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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 28 aprile alle ore 21:04
    Pioggia

    Come comincia: La pioggia batte sulle persiane, con un ritmo incostante... l'acqua si infila tra i listelli di legno formando gocce che sembrano restare lì incollate... le osservo sperando che lo sguardo le attraversi e vada oltre, le osservo in una sorte di ipnotica ossessione, ma non riesco a distinguere quando si staccano e cadono verso il basso.. apro la finestra e respiro l'aria che sa di pioggia, mi riempio le narici di quell'odore particolare, che sa di fresco e di antico, un profumo che non cambia nel tempo, mai.. mi piace, mi infonde serenità, mi dà sicurezza... Mi sento a volte come quelle gocce, immobile ma in continuo rinnovamento, cosciente però che, come la pioggia, prima o poi mi fermerò, sino al prossimo temporale

  • 28 aprile alle ore 20:13
    Il Contadino Dell'Anima

    Come comincia: Il Contadino Dell'Anima Il Contadino lavorava costantemente la sua amata terra però le sue mani non erano mai sporche di terriccio, poiché esso curava il giardino del suo cuore affinché nè errori di parassiti nè falle di pericolose intemperie potessero contaminarlo fino a trasformarlo in aride zolle senza sentimenti! Non aveva timore che le più gravi siccità potessero essiccare il nocciolo della sua coscienza, perché di luce delle proprie lacrime colme di pure emozioni che nascevano dalla foce del cuore sensibile alle percezioni della vita, irrigava quel suo giardino dagli alberi adorni di frutti profumati e deliziosi al sapore delle sue opere! Non temeva neppure i suoi convicini quando nelle loro schernie beffeggiandolo con sguardi austeri provocavano la sua dignità nella sua pazienza lenta all'ira, ma larga alla perseveranza del perdono! Amava contemplare il suo faustello nel segreto del suo essere, lavoro fatto con passione non per essere realizzato davanti agli occhi degli uomini, neppure per sé stesso, ma solo davanti allo sguardo di Dio! No, non era un santo era semplicemente un uomo che sceglieva ogni giorno di percorrere la strada della vera saggezza per amore della pace nel bene dell'umanità! Non considerava mai contando le cadute che non erano mai troppe, e neppure le vittorie che egregiamente raggiungeva, gli ostacoli che aveva imparato a scavalcare poiché nonostante fosse un buon contadino che amava prendersi cura del terreno della sua anima affinché fosse sempre fertile e feconda all'insegnamento del suo Signore, era anche un bravo e onesto soldato che senza lamentarsi per la troppa fatica sapeva combattere ogni giorno per il suo raccolto affinché fosse sempre prospicuo non per gli occhi degli uomini, né per sé, ma per lo sguardo di Dio! Era semplicemente uno in mezzo a tanti con una salda volontà votata e riflessa all'immagine e somiglianza di Dio, quel Dio che non amava a parole poiché fin troppo spesso e facilmente quelle volano via nel vento col tempo, ma amava col cuore e con l'anima attraverso le sue gesta vera essenza gradita che eleva ogni angelo figlio di Dio nel suo di giardino, per abitarvi per sempre circondato dalle sue di meraviglie in una particolare situazione di non più contadino ma concittadino in quel regno che solo i veri valorosi soldati della pace e dell'amore del bene, sanno meritare fin da questa terra! Terra che fin troppe volte sporca le mani inquinando l'animo col suo terriccio sterile e avvelenato dal male, che incontrastato contamina chi lo sovrasta! Ogniuno di noi è fondamentalmente contadino nella vita, se sa essere un vero soldato nelle battaglie tra il bene e il male sul suolo del giardino dell'anima, e il suo olezzo è nella volontà delle nostre mani, a noi la scelta se renderle pulite o sporche colme di fango! No, non per gli occhi degli uomini, né per sé stessi, ma solo per lo sguardo di Dio che non tutti sanno accettare e amare nella propria vita, no non a parole, ma con le gesta dell'anima l'essenza del cuore quando vive la pace di essere figlio di Dio.

  • 27 aprile alle ore 12:32
    Inquietanti Passi

    Come comincia: Inquietanti Passi All'improvviso il rumore della porta d'ingresso la fece sobbalzare dai suoi sogni che la trasportavano lontano nel tempo, quegli interminabili tuffi dell'anima nei ricordi del passato, quando l'amore era ancora in fiore nella sua vita sotto un bel ciel sereno senza nubi in circolo illuminato dal suo raggiante sole, quel che fu il suo adorato e perfetto uomo! Quando quella porta si chiuse con un click lasciando dietro di sé un'incessante pioggia di pieno inverno, in un pomeriggio decisamente rigido, Lisa trasalì per l'improvviso accaduto e di certo non si aspettava che qualcuno potesse varcare la soglia della porta di casa sua da padrone, un attimo dopo dal corridoio giunse un consistente rumore di stivali tipo alla cowboy sul pavimento di legno massello di un'abitazione dallo stile rustico ma romantico , che accoglieva intimamente chi vi entrava in quell'atmosfera calda e rassicurante in cui sentirsi a proprio agio in quell'ambiente confortevole e genuino nella sua semplicità. Mentre lei era ancora inchiodata sul divano in pelle di bufalo color marrone sulla quale era adagiata per potersi leggere in pace il suo libro preferito, e non mancava molto per terminarlo solo altri due capitoli , sì chiedeva chi potesse essere nel lasso di tempo in cui le mancavano alcuni battiti di cuore a dar vita alla giovane donna, soprattutto quando riuscì a concepire chi poteva aver potuto aprire la porta di casa sua con un mazzo di chiavi, poiché due erano le copie e quella mancante dall'appendichiavi da parete era in possesso del suo.... O meglio ex Leo. "Impossibile!" risolse scioccamente fra sé, i passi si fermarono per qualche istante all'altezza della camera da letto come se cercassero qualcuno o qualcosa di fortemente intimo e personale, poi ripresero a gran passo spediti verso il salotto quando nel contempo Lisa dopo che la paura iniziò a padroneggiare intrufolandosi nelle sue vene inducendo il suo respiro ad affannarsi, di scatto si alzò lasciando scivolare via dalle sue mani il libro che con cura maneggiava, e guardandosi intorno con un bel nodo in gola tinto di paura cercava un qualcosa da usare come arma di difesa, e il suo sguardo non mancò più di un minuto a posarsi non molto lontano, cadde su un vaso cinese che poco c'entrava con l'arredo di casa, lo afferrò sensa esitazione in gran fretta per poterlo spaccare addosso all'agressore, certo perché questo credeva la povera Lisa mentre fissava il vaso che tempo addietro gli aveva regalato il suo Leo, in un viaggio d'amore in Cina.Era certa che stesse per accadere l'impensabile per lei, doversi difendere da un ladro per direttissima adoperando la violenza che odiava da morire! E quando la presenza inquietante non era ancora nel raggio visivo della donna, quest'ultima era già pronta per scagliarsi di sorpresa al visitatore, ma ecco che all'improvviso il suono rauco della voce di Leo, si proprio lui in carne ed ossa di fronte a lei diede timbro vocale diffondendosi per tutta la stanza, fecendo si che il vaso cadde per terra frantumandosi in mille pezzi, piuttosto che addosso all'ospite indesiderato! Lisa fece per gridare colta da assordante sconcerto e attonimento mesti a tanta stizza e disappunto, incorniciati da una rara emozione che mozzava l'aria impedendo di respirare liberamente, ma proprio in quel momento la collera ebbe il sopravvento su tutto quel grosso groviglio di sentimenti. Esplose verbalmente punendo severamente chi di certo non avrebbe voluto vedere dinanzi a sé, soprattutto senza alcun tipo di preavviso! Ma Leo non si scoraggió, anzi al contrario deciso come non mai prese coraggio accorciando la distanza che separava i corpi dei due ex amanti, e con un sol saldo abbraccio cinse la vita di lei attirandola a sé contro i suoi possenti pettorali, stringendo quel corpo esile e delicato per sentire quel contatto fisico, quel contatto di cui Leo aveva bisogno poiché gli era mancato da morire, e che aveva sognato di riavere ogni notte trascorsa senza lei. Racchiuse quell'impulso naturale in quel momento con un'unica parola, la sola che poi riuscì a pronunciare dato che anche in lui l'emozione si faceva sentire nel profondo inducendolo a dirle "Ascoltami! ". I loro occhi si incontrarono, serrati e lucidi in preda all'imprevedibile, vi susseguì un momento muto in cui Leo ricordando rammaricandosi in cuor suo per come l'aveva bruscamente accusata nella maniera più cruda, poiché lei in passato aveva accusato Leo di averla tradita con Sandra un'amica di famiglia di vecchia data, difatti Lisa mancò di fiducia verso Leo ingiustamente però, mandando all'aria il loro rapporto felicemente consolidato, diversamente dal canto di Leo che si dichiarava innocente e fedele solo a lei la sua unica gioia, sostenendo sempre che in realtà erano stati vittime di un crudele e freddo tranello teso da Sandra, l'eterna falsa amica dalla faccia pulita e dal cuore sporco di nequizia.Infatti era segretamente innamorata di Leo sin da bambina e non sopportava l'idea di vederlo felice accanto ad un'altra. Infatti tentò di distruggere la loro relazione seminando zizzania tra loro riuscendoci alla grande raccogliendo i suoi frutti, separazione, lacrime e dolore! Finalmente recentemente Leo era venuto a conoscenza della verità grazie alla confessione della medesima, l'autrice di quella trappola tesa alle loro spalle poiché il rimorso fece capolino nel suo minuscolo impassibile cuore!Proprio lei Sandra, che fu complice di chi originó quella telefonata anonima fatta a Lisa la quale lasciava intendere che vi era tra i due una relazione segreta ed era giusto che Lisa ne venisse a conoscenza, e quando fu il momento di affrontare Sandra a viso scoperto per un confronto, Sandra non negò anzi al contrario affermò colma di gelosia e invidia mascherate a dovere, che era tutto vero, ferendo a morte Lisa! A nulla servirono le parole di Leo per difendersi da quello che accadde in seguito alle rivelazioni che vennero alla luce dei fatti, e per salvare la loro storia tentó di tutto ma trovó solo un muro insormontabile da abbattere, Lisa non gli credette e si sfiló l'anello d'oro coi diamanti per lanciarlo dalla finestra, che gli fu regalato dal suo fidanzamento ufficiale con Leo, lanciandogli contro inoltre tutto il suo disprezzo! Ed ora che anche Lisa sapeva tutto, lentamente si spoglió di quello che la sua amareggiata anima vestiva e non appena fu completamente priva da ogni sentimento di rabbia, delusione e rancore, esplose di gioia incontrollata e i suoi occhi si illuminarono come stelle scintillanti per la consapevolezza che il suo Leo non l'aveva mai tradita, ma allo stesso tempo soffriva perché all'epoca non gli aveva creduto! Il calore dei loro corpi si fuse in un solo abbraccio sprigionando tanta tenerezza in quelle lacrime liberatorie, che oppressatamente aspettavano di scivolare copiose sui loro visi inarcati da sorrisi di pura gioia, per poi guardarsi scrutandosi negli occhi per dichiararsi tra mille infiniti emozioni che facevano a gara per esprimere tutto l'amore che provavano, tra i nodi in gola per la troppa letizia che impedivano quelle parole mancate da troppo tempo a dar nota d'amore, anche se era passato solo un anno ma per loro era un secolo! I loro cuori pulsavano amore allo stato puro, le loro carezze si fecero più intense esplorando ogni parte del corpo e il loro ardore sempre più marcato nei loro animi in preda al turbamento, che impaziente divampava consumandosi in quei baci così profondi e passionali quando tremava il suolo sotto i loro piedi, o meglio, erano loro tremanti soggiogati dalla sensualità dei movimenti dei loro corpi ormai riscoperti l'un per l'altro, per ripromettersi ancora una volta in quelle parole magiche che le loro orecchie finalmente quasi incredule potevano riascoltare tra infiniti brividi e trepidazioni, che esalavano dal cuore inducendo ambedue a gridare quel "Ti Amo" tanto sospirato a polmoni pieni sull'apice della loro passione che sigillava il loro tempo col loro sentimento ormai riconsolidificato , firmando la loro storia nel filmato del loro destino nuovamente intrecciato sulla pelle delle loro vite, per non sciogliersi mai più!

  • 23 aprile alle ore 20:06
    Mondo Quantistico, Entanglement

    Come comincia: "Un singolo seme, ignorato dalla luce e seminato dove lo sguardo non si posa, innalzerà migliaia di semi fino alle Stelle!
    Nelle profondità della Terra, dove la luce non rischiara l’oscurità,
    e un ambiente lugubre colora il quadro del tuo campo visivo,
    il seme della vita germoglia e comincia la sua ascesa verso la luce.
    La bellezza, come la gravità, attira il tuo sguardo e, attraverso gli occhi,
    ti accompagna in un viaggio nell’invisibile, mostrandoti le grotte dell’anima. Seppur spazialmente e fisicamente separati, i due corpi si ricongiungono nell’invisibile grotta dell’anima, proprio dove la vita germoglia.
    Lascia che gli occhi ti portino nel mondo quantistico, e creino quasi un ponte, un Entanglement, tra i due corpi.
    Lascia che i mattoni della vita, che chiamiamo cellule, si dividano fra loro, moltiplicandosi: la divisione cellulare creerà l’unione in superficie.
    I due corpi, in principio legati da un Entanglement, ora sono vicini.
    Atomi ed elettroni scompigliano i loro capelli, come un soffio di vento.
    Una forza impetuosa li eleva, mostrando loro i primi raggi solari.
    I due corpi crescono di dimensioni, schiudono le mani, spalancano gli occhi e una fievole aria dilata i polmoni.
    Come una pianta fuoriescono dalle profondità della Terra, innalzandosi verso le Stelle, sognando i loro frutti, che chiameranno figli.
    Dall’oscurità della Terra, da quell’ambiente lugubre, che colora il quadro del tuo campo visivo, il seme della vita ha germogliato, portando in superficie la pianta dell’amore.
    Quando un’idea è seminata nel luogo perfetto, la pazienza e la dedizione la condurranno verso i cieli".
    Fabio Meneghella

  • 20 aprile alle ore 14:29
    Ambigue Speranze

    Come comincia: Ambigue Speranze Il suo respiro si fece affannoso, mentre dentro di lei un panico sempre più intenso faceva a gara di intensità con un'incredulità istupidita, sapeva che a breve l'avrebbe incontrato dopo quel brusco litigio che determinò la loro separazione. Ma l'idea di poter rivedere i suoi occhi scuri e riascoltare la sua profonda voce, le faceva traboccare il cuore d'amore sul suolo d'asfalto! Per non parlare della voce grondante dal cinismo della sua coscienza che le martellava continuamente la mente, urlandole che sarebbe stato un'incontro puramente spinto dalla pietà di lui unicamente per potersi lavare la coscienza, per averle tanto onta nella sua irruenta impulsività, ma mica per regalarle delle rose rosse e profumate come segno di pace, e anche se fosse stato così sarebbero state delle bellissime rose tempestate di spine pungenti, a farle sanguinare nuovamente le sue emozioni.Non le restava altro che attendere quel momento cinta di ansia che le fuorisciva da tutti pori della pelle, e abbracciare ciò che il destino serbava in seno ancora una volta per lei.

  • 19 aprile alle ore 20:37
    Tradigione

    Come comincia: Tradigione Riversa sul pavimento di marmo di marquina, lei in cuor suo era consapevole del dolore sordo che la stava lacerando l’interno del nocciolo del suo essere, così profondo e delicato quanto immenso da perdersi dentro volutamente, e con gli occhi gonfi bagnati dalle copiose lacrime che le rigavano le rosse gote inflitte dal dolore angoscioso, fulminó rapidamente con lo sguardo respirando a fatica col petto stretto nella nella morsa del duolo, quella foto che ritraeva chi fino ad un’ora prima rappresentava tutto il suo mondo. Maledicendo quell’immagine sgualcita dal calore delle sue mani infuocate dalla rabbia, e dal freddo sudore che il suo corpo emanava tremando come se il suolo fosse colto da una scossa tellurica lasciando vibrare tutto ciò che vi era sovrapposto. Strappò con violenza incontrollata quell’immagine come se volesse sfregiare il ricordo di quello che fu origine in lei di tanto amore, per poi riversarlo in chi sapeva concepire dentro di sé quelle emozioni senza eguali, per effondere il cuore di chi la sapeva ancora far sgorgare acqua d’amore che nasceva spontanea da un profondo intaglio in una cresta fatta di cuore, affinché il suo corso di sentimento che dissetava la sua anima s’immettesse nel mar profondo bruciante d’ardore, abbracciando e inebriando in ogni parte il suo amato. Ma ormai consumato e prosciugato dalla delusione di un tradigione compiuto senza rimorso, quell’oceano di passione si trasformava in un vuoto di animosità che pacatamente colmerà con nuovi impulsi inclini alla fiducia verso qualcuno, ed ora non vi era intorno a lei che una fievole speranza nell’oscurità dei suoi triboli, di riuscire ad accartocciare tutto il suo corruccio per rialzarsi lentamente raccogliendo la sua dignità per farne perno per il suo invigorire interiore.Affidó il suo cuore al tempo affinché cura vi possa trovare nelle sue sagge braccia, per ottener sollievo da quel lamento disperso sotto le ali della solitudine, per amore. ©LAURA LAPIETRA

  • 16 aprile alle ore 17:37
    La favola complottista

    Come comincia: Battipaglia, 29/03/2021

    Cari colleghi,
    un breve inutile riassunto.

    In settembre avevo chiesto ad un nostro collega: <<Tu che hai più ascendente, mi organizzi un incontro online dove provo a spiegare ai colleghi ciò che sta accadendo?>>
    Rispose: <<Ma che vuoi spiegare!>>
    Intesi: <<Ma che vuoi spiegare, che vogliono capire!>>
    Probabilmente intendeva invece: <<Ma che vuoi spiegare che sono tutte sciocchezze!>>

    In breve, come ha sottolineato un altro collega, non della nostra sede, le mie sono solo prove indiziarie e quindi la frase successiva è al condizionale o, meglio, preciso che è una mia opinione (c’è ancora libertà di opinione in Italia?).

    Anzi, no. E’ una favola. Frutto di fantasia. La favola complottista.

    La mia opinione è che questa pandemia è stata provocata, ma non dalle scarse condizioni igieniche e da uno sviluppo che ha messo in contatto modernità con tradizioni arcaiche.

    Sento da tempo il termine ‘complottismo’.
    A mio avviso non bisogna parlare di ‘complotto’. Non è un complotto, come ho precisato al mio avvocato sabato sera in libreria, mentre recuperavo la mia copia de “Il Giallo del Coronavirus”.

    È un progetto.

    Un progetto aziendale, nato, come tutti i progetti, e come i manuali insegnano, da una opportunità o una criticità.
    Un progetto aziendale che, come tutti i progetti, ha un obiettivo o una serie di obiettivi specifici che contribuiscono agli obiettivi di continuità dell’impresa.
    Un progetto ha una sua pianificazione in termini di tempi, costi, risorse. 
    Un complotto, una volta definito l’obiettivo finale, ha una gestione più improvvisata, anche se vengono definiti, per sommi capi, ruoli, tempi e metodi.

    Qual è la criticità.
    Siamo troppi. Consumiamo troppe risorse, produciamo troppa CO2, inquiniamo troppo.
    Gli ‘imperialisti buoni’, come li chiama un articolo che si riferiva ad un articolo di Nature, hanno deciso che siamo troppi. Il livello di produzione di CO2 che contribuisce fortemente al cambiamento climatico è arrivato a livelli insostenibili ed è opportuno ridurre drasticamente la produzione di CO2.
    L’articolo presentava una tesi differente dall’idea portata avanti dagli ‘imperialisti buoni’, secondo i quali chi è ‘di troppo’ sono sempre ‘gli altri’.
    Al contrario, l’articolo sottolineava che le risorse ci sono per tutti: sono i modelli di sviluppo ai quali gli ‘imperialisti buoni’ non vogliono rinunciare a consumarle nel modo sbagliato in modo da depauperarle.
    Il footprint.
    Cos’è il footprint?
    Dal nostro fu-ministero dell’Ambiente leggo:
    La carbon footprint è una misura che esprime in CO2 equivalente il totale delle emissioni di gas ad effetto serra associate direttamente o indirettamente ad un prodotto, un’organizzazione o un servizio. (https://www.minambiente.it/pagina/cose-la-carbon-footprint)
    Ho appena trovato dove ognuno di noi può calcolare il proprio ‘ecological footprint’: https://www.footprintcalculator.org/
    Ora entriamo nel campo delle illazioni, ho dedicato non più di tre ore alla stesura di questa missiva. I dettagli li devo studiare. Sarò semplicistica e approssimativa.
    Esempio: William, ricco imprenditore degli Stati Uniti, ha un footprint giornaliero pari a 1000.
    Un italiano medio ha un footprint pari a 20.
    Dobbiamo ridurre il footprint  globale. Chiediamo a William di rivedere i suoi modelli di consumo? Noooo. Eliminiamo 50 italiani, o europei o quello che siano.
    Abbiamo una criticità, abbiamo una possibile soluzione.
     
