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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 28 giugno alle ore 8:54
    LA BOCCA SOLLEVÓ...

    Come comincia: Signori lettori, la frase riportata nel titolo non ha nulla in comune con l’Inferno di Dante né col conte Ugolino, è la descrizione di quel simpaticone di Alberto M. che una sera di freddo inverno, nella stanza da letto ben riscaldata,  adagiato sul  letto matrimoniale fra le cosce della deliziosa moglie Anna M., assaporava il dolce sapore della sua ‘cosina’ o meglio del ‘cosino’ dato che in italiano è, chissà perché, di genere maschile. More solito la consorte alle sue zozze profferte cercava di respingerle con le solite scuse muliebri: mal di testa, stanchezza per il lavoro di una giornata faticosa, la cucina da mettere in ordine dopo la cena ma Alberto, di cui Anna era pazzamente innamorata, riusciva a far breccia nella flebile resistenza della consorte. La signora  decisamente ‘caliente’ chiudeva la sue due stelline (gli occhi) e si abbandonava al sapiente cunnilingus del marito riuscendo a collezionare un numero notevole di ‘goderecciate’ sin quando alzava le braccia in segno di resa, (ne aveva collezionato undici!) conseguentemente niente penetrazione con gran dispiacere di ‘ciccio’ che era rimasto tutto teso a… guardare il soffitto. Alberto era titolare di una Scuola Guida in via Garibaldi, Anna era impiegata presso la Provincia di Messina e, nei momenti di pausa, si riuniva con le colleghe femminucce e spesso il discorso era,  indovinate un po’? Il sesso. Anna era di solito restia a parlarne ma, incalzata dalla solita amica faccia tosta riportava i particolari delle sue imprese o meglio di quelle del marito. In particolare aveva rappresentato l’immagine di Alberto che nel cunnilingus immetteva una variante consistente in fragole e ciliegie introdotte in vagina e poi golosamente ingoiate (Che fantasia!). Anna con le amiche Euridice, Frine e Nicla durante l’intervallo di un’ora si riuniva in una trattoria vicina all’ufficio per sgranocchiare qualcosa e raccontare le proprie vicende personali. In fondo erano coppie diciamo normali ad esclusione di Nicla vedova con figlio ventenne, Ettore, perennemente arrapato come un riccio arrapato che, quando la signore si riunivano in casa di sua madre,  attentava alle virtù delle tre signore con scarsi risultati. Anna:”Qui non c’è trippa pè gatti, cercati il ‘becchime’ tra le tue coetanee.” Nicla la madre oltremodo puritana, faceva le ‘occhiatacce al figliolo zozzone. Vedova da tre anni nel frattempo aveva sempre respinto le avances di qualche maschietto, non si truccava, vestiva in modo ‘sommesso’ finché la solita Anna durante una riunione a casa di Nicla prese in mano la situazione: “Non puoi andare avanti a fare la vedova a vita, anche Ettore è d’accordo con noi, non è geloso, preferirebbe che ti trovassi un compagno, stai invecchiando prima del tempo, ai nostri giorni una quarantenne è una ragazzina e quindi…ci penseremo noi.” Nicla, un sabato, fu accompagnata in un istituto di bellezza dalle tre amiche le quali, quando andarono a riprenderla restarono basite, completamente cambiata, una vamp che faceva girare i maschietti per strada. Anna telefonò ad Ettore il quale le raggiunse a casa sua. Il pargolo restò anche lui di sasso e tirò fuori una battutaccia: “Cazzo se non fossi mia madre!” e seguitò ”Sono andato a cercare  al computer il significato dei vostri nomi: per primo quello di mia madre. Nicla vuol dire vincitrice, ora risponde a verità, Euridice vuol significare molto giusta e per Frine…mi dispiace per lei ma oltre che molto colta vuol dire puttana, mignotta, troia.” Gran risate delle femminucce. Nei giorni seguenti  Nicla era confusa, in fondo non le era dispiaciuto quel cambiamento ma seguitava a tener lontano i maschietti malgrado gli incoraggiamenti delle amiche, nessun pretendente che le veniva presentato era di suo gradimento, forse i tre anni di vedovanza l’avevano cambiata psicologicamente e, in campo sessuale, non si sentiva pronta ad avere rapporti con rappresentanti dell’altro sesso. Solita riunione delle quattro amiche ormai molti simili a quelle della trasmissione americana “Sex and the city” e decisione: dare una festa da ballo in casa di Alberto che aveva un salone di grandi dimensioni ed invito a tutti i maschietti della Provincia e di un nuovo giunto in ufficio riminese di nascita ma trasferito a Messina, secondo le maldicenze, per aver avuto una relazione sentimentale con la consorte di un pezzo grosso di Bologna in vacanza a Rimini. Evidentemente i pezzi grossi non amano essere muniti di corna, ma solo farle come il sempre ricordato Andronico, re della Tessaglia, che usava far appendere simboliche e beffarde teste di cervo  sulla porta dei mariti che aveva bellamente cornificato. Il nuovo venuto certo Galeazzo non ebbe fortuna con Nicla e poi con quel nome! I tre del tavolo Guicciardo,  Bernardo e Aroldo, rispettivamente mariti di Arabella, di Euridice e di Frine  si dichiararono molto simili agli orsi in campo del ballo quindi ad Alberto, er mejo tacco avrebbero detto a Roma, toccò far gli onori di casa. All’inizio Nicla non riusciva a tener testa al bravo ballerino ma, cambiata la musica da veloce a lenta, si aggrappò al buon Alberto  che non sapeva più che pesci prendere dato che il suo ‘pesce’ si era notevolmente ingrandito ed allungato e si strofinava con la cosina di Nicla  che, cosa strana, si era illanguidita e seguiva la danza ad occhi chiusi aggrappandosi ad Alberto. La situazione non passò inosservata ad Arabella, ad Euridice ed a Frine che in coro: “Qui c’è aria di corna cara Anna!” La chiamata in causa: “Alberto qualche volta si prende qualche libertà in campo sentimentale, meglio con un’amica…” Dal tono di voce non sembrava molto convinta tanto più che la serata finì con Alberto e Nicla ancora abbracciati nel tango. Nei giorni seguenti nessun accenno al comportamento dei due ballerini, in ufficio si parlava del più e del meno, brutta cosa, il sesso era stato stranamente bandito, era diventato un argomento tabù. Una mattina Alberto si misurò la febbre, 38,5 e così decise di rimanere a letto. La cosa non piacque ad Anna tanto più non vedendo arrivare in ufficio la ormai vamp Nicla. Due più due non fanno quattro ma due (corna pensò Anna che stette un bel po’ prima di decidere di tornare a casa ma con quale risultato e quali conseguenze future? ‘Alea iacta est’ (ve lo traduco perché mi sembra che in quanto a latino…)”Il dado è tratto, Anna decise di rientrare a casa senza pensare ad eventuali conseguenze, agì d’istinto come talvolta le capitava di fare ma male non gliene incolse perché già immaginava quello che avrebbe sentito e visto. Si mise ad origliare dietro la porta della camera da letto da cui provenivano suoni gutturali di piacere, i due porcelloni ci davano sotto alla grande e quando aprì la porta ne ebbe la conferma. Nicla, nuda,  con un balzo scappò dal letto per rifugiarsi nella toilette, Alberto, con la solita faccia tosta: “Cara oggi non è giorno lavorativo?”In un attimo Anna dovette decidere il da farsi, capì che il suo comportamento avrebbe influito in maniera notevole sulla vita sua e su quella di suo marito. Hermes protettore di Alberto, pagano, la indirizzò verso un compromesso possibilmente spiritoso ed è quello che fece Anna: “Ragazzi mi dispiace avervi disturbato, Nicla esci dal bagno, non ti succederà nulla di spiacevole.” Alberto stava a gambe aperte e ‘ciccio’ rimase ‘lancia in resta’,  Nicla si presentò avvolta in un accappatoio, era sempre bella anche se un po’ arruffata. “Anna…” “Nessun commento mia cara, in fondo meglio te che un'altra, hai sofferto per anni e se ti prendi qualche licenza, vienimi vicino, abbracciami…” Nicla si trovò a baciare in bocca l’amica, non le era mai accaduto, Anna rispose al bacio e le due amiche rimasero in questa posizione un po’ di tempo sin quando: “Giovin signore che ne dite se anch’io partecipo…” Da quel momento il letto di Anna e di Alberto divenne il rifugio erotico dei tre. Anna e Nicla  cominciarono a frequentare meno le amiche che, malignamente immaginarono la verità forse invidiandoli  anzi senza forse invidiandoli di brutto dato che i loro mariti, in quel campo, erano di uno scarso…ma di uno scarso!

