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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 luglio alle ore 13:57
    UN AMORE FUOCO E FIAMME

    Come comincia: “Mia cara sono a Cortina, è calata la notte, da dietro i vetri della mia stanza d’albergo vedo il nevischio scendere pian piano, è fuori stagione come il mio amore per te. Alla luce di un lampione vedo la tua immagine materializzarsi come per incanto .Sei sorridente, gioiosa, sensuale, amerei abbracciarti tanto grande è il mio desiderio di te. Ti seguo col pensiero durante tutto l’arco della giornata. Ora stai andando a riposare, resti per un attimo nuda, favolosa, per poi indossare un baby doll. Ti abbracci ad un cuscino, quel cuscino sono io, mi trasmetti il tuo intenso profumo sensuale ed io ne approfitto per inebriarmene. Dormiamo insieme sino al risveglio mattutino, sei in bagno, ti vesti, esci di casa, entri in ufficio, buon lavoro amore mio.” Questa mia mail è un lamento amoroso di un innamorato verso la propria amante, purtroppo maritata con un marito non degno della sua persona come capita a molte signore di classe, è un destino. Quella mail, infatti, se letta da chi non deve visionarla può portare ad ‘infiniti lutti’ come da omerica espressione dato che gli amanti, emuli di Andronico re bizantino, non appendono corna di cervo sul portone dei mariti ‘cocu’ ma sulla loro fronte. Questa la situazione di Joséphine R. signora quarantenne di origine francese che era rimasta in Sicilia, a Messina, per un ‘incidente’ che aveva portato, complice Alfio S.,alla nascita della deliziosa Rose, attualmente ventenne iscritta alla facoltà di medicina. Era stato per tal motivo che la bella Joséphine aveva deciso di rimanere nella Città dello Stretto dove aveva trovato impiego, essendo poliglotta, alla reception di un albergo vicino alla stazione ferroviaria. Rose era consapevole della infelicità materna, ogni giorno vedeva sfiorire la bellezza di sua madre, i suoi bellissimi occhi verde grigio mostravano tutta la sua infinita tristezza interna. Tramite amici universitari residenti in un malfamato rione di Messina, era venuta a conoscenza degli intrallazzi paterni in materia tributaria per regolarizzare la posizione di individui dalla fedina penale non proprio immacolata. Ultimamente Alfio aveva assunto come impiegate, due ventiquattrenni gemelle figlie di un famoso mafioso appartenente al clan Chiofalo (Calogera e Rosalia) che si trovava al 41 bis! L’ufficio di Alfio era al piano terra dell’edificio in cui era pure ubicata, al secondo piano, l’abitazione familiare degli S. Il capo famiglia, forse dietro consiglio di qualche ‘consiliori’, ritenne opportuno far installare una porta blindata all’ingresso del suo ufficio con tanto di serratura e di chiave di difficile apertura fabbricate in un paese dell’Est europeo. Rose, passando una mattina dinanzi all’ufficio paterno incui stava per essere  posizionata la suddetta porta blindata, inquadrò la situazione e pensò di volgerla a suo favore ma come? Un giovane operaio, da solo,  stava provvedendo ai lavori. La ragazza comprese che era il momento opportuno per tentare di farsi consegnare copia della chiave d’ingresso. Si aprì la camicetta, lasciò fuori un bel po’ di tettine e, rivolgendosi ai giovane gli disse la figlia del titolare dell’ufficio e che avrebbe voluto copia della chiave. Il cotale pensò bene di sfruttare la situazione e fece a Rose segno di seguirlo nel bagno…Rose diventò rossa anche per la rabbia, mise mano alla borsetta e, racimolati quattrocento €., li consegnò, guardandolo negli occhi al giovane il quale, capita l’antifona, si recò presso un vicino negozio di ferramenta comparendo dopo circa un quarto d’ora con una chiave in mano che la ragazza si portò via girandosi di spalle senza nemmeno salutare. Finito di pranzare, Alfio si ritirò nel suo ufficio e Rose spiegò a mammina il suo piano strategico per incastrare quel…di suo padre. Era probabile che le due ragazze, dai soprannomi di Lilla e di Lia, dopo aver desinato, si stessero 'rilassando' col loro capo. Madre e figlia entrarono nell’ufficio costatando che rispondeva al vero quanto intuito. Le gemelline, nude, stavano sollazzando il buon Alfio, poker! Il capo famiglia non fece onore alla cena e si ritirò nell’abitazione verso le ventidue rimanendo basito quando si accorse che tutti i vestiti e la biancheria della consorte erano spariti dagli armadi probabilmente traslocati in quelli della figlia: uno a zero e palla al centro avrebbe detto un commentatore di calcio. Alfio, avendo studiato legge, comprese che dinanzi ad un giudice la consorte avrebbe avuta concessa l’usufrutto della casa coniugale, la separazione per colpa del marito ed un assegno di mantenimento per la figlia studentessa universitaria. Preferì lasciar passare una settimana e poi decise che era giunto il momento di mettere in chiaro la situazione coniugale entrando nel sancta santorum di casa dove alloggiavano le femmine di famiglia. Male gliene incolse, in compagnia delle due dame c’era un giovanottone, un metro e ottantacinque, biondo, spalle quadrate, viso da pugile. Rose non si perse d’animo: “Papà questo è Franz il mio fidanzato, è di Belluno, studia medicina con me e, non appena saremo in grado di lavorare a tempo pieno, ci sposeremo, spero che ci darai il piacere di averti alla cerimonia in Comune, Franz non è religioso. Silenzio di tomba anche perché in un ‘conflitto’ fra un pugile da 1,85 ed un fringuelletto da m.1,65 non c’era lotta. Per cercare di rimediare alla situazione Alfio si esibì in un’altra gaffe: “Joséphine, quando tu vorrai potrai tornare al letto matrimoniale.” Sotterrato dalle risate delle femminucce, Alfio sempre più confuso per la cazzata che aveva detto sparì dalla circolazione. Rose baciò in bocca Franz che rimase perplesso ma poi si riprese: “Che ne direste di un trio mammina, sei d’accordo?” L’alto atesino cominciò a correre intorno al tavolo e poi, travolto dalle due furie si trovò sul divano sommerso da due corpi deliziosamente profumati ma per una (la figlia) off limits!
     

  • 30 luglio alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

  • 27 luglio alle ore 10:24
    Viola

    Come comincia: Dolce Pensiero,
    Dolce Notte,
    Dolce Vita,
    Dolce Sguardo,
    Dolce Imbarazzo,
    Dolce Tutto.
    Quante volte invece il pensiero è stato Amaro,
    quante la Notte è stata insonne,
    quante la Vita è stata atroce,
    quanti sguardi sono stati Lame.
    L' imbarazzo invece conosce solo un senso, intoccabile e indiscutibile.

    Con le mani tra le mani accarezza il sogno, Viola, gote rosse e sguardo scomodo, non sa dove posarsi.
    Vuol Versare da bere ma le trema il braccio esile, che nasconde con un maglione di due taglie più grande.
    Non saranno dissetati i desideri. Non ancora. Perchè Viola guarda in basso.
    Perchè Viola insegue un punto nero immaginario che la porta non sa dove.
    Si siede Sul respiro e sospira tra la folla. Scava per trovare il senso di quel dis-senso.
    Ed i capelli che hanno il colore del petrolio inghiottono l'aria minacciata dalle nuvole.
    Viola non si cccorge, che sbadata! Ha gli occhi del Sole e un sorriso di Luna.
    Viola non regge gli sguardi che spogliano il suo corpo. Carezze troppo pesanti per la sua insicurezza
    Inciamperà  durante la Fuga sbucciandosi le ginocchia, perdendo la speranza.
    Avrà  voglia, forse, di tornare indietro, ma Viola sa, che indietro non si torna.
    Perchè il mondo cambia forma e il tempo non aspetta.
    Sarà la magia più vera, il rossetto quasi andato, mangiato dalle unghie nella bocca.
    Si sentirà  sempre nuda Viola, nel suo facile imbarazzo.
    Ma è dolce il suo pensiero, è dolce il suo sguardo..
    Dolce Notte e Dolce Vita Viola. - L'amaro sarà  dimenticato -

  • 26 luglio alle ore 16:47
    A mille ce n'è.

    Come comincia: Mi ricordo quando ero piccola piccola. Mia mamma mi faceva ascoltare un disco che cominciava così: "A mille ce n'è.. nel mondo di favole da narrar.. da narrar".
     
    Quella canzone mi scombussolava fino alla punta dei piedi.
    Era come se mi aprisse la porta di un mondo incantato e che non poteva che incuriosirmi, appassionarmi. Più della nutella nascosta sopra al frigorifero.
    Poi una voce si metteva a raccontare di intrepidi spazzacamini, di splendide regine e di orchi famelici.
     
    Io rimanevo lì, in silenzio, ad ascoltare e a guardare il giradischi.
    Intanto mi mettevo a meditare sul perchè non riuscissi a introdurmi di soppiatto dentro a quella porta, diventando favola anch'io.
     
    Mi chiedevo come fare ad avere una vita da favola.
    Doveva essere davvero meravigliosa, entusiasmante, qualcosa che devi in tutte le maniere provare. Era una questione di volontà? di coraggio? di altezza? di follia?
    Forse c'era un trucco che io non conoscevo ancora.
     
    E un giorno mi decisi, dopo aver indossato il mio completo da principessa delle favole.
    Scavalcai la finestra, montai sopra un balcone senza guardare di sotto, mi arrampicai su un cornicione e raggiunsi il tetto.
    A dir la verità fu molto più facile di quanto si possa immaginare.
    Niente di così sorprendente o rischioso, visto che ero solo al secondo piano e il tetto in questione era poco più su della mia finestra.
     
    Però arrivarono comunque i pompieri a salvarmi.
    Come nella migliore tradizione delle favole, i buoni aiutano i buoni, e i pompieri erano indubbiamente buoni e gentili.
     
    Dopo quella volta, mi convinsi che tutte le favole hanno purtroppo un prezzo da pagare.
    Da allora non è che le cose siano tanto cambiate.
    Ho ancora avuto modo e voglia di scavalcare finestre, salire sui tetti, toccare il cielo con un dito.
    Devo ammettere che lo faccio ancora e credo che lo farò sempre.

