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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 27 luglio alle ore 12:03
    Mio zio, satanista

    Come comincia: A quanto ricordi, appresi che mio zio fosse una carogna nel marzo 1991.
    Mio padre ricevette una telefonata dalla sorella minore, la sorella che aveva accompagnato all’altare. Era sconvolta.
    Aveva ricevuto una citazione in tribunale dall’altro fratello, quello con cui aveva dovuto, giustamente, dividere l’eredità materna.
    A quanto capii, mia zia aveva svolto dei lavori in una delle sue proprietà ereditate dalla mamma nella palazzina del capoluogo vicino, dove anche il fratello aveva ereditato parte delle proprietà della mamma.
    Nella mia nescienza, nella mia ingenuità, pensai che mia zia avesse fatto dei lavori in nero ed il fratello, geloso delle migliorie che la sorella stesse apportando alla sua proprietà, l’avesse denunciata. Nella mia abitudine di farmi i fatti miei, non chiesi delucidazioni.
    Avrei dovuto capire dal prosieguo della vicenda che non era come io avevo creduto di intuire. E oltretutto si sarebbe trattato di una segnalazione, non di una citazione in tribunale.
    Mio padre tentò di calmare la sorella, riagganciò e telefonò al fratello. Nel corso di quella telefonata vidi mia madre, come una furia, strappare di mano la cornetta a mio padre e urlare al cognato: <<FAI SCHIFO!>>. Non chiedete conferma a mia madre, mia madre ha una capacità eccezionale a dimenticare quello che vuole dimenticare.
    In seguito, mia madre mi riferì che mia zia avesse dovuto dare £10,000,000 al fratello. E qui avrei dovuto capire che le cose non stavano come avevo pensato io, ma, forse, quando si tratta di meschinità, tendo a non approfondire.
    Mia madre mi riferì anche che, ancora in seguito, mio zio divise quei soldi in due quote da £5,000,000 e ne fece due buoni fruttiferi per ciascuno dei due figli della sorella, dicendo che intendeva agire contro il cugino, che evidentemente pure aveva svolto dei lavori, e non aveva potuto fare a meno di coinvolgere la sorella.
    A mio avviso, l’azione contro la sorella era stata accolta con tale sdegno dal resto della famiglia che mio zio non aveva potuto fare a meno di riparare in questo modo se voleva essere riammesso in famiglia.
    Un anno dopo, conseguii la laurea e mio zio si rifece vivo. Da bravo zio premuroso, il soggetto venne a dirmi che conosceva un dirigente di azienda del mio settore a Roma e poteva organizzarmi un colloquio. Pensai che da una carogna come quella non fosse il caso di accettare favori, ma in seguito, vuoi per la sua insistenza o per la mia cronica mancanza di fiducia in me stessa, accettai.
    La mia cronica mancanza di fiducia in me stessa. Da cosa era dovuta?
    Licenza media con Ottimo; Diploma di Teoria e Solfeggio Musicale con 9/10; Maturità Scientifica 60/60; Laurea con Lode e non avevo fiducia in me stessa!? Da cosa dipendeva? Ora lo so e forse lo sapevo già allora, comunque, quando il maestro d’italiano delle scuole elementari di mia figlia maggiore concluse il discorso che tenne alla cena d’addio, solo sette anni fa, con le parole, fuori programma: <<Ah, e non dimenticate l’autostima, senza autostima non si va da nessuna parte!>> quelle parole, non dico che furono per me come una mazzata, ma ne conoscevo la veridicità. Riconoscevo che, se alcune cose nella mia vita non erano andate bene, era stato a causa della mia scarsa autostima.
     
    Andai a Roma, mi presentai ai cancelli di quell’azienda, dissi il nome della persona che mi aspettava e mi dettero le indicazioni per arrivare al suo ufficio.
    Bussai, entrai, mi presentai, mi fece accomodare.
