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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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elementi per pagina
  • 23 luglio alle ore 23:16
    Della potenza

    Come comincia: Se avessi dei poteri, ma di quelli veri, quelli puri, spogliati da croste cerebrali ed emozionali, istitituerei un manifesto e lo affiggerei nella tenue sfera che da cuore a mente e a cuore e sterno staziona. Scriverei a caratteri cubitali e indelebili: - VIVI - E se fossi potente, ma potente per davvero, veglierei con attenzione acche' tal manifesto fosse perpetuamente rispettato e onorato. VIVI. Non transigerei, se pur amorevolmente. La vita sfugge stridendo fra binari di concetti e preconcetti, di regole, doveri e presunti doveri, mentre urla la sua Essenza deturpata dai graffi del pensiero costruito. La Vita la mettiamo a sedere accanto a noi chiedendole di sostare finché non abbiamo risolto le "nostre cose". Ma non abbiamo "cose" da risolvere, non c'è una seggiola che fa da seduta alla Vita: con noi, mentre, dietro e dopo, c'è solo l'esistenza che viviamo: siamo imprescindibili, indivisibili. Noi e la nostra vita siamo stessa Cosa. Se fossi potente, ma potente per davvero, toglierei tutte le seggiole sulla cui seduta poggiamo la Vita... e la farei Vivere.

  • 17 luglio alle ore 10:54
    Il sentiero dei guerrieri

    Come comincia: Rodolfo Berni si era da sempre considerato molto fortunato, dalla vita aveva ricevuto praticamente tutto: salute, bel fisico e soprattutto ricchezza da parte dei nonni paterni che a suo tempo erano emigrati in Australia facendo fortuna. Inoltre, a trent’anni aveva trovato l’amore della sua vita, Sofia Ugolini incontrata a Rimini. Amore a prima vista, cerimonia celebrata da un assessore  Comunale e viaggio di nozze..nella sua casa a Rimini, si  era in piena estate il periodo migliore per quella località. Sofia era nata in Olanda da genitori italiani emigrati ad Amsterdam che  avevano fatto fortuna in modo più o meno legale, in quel paese la droga ‘viaggia’ senza problemi…Ritornati a Roma i due coniugi presero alloggio nella villa di Rodolfo denominata ‘Ulisse’ villa facente parte di un complesso intitolato dal costruttore, forse fanatico degli eroi greci: ‘Il Sentiero dei Guerrieri’. Villa meravigliosa a tre elevazioni con al pian terreno un ampio garage dove era sistemata la Giulia di Rodolfo il quale aveva il ‘piede pesante’ e ‘raccoglieva’ troppe multe per eccesso di velocità correndo il rischio di perdere molti punti dalla patente e dover ridare gli esami di guida. Alzata d’ingegno: vendere la Giulia ed acquistare una Lamborghini ed una Fiat 500 intestati alla moglie con targa olandese e quindi praticamente invisibile ai Vigili Urbani ed al fisco italiano! Ma non tutti gli dei dell’Olimpo avevano in simpatia Hermes, protettore di Rodolfo a cui fecero uno sgarbo tremendo facendogli morire l’adorata consorte per un tumore all’utero. Dopo la tumulazione della salma nella cappella di famiglia al Verano Alberto si era chiuso in se stesso, girava per casa come istupidito, la maggior parte dl tempo sul divano, nemmeno la TV lo interessava più. Mangiava qualcosa preparatogli da Lia, Rosalia Cucinotta siciliana che col marito Saro, Rosario Donato risiedeva nella vicina dépendance. I due coniugi messinesi erano giunti a Roma in seguito al suicidio della figlia sedicenne, tramite un paesano avevano trovato lei il posto di cameriera cuoca, lui tuttofare in casa di Rodolfo. In quella infausta occasione: “Cavaliere, anch’io da padre ho provato quel dolore immenso della morte di una persona cara, io e mia moglie le saremo sempre vicini qualsiasi cosa le serva.” “Grazie Saro ed a te occorre qualcosa?” “Veramente io e mia moglie…ma sarebbe chiedere troppo!” “Parla.” “Io e Lia  desidereremmo che la salma di nostra figlia fosse sepolta vicino a quella di sua moglie, ma la spesa per il trasporto sarebbe eccessiva!” “Non ti preoccupare della spesa, prepara la pratica con un’impresa di onoranze funebri poi fammi sapere il costo, ti rilascerò un assegno.” Saro abbracciò commosso il suo datore di lavoro, pensò che non solo i siciliani hanno buoni sentimenti. La pratica fu risolta nel giro di una settimana, i tre erano uniti da un dolore comune, i due dipendenti avrebbe fatto qualsiasi cosa per Rodolfo, Lia addirittura pensò… “Cavaliere non voglio essere cinico né troppo invadente ma anche se grandi dolori ci sconvolgono l’esistenza la vita continua, provi con un avviso insolito su un quotidiano locale, qualcosa che stuzzichi la fantasia di qualche ragazza fuori del comune….” Pian piano l‘idea penetrò nel cervello di Rodolfo, nessuna avrebbe potuto cancellare il ricordo della consorte deceduta ma…Ad un giornale locale: ”Vorrei dettarle un annuncio sulle varie, posso? ‘Cerco ragazza colta, semplice, spontanea, con alto senso dello humour, fisico longilineo, sempre allegra e ottimista che possa farmi compagnia diuturna. Telefonare al n.-------“Rodolfo ebbe molte richieste, ne selezionò una al mattino ed una al pomeriggio, non voleva ragazze vocianti nel suo ingresso. La prima era una bionda (sicuramente tinta) alta, piuttosto magra con camicetta scollata da cui si intravedevano due tette piuttosto voluminose e con una minigonna a quadri: “Signore penso di essere di suo gusto anche se talvolta sono distratta, oggi per esempio ho dimenticato di indossare gli slip…” e mostrò un pube tipo foresta tropicale.” Ignorante e talpa, non aveva capito niente dei desiderata di Rodolfo.”Grazie signorina, mi lasci il numero del suo telefonino, le farò sapere.” Il pomeriggio una bruna media altezza, viso abbronzato o meglio una mulatta che parlava abbastanza bene l’italiano: “Al mio paese mi hanno eletto miss ‘cioccolato’ e mostrò un paio di tette belle ma dal capezzolo grande e nerissimo…” “Rodolfo le diede la stessa risposta come alla prima venuta, gli facevano una brutta impressione sia i capezzoli neri che le grandi labbra nere della cosina. Mattina seguente una castana altezza media, naso  lungo il resto passabile, Rodolfo la scartò subito, i nasi lunghi gli facevano pensare ad un travestito. Il pomeriggio una rossa fuoco, dimostrò di avere cattivo gusto, risposta standard. Il pomeriggio: una biondina occhi azzurri non molto alta parlava un italiano altalenante, sicuramente dell’Est in Italia in cerca di sistemazione per poi ritornare al suo paese ben sistemata finanziariamente rispedita via con solita risposta. La mattina dopo finalmente una castana alta, occhi grandi, naso piccolo come pure le tette ma voce da cartone animato, sembrava paperina. Rodolfo si stava stancando e lo fece presente a Saro il quale: “Cavaliere ricorda il detto ‘perseverando arrivi.’” Cavolo,  Saro aveva citato un detto di D’Annunzio sicuramente non era un’ignorante, dimostrò che aveva studiato. Il pomeriggio riposo, Fofò come lo chiamava la moglie si era stancato e si sentiva disilluso, in giro c’erano tante belle ragazze solo a lui capitavano delle poco raffinate e senza alcuno stile. La mattina dopo  una ragazza di suo gusto: alta, castana, viso regolare, bocca invitante, gambe chilometriche, finalmente pensò Rodolfo una ragazza degna di essere prescelta sino a quanto la stessa non aprì la bocca: “Io vorrei stare da lei ma non capisco perché diuturna, io sono castana naturale!” Rodolfo rimase senza parole, una ignorantona, la scaricò  con la solita scusa.  Nel frattempo  in una villa del Sentiero dei Guerrieri, secondo quanto riportato da Saro era accaduta una tragedia. Un dirigente di una nota banca si era gettato dalla finestra, le indagini erano ancora in corso ma correva voce che ci fossero stati degli ammanchi di grosse somme e se ne cercavano i colpevoli. Quel suicidio poteva essere considerato una confessione ma il morto si era portato nell’aldilà il segreto. Sempre secondo Saro tragedia su tragedia in quanto la vedova era casalinga con una figlia, non aveva diritto a pensione ed inoltre doveva pagare un grosso mutuo acceso per l’acquisto della abitazione. Il caso volle che Rodolfo dovendo uscire di casa scendesse  con l’ascensore a cremagliera trovandosi davanti madre e figlia che dovevano salire alla villa Paride. Rodolfo fece un inchino, non parlò di condoglianze (troppo scontato) e le due entrarono in ascensore. Rodolfo notò che madre e figlia non indossavano abiti scuri, a nessuno in fondo interessa dimostrare in tal modo il proprio dolore, ognuno lo tiene dentro di sé. Rodolfo aveva fatto in tempo a notare lo stile e la signorilità della signora Giorgia, la figlia Aurora, più magra era la copia della genitrice.  Di passaggio Nando che sfoderò un risolino. “Fai ridere anche me, oggi non sono di buzzo buono.” “Dovrebbe far rientrare nelle orbite gli occhi, li ha lasciati appresso alla signora Giorgia ed alla signorina Aurora. Qualora voglia potrei trovare l’occasione di farvi incontrare ma se lei non lo desidera…” “Come si dice in siciliano paraninfo o ruffiano?” “Lei ha svicolato per non rispondermi, ho capito il suo era un si. Una mattina il telefono: sono Giorgia Mariani, mi ha detto il suo attaché che ha studiato lingue, mia figlia Aurora avrebbe bisogno di ripetizioni in quel campo, pensa di poterla aiutare?” “Si madame, ho studiato in Inghilterra ad Eton nello Berkshire, quando vuole sono a sua disposizione, preferirei venire a casa sua.” “Quando vuole io e Aurora siamo qua.” Rodolfo anche se un po’ in confusione, non si aspettava quella telefonata, si vestì di tutto punto ‘all’inglese’  e suonò alla porta di Villa Paride. Venne ad aprire la figlia che, con un cortese ‘si accomodi’ lo fece entrare nel salone dove giunse anche la madre. “Non mi sarei mai permessa di chiamala per telefono se non per quanto dettomi dal suo cameriere circa la sua conoscenza delle lingue.” “A scuola avevo problemi solo con le materie scientifiche, facevo bella figura in latino, in greco, in francese e ovviamente in inglese.” Quanto prende all’ora per le ripetizioni?” “Missis mi mette in crisi, non mi permetterei mai di chiedere un compenso soprattutto ora…sarà solo il piacere di rinverdire le lingue.” Si presentò Aurora con dei libri in mano: “Andiamo nello studio, vieni anche tu mamma, una ripassatina ti farà bene!” Rodolfo sfoggiò subito il suo inglese perfetto con meraviglia di mamma e figlia. Aurora “Lei ha un accento migliore di quello della regina d’Inghilterra, peccato…” “Peccato cosa…” “Seguivo un mio pensiero, seguitiamo la lezione.” Le lezioni proseguirono anche in casa di Rodolfo, i due non erano mai soli per la presenza di Rosalia che faceva le pulizie.  “Sicuramente il suo cameriere le avrà rivelato la nostra situazione finanziaria, mia madre ha ricevuto varie proposte da parte di signori che…immagni lei cosa pretendevano, mia madre è donna di altri tempi, tutta d’un pezzo ‘frangar non flectar’ dicevano i latini, mi spezzo ma non mi piego intanto noi due siamo finanziariamente in un mare di guai. A parte la spesa giornaliera abbiamo sulle spalle un mutuo da settecento Euro al mese…” “Cara Aurora, io oltre a Rodolfo ed a Pericle mi chiamo pure Francesco come quel santo tanto generoso, potrei pagarvi almeno il mutuo annuale che ammonta a ottomilaquattrocento Euro, questo è un assegno che copre la cifra, è della stessa banca dove lavorava tuo padre.” Per ringraziamento Rodolfo ebbe un bacio in bocca estremamente piacevole, ci sapeva fare la ragazza.  Il pomeriggio si presentò Rosario: “Cavaliere ci sono delle novità, La madre di Aurora, visto il suo assegno l’ha strappato in mille pezzi urlando contro la figlia, hanno litigato di brutto,  la signora Giorgia è furente con lei, indossi una corazza se viene a trovarla.” Previsione azzeccata, dopo poco suonò il campanello di casa di Rodolfo il quale pensò bene di indossare un casco di motociclista, aprì la porta e si trovò di fronte madre e figlia, la seconda si mise a ridere come una pazza, la madre rimase interdetta…non si aspettava quella sceneggiata, preferì sparire dalla circolazione. Aurora entrò in casa: “Rodolfo è troppo pomposo, non hai un diminutivo?” “Si da piccolo mi chiamavano Fofò ma è un po’ ridicolo.” “A me piace il nome e chi lo porta.” “Chi lo porta  stacca un altro assegno ma non te lo fare strappare perché è l’ultimo, devo telefonare in banca per farmi portare un carnet nuovo.” “A Fofò piacciono le femminucce?” “Si ma le maggiorenni, alle bambine solo sculacciate!” “Non pensare che con l’assegno mi senta remunerata di quello che voglio fare, tu mi piaci come uomo, ho lasciato il mio boy friend perché è infantile e sciocco, vuoi sostituirlo, intanto fammi vedere…Aurora prese a slacciare i pantaloni di Fofò con ciccio alle stelle, andò in bagno per un bidet. “Se stò coso non smette di crescere mi distruggerà il fiorello!” Il ‘ciccio’ d Fofò non distrusse niente anzi fece provare alla padrona degli orgasmi fortissimi avendole trovato il punto G. Conclusione: mammina si rassegnò al volere della figlia ed ai bei soldini che portava a casa, …pecunia non olet!

  • 17 luglio alle ore 0:58
    La via

    Come comincia: C'è sempre un modo per riconciliare quel quid che ci separa dalla pace. Quel momento che ci ha separati da qualcuno che non ci ha saputo amare, che noi non abbiamo saputo amare. Che sia nel nostro presente o rimasto incastrato nella labile tela di ragno del passato. C'è sempre un modo per riconciliare, per riconciliarsi, per fare pace, per essere pace, per se stessi, per ogni Altro. C'è una strada, stretta, buia, fragile, delicata eppur potente. È la strada dell'incontro di Sé con quell'altro Sé in questo momento, nel momento che nulla ha più delle vesti di "passato", che è ora e qui, nudi d'ogni zavorra della mente, liberi da fardelli e costruzioni emozionali. C'è una strada così facile da percorrere, così uguale alla via del cuore nudo... Così noi, nudi... È codesta la via per la riconciliazione, per la pace: nudità. Nudità è riconciliazione con chi è ancora qui e con chi è già altrove, ché anima/cuore nude: è libertà.

  • 13 luglio alle ore 10:40
    EMOZIONI INCONSUETE

    Come comincia: Alberto Minazzo con il grado di maresciallo  della Finanza  da Domodossola era stato trasferito a Roma alla Compagnia Presidiaria al comando del distaccamento ‘Zecca’. Subito era andato a trovare la zia Armida vedova di un suo omonimo zio. Commozione e feste a non finire, qualche lacrimuccia da parte della zia: “Nipote cattivo, non sei mai venuto a trovarmi.” “Adesso son qui per sempre, spero, sono in licenza di trasferimento,  fammi vedere se sai ancora cucinare senza farmi fare, ‘more solito’ la fine di Gargantua e Pantagruel, Alberto aveva usato il francese in quanto la zia era professoressa di lingue. Il vecchio portiere del caseggiato in via Conegliano, tale Nando soprannominato ‘er cedola’ (per i non  romani scroccone) aveva sparso la notizia in tutto il palazzo dove Alberto era  cresciuto al secondo piano con la zia Armida e la nonna Maria ora deceduta. La notizia venne all’orecchio anche  di Oscar Torregiani un coetaneo con cui Alberto aveva frequentato il liceo scientifico Cavour nell’omonima via poi le loro strade si erano divise. Oscar si era laureato in farmacia, conseguita la laurea, suo  padre ricchissimo gli aveva intestato una farmacia in centro. Allorché frequentavano il liceo scientifico mentre Alberto si dava da fare con le compagne femmine dell’istituto, Oscar in quel campo non era portato anzi rifuggiva in un certo senso le ragazze. Di solito i compagni di scuola in queste occasioni diventano fautori di stalking ma Oscar si faceva benvolere facendo in ogni occasione la parte dell’anfitrione sia al bar che in occasione di feste. Oscar venuto anche lui a conoscenza della notizia pensò bene di organizzare un sabato sera una festa sul terrazzo del suo attico, la notizia fu riportata ad Alberto da ‘er cedola’ che gli comunicò  anche del matrimonio di Oscar, notizia che lasciò perplesso il maresciallo che tuttavia ci  sorvolò, ne aveva viste tante di situazioni particolari in campo sessuale soprattutto a Domodossola, stazione internazionale molto  frequentata da personaggi di tutta Europa. Il  sabato la conoscenza di Aurora Bernardini col bel maresciallo che in quell’occasione si era azzimato alla grande e faceva la sua ‘porca’ figura. Ad Alberto, stranamente venne in mente una frase di un collega  quando era in forza alla brigata di Montecrestese che, in occasione della presentazione  della novella sposa,   disse in siciliano: “addumate torce e lumere cà se cannusce ò sticchio e mà mujere’ il cervello di Alberto talvolta gli faceva questi scherzi! Lui fu uno dei primi a giungere in casa di Oscar accolto con abbracci dal padrone di casa, gli altri erano per lo più vecchi compagni di scuola che si sfotticchiavano fra di loro: “Dì la verità ce la fai ancora altrimenti posso sostituirti.” “Ma vedi d’annattene, non sai più nemmeno tu dove t’è finito il pisello.” Ovviamente tutti attenevano l’arrivo della sposa che volutamente si fece aspettare ma quando  ‘emerse’ dal buio  del salone fu accolta da un applauso scrosciante. Commenti un po’ di tutti: “An vedi stò gran fijo dé zoccola che gran gnocca ha trovato!” e frasi analoghe.  Aurora aveva indossato un vestito nero di seta chiuso sino al collo con una collana di perle di gran pregio, un braccialetto d’oro bianco con brillanti al polso destro, al sinistro un orologio MEGIR con corona diamantata. La dama metteva in mostra un favoloso fisico longilineo, unico difetto agli occhi di Alberto il seno piuttosto abbondante ma…vai a guardare il pelo! C’era una gara fra i maschietti a chi si accaparrava la padrona di casa per un ballo, Alberto furbamente rimase in disparte, aveva un suo piano. Gli si avvicinò Oscar: “Non ti piace mia moglie?” “Ci potremo vedere alla fine della festa o in un’altra occasione, troppa concorrenza.” Alberto aveva giocato bene le sue carte, Oscar lo invitò a cena un sabato, erano soli in tre:”Come vedi questa sera non c’è concorrenza volevo dire confusione, la cena ci verrà fornita dal ristorante di via Aosta, la cuoca cucina divinamente. Aurora si era presentata con minigonna a fiori, camicetta ampiamente scollata che faceva intravedere due piccoli seni che sensualmente si movevano causa mancanza di reggiseno. Alberto prese confidenza e: “Scusa ma quel gran seno che mostravi l’ultima volta?” “Avevo un reggi imbottito come piace ad Oscar, lui ha molte manie e gusti personali…”  Nel frattempo Oscar si era allontano: “Ero iscritta all’Università in lingue quando i miei genitori sono finiti con l’auto sotto un camion fermo ai lati della strada, morti sul colpo.  Mio padre era impiegato al Comune, mia madre casalinga e così accettai la corte di Oscar che poteva risolvere i miei problemi finanziari. Ha voluto ad ogni costo sposarmi ma è stato onesto  mettendomi al corrente  dei suoi problemi in campo sessuale. Io mi ero lasciata da poco col mio fidanzato, un  collega di Università e fu giocoforza accettare, da allora la mia vita è totalmente cambiata ma…Nel frattempo erano giunti due camerieri con dei vassoi contenenti le cibarie, e due bottiglie di vino Sangiovese. Classica cucina romana che Alberto aveva quasi dimenticato quando era in servizio a Domodossola. La serata era piacevolmente fresca ed Oscar aprì la serranda, una luna piena portava al romanticismo. Aurora abbracciò Oscar che rispose con un bacio appassionato nello stesso tempo abbassandosi i pantaloni e gli slip, Aurora lo seguì restando completamente nuda, un corpo meraviglioso che portò il ‘ciccio’ di Alberto ad un innalzamento notevole per finire in bocca ad Aurora mentre suo marito cominciava a masturbarsi, un cuckold questo il segreto del padrone di casa. La situazione ebbe un’evoluzione con il trasferimento dei tre sul letto matrimoniale, Alberto supino con Aurora sopra di lui che, dopo l’immissio penis, prese a muovesi facendo ruotare il bacino, Oscar pian piano riuscì a penetrare nel popò della consorte…e così andarono avanti sin quando il marito si allontanò. Alberto girò il corpo d Aurora anche lui provò le gioie di un popò godereccio in quanto la padrona si toccava nel frattempo il clitoride, un doppio gusto poi Oscar si ripresentò e con faccia sorridente: “Ragazzi che ne dite di una tregua?” La situazione si presentava più o meno nella stessa maniera ogni sabato, Oscar era il più felice in quanto in una analoga passata esperienza il terzo uomo  lo aveva ‘sputtanato’ per fortuna con persone che non facevano parte del giro di amicizie di Oscar e di Aurora. Quest’ultima si stava innamorando di Alberto, quando rimanevano soli le spuntava qualche lacrimuccia, forse la situazione non era di suo gradimento ma secondo il vecchio principio ‘pecunia non olet’ doveva subire in silenzio. Una novità una sera a tavola: “Miei cari, in farmacia ho conosciuto una brasiliana Luanache fa parte di un circo che si è istallato alla periferia di Roma, mi ha chiesto dei condom che io le ho regalato poi l’ho invitata a casa mia, ha accettato anche perché lo ho messo in mano duecento Euro, la sto aspettando. Citofono, affacciatosi al balcone Oscar notò una ragazza con in mano una valigia ed un taxi che si stava allontanando. Le aprì il portone: “Piano attico”. Figurati se Nando non si immischiava: “Signorina le porto io la valigia, entri in ascensore.”  “Grazie Nando (Oscar pensò sei il solito figlio di puttana) e gli mollò un cinquantino. “Signori questa è Luana, il suo circo si fermerà a Roma per circa un mese ed il l’ho invitata a casa mia. “ La notizia fece felice Alberto non altrettanto Aurora, la nuova venuta aveva tette grosse come le amava suo marito. “Luana aveva un  nonno di origine italiana e perciò parla la nostra lingua un po’ a modo suo.” “Come la va signori, spero di non sturbarvi troppo con mia presenza. Io amo molto cibo italiano, il mio stomachino reclama…” “Reclamo accettato.” Poco dopo apparvero i soliti due camerieri decisamente incuriositi ma la loro curiosità sparì di colpo alla visione di un cinquantino ognuno.  Alberto era di buzzo buono, sfruguliò Oscar: “Finalmente il tuo desiderio è stato accontentato.” Si intromise Luana: “Oscar aveva desiderio?” “Si di toccare due tette grosse come le tue!” “Gran risata di Luana che tirò fuori dal reggiseno due palle bellissime a punta, non erano certo rifatte, tutte naturali. Battimani da parte dei due maschietti, indifferenza da parte di Aurora che se ne andò nel salone mettendo sul lettore da salotto un CD con le musiche del Carnevale di Rio de Janeiro che tanto piacevano ad Oscar il quale, approfittando dell’occasione prese a ballare con Luana. Alberto seguì Aurora ormai pazzamente innamorata di Alberto il quale ne approfittò per penetrare una ‘topa’ vogliosa e pienamente accondiscendente. I due non si accorsero che erano stati seguiti da Luana e da Oscar il quale piegò in due Luana e penetrandola nel ‘popò’. Alla fine una sorpresa, Luana aveva qualcosa di più, era un trans, Oscar si trovò in mano un ‘marruggio’ inaspettato e alzò alti gemiti come la vergine Cuccia di  pariniana memoria. Accorsero Alberto ed Aurora i quali allorché si resero conto della situazione si misero a ridere a crepapelle, non la finivano mai. Passata il periodo ridanciano Alberto ed Aurora si avvicinarono a Luana, per curiosità presero in mano il suo ‘cosone’ sempre più incuriositi e Aurora  cominciò a masturbarlo sino alla sua eiaculazione. “Stò zozzone mi ha sporcata tutta!” Così fini la prima entrata in scena di Luana, Oscar era sempre incerto se la situazione fosse di suo gradimento. Dietro la spinta della consorte prese anche lui a giocare col ‘coso’ e se lo posizionò nel suo ‘popò’, si era scoperto anche bisessuale! Il mese di vacanza di Luana finì lasciando un Oscar depresso, si era innamorato di …lei…di lui.L’accompgnò con la sua Jaguar al circo, lasciò che un inserviente prendesse la sua valigia  e sparì dalla sua vista senza nemmeno salutarla. Il menage a tre seguitò, Oscar si era abituato ad eccitasi vedendo Alberto e Aurora fare l’amore, poi talvolta subentrava lui ma non più come una volta. Alberto capì la situazione, si recò in un negozio di sexy toys ed acquistò un vibratore a batterie, aveva compreso i desiderata del marito della sua amante. Talvolta Aurora si recava al distaccamento ‘Zecca’ a trovare Alberto suscitando l’ammirazione dei finanzieri: “Marescià lei c’ià l’occhio bono!” Oscar andava ogni giorno di più deperendo, non aveva voluto farsi visitare, un cancro al colon l’aveva portato  a morte con gran dispiacere (diciamo gioia) di Alberto e di Aurora che poterono sposarsi e godersi la sua eredità.

  • 13 luglio alle ore 2:05
    Fragili e deboli

    Come comincia: Sono piccole e trasparenti agli occhi di un mondo che corre troppo veloce per notarle. Rallentano il passo per paura di apparire e di ricevere ancora delusioni.
    Camminano su strade grigie di un mondo tutto loro e accompagnate dal loro dolore, si dissetano con le loro stesse lacrime e si nutrono della propria solitudine.
    La maggior parte delle volte rimangono in silenzio anche quando di cose da dire ne avrebbero tante.
    Non si aspettano niente le persone "FRAGILI".
    Loro sono creature messe all'angolo da un mondo materialista, fatto di apparenza, opportunismo e cattiveria. Lasciano che le parole gli scavino in profondità, fino a ferirle in modo irrimediabile. Non si ribellano quasi mai, semplicemente accettano... Consapevoli di esser privi di quella forza che non sono mai stati capace di trovare.
    Poi ci sono loro:
    Quelli che fanno leva sui punti deboli dei fragili e fanno di essi il loro punto di forza. Ne approfittano per vederli crollare, sentirsi forti e invincibili.
    Hanno un vocabolario ricco di parole cattive e denigranti e un bagaglio di trofei inesistenti di cui si vantano.
    Camminano sicuri in apparenza, ma lasciano una scia che sa di fango... Quel fango che non vogliono mostrare e ci colorano la vita dei fragili come per liberarsene.
    E' ridicolizzando e distruggendo gli altri che vivono le persone "DEBOLI" consapevoli della loro pochezza e del loro esser niente, nomadi in un mondo in cui non hanno saputo costruire niente.
    Incapaci di accettare i loro fallimenti, godono nel vedere gli altri cadere sotto i propri colpi, esseri poco umani e apparentemente "grandi" solo grazie alla cattiveria e a quella violenza fisica o verbale che adoperano come unica teoria di vita.
    Se sei una persona fragile, pensaci bene prima di definirti niente!
    La fragilità' è un abito che indossa VALORI...
    La debolezza è l'abito di chi valori NON HA!!!!

  • 12 luglio alle ore 20:16
    La Teoria del Tutto

    Come comincia: Introduzione: a fine aprile ancora sentii il Presidente degli Stati Uniti accusare il leader cinese: <<Il virus è uscito dai vostri laboratori!>>.  A sua volta il leader cinese accusava il Presidente degli Stati Uniti: <<Il virus è stato portato a Wuhan da un soldato americano!>>.
    A maggio un virologo italiano affermò: <<Se il virus va attenuandosi, vuol dire che è artificiale.>> Con pacatezza, ma prontamente, intervenne una sua collega: <<Ma non è artificiale: è stato provato.>>
    Ho pensato: ma perché non posso dire anch'io la mia?
    Ed ho inventato una favola per tentare di mettere tutti d’accordo.

    Origine e fine di una pandemia.
    Fatti, opinioni e sogni.

    Dopo la laurea in ingegneria elettronica mi sono specializzata in Telecomunicazioni presso la Scuola Superiore del Ministero PPTT.
    Ho anche frequentato il CEFRIEL, Politecnico di Milano, per il conseguimento del Master in Tecnologie dell’Informazione.
    Un giovedì del settembre 2016 telefonai in azienda per avvertire che non mi sarei recata al lavoro per un paio di giorni. A metà mattinata ricevo una telefonata da Lori, una delle segretarie: <<Lilly, domani ti avevo iscritta al corso 5G!>> Valuto rapidamente la situazione: <<Vengo solo per il corso e vado via.>>
    E così il giorno dopo sono in azienda a seguire la presentazione dell’infrastruttura di rete 5G. Il mio entusiasmo si affievolisce mano a mano che seguo la presentazione ed al termine non mi trattengo dal chiedere: <<Scusate, ma con le antenne così diffuse sul territorio ed a queste frequenze, non è pericoloso per la salute?>> (Praticamente stavo chiedendo: “Acquaiolo, l’acqua com’è?”)
    Mi rispondono: <<No, appunto perché le antenne sono così vicine le une alle altre, la potenza emessa è bassa. Paradossalmente è più pericoloso il 4G.>>
    Accolsi la risposta con beneficio d’inventario.
    Dicembre 2018. Apprendo che l’Internet of Things (IoT) è strettamente legata al 5G.
    5 giugno 2019. Un noto operatore telefonico presenta l'accensione del segnale 5G commerciale, primo in Italia. Sulla Pagina del video 400 Like (pollice su), 30000 DisLike (pollice giù). Bisogna correre ai ripari.
    Agosto 2019. Crisi di governo estiva del Papeetee. 
    Provvidenziale. Il nuovo governo avrà un ministro per l'innovazione tecnologica e della digitalizzazione.
    2019. Politici e tecnici negano la pericolosità delle frequenze del 5G perché le radiazioni si fermano a strati superficiali della pelle.
    Molti scienziati da anni elencano i danni dell’elettromagnetismo e delle alte frequenze in particolare.
    2019-2020. Politici e tecnici negano che il 5G implicherà maggiori emissioni di potenza.

    agendadigitale.eu già nel 2018 scriveva: “Se i limiti di emissione non vengono portati a quelli europei, il 5G in Italia non può funzionare.” (Detta in breve, in Italia il limite è fissato a 6 V/m, in Europa dove vengono seguite le raccomandazioni dell'ICNIRP è di 61 V/m. Se volete informazioni sui limiti di emissione e l'ICNIRP, con comodo, potete sentire questa intervista di circa 40 minuti https://www.youtube.com/watch?v=cTq1kZzFOoo )

    8 giugno 2020. Dal piano per la fase 3 di Vittorio Colao: «adeguare i livelli di emissione elettromagnetica in Italia ai valori europei, oggi circa 3 volte più alti e radicalmente inferiori ai livelli di soglia di rischio»
     

    Ed adesso … che pandemia sia!
    Da dove è nata questa pandemia.
    Credo che fin dal primo momento pensai: “Ma guarda, il virus si manifesta proprio a Wuhan, dove il 31 ottobre 2019 hanno acceso il segnale 5G a scopi commerciali!”
    Sì. Il 1° novembre 2019 avevo letto la notizia che il segnale commerciale per il 5G era stato acceso in Cina. Due mesi prima della data precedentemente pianificata, ossia il 1° gennaio 2020. In questa nuova Guerra Fredda l’importante è arrivare prima, come per la corsa allo spazio negli anni ’50 e ’60.
    Attenzione! Tra virus e 5G a Wuhan non ci vidi altro che una singolare coincidenza.
    A gennaio leggo un articolo di un ingegnere elettronico di Catanzaro, CTU per l’elettrosmog e professore universitario a contratto. Riprendeva gli studi del professore Olle Johansson, svedese, sulla immunodepressione causata nell’organismo dai campi elettromagnetici collegandola alla propagazione del virus a Wuhan.
    Attenzione! Non ‘origine’ del virus, ma facilitazione del suo propagarsi grazie all’abbassamento delle difese immunitarie.
    Poi a fine gennaio vidi questo video https://www.leggo.it/video/primopiano/coronavirus_persone_collassano_wuhan-5004998.html
    Persone a Wuhan che mentre camminano all’improvviso crollano a terra.
    “E che c’entra questo con l’influenza?” pensai. Ma la cosa rimase là, senza risposta.
    Poi venni a sapere che nello stesso periodo a Wuhan c’erano i soldati statunitensi che partecipavano alle Olimpiadi Militari. “E che diamine! Tutto a Wuhan nello stesso momento!?”, fu l’unico pensiero che mi saltò in testa.
    Intanto alcuni articoli e video mi informavano che le alte frequenze per il 5G erano già usate a scopi militari o anche dalla polizia, credo negli Stati Uniti, per disperdere la folla in caso di manifestazioni. Le frequenze sopra i 24 Ghz.
    In Italia Di Maio nel 2018 firmò, in cambio di 6,5 miliardi, per la concessione delle frequenze 700 MHz (e per questo dobbiamo cambiare di nuovo televisore, e qui parte un altro discorso), 3700 MHz, 26 GHz.
    Cominciai a pensare: “Ma fa che quelle persone crollavano a terra per via delle onde elettromagnetiche del 5G?”.
    Per le alte frequenze del 5G si usano antenne che non sembrano nemmeno antenne. Sono piccoli pannelli quadrati e utilizzano la tecnica del beamforming: il segnale non è irradiato uniformemente tutto intorno, ma viene concentrato verso il dispositivo 5G collegato. Può arrivarti addosso un segnale concentrato ad alta potenza. Tutta la potenza emessa dall’antenna, se tieni l’unico dispositivo 5G nei paraggi? Bah!
    A metà marzo l’ICNIRP, l’ente privato, non governativo, con sede a Monaco di Baviera, che emette le Linee Guida sui massimi valori consigliati di potenza emessa per le onde elettromagnetiche, ha pubblicato nuove linee guida. Le precedenti risalivano al 1998.
    Il quotidiano ‘La Repubblica’ annunciò queste nuove linee guida con le parole: “Nessun pericolo per la salute, ma cautela con le alte frequenze.” Nell’articolo erano riportate le parole del presidente dell’ICNIRP: “Le persone non dovranno avere paura del 5G se ci atterremo a queste raccomandazioni.”
    https://www.repubblica.it/tecnologia/mobile/2020/03/13/news/nuove_linee_guida_per_la_5g_nessun_pericolo_per_la_salute_ma_cautela_con_le_alte_frequenze-251171998/
    Pensai: “Bravi, dopo tre anni di sperimentazione in tutto il mondo, dopo aver acceso il segnale a Wuhan, ora se ne accorgono e dicono: <<Attenzione alle alte frequenze.>>”

    In realtà, confrontando rapidamente alcune tabelle delle due versioni delle linee guida, non vedo nessun abbassamento né delle frequenze ammesse per l’utilizzo, anzi vedo una possibile preparazione per il 6G, né dei limiti consigliati di potenza emessa, anzi vedo l’inserimento di una tabella per tempi di esposizione ‘brevi’, 6 minuti, nella quale il limite indicato è notevolmente aumentato.
    Vedo solo un adattamento delle tabelle ai nuovi metodi di misura per la caratteristica del beamforming.
    Ma dovrei chiedere ad un esperto. Io mi occupo di un altro settore.
     
    Ma non finisce qui, come diceva il buon Corrado.
    In aprile, dopo Pasqua mi pare, leggo un rapporto: <<Voi non avete proprio idea di cosa sia avvenuto veramente.>> Chi scriveva era uno che asseriva di avere lavorato vent’anni negli Stati Uniti per un noto operatore di telefonia. Tra parentesi, l’operatore con il quale ho avuto il mio primo contratto per la telefonia mobile. E non è quello che deriva dall'operatore unico fino al 1993.
    In sintesi quelle persone crollavano a terra non per il coronavirus, ma per altri motivi, e subito venivano avvicinati da persone in completa tuta protettiva che gli facevano il tampone. Ma un tampone già infetto con il coronavirus. Per nascondere le vere cause del decesso.
    Mi svegliai tutta sudata e con il cuore che batteva in gola. Era solo un incubo.

    Chiusi da soli in casa per via del lockdown, uno fa mille pensieri.

    Ad ogni modo, a metà maggio mi decisi a contattare una persona che poteva essere informata dei fatti. Esposi il mio sogno e chiesi: “Quel rapporto è un sogno o è vero?”
    Rispose: “E’ tutto vero. C’è anche una denuncia. La denuncia c’è, che poi abbia un seguito è un altro paio di maniche.”
    Avrei voluto capire ulteriormente:
    1) la pandemia è stata provocata perché hanno messo in giro il virus con questi tamponi infetti con un virus preso dal laboratorio (a Wuhan c’è anche il laboratorio dove conducevano esperimenti su questo virus);
    2) o la pandemia già c’era e ne hanno approfittato per nascondere la causa di quei collassi;
    3) non sono riusciti a contenere la pandemia o l’hanno fatta propagare appositamente, magari perdendone in parte il controllo?

    Non mi ha detto di più.

    E mi svegliai di nuovo. Era un altro sogno!

    Per fortuna il lockdown fu allentato di lì a poco e piano piano ricominciai ad uscire per le commissioni indispensabili e di incubi non ne ho avuto più.
    Ho solo letto articoli e visto video, cercando di distinguere quali fossero veritieri e quali fossero fake.
    Venni a sapere dell’Event201. In ottobre a New York avevano presentato uno scenario nel caso di un virus partito dai pipistrelli, passato ai maiali e poi all’uomo. Ipotizzavano che partisse dal Brasile e si diffondesse in tutto il mondo.
    [Event 201 si é svolto il 18 Ottobre 2019 a New York City, ospitato dal “Johns Hopkins Center for Health Security”, in collaborazione con il “World Economic Forum” e la “Bill & Melinda Gates Foundation”.]
    Report di recente ci ha informato che Bill Gates è il secondo finanziatore dell’OMS.
    L’OMS già dichiarò lo stato di pandemia nel 2009 in occasione della suina, facendo produrre milioni di dosi di vaccino, che, almeno in Italia, rimasero inutilizzati.
    Gli stessi membri e la presidente dell’OMS che avevano dichiarato lo stato di pandemia non trovarono il tempo di farsi vaccinare.
    Bill Gates, noto luminare della medicina, da anni propaganda la necessità di essere pronti con un vaccino per una pandemia prossima ventura. E pare che si sia già dato molto da fare in India ed in Africa. E forse non solo.
    Intanto da tempo seguivo il fatto che il nuovo oro sono diventati i dati raccolti tramite i collegamenti ad Internet. I ‘Big Data’.
    Gli smartphone ci spiano. Alexa e compagnia cantando ci spiano.
    Ma non basta mai. L’appetito vien mangiando, e ciò vale sia nella tecnologia sia tanto di più negli affari.
    Ora colleghiamo ad Internet tutte le cose. Ed a dicembre un informatico ci informava che il sensore messo nel pannolino ‘intelligente’, già diffuso da una anno in Corea del Sud, che tramite tecnologia Bluetooth avverte lo smartphone dei genitori che il bambino va cambiato, raccoglie anche dati. Che vanno a Google negli Stati Uniti, dove le regole per il trattamento dei dati sono meno stringenti che in Europa, ci informava l’autore dell’articolo.
    Lo smartphone non è sufficiente per il controllo totale? Mettiamo un microchip a tutti.
    Sarà difficile convincere tutti a farsi impiantare un microchip. E noi lo iniettiamo con un vaccino? Un vaccino obbligatorio per tutti. Ma cosa vado a pensare! E’ fattibile?
    Da https://www.sanitainformazione.it/salute/vaccino-contro-il-covid-19-a-che-punto-sono-le-sperimentazioni-condotte-in-tutto-il-mondo/ :
    “IL VACCINO ‘CEROTTO’
    Viene ancora dalla Pennsylvania, ma da Pittsburgh questa volta, il “vaccino-cerotto” di cui si è parlato negli ultimi giorni. Noto come “PittCoVacc”, si tratta di un tentativo sperimentale dei ricercatori della School of Medicine dell’Università di Pittsburgh. Già nel 2003 il team, di cui fa parte anche l’italiano Andrea Gambotto, sviluppò il vaccino per la Sars senza poterlo sperimentare a causa della scomparsa improvvisa della malattia.”
    Nello stesso articolo parlano di un laboratorio non lontano da questo che pure lavora ad un vaccino finanziato direttamente da Bill Gates. Anche questo di Pittsburgh è connesso a Bill Gates? Altri articoli davano ad intendere così, ma da decenni gli articoli sono scritti con superficialità e bisogna stare attenti.
    Ed ora (in maggio) dall’Inghilterra si ‘lamentano’ che se il virus va attenuandosi non si potrà continuare con il vaccino. E ci vogliamo lamentare? Non è una bella notizia se il virus scompare? Bah.
    Dal minuto 2:26 di questo video  https://www.youtube.com/watch?v=fPE6xyZG4n4 
    “E quindi qual è l’obiettivo finale?”
    “Lo scopo finale è quello di impiantare un chip RFID a chiunque. Trasferire tutto il denaro in questi chip. Tenere tutto in questi chip. E se qualcuno protestasse o non rispettasse ciò che noi vogliamo, basterebbe spegnere semplicemente il suo chip.”La Microsoft si sta preparando (e questo non è un fake):
    https://patentscope.wipo.int/search/en/detail.jsf?docId=WO2020060606
    Publication Number WO/2020/060606
    CRYPTOCURRENCY SYSTEM USING BODY ACTIVITY DATA
    Leggo ora che naturalmente qualcun altro già ci ha pensato, ma fu il primo pensiero che mi balzò in testa:
    Apocalisse 13,16-1816 Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; 17 e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. 18 Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.

    E poi, per metterci nell’organismo un nanochip, un nanosensore, è veramente necessario avvicinarci con un ago o cerotto con tanti microaghi? Abbiamo anche il 5G, secondo le parole di Colao (è un montaggio?)
    (minuto 1:04 https://www.youtube.com/watch?v=cEL8WZ8aBNc)
    “Con il 5G […] sarà possibile a distanza iniettare o rilasciare una sostanza utile per la salute.”
    Il mio timore è: “Solo sostanze utili alla salute o altro?”
     
    Benvenuti ne “Il mondo nuovo”.
     
    P.S. E se volete leggere una ‘summa’ dei progetti di William Henry Gates III (altrimenti conosciuto come Bill Gates), progetti appoggiati da enti internazionali preposti a proteggerci potete leggere ad esempio https://www.startmag.it/innovazione/ecco-i-progetti-hi-tech-di-bill-gates-anti-covid-19/ e cercare ID2020 e tant’altro.
    E guardate cosa ci dice l’italiano di cui siamo orgogliosi che lavora a Pittsburgh al vaccino-cerotto (https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/05/13/news/il-vaccino-cerotto-contro-il-coronavirus-potrebbe-arrivare-entro-l-anno-1.38839118):Andrea Gambotto, ricercatore italiano dell’Università di Pittsburgh: tempi accelerati e più sperimentazione per battere la pandemia. E in futuro avremo anche vaccini per virus che non esistono ancora.
    E, magari non c’entra niente, penso ai test sierologici tanto propagandati tramite la Croce Rossa Italiana grazie al decreto-legge n.30 del 10 maggio 2020. Il decreto autorizza a ricavare dati genetici e sulla salute.
    Stop. E questa sta diventando “La Storia Infinita”!
     

  • 11 luglio alle ore 9:51
    L'ORSA

    Come comincia: Domenica pomeriggio, Messina, primi di dicembre fuori il tempo non prometteva nulla di buono, Alberto Minazzo maresciallo delle Fiamme Gialle si stava godendo in televisione un documentario girato in Alaska da un fotoreporter coraggioso, in primo piano un’orsa con due cuccioli  che stava traversando il fiume in piena ma, mentre la madre era riuscita a guadagnare la sponda opposta gli orsetti ancora faticavano a nuotare in mezzo alla corrente senza riuscire a raggiungere la genitrice. Due pescatori su una barca assistevano alla scena, malgrado fosse pericoloso presero il coraggio a due mani, raggiunsero i due orsetti e prima l’uno poi l’altro li issarono a bordo del loro natante depositandoli a riva ed allontanandosi velocemente non conoscendo quali sarebbero state le reazioni di mamma orsa la quale invece, inaspettatamente si alzò sulle zampe posteriori emettendo un bramito prolungato come  di ringraziamento. La scena fece commuovere Alberto, gli ricordò quando in tempo di guerra con papà Armando, il fratello Vasco ed il cugino Luciano (tutti deceduti) andava nei quartieri poveri a distribuire beni di prima necessità racimolati presso persone abbienti. Il padre erano l’unico giovane impiegato di un istituto di credito rimasto in Patria in quanto portatore di protesi ad una gamba in seguito ad incidente stradale, i suoi colleghi spediti in Russia, non avevano più fatto ritorno a casa, maledetto quel pazzo che…Alberto non aveva motivi per essere di buon umore, separato dalla poco gentile consorte decise di uscire da casa non che fuori ci fossero motivi di buon umore, a parte il tempo vide sui scalini di una chiesa un poveraccio che cercava di ripararsi dal freddo con una coperta logora, gli si avvicinò lasciandogli in mano cinquanta Euro e domandandosi perché i signori ‘bacarozzi’ non gli aprissero la porta per offrigli un riparo al chiuso. Passò dinanzi ad un cinema e, senza vedere il titolo si infilò in platea mostrando la tessera e quindi…’a gratis’. Cazzo, un film di guerra ma ormai era al caldo, decise di restare fino a quando sentì una mano tastargli le parti intime. Si era appena accesa la luce: “Ti dò cinque secondi, poi ti arresto!” Il cotale sparì dalla circolazione. Alberto non aveva nulla contro i diversi, ormai erano di moda le famiglie arcobaleno, i figli di due padri o di due madri purché tutti consenzienti. Alberto uscì dal cinema ma poiché ‘nullo vivente aspetto gli molcea la cura’ passando d’istinto dinanzi alla caserma si fece aprire il portone e: “Maresciallo che fa qui a quest’ora e di sabato!” “Ho dimenticato qualcosa nella scrivania.” Si accomodò nella sua sedia di Capo Sezione, la mattina circa settanta finanzieri di ogni grado passavano dinanzi a lui per firmare il foglio di presenza, era l’amico di tutti e talvolta metteva delle firme apocrife di qualche calabrese che, causa ritardi dei treni arrivava fuori orario. Non aveva alcuna voglia di ritornare a casa, passando dinanzi al Circolo Ufficiali di Presidio chiese al piantone di parlare col maggiore Strano, suo amico che lo fece entrare. “Ormai è tardi stiamo per chiudere, com’è solo soletto, niente femminucce?” “Son finiti i bei tempi, forse le donne mi considerano un vecchio rudere…” “Ho capito è di cattivo umore, vedo che lei è a piedi, guardi c’è una signora vedova che sta uscendo… signora Aimée c’è qui un maresciallo della Finanza che gradirebbe un passaggio, sta iniziando a piovere e lui è senza macchina.” La signora alta, bionda longilinea non aveva nulla dei caratteri delle donne del profondo sud, squadrò Alberto che passò l’esame: “Dove abita?” “In viale dei Tigli ma se per lei è fuori mano…” “Al contrario ho una villa sulla circonvallazione, mi viene di passaggio…e se la invitassi a casa mia, non ho proprio sonno…sono Aimée Dubois, ma non  faccia quella faccia, sembra le sia morto il gatto!” “Sono Alberto Minazzo, la mia gatta Luna, bellissima e tigrata è in perfetta salute solo che non ama gli estranei, soprattutto donne…” “Bene allora andiamo a conoscerla, lei mi stia vicino non vorrei che mi graffiasse!” Da dietro la porta d’ingresso si sentivano  i miao di Luna, aveva sentito il rientro del padrone il quale quando aprì la porta se la trovò fra le braccia. “Bellissima chissà quanti bei gattini avrà sfornato.” “Ho preferito di no e quindi…” “Che brutta abitudine…” “Luna girò il muso ed inquadrò la nuova venuta, doveva essere di suo gradimento perché non protestò anzi le si gettò fra le braccia. “Stranissimo non lo fa con nessuno soprattutto femminucce, vuol dire che la inviterò più spesso a casa mia, in fondo è lei la padrona, io sono divorziato.” “Ed io vedova di un ufficiale dell’Esercito italiano, una granata…” “Che vogliamo fare, ora che è qui…io non ho sonno anche se domattina il dovere mi chiama ma posso ‘marcar visita’ come si dice in gergo  militare che lei dovrebbe conoscere.” “Cavolo che bel panorama, tutta la Calabria illuminata ed anche il porto di Messina, una visione rilassante, chissà quante belle donne avranno ammirato il panorama.” “Purtroppo di recente zero assoluto, sono divorziato da poco ed ancora mi son rimaste le ferite…ci vorrebbe una buona crocerossina…” “Se è un richiesta ufficiale aderisco, magari riaccendiamo i riscaldamenti, Luna si è rifugiata nel suo bel giaciglio al calduccio.” Dopo circa mezz’ora: “Ora si che mi sento a mio agio, le dispiace se mi spoglio un po’, comincio a sentire gli effetti del riscaldamento.” Aimée rimase in reggiseno e mutandine, Alberto cercò una battuta di spirito per uscirne con stile, non trovò altro che: “Una volta le sarei saltato addosso!” “Meglio saltare sul letto, voi maschietti pensate solo al sesso…talvolta anche la sola compagnia…” Aimée raccontò della sua gioventù, come aveva conosciuto suo marito che l’aveva lasciata vedova non inconsolabile ma decisamente aisée ossia ricca. Anche Alberto descrisse la sua vita passata e poi si addormentarono. Alle sei e trenta suonò la sveglia, Alberto alle sette e mezza chiamò il centralino della caserma: “Sono Mazzoni per favore passami l’aiutante maggiore. “ “Signor maggiore m’è venuta quasi sicuramente l’influenza, chiamerò il dottor Cimarosa per farmi concedere cinque giorni di riposo.” “Si di riposo a letto, chissà con quale mignotta, oggi è domenica, sveglia e buon divertimento!” “Ho capito male ma quel tale mi ha classificato mignotta?” “Ha usato un’espressione sbagliata voleva forse dire simpatica signora!” “Colazione da igienista, fette biscottate integrali, Yogurt con Lactibacillus Bulgaricus, prugne essiccate. “Voglio provare anch’io a cambiare  l’alimentazione, a proposito hai idee dove andare a pranzo?” “Conosco vari ristoranti ma preferisco che lo scelga tu.” “Ho capito, ci hai portato qualcuna delle tue ‘mignotte’ come dice il maggiore e non vorrai che io sia scambiata per una di loro.” “Sei troppo machiavellica…va bene hai ragione andiamo dove vuoi tu.” “In via Ghibellina c’è Alfonso un ex pescatore che ci farà mangiare pesce freschissimo.” “Andiamo con la tua macchina, cavolo ieri sera non avevo fatto caso alla marca della tua auto, una Borgward Isabella sono anni che non la fabbricano più.” “Era di mio marito, la tengo per suo ricordo, siamo arrivati.” “Gentile signora Dubois è un bel po’ che non la vedevo, ho elle aragoste giunte poco fa oltre che il solito brodetto di pesce ed anche  delle linguine ai ricci di mare.” “Egregio signore lei sa che è proibito pescare i ricci, c’è una contravvenzione altissima!” “Caro Alfonso, il signore è un maresciallo della Finanza, per questa volta chiuderà un  occhio anzi tutti e due, vero caro?” Alberto aveva capito di aver toppato, chiese scusa ad Aimée: “Talvolta mi lascio trasportare…” Alla fine del pranzo: “Tutto eccellente, specialmente le aragoste che dicono sono afrodisiache, che ne dici proviamo se è vero?” “Cara…vedremo, non ci tengo a fare brutte figure anche se tu sei una donna meravigliosa ed appetibile.” “Grazie per l’appetibile, cerca di non  mordermi!” La casa di Aimée era una villa a due piani circondata da giardino, vasca con pesci rossi,  cespugli ben tenuti, si vedeva la mano di un giardiniere. All’interno mobili antichi la cui presenza meravigliò Alberto. “Ho acquistato questa villa come la vedi, non ha voglia di comprare mobili nuovi, avere tra i piedi operari che vanno e vengono, sono di natura misoneista, non ti meravigliare del vocabolo, ho studiato al classico e qualcosa ancora me la ricordo.” “Misoneista in generale anche in campo sessuale?” “Diciamo che è un po’ di tempo che non mi ‘esercito’ in quel campo, sono di gusti difficili e mi infastidiscono gli imbecilli, non ti preoccupare tu non lo sei anzi pemettimi…” “Il primo bacio prolungato, saporito ancora di pesce, così iniziò la relazione fra Alberto che aveva ripreso ‘le penne’ ed un’Aimèe anche lei di nuovo in forma. Al Circolo Ufficiali si era formata una nuova coppia che il maggiore Strano volle festeggiare con un brindisi.

  • 09 luglio alle ore 8:20
    Tutto il mondo è paese

    Come comincia: Tutto il mondo è paese.
    Anche sotto il castello che porta il nome di mia nonna siamo stati oggetto di un tentativo di truffa-raggiro-estorsione.

    Mi è stato consigliato di rivolgermi ad un servizio semi-pubblico per una pratica.
    Nel corso dell'allestimento di questa pratica, il titolare dell'esercizio mi accompagna per un paio di volte da un professionista del settore che mi consiglia come procedere. 
    L'iter si conclude presentando la documentazione ad una commissione che deve dare il suo benestare. Dopo tre mesi arriva a casa la raccomandata con l'approvazione.

    Per il prosieguo dico a mio marito: "Veditela tu".

    A distanza di un anno, mio marito m'informa che il titolare dell'esercizio gli ha riferito che il professionista vuole 500/600 euro. Ne è conseguito un battibecco durato mesi. Per farla breve, alla fine mio marito accetta di pagare ma chiede la fattura. 
    Ah, con la fattura sono 1000/1100 euro.
    A parte la discussione, mio marito insiste: "Tu fammi avere la fattura ed io ti faccio il bonifico". Il professionista sostiene che è il contrario: prima mi paghi e dopo ti faccio la fattura. 
    La storia si trascina fino a novembre.
    Ricevo una telefonata. E' il professionista. Mi fa: "Signora, io ho avuto a che fare con lei. E' lei che è venuta nel mio studio, ho visto che è una persona per bene. Se non mi paga il mio avvocato le manda l'ingiunzione.". Non ho proprio voglia di fare polemiche. Comunque ad agosto avevo consultato un mio amico della guardia di finanza che ha confermato: prima la fattura, poi il bonifico o, in alternativa, contestualmente fattura-assegno.
    E’ il ponte del primo novembre e ci accordiamo di sentirci per un appuntamento finite le feste.
    Finite le feste, telefono e non ricevo risposta. Propongo via WhatsApp un giorno per l’appuntamento.
    Due giorni dopo la risposta: il giorno proposto non va bene, facessi il bonifico.
    Ora basta, penso.
    Il giorno dopo esco prima dal lavoro e mi reco alla guardia di finanza.
    Nella sala d’attesa mi raggiunge un brigadiere.
    Gli espongo la situazione. Mi chiede ragguagli e mi fornisce consigli su come procedere.

    Invio al professionista la richiesta di vedere quali accordi abbia firmato nel suo studio relativamente ad un compenso per le sue prestazioni o, in alternativa, un tariffario dell’esercizio semi-pubblico.

    Ricevo dal professionista un messaggio nel quale afferma che per lui la cosa è archiviata, non pretende alcun compenso sulla base di altre considerazioni.
    Il titolare dell’esercizio prova ad insistere, sostenendo che il professionista si era recato davanti la commissione a presentare la documentazione, cosa non corrispondente alla realtà. Tengo ferma la mia posizione su questo punto ed anche il titolare dell'esercizio desiste.

    Perché racconto questo? Perché, con grande rammarico, la scorsa estate mi sono guardata alle spalle ed ho visto che quando ho fatto di testa mia "senza dà retta a nisciuno", anche le situazioni critiche si sono risolte. 

    Attenzione, qui tutti possono sbagliare: solo chi non fa niente non sbaglia.
    E le tegole possono capitare a tutti.

    Linda Fienga lì, 1 dicembre 2018
     

  • 07 luglio alle ore 14:56
    La mia stanza

    Come comincia: Quello che segue non è proprio un racconto, ma trattasi essenzialmente di un "esercizio letterario". Il tutto nacque intorno ai primi mesi del 2014, quando ascoltai su rai storia una vecchia intervista fatta a Corrado Alvaro (spero di ricordare bene, tuttavia, e di non confondermi col nome ed il cognome dell'autore!). Lo scrittore di San Luca (zona della Calabria tristemente nota per fatti non del tutto letterari), nel corso della stessa parlò anche di un esercizio letterario - appunto - da poter svolgere ad opera dei neofiti ed imberbi scrittori come me: concentrarsi, cioé, su un oggetto vicino o a portata di...occhio, oppure su un luogo spesso frequentato e descriverlo. L'attenzione, così, cadde subito (di getto, quasi incondizionatamente!), su quella che definisco essere la "mia" stanza. Ovvero, uno dei luoghi più frequentati nel corso della mia esistenza. Uno dei luoghi compagno della mia vita, sovente e volentieri: soprattutto nell'ultimo anno di tempo. Ne nacque, quindi, la descrizione che segue.
     "La mia stanza è la terza in ordine d'ingresso o meglio di entrata; ovverosia entrando dalla porta d'ingresso che da sull'androne dove scorrono, di fianco all'ascensore, le scale: che non sono, si badi bene, come quelle di Escher le quali girano sempre su sé stesse, senza mai a nulla condurre né da nessuna altra parte...esse - fortuna per loro! - arrivano sino al portone che sfocia, a sua volta, sul marciapiede che costeggia la strada. Essa è la "mia" stanza: in quanto al suo interno vi trascorro gran parte delle ore che il dì scandiscono (eppure la notte), intercalando il tempo - a volte - con numerose divagazioni sui generis...fuori porta!  E' anche la terza per ordine di grandezza: posta in mezzo alla camera da pranzo che da a nord, confinante con una frazione di appartamento appartenente ad uno stabile attiguo, e la camera da letto grande, quella matrimoniale ove soggiornavano nottetempo i miei genitori, dacché sono stati [Essi] in vita ed in figura su questa terra (la mia carissima zia materna Mary che io, inguaribile esterofilo, chiamavo a quel modo proprio a volerne inglesizzare ed americanizzare il nome, mentre sbrigava le faccende di pulizia in alcune stanze - accadeva sempre durante il fine settimana, quando era a casa dal lavoro ed io dalla scuola - sovente mi ripeteva le seguenti parole: - Ricordati che tutti siamo niente. Oggi in figura e domani in sepoltura! - Si riferiva, ovviamente, alla vacuità del destino dell'essere umano e di tutti gli altri esseri viventi, il suo non era, però, un fare noioso e funereo al contrario la definirei saggezza frammista a realismo, meglio ancora realistica accettazione delle cose e dell'esistenza, pur essendo essa credente e cattolica nonché dotata di gran senso religioso... direi che fosse stato quello il mio primo contatto, quand'ero ancora imberbe ragazzino, con l'aldilà e con l'idea della morte più in generale; quelle parole mi ritornano spesso nelle orecchie, ora che sono più adulto, quasi vecchio!). La mia stanza, dicevo, è la terza stanza dell'appartamento (tre è il numero perfetto: i pitagorici lo consideravano tale in quanto per loro era la sintesi del due - numero pari - e dell'uno - numero dispari -; tante civiltà e religioni lo considerano tale: è per questo, forse, che la stanza di cui vi parlo è quella che considero essere più "mia" rispetto alle altre...o forse è mera casualità!) che io abito; laddove abito e dimoro, cioé, sin dalla lontanissima estate del 1969, quella che definii essere stata, in tempi recenti, la "lunga estate di Belfagor" (questo nomignolo deriva da un vecchio sceneggiato, "Belfagor", appunto, passato in tivù, e che in una estate lontanissima, ancorché ancora viva e vegeta nella mia mente, tenne ben fermo e quieto me ed altri bimbetti di allora, suppongo, sotto il letto...bloccato dalla paura!): quando vi emigrammo da un'altro quartiere della città io - bimbo allor d'appena un lustro d'età - e la mia famiglia tutta intiera ed insieme; è la terza stanza dell'appartamento sito all'ottavo piano di uno stabile popolare seminuovo (lo é, sebbene esso sia oramai "vecchio" di ben cinque lustri ed abbia dovuto sostenere numerosi maquillage e rifacimenti di viso...facciata!), di quelli inclusi nella categoria "A4" secondo quanto è scritto nella visura catastale originaria (o secondo ciocché essa recita...sarebbe forse meglio dire!); o meglio ancora, in base alla classificazione "arida" assai ed alquanto - nonostante essa sia notevolmente essenziale e pratica - stabilita dal nuovo catasto urbano all'incirca trenta anni fa (la visura originaria, infatti, quella redatta dall'esimio geometra Pantano - non so, però, se fosse anche lustrissimo! - , titolare dello studio omonimo ed al tempo sito alla via Temenide civico diciannove, in Taranto, recava scritto: unità immobiliare A 18): posto [lui], in una zona cittadina la quale, sino a vent'anni fa,  era definita "fuori borgo"; decentrata, cioé, dal centro cittadino, quasi periferia; mentre oggi, invero, è essa stessa diventata borgo, quasi centro, rispetto ad altre zone: fattesi esse stesse periferia o periferie - ad opera e per merito, forse...per colpa più che altro dello sviluppo extraurbano, scellerato e scellerabile, avvenuto d'amblé - quindi sempre più - ed inesorabilmente - lontane dal centro. E' la terza stanza, la mia stanza, se si esclude lo sgabuzzino piccolo il quale, a volta sua, è dirimpettaio dell'ingresso e del disimpegno (frazione più piccola del corridoio che sbocca nella cucina), è funge da ripostiglio o solaio interno (in poche parole, che povere non sono affatto, avente funzione di scantinato o mezzanino) che ben si possa dire, anzi, affermare: colà, cioé, dove la roba vecchia metto a riposare o in stand-by prima ch'essa affronti l'ultimo suo viaggio, insieme al pattume di casa, verso il cassonetto del pattume che abita sotto casa; ivi attendendo d'esser poi trasportata in discarica con l'altro pattume (suo fratello: sebbene sia esso di madre diversa e forse ignota!) ed in compagnia dell'altra roba vecchia e magari dei sorci verdi! E' la mia stanza, adesso, questa stanza: proprio perché adesso è soltanto "mia" (in realtà lo è da ben sei anni, non uno di più e neanche di meno: uno in più, cioé, d'un lustro che di anni ne conta cinque!), mentre pria era in primis la "loro" eppoi anche la mia; è la mia stanza, adesso: perché adesso appartiene solamente a me, così come le altre stanze vuote. Invero, essa reca con sè i segni del tempo, quel tiranno inesorabile che lentamente scorre senza infamia né lode: li porta fiera, però, sulle sue spalle vecchie ma ancora forti; su quelle spalle che sono i muri: avvolti in una carta talmente sottile e lieve da apparire talora quasi eterea...grondano di ricordi, di suoni e di strane voci. Occidua guarda, la mia stanza, il balcone che da sulla strada esterna ed il quale guarda, a sua volta, la strada: ed insieme, come entrambi, guardano lo scorrere del tempo senza ch'essi portino occhiali sopra gli occhi che non posseggono...allo stesso, identico e perpetuo modo la mia stanza osserva il sole nascere e morire, ogni giorno, la luna sorgere e calare ogni sacrosanta sera sopra il cielo; ed ascolta lo scorrere del traffico che percorre la strada sottostante al di sopra di quel cielo che la oscura o la illumina ad intermittenza e secondo l'alternarsi delle stagioni durante l'anno astronomico. Ogni notte, silenziosa e stanca, la mia stanza si addormenta insieme a me: che a volte, a mia volta, sono silenzioso e spesso stanco - ma non sempre, però - quando mi addormento. E' la mia stanza, adesso: solo e soltanto "mia"!

    Taranto, 14 marzo 2014. 

  • Come comincia: L'elefante è un mammifero proboscidato appartenente alla famiglia Elefantidi (ordine Proboscidati). E' il più grande animale terrestre esistente al mondo. Le due specie esistenti sono quella africana (Loxodonta africana) e quella asiatica (Elephas maximus). La seconda è di dimensioni - e dalle orecchie - più piccole rispetto alla prima. Sottospecie di elefante africano sono le seguenti: elefante comune o di savana (Loxodonta africana africana), diffusa, al pari del cugino più grande, in tutta l'Africa centrale e nota per il fatto di avere le orecchie col bordo inferiore triangolare; elefante di foresta (Loxodonta africana cyclotis), la quale è più piccola dell'elefante comune e presenta un numero maggiore di unghie negli arti. Sottospecie dell'elefante asiatico, invece, sono le seguenti: quello indiano (Elephas maximus indicus), quello di Sumatra (Elephas maximus sumatranus) e quello nominale, endemico dell'isola di Srilanka, catalogata da Linneo col nome scientifico di Elephas maximus maximus. L'elefante asiatico e le sue tre sottospecie sono tutte a rischio: più di tutte, però, lo è quella di Sumatra, la quale dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature) è catalogata con la fascetta rossa ("pericolo critico"). Secondo ultime stime la popolazione dell'elefante asiatico comune è ridotta a non più di quaranta-cinquantamila individui. Cause del calo demografico sono: riduzione e stravolgimento dell'habitat e caccia spietata per l'avorio da parte dell'uomo. Gli elefanti sono i più grandi vegetariani del globo terracqueo: essi trascorrono diciotto ore del giorno a mangiare, in cui arrivano a consumare anche cinquecento chili di cibo...Come dire che: "erbivori si nasce non si diventa!". Potrebbe sembrare pazzesco o quanto meno stravagante e fuori gusto quanto leggerete di seguito ma è tutto vero: appurato, cioè, e certificato da studi specifici altamente attendibili. Da millenni questi pachidermi, - ossia ancor prima della comparsa dell'uomo sulla terra - venerano i defunti, ovvero hanno innato il culto dei morti (non a caso un tale di nome Aristotele li definì, millecinquecento anni fa, "gli animali che superano tutti gli altri per intelligenza e spirito"): essi, infatti, tornano - di frequente - nel luogo in cui i propri simili (familiari e altri membri del branco) sono morti e vi restano per giorni...è proprio il caso di dire, allora - a mio modesto parere - quanto segue: "molti umani dovrebbero prendere esempio da questi pachidermi" (c'é gente - e lo affermo con cognizione di causa, a ragion veduta ed assumendone la piena responsabilità - ad esempio, che non presenzia neanche alle esequie della propria madre!), oppure, per stemperare i toni del racconto, secondo il vetusto ma sempre efficace sense of humour made in England, "un sano week-end col morto!". Chapeau, dunque, agli elefanti e lunga vita alla regina...pardon a loro!
     L'inseparabile guancenere (Agapornis personata nigrigenis), dal suo canto, è un animale diverso, se non altro per le dimensioni, ma non meno intelligente e sensibile degli elefanti. Trattasi di un pappagallino simpaticissimo, multicolorato e minuscolo (pesa appena cinquanta grammi) che vive in Africa (il suo areale è ristretto, oramai, a zone limitate dello Zambia). Costituisce un gruppo di nove specie di cui otto suddivise nell' Africa continentale e una in Madagascar, dell'ordine Psittaciformi e della famiglia Psittacidi. Deve il suo nome all'intenso legame di coppia che stabilisce col partner. Negli anni passati venivano catturati in gran numero per farne animali da compagnia. Hanno, però, una precipua particolarità: se privati di un compagno o una compagna, essi considerano l'uomo (inteso in generale come essere umano) loro partner e ciò li rende desiderabili e, al contempo, fragili e disperati se il proprietario li trascura. E' una specie in notevole pericolo di estinzione (popolazione ridotta a duemilacinquecento-diecimila individui adulti): causa cambiamenti climatici, riduzione dell'habitat e caccia dell'uomo. Secondo la IUCN è in fascia gialla: ossia vulnerabile! Gli inseparabili esistenti: inseparabile dalle ali nere (Agapornis taranta), inseparabile capo grigio (Agapornis cana), inseparabile dal collare nero (Agapornis swinderniana), inseparabile dal collo rosa (Agapornis roseicollis), inseparabile dalla testa rossa (Agapornis pullaria), inseparabile di Fischer (Agapornis personata fischeri), inseparabile di Nyassaland (Agapornis personata lilianae), inseparabile mascherato (Agapornis mascherata mascherata).

  • 29 luglio 2019 alle ore 10:30
    PIERINO IL CHIACCHIERONE

    Come comincia: “Papà perché alla televisione hanno detto che si lamentano nove morti? I morti si lamentano?” Pierino F., figlio di Gaetano impiegato in un ufficio postale era solito far domande su qualsiasi argomento gli passasse per la testa. Il nome Piero gli era stato ‘appiccicato’ dalla madre Lorenza V. in onore della nonna materna che tutti ricordavano come incallita chiacchierona. “Vedi Pierino in questo caso il verbo lamentarsi indica un evento spiacevole.” “E perché non dicono evento spiacevole?” “Pierino ti deve bastare quanto ti ho detto!” ed a sua moglie. “Mi sa che gli dobbiamo cambiare nome, è preciso a sua nonna!” Il ragazzo tredici anni compiuti frequentava la seconda media, a scuola era molto bravo e talvolta metteva in difficoltà i suoi professori con domande cui era complicato rispondere. Appassionato lettore, prendeva ‘a piene mani’ i libri dalla fornita biblioteca paterna con conseguenze di far aumentare il numero delle sue domande. “Papà ho letto i libri di Pitigrilli,  di Guido da Verona, perché i critici dicevano che scrivevano libri a sfondo sessuale? Ti recito una poesia in romanesco del Belli che  ho imparato a memoria:‘Bbe’! Ssò pputtana, venno la mi’ pelle; fo la miggnotta, sì sto ar cancelletto; lo pijjo in cuello largo e in cuello stretto; c’è ggnient’antro da dì? Che ccose bbelle!’” “Complimenti per la memoria se a scuola…” “Papà a scuola ho tutti otto! Ho capito non mi sai rispondere!” La curiosità di Pierino non si fermava alla lettura, una sera percepì dei rumori provenienti dalla camera da letto dei genitori, dal buco della serratura vide papà e mamma che si muovevano sul letto in maniera strana con conseguente domanda il pomeriggio successivo. “Papà ieri ho visto te e mamma sul letto che facevate rumore, forse litigavate?” “No Pierino, la mamma aveva un dolore alla schiena ed io le ho fatto dei massaggi!” ed alla moglie: “Tappa il buco della serratura, maledizione!” Farla a Pierino era difficile e così preclusagli la vista dei genitori a letto dal buco della serratura mise in atto una delle sue. Comprò in un negozio di ferramenta dei tappa buchi in legno con vite, col trapano del padre fece quattro fori ai lati del quadrato della porta della camera da letto dei genitori e vi istallò quattro tappa buchi che, girandoli con la vite nel legno  diventavano inamovibili. Gaetano li notò, non ricordava di averli mai visti, cercò di toglierli, non ci riuscì e si convinse che la sua memoria cominciava a perdere colpi. Pierino una sera svitò un tappa buchi e vide chiaramente i genitori che si spogliavano nudi entrare nel bagno e poi tornare a letto per il solito massaggio del padre alla madre. Notò in particolare che Gaetano e Lorenza avevano dei peli sul pube. Giorno seguente: “Papà perché i grandi hanno dei peli tra le gambe?” “Veramente…penso per proteggere le parti intime come i peli sotto le ascelle.” “Lorenza questo lo ficco in collegio, è ossessionante, come le pensa tante domande strane, preciso sua nonna di cui porta il nome.” “Lascia stare la defunta, è un bambino che cresce e vuol sapere…” “Cresce e rompe i coglioni!” Per fortuna del padre, Pierino aveva fatto amicizia con una ragazza diciassettenne della stessa scala che frequentava il secondo anno liceo classico ed a lei si rivolgeva per avere delle spiegazioni in  lingua francese. In fondo era una scusa, a Pierino Ginevra N. piaceva molto e la ragazza gli dava corda, era diventato un bel giovane, intelligente, curioso non come i suoi compagni di scuola che lei considerava sciocchi e viziati. Pierino si era accorto che Ginevra aveva una agenda su cui scriveva le date e l’ora degli appuntamenti di sua madre Diletta F. Con la curiosità alle stelle chiese a Ginevra il perché di quegli appuntamenti della madre. Ginevra se la cavò con: “Mia madre è consulente tributaria e dà consigli ai suoi amici.” Pierino non si convinse della risposta, talvolta Ginevra si alzava dalla sedia e faceva entrare degli uomini nel soggiorno che poi sua madre accompagnava in camera da letto. Ginevra capì che era meglio essere sinceri, d’altronde era convinta della serietà di Pierino e gli comunicò che sua madre, vedova, alla morte del marito era casalinga e il marito stesso non gli aveva lasciato dei soldi né aveva diritto a pensione e così…si arrangiava. Pierino rimase pensieroso e naturalmente ‘partì’ con una domanda: “E tu hai conosciuto qualche signore che ti ha fatto delle proposte?” “Ora non mi va di parlartene.” La palazzina di quattro piani in via Garibaldi a Messina era abitata prevalentemente da persone anziane e malate che non si interessavano dei fatti altrui ma la ‘vita’ di Diletta era a conoscenza di Gaetano che un giorno alla moglie. “Non so che pensare della frequenza di nostro figlio a casa di una che fa ‘marchette’, tu che ne pensi?” “Il ragazzo è amico della figlia, a noi non interessa quello che fa la madre o tu ci hai fatto un pensierino?” “Con un consorte meravigliosa come te non mi passa per la testa e poi non pagherei per quello che mi consente deliziosamente mia moglie!” Un ‘mah’ di Lorenza inficiò le affermazioni di Gaetano. Un pomeriggio Pierino si accorse che Ginevra era giù di morale, aveva delle occhiaie, forse la notte non aveva dormito, l’abbracciò e furbescamente: “Tu sei come una sorella maggiore, anche se sono giovane non mi ritengo uno stupido, a me puoi dire tutto quello che ti accade.” Ginevra allora confidò che una mattina non era andata a scuola perché sua madre le aveva chiesto di ‘far compagnia’ ad un suo amico ammiratore fervente della figlia. L’ammiratore fervente voleva una sola cosa dalla ragazza, facilmente comprensibile sborsando un compenso enorme  intascato dalla madre,  diecimila Euro! La persona non più giovane con pancia prominente, forte di aver sborsato quella somma notevole non fu molto delicato con Ginevra che era vergine, il dolore, non solo fisico, le perdurava. Pierino impietosito chiese a sua madre se potesse invitare a cena Ginevra che aveva qualche problema in famiglia. Diletta acconsentì, inutile dire la curiosità di Gaetano che accolse con un sorriso la ragazza. Ginevra al termine della cena, sdraiata sul divano del salotto sembrava più distesa. “Potresti essere mia figlia, quando hai qualche problema vieni a trovarmi, d’altronde mi sembra che tu dia qualche lezione a Pierino.” Poi avvenne un fatto non previsto: talvolta Diletta veniva ‘retribuita’ per le sue prestazioni, da parte di proprietari  terrieri anche con beni in natura come frutta e verdura provenienti dai  loro appezzamenti  oltre che con polli,  conigli e costolette di maiale, un ben di Dio. Pierino notò il fatto ed elaborò una strategia: suggerì di far offrire a sua madre, da parte di Ginevra, parte dei prodotti che, data la notevole quantità sarebbe andata perduta. A quella proposta Lorenza rimase perplessa e chiese un parere al marito il quale con faccia indifferente:”Fai come vuoi.” ma si capiva che lo zozzone avrebbe volentieri…Lorenza, aiutata da Ginevra, una domenica mise su un pranzo coi fiocchi, pranzo abbondantemente ‘innaffiato’ con del Lambrusco DOC di Reggio Emilia cui fecero onore tutti gli invitati ad esclusione di Pierino cui toccò mezzo bicchiere di vino annacquato con acqua minerale. La mattina successiva  Diletta telefonò a Lorenza chiedendole il permesso da andarla a trovare. “Possiamo darci del tu Diletta, ti vedo giù di morale e, non ti offendere, un po’ invecchiata. Non voglio dire la solita frase trita e ritrita ma mettiti al posto mio, rimasta vedova senza un centesimo non son riuscita a trovare un lavoro decente, quello che mi proponevano aveva sempre da parte dei maschietti un sottofondo sessuale, alla fine di giornata di lavoro,stanca, avrei dovuto soddisfare il capo servizio o chi per lui allora ho pensato di farne una professione a casa mia, non giudicarmi, la mia vita è dura, gli uomini mi trattano come un oggetto, nessuna carezza, gentilezza o complimento, talvolta anche con disprezzo, son cose che tengo dentro di me ma che mi fanno male. Lei è fortunata, ha un marito…” “Cara Diletta, non è tutto oro…il signorino ogni tanto svicola con qualche ventenne o giù di lì e le fa dei regali togliendo ovviamente soldi alla famiglia, non ho il coraggio di confidarmi con mio figlio e…”Diamoci del tu, mi pare che siamo sulla stessa barca.” Le signore ogni mattina prendevano insieme il caffè poi una sigaretta e qualche affettuosità per ripagarsi delle mancate coccole dei maschietti, se ne fecero molte fra di loro sino a diventare tanto intime da finire sul lettone matrimoniale. Ambedue si guardavano un po’ stupite di quello che era loro successo ma, allorché erano lontane non vedevano l’ora di rincontrarsi, insomma una relazione! Ginevra decise che non avrebbe più aderito a richieste sessuali di qualche ‘maiale’, spesso  coccolava Pierino che cominciò ad …alzare la cresta. Una mattina che Diletta era andata a fare spese al centro invitò Pierino a non andare a scuola promettendogli una novità. E che novità: sotto la vestaglia si fece trovare completamente nuda. Alla vista di quel corpo delizioso Pierino si accorse che un certo ‘coso’ era aumentato di volume, si spogliò in fretta, Ginevra lo invitò in bagno, lavò il ‘ciccio’ di Pierino che diventava sempre più voluminoso e se lo mise in bocca. Ci volle poco che il cotal ‘sputazzò’ il suo liquido in ‘ore’ a Ginevra che: “Ha un buon sapore, se ti va baciami i ‘fiorellino’, t’insegno io come si fa.” Conclusione? Quella delle favole? No, non tutti vissero felici e contenti perché Gaetano restò fuori dai ‘giochi’ consolandosi con qualche giovin pulzella ma pagandola profumatamente mentre gli altri seguitarono col loro ménage in buona armonia.
     

  • 29 luglio 2019 alle ore 10:27
    GLI ANTICONFORMISTI DEL SESSO

    Come comincia: Facile da spiegare chi sono gli anticonformisti del sesso sia maschi che femmine. Ai miei tempi (scusate la citazione  priva di originalità) erano sicuramente i maschietti sempre alla ricerca della ‘pelosa’ le cui proprietarie, nella maggioranza dei casi se la tenevano ben stretta, usando talvolta il ‘secondo canale’ per paura di non potersi più maritare data la mentalità allora corrente, oggi…tutto il contrario: sono le femminucce che, allupate corrono appresso ai maschietti i quali, avendo la…pancia piena non sempre le apprezzano. Parlando con i suoi coetanei di…tanta anni di età, Alberto si accorse che anche loro erano  della stessa opinione chiaramente col rimpianto di essere nati troppi anni addietro. Conclusione: alcune giovani donzelle si rivolgevano agli ‘attempati ma non troppo’ per provare le gioie del sesso. Anche l’esperienza degli ‘anziani’ era un punto a loro favore, i giovani talvolta erano troppo sbrigativi e per loro valeva l’allocuzione: ‘Vado, l’ammazzo e torno.’ E così Arianna diciottenne alunna del terzo liceo classico a Messina, guardandosi attorno ’approdò’ su  Alberto che era stato il suo compare di battesimo, lui, ateo era stato costretto a quel ‘sacrificio’ perché amico di  Edoardo e di Greta genitori della ragazza. Abitavano  in una villetta bifamiliare nella frazione di Torre Faro. L’essere rimasti soli  era stata per la baby la possibilità ‘sconcicare’  il padrino il quale, pur anticonformista: considerava Arianna un po’ sua figlia, una figlia ormai crescita e diventata donna ma…”Zio ti prego, la mentalità delle persone è molto cambiata da quando eri giovane, sono le ragazze che danno la caccia ai maschietti e tu sei più che un maschietto un maschione appetibile!” “Mi risulta che tu sei fidanzata con un compagno di scuola.” “Si chiama Paolo, sto con lui perché è di famiglia molto abbiente ma, come dice il suo nome, è piccolo non solo di statura ma anche di…Io ho visto il tuo ‘uccellone’ quando un giorno ti lavavi sotto la doccia esterna, tutta un’altra cosa.” “Mia cara, dire che non sei piacevole sarebbe una falsità ma venendo con te mi sembrerebbe di fare un affronto ai tuoi genitori.” “I miei non sono puritani ho scoperto che…” “Mi hai messo in crisi, fammici pensare…” Le avances di Arianna avevano mandato in depressione il povero Alberto che combattuto se approfittare o meno della ‘ghiotta’ occasione. Cinquantenne maresciallo delle Fiamme Gialle in pensione ancora aveva idee personali sull’onore, quello vero non quello dei mafiosi che talvolta, quando era in servizio aveva combattuto. Se ne accorse Anna: conosceva suo marito da molto tempo, gli voleva bene come quando lo aveva conosciuto, tanto bene da averlo seguito nelle sue idee di anticonformismo un po’ in tutti i campi. Un giorno finalmente: “Caro dimmi quello che ti sta succedendo, ti starò sempre vicino qualsiasi situazione tu debba affrontare.” Alberto mise al corrente la consorte di quello che era successo soprattutto del fatto che non sapeva come comportarsi. Anna scoppiò in una risata: “Pensavo a qualche malattia o altro guaio, tanto casino per una puttanella che te la sbatte in faccia, ha ragione Arianna sei rimasto a trent’anni addietro, tu che hai studiato latino ‘carpe diem’ in questo caso ‘carpe statum’ e poi se fosse capitato a me…” “Invece di aiutarmi mi metti in crisi, non ti ho mai pensato fra …le braccia di un altro.” “E invece ci devi pensare, un po’ di variazioni sul tema aiuta la coppia. Edoardo e Greta stanno fuori casa tutto il giorno per mandare avanti la loro libreria, io sparisco dalla circolazione e così avrai campo libero, attenzione a non…” Era chiaro quello a cui aveva accennato Anna, Alberto ed Anna non avevano voluto diventare genitori, genitori si nasce e loro non erano nati per quell’impegno. Al telefono: “Arianna che ne dici se vengo a trovarti a casa tua.” “Preferisco il contrario, i miei se ne potrebbero accorgere, ho visto tua moglie uscire in auto, tra poco sarò da te.” Arianna si era presentata in vestaglia ‘sotto il vestito niente’ come il celebre film di Carlo Vanzina o meglio un corpo meraviglioso da adolescente, una fitta peluria scura sul pube, tette marmoree gambe bellissime. Alberto si accorse che il suo ‘priapo’ era già in erezione, Arianna se ne appropriò con la bocca e, ‘per tutta conclusione’ ad occhi chiusi ingoiò piacevolmente il … di Alberto, era buono di sapore al contrario di quello di Paolo. “Io prendo la pillola e quindi…”e quindi Alberto si appropriò della ‘gatta’ di Arianna, la strapazzò per bene sinché la giovin signorina disse: “ Basta, mai goduto tanto in vita mia.” Alberto fu orgoglioso della sua prestazione in considerazione anche della sua età non più verde, ora sorgeva il problema di rispondere alle domande che sicuramente Anna gli avrebbe posto, decise di essere sincero come al solito. Nessun problema anche perché la consorte aveva fatto un pensierino…” Greta era venuta a conoscenza da parte della figlia Arianna delle sue ‘gesta’, pensò di approfittarne per… “Anna che ne dici se ti vengo a trovare?” “È da tempo che non ci vediamo pur abitando tanto vicine, ti lascio la porta interna aperta.” “Amica mia sei uno schianto, ti ho sempre ammirata sin da quando sei venuta ad abitare qui…” Una frase palese alla quale Anna rispose con un sorriso, forse, chissà se…Greta si lanciò e prese a baciare Anna in bocca, l’amica ne apprezzò il sapore  e ci mise del suo per andare più a fondo. Finirono sul lettone e misero a nudo le loro nudità facendosi dei complimenti vicendevolmente per i loro corpi,  Arianna ricominciò a baciare Anna dal viso a tutto il corpo finendo al clitoride con goduria molto maggiore di quando lo faceva suo marito. ‘La storia durò a lungo sin quando le due pulselle ne ebbero abbastanza, ovviamente era una via aperta per il futuro. Alberto nel frattempo era stato in caserma nella stanza dell’A.N.F.I. dove gli ex appartenenti al Corpo talvolta si riunivano per passare il tempo giocando a carte. All’ora di pranzo si recavano in sala mensa dove consumavano il vitto insieme ai colleghi in servizio. Talvolta fra di loro c’era un certo sfottò: “Cari ex colleghi chi di voi prende la pillola blu, penso un po’ tutti….ah ah ah.” Alberto punto nell’orgoglio guardò in viso quel tale spiritoso e: “Guardandoti bene ti vedo pallido, troppo pallido, non credo che arriverai alla pensione come noi, inutile che ti tocchi i ‘gioielli’, farai la fine che ti ho predetto.” Una risata generale seguita da un applauso. Tornando a casa Alberto istintivamente capì che c’erano delle novità. “Cara che mi dici, qualcosa di nuovo?” “Anna si mise a ridere e riferì al marito quanto accaduto, Alberto ne prese nota chissà se in futuro…Passa un giorno, passa l’altro …il prode Anselmo non c’entrava nulla ma c’entravano Anna, Edoardo e Greta nel senso che…Un giorno Arianna era a scuola, Alberto in caserma Edoardo e Greta a casa perché la libreria era chiusa per riposo settimanale ed allora quale migliore occasione…”Caro che ne dici se andiamo a trovare Anna?” “Non so se gradirà la mia presenza, prova a telefonare.” “Carissima Anna mi ospiti per stamattina a casa tua?” “Vieni pure, ho finito di farmi la doccia, sono profumatissima! Ho lasciato la porta aperta.” I due coniugi erano appena entrati che Anna uscì dalla toilette nuda ma quando si accorse della presenza di Edoardo rimase senza parole. “Anna se la presenza di mio marito ti disturba non c’è problema lo rispedisco a casa nostra.” La mancata  risposta di Anna incoraggiò Greta che prese in mano la situazione. “Se sei d’accordo ti lubrifico il buchino posteriore.” E mise in atto quanto dichiarato facendo piegare sul letto una Anna ancora silente. “Guarda c’è Edoardo in posizione, ti entrerà nel popò molto delicatamente, mettiti di spalle su di lui.” E così fu che Annina pian piano si trovò un ‘ben dur’ di Ifigonia memoria fino in fondo senza alcun dolore anzi quando prese a muoversi cominciò a provare un qualcosa di molto piacevole anche perché Greta si era impadronita del suo clitoride portandola all’orgasmo. Finalmente Anna provò il doppio gusto di cui tanto aveva sentito parlare senza mai provarlo, provò tanto piacere da seguitare a muoversi col bacino con conseguenti orgasmi multipli. Dopo un bel po’ di tempo Greta ritenne di fare una pausa, l’espressione del viso di Anna era paradisiaco ammesso che in Paradiso avvengano certe situazioni. Tutti e tre sul lettone spaparanzati e soddisfatti, siccome il sesso porta ad acuire la fame: ”Anna che hai di buono in frigo, ho un languorino…Fu proprio Greta che ritornò con panini con prosciutto e con formaggio. Finite le mangiurie  Anna finalmente fece sentire la sua voce con una richiesta che fece sorridere i due coniugi: “Che ne dite se riprendiamo la posizione di prima, m’è rimasta un po’ di fame!” Detto, fatto i tre ripresero le rispettive posizioni e ricominciò il carosello. Greta pensava: “Stà porcellona ci ha preso gusto, va a finire che mi spompa il marito.” Così non fu perché Edoardo reggeva bene gli assalti di una ancora allupata Anna. Fu Greta a dichiarare la fine dei giochi e: ”Noi ritorniamo a casa, quando vorrai…” ma dentro si sé pensò che l’amica ci aveva preso troppo gusto, forse un po’ di gelosia. Stavolta i due coniugi non informarono la figlia delle loro ‘acrobazie’sapevano di Alberto e di Arianna che seguitavano a ‘divertirsi’ sul loro letto, se ne accorgevano al rientro a casa, i due parevano aver fatto una lotta e non  del sesso, forse per la giovane età la ragazza strapazzava più del dovuto il non più giovane Alberto in sostituzione di Paolo ricco ma povero in campo sessuale. In seguito i due si maritarono, Alberto con l’andar degli anni ebbe veramente bisogno della pillola blu fin quando il medico di famiglia, visitato il suo cuore, gli intimò di stare molto calmo in campo sessuale. Arianna il cui significato del nome ‘sacra e pura’ si contraddiceva con chi lo portava, si trovò un altro vecchietto non più tanto vecchio con la complicità di Paolo  che la amava alla follia e quindi tollerava le sue ‘svicolate’. Edoardo, rimasto vedovo per un brutto male che aveva colpito Greta si era sempre più attaccato ad Anna tanto che la stessa spesso dormiva e desinava a casa sua ma la tristezza era calata un po’ su tutti tranne ovviamente Arianna che se la spassava alla grande. Alberto? Colpito in parte da dementia senilis passava dal letto al divano; ricordando la sua origine romana si fece acquistare dei libri con le poesie  di Trilussa. Per passare il tempo ne lesse alcune fra cui : ‘Er chierichetto d’una sacrestia sfasciò n’ombrello su la grotta a un gatto pé castigallo d’una porcheria. – Che fai – je strillò er prete ner vedello – Ce vò coraccio come er tuo pè menaje in quer modo…poverello! – Che fece er chierichetto – er gatto è suo? – Er prete disse: - No…ma è mio l’ombrello!’ Piacevole lo scritto  ma Alberto non riusciva più a sorridere, anche  i fasti del sesso erano per lui uno  sbiadito ricordo. La figura di Arianna raramente si presentava nella sua fantasia in ogni caso sempre più sfumata come un fantasma che pian piano si allontana  per poi sparire definitivamente. Alberto si rese conto che ormai la Parca Atropo con le sue cesoie stava  per tagliare il filo della sua vita. L’ineluttabilità dell’evento non lo spaventava, c’era in lui solo la curiosità di sapere il destino che lo aspettava  ‘post vitam’ non certo il premio o il castigo dei Cattolici né le famose quarantatre vergini promesse dai musulmani… con loro avrebbe fatto una figuraccia!
     
     

  • 29 luglio 2019 alle ore 8:07
    Un incontro amicale tra due universi paralleli

    Come comincia:  Può l’amicizia tra due persone nascere al di là dello spazio e del tempo, senza che mai ci sia stato tra di loro un incontro reale, una conversazione verbale, uno scambio epistolare, addirittura dopo che tra i due si è già frapposto il muro invisibile e apparentemente invalicabile che separa la vita dalla morte? Chi sapesse della mia esperienza con Dominick Ferrante, direbbe senz’altro di sì.

    Oggi non saprei più dire se fu solo per caso o se già era scritto nel gran libro dell’ Universo che quella mattina a scuola, durante un’ ora libera tra una lezione di Latino e una di Italiano, io dovessi scegliere di rimanere nella sala docenti per leggere un opuscolo di poesie intitolato “ Incompiutoggini”, che giaceva nel mio cassetto da qualche giorno, regalo dell’ amico e collega Francesco Paolo Tanzj.

    Lo aprii   più o meno a metà e lessi i primi versi di una poesia intitolata “ Morte”:

    Come quando sarà passato troppo tempo
    quando tutto sarà coperto dal vento
    e il suo sibilo sarà più forte della mia voce
    quando la luce sarà più opaca del cielo di ottobre e il mare urlerà […]
    I miei occhi guarderanno. […]
    Per non dimenticare/ quell’ ultimo da me voluto torpore.

    Può una poesia intitolata Morte essere un inno alla vita? – mi chiesi – Può la voce di un giovane prematuramente scomparso al mondo dei vivi levarsi così sonora e potente sul silenzio dell’ animo umano e scuoterlo dal torpore e dall’ indifferenza verso sé e verso il prossimo?

    C’ era ancora del tempo prima che suonasse l’ ora e io ne approfittai per divorare con gli occhi e con l’ anima altri versi, altri messaggi, altre lucide e coraggiose riflessioni sugli uomini, sui loro problemi reali e fittizi, per confrontare con le idee di questo giovane poeta le mie idee e i miei sentimenti, e li trovavo così simili, così paralleli, a volte, da spaventarmi e da esaltarmi nello stesso tempo.

    Credo che la mia amicizia con Dominick sia iniziata così, con uno scambio di opinioni in versi, attraverso due universi paralleli, quello della vita in cui ancora io affannosamente mi dibatto e quello della morte, sereno e imperturbabile, dal quale si vedono tutte le verità e si bisbigliano all’ orecchio di chi le vuole ascoltare, sotto forma di poesie, come fa Dominick con me ogni volta che lo chiamo col pensiero e gli chiedo aiuto e conforto.

    E non è forse questa la vera amicizia? Uno scambio continuo di doni gratuiti, in cui è più gratificante il dare del ricevere.

    Dominick fa questo con me ogni volta che apro il suo “ Cielo incompiuto” e ascolto la sua voce. 

     

  • 28 luglio 2019 alle ore 21:24
    Non posso mentire ancora (prima parte)

    Come comincia:  Mia sorella Sara stava morendo su un letto d'ospedale ma non volevo ammetterlo né dirglielo; non trovavo, cioé, la forza di spiattellargli in faccia, lei tanto buona e dolce, la nuda e cruda verità. Al tempo stesso, però, dubitavo se mai fosse giusto, da parte mia, seguitare a comportarmi così: se avevo perciò il diritto di tacere ancora.
     - Chi mai sono io da arrogarmi il diritto di farlo e negarne a lei uno ancor più sacrosanto: quello di sapere? - ripetevo di continuo fra me e me, domandavo alla mia stessa coscienza. - Sono soltanto, in fin dei conti, suo fratello maggiore (ho sei anni più di lei), la sua balia cresciuta ed acquisita cammin facendo (lo ero diventato, mio malgrado, da quando, dieci anni prima nostra madre Gabriella e nostro padre Marco, morti in un incidente d'auto sull'autostrada del Sole, di ritorno da una vacanza trascorsa da soli, ci avevano lasciati per sempre) - era la risposta più logica ed ovvia che riuscivo a darmi. Così soffrivo tanto dentro di me, preso dal dubbio e dalla incertezza, macerato da quella fottutissima "coppia" di bastardi: letteralmente quelle che si definiscono, voce di popolo alla mano, le proverbiali pene dell'inferno!
     Erano diverse settimane, ormai, da quel fatidico primo di aprile (non è affatto uno scherzo né un pesce d'aprile, purtroppo!), proprio il giorno del suo ventinovesimo compleanno (quando accusò i primi sintomi), che lei lottava, con tutte le sue forze, strenuamente e con coraggio da leonessa, contro due serpenti a sonagli insinuatisi nel suo corpo senza chiedere permesso e che, lentamente ma inesorabilmente, lo stavano (e la stavano) divorando: il morbo di Hodgkin (un linfogranuloma maligno del sistema linfatico: così chiamato dal nome dell'istologo inglese che per primo lo scoprì, a metà ottocento) ed un sarcoma alle ossa. Lei, invero, è sempre stata un tipo testardo e cocciuto, a dispetto della sua bontà e gentilezza d'animo, molto più di me che pure, per natura, lo sono già abbastanza (è da una vita, infatti, che sono in perenne lotta contro un nemico indistruttibile che si chiama "me stesso"!): questo è un bene, certo, ma a volte non serve o quanto meno non basta a lottare contro la realtà delle cose ed il destino avverso. Sara, infatti, era ricoverata alle Molinette di Torino, nel reparto ematologia donne diretto dal professor Attilio Lombardi, luminare in Europa e nel mondo, amico di liceo di mio padre con cui era rimasto in contatto sino al momento dell'incidente che lo aveva portato via ad entrambi. Spesso il professore era a cena da noi, nella nostra abitazione di Pinerolo (circa trentacinque chilometri a sud-ovest del capoluogo, sulla strada che porta al Sestriere), in cui ci eravamo trasferiti dopo la nascita di mia sorella, nel 1988; sita al numero 77 di via Kropotkin (il cognome del rivoluzionario moscovita Petr, poi passato all'anarchismo, che il sindaco Girolami, ex PCI, nel 1985 li aveva affibbiato - quella strada si chiamava prima Massimo D'Azeglio, - chissà, se colto da raptus senile o...probabilmente per omaggiare il sottoscritto che di lì a qualche anno sarebbe arrivato in paese con la famiglia e crescendo sarebbe poi diventato l'unico anarchico dei dintorni!). Il professore ci veniva con sua moglie Laura (la coppia non aveva figli: lui è infertile), una donna minuta oggi sulla settantina, all'epoca molto avvenente, venuta al nord con la famiglia di umili origini (il padre operaio alla Fiat, la madre casalinga): si erano conosciuti quando la donna faceva pulizie a casa dei genitori del medico e così si erano sposati, nel 1977, in piena epoca delle lotte operaie (l'autunno caldo a Mirafiori e nel triangolo industriale) e studentesche (l'anno fatidico, quello, della nascita del "movimento", di cui mio padre fece parte attiva essendo grande amico, tra l'altro, del fumettista Andrea Pazienza, uno dei deus ex machina dello stesso!), in piena epoca "strategia della tensione", quando le bombe ed il terrorismo lasciavano ovunque segni e lutti; i compagni autonomi colpivano duro nelle piazze, nei quartieri, negli atenei, nelle fabbriche ed i neri del fascio, però, non erano da meno; nascevano e morivano, nel giro di poco, ideologie, ideali ed utopie: in piena epoca, insomma, degli importantissimi stravolgimenti socio-politico-economici che avrebbero cambiato per sempre il volto ed il corso della storia italiana...E' proprio il caso di dire che l'amore (ma non sempre è così, però!) non conosce barriere ideologiche, economiche e sociali. Ebbene, il professore (ironia della sorte!) spesso aveva tenuto sulle sue ginocchia Sara, quando veniva da noi, coccolandola e giocando con lei: era una nipotina acquisita per lui, li voleva un gran bene: adesso, invece...Era cresciuta e stava lottando per la vita contro la morte proprio nel suo reparto. La mia sorellina aveva cominciato la chemio già dal primo giorno di degenza, per contrastare il male (i suoi bellissimi capelli castani, morbidi come la seta, lunghi come il crine di un cavallo e profumati sempre di mirto e lavanda, avevano per un pò resistito, ma poi erano caduti a grappolo: sembrava un cocomero bianco!). Subito, però, le cose non andarono come previsto: la realtà, purtroppo, aveva mostrato impietosamente il suo volto vero ed oscuro. La settimana era trascorsa in fretta, tra una visita in ospedale ed il mio lavoro, stressante, di lavapiatti ed aiuto cameriere (al ristorante Rendez-Vous, in corso Vittorio Emanuele II° 38, di fronte alla stazione di Porta Nuova, sempre strapieno come un uovo, a pranzo come a cena) e senza grossi imprevisti: tranne una piccola crisi nervosa di Sara, a cui avevo fatto fronte col mio proverbiale sangue freddo e con l'ausilio di venti gocce di valium, somministrategli dall'infermiere Alfredo. Devo dire, tuttavia, che il tempo allora non aveva molto senso per me: al suo trascorrere non ci facevo più caso: tutto era diventato un fare di routine! Eravamo, comunque, vicini alla pàsqua, oramai (sarebbe caduta di lì ad una settimana) e quel sabato sera (il 12 aprile) non lo dimenticherò facilmente. Alle diciassette in punto partii da casa, in macchina, e mi recai in ospedale (avevo un pass speciale, viste le condizioni di Sara, il quale mi permetteva di entrare in visita verso le diciassette e venti-diciassette e trenta, un paio d'ore prima rispetto agli altri): il fine settimana ero libero, di solito, vista la chiusura del ristorante, e potevo (nonostante tutto...che camminassi minacciosamente di fianco all'oblio) giostrare l'impegno con più tranquillità (potrebbe sembrare un eufemismo, cazzo...è così!), ma in questi casi, si sa, le sorprese, soprattutto quelle non gradite, sono sempre dietro l'angolo (è proprio il caso di dirlo, anzi, di scriverlo dopo averlo pensato a lungo!).
     Alle diciassette e ventotto in punto posteggiai la macchina, comprai il solito paccotto di giornali e riviste da portare a mia sorella (tra cui Intimità e Cronaca rosa, quelle che piacevano da matti a nostra madre) all'edicola di via Varazze, di fronte all'ospedale, ed in un lampo fui su in reparto. Entrai nella stanza (la seconda sulla sinistra, partendo dall'ascensore e dal montacarichi; l'unica "riservata", nel reparto, con due soli letti, l'armadietto ed il doppio bagno: trattamento speciale per noi, grazie al prof) e puff, vuoto e silenzio assoluti...mia sorella, ahimé, non era nel suo letto. Un tonfo al cuore, allora, mi prese: il rumore del suo battito sembrava davvero quello di un tuono durante un temporale estivo. Mi rivolsi, così, alla caposala Grimaldi (donna simpatica ed espansiva, no la classica Rottermayer tutta d'un pezzo! sui cinquanta ben portati, originaria di Erice nel trapanese):
     - Senti, Luisa, ma dov'é Sara? - le chiesi agitatissimo. - Cosa è successo?
     - Ha avuto una crisi, mezz'oretta fa: - esclamò lei, dispiaciuta. - L'hanno presa per i capelli, sai? E' in rianimazione ora!
     Mia sorella, purtroppo, aveva avuto una  grave crisi respiratoria (al limite dell'arresto cardio-circolatorio), dovuta alle carenti difese immunitarie. La situazione, però, era stabile. Come un siluro impazzito letteralmente mi catapultai al secondo piano (ematologia è due piani più sopra rispetto alla rianimazione) e da dietro i vetri dello stanzone, colorati giallo opaco (Sara era sul letto al centro, tra i letti di altri due malati privi di conoscenza), nel corridoio del reparto, vidi lei, la mia dolce sorellina, tutta intubata ed inerme...non ebbi il coraggio, evidentemente, di guardare per molto né di piangere: dopo qualche minuto scappai via e mi diressi verso l'ascensore (non avevo neanche voglia di scendere per le scale, a piedi, com'ero solito fare) che mi avrebbe portato nella hall dell'ingresso eppoi all'uscita dall'ospedale: una volta in strada, però, fui soltanto capace di fare una ventina di passi; dopo di che, giunto che fui in via Nizza, all'altezza dell'ufficio postale Torino 5, mi sedetti sul cruscotto d'una vecchia Punto 900 C posteggiata a pettine: a quel punto scoppiai in un pianto a dirotto.
     - Finalmente sono riuscito a farlo! - dissi fra me e me (era la prima volta, infatti, che piangevo dal giorno del ricovero di mia sorella). Quella fu per me una sorta di liberazione...fino ad allora ero sembrato essere una faccia di cera oppure, chissà, Buster Keaton col viso da giovane, senza fisionomia: sempre impassibile e freddo!
     La "crisi" di pianto, però, durò all'incirca dieci minuti. Un vecchio calvo (con grossi baffi), che camminava poggiandosi al bastone, mi passò davanti e domandò:
     - Ragazzo, hai bisogno di qualcosa?
     - No, grazie, è tutto a posto! - risposi.
     Mi ripresi. Avevo capito, ero finalmente sicuro sul da farsi: qualora Sara si fosse ripresa ed uscita dallo stato di incoscienza in cui era sprofondata, gli avrei raccontato tutto, per filo e per segno avrei detto a lei la verità sul suo male e sul tempo che le restava da vivere. Dalla tasca del giaccone rosso che indossavo estrassi,allora, il cellulare (un vecchio, desueto apparecchio modello "McOnsen MF03" comprato cinque-sei anni prima di contrabbando, in piazza Statuto: ero uno dei due dinosauri, o tre al massimo, rimasti in tutta Torino e provincia a non avere con sè regolare porto d'armi...pardon, uno smartphone, o un i-pod, o un i-pad!) e feci il 3388181595, il numero del professor Lombardi.
     - Pronto, chi parla? - Fa lui.
     - Prof (lo chiamavo così, un po' tra il sarcastico ed il bonario, sin da ragazzino: non ci faceva caso...aveva sempre avuto il sense of humour, lui!), - sono Luciano. Ha saputo? Sara sta malissimo! Mi dica, come andiamo?
     - Ho saputo! - rispose lui. - Un quarto d'ora fa mi ha chiamato Giulio (il dottor De Carlo, suo vice e braccio destro, più giovane di lui di quindici-sedici anni: bravissimo medico, gentile e disponibile con tutti, sempre; affabile ed alla mano...Faccia simpatica con un paio di baffi alla D'Artagnan, venuto su dalla Campania, Santa Maria Capua Vetere - il paese della pizza a metro; laureatosi a Firenze, dove ha fatto gavetta: al Cto e al Careggi); non devi preoccuparti, Sara c'é la farà in un paio di giorni e poi...Il resto lo sai (aveva capito al volo che cosa intendevo conla domanda precedente). Le cose, purtroppo, quelle altre, non vanno mica tanto bene: due giorni fa abbiam fatto un'altra biopsia, una metastasi è sotto l'orecchio sinistro, un'altra all'altezza del fegato. La chemio non serve più a niente, ormai. La interrompiamo quando riprende conoscenza. L'unica cosa che potremo fare è di alleviarli il dolore e tu...starli sempre vicino: il tuo cuore deve essere insieme al suo!
     Parole impietose, quelle del prof, ma lucide e senza tanti ghiribizzi di sorta o di circostanza; insomma, senza girarci troppo intorno né ricorrere ad ipocriti sotterfugi...sincerità.
     - Ho capito! - feci io; poi domandai: - lo sapevamo già, vero? Quanti mesi ancora, prof?
    (Facevo domande a cui il prof aveva in parte risposto prima: inconsciamente mai avrei voluto conoscere la risposta; anzi, le facevo proprio perché avrei voluto sentirmi dire ben altre cose...Tutti vorremmo sempre che ciò avvenga, in fondo).
     - Mesi per niente! - rispose. - E' questione di settimane: due, tre al massimo! Vuoi che ci pensi io, Luciano, oppure che lo faccia Laura?
     Il professore si riferiva a chi avrebbe dovuto dirglielo a Sara; dirli la verità! Decisi che ci avrei pensato io: lo avrei fatto a costo di farmi evirare e diventare così un eunuco! Alla mia sorellina, la "piccola-grande Sara", il mio coniglietto verde (così la chiamavo, sin da quand'era bambina, per via di un dente che li sporge dalla dentatura superiore), ci avrei pensato io.
     - No, prof, tocca proprio a me farlo: è giusto così!
     - Va bene, Luciano, fai come desideri meglio: lascia parlare il tuo cuore. Ora devo lasciarti, ho una visita in studio che mi aspetta.
     - Arrivederci, prof! - dissi io. - Ci vediamo in reparto domani.
     Lasciato il professore, presi la via di casa, a piedi (dimenticai di aver posteggiato la macchina a due passi dall'ospedale, nel parcheggio abusivo di via Varazze): il nostro (mio e di Sara) è un appartamentino modesto ma dignitoso, preso in affitto; con due camere, più bagno e cucina, in piazzale San Gabriele di Gorizia al civico 13, tra corso Unione Sovietica e l'ospedale inferiore Koeliker, di fronte al vecchio Filadelfia - comunemente, per i gianduia, quartiere Lingotto-Mirafiori. Giunto a destinazione (mi ricordai, nel frattempo, della macchina posteggiata nei pressi dell'ospedale), mi buttai sul letto, distrutto (senza cibo toccare e tutto vestito, così com'ero rincasato) e dormii sino al mattino seguente: dieci ore filate! Alle sei in punto feci colazione e mi recai in ospedale per recuperare la macchina: dopo di che andai al lavoro. Al termine del mio turno, poi, solita trafila e solito "pellegrinaggio": prima un salto, en passant, a casa, dopo di che, verso le diciassette, pronto per la visita a Sara... - Come l'avrei trovata? - Domandai a me stesso. - Era cosciente, la mia sorellina, oggi, oppure "dormiva" ancora?
     Le sorprese, anche quelle positive, in questi casi, o meglio al limite del paranormale e dell'inspiegabile, sono sempre all'ordine del giorno...Girando l'angolo le puoi trovare sulla strada (della vita), lunghe e distese sul marciapiede: a prendersi gioco di te, a meravigliarti o a deluderti...chissà. 
     Arrivai in reparto e dopo aver salutato la Grimaldi mi affacciai sull'uscio della stanza (come un riflesso condizionato), poi accadde tutto... con sorpresa vidi mia sorella seduta sul letto, sorridente e serena come nei giorni più felici: sembrava un guru indiano, pronto per la meditazione o un incantatore di serpenti subito dopo aver svolto il suo lavoro. Il suo volto non era spento e smunto come nelle settimane precedenti ma bello e naturale, non sapevo se scoppiare a ridere o in lacrime; così ricacciai indietro le mie emozioni ed entrai nella stanza sorridendo: lei aveva bisogno di me e del mio cuore (ripensai, infatti, alle struggenti parole che aveva proferito il prof telefonicamente, sera prima).
     - Stai meglio, - dissi subito gridando, - oggi hai il colore del sole impresso addosso, sorellina!
     Lei non disse niente ma mi sorrise: mi avvicinai al suo letto, la strinsi forte tra le mie braccia quasi a...
     - Ehi, piano! - fece lei. - Quanto entusiasmo, quanta passione; siamo fratello e sorella, io e te, non due innamorati! Vuoi soffocarmi? Hai vinto per caso al gratta e vinci?
     Dentro di me pensavo: - Miracolo (sono ateo da oltre trent'anni ma...), ha ritrovato anche il piglio ed il senso arguto dell'umorismo!
     - No, stupida! Sono soltanto felice che tu oggi stia meglio: eri in un altro mondo, ieri, ricordi?
     - Sono semplicemente tornata tra i vivi! - Esclamò lei ironicamente.
     Di questo passo verrai fuori da quì prima del previsto, - feci io, gurdandola dritto negli occhi. Lei mi guardò per un attimo quindi scoppiò in una risata, a metà tra il sornione ed il beffardo. 
     Poi, di botto, esclamò: - Matto che sei, vuoi prendermi mica per il culo? E dopo che sarò uscita cosa faremo?
     - Andremo al cinema, io e te, in giro per la città, allo stadio, al parco, in qualunque posto mano nella mano, come due innamorati adolescenti...eppoi un bel gelato alla Galleria o al Due Mondi (la gelateria, vicina al Valentino, in via Medaglie d'oro, dove spesso s'era soliti andare, io e lei, insieme agli amici): una coppa maxi, da cinque euro, di quelle che piacciono a te (il suo gusto preferito è cioccolato e pistacchio con due grosse amarene Fabbri che trasbordano il succo fuori dal bicchiere), che dici?
     - E dopo, dimmi, che altro faremo?
     - Dovrai fare una cosa grandissima per me: mi aiuterai a programmare il mio matrimonio.
     - Il tuo matrimonio? - Domandò lei sorpresa. - Fratello mio, allora hai una ragazza!  Dimmi, come si chiama? Com'é: bionda o bruna? E' di Torino? Quanti anni ha? Dai, su, raccontami!
     Sara era felicissima, anzi, strafelice: si vedeva che lo era per davvero. Ma io, single da una vita (anche lei lo era, oramai da due anni: quando il suo ragazzo, Luigi, l'aveva lasciata andando a vivere con i suoi a Milano), ossia da quando, per lo meno, avevo avuto la mia ultima storia, finita male, con una ragazza di Novara (circa quindici anni prima: decenni passati, quelli non digitalizzati né smartforizzati...ormai nel Devoniano!), avevo mentito: lo avevo fatto per reggere il gioco (era troppo bello veder sorridere nuovamente mia sorella: la cosa più importante, in quel momento, per me!), per far durare più a lungo quel momento, una pausa serena ed imprevista dalla sofferenza (mi ricordai d'aver letto, tempo prima, un aforisma: "non c'é cosa più bella al mondo di un attimo insignificante".
      - Troppe domande tutte d'un colpo, sorellina! - le dissi con tono scherzoso. - Vuoi farmi venire un'indigestione, che dici? Si chiama Laura, è una brunetta coi capelli lunghi: li porta sempre legati dietro, però, come la coda di un cavallo. Lavora in un bar vicino al Rendez-Vous, l'ho conosciuta due settimane fa, un colpo di fulmine: abbiamo deciso di sposarci  a maggio. Mentivo spudoratamente, ero contento di farlo...Riuscii a farla ridere ancora, però, Ero senza una ragazza perché non avevo tempo: trascorrevo i meriggi e le serate con lei, in ospedale, dopo il turno al locale, infine tornavo a casa: mangiavo un boccone (quasi sempre roba comprata alla rosticceria vicino casa, o pizze e minestre surgelate) e mi addormentavo sul divano, davanti alla tivù accesa. Alle otto del mattino tornavo a lavorare (iniziavo presto perché c'era sempre lavoro arretrato: apparecchiare i tavoli, preparare la lista dei menù, ordinare le bevande, etc.), infine smontavo giusto all'ora di tornare all'ospedale. Erano giunte le venti, intanto: l'orario di uscita. Sara, ancora pimpante (strano a dirsi e a crederci: non si era lamentata né aveva pensato al suo male in quelle tre ore scarse trascorse insieme: prima volta, da settimane, che accadeva) esclamò:
     - Domani, brocco (mi chiamava così visto che ero appassionato di calcio - tifosissimo da sempre del Toro - ma ero talmente imbranato a giocare da far paura pure ai morti!), portami una di quelle riviste per novelli sposi così ti aiuterò a scegliere un completo adatto a te; e poi me la devi far conoscere, sai? Credi di farmi fessa? Ho un fetente che mi divora dentro ma non sono rimbambita!
     Dentro di me ero un fuoco: volevo scoppiare a piangere ma...riuscii a trattenermi (probabilmente Sara sarebbe scomparsa prima dell'inizio della primavera!).
     - Va bene, stupida, me ne ricorderò: sarà fatto, sei tu il comandante!
     La salutai con la mano destra, lei mi mandò un bacio volante. Nel corridoio incontrai il professore: lui, come al solito, mi lesse nel pensiero.
    - Non illuderti, Luciano! - disse. - Non è un miracolo...è soltanto casualità, è l'andamento della malattia alterno e l'effetto dei farmaci. Ieri era quasi in coma, oggi è arzilla come una scimmia salterina, domani forse...
     - Va bene, prof, - dissi io interrompendolo. - Non lo faccio: oramai ho perso l'abitudine per le illusioni! Ci vediamo domani.
     - A domani, Luciano. - fece lui.
     Strada facendo, in macchina immerso nel traffico, mentre tornavo a casa, mi passò in testa, come un film, la vita trascorsa insieme a mia sorella, e quella sua insieme ai genitori, quella nostra tutti insieme. Piccoli flash-backs, refrain, deja-vù, scampoli di gioie e dolori, mix di sentimenti, soddisfazioni, delusioni, bilanci, pugni presi in faccia, baci, abbracci, vertigini, botte in testa, giravolte: insomma, la vita, col suo dare ed avere, prendere e lasciare, col suo essere o meno in pari con la sorte; la vita è basta: quella grande puttana d'alto bordo! (Come spesso la definivo davanti a Sara).
     Ritornò davanti agli occhi una vecchia foto bianconero, in cui mio padre è ritratto insieme a Mike Rutherford e Tony Banks dei Genesis, sul palco del Palasport Ruffini, prima d'un concerto (fu l'ultimo, quello, purtroppo, in Italia) della band inglese nel lontanissimo 1975 (era una domenica assolata di marzo: mi raccontò una volta mio padre stesso). Dopo lessi sul quotidiano torinese "La Voce del Popolo" che i Genesis erano arrivati direttamente dall'Inghilterra: fatto tecnicamente veritiero ma molto improbabile, tuttavia, visto che il giorno prima di quella data italiana, il 22, gli stessi avevano tenuto un concerto ad Annecy, capoluogo del dipartimento dell'Alta Savoia, in Francia, non molto distante da Torino. Risentivo le note di Lilywhite Lilith o quelle di Watcher Of The Skies, le stesse che sovente mio padre, quando era sotto la doccia, intonava e che rimbombavano nelle mie orecchie, quando ero ragazzino, come un tam tam...Ma l'intro di Watcher era sempre da brividi sul fondo schiena quando lo risentivo cresciutello. Eppoi rividi mia madre che portava in spalla mia sorella piccolina, al mare: nella spiaggia deserta di Riccione, in un rugiadoso mattino di una estate di tanti anni fa; della serie: ombre e fantasmi gentili del passato a Samarcanda...Anche quella visione, però, da brividi: su tutto il corpo!
     Il suono insitente del clacson d'una 4x4 nera mi riportò alla realtà, alla vita di ogni giorno, appunto: - Coglione! Vuoi muoverti o no? Cos'hai in testa? La strada non è solo tua! - gridarono dal finestrino aperto. Mi ero dilungato troppo ad un semaforo col verde acceso, immerso nei ricordi e nei pensieri, all'incrocio di via Reduzzi con Arnaldo da Brescia, due-trecento metri da casa!
     Arrivai così a destinazione e mi addormentai sul divano davanti alla tivù accesa (avevo fatto appena in tempo, però, a cambiarmi e...sgranocchiare qualcosa!).

  • 28 luglio 2019 alle ore 17:00
    LE DUE GEMELLE

    Come comincia: “Signori studenti oggi un tema impegnativo: ‘Dio nostro salvatore’, avete tempo sino alle tredici, impegnatevi!” Chi aveva parlato era il direttore del Collegio dei Padri Misericordiosi di Jesi in provincia di Ancona a nome Quinto Moscati; l’abitudine di chiamare i propri figli con un numero era proprio di quel tratto delle Marche, certo i genitori non avevano molta fantasia oppure non volevano che i nomi dei loro antenati fossero riportati ai  figli fatto sta che si potevano contare i nomi da: primo sino a settimo, non risulta ci fosse in giro un ‘ottavo forse… per mancanza di ‘materia prima’! In aula al primo banco della terza media c’era Alberto, un alunno particolare in quanto suo padre Armando, ateo aveva preferito iscrivere suo figlio ad una scuola cattolica per dare la possibilità al ragazzo di fare scelte autonome per quanto riguardava l’indirizzo religioso, non aveva voluto influenzarlo. Alberto durante le vacanze estive si era aggiornato sulle varie religioni del mondo con libri provenienti dalla fornita libreria paterna: Ne aveva rinvenute centotrentasette di cui sette di ispirazione cristiana. In una pubblicazione di uno scrittore olandese, Van Loon aveva trovato una teoria che calzava sul tema che il direttore aveva dato da svolgere in classe e lo trascrisse pari pari sul suo quaderno: ‘Dio o vuole togliere i mali dal mondo ma non può, oppure può ma non vuole, oppure non vuole e non può, oppure vuole e può. Se vuole ma non può è impotente il che inammissibile in Dio. Se può ma non vuole è invidioso il che è alieno da Dio. Se non vuole e non può allora è invidioso e impotente ed anche questo non può attribuirsi a Dio. Se vuole e può il che soltanto conviene a Dio da dove vengono i mali? Perché non li toglie?’ Preso in mano il quaderno di Alberto il buon Quinto allibì, li per li non riuscì a profferir verbo, quando si riprese: “Vieni con me in direzione, telefonerò a tuo padre, fedifrago!” “Cavaliere sono il direttore del collegio di suo figlio, venga a ritirare Alberto dal mio collegio, a voce le spiegherò la motivazione...tu vai in camerata e prepara la valigia.” “Direttore cosa ha combinato mio figlio, ha picchiato qualche suo collega?” Quinto aveva un certo rispetto per Armando direttore di una banca locale e quindi lo trattò un po’ con i guanti come si dice in gergo: “Mi dispiace dover cacciare Alberto dal collegio ma ha scritto qualcosa inammissibile per un cattolico, ha smontato le teorie su cui poggia la nostra religione, legga lei stesso.” “Conosco lo scritto di mio figlio, è un pensiero di Epicuro che affermava anche che: ’Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità…” non proseguo perché lei sicuramente ha studiato al liceo classico e quindi conosce bene gli scritti di quel filosofo, mi accorgo che da cattolico non condivide il suo pensiero, non per questo cambieranno i nostri buoni rapporti, quando ha bisogno di me sono a sua disposizione, figliolo saluta il direttore, a casa faremo i conti!” In macchina: “Papà che conti dobbiamo fare, quello che ho scritto mi sembra anche il tuo pensiero sulla religione.” “Te l’ho detto per far contento il direttore, i preti sono come…lasciamo perdere, domani ti iscriverò alla scuola pubblica.” Passando dinanzi a dei cassonetti di spazzatura Armando vide una ragazza che frugava fra i rifiuti e ogni tanto si metteva qualcosa in bocca, stralunato Armando uscì dall’auto e: “Che stai facendo, se mangi quelle porcherie ti verrà il tifo…” La ragazza era mal vestita ed era bianca in faccia, non poteva dirsi brutta ma piuttosto malandata. “Son due giorni che non mangio, ho una fame da lupo!” “Vieni con noi, qui vicino c’è un bar di cui conosco il proprietario.” “Gino pota un cappuccino e qualche brioches per questa ragazza.” “Come ti chiami?” “Sono Mafalda, poi le racconterò la mia storia se lei ha voglia di ascoltarmi.” “Per ora mangia, ne riparleremo a casa mia.” Alberto abitava in una villa in viale dei colli a Jesi, in macchina Mafalda, seduta del divano posteriore stava per addormentarsi. “Siamo arrivati, Alberto accompagna Mafalda in bagno, io le troverò dei vestiti di tua madre, ormai lei…Armando era rimasto vedovo di recente, un automobilista ubriaco una sera, in viale della Vittoria l’aveva investita ed uccisa sul colpo. Mafalda ci mise del tempo ma quando uscì dal bagno era un’altra, i capelli erano in ordine, aveva indossato un vestito nero molto elegante della defunta Marianna. “Debbo informarla della storia mia e di mia sorella Milena, io per punizione da parte del mio patrigno Michele sono stata rinchiusa per due giorni in una stanza senza poter uscire,  con mia madre Fulvia e mia sorella Milena abitiamo in via Gallodoro, nostra madre dopo la morte di mio padre si è messa con un delinquente, Michele che ha cercato di violentarmi, l’ho preso ad unghiate e lui per punizione mi ha chiuso a chiave in una piccola stanza della casa dove abitiamo, per fortuna abitiamo al secondo piano e con un lenzuolo annodato sono scappata dalla finestra…temo per mia sorella, mia madre è una debole…Armando non pose tempo in mezzo e telefonò al capitano dei Carabinieri Maurizio, suo amico ragguagliandolo sul  fatto riferitogli da Mafalda: “È un reato grave, andrò personalmente con una pattuglia in via Gallodoro, se vuoi venire pure tu con la ragazza ti aspetto sul corso. Al numero cento Maurizio bussò violentemente: “Aprite Carabinieri!” Nessuna risposta allora entrò in funzione il Carabiniere Mirko che con un ‘ariete’ buttò giù la porta. Il ‘signor’ Michele era impietrito, aveva tentato di scappare dalla finestra ma aveva avuto paura e si era chiuso in bagno. “Apra, non ci faccia spaccare pure la porta del bagno!” Michele si arrese e si trovò subito con un bel paio di manette ai polsi, Mirko era stato velocissimo ad infilargli i ‘braccialetti’. Michele e Fulvia in due auto dei Carabinieri, Milena e Mafalda nella Lancia Aprilia di Armando con Alberto  nel sedile anteriore il che cominciò a sbirciare le due ragazze. “Non fare il coglione!” “Non ho fatto niente!” “Apposta non devi fare niente!” Alberto capì che per lui non ci sarebbe stata ‘trippa pé gatti’! Michele e Fulvia in galera, Mafalda e Milena in casa di Armando e di Alberto, le ragazze col consenso del padrone di casa si erano impadronite del vestiario della defunta Marianna, dormivano nella stanza degli ospiti e, in attesa di trovare un lavoro aiutavano Camilla, la cameriera nelle faccende domestiche. Le due ragazze, anche in seguito ad un articolo su un giornale locale erano diventate famose ed ammirate, erano proprio belle e desiderabili, Alberto a scuola veniva invidiato: “Beato te che hai la possibilità di ‘lavorarti’ due gran pezzi di f..a, il signorino non rispondeva ai compagni di scuola facendo intendere che…invece andava in bianco o ‘in white’ per dirla all’inglese, papà Armando vigilava e non voleva grane ma anche lui…un pensierino ce l’aveva fatto. Mafalda con l’aiuto di Armando si occupò come cassiera al bar della stazione, spesso veniva accompagnata sul posto di lavoro da Armando con la sua Lancia Aprilia. Milena trovò posto pure come cassiera in un negozio di vestiti eleganti vicino alla scuola di Alberto che talvolta l’accompagnava pavoneggiandosi con gli amici ma andando sempre ‘in white’. Dopo due mesi una notizia bomba, il direttore di una nota banca di Jesi aveva annunziato di sposarsi con una ragazza più giovane di lui di vent’anni, Mafalda. Cerimonia in chiesa per non inimicarsi le autorità ecclesiastiche, testimoni Maurizio e Mirko per lui e i padroni dei locali dove le ragazze facevano le commesse per lei. Viaggio di nozze con la fidata Lancia Aprilia sino a Parigi, Armando poté durante il viaggio in Francia poté far sfoggio del francese che conosceva bene. Al ritorno tutti gli amici domandavano come era andato il viaggio di nozze, Armando con un sorriso a trentadue denti (alcuni finti) non rispondeva ma faceva intendere che…Nel frattempo che era successo in casa di Armando, lui assente. Alberto a seconda degli orari mangiava in compagnia di Milena ogni giorno più bella e lui ogni giorno più ‘ingrifato’. Milena e pure la cameriera se ne erano accorte, Camilla cinquantenne benevolente lo sfotticchiava, non altrettanto Milena che, anche se attratta da Alberto non sapeva che decisione prendere, aveva timore di una reazione di Armando che era stato il loro salvatore e così pur passeggiando talvolta con Alberto, la sera si chiudeva a chiave in camera sua anche se avrebbe voluto… La situazione fu sbloccata da Camilla: ragazzi vi dico una cosa ovvia, la gioventù passa presto ve lo dico per esperienza personale, ricordate i versi di Lorenzo il Magnifico: “Quant’è bella giovinezza…’ Una sera Alberto e Milena erano seduti sul divano in salotto a vedere la TV, Alberto era ‘ubriacato’ dal profumo personale della ragazza, era in crisi, non sapeva cosa fare ed allora ebbe un’idea poco geniale: “La sai quella barzelletta in cui tre sorelle in auto hanno un  incidente stradale, muoiono e si presentano  dinanzi a San Pietro che domanda loro: come vi siete comportate in vita? La prima, arrossendo, io l’ho data ai preti. Brava in Paradiso per amor di Dio e tu: io l’ho data ai militari. Brava in Paradiso per amor di Patria e tu: Io sono vergine. Vergine? Cosa pensi che il Paradiso sia in pisciatoio? All’inferno!” All’inizio nessun a reazione da parte di Milena poi: ”Allora io dovrei andare all’Inferno?” Domanda sciocca di Alberto: “Vuol dire che sei vergine?” “Si e lo resterò finché troverò dei ‘babbasoni’ come te, è da tempo che vorrei…Alberto capì la lezione, smise di fare il ‘babbasone e fece felice sia ‘ciccio’ che la ‘gatta’ di Milena.
     
     

  • 28 luglio 2019 alle ore 16:57
    CESCO E COMPAGNIA BELLA

    Come comincia: Gli affari del supermercato ‘ALIAS’non andavano affatto bene, in giro c’era aria di licenziamento, i dipendenti erano tutti in ansia, altri supermercati a Roma erano falliti, la concorrenza anche sul web portava a non  essere competitivi. Arrivò una notizia che tutti speravano buona e che potesse risolvere i problemi di concorrenza, il supermercato era stato acquistato da un signore veneto tale Francesco F. sconosciuto a tutti i dipendenti. Una mattina si era presentato un giovane raffinato nello stile e nel vestire: “Sono Augusto F., mio padre è il nuovo padrone di questo supermercato, da oggi in poi sarò io il responsabile, ed ora tutti al lavoro.” La prima cosa che Augusto fece fu quello di cambiare nome all’esercizio in ‘AURORA’, tutti sperarono che potesse portare fortuna, furono cambiate pure le strutture interne, tutte di nuovo stile, le casse, l’abbigliamento dei dipendenti: divisa  azzurra per la donne, nera per gli uomini ed inaugurazione in grande stile con annuncio su un giornale locale. Una sera di sabato festa di apertura, molti si presentarono più per curiosità che altro tanto che nei giorni successivi gli affari ritornarono al livello precedente. Il termine licenziamento serpeggiava di nuovo fra i dipendenti sempre più preoccupati. Edoardo G. e Leda R coniugi erano ambedue dipendenti del supermercato, in caso di chiusura era per loro un guaio doppio, avevano pure il mutuo da pagare oltre le normali spese, insomma erano preoccupatissimi. Una sera a casa loro: “Caro bisogna escogitare qualcosa di  funzionante nel senso di …farsi amico il proprietario, che ne dici Edoardo?” “Chi è il miglior amico dell’uomo?” “Il cane!” “Non fare lo sciocco, sono le donne io modestamente faccio la mia porca figura, sai quanti mi vengono appresso, spero che il signor Augusto mi apprezzi., che ne dici?” “Ricevuto, a mali estremi…e poi saresti tu a sacrificarti ammesso che per te sia un sacrificio…” “Domattina provo a parlarci nel senso che…” Leda quella mattina ‘dimenticò’ di indossare il reggiseno e gli slip, bussò alla porta dell’ufficio di Augusto e: ”Signor direttore vorrei conoscerla, lei è nuovo di Roma, potrei aiutarla nel trovare un alloggio ed eventualmente far da guida ai monumenti se è interessato.” “Io alloggio all’hotel Jolly, per il resto…” “Mi scusi se l’interrompo, potrei usufruire del suo bagno?” “Si accomodi.” Leda volutamente lasciò la porta del bagno semiaperta in modo che il direttore potesse vedere lE sue nudità sia anteriore che posteriore. Soddisfatta della esibizione si ripresentò ad Augusto e: “Io e mio marito Edoardo, anche lui suo dipendente, siamo molti amici del proprietario della trattoria ’da Cencio’ qui vicino, se ce lo permette vorremmo invitarla per festeggiare il suo arrivo.” Cencio era un simpatico ‘gay cinquantenne, si avvicinò ai tre, finto baciamano a Leda e poi: “Che bel signore che avete portato, proprio bello…” “Cencio abbiamo magnificato le tue doti in culinaria nel senso di cucina, fatti onore!” E così fu, Augusto ebbe modo di apprezzare la cucina romana che non conosceva, all’uscita: “Verremo spesso mio caro.” Il tono di Augusto era parso inusuale a Edoardo ed a Leda, ma… C’erano stati i primi licenziamenti, Edoardo e Leda sempre più allarmati pensarono di invitare a casa loro il direttore: “Egregio dottor Augusto (a Roma le persone importanti diventano dottori) vorrei invitarla a cena a casa nostra, si tratta di pochi passi a piedi, abitiamo in fondo a via Cavour, sarebbe per me e per mia moglie un piacere.” Stranamente Augusto strinse la mano ad Edoardo guardandolo negli occhi: “Apprezzo l’invito, a stasera.” Mazzo di fiori bianchi per la padrona di casa che apprezzò il gesto abbracciando il direttore il quale rivolse  un suo lungo abbraccio al padrone di casa, poi: “A Roma parlano del ponentino ma stasera fa proprio caldo, agosto si fa sentire, col vostro permesso mi tolgo la camicia ed i pantaloni, anche voi potrete mettervi a vostro agio.” Alla fine della cena grandi complimenti alla padrona di casa che  per migliorare l’ambiente mise dei compact disk con brani lenti e romantici. Augusto forse anche per l’effetto del vino dei Castelli Romani prese a ballare prima con la padrona di casa e poi con Edoardo piuttosto sorpreso ma che comprese la vera natura del signor direttore. Nel ballare Edoardo si accorse che qualcosa di duro aveva gonfiato gli slip di Augusto, fece finta di niente, non sapeva che atteggiamento prendere, in ogni caso non voleva fargli uno sgarbo. Dopo un paio d’ore il ‘’dottor’ Augusto ritenne opportuno togliere le tende facendo emettere un sospiro di sollievo ad Edoardo che: “Hai capito come stanno le cose, chi si deve sacrificare sono io e non tu, stá storia non mi piace.” “E invece te la fai piacere, preferisci essere in mezzo ad una strada o…”Nel frattempo era accaduto che Edoardo avesse letto in una rivista le doti quasi magiche di pietre particolari: i cristalli di Rocca, andò in un negozio specializzato e ne acquistò tre bianchi. Dopo averli depurati in acqua corrente ebbe modo di iniziare con loro un colloquio: “Siamo tre cristalli diventati tuoi amici, saremo al tuo fianco sempre a disposizione per consigli e aiuto, come inizio ti faremo diventare più disteso ed ottimista, ti aiuteremo nel lavoro.” La parole dei cristalli pervenivano ad Edoardo nel suo cervello. In effetti quello pronosticato dai tre si avverò in poco tempo, Edoardo si sentiva più sollevato e la mattina dopo ebbe una sorpresa, fu chiamato in ufficio dal direttore: “Dietro consiglio di mio padre, per evitare di chiudere il supermercato abbasserò i prezzi di tutti i prodotti, il guadagno sarà minimo ma per mio padre non è un problema , è molto ricco inoltre ho deciso di raddoppiare lo stipendio a te ed a Leda inoltre per te un posto di sorvegliante, per tua moglie uno in amministrazione.” “Io per contraccambiare ti invito a cena sabato a casa nostra.” A casa Leda: “Un bacione a te marito mio, il piccolo sacrificio che tu farai sarà per la famiglia.” Stavolta il mazzo di rose era di color rosso, senza chiedere il consenso Augusto restò in canottiera e slip, mangiò poco, bevve il solito vino del Castelli che gli fece effetto e, preso per mano Edoardo: “Che ne dici di un riposino in camera da letto?” Leda: Ho messo delle lenzuola del corredo, sanno di mughetto.”Prima in bagno per un bidet e poi sul lettone dove  ‘ciccio’ diede prova della sua valenza anche in presenza di un maschietto. Il direttore aveva il popò molto voglioso, accettò volentieri un lungo rapporto anale che lo portò ad un orgasmo prolungato col suo pisello che imbrattò le lenzuola dal profumo di mughetto. Poi fece capire che voleva entrare nel popò di Edoardo che non ci pensò due volte ad essere accondiscendente dato il piccolo ‘calibro’ del pisello di Augusto, sembrava quello di un bambino. Al  rientro in salotto: “Cara penso che dovrai cambiare le lenzuola che penso non odoreranno più di mughetto.” Edoardo interpellò i tre cristalli in merito ai rapporti con Augusto, ebbe una risposta stupefacente cui non aveva pensato: “Scaricalo a Cencio il padrone della trattoria.” Edoardo si diede un colpo sulla fronte, non ci aveva pensato. Il  sabato invece che a casa loro i due coniugi invitarono il direttore da Cencio che fu ben felice di rivederli, soprattutto di rivedere Augusto, ormai era fatta. Gli affari del supermercato erano molto migliorati, gli acquirenti paragonavano i prezzi e si recavano in massa in quello di Augusto. Un giorno una telefonata interurbana a cui rispose Leda: “Sono Francesco il padre di Augusto, avvisatelo che giungerò alle quindici all’aeroporto di Fiumicino, che mi venga a prendere.”  Augusto fu particolarmente felice di questo arrivo, aveva in mente un suo piano, preferì simulare un malore e restare in albergo, con la sua Volvo mandò invece all’aeroporto Edoardo e Leda, la presenza di quest’ultima aveva un motivo nel pensiero di Augusto. Il dottor Francesco riconobbe la Volvo del figlio, si presentò ai due con un lungo sguardo alla signora, il padre in fatto di sesso non aveva nulla in comune col figlio infatti: “Se suo marito me lo permette vorrei stare nel sedile posteriore con lei così potrà ragguagliarmi sui monumenti romani. Il vecchio che vecchio non era, conosciuto lo stato lavorativo dei due non ci pensò due volte a mettere una mano fra le cosce di Leda che fece l’indifferente, Edoardo nello specchietto retrovisore se ne accorse e rise dentro di sé, la dama era sistemata così non lo avrebbe più preso per i fondelli quando lui doveva accontentare il figlio. In albergo Francesco da vecchio sun of a bitch si accorse subito che la malattia del figlio era una fandonia, ormai lo conosceva a fondo anche se era stato costretto ad accettare la sua propensione in fatto di sesso, lui vecchio mandrillo! A cena da Cencio che fu felice del  nuovo arrivato, sicuramente abbiente e che sarebbe venuto spesso nel suo locale spinto dal figlio. A tavola: “Mia moglie Elena è una stilista, non è potuta venire con me per una sfilata di moda, verrà nei giorni prossimi.”Edoardo portava sempre con sé i cristalli in una piccola sacchetta, in merito alla venuta del signore e di quella prossima della signora furono ermetici: “Avrai delle belle sorprese!” E così fu: “Edoardo vorrei che sua moglie mi ragguagliasse su alcuni punti della contabilità, non mi va di farmi vedere al supermercato, dica per favore a Leda, così mi pare che si chiami di venire nel mio albergo con i libri contabili.” Francesco in fatto di sesso era scatenato, Leda provò nuove sensazioni mai provate col marito, col dottor Cesco, (questo il suo diminutivo in veneto) Leda percepì un orgasmo piacevolissimo e prolungato  col punto G. Priva di forze disse per telefono al marito che sarebbe rimasta in albergo con Francesco, nessuna spiegazione, sarebbe stata inutile. Altra novità: la venuta a Roma di Elena (Nena in veneto) moglie di Cesco e madre di Gusto (in veneto da Augusto). La signora era abituata alle scappatelle sentimentali del marito ed accettò le spiegazioni di Edoardo che la era andato a prenderla a Fiumicino, erano una coppia aperta. “Gentile signora, mia moglie  sta temporaneamente in albergo con suo marito pare a controllare la contabilità del supermercato, mi ha detto di ospitarla a casa mia sempre che lei sia d’accordo.” “Giovanotto come ti chiami?” “Edoardo.” “Nome importante, mi piaci fisicamente, staremo bene insieme.” Un’affermazione che non dava adito a dubbi. A casa di Edoardo: “Non ti offendere ma la tua casa potrebbe essere rimodernata, a Roma sicuramente ci saranno negozi con mobilia moderna, se vorrai andremo insieme a sceglierla domani, stasera sono stanca ma non tanto da non…” Dimostrazione dell’affermazione: un diavolo o meglio una diavolessa scatenata, ‘ciccio’ era in gran forma e portò Nena all’Empireo, si fa per dire in quanto in Paradiso secondo il pensiero dantesco ci sono gli angeli notoriamente asessuati ed il sesso non ha accoglimento fra gli uomini e le donne che ne ’usufruiscono’ per il loro buon comportamento sulla terra. Leda ogni tanto telefonava al marito: “Non mi riconosceresti più, sono diventata molto elegante, biancheria e scarpe firmate, Cesco è molto generoso, ciao.” Nena pensò bene di imitare il marito e ‘ripulì’ Edoardo il quale non aveva più nulla in comune col ‘vecchio’ Edoardo in fatto di stile ed eleganza, certo non era molto in forze per le lunghe notti di fuoco, la signora era molto disponibile e gli insegnò anche qualche giochetto erotico di sua non conoscenza. L’incontro a cinque avvenne nella trattoria di Cencio il quale era diventato l’amante di Gusto, anche il padrone del locale si sedette a tavola con gli ospiti. Dopo circa un mese Cesco e Nena pensarono bene di togliere le tende, la favola breve era finita, le vere immortali erano le avventura sessuali dei coniugi veneti che ripresero l’aereo per la loro città con un ottimo ricordo del soggiorno romano. Edoardo e Leda ripresero il loro lavoro con la differenza che il look della loro casa era cambiato come tutto il loro guardaroba, Gusto e Cencio sempre amanti, erano fatti l’uno per l’altro anche se talvolta Gusto ‘svicolava’ con Edoardo…
     
     
     

  • 28 luglio 2019 alle ore 16:48
    Intorno ad un racconto: "Il mondo che vorrei"

    Come comincia: Ho scritto il suddetto racconto (passato poc'anzi sul blog) a inizio estate del 2013, ispirandomi ai Jefferson Airplane (dopo diventati Starship ed infine Hot Tuna), la più grande band - insieme a Grateful Dead, The Byrds, Buffalo Sprimgfield e Quicksilver Messenger Service - del rock psichedelico made in U. S. A. e del "San Francisco Sound" anni sessanta-settanta; ovvero, ispirato dalla lettura, prima, e dall'ascolto, poi, di alcuni loro vecchi brani: infatti, al contrario di molta critica, vecchia e corrente, penso che la musica (intendo le sue parole) debba essere letta ancor prima che ascoltata.  Leggere le parole e tra le parole della musica significa, a mio avviso, scoprire davvero tantissime cose: ciocché l'artista, il musicista, la band o chi per loro, vogliono che l'ascoltatore (che prima ancora è il lettore, appunto) scopra!
     I Jefferson Airplane furono la band più anarchica (e anarcoide) della storia del rock (ancor più, a mio avviso, dei Ramones o, al di là dell'oceano, dei Pink Floyd - nella fase watersiana - e degli stessi Sex Pistols e dei Clash di Joe Strummer), ma anche quella più antimilitarista e romantico-visionaria!
     Il loro apice, come molti gruppi americani di quel periodo, lo toccarono verso la fine dei sixties, in particolare nella Summer Love del 1967 e a Woodstock (nella "tre giorni tre" dell'agosto 1969 suonarono pezzi come "Saturday Afternoon/Won't You Try, "Eskimo Blue Day" e, soprattutto "Volunteers", Volontari: apertamente anti-Vietnam, uno dei loro cavalli di battaglia).
     A Woodstock, però, paradossalmente, il gruppo infilò una strada senza ritorno, quella, cioé, verso il basso ed il declino; un po' quello che, a detta di molti saggi studiosi del costume, della società e della musica moderne, accadde da quel momento a tutto il rock!
     A Woodstock, infatti (nonostante furono assenti diversi grossi calibri, ognuno per motivi diversi, come Beatles, Dylan, Led Zeppelin, Doors, Frank Zappa, Joni Mitchell, Procol Harum, etc.), per alcuni il rock toccò il suo apice-vertice, il livello più alto; ovvero, la "quadratura del cerchio" di ciò ch'era accaduto durante tutto quel decennio straordinariamente volitivo e ispirato musicalmente (e non solo!). Ma da quel momento in avanti, ossia post festival, il diagramma andò oscillando sempre più verso il basso in una sorta di  influsso-reflusso all'incontrario! La musica rock, l'industria del disco, quella della discografia e di tutto il mercato che ruota intorno ad essa, furono sempre più dominate dalla (iper) commercializzazione, dal consumismo massificato "usa e getta", dalla dittatura, insomma, dello star system o main stream che dir si voglia! E sotto quelle fameliche spire, spesso, sono incappati fior di star, appunto: Bob Dylan, Rolling Stones, Pinnk Floyd, etc.

    "Un tempo si diceva dei Jefferson Airplane che fossero stati l'unico aeroplano americano che non avesse bombardato Saigon, per questo e per altre mille ragioni, essi rappresentano il complesso più prestigioso del "San Francisco sound", di quella stagione - tenera e disperata - delle "libere menti" che ha avuto nella California degli anni sessanta la sua patria. Essi hanno cantato la voglia di vivere di una intera generazione ed hanno guidato la carica dei guerriglieri hipsters all'assalto delle roccaforti della "pig nation", del perbenismo borghese. Ciò che ancora c'é di vivo nella loro musica ci dice che non è esagerazione! Basta ascoltare Volunteers o i ricami psichedelici di White Rabbit! Ribelli dello spazio interiore, i loro testi sono un esempio tra i più lucidi della nuova poesia americana, dei suoi umori segreti, delle sue tensioni e della sua maturità".
    (Giacomo Mazzone, in: "Jefferson Airplane", Arcana editrice, Roma, 1980).

                                              =Testi esemplari=
     Volunteers / Volontari (Marty Balin - Paul Kantner)
    Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada:
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Hey, sto danzando giù per la strada,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Non è affascinante tutta la gente che incontro?
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Una generazione è invecchiata
    una generazione ha trovato la sua anima.
    Questa generazione non ha mete da raggiungere:
    raccogliete il grido.
    Hey, adesso è il momento per voi e per me.
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Su, venite, stiamo marciando verso il mare,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Chi vi spazzerà?
    Saremo Noi. E chi siamo noi?
    Siamo i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika.  

  • Come comincia:                                =La scimmia parlante=

    Una scimmia parlante dagli occhi verdi si perse in un bosco di querce secolari sul far della sera: recava con sé pensieri di carta e vecchi tarli di creta...La trovò e la prese insieme a lui un vecchio dottor "stranamore", venuto da lontano, colla barba colorata di rosso e di nero; egli la rinsavì [quella scimmia] a furia di calci nel culo e inculcandoli dottrine di buonumore. Il 25 dicembre di un anno fasullo, non riportato su nessun calendario (neanche quello cinese), la riportò allo zoo comunale, tutta in ghingheri e con la cravatta della festa...L'han rimessa in gabbia, da allora, quella scimmia parlante: adesso non parla né più tarli ha per la testa - strani e duri, alla creta -. (Ma) quella scimmia, però, è davvero felice?

                                                   =I tre galli=

    Siberiade é il luogo più freddo e più eremitico della terra: colà vivevano tre galli, giunti da un paese caldo; l'uno di loro era bianco, l'altro verde, il terzo tutto rosso e giallo. I bambini del posto, per addomesticarli, presero a darli latte di capra e miele ed i galli, così, per un po' si fecero mansueti e diventaron più "domestici"; ma poi, il 1°maggio di un certo anno tuttò di botto cambiò, anzi, successe il patatrac: li trovaron morti stecchiti [quei galli] in un pollaio poco fuori l'abitato, insieme a due vecchie galline - con cui, forse stavano tentando di accoppiarsi - e tre uova mezze dischiuse. Alla cena, pardon, alla messa funebre lo sciamano di Siberiade - durante l'omelia - sentenziò: - Ahi! Ahi! Ahi! Gente, sapete che non si addomesticano i colori?".

    Serie - Proverbi a modo mio (la sega, la gallina e la mente integra)
    "Meglio una sega oggi che una gallina domani" (chissà?!).

                                                     =Morale=
    In poche parole: si prenda ciocché si può prendere, ma lo si deve fare oggi perché "di doman non v'é certezza" (ammonisce il poeta toscano) alcuna, e soprattutto, ci si masturbi pure per benino (e quanto si vuole) il pene, il clitoride oppure l'ano (e quant'altro si desidera) senza, però, mai masturbarsi il pensiero (ovvero: la mente!): quello (quella) deve sempre restare (o per lo meno dovrebbe!) sempre puro (pura) e libero (libera)...finché messer (lo) intelletto non ci abbandoni!

    Taranto, 11 maggio 2018.    

  • 24 luglio 2019 alle ore 16:29
    Una scritta sul muro

    Come comincia: "Sei sempre nei miei pensieri ti voglio ogni giorno sempre di più senza di te non posso vivere amore mio A.C."
    E' da circa quaranta anni che leggo, annoto scritte lette sui muri (spesso le ho anche fotografate) ovunque abbia l'occasione di andare. Ritengo ognuna di esse racchiuda una storia, la storia di ogni essere umano, di ognuno di noi...un particolare stato d'animo: ma anche, paradossalmente, lo sviluppo della società, l'andamento della politica (la prima che lessi, mentre andavo a scuola, in piazza Acanfora a Taranto - correvano gli anni settanta - era di fuoco: "AUTONOMIA OPERAIA NON SI TOCCA, KOSSIGA PEKKIOLI VI SPAREREMO IN BOCCA!"), del costume e della storia delle masse e del mondo in cammino. Le scritte sui muri, a mio avviso, sono sempre "rivoluzionarie"! Molti di coloro che leggeranno quella che ho sopra scrittto (ho dovuta passarla, gioco forza, nel settore racconti del mio profilo nel blog invece che negli aforismi, per ovvi motivi di spazio) obietteranno: - E' banale! E' la classica scritta da cioccolatini "baci Perugina"! - Vero, anzi, verissimo!!! - rispondo io. La assoluta unicità (o rivoluzione) e bellezza della suddetta, a prescindere dal contenuto o dal messaggio, sta nel luogo in cui è stata scritta e dove io l'ho letta: una frazione, un pezzo del muraglione (dalla parte esterna) che circonda, cinge il cimitero monumentale "San Brunone" di Taranto (noi tarantini lo chiamiamo cimitero vecchio per distinguerlo dal nuovo, sito in zona Talsano-Tramontone), al quartiere Tamburi. L'ho letta (mi verrebbe da scrivere: il fattaccio è avvenuto...) circa una ventina di giorni fa, mentre mi recavo nel suddetto luogo [il cimitero o camposanto, appunto!]; e correvano le ore quindici e trenta- sedici (all'incirca: malauguratamente non posseggo né un rolex di marca né un moderno e accessoriato smartphone, quindi non posso essere preciso al...bacio!): un orario in cui, vista la temperatura dell'aria (all'ombra - ed è un eufemismo che io scriva così, credetemi! - il sole toccava i quarantacinque gradi, senza contare il tasso d'umidità), neanche i morti (pace a loro!) riposano tranquilli nelle loro dimore eterne e...neanche le zanzare moleste si attentano a volare per rompere i capillari ed anche qualcos'altro (dicasi pure coglioni!) a noi "umani"! Ed io...invece (visto che sono un vecchio testardo nonché un incallito autolesionista e masochista), ero in giro per una escursione sui generis (o come l'ho definita, parlandone poi ad alcuni conoscenti, una "gita fuori porta", fuori stagione e, forse, fuori di testa: quando quasi tutti, infatti, consumano le ore nella siesta pomeridiana o a trastullarsi e rinfrescarsi il sedere nei luoghi ben più gradevoli della litoranea). Ora, a conclusione di questo mio "raccontino" che, in realtà, raccontino non avrebbe dovuto essere (viste le ragioni di cui dettovi poco sopra), ed il quale - diciamo pure - è nato quasi di getto (o d'amble, come direbbero nostri cugini d'oltralpe), mi pare interessante (anzi, è d'uopo: mi sembra sia più dotto scriver così: o forse più "dottorale", chissà, per coloro che sono di bocca e palato più fine!) proporre un accostamento letterario (il che non guasta, visto che siamo su un blog di quel genere!) tra la scritta e il luogo (solitario, di certo, ma di sicuro non ameno: come avrebbero detto, forse, i romantici inglesi di fine settecento-inzio ottocento!): quello con i "Sepolcri" di un certo Ugo Foscolo (pensate che ci pensai durante tutto il tragitto di ritorno a casa dalla "gita" in questione, più parte della notte seguente, per giungere a siffatta conclusione!), i quali furono (in Italia e non solo, probabilmente) il primissimo esempio di "poesia  civile" o di impegno civile (o, ancora, di protesta, come avrebbero detto un secolo e mezzo più tardi - all'incirca - esponenti di certo attivismo politico e di certa poesia, letteratura e musica annesse). Ai suoi tempi l'illustre letterato di Zante volle schierarsi apertamente e senza troppi dubbi, contro il decreto napoleonico "St. Cloud" del 1804 (esso fu esteso a tutta l'Italia due anni dopo ma il poeta andava, nella sua protesta, ben più a monte, ovvero contro disposizioni di precedenti leggi austriache del 1783 e 1787, di cui il decreto era una semplice estensione: quindi non solo contro una legge ma contro uno spirito comune a una intera legislazione), il quale imponeva di seppellire i defunti in fosse comuni (per ragioni igieniche, adduceva lo stesso decreto) invece che in quelle tradizionali. Ma i motivi, a latere, erano tutt'altri...Per lui [per Foscolo, s'intende] la tomba, invece, aveva (e doveva continuare ad avere) una specifica funzione civile, appunto (e sociale): il luogo, cioè, dove convogliano e convergono gli affetti dei vivi per i defunti; quello, inoltre (come nel caso, fattispecifico, delle "urne dei forti", alias Dante, Petrarca, Machiavelli, Galileo Galilei, etc. seppellite a Santa Croce in Firenze) che danno rimembranza, ai vivi, appunto, delle valorose gesta od opere dei grandi ("forti", appunto!). Infine (e con ciò concludo) scrivo quanto segue, a proposito della famosa scritta (operose scuse per il gioco di parole!), da cui è scaturito il "big-bang" successivo (cioè, quello di cui avete letto): la suddetta [scritta] (scritta su un punto precipuo del muraglione che circonda il cimitero di Taranto) testimonia l'affetto (o amore) dei vivi per i vivi mentre il cimitero [suddetto e non un'altro, evidentemente!] testimonia quello in cui - figurativamente parlando - converge a sua volta quello dei vivi per i morti (alias "trapassati")...E NESSUNO MI VENGA A DIRE, ORA, CHE LE SCRITTE SUI MURI NON SONO IMPORTANTI! 

    Taranto, 24 luglio 2019.  

  • 22 luglio 2019 alle ore 15:16
    I CUGINI DI ANDREA

    Come comincia: Ubaldo M., geometra, era dipendente dell’Ufficio della Protezione Civile di Messina. Trentenne, scapolo, amava la vita e soprattutto le belle donne. Adorato figlio di Elisa V. vedova abbiente, era stato ’dotato’ dalla madre di un appartamento di lusso ubicato su una traversa del viale S.Martino, appartamento visitato spesso da ex compagne di scuola, da amiche e spesso anche da signore che, oltre al fisico del giovane ne apprezzavano la  prodigalità. Tutte avevano in comune la bellezza, per Ubaldo le bruttine erano deprimenti. Voglioso di novità chiese una licenza per visitare la Fiera di Milano. Giunto nel capoluogo della Lombardia si sistemò in un albergo vicino alla Fiera, per questo più costoso, per evitare di far lunghi tratti di strada a piedi o con mezzi pubblici, era decisamente un pigrone, l’unica ginnastica che praticava era quella sul letto. Girando svogliatamente fra i vari padiglioni, dinanzi a quello  argentino, ‘Argentina Detergo’, fu attratto dalla ragazza che dava delle spiegazioni a coloro che si interessavano di quel ramo ed anche a non interessati al prodotto ma a lei. Ubaldo, come altri maschietti rimase basito, incantato, trasognato, stralunato tutti aggettivi  che  si addicevano perfettamente all’espressione del suo viso che fu notato dalla signorina la quale ‘esplose’ in una risata argentina. Solita frase di addetta ai lavori: “Posso esserle utile?” Ubaldo ripresosi: “Dipende, io non mi intendo di prodotti di pulizia ma potrei invitarla a cena all’Albergo Reale dove alloggio.” “Sono Andrea, accetto l’invito ma qui si chiude alle ventiquattro.” “L’aspetterò nella mia suite, alla concierge chieda di Ubaldo M.” Cosa può aver fatto ‘sballare’ Ubaldo lui che di donne ne aveva conosciute in quantità? Una dea greca scolpita da Fidia o da Prassitele: di altezza superiore alla media aveva un volto molto particolare con grandi occhi verdi, bocca favolosa e naso piccolino, le tette da quel che si poteva intravedere si potevano definire ‘favolose’ per non parlare delle gambe da miss mondo,  piedi da far felice un feticista. Ubaldo si fece portare in camera del pesce, dell’insalata ed un ananas. Assopitosi fu svegliato dal cicalino del telefono: “C’è una signora che chiede di lei.” “Per favore l’accompagni al mio alloggio.” In pigiama e con vestaglia di seta blu Ubaldo faceva la sua porca figura che fu apprezzata da Andrea che apprezzò anche il finto baciamano. “Ho mangiato solo un panino e…” “Portiere la signora che si trova nella mia stanza desidera mangiare qualcosa.” “Veramente la mensa è chiusa,  dovrei…” ”Le chiedo questo favore, scelga lei il cibo, sarà ben ricompensato.” Andrea aveva portato con sé un trolley da cui prelevò una camicia da notte ed una vestaglia stile giapponese. Il portiere bussò poco dopo alla suite: “Signore ho fatto quello che ho potuto, mi chiamo Ambrogio.” “Grazie Ambrogio per lei un caffè.” Il caffè doveva essere piuttosto costoso perché Ubaldo aveva messo in mano al portiere un centone. Mercurio dio protettore di Ubaldo, da sempre pagano, doveva essere distratto perché non aiutò il suo adepto in quanto Andrea, usato il bagno: “Sono stanca morta è da stamattina…” , si sdraiò sul lettone, poco dopo dormiva. ‘Ciccio’ la prese male, già pensava a…  decise di vendicarsi e al primo approccio del suo ‘padrone’ con una femminuccia avrebbe scioperato. In seguito ci ripensò, ci avrebbe rimesso anche lui! Andrea si svegliò alle dieci. “Cara non pensi che il tuo datore di lavoro…” Andrea rispose in spagnolo: “El proprietario de la empresa se llama Apolo es mi novio.” Ubaldo ricambiò in latino: “Res sic stantibus…” Si misero a ridere ambedue, avevano il senso dello humour. Andrea accompagnò Ubaldo dentro la fiera sin al suo padiglione, la ragazza lo  presentò al’novio’ il quale non fece una grinza né alcuna domanda sulla notte passata dalla ‘novia’ lontana da lui e: ”Domani chiude la Fiera, io sarò impegnato a rispedire tutto in Argentina, Ubaldo ti prego di occuparti tu di Andrea, ci rivedremo al tuo albergo.” Evviva, Ubaldo aveva avuto via libera dal ‘novio’, senza mostrare alcun segno di contentezza prese sottobraccio la ragazza. Passando dinanzi a tanti maschietti sentì su di sé sguardi di invidia. Lo stessa cosa nella sala mensa dell’albergo, Andrea ordinò il pranzo a base di aragoste, calamari in brodetto, gamberi arrosto ed una ‘cofana’ di insalata mista,  vino Riesling, Ubaldo si aggregò alla mangiata. In camera: “Caro ho le mestruazioni, devi accontentarti di un ‘mamada’ in  italiano pompino.” E così fu, solo che furono due con gran gioia di ‘ciccio’.Si fece vivo per telefono Apolo. “Ho concluso un buon affare con una ditta romana, Andrea fatti accompagnare da Ubaldo a casa sua a Messina, mi farò vivo io al tuo telefonino.” A quel punto per Ubaldo sorsero i problemi: la cosa migliore era quella di far alloggiare Andrea a casa sua ma c’era un ma, un grosso ma. Sua madre Elisa, religiosa e puritana, accettava che fra uomo e donna ci fosse solo il fidanzamento o il matrimonio, una convivenza l’avrebbe presa molto male siccome lei teneva i cordoni della borsa…Altro problema, la vecchia abitava in una villa di sua proprietà a Rometta Marea  ma talvolta veniva a trovare il figlio a Messina senza preavviso ed aveva le chiavi della abitazione, peggio di così. Ubaldo si rivolse ad Alberto M. suo collega di ufficio ed amico per sbrogliare la faccenda. Alberto: “Sei fortunato, nel mio palazzo c’è un appartamento in affitto, la padrona è in ospedale con un tumore, i nipoti hanno messo un cartello ’affittasi’ però vogliono millecinquecento Euro al mese e due mensilità di anticipo.” “Alberto mi interessa l’appartamento per una mia amica argentina, paga tu tutte le spese, al mio arrivo ti rimborserò.” All’aeroporto di  Reggio Calabria ‘.0.Tito Minniti’ c’era in attesa Alberto con la sua Fiat Tipo piuttosto spaziosa e nient’affatto costosa. Inutile dire che anche il buon Albertone rimase folgorato dalla bellezza di Andrea. “Non mi avevi detto che la ragazza era una gran gnocca!” “Che vuol dire gnocca?” “Ragazza molto procace.” Passato lo stretto di Messina col traghetto, sotto casa Ubaldo ed Alberto scaricarono le valige e le trasportarono nell’appartamento affittato in verità bello ed accogliente. Alberto si ritirò in buon ordine, Ubaldo speranzoso…”Caro ho fame, c’è qui vicino un ristorante?” “Certo che c’è, si chiama Panyllo ed è all’incrocio con viale Europa, è abbastanza vicino.” All’entrata del locale, ai maschietti tutti uscirono gli occhi fuori dalle orbite, Ubaldo conosceva il capo cameriere: “Salvatore questa è Andrea la mia fidanzata, fatti onore.” “Provvedo subito dottore.” Per i gusti o meglio per le speranze di Ubaldo la cena era più lunga dei suoi desiderata, finalmente…” “Dottore questo è il conto, vuole la ricevuta fiscale?” “Salvatò lascia perdere la parte tributaria, abbiamo mangiato bene, qui ci sono duecento Euro, a presto.” Salvatore fece un inchino sino a terra, cento Euro di mancia! In casa Andrea disfece le valige, dopo una doccia, in camicia da notte ridottissima raggiunse Ubaldo a letto: “Caro ho le mestruazioni, ti devi accontentare di un pompino” E il pompino fu  ma restava il desiderio di altre prestazioni ben più consistenti. Dopo una settimana, azzerata la scusa delle  mestruazioni: “Caro devo dirti, ho qualcosa in più rispetto alle femmine, sono un trans.” e mise in mostra un uccello niente affatto piccolo. Ubaldo ebbe un’espressione tra lo sbalordito e lo stupefatto, mai si sarebbe immaginato!” Se hai problemi aspetterò Apolo per rimborsarti i soldi dell’affitto di casa, non ti preoccupare, esta es la vida.” Ubaldo non riuscì a dire altro: “A presto” senza specificare quando ma non riusciva a tenere il segreto per sé e bussò alla porta di casa di Alberto. “Cos’hai, mi sembri stravolto.” Ubaldo riferì all’amico ed alla moglie Anna la situazione, p due coniugi si misero a ridere: “Scusa ma a te cosa importa.” “Ci avevo fatto un pensierino, Andrea mi piace moltissimo ma che succederà se ci troviamo insieme…” Alberto cattivello, “Ti troverai ‘la gatta nel carbone’ di tedesca memoria, va a casa tua e chiarisciti le idee, inutile dirti che la notte…” La notte non portò alcun consiglio ad Ubaldo che preferì farsi prescrivere dal medico cinque giorni di malattia per un mal di pancia tra l’altro effettivo. Alberto ed Anna aveva basato il loro rapporto alla massima sincerità ed anche questa volta: “Dì la verità ti piacerebbe…sono sincera anche io…” I due coniugi si guardarono in viso senza parlare, avevano deciso di effettuare l’esperienza con Andrea che, nel frattempo, non stava a guardare nel senso che riceveva varie telefonate da Milano per un appuntamento. Pensò bene di accattivarsi le simpatie del portiere che, come tutti i portieri che si rispettano sapeva i fatti di tutti gli inquilini delle tre scale. “Signor … le devo chiedere un favore, devono venire a trovarmi dei miei cugini di Milano, le sarei grata che indicasse loro il mio appartamento, questi per un caffè.” Cento Euro! La signora se la doveva passare bene. “Mi chiami Nando, sono di origine romana, sono a sua disposizione.” Il primo ‘cugino’ era un avvocato del foro di Milano, tipo smilzo, sguardo penetrante, viso da furbacchione; sicuramente aveva ‘assaggiato’ le prestazioni di Andrea e le aveva  apprezzate tanto da intraprendere un viaggio in aereo sino all’aeroporto di Reggio Calabria, traghetto e poi da Messina un taxi. In portineria c’era, more solito, Nando che teneva sotto controllo la situazione. “Devo andare dalla signora Andrea.” “Quinto piano, io stavo per andare a prendere un caffè…” “Il caffè glielo pago io.” L’avvocato tirò fuori un centone ma Nando: “Il caffè lo prendo molto dolce…” Altro centone passò nelle sue mani, l’avvocato mormorò a se stesso: “A Messina lo zucchero costa troppo!” Uguale sorte di un cummenda milanese che, avendo paura di volare usò il treno. Stessa scena con Nando che sperò che ci fossero tanti cugini che andavano a trovare la signora Andrea. L’ultimo cugino era una cugina: donna tracagnotta, capelli corti, espressione del viso ‘corrusca’, vestita con tailleur pantaloni, non abboccò alle richieste di Nando: “L’appartamento me lo trovo da sola!” Nando rimase perplesso,  la signora aveva lo stile della lesbica, cosa andava a fare a casa di Andrea? Un interrogativo senza risposta. Si fece vivo Apolo: “Sto  stipulando dei contratti un po’ in tutta Italia, verrò a prenderti appena possibile; immagino che riceverai tante richieste degli ‘amici’ milanesi, se ne hai abbastanza cambia telefonino,  a presto.” Andrea seguì il consiglio del ‘novio’ e così non ricevette più nessun a richiesta da parte dei cugini milanesi con gran scorno di Nando che si era abituato a ricevere sostanziose mance. Andrea si annoiava, un pomeriggio andò a trovare Alberto e Anna che le fecero una gran festa: “Io e mio marito…” “Ho capito, mi siete stati simpatici sin da quando vi ho conosciuto che vuol essere il primo?” Alberto guardò in viso la moglie, prese sotto braccio Andrea e si diresse in camera da letto. Dopo un passaggio nel bagno tutti e due sul letto matrimoniale. Andrea aveva già in posizione il suo ‘ciccio’ cosa che spaventò un po’ Alberto. “Non ti preoccupare se non ti va per te sarò solo donna.” E si mise in bocca il ‘coso’ di Alberto e dopo il suo orgasmo se lo passò nel sedere. Alberto, per curiosità, prese in mano il ‘cosone’ di Andrea, era la prima volta che toccava un membro che non fosse il suo, nessuna sensazione particolare, non era portato per l’omosessualità. Anna aveva seguito dallo spiraglio della porta tutta la scena; uscito il marito si ‘fiondò’ in camera da letto e sul lettone prese a baciare in bocca Andrea, voleva godersi a fondo quell’avventura particolare. Andrea ricambiò con piacere, non le capitava spesso di avere a che fare con femminucce, dalle labbra passò alle tette di Anna per poi approdare su un fiorellino vogliosissimo e ben lubrificato, l’immissio penis fu piacevolissimo per ambedue, Andrea sfoderò la sua arma segreta, la sollecitazione  del punto G di Anna che fu molto sorpresa da un piacere  intenso, profondo mai provato con suo marito, rimase a gambe aperte piacevolmente senza forze. Andrea fu ricambiata delle prestazioni con una cena preparata da Anna che evitava di guardare Alberto in viso, non sapeva come classificare quel suo approcciò con un trans, gli sembrava di aver  cornificato il congiunto. La situazione ebbe uno svolgimento imprevisto: Ubaldo in profonda crisi personale, innamorato pazzo di Andrea andò a trovarla e le propose di sposarla. Andrea nell’atto di nascita risultava di sesso femminile e così c’era pure scritto nel suo passaporto. Dopo un po’ di complicate pratiche burocratiche presso l’Ambasciata argentina, Andrea ben felice della situazione, convolò a giuste nozze con Ubaldo con ricevimento nella villa della madre a Frascati. Tutti gli amici invitati compreso Nando che non si sa per qual motivo era commosso, forse gli mancavano i cugini di Andrea! Apolo aveva appreso la notizia da Andrea per telefono, come al solito non fece una grinza, in Argentina ed anche in Brasile di trans ne avrebbe trovati a non finire, fece gli auguri ad Andrea e riprese la via del ritorno. Finale solita frase: tutti sapevano di tutto ma ovviamente si facevano i fattarelli loro, Alberto ed Anna talvolta usufruivano delle prestazioni particolari di Andrea, servivano a rinsaldare  il loro matrimonio diceva lei…

  • 22 luglio 2019 alle ore 15:13
    ALBERTO SCIARRA IL TRASFORMISTA

    Come comincia: Nato per rompere i co…ni questo  il verdetto di papà Armando dopo aver conosciuto a fondo il figlio Alberto nato per una sua ‘minchiata’ con una compagna di università. Armando era l’ultimo discendente di una famiglia nobile di Grotte di Castro in quel di Viterbo ma residente a Roma da molto tempo. Rimasto vedovo, aveva come  sorelle: Iolanda, Maria, Giovanna e Lidia di cui solo le prime due convogliate a nozze, le altre due, inguardabili, non avevano trovato un pollo che le sposasse e dire che  non erano indigenti, gli antenati avevano accumulato un bel patrimonio consistente soprattutto in terreni coltivabili che rendevano un bel po’ di quattrini. Alberto aveva vissuto la giovinezza in una casa di campagna a Cingoli (Mc),  sfollato con i suoi parenti in quell’abitazione per sfuggire ai bombardamenti degli allora non ancora alleati. Assomigliava moltissimo a suo padre sia nei lineamenti maschili che per la statura che aumentava di giorno in giorno. Il contadino Peppe: “Padrone stó figlio lo annaffiate troppo, tra poco sarà più alto di voi!” Papà Armando era orgogliosissimo di Alberto che però sin da piccolo cominciava a mostrare delle ‘stranezze’ nel suo comportamento, i francesi lo avrebbero classificato un ‘moquer’ per gli scherzi cui sottoponeva parenti ed amici. Il primo fu quando con una maschera dell’orrore in viso ed una candela in mano entrò nelle camere delle zie che si spaventarono a morte. Per quella volta fu graziato ma un’altra ‘bricconata’ Alberto aveva in serbo: era maggio ed nei campi c’erano molte lucciole, il giovane non aveva sonno, pian piano uscì di casa e in un vaso ne mise molte che poi lasciò libere dentro le varie stanze di casa con la conseguenza di far spaventare a morte le zie che non conoscevano quell’insetto. Questa volta non fu perdonato e papà Armando lo fece restare a casa un’intera settimana senza poter mettere il naso fuori. La punizione per il giovane era peggiore di quanto programmato dal padre in quanto gli era preclusa la vicinanza con le compagne di scuola che talvolta lo  trastullavano con ‘saws and blowjobs’ (Alberto studiava l’inglese) sempre ben accetti. Il giovane capì che era meglio smettere con gli scherzi, ci rimetteva lui e quindi con la faccia di chi ‘non ha colpa’ andava fuori casa con gran piacere delle zie, finalmente! Frequentava le medie e con gran orgoglio dei parenti tutti era il migliore della classe, si impegnava a fondo e sotto banco riceveva dai componenti della famiglia regali in denaro. Allora vigeva ancora la leva  e papà Armando, benché avesse amicizie in alto loco, preferì che il figliolo provasse la durezza della disciplina militare. Il suo un metro e novanta lo fece collocare fra i Granatieri di Sardegna di stanza ad Udine, trasferimento non di gusto del buon Albertone che non riusciva a capire la lingua di quei polentoni. Come rompere la monotonia delle giornate sempre uguali? Lampo di genio: ‘appiccicare’ sullo stemma dei reparto al posto delle quattro teste di moro una foto di Cicciolina con le tette di fuori! Il ‘misfatto’ avvenne di notte, veloce come un ladro Alberto portò a fine lo ‘scempio’ e si riaddormentò placido non  immaginando che ‘casino’ sarebbe successo. Alle cinque e trenta del mattino voce dell’Ufficiale di Picchetto: “All’arme, all’arme!” Tutti i militari si catapultarono fuori dal letto ad esclusione di Alberto che, sbadigliando restò fra le lenzuola. All’arrivo del sottufficiale d’ispezione fu costretto ad alzarsi. “Non senti che c’è l’allarme, pelandrone, veloce!” La ‘boutade’fu attribuita a pacifisti della zona ma nessuno poteva entrare in caserma di notte, ed allora?” Il Colonnello Comandante preferì che la storia rimanesse nell’ambito della caserma, aveva paura di sbeffeggiamenti da parte dei pacifisti e della stampa ma la cosa aveva irritato i vertici militari. Alcuni compagni di Alberto, visto il suo atteggiamento di non volersi alzare dal letto, pensarono che fosse stato lui ma…nessuna prova. Quello fu il primo assaggio da parte degli ‘sventurati’ che ancora dovevano vederle delle belle infatti il giorno dopo, cinque minuti prima della sveglia Alberto con voce da omo: “Sveglia ragazzotti, non siate pelandroni la Patria ha bisogno di voi!” suscitando naturalmente le ire dei commilitoni che volevano picchiarlo ma la sua stazza  gli scongiurò una giusta punizione ma a tutti i colleghi rimase in mente quella voce da…Un giorno mentre la Compagnia era schierata in attesa di entrare in sala mensa Alberto uscì dai ranghi e impostando la voce da omosessuale: “Signor Capitano sto morendo di fame, mi si è abbassata la pressione vado in sala mensa…” Tutti, in primis il capitano restarono basiti, naturalmente Alberto fu costretto a saltare il pasto ‘beccandosi’ cinque giorni di C.P.R. (Camera di punizione di rigore) da passare in prigione. La cosa non fece né caldo né freddo al giovane che ne pensò un’altra: finita di scontare la punizione il bel ‘tomo’ una sera si aggregò ai colleghi che andavano al ‘casino’. Tutti a ridere, “che gli racconti alle mignotte che sei frocio?” “Pederasta sari tu, brutto sozzone!” Grande fu la meraviglia di tutti quando Alberto, a braccetto di una ‘signorina’ si recò in camera per ritornare in sala dopo mezzora per prendere a braccetto altra ‘signorina’. Tutti addosso alla prima ‘signorina’, “Cosa ha combinato il nostro compagno?” “Ha un cazzo più grosso del normale e se n’è fatte due, m’ha dato una bella mancia!” Tutti a guardarsi in viso sbalorditi. Ritorno di Alberto nella sala d’aspetto e: “Ragazzi mi sa che non avete scopato non è che siete per caso un po’ ‘checche’?” Intanto però il giovin signore seguitava a parlare con un linguaggio non da maschio ed il Capitano  della sua Compagnia andò dal Colonnello Comandante e suggerì di congedare Alberto Sciarra per ‘poca attitudine alla vita militare.’ Valigia in mano Alberto prima di uscire dalla caserma fece il ‘segno dell’ombrello’ ai colleghi anzi ex colleghi che lo guardavano stupiti, finalmente libero! Papà Armando fu informato delle malefatte del figlio ma invece di arrabbiarsi si fece tante risate, quel figlio di…era riuscito a farsi congedare! Sul treno diretto a Roma, prima classe di uno scompartimento in cui c’era solo una ragazza bionda decisamente piacevole la quale, dopo un suo saluto con inchino si mise a ridere. “È un buon segno se faccio ridere le femminucce o mi devo preoccupare?” ”Lei ha messo la bustina del berretto all’incontrario davanti didietro!” Fu l’inizio di una conversazione sino alla stazione Termini ma non finì qui. “Che mi dice se le propongo di rivederci?” “Perché no, io sono Flora, abito in via Cola di Rienzo e tu?” (un  buon segno era passata al tu.) “È una combinazione io in via Tacito, siamo vicini, scambiamoci i cellulari.” Ad Alberto fu affidato il compito di seguire le faccende ‘georgiche’ dei terreni familiari: trebbiatura, vendemmia ed altre incombenze del genere che naturalmente il giovane apprezzava solo per un lato: talvolta una ‘sveltina’ con qualche giovane contadinella bella ma il suo pensiero era a Flora che riteneva oltre che bella anche intelligente e con personalità. Solita pantomina (si diede per malato), rientrato a  Roma fu fortunato perché gli passarono tutti i mali e così poté riagganciare la ragazza: “Cara come va?” “Io non ho problemi a te che è successo non ti sei fatto più vivo.” “Per un periodo ho fatto il ‘paysan’ nei terreni familiari poi mi sono scocciato e soprattutto avevo voglia di vederti.” “Com’erano le giovani contadine?” Stà figlia di…era molto più scaltra di quello che sembrava. “Niente di speciale, “Glisson”,  (Flora conosceva il francese) se vuoi puoi venire a prendermi a casa mia, devo andare nel mio  negozio di parrucchiere in viale della Libertà.” Per la prima volta Alberto entrò in un salone di bellezza, scritta ‘Hayr Stylist’, trecento metri quadrati ordinati e con molti macchinari.” “Ti sei piazzata bene!” “Tutto merito di mia madre: divorziata, si è sposata con un riccone più anziano di lei che, dopo un infarto letale le ha lasciato un bel patrimonio.” “È stato sempre un mio desiderio entrare nel mondo femminile, questo è il momento buono, imparerò il mestiere  cominciando dal primo gradino.” Flora era perplessa, aveva paura che il bel tomo gli combinasse casini con le clienti. “Dipende da te, ho una clientela scelta ed un po’ snob….”“Ma io sono snob, tantissimo mia cara.” Era iniziata la sceneggiata dell’omosessuale che fece ridere le due  impiegate Gemma e Selene,  un bionda e l‘altra mora (ambedue appetibili) di cui subito si accattivò le simpatie.  Vedendo l’atteggiamento delle ragazze: “Quelle due sono off limits per te!” “Meravigliosa la mia gelosona sarò solo tuo ma ancora…” “Sabato sera  ti invito a cena a casa mia, mia madre è una brava cuoca.” Alberto vestito sportivo faceva la sua bella figura apprezzata da mamma Leda: “Finalmente un bel maschio, gli altri…dove cacchio li trovavi, pensiamo a mangiare, ho preparato tutti cibi afrodisiaci non che  il qui presente Albertone penso ne abbia bisogno, ma un aiutino…” Anche mamma Leda, cinquantenne ancora piacente aveva subito il fascino di Alberto cosa non molto apprezzata da Flora che fece finta di nulla ma capì che con  Alberto avrebbe dovuto combattere per tenerselo ben stretto.  Mammina dichiarò di aver un appuntamento con sue amiche e lasciò campo libero ai due.  Alberto non poté fare a meno di metter su una sceneggiata: “Cara non ci crederai ma m’è venuto un  gran sonno!” Flora ormai aveva conosciuto i trucchi del compagno e: “Pure a me, io vado in camera di mia madre e tu in quella degli ospiti, buon riposo.” Alberto capì che con Flora aveva ‘toppato’ sarebbe stata una lotta dura con la baby ma ne valeva la pena infatti, dopo essersi installato nella stanza degli ospiti vide arrivare Flora coperta da una vestaglia trasparente che l’interessata fece cadere a terra scoprendo un corpo meraviglioso che fece allargare le pupille del giovane. “ Vediamo quello che sai fare!” Alberto passò la prova con pieni voti e poi fu preso sotto l’ala protettrice del dio Morfeo come pure Flora che mamma Leda trovò addormentati nel suo letto. “Viva la gioventù!” pensò  la genitrice.  Alberto chiese ed ottenne di imparare la professione di parrucchiere per donna anche se con un  po’ di scetticismo da parte di Flora. Il giovane cominciò dal primo gradino: lo shampista (lavava i capelli alle signore)  poi imparò a fare il manicure, il trucco al viso, la cosmetica, i massaggi al corpo i più graditi dalla signore, un pensierino a…che restava tale, Flora era sempre in guardia. Un avvenimento venne a scombussolare la vita della comunità di parrucchieria: due arabi entrarono nel locale e: “Io sono Kamil sono interprete per conto del qui presente mio signore sceicco Muhammad che ha posteggiato il suo yacht Hazzem  al porto di Messina. Il mio signore desidera che alcune sue spose e concubine vadano in un istituto di bellezza, passando ha scelto il vostro ma pretende che in presenza delle sue donne non mi siano maschi nel locale.” Flora non sapeva che rispondere e stava tergiversando pensando al ‘mare’  di soldi che sicuramente lo sceicco avrebbe mollato e stava per parlare quando apparve Alberto completamente trasformato: rimmel sugli occhi, rossetto sulle labbra, minigonna…”Sono Alberto  io sono sempre a disposizione delle signore ma non  le apprezzo.” Kamil tradusse la frase al suo comandante aggiungendo un risolino nel commentare l’aspetto del nuovo  venuto. Lo sceicco parve soddisfatto e, sempre tramite interprete fece sapere che la mattina seguente avrebbe condotto due sue spose. Spariti i due arabi risate a non finire da parte di Gemma e di Selene ma non di Flora che sentiva nella storia puzza di bruciato ma ormai tutti erano in ballo…La mattina seguente due Mercedes si fermarono dinanzi all’istituto di bellezza, ne scesero l’interprete e due donne arabe che Kamil presentò come Halima e Aisha ambedue abbigliate in stile arabo con un Krere che lasciava scoperto solo il volto. L’interprete prima di ritirarsi fece presente che fuori del negozio c’era posteggiata altra Mercedes guidata da Baraka, un eunuco, la notizia per un po’ di tempo lasciò perplessi i presenti compreso Alberto addirittura inorridito! Chiusa la porta d’ingresso a chiave, Aisha e Halima rimasero in reggiseno e slip, la prima dai capelli corti fu la prima ad andare nel retro da Alberto, sempre truccatissimo, la seconda dalla capigliatura lunga ci mise più tempo chiedendo un’acconciatura particolare,  forse per lasciare più tempo all’amica in compagnia di Alberto. Quando Aisha si ripresentò nella sala comune Halima entrò nella stanza dei massaggi e ne riuscì dopo circa una mezz’ora con…gli occhi lucidi come prima la compagna, troppo lucidi solo per un massaggio, nei loro occhi Flora da donna lesse qualcosa che la mise in subbuglio, Alberto se l’era fatte  tutte e due! Baraka fu chiamato nel locale e si presentò con una valigetta che depositò su un tavolo poi prese le due donne a braccetto e, senza salutare, le condusse nella Mercedes. Facile da capire, la valigetta conteneva un mucchio di dollari! Il giorno dopo stessa ‘manfrina’ con altre due spose dello sceicco, Flora era  tra il preoccupato e l’arrabbiato ma…non poteva intervenire, quando mai sarebbe capitata una tale fortuna? Alberto sempre fresco come una rosa aveva preferito dormire a casa sua… aveva i suoi buoni motivi. Analoga situazione si presentò altre due volte ma alla terza il buon Alberto diede forfait con gioia di Flora, era completamente ‘spompato’ le arabe erano affamate di sesso, voleva dire che lo sceicco era scarso in quel campo e poi con tante mogli e concubine! Dopo una settimana Alberto riprese a frequentare la casa di Flora, si era ripreso alla grande con gioia della fidanzata, innamoratissima  che aveva capito che doveva concedere ogni tanto al bell’Alberto di ‘correre la cavallina’!

  • 22 luglio 2019 alle ore 4:52
    Il mondo che vorrei (love&dreams)

    Come comincia:  - Ho una sorpresa per te, Sam, amore - disse la mia donna: mentre entrambi eravamo sdraiati su una scogliera a Plenty, una delle tante che popolano il litorale di questa magnifica cittadina, in cui nascemmo, io e lei, trent'anni prima, posta all'estrema punta nord dell'insenatura della grande isola di Greenland, nella baia di Aaron, sotto la calda luna d'agosto.
     L'aria profumava di limpido ed il mare, luccicante e piatto come una tavola da surf, sapeva di pulito in quella magica e strana notte di san Lorenzo: magica perché noi due eravamo finalmente di nuovo insieme; strana perché eravamo soli, soltanto noi due, ancora insieme, un'altra volta dopo immemore tempo, sdraiati e mano nella mano, però, come agli inizi della nostra storia, a rimirar la luna piena ch'era quasi occidua rispetto alle nostre teste, in tutto il suo accecante splendore di astro donna e misteriosa, e in attesa delle stelle cadenti, ovvero (del) la lieta e speciale stella!
     - Ho una sorpresa per te, Sam, - ripetette Baby Jane, la mia donna; - proprio una gran bella sorpresa: sta arrivando una bambina!
     - Come una bambina? - domandai allora io, esterrefàtto e lieto all'unisono.
     -  Certo Sam! -  rispose lei. - Una bambina tua, tutta nostra in carne ed ossa; e la chiameremo "Fortunata"! 
     - Fortunata? Sì,è molto bello! - esclamai contento e poi le chiesi: - Ma perché proprio quel nome?
     - Sta arrivando una creatura tutta nostra, davvero, ed avrà gli occhi azzurri come il cielo, - rispose Baby Jane; - sarà "Fortunata" di nome e di fatto, perché quando verrà al mondo la nasconderò; sì, dovrò fare proprio questo: nasconderla a tutti loro quando verranno...(si trattava dei soldati dell'Anagrafe dei Governi). Sì, la nascoderò quando verranno per portarsela via ed arruolarla nell'esercito della vergogna, la nostra bellissima bambina: la preserverò dalle loro dannate grinfie. Non metteranno mai le mani su di lei, quelle mani grondanti di sangue, quelle sporche e fottutissime mani che sanno di morte; non glielo permetterò: dovremo farlo insieme, amore mio, dovremo proprio...dovremo farlo insieme, dovremo salvarla insieme: da quell'esercito che manda al macello uomini e donne inutilmente. La salveremo, Sam: è vero? Promettimi che lo faremo, dai fallo; promettilo, sì, che mi aiuterai?
    - Sì! - le dissi allora io. - Lo faremo insieme: te lo prometto! (Pronunciavo quelle parole ma non sapevo ancora, dentro di me, come avrei fatto a mantenere la promessa!). Lo faccio quì, davanti a te, prima ancora che nasca Fortunata, prima ancora che arrivi la nostra stella e scompaia la luna. Ma ora calmati,  Baby, calmati, sei tutta sudata, vedo, sì...e stai piangendo; dai, calmati. Tremi dal freddo: su, dai, calmati, amore mio!
     Baby, infatti, tremava tantissimo nonostante la notte fosse afosa ed umida (neanche un refolo di vento soffiava nell'aria, quel vento che viene sempre dall'oceano a rinfrescarla, ogni estate - lo chiamiamo "Hot Lenny", dalle nostre parti, per via della dolcezza e della durezza che ha - insieme alle grandi balene azzurre: porta il nome dell'uragano del 1926, di cui mi parlò - anni addietro - mio nonno Frank, e quello devastò la baia e l'arcipelago circostante; porta sempre refrigerio, però!): sembrava un pulcino uscito da una pozzanghera; i suoi denti battevano ed il loro ticchettìo addirittura rimbombava sulla scogliera quasi come se avesse l'eco!
     Allora presi l'asciugamano rossa su cui eravamo sdraiatie la avvolsi sulle sua spalle; poi le misi le braccia intorno al collo e le sussurrai nell'orecchio sinistro: - te ne prego, calmati adesso, Baby!
     Ma lei si alzò di scatto (l'asciugamano che le avevo avvolto sulle spalle cadde sugli scogli) e mi disse, agitata e tremante più di prima: - No, Sam, lasciami parlare ancora, lasciami sfogare in questa notte di luna piena così pazza; lasciamelo fare ora, quì, con te. Siamo soli, tu ed io, lasciami parlare ancora con te.
     - Va bene, amore, - feci io per non contraddirla ed agitarla ancor più. - Parla pure, dai, parlami quanto vuoi; dimmi quello che vuoi: sono quì, accanto a te, ti ascolto.
     Al che lei tacque per un attimo eppoi si inginocchiò davanti a me, afferrò le mie mani e guardandomi dritta negli occhi esclamò:
     - Sam, non voglio mettere al mondo la mia creatura, così, indifesa; la nostra creatura, no, non lo voglio...Per coprire losche faccende, per farli combattere sudicie e lorde guerre che non le appartengono; che non ci appartengono; proprio non voglio che ciò  accada...Voglio vederla crescere lontano, la mia bambina, la nostra bambina, sì, lo desidero con tutta me stessa...Lontanissima anni luce da tutto questo, da tutti loro. Portiamola via insieme, facciamolo insieme quando verrà al mondo!
     Nel nostro paese, da alcuni decenni, oramai, accadeva che l'Anagrafe dei Governi governasse con ferocia e malvagità, terrorizzando la gente attraverso una tirannica forma di dispotismo; inoltre, accadeva che il suo esercito confiscasse ogni neonato - maschio o femmina che fosse - venuto al mondo: per portarlo nei "campi di addestramento" del nord; ed educarlo - man mano che cresceva - ed addestrarlo (appunto) all'uso delle armi, renderlo pratico ed avvezzo al combattimento e alla guerra. Il nostro paese, infatti, combatteva contro gli altri paesi confinanti per il possesso del petrolio (serviva per far funzionare le fabbriche che costruivano le armi per combattere, per produrne nuove e per ogni altra possibile attività economico-produttiva atta ad alimentare la guerra) e dei diamanti (servivano per pagare sempre più uomini assoldati al servizio del governo, abili a combattere e nell'addestrare bambini e giovani nei campi).
     Noi due, io e Baby, facevamo parte, invece, da molti anni, ossia da quando ci eravamo messi insieme, ai tempi del college a Frisco, dell'opposizione "rossonera": eravamo, per questo motivo, sempre alla macchia, ognuno con un gruppo diverso. Ci eravamo visti - qualche ora soltanto - settimane prima di quella notte: allora avevamo fatto l'amore, così, nature, sotto una secolare quercia nel bosco di Attenborough, proprio quello che circonda le colline sovrastanti il litorale e le scogliere di Plenty; e lì era successo tutto...la nostra bambina, di cui parlava Baby quella notte, era stata generata proprio allora. Le sue paure, quindi, quelle di metterla al mondo, non erano assolutamente infondate, tutt'altro: ma io restai freddo e lucido, come sempre!
     Baby Jane smise all'improvviso di parlarmi (quale sollievo per le mie povere orecchie, pensai dentro di me!) per un po' restammo entrambi in silenzio, seduti sugli scogli ad osservare ancora la luna e respirare l'aria afosa di quella notte, davvero insolita e bastarda: il nostro pensiero, invece, mareggiava sui lievi flutti dell'oceano!
     Al termine del nostro silenzio (era durato soltanto alcuni minuti ma m'era parso infinito!), mi alzai in piedi davanti a Baby e dissi: - Dai, su, lo faremo insieme, ti prometto che lo faremo; ti ho detto che lo faremo; la porteremo via da quì quando verrà al mondo!
     - Spero che tu dica sul serio, - replicò lei, - dimmi che lo farai? Promettimi che lo faremo insieme, veramente?
     - Va bene, - feci ancora io, - la porteremo sull'isola dei gabbiani, quando verrà, Baby, e li la cresceremo insieme la nostra bambina; l'ameremo insieme e poi qualcosa faremo; si vedrà poi...insieme!
     L'isola dei gabbiani  fu il primo posto che m'era balenato in testa da dirli, a Baby Jane, quella notte: sapevo, però, che quello, sebbene fosse solitario e in parte sicuro, non sarebbe potuto essere la definitiva sistemazione per noi tre. Quell'isola, un piccolo lembo di terra posto ad un quarto d'ora di scafo da Plenty, era sempre stata meta preferita di contrabbandieri e mercanti di uomini ed armi in passato ma da qualche anno, per via della vegetazione ostile ed impèrvia che la popola (una boscaglia fitta di mangrovie e arbusti spinosi immersa in malsane paludi, tutto l'anno frequentate da zanzare giganti e mosquitos killer!), non lo era più...Quel posto non sarebbe stato di certo adatto per una piccola creatura: entrambi lo sapevamo.
     Baby Jane, però, dop'aver ascoltato le mie parole, si avvicinò a me, pi prese di nuovo per mano e guardandomi negli occhi scoppiò in un pianto a dirotto. Così restai in silenzio ad ascoltare le sue lacrime, soltanto per un attimo: poi, anch'io la guardai negli occhi, le accarezzai il viso con dolcezza e la strinsi forte tra le mie braccia.
     Dopo qualche minuto, però, lei riprese a parlare con più impeto di prima (sembrava un colpo di cannone esploso da un vecchio galeone spagnolo!):
     - Quando loro verranno, - disse, - noi non saremo ad accoglierli a braccia aperte; prima che accada la porterò via con me, non preoccuparti, zio Sam (a volte mi chiamava zio, proprio come quello del nostro paese prima dell'avvento della dittatura!); stanne certo che sarà così: farò tutto ciò che ho promesso, da buona madre manterrò la parola: per la nostra creatura che deve arrivare, la porteremo via insieme, vedrai.
     - Okey, va bene, amor mio! - le dissi ancora. - Lo faremo insieme!
     - Voglio veder crescere la mia bambina tranquilla, - fece lei; - vorrei vederla crescere felice, magari in una terra dove le stelle cadono giù dal cielo sempre, tutte le notti d'ogni giorno e non soltanto una volta all'anno.
     - Credimi, Baby, lo vorrei anch'io, con tutto il cuore; con tutto me stesso vorrei fosse proprio così!
     Nel frattempo una nuvola si frappose fra noi e la luna, caddero alcune gocce di pioggia (l'aria, però, era sempre afosa ed il vento restava una agognata chimera) ma lei ancora...Baby Jane non aveva sosta e fece: - Andremo all'isola dei gabbiani, Sam, proprio come hai detto tu, eppoi...poi si vedrà, hai ragione, amore! Poi, chissà, troveremo un'altro posto, un'altra terra dove vivere felici insieme, noi tre!
     Baby Jane non si fermava: sembrava proprio logorroica, quasi presa da una frenesia spasmodica.
     - Dividiamo questa speranza! - esclamò. - Dividiamo questo progetto, questo proposito. Dividi con me questa speranza, Sam! - ripetette. - Dividila con me, se vuoi.
     Al che la interruppi, riuscii a farlo per un attimo, dicendole:
     - Va bene, Baby, lo farò ma...
     Lei, però, subito mi interruppe, a sua volta, e riprese a parlare:
      - Quella terra esiste, Sam; noi la troveremo per nostra figlia: affinché la nostra bambina possa crescere tranquilla e felice, per diventare un nuovo combattente del sole e dell'armonia come noi due; combattere contro i despoti e la tirannia! Credo che ciò avverrà, se solo noi lo vorremo; la porteremo in quella terra se la troveremo. Quella terra esiste, sai? La troveremo, Sam, la troveremo insieme! Quella terra esiste davvero, amor mio: è una terra senza lacrime, è la terra di amore e sogni che sognamo, in un mondo di amore e sogni che abbiamo sempre sognato: senza lacrime. Quella terra esiste, Sam, credimi: ma non è la terra promessa!
     - Ma dov'é, allora? - chiesi. - Dimmelo, dai, come si chiama?
     - Credo proprio che esista, - fece lei, - credo che possa esistere ancora sulla terra un posto così, senza tempo: magari lontano da noi, da quì...forse si chiama Mirageville, Sam, chissà; o forse Neverland, o terra di nessuno, o delle verità nascoste, o magari si chiama terra...nuova: semplicemente e basta! E se esiste lo troveremo, vedrai.
     - Certo, amore mio: e lo faremo insieme, te lo prometto: e lo cercheremo noi due insieme...no! no! Noi (tre) insieme!
     Baby cominciò a piangere ed a singhiozzare per la commozione e poi, lentamente, si riebbe ricominciando ad essere logorroica e un po' "su di giri": 
     -   Sì! Sì! Credo che esista un posto così; sì, forse si trova a mille migliaia di chilometri da quì, da noi, ma esiste. Un posto, quello,in cui ci si possa sdraiare sugli scogli per ascoltare le onde del mare che cantano insieme al vento e...eppoi perdersi senza paure e limiti coi propri pensieri nell'orizzonte infinito davanti a noi, senza l'assillo di dover "ritornare"; o magari restare in silenzio davanti alla luna che ci osserva, anch'essa muta, in attesa della lieta stella. E se esiste quel posto lo troveremo; sicuro che lo troveremo: sì, davvero noi lo troveremo!
     Alla fine, però, riuscii finalmente a interromperla, o forse, chissà, lo aveva fatto di proposito (a bloccarsi dal suo frenetico discorrere) per farmi parlare, per far parlare anche me, e allora le chiesi:
     - A proposito, Baby, come mai non è ancora arrivata la nostra stella, questa notte?
    (Era pur sempre la notte delle stelle cadenti e forse, chissà, lo avevamo dimenticato entrambi, presi dal nostro parlare ed ascoltarci a vicenda!).
     Lei, così, con voce ora calma e sottile (Baby Jane appariva anche più serena ed aveva ripreso a sorridere) mi rispose dicendo:
     - Questa notte non arriverà, Sam; lei, la nostra stella, arriverà fra nove mesi e si chiamerà "Fortunata"!
     In effetti, era giunta quasi l'alba (le prime luci turchine e cremisi cominciavano a far capolino all'orizzonte) ma niente...E della stella, la nostra stella, non c'era ancora stata nessuna traccia: e non ci sarebbe stata, probabilmente, neanche se l'avessimo pagata a peso d'oro o avessimo ancora atteso, sdraiati sugli scogli, per altri mille anni1
     Così, dopo le ultime parole pronunciate da Baby, io e lei, come prima, ci sdraiammo sugli scogli; adesso, però, più stanchi morti di prima (forse, chissà, più morti che stanchi!), tenendoci per mano, in attesa di addormentarci: all'esercito dell'Anagrafe e alla nostra bambina, all'isola dei gabbiani e a tutto il resto ci avremmo pensato l'indomani!

    da: alcuni brani dei Jefferson Airplane, "l'unico aeroplano americano che non bombardò Saigon!".

    Taranto, 18 giugno 2013.

  • 21 luglio 2019 alle ore 16:02
    LA FIAMMELLA

    Come comincia: Corso Umberto, al tramonto, il passo è svelto. Purché non si addormentino muscoli e articolazioni, è l’ora dedicata a loro, data l’età. Sulla porta di un bar, una signora, in nero, si accende la sigaretta. Un bimbo, in braccio ad una ragazza, vicino a lei, è incantato dalla fiammella dell’accendino. La signora, in nero, soffia sulla fiammella, il bimbo scoppia in una risata. Nasce un ricordo. Anni ’60, Pronto Soccorso del Cardarelli, io, giovane medico, alle prese con la medicina degli imprevisti. Anziani infermieri sono i miei angeli custodi. Loro sanno tutto, io no. La solita confusione partenopea, sirene di autoambulanze, macchine che sgommano sulla rampa, volti ansiosi, gente trasbordata in barella, imprecazioni, lamenti, pianti, mani tra i capelli. Su quel lettino, difronte a me, arriva un po’ di tutto: ragazze, che hanno ingoiato acido, per amore, coliche addominali, infarti, ferite, sparati, pompieri sorpresi da una frana, semiasfissiati. I titolari del PS, i due chirurghi, nicchiano spesso. Si scelgono un intervento “pseudo-urgente” e se ne vanno. – “Raineri, fai tu, oggi!” - Se si sapesse che nel ’60, in alcune ore, il PS del Cardarelli era in mano al solo Raineri, cioè, solo a validi e anziani infermieri, pronti a suggerirmi il daffare! Ma ecco la scena, che mi è tornata in mente, questa sera, dopo quell’incontro. Un ragazzo, potrebbe essere uno dei miei figli, entra correndo. Ricordo ancora il biondo dorato dei suoi lineamenti. Una camicia candida, come il lenzuolo che ha tra le mani. Ma c’è qualcosa dentro. Un putto d’altare, questo frugoletto, uscito dal lenzuolo e deposto sul lettino. Mi sorprende subito la pelle, di un rosso violaceo, che non potrò mai dimenticare. - “E’ caduto nella vasca da bagno, colma di acqua bollente” - Il bimbo piange. Gli occhi, inondati da lacrime, sembrano voler uscire dalle orbite. Immagino la sua sofferenza. Il padre ha il volto contratto da un ansia dolorosa. Sembra chiedermi l’impossibile con il suo sguardo. Ustione di 2° grado, in oltre il 90%; la prognosi, per quei tempi, è infausta. Nessun reparto ustionati. Sorella Cinzia inizia a spalmare il Foille, l’unico medicamento disponibile. Il bambino, ora, emette una sola nota acuta, il padre piange in silenzio, fissando il figlio. Ad un tratto, estrae l’accendino e lo avvicina al volto del bimbo. Pochi centimetri dalla bocca. Esce la fiammella. Per un attimo, quasi una magia, il bimbo cessa di urlare. La mimica gli si ricompone in una fugace normalità. Ecco che soffia sulla fiammella, che si spegne. Il bimbo sorride, il padre pure. Si stanno fissando entrambi negli occhi. Due sorrisi fermano dolore e tempo.

  • 20 luglio 2019 alle ore 11:35
    Come se ci fossimo amati

    Come comincia:  
    Il sole era ormai ubriaco del suo stesso esagerato calore. Cadeva in acqua tuffandosi piano sulla retta che separava il cielo dal mare di Sabaudia. Visibilmente affascinato da questa leggiadria, Saverio, nell’attesa di Fabiana continuava a seguire l’evoluzione di un tramonto per lui così importante. Probabilmente, in una sorta d’irriverente sfida, il pensiero era corso al “suo” mare di Pentimele, in quel di Reggio Calabria dov’era nato e dove aveva vissuto la giovinezza prima di trasferirsi a Roma. Il suo animo romantico ancora una volta non lo abbandonava e non a caso aveva voluto scegliere, sarebbe meglio dire imporre, lui, il luogo dell’incontro.
    “Pensavo non venissi.”
    “E perché mai? Ti dissi, se ben ricordi, che adoro questo tratto di spiaggia. Lo trovo riposante. Non c’è mai tanta gente e, per quanto isolato, un panino e una birra li rimedi sempre. Stasera poi alla vecchia pianola del bar c’è Nico, mio cugino.”
    Saverio guardò con insistenza la collega d’ufficio per registrarne l’aria che sentiva già gradevole. Come in cuor suo aveva sperato, quei capelli neri non erano stati legati alla nuca. Fluivano con garbo sulle spalle e sulle orecchie e in parte anche sulla fronte senza per questo sacrificare alla vista il verde degli occhi. Pantaloni e camicetta attillata, Fabiana vestiva di bianco e ciò gli appariva strano sapendo quanto quella donna amasse i colori. Per fortuna non aveva dimenticato di indossare il foulard smeraldo che a lui piaceva tantissimo. In quei ventotto anni vi era straripante bellezza da cogliere e custodire con cura.
    In azienda i primi approcci promettevano bene. Giorno dopo giorno s’infittivano. Si arricchivano di qualche confidenza in più e si coloravano d’intimità per via di certi tentativi di messa a fuoco, ancora timidi ma promettenti. E tuttavia, sul lavoro, stavano obbedendo al rituale rispetto dei ruoli e all’esigenza di trovare un comune riparo da occhi indiscreti e orecchie un po’ troppo deste.
    “Se penso al rientro in ufficio, sento già il gelo dell’inverno! Come sono andate le ferie? ” - domandò Fabiana.
    “Quando torno a Reggio, per me va sempre bene. Tu, però, goditi questi ultimi giorni e fammi la cortesia di non pensare al commendator Marengo.” - rispose Saverio, tradendo un tono pressoché paternalistico.
    Il viso di Fabiana s’incupì:
    “Non nominarlo, ti prego. Non sopporto quel vecchio fanatico e fargli da segretaria mi procura un senso di fastidio e disistima.”
    Tutte cose che Saverio sapeva, nonostante fosse trascorso poco tempo dalla sua assunzione come direttore editoriale della Maredit S.p.A.
    Scrittore di lungo corso, non poteva certo definirsi un romanziere di successo. A dire il vero, qualche riconoscimento importante non era mancato ma ciò di cui avvertiva costantemente l’assenza era l’ispirazione illuminata per un progetto narrativo di più alto respiro che pure aveva sempre inseguito. Così, forte di un’intensa esperienza maturata nei salotti letterari dell’Urbe, pensò bene di fare gavetta come critico letterario presso una piccola casa editrice e successivamente presso un’altra, più grande, che gli consentì di fare un buon salto di carriera accettando la Maredit. I suoi cinquant’anni, considerata la crisi economica, erano quindi ben difesi in attesa di tempi migliori. Di contro, sotto altri aspetti più personali, quell’età nascondeva notevoli insidie. Qualche storia d’amore di buona intensità e un’altra, più seria, non furono del tutto fortunate e non è il caso adesso di andare a cercare i motivi e i colpevoli. Abituato da sempre a stare in mezzo alla gente, era cosciente del fatto che vivere da solo non lo realizzava compiutamente. Del single riusciva, però, a cogliere certi vantaggi. Si appropriava di un senso di più ampia libertà che lo metteva nelle condizioni di sgocciolare ugualmente un’esistenza dignitosa in cui c’era spazio per i rapporti umani e per qualche amicizia da coltivare.
    In questo collaudato microcosmo, Fabiana era un’opportunità da non trascurare e nel cuore di Saverio, man mano che i due si conoscevano meglio, quella donna ora rischiava di andare a occupare uno spazio delicatissimo. La sensibilità di Saverio costituiva un pericolo per entrambi. In lui la predisposizione a percepire in anticipo reazioni e contro reazioni dell’animo umano, tracciava un viatico di sofferenza affettiva. La serietà che riversava nel fiutare e sentire amore verso l’altro sesso rappresentava un freno nella capacità di prendere iniziative convincenti per dar vita a un serio rapporto.
    In Fabiana, l’iniziale approfondimento di pregi e difetti caratteriali e il passaggio a una comune visione intima e reciprocamente gratificante, incuteva timore. L’ultima delusione sentimentale, di cui aveva parlato a Saverio, le aveva lasciato un segno netto, inconfondibile, una cicatrice ancora lungi dal sentirla guarita.
    Intanto il sole stava completando il suo tuffo. I lampioni e l’insegna del piccolo bar presto si sarebbero accesi.
    “Dai! Avviciniamoci un po’ a riva.” - disse Fabiana la cui attenzione era stata catturata da una barca con i fianchi verdi e azzurri e sulla quale un pescatore stava sbrogliando una rete.
    “Ascoltami mio caro Saverio. Se tu guardi attentamente quella rete, vedi me. Io sono tutta ingarbugliata e devo trovare il bandolo per liberarmi.”
    “Posso provarci io, posso farcela.”
    “No! Devo farlo da sola. Soltanto così potrò ritrovarmi integra, pronta per sentirmi utile.”
    “Non so se mi sto innamorando di te, ma so che se mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    “Cos’è? Un meraviglioso incipit per il tuo prossimo romanzo?”
    “No, Fabiana. È Saverio Marra che ti sta parlando qui in riva al mare, in questo fine agosto e davanti a questo sole che prima di tramontare del tutto vorrebbe essere testimone di quanto ho detto.”
    “La tua è un’affermazione che mi pare non richieda risposta, o sbaglio?”
    “Richiede comunque una replica, qualunque essa sia.”
    “E allora concedimi di dirti anch’io una cosa… non so se non mi sto innamorando di te, ma so che se non mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    Il viso di Saverio si rabbuiò:
    “Che sciocco sono stato a prefigurarmi una bella storia. I sogni d’amore sono sempre i più difficili da realizzare. Diventano utopie quando si vorrebbero fondere armonicamente cinquant’anni da una parte e ventotto dall’altra. Scusami Fabiana. Sono un ingenuo, un romantico perdente.”
    “Non mi sento pronta per questo viaggio da fare insieme ma sappi che ti voglio bene. Se anche tu me ne vuoi, ho un’idea meravigliosa.”
    “Dimmi.”
    “Tu scrivi bene, sto leggendo il tuo ultimo libro.”
    “Non capisco cosa c’entri con l’idea meravigliosa…”
    “Quando tornerai a casa, accendi subito il PC e fai lavorare la tastiera senza sosta. Dai inizio a un nuovo romanzo, al nostro romanzo. Racconta questa nostra storia e portala a compimento, esattamente per come l’avevi immaginata. Vedrai, sarà come se ci fossimo amati.”
    Saverio annuì non senza averle prima dato un bacio.
    Sulle note di “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, Fabiana lo afferrò per un braccio, gli sistemò il giubbotto blu, gli passò una mano sui baffi, gli accarezzò i capelli brizzolati e spalancò un sorriso:
    “Forza Saverio, andiamo ad ascoltare la pianola di Nico. Stasera offro io: una pizza, una birra, un caffè e del whisky. Ma non farci l’abitudine, eh!”
    Il sole affondava l’ultima parte di semicerchio. Il mare già faceva da guardiano alla sera che, quieta, avanzava per fare spazio alla notte.
     

  • 19 luglio 2019 alle ore 9:41
    L'ALTRA SPONDA

    Come comincia: Erano nati in una cittadina in provincia di Agrigento, per Salvatore e Grazia la cicogna aveva scelto la culla giusta nel senso che i genitori erano ricchi e rispettati in paese. Salvatore in passato era stato eletto Sindaco quasi all’unanimità per la sua  simpatia e soprattutto perché aveva aiutato, specialmente durante la guerra le persone meno abbienti. Salvo godeva la fama di donnaiolo e talvolta era stato ‘graziato’ da qualche marito ‘cocu’, cosa che per un meridionale era il massimo dell’indulgenza. La nascita di un loro figlio maschio era stata una notizia presto appresa in tutto il paese, gli sarebbe stato imposto il nome di Stefano come il defunto nonno paterno che era stato il principale ‘artifex’ della ricchezza, i maligni affermavano anche con metodi non proprio corretti ma per le persone abbienti la memoria storica ben presto di affievolisce. Stefano cresceva coccolato da tutti, aveva la sua stanza dove invitava gli amici, i migliori vestiti erano per lui. Purtroppo andando avanti nel tempo le sue preferenze in fatto di giocattoli erano divenute particolari nel senso che preferiva le bambole ai carri armati al pallone e ad altri trastulli non propriamente maschili. Anche l’aspetto era piuttosto femmineo situazione fatta presente da Roberto,  medico di famiglia ai genitori che all’inizio non diedero molto importanza alla situazione ma passando il tempo si allarmarono e chiesero aiuto a Roberto che, anche se giovane era ferrato in fatto di psicologia. Il suo responso:”Miei cari non posso darvi buone notizie, non ci sono cure che possano modificare la natura di Stefano, lui è nato con un corpo di maschio ma col cervello di femmina.” Disperazione totale soprattutto da parte di Salvo, proprio a lui, gran conquistatore di donne doveva capitare un figlio…non voleva nemmeno pronunziare quella parola. Per evitare scandali Stefano, per gli studi, fu inviato in un collegio di una città del nord dove nessuno lo conosceva, i paesani non commentarono la cosa,  pensavano che al nord ci fossero i migliori insegnanti non sapendo che gli insegnanti più preparati erano siciliani emigrati per mancanza di posti di lavoro nella loro  terra. Stefano non tornò più al suo paese, i genitori andavano loro a trovarlo. Grazia cuore di mamma aveva accettato la diversità di suo figlio, non altrettanto Slavo che decise, dopo gli esami di maturità classica di Stefano di farlo entrare in seminario. Nessuna ----da parte del figlio che sapeva che anche fra nella ‘famiglia’ dei sacerdoti c’erano anche omosessuali e ela sua natura sarebbe stata tollerata. Stefano era eccelso negli studi, ben presto fece carriera e diventò prima vicedirettore poi direttore di una collegio di frati dove c’erano scuole per studenti sino alla maturità. Domenico, uno studente  era bravo sia negli studi che nello sport, aveva un bel fisico e due volte la settimana si allenava in palestra. Stefano lo adocchiò, talvolta lo invitata nel suo studio privato, all’inizio qualche carezza poco paterna, pian piano rapporti sempre più ravvicinati sino a quelli sessuali. Domenico era bisessuale, aveva accettato la ‘corte’ del direttore per motivi economici, la sua famiglia non era benestante come quella di Stefano il quale provvedeva a pagare la retta del collegio e tutte le spese del giovane amante. I superiori erano venuti a conoscenza della liaison dei due,  come per altri analoghi casi evitarono lo scandalo, nessuna pubblicità. Mimmo, conseguita la maturità classica si scrisse all’Università in lettere, tutte le spese sempre a carico di Stefano che si era innamorato dell’allievo, lo andava a trovare nella stanza che aveva preso in affitto, purtroppo perlui raramente, non voleva suscitare pettegolezzi, in quel periodo a carico dei sacerdoti ce n’erano moltissimi un po’ in tutto il mondo cattolico. Una novità per telefono: “Caro don Gaetano mi sono fidanzato con una collega di studio, si chiama Angela ed è un Angelo di nome e di fatto, piacerà anche a te.” “L’altro sesso per un omosessuale non è il massimo della felicità, Stefano non era da meno ma ingoiò il rospo, immaginava che prima o poi. Quando  riprese il sangue freddo ebbe una pensata, se Mimmo si fosse sposato avrebbe avuto una casa sua dove poterlo ‘contattare’,  il problema era la ragazza ma forse dinanzi al dio denaro…” Mimmo accettò con entusiasmo la proposta di don Gaetano, more solito per le spese avrebbe pensato tutto lui. Dopo due mesi, sistemate tutte le pratiche burocratiche Mimmo e Angela fissarono la data delle nozze alle quali furono invitati anche i genitori di Stefano che giunsero a Roma in aereo. Le nozze furono celebrate in chiesa presenti oltre che don Gaetano rigorosamente vestito da prete e Salvatore e Grazia con le lacrime agli occhi, avrebbero preferito che al posto dello sposo ci fosse stato il loro figlio. “Caro don Gaetano siamo a Parigi ma qui il tempo è piovoso e torneremo presto.” “Non ti affaticare troppo…” fu la risposta di Stefano in crisi di gelosia. L’abitazione scelta dai neo sposi era in via Merulana, quando l’avevano lasciata era senza mobili ma al ritorno sorpresa sorpresa la trovarono ammobilita modernamente, un bijou. “Caro don Gaetano, siamo ritornati, grazie per aver sistemato casa nostra, oggi è venerdì, se ti va passerai il week end da noi. “ Stefano prese tanto alla lettera l’invito che alle otto di sabato suonò alla porta dei due neo sposi. Aprì Angela scarmigliata e sbadigliando: “Scusa se sembro la strega di Benevento, siamo due pigroni, Mimmo ti raggiungerà, accomodati nel salone.” “Passò più di una mezz’ora quando il buon Mimmo sbarbato e profumato di doccia entrò nel salone: “Benvenuto, oggi mangeremo a casa, Angela si è dimostrata brava in arte culinaria.” Non volendo Mimmo si era esibito in una battuta rilevata da Stefano che per prendersi un anticipo di quanta già  progettato baciò in bocca il padrone di casa. Mimma da lontano vide la scena, anche se preparata a quello che sarebbe successo fra di loro rimase sconcertata, non aveva pensato ai particolari. “Cara questo è un contratto di acquisto di questa abitazione, è a nome di Mimmo, il mio regalo di nozze.” Mimma istintivamente baciò in bocca Stefano che rimase perplesso, non aveva mai avuto un rapporto con una donna ma in fondo non gli era dispiaciuto. “Appena giro le spalle mi fai becco, bell’amico…sto scherzando, anche Angela ti vuole bene, staremo bene insieme per molti anni, spero.” Alla fine del pranzo altra novità: “Come forse saprete a Roma il servizio pubblico dei trasporti è perlomeno carente, ho pensato di regalarvi una Mini, a me piace, ed a voi?” Questa volta fu Mimmo che abbracciò e baciò Stefano, anche Angela lo seguì, Stefano andò in confusione sessuale. Angela: “Ho preparato il letto matrimoniale, le lenzuola profumano di violetta, me l’ha insegnato mia madre, io vorrei stare al centro…” Nudismo totale dei tre, Angela notò che don Gaetano in fatto di sesso era piuttosto ben fornito, meglio di suo marito e fece i complimenti all’interessato che però preferì il popò di Mimmo per lubrificato dall’interessato, Passaggio in bagno e poi fu la volta di Stefano di porgere le terga per poi eiaculare in bocca di Angela, una prima volta da sogno. La mattina presto mentre i due maschietti ancora dormivano Angela andò in cucina a preparare la colazione,  fu seguita da Stefano con ‘ciccio’ in erezione, senza parlate le abbassò gli slip e piegatala in avanti  entrò nella sua topa  eiaculando a lungo sino al collo dell’utero, una goduria anche per lei. Senza profferir parola Stefano si sedette a tavola e recuperò le forze con una robusta colazione a base di cornetti…siimili a quelli che aveva posizionato sulla fronte di Mimmo! Stefano ritornò a letto e riprese a dormire, qualcosa era cambiata nel suo cervello. Quando Mimmo andò in cucina a far colazione trovò Angela seduta con lo sguardo perduto nel vuoto, capì che era successo qualcosa di inusitato.“ “Alla faccia del frocio, l’amico tuo me l’ha infilato senza preservativo e mi ha goduto pure dentro, ci manca solo…” Mimmo la prese sul ridere: “Lo sai che i figli dei preti sono i più fortunati nella vita, così si dice a Roma.” Miracolo avrebbero detto i credenti, don Gaetano anzi Stefano si era scoperto bisessuale, ritornato al collegio scrisse una lettera di dimissioni al Vescovo adducendo motivi personali non specificati, la previsione di Mimmo si avverò, Angela restò incinta probabilmente di Stefano che, lasciati gli abiti talari si iscrisse all’Università anche lui in lettere, trovò un’altra Angela., mise incinta pure lei pur rimanendo affezionato a Mimmo nel senso di…La ‘resurrezione’ sessuale di Stefano non era stata  festeggiata da Salvo e da Grazia, passati nel frattempo a miglior vita (si fa per dire) senza aver avuto la soddisfazione di poter conoscere i nipotini.