username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 31 maggio alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

  • 30 maggio alle ore 11:49
    Conversione cromatica

    Come comincia: L’enorme cartello troneggia di fronte a un albero, nel centro di una città senza nome, una città che forse non esiste - chi lo sa! Ha senso più la geografia? E’ una qualunque delle città tutte uguali, con cui la terra si ripara e si dispera. Nell’ora perenne, anoressica, d’un giorno qualsiasi, d’un anno identico a quello che c’era e a quello che pensi poi ci sarà. Ma pensi? Pensi ancora? Davvero?

    Lo sfondo grigio-nero-piombo, quasi fango cotto male dal sole morto, ha dentro trame di colore, di pure stelle, di chiaro.
    Vive d’incanto, ora, qui, davanti a te. L’avevi perso dentro le alte mura, intorno al nulla che pervade. Ritorna spazio converso e crepita lo stato amorfo. 
     

  • 30 maggio alle ore 11:43
    Preannuncio

    Come comincia: Nel giugno del ‘900 Émile e Marcel passeggiano sul lungo Senna. Non si vedono dai tempi di Auteuil. Più in là, su un prato di sole, dodici donne in circolo col costume pudico di quell’estate. Marcel inquadra la scena con entrambe le braccia aperte sui contorni.
    - Se ti dicessi, Émile, di dipingere questo? Vedi che luce c’è stamane!
    - Sono ormai un ritrattista, Marcel, non mi occupo più di en plein air.
    - Infatti! Tu sai che la pittura è sempre una cosa mentale. Trattenere il respiro del paesaggio, ogni essenza della luce e del colore! Come quando scindi in mille punti un volto.
    - Riconoscere e inventare!
    - Esatto! Mescolare natura e corpi. E questi finalmente nudi. Privi di catene.

  • 28 maggio alle ore 14:28
    2010

    Come comincia: Le persone cambiano... Cambiano se deluse, cambiano se ferite. Cambiano in meglio, in peggio, ma cambiano sempre. A volte cambiano semplicemente per ricominciare, per avere un'altra occasione. Per poter dire, senza rimpianti, "io c'ho provato !". A volte perchè non ne possono più. Ma cambiano perchè è la vita che le cambia.

  • 22 maggio alle ore 16:06
    SETTE PERSONAGGI IN CERCA DI ...

    Come comincia: Via Gramsci 69 palazzina isolata di due piani a Messina, due famiglie, tanti casini: Marco e Gina al primo piano, Salvatore ed Anna al secondo. Otto di mattina, Anna si stava godendo il calduccio del letto, nessuna voglia di alzarsi per riprendere il tran tran giornaliero di casalinga e di sarta, un mucchio di stoffa l’aspettava… Un bussare furiosa alla porta, non poteva che essere Gina in crisi col marito, Gina spesso rompeva…come se l’amica potesse sistemarle le…corna. “Vieni amica mia, prima la doccia poi parliamo.” “Parliamo mentre ti lavi, lo sai che…” “Tuo marito non è rientrato questa notte, bella novità, prova a lasciarlo, ti dovrà mantenere e poi col tuo mestiere di parrucchiera…” “Ne sono innamorata, non resisterei senza di lui…sai che hai un bel corpo, malgrado i quarant’anni tette sode, culo prominente, cosina rasata e rosea come piace a me…Tu sola puoi consolarmi, ti prego…”  “Ti consolerò un’altra volta, ho un sacco di vestiti da cucire e poi sta rientrando Salvatore, il mestiere di guardia notturna è pesante e deve riposare, se proprio vuoi, stasera…” “Sei un amore, grazie.” Anna era molto affezionata all’amica, capiva le sue angosce e talvolta provavano insieme le gioie di Lesbo. Ora ci mancava anche Fru Fru a rompere, la cagnolina volpina che giustamente reclamava sia la colazione che l’uscita per i bisognini. Anna le mise la museruola e la spedì fuori casa. Che faceva nel frattempo Marco? Dormiva il sonno del giusto? Ma quando mai, quale rappresentante, diceva lui, di prodotti caseari, prosciutti e tutta la salumeria doveva essere in viaggio nei paesi siciliani per cercare di ‘appioppare’ la sua merce ai negozianti ma spesso con scarso successo, solo qualche padrona femmina di negozi si faceva convincere talvolta dietro prestazioni sessuali; effettivamente Marco faceva come uomo la sua porca figura ma i ricavi erano minimi sinché un giorno o meglio una sera, stanco morto e senza aver concluso alcun affare, si presentò all’albergo ‘Regina’ di Pozzalo in quel di Ragusa e chiese una stanza possibilmente non rumorosa. Alla sua vista la padrona, che curiosamente portava lo stesso nome dell’albergo, fece sloggiare dalla reception l’impiegata e si mise a servire personalmente il viandante, non che volesse far un piacere alla ragazza ma perché attratta da quel fustacchione il quale, anche se stanco, una volta ripresosi doveva avere ottime qualità amatorie. Regina anche se sessantenne, vedova’ proprio perché sola non si lasciava sfuggire le buone occasioni. Ritirati i documenti, condusse in una camera retrostante l’albergo il buon Marco che notò uno scintillio particolare negli occhi della signora e: “Stasera sono un po’ sul distrutto, che ne dice se ci vediamo domani?” Madame approvò con un cenno del capo e la mattina alle otto si presentò nella stanza dove era alloggiato Marco e: “Sveglia, c’è una colazione che l’aspetta!” Marco era ancora nelle braccia di Morfeo o meglio di una dea e prima di poter rendersi conto di dove fosse ci volle un po’ di tempo sempre sotto lo sguardo di Regina coperta da una vestaglia rosa; deliziosa sia la vestaglia che il contenuto. “Primo comandamento appena alzato: doccia!” e Marco si diresse nel bagno seguito dalla padrona di casa con un sorriso in bocca da trentadue denti bellissimi (forse una dentiera) ma poco caleva a Marco, doveva essere danarosa e generosa e la cosa divenne interessante in quanto la vestaglia di madame cadde a terra lasciando allo scoperto un corpo bellissimo per l’età, Regina doveva essere una cliente affezionata di qualche istituto di bellezza. Madame senza tante storie si diresse sul membro di Marco il quale ben presto mostrò tutta la sua ‘mostruosità’ che fece scappare dalla bocca alla dama “e che cazzo!” e fece in modo che entrasse quasi tutto nella sua dolce boccuccia, andando avanti ed indietro sino all’ingollo finale di vitamine. Non contenta Regina fece sdraiare sul letto Marco , gli saltò letteralmente addosso  in un gustoso ‘smorcia candela’  (quell’aggeggio che i preti usano in chiesa per spegnere le candele) solo che questa volta la candela non voleva proprio spegnersi con gran gusto di Regina che: “Cazzo mi stai distruggendo, il tuo è un ‘marruggio!” Dopo tre giorni di ‘lavoro’ Marco, dopo aver convinto la padrona dell’albergo ristorante di acquistare merce del suo listino, ben contento del soggiorno lasciò Pozzallo diretto a Noto in quel di Siracusa, se non dopo aver promesso a Regina che sarebbe ripassato a …ripassarla! Noto è famosa per i suoi monumenti che vengono visitati annualmente da molti appassionati anche provenienti dall’estero, l’arte intesa come tale lasciava profondamente indifferente Marco ma pensava di poter piazzare la sua merce data la presenza di tanti turisti. Guardandosi in giro non vide alcun negozio ed allora, con fare modesto, si avvicinò ad una signora con cagliolino zappettante al fianco: “Scusi il mio ardire (parola che fa molto effetto sulle femminucce) vorrei chiederle se mi potesse indicare dei negozi dove piazzare la mia merce, sono rappresentante di formaggi e di salumi.” La dama quasi settantenne, alta, longilinea con cappello in testa (era d’estate) dopo aver squadrato a lungo il bel giovane: “Dove vuole andare con questo caldo, io sono padrona di due negozi di alimentari, ce lo condurrò dopo pranzo, sempre che lei accetti il mio invito!” Marco fece un inchino (che è sempre una forma apprezzata di signorilità) ed ovviamente accettò di recarsi a casa! Quale casa, era un castello antico con tanto di maggiordomo che aprì il cancello. “Fidelio abbiamo un ospite, avvisi la cuoca!” La sua non era stata una richiesta ma un ordine militare! “Preferisco desinare (preferì questo verbo più signorile e non il volgare mangiare) al fresco sotto gli alberi, che ne dice?” “Bien sure madame!” “Vedo che conosce il francese la mia lingua preferita, se le va dopo pranzo mi leggerà qualche poesia di autore gallico. E così fu: “Le reciterò una poesia di de Vigny un po’ triste ma che si adatta a questo ambiente in ambito serale: J’aime le son du cor, le soir, au fond des bois, soit qu’il chente les pleures de la biche  aux bois ou l’adieu du chasseur que l’echo faible accueille e che le vent du nord porte di feuille in feuille…” “Basta è molto bella ma mi fa intristire, è l’ultima cosa che desidero, alle sette usciremo le farò vedere i miei due negozi.” Inutile affermare che il pranzo, a base di pesce era eccellente, il finale con Ananas e caffè proveniente da macchina da bar, tutto in quell’ambiente sprizzava perfezione, forse anche troppa. “Mi permetta di prenderla sotto braccio, può essere mio figlio, forse mio nipote, io non amo le persone anziane, parlano sempre di malattie, io preferisco quelle giovani ed atletiche come lei, tre volte la settimana vado in palestra, non amo la pelle pendente dei vecchi, io non ce l’ho.” “Madame lei ha classe, cosa molto difficile da reperire oggi, tutta la mia stima…” “Le interessa altro di me?” “Non mi faccia arrossire, non sono il tipo ma…” “Va bene ne riparleremo stasera nel mio giardino, al fresco.” Il primo negozio aveva il bancone a ferro di cavallo, le carni erano esposte dentro contenitori al freddo, i formaggi collocati sotto vetro, i prosciutti appesi come pure i salami, tutto perfetto. “Alfio questo è Marco S., ho ceduto a lui l’attività ma tu sarai sempre il fac totum, sicuramente andrete d’accordo.” Con un po’ di riluttanza Alfio diede la mano a Marco il quale lo rassicurò: “Non metterò mai bocca nel tuo operato,  dammi del tu, non amo le distanze con i collaboratori.” Il secondo negozio era simile al primo; col conduttore Basilio vi fu lo stesso colloquio. “Caro Marco non penso ci voglia molto a capire come finirà, ridi pure, anch’io ho il senso dello humor e soprattutto il senso del…sesso, son sicura che…” La cena fu servita tardi sotto gli alberi, c’erano un gran divano oltre naturalmente a sedie e tavolino. Tutto a base di carne e vino Cerasuolo di Vittoria, alla giusta temperatura, Al finale, prevedibile, Lina con molta naturalezza sbottonò i pantaloni di Marco, prese a giocare con le mani il suo ‘ciccio’ diventato una ‘arbre magic’ per poi baciarlo delicatamente sino alla normale conclusione che però non fermò la padrona di casa che, assunta la posizione di pecora, si fece infilare in ambedue i pertugi dimostrando gran piacere. “Era molto tempo che…” Finirono nella camera da letto di Lina senza incontrare nessun servitore, sicuramente addestrati a farsi i fatti loro. Il finale erotico fin in maniera selvaggia, Lina sapeva che l’indomani Marco sarebbe partito e voleva un suo ricordo profondo. “Mia cara, sei stata magnifica, intanto sei rimasta giovane nel cervello e poi mi piace anche il tuo corpo longilineo, non è uno sciocco complimento, lo penso ma debbo anche pensare che ho una moglie che non intendo abbandonare, mi farò vivo ogni tanto.” “Ho dei nipoti imbecilli, non intendo lasciare loro i negozi, alla mia morte saranno tuoi. Il ritorno a casa del guerriero fu un trionfo, Marco fece partecipe Gina di essere diventato proprietario di due negozi che una signora molto anziana gli aveva voluto lasciare in eredità alla sua morte. Un rapporto sessuale molto ‘leggero’ e poi una settimana di libertà insieme alla consorte, a Salvatore e ad Anna in gita sui monti Peloritani con viveri al sacco. Salvatore assente di notte per servizio, i tre si stavano annoiando dinanzi al televisore quando Anna (già d’accordo con Gina) cominciò a ‘scherzare’ da vicino con Marco, sempre più da vicino fino al finale previsto, il ‘ciccio’ di Marco inalberato passò fra le mani e poi nell’intimo delle due signore che si baciavano fra di loro, un piccola orgia apprezzata da tutti ma non evidentemente da Salvatore che era in compagnia della bruma notturna. La storia ebbe un bel finale, quello delle favole, tutti (maschi e femmine) ripresero con spensieratezza il loro lavoro, Marco naturalmente il più fortunato ed anche Fru Fru ebbe il piacere di trovare un volpino maschio arrapato che le diede tre bellissimi cuccioli adottati da Anna e Gina. Ritenete la storia improbabile, siete fuori strada, al giorno d’oggi in cui i matrimoni fra gay sono all’ordine del giorno una storia come quella riportata non fa impressione a nessuno anzi alcuni vorrebbero poterla vivere!
    SETTE  PERSONAGGI IN CERCA DI…
     
    Via Gramsci 69 palazzina isolata di due piani a Messina, due famiglie, tanti casini: Marco e Gina al primo piano, Salvatore ed Anna al secondo. Otto di mattina, Anna si stava godendo il calduccio del letto, nessuna voglia di alzarsi per riprendere il tran tran giornaliero di casalinga e di sarta, un mucchio di stoffa l’aspettava… Un bussare furiosa alla porta, non poteva che essere Gina in crisi col marito, Gina spesso rompeva…come se l’amica potesse sistemarle le…corna. “Vieni amica mia, prima la doccia poi parliamo.” “Parliamo mentre ti lavi, lo sai che…” “Tuo marito non è rientrato questa notte, bella novità, prova a lasciarlo, ti dovrà mantenere e poi col tuo mestiere di parrucchiera…” “Ne sono innamorata, non resisterei senza di lui…sai che hai un bel corpo, malgrado i quarant’anni tette sode, culo prominente, cosina rasata e rosea come piace a me…Tu sola puoi consolarmi, ti prego…”  “Ti consolerò un’altra volta, ho un sacco di vestiti da cucire e poi sta rientrando Salvatore, il mestiere di guardia notturna è pesante e deve riposare, se proprio vuoi, stasera…” “Sei un amore, grazie.” Anna era molto affezionata all’amica, capiva le sue angosce e talvolta provavano insieme le gioie di Lesbo. Ora ci mancava anche Fru Fru a rompere, la cagnolina volpina che giustamente reclamava sia la colazione che l’uscita per i bisognini. Anna le mise la museruola e la spedì fuori casa. Che faceva nel frattempo Marco? Dormiva il sonno del giusto? Ma quando mai, quale rappresentante, diceva lui, di prodotti caseari, prosciutti e tutta la salumeria doveva essere in viaggio nei paesi siciliani per cercare di ‘appioppare’ la sua merce ai negozianti ma spesso con scarso successo, solo qualche padrona femmina di negozi si faceva convincere talvolta dietro prestazioni sessuali; effettivamente Marco faceva come uomo la sua porca figura ma i ricavi erano minimi sinché un giorno o meglio una sera, stanco morto e senza aver concluso alcun affare, si presentò all’albergo ‘Regina’ di Pozzalo in quel di Ragusa e chiese una stanza possibilmente non rumorosa. Alla sua vista la padrona, che curiosamente portava lo stesso nome dell’albergo, fece sloggiare dalla reception l’impiegata e si mise a servire personalmente il viandante, non che volesse far un piacere alla ragazza ma perché attratta da quel fustacchione il quale, anche se stanco, una volta ripresosi doveva avere ottime qualità amatorie. Regina anche se sessantenne, vedova’ proprio perché sola non si lasciava sfuggire le buone occasioni. Ritirati i documenti, condusse in una camera retrostante l’albergo il buon Marco che notò uno scintillio particolare negli occhi della signora e: “Stasera sono un po’ sul distrutto, che ne dice se ci vediamo domani?” Madame approvò con un cenno del capo e la mattina alle otto si presentò nella stanza dove era alloggiato Marco e: “Sveglia, c’è una colazione che l’aspetta!” Marco era ancora nelle braccia di Morfeo o meglio di una dea e prima di poter rendersi conto di dove fosse ci volle un po’ di tempo sempre sotto lo sguardo di Regina coperta da una vestaglia rosa; deliziosa sia la vestaglia che il contenuto. “Primo comandamento appena alzato: doccia!” e Marco si diresse nel bagno seguito dalla padrona di casa con un sorriso in bocca da trentadue denti bellissimi (forse una dentiera) ma poco caleva a Marco, doveva essere danarosa e generosa e la cosa divenne interessante in quanto la vestaglia di madame cadde a terra lasciando allo scoperto un corpo bellissimo per l’età, Regina doveva essere una cliente affezionata di qualche istituto di bellezza. Madame senza tante storie si diresse sul membro di Marco il quale ben presto mostrò tutta la sua ‘mostruosità’ che fece scappare dalla bocca alla dama “e che cazzo!” e fece in modo che entrasse quasi tutto nella sua dolce boccuccia, andando avanti ed indietro sino all’ingollo finale di vitamine. Non contenta Regina fece sdraiare sul letto Marco , gli saltò letteralmente addosso  in un gustoso ‘smorcia candela’  (quell’aggeggio che i preti usano in chiesa per spegnere le candele) solo che questa volta la candela non voleva proprio spegnersi con gran gusto di Regina che: “Cazzo mi stai distruggendo, il tuo è un ‘marruggiu!” Dopo tre giorni di ‘lavoro’ Marco, dopo aver convinto la padrona dell’albergo ristorante di acquistare merce del suo listino, ben contento del soggiorno lasciò Pozzallo diretto a Noto in quel di Siracusa, se non dopo aver promesso a Regina che sarebbe ripassato a …ripassarla! Noto è famosa per i suoi monumenti che vengono visitati annualmente da molti appassionati anche provenienti dall’estero, l’arte intesa come tale lasciava profondamente indifferente Marco ma pensava di poter piazzare la sua merce data la presenza di tanti turisti. Guardandosi in giro non vide alcun negozio ed allora, con fare modesto, si avvicinò ad una signora con cagliolino zappettante al fianco: “Scusi il mio ardire (parola che fa molto effetto sulle femminucce) vorrei chiederle se mi potesse indicare dei negozi dove piazzare la mia merce, sono rappresentante di formaggi e di salumi.” La dama quasi settantenne, alta, longilinea con cappello in testa (era d’estate) dopo aver squadrato a lungo il bel giovane: “Dove vuole andare con questo caldo, io sono padrona di due negozi di alimentari, ce lo condurrò dopo pranzo, sempre che lei accetti il mio invito!” Marco fece un inchino (che è sempre una forma apprezzata di signorilità) ed ovviamente accettò di recarsi a casa. La casa… era un castello antico con tanto di maggiordomo che aprì il cancello. “Fidelio abbiamo un ospite, avvisi la cuoca!” La sua non era stata una richiesta ma un ordine militare! “Preferisco desinare (preferì questo verbo più signorile e non il volgare mangiare) al fresco sotto gli alberi, che ne dice?” “Bien sure madame!” “Vedo che conosce il francese la mia lingua preferita, se le va dopo pranzo mi leggerà qualche poesia di autore gallico. E così fu: “Le reciterò una poesia di de Vigny un po’ triste ma che si adatta a questo ambiente in ambito serale: J’aime le son du cor, le soir, au fond des bois, soit qu’il chante les pleures de la biche  aux bois ou l’adieu du chasseur que l’echo faible accueille et que le vent du nord porte di feuille in feuille…” “Basta è molto bella ma mi fa intristire, è l’ultima cosa che desidero, alle sette usciremo le farò vedere i miei due negozi.” Inutile affermare che il pranzo, a base di pesce era eccellente, il finale con Ananas e caffè proveniente da macchina da bar, tutto in quell’ambiente sprizzava perfezione, forse anche troppa. “Mi permetta di prenderla sotto braccio, può essere mio figlio, forse mio nipote, io non amo le persone anziane, parlano sempre di malattie, io preferisco quelle giovani ed atletiche come lei, tre volte la settimana vado in palestra, non amo la pelle pendente dei vecchi, io non l’ho.” “Madame lei ha classe, cosa molto difficile da reperire oggi, tutta la mia stima…” “Le interessa altro di me?” “Non mi faccia arrossire, non sono il tipo ma…” “Va bene ne riparleremo stasera nel mio giardino, al fresco.” Il primo negozio aveva il bancone a ferro di cavallo, le carni erano esposte dentro contenitori al freddo, i formaggi collocati sotto vetro, i prosciutti appesi come pure i salami, tutto perfetto. “Alfio questo è Marco S., ho ceduto a lui l’attività ma tu sarai sempre il fac totum, sicuramente andrete d’accordo.” Con un po’ di riluttanza Alfio diede la mano a Marco il quale lo rassicurò: “Non metterò mai bocca nel tuo operato,  dammi del tu, non amo le distanze con i collaboratori.” Il secondo negozio era simile al primo; col conduttore Basilio vi fu lo stesso colloquio. “Caro Marco non penso ci voglia molto a capire come finirà, ridi pure, anch’io ho il senso dello humor e soprattutto il senso del…sesso, son sicura che…” La cena fu servita tardi sotto gli alberi, c’erano un gran divano oltre naturalmente a sedie e tavolino. Tutto a base di carne e vino Cerasuolo di Vittoria, alla giusta temperatura, Al finale, prevedibile, Lina con molta naturalezza sbottonò i pantaloni di Marco, prese a giocare con le mani il suo ‘ciccio’ diventato una ‘arbre magic’ per poi baciarlo delicatamente sino alla normale conclusione che però non fermò la padrona di casa che, assunta la posizione di pecora, si fece infilare in ambedue i pertugi dimostrando gran piacere. “Era molto tempo che…” Finirono nella camera da letto di Lina senza incontrare nessun servitore, sicuramente addestrati a farsi i fatti loro. Il finale erotico finì a letto in maniera selvaggia, Lina sapeva che l’indomani Marco sarebbe partito e voleva un suo ricordo profondo. “Mia cara, sei stata magnifica, intanto sei rimasta giovane nel cervello e poi mi piace anche il tuo corpo longilineo, non è uno sciocco complimento, lo penso ma debbo anche pensare che ho una moglie che non intendo abbandonare, mi farò vivo ogni tanto.”Il ritorno a casa del guerriero fu un trionfo, Marco fece partecipe Gina di essere diventato comproprietario di due negozi che una signora molto anziana gli avrebbe lasciato in eredità alla sua morte. Un rapporto sessuale molto ‘leggero’ e poi una settimana di libertà insieme alla consorte, a Salvatore e ad Anna in gita sui monti Peloritani con viveri al sacco. Salvatore assente di notte per servizio, i tre si stavano annoiando dinanzi al televisore quando Anna (già d’accordo con Gina) cominciò a ‘scherzare’ da vicino con Marco, sempre più da vicino fino al finale previsto, il ‘ciccio’ di Marco inalberato passò fra le mani e poi nell’intimo delle due signore che si baciavano fra di loro, un piccola orgia apprezzata da tutti ma non evidentemente da Salvatore che era in compagnia… della bruma notturna. La storia ebbe un bel finale, quello delle favole, tutti (maschi e femmine) ripresero con spensieratezza il loro lavoro, Marco naturalmente il più fortunato ed anche Fru Fru non più 'vergine Cuccia delle Grazie alunna'ebbe il piacere di trovare un volpino maschio arrapato che le fece mettere al mondo tre bellissimi cuccioli adottati da Anna e Gina. Ritenete la storia improbabile, siete fuori strada, al giorno d’oggi in cui i matrimoni fra gay sono all’ordine del giorno una storia come quella riportata non fa impressione a nessuno anzi alcuni vorrebbero poterla vivere!
     