  • 25 luglio alle ore 16:28
    MERAVIGLIOSE EMOZIONI EROTICHE

    Come comincia: È noto: alla base delle vicende umane c’è la fortuna, ne erano convinti gli antichi che, a modo loro, cercavano di rivolgerla a proprio favore con riti magici che evidentemente Beniamino V. non conosceva in quanto la sfortuna fu per lui foriera di immensi problemi per esser passato a miglior vita (si fa per dire) nell’incendio della sua grande fabbrica di carta al Trullo alla estrema  periferia sud-ovest di Roma ma soprattutto per la sua famiglia di cui era l’unico sostegno. La ferale notizia giunse per telefono il mattino presto alla moglie Greta F. ed ai figli gemelli Alida ed Andrea con ovvie conseguenze. Tutti e tre si precipitarono in auto sul luogo dell’incendio ma non poterono avvicinarsi, le fiamme ancora bruciavano alte sul resto della fabbrica ed i pompieri erano impegnati a circoscriverlo. A loro di presentò, senza parole Alberto M. che era il direttore della fabbrica, c’era poco da dire. Si diedero appuntamento per il pomeriggio nell’abitazione di Alberto che si trovava ai Parioli nello stesso edificio di quello di Beniamino, appartamento di sole due stanze ben più piccolo di quello del suo datore di lavoro che era di duecento metri quadri. Presenti oltre che la famiglia V. anche Anna la moglie di Alberto che cercava di consolare le due donne mentre Alberto parlava con Andrea e lo metteva al corrente della situazione: probabilmente l’incendio era doloso perché il capo famiglia aveva ricevuto richieste di ‘pizzo’ per telefono da parte di un mafioso che però non si era presentato personalmente, Beniamino se n‘era fregato, il significato del suo nome era ‘figlio della fortuna’ e ad essa si era affidato con poco successo. Greta, con la scomparsa del marito, era diventata responsabile della famiglia ed in tale veste si mise a parlare con Alberto che la ragguagliò sulla loro non brillante posizione finanziaria: il loro appartamento doveva essere ancora pagato con due milioni di €uro al mese per altri  cinque anni, la fabbrica non era assicurata contro gli incendi,  Beniamino non aveva altri introiti. Greta pensò anche ai figli Alida ed Andrea iscritti all’università. Cadde pesantemente su una poltrona, con lei casalinga il quadro era allarmante con problemi irrisolvibili, un pianto dirotto fece accorrere Alida, Andrea e Anna che furono messi al corrente della situazione. Notte in bianco per tutti, la mattina alle nove il campanello: impossibile pensare chi fosse a venire in quella casa del dolore: era Louis Bergerac padrone di tutto l’isolato (anche di casa loro) che Greta aveva incontrato poche volte. In camicia da notte e senza trucco la padrona di casa cercò di far capire che non era il momento…Con accento francese: ”Madame innanzi tutto le mie più profonde condoglianze, in questo tristissimo momento penso di potere essere utile a lei ed ai suoi figli, purtroppo a chi rimane rimangono i problemi pratici che angustiano la vita, cercheremo di risolverli insieme questa sera a cena a casa mia, due piani più in alto.” Senza ottenere risposta, con un attenti tipo militare si congedò. Completamente nel pallone, Greta tornò a letto ed ai figli riportò quanto accaduto ricordando quanto a suo tempo riferitole da Beniamino dell’immensa fortuna del signor Bergerac In tutta Europa. Alida ed Andrea che già si vedevano all’angolo della strada a chiedere la carità, spinsero la madre ad accettare, ci voleva poco per capire le intenzioni del marpione. Alla cena si presentarono anche Alberto ed Anna che furono ben accettati dal padrone di casa, un compagnone! Louis era vestito impeccabile in un frac classico,  evidentemente voleva far impressione su chi? Evidentemente su Greta a cui in passato ebbe a fare i complimenti più sviscerati senza successo. La cena fu servita da un maggiordomo in divisa: classici aperitivi, antipasti, pappardelle al sugo d’anatra, coniglio all’agro dolce, insalatona, tutto ‘innaffiato da un ‘Brunello di Montalcino’ annata 1950, ananas e Caffè Sport  Borghetti che fu il sipario della cena.“Madame Greta sia più ottimista le faccio visitare il mio bagno di cui son fiero per la vasca ‘Nenuco’ unica nel suo genere.” Entrati in bagno: “Cara Greta, appena ti ho visto mi sei entrata nel cuore, sono a tua disposizione, ogni volta che verrai a casa mia ti abbonerò una rata del tuo debito più diecimila €uro, scusa la volgarità ma non so che altro dirti.” Un assenso col capo dall’interessata che in fondo pensò di essersela cavata abbastanza bene, ci son donne che si vendono per molto meno, la famiglia avrebbe ripreso il suo posto in società! Al rientro si mostrò  contenta di aver visto una vasca da bagno fuori del comune, ovviamente nessuno ci credette. Il primo appuntamento avvenne il pomeriggio del sabato successivo,  madame aveva acquistato un negligé rosa che aveva coperto, durante il tragitto in ascensore, con un cappotto estivo. Fu accolta con un baciamano che in fondo le fece piacere, nessuna volgarità, invito sotto la doccia ovviamente nudi, complimenti del padrone di casa per il suo fisico, un po’ meno da parte di lei per la ‘pancetta’ del prossimo amante ma in fondo… Louis prese subito a baciare la gatta, aveva stile apprezzato da Greta che si meravigliò per la grossezza del ‘ciccio’ del francese, non ricordava bene le dimensioni di quello del marito ma in fondo non le dispiacque non immaginando che ‘ciccio’ era stato ‘aiutato’ da una pillola di ‘Levitra’ molto di moda per i non più giovanissimi ma anche, talvolta, per i giovani. Greta capì che ormai il sabato pomeriggio era dedicato all’amante sempre ben disposto in fatto di quattrini, che anzi aveva aumentato la quota in contanti. E gli altri componenti della famiglia? Un caleidoscopio di persone: Alida (significato nobile) era lesbica, contemporaneamente Andrea (significato uomo virile) omosessuale!, evidentemente all’interno dell’utero materno si erano scambiati il sesso! Avevano confessato alla madre le loro tendenze, Greta il cui nome vuol dire preziosa, rara, da buona madre aveva accettato la sessualità dei figli e la loro iscrizione alla L.G.B.T. (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), addirittura aveva partecipato con Louis alla manifestazione della lgpt a Roma, Beniamino non aveva certo fatto onore al suo nome che voleva dire figlio della fortuna, ma ormai era un lontano ricordo. Alberto ed Anna talvolta ridevano della loro normalità ma si rendevano conto giorno per giorno che la noia si era impossessati della loro monotona vita di impiegati alle poste. Avere a che fare con vecchietti che si lamentano della loro misera pensione, ritirare lettere e pacchi , caricare i postini  dei plichi da consegnare. La loro noia era mancanza di stimoli, un senso di vuoto, di impotenza, talvolta fantasticare con la mente era legata alla sensazione dello scorrere del tempo. Alberto ed Anna incontravano per le scale Louis con Greta e ed i due fratelli Alida ed Andrea che un giorno: “Che facce da funerale, se venite un giorno con noi  vi divertirete a veder tanta gente allegra e sorridente, anche un po’ di sesso…” I due rifletterono ma fu Anna a prendere l’iniziativa: “A noi che ci costa, nessuno ci obbliga…” E così un sabato pomeriggio seguirono in auto Alida ed Andrea che si recavano in una villa di Grottaferrata in cui furono accolti da una signora anziana, alta e magra, vestita di nero, molto signorile. “È la prima volta che vi vedo, benvenuti, tutti noi siamo degli anticonformisti ma sempre col buon gusto come regola, divertitevi!” Al bar un addetto (o un’addetta) truccatissimo, con voce femminile: “Vediamo se indovino i gusti dei signori: aranciata o limonata ma quella col limone!” “Come ti chiami, sei un simpaticone.” “Marco, guardate che vuol dire guerriero, sono pugnace ah ah ah.” Furono avvicinati da un tipo un metro e ottanta, bruno di capelli e di carnagione, vestito casual: “Sono Fosco, faccio onore al mio nome che vuol dire scuro, anch’io frequento questa villa da poco tempo, in fondo sono felice anche se uso raramente questo vocabolo. Fuori c’è misera, degrado, omicidi, delinquenza, tutto deprimente mentre qui…Col permesso del signore gli sottraggo, in senso buono, la consorte.” “Mia moglie non è sotto tutela e poi anch’io…” I due sparirono risucchiati dalla folla che andava aumentando come pure l’allegria generale. Alberto rimasto solo, si sedette vicino ad un tavolo col bicchiere di aranciata; fu subito avvicinato da un trans che: ”Ti vedo tristissimo, se vieni con me…” “Non ti offendere ma ho mal di testa.” Il tale si allontanò deluso e Alberto cominciò a pensare cosa stesse combinando Anna, lui,  il moquer dei gelosi stava provando per la prima volta quel sentimento, ne aveva ben donde, Fosco si dimostrò subito attivo in quanto a sesso anche se in modo particolare: denudata la consenziente Anna, dopo un cunnilinguus che portò la baby a lunghi orgasmi, prese un vibratore se lo infilò nel suo didietro ed il pene, dapprima a riposo, si risvegliò pian piano non molto in lunghezza quanto in una spropositata circonferenza che fece impressione ad Anna. “Non ti preoccupare, sarò delicato ma poi tu…” Anna ebbe conferma di quanto asserito da Fosco. All’inizio ebbe qualche fastidio ma poi quando il pene arrivò a metà vagina cominciò a provare una goduria piacevole talmente violenta da portarla ad emettere urletti di piacere sempre più forti, un piacere infinito che la lasciò senza forze, punto G attivato come non le era mai accaduto con Alberto. Ci volle del tempo prima che la dama riuscisse a riprendersi, non voleva presentarsi in quelle condizioni al marito ma Alberto si accorse subito che lei aveva provato qualche sensazione sessuale al di fuori dell’usuale. Nessun dialogo sino a casa, poi: “Se te la senti raccontami tutto ma solo la verità come da nostra vecchia abitudine.” Sono troppo sconvolta, se non ti dispiace preferisco dormire, a domani.” Anna dormì il sonno del giusto o meglio della giusta ma non Alberto che immaginò le cose più strane ed inverosimili. La mattina sveglia a mezzogiorno, ovviamente per Anna che, allegrissima abbracciò e baciò un Alberto. “Ti confesserò tutto come avvenuto ma ricordati che nulla sarà cambiato fra di noi, sarai sempre il mio grande amore, non sono solo parole, ti amo profondamente.” Senza tralasciare alcun particolare narrò tutta la vicenda sino alla fine. “Sono stata sincera, per ora non voglio sapere cosa pensi, a botta calda si possono dire anche cose che in un secondo tempo possono essere considerate sbagliate.” Nessun commento da parte di Alberto che con Anna riprese il tran tran quotidiano come se nulla fosse accaduto ma il destino, superiore anche agli Dei, aveva in riserva una sorpresa, un bella sorpresa per Alberto che un pomeriggio durante il quale Anna era dal parrucchiere, ricevette una telefonata: “Sono Greta, Anna mi ha accennato che avete avuto qualche diverbio, anch’io sono in crisi con Louis, vorrei confidarmi con te, lunedì mattina datti  malato, non andare in ufficio, se vuoi staremo insieme.” Il lunedì mattina Alberto andò in bagno, fece finta di vomitare  ed avvertì la consorte che non se la sentiva di andare a lavorare. Greta, vista uscire Anna,  per telefono disse ad Alberto di raggiungerla a casa sua, Louis era lontano ed i ragazzi fuori casa. Un bacio appassionato ed anche un po’ triste, che era accaduto? “Ho bisogno di confidarmi con te, non so come definire i rapporti con Louis, in un momento di mezza sbornia mi ha confessato che ama molto avere rapporti anali con le femminucce ma quelle che lui conosce non glielo permettono e così ogni volta che stiamo insieme lo pretende da me,  mi fa sdraiare sul letto di lato piegata a metà e si diverte a lungo. Molto probabilmente ha altre donne in Europa, forse mogli ed anche figli perché lo sento parlare al telefonino qualche lingua che non riesco a comprendere. Ovviamente non posso far a meno dei suoi soldi e quindi immagina quello che provo, essere usata come una volgare puttana, sento il bisogno di un po’ di romanticismo, tu mi sei sempre piaciuto enormemente, sei affascinante ma non volevo far un torto ad Anna ma sapendo che tra voi…” La dama , fatta volare la vestaglia, rimase nuda a disposizione di un Alberto affascinato da un corpo bellissimo e dalle appassionate parole di Greta con la conseguenza che ‘ciccio’ si trovò a lungo non in ‘una selva oscura’ ma dentro un accogliente e caldo orifizio, e non quello preferito da Louis. Il rientro a casa di Alberto  mostrò ad Anna un marito allegro e sorridente. “Mi ha telefonato Greta, dapprincipio sono rimasto perplesso per quello che mi ha chiesto e che poi è accaduto fra di noi ma poi...” Questa volta la favola (escluso che per quel volgarone di Louis) ebbe il solito bel finale di tutte le fiabe per i protagonisti che vissero... 
     

  • 25 luglio alle ore 8:51
    Le gemelle di Dong Da

    Come comincia: Il sangue ci legava. Eravamo le gemelle di Dong Da. Tutti dicevano che mia sorella avesse un dono: la sensualità di nostra madre. Nessuno vedeva il mio male: una morbosa gelosia per lei. Ad Araki bastarono pochi scatti per capire: volevo essere l’unica. Invece eravamo in due, a Tokyo, nel suo studio fotografico: lei davanti, crisalide fremente, io alle sue spalle, bozzolo ancorato. Mentre la trattenevo con un abbraccio sentivo premere contro il mio seno le sue ali appena accennate. Strinsi il velo rosso intorno al suo liscio collo. Spensi con il fuoco il fuoco che mi bruciava. Sulla parete erano esposti dei ‘Flowers’: sembravano sospesi tra la vita e la morte. L’ultimo respiro. Immaginai.
     