    Un’altra criticità nasce dalla necessità, per gli imperialisti buoni, di vedere l’indice delle loro azioni di borsa puntare sempre in alto. Non vogliamo mica arrivare al giovedì nero di Wall Street del 1929 quando, dopo anni di economia della finanza slegata dall’economia reale, la bolla esplose e fece scendere in picchiata gli indici di borsa con la conseguente caduta in picchiata di ex-plutocrati dagli ultimi piani dei grattacieli di New York, vero?
    Anche se, a mio avviso, gli imperialisti buoni adesso non correrebbero questo rischio. Hanno accumulato tanto di quella ricchezza che possono continuare con il loro tenore di vita per altre sette generazioni almeno. Senza fare niente.
    Ma anche la stasi del patrimonio per loro è inconcepibile. La loro ricchezza deve sempre aumentare. Per loro è una legge di natura. Inoltre tutti i mega-dirigenti, ed anche meno mega, alle loro dipendenze ne risentirebbero ed è una cosa inconcepibile ed intollerabile.
    No, l’economia della finanza, che ora sta completando la sua transizione (altra parola magivca ultimamente) alla economia delle piattaforme, deve continuare a prosperare. A scapito dell’economia reale, dell’economia del lavoro, economia che diventerà sempre meno reale, anzi diverrà inesistente. Non per niente da qualche anno vediamo iniziative di corsi di economia finanziaria nelle scuole.
    Meglio sacrificare il 99% della popolazione mondiale piuttosto che l’1% di mega-miliardiari.
    Va be’, qualcosa di meno del 99% salviamo un altro 4% di servitori fedeli e ben compensati dai mega-miliardari.
    Troppe criticità. Ci vuole una soluzione. Eliminiamo un po’ di persone che consumano risorse, CO2 o stipendi o pensioni. OK, dei pensionati possiamo fare a meno, oramai consumano solo risorse che potremmo mangiare noi, ma non abbiamo bisogno dei lavoratori per prosperare? Chi lavorerà per noi? Chi produrrà? Chi consumerà?
    Signori, e volete insegnare a noi? Tanti lavoratori sono diventati inutili. Di alcuni lavori proprio non ne abbiamo più bisogno, altri possono essere fatti dalle macchine, come è successo da secoli nel corso del progresso tecnologico.
    Automatico, che si muove da solo.
    Prima i lavori manuali e pesanti. Poi il lavoro mentale e ripetitivo.
    Informatica. Info(rmazione) (auto)matica, elaborazione automatica delle informazioni.
    Le buste paga può farle una macchina.
    Intelligenza Artificiale.
    Agricoltura2.0. Una macchina è in grado di valutare se il frutto, l’ortaggio è al giusto punto di maturazione per essere raccolto.
    Industria4.0. La Volkswagen in Germania, ma non solo, ha già pronti i robot (tra parentesi prodotti anche in Umbria) che sostituiranno i prossimi pensionati. Amazon pare che li utilizzi in Cina già da tre anni, ma non ho trovato le immagini.
    Tante belle macchine collegate grazie al 5G che consente di collegare un milione di dispositivi per chilometro quadrato. L’Internet delle Cose, l’IoT.
    E’ a questo che serve il 5G e l’IoT: all’industria4.0.
    Credevate davvero che facessero tutti questi investimenti in antenne collocate a poche decine di metri le une dalle altre a coprire il 99% del territorio e collegamenti vari per farci scaricare i video sul telefonino più velocemente? Ma noi di questa aumentata velocità probabilmente non ce ne accorgeremo nemmeno! Noi gonzi comprando i dispositivi 5G dobbiamo solo contribuire a recuperare parte dell’investimento.
    Prima del 5G in realtà c’è anche l’Nb-IoT (qualcuno potrebbe trovare questa sigla sugli Smart-Meter del gas) che però consente di collegare ‘solo’ 50000 dispositivi per chilometro quadrato.
    E perché non usare la fibra ottica? Costerebbe di più, ha detto un elemento di spicco sia dell’Agenzia Digitale Italiana sia Europea. Mi aspettavo che avesse parlato anche di problemi di mobilità, invece no. In effetti al momento parliamo di macchine che si muovono su guide prestabilite.
    Ma nel 2031 i robot cammineranno per le strade, ha sentito mia madre un paio di mesi fa nel programma ‘A mia immagine’, prima della Santa Messa delle 11:00 di domenica.
    I cobot (robot collaborativi), oltre che muoversi lungo delle guide come adesso, saranno colleghi e capi degli uomini [Andrew Smith, EU-OSHA, Matera, 25 ottobre 2019]. Non solo nelle fabbriche, ma anche negli uffici.
    Del primo robot-giornalista in Cina forse ne parlò il TG nel 2008, se non prima.
    Perché continuare a pagare profumatamente anchor-man che oramai fa solo da grancassa ai diktat dei potenti?
    Nel 2017 da un suo blog Beppe Grillo ci ha informato dell’Avatar in Nuova Zelanda che insegna ‘Energia’, dicendo che potevano essere utilizzati in territori come l’India dove gli insegnanti sono pochi. E comunque costano meno di insegnanti in carne e ossa. Potremo averli in Italia già dal 2027. Certo bisogna risolvere il problema dell’empatia, ma anche quello sarà risolto, concludeva l’articolo di Orizzonte Scuola che riprese il blog di Beppe Grillo.
    L’argomento di un evento disponibile in rete il 3 marzo era "La frontiera dell'Intelligenza Artificiale: assistenti virtuali, empatia, Artificial Human".
    Perché pagare insegnanti che abbiamo ridotto a ripetitori di filastrocche (e di filastrocche che vogliamo noi) ai quali abbiamo imposto metodi di valutazione a ‘griglia’, a punteggi che può applicare anche una macchina?
    Basta insegnanti che educano al pensiero autonomo. Non ci fanno comodo.
    Ed i medici di base che si stanno limitando ad alzare il telefono o a rispondere a dei messaggi WhatsApp non possono essere sostituiti dall’Intelligenza Artificiale? Sì, secondo Sonia Savioli, autrice de “Il Giallo del Coronavirus”, settembre 2020, nella parte di cui dà lettura Enrico Montesano: https://www.youtube.com/watch?v=qali5ZrwGgY&t=3s minuto 1:58
    L’ho riascoltato tutto adesso, andando oltre la parte dove parla dei medici. Nel caso lo ascoltaste fino alla fine, quello che avevo intenzione di descrivere nel seguito è già detto. Credo che il finale sia troppo ottimistico. A settembre, a novembre il risveglio non era ancora massiccio. Non lo è neanche ora. Non c’è il risveglio. E la maggioranza ha più paura di smettere di respirare, di perdere la vita fisica, piuttosto che smettere di avere una vita degna di questo nome.
    L’autrice Sonia Savioli, come altri articoli in passato, afferma in un’intervista di avere scaricato i documenti pdf del World Economic Forum.
    Cosa dicono questi documenti? Bisogna accelerare la quarta rivoluzione industriale. Il WEF ha decretato il licenziamento di 800000000 di lavoratori. La fine delle Piccole e Medio Imprese (anche in agricoltura) a vantaggio delle multinazionali.
    Industria4.0, Agricoltura2.0, Educazione2.0, Medicina2.0.

    Identità Digitale, con un click sparisci. Burocraticamente, s’intende. Ma se sparisci burocraticamente, se non risulta nemmeno che tu sia mai nato, se i tuoi dati sono spariti, puoi lavorare? Puoi ricevere uno stipendio? Una pensione?  Bloom County, una striscia di fumetti di 30 e più anni fa https://www.diversetechgeek.com/minorities-in-cartoons-oliver-wendell-jones/

    Denaro Digitale, con un click sparisce? Non necessariamente. Possiamo sulla base dei tuoi dati, magari di salute, semplicemente impedirti di avervi accesso. Di seguito il link ad un brevetto della Microsoft registrato il 26 marzo 2020.
    WO/2020/060606 - CRYPTOCURRENCY SYSTEM USING BODY ACTIVITY DATA https://patentscope.wipo.int/search/en/detail.jsf?docId=WO2020060606
    In breve l’operazione che tu ordini è autorizzata o meno sulla base dei tuoi dati di attività corporea. Non mi sembra si tratti solo di riconoscimento grazie ai tuoi dati corporei, già abbastanza perniciosa secondo me. L’errore software esiste. L’errore software può essere introdotto. Un hacker clandestino o meno può causare il malfunzionamento del sistema.
    Giugno 2020.
    Una delle conclusioni degli Stati Generali in Italia (ma dopo uno degli ultimi Stati Generali non ci fu la Rivoluzione Francese?): usate la moneta digitale, ricchi premi e cotillons per chi la usa. Il mio consiglio è continuate ad usare la carta moneta il più possibile e non chiedete ai negozianti di attivarsi per i bonus premio spesa. 
    Gran Bretagna. La legislazione comincia a rendere più fruibile l’utilizzo delle criptovalute. 
     
    Luglio 2020.
    Yen digitale (moneta giapponese digitale)
    Obbligo di SPID in Italia (prodromo dell’ID2020 tanto propugnato dalla Microsoft? Perché il presidente dell’INPS si è raddoppiato lo stipendio a luglio?)Novembre 2020. Christine Lagarde parla di euro digitale
    Ieri ho letto: Digital Yuan, the new currency was issued with the support of the central bank
    Achieve your dreams with Digital Yuan. (E l’immagine mostra un indice di borsa che sale).
    Digital Yuan  (moneta cinese digitale):  la nuova moneta è stata emessa con il supporto della banca centrale. Consegui i tuoi sogni con lo Yuan digitale.
    Se qualcuno vuole approfittarne e investire …
     
    Abbiamo delle criticità (eccessiva produzione di CO2, consumo risorse da parte di esseri inutili, crisi economica finanziaria) ed una opportunità: l’Intelligenza Artificiale anche guidata dal 5G.
    Ma le persone non vogliono il 5G!
    https://www.byoblu.com/2020/04/30/lepic-fail-di-vodafone-italia-in-rete-sul-5g-sparisce-da-youtube-il-numero-di-non-mi-piace/
    https://www.repubblica.it/tecnologia/2020/02/24/news/all_interno_della_grande_resistenza_elettromagnetica_statunitense-249501826/
     
    È un’altra criticità. A maggior ragione, abbiamo delle criticità ed una opportunità: ci vuole un progetto.
    (“Ci hanno chiusi dentro ed intanto continuano ad installare antenne”, diceva qualche post nel marzo 2020. “Ci hanno chiusi dentro ed intanto continuano a tagliare alberi”, rincarava qualcun altro.)
    Prima di avviare un progetto bisogna studiare gli obiettivi specifici, la fattibilità e la convenienza.
    Obiettivo specifico 1: ridurre produzione CO2 e consumo risorse.
    Obiettivo specifico 2: successo finanziario continuo delle multinazionali.
    No, almeno il secondo è un obiettivo di continuità.
    Fattibilità: riduciamo le cause di produzione CO2 e risorse. Soluzioni: riduciamo il consumo di combustibile fossile? E come? Andiamo sul nucleare e auto elettriche? Non basta, alla base c’è sempre produzione di CO2 e inquinamento. Riduciamo il numero di chi produce CO2 e consuma risorse. E come? Con le malattie. Ma già ne abbiamo procurate tante con inquinamento, farmaci, … Possiamo incrementarle con una pandemia. Ma non è pericoloso anche per noi? No, perché conosciamo il virus, abbiamo le medicine per noi e poi il virus sarà virulento per poco tempo, essendo un virus artificiale poi ridurrà rapidamente la sua virulenza
    Hanno studiato e atteso per anni. La SARS, la suina, la MERS, … prove tecniche.
    Il progetto è fattibile e conveniente. Bene, ora occorre un piano di progetto: individuare le attività, stabilire la tempistica, fissare le milestone (momenti di verifica dello stato di realizzazione del progetto), …
    Dal piano di progetto (approssimato, per scrivere un piano temporale completo, dall’inizio, e con gli obiettivi numerici stabiliti da verificare alle milestone dovrei dedicarvi più tempo):
    Settembre 2020. Incrementare il numero di tamponi: con un alto numero di positivi (non importa se asintomatici, i gonzi si bevono tutto), possiamo dire che l’epidemia è ancora in corso. I gonzi si vaccineranno contro l’influenza stagionale, vaccino che rende più vulnerabile alla SARS, ed avremo di nuovo malati seri.
    Dicembre-gennaio 2020 (forse con un anticipo rispetto al piano di progetto originario): parte la campagna di vaccinazione anti-Covid. Creazione di varianti più pertinaci. L’obiettivo di riduzione della popolazione mondiale continua.
    https://www.affaritaliani.it/coronavirus/covid-garavelli-vaccino-non-risolutivo-il-lockdown-cosi-inutile-729858.html?refresh_ce
     
    Milestone giugno 2021. Tot numeri di vaccinati. Tot morti per terapie errate, tot morti per mancanza di cure (malati oncologici, ecc.), tot morti per reazioni avverse, …
    (Ah, tot morti per terapie errate, tot morti per mancanza di cure (malati oncologici, ecc.) mi sa che erano dei parametri da controllare anche nella milestone del giugno 2020 e di novembre/dicembre.)
    […]
    E’ inutile dirlo, quanto raccontato sopra non è tutto reale.
    È solo una favola. Frutto di fantasia ricamando sulla realtà. È solo una favola.
    La favola complottista.
     Sinceramente,
    Lilly
     
    P.S. Qual era l’obiettivo di raccontarvi tutto a settembre? Trovare alleati per la Resistenza.
    Per dire che c’è ancora l’emergenza avevano pensato di fare tanti tamponi farlocchi (numero di cicli RT-PCR oltre 35, anche 40, quando, per essere il test affidabile, non bisognerebbe andare oltre 27 cicli di replicazione [uno tra i primi a parlarne https://www.corriere.it/cronache/20_giugno_19/coronavirus-remuzzi-nuovi-positivi-non-sono-contagiosi-stop-paura-bf24c59c-b199-11ea-842e-6a88f68d3e0a.shtml].
    Oltretutto il tampone non è uno strumento diagnostico a se stante, c’è scritto anche sul foglio illustrativo, ed il suo ideatore, morto nell’agosto 2019, non lo aveva ideato per questo.
     
    Oltretutto sapete quale fu il mio primo pensiero quando a fine marzo 2020 vidi questi lunghi cotton-fioc infilati nel naso degli automobilisti?
    <<Ma come, dicono che questo virus sta dappertutto, che non possiamo toccare niente e chi mi dice che questi cotton-fioc non siano infetti?>>
    Purtroppo a settembre venni a sapere che la mia idea non era tanto peregrina: https://www.money.it/Tamponi-contaminati-tracce-di-coronavirus-allarme-in-Gran-Bretagna
     
    A settembre lessi anche di un altro allarme relativo ai tamponi: che fosse un esercizio per impiantarci il nanochip nel cervello. Troppo complottista, lasciai perdere. Anche se questa voce mi raggiunse di nuovo ai primi di dicembre.
    Ultimamente un dato scientifico che mi riporta inquietantemente a questa ipotesi.
    I cotton-fioc sono stati analizzati, non tutti sono morbida ovatta.
     
    https://www.facebook.com/R2020PaginaUfficiale/posts/271169491280812
    Attenzione ai tamponi!
    "Ci sono dei tamponi che contengono fibre vetrose, rigide, in alcuni casi di silicio. Materiali non testati per la biocompatibilità. Il problema fondamentale è che queste fibre si spezzano rimanendo all'interno della lesione. Lesione che non viene cicatrizzata in caso di tamponi ripetuti. Perché scavare tanto tessuto quando, se c'è un virus, lo si può trovare ovunque? Anche nella saliva?"Dott. Antonietta Gatti, Fisico e bioingegnere, Fondatore di Free Health Academy
    "I tamponi possono essere tollerabili in casi esigui, ma ripetuti in questo modo, in lacuni casi si passano i 50 tamponi in qualche mese... questa è tortura". Avv. Nino Moriggia, ComiCost
    "Verranno utilizzati tutti gli strumenti dal civile, al penale, all'amministrativo, perché la verità venga a galla e si superi questa scienza fideistica del tampone che dall'inizio di questa storia tiene in piedi questo stato emergenziale". Avv. Linda Corrias, Costituzionalista e Comunitario
    Per chi non vuole vedere il video, le immagini ingrandite di questi tamponi a fibre rigide sono disponibili anche qui https://www.facebook.com/rosario.marciano.profilo2/posts/473821830332688
     
    Qual erano alcuni degli atti di Resistenza che volevo proporvi?
     
    Primo atto di Resistenza: a settembre non fare tamponi.
    Secondo atto di Resistenza: non vaccinarsi né a ottobre per la tipica influenza stagionale, tranne gli habitué al massimo, suggerì Tarro(?), né dopo.
     
    È solo una favola. La favola complottista.
     

  • 15 aprile alle ore 20:40
    La forza del basket

    Come comincia: Tutti gli sport lasciano il segno, quando li hai praticati per tanti anni…e poi il segno diventa indelebile se chi quello sport te l’ha insegnato in mabniera speciale, appassionata, in un modo che può solo farti innamorare, nel mio caso della palla a spicchi…e si sa che il primo amore non si scorda mai, anzi il primo ciuff non si scorda mai…
     
    “Pronti a pranzare, come ogni domenica ad un orario insolito, i miei mi hanno semprer sostenuto nello sport, ma il patto era: “prima la scola e dopo il canestro”, difficile da mandar giù, ma non ebbi scelta, solo avanti negli anni ti accorgi che sono state regole fondamentali per crescere.
    Il sole con i suoi raggi entrava nel soggiorno di casa, dovevo finire i compiti, papà leggeva e mamma stava finendo di preparare il minestrone di pasta e fagioli…
    -ghe vol energia per far canestro
     
    -Mama se ciama energia? Te sa che dopo me xe pesante…
    -te son mingherlin…te cori tanto ma se i te beca i te ribalta con un sufion, magna…dopo xe bisteca…
    E già sapevo che sarebbe stata la solita fettina formato famiglia…
    Quel bel sole del mattino intanto, nel primo pomeriggio lasciò il posto ad una fitta nebbia: andai in poggiolo e percepii l’atmosfera di una favola…
    Stavolta si giocava al palasport di Chiarbola, prima della partita di serie A, era un giorno speciale, perché tra gli spettatori ci sarebbero state due persone per me specialissime…Finalmente avrei potuto riabbracciarle…
    Io ancora non sapevo nulla, era una sorpresa
     
    Ma quando vidi la tavola apparecchiata per 5 mi venne un dubbio…avevamo ospiti?
    -Papà go de concentrarme…se no me sento dir che giro co l’aquilon
    -almeno che te se concentrassi cussì anche sui libri
    -mama scusa gavemo ospiti ogi? Xe anche el servizio quel bel, quel dele grandi ocasioni
    -disemo che te ga una partida importante…e xe 2 tuoi tifosi che xe vignudi a Trieste solo per ti
    A sentire questa frase immaginai a qualche selezionatore, era facile montarsi la testa a 15 anni, ma in realtà sarebbe stata una sorpresa molto più importante…
     
    Borsone pronto, faccio per andare…
    -stropolo, te ga messo l’accapatoio?
    -ah no, xe vero, starò bagnà
    -e le mudande de ricambio?
    -orca gnanche…farò senza
    -‘scolta se te vol vado mi a zogar…te ricordo che l’altra partida te se ga dimenticà el bagno schiuma
    - no, mama go sbaglià botiglia…
     
    -iera el savon per i piati, tandul…Te la finirà de gaver la testa fra le nuvole?
    Mamma aveva ragione, ma non riuscivo proprio a pensare ad una cosa sola: se giocavo a basket pensavo ai racconti da scrivere, se scrivevo pensavo alla chitarra, se suonavo…
    -stropolo mai che te pensassi ala scola, cussì ‘nderà finir che te farà tante robe e gnanche una ben…
    Chissà se ora i miei da lassù hanno cambiato idea almeno in parte…In fondo almeno per la testa fra len uvole son stato coerente…
     
    Cappellino e mi avvio, casa mia era a 10 minuti a piedi dal palasport…
    Arrivo in spogliatoio e subito coach Tullio inizia il discorso, quello che ti dava il giusto “tremaz” nele gambe, quello che il culo o te lo faceva muovere in campo o ti serviva per tenere calda la panca
    -savè che ogi gaverè publico, savè anche che me tocherà zigar per farme sentir, perciò tignì le orece ben verte, mi voio vinzer punto, e no stemo inventar scuse…dai cambieve e ‘ndemo far due file
    -coach ogi per mi xe una partida speciale
    -sentimo l’artista cossa se inventa ogi…’scolta femo cussì, zerca de butar la bala in canestro, sarà za speciale…
    -sarà assai de più…promesso coach
    Le mie promesse lui le conosceva, sapeva anche che ero leggermente creativo e mi diceva sempre
    -se tuta quela fantasia che te ga per scriver te la gaveria in campo, poderia anche pensar che i mii insegnamenti con ti no xe finidi nel cesso
     
    Palla a due…sono in quintetto…e non era per nulla scontato.
    La butto anche dentro…Le emozioni si susseguirono per tutti i 40 minuti, i miei sguardi ogni tanto incrociavano quelli dei miei genitori, ma soprattutto dei due ospiti speciali che riconobbi solo a fine primo tempo mentre tornavo negli spogliatoi: un brivido mi attraversò e gli occhi divennero lucidi…
    -movite Gan, mi disse un cvompagno, Tullio xe incazà…
     
    -gavè intenzion de farme fumar più del solito?
    Disse Tullio seduto sul lettino dell’infermeria…Intanto io rimasi appoggiato sullo stipite della porta
    -ricordeve che nela vita qualche volta ghe vol tirar fora le bale senza calar le braghe…questo xe el momento
    Buttò la sigaretta, che mi arrivò addosso e tornò in campo…
    -Tullio, brusa…
    Tornò da me, mi fisso…
     
    -poderia brusar de più se perdemo…
    Ci guardammo tutti in silenzio, riempimmo le boracce e rientrammo in campo anche noi…
    C’era un tifo assordante, oramai i tifosi per la partita di Trieste che sarebbe iniziata di lì a poco, erano tutti che intonavano cori…
    A dire il vero anche questo clima contribuì a farci giocare meglio, ma io avevo una spinta in più, no, non la pasta e fagioli, ma i due ospiti speciali…Vincemmo…
    La forza del basket è anche aiutarti a creare, per rivivere quello che in realtà era solamente un sogno, ma sappiamo bene che a volte i sogni sono ciò che avremmo voluto e secondo me sarebbe andata proprio come ve l’ho raccontato…
    Anche se vincemmo, Tullio era soddisfatto ed io giocai bene, l’importante fu riabbracciare a fine partita i due ospiti speciali: nonno Bepi e mio fratello Paolo, tifosi che non ho mai potuto avere sugli spalti, ma quell’unica volta si, e me la tengo stretta.”

  • 15 aprile alle ore 17:31
    La lupa Tersicore e il drago rosso

    Come comincia: C’era una volta, un giovane e bellissimo drago di nome Walsen.
    Dal carattere nobile e altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia Acquazzone/s’impigliano fra filari di tulipani/i pensieri ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portarli sempre più su, fino al cielo.
    Ma una notte, colpito da alcuni cacciatori di passaggio che scorgendolo di lontano, alto fra le nuvole, non avevano esitato a puntargli contro un fucile. Caduto in volo, giaceva lo sventurato in un sonno senza sogni, lasciato per sempre a obliare nel torpore dei dispersi, senza un solo pensiero capace di risollevarlo.
    “Poverino!” “Lo hanno ferito alle ali!” si rincorreva il vociferare intorno “Ha perso troppo sangue!”  “Non c’è più nulla da fare!” “Il suo cuore si sta fermando!”  “Se non ha più un cuore morirà!” “Senza un cuore non potrà più risvegliarsi!” “Ma nessuno lo salverà mai!” “Chi lo farebbe?” “No, è lapalissiano!”
    Lasciato a giacere, per sempre.
    Ma una notte Tersicore, lupa bellissima dagli occhi viola, amante della poesia, girovagando per la Foresta di Vallefoglia intenta a comporre nuovi haiku, scorgendo la bestia distesa su di un giaciglio di foglie secche, alle radici di una Grande Quercia, annusando il suo odore, riconoscendolo buono, gli fu accanto trafelata.
    “E’ ancora vivo!” esordì la lupa, udendo il suo flebile respiro lottare presente per la Vita, contemplandolo con tenerezza, avanzando, retrocedendo in un tumulto di emozioni incontenibili, graffiando la nuda pietra con gli artigli “La Vita è il dono più prezioso perché fare questo? Perché puntarci contro un fucile, nascondere trappole? Perché volerci uccidere se non abbiamo fatto alcunché? Se nemmeno ci conoscono? Perché non provare un briciolo di rispetto?” guaì “Ma io sono qui adesso” mugghiò decisa a destarlo, deglutendo a fatica non senza paura “Io ho un cuore e posso dividerlo con lui!”
    “Ma cosa?” “E’ matta!” “Lei è una lupa, lui un drago!” “Non vede? fa voltastomaco!” “Non potrà guarirlo!” “E’ così brutto, nessuno avrà per lei parole di lode! Nessuno la stimerà mai!”
    “Ha perso molto sangue” proruppe la lontra Ofelia, serrando i pugni “Non sarà semplice!”.
    “Tu hai un cuore, Tersicore!” attraversò il cielo Rigel udendo il suo desiderio “Ed è la cosa più Importante che possiedi! Ricordalo! Non puoi dividerlo in maniera tanto semplice!”
    “Io ho un cuore e voglio dividerlo con lui!” continuò decisa.
    “Ma è assurdo! Quelle che dici sono solo castronerie! Perché mai dividerlo con lui?”  “Lui giace nel sonno dei dispersi!”
    “Non è così facile!” soffiò lo scoiattolo Avisio, seguito al trotto dal camoscio Burian, balzando in  un sol salto “Come può?”.
    “Si, se è ciò che vuoi!” annuì la lontra Ofelia “Ma pensaci bene Tersicore, non è facile dividere un cuore per due, affinché ciò succeda, è necessario che il tuo Amore verso quel drago sia vero e sincero, altrimenti nel momento stesso in cui staresti operando il tuo volere, potresti morire al suo posto!”
    La lupa a quelle parole levò il muso “Lo so!”.
    “E’ Rischioso!” “Imprudente!” “Che senso ha Provarci, è senza Speranza!”
    “Pensi veramente di potercela fare?” bisbigliò il merlo Ovidio frullando le sua belle ali d’ebano sbirciando di sottecchi il corvo Nietzsche, preoccupato.
    “Ha un respiro così faticoso!” “Tra poco morrà!” “Quella ferita fa orrore!” “Come potrebbe accompagnarsi a lui?” “E’ esecrabile!” “Un drago sputafuoco che non riesce nemmeno a respirare!” “Fa ripugnanza solo a toccarlo riverso in quello stato!” “Se la ferita fosse infetta e potesse trasmettere a  lei lo stesso virus? Ce ne sono di letali!”
    “Perché dare la Vita per lui? Il drago sputafuoco non riesce a respirare! Tra poco morrà! homo homini lupus” tossì il cervo Hobbes “La natura è  per sua fondamenta egoistica, a determinare le azioni sono l'istinto di sopravvivenza e di sopraffazione. Lui è stato colpito dal più forte e morrà!”
    E Tersicore osservando quel drago che si era visto puntare contro un fucile, ammutolendo sotto i suoi spari, impaurito ed inerme, percependo il suo respiro spezzato, stringendo il pensiero di lui, lo scaldò con tutto il suo amore “Ha bisogno d’aria! Sta morendo!”
    “Walsen il drago di fuoco sta annaspando!” scosse la testa tristemente il suricato Cagliostro “Ha bisogno d’aria!”
    “Si, ha bisogno d’aria! La glicemia sta salendo!” mormorò la lepre Feuerbach.
    “Inspirare-espirare! Che il tuo sangue si cheti! Non puoi non farcela!” strinse la luna al petto un ramo d’ulivo, sorgendo sullo sperone di roccia con le sue gonne d’oro e melograno, salutando il pipistrello Schopenhauer a sparire nella notte “L’Amore Vince Tutto. L’Amore guardò il tempo e rise! Ciò che è destinato a te troverà sempre il modo di raggiungerti. L’Amore non conosce restrizioni!”
    E Tersicore chinando il capo, carezzando col muso la pelle coriacea di lui spenta e fredda, posando delicatamente le fauci sulla ferita del drago, prese a leccare con lentezza lungo tutta la sua riga, percependo il gelo e il dolore della bestia fondersi col suo cuore, battito dopo battito. E rendendogli il fiato attraverso il suo, gonfiò forte i polmoni per dargli tutto il suo ossigeno, trattenendo le lacrime.
    “Svegliati, Wa-lse-n!” pregò lei, immaginandolo forte a salire la roccia, rimpinzarsi di more lungo il Fiume Fresco, giocare a nascondersi fra il grano ed i tulipani, fiero a volare, aprendo le sue ali a prendere quota, libero e leggero, drago dalla massa potente e poderosa, fiero e coraggioso a sputar fuoco, leggiadro, fino a quella notte, fino a quello sparo.
    “Forza!” luccicò Vega contemplando la lupa curva su di lui “Inspirare-espirare! Sforzati Walsen! Prendi respiro!”  
    E Tersicore col cuore in tumulto, levando soave il suo canto carezzò con la poesia il respiro del drago, ridisegnando di Vita il suo seme “Sogno/dondola tra i tulipani/una piuma”  lui ferito da mano umana.
    “La poesia è un atto d’Amore, Walsen!” esultò la lupa “L’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore gratuito! L’Amore a prescindere, l’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!”
    “Ma sono così diversi!” “Lei è una lupa, lui un drago?” “Cosa potrà mai darle?” “Pure se si destasse con quell’ala pesta  cosa sarebbe?”  “Sta agendo per pietas!” “Prodromo di niente!”
    “Non è così!” singhiozzò la lupa “In salute ed in malattia” chiuse i begli occhi viola, tenendolo nel cuore.
    “Toccare con il cuore: questo è credere, amare” soffiò il gabbiano Ippocrate “Le parole non sono state inventate perché le creature s’ingannino tra loro, ma perché ciascuno passi all’altro la bontà dei suoi pensieri. Fu detto”
    “Svegliati, Wa-l-se-n, destati drago rosso!” guaì.
    “Pronuncia  il suo nome in altra maniera. Lo ama!”
    “Solo se il suo sentimento sarà vero e sincero, il drago potrà destarsi!” ripetè la lontra scuotendosi “Sincero, dal latino “sine cera”, senza cera. È una parola che viene dall’antico passato, e venne inventata dagli umani per indicare qualcosa di vero, pulito, privo di alcuna bugia, alcun artificio. La cera (materiale duttile e plasmabile) infatti, veniva usata per rimediare alle statue marmoree riuscite male, celando i difetti e i segni di taglio sul marmo. Sincero è un termine che va considerato come opposto al contraffatto, a qualcosa che risulti polito e perfetto ma in maniera fasulla, grazie a posticci, a trucchi del mestiere e alterazioni”.
    “Walsen!” chiamò ancora la lupa col cuore gonfio. E scorgendo d’improvviso le palpebre del drago tremare debolmente, poi con insistenza sempre maggiore, Tersicore strabuzzando gli occhi incredula, contemplò Walsen ingrossare il petto, ridestandosi lentamente, racchiudendo dentro una parte di lei, sano e salvo: destatosi grazie al suo sentimento tanto vero e sincero da riuscire ad aprire un varco oltre l’oscurità dietro cui era stato imprigionato, tanto potente dal non conoscere incertezza.
    “L’Amore Vince Tutto!”
    E il drago scrollando adagio dapprima le zampe posteriori, poi quelle anteriori, spalancando con dolore le ali, allungò il collo intorpidito risvegliandosi dal suo sonno “Una poesia!” balbettò “Che bella!” farfugliò a fatica le sue prime parole “Chi sei tu, lupa che ne componi di così meravigliose?!” dimenando la coda tigliosa, fissandola col suo sguardo d’ambra.
    “Il mio nome è Tersicore!” si presentò lei, radiosa.
    “Grazie Cora” si schiarì la gola il drago, sbuffando fumo misto ad una tremula fiamma dalle narici “Tu mi hai salvato la Vita!” facendo un bel sospiro profondo, ritrovando la salute nei suoi polmoni “I cacciatori senza nemmeno conoscerci, ci puntano contro i loro fucili e vogliono la nostra morte! Io non pensavo sarei mai più riuscito a svegliarmi!” mugghiò lui, ancora impaurito nel ricordare.
    E sollevandosi malfermo, scoprendo storpia la sua ala, si scrutò attorno felice, rispecchiandosi in lei che l’aveva scaldato, riportandolo alla Vita.
    “Homo homini lupus” brillò Orion “Ognuno vuol divorare l’altro, ma si suum officium sciat , se si conosce il proprio dovere, che dovrebbe essere questo: amarsi, qualcosa può cambiare!” tossì continuando “Bellum omnium contra omnes, “la guerra di tutti contro tutti” divenga questa una guerra d’amore e di tenerezza, intimità, magia, senza quel desiderio di sopraffazione sull’altro,  guidata dall’infondata corsa primordiale all’essere più forte.  E’ difficile che un essere possa sentirsi spinto ad avvicinarsi al suo simile in virtù di un amore naturale, se si legano è dovuto spesso al timore reciproco. Ma ciò potrebbe non esser più vero!”.
    “I legami voluti dal destino sono indissolubili!”.
    “Sei vivo ora! Sei libero, bellissimo!” la lupa aiutò il drago a sorreggersi instabile, udendo il cuore di lui riprendere il ritmo, parte l’uno dell’altra.
    “Grazie per avermi salvato Tersicore, di non aver mai tentennato, cucciola!” bofonchiò Walsen, ruttando fuoco a tratti col respiro ancora affannoso, ma ebbro di gioia.
    “E’ stata molto coraggiosa!” “ Più forte di tutto!”
    “La Vita non è solo essere vivi: ma essere amati! Si vis amari, ama. Se vuoi essere amato, ama!” sussurrò la tartaruga Achille dal piè lento.
    “Non so come ringraziarti Tersicore, piccola bruja! Tu mi hai ridato la Vita!” sentì lui fra le ciglia brillare una lacrima.
    “Tu non devi ringraziarmi!” rise lei “Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: se tu sei Felice, io sono Felice! Ci sono parole che vanno consegnate in presenza, Ubi tu Gaius è una di quelle” soffiò la lupa strabordante di gioia, tirandogli giocosamente l’orecchio con le zanne “Wal-se-n, non farmi andar via! Sei ancora debole!” assentì reggendolo “Lascia che io resti al tuo fianco per stanotte!”
    “Ma è assurdo!” “Come fa a stargli vicino?” “Sta agendo per pietas!” “Nessuno la invidierà mai!” “Un drago simile al suo fianco!” “Una discrasia tremenda!” “La sua Vita sarà breve e lei resterà sola!”
    “Ma io rimarrò storpio per sempre?!” gemè il drago “Sarà ben difficile che possa tornare a volare con un’ala ridotta così, e mi muoverò solo con questo passo goffo e storpio! Per te non fa differenza? Non provi ripugnanza? Mi vedi bene?”
    “Certo! Cosa cambia?” continuò lei “Non sono qui di sicuro, perché non riesco a vivere senza di te. Ci riesco a vivere senza di te e solo che non voglio”
    “Ma ho perduto la mia forza!” grugnì lui.
    “Ma dai!” sorrise lei invitandolo a seguirla “E’ meglio trovare un buon posto per riposare adesso, bisogna mettere a riposo questi pensieri strambi!” scodinzolando raggiante.
    “Amor est vitae essentia. Chest’è, amor ipso iure, l’amore è così: è applicabile subito, in immediato, per legge stessa, per istantanea conseguenza, senza bisogno di applicativi, in maniera naturale” trillò la tartaruga Achille felice “Acta no verba!” nel suo incedere lentamente, molto lentamente.
    E da allora Tersicore e Walsen non si separarono mai  più, né in cielo né in terra, per sempre felici e contenti.
     
    Autor: Monica Fiorentino
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 09 aprile alle ore 11:33
    Essere soli, morire soli.

    Come comincia: Linda Landi
    5 aprile 2020 ·
    Contenuto condiviso con: Solo io
    Sai Pino, meglio che stia zitta, altrimenti mi farò odiare, come tanto mi hanno odiata mio fratello maggiore, i miei cugini, i miei zii fin da quando sono nata. Da quando ho emesso il mio primo vagito. E non credo avessi fatto qualcosa di male, tranne che esistere. Ci sono abituata.
    Qualche settimana fa ho confidato ad un mio collega: <<Guarda, ho riflettuto che gli Italiani stanno vivendo adesso, come io già vivevo. Si trovano adesso in condizioni in cui io già mi trovavo.>>
    Benvenuti nel Club, ho scritto.
    Soli. Essere soli. Non incontrare la propria famiglia nelle feste comandate.
    Meglio soli che male accompagnati.
    La Domenica delle Palme dello scorso anno scovai (lo avevo scovato la settimana precedente) un bistrot vicino al mare che offriva a prezzo fisso accessibile un menù anche vegetariano per quella domenica ed anche per Pasqua.
    Prenotai per entrambe le festività.
    A Pasqua mandai alle mie bambine la foto delle uova di cioccolato che avevo preso per loro e la sera finalmente riuscii ad offrire ovetti di pasqua all'addetto alla reception, studente in Economia e Commercio, ed agli altri pochi addetti presenti che erano diventati la mia famiglia nel prestigioso albergo quattro stelle che mi ospitava a prezzo da pensioncina.
    A Pasquetta raggiunsi le mie bambine e visto che il tempo non era bello, invece di portarle a fare un picnic diressi l'auto verso un locale di S.Marzano sul Sarno dove a volte capita che vada con i miei colleghi nella pausa pranzo. Era chiuso. Per la strada avevo adocchiato un altro locale e mi diressi là. Stemmo benissimo, fu anche meglio. Offriva anch'esso un ottimo menù a prezzo fisso. Non ce la facemmo a mangiare tutto quello che era previsto dal menù. Poi il tempo migliorò e le portai verso il mare che conosco. Fecero i capricci, come al solito. Volevano fermarsi a Pontecagnano. "Con questo mare, su quel tratto di spiaggia stretto e quella barriera di cemento alle spalle non vi porto." E le ho portate dopo la Spineta di Battipaglia (non potevo reggere le loro proteste fino al Nettuno di Paestum). Risultato: "Uh, mamma avevi ragione. Ci siamo proprio divertite!"
    Non si contano più le volte che mi hanno detto: "Avevi ragione" e poi puntualmente si dimenticano.
    Digressione. Alle falde del Kilimingiaro hanno appena parlato del numero 1522 e dell'inferno che può diventare la casa nella situazione attuale. Fortuna che ne sono uscita un anno fa.
    Fino a quando riuscirò a scappare? E non da mio marito. Almeno non solo. Lui è diventato il male minore (?)
    In un certo senso questa quarantena mi protegge. Devo fare o no dei passi (via Internet) per salvaguardarmi quando finirà o potrei causare l'effetto contrario? Non so.
    Soli. Morire da soli. In un certo senso, dopo tutto il da fare che mi ero data, mio padre è morto da solo. Dove non voleva. Mio fratello è morto da solo. Ho pensato che sia giusto che anche a me accada la stessa cosa. O devo continuare a reagire?
    Sai, per anni mi sono arrabbiata con mia madre per mia zia Gina, la sorella, minore di dieci anni, di mia nonna. Io già non ero stata bene ed ero in una delle fasi in cui cercavo di riprendermi. Ero all'ingresso del teatro Augusteo di Salerno dove stava per iniziare una delle manifestazioni del Festival dei Cori che la Feniarco organizza in Campania ad inizio novembre. Squilla il telefonino. E' mia madre. Le dico dove sono. Non lo avessi mai fatto. Mia madre dice che voleva solo sapere dove fossi e salutarmi. Il giorno dopo alle 11 in ufficio squilla di nuovo il mio telefonino. E' di nuovo mia madre. Mi informa che la sera prima mi aveva chiamato per informarmi che zia Gina era stata portata in ospedale a Salerno. Era deceduta. Mi arrabbiai: <<Ma perché non me lo hai detto? Ero lì! Andavo a tenerle la mano!>>. Mia madre mi rassicura che era già deceduta quando mi aveva chiamato, ma non credo. Forse avrei fatto appena in tempo. Mia madre mi dice che anche lei si era arrabbiata con il responsabile della casa di riposo per non averla informata per tempo ed altro.
    Era novembre 2011.
    Nel novembre 2002 una domenica mattina mi svegliai smaniando che dovevo andare a trovare zia Gina. Era un po' che tra lavoro e nuovo stato matrimoniale (sì erano già 11 mesi, ma era ancora nuovo) non ero riuscita ad andare a trovarla.
    Quando arrivo alla casa di riposo mi pilotano verso una stanza al pianterreno. La stanza di mia zia era al primo piano. Mia zia è lì in letto tipo da ospedale vecchio tipo, quello con le barre metalliche verticali, che rantola. Un'addetta è seduta vicino a lei senza fare niente. Sono allibita. Chiedo: <<Ma perché non ci avete chiamato?>> Un rivolo di saliva esca dalla bocca di mia zia e scivola sulla sua guancia. L’addetta non fa niente. Apro la borsa, prendo un pacchetto di fazzolettini, tiro fuori un fazzoletto e glielo asciugo. Solo in quel momento l’addetta sembra risvegliarsi e comincia a darsi da fare, arriva altra gente. In breve, fu chiamata l’ambulanza e mia zia fu accompagnata in ospedale. A Battipaglia. Si riprese. Quando poi tornò alla casa di riposo e l’andavo a trovare mia zia rideva nel ricordare e raccontare quell’episodio: <<Mentre mi mettevano sull’ambulanza, il direttore piangeva e chiamava: “Ginaaaaa!”. Pensava che non tornavo più.>>
    Per rispondere al mio nuovo amico che ha scritto: <<Se vi foste presi cura dei vostri cari, invece dei vostri cani, non sarebbero morti nelle case di riposo.>> Per tanti casi forse hai ragione. Ma non sempre è evitabile. Mia zia è andata in casa di riposo quando non si è trovato più nessuna badante che fosse disposta a prendersi cura di lei a casa. E’ sempre stata una persona difficile e con l’età peggiorava. E’ stata alla nostra casa al mare, a pranzo da noi ogni domenica e festività fino a quando poteva alzarsi dal letto.
    Prima andavo a prenderla io e piano piano, sottobraccio, lei col bastone percorrevamo i centociquanta metri che separavano casa sua da casa nostra.
    Poi, quando anche quel pezzo di strada divenne troppo faticoso, andava mio fratello piccolo a prenderla con l'auto.
    In terzo e quarta liceo mi ha cucito il costume di Carnevale.
    Non dimentico il bene ricevuto.
    Almeno non lo dimenticavo.

  • 06 aprile alle ore 17:27
    I sette anni nuovi (la donna nuda)

    Come comincia: Capitolo IV

    Rapita

    Cecina 2003

    Sonnambula nel sole, cammino avvolta dai colori di luce perdendo la percezione della realtà, come non fossi più corpo pesante ma solo pensiero sospeso, mi sento risucchiare e scivolare nella luminosità del mattino di Firenze.

    E mi lascio rapire.

    Quella luce mi rapì, inondò il mio essere e allargò le braccia stringendolo ad essa per adagiarlo sulla sabbia di Cecina fresca di mattino, che solo un istante fa, di una vita fa, celava il suo spazio sotto i miei passi nelle vie di Firenze.

    Guerra cieca

    Eccomi prigioniera di quel giorno in cui obbligai me stessa a percorrere la strada che mi divideva dal mare. Ero nell’istante di una vita lontana, da me e da Firenze e da ogni mio passato, nella stessa luce di una stessa strada colorata di silenzio, del silenzio di una mattina di domenica in città; nel silenzio del giorno di ogni giorno d’inverno sulla sponda del mare toscano. Nella piccola casa, al mare.

    Il buio e la guerra cieca che avevano consumato il mio essere, rimbombanti di parole mute, erano straboccati dal mio corpo. Figure mostruose, come ectoplasma dai colori ombrosi cangianti, nefande lottavano fino a squarciare tutto il mio essere; soltanto un’ultima fessura che lasciava intravedere la luce, mi mostrò il mare.

    E andai verso la mia vita al mare.

    Il viale alberato di pini lanciava schegge di resina, il cielo l’aiutava, pesante ed elettrico schiacciava al terreno profumi ed umido plumbeo. Tutto schiacciava verso terra.

    Il mio pensiero, i miei mostri, le immagini della mia esistenza che come cani rabbiosi invadevano le mie notti e i miei giorni, furono compressi dalla pesantezza del cielo e dalla rigidezza dell’asfalto.

    Il mare, la spiaggia, la friabilità della ghiaia che sprofondava sotto il mio passo, furono la mia musica pregna di cacofonie, la mia unica possibilità di fuga.

    La fuga da me stessa, da quei mostri che possedevano me e tutto: tutto ciò che respiravo, la piccola casa al mare, il mio rifugio, la mia tana, la mia libertà incatenata.

    Rintanata come animale ferito e sanguinante per puro spirito di conservazione, senza pensiero cosciente, con solo una montagna frantumata sul mio corpo e sulla mia anima: ero morta e non lo sapevo.

    Come spirito ancora incatenato ai ricordi della terra, vagavo nell’etere sbattendo sui corpi fisici.

    Sfuggendo alle leggi di gravità, ora cadevo, ora tornavo a volare. Mai fui consapevole del mio andare, “sapevo” che erano quelli i passi che dovevo seguire, né mai seppi però, se percorsi piste celesti o caverne o sentieri. L’istinto mi spinse a camminare, a scoprire come neonato ogni oscillazione del tempo, ogni contatto con la vita.

    Ero morta e lo sapevo, pur essendo conscia di avere un corpo fisico che sentiva il freddo e il caldo e forse il dolore riservato agli esseri animati.

    No, il dolore no, non sapevo più se lo sentivo, non ricordo infatti di essermi mai fatta male o di aver sanguinato o fratturato un osso. So di aver cercato l’ortica nei campi un giorno in cui un flash umano mi portò a pensare: ”- cosa ho da...

    ...continua

  • 05 aprile alle ore 17:57
    Un appuntamento

    Come comincia: Me ne stavo lì a guardare più verso la splendida chiesa della Gran Madre che in direzione di quella specie di segretaria che mi sedeva accanto, non bella non brutta, e sì per la verità mi sentivo un po' in colpa, perché forse lei si sarebbe aspettata qualche attenzione in più da parte mia, ma il senso di colpa scivolava via in fretta, come le gocce frizzanti di bitter analcolico che mi scendevano giù per la gola.
    "E tu, invece, che fai nella vita?" le chiesi voltandomi verso di lei, giusto per dire qualcosa, giusto per far passare in fretta quell'ora o due che sarei ormai stato costretto a trascorrere in sua compagnia.
    "Lavoro nell'ambito delle relazioni umane all'interno di un'azienda che si occupa di produrre dispositivmvmvm... mvmvmvmvmvm..." le ultime parole si erano già tramutate in una sorta d'incomprensibile mormorio nelle mie orecchie, perché senza volerlo mi ero voltato di nuovo ad ammirare la chiesa, lo spettacolo della collina che sembrava sorgere dalle acque del Po, mentre branchi di sedicenni in minigonna andavano su e giù per la piazza ridendo e starnazzando tra loro, scambiandosi gli smartphones per mostrarsi a vicenda le ultime conquiste virtuali, i messaggi sgrammaticati appena ricevuti dallo sbarbato di turno.
    "Ah, bello! Interessante!" risposi tornando a guardarla, mentre lei sorrideva tutta soddisfatta del suo lavoro invidiabile, guardandomi come per dire "hai visto che donna capace sono? Hai visto che mi sono ritagliata un bel posto nel mondo?"
    Io avrei avuto solo voglia di ordinare un Martini Hemingway, ma non volevo fare la figura del cafone alcolista, o almeno non volevo farla subito, anche perché erano appena le tre del pomeriggio, un pomeriggio di agosto caldo e afoso di quelli che ti fanno venir voglia soltanto di stare stravaccato in mutande sul letto a pensare al nulla.
    Mi ero lasciato convincere da Jennifer, la mia amica italoamericana, ad accettare l'appuntamento con quella donna che mi era sembrata fin da subito banale e noiosa, "magari ha delle virtù nascoste", aveva detto Jennifer.
    Non che mi dispiacesse fino in fondo, sembrava una donna a modo, e quel paio di gambe depilate che terminavano la loro corsa dentro due scarpe sportive in tela e gomma non erano niente male, malgrado molti uomini abbiano da ridire sull'effettiva femminilità delle scarpe da ginnastica.
    Forse avrei pure potuto amarla, una donna così. Una che ogni giorno va in ufficio allo stesso orario, poi torna a casa e s'infila in bagno per fare la doccia e depilarsi, lasciando il rasoio sul bordo del lavandino accanto ai barattoli di crema scoperchiati e andando poi in giro per due ore con un asciugamano in testa, mentre ti dice di preparare la tavola e scongelare il pane per la cena.
    Perché la vita è tutta qui, sapete? Quello per cui la gente tutti i giorni si sbatte e si consuma, quello per cui si studia per anni, l'ambìto traguardo, la meta, il Sacro Graal, tutto sta nel poter dire al prossimo che finalmente si è riusciti a realizzare il sogno di mettere su un'allegra famigliola grazie al posto di lavoro nell'ambito delle relazioni umane all'interno di un'azienda che produce dispositivi del cazzo, che serviranno ad un'altra azienda per produrre altri dispositivi del cazzo, i quali serviranno per risparmiare tempo e denaro nel processo di produzione dei primi. Un cane che si morde la coda. L'umanità è un cane che si morde la coda.
    La guardai di nuovo, il sorriso stampato era lo stesso di un attimo prima.
    "Sai che ho sempre desiderato una donna come te?" le dissi ipocritamente, guardando le rughe che cominciavano a farsi strada, un solco dopo l'altro, sotto l'attaccatura dei capelli.
    Lei fece una smorfia strana, forse di stupore, forse soltanto di circostanza, che la rese un po' più brutta.
    Finimmo i drinks analcolici, ci alzammo, lei si fece vicina, continuammo a passeggiare parlando del suo entusiasmante lavoro e delle interessanti prospettive per il futuro che esso offriva.
    Poi finalmente il tempo a sua disposizione finì e mi salutò per tornare ai suoi impegni.
    La guardai salire in macchina e sfrecciare via.

    Sul tavolino del bar c'erano ancora i due bicchieri vuoti, con gli spicchi di limone che galleggiavano nell'acqua dolciastra formatasi in seguito allo scioglimento del ghiaccio tra le ultime gocce di bitter.
    Mi sedetti, feci un cenno al cameriere. "Un Martini Hemingway" dissi tirando fuori il pacchetto di sigarette che fino a quel momento avevo tenuto ben nascosto in tasca.

  • 02 aprile alle ore 8:33
    La via dei cipressi

    Come comincia: La strada che porta al fiume, vicino la casa matta dove sta un binario morto. Un giorno ci passaron due ragazzi, dopo la squola. Mentre camminavano, mano nella mano, lei fece a lui:
     - Baciami!. - Lui si fermò, li disse:
     - Si! Ti bacio! - Dopo i due ragazzi ripresero a camminare, allo stesso modo di prima. Arrivarono dove sono due cipressi: in paese li chiamavano i lunghi grattacieli che guardano; eran così, davvero...parevano aver gli occhi, altissimi, quasi a toccare il cielo; sembrava che ti spiassero quando incrociavi la loro vista. I due ragazzi si fermarono proprio davanti ai cipressi. Lei disse al ragazzo:
     - Mai visto due cipressi tanto alti!
     - Neanche io! - rispose lui. - I due così si voltarono e ripresero a camminare. D'improvviso una folata di vento e i cipressi cominciarono ad agitarsi, sempre più forte: sembrava dovessero cadere da un momento all'altro, stramazzare al suolo come due corpi inermi. I due ragazzi si fermarono e tornarono indietro, richiamati dallo scroscio degli alberi. Poi tutto cessò. Forse i cipressi avevano sentito e forse - chissà - oltre ad aver gli occhi per osservare avevano anche le orecchie per ascoltare, dentro di loro, ed erano stati a sentire le parole dei ragazzi. Quella è la via dei cipressi. Due cipressi solamente vi si incontrano; in paese tutti li chiamano i lunghi grattacieli che guardano, ora diranno anche che ascoltano. E' da tanto che sono la, su quella strada; da più di cent'anni. La via dei cipressi è una via solitaria ma in paese la conoscono tutti: forse è per questo che nessuno ci passa più.

    Taranto, 1 aprile 2021.
     

  • 30 aprile 2020 alle ore 20:08
    Il banderillero

    Come comincia: José Luis aveva provato a fare l’espada in due occasioni, ma la critica fu sfavorevole e le sue ambizioni vennero meno. La rivista Fiesta, diffusa nell’ambiente della tauromachia in Estremadura e in Andalusia, aveva in una cronaca additato Josè Luis come un torero affetto da “inutile barocchismo”. Non ho mai capito, in verità, quale fosse il significato di queste parole, ma per Josè dovettero essere decisive per abbandonare ogni velleità di imporsi come matador. Come banderillero era invece considerato tra i migliori e ancora, a trentasei anni, mantiene il suo prestigio. Privilegia la modalità “de frente”, la più rischiosa, lui è velocissimo e,  puntualmente,  le banderillas,  infisse sul dorso del toro, scendono a destra e a sinistra con simmetrica precisione, riuscendo puntualmente a entusiasmare gli appassionati più competenti.  
    Alejandro lo ha voluto nella quadriglia e questo è stato un vantaggio anche economico, perché Alejandro con la sua squadra, nonostante la grave crisi della tauromachia, è  molto richiesto dagli organizzatori delle sagre, dove è ancora permesso la corrida de toros.
    Josè è un uomo riservato, molto serio, virile, ma umano e tollerante. Non gli ho mai sentito, per esempio, una parola di biasimo o di rancore verso gli abolizionisti e verso i più accesi sostenitori della corrida come spettacolo di barbarie e criminalità, negando in toto ogni dimensione artistica ed ogni radice storico-culturale. In quel mondo Josè è un protagonista, ma senza mai raggiungere la spavalderia e il fanatismo o il compiacimento per i suoi indiscutibili successi. Gli sono amico anche per questo. Ho conosciuto Luis anni fa, tramite alcuni amici americani al seguito di Orson Welles, e via via ho avuto modo di stimarlo e volergli bene come un fratello. 

    Luis Josè ha un segreto che nessuno deve conoscere, nemmeno la sua donna, Maria Pilar, che gli ha dato una figlia bellissima: è stato colpito dal cancro ai polmoni. Io sono l’unico che è a conoscenza del suo dramma e lo accompagno, due volte la settimana, di sera, in macchina nella villa (a dodici chilometri da Malaga) del professor Morales Ortega, che, segretamente, lo cura con i protocolli della chemio. Se si venisse a sapere del suo male, Josè entrerebbe nel cono d’ombra e uscirebbe certamente dal giro. Il professore  mi ha detto che uscirà comunque dal giro in poco tempo, anzi uscirà dalla vita stessa, perché le probabilità di salvarsi sono meno di zero.
    Ortega sostiene che sia un dovere professionale dire la verità al paziente. “Noi dobbiamo tentare tutte le strade – dice - per guarire o ridurre il dolore, ma non possiamo ingannare i malati e creare illusioni. Io invece penso che sia una barbarie spegnere una fiammella di speranza a quest’uomo coraggioso, che lotta eroicamente e scende nelle plazas de toros sotto l’effetto di forti sedativi.  
    Ottenere il silenzio del professore sulla imminente morte del mio amico non è stato facile, ma  ho molto insistito e alla fine, mugugnando, mi ha accontentato.
    Eccolo José Luis! Compare in fondo alla strada, con la sua caratteristica andatura agile ed elegante. lo stavo aspettando da un paio di minuti  e mi chiedevo se lo avrei visto anche quella sera, me lo chiedo ogni volta, nei nostri appuntamenti per la visita, con commozione e un atroce nodo di pianto alla gola.

  • 30 aprile 2020 alle ore 9:57
    GLI ICONOCLASTI DEL SESSO

    Come comincia: Alberto non era più giovanissimo (per usare un eufemismo) e poi in quanto a malattie…Un suo amico medico romanogli aveva detto: “Arbé, famo prima a le malattie che nun c’ihai che quelle che c’ihai!”  informazione poco confortante oltre che presa per i fondelli, belle notizie per un vecchio tombeur des femmes settantenne purtroppo quasi a risposo! Sul suo sito aveva scritto. ‘Sono nonnobomba che mangia, beve e talvolta tromba!’ Con quel ‘talvolta’ aveva cercato si salvare la fama di ‘fucker’. Ricordava quante gaffes aveva volutamente commesso col suo spirito, la più rilevante quando, alla facoltà di architettura sulla lavagna aveva scritto: ‘Il  culo è architettura’ solo che l’insegnante femmina era brutta, antipatica, presuntuosa a soprattutto piatta! Richiamo orale da parte del Rettore dell’Università che lo aveva in simpatia che se si era fatto delle matte risate, ufficialmente non poteva tollerare quell’aforisma fuori posto. Ma non era la prima volta che il buon Alberto si faceva richiamare dagli insegnanti: allorché frequentava il terzo liceo classico in un istituto religioso di Roma si era esibito con: ‘Il culo? È la vagina dei cattolici!’ Inutile dire la buriana che aveva innescato, cacciato in malo molo dalla scuola, per evitare guai  agli esami di Stato aveva cambiato città beccandosi i rimproveri di mamma Adele ma con qualche sorriso di papà Armando fervente ateo. Alberto anche da anziano aveva mantenuto il suo studio di architetto in via Condotti a Roma, aveva pochi clienti perché non aveva molta voglia di impegnarsi in progetti importanti, il suo studio era frequentato da ragazzi e ragazze iscritti alla facoltà di architettura che andavano a prendere lezioni dal vecchio maestro apprezzato anche per il suo spirito romanesco. Aveva un po’ lo stile di Vittorio Gasmann che si era esibito con questo aforisma: ‘Il sesso, le cosce, due belle chiappe ecco la vera religione, la sola idea politica, la vera patria dell’uomo.’ Alberto enunciava con enfasi sacri principi dell’architettura prendendo in giro anche se stesso, per far scena nello studio vestiva come quei pittori impressionisti dell’ottocento francesi tipo Degas o Manet. Talvolta non rientrava a casa in via Merulana, dietro lo studio aveva fatto approntare un letto ed un bagnetto che in passato erano serviti per…ora quasi solo per riposare, Alberto non era nato per fare il vecchio! Per sua fortuna le testa ancora ‘gli reggeva’  ed i suoi insegnamenti erano apprezzati dagli allievi, lui invece avrebbe apprezzato le grazie di qualche allieva particolarmente procace! I genitori di Alberto  provenivano  da Jesi una cittadina in quel di Ancona. Era nato in quel centro marchigiano dove il padre era direttore di una banca, aveva studiato al liceo classico sino alla quinta ginnasiale poi si era trasferito a Roma con la famiglia. Un giorno, per festeggiare il 71° compleanno gli venne in mente di intraprendere  con la sua  Stelvio Alfa Romeo un viaggio superando le montagne dell’Umbria per approdare nella città del Verdicchio. Nell’albergo ristorante in viale della Vittoria dove aveva preso alloggio quotidianamente apprezzava saporiti piatti a base di pesce ‘innaffiati’ dall’eccellente vino locale, a Jesi non aveva più parenti dei suoi genitori. Una mattina entrando nel bar Bardi, il più grande e lussuoso del paese vide seduta ad un tavolo una ragazza che assomigliava moltissimo ad una sua compagna del liceo classico, certa Rosanna con cui aveva amoreggiato ai tempi della scuola. Con la faccia tosta di cui era  provvisto si avvicinò al tavolo e:”Mi presento, sono Alberto a suo tempo compagno di liceo di Rosanna, lei le assomiglia in maniera notevole, dovrebbe essere sua figlia.” “Si accomodi, Rosanna è mia nonna, io sono la nipote Matilde, mia madre si chiama Mirella.” Alberto rimase basito, aveva saltato una generazione, dimostrazione della sua sopraggiunta vecchiaia, rimase muto in  piedi sinché Matilde: “Si accomodi, mi faccia compagnia, aspetti faccio una telefonata e si allontanò: “Nonna sono da Bardi, per te una sorpresissima, vieni subito!” “Vedo cha lei ha già consumato, cameriere per me  un Campari Soda.”  Dopo un quarto d’ora: “Mirella vedo che sei in buona compagnia, mi presenti il signore?” “Alberto riconobbe Rosanna, anche se ovviamente invecchiata ancora portava i segni dell’antica beltade, era elegantissima in un vestito spezzato rosa e nero. Un po’ di imbarazzo da parte dei due poi Matilde: “Vi lascio soli avrete tanto da raccontarvi!” Alberto e Rosanna si guardarono a lungo negli occhi, era passato un lungo lasso di tempo, con la mente stavano passando in  rassegna i momenti passati insieme. A scuola erano compagni di banco, fuori, entrando nel portone di casa di Alberto si scambiavano qualche bacio appassionato ma tutto finiva lì, oggi…Alberto parlò per primo: “Mi sono sposato ed ho divorziato dieci anni addietro, assoluta incompatibilità di carattere, me la sono spassata con femminucce varie senza impegni sentimentali, ho svolto la mia professione di architetto, i miei progetti andavano quasi tutti bene, solo qualche ponte cadeva…” “Non hai perso il tuo spirito salace, ti ho pensato tante volte, la mia vita non è stata fortunata, mio marito Gennaro in associazione col cugino Gianni erano titolari di una fabbrica di macchine agricole e di strada. Purtroppo Gianni morì per un tumore e mio marito per un ictus, era grasso ed amava troppo il bere. Mi sono trovata sperduta con una fabbrica sulle spalle, non mi sono persa d’animo, ho radunato i capi reparto della fabbrica ed abbiamo deciso che avremmo diviso i guadagni a secondo delle entrate, tutti furono d’accordo altrimenti ci sarebbe stato un fallimento con conseguente licenziamento collettivo. Il bilancio sino ad ora è stato positivo. Nel frattempo era nata Mirella che già da piccolissima girava per la fabbrica coccolata da tutti specialmente dalle operaie. I figli saranno pure ‘pezzi ‘e core’ ma danno grandi preoccupazioni. Mirella a diciotto anni rimase incinta, l’interessato, tale Settimio non poté legalizzare la loro unione, era sposato, fra l’altro i componenti della sua famiglia e quella della consorte erano molto religiosi ed alcuni apparentati alla curia locale, conclusione la piccola Matilde ha il mio cognome. Ci sarebbero tante altre cose da raccontarti ma per ora…”Rosanna prese una mano di Alberto, dinanzi a quei ricordi si era commossa, una lacrima sul viso subito rimossa, Rosanna era stata ed era tuttora una dura. “Cara che ne dici se andiamo a pranzare al mio albergo in viale della Vittoria, prima passerò dal mio amico Giorgio produttore di Verdicchio.” Con Giorgio altra grande commozione, erano pari età ed anche lui aveva avuto problemi dalla vita, Giorgio non volle accettare l’invito a pranzo, capì che non era il caso. “Cara fa onore a stó piatto cappelletti ed anche al  brodetto, è favoloso, se non ricordo male sono afrodisiaci!” “Non sei cambiato, sei il solito…mi stavo domandando che tipo di vita avremmo condotto se ci fossimo sposati.” “Gros baise!” “Stai parlando con una signora!” “Con me saresti diventata una signora mignotta!” “Ho capito,  con la vecchiaia sei peggiorato ma mi piaci lo stesso, durante la mia vita ho avuto vicino solo uomini pedissequi, pedanti e niente affatto divertenti, tu riesci a farmi sorridere.” Allora ti recito il detto francese: ‘Femme qui rit est dejà dans ton lit!” “Io rido senza andare a letto…scusa sono una bugiarda, vorrei abbracciarti, il nostro incontro ha cambiato qualcosa in me, andiamo in camera tua, non voglio farmi vedere in casa da mia figlia e da mia nipote.” In bagno ognuno mostrò all’altro i segni della vecchiaia, ne risero abbracciandosi a lungo sul letto sin quando Alberto si appropriò della gatta di Rosanna e del suo clitoride portandola ad una orgasmo prolungato che lei aveva completamente dimenticato, stavolta la signora non riuscì a fermare le lacrime, erano di gioia. Passato il pomeriggio si fecero portare la cena in camera, una sostanziosa mancia fece dimenticare la loro presenza al  cameriere che si allontanò con tanto di inchino. “Cara Mirella sono ancora in compagnia di Alberto, voi due mangiate pure non so quando ritornerò.” “Mammina sei fuori allenamento, non svenire altrimenti dovremo portarti in ospedale!” Rosanna inaspettatamente rispose con una frase in inglese: ‘daughter of the bictch’ cosa che non era nel suo stile, fra l’altro aveva classificato se stessa in maniera volgare! La mattina Alberto fu svegliato da un fastidioso raggio di sole sul viso, guardò l’orologio erano le dieci. Sul comodino un biglietto da visita di Rosanna con tanto di numero del cellulare. Rimessosi in piedi, presentabile, mise sul satellitare dell’auto l’indirizzo della villa di Rosanna al Cavallotti, giunto dinanzi al cancello si appalesò un pastore tedesco particolarmente incazzato che latrava alla grande. Si era avvicinata Matilde che preso per la collottola il cane: “Tralla non fare casino il signore è un amico!” Pareva che la cagna avesse compreso le parole della ragazza. Aperto il cancello e sceso Alberto dalla macchina, Tralla prese ad annusarlo ed a scodinzolare. “ “Sta puttana, prima fa tanto di casino e poi…” “Nipotina non consideri il fascino profumato dello zio Alberto!” “Daremo il tuo nome ad un profumo per cani!” “Penso che dovrò spazzolarti il popò, con me non si scherza!” “Nemmeno con me so benissimo fare una cravatta!” Alberto ricordò,  la cravatta era una mossa di judo particolarmente pericolosa, in America aveva provocato la morte di uno judoca  ma non volle darsi per vinto. “Io indosso solo cravatte di classe, quelle disegnate da maestri napoletani, tu?” “Quelle insegnatemi da Nerina la mia maestra di fitness, quella che sta venendo verso di noi.“ Alberto la osservò: circa quarantenne, altezza nella media, robusta, capelli corti, faccia quadrata,  cipiglio duro, l’architetto capì subito di che ‘razza’ si trattasse, meglio averla amica. “Gentile signora, Matilde mi stava magnificando le sue doti ginniche, forse anch’io avrei bisogno di qualche lezione, dove si trova la sua palestra?” “Dopo un attimo di perplessità Nerina: “Non sono sposata, la mia palestra si trova all’Appannaggio’ tra via San Martino ed il Corso, quando vuole a disposizione.” Nel frattempo era giunta Rosanna: “Matilde sta attenta a Tralla, non vorrei…” “Ma quando mai, sta mignotta non fa altro che strofinarsi col tuo amico!” Tutti in giardino a godersi il fresco che pian piano stava scendendo dalle vicine montagne. Alberto era su di morale e si esibì in una battuta: “Sono in netta minoranza quattro a uno, chi passa dalla mia parte?” Rosanna: “Penso che resterai in minoranza, in tutto il mondo le donne sopraffanno in numero i maschietti in tutti i campi anche perché i signori uomini, sin dall’antichità si distruggevano la vita con le guerre invece di impegnarsi in pugne più piacevoli con le legittime o illegittime consorti!” ”Sei una scoperta, una femminista, solo che la situazione non è come tu la descrivi, ora i maschietti cucinano, lavano i piatti, cambiano i pannolini ai figli, talvolta anche lavano e stirano…” “Tutte fantasie, io non ne ho mai conosciuti di quella razza che tu descrivi e poi, sinceramente preferisco l’uomo che non deve mai chiedere!” Res cum ita sint, usando un termine siciliano ‘mi arrunchio’ ed alzo bandiera bianca,  sento un gorgoglio nel mio pancino che ne dite di…” Sistemato il pancino  di nuovo tutti in giardino col profumo del tabacco proveniente dalla pipa di Alberto. Nerina: “conosco questo tabacco è un Latakia siriano, lo fumava una mia amica.” Nessun commento, peraltro inutile, come si dice in gergo ‘tutti sapevano di tutto.’ Alberto capì che ‘il gatto sarebbe rimasto senza trippa’, salutò la compagnia e fece ritorno in albergo. Qui una sorpresa, incontrò un deliziosa ragazza vestita da cameriera: “Signore la vedo solo soletto, ha bisogno di un pó di compagnia?” Alberto maledisse la sua vecchiaia e: “La ringrazio ma sono stanco.” Pensiero della baby: Sei vecchio e non ce la fai più!’ Alberto si era accorto che Nerina, di sottocchio l’aveva osservato a lungo, si mise a ridere, era diventato il bersaglio di un omo donna, forse era stata solo un una sua impressione. La mattina dopo alle dieci bussò alla porta della palestra, dopo un po’ comparve la titolare, scapigliata e ancora sonnolente. “Cara apri gli occhi belli…” “Gli occhi belli avrebbero preferiti restare chiusi per un’altra oretta…dato che sei qui entra, vado a farmi un caffè, lo preparo pure per te.” La donna era sparita in fondo alla palestra dove c’era un mini appartamento. Alberto aspettò a lungo, la signorina si presentò  più rassettata e con i due caffè in verità deliziosi. “Sediamoci  sul divano, ieri mi hai incuriosito, di uomini non ne capisco gran che ma tu hai qualcosa che attira…chiudi gli occhi e, se ti va  accetta le mie avances. ‘Lo sventurato rispose’, Nerina prese possesso del suo corpo iniziando dal viso sino a i piedi, lunghi baci, piccoli morsi eccitanti, graffi forse questa era la sua tecnica con le femminucce? Fatto sta che ad Alberto ‘ciccio’ cominciò ad innalzarsi come non succedeva da tempo, destinazione finale una gatta dalle pareti robuste forse per  troppo allenamento! Poi avvenne l’imprevisto, l’imprevisto che si associa alla logica azione reazione che può cambiare il finale di ogni storia. Dinanzi ad Alberto ed a Nerina era comparsa Matilde che impallidì…senza pronunziare verbo sparì dalla circolazione, quelle erano corna anche se effettuate con un maschietto. Alberto restò ancora un po’ in ‘cocchia’ come si dice in dialetto marchigiano poi pian piano ‘ciccio’ si ritirò come pure il titolare. “Ciao cara, questo è il mio biglietto da visita, qualora dovessi venire a Roma…”un bacio come finale. Alberto preferì pagare il conto in  albergo, salire sulla Stelvio e prendere la via della capitale. Si fece guidare dal navigatore satellitare, la solita voce femminile gli suggeriva il percorso. Ad un certo punto dal telefonino uno squillo e dopo una scritta anonima: “Buon viaggio!’ L’autrice era evidentemente Rosanna che, ancora una volta aveva dimostrato la sua signorilità. L’arrivo di Alberto in via Margutta fu motivo di una festa fra tanti maschietti e femminucce affezionatissimi all’architetto il quale  commosso  abbracciò le ragazze, del sesso femminile ‘particolare’ aveva un ricordo …particolare.