  • 11 maggio alle ore 18:21
    Umani per caso

    Come comincia: Succede senza preavviso.

    L'organza dei giorni, su cui sono poggiati gli attimi, d'un tratto slarga le maglie e senza rumore alcuno, lascia precipitare i giorni confusamente, l'uno sull'altro. In turbinio frastornante cadono senza toccare terra, restano impigliati nell’aria, fra denti digrignati, fra frammenti di pensieri scomposti.

    È polvere in granuli graffianti quanto rotea nell’intercapedine del corpo eterico: vuoto colmo.

    Mesti i momenti si mostrano sfuggendosi l’un l’altro, ora lampi luminosi e visi imbrattati d’amore…

  • Come comincia: Testo di riferimento: G. D'Annunzio, Versi d'amore e di gloria, II, a cura di A. Andreoli e N. Lorenzini, Milano, Mondadori, 1984.
    I taccuini del viaggio di D'annunzio costituiscono la nuova edizione digitale, curata e commentata da Ornella Rella.
     
     
    Navigando con D’Annunzio sui versi di Maia
    Giuseppe Gianpaolo Casarini
     
    «Andrò in Oriente per cinque o sei settimane: agli scavi di Delfo e di Micene, alle rovine di Troia.
    Queste visitazioni votive sono richieste dai miei studi attuali. Mi sono rituffato nell’Ellenismo»: è
    con tali parole che, il 10 luglio 1895, Gabriele D’Annunzio annunciava al suo editore Treves le
    motivazioni che lo indurranno a intraprendere il viaggio verso la Grecia.  In realtà l’intento dannunziano non era quello di esplorare luoghi a lui stranieri, ma di osservare con i propri occhi ciò che aveva precedentemente letto nelle opere greche classiche. Il viaggio gli permise infatti di rivisitare i luoghi descritti da Omero e dagli autori greci, precedentemente conosciuti tramite i loro scritti. Prevista tra il 18 o 19 luglio da Brindisi, la partenza, a causa delle pessime condizioni
    meteorologiche, fu anticipata al 13 luglio: l’imbarco a bordo dello yacht Fantasia1 di proprietà di
    Edoardo Scarfoglio avvenne dal porto di Gallipoli.Oltre al celebre giornalista, compagni di viaggio furono Guido Boggiani, pittore di fama, fotografo, esploratore poi morto assassinato da un indio in Paraguay , Georges Hérelle, insegnante di filosofia e traduttore ufficiale delle opere dannunziane in Francia, e Pasquale Masciantonio, avvocato. Giunti in Grecia l’1 agosto, l’Ulisside, come il poeta si definì e come definirà due dei suo compagni di avventura, scrive: «Siamo finalmente nel mare classico. Grandi fantasmi omerici si levano da ogni parte».
    “E COME l’esule torna
    alla cuna dei padri
    su la nave leggera:
    il suo cor ferve innovato
    nell’onda prodiera,
    la sua tristezza dilegua
    616nella scìa lunga virente:
    io così sciolsi la vela,
    coi compagni molto a me fidi,
    in un’alba d’estate
    ventosa, dall’àpula riva
    ove ancor vidi ai cieli
    erta una romana colonna;
    623io così navigai
    alfin verso l’Ellade sculta
    dal dio nella luce
    sublime e nel mare profondo
    qual simulacro
    che fa visibili all’uomo
    le leggi della Forza
    630perfetta.”
    Al ritorno da questo viaggio inizierà la stesura di Maia, un lungo poema autobiografico, in ventuno canti, intitolato Laus vitae che risulta  il primo libro de Le Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi in cui sono le raccolte poetiche della maturità di D’Annunzio.  Secondo il progetto iniziale dello scrittore le liriche dovevano essere divise in sette libri, quante sono le Pleiadi (Maia, Elettra, Alcione, Merope, Asterope, Taigete e Celeno), ma il Poeta riuscì a comporne solo cinque: Maia, Elettra, Alcyone (1903), Merope (1912) e i Canti della guerra latina (1914-1918). Il tono epico-celebrativo delle liriche appare come la trasfigurazione in poesia del mito della "Rinascenza latina" e del nuovo Rinascimento propri di quell’epoca.
    In particolare Maia costruisce la trasfigurazione in chiave eroica e leggendaria di quella crociera  con Edoardo Scarfoglio e degli altri amici ed in esso l'ideologia del superuomo, molto frequente nelle opere di d'Annunzio, caratterizza fortemente la forma e i temi trattati ispirati in particolare  ai testi scritti dal filosofo tedesco Nietzsche che contrapponevano alle idee cristiane di pietà, rassegnazione e uguaglianza i concetti dell'eterno ritorno, della volontà di potenza, del superuomo.
    Una volta raggiunta l’Ellade  il poeta immagina un suo incontro con Ulisse e ne fa il simbolo della volontà di potenza, del superuomo che sceglie l’avventura solitaria per mare.
    “Incontrammo colui
    che i Latini chiamano Ulisse,
    nelle acque di Leucade, sotto
    le rogge e bianche rupi
    che incombono al gorgo vorace,
    presso l’isola macra
    come corpo di rudi
     ossa incrollabili estrutto
    e sol d’argentea cintura
    precinto. Lui vedemmo
    su la nave incavata. E reggeva
    ei nel pugno la scotta
    spiando i volubili venti,
    silenzioso; e il pìleo
    tèstile dei marinai
    coprìvagli il capo canuto,
    la tunica breve il ginocchio
    ferreo, la palpebra alquanto
    l’occhio aguzzo; e vigile in ogni
    muscolo era l’infaticata
    possa del magnanimo cuore.”
     Si ravviva così nell’animo del Poeta il mito di Ulisse che, giunto a Itaca dopo mille peripezie, non si ferma e riprende di nuovo il mare, come era già stato trattato da Dante e da Pascoli.
    Dall’incontro immaginario e immaginato questa l’accorata invocazione fatta anche a nome degli altri amici:
    “O Laertiade„ gridammo,
    e il cuor ci balzava nel petto
    come ai Coribanti dell’Ida
    per una virtù furibonda
    e il fegato acerrimo ardeva
    “o Re degli Uomini, eversore
    di mura, piloto di tutte
    le sirti, ove navighi? A quali
    meravigliosi perigli
    conduci il legno tuo nero?
    Liberi uomini siamo
    e come tu la tua scotta
    noi la vita nostra nel pugno
    tegnamo, pronti a lasciarla
    in bando o a tenderla ancóra.
    Ma, se un re volessimo avere,
    te solo vorremmo
    per re, te che sai mille vie.
    Prendici nella tua nave
    tuoi fedeli insino alla morte!„
    Non pur degnò volgere il capo.
     
    Ulisse non li degna come visto di uno sguardo ma il Poeta non s’arrende e questo il suo grido non a nome dei compagni ma distinto, personale:

    “Odimi„ io gridai
    sul clamor dei cari compagni
    “odimi, o Re di tempeste!
    Tra costoro io sono il più forte.
    Mettimi alla prova. E, se tendo
    l’arco tuo grande,
    qual tuo pari prendimi teco.
    Ma, s’io nol tendo, ignudo
    tu configgimi alla tua prua.„
    Si volse egli men disdegnoso
    a quel giovine orgoglio
    chiarosonante nel vento;
    e il fólgore degli occhi suoi
    mi ferì per mezzo alla fronte.”
     
    Da questa sua invocazione, ecco che solo a lui Ulisse  lancia un folgorante sguardo “il fólgore degli occhi suoi mi ferì per mezzo alla fronte.” poi mentre lo stesso Ulisse si allontana:
     “Poi tese la scotta allo sforzo
    del vento; e la vela regale
    lontanar pel Ionio raggiante
    guardammo in silenzio adunati.”,
     si ha come uno sdoppiamento dello stesso Ulisse  in quanto D’Annunzio si identifica con lui  e si erge a protagonista del poema “e fui solo” che” a me solo fedele io fui, al mio solo disegno”:
     
    “Ma il cuor mio dai cari compagni
    partito era per sempre;
    ed eglino ergevano il capo
    quasi dubitando che un giogo
    fosse per scender su loro
     intollerabile.

    in disparte, e fui solo;
    per sempre fui solo sul Mare.
    E in me solo credetti.
    Uomo, io non credetti ad altra
    virtù se non a quella
    inesorabile d’un cuore
    possente. E a me solo fedele
    io fui, al mio solo disegno.
    O pensieri, scintille
    dell’Atto, faville del ferro
    percosso, beltà dell’incude!”
     
     Da qui inizierà per il “ novello Ulisse”, un Ulisside, questo viaggio sospeso fra mito e realtà, simbolo della volontà di viaggiare, sperimentare e scoprire tutto ciò che è possibile conoscere.
     L'io del poeta  è volto a inseguire ogni presenza sensibile e spirituale e trasforma il ricordo del viaggio  in un'avventura epica vissuta nel segno di Ulisse:
    “E contemplai, di contro
    a Same dai foschi cipressi,
    Itaca petrosa,
    il Nèrito aspro nudato,
    la patria angusta
    di quella incoercibile Forza.
    E veder parvemi il tetto
    securo, la soglia polita,
    le stanze purgate dai morbi
    con fumido solfo,
    le fanti dai cinti vermigli
    intente a forbir seggi e deschi
    con le spugne lor cavernose
    o a torcere i lor fusi
    versatili o a scardassare
    le lane, e la tarda nutrice
    Euriclèa che valse già venti
     tauri, e l’economa Eurinòme,
    e Femio il cantore, e nell’orto
    cinto di pruni Laerte
    curvo a rincalzare l’arbusto.”
     
     Da qui un crescendo per l’esaltazione della vita, delle bellezze della natura quel che è noto come il panteismo dannunziano :
    “Cipresso, e parvemi allora
    soltanto conoscer la tua
    meditabonda bellezza,
    commisto al palmite ricco,
    sul fianco dei colli silenti,
    su le correnti dell’acque,
    in contro al zaffiro sublime
    dei monti creati alle soglie
    dell’aria dal flauto di Pan!
    Oleandro, e allora t’elessi
    in riva ai ruscelli fiorito
    per inghirlandar la mia Musa
    che ama danzare e lottare,
    che tratta l’incudine e il sistro,
    che onora la grazia e la forza,
    che loda il pastore e l’eroe;
    t’elessi, oleandro, ti colsi
    per redimir le mie tempie
    di rose e d’alloro in un ramo.
    Non mai parso m’eri sì bello!
    E un altro da me canto avrai.”

    e della storia e del mito:
    Peregrinammo da Patre
     alla città santa d’Olimpia,
    al tempio di Zeus Cronide
    con chiusa l’offerta nel cuore.
    E tacita era la via;
    e il Sole inclinavasi all’onda
    occidua, con riaccesa
    divinità, Elio nomato
    per noi, Elio d’Eurifaessa.
    Ed eramo senza parola,
    tacenti, ma d’una celeste
    melodìa pieni il petto
    mortale. E talora dai monti
    aerei venivan messaggi
    per l’aere; e noi rendevamo
    l’orecchio, attoniti, ai suoni
    di Pan. Disse un de’ cari
    compagni: “Nel plenilunio
    che segue il solstizio d’estate
    la Festa ha principio„. S’udiva
    dietro a noi fragore di carri.

     
    “Era su la via santa
    la forza dell’Ellade, mossa
    da un ramo d’ulivo selvaggio!
    Era il fior della stirpe
    quadruplice, la concorde
    e discorde anima ellèna
    protesa verso il serto
    leggiere d’ulivo selvaggio!
    Ionii e Dorii, Eolii ed Achei,
    il sangue d’Atene di Sparta
    di Tebe d’Elice d’Ege;
    le genti insulari di Nasso
    di Sèrifo d’Andro, di tutte
    le Cicladi; e i potenti
    di terra lontana, i tiranni
    sicelii, i re di Cirene,
    i grandi oligarchi
     delle città di Tessaglia
    e quei di Metaponto di Velia
    di Sibari di Posidonia
    lambivan l’ulivo selvaggio!”
    Alfine per il  Poeta e per  i compagni ormai forgiati  “Ulissidi” varrà un solo e continuo  navigare  forti di questa esperienza “pronti a combattere, certi
    di vincere, in quanto “Vivemmo, divinamente
    vivemmo!”  nuovi e diversi lidi li attendono:
     
    “Ecco, noi sciogliamo le vele
    a dipartirci. Il periplo
    è compiuto. Navigheremo
    verso Messàna falcata,
    verso la vorace Caribdi.
    Da questa patria a un’altra
    patria ch’è pur sacra agli iddii
    veleggeremo, colmi
    di vita i precordii, spumanti
    e traboccanti d’ebrezza,
    pronti a combattere, certi
    di vincere, poi che apprendemmo
    a cantare il peana
    nelle acque di Salamina,
    nei piani di Maratona,
    e a correre dando l’assalto.
    Vivemmo, divinamente
    vivemmo! All’antica mammella
    ci abbeverammo, ancor piena.
    La bestia inferma uccidemmo
    nel nostro fango penoso.”

     
    E il Carme si chiude con le lapidarie parole  l'esortazione che, secondo Plutarco Gneo Pompeo diede ai suoi marinai, i quali opponevano resistenza ad imbarcarsi alla volta di Roma a causa del cattivo tempo:
    “Son qua, Ulissìde.„
     
     “Su, svegliati! È l’ora.
    Sorgi. Assai dormisti. Odi il vento. Su! Sciogli! Allarga!
    Riprendi il timone e la scotta;
    ché necessario è navigare,
    vivere non è necessario.„
     
     
    …………………………………………………………..
     
    Fonti e riferimenti
    1) Gabriele D'Annunzio Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi,  Libro Primo - Maia, Milano, Fratelli Treves Editori,1908. Fonte: Internet Archive
    2) G. D'Annunzio, Versi d'amore e di gloria, II, a cura di A. Andreoli e N. Lorenzini, Milano, Mondadori, 1984.
    3) I taccuini del viaggio di D'annunzio costituiscono la nuova edizione digitale, curata e commentata da Ornella Rella- da Internet
    4) Maia( Poesia-Wikipedia-da Internet
    5) Maia-Wikisource-da Internet
     
     

  • 03 maggio alle ore 9:27
    L'oro del Ticino

    Come comincia: Ma da dove arriva questo oro!?
     
    Così un tempo si favoleggiava: Vuole una prima leggenda, che sotto ad un “ramo” del Ticino, vi sia un tesoro lasciato da una popolazione ricchissima; questa, davanti ad un estinzione, decise di seppellire tutti i propri averi, in gran parte d'oro, sotto al letto del fiume, per permettere di salvarsi...; Questo tesoro, di tanto in tanto perde pezzi, dovuto alle inondazioni e continuo scorrere dell'acqua, lasciando così pezzi d'oro nel alveo del fiume...
    Altra leggenda tra le storie più popolari resta quella che racconta della costruzione di due tombe, nell’alveo del fiume  presso il Ponte, nelle quali furono deposti un re ed una regina sconosciuti e che dalla tomba della regina fossero fuoriusciti i suoi ori spargendosi nella sabbia del fiume.
    In realtà le cose stanno così:
     
     
    Fin dai tempi dei romani quasi tutti i corsi d’acqua che scendono dalle Alpi sono stati oggetto di ricerca dell’oro. Anche nel Ticino, come in tutti i fiumi pedemontani di Piemonte e parte della Lombardia, si può trovare oro. Dagli scritti di Plinio il Vecchio si desume che, già in epoca romana, circa 30 mila schiavi venissero impiegati nell’estrazione dell’oro nelle zone alluvionali e moreniche della bassa Gallia (l’area del Piemonte e Lombardia occidentale). Ne sono testimoni grandi discariche, ancora presenti nella zona. Nei giacimenti alluvionali, infatti, l’oro si presenta prevalentemente sotto forma di minute pagliuzze, di dimensioni difficilmente superiori al millimetro, anche se talvolta si possono rinvenire piccole pepite. Dopo l’epoca romana lo sfruttamento delle sabbie aurifere era gestito direttamente dalle Autorità del tempo e/o dato in concessione ad enti o operative locali.  Dall’interessante libro I tesori sotterranei dell'Italia. Le Alpi del 1873 di Guglielmo Jervis si hanno notizie interessanti circa le concessioni relativamente alla “pesca dell’oro” ( pagliuzze d’oro) relativamente al fiume Ticino:

    In tutto il fiume Ticino, dal Lago Maggiore al Po e relativa lanche, valli e martizze, esiste il diritto della pesca dei pesci e della sabbia a pagliuzze d'oro e d'argento ( oro argentifero) , e ciò per concessione del 1654 di Filippo IV re di Spagna, a favore del marchese Giovanni Pozzobonelli, diritto che già per sentenza del 1635 era dichiarato a favore della R. Camera. Al Pozzobonelli, per eredità e vendita, sono successi alla casa Clerici, i marchesi Arconati Visconti e Busca, il comune di Galliate ed il papa Urbano Crivelli, fondatore della soppressa abbazia di Santa Maria della Pace, in Magenta, ora dei nobili consorzi Crivelli.
    La competenza Clerici, consistente nella maggior parte di tutto il fiume, venne rivenduta ad enfiteusi perpetua a diversi, che ancora attualmente esercitano economicamente la pesca, e si estende dal Lago Maggiore al territorio di Galliate e Robecchetto con Induno, indi dopo Besate fino al Po.
    MARANO TICINO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda destra, ossia piemontese.
    VARALLO POMBIA. - Oro nativo in pagliuzze finissime nel fiume Ticino, sponda destra. - Scarsissimo.
    POMBIA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    OLEGGIO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, riva destra.
    GALLIATE. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    ROMENTINO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    TRACATE. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra, presso il ponte di San Martino.
    Il comune di Trecate è proprietario del diritto della pesca dell'oro nel suo territorio e tale diritto è concesso in affitto.
    CERANO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    Anticamente la pesca dell'oro nel territorio di Cerano era riservata alla famiglia Lezzaldi.
    GOLASECCA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra o lombarda.
    SOMMA LOMBARDO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    VIZZOLA TICINO. Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    TURBIGO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    ROBECCHETTO con INDUNO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, presso il villaggio di Induno Ticino, riva sinistra.
    Il comune di Induno Ticino, soppresso nell'anno 1870, venne aggregato a Robecchetto.
    CUGGIONO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra, ossia lombarda.
    BERNATE TICINO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    La pesca sul territorio di Bernate Ticino è proprietà dei nobili consorzi Crivelli: sebbene ora di poca importanza pare che una volta fosse di gran lunga superiore, se sono esatte le informazioni date da Bossi. Questi riferisce che l'abbazia di Santa Maria della Pace in Magenta traeva dall'affitamento della pesca dell'oro nel Ticino uno dei suoi redditi principali - V. Mémoires de l'Académie impériale des Sciences de Turin, 1 ére Série, Tom. XIV. P. 270; Mémories Présentees, Turin, 1805.
    CASSOLNUOVO. - Oro nativo nel fiume Ticino, riva destra, piemontese.
    VIGEVANO. - Oro nativo nel fiume Ticino, sponda destra.
    ZERBOLO'. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda destra.
    TRAVACO' SICCOMARIO. - Oro nativo in pagliuzze ; di fronte all'isola della Costa, sotto Pavia nel fiume Ticino, presso il suo sbocco nel Po.
    BEREGUARDO. - Oro nativo in pagliuzze, nel fiume Ticino, sponda sinistra, presso i villaggi di Bereguardo, Pissarello e Zelata. - I comuni di Pissarello e Zelata vennero soppressi nel 1872 ed aggregati a quello di Bereguardo, come indicato.
    TORRE D'ISOLA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra, ossia lombarda.
    CORPI SANTI DI PAVIA. - Oro nativo in pagliette finissime nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    La metodologia di ricerca si basava sulla principale caratteristica fisica del metallo: l’elevato peso specifico. Il fiume, soprattutto nel corso delle piene, accumula sabbie aurifere nei punti dove la corrente perde di energia, in corrispondenza di anse e rientranze denominate “punte”, per il loro aspetto. Sono zone di sedimentazione, di solito localizzate lungo le sponde, a forma approssimativa di triangolo con il vertice rivolto a monte: proprio qui si ha il massimo accumulo aurifero. Nel Parco del Ticino, nel territorio di Varallo Pombia, sono conosciute le vie Aureofondine: antiche miniere d’oro a cielo aperto che si presentano oggi come degli enormi cumuli di sassi ammonticchiati, lungo un percorso di quasi due chilometri. La storia della ricerca dell’oro ha attraversato tutte le civiltà e le popolazioni che si sono insediate lungo il fiume. La ricerca sui fiumi avviene utilizzando una attrezzatura semplice: stivali di gomma e una “batea” (la “padella” del cercatore) che abbiamo visto in tanti film americani. Talvolta vengono impiegati anche setacci e una “canalina”: lo scopo di ogni attrezzo è sempre quello di eliminare la ghiaia e le frazioni più grossolane del sedimento. La batea è lo strumento principale per “saggiare” la sabbia aurifera; ha dimensioni e foggia che variano a seconda delle tradizioni in uso nei vari Paesi. La tecnica d’uso è semplice: una volta riempita di sabbia aurifera viene agitata in senso rotatorio, mantenendola a pelo d’acqua per favorire la graduale estromissione, in superficie, dei materiali più leggeri, trascinati fuori dall’acqua. Sul fondo si ottiene, dopo prolungati lavaggi, un sedimento scuro e pesante, dentro al quale si possono individuare le pagliuzze d’oro. La ricerca  è definitivamente conclusa nel secolo scorso, dopo tentativi di tipo industriale-speculativo compiuti da multinazionali estere anche se nel corso della seconda guerra mondiale cercatori locali avevano ripreso l’attività, abbandonata pochi decenni prima. Da uno dei siti internet del Comune di Motta Visconti si ricorda che in località Maina dietro un palazzotto tipo castello ancora esistente  c' era  Battiloro dove si lavorava l'oro estratto dalla sabbia aurifera del Ticino riducendolo in sottili fogli. Oggi la ricerca dell’oro alluvionale è una attività di tipo naturalistico-amatoriale; la “potenzialità” del Ticino è inferiore a una decina di grammi di pagliuzze per tonnellata di sabbia setacciata: non remunerativa per procedimenti di tipo industriale, ma fonte di emozioni, divertimento e soddisfazioni per i cercatori dilettanti. Qualcuno ha calcolato che il fiume trasporta nelle sue acque, ogni giorno, pagliuzze d’oro per un valore tra 5.000 e 10.000 euro, a seconda della portata delle acque. Pochi lo sanno, ma annualmente si tengono campionati mondiali di pesca all’oro, nei quali gli italiani si classificano abitualmente ai primi posti e il Ticino, nel 1997, è stato sede di una di queste competizioni.
    Questa nota oltre che personali conoscenze  nasce anche  da una parziale spigolatura tra note, notizie, pagine di libri trovate su Internet alle voci: “Oro del Ticino, Cercatori d’oro del Ticino, Oro del Ticino nella Storia, L’oro nella sabbia del Ticino, La ricerca dell’oro nel Ticino”.
    ………………………………………………………………………
     

     
     

  • 02 maggio alle ore 10:45
    CROCIFISSA LA SQUAW.

    Come comincia: Le pessime abitudini non hanno mai fine. Mettere ad una bambina, in onore di una nonna, il nome di Crocifissa è proprio una crocifissione, in Calabria è nome comune anche se decisamente impegnativo. La neonata era figlia di Giuseppe M. e Maria G. ma anche‘Figlia dei Fiori’ quel movimento intellettuale degli anni 70 con cui venivano azzerati tutti quelli che erano in precedenza considerati valori  basilari. Gli ‘hippy’ avevano rifiutato le convenzioni e le istituzioni familiari ma indirizzato i loro interessi alle filosofie orientali. Vestiti con abiti a fiori avevano  assunto come detti ‘mettete dei fiori nei vostri cannoni’, oppure ‘fate l’amore non la guerra’ e amenità del genere. Questa premessa è per i più giovani che forse non hanno sentito parlare di quel movimento. La piccola Crocifissa, a cui non era stato risparmiato proprio nulla (aveva avuto un dote anche i nomi di Cloe, Senara, Ubalda) divenne presto orfana dei genitori che, ubriachi, morirono nell’incendio della loro tenda in località Calcata a 40 km. da Roma. Giocoforza la bimba venne affidata ai nonni  Cateno F. e appunto Crocifissa V. che, per motivi di lavoro del capo famiglia, abitavano a Messina, in via Colapesce. Cateno aveva acquistato una falegnameria sotto la sua abitazione al primo piano,  la bimba a due anni, venne iscritta all’asilo infantile delle monache che apprezzarono subito il suo carattere sempre allegro e gioioso e poi con quel nome…In particolare la superiora , suor Celestina,  le aveva comprato tanti giocattoli, era la sua prediletta e spesso la accarezzava, la baciava in continuazione,  insomma  una vera madre ma…Suor Celestina, ricca di famiglia,  in passato aveva avuto delle relazioni non proprio materne con alcune allieve che frequentavano le superiori al liceo classico Prati pur abitando ancora nel collegio. Certo quelli non erano insegnamenti divini ma reprimere la propria natura non è possibile, né era possibile abbandonare il velo monacale per lo scandalo che avrebbe creato nella famiglia originaria di Patti in provincia di Messina, famiglia conosciutissima in paese e molto religiosa. Suor Celestina aveva confidenza col proprio confessore, un giovane prete aperto di idee. Parlando a lungo della natura umana, erano venuti all’accordo che il suo non fosse un peccato perché  creazione di Dio e che è giusto muoversi in totale autonomia con la propria natura. Messosi l’animo in pace, suor Celestina si ‘coltivava’ Crocifissa che cresceva ogni giorno più bella e allegra. Bravissima a scuola, aveva superato brillantemente la terza media ed i nonni l’avevano iscritta al liceo classico Prati. Pian piano Crocifissa e suor Celestina erano divenute ‘intime’. Crocifissa non se ne meravigliò, di natura aperta di idee (aveva preso dai genitori) aveva accettato con piacere le carezze e gli orgasmi con la suora con la quale spesso passava la notte con la complicità delle altre suore ben foraggiate dalla madre superiora. Non  era più vergine causa un vibratore in possesso di suor Celestina avuto chissà come. La ragazza dimostrava un’intelligenza superiore alla media. A scuola si annoiava perché quanto veniva spiegato dagli insegnanti l’aveva già appreso di suo leggendo i libri di testo. Faceva finta di essere distratta ma, a richiesta degli insegnanti, ripeteva tutto quello da loro spiegato con meraviglia di tutta la classe. Una svolta nella sua vita avvenne con la nomina ad insegnante di lettere di un certo Ettore S., fusto di un metro e ottanta aperto di idee, simpatico anche lui sempre allegro, elegante che mandò in visibilio tutta la parte femminile della classe. Crocifissa attirò subito l’attenzione  del prof. facendo cose impensabili per gli altri alunni: traduceva versioni dal greco al latino,  ripeteva a memoria molte poesie ed anche tratti di prosa di scrittori celebri, per non parlare della storia tutta memorizzata e della geografia,  conosceva tutte le capitali degli stati esteri. Crocifissa comunicò la notizia a suor Celestina che, curiosa di natura, pensò bene di invitare il prof. a tenere una lezione all’interno del  collegio sul tema: ‘Le bellezze del mondo create da Dio.’ Il buon Ettore al ricevimento dell’invito si fece pazze risate, lui ateo ed anche un po’ pagano doveva magnificare qualcosa in cui non credeva ma la curiosità non è solo femmina ed accettò sicuro di portare un po’ di sconvolgimento fra le suore infatti…Ettore era maritato con Eleonora marchesa di S.Agata Militello donna esagerata in tutti i campi: ricchissima, alta, longilinea, sempre elegantissima al suo ingresso nell’edificio attirò subito l’attenzione di tutti i presenti: il suo metro e settantacinque era ‘coperto’ da un abito a fiori lungo fino ai piedi, uno spacco laterale abissale, scarpe con alto tacco di color rosa e cappello a larghe falde di color azzurro per non parlare…invece parliamone perché la scollatura posteriore arrivare sino all’incrocio delle due natiche. La prima a rimanere sbigottita fu suor Celestina la quale si riprese subito e andò incontro all’ospite con la mano tesa: “Benvenuta nel nostro istituto,intanto glielo faccio visitare e poi andremo nel nostro teatrino per la conferenza di suo marito.” Qualcosa era scattato fra le due femmine: seguitavano a guardarsi negli occhi senza parlare ma sorridendo. Crocifissa, ormai cresciuta, capì quasi subito la situazione: madame Eleonora preferiva i ‘fiorellini’ ai ‘cosoni’ maschili e dentro di sé grandi risate nel pensare all’evolversi  della situazione futura. Ettore la prese alla larga entrando nel tema e sottolineando le bellezze della natura create da Dio: oltre all’uomo gli animali, gli alberi, i paesaggi e tutto quello che ci circonda ma poi cominciò a svicolare pericolosamente trattando l’argomento femminucce: prima l’amor materno verso la figliolanza ma poi focalizzò il suo pensiero per l’amore fra uomo e donna  per eseguire il detto di Gesù ‘Crescete e moltiplicatevi’ e quindi l’amore fisico fra maschi e femmine che, oltre al piacere fisico, portava alla nascita di un nuovo essere. Suor Celestina pensò bene di interrompere la conferenza con: “Ora tutti al rinfresco nella sala riunioni.” Eleonora sempre scortata dalla madre superiora, assaggiò a malapena qualche delizioso dolcetto preparato dalle mani sapienti (in campo culinario) delle suore: “Sono a dieta ma mi lascerò un po’ tentare, buonissimo questo babà, le sue sorelle hanno le mani d’oro!” La serata non poteva finire diversamente che con l’invito da parte di Eleonora ad suor Celestina nella sua villa lungo la panoramica. La madre superiora, felicissima dell’invito, la subordinò al permesso che doveva essere concesso dalla Madre Generale. Eleonora la rassicurò, le sue conoscenze erano molto ampie e soprattutto importanti. Il giorno stabilito, un sabato, una Maserati si fermò dinanzi l’ingresso del collegio, ne scese un autista che, berretto in mano fece salire la suora e Crocifissa nel sedile posteriore. Il conducente se la prendeva calma e tutte le altre auto sorpassavano la loro.  A questo punto suor Celestina: “Le sarei grata se aumentasse l’andatura, amo la velocità.” Non l’avesse mai detto, un rombo potente seguito da un cambio di marcia molto veloce, da viale della Libertà alla rotonda dell’Annunziata e poi lungo la Panoramica sino all’ingresso di una villa dalle alte mura, un congegno elettrico messo in moto dall’autista aprì il grande cancello di ferro. Sempre col berretto in mano l’autiere aprì le due portiere posteriori dalle quali uscirono Crocifissa e suor Celestina un pò sbatacchiate.  All’ingresso erano in attesa Ettore in short ed Eleonora in due pezzi alla brasiliana ma coperta da un copricostume trasparente rosa. Grandi abbracci di benvenuto e poi Eleonora: “Potremo andare in spiaggia ma alla confusione preferisco rilassarmi nella mia piscina di cinquanta metri, ci si sono svolte anche gare regionali di nuoto.  Crocifissa rimase in un due pezzi abbastanza castigati, Ettore in un costume piuttosto ridotto ma Eleonora, toltasi la vestaglia,  esplose con il suo mini due pezzi che copriva a mala pena i capezzoli ed il pube , dietro un filo. Suor Celestina era in evidente imbarazzo. “Mia cara qui siamo fra di noi nessuno può vederci, la servitù sta lontana e quindi una volta tanto dà uno strappo alle regole,il mondo è pieno di regole, una noia!” e cominciò a toglierle la parte superiore del cappello poi pian piano il vestito sinché suor Celestina rimase in sottoveste che sparì insieme alle calze, solo reggiseno e mutandine. La suora, come ipnotizzata, non era riuscita ad opporsi. A questo punto quel furbacchione di Ettore prese sotto braccio Crocifissa e: “Faccio vedere la villa alla mia allieva” e, presela sotto braccio sparì fra gli alberi. “Senti Crocifissa non me la sento di chiamarti col tuo nome, scegliamone un altro.” “I mi chiamo anche Cloe, Senara e Ubalda.” “Di bene in meglio! Da ora in poi per me, nei nostri rapporti, sarai Aurora spendente come il sole che sorge. Se mi permetti una confidenza vorrei baciarti spero non ti opporrai e, senza ottenere risposta si impossesso della bocca di Aurora e ci rimase a lungo tanto che il suo ‘ciccio’ , inalberato, uscì dal mini slip e si presentò trionfante alla presenza dei due. Gran risata di Ettore, perplessità di Cro..pardon di Aurora per la quale era la prima visione di un membro maschile,. “Non  aver paura, prendilo in mano,  non ti obbligherò a fare quello che può darti fastidio, dalla tua impressione credo che sia il primo che vedi.” La ragazza si incoraggiò, tanto o prima o poi… e prese a giocarci  con le mani e poi a baciarlo. “Attenzione ‘Ciccio’ è uno zozzone ed ha l’abitudine di sputazzare …potrebbe darti fastidio.” Cosa che avvenne poco dopo ed Aurora si trovò tutta impiastricciata. “Per fortuna ho con me un asciugamano, più in là c’è una fontana.”  Ettore si sedette con la schiena appoggiata ad un muretto, Aurora sdraiata con la testa sulle gambe del suo insegnante, ambedue rilassati e felici, una nuova esperienza da riprovare pensò Aurora. Al ritorno Eleonora: “Avete fatto un giro lungo, avete visitato pure l’uccelliera?” A questo punto Crocifissa scoppiò in una fragorosa risata che non finiva mai. Dopo quell’accenno agli uccelli Aurora (ormai voleva chiamarsi così) notò che qualcosa era cambiata fra le due donne. Dalla loro espressione sembravano a disagio, suor Celestina aveva indossato il copricostume di Eleonora che era rimasta in due pezzi mah! “Prima tutti sotto la doccia e poi un pranzo delizioso a base di pesce preparato da Consolato, cuoco eccellente.” La villa aveva cinque bagni e quindi nessuna promiscuità. Dopo pranzo Eleonora prese un bocchino di avorio e d’oro, vi inserì una sigaretta che risultò profumatissima, era l’unica fumatrice. Una passeggiata distensiva postprandiale sino alla citata uccelliera che conteneva un numero notevole di uccelli grandi e piccoli molto rumorosi, erano bellissimi, di tutti i colori anche pappagalli parlanti, uno in particolare si mise in mostra con un ‘cornuto’, cosa non apprezzata dalla padrona di casa: “Devo dire a Cateno di metterlo in una gabbia a parte dentro casa!” Una particolarità notata da Crocifissa: vi erano in villa collaboratori solo di sesso maschile, forse la marchesa voleva evitare di prendersi qualche libertà di troppo con qualche femminuccia. Un arrivederci a presto sinceramente sentito da tutti e quattro per motivi differenti. A scuola Aurora ricevette dal prof. una confezione di pillole anticoncezionali ed un rinvio per un ‘colloquio’ al mese successivo. Nel frattempo la piccola Crocifissa non era più la piccola ‘Figlia dei Fiori’, superati gli esami di maturità si iscrisse a lettere moderne all’Università e si recò in un istituto di bellezza per imparare a truccarsi. ‘Di testa’ non si considerava una persona normale e questo pensiero la portò a scegliere un trucco fuori del comune: forte tonalità mono marrone dal collo sino alla fronte. Il suo viso era totalmente stravolto cosa fattole notare da tutti con menefreghismo da parte dell’interessata. I compagni di Università le appiopparono  il soprannome, perfettamente calzante  di ‘Squaw’, evidentemente i geni dei genitori si facevano sentire e soprattutto vedere! Altra sua nuova peculiarità: prese a poi a dipingere non con colori ad olio ma con acrilici  soprattutto soggetti strampalati di figure umane,  era diventata una bohémienne anche nel vestire, con abiti con foggia fuori del comune e con colori improbabili. I nonni non si permettevano di criticare, era la loro nipote adorata, solo suor Celestina era perplessa ma, come si dice, si faceva i fatti suoi anche perché aveva i suoi problemi. A mezzo raccomandazioni presso la Superiora Nazionale molto spesso il pomeriggio era autorizzata a  recarsi in villa a trovare la Marchesa e ne usciva felice e contenta, aveva trovato l’amore cosa sino ad allora mai provato, lei stessa non pensava che gli omo o meglio le omo potessero provare questo sentimento. Ormai la Maserati era di casa dinanzi al convitto, trasportava sia suor Celestina che Crocifissa che finalmente aveva provato l’amore fisico maschile scoprendosi molto reattiva al sesso tanto da preoccupare talvolta Ettore quando la cotale esagerava con gli orgasmi. Finale della storia: Crocifissa ormai Aurora per tutti affittò un locale in via Margutta (all’inizio con i soldi della marchesa) e la pittura divenne la sua professione. I suoi quadri, molto particolari, venivano venduti a buon prezzo, sicuramente avrebbero fatto la felicità dei genitori ‘Figli dei Fiori’. Ettore era ormai praticamente suo marito dato che la marchesa lo ‘usava’ molto raramente, in compenso con suor Celestina faceva faville. ‘Tout passe, tout lasse, tout casse.’ Il proverbio francese aveva fotografato quanto accadde ai quattro. Suor Celestina ormai non  più giovane, si ammalò, il prof. Ettore fu trasferito d’ufficio a Roma, la marchesa trovò un’altra amante ma nel cuore le era rimasta sempre suor Celestina, Aurora incontrò un pittore affascinante ma con poco talento e squattrinato ma, in mancanza di meglio…

  • 01 maggio alle ore 10:51
    Gino, il pozzo e il gatto

    Come comincia: Gino era un ragazzo di Vetulonia, che come gli altri dodicenni suoi coetanei, nei rari momenti di libertà che gli lasciava il lavoro nei campi, ricercava un po’ di svago nella natura. Un giorno di festa s’aggirava negli ubertosi pressi del paese frustando l’aria con un ramo di ginestra fiorita, quando intese miagolare un micio, ma quel verso, più che un semplice miagolio, suonò ai suoi orecchi come una disperata richiesta di soccorso. Il gemito pareva provenire dalle viscere stesse della terra ed egli comprese al volo che il gatto doveva essere precipitato dentro un pozzo. Nei dintorni, infatti, si trovava un antico pozzo, scavato dagli Etruschi e rimasto in uso per secoli fino al presente. Poiché, poco prima, il ragazzo aveva udito la Signora Maestra chiamare il proprio gatto, comprese che doveva trattarsi della stessa bestiola, corse subito ad avvertirla. L’insegnante si precipitò sul luogo e credendo di riconoscere negli strazianti richiami quelli dell’amato felino, supplicò il ragazzo di salvarlo. Gino non se la sentiva di rifiutare un aiuto proprio alla persona che tanto avrebbe desiderato conoscere e che, invece, mai aveva potuto frequentare a causa delle spietate necessità della vita d’allora. D’altra parte, tutti sapevano che il pozzo era profondo circa dodici metri, per cui Gino esitò a rispondere. Alla fine si diede coraggio ed accettò, ma a condizione che qualche  uomo di fatica lo calasse dopo averlo assicurato ad una fune e, soprattutto, fosse pronto ad issarlo a cose fatte.