  • 24 luglio alle ore 12:43
    La ballata del Baro

    Come comincia: Ve lo racconto come fosse  uscito da un dipinto di Luzzati.
    Era un fresco meriggio di maggio quando giunse gioviale, nel grande giardino, la bella bambina.
    ‘‘Bara la faccia!’’ raspò una bestiaccia appollaiata sulla mia spalla.
    Salito su un palchetto di cartone, mi travestii da tutore.
    Così incominciai a prepararmi per la Grande-Lezione:
    pescai dalla  tasca un mazzo di carte a doppio colore;
    poi, con famelico ardore, seminai la terra di picche, di quadri e di fiori.
    L’ingenua pupilla colse nel mezzo il fante col cuore.
    Sfilando la carta dalle sue dita, rovesciai la figura:
    rivelai il volto villoso della Lussuria.
    L’aria era intrisa di lezzo caprino e tanfo animale.
     
    Ora urlo l’ultimo orrore: c’è il mio cognome inciso sulla piccola bara del suo funerale.
     

  • 24 luglio alle ore 12:38
    L'altra voce

    Come comincia: Finalmente a Batrun. Il ricordo ti insegue! La foschia si dirada, l'acqua è uno specchio. Il mare ingrossava, le onde rullavano! Giù al porto c’è vita. Il peschereccio di Taganrog affondava! Fu una disgrazia. Hai ucciso tuo figlio! Colpa della tempesta. Della tua superbia, volevi salpare per forza! Il sale di tante lacrime ha spaccato il mio volto. La klikuša piange ancora il suo sangue! Prego per lei, è ancora mia moglie. Vigliacco! Per venti anni ho espiato su ‘navi di Tarsis’. Sei fuggito! Cerco la pace. Scava con le unghie la tua fossa: lo Sheol aprirà le porte! L’albatros vola sopra la mia testa. Vecchio pazzo, vedi solo ciò che hai dentro! È di fronte a me: ha perdonato.
     
    << Papà, le medicine! >>.
     

  • 20 luglio alle ore 12:06
    Storia breve dell'infermiera di paese

    Come comincia: Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto come compenso per una iniezione. Ti ricordi? Mi ricordo Annam?
    Sì, mi ricordo quando andavo per i campi e le lunghe strade sterrate accecate di sole con in fondo il colore del mare per portare le mie mani a quei corpi sofferenti e vecchi. Non avevano soldi da darmi ma mi riempivano borse di omaggi, omaggi alimentari.
    Tornavo a casa con lo zucchero e il caffè e la bistecca appena macellata e i funghi freschi e patate e frutta.
    Andavo a piedi con gli scarponcini dalla suola più volte incollata ma sempre lucidi di cromatina, il mio cappotto con la mantellina che in caso di pioggia sbottonavo dalle asole e diventava il mio ombrello. Avevo sorrisi nelle tasche dove riparavo le mani fredde e viola e chiavi di case, della mia e di quelle dei miei malati. Me le davano fiduciosi le loro chiavi ed io arrivavo puntuale all’ora di colazione per preparare un po’ di latte col caffè che offrivo loro come fosse il pasto di un re e poi li lavavo, li massaggiavo, e raccontavo cose belle per accendere un sorriso nei loro occhi spenti. Mi aspettavano, i miei malati, senza sveglie né orologi, sapevano quando era l’ora in cui sarei arrivata. E sollevavamo il corpo stanco e maltrattato dal tempo afflitto colorando di chiaro il loro momento di cure e attenzioni. 
    Compresse, iniezioni, bendaggi e bisturi per le zone in cancrena, sorridevano alle mie parole, ai miei racconti romanzati di fatti veri e piccoli ma ingranditi, ironizzati per suscitare il loro riso. Ridevano i miei malati e mi benedicevano, benedizioni per le mie mani calde, a bollore dicevano, le mani a bollore che risucchiavano ogni loro male e lo gettavano via, lontano dai loro corpi. Ah! I miei malati che mi consegnavano il loro dolore fisico e morale affinché lo portassi via, ad annegare nel mare, a bruciarlo nelle sere di falò sulle spiagge gremite di marinai appena rientrati dalla pesca. Mi consegnavano i loro mali e un chilo di zucchero e magari le due tazzine del servizio ormai spaiato che con cura tenevano come importanti cimeli di grande fattura nella credenza, però me le davano, con amore e malizia le due tazzine perché chissà, fuori, tornando verso casa potrei incontrare un uomo, un principe azzurro che di azzurro potrebbe colorare il mio solitario andare. Sì, è per questo che Amina mi regalò le due tazze del servizio ormai spaiato e morto di porcellana inglese; nel rigo d’oro vedeva la corona dell’immagine di me ridente insieme ad un sorriso di uomo. Si dilettò a raccontarmi della perfezione di quelle dita che strinsero i manici di quella tazza che mi mostrava: dita affusolate d’uomo molto colto ed elegante, che non conosceva calli da zappatore, ma la seta delle pagine dei tomi che a getto continuo leggeva, mai affettato però se pur distinto e di buon linguaggio, dotto e forbito, uomo che per lei nutriva un grande amore nascosto eppure svelato ai quattro venti, sussurrato, urla sussurrate ai venti per un amore che mai avrebbe potuto consumare. È bella Amina mentre rievoca queste cose, si rianimano le tazze e la stanza buia e grigia di polvere antica diventa ridondante di suoni e luci a festa e fra tanti ospiti cinerei si illuminano le due figure, lei e il capitano, bello nella sua divisa bianca e blu. La mano inguantata stringe quella tazza e poi si sveste per stringere la delicata mano di Amina e l’accarezza, accarezza il viso e il ricciolo ribelle che ribelle non è, è inanellato sulla fronte a bella posta, per farsi accarezzare, e tra la ciocca e la fronte ben poco è lo spazio per poter consentire alle dita di lui per non poggiarsi sulla pelle in un elettrico frammento di istante, un istante lambito dal calore della mano d’uomo sulla tenera pelle del viso di una giovane e bella Amina, istante che è rimasto impresso sul manico della tazzina e sul suo bordo l’impronta di un bacio che mai toccò la bocca di Amina. Amina, Amina ora sfiora la tazza con le sue dita raggrinzite dall’artrite, accarezza il bordo poi lo porta alle labbra e torna giovane donna innamorata, nel suo cuore pulsa lo stesso sangue giovane che irrora il corpo in un fremito di piacere e accende la gioia rimasta chiusa nel cassetto dei ricordi. 
    Quella tazza era una storia, era un film a lento tempo fermo su quel ricciolo accarezzato, su quelle dita scivolate sulla pelle del viso di giovane donna ora rugoso e spento che per un attimo si è riacceso, per il tempo del racconto si è illuminato di quel tempo fermo fra le rughe e le ha ringiovanite. E quella tazza me l’ ha regalata, due tazze, l’altra è riservata a me per quando mi innamorerò di un capitano bello e colto ed elegante e con lui, fra sguardi d’intesa amorosa e lievi carezze rubate sorseggerò il caffè. 
    I miei malati, quante storie belle ora racchiudono fra le piaghe cancerose i miei malati, e quanta storia mi porto a casa racchiusa in quelle tazze che non userò mai, che guardo oggi vedendo l’ieri.
    Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto oggi, come compenso ad un ago infilato nel gluteo di una donna ammalata oggi, ma che domani guarirà perché è giovane, lei è giovane e guarirà, lei l’accompagneranno le mie mani a bollore e i miei racconti sereni e le mie dita precise sulla siringa.

     

  • 18 luglio alle ore 23:22
    Il sonno di un bambino

    Come comincia: I
    La pioggia scende lieve e silenziosa come una manna da un cielo sempre più strano ed irriga la terra assetata da troppi giorni. Sono già le sei del mattino e nonostante il tempo uggioso, dalle persiane riescono a filtrare alcuni sprazzi del nuovo giorno che mi inducono ad aprire di malavoglia la luce e seduta sul letto, resto in ascolto: in corridoio regna il silenzio, nessun movimento viene dalla tua camera, solo il ticchettare sommesso della tua sveglia smorza un po’ l’afa che sopprime le mie sicurezze.
    Decido quindi di alzarmi e prendo la vestaglia, rivolgo però prima l’orecchio alla strada con un groppo in gola: un’auto rallenta sulla curva di casa nostra e penso: tra un po’ si aprirà il cancello e tu rientrerai a casa finalmente con passo furtivo e consapevole del tuo ingiustificato ritardo mentre io sarò qui ad aspettarti immobile e sorridente, a braccia conserte, come spesso ho fatto negli ultimi anni.
    No… L’auto prosegue e quindi l’attesa continua a crescere.  Vado a piedi nudi in bagno e mi appoggio un po’ alla finestra guardando fuori: con le dita mi strofino gli occhi pesanti, colpiti dalla forza della luce mentre un mix di pensieri ed emozioni si accavallano nei minuti monotoni che seguono.
    A colazione stavolta dovremo stabilire delle regole ma ora dove sei tesoro mio? D’impulso torno in camera e prendo il cellulare per controllare le chiamate: nulla, assolutamente niente da ieri sera, né un sms, né uno squillo a vuoto per avvertirmi che stai tornando, torna il silenzio ed in mezzo odo solo un gocciolare piano dalle grondaie…
    Ieri sera, prima di uscire, mi avevi abbracciato teneramente rassicurandomi: “Mamma, tranquilla, torno presto, non faccio come lo scorso sabato, vado solo a farmi un giro con Diego giù a Lignano…Ok?”. Ed io naturalmente ti avevo creduto perché avevi uno sguardo così ingenuo che ti illuminava tutto, entrambi avevate due visi da ragazzini, tu e Diego ed ogni fine settimana li passate sempre assieme come Cip e Ciop nei film della Disney... Tu, la morosa, non te la sei mai voluta trovare, anche perché Lei sarebbe solo un optional per te!  Eppure, con i tuoi occhi blu mare, mi pareva impossibile dirti qualcosa….
    “Va bene, non bere troppo, che poi se ti fanno la prova, devi chiamare papà per farti venire a prendere! E tu sai come è fatto lui quando si arrabbia…” E tu girandoti, mi sorridevi spazientito: “Mamma per favore……”.
    Da sotto le nuvole dense Il sole fa brevemente capolino, finalmente ha smesso di piovere così potrò uscire per stendere ad asciugare le tue camice dopo un intero giorno di pioggia.  Scendo quindi in cucina, alzo le persiane e vedo la pioggia brillare sull’erba. Che domenica sarà oggi!
    Eppure, dentro di me non riesco a non sentirmi un po’ inquieta dal momento che né tu né tuo padre siete ancora tornati a casa. Sì, è vero, non sono sempre stata una madre modello; quando eri piccolo, a pranzo a volte dovevi mangiare dai nonni o alla mensa della scuola perché io dovevo restare in studio fino a tardi; talvolta ricevo i clienti anche alle otto di sera perché è più facile che vengano sul tardi, dopo il lavoro.
    Sospiro mentre inizio a cucinare, non è facile gestire una famiglia ed una partita iva…. E forse sedendoci ad un tavolo potremmo parlare un po’di più e magari uscire tutti insieme il prossimo finesettimana.
    Finora non sono mai riuscita a capire ciò che ti passa per la testa, eppure io ci sono sempre e tu lo sai che puoi contare su di me ogni volta che hai bisogno di qualcosa così come sai che certi comportamenti mi fanno davvero male. Perché allora non vuoi capire che se ti dico di tornare a casa ad un certo orario, non devi fare invece di testa tua?
    Tendo di nuovo l’orecchio alla strada: no, sono sempre le solite auto che passano e che rallentano sul bagnato. Quest’attesa è veramente snervante tanto da dolermi il capo e non riesco a non sentirmi tentata dal telefonarti anche se poi potrei sembrarti la solita bacchettona come dice a volte Diego e sarebbe difficile anche solo chiederti dove sei…. Vado all’ingresso con il cuore diviso tra il mal di testa e la speranza che presto potrebbe tramutarsi in rabbia se non arrivi. Comunque, stavolta non mi sfuggi!
    Sul lavello tintinnano ogni tanto delle piccole gocce quasi a volere scandire l’impazienza che fa tremare le mie gambe. No, non sono propriamente una roccia, sono le nove e mezza e adesso sono sola con la mia paura. Prendo d’istinto il cellulare e compongo di fretta il tuo numero ma niente squilla invano e la chiamata infine viene inoltrata alla segreteria: irreperibile! Guardo il davanti a me il crocifisso: Gesù proteggi il mio ragazzo!
    II
    “Signora V. venga di là per favore! È da sola? Forse è meglio che aspettiamo che arrivi suo marito…… mi dispiace ...”
    Il medico del pronto soccorso mi porta in una stanzetta e mi tende educatamente la mano invitandomi a sedere su una seggiola davanti alla sua scrivania. “Guardi, abbiamo fatto davvero tutto il possibile ma quando è arrivato in ospedale, non c’era più niente da fare e il suo cuore si è fermato poco dopo, non ha mai ripreso conoscenza…”.
    Le sue parole mi attraversano la mente, le ho sentite ma non capisco cosa mi vogliano dire e non riesco a trattenerle nella mente; sono seduta con le gambe che mi sembrano due pezzi di legno e mentre seguo il movimento delle labbra di questa persona, penso che stia parlando con qualcun altro.
    Forse sono diventata sorda o pazza. Bussano alla porta, è Diego ed ha gli occhi sotto i piedi ma non cerca di nasconderli con le mani. Chiedo ai presenti: “Perché siete tutti qua vicino a me? Che succede? Che cosa volete? Dov’è mio figlio?”.
    Dentro mi sento ormai un leone in gabbia e avrei così tante parole da far uscire dalla bocca che mi sento sazia ancor prima di iniziare. Eppure, sento, anche, come se mi avessero annodato in gola in un groviglio le corde vocali.
    Il medico davanti me mi guarda in maniera strana e da dietro la scrivania poggia la mano vicino al telefono in attesa. Fuori nel frattempo splende sempre più il sole e si rafforza l’idea in me che sarà una bella giornata.
    “Ha bisogno di qualcosa signora? Vuole un tè prima di andare di là…?” Accenna con gli occhi fuori dalla porta, quasi per accompagnarmi ma dove non ho ancora capito. Diego intanto è rimasto vicino alla porta, mi sembra che voglia uscire da lì prima possibile ma non ne sono sicura perché non ha mai alzato gli occhi finora. Mi alzo allora io come se il mio corpo reagisse automaticamente e seguo fuori il medico che mi prende di nuovo la mano. È davvero una persona gentile! Mi porta in un’altra stanza, sono solo pochi passi fino in fondo al corridoio e noto che la porta è socchiusa.
    Entriamo entrambi piano e mi sento di nuovo la mamma che entra di soppiatto in camera del figlio per vedere se dorme già.
    “No, non ho bisogno di nulla.” Rispondo guardando ingenuamente il mio interlocutore in camice verde. E di che cosa dovrei avere bisogno? Boh…
    “Bene, allora, la lascio un po’ da sola qui c’è una sedia e fuori c’è un’infermiera se ha bisogno di qualunque cosa”.
    Spalanco gli occhi guardando davanti a me: mi trovo in una camera tutta bianca, pulita ma intrisa di uno strano odore, c’è un letto e sotto il lenzuolo, scorgo un viso addormentato. Mi lascio cadere sulla sedia che del resto è proprio accanto al letto.
    “Grazie dottore...” dico tra me dopo che è già uscito il medico mentre mi sale un gemito. È mio figlio? Non è possibile: quel viso, la fronte rugata, sembra solo addormentato; da seduta allungo la mano e scosto dai suoi capelli, degli aghi di pino che chissà come gli si sono impigliati, anzi alcuni si sono impasticciati formando dei grumi rossi appiccicaticci.
    Si è Mio Figlio. Presa dall’impeto, t’ho abbracciato e ti ho stretto così tanto a me, ti ho cullato come quando eri solo un bambino. Sento freddo ora in questa stanza anche se fuori è una bella domenica d’estate: davvero non c'è altro che un dannato freddo silenzio.

  • 17 luglio alle ore 9:11
    CÓ STÁ PIOGGIA E CÓ STÓ VENTO...

    Come comincia: Il conte Camillo Colocci, vedovo,  abitava nell’antico castello avito nel Comune di Matelica in quel di Macerata insieme al figlio Marcello cieco dalla nascita, alla figlia nubile Ena legnosa, accanita cacciatrice e dalla battuta satirica facile, al figlio Ettore un metro e novanta, maxime truncum familias, a cui assomigliavano alcuni ragazzi del circondario con gioia della madri e malcontento dei padri putativi ed infine la deliziosa Annabella di anni venti che, per motivi difficili da comprendere aveva  voluto vestire i panni di monaca chiedendo al genitore di risiedere in un convento confinante col loro castello sul Monte San Vicino, monastero che era stato costruito nell’ottocento e quindi non aveva le comodità cui era abituata la contessina. Con un po’ di moine ottenne dal padre, a cui non faceva difetto la moneta, di ristrutturalo restringendo le camerette disadorne delle suore da venti a dieci ma con tutti i confort moderni. Naturalmente era stata nominata badessa , insomma il monastero era diventato un simil albergo di prima categoria a cui avevano accesso solo le suore provenienti da famiglie nobili. Aveva scelto come nome da suora Susanna forse non sapendo che era certa suor Susanna Simonin, nel medioevo, era stata classificata pessima religiosa… Nel far risistemare le camerette suor Susanna se ne era riservata una che era in comunicazione con quella della foresteria dove venivano alloggiate le religiose di passaggio. L’arcivescovo di Macerata all’inaugurazione del complesso, aveva avuto parole di elogio per il conte Colocci per la sua magnanimità. Sin da piccolina Annabella aveva preferito giocare con giocattoli maschili non amando le bambole o meglio apprezzando quelle in carne ed ossa delle sue coetanee, con cui imbastiva giochi  erotici apprezzati dalle compagne, in mancanza di maschietti…Col tempo non perse l’abitudine e, guardandosi intorno, scelse come compagna di ‘giochi’ tale suor Angiola Viridiana che nel secolo passato non era ricordata per le sue doti di santità. La cotale alta, longilinea occhi grigi bocca carnosa, seno appariscente pur coperto dal vestito monacale e poi gambe chilometriche piedi lunghi e stretti, bellissimi. Tutte sapevano tutto di tutte ma era loro interesse non mettere il naso nelle altrui vicende. Suor Susanna quando vide per la prima volta Angiola spogliata, rimase senza fiato e ci fu un incrocio di gambe e braccia con baci appassionati, il tutto finì alle luci dell’alba e pertanto le due suore dovettero saltare il mattutino con grandi risolini delle altre monache. Il giorno di Natale suor Susanna invitò il fratellone Ettore alla cerimonia religiosa tenuta da fra Gaudenzio, un giovane prete di una parrocchia vicina, confessore delle monache e poi in giardino canti e balli non proprio religiosi. Suor Susanna ad un certo punto si accorse della mancanza del fratello e della suora Silvia; tutto intorno al giardino c’era un bosco da cui uscirono separatamente Ettore e suora Silvia un po’ accaldati in viso. Suor Susanna si preoccupò non per puritanesimo ma perché una eventuale gravidanza gli avrebbe fatto perdere quel Paradiso che si era costruito. Avvicinatasi al fratello con aria interrogativa…” Tutto a posto sorellina, non diventerai zia…” Quel figlio di cane la prendeva anche in giro, non l’avrebbe più invitato. Altro problema era il confessore; fra Gaudenzio all’inizio restò basito da quello che in confessione gli raccontavano le suore sui loro comportamenti sessuali ma poi filosoficamente pensò: “Se il buon Dio ha permesso alle suore di godere delle gioie terrene, chi era lui per giudicarle anzi pensò bene di approfittare della situazione e, osservando il viso delle sorelle, una volta riscontrò in suor Silvia un sorriso particolare di disponibilità. Chiese a suor Susanna, data l’ora tarda, di poter usufruire della stanza degli ospiti in compagnia di suor Silvia, ottenne il permesso con la raccomandazione di… stare molto attenti. Il giorno dopo suor Susanna vedendo il viso disteso e sorridente della collega Silvia pensò bene di imitarla e invitò fra Gaudenzio a passare la notte nella foresteria per poi raggiungerlo aprendo la porta di comunicazione delle due stanze. Il frate l’accolse con un baciamano atto non molto adatto in un convento ma il meglio doveva ancora accadere. Senza parlare, all’unisono il religioso e la religiosa si trovarono a ripulire il corpo sotto la doccia per poi asciugarsi  reciprocamente con teli profumati. La luce di due  abat jour rischiarava la scena per tanto che bastò a suor Susanna vedere il coso del frate aumentare notevolmente di volume e lunghezza e se ne preoccupò perché pensò che quel coso doveva penetrare…ed allora, ricordando il passo della Bibbia ripeté la famosa frase di Giosuè ‘fermati!’solo che il buon Giosuè si riferiva al sole mentre suor Susanna a quel ‘ciccio’ che stava diventando sempre più lungo e voluminoso suscitando le risa del frate il quale pensò bene di infilarne la punta nella deliziosa e vergine boccuccia della suora che, dopo un po’ di tempo apprezzò quella nuova sensazione anche perché fra Gaudenzio ritenne di evitare la sicura non buona accettazione del riempimento della bocca con una prevedibile sbrodatona dal parte del suo uccellone. Alla vista di tanto seme sgorgante dal ‘cosone’, suor Susanna allargò gli occhi stupita. Il frate volendo godersi anche la ‘gatta’ della suora, andò in bagno  per far pipì per evitare pericoli di ingravidamento. Il ‘ciccio’ non ne voleva sapere di ritirarsi in buon ordine e fra Gaudenzio pian piano cercò di infilarlo nella ‘gatta vogliosa non più vergine per i precedenti ‘giochetti’ della padrona ma pur sempre strettina. Ci volle del tempo a qualche gemito dell’interessata che alla fine del lungo entra ed esci, provò una sensazione paradisiaca per usare un termine religioso. Susanna divenne l’amante ufficiale del confessore il quale, per maggior gaudio di ambedue, si procurò delle confezioni di pillole anticoncezionali per aumentare il piacere di entrambi. Alla prima volta di una rapporto completo, suor Susanna ebbe la fortuna di provare una sensazione fortissima, forse fra Gaudenzio le aveva trovato il punto G portando la suora direttamente in Paradiso. La vita di paese è fatta così, non ci sono segreti custoditi, le notizie volano come coriandoli e vennero all’orecchio del Conte Colocci e lo misero in apprensione. Come si sarebbe comportato il vescovo qualora…trovò una soluzione: fargli riparare, a sue spese, parte della chiesa e del campanile che stavano andando in rovina. Inutile dire che la sua proposta fu accolta con entusiasmo dall’ecclesiastico anche perché il Conte Colocci: “Non mi faccia pervenire preventivi e titoli di spesa, la prego, sarebbe per me una noia, mi dica, a suo tempo solo la cifra da pagare!” La notizia fu accettata dal Vescovo con doppio entusiasmo anche perché ci poteva fare la cresta! Dopo tre mesi l’inaugurazione del manufatto; in  chiesa in prima fila il Conte con tutta la famiglia, ovviamente con esclusione di suor Susanna che avrebbe usufruito in seguito dei benefici di quell’elargizione. Nel frattempo i due amanti quasi giornalmente o meglio nottalmente usufruivano delle gioie del sesso; erano sempre allupati tanto che la più anziana ed esperta delle suore, presa da parte suor Susanna, le consigliò di darsi una calmata per evitare un eventuale altro dimagrimento piuttosto ben visibile! Un giorno il Conte ebbe l‘idea di riunire al castello tutti i componenti della famiglia, stava invecchiando di giorno in giorno e pensava che quella vecchia antipatica di Atropo si sarebbe presentata presto al suo cospetto munita di falce! Ettore con la sua B.M.W. nera, con vetri oscurati andò a prendere la sorella in convento, per strada diedero un passaggio a fra Gaudenzio, i due ‘fidanzati’ nel sedile posteriore presero a baciarsi ed Ettore “Boni ragazzi!”Al castello tutta la servitù aveva avuto concesso un giorno di libertà per evitare che incontrassero i due clandestini. Riuniti tutti nel gran salone Ena mise in mostra la sua volgarità: “Oggi in questo castello comando io, mi son fatta un culo così a cucinare, tutti mi seguiranno senza storie, t’è capì e lo dimostrò poco dopo quando suor Susanna chiese che uccello fosse quello più grande che era nel girarrosto, risposta di Ena: “È un uccello di Padulo cha va dritto al…” Fu interrotta da Ettore con un “Ena cazzo!” e tutti risero avendo ben capito il finale della battuta. Alla fine del pranzo la imprevedibile Ena prese la chiatarra e: “Ragazzi vi delizierò con una canzone popolare, rilassatevi: Cò stà pioggia e cò stò vento chi è che bussa a stò convento? È nà povera vecchierella che si vuole confessare: mannatela via, mannatela via è la disperazione dell’anima mia! E mò chi bussa a stò convento?” È una bella verginella che si vuole confessare.” “Fatela entrà, fatela entrà che la vojo confessà. E pè tutta conclusione tu te baci sto cordone.”  “Non so cieca, non so orba questa è ciccia non è corda!” Malgrado la volgarità Ena ebbe gli applausi di tutti anche per la sua esibizione nell’arte culinaria. Questa storia non ebbe la fine delle favole: morirono il Conte padre ed il cieco Marcello, Ettore si sposò con la marchesina Federici ed  andò ad abitare a Jesi, Ena rimasta sola segui la sorella in convento senza perdere l’abitudine di far strage di uccellini del vicino bosco. I due amanti pian piano, col passare dell’età, per motivi fisiologici si vedevano sempre di meno fino a cessare del tutto i loro rapporti. Col decesso per vecchiaia delle suore nel convento giunsero monache più giovani che seguitarono la consuetudine di quel luogo sacro di aver buoni rapporti fra di loro dato che il confessore fra Gaudenzio, ormai fuori uso, lasciò il posto ad un collega anziano ed anche non particolarmente appetibile.