  • 30 aprile 2020 alle ore 9:30
    Il duro mestiere di cognato

    Come comincia:  
    Più che un mestiere la definirei una missione, la missione del
    cognato. Che mestiere è quello del cognato? Il più duro del mondo,
    a mio parere. Scordatevi i luoghi comuni: i minatori, gli
    scaricatori di porto, i camionisti, gli infermieri al tempo delle
    pandemie, tutte balle. Il mestiere più faticoso è il mio, ne
    volete una prova? Prima le presentazioni, come da etichetta:
    Alberto da Roma, primogenito di sei figli, l’unico di sesso
    maschile all’anagrafe. Provate a immaginare cosa significhi
    crescere con cinque sorelle cinque, al tempo della dittatura del
    matriarcato. Eppure sono sopravvissuto, anche se per farcela ho
    dovuto mimetizzarmi con l’ambiente, imparare l’arte della cucina,
    del trucco e del parrucco e specializzarmi in chiacchiericcio e
    gossip. E sapeste quanto m’è servito!
    Poi le sorelle hanno raggiunto l’età da marito. Tutte da dieci in pagella come bellezza, per passare il tempo nelle serate d’inverno di tanto in tanto si organizzava una sfilata, una Miss Italia in salsa familiare, un concorso di recitazione. Non ricordo quando ho deciso di fare il cognato a tempo pieno: non so nemmeno, anzi, se posso esibirlo come mestiere sul biglietto da visita.
    Cognato di Tizio e Di Caio, di Sempronio, di Gianfranco e di Antonio: le feste di famiglia vanno convocate dal presidente del Senato, visto che quello della Camera, vi partecipa di diritto? Il sabato e la domenica prima delle elezioni, le riunioni di famiglia possono essere indette senza incorrere nelle sanzioni previste dalla legge?
    Procediamo con ordine: da giovane ero un ribelle che si occupava di politica; manifestazioni, dazebao, slogan, scontri con la polizia erano il mio pane quotidiano. Mi sforzavo di fare opera di proselitismo, con poca fortuna: solo le sorelle più grandi mi davano retta, seguendomi alle manifestazioni, per convinzione o per rimorchiare qualcuno; il leader del movimento, un aitante poliziotto della Celere, un vip di passaggio incuriosito dai colori del corteo.
    Una mattina ero davanti a Montecitorio, per protestare contro l'ennesima stangata di fine anno, la solita finanziaria lacrime e sangue: i deputati attraversavano la piazza alla spicciolata; quelli della maggioranza con il bavero alzato per non farsi riconoscere e la coda tra le gambe, quelli dell'opposizione col sorriso a trentadue denti stampato sul volto, in gruppi di dieci a fare la ola come allo stadio.
    Massimo era un peones ossia un esordiente della politica che volle concedersi un bagno di folla come un leader affermato: trovatosi davanti le curve e le grazie della maggiore delle mie sorelle, però, non poté fare altro che arrossire come un liceale dinanzi alla ragazza dei suoi sogni. Balbettò, incespicò sulle parole, farfugliò qualcosa, ma riuscì ugualmente a fornire a Marcella-questo il suo nome- indirizzo mail e numero del cellulare. Corteggiamento, fidanzamento e matrimonio seguirono in rapida sequenza e fu così che ebbe inizio il mestiere di cognato.
    I passi successivi furono più facili: ben introdotta nei salotti della politica, grazie al matrimonio, a Marcella non fu negato di farsi accompagnare a turno da sorelle non meno attraenti e appariscenti di lei. Le proposte fioccarono: gli onorevoli già sposati promisero attici in centro e auto di grossa cilindrata, ma solo per una relazione clandestina. Non mancarono gli imprenditori prestati alla politica che proposero ville ai Caraibi o in Costa Smeralda, comparsate in televisione e cessione di quote consistenti di azioni della propria azienda.
    Il consiglio di guerra fu riunito in seduta permanente per vagliare le candidature dei futuri consorti: chi spingeva per scegliere i pretendenti più ricchi, chi come me si sforzava di preferire coloro che avevano maggiori probabilità di fare carriera e di arrivare ai vertici della politica.
    Fu deciso di valutare le candidature di parlamentari di maggioranza e opposizione, in modo da proteggersi dai capricci dell'elettorato e dalla pratica dello spoiler system. La scelta cadde su un deputato del Fdi, uno della Lega per il centrodestra, uno del Pd e uno della sinistra radicale.
    E furono cerimonie sfarzose, quasi matrimoni di Stato, per il numero di deputati e senatori, di generali delle forze Armate, di ambasciatori e di alti funzionari presenti. A me toccò la regia degli eventi e mettere d'accordo cognati tanto diversi e diffidenti richiese capolavori di diplomazia.
    Il bello, però, venne dopo, servì un lungo lavorio ai fianchi delle sorelle per farmi rivelare quelle confidenze e quei retroscena di cui si nutrono giornali e riviste e che sono disposti a pagare a peso d’oro.
    Nel tempo restante, poi, c’erano case da visitare e costruttori da contattare: fosse stato per loro, i miei cognati intendo, mi avrebbero liquidato con due stanze male arredate a Canicattì o a Soresina.
    Poi soffiò forte sul nostro paese il vento dell'antipolitica e fu l’inizio della disfatta: senza più sorelle da sposare, con i cognati in fase di avanzata rottamazione, divenne problematico persino sbarcare il lunario. Per me cui non spetta un generoso vitalizio o una pensione d'oro capace di farmi dormire sogni tranquilli per l'intera vecchiaia.
    Urgevano soluzioni originali, per non essere costretto a imparare il mestiere di barbone, dopo quello più redditizio di cognato dei potenti.
    Decisi di cambiare mestiere, in fondo anche quello di suocero pensai, non era male. Come fare, però, senza avere figli e meno ancora figlie in età da marito? Adottare una figlia vicina alla maggiore età, ecco la trovata geniale… magari una ragazza carina e sveglia, da far convolare a nozze, a ridosso delle elezioni, con un candidato dei grillini, scegliendolo tra i più giovani e ingenui del lotto. Bastò una raccomandazione in fondo per accelerare le pratiche di adozione, pratica ancora in auge anche in tempi di furori anticasta.
    Consultai mia moglie, tornai a riunire il consiglio di guerra, cognati di grido compresi: per elaborare un piano e per adottare strategie adeguate alla nuova realtà della politica.
    La Dea bendata non mi abbandonò: nella lista delle adozioni scovai due gemelle diciassettenni, l’ideale per sposarne una con un deputato di maggioranza e l'altra con un rappresentante dell'opposizione, ammesso che si riesca a distinguerle maggioranza e opposizione, a queste latitudini.
    Il piano riuscì alla perfezione: ungendo le ruote giuste, scucendo fior di bigliettoni, battei il record mondiale di velocità delle adozioni. Poi ecco pronto il nuovo piano: le gemelle, due ragazze belle e sveglie, senza peli sulla lingua, disposte a tutto per raggiungere ricchezza e popolarità, lo avrebbero eseguito alla perfezione. La scrematura dei candidati non fu semplice, quello che fu disastrosa fu la gestione dei contatti e delle trattative. Come potranno fare questi figuranti a rappresentare gli interessi della nazione? Gente senza cultura, preparazione e persino identità sessuale.
    Pur abbassando l'asticella il risultato fu lo stesso: sembra che in certi ambienti, ormai, imbattersi in un eterosessuale sia come cercare un ago in un pagliaio.
    E le gemelle? Con chi avrei potuto sposarle se anche dalle parti di Arcore, ormai, si trovavano veline in mobilità, soubrette che tiravano avanti col sussidio di disoccupazione e consigliere regionali in svendita su Ebay?
    Mi guardai intorno demoralizzato: cosa sarà mai successo a questo paese nel giro di qualche anno appena, per costringermi a fare ciò che non avrei mai pensato. Andare a lavorare.  
     
     
     
     

  • 29 aprile 2020 alle ore 19:19
    Una sera, al LonginBar

    Come comincia: Quella sera ci si organizzò per andare in un locale "dalla musica carina ed allegra", avrebbe detto Emil ma io avrei descritto con "piccolo ma confortante."
    Si era preparata a festa Emil, sorridente ed allegra come sempre (lei si che sapeva come tenere alto il morale di tutti).
    Aveva aperto da poco un locale sulla strada che faceva angolo tra il Soviet Dream ed il Pittaroom, il suo nome era LonginBar.
    Musica dal vivo, gruppi di giovani neri e bianchi sparsi ma uniti.
    Me ne aveva parlato molto bene un caro amico che vi era stato parecchie volte: "Devi assolutamente venirci, Denny, è molto alla mano! E c'è musica, ci sono balli, ottimi drink! E a noi cosa piace? La musica e, molto di più, i drink!" Mi disse Phil, un uomo ma una donna al tempo stesso! Grande amico, ottimo ascoltatore.
    Fu così che una sera decidemmo di andarci, io ed Emil con Phil e Gray.
    Ci vestimmo di tutto punto e via, spediti a bere un drink in questo nuovo rinomato locale. Piccolo ma piacevole, tavoli e sedie in legno intagliato, pavimento opaco di un bel colore smeraldo, luci soffuse, palchetto ben organizzato; il proprietario era un uomo tutto d'un pezzo! Grosso, robusto, un omone! Con sempre il cappello e folti baffi, sorridente ed ospitale. Quella sera suonava un gruppo di un posto lì vicino, i "Boomerang", musica jazz molto dinamica. Ci sedemmo ad un tavolo posto al centro della sala ed ordinammo da bere. Emil non era in se dalla felicità; indossava un abito che sicuramente non le rendeva giustizia, di un blu notte a tratti nel verde, un cappellino a fiori viola ed un sorriso che illuminava. 
    Bevemmo un paio di drink, forse tre o quattro e via, partimmo in una serata di vero divertimento. Si ballava e si rideva, mi perdevo negl'occhi di Emil e negli abbracci di Phil mentre Gray parlava d'affari, mezzo sbronzo, con un uomo del tavolo affianco. 
    Quella gatta morta di Phil agganciò, ad un certo punto della serata, un uomo dai gusti promiscui con cui parlò tutto il tempo, civettava e si dilettava. Dal tavolo, Gray passò al bancone; bevve un paio di whiskey chiacchierando con il proprietario, Phil si congedò per andare in intimità con il tipo conosciuto, io ed Emil ci guardavamo mentre l'ultimo goccio di amaro scendeva nelle nostre gole. Ci prendemmo per mano, salutammo Gray ormai ubriaco, intento a seguirci verso la porta e tornammo nei nostri appartamenti.
    Che notte che fu; pensare che non era neppure mia Emil ma di un altro chissà chi, con un nome, magari, ma che io, di certo, non conoscevo. 
    Ma tanto i miei cari amici erano così, chi più chi meno! A parte Gray, uomo più dedito al lavoro del governatore stesso. Ne sapeva sempre una più del diavolo e, ad un certo punto, mi venne anche da pensare che, magari, il diavolo era lui.
    Ma intanto, in tutta quella bella serata, arrivato a casa non potei che pensare ad una sola cosa: chi ha pagato tutti i drink che avevamo preso? 
    Risi, risi tanto mentre abbracciavo il bel corpo di Emil che, nel mio pensare, si era assopita come una bambola sorridendo serena. 
    Mai più tornato al LonginBar ma lo consiglio, vivamente. 

  • 29 aprile 2020 alle ore 16:56
    Simulazione: Un caso

    Come comincia: Buongiorno.
    Buongiorno a lei.
    Si sieda pure, prego.
    La ringrazio. (Si siede)
    Come si chiama? 
    Tommaso.
    Salve Tommaso, io sono Alberto. Quanti anni ha,Tommaso?
    Quaranta.
    Che lavoro svolge?
    Operaio presso una ditta di pulizie. (si sfrega le mani)
    Si sposta molto per lavoro?
    Abbastanza.
    Svolge questo lavoro da parecchio tempo?
    Abbastanza.
    Mi definisca abbastanza.
    Ecco, non so, saranno più o meno venti anni o poco più.
    Le piace il lavoro che svolge?
    Non saprei.
    Si spieghi meglio.
    Lo faccio da così tanto tempo che, ormai, è quello.
    È sposato, Tommaso?
    Si.
    Ha figli?
    Due.
    Che lavoro fa sua moglie?
    Segretaria in uno studio legale, si chiama Gilda. (Si sfrega le mani)
    A Gilda piace il lavoro che svolge?
    Mah, penso di sì. 
    Suppone o crede che veramente sia così?
    Non saprei, penso sia così. (Si sfrega le mani)
    Chi si occupa dei suoi figli? Immagino che Gilda abbia molto lavoro da fare.
    Mia madre. Vive con noi da diversi anni, quindi mentre noi siamo a lavoro, lei si occupa di loro.
    Sua madre quanti anni ha?
    Settanta.
    Vedova?
    Si. (Si sfrega le mani)
    Da quanto tempo?
    Penso cinque, sei, sette anni. (Si sfrega le mani) Posso andare un attimo in bagno?
    Certamente, si accomodi. 

    Tommaso, posso chiederle come mai ha deciso di venire da me?
    Mia moglie crede che io abbia un problema (si sfrega le mani) crede che abbia bisogno di parlare con qualcuno.
    E sua moglie che problema crede che lei abbia?
    Dice che il lavoro mi sta ammazzando.
    Per quale motivo Gilda pensa questo?
    Perché anche a casa sono molto preciso nel pulire e, ammetto, spesso rimprovero i miei figli di non prestare molta attenzione alla pulizia generale. Ma l'igiene è importante, penso, è giusto tenere tutto pulito. Mi piace che sia tutto in ordine, che profumi, che ogni cosa venga purificata, in un certo senso. Ma lei crede che sia sbagliato. Ma io non sono d'accordo. Posso andare un attimo in bagno? (Si sfrega le mani).
    Certo, prego. 

    Soffre di Pollachiuria?
    Non capisco.
    Sente spesso il bisogno di urinare?
    Oh, no, no. Come le ho detto, mi piace che le cose siano pulite e profumate, quindi preferisco che le mie mani siano sempre pulite. Guardi, senta, sono pulite!
    Capisco. È una cosa che le dà sollievo? Come la fa sentire?
    Contentissimo. Sollevato. Come se non ci fosse peccato!
    Come mai ha usato l'espressione "Come non ci fosse peccato"?
    Quando una cosa è immacolata, non so se mi spiego. Pura, incontaminata! Come quando sono a lavoro; appena finisco di pulire, ricontrollo tutto per vedere se ho fatto un ottimo lavoro senza lasciare tracce di contaminazione.
    Capisco.
    Guardo bene sui tavoli, le mattonelle, mi abbasso sul pavimento. Immacolati se si pensa a quante persone toccano un tavolo e quante camminano su un pavimento. Così sporco e lurido e poi quando passo io, tutto è pulito e profumato. Come fosse stato sempre così! Mio padre diceva sempre che la pulizia è sacra. Più teniamo pulito tutto, più noi stessi siamo lavati e puliti dal peccato. Come se niente avesse cambiato lo stato di qualcosa.
    Quando tempo fa è venuto a mancare suo padre?
    Abbastanza. (Si sfrega le mani più frequentemente)
    Mi descriva abbastanza.
    Dieci, undici, dodici anni. (Si agita sudando)
    Vuole andare in bagno?
    Si, grazie. 