    Per colmo della sfortuna gli uomini validi erano quasi tutti scesi a valle per l’estatura, ma, come Dio volle, riuscirono a trovarne tre adatti allo scopo, muniti di una robusta corda.
    Gino si accoccolò sul secchio, mentre la catena si dipanava facendolo lentamente sparire alla vista.
    La luce diminuiva rapidamente durante la discesa e con essa anche lo spazio: Gino s’avvide, infatti, man mano che procedeva, che la calata non era affatto diritta, bensì tortuosa e ristretta dai detriti depositatisi sui fianchi col passare dei secoli. Presto rocce sporgenti e sassi puntuti presero a tormentargli le carni, fino a farlo sanguinare, ma il ragazzo, che non era nuovo al dolore ed alla fatica non cedette e continuò a discendere, preoccupato solo di poter arrivare in tempo.
    Il cunicolo si faceva sempre più angusto ed in non poche occasioni il corpo del giovane rischiò di restare incastrato, ma seppe sempre districarsi e proseguire.
    Ormai scendeva nella totale oscurità e le voci degli uomini che l’avevano fino ad allora accompagnato ed incoraggiato non filtravano più. Solo la catena che seguitava a cigolare l’univa al mondo dei vivi.
    D’improvviso Gino, dopo essere a lungo scivolato aiutandosi cautamente con mani e piedi, si sentì sospeso nel vuoto e con un tonfo sordo precipitò inaspettatamente nell’acqua marmata che lo gelò. Dopo tanto strazio aveva raggiunto il fondo solo per affogare, credé in preda al panico. La cisterna doveva essere fonda circa tre metri e se il braccio del ragazzo non avesse afferrato d’istinto la catena del secchio, brancolando alla cieca, il gatto non sarebbe morto da solo.
    Gli uomini all’imboccatura continuavano a calare, ignari del pericolo mortale che Gino stava correndo, ma per fortuna sapeva nuotare, e sebbene gli arti gli s’intorpidissero in fretta, radunò il fiato necessario per un buttar fuori un bercio sostenuto dalla forza della disperazione, che solo la maestra avvertì. Il cavo divenne d’un tratto rigido ed immobile, mentre una torcia veniva calata lentamente.
    Gino si riebbe quando scorse il timido bagliore che, dopo millenni, osava violare il buio anfratto per rivelarne i segreti allo sguardo sbalordito del giovane, disceso per certo dai pristini artefici.
    S’issò lungo la catena ed afferrò la fiaccola prima che toccasse l’acqua. Capì, allora, di non essere stato il primo occupante di quel luogo remoto: le pareti dell’ambiente che raccoglieva la falda erano, infatti, state scalpellate tutte a mano e la luce ballava su di esse, rimbalzando d’intorno e rifrangendosi su ciascuna cunetta. Sebbene l’imboccatura del pozzo dovesse risultare all’origine più ampia ed agevole e sicuramente meglio tenuta, Gino si chiese se non fosse stato proprio un ragazzo come lui a compiere un simile lavoro. Forse, un suo antenato. Magari era proprio così, giacché molte sono le coincidenze inspiegabili tanto nell’arco della vita d’un uomo, quanto nello srotolarsi dei secoli.
    Un suono appena percettibile lo riportò al tempo che correva e cercando di dirigere il riverbero verso la direzione da cui era giunto, poté intravvedere una matassa di pelo gocciolante, abbarbicata su una lieve rientranza della parete: ringraziando il Cielo il gatto era ancora vivo.
    Il salvatore si dette l’abbrivio e prese a pendolare nel tentativo di afferrarlo. Inutile! Era troppo distante, per cui rimaneva un’unica scelta: non appena la catena fu tornata immobile, fissò in uno degli anelli il manico della torcia ed afferrò la canna che gli galleggiava accanto, su cui il lume era stato in un primo momento assicurato. Di seguito riprese a dondolarsi e non appena l’ebbe a tiro, vibrò un deciso colpo all’animale che, persa la presa sul precario appiglio, precipitò in acqua, punto contento del trattamento ricevuto e delle ripetute, indesiderate abluzioni. Gino abbandonò a sua volta la propria sicurezza e si tuffò verso la bestiola che, avvertito un corpo solido in mezzo a tanto liquido, lo artigliò  con tutte e quattro le zampe. Si trattava, naturalmente, del torace del ragazzetto che pur patendo per tali effusioni, ne fu quasi sollevato, potendo in tal modo mantenere libere le braccia per nuotare sul dorso fino alla catena.
    A quel punto Gino prese ad urlare con quanto fiato aveva in corpo, agevolato in ciò dall’atteggiamento poco amichevole del micio, ed alla fine l’eco delle sue grida colpì, forse, prima il cuore dei sensi della maestra, che ordinò di issare alla svelta.
    Certo era convinta di agevolare l’ascesa dopo un’attesa tanto incalcolabile quanto angosciosamente interminabile e gli uomini, avvezzi a ben maggiori pesi, non si risparmiarono di certo, e così facendo rischiarono di soffocare Gino. Se le strettoie e le curve gli erano apparse aspre alla discesa, si rivelarono atroci alla salita, e mentre sassi e motriglia gli franavano sul capo, il sangue sprizzava rorido a dissetar la terra, dalle spalle e dalle braccia. Eppure, Gino non si curava delle ferite, tanto grande la gioia di poter tornare a rimirar la luce del sole, fiero per di più, di aver compiuto la missione affidatagli con tanto fremito dalla signora maestra!
    Pochi attimi e sbucò all’aria col prezioso carico più morto che vivo, ma salvo. La maestra l’abbracciò e lo baciò forte, poi gli tolse il micino e corse via ad asciugarlo.
    Gino rimase a guardarla allontanarsi, raggiante, anche se lo straccio che gli faceva da camicia pel caldo e da cappotto pel freddo era lacero e logoro e difficilmente avrebbe potuto sostituirla, ma al momento non se ne dette cura. Era vivo e, grazie a Dio, era estate.

  • 01 maggio alle ore 10:48
    Gino e il barroccio

    Come comincia: Verso i trent’anni ero ormai un falegname rifinito, rifinito sopra tutto dalle baruffe col mi’ babbo che mi voleva contadino come lui e non l’intendeva che uno dei suoi figlioli dovesse lasciare i campi di casa per fare qualcosa che nessuno in famiglia aveva mai fatto prima. Comunque avevo attrezzato a casa e a bottega la stalla del mi’ nonno, ricavata da una grotta, pagandogli l’affitto vero?, e nessuno a Vetulonia aveva avuto qualcosa da ridire. Sarà dipeso dal fatto che di falegnami s’era due soli, ma insomma le cose filavano a dovere. Una volta, un pastore di Colonna, che con le pecore aveva alzato dei bei soldini, m’incaricò di rifargli gli infissi di tutta la casa, che era un bel lavoro dacché si trattava di dieci stanze. Siccome da fare ne avevo parecchio e perfino d’avanzo, pensai di comprare il legno già bell’e pronto come mi ci voleva, anziché accingermi all’opera da capo, altrimenti sarebbe andata troppo alle lunghe. Così riuscii a farmi prestare il barroccio dal mio babbo e ci attaccai il suo mulo. Era, questo, un bardotto spropositato per la sua razza, tanto grande da parere un cavallo e con la stessa possanza, anche perché intero. Quindi, in compagnia di un mio cugino più giovane, caricai queste assi da un artigiano dotato di sega circolare, allora piuttosto rara, e che si era sbrigato a tagliarle a misura. Misura, però, che superava la lunghezza del mio carretto, cosicché quei legni puntuti sporgevano rasentando il posteriore del quadrupede, ma fintanto che s’andava in piano o in salita non gli dettero punta noia. Fatto sta che, giunto ad un quadrivio in cima a una china, incocciai in una donna che portava seco un gran fagotto, la quale mi apostrofò: “Oh! Quell’omo, andate all’ingiù per questa strada?”“Sì, quella sposa”, risposi. E lei di rimando: “O che me la fareste una carità?”
    “Ditemi. Se posso, volentieri.”
    “O che me lo portereste sul barroccio questo involto? Sapeste come pesa!”
    “Che ci avete?”
    “Lana, panni vecchi e cose così.”
    “Ovvia, datemelo. Ma dove lo devo lasciare? Ché mica lo so.”
    “Ecco, se caricaste ancora me, ve l’indicherei io, se non vi dò noia.”
    “Capirà! In discesa ci vanno ancora i cocomeri, salite.”
    E ripartimmo. Il male fu che, per la scesa, i pali cominciarono a scivolare in avanti e passo, passo si conficcavano sempre più nel didietro dell’animale, che un poco sopportò, poi, non potendone più, ad ogni trafittura prese a scartare allungando l’ambio, finché non spiccò il galoppo. Hai voglia a tenerlo! Mi alzai in piedi per far leva con tutto il corpo, ma nonostante avesse il morso in bocca e il collo tutto rivoltato all’indietro per il mio gran tirare, non c’era verso di fermarlo e in discesa acquistavamo sempre più velocità.
    Mi ci scappava da ridere all’inizio, poi un po’ meno, tanto che mio cugino mi gridò: “Tira la martinicca! Tira la martinicca!” La tirai e le ruote s’inchiodarono. Macché! Sul breccino il barroccio slittava come sulla neve, ma di traverso, così che lo sbandamento era sempre più marcato ed io vedevo le banchine della carrozzabile avvicinarsi minacciosamente. Il pendio non accennava a finire e quando mi avvidi che presto saremmo ruzzolati negli uliveti che crescevano lungo i dirupi ai bordi della strada, berciai: “Buttatevi, ché qui si va a far cipolle!”.
    Quella povera donna mi ubbidì al volo, senza pensare che quando ci si lancia da un mezzo in movimento, bisogna seguirne la direzione, cercando di assecondarla con una breve corsa e un ruzzolone. Invece, in preda al terrore, si erse sulla fiancata posteriore e si lanciò in aria a corpo morto. Poverina, si spiaccicò per terra come un rospo, e rimase lì coperta dal gran polverone che alzavo. Io, che cercavo di non andare al Creatore anzitempo, non me ne accorsi e dopo un po’ gridai a mio cugino, sperando che almeno loro la scampassero: “Forza, agguanta quella donna e buttati!”
    “Quella donna?”, esclamò di rimando. “E’ da quel dì che s’è buttata!”.
    “O da dove, che non l’ho vista?”
    “Da dietro.”
    “O poveretta! Dai buttati ancora te.”
    “No, che ho paura!”
    “Buttati ti dico!”
    “None!”.
    Allora mi girai verso di lui afferrando un bordone e gli ringhiai: “Lo vedi ’sto legno? Se ’un ti butti ti ci spiano il groppone!”
    E siccome mio cugino era parecchio più giovane di me e io più robusto di lui, e datosi che l’alternativa era in ogni caso sconsigliabile, si scaraventò di sotto a modino e con due rufoloni si salvò.
    A quel punto mi sovvenne che di lì a poco si allargava uno stradone largo e piano e giunto alla curva, come fu come non fu, mi riuscì di instradarci il biroccio e dopo un bel pezzetto, il somiere, esausto e liberato da quel pungolo, si placò e si fermò. Lo incaprettai e corsi a vedere come stesse la disgraziata. Ripercorso un bel tratto la trovai a terra imparentata con la ghiaia, e pianino, pianino la sollevai. Dopo essermi rassicurato che, grazie a Dio, non s’era rotta nulla ed averle promesso di rifonderle ogni spesa del dottore, aggiunsi: “Sentite, ora, però, me lo scrivete l’indirizzo dove devo recapitare quel pacco, perché io, sul mi’ barroccio, ’un vi ci rimonto davvero!”
     
     
     
     

  • 01 maggio alle ore 10:39
    Baffino e Banana a funghi

    Come comincia: Dopo essersi ripreso dalla precedente, nota disavventura ed aver riacquistato, ingenuamente, fede nel suo compagno d’avventure, Baffino accettò di buon grado l’invito a cercar funghi che Banana gli propose. Tale e tanta era la passione per la ricerca di quelle meraviglie del bosco, così a lungo negate alla brama dei cercatori disillusi per anni da un clima avverso, che il nostro povero Baffino non si soffermò a riflettere con chi si stava imbarcando, e, già pregustando la vista, l’aroma, il tatto del porcino e del cucco, quasi fu lui a strappare l’invito all’amico. Mal gliene incolse, ma lo vedremo più avanti.

    La mattina dopo, fu necessario rimandare la partenza antelucana addirittura alle nove, quando mancava ancora la luce, causa il solito, impenetrabile nebbione stanziale, ma insomma ci si vedeva a sufficienza per orientarsi.
    Puntuali, i due eroi della macchia partirono e, mentre Banana si tormentava il solito pelo di barba incarnito come tutte le volte che era sovrappensiero, Baffino si chiese cosa stesse meditando, sinché la sua guida esordì: “Senti! Voglio vedere sei i funghi hanno fatto a ***. Ci son stato l’altro giorno con Corradino, ma non si son trovati. Ormai dovrebbero aver buttato. Però, guarda, è un posto…che mi maledirai!”.
    “Lo so, lo so”, acconsentì tra il preoccupato e il rassegnato la sua povera vittima. “Corradino mi ha riferito, ma insomma, se te dici che ci sono, andiamo”. In fondo, se è sopravvissuto sinora a tutte le mie maledizioni, qualcuna in più non gli nuocerà troppo, pensò Baffino facendosi animo.
    Il tragitto non fu lungo e quando scesero di macchina su un colle aprico dalla vista incantevole, dolcemente accarezzati da un tepido scirocco, Baffino si girò intorno gustandosi un panorama nuovo eppur solito nel poetico incanto che lo circonfondeva, senza tuttavia mai stancarlo. Respirò a pieni polmoni, poi si girò un po’ intorno e chiese: “Ma il bosco dov’è?”, giacché i fianchi del poggio erano coperti solo da una fitta prateria poco adatta alla fungagione.
    “Ecco, guarda”, indicò Banana. “E’ là. Bisogna andare là”, e così dicendo indicò il crine di una collina elevata tanto quanto quella che stavano occupando, ma distante e che si sollevava assai in alto a partire dalla fossa buia di un profondo borro alberato, le cui propaggini citeriori si potevano raggiungere solo scendendo lungo una ripida scarpata, che li attendeva ansiosa di mettere a prova caviglie, ginocchi, schiena e tutte le articolazioni del corpo umano, finanche le più immote.
    “Ma, dico, un posto più vicino per arrivarci con la macchina non c’era?”, tentò poco speranzoso Baffino.
    “No”, fu l’asciutta risposta di Banana, il quale, addentato un pezzo di schiaccia, cominciò a lasciarsi scivolare lungo il fianco scosceso del colle.
    L’amico sospirò e lo seguì, dirigendosi, con virile rassegnazione, ad affrontare il suo destino.
    Dopo aver tagliato il declivio in tralice per alcune centinaia di metri, arrivarono al momento che appassiona tutti i cercatori di funghi: l’orlo del bosco. Il confine tra il dominio degli uomini e quello della Natura, ove il pericolo è sempre presente, di troppi e variegati generi per descriverli adesso qui, ove occorre entrare con grande rispetto, in silenzio e con circospezione, come si accederebbe alla reggia di uno sconosciuto monarca, forse benevolo e forse ostile. Ora, la macchia che essi penetrarono era un po’ più disordinata di una reggia, a dir la verità, tanto che non si vedeva dove si metteva piede, perché gli arbusti fitti e indomiti, intrecciati con rovi e rampicanti, formati di ramaglie robuste e poco flessibili, aggrovigliati tra loro a inghiottire stradelli e cercatori, non solo intralciavano costantemente il passo, ma impedivano, cosa assai più grave, di frugare con lo sguardo il suolo, e, con ciò, l’agognata ricerca della nera cappella!
    Non passò molto che occorse camminare ad altezza di nano, cioè piegati in due e, in alcuni passi, anche ad altezza di gnomo, cioè gattoni! Naturalmente, la terra era zuppa e, sempre naturalmente, tutta in pendenza. Non starò, quindi, ad enarrare i rufoloni, i graffi, le ramate nel muso, il cappello strappato via dal capo non si sa quante volte, le lotte erculee per districarsi tra malevoli labirinti arborei, elevatisi proprio dopo sembrava di scorgere qualcosa che, poi, si rivelava immancabilmente, una foglia. E in mezzo a questo percorso di guerra, proprio quando Baffino stava facendo al tiro alla fune con un groviglio di spini che voleva rubarsi il cestino, dando uno strattone che lo sbilanciò, facendogli picchiare il suo bastone sulla bocca, la solita voce serafica giunse da un punto invisibile molto più avanti: “Che fai? Stammi vicino, se no qui ci si perde. Vedi che bel posto? Qui si trovano di certo, perché non c’è passato nessuno!”.
    “Ci sarà un motivo?!”, replicò tra le dita della mano che tastavano i denti per accertarne l’integrità.
    Insomma, a onor del vero, dopo poco si imbatterono in una cuccaia che il buon Banana mostrò e, se non fu proprio una cuccagna, almeno quattro di quelle splendide amanite cesaree finirono nel lugubremente vano paniere del Baffo. Ad essi seguì un porcino semi mangiabile, dato che l’altro semi se l’erano già mangiato le lumache, e, a seguire, un secondo che, però, ancora mandava i vagiti della neo nascita.
    “Andiamo, andiamo, che bisogna arrivare a quella macchia che t’ho fatto vedere prima!”, incalzò la voce incorporea di cui sopra e quindi via ancora in salita tra rovi e pruni, marruche e fango.
    Quando il fiato era finito da un pezzo, sbucarono in un bosco ad alto fusto, ove almeno si poteva camminare ritti e il sottobosco era pulito e visibile. Troppo visibile e quindi già ripulito. Si misero a cercare alla tonda, e Banana, il solito culinzi, qualcosa sparso qua e là cominciò a trovare. Baffino, invece, non trovò altro che funghi malefici, o come li chiama lui non si sa perché, i funghi della sindaca, e, scoraggiato si trascinava qua e là, quando gli cadde l’occhio su un appena accennato rigonfiamento del terreno. Una lieve gobba, un modestissimo cumulo di foglie morte, sotto cui, però, occhieggiava… o non occhieggiava? Era lui? Eppure sembrava, ma poteva anche non essere! Si diresse cauto verso quel punto e col coltello scoperchò la sommità del terriccio. Oh, che gioia! Che soddisfazione danno quei momenti, facendo dimenticare ogni fatica ed ogni spasimo. Una bellissima cappella a gobba di bufalo, tra il castagno ed il mogano, si appalesò saldamente inserita su di un gambo candido e massiccio, sanissimo e nato forse appena la mattina prima. Quello sì, per quanto di dimensioni ridotte, era un signor porcino! Bello, sano, profumato, ancorché immaturo a sviluppare la piena fragranza dell’esemplare adulto, ma non importava. Era troppo bello ed era suo. Com’è facile, in fondo, raggiungere la felicità in questa vita. Per un solo momento passeggero e mortale, come noi siamo, eppure intenso e immortale nel ricordo e nel raggiungimento di un attimo perfettamente compiuto. Basta poco all’uomo per essere felice. Lo stesso si potrebbe dire per la donna.
    Quello fu l’unico fungo che trovò in quel tratto, eppure sembrava che fosse nato apposta per lui, e lo colse come un dono che lo consolò e soddisfece più di quanto si possa riuscire a trasmettere a parole.
    Il resto della ricerca si rivelò infruttuosamente carente, ma cominciò a pesare solo quando, guadato il rivo al fondo del fosso, e risalito l’altro versante, perdendosi una volta sola, le gambe presero a farsi due tronchi, appesantiti dai vestiti fradici per la traspirazione, inciampando nelle stringhe sciolte e sfilacciate, col berretto di traverso. E ancora si saliva e si saliva e si arrancava per un tratturo appena accennato, atto solo alla bracca.
    Fu allora che Baffino capì ciò che predicano i Buddisti: l’estraniazione dell’anima dal corpo, il distacco, la fuoriuscita dello spirito dalla carne. In effetti, non sentiva più niente. Procedeva ormai galleggiando in una nebbia di incoscienza, ove i colori e gli aromi avevano perso di ogni significato, un po’ come per gli zombi, si suppone. Era interessato solo a bere e mangiare, anche carna umana se solo fosse riuscito a metterci sopra le mani, ma Banana continuava imperterrito l’ascesa, come se le forze della fisica non producessero effetto su di lui, e Baffino si fece l’appunto mentale di portarsi la prossima volta una pistola per abbatterlo a distanza e poi pascersene.
    Allorquando non ne poteva più e non desiderava nemmen più la morte dell’amico, ma solo la propria attesa come una liberazione, il mondo riapparve alla loro vista, dopo l’ultimo tratto attraverso una macchia di scopi e poi di marruche che finirono di bersi tutto il sangue di ogni centimetro scoperto, e non, della pelle di Baffino, che si trascinava avanti nel suddetto stato tra il Nirvana e la morte vivente. Fu allora che il perfido Banana sentenziò: “Certo che questi due funghetti che s’è preso si potevano fare anche sotto casa mia senza tanta fatica”.
    Al che, molto amabilmente Baffino gli fece notare: “Se non mi fossi portato il coltello da funghi con la lama ricurva che non ti passerebbe nemmeno le costole, t’ammazzerei qui dove siamo”, dopo di che, trambelloni, stabilì che fosse venuto il momento di riposarsi e, senza neanche capire come fu, si ritrovò lungo disteso sotto una quercia imponente con le braccia a croce e a gambe larghe.
    Banana si accoccolò lì vicino guardando il paesaggio, e Baffino si tirò il berretto sul viso, consolato di non aver nominato l’amico nel proprio testamento. Dopo un tempo incalcolabile aprì gli occhi e notò che il berretto gli copriva del tutto il viso lasciandolo nell’oscurità, a eccezione di due forellini cerchiati di ferro, donde filtrava un po’ di luce e si potevano ammirare le nuvole navigare sul vento, allegre e leggere. Pensò: “Questa è la vita: una grande oscurità in cui non si scorge alcunché, con la consolazione, però, di intravedere la bellezza della luce che ci conduce verso la meta finale” e stava quasi per addormentarsi quando qualcosa attirò la sua attenzione. Un fastidioso solletichio, un pizzicorino noioso oltre il bordo del cappello, che scostò per scoprirne la fonte.
    La fonte era avvelenata. Banana, infatti, si stava divertendo a tormentarlo col un lungo filo d’erba secco e quando Baffino si tirò su fulminandolo con lo sguardo, gli rispose tranquillamente: “Che si fa? Non si va? Andiamo che per raggiungere la macchina ci vorrà più d’un ora!”, di poscia fece scattare la coscia ed era già in cammino.
    Povero Baffino, come fu dura convincere le giunture a non disgiungersi, ma insomma, come Dio volle, riprese la marcia e presto raggiunse l’amico che procedeva lento pede. Invece di riattraversare le selve, la guida, forse stanca forse impietosita, scelse la più agevole via dei campi e quando furono vicini a un macchione di rovi, mentovò: “Sai? Qui ci venivo a caccia col mi’ poro babbo. Mi ricordo che una volta s’era qui alla lepre, quando arrivò la squadra del paese vicino al cinghiale e così noi ci si spostò più su. Fatti pochi metri, la nostra cagna, bastarda secca, ma un fenomeno, cominciò ad abbaiettare. Bu, bu, si capì subito che c’era il cinghiale e che era dentro quel rogaione. Così il mi’ babbo si mise da una parte e mi disse di stare dall’altra a battere le mani e far chiasso. Così feci e quando la cagna entrò nei rovi io vidi tutta questa massa muoversi d’improvviso e tutta insieme, come ci fosse il terremoto e poi il cinghiale partì alla volta di mio padre. Intesi una fucilata e tutto finì lì”.
    “Quant’era grosso?”.
    “Centotrenta chili”.
    “Accidenti! Ma, e te quant’anni avevi?”
    “Dieci”.
    “Dieci? E non avesti paura?”.
    “Da morire”.
    I due uomini continuarono a dirigersi verso il colle donde erano partiti quattr’ore prima e via, via che la salita aumentava, il passo rallentava lasciava il posto ai ricordi.
    “Qui, invece, vedi, proprio qui”, riprese Banana, “allora avrò avuto quattordici anni, venivo a caccia di merli, di tordi, prendendo il fucile del mi’ babbo, perché di qui ci passavano e, a un tratto, era l’ora del passo poco prima del tramonto, ero sottovento, sentii tramestare tra i cespugli e grugnire. C’era un branchetto di cinghiali che non mi avevano visto, ma nemmeno io riuscivo a scorgerli tra la sterpaglia alta, finché non ne vidi uno a dieci metri tra un cespuglio e l’altro. Allora picchia, ripicchia! E quello via e io dietro a corsa e intanto ricaricavo e quando si fu vicino al fosso lo rividi e gli piantai altre due fucilate, ma niente, saltò di là e tanti saluti. Corsi a casa che abbuiava, e mio padre mi fece notare che era troppo tardi per ricercarlo, così aspettammo l’albeggiare e partimmo, con la nostra brava bastardina, sull’usma dell’animale. Saltammo il primo fosso e niente, si saltò il secondo e… eccotela lì. Una scrofa di quaranta chili, morta stecchita! Mamma mia, che salti feci! Che emozione e che gioia!”.
    “Il tuo primo cinghiale?”.
    “Quello fu il mio primo cinghiale”.
    “Uhm. Sei fortunato ad avere simili ricordi con tuo padre. Sono un tesoro inestimabile. Sei davvero fortunato”.
    E quella fu tutta la fortuna che incontrarono in quel giorno Banana e Baffino, e quando passarono vicino a un altro campo, costeggiandolo in macchina lungo la strada, e Banana propose di fermarsi anche lì, Baffino commentò che forse anche una lama ricurva può essere micidiale e così fu che, poi si seppe, lasciarono in quel punto un monte di funghi, ma si salvarono entrambi la vita.
     

  • 01 maggio alle ore 10:32
    Le disavventure di du’ pori sciagurati

    Come comincia: Che fatica! Ho finito ora di smontare, asciugare e sfangare il mi’ poro fucile, che meno male non ha dovuto sparare se no non sarei qui a raccontare questa tragedia. A parte il fatto che domenica devo accendere un cero da dieci chili a Santa Barbara. Ma cominciamo dall’inizio.

    Alle undici mi chiama Gabriele e mi fa: “Oggi si va, vieni?”.
    “O non verrò?”, e si resta d’accordo per le tre. Alle due e mezzo nubifragio biblico. Vai! Si sta a casa. Lo chiamo e gli fo: “Altro che a caccia, qui si va a pesca”.
    “Ma no, è un acquazzone passeggero, risentiamoci più tardi!”.
    Mah! Sarà che passi, io intanto decido di andare a letto. Alle tre e trentotto, nel pieno del sonno pomeridiano, squilla il cellulare. Indovinate chi poteva essere! Proprio, lui, che mi fa: “Io mi preparo e arrivo, fatti trovare pronto sotto casa!”.
    “No, ma aspetta, ma dove si va? E’ tutto mollo, ci s’infradicia!”.
    “No, no, si sta nei campi e basta, portati gli stivali”.
    Penoso sospiro da parte mia, che tanto conosco i mi’ polli, e liberazione del braccio informicolito di mia moglie da sotto il mio collo. A qualcosa, almeno, la telefonata è servita!
    S’arriva sul posto e ci s’instivala e ovviamente, camminando in discesa, dopo cento metri i calzini son già arrivati tutti in punta alle estremità. Almeno mi salvano dalle galle.
    Si procede per campi fradici e puliti, in mezzo a un uliveto brillante, raccogliendo intorno alle suole quei cinque chili di fanghiglia che sopperiscono ampiamente ai pesi posti alle caviglie dalle ginnaste che vogliono riattivare la circolazione, e ci si lascia inebriare dall’aria, fumigante vapori acquei e profumi di finocchio selvatico secco e liquirizia. Si parlotta del più e del meno quando Gabriele lancia un’esclamazione colorita”
    “Che è?”, fo io. Ah, per la cronaca io sarei Baffino.
    “Una fagiana c’è volata davanti e s’è buttata a destra”.
    “Ma dove? Io ‘unn’ ho visto niente!”.
    “Sì, sì io l’ho vista bene”, e detto fatto si getta all’inseguimento e addio ai miei be’ campi olezzanti e all’uliveto brillante. Passato a volo una specie di vado, ovviamente cosparso dei soliti rovi, marruche, rampicanti puntuti, pruni, lappole, scardaccioni e, stranamente, non di filo spinato rugginoso nascosto sempre ad altezza di caviglie o genitali, ci si tuffa in una vigna abbandonata.
    L’avete presente com’è una vigna abbandonata? Ecco ve lo dico io. Abbandonata dall’uomo ma infestata da ogni genere di erbaccia e arbusto, tutti all’altezza del petto, aggrovigliati coi tralci d’uva che nessuno si prende più la briga di tagliare.
    La prassi di caccia delle vigne abbandonate? Fare tutto un filare in su e poi un altro filare in giù, fendendo col proprio corpo una vegetazione inestricabile che fa di tutto per mandare il passante a gambe all’aria. Perché col proprio corpo direte voi? Perché le braccia tengono in alto il fucile affinché non s’intasi e non si bagni. Il fucile.
    Secondo voi, noi in che condizioni saremo usciti, dato che vi era piovuto da nemmeno mezzora? Andiamo avanti.
    Di prede, inutile dirlo, nemmeno l’ombra, così, sempre per ribattere la fantomatica fagiana, ci immergiamo, letteralmente, nella macchia alta, grondante, gocciolante, rivolante, alla ricerca del solito sentiero inesistente che Gabriele è sempre convinto esistesse appena l’anno prima. E qui si ripete l’immancabile ed impari lotta con la Natura indomita che cerca di accecarci, strangolarci, strappaci il capello e le brache, riempirci le tasche e gli stivali di spini, farci scivolare, agganciarci, bucarci, lacerarci, devo seguitare o vi siete fatti un’idea? Ovviamente quando dico cerca, intendo dire che ci riesce benissimo. Direte voi: ma le mani non ce l’avete? Purtroppo sì prima di addentrarci, perché dopo sono diventate il terreno di coltura per ogni genere di spini, tagli, forature e future infezioni.
    Comunque sia, non si passa e si torna indietro rifacendo grondare, gocciolare e rivolare tutti gli arbusti e gli alberi che non avevamo ancora asciugato al nostro primo passaggio… “No, no, si sta nei campi e basta”….
    “Di qui non si sfonda. Si deve scendere al fosso”.
    “Eh, andiamo che ho caldo e mi devo rinfrescare!”.
    Intanto si sente un minaccioso bubbolio in lontananza e monumentali nuvoloni grigi si approssimano a sbarrarci il passo, quale borbottante monito di incombente pericolo. Ma a noi? Figuriamoci! E che ci fanno?
    Tolto l’ultimo stivale dall’acqua del rivo che ne supera il bordo, i vestiti sono ormai imparentati col corpo. Una sgradevole doppia pelle umidiccia, appiccicaticcia e diaccia, ma perché preoccuparsene? Appena sbucati nel campo, infatti, la minaccia celeste si realizza e le cateratte iniziano la loro opera di svuotamento su di noi. Io guato con odio il mio compagno… “Ma no, è un acquazzone passeggero”….
    In qualche modo recepisce e fa: “Forse bisognerebbe metterci sotto una pianta grossa…”.
    “Sì, così, coi fucili in mano, si muore fulminati di sicuro”.
    “Ma no, si sta lontani!”.
    “No!”.
    “Allora andiamo in quel poderino. C’è un poderino in cima al poggio, dietro la siepe. Ripariamoci lì”.
    E vai sotto l’acqua a cordoni su pe’ ’n poggio scivolando nel fango e pensando che un fucile da collezione sta facendo la cura della ruggine. Lui. E io quella dell’artrosi, bronchite, artrite, pleurite, polmonite e forse anche malaria! Perché nonostante l’acqua, i tafani e le zanzare non ci danno pace.
    Come Dio vuole e non direttamente, ma dopo un largo giro in un altro uliveto, perché già che ci siamo…, s’arriva al rustico. Portone sbarrato. Nessun’altra apertura in vista.
    “No, ma vedi che esce il sole? Ora smette. Guarda c’è già l’arcobaleno!”, fa Gabriele con la solita faccia da schiaffi.
    E giù per la ripa a ricacciare. E piove. E ripiove.
    Mezzi, molli, fradici da farci schifo, che s’era inzuppata persino la rubrica del cellulare, attenti!, il cane sgagnola, un macchiarozzo si muove e la passione prende il sopravvento su tutto. Per pochi attimi è come se il sereno brillasse, irradiassi calore come una centrale atomica ed il mondo mi sorridesse col più caloroso affetto. Pochi attimi. A un metro mi schizza fuori una capriola che incanno d’istinto, trattenendolo immediatamente e vedendola zompare allegra e leggera sino al vicino bosco ove si gira e si ferma a guardarmi con gli orecchi dritti, come a dire: “Ma come? Non mi spari?”.
    Sospiro, aspirando un paio di litri d’acqua, mi asciugo la faccia con una mano che è la cosa più asciutta che indosso e procediamo. Ci fermiamo, sotto un pero e sotto l’acqua. “Senti, ma si va alla macchina? Qui si rischia grosso con questi fulmini”, non faccio in tempo a dire, quando un tonfo spropositato, un boato inaudito, mi strappa i capelli di capo e dieci anni di vita. Una folgore è caduta a pochi passi, piegandomi in due e sollevandomi al contempo un paio di metri da terra. E quell’incosciente, notoriamente duretto d’udito, mi fa: “O che era? M’era parso il frullo del fagiano!”.
    Certamente mi sarebbero state concesse non solo le attenuanti generiche, ma anche le specifiche. Tuttavia, poi, chi mi ci porterebbe a caccia? Quindi si riparte, sempre sotto una pioggia fitta e insistente, mentre il folle incosciente mastica una pera e se la ride come un gremlings annaffiato.
    Si ripassa uno degli innumerevoli guadi e, scivolando lungo montagna di fango che devo discendere, mi si infila la canna del fucile nella mota, tappandomelo per tre buoni centimetri. Cerco un albero contro cui battere il capo e farla finita, ma, purtroppo son tutti foderati di spessa edera e muschio. Non mi resta che infilare un dito nella canna e provare a stappare. Provo col mignolo che è anche il meno utile e spero nella sicura del fucile. Parte un colpo micidiale. Per fortuna non dall’arma, ma dal cielo. Giove tonante ce l’ha con noi, e Santa Barbara deve fare i miracoli!
    A questo punto mi avvedo di un grande vantaggio. I vestiti, che poi dovrò togliermi col coltello, son divenuti così aderenti da essersi scaldati per il sudore e lo sforzo, così che ora posso procedere avvolto in panni tiepidi come i salviettoni da sauna, e per di più, ho la comodità di poter bere senza sforzo, dato che la visiera del berretto mi si è afflosciata sull’occhio sinistro e mi basta sporgere la lingua per intercettarne la costante sgrondatura.
    Finalmente l’incubo pare avere termine, e sotto un meraviglioso arcobaleno, appare la tanto agognata macchina. Raggiungiamo la strada, il ferraccio arrugginito, il tappo di fango, la riserva idrica annuale che mi porto addosso ed io, e Gabriele fa: “Ma si fa anche quell’altro poggio?”.
    In un tutt’uno, i due cani, o ciò che ne resta, Pacone e Pachino versione anfibia, l’occhio otturato della mia canna ed io lo fissiamo inorriditi e increduli, ed uno spontaneo moto di disgusto, ma sopra tutto moto a luogo si parte corale e irrefrenabile al suo indirizzo.
    Alfine, quando potremo sederci al riparo della vettura, ecco che il riparo non sarà più necessario, giacché chiuso lo sportello, per imitazione, la volta celeste chiude i rubinetti.
    Naturalmente l’acqua è l’unica cosa che abbiamo preso, e quando allungo la mano per accendere lo scalda sedile, Gabriele mi blocca urlando: “Fermo! Potresti rimanere fulminato!”.
     
     
     
     

  • 01 maggio alle ore 10:25
    Il fucile

    Come comincia: Ed eccoti lì, di nuovo Domenica, di nuovo solo, seduto in uno spazio indefinito com’è il bosco. Accanto, a centro metri, una macchia di colore arancione fosforescente. Un altro te, seduto da solo nel mondo, che stringe quel ferro come fosse una scialuppa. Sì, è vero che siamo noi a trasportarlo, ma, in realtà, è lui che ci trascina fuori di casa, per sentieri impervi, facendoci, talora, ruzzolare nel fango, obbligandoci, talaltra, a scendere per dirupi, in maremmano detti troncacollo, ove ben difficilmente, altrimenti si avventurerebbero. In realtà, è lui che ci porta, come se si trattasse di un’antenna sintonizzata su un altro mondo. Un pianeta in cui ognuno ha lo stesso peso e valore. Sei tu, solo con lui. Non ci sono raccomandazioni o favoritismi. Certo! Ci vuole anche quel fattore, garbatamente definito fortuna, che consenta al tiratore di tirare, però, poi, tutto dipende solo e soltanto da te e da nessun altro. Serve che l’uomo metta a pieno frutto le sue potenzialità, che, col tempo e l’esercizio, si trasformano in capacità. E non ci si può nemmeno drogare, come negli sport olimpionici, perché, nel bosco, tutti i sensi devono essere perfettamente funzionanti, e, su di essi, deve governare la calma e la ragione. Il dominio della paura, il controllo dell’emozione.

    Tutto ciò lo si può fare solo onestamente. Barare è impossibile. Il più bello, tuttavia, non è nemmeno questo, bensì la liberazione. Non quella definitiva, che si avrà solo quando lasceremo questa valle di lacrime, ma, almeno, l’alleggerimento del carico quotidiano. Responsabilità familiari, insuccessi lavorativi, pochezze umane, diatribe condominiali, ansietà economiche, finanche la malattia. Tutto perde di significato. Dicono, i profani: “Ma come fai a stare lì seduto a far niente per ore e ore?”.
    “Dio mio!”, verrebbe da rispondere. “Potessi farlo tutti i giorni, invece di essere trascinato nel gorgo fangoso con cui il male cerca di avvilupparci per soffocare il nostro spirito”. Là, in quei boschi, ove il respiro si amplia e si purifica, lo sguardo si posa su ciò che esiste di più bello, puro, perfetto, incontaminato, innocente. La meraviglia del Creato che, lungi dallo stancare, rigenera costantemente e sempre stupisce e restituisce la gioia di vivere. Un pettirosso che viene saltellando a guardare che fai e si mette a rivoltare foglie e terriccio a poca distanza da te. Uno scoiattolo che si lancia e s’arrampica sulla tua testa, curioso come una comare. Un sasso muschiato, un mondo. Una gora d’acqua, una comunità. Lo zirlare d’un tordo, il riso d’un bambino. Il cielo adombrato che s’apre al sole risplendente, il sorriso di una madre. E i profumi. Il profumo di buono, anzi, di bontà pungente e fresca come si innalza da un rivo saltellante, gaio e rinfrescante come si libra dalla mentuccia, che in maremmano si chiama nipitella, dolce e pastoso come si diffonde dalla ceppica o acuto e secco come effonde il finocchio selvatico. Metallico nella pietra, delicato nel legno, inebriante negli ordinali e nei prugnoli. E tutto è donato, a disposizione di tutti, senza doverlo guadagnare, sudare, carpire, arraffare. A disposizione di colui che non sia cieco o sordo, e che sappia gustare e vedere l’immenso, inestimabile tesoro nel quale ci immergiamo. Che poi la preda arrivi o non arrivi, non fa alcuna differenza, perché il viaggio è sempre più emozionante del raggiungimento della meta. E la vita scorre così più accettabile, e gli anni passano e le impronte degli scarponi a volte si ripetono, a volte sono sostituiti da altri, e la falcata è più ampia e l’ambio più lesto, ma tutti coloro, che penetrano il bosco col cuore aperto continuano a vivere al riparo della sua ombra marezzata. Le risate, le cadute, le disavventure e le avventure, le fatiche e le soddisfazioni di chi lo percorre lo animano, e le loro imprese continuano ad echeggiare lungo gli stradelli e le radure. Dietro una macìa, sull’incavo rugoso di una quercia imbottita di edera, lungo il bordo segreto di un canneto frusciante e dovunque, dovunque l’avventura proceda, dovunque conduca, versando nei cuori di quei prodi l’essenza della Maremma che ne riesce traspirando un’emozione intramontabile. Nei detti antichi, nelle voci secolari delle fonti riecheggiano le gualdane dei briganti, gli amori clandestini, il ruggito dei draghi ed il mormorio delle streghe. I passi felpati degli amanti e quelli violatori dei pirati moreschi e tutto si fonde in una goccia di rugiada o di pioggia che si stacca dalla cima di un rovo e precipita lungo il collo di colui che è seduto lì da ore ad attendere ciò che possiede già, poiché galoppa nel suo sangue e rivive, prospero, nel suo spirito di uomo del bosco, di uomo di Maremma.

  • 01 maggio alle ore 10:24
    Gabriele, Barba e Baffino a cinfunghi

    Come comincia:           “Ero con Barba e il tempo si metteva al brutto”, raccontava Gabriele a Baffino, mentre cercavano cucchi e porcini su alla Piana del Tesoro, tra il mirto e le ginestre.

    “Brutto quanto?”, s’informò Baffino.
    “Eh, brutto tanto, ma intanto era tanto che si cercava e tanto che fai? S’è deciso di terminare il giro! Si pensava che nel bosco, comunque, non sarebbe venuta giù fitta. Tutto alto bosco di cerro, ornelli, corniolo. Insomma, s’era riparati. O almeno, così si sperava. Hai trovato niente costì?”.
    “No. Ci son già passati. I fungacci son tutti rivoltati”.
    “Eh, ci siamo venuti troppo tardi. Guarda qua! Tutti i roghi son districati. Ci hanno fatto un’autostrada. Ci si passa troppo bene qui. Che vuoi trovare? Inoltriamoci più giù, nel fitto, e vedrai che qualche fungo si trova”.
    “Ma giù dove?”, si preoccupò, istantaneamente, Baffino, che ben conosceva la propensione dell’amico a fare l’esploratore che apre nuove strade dove nessun altro s’avventurava per buoni e fondati motivi.
    “Giù! Taglia giù, a sinistra, verso il fosso, così poi si sbuca nei campi e si ripiglia la strada di casa”, lo spronò la guida intrepida.
    Baffino lo fissò senza commentare. Sospirò e raccomandò, come sempre, l’anima, le caviglie, i ginocchi e tutto il resto al suo Angelo Custode, cominciando a fendere lentamente una macchiona aggrovigliata di ginestrone, senza poter vedere nemmeno ove posasse il piede ed augurandosi di non pestare una vipera o di precipitare per uno scataborro.
    Come Dio volle, dopo un po’, il sottobosco si allargò e si diradò, riducendosi a un tappeto di foglie marce, rami tarlati e fradici, e massi insidiosi, ricoperti da muschi e detriti. Il tutto, ovviamente, disseminato lungo una ripa che obbligava l’improvvido viandante ad attaccarsi a tronchi e arbusti per poterla discendere arrivando in fondo, il più possibile, intero. Il tutto, ovviamente, senza vedere un fungo!
    E intanto faceva buio.
    “Guarda Gabriele che di qui si passa male. Per ora si va, ma si fa buio. La macchia si restringe. Non vedo stradelli”.
    “Ma sì, sì, vieni, vieni!”, vociò l’avventuriero che aveva sorpassato l’amico buttandosi a capofitto per quel troncacollo, come fosse Mercurio piedalato. Ma, purtroppo, per lui, non lo era, sicché, di lì a poco, si sentì un grandissimo franiccio, il rumore secco di rami troncati ed un tonfo clamoroso di un corpo che precipitava al suolo.
    Baffino, che aveva assistito, anzi, per dirla tutta, s’era gustato pienamente la scena, s’accostò informandosi cortesemente: “Fatto male?”.
    “Mi son storto completamente un dito. Mi si è girato all’indietro”, si dolse l’argonauta.
    “Ah, sì? Quasi certamente rotto allora”, partecipò, l’altro, commosso, al suo dolore.
    “Può darsi, però hai visto come ho tenuto bene in alto il paniere? Tutti i funghi salvati!”.
    “Vedo”, accondiscese Baffino. “Ti sei fatto altro?”.
    “Non mi pare”, tossì Gabriele levandosi e indicando un punto. “Guarda! Qui c’è un passaggio fatto dai caprioli. Seguiamo quello”.
    “Seguiamolo”, acconsentì la sua vittima, del tutto priva di speranza, mormorando tra sé e sé: “Purché, più avanti, non se ne debba seguire uno tracciato dai cinghiali. Già ora mi tocca andare avanti tutto gobbo, povera schiena”.
    Ora, sappia, il lettore, che tali considerazioni non andrebbero mai formulate a voce alta nel bosco, anzi, a dirla tutta, nemmeno pensate. Fatto sta che, mentre seguitavano a dirupare per quel versante pendente, la macchia parve aver udito i suoi timori, sì che prese a piegarsi su se stessa, a serrarsi, ad ingobbirsi, come se un pesante coperchio venisse gradatamente premuto sulle due aragoste pronte ad essere bollite.
    E’ vero che l’inclinazione del terreno, costantemente privo di ogni genere di spora e muffa neppur lontanamente somigliante a un fungo, prese ad addolcirsi, tanto che si poteva camminare col solo ausilio del bastone senza doversi appendere alle liane dell’edera, ma è pur vero che quest’ultime furono sostituite da quelle spinose, tenaci, laceranti, in Maremma note come stracciabracali. La luce parve deflettersi da quei luoghi tenebrosi, non riuscendo a vincere la parete spinosa che a mo’ di tenda da camera di tortura calava, inviolabile ed impenetrabile, da alberi ormai invisibili, sovrastata da un muraglione di inaccessibili rovi che costituivano un argine di oltre tre metri d’altezza da quel lato del fosso. Lato che dovevano attraversare per poter vivere!
    “E ora?”, fu tutto ciò non che pensò, ma che si limitò a dire Baffino.
    “E ora non possiamo risalire”, fu la considerazione della guida fratturata. “Perché è troppo tardi e prima di arrivare in cima sarebbe buio ed io son poco pratico di questi posti”.
    “Me n’ero accorto”, costatò Baffino, urtando l’altro che protestò: “E’ così buio, perché siamo partiti troppo tardi! Dovevi arrivare prima, non si può andare a funghi alle tre!”.
    “E’ così buio, perché a quest’ora cala il sole, e non è colpa mia se lavorando, non mi son potuto liberare prima!”, replicò seccato, ma prima che la querela procedesse, il battistrada aveva già posato l’occhio su un buco. Un foro nero poco più alto di cinquanta centimetri e largo una trentina, che pareva la tana del Bianconiglio, con la differenza che, anziché interrarsi verso il sottosuolo, procedeva diritto attraverso il muro di spine.
    “Guarda!”, esclamò Giulivo Gabriele.
    “Che devo guardare?”, domandò assai meno incline all’entusiasmo, Baffino.
    “Un foro. Un foro di cinghiali. Andiamo!”.
    “Ma sei matto?”, ma l’altro s’era già tuffato e procedeva al passo del giaguaro, in mezzo al fango pesticciato dagli ungulati che, presumibilmente, usavano quella lurida galleria come dormitorio. “Vieni, vieni, si passa!”, fu la voce ovattata che giunse a porgere l’invito meno allettante che Baffino avesse ricevuto in vita sua. “Ahhh…”, sospirò di nuovo. “Ma chi me lo fa fare?”, e s’inginocchiò rassegnato a lasciare, in quel budello, bottoni, lembi di stoffa, brandelli di pelle e litri di sudore, in cambio di graffi nel collo, punture sul viso, contusioni alle ginocchia ed ai gomiti ed abrasioni sparse per tutto il resto del corpo.
    “Vieniiii…..”, filtrò lontano un richiamo che poteva anche essere stato lanciato da un folletto, tanto assurdo ed incredibile appariva quel passaggio per essere calcato da un essere umano. Calcato non è il termine giusto. Direi piuttosto strisciato.
    Sopra, una cappa di tenebra ed immota ostilità che cancellava dalla mente persino il ricordo della luce. Ai lati, pareti così annodate ed intricate che, se il famoso principe se le fosse trovate dinanzi, avrebbe lasciato la Bella Addormentata ai suoi sonni tranquilli vitam aeternam et amen. Sotto, meglio sorvolare. Ma ciò che più preoccupava Baffino era l’incontro con una vipera, almeno sino a che la guida, da distanze insondabili, suggerì: “Speriamo di non trovarci faccia a faccia con un cinghiale, perché qui ci trita!”.
    Baffino s’arrestò alzando gli occhi al Cielo per sospirare nuovamente, ma non vi riuscì perché un tralcio secco di un rovo gli entrò nel colletto attaccandosi alla guancia e conficcandosi nel labbro. In quel momento nessuna forza al mondo avrebbe potuto evitare l’esplosione di un colpo teoricamente accidentale della sua arma diretto in avanti o, comunque, nella direzione da cui giungevano stropiccii, calpestii, scricchiolii. Dio volle, per la salvezza delle due anime e di uno dei due corpi, che fosse disarmato.
    Mentre stava sputando pezzi di legno e non so che, tamponando il sangue con una manica lercia e terrosa, lo raggiunse il suono più irritante e inaspettato. Qualcuno rideva. Era lui. Gabriele. Quella gran carogna che era scivolata oltre il bordo ed il termine dell’ostacolo, senza, purtroppo, precipitare nel fosso sottostante, ma, anzi, incoraggiava l’amico, ridendo delle sue sanguinose disgrazie. “Che ridi?!”, esplose Baffino. “E c’è da ridere qui, sì. Non si sa nemmeno se ne usciremo e lui se la ride! Nemmeno da soldato ho patito a questa maniera! Bello il mio Comando, come ci stavo comodo! Ahia! Ahia! Non ridere maledetto”.
    Intanto, l’abietto, se la rideva e riprendeva, riprendeva e se la rideva sfruttando uno di quegli odiosi marchingegni che il genio malefico dell’uomo ha messo a disposizione della sua pervicacie e depravata empietà.
    Alla fine di un percorso di guerra che i cinghiali avrebbero probabilmente evitato per almeno due giorni, tanto era stato impuzzolentito dalle generose effusioni sanguigne dei due uomini, Baffino si lasciò scivolare al di là del l’accesso a quel girone dantesco che certo sarebbe comparso nella Divina Commedia, solo che Dante avesse conosciuto un po’ meglio la Maremma.
    Riprendendo fiato e provando inutilmente a liberarsi le vesti lacere da residui di fango e forse altro che le impregnavano, conseguendo l’unico risultato di spargerle nelle poche zone che non avevano raggiunte, Baffino, quasi esalando, mormorò: “Te hai una fortuna sola. Che questo bastone che ho in mano me l’ha regalato mia moglie e ci sono troppo affezionato…!”.
    Gabriele sorrise luciferino, anzi ghignò stridulo e malevolo, indicando lo stradone, tutto in ripida salita, che li attendeva per poter ritornare alla civiltà, mentre un venticello ghiaccio gelava loro il sudore addosso, e le ombre della prima sera già si stendevano a confondere contorni ed idee.
    “Ah, non me ne importa niente!”, asserì, convinto, Baffino. “Mi basta poter camminare dritto e son pronto a fare anche cinque chilometri!”.
    “Cinque?!”, insinuò perfido il così detto amico. “Avrai da ridirlo!”, e s’incamminò lesto, come se su di lui la fatica non avesse effetto.
    Mentre, bisogna dire, con passo non proprio elastico, i due sopravvissuti ascendevano l’irta erta, Baffino, che s’era ripreso prima di quanto non credesse,  e alleggerito dalla consolazione di non esser stato offerto in cibo ai cinghiali, domandò: “Prima, avevi preso a raccontarmi di Barba. Che dicevi?”.
    “Ah, sì.”, si rammentò Gabriele. “Dicevo che s’era andati a funghi e qualcosa s’era trovato, ma il tempo imbruttiva”.
    “Ma quando?”.
    “L’altro giorno. Quando venne giù quello stonfo d’acqua!”.
    “Ah. Mi ricordo. Un temporale buffo!”.
    “Eh, appunto. E noi s’era nel bosco con due panieri pieni e si veniva via. Corradino aveva il suo, più un bigoncio di plastica che s’era portato dietro in previsione di riempirli entrambi”.
    “Previsione azzeccata?”.
    “Abbastanza. Insomma, s’era quasi usciti quando, o te! Una bestia di ottanta chili stesa lì davanti a noi!”.
    “Morta!”.
    “Sì, ma da poco. Buonissima. Aveva una palla nel costato ed era ancora calda. Il corpo fumava. Te che avresti fatto?”.
    “Eh, io me la sarei presa, ma ottanta chili…anche in due, poi coi corbelli pieni di funghi…. Come avete fatto?”.
    “Abbiamo deciso di farlo a pezzi sul posto e lasciare lì gli scarti”.
    “Ma, e con che l’avete spezzato?”.
    “Eh, appunto. Serviva la mannaia e non ce l’avevamo. Sicché, Corradino mi ha dato un paniere ed io sono corso alla macchina, per andare a prendere a casa l’attrezzo necessario. Son partito ed avrò fatto…che ti posso dire?, tre chilometri, quando è venuta giù l’ira di Dio! Veniva giù come le funi!”.
    “E sei tronato indietro a riprendere Barba?”.
    “Sì, eh! E il cinghiale? Si lasciava lì? Ho proseguito fino a casa”.
    “E quel disgraziato di Barba?”.
    “Sotto l’acqua. Tanto ormai era bagnato”.
    “Che delinquente che sei! E poi?”.
    “Ho preso l’attrezzo e son tornato indietro. Che ci avrò messo? Capirai. Nemmeno mezz’ora!”.
    “Eh, certo. E Barba mezz’ora sotto l’acqua a prendersela tutta!”.
    “In parte”.
    “Come in parte?”.
    “Sì, quando son tornato aveva rovesciato il bigoncio in terra e se l’era messo sul capo”.
    Baffino non seppe trattenere un sorriso che gli impedì di dire quel che pensava, ma anzi considerò: “Almeno i funghi si saranno lavati”.
    “Poco. Nel fango…”.
    Baffino rise e guardò l’amico che ghignò con lui. “E poi?”, domandò.
    “Eh, poi ho dato la mannaia a Barba. Tu vedessi bella. Una lama affilatissima. Spessa un dito, ben bilanciata. Lunga mezzo metro. Peccato per il manico”.
    “Perché? Che aveva il manico?”.
    “Barba aveva chiesto al fabbro di farglielo con un todino di ferro. Come quelli dei segnali stradali”.
    “E invece?”.
    “Eh, invece l’aveva fatto, di testa sua, con un palo di legno”.
    “Va beh. Magari sarà stato più pesante, ma la sua funzione la svolgeva lo stesso, no?”.
    “Mica tanto. Forse perché era tutto bagnato, forse perché col buio che arrivava Barba avrà calibrato male l’inclinazione, fatto sta che al primo colpo gli s’è troncato in mano”.
    “Il manico?!”.
    “Sì”.
    Anche le ghiandaie volarono via gracchiando, sebbene già appollaiate sui rami, quando la risata dei due uomini rimbombò tra i colli.
    “E che ha detto?”, tossì Baffino tra le lacrime.
    “Te lo puoi immaginare. Roba mai sentita prima in Cielo o in terra”.
    “Ah, in terra non lo so, ma in Cielo senz’altro! E come avete fatto a dividerlo, allora?”.
    “Eh, per fortuna, era rimasto un moncone del manico che sporgeva dalla lama abbastanza da essere impugnato e quindi a furia di colpi s’è compiuta l’operazione”.
    “Immagino come vi sarete conciati”.
    “Mica tanto”.
    “Come mai?”.
    “Veniva giù a ritrecine!”.
    “Sciagurati! Ma ce l’avete fatta?”.
    “Eh, certo. Con diversi viaggi…. E che facevi? Lo lasciavi lì? Un cinghiale a quel modo!”.
    “Ah, no, no certo. Ma insomma…”.
    Intanto, la pietosa notte era scesa a coprire i sanguinari misfatti di quella terra selvaggia e selvatica nota come Maremma, che non ha mai rinunciato ai suoi onesti briganti. Ove il pepe che si aspira è polvere da sparo, ove il sole non si limita a tramontare, ma, coricandosi, brucia il mare e la terra e gli uomini che lo ammirano, radicati in quell’unico elemento che li plasma e li fonde in tutt’uno di virilità ancestrale e umile rispetto.
    Baffino e Gabriele non pronunciarono altre parole, scomparendo nel buio, uno accanto all’altro, seguitando per una via che innumerevoli viatori avevano percorso prima di loro. Così, anch’essi avevano contribuito ad arricchire, con le nuove storie, il cesello antico di infinite altre, intarsiando il baldacchino stellato che brilla in alto, su ciò che fu e che è Maremma.

  • 01 maggio alle ore 10:22
    I Tre Rivi

    Come comincia: Quella domenica era cominciata male. Una pioggerellina uggiosa di quelle che cadendo sussurrano: “Ti volevi divertire caro, oggi che è domenica, eh? He he, he!”, per cui uno già è urtato al primo acchito. Comunque, avviai il locomotore e mi diressi verso Montevinaio, incontro al destino che, è proprio il caso di dirlo, si sarebbe rivelato tre volte rio!

    Stavo appena lasciando il punto ridente capoluogo, quando il mezzo tecnologico che strappa l’uomo alla meditativa solitudine per spingerlo tra le fauci dei gendarmi, novelli briganti inguattati lungo la via, squillò e la voce sorniona del capocaccia, m’interrogò: “Che fai? Dove sei?”.
    “Eh”, risposi titubante, “starei uscendo dalla città per venir da voi”.
    “Ah, vieni?”.
    “No? Non devo venire?”.
    “Mah, sai, qui pioviggina”.
    “Anche qui, ma ad Est si apre sotto il soffio di una  simpatica tramontana gelata”.
    “Ah, allora…”.
    Oltre al campanello della suoneria del telefono anche uno d’allarme era risuonato in me, ma decisi d’ignorarlo, perché all’uomo si insegna che occorre misconoscere quelle intuizioni che spesso, invece, agli animali salvano la vita. Proseguii imperterrito.
    Dopo la consueta mezz’oretta di tragitto, stavolta assai grigiastro, giunsi a destinazione, ove mi accolse un’allegra e persistente pioggerella che inumidendomi, parve ribadire: “Ah, sei venuto lo stesso, eh? Bene! Benvenuto caro, buon divertimento”. Per fortuna la plumbea cappa atmosferica era avversata da una opposta, che si dipartiva dalla forza aerea eppur terrigna del fuoco, dipanando verso l’alto una caligine riscaldante e di tutt’altro genere. Infatti, profumava. Ma di che, esattamente?! Uhm. L’unica era scoprirlo.
    Discesi la ripida ma breve callaia che conduceva al rialto ed alla fiamma, ove mi accolse l’appetitosa vista di spiedini posti a rosolare sulla brace. Meno invitanti erano le dubbiose espressioni di coloro che le manducavano. Nondimeno, come resistere alla ciccia affumicata?
    A gentile offerta del cuoco ne posi uno sui tizzoni, lestamente coperto di sale e pepe. Tanta pronta sollecitudine m’insospettì non poco, ma avevo accettato e poi avevo freddo e fame. Entrambi miei stati abituali.
    Appena cotto, addentai il boccone, dopo aver scroccato il pane ad un insolitamente disinteressato segretario. Addentare è il termine giusto, ma per digrumarlo avrei dovuto dire azzannare, laddove la natura mi avesse fornito di tale dentatura. Buono, eh? Buono e saporito, ma duro, duro dannato.
    “Secondo te, che bestia è?”, m’interrogò il capocaccia.
    “Mah, non saprei, forse cane?”, azzardai.
    “Macché cane!”, s’inalberò il macellaio.
    “Per me è tarpone”, spiegò il di lui genitore.
    “Io non son nuovo alla cacciagione, e a me sembra capriolo”, specificò con la sua voce calma e pacata il buon Corradino, alzando una mano per dar forza al discorso.
    “No!”, garantì il cuciniere.
    “Abbia a essere nutria?”, ipotizzò il Principe, così detto per la delicatezza dei modi e ricercatezza dell’eloquio.
    “Nemmeno, perché la nutria è morbida”, sancì il decano dei cacciatori.
    “Allora spinosa”, propose il capocanaio che nel frattempo si liberava del boccone senza ingurgitarlo.
    “Neppure, sarebbe più dolce”, borbottai tra un crampo e l’altro della mascella.
    “Non rimane che la volpe o il tasso”, decretò il capocaccia dell’anno avanti, forte delle sue evidentemente variegate esperienze culinarie.
    “La volpe è più rossa”. “Il tasso è più grasso”, specificammo prima Corradino e poi io.
    E lo chef rideva e coceva, coceva e rideva.
    “Ce n’è per tutti se l’oste ne coce!”, citò un vecchio adagio popolare il nostro decano, che più vicino ai novanta che agli ottanta pure immancabilmente presenziava a testimoniare che la passione non ha età.
    Come Dio volle, smise di piovere ed i fumi arborei ed equorei s’unirono in una sola cortina nebbiosa che si distese e poi si dissolse, lasciando il celeste campo agli immensi, candidi nembi che lo solcavano solenni e maestosi, transeunti testimoni del rito millenario che s’andava apparecchiando: la caccia al setoloso dentato!
    Ci approntammo alla partenza alleggeriti nello spirito, per quanto appesantiti nello stomaco che aveva preso a belare le sue rimostranze, adottando forse la voce delle carni che ospitava….
    Io pescai i numeri relativi a due poste contigue, giacché la presenza di Corradino accanto alla mia, oltre che garanzia di sicurezza ed ammaestramento, era anche fonte per me di sincero piacere. Provavo, infatti, una profonda stima venatoria, unita a umana simpatia per quel tiratore ponderato e consumato, con la folta barba alla garibaldina e l’attento occhio ceruleo intonato ai limpidi paesaggi maremmani e schietto al par di essi, a far da contrappunto alla pelle abbronzata e solcata anzi tempo, lavorata dal sole e dall’aria come i campi colti ed incolti su cui aveva trascorso l’esistenza. Artefice ferace e al contempo partecipe fruitore della terra verzicante, in un accordato, simbiotico suggello. Insomma, il compagno ideale di caccia e di cammino che si presentò tosto aspro, erto ed irto. E sdrucciolevole assai….
    Le poste riservateci, secondo i numeri estratti, si rivelarono, come al solito, le ultime e le più disagevoli da raggiungere. Laggiù, laggiù oltre un primo colle, al di là di un secondo, in fondo ad un ripido declivio, ecco che potei finalmente far giacere le stanche membra affardellate.
    “Questa è la posta migliore!”, mi assicurò il vecchio capocaccia, “anno ce n’ho ammazzati quattro”.
    “E io due”, rincarò Corradino.
    “Ecco”, dissi tra me e me, “stai a vedere”. Perché il lettore è bene abbia contezza che allorquando mi rassicurano circa le buone probabilità dell’impresa, è matematicamente certo il verificarsi dell’opposto esito. Tuttavia, dire che quel luogo fosse la dimora di una fata, non rende ragione neppur per metà all’incanto fascinoso che m’irretì non appena ebbi avuto modo di sedermi ed acquetarmi.
    Un rivo sonoro e saltellante, corrente tra sassi e cadente da massi, donava la vita alla forra in cui mi era toccato di appostarmi e che, tra i vasti aperti campi, rinserrava una dimensione incantata la cui poesia non può descriversi a parole: lucenti faggi dalla nivea scorza imbiancavano le ripe ingentilendole e donando loro un’aria nordica, montana, mentre un pioppo plurisecolare, dal tronco incommensurabile, avvinghiato al bordo dell’acqua, nodoso, contorto e screpolato, forniva ricetto ad innumerevoli generazioni di passeri. E là, dove il tempo aveva aperto vaste e profonde ferite solcandone la corteccia, una tenera ed apparentemente pietosa edera s’inerpicava a celarle ed a scaldarle, riparandole contro gli assalti del dirompente gelo.
    L’aria tutta era solcata da un profluvio di gialle foglie turbinanti, che la tramontana rubesta faceva vorticare tingendo d’oro il rivo ed il suolo, naturali castoni ai focati rubini che qua e la sgargiavano dai pungitopo, per quanto dubito che i topi siano così sprovveduti da farsi bucare da quelle piante come invece, regolarmente, capita ai cristiani.
    Gli spazi aerei venivano costantemente ritagliati e suddivisi da fili di sole, che i ragni volanti imprigionavano con le loro seriche scie, consentendo agli immoti arbusti di unirsi lievemente or qua, or là secondo il capriccio dell’aria aulente. E la musica delle acque irrequiete sovrastava il canto degli uccelli ed il rimestio dei pensieri sino ad affogarli tutti e trascinarli lontano a valle, schiacciati sotto i rivoltanti cogoli.
    In alto a sinistra, sopra di me, si stagliava la figura seduta di Corradino, la schiena eretta, l’arma quieta ma pronta appoggiata ad un ginocchio, accarezzata dalle dita desiose, mentre sul costone di rimpetto il fornaio andava scartando l’involto che s’era portato, aprendo le ostilità con gli ungulati già insaccati. E, su tutti, un cielo traforato di verde e grigio, giallo e bruno, colorato dai mutevoli dipinti che le alte ramaglie ondeggianti al tramontano componevano instancabilmente.
    Era tutto bello, così bello e pacifico che, manco a dirsi, non poteva durare. Non un abbaio incrinava la quiete, neanche un latrato penetrava le selve, né, tanto meno il dirompente contatto del fuoco con la polvere pirica squassava i sensi, eccitando gli animi. Quel sito così fiabesco mi si prestava mirabilmente a comporre un racconto, ma, forse proprio per questo, si negava a qualsiasi altro impiego, compreso quello venatorio.
    Da non molto il mio animo si era placato, accordandosi ai battiti del cuore che aveva cessato le extra sistole della marcia, quando avverti l’inconfondibile scatto metallico dell’otturatore dell’automatico di Corradino. Stava scaricando l’arma. Lo guardai e capii. La ciccia pelosa non transitava per tale landa ed urgeva abbandonare l’infruttuosa cacciata per iniziarne un’altra altrove.
    Come predetto, l’infausto oracolo avverava con crudele malevolenza la propria esattezza.
    Scaricai il fucile, mi ricaricai dello zaino, ed abbarbicandomi alla bell’e meglio ai più improbabili appigli, m’issai dal greto, senza lasciare, però, che la sua musica purificatrice abbandonasse il mio animo.
    Ed ecco il bello: eravamo, come già notato, le ultime poste, e tutte le precedenti s’erano adesso incamminate verso la nuova destinazione, sì che urgeva raggiungerle rapidamente; solo che la medesima strada che coperta in discesa richiede un dato tempo, se percorsa in salita, pur non allungandosi di un centimetro, per imperscrutabili leggi fisiche richiede un lasso quanto meno doppio, che nel mio caso si triplica dovendo impegnarmi a convincere delle riottose membra ad assecondare una volontà a dir poco ottimistica, fin quando il cuore, gettato oltre l’ostacolo, non rimbalza all’indietro mollando contraccolpi titanici ad una cassa che la natura non volle grande.
    E intanto Corrado, direte voi, che mi sopravanza di qualche lustro, soffriva, ansimava, si strascicava?
    Soffriva certo, o meglio, friggeva, pur senza mostrarlo, a dovermi aspettare in cima al colle che mi vedeva arrancante scalatore paonazzo e sfiatato. Alfin giungemmo e mi sprofondai nel sedile della vettura, affabulando qualche scusa che non suonasse eccessivamente mortificante. Ma d’altronde, come dicono gli Alpini: “Ci mancò la fortuna, non il valore” e se per fortuna intendevano il fiato, nessuno fu più Alpino di me.
    Dopo un tragitto ampiamente insufficiente affinché potessi riuscire a recuperar risorse che mi consentissero di spostarmi in stazione eretta, dovemmo ributtarci giù per una pendenza, la quale, più che precipite, era proprio uno scatafosso su cui stambecchi di buon senso si sarebbero ben guardati dall’azzardarsi.
    Il burrone, solcato da insidiose fenditure frananti camuffate da irridenti ciuffi d’erba, cessava come tagliato da una lama spietata, con un salto di un metro, su di un lutulente fiumiciattolo. Un fangoso rivoletto che serpeggiava malevolo e infido nel bel mezzo d’un motoso pantano. Un masso segnava il limite tra la terra friabile e quella marcia e cedevole che sbarrava la strada. Cioè, la sbarrava a me, perché, evidentemente, ai colleghi che mi precedevano aveva mostrato il proprio favore consentendo loro un sicuro ed asciutto passaggio. Comunque, dato che indietro non si torna diceva un tale, osservai bene il compagno davanti a me e mi accinsi ad imitarne il gesto atletico.
    Premetto che i miei arti inferiori avevano ripreso a baccagliare con il muscolo cardiaco e con l’apparato respiratorio, e che, non riuscendo a fiaccare l’indomito volere del loro signore e padrone, avevano di già consumato un vile tradimento incrociandosi poc’anzi ed infliggendomi quella che tecnicamente si definisce una “culata coi contro fiocchi”, ma ci voleva ben altro! Quello, appunto, che stava per capitami.
    Eravamo, dunque, rimasti al gesto atletico del mio predecessore, il quale, posto il piede sinistro sul masso, lasciava cadere il destro in un punto della fanga donde si dava lo slancio per scavalcare a volo il canaletto. Niente d’insormontabile, a prima vista.
    Montato sul masso, presi la mira, modestamente infallibile, dell’orma umana da ricalcare e mi lasciai andare su quella pesta per spiccarne il balzo da pillaccherone.
    Quello fu il passo del destino che si chiuse su di me. Anzi, per essere esatti, sul mio arto che fu istantaneamente risucchiato nel gorgo del brago fino al polpaccio, imprigionandolo in una morsa vischiosa, che esercitò una forza pari e contraria a quella impressa al resto della mia persona, così che in un battito d’ali fangose, mi ritrovai diffuso e impresso esattamente al centro del melmoso rivo, imparentando ogni arto disteso con l’impregnante padule.
    “Subito corsero, ti sollevarono, ti ripulirono, ti asciugarono!”, dirai tu, o ingenuo lettore, ignaro e incredulo della perfidia umana e specialmente di quella del cinghialaio maremmano. No amico caro non corsero, non potevano neanche volendolo, benché comunque non lo volessero, perché le forze mancarono loro per l’empia risata che li squassò, abbandonandomi alla mia sorte infangata!
    Dopo che m’ebbi raffigurando il soldato napoleonico di Waterloo, con lo zaino pendulo da una parte e lo schioppo ciondoloni dall’altra, col berretto sugli occhi ed i panni arricchiti da una pigmentazione mimetica nuova e non ricercata, mi avviai con disinvolto stile, per quanto l’abbigliamento mèzzo e gocciolante lo consentisse, verso lo sganasciato gruppo in mia premurosa attesa, augurando loro ogni gioia e soddisfazione dalla vita. E con quale premura furono ricambiati i miei auguri! Subito, per paura che bagnato potessi raffreddarmi, fui collocato in una splendida postazione completamente aperta al gelido soffio della tramontana, in modo che mi potessi asciugare, dissero, come infatti avvenne al termine delle due ore in cui potei giovarmi di quello spontaneo phon della natura. Siderale. Prima di lasciarmi alla sosta criogenica, il capocaccia, con sollecita premura, mi apostrofò con tal bel garbo: “Te mettiti qui e augurati che passi un cinghiale”.
    “Te augurati che io gli tiri, se passa”, fu la risposta che formulai nel mio intimo senza esplicarla dato che il mio morale cominciava a cedere sotto i colpi del fato beffardo, eppur giustificata sarebbe stata la mia rampogna e vi spiego il motivo. La mia posta si trovava su di un sentiero largo forse un metro, forse meno. Alle spalle uno spaventoso orrido con un tuffo di quindici metri sul cui fondo ruggiva un fiume, il terzo e per fortuna ultimo della giornata, così precipitevole da aver perfettamente levigato il fondo roccioso e la base delle due rive. Di fronte, proprio sul bordo dello stradello, si levava un poggio, alto, spiovente, decorato da pochi alberelli fragili e stenti che ben difficilmente avrebbero potuto arrestare la caduta di un animale abbattuto e precipite e, se il capocaccia contava che io frapponessi la mia assai moderatamente ginnica complessione alla frana suina per confondermi ad essa in un amplesso setoloso che solo la corrente del rivo avrebbe potuto districare dopo che vi fossimo dirupati, ebbene era destinato ad una cocente disillusione.
    Soffiava il vento, piegando al proprio volere le chiome delle piante e la mia, perché mi s’era infradiciato anche il cappello, e montavano in me i dubbi secolari che turbano l’umanità da tempo immemore: “Chi sono io? Donde vengo, dove vado? Ma soprattutto, che accidenti ci faccio qui?”, quand’ecco che un cosetto nero mi si avvicinò irridente, ed era chiaro che l’impudente scoiattolo aveva trovato la risposta all’ultima domanda e moriva dalla voglia di trasmettermela. Gli si leggeva negli occhietti malevoli e canzonatori la sentenza che solo l’eccessiva escrescenza dentale gli impediva di compitare: “Il bischero!”. E tale dovette essere il giudizio condiviso in quel dì di caccia dal mondo animale riunito a ridente simposio, ben lontano dalle nostre canne poco tonanti, giacché di cinghiali non se ne mostrò uno neanche per carità cristiana.
    Ciò sia di monito all’uomo predatore: “Chi al fratello cacciatore non sovviene in soccorso, di preda non vedrà nemmanco l’osso”. Io lo dissi e qui lo sottoscrivo.
    Un unico risultato positivo raggiunsi al termine della contro risalita che mi riconduceva alla civiltà: finalmente avevo digerito il montone.
     
     

  • 01 maggio alle ore 10:20
    La trippa con le cotiche

    Come comincia: Accanto a me, sulla sommità del poggio che mi è toccato come posta, si leva un macchione di rovi, modellato e torto, così da poter essere usato come capanno per i colombi e i tordi.
    Dietro, un brillante pascolo si stende placido oltre un borro popolato di faggi e lelleroni, metodicamente brucato da un gregge di procedenti candidi ovini. Il delicato tintinnio dei campani pare scandire e dare il ritmo al frusciante brusio delle loro mandibole instancabili.
    Sulla sinistra i colli precipitano, aprendosi ammirati alla vista delle trasubbie, l’ampia curva del fiume ghiaioso che in quel tratto divine guadabile. E laggiù, laggiù, sfumato ma severo s’innalzava il Monte, quel rilievo fortificato, posto a guardia del confine settentrionale di questa landa benedetta. Ivi, almeno una volta i conquistatori senesi si sono scornati contro i tre castelli della solida Maremma: Roccastrada, Sassofortino e Montemassi, ai tempi in cui Guido Riccio da Fogliano dovette rinunciare alle pretese della rapace città del palio.
    Ed io lì, ad ammirare tutto questo, trasognato tra la storia patria e quella celeste a cui mi richiama il volo dei colombi e delle maestose poiane.
    Schiannn!!
    Che succede? Stan, tan, ta-tan!
    I canai! I canai hanno trovato i cinghiali e li forzano alle poste sparando a salve. Le esplosioni si susseguono frenetiche, raccolte dalle balze e diffuse come un tuono per tutti i poggi, fino a perdersi nell’aria aperta dietro di me.
    Contemporaneamente la muta dei cani inizia a latrare, gettandosi a perdifiato sull’usma freschissima, ed i canai dietro, a corsa, sparando e berciando, emettendo versi disumani che nemmeno i pellirosse conoscevano.
    Eccolo, eccolo!!! Lo vedo!, è un verre nero, enorme, Maremma che emozione, che bestia!, è sul crine di fronte al mio, a un chilometro in linea d’aria e corre, corre come un dannato col foco al c…. verso le poste. Attraversa un campo, ecco ora vedo anche i cani che lo inseguono ed i puntini fosforescenti dei canai che escono dalla macchia, imprecando, urlando, correndo senza smettere di sparare. Le poste son tutte all’erta, il verre sfonda un sieponale come fosse carta velina e si catapulta in avanti, carica la prima posta. Santo Cielo!
    Tonfa, tonfa! Due lecche a palla gli bruciano il crino irsuto sfiorando la groppa ma senza far danni, un salto e prende avanti la posta buttandola a gambe all’aria. Ha sfondato la linea e se ne corre illeso fuori battuta.
    E i canai esterrefatti gridano fuori di sé: “Vi venisse un colpo! Accidenti a quanti sete! Ma che tirate? A campa’?”. E via di corsa a infilarsi nel bosco per stanare la successiva preda.
    Passa qualche minuto di silenzio, rotto solo dalle mie risate, dato che a me è andata bene e non ho dovuto dar prova della mia mira. Che spettacolo!
    Non trascorrono che cinque minuti ed i nostri bravi segugi son già all’opera, pronti ad assalire un avversario che ammonta a dieci volte il loro peso e contro cui non hanno alcuna difesa, rischiando la vita ad ogni assalto.
    Eccolo, per dinci! E’ più grosso di quello di prima!, che birullo! E’ una madia con le zampe! Un mulo! E ha preso la stessa strada di quello di prima. Eccolo che vola attraverso il siepone, passa la prima posta…niente! Ma perchè non gli ha tirato? S’è addormentata o sarà morta, data che ha circa ottantatre anni? Poi sapremo che la carabina si era inceppata. Conoscendolo avrà provato a caricarla con una cartuccia da doppietta, come minimo!
    L’animale arriva sparato di fronte alla seconda posta che si agita e si muove. Il verre lo vede e sterza di novanta gradi neanche fosse una lepre, invece di pesare quasi un quintale! Sta-tan! Erutta la doppietta. Due colonne di terra e una fumata di polvere che nemmeno una tromba d’aria l’avrebbe sollevata.
    E il cignale? Via alla velocità della luce fuori tiro e fuori pericolo.
    I canai!!! “Voi schiantaste! Vi scoppiasse il bellico, accidenti a chi ve l’ha legato!!! Ma che chiappate? Neanche in provincia! Manco i prosciutti appesi al trave buttereste giù. No a caccia! Dovete anda’, ma al macello, a favvi macella’ voi e chi vi ci ha messo! Brutti sciancati, guerci e rincoglioniti!”.
    E io, mentre cerco di non cascare giù dal poggio dalle risate, mi consolo e pregusto la trippa con le cotiche, che mi aspetta al rialto.
     

  • 01 maggio alle ore 10:19
    L'ultima cacciata di Paco

    Come comincia: Baffino, il mento appoggiato sul palmo della mano richiusa a pugno, ammirava, fuor di finestra, uno di quegli spettacoli ineffabili che il buon Dio gli donava per ricreargli lo spirito e nutrirgli l’anima. Una luna piena, circonfusa da un’unica nuvola grigia che si spandeva intorno ad essa facendone risaltare il biancore e la lucentezza come ostrica tra perlacee valve, colmava di sé il cielo ed il cuore del prevosto. La sua bellezza era così pura ed il suo incanto così potente che una soave luminosità se ne spandeva, discendendo a terra per sollevarne in alto la stanca ed assetata polvere settembrina che ammantava l’orizzonte e, con essa, la fatica degli uomini ed il travaglio delle loro vite.

