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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 giugno alle ore 14:27
    I miei radical chic di sinistra

    Come comincia: Orlando nel '98 andò a Baghdad. Mi sembra che in tutto ci sia andato un paio di volte.
    Per il compleanno gli regalai una camicia di Armani presa da Biancullo a via Mazzini (o lì è già via Paolo Baratta?).
    Lui se la guardava e toccava tutto contento e disse che l'avrebbe indossata per il discorso che doveva tenere alle Nazioni Unite (beh, immagino una sede o qualcosa del genere, era a Baghdad, non a New York).
    Quando ci aveva annunciato di quel viaggio, il primo pensiero che avevo avuto era stato: "E' più facile volere bene ai lontani che ai vicini".
    Cinque anni prima mi aveva comunicato: "Io con i vostri problemi non voglio essere scocciato".
    E quando vidi quell'entusiasmo di fronte la camicia pensai: "Curioso (odd) come i comunisti vadano in visibilio di fronte a cose borghesi come un capo di abbigliamento di marca" 
    Non avevo ancora imparato a guardare la trave nel mio occhio, invece che la pagliuzza nell'occhio dell'altro.

    Tempo dopo Orlando ci inviò un suo articolo, pubblicato sulla rivista di "Un ponte per Baghdad", associazione diventata poi "Un ponte per ...". 
    In questo articolo ci faceva immaginare come anche la nostra vita, fatta di ufficio, problemi per i figli, potesse svolgersi sotto le bombe. 

    1993.Orrore!
    Bombardano Bagdad!

    2008. Guarda che stanno bombardando tua sorella.
    E chi se ne frega, anzi fanno bene, li appoggio.
    Il primo a bombardarla sono stato io.
    E poi guarda, non è vero. E' lei che bombarda.
    Ed è una vita che se ne è sempre lavata le mani.

    2015. Orrore!
    Per la guerra in Siria, ci sono migliaia di profughi!
    Guarda che tua sorella ha portato le sue bambine lontano da casa per non farle perseguitare dai parenti e vicini.
    E che me ne frega. Glielo avevo detto anch'io: "Non ti trovi bene là? Vattene!"

  • Come comincia:  La tigre Arshan (in lingua indi sta per "veloce come il vento") era uno splendido esemplare albino di quasi duecentocinquanta chili: ma era anche il terrore del Sundarbans perchè aveva ucciso già cento uomini e sbranato venti bambini nei villaggi lungo la foce meridionale del Gange, guadagnandosi la triste nomea di spietata mangiatrice.
     In una stellata notte, ma illune e umida, di fine autunno, dopo aver camminato per ore nella foresta alla ricerca di cibo, l'animale giunse nel piccolo villaggio di Kalipur: poco più di trecento anime, la metà delle quali dedite alla pesca.
     Tutti dormivano e la tigre, ormai stanca, entrò nella capanna di Vijay, un vecchio pescatore di anguille dai capelli bianchi: il più vecchio di tutti nel villaggio! Aveva fame ma, stranamente, si adagiò per terra e si mise ad osservare il vecchio che dormiva, quasi con ammirazione; dopo circa mezz'ora anche essa si addormentò.
     Al mattino presto il giovane Ramesh, che aiutava Vijay nella pesca, sopraggiunse dal vecchio ed entrando nella capanna lo vide ancora dormiente al fianco della tigre: tra sorpresa e spavento lo svegliò, cercando di non far rumore.
     Il vecchio, che non si era ancora accorto della tigre, quando la vide addormentata prese per mano il ragazzo e lo condusse fuori, dove li disse:
     - Ramesh, corri dal mio amico Diba e digli di venire subito quì, da me...col fucile ed almeno tre uomini!
     Il ragazzo subito obbedì ed andò mentre nel frattempo, però, il vecchio si era già nascosto nella fitta sterpaglia adiacente la sua capanna. Gli uomini (Diba e altri tre) sopraggiunsero insieme a Ramesh, come aveva consigliato Vijay, dopo qualche minuto (che al vecchio, però, erano sembrati un tempo eterno!): imbracciando dei vecchi moschetti. Vijay con un fischio li chiamò, si avvicinarono al vecchio e quello disse al suo amico Diba:
     - La tigre è ancora nella capanna che dorme ma...tra un pò, vedrai! E' Arshan, credo.
     Tutti nella zona la conoscevano (o meglio, avevano sentito parlare delle sue drammatiche gesta: le notizie si diffondevano di villaggio in villaggio come un tam tam rullante ed impazzito!), ma mai nessuno, però, l'aveva vista così da vicino...in carne ed ossa, a Kalipur!
     - Ma quanto è grande? L'hai vista bene? - domandò Diba.
     - E' enorme, quasi duecento chili, forse anche più...- rispose il vecchio.
     Dopo un attimo di silenzio Vijay riprese a parlare e chiese a sua volta:
     - Sono carichi i vostri fucili? Funzionano bene?
     - Sì, sì, non temere! - rispose fiducioso Diba. - Perchè se no li avremmo portati? E sono pronti a sparare, se ce ne fosse bisogno...Anche le pallottole, vedi, sono sempre all'erta come noi altri!
     Ramesh nel frattempo era corso verso le altre capanne ad avvertire il resto del villaggio di ciò che stava accadendo. Intanto Diba ed i suoi uomini si avvicinarono alla capanna di Vijay ma prima di entrare, per alcuni istanti, tra loro si guardarono negli occhi come a dire...Diba entrò per primo, col fucile spianato; poi lo fecero gli altri. La sorpresa, però, e lo stupore, furono grandi quando i quattro si accorsero che non v'era traccia di niente e (di) nessuno; la tigre si era sorprendentemente volatilizzata!
     - Ma dov'è? Dove è andata, maledetta? - disse Diba e uno di loro (il più corpulento ma anche il più pallido in volto), da par suo esclamò:
     - Bombidi ha provveduto, è stata lei con la sua mano santa...
     Bombidi, lungo la estrema riva meridionale del fiume Gange, e soprattutto nei piccoli villaggi di pescatori, è la dea più venerata e "riverita": secondo varie leggende e credenze popolari, tramandate oralmente nei secoli, essa infatti ha sempre protetto gli  uomini e le loro abitazioni, in questi luoghi, dalle scorrerie delle tigri. A volte è stato proprio così, ma tante (tantissime) altre invece no!
     Diba e gli altri tre, a quel punto, uscirono dalla capanna di Vijay e si inginocchiarono a pregare. Nel frattempo sopraggiunsero altri uomini ed anche molte altre donne coi loro bambini, portati in braccio o tenuti per mano: tutti avvertiti da Ramesh. Il vocio si mischiava alle urla di gioia, alle imprecazioni: sembrava la stessa confusione e la stessa disordinata animazione ed eccitazione dei giorni di mercato a Calcutta o a New Delhi. Molta gente, infatti, s'era inginocchiata a pregare, altri ancora invece si abbracciavano, ridevano, sbraitavano o cantavano festanti, e se alcuni ritenevano di averla scampata bella questa volta, proprio tutti quanti erano consapevoli della grande fortuna toccata al vecchio Vijay, nonchè di qualcos'altro...la mano santa di Bombidi!
      Vijay si avvicinò così alla gente e prese a parlare, visibilmente emozionato.
     - Sono stato molto fortunato, lo so; come so che molti di voi lo pensano e ne vanno contenti. Vi ringrazio della vostra gioia per me, per ciò che... - il vecchio si interruppe per un solo attimo e poi riprese: -  che siate felici per quello che non è accaduto!
     - Certo, Vijay, certo! - Si levò una voce anonima tra la gente. - Tu sei uno di noi, un pescatore come noi: un buon pescatore, un uomo buono!
     Il vecchio allora ricominciò a parlare, ancor più emozionato di prima:
     - Sono contento, sì, ma devo dirvi, amici, una cosa importante, che la tigre non è stata fermata da nessuno neanche da Bombidi...la tigre è stata fermata dal colore dei miei capelli!
     - Ma cosa dici mai, Vijay? - esclamò Diba che gli stava accanto.
     - Sì! Sì! Cosa dici, amico? - fecero in coro gli altri ed il vecchio replicò:
     - Dico che la tigre è stata fermata dal colore dei capelli e dalla mia età: proprio così, credetemi! Io penso che le tigri, forse senza volerlo, chissà, e senza sapere il perchè lo facciano, rispettino la vecchiaia. - A queste parole, le ultime pronunciate dal vecchio, nessuno replicò: tutti si ritirarono alle loro capanne o tornarono di buon grado alle loro faccende.
     Dopo di allora il villaggio di Kalipur non fu più "visitato" da Arshan, la grande tigre albina, nè da altre tigri, mentre nei villaggi vicini le scorrerie assassine di grossi felini si susseguirono, nei tempi seguenti, con sempre più sorprendente (anzi, del tutto inspiegabile!) regolarità: a Kalipur, infatti, giungevano spesso notizie di atroci episodi. Dopo di allora Vijay, il pescatore di anguille, diventò per tutto il villaggio "il vecchio dai capelli d'argento".

    Taranto, 10 ottobre 2016.
     

  • 26 giugno alle ore 11:01
    CUORI DI MAMME

    Come comincia: Roma, via Cavour 101, palazzina di cinque piani. Ultimo piano, cinque stanze a sinistra Luciano padre, Arianna consorte, Andrea figlio, a destra Simona, vedova, Federico figlio, i due ragazzi frequentavano l’ultimo anno del vicino liceo scientifico. I loro destini si sarebbero intrecciati in maniera considerevole: Luciano era il titolare di un’impresa di trasporti con vari camion a quattro assi che potevano portare grandi quantità di merci. Essendo il proprietario poteva  stare a tavolino e far lavorare i dipendenti  ma di colpo, con la scusa di un invio in pensione di un camionista aveva ripreso la sua vecchia professione di autista andando soprattutto in Polonia per attaccamento a quella terra? Attaccamento si ma non alla terra ma ad una cittadina di Varsavia a nome Berta, divorziata, quarantenne  di notevole bellezza. La cotale di professione traduttrice simultanea di lingue era stata agganciata da Luciano che le aveva consegnato un pacco col suo camion. Era stato subito un coup de foudre da parte di entrambi e da quel momento la ‘rotta’ principale di Luciano era Roma – Varsavia. Con l’intuito tutto femminile la moglie Arianna aveva avuto sentore di una liaison di suo marito con qualche disponibile femminuccia dell’est ma, ragionandosi a mente fredda aveva preso la decisione di far finta di nulla, sposati da ventuno anni un po’ di stanchezza di rapporti poteva avvenire, meglio non  drammatizzare, o prima o poi i galli rientrano nel pollaio! Luciano ormai cominciava a sentire il peso degli anni, milletrecento chilometri di guida di un camion sono pesanti da sopportare ed allora pensò a suo figlio Andrea, purtroppo il ragazzo non aveva la stoffa del padre, era piuttosto mingherlino e soprattutto non amava guidare, figuriamoci un bestione da quattro assi, soluzione? Rivolgersi a Federico che, assai prestante di fisico accettò volentieri l’offerta. Dopo gli esami di Stato con promozione brillante il giovane, con un po’ di dispiacere da parte della madre Simona si mise in viaggio felice di poter conoscere  persone di un paese a lui sconosciuto, era un allegrone e soprattutto amava molte le femminucce, quelle dell’est godevano buona fama! In un parcheggio di un motel austriaco lungo l’autostrada Luciano fermò il camion e, dopo aver cenato restò a dormire nella cuccetta del camion per evitare qualche sorpresa da parte di eventuali ladri,  fece alloggiare Federico in una stanza del motel. La mattina partenza,  arrivo a Varsavia all’imbrunire con posteggio in uno spiazzo adibito a sosta dei ‘bestioni’. Berta avvisata via cellulare si fece trovare in ghingheri come pure la figlia sedicenne Daniela che fu sorpresa ed apprezzò della presenza di Federico. “Zio non sapevo che avessi in sì bel figlio, complimenti!” “Non è mio figlio in ogni caso è omosessuale!” “Peccato mi sarebbe piaciuto…” Berta si faceva delle matte risate, aveva capito che il suo amico aveva barato in merito a Federico per evitare che Daniela gli si buttasse addosso.  Cena a base di bigos (ravioli ripieni) zuppa di pesce, formaggi, funghi, frutta e poi tutti a riposare Luciano nel lettone con Berta, Federico nella stanza degli ospiti in un lettino singolo, in un altro Daniela, delusa ammirava il fisico scultoreo di un Federico in slip. “Ma sei sicuro che non ti piacciono le donne, io sono bravissima col sesso, vediamo se riesco a …Ci riuscì immediatamente, dentro di sé mandò a quel paese Luciano e per la prima volta in vita sua provò un ‘coso’ italiano dalle alte prestazioni, evviva…I due Si misero d’accordo sulla favola dell’omosessualità di Federico per far stare tranquilli Luciano e Berta. I due novelli ‘sposi’ furono svegliati da Berta che doveva andare ad un congresso per esercitare la sua professione di traduttrice di lingue, ne conosceva quattro fra cui l’italiano, come pure la figlia che si recò a scuola. Luciano e Federico andarono dove era posteggiato il camion e cominciarono a scaricare la merce per consegnarla agli acquirenti che l’avevano ordinata. Finirono nel tardo pomeriggio, un brunch  al posto della cena e poi dinanzi alla TV, furono fortunati perché trovarono un canale in lingua italiana. I quattro andarono presto a letto con una ‘buonanotte’ con sbadigli. I giorni successivi stesso impegno per le due polacche mentre Luciano e Federico facevano i turisti per la città. Rientro in Italia prevista per il dopodomani, la sera, more solito tutti a letto abbastanza presto ma Berta sentì qualche rumore di troppo nella camera degli ospiti, aprì uno spiraglio della porta ed ebbe la conferma di quanto sospettato, altro che omosessuale, Federico si stava bellamente scopando sua figlia. Indecisa decise di far marcia indietro ma svegliò Luciano il quale messo al corrente del fatto chiese di essere lasciato in pace, per lui tutto regolare come per i ragazzi che la mattina si alzarono per primi con facce sorridenti. Cuore di mamma ebbe il sopravvento ed abbracciò la figlia la quale rimase sorpresa poi capì che sua madre…A Roma la situazione era cambiata in maniera boccaccesca: una mattina nella cassetta delle lettera Simona trovò un busta in bianco, l’aprì e lesse il seguente scritto a macchina: “Guardandoti mi viene in mente il famoso detto latino che ti traduco: ‘cogli l’attimo confidando il meno possibile sul futuro.’ Sento che emani un profumo di donna difficilmente riscontrabile in altre signore. Standoti vicino sento una piccola rivoluzione dentro di me, sensazione che mi fa chiudere gli occhi per immaginare di stare insieme ‘nature’ con meravigliose sensazioni che vanno al di la del rapporto fisico. Naturale sorge in me la domanda: che hai più delle altre? Difficile esternarlo: hai seduzione, charme, sex appeal, attrattiva, grazia, carisma. Immagino la tua mano portare il mio viso sulla tua ‘gatta’ tremante dal desiderio con la conseguente inebriante di un lungo tuo orgasmo che mi fa provare un sapore di idromele, qualche lacrima irrora il tuo viso. Il mio ‘ciccio’ si introduce nella tua ‘deliziosa’entrando facilmente sino a metà della tua vagina facendoti provare la sensazione del punto G, sensazione forse da te mai percepita che ti porta all’empireo. Giaci sul letto con le tue deliziose cosce aperte, sei distesa. Il mio ‘collaboratore di gioie’ sembra impazzito, vuol provare a penetrare nel tuo favoloso ‘popò’, pian piano ci riesce senza tuoi lamenti anzi anche tu collabori toccandoti la ‘deliziosa’ e raggiungendo il doppio gusto sempre da te sognato ma mai provato. Anche se si tratta solo di fantasia mi sento privo di forze, una sensazione piacevole. Per provare nella realtà quanto immaginato farei qualsiasi cosa, vienimi incontro mon petit chou chou.” Arianna e  Simona rimasero in silenzio, la prima riconobbe i caratteri della sua macchina da scrivere e quindi anche il ‘colpevole’poi:”Abbiamo capito entrambe chi è l’autore, Andrea è stata sempre la mia preoccupazione, psicologicamente è un debole, avrebbe bisogno di… diventare uomo, anche tu sei mamma e puoi capire.” Simona abbracciò Arianna, comprese il suo cruccio e inaspettatamente: “Manda domattina Andrea a casa mia, sono sola, ho compreso il tuo dramma.” “Te ne sarò per sempre riconoscente.” Andrea messo a corrente della situazione la notte prima…dell’esame dormì poco, la mattina  si alzò presto, si rase la barba e poi una doccia, erano le otto: “Mamma una colazione veloce…” Simona era per lo più curiosa di come si sarebbero svolti i fatti: si fece trovare coperta solo da una vestaglia trasparente, nessun dialogo da parte dei due. Simona rinverdì il suo passato sessuale fino allo sfinimento suo ma non del compagno che avrebbe voluto seguitare ancora, la prima volta non si scorda mai e Andrea non solo non lo scordò ma appena poteva si rifugiava nelle calde…braccia di Simona. Al rientro di Luciano e Federico tutti si accorsero che qualcosa era cambiato, Federico: “Vedo Andrea molto cambiato, mi sa che ha provato la ‘topa’ di qualche ragazzina, auguri fratello.” Nella sua battuta c’era qualcosa di vero, in un certo senso poteva considerarlo suo fratello!

  • 26 giugno alle ore 10:55
    AMORI SENZA FRONTIERE

    Come comincia: Nando e Ylenia abitavano nello stesso palazzo in via Cesare Battisti a Messina: Figli rispettivamente di Nanni e Mela il primo e di Saro e Mimma la seconda si conoscevano sin da giovanissimi e frequentavano il quinto anno di ragioneria all’Istituto Jaci in via Cesare Battisti, a pochi passi dalla loro abitazione. Inevitabilmente erano diventato ‘intimi’ a sedici anni; Mimma pensò bene di far visitare sua figlia da un ginecologo che le ordinò una pillola adatta alla sua età e così la vita sessuale dei due giovani era al sicuro da gravidanze inaspettate ed anche con la certezza dei genitori di non esperienze dei loro ragazzi con sconosciuti. Tutti sapevano tutto, come si dice in gergo ma facevano finta di niente. Nando e Ylenia si ‘incontravano’ il martedì o il giovedì quando i genitori maschi, impiegati al Comune erano in ufficio per il  rientro settimanale, le madri ‘sfollavano’ una in casa dell’altra. Anche se con due entrate, le finanze delle due famiglie non erano al massimo in quanto dovevano anche pagare l’affitto delle loro abitazioni e così i ragazzi giravano per la città sempre a piedi o in autobus al contrario di alcuni loro compagni di scuola che ‘sfoggiavano’ scooter ed anche auto. Ylenia era una giovane veramente bella  di corpo, alta 1,78 cm. ed anche di viso, aveva molti pretendenti che volentieri avrebbero fatto qualsiasi sacrificio anche finanziario per avere la sua ‘compagnia’ ma la ragazza, anche perché innamorata di Nando li respingeva con grosse risate. Tutto sino all’arrivo in classe proveniente da una scuola di Milano di Andrin (diminutivo di Andrea) che si presentò con una Jaguar X type posteggiandola dinanzi alla porta d’ingresso, naturalmente fu multato dai vigili ma era quello che il giovane voleva, essere notato per le sue possibilità finanziarie, non tutti si potevano fregiare di una auto da 39.000 Euro. Andrin sin dal primo giorno si dimostrò un simpaticone, amava la compagnia di maschi e di femmine e al bar era l’anfitrione di tutti. Naturalmente mise subito gli occhi su Ylenia la quale, al contrario del solito si dimostrò abbastanza disponibile alla sua corte. Da femminuccia furba accettò l’invito in macchina  di Andrin ma sempre accompagnata da Nando ‘appostato’ nel sedile posteriore. Andrin in ragioneria era piuttosto scarso al contrario di Ylenia per la quale un sette era una sconfitta e pertanto il giovane, ovviamente con la scusa di una ripetizione da parte della ragazza fu invitato  a casa sua sempre con Nando a fare da ‘chaperon’. La giovin donzella fu una sorpresa per i due giovani, si presentò in minigonna nera con camicetta scollatissima rosa e senza reggiseno, ovvio l’effetto sui due maschietti ma la ragazza smontò i due con: “Mai vista una ragazza in minigonna, ora passiamo alla ragioneria.” Andrin comprese ben poco degli insegnamenti ricevuti ma, nell’uscire di casa si fece dare il numero del cellulare di Ylenia dinanzi all’espressione  frastornata di Nando. Dopo circa un’ora drinn: “Buonasera, sono Ylenia, chi sei?” “Non lo so più nemmeno io, non so come dirtelo, mi hai incantato, devo trovare una soluzione. Io sono a Roma al seguito di mio padre Ambrogio che ha aperto un grande supermercato, ne ha in tutta Italia questo per dirti che non ho problemi finanziari, che ne dici se ti regalo una Mini, ti ci vedrei bene a bordo.” “Si ma di  color verde ed una  Cabrio Cooper.” La giovane aveva sparato in alto, più di Euro trentamila! “Cavalo te ne intendi di macchine, sarai accontentata ma con Nando…” “Me lo lavorerò, se non accetta il trio lo minaccio di lasciarlo e così mollerà, a presto, fammi sapere dove incontrarci.” “Mio padre ha acquistato una alloggio di duecento metri quadrati in via S.Cecilia, quando mi darai il via sarò sotto casa tua con la Mini, conosco il direttore della filiale, è un milanese, fammi sapere.” Ylenia con la l’espressione  triste in volto mise al corrente Nando della proposta avuta e della sua accettazione, sempre dichiarando il suo amore profondo per lui, gli disse chiaramente di non voler perdere quell’occasione, ‘lo sventurato rispose’ accettandola situazione. Il pomeriggio di un martedì una Mini verde parcheggiò in via Cesare Battisti, Ylenia alla finestra se ne accorse ed insieme a Nando scese ed ambedue vi presero posto nella macchina, la giovane era vestita in maniera castigata per non dare all’occhio. Posteggiata l’auto in garage, Andrin prese sotto braccio Ylenia e si diresse all’ascensore, ultimo piano attico con veduta su tutta Messina. “Ho dato un giorno di vacanza alla cameriera, mettetevi a vostro agio (tradotto, spogliatevi.) Ylenia mise in mostra tutto il suo ben di Dio, sempre che Dio si interessi alle femminucce, Nando in costume adamitico si sedette su un divano, piuttosto impacciato, non sapeva qual era il suo ruolo, lo capì subito quando entrò in salotto Andrin armato di un lungo ‘bastone’ e prese a baciare la sua fidanzata per poi portarla in camera da letto. Dopo circa una mezzora: “Che fai lì impalato, vieni a farci compagnia, non dimenticare che sono la tua fidanzata, che ne dici di imitare Andrin magari nel popò che so quanto lo ami.” “Era un modo per consolare il giovane che provvide alla richiesta fin quando tutti e tre rimasero sul letto stanchi delle fatiche erotiche ma pienamente soddisfatti. Il possesso da parte di Ylenia della Mini fu giustificato ai genitori come un prestito,  la ragazza la posteggiò in un vicino garage con canone a carico di Andrin. La situazione si sviluppò in un senso molto  particolare: il milanese confessò di essere molto ‘amico’ di Igor, un transessuale russo che aveva un passaporto falso in cui risultava donna col nome di Irina, Andrin lo aveva fatto alloggiare in un albergo vicino a  casa sua e lo invitava spesso nel suo attico col il consenso del padre che aveva accettato la scelta di suo figlio. Questa volta ad essere basiti furono sia Nando che Ylenia: seguitare a frequentare Andrin voleva dire volere anche la ‘compagnia’ di Igor- Irina con relative conseguenze. Andrin furbescamente disse ai due di accettare in ogni caso era loro la decisione di conoscere o meno il trans. Dopo qualche giorno di riflessione Nando e Ylenia decisero che avrebbero conosciuto Igor-Irina, non erano obbligati a ‘frequentarlo’ da vicino, avrebbero fatto al massimo i guardoni. Alla presentazione rimasero stupefatti: dinanzi a loro una donna bellissima bruna con capelli lunghi sino alla vita, occhi blu, tette in evidenza, vita stretta, gambe chilometriche. La cotale ricevette  le congratulazioni di Nando anche lui sorpreso del suo atteggiamento. Ylenia ebbe un altro comportamento, si avvicinò ad Andrin, lo abbracciò e lo baciò in bocca, era la sua risposta a Nando. La serata finì con una cena ‘innaffiata’ da un Pro Secco veneto che andò un po’ in testa a tutti senza conseguenze particolari, Nando ed Ylenia ritornarono a casa loro senza alcun commento sugli ultimi avvenimenti. Passa un giorno passa l’altro l’argomento venne fuori rispolverato da Nando che chiese alla fidanzata come avrebbero potuto comportarsi, avrebbero preso una decisione a seconda di come si sarebbero svolti gli eventi, tradotto…se ci farà comodo potremo adattarci! E così fu: durante una cena Irina prese l’iniziativa e mise un piede, non tanto piccolo fra le gambe di Nando il cui ‘coso’ rispose alla provocazione alzandosi dal posto ed andando a baciare Irina fra lo stupore degli altri due e poi tornò al suo posto come niente fosse successo. Ed invece era successo che aveva dato fuoco alle polveri perché anche Ylenia andò anche lei a baciare Irina in bocca ed a lungo. L’atmosfera erotica era al massimo ed anche Andrin  vi prese parte in maniera diversa  ma sempre con in mezzo Irina a cui ‘propinò’ il suo ‘sigarone’ in bocca sin a quando la baby ingoiò le sue vitamine. Ormai il ghiaccio era rotto e le coppie  mutarono andando sul lettone di casa con scambio di partner. Il finale: Andrin superò gli esami del diploma di ragioneria con l’aiuto di Ylenia, anche Nando fu ricompensato con il regalo da parte di Andrin di una Fiat 1400 spider. ‘La felicità non è di questo mondo ma dell’altro’ questo il cattolico pensiero ma per i quattro valeva il detto latino ‘carpe diem, approfitta dell’oggi’ perché ‘del doman non c’è certezza’, infatti i giovani se la spassavano alla grande alla faccia del domani dell’altro mondo!

  • 26 giugno alle ore 9:39
    Quasi sera

    Come comincia: Questa è l'ora migliore per stare affacciata al balconcino, il mio dehors. La gente sugli autobus guarda sempre in su, chissà perché, e così mi trovo a scambiare occhiate con qualcuno che mi osserva dal finestrino. E tu credi che sarò io a distogliere lo sguardo? Ti sbagli, continuerò a fissarti fino a quando gli occhi li abbasserai tu. Non sapremo mai chi la vincerà perché il semaforo diventa verde e l'autobus sferraglia lontano. Peccato. C'è un nero che cammina sul marciapiedi di fronte, e guarda il telefono. Io sto qui a chiedermi, a settant'anni, se la ninnananna che cantavo a mia figlia quasi cinquant'anni fa, fosse razzista. "Lo darò all'uomo nero che lo tenga un anno intero" qualcuno ricorda? Lui si allontana e io sono distratta dalla sirena di un'ambulanza che passa e velocemente si allontana, ma c'è una coppia in cammino sul marciapiedi. Una coppia? non so, perché camminano lui davanti a lei. Lei non vede l'ora di arrivare a casa e togliersi le scarpe. Non so se ce l'ha una casa, ma le scarpe io me le toglierei subito. La sua sofferenza è evidente e la sua andatura mette l'ansia. Mi guarda con antipatia, chissà cosa pensa che io pensi, mentre io penso soltanto che dovrebbe avere il coraggio di togliersi le scarpe. Le rondini si sono ritirate nelle loro casette e così faccio anch'io, e subito. La notte incombe. Gli ultimi chiarori si disperdono oltre i tetti dei palazzi e un aereo passa sopra tutto, in silenzio, sembra quasi una visione tanto è silenzioso, e io penso: chissà da dove viene, chissà chi porta, quali storie, quali vite, quali giorni e quali notti. Chissà.

  • 25 giugno alle ore 23:55
    I contenitori delle parole

    Come comincia: Le parole hanno due contenitori: la mente e il cuore. 
    Nella mente le idee vengono elaborate, allineate, costruite, organizzano il pensiero e lo espongono. Plasmano l'ascoltatore e lo allineano al piano del pensiero. 
    Nel cuore le intuizioni si modellano in suoni colori e luci e si esprimono in parole da essi amalgamati. Avvolgono i suoni, colori e luci dell'ascoltatore.
    Ascoltare discorsi della mente con la mente, e discernere. 
    Ascoltare le parole del cuore, e comprenderle: 
    -prenderle e poggiarle sul cuore-.
    Se ascolti parole della mente e ti confondono, richiudi la porta, non ascoltare. 
    Se le parole del cuore ti confondono l'anima, ascolta l'anima: sa difendersi e discernere da sé, ti spingerà ad allontanare i suoni, i colori e le luci che non sono benigni.
    Discerni: ciò che ti fa sentire bene è buona cosa; ciò che ti confonde è il prezzo del dolore... a cui tu stesso dai il valore.
    Le parole della mente possono tradire, quelle del cuore mai; in bene o in male, il cuore parla il vero. 
    Ricorda: discernimento, sempre. 

    25/6/17 h 1,06

  • 25 giugno alle ore 9:27
    L'albero

    Come comincia: Togliere la sua storia ad una persona significa cancellarla, toglierla dal proprio orizzonte. Nella perdita di memoria c’è una perdita di sé, e poiché nessuno vuole perdersi, ma ritrovarsi, deve giustificare il vuoto che si è creato come un qualcosa di amorfo e di negativo

    Ecco dunque che questi sei anni fatti di momenti sono diventati una nebulosa negativa; ma poiché l’apparire di questa nebulosa non si spiega, bisogna estenderne i prodromi più lontano, fino alle origini, come se le proprie radici fossero affondate in una falda secca secca e ghiaiosa che lentamente ha inasprito e rinsecchito la pianta. Allora ci prende la nostalgia per un tempo in cui il tenero virgulto palpitava e tendeva i rami verso il cielo, sentendo dentro di sé una linfa prorompente che tendeva solo a manifestarsi in una campagna mite e rigogliosa.

    Gli esseri intorno rispondevano alla nostra presenza con colori e profumi che riempiono il nostro ricordo di desiderio e di tenerezza.

    Immagini serene ci riempiono di dolcezza e ci richiamano a sé.

    Le ansie, le inquietudini di allora, sfumate dal tempo, ci appaiono come veli evanescenti nella luce di momenti carichi di intensità.

    Il nostro corpo contratto si tende verso di essi e riscopre tensioni irrisolte.

    Una nuova primavera riaccende la linfa che ricomincia a pulsare in noi. Un nome, un volto, una frase, una canzone, riaccendono le nostre speranze e dal tronco rinsecchito erompe un ramo nuovo e si riempie di foglie.

    Tutto l’albero si tende verso di esso per farlo vivere. I rami vecchi rinsecchiscono per non privare l’ultimo di una goccia di linfa.

    Anche le radici si tendono tra i sassi e strappano alla terra insperatamente un succo umido.

    Poter lasciare quella terra, poter trapiantare quel ramo, congiungerlo ad una pianta giovane che lo rafforzi con il suo impeto!

    Ma il vecchio tronco ti stringe con i suoi nodi, a stento e con dolore ancora ti nutre. Spezzandoti potresti morire, e il nuovo albero saprà accoglierti?

    Saprai sopportare il cinguettio incessante degli uccellini, le scorribande degli scoiattoli, l’andirivieni delle formiche?

    Saprà il nuovo albero assorbire i tuoi umori, le tue ansie, i tuoi silenzi? O dovrai inventare ogni giorno nuove storie per non annoiarlo? Si tende come un arco verso di te, ti guarda con occhi lucenti. Come te è senza storia, la sua storia si è interrotta all’inizio del bivio.

    I suoi frutti inaspriscono come i tuoi, privati del loro nutrimento. Anche tu ti tendi, ed è strano quel ciuffo rinverdito sul vecchio albero. Le tue foglie, spropositatamente grandi brillano di luce diafana.

    E mentre tu ti tendi nello spasimo, incapace di spezzarti, vedi improvvisamente intorno a te un boschetto di cedri e di aranci, tra le cui foglie i raggi rimbalzano con giochi di luce saettanti. Senti profumi leggeri e intensi, ti affascina il tremolio delle foglie nella brezza.

    Ti confonde la vista dei tronchi agili, carichi di gemme, e avverti il disagio di essere insieme ramoscello e arbusto rinsecchito.

    Hai perso lo slancio, il vecchio tronco reclama la sua parte di ossigeno, devi spezzarti o rinunciare a togliergli tutto il nutrimento, perché ne va della tua stessa vita. Forse non ci sarà un’altra primavera. E vedi i tuoi frutti che, nonostante te, maturano. Hanno un colore caldo e dorato, sono cambiati, sono cresciuti e presto si staccheranno. Come ti acquieta e ti rassicura la loro vista! Ti prende un desiderio di far loro ombra e come gioisci quando vedi che, dimentico di te stesso, hai dato quel poco d’amore che li rende così smaglianti!

    Ti sembra perfino che quel terreno così aspro che ti soffocava, che ti comprimeva, si sia come sgretolato, consumato, e lasci filtrare tra le fessure un umore tenero che nutre i tuoi frutti.

    Allora è come se le immagini della tua giovinezza si fossero fermate, immobilizzate. Ti fanno un po’ paura, se le guardi da vicino, se le tocchi, ti appaiono come maschere stanche. Provi ancora a giocare con loro e loro con te, ma quel gioco non ti appassiona più e anch’esse ti appaiono segnate dal tempo, caricature dei tuoi sogni, e provi una pena acuta e profonda. Vedi come anch’essi si aggrappano a quel momento antico, ma esso si è cristallizzato dentro di loro, i segni del tempo hanno inciso profondamente.

    Questa visione ti turba e ti senti perduto perché non conosci i fili intrecciati dal momento dell’addio.

    Insieme cercate di rassicurarvi che nulla è cambiato, e insieme sentite che tutto è cambiato, che nessuno è lo stesso di allora.

    Ma non provi amarezza, no, anzi, senti un senso di sollievo, ti senti euforico, liberato! Sei ritornato a te, e ti piace il tuo tronco nodoso, conosci ogni ruga della corteccia, ogni intoppo di resina, ogni ramo mutilato, ogni ferita di grandine e di uccello.

    C’è qualcosa di bello, maestoso, dignitoso, unico nella forma che ha assunto il tuo corpo e ti staglia nel bosco come un prodigio.

    A te guardano con ammirazione i muschi e le betulle, perché ci sei tu ondeggiano i cedri. Nei cavi del tuo tronco hanno fatto i nidi i passeri e lo scoiattolo sfreccia sicuro tra i tuoi rami. Nella notte il gufo e la civetta ti tengono talvolta sveglio, ma spesso tacciono e sorvegliano la quiete del bosco.

    Di giorno, i tuoi frutti pendono rigogliosi e ti ammantano di un’eterna bellezza.

    Le tue radici affondano profonde nella terra e hanno trovato sentieri più larghi; quei sali così aspri sono diventati benefici e il loro sapore famigliare scorre nelle tue viscere come il nettare.

    Con la terra le radici hanno fatto una griglia che rinserra la montagna.

    1990

  • 25 giugno alle ore 3:07
    Ikenunk + 30

    Come comincia:                                                                                                                                            IKENUNK + 30, cento canti dìamore e di lotta'
    C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico' 
    (da: L'aquilone, di  Giovanni Pascoli)

    Ikenunk + 30 (hic et nunc, 30 anni dopo) è un piccolo documento storico, una testimonianza della nostra giovinezza e un frammento di storia del nostro paese.Raccoglie canzoni cantate da soli e insieme, in tanti momenti diversi, nelle manifestazioni, per strada, contro la guerra e per i diritti civili: parlano d’amore e di lotta per la libertà e la democrazia, cento storie personali e collettive, brevi e intense sintesi di ricordi e di sentimenti.Ci stupisce e ci commuove sentire come i ragazzi se ne riappropriano oggi e come le reinterpretano con nuovi ritmi e con nuove strumentazioni, così come noi a nostro tempo avevamo fatto con le canzoni della resistenza e con quelle della tradizione popolare, recepite e trasmesse per via orale.
    Come molti coetanei, e come hanno sempre fatto i ragazzi, anche noi avevamo il nostro quadernetto dove raccoglievamo quelle che ci piacevano di più e quelle che volevamo cantare in coro.Questo libretto è un’antologia raccolta a più mani (alcune canzoni sono meno conosciute perché avevano una diffusione solo locale), alcune sono state rielaborate dai curatori stessi, compresi del fascino della memoria; ma ciascuna di esse è densa di significato, così come i particolari del libretto.
    Quanta speranza in quei ‘cento fiori’, che richiamano in due parole la rivoluzione culturale, Tien an Men, il libretto rosso, l’internazionalismo, un’apertura di orizzonti, un afflato verso un’idea più ampia e più matura di libertà.
    Non cè una data di edizione o di stampa, ma gli diamo noi una data presunta, ma verosimile, della chiusura della raccolta: l’11 settembre 1973, il giorno in cui Salvador Allende si preparava a morire dicendo al mondo: la storia siamo noi e la storia la fa il popolo.C’è una coincidenza inquietante di numeri e di date, quasi un ciclo che si ripete, un eterno ritorno di stagioni e di esperienze, in tempi e forme diverse.Ecco perché questo libretto, nella sua veste artigianale e umile (stranamente riapparso in un periodo oscuro per il nostro Paese, dove si riducono gli spazi democratici conquistati a colpi di maggioranze parlamentari e si tenta di occultare e travisare la memoria con il monopolio dei mezzi di comunicazione) ci è apparso prezioso, quasi una testimonianza agile e tenace che non muore e si trasmette di bocca in bocca, di cuore in cuore.Noi stessi, prima sconosciuti e lontani per età e per esperienze diverse, ci siamo riconosciuti e capiti al volo e abbiamo parlato la stessa lingua.Questo ci ha fatto pensare che anche noi in fondo, molto in fondo, facciamo parte della storia e che potevamo dare il nostro modesto contributo servendoci dei ‘cento canti’.Il valore della tradizione orale è un patrimonio di tutte le civiltà, di tutti i paesi e di tutti i momenti storici, e quindi anche oggi può essere uno strumento utile di conoscenza e di unità con le nuove generazioni.Citiamo ad esempio il volume: Oralità, cultura, letteratura: atti del convegno internazionale (Urbino, 21-25 luglio 1980) a cura di Bruno Gentili e Giuseppe Paioni, pubblicato dal Centro Internazionale di Semiotica e di Linguistica e dell’Istituto di Filologia Classica dell’Università di Urbino).
    Si potrebbe dire di più, si potrebbe dire molto, ma non è il nostro mestiere. Studiosi di tutto il mondo se ne occupano, scrivono libri e approfondiscono le ricerche con profili e modalità diversi.Per noi ‘cento fiori’ vuol dire questo: i volti, le ‘maschere’ sempre nuovi e sempre diversi di uno stesso volto, i cento e mille nomi dello stesso nome; quel nome che ha giustificato le crociate, gli stermini di popoli interi, le deportazioni di massa e i più atroci delitti contro l’umanità, quel nome che anche oggi viene usato per insanguinare la terra e depredare i poveri.Molti sono stati i disvelamenti dell’inganno e molte le nuove forme e ideologie sotto le quali si è manifestato lo stesso disprezzo per la vita umana.
    Su un cartello c’era scritto: pace è il nome di Dio. Forse Lui non è d’accordo, ma noi vogliamo crederci.Shalom shel emet, pace e verità, è un binomio inscindibile: l’uno che è due e diventa tre con il verbo, la comunicazione, e rimane uno nella reciprocità dell’amore.Parole, parole per dire cose in fondo semplici, parole più grandi della cosa che si vuole definire.Quanta ridondanza, quanti travisamenti, inganni, e quanta superbia, nella parola che vuole afferrare e chiudere in un significato definitivo quello che non si lascia afferrare! l‘Avrei voluto essere scabro ed essenziale’ –diceva il Poeta-, ‘e umile’ –diceva il Santo-, ‘e attento’ –diceva il Falegname-.
    Noi siamo soltanto un gruppo di amici e ci piace giocare.Per tornare al nostro libretto: lo sfondo rosso è il fuoco, il sole al tramonto, il sangue e il cuore.La figura del pugno chiuso è l’ira del giusto, è la forza e il coraggio e il silenzio, è il gesto che s’impone alla parola, il senso al significato, in fondo non è che una rappresentazione grafica, un’offesa virtuale che non ferisce e non uccide.Un’immagine non è che un simbolo, ma il simbolo in sé racchiude cento significati e cento fiori.Anche sui simboli ci siamo strattonati e abbiamo messo tenaglie e forbici al posto di falci e martelli, e poi libri, rose, garofani, margherite, querce e ulivi, leoni e asinelli, soli nascenti e soli che ridono, soli che piangono, e un po’ alla volta ci siamo sentiti sempre più soli.
    Nonostante noi e i nostri errori, le nostre piccole meschinità quotidiane, la nostra superbia, la vita si rinnova e nuovi fiori nascono e nuove scuole contendono.Anche noi vogliamo portare un fiore alla festa della primavera, un fiore piccino, come possiamo e sappiamo fare.Lo consegnamo ai ragazzi, perché ci mettano una musica nuova, anzi antica, con la speranza che possa essere utile alla pace, alla verità e alla fratellanza e ci aiuto a restare uniti nel breve tratto di strada che stiamo percorrendo insieme.

    Nota ai testi
    Dovendo cantarle oggi, con una diversa sensibilità che ci è data dal tempo e dalle esperienze vissute, noi faremmo alcune modifiche sostanziali ad alcuni testi.Consapevoli del valore e della forza dell’amore (ahimsa) e dei metodi nonviolenti (satyagraha), proporemmo alcune sostituzioni indicative là dove ci sono parole di rabbia, di odio e di desiderio di vendetta (vedi appendice).
    Alcune di queste canzoni non le conosciamo, non le abbiamo mai cantate. Fanno parte della memoria degli ignoti curatori e quindi abbiamo deciso di fare una forzatura e di sostituire quelle che non sono diventate patrimonio comune con altre legate alla nostra memoria affettiva.L’ordine è del tutto casuale, quindi fedele allo spirito dei ‘cento canti d’amore e di lotta’ originale.
    Forse non saranno le migliori, le più significative, ma sono legate al ricordo di momenti importanti del nostro passato.E d’altra parte il tempo presente è ben più saturo di fermenti e si impone con la sua vitalità.
    Non c’è tempo per piangere, ed è severamente vietato coltivare illusioni. I fantasmi forse ci accompagnano, ma non possono farci daguida.Abbiamo bisogno di uomini e donne e sogni nuovi, anzi antichi.

    Venezia, 24 gennaio 2004

    (segue indice e testi delle canzoni)                                                                                                                                                                                             
     

  • 24 giugno alle ore 9:11
    LA VILLETTA SUL MARE

    Come comincia: Alberto stanco di poltrire al sole nello stabilimento balneare di Mortelle a Messina disse alla moglie: “Vado a battere il ‘crawl’, a più tardi.” “Non capisco perché devi sempre battere qualcuno, fa come ti pare.” Meglio nessun commento, quello era l’ultimo giorno che stavano insieme. Alberto era un maresciallo delle Fiamme Gialle di quarant’anni, Maria  la poco gentile consorte di tre anni meno giovane, maestra elementare, era la conseguenza di una ‘minchiata’ di cinque anni prima, ma ormai il mariage era alla frutta, i due avevano deciso per una separazione consensuale, inutile stare ancora insieme. Niente figli, niente mantenimento il giudice aveva autorizzato Alberto ad uscire definitivamente dalla casa comune. Il giorno dopo  il maresciallo fece armi e bagagli per trasferirsi in un’abitazione presa in affitto già ammobiliata in via Consolare Pompea. La curiosità degli abitanti del suo palazzo li aveva spinti ad affacciarsi alle finestre per commentare il trasloco del coinquilino il quale  non aveva mai dato adito a pettegolezzi e quindi l’interesse era doppio. Cosa era successo ai due? “Cazzarelli mia” avrebbe risposto in romanesco il buon Alberto il quale finito di caricare le sue mercanzie su un camioncino con l’aiuto del collega ed amico Franco,  prima di partire fece il segno dell’ombrello col dito medio alzato, gesto non molto apprezzato dagli ex vicini. Alberto nella nuova abitazione si era volutamente presentato in divisa e fu subito ossequiato dal portiere Saro che si mise a disposizione aiutando i due a scaricare i bagagli ed a riporli  in ascensore, l’abitazione era al quinto piano. Saro presentò Alberto a Nando amministratore del condominio, un consulente tributario che, anche per tenere buoni rapporti con un sottufficiale della Guardia di Finanza, li invitò a pranzo. Furono accolti da Ginevra una signora piuttosto alta ed abbigliata da cucina che si lamentò: “Potevi avvisarmi che avevamo un ospite (Franco era andato via), sono impresentabile tanto più dinanzi ad un rappresentante delle forze dell’ordine!” “Ginevra questo è Alberto Maresciallo della Finanza, è venuto ad abitare al quinto piano, ci vedremo spesso ed adesso fai vedere quanto sei brava in arte culinaria.” Ad Alberto venne da ridere, la signora non grassa aveva un bel popò cui ‘lo zozzone’ ci fece subito un pensierino… Alberto aveva riprese a cucinare a casa sua come quando, da finanziere era in forza ad un reparto di montagna sopra Domodossola. Una mattina alle nove sentì  bussare alla sua porta d’ingresso, dal letto:“Franco stavo dormendo, che ci fai a quest’ora!” Aperta la porta: “Non è Franco ma Ginevra che ha pensato  di offrire al nuovo inquilino  una tazza di cappuccino e due brioches fatte con la sue mani.” “Mani di fata” esordì il giovin maresciallo mettendosi poi a ridere. “A me piacciono i ridanciani, che ne pensa di far ridere anche me.?” “È una storiella vera accadutami quando abitavo a Roma, preferisco non fargliela ascoltare, è un po’ come dire…” “Provi a raccontarmela, non sono una puritana.” “Bene, come dicevo abitavo a Roma in via Taranto, dinanzi casa mia c’era un’edicola in cui avevo spesso notato una bella ragazza. Abituato allo spirito romanesco piuttosto greve mi presentai e le dissi riferendomi ai giornali:’Hai Tempo, Grazia, Mani di Fata, che ne dici di farmi una sega?” Male me ne incolse, la baby riferì il fatto al padre, un omone alto e grosso e da allora fui costretto a fare un lungo giro per raggiungere la scuola, era pericoloso passare dinanzi a quella edicola di giornali.” “Tutto qui, chissà cosa mi aspettavo.” Alberto capì che in futuro ci sarebbe stata ‘trippa pè gatti’, bisognava solo trovare il momento giusto e quello non lo era, Ginevra sparì dalla casa del non tanto più giovin signore con un: “A presto.” Nel frattempo, avuti concessi trenta giorni di licenza, Alberto per meglio sopportare la calura agostea ritornò al Lido di Mortelle e decise di fare un bagno anche se il mare era piuttosto mosso, era un buon notatore e sapeva battere il ‘crawl’ ossia il nuoto libero, la sua ex si era dimostrata un’ignorante. Nuotava lentamente vicino alla battigia, nuotò a lungo rilassandosi come mai negli ultimi tempi e senza accorgersene si trovò molto lontano dal punto di partenza. Decise di spiaggiarsi anche perché gli era venuta una gran sete. A cinquanta metri circa c’era una villetta stile spagnolo, molto bella, da fuori tirò una cordicella che portava ad un campanella che risuonò a lungo prima che  si facesse viva una ragazza dalla faccia assonnata: “Si può sapere chi è lei?” Nel frattempo una cagnetta volpina si era diretta verso Alberto a coda bassa, con tono lamentoso e strofinandosi ad una sua gamba. Ad Alberto venne da ridere, gli era venuta in mente la storiella del: ’Cò stà pioggia e cò sto vento chi è che bussa a stò convento?’ La ragazza non era molto propensa a condividere l’allegria di Alberto, a muso duro: “Guarda stà puttanella di Belle, di solito fa un casino con gli estranei…mi dica quello che vuole.” “Intanto le chiedo scusa, penso di averla svegliata, se possibile vorrei dell’acqua, ho nuotato da Mortelle sino a qui senza accorgermene e sono assetato.” “Venga dentro, sono Caterina.” “Forse è meglio che resti fuori casa, ai tempi d’oggi…” “Si ma io sono campionessa di kick boxing, se la passerebbe male!” Alberto la guardò meglio, effettivamente aveva un fisico da atleta ma non mascolino, una gran pezzo di gnocca ma dall’aria non serena, sicuramente doveva avere dei problemi. Finita la bevuta: “Ora devo tornare a Mortelle, appena mi riprenderò mi ritufferò in acqua, resto ancora qualche minuto.” Nel frattempo era suonata la campanella. “Ho capito di chi si tratta e non ho alcuna voglia di vederlo, è il mio ex uno…lasciamo perdere, quando se ne sarà andato la seguirò in acqua.” Il cotale ci mise del tempo poi, compreso che non era gradita la sua presenza si levò dalle balle. Il due pezzi di Caterina non lasciava molto all’immaginazione, ad Alberto vennero gli occhi di fuori dalle orbite come si dice in gergo provocando una risata sonora della ragazza. “Dì la verità è molto tempo che stai a stecchetto!” “Oltre che atleta sei anche psicologa, sono appena separato, ci farò un pensierino, sto scherzando chissà quanti mosconi…” “Sono di gusti difficili, sinceramente tu sei diverso dagli altri ma non darti tante arie, vieni in acqua.” Come nuotatrice Caterina era una sirena, Alberto faticava a tenerne la scia sin quando la ragazza si fermò, c’era una barca ancorata al fondo, nome ‘Caterina’, Alberto capì che era di proprietà della baby la quale pur restando in acqua improvvisamente: “Ho desiderio di conoscere il sapore della tua bocca.” E prese a baciarlo forsennatamente. ‘Ciccio’ si risvegliò dal letargo ed alzò la testa, cosa notata dalla ragazza che inaspettatamente  scostò  parte  del costume, lo prese in mano e se lo infilò nella ‘gatta’. ‘Ciccio’ ci rimase a lungo anche dopo aver fatto il suo ‘dovere’, Caterina stava godendo alla grande fin quando ne ebbe  abbastanza, si mise a fare il morto. Alberto salito sul natante pian piano riuscì a ‘salparla’ per ritornare a riva a remi. Caterina sembrava assonnata, aprì la porta lato mare e si buttò sul letto ad occhi chiusi, con  il costume bagnato e la gatta ‘lubrificata’. Alberto andò in cucina, bevve a lungo, notò un telefonino, scrisse su un pezzo di carta il suo numero e riprese il mare. Franco al lido di mortelle era preoccupato: “Dove cavolo sei stato?” “A scoparmi una sirena.” “Le sirene non hanno sesso, inventane un’altra!” Con la Y 10 Alberto tornò a casa, il riposo del guerriero finì alla undici di mattina quando il telefono: “Si può sapere cosa ti sta succedendo, io ed Antonella siamo preoccupati per te.” “È una storia incredibile, te la racconterò appena ci vediamo.” “Vieni a cena stasera da noi, ciao.” Sia Franco che Antonella avevano la stessa mentalità di Alberto, assolutamente anticonformisti e ascoltarono con risata finale il racconto di Alberto. “Tutto a te capita, a me…” “Un fracco di bastonate, contentati della fregna legale!” Una mattina Ginevra si era appostata all’ingresso della scala, suo marito era a Gioiosa Marea dove aveva un altro studio di consulenza tributaria, lei niente affatto contenta della suo menage sessuale voleva provare le chances del nuovo arrivato, le dava l’idea che fosse un mandrillone, uno simile lo aveva conosciuto  da giovanissima col primo boy friend ma in quel campo il legittimo consorte non brillava di certo, troppo preso dal lavoro. “Maresciallo che piacere incontrarla, mio marito è fuori tutto il giorno, se non le va di cucinare il pranzo glielo offro io, vorrei conoscere solo i suoi gusti.” “Tutto a base di pesce, stavo andando al mare ma la sua richiesta mi ha fatto cambiare parere, che ne dice se nel frattempo mi fermo a casa sua?” “Con molto piacere…” Ginevra non si aspettava quella richiesta ma ne su felice, andava al di la dei suoi desiderata, mezza giornata disponibile per … Nell’abitazione la solita scusa: “Oggi fa un caldo infernale, se non le dispiace mi metto in libertà.” La libertà consisteva in una vestaglia trasparente con ‘sotto il vestito niente’, non ci volle molto per finire in camera da letto, l’Albertone puntò subito su quello che l’aveva colpito alla prima visione della signora, il ‘popò’ che gli fu subito concesso, Ginevra era disposta a tutto ed infatti i due stettero insieme oltre l’orario del pranzo ripassando tutto il Kamasutra, cosa che li lasciò senza forze ma con un gran appetito. Il prossimo avvento della sera fece capire ai due che: ‘la favola breve era finita’ ed Alberto si ritirò nel suo alloggio addormentandosi subito sino alla mattina successiva. Dinanzi allo specchio uno spettacolo non piacevole: barba lunga, occhiaie, sguardo imbambolato, Alberto capì che i vent’anni erano passati da un pezzo…In mezzo al costume trovò il bigliettino su cui aveva scritto il numero del cellulare di Caterina, se lo rigirò fra le mani e si domandò se era il caso proseguire la liaison con Ginevra o quella con Caterina, optò per quest’ultima che non aveva legami e compose il numero del telefonino. “Ancora tu, non hai capito che è finita, non rompere più le scatole.” “Così tratti i maschietti dopo una sola volta…” “Scusa pensavo fosse quello scemo del mio ex, a proposito non conosco nemmeno il tuo nome.” “Dammene uno tu, quale sceglieresti?” “Quello di una persona intelligente, fuori del comune, penso ad Einstein, che ne dici?” Alberto rimase basito, come aveva fatto Caterina ad indovinarlo, aveva lui lasciato qualche traccia, assolutamente no e quindi…Alberto non voleva darla vinta a Caterina e :”Son d’accordo con te ma non sono tanto intelligente.” “Vieni di nuovo domattina ma passa per la strada, troppa fatica in mare, troverai i miei genitori, anche se sono separati stanno spesso insieme, li ho avvisati che ho un nuovo amico a nome Einstein.” Leonardo e Giulia erano due cinquantenni simpaticoni e ridanciani, accolsero Alberto con stretta di mano lui, con un bacio sulle gote lei, un bell’inizio di amicizia.  A tavola Leonardo: “Alberto penso di averti visto altre volte ma non ricordo dove, mi puoi aiutare, io sono un ex ufficiale dell’Aviazione, attualmente esercito l’avvocatura da privato come pure Giulia.” Alberto: “In passato con la mia ex moglie ho frequentato il Circolo Ufficiali, forse ci siamo conosciuti lì.” “Hai ragione, ora mi ricordo, ci ha presentati un certo Musmeci  maresciallo della Finanza!” “Anch’io faccio parte delle Fiamme Gialle a tal proposito ho capito il perché della vostra separazione, è una furbata per evitare di pagare troppo imposte, te lo dice un Caino come volgarmente ci chiamiamo fra di noi.” “E bravo il nostro Einstein, ad ogni modo io ho fatto le cose per bene, io e mia moglie risultiamo residenti in due case diverse, ed ora brindiamo alla Guardia di Finanza.” Dopo cena: “Vi dispiace se vi rubo vostra figlia per questa notte, ve la riporterò sana e salva.” “Salva si ma sana ho qualche dubbio:” Leonardo aveva buttato là una spiritosaggine che rispondeva a verità. Nel sostare all’ingresso dell’abitazione in via Consolare Pompea Alberto vide  uscire dall’ascensore Nando e Ginevra che salutarono i nuovi venuti, Ginevra con faccia da funerale, aveva capito che aveva perduto per sempre il bell’Alberto. Con intuito tutto femminile Caterina: “Dì la verità ti sei ‘fatto’ quella signora, aveva uno sguardo…” “L’ho notato anch’io, ricordo che scopa benissimo, meglio di te…” Alberto scansò uno schiaffone che lo avrebbe tramortito. “Mo sei pure gelosa del mio passato!” “Non è questo ma il fatto che me la troverò sempre tra i piedi se venissi ad abitare qui, hai capito che sono una tigre, ti faccio mordere da Belle, pure lei è gelosissima! Ho trovato la soluzione, non te la dico, devo parlare con mio padre, stasera vai in bianco che più bianco non si può.” “Ora son diventato un bucato, ‘in casa c’è chi lo fa meglio di te’ è il detto di un antico Carosello della TV, io dormirò sul divano.” “Tu dormirai fra le cosce profumate di una gentil donzella che stanotte ti smonta tutto.”  La promessa fu mantenuta, Alberto si svegliò alle undici del giorno dopo, in garage non c’era più la Y 10 sicuramente presa da Caterina per raggiungere i suoi genitori. Squillo del cellulare: “Caro una bellissima notizia, ti trasferirai o meglio ci trasferiremo in viale dei Tigli, mia madre risulta residente lì, l’abitazione è ammobiliata, festeggeremo con gli amici di quel palazzo tutte persone allegre ed amiche della mia famiglia, a presto ma senza far nulla, la topa è troppo irritata, un po’ di riposo farà bene a tutti e due.” “Io non  ne sento il bisogno, debbo dare un ‘saluto’ di addio ad una certa persona del mio palazzo!” “Penso che resterò vedova molto presto!” Alberto non restò vedovo, al matrimonio celebrato presso il Comune ci fu pure Belle sempre scodinzolante, sempre felice di poter sostare sul letto matrimoniale ma solo quando i padroni non facevano esercizi…ginnici!

  • 24 giugno alle ore 9:05
    CONFIDENZE SESSUALI

    Come comincia: Il libertinismo è stato un movimento filosofico culturale del primo seicento che era distinto in libertinismo culturale e in libertinismo dei costumi, il primo riguardava una elaborazione filosofica il secondo riguardava la ricerca del piacere per soddisfare le proprie passioni e fuggire dal dolore. Oggigiorno la maggior parte delle persone propende per questa seconda interpretazione ovviamente avversata dai cattolici senz’altro complessati dal sesso, quelli che di solito hanno comportamenti ‘situazionali’ con la legittima consorte per  poi andare a rimorchiare qualche ‘signorina’ disponibile  con cui sollazzarsi con i ‘giochetti’ erotici vietati dalla morale religiosa. I personaggi di questo racconto facevano parte dei liberi sostenitori del piacere fine a se stesso, quello che  lascia appagati e gratificati senza sensi di colpa, sempre col limite del buon gusto. Residenti a Roma in un palazzo di quattro piani in via dei Santi Quattro. Ennio e Beatrice, ambedue trentacinquenni, si conoscevano sin dalla scuola media, stessi studi, laurea in lingue lei, laurea in matematica lui, stessa scuola il liceo scientifico Newton. Senza figli per decisione comune, agiati di famiglia, durante le vacanze la spassavano d’estate al mare a Fregene, d’inverno a Madonna di Campiglio località che raggiungevano con la loro Alfa Romeo Giulietta Quadrifoglio verde, Ennio era un patito della velocità. L’abitazione, un attico all’ultimo piano permetteva una visione di tutta Roma, quando il tempo lo permetteva mangiavano sul terrazzo. Dopo tanto tempo passato insieme il sesso era diventato più che altro una abitudine, peraltro rara come capita a tante coppie. L’arrivo di una famiglia al quarto piano aveva cambiato le carte in tavola nel senso che Ennio aveva adocchiato Leda la consorte di Alessandro che per lavoro viaggiava sui treni internazionali. I due avevano messo la mondo due gemelli, due bei ragazzi Flora ed Adriano particolarmente vivaci che propendevano più per il divertimento che per gli studi ragion per cui Alessandro li aveva ‘confinati’ in un collegio vicino a Roma che accettava sia maschi che femmine, ovviamente in locali separati. Ennio quando era libero dagli impegni scolastici frequentava un circolo di ex ufficiali dove  giocava a carte o vedeva la televisione. Un sabato sera Ennio non si sentiva bene, preferì la ‘compagnia’ di un’aspirina ed il riposo a letto. Beatrice aveva preso confidenza con Leda, quella sera era sola in quanto Alessandro era per servizio in viaggio da Roma a Berlino col treno ‘Italo’. In pieno agosto la serata era piuttosto afosa il che portò Beatrice a proporre all’amica  di togliersi i vestiti e restare in reggiseno e slip, richiesta accordata dall’interessata che eseguì la stessa manovra. Ambedue sedute sul  divano a dondolo del terrazzo  sentivano il rumore ovattato del traffico sottostante e quello degli aerei di linea. Ad un certo punto Beatrice muovendo il divano si trovò addosso a Leda ed istintivamente la baciò in bocca a lungo per poi abbracciarla scostandole il reggiseno e prendendo in bocca un suo capezzolo. La situazione si evolse perché anche Leda prese l’iniziativa,  si tolse le mutandine per poi finire sul letto matrimoniale dove  ci fu un rapporto lesbico, una novità per tutte e due peraltro piacevole e ripetuto con baci sulle ‘gatte’ divenute vogliose.  Beatrice ritornò al  talamo coniugale dove Ennio dormiva della grossa. Bea non riusciva a prendere sonno, per lei era stata un’esperienza che l’aveva lasciata intontita. L’arrivo giorno la trovò a letto vicino al marito che finalmente aprì gli occhi per poi richiuderli, era ancora assonnato, Beatrice ritenne opportuno svegliarlo del tutto. Ennio finalmente ritornò nel regno dei vivi e vedendo il viso sconvolto della moglie: “Che ti è successo, debbo chiamare un medico, sei pallida e tremante.” “Fisicamente non sto male, dammi un po’ di tempo, ti dirò tutto, vai in cucina e preparami un caffè.” Sorbita la bevanda Bea mise al corrente il marito dell’accaduto, in passato avevano fatto un patto di reciproca sincerità. Ennio ascoltava le parole di Bea senza interromperla, d’altronde c’era poco da dire. La consorte riportò fedelmente l’accaduto sessuale in cui Leda aveva fatto la parte principale iniziando dal bacio in bocca dal sapore di confetto, bacioni prolungati sulle tette con un inusitato orgasmo,  passaggio sui piedi ed infine sulla sua ‘gatta’ con ripetute ‘goderecciate’ da parte sua. Dopo questa confessione Bea si addormentò, lo sfogarsi col marito l’aveva portata a rilassarsi.  Si svegliò alle tredici, un profumino di ragù le giunse alle narici, suo marito era bravo in cucina e  comprensivo in altri campi. La doccia rimise in forma Beatrice che abbracciò e baciò Ennio e riuscì anche ad essere spiritosa: “Sono di nuovo vergine e tutta tua.” Si può essere anticonformisti ma quell’avvenimento inusitato aveva lasciato un segno. Al suo ritorno in famiglia anche Alessandro fu messo al corrente dell’accaduto e così ‘tutti sapevano di tutto.’ A prendere l’iniziativa fu il ‘ferroviere’  che capì che poteva trarre un suo vantaggio sessuale da quella esperienza della consorte ma fu quest’ultima che prese il telefono e: ”Cara sono Leda, oggi non ho voglia di cucinare, io e Alessandro andiamo a pranzare nel ristorante qua sotto ‘Da Sora Lella’, ci fate compagnia?” “Va bene alle tredici.” All’incontro i due maschietti si diedero la mano, le femminucce un casto bacio  sulle gote. Fu Sora Lella a servirli personalmente con i tipici piatti romani, dopo un caffè le due signore si ritirarono nel bagno per ‘rinfrescarsi’. “Cara Beatrice sappiamo come finirà la storia con un wife swapping per dirla all’inglese, voglio farti presente che Alessandro ha un pene molto lungo e stretto oltre a due testicoli grossi, Ennio come se la passa?” “Mio marito al contrario ha un pene non molto lungo ma grosso e lo sa usare bene!” Al rientro a casa i due mariti con l’accodo delle consorti ‘sbagliarono’ abitazione e affacciandosi da una finestra si salutarono facendosi matte risate, il gioco era cominciato. “Cara Bea penso che mia moglie ti abbia messo al corrente …” “Non ti preoccupare, oggi con  le famiglie arcobaleno, con omo maschi che hanno figli, transessuali che si sposano fra di loro non c’è nulla da meravigliarsi…” Però quando Alessandro sfoderò la sua ‘sciabola’ rimase perplessa che se non lo diede a vedere, il signore aveva un coso non molto grande di diametro ma di una lunghezza pazzesca, forse quaranta centimetri che, in erezione sembravano anche di più. Entrando nella ‘gatta’ di Bea ne rimase fuori circa la metà ma giunse sin al collo dell’utero e le fece provare un orgasmo pazzesco allorché proiettò il suo sperma a lungo e varie volte. I due ‘girarono’ pagina e questa volta il ‘cosone’ entrò tutto con un inusitato piacere da parte di Bea. Ennio e Leda non erano da meno, la signora approfittando del diametro del pene del professore lo fece giungere sino alla metà della vagina trovando il punto G cosa che non le riusciva col marito, una novità piacevolissima anche per lei. Alle diciannove riunione delle legali consorti con risolini  di soddisfazione, Hermes molto amico di Ennio era stato prezioso nel condurre in porto un giochetto che nell’Olimpio non era mai accaduto ma, malignamente volle ancor più complicare la situazione…Al rientro a casa per le vacanze estive Flora e Adriano presentarono la pagella ai genitori con ambedue una materia di riparare a settembre: Flora in matematica e Adriano in inglese…”Che ne dite di dare una mano a questi due sciagurati, ci hanno rovinato le vacanze, avevamo prenotato per Cuba ed ora…Fu Beatrice che: “Anche se non ho figli ho il cuore di mamma, lasciateli qui a Roma, daremo loro delle lezioni  ed anche da mangiare, se Flora non sa cucinare imparerà. E così fu…”Professore io non riesco proprio a mandar giù le equazioni ed i logaritmi, mi dia una mano anche se non so come ricompensarla.” “Primo io sono Ennio e non il professore e poi dammi del tu, per il compenso …ho sgamato la tua faccetta da ingenua, lo sai perfettamente!” “Io non sono più vergine e quindi non abbiamo problemi solo il popò non è stato mai usato, ci ha provato un mio amico ma mi ha fatto un male del diavolo.” “Certe cose si fanno ma non si dicono come da testo di una canzone del 1932, prima il dovere e poi il piacere come recita un vecchio proverbio, qualora non ti dovessi  impegnare…” “Ci andresti male anche tu.” “Si ma ti metterei col culo all’aria per sculacciarti di santa ragione!” Flora ci mise impegno e provò anche le delizie del punto G con orgasmi ripetuti che: “Professore sei un mago!” “Si del cazzo!” Adriano era più timido della sorella, seguiva le lezioni in inglese di Beatrice ma andando avanti nei giorni era sempre più eccitato sessualmente dal profumo personale di Bea la quale fece finta di non capire sino a quando: “Sei un ragazzo serio ma altamente voglioso, che ne dici di una…” “Qualsiasi cosa dolce professoressa, se potessi ti sposerei!” “Contentati di questa pelosona…cavolo ce l’hai grossissimo per la tua età, infilati stò condom e vai facile, sempre desiderato farmi un giovane, mi sono scoperta pedofila come quella insegnante milanese, vai piano abbiamo tutto il pomeriggio perché penso che anche tua sorella…

  • 23 giugno alle ore 16:49
    Emma

    Come comincia: Quando la mamma è morta ho pensato che avremmo continuato a parlare di lei e il suo ricordo ci avrebbe tenuti uniti, invece non è stato così, come se fossimo stati spaventati dalla nostra solitudine e ciascuno avesse tenuto per sè i suoi ricordi senza farne tesoro comune.   
    La perdita di una persona cara è sempre dolorosa, ma ancora di più questa mancanza si fa sentire quando intorno c'è festa: il contrasto è atroce.   
    Quando inizia dicembre, con i preparativi per Natale, ritorna con forza il ricordo dei suoi ultimi giorni, di quell'ultimo Natale insieme. Le sue ultime parole ritornano sempre, e assumono nel tempo significati più profondi: 'Tieni unita la famiglia..." 
    Il Natale accentua l'attenzione sulla famiglia, si fa una ricognizione degli affetti; è come se si dovesse fare l'inventario.La mamma era la famiglia e senza di lei tutti noi ci siamo sentiti più soli.
    Mi ha stupito ascoltare il suo nome nelle messe per i defunti da persone che non sapevano nulla di lei, anche se la sua anima scorre nel fiume universale della vicenda umana.Mi sarei aspettata che qualcuno ci avesse chiesto se era buona e cosa aveva fatto di bello e di importante, ma la sua assenza veniva assorbita nel rituale uniforme: ho sentito tutta la lontananza dalla sua e dalla nostra storia individuale; ciò nonostante sono stata grata a quei preti che ci hanno tenuti uniti e hanno dato solennità alla sua fine terrena.   
    Ho temuto che avremmo perso la memoria e ho pensato di scrivere: volevo tessere una tela cominciando da me e porgerla a quanti l'avevano conosciuta, per completare un'immagine che avevo costruito sui suoi racconti e sui miei ricordi.   
    Se dovessi raccontare la mia vita con lei e il mondo di sogni che ho costruito sui suoi racconti dovrei rivivere la vita trascorsa e non mi basterebbe il tempo.Non ci sarebbe posto per la vita che scorre ogni giorno e per gli affetti he mi circondano.
    Mi ha impressionato un sogno che avevo fatto poco dopo la sua morte.Io e papà eravamo sopra un albero, una specie di quercia, forse era il gelso della casa di Prozzolo. Sotto, intorno all'albero, c'era una folla di parenti (forse tutti quelli che erano venuti al funerale). Ad un tratto la mamma perse l'equilibrio; io e papà cercavamo di trattenerla ma era pesante, ci sfuggì e cadde a terra in mezzo alla folla e noi vedevamo la scena, sconvolti, sull'albero. Ripensandoci, mi sembrò un segno che la famiglia era distrutta. 

    Un dolore acuto mi ha accompagnato in questi anni. So che averla avuta vicina per tento tempo è stato un grande dono, ma è difficile vivere senza di lei.
    Ho iniziato un viaggio interiore, che mi ha portato sui luogi dove lei è vissuta alla ricerca della sua storia. Volevo sapere della sua infanzia e della sua giovinezza, della terra da cui veniva, della parte di vita a me nascosta. Mi ero resa conto che era lei a reggere il filo della famiglia, senza di lei tutto era perduto.
    Avevo provato un senso di vuoto quando sono andata a ritrovare la zia Bruna, attorniata da figli, generi, nuore, nipoti e nipotini. Inoltre, la casa non era più quella della mia infanzia, con gli odori e le cose semplici di un tempo. 
    I miei ricordi erano fatti di capriole sull'erba, del dolore delle spine di frumento tagliato sui piedi nudi, di papaveri, fiori gialli e azzurri (occhi della Madonna), di uva pestata nel secchio di legno per fare il mosto, dell'odore del fieno, della falegnameria delle meraviglie di zio Settimo.Insieme c'era la presenza della nonna, con il suo vestito nero lungo fino ai piedi, la sua bella testa bianca, l'immagine di lei che faceva la lisciva nel pentolone grande; ricordo la tenerezza con cui mi accarezzava, la sensazione di serenità e di sicurezza che provavo accanto a lei; ricordo il pezzetto di cioccolata che mi dette di nascosto dai miei cugini nella sua stanza, e l'odore delle buone croste di formaggio abbrustolite sulla stufa a legna.
    Mi ritrovavo in una famiglia numerosa e prospera con tante macchine e un'officina moderna. Le vigne erano scomparse, i campi vuoti non sembrano più quelli di un tempo. Cataste di legname davanti alla casa (mi ricordavano le banchine del porto) indicano una nuova ricchezza un  tempo sconosciuta.
    Io ero sempre 'la venexiana', una bambina un po' scomoda che veniva dalla città e parlava un'altra lingua, senza tesori da mostrare.
    Cosa c'ero andata a fare? Zia Bruna era venuta talvolta a trovare la mamma in ospedale, l'aveva conosciuta da ragazza, le voleva bene. Io avevo trascorso da lei alcune estati da piccola.
    Adesso andavo a cercare la mamma dov'era cresciuta, i racconti della stalla, l'odore delle mucche e del latte appena munto, tracce di una grande famiglia 'di quaranta persone', le donne attorno al tavolo a ricamare col lume ad olio.Cercavo i fantasmi che avevano colorato la mia fantasia, il luogo incantato da cui veniva mia madre; ma lei non era più là, se mai ci era stata.
    Ebbi un penoso senso di inadeguatezza. La persona a me più cara era per loro distante e mi guardavano un po' stupiti per quel goffo tentativo di ritrovare un passato sbiadito o inesistente.Nelle loro parole, nei loro gesti, non c'era quello che cercavo e l'immagine che mi veniva data di lei mi giungeva come da uno specchio deformato; talvolta non corrispondeva alla mia, talvolta mi giungevano particolari inattesi.

    Oggi che è il sesto anniversario della sua morte e cercherò di cogliere qualche ricordo felice, lasciando nel fondo del cuore quelli tristi, le mille debolezze e le mille occasioni mancate per dirle grazie.

    Ricordo le due settimane che abbiamo trascorso a Prozzolo con Costanza, l'unica vacanza che abbiamo fatto insieme.Che gioia la mattina quando arrivava papà che mi dava la mia bicicletta rossa e correvo a prendere il treno che mi portava al lavoro a Venezia!
    Com'era contenta Costanza di correre dentro e fuori per casa e giocare con la bacinella piena d'acqua!
    Una bambina di nome Sandra veniva a trovarci e ci guardava con gli occhi grandi: 'Ma abitate qui? In questa catapecchia col tetto cadente, qui dove le case sono tutte lustre e rifinite di fòrmica e acciaio inossidabile, con le scale esterne a chiocciola e i macchinoni fuori della porta?' Ma rideva e si divertiva a giocare con Costanza e la mamma le guardava con espressione beata.
    Che risate quel giorno in cui abbiamo mangiato frittata davanti alla casa, sotto il sole cocente (credevamo che fosse già sera) e un passante ci ha detto che erano solo le cinque!
    Come siamo state orgogliose del nostro gelso centenario quel giorno che un giovanotto è venuto a vederlo perchè gli ricordava la sua infanzia!

    Era bello quando facevamo i vestiti per Fantina: io ricavavo il modello, tagliavo la stoffa (perchè lei temeva di non farlo bene), poi lei imbastiva, cuciva, disfava se non era perfetto, e restava alzata fino a tardi per le rifiniture. Com'era dolce lavorare e chiaccherare insieme!
    Il giorno in cui si è sposata Valentina aveva un'espressione stanca ma serena.
    Che agitazione per casa quel giorno, con la mantellina da finire in fretta, la parrucchiera, il bouquet che non arrivava... e poi lei è scesa per farsi ammirare e sembrava una regina col suo vestito lungo bianco!

    Rivedo le case, i negozi, le strade dove abbiamo vissuto insieme a Venezia.
    Ricordo la stanza in affitto con gli spazi divisi dalle tende, il bel presepio che Remigio fece per me. col cielo stellato e la lampadina per illuminarlo.
    Risento i racconti dei cento lavori che lui e mio padre si inventavano per guadagnare qualche soldo, i vassoi di latta con le creme, i profumi da vendere, una bambola grande vinta forse a qualche pesca che troneggiava sul lettone e l'attesa della mamma che tornava la sera dal lavoro portando cose buone da mangiare...
    Il posto più bello è stato Santa Marina: la grande casa con nove stanze (dove si comunicava con Renata battendo sul muro e ci si passava le cose dalla finestra), il negozio con la cucina e la saletta per mangiare e fare i compiti, la cantina con le damigiane, la sala della televisione dove veniva la gente la sera e si guardavano le storie tutti insieme; la mia gatta Mignina, la stufa di terracotta, i giochi nel campo...

    Ricordo i matrimoni, le nozze d'argento, l'aria di festa quando venivano a trovarci i parenti.
    Rivedo il suo viso soddifatto il giorno delle nozze d'oro, con la maglia 'della sposa' e sembrava dire: 'Ce l'ho fatta!'...

    Infine ricordo quella lunga camminata nella sera sulla strada da Dobbiaco a Villabassa, il paesaggio bianco di neve illuminato dalla luna piena che ci ha accompagnato per tutta la strada (eravamo andati a prendere la torta per il Capodanno).

    Sarei dovuta ripartire il giorno dopo, ma dovemmo prendere il primo treno e viaggiammo fino all'alba.

    Venezia, 31 dicembre 2000

     

  • 23 giugno alle ore 9:54
    Questioni di cani

    Come comincia: Il mio 9 giugno 2015 inizia alle 20 dell'8 giugno 2015.

    Arrivo ai piedi della scalinata del convento di S.Antonio del paese di Noukria, dove ci sono le prove del coro, e vedo arrivare l'auto del consorte che era stato tutta la giornata a Batti La Paglia.

    Lo aspetto. Abbassa il finestrino mentre parcheggia e dice: "Marley si è perso". Marley è il nostro secondo cagnolino.
    - E tu che ci fai qua?! Perché non sei rimasto a cercarlo? -

    - E' saltato dal finestrino mentre andavo piano in via Turco. Ma non ti preoccupare. Penso di sapere dove sta etc etc. ...-

    Racconta che pensa che l'abbia preso un signore con il quale aveva anche interloquito quando lo stesso stava al balcone.
    A maggior ragione se sapeva dove stava doveva andare a prenderlo, inoltre non credo alla sua interpretazione.
    Sarà stata la stanchezza, mi lascio imbonire apparentemente e non prendo subito l'auto per andare a cercarlo.
    Non penso di avere dormito molto quella notte.
    Il mattino dopo, telefono in ufficio comunicando che non sarei andata, accompagno le ragazze a scuola e vado a Batti La Paglia.

    Dopo un'ora di infruttuose ricerche nella zona dove si era perso, sono al centro di Batti La Paglia, mi sa che ero andata a trovare mia madre, quando il telefono squilla. E' una signora della Lega del Cane di Salerno che mi comunica che una ragazza aveva trovato il mio cane e che tra un po' mi avrebbe telefonato. Sollievo. Non mi aspettavo che la situazione si sarebbe risolta così rapidamente e positivamente.