  • 10 luglio alle ore 19:22
    I SOGNI...

    Come comincia: I sogni ci aiutano a venir fuori da una realtà, spesso spiacevole, ma non certo a cambiarla. ‘Ama il tuo sogno se pur ti tormenta’ chiosava il buon D’Annunzio; ricordo questo aforisma riportato su una porcellana sita nello studio di mio padre. Sicuramente il mio papà di sogni ne doveva aver tanti, era il tempo della seconda guerra mondiale ed io, anche se in giovane età, sentivo i grandi lamentarsi di un pazzo…lasciamo perdere, andiamo ai sogni di Alberto M. e della sua vita piuttosto avventurosa. Insegnante di matematica e fisica in un liceo classico di Messina aveva divorziato dalla prima moglie, (donna impossibile da sopportare), e vedovo della seconda di cui aveva un eccellente ricordo (poverina deceduta per un tumore) ma che lo aveva lasciato nell’agiatezza: una villa nel Giardino dei Laghi, bellissima e con annesso giardino tropicale, campi da tennis e piscina in comune con gli altri condomini, insomma un paradiso terrestre. Era divenuto inoltre proprietario di vari  stabili e terreni oltre che di una notevole somma di denaro in titoli, insomma ripeto aveva un buon ricordo della consorte (te credo!). L’unica cosa che mancava ad Alberto era la ‘materia prima’ che si procurava con delle professioniste ma che lo lasciavano insoddisfatto per motivi che potete capire. Doveva trovare una femminuccia tutta per sé;  il destino, superiore agli dei come Al. ben sapeva da buon pagano, gli diede una mano con la conoscenza di Corinna e delle due figlie gemelle, sue allieve a scuola: Grazia e Graziella. Lo so che vi vien da ridere perché i due nomi di solito vengono seguiti da un detto volgare. Corinna avrebbe fatto molto volentieri a meno a chiamar così le fanciulle ma quelli erano i nominativi delle nonne materna e paterna. Vi domanderete il perché del ‘passaggio di nomi? A parte la consuetudine di tramandarli alla discendenza le due vecchie erano ricche, non vi pare un buon motivo? Corinna, un giorno di ricevimento dei genitori alla scuola delle due figli riconobbe in Alberto quale insegnante delle stesse il suo vicino di casa e, tenuto conto dei voti non buoni in matematica e fisica delle due Grazie, pregò il professore di dar loro delle ripetizioni private. Alberto in fatto di donne preferiva il tipo mediterraneo ma Corinna lo colpì in maniera positiva pur essendo bionda con occhi grigio-azzurri. Fisico da atleta, sorriso accattivante e soprattutto altre cose fisicamente apprezzabili accettò di buon grado con un ma: “Signora le comunico che le mie lezioni saranno un po’ costose nel senso che…” “Non si preoccupi, sono piuttosto abbiente e…” “Mi scusi la non apprezzabile battuta di spirito, io intendevo altro…” Corinna scoppiò in una gran risata che fece girare tutte le persone in quel momento nella stanza. “Io ho sempre amato la gente con la faccia tosta, ma lei…” “Le rispondo io con una detto tradotto dal francese: ‘Donna che ride è già nel tuo letto’ relata refero.” “ Un professore di matematica che conosce anche il latino ed il francese, quante altre lingue conosce?” “Questa volta fu Alberto a scoppiare in una gran risata, i presenti si domandarono che avessero quei due a rider tanto, beati loro! A questo punto Corinna arrossì e, per nascondere il suo imbarazzo cominciò a tossire…”Madame le chiedo scusa talvolta esagero, me lo diceva sempre la mia defunta moglie.” Così Alberto fece capire a Corinna che non c’erano problemi da quel lato, furbacchione! Le due gemelle si presentarono un pomeriggio nella villa di Alberto scortate dalla genitrice, due gocce d’acqua ovviamente fra di loro ma anche con la madre. “Professore sia severo con loro, sono due pesti!” “Non penso proprio dato che le assomigliano in maniera notevole.” Una Grazia esordì subito con :”Certo se assomigliavamo a papà…non ci voglio pensare!” “Professore ne ha avuto subito una prova di quello che ho pocanzi detto, due svergognate, me ne vado.” Accompagnata all’ingresso da Alberto Corinna: “Io sono per i rapporti di empatia, Alberto vorrei darle del tu e…”  “Con piacere Corinna ma tuo marito?” Risposta emblematica “Galeazzo dorme ai piedi del letto!” Intenda chi vuole intendere poi con quel nome! “Ragazze siete intelligenti ed anche furbette, datevi da fare altrimenti perderete l’anno e vi giocate le vacanze!” “Ci mancherebbe altro, con i nostri boy friends abbiamo programmato una gita a Cuba!” Alla faccia della libertà sessuale, d’altronde quelle due avevano diciotto anni e meritavano un premio, sempre se avessero superato gli esami di Stato. Una parentesi: Alberto aveva come ‘Perpetua’ una vedova quarantenne dimorante a Gesso, una frazione di Messina. La cotale, Emma, ogni mattina con l’autobus delle linee extra urbane raggiungeva la villa di Alberto. Purtroppo il servizio funzionava a singhiozzo ed Emma talvolta, all’andata, era costretta ad usufruire del passaggio in macchina di qualche paesano ma, al ritorno? Alberto da buon samaritano le dava un passaggio in Jaguar cosa che inorgogliva Emma che restava un po’ in auto dinanzi casa sua per far invidia ai paesani, Alberto ne era conscio e l’assecondava, quella della sua collaboratrice domestica, sola senza figli né parenti, era una vita agra. Nel frattempo non era accaduto nulla fra Alberto e Corinna; quest’ultima era andata a far compagnia alla madre ammalata e si faceva viva solo con qualche telefonata che lasciava a bocca asciutta un Alberto speranzoso.  Una settimana prima degli esami di Stato Alberto scoraggiato dalla poca preparazione delle due gemelle: “Mia care, malgrado il miei sforzi non ritengo riuscirete a superare gli esami, senza il vostro impegno …non posso certo sostituirvi io, spiacente non so che fare per aiutarvi.” Una Grazia:“Volere  è potere.” Alberto: “ Si volare è potare!” “Professore un discorso serio: chi va al classico come noi è portato per le materie letterarie  ma non per quelle scientifiche, conclusione ci vuole un escamotage da parte sua, sapremo noi due come ricompensarla, pensiamo che abbia proprio bisogno di…” Un sorriso da parte delle due facce toste che mise in crisi Alberto che passò la notte insonne, ne aveva ben donde perché aveva pensato ad uno stratagemma particolare ma pericoloso ma aveva bisogno dell’aiuto del Preside Ardito P.(il padre era stato partigiano), suo buon amico. La mattina dopo: “Ar. vieni al bar ti offro un aperitivo.” “C’è puzza di bruciato che hai combinato?” “Dì invece che cosa dobbiamo combinare dietro una ricompensa molto piacevole.” Alberto chiuse gli occhi e tirò su col naso e così Ardito, vecchio puttaniere capì l’antifona. “Merce buona?” “Eccellente ma pericolosa!” Seduti ad un tavolo lontani da tutti Alberto spiegò all’amico Preside che l’unico modo per aiutare le due  licenziande era aprire la busta sigillata pervenuta dal Ministero, fotocopiare  i compiti e risigillarla. Ardito come da significato del suo nome era un tipo d’assalto così girando fra i negozi di ferramenta riuscirono a trovare lo stiletto molto affilato e si precipitarono nell’ ufficio di presidenza chiudendo la porta a chiave e misero in atto il piano programmato, che, malgrado fosse stato eseguito a regola d’arte, mise una certa qual inquietudine nei due ‘congiurati’. Le due Grazie furono convocate nella villa di Alberto, si misero di buzzo buono ad imparare a memoria gli esercizi e, soddisfatte, rientrarono in casa loro. Il giorno dell’esame in aula c’era un commissione composta da professori provenienti da altri istituti, alcuni anche di altre sedi.  Controllarono i sigilli della busta dell’elaborato, li trovarono intatti. Le ragazze uscirono quasi per ultime ma soddisfatte, la loro memoria si era dimostrata buona  con gran sospiro di sollievo dei nostri due amici., ora si trattava di ... passare all’incasso. Emma ebbe mezza giornata di vacanza  dopo aver preparato una pranzo sontuoso (Ma quanti amici avete invitato?). Grazia e Graziella in gran forma si recarono a casa di Alberto dove era già arrivato Ardito tutto profumato. “Mi sembri un magnaccia, vatti a lavare, stò profumo fa schifo.” Alberto anche se scherzando aveva detto la verità, le ragazze non lo avrebbero approvato, avevano troppo stile per accettare  un uomo con un profumo da quattro soldi. Le due G. erano vestite come se dovessero andare al mare, sotto un  bichini ridottissimo coperto da un pareo trasparente. Grandi effusioni giustificate da una promozione che si dovevano ancora meritare… Pranzo appena assaggiato dai quattro, ‘innaffiato’ da un elegante Marsala S.O.M. con cannoli siciliani di grandi dimensioni. Alberto prese in mano la situazione, istintivamente preferì agganciare Graziella indicando ad Ardito qual’era la stanza degli ospiti. “Per fortuna mi hai scelto, il tuo amico non mi piace, tu sei un uomo favoloso, mi sei piaciuto già dalla prima volta che ti ho incontrato!” “Parli come un libro che usavano gli innamorati timidi dell’ottocento per fare la corte alle ragazze, non è una presa in giro profumi di donna, ti trovo sensuale, vieni in bagno voglio vederti nuda, faremo una doccia insieme.” Graziella si dimostrò subito all’altezza della situazione, in campo sessuale era decisamente brava, provarono un po’ tutte le posizioni e dovettero aver impiegato molto tempo perché ad un certo punto sentirono bussare alla porta della stanza. “ “Siete ancora vivi?” La voce ironica di Grazia fece effetto su i due, erano passate tre ore. Ardito prese la via del ritorno infilandosi nella sua 500 Fiat, i tre si sedettero su un divano e Grazia: “Sorellina non so Alberto ma il mio amante è proprio un imbranato in campo sessuale!” “Cara Alberto è semplicemente favoloso ma non te lo presto! Lo voglio tutto per me.” “Se avete fini di mercanteggiare la mia persona…” Suonò il telefono: “Sono Corinna, non trovo a casa quelle due sciagurate di figlie, sono da te?” “Si stiamo festeggiando la promozione, a voce ti spiegherò tutto.”. “Nei prossimi giorni, dopo i funerali di mia madre, tornerò a casa.” “Corinna le mie condoglianze, a presto.” Le due ragazze si guardarono in viso, col ritorno della madre avrebbero dovuto accontentarsi dei loro boy friends. Dopo tre giorni una telefonata: “Sono ritornata, non mi sento di venire da te, vieni a casa mia.” Corinna era cambiata, i giorni passati vicino alla madre morente le avevano lascito i segni sul viso. La dama parve leggere nel pensiero di Alberto: “Mi vedi invecchiata, lo sono dentro e fuori ma, col tuo aiuto mi riprenderò, sempre che tu…” “Io sarò un buon  samaritano sempre qualora venga ben retribuito!” “Vedo che non hai perso il senso dello humor, intanto ti ringrazio per aver aiutato quelle due sciagurate; per non parlare al telefono mi hanno scritto una lettera raccontandomi come sono andate le cose, manco un padre…” “Si un padre zozzone” pensò Alberto domandandosi come sarebbe andate a finire la situazione, forse si sarebbe sbloccata con l’andata delle due Grazie a Cuba, la soluzione migliore per non aver guai. Il giorno successivo una novità: a casa di Alberto si presentò Galeazzo, padre delle due e titolare di una scuola guida che godeva fama di far promuovere anche i ciechi ah.”Signor Alberto anch’io voglio ringraziarla, se ha bisogno sono a disposizione.” “Alberto pensò ridendo dentro se stesso: “Mi basta tua moglie prossimo cocu!” Finiti i giorni della tristezza arrivarono quelli della felicità ed ancora una volta Emma fu invitata a preparare un pranzo questa volta per due, non disse nulla, si fece onore in culinaria ma dentro si sé…All’arrivo in casa di Alberto Corinna l’abbracciò a lungo, capì di essersi innamorata. Dopo gli aperitivi ed un pranzo che ottenne gli elogi di Corinna passarono sul divano. Siediti, vorrei rilassarmi con la testa sopra le tue gambe. Dopo un po’ Corinna: “Non pensavo che portassi la pistola a cosa ti serve?” “A scoparmi le belle signore!” “Brutto maiale, dopo una figlia anche la madre!” Coirinna non era una ingenua, capì che Alberto…ma poi lo abbracciò baciandolo a lungo. “Sei un angelo venuto dal cielo.” Più che altro dal monte Olimpo, sono pagano e devoto al dio Hermes, con lui sono piuttosto simile di carattere a parte che lui protegge i ladri ed io lo sono solo delle femminucce altrui!” “Va bene solo un piccolo assaggio, non sono in forma ma…accidenti dove l’hai preso quel cosone?” “Madre natura: tutti i maschietti di famiglia sono ben dotati da quello che mi ha detto mio padre, lasciamo perdere i miei familiari maschili, che ne dici di un assaggino…” Dopo un po’ Corinna si trovò la boccuccia piena di…che in parte ingoiò e poi si aiutò con un fazzoletto. “Sei una fontana!” “Lascia perdere i paragoni acquatici, appena ti sarai ripresa …cose di fuoco!” “Ho trovato un mandrillo della foresta africana, dovrò comprare un cesto di banane.”Vacanze per tutti: le due sorelle a Cuba, il papà in giro con la segretaria bonazza, Alberto e Corinna a Panarea nelle isole Eolie, c’era stato in passato ed era rimasto in buona amicizia con Lidia la proprietaria di un grande Albergo con piscina per coloro che non amavano andare in mare. Lidia: “Vedo che ti tratti bene, la signora ha stile e mi piace.” “Si ma ama solo i maschietti!” “Vedo che non hai perso il senso delle humor, posso risponderti: anche a me!” La prima notte di nozze fu favolosa, Corinna si era ripresa ed approfittò in pieno della esuberanza di Alberto anche se poi la cosina si era un po’ troppo arrossata, col quel ‘marruggio!’ A Panarea Alberto oltre che sessualmente si sfogò anche con la fotografia di cui era un appassionato. Fotografò ovviamente Corinna anche in pose discinte ed un po’ tutti i villeggianti che gli capitavano a tiro, specialmente femminucce’, talune in topless, da cui si faceva comunicare l’indirizzo e la città di residenza per inviar loro le foto ovvero, se possibile,  anche per consegnarle loro di persona ma non aveva fatto i conti con Corinna: “Caro io non dormo ai piedi del letto!” Il buon Albertone ancora non aveva compreso che aveva a che fare con una femminuccia scafata e, come la maggior parte delle appartenenti a quella razza calzava in pieno il detto: “Amenonlasifa!’ e così fu costretto a diventare monogamo, che tristezza! Qualche lettore non avrà compreso il significato della parola ‘marruggio’ riportata nel racconto: nel dialetto siciliano si tratta di un grosso e nodoso legno che regge la zappa!