    E qui iniziarono le stranezze. Il tipo mi sembrava imbarazzato, poco convinto e non sapeva cosa chiedermi. Si fosse mostrato poco convinto dopo le prime domande, lo avrei interpretato come se io non lo avessi convinto, ma fin da prima ancora di cominciare?
    Conclusi quella specie di colloquio, salutai e me ne andai, chiedendomi cosa ci fosse dietro. Lo capii circa dieci anni più tardi.
     
    Ebbi modo di osservare il carattere dello zio più da vicino. Mio zio era invidioso, era geloso delle qualità di mio padre e del prestigio di cui mio padre godeva in famiglia. Aveva cercato il suo riscatto, spingendo le sue figlie all’ambizione. All’ambizione del denaro e del prestigio sociale. Prestigio basato su denaro e posizione sociale. Nulla che potesse competere con le qualità intellettuali e morali di mio padre.
    La sua più grande gioia era poter denigrare i figli dell’ingegnere Landri. In confronto, poi, con il successo delle sue figliole. E, per ottenere questo, agiva per mettere i bastoni tra le ruote degli odiati nipoti, se ne aveva l’occasione. Agiva per minare il loro spirito.
    Ebbi anche conferma che lo zio maneggiasse molto col denaro, anche in maniera poco chiara. Chi sa quale tipo di debito quel dirigente di Roma aveva con mio zio, il quale doveva avergli detto qualcosa del genere: <<Senti, devi farmi un favore. Devi fare un finto colloquio di lavoro a mia nipote. Guarda che non la devi assumere, ho solo bisogno che si crei questo situazione di debito nei miei riguardi.>>
    E, probabilmente, voleva anche minare la mia fiducia in me stessa con un colloquio andato male.
    Immagino come si sia roso quando, tre anni dopo, fui assunta dalla stessa azienda dove lui mi aveva mandato a fare il finto colloquio, solo in una sede non a 300 km da casa, bensì a 50 km da casa.
    Ma tutto questo lo capii solo più tardi.
    Lo zio non mancò di mettermi altri bastoni tra le ruote. Dette molto fastidio a mio marito, prima con pretese pretestuose, poi con raccomandate pretestuose da parte di avvocati, poi addirittura con citazioni pretestuose presso il giudice di pace, solo che, a differenza con la sorella, essendo questa volta citazioni basate sull’aria fritta, non ne ha ricavato nulla. Nulla, se non quello che io gli ho concesso: il mio dolore; i miei pensieri e il mio tempo, cosa che mi ha tolto risorse per il mio lavoro, la mia famiglia, la mia vita; la mia rabbia; il mio odio. E magari era quello che voleva.
    Un suo modus operandi era (è) quello di commettere una carognata, poi, quando ha bisogno di qualcosa da te, pretende di presentarsi con il discorso: “Siamo una famiglia, mettiamoci una pietra sopra, …” Di modo poi da godere ancora di più, nel caso tu ci caschi, del tuo dolore quando commette la successiva carognata.
    Prima ancora di notare questo suo modus operandi ebbi modo di osservare la sua completa indifferenza, anzi godimento, del dolore altrui.
    Mio padre doveva subire un intervento d’urgenza e c’erano medici che avevano dato poche speranze. Mio zio era lì. Il suo stato d’animo non era affranto. Era eccitato. Strano sentimento da provare quando il fratello che ti ha regalato l’appartamento dove vivi fin da quando ti sei sposato e hai cresciuto la tua famiglia sta per affrontare quella prova. Veramente inappropriato.
    Mio padre si riprese splendidamente dall’intervento, pur con una patologia che gli era stata diagnosticata pochi mesi prima con la quale convivere.
    Poco dopo, cominciarono, in maniera sistematica, le carognate di mio zio contro mio marito e me. In maniera sistematica, perché non è che non ne avesse commesse prima, ma si trattava di ladrocini, non di persecuzione vera e propria.