    Aspetto impaziente. Quando finalmente la ragazza mi telefona chiedo dove e quando possiamo incontrarci per riprendermi Marley. 
    - No, signora, Marley non è più con me. -
    Il cuore fa un tuffo nuovamente.
    - Io stavo passando in macchina con il mio fidanzato all'incrocio canalizzato della zona industriale dopo la rotatoria di via Rosa Jemma quando ho visto questo cagnolino con collare che correva spaventato. Ho chiesto al mio fidanzato di fermare, l'ho preso e l'ho portato alla clinica veterinaria h24 che è là vicino. Lì hanno letto il microchip così ho avuto il suo numero di telefono (la medaglietta che avevo messo al collare di Marley da pochi giorni si era persa per la seconda volta).
    Poi non l'ho potuto più tenere con me.

    - Ma poteva rimanere alla clinica veterinaria! Avrei pagato lo stallo!

    Comunque così stavano le cose e passo le successive due ore a cercare Marley nella zona industriale ed a via Rosa Jemma.
    Capisco che non tornerò per l'una e trenta a casa in tempo per prendere le ragazze da scuola se voglio continuare a cercare Marley.
    Telefono ad Elena. 
    - Elena, devo chiederti un favore come lo stessi chiedendo ad una sorella. ....
    Le spiego la situazione e le chiedo di andare a prendere le ragazze a scuola (Elena abita lì vicino) e di portarle con sé a casa.
    Mi fa il favore, ma è un po' seccata: "La prossima volta porta con te le ragazze ..."

    Risolto il problema delle ragazze, continuo a cercare Marley in via Rosa Jemma. Alle 12:30 il telefono squilla di nuovo. E' la sezione veterinaria dell'ASL di Batti La Paglia. Un giovane ha trovato Marley, mi comunicano. Il mio interlocutore ha un tono di rimprovero come se stesse insinuando che il mio cane si era perso ed io non me ne stessi curando. 
    - Guardi, sono in via Rosa Jemma a cercarlo, Ora vengo lì.
    - Noi tra poco chiudiamo ...
    - Aspettate! Sono in via Rosa Jemma, con la macchina non ci metto niente.

    Arrivo all'ultimo piano della torre dell'ASL vicino l'ospedale, non so in quale ufficio devo andare e chiamo: "Marley! Marley!".
    Una voce fa: "Il suo Marley non è qui e non sono sicuro se glielo voglio dare".
    Individuato l'ufficio, entro ci sono vari veterinari ed il giovane che ha trovato Marley che dubita che io meriti Marley, visto che era scappato ed io non lo avevo cercato (di nuovo?, penso). 
    Devo spiegare la situazione della mia residenza e del mio effettivo domicilio ed un veterinario fa: "Ah, mi ricordavo di avere già sentito il suo nome!".
    Capisco che era il veterinario che meno di un anno prima si era presentato al mio cancello per via del cane Ambra di mio marito.
    Avevano avuto una denuncia contro Ambra.
    Lo feci accomodare, gli presentai le carte e gli illustrai come si erano svolti i fatti.

    In breve, la mia Ambra si era azzuffata con il cane del figlio di un vicino. Il cane era un ospite occasionale.
    La mia Ambra era con me nel retro del giardino e stava tranquillamente scambiandosi cordialità con i cani del vicino attraverso la recinzione quando all'improvviso era scappata correndo verso la parte anteriore della casa. La inseguo e la trovo intenta ad abbaiare con furia contro il portone. La raggiungo e sento il cane del vicino scendere libero, senza guinzaglio, le scale. Trattengo Ambra per il collare ed urlo al vicino attraverso il portone: "Non apra il portone!" Quello non se ne dà punto. Lo apre ed il suo cane comincia ad aggredire Ambra ed io mi ritrovo con il collare in mano senza più il collo di Ambra dentro.
    Alla fine vedo che Ambra è stata morsa. E' domenica. So di una clinica veterinaria aperta h24 e ci vado. La curano, le fanno un'iniezione di antibiotico. Mi fanno un trattamento di favore facendomi pagare solo 50 euro.
    Sapendo con chi ho a che fare, chiedo un certificato. 
    - Io posso solo attestare che il cane aveva delle ferite da morso ed è stato curato.
    - Va bene.

    Illustrai i fatti al veterinario e presentai il certificato e le prescrizioni delle medicine.
    - E' lei che avrebbe dovuto fare la denuncia! - esclama il veterinario.
    Dopo non ne ho saputo più nulla. Immagino che la cosa non abbia avuto seguito.

    Tornando al 9 giugno. Il giovane mi dice che Marley è da una sua amica ed ora non possiamo andare perché lui deve andare al lavoro, se ne parla dopo le 15.

    Mi segno il suo numero di telefono. Non vuole il mio. Chissà perché avverto il timore che il suo numero non sarebbe stato sufficiente ed insisto a spiegargli dettagliatamente dove lo avrei aspettato.

    Arrivano le 15. Niente. Chiamo ed il numero del giovane risulta inesistente. L'odissea non è finita.
    Inizio a mettere appelli sui social.
    Alle 18 non posso più aspettare: non posso abusare oltre dell'ospitalità di Elena.
    Devo andare via. 
    Arrivata, mi fermo a prendere una scatola di cioccolatini per ringraziare Elena e vado a recuperare le ragazze. Trovo Elena contenta di avere avuto in casa due ragazzine così carine, brillanti ed educate: "Ci siamo proprio divertite", dice.

    Intanto non so dove sia Marley.

    Per telefono racconto la storia al consorte che suggerisce di cambiare l'ultimo numero di telefono del giovane da 'sette' a 'sei'. Ci prende in pieno. Il giovanotto mi risponde.
    Mi dice che aveva fatto tardi e mi rimprovera di non aver aspettato. "Ho due figlie", spiego.
    Intanto il giovane mi informa di essere andato con Marley ed i suoi amici alla casa che gli avevo indicato e, non trovandomi, aveva citofonato ai vicini.
    Sconvolto ed accorato, il giovane mi fa:<<Signora, per carità, non ci vada più a stare lì!>>.

    Il giovane è divenuto più indulgente con me. E' anche imbarazzato. La sua amica verso le 20 aveva fatto uscire Marley per fargli fare i bisogni e Marley era scappato. Avevano così capito che Marley aveva la tendenza a volersi fare delle corse libero per sua indole non perché venisse trattato male.

    Mi assicura che lui ed i suoi amici avrebbero continuato a cercarlo.

    Vado a letto lasciando il telefonino collegato.
    Dopo le tre di notte squilla. Hanno trovato Marley.
    - Vengo a prenderlo domani mattina o vengo adesso?
    Il giovane ci pensa un po' e decide: "Venite adesso".
    Il consorte ed io ci vestiamo, lascio un biglietto alle ragazze che dormono, prendiamo Ambra ed andiamo.

    Quando arriviamo al luogo dell'appuntamento c'è un gruppo di giovani e Marley è in braccio ad uno di loro.
    Fermo l'auto, il consorte scende per primo. Marley si agita tutto contento e vuole essere preso in braccio dal consorte.
    Scendo dall'auto, mi avvicino e Marley si agita ancora di più.
    - Vuole venire da me - dico. Lo prendo in braccio e Marley mi lecca tutta la faccia.
    - Se non mi viene adesso il tifo, non mi viene più -
    I giovani vedendo la reazione di Marley si rassicurano che non lo trattiamo male e diventano decisamente amichevoli.
    intanto Marley si agita un altro po' e capisco: "Vuole salutare Ambra". E lo metto in auto dove Marley e Ambra si scambiano mille feste. 
    Salutiamo, ringraziamo di nuovo e partiamo.
    Quando arriviamo a casa le ragazze stanno ancora dormendo. Non si erano accorte di niente.

    Il mio 9 giugno 2015 termina alle ore 05:45 del 10 giugno 2015.

  • 22 giugno alle ore 16:27
    Il mio ultimo mese di vita

    Come comincia: Maggio 2005. Il mio ultimo mese di vita.

    Per qualche anno avevo creduto che il mio ultimo giorno di vita fosse stato il 26 settembre 2010.

    Poi ho riflettuto.
    Ed ero arrivata alla conclusione che la mia vita avesse cominciato a finire quando, l'11 settembre 2007, ero stata così stupida da andare dal vicino che da un paio di mesi fungeva da amministratore del condominio per consegnargli un attestato di ricevuta del verbale dell'ultima assemblea e chiedergli un attestato di consegna. Non potevo aspettarmi, ed invece avrei dovuto visti i precedenti, che mi sarei vista afferrare per il braccio, che mi sarebbe stato torto il braccio e spintonata, dalla mano che mi torceva il braccio, verso le scale per farmi ruzzolare giù.
    [<<E quelli sono zingari, tu non li devi proprio frequentare.>>, aveva commentato oculatamente Mariella M. quando nel luglio 2012 le avevo raccontato semplicemente come si era comportato quel vicino in casa mia nel febbraio 2006]

    Ma ancora mi sbagliavo completamente:
    il mio ultimo mese di vita era stato maggio 2005.
    Ed il mio ultimo giorno di vita era stato il 3 giugno 2005.
    E potrei andare ancora a ritroso.
    Ma fermiamoci a maggio 2005.
    Maggio 2005.
    Come inizia quel maggio 2005?
    Con mio marito che mi chiede: "Ma ti sei fratturata le dita piccole dei piedi?" o con me che rifletto: "Mio fratello è stato gentile con me"?.
    I due eventi andarono quasi a braccetto.
    Probabilmente non è importante quale dei due eventi sia accaduto cronologicamente prima.
    Primo evento. Ti sei fratturata le dita piccole dei piedi.
    Alla domanda di mio marito, mi guardo i piedi ed effettivamente constato che ho entrambe le dita piccole dei piedi tutte 'storzellate'.
    Mio marito mi accompagna dal medico curante che esamina le mie dita ed i miei piedi, va a lavarsi le mani, torna e mi dice: "Tieni ... . Ci hai camminato sopra in modo che non ti facesse male per questo si sono storte le dita. Devi andare dallo specialista all'ASL. Ti scrivo l'impegnativa".

    Secondo evento. Mio fratello è stato gentile con me.
    Era già almeno da marzo che c'era stato un peggioramento.
    Anche se era almeno da settembre che eravamo ripiombati in un nuovo baratro.
    Ma da marzo praticamente non passava sera senza che mio padre ci telefonasse e noi lasciavamo tutto quello che stavamo facendo e ci precipitavamo in auto a casa dei miei.
    Ma all'inizio di maggio ci fu un netto peggioramento ed io pensai: "Mio fratello è stato gentile con me". Prima di peggiorare aveva aspettato che io sostenessi, a fine aprile, l'esame di Stato finale di uno dei due corsi di specializzazione che stavo seguendo alla Federico II a Napoli.
    Fosse peggiorato prima, non credo ce l'avrei fatta a sostenere quell'esame.
    E così praticamente tutte le sere andavo a casa dei miei senza aspettare che mio padre mi chiamasse.
    Ed una sera nello studio di mio padre, con mio padre seduto dietro la sua scrivania, mio fratello mi afferra per i capelli. Non reagisco. Aspetto che tiri ed aspetto il dolore.Ma la consapevolezza attraversa lo sguardo di mio fratello: il suo affetto è più grande del suo anche giustificato rancore e non tira. 
    Lascia andare i miei capelli.
    Un'altra sera siamo in cucina e mio fratello apre il cassetto delle posate (forchette, cucchiai, coltelli), ma che contiene anche le forbici e, a me sembra provocatoriamente, vi armeggia dentro.
    Erroneamente interpretai: "Attenti, potrei usarle contro di voi".
    In realtà voleva dire: "Aiuto. Sono disperato. Potrei usarle contro di me".
    Ma lo capii solo anni dopo.
    E, suggestionata dal film "A beutiful mind" che avevo visto due anni e mezzo prima senza sapere che di lì a cinque mesi pur mi avrebbe suggerito qual era la strada seguire, ma che fino ad allora non ero riuscita a perseguire, dissi a mio padre: "La sera, quando andate a dormire, chiudete la porta e mettete una sedia dietro".
    Ed, in quel maggio 2005, arriva la telefonata di quello che di lì a poco avrei iniziato a chiamare con il nome di ragionier Casoria, dal film "La banda degli onesti" con Totò. Telefonò a mio padre per protestare che mio marito, il quale da poco più di un anno fungeva da amministratore del condominio, aveva notificato a tutti i quattro vicini (che dall'inizio dell'anno non versavano le loro rate condominiali) che in cassa non c'erano soldi e non era possibile aggiustare il cancello automatico e li invitava a saldare il loro debito.
    Mio marito ed io non avevamo mai detto niente a mio padre né a chicchessia.
    Non avevamo detto che il ragioniere chiedeva soldi per spese, tra l'altro non autorizzate, non comprovate o già rimborsate.
    E che per rivendicare il suo credito faceva pervenire in continuazione a mio marito lettere di avvocati sempre diversi. 
    Che il ragioniere non pagava le sue quote ma si appropriava non autorizzato delle bollette del condominio (facilitato dal fatto che il ragioniere non aveva mai voluto far installare cassette postali) e le pagava, non autorizzato, personalmente.
    Che intratteneva, non autorizzato, rapporti con la signora delle pulizie ed il giardiniere. Che si presentava alla fine dell'anno dicendo: "Ho pagato queste bollette e questi servizi, compensamele per le quote condominiali non pagate".
    Non avevamo mai detto niente.
    Ora mio marito è costretto a dirgli tutto. Vediamo mio padre che all'improvviso si piega in due. Credo di sapere cosa stia succedendo: aveva sentito all'improvviso una morsa allo stomaco.
    Poche sere dopo, nella mia visita ormai quotidiana a casa dei miei genitori, vedo che la situazione è particolarmente pesante e per dare ai miei genitori qualche momento di tregua chiedo a mio fratello: "Mi accompagni a casa?". Acconsente. Nell’ascensore, mentre scendevamo, facevo la disinvolta e mi mostravo serena, tranquilla, ma dentro di me pregavo: “Fa che non cacci fuori le forbici dalla tasca del giubbotto e me le ficchi nel fianco”. 
    Non lo sapevo, ma non avevo niente da temere.
    Avrei impiegato troppi anni a capire che i pazzi scatenati e violenti in famiglia, nella famiglia anche allargata, erano altri.
    A pochi passi di casa mia, mio fratello sputa fuori due rospi.
    1) “Ma che cos’è questa storia di zio …”, evidentemente turbato dalla telefonata del ragioniere Casoria di poche sere prima.
    Glielo spiego e concludo: “Se non pagano le quote, come si fa ad aggiustare il cancello, a pagare le bollette?”
    Mio fratello sta un poco, poi prorompe: “Ma quando mai zio … non ha pagato le sue quote!?!”.
    “Sempre”, è la risposta che mi viene in mente, ma non la pronuncio.
    Non è facile spezzare l'omertà alla quale sei abituata fin da bambina.

    2) Arrivati oramai nei pressi della casa, se ne esce: “Pittatela di giallo, di rosso, di blue, fate come vi pare!”.
    Si riferiva ai lavori di tinteggiatura della palazzina dove abitavo.
    Tinteggiatura che aveva seguito i lavori di ripristino dell’intonaco, dato che erano da vent’anni che cadevano calcinacci nel cortile. 
    I lavori di tinteggiatura avevano fatto divenire la palazzina da bianco ghiaccio ad un indefinito color ocra. 
    Non replicai nemmeno a questa osservazione e non gli spiegai che il colore lo aveva deciso l'architetto che abitava nel palazzo.

    Intanto arriva il giorno in cui mi è stata fissata la visita all’ASL.
    Mi ci recai a piedi, vista la mia paura di guidare in città ed il mio essere nemica dei parcheggi.
    E così, uscita di là, invece di salire in auto ed imboccare l’autostrada per recarmi al lavoro, passo da casa dei miei per vedere come era la situazione.
    Mi apre mia madre.
    Mio fratello e mio padre sono ancora a letto.
    Torno a casa, sto chiudendo la porta di casa mia per andare finalmente al lavoro. Squilla il mio telefonino. E’ mio padre che m'informa di avere chiamato il 118.
    “Ed io che devo fare?”, replico leggermente esasperata.
    Ma lo so cosa vuole mio padre da me: vuole che vada lì e prenda in mano la situazione.
    Ci vado naturalmente.
    Quando arrivano gli operatori sanitari vedono un giovane un po’ giù, un po’ provato e non capiscono per cosa siano stati chiamati a fare.
    Un infermiere dice: “Anche mio figlio è stato così intorno ai vent’anni: gli comprai un cagnolino!”.
    “Papà, se firmi i signori se ne vanno!”, imploro io. Ma mio padre è irremovibile. Allora rompo gli indugi e decido di far capire agli operatori com’è la situazione. Non per tema di possibili aggressività da parte di mio fratello, ma mio fratello non mangia da settimane e sta male. Allora pensavo perché avesse paura di essere avvelenato, ma molto più probabilmente, pensai anni dopo, era perché temeva che per via di qualche patologia se avesse mangiato sarebbe morto. 
    In seguito mi sarebbe capitata la stessa cosa nell’agosto del 2011.

    Versai del latte in un bicchiere, ne bevvi un sorso davanti a mio fratello e gli porsi il bicchiere. Niente mio fratello non lo prendeva.
    Gli accostai anche il bicchiere alle labbra. Mio fratello si rifiutava di bere.
    Allora gli operatori sanitari chiesero a mio fratello se acconsentiva ad essere ricoverato. Mio fratello acconsentì. L'infermiere telefonò e chise possibilmente di mandare l'auto, non l'ambulanza: "E' un ragazzo", spiegò l'infermiere.

    L’altro fratello che se ne era andato da 14 anni a lavorare ed a vivere nella capitale aveva in programma una gita in Scozia con la sua famiglia.
    Mi telefona e chiede: “Sembra brutto se partiamo?”
    Che gli dovevo dire, rischi immediati di vita non ce n'erano.
    Partirono.
    La domenica ci rechiamo mio marito, mia madre ed io in ospedale.
    Mio fratello non è lui.
    Poggio disperata la fronte sulla spalla di mio marito.
    Mio fratello mi guarda stupito come si chiedesse: “Ma chi è? Che fa questa?”

    Poi la sequenza è confusa nella mia fantasia.
    Sono il riferimento della famiglia per il reparto, ho fornito tutti i miei numeri.
    Sono in ufficio, squilla il telefono sulla mia scrivania.
    E’ il primario.
    Ascolto e mi lascio scivolare dalla sedia, rannicchiandomi sulle mie ginocchia per reggere al dolore e mantenermi tutta intera.
    Fortuitamente i miei tre colleghi compagni di stanza, il grande Gianni C., lo squisito Giuseppe M., l'opportunista ma alla fine corretto Luca DS, erano tutti fuori stanza.
    “Non c’è mai limite al peggio”, pensai.
    Nemmeno un anno prima, quando un altro primario mi aveva comunicato la loro diagnosi per mio padre avevo pensato: “Questo è il momento peggiore della mia vita”.
    Mi sbagliavo. Non c’è mai limite al peggio.

    Ed intanto torna l’altro fratello dalla gita, mi chiede il numero di telefono del reparto e comincia a subissare i medici di telefonate.
    “Non sapevano nemmeno che avesse un fratello!”, protesta con me. "E come potevano saperlo?", pensai io, "Non me lo hanno mai chiesto, non ti hanno mai visto ..."

    Poi il successivo fine settimana scende con la sua famiglia che include un bambino di quattro anni. Al bambino hanno detto che l’amato zio non c’è perché anche lui è andato in vacanza: come lui era andato in vacanza in Scozia, lo zio era andato in vacanza da qualche altra parte. 
    Ma vengono tutti e tre all’ospedale, situato a 100 km da casa nostra.
    La compagna ed il bambino si trattengono nel parchetto lì vicino.
    Siamo nel parcheggio dell’ospedale l’altro fratello ed io. E non so come esce fuori l’episodio di quando mio fratello mi aveva afferrato per i capelli ma non aveva tirato.
    “Si è controllato molto meglio di te”, preciso. Capisce subito a cosa mi riferissi e protesta: “Ma quante volte è accaduto: una volta!”. Come fosse normale che uno, anche se solo per una volta, da adulto, aggredisse la sorella perché si era assunta, lasciata sola, le sue responsabilità.
    Ci raggiunge mio marito, comincia a parlare di come è complicata la situazione di mio fratello ed aggiunge: “Oramai ho quarant’anni. Ora posso fare ancora qualcosa e già comincio a non farcela più.” A quest’ultima cacciata vedo il ghigno e lo sguardo cattivo dell’altro fratello.
    Forse è allora che ho cominciato ad avere paura.
    In realtà già l’anno prima avevo avuto paura che se mio padre non ce l’avesse fatta nell’ospedale dove lo avevo fatto trasferire, l’altro fratello mi avrebbe ammazzata. 

    Saliamo in reparto. Mio fratello chiede del nipotino. L’altro fratello gli spiega che gli hanno detto che lui era in vacanza. “Lo vogliamo far salire?”, chiede mio fratello. “E no, adesso no, poi comincia a pensare che gli abbiamo mentito …”. E’ giusto. E mio fratello ride nel guardare dalla finestra il nipotino giocare nel parchetto. E poi?
    E poi un pomeriggio di un giorno feriale sono nello studio di mio marito e squilla il mio telefonino. E’ l’altro fratello. Mi comunica una sua preoccupazione: “Ho paura che quando nostro fratello esce poi si voglia vendicare”. “
    Vendicare?”, penso io, “e se anche fosse? Vorrà vendicarsi di papà, di me. Cosa hai da temere tu che non eri nemmeno qui?”  Lo penso, ma non lo dico.

    E poi arriva il mio compleanno. 27 maggio.
    Quaranta primavere.
    Invito i miei genitori a cena per regalare loro un po’ di distrazione.
    E telefona l’altro fratello.
    Per farmi gli auguri.
    Ufficialmente per farmi gli auguri.
    Ma in realtà parla a lungo ed a me dà l’impressione che sia stato imbeccato dalla compagna.
    Il punto centrale del suo discorso è cosa fare quando mio fratello uscirà dall’ospedale e soprattutto dove andrà. 
    Ci avevo già pensato.
    Casa dei miei non era cosa.
    Tre anni prima, prima di capire che mio fratello non stava bene, e pensavo che vivesse solo una situazione di disagio (e così era, solo che il disagio era diventato già troppo pesante), avevo comunicato a mio marito che intendevo prendere un bilocale per mio fratello. Quel bel tomo mi aveva bloccato. Dovevo già capire allora che ero diventata una che si faceva condizionare dal volere di quel bel tomo.
    Ed adesso rimpiangevo la mia mancanza di polso.
    E stavo pensando di prendere un appartamentino in affitto.
    Erano tre anni che dicevo che mio fratello doveva avere i suoi spazi e vivere da solo.
    Quando la bolla speculativa fece schizzare in alto i prezzi delle case, lo avevo invitato, d'accordo con mio marito a venire a stare da noi. Aveva rifiutato. E solo allora mi accorso che stava veramente male. Inotre pochi mesi prima aveva mostrato avversione per casa nostra.
    Alla fine l’altro fratello conclude il discorso ed arriva dove voleva arrivare: “Non è che può venire da te?”.
    Una pugnalata.
    Associando quel “ho paura che si voglia vendicare” di pochi giorni prima al “non è che può venire da te?” di adesso, ebbi l’immagine che l’altro fratello non solo stava cercando di accontentare la sua compagna che non sarebbe stata disturbata, ma che magari si aspettava che una di quelle volte che le voci che mio fratello aveva dentro la sua testa avrebbero preso il sopravvento sul suo cuore, mio fratello mi avrebbe dato un bel pugno in testa e l’altro fratello si sarebbe sbarazzato in un colpo solo di due terzi incomodi.
    Fantasia.
    Immaginazione troppo viva.

    Il 28 maggio è sabato. L'estate si avvicina e vado dall'estetista.
    Mentre sono sul lettino mi viene in mente che una collega che mi aveva fatto un grande favore mi aveva invitato ad un convegno organizzato da lei. E ci teneva che io andassi ad assistere. Con tutta quella situazione mi era proprio passato di mente. Immagino la mia collega che avrebbe pensato di me: <<Un'altra che "avuta la grazia, gabbato lo santo">>. E, pensando alla situazione, faccio un gesto di disperazione portando la mano alla fronte. La ragazza che è con me mi chiede se qualcosa non va. Le rispondo raccontandole la storia del convegno.

    Il 29 maggio è domenica. E' il compleanno di mio fratello. 32 anni.
    Di pomeriggio è di turno un vecchio compagno di mio fratello con il quale giocavano a calcetto. Gli spieghiamo la situazione e consente a lasciarci scendere al bar per festeggiare. Mio fratello ad un certo punto si avvicina al bancone per prendere dei fazzoletti e notiamo che un infermiere si scosta impaurito. Mio marito ed io ridiamo di quella paura. Ridiamo. Quindi sapevamo che era ingiustificata.
    Arriva il ponte del 2 giugno. Quell'anno il 2 giugno è giovedì. E l'altro fratello con la sua famiglia scende per farsi i bagni.
    Mio marito ed io andiamo a trovare mio fratello che ci chiede cos'è questa storia che non può tornare a casa e deve andare in una casa in affitto. Ne parliamo. Intanto più in là una dottoressa discute animatamente con i parento di un altro paziente.
    A me ed a mio marito pare che la persona 'schizzata' sia lei e la cosa ci 'diverte', vista la scarsa fiducia che abbiamo, fin dai nostri vent'anni, dei medici psichiatri.
    La mattina del 3 giugno sono convocata dal responsabile del centro medico pubblico locale.
    Non ricordo come, probabilmente avevo detto ai miei genitori di quella convocazione e loro avevano spifferato tutto all'altro fratello, nella piazza adiacente il centro mi ritrovai affiancata dall'altro fratello.
    Pensai, ma non lo dissi: "Che ci fai qui? Hanno convocato me."
    Non avevo ancora imparato a non dire niente ai miei genitori?
    Meno di un anno prima mi ero trovata a pensare "Levatevi di torno: ora il capofamiglia sono io" ed avevo agito di conseguenza.
    Finita l'emergenza, non avrei dovuto cedere lo scettro del comando di nuovo a loro.
    So perché lo avevo fatto: perché dopo che avevo agito autonomamente, l'altro fratello mi aveva aggredito: bisogna decidere collegialmente. 
    Sì, mentre i dottori discutono il paziente muore.
    Avevo agito autonomamente ed il paziente non era morto.
    Ma ero stata aggredita e la fiducia in me stessa era stata minata. Di nuovo.
    Oltretutto l'altro fratello aveva, già solo con l'atteggiamento, rivendicato il suo ruolo di capofamiglia, in vece di mio padre, in quanto maschio e primogenito.