  • 05 luglio alle ore 21:02
    Lascio una lettera per te

    Come comincia: Freccia Rossa 9440
    Caro Luca,
    sono sul treno che mi porta nella la tua città, non ti cercherò, penso a te e lascio all’inchiostro sul foglio la gioia di raggiungerti. Avrei voluto vederti e parlarti, non hai voluto. Mentre ti scrivo fingo di essere seduta sul tuo divano: io, me stessa e te. Vedi, ora non soffoco più, ricordi? Ti dicevo spesso soffoco ed avevo difficoltà fisiche a respirare. Ti parlo di me che non conosci e che nessuno ha visto oltre la mia immagine di donna importante, non so se vorrai leggere, poi penso al tuo viso quando mi incoraggiavi a parlare ed io non ne ero capace e mi rilasso; alla fine, se non vuoi, non mi leggi. Non riuscivo a parlare, dentro me le emozioni erano confuse: persone che dipendevano da me e non lo sapevo, ero io a dipendere da loro ché pur di ricevere un sorriso e un po’ di tenerezza mi facevo ora tappeto, ora coperta e quando il tessuto si è disfatto sotto il loro peso, non mi hanno buttata come un oggetto vecchio ma amato, no, mi hanno sfilacciata e buttata nel camino. Ho smesso di lottare mio amato, e sono crollata, l’ultimo lampo di vita mi ha portata su un treno e sono partita, sola, senza un saluto. Quando si ama troppo, si perde ogni diritto d’amore e non è lecito soffrire e aspettarsi un abbraccio. Per un tempo ho vissuto nel silenzio, in un sopore cullato dall’aria mesta del mare che mi ha coccolata curando le ferite. Ora dopo ora fra le nebbie dell’anima si è sviluppata la luce fino a intravedere la trama della mia vita intessuta di dolore. Sono tornata bambina, alla prima violenza per ripercorrere me stessa e il bisogno d’amore che sempre più donavo nell’infantile speranza di riceverne in parte come scambio, che mi ha invece portata a trascinare l’esistenza in un labirinto di angherie che credevo di dover meritare. Mi sono rivoltata non come un guanto, troppo gentile come metafora, rivoltata e lavata come la trippa, hai presente? L’hai mai vista preparare? Mi sono giudicata, accusata, rimproverata di essere così finta: fuori forte e dentro cubo di burro. Mi sono persa: allora cosa e chi sono? Mi sono ritrovata: ero io, quella che sono; tenuta in vita dall’amore che proteggeva come guscio d’uovo, la mia parte sana. Avevo perso di vista me stessa perché dovevo lottare per chi esigeva tutte le mie energie. Ho dovuto restare assopita per non farmi ingurgitare. La mia realtà di sposa è stata aberrante, sopravvivere alla falce della violenza fisica e psichica è stato sfibrante e mi sono ritrovata covone di iuta abbandonato in un campo arido.Tu mi hai incontrata lì, credendo fossi un fiore mi hai raccolto aspirandone il profumo, io ti ho fatto credere di essere un fiore vivo, colorato, profumato.Con te mi sentivo davvero fiore, ma ero un sacco di iuta. Vuoto. Il verde della poltroncina della freccia rossa mi ha ricordato una lezione di psicologia studiata da ragazza, cito: “due rane vengono messe a bollire in due pentole, una contiene acqua fredda, l’altra è già in bollore; la rana messa nell’acqua fredda rimane nella pentola e quando questa arriva all’ebollizione, la bestiolina è già morta senza essersene accorta; la rana messa nella pentola dell’acqua bollente, si scotta e salta. Mi sono perdonata, ero la rana nella pentola dell’acqua fredda. Non rimpiango di aver amato tanto, ma solo ora so che posso essere amata senza pagare. So che non ero io a suscitare attenzioni malate a cinque anni, ma una bambina che non è stata protetta e difesa dalle brutture della vita quando era impreparata a vivere e, bambina di quindici anni sono andata nella pentola dell’acqua fredda…mi sono sposata. Non so perché ti sto aprendo l’anima così, forse è perché non ti vedrò più o forse perché so di dovere a me stessa la sincerità. Questo aprirmi avrebbe voluto essere aprirsi, questo essere letta avrebbe voluto essere ascoltarsi come persone, come un uomo e una donna che si sono amati. Avrei voluto vederti per salutare il mio tratto di vita vissuta sul tuo cammino, confrontarmi con chi ho amato, vederti senza veli. Non me lo hai concesso. Hai voluto lasciarmi nella sospensione, anzi no, sei tu che ti sei messo lì, sospeso nel mio cielo e non ti posso guardare posizionato in nessun luogo. In me, ognuno e ogni cosa ha preso il suo posto, tutto si è raffigurato come in un dipinto, tu hai rubato una goccia di colore e voli autonomamente sulla tela. Il quadro della mia vita è nei miei occhi, negandoti hai lasciato che non ne veda una parte. Non posso né voglio fingere che tu non sia esistito, che il “chi è passato nella mia vita” non esista. Non voglio credere che ci sia un luogo dove gli “incontri” non significano nulla. Non c’è regno, terreno o celeste che viva il congiungersi senza motivo, senza emozione. La vita è un incontrarsi di linee che producono altre linee. Noi ci siamo incontrati.
    Il treno ha attraversato la Toscana e raggiunto l’Emilia senza che mi accorgessi del buio delle gallerie o del sole che balenava fra l’una e l’altra: ho te nella luce del cuore, ti sto vedendo, illuminato di sole e di sorriso e d’amore mentre voliamo in un abbraccio e mi prendi in giro perché il mio corpo accanto al tuo fa di noi l’aquila e il passerotto. Mi prendi il viso fra le tue larghe mani a coppa e gli occhi tuoi blu si fondono e sciolgono nei miei. Ci sciogliamo cielo nel cielo. Sensi e sentimenti si liquefanno e ci lasciamo scivolare l’uno nell’altro. Ricordi? Dicevamo di produrre una luce così potente che avremmo potuto illuminare una metropoli, far viaggiare centinaia di treni. Quanto dolore mi sono data questa volta.
    A remissione di tutti i miei peccati. E quanto ne ho dato a te! Ora i nostri peccati tutti, sono rimessi. Non so come salutarti, ti dico: ti abbraccio forte, fortissimo come ci dicevamo pieni d’amore? Potrebbe venirci nostalgia feroce per quell’amore che impreparati abbiamo strapazzato e ucciso, che io più di te ho ucciso. Oppure chiudo dicendoti: “so che non ti sentirò più, ma che me ne importa”?
    No, sarò sincera. Mi manchi, mi manca l’amore che avrei potuto ancora ricevere da te, mi manca l’amico e l’amante che non ho saputo amare, ho capito tardi ciò che è passato nella mia vita senza averlo saputo vivere. Ora, per un attimo, lasciami respirare un volo libero nel tuo abbraccio come ogni volta che mi hai tenuta stretta.
    È così che ti saluto. E sii felice, che la vita ti regali gioia e serenità.
    Sempre.
    Stazione di Milano, lascio una lettera per te.

  • 04 luglio alle ore 15:37
    OMBRETTA SDEGNOSA DEL MISSISIPÌ...