  • 29 aprile 2020 alle ore 13:48
    Io, Carl e Jessy

    Come comincia: Il sole era alto ed era anche caldo, una normale giornata estiva dove acqua e sudore andavano di pari passo.
    Io, Carl e Jessy decidemmo di andare a fare un giro sul lago posto a pochi isolati dalle nostre abitazioni; ci si andava spesso in quelle giornate, lavoro permettendo.
    Pranzo al sacco, camicina, bicicletta e via verso la natura soleggiata che ci attendeva scalpitante quanto noi.
    Arrivati al lago, incredibile fu notare che non vi fosse nessuno!
    Ci adagiammo sotto un pesco fiorito, stendemmo coperte e corpi e baciammo il sole come dei poveri disgraziati.
    Carl tirò fuori le birre, Jessy l'abbronzante ed io mi tuffai allegramente iniziando a cantare qua e là come un coglione.
    Partì il momento "ricordi", risate e sfottò vari; Carl mi seguì in acqua mentre Jessy ci scattava foto ridendo come un'oca.
    Quelli sì che erano momenti unici, i migliori che potevo mai vivere in giornate asettiche e vuote. Guardavo Jessy contorcersi dalle risate per le battute di Carl e lui che s'inventava di tutto pur di farla ridere. 
    Trovai una roccia abbastanza alta dove poterci ben tuffare ed urlai Carl per farmi seguire. Iniziammo ad improvvisare tuffi olimpionici, a sfidarci animatamente per proclamare il più bravo ma ottenemmo solo alzate d'acqua a caso e segni sul corpo. A competizione finita, esausti, ci stendemmo sulle coperte per prendere fiato tra un sorso di birra e l'altro, stanchi ma contenti.
    Jessy iniziò a raccontarci della sorella che sarebbe partita dopo l'estate, con dubbi e rammarichi annessi; Carl ci raccontò di quanto lo stato mentale della madre stesse degenerando ed io, nel mio silenzio, avevo raccontato la disagiante situazione di vivere in un posto in cui non volevo stare. Che trio eravamo, gli amici di una vita che avrei perso sicuramente.
    All'improvviso, dal sole estivo e dalla brezza serena, il cielo iniziò a coprirsi e capimmo che era in arrivo un temporale; ci guardammo tutti e tre, ci alzammo e iniziammo  a togliere tutto ridendo e cantando "Singing in the rain" di Gene Kelly. Arrivati vicino casa, ci scambiammo saluti vari a caso e di fretta, posai la bici e rientrai. Corsi in camera a cambiarmi i vestiti e diedi uno sguardo alla finestra; pioggia sottile come lame ma così dolcemente lieve cadeva dal cielo plumbeo; da un lato un raggio di sole che solo ed unico riuscì a durare. 
    Ad un tratto mi venne in mente di aver dimenticato la camicia al lago, che rincoglionito ero stato ma me ne feci una ragione subito dopo. Cose che accadono, mi dissi.
    In quel preciso momento mi arrivò un messaggio da Carl in cui si dilettava in tenere parole verso Jessy e, dall'altro lato, Jessy che mi ricordava di aver scordato la camicia al lago. 
    Risi tanto per tutte e due.
    Che strana giornata, pensai, un attimo prima il sole ci sorride e, l'attimo dopo, la pioggia spazza via tanta luce. 
    Tirai un lieve sbuffo, dopodiché mi misi al computer e scrissi di quella giornata.
    Iniziava un po così:
    Il sole era alto ed anche caldo, una normale giornata estiva dove acqua e sudore andavano di pari passo..

  • 29 aprile 2020 alle ore 9:09
    I TRE DIAVOLETTI

    Come comincia: Era un palazzo nuovo quello di cinque piani  inaugurato di recente in via Amercio Vespucci ad Ostia,  un palazzo di lusso  in cui giungeva la sempre piacevole brezza del  mare.  I proprietari degli appartamenti, tutti facoltosi erano un coacervo di razze e di nazionalità. Lewis, pilota della British Airwais aveva scelto quella località per allontanarsi dalle nebbie londinesi, la sua era una storia particolare: vedovo con tre figli aveva conosciuto in Giappone Ayana e l’aveva assunta come baby sitter o seconda madre come nel suo caso, la ragazza parlava varie lingue fra cui l’italiano e l’inglese. Aveva accettato con entusiasmo di trasferirsi in Italia, era molto amante della storia romana. I tre bimbi: Jason, Joe e Jerry rispettivamente di otto, sei e quattro anni  non erano degli angioletti, ci voleva tutta la forza e l’autorità di Ayana per tenerli a bada. Stranamente  a scuola  erano attenti, educati, disciplinati ma fuori si scatenavano, purtroppo avevano imparato molte parolacce, per fortuna in inglese e così si salvavano le orecchie di molti italiani. Al quinto piano del palazzo era  venuta ad abitare anche Ambra, trentacinquenne che poteva definirsi signorilmente bella. Insegnante di materie letterarie  aveva vinto il concorso in una scuola media al Lido di Roma ed aveva preferito non viaggiare da via Margutta  dove possedeva un bellissimo attico. C’era un motivo di quell’allontanamento dalla capitale: per anni Ambra aveva avuto una relazione con Fulvio squattrinato pittore. Dopo vari tradimenti, Fulvio aveva stretto  definitivamente ‘amicizia con Lucilla molto più giovane di lui con l’ovvia conseguenza che Ambra la prese  male  pronunziando, per la prima volta in vita sua una frase volgare “pittore del c…o, vai a farti f…re .” All’inizio tutti i proprietari di un nuovo stabile si sentivano un  po’ spaesati. Ambra conobbe  Ayana ed i tre fratelli inglesi sul pianerottolo, i giovani avevano salutato la nuova conoscente in maniera del tutto british dandole la mano con un  inchino e pronunziando la classica frase: ‘Nice to meet you’ seguita dal proprio nome, buona la prima impressione. Ayana: “Noi stiamo andando in spiaggia, abbiamo la fortuna di avere il mare vicino,  lei?” “Anch’io, ci faremo compagnia.” Nello stesso capanno Ayana, Arianna, Jason, Joe e Jerry indossarono a turno i costumi,i ragazzi tutti insieme imbastendo la solita buriana redarguiti da fuori da Ayana. Per far passare le fatidiche tre ore dopo l’abbondante colazione all’inglese, Jason, Joe e Jerry  mescolando la sabbia con acqua impiantarono la classica pista da spiaggia  molto ben fatta tanto da attirare l’attenzione degli altri bagnanti, erano stati proprio bravi. Cominciò la sfida fra i tre fratelli con le palline di vetro che correvano veloci spinti da un colpo del dito medio. I ragazzi presto si stancarono e lasciarono via libera agli altri bagnanti. “Ayana è l’ora.” Jason in un attimo superò i primi metri di acqua bassa per poi sparire più a largo. Ambra lo guardava affascinata, lei era una ‘gatta’ non amava particolarmente nuotare anzi non sapeva proprio nuotare;  dopo due minuti si mise in apprensione: “Ayana il ragazzo non è riemerso dall’acqua, che gli è successo…”  “Non ti preoccupare, sono dei pesciolini.” Ed infatti Jason ricomparve in superficie soffiando un grande sbuffo di aria come una piccola balena. Anche i due fratelli lo seguirono in mare sotto lo sguardo perplesso e preoccupato di Ambra.  Ad un certo punto Jason: “Can we call miss aunt?” Ayana si mise a ridere e comunicò la richiesta, traducendola in italiano:  “Sarà piacere nostro insegnarti a nuotare vero zia Ambra?” “E qui ti sbagli, sono come le gatte, aborrisco l’acqua.” Risposta di Jason: “Never say, never again!” La zia preferì non replicare, aveva compreso il senso della affermazione del giovane. Nei giorni seguenti i tre presero più confidenza con la zia tanto da indurla, pian piano ad avvicinarsi alla battigia fino ad entrare in acqua sino alla cintola. Ayana era in apprensione vedendo i quattro allontanarsi sempre più dalla spiaggia ma, miracolo miracolo Ambra aveva preso tanta confidenza col liquido marino da riuscire a nuotare in parte sorretta da Jason.  A tavola la situazione era cambiata,  Lucilla la cuoca preparava ottimi piatti romani, Ambra cercava di evitare gli eccessi, non voleva perdere la linea. Una novità: il piccolo Jerry una volta si installò sulle gambe della zia e chiese di essere imboccato. Ayana stava per intervenire ma Ambra: lascialo fare, forse gli manca la mamma. Forse non  era il concetto giusto perché il piccolo,  ridendo mise una mano dentro la scollatura di Ambra toccandole una tetta. Intervenne Ayana che prese Jerry per un orecchio e: “Little pig apologize to Ambra!” “Non fa niente.” Il piccolo rimediò un bacio in fronte della parte della zia. Qualcosa di inaspettato accadde un pomeriggio quando Ayana fruì della doccia di Ambra per mancanza di acqua del suo serbatoio. Ambra aveva urgente bisogno di usare il suo bagno, entrò e si trovò dinanzi Ayana nuda ma con qualcosa di non previsto…un pene lungo e duro, un trans. Nessuna delle due commentò la situazione erano imbarazzate, meglio il silenzio che non fa domande che può dare una risposta a tutto. La situazione cambiò col ritorno  di papà Lewis. Stile irreprensibile, atteggiamento ironicamente distaccato, ricercato nel vestire fece buona impressione ad Ambra che però dimostrò indifferenza, non aveva alcun a intenzione di allacciare una relazione sentimentale, aveva un pessimo ricordo dei maschietti. Anche Lewis non era grande amico dell’acqua e così si trovarono in mare in cinque con i tre a prendere in giro il papà e la zia. Ayana sotto l’ombrellone era di pessimo umore, non sapeva come avrebbe agito Ambra, la considerava troppo conformista. Il suo atteggiamento non cambiò a tavola, ormai mangiavano sempre insieme tutti e sei, anche ai ragazzi che stavano crescendo di giorno in giorno era permesso assaggiare il vino dei Castelli Romani annacquato in acqua minerale. Ambra, per migliorare l’atmosfera una sera andò nella camera di Ayana e: “Ti vedo preoccupata, non aver alcun timore, ti dico che gli ermafroditi sono sempre esistiti, i greci avevano addirittura una dea, Cibele non si cambia la natura delle persone anzi, sai che ti dico, sono incuriosita come possa essere il contatto con un transgender, se permetti te lo prendo in mano…” Che la mente umana sia imperscrutabile è cosa nota, Ambra contro tutti i suoi principi aveva cominciato a ‘massaggiare’ il ‘ciccio’ di Ayana che era diventato quanto mai ‘tosto’ e, cosa ancora più strana pian piano prese ad immetterlo nella sua cosina a digiuno da tempo, poco dopo se la trovò inondata ma non smise, aveva riprovato le gioie di un orgasmo prolungato. Ci volle del tempo per riprendersi e ritornare nella propria stanza,  La zia non si sentiva affatto  a disagio, anzi si sentiva euforica, era stato sbagliato il suo precedente rapporto col  pittore Fulvio. Quando incrociava Ayana sentiva una voglia sessuale crescere dentro di sé, ormai quasi tutte le sere aveva preso l’abitudine di passare nella stanza della giapponese che ricambiava le sue ‘affettuosità’ sessuali usando anche il popò di Ambra, altra novità per quest’ultima. Il movimento non passò inosservato  al pilot in  command che scoprì le due signore in piena ‘pugna’.Rispettando il suo aplomb:  “J can join you?” , senza porre tempo in mezzo si infilò nel primo buchino che si trovò dinanzi, era quello di Ayana che si stava ‘facendo’ Ambra, venne fuori un trenino...che correva nei binari quasi tutte le notti, c’era pure il ciú ciù di un’Ambra sempre più presa dal fascino  sessuale della situazione che però… dopo trenta giorni: “Lewis questo mese non mi son venute le mestruazioni!” Cosa fanno in questi frangenti i maschietti, gridano felici: “Sarò padre!” Quando mai: “Mi hanno richiamato in servizio, “good luck.” e sparì dalla circolazione. Ambra si recò a Roma da un ginecologo che le confermò la prossima maternità. Prendendo spunto dalla lingua che insegnava a scuola nella mente di Ambra: ‘summa confusion in animo segnavat’ Solo Ayana le stava vicino, chi era il padre del futuro erede, tralasciando il  classico ‘mater sempre certa…Ambra sperò vivamente che non nascesse un bambino con gli occhi a mandorla, come spiegarlo ai ragazzi? Ambra era tutto un interrogativo peggiorato quando il pancione divenne ben visibile ed i tre ‘sun of a bicht’ cominciarono a prendere in giro la zia:”The aunt is pregnant!” rimediando schiaffoni da parte di Ayana quando riusciva a raggiungerli!  Ylenia nacque in una clinica Romana, pareva assomigliasse molto alla madre, appena nati i lineamenti dei bambini sono difficili da decifrare, in ogni caso non aveva gli occhi a mandorla. Per i tre fratelli era un bambolotto da accarezzare e curare, sembravano dei piccoli papà, Ylenia apprezzava molto le coccole dei tre che ne frattempo erano diventati dei giovanotti, ora erano loro gli zii.  Lewis avuta la notizia per telefono si limitò al solito ‘good luck’ non chiedendo nemmeno se ci fossero delle somiglianze, le sue passioni erano il volo e le assistenti al volo!

  • 28 aprile 2020 alle ore 12:03
    RIBIGEIR CERCASI (da GOL ALLE PORTE DEL SAHARA)

    Come comincia: “Piedone! Bassettino! Sdentato!”
    Lo chiamano in tanti modi il nostro amico Ribigeir.
    “Non sarò il bellone ADONE, ma faccio numeri da campione quando tiro col pallone.”
    “Bla, bla, bla. Che SIM–PA–TI–CO–NE! Dai Ribigeir, ma dove ti sei nascosto?”
    “Sono qui!”
    “Dove?”
    “Lì!”
    La PALLA rotola e Ribigeir la insegue in cortile, al parco, in palestra, sulla neve, sulla sabbia... Qualsiasi TERRENO DI GIOCO va bene.
    “Hey, stai calma palla!” la chiama Ribigeir.
    Quella, però, ha fretta e sfreccia fino al cielo come una SAETTA.
    Ribigeir riuscirà a raggiungerla?

  • Come comincia:  Le due si spostarono velocemente (erano al binario tre, infatti, all'altro capo della stazione): avevano i minuti contati prima che il treno, già fermo da un quarto d'ora sul binario, partisse. Così, senza neanche ascoltare gli annunci, al volo si imbarcarono (o meglio "intrenarono"), alle undici e zero zero (il treno partì puntualmente, ed era cosa insolita se no rara per quelli italiani... - "alla maniera svizzera!": avrebbe probabilmente affermato Toshiro Mifune, il più famoso ed il più bravo attore giapponese contemporaneo, se fosse stato ancora vivo e si fosse, casomai, trovato insieme alle due ragazze in quel momento): destinazione Bari, sud dell'Italia (in Puglia, appunto). Da lì, avrebbero poi raggiunto Brindisi per imbarcarsi (e no intrenarsi, questa volta!), successivamente, (la partenza prevista per la domenica a seguire) sul traghetto per la Grecia. Infatti, Pam e Reby, per celebrare e consacrare la amorosa passione che da tempo le legava, oramai, avevano deciso di andare ad amarsi ancora una volta (e poi "sposarsi": ovvero rendere materialmente indissolubile la loro incestuosa unione) nel posto più consono ad esse ed al contempo il più profano esistente sulla faccia della terra; cioé, proprio quello in cui l'amore omosessuale femminile era stato consacrato a livelli altissimi di arte e bellezza: (a) Lesbo, l'isola greca nel mare Egeo di fronte alla costa anatolica, la maggiore delle isole egee (quattro volte più grande di Lèmno, quaranta di Agiostrati!); quella in cui nacque, visse e regnò artisticamente la poetessa dell'amore (e degli effetti amorosi, e della gentile ed amorosa tenerezza), chiamata Saffo, che vi creò una scuola per le figlie dell'aristocrazia...e lì ardentemente amò amiche e scolare: il suo amore, tuttavia, mai trascese nel peccaminoso e nell'illecito o nella volgarità, ma restò sempre permeato da un'alone di eleganza, delicatezza, soavità e candore. Sul treno Pam tirò fuori dal suo tascapane un librino (non più di venticinque, trenta pagine: erano i "Frammenti" di Saffo, appunto) e cominciò a leggere ad alta voce:
                                                   
                                                         Belli ti guidavano
                                            e veloci i passeri sulla terra nera
                                             con rapido palpito d'ali dal cielo
                                                               per l'aria.

     Sono alcuni passi dell'inno ad Afrodite scritto da Saffo per invocare, tramite la dea (appunto) il ritorno a lei d'una fanciulla che l'aveva abbandonata. Lasciano trasparire tanto delicatezza, quanto mitezza di sentimenti.
     - Dei versi bellissimi, mio dolcissimo amore! - disse Reby. Poi mise il braccio destro intorno al collo della compagna, lasciò  cadere il capo sulle sue spalle e si addormentò. Pam, allora, accarezzò con la mano sinistra i capelli dell'altra e riprese a declamare:
     
                                                       Presto giunsero e tu, o beata,
                                                       sorridendo nel viso immortale
                                                      chiedevi: perché ancora soffrire,
                                                            perché ancora invocarla,
                                                   che cosa per me sperare che accadesse
                                                        alla mia folle anima, chi ancora
                                                        persuadere a stare al tuo amore? 