    OK, 3 giugno 2005. Arriviamo al centro medico. Il responsabile dice che i medici, parlando con mio fratello, hanno individuato in me la persona di cui mio fratello più si fida. Quando dimetteranno mio fratello, sarebbe potuto venire a stare a casa mia? Esprimo dei dubbi, so che al momento è l'unica soluzione fattibile, ma mio marito aveva cominciato a dire che gente che urlava e che dava in escandescenze lui in casa non le voleva. E questo lo dico. io ho sempre paura che mio fratello possa darmi una botta in testa quando siamo soli in casa, ma questo non lo dico. L'altro fratello interviene e  con sicumera afferma che nostro fratello può andare a casa sua, a Roma. Il responsabile mi guarda e dice: "Sembra che abbia paura, guardi invece suo fratello". Non riferisco al medico quello che penso, ossia che il fratello che ho accanto è un vanaglorioso presuntuoso e falso che non ha nessuna intenzione di portarsi il fratello a casa e che non deve credere una parola di quello che dice. Lo guardo invece fisso negli occhi e dico, storcendo il naso: "Sì, sì, ma lui sta a Roma". Sottointeso: "Lui fa tanto il magnifico, ma questo ultimo mese che sembrava che i miei ed io rischiavamo, lui era al sicuro a 300 km di distanza". Il medico rimane un po' interdetto e prova ad insistere. Io ripeto: "Sì, sì, ma lui sta a Roma". Il fratello che siede accanto comincia già a mitigare i termini: "Certo devo prima parlare con mia moglie".
    Ci lasciamo e la cosa rimane indefinita.

    Il pomeriggio l'altro fratello va con la famiglia a mare.
    Mio marito ed io andiamo da mio fratello.
    Questa volta l'incontro non si svolge nei termini calmi e cordiali del giorno prima.
    Ad un certo punto mio fratello comincia a manifestare insofferenza, anche verso di noi. Interviene la dottoressa del giorno prima, ma non con una iniezione calmante come quindici giorni prima avevano fatto i suoi colleghi.
    Lei, minuta, affronta quel marcantonio di mio fratello con la forza della sua personalità, delle sue parole e della sua logica.
    Con la forza della sua parola.
    Ci ritroviamo come due scolaretti discoli, mio fratello ed io, seduti davanti la scrivania della dottoressa. La dottoressa mi fa una domanda in riferimento a quello che ha appena detto mio fratello. Rispondo. Risposta troppa generica per la dottoressa. Mi costringe ad essere più circostanziata. "Questa può aiutare anche me", penso.
    Promette a mio fratello che quando inizierà il suo prossimo turno, a mezzanotte tra sabato e domenica, lo dimetterà. Ora non può farlo perché il suo turno è finito. Lei era rimasta solo per non lasciare al collega successivo un problema irrisolto.
    Mio fratello ci saluta e torna nella sua stanza.
    La dotoressa parla con me e mio marito.
    Ci avverte: “Se vostro fratello continua con i farmaci, ogni due anni sarà in una struttura sanitaria. Vostro fratello deve venire da voi. Si vede che siete persone a posto. Io posso continuare a seguirlo come ho fatto stasera, ma posso operare solo qui.  Dovrete portarmelo qui”.
    Le pongo solo il problema che noi stiamo fuori casa tutto il giorno.
    Non le spiego che non consideravo ‘sano’ per mio fratello essere lasciato in balia di quei viscidi dei nostri parenti e miei vicini ai quali mio fratello voleva bene e non sapeva fino a che punto fossero infidi.
    Anch’io volevo loro bene, ma sapevo che erano persone false di cui non fidarsi. 
    E non sapevo ancora fino a che punto.
    “Ci penso”, disse la dottoressa. E ci lasciammo.
    In auto pensavo che il giorno dopo, sabato, sarei andata a prendere dei mobili subito disponibili per arredare la camera per mio fratello.
    Ed anche pensavo all'alternativa di farlo invece alloggiare per un mese al residence che non era distante da casa mia, in attesa di trovare qualcosa in affitto.
    Ero immersa in queste riflessioni quando mi accorgo che mio marito non si sta dirigendo a casa nostra.
     - “Dove stai andando?”
    - “Andiamo a dare la bella notizia ai tuoi”.
     - “No”, replico, “si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci”. 
    E pensavo non solo a mio padre, in quel momento incapace per la sua indole peggiorata dall'età e per la sua malattia, a mia madre che l'anno prima avevo dovuto escludere dalla gestione dell'emergenza per mio padre, ma soprattutto all'altro fratello.  Mio marito, che l'anno prima era stato determinante nel mettermi in condizione di agire e salvare mio padre, replica in maniera categorica: “I genitori devono sapere”. 
    Ed io non replico. Anche se so cosa succederà, non replico.
    So che quel presuntuoso dell'altro fratello si sarebbe messo in mezzo, facendoci saltare i piani.
    Non replico.
    Non dò un pugno in pancia a mio marito e non gli ordino urlando di voltare l'auto e di tornare immediatamente a casa.

    L'anno precedente mio marito aveva poi relazionato che io mi ero messa a fare la pazza fino a quando mio padre non aveva acconsentito a farsi trasferire di ospedale.
    Devo sempre mettermi a fare la pazza per salvare i miei familiari? 
    Sì, dovevi metterti un’altra volta a fare la pazza. 
    Ma hai capito solo tredici anni dopo che non sarebbe bastato.
    Perché solo tredici anni dopo quel bel tomo, quando oramai era troppo tardi, si sarebbe lasciato sfuggire di essere andato a spifferare tutto ai tuoi perché non voleva tuo fratello in casa: "Non avevo mica la patria potestà".
    "E che dovevo pensare a mio cognato?", avrebbe anche ribadito.
    Lui che aveva passato insiema a te le nottate appresso a tuo fratello.
    Anche in seguito sempre presente, o quasi avresti riflettuto poi.
    Sì, sempre presente, ma nelle emergenze. Non per un'azione organca, continua.

    Non sarebbe bastato.
    Avresti dovuto mandare via quel tomo che si era presentato come salvatore della patria. E non lo avevi capito.

    Dovevi metterti a fare la pazza.
    Sarebbe bastato? Forse no.
    Ma era la cosa giusta da fare. 
    E si deve sempre scegliere la cosa giusta da fare.

    Il delitto fu a Granada.

    Seconda stella a destra. E’ una favola. E’ solo fantasia.

    24 febbraio alle ore 18:08

  • 20 giugno alle ore 9:50
    SUOR CANDIDA

    Come comincia: Vi siete mai domandati con quale criterio le ragazze che vogliono prendere il velo scelgono il loro nome da monaca? Non ve ne frega nulla?  Ve lo spiego io: le interessate seguono la loro natura unendo anche la ammirazione verso un determinato personaggio religioso. Viola, ventenne, aveva deciso di farsi monaca per un motivo grave, la morte per tumore del suo adorato padre conduttore di un fondo agricolo a  Frattocchie vicino Roma, la madre da sola non era in grado di sopportare  le fatiche di quel pesante lavoro ed era andata ad aiutare la sorella Enza contadina  anche lei e così Viola, molto timida di natura aveva abbandonato gli studi per rifugiarsi in un convento ed indossare gli abiti monacali per non affrontare le difficoltà della vita. In passato c’era stato Manlio, il figlio del padrone del fondo che le aveva fatto una corte assillante, lei era ancora troppo giovane e non l’apprezzò, il ragazzo malvolentieri non si fece più vivo ma Viola le era rimasta nel cuore. Nel primo anno di convento nessun problema, la vita monastica era rilassante anche se piena di sacrifici, per lei, neofita, erano destinati i lavori più pesanti ma li sopportava pensando a quelli ben più faticosi cui sarebbe andata incontro nel fare la contadina. Al suono del mattutino, alle quattro di mattina, un giorno provò un dolore acuto al ventre, quasi non riusciva a camminare, chiamò suor Benedetta la sostituta di suor Assunta madre superiora e le espose la situazione. In quel periodo la Badessa aveva altri problemi riguardanti l’interno della Chiesa Cattolica, lei faceva parte dell’ala tradizionalista che il Papa stava contestando anche per ‘cacciar fuori’ pedofili e omosessuali religiosi che in tutto il mondo stavano minando la fede dei credenti. Questi ‘classicisti’ venivano accusati dai progressisti di immobilismo eccessivo, venivano coinvolti anche personaggi di alto rango come un cardinale ed il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, insomma questi alti prelati rifiutavano di metter in atto le teorie di Bergoglio perché consideravano le disposizioni papali contrari alla dottrina ed alla tradizione. Con questi pensieri in testa suor Assunta ritenne il problema di suor Candida assolutamente  secondario, invitò suor Benedetta di prendere contatti con una ginecologa dell’Ospedale S.Giovanni per esporle la situazione. La dottoressa Palma, quel giorno era di servizio al reparto di ginecologia,  prese sul serio la segnalazione e consigliò la suora di portare l’interessata in ospedale per gli esami del caso. Alla notizia del ricovero in nosocomio suor Candida si rifiutò decisamente di ubbidire, si vergognava profondamente di mostrare le sue ‘cose’ intime ad una estranea anche se donna. La madre superiora sempre arrabbiata per fatti personali con voce alterata le ordinò di ubbidire senza fare storie. Suor Candida con l’utilitaria del convento guidata da suor Benedetta giunse al reparto ginecologia dell’ospedale dove la dottoressa Palma l’aspettava col sorriso sulle labbra. “Sorella stia tranquilla, da quello che mi ha detto la sua collega può trattarsi di questione senza grandi conseguenze, in ogni caso dobbiamo eseguire delle analisi, alloggerà in una camera singola. Sparita suor Benedetta Viola si trovò sola, per passare il tempo accese la televisione ma male gliene incolse: un suo predecessore in quella camera quando aveva spento l’apparecchio si stava vedendo un film porno. Lì per lì Viola non capì bene di che cosa si trattasse, quando inquadrò la situazione cercò in tutti i modi di spegnere quell’infernale apparecchio che intanto seguitava ad inviare immagini lubriche, la giovane intanto aveva preso conoscenza di cosa fosse un membro maschile in erezione e provò un senso di paura, come facevano le donne ad infilarselo dentro la…”Mia cara domattina le faremo un prelievo di sangue e delle analisi strumentali come la ecografia transvaginale, non è dolorosa, solo un po’ fastidiosa.” “Che vuol dire che mi infilerete uno strumento dentro…” “Saremo presenti io e l’anestesista per evitare di farle provare alcun dolore, si tratta di pochi minuti poi avremo la diagnosi.” “Io non intendo che un uomo veda le mia parti intime!” “Parliamo chiaro suor Candida, potrebbe trattarsi anche di un tumore, volente o nolente quella è la procedura.” “Allora voglio essere addormentata tutta, mi coprirò il viso all’arrivo del dottore.” Il caso volle che anestesista di servizio fosse un amico ‘intimo’ di Palma tale Corrado un  simpaticone, alto e sempre di buon umore. Al bussare nella porta d’ingresso, Viola come promesso alzò il lenzuolo e coprì il viso, ormai si era convinta a far vedere, per motivi medici il suo ‘fiorellino’ e dintorni. Un’iniezione al braccio la inviò nel mondo dei sogni, le parti intime apparvero alla vista dei due medici e Corrado: “Cacchio questa sul pube ha una foresta vergine, mai visti  tanti peli,  le arrivano  all’ombelico, quasi quasi le faccio una foto col telefonino, non fare quella faccia, si vedrà solo  una parte, non sarà riconoscibile la monaca.” Mentre Palma preparava l’attrezzatura per l’esame: “Guarda un po’ che clitoride grande che ha, poi con i capelli corti…” Corrado d’impulso prese in bocca il clitoride della suora che, dopo un po’ di tempo si esibì in un orgasmo non previsto. I due dottori rimasero basiti, non era mai accaduto che un persona in anestesia provasse un orgasmo. “Sei un talent scout, il tuo nome sarà trascritto nei libri di medicina, il primo orgasmo sotto anestesia!” “Mi raccomando alla tua discrezione, immagina se la notizia fosse divulgata, finirei sui giornali di gossip e mi cancellerebbero dall’ordine dei medici!” “Il mio silenzio vale un regalo dal  gioielliere Bulgari!” “Ricattatrice, in compenso mi concederai quello che sinora…” “Lascia perdere, fai rinvenire stà disgraziata, per sua fortuna non ha niente di grave, guarda ha cambiato anche l’espressione del volto, sembra un’altra, è diventata pure più bella.” “A te non fa lo stesso effetto!” “Seguita a sparare spiritosaggini e vedi come ti finisce.” “Suor Candida tutto bene, le darò da ingerire delle pillole per curare il suo ovaio policistico, di solito le assumono le signore per non avere figli, per lei sono una cura.” Tutto sembrava cambiato nella mente per Viola, non aveva più alcun problema nel farsi vedere nuda, si sentiva diversa. “Dottore non riesco a capire questa mia trasformazione, che sia stata l’anestesia?” “Domandiamo alla dottoressa, è lei l’esperta.” ‘Brutto figlio di puttana (pensiero di  Palma). “Vede suor Candida, talvolta l’anestesia produce degli effetti imprevisti, nel suo caso positivi.” Viola si sentiva come da studentessa, non pensava più alla religione anzi dopo aver mangiato tutto il pranzo con gusto, chiuse la porta a chiave e riaccese la TV, trovò lo spettacolo eccitante, anche la sua ‘patatina’si faceva sentire come mai era successo in passato, provò a toccarsi ed ebbe un orgasmo piacevolmente prolungato. Venne il giorno della dimissione dall’ospedale, suor Benedetta, avvisata per telefono si presentò puntuale in auto per ricondurre ‘la pecora nell’ovile’. Anche lei si accorse del cambiamento totale della consorella, non ci fece caso, aveva ben altri problemi per la testa. Da quel momento però la situazione cambiò nel convento: al suonar della campanella del mattutino suor Candida non volle alzarsi, “Sono in convalescenza ordinata dai medici!” In mattinata: “Suor Benedetta non ritengo giusto addossar a me tutti i lavori più pesanti come lavare i pavimenti ed i piatti in cucina, mettere in ordine la cappella ed il giardino, diamoci da fare un po’ tutte!” “Lei è una novizia, è prescritto dalle regole del convento, non faccia storie.” “Voglio conferire con la madre superiora.” Avvisata della situazione la badessa, per evitare problemi invitò in ufficio suor Candida che più candida non si stava dimostrando. “Da quando è ritornata dall’ospedale non la riconosco più, sembra che il diavolo si sia impossessato della sua anima!” “Il diavolo non centra per nulla, sono stanca di lavorare e vedere delle colleghe in panciolle!” “Lo sa che questo suo atteggiamento la può portare alla dismissione della qualità di suora e farle togliere l’abito?” “Allora le dico che fra le sorelle circola la voce di una sua amicizia particolare con suor Benedetta… stando in ospedale ho visto in TV un servizio in cui due suore Federica ed Isabel che, toltesi l’abito si sono sposate fra di loro e sono andate a vivere in Africa, la vita di clausura per i nostri tempi è diventata un non senso, sono apprezzabili preti e monache che si sacrificano aiutando i poveri ed i malati  non a passare la vita pregando, una incongruenza, una assurdità, una sciocchezza  in  contrasto con i santi principi della chiesa. Gesù ha condannato l’ipocrisia non l’omosessualità. Ho finalmente capito che castità, povertà ed obbedienza sono contro natura, il Papa stesso ha detto ‘Chi sono io per giudicare!’  Dentro di me c’è tanta voglia di vivere e non essere seppellita fra quattro mura in compagnia di altre suore che, in attesa di una vita migliore sprecano quella terrena, forse anche lei dentro di sé …, il Padreterno ha tante spose, se ne sparisce una non se ne accorgerà nemmeno, ad ogni modo non intendo più restare in convento, la prego di darmi un elenco telefonico, voglio contattare un mio zio che verrà a trarmi fuori da quest’inferno!” La superiore era basita, non aveva argomenti validi da contrapporre e poi quella minaccia di rendere pubblici i suoi rapporti con suor Benedetta… passò l’agenda telefonica a suor Candida che rintracciò casa del vecchio datore di lavoro di suo padre: “Signor Francesco sono Viola, mio padre, purtroppo deceduto era il contadino che a Frattocchie coltivava un suo terreno, le chiedo un favore, venga a prendermi nel convento di suore vicino a S.Giovanni, vorrei parlare con suo figlio Manlio…” “Viola sto piangendo, non ti ho mai dimenticato, eri troppo giovane quando ci siamo incontrati, ora penso tutto potrà cambiare, verremo il prima possibile.” “Grazie Manlio pensa a  portarmi del vestiario, non mi va ancora di andare in giro  vestita da monaca.” Il pomeriggio padre e figlio posteggiarono la loro Golf dinanzi al convento, andarono in parlatorio dove li aspettava Viola, le diedero il vestiario che avevano portato con loro, uscirono dalla sala quando la ragazza iniziò a cambiarsi. Al “Venite pure” di Viola l’abbracciarono calorosamente e, senza salutare nessuno uscirono all’aperto. Ultima ‘chicca’: Manlio aveva acquistato degli abiti non proprio castigati: una minigonna a fiori ed una camicetta rosa molto scollata in cui sobbalzavano due tettine ‘impertinenti’, il giovane aveva dimenticato di acquistate anche un reggiseno!
     

  • 20 giugno alle ore 9:47
    ADOLESCENTE IN AMORE

    Come comincia: Adriana, undicenne, era l’orgoglio di mamma Sonia; poche giovani erano come lei: era assennata, attenta a scuola, obbediente. La mancanza di un padre, sparito dalla circolazione con una ragazza più giovane di lui sembrava non aver mutato l’equilibrio psichico della ragazza. Adriana fisicamente era ancora una bambina: nemmeno un filo di tette, pube privo di peli come pure le ascelle, solo il sedere era un po’ più prosperoso, come si dice a mandolino. La baby dimostrava meno anni della sua età ma in fondo non era un problema, ancora giocava con le bambole. Iscritta alla prima classe della scuola media Barberini vicino a casa sua situata in via Carlo Felice a Roma, veniva accompagnata a scuola dalla mamma, ma Adriana, ormai sicura di sé preferì recarsi all’istituto scolastico da sola, alcuni compagni le facevano compagnia. La sua vita e quella della mamma scorreva senza sussulti, il padre Federico non lesinava denaro ogni mese, era  ricco e risultava ancora  regolarmente sposato. Non poteva sollevare uno scandalo, era impiegato al Vaticano, avrebbe avuto guai nel caso fosse venuta fuori la sua storia con la giovane Karima, fra l’altro lei, bellezza notevole, era musulmana. Il primo impatto col sesso Adriana l’aveva avuto nella toilette della scuola, un suo compagno le aveva mostrato un pisello piccolo e Sonia si era messa a ridere, pensava che i maschietti l’avessero di ben altre dimensioni. Gli avvenimenti della vita: in un appartamento accanto al suo, era giunto un professore di matematica che insegnava in un istituto fuori Roma, Alessio, questo il suo nome era rimasto di recente vedovo, senza figli aveva preferito allontanarsi dalla natia Bologna dove insegnava in un istituto tecnico, era un uomo  colto e fisicamente piacevole. L’unico suo problema era la solitudine anche materiale, non era abituato alla normali faccende di casa ed andava in giro un po’ trasandato. Sonia attratta dal nuovo venuto, si mise a sua disposizione per quanto riguardava la spesa ed i pasti, per la pulizia di casa e per il bucato provvedeva la portinaia Vittoria. Anch’essa vedova, aveva messo gli occhi sul nuovo giunto ma senza risultati, Alessio era ancora frastornato dalla recente disgrazia e poi Vittoria non era al suo livello. L’unica materia in cui Adriana ‘zoppicava’ era la matematica, il professore per ricambiare la cortesia della madre si offrì di darle lezioni private a casa sua. Qualcosa scattò nella mente di Adriana: si accorse di guardare Alessio non con occhi di bambina (poteva essere suo padre) ma di donna, di colpo si sentì molto più grande della sua età e pensò di essersi innamorata, avrebbe voluto baciare in bocca il professore e toccargli il pisello o meglio il membro che sicuramente era molto più grande di quello del suo compagno di scuola. Un pomeriggio durante una lezione di ripetizione provò per la prima volta un desiderio sessuale, quello di essere baciata in bocca e nelle parti intime come aveva letto in alcuni romanzi, confessò al professore di provare un dolore (inventato) alla pancia e chiese di essere massaggiata. Alessio, anche se perplesso la accontentò ma poi rimase basito quando Adriana prese la sua mano e la portò sul fiorellino, situazione problematica, Adriana per la prima volta in vita sua provò un orgasmo, mise una mano fra le gambe di Alessio, anche lui rimase sorpreso di provare piacere, si trovò il membro in mano alla ragazza che poi lo prese in bocca con la logica conseguenza di dover ingoiare dello sperma, sessualmente era diventata di colpo una donna. Adriana ritornò a casa più allegra del solito, la madre non ci fece caso, sua figlia poteva aver cominciato ad avere ormoni in circolo e quindi questo giustificava il suo comportamento. Il fatto creò problemi psicologici ad Alessio, mai avuto rapporti con una bambina che forse non aveva nemmeno le mestruazioni. Non aveva giustificazioni per evitare che Adriana venisse a casa sua, la ragazza un pomeriggio: “Caro io ho preso in bocca il tuo coso, che ne dici di ricambiare e baciarmi il fiorellino, mi sono innamorata di te.” “Adriana torniamo con i piedi per terra, quello che è successo deve essere un episodio che non deve ripetersi, il perché lo puoi capire anche tu, fai la brava!” “Non ho alcuna intenzione di mollarti, non ci saranno problemi se tu mi accontenti, altrimenti…Quell’altrimenti mise sul che va la il professore, capì a cosa poteva andare incontro se Adriana  avesse divulgato quello che era successo, già si vedeva sulle pagine dei giornali: il mostro e la ragazzina, avrebbe sicuramente fatto visita al carcere di Regina Coeli, prudenza gli consigliò di seguitare ad accontentare i desiderata di Adriana che sembrava, malgrado la giovanissima età avere idee chiare in fatto di sesso. La furbacchiona pensò di mettere la madre con le spalle al muro nel senso di non intralciarla nei suoi desiderata col professore. Una mattina, invece di andare a scuola rientrò in casa e trovò mammina a letto con un amico intimo: “Mamma scusa, avevo dimenticato i libri, buon divertimento!” Anche mammina era sistemata e così la baby ebbe via libera per suoi progetti. Andò in una farmacia di via Cavour, al suo turno presentò un foglio  di carta da lettere con scritto: ‘Vasellina fl.’. Un vecchio farmacista era perplesso, una giovanissima che ci doveva farci con la vasellina ed espresse i suoi dubbio ad Adriana. “Dottore non so di cosa si tratti, il foglio me l’ha dato mia madre, fra l’altro non so cosa significhi fl.” Benché dubbioso il farmacista le consegnò la vasellina che Adriana con indifferenza mise nella borsa. Sonia ed Alessio parlarono della situazione che si era venuta a creare, cuore di mamma era fra lo stupore e la paura di uno scandalo, decisero che era meglio per tutti lasciar fare ad Adriana, o prima o poi si sarebbe stancata e così la ragazza ebbe campo libero. Un pomeriggio di sabato: “Amore mio oggi per me è il gran giorno, sarò tua come si dice nei romanzi, contento? Non mi sembri proprio convinto ma ormai ho deciso, non mi trattare da ragazzina provo un sentimento profondo nei tuoi confronti. Ti prego mettiti a letto supino, al resto penserò io, prima vai in bagno a lavarti ‘ciccio’ io sono già pulita e profumata, per l’ultima volta ho guardato con lo specchio il mio fiorellino che presto diventerà un fiorellone da donna grande, ti prego di essere delicato, per me sarà  un’esperienza che ricorderò per tutta la vita.” Alessio seguì le istruzioni ma ‘ciccio’ stavolta non ne voleva sapere di alzare la testa e così Adriana: “Non avere rimorsi di coscienza, sono io che ho predisposto tutto, non ti tradirei mai, anche mia madre ha capito…” Ad Alessio venne in mente la teoria che il destino è al di sopra degli dei, si arrese. Adriana si mise a cavalcioni sul corpo del professore, prese in mano il suo ‘ciccio’ e molto lentamente cominciò a farlo entrare nel suo buchino voglioso,  era lei che teneva in mano il ‘coso’ che pian piano ‘guadagnava terreno, dopo circa un quarto d’ora il finale, ‘ciccio’ aveva schizzato il suo sperma sulla testa del piccolo utero della neo sposa con gran goduria di ambedue, Adriana non aveva emesso nemmeno un lamento durante la ‘manovra’, si era dimostrata una dura, si rinchiuse in bagno, il non più fiorellino era insanguinato, con l’acqua fresca lo tamponò. Quella sera Sonia invitò a cena il suo amante Giulio, un ragazzone basso e palestrato insieme ad Adriana ed Alessio che dimostravano un’allegria insolita, la mamma capì quello che era accaduto ed abbracciò commossa la figlia, al professore una stretta di mano, era diventato suo genero! Un pomeriggio altra novità: “Caro ho pensato di donarti la parte migliore di me, che ne dici?” “Dipende, conoscendoti posso pensare solo…” “Hai pensato bene, come finale voglio farti suonare il mio mandolino, conosci la musica? Se non rispondi vuol dire che non hai capito o che non sei d’accordo.” Dopo il passaggio in bagno: “Vorrei che prima di…tu mi baciassi in tutto il corpo, vorrei avere degli orgasmi e poi sarò tua di spalle con la solita vasellina.” E così fu, Adriana accontentò il mandolino a lungo, nel frattempo si masturbò, provò il famoso doppio gusto, poi stanca e rilassata si abbandonò a gambe e braccia larghe sul lettone. Era l’ora di cena, mamma Sonia si fece sentire per telefono e i due amanti poterono ancora una volta gustare le delizie culinarie di una ‘suocera’ in fondo contenta di come si era messa la situazione sua e di sua figlia. Non aveva però fatto i conti col carattere irrequieto di sua Adriana. “Con questa coppa di spumante brindo alla esperienza favolosa che ho avuto col Alessio che resterà sempre nel mio cuore ma ora intendo  riprendermi la mia vita di giovin signorina o meglio signora con miei coetanei, di nuovo cin cin. e good luck a noi tutti.” Adriana era sparita dalla circolazione lasciando Sonia ed Alessio di sasso, questa proprio non se l’aspettavano anche se conoscendo la natura della ragazza…Dopo due giorni Alessio lasciò l’abitazione, destinazione sconosciuta, aveva chiesto ed ottenuto il trasferimento ad altra sede. La favola breve era finita…
     

  • Come comincia: Il diavolo.
    Quando ho conosciuto il diavolo?
    Non ricordo se prima dei cinque anni, ma dopo i cinque anni sicuramente sì.
    Almeno tutte le volte che le angherie e le prepotenze che subivo mi hanno fatto reagire con o solo sentire risentimento ed odio.

    Un altro incontro è stato nell'orgoglio.
    Subdolo, insinuante l'orgoglio. O la vanità.
    In prima media l'orgoglio si era sicuramente già insinuato in me.
    L'orgoglio per quella "grande famiglia", con quel patriarca che non avevo mai conosciuto. 
    L'avevo appena lasciata quella "grande famiglia". Magari con rimpianto. Da un anno non vivevo più vicino a loro.
    Probabilmente solo pochi anni dopo cominciai a capire che era un bene per me non averla vicino quella "grande famiglia".
    Almeno una parte di loro.
    Ma, troppo generosamente, troppo ingenuamente, non l'ho mai completamente esclusa dalla mia vita. 
    Fino a pochi anni fa.
    Tardi. Troppo tardi.

    In prima media, nelle ore "buca", facevamo la seduta spiritica ed una volta si presentò uno che diceva di essere mio nonno. Gli feci domande relative al suo 'patriarcato' e le risposte sembravano non corrispondere a quella che noi umani consideriamo la realtà burocratica.
    Non so se fu quella volta, ma probabilmente un'altra, che 'lo spirito' di turno iniziò a dare risposte sospette e, messe in allarme, chiedemmo: "Chi sei?". La risposta fu: "Il diavolo". 
    Cacciammo un urlo e levammo il nostro dito dal bicchiere, moneta o quello che era, facendo un balzo all'indietro.
    Mi sa che di sedute spiritiche non ne facemmo più.

    In seguito sicuramente ho incontrato il diavolo in tutti gli scatti d'ira, in tutte le perdite di pazienza, etc, in tutti i momenti di disperazione. 
    Disperazione che mi assalì a diciotto anni.
    Ma mi venne in mente Silvio.
    Un amico coetaneo nato con quello che noi chiameremmo un handicap. E che non si era mai lasciato scoraggiare.
    Ed andai avanti.

    Tre, quattro anni dopo stavo per lasciare questi momenti di dubbio alle spalle ed il diavolo si presenta di nuovo.
    Stavo forse per re-imboccare la strada giusta, o almeno una accettabile. 
    Non poteva certo lasciarmi andare.

    Si presenta con la tentazione di una serata diversa, di un concerto di musica classica diretto da un grande direttore d'orchestra.
    Si presenta con l'inganno di essere di sostegno a qualcuno.

    E poi si ripresenta come persona che cerca accoglienza.
    La cortesia, l'apertura, l'abitudine all'accoglienza della mia famiglia (quella stretta, non quella allargata di zii e cugini lato paterno) ci gioca un bruttissimo scherzo.

    Morire di gentilezza.

    Già allora notai un suo particolare fisico 'brutto', ma mica volevo fare quella che giudica dall'aspetto fisico, vero?

    Poi silenzio. E si ripresenta due/tre mesi dopo.
    E svela le sue carte. Le sue carte di intenzioni oneste intendiamo. Mica mi dice: guarda, io sono il diavolo.
    Anzi. Si presenta come una persona di cui non conoscevo l'esistenza. Con i miei stessi valori, interessi, gusti ed una marcia in più (o in meno?) rispetto agli altri.
    Quella marcia in più (o in meno?) che faceva cadere il motivo principale per il quale a diciott'anni avevo deciso che sarebbe stato meglio che io fossi rimasta single.

    Eppure mi confessa (quale altra prova della sua onestà?) un'altra sua particolarità fisica che, unita al particolare che avevo notato autonomamente quell'estate, mi fa balenare nella mente il sospetto: "Ma fosse il diavolo travestito da angelo?".

    Il 1964.
    Un'altra caratteristica che mi mise in allarme era che il tizio risultava essere nato nel 1964.
    E cosa c'è di allarmante nell'essere nati nel 1964?
    C'è che io sono nata nel 1965.
    Ed allora?
    Nel calendario cinese il 1964 è l'anno del Drago, il 1965 l'anno del Serpente.
    E Drago e Serpente sono nemici, come mi aveva da poco informato la biografia di una donna cinese, costretta tredicenne ad un matrimonio combinato, quindici giorni prima che nella Cina di Mao i matrimoni combinati dai genitori venissero messi fuori legge.
    La donna ebbe un primo figlio nato nel 1964. 
    Tutti i segni e gli auspici indicavano che il figlio avrebbe avuto una buona vita e sarebbe stato una grande persona.
    Poi la donna si trovò di nuovo ad aspettare un bambino e calcolò che sarebbe nato nel 1965, anno del Serpente, e considerando che il Serpente avrebbe potuto ostacolare il Drago, fece una cosa brutta. Prese delle erbe per non farlo nascere.
    La cosa mi colpì perché mio fratello maggiore, nato nel 1964, aveva cominciato a comportarsi come se fossi una sua nemica. 
    Sempre scorbutico, sempre ad attaccarmi, sempre a denigrarmi.
    Sempre con un atteggiamento come se la mia sola esistenza gli desse fastidio.

    E cpsì il tizio che si era presentato era del 1964 e pensai: "Sto aggiungendo un altro nemico?".

    Comunione e Liberazione.
    Inoltre il tizio aveva militato in Comunione e Liberazione.
    Sì, ora l'aveva lasciata. Però c'era stato.
    Ed a me Comunione e Liberazione mi stava qui ('ngann).
    Avevo conosciuto Comunione e Liberazione a 16/17 anni, in quarta liceo. Avevo partecipato ad un loro incontro perché mi era venuta la velleità di candidarmi come rappresentante d'istituto.
    Non potendo, per motivi ideologici, candidarmi nella lista di Destra o di Sinistra, optai per quella di 'Centro'. 
    Per scoprire che era pilotata da Comunione e Liberazione.
    E partecipai ad una loro riunione.
    L'impressione che ebbi da quell'incontro fu completamente negativa.
    Mi trattenni, verso la fine dell'incontro, dall'alzare la mano e chiedere la parola per dire: "Scusate, a me pare che Gesù abbia detto: <<Io sono la Via, la Verità e la Vita>>, non <<Comunione e Liberazione è la Via, la Verità e la Vita>>.
    Mi trattenni perché non volevo essere linciata.
    Comunque abbandonai ogni velleità di essere eletta rappresentante d'istituto.

    Un altro tizio che è stato determinante, in senso negativo, nella mia vita anche appartiene a Comunione e Liberazione.

    Nell'aprile 1999 al lavoro facciamo una bella riunione di Dipartimento ed il nostro capo ci comunica che passerà a guidare un altro Dipartimento e ci presenta il nostro nuovo capo.
    Avevo molte riserve sul nuovo capo, ma tanto è e se le cose non sono andate poi nel migliore dei modi sono quasi vent'anni che me ne dò la responsabilità. 
    E potrei pure smetterla. Ed avrei potuto smetterla subito. 
    Il mio "vecchio" capo mi rivolle con sé nel suo nuovo dipartimento e mi trattò abbastanza bene.
    Ed in seguito ho avuto altri capi che, addirittura nel periodo della mia malattia, mi hanno gratificata elogiando anche pubblicamente il mio contributo.
    Non sempre si possono avere i capi che preferiamo e, se conoscevo i suoi limiti, avrei dovuto prendere atto dei miei ed agire con maggiore oculatezza. Probabilmente non sarei riuscita ad evitare i danni causati dai suoi limiti, ma ad ogni modo avrei dovuto andare oltre e superare quel danno che, in fondo, non era la fine del mondo. 
    Solo che per me il lavoro era tutto. Errore. La delusione fu tale e quale fossi stata tradita dal fidanzato.
    Poi, non ti fidi più.
    Il capo che mi fece perdere la pazienza era di Comunione e Liberazione ed anche lui nato nel 1964.
    Coincidenze.
    Però dopo quell'evento del gennaio 2000, cominciai a riflettere: "Ecco perché quando ci incrociammo in quel lungo corridoio che costituiva l'ingresso all'edificio sin dal terremoto dell'80, io studente di ingegneria del secondo anno, lui studente di informatica del secondo anno, provai un brivido di disagio e repulsione!"
    Eppure era un bel ragazzo. Nonostante ciò, la sensazione con lui, fin da quando ero entrata in azienda, lui già capo del Dipartimento di I&T, era sempre di disagio.

    Eppure anche qui entra in gioco l'altro tizio del 1964. 
    Quante volte ho pensato: "Se avessi avuto accanto XY invece di lui, avrei reagito meglio".

    A quell'evento del gennaio 2000, deciso dal mio capo, ho associato la "profezia" che ebbi nell'ottobre 1983.
    Stavo giocando il set che concludeva l'allenamento di pallavolo, quando mi assalì un'angoscia tale che dovetti abbandonare il campo e rifugiarmi negli spogliatoi, dove mi sedetti su una panchina, le mani sulle ginocchia, a respirare profondamente per riprendermi.
    Ero stata assalita dall'idea che, se avessi fatto Ingegneria Elettronica, dopo i 35 anni non mi sarei trovata bene.
    Proprio così. Precisamente. 35 anni.
    E nel 2000 avrei compiuto 35 anni. Bene o male ci siamo.
    Sono sempre stata convinta che quell'avvertimento fosse venuto da Dio, più precisamente dallo Spirito (dopo aver letto il libro di Pippo Franco "La morte non esiste").

    Invece, quando avevo sedici anni, quindi doveva essere l'estate del 1981, una ragazza che leggeva la mano quando vide la mia fece una facciaccia e, senza alzare gli occhi, disse: <<Ti sposerai molto tardi e sarai molto felice>>. Nient'altro.
    Con tutte le altre ragazze del gruppo estivo di Paestum volto disteso, le aveva guardate in faccia e si era dilungata a dire tante belle cose.
    All'epoca io già non avevo molta propensione per il matrimonio, però pensai: "Chi sa quali disgrazie avrà visto questa".

    Contraggo matrimonio "per scadenza dei termini" a 36 anni, quasi 37, con il tizio che mi aveva fatto balenare in mente l'inquietante idea: "Ma sarà il diavolo travestito da angelo?", del 1964, ex-ciellino e presentatosi davanti la porta di casa dei miei quale compagno della facoltà di Ingegneria Elettronica.

  • Come comincia: Ieri sera, come tutti i venerdì del corrente anno, feste strane e bagordi d'ogni tipo all'UFO, noto club psichedelico dell'East-side londinese, in Tottenham Court Road, al civico 86, in cui si esibiscono da qualche tempo vari gruppi della scena musicale underground tra cui Pink Floyd, Soft Machine, Crazy World of Arthur Brown, Tomorrow ed altri meno noti. E fin qui nulla di nuovo. La notizia, grave e ridicola allo stesso tempo, è questa: arrestato il ministro degli Interni Arthur Coombs-Newton, trovato in possesso di ben trenta grammi di pura canapa indiana, di quella buona (a detta di molti presenti ed esperti dell'argomento!).
     - Si vedeva ad occhio ch'era buona, anzi, di quella super - ha dichiarato Jane Luxbury, diciannovenne presente alle feste ed alla musica della serata!
     L'altra notizia, forse ancor più stra...curiosa della prima (meglio sarebbe dire che si tratta di una notizia nella notizia, l'una, cioè, più clamorosa dell'altra!) è che il caro nostro ministro teneva ben nascosta la "roba" nell'elastico interno che reggeva le sue calze da...donna: sic!
     - Il ministro, - ha raccontato alla stampa il portavoce della polizia, John Newcombe, nella successiva conferenza stampa, - indossava biancheria intima femminile di chiara provenienza parigina. -
     Il tutto è stato appurato nel corso dell'ispezione, effettuata alla presenza dell'avvocato Brixton James, del foro di Chelsea, nella sala interrogatori del IV° commissariato.
     Notizia nella notizia, come scritto: curiosa, scandalosa e drammatica al contempo!
     Voglio concludere il mio pezzo in questo modo: ahi! ahi! caro ministro; certe cose non sono per membri rispettabili del governo, queste cose è meglio lasciarle fare a quelli  che sono abituati a farle, a gente come Arnold Layne. Queste cose, semmai, si fanno soltanto sulla parte "oscura" della luna!
    (Notizia - immaginaria - elaborata da una notizia - vera - apparsa il 28 gennaio 1967 sulla fanzine underground International Times).

                                                = Note musicali a margine =
     Il 15 ottobre del 1966 "International Times", il primo giornale underground europeo, venne lanciato con un grosso party musicale alla Roundhouse di Londra. I Pink Floyd suonarono davanti a duemila persone proiettando speciali diapositive su di loro e sul pubblico.
    Nel gennaio del 1967 Joe Boyd, direttore musicale dell'UFO, produsse il primo 45 giri dei Pink Floyd, "Arnold Layne", un pezzo di Syd Barrett: parla di un travestito e pervertito che ruba biancheria femminile nelle lavanderie a gettone. Le principali radio pirata dell'epoca, Radio London e Radio Caroline, si rifiutarono di passare il brano: ufficialmente per eccesso di prudenza, da parte di due emittenti ch'erano pur sempre fuorilegge, ma secondo alcuni a causa del rifiuto dei discografici a pagare adeguata "mazzetta"!
     Infine, da notare ancora, che sempre alla Roundhouse si tenne, nel dicembre dello stesso anno, un festival della poesia, in cui si esibì, tra gli altri, il poeta newyorchese Allen Ginsberg. 

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

  • 12 giugno alle ore 16:10
    GLI ETERODOSSI

    Come comincia: Saul di mattina presto sostava su una banchina esterna del porto di Ancona, il vento fortissimo aveva ingrossato  le onde sino a forza sette, una vera burrasca. La sera prima, anche con bollettino meteo marino non favorevole Matteo e Maddalena, suoi genitori, si erano imbarcati sul loro natante a vela per un giro di pesca, la mattina dopo ancora non erano tornati a riva. Un ufficiale della locale Capitaneria di Porto a cui Saul si era rivolto aveva alzato le braccia, nessun loro mezzo era autorizzato a prendere il mare alla ricerca del natante disperso, troppo pericoloso. Saul infreddolito  fece rientro a casa, tramite cellulare cercò ancora una volta di mettersi in contatto, senza esito, con i genitori.  Infagottato con una muta paterna impermeabile la mattina seguente fece ritorno al solito molo,  nessuna novità,  inutile la sua permanenza in banchina. Dopo due giorni la forza del vento e di conseguenza delle onde  erano diminuite, due vedette della Capitaneria di Porto partirono  alla ricerca dei dispersi, una verso nord e l’altra verso sud. La sera tardi Saul ricevette una telefonata, la barca dei suoi genitori o meglio quello che ne restava era stata localizzata nelle acque antistanti Pescara, nessuno a bordo. I due coniugi erano molto religiosi, dopo una settimana il parroco della loro parrocchia decise di celebrare una messa in loro suffragio, Saul vi partecipò malvolentieri, era ateo  e non sopportava i ‘bacarozzi’ come lui li appellava. Era stato cacciato da un collegio di preti per aver contestato con solide argomentazioni  le teorie cattoliche, il fatto che aveva suscitato scalpore fra i parrocchiani,  presa di posizione  che lo  aveva lasciato indifferente. Ora il giovane  diciassettenne, si trovò a dover affrontare difficoltà economiche non previste, suo padre era impiegato al Comune, sua madre casalinga, casa in affitto. In seguito alla ferale notizia di Matteo e Maddalena dispersi in mare si fece avanti la nonna paterna Maria residente a Roma disposta ad ospitare il nipote,  anche lei era molto religiosa. Anche per questo motivo  Saul avrebbe fatto volentieri a meno di dover accettare la sua ospitalità ma, giocoforza, dovette aderire alla richiesta. Si diede da fare per racimolare qualche Euro con la vendita dei mobili di casa, fu stoppato dal parroco che gli mostrò un testamento di suo padre in cui risultava che tutto quello che gli apparteneva andava alla parrocchia. Saul avrebbe potuto impugnare il testamento ma non volendo avere più a che fare con i ‘bacarozzi’ preferì togliere le tende ed andare a Roma in via Carlo Felice dove la nonna era proprietaria di una villetta a due piani, non avrebbe avuto problemi finanziari. Era settembre, il giovane per proseguire gli studi si iscrisse alla quarta classe dell’Istituto Tecnico Leonardo da Vinci, vicino al Colosseo. Avrebbe volentieri usato la Cinquecento del defunto nonno Sinesio ma l’auto era riservata solo alla nonna Maria, ci andava a fare la spesa con la cameriera Gina o per andare a ‘battersi il petto in chiesa.’“I giovani hanno buone gambe, al massimo possono usare i mezzi pubblici.” atteggiamento posto in essere dalla vecchia quando era venuta a conoscenza della poca religiosità del nipote. Saul aveva a disposizione pochi spicci per l’autobus e per andare al cinema la domenica, spesso si faceva a piedi il tragitto casa – scuola per risparmiare e comprare qualche sigaretta, il fumo era assolutamente off limits in casa dell’ava. Un sabato Saul scelse il cinema ‘Massimo’ quello con prezzi inferiori rispetto agli altri viciniori, ovviamente in platea. Non aveva nemmeno guardato i cartelloni esterni, all’ingresso in sala si accorse che era in programma un film western non di suo gradimento ma ormai…Nel posto vicino a lui una ragazza piuttosto giovane che ogni tanto parlottava con un uomo maturo, forse il padre, prudentemente Saul ritenne opportuno evitare qualsiasi approccio ma ad un certo punto sentì una mano della giovane posarsi su una sua gamba, la guardò in viso,  fu ricambiato con un sorriso, dubbio amletico aveva capito male oppure…Oppure. La baby si presentò: sono Adriana, io e mio padre stiamo per uscire dalla sala, se lei vuole un passaggio in auto…” “Volentieri, io abito in via Carlo Felice.” Fuori dal cinema: “Sono Alvaro, vedo che lei è solo, lo invitiamo a casa nostra, con la mia famiglia abito in un condominio in fondo a via Appia.” Adriana si installò sul sedile anteriore, lato passeggero, della Volvo V6 dimostrazione del proprietario di possibilità economiche superiori alla media, Saul prese posto nel sedile posteriore.  Dopo circa un quarto d’ora entrarono in un cortile, al pianterreno presero l’ascensore sino al quinto piano. All’ingresso in casa: “Matilde abbiamo un ospite.” L’interpellata si presentò in vestaglia: “Chiedo scusa per il mio deshabillet, come sta, venga nel salone mi rimetto in sesto e vi raggiungo.” Il salone era molto grande, sicuramente i padroni lo usavano per le feste con i loro amici, un televisore maxi in fondo alla sala.  Matilde doveva avere circa quarant’anni, li portava benissimo: corpo longilineo, sorriso affascinante, capelli ramati a chignon. Si presentò indossando una gonna sopra il ginocchio, molto sopra il ginocchio ed  attirò l’attenzione di Saul che fu colpito anche dalla camicetta decisamente scollata  molto probabilmente senza reggiseno. “A Roma anche a settembre fa molto caldo, oggi non fa eccezione.” La spiegazione di Matilde era diretta a Saul che cominciò a capire qualcosa in merito al ménage di quella famiglia allorché anche Adriana si presentò  vestita in maniera simile alla madre. Tonino, il gemello di Adriana, molto somigliante alla sorella rientrò in casa alle diciannove e, dopo le presentazioni: “Mamma perché non inviti il nostro ospite a cena, mi pare che avevi preparato delle pappardelle all’anatra ed altre buone cose.” “Dipende da lui se qualcuna l’aspetta…” “No, devo solo avvisare mia nonna con cui vivo.” “Nonna resto a cena con degli amici, farò tardi.”  “Dopo le ventidue il cancello è chiuso per tutti, regolati!”. La cena era veramente deliziosa, il vino Sangiovese aveva messo un po’ tutti in allegria, in sottofondo una musica nois per dirla all’inglese, ritmo indiavolato e coinvolgente, Matilde prese per una mano Saul e cominciò a ballare sempre più stringendosi al ragazzo il cui ‘ciccio’ si alzò in tutta la sua erezione. “Sento qualcosa di buono, vieni in bagno, sono curiosa…” Aperti i pantaloni: “Quanti anni hai, vedo un gran pisello, te lo lavo e poi…” In bocca per poco tempo, Saul aveva dimenticato da un pezzo un rapporto con femminucce ed inondò la cavità orale  di Matilde che ingoiò il tutto poi: “Posso fare a meno di prendere vitamine, le tue hanno un sapore dolcissimo, ci rivedremo stanotte.”Tornati in sala Saul: “Penso che dobbiate ospitarmi per la nottata, dopo le dieci non si entra a casa di mia nonna.” Alvaro: “Per favore Arianna prepara la stanza degli ospiti, vedo che a Saul è venuto un gran sonno.” Salutati gli astanti il giovane fu introdotto da Adriana in una stanza ammobiliata in stile moderno, vicino un bagnetto.”Buona notte caro, sarà per te una notte di battaglia, conosco mia madre.” Saul smise di porsi delle domande, sembravano delle persone per bene anche se molto ma molto eterodossi. La conferma delle parole di Adriana avvenne poco dopo quando Matilde si presentò in camicia da notte ben presto abbandonata, la signora con un corpo da statua greca  acquisì la posizione cavalcante sopra un arrapato Saul che sentì madame provare  orgasmi in continuazione, pronunziò una frase infelice: “Non è che ti senti male!” “Il mio record è undici, sono appena a cinque!”  Il giovane prese sonno sino alle undici della mattina successiva  quando: “Sta squillando il tuo telefonino.” “Era sua nonna: “Dove diavolo ti sei cacciato, io vado a messa, vedi se puoi seguirmi.” “Anch’io sono stato a messa con i miei amici che sono praticanti, mi farò accompagnare a casa da loro.” Bugiardone! Saul capì che era sulla strada giusta con  nonna Maria, le avrebbe presentato Alvaro e Matilde per stringere un’amicizia e soprattutto per evitare futuri problemi in famiglia. E così fu: Matilde comparve a casa di nonna Maria vestita di nero dalla testa ai piedi ricevendo un’accoglienza festosa: “Finalmente mio nipote ha incontrato delle persone per bene, un giorno vi inviterò tutti al ristorante.” Saul accompagnò i due coniugi alla Volvo e ricevette una confessione incredibile da parte del capo famiglia: “Noi siamo una famiglia molto chiusa, tu sei il primo che entra nel nostro cerchio, io ho rapporti con mia moglie e con mia figlia, Tonino con la sorella e con la madre, tu ci sei sembrato subito un anticonformista per questo ti abbiamo invitato, se non accetti il nostro ménage lo capiremo, siamo elle persone fuori dalla morale comune ma molto uniti, d’altronde i rapporti interfamiliari sono sempre esistiti vedi Cleopatra che come primo marito aveva scelto suo fratello Tolomeo, mi raccomando alla tua riservatezza, se la nostra storia divenisse di pubblico dominio saremmo costretti a cambiare città in compenso, dato che da quanto tu affermi  tua nonna è  spilorcia, provvederemo ai tuoi bisogni pecuniari, non ho problemi in quel campo.” Saul il 3 ottobre festeggiò il diciottesimo compleanno a casa dei nuovi amici e con la presenza di nonna Maria sempre più entusiasta del nipote cui avrebbe lasciato tutti i suoi beni ma il più tardi possibile! La mattina del sabato successivo una esibizione particolare  in casa: Alvaro sul suo lettone con la figlia Adriana, Tonino nella stanza degli ospiti con la madre Matilde, Saul a fare da guardone. Nel frattempo  erano molto migliorati sia il suo guardaroba che il suo portafoglio. Dopo pranzo Matilde ritenne opportuno prendere da parte Saul, sempre un pò frastornato per renderlo edotto del suo menage familiare in campo sessuale: “Il nostro è un legame‘che ‘ntender non lo può chi no lo prova’ di dantesca memoria. I miei rapporti con Tonino sono come quelli di una cagnolina che ha appena partorito il suo cucciolo, a letto ci abbracciamo poi io lo bacio in tutto il corpo, lui prende in bocca una mia tetta e quando sono al massimo dell’eccitazione entra nella mia ‘gatta‘ per avere un lungo orgasmo simultaneo, nessun rapporto anale, il mio ‘popò’ è riservato ad Alvaro, con te invece è come se fossi mio marito. Padre e figlia hanno un legame simile al mio, siamo una famiglia felice anche se, per scaramanzia non uso quasi mai questo aggettivo; ‘magno cum gaudio’ posso affermare che anche tu ti sei dimostrato fuori della morale corrente, ti consideriamo uno dei nostri, ti vogliamo bene. La mater familias disse al marito che volentieri sarebbe diventata nonna e a Saul: “Datti da fare con Adriana, se nascerà un maschietto lo chiameremo Leone, se  femminuccia Aurora,  i miei genitori ne sarebbero contenti.

  • 12 giugno alle ore 15:56
    GNÖTHI SAUTÓN

    Come comincia: Il cervello umano era e resta un incognita anche per gli scienziati odierni più preparati ed aggiornati, lo è allo stato attuale come  anche e di più lo era nel lontano passato, la scritta ‘Gnothi sautón’ campeggiava nel pronao del tempio del dio Apollo a Delfi. Era un invito a scoprire il potenziale che è in noi, nel nostro animo, nella nostra mente, insomma conoscere i propri limiti. Il dio Apollo non aveva molta stima degli uomini, li considerava ‘miseri mortali che come foglie ora in pieno splendore poi languiscono e muoiono.’ Oggi un uomo di successo è colui che non ha limiti, un dio moderno a cui tutto è permesso, attenti però perché ognuno di noi deve accettare le proprie ombre proiettandovi una luce, una black list da riconoscere e da superare. Per nostra fortuna oggi nei paese occidentali per i ‘diversi’ v’è molta più tolleranza che in passato, sola eccezione i musulmani: per  loro, secondo i principi stilati secoli addietro da un certo Maometto la vita umana ha un valore molto relativo se non addirittura nullo. Come è venuto fuori stó pistolotto? Ad Alberto appena sveglio talvolta tornavano in mente frasi o concetti acquisiti durante la vita di studente, in questo caso ‘Gnöthi sautón’. La cosa era preoccupante? In merito Alberto aveva consultato neurologo amico che come consiglio: “Pensa alla fica!” Ed a quella erano diretti e pensieri del buon Albertone maresciallo delle ‘Fiamme Gialle’, per il suo servizio aveva avuto modo di conoscere persone di ogni ceto sociale, dagli spacciatori di sostanze stupefacenti ai signori cui aveva sequestrato oggetti di antichità. In una occasione di tal genere una signora aveva proposto uno swapping fra lei e gli oggetti. A malincuore Alberto aveva rifiutato, la dama era un gran pezzo di ‘gnocca’ ma poteva essere pericoloso e quindi da scartare, la dama per vendetta aveva messo in giro la chiacchiera che il bell’Alberto non amasse molto la ‘patata’. Alberto era stato fortunato: due zie, una paterna ed una materna era decedute lasciandolo unico erede di un bel patrimonio: primo acquisto una Jaguar X Type suo vecchio amore ed una abitazione a Messina sud Contesse vicino al mare. ‘Invidia magna dilabuntur’ dicevano i latini, principio ancora valido che aveva portato un superiore di grado di Alberto a chiedergli conto e ragione di tanto sfoggio di ricchezza. Il cotale era piccolo, brutto e cattivo questo il vero motivo della sua invidia ma tutto era finito nella sconfitta del piccolo, brutto e cattivo che aveva dovuto ingoiare il rospo. L’essere rimasto scapolo era stato in generale un vantaggio per Alberto, aveva molto amici e raramente rimaneva solo la sera, ultimamente però era andato incontro ad una grossa delusione, l’amica del cuore, Stefania, l’aveva lasciato per uno più giovane di lui che, quarantacinquenne, l’aveva considerato vecchio! Per evitare di dover sostituire colleghi assenti Alberto, rispolverando un  suo antico hobby aveva sostenuto a Roma una esame ed aveva conseguito la qualifica di ‘capo laboratorio fotografico’ ed in tale qualità inamovibile con gran scorno del piccolo, brutto e cattivo. Altra pensata del nostro ‘eroe’ iscriversi all’Università alla facoltà di lettere, a scuola era piuttosto bravo nelle materie letterarie, psicologicamente si sentiva più giovane nell’essere ritornato agli studi. Un fatto nuovo cambiò in parte la vita di Alberto: un giorno nel giardino dell’Università vide una ragazza seduta su una panchina con la testa fra le mani, incuriosito si avvicinò e notò che la cotale aveva il viso inondato di lacrime situazione che metteva Alberto in crisi, si avvicinò e sedette vicino a lei senza parlare. Dopo un po’: “Hai un fazzolettino, il mascara mi si è appiccicato al viso.” Alberto era in possesso di un fazzolettino. Dopo un po’ di tempo: “Grazie, sono Sveva, non ti ho mai visto prima, io sono iscritta ad architettura.” “Io, Alberto, a lettere, non sono tanto intelligente da poter affrontare una facoltà così difficile come la tua, a scuola in matematica ero una frana.” Sveva era riuscita a sorridere, guardò meglio Alberto, ormai le lacrime erano finite ma evidentemente non il motivo. “Ciao, se ci dovessimo rincontrare…” “E chi ti lascia più, io sono il buon samaritano ed anche boy scout, oggi non ho ancora effettuato la mia buona azione giornaliera.” “Accompagnami sino all’ingresso della mia facoltà.” “Non vorrei suscitare la gelosia di qualche innamorato respinto, sei veramente piacevole, non mi prendere per un lumacone, sono sincero, amo le bionde naturali…” E che ne sai che sono bionda naturale, le signore…”Un modo c’è per constatarlo!” “E se ti dico che sei uno zozzone!” “Lo accetto e lo merito, facciamo una cosa: ho la mia macchina al posteggio del Cavallotti, prometto di non saltarti addosso parola di boy scout…” “Senti boy scout non penso proprio che ce la faresti, io vado in palestra e sono pratica di kickboxing,  male te ne incoglierebbe!” “È un modo per scaricarmi, vuoi che mi tolga dai piedi.” “Dammi stó passaggio io abito a Torre Faro.” “Io invece dall’altra parte della città a Messina sud, facciamo una cosa, tiriamo in alto una moneta, se esce testa andiamo a casa mia, croce da te.” Volata la moneta: “Cara hai perso, il Cavallotti ci aspetta.” Dinanzi alla Jaguar: “Che mestiere fai, non mi convinci tanto.” “Sono un Caino, così ci chiamano a noi Finanzieri, questa è la mia tessera di maresciallo, persuasa?” “Anche i marescialli possono essere degli zozzoni!” “Sto zozzone ti lascia a piedi …” Proposta inaspettata: “Me la fai guidare, io sono brava non andrò a sbattere.” “D’accordo, sei una fonte inesauribile di sorprese.” Sveva lungo i tornanti del parcheggio dimostrò di essere un buon ‘manico’, Alberto mise in funzione il satellitare e così Sveva, seguendo le indicazioni della voce femminile giunse sino alla villetta di Alberto a Contesse. “Manca solo che esca fuori un maggiordomo!” “Non ti offendere ma ti trovo un po’ acida.” “Ti chiedo scusa ma non sono così di natura, un ultimo avvenimento negativo mi ha cambiato la vita, mio padre era un autotrasportatore, col camion stava andando a Dusseldorf quando probabilmente per un colpo di sonno è andato fuori strada, il camion si è capovolto e lui è morto sul colpo, mia madre è casalinga ed io…” Sveva si era allontanata, aveva ripreso a piangere, Alberto la seguì, era di spalle, la girò e la baciò in bocca.”Sei un approfittatore, non ero in grado di respingerti.” “L’avresti fatto?” Un bacio da parte della baby fu la risposta piacevole per un Albertone il cui ‘ciccio’ alzò la testa, la ragazza se ne accorse, guardò in faccia il ‘padrone’ e: “Che ne dici di cucinare qualcosa, la tristezza mi fa venir fame.” Anche in campo culinario Sveva dimostrò la sua bravura, con quello che trovò in frigo e nella dispensa vennero fuori un piatto di spaghetti alle vongole, sgombri in scatola, carciofini e funghi sott’olio e due banane. “Toh anche una macchinetta del caffè con le cialde!” “È un regalo della mia ex, mia ha lasciato, per la rabbia volevo gettarla via, quando sono irritatato e deluso …” “Chiamo mia madre. Mamma sono a pranzo da un’amica, ti farò sapere quando rientro.” “Adesso ho cambiato pure sesso!” “Mia madre è molto all’antica, ora che è diventata vedova è ancora più apprensiva…” “Andiamo sulla spiaggia, non importa se non hai il costume, bastano gli slip ed il reggiseno.” “Ormai non mi freghi più, puoi far lo spiritoso quanto vuoi, se non la smetti vengo veramente come hai detto tu.” “Sono stato inopportuno, stando vicino a te ti sto apprezzando, che ne dici di sposarci? La tua predecessora (si dice così?) mi ha lasciato perché secondo lei ero troppo vecchio, tu come mi trovi?” “Ho capito, sei in attesa di qualche complimento: ti trovo affascinante, signorile, buono d’animo e…furbacchione…Che bello il piacere di camminare a piedi nudi sulla sabbia, mi ricorda quando da piccola mio padre mi portava a fare il bagno e mi insegnò a nuotare, un ricordo doloroso, non voglio intristire pure te.” Seduti a terra Sveva abbracciò Alberto il cui ‘ciccio’…”Non ti si può avvicinare che…” ”Ti chiedo scusa da parte dello zozzone, vuol dire che lo schiaffeggerò così impara a fare il serio!” Sveva si alzò di scatto e si mise a correre lungo la battigia, Alberto dietro a lei col fiatone, era veramente una sportiva. La ragazza si sedette di nuovo sulla sabbia in attesa dell’arrivo di Alberto. Il non più tanto giovane smesso il fiatone: “Mi ricordi la leggenda di Dafne che fuggiva per non farsi prendere da Apollo che non la raggiunse, fu trasformata in una pianta di alloro da parte della madre Gea.” Cena in una vicina trattoria in passato frequentata talvolta da Alberto. Il titolare Marco: “Maresciallo il solito?” “No stasera voglio essere leggero…” A casa Sveva in bagno, poi si ripresentò ad Alberto in sottoveste: “Che ne dici di riposarci a letto, niente TV, oggi troppi cambiamenti.” “Mamma dormo da Roberta…d’accordo, mi farò viva domani.” La ragazza chiuse in parte gli scuri, una lieve penombra nella camera da letto invogliava alle coccole che ovviamente non bastarono a ‘ciccio’ che, more solito alzò la testa, fu ignorato. Nel frattempo Sveva si era denudata al che Alberto ebbe una reazione a dir poco sciocca: “Sei una bugiarda, non sei bionda naturale!” La ragazza aveva mostrato un pube tipo foresta tropicale dal colore decisamente scuro. “Domani userò l’acqua ossigenata…” Alberto capì la cavolata e non insistette, cominciò a baciare la ragazza in bocca, a lungo, un sapore piacevole di caramella, quasi lo stesso della patatina, Alberto fra tanti peli trovò il clitoride che quasi subito rispose alle sollecitazioni ma la ‘padrona’ si scostò, non era il tipo egli orgasmi multipli. Dopo un piccolo post ludio Alberto ripartì all’assalto e Sveva ebbe un altro orgasmo più prolungato, volle avere  altro riposo. ‘Ciccio’ nel frattempo non si dava per vinto, la giovane ebbe ‘un’attenzione’ per lui e fu subito ricambiata con un flusso che le riempì completamente il cavo orale, Sveva si rifugiò in bagno, Alberto sentì che faceva gargarismi e poi si lavò i denti col dentifricio. Al rientro in camera da letto: “Non  sono abituata a…è stata la prima volta e sinceramente non m’è piaciuta, se lo fanno tutte le donne mi devo abituare. Dì al tuo ‘zozzone’ che per questa volta si deve accontentare, non mi sento di concederti di più, sono vergine.” “In senso astrologico?” “Non fare lo spiritoso fuori luogo, in senso astrologico sono un Ariete.” “Peggio che mai” pensò Alberto quel segno aveva le caratteristiche di persona dalla forte personalità che ha molte iniziative e non vuole essere contraddetta! ”Buona notte cara, girati di spalle, ti abbraccerò da dietro.” “Non penso sia una buona idea, ci tengo che il mio buchino posteriore resti…” “Va bene mi giro io di spalle, cuntent?” “Adesso fai il milanese, per un romano puro sangue è un’offesa!” Morfeo dirimé la questione prendendo fra le braccia i due ormai innamorati ma litigiosi. La mattina un odore di caffè stimolò l’olfatto di un Alberto ancora semi addormentato. “Buon giorno vecchietto mio, che vuoi prima il caffè o un bacio?” “Che non mi prenda per il culo!” “Che ne dici di una ‘cravatta’ con i tuoi arti superiori ed inferiori?” “Ne ho pensata una più carina, ti addormento col cloroformio e me la spasso alla grande col tuo favoloso corpo, prima di tutti la…” “Quella è rimasta vergine, l’ho destinata a mio marito.” “Ho pensato ad un nostro matrimonio morganatico…” “Se pensi di prendermi in castagna ti sbagli, non so che farmene dei tuoi beni, mi occorre solo il tuo aiuto per conseguire la laurea in architettura, ti concederò volentieri la mia ‘patatina’ solo per amore, purtroppo mi sei entrato nel cuore e nell’anima, sono indipendente di natura, il giorno della mia laurea sarà la fine del nostro rapporto.”Cazzo questa era una vera Ariete, Alberto sentì una tristezza immensa pervadere il suo cuore, non voleva assolutamente rinunziare a Sveva e: “La mia era solo una battuta, per dimostrati il contrario farò un testamento olografo dei miei beni a tuo favore, cuntent?” “Furbacchione, un giorno successivo lo potresti cambiare!” “Furbacchiona tu, io lo lascio senza data così potrai apporla tu e sarà sempre valido cuntent?” “Ti chiedo scusa, non volevo fare la parte di una prostituta, niente testamento, mi manterrò col mio lavoro, nello studio sono brava e così penso sarà nella professione.” Questa volta fu Alberto con le lacrime agli occhi, capì che Sveva sarebbe stata la persona che gli sarebbe potuta stare accanto per tutta la vita, almeno lo sperava. “Ho sempre sostenuto che gli uomini sono dei bamboccioni, tu non fai eccezione, forse un gradino al di sopra degli altri, forse.” “Vedo che non ti arrendi mai che ne dici…” “Y compris, stasera inaugureremo la mia ‘gattina’ cuntent?” In trattoria Sveva mangiava con molta compostezza, a rilento al contrario di Alberto che in breve tempo aveva fatto ‘piazza pulita’. Marco: “Maresciallo vuole un ammazza caffè, una vodka, un cognac?” “Tutto a posto, aspetto che la signorina si sbrighi a masticare stò pollo!” A casa: “Caro mi faccio una doccia calda, ho un bagno schiuma che fa risollevare i morti!” “Qui morti non ce ne sono, anzi c’è un tale che si sta incazzando nel senso che…” “Cucciolone mio, mi sbrigo e ritorno subito,  per favore nel frattempo accendi tutte le luci della camera.” Ad Alberto venne in mente un detto appreso da un suo collega siciliano di bello spirito: ‘Addrumate torce e lumere ca se cannuce o’ sticchio e ma mujere’ era proprio adatto alla situazione. Nuda e bellissima apparve sulla porta del bagno Sveva, ‘ciccio’ andò in solluchero, ormai si sentiva padrone della ‘cosina’ della ragazza che lui voleva far diventare cosona…Alberto si gettò col viso fra le cosce profumate della giovane: “Per trovare il clitoride ci vuole un cerca persone, tutto stó pelo.” “Ti accontento, vado a rasarmi.” “No scherzavo, talvolta il gusto della battuta…devo dimenticarmi il mio spirito romanesco, il sapore della tua ‘gatta’  è unico, mi fa impazzire, anche ‘ciccio’ è d’accordo, ora cercherò di essere il più delicato possibile, prendilo in mano tu,  ti farà meno male.” Ci volle del tempo, Sveva aveva un imene molto stretto, alla fine gran fiotto sul collo dell’utero, la signorina era diventata signora! “Grazie cara, sarà un ricordo indelebile della mia vita, sei stata la prima vergine che ho conosciuto.” Sveva non aveva alcuna voglia di parlare, la cosina le faceva ancora male, liquidò Alberto con un bacio, mise fra le gambe un assorbente e si girò di spalle, ‘la favola breve è finita, il vero immortale è l’amor’ e così fu. Alberto non ebbe il coraggio di chiedere altre prestazioni sessuali per un po’ di tempo. Per non chiedere al piccolo, brutto e cattivo della licenza ordinaria telefonò al dottore della caserma che gli prescrisse trenta giorni di convalescenza. Alberto e Sveva ripresero a frequentare l’Università, ormai la ragazza era l’autista della Jaguar, andarono anche a trovare la mamma di lei che abbracciò sia la figlia che Alberto, dalla sua espressione si poteva ricavare che non aveva molto apprezzato il futuro genero. Un giorno a tavola Sveva si dimostrava particolarmente allegra. “Fai partecipe anche me del tuo buon umore?” Stanotte ho sognato mio padre, sai come si chiamava, sicuramente no perché non te l’ho mai detto: Alessandro, ti piace? Mia madre si chiama Sofia.” “Vuoi citarmi i nomi di tutta la tua schiatta?” “Non usare termini astrusi inutile ripeterti il giudizio che ho degli uomini, dei bambinoni, tu non sei da meno. Quelli sono i nomi di nostro figlio o di nostra figlia, con la speranza che siano un po’ più furbi di te!” Alberto strabuzzò gli occhi, quella notizia proprio non se l’aspettava, diventare padre, non l’aveva mai messo in conto! In seguito Sveva dovette cambiare il giudizio su suo marito: un giorno trovò in casa la moneta che in passato Alberto aveva usato per decidere a casa di chi andare,  aveva due facce di ‘testa’ uguali!

  • 12 giugno alle ore 12:37
    Strani incontri a...Zanzibar

    Come comincia: Dopo il tempo delle frappe e delle chiacchiere (o: stranezze di Candelora)

    Andando - che me n'andavo - a zonzo per le strade (stregate) dalla luna di Zanzibar, mentre nulla facevo se non che ruminar sui pensieri miei, d'improvviso ch'era - sì d'un botto - anzi, d'un tratto (a bella prima) in un bar sito lungo i bordi d'un ampio e solitario boulevar(d) il ramingo fantasma del poeta Zanzotto incontrai; il quale, esso, mi riconobbe (ci eravamo frequentati, quando lui era in vita, in alcuni salotti del Veneto bene, che lui, però, detestava e frequentava soltanto per "facciata"!), mi fermò e mi chiese:
     - Ehi, "straniero" (mi chiamava così: lo faceva benevolmente, con fare paterno!), come ti va la rima? Scrivi ancora poesie? 
    Al che io, di rimando in questa (ch' è proprio codesta e non...qualcun altra!) maniera,  così li risposi:
     -Non c'è male, grazie tante sua eccellenza, sua eminenza, sua...mmm; anzi, meglio di prima!
    Lui [il poeta: anzi il fantasma del poeta!], allora, mi fissò per qualche istante e poi, con burlonesca aria e divertita, esclamò:
     - Ma vaffan...quale eminenza (del cavo...), quale eccellenza (sì, del caz...); ma dai su, amico mio, lasciamo stare i convenevoli e gli appellativi: vieni con me che ti offro da bere! (Pur essendo un fantasma, adesso, il "maestro" non aveva perso la sua genuinità ed il suo essere...alla mano!).
     E così fu: entrambi prendemmo posto intorno ad un tavolino del bar su nominato (non so il nome, però, visto che non aveva insegne) e ci intrattenemmo a parlar del più e del meno. E, per la cronaca, strada facendo (ossia: per trascorrere meglio quelle ore) ingurgitammo i seguenti malsani liquidi: otto birre da tre quarti "bevi&zitto",  quattro aperitivi "a digiuno prima dei pasti", dieci cocktail "strizzacervello, rompipalle"... - Alla faccia del bicarbonato di sodio! - avrebbe probabilmente detto la buona anima di un principe.
     Il fatto strano, però, quello ancor più strano di questa pur stranissima vicenda, fu questo: entrambi [io ed il poeta, anzi, il suo fantasma] sopravvivemmo al nostro parlottio e, soprattutto, restammo del tutto sobri e vegeti dopo gli annessi (e connessi) che n'erano seguiti.
     Nel frattempo s'era fatta alba. Io e Lui ci salutammo ed ognuno di noi riprese ad andare per la sua strada, ovvero: io, a camminare a zonzo - e solitario - per le strade di Zanzibar, lui a fare il poeta, cioè, il fantasma ramingo del poeta!

    Taranto, 16 febbraio 2016.

  • 10 giugno alle ore 18:34
    Sono diventato comodamente intorpidito

    Come comincia: Divagazioni floydiane...intorno a una canzone
    da: Comfortably Numb
                                                                       all'amico Syd (principe della scena psichede-                                                                     lica londinese degli anni sessanta).
                                                                       Ricorda quando eri giovane
                                                                       Splendevi come il sole
                                                                       Continua a risplendere, pazzo diamante
                                                                       Ora c'è uno sguardo nei tuoi occhi
                                                                       Come i buchi neri in cielo
                                                                       Continua a risplendere, pazzo diamante. 

    Sono diventato comodamente intorpidito, lo so: lo sai? Sono stato ad un passo dal baratro, proprio laddove qualcuno, anni addietro, predisse sarei stato leggendomi la mano; lo so: lo sai?
    Ma tu, caro fratello, e tu, dolce sorella; voi due che non lo siete e di certo siete più lucidi e veri di me: siete sicuri di saper e poter ancora scegliere? Siete sicuri di poter e saper fare ancora la cosa giusta? Siete sicuri di camminare sulla strada giusta, di percorrere la strada giusta? Allora [fratello e sorella], siete proprio sicuri di tutto questo?
    E lo siete anche di saper o poter distinguere una cosa dall'altra? Non è facile, lo so: lo sai, lo sapete? 
    Nella vita è tutta una questione di colori: di bianco e di nero, di rosso e di blu, di giallo e di verde; il resto son soltanto sfumature: di grigio!
    Allora, siete sicuri di saper ancora distinguere una cosa dall'altra? I sogni dalla realtà, la verità dalla menzogna? Il paradiso dall'inferno? Un tramonto vermiglio da un fiore irto di spine o da una rosa purpurea? Un'eclisse di luna da un black-out del vostro cuore? Una calda carezza amica da una gelida coltre di nebbia o da una bastarda notte di dicembre che rapisce i vostri pensieri? Una dolce brezza estiva da un'oscuro presagio? Allora, fratello e sorella, pensate di riuscire a distinguere, pensate davvero di riuscirci? Non è facile, lo so: lo sai, lo sapete?
    Io sono diventato comodamente intorpidito, lo so: ma riesco, tuttavia, nel mio torpore, ancora a scegliere e a distinguere; a scegliere e a distinguere insieme: sicurissimo di saperlo fare!
    Sono diventato comodamente intorpidito, lo so: ma riesco ancora ad ascoltare la "voce" del vento, a sentirla sibilare nelle mie orecchie e toccare il mio cuore; a sentirla battere sulla mia faccia come fosse un tam tam impazzito; riesco ancora a sentirla sulla mia faccia come una stilettata di notte colpire il tuo sonno e violare i sogni; riesco ancora ad addormentarmi e a risvegliarmi: sicuro di esser vivo...e se la mia testa, però, verrà travolta dal tempo, dall'impietoso scorrere di quel vecchio "spilorcio", io penserò di non esser mai nato!

                                                                                          Con precisione casuale
                                                                                    Hai cavalcato la brezza d'acciaio   
                                                                                 Avanti, gaudente, visionario
                                                                                     Avanti, pittore, pifferaio
                                                                                     Prigioniero, splendi. 

    da: "Quaderni psichedelici, 2017"

  • 04 giugno alle ore 7:36
    COSA NON SI FA...

    Come comincia: La famiglia di Edoardo era composta oltre che dal capo famiglia anche dalla consorte Adelaide e da Alfio unico erede maschio che, purtroppo troppo maschio non si era molto dimostrato. I tre abitanti in una cittadina in provincia di Catania finanziariamente erano al top in quanto a disponibilità finanziarie da parte sia del padre che della madre: case, terreni per lo più coltivati ad agrumeti, olivi e vigneti che producevano sia dell’uva da tavola che i famosi vini denominati Etna, Nerello e Frappato. Il problema era proprio Alfio sedicenne che frequentava il primo liceo classico, i compagni di classe scambiavano la parte finale del suo nome da o in a con ovvie conseguenze da parte del ragazzo che decise di non frequentare più la scuola ed anche di non uscire di casa. Soluzione drastica da parte del padre Edoardo: cambiare città non una piccola in cui tutti si conoscono ed allora quale migliore scelta se non la capitale. Quartiere Parioli, via Ruggero Fauro, abitazione: un attico di trecento metri quadri con visione di tutta Roma. Alfio era rinato soprattutto con l’aiuto della madre Adelaide, il padre Edoardo preferiva ignorare i problemi del figlio, lui sempre amante delle belle donne e della  vita agiata non riusciva ad accettare l’omosessualità dell’erede. Possessore di una Bentley Bentayga preferiva lasciarla in garage per non dare troppo all’occhio, con i tempi che corrono… Acquistò una Abarth 695 con cui si dilettava anche a correre nel circuito automobilistico Vallelunga. Stanco del dolce ‘rien faire’, decise di fare un viaggio a Parigi, da solo:  Prese contatti con una agenzia di viaggi denominata ‘Viaggi e Turismo’ e fu subito preso in simpatia dalla titolare signora Eleonora quando la interpellò in francese, in inglese e in spagnolo, lingue da lui imparate durante i viaggi per studio disposti a suo tempo da suo padre Alfredo che teneva molto alla cultura di suo figlio. Madame Elena scherzando propose ad Edoardo di diventare, al ritorno dalla Francia  il suo vice nella agenzia, risposta dell’interessato “Perché no”, sarebbe stato un modo di passare il tempo e conoscere molte persosne ed anche per disinteressarsi dei problemi di Alfio. Il giovane si  iscrisse alla prima classe del liceo classico ‘Lucrezio Caro’, fu la mamma Adelaide a cercare di far apparire suo figlio più mascolino consigliandolo di farsi crescere la barba, tagliandosi i capelli all’ultima moda e vestendosi elegante ma non troppo ricercato oltre che ad invitare a casa qualche femminuccia. Adelaide prese confidenza con Beatrice abitante nel suo stesso palazzo, una signora non particolarmente magra ma ridanciana come pure il marito Americo funzionario del Ministero degli Esteri, le due figlie Ginevra e Giorgia per loro fortuna avevano preso dal padre longilineo e dal portamento aitante e distinto. Beatrice si accorse subito  della vera natura di Alfio ed una volta ne accennò ad Adelaide che rimase sconcertata, sperava che almeno fuori dalla città di provenienza suo figlio riuscisse a non farsi riconoscere. Beatrice dal cuore di mamma, capì la tragedia di Adelaide, insieme cercarono una soluzione al problema del giovane e ne scaturì un compromesso molto particolare: cercare di far avere dei rapporti sessuali fra Alfio e Beatrice. In uno slancio di ringraziamento Adelaide abbracciò e poi baciò in bocca Beatrice, avevano scoperto il loro lato piacevole di omosessualità che si manifestò sino a far loro  raggiungere il letto con finale molto piacevole di orgasmi multipli, avevano sostituito i loro mariti che a rapporti sessuali i quali non erano il massimo. Il ragazzo messo al corrente del piano in cui era l’attore principale rimase perplesso, non sapeva come comportarsi, fu la stessa Beatrice a toglierlo dall’impaccio: “Non ti preoccupare, ci penso a tutto io, ti piacerà ne sono sicura.” Il sabato successivo Beatrice si presentò con i capelli raccolti a chignon, in vestaglia, prese per mano Alfio e dolcemente lo abbracciò invitandolo in bagno per una doccia. Il giovane non aveva mai visto una donna nuda, la signora, che cominciò a lavarlo con una spugna dal viso sino ai piedi poi dentro due accappatoi caldi. A letto Alfio imparò cosa era il cunnilingus poi fu preda di Bea che supino prese a baciarlo in tutto il corpo, dal viso scendendo pian piano sino al pisello che prese in bocca succiandolo a lungo. Pian piano l’uccellino divenne uccellone con meraviglia del proprietario che cominciò a sentire quello che in vita sua non aveva mai provato, un orgasmo prolungato che riempì la bocca di una Beatrice contenta di fare la nave scuola ma non era finita lì, Alfio restò ancora in posizione ‘eretta’ e penetrò nella ‘cosina’ bagnatissima della dama che provò un altro orgasmo, penso che in futuro avrebbe anche fatto a meno dei rapporti maritali, meglio quelli del giovane. Adelaide aveva seguito gli avvenimenti dalla porta socchiusa del bagno, gli vennero lacrime agli occhi, suo figlio era diventato uomo. Quell’approccio sessuale fu la manna per il ragazzo, si sentiva più sicuro di sé, anche il modo di esprimersi era cambiato come pure le movenze, se ne accorse pure il padre di ritorno da Parigi anche se non capì come poteva essere avvenuto quel cambiamento. Alfio avrebbe voluto provare la ‘gatta’ tutti i giorni, non era possibile perché la proprietaria, benché consenziente e felice se la sentiva troppo usata e arrossata, anche le cose piacevoli hanno un limite, si poteva dire che l’aria romana aveva fatto il miracolo, ma quale aria…

  • 04 giugno alle ore 7:34
    IL FERROVIERE

    Come comincia: Gregorio quella mattina di luglio non aveva alcuna voglia di andare in servizio, sui treni  controllava i biglietti dei viaggiatori, si doveva imbarcare a Messina per finire il suo servizio a Catania. Volente o nolente si ‘buttò’ giù dal letto e, dopo le solite abluzioni a mezzo della Cinquecento raggiunse la stazione dove posteggiò, attese l’arrivo del convoglio, salutò il capo stazione suo amico, si sedette su uno strapuntino di una carrozza e, alla partenza del treno iniziò il giro di controllo. Faccia da: ‘voja de lavorà sartame addosso, lavora tu pe mè che io non posso’, cappello sulle ventitré iniziò il giro: “Signori biglietto prego…” Quella mattina pareva che tutto il vecchiume si fosse imbarcato su quel convoglio, ovviamente Gregorio si riferiva a persone di  sesso femminile però all’ultimo scompartimento si appalesò una signora favolosa: gli occhi nocciola ed il viso della dama si dimostravano disponibili, accattivanti, seducenti, incantevoli, conturbanti e  fecero avvertire al controllore emozioni erotiche tanto piacevoli quanto mai provate prima di allora.  Doveva aver atteggiato il suo viso a stupore tanto che la signora si mise a ridere: “Se ha finito di fotografarmi le voglio dire che non ho il biglietto, mi sono imbarcata sul convoglio mentre partiva e non ho fatto a tempo ad acquistarlo, sono disponibile…” Alberto si era ripreso e col solito senso dello humour: “Finalmente una signora che si dichiara disponibile, anch’io per quel che  che posso…” I due si misero a ridere attirando l’attenzione degli altri viaggiatori incuriositi. “Gentile signora sono costretto a stilare il verbale altrimenti mi accusano di omissione di atti d’ufficio, non le farò pagare la sanzione pecuniaria che, se me lo permette sarà a mio carico, vorrei…” “Non si esprima su quello che vorrebbe, il suo viso parla da solo, sbaglio o  si sente un maschio alfa dominante, l’uomo che non deve chiedere…” “Peto, promitto e iuro vogliono sempre l’infinito futuro.” “Un ferroviere istruito anche se ha sbagliato il primo verbo, anch’io ho frequentato il classico, son d’accordo con lei, vuol dirmi qualche altra sua preferenza?” “Non mi prenda in giro per quello che sto per dirle: non amo le femminucce con i capezzoli e le grandi labbra scure, i piedi larghi, lei come…” Sicuramente sono di suo gradimento,  stiamo per arrivare, io scendo…” “Anch’io e…” “Le posso dare un passaggio.” “Io non saprei dove andare, dovrei tornare a Messina ma se lei…” “La posso accompagnare a casa mia così prima di ripartire potrà rinfrescarsi.” Una Mini verde Clubman era posteggiata nel piazzale della stazione di Catania con tanto di contravvenzione sul parabrezza. “Io sono Gregorio.” “Io  Greta, preferisco pagare la contravvenzione piuttosto che impazzire a trovare un posteggio. Andremo nella mia villa situata prima di Aci Castello, a parte l’aria condizionata, che non amo potrà stare al fresco sotto gli alberi del giardino.” Durante il viaggio la gonna corta e trasparente di Greta era risalita lasciando intravvedere un bel paio di cosce ed anche degli slip color rosso. “È consuetudine vestire di rosso  durante le feste di Natale, lei fa eccezione.” “Io e mio marito siamo un eccezione alla regola, mi sembra che anche lei…” “Vorrei darti del tu, mi sembra che abbiamo molto in comune, anche io e mia moglie Monia…” “Bene faremo un bel quartetto, prova a chiamarla col cellulare, se ti va potrai restare a pranzo da noi.” “Monia a Catania fa un caldo infernale, più che a Messina, ho conosciuto una signora che mi ha invitato a casa sua vicino ad Aci Castello, ha invitato anche te, se vuoi puoi raggiungerci in auto, quando sei fuori di Aci Castello chiamami, Greta ti darà spiegazioni per raggiungerci.” Dopo circa due ore: “Caro sono fuori di Aci Castello in direzione Catania.” “Monia sono io che ho invitato tuo marito, dopo un chilometro sulla sinistra c’è una villa, è la mia, fuori c’è scritto il mio nome Greta, non puoi sbagliare.” Monia non si sbagliò, con la sua Jaguar X Type si fermò dinanzi al cancello, suonò il campanello e subito le fu aperto il varco. “Caspita una Jaguar, mi sa che le ricche di famiglia siamo noi femminucce!” “È la verità cara Greta, in macchina mia moglie ha oltre al navigatore satellitare anche la televisione ed altri optional che solo lei sa far funzionare.” ”Vedo dal passo spedito che tua moglie ha lo stile della volitiva, un po’ mascolino ma piacevole, non mi piacciono le femminucce apatiche.” “Hai ragione, io evito di contraddirla ma ci vogliamo bene ed andiamo d’accordo.” Dopo  l’abbraccio di rito, Greta a Gregorio: “Caspita te la sei trovata proprio affascinante, un gran pezzo di…con l’augurio che tu non sia un  marito geloso, anzi…” Quell’anzi mise sul chi va là Gregorio, poteva voler dire tante cose ma si impose di non far tanti sofismi, era o non era un anticonformista! Damiano, marito della padrona di casa giunse  in bicicletta, era un impiegato dell’ufficio postale di Aci Trezza ma era un naturista convinto,  questa teoria d’estate non era molto favorevole al signore, era tutto sudato, un giovane alto un metro e ottantacinque dal viso piuttosto infantile.“Caro questi sono Gregorio e Monia gente simpatica che ho conosciuto da poco, vatti a fare una doccia e poi vai in cucina, Matilde ha lasciato il pranzo sul tavolo.”  “Tuo marito sa di avere una moglie ricca? Compragli almeno un motorino!” “Per lui potremo ritornare all’età della pietra, un po’ di allenamento non gli farà male, l’unico difetto è che un po’ troppo amico di Bacco.” “In questo campo posso accontentarlo, da una ditta vicino a Reggio Emilia mi faccio spedire un Lambrusco favoloso, la prossima volta ve ne porterò uno scatolone. Vorrei domandarvi come passate le serate, siete un po’ lontani dalla città, avete degli amici?” “Abbiamo degli amici un po’ particolari ed anticonformisti, spero che lo siate anche voi non vorrei…” “Cara Greta, io e mio marito siamo per la libertà assoluta, se qualcosa non la condividiamo ci asteniamo dal farla, voi seguitate ad agire come vostra abitudine.” “Domani sabato è prevista a casa nostra una festicciola, vi invito a rimanere in villa sin quando lo vorrete, siete i benvenuti.” Gregorio  telefonò al suo capo, ottenne venti giorni di licenza. Matilde come cuoca dimostrò di essere all’altezza come pure Gabriele il cameriere; Gregorio e Monia si consideravano in vacanza, il dolce far niente… Alle diciannove del sabato giunsero gli invitati Leonardo e Milena gli amici dei padroni di casa, lui di media statura sempre sorridente, lei altezza superiore alla media, sembrava una modella, signorile nello stile. Milena dopo aver preparato la cena depositata sul tavolo del salone augurò a tutti un buon week end e dopo un ‘buon divertimento’ sottolineato da un sorriso sparì dalla circolazione. Quel ‘buon divertimento’ e l‘anzi’ precedente furono ben interpretati da Gregorio cui pervenne una proposta da parte di Greta: “Come ti dicevo con i nostri amici facciamo dei giochini erotici: a tavola maschietti e femminucce nudi con un grembiale per coprire le pudende e poi, dopo pranzato ognuno segue i suoi desideri in campo erotico senza limitazioni di sorta.” E così fu solo che a Gregorio quella nudità femminile, anche se coperta, fece un effetto immediato, ‘ciccio’ sentendo odore di… alzò in tutta la sua altezza la testa lasciando imbambolato il padrone che fece una smorfia strana captata da Greta che: “Vedo che il signorino non ha delle pruderie, caro non aver problemi sia io che Milena siamo disponibili, Monia può arrangiarsi come vuole.” Le due signore si presero cura di ’ciccio’ nel senso che se lo contendevano in bocca e poi sia anteriormente che in posteriormente, Gregorio non aveva mai provato in vita sua tanto godimento. Leonardo e Damiano dimostrarono di essere dei ‘cuckold’ e cominciarono a masturbarsi, poi si avvicinarono a Monia che,  forse presa dall’atmosfera erotica imitò le due dame mettendo a disposizione dei due signori il buchino anteriore. Anche le cose piacevoli…Esaurita la ‘furia’  sessuale i sei presenti si abbandonarono sui divani esausti ma felici delle sensazioni provate, specialmente Gregorio e Monia, per loro era stata una novità particolarmente piacevole. Leonardo, gioielliere,  dimostrò la sua signorilità omaggiando Monia di una collana di perle con un profondo bacio finale, per lui era un arrivederci, la signora era stata molto di suo gradimento. I due messinesi erano in villeggiatura, insieme agli amici frequentavano la spiaggia vicino alla loro villa, il sabato sempre dedicato ai giochi erotici cui erano stati invitati anche altri conoscenti. Passati i venti giorni di licenza Gregorio: “Amici miei: la favola breve è finita come pure le mie vacanze, qualora veniste a Messina sarete nostri graditi ospiti anche se non abbiamo una villa a disposizione, casa nostra è ‘ parva sed apta nobis’, Greta capisce il latino. Nel viaggio di ritorno Monia chiese al marito di guidare lui la Jaguar, non c’era pericolo che sbagliasse strada, una gentile voce femminile dava indicazioni precise, c’era poco traffico,i due giunsero in breve tempo in via Cola Pesce.  A Gregorio venne in mente il vecchio adagio  ’casa mia casa mia, benché piccola tu sia tu mi sembri una badia’, apprezzò il silenzio delle mura amiche, un silenzio riposante dopo la vita tumultuosa degli ultimi giorni che aveva lasciato il segno nella loro mente. Il padrone di casa si gettò tutto vestito sul letto, occhi chiusi, braccia dietro la testa. “Almeno togliti le scarpe…” tuonò Monia, anche lei segui Gregorio sul talamo, nessuno dei due pensava al sesso, ne avevano fatto una scorpacciata ed in stile fuori delle loro abitudini. Il lunedì Gregorio tornò al lavoro, gli avevano cambiato servizio, era stato designato al servizio di controllo treni dentro la cabina delle segnalazioni, lavoro impegnativo che lo teneva lontano dai recenti ricordi. Per circa quindici giorni nessuna novità, casa lavoro, lavoro casa solo il sabato una pizza, i coniugi avevano perso il gusto del sesso quando. “Caro durante la tua assenza una novità, mi ha telefonato Leonardo, dovrebbe passare per lavoro a Messina e vorrebbe invitarci a pranzo al suo albergo, dovrebbe venire domani, non gli ho dato la conferma perché non conosco i tuoi turni di lavoro.” Gregorio ‘er guardiano del Pretorio’ di Carosello memoria malignò: come aveva fatto il catanese a conoscere il loro indirizzo ed il numero telefonico del cellulare di Monia? La consorte fu sincera come d’abitudine: “Prima di partire ho messo in tasca di Leonardo un mio biglietto da visita, mi aveva fatto capire che mi aveva apprezzato moltissimo e che avrebbe voluto rivedermi, ricordi la collana di perle? Come tutte le femminucce amo i gioielli e Leonardo in quel campo…” Il signore si presentò in via Cola Pesce con una Lexus che impressionò Gregorio che di auto se ne intendeva, costava un sacco di soldi. “Mes amis, per essere sincero mi siete rimasti nel cuore e non solo…Penso sinceramente che siate persone affidabili e serie per cui mi mostro per quello che sono: in inglese di dice cuckold, forse il nome proviene dal cuculo che come sapete è un uccello che depone le sue uova nei nidi degli altri uccelli, fatto sta che amo guardare mia moglie mentre fa sesso con un altro, questo per rompere la routine e per provare eccitazione in modo diverso ma noi rimaniamo uniti come coppia. A casa di Greta  ho provato sensazioni sessuali con Monia mai avvertite prima, madame mi sei entrata nel cuore e nell’anima forse il concetto è esagerato ma risponde alla verità, vorrei fare qualcosa di tangibile per voi, ad esempio che ne direste di avere un’abitazione di duecento metri quadri, c’è un gioielliere messinese che sta fallendo, è mio debitore, è proprietario di una casa in via XXVII luglio,  vuole trasferirsi al nord, che ne pensate di un trasloco con l’acquisto anche di nuovi mobili ovviamente tutto a mie spese? “Ho sempre considerato le donne più sagge dei maschietti, lascio a Monia la decisione.” L’interessata rispose con un lungo bacio sulla bocca di Leonardo che fu felice e frastornato, sicuramente si era innamorato della signora. Altra licenza per Gregorio che in una settimana si sistemò all’ultimo piano di un edificio in via XXVII luglio, si vedeva tutta Messina. L’inaugurazione avvenne in una giornata piovosa di novembre, Leonardo e Milena giunsero in auto, in po’ fradici entrarono in casa di Gregorio e Monia. “Non ci abbracciamo altrimenti vi bagnamo, ci andiamo a spogliare nella camera degli ospiti. I vestiti di ricambio erano rimasti in auto e pertanto Leonardo e Milena si presentarono nel salone in déshabillé, lei in slip e reggiseno, lui in slip. “Sono un po’ infreddolita, Gregorio avvicinati, andiamo sul divano e fammi da termosifone.” Il padrone di casa con ‘ciccio’ arrapatissimo non se lo fece ripetere due volte, preferì dedicarsi prima alla ‘gatta’, anche lei su di giri la cui padrona cominciò a miagolare lungamente, il cunnilingus di Gregorio stava facendo il suo effetto anche sul padrone di casa che si ritrovò in bocca un ‘nettare degli dei’ che servì anche a far scivolare facilmente ‘ciccio’ nella vagina di Milena sino al collo dell’utero,  uno spruzzo di sperma  portò Milena ad uno orgasmo pazzesco che fece risvegliare i sopiti spiriti sessuali di Leonardo che si infilò  nella’ gatta’ di Monia rimanendovi a lungo per finire nel favoloso ‘popò’ della padrona di casa. Dopo un lungo post ludio: Gregorio: “Amici miei ho una fame da lupo parlo di fame di cibo perché di ‘cocchia’ ne ho avuto abbastanza, non sapete che cos’è la cocchia? Con un po’ di fantasia ci arriverete! Monia attingeva a piene mani nella valigetta dei gioielli di Leonardo mostrando  a  tout le monde les bijoux conquistati col… sudore della fronte.

  • 03 giugno alle ore 10:37
    Terza generazione cresce

    Come comincia: L'insegnamento di irridere gli altri, parlare male degli altri così sei più in alto tu, essere contento che gli altri stanno male: significa che sei meglio tu.

    23 maggio 2013.
    Esequie di mio padre.
    Ferruccio Amoloro, 15 anni, mi guarda e ride sotto i baffi che non ha.
    Sa che sono una 'malata immaginaria' da due anni e ride.
    L'ipocondria che non mi abbandona da due anni ha avuto una recrudescenza da fine aprile: mi sono sottoposta ad un esame ed il 'salsicciotto' che mi hanno visto nell'addome due anni prima ed anche l'anno successivo è diventato un palloncino e di nuovo mi parlano di intervento chirurgico.
    Ma io sono una 'malata immaginaria' di cui ridere. 
    Non una persona da aiutare a valutare il da farsi ed a cui infondere forza.

    Il papà di Ferruccio l'estate precedente ha aiutato a trasportare mio padre, sulla carrozzina a rotelle, dal piano superiore al piano terra della casa al mare. Per ringraziarlo di questo atto di carità di cristiana, mio padre gli ha regalato la propria minicar che i sedicenni possono guidare senza patente.
    L'estate ancora precedente, il papà di Ferruccio aveva manifestato interesse per quella minicar e mio padre gliel'aveva offerta per mille euro.
    Il papà di Ferruccio aveva declinato l'interesse.
    Questa estate invece graziosamente l'accetta. Gratis.

    14 maggio 2017.
    Incrocio nel sottopasso Bibiana Landri, 16 anni. Anche lei se la ride sotto i baffi. 
    Sì, sono molto paranoica.
    Quando era una bimbetta di due o tre anni per Natale le regalai uno zainetto di Winnie the Pooh: avevo deciso fin dal primo momento di fare un regalino a tutti i bambini del palazzo, dato che eravamo una piccola comunità. Bibiana corre tutta contenta del regalo e strilla entusiasta: "Sono contenta che Lilly e Pino sono venuti a stare qua!". I genitori mi spiegano che avevo proprio indovinato il regalo: Winnie the Pooh era il suo personaggio preferito.

    Febbraio 2004. Il ragioniere Casoria invita insistemente me e mio marito ad una cena. Adduco scuse vere ed inventate, ma queste scuse non fanno desistere l'aspirante anfitrione, lasciandomi come ultima spiaggia quella di dire la verità: "Voi non siete gente che vogliamo frequentare". Purtroppo non approdo a quest'ultima spiaggia. Purtroppo riferisco ai miei genitori che hanno una mezza parentela con il ragionier Casoria di questa insistenza. Ed i miei genitori, sempre aperti e disponibili verso tutti, fanno: <<E perché non ci andateeeee?>> Che dovevo fare dire loro la verità? Sì, avrei fatto molto meglio. Non si può salvaguardare se stessi ed i propri cari se alle soglie dei quaranta ti ritrasformi in una bambina obbediente.
    Qualcosa che disse il mio anfitrione durante quella cena, mi dette l'occasione di dire: "Zio Furio, tu leggi Guareschi. Guareschi diceva: <<La gente è stupida: non è contenta quando sta bene, è contenta quando vede gli altri stare male>>. Guardavo il mio interlocutore, ma osservavo le reazioni del'altro commensale, il padre di Bibiana e potei constatare che la frase aveva colto nel segno.
    Ma naturalmente il padre di Bibiana non cambiò.
    E come poteva essere diversa la figlia con cotale padre e cotale nonna?

    DISCLAIMER. Non è neanche il caso di dirlo. Questo è un racconto. I nomi, i cognomi, i fatti e le circostanze narrate non hanno niente a che fare con omonimi o altri che hanno potuto vivere circostanze anche lontanamente simili a quelli raccontati. E' pura invenzione. Sono solo le mie favole che prendono spunto dai fatti di cronaca e dai post che mi capitano davanti gli occhi.
    Favole per far ridere i polli.

  • Come comincia: <Ahahahahah...> risuonando dal piano superiore, la risata argentina della bimba interruppe il corso dei suoi pensieri.

    <Maire, dove ti sei cacciata?>

    <Sono qui, mammina>

    <Amore, che cosa stai facendo nella mia camera? Dov'è andata Brigida?>

    <A sistemare la mia stanza, ma io sono rimasta qui per giocare con il bambino.>

    <Con il bambino!? Quale bambino? Qui non c'è anima viva, oltre a noi, tesoro.>

    <È lì mamma, guarda: è in braccio alla sua mamma. Vedi com'è piccolo e carino?>

    <Maire, adesso basta con questo scherzo. Hai forse intenzione di spaventarmi? Guarda che ci riesci molto bene!>

    <Davvero non lo vedi, mammina?>

    <Maire, ti ho detto che adesso è il momento di smetterla con questo stupido gioco!> sbottò, intanto che una strana ansietà la stava pervadendo.

    <Mammina, è la verità... Credimi, non ti sto dicendo una bugia>, le asserì, la piccola, piangendo.

    <Non piangere, cara. So che talvolta i bambini si inventano degli amichetti immaginari.>

    <Ma lui non è immaginario! Mamma, la signora adesso sta cantando una ninna nanna, per far addormentare il bambino. La senti?> le chiese, prima di iniziare a intonare la soave melodia che aveva fatto parte integrante degli assurdi incubi di sua madre.

    <Dove hai udito questa musica?> le domandò, vivamente perplessa.

    <Dalla signora. La canta sempre a suo figlio, quando piange.>

    Il panico percepito stava crescendo a dismisura dentro di lei, analogamente a un'onda improvvisa sul punto di sommergerla. Con immane fatica, cercò di contrastare la perdita del controllo della propria mente, nel non lasciar trapelare l'impulsiva reazione di terrore, di modo che questa non fosse trasmessa a sua figlia, seppure, al di là dei suoi sforzi, la voce non intendesse uscire dalla sua gola fattasi asciutta.

    <Ti è capitato di rivolgere la parola alla signora?>

    <Certamente, discorriamo spesso.>

    <Davvero? A che proposito?>

    <Mi ha confidato che è costretta a rimanere in questo posto, perché non ha possibilità di andarsene via. Però, non capisco bene il motivo... La porta è lì e non le resta che aprirla!>

    <Nient'altro? Ti ha riferito il suo nome?>

    <Sì, si chiama Caitlin e il suo bambino, Sean. Mi ha detto che vive lì dentro da tanto tempo... Però, non ho capito bene...>

    <Allora, non sai dove.>

    <Solitamente indica quel muro, quando ne parla. Forse intende nell'altra camera.>

    <Sì, potrebbe essere così>, le affermò, mentre un tremito violento si impossessava del suo corpo. A quel punto, possedeva la certezza che Maire non mentisse.

    <Sai, mamma, la conosci anche tu.>

    <No, amore, ti stai sbagliando.>

    <Ma no, mamma; è la ragazza che sorride, in uno dei quadri della biblioteca.>

    <Ne sei sicura?>

    <Sì. È molto bella, non è vero?>

    <Sì, bellissima, tesoro. Ma, adesso, andiamo un attimo di sotto. Dammi la mano>, la esortò, prima di dirigersi al piano inferiore a passo svelto, quasi correndo, in biblioteca di fronte al quadro menzionato dalla propria figlia.

    <Osservala bene... Non hai alcun dubbio che la donna a cui ti riferisci sia la stessa raffigurata nel ritratto?>

    <No, mammina. È proprio lei, anche se non indossa quel bel vestito, ma una tunica bianca che sembra una camicia da notte.>

    <Probabilmente, la è. Bene, amore, adesso vai pure a giocare. La mattina volge al termine ed è quasi l'ora di pranzo>, le comunicò, prima di tornare di sopra e sedersi un momento, attonita per qualcosa di impensato. La stanza le ruotava attorno, mentre cercava di riacquistare la propria razionalità senza peraltro riuscirvi.

    “Signore benedetto, ti scongiuro, fa che non sia ciò che la mia mente rifiuta di immaginare, fa che le mie deduzioni siano errate. Te ne prego... È oltremodo spaventoso, concepire una così orrenda fine... Amelia... Ho assoluto bisogno di lei e con la massima urgenza!” considerò, affrettandosi a chiamare l'anziana tata con un'angoscia che le toglieva il fiato.

    <Ailina, dov'è tuo marito?> le domandò, concitata.

    <Fuori in giardino, Vostra Grazia. Sta prendendosi cura delle piante e dei fiori.>

    <Non è essenziale, visto che siamo in procinto di andarcene. Ho bisogno di lui; vai a chiamarlo, presto.>

    <Subito, Signora Duchessa>, le rispose, accingendosi a eseguire l'ordine.

    Non appena arrivò l'anziano servitore, gli si rivolse con un atteggiamento per lui inconsueto: <Fearghus, devi recarti dalla Signora Higgins per pregarla di venire immediatamente. Comunicale che si tratta delle voci, lei capirà. Fai il più rapidamente possibile!>

    <Ai vostri ordini, Vostra Grazia>, le rispose, prima di allontanarsi senza indugio.

    Cercando di uccidere la snervante attesa, nel frattempo prese a camminare avanti e indietro nelle adiacenze del maniero divenuto ai suoi occhi maggiormente tetro.

    Un'ora e mezzo le parve interminabile, quando gli zoccoli dei cavalli e le ruote sul selciato annunciarono l'arrivo della carrozza, dalla quale Amelia, già discendendo, realizzò quanto la giovane duchessa fosse agitata.

    <Finalmente siete qui...>

    <Che cos'altro è accaduto, per sconvolgervi tanto?>

    <Venite, andiamo al piano superiore. Intanto, vi metterò al corrente di un fatto inimmaginabile; non crederete alle vostre orecchie>, le comunicò.

    Allorquando terminò la narrazione, concernente l'assurdo episodio, si mostrava maggiormente stupita per l'immutata espressione della sensitiva, di quanto la fosse stata costei nel corso di codesta.