    Come comincia: Era una domenica primaverile in cui, ovviamente, non  era prevista per i comuni mortali l’andata in ufficio ed in cui gli uccellini nei loro nidi, dentro fitti alberi, deliziavano col loro canto gli abitanti dell’isolato Poggio Aprico a Messina.  Situazione piacevolissima che faceva riconciliare il buon Alberto M. col mondo. Sotto le lenzuola  pensava di …avvicinarsi alla deliziosa consorte Ombretta quando la stessa, che faceva finta di dormire: “Te le puoi dimenticare!” “Adesso leggi pure nel pensiero peraltro sbagliando, sei diventata una maga.” “Sono una maga che sente troppo vicino a sé qualcosa che non le appartiene ma che vorrebbe… ma nun c’è trippa pè gatti! Un po’ di romanticismo non guasterebbe.” “Intanto non copiare le mie espressioni romanesche, sei ridicola e poi ‘ciccio’è indipendente da me, ogni tanto rialza la testa in cerca di selvaggina…” “Ed io sarei secondo quello zozzone ‘selvaggina’, mi sento offesa, io sono…” “…Una gran mignotta quando sei di buzzo buono!” Una cuscinata, peraltro prevista, venne scansata da Alberto che comprese che era partito col piede sbagliato. Per sua fortuna quel giorno era l’anniversario del loro matrimonio e un braccialetto d’oro molto fine avrebbe ben presto consolata la gatta arrabbiata. E così fu. “Il mio amore si è ricordato…” “Il tuo amore s’è ricordato dei casini tremendi che ha dovuto subire per ottenere il divorzio da sua moglie.  Ero sull’orlo del…” Un bacio profondo, un volar via di camicia da notte e di mutandine fu la logica, piacevole, conclusione di quell’ inizio di mattinata; fu un ‘risveglio’ molto lungo perché quando Ombretta era di buzzo buono ce la metteva tutta con gran piacere dello ‘zozzone’. La vicina di casa, Corinna,  dietro la porta d’ingresso: “Sto andando a messa, voi…” “Alberto ha già presenziato ad una funzione!” battutaccia che Corinna, molto religiosa ma non scema capì e non apprezzò: “Siete due miscredenti, brucerete nel fuoco eterno insieme ad Epicuro e a Farinata!” Alberto si era spesso domandato se Corinna fosse veramente religiosa o la sua fosse una finzione per coprire cosa? Bionda, alta, fisico da  modella, ricca di famiglia sposata con Athos, un greco che aveva conosciuto durante una vacanza a Rimini, niente figli. Suo marito era pilota di auto da corsa che, con la scusa del lavoro, girava il mondo. Una volta ritornò a casa dopo un mese di ospedale in Francia, un brutto incidente in gara che però non l’aveva convinto a lasciar le corse. Forse quello che aveva conquistato Corinna era il suo fisico atletico, il suo eterno sorriso e la piacevolezza del suo idioma, insomma un ‘conquistatore di donne a getto  continuo’ di petroliniana memoria. Tutto questo creava dei dubbi ad Alberto, i due coniugi non avevano niente in comune tenuto conto dell’attaccamento di Corinna alla religione cattolica ed ai suoi principi morali. La giornata fini con una cena intima nel ristorante di Ganzirri che i coniugi M. frequentavano con regolarità. Passata una settimana una novità: “Caro mi ha telefonato mia cognata da Bologna, la mamma sta male e vorrebbe rivedermi, è anziana e non vorrei…” “Ho capito viaggio nella città Felsinea” “Lo dici come se andassi a  divertirmi!” Accompagnata la consorte all’aeroporto di Catania, Alberto con la sua Jaguar X type lento pede anzi lenta auto ritornò a Messina. Si era preso un giorno di licenza dal suo ufficio della Camera di Commercio e doveva organizzarsi  per il suo ritorno temporaneo al celibato ma come? Ombretta gli aveva lasciato il frigorifero pieno ed altre scorte di cibarie sparpagliate in cucina ma non era quello il problema, la sera un cinema all’aperto ma poi…ci avrebbe pensato nei giorni successivi, aveva bisogno di una buona compagnia ma di chi? Da buon pagano Alberto ricordò che il destino è ad di sopra degli dei e quindi decise di lasciar fare al destino il quale si presentò la domenica pomeriggio successiva nella forma di Corinna. “Alberto, Athos è ad Imola per una corsa, dato che hai un televisore di ultima generazione se decidi di vedere il gran premio ti farò compagnia.” “Cara sarà per me un piacere, non amo la solitudine.” Sintonizzato sul canale 8, apparve il circuito prima inquadrato dall’alto e poi dall’interno della tribuna dove i concorrenti erano in attesa in attesa dell’inizio della corsa ma…ahimè la camera inquadrò una coppia in cui la donna passava il braccio sopra la spalla di un uomo: Ombretta e Athos!  Alberto col telecomando cambio subito inquadratura ma ormai… “Per favore, torna indietro, conosco questi nuovi televisori, hanno la possibilità di memoria e quindi ...” Ad Alberto non restò altro che accontentare la vicina di casa e la precedente scena apparve in tutta il suo romanticismo (si fa per dire). Malignamente Alberto la cosa non dispiacque anche se c’era di mezzo sua moglie, chissà se Corinna... In un attimo la signora sparì dalla circolazione rifugiandosi a casa sua. Ad Alberto la corsa non interessava anche per non rivedersi ‘cocu’ e così cambiò canale. Cena more solito in solitario e poi a letto senza riuscire a prender sonno, forse il peso delle corna… anche se abituato allo humor per Al. non era facile accettare la situazione. Stava per prender sono quando il telefono…Al buio la cornetta cadde per terra. “Pronto cara sei tu?” “Non sono la tua cara che penso abbia altro da fare in questo momento!” “Scusa Corinna ma non pensavo…” “E invece devi pensare, aprimi la porta ho la testa nel pallone, ed anche tu avrai i tuoi pensieri.” Corinna apparve in camicia da notte azzurra, i lunghi capelli fluenti sulle spalle ed un’aria bellicosa. “Deliziosa, non sono io il colpevole, niente muso duro, la notte è lunga, potrei leggerti una pagina dei Promessi Sposi!” “Da ieri pomeriggio il mio mondo è cambiato completamente, immaginavo che Athos si prendesse qualche…licenza ma non con Ombretta, è inaccettabile!” “Siediti sul divano, mettiamo al minimo un compact disk, non penso…” Invece Alberto pensò cose vastase (alla siciliana) quando vide uscire dalla vestaglia di Corinna una lunga gamba scoperta sino all’inguine. “Adesso voglio confessarmi con te, non so se sia il vocabolo adatto ma…io ti desidero da tanto tempo ma il comandamento ‘non desiderare la donna d’altri, nel mio caso l’uomo dal’altre, me lo impediva ma ora…”Un bacio prolungato svegliò ciccio che uscì speranzoso dalla patta del pigiama, Corinna lo prese in bocca sino all’ovvio risultato finale. La dama per nulla impressionata andò in bagno, dopo vari gargarismi riapparve nuda e si mise cavalcioni all’inalberato Alberto. Era forsennata, voleva ripagarsi da tanto tempo di desiderio inappagato, goderecciate multiple sino allo sfinimento. L’alba trovò i due abbracciati, pian piano aprirono gli occhi e, senza parlare Corinna prese la via del ritorno a casa ed Alberto riprese quella del sonno. Finale ovvio: i quattro facendo finta di nulla ripresero a frequentarsi incrociando i relativi partners, Corinna fu costretta a confessarsi in Chiesa ma trovò un prete intelligente che, conosciuti i fatti, l’assolse dai peccati. Volete sapere il seguito del titolo? Eccolo:‘Non far la ritrosa ma baciami qui.’ Mai si sappe unni dovia vasari Ombretta!
     

  • 28 luglio 2017 alle ore 13:59
    2013

    Come comincia: Le persone piangono poverta' e poi le vedi buttate nei ristoranti e pizzerie.
    Piangono poverta' e girano con l'iphone.
    Piangono poverta' e le vedi in giro con abiti firmati.
    Piangono poverta' e le vedi con unghie e capelli rifatti e con una bella macchina.
    Io l'unica poverta' che vedo e' quella dei veri valori,e' quella di quei principi sani di una volta.Quei valori che facevano di una persona educata e gentile con tutti,quella persona umile che non ti guardava dalla testa ai piedi per criticare,ma ti guardava negli occhi.

  • 27 luglio 2017 alle ore 16:18

    Come comincia: La persona DAVVERO SPECIALE è quella che non sa di esserlo…
    che fa ogni cosa mettendoci il cuore..
    che non dà per ricevere, ma per il solo piacere di vederti sorridere..
    che gioisce con te per i tuoi successi
    e ti asciuga quelle lacrime che nessun’altro vede…
    è una PERLA…e come tale è rara e preziosa!
    Se la incontri…abbine cura e tienitela stretta.

  • 25 luglio 2017 alle ore 11:02
    2014

    Come comincia: Sostienimi, quando mi vedi vacillare e quando mi vedi fragile.
    Sostienimi, quando nei miei occhi leggi che non ho più la forza di combattere.
    Sostienimi, quando appoggiata con la schiena contro il muro non avrò la forza di rialzarmi.
    Sostienimi, quando sto cercando rifugio in un vecchio libro. Quando andrò in quelle pagine sbiadite, a colmare la mia nostalgia .
    Sostienimi, quando la sera torno a casa stanca, e le lacrime scorrono sul mio volto, ma soprattutto nel mio cuore. Quando in una mattina di freddo, mi vedi stringermi da sola con le mie braccia, per scaldarmi dall'assenza di te, di un tuo abbraccio.
    Sostienimi quando mi vedi fissare a vuoto un sms sul cellulare o leggere una e-mail con le lacrime agli occhi. Quando la sera mi addormento sul divano, davanti alla tv, con il mio volto inumidito dalle mie lacrime amare.
    Sostienimi, quando mi vedi affacciata alla finestra, quando mi senti cantare canzoni tristi persa nelle grinfie della mia situazione.
    Sostienimi nei miei momenti di debolezza, quando sentirai la mia voce fioca senza aver urlato, ma solo per aver sofferto a causa del passato.

  • 25 luglio 2017 alle ore 10:48
    2014

    Come comincia: Nella vita si commettono molti errori, ma quelli che non devi mai rimproverarti sono quelli per i quali hai sofferto e amato… soprattutto quando hai creduto che fosse possibile e che fosse un amore ricambiato, perché, quando quel velo di falsa speranza è stato squarciato dalle umane esperienze della vita, hai capito che dietro quel velo si nascondeva il nulla e che l’amara realtà era fatta di bugie e tradimenti.

  • 25 luglio 2017 alle ore 10:28
    2014

    Come comincia: Un uomo, a volte è freddo e distaccato, riesce a ferirti di più con i suoi atteggiamenti, che con le parole. Ti disperi per colpa sua, per giorni,settimane, mesi, mentre lui non è capace di versare una lacrima per te. Se tradisci la sua fiducia ti reputa troia, se è lui a tradire la tua, è un figo. Lui sorride spesso anche quando tu piangi e ti disperi. Lo vedi disperato solo se gli hanno graffiato la macchina o la moto. Se lo lasci dirà a tutti che ti ha lasciata, se gli dici che hai dei casini per la testa, che sei confusa, ti lascia. Se sei gelosa dice che sei paranoica, se lo è lui è perchè non si fida di te. Se litigate spesso è perchè c'è troppo amore. Se lo ami troppo ti darà dispiaceri, se non lo ami ti senti spenta. Se ti tradisce non è detto che non ci tenga più a te, ma ti sta lasciando lo spazio di cui hai bisogno e intanto va a sfogare le sue voglie con le troie. Se non ti cerca è perhè non vuole essere seccante. Se ti lascia, fidati, non l'ha fatto definitivamente, a volte vuole metterti alla prova per vedere fino a che punto lo ami, poi torna, altre volte lo fa per non essere lasciato. Quando un uomo ama veramente lo fa esattamente come la donna, anzi a volte anche di più e soffre di più. Se lo lasci, quelle lacrime che non vedi sgorgare dai suoi occhi, sono presenti nel suo cuore. Sai perchè? Perchè per lui la sua donna è la sua ragione di vita e anche se dice che sei complicata, lui lo è di più.

  • 25 luglio 2017 alle ore 10:10
    Lui ...

    Come comincia: Lui mi diceva ti amo, mi parlava del futuro che avremmo avuto insieme e della famiglia che avremmo costruito. Mi accarezzava il viso, condivideva le giornate e i sentimenti insieme a me. Quando l'ho lasciato ha pianto, mi stringeva forte a sè per non lasciarmi andar via. Se guardo al passato faceva il geloso se altri uomini mi guardavano, mi baciava, mi incoraggiava quando avevo paura. La sera quando mi accompagnava a casa e mi augurava la buonanotte, andava con la troia a mia insaputa. Io mi domando: "Come si fa a mentire così spudoratamente? Come può un uomo che dice di amarmi, fare tutto questo? Io non riesco a capire!"

  • 25 luglio 2017 alle ore 10:07
    2013

    Come comincia: Quanta strada, quante lacrime e quanto dolore ho dovuto percorrere per arrivare ad essere ciò che sono oggi. Non rimpiango nulla, perchè ogni cosa fatta mi ha insegnato davvero qualcosa, se in passato ho amato chi non meritava e se ho ricevuto ingiustizie e i torti da gentaglia infame, invidiosa e cattiva, ha solo fatto in modo da rafforzare me stessa e ha fatto di me la stronza che sono oggi, devo dire grazie a tutto quello che ho vissuto e devo ringraziare gli infami. Ben venga il mio essere stronza perchè ho capito che tutto serve nella vita, anche questo serve per andare avanti!

  • 22 luglio 2017 alle ore 9:59
    Ciao Raffaella, ho qualcosa da dirti

    Come comincia: Mi fa riflettere la festa della mamma. Io sono stata figlia di una prima mamma che mi ha lasciata quando avevo solo 13 anni, e poi sono stata figlia di una seconda mamma, mia sorella maggiore che ha 16 anni più di me. In seguito sono stata mamma di Raffaella e lo sono ancora, in teoria, lo sono ancora. Il destino però ha voluto rendermi nuovamente figlia, figlia di mia figlia. Sono faccende private,direte, sì sono faccende private che però a volte meritano di essere conosciute. Mia figlia mi ha festeggiata, mi ha portata a fare una lunga passeggiata in moto, un fatto goliardico che forse capiterà ancora o forse no. Ma mia figlia mi accompagna, mi soccorre, sopporta la mia insofferenza alla dipendenza, anche da lei, sì anche da lei, tace di fronte alle mie crisi di orgoglio, misura le risposte e gli umori, controlla che le dita delle mie mani non siano cianotiche e, se lo sono, mi sgrida perché tengo l'ossigeno "troppo basso". Mi porta a fare le analisi,
    a fare la spesa, a fare le visite, e si occupa anche di Paolo, facendo per lui tutto quello che io non riesco a fare. Le nuvole che incombevano sul nostro percorso, nuvole ce ne sono sempre, discussioni quasi sempre vane e inconcludenti, picchi di testardaggine a volte incontrollabili conditi da frasi sibilline e mai pensate veramente, non ci sono più, tutto sparito. Io e lei, lei e io. Noi stiamo combattendo la stessa battaglia, la mia, e ciò che mi sorprende è che questa battaglia lei l'ha fatta sua trasmettendomi tutta la forza che a me adesso manca. E' finito il tempo dei battibecchi, adesso è il tempo di stare insieme, di ridere molto, come ridono molto le persone che pur condividendo un problema enorme, non vogliono trascurare neppure un attimo di attenzione per la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli più ironicamente bastardi. Le sensazioni sono più che mai a fior di pelle e l'osservazione della vita altrui si è affinata, gli eventi hanno perso il potere di affossare, e si guarda da fuori, da un osservatorio privilegiato, perché è da privilegiati poter allungare lo sguardo sul resto, su tutto il resto, sentendosi coinvolti non già dal dramma ma soltanto dalla comicità, la sottile comicità di cui tutto è impregnato, la triste comicità che si è spogliata della sua tristezza mantenendo per se stessa soltanto il grottesco. E perciò sì, io e Raffaella ridiamo molto, insieme. In questo immenso casinò ( e casino) che è la vita siamo sedute al nostro tavolo da gioco e il nostro croupier lascia scivolare la pallina nella roulette. "Rien ne va plus". I giochi sono fatti e qualunque cosa noi siamo, ne siamo il risultato. Ho sempre pensato che i genitori debbano occuparsi dei figli sempre, se i figli lo desiderano. Non ho mai pensato che sia scontato e automatico che i figli debbano occuparsi dei genitori. Sono perciò molto riconoscente a mia figlia che si occupa di me con così tanto amore, e la ringrazio pubblicamente: grazie di tutto, Raffaella.

     

  • 20 luglio 2017 alle ore 1:21
    Storia breve dell' infermiera di paese

    Come comincia: Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto come compenso per una iniezione. Ti ricordi? Mi ricordo Annam? Sì, mi ricordo quando andavo per i campi e le lunghe strade sterrate accecate di sole con in fondo il colore del mare per portare le mie mani a quei corpi sofferenti e vecchi. Non avevano soldi da darmi ma mi riempivano borse di omaggi, omaggi alimentari. 
    Tornavo a casa con lo zucchero e il caffè e la bistecca appena macellata e i funghi freschi e patate e frutta.
    Andavo a piedi con gli scarponcini dalla suola più volte incollata ma sempre lucidi di cromatina, il mio cappotto con la mantellina che in caso di pioggia sbottonavo dalle asole e diventava il mio ombrello. Avevo sorrisi nelle tasche dove riparavo le mani fredde e viola e chiavi di case, della mia e di quelle dei miei malati. Me le davano fiduciosi le loro chiavi, e io arrivavo puntuale all’ora di colazione per preparare un po’ di latte col caffè che offrivo loro come fosse il pasto di un re e poi li lavavo, li massaggiavo, e raccontavo cose belle per accendere un sorriso nei loro occhi spenti. Mi aspettavano, i miei malati, senza sveglie né orologi, sapevano quando era l’ora in cui sarei arrivata. E sollevavamo il corpo stanco e maltrattato dal tempo afflitto colorando di chiaro il loro momento di cure e attenzioni. 
    Compresse, iniezioni, bendaggi e bisturi per le zone in cancrena, sorridevano alle mie parole, ai miei racconti romanzati di fatti veri e piccoli ma ingranditi, ironizzati per suscitare il loro riso. Ridevano i miei malati e mi benedicevano, benedizioni per le mie mani calde, a bollore dicevano, le mani a bollore che risucchiavano ogni loro male e lo gettavano via, lontano dai loro corpi. Ah! I miei malati che mi consegnavano il loro dolore fisico e morale affinché lo portassi via, ad annegare nel mare, a bruciarlo nelle sere di falò sulle spiagge gremite di marinai appena rientrati dalla pesca. Mi consegnavano i loro mali e un chilo di zucchero e magari le due tazzine del servizio ormai spaiato che con cura tenevano come importanti cimeli di grande fattura nella credenza, però me le davano, con amore e malizia mi hanno dato due tazzine perché chissà, fuori, tornando verso casa potrei incontrare un uomo, un principe azzurro che di azzurro potrebbe colorare il mio solitario andare. Sì, è per questo che Amina mi regalò le due tazze del servizio ormai spaiato e morto di porcellana inglese; nel rigo d’oro vedeva la corona dell’immagine di me ridente insieme ad un sorriso di uomo. Si dilettò a raccontarmi della perfezione di quelle dita che strinsero i manici di quella tazza che mi mostrava: dita affusolate d’uomo molto colto ed elegante, che non conosceva calli da zappatore, ma la seta delle pagine dei tomi che a getto continuo leggeva, mai affettato però se pur distinto e di buon linguaggio, dotto e forbito, uomo che per lei nutriva un grande amore nascosto eppure svelato ai quattro venti, sussurrato, urla sussurrate ai venti per un amore che mai avrebbe potuto consumare. È bella Amina mentre rievoca queste cose, si rianimano le tazze e la stanza buia e grigia di polvere antica diventa ridondante di suoni e luci a festa e fra tanti ospiti cinerei si illuminano le due figure, lei e il capitano, bello nella sua divisa bianca e blu. La mano inguantata stringe quella tazza e poi si sveste per stringere la delicata mano di Amina e l’accarezza, accarezza il viso e il ricciolo ribelle che ribelle non è, è inanellato sulla fronte a bella posta, per farsi accarezzare, e tra la ciocca e la fronte ben poco è lo spazio per poter consentire alle dita di lui per non poggiarsi sulla pelle in un elettrico frammento di istante, un istante lambito dal calore della mano d’uomo sulla tenera pelle del viso di una giovane e bella Amina, istante che è rimasto impresso sul manico della tazzina e sul suo bordo l’impronta di un bacio che mai toccò la bocca di Amina. Amina, Amina ora sfiora la tazza con le sue dita raggrinzite dall’artrite, accarezza il bordo poi lo porta alle labbra e torna giovane donna innamorata, nel suo cuore pulsa lo stesso sangue giovane che irrora il corpo in un fremito di piacere e accende la gioia rimasta chiusa nel cassetto dei ricordi. 
    Quella tazza era una storia, era un film a lento tempo fermo su quel ricciolo accarezzato, su quelle dita scivolate sulla pelle del viso di giovane donna ora rugoso e spento che per un attimo si è riacceso, per il tempo del racconto si è illuminato di quel tempo fermo fra le rughe e le ha ringiovanite. E quella tazza me l’ha regalata, due tazze, l’altra è riservata a me per quando mi innamorerò di un capitano bello e colto ed elegante e con lui, fra sguardi d’intesa amorosa e lievi carezze rubate, sorseggerò il caffè. 
    I miei malati, quante storie belle ora racchiudono fra le piaghe cancerose i miei malati, e quanta storia mi porto a casa racchiusa in quelle tazze che non userò mai, che guardo oggi vedendo l’ ieri.
    Ecco, che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto, oggi, come compenso ad un ago infilato nel gluteo di una donna ammalata oggi, ma che domani guarirà perché è giovane, lei è giovane e guarirà, lei l’accompagneranno le mie mani a bollore e i miei racconti sereni e le mie dita precise sulla siringa.

  • 18 luglio 2017 alle ore 15:04
    2013

    Come comincia: Fregatene di quello che dice la gente, non ti curare delle cose che non vanno nel verso giusto. Fregatene di chi invidia la tua vita, lo fa perchè vorrebbe essere al tuo posto e l'unica cosa che gli rimane da fare è puntarti il dito contro e giudicarti, si sà è solo invidia. Fregatene di chi non è capace di distinguere i fatti dalle parole e dice di essere coerente. Fregatene perchè qualsiasi cosa farai troverai sempre chi avrà da parlare, ma tu continua per la tua strada.

  • 18 luglio 2017 alle ore 14:53
    2014

    Come comincia: Io ce l'ho fatta, puoi leggerlo nei miei occhi, mi sento più bella adesso. Dopo aver versato troppe lacrime per lui, per la sofferenza che mi ha recato, ora mi ritrovo uno sguardo più vero e più limido. Questi stessi occhi hanno visto l'amore frantumarsi e hanno visto lui andar via con un'altra. Questi occhi appartengono a chi ha tanto amato e perso. Le mie mani non tremano più, le uso solo per spostarmi i capelli dagli occhi, per sfogliare le pagine di un libro. I miei piedi non sono più indecisi nel proseguire il cammino, ma sono pronti per avviarsi a seguire un nuovo amore, per mettersi in discussione, sono pronti ad inciampare un'altra volta nel grande labirinto dell'amore, sono pronti ad ascoltare nuove bugie. I miei piedi hanno saputo rialzarsi e oggi sanno dove dirigersi, hanno la forza di rincorrere i sogni a cui aspiro, adesso cammino senza paura. Le mie notti sono dolci, non più insonni come prima, ora vivo di speranza, sorrido, abbraccio le persone a cui voglio un mondo di bene. La mia vita è nelle mie mani, decido con la mia testa, tutto questo l'ho imparato dopo essermi persa e, credetemi, se vi dico che non è stato facile superare. Un amore che si perde non è mai facile. Decidere di ricominciare una nuova vita, non è mai facile. Oggi posso dire che ce l'ho fatta. Mi sento bellissima, mi sono vestita dei miei tanti sbagli, con la mia nuova forza e anche se ho perso l'amore, non ho perso la voglia di amare.