    Sospirò forte, accompagnando quel moto del corpo con un lungo gemito, una “eh”, protratta e sibilante. “Prima o poi… prima o poi…tocca a tutti”, mormorava. Poiché non poteva obliare i fatti del giorno.
    Quel pomeriggio, infatti, si era recato a caccia con Gabriele, di cui era diventato, col tempo da semplice estimatore dell’uomo e cacciatore, e sincero ed affezionato amico, eppure, stavolta, si erano divertiti poco. Non perché fossero tornati a caccia col carniere vuoto, cosa che non contava nulla, ma perché quella era stata l’ultima cacciata di Paco. Che Baffino aveva sempre chiamato Pedro, confondendo persino i nomi dei cani, oltre quelli dei Cristiani.
    Povero Paco Pedro, un setter di gran razza, capace di avventare un cinghiale in un canneto a venti metri e rimanere fermo lanciando due abbai per avvertire il padrone senza spaventare la preda. “Eh, sì”. Considerò tra sé e sé. “Se Dio non volesse la caccia non avrebbe creato il cane! Senza il cane non esiste caccia”. Ed ora Paco non avrebbe cacciato mai più, mai più in vita sua. Forse appena le farfalle settembrine, ormai impedite nel volo dai primi freschi d’autunno.  Si grattò la pera, stirando le labbra e schioccando la lingua. Proprio non gli andava, povera bestia. Troppe volte aveva cacciato con lui, troppe soddisfazioni ed emozioni gli aveva donato ed ora vederlo ridotto così, trascinare il treno posteriore senza nemmeno la forza di saltare un filo d’erba, lui che saltava le reti da pecora. Quelle famose reti che in altra occasione tanto filo da torcere avevano dato a Baffino!
    L’ultima volta. Come c’è una prima, così c’è un’ultima volta per tutto nella vita. Bello sarebbe rendersene conto. Sia di simile pensiero che del fatto materiale, allorquando si presenta. Per apprezzare ciò che si è avuto e godere ciò che si è imparato. Invece molti sono solo capaci di recriminare e rimpiangere il passato, perché non hanno imparato proprio un accidente!
    Tali erano le sue riflessioni, più amare del solito, mentre gli risuonava in mente quell’abbaio disperato di Paco, legato a una pianta mentre il suo padrone si allontanava. Sarebbe tornato poco dopo, ma è come se il cane avesse compreso che, in realtà si allontanava per sempre, come se gli fosse chiaro che la loro complicità venatoria, la storia dell’intera sua esistenza, si concludeva in quell’assolato e torrido pomeriggio di metà settembre.
    I fatti si erano svolti così: Diana, la grandissima e temibile cacciatrice, quella favolosa Setter che, quando puntava, si sdraiava nell’erba come una tigre, se l’era portata via la le smaniosi, lasciando in eredità un cucciolone di sei mesi che non l’aveva mai vista cacciare e che non aveva nemmeno idea di quale fossero i doveri, i metodi ed i trucchi di un bravo cane da penna! Così, Gabriele si era deciso di portare con sé, in cerca di qualche fagiano, padre e figlio, Paco e Pachino, affinché il giovane imparasse dal vecchio ed il vecchio non si sentisse trascurato ed abbandonato in favore del giovane, ma, come insegnano i latini, la vecchiaia è di per sé stessa un morbo che non conosce cura.
    Scesi di macchina, padre e figlio, ognuno secondo la forza della propria zampa si erano dati da fare in giro, Pachino sparendo subito ed uggiolando come una disperato dietro un imprendibile capriolo, e Paco, annusando qua e là tra i filari di una vigna abbandonata. Baffino e Gabriele si erano messi a far il pendolo su e giù tra i filari del vigneto negletto, sperando che si alzasse un fagiano o schizzasse una lepre scovati da Paco, ma l’unica cosa che fecero alzare fu la polvere della terra spaccata, dei finocchi secchi e degli scardaccioni crudeli, le cui punte sottili ed affilate passano ogni vestito fino a  piantarsi nella carne dove si spezzano e restano infitti a irritare e prudere. Ma quando si va a caccia non si sente niente, tanta è l’emozione e l’attesa ed anche dopo non ci si fa caso. Invece quella sera, le gambe gli prudevano parecchio al nostro baffo melanconico, che cercava inutilmente di liberarsi la pelle delle mani da quegli sgradevoli ospiti.
    Avevano marciato su e giù, giù e su, mentre sentivano Pachino sgagnolare nel colle davanti al loro, beffato dal delicato ma rapidissimo cervide. Il sole picchiava ancora forte a quell’ora del primo pomeriggio e l’arsura si faceva già sentire, accentuata dall’abbondante traspirazione e dall’impossibilità di poterla placare. Gabriele si era portato una fiaschetta d’acqua, ma era riservata a Paco. Gli uomini si sarebbero dovuti arrangiare con qualche grappolo passito o con qualche mora scampata alla canicola agostana.
    Salivano e scendevano il dolce poggio, attraversando la sua verde capigliatura un tempo curata ed ora fattasi intricata e selvatica, tanto che a stento vedevano dove poggiavano i piedi, spesso intralciati dai tralci fattisi legnosi per la vecchiezza e striscianti al suolo, tesi tra un filare e l’altro, coperti da erbaccioni cespugliosi e ininterrotti, indisturbati dalla scomparsa, ormai datata, dei vecchi custodi di quella terra. Eppure avanzavano spediti, senza sentire la fatica e fendendo, gagliardi, gli ostacoli naturali, ma qualcosa non andava. Qualcosa mancava e qualcos’altro era di troppo. Paco arrancava ed il suo respiro s’era fatto pesante, ansante, simile al greve rantolo di un morente, incapace di altro che di sopravvivere. Impensabile che potesse cacciare o anche solo, sapersi districare in quell’ostile percorso. Giunto, come poté e seppe, all’angolo della vigna, crollò a terra all’ombra, in uno stato che ammutolì i due cacciatori. Restarono a considerare la sua pena, incerti se commentarla o fingere di ignorarla, per non accrescere la loro, fin quando Gabriele sfogò tutto il proprio rincrescimento, picchiandosi un pugno sulla coscia e gridando: “Accidenti a me e a quando ho deciso di portarlo!”.
    “Gabriele, l’hai fatto perché non ti reggeva il cuore a lasciarlo a patire a casa, vedendo il cucciolo partirsene con noi”.
    L’altro fissò la terra e il cielo e poi di nuovo il cane, stabilendo con una voce rassegnata che tentava di mitigare un profondo rincrescimento: “Questa è l’ultima volta, sai Paco? E’ l’ultima volta…”. Poi, facendo qualche passo in direzione di Pachino che continuava a uggiolare disperso per le ripe, aggiunse in tono incoraggiante: “Su, Paco, dai, vieni, alzati, vieni, andiamo, dai”. Ma Paco non si mosse.
    “Aspettiamo qualche minuto”, propose Baffino, senza riuscire ad incontrare lo sguardo dell’amico fedele. Gabriele tergiversò, dando modo all’altrettanto fidato suo seguace di riprendersi il minimo indispensabile per rimettersi in piedi e poi ripartì, seguito trambelloni da Paco, che lo fissava un po’istupidito dalla fatica, ma attento al padrone che gli stava dicendo: “Vieni lassù, c’è una fonte dopo la siepe. Andiamo là”.
    Vi giungemmo insieme a Pachino che aveva ritrovato la strada di casa, o meglio, il nostro odore e ci dirigemmo sotto al secolare frassino dalle grinfie rivolte al cielo, solo per constatare tristemente che la fonte si era seccata. “Accidenti”, considerò Gabriele, “ora dobbiamo scendere al fosso. L’acqua si può trovare solo lì”. Quella della sua fiaschetta, infatti, non si era rivelata sufficiente a rianimare il provato Paco.
    Andando in discesa lungo uno stradone e poi nella macchia alta ma libera e pulita al suo interno, il vecchio compagno di avventure riuscì abbastanza agevolmente a seguirci, sinché non fu necessario discendere per un modestissimo rilievo, ove il cane si fermò ed iniziò a gemere. Era rimasto impigliato in una radice secca che si frapponeva alla discesa imbrigliandolo sul petto. Un impedimento che, fino all’anno prima avrebbe volato! Gabriele risalì e lo liberò, mormorando: “Neppure una radice riesci più a superare?”. Baffino restò zitto, perché sapeva cosa provasse davvero l’amico, al di là di quella che poteva sembrare una critica e che invece era l’amara considerazione della fine del suo cane adorato.
    L’acqua fu un toccasana per Paco che vi si lasciò cadere immergendovisi interamente e lappandone a più non posso la rivitalizzante frescura. Gabriele si sedette su di un masso e Baffino scoprì casualmente, su una lingua sabbiosa, una spontanea coltivazione di pomodori! Ce n’erano di due o tre tipi, freschi, succosi e squisiti. Evidentemente il risultato predatorio delle razzie di animali in qualche orto, i quali, di poi, s’erano recato ad abbeverarsi in quel rigo. E non solo abbeverarsi…. Comunque sia se ne pascette con immenso gusto, offrendone un paio all’amico che ne accettò uno solo.
    I due Setter si sollazzavano tra le fresche acque, dissetandosi abbondantemente e riprendendo forze e vigore, ma, quando fu il momento di ripartire, Paco si rifiutò del tutto. Gabriele l’osservò muto, quindi lo sollevò dall’acqua e, infradiciandosi completamente, lo portò in collo lungo il greto del rivo, attento a non scivolare sui cogoli, mentre Baffino gli portava il fucile. Alla fine risalirono la riva e si misero a costeggiare un campo lavorato.
    “Mettilo giù, vedrai che qui ce la fa da solo”, suggerì dolcemente all’amico, e così fu, almeno finché non giunsero ad uno scalandrino, che Gabriele dovette scavalcare col cane in braccio.
    Ormai mancava poco alla strada, ma le condizioni di Paco non miglioravano e così, il padrone, tagliò le fronde di una ginestra e vi foggiò un collare per il suo amico. Poi, con una lungo ramo della stessa pianta, ottenne un guinzaglio con cui lo legò, pregando il compagno di caccia di voler attendere lì, con Paco, il suo ritorno, mentre sarebbe andato a recuperare il proprio mezzo per raggiungerli.
    Fu l’attesa, il momento più straziante per tutti e quattro. Pachino strisciò il muso su quello del padre e si allontanò dietro ad un padrone che a grandi passi e a testa bassa cercava di distaccarsi da proprio dolore, mentre Baffino si sedette per terra, accanto a Paco, cercando di consolarlo e di farlo tacere, mentre il suo abbaio così acuto e così disperato gli penetrava la mente e gli scoppiava nel petto.
    Paco non cessò di latrare e di richiamare il padrone che vedeva sparire per tutto il tempo, sino al suo ritorno, ma Baffino, pur fissando in silenzio la luna alta, adesso, tra le stelle, nel silenzio di casa sua, continuava a sentire quell’uggiolato desolato e desolante e lo sentì risuonare ed echeggiare nei recessi della propria fragilità umana per molto e molto tempo ancora.

  • 01 maggio alle ore 10:14
    Cesarino e la Sirena

    Come comincia: La Luna veleggiava alta nel cielo, stendendo il niveo strascico sulla immota distesa marina, ove tutto pareva placido ed inanimato, fin quando… un guizzo, un’increspatura sulla superficie ed una testa mora emerse.
    Brune aveva le chiome, ma la Luna, complici le gocce imprigionate tra i capelli, si divertì a tingerla d’argento. Gli occhi grandi e brillanti ammiccarono alla notturna spera che alleviava ai viventi il grave peso delle tenebre.
    Non per ammirarla, però, la dolce ma pericolosa sirena era emersa. No. Un’altra luce l’aveva attirata, spandendosi sulle acque il tremolante riverbero di una lampara che scrutava le profondità in cerca di preda.
    Un provetto marinaio impugnava la fiocina, pronto e speranzoso, ma non avrebbe mai immaginato di predare un simile tesoro del mare. La creatura degli abissi già da tempo lo osservava, e solo dopo essersi accertata di quanto fallace fosse la sua mira oppur magra la sua fortuna, s’era risolta a mostrarsi.
    Il lieve gorgoglio dell’emersione attrasse istantaneamente l’attenzione del pescatore, attento al più leggero sciabordio e, non appena la scorse, poco mancò che l’arpione, scivolandogli dalle mani tremanti, gli perforasse un piede.
    Quanto mirava era reale o immaginario?
    Per appurarlo si piegò sul bordo, esponendosi al rischio mortale. La fanciulla dei flutti assai agevolmente, allora, l’avrebbe potuto afferrare per trarlo così ad una prematura fine, ma la sfortuna che lo perseguitava l’aveva intenerita, sì che rifuggì da un’azione tanto crudele che, pure, l’istinto le dettava.
    Gli sorrise, invece, divertita del suo strabiliato stupore, quindi, esibendosi in un audace tuffo, s’immerse, infradiciandolo con lo spruzzo della coda. Costui neppur s’accorse del consueto contatto equoreo e, trasecolando, più si sporse per incontrarla ancora.
    Ella ne fu lusingata, perché l’uomo le faceva dono della propria esistenza in cambio d’un solo sguardo.
    Risalì, pertanto, e spumeggiò a poppavia, facendo balzare all’indietro l’inappagato spasimante in attesa.
    Si fissarono, fino a che i sorrisi di entrambi non si fusero in uno solo in una dimensione che l’amore aveva affrancato dal tempo, indi ella compì un’ardita evoluzione e scomparve per sempre dalla vita del navigante.
    Quegli rimase immobile, fino a quando la lampada non ebbe consumato tutto il combustibile e poi oltre, nel buio, dopo che l’astro lunare aveva abbandonato lo scenario d’Aiace ove s’era svolto l’inenarrabile evento, nella baia turchina in cui s’affievolisce, sino a dileguare, il confine tra realtà e poesia.
    Cesare non obliò quell’incontro per il resto dei suoi anni, mantenendolo segreto tesoro che nemmeno l’uomo più ricco della Storia avrebbe mai potuto ambire di possedere, e sempre, sempre quando la Luna stendeva il proprio manto, egli lo solcava desioso e, al tempo stesso, certo che non avrebbe mai più scrutato il fondo dell’anima della sirena, giacché l’inafferrabile non può riprodursi, o non sarebbe più tale.
    Gli bastava mostrarle il proprio, sicuro di non incontrare ancora la delusione del tangibile, vivendo l’estasi perenne di un incontro fino a raggiungere quel dì, in cui il suo desiderio si sarebbe trasformato nel sogno di un altro che l’avrebbe rivissuto ammantandolo della parola, la parola che Cesarino non aveva saputo pronunciare alla sirena.
     
     
     
     

  • 31 maggio 2017 alle ore 20:50
    Mary solo per un giorno

    Come comincia: Mary camminava su e giù per la stanza. 
    Era sua consuetudine ogni qualvolta si sentiva agitata.
    E ci stava stretta in quella stanza!
    Troppo piccola per viverci in tre.
    Sua madre Vivien era uscita insieme alle altre sorelle e sarebbero rientrate tardi.
    Uscivano spesso la sera. A fare il mestiere più antico del mondo. A lei, la più piccola di tutte, sua madre aveva assegnato il compito più duro. 
    Intrattenere lupi affamati, dentro quella stanza puzzolente di sesso. L’aveva iniziata a quell'arte, sin da piccola. Quando, lei se lo ricordava bene. A soli otto anni le aveva aperto le porte  di quella miserabile vita. Una maniglia che si apriva, un uomo basso che si avvicinava a lei. 
    Le sue mani dappertutto. Fino ad entrarle dentro. Fino alle sue mutandine bagnate.
    Così era iniziata e, per anni, aveva continuato a respirare il puzzo di maschi divorati dal germe della depravazione.
    Adesso aspettava l’ennesimo cliente.
    Aveva 16 anni e gli ultimi otto le avevano cambiato  il cuore.
    Odiava profondamente sua madre, le sue sorelle e quella vita di fango che conduceva a stento. Ma non poteva fare nulla per ribellarsi. Non ne era capace. Non ne aveva la forza.
    Vide la maniglia muoversi e cercò di prepararsi mentalmente a quell’incontro, con l’orco di turno. 
    Quando entrò si trovò davanti un uomo sulla cinquantina, grasso e malvestito. Le sembrò di intravedere un rivolo di pervertito piacere scivolare da un lato della sua bocca. Iniziò a spogliarsi davanti a lui. Con il tempo era diventata molto brava e, abile, aveva imparato a fare in fretta. Ogni volta faceva in modo che durasse sempre meno.
    Appena giunto al culmine, l'uomo si alzò e si rivestì. 
    Le lasciò i soldi sul comodino e chiuse la porta dietro di sé.
    Mary si sdraiò sul letto appena fatta la doccia.
    Come sua abitudine.
    Adesso non aveva più bisogno di sciogliere la sua paura. Non aveva più bisogno di camminare su e giù per quella stanza. Voleva solo chiudere gli occhi e non pensare più fino al giorno dopo.
    Si addormentò. 
    Alle prime luci dell'alba si alzò.
    Ma quella sarebbe stata un'alba diversa da tutte le altre. Un'alba muta come il suo dolore.
    Con sé prese solo un marsupio e un paio di occhiali scuri. 
    Chiuse la porta e si diresse verso il parco, come ogni mattina. 
    E fu proprio lì che tutto ebbe inizio e fine.
    Le aveva lasciate così. 
    Sparse lungo il marciapiede a ridosso del parco.
    Gettate per terra come non fossero mai appartenute a nessuno.
    Come se chi le aveva indossate non fosse mai stato niente. Immondizia e null'altro.
    Tre paia di scarpe colorate e un altro spaiato. Nessuno l'aveva vista mentre, furtiva, le spingeva per terra. 
    L'estate non era ancora arrivata ma lei sentiva un fuoco attraversarle il corpo.
    Quello scorcio di tempo appena trascorso le martellava nella testa. E, per quanto camminasse veloce, i suoi pensieri lo erano di più.  
    In quel parco, tra i raggi di sole appena accennati, una molla le era scattata dentro.  
    Senza darle più tregua. 
    Era stato un gioco facile attirare sua madre e le  tre sorelle nel parco.
    Loro rappresentavano per lei l'unica famiglia.
    Una famiglia disperata che non le aveva risparmiato nessuna sofferenza della vita.
    Più pensava più la rabbia diventava accecante. E, quello che voleva essere solo un gioco, pian piano si trasformava in un chiodo fisso.
    "La mia famiglia" pensò! Proprio quella che le aveva distrutto la vita. I progetti. I sogni nel cassetto. 
    E non aveva trovato alcun modo di liberarsene, fino a quel giorno. 
    Fino a quel pensiero. Aveva dato appuntamento ad ognuna di loro, in una panchina diversa. Lontane una dall'altra. 
    Ad ogni panchina, un sorriso.
    Ironico beffardo e poi sempre più macabro.
    L'ultimo sorriso più sordo degli altri finiva con un pugnale, conficcato nella schiena di tutte. 
    Con sua madre era stato più difficile.
    Era riuscita a fuggire dopo il colpo infertole e nella corsa aveva perso una scarpa.
    Mary l’aveva raggiunta con un balzo per finirla subito dopo con il pugnale nel cuore. 
    Il posto in cui le aveva fatto più male.   
    La scarpa non era stata più in grado di ritrovarla.
    Ma tante erano le cose che Mary non ritrovava più di sè. 
    Perse per sempre negli anni di quell'adolescenza rubata, che mai più sarebbe ritornata.
    Adesso, le scarpe erano tutte lì. 
    Ai margini di quel marciapiede, dove camminano le vite di ognuno. 
    Tra tutte le foglie, dove muoiono gli alberi. 
    Dove muoiono le vite di nessuno.
    Così come oggi, moriva la sua.

  • 31 maggio 2017 alle ore 18:08
    Camera d'ospedale numero 17

    Come comincia: Il nonnetto viene dimesso. E’ guarito.
    E’ arzillo, felice di tornare a casa.
    La nonna se lo coccola come fosse un bambino.
    Il letto accanto è vuoto da qualche minuto. Il paziente che l’occupava ha reso l’anima a Dio da pochi minuti. La moglie raccatta le cose del marito defunto, il rasoio elettrico, il cellulare, la radiolina a pile e poche altre cose. Non si cura affatto del poco vestiario del defunto: magliette, calzini, calzoni li lascia dove sono, sul letto. Sospira mentre si deterge la fronte. In ospedale fa un caldo infernale, i termo sono tenuti molto alti.

    Con gli occhi lucidi, la nonna accarezza la pelata del marito. Questa volta il nonnetto Beppe l’ha scampata per il rotto della cuffia: una broncopolmonite a ottanta e passa anni è un gran brutto affare. Ma nonno Beppe se l’è cavata, ha rimandato la Nera Falce a tenere compagnia a chi non crede in Dio. Il nonnetto è un uomo di fede, lo è sempre stato, ciò però non toglie che sia un gran rompicoglioni e una testa di mulo. La sua caparbietà e la sua fede hanno forse operato il miracolo. Un altro, al suo posto, poco ma sicuro, avrebbe tirato le cuoia.

    La nonna si fa vicina alla vedova. “Le mie condoglianze, Signora…”, farfuglia con un nodo in gola.
    La donna sgrana gli occhi. Poi, subito, schiude la bocca: “Non ce n’è bisogno!”
    “Mi spiace…”
    “A me no”, replica secca lei, con tono minaccioso.
    La nonna rimane impietrita.
    “Ho avuto un uomo accanto per quaranta anni. Adesso ne ho sessanta. Non sono ancora da buttar via. Ho una vita davanti. E’ risaputo che le donne vivono più a lungo dei maschi.”
    La nonna tace e fa dietrofront. Prende la mano del suo compagno d’una vita e la stringe con forza. Insieme escono dalla camera d’ospedale numero 17.

  • 25 maggio 2017 alle ore 12:01
    2012

    Come comincia:  Ci sono momenti in cui cominci a pensare a ciò che è andato storto, a ciò che è volato via, a ciò che hai perso, alle cose che non avrai mai, ai progetti andati in fumo, a gli addii… Alle promesse mai mantenute… Avverti un senso di solitudine, ma sei li, capace di vivere ogni singolo istante della tua vita con un sorriso… Non essere triste, non avere rimpianti, ricorda che la felicità è fatta di piccole emozioni e va goduta in punta di piedi.

  • 25 maggio 2017 alle ore 11:57
    2011

    Come comincia:  Percorri il tuo cammino e fa in modo che sia all’altezza dei tuoi sogni. Non puntare troppo in altro, accontentati delle cose semplici, perchè quelle sono le più belle, non è detto che tutto ciò che luccica, brilli sempre, a volte anche un puntino di luce illumina molto. A volte le piccole cose ti riempiono di sicurezza e ti danno la giusta carica per placare il dolore e l’amarezza. Quando un sogno cade, impara a costruirne altri da quelli che hai già realizzato, ricomincia sempre. Custodisci e non sciupare, quello che hai realizzato e concretizzato con fatica in passato.

  • 25 maggio 2017 alle ore 11:56
    2011

    Come comincia: Fiera di essere come sono, con i miei pregi e difetti, con le mie lacune, con le mie carenze. Sono fiera lo stesso, con tutte le paure che mi porto dentro, con la mia forza e la mia sensibilità, con la mia imprevedibilità. Fiera della mia vita e di come l’ho vissuta, con tutti i miei sbagli, con le lezioni che ho appreso,con le salite fatte di corsa, con le discese, con gli addii e i ritorni. Certezze e sicurezze poche, dubbi tanti, ma sempre viva.

  • 25 maggio 2017 alle ore 11:55
    2011

    Come comincia:  Voglio augurarti tutte le cose belle che la vita ti donerà. Ti auguro di diventare una persona semplice, sensibile per guardare la bellezza delle cose e per provare grandi gioie, soprattutto nelle piccole cose di ogni giorno. Ti auguro di diventare coraggioso/a, per avere la forza di lottare contro le immancabili difficoltà. Ti auguro di ritrovare la pace interiore, per accettare il perdono. Ti auguro la speranza, per vivere ogni giorno la vita pensando positivamente. Ti auguro di diventare spontaneo/a, per essere in grado di dare agli altri senza pretendere e di non aspettarti nulla in cambio. Ti auguro la felicità.