  • 27 giugno alle ore 19:30
    5 ottobre 2014

    Come comincia: Dicono:“Tu sei forte, riesci ad andare avanti!” E io rispondo:“ Guarda non lo so, non credevo di amare lui così tanto, invece vaffanculo, il mio cuore è a pezzi per colpa sua.” E mi danno della stupida. Sì, perché è assurdo amare, sopratutto se la persona sembra quasi che se ne sbatta. Ma quando ormai ci sei troppo dentro non puoi più fare nulla per salvarti e ti tocca annegare nella lava ardente, scioglierti e svanire nel nulla. E lui è lì che ti guarda mentre stai male. Lui lo sa benissimo quello che senti, ma tuttavia ama farti male, ama vederti bruciare. Gli amici poi al massimo possono farti un grande applauso , accompagnato da un: “ Te l’avevo detto!” Certo che lo so, cazzo e avevate tutti ragione. Ok, adesso basta stressarmi. La vita è mia e me la gestisco come mi pare e se il mio cuore adesso è rotto, è mio, non è un problema vostro. Che cazzo volete? Fatevi i cazzi vostri. Mi sento morire, sembra come se stessi aspettando che giunga la mia ora. E’ tutta colpa mia, lo so. Forse loro adesso mi vedranno come una sfigata,ma non mi interessa. L’amore che provo è talmente forte e intenso, che anche se fa male, vale la pena giocarmi il tutto per tutto. Lui è talmente bello che mi innamorerei altri milioni di volte. Non serve, se tu che mi stai leggendo, mi dicessi che è sbagliato giocarmi il cuore per chi non ne vale la pena. E’ un problema mio se adesso al posto del cuore mi trovo una voragine.Capita a tutti prima o poi, o no? Sarei stata davvero scontenta se non fosse arrivato nessuno a rubarmi il cuore. Di certo non amo farmi male , nè voglio che restino i segni di questa esperienza. Voglio solo dire fra qualche anno:“Cazzo quanto l’ho amato!” Nessuno può dirmi nulla perchè le conseguenze le sto pagando soltanto io. Lo amo incondizionatamente. E’ un’altra inculata? Non importa la parcheggerò insieme a quella avuta in precedenza. Che problema c’è? C’è chi ha perso una gamba in un incidente, eppure non si è mai fermato. A me lui ha strappato il cuore, eppure esso continua a pulsare e a non arrendersi. Nessuno avrà la soddisfazione di vedermi arresa, nè in uno stato deplorevole. Al massimo o morirò oppure sprizzerò felicità da tutti i pori, le mezze misure nella mia vita non esistono. Le mezze misure mi sembrano cazzate per evitare di scegliere. Io non indugio, mi gioco sempre il tutto per tutto, soprattutto il cuore, anche se poi mi ritrovo a pagare le conseguenze disastrose per aver amato. Mi sento un automa, la mattina mi sveglio, mi vesto, sbrigo qualche faccenda, mangio, arriva di nuovo la sera e vado a letto, ogni giorno vivo questo. In ogni pensiero del giorno c’è lui, sempre in ogni intervallo della giornata, initerrottamente. Si, c’è sempre lui a ricordarmi che sono viva, che mi fa sentire qualcuno e non un automa passivo. Adesso che è sparito, la sua assenza si fa presente. La sua assenza, sembra che mi stalkeri. Forse io sono troppo fusa! E quando mi guardava, nei suoi occhi ci vedevo l’infinito, il mare, anche se mi trovavo nel bel mezzo della mia città. Nei suoi occhi ci vedevo tutto quello che volevo io, tutto quello che volevo compensare alla mia vita. Se prima mi sentivo vuota adesso lo sono di più. Prima avevo un cuore, adesso è vuoto, non ce l’ho più. Adesso c’è solo la sua assenza a ricordarmi quanto mi manca e quanto sia importante per me. Non importa, perchè io questa esperienza la sento bruciare sulla mia pelle e sento che mi cambierà. Vale la pena viverla, devo vivere la vita come capita, non devo riflettere troppo. Non devo avere paura di scegliere. Dagli sbagli si impara. Devo prendere quel treno anche se non so dove mi porterà. La destinazione? E chi se ne frega? Devo sbagliare continuamente, non me ne frega un cazzo. Solo così imparerò a scegliere. Di tanto in tanto arriva qualcuno a tamponare questa ferita scavata nel petto, una serata fra amici, due risate, ma quando torno a casa e mi ritrovo sola tutto torna alla mente e quella piccola felicità provata scompare nell’immediatezza, il dolore si fa sentire a bruciare velocemente quella ferita, come se ci avessero buttato sopra della benzina. Le lacrime imperturbabili, scorrono spesso e solcano le guance del mio viso, sento il suo sguardo addosso, anche se adesso non è con me. Lo immagino accanto a me, come l’ultima volta. E poi, nulla, sparisce e io resto al buio e nelle mie mani restano solo i ricordi che mi fanno dire:“Tu esistevi davvero, non eri un sogno”! Ora mi piacerebbe dire”Non me ne fotte niente di te, io vivo lo stesso alla grande”! Come faccio a vivere con questo cuore ammaccato e ferito? Ogni volta che penso a lui la ferita continua a sanguinare e si fa sempre più profonda. Gli altri sanno solo dirmi:“Su con la vita!” E io dico a me stessa.“Ma ho ancora una vita? Oppure mi è stata rubata anche quella?” No perchè carissimo ragazzo, qui sembra che tu mi abbia rubato tutto quello che c’era di bello in me, persino la voglia di vivere, oltre che il cuore! Un pò ti stimo, perchè riesci ad ottenere ciò che vuoi, almeno così sembra. Desideravi conquistarmi e farmi star male? Bene, congratulazioni ci sei riuscito! Ma adesso che non ho più un cuore e non ho più amore da dare a nessuno, non vuoi più divertirti con me, sono un bersaglio già conquistato ormai. Mi hai manipolata abbastanza e quindi è giunta l’ora di cambiare marionetta per te. Forza stronzo, a cosa aspetti? Corteggia qualche altra, fai i tuoi discorsetti del cazzo, falla sentire importante e bella e poi zac, divertiti nel farla star male, e godi mentre la vedi cadere per terra dal dolore. Uno stronzo come te riesce a sentirsi vivo solo facendo del male a chi per te darebbe qualsiasi cosa! Ci vuole tanto sadismo per farti sentire vivo? Cazzo, a me bastava guardarti negli occhi o che mi guardassi, per sentirmi viva. Devo solo farmene una ragione, per superare tutto questo dispiacere che mi hai dato. Le tue parole erano solo piene di falsità. Anche se adesso provo ancora tutto quel sentimento, quando ti guardo negli occhi, non riesco a dirti che sei uno stronzo e che mi fai schifo. Se ti guardo negli occhi, mi sento bruciare lentamente, le gambe mi tremano e perdono la loro forza, come se stessi seduta su una sedia elettrica. Se mi ferissi fisicamente potrei guarire, un giorno, ma ferendomi dentro non potrò mai guarire, il dolore resterà permanente, e tu lo sai benissimo, perchè ci sei passato. Sicuramente l’hai fatto a posta, perchè sai che io non sono forte abbastanza e che sono sensibile. Ma perchè te la sei presa proprio con me? Cosa ti ho fatto? Mi pongo tutte queste domande a cui non do risposta, ed è inutile domandarti. Io Ti Amo.

  • 22 giugno alle ore 7:33
    Breve volo

    Come comincia: Quanto si dilata il mio tempo nel dolce far niente. Come una bolla di sapone spinta dal soffio curioso giocoso di un bimbo mi espando nell'aria. Mi faccio bislunga, oblunga, larga, piatta, tonda, ora sembro un drago e ora un cirro o una faccia dispettosa. Mi infilo furtiva in passaggi stretti e misteriosi e mi allungo in vallate d'erba e d'aria frizzante. Sono ricca di tempo, quanto tempo nel dolce far niente! Quanto tempo mentre danzo, mi giro, saltello, quanto tempo mi illude, mi culla, mi aspetta!   POOFF
     

  • 21 giugno alle ore 20:37
    Estate

    Come comincia: Se l’estate potesse essere definita senza parole, se la sua stessa essenza potesse essere raccolta en masse – da un frutteto provenzale in agosto, da un mare di Corfù a giugno ... da un assaggio di un po’ di fragole e panna a St. James Park, o da una pesca perfetta mangiata su una veranda protetta in Ferrara –, e se quella essenza potesse essere cristallizzata in un unico momento onnicomprensivo, allora l’estate non potrebbe che essere questo, certamente.
    Di sicuro, questa è la definizione stessa dell’estate, o perlomeno è quella che meglio si confà a me.
    Sto guardando – mento dal più profondo! – in un mare color zafferano, con il ronzio delle api da miele che riempiono l’aria, una moltitudine di piccoli violinisti che si accordano per suonare la loro sinfonia quotidiana di mezzogiorno. Sotto un oceano di cielo senza nuvole, mi trovo al centro di dieci acri di girasoli, un semplice punto di lino bianco su una tela d’oro. Fedeli alla loro natura, poiché sono sempre i più gentili dei fiori, mi rendono la benvenuta, annuendo e salutando mentre passo dopo passo sono sempre più a fondo in mezzo a loro; i girasoli, fino ad ora, sono tutto ciò che vedo. Mi sento quasi una di loro, una loro rappresentante vivente che respira d’estate.
    Scegliere quali girasoli portare a casa per poi metterli nei miei vasi è un compito più difficile di quanto immaginassi, perché ognuno è unico nella sua bellezza e grazia, e ognuno sembra desiderare un’avventura, un viaggio lontano verso luoghi sconosciuti. Sentendomi più ricca di Mida, il mitico re della Grecia, riempio d’oro il mio secchio verde e mi meraviglio della mia generosità. Alla fine, faccio ritorno attraverso i campi di girasoli.
    E adesso... ci sono vasi e vasi di facce color giallo-burro ovunque io scelga di guardare.
    Le mie stanze sono piene di estate.

  • 21 giugno alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

  • 12 giugno alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

  • 12 giugno alle ore 15:42
    VOULEZ VOUS BAILER AVEC MOI?

    Come comincia: Ormai Alberto, funzionario delle poste, aveva provate tutte le cure nei migliori centri oncologici italiani, il verdetto dei medici nei confronti della consorte Viola erano stati unanimi: un mese di vita, un carcinoma ai polmoni, maledette le sigarette! Viola era stata sempre molto attaccata alla religione cattolica e così, dietro consiglio di Monsignor Angelo Davina della vicina cattedrale di S.Giovanni a Roma, suo confessore che veniva spesso a casa loro, (marito e moglie abitavano in via S.Croce in Gerusalemme) decisero, come ultimo tentativo di recarsi in Polonia al santuario di Czestochowa. Sbarcati all’aeroporto di Katowice si fecero condurre da un tassista ad un albergo di sua conoscenza: ’hotel Monopol’. Alberto informò il direttore delle condizioni di sua moglie, il direttore molto comprensivo gli fece portare i pasti in camera. Una mattina Roberto, uscito dalla doccia, cercò di svegliare Viola, inutilmente… era morta. Umanamente da un lato fu sollevato, non sopportava più i lamenti della consorte dovuti ai forti dolori ma da quel momento cominciò a combattere con la burocrazia polacca che non era migliore di quella italiana. Vari certificati delle autorità sanitarie, permesso di esportazione della salma, sigillo alla bara ecc. Poi si recò all’ambasciata italiana, si fece indicare un’impresa di pompe funebri, fu costretto a portare la salma in una chiesa (i polacchi sono molto religiosi) e, consigliato dal signor Novak titolare delle onoranze funebri, decise di ritornare in Italia con un carro funebre Mercedes molto bello e costoso (in aereo gli sarebbe costato di più). Prima di partire una sorpresa: lord (signore in polacco) Novak gli chiese un favore: in compenso di un sostanzioso sconto sulla parcella di spesa gli chiese di portare con sé a Roma la figlia Mikka che studiava lingue a Katovice e voleva perfezionarsi in italiano che in parte conosceva. Alberto si fece i conti, in quel momento non se la passava bene in quanto a moneta per le spese sostenute per curare Viola e così accettò. Mikka si presentò con una valigia e, dopo un inchino: ”buonciorno signore, grazie.” La ragazza sembrava il tipo da non creare grane, di statura leggermente superiore alla media, viso pulito di dodicenne non aveva nulla delle scatenate sue coetanee romane, meglio così. Prima tappa in un motel vicino Milano, camera a due letti  ed in serata arrivo a Roma, la  baby sistemata in una stanza singola dello appartamento. Naturalmente la novità fece il giro del palazzo notizia ‘sparsa’ da Iolanda la portiera. Mikka fu iscritta alla prima media di una scuola delle suore che la apprezzarono perché era ubbidiente e parlava varie lingue. Mikka ritornava il pomeriggio nell’appartamento, era brava anche nelle faccende di casa con gran sollievo di Alberto che in questo campo non se la passava bene. Per motivi sconosciuti nella mente di Alberto saltò una frase: “Niente è come sembra anche se talvolta il sembra è bellissimo (Orwell). Non mi domandate chi è l’autore, ho letto la frase nei cioccolatini Perugina.” Conclusione: una mattina Alberto non andò in ufficio, si mise a leggere il giornale in un bar e alle dieci rientrò a casa senza far rumore, cosa voleva scoprire non lo sapeva lui stesso ma dietro la porta del soggiorno sentì in funzione il suo proiettore. Perplesso aprì uno spiraglio della porta e ..si stropicciò gli occhi: “Cosa videro la mie pupille, una scena da far scintille!” non ricordava l’autore della frase ma era quello che provò nel vedere sul divano Nikka nuda ed altrettanto nudo monsignor Angelo Davino che in quel momento non faceva onore al suo nome. Alberto da buon vergine (astrologicamente parlando) non era il tipo di farsi prendere dalla rabbia con conseguenze poco piacevoli e così si recò in portineria dove Iolanda, quando lo vide, sbiancò in viso. “Iolà, non voglio far casini per poi diventare la barzelletta del palazzo ma raccontami tutto quello che sai senza tralasciare nulla in merito…” Iolanda riprese un po’ del colorito naturale, prese Alberto per mano e lo portò a casa sua. “Dottore non so da dove e come cominciare, vede…” “A Iolà. Lascia per il dottore e…” “La storia è iniziata anni fa quando sua moglie era viva, Viola era religiosa ma a modo suo, da tempo era l’amante di monsignore che la riempiva di regali, a lei diceva che erano di alcuni ricchi parenti americani ma erano soldi del diavolo perché tolti ai poveri. A dir la verità monsignore ‘ungeva’ pure me, lo sa che la paga è poca ed ho due figli all’università. Ha conosciuto Nikka a scuola nel far lezione di religione, belle lezioni! e poi un giorno si è presentato da me chiedendomi di aiutarlo a…far compagnia alla ragazza, è finita come ha visto.” “Non ti preoccupare, la vita è complicata ci mancherebbe …grazie, tutto deve rimanere come prima.” Alberto ritornò a casa alle diciotto, Nikka stava studiando e l’abbracciò more solito. “Papino’ (lo chiamava così) ti vedo strano, ti è accaduto qualcosa?” “Sono solo stanco per gli ultimi avvenimenti e per il lavoro, dopo cena vado a letto.” Ma oltre a quanto detto a Nikka ad Alberto bruciava il fatto di essere stato fatto ‘becco’ da sua moglie Viola, chi l’avrebbe mai detto con quella faccia angelica, forse le corna di un prete hanno un valore spirituale, in fondo, col suo senso dello humor riusciva in parte e riderci sopra. Predispose un piano, doveva trarre vantaggio dalla situazione. Prese da parte Iolanda e Nikka e concordò con loro di ‘prendere sul fatto’ il monsignore mandrillo e tranne benefici economici e così una mattina Angelo Davino, senza subodorare nulla, si presentò per il solito incontro con Nikka ma male glene incolse: nel più bello Alberto aprì la parta della camera di Nikka e con la Canon prese a scattare foto a raffica, foto decisamente compromettenti. Il prete, preso alla sprovvista, cercò di coprirsi col lenzuolo, troppo tardi. Alberto decise di usare il dialetto romano che ritenne in quel frangente più efficace: “Zi prè, ormai hai capito, sei nei guai, nun te la porto pè le lunghe, mollerai ogni mese €. 5.000 a NIkka pè la sù famija bisognosa ed altra somma a Iolanda per fà studiare i figli, farai un’opera di bene per andare in Paradiso sempre che S.Pietro sia d’accordo della qual cosa dubito. Mettiamola sul ridere: ti racconto una barzelletta: tre sorelle in macchina hanno un incidente stradale, muoiono contemporaneamente e si presentano a S.Pietro il quale chiede notizie sul loro comportamento sulla terra. la prima Mirella:  “Padre…l’ho data ai militari…” “In paradiso per amor di patria!” La seconda Giuditta: “Padre sono vergine.” S.Pietro perplesso: “E che hai preso il Paradiso per un pisciatoio? All’inferno!” La terza Melania:”Padre l’ho data ai sacerdoti.” S.Pietro senza esitazioni: “in Paradiso per amor di Dio.” T’è piaciuta? Ti faccio vedere nel video della macchina fotografica un solo fotogramma, ti piace? ora sai quello che ti aspetta.” Alberto e Kikka lasciarono la stanza mentre il prete si vestiva in gran fretta passando a testa bassa dinanzi alla portiera che, in seguito,fu messa al corrente della situazione. “Kikka non pensi di dovermi delle spiegazioni?” “Papino, in Polonia ufficialmente c’è molto puritanesimo ma poi la ragazze fanno vita libera la maggior parte per soldi, c’è ancora in giro della miseria e le femminucce aiutano la famiglia. La mia è composta oltre che dai miei genitori anche da una mia sorella gemella Irena, quella che ha girato il video, e da quattro fratelli maschi. Puoi immaginare che i soldi non bastano mai e così… L’unico lato positivo è che se una ragazza si innamora lascia tutto e si dedica anima e corpo al suo uomo ed io…” “Hai solo tredici anni anche se ne dimostri di più, ho capito quello che mi vuoi esternare. Tramite amici influenti e con il consenso di tuo padre cercherò di sistemare la tua situazione in Italia, tu seguiterai a studiare e a diciotto anni compiuti…” Nikka subissò di baci Alberto: “Sarai l’unico grande amore della mia vita” e gliene diede una prova tangibile…Anche la portiera Iolanda ebbe la sua fetta di felicità. Immaginate un po’: monsignor Angelo Davino prese a frequentare Iolanda molto da vicino…Anche se la dama aveva qualche pelo bianco sulla cosina era ancora stuzzicante e poi, in tempo di magra ogni porto è appetibile! A questo punto sento la condanna definitiva dei benpensanti cattolici: non sono d’accordo con loro. Se Salomone ha avuto settecento mogli e trecento concubine (e forse mille suocere) come condannare il sempre arrapato Angelo Davino, io sto dalla sua parte! Mi vien che ridere nello scrivere l’ovvio: e vissero… C’è da far un appunto al titolo di questo racconto: balaier in francese vuol dire scopare con la scopa, il verbo esatto è: baiser verbo che il nostro monsignore usa con la sue amiche e che risponde più a verità.

  • 11 giugno alle ore 8:11
    Lei

    Come comincia: Con lei è come se ballassi,
    il mio corpo l’asseconda,
    è lei che guida nella coppia.
    Alcune volte lei è fortissima, violenta,
    ma tu la devi attendere, stare fermo, quasi immobile
    devi trattenere le sua forze con le braccia e le gambe per poi lasciarla andare.
    Altre volte lei è debolissima
    allora sei tu che devi andarle incontro, la devi sollevare, devi aiutarla a non fermarsi.
    Tu devi sapere già dove la incontrerai;
    alcune volte è imprevedibile,
    ma lì non ci puoi fare molto,
    fortunatamente sono pochissime.
    Quando sei con lei non sei mai da solo;
    come in una ragnatela dove ogni filo è collegato all’altro ci sono altre persone con te.
    Ognuno con il suo compito
    ma ognuno che dipende da te e soprattutto lei.
    Lei è tua amica.
    Lei è la palla da pallavolo,
    lei è semplicemente la pallavolo.
    ps quando si prende la rete il 99% delle volte
    non è un bel segnale a differenza del calcio.

  • 10 giugno alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

  • 10 giugno alle ore 8:42
    Senza Titolo

    Come comincia: Stamattina presto, mentre ascoltavo il canto del mio amico uccellino, pensavo che quando lo ascolto mi procura gioia ed emozione, e non mi viene in mente di chiedermi a che punto lui sia della sua vita, se sia vecchio o giovane, se venga da lontano oppure no, come viva le sue giornate. Lo ascolto e basta. Così mi sono detta: perchè non fare lo stesso verso me stessa? Perchè non ascoltare il mio canto diffuso nel Tempo, senza doverlo collocare in un'epoca, in una data, in una situazione, in sostanza in una gabbia così effimera, come effimero diventa tutto ciò che viene manipolato dall'essere umano quando si mette in testa di misurare l'immisurabile e di definire l'indefinibile? Già, è così rassicurante incasellare tutto, creare un ordine prestabilito! Ma la melodia della vita si spande nel Tempo, quello vero, quello che non risponde alla domanda "quando?", quello in cui il mio canto e il canto dell'uccellino mio amico condividono lo stesso linguaggio e sperimentano la stessa goccia di eternità.

  • 09 giugno alle ore 11:23
    Quando Rolff mi venne a cercare

    Come comincia: Quando Rolff mi venne a cercare per...salutarmi... Seduto sulla panchina di questa rotonda mi tornano alla mente tanti attimi di un passato non troppo remoto ; flash di ricordi dei quali alcuni che non oso definire ne' tristi e neppure allegri.Uno di questi e' stato quando Rolff arrivo' una mattina col suo saluto a mano tra l'alzata e tesa e la sua parlata in italiano svedesiggiante.Si perche' Lui era un artista svedese a cui Cefalu' era piaciuta talmente tanto che vi aveva messo radici e quasi ogni giorno veniva a mangiare da noi.Alla mia risposta al suo saluto mi disse...Sai Cesare...sono venuto a salutarti...e io perche' parti?..si torno in Svezia...mi hanno diagnosticato un misero tumore che mi ha gia' reso misero...ho appena il tempo di salutare i veri amici...t'ho pensato e son qua...vado a morire nella mia terra..."dai Rolff hai sempre voglia di scherzare tu..." no veramente...e'stato bello conoscerti...Mi ha abbracciato e se ne e' andato non prima di girarsi e con la mano tra l'alzata e tesa...mi ha salutato...Pochi gioni dopo...la triste notizia...Ecco...ho ricordato questo episodio con una punta di tristezza e invidia...per un uomo capace di combattere a viso aperto con la morte.Ciao...Rolff

  • 09 giugno alle ore 3:55
    Cibo e...

    Come comincia: Oggi Raffaella mi ha portato il pane con le noci. Ho pensato a quanto il cibo sia legato ai ricordi, e quanto su questo fatto noi non abbiamo nessun potere. Io non potrò mai mangiare un pezzo di pane con le noci senza pensare alle serate a Bergamo con mio fratello Mario quando mettevamo il pane con le noci nel forno a riscaldare, per poi mangiarlo assieme. E come dimenticare, ogni volta che mangio il prosciutto crudo, mia madre quando, raramente, mi mandava a comperarne un etto: mi raccomando Lora, digli vicino all'osso. E quando glielo portavo se lo godeva proprio. Io ero una bambina e tutto ciò che provavo era fastidio perché mi mandava alla bottega. Chissà se anche lei mangiando il prosciutto crudo "vicino all'osso" ricordava qualcosa e qualcuno del suo passato. E poi, stasera, ho mangiato il pinzimonio e come mi insegnò Mario, il papà di Raffaella, a suo tempo, quando andavamo in giro per le Langhe e l'Astigiano in cerca di osterie, prima ho mangiato due uova sode col sale, così a morsi, per fare "la base" per il vino. Allora, parlo di cinquant'anni fa, le osterie erano proprio osterie, non come adesso che osteria è un modo molto ricercato di chiamare le trattorie un po' particolari. Erano proprio osterie con un bel bancone di legno di fronte all'entrata, e sopra il bancone c'era sempre un contenitore pieno di uova sode, e dall'altra parte, un vassoio di acciughe al verde. Noi ci sedevamo lì, a un tavolino e subito qualcuno ci portava una bottiglia di vino, possibilmente barbera vivace, e facevamo la base. E poi lì si mangiava, si beveva e spesso si cantava, se c'era qualche commensale che dava il via. Nella vita possiamo essere felici, ma come si è felici a diciotto anni, innamorati, illusi, come si è felici prima che gli idoli crollino con grande fracasso dai piedistalli lasciandoci devastati, prima che la verità ci prenda a schiaffi e la delusione ci invada, mai più si potrà essere così felici nella vita. Cibo e ricordi, cibo e nostalgia, cibo e tenerezza, cibo e tavola apparecchiata per otto, minestrone tiepido la sera nei piatti fondi, e tante gambe sotto le sedie che una bambina magra e discola cercava di "attraversare" silenziosamente sotto il tavolo, per scappare fuori a giocare. Chissà se "i grandi" se ne accorgevano e facevano finta di niente, o no. Adesso è troppo tardi per avere la risposta. <3

  • 08 giugno alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

  • 06 giugno alle ore 8:41
    Un sogno di Montale

    Come comincia: - Ho letto che ha sognato di una Maratona.
    - L'ho scritto, è vero. E' stato un sogno sublime.
    - Ha sognato di vincerla o di prenderne parte?
    - Ho sognato di vincerla. Di vivere quarantadue chilometri in testa al gruppo.
    - Qual è stata la sensazione più bella della gara?
    - Staccare a due-trecento metri dal traguardo.
    - Non ha avuto cedimenti, dico, nel sogno?
    - Mai, dall'inizio alla fine. Sembrava che questo corpo avesse le ali. Si librava da terra in uno sforzo che sentivo sostenibile, passo dopo passo. Il vento nei capelli. Il mondo che mi correva accanto sfuocato, in una fusione intensa di colori. Sentivo poi che gli altri mi trattavano con la deferenza che si accorda a un premio Nobel, ma senza alcuna meraviglia. Era come se riconoscessero il mio supremo valore atletico. Alcuni volevano farmi da lepri, e intorno mi si aprivano varchi.
    - E lei?
    - Io avrei potuto troneggiare, ma li guardavo stupito.
    - Cosa pensava in quei momenti?
    - Dicevo a me stesso: Eugenio, non stai buttando giù un bel verso! Stai precedendo tutti con un passo da 3 minuti al chilometro, a 20 Km/h. Ti rendi conto? Con i tuoi novanta chili? Ma lo stupore non aguzzava il mio consueto buon senso. Ero completamente intorpidito. Sotto effetto endorfinico.
    - Rifarebbe tutto?
    - Sì, per altre mille vite.

  • 06 giugno alle ore 8:31
    Flammeum violato

    Come comincia: Hai calpestato il mio sogno. Adesso è spiaccicato sull’asfalto, come un cane intrepido e impaurito. S’è sciolto l’intreccio di maggiorana per cingere il capo sopra il velo. Volevo darti la notte. Cercare rifugio nell’ombra, insieme a te. Per te era la danza e il mio sonno di sole. Per te l’aratro spinto a fondo, fin dentro le radici. La tua carne un innesto. E tu hai spento ogni slancio. Ora, anche se non guardo, lo squarcio m’annienta. Ma non voglio sottrarmi: ricevere pianto per lavare il sangue che cola su lenzuola di lavanda. Non è mia questa notte. E’ il buio in cui tu brancoli, lontano dal respiro. Le ossa nella nebbia. Questo morso che senti è il rantolo del mondo. 
     

  • 05 giugno alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

  • 04 giugno alle ore 1:46
    Lettera di una mamma in prestito

    Come comincia: Ti ho protetto come ho saputo fare, era l'unico modo di amarti che conoscevo, se altro non ho potuto dare è perché non lo avevo. Perdonami bambino per quanto non ho, amami bambino per quanto ti amo. Dei suoni del Tutto ho cibato il mio nulla nel mentre dal mio ventre nutrivo il tuo, del  mio battito pulsavo il tuo, dal mio respiro ti portavo, onda, nel cielo. Ti ho amato come amore sa fare, bambino che hai abitato il mio ventre. Ti amo della potenza del tempo che concede l'incontro di anime in prestito, bambino mio sconosciuto, amore unico e vero di mia esistenza. Forse un giorno, un sorriso degli occhi schiaffeggera' il momento che sfiorando lo spazio di due anime, si riconosceranno, e illuminando il presente, avvolgeranno di luce quegli attimi di ventre traslocatore di vita. Mi riconoscerai, ti riconoscero'. Ci scambieremo l'eterna promessa di ritrovarci nella stessa vita, laddove già ci conosciamo.

  • 03 giugno alle ore 18:43
    FIAT 1400 BERTONE

    Come comincia: La Fiat 1400 Bertone con i cinque occupanti a bordo andava  veloce per quanto lo permettevano la strada stretta, le curve, i camion che la incrociavano ed un po’ di bruma residuo della notte. Da Piaggio Valmara, confine italo-svizzero,  era diretta ad Intra sempre sul Lago Maggiore. Gli occupanti, giovani finanzieri, non avevano scelto quella località per motivi turistici ma perché d’inverno, era febbraio, scarseggiava la…fauna turistica. Alberto Minazzo, romano, era alla guida, vicino a lui Giovanni Roncaccioli (Giovannone) stazza cento chili, romagnolo bravissimo cuoco, dietro Nando Gallozzi pure romano, Roppi Armando di Genova e Marrix Alfio catanese puro sangue (Marrix si pronunziava con le erre arrotate). L’unico veramente sobrio era l’Albertone simpatico, sempre allegro che durante il pranzo aveva ritenuto opportuno non avvicinarsi troppo a Bacco. C’è da domandarsi come degli squattrinati finanzieri (correva l’anno 195..) potessero permettersi una auto di pregio dal prezzo decisamente fuori dalla loro portata: risposta non era di loro proprietà ma di Ambrogio (Ambroeus) Bianchi proprietario dell’unico bar situato al confine e che, aveva acconsentito a prestar loro l’auto molto malvolentieri ma…c’era un ma. Posteggiata l’auto in divieto di sosta applicando sul parabrezza: “Auto targata NO ……in servizio della Guardia di Finanza” i cinque entrarono in un portone che, dopo un lungo corridoio portava ad un salone,  riscaldato da una stufa a legna, popolato da signorine poco vestite e molto allegre, si avete capito era un ‘casino’ allora non ancora chiuso da quella simpaticona della senatrice Merlin. Alberto si mise a parlare con la maîtress che era alla cassa e così delle ‘signorine’, subito prenotate dai colleghi, ne rimase solo una poco appetibile. Il suo sguardo triste fece impressione ad Alberto, la cotale , non più giovane gli si avvicinò e: “Proprio non ti piaccio?” Quella frase commosse il giovane (Alberto era una ragazzo sensibile) e così decise di andare in camera con lei. “Scusa ma qui fa freddo…” “La padrona è una spilorcia, fa riscaldare solo la sala d’attesa, scusami un attimo, mi metto una maglia di lana a maniche lunghe. Lo spettacolo non fu dei migliori, la cotale aveva le tette che le arrivano sino…ma ormai Alberto era in ballo e si decise per una sveltina. Solito lavaggio del pene, stavolta con acqua calda, la tale si diede da fare con la bocca sino al finale previsto e poi, dopo essersi lavata la bocca si mise a piangere. Quella era la classica situazione in cui Alberto era senza difese, si allungò sul letto seguito dalla donna. “Mi chiamo Maria, sono siciliana di Raddusa, un paesino in provincia di Enna, i miei sono contadini ed io sono rimasta incinta dal figlio del padrone che non solo non ha voluto saperne nulla di quel bambino (poi è nata una bimba) ma ha minacciato i miei di cacciarli dal podere e così ho fatto questa fine. Son venuta al nord per evitare di incontrare qualche paesano, ho il cuore spezzato non potendo vedere se non molto raramente la mia bimba allevata dai miei. Io studiavo con sacrifici dei miei genitori ma ovviamente ho dovuto smettere…scusa se ti ho tediato con i miei problemi, ti chiedo solo un favore: stiamo un po’ insieme abbracciati, sei un bel ragazzo, per un po’ mi sembrerà di aver un marito, l’ho sempre desiderato, se vuoi staremo insieme una mezz’ora.” “Lo saprai che la paga di noi finanzieri…” “Tutto a mie spese, vorrei baciarti in bocca, se me lo permetti, vado a fare degli sciacqui col colluttorio…” Dopo circa mezz’ora suonò un campanello, era un segnale stabilito con la maîtress. Maria rifilò ad Alberto 2.500 lire che l’Albertone diede alla padrona. “È che cazzo, sei stato in camera un sacco di tempo!” “Era un po’ che non scopavo…” Quattro finanzieri erano allegri e raccontavano quello che era accaduto loro, solo Alberto stava in silenzio, la storia di quella povera siciliana l’aveva coinvolto emotivamente. Tutti in branda sino alle tre quando ci fu in caserma una svegli generale: c’era in giro il Tenente Marcello Dani comandante della Tenenza di Cannobio con tutto il nucleo mobile, sicuramente era successo un grosso casino. Venne subito fuori che i cinque avevano usufruito della Fiat 1400 Bertone di Ambrogio ed il Tenente ne voleva conto e ragione. L’unico a rispondere era Alberto il quale chiese il motivo dell’interrogatorio. “Te lo dico subito caro Minazzo, nella macchina che avete guidato abbiamo trovato mille, dico mille orologi di contrabbando, siete nei guai.” Visto che nessuno apriva bocca Alberto ritenne opportuno intervenire: “Mi scusi signor Tenente, noi siamo andati ad Intra in Italia non siamo sconfinati in Svizzera.” “E bravi così credete di potervi salvare?” Sempre Alberto “Vede signor Tenente nessun Pubblico Ministero potrebbe senza prove concrete rinviarci a giudizio da quello che mi risulta.” “E così sei pure avvocato!” “Non  ancora, sono iscritto al terzo anno di legge.” Il Tenente per un po’ rimase senza parole poi: “Non ti dare tante arie perché hai un fratello mio collega! “ “Non mi permetterei mai di vantare la parentela per scusarmi è come se lei ci ricordasse che è il figlio del Generale Dani.” “La normale faccia biancastra  del Tenente in un attimo divenne di un colore purpureo, non riusciva più a profferire parola e così intervenne il Brigadiere Boninsegna Comandante della Brigata di Piaggio Valmara che prese da parte di Tenente e lo portò in sala mensa. Dopo circa mezz’ora riapparvero il Brigadiere ed il Tenente: “Il vostro Brigadiere merita una medaglia, mi ha convinto solo a farvi trasferire, domattina chiamerò il Comandante della Legione di Torino e vi farò assegnare a Domodossola, lì avrete il piacere di pattugliare giorno e notte i binari ed ora tutti in branda marsh.” La mattina successiva venne fuori tutta la storia: uno spione, infiltratosi fra i contrabbandieri, aveva segnalato al Tenente i traccheggi di Ambrogio e quindi era stato facile prenderlo con le mani nella marmellata. L’Ambroeus finì in carcere, la merce sequestrata ed i ‘magnifici’ cinque trasferiti a Domodossola. L’unica solo loro consolazione era stata quella che, per evitare di trasportare bauli e valige da un pulmann all’altro, si erano fatti accompagnare da due tassisti di Cannobio ai quali in passato aveva elargito tanti piaceri. Ad Alberto era rimasto un peso nel cuore anche perché in passato, per un periodo, era stato molto ‘amico’ di Anna sorella di Ambrogio. Alberto era un ‘vergine’ nel senso dello zodiaco ossia un pignolo che doveva andare a fondo a tutte le situazioni e così pensa e ripensa si fece assegnare alla scorta dei treni del tratto Domodossola-Briga (Svizzera). Poiché parlava abbastanza bene il francese ed elargendo regali graditi ai dipendenti delle ferrovie Svizzere con merce in Italia era pecuniariamente accessibile mentre costava parecchio per gli svizzerotti, riuscì dopo vari tentativi riuscì a venire a conoscenza del nome dello spione che aveva inguaiato Ambrogio. Il cotale era un corpulento dipendente delle Ferrovie Svizzera di nome  Luca Bernasconi che talvolta veniva in Italia per fare il pieno di vino in una osteria vicino alla stazione. Male gliene incolse: Alberto riunì i magnifici cinque, spiegò loro la situazione ed una sera in cui la ‘carogna’ Luca uscendo dall’osteria era completamente brillo e barcollando cercava di raggiungere la stazione di Domodossola per far rientro a casa, ebbe un percorso diverso: preso a legnate di brutto si fece quaranta giorni in ospedale a Domodossola senza poter toccare un goccio di vino e guadagnandoci anche in salute dato che anche perse molti chili di peso!
     

  • 03 giugno alle ore 18:32
    CHE SÁ DA FÁ PÉ CAMPÁ!

    Come comincia: Non era facile sorprendere Alberto M. un fustaccio da un metro e ottanta “désiré par les femmes” sempre allegro, sorridente e disponibile ma la notizia era veramente ferale: la notifica di chiusura della filiale di materiale fotografico e di hy fy della ditta Ferlazzo, la maggiore di Messina. Quale direttore aveva uno stipendio decisamente consistente che gli permetteva di  condurre una vita agiata unitamente alla gentile consorte Anna M.. la quale aveva preferito fare la casalinga e la mamma alla  figlia Melania,  ormai diciassettenne anche lei alta, bruna come i genitori e molto attraente. La notizia era stata comunicata ai membri  della famiglia alle tredici e, ovviamente, aveva gettato in disperazione anche ambedue le femminucce. Era noto che trovare un posto se non  di prestigio ma almeno dignitoso era impresa quasi impossibile. Alcuni amici di Al., funzionari di ditte in altri campi avevano fatto la sua stessa fine e le mogli, in passato eleganti e che frequentavano l’alta società si erano viste costrette a far le badanti a persone anziane. Al. il pomeriggio era tornato in ufficio per dar le consegne all’incaricato della ditta con sede principale a Catania e poi si era messo a gironzolare per la città, non se la sentiva di rientrare a casa ma quella passeggiata lo depresse ancor più: alla stazione si accorse di mendicanti sia italiani che stranieri, mai la lui notati in passato, che allungavano una ciotola per chiedere la carità, capì che quale capo famiglia doveva prendere in mano la situazione. Sotto casa sua una villetta in affitto in via Maregrosso  c’era una falegnameria ed il titolare, come ogni volta, lo salutò con la solita deferenza: “Baciamo le mani dottore!” Di rientro a casa cercò di dimostrarsi ottimista con Anna e Melania:
    “Troveremo una soluzione.” Anna. anch’io cercherò di darmi da fare come commessa, ci so fare con la gente, non dovrebbe essere difficile.” Invece lo era, ogni negozio visitato era in crisi ed i titolari erano costretti a licenziare i dipendenti altro che assumere! Nei giorni successivi si spinse nel campo dei professionisti: era laureata in lettere e si arrangiava in ufficio e col computer. Il primo che contattò era un notaio, famoso in città piuttosto avanti negli anni che la fece accomodare ed esprimere i suoi problemi poi si alzò e da dietro le prese il collo in mano e tentò di baciarla. Anna gli mollò un ceffone e sparì dalla circolazione ma capì che la storia si poteva ripetere in simili occasioni, non era una puritana ma non se la sentiva di fare la prostituta. Non mise al corrente dell’episodio il resto della famiglia, non sarebbe servito a niente, disse solo che aveva incontrato dei dinieghi alla sua richiesta di posto di lavoro. Anche Alberto era andato in bianco, la famiglia andava avanti con i risparmi ma sino a quando? Un giorno a pranzo una sorpresa: Melania frequentava l’ultimo anno del liceo classico, aveva come compagni di scuola anche ragazzi di famiglia agiata e frequentava la casa di un collega tale Augusto P., dire  casa era un diminutivo, i genitori del ragazzo erano proprietari di vari immobili in città, a Torre Faro abitavano d’estate in un villa a pochi passi dal mare dove spesso Melania veniva invitata dal collega Augusto con l’assenso dei suoi genitori, specialmente del padre Arturo P. che aveva uno ‘sguardo’ particolare per Melania. Le peregrinazioni di Alberto e di Anna alla ricerca di un posto di lavoro erano giornaliere ma senza risultati, la disperazione di stava impossessando dei genitori di Melania che un giorno si presentò in casa con una busta: “Questa è da parte di Arturo e della moglie Doris M. Perplesso Alberto aprì la busta e sorpresa sorpresa comparvero €. 5.000 in contanti. Melania: “I genitori di Augusto. mi hanno detto che è un prestito in attesa che troviate un posto di lavoro inoltre mi hanno accennato al fatto che la loro villetta, che si trova lungo la Panoramica è composta di tre piani di cui due vuoti, qualora voleste potremmo occuparli, sempre che siate d’accordo.” La manna o il cacio sui maccheroni quella proposta, Alberto non pagava l’affitto da due mesi ed il padrone di casa, vecchio spilorcio, ne aveva chiesto lo sgombro. Il trasloco fu effettuato dalla ditta Minutoli il cui proprietario era amico di Arturo. Dopo i primi momenti di disagio per il trasloco Alberto, Anna e Melania poterono apprezzare sia l’abitazione che il bellissimo panorama della Calabria. C’era pure una piscina, un campo da tennis ed un vasto giardino. Il pranzo di inaugurazione fu stabilito dovesse essere effettuato al ristorante ‘La Sirena’ sul lago di Ganzirri: Melania vicino ad Augusto, le due mogli si scambiarono i posti vicino ai rispettivi mariti. Il padrone del locale alla fine del pasto offrì dello spumante ai sei che ne apprezzarono anche una seconda bottiglia con la conseguenza che, al rientro in villa, i signori erano  tutti un po’ brilli e si misero a ballare con dolci musiche di sottofondo e con scambio di consorti. Alberto si accorse che Anna si trovava a suo agio fra le braccia di Arturo. e così anche lui ne approfittò con Doris. Verso le sedici Arturo:”Tutti in branda!” Si ritrovarono verso le ventuno dinanzi alla TV ma non pensarono alla cena, ancora non avevano digerito il pranzo. Alberto e Anna ovviamente il giorno successivo ripresero a girovagare in cerca dell’agognato posto di lavoro, Melania ed Augusto all’università, ARrturo, il più fortunato in piscina e Doris con la cameriera a preparare il pranzo ma non si lamentava, di solito era sola in casa e quella compagnia rumorosa le risollevava lo spirito. More solito si ritrovavano tutti insieme per la cena, ormai era abitudine che le signore si scambiassero il posto vicino ai mariti i quali non solo non protestarono ma mostravano di gradire…Viste inutili le ricerche di un’occupazione di Alberto e di Anna, Arturo propose ad Alberto di aprire, a sue spese,  un negozio di  materiale fotografico e di di hy fy in un locale di viale S. Martino, locale di sua proprietà andato sfitto. Alberto  riprese contatti con la ditta Ferlazzo, sua precedente fornitrice che, con un deposito di €. 50.000 (ovviamente sborsati di Arturo), provvide ad inviare macchine fotografiche di ultima generazioni e tutte le novità in fatto di hy fy. Anna talvolta aiutava il marito in negozio, altre volte restava a casa ad aiutare Doris. Una volta Alberto non si sentì bene di stomaco e rientrò in villa lasciando Anna al suo posto ma… mal gliene incolse. Stava per entrare nella sua camera da letto al secondo piano quando sentì risate e schiamazzi al piano inferiore. Aperto uno spiraglio della camera da letto del padrone di casa ebbe un colpo allo stomaco. Melania, completamente nuda, saliva e scendeva dal letto e poi ci girava intorno inseguita non da Augusto ma dal padre anche lui nudo e con la… spada sfoderata! Delusione, rabbia tristezza e poi mancanza delle forze consigliarono Alberto di recarsi in camera sua buttandosi sul letto con tutte le scarpe. Forse un calo di pressione o le emozioni provate portarono Alberto in braccia a Morfeo. Mercurio, suo dio protettore era in tutt’altre faccende affaccendato (a corteggiare Erse) e così non era riuscito a proteggere lo sfortunato Alberto il quale  rientrò nella realtà dagli scossoni della moglie: “Sei a letto con tutte le scarpe!” Alberto si mise a piangere, era più forte di lui, forse era indice nella vicina vecchiaia ma forse era stato lo choc subito. Anna da donna intelligente capì la situazione, lei già sapeva della relazione fra Melania ed Arturo ma prudentemente, anche se con dolore nel cuore, aveva fatto finta di niente. Sarebbero successi troppi casini e la loro vita agiata…Alberto ed Anna accusarono un malore e non scesero a pranzo. Alberto si rese conto che tutti sapevano tutto tranne il giovane Augusto ancora troppo ingenuo per capire certi intrecci amorosi, spiegarglielo a parole? Meglio di no, non era possibile conoscere la sua reazione ed allora le due signore (ricordiamoci noi maschietti che le donne  sono sempre più furbe di noi!) gli tesero una trappola: una sera a cena riuscirono a farlo bere un bel pò di Caffè Sport Borghetti liquore a base di caffè e, un po’ brillo, lo portarono in camera sua dove Anna rimase a fargli compagnia mentre sua madre si ritirò in buon ordine. Augusto si ritrovò presto nudo massaggiato e spompinato dalla brava Anna che ce la mise tutta anche nel farsi penetrare nel deretano per evitare indesiderate gravidanze. Augusto decisamente distrutto sessualmente, prese la via del sonno profondo ma, al risveglio, ebbe la sorpresa di trovarsi sul cuscino uno slip da donna viola che non ricordava mai visto indossato da Melania. Pian piano riuscì a ricostruire i fatti della notte passata e cominciò a ragionare: sicuramente aveva avuto un rapporto sessuale con Anna che non poteva certo confessare alla fidanzata per evitare casini e poi quell’ingresso nel bel sedere di Anna lo ricordava bene e gli era piaciuto particolarmente, ‘turbamentum magnum dilabuntur’ insomma un casino generale! Le signore avevano ottenuto quanto si erano prefisse ed ora si poteva stilare una formazione come nel calcio: Arturo con Melania,  Augusto, scompagnato, con Anna ed infine Alberto con Doris. Non che mancassero le ‘invasioni di campo: Alberto talvolta ‘incontrava’ la legittima consorte, Arturo ’vedeva’ Doris ed infine Augusto la deliziosa Melania che non aveva mai dimenticato ed allora si poté ben dire : ‘concordia magna dilabuntur’ anche se il collante era stata la ‘pecunia non olet!’ Fatevi tradurre quello che non avete capito o meglio studiate il latino!

  • 02 giugno alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

  • 02 giugno alle ore 13:18
    S'è aperto un varco

    Come comincia: Non fermarti. Non voltarti al mio strazio. Ogni passo è un’impronta di sangue sul mio intonaco gonfio. S’infiltrano lacrime senza una tregua, nemmeno apparente, e l’anima trista va giù, lungo il canale di scolo. Io ti guardo le spalle finché non scompare il tuo slancio. L’occhio non perde la mano che ha toccato il mio seno, né la guancia mille volte baciata. Dissolto in un raggio, ti vedo già altrove. E in petto mi si torce una lancia. A ogni passo più stanco e più fiero, sei il sorriso dell’aria che asciuga la fronte. La luce che stona in questo deserto. Sei il ritiro dell’onda. Avanti, avanti, mio amore, che lì s’è aperto un varco! Corri. Lontano. E continua a cercare. 

  • 02 giugno alle ore 13:13
    Non ho più paura

    Come comincia: Finalmente riposo. Ho venduto il mio volto alla morte. In cambio del buio, di uno spiccio di pace. Neanche un lembo di pelle è rimasto al freddo dell’aria. La nuova faccia non ha linee di dolore. Non ha cuore, lo so, ma non è più la mia faccia. Non fa più male lo sguardo che indaga, né la mano che ride. Io posso starmene qui, dietro un muro di gesso, non temere la lama d’un occhio indiscreto. Sono io che guardo, che scruto da dentro.  Non visto, me la godo. Posso essere chi voglio. Chi mi guarda non vede. Non parla di me. Un oggetto su un mobile liscio, una boccia di vetro, un cuscino. Lei ha avuto il mio volto e io in cambio l’eterno. Sconfitta la morte, non ho più paura.