     Infine si fermò e disse tra sé e sé: - Riposa pure, amor mio! - poi, poggiò la testa ed il mento sullo schienale del sedile e chiuse anch'essa gli occhi (senza, però, prender sonno). In prossimità di Brindisi (era il paese di Mesagne, una quindicina di chilometri distante dal capoluogo pugliese) Reby si risvegliò e Pam fece:
     - Ben tornata, bellissima; hai dormito per un po', sai? Hai fatto proprio una bella tirata. Sei stata quasi puntuale, come una sveglia: ci siamo quasi, oramai...Reby, allora, la interruppe (come spesso accadeva le aveva letto nel pensiero), ed esclamò con gioia: - Eppoi la Grecia, che ci aspetta a braccia aperte e noi a braccia aperte l'abbracceremo, vero?
     - Certo, Reby, - rispose Pam, - lo faremo: puoi starne certa e non solo la Grecia abbracceremo!
     Non appena ebbe pronunciate quelle parole, Pam poggiò la mano destra sul viso di Reby, e dopo averlo accarezzato con estrema dolcezza avvicinò la sua bocca a quella della compagna e la baciò. Intanto, la voce dell'altoparlante sul treno preannunciava: "Siamo in arrivo alla stazione di Brindisi, il treno è in arrivo alla stazione di Brindisi, fine..." Pam sovrappose la sua voce a quella - Dolce mio amore, ti desidero come non mai!
     Le due si ricomposero, il treno nel frattempo entrò in stazione a Brindisi. Pam scese per prima, come a Roma (era abbastanza superstiziosa, sin da piccolina), ed entrambe, poi, mano nella mano (come al solito), si avviarono all'uscita. Il tempo era bello (suonavano già le diciotto eppure il sole brillava ancora in cielo come al mattino presto). Pam chiese ad un passante:
     - Scusi, per il porto?
     - Sempre diritto avanti a lei, signorina: dieci minuti di strada e siete arrivate.
     - Grazie, - rispose.
     Le ragazze imboccarono dapprima corso Umberto I°, la grossa arteria che taglia in due il centro cittadino eppoi, all'incrocio con piazza del Popolo, si incamminarono su corso Garibaldi. Appena cinque minuti dopo furono alla stazione marittima, di fianco al Seno di Levante (la parte interna e chiusa del porto); la partenza per la Grecia era prevista per il pomeriggio del giorno dopo, la coda alla dogana, tuttavia, sembrava lunga come l'infinito. Pam fece a Reby:
     - Sai, penso che faremo notte, piantate quì!
     - Non preoccuparti! - ribatté Reby. - In fondo neanche le attese sono fatte per non consumarsi...nulla dura in eterno; eppoi ci aspetta lui, ci aspettano loro: a braccia aperte, vedrai!
     Evidentemente, si riferiva al mare greco che nei giorni successivi avrebbero dapprima solcato e veduto, poi anche annusato, ed anche all'isola di Lesbo che avrebbero finalmente toccato con mano, non solo col pensiero, lei e la compagna. In effetti aveva ben ragione Reby; il tempo di attesa per espletare le formalità dell'imbarco, alla dogana, fu meno lungo del previsto: poco più di un'oretta e mezza e le due erano belle e libere.
     Decisero di pernottare all'aperto, sotto il cielo dell'antica Brundisium (i romani la collegarono direttamente a Roma con le vie Appia e Traiana, punto di arrivo e di partenza dei traffici con l'Oriente: era quì, appunto, che si brindava pria di lasciare le sponde italiche). Piazza Vittorio Emanuele, quella tutta infiorata di fronte alla Capitaneria di Porto e dove, solitamente, i turisti trascorrono le ore precedenti gli imbarchi, era già "sold-out": pullulava, cioé, di sacchi a pelo e bivacchi vari.
     - Santo cielo! - esclamò Reby. - Sembra di essere su un campo di battaglia con tanti morti e feriti sopra!
     Pam, allora, la afferrò per un braccio e le disse:
     - Dai, andiamo, non è mica la fine del mondo! Li c'é una panchina libera, vedi? Ci piazzeremo vicino a quella. Una panchina sulla piazza, infatti, era rimasta (sorprendentemente) proprio sola, soletta...libera ed illesa; miracolosamente scampata all'onda vacanziera della stagione quasi estiva: di certo poco anomala da queste parti. Le due, così, vi si avvicinarono e cominciarono, in tutta calma (ossessiva, quasi certosina e flemmaticamente inglese!), e dopo avervi pure poggiato sopra il resto dei bagagli, a srotolare i sacchi a pelo dentro cui si sarebbero infilate di lì a poco. Erano intanto giunte le ventidue, prima di mettersi a "letto"...per dormire, fecero abbondante cena a base di scatolame freddo (carne, legumi e mais) e birra calda (era talmente calda ed abominevole che una tazza di buon brodo, chissà, soltanto tiepido, sarebbe risultato di certo più consono ed intonato allo scatolame!).
     - E' una cena coi fiocchi! - sarcasticamente esclamò Pam. - Una vera e propria cena "nature"!
     - Sì, lo é! - fece l'altra di rimando. - Vedrai che non la dimenticheremo tanto facilmente né tanto presto!
     La cena non fu certo il massimo e non sarebbe stata indimenticabile ma il tramonto sopra le loro teste...quello, sì, le ripagò abbondantemente delle disavventure culinarie capitategli.
     - Guarda, Pam, quella luna, - disse la "rossa" (alla nera) - e quel cielo stellato, così abbaglianti entrambi...non ho mai visto niente di simile e di così bello, da noi a Windermere: neanche in piena estate o nella notte di San Lorenzo, o in quella dell'ultimo dell'anno!
     La compagna allora annuì, con un breve cenno del capo in avanti, e poi esclamò:
     - Verissimo, neanche io! (risposta ineccepibile ma del tutto scontata, visto che le due abitavano una di faccia all'altra!). Si presero, poi, per mano (la cena era un brutto ricordo, ormai!) e si sedettero per terra: ad osservare all'unisono, ed in silenzio, il cielo sopra le loro teste. Dopo qualche minuto si infilarono nei sacchi a pelo e si addormentarono. Alle sette e dieci Pam aprì gli occhi e svegliò Reby. La piazza era già in fermento: di lì a poco, infatti, avrebbe attraccato al molo grande il traghetto "Filiki Etereia" della compagnia greco-cipriota Paximidis-Zouvanas, la più importante di tutte nel Mediterraneo, con sedi centrali a Corfù e Nicosia (la sua flotta, di proprietà dell'armatore Kristos Karamanlis, conta ben dodici "caravelle" come il Filiki: mostri lunghi centottanta metri, alti circa sessanta - come sei piani di uno stabile - e pesanti centodieci tonnellate e passa!).
     - Sono tutti in ansia! - disse Reby.
     - Lo siamo anche noi, - replicò Pam; - lo siamo più degli altri!
     Alle sette e tredici il suddetto, la...suddetta (mostro o caravella che dir si voglia) apparve all'improvviso, nel porto interno, costeggiando viale Regina Margherita;  -"sembra emerso dalle profondità del mare!" - dissero, allora, ad alta voce, alcuni turisti americani (uno di loro, il più anziano, a occhio e croce, portava sul capo uno stranissimo pastrano da bersagliere con piume bianche sopra): in realtà era entrato nel Seno di Ponente dal canale Cillarese, il quale si trova alla estrema punta occidentale del porto brindisino. Poi si fermò quasi davanti a Pam e Reby; sulla banchina ormeggiò l'ancora in un battibaleno, piazzando la chiglia di prua proprio di fronte alle colonne romane (si ritiene che queste segnassero il termine della via Appia stessa), in prossimità della Capitaneria. Una coppia di russi di mezza età (lui aveva un tatuaggio strano sull'avambraccio destro, la stella di Davide e un'aquila reale dipinta d'azzurro e bianco, lei, invece, portava in testa un basco nero con la croce anarchica rossa dipintavi sopra), si avvicinò a Pam, ch'era rimasta sola (Reby si era allontanata per un attimo), e brindò a vodka e gin; l'uomo, ch'era particolarmente su di giri, dopo di che, ad alta voce esclamò: - Spassiva! Spassiva! Spassiva!
     La ragazza non conosceva il russo ma ugualmente capì ciocché l'uomo aveva gridato: "Grazie! Grazie! Grazie!". Poco dopo Reby raggiunse la compagna e la strinse con vigore tra le sue braccia. Alle dodici in punto (il sole sembrava dovesse spaccare le pietre e...sciogliere i visi dei poveri turisti in attesa!) il portellone centrale del traghetto si abbassò: dapprima cominciarono ad entrare i passeggeri fermi sulla banchina, poi fu la volta dei mezzi meccanici (macchine, camper, tir e quant'altro). Alle quindici "spaccate" prese le mosse (anzi, il mare, come son soliti dire tanto i marinai di lungo corso, quanto quelli di lungo sorso!) con tutto il suo prezioso carico ed armamentario a bordo: tremila passeggeri e cinquecento mezzi meccanici (più due centinaia di "ospiti" extra tra cani, gatti e...qualche pappagallo!). Dieci minuti più tardi, alla velocità di crociera di 11,5 nodi, il mostro (o caravella che dir si voglia) fu già al largo, a Punta Contessa, in aperto mare Adriatico. Reby e Pam erano sul pontile posteriore. La prima fissò l'altra negli occhi eppoi le prese la mano sinistra stringendola. Entrambe restarono per alcuni minuti in silenzio, a fissare il mare che scorreva davanti ad esse. Poi, Pam, all'improvviso disse:
     - Finalmente, ci siamo, mia tenera amante!
     Il viaggio sul Filiki sarebbe durato quasi due giorni (poco più  di quarantadue ore) con due fermate: la prima a Patrasso, sulla costa del Peloponneso; l'altra nel porto del Pireo, ad Atene. A quel punto le ragazze tornarono in cabina, la 777; ordinarono le loro cose e comodamente si sdraiarono sulle rispettive lettighe a riposare. Intorno alle venti e trenta cenarono e alle ventidue in punto, dopo cena, Pam salì sul pontile (Reby, invece, preferì restare in cabina); l'aria era abbastanza frizzante, così decise di tornare in cabina a prendere un gilet e lo indossò mentre si godeva, per qualche minuto, il rumore lieve delle onde e dei flutti sottostanti e il dolce refolo che le accarezzava il viso. Il traghetto, intanto, proseguiva spedito (all'incirca 13 nodi all'ora); da un pezzo, ormai, aveva lasciato il canale d'Otranto e le acque territoriali italiane, passato poi l'isoletta di Fano, nello Ionio, e la cittadina di Saranda (conosciuta anche col nome di Santi Quaranta), lungo la costa meridionale albanese: di lì a poco sarebbe entrato nel canale di Corfù (Kérkyra, possedimento veneziano nel XV°secolo), capoluogo, a sua volta, del nomo omonimo, porto sulla sponda orientale della omonima isola delle Ionie (l'antica Corcira, colonia dei Corinzi nell'VIII°secolo a.C., annessa dai Romani alla provincia di Macedonia). Alle ventidue e trenta le prime luci del porto erano già ben visibili agli occhi dei turisti affacciati sulle balaustre di poppa e di prua: erano molto più che un consueto skyline notturno d'estate...vene che pulsano, sembravano, e riflettori colorati riverberanti sulla chiglia della nave. Tutti erano oltremisura affascinati da siffatto meraviglioso spettacolo e grida estasiate si levavano un po' ovunque. Il quadro di un pittore greco del trecento, anonimo, ben conservato al museo Benaki di Atene, è intitolato (non casualmente) "Luci della baia": a testimoniare la bellezza e la spettacolarità delle luci del porto di notte: nello stesso museo, inoltre, (chissà se casualmente o meno?!) è una icona bizantina del XVI°secolo, anch'essa di autore sconosciuto: raffigurante, invece, una vela colorata di bianco e di azzurro issata sulla fortezza veneziana che sovrasta le colline della città di Corfù. Pam corse in cabina a chiamare la compagna. Non appena le due furono sul pontile di prua, Reby, esclamò: Beh, questo è uno dei migliori spettacoli notturni ch'io abbia mai visto in vita mia!
     Cinque minuti più tardi era tutto finito; il Filiki era già oltre Corfù e proseguì, per un'oretta abbondante ancora, lungo la frastagliata costa che si snoda nel canale ad andatura notevolmente ridotta (non più di 7-7,5 nodi), a causa della conformazione naturale della zona, appunto, e dei fondali molto più bassi delle acque solcate: tuttavia, intorno alla mezzanotte aveva già passato lo stretto. Pam e Reby, intanto, dopo essere tornate in cabina, dormivano a "spron battuto" (sembravano due gattine innamorate, ognuna distesa teneramente sulla propria cuccetta!); da par suo, invece, il traghetto
    ingurgitò, una dopo l'altra (come fosse un rompighiacci polare), le isole di Passo e di Léucade, nello Ionio (quella che fu feudo di casate italiane ed era nota col nome di Santa Maura): quando esso fu, però, in prossimità di Itaca, la leggendaria isola dell'eroe mitologico Ulisse, di colpo si udì un tonfo terribile (sembrava come se il Filiki dovesse colare a picco da un momento all'altro...una infausta riedizione del Titanic: nel Mediterraneo!) e...puff! Di colpo la nave si fermò: molti passeggeri furono svegliati di soprassalto e si riversarono sui pontili. Stranamente, però, tanto Pamela, quanto Rebecca continuarono a dormire (cioè, il rumore non aveva minimamente intaccato le loro corde uditive, pardon il loro sonno: non le aveva affatto svegliate!). La sosta, fortunatamente, durò solamente una ventina di minuti, visto che si trattava d'un guasto e di un inconveniente di poco conto: giusto il tempo di sostituire, infatti, alcuni fusibili ch'erano saltati nella sala macchine provocando un piccolo corto circuito e il conseguente arresto del Filiki. La navigazione, così, riprese tranquilla ma...ad un certo punto Pam si risvegliò anch'essa di soprassalto (certamente non a causa di un guasto meccanico!): fu così scaraventata, con un movimento quasi felino, giù dalla lettiga e in un battibaleno si ritrovò col suo bel cu...sedere per terra. Il tonfo precedente, quello dell Filiki, non l'aveva svegliata ma ora era accaduto, invece, qualcosa di assolutamente straordinario: forse, chissà, un vero e proprio richiamo del mistero, dell'imponderabile o, meglio ancora, dell'imponderabilità misteriosa che racchiude la natura! La ragazza si sollevò da terra e in tutta fretta si rivestì (Reby, invece, dal suo canto continuava imperterrita a dormire!), dopo salì sul pontile di prua. Erano le tre di notte, quasi, nell'aria non v'era neanche un misero refolo di vento né si sentiva volare una emerita mosca. Pam si guardò intorno ma al primo acchito non scorse nulla. Il Filiki, intanto, dop'aver lasciato le Ionie (l'isola di Zante, antica Zacinto, quella natia del poeta Ugo Foscolo, a cui lo stesso dedicò un sonetto, si intravvedeva ancora, in lontananza, quarantacinque gradi a sud-ovest rispetto al traghetto), si apprestava a virare verso est per immettersi nel golfo di Patrasso e circumnavigarlo. Non appena fu giunto dirimpetto a Kato Achaia ed aver puntato di proda, a nord-ovest, Missolungi (la greca Mesologgion che Pam e Reby conoscevano benissimo: colà vi è seppellito, infatti, il poeta e romanziere romantico-libertario George Gordon, lord Byron, di stirpe inglese e nobile discendenza), Pam volse lo sguardo suo al cielo vedendovi un enorme bianchissimo albatro che si stagliava innanzi a lei e stava volando veloce sopra la sua testa; la ragazza, d'altronde, non avea mai veduto un così grande uccello: la sua apertura alare, infatti, rasentava quasi i quattro metri. Non era un sogno, ma immaginifica seppur misteriosa realtà. Pam, così, sbiancò in volto: le sue guance presero lo stesso colore dell'uccello; poi si riebbe ed esclamò: - Uaoooh! 

     Anticamente, l'albatro era ritenuto un animale sacro dai naviganti di ogni mare e di tutti gli oceani del globo, una sorta di metronomo volante, tanto per chiarire: la sua apparizione, infatti, preannunciava tempesta e li metteva, pertanto, sul "chi vive". Lo stesso poeta romantico inglese Samuel Taylor Coleridge, che Pam e Reby conoscevano benissimo, del resto, ne parlò (un secolo e mezzo prima...decade più, decade meno) in un suo noto romanzetto dal titolo "La ballata dell'antico marinaio". 
    In quel caso l'autore porta alle estreme conseguenze "l'apparizione" stessa: l'uccello verrà ucciso dal membro dell'equipaggio d'un vascello (il vecchio marinaio, appunto)...e simboleggia, quel gesto, un solo unico ed insano atto che distrugge l'unità preesistente al mondo; il millenario ed ancestrale equilibrio creato dalla natura stessa piuttosto che dall'ordine naturale delle cose. Ma quella notte, però (e fortunatamente!) non andò così; la realtà è ben diversa sul Filiki (o meglio, sopra la testa di Pam)...
     Infatti, dopo qualche minuto trascorso in uno stato di quasi incoscienza, la ragazza tornò in cabina: non seppe spiegarsi quella strana seppur meravigliosa apparizione, la quale l'avea quasi stregata, addirittura ammaliata, né il precipuo motivo per cui si fosse svegliata all'improvviso dal suo sonno, nel bel mezzo della notte. Si sdraiò, tuttavia, sulla lettiga e si rimise a dormire: lo fece digiuna di risposte ma di buona lena. Alle cinque e trentacinque in punto, finalmente il Filiki toccò terra ammarrando nel porto di Patrasso (capoluogo del nomo di Acaia, nel Peloponneso settentrionale, essa fu colonia romana col nome di Colonia Augusta Aroe Patrensis). Il sole, nonostante l'ora, era alto già all'orizzonte e i raggi suoi, invece, bruciavano il viso come fossero un ferro da stiro (la temperatura, infatti, rasentava abbondantemente i trenta gradi!). La sosta sarebbe durata quasi quattro ore. Pam e Reby salirono sul pontile. Intanto, alcuni mezzi, soprattutto grossi tir carichi d'ogni cosa e diretti verso l'interno, sbarcarono sulla banchina del molo nuovo; identica cosa stavano facendo moltissimi passeggeri a piedi: il richiamo del porto e delle bellezze della città, evidentemente, era per tutti quanti fortissimo! Reby disse all'altra:
     - Finalmente un po' di riposo, ne avevo proprio un gran bisogno, sai?
     - Ehi, cucciola, - replicò, allora Pam; - cosa dici mai? Parli di riposo: proprio tu che hai dormito di filato tutta notte. Ah! Ah! Ah! 
     - Sì, hai ragione, come sempre, amore mio, ma mi sento davvero un po' strana, sai?
     - Certo, ti capisco, - rispose allora l'altra, - sarà forse, chissà, colpa del fuso orario o del jet lag...(era una battuta ironica, ovviamente!). A quel punto Reby si avvicinò a Pam e la baciò, senza preavviso, sulla bocca. Poi le disse, ad alta voce:
     - Sbrigati, dai, lumaca: è ora di andare! (In effetti, le due avevano in programma di fare un bel giro in città ma...doveva attendere anche quello).
     - Ancora un attimo, ti prego! - fece Pam. - Ho da scrivere alcune cose.
     La ragazza, così, estrasse il suo taccuino dal tascapane color marroncino che portava sempre a tracolla (non si separava mai da quello: lo teneva con sé anche quando dormiva, a volte!) e scrisse un pensiero su Patrasso: "Questa mattina, alle ore cinque e trentasei, abbiamo attraccato nel porto di Patrasso. Il traghetto è fermo sulla banchina. La vista, ai miei occhi, è singolarmente limpida e le montagne distanti (la città, infatti, si trova ai piedi del gruppo montuoso del Panacaico) si proiettano su uno strambo ed enorme cumulo di nembi colorato d'azzurro scuro: essi sembrano, addirittura, il loro specchio interiore...".

     - Ancora? - chiese a quel punto Reby. - Quanto ci metti? Su, dai, andiamo. Ma cosa hai scritto? Non penso proprio sia un trattato di parapsicologia o di metempsicosi...ma dev'essere tanto lungo ugualmente visto il tempo che ci hai messo a scriverlo!
     - No, certo! - fece Pam. - Sai, cara, mi sembri davvero molto arguta in questo periodo: non sarà tutta colpa degli ormoni in subbuglio? Oppure, chissà, delle fasi  lunari di traverso? Ma dopo te lo dirò, forse, se vuoi... - si fermò un attimo eppoi riprese a parlare:
     - anzi, credo proprio che non lo farò affatto! E' il mio diario, in fondo, questo, bellissima: non lo leggerai mai; non te lo farò mai leggere neanche dovessimo vivere mille anni, io e te. Neanche tu puoi farlo, a questo mondo e in questa vita! 
     - D'accordo, Pam, andiamo allora: non abbiamo molto tempo!
     Reby, così, si avvicinò alla compagna e li mollò un'altro bacio: questa volta sulla guancia sinistra. Pam, in tutta risposta, sorrise senza dir nulla. Le due, poi, mano nella mano (proprio come due fidanzatine provette!) si avviarono finalmente all'uscita: le aspettava il sostanzioso giro turistico ed un...incontro alquanto inatteso. Le bancarelle sulle banchine del molo vecchio "Kariskaki", quello opposto all'altro, vicino al faro, intanto già pullulavano di clienti, indaffarati a comprare oggetti e souvenir d'ogni sorta, mentre le grida degli ambulanti simpaticamente si sovrapponevano a quelle dei pescatori. Pam allora pensò, fra sé e sé: 
     - Caspita, la vita ricomincia presto da queste parti!
     Dopo di che si avvicinò ad una bancarella ed acquistò alcune cartoline illustrate di Patrasso. - Ho da scrivere un po', - disse rivolgendosi alla compagna.
     Reby, così, ridacchiando fece:
     - Ah! Ah! Ma non mi dire; come se fosse una cosa strana, questa. Sei tu, in fondo, l'intellettuale tra noi due, io so a malapena leggere!
     Pam, in realtà, scrisse ad alcune ex compagne del college: dop'averlo fatto e dopo averle affrancate, imbucò le cartoline nella buca di fianco al "Central Bar", sulla piazza Anteras. E poi...si avvicinò a Reby, la guardò dritta negli occhi, per un sol attimo, e le disse: - Ho finito! Infilò, poi, il suo braccio sinistro in quello destro dell'altra ed insieme si avviarono. Salirono su per la scalinata Aghiou Nikolau, famosissima strada pedonale che si inerpica, coi suoi centonavantadue gradini, sino alla città vecchia, dove comprarono un mazzo di rose bianche da un bambino cipriota, (circa nove o dieci anni), che le vendeva ai turisti per due dracme l'uno: fu una passeggiata romantica, quella, con le due mano nella mano, svoltasi su strade lastricate di pavé azzurro e bianco (i colori della bandiera di Grecia), costeggiando alcuni grandi e colorati palazzi neoclassici, simbolo del glorioso passato della città, sino a quando...

  • 22 aprile 2020 alle ore 16:48
    INTRECCI SESSUALI.

    Come comincia: Adriana e Luisa, due piacevoli signore quarantenni avevano molte cose in comune: abitavano in una villa a schiera vicino Cinecittà a Roma, erano ambedue vedove, Adriana ‘nera’, il marito era morto in un incidente stradale, Luisa ‘bianca’, il poco gentil consorte era sparito dalla circolazione con la solita ventenne che profumava di giovinezza. Ambedue avevano un figlio dodicenne: Adriana Alessandro, Luisa Lorenzo. Altra situazione comune, decisamente fortunata l’esser ricche di famiglia. Era giugno, le scuole chiudevano i battenti, i due eredi erano rientrati in famiglia dal collegio con grandi baci ed abbracci da parte delle genitrici, un po’ più da parte di Adriana, per Luisa il problema era un altro: aveva conosciuto un ballerino cubano in tournée a Roma, era ben presto passata a…vie di fatto, se ne era innamorata, aveva deciso di andare con lui a Cuba: problema Lorenzo. Un pomeriggio Luisa: “Cara posso venire a prendere un te a casa tua?” “Son qua!” Quando mai Luisa aveva chiesto il permesso, c’era sotto qualche cosa di importante ed infatti: “Cara, Esteban ha finito la tournée e deve rientrare a Cuba, io senza di lui…vorrei seguirlo ma il dilemma è Lorenzo.” “ Problema risolvibile, i due ragazzi sono molto amici, stanno bene insieme, vai pure e…divertiti!” Lorenzo era un giovane di spirito: “Alessandro ora avremo una mamma in comune, solo che non è mia mamma…”Quella affermazione mise in allerta Adriana che poi si diede della sciocca, Lorenzo era ancora un bambino. I giovani stavano tutto il giorno assieme, avevano preso in prestito un cane pastore tedesco di un vicino e si divertivano un mondo, in giardino facevano finta di lottare, grandi colazioni, gite in bicicletta. Adriana li guardava con affetto e con una certa ‘invidia’ per lei tutto era precluso soprattutto la compagnia maschile. Una notte tutti a letto, Adriana sentì provenire dei rumori dalla camera di suo figlio, incuriosita aprì uno spiraglio della porta e rimase sconcertata: i due ragazzi nudi si toccavano vicendevolmente il pisello e talvolta se lo mettevano in bocca, una confusione totale nella sua mente,   ritornò in camera sua frastornata senza poter riprendere sonno. La mattina solita grossa colazione dei giovani che poi erano usciti per giocare in giardino con Ras, il cagnone, fra di loro sembrava non esserci problemi. Adriana prese il toro per le corna e chiese spiegazioni ai due ragazzi sul loro comportamento sessuale. Fu Lorenzo a rispondere: “Cara zia, i tempi sono molto cambiati da quando eri giovane tu, il sesso è piacevolezza e non crea problemi, ce l’ha insegnato don Adamo a cui siamo molto legati, tutti i pomeriggi dal lunedì al venerdì ci dava ripetizioni, la notte del sabato e della domenica ci dedicavamo a trastulli erotici con lui e fra di noi. Se il Signore ci ha creato con quei desideri possiamo soddisfarli, non facevano male a nessuno. Don Adamo per primo ci ha insegnato tanti giochetti senza esagerare perché lui ha un pisello molto grosso, glielo prendevamo in mano ed in bocca, come pure fra di noi due che però ce lo infilavano anche nel culetto perché ce l’abbiamo ancora piccolo, ora sai tutto.” Adriana, sempre più basita si ritirò in camera sua e si gettò prona sul letto. “Vai a parlare con tua madre, è rimasta sconvolta, stalle vicino, pian piano capirà.” Alessandro si recò in camera della mamma, si mise vicino a lei sul letto senza parlare, passò del tempo, ‘il tempo è grande consolatore, trova sempre un perfetto finale’ (frase di Charlie Chaplin) e così fu. Dopo un’ora Adriana abbracciò Alessandro e: “Sarai sempre il mio amore più grande, l’unica mia preoccupazione è che…” “Noi tre siamo persone intelligenti e leali, saremo sempre uniti ed amici, don Adamo ci ha informato che siamo dei bisessuali, per ora abbiamo avuto solo contatti omosessuali, in seguito…vedremo, ora andiamo a mangiare. Don Adamo, il cui vero nome era Leonardo apparteneva ad una famiglia di Santa Maria di Leuca in Puglia, ogni anno andava a trovare i suoi genitori ormai anziani ed anche quest’anno aveva lo stesso progetto. Venuto a conoscenza del colloquio di Alessandro con la madre, ritenne opportuno presentarsi in casa loro: “Signora ogni anno mi reco in Puglia dai miei, se lei è d’accordo vorrei che tutti e tre mi faceste compagnia: il mare è bellissimo, gi abitanti socievoli, il mangiare eccellente, la mia Mercedes confortevole, la distanza è di circa 650 km quasi tutta autostrada che percorreremmo con calma partendo la mattina presto.” “Adriana guardò a lungo negli occhi don Adamo, con quel’espressione gli fece capire che conosceva i loro intrallazzi sessuali, subito dopo lo abbracciò e si rifece alla celebra frase napoletana: “I figli sò pezzi ‘e core!” Partenza la mattina successiva, in una piazzola  don Adamo ritornò ad essere Leonardo, si era portato in valigia abiti borghesi, un prete in abito talare avrebbe dato troppo all’occhio,  fece presente alla signora il motivo per cui si era fatto prete, ne mise al corrente Adriana, i due ragazzi sapevano già tutto. Un suo zio Agapito era l’Abate di un Monastero, attaccatissimo alla religione aveva ‘consigliato’ suo nipote di indossare gli abiti talari, quel consiglio voleva dire: ‘se non ti fai prete non ti lascio una lira del mio patrimonio  e così il nipote prese la via del seminario. Secondo i non credenti, i religiosi in genere campano sino a cento anni per un motivi ovvi: non hanno preoccupazioni di nessun genere (figli, disoccupazione), mangiano alla grande (salvo qualche giorno di un salutare digiuno), per le varie cerimonie  incassano col ‘fiore che non marcisce’un bel po’ di soldi o meglio di Euro anche se il Papa è contrario a questa abitudine. Vivono talvolta in posti isolati dove non c’è smog ed hanno tante altre comodità comprese quelle di amicizie con femminucce ed anche con maschietti tanto che recentemente molti di loro sono finiti in galera per pedofilia. Arrivato a Santa Maria di Leuca don Adamo aveva appreso ufficialmente con dolore, ma dentro di sé con molta gioia il trasferimento in cielo del poco amato zio e così era libero di gettare alle ortiche l’abito talare. Michele ed Erica i genitori di Leonardo gli avevano fatto tante feste,  purtroppo erano malfermi di salute soprattutto la loro vista si era molto indebolita, non per questo avevano dimenticato le buone abitudini pugliesi per quanto riguardava l’ospitalità soprattutto il mangiare tanto che Leonardo dovette  mettere in guardia gli ospiti di non abbuffarsi di tante golosità indigene. Pomeriggio tutti sotto l’ombra gradevole degli alberi del giardino con nonno Michele che aveva cominciato a raccontare ai due ragazzi ed alla signora le storie popolari del paese, i tali facevano finta di interessarsi ma  a loro non ne fregava proprio un c…di quegli avvenimenti. La sera, dopo un ufficiale ‘buona notte’, il trio si ricompose in camera di Leonardo, evidentemente non volevano perdere l’allenamento, Adriana immaginò quello che stava accadendo ma restò ben chiusa nella sua  camera da letto. La mattina successiva Leonardo in auto la accompagnò a Gallipoli insieme a Lorenzo, la signora voleva acquistare degli abiti estivi  in un negozio di moda, lui aveva in mente di fare un  acquisto particolare, una microspia ambientale. Lorenzo dai commessi del negozio fu scambiato per il figlio di Adriana che, nello stanzino per provare una sottoveste si vide arrivare dentro il giovane che con gli occhi di fuori, arrapato come un riccio e prese a baciare la ‘zia’ che, impaurita delle possibili conseguenze: “Ne riparleremo a casa, è una promessa!” Solo così il giovane si calmò ma la promessa rimaneva… Lorenzo, pimpante quanto mai raccontò il fatto ai due complici e la sera, dopocena, si recò in camera di Adriana per dar seguito alla promessa. Durante la cena Leonardo aveva provveduto ad installare la cimice in camera di Adriana con riscontro in camera sua, erano diventati due guardoni. All’arrivo di Lorenzo Adriana capì che doveva concedere qualcosa al giovane ma cosa? “Andiamo a lavarci in bagno e poi qualche bacio sul letto.” I due uscirono dal bagno con Lorenzo armato di un bastoncino non molto grosso ma ‘allah ben dur’ “Cara zia, finalmente potrò baciarti tutta come ho sempre desiderato, voglio assaporare il tuo profumo.” E cominciò dal viso pian piano sino alla pancia dove si trovò dinanzi una gran foresta e cercò di penetrare con la lingua la cosina ma l’inesperienza…”Caro sali più su con la lingua, ancora più su, lì c’è il clitoride, è come il pene degli uomini, è molto sensibile, bacialo a lungo con la punta della lingua. I chiarimenti ebbero il loro effetto tanto che Adriana si esibì in un lungo orgasmo seguito quasi subito da un altro, il ‘nipote’ aveva imparato la lezione. Nel frattempo Leonardo ed Alessandro avevano seguito la scena al video e: ”Vedo che tua madre è in forma, domani sera…” E così fu, ormai Adriana capì che vento tirava, un vento leggero e profumato di sesso anche perché Leonardo aveva sfoderato il pisellone che fece strabuzzare gli occhi alla dama: “Vacci piano, prima un cunnilingus per lubrificarmi.”Alessandro e Lorenzo a far da spettatori, la signora, decisamente allupata decise di aprire la ‘porta posteriore’ al benvenuto intruso. “Vedo che tua madre era a stecchetto da molto tempo, io mi sono eccitato, per favore girati di spalle, madre e figlio accontentati. La sera successiva gran gala: tutti e quattro in una sola stanza con i letti avvicinati: iniziarono Lorenzo ed Adriana, durarono a lungo, il ragazzo non voleva staccarsi dal fiorellone della zia, poi entrò in scena o meglio in fica Leonardo che diede il meglio di sé anche nel popò, aveva capito che per Adriana quella era una porta preferita, fu la volta Alessandro che infilò Leonardo che nel frattempo veniva masturbato da Lorenzo, di nuovo Adriana con Leonardo in uno spettacolare spagnola che fece pervenire gli schizzi di sperma sin sul viso della signora. La vacanza breve era finita, il vero immortale era l’amor che riportò a Roma il quartetto sempre più unito. Leonardo, laureato in lettere, vinse un concorso ad una scuola media della capitale, i due ragazzi si iscrissero al ginnasio e, ultima novità rientro a Roma di una Luisa amareggiata per il comportamento del suo bel ballerino, le aveva ‘succhiato’ tutti i risparmi che e se la spassava con la sue paesane, stronzo! In fondo quella novità ebbe un fondo di piacevolezza, anche Luisa entrò nel giro des amants riassaporando i sesso italiano di Alessandro e di Leonardo, capì che era migliore di quel coso lungo e nero del cubano che ora, ripensandoci bene le faceva un po’ schifo!

  • 22 aprile 2020 alle ore 7:48
    La Fiabastrocca del lupo Demetrio

    Come comincia: “Quest’anno par che la Primavera non
    voglia proprio arrivare …”
    non si faceva che vociferare
    fra gli animali della Foresta.
     
    “Il bel ciliegio non è sbocciato,
    e nemmeno i papaveri sono in Festa!”
     
    “Non ci sarà Primavera!” scosse il capo
     la bella Ipazia, lupa dagli occhi d’ambra,
    tossendo forte.
    “Un virus ha portato febbre
    e tosse a far male al petto,
    non sarà Primavera!”
    guardò i pettirossi far spallucce sui rami.
     
    “Il creato sta soffrendo!” sbraitò il cervo
    “Muto sta dormendo!”
     
    “Non credo…sarà così!”
    rispose Demetrio, giovane lupo
    dagli occhi viola, che zoppo girovagava
    per la Foresta ricamando la sua poesia.
     
    “Sogno/dondola nell’aria/una piuma”
    cantò lui accostandosi alla lupa
    “Nei sogni bisogna crederci!”
     
    “Che bella poesia!”
    sorrise lei di rimando.
     
    “La poesia è un atto d’Amore!”
    “L’Amore che abbiamo dimenticato!”
    “L’Amore gratuito! L’Amore a prescindere!”
    “L’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!”
    “L’Amore che ha bisogno di coraggio!”
    ripeté il lupo avanzando, retrocedendo
    in un tumulto di emozioni incontrollabili.
     
    “La Primavera verrà…” arrancò “Tutto finirà,
    #andraàtuttobene, ed il gelo si scioglierà
    a far luce, se ci crederemo veramente!”
    levò lui il muso.
     
     
     
     
    E trascinandosi caracollante
    giunse fin sulla roccia a contemplare
    lo sciabordio delle onde a divenire
    bianca spuma “Ce la faremo!”
    “La Primavera giungerà a salutare
    di gioia con la sua veste di primule
    il Generale Inverno!”
     
    “La Vita è il dono più prezioso
    perché questo? Perché?”
    mugghiò la lupa.
     
    “Nankurunaisa, credo sia una delle parole
    più belle del mondo, significa:
    con il tempo si sistema tutto! Ed io ne sono certo!
    Non dimenticarlo, Ipazia!”  
    la scaldò al tepore del suo fiato, il lupo.
     
    “Ce la faremo!
    Tutto passerà, a suo Tempo!
    Tutto ha il suo Tempo
      e giungerà anche quello giusto per noi!”
     
    “Guariremo!”
    sorrise la lontra mentre una lacrima
    di commozione le brillava fra le ciglia.
     
    “Ti credo, ci credo!”
     
    E dal mare un delfino
    salterellò facendo brillare d’argento le acque,
    giocando a far capriole con un pesce spada:
    Miracolo di Vita e d’Amore.
     
    “Si!” frullò le ali il colibrì Dante
     “In-sie-me…io non ti lascio solo!”
     
    “Si, je sto vicino a te!” annuì il lupo
    cullando nel suo cuore
    lo sguardo della lupa.
     
    E la luna spuntando
    d’improvviso dietro le pale delle montagne
    ad ammantare tutt’intorno,
    portando la nuova stagione,  aprì con la sua veste
    la Festa della Primavera.
     
     
     
     
     
    “Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia
    Se tu sei Felice, io sono Felice!"
    porse il Generale Inverno
    un ramo d’ulivo di raro splendore
    alla bella Primavera, facendo risplendere
    la notte di magia.
     
    “La Primavera è arrivata!” presero a cantare
    in un unico coro di Pace e d’Amore
    gli animali uscendo
    dai loro rifugi.
     
    “Non c’è più  febbre e la tosse è cessata!”
    raccolse il mare fra i suoi flutti
    la lieta novella.
     
    “Buona Primavera!” bisbigliò Ipazia
    “Idem, cara!” gli fece eco Demetrio.
     
     
    E da quella notte i due lupi non si
    separarono mai più, ed in poco tempo la pancia di lei
    crebbe gonfia del loro Amore,
    dando alla luce Vittoria
    lupacchiotta allegra e piena di Vita,
     per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 19 aprile 2020 alle ore 12:54
    Chi ha paura degli anti-5G?

    Come comincia: Lettera aperta alla redazione di Leonardo, programma di divulgazione scientifica del pomeriggio di RAI3.

    Oggetto: Vostra trasmissione del 10-04-2020. Servizio con il prof. Enrico Bucci.

    Salve,
    non riesco a seguire il vostro interessante programma di divulgazione scientifica tutti i giorni.
    Incidentalmente, venerdì 10 aprile scorso ho potuto.
    E’ stata un’enorme delusione per me constatare come un programma quale è il vostro si prestasse a diffondere quella che A ME (c'è ancora libertà di opinione in Italia?) è parsa disinformazione e cortina di fumo.
    Mi riferisco al servizio che ha avuto come protagonista il prof. Enrico Bucci.
    Non posso riascoltare la trasmissione su Raiplay.
    Farò riferimento all’articolo comparso su Il Foglio lo stesso 10 aprile alle ore 06:00 a firma dello stesso prof. Enrico Bucci, articolo che include le opinioni ed informazioni che il prof. Bucci ha divulgato durante il vostro programma.
    Riporto il link all’articolo: https://www.ilfoglio.it/scienza/2020/04/10/news/ah-una-pandemia-5g-312299/
    L’articolo del prof. Bucci inizia: “A media unificati – almeno due giornali nazionali e due locali – è comparsa il 6 aprile una lunghissima articolessa sui rischi del 5G…”.
    Immagino che il prof. Bucci faccia riferimento all’articolo comparso su La Stampa il 6 aprile 2020 a firma di BENEDETTA PARAVIA. Un articolo il cui titolo e sommario (perdonatemi nel caso non utilizzi la corretta terminologia delle varie parti della struttura di un articolo) mi risultano essere:
    “L’opinione controcorrente. Il valore della salute e quello del profitto: il 5G”
    “Mentre in questi giorni il mondo combatte contro un virus che miete fin troppe vittime; silenziosamente e gradualmente, lo stesso mondo si riempie di ripetitori per le reti cellulari di prossima generazione”
    Devo dire “mi risultano” perché sono venuta a conoscenza di questo articolo uno o due giorni dopo il 6 aprile, quando mi è pervenuta l’informazione che l’articolo fosse stato rimosso dopo la pubblicazione. E mi dispiace tantissimo in quanto, oltre che volerlo leggere, mi sembra che la pluralità d’informazione sia un diritto sancito dalla Costituzione Italiana.
    Ecco il link all’articolo rimosso: https://www.lastampa.it/opinioni/2020/04/06/news/il-valore-della-salute-e-quello-del-profitto-il-5g-1.38686965
    Se poi il prof. Bucci facesse riferimento ad un altro articolo, chiedo scusa per la digressione.
    Tornando alle affermazioni del prof. Bucci, nel suo articolo il prof. Bucci sembra voler confutare una teoria sostenuta dalla “lunghissima articolessa” misteriosa: “Covid-19 sarebbe stato causato almeno in parte dalle antenne installate per il 5G.”
    Ora non so dove il prof. Bucci abbia letto tale teoria, in quanto non ho sottomano l’articolo al quale si riferisce, non sapendo con certezza nemmeno a quale articolo si riferisse.
    Ad ogni modo il prof. Bucci continua che “la lunghissima articolessa”, (peccato che il prof. Bucci non ci fornisca riferimenti più precisi in modo da darci possibilità di verificare personalmente), basi questa teoria su “le opere di un conclamato illustre esperto internazionale, il prof. Martin Pall.”
    Il prof. Bucci continua poi affermando di avere ‘scartabellato’ la produzione scientifica del prof. Martin Pall e “si può notare non solo come nessuno dei suoi articoli possa fornire il più vago supporto scientifico alle teorie sul 5G …, ma soprattutto come in compenso non vi è quasi nessuna fra le teorie più esoteriche del campo medico di cui costui non si sia occupato – dalla sensibilità chimica multipla (una nota bufala) ad altre simili amenità.
    Il prof. Enrico Bucci è laureato in Scienze Biologiche, al momento professore associato presso la Temple University.
    Il prof. Martin L. Pall, è stato professore di biochimica e scienze mediche di base presso la Washington State University.
    Io sono una laureata in ingegneria elettronica che ha frequentato la Scuola Superiore di Specializzazione in Telecomunicazioni presso il Ministero di Poste e Telecomunicazioni, un po’ di tempo fa, e da venticinque anni mi occupo di altri settori.
    Non metto parola in questioni di biologia, biochimica e medicina.
    Ad ogni modo lessi un articolo sulle teorie del prof. Martin L. Pall (ma non solo del prof. Martin L.Pall, nell’articolo erano citate le opinioni anche di altri professori universitari) lo scorso ottobre ed era un articolo dei primi mesi del 2018 e certamente non si faceva riferimento al Covid-19, molto di là da venire. Mi parve l’articolo più interessante e solido sui rischi del 5G che mi fosse mai capitato di leggere fino a quel momento.
    Probabilmente anche perché iniziava con delle considerazioni tecniche che, nella mia modesta competenza, mi sembravano più che plausibili.
    Considerazioni tecniche che riporto qui di seguito (scusate se non traduco):
    5G is predicted to be particularly dangerous for each of four different reasons:
    1. The extraordinarily high numbers of antennae that are planned.
    2. The very high energy outputs which will be used to ensure penetration.
    3. The extraordinarily high pulsation levels.
    4. The apparent high level interactions of the 5G frequency on charged groups presumably including the voltage sensor charged groups.
    [Punto 1] Di recente ho letto anche in un articolo del Corriere che lo stesso CEO di Ericsson ricordava come la rete 5G sia estremamente energivora. E posso crederlo, con quel numero straordinariamente alto di antenne che la rete 5G mette in campo, non può essere che così.
    [Punto 2] Nell’ottobre 2018 agendadigitale.eu ha pubblicato l’articolo: “Ecco perché il 5G mobile obbliga a rivedere i limiti di emissione elettromagnetica in Italia”, dove indica che i limiti in Italia siano 6 V/m e 20 V/m (quest’ultimo per effetti acuti), limiti più restrittivi rispetto ad altri Paesi in Europa dove alla frequenza di 2600 Mhz il limite è fissato a 61 V/m.
    Noi Italiani dobbiamo essere grati alla competenza e lungimiranza di Livio Giuliani, biomatematico e fisico, ex dirigente di ricerca dell’ISPESL, ora in pensione, se il limite in Italia fu fissato a 6 V/m invece che a 61 V/m. Ed ora il professor Livio Giuliani, esperto riconosciuto a livello internazionale, preme che si arrivi a 0,6 V/m. Ridurre ulteriormente il limite emesso di potenza, non elevarlo.
    Il ministro dell’Innovazione Paola Pisano, in occasione del 5G Italy, l’evento promosso dal CNIT e organizzato da Supercom in corso al CNR il 3, 4 e 5 dicembre, pare abbia affermato (fonte key4biz): “… i limiti elettromagnetici è un tema che stiamo dibattendo all’interno del governo, noi ovviamente stiamo seguendo molto l’Europa su tutta la trasformazione digitale.”
    [Salto il punto 3], dovrei parlare delle possibili frequenze “straordinariamente elevate” utilizzate a Wuhan quando il segnale 5G è stato acceso il 1° novembre e delle nuove Linee Guida che l’ICNIRP ha pubblicato circa un mese fa [articolo di La Repubblica, https://www.repubblica.it/tecnologia/mobile/2020/03/13/news/nuove_linee_guida_per_la_5g_nessun_pericolo_per_la_salute_ma_cautela_con_le_alte_frequenze-251171998/?ref=RHPPTP-BL-I251257021-C12-P1-S1.4-T1 :
    “Poche novità, ma un occhio di riguardo per le alte frequenze”
    “"LA COSA più importante che le persone devono ricordare è che quando queste nuove linee guida verranno rispettate le tecnologie 5G non saranno in grado di causare danni", ha assicurato il dottor Eric van Rongen, presidente dell'ICNIRP. […] Da ricordare che in Italia, come in altri paesi europei, verranno impiegate le bande a 700 Mhz, a 3.700 MHz e 26 GHz. Proprio quest'ultima andrà gestita con maggiore cautela.” Cosa dire, siamo lieti che le linee guida siano state modificate rispetto alle vecchie in modo che SE SEGUITE le tecnologie 5G non faranno danni. Mi chiedo, seguendo le vecchie linee guida le tecnologie 5G erano in grado di fare danni? In tal caso, meglio tardi che mai? Forse troppo tardi per qualcuno?]
    [Punto 4]. Quando seppi, praticamente in diretta, dell’incendio delle antenne fuori di quel Centro Commerciale a La Spezia, pensai proprio al rischio indicato in questo punto 4. Ed, in effetti, un paio di giorni dopo, un articolo riportava che l’incendio delle antenne era probabilmente dovuto ad un cortocircuito.
    Tornando alle parole del prof. Bucci “sensibilità chimica multipla (una nota bufala)”, non so assolutamente di cosa si tratti, comunque consiglierei il prof. Bucci di informare della cosa il Ministero della Salute, il ministero infatti vi dedica una pagina: http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?lingua=italiano&id=4405&area=indor&menu=salute
    Infine, tornando alla teoria che sarebbe la causa della levata di scudi del prof. Bucci: “Covid-19 sarebbe stato causato almeno in parte dalle antenne installate per il 5G.”, ripeto, ho sentito/letto questa teoria e/o altre baggianate solo: 1) nel servizio/articolo del prof. Bucci; 2) in un articoletto di Focus a firma di Chiara Guzzonato; 3) pochi giorni fa in un video su youtube.
    Tutti dopo il fantomatico articolo, introvabile, del 6 aprile.
    Per quello che ne so, l’unica relazione che è stata supposta da scienziati e tecnici tra 5G e Covid-19 è che le alte frequenze che possono essere utilizzate nel 5G possano indurre immunodepressione, ossia abbassare le difese immunitarie e quindi essere più attaccabili da agenti patogeni preesistenti, incluso, eventualmente, il Covid-19. Ho sentito avanzare questa ipotesi per la prima volta da un professore ingegnere della Calabria, il quale fa riferimento agli studi del prof. Olle Johansson, svedese: “Electromagnetic fields may act via calcineurin inhibition to suppress immunity, thereby increasing risk for opportunistic infection: Conceivable mechanisms of action” [I Campi Elettromagnetici possono agire attraverso l’inibizione della calcineurina per sopprimere l’immunità, aumentando così il rischio di infezione opportunistica. Meccanismi d’azione plausibili”.] ( Medical Hypotheses 2017;106;71-87)
    La calcineurina è una proteina che attiva le cellule del sistema immunitario, ci informa il professore ingegnere che è anche Consulente Tecnico d’Ufficio della Magistratura per l’Elettrosmog.
    Immagino che vi siano altre fonti oltre il professore ingegnere della Calabria.
    Di più, nin so.
    Cordialmente,
    ing. Linda Landi