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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 aprile alle ore 20:08
    Il banderillero

    Come comincia: José Luis aveva provato a fare l’espada in due occasioni, ma la critica fu sfavorevole e le sue ambizioni vennero meno. La rivista Fiesta, diffusa nell’ambiente della tauromachia in Estremadura e in Andalusia, aveva in una cronaca additato Josè Luis come un torero affetto da “inutile barocchismo”. Non ho mai capito, in verità, quale fosse il significato di queste parole, ma per Josè dovettero essere decisive per abbandonare ogni velleità di imporsi come matador. Come banderillero era invece considerato tra i migliori e ancora, a trentasei anni, mantiene il suo prestigio. Privilegia la modalità “de frente”, la più rischiosa, lui è velocissimo e,  puntualmente,  le banderillas,  infisse sul dorso del toro, scendono a destra e a sinistra con simmetrica precisione, riuscendo puntualmente a entusiasmare gli appassionati più competenti.  
    Alejandro lo ha voluto nella quadriglia e questo è stato un vantaggio anche economico, perché Alejandro con la sua squadra, nonostante la grave crisi della tauromachia, è  molto richiesto dagli organizzatori delle sagre, dove è ancora permesso la corrida de toros.
    Josè è un uomo riservato, molto serio, virile, ma umano e tollerante. Non gli ho mai sentito, per esempio, una parola di biasimo o di rancore verso gli abolizionisti e verso i più accesi sostenitori della corrida come spettacolo di barbarie e criminalità, negando in toto ogni dimensione artistica ed ogni radice storico-culturale. In quel mondo Josè è un protagonista, ma senza mai raggiungere la spavalderia e il fanatismo o il compiacimento per i suoi indiscutibili successi. Gli sono amico anche per questo. Ho conosciuto Luis anni fa, tramite alcuni amici americani al seguito di Orson Welles, e via via ho avuto modo di stimarlo e volergli bene come un fratello. 

    Luis Josè ha un segreto che nessuno deve conoscere, nemmeno la sua donna, Maria Pilar, che gli ha dato una figlia bellissima: è stato colpito dal cancro ai polmoni. Io sono l’unico che è a conoscenza del suo dramma e lo accompagno, due volte la settimana, di sera, in macchina nella villa (a dodici chilometri da Malaga) del professor Morales Ortega, che, segretamente, lo cura con i protocolli della chemio. Se si venisse a sapere del suo male, Josè entrerebbe nel cono d’ombra e uscirebbe certamente dal giro. Il professore  mi ha detto che uscirà comunque dal giro in poco tempo, anzi uscirà dalla vita stessa, perché le probabilità di salvarsi sono meno di zero.
    Ortega sostiene che sia un dovere professionale dire la verità al paziente. “Noi dobbiamo tentare tutte le strade – dice - per guarire o ridurre il dolore, ma non possiamo ingannare i malati e creare illusioni. Io invece penso che sia una barbarie spegnere una fiammella di speranza a quest’uomo coraggioso, che lotta eroicamente e scende nelle plazas de toros sotto l’effetto di forti sedativi.  
    Ottenere il silenzio del professore sulla imminente morte del mio amico non è stato facile, ma  ho molto insistito e alla fine, mugugnando, mi ha accontentato.
    Eccolo José Luis! Compare in fondo alla strada, con la sua caratteristica andatura agile ed elegante. lo stavo aspettando da un paio di minuti  e mi chiedevo se lo avrei visto anche quella sera, me lo chiedo ogni volta, nei nostri appuntamenti per la visita, con commozione e un atroce nodo di pianto alla gola.

  • 30 aprile alle ore 9:57
    GLI ICONOCLASTI DEL SESSO

    Come comincia: Alberto non era più giovanissimo (per usare un eufemismo) e poi in quanto a malattie…Un suo amico medico romanogli aveva detto: “Arbé, famo prima a le malattie che nun c’ihai che quelle che c’ihai!”  informazione poco confortante oltre che presa per i fondelli, belle notizie per un vecchio tombeur des femmes settantenne purtroppo quasi a risposo! Sul suo sito aveva scritto. ‘Sono nonnobomba che mangia, beve e talvolta tromba!’ Con quel ‘talvolta’ aveva cercato si salvare la fama di ‘fucker’. Ricordava quante gaffes aveva volutamente commesso col suo spirito, la più rilevante quando, alla facoltà di architettura sulla lavagna aveva scritto: ‘Il  culo è architettura’ solo che l’insegnante femmina era brutta, antipatica, presuntuosa a soprattutto piatta! Richiamo orale da parte del Rettore dell’Università che lo aveva in simpatia che se si era fatto delle matte risate, ufficialmente non poteva tollerare quell’aforisma fuori posto. Ma non era la prima volta che il buon Alberto si faceva richiamare dagli insegnanti: allorché frequentava il terzo liceo classico in un istituto religioso di Roma si era esibito con: ‘Il culo? È la vagina dei cattolici!’ Inutile dire la buriana che aveva innescato, cacciato in malo molo dalla scuola, per evitare guai  agli esami di Stato aveva cambiato città beccandosi i rimproveri di mamma Adele ma con qualche sorriso di papà Armando fervente ateo. Alberto anche da anziano aveva mantenuto il suo studio di architetto in via Condotti a Roma, aveva pochi clienti perché non aveva molta voglia di impegnarsi in progetti importanti, il suo studio era frequentato da ragazzi e ragazze iscritti alla facoltà di architettura che andavano a prendere lezioni dal vecchio maestro apprezzato anche per il suo spirito romanesco. Aveva un po’ lo stile di Vittorio Gasmann che si era esibito con questo aforisma: ‘Il sesso, le cosce, due belle chiappe ecco la vera religione, la sola idea politica, la vera patria dell’uomo.’ Alberto enunciava con enfasi sacri principi dell’architettura prendendo in giro anche se stesso, per far scena nello studio vestiva come quei pittori impressionisti dell’ottocento francesi tipo Degas o Manet. Talvolta non rientrava a casa in via Merulana, dietro lo studio aveva fatto approntare un letto ed un bagnetto che in passato erano serviti per…ora quasi solo per riposare, Alberto non era nato per fare il vecchio! Per sua fortuna le testa ancora ‘gli reggeva’  ed i suoi insegnamenti erano apprezzati dagli allievi, lui invece avrebbe apprezzato le grazie di qualche allieva particolarmente procace! I genitori di Alberto  provenivano  da Jesi una cittadina in quel di Ancona. Era nato in quel centro marchigiano dove il padre era direttore di una banca, aveva studiato al liceo classico sino alla quinta ginnasiale poi si era trasferito a Roma con la famiglia. Un giorno, per festeggiare il 71° compleanno gli venne in mente di intraprendere  con la sua  Stelvio Alfa Romeo un viaggio superando le montagne dell’Umbria per approdare nella città del Verdicchio. Nell’albergo ristorante in viale della Vittoria dove aveva preso alloggio quotidianamente apprezzava saporiti piatti a base di pesce ‘innaffiati’ dall’eccellente vino locale, a Jesi non aveva più parenti dei suoi genitori. Una mattina entrando nel bar Bardi, il più grande e lussuoso del paese vide seduta ad un tavolo una ragazza che assomigliava moltissimo ad una sua compagna del liceo classico, certa Rosanna con cui aveva amoreggiato ai tempi della scuola. Con la faccia tosta di cui era  provvisto si avvicinò al tavolo e:”Mi presento, sono Alberto a suo tempo compagno di liceo di Rosanna, lei le assomiglia in maniera notevole, dovrebbe essere sua figlia.” “Si accomodi, Rosanna è mia nonna, io sono la nipote Matilde, mia madre si chiama Mirella.” Alberto rimase basito, aveva saltato una generazione, dimostrazione della sua sopraggiunta vecchiaia, rimase muto in  piedi sinché Matilde: “Si accomodi, mi faccia compagnia, aspetti faccio una telefonata e si allontanò: “Nonna sono da Bardi, per te una sorpresissima, vieni subito!” “Vedo cha lei ha già consumato, cameriere per me  un Campari Soda.”  Dopo un quarto d’ora: “Mirella vedo che sei in buona compagnia, mi presenti il signore?” “Alberto riconobbe Rosanna, anche se ovviamente invecchiata ancora portava i segni dell’antica beltade, era elegantissima in un vestito spezzato rosa e nero. Un po’ di imbarazzo da parte dei due poi Matilde: “Vi lascio soli avrete tanto da raccontarvi!” Alberto e Rosanna si guardarono a lungo negli occhi, era passato un lungo lasso di tempo, con la mente stavano passando in  rassegna i momenti passati insieme. A scuola erano compagni di banco, fuori, entrando nel portone di casa di Alberto si scambiavano qualche bacio appassionato ma tutto finiva lì, oggi…Alberto parlò per primo: “Mi sono sposato ed ho divorziato dieci anni addietro, assoluta incompatibilità di carattere, me la sono spassata con femminucce varie senza impegni sentimentali, ho svolto la mia professione di architetto, i miei progetti andavano quasi tutti bene, solo qualche ponte cadeva…” “Non hai perso il tuo spirito salace, ti ho pensato tante volte, la mia vita non è stata fortunata, mio marito Gennaro in associazione col cugino Gianni erano titolari di una fabbrica di macchine agricole e di strada. Purtroppo Gianni morì per un tumore e mio marito per un ictus, era grasso ed amava troppo il bere. Mi sono trovata sperduta con una fabbrica sulle spalle, non mi sono persa d’animo, ho radunato i capi reparto della fabbrica ed abbiamo deciso che avremmo diviso i guadagni a secondo delle entrate, tutti furono d’accordo altrimenti ci sarebbe stato un fallimento con conseguente licenziamento collettivo. Il bilancio sino ad ora è stato positivo. Nel frattempo era nata Mirella che già da piccolissima girava per la fabbrica coccolata da tutti specialmente dalle operaie. I figli saranno pure ‘pezzi ‘e core’ ma danno grandi preoccupazioni. Mirella a diciotto anni rimase incinta, l’interessato, tale Settimio non poté legalizzare la loro unione, era sposato, fra l’altro i componenti della sua famiglia e quella della consorte erano molto religiosi ed alcuni apparentati alla curia locale, conclusione la piccola Matilde ha il mio cognome. Ci sarebbero tante altre cose da raccontarti ma per ora…”Rosanna prese una mano di Alberto, dinanzi a quei ricordi si era commossa, una lacrima sul viso subito rimossa, Rosanna era stata ed era tuttora una dura. “Cara che ne dici se andiamo a pranzare al mio albergo in viale della Vittoria, prima passerò dal mio amico Giorgio produttore di Verdicchio.” Con Giorgio altra grande commozione, erano pari età ed anche lui aveva avuto problemi dalla vita, Giorgio non volle accettare l’invito a pranzo, capì che non era il caso. “Cara fa onore a stó piatto cappelletti ed anche al  brodetto, è favoloso, se non ricordo male sono afrodisiaci!” “Non sei cambiato, sei il solito…mi stavo domandando che tipo di vita avremmo condotto se ci fossimo sposati.” “Gros baise!” “Stai parlando con una signora!” “Con me saresti diventata una signora mignotta!” “Ho capito,  con la vecchiaia sei peggiorato ma mi piaci lo stesso, durante la mia vita ho avuto vicino solo uomini pedissequi, pedanti e niente affatto divertenti, tu riesci a farmi sorridere.” Allora ti recito il detto francese: ‘Femme qui rit est dejà dans ton lit!” “Io rido senza andare a letto…scusa sono una bugiarda, vorrei abbracciarti, il nostro incontro ha cambiato qualcosa in me, andiamo in camera tua, non voglio farmi vedere in casa da mia figlia e da mia nipote.” In bagno ognuno mostrò all’altro i segni della vecchiaia, ne risero abbracciandosi a lungo sul letto sin quando Alberto si appropriò della gatta di Rosanna e del suo clitoride portandola ad una orgasmo prolungato che lei aveva completamente dimenticato, stavolta la signora non riuscì a fermare le lacrime, erano di gioia. Passato il pomeriggio si fecero portare la cena in camera, una sostanziosa mancia fece dimenticare la loro presenza al  cameriere che si allontanò con tanto di inchino. “Cara Mirella sono ancora in compagnia di Alberto, voi due mangiate pure non so quando ritornerò.” “Mammina sei fuori allenamento, non svenire altrimenti dovremo portarti in ospedale!” Rosanna inaspettatamente rispose con una frase in inglese: ‘daughter of the bictch’ cosa che non era nel suo stile, fra l’altro aveva classificato se stessa in maniera volgare! La mattina Alberto fu svegliato da un fastidioso raggio di sole sul viso, guardò l’orologio erano le dieci. Sul comodino un biglietto da visita di Rosanna con tanto di numero del cellulare. Rimessosi in piedi, presentabile, mise sul satellitare dell’auto l’indirizzo della villa di Rosanna al Cavallotti, giunto dinanzi al cancello si appalesò un pastore tedesco particolarmente incazzato che latrava alla grande. Si era avvicinata Matilde che preso per la collottola il cane: “Tralla non fare casino il signore è un amico!” Pareva che la cagna avesse compreso le parole della ragazza. Aperto il cancello e sceso Alberto dalla macchina, Tralla prese ad annusarlo ed a scodinzolare. “ “Sta puttana, prima fa tanto di casino e poi…” “Nipotina non consideri il fascino profumato dello zio Alberto!” “Daremo il tuo nome ad un profumo per cani!” “Penso che dovrò spazzolarti il popò, con me non si scherza!” “Nemmeno con me so benissimo fare una cravatta!” Alberto ricordò,  la cravatta era una mossa di judo particolarmente pericolosa, in America aveva provocato la morte di uno judoca  ma non volle darsi per vinto. “Io indosso solo cravatte di classe, quelle disegnate da maestri napoletani, tu?” “Quelle insegnatemi da Nerina la mia maestra di fitness, quella che sta venendo verso di noi.“ Alberto la osservò: circa quarantenne, altezza nella media, robusta, capelli corti, faccia quadrata,  cipiglio duro, l’architetto capì subito di che ‘razza’ si trattasse, meglio averla amica. “Gentile signora, Matilde mi stava magnificando le sue doti ginniche, forse anch’io avrei bisogno di qualche lezione, dove si trova la sua palestra?” “Dopo un attimo di perplessità Nerina: “Non sono sposata, la mia palestra si trova all’Appannaggio’ tra via San Martino ed il Corso, quando vuole a disposizione.” Nel frattempo era giunta Rosanna: “Matilde sta attenta a Tralla, non vorrei…” “Ma quando mai, sta mignotta non fa altro che strofinarsi col tuo amico!” Tutti in giardino a godersi il fresco che pian piano stava scendendo dalle vicine montagne. Alberto era su di morale e si esibì in una battuta: “Sono in netta minoranza quattro a uno, chi passa dalla mia parte?” Rosanna: “Penso che resterai in minoranza, in tutto il mondo le donne sopraffanno in numero i maschietti in tutti i campi anche perché i signori uomini, sin dall’antichità si distruggevano la vita con le guerre invece di impegnarsi in pugne più piacevoli con le legittime o illegittime consorti!” ”Sei una scoperta, una femminista, solo che la situazione non è come tu la descrivi, ora i maschietti cucinano, lavano i piatti, cambiano i pannolini ai figli, talvolta anche lavano e stirano…” “Tutte fantasie, io non ne ho mai conosciuti di quella razza che tu descrivi e poi, sinceramente preferisco l’uomo che non deve mai chiedere!” Res cum ita sint, usando un termine siciliano ‘mi arrunchio’ ed alzo bandiera bianca,  sento un gorgoglio nel mio pancino che ne dite di…” Sistemato il pancino  di nuovo tutti in giardino col profumo del tabacco proveniente dalla pipa di Alberto. Nerina: “conosco questo tabacco è un Latakia siriano, lo fumava una mia amica.” Nessun commento, peraltro inutile, come si dice in gergo ‘tutti sapevano di tutto.’ Alberto capì che ‘il gatto sarebbe rimasto senza trippa’, salutò la compagnia e fece ritorno in albergo. Qui una sorpresa, incontrò un deliziosa ragazza vestita da cameriera: “Signore la vedo solo soletto, ha bisogno di un pó di compagnia?” Alberto maledisse la sua vecchiaia e: “La ringrazio ma sono stanco.” Pensiero della baby: Sei vecchio e non ce la fai più!’ Alberto si era accorto che Nerina, di sottocchio l’aveva osservato a lungo, si mise a ridere, era diventato il bersaglio di un omo donna, forse era stata solo un una sua impressione. La mattina dopo alle dieci bussò alla porta della palestra, dopo un po’ comparve la titolare, scapigliata e ancora sonnolente. “Cara apri gli occhi belli…” “Gli occhi belli avrebbero preferiti restare chiusi per un’altra oretta…dato che sei qui entra, vado a farmi un caffè, lo preparo pure per te.” La donna era sparita in fondo alla palestra dove c’era un mini appartamento. Alberto aspettò a lungo, la signorina si presentò  più rassettata e con i due caffè in verità deliziosi. “Sediamoci  sul divano, ieri mi hai incuriosito, di uomini non ne capisco gran che ma tu hai qualcosa che attira…chiudi gli occhi e, se ti va  accetta le mie avances. ‘Lo sventurato rispose’, Nerina prese possesso del suo corpo iniziando dal viso sino a i piedi, lunghi baci, piccoli morsi eccitanti, graffi forse questa era la sua tecnica con le femminucce? Fatto sta che ad Alberto ‘ciccio’ cominciò ad innalzarsi come non succedeva da tempo, destinazione finale una gatta dalle pareti robuste forse per  troppo allenamento! Poi avvenne l’imprevisto, l’imprevisto che si associa alla logica azione reazione che può cambiare il finale di ogni storia. Dinanzi ad Alberto ed a Nerina era comparsa Matilde che impallidì…senza pronunziare verbo sparì dalla circolazione, quelle erano corna anche se effettuate con un maschietto. Alberto restò ancora un po’ in ‘cocchia’ come si dice in dialetto marchigiano poi pian piano ‘ciccio’ si ritirò come pure il titolare. “Ciao cara, questo è il mio biglietto da visita, qualora dovessi venire a Roma…”un bacio come finale. Alberto preferì pagare il conto in  albergo, salire sulla Stelvio e prendere la via della capitale. Si fece guidare dal navigatore satellitare, la solita voce femminile gli suggeriva il percorso. Ad un certo punto dal telefonino uno squillo e dopo una scritta anonima: “Buon viaggio!’ L’autrice era evidentemente Rosanna che, ancora una volta aveva dimostrato la sua signorilità. L’arrivo di Alberto in via Margutta fu motivo di una festa fra tanti maschietti e femminucce affezionatissimi all’architetto il quale  commosso  abbracciò le ragazze, del sesso femminile ‘particolare’ aveva un ricordo …particolare.

  • 30 aprile alle ore 9:30
    Il duro mestiere di cognato

    Come comincia:  
    Più che un mestiere la definirei una missione, la missione del
    cognato. Che mestiere è quello del cognato? Il più duro del mondo,
    a mio parere. Scordatevi i luoghi comuni: i minatori, gli
    scaricatori di porto, i camionisti, gli infermieri al tempo delle
    pandemie, tutte balle. Il mestiere più faticoso è il mio, ne
    volete una prova? Prima le presentazioni, come da etichetta:
    Alberto da Roma, primogenito di sei figli, l’unico di sesso
    maschile all’anagrafe. Provate a immaginare cosa significhi
    crescere con cinque sorelle cinque, al tempo della dittatura del
    matriarcato. Eppure sono sopravvissuto, anche se per farcela ho
    dovuto mimetizzarmi con l’ambiente, imparare l’arte della cucina,
    del trucco e del parrucco e specializzarmi in chiacchiericcio e
    gossip. E sapeste quanto m’è servito!
    Poi le sorelle hanno raggiunto l’età da marito. Tutte da dieci in pagella come bellezza, per passare il tempo nelle serate d’inverno di tanto in tanto si organizzava una sfilata, una Miss Italia in salsa familiare, un concorso di recitazione. Non ricordo quando ho deciso di fare il cognato a tempo pieno: non so nemmeno, anzi, se posso esibirlo come mestiere sul biglietto da visita.
    Cognato di Tizio e Di Caio, di Sempronio, di Gianfranco e di Antonio: le feste di famiglia vanno convocate dal presidente del Senato, visto che quello della Camera, vi partecipa di diritto? Il sabato e la domenica prima delle elezioni, le riunioni di famiglia possono essere indette senza incorrere nelle sanzioni previste dalla legge?
    Procediamo con ordine: da giovane ero un ribelle che si occupava di politica; manifestazioni, dazebao, slogan, scontri con la polizia erano il mio pane quotidiano. Mi sforzavo di fare opera di proselitismo, con poca fortuna: solo le sorelle più grandi mi davano retta, seguendomi alle manifestazioni, per convinzione o per rimorchiare qualcuno; il leader del movimento, un aitante poliziotto della Celere, un vip di passaggio incuriosito dai colori del corteo.
    Una mattina ero davanti a Montecitorio, per protestare contro l'ennesima stangata di fine anno, la solita finanziaria lacrime e sangue: i deputati attraversavano la piazza alla spicciolata; quelli della maggioranza con il bavero alzato per non farsi riconoscere e la coda tra le gambe, quelli dell'opposizione col sorriso a trentadue denti stampato sul volto, in gruppi di dieci a fare la ola come allo stadio.
    Massimo era un peones ossia un esordiente della politica che volle concedersi un bagno di folla come un leader affermato: trovatosi davanti le curve e le grazie della maggiore delle mie sorelle, però, non poté fare altro che arrossire come un liceale dinanzi alla ragazza dei suoi sogni. Balbettò, incespicò sulle parole, farfugliò qualcosa, ma riuscì ugualmente a fornire a Marcella-questo il suo nome- indirizzo mail e numero del cellulare. Corteggiamento, fidanzamento e matrimonio seguirono in rapida sequenza e fu così che ebbe inizio il mestiere di cognato.
    I passi successivi furono più facili: ben introdotta nei salotti della politica, grazie al matrimonio, a Marcella non fu negato di farsi accompagnare a turno da sorelle non meno attraenti e appariscenti di lei. Le proposte fioccarono: gli onorevoli già sposati promisero attici in centro e auto di grossa cilindrata, ma solo per una relazione clandestina. Non mancarono gli imprenditori prestati alla politica che proposero ville ai Caraibi o in Costa Smeralda, comparsate in televisione e cessione di quote consistenti di azioni della propria azienda.
    Il consiglio di guerra fu riunito in seduta permanente per vagliare le candidature dei futuri consorti: chi spingeva per scegliere i pretendenti più ricchi, chi come me si sforzava di preferire coloro che avevano maggiori probabilità di fare carriera e di arrivare ai vertici della politica.
    Fu deciso di valutare le candidature di parlamentari di maggioranza e opposizione, in modo da proteggersi dai capricci dell'elettorato e dalla pratica dello spoiler system. La scelta cadde su un deputato del Fdi, uno della Lega per il centrodestra, uno del Pd e uno della sinistra radicale.
    E furono cerimonie sfarzose, quasi matrimoni di Stato, per il numero di deputati e senatori, di generali delle forze Armate, di ambasciatori e di alti funzionari presenti. A me toccò la regia degli eventi e mettere d'accordo cognati tanto diversi e diffidenti richiese capolavori di diplomazia.
    Il bello, però, venne dopo, servì un lungo lavorio ai fianchi delle sorelle per farmi rivelare quelle confidenze e quei retroscena di cui si nutrono giornali e riviste e che sono disposti a pagare a peso d’oro.
    Nel tempo restante, poi, c’erano case da visitare e costruttori da contattare: fosse stato per loro, i miei cognati intendo, mi avrebbero liquidato con due stanze male arredate a Canicattì o a Soresina.
    Poi soffiò forte sul nostro paese il vento dell'antipolitica e fu l’inizio della disfatta: senza più sorelle da sposare, con i cognati in fase di avanzata rottamazione, divenne problematico persino sbarcare il lunario. Per me cui non spetta un generoso vitalizio o una pensione d'oro capace di farmi dormire sogni tranquilli per l'intera vecchiaia.
    Urgevano soluzioni originali, per non essere costretto a imparare il mestiere di barbone, dopo quello più redditizio di cognato dei potenti.
    Decisi di cambiare mestiere, in fondo anche quello di suocero pensai, non era male. Come fare, però, senza avere figli e meno ancora figlie in età da marito? Adottare una figlia vicina alla maggiore età, ecco la trovata geniale… magari una ragazza carina e sveglia, da far convolare a nozze, a ridosso delle elezioni, con un candidato dei grillini, scegliendolo tra i più giovani e ingenui del lotto. Bastò una raccomandazione in fondo per accelerare le pratiche di adozione, pratica ancora in auge anche in tempi di furori anticasta.
    Consultai mia moglie, tornai a riunire il consiglio di guerra, cognati di grido compresi: per elaborare un piano e per adottare strategie adeguate alla nuova realtà della politica.
    La Dea bendata non mi abbandonò: nella lista delle adozioni scovai due gemelle diciassettenni, l’ideale per sposarne una con un deputato di maggioranza e l'altra con un rappresentante dell'opposizione, ammesso che si riesca a distinguerle maggioranza e opposizione, a queste latitudini.
    Il piano riuscì alla perfezione: ungendo le ruote giuste, scucendo fior di bigliettoni, battei il record mondiale di velocità delle adozioni. Poi ecco pronto il nuovo piano: le gemelle, due ragazze belle e sveglie, senza peli sulla lingua, disposte a tutto per raggiungere ricchezza e popolarità, lo avrebbero eseguito alla perfezione. La scrematura dei candidati non fu semplice, quello che fu disastrosa fu la gestione dei contatti e delle trattative. Come potranno fare questi figuranti a rappresentare gli interessi della nazione? Gente senza cultura, preparazione e persino identità sessuale.
    Pur abbassando l'asticella il risultato fu lo stesso: sembra che in certi ambienti, ormai, imbattersi in un eterosessuale sia come cercare un ago in un pagliaio.
    E le gemelle? Con chi avrei potuto sposarle se anche dalle parti di Arcore, ormai, si trovavano veline in mobilità, soubrette che tiravano avanti col sussidio di disoccupazione e consigliere regionali in svendita su Ebay?
    Mi guardai intorno demoralizzato: cosa sarà mai successo a questo paese nel giro di qualche anno appena, per costringermi a fare ciò che non avrei mai pensato. Andare a lavorare.  
     
     
     
     

  • 29 aprile alle ore 19:19
    Una sera, al LonginBar

    Come comincia: Quella sera ci si organizzò per andare in un locale "dalla musica carina ed allegra", avrebbe detto Emil ma io avrei descritto con "piccolo ma confortante."
    Si era preparata a festa Emil, sorridente ed allegra come sempre (lei si che sapeva come tenere alto il morale di tutti).
    Aveva aperto da poco un locale sulla strada che faceva angolo tra il Soviet Dream ed il Pittaroom, il suo nome era LonginBar.
    Musica dal vivo, gruppi di giovani neri e bianchi sparsi ma uniti.
    Me ne aveva parlato molto bene un caro amico che vi era stato parecchie volte: "Devi assolutamente venirci, Denny, è molto alla mano! E c'è musica, ci sono balli, ottimi drink! E a noi cosa piace? La musica e, molto di più, i drink!" Mi disse Phil, un uomo ma una donna al tempo stesso! Grande amico, ottimo ascoltatore.
    Fu così che una sera decidemmo di andarci, io ed Emil con Phil e Gray.
    Ci vestimmo di tutto punto e via, spediti a bere un drink in questo nuovo rinomato locale. Piccolo ma piacevole, tavoli e sedie in legno intagliato, pavimento opaco di un bel colore smeraldo, luci soffuse, palchetto ben organizzato; il proprietario era un uomo tutto d'un pezzo! Grosso, robusto, un omone! Con sempre il cappello e folti baffi, sorridente ed ospitale. Quella sera suonava un gruppo di un posto lì vicino, i "Boomerang", musica jazz molto dinamica. Ci sedemmo ad un tavolo posto al centro della sala ed ordinammo da bere. Emil non era in se dalla felicità; indossava un abito che sicuramente non le rendeva giustizia, di un blu notte a tratti nel verde, un cappellino a fiori viola ed un sorriso che illuminava. 
    Bevemmo un paio di drink, forse tre o quattro e via, partimmo in una serata di vero divertimento. Si ballava e si rideva, mi perdevo negl'occhi di Emil e negli abbracci di Phil mentre Gray parlava d'affari, mezzo sbronzo, con un uomo del tavolo affianco. 
    Quella gatta morta di Phil agganciò, ad un certo punto della serata, un uomo dai gusti promiscui con cui parlò tutto il tempo, civettava e si dilettava. Dal tavolo, Gray passò al bancone; bevve un paio di whiskey chiacchierando con il proprietario, Phil si congedò per andare in intimità con il tipo conosciuto, io ed Emil ci guardavamo mentre l'ultimo goccio di amaro scendeva nelle nostre gole. Ci prendemmo per mano, salutammo Gray ormai ubriaco, intento a seguirci verso la porta e tornammo nei nostri appartamenti.
    Che notte che fu; pensare che non era neppure mia Emil ma di un altro chissà chi, con un nome, magari, ma che io, di certo, non conoscevo. 
    Ma tanto i miei cari amici erano così, chi più chi meno! A parte Gray, uomo più dedito al lavoro del governatore stesso. Ne sapeva sempre una più del diavolo e, ad un certo punto, mi venne anche da pensare che, magari, il diavolo era lui.
    Ma intanto, in tutta quella bella serata, arrivato a casa non potei che pensare ad una sola cosa: chi ha pagato tutti i drink che avevamo preso? 
    Risi, risi tanto mentre abbracciavo il bel corpo di Emil che, nel mio pensare, si era assopita come una bambola sorridendo serena. 
    Mai più tornato al LonginBar ma lo consiglio, vivamente. 

  • 29 aprile alle ore 16:56
    Simulazione: Un caso

    Come comincia: Buongiorno.
    Buongiorno a lei.
    Si sieda pure, prego.
    La ringrazio. (Si siede)
    Come si chiama? 
    Tommaso.
    Salve Tommaso, io sono Alberto. Quanti anni ha,Tommaso?
    Quaranta.
    Che lavoro svolge?
    Operaio presso una ditta di pulizie. (si sfrega le mani)
    Si sposta molto per lavoro?
    Abbastanza.
    Svolge questo lavoro da parecchio tempo?
    Abbastanza.
    Mi definisca abbastanza.
    Ecco, non so, saranno più o meno venti anni o poco più.
    Le piace il lavoro che svolge?
    Non saprei.
    Si spieghi meglio.
    Lo faccio da così tanto tempo che, ormai, è quello.
    È sposato, Tommaso?
    Si.
    Ha figli?
    Due.
    Che lavoro fa sua moglie?
    Segretaria in uno studio legale, si chiama Gilda. (Si sfrega le mani)
    A Gilda piace il lavoro che svolge?
    Mah, penso di sì. 
    Suppone o crede che veramente sia così?
    Non saprei, penso sia così. (Si sfrega le mani)
    Chi si occupa dei suoi figli? Immagino che Gilda abbia molto lavoro da fare.
    Mia madre. Vive con noi da diversi anni, quindi mentre noi siamo a lavoro, lei si occupa di loro.
    Sua madre quanti anni ha?
    Settanta.
    Vedova?
    Si. (Si sfrega le mani)
    Da quanto tempo?
    Penso cinque, sei, sette anni. (Si sfrega le mani) Posso andare un attimo in bagno?
    Certamente, si accomodi. 

    Tommaso, posso chiederle come mai ha deciso di venire da me?
    Mia moglie crede che io abbia un problema (si sfrega le mani) crede che abbia bisogno di parlare con qualcuno.
    E sua moglie che problema crede che lei abbia?
    Dice che il lavoro mi sta ammazzando.
    Per quale motivo Gilda pensa questo?
    Perché anche a casa sono molto preciso nel pulire e, ammetto, spesso rimprovero i miei figli di non prestare molta attenzione alla pulizia generale. Ma l'igiene è importante, penso, è giusto tenere tutto pulito. Mi piace che sia tutto in ordine, che profumi, che ogni cosa venga purificata, in un certo senso. Ma lei crede che sia sbagliato. Ma io non sono d'accordo. Posso andare un attimo in bagno? (Si sfrega le mani).
    Certo, prego. 

