto e prese a muovesi sin quando godette alla grande ma siccome ‘ciccio’ era ancora ‘ben dur’ (più tardi vi spiego questo termine) seguitò ad agitarsi all’interno del sedere di Giovanni che pareva arrivato al settimo cielo e prima che Alberto godesse prese il suo membro in bocca ed ingoiò tutto lo sperma. Talvolta la curiosità ma soprattutto la pecunia ci portano a voler provare sensazioni nuove non fisicamente definibili. Giovanni girò il corpo di Alberto mettendolo di lato, lubrificò il suo buchino posteriore e lentamente ma inesorabilmente lo penetrò. Alberto per la prima volta provò quell’araba fenice sempre  teoricamente conosciuta  ma mai provata che era il doppio gusto: mentre lo penetrava Giovanni prese pure a masturbarlo e così Alberto provò quella sensazione della goderecciata che dovette ammettere era decisamente piacevole. Poi fu di nuovo la volta del popò di Giovanni che dopo l’ennesimo orgasmo alzò bandiera bianca e rimandò a casa uno spompato Alberto che trovò le due signore che bellamente stavano baciandosi; si rifugiò in camera da letto per un giusto riposo. Quell’amicizia particolare durò nel tempo: Alberto si comprò una Ferrari di seconda mano e giustificò in ufficio quell’acquisto con il lasciato di uno zio d’America, Lilla sfoggiava vestiti di lusso con gran invidia da parte delle colleghe. Vi rendo edotti del ‘ben dur’. L’espressione é tratta dal poema erotico del poeta Stecchetti,‘Ifigonia’ in cui un cortigiano si chiama ‘Allah ben dur’ per le sue qualità del suo pene!

  • 27 aprile 2017 alle ore 19:25
    Poeti e non

    Come comincia: Leggo Pavese una volta al mese, Pirandello se non vola l'uccello, Calvino quando riposo nel mio giardino, cerco rifugio in Alfonso Gatto quando mi dicono che sono matto e provo a immaginarmi un'altra vita sognando tra le positive note dei Negrita. Non esiste orario nelle giornate di un visionario, mi appassiona Sepulveda perché mi fa sperare che tu ancora ci creda, Saramago lo leggo nei periodi di stato brado, Nice quando finisce la centrifuga della lavatrice, Sossio Giametta quando non ho fretta, Eckhart Tolle se mi sento molle, i poeti minori quando resto chiuso dentro con il mondo fuori, Amelia Rosselli quando penso ai tuoi capelli, Catalano quando tutto l'universo sta racchiuso in una mano, Montale quando sto veramente male, Leopardi quando fatico a incrociare sguardi, di Quasimodo, Cardarelli, Ungaretti, ho ricordi vaghi, pensieri ristretti. Beppe Salvia mi fa compagnia mentre si essicca la malva, Pasolini lo leggo quando rivedo il film Uccellacci, uccellini, Bufalino quando indosso il parrucchino, Betocchi lo leggo se mi si chiudono gli occhi, Fortini se non devo cambiare pannolini, Pascoli se mi fermo ad Ascoli, Sanguineti quando spruzzano fertilizzanti nei frutteti, Corazzini e la Merini quando piangono i bambini, Zanzotto quando indosso il cappotto, Cappello quando mi dicono che sono bello, Impastato se mi fermo a pensare in che condizioni è ridotto questo Stato, Malaspina se sono carente di serotonina. Ascolto De Andrè mentre pedalo sul pavè e se invece cammino su dei prati, tra fontane e ruscelli, leggo Bruno, Telesio e Machiavelli, perché ritengo sia sempre meglio prendere la vita con filosofia, me lo hanno insegnato Lino Banfi, Totò e tu quando te ne sei andata via.

  • 26 aprile 2017 alle ore 20:34
    Marilyn Monroe al collasso

    Come comincia: Saluto. Salutavo la folla che moriva ai miei piedi.
    Il giorno splendeva, per finta. Era il sole alto in cielo e stava esplodendo. Atomico.
     
    Ricordo però com’era bello andare a scuola e perdersi fra le grida felici delle ragazze. Erano così belle. Erano così giovani. Non potevano proprio rendersi conto che era tutto finto, che presto ogni spensieratezza sarebbe morta ai miei piedi.
     
    Tricky Dick Nixon stirava la sua vistosa stempiatura con la brillantina. Sorrideva sempre, vendeva il Paese agli Americani: gli vendeva la sua Bugia e la faceva diventare la Loro. Niente di più semplice, niente di più complicato. Ma Tricky Dick era un comunicatore nato. Ed intanto le ragazze mi guardavano e mi trovavano intelligente, quasi carino. Sorridevano al sole e alla pazzia atomica che era nel suo grembo.
    I Bee Gees suonavano sul piatto: il disco era bello, melanconico, “New York Mining Disaster 1941”.
    In piazza si gridava Dio è morto.  E si gridava che sarebbe risorto nel mondo che faremo. Io giravo con le tette al vento e lasciavo che tutti i maniaci toccassero con la loro nuda mano quant’erano sode. C’era quel disco, quella melodia che s’incastrava nel cervello: i Bee Gees. Ed io già allora sapevo che presto sarebbe stato tutto un gran casino.
    Una matricola m’ha offerto un po’ di peyote. Ho rifiutato di lasciarmi allucinare. Ho invece accettato l’invito d’una bella bambina vergine che con me voleva fare all’amore. Sono stato nel suo letto devastato da un terremoto di peluche, e ne sono uscito dopo dieci anni di matrimonio e un milione di piatti spaccati sulla testa. Mi sono guardato allo specchio: non ero invecchiato, non esteriormente; l’anima però non si riflette mai, l’anima è un vampiro, e succhia, succhia il sangue senza che uno abbia tempo d’accorgersene, non a occhio nudo comunque.
    In Vietnam si moriva: lo sapevo, ascoltavo sempre tutte le ultime notizie. E sapevo che in America non si stava meglio. Ed ero cosciente del fatto che il mio appartamento era tappezzato di pulci. Sapevo che ogni mia parola era ascoltata e valutata. J.F.K. era già morto e sepolto da una lunga pezza: era così bello in televisione quando salutava la folla che l’acclamava, pareva un Apollo sceso in Terra. Non so dire se fosse il Salvatore, però insieme a Miller amò pure lui la morte, la tragicità di Marilyn Monroe. E Charles Manson lo sapeva che sia Kennedy che Miller avevano amato sotto la gonna di Marilyn.
    La mia bibita è piena di caffeina, di bollicine: è una Coca, in bottiglietta. Il tappo l’ho conservato insieme a mille altri: ho una collezione di tappi, però le bottiglie le ho sempre buttate nella spazzatura.
     
    Adesso sul piatto suona “Stayin’ Alive”, sempre i Bee Gees. Poi “Night Fever”. Ho la Febbre del Sabato Sera e non so davvero chi potrebbe curarmi da questa malattia. Non reggo il Sabato e la Febbre: mi curo con “Suzanne” di Leonard Cohen, e mi lascio fare la barba dalla sua voce di rasoio. Quando morirò - molto presto, lo so - voglio che mi trovino bello, così lascio da parte i Bee Gees per Cohen. LORO ascoltano tutti i miei dischi: ho l’appartamento pieno di pulci e lo sanno come la penso, e non mi perdoneranno mai perché ho avuto il coraggio di dirmi Libero in un paese di Schiavi. Peccato non abbia la forza di volontà di Spartacus. Però ho la pistola di William S. Burroughs: reggo il suo peso fra le mie mani. In Tv danno un film con Marilyn Monroe: la sua gonna è al vento, il suo sorriso è profondamente rosso e aperto in una ferita. Non ho alcuna possibilità di farcela: raccolgo la mia collezione di tappi e la faccio fuori, la getto dal balcone, e i tappi prendono il volo, diventano farfalle dai mille colori. Col pensiero dico addio a tutto ciò che ho profondamente amato e odiato. Dico addio. Ho la pistola di W.S. Burroughs e un matrimonio che m’ha lasciato solo e dolorante. Ho la voce di Leonard Cohen che mi conforta un poco.
     
    Il sole non splende più: è al collasso. Si sa. Non inganna più nessuno. O quasi.
    E’ Atomico ed esploderà presto, molto presto: un proiettile in canna.
    Salutavo. Saluto la folla ai miei piedi. Saluto mentre riposo comodamente dentro a una cassa da morto. E’ bella, è di mogano. Ai miei è costata un occhio della testa. Adesso, non lo possono negare che sono al Centro dell’Attenzione. Non lo possono più negare che sono il migliore, che sono libero. La folla di ragazze muore ai miei piedi: non c’è donna che non si strappi i capelli fra le lacrime. Sono una Star, una Stella del Firmamento al Collasso. Sono Marilyn Monroe e il Vento della Sua Gonna.
    Saluto. Saluto con la mano pallida e fredda.  
     
    Adesso non lo possono più negare. Ogni giorno uno nuovo; ma domani non è detto.
    Il sole è esploso quando ho premuto il grilletto e ho lasciato libera la pallottola d’invadere questo universo che ho sognato per Voi.
     
    Saluto. Saluto. Saluto tutta la folla. E’ un sogno. E’ un film. Saluto sempre…
     
    [pellicola strappata]

  • 25 aprile 2017 alle ore 18:12
    Bock

    Come comincia: "Niente fissa una cosa così intensamente nella memoria come il desiderio di dimenticare".
    [Michel de Montaigne]

    È uno spettacolo da fermare per sempre in un dipinto, pensò Pietro, guardando con lo stupore di un bambino la linea perfetta dei suoi monti. Il tramonto, quella sera, sembrava voler sfidare la maestria di un pittore, con quelle sfumature di colori che solo la mano della Natura sa creare.

    Lo osservava dalla radura dinanzi al piccolo chalet in legno che ormai da sette anni era la sua abitazione e dalla quale gli sembrava di poter abbracciare cielo e terra, al sicuro, felice del solo fatto di essere vivo. Scodinzolando, gli si avvicinò, con l’andatura resa lenta e misurata dall’ età, il vecchio Bock e andò a leccargli il dorso della mano rugosa,  poggiata sul bracciolo della robusta sedia a dondolo.

    Ci unisce molto più che un’affezione naturale, amico mio! disse Pietro a voce alta, accennando un sorriso. Il fedele compagno gli rispose agitando più velocemente la coda e regalandogli un’ altra generosa leccata alla mano.

    Calava la sera. Il bestiame era già nelle stalle e tutt’ intorno non si sentiva altro che qualche tardivo fruscio di uccelli tra i rami. Fiorrancini, cappellacce e calandri, qualche fanello, in cerca del loro nido; e ancora coturnici tra i cespugli e le rocce che contornavano, un po’ più in basso rispetto alla radura, il terreno di proprietà.

    In lontananza, attutito dalla distanza, ma tuttavia rassicurante, il suono della campana del paesino a valle, tornato alla vita anch’ esso, dopo quella terribile notte di terrore e di morte.

    Ricordava, come fosse avvenuta in quel momento, ogni cosa. Anche il più insignificante particolare di quella notte, del giorno precedente e del successivo gli si era stampato nella mente indelebilmente. Avrebbe preferito dimenticare, ma si sa, niente fissa una cosa così intensamente nella memoria come il desiderio di dimenticare.

    All’epoca in cui si verificarono gli accadimenti di cui diremo, Pietro faceva l’allevatore alle falde dei Monti della Laga, poco fuori dal confine del Parco Nazionale. I pascoli là sono magnifici, per la presenza di innumerevoli sorgenti perenni, distribuite sin quasi sulle vette, che alimentano la circolazione superficiale delle acque. Il territorio, a differenza delle altre montagne dell'Appennino centrale, è verdeggiante e ricco d'acqua durante tutto l'anno.

    Per tutte queste ragioni, da almeno tre generazioni, la sua famiglia viveva lassù curando una piccola azienda di allevamento: solo otto mucche e una ventina di pecore da latte, e Bock, un magnifico tornjak di tre anni, a guardia del bestiame e della casa.

    Chiamarla “casa” sarebbe sembrato quasi ridicolo a chi giù in paese possedeva un’abitazione con più di un piano, più di due stanze, con un vero bagno, attrezzato come si deve, con quei piccoli, indispensabili confort che ti rendono la vita facile. Ma a Pietro bastava: una costruzione in pietra grezza, col tetto in tegole rosse (il suo orgoglio!), due vani, di cui uno piuttosto grande, in cui trovavano posto insieme la cucina, con il tavolo in legno massiccio e tre sedie, una minuscola libreria con pochi libri, tutti già letti più volte,  e il suo letto, da sempre accanto all’ampio e robusto camino, sulla cui mensola, ricavata da una massiccia trave di castagno, erano allineate alcune foto di lui bambino con suo padre e sua madre, là, sulla collina, dove sorgeva da generazioni la loro piccola azienda. Sulla cappa, ingrigita dal fumo, troneggiava un antico pendolo a muro, coi suoi rintocchi regolari a scandire giorno e notte con straordinaria precisione il quarto, la mezza, i tre quarti, l’ora. Un compagno affettuoso, inarrestabile e severo. Non si spreca il tempo, amava ripetergli spesso suo padre, il tempo è lavoro, ma anche guadagno, è fatica, cui segue un giusto riposo, è vita che scorre, vita sudata, ma è pur sempre vita. L’ altra stanza, quella dei suoi genitori, era occupata soltanto dal letto matrimoniale, due comodini, una sedia a dondolo (dove sua madre riposava per l’ intero giorno, gli ultimi tempi, prima che la morte si portasse via anche lei). Su una delle pareti si apriva, di fianco alla finestra che dava sul retro, una stretta porticina, che immetteva nel bagno, uno stanzino minuscolo, arredato con i servizi igienici essenziali.

    Dopo la morte dei genitori, Pietro era rimasto là, a curare il bestiame, scendendo in paese per le spese necessarie, per una bevuta al bar con gli amici, per passare una volta al mese da Gianni, il barbiere. Non si era sposato, perché non era riuscito ad amare nessun’ altra donna, dopo Laura, e lei si era trasferita a Ferentino coi suoi, quando ancora erano poco più che due ragazzi. I loro destini avevano preso strade diverse, divergenti per necessità. Tuttavia non soffriva della sua solitudine, perché in effetti non era mai solo: c’erano i suoi animali e Bock e gli amici in paese e la Natura: aveva tutto, insomma.

    Il giorno prima che tutto accadesse, così come il precedente, le sue otto mucche avevano prodotto meno latte del solito, con gran disappunto di Michele, il casaro, che veniva a ritirarlo quotidianamente, risalendo volentieri col furgoncino dal paese fin lassù (il latte di Pietro era speciale per le ricotte e il pecorino, che andavano a ruba). Le pecore, dal canto loro, gli avevano reso complicatissima la mungitura, spostandosi in continuazione sulle zampe. Adelmo, il ragazzo che lo aiutava ogni giorno in questa operazione, non si capacitava di quell’ agitazione delle bestie e un paio di volte ebbe a dire, rivolto al padrone: “Se fanno così anche domani, sor Pie’, io qua non ci vengo più ad aiutarti”.

    Le mucche mostravano un’ insolita irrequietezza. Si aggiravano nell’ ampio pascolo quasi a vuoto, ruminando lentamente pochi ciuffi d’ erba, levando di tanto in tanto sordi muggiti. Anche le pecore avevano uno strano comportamento: sollevavano spesso il capo, rimanendo come in ascolto, girando gli occhi tutt’ intorno, per poi tornare a brucare distrattamente l’erba. Bock le teneva raccolte, come per impedire loro di allontanarsi dal centro del prato verso la staccionata, abbaiando inaspettatamente senza una valida ragione e intervallando l’ abbaiare con guaiti lunghi e inquieti.

    La sera Pietro aveva avuto un bel da fare per riportare nelle stalle gli animali, soprattutto perché Bock sembrava non volerne sapere di aiutarlo in quell’operazione, che pure era così abituale per lui e in cui era un vero maestro. Invece di spingerle verso i ricoveri, sembrava far di tutto per tenerle fuori, e aveva abbaiato rabbiosamente quando le porte della stalla e dell’ ovile erano state chiuse dal suo padrone.

    In casa, poi, dopo cena, quando ormai era scesa la notte ed era giunto il momento di addormentarsi per entrambi, Bock non riusciva a stare fermo. Ad intervalli irregolari, si sollevava sulle zampe anteriori e aguzzava le orecchie, come ad ascoltare rumori che solo lui poteva sentire. Pietro, infastidito dalla difficoltà di addormentarsi e già col pensiero all’alba, che sarebbe arrivata ben presto col suo carico di fatica, gli ordinava con tono di rimprovero di accucciarsi una buona volta; e la povera bestia, intimorita, tornava a stendersi sulla sua rozza stuoia, ma per risollevarsi nervosamente subito dopo, magari solo per guaire sommessamente. La storia andò avanti per gran parte della notte.