  • 26 giugno 2017 alle ore 9:04
    POLIAMORI

    Come comincia: “Mi ha telefonato Adrian, sarà a casa domani pomeriggio…” Un lungo pianto era seguito a questa frase, Lory era proprio disperata, durante i quattro mesi di assenza del marito, ingegnere impiegato presso una piattaforma petrolifera aveva allacciato una relazione con Alberto abitante nel suo stesso palazzo in via Cavour a Roma e se ne era innamorata pazzamente ,il ritorno del legittimo consorte l’aveva trovata impreparata ad accettare le sue richieste sessuali. Era proprio distrutta, i rossi capelli arruffati, i meravigliosi occhi verdi pieni di lacrime, il bel seno sussultava per i singhiozzi, che ne era della statuaria Lory ammirata da tutti i maschietti che incontrava? Anche Alberto erta entrato in  crisi vedendo la disperazione dell’amante, ogni frase sarebbe stata inadeguata, forse inopportuna e così rimasero abbracciati in silenzio. Quella sera sua moglie Liliana gli aveva preparato una cena a base di brodetto di pesce molto gradito di solito dal consorte ma…”Mi si è chiuso lo stomaco, oggi in palestra mi sono innervosito con un cliente (era un personal trainer) sarà forse un po’ di gastrite, vado a letto.” Liliana, delusa, mise il tutto in frigo. Roberto ebbe un breve sonno, si alzò quando udì dei rumori provenienti dal sovrastante appartamento dove alloggiavano Adrian e Lory, non ci voleva molta fantasia per capire cosa stesse succedendo, sentì un groppo allo stomaco. Liliana lo raggiunse sul divano del salone e prese fra le lunghe mani diafane il volto del marito. La consorte era veramente attraente, alta, bruna di capelli, occhi nocciola, seno non molto prosperoso, gambe da ammirare ma soprattutto intelligente, aveva compreso la situazione anche perchè…”Voglio metterti al corrente di un fatto che non ho avuto modo di…o meglio quando una sera sono rientrata a casa tardi, eri a letto e non ho potuto metterti al corrente della liaison particolare che si era creata fra me e Lory. Avevamo bevuto un po’ troppo dello Cherry Brandy che  piace ad ambedue ed abbiamo avuto un rapporto… intimo. Dapprima Lory ha preso ad accarezzarmi, poi mi ha baciato a lungo in bocca e poi..si è spinta più in basso, mi sono fatta coinvolgere anch’io e…”  Alberto si era sempre dichiarato anticonformista ma alla confessione di Liliana rimase perplesso, troppi pensieri di colpo in testa. “Debbo, come dire, digerire la situazione, penso che  Lory ti avrà messa al corrente del…nostro rapporto, non ti preoccupare, in fondo una situazione boccaccesca è divertente!” I giorni passavano senza  che Alberto e Liliana avessero notizie dei sovrastanti vicini finché un giorno: “Sono Adrian, è qualche giorno che sono rientrato a Roma, vorrei dare a casa mia una festa per il mio ritorno, è per sabato sera alle 20, ci sarete?” Rispose Liliana: “Certamente, sarà un piacere, dobbiamo portare qualcosa?” “No ho provveduto ad interessare i proprietari del bar Old Station vicino a S.Maria Maggiore, provvederanno tutto loro, a sabato.” L’appartamento di Adrian sovrastava quello di Roberto e di Liliana ma il padrone di casa aveva comprato quello vicino così da crearne uno da 200 metri quadrati, una reggia con immenso salone. Era ricco di famiglia, svedese di nascita, adottato da due coniugi romani benestanti, era rimasto orfano a vent’anni per la morte  dei genitori adottivi, si poteva permettere una vita lussuosa. Dopo la laurea in ingegneria aveva ottenuto un posto di tecnico presso una piattaforme petrolifera dell’ENI, unico inconveniente la lontananza dalla moglie. Il sabato pomeriggio era stato dedicato da Alberto al barbiere e  Liliana in un vicino istituto di bellezza, era veramente in forma poi con un vestito largamente scollato e corto era veramente sexy. Il loro ingresso nell’appartamento di Adrian fu trionfale, il padrone di casa diede la mano ad Alberto ma prese sotto braccio Liliana riempendola di complimenti. “Non ti ricordavo così sexy, sei uno schianto, immagino quanto mosconi tuo marito dovrà allontanare da te.” Per ora il moscone era lui, per quasi tutta la serata si impadronì di Liliana che sembrava divertita. Alberto prese a ballare con Lory, sembrava dimagrita non riusciva a sorridere, facile capire la situazione. “Cara Liliana, sai che sono un immaginifico, troverò una soluzione, stringimi forte, non vedi tuo marito che se la sta facendo tutta la sera con Liliana, imitiamoli.” Lory si allontanò, stava piangendo, al ritorno sembrava rinfrancata. “Alberto al solo vederti mi son sentita meglio, mi dici che troverai una soluzione , sicuramente Liliana ti avrà messo al corrente delle nostre…non mi giudicare male, voglio molto bene a tutti e due, sono sincera ma…” “Ti ho promesso una soluzione , se convinco Liliana a seguirmi…” Alberto si avvicinò alla consorte: “Strofinati con Adrian finchè lo fai partire di testa, vedo come ti guarda a soprattutto stringe…” “Non ci vuole molto, quando balliamo si strofina in continuazione col  suo coso duro, m’ha confidato che da buon svedese ama di fatto di donne le brune ed io…bruna sono!” Alberto e Liliana ripresero il solito tran tran, Alberto in palestra a far il personal trainer, Liliana in farmacia dove lavorava sinché un pomeriggio: “Adrian è uscito, vengo da voi.” “Liliana ti prego dammi una mano, tuo marito mi manca da morire, se tu potessi…” “Parlerò con Adrian da uomo a uomo,venite sabato sera a casa nostra, Liliana è una buona cuoca.” E così fu, Adrian in compagnia della consorte si presentò con una cassetta di Dom Perignon ed un vassoio di dolci. “Sono deliziosi come la padrona di casa.” Lo svedese si era sbilanciato, Liliana gli piaceva troppo si vedeva da lontano come la guardava, d’altronde le signore avevano fatto a gara in fatto di vestiti sexy. Lo champagne aveva fatto effetto soprattutto su Adrian che prese a ballare con Liliana sempre più stretto incurante degli sguardi della consorte e di Alberto. Si erano fatte le due: “Adrian che ne dici se domani andiamo  a fare un passeggiata a Colle Oppio, sotto l’ombra di un pino, potremo parlare su un argomento penso per noi importante. Buona notte.” Lory ebbe uno sguardo di ringraziamento. Il giorno dopo: “Allora Adrian cerchiamo di inquadrare la nostra situazione familiare, con tutta sincerità. Vedo che ti piace molto mia moglie, io non sono geloso e, se le signore sono d’accordo, vorrei proporti un come si dice in gergo un’poliamore’. Si tratta di avere l’uno con la consorte dell’altro una rapporto più intimo, ma la situazione è complessa: occorre avere la padronanza delle proprie emozioni, gestire la gelosia, avere una buona apertura mentale e molta lealtà, Essere legati affettuosamente e  sessualmente è complicato, pensa bene prima di rispondermi, parla, se vuoi con Lory, vedi se è d’accordo…” Adrian: "Voglio dividere la mia vita con voi, sento nei vostri confronti un'attrazione particolare mai provata prima d'ora, spero sia contraccambiata." e poi prese a baciare in bocca Liliana la quale, benché sorpresa, rispose al bacio, in fondo lo svedese non era male e poi si era fatta sua moglie!

  • 23 giugno 2017 alle ore 14:05
    Aspettando l'uccello a cantare

    Come comincia: Comincia spesso intorno alle due del mattino. Una canzone così lirica come qualsiasi angelo, scivola fuori dagli alberi quasi casualmente, come se il cantante non avesse idea di come è magico. È un canto di pura gioia, i suoi lillies e trilli sono come la risata attraverso l'oscurità. Spesso scivolo dalla biancheria fresca di aria condizionata e vado alla finestra della terrazza  per ascoltare, per stupirmi, per applaudire. Non ho idea di che tipo di uccello sia, o anche se qualcuno altro possa sentirlo. Forse canta solo per me, una creatura spettrale che visita una che sa è sveglia e ascolta.
    E naturalmente sono sveglia.
    Sto leggendo.
    Notti estive, quando l'aria è ancora come uno sguardo fisso e si siede pesante sul tetto della casa, spesso mi trovo a leggere. La pila di nuovi libri sul mio letto è una torre di tentazione che mi è impossibile resistere. Ci sono nuovi libri e alcuni vecchi che mi sono persa.Sto facendo la mia strada attraverso la pila come se fosse una scatola di cioccolatini preferiti, ognuno più delizioso dell'ultimo.
    In questi momenti difficili trovo che sto raggiungendo sia comfort che fuga. Forse. 

  • 21 giugno 2017 alle ore 12:09
    Doppio incidente

    Come comincia: Attraversò la strada in tutta fretta e fu preso sotto da un’auto. Non aveva gettato una sola occhiata al semaforo.
    Rimase a terra per qualche secondo, poi si tirò su in piedi grugnendo.
    Un uomo, grande e grosso, uscì dalla sua Audi A4. Imbufalito si fece subito dappresso al tizio che aveva investito.
    I due vennero alle mani.
    Un capannello di curiosi rimase a godersi lo spettacolo, non capitava difatti tutti i giorni che due energumeni se le suonassero di santa ragione. I bambini erano i più divertiti: c’era chi tifava per l’uno e chi per l’altro.
    I pugni volavano veloci e precisi, quasi sempre al volto.
    I due contendenti pareva fossero uguali per forza e carattere.
    L’incidente aveva inciso poco o niente sul loro spirito battagliero.
    Con il volto tumefatto, nessuno dei due intendeva gettare la spugna. Grugnivano e la gente si divertiva proprio come a un incontro di boxe.
    Un pugno raggiunge alla tempia uno dei due, che cadde a terra senza un lamento.
    Immobile.
    Era chiaro che era morto sul colpo.
    Lo spettacolo era finito. Alla fine qualcuno aveva chiamato il 113.
    Quello che era stato preso sotto dall’Audi A4 scosse il capo mentre gli venivano messe le manette ai polsi.