    Soffre di Pollachiuria?
    Non capisco.
    Sente spesso il bisogno di urinare?
    Oh, no, no. Come le ho detto, mi piace che le cose siano pulite e profumate, quindi preferisco che le mie mani siano sempre pulite. Guardi, senta, sono pulite!
    Capisco. È una cosa che le dà sollievo? Come la fa sentire?
    Contentissimo. Sollevato. Come se non ci fosse peccato!
    Come mai ha usato l'espressione "Come non ci fosse peccato"?
    Quando una cosa è immacolata, non so se mi spiego. Pura, incontaminata! Come quando sono a lavoro; appena finisco di pulire, ricontrollo tutto per vedere se ho fatto un ottimo lavoro senza lasciare tracce di contaminazione.
    Capisco.
    Guardo bene sui tavoli, le mattonelle, mi abbasso sul pavimento. Immacolati se si pensa a quante persone toccano un tavolo e quante camminano su un pavimento. Così sporco e lurido e poi quando passo io, tutto è pulito e profumato. Come fosse stato sempre così! Mio padre diceva sempre che la pulizia è sacra. Più teniamo pulito tutto, più noi stessi siamo lavati e puliti dal peccato. Come se niente avesse cambiato lo stato di qualcosa.
    Quando tempo fa è venuto a mancare suo padre?
    Abbastanza. (Si sfrega le mani più frequentemente)
    Mi descriva abbastanza.
    Dieci, undici, dodici anni. (Si agita sudando)
    Vuole andare in bagno?
    Si, grazie. 

  • 29 aprile alle ore 13:48
    Io, Carl e Jessy

    Come comincia: Il sole era alto ed era anche caldo, una normale giornata estiva dove acqua e sudore andavano di pari passo.
    Io, Carl e Jessy decidemmo di andare a fare un giro sul lago posto a pochi isolati dalle nostre abitazioni; ci si andava spesso in quelle giornate, lavoro permettendo.
    Pranzo al sacco, camicina, bicicletta e via verso la natura soleggiata che ci attendeva scalpitante quanto noi.
    Arrivati al lago, incredibile fu notare che non vi fosse nessuno!
    Ci adagiammo sotto un pesco fiorito, stendemmo coperte e corpi e baciammo il sole come dei poveri disgraziati.
    Carl tirò fuori le birre, Jessy l'abbronzante ed io mi tuffai allegramente iniziando a cantare qua e là come un coglione.
    Partì il momento "ricordi", risate e sfottò vari; Carl mi seguì in acqua mentre Jessy ci scattava foto ridendo come un'oca.
    Quelli sì che erano momenti unici, i migliori che potevo mai vivere in giornate asettiche e vuote. Guardavo Jessy contorcersi dalle risate per le battute di Carl e lui che s'inventava di tutto pur di farla ridere. 
    Trovai una roccia abbastanza alta dove poterci ben tuffare ed urlai Carl per farmi seguire. Iniziammo ad improvvisare tuffi olimpionici, a sfidarci animatamente per proclamare il più bravo ma ottenemmo solo alzate d'acqua a caso e segni sul corpo. A competizione finita, esausti, ci stendemmo sulle coperte per prendere fiato tra un sorso di birra e l'altro, stanchi ma contenti.
    Jessy iniziò a raccontarci della sorella che sarebbe partita dopo l'estate, con dubbi e rammarichi annessi; Carl ci raccontò di quanto lo stato mentale della madre stesse degenerando ed io, nel mio silenzio, avevo raccontato la disagiante situazione di vivere in un posto in cui non volevo stare. Che trio eravamo, gli amici di una vita che avrei perso sicuramente.
    All'improvviso, dal sole estivo e dalla brezza serena, il cielo iniziò a coprirsi e capimmo che era in arrivo un temporale; ci guardammo tutti e tre, ci alzammo e iniziammo  a togliere tutto ridendo e cantando "Singing in the rain" di Gene Kelly. Arrivati vicino casa, ci scambiammo saluti vari a caso e di fretta, posai la bici e rientrai. Corsi in camera a cambiarmi i vestiti e diedi uno sguardo alla finestra; pioggia sottile come lame ma così dolcemente lieve cadeva dal cielo plumbeo; da un lato un raggio di sole che solo ed unico riuscì a durare. 
    Ad un tratto mi venne in mente di aver dimenticato la camicia al lago, che rincoglionito ero stato ma me ne feci una ragione subito dopo. Cose che accadono, mi dissi.
    In quel preciso momento mi arrivò un messaggio da Carl in cui si dilettava in tenere parole verso Jessy e, dall'altro lato, Jessy che mi ricordava di aver scordato la camicia al lago. 
    Risi tanto per tutte e due.
    Che strana giornata, pensai, un attimo prima il sole ci sorride e, l'attimo dopo, la pioggia spazza via tanta luce. 
    Tirai un lieve sbuffo, dopodiché mi misi al computer e scrissi di quella giornata.
    Iniziava un po così:
    Il sole era alto ed anche caldo, una normale giornata estiva dove acqua e sudore andavano di pari passo..

  • 29 aprile alle ore 9:09
    I TRE DIAVOLETTI

    Come comincia: Era un palazzo nuovo quello di cinque piani  inaugurato di recente in via Amercio Vespucci ad Ostia,  un palazzo di lusso  in cui giungeva la sempre piacevole brezza del  mare.  I proprietari degli appartamenti, tutti facoltosi erano un coacervo di razze e di nazionalità. Lewis, pilota della British Airwais aveva scelto quella località per allontanarsi dalle nebbie londinesi, la sua era una storia particolare: vedovo con tre figli aveva conosciuto in Giappone Ayana e l’aveva assunta come baby sitter o seconda madre come nel suo caso, la ragazza parlava varie lingue fra cui l’italiano e l’inglese. Aveva accettato con entusiasmo di trasferirsi in Italia, era molto amante della storia romana. I tre bimbi: Jason, Joe e Jerry rispettivamente di otto, sei e quattro anni  non erano degli angioletti, ci voleva tutta la forza e l’autorità di Ayana per tenerli a bada. Stranamente  a scuola  erano attenti, educati, disciplinati ma fuori si scatenavano, purtroppo avevano imparato molte parolacce, per fortuna in inglese e così si salvavano le orecchie di molti italiani. Al quinto piano del palazzo era  venuta ad abitare anche Ambra, trentacinquenne che poteva definirsi signorilmente bella. Insegnante di materie letterarie  aveva vinto il concorso in una scuola media al Lido di Roma ed aveva preferito non viaggiare da via Margutta  dove possedeva un bellissimo attico. C’era un motivo di quell’allontanamento dalla capitale: per anni Ambra aveva avuto una relazione con Fulvio squattrinato pittore. Dopo vari tradimenti, Fulvio aveva stretto  definitivamente ‘amicizia con Lucilla molto più giovane di lui con l’ovvia conseguenza che Ambra la prese  male  pronunziando, per la prima volta in vita sua una frase volgare “pittore del c…o, vai a farti f…re .” All’inizio tutti i proprietari di un nuovo stabile si sentivano un  po’ spaesati. Ambra conobbe  Ayana ed i tre fratelli inglesi sul pianerottolo, i giovani avevano salutato la nuova conoscente in maniera del tutto british dandole la mano con un  inchino e pronunziando la classica frase: ‘Nice to meet you’ seguita dal proprio nome, buona la prima impressione. Ayana: “Noi stiamo andando in spiaggia, abbiamo la fortuna di avere il mare vicino,  lei?” “Anch’io, ci faremo compagnia.” Nello stesso capanno Ayana, Arianna, Jason, Joe e Jerry indossarono a turno i costumi,i ragazzi tutti insieme imbastendo la solita buriana redarguiti da fuori da Ayana. Per far passare le fatidiche tre ore dopo l’abbondante colazione all’inglese, Jason, Joe e Jerry  mescolando la sabbia con acqua impiantarono la classica pista da spiaggia  molto ben fatta tanto da attirare l’attenzione degli altri bagnanti, erano stati proprio bravi. Cominciò la sfida fra i tre fratelli con le palline di vetro che correvano veloci spinti da un colpo del dito medio. I ragazzi presto si stancarono e lasciarono via libera agli altri bagnanti. “Ayana è l’ora.” Jason in un attimo superò i primi metri di acqua bassa per poi sparire più a largo. Ambra lo guardava affascinata, lei era una ‘gatta’ non amava particolarmente nuotare anzi non sapeva proprio nuotare;  dopo due minuti si mise in apprensione: “Ayana il ragazzo non è riemerso dall’acqua, che gli è successo…”  “Non ti preoccupare, sono dei pesciolini.” Ed infatti Jason ricomparve in superficie soffiando un grande sbuffo di aria come una piccola balena. Anche i due fratelli lo seguirono in mare sotto lo sguardo perplesso e preoccupato di Ambra.  Ad un certo punto Jason: “Can we call miss aunt?” Ayana si mise a ridere e comunicò la richiesta, traducendola in italiano:  “Sarà piacere nostro insegnarti a nuotare vero zia Ambra?” “E qui ti sbagli, sono come le gatte, aborrisco l’acqua.” Risposta di Jason: “Never say, never again!” La zia preferì non replicare, aveva compreso il senso della affermazione del giovane. Nei giorni seguenti i tre presero più confidenza con la zia tanto da indurla, pian piano ad avvicinarsi alla battigia fino ad entrare in acqua sino alla cintola. Ayana era in apprensione vedendo i quattro allontanarsi sempre più dalla spiaggia ma, miracolo miracolo Ambra aveva preso tanta confidenza col liquido marino da riuscire a nuotare in parte sorretta da Jason.  A tavola la situazione era cambiata,  Lucilla la cuoca preparava ottimi piatti romani, Ambra cercava di evitare gli eccessi, non voleva perdere la linea. Una novità: il piccolo Jerry una volta si installò sulle gambe della zia e chiese di essere imboccato. Ayana stava per intervenire ma Ambra: lascialo fare, forse gli manca la mamma. Forse non  era il concetto giusto perché il piccolo,  ridendo mise una mano dentro la scollatura di Ambra toccandole una tetta. Intervenne Ayana che prese Jerry per un orecchio e: “Little pig apologize to Ambra!” “Non fa niente.” Il piccolo rimediò un bacio in fronte della parte della zia. Qualcosa di inaspettato accadde un pomeriggio quando Ayana fruì della doccia di Ambra per mancanza di acqua del suo serbatoio. Ambra aveva urgente bisogno di usare il suo bagno, entrò e si trovò dinanzi Ayana nuda ma con qualcosa di non previsto…un pene lungo e duro, un trans. Nessuna delle due commentò la situazione erano imbarazzate, meglio il silenzio che non fa domande che può dare una risposta a tutto. La situazione cambiò col ritorno  di papà Lewis. Stile irreprensibile, atteggiamento ironicamente distaccato, ricercato nel vestire fece buona impressione ad Ambra che però dimostrò indifferenza, non aveva alcun a intenzione di allacciare una relazione sentimentale, aveva un pessimo ricordo dei maschietti. Anche Lewis non era grande amico dell’acqua e così si trovarono in mare in cinque con i tre a prendere in giro il papà e la zia. Ayana sotto l’ombrellone era di pessimo umore, non sapeva come avrebbe agito Ambra, la considerava troppo conformista. Il suo atteggiamento non cambiò a tavola, ormai mangiavano sempre insieme tutti e sei, anche ai ragazzi che stavano crescendo di giorno in giorno era permesso assaggiare il vino dei Castelli Romani annacquato in acqua minerale. Ambra, per migliorare l’atmosfera una sera andò nella camera di Ayana e: “Ti vedo preoccupata, non aver alcun timore, ti dico che gli ermafroditi sono sempre esistiti, i greci avevano addirittura una dea, Cibele non si cambia la natura delle persone anzi, sai che ti dico, sono incuriosita come possa essere il contatto con un transgender, se permetti te lo prendo in mano…” Che la mente umana sia imperscrutabile è cosa nota, Ambra contro tutti i suoi principi aveva cominciato a ‘massaggiare’ il ‘ciccio’ di Ayana che era diventato quanto mai ‘tosto’ e, cosa ancora più strana pian piano prese ad immetterlo nella sua cosina a digiuno da tempo, poco dopo se la trovò inondata ma non smise, aveva riprovato le gioie di un orgasmo prolungato. Ci volle del tempo per riprendersi e ritornare nella propria stanza,  La zia non si sentiva affatto  a disagio, anzi si sentiva euforica, era stato sbagliato il suo precedente rapporto col  pittore Fulvio. Quando incrociava Ayana sentiva una voglia sessuale crescere dentro di sé, ormai quasi tutte le sere aveva preso l’abitudine di passare nella stanza della giapponese che ricambiava le sue ‘affettuosità’ sessuali usando anche il popò di Ambra, altra novità per quest’ultima. Il movimento non passò inosservato  al pilot in  command che scoprì le due signore in piena ‘pugna’.Rispettando il suo aplomb:  “J can join you?” , senza porre tempo in mezzo si infilò nel primo buchino che si trovò dinanzi, era quello di Ayana che si stava ‘facendo’ Ambra, venne fuori un trenino...che correva nei binari quasi tutte le notti, c’era pure il ciú ciù di un’Ambra sempre più presa dal fascino  sessuale della situazione che però… dopo trenta giorni: “Lewis questo mese non mi son venute le mestruazioni!” Cosa fanno in questi frangenti i maschietti, gridano felici: “Sarò padre!” Quando mai: “Mi hanno richiamato in servizio, “good luck.” e sparì dalla circolazione. Ambra si recò a Roma da un ginecologo che le confermò la prossima maternità. Prendendo spunto dalla lingua che insegnava a scuola nella mente di Ambra: ‘summa confusion in animo segnavat’ Solo Ayana le stava vicino, chi era il padre del futuro erede, tralasciando il  classico ‘mater sempre certa…Ambra sperò vivamente che non nascesse un bambino con gli occhi a mandorla, come spiegarlo ai ragazzi? Ambra era tutto un interrogativo peggiorato quando il pancione divenne ben visibile ed i tre ‘sun of a bicht’ cominciarono a prendere in giro la zia:”The aunt is pregnant!” rimediando schiaffoni da parte di Ayana quando riusciva a raggiungerli!  Ylenia nacque in una clinica Romana, pareva assomigliasse molto alla madre, appena nati i lineamenti dei bambini sono difficili da decifrare, in ogni caso non aveva gli occhi a mandorla. Per i tre fratelli era un bambolotto da accarezzare e curare, sembravano dei piccoli papà, Ylenia apprezzava molto le coccole dei tre che ne frattempo erano diventati dei giovanotti, ora erano loro gli zii.  Lewis avuta la notizia per telefono si limitò al solito ‘good luck’ non chiedendo nemmeno se ci fossero delle somiglianze, le sue passioni erano il volo e le assistenti al volo!

  • Come comincia: “Piedone! Bassettino! Sdentato!”
    Lo chiamano in tanti modi il nostro amico Ribigeir.
    “Non sarò il bellone ADONE, ma faccio numeri da campione quando tiro col pallone.”
    “Bla, bla, bla. Che SIM–PA–TI–CO–NE! Dai Ribigeir, ma dove ti sei nascosto?”
    “Sono qui!”
    “Dove?”
    “Lì!”
    La PALLA rotola e Ribigeir la insegue in cortile, al parco, in palestra, sulla neve, sulla sabbia... Qualsiasi TERRENO DI GIOCO va bene.
    “Hey, stai calma palla!” la chiama Ribigeir.
    Quella, però, ha fretta e sfreccia fino al cielo come una SAETTA.
    Ribigeir riuscirà a raggiungerla?

  • Come comincia:  Le due si spostarono velocemente (erano al binario tre, infatti, all'altro capo della stazione): avevano i minuti contati prima che il treno, già fermo da un quarto d'ora sul binario, partisse. Così, senza neanche ascoltare gli annunci, al volo si imbarcarono (o meglio "intrenarono"), alle undici e zero zero (il treno partì puntualmente, ed era cosa insolita se no rara per quelli italiani... - "alla maniera svizzera!": avrebbe probabilmente affermato Toshiro Mifune, il più famoso ed il più bravo attore giapponese contemporaneo, se fosse stato ancora vivo e si fosse, casomai, trovato insieme alle due ragazze in quel momento): destinazione Bari, sud dell'Italia (in Puglia, appunto). Da lì, avrebbero poi raggiunto Brindisi per imbarcarsi (e no intrenarsi, questa volta!), successivamente, (la partenza prevista per la domenica a seguire) sul traghetto per la Grecia. Infatti, Pam e Reby, per celebrare e consacrare la amorosa passione che da tempo le legava, oramai, avevano deciso di andare ad amarsi ancora una volta (e poi "sposarsi": ovvero rendere materialmente indissolubile la loro incestuosa unione) nel posto più consono ad esse ed al contempo il più profano esistente sulla faccia della terra; cioé, proprio quello in cui l'amore omosessuale femminile era stato consacrato a livelli altissimi di arte e bellezza: (a) Lesbo, l'isola greca nel mare Egeo di fronte alla costa anatolica, la maggiore delle isole egee (quattro volte più grande di Lèmno, quaranta di Agiostrati!); quella in cui nacque, visse e regnò artisticamente la poetessa dell'amore (e degli effetti amorosi, e della gentile ed amorosa tenerezza), chiamata Saffo, che vi creò una scuola per le figlie dell'aristocrazia...e lì ardentemente amò amiche e scolare: il suo amore, tuttavia, mai trascese nel peccaminoso e nell'illecito o nella volgarità, ma restò sempre permeato da un'alone di eleganza, delicatezza, soavità e candore. Sul treno Pam tirò fuori dal suo tascapane un librino (non più di venticinque, trenta pagine: erano i "Frammenti" di Saffo, appunto) e cominciò a leggere ad alta voce:
                                                   
                                                         Belli ti guidavano
                                            e veloci i passeri sulla terra nera
                                             con rapido palpito d'ali dal cielo
                                                               per l'aria.

     Sono alcuni passi dell'inno ad Afrodite scritto da Saffo per invocare, tramite la dea (appunto) il ritorno a lei d'una fanciulla che l'aveva abbandonata. Lasciano trasparire tanto delicatezza, quanto mitezza di sentimenti.
     - Dei versi bellissimi, mio dolcissimo amore! - disse Reby. Poi mise il braccio destro intorno al collo della compagna, lasciò  cadere il capo sulle sue spalle e si addormentò. Pam, allora, accarezzò con la mano sinistra i capelli dell'altra e riprese a declamare:
     
                                                       Presto giunsero e tu, o beata,
                                                       sorridendo nel viso immortale
                                                      chiedevi: perché ancora soffrire,
                                                            perché ancora invocarla,
                                                   che cosa per me sperare che accadesse
                                                        alla mia folle anima, chi ancora
                                                        persuadere a stare al tuo amore? 

     Infine si fermò e disse tra sé e sé: - Riposa pure, amor mio! - poi, poggiò la testa ed il mento sullo schienale del sedile e chiuse anch'essa gli occhi (senza, però, prender sonno). In prossimità di Brindisi (era il paese di Mesagne, una quindicina di chilometri distante dal capoluogo pugliese) Reby si risvegliò e Pam fece:
     - Ben tornata, bellissima; hai dormito per un po', sai? Hai fatto proprio una bella tirata. Sei stata quasi puntuale, come una sveglia: ci siamo quasi, oramai...Reby, allora, la interruppe (come spesso accadeva le aveva letto nel pensiero), ed esclamò con gioia: - Eppoi la Grecia, che ci aspetta a braccia aperte e noi a braccia aperte l'abbracceremo, vero?
     - Certo, Reby, - rispose Pam, - lo faremo: puoi starne certa e non solo la Grecia abbracceremo!
     Non appena ebbe pronunciate quelle parole, Pam poggiò la mano destra sul viso di Reby, e dopo averlo accarezzato con estrema dolcezza avvicinò la sua bocca a quella della compagna e la baciò. Intanto, la voce dell'altoparlante sul treno preannunciava: "Siamo in arrivo alla stazione di Brindisi, il treno è in arrivo alla stazione di Brindisi, fine..." Pam sovrappose la sua voce a quella - Dolce mio amore, ti desidero come non mai!
     Le due si ricomposero, il treno nel frattempo entrò in stazione a Brindisi. Pam scese per prima, come a Roma (era abbastanza superstiziosa, sin da piccolina), ed entrambe, poi, mano nella mano (come al solito), si avviarono all'uscita. Il tempo era bello (suonavano già le diciotto eppure il sole brillava ancora in cielo come al mattino presto). Pam chiese ad un passante:
     - Scusi, per il porto?
     - Sempre diritto avanti a lei, signorina: dieci minuti di strada e siete arrivate.
     - Grazie, - rispose.
     Le ragazze imboccarono dapprima corso Umberto I°, la grossa arteria che taglia in due il centro cittadino eppoi, all'incrocio con piazza del Popolo, si incamminarono su corso Garibaldi. Appena cinque minuti dopo furono alla stazione marittima, di fianco al Seno di Levante (la parte interna e chiusa del porto); la partenza per la Grecia era prevista per il pomeriggio del giorno dopo, la coda alla dogana, tuttavia, sembrava lunga come l'infinito. Pam fece a Reby:
     - Sai, penso che faremo notte, piantate quì!
     - Non preoccuparti! - ribatté Reby. - In fondo neanche le attese sono fatte per non consumarsi...nulla dura in eterno; eppoi ci aspetta lui, ci aspettano loro: a braccia aperte, vedrai!
     Evidentemente, si riferiva al mare greco che nei giorni successivi avrebbero dapprima solcato e veduto, poi anche annusato, ed anche all'isola di Lesbo che avrebbero finalmente toccato con mano, non solo col pensiero, lei e la compagna. In effetti aveva ben ragione Reby; il tempo di attesa per espletare le formalità dell'imbarco, alla dogana, fu meno lungo del previsto: poco più di un'oretta e mezza e le due erano belle e libere.
     Decisero di pernottare all'aperto, sotto il cielo dell'antica Brundisium (i romani la collegarono direttamente a Roma con le vie Appia e Traiana, punto di arrivo e di partenza dei traffici con l'Oriente: era quì, appunto, che si brindava pria di lasciare le sponde italiche). Piazza Vittorio Emanuele, quella tutta infiorata di fronte alla Capitaneria di Porto e dove, solitamente, i turisti trascorrono le ore precedenti gli imbarchi, era già "sold-out": pullulava, cioé, di sacchi a pelo e bivacchi vari.
     - Santo cielo! - esclamò Reby. - Sembra di essere su un campo di battaglia con tanti morti e feriti sopra!
     Pam, allora, la afferrò per un braccio e le disse:
     - Dai, andiamo, non è mica la fine del mondo! Li c'é una panchina libera, vedi? Ci piazzeremo vicino a quella. Una panchina sulla piazza, infatti, era rimasta (sorprendentemente) proprio sola, soletta...libera ed illesa; miracolosamente scampata all'onda vacanziera della stagione quasi estiva: di certo poco anomala da queste parti. Le due, così, vi si avvicinarono e cominciarono, in tutta calma (ossessiva, quasi certosina e flemmaticamente inglese!), e dopo avervi pure poggiato sopra il resto dei bagagli, a srotolare i sacchi a pelo dentro cui si sarebbero infilate di lì a poco. Erano intanto giunte le ventidue, prima di mettersi a "letto"...per dormire, fecero abbondante cena a base di scatolame freddo (carne, legumi e mais) e birra calda (era talmente calda ed abominevole che una tazza di buon brodo, chissà, soltanto tiepido, sarebbe risultato di certo più consono ed intonato allo scatolame!).
     - E' una cena coi fiocchi! - sarcasticamente esclamò Pam. - Una vera e propria cena "nature"!
     - Sì, lo é! - fece l'altra di rimando. - Vedrai che non la dimenticheremo tanto facilmente né tanto presto!
     La cena non fu certo il massimo e non sarebbe stata indimenticabile ma il tramonto sopra le loro teste...quello, sì, le ripagò abbondantemente delle disavventure culinarie capitategli.
     - Guarda, Pam, quella luna, - disse la "rossa" (alla nera) - e quel cielo stellato, così abbaglianti entrambi...non ho mai visto niente di simile e di così bello, da noi a Windermere: neanche in piena estate o nella notte di San Lorenzo, o in quella dell'ultimo dell'anno!
     La compagna allora annuì, con un breve cenno del capo in avanti, e poi esclamò:
     - Verissimo, neanche io! (risposta ineccepibile ma del tutto scontata, visto che le due abitavano una di faccia all'altra!). Si presero, poi, per mano (la cena era un brutto ricordo, ormai!) e si sedettero per terra: ad osservare all'unisono, ed in silenzio, il cielo sopra le loro teste. Dopo qualche minuto si infilarono nei sacchi a pelo e si addormentarono. Alle sette e dieci Pam aprì gli occhi e svegliò Reby. La piazza era già in fermento: di lì a poco, infatti, avrebbe attraccato al molo grande il traghetto "Filiki Etereia" della compagnia greco-cipriota Paximidis-Zouvanas, la più importante di tutte nel Mediterraneo, con sedi centrali a Corfù e Nicosia (la sua flotta, di proprietà dell'armatore Kristos Karamanlis, conta ben dodici "caravelle" come il Filiki: mostri lunghi centottanta metri, alti circa sessanta - come sei piani di uno stabile - e pesanti centodieci tonnellate e passa!).
     - Sono tutti in ansia! - disse Reby.
     - Lo siamo anche noi, - replicò Pam; - lo siamo più degli altri!
     Alle sette e tredici il suddetto, la...suddetta (mostro o caravella che dir si voglia) apparve all'improvviso, nel porto interno, costeggiando viale Regina Margherita;  -"sembra emerso dalle profondità del mare!" - dissero, allora, ad alta voce, alcuni turisti americani (uno di loro, il più anziano, a occhio e croce, portava sul capo uno stranissimo pastrano da bersagliere con piume bianche sopra): in realtà era entrato nel Seno di Ponente dal canale Cillarese, il quale si trova alla estrema punta occidentale del porto brindisino. Poi si fermò quasi davanti a Pam e Reby; sulla banchina ormeggiò l'ancora in un battibaleno, piazzando la chiglia di prua proprio di fronte alle colonne romane (si ritiene che queste segnassero il termine della via Appia stessa), in prossimità della Capitaneria. Una coppia di russi di mezza età (lui aveva un tatuaggio strano sull'avambraccio destro, la stella di Davide e un'aquila reale dipinta d'azzurro e bianco, lei, invece, portava in testa un basco nero con la croce anarchica rossa dipintavi sopra), si avvicinò a Pam, ch'era rimasta sola (Reby si era allontanata per un attimo), e brindò a vodka e gin; l'uomo, ch'era particolarmente su di giri, dopo di che, ad alta voce esclamò: - Spassiva! Spassiva! Spassiva!
     La ragazza non conosceva il russo ma ugualmente capì ciocché l'uomo aveva gridato: "Grazie! Grazie! Grazie!". Poco dopo Reby raggiunse la compagna e la strinse con vigore tra le sue braccia. Alle dodici in punto (il sole sembrava dovesse spaccare le pietre e...sciogliere i visi dei poveri turisti in attesa!) il portellone centrale del traghetto si abbassò: dapprima cominciarono ad entrare i passeggeri fermi sulla banchina, poi fu la volta dei mezzi meccanici (macchine, camper, tir e quant'altro). Alle quindici "spaccate" prese le mosse (anzi, il mare, come son soliti dire tanto i marinai di lungo corso, quanto quelli di lungo sorso!) con tutto il suo prezioso carico ed armamentario a bordo: tremila passeggeri e cinquecento mezzi meccanici (più due centinaia di "ospiti" extra tra cani, gatti e...qualche pappagallo!). Dieci minuti più tardi, alla velocità di crociera di 11,5 nodi, il mostro (o caravella che dir si voglia) fu già al largo, a Punta Contessa, in aperto mare Adriatico. Reby e Pam erano sul pontile posteriore. La prima fissò l'altra negli occhi eppoi le prese la mano sinistra stringendola. Entrambe restarono per alcuni minuti in silenzio, a fissare il mare che scorreva davanti ad esse. Poi, Pam, all'improvviso disse:
     - Finalmente, ci siamo, mia tenera amante!
     Il viaggio sul Filiki sarebbe durato quasi due giorni (poco più  di quarantadue ore) con due fermate: la prima a Patrasso, sulla costa del Peloponneso; l'altra nel porto del Pireo, ad Atene. A quel punto le ragazze tornarono in cabina, la 777; ordinarono le loro cose e comodamente si sdraiarono sulle rispettive lettighe a riposare. Intorno alle venti e trenta cenarono e alle ventidue in punto, dopo cena, Pam salì sul pontile (Reby, invece, preferì restare in cabina); l'aria era abbastanza frizzante, così decise di tornare in cabina a prendere un gilet e lo indossò mentre si godeva, per qualche minuto, il rumore lieve delle onde e dei flutti sottostanti e il dolce refolo che le accarezzava il viso. Il traghetto, intanto, proseguiva spedito (all'incirca 13 nodi all'ora); da un pezzo, ormai, aveva lasciato il canale d'Otranto e le acque territoriali italiane, passato poi l'isoletta di Fano, nello Ionio, e la cittadina di Saranda (conosciuta anche col nome di Santi Quaranta), lungo la costa meridionale albanese: di lì a poco sarebbe entrato nel canale di Corfù (Kérkyra, possedimento veneziano nel XV°secolo), capoluogo, a sua volta, del nomo omonimo, porto sulla sponda orientale della omonima isola delle Ionie (l'antica Corcira, colonia dei Corinzi nell'VIII°secolo a.C., annessa dai Romani alla provincia di Macedonia). Alle ventidue e trenta le prime luci del porto erano già ben visibili agli occhi dei turisti affacciati sulle balaustre di poppa e di prua: erano molto più che un consueto skyline notturno d'estate...vene che pulsano, sembravano, e riflettori colorati riverberanti sulla chiglia della nave. Tutti erano oltremisura affascinati da siffatto meraviglioso spettacolo e grida estasiate si levavano un po' ovunque. Il quadro di un pittore greco del trecento, anonimo, ben conservato al museo Benaki di Atene, è intitolato (non casualmente) "Luci della baia": a testimoniare la bellezza e la spettacolarità delle luci del porto di notte: nello stesso museo, inoltre, (chissà se casualmente o meno?!) è una icona bizantina del XVI°secolo, anch'essa di autore sconosciuto: raffigurante, invece, una vela colorata di bianco e di azzurro issata sulla fortezza veneziana che sovrasta le colline della città di Corfù. Pam corse in cabina a chiamare la compagna. Non appena le due furono sul pontile di prua, Reby, esclamò: Beh, questo è uno dei migliori spettacoli notturni ch'io abbia mai visto in vita mia!
     Cinque minuti più tardi era tutto finito; il Filiki era già oltre Corfù e proseguì, per un'oretta abbondante ancora, lungo la frastagliata costa che si snoda nel canale ad andatura notevolmente ridotta (non più di 7-7,5 nodi), a causa della conformazione naturale della zona, appunto, e dei fondali molto più bassi delle acque solcate: tuttavia, intorno alla mezzanotte aveva già passato lo stretto. Pam e Reby, intanto, dopo essere tornate in cabina, dormivano a "spron battuto" (sembravano due gattine innamorate, ognuna distesa teneramente sulla propria cuccetta!); da par suo, invece, il traghetto
    ingurgitò, una dopo l'altra (come fosse un rompighiacci polare), le isole di Passo e di Léucade, nello Ionio (quella che fu feudo di casate italiane ed era nota col nome di Santa Maura): quando esso fu, però, in prossimità di Itaca, la leggendaria isola dell'eroe mitologico Ulisse, di colpo si udì un tonfo terribile (sembrava come se il Filiki dovesse colare a picco da un momento all'altro...una infausta riedizione del Titanic: nel Mediterraneo!) e...puff! Di colpo la nave si fermò: molti passeggeri furono svegliati di soprassalto e si riversarono sui pontili. Stranamente, però, tanto Pamela, quanto Rebecca continuarono a dormire (cioè, il rumore non aveva minimamente intaccato le loro corde uditive, pardon il loro sonno: non le aveva affatto svegliate!). La sosta, fortunatamente, durò solamente una ventina di minuti, visto che si trattava d'un guasto e di un inconveniente di poco conto: giusto il tempo di sostituire, infatti, alcuni fusibili ch'erano saltati nella sala macchine provocando un piccolo corto circuito e il conseguente arresto del Filiki. La navigazione, così, riprese tranquilla ma...ad un certo punto Pam si risvegliò anch'essa di soprassalto (certamente non a causa di un guasto meccanico!): fu così scaraventata, con un movimento quasi felino, giù dalla lettiga e in un battibaleno si ritrovò col suo bel cu...sedere per terra. Il tonfo precedente, quello dell Filiki, non l'aveva svegliata ma ora era accaduto, invece, qualcosa di assolutamente straordinario: forse, chissà, un vero e proprio richiamo del mistero, dell'imponderabile o, meglio ancora, dell'imponderabilità misteriosa che racchiude la natura! La ragazza si sollevò da terra e in tutta fretta si rivestì (Reby, invece, dal suo canto continuava imperterrita a dormire!), dopo salì sul pontile di prua. Erano le tre di notte, quasi, nell'aria non v'era neanche un misero refolo di vento né si sentiva volare una emerita mosca. Pam si guardò intorno ma al primo acchito non scorse nulla. Il Filiki, intanto, dop'aver lasciato le Ionie (l'isola di Zante, antica Zacinto, quella natia del poeta Ugo Foscolo, a cui lo stesso dedicò un sonetto, si intravvedeva ancora, in lontananza, quarantacinque gradi a sud-ovest rispetto al traghetto), si apprestava a virare verso est per immettersi nel golfo di Patrasso e circumnavigarlo. Non appena fu giunto dirimpetto a Kato Achaia ed aver puntato di proda, a nord-ovest, Missolungi (la greca Mesologgion che Pam e Reby conoscevano benissimo: colà vi è seppellito, infatti, il poeta e romanziere romantico-libertario George Gordon, lord Byron, di stirpe inglese e nobile discendenza), Pam volse lo sguardo suo al cielo vedendovi un enorme bianchissimo albatro che si stagliava innanzi a lei e stava volando veloce sopra la sua testa; la ragazza, d'altronde, non avea mai veduto un così grande uccello: la sua apertura alare, infatti, rasentava quasi i quattro metri. Non era un sogno, ma immaginifica seppur misteriosa realtà. Pam, così, sbiancò in volto: le sue guance presero lo stesso colore dell'uccello; poi si riebbe ed esclamò: - Uaoooh! 

     Anticamente, l'albatro era ritenuto un animale sacro dai naviganti di ogni mare e di tutti gli oceani del globo, una sorta di metronomo volante, tanto per chiarire: la sua apparizione, infatti, preannunciava tempesta e li metteva, pertanto, sul "chi vive". Lo stesso poeta romantico inglese Samuel Taylor Coleridge, che Pam e Reby conoscevano benissimo, del resto, ne parlò (un secolo e mezzo prima...decade più, decade meno) in un suo noto romanzetto dal titolo "La ballata dell'antico marinaio". 
    In quel caso l'autore porta alle estreme conseguenze "l'apparizione" stessa: l'uccello verrà ucciso dal membro dell'equipaggio d'un vascello (il vecchio marinaio, appunto)...e simboleggia, quel gesto, un solo unico ed insano atto che distrugge l'unità preesistente al mondo; il millenario ed ancestrale equilibrio creato dalla natura stessa piuttosto che dall'ordine naturale delle cose. Ma quella notte, però (e fortunatamente!) non andò così; la realtà è ben diversa sul Filiki (o meglio, sopra la testa di Pam)...
     Infatti, dopo qualche minuto trascorso in uno stato di quasi incoscienza, la ragazza tornò in cabina: non seppe spiegarsi quella strana seppur meravigliosa apparizione, la quale l'avea quasi stregata, addirittura ammaliata, né il precipuo motivo per cui si fosse svegliata all'improvviso dal suo sonno, nel bel mezzo della notte. Si sdraiò, tuttavia, sulla lettiga e si rimise a dormire: lo fece digiuna di risposte ma di buona lena. Alle cinque e trentacinque in punto, finalmente il Filiki toccò terra ammarrando nel porto di Patrasso (capoluogo del nomo di Acaia, nel Peloponneso settentrionale, essa fu colonia romana col nome di Colonia Augusta Aroe Patrensis). Il sole, nonostante l'ora, era alto già all'orizzonte e i raggi suoi, invece, bruciavano il viso come fossero un ferro da stiro (la temperatura, infatti, rasentava abbondantemente i trenta gradi!). La sosta sarebbe durata quasi quattro ore. Pam e Reby salirono sul pontile. Intanto, alcuni mezzi, soprattutto grossi tir carichi d'ogni cosa e diretti verso l'interno, sbarcarono sulla banchina del molo nuovo; identica cosa stavano facendo moltissimi passeggeri a piedi: il richiamo del porto e delle bellezze della città, evidentemente, era per tutti quanti fortissimo! Reby disse all'altra:
     - Finalmente un po' di riposo, ne avevo proprio un gran bisogno, sai?
     - Ehi, cucciola, - replicò, allora Pam; - cosa dici mai? Parli di riposo: proprio tu che hai dormito di filato tutta notte. Ah! Ah! Ah! 
     - Sì, hai ragione, come sempre, amore mio, ma mi sento davvero un po' strana, sai?
     - Certo, ti capisco, - rispose allora l'altra, - sarà forse, chissà, colpa del fuso orario o del jet lag...(era una battuta ironica, ovviamente!). A quel punto Reby si avvicinò a Pam e la baciò, senza preavviso, sulla bocca. Poi le disse, ad alta voce:
     - Sbrigati, dai, lumaca: è ora di andare! (In effetti, le due avevano in programma di fare un bel giro in città ma...doveva attendere anche quello).
     - Ancora un attimo, ti prego! - fece Pam. - Ho da scrivere alcune cose.
     La ragazza, così, estrasse il suo taccuino dal tascapane color marroncino che portava sempre a tracolla (non si separava mai da quello: lo teneva con sé anche quando dormiva, a volte!) e scrisse un pensiero su Patrasso: "Questa mattina, alle ore cinque e trentasei, abbiamo attraccato nel porto di Patrasso. Il traghetto è fermo sulla banchina. La vista, ai miei occhi, è singolarmente limpida e le montagne distanti (la città, infatti, si trova ai piedi del gruppo montuoso del Panacaico) si proiettano su uno strambo ed enorme cumulo di nembi colorato d'azzurro scuro: essi sembrano, addirittura, il loro specchio interiore...".

     - Ancora? - chiese a quel punto Reby. - Quanto ci metti? Su, dai, andiamo. Ma cosa hai scritto? Non penso proprio sia un trattato di parapsicologia o di metempsicosi...ma dev'essere tanto lungo ugualmente visto il tempo che ci hai messo a scriverlo!
     - No, certo! - fece Pam. - Sai, cara, mi sembri davvero molto arguta in questo periodo: non sarà tutta colpa degli ormoni in subbuglio? Oppure, chissà, delle fasi  lunari di traverso? Ma dopo te lo dirò, forse, se vuoi... - si fermò un attimo eppoi riprese a parlare:
     - anzi, credo proprio che non lo farò affatto! E' il mio diario, in fondo, questo, bellissima: non lo leggerai mai; non te lo farò mai leggere neanche dovessimo vivere mille anni, io e te. Neanche tu puoi farlo, a questo mondo e in questa vita! 
     - D'accordo, Pam, andiamo allora: non abbiamo molto tempo!
     Reby, così, si avvicinò alla compagna e li mollò un'altro bacio: questa volta sulla guancia sinistra. Pam, in tutta risposta, sorrise senza dir nulla. Le due, poi, mano nella mano (proprio come due fidanzatine provette!) si avviarono finalmente all'uscita: le aspettava il sostanzioso giro turistico ed un...incontro alquanto inatteso. Le bancarelle sulle banchine del molo vecchio "Kariskaki", quello opposto all'altro, vicino al faro, intanto già pullulavano di clienti, indaffarati a comprare oggetti e souvenir d'ogni sorta, mentre le grida degli ambulanti simpaticamente si sovrapponevano a quelle dei pescatori. Pam allora pensò, fra sé e sé: 
     - Caspita, la vita ricomincia presto da queste parti!
     Dopo di che si avvicinò ad una bancarella ed acquistò alcune cartoline illustrate di Patrasso. - Ho da scrivere un po', - disse rivolgendosi alla compagna.
     Reby, così, ridacchiando fece:
     - Ah! Ah! Ma non mi dire; come se fosse una cosa strana, questa. Sei tu, in fondo, l'intellettuale tra noi due, io so a malapena leggere!
     Pam, in realtà, scrisse ad alcune ex compagne del college: dop'averlo fatto e dopo averle affrancate, imbucò le cartoline nella buca di fianco al "Central Bar", sulla piazza Anteras. E poi...si avvicinò a Reby, la guardò dritta negli occhi, per un sol attimo, e le disse: - Ho finito! Infilò, poi, il suo braccio sinistro in quello destro dell'altra ed insieme si avviarono. Salirono su per la scalinata Aghiou Nikolau, famosissima strada pedonale che si inerpica, coi suoi centonavantadue gradini, sino alla città vecchia, dove comprarono un mazzo di rose bianche da un bambino cipriota, (circa nove o dieci anni), che le vendeva ai turisti per due dracme l'uno: fu una passeggiata romantica, quella, con le due mano nella mano, svoltasi su strade lastricate di pavé azzurro e bianco (i colori della bandiera di Grecia), costeggiando alcuni grandi e colorati palazzi neoclassici, simbolo del glorioso passato della città, sino a quando...

  • 22 aprile alle ore 16:48
    INTRECCI SESSUALI.

    Come comincia: Adriana e Luisa, due piacevoli signore quarantenni avevano molte cose in comune: abitavano in una villa a schiera vicino Cinecittà a Roma, erano ambedue vedove, Adriana ‘nera’, il marito era morto in un incidente stradale, Luisa ‘bianca’, il poco gentil consorte era sparito dalla circolazione con la solita ventenne che profumava di giovinezza. Ambedue avevano un figlio dodicenne: Adriana Alessandro, Luisa Lorenzo. Altra situazione comune, decisamente fortunata l’esser ricche di famiglia. Era giugno, le scuole chiudevano i battenti, i due eredi erano rientrati in famiglia dal collegio con grandi baci ed abbracci da parte delle genitrici, un po’ più da parte di Adriana, per Luisa il problema era un altro: aveva conosciuto un ballerino cubano in tournée a Roma, era ben presto passata a…vie di fatto, se ne era innamorata, aveva deciso di andare con lui a Cuba: problema Lorenzo. Un pomeriggio Luisa: “Cara posso venire a prendere un te a casa tua?” “Son qua!” Quando mai Luisa aveva chiesto il permesso, c’era sotto qualche cosa di importante ed infatti: “Cara, Esteban ha finito la tournée e deve rientrare a Cuba, io senza di lui…vorrei seguirlo ma il dilemma è Lorenzo.” “ Problema risolvibile, i due ragazzi sono molto amici, stanno bene insieme, vai pure e…divertiti!” Lorenzo era un giovane di spirito: “Alessandro ora avremo una mamma in comune, solo che non è mia mamma…”Quella affermazione mise in allerta Adriana che poi si diede della sciocca, Lorenzo era ancora un bambino. I giovani stavano tutto il giorno assieme, avevano preso in prestito un cane pastore tedesco di un vicino e si divertivano un mondo, in giardino facevano finta di lottare, grandi colazioni, gite in bicicletta. Adriana li guardava con affetto e con una certa ‘invidia’ per lei tutto era precluso soprattutto la compagnia maschile. Una notte tutti a letto, Adriana sentì provenire dei rumori dalla camera di suo figlio, incuriosita aprì uno spiraglio della porta e rimase sconcertata: i due ragazzi nudi si toccavano vicendevolmente il pisello e talvolta se lo mettevano in bocca, una confusione totale nella sua mente,   ritornò in camera sua frastornata senza poter riprendere sonno. La mattina solita grossa colazione dei giovani che poi erano usciti per giocare in giardino con Ras, il cagnone, fra di loro sembrava non esserci problemi. Adriana prese il toro per le corna e chiese spiegazioni ai due ragazzi sul loro comportamento sessuale. Fu Lorenzo a rispondere: “Cara zia, i tempi sono molto cambiati da quando eri giovane tu, il sesso è piacevolezza e non crea problemi, ce l’ha insegnato don Adamo a cui siamo molto legati, tutti i pomeriggi dal lunedì al venerdì ci dava ripetizioni, la notte del sabato e della domenica ci dedicavamo a trastulli erotici con lui e fra di noi. Se il Signore ci ha creato con quei desideri possiamo soddisfarli, non facevano male a nessuno. Don Adamo per primo ci ha insegnato tanti giochetti senza esagerare perché lui ha un pisello molto grosso, glielo prendevamo in mano ed in bocca, come pure fra di noi due che però ce lo infilavano anche nel culetto perché ce l’abbiamo ancora piccolo, ora sai tutto.” Adriana, sempre più basita si ritirò in camera sua e si gettò prona sul letto. “Vai a parlare con tua madre, è rimasta sconvolta, stalle vicino, pian piano capirà.” Alessandro si recò in camera della mamma, si mise vicino a lei sul letto senza parlare, passò del tempo, ‘il tempo è grande consolatore, trova sempre un perfetto finale’ (frase di Charlie Chaplin) e così fu. Dopo un’ora Adriana abbracciò Alessandro e: “Sarai sempre il mio amore più grande, l’unica mia preoccupazione è che…” “Noi tre siamo persone intelligenti e leali, saremo sempre uniti ed amici, don Adamo ci ha informato che siamo dei bisessuali, per ora abbiamo avuto solo contatti omosessuali, in seguito…vedremo, ora andiamo a mangiare. Don Adamo, il cui vero nome era Leonardo apparteneva ad una famiglia di Santa Maria di Leuca in Puglia, ogni anno andava a trovare i suoi genitori ormai anziani ed anche quest’anno aveva lo stesso progetto. Venuto a conoscenza del colloquio di Alessandro con la madre, ritenne opportuno presentarsi in casa loro: “Signora ogni anno mi reco in Puglia dai miei, se lei è d’accordo vorrei che tutti e tre mi faceste compagnia: il mare è bellissimo, gi abitanti socievoli, il mangiare eccellente, la mia Mercedes confortevole, la distanza è di circa 650 km quasi tutta autostrada che percorreremmo con calma partendo la mattina presto.” “Adriana guardò a lungo negli occhi don Adamo, con quel’espressione gli fece capire che conosceva i loro intrallazzi sessuali, subito dopo lo abbracciò e si rifece alla celebra frase napoletana: “I figli sò pezzi ‘e core!” Partenza la mattina successiva, in una piazzola  don Adamo ritornò ad essere Leonardo, si era portato in valigia abiti borghesi, un prete in abito talare avrebbe dato troppo all’occhio,  fece presente alla signora il motivo per cui si era fatto prete, ne mise al corrente Adriana, i due ragazzi sapevano già tutto. Un suo zio Agapito era l’Abate di un Monastero, attaccatissimo alla religione aveva ‘consigliato’ suo nipote di indossare gli abiti talari, quel consiglio voleva dire: ‘se non ti fai prete non ti lascio una lira del mio patrimonio  e così il nipote prese la via del seminario. Secondo i non credenti, i religiosi in genere campano sino a cento anni per un motivi ovvi: non hanno preoccupazioni di nessun genere (figli, disoccupazione), mangiano alla grande (salvo qualche giorno di un salutare digiuno), per le varie cerimonie  incassano col ‘fiore che non marcisce’un bel po’ di soldi o meglio di Euro anche se il Papa è contrario a questa abitudine. Vivono talvolta in posti isolati dove non c’è smog ed hanno tante altre comodità comprese quelle di amicizie con femminucce ed anche con maschietti tanto che recentemente molti di loro sono finiti in galera per pedofilia. Arrivato a Santa Maria di Leuca don Adamo aveva appreso ufficialmente con dolore, ma dentro di sé con molta gioia il trasferimento in cielo del poco amato zio e così era libero di gettare alle ortiche l’abito talare. Michele ed Erica i genitori di Leonardo gli avevano fatto tante feste,  purtroppo erano malfermi di salute soprattutto la loro vista si era molto indebolita, non per questo avevano dimenticato le buone abitudini pugliesi per quanto riguardava l’ospitalità soprattutto il mangiare tanto che Leonardo dovette  mettere in guardia gli ospiti di non abbuffarsi di tante golosità indigene. Pomeriggio tutti sotto l’ombra gradevole degli alberi del giardino con nonno Michele che aveva cominciato a raccontare ai due ragazzi ed alla signora le storie popolari del paese, i tali facevano finta di interessarsi ma  a loro non ne fregava proprio un c…di quegli avvenimenti. La sera, dopo un ufficiale ‘buona notte’, il trio si ricompose in camera di Leonardo, evidentemente non volevano perdere l’allenamento, Adriana immaginò quello che stava accadendo ma restò ben chiusa nella sua  camera da letto. La mattina successiva Leonardo in auto la accompagnò a Gallipoli insieme a Lorenzo, la signora voleva acquistare degli abiti estivi  in un negozio di moda, lui aveva in mente di fare un  acquisto particolare, una microspia ambientale. Lorenzo dai commessi del negozio fu scambiato per il figlio di Adriana che, nello stanzino per provare una sottoveste si vide arrivare dentro il giovane che con gli occhi di fuori, arrapato come un riccio e prese a baciare la ‘zia’ che, impaurita delle possibili conseguenze: “Ne riparleremo a casa, è una promessa!” Solo così il giovane si calmò ma la promessa rimaneva… Lorenzo, pimpante quanto mai raccontò il fatto ai due complici e la sera, dopocena, si recò in camera di Adriana per dar seguito alla promessa. Durante la cena Leonardo aveva provveduto ad installare la cimice in camera di Adriana con riscontro in camera sua, erano diventati due guardoni. All’arrivo di Lorenzo Adriana capì che doveva concedere qualcosa al giovane ma cosa? “Andiamo a lavarci in bagno e poi qualche bacio sul letto.” I due uscirono dal bagno con Lorenzo armato di un bastoncino non molto grosso ma ‘allah ben dur’ “Cara zia, finalmente potrò baciarti tutta come ho sempre desiderato, voglio assaporare il tuo profumo.” E cominciò dal viso pian piano sino alla pancia dove si trovò dinanzi una gran foresta e cercò di penetrare con la lingua la cosina ma l’inesperienza…”Caro sali più su con la lingua, ancora più su, lì c’è il clitoride, è come il pene degli uomini, è molto sensibile, bacialo a lungo con la punta della lingua. I chiarimenti ebbero il loro effetto tanto che Adriana si esibì in un lungo orgasmo seguito quasi subito da un altro, il ‘nipote’ aveva imparato la lezione. Nel frattempo Leonardo ed Alessandro avevano seguito la scena al video e: ”Vedo che tua madre è in forma, domani sera…” E così fu, ormai Adriana capì che vento tirava, un vento leggero e profumato di sesso anche perché Leonardo aveva sfoderato il pisellone che fece strabuzzare gli occhi alla dama: “Vacci piano, prima un cunnilingus per lubrificarmi.”Alessandro e Lorenzo a far da spettatori, la signora, decisamente allupata decise di aprire la ‘porta posteriore’ al benvenuto intruso. “Vedo che tua madre era a stecchetto da molto tempo, io mi sono eccitato, per favore girati di spalle, madre e figlio accontentati. La sera successiva gran gala: tutti e quattro in una sola stanza con i letti avvicinati: iniziarono Lorenzo ed Adriana, durarono a lungo, il ragazzo non voleva staccarsi dal fiorellone della zia, poi entrò in scena o meglio in fica Leonardo che diede il meglio di sé anche nel popò, aveva capito che per Adriana quella era una porta preferita, fu la volta Alessandro che infilò Leonardo che nel frattempo veniva masturbato da Lorenzo, di nuovo Adriana con Leonardo in uno spettacolare spagnola che fece pervenire gli schizzi di sperma sin sul viso della signora. La vacanza breve era finita, il vero immortale era l’amor che riportò a Roma il quartetto sempre più unito. Leonardo, laureato in lettere, vinse un concorso ad una scuola media della capitale, i due ragazzi si iscrissero al ginnasio e, ultima novità rientro a Roma di una Luisa amareggiata per il comportamento del suo bel ballerino, le aveva ‘succhiato’ tutti i risparmi che e se la spassava con la sue paesane, stronzo! In fondo quella novità ebbe un fondo di piacevolezza, anche Luisa entrò nel giro des amants riassaporando i sesso italiano di Alessandro e di Leonardo, capì che era migliore di quel coso lungo e nero del cubano che ora, ripensandoci bene le faceva un po’ schifo!

  • 22 aprile alle ore 7:48
    La Fiabastrocca del lupo Demetrio

    Come comincia: “Quest’anno par che la Primavera non
    voglia proprio arrivare …”
    non si faceva che vociferare
    fra gli animali della Foresta.
     
    “Il bel ciliegio non è sbocciato,
    e nemmeno i papaveri sono in Festa!”
     
    “Non ci sarà Primavera!” scosse il capo
     la bella Ipazia, lupa dagli occhi d’ambra,
    tossendo forte.
    “Un virus ha portato febbre
    e tosse a far male al petto,
    non sarà Primavera!”
    guardò i pettirossi far spallucce sui rami.
     
    “Il creato sta soffrendo!” sbraitò il cervo
    “Muto sta dormendo!”
     
    “Non credo…sarà così!”
    rispose Demetrio, giovane lupo
    dagli occhi viola, che zoppo girovagava
    per la Foresta ricamando la sua poesia.
     
    “Sogno/dondola nell’aria/una piuma”
    cantò lui accostandosi alla lupa
    “Nei sogni bisogna crederci!”
     
    “Che bella poesia!”
    sorrise lei di rimando.
     
    “La poesia è un atto d’Amore!”
    “L’Amore che abbiamo dimenticato!”
    “L’Amore gratuito! L’Amore a prescindere!”
    “L’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!”
    “L’Amore che ha bisogno di coraggio!”
    ripeté il lupo avanzando, retrocedendo
    in un tumulto di emozioni incontrollabili.
     
    “La Primavera verrà…” arrancò “Tutto finirà,
    #andraàtuttobene, ed il gelo si scioglierà
    a far luce, se ci crederemo veramente!”
    levò lui il muso.
     
     
     
     
    E trascinandosi caracollante
    giunse fin sulla roccia a contemplare
    lo sciabordio delle onde a divenire
    bianca spuma “Ce la faremo!”
    “La Primavera giungerà a salutare
    di gioia con la sua veste di primule
    il Generale Inverno!”
     
    “La Vita è il dono più prezioso
    perché questo? Perché?”
    mugghiò la lupa.
     
    “Nankurunaisa, credo sia una delle parole
    più belle del mondo, significa:
    con il tempo si sistema tutto! Ed io ne sono certo!
    Non dimenticarlo, Ipazia!”  
    la scaldò al tepore del suo fiato, il lupo.
     
    “Ce la faremo!
    Tutto passerà, a suo Tempo!
    Tutto ha il suo Tempo
      e giungerà anche quello giusto per noi!”
     
    “Guariremo!”
    sorrise la lontra mentre una lacrima
    di commozione le brillava fra le ciglia.
     
    “Ti credo, ci credo!”
     
    E dal mare un delfino
    salterellò facendo brillare d’argento le acque,
    giocando a far capriole con un pesce spada:
    Miracolo di Vita e d’Amore.
     
    “Si!” frullò le ali il colibrì Dante
     “In-sie-me…io non ti lascio solo!”
     
    “Si, je sto vicino a te!” annuì il lupo
    cullando nel suo cuore
    lo sguardo della lupa.
     
    E la luna spuntando
    d’improvviso dietro le pale delle montagne
    ad ammantare tutt’intorno,
    portando la nuova stagione,  aprì con la sua veste
    la Festa della Primavera.
     
     
     
     
     
    “Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia
    Se tu sei Felice, io sono Felice!"
    porse il Generale Inverno
    un ramo d’ulivo di raro splendore
    alla bella Primavera, facendo risplendere
    la notte di magia.
     
    “La Primavera è arrivata!” presero a cantare
    in un unico coro di Pace e d’Amore
    gli animali uscendo
    dai loro rifugi.
     
    “Non c’è più  febbre e la tosse è cessata!”
    raccolse il mare fra i suoi flutti
    la lieta novella.
     
    “Buona Primavera!” bisbigliò Ipazia
    “Idem, cara!” gli fece eco Demetrio.
     
     
    E da quella notte i due lupi non si
    separarono mai più, ed in poco tempo la pancia di lei
    crebbe gonfia del loro Amore,
    dando alla luce Vittoria
    lupacchiotta allegra e piena di Vita,
     per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 19 aprile alle ore 12:54
    Chi ha paura degli anti-5G?

    Come comincia: Lettera aperta alla redazione di Leonardo, programma di divulgazione scientifica del pomeriggio di RAI3.

    Oggetto: Vostra trasmissione del 10-04-2020. Servizio con il prof. Enrico Bucci.

    Salve,
    non riesco a seguire il vostro interessante programma di divulgazione scientifica tutti i giorni.
    Incidentalmente, venerdì 10 aprile scorso ho potuto.
    E’ stata un’enorme delusione per me constatare come un programma quale è il vostro si prestasse a diffondere quella che A ME (c'è ancora libertà di opinione in Italia?) è parsa disinformazione e cortina di fumo.
    Mi riferisco al servizio che ha avuto come protagonista il prof. Enrico Bucci.
    Non posso riascoltare la trasmissione su Raiplay.
    Farò riferimento all’articolo comparso su Il Foglio lo stesso 10 aprile alle ore 06:00 a firma dello stesso prof. Enrico Bucci, articolo che include le opinioni ed informazioni che il prof. Bucci ha divulgato durante il vostro programma.
    Riporto il link all’articolo: https://www.ilfoglio.it/scienza/2020/04/10/news/ah-una-pandemia-5g-312299/
    L’articolo del prof. Bucci inizia: “A media unificati – almeno due giornali nazionali e due locali – è comparsa il 6 aprile una lunghissima articolessa sui rischi del 5G…”.
    Immagino che il prof. Bucci faccia riferimento all’articolo comparso su La Stampa il 6 aprile 2020 a firma di BENEDETTA PARAVIA. Un articolo il cui titolo e sommario (perdonatemi nel caso non utilizzi la corretta terminologia delle varie parti della struttura di un articolo) mi risultano essere:
    “L’opinione controcorrente. Il valore della salute e quello del profitto: il 5G”
    “Mentre in questi giorni il mondo combatte contro un virus che miete fin troppe vittime; silenziosamente e gradualmente, lo stesso mondo si riempie di ripetitori per le reti cellulari di prossima generazione”
    Devo dire “mi risultano” perché sono venuta a conoscenza di questo articolo uno o due giorni dopo il 6 aprile, quando mi è pervenuta l’informazione che l’articolo fosse stato rimosso dopo la pubblicazione. E mi dispiace tantissimo in quanto, oltre che volerlo leggere, mi sembra che la pluralità d’informazione sia un diritto sancito dalla Costituzione Italiana.
    Ecco il link all’articolo rimosso: https://www.lastampa.it/opinioni/2020/04/06/news/il-valore-della-salute-e-quello-del-profitto-il-5g-1.38686965
    Se poi il prof. Bucci facesse riferimento ad un altro articolo, chiedo scusa per la digressione.
    Tornando alle affermazioni del prof. Bucci, nel suo articolo il prof. Bucci sembra voler confutare una teoria sostenuta dalla “lunghissima articolessa” misteriosa: “Covid-19 sarebbe stato causato almeno in parte dalle antenne installate per il 5G.”
    Ora non so dove il prof. Bucci abbia letto tale teoria, in quanto non ho sottomano l’articolo al quale si riferisce, non sapendo con certezza nemmeno a quale articolo si riferisse.
    Ad ogni modo il prof. Bucci continua che “la lunghissima articolessa”, (peccato che il prof. Bucci non ci fornisca riferimenti più precisi in modo da darci possibilità di verificare personalmente), basi questa teoria su “le opere di un conclamato illustre esperto internazionale, il prof. Martin Pall.”
    Il prof. Bucci continua poi affermando di avere ‘scartabellato’ la produzione scientifica del prof. Martin Pall e “si può notare non solo come nessuno dei suoi articoli possa fornire il più vago supporto scientifico alle teorie sul 5G …, ma soprattutto come in compenso non vi è quasi nessuna fra le teorie più esoteriche del campo medico di cui costui non si sia occupato – dalla sensibilità chimica multipla (una nota bufala) ad altre simili amenità.
    Il prof. Enrico Bucci è laureato in Scienze Biologiche, al momento professore associato presso la Temple University.
    Il prof. Martin L. Pall, è stato professore di biochimica e scienze mediche di base presso la Washington State University.
    Io sono una laureata in ingegneria elettronica che ha frequentato la Scuola Superiore di Specializzazione in Telecomunicazioni presso il Ministero di Poste e Telecomunicazioni, un po’ di tempo fa, e da venticinque anni mi occupo di altri settori.
    Non metto parola in questioni di biologia, biochimica e medicina.
    Ad ogni modo lessi un articolo sulle teorie del prof. Martin L. Pall (ma non solo del prof. Martin L.Pall, nell’articolo erano citate le opinioni anche di altri professori universitari) lo scorso ottobre ed era un articolo dei primi mesi del 2018 e certamente non si faceva riferimento al Covid-19, molto di là da venire. Mi parve l’articolo più interessante e solido sui rischi del 5G che mi fosse mai capitato di leggere fino a quel momento.
    Probabilmente anche perché iniziava con delle considerazioni tecniche che, nella mia modesta competenza, mi sembravano più che plausibili.
    Considerazioni tecniche che riporto qui di seguito (scusate se non traduco):
    5G is predicted to be particularly dangerous for each of four different reasons:
    1. The extraordinarily high numbers of antennae that are planned.
    2. The very high energy outputs which will be used to ensure penetration.
    3. The extraordinarily high pulsation levels.
    4. The apparent high level interactions of the 5G frequency on charged groups presumably including the voltage sensor charged groups.
    [Punto 1] Di recente ho letto anche in un articolo del Corriere che lo stesso CEO di Ericsson ricordava come la rete 5G sia estremamente energivora. E posso crederlo, con quel numero straordinariamente alto di antenne che la rete 5G mette in campo, non può essere che così.
    [Punto 2] Nell’ottobre 2018 agendadigitale.eu ha pubblicato l’articolo: “Ecco perché il 5G mobile obbliga a rivedere i limiti di emissione elettromagnetica in Italia”, dove indica che i limiti in Italia siano 6 V/m e 20 V/m (quest’ultimo per effetti acuti), limiti più restrittivi rispetto ad altri Paesi in Europa dove alla frequenza di 2600 Mhz il limite è fissato a 61 V/m.
    Noi Italiani dobbiamo essere grati alla competenza e lungimiranza di Livio Giuliani, biomatematico e fisico, ex dirigente di ricerca dell’ISPESL, ora in pensione, se il limite in Italia fu fissato a 6 V/m invece che a 61 V/m. Ed ora il professor Livio Giuliani, esperto riconosciuto a livello internazionale, preme che si arrivi a 0,6 V/m. Ridurre ulteriormente il limite emesso di potenza, non elevarlo.
    Il ministro dell’Innovazione Paola Pisano, in occasione del 5G Italy, l’evento promosso dal CNIT e organizzato da Supercom in corso al CNR il 3, 4 e 5 dicembre, pare abbia affermato (fonte key4biz): “… i limiti elettromagnetici è un tema che stiamo dibattendo all’interno del governo, noi ovviamente stiamo seguendo molto l’Europa su tutta la trasformazione digitale.”
    [Salto il punto 3], dovrei parlare delle possibili frequenze “straordinariamente elevate” utilizzate a Wuhan quando il segnale 5G è stato acceso il 1° novembre e delle nuove Linee Guida che l’ICNIRP ha pubblicato circa un mese fa [articolo di La Repubblica, https://www.repubblica.it/tecnologia/mobile/2020/03/13/news/nuove_linee_guida_per_la_5g_nessun_pericolo_per_la_salute_ma_cautela_con_le_alte_frequenze-251171998/?ref=RHPPTP-BL-I251257021-C12-P1-S1.4-T1 :
    “Poche novità, ma un occhio di riguardo per le alte frequenze”
    “"LA COSA più importante che le persone devono ricordare è che quando queste nuove linee guida verranno rispettate le tecnologie 5G non saranno in grado di causare danni", ha assicurato il dottor Eric van Rongen, presidente dell'ICNIRP. […] Da ricordare che in Italia, come in altri paesi europei, verranno impiegate le bande a 700 Mhz, a 3.700 MHz e 26 GHz. Proprio quest'ultima andrà gestita con maggiore cautela.” Cosa dire, siamo lieti che le linee guida siano state modificate rispetto alle vecchie in modo che SE SEGUITE le tecnologie 5G non faranno danni. Mi chiedo, seguendo le vecchie linee guida le tecnologie 5G erano in grado di fare danni? In tal caso, meglio tardi che mai? Forse troppo tardi per qualcuno?]
    [Punto 4]. Quando seppi, praticamente in diretta, dell’incendio delle antenne fuori di quel Centro Commerciale a La Spezia, pensai proprio al rischio indicato in questo punto 4. Ed, in effetti, un paio di giorni dopo, un articolo riportava che l’incendio delle antenne era probabilmente dovuto ad un cortocircuito.
    Tornando alle parole del prof. Bucci “sensibilità chimica multipla (una nota bufala)”, non so assolutamente di cosa si tratti, comunque consiglierei il prof. Bucci di informare della cosa il Ministero della Salute, il ministero infatti vi dedica una pagina: http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?lingua=italiano&id=4405&area=indor&menu=salute
    Infine, tornando alla teoria che sarebbe la causa della levata di scudi del prof. Bucci: “Covid-19 sarebbe stato causato almeno in parte dalle antenne installate per il 5G.”, ripeto, ho sentito/letto questa teoria e/o altre baggianate solo: 1) nel servizio/articolo del prof. Bucci; 2) in un articoletto di Focus a firma di Chiara Guzzonato; 3) pochi giorni fa in un video su youtube.
    Tutti dopo il fantomatico articolo, introvabile, del 6 aprile.
    Per quello che ne so, l’unica relazione che è stata supposta da scienziati e tecnici tra 5G e Covid-19 è che le alte frequenze che possono essere utilizzate nel 5G possano indurre immunodepressione, ossia abbassare le difese immunitarie e quindi essere più attaccabili da agenti patogeni preesistenti, incluso, eventualmente, il Covid-19. Ho sentito avanzare questa ipotesi per la prima volta da un professore ingegnere della Calabria, il quale fa riferimento agli studi del prof. Olle Johansson, svedese: “Electromagnetic fields may act via calcineurin inhibition to suppress immunity, thereby increasing risk for opportunistic infection: Conceivable mechanisms of action” [I Campi Elettromagnetici possono agire attraverso l’inibizione della calcineurina per sopprimere l’immunità, aumentando così il rischio di infezione opportunistica. Meccanismi d’azione plausibili”.] ( Medical Hypotheses 2017;106;71-87)
    La calcineurina è una proteina che attiva le cellule del sistema immunitario, ci informa il professore ingegnere che è anche Consulente Tecnico d’Ufficio della Magistratura per l’Elettrosmog.
    Immagino che vi siano altre fonti oltre il professore ingegnere della Calabria.
    Di più, nin so.
    Cordialmente,
    ing. Linda Landi

  • 19 aprile alle ore 10:05
    LE ALLUPATE

    Come comincia: Dopo un divorzio alcuni vengono presi dalla sconforto, dalla tristezza, dalla delusione, dalla depressione insomma da sentimenti negativi per lo spirito, Alberto, al contrario si sentiva finalmente libero da un legame con una donna con cui non aveva più nulla in comune, anzi si domandava cosa l’avesse spinto ad impalmarla. ‘Libertà va cercando ch’è si cara’ già ai tempi degli antichi romani la libertà era un bene prezioso tant’è vero che Catone preferì suicidarsi piuttosto che perderla. Alberto aveva preferito il divorzio e già dal primo giorno era rinato: il mondo gli sembrava più accogliente, la gente più simpatica, la mattina veniva svegliato dal canto degli uccellini e si sentiva pieno di energie: doccia, rasatura di barba, colazione abbondante, abbigliamento per il mare e telefonata all’amico Franco: “Giovane (si fa per dire era quarantenne come lui) datti una smossa, fra dieci minuti sono sotto casa tua, destinazione Lido di Mortelle, vai!” Ovviamente Franco non era pronto, al citofono: “Maria che fa quel pelandrone di tuo marito, oggi è domenica e siamo liberi dal servizio.” “Sta facendo colazione, appena pronto te lo mando giù, anche a me fa piacere che te lo porti via….” Ci volle ancora un quarto d’ora poi finalmente Franco si appalesò con un boccone in bocca. “Cazzo nemmeno la domenica…” “Giovanotto non dimenticare che io sono maresciallo e tu brigadiere, è un ordine: “SVEGLIA!” La cinquecento di Alberto partì a razzo, “Mettiti la cintura, se incontriamo qualche pattuglia di ‘martelloni’ , loro se ne fregano che siamo della Finanza anzi se ci possono fare uno sgarbo…”Al lido furono accolti da una  signora dal nome impegnativo, Costanza che all’entrata faceva pagare il ticket d’ingresso e di soggiorno ai clienti, per loro due niente ticket anzi cabina gratis in prima fila. Franco si accomodò su una sdraia, aveva ancora sonno, Alberto lo lasciò in pace ed andò in cerca di ‘pollame femminile’ ma a quell’ora c’era poca ‘roba’ in giro anzi ne vide tre ‘horribiles visu’ che, chiamarle donne sarebbe stato offensivo per il genere femminile. Stavolta Hermes, di solito protettore di Alberto mise in atto una cattiveria, non aveva accettato quel giudizio su quelle  tre povere brutte, loro non ne avevano colpa e  così il dio degli imbroglioni fece uno sgarbo al suo protetto: fra la sabbia c’era una bottiglia rotta su cui Alberto mise un piede con la conseguenza di una grossa lacerazione dolorosa e sanguinante. “Franco vieni qui, maledizione mi sono ferito ad un piede!” Oltre a Franco si precipitarono anche le tre sgraziate che si dimostrarono premurose ed affettuose. “Signore forse possiamo aiutarla, abitiamo dall’altra parte della strada, a casa abbiano di che medicarla.” Con l’aiuto dell’amico, zoppicando Alberto raggiunse la villetta delle tre,  si sedette su un divano. “Io sono Catena, ho frequentato un corso da infermiera, qui ci vogliono dei punti, la ferita è troppo estesa o la portiamo in ospedale o si fida di me e le metto dell’anestetico così proverà meno dolore.” Alberto dimostrò di essere un duro, sopportò stoicamente la sofferenza ed alla fine del’operazione ringraziò Catena. Poverina era  tanto magra che in siciliano si poteva soprannominarsi ‘sdisiccata’. Intervenne la seconda delle sorelle: “Sono Crocifissa, non penso che sia il caso che lei cammini, la ferita potrebbe riaprirsi, lei ed il suo amico potreste essere nostri ospiti a tavola, Lorena, la nostra cameriera ha preparato un buon pranzo, basta solo riscaldarlo.” Crocifissa, poverina aveva un gran naso che le arrivava quasi sino in bocca, in siciliano l’avrebbero rinominata ‘nasca’. La terza, al contrario di Catena era obesa, pareva che la natura si fosse accanita contro tutte e tre, Crocifissa era proprio una ‘chiattona’. Il cibo è la panacea di tutti i mali, chi lo aveva affermato molto probabilmente era un crapulone in quanto non risulta proprio a verità, ma nel caso di Alberto aveva fatto un certo effetto benefico soprattutto perché ‘innaffiato’ dal vino rosso di Faro. Catena: “Non penso che possa ritornare a casa sua, abbiamo la camera dei nostri genitori Geremia e Priscilla deceduti, la teniamo sempre in ordine per rispetto loro, signor Alberto lei ha la stessa corporatura di nostro padre potrebbe passarci la notte ed eventualmente usufruire de suo vestiario. “Mi va bene, grazie della vostra ospitalità,  Franco prendi la mia Cinquecento e torna a casa non vorrei che Maria…” Dopo cena  Catena: “Noi guardiamo poco la televisione, sempre cattive notizie di morti, feriti e stragi in tutto il mondo per non parlare degli spettacoli di varietà, tante ragazze scollacciate….Dal suo accento ho compreso che lei è di origine romana, che ne dice di recitarci qualche poesia del Belli o di Trilussa?” Alberto capì che doveva in qualche modo ricompensare le tre ‘grazie’ e: “Ce n’è una molto spiritosa di Trilussa, si intitola l’uccello in chiesa: “Era d’agosto e un povero uccelletto, ferito dalla fionda d’un maschietto andò per riposare l’ala offesa a finire all’interno di una chiesa…” Intervenne Catena: “Vorremmo evitare di parlare di cose sacre, ne conosce qualche altra?” “La luna piena minchionò la lucciola: sarà l’effetto dè l’economia ma quel lume che porti è deboluccio…si ma la luce è la mia!” “Altra e poi finisco: C’è un’ape che se posa su un bottone de rosa, lo succhia e se ne va…tutto sommato la felicità è una piccola cosa! Ed ora vi propongo una cosa seria: io da finanziere allorché ero in forza ad un distaccamento a duemila metri ho imparato a cucinare, se me lo permettete vorrei stendere un menu per aiutare Addolorata a dimagrire ed a Catena a mettere su un po’ di muscoli, se siete d’accordo…” La proposta fu accolta anche se con qualche perplessità da parte delle signorine. “Allora: colazione la mattina con yogurt magro, due fette biscottate integrali e due prugne denocciolate, pranzo pasta integrale condita con: sugo di pomodoro o legumi di tutti i generi, un frutto di stagione, caffè senza zucchero, la sera insalatona mista e poi formaggio non stagionato, oppure  uova, carne magra ed il solito caffè decaffeinato amaro, la domenica due quadretti di cioccolato amaro al 90%. Per Addolorata le porzioni ridotte al 60%, per Catena aumentate del 20% che ne dite?” Un silenzio aveva accolto la proposta ma nessuna aveva avuto il coraggio di contestare e così il menù divenne operativo. Alberto da vecchio ‘sun a bitch’ capì che Addolorata non avrebbe resistito a quelle restrizioni culinarie; una notte si appostò un cucina e alla luce del corridoio vide apparire la chiattuna che furtivamente si stava avvicinando al frigo. “Eh, eh, eh, eh cara con me non si bara!” “Alberto ti prego, sto morendo di fame, almeno qualche mela ed un panino, chiedimi qualsiasi cosa ma accontentami….” Il vecchio Al figurati se non prendeva la palla al balzo: “Che ne dici di ‘fare amicizia’ col mio coso, basta solo che lo pendi in mano poi…”Il cibo per l signorina era diventato quasi una droga, malvolentieri prese in mano il ‘ciccio’ di Alberto che stava aumentando di volume con meraviglia dell’interessata che: “Come fanno le signore a farselo infilare dentro il loro buchino piccolino?” “Non ti porre tanti problemi, prendilo in mano e massaggialo e se ti va prendilo in bocca…”Lì per lì non era possibile, la bocca di Addolorata era piena di cibo ma finito di mangiare la chiattuna obbedì e si trovò ‘in ore’ altro alimento ma liquido che ingoiò senza quasi accorgersene. “Ha un sapore particolare, non  è spiacevole come pensavo, mi dai un’altra mela?” La mattina Alberto telefonò al Dirigente il Servizio Sanitario della caserma: “Dottore sulla spiaggia con un vetro mi sono tagliato un piede, mi dà trenta giorni di convalescenza?” “Esagerato, per un ferita, massimo una settimana.” “E se ci fosse una frattura da lei constatata?” “Ci vediamo fra trenta giorni sempre che la frattura guarisca gran...” Alberto seguitò a presidiare la cucina ma sorpresa… sorpresa una notte comparve Catena che giustificò la sua presenza con: “Hai fatto bene a mettere a stecchetto Addolorata che mi ha riferito quello che è successo la notte passata.” “Ti ha raccontato tutto?” “Si e mi sono meravigliata, di solito lei è molto riservata e mi ha incuriosita…” “Che ne dici di imitarla, alla fine della nostra vita scopriremo che cosa abbiamo seminato durante la nostra esistenza.” “Noi facciamo molto del bene ai poveri ed agli anziani, sovvenzioniamo una casa per emigranti con i loro figli, siamo ricche e ce lo possiamo permettere ma ci hanno insegnato che…” “Anche se la natura non è stata con voi benigna non dovete richiudervi in voi stesse, il sesso non serve solo per avere una discendenza ma dà anche salute fisica e mentale…” Catena aveva già imparato la lezione e accettò di buon grado non solo esibirsi in un  pompino ma per la prima volta in vita sua provò un orgasmo dietro bacio appassionato alla sua ‘tata’ da parte di Alberto. Crocifissa aveva un nome troppo impegnativo come pure il naso ma aveva appreso la lezione dalle due sorelle ormai scatenate, Alberto era al centro dell’attenzione, solo in una cosa era intransigente, il vitto ma per il resto  si era incamminato in una strada impervia per la verginità delle tre sorelle ma se la cavò alla grande. Più che altro il problema era di Addolorata, di Catena e di Crocifissa il cui ‘fiorellio’ a lungo a riposo, dava segni di dolore ben ricompensate da goderecciate alla grande, per loro un mondo nuovo! Alberto pensò che il problema di Crocifissa fosse facilmente risolvibile con una operazione di chirurgia estetica, contattò telefonicamente un collega amico di Milano che gli comunicò il nome di uno specialista che veniva a Messina ogni sei mesi il prof. Pappalardo. Interpellato da Alberto il professionista comunicò che sarebbe giunto in città fra quindici giorni ed avrebbe operato Crocifissa presso la casa di cura privata ‘S.Eugenio’, la signorina fu la prima ad essere iscritta nella lista degli operandi anche se con un certo timore da parte sua: “Cara, sarai completamente sedata, non sentirai alcun dolore mi meraviglio che tu non ci abbia pensato prima.” Alle sette di mattina Alberto si presentò in clinica ed entrò nella stanza dell’operanda che: “Non ho dormito tutta la notte, fammi compagnia.” Alberto ebbe l’autorizzazione ad accompagnarla sin dentro la sala operatoria ‘bardato’ come un infermiere ma non resistette quando il chirurgo mise mano ad attrezzi da ‘fabbro ferraio’, rivide Crocifissa dopo un’ora e mezza quando, ancora intontita uscì dalla sala operatoria, a tratti le fece compagnia nei giorni seguenti, Crocifissa ancora con una vistosa benda si lamentava per il dolore. Dopo quindici giorni finalmente la benda fu tolta e apparve un naso da attrice, l’interessata non finiva di guardarsi allo specchio, Alberto la prese sotto braccio e con un taxi la accompagnò a casa.  Dopo due giorni anche lui ebbe una sorpresa: una Jaguar X type era posteggiata dinanzi la villa,  le chiavi in mano a Crocifissa che baciò a lungo un Alberto frastornato, mai avrebbe pensato ad un sì generoso regalo. E Lorena la cameriera? La ragazza, mentre le tre sorelle e il suo fidanzato Gedeone erano a messa raccontò in breve la sua esistenza. Per motivi economici era andata a servizio dalle tre sorelle che pagavano bene le sue prestazioni, le signorine avevano accettato in casa il suo fidanzato anche lui religiosissimo ma che stava ben lontano dalla sua ‘gatta’, si limitava a qualche furtivo bacio in bocca ma…”Io amo molto il sesso, sono e rimarrò vergine, come preteso  dalle mie padrone, niente peccati in casa loro, uso però molto il mio ‘popò’ e me la godo alla grande se lei….” Alberto constatò personalmente le affermazioni di Lorena, mai gli era capitato in vita sua una donna che provava tanti orgasmi col sesso anale, ma lui nei giorni successivi le offrì anche tenerezza e coinvolgimento emotivo, Lorena ne  rimase affascinata non solo sessualmente, finalmente un vero uomo. “Maresciallo si è rimarginata la frattura al piede o desidera altri giorni per guarire?” “Dottore stavolta fra frattura m’è venuta al pisello, ho trovato quattro allupate che me l’hanno distrutto!

  • Come comincia:                                                  Deve mangiar viole del pensiero, l'avvoltoio? 
                                                     Dallo sciacallo, che cosa pretendete?
                                                     Che muti pelo? E dal lupo? Deve
                                                     da sé cavarsi i denti?
                                                     Che cosa non vi garba
                                                     nei commissari politici e nei pontefici?
                                                     Che cosa idioti vi incanta, perdendo biancheria
                                                     sullo schermo bugiardo?
                                                     Chi cuce al generale
                                                     la striscia di sangue sui pantaloni? Chi
                                                     trancia il cappone all'usuraio? Chi
                                                     fieramente si appende la croce di latta
                                                     sull'ombelico brontolante? Chi intasca
                                                     la mancia, la moneta d'argento, l'obolo
                                                     del silenzio? Son molti
                                                     i derubati, pochi i ladri; chi
                                                     li applaude allora, chi
                                                     li decora e distingue, chi è avido
                                                     di menzogna?
                                                     Nello specchio guardatevi: vigliacchi
                                                     che scansate la pena della verità,
                                                     avversi ad imparare e che il pensiero
                                                     ai lupi rimettete,
                                                     l'anello al naso è il vostro gioiello più caro,
                                                     nessun inganno è abbastanza cretino, nessuna
                                                     consolazione abbastanza a buon prezzo, ogni                                                                   ricatto troppo blando è per voi.
                                                     Pecore, a voi sorelle
                                                     son le cornacchie, se a voi le confronto.
                                                     Voi vi accecate a vicenda.
                                                     Regna invece tra i lupi
                                                     fraternità. Vanno essi 
                                                     in branchi.
                                                     Siano lodati i banditi. Alla violenza
                                                     voi li invitate, vi buttate sopra 
                                                     il pigro letto 
                                                     dell'ubbidienza. Tra i guaiti ancora
                                                     mentite. Sbranati 
                                                     volete essere. Voi
                                                     non lo mutate il mondo.
                                                     (da: Difesa dei lupi, 1957).
                                                     

     Qualche giorno fa Confcommercio ha dichiarato: - Serve liquidità! A ruota le banche hanno tuonato: - Serve liquidità per le imprese! (Mi domando cosa faranno adesso i carognoni di Confindustria, sorella maggiore, ma non meno subdola e diabolica delle tre? Penso, tuttavia, che non mancheranno di far sentire in breve la loro voce!). D'altro canto, Fontana (presidente "emerito"...di regione Lombardia) ed il premier Conte (amatissimo, a quanto pare, in questo scorcio di anno che prelude alla bella stagione, da dolci pulzelle di ogni età in ogni dove della penisola: il fascino degli "anta", si sa, non passa mai di moda!), non perdono occasione di farsi le coccole come due fidanzatini di primo pelo; anzi, direi proprio che giocano ancora a mosca...farsi i dispettucci, come due scolaretti discoli (o due "pischelli cattivi", come affermerebbero in tutta franchezza all'ombra del colosseo!). Il più saggio di tutti, però, come al solito, quello che dalla massa si eleva oltre che dalla mediocrità, dall'ovvio e dalla meschinità in questo delizioso marasma di buone intenzioni, è  come al solito lui, "Giggino fuoricorso" il quale di cognome fa Di Maio, esimio ministro del lavoro (neanche ad interim, per fortuna!): - Estendiamo il diritto di voto ai sedicenni - ha dichiarato il bellimbusto partenopeo, - in fondo anche loro lavorano e pagano le tasse! - Diciamo che il ministro caro a ben ragione si eleva su tutti e tutto: infatti, lui è avanti di una lunga spanna su ogni cosa, è proprio in...già in campagna elettorale! Ma in fondo, tutto quello che importa è una cosa soltanto, anzi, sono ovvie le cose che van ripetendo e riportando tutti da mane a sera e  nottetempo (dalla tele di stato a quelle private, dalle radio ai media, dai social ai blog d'ogni specie ed alle pubblicità d'ogni tipo...finanche lo si trova scritto sulle pareti delle latrine dei cinema di quart'ordine...ma no, lì non può essere: sono chiusi per decreto!) a bella chioma ed a tutto spiano: "resta a casa", "andrà tutto bene", "ricominceremo insieme", "ognuno deve fare la sua parte", "siamo sulla stessa barca" e...bla, bla, bla! Sia chiaro, io sto facendo la mia parte, come tutti, e mi taglierei una mano se potessi, lo farei se servisse a cambiare lo stato delle cose, ma...non stiamo sulla stessa barca, cari signori: io non sto sulla stessa barca degli sciacalli (anche se a me piacciono tantissimo gli animali ed adoro la natura), con quelli sciacalli sciagurati che hanno giocato con la vita e con la morte di tanta gente...semmai dovessi scegliere, semmai fossi costretto a farlo e mi trovassi, in vita mia, da solo e naufrago su una barca in mezzo all'oceano infestato da voracissimi squali, ebbene preferirei gettarmi in mezzo a loro; semmai io sto coi familiari delle vittime di questo virus maledetto, le uniche incolpevoli; anzi, lo sono fermamente. La loro colpa è soltanto stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato (da ragazzini avremmo detto che "non hanno avuto culo!") e paradossalmente...addirittura la loro colpa (se di colpa si possa parlare o definirla), ancor più "incolpevole" è quella di essere degli esseri umani, come me possedenti la peculiare caratteristica ed univoca della finitudine! Non è andata bene per niente: ventimila morti (soltanto in Italia: al momento in cui scrivo quest'articolo le cifre staranno variando!) gridano già vendetta (e non è ancora finita, purtroppo!), cazzo! Tante volte penso, tra me e me, quanto sia dovuto al caso e quanto, invece, alla indecisione ed al lassismo delle istituzioni locali e nazionali. Tante volte penso, tra me e me, che è molto probabile che molte di loro siano morte a causa di interessi oscuri o "altri" (diverse testate giornalistiche hanno messo in luce l'interesse che diverse multinazionali, tanto italiane quanto elvetiche, operanti nella Val Seriana, avessero a non chiudere e le loro pressioni fatte sulle autorità politiche dei suddetti luoghi a non dichiarare la "red zone" sin da subito, come del resto avvenne per l'Emilia-Romagna!). E mi domando, soprattutto: perché? per cosa? per chi siano morte quelle persone? Questa volta non è permesso neanche trincerarsi dietro il solito intercalare bergamasco che suona in questo modo: "per la patria"! Né possiamo, per ora, appuntare medaglie sul petto dei superstiti, dei familiari dei "caduti", pardon delle incolpevoli vittime d'una immane tragedia (tra qualche mese, o un anno o due, forse, chissà!). E dire che i bergamaschi (non solo quelli della valle sul fiume Serio, o di Alzano, o di Nembro: località divenute tristemente famose in queste settimane), come i bresciani, o come i lodigiani del resto (a Codogno, la "ground zero" italiana, ci fu il primo infettato in assoluto - quello ufficiale, visto che i dati ufficiosi, ovvero quelli che nessuno, purtroppo, conoscerà mai, raccontano di "polmoniti sospette" avvenute già in dicembre!) abbiano un diavolo per capello (o tra i capelli, per coloro che non sono affatto parvicrinuti!) è davvero un eufemismo ma...c'è l'hanno, eccome se c'è l'hanno; ma non solo quello, purtroppo, visto che accanto alla rabbia, il dolore non si sopirà mai: esso convivrà con le (e nelle) loro vite in aeternum! Mi sovviene ora quanto dichiarato, ad un giornale on line (credo fosse Bergamo Prima), un paio di settimane orsono, da un cittadino del capoluogo bergamasco: - Non dimenticherò mai quella notte maledetta: ho visto settanta camion dell'esercito passare sotto la mia finestra ed eran tutti pieni di bare...ho pianto per tutta la notte! - Quella persona si riferiva a quanto accaduto nel "giorno dei giorni", quello tristemente famoso per i 900 morti, a cui seguì (evidentemente) una notte da tregenda, funerea appunto, funebre; la paragonerei, con le dovute cautele storiche del caso, intendiamoci, a quella del 30 giugno 1934: la "notte dei lunghi coltelli", avvenuta in Germania ed in cui furono bruciate sinagoghe, sedi di partito e di giornali oltre che un numero imprecisato di uomini!. A me vengono i brividi, quando ci penso (a partire da dietro il collo scendono giù giù fino ad arrivare al buco del culo!)...e quando penso che ciò che è accaduto nelle zone del nord Italia, Lombardia in primis (e sta ancora accadendo, purtroppo, nel mentre scrivo questo articolo!), sarebbe potuto accadere in Puglia, la mia regione (fortunatamente, essa è una delle regioni che s'è l'é cavata meglio, tutto sommato, o meglio è riuscita a limitare i danni da "virus", se così si può affermare: se quasi quattrocento morti siano pochi danni o meno!) o ancora a Taranto (la mia città); mi vengono i brividi se penso che tra tutti quei morti avrebbero potuto esserci i miei genitori (per fortuna, però, loro sono andati via tempo fa, per cause naturali, altrimenti, chissà, sarebbero potuti morire in una rsa!), o un mio amico, o un collega di lavoro, o forse (chissà) chiunque altro! Non è andata bene, non andrà bene per niente...troppa faciloneria, troppa retorica, troppo ottimismo a buon mercato (non basta per coprire azioni sbagliate, decisioni prese in ritardo...tutto quello che ha causato lutti e sofferenze ovunque!):  NADA SERA COMO ANTES! Quando tutto finirà (se finirà: in Cina, ad esempio, dopo che le autorità hanno saputo circoscrivere il virus nella zona di Wuhan, parlano già di nuovi casi "importati"!) il governo nostrano (come tutti i governi del mondo, del resto) si prenderà (si prenderanno) meriti che non ha avuto (anche per coprire sue mancanze indubbie: lasciamo stare, ad esempio, alcune decine di vittime - poca cosa, del resto, rispetto alle ventimila di cui sappiamo - nelle case di detenzione durante le rivolte messe in atto nelle scorse settimane: quattordici, quindici, ventidue, ventisei...molti detenuti, secondo le versioni ufficiali, sarebbero morti per eccessiva ingestione di psicofarmaci!). Ma il gioco sporco (al massacro, sarebbe il caso di dire!) sulla pelle dei cittadini continuerà; il gioco sporco e subdolo del capitalismo, del denaro, della produzione massificata, della economia e della politica: nel mentre sto scrivendo giungono notizie sugli scontri "verbali" e le divergenze delle forze politiche nostrane tanto in ambito parlamentare nazionale, quanto in ambito parlamentare europeo (molti governatori, ad esempio, spingono per la riapertura di fabbriche ed altre attività produttive, commerciali e turistiche, c'è chi paventava, settimane orsono, la riapertura di scuole e chiese, sic!); nel mentre sto scrivendo giunge la notizia (vera e no fantastica...orwelliana, direi!), già nell'aria da diverse settimane, della app sulla immunità (ovvero, rintracciare, attraverso le celle telefoniche e le app degli smartphone eventuali contatti "infetti"!)...e per fortuna che non sia, essa, obbligatoria (e per fortuna, direi, che io stesso non possieda uno smartphone ma un vecchio cellulare!). Orwell, docet, mi viene da affermare: quale lucido profeta fu il grande scrittore britannico, che nel suo romanzo per "antonomasia" (1984), paventò un "controllo sociale" sulle vite di ogni uomo, frutto di insicurezze, paure generate dal sistema stesso e dagli uomini che di quel sistema - volenti o nolenti che siano, poco importa - fanno parte. In conclusione di questo articolo mi chiedo se nessuno mai, soprattutto tra i politici nostrani, abbia rivolto, tornando a casa, un pensiero alle vittime della pandemia (in modo del tutto spontaneo e sincero, sia chiaro, non perché dettato dal luogo o dal fare comune, di circostanza, svestendo per un attimo i panni parlamentari ed istituzionali), a quelli che non ci sono più? A coloro che sono andati via, magari, per colpa del loro stesso lassismo, di inefficienza e, nessuno sa (purtroppo) di quant'altro o di cos'altro? Io non sono un boy-scout cresciuto né un prete, non sono un santo né un eroe (anche se "l'Italia è la terra di santi, di eroi, di navigatori e di poeti", recita un vecchio adagio...ma è anche quella - ahimé - di Giordano Bruno, che fu arrostito al rogo per volere della santa Inquisizione ed oggi lo è, anche e soprattutto delle ventimila morti di coronavirus!): non lo sono mai stato, non è nelle mie corde esserlo né mi interessa, a dire il vero; non sono di quelli che ha suonato, suona o suonerà l'inno di Mameli dal balcone (flash moab indecoroso, a onor del vero!), nè (tanto meno) vi espone il tricolore (nel 1982, quando i "ragazzi" di Bearzot trionfarono nella notte del Bernabeu, piansi e non poco: ma quì non si tratta di festeggiare né di essere orgogliosi per qualcosa e di qualcuno, ma solo di essere consapevoli, di fare la conta esatta dei morti e una stima accurata dei danni!); sono soltanto un uomo, tra dieci e 100 mila e non chiedo perdono a nessuno di esserlo. Nel sottotitolo a questo mio articolo ho posto i versi di una poesia del noto scrittore tedesco (ma anche poeta, appunto, nonché saggista, critico, drammaturgo, etc.) Hans-Magnus Enzensberger, a dire il vero duri, veri e crudi, direi, ma voglio chiuderlo col titolo di una nota canzone di Elton John, CANDLE IN THE WIND (candela nel vento è la traduzione letterale in italiano), che il cantautore britannico suonò in occasione della veglia funebre della principessa Diana, nel 1997: non è un controsenso, questo, ma è soltanto essere il mio essere "uomo" a tutto tondo. La rabbia, prima (coi versi di Enzensberger) eppoi il rispetto per la morte, per chi non é più tra noi: candela nel vento...noi tutti siamo come la fiammella di quella candela, null'altro!

    Taranto, 17 aprile 2020.

  • 18 aprile alle ore 18:07
    Non tutti gli aquiloni riescono a volare

    Come comincia: Era trascorso un anno e Sara continuava a sentirlo dentro come quel giorno in cui, con insistenza, la chiamò a se; si era opposta con tutte le forze a quel richiamo, a quel desiderio passionale d’impeto, a quella forza difficile da spiegare. Ora lui era lontano, immerso in un mondo di cui Sara non conosceva i meccanismi, plasmato da un sentimento che assomigliava più a una ripicca verso qualcosa che aveva messo a dura prova la sua fame d’amore. Era giusto che lui vivesse la sua vita, che trovasse un equilibrio dopo l’inclinazione di un pensiero del tutto pretenzioso nell'illusione di poterlo rendere realtà. Sara era dotata di un dono che le faceva percepire le cose involontariamente e sapeva per certo che la donna con gli occhi di ghiaccio non gli avrebbe mai potuto dare l’amore che lui desiderava, aveva gli anni giusti per lui ma non il vissuto, troppo calcolatrice e fatalmente narcisista.  Era giunto il momento per Sara di uscire completamente dalla sua vita, di lasciarlo andare anche nel pensiero, di slegare quella vela della fantasia che continuava a navigare il suo mare senza trovare il porto, di accarezzarlo nel buio della notte quando il manto delle stelle le offriva la luce giusta per illuminare quel che sentiva. La sua carezza non poteva più accompagnarla lungo il sentiero battuto dall’ombra di alti cipressi, doveva strapparsi dal cuore quei battiti che mai una volta la avevano abbandonata, non poteva più sentire nel cuore colui che lo abitava e non gli camminava accanto. Aveva desiderato tanto guardarlo negli occhi, almeno una volta, per avere conferma di quell’anima che Sara aveva saputo leggere anche da lontano. Lei avrebbe continuato a camminare passi nell’apatia del suo vivere, nella consapevolezza di non poter stringere a se colui che, come folata di vento nella quiete di una calda giornata di fine estate, le aveva stravolto la vita con il suo ardente sentire regalandole quel calore che solo un raggio di sole può dare. Ecco cosa li univa: il mistero dell’Amore come sentimento puro, come espressione di una realtà conducibile a una base che ti deve appartenere, uno strato epidermico che non tutti posseggono. Amare significa saper rinunciare pur di non far soffrire l’altro e Sara lo doveva a lui e a se stessa. 

  • 17 aprile alle ore 9:21
    Fronte del porto

    Come comincia:  Alcuni giorni fa ho visto un ragazzo di colore che discuteva animatamente con due poliziotti (- sarà del Gabon? - mi sono chiesto dentro di me. - O forse, chissà, è nigeriano? Ma no, dai, sarà di San Fernando de Monte Cristi oppure di Fort-de-France...ma che importa, in fondo, di dov'é!). Ho assistito alla scena, dall'altro capo della strada. Non  sapevo perché i tre discutessero; quando tutto è finito e i due poliziotti si sono allontanati a bordo della loro auto, ho fatto un fischio al ragazzo e li ho fatto cenno di fermarsi. Mi sono avvicinato a lui (come me, non indossava la mascherina: ma che importa, mi son detto ancora, -forse, è un pazzo, un lucido pazzo come me, o magari soltanto uno di quelli che ha capito tutto, chissà: che ha capito come stanno realmente le cose...chi ti vuol fregare e pensa solo a far rispettare i decreti e chi, invece, ti vuole realmente bene!) e senza neanche chiederli come si chiamasse (forse si chiamava Charles, o forse, chissà, Manuel oppure semplicemente Johnny...ma che importa, in fondo, come si chiamava!) ho battuto un "cinque" sulla sua mano (- chi se ne fotte del virus, chi se ne fotte del decreto! - ho pensato dentro di me.) e gli ho detto: - Ehi, man, va per la tua strada!

    Taranto, 17 aprile 2020.

  • Come comincia: Una gita è sempre gradita.
    Partenza da Messina alle nove, arrivo a Paterno alle undici e poi nei campi insieme ai raccoglitori, tutti giovani, che cercavano di raggranellare qualche Euro.
    "Che bella l'aria di campagna, ci vorrei vivere per sempre."Aveva parlato Assunta che pareva aver preso colore inciso dopo...era proprio cambiata come pure la sorella, la cura Max stava funzionando.
    All'imbrunire furono apparecchiati due tavoli, mischiati padroni e lavoratori tutti allegri oltre che per un buon pasto anche per il vino di Paterno che $Fun po' forte di gradazione, aveva dato alla testa a qualcuno; un paio di coppie erano sparite dietro i filari.
    I tre dopo cena si misero in macchina.
    "Non rientriamo a Messina, siamo troppo stanche, troviamo un albergo."
    Era un tre stelle.
    "Vorremo due stanze, una matrimoniale ed una singola per mia sorella."
    Era chiaro che Giuliana si era ricavata la parte di moglie.
    "Ci facciamo una doccia, non è che sei stanco?" Tradotto dati da fare, voglio scopare.
    Giuliana visto Max nudo sul letto.
    "Sei il dio Apollo ed io il dio Apollo me lo lecco tutto." E cominciò dai piedi sino al viso.
    "Mi hai preso per un lecca lecca?"
    "No, mi piace il tuo sapore, mio marito pouzzava.l"
    Tanto premesso Giuliana andò al dunque, si mise a cavalcioni di Max e cominciò la cavalcata sino ai fuochi di artificio finali.
    "Bene cara, ora mi giro dall'altra parte, ho sonno, buona notte."
    Forse stava sognando o forse no, qualcuno a meglio qualcuna gli aveva preso in bocca l'uccello.
    "Giuliana non fé bastato, ancora?"
    "La succhiatrice non aveva risposto anzi aveva accelerato il ritmo. Max allungò una mano e toccò i capelli, non era Giuliana, aprì gli occhi: Assunta.
    "E tu che vi fai qui?" Domanda di una intelligenza...
    Assunta su di giri non gli rispose, gli montò a cavalcioni come sua sorella, era lo stile di famiglia, Max non aveva preservativi e si lasciò andare, se veniva fuori un pargolo non sarebbe morto di fame.
    Assunta, finalmente doma, restò nella stanza di Maz Max il quale la mattina seguente ebbe una sorpresa,: nel taschino della giacca un assegno di cinquantamila Euro...mih!
    Rientro a Messina, dietro i vetri al primo piano la signora Costa non sembrava apprezzare quello che vedeva, capì di non essere la sola amante di Max, pensò che non poteva competere con quelle due riccone, si sarebbe accontentata delle briciole.
    In seguito un fatto anomalo (capitavano tutte a lui!). Durante le lezioni di francese e di latino alle sorelle D'Arrigo, Grazia prese a piangere a dirotto sulle spalle della sorella che la imitò, Max era in crisi, cosa poteva essere successo di grave:
    "Un brutto voto a scuola, litigio con i genitori o con i compagni?"
    "Se lei è comprensivo glielo diremo ma deve essere comprensivo e non liquidarci come due sceme."
    "Non vi liquido, parlate."
    "Non dormiamo più la notte, non è un modo di dire, è la verità, desideriamo ardentemente stare un po' con lei, solo un pompino, niente fiorellino solo in bocca,non lo diremo a nessuno, siamo pazze di lei, si può fidare" e giù a piangere di nuovo.
    "Max ebbe paura che la storia finisse male, quelle due sembravano capaci di tutto. "Va bene ma solo per una volta."
    Le due misero mano ai pantaloni che furono sfilati, 'ciccio' dinanzi a tanta gioventù innalzò la cresta che venne ingoiata a turno da una bocca; cercò di resistere più a lungo possibile, erano molto brave maledette loro, chissà quanto allenamento con i compagni di scuola. In ultimo 'ciccio' si arrese e cominciò ad emettere lo sperma golosamente ingoiato a turno dalle due sorelle.
    "Grazie e...a presto!"
    Un par di balle, quale a presto! Le due sorelle erano sparite dietro la porta d'ingresso.
    Max non volle porsi domande, ormai aveva capito come sarebbero andate le cose in quel condominio.
    Unica speranza di salvezza i due coniugi settantenni pensionati e tristi nella cui casa Max si rifugiava quando era inseguito da qualche Erinni arrapata!
     

  • Come comincia: Alberto M. maresciallo della Guardia di Finanza, in divisa, a bordo della sua Lancia Ypsilon stava per imboccare l’autostrada che lo avrebbe condotto a Roma, meta finale Messina.Stava andando via o forse meglio dire scappando da Domodossola che per lui era diventato luogo di dolore.La sua amata Flora era deceduta per un tumore al cervello, l’aveva assistita sino all’ultimo anche quando era in preda a dolori atroci che nemmeno i medicinali oppiacei riuscivano a lenire.Dopo quell’evento funesto era rimasto in città per un mese al fine di sistemare la sua posizione per un trasferimento fuori sede.Era rimasto in collegamento con Ignazio Romagnoli suo compagno di camerata alla Scuola Sottufficiali di Ostia, anche lui colpito da un grave lutto per il decesso in un incidente stradale dell’unico figlio.A mezzo di conoscenze comuni al Comando Generale del Corpo, rappresentando i loro rispettivi problemi, erano riusciti: Romagnoli ad essere trasferito a Lecce suo luogo d’origine e dove possedeva un’abitazione e Alberto al suo posto a Messina all’Ufficio Operazioni.Al ,come tutti lo chiamavano, si era fermato vicino Firenze per sgranchirsi le gambe, fare e colazione ed il pieno di benzina.Nel frattempo si era messo in collegamento telefonico con sua cugina Silvana che abitava in via Cavour in pieno centro a Roma.“Silvà (non aveva perso l’accento romanesco essendo nato nella capitale) fra un par d’ore sò da te.” (Gli piaceva, quando poteva, sfoggiare il suo dialetto tipo ‘civis romanus sum’ un po’ , come dire, sono superiore a voi.)“Quando arrivi citofonami, in via Cavour non riusciresti a posteggiare, ti ho riservato un posto in un garage vicino a casa mia.”Silvana era per Alberto più che cugina la sorella che non aveva avuto.Grandi baci e abbracci: “Ci voleva il tuo trasferimento per vederci, ora che stai qui ci resterai almeno quindici giorni.”“Silvana lo sai quando mi fa piacere stare con te ma dopodomani devo essere a Messina.”“Va bene, se non puoi,... non ho voglia di cucinare, stasera andremo al ristorante ‘Urbano ’ubicato sotto casa.Silvana era in confidenza col padrone Romolo: ti presento Alberto mio cugino, attento che è un maresciallo della Finanza, stasera mi devi fare la ricevuta fiscale.”“Io te l’ho sempre rilasciata…”“Ah Romolè lassa perde e facce magnà da re.”I due nella conversazione tralasciarono l’argomento Flora, era troppo doloroso.“Com’è che hai scelto Messina, se venivi a Roma saremmo stati insieme, avresti abitato a casa mia.”“È stata una combinazione particolare, un mio collega ed amico è stato trasferito da Messina a Lecce, io prenderò il suo posto.”
    La mattina successiva in viaggio: via Cavour, via Merulana, S:Giovanni, via Appia e infine l’autostrada. Fino a Salerno tutto liscio poi sulla Salerno Reggio Calabria una serie infinita di cambi di carreggiata, di rallentamenti, di file di auto (era luglio).Giunto sfinito a Villa S.Giovanni due ore di attesa per il traghettamento.“Ignazio sono a Messina all’uscita del serpentone che debbo fare?” “Non ti muovere vengo io.”Ignazio abitava in un casa a cinque elevazioni in una stradina interna della  ‘Panoramica dello Stretto’ con piscina e campo da tennis, al quinto piano abitava Ignazio.“Stasera andremo a mangiare alla ‘Sirena’, un ristorante di un caro amico, si mangia bene e per noi si paga poco, ti ho preparato un letto nel salone.Dopo la presentazione al padrone, Ignazio e Max si sedettero in un tavolo situato su una terrazza con vista sul lago, uno spettacolo.Nessuno dei due amici aveva gran voglia di parlare, ognuno sapeva dei rispettivi lutti che era meglio non ricordare.A casa: “Al io lascio il mio cuore a Messina, qualcosa dentro di me s’è rotto, ricordi la mia allegria, il mio carattere espansivo, tutto finito. Abbiamo portato a salma di mio figlio al cimitero di Lecce, mia moglie è rimasta lì dove abbiamo una grande casa, io la raggiungerò non appena ti avrò passato le consegne. Intano ti porto in garage raggiungile in ascensore. Questa moto era di mio figlio, non la voglio più vedere, ti lascerò un foglio in bianco firmato, andrai dal notaio Nascimbene, è un amico penserà lui al passaggio di proprietà.“Ignazio ho visto di sfuggita che ci sono una piscina ed un campo da tennis, come la mettiamo col condominio e poi devi dirmi quanto tu paghi per l’affitto.”“Per l’affitto e per il condominio niente, non fare quella faccia, poi ti spiegherò il perché.” Molto perplesso Al .Il pomeriggio successivo:“Ti presenterò i vari condomini: al primo piano due coniugi quarantenni senza figli cognome Costa: lui Salvatore lei Maria, Memi per gli amici, secondo piano due pensionati settantenni Di Stefano Vittorio e Francesca, due persone per bene, affettuose, terzo piano le sorelle Musmeci Giuliana vedova e Assunta zitella circa quarantenni. Attenzione a loro sono le padrone dell’isolato ed hanno tante proprietà immobiliari e terreni, devi tenertele buone. Hanno una paura tremenda di accertamenti tributari, hanno voluto che io controllassi i loro conti in compenso niente affitto e niente condominio, quarto piano D’Arrigo Calogero (Lillo) marito, Caterina moglie e due gemelle sedicenni Grazia e Graziella, due pesti.”Primo piano: “Questo è  Alberto  mio collega subentrerà nella mia abitazione, loro sono…”La scena si ripetè per quattro volte, a Max rimasero impresse le caratteristiche di tutte le persone abitanti nel palazzo, alcune molto interessanti…Ignazio partì il giorno dopo:“Per me questa casa è solo un ricordo doloroso, non porterò con me i mobili, te li regalo, a Lecce ho una casa ammobiliata e non saprei dove metterli.”“Fammeli pagare almeno in parte…”“No ho deciso così, voglimi bene.”Il giorno dopo si recarono in caserma.  Presentazione al Comandante Colonnello Andrea Speciale ed al suo Aiutante Maggiore t.colonnello Sebastiano Leotta, poi nel suo ufficio brigadiere Angelo Sferrazza e l’appuntato Franco Iannello. Ignazio partì il giorno stesso.Alberto si mise all’opera, la casa era molto bella: il salone e la camera da letto avevano vista sul mare, i due bagni e lo sgabuzzino su un terreno laterale tutto alberato, lo studio, il soggiorno e la cucina sul retro; dovevano essere circa centoventi metri quadrati.Amante della pulizia e dell’ordine Al si mise all’opera,  finita quest’incombenza aprì il baule e la valigia e sistemò lo sue cose negli armadi, in camera da letto e nel bagno.Accese il televisore ma lo spense quasi subito, a letto sfinito.Alberto andò in centro, per comprare un computer e relativa stampante, per fortuna in casa c’era un telefono fisso funzionante, Ignazio era stato molto generoso con lui.Il giorno successivo due tecnici vennero a casa sua e sistemarono i due apparati.Altra incombenza:  il  conto corrente, a Domodossola aveva come banca il Credito Emiliano che per sua fortuna aveva degli sportelli anche a Messina. Sorpresa, un funzionario di quell’istituto di credito era Salvatore Costa che abitava al primo piano del suo palazzo.“Signor Costa a Domodossola avevo il conto corrente con la vostra banca vorrei passarlo a Messina.” L’interessato si mise a disposizione poi:“Venga a casa mia di pomeriggio, la farò firmare del carteggio e le fornirò la password per entrare nel suo conto corrente e fare le operazioni che desidera.”Alberto aveva ancora dieci giorni di licenza di trasferimento da usufruire e, se anche frastornato dagli ultimi avvenimenti,  sentì che qualcosa di buono era mutato in lui forse dovuto al  cambiamento sia della città che delle persone che aveva conosciuto.  Il pomeriggio verso le diciassette suonò il campanello di casa Costa, venne ad aprire il marito.
    “Venga nel salone ho messo sul tavolo il carteggio da firmare, intanto si era presentata la moglie.”Noi eravamo molto amici dei signori Romagnoli, spesso mangiavamo insieme, giocavamo col figlio a tennis e facevano il bagno in piscina, la morte del povero Paolo  ha distrutto Ignazio, aveva vent’anni. Io vado un bagno un attimo, le farà compagnia mia moglie.”Alberto nel frattempo  studiava la signora: altezza 1,65 circa, seno misura tre piuttosto ben esposto da una camicetta rosa scollata, vita stretta, minigonna, gambe muscolose.“Lei sarebbe un’ottima modella, io ho per hobby la fotografia, quando vuole sono a sua disposizione e la vedrei pure come ballerina.”
    “Ho studiato danza fino a quindici anni, poi mi sono rotta una caviglia ed ho dovuto abbandonare. Amo essere fotografata, mio marito non è pratico e se vuole…domani mattina…”Un’invito esplicito, più di così, certo non voleva fare un passo falso, magari aveva male interpretato le parole della signora, intanto si sarebbe presentato con la fida Canon 450 poi…Alle nove Max suonò alla porta dei signori Costa, la signora Maria venne ad aprire in bichini nero con sopra una vestaglia aperta, buon inizio.“Il mio nome è Maria ma per gli amici sono Memi.”“Io sono Alberto, Al per gli amici.”“Vorrei io proporre io qualche posizione da prendere, andiamo nel salone, c’è una riproduzione della statua di Paolina Bonaparte scolpita dal Canova.”Ad Al cominciò ad aumentare la pressione sanguigna, Memi, sul divano, imitò la posizione della statua.“Ve bene così?”
    Max si fece più audace: “C’è una differenza, Paolina Bonaparte non aveva il reggiseno.”
    “Non c’è problema, Memi rimase in topless, un bel topless, le tette erano a forma di pera come piacevano a lui.”Al scattò le foto da tutte le posizioni poi.“Io vedrei una posa sul letto: seduta, la gamba destra piegata, le mani sul ginocchio.Anche qui nessun problema.“Va bene così, io a letto sono abituata a stare nuda.” Memi mise in atto la posa come suo desiderio.Alberto riprese la signora in costume adamitico da varie posizioni, poi si avvicinò sempre più, posò la Canon sul comodino e abbracciò Memi, prese a baciarla come un forsennato ben coadiuvato dalla signora. Venne fuori di tutto, connilungus, fellatio, sessantanove ed infine entrata trionfale dentro una gatta bagnatissima.“Non ti preoccupare, vai facile non posso avere figli.”Spossato, Al si mise a gambe aperte sul posto del letto che doveva essere del legittimo consorte con ‘ciccio’ ancora inalberato, Memi ne approfittò per montarci sopra per una ‘smorciacandela’.  La candela di Al era alla fine, riprese le sue cose, un bacio di ringraziamento e rientro in casa.Quell’abbuffata di sesso ebbe due effetti: fisicamente mise a terra Al ma psicologicamente lo allontanò dai fantasmi di Domodossola che gli sembrarono più sfumati, lontani…La moto Suzuki fu portata dal meccanico, lo sterzo era rotto. Al prese ad usarla quando c’era bel tempo per andare in caserma. Qui una novità: saputo che il Colonnello Comandante cercava uno pratico di fotografia per metter su un laboratorio per fotografare gli arrestati, prendere le impronte digitali ed in generale riprendere risultati di servizio e cerimonie varie, si presentò ed ebbe l’incarico.La ditta Randazzo era la più fornita a Messina, Alberto si presentò in divisa, conobbe il direttore ed i commessi, si fece fare dei preventivi che furono approvati dall’Ufficio Amministrazione. Il laboratorio fotografico diventò in gioiello: un marmo lungo un muro conteneva le vaschette degli acidi: rivelatore e fissaggio, un ingranditore Durst ed una smaltatrice rotativa, dall’altro lato un lavandino, una rotativa ad acqua per sciacquare le foto, un armadio dove mettere i materiali ed un essiccatore per le pellicole. Ben presto divenne pratico ed ebbe dei complimenti anche da parte di fotografici professionisti che riconobbero la sua bravura nello stampare il bianco e nero.Ora quello che interessava Al era presentarsi alle sorelle Musmeci per sistemare la sua situazione finanziaria. Al citofono concordò con una delle due di cui non riconobbe la voce, appuntamento a casa loro alle diciassette.Seguendo i suggerimenti datigli dal suo collega, si presentò in divisa e vide che aveva fatto l’effetto desiderato: le due sorelle furono molto cerimoniose: "Si accomodi questa è la poltrona più comoda, le possiamo offrire qualcosa, abbiamo dei dolcetti fatti con le nostra mani e del vino delle nostre terre…"
    Al rifiuto di Alberto andarono al dunque:“Il suo collega era così gentile da ricontrollare i conti del nostro consulente tributario,  noi lo ricompensavamo con non farli pagare l’affitto ed il condominio, se lei fosse così gentile…”Al fu gentile ma nello stesso  tempo rimase colpito da ‘le nostre terre’ quelle erano davvero ricche.Giuliana, la vedova circa quarantenne, non era una longilinea a nemmeno una chiattona, una via di mezzo, quel che colpiva era il suo viso triste, non brutto ma triste.“Signora siamo coetanei un po’ di allegria, anch’io ho avuto un lutto, la morte per tumore della mia fidanzata, ne sono rimasto scosso ma ora cerco di riprendermi.”“Anche mio marito aveva un tumore, è deceduto sei mesi fa. Era catanese e mi ha lasciato degli agrumeti che non sappiamo come gestire bene, non ci fidiamo del fattore, se ci potesse dare una mano.”“Signora se mi lascia il carteggio ci darò uno sguardo ma voleva dirvi un’altra cosa, non vi vedo mai in piscina, da militare vi do un ordine: domattina tutte e due in piscina, gli ordini non si discutono! Sto scherzando, mi farebbe piacere vedervi tutte due in costume da bagno alle nove, by by.”Cosa strana i suoi ‘ordini’ vennero eseguiti: le due sorelle,  alle nove erano in piscina ancora non c’era nessuno, era domenica. Quel che colpì Al era il corpo di Assunta, di faccia non era eccezionale ma di corpo sembrava una modella anche se tutte e due avevano un costume intero.“Mi sembrate due signore del primo novecento, oggi i costumi interi non li portano nemmeno le monache!”“Noi abbiamo solo questi…”
    “Alberto vi accompagna domani pomeriggio in centro ad acquistare due bei bichini anzi più di due, farete un figurone, ed ora tutti in vasca.”Il pomeriggio alle sedici Al stava aspettando in garage l’arrivo delle due madame che si presentarono puntuali.
    “Possiamo andare con la nostra Jaguar o meglio quella del mio defunto marito.”
    Alla faccia degli ottantamila euro! “Vede madame, al centro è difficile trovare posteggio, meglio la mia Ypsilon.”In viale S.Martino era proibito posteggiare, Max se ne fregò e tutti e tre entrarono in un negozio di costumi da bagno.Dapprima le signore provarono dei bichini castigati ma poi spinti da Al sempre più si infervorarono soprattutto dietro i suoi complimenti:“Volete coprire un si bel corpo, coraggio bichini mini.”Con sorpresa di Alberto acquistarono qualcosa di brasiliano, per intenderci costumi che lasciavano scoperta un bel pò di 'merce' nient’affatto male, Al era riuscito nel suoscopo!““Domattina li proveremo in piscina!”“Ma domani lei non va a lavorare?”“Sono in licenza.” Mentì Max e si diede malato.Il mattino seguente piscina vuota, le due sorelle apparvero coperte da uno accappatoio lungo sino ai piedi.“Ed ora lo spogliarello!” celiò Al.La sorelle ci misero un po’ di tempo ma obbedirono.“Evviva due sirene, sapete nuotare, no? Non fa niente andremo dove si tocca.”Al intendeva dove l’acqua era bassa ma anche toccare qualcosa di morbido. Nuotando sott’acqua  mise le mani fra le cosce di Giuliana che rimase impietrita ma non disse nulla, poi passò al popò,  quindi fu il turno della sorella, un bel movimento!Chissà che passava per le teste di Giuliana e di Assunta, Al sperava non una sgridata e così fu, con lo sguardo basso le due sorelle si misero l’accappatoio e si accomodarono sulle sdraie.“Lei è un monello, non si fanno certe cose!”La frase era stata detta ridendo, questo confortò Al che pensò ad un piano.“Il pomeriggio vorrei controllare la vostra contabilità, verso le cinque a casa mia, va bene?”Un cenno di assenso.Al si aspettava di vedere le due sorelle invece si presentò solo Giuliana che non fornì alcuna spiegazione del fatto di essere sola.“Queste carte mi danno alla testa, sono la mia disperazione, gliele metto sul tavolo e rientro a casa.”“No è meglio che rimanga, avrò bisogno di spiegazioni.”Al constatò che Giuliana era entrata in possesso di circa venti ettari di agrumeti più altrettanti di uliveti, più vari appartamenti, alla faccia!
    Giuliana venga più vicino, vede qui…le prese il viso e cominciò a baciarla in bocca, quella non solo non fece resistenza ma si abbandonò completamente, destinazione finale il letto.Al si dedicò al fiorellino, era lavato di fresco e profumato, l’interessata aveva messo in conto quello che stava accadendo, prima di entrarci dentro le procurò un paio di orgasmi anche per non farle troppo male, il suo era un ‘ciccio’ piuttosto grosso e Giuliana forse anzi sicuramente era stata a stecchetto per molto tempo.
    L’entrata fu lenta ma ben accetta, la baby dimostrò di gradire molto quello che stava accadendo muovendosi in continuazione sotto Al che ce la mise tutta finchè Giuliana gli fece cenno che ne aveva avuto abbastanza.L’uscita della signora fu silenziosa, forse si era meravigliata di se stessa, prese le carte e dopo un rapido bacio sulla bocca  scomparse nell’ascensore.Al si congratulò con se stesso, in mezzo al letto a gambe larghe si godette il  post ludio, aveva preso in mano la situazione e che situazione!
    Il bel maresciallo non era facile a meravigliarsi di qualcosa ma il bigliettino che trovò nella cassetta della posta era davvero singolare: “Max mia sorella Assunta vorrebbe una spiegazione su quelle carte che ha visto, se lei è d’accordo verrà a casa sua alle diciassette di oggi.”Assunta si presentò in punto ma senza carte e in vestaglia.Pareva proprio che si vergognasse:“È stata mia sorella io non volevo…”Al l’abbracciò, faceva tenerezza, sembrava più piccola della sua età.“Una volta sono stata fidanzata ma lui era un mascalzone ed i miei me l’hanno fatto lasciare, non sono più vergine.”La notizia fece piacere a Max, ci mancava pure che fosse vergine!
    Al iniziò con la solita tattica, prima lungo bacio il fiorellino e poi penetrata lenta e soggiorno prolungato, aveva usato un preservativo che si era dimenticato con la sorella che però non aveva detto nulla, doveva tornare su quell’argomento.Le due sorelle erano sistemate ma Al riflettendo pensò che forse si era messo nei guai, tre amanti!
    Il giorno dopo incontrò nel portone i coniugi Di Stefano:“Perché non ci viene a trovare, noi siamo sempre soli.”“Va bene a casa vostra oggi alle diciassette.”
    Li non c’era pericolo di avere avventure di sesso, un po’ di riposo gli avrebbe fatto bene.
    Alle diciassette suonò alla porta dei due anziani, venne ad aprire la signora che l’abbracciò, era commossa.“Noi abbiamo un figlio della sua età, lavora ad Udine ma non ci viene mai a trovare, a sua moglie... non so perché, non siamo simpatici.”
    Al si domandò il perché di quell’astio, sembravano due persone simpatiche , affabili, mah…”“Ci racconti un po’ di lei.”Al cominciò dal suo arruolamento in Finanza sino all’arrivo a Messina.“Anche lei ha avuto le sue sofferenze, ci farebbe piacere se ogni tanto ci facesse compagnia.”Alberto aveva preso ad ingranare in caserma, ogni tanto andava fuori sede per un servizio fotografico, aveva conosciuto tutti i colleghi con cui aveva stretto buoni rapporti, anche il Comandante di Legione lo stimava, tutto bene. Talvolta mangiava in caserma e si riposava nel primo letto che trovava libero per rientrare a casa la sera.Nel frattempo era accaduto un fatto piacevole ma che poteva portare conseguenze negative: aveva incontrato i coniugi Costa che lo avevano invitato a mangiare da loro alle quattordici quando rientrava dal servizio.“Io cucino per due, un terzo non mi pesa.” Il marito era d’accordo ma talvolta era assente e quindi finiva con una sveltina con Memi e questo,lo schiavizzava un po’.Un giorno dopo pranzo Memi non si accontentò di una sveltina, voglio stare tutto il pomeriggio con te, me lo devi!”
    Al si domandò perché glielo doveva ma non fece storie.Quello che lo meravigliò era che Memi parlava in continuazione:“Vieni leccami il fiorello, fammi godere tanto, mi metto alla pecorina, vieni dentro tanto tanto, anche culino vuole la sua parte, fai piano perché lo uso poco con mio marito, sbrodami in faccia.”Al bacino di rito sulla porta la confessione: “Mio marito ha visto tutto, è un guardone!”Ecco ci mancava pure il guardone, dove cazzo era capitato e non era finita per lui.All’ingresso un giorno incontrò la signora D’Arrigo, era arrabbiata nera.“Una bella signora come lei tutta triste, che le è successo?”“Dovrebbe vedere la pagella di quelle due, quattro in francese ed in latino!”
    Inconsapevolmente Max si mise nei guai:“A scuola ero bravo in queste due materie, potrei dar loro qualche lezione.”“Mi farebbe un favore grande grande, parliamoci chiaro, con lo stipendio di mio marito non posso pagare un insegnante di sostegno, gliele mando a casa sua oggi pomeriggio alle diciassette.”Al pensava a due ragazzine che giocavano con le bambole, pensava male, le due sedicenni gli avrebbero fatto passare la voglia di proporsi a far qualcosa.Grazia e Graziella si presentarono all’ora prevista, cominciarono subito a ridere.“Non vedo nulla da ridere, aprite i libri e vediamo a che punto siete.”“Lei non ci fa la battuta su Grazia e Graziella?”Al la conosceva bene, finiva grazie al cazzo, ma fece finta di nulla.La mise sul serio, prima il latino e poi il francese circa un’ora, le sorelline parevano interessate, meno male fino a che un piede fu insinuato fra le sue gambe toccandogli il  ciccio, all’iniziò pensò di far finta di niente ma reiterata la faccenda.“Ragazze posso essere vostro padre, andate con i vostri compagnia di scuola.”“Loro non ci piacciono, appena glielo prendiamo in bocca se ne vengono subito, lei ci mette più tempo vero?”“Fuori immediatamente se volete delle ripetizioni va bene ma non provateci un’altra volta.”Non aveva voluto tagliare i ponti altrimenti avrebbe dovuto dare delle spiegazioni alla madre. Un invito delle sorelle: “Dobbiamo andare a Paternò per la raccolta degli agrumi, c’è una festa sull’aia, facci compagnia, andremo con la nostra Jaguar.”
     
     

  • 13 aprile alle ore 11:52
    Beatenberg

    Come comincia: “Sulle alture del Lago di Thun, la soleggiata terrazza di Beatenberg offre una veduta panoramica unica sulle cime alpine dell’Oberland Bernese, tra cui l’Eiger, il Mönch e la Jungfrau …”

    Beatenberg

     
    Imprendibili luci ardevano alte.
     
    Sotto di esse, il giovane Erman comprimeva il soffice manto erboso del prato inalando a pieni polmoni la pungente aria pulita.
     
    Soddisfatto di sé e della vita fortunata che conduceva si avvertiva al centro del mondo.
     
    Una morbida felpa bianca con cappuccio, un paio di jeans di marca e degli scarponcini da montagna era quanto indossava al momento.
     
    A non molta distanza da lui un  fuoco fatto di arbusti e robusti ciocchi di legno crepitava salvaguardando i presenti radunatisi all’aperto per assistere allo spettacolo.
     
    Il momento della cena era passato e a piccoli gruppi gli invitati avevano abbandonato la sala.
     
    Il vociare sommesso degli uomini e qualche leggera risata femminile rompeva il silenzio alpino.
     
    Dalle ciarle e dal buon liquido italiano sistemato in un tavolo vicino sarebbero nati amori e forse sciolti con tristezza altri legami.
     
    Lentamente addensava la nebbia rendendo onirici i profili delle cose e le persone.
     
    Elena intravide il volto quadrato ed elegante di Erman oltre le fiamme del fuoco.
     
    Avvertì una fitta allo stomaco e fu sicura di amarlo sin dalla prima volta che ne aveva ascoltata la voce al telefono.
     
    Corse velocemente verso di lui.
     
    Erman la vide stagliarsi dagli altri contorni indefiniti, la riconobbe dai lunghi capelli scuri che aveva, dalle linee dolci del corpo e quando lei fu abbastanza vicina l’afferrò forte su di sé e le baciò la bocca.
     
    Di nuovo la sensazione di essere nel posto giusto e nel momento.
     
    Di essere nato per vivere al meglio.
     
    Percepì aumentare il ritmo del  cuore.
     
    Anche lui amava la ragazza.
     
    Pensare che solo fino a pochi mesi prima fosse alla ricerca disperata di un lavoro e vivesse di pochi franchi in una casa comune senza praticamente mangiare.
     
    Poi aveva risposto a un’inserzione letta su un giornale di città.
     
    Era primavera il giorno in cui l’aveva fatto.
     
    Ricordava che il Dopplestab, giornale locale, quel dì, tra i tanti articoli pubblicitari recasse nello spazio delle offerte di lavoro una nota di questo tipo: “Importante incarico offresi a giovane laureato materie economiche con spirito di iniziativa, multinazionale cerca.”
     
    A lui non mancava iniziativa avendo  a badare a sé stesso da anni e le materie economiche stavano tutte nel corso di laurea frequentato.
     
    Così, prima che finisse il mattino aveva inviato il curriculum vitae e non ci aveva più pensato.
     
    Non era trascorsa che una settimana  che venne contattato al telefono - Il dottor Erman Wagner?  Aveva domandato una giovane voce femminile.
     
    - Sì, in persona;  aveva replicato comprendendo perfettamente che quella fosse una telefonata di lavoro.
     
    - Sono la dottoressa Elena Eller, è per una ricerca di personale a cui ha risposto: le spiace se converso in inglese?
     
    - Per nulla! Aveva risposto, avvertendosi in agio.
     
    Era chiaro che l’interlocutore intendesse saggiare le conoscenze prima di invitarlo a un colloquio.
     
    - Abbiamo letto con attenzione  il curriculum  che  ha inviato la scorsa settimana  e così  lei conosce diverse lingue: inglese; francese e tedesco …
     
    - Si esatto.
     
    - Tutti i nostri dipendenti conoscono almeno due lingue perché abbiamo necessità di colloquiare con i colleghi sparsi nelle varie sedi nazionali.
     
    - Comprendo  perfettamente; aveva risposto con foce ferma e sicura e se l’azienda si occupava di commercio estero aveva sicuramente necessità di personale alle vendite o acquisti e forse il posto sarebbe stato il suo prima di altri.
     
    - Mi parli per favore delle sue esperienze di lavoro – riprese la donna.
     
    Ebbe un momento di esitazione. Riferì  del periodo trascorso  presso McDonald's in piazza Claraplatz  a Basilea, la città dove ora viveva ma questo era stato il primo impiego e durato il tempo di mettere da parte qualche soldo. Decise di passare a elencare gli incarichi migliori:
     
    - Un anno alla GNN, contabilità.
     
    - Partita doppia?
     
    - Presenze e permessi, veramente. Cose semplici  inizialmente ma dopo mi hanno assegnato alla riconciliazione.
     
    - Rapporti con le banche?
     
    - Anche; l’ufficio dal quale dipendevo si occupava della gestione dei beni societari e adeguare il flusso dei pagamenti.
     
    - Ha svolto altro?
     
    - Due anni alla Revisioni Spa: controllo del bilancio.
     
    - Se non erro è una società  assai strutturata.
     
    - Hanno clienti  in tutto il mondo.
     
    Essere stato  impiegato presso di loro era un’ottima referenza ma i pochi i quattrini e la provvisorietà ne avevano decretata la fine e da almeno sei mesi c’era stato nulla.
     
    - La sua tesi?  
     
    - “Adeguatezza del capitale presso le banche internazionali.”
     
    - Bene, anche se la materia non è la mia. Passiamo a parlare in Tedesco?
     
    - Benissimo.
     
    -  Nato a Breagaz nello Stato federato del Vorarlberg, Austria.
     
    - Sì.
     
    -  La conosco sa, è una bella città.
     
    - La Torre di Martino, il lago di Costanza…
     
    - Sì. Solamente qualche giorno da studente …
     
    - Io ci ho vissuto fino all’età di sedici anni.  
     
    - Poi?
     
    - I miei sono venuti a mancare.
     
    - I suoi genitori non sono in vita?
     
    - No. Non lo sono.
     
    - Mi spiace. Cos’è stata?
     
    - Età. Erano anziani
     
    - Avrà fratelli, parenti?
     
    - Una zia. Sono andato a vivere dalla sorella di mio padre a Zurigo.
     
    -Ovviamente lei sta bene …
     
    - No, purtroppo anche lei non c’è più.
     
    - Mi spiace, purtroppo il mio compito di fare le domande e queste riguardano tanti aspetti …
     
    - Non si preoccupi, sono passati anni e sono abituato.
     
    - Direi di cambiare argomento e di passare a parlare tra noi in francese che ne dice?
     
    - Benissimo!
     
    - Dunque ha studiato alla HWZ di Zurigo?
     
    - Sì.
     
    - Il nome del suo relatore?
     
    - Professor Patrik Huber.
     
    - Il presidente della commissione?
     
    - Signora Christina Bauer.
     
    - Direi che il tempo del colloquio sia terminato e ammettere l’ottimo  francese, dove l’ha studiato?
     
    - Mia madre,  era di Lione.
     
    - Davvero internazionale la formazione linguistica.
     
    - Sì. Vero.
     
    - Bene  la ringrazio allora.
     
     La ragazza era tornata  a parlare il tedesco del posto.
     
    - Riguardo al francese, devo dirle che ho pensato che lei lo parlasse meglio di me, disse Erman pensandolo realmente.
     
    Ci fu un istante di silenzio poi la ragazza riprese - Se ha modo, già domani si potrebbe fissare un appuntamento e conoscere, che cosa ne pensa?
     
    - Con lei?
     
    - Ah, no. Non  con me. Io sono alla sede, a Ginevra. Intendevo dire con  il nostro responsabile del personale di Basilea.
     
    - Per me ben volentieri. Mattino oppure è adatto il pomeriggio?
     
    - Direi che le 12, presso la sede in città possano essere il momento giusto.
     
    - E’ richiesta la forma?
     
    - Giacca e cravatta. Grazie.
     
     
    Incrociò in quel momento gli occhi di Elena.
     
    Avvertiva il vento battere sulle spalle.
     
    I seni caldi di lei premevano contro suo petto.
     
    Ricavava sensazioni di piacere.
     
    - Ti è piaciuto? Disse a Elena. Sotto le mani il terreno freddo.
     
    - Sì. Direi che è stato bello! Annui lei.
     
    - Tu sei bella! Lei  parse arrossire.
     
    Dopo l’abbraccio e il bacio nei pressi del fuoco si erano allontanati dal gruppo.
     
    Si erano seduti in terra a guardare le luci della città sotto di loro. Splendevano lividi i colori della cittadina di Thun e poteva intravvedere i riflessi della luna sulle acque. In un attimo Erman ripercorse gli anni dell’infanzia, i primi del liceo. La città vecchia. Il volto della madre gli scorse più volte davanti agli occhi.  Poi aveva baciato Elena e fatto l’amore in quel luogo immutato dal tempo. Brividi e sensazioni mai conosciute lo percorrevano dal fondo dello stomaco alla testa. Essere in quel luogo  e possedere una donna molto bella lo procurava. Dopo la nomina in società,  Elena  l’aveva chiamato al telefono per fargli le congratulazioni. Tra loro era nata una cortese amicizia e si erano ripromessi di conoscersi. I corsi di preparazione obbligatoria al lavoro ai quali si era sottoposto avevano rinviato il momento, almeno fin tanto che l’azienda non aveva organizzato l’incontro in montagna. Il giorno precedente si erano visti al briefing del mattino, senza farsi accorgere avevano ripercorso la prima telefonata e così ironizzato sull’indagine che Elena aveva svolto per  decidere se invitarlo al colloquio  e per tutti i moduli complicati che poi aveva dovuto riempire. La loro intesa  si era rafforzata a pranzo e nel corso del pomeriggio. Giunti alla sera Erman aveva scelto per trascorrere la notte il giaciglio accanto a lei nell’enorme soffitta organizzata a dormitorio comune. Quando tutti si erano addormentati Elena era entrata nel suo letto. Si erano baciati e sondato il corpo dell’altro, trattenendo ogni gemito che potesse svegliare la comunità. Tra loro le cose accadevano spontaneamente. Il giorno successivo, alla colazione, svolta con marmellata di more, burro, insaccati e pane scuro, avevano stabilito che per il resto del giorno sarebbero stati in compagnia degli altri colleghi; questo per non dare nell’occhio.  Al mattino si erano tenute due riunioni in cui erano separati.  Lui  era tra i cadetti dell’azienda e lei tra  gli anziani e nel pomeriggio partecipato a un’ulteriore riunione  questa volta composta dall’intero gruppo di colleghi e manager. Per farli socializzare maggiormente ognuno di loro era stato munito o  di un tamburello o di una trombetta. C’erano anche delle buone chitarre classiche. Con questi semplici strumenti avevano intonato qualche canzone cara agli svizzeri,  come pure qualcosa di un cantautore italiano dal nome di Lucio Battisti. Poi, tutti assieme avevano ascoltato gli ottimi risultati raggiunti dall’azienda e gli obiettivi per il semestre successivo, i premi. Aveva conosciuto il presidente tal Alexander Keller. Un giovane molto magro e di poche parole con cui aveva Erman aveva provato a scambiare qualche parola e che a pelle gli era sembrato abbastanza dispotico. A ogni buon conto poteva anche essere fosse solo preoccupato dall’organizzazione con tanti ospiti in arrivo da ogni luogo del paese. Il pranzo era stato lasciato libero e così l’aveva trascorso assieme a Elena nel bosco presente nel crinale poco lontano. Portarono con loro del pane arrostito al fuoco e della carne in un piatto di porcellana bianca e senza dimenticare lo spumante e due coppe in  cristallo.
     
    Elena era la donna con cui sarebbe voluto stare.
     
    Capelli neri e occhi azzurri.
     
    Labbra morbide e capezzoli lunghi come mai aveva assaggiato.
     
    - Hai visto come sono fatti? Disse toccandosi le tette e sollevando verso di sé il capezzolo.
     
    - Come sono fatti? Molto sporgenti direi.
     
    - Anche mia madre li ha come me.
     
    Pensò a che cosa rispondere, qualcosa di adatto, poi disse ciò che voleva essere un complimento: bacerò anche i suoi non appena me la farai conoscere.
     
    Elena parve avere un momento di malinconia poi  si mise a ridere a crepapelle, voltando la testa un poco da un lato e poi ancora d’altra parte. Raccolse una piccola ciocca di capelli sulle spalle e l’attorciglio con le mani…
     
    - Che c’è? Domandò
     
    Ci fu un nuovo momento di silenzio tra loro in cui percepì il vento risalirli le spalle, raggiungere il collo e la nuca.
     
    -Perché no? E’ tua madre. Mi piace tu. Mi piacerà lei!
     
    - Ma ha più di 50 anni, è vecchia! Ammise Elena che tornò a ridere e scuotere la testa.
     
    - Va bene, ho detto una cosa stupida ma a fin di bene. Risero assieme.
     
    Una voce femminile interruppe il loro gioco:  Elena dove sei?
     
    Le era ancora dentro. Cercò di sfilarsi.
     
    - E’ Verena che mi cerca. Sono venuta alla baita con lei -  tentava forse di giustificare l’intromissione.
     
    In effetti,  Erman aveva trovato posto per la notte accanto a Elena sulla panca di destra, Verena aveva invece preso posto in quella di sinistra.
     
    Possibile che fossero anche amiche e  che Verena intervenisse in quel momento per comunicarle qualcosa di importante.
     
    - La nostra collega Verena, vorrai dire. Rispose lui che adesso era adagiato al lato e direttamente a contatto con il  verde ghiacciato. Si domandò ancora quale relazione intercorresse tra le due che forse non aveva notato.
     
    - Già dimenticavo che ho un impegno! Annui Elena, senza manifestare fretta o preoccupazione.
     
    - Tu sei la mia collega di Ginevra. Disse lui cercando di smorzare il nervosismo.
     
    - E tu il mio di Basilea. Ripete quasi all’unisono Elena.
     
    - Bene: siamo innamorati allora. Concluse in fretta Erman. A questo punto lei gli diede un bacio con forza, poi disse  - Innamorati, è troppo e poi io sono in tuo superiore, sì, questo lo puoi anche affermare.
     
    Ora lei si era girata e cercava di rimettere a posto il pantalone aderente
     
    Se aveva compreso il ruolo in azienda di Elena, questa era davvero un suo superiore e neppure di un solo  livello.
     
    Ad ogni modo non contava; il loro, era amore e non affari.
     
    Verena era giunta tra loro, sembrò non badare a che entrambi si stessero rimettendo a posto i vestiti.
     
    Verena aveva capelli biondi come del resto è comune a quasi tutte le ragazze tedesche.
     
    Più giovane di Elena.
     
    Un volto dolce e delicato in un corpo magro.
     
    - Elena è ora del tuo intervento in sala. Disse in modo laconico.
     
    Erman sapeva di una riunione riservata. Non che Elena partecipasse.
     
    - Sì. Vado, disse Elena,  ma prima, disse a Erman che la guardava senza capire un bel nulla- veloce: dimmi se ti piace Verena.
     
    Corrugò la fronte senza sapere che cosa rispondere.
     
    Elena, insicura di sé, stava mettendo alla prova il loro rapporto o proponeva un gioco nuovo tra loro in cui Verena assumeva una parte?
     
    - Penso sia dolce e molto carina, rispose per non offendere nessuno e prendere tempo.
     
    - Era quello che volevo sapere disse lei, che aggiunse: voi restate qua e Verena mi raccomando, sai cosa voglio. A quel punto Elena passò una carezza sul volto di Verena e poi la baciò teneramente. Ci fu un abbraccio tra loro. Erman osservava la scena senza parlare.  Poi Elena girò su se stessa e incominciò ad andare verso la luminescenza gialla della baita dalla quale adesso si avvertivano uscire suoni musicali senza guardarsi indietro.
     
    Il vento freddo della notte tornò a battergli addosso.
     
    Fu interrotto dall’alito caldo della bocca di Verena sulla sua che dopo averlo baciato  sussurrò invitante: vieni…
     
    Verena lo portò a qualche metro di distanza, più al riparo degli alberi che adesso parevano  flettere le punte all’aria.  Sotto quei rami di pino fece l’amore con Verena in maniera più lenta e cadenzata di quanto non accadde con Elena.
     
    Le baciò il corpo nutrendosi dei sapori come aveva fatto con Elena.
     
    A momenti pensò a lunghi capezzoli di Elena, in altri speculò che non ci fossero odori migliori di Verena.
     
    Ora lei gli era sopra e Erman guardava tra le fronde l’infinito sopra di loro.
     
    Che cosa accadeva, perché Elena gli aveva dato la sua amica? Altra domanda – che cosa significava quello strano  discorso svolto da Elena all’amica un momento prima di andare via?
     
    L’azienda aveva fornito a Erman  una bellissima scrivania, una stanza tutta sua, in ufficio al centro della città e un ottimo stipendio  con cui comprare ottimi vestiti e pagare l’affitto di una bella casa nella zona dei benestanti.
     
    Senza fare sforzi in pochi mesi era uscito con diverse colleghe e finito a letto quasi con tutte loro.
     
    Doveva anche essere stato bravo perché la fama si era diffusa e adesso a turno lo desideravano?
     
    Erman era giovane, forte, sicuro di sé e neppure uno stupido: qualcosa non andava!
     
    Il sottile urlo di piacere di Verena ne risvegliò l’attenzione per farlo concentrare sul culmine di piacere che anche lui realizzava.
     
    Emise un sano fiato.
     
    Ora l’immenso tornava e risaliva dal corpo alle spalle e nel respiro avvertì il benessere della gestualità.
     
    Terminò di porsi domande.
     
    Verena  pose la testa sulla sua spalla.
     
    Arricciò i capelli come aveva fatto Elena.
     
    Pensò che adesso gli avrebbe chiesto se gli era piaciuto.
     
    Fu lei a parlare: hai mangiato lo stufato? Domandò.
     
    - Sì. Buono, disse senza troppo pensare.
     
    -  La carne era morbida e dolce abbastanza?
     
    - Direi di sì  e che a pensarci mi è tornata la fame, torniamo dentro?
     
    Davvero si sarebbe alzato e tornato alla baita ne avrebbe preso ancora e mangiata all’aperto con Elena e Verena se possibile, la sua nuova famiglia, ma sarebbe stato davvero così?
     
    - Ed era dolce il sapore?
     
    - Parli della carne o del tuo? Domando Erman
     
    - Dello stufato! Disse senza percepire ironia Verena.  
     
    - Ah, sì, mai mangiato di questa qualità.
     
    Verena si alzò per rimettere a posto la gonna di lana. Gli scarponcini scuri di una nota marca internazionale le conferivano l’aspetto da guerriera del millennio. Erman pensò in quel momento che la dolcezza mostrata dai lineamenti  fosse apparenza di una mente decisa e complessa. Avrebbe dovuto concentrarsi meglio su quello che lei stava cercando di fargli comprendere? Oltretutto aveva l’impressione che fosse diventata seria e fredda. Probabilmente considerava anche lei che condividere un uomo  con un’altra donna  non fosse l’ideale, ma allora,  perché del gioco? La domanda tornava ad affacciarsi. Domandò: Torna Elena?
     
    Lei non rispose. Restò in piedi e il bagliore della luna, lasciata scoperta della nuvola  andò a riflettersi sul volto, sulla dentatura chiara.
     
    - Dimmi di Elena, domandò secco, dov’è?
     
    - Elena ti ha dato a me e tu sei quanto mi rimane di lei. Io sarò quanto a te rimane di lei.
     
    - Che significa? Che cosa vuoi dire?
     
    - Quello che ho detto. Sono io il tuo superiore adesso.
     
    - Tu e Elena siete amanti?  Lo siete state?
     
    Sopra di loro il veloce battere delle ali di un rapace e poi il silenzio rotto da Verena: Descrivere il nostro rapporto non è così facile.
     
    - Scusa Verena, cerca di capire. Sono confuso.
     
    - Hai trovato ossa nello stufato?
     
    - Non lo so. Non mi sembra. Non mi interessa.
     
    - Ancora non capisci? Lavori in una multinazionale di proprietà  dei fondi che sono chissà dove e come si raccolgono  nel mondo. Ti sei laureato con impegno o l’hai presa con i punti?  L’età dei dipendenti della compagnia non supera i  trentasei anni, l’hai notato?
     
    - Questo perché la compagnia crede solo nei giovani.
     
    -  Sei uno stupido. Questo è perché noi non arriviamo a superarli.
     
    - Di che parli Verena, quali argomenti ti passano per la testa?
     
    - Erman, ti hanno dato un bellissimo stipendio, una splendida scrivania. Ben poca fatica da svolgere. Era quanto volevi?
     
    - Non posso lamentarmi no, ho quanto cercavo. Questo non vuol dire che posso fare di me quanto vogliono.
     
    - Ti è andata bene, dammi retta. Quanti anni hai? Ventotto, ventinove?
     
    - Trenta!
     
    - Bene. Io ne ho trentatré. Elena  aveva compiuto trentasei anni da qualche giorno. Tu sei stato il suo addio. Ti ha scelto a me, non lamentarti.
     
    - Tu sei da legare e voi siete da rinchiudere. Vado a prenderla e la porto via con me.
     
    - Sarà già andata. Come era previsto. Per volere del fondatore, tra il primo venerdì e il sabato del mese di aprile devono compiersi i sacrifici dei dipendenti o manager che hanno raggiunto il momento. Elena era la sola per quest’anno ad avere raggiunto i trentasei anni e si è sacrificata come aveva previsto.
     
    - Come avrebbe fatto? Dimmelo, folle che sei…
     
    - Tagliandosi le vene nella sala del bagno caldo. Lei ha scelto di andarsene così e io ho dovuto distrarti per il tempo che accadesse. Adesso baderò a te. Nient’altro da dire o da fare.
     
    - Ha una madre. Voglio vedere cosa le racconteranno. Ora guardava con odio in direzione dello chalet. La nebbia lo aveva completamente oscurato.
     
    - Ti ha mentito. Non ha mai avuto una madre. Orfana di entrambi i genitori. Se ti ha raccontato qualcosa di questo tipo non era vero. Lei soffriva molto per questo motivo.
     
    - E tu? Tu non hai famiglia? Parenti. Anche tu sei sola al mondo?
     
    - Sì Erman.  Per me è altrettanto. Ho chiesto asilo e l’ho ottenuto.  Non so nulla dei miei da anni. Da quando sono andata via da casa. Avevo diciotto anni quando sono scappata dalla Moldavia e nessuno mi ha mai cercato.
     
    - Impossibile. La nostra polizia farà ricerche, vi troverà…
     
    -E tu Erman, hai parenti prossimi? Vivi nel paese della riservatezza e dei capitali segreti.  Chi vuoi che si interessi a te?
     
    Le luci della città baluginavano in fondo alla valle.
     
    Erman guardò nella loro direzione. Se solo avesse avuto un giubbotto per resistere al freddo, ma così che cosa avrebbe potuto fare?
     
    Verena  si avvicinò, lo prese per mano - Vieni andiamo da loro, saranno ansiosi  di avere il tuo giuramento.
     
    Sopra la testa migliaia di diamanti lontani e attorno,  il suono allegro di un campanaccio di mucche al pascolo.
     
    - Verena disse dolcemente parlando più a sé stessa che a Erman: quando torneremo in questa baita lei vivrà in noi.
     

  • 11 aprile alle ore 10:43
    I VIVEURS DEL SESSO

    Come comincia: L’Estate alle spalle, un autunno portatore di piogge e di freddo, le scuole che riaprono, un sollievo per genitori, un po’ meno per i figli. Roberto Romani non era fra  questi ultimi, il passaggio dalla scuola media alla quarta ginnasiale era stato per lui un accesso nell’ età adulta. Anche la scuola era cambiata, suo padre Giovanni l’aveva iscritto all’Istituto Vivona in via della Fisica a Roma. Primo giorno gran confusione all’ingresso, tutti li studenti consultavano gli elenchi per vedere quale era l’aula  loro assegnata. Dopo circa una mezz’ora tutti in aula. Il collaboratore scolastico (ex bidello)  si recò nell’aula numero uno e: “Ragazzi sono Girolamo Massaccesi ma tutti mi chiamano Nasca, non  mi offendo, tra poco verrà a farvi lezione di lingue il professor Ulderico Bocchini, evitate di far commenti sul suo nome e sul fatto che lui è…del’altra sponda, è una brava persona oltre che un eccellente insegnante ed anche uno che ha il senso dello humour, io sono un grande fumatore…” Romani: “Possiamo sapere quale marca preferisce…così ci regoliamo.” “Io fumo anche la paglia, di preferenza le ‘Marlboro, buono studio.” Il professor Bocchini era proprio come descritto da Nasca. “Ragazzi immagino il fervorino ammannitovi dal bidello, è un simpaticone, chi di voi conosce un po’ il francese?” “ Sono  Roberto Romani: durante le tre classi della scuola media mia compagna di banco era una ragazza francese che mi ha insegnato la sua lingua, fra l’altro era carina…” “Bene, sarai il mio aiuto, come primo giorno non voglio farvi una lezione di lingue ma dirvi qualcosa della vita e dei problemi cui andrete incontro. Una cosa per primo: non date facilmente la vostra fiducia alle persone, mio nonno un giorno mi disse: vedi quella  è la tua ombra, non dare fiducia nemmeno di lei, non avrai  delusioni dalla vita. Aiutate nei limiti del possibile  le persone meno abbienti soprattutto quelle orgogliose che soffrono pur di non dimostrare il loro stato, per ultimo ma non meno importante la religione. Da giovane in un collegio cattolico  hanno cercato di inculcarmi dei principi che col tempo ho capito che erano molto discutibili, quando in un tema ho scritto che nel mondo ci sono centotrentasette religioni di cui solo sette cristiane il che faceva supporre che fossero state create tutte dall’uomo vedi Gesù Cristo, Maometto, Budda, hanno informato mio padre del mio comportamento secondo loro spudorato e mi avevano cacciato dall’istituto. Il principio di democrazia deve essere alla base del vostro comportamento, mio padre mi ha parlato del Fascismo, delle sue storture e dei migliaia di morti mandati a morire in guerra, soprattutto in Russia senza peraltro un equipaggiamento adeguato. Non proseguo oltre, non vorrei sembrare un fanatico predicatore ed ora Roberto dà un saluto ai tuoi compagni in francese.” “Mes camerades vous souhaite une bonne anné scolaire et surtout que vous êtes tous promus en juin. Vorrei aggiungere che mio padre mi ha messo a disposizione una villetta qui vicino in via dell’Elettronica 23, ci sono oltre la camera matrimoniale tre camere con servizi  con due letti singoli per gli ospiti, se alcuni colleghi hanno difficoltà di alloggio li ospiterò volentieri.” Si fecero avanti Ettore Fabiani, Vittorio Mazzarini,  Eulalia Fabretti. “Naturalmente ritengo opportuno dirvi di che i maschietti e le femminucce dovrebbero dormire in stanze diverse, non sono un puritano ma non vorrei avere problemi, dovrei comunicare la vostra presenza all’Autorità di Pubblica Sicurezza, ci sono delle leggi precise. A casa ho come tutto fare una cinquantenne Gina Alessi cui dovrete dare tutti una mano, maschietti compresi. Ed ora senza armi ma con bagagli in marcia. Professore la sua presenza a casa mia sarà sempre gradita, glielo dico col cuore, lei è una persona particolare nel senso di fuori del comune.” “Grazie del tuo invito, ci penserò.” Gina avvisata in tempo preparò un pranzo per tutti, era di natura allegra e tanta gioventù le fece piacere averla in casa anche se talvolta pensava con rimpianto alla sua età, cinquant’anni! Sistemati i bagagli in camera ed il pancino in sala da pranzo tutti a riposare sino al dopo cena ed alla relativa passeggiata digestiva. Vittorio prese sotto braccio Roberto e: ”Tuo padre deve passarsela bene, lo vedo dal buon gusto con cui è arredata l’abitazione.” “Mio padre Giovanni è titolare di un’impresa import export, ha rapporti specialmente col sud America dove invia per lo più trattori, e macchinari per l’agricoltura molto apprezzati specialmente in Argentina ed in Brasile, importa i  frutta locale ed anche animali da compagnia sconosciuti da noi, talvolta anche qualche femminuccia…naturalmente sto scherzando.” Vittorio e Roberto come un po’ tutti gli altri a cena avevano un po’ troppo abusato del vino dei Castelli Romani. Maschietti e femminucce a riposare nella propria stanza con Ettore che seguì nella camera matrimoniale il suo anfitrione. “Purtroppo io non riesco a prendere sonno che molto tardi, nel frattempo comincio a passeggiare per casa, non voglio disturbare gli altri ospiti, vediamo se Morfeo viene a farmi visita disteso nel tuo letto.” Imitato da Roberto Vittorio stava ad occhi aperti guardando il soffitto: “Mi hai contagiato l’insonnia…” “Me ne dispiace, hai un profumo personale molto buono, se permetti vengo più vicino a te.” “Sei inebriante non c’è altro aggettivo, mi fai provare una sensazione che mi ha fatto accelerare i battiti cardiaci, se permetti ti abbraccio…ed anche ti bacio…” Roberto non reagì, anche lui per la prima volta aveva sentito una sensazione di attrazione per un maschio, non l’aveva mai provata, anche lui prese a baciare Vittorio che: “Proviamo una posizione particolare, io supino con il coso anzi  il tuo cosone allungato, tu sopra di me…accetta quello che farò, mi piace…” “Vittorio cominciò a baciare il buco del culino di Roberto, poi i testicoli ed infine il suo membro eretto quanto non mai poi prese una boccettina contenente della vasellina,  ne fece penetrare parte del contenuto nel buco del suo culo ed anche penetrare il pistolotto del padrone di casa sempre più in auge. Successivamente Roberto si accorse che il buco del deretano del suo compagno si apriva e chiudeva ritmicamente col suo pistolone in orgasmo che riempì di sperma in un tovagliolino previdentemente portato con sé. Stava per fare marcia indietro quando Vittorio lo trattenne, aveva ancora voglia…dopo circa un quarto d’ora altro orgasmo stavolta bilaterale poi ambedue sfiniti a gambe aperte sul lettone sino alla mattina quando Gina bussò alla porta della loro stanza ed entrò per poi fare marcia indietro, quella scena la riportò alla sua gioventù quando anche lei…non che ora…Il restante della compagnia aveva già fatto colazione senza porsi domande ed era uscita a  visitare le botteghe delle strade vicine, grandi risate, viva la gioventù. I ‘magnifici’ cinque durante la settimana seguivano diligentemente le lezioni ed il pomeriggio era da loro destinato allo studio, il sabato pomeriggio e la domenica agli amusements sessuali. Eulalia zitta zitta, quatta quatta fece capire che anche lei, unica femminuccia voleva la sua parte.  Roberto invitò tutti in camera sua, per primo abbracciò la ragazza che si dedicò al suo uccello già in posizione e se lo infilò direttamente in fica, gli altri tre seduti sul divano a far da spettatori pronti alla pugna. La ragazza meravigliò tutti, se li fece uno alla volta usando per tutti il preservativo e poi ricominciando il giro, era instancabile, orgasmi uno dietro l’altro, Roberto in un intervallo le si avvicinò per domandarle con lo sguardo: “Tutto bene?” la ragazza sempre con lo sguardo lo rassicurò e riprese le goderecciate!  Ci volle del tempo prima che fosse soddisfatta. Usciti tutti gli altri dalla camera da letto Alberto domandò a Eulalia: “Prima di tutto il tuo nome, vuol dire ‘che parla bene’, io direi piuttosto che scopa bene anzi benissimo, mai conosciuta una donna che gode tante volte, una ninfomane.” “Ho preso da mia madre, ho fatto usare a tutti il preservativo per sicurezza, quando avrò accertato che nessuno ha malattie veneree…proverò anche più piacere. Amo sentir lo ‘zampillo’ sul collo dell’utero di un uccello che gode.” “Mi prenoto, che ne dici di voltare pagina?” “Al padrone di casa non posso dir di no, ma per oggi ho chiuso, ho paura di sentirmi male, il prossimo sabato procurati una boccetta di vasellina ,uso poco il popò preferisco…” “Allora un patto fra di noi, il tuo culo è riservato solo a me.” Roberto era fanciullescamente contento, era l’unico…Entrò in scena Rico Bocchini il professore che preannunziò via telefono la sua venuta. Guidava una Jaguar XJ , una dimostrazione di potenza economica. “Cari ragazzi, diamoci del tu alla romana anche se potrei essere vostro padre, un padre un po’ zozzone ma che vi vuole bene,  avverto  un po’ la solitudine, vorrei la compagnia di uno di voi, Vittorio che ne dici di venire a casa mia? Ho preparato una cena sfiziosa, sono un bravo cuoco.” “Professore a disposizione, si ricordi di me al momento degli scrutini.” Tu impegnati, ti verrò incontro.” Mario: ”Professore che ne dici se  vengo anch’io, un trio sarebbe per me una novità.” Il giovane non aveva capito che Rico si voleva fare solo uno di loro alla volta. “Ho preparato da mangiare solo per due, sei prenotato per la prossima vola, Vittorio vedo che ti sei preparato, buona serata a tutti.” Roberto tutto si aspettava tranne che Eulalia si offrisse: “Signori stavolta senza ‘cappuccetto’, andateci delicati, la patatina senza lubrificazione del condom è più sensibile.” Ormai i tre rimasti sapevano quello cui andavano incontro, a turno si infilarono nella gatta che sembrava impazzita dal piacere finché la padrona chiese una pausa. Il via vai di persone estranee fu notato da due vecchie zitelle dimorati nella vicina villetta, Roberto capì il pericolo che potesse arrivare ai Carabinieri una lettera anonima da parte delle due, bussò alla loro porta e:”Gentili signorine, ho pensato a voi mentre stavo per ordinare del vino Rosso  Lambrusco e Bianco  Verdicchio, mi vengono spediti via corriere, se voi lo gradite. “Mia sorella preferisce il bianco, io il rosso.” “Mi permetto di farvene pervenire due scatoloni direttamente a casa vostra da Reggio Emilia il rosso e da Jesi il bianco, talvolta non siamo in casa ma  a scuola.” Le vecchiette erano felici, finanziariamente non se la passavano bene e non potevano permettersi del buon vino. Gina aveva parlato con Roberto di quanto è brutta la vecchiaia, lei da giovane era bellina ma ora…” A Roberto, animo buono e caritatevole anche in campo sessuale venne un’idea: “Gina vai dal parrucchiere, comprati una baby doll, lavati e profumati tutta e sabato sera avrai la visita di tre di noi, sempre che tu lo gradisca.”A Gina vennero le lacrime agli occhi, mai avrebbe immaginato che quei giovani…Seguì i consigli di Roberto e la sera del successiva si presentò in forma smagliante dinanzi a Roberto, ad Ettore ed a Mario, stavolta a far da spettatrice Eulalia che se la rideva, chissà come se la sarebbero cavata tre diciottenne dinanzi ad una cinquantenne. Gina non solo era andata dal parrucchiere ma si era fatta fare dei massaggi sul viso migliorando il suo aspetto e profumandosi con una acqua di colonia giapponese, era più che passabile, furbescamente aveva provveduto anche a lubrificare la non usata da tempo patatina. Roberto con l’aiuto di Eulalia fece  resuscitare ‘ciccio’ non molto contento di questa nuova conquista ma Gina dimostrò di non aver dimenticato come far divertire un maschietto sollazzandosi lei stessa. Se li fece tutti e quattro poi si ritirò in camera sua sperando che anche in futuro…Nel frattempo i ragazzi tutti maggiorenni erano ‘passati’ al secondo liceo. Altra novità inaspettata, papà Giovanni dal Brasile comunicò al figlio che al suo ritorno a Roma gli avrebbe portato un ‘pensierino’, appuntamento all’aeroporto di Fiumicino alle venti del giorno dopo. Con la Cinquecento acquistata di recente Roberto era in attesa,  una delle prime a scendere dalla scaletta dell’aereo una signora vestita con un abito sgargiante,  la brasiliana era il pensierino d papà Giovanni il quale  fu l’ultimo a scendere dall’aereo. “Papà stó pensierino?” “T’è passata dinanzi agli occhi, non ti piacciono più le femminucce?”  “Papà ti conosco bene, tu ami gli scherzi.” “Se un figone ti sembra uno scherzo, fra l’altro ha parenti italiani, parla la nostra lingua, per il resto non so, non l’ho provata, portala a casa tua e fammi sapere, prendo un taxi.. Beatriz vieni qui, questo è mio figlio Roberto, trattalo bene.” Roberto si esibì in un finto baciamano in seguito al quale la ragazza, non abituata a quel rito italiano rise rumorosamente richiamando l’attenzione della gente, soprattutto i maschietti provarono dell’invidia nei confronti del il giovane. Posta la valigia nel sedile posteriore Bea: “Oh che bello un navigatore satellitare, da noi se ne vedono pochi, dammi l’indirizzo di casa tua.” Quella forma di infantilismo piacque a Roberto aveva un’idea diversa delle brasiliane viste in televisione. La brasileira fu presentata ai sette, fece una doccia nella toilette di Eulalia ,  affamata, fece onore alla cucina di Gina ed occupò il letto vicino  quello di Eulalia la quale  la mattina successiva bussò alla porta della camera di Roberto. “Mio caro un novità che non so come definire, Beatrix uscendo dalla doccia ha messo in mostra un uccello, cosa dico un uccello un batacchio che anche a riposo le giungeva sino a metà coscia, immagino quando…” “Quel figlio di….di mio padre, quella era la sorpresa, ormai è in casa mia, vediamo come si svolgeranno gli avvenimenti, per ora silenzio assoluto con gli altri.” Un messaggio al padre Giovanni: ‘Hai dimostrato ancora una volta di essere un son of the bitch mollandomi un transgender, spero di poterti ricambiare quanto prima.’ Risposta via mail: ‘Non conosci la legge del Menga che recita: ‘chi l’ha preso in culo se lo tenga! Buon divertimento!’  Il pettegolezzo pian piano, terra terra sottovoce sibilando va scorrendo, rozzolando nelle orecchie della gente s’introduce immantinente nei cervelli.’ Roberto non ricordava dove avesse letto questo aforisma fatto che  corrispondeva a verità, tutti in casa erano a conoscenza della novità anche se facevano lo sgorri, gli indiani o il nesci che dir si voglia. Solo Gina era al buio ma  aveva compreso che la sua avventura sessuale sarebbe stata la prima e l’ultima.  A toccare l’argomento era stato Roberto dopo cena, tutti erano riuniti nel salone: “Non vi mollo il detto latino ma stando così le cose dobbiamo prendere una decisione in merito a Beatriz, ovviamente ognuno di noi è libero di chiederle…qualche favore, alzi la mano chi è contrario.” Solo Eulalia si dichiarò non favorevole, evidentemente i maschietti erano pieni di curiosità anche se in fondo timorosi per il loro popò stante le misure del pisello della brasiliana che se la rideva. “Cari amici, col vostro permesso sarò io il primo, Bea ti va?” La ragazza non rispose ma prese sottobraccio Roberto, insieme si incamminarono ed entrarono nella stanza del padrone di casa. Già dopo il bidet Bea mostrò il suo mostro’, Roberto non dimostrò alcuna perplessità, apprezzo i corpo statuario  della ragazza che, tranne quel non piccolo particolare (chiamalo picolo!)era veramente bellissima. Bea dimostrò anche molta abilità in campo sessuale anche col sedere che la portò ad un orgasmo con l’uccellone tanto da riempire un tovagliolino col suo sperma, anche col sedere della compagna ebbe un analogo effetto sino a quando Roberto si dichiarò vinto, era spossato. Anche gli altri tre maschi di famiglia conobbero le gioie dell’amplesso con la brasiliana la quale un giorno successivo rivolgendosi ad Eulalia: “Forse hai paura che ti faccia troppo male alle tua patatina, sarò delicata, se vuoi stasera potremmo riunire i letti.” Riunirono i letti, Bea si ‘lavorò’ per bene tutto il corpo della compagna di stanza la quale provò degli orgasmi inusitati, solo al momento dell’immissio penis guardò in faccia Bea che dopo un lungo cunnilingus le aveva  ben  lubrificato il fiorellino e così non solo sopportò bene quella intromissione ma giunto il pisellone al collo dell’utero con lo schizzo dello sperma le fece provare un orgasmo molto intenso e assolutamente per lei inusitato, tanto piacevole che allorché Bea ritenne opportuno lasciare la ‘cuccia’  Eulalia la fermò, le piaceva ancora aver l’uccellone della brasiliana nel suo ‘antro’.  Col tempo, dati gli esami e conseguito il diploma  di maturità in casa di Roberto rimasero  Eulalia e Beatriz oltre naturalmente Gina affiancata da altra cameriera. Roberto era diventato il re di casa, aveva azzittito col vino le due vicine zitelle pettegole e più nessuno ebbe a turbare il loro menage. Dopo la morte per infarto del padre Giovanni  Roberto venne  in possesso di un notevole patrimonio; più per passare il tempo che altro si iscrisse all’Università alla facoltà di legge dove era oggetto di invidia da parte dei colleghi maschi: un uomo con  due donne per di più di notevole bellezza…

  • 10 aprile alle ore 17:09
    Meno dolorosa

    Come comincia: Quando chiama insistentemente
    obbligando qualcuno a ripetere più volte
    quello che è già stato detto significa
    che è in crisi
    se si rifiuta di capirlo, o non lo capisce
    i rapporti vanno interrotti e lo deve capire
    Se insiste a procedere su quella strada
    allora deve capire che se non cambia vita
    resterà così con una certa agitazione addosso
    che però, non ha il diritto  di addossarla sugli altri
    Quando si da tanto fastidio anche se non si vuole essere
    aiutati bisogna allontanarsi chiarendo alcune cose
    che non si sopportano, con quelli, i quali, si ha a che fare
    vivendoci insieme. Se non lo fa, continuerà, è facile
    ad essere scontrosa, che poi la gente si allontana
    ed è bruttissimo, per lei, innamorata della compagnia
    Arrabbiarsi, sputare fuoco su tutti, rovina solamente
    quello che si è costruito quindi meditare
    per non fare scelte sbagliate. All'inizio chiunque
    sembra bravo, innamorato perso, ma potrebbe fingere
    perchè le piace comandare, sentirsi  vulnerabile
    dimostrare di saper esercitare la sua forza, imporre il suo essere
    maschio, forte e non debole. La vittima se vuole illudersi
    senza ascoltare coloro che ci tengono ad aprirle gli occhi
    ha il dovere di tenersi tutto per sè, pure i figli, debbono esserne
    all'oscuro, perchè sono i primi, a non avere nessuna colpa
    Cercare il pelo nell'uovo per non farsi dire te l'avevo detto
    parlando di argomenti che non sono quelli i veri problemi
    a far scaturire un malessere profondo, non serve nemmeno
    a se stessa, ma di parlarne con uno specialista sì, se la fede
    non basta, dopo ovviamente, trarre delle conclusioni
    che aiutino a trovare una soluzione, meno dolorosa

    NB: Riflessioni rivolte a persone che sono così

  • 10 aprile alle ore 10:44
    DOVE VANNO A FINIRE I PALLONCINI

    Come comincia: ‘L’amore è un uccello ribelle che non ha mai conosciuto legge.’ Può essere un’affermazione di un pessimista o di un individuo tradito. La storia del pensiero e dell’arte è piena di concezioni sbagliate, forse anche quella sopra citata nella Carmen di Bizet. Molto è cambiato di recente nei costumi degli uomini (e delle donne) di tutto il mondo, in particolare degli occidentali accusati dagli islamici di immoralità ma i cotali sono come quelli che non vedono una trave...Le menti più ‘eccelse’ sono indulgenti nei confronti della natura e dei comportamenti dei propri simili ‘diversi’ che sono una minoranza chiassosa, turbolenta ed appariscente come accaduto al  gay pride di Messina il 6 giugno. Tra questi c’era Geena un transgender venticinquenne di lontana origine italiana fuggita dalla natia Rio de Janeiro dopo la morte in un maledetto incidente stradale dei suoi genitori, per sua fortuna piuttosto benestanti. Fra l’altro non è affatto vero che i trans in Brasile abbiano vita facile e così quale nazione scegliere meglio dell’Italia che gli era stata descritta favorevolmente da alcuni amici messinesi. Nella Città dello Stretto Geena aveva acquistato un appartamento al quinto piano in un caseggiato sulla circonvallazione. Lo scenario era magnifico e soprattutto l’abitazione era un Eden oltre che per il panorama anche per la quiete. Naturalmente la sua venuta non era passata inosservata, i maschietti del palazzo avevano aguzzato la vista tenuti a bada dalle legittime consorti con sguardi penetranti e significativi e così Geena poteva star tranquilla. Come impiegare i suoi soldi ed il tempo a disposizione con un lavoro piacevole? Un classico: apertura di un night al posto di un vecchio cinema in disuso il ‘Peloro’. Una ditta specializzata aveva lavorato  un mese per rendere moderno ed elegante il vecchio stabile, l’architetto ingaggiato da Geena aveva dimostrato buon gusto sia per lo stile che per la disposizione delle luci molto importanti per rendere l’atmosfera ovattata ed intima. Inaugurazione in pompa magna con annunzio sui giornali e sulle TV locali. Alle ventidue ancora poca gente, in prevalenza di sesso maschile, pian piano il locale si riempì sin quando allo scoccare della mezzanotte: “Signori sono Geena brasiliana, ho avuto il piacere di essere venuta ad abitare nella vostra meravigliosa città, spero di vedervi in gran numero, potete chiedere all’orchestra musica di vostro gradimento, anche il bar è ben fornito, buon divertimento.” Affascinati dall’aspetto piuttosto provocante della brasiliana, i maschietti facevano a gara ad invitarla a ballare, quel che affascinava di più i ‘peloritani’ erano il seno ed il popò che Geena muoveva in modo provocante. Alle cinque di mattina: “Signori grazie per la vostra presenza, spero vi siate divertiti, la prossima volta portate anche le vostre signore.” Era un modo di far capire ai messinesi che erano stati dei provinciali a venire la maggior parte da soli senza le legittime o illegittime compagne. Naturalmente la presenza di Geena non era passata inosservata nello stabile dove abitava, una sola signora aveva creduto opportuno far amicizia con la brasiliana, si trattava di Diletta  che una mattina alle undici bussò alla porta di Geena: “Sono l’inquilina che abita al piano sottostante il suo, vedo che è ancora quasi addormentata, le chiedo scusa…” “Non si preoccupi, venga, la sua presenza sarà sempre gradita.” Diletta non aveva nulla in comune con Geena: era bionda, longilinea, magra, dal viso deliziosamente  infantile, gambe da modella,  sorridente, insomma piacevole. Insieme sorbirono il caffè e Diletta in vena di confidenze raccontò la sua storia: suo marito aveva ritenuto di rinverdire la sua non più verde età andandosene a vivere con una ragazza più giovane di vent’anni, lei casalinga viveva con quello che le passava il marito, l’unica figlia Maddalena, sedicenne, frequentava il terzo liceo scientifico, la sua vita era piatta…In vena di confidenze anche Geena fece partecipe Diletta delle sue vicissitudine culminate, per suo fortuna nell’arrivo a Messina e l’apertura del night che  le procurava un bel po’ di denaro. Le due signore si rividero il giorno dopo, Diletta era particolarmente giù di morale e ad un certo punto abbracciò Geena a cui spuntò una ‘ciolla’ di notevoli dimensioni che lasciò interdetta Diletta che ben presto si riprese: “Mia cara custodirò il tuo segreto, sinceramente da quando mio marito se n’è andato provo per gli uomini un senso di repulsione, se me lo permetti prenderò in mano il tuo coso.” Dalla mano Diletta passò in bocca e poi dentro il ‘fiorellino’da tempo a riposo, un vero rapporto sessuale completo. Il legame fra le due non passò inosservato a Maddalena figlia di Diletta che, da sedicenne, non riuscì però a capire di preciso di cosa si trattasse anche perché aveva i suoi problemi. Le sue colleghe si vantavano di aver rapporti sessuali completi con i loro boy friend, lei ancora vergine si sentiva sminuita e pensò bene di perdere la verginità con un compagno di scuola tale Roberto ma ovviamente aveva paura di restare incinta qualora il ragazzo fosse stato maldestro. Il problema era di procurarsi dei condom, Roberto era troppo timido per andare in farmacia, idea: chiederli al dottor Riccardo farmacista  che abitava al pian terreno. Una mattina aspettò il cotale all’ingresso e: “Dottore debbo chiederle un favore ma vorrei parlarle in macchina.” “Ho capito hai problemi ginecologici, le mestruazioni sono troppo abbondanti oppure…” “Dottore è fuori strada, mi occorrono dei preservativi…” Roberto rimase inebetito, non si aspettava quella richiesta. “A che ti servono?” Domanda oziosa cui Maddalena: “Ci faccio dei palloncini, ricorda la canzone: ‘Dove andranno a finire i palloncini quando sfuggono di mano ai bambini…’” “Non ti domando più nulla, vieni a casa mia oggi pomeriggio, mia moglie Olga, è pure lei farmacista, ci diamo il cambio al negozio.” Alle sedici Maddalena bussò alla porta di Riccardo che sembrava trasformato; elegante in giacca da camera, sbarbato, anche profumato fece entrare in casa Maddalena con un inchino. “Qui ci sono i  condom, sono venti non penso che te ne servano di più, con chi li vuoi usare?” “Voglio finalmente perdere la verginità che mi impedisce di divertirmi col sesso come le mie amiche, c’è un compagno di scuola che però mi sembra un po’ imbranato, mi ci vorrebbe qualcuno più esperto, che ne dice lei dottore di…” Forse era quello che si aspettava Riccardo il quale: “Se sei d’accordo sarò io il tuo Pigmalione. E così fu, Maddalena si spogliò e mise in mostra un meraviglioso corpo di adolescente che lasciò senza respiro Riccardo che: “Andiamo in bagno, ti laverò il fiorellino…” Sul letto la ragazza  si mise a ridere osservando la faccia stralunata del farmacista che si impossessò del fiore vergine di Maddalena portandola all’orgasmo una prima volta con un cunnilingus,  la ragazza apprezzò e volle provarne un secondo sin quando Riccardo, munito di condom cominciò una lenta penetrazione che la ragazza sopportò stoicamente, era diventata una donna!  Il farmacista aveva previdentemente portato con sé  degli assorbenti che fece indossare alla baby la quale, dopo circa un’ora rientrò in casa come se nulla di particolare fosse successo. Per Riccardo non era stato un episodio quell’incontro sessuale con Maddalena, non vedeva l’ora di rincontrarla. Un giorno l’aspettò mentre usciva dall’ascensore: “Che ne dici di venire a casa mia, ho un regalo per te.” Maddalena seguì il dottore, seduti sul divano: “Questo è un anello di oro bianco e brillanti, è il mio modo per confermare nei tuoi confronti simpatia ed affetto,  ti prego di accettarlo.” Maddalena baciò in bocca, a lungo, Riccardo,  capì il valore intrinseco del dono ma comprese anche che forse era nato nel farmacista un amore profondo che poteva portare a conseguenze inimmaginabili. Sembrava lei la più matura del due: “Mi sei tanto caro ma puoi comprendere che il nostro legame non ha sbocco, non tanto per la differenza di età quanto perché sei sposato, non sto ad elencarti le probabili conseguenze, qualora tu lo ritenga opportuno potremmo vederci di tanto in tanto…” Riccardo accettò il patto, ogni volta regalava a Maddalena un gioiello in oro piuttosto costoso. Ovviamente della cosa si accorse Maddalena che domandò spiegazioni alla figlia. “Ho un fidanzato benestante piuttosto dimmi tu da dove ti provengono il soldi dato che papà non mi risulta sia tanto ricco e generoso da poterti permettere un alto tenore di vita come il tuo.” “Ho capito, teniamoci per noi i nostri segreti ma da madre ti consiglio la prudenza, oggigiorno se ne sentono di tutti i colori.” Passati cinque anni Maddalena annunziò alla madre ed a Riccardo un suo prossimo matrimonio con Roberto, un matrimonio di convenienza dato che la baby non era affatto innamorata del giovane che aveva il solo pregio di essere figlio di persone molto facoltose ed in vista nella società. Testimoni della sposa un Riccardo non molto felice e Geena in compagnia di Diletta che aveva apprezzato le delizie del’amore particolare di un trans. Non si sa come sia finita la storia, forse il tran tran giornaliero aveva spento l’amore oppure erano vissuti tutti felici e contenti compreso Roberto che si contentava quello che ‘passava il convento!’

  • Come comincia:                                               Chi ancora persuadere a stare al tuo amore?                                                                    Chi ti offende? Se infatti fugge presto ti cercherà,                                                              se non vuole doni, te ne farà, se non ama, presto amerà  

    Pamela e Rebecca, due giovani musiciste inglesi (l'una pianista, l'altra suonatrice di contrabbasso), erano amiche inseparabili sin dall'infanzia, vissuta insieme e spensieratamente a Windermere, la più frequentata stazione di soggiorno della regione dei Laghi o Lake District (contea di Cumbria), situata tra le boscose colline del lago omonimo.

     E Windermere, incantevole quanto tranquilla cittadina di appena ottomila anime, è famosissima in tutto il mondo per essere stata, nella prima metà del XIX°secolo, la capitale del romanticismo inglese. La "prima generazione" di poeti e scrittori romantici, infatti, (da William Wordsworth a Robert Southey, da Samuel Taylor Coleridge a Charles Lloyd, Johnny Wilson, Thomas de Quincey, etc.) si riunì e visse in questi luoghi della Scozia sud-occidentale (oltre a Windermere ci sono altri piccoli paesini sparsi nella regione: Ambleside, Hawkshead, Coniston, Patterdale, Keswick, Grasmere, Cokermouth, Kendal), meravigliosamente amèni e incontaminati nonché dalla primordiale natura e semplice che tanto li ispirarono nel loro scrivere e declamare versi.

     Le due ragazze "nutrirono" la loro adolescenza e gli anni seguenti al college (frequentato anch'esso insieme a St. Alban' s, nella contea della Greater London) di poesia, soprattutto, ed idilliaca natura. Già a dodici anni, tuttavia, avevano cominciato a cercarsi per simpatia ed affetto ma anche per qualcos'altro. Un giorno di settembre, infatti, prima di partire per il college, quelle sensazioni, e quei desideri, e quelle pulsioni  sino ad allora rimaste velate e inespresse, uscirono finalmente allo scoperto: Pam e Reby (i rispettivi diminutivi con cui erano chiamate in famiglia), durante una gita in barca a Belle Isle, isoletta al centro del lago ad appena tre miglia da Windermere, si baciarono voluttuosamente, prima, eppoi si accarezzarono sensualmente, si amarono e possedettero perdutamente, eroticamente e omosessualmente. Tornate alle rispettive abitazioni, decisero tuttavia di non riferire nulla dell'accaduto ai propri genitori; di tenere, cioè, nascosto il loro amore sicure che quelli non avrebbero compreso né tanto meno accettato il fatto (le famiglie di entrambe, infatti, appartengono all'alta aristocrazia borghese e nobiliare britannica, legata a logori ed antiquati schemi mentali quanto a principi perbenisti e retrogradi): fino a quando i tempi li avrebbero consentito di fare il contrario. Partirono per il college due giorni dopo, col rapidissimo delle British Railways Harrogate-Leeds-Londra e lo frequentarono insieme per quattro lunghi anni (Pamela studiò letteratura greca e pianoforte; Rebecca, invece, scienze naturali e contrabbasso); facendolo, inoltre, senza mai rivelare a nessuno il segreto condiviso, che le teneva unite in quel momento particolare (quasi come fosse un doppio filo d'étamine, tanto rado ma al tempo stesso talmente congiunto da mostrare di netto la sua trama all'occhio che lo osserva) e che le avrebbe tenute poi assieme per tutta la vita, né mai mostrare ad anima viva le loro tendenze omosessuali e la loro passione "incestuosa e contronatura": una prova eccezionale di carattere, coraggio e determinazione, nonché di forza d'animo, maturità ed abnegazione ma anche, e soprattutto, una immensa prova d'amore. Il giorno della consegna dei diplomi, però (sarebbe caduto in un sabato di metà maggio), le due ragazze decisero che fosse arrivato il momento di cambiare lo stato delle cose e rivelarsi al mondo ed alle proprie famiglie. E così avvenne, infatti! 
    Il padre di Pamela, David Flint (tipo brizzolato sulla cinquantina, aria da baronetto e pipa perennemente in bocca), arrivò sulla sua Jaguar B18 serie Uno color ruggine insieme alla moglie Prudence (donna di mezza età, elegante di portamento, ben vestita e ben...assortita) direttamente da Newcastle dove entrambi avevano trascorso i giorni precedenti (lei partecipando ad un torneo di bridge, invece lui ad un raduno del club della "caccia e della giarrettiera", associazione filantropica, filoaristocratica e ultra conservatrice, nata con l'intento di promuovere in tutto il Regno Unito l'arte venatoria, appunto; oltre a far rivivere lo splendore coloniale dell'impero britannico, rievocandone gesta e imprese passate). Erano le dieci in punto, la cerimonia sarebbe cominciata a mezzogiorno. Pamela attese il padre nella hall dell'aula magna e quando lo vide entrare, insieme alla madre, si avvicinò ad essi notevolmente sbiancata in volto. L'uomo, allora, chiese: - Figliola, siamo forse inaspettati? Sembra tu abbia visto due fantasmi!
     In effetti, la ragazza era abbastanza tesa, no per la consegna dei dilplomi ma per ciò che lei e la compagna avrebbero rivelato, di lì a poco, alle rispettive famiglie. 
     - No, papà, - rispose (quando era nervosa, come in quel caso, lo chiamava per esteso e no "pà"!). - Non preoccuparti, è soltanto l'ansia per oggi: tu è la mamma non avete colpa!
     Era poco sincera, evidentemente: in cuor suo sapeva benissimo ciò a cui andava incontro. I tre, intanto, s'avviarono nell'aula magna (già gremita in ogni ordine di posto, nonostante l'orario) e si sistemarono nella penultima fila sulla destra rispetto al palco, sedendosi sulle poltrone centrali. Nel frattempo Rebecca aspettava ancora i genitori per strada: seduta su una panchina nella Main Street, la via principale di St. Alban's, ch'é tutta inghingherata di pini e lecci e dove si affacciano, a sud il Quirkej Castle, casatorre del secolo XV°, a nord il Cashel Palace, palazzo georgiano del 1730 rimodernato, ora albergo quadristellato (della catena Donovan's&Mc Allister, con sedi sparse in tutto il Regno Unito), con tanto di piscina olimpionica annessa e duecento stanze ultralux, un tempo sede dell'arcivescovado. Dietro, invece, in Dominic Street, di fronte a un grande drugstore abbandonato, sono le rovine del St. Dominic's Friary, chiesa domenicana del secolo  XIII° con torre sulla crociera. Alle undici e trentasette anche i genitori di Rebecca finalmente giunsero (per loro disgrazia, un ingorgo sull'autostrada, tra Cheltenham e Aylesbury, nei pressi di Oxford, a trentacinque miglia da St. Alban's, li aveva rallentati). La madre Frances (della dinastia Rotschild), una donna energica seppur minuta, abbastanza simpatica sui quarantacinque (capelli lunghi e ricci, volto ben truccato, orecchini di perla verdi e rossi portati a mo' di ciondolo ed un diadema di brillanti a diciotto carati a bella mostra sul collo), aveva un diavolo per capello (anzi, sui capelli visto che ne aveva tantissimi!) ed uscendo dalla macchina, una Triumph "Madeira" color caffelàtte, gridò con foga al consorte (Benny Nunn, V° baronetto della dinastia Nunn-Westmoreland), tipo robusto, circa cinquant'anni, coi capelli fulvi e una strana voglia a forma di fragola stampata vicino all'orecchio destro:
     - Diamine, Ben, era ora che arrivassimo, ancora un po' e avremmo fatto in tempo a ripartire senza neanche aver disfatto le valige né visto nostra figlia diplomata!
     La donna aveva ragione: in effetti, mancavano pochi minuti appena all'inizio della cerimonia. Rebecca si avvicinò ai due di corsa (nel frattempo il padre aveva posteggiato la macchina di fianco all'entrata della scuola) e rivolgendosi al padre disse:
     - Papà, come mai così in ritardo?
     - Sai, Reby, - rispose l'uomo, - i contrattempi sull'autostrada sono sempre in agguato!
     - Va bene, - fece la ragazza, - entriamo pure, mi spiegherai dopo, se vuoi!
     I tre entrarono nell'aula magna e si posizionarono (questione di coincidenze fortuite oppure, chissà ?!), manco a farlo apposta, dietro i genitori di Pamela, seduti già da un pezzo insieme alla figlia. Non salutarono, però, i Flint (le due famiglie, oltre a essere dirimpettaie sulla Donovan Street, a Windermere, - le ville di entrambe, anzi, sembrano essere incollate tra loro col nastro adesivo, per quanto sono vicine! - si conoscevano da immemore tempo). La cerimonia cominciò ed il rettore, John Dumbar, professore emerito di scienze naturali (laureatosi ad Oxford nel 1971 con una dissertazione sui coleotteri della Tanzania!), tipo grassoccio ma distinto, sui sessanta ben portati, originario di Lizard, estrema punta nord della Cornovaglia, prese a parlare.
     - Signore, signori, genitori tutti, allieve ed allievi: grazie di essere quì, quest'oggi. E' la 399^cerimonia di consegna, questa - (il St. Alban's è uno dei college più vecchi del Regno Unito: il quinto per "età" dopo i sommi Oxford e Cambridge, Eton ed Edinburgo) - ed è davvero speciale perché cade ad un anno esatto dal 400°anniversario della nostra gloriosa scuola e...bla, bla, bla, andando avanti ancora per altri tredici noiosi e interminabili minuti (lo furono, evidentemente, soprattutto per Pam e Reby!). Dopo di che cominciò a chiamare sul palco, uno per volta, gli studenti (lo faceva, usanza atipica della scuola, per nome e no per cognome), fino a che venne il turno di Pamela, chiamata per prima rispetto alla compagna. Al termine della cerimonia nell'aula antistante a quella posta di fianco alla sala mensa, di solito usata per conferenze ed eventi affini, venne offerto ai convenuti un brunch a base di tartine (con burro, salmone e caviale), aperitivi vari (sherry e vermouth bianco), yorkshire pudding (budino caldo) alla vaniglia e macedonia. Tutto si svolse nel breve lasso d'una ventina di minuti: dopo di che ognuno fece ritorno alle proprie abituali attività. Pam lasciò i genitori e corse da Reby; dopo averla raggiunta, la fissò per un attimo negli occhi eppoi le prese le mani ed esclamò raggiante: - E' il momento! 
     Così entrambe (tenendosi per mano) tornarono in fretta dai loro genitori i quali, nel frattempo, avevano preso a discorrere vicino alla macchina dei Flint, posteggiata di sbiego davanti ad una cabina telefonica e poco distante dalla scuola, sulla Chelmsford Road. Pam, che ancora teneva per mano la compagna (con la sinistra stringeva la destra di Reby, nella destra portava una cola chiusa), fu la prima a parlare rivolgendosi alla madre Frances:
     - Sentite, - disse, - noi due abbiamo da dirvi una cosa...; non appena ebbe pronunciate quelle parole il padre di Reby fece con tono baldanzoso ed allegro:
     - Ah! Ah! Abbiamo capito, ragazze, vi servono dei soldi, volete fare un bel viaggetto, eh?
     - No, non credo pà, - disse questa volta Reby, - sembra che non abbiate capito nulla!
     - Allora spiegatevi meglio, su vìa, fatelo per favore: siamo tutti orecchie, pronti ad ascoltarvi, - fece il padre di Pam, rivolgendosi ad entrambe.
     - Sapete, - fu nuovamente Pam a rispondere, - io e lei, io e Reby... - si interruppe appena un attimo, colta dall'emozione, eppoi riprese a parlare (lo fece in modo molto diretto ed alquanto esplicito), - insomma, io e Reby ci amiamo; sì, siamo amanti! Sono quasi quattro anni che lo siamo e stiamo insieme: questa è la realtà delle cose, è l'unica ed inequivocabile verità!
     (Tutto era accaduto, infatti, durante quella "capatina" a Belle Isle, l'isoletta poco distante da Windermere, dove le ragazze erano state quattro anni addietro, poco prima di partire per il college: lì avevano scoperto di amarsi ed avevano fatto l'amore per la prima volta; da allora erano diventate oramai una cosa sola...come due corpi separati e avvolti in una gigantesca anima!).
     - Cooosa? Ti rendi conto di quello che hai detto e di ciò che state facendo, voi due? - Esclamarono tutti e quattro (cioé, i genitori di entrambe) in coro, anzi, all'unisono, come se avessero un megafono incorporato e fossero collegati tra loro con un filo elettrico ed una spina attaccata ad una presa di corrente. 
     - Certo che mi rendo conto: stiamo facendo la cosa giusta! - replicò Pam con decisione. (Era determinata, la ragazza, come non mai...per far valere le sue ragioni: molto più di qualche minuto prima!). - Sono perfettamente consapevole e del tutto in me, non mi sono fatta di nulla e non ho bevuto neanche un vermouth né una semplice e schifosissima camomilla, sappiatelo!
     Dopo aver ascoltato quelle parole, il padre di Pam si avvicinò alla figlia con piglio ben deciso e poco amichevole, e senza pensarci su neanche un attimo le mollò un ceffone sulla guancia sinistra: l'impronta delle fede nuziale era ben visibile ma lei...la ragazza, però, replicò a quel gesto violento ed inconsulto del genitore con parole altrettanto eloquenti:
     - Sai, pà, - fece, - (lo aveva chiamato così, questa volta e no papà come quando era nervosa: quindi era abbastanza calma e lucida) - non avresti mai dovuto farlo. La state prendendo davvero molto male, tutti voi, ma lo sapevamo, io e Reby; eravamo certissime che sarebbe successo: tantissime volte abbiamo immaginato, io e lei, che sarebbe andata a finire così.
     - Ma dai, su, Pam, non scherziamo! - disse la madre di Reby. - Avete soltanto diciassette anni, siete ancora delle ragazzine, in fondo, e... - la stessa Reby, allora, la interruppe con veemenza e fece:
     - No, mamma, ne abbiamo già diciotto, l'avete dimenticato? (Entrambe, infatti, chissà se per ironia della sorte oppure a causa di semplici coincidenze astrali, avevano festeggiato il compleanno della maggiore età un settimana prima della consegna dei diplomi; entrambe, cioé, nate sotto il segno astrologico del toro, il sette maggio: come se fossero delle gemelle siamesi venute però al mondo da genitori e in famiglie differenti).
     - E' proprio come dici tu, Reby, hai perfettamente ragione! - esclamò il padre di Pam, questa volta, anticipando tempestivamente i genitori stessi della ragazza. - Ma siete ancora delle ragazzine, cresciute, magari, e mature quanto volete per la vostra giovane età, ma sempre e comunque delle ragazzine, no delle donne fatte e compiute che siano magari in grado, già, di prendere una decisione così tanto delicata, di tale spessore etico e morale...sessuale; e poi, su, avete tutto il tempo...e un marito davanti a voi, sì, un marito e dei figli che vi aspettano per la vita!
     Pam, così, del tutto insensibile alle parole del padre (con assoluta nonchalance di stampo puro transalpino), riprese a parlare, e questa volta lo fece con una foga che non aveva mai mostrato in sua vita sino ad allora; ed era anche visibilmente commossa (sui suoi bellissimi occhioni da cerbiatta, azzurri come il mare ed il cielo messi uno sopra l'altro, insieme...sembravano dipinti da un solo pittore ma racchiudevano, in sé, la purezza delle madonne di Caravaggio, la sensualità delle donne di Tiziano o del Veronese e la luminosità d'un ritratto impressionista, vi fecero capolino alcune lacrime). Tuttavia, quei sentimenti contrastanti provati dalla ragazza ma che, al contempo e in un certo modo si completavano tra loro ed annullavano vicendevolmente con estrema rapidità, come una sorta di "turbinio" inspiegabile, fecero sì che essa non perdesse lucidità e... stranamente appariva più decisa di qualche istante prima (era chiaro che in quel frangente cruciale difendeva il futuro con la sua compagna e si batteva per entrambe, difendeva la stessa sua vita, le ragioni del sentimento piuttosto che quelle della logica...del cuore, dinanzi alla razionalità lucida quanto si vuole ma estremamente becera ed un pò retrò degli adulti!):
     - Vedo, cavolo, che non avete capito proprio un bel nulla, - disse - e...
     -  No, ripensateci, ragazze! - esclamarono nuovamente in coro i quattro adulti, (i "vecchi", come li definivano le ragazze stesse, a volte, parlando tra di loro) interrompendola per un sol attimo. Lei, infatti, riprese a discorrere e sempre con più fermezza, ribadì:
     - Ci abbiamo già pensato, sapete, quattro anni fa, cinque, non abbiamo null'altro su cui ripensare! - a quel punto la ragazza si fermò ancora, poi riprese concludendo in modo perentorio: - se solo tornassi indietro, capite, e fossi costretta di nuovo a farlo lo rifarei tale e quale cento volte e no una soltanto, senza esitazione; rifarei quello che ho fatto senza pensarci su un attimo ed amerei Rebecca come se fosse la prima volta, più di prima. Quello che c'é tra me e lei era già scritto nelle stelle da prima che nascessimo: non potrete mai capirlo, voi, neanche se vivreste altri duemila anni! (Probabilmente anche l'altra avrebbe risposto a quel modo: per filo e per segno, con le stesse, identiche e sentite parole; quasi come fossero state registrate in anticipo!).
     Dopo quanto detto da Pam, ascoltato dalla sua bocca che sembrava essere stata quella di un oracolo boscimane, (o forse svizzero, chissà, per la perentorietà con cui le parole erano state scandite!) tutti si zittirono. Poi la ragazza si avvicinò alla compagna, le prese la mano destra con la sinistra ed entrambe andarono via, senza salutare i genitori. Avevano deciso, (e) lo avevano fatto da molto tempo, forse; probabilmente dal giorno della famosa gita (o "capatina" che dir si voglia) sul lago, a Belle Isle. Entrambe, quella mattina, presero alcune decisioni importanti per il futuro e la loro vita: avrebbero fatto un viaggio insieme (in Grecia); al ritorno in Inghilterra, poi, avrebbero lasciato casa, per sempre, ed i genitori, e sarebbero andate a vivere per proprio conto in una dependance nell'east-end londinese. La mattina del diciotto giugno, infatti (erano appena le sei e cinquanta), un giovedì piovoso (come non di rado accade nelle lande di Albione anche a primavera inoltrata o ad inizio estate), le due ragazze presero il treno per Londra: da Victoria Station, poi, un'altro ancora per Folkestone. Dalla cittadina del Kent si imbarcarono sull'overcraft per Calais, in Normandia; di lì, poi, alle diciassette e trentasei pomeridiane, presero il T. G. V. (Train Grande Vitesse) che le portò dapprima a Parigi eppoi a Lione. Nel capoluogo del Rodano giunsero ch'eran quasi le ventitré. Era tardi, il traffico dei treni a La Part Dieu (la stazione centrale) interrotto per la notte: decisero, così, di pernottare e presero una stanza doppia all'hotel "de Gerland", sulla place Vendome, poco distante dalla stazione, di fronte all'Hotel de Ville. L'indomani mattina, dopo aver fatto abbondante colazione, a base di pane tostato, bacon, uova strapazzate e brioches al burro, le due salirono sull'eurostar "197TSS" delle ferrovie  private francesi "Liberté": destinazione Roma! Nella capitale italiana giunsero nelle prime ore pomeridiane (erano le diciassette in punto: alla faccia della superstizione!). Pam scese dal treno per prima e domandò a Reby:
     - E' la stazione Termini, chissà a che ora parte il primo treno per la Puglia?
     - Non preoccuparti, dai, ci penseremo dopodomani! - rispose l'altra.
     - Come dopodomani?- fece ancora Pam. - Non s'era detto che saremmo ripartite subito, appena arrivate quì?
     La "rossa" (Reby, infatti, aveva i capelli naturali biondo-ramati scuri, tendenti al rosso, appunto; mentre Pam, dal suo canto, era invece castana scura sin dalla nascita: entrambe ragazze bellissime!) aveva pensato bene, così, istintivamente (o "a pelle", come spesso era solita dire lei stessa), che avrebbero soggiornato nelle città eterna ("caput mundi", secondo un Caio Giulio che di cognome faceva Cesare) un giorno in più rispetto alla tabella di marcia prefissata; lo aveva fatto soltanto lei, questa volta, senza interpellare la compagna: in passato, infatti, le decisioni importanti (come del resto anche quelle più futili) le avevano sempre prese di concerto ma...Reby disse:
     - Su, dai, Pam, restiamo un giorno almeno quì, dopo tutto Roma è la città più bella al mondo. Ti scongiuro: ho sempre sognato di vedere le bellezze di questo luogo!
     Un sosta forzata ma ben accetta, in fondo: Pam, infatti, annuì piegando il capo in avanti, come un umile servitore, senza dire nulla. Le due presero così una stanza (la numero centoventisette, una doppia: come a Lione), all'albergo "Genova", in via Cavour, poco distante dalla stazione e nei pressi di Santa Maria Maggiore, una delle quattro "grandi basiliche" della città. Vi lasciarono i bagagli e senza neanche cambiarsi d'abito  e rifocillarsi ("en passant", come avrebbero scritto, forse, o meglio ancora detto, Baudelaire o Jacques Prevert), come se fossero state punte da una tarantola di mare o prese, chissà, da una arcana voglia di scoperta della bellezza commista a una sorta di istintiva frenesia artistica (simile alla frenesia "alimentare" che sovviene, a stomaco vuoto, ad amorevoli quanto simpatiche creature quali coccodrilli, piranha e diavoli di Tasmania), cominciarono, senza un attimo di sosta né respiro, a girare per la città in lungo e in largo: un dopo l'altro si gustarono, così, (poi divorandoli, ancor prima che col pensiero o la ragione, cogli occhi e con la bocca...come se fossero delle inermi prede)  Colosseo e Fori Imperiali, piazza del Popolo e Pantheon, Circo Massimo, Castel sant'Angelo, piazza del Vaticano e San Pietro...eppoi a piazza Navona, e su a Trinità dei Monti; con ritmo incessante fino a tardissima sera quando, letteralmente distrutte (solamente nel fisico, però!) e col sole oramai latitante da un bel pezzo, rientrarono in albergo dove si tuffarono sul letto a riposare, una volta ancora senza fare doccia né cenare. L'indomani mattina, prestissimo (eran poco più che le sei: i galletti italici, a quell'ora, sono ancora immersi nel sonno mentre i gentlemen d'oltremanica hanno già aperto gli occhi e forse il becco, chissà, da ben prima...pur non essendo galletti!) ingurgitarono colazione al sacco e poi si recarono in stazione, dove trascorsero le successive ore nell'ampia sala d'attesa, già gremitissima di turisti e pullulante di voci del mondo, nonostante l'ora: le due ragazze, tuttavia, riuscirono stranamente ad estraniarsi da tutto e in tutto quel chiassoso, colorito trambusto che li ronzava attorno, quasi a volersene prendere gioco, caddero in una sorta di dolce e silenziosa trance dove...a farne le spese, ahilui!, fu l'enorme orologio posto sulla parte di parete della sala di bianco interamente colorata (il resto era dipinto di giallo e di rosso a strisce verticali): Pam e Reby, contemporaneamente, lo fissarono in maniera talmente intensa che quello, infatti, sembrava dovesse prendere fuoco da un attimo ad un altro e forse...quasi a volerlo ammalliare (alla stessa stregua di taluni incantatori di serpenti indiani o tamil), a volerne fermare il ticchettio delle lancette per stringerlo, alla fine, tra le loro braccia come fosse un adone. Ma il tempo trascorse e...la rossa fu la prima a risvegliarsi, a "ritornare" da quello strano vagabondare, dal lungo loro vagare dolcemente. Dop'aver consultato la guida presa dalla sua valiga, in maniera abbastanza repentina ma pur minuziosa (era la più metodica, Reby, ed anche quella più precisa tra le due), disse alla compagna:
     - Il primo utile per Bari (era l'intercity che le avrebbe portate in Puglia) è alle undici, sul binario tredici. Andiamo, dai, siamo in ritardo!
     - Va bene! - fece allora Pam. - Prendiamo pure quello: mi fido di te, sei tu il capostazione, tu sei la mia dolce metà, lo sai benissimo!
               
     
     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

  • 08 aprile alle ore 15:40
    Quella parola

    Come comincia:  Non so se ce la faccio, ho un impegno.
    Al telefono, a mio padre che mi invitava a cena, mentivo… non avevo alcun impegno.
    Era il 19 marzo, festa del papà, l'ultimo che avremmo potuto trascorrere insieme.
    Persi quell'occasione e il rimorso di aver negato a quell'uomo buono, che mi amava teneramente, la gioia di vedere me, sua figlia, di abbracciarla e parlarle… mi bruciava, mi faceva star male.
    Avevo cominciato a dire bugie qualche anno prima, dal giorno infausto in cui uno tsunami mi aveva travolto, sconvolto la vita, ed entrato di prepotenza nella mia casa, ospite sgradito a cui non è dato negare l'accesso: la malattia. In quel giorno infausto, sul tram che mi riportava a casa, due giovani donne sedute di fronte a me e a mio marito, parlavano.
    ─ Cosa prepari oggi a pranzo?
    Io non avevo alcun interesse per il pranzo, altri pensieri tenevano prigioniero tutto il mio essere, la mente fissa a una sola parola e non riuscivo a pensare ad altro, se non a quella "parola". La parola concludeva la frase con la quale, al termine della visita, l'esimio professore aveva confermato la diagnosi che dava definitivamente vita allo spettro che io da tempo temevo e di cui sapevo il nome, lo stesso che sentivo riecheggiare in quella stanza anonima di ospedale: "PARKINSON".
    ─ Cosa prepari oggi a pranzo? ─ Continuava a rimbombarmi in testa, mentre tornavo a casa, alternandosi con il chiaro verdetto del luminare
     ─ Lei ha una lieve forma di Parkinson.
    Le due frasi, come palline da ping-pong, martellavano il mio cervello… ero completamente frastornata.
    ─ Ma sa che lei è fortunata. Ci sono tante ragazze con patologie più gravi! Parole gentili, quasi affettuose, con le quali il professionista aveva tentato inutilmente di calmare il mio pianto sommesso. "Fortunata!"
    Guarda che razza di fortuna mi è capitata e io, ancora oggi, non l'apprezzo.
    In tram sentivo crescere dentro di me una rabbia sorda che mi faceva star male, ma non riuscivo a tirar fuori il mio dolore, a urlare la mia disperazione.
    ─ Te la sei tirata, è da tanto che vai dicendo di avere il parkinson!─ Mi rimproverava mio marito.
    Non solo fortunata, ma una fortuna "fai da te". Quasi una colpa, dunque, essermi ammalata. Ero arrivata a casa e, ancora, l'eco di quella frase risuonava nelle mie orecchie e nella mia testa.
    Un tormentone, "Cosa prepari oggi a pranzo?", da cui non uscivo fuori. Era come se la mia vita si fosse fermata nell'attimo in cui avevo sentito quelle parole.
    ─ Le prescrivo un farmaco leggero, altrimenti fra dieci anni… ─ frase infelice del luminare che mi tornava in mente e nel cui ricordo crollavo e mi vedevo disabile in carrozzina.
    Continuai a vivere tra una peregrinazione e l'altra degli ospedali, da un ambulatorio più o meno specializzato a un altro; costretta a dimenticare le certezze e i punti saldi progettati per il futuro per gli effetti di una patologia di cui quasi mi vergognavo e che, per questo, avevo deciso di nascondere. Avevo scelto, infatti, di non dichiarare la verità sull'esito della visita ai parenti, a mio figlio, ai colleghi. Avevo scelto di piangere il mio dolore solo con mio marito e l'amica più cara su cui sapevo di poter contare in ogni momento e per qualsiasi motivo. Per questa decisione fui costretta a nascondermi, a mentire alle persone più care. Avrei voluto, invece, urlare, gridare la verità, vomitando tutta la mia rabbia e liberandomi di quel segreto che mi uccideva più della malattia.
    Mi è costato molto tacere ai miei genitori la verità. Mi è mancato l'abbraccio consolatorio di mamma e papà il cui affetto è e sarà sempre incondizionato. Recitavo un copione dove "quella parola" non poteva essere pronunciata, cosa che mi lasciava l'amaro in bocca e non mi aiutava. Mi rilassavo solo tra le quattro mura della mia casa ma anche il più insignificante degli eventi quotidiani, come l'improvviso suono del citofono, mi mandava nel panico, temevo che qualcuno riuscisse a decodificare e dare un nome all'insieme dei miei sintomi. A scuola, dove insegnavo, lo sguardo insistente di una collega che doveva aver capito e che abbassava gli occhi non appena osavo guardarla, mi infastidiva, mi innervosiva. Modificavo di volta in volta le mie abitudini rinunciando anche a ciò che amavo, evitando di frequentare i luoghi dove mi conoscevano, dove ero stata bene… sempre per la paura che qualcuno potesse arrivare alla verità che avevo chiuso in "quella parola".
    ─ Quest'anno rinunciamo alle vacanze al mare. Non scendiamo al tuo paese… in Sicilia ─ proclamai come un’eroina che si privava del piacere di bagnarsi in quelle acque smeraldine.
    Mi mancò la terra arsa di quell'isola polverosa, il mare cristallino e il profumo intenso dei gigli bianchi che facevo fatica a non raccogliere dalle dune di sabbia finissima di spiagge ancora selvagge.
    In pubblico cercavo di comportarmi in modo disinvolto, con quel fine assurdo che mi ero prefissato.
    ─ Ma tua moglie sta bene? ─ Chiedevano a mio marito che rispondeva mentendo… così mi raccontava. Invece credo che tanti sapessero perché lui non ha mai saputo mentire. Il farmaco leggero prescrittomi dal luminare non era molto efficace, le difficoltà e gli impedimenti erano sempre più evidenti finché mi resi conto di non poter continuare a svolgere la mia professione di insegante in modo corretto, come avevo sempre fatto. Non riuscivo a scrivere, la mano si bloccava ed ero costretta a fare correzioni a voce o alla lavagna, a volte mi si bloccava la gamba destra mentre la classe era in fila per andare a mensa!
    La verità veniva prepotentemente a galla, scalciava, voleva uscire dalla gabbia in cui l'avevo ristretta e io non ero più in grado di contenerla. Lentamente arrivai alla resa, accettai la malattia come compagna di viaggio e decisi di presentarla in società.
    ─ Sono malata di parkinson ─ cominciai a comunicarlo alla mia collega di classe, piangendo e scusandomi per non averlo fatto prima e con un mazzo di fiori per ottenere il suo perdono.
    Finalmente pronunciando "quella parola" mi sentii liberata dal masso che mi stava schiacciando. Stranamente la divulgazione del mio segreto non fu una sconfitta ma l'inizio della lotta, l'uscita dall'apatia e dall'autocommiserazione… inutili strumenti di penitenza di un medioevo ancora fra noi.
     

  • 08 aprile alle ore 11:07
    LE DELIZIE SEX DI PUERI E DI SENIORES

    Come comincia: Naomi e Katia due  sedicenni, Gabriele  pari età delle due gemelle abitavano nello stesso palazzo a Roma. Amici i loro genitori avevano vissuto la loro vita in simbiosi frequentando insieme l’asilo, poi  le elementari ed ora le medie al terzo anno. Superati gli esami di terza media con eccellenti voti (con sorpresa dei relativi mamma e papà) un pomeriggio si erano rifugiati nella camera del padre di lui accendendo il computer e cominciando a smanettare. Naomi: “Voglio telefonare a nostro padre in ufficio, chi ci resiste a Roma con  stò caldo.” La voce della centralinista: “Le passo suo padre.” “Che c’è di tanto importante che rompi pure in ufficio, se non è urgente ne parliamo stasera a cena. Cesira la mamma delle due furbacchione era stata messa al corrente del loro progetto.” Al rientro a casa del  ‘pater familias: “Mi faccio una doccia e vengo a cena.” A tavola le due gemelle avevano l’aspetto  delle alunne di un rigido college inglese. Il padre abituato alle ‘monellerie’ delle sue deliziose figliole: “Quanto mi costerà il desiderio che state per esprimermi?”  Naomi: “Il prezzo di una villeggiatura per le tue amorevoli figliole.”  Alessandro quasi parlando a se stesso: “Il bello che io volevo un solo figlio maschio, mi sono capitate due  femmine e per di più furbacchione che mi fanno fare tutto quello che vogliono!” Grandi abbracci e baci al papino ‘sfortunato’ che: ”Quale direttore di un ufficio import – export in questo momento per fortuna ho molto lavoro,  vi indirizzerò da mio fratello Alessio che con la moglie Aurora passeranno l’estate nella loro villa di Fregene.” Caro una rottura di palle per te, mi dovresti fare il favore di sobbarcarti la presenza nella tua villa al mare delle mie due figlie con annesso boy friend Gabriele non so di quale delle due.” “Sei un grande, quando importerò un pappagallo dal Brasile te lo regalerò, quegli animali sono addestrati a dare delle puttane alle signore ed ai maschietti dei cornuti, siccome però lo dicono in portoghese …” “Ragazzi, se vi comportate male vengo a Fregene e…” “Papino sei un  grande,  arrivederci  a settembre, spero che nel frattempo non diventerai nonno!”  Naomi ancora una volta non  si era smentita., il ‘grande’ non rispose. La mattina alle otto sotto casa ad aspettarli c’era un Volkswagen familiare dello zio Alessio con a fianco la moglie Aurora, i tre ragazzi, sistemati i bagagli si sedettero dietro, alla finestra i genitori, grandi saluti e via in vacanza! Gli zii ambedue quarantenni erano insegnanti lui di materie letterarie lei di lingue presso il vicino liceo classico, passando davanti dell’edificio Gabriele fece il segno dell’ombrello, solo lui poteva capire il perché. Gli zii erano persone allegre, Aurora ex modella con caschetto biondo e corpo longilineo si faceva ancora ‘guardare’, lo zio robusto ma non  grasso da giovane era stato un campione di lancio del peso. Arrivati a destinazione Aurora: “Naomi e Katia nella stanza degli ospiti, Gabri nel salone dove c’è una rete con materasso, qui ci sono le lenzuola, datevi da fare.” Dopo la cena preparata dalle femminucce di casa passeggiata digestiva nelle vie di Fregene. Alessio: “Un gelato per chi mi bacia per primo.” Vinse Katia ma tutti usufruirono del gelato. La mattina fila nei due bagni, uno riservato agli zii e l’atro ai tre fanciulli, le femminucce insieme. Al lido affittata un cabina tutti in costume, la zia aveva esagerato col bikini alla brasiliana , nessuno fece commenti ma a Gabri si alzò la pressione e non solo quella, si sdraiò prono sulla sabbia per nascondere il bozzo. Katia però se ne accorse ed all’orecchio di Gabri: “Quella è la moglie di tuo zio, che hai da…”  Per la sua mentalità i quarantenni erano persone vecchie che non pensavano più al sesso. Gabri fece un’espressione da ebete grandi risate da parte delle due gemelle non comprese dagli zii: “Stì giovani di oggi, mah…” Dopo pranzo gli Alessio ed Aurora andarono  riposarsi, i tre giovani scoprirono nello studio del padrone di casa un computer. “Zitti, non facciamoci sentire, guadiamo quello che lo zio Alessio stava vedendo.” Una sorpresa, quando lo zio lo aveva spento, forse per l’arrivo della consorte, stava ammirando le esibizioni porno di una giovane coppia lui ben dotato. Gabri spense il computer, anche se i tre erano amici da anni mai fra di loro c’era stato qualcosa di sessuale,  il giovane  qualche volta si masturbava senza confidare questa sua abitudine alle due gemelle. Tornato il silenzio Naomi: “Il sesso questo sconosciuto potremmo intitolare il film che abbiamo in parte visto a nostro uso e consumo, se siete d’accordo ne parliamo. Per quanto mi riguarda ho avuto una piccola esperienza con Giulio quel ragazzo della terza media. Eravamo a Villa Borghese dietro un monumento,  ci stavamo baciando quando lui si è sbottonato i pantaloni ed ha tirato fuori…glielo ho toccato sino a quando mi ha sporcato la mano uno schifo, sono scappata e non l’ho più voluto vedere.” “Se siamo in tema di confessioni anch’io ho da dire la mia: io mi masturbo così si dice in termini tecnici e mi succede quello che è accaduto a Giulio.” Katia: Quel coso l’ho visto poco fa nel film porno, non pensavo fosse così grosso!” Si guardarono tutti in faccia ed accesero di nuovo il computer: la scena era cambiata ora la protagonista aveva a che fare con due uomini, li accontentava ambedue mettendo i loro cosi uno in bocca e l’altro nel fiorellino. Gabri in bagno more solito a masturbarsi le due gemelle nel salone, all’arrivo di Gabriele: “Katia: “Abbiamo visto un uomo che ha messo in bocca il suo pisello alla donna e le ha spruzzato dentro, che schifo.” “Ragazze una lezione: quello che avete visto si chiama volgarmente pompino, in latino fellatio, le donne col tempo ci si abituano e le piace pure. La curiosità spinse i tre di nuovo nello studio dello zio per vedere le scene porno, il programma era cambiato, due uomini ed una donna che aveva ricevuto due siluri uno nel fiorellino e l’altro nel popò. Naomi: “Va bene ne fiorellino ma nel sedere dovrebbe fare male!” “Infatti si usa della vasellina, una specie di olio per lubrificare il buchino posteriore e così non  resta incinta, per evitare le gravidanze si usano i preservativi specie di guanti di gomma da applicare sul pene oppure la donna assume la pillola anticoncezionale.” Nei giorni successivi le domande delle due gemelle aumentarono di numero. Sempre Naomi: “Abbiamo letto che la poetessa greca Saffo faceva l’amore con le donne, non le piacevano i maschi, è vero?” “Si chiama amore omosessuale, lo fanno anche i maschi fra di loro.” Sempre più indottrinate le due gemelle si sentivano pronte a passare il guado, Gabri se ne accorse, la sera chiesero allo zio di poter fare un passeggiata in centro, cambiarono destinazione, tutti alla pineta. “Ce lo fai vedere senza toccarlo?” Gabri eccitato dall’atmosfera che si era creata tirò fuori dai pantaloni ciccio in erezione. “Ma ce l’hai come gli uomini grandi!” Noemi si avvicinò, lo prese in mano e: ”Non mi sporcare le mani!” “Ti avviserò quando sto per eiaculare.” Non ci volle molto tempo, Gabri sostituì la mano della ragazza con la sua, dopo poco tempo uno schizzo in alto. “Sembrava un fontanella!” Passata la fase di eccitazione Gabriele: “Ragazze non pensate che sia il momento che ricambiaste facendomi vedere i vostri gioielli, solo vedere.” La due gemelle si misero a ridere, forse si aspettavano la richiesta, alzarono le gonne e si sfilarono gli slip. Gabri ebbe il permesso di toccarle, erano umide anche se le interessate non  capirono il perché.  Altra lezione il giorno dopo Naomi in camera delle ragazze: Se la donna lo prende in bocca penso che anche l’uomo…”  l’interessata si sdraiò sul letto, si tolse gli slip in attesa…un’ attesa breve, Gabri prese a baciarle il clitoride, la risposta del ‘cicciolino’fu breve, un orgasmo piacevole anche se l’interessata non si rese ben conto di quello che le stava succedendo. Nel frattempo Katia aveva seguito la scena eccitandosi e Gabri le fece provare la stessa piacevole sensazione. Rimasero a lungo senza parlare, le due gemelle avevano superato la soglia dell’amore fisico anche se parziale. Gabri comprese che era giunto il momento di passare ‘al sodo’. Siccome le ragazze avevano avuto le mestruazioni andò in farmacia e comprò  due pacchetti di preservativi. Ormai durante il  fisso appuntamento, dopo cena mostrò  il nuovo acquisto. Presentazione: “Questo è un condom o preservativo come detto comunemente, vi faccio vedere come funziona, appena il mio ciccio…”Il coso chiamato in causa reagì prontamente, Gabri ci infilò il condom e…Naomi si era eccitata, aveva compreso la lezione, si tolse gli slip e: “Vorrei provarlo ma sii delicato, ho un po’ di paura.” Gabri nei limiti del possibile delicato lo fu ma ovviamente l’interessata qualche dolorino lo provò, alla fine, dopo un po’ di riposo: “Ora mi sento donna! siamo sposati, dammi un bacio!” Katia più paurosa di natura aveva osservato la scena in tutti i suoi particolari, era perplessa se seguire l’esempio di sua sorella, in ogni caso non quella sera. Un avvenimento cambiò la situazione sessuale di tutti e cinque, rientrati i tre da una passeggiata per le strade di Follonica, pensarono bene o meglio male di fare una sorpresa agli zii, aprirono la porta della loro camera da letto nel momento che i due, usciti dalla toilette stavano recandosi sul letto nudi, lo zio già ‘in armi’, la zia mostrava una bellissima foresta nera, anche il suo corpo era ancora da giovinetta. Chiusero immediatamente la porta, sparirono nelle loro stanze. La mattina i cinque si ritrovarono a colazione, Alessio: “Ragazzi la prossima volta bussate alla porta, quello che avete visto è una cosa normale fra due sposati.” Ma un tarlo era penetrato nel cervello di Gabriele, la zia o meglio il suo corpo. Fra l’altro fece caso al fatto che Aurora  girava per la casa con una minigonna appena sopra il pube, camicetta senza reggiseno, di dietro faceva ‘rimbalzare’ le natiche in maniera molto sensuale, evidentemente su marito era d’accordo sul modo di vestire e di muovesi della consorte. A Gabri venne in mente un aforisma di suo padre: ‘Quando desideri ottenere qualcosa provaci altrimenti andrai sempre in bianco!’ Una mattina mentre Aurora era rimasta in casa a fare il bucato a Gabri in spiaggia venne in fastidiosissimo mal di pancia (inventato), salutò la compagnia e rientrò in casa. Durante il tragitto il mal di pancia migliorò sensibilmente anzi sparì del tutto, il pensiero della zia nuda lo eccitò alla grande e così rientrò nella’bitazione. Aurora era di spalle dinanzi alla lavatrice, si girò, domandò  al nipote il motivo del suo rientro anticipato. Come risposta Gabri le mise una mano fra le gambe arrivando a toccare il fiorellino nudo, la zia aveva ‘dimenticato’ di indossare gli slip. Il pisellone di Gabri inaspettatamente si trovò in bocca della dama, vi lasciò il suo ‘contenuto’ poi penetrò nel voglioso e bagnato fiorellino sino al collo dell’utero, una immensa goduria per entrambi che però non soddisfece completamente Aurora che volle far provare al giovane amante  un omaggio del suo popò, lungo orgasmo da parte dei due, la zia aveva provveduto a toccarsi il clitoride con la mano destra. Il giovin amante, come ricordo aveva strappato due peli dalla fica della zia: “Allora non sei bionda!” Aurora tornò al suo bucato, Gabriele era disteso sul suo letto dove lo trovarono i tre al loro ritorno, stava proprio male.  La sceneggiata era stata digerita dagli interessati, Gabri, però dovette sopportare i crampi della fame, uno che ha un forte mal di pancia non può mangiare!  I giorni seguenti furono densi di avvenimenti. Gabri quando vedeva la zia sola si faceva una ‘sveltina’ con grande piacere di entrambi, Naomi diventata signora voleva ancora provare qualcosa di sessualmente forte, ricordava bene il grosso,pene dello zio Alessio, le venne una gran voglia di provarlo ma come? “Gabri voglio confidarti una cosa delicata, te la terrai per te?” “Sarò una tomba.” “M’è venuta la voglia di farmi lo zio, voglio provare il suo grosso pene, me lo devo portare fuori di qui, dovresti aiutarmi.”  ”Devo confessarti una cosa, mi son fatto la zia Aurora.” “Questo ci aiuta, Aurora non avrà nulla da ridire se io e Alessio andiamo fuori in paese, in questo momento è tutta presa a godere delle tue prestazioni, non penserà a suo marito.” E così avvenne, Alessio comunicò alla consorte che andava al centro con Naomi a  godersi il fresco ed a sorbire un gelato, avrebbero fatto tardi.  Aurora ‘annusò l’aria sessuale che girava dentro casa sua,  si accorse che Katia aveva gli occhi supplichevoli: “Che ha la mia bella nipotina,  vediamo se la zia riesce a  curare la tua tristezza.” Faceva caldo anche se notte,  Gabri rimase in slip, le due femminucce in reggiseno e mutandine, tutti sul terrazzino, erano all’ultimo pino, il panorama del mare calmo. Anche sul terrazzino l’aria era calda. “Andiamo in camera mia, Alessio ci ha fatto  installare l’aria condizionata.” “Questo si che è refrigerio, quasi quasi mi metto nuda sul letto matrimoniale.” Aurora si era tolti slip e reggiseno. “Zia ma sei ancora bellissima!” A parlare era stata inaspettatamente Katia che…”Se non ti vergogni di una vecchia quarantenne vorrei darti un bacino, tanti baci affettuosi, non vergognarti proverai del piacere!” solo che la zia non si fermò alla bocca ed arrivò  al pube della nipotina, le era venuta voglia di un piacere particolare che la bimba provò anche lei un orgasmo alla grande. Gabriele era rimasto a far da guardone, si era eccitato ma non sapeva cosa fare. Aurora si spinse oltre: “Che ne dici di provare le gioie del sesso? vedo Gabri che è pronto, io ho dei preservativi nel comodino…Katia rivide col pensiero la precedente esperienza di sua sorella, non riuscì a prendere nessuna decisione, era paralizzata. Gabri, incappucciato il cosone pian piano cercò di penetrare la cosina di Katia, ci mise molto tempo con piccoli gridolini dell’interessata  che sporcò un po’ di sangue il tovagliolino prudentemente sistematole sotto il sedere da parte di Aurora la quale, visto che Gabriele era ancora ‘inalberato’ ne approfittò e: “Togliti il preservativo, con me non serve!”  Nel frattempo Alessio e Naomi si erano presentati all’ingresso di un albergo, pagato in anticipo il conto della camera con sostanziosa mancia al portiere il quale non li registrò nel libro dei presenti. Naomi ed Alessio fecero ritorno in casa alle quattro, gli altri già erano in braccio di Morfeo sognando cose di sesso, ormai ci avevano preso gusto.  Ritorno a Roma, scaricati i bagagli Alessandro dal balcone: “Come si sono comportati?” “Tre angioletti!” non ricordando che gli angeli non hanno sesso!