    Il pendolo aveva già suonato le due. A Pietro restavano poche ore per riposare, poi avrebbe dovuto affrontare una nuova giornata gravida di lavoro. Ma quella notte, forse a causa del caldo insolito, forse a causa dell’ insonnia, gli pareva davvero diversa da tutte le altre. Dalla stalla, poco distante dall’ abitazione, gli arrivavano a tratti strani rumori; come un tramestio di zoccoli sul pavimento in terra battuta o l’ urtare contro le sbarre in legno che sovrastavano le mangiatoie. Dall’ovile, di tanto in tanto, qualche belato.

    Non era mai successo, inoltre, che il suo cane si comportasse in un modo così strano, pensò Pietro, avvertendo dentro di sé una sorta di sconosciuto disagio, una sensazione fastidiosa di paura del buio e della notte, che mai, in tanti anni, aveva avvertito, neppure immediatamente dopo la morte improvvisa del padre e quella, inattesa e troppo ravvicinata, della madre.

    Il suo letto era proprio di fianco al camino, spento in quell’ agosto caldo e un po’ afoso, persino lassù in montagna. Un’aria insolitamente tiepida e umida scendeva giù dalla canna fumaria, diffondendosi tutt’ intorno nella stanza e Pietro, sveglio e agitato dall’ insonnia, l’ avvertì con grande fastidio. Sentì chiaramente il pendolo che scandiva il primo quarto dopo le tre e poi la mezza. Il sonno non arriverà più per me stanotte, pensò, al colmo dell’ irritazione. Calcolò tre o quattro minuti, basandosi sul ticchettio particolarmente sonoro della lunga barra di ottone che oscillava nell’ oscurità. Poi si volse a guardare l’ ora, risalendo con gli occhi dal grande medaglione al quadrante: le tre e trentacinque.

    Fu allora che Bock si alzò di scatto sulle zampe, drizzò le orecchie, guaì con le mascelle serrate, poi cominciò a ringhiare sordamente e infine abbaiò così forte, che Pietro balzò giù dal letto, terrorizzato. Gli urlò più volte di smettere, poi, esasperato, gli assestò una pedata, che lo mandò a sbattere di peso sulla piccola libreria lì accanto. Alcuni libri si rovesciarono sul pavimento, aprendosi a ventaglio. Bestemmiò anche, Pietro, assestando un pugno sulla mensola del camino. Due foto di famiglia caddero a terra e il vetro delle cornici si sparse dappertutto, ridotto in mille pezzi. Ma Bock continuava ad abbaiare, correndo all’ impazzata dal letto alla porta e dalla porta al letto, nello sconcerto del padrone, ammutolito e immobile al centro della stanza. Finché gli si avventò addosso, azzannandogli  il braccio fino a farlo sanguinare e lo trascinò a forza verso l’uscio. Al colmo dell’ ira, Pietro lo spalancò, per far uscire all’ aperto quella bestia rabbiosa, che non riconosceva più.

    Era ancora immobile sulla soglia, quando ebbe la strana impressione che la lastra di pietra si stesse sollevando sotto i suoi piedi, mentre  un sordo boato, come di tuono, proveniente dal ventre profondo della terra, invadeva il silenzio oscuro della notte.

    Per un centinaio di secondi, lunghi come ore, la radura, le stalle, la casa sembrarono perdere ogni legame col terreno, che continuava ad oscillare come fosse un enorme tappeto scosso da mani gigantesche.

    Cadde a pancia in giù sul prato antistante la casa, mentre tutt’ intorno si mescolavano i rumori più diversi: il fragore assordante delle mura in pietra che si sbriciolavano alle sue spalle; lo scricchiolare delle assi del tetto, che si spezzavano e crollavano l’ una sull’ altra, quasi fossero bastoncini di un gigantesco shanghai, portandosi dietro le tegole spaccate, il comignolo con la banderuola di ferro, i vetri delle finestre. E in quel frastuono spaventoso, il muggito alto delle mucche e i belati disperati delle pecore nelle stalle, ripiegatesi su se stesse, come castelli di carte che crollano sul piano di un tavolo urtato sbadatamente.

    Un dolore acuto al capo gli incollò al suolo la faccia. L’ ultima immagine che gli rimase impressa negli occhi, spalancati dal terrore, fu quella delle cime dei monti, danzanti nella luce irreale della luna. Infine, su di lui e su tutta la radura caddero il buio e il silenzio.

    Si risvegliò che ormai l’ alba imbiancava il paesaggio. Sentiva la lingua umida di Bock che gli raschiava le guance e quel dolore acuto alla testa. Portò a fatica una mano nel punto di maggiore dolenzia e la ritrasse macchiata di sangue, già un po’ raggrumato. Gli ci vollero pochi secondi per mettere a fuoco l’ accaduto, mentre il ricordo di ciò che era avvenuto poche ore prima si stagliò chiaro e particolareggiato nella sua mente. Ebbe paura di voltarsi indietro a guardare, perché già immaginava cosa avrebbero dovuto vedere i suoi occhi. E infatti, non appena ebbe trovato la forza di guardare dietro le sue spalle, gli si parò dinanzi, ridotto in un ammasso informe di detriti, tutto ciò che aveva rappresentato per lui la vita: la casa in macerie e tra di esse, pressoché intatto, quasi una beffa del destino, il robusto camino con il pendolo bloccato sulle tre e trentasei; le stalle con la copertura crollata, e tuttavia ancora vive in quei muggiti che si levavano nell’ aria rarefatta dell’ alba. Bock gli stava accanto, gli leccava le mani, guaiva e abbaiava, rivolto alle stalle, come a dirgli che bisognava alzarsi da terra, farsi forza, soccorrere gli animali, liberarli dalle travi e dai detriti, rassicurarli coi gesti e con la voce, perché, dopotutto, erano vivi, come lo era lui, il loro padrone.

    E Pietro si fece forza, si rialzò da terra, disperato e dolorante, piangendo come un bambino, terrorizzato al pensiero del domani e del suo futuro, insicuro ormai su ogni cosa, solo con i suoi animali  in mezzo a tutta quella devastazione.

    Non aveva mai pregato né riuscì a farlo in quel momento. Ma nel frastuono assordante dei pensieri che gli invadevano il cuore e la mente, sentì, come se appartenesse ad un altro, la sua voce che ringraziava Dio per avergli lasciato il bene più prezioso, la vita.

    La distruzione che lo spaventoso sisma di  quella notte aveva provocato giù in paese e nei dintorni, le innumerevoli vittime, il dolore dei sopravvissuti, gli interventi della Protezione civile,  delle Unità cinofile e dei volontari, impegnati nei soccorsi, le operazioni di sgombero delle macerie e i piani di ricostruzione riempirono per mesi le cronache dei quotidiani, i notiziari, i dibattiti politici dell’ Italia e del mondo. Poi era iniziata la ricostruzione e con essa il reale ritorno alla vita, alla speranza di un futuro fatto di tranquilla quotidianità, di maggiore sicurezza, di tentativi più o meno riusciti di voltare pagina e iniziare un nuovo capitolo della propria esistenza.

    Da tanto dolore, forse, siamo usciti addirittura arricchiti dentro, pensò Pietro, accarezzando la testa pelosa di Bock.

    Forse, chissà, siamo diventati un po’ più umili, più consapevoli dei nostri limiti, più riconoscenti verso Dio.

    Forse   riusciremo, dopo questo immane disastro,   ad avere maggiore rispetto per l’ ambiante che ci circonda, per questa terra in cui viviamo, ma che non ci appartiene, che ci è data in usufrutto e che abbiamo il dovere di conservare per le generazioni che verranno.

    Forse riusciremo a dimostrare una maggiore umanità e una sincera compassione per il nostro prossimo, per chi è meno ricco e fortunato di noi, per gli animali, anche, che ci amano incondizionatamente, e che noi spesso non esitiamo a maltrattare e ad abbandonare.

    Tu, per esempio, non mi hai mai abbandonato, amico mio - disse rivolto a Bock, che pareva starlo ad ascoltare - Tu mi hai salvato. 

    Il vecchio tornjak agitò più velocemente la coda, preso da una sua qualche istintiva felicità, e gli leccò ancora una volta il dorso della mano rugosa,  poggiata sul bracciolo della robusta sedia a dondolo.

     

  • 25 aprile 2017 alle ore 14:14
    Il mio caro angelo

    Come comincia: Le guardo il culetto.
    E lei mi appioppa uno schiaffo.
    Perché?
    Non lo so, non di preciso.
    So solo che adesso mi guarda male. Si è messa di fronte a me con occhi di brace. Un bel ceffone, non c’è che dire. Non me lo sarei mai aspettato, non da una bella ragazza. Così giovane poi.
    Sono allibito. Forse è disgustata da me, da un uomo di quaranta anni che ha osato ammirare il suo lato B.
    Provo un po’ di vergogna.
    Non dico una parola.
    Le cinque dita mi bruciano la guancia.

    Dentro di me so d’essermela meritata la figura di merda.
    Abbasso lo sguardo, di brutto, contrito.
    Lei resta di fronte a me a testa alta. Il suo sguardo inquisitorio posso sentirlo penetrarmi l’anima.
    “Sai solo guardare? Parla!”, ordina lei.
    Non so che dire.
    Ho paura che mi molli un altro ceffone. O peggio, un calcio dritto sui gioielli di famiglia.
    Rimango muto.
    Faccio per sgommare via, ma lei mi stoppa subito ficcandomi la lingua in bocca.
    Mi bacia per un minuto buono.
    Non sono mai stato baciato con così tanto ardore. Fossi morto in quel momento sarei stato felice. Io baciato da un vero angelo.
    Raccoglie la mia mano nella sua gentile: “Andiamo”.
    Non ribatto.

    Come una coppia di innamorati camminiamo lungo via Roma. Poche parole.
    Si ferma davanti a un portone, quello di casa sua: “Sali!”
    Fa tutto lei. Mi spoglia. E poi si spoglia anche lei, in velocità. Niente inutili spogliarelli. E mi monta a dovere lasciandosi accarezzare il bellissimo sedere, perfetto. Una pesca di carne. Di amore. Di lussuria.
    Lo facciamo fra le lenzuola bianche, ansimando. Una unione carnale più che spirituale. Ma anche d’amore.
    Ci sbattiamo nell’amore perché lei ne ha voglia. Perché in strada io ho ammirato il suo culetto con desiderio non nascosto. Perché sia io che lei siamo soli, bisognosi d’incontrarci, di medicare la nostra solitudine.
    Con dolcezza baci, carezze e sesso.

    Solo dopo averlo fatto a lungo e ripetutamente prendiamo a parlare un po’ di noi. Lei ha lasciato il suo ragazzo, che l’ha tradita con un’altra. Io invece un cane randagio in cerca d’un po’ d’affetto.
    Ci raccontiamo le nostre storie centellinando un caffè caldo che lei, Sarah, ha preparato con la moka. Mangiamo fette biscottate spalmate di marmellata di fragole.
    Alla fine gli e lo chiedo: “Perché quello schiaffo?”
    Sarah arrossisce. Si è fatta bellissima, più di qualsiasi angelo delle mie fantasie.
    Un po’ imbarazzata risponde: “Ero incazzata, non con te. Non schiaffeggio gli uomini perché mi piace. Non sono quel tipo di donna lì… Ma ero incavolata e tu mi avevi guardato il fondoschiena”.
    “Mi spiace”.
    “Non c’è bisogno di dirlo. E’ naturale che un uomo guardi certe cose in una ragazza, purché non si spinga oltre se lei non ci sta”.
    Bella e intelligente. Diavolaccio, mi sto innamorando, proprio io che non ho mai creduto all’amore a prima vista.
    Devo osare: “Perché siamo qui?”
    Sarah si fa seria seria: “Perché sei un sognatore. Te l’ho letto dentro. E uno come te è sempre un uomo solo”.
    Rimango senza parole, accennando un sì con il capo. Nutro una paura terribile. La paura di perderla, perché adesso sì… Gli e lo confesso al brucio: “Ti amo”.
    Non mi aspetto niente. Ma non posso tacere. Le cose belle capitano una sola volta nella vita, se sei molto molto fortunato.
    Sono pronto a beccarmi uno schiaffone o una sfuriata tutta al femminile, con lacrime e strali di genuina repulsione.
    Sarah si avvicina a me, lasciando scivolare a terra la leggera vestaglia: “Ti piaccio?”
    “Sì”.
    “Perché?”
    Non ho bisogno di pensarci su, la risposta è nella mia anima che aspetta solo di essere liberata: “Perché nessun’altra mai ha capito così tanto di me”. Mi sfugge un colpo di tosse: “E perché ho capito tutto di te, con tutti gli errori che un uomo fa quando crede d’aver compreso l’anima d’una donna”.
    Gli occhi di Sarah si fanno dolci. Dolcissimi.
    … ho trovato Dio grazie a uno schiaffo.

  • 25 aprile 2017 alle ore 11:28
    Lo sguardo crudele

    Come comincia: - Il suo sguardo è la conferma di un giudizio prevenuto o la conseguenza di una delusione istantanea, causata dall'impressione delle mie fattezze, del mio aspetto?
    - E’ solo il mio modo abituale di iniziare un contatto.
    - Ma nei suoi occhi non c’era il distacco di chi ama sentirsi padrone, quel distacco che ora vorrebbe simulare, da pessimo anfitrione. Il suo aspetto contrasta totalmente con l’immagine che me ne ero formata, anche se già da tempo nutrivo un presentimento opposto che, peraltro, non mi impediva di raffigurarla, ogni qual volta il suo nome scorreva nella mia mente, sgradevole, bassa, tarchiata, con un biancore fra le tempie, allegrotta, petulante, irreprensibile, una donna ancora giovane che non suscita però nessun desiderio fisico. Forse soltanto il nome mi ha ingannato.
    - Mi lusingano le conclusioni che ne traggo.
    - Non è certo per lusingarla che ho sprecato il mio fiato, non ne ha alcun bisogno poi. - - L’ho fatto perché sono ossessionato dalla mia stessa immagine, perché sono stanco di essere tradito dagli specchi bugiardi. Lo specchio s’intende sempre col desiderio che ci pone dinanzi ad esso, diviene lo schiavo di tale desiderio e con esso si accorda per beffare l’obiettività della ragione. Mi rendo conto che questo svelamento trancia di netto ogni opportunità minima di raggiungere il mio scopo, perché lei ora o, per simpatia, cercherà di non sviare da quel binario uniformemente dritto che le sta nascendo in mente o, per accresciuta antipatia, corromperà col disprezzo le sue affermazioni.
    - Ne deduco che non avrebbe ormai alcun senso proseguire nel nostro strano dialogo, o meglio monologo, nato solo da uno sguardo comune col quale non credevo di scatenare un’eruzione, come dire, di energia repressa. Se vuole un consiglio franco, si faccia curare! E’ necessario che riacquisti la fiducia negli specchi, anche se spesso mentono; è necessario che eviti questo marasma di contorsioni mentali per un nonnulla, se non vuole continuare a farneticare all'infinito, senza sosta.
    - All'infinito?
    - Certo! Non conta il tempo nella pazzia. Se non ne è convinto, mi trovi una sola differenza tra l’infinito e il nulla. E’ inutile che si sforzi, non la troverà mai! A meno ché non si accontenti di banalità a se stanti, di presunzioni stupide senza alcun fondamento, di pregiudizi pur giustificati dalla prassi, una prassi che non guarda, rifiuta di guardare un centimetro al di là dei suoi stessi limiti.
    - Lo sa che mi sorprende? Non solo credevo che lei fosse immersa totalmente in questa prassi, ma che fosse anche contenta e soddisfatta di se stessa e dell’intero mondo che la circonda. Lo sguardo iniziale era allora una resistenza, un tentativo per evitare di invischiarsi nella rete! E nella rete c’è caduta, ahimè! Non appena ha effettuato lo strappo più violento. Mi dispiace, non era nelle mie intenzioni. L’odio che mi porto dentro non si nutre di violenza, perché non ne trae giovamento. Non la inganni il mio aspetto cinico: è una maschera che vorrebbe parlare a chiunque la scruta per dirle quanto il male e il bene siano indifferenti a quel volto che essa nasconde. Forse è la maschera del mio volto più vero. Non mi segue più? So dove vaga la sua mente attraverso la fissità dei suoi occhi. Si svegli! Mi creda, non servirebbe a nulla. Cosa vale un minuto di parossismo nei confronti dell’eternità degli attimi che si susseguono un istante dopo? Un minuto: ecco tutto il tempo che potrei offrirle! Un minuto di pazzia.
    - Potrebbe essere sufficiente.
    - Dove?
    - Qui, tra questa mezza porta socchiusa.
    - C’è andata molto vicina. Preferisco l’ascensore. E’ all'antica e ci impiega esattamente un minuto dal quarto piano sino giù in garage.
    - Ok.

    Ti prego non perdiamoci ora in quelle banalità di maniera, anche se questa volta non mentirebbero. Mi disturbano. Sto male dopo. Mi eccitano, vorrei sfogarmi, ma è meglio reprimerle, credimi. Zitta. Lo so, lo so, sii forte, sarebbe come masturbarsi. Dormi. Pensa invece a quel minuto in ascensore, ascolta il tuo corpo che freme ancora. Lo sento attraverso il raso nero. Respira calmo, come il mare di una notte d’agosto, paralizzato dinanzi ai fili di luce stellare che svaniscono nel suo seno e attende placido il mattino, il risveglio della luce. Ecco brava dormi! Non pensare a me. Per me è lo stesso parlare di carogne miasmatiche che asfissiano una cella di due metri quadri, dove due bestie umane si divorano per un pugno di merda. Fai bene a sognare, dolce creatura, lo vedo. Sogna, sogna più che puoi, sogna tutta una vita se ci riesci. Tutto il resto è sporco che presto intaserà i canali della tua fantasia docile. La fantasia reagisce con la merda, si trasforma e diviene un cane infuriato, cocciuto e sterile. Sogna, resisti, non destarti. Me ne starei una vita intera accanto al tuo corpo che dorme, nella lunga e dolce attesa di raggiungerti. Lascia che ti sfiori le caviglie con un gettito d’orgasmo tattile, che sale dolce su, con il raso, sino al pube umido e rigonfio di peluria morbida, un cuscino di mille fili d’oro in armoniche catene, e su su a divergere i due margini di seta, su in un letto di ventre sino al seno turgido di vita, appena corrotto da due verdi affluenti sanguigni che si snodano simmetrici, sotto i capezzoli a riposo, in un corto ventaglio di rami.
    Di quanti baci coprirei la tua bocca socchiusa! Più di quanti ne ebbe Lesbia da Catullo nella più lunga notte. Ma le mie labbra sarebbero veleno se uccidessero il sonno, che non so più a chi appartiene.
    E tu sei come un cucciolo adorabile che respira col pancino e s’accuccia con il muso nel risvolto dei calzoni.
    Sei una fatina celeste consapevole di essere rimasta vittima dei tuoi stessi incantesimi, ora che al mio fianco nuda mi sorridi.
    Ah, se ogni sguardo crudele celasse sempre un’estasi così piena, così densa di nettare divino, in attesa d’invadere chi la liberi dalla sua cella di cera, inviolabile nella sua delicatezza, ma fragile, anche se dipinta d’ingannevole cornice metallica.
    Ti stai spegnendo luce divina. Pian piano calano i tuoi larghi raggi e alla tua ombra rinforna la monotonia di sempre, la nuda realtà deprimente di un tappeto lurido di polvere.

  • 24 aprile 2017 alle ore 13:23
    La bocca piena di niente

    Come comincia: Ero rientrato da qualche ora dopo un lungo viaggio in macchina, feci una doccia veloce, riposai qualche minuto ed appena la luce cominciò ad ingrigire dalle fessure della veneziana decisi che era il momento di andare. Misi il mio precision del '72 nella custodia rigida e la chiusi solo dopo essermi assicurato che non mancasse nulla: accordatore, cavo, tracolla, muta di emergenza rotosound, plettri dunlop tortex 0.73 con la tartaruga. Caricai tutto e mi avviai in macchina verso la sala del concerto, il soundset music room. Una sala ricavata sotto un negozio di dischi a pochi passi dal centro, non lontano dai binari della ferrovia e dai capannoni delle poste centrali. Il colore dominante era il nero, lo erano le pareti, il pavimento, il palco. Quando arrivai il fonico aveva già finito di montare tutto, luci comprese, quattro teste mobili tipo wash con pannello 18 led. Dalla backline mancava solo il mio ampli. Mi aiutarono due metallari beccati sulle scale a scendere cassa e testata. Soundceck fatto in men che non si dica. D'altronde eravamo sei band, dieci minuti a gruppo per fare suoni e volumi, così come i cambi palchi durante la serata.
    Non mi sentivo molto carico ma il preserata passò liscio e veloce tra sei o sette rum e la dubstep del dj grassoccio e occhialuto. Non male il tizio!
    Comincia la prima band hardcore, il cantante supertatuato si dimena, la gente balla, poga e fa a spallate. Cambio palco e via la seconda band hardcore, il cantante supertatuato si dimena, la gente balla, poga e fa a spallate. Insomma mi accorgo che le band cambiano sul palco solo grazie ai loghi video proiettati alle loro spalle, ma tutto sommato non mi dispiace questo indistinto ruminare fatto di doppia cassa, bassi che sembrano chitarre e cantanti che urlano come maiali sgozzati. Nessun messaggio, nessuna distrazione, avanti un altro. Poco male, di ruminare in ruminare arriva il nostro turno. Mi trascino malconcio e brillo verso il palco, mi ci arrampico a fatica, imbraccio il mio _P, l'ampli è già caldo, infilo il jack, attivo il muff e farfuglio due parole sul quanto fossi felice di stare li, che odiavo i giornalisti venduti e la lega... le persone giù urlano, applaudono, non avevano capito nulla ma erano d'accordo. Cominciammo a suonare, le note e le parole uscivano da sole, impetuose come un mare in tempesta. Sudo. Devo spogliarmi. Due secondi per riprendere fiato ed asciugarmi con la maglietta già fradicia, un sorso di rum e via a raffica altri due pezzi. Ancora due parole sulla guerra e i violenti attentati che in quel periodo insanguinavano le strade di mezzo mondo e giù l'ultimo pezzo. L'adrenalina e l'alcol avevano totalmente invaso in mio corpo, mi sentivo annebbiato e confuso, ma maledettamente carico. Lascio il _P macchiato dal sudore al mio chitarrista che lo ripone delicatamente nella sua custodia, scendo dal palco senza usare la scaletta, un'ultima occhiata al basso quando qualcuno mi sussurra qualcosa all'orecchio “quante possibilità ho di infilarti la lingua in bocca stasera?”. La sua voce fu il primo suono a vibrare nell'amorfo silenzio di quella sorda oscurità, la prima scintilla di coscienza in quell'universo addormentato (cit). Mi giro, era lei, Lilith, bella e pericolosa come la guerra, irraggiungibile come un miraggio in pieno deserto. I lineamenti ribelli del suo viso erano eccentrici e sinuosi allo stesso tempo, incorniciati da un caschetto nero, unica nota il suo naso, grosso e storto, ma portato con una tale fierezza da sembrare scolpito dal miglior Sammartino in piena estasi da Cristo velato. Sempre mi ero sentito in difficoltà di fronte a lei, la sensazione che provavo era di disagio, sembrava scrutasse ogni mio pensiero come fossi sotto esame. Lei possedeva la qualità più sexy di tutte, la formula alchemica più arrapante che avessi mai sperimentato, l'intelligenza, lo era, e lo era sopra ogni media. Io lo percepivo a pelle. Balbettai qualcosa del tipo “non so, decidi tu”. Mi prese una mano e mi trascinò nei camerini dietro al palco, non ci vide nessuno, entrammo in uno dei cessi, mi baciò con foga, provai a sfiorare le sue minuscole tette, ma non ci riuscii, ero impacciato come mai prima, indossava un body infilato in jeans strettissimo e stivali tacco dodici forse. La mia cintura non oppose alcuna resistenza, si inginocchiò, mi tirò fuori il cazzo e lo agguantò tra le labbra. Non so esattamente quanto durò il tutto ma ebbi la sensazione che il tempo passasse velocissimo. Non capivo, lo desideravo ma non lo volevo. Era bellissimo ma lo detestavo.
    Finii per odiare definitivamente quell'incontro, così fugace, fatto di una effimera complicità e di un precario e finto interesse. L'unico lucido ricordo che ho di quel momento sono le parole con cui mi salutò “spero di non averti spompinato troppo bene, l'ultima volta il tizio a cui lo avevo fatto mi ha cercata per anni”.
    La chiamai nei giorni seguenti, volevo parlarle, non di quell'incontro, non di quel pompino, non mi interessava, volevo solo parlare con lei, ascoltarla, sentirne la voce, memorizzarla, amarla. Volevo perdermi sulle linee del suo volto, nella sua schiena e nelle sue parole. Si negò e da quel momento ogni volta che mi parlava la sua bocca si riempiva di niente.

  • 24 aprile 2017 alle ore 13:18
    Il progresso sì... ma va troppo forte

    Come comincia: Certo è che si viveva da bambini senza tanti stress come adesso.
    Ultimamente, però, e penso che sarà l’età, mi accade spesso di mettermi a letto la sera e di non addormentarmi subito e mi capita di pensare ai fatti miei e della mia famiglia e ai miei morti.
    Certe volte , anzi parecchie volte, vado indietro nel tempo a quando ero bambino, proprio ai primi anni della mia vita.
    L’altra sera mi è venuto in mente, parlando di un caro amico venuto a mancare ancora giovane, di come si viveva semplicemente e genuinamente a Melito, ma, soprattutto, al Paese Vecchio, quartiere a me caro, essendovi nato e avendovi vissuto l'adolescenza.
    Ai miei tempi di bambino, il Paese Vecchio penso fosse abitato da più o meno un migliaio di persone e le case (allora di meno) sembravano, messe tutte in fila, quasi tutte uguali. Ricordo che a mezzogiorno in giro non c’era nessuno perchè eravamo tutti a casa intorno alla tavola.
    Nella mia famiglia eravamo in nove e ogni giorno sembrava di essere in un asilo, tanto eravamo piccoli dato la differenza d’età minima.
    Dal mio prozio Costantino, lo zio di mio padre che aveva anche la stalla, d’inverno eravamo tutti dentro a sgranocchiare granturco, a giocare a carte, a riscaldarsi, perché allora faceva più freddo, oltre che con il braciere anche con il respiro del vitello e della capra che mio zio ogni anno pasceva per venderli alla fiera di Porto Salvo, allora la più grande del circondario melitese.
    Mio padre mi raccontava che tanti anni prima si era ricchi se si avevano due buoi e un cavallo, un carretto ed un carro per il trasporto dell’uva e del fieno che si vedevano ancora allora.
    Dalle parti di mio zio, i cortili erano quasi tutti uguali e noi bambini scorazzavamo in mezzo alle galline e talvolta anche ai conigli.
    Ricordo, con grande nostalgia, quando mio zio e mio padre e le sue sorelle preparavano il vino con l’uva della vigna che mio zio aveva in società con sua cognata, la zia Cata, come la chiamavamo, colona di una famiglia di Reggio della quale adesso non mi sovviene il nome.
    C’era allora tanta allegria ma anche un gran movimento e si lavorava duro; anche noi bambini, tantissimi tra io e i miei fratelli, i cugini del Belgio, di Gallarate e di Milano che scherzando e cantando, insieme ai grandi ballavamo sui grappoli, scalzi, nelle tinozze nel largo davanti alla casa colonica fino a notte inoltrata, mezzanotte, più o meno.
    E poi a lavarci le gambe con l’acqua calda a toglierci le bucce che ci rimanevano attaccate alle dita dei piedi, facendo un enorme baccano, di quanto ci divertavamo.
    La zia Cata, nel pezzo di terra che aveva in dotazione, seminava anche il grano, i fagioli, piselli, pomodori, patate: un po’ di tutto insomma.
    E non parliamo degli alberi di frutti di tutti i tipi che aveva e che per noi ragazzi erano la manna del cielo, certe volte attaccati agli alberi come le scimmie.
    La cosa che mi piaceva di più, a quei tempi, era che ci conoscevamo tutti, essendo in un rione e noi giovanissimi davamo del “voi” agli anziani con più rispetto di adesso, e se c’era una ricorrenza o un decesso di qualcuno, eravamo tutti presenti, “randi, riddhi e picciriddhi”, come si soleva dire allora con più frequenza.
    Era veramente un’altra cosa (rispetto ad ora che purtroppo non è più di moda) il fatto che ci conoscevamo tutti, ci davamo una mano l’un l’altro; ci si voleva bene, insomma.
    E che tranquillità, che pace e che cordialità, cose che un pò adesso vanno scomparendo ad una velocità impressionante.
    Ora, com’è sotto gli occhi di tutti, ci sono tutte le comodità. Ci si è arricchiti: cellulari, televisioni con parabole grandissime, computers, auto di lusso, eleganti ville.
    Anch’io quasi mi annovero tra questi, a parte l’elegante villetta ed un’auto sportiva invece che di lusso. 
    Ci sono più case, poche vigne, il vino c’è sempre, quattro banche, tantissimi negozi.
    Dove c’erano le stalle, lassù al Paese Vecchio, ora ci sono case nuove ed anche dei garage, da come ho notato ultimamente ed in più è stato, diciamo "abbellito", come il resto della città.
    Il benessere, se così vogliamo chiamarlo, rispetto ad allora, ha cambiato la fisionomia del paese e, soprattutto, della gente.
    Ho abitato in seguito al centro di Melito ed avevo notato che non eravamo più vicini come allora, neanche adesso per la verità e ognuno si faceva (e si fa) gli affari suoi.
    Stabilire s’è meglio adesso o allora? Mah! Non saprei.
    Io sono per il progresso, non esagerato tecnologicamente parlando, come ho detto, però ogni tanto ripensare ai miei e a tanta gente che tanto ha tribolato e lavorato mi fa salire un groppo alla gola e mi stringe tanto forte il cuore.

  • 24 aprile 2017 alle ore 12:42
    la sigaretta di mezzanotte

    Come comincia: dal mio letto si odono voci, rumori e schiamazzi a qualsiasi ora del giorno e della notte, ma quando alzo la tendina, accendo quell'ultima sigaretta, dal cuscino guardo il cielo stellato, tutto sparisce in una coltre di fumo e la mia roulotte sembra non avere più pareti

  • 24 aprile 2017 alle ore 12:13
    Memphis

    Come comincia: è sabato, è una bella serata, dalla finestra della mia stanza il semaforo lampeggiante illumina a pause alterne la strada umida, non fa freddo, qualche auto passa con a bordo le sue storie, io aspetto una persona speciale. Incurante della zanzara che mi passa davanti sfilo una cartina e fabbrico una sigaretta di tilbury rosso, l'accendo, faccio un tiro, poi un altro, a breve partirò per una nuova meravigliosa avventura, lascerò Memphis per andare alla volta di Memphis, forse tornerò, forse no, senza dubbio porterò con me, nel mio cuore, molte persone.
    Memphis è il posto dove sei ora e That's How I Got To Memphis parla di come ci sei arrivato.

  • 23 aprile 2017 alle ore 18:00
    Il prete giovane

    Come comincia: La conobbi che era ormai tardi: non avrei potuto far più nulla per aiutarla. Lei era stanca della vita. La strada, il lampione, l’incertezza: non reggeva più il peso delle notti e del darsi via a tutti, a uomini e donne, per danaro. Erano anni che faceva quella vita.
    Ed era ancora una bella donna, appetibile. Però gli occhi tradivano stanchezza infinita, e i clienti rimanevano schifati: non volevano avere a che fare con una che la dava via così, senza un minimo di finta partecipazione.
     
    Io ero un prete, giovane: nutrivo degli ideali, pensavo che la misericordia di Dio fosse infinita e che il mio scopo in terra fosse di aiutare le anime perse, anche quelle prostituite.
    Avevo finito di celebrare messa, quando la vidi. Compresi subito. Feci per avvicinarla, ma lei scomparì subito. Uscii lasciandomi la chiesa alle spalle, ma in strada della donna non c’era già più alcuna traccia. Rientrai. Avevo sentito parlare delle donnine allegre, ma ne sapevo niente in realtà. La vita l’avevo regalata a Gesù e alla castità: e la mia missione era quella di aiutare le anime a ritrovare la persa via. Tuttavia, in quel preciso momento, nonostante animato da una gran voglia di fare, devo ammettere che la strada la stavo perdendo io: ero eccitato, frenesia religiosa, apostolica, e un desiderio impuro che mi premeva fra le gambe portando angoscia al petto. L’avevo vista per una frazione di pochi secondi: era una donna bella, matura, bionda, alta, una madonna viziosa dagli occhi stanchi, profondi come un cielo di nuvole.
     
    Non lo terrò nascosto. Non la tirerò troppo per le lunghe. Subito, ecco, la confessione: lei è tornata, una due tre quattro cinque sei volte, e alla settima siamo andati a confessarci insieme, a letto. Non avevo mai ascoltato i peccati, così, con tanta determinazione nella carne. Il settimo giorno Dio si riposò, io no. Non mi ha rubato nella cassetta delle elemosine: voleva solo un povero cristo come me che l’ascoltasse e che facesse finta di asciugarle le lacrime con un fazzoletto nero. Amava che l’amassi gridando “Sodoma!”: le piaceva prenderlo lì, dabbasso. La figa non la smollava facilmente. Non le piaceva: troppo intimo, così si scusava. “Amami per quello che voglio io!”: così diceva, non si stancava mai di ripetermelo. A ogni occasione, fosse giusta o sbagliata. Era stanca come un cimitero. Affascinante come un cadavere seppellito da poche ore e subito riesumato per un capriccio di… Se di Dio o degli uomini, non è importante.
     
    Ora capite anche voi che non avrei potuto davvero far di meglio per lei. Marlene era bella. Era la fede. Un buco. Una solitudine. Una scopata. Era l’amore di Dio, e degli uomini, di quelli stanchi e sconfitti. Come prete non potevo chiedere altro. Perché allora mi sentivo in colpa? No, non era colpa quella che nutrivo in seno. Io non ero peggiore di quelli che se l’erano fatta prima di me pagandola e pestandola. Ero migliore: asciugavo le sue lacrime se non altro, le benedicevo e le bevevo.
     
    Non fu una relazione difficile come qualcuno potrebbe pensare: si era negli anni Sessanta e la società era troppo impegnata per preoccuparsi di me. Gli anarchici cadevano dalle finestre: c’era in giro troppa confusione perché qualcuno si occupasse d’un pretino e d’una puttana sulla quarantina che non poteva esser detta neanche ‘bocca di rosa’.
     
    “Quanti anni hai?”
    Lei, senza imbarazzo: “Ormai quaranta.”
    “Li porti bene.”
    “Me li sono fatti, bene o male. E’ diverso.”
    “Dove li trovi i tacchi alti?”
    “Non è difficile. Il diavolo, oggigiorno, fa pentole e coperchi. Si è adeguato.”
    “L’avevi fatto con un altro prete, prima di me?”
    “No. Tu sei il primo vergine che mi sbatto.”
    “Capisco. Perché proprio io e non un altro?”
    ”Avevi una faccia da coglione. Più degli altri.”
    “Avevo! Ed ora?”
    “Non sei troppo diverso dagli altri uomini.”
    “Però non ti pesto.”
    “Ho conosciuto uomini che mi hanno pestata a sangue e che mi hanno amata bene.”
    “Allora vorresti che anche io…”.
    ”Non sto dicendo questo. Poi, tu già sferri pesanti colpi di cilicio alla mia anima. Credi che non me ne sia accorta? Mi scopi, sì. Ma pensi sempre che sono una puttana.”
    “E’ quello che sei.”
    Cambiò discorso, su due piedi. “Mi dovrei depilare le gambe. Ce l’hai un rasoio pulito?”
    “Aspetta.”
    Le passai un rasoio di quelli usa e getta. Lo prese. “Leccami le gambe!”
    Obbedii. Leccai le sue gambe, fino alla sacra sacrestia. Più e più volte, fino a non avere più un solo goccio di saliva in bocca. In compenso avevo i coglioni pieni di sborra. Credo d’esser venuto almeno una volta mentre leccavo la sua pelle. Lei però non si fece scopare. Lasciò che la guardassi mentre tagliava via i biondi peli dalle sue lunghe gambe. Mi lasciò così. Non voleva il picciuolo del peccato né in culo né nella figa.
    “Ho goduto abbastanza mentre mi preparavi per la depilazione!”
     
    Messa la dicevo come sempre: i fedeli, pochi. I rossi, poi, quelli in chiesa non ci venivano manco morti. Non è che avessi molto da fare: ufficiavo, pulivo la sagrestia, raccoglievo qualche sdentata confessione, e il resto del tempo lo passavo con Marlene. Nessuno si era accorto di nulla: sarà stato perché lei era stanca e veniva ma senza vera partecipazione.
    “Quanto durerà?”
    “Il tempo necessario.”
    Non mi era piaciuta come risposta, troppo indeterminata: forse per poco ancora, o per sempre. C’era speranza. O misericordia.
     
    I giorni trascorrevano. Agli occhi dello specchio il mio viso appariva, giorno dopo giorno, più normale, lontano da quella castità che mi avevano insegnato in seminario. Ero una puttana, come tutti.
     
    “Credo che tu ne abbia avuto abbastanza di me.”
    “Perché mai?”
    “Ormai sei normale.”
    “Intendi forse dire che non ti eccito più?”
    “No. E’ che sono stanca. Lo ero già quando sono venuta qui.”
    “Questo lo so.”
    “Allora non c’è più ragione perché resti.”
    Ero triste, deluso. Perché se ne doveva (voleva) andare?
     
    Fu dopo che se ne andò e che non seppi più nulla di lei: presi a depilarmi le gambe, ogni settimana.
    “Amami per quello che voglio io!”: era diventato il mio motto. Lo ripetevo in ogni sermone. Ce lo mettevo dentro a forza, anche se era fuori contesto; e solitamente era sempre fuori. Non seppi aiutare né lei né me stesso. Ero diventato stanco, come lei, prima che me ne rendessi conto, veramente. Prima che accettassi la verità d’essere una puttana ma stanca. La stanchezza, questa la sfumatura sul mio viso che non avevo saputo cogliere allo specchio.
    Sono stato io, io a prostituirmi a lei.

  • 23 aprile 2017 alle ore 9:26
    Sogni divisori

    Come comincia: “Dei miei sogni tu non lecchi nemmeno le cornici” vorrei gridarle in faccia quando inarca quel suo sguardo di sufficienza. Sostiene di avermi sposato per pietà, lei, e lo pensa davvero. Ma confonde i termini. Si, anche quelli più comuni. Alcuni li confonde, di altri se ne forma un concetto tutto suo, completamente deviante. Non per spirito demiurgico, né per esasperato anticonformismo, ma perché è così che assorbe la sua mente. Non crediate sia una stupida, al contrario.
    Vent’anni fa apprezzavo questa sua caratteristica, la consideravo un vezzo originale, e le ore insieme passavano liete e veloci.
    A volte afferma di aver pietà persino di Dio. E lo dice seria, quasi con disprezzo. Chi è Dio per lei? Forse un insetto alato che ci segue ovunque e non muore mai, non annega in litri di insetticida pestifero, che ci turba il sonno di notte e ci infastidisce la quiete nell’olio lucente sotto il sole d’Agosto? “E’ lui che ha creato il mondo?” le chiedo “Perché no?” è la sua risposta. Poi sorride, beve un sorso dal mio whisky e corre via dalle mie ginocchia, va a tuffarsi in piscina.
    Quando ho smesso di compiacerla, ho tentato invano di scoprire la sua logica. “Dovrà pur seguire una dannata logica, per quanto bizzarra” dicevo a me stesso studiando le sue frasi assurde, quegli accoppiamenti isterici, assaporando la gioia di averla in pugno, una volta scoperta la chiave. Ma, o logica non ha, oppure è mia la colpa e dunque, continuerà a volare libera con quel suo battito per me incomprensibile e per giunta fastidioso.
    Non posso fare a meno di riferirvi le nuove di stamane. Ha definito il rumore del martello pneumatico come “soave armonia di ricotta che ingolfa”. La mia pelle al tatto le sembra “acqua che non muore e scorre maculata in un cantico ancestrale”. I colori “forme danzanti che serpeggiano in estasi disgiunte”. L’odore di cipolla nel sugo “fumo gaudente sugli zigomi lunari”. Bo! Sarà l’incarnazione di un simbolismo rozzo, di un ermetismo estremizzato a tangere i confini della follia, o del nonsense, fine dunque a se stesso, barriera impenetrabile per mantener celato il vuoto, che fa male e sarebbe distruttivo se lasciato libero di attrarre occhi estranei. Ma questa è un’interpretazione fin troppo personalistica, tipica di un certo moralismo critico, puntuale nella sua logica associativa, analitico nel filtrare persino l’incomprensibile dal comune denominatore del proprio metodo. E ciò è senz’altro un limite allo sforzo di capire il diverso da se, anche se a volte è bastevole a sostenere un placido armistizio autoipocrita, che dirige senza attrito alla noia, veicolo a sua volta di autocritica. No, il diverso da se non è per niente chiuso. Inutile la ricerca di una chiave nel groviglio tintinnante. Diversità vuol dire vita. La chiave che cerco serve per aprire i cancelli del mio carcere, che ho eretto io stesso, credendo che le sbarre fossero della stessa mia pelle. Comunque sia, quella maledetta chiave non la trovo. Mi chiedo: “Perché persistere nella ricerca, quando potrei saltarlo quel cancello, o farlo scomparire con la bacchetta di Morgana?” Ma è troppo alto e il cielo con me non è mai stato prodigo. E a questo punto del discorso, tutto stringe verso un passo inevitabile: il suicidio.
     
    Qualunque Nostradaminus l’avrebbe previsto. Non poteva durare fino alla fine la nostra pur strana relazione. Gli ideali erano puri, ma il marcio era già trapunto nelle ossa, anche se invisibile vent’anni fa. Bella idea fu isolarsi dal mondo in questa reggia! Prima di incontrare lei ero rassegnato ad accettare la solitudine imposta dal mondo alla mia diversità. Forse ero io a condannarmi diverso – ma le condanne che contano sono quelle a cui crediamo – a vedere il mondo come una putrida marea. Gli altri non erano individui, ma gli addendi di una massa uniforme.
    I suoi discorsi mi folgorarono. Usava i miei stessi concetti, le mie parole. Era come guardarsi in uno specchio: due gocce d’olio in un oceano. Lei poi intercalava qualche suo vezzo, per non concedermi la fine di Narciso.
    La sposai subito, quella sera stessa. Similia similibus curantur. Eravamo troppo simili nell’intimo, quindi, per non morire di noia, ci imponemmo una diversità forzata. Quel compito lei lo ha assolto con troppo zelo e probabilmente non ci incontreremo più.
    Avremmo dovuto considerarla un’illusione leggera, di passaggio, darle un morso energico che ci guarisse entrambi, senza ingozzarci sino al vomito, senza scoprire il marcio di proposito e ostentare al palato la freschezza.
    Neanch’io ho retto e ora la odio. Vorrei che scomparisse. Ma è sempre presente in ogni attimo di vita. Dove ci conduce l’amore, l’odio, la sopportazione, verso qualcuno che crediamo pazzo?
    Attento!
    Il carro di mimose trasmuta blandizie nell’uragano fetido. Durante un lungo sguardo di porpora, la linfa ci esclude dai pori lavosi e scende in un golfo di panna, che inchioda la gola di un rettile.
    Onde di melma dorata trascinano trucioli ardenti nel sacro e sfondano il battito assurdo di ghiande policrome, forate dall’ozio solenne di un’unghia di pollice. Basta un’ipotesi e tutto s’incrina ed assume il fetore dell’asma. Ma è solo un forzato capriccio, un inutile sfogo di piaghe, che gli occhi trapiantano in mare.
    Sul cuore di note solari il vento non osa trascendere avanzi di china, non sputa diritto sul tempio che incaglia le ali assassine.
    Un patibolo è appeso alle pale di un pino, legato coi ricci sfibrati di cagne. Le pale rimuovono l’afa e una danza uniforme di spighe accerchia ribelle quest’oasi di pianto lubrico. I cirri soltanto son fermi nel vuoto. Ancora un deserto di frasche, e il candido volo di puerpere esauste si sfrena nel tasto estroverso.
    Un galleggio di bitte erompe sul quadro fregiato da strenne pendenti.
    Il sonno allontana la morte, ma quella riemerge dall’ora più fresca. La luce! La luce si accende, la luce sul volto che brucia, avanza la luce e, come una voce superba, tuona la fine…
     

  • 23 aprile 2017 alle ore 8:17
    Colori d'Autunno

    Come comincia: Fin dai primi nostri viaggi in Valle d'Aosta Mario mi aveva fatto notare come il paesaggio cambi repentinamente a Quincinetto dove si entra in galleria in un panorama di pianura, e all'uscita dalla galleria improvvisamente si apre la valle con le sue montagne che gettano la loro ombra fin sull'autostrada. Molto più vicine e selvagge a sinistra, più lontane a destra dove i paesi si susseguono numerosi lungo la strada statale che conduce ad Aosta. Anche quel mattino d'autunno del 1984 percorrevamo in auto l'autostrada e sapevamo quale sarebbe stato lo spettacolo all'uscita dalla galleria. E lo spettacolo della natura era veramente sconvolgente, mai come quel mattino avevo guardato i colori venirci incontro, i colori delle foglie degli alberi e di tutta una vegetazione selvaggia e incombente che ci offriva tutte le tonalità del giallo, del verde, del marrone, del rosso. La natura ci avvolgeva nella sua meraviglia e ci lasciava silenziosi e ammaliati. Ma quella mattina c'era qualcosa d'altro che percepivo nell'abitacolo, qualcosa che assomigliava al dolore, all'angoscia. Il silenzio di Mario era diverso dal solito, era un silenzio che mi obbligò a spostare lo sguardo verso di lui. E lui aveva gli occhi, quei suoi occhi così particolari, pieni di lacrime.
    Cosa c'è, Mario cosa c'è. Non mi rispose subito, ma poi...Sto pensando che non vedrò più tutto questo. Non potevo aiutarlo, non c'era niente che potessi dire perché anch'io sapevo che era vero. Ormai gli attacchi di angina erano quasi giornalieri e ho ancora nelle orecchie il rumore delle pastiglie di trinitrina che teneva sempre in tasca. Non c'era davvero niente che potessi dire, e così mi limitai ad accarezzargli un braccio, arrabbiata per la mia inutilità, la mia impotenza.
    La nostra auto continuò il suo viaggio lungo l'autostrada, accarezzata dal tiepido sole autunnale, e, a tratti, dall'ombra delle montagne. Montagne all'improvviso tristi, colori all'improvviso sbiaditi.
    Per Mario non ci fu un altro autunno.

  • 21 aprile 2017 alle ore 7:32
    Odio il color celeste

    Come comincia: “Che ne dici di questo celeste?”
    E' la voce della mia compagna che mi scatena un'angoscia profonda, un'eco che ha degli anni, una ferita infantile. I bimbi, che noi, spesso sottovalutiamo nella loro immensa intelligenza, sono esseri che nel loro cervello possiedono già tutto, intuizione, senso estetico, giudizio. Avevo cinque anni e convivendo con una moltitudine di parenti in una grande villa, a Serravalle Scrivia, sfollati per i bombardamenti di Genova, i miei giudizi su ognuno di loro, restarono intatti per tutta la vita. Li avevo capiti, conosciuti profondamente a cinque anni! Torniamo al color celeste: un' angoscia. Ho un quadro sfumato, mancano volti, ma sento voci attorno a me. C'è luce. Deve esserci in programma una festa importante, se siamo venuti in paese dalla sarta Cipollina (quanto mi piacque questo nome da favola), una ragazza svelta, allegra, che si aggira nella luce di una stanza, tra stoffe e spilli. Sino allora era stata nonna Amina a cucirmi i vestiti, con ritagli di stoffe in disuso. Lo faceva per tutta la famiglia. Non ricordo, vi dicevo, l'importanza della festività che ci attendeva. Ma penso che con me ci fossero tutte le donne giovani di casa, mamma e sua sorella Maria, a giustificarne la singolarità. Anche loro avevano prove da fare. -“Ora, la camicetta di Lucio!”- La vedo ancora, dopo sett'anni! Ne ricordo il colore, quel celeste sbiadito, da manico di spazzolino da denti, il tatto rugoso, quella plasticità cartacea, che si poteva modellare. -“E' organza, organza, che lusso, Lucio!”- Sono già in dubbio atroce. Mi viene fatta indossare con cura da Cipollina. -“Guardatelo come è carino!”- Sento di defilarmi da quel complotto. Le maniche, corte, a sbuffo, mi impediscono di stringere le braccia al torace. Mi sento goffo. C'è uno specchio a riflettermi a mo' di paggetto da favola. -“Così, tienle un po larghe le braccia, altrimenti, si rovinano gli sbuffi”. Quanto è carino Lucio!”. - Provo un senso di odio generico per quella costrizione.

    Ad un'analisi del mio disagio, che ancora provo, mi affascina il senso estetico e soprattutto l'appartenenza ad una mascolinità, che non è poco, per un bimbo di cinque anni.