    E, dato che la cosa non sortiva alcun effetto sul fratello (e come avrebbe potuto? Mio marito ed io ci eravamo guardati bene dal riferirlo a mio padre, non intendevamo certamente dargli quel peso e quel dolore), mio zio credette bene di informare lui stesso il fratello che gli aveva regalato l’appartamento dove viveva da sempre con la sua famiglia.
    Mio padre sopportò e sopportò e sopportò. Troppo, a mio avviso. Solo dopo che mio marito non si trattenne dal raccontargli che un’amica di mio zio mi aveva aggredito, mentre mio zio, la moglie e la figlia (mia cugina) assistevano indifferenti, mio padre, ottantuno anni appena compiuti, prese carta e penna e scrisse al fratello: <<Né tu né nessuno della tua famiglia osasse più presentarsi davanti la porta di casa mia.>> Come avevano fatto il giorno prima la moglie e la figlia di mio zio. Compresi che l’aggressione era stata rimandata di un giorno in attesa che quella visita si compisse.
    Quando, cinque anni dopo, mio padre si mise a letto per non alzarsi più, il fratello chiese il permesso di andarlo a trovare. Io non lo seppi. Non me lo dissero. Sapevano che avrei fatto il diavolo a quattro per impedirlo. <<Piangeva>>, mi riferì in seguito mia madre. “Sì, le lacrime di coccodrillo”, pensai io.
    Mio marito invece sapeva e, a quanto pare, era lì. Perché mi raccontò che mio padre non aveva perso la sua ironia e quando quello, sfrontato, se ne uscì un’altra volta con “Mettiamoci una pietra sopra”, mio padre rispose, col suo filo di voce: <<Abbiamo già preparato la calce>>.
    Pochi mesi dopo, mio padre non c’è più, ma una nuova disgrazia si è abbattuta su mia madre, sto per andare a casa da mia madre, ma mi fermo. Sotto casa di mia madre c’è mio zio, con la sorella e i rispettivi consorti che stanno per andare a fare visita a mia madre. Mio zio ritiene evidentemente che il divieto di mio padre sia superato. Da lontano osservo mio zio che guarda con moderata soddisfazione il manifesto che annuncia la morte di un giovane di 21 anni. Sì, soddisfazione. La sua espressione, tutto il suo atteggiamento mi trasmisero l’idea che stesse pensando: “Ah, ah. Questi, così giovane, è morto ed io, anziano, sono ancora qui.”
    Come si spiega la natura di mio zio?
    Con “Ingrati – La sindrome rancorosa del beneficato” della psicoterapeuta Maria Luisa Parsi? Certo, descrive in pieno mio zio. Con alcune frasi celebri che aprono il libro:
    “L’ingratitudine è sempre una forma di debolezza. Non ho mai visto che uomini eccellenti fossero ingrati.” (Johann Wolfgang von Goethe)
    “Si è sempre ingrati verso chi ci dona il necessario, mai con chi ci dona il superfluo. Ne vogliamo a chi ci regala il pane quotidiano, siamo riconoscenti a chi ci dona una parure.” (Diane de Beausacq)
    “L’ingrato scrive il bene sull’acqua e il male sulla pietra.” (Gerard De Narval)
    “Fate del bene e vi farete degli ingrati.” (August Strindberg)
     
    E, per la soddisfazione, la contentezza di vedere gli altri stare male, c’è la spiegazione di Giovannino Guareschi: <<La gente è stupida. Non è contenta quando sta bene, è contenta quando vede gli altri stare male.>>
     
    Ma c’è qualcosa di più.
    Furio Landri, mio zio, il ragioniere Furio Landri cerca il male di chi gli ha fatto del bene. Ne trae godimento, ne trae elisir di lunga vita.
    Com’è possibile non provare un po’ di pietà per un giovane sconosciuto che muore a 21 anni, ma solo soddisfazione?
    Cattiveria, perfidia, egoismo allo stato puro. Assenza totale di simpatia per il prossimo.
    Quando ho cominciato a pensare al satanismo?
    Sapevo che mio zio si dedicasse a questo tipo di studi, però avevo sempre pensato che fossero stupidaggini. Costituiva solo un’ulteriore prova dell’animo meschino e malvagio dell’individuo.
    Quando ho cominciato a considerare la cosa in maniera più preoccupante?
    Arriva la pandemia. Sono tra quelli che ad un certo punto si convincono che è tutto organizzato, che c’è un preciso disegno, un preciso progetto dietro tutto questo e pensano di capire dove vogliano arrivare: al controllo assoluto su di noi, sulle nostre vite, sui nostri figli, sul nostro denaro, sulle nostre proprietà.
    Un amico di vecchissima data comincia a canzonarmi: terrapiattista, rettiliana.
    Comprendo che mi prende in giro, intendendo: “Credi anche che la terra sia piatta e che esistano i rettiliani”. Non so assolutamente cosa significhi ‘rettiliano’. Un nuovo amico prova a spiegarmelo.
    Una mosca vive 28 giorni. Secondo te, per una mosca, l’Uomo che vive settant’anni non è un essere eterno? Da quando è iniziata la Storia dell’Umanità? Cinquemila anni? Un essere che vive diecimila anni non sarebbe eterno?
    Ma come farebbe a vivere diecimila anni? 
    Non ricordo se mi parla di esseri venuti da fuori o altro, ricordo che mi parla di una sostanza ricavata dal sangue di bambini.
    Basta così – lo interrompo – non voglio sapere più niente. 
    Però poi comincio a chiedermi se mio zio faccia uso di adrenocromo. Ma no, concludo, è ricchissimo, ma mica è a livello di banchieri centrali, alti politici o magnati mondiali…
    Passa un anno e mezzo e vedo le immagini di Biden che accarezza con particolare trasporto un bambino che è davanti a lui nella fila in una cerimonia ufficiale. E leggo i commenti.
    Avevo visto mio zio accarezzare il figlio di un vicino nello stesso modo. Era stato mio marito a farmi notare l’innaturalità e la morbosità di quelle carezze.
    Anche a me non erano piaciute, mi era sembrato che quelle carezze fossero un promemoria per il padre del bambino.
    “Fosse mio zio un satanista?”, mi chiedo per la prima volta seriamente. Eppure, sapevo dei suoi studi.
    Infine, vedo questo video https://t.me/davide_zedda/15239: Roland Bernard, ex banchiere olandese afferma: “il satanismo è la religione dell’élite”.
    È un testimone-chiave davanti ad una commissione di inchiesta su traffici umani e abusi sessuali su bambini.
    Alcuni stralci della testimonianza:
    << … siamo solo una risorsa da usare. Noi siamo il valore, noi siamo la luce e loro vogliono assorbirla, completamente come... spremere un’arancia completamente, risucchiando tutto fuori, quindi gettarla via. Una volta chiamavano questo il sistema Americano. Lo consumi e poi lo getti via. Ed è questo che sta accadendo su questo pianeta.
    Sta avvenendo attraverso i tuoi genitori, loro ti amano, vogliono prendersi cura di te, ti mettono nel programma dei vaccini con un sacco di sostanze chimiche per danneggiare il tuo sistema immunitario, è nel sistema scolastico, è dappertutto affinché tu sia lo schiavo perfetto.>>
     
    E ancora:
    << Io mi divertivo davvero nell’avere l’opportunità di distruggere tutti gli umani e tutta la vita sulla terra. La natura era nulla. Doveva essere distrutta. Noi odiavamo ogni cosa … che rappresentasse … la vita … quello che rappresentava il Creatore dei Cieli e della Terra. […] E poi, più avanti, quando sei nel mercato finanziario, ascoltavi le persone che sono in bancarotta e si facevano una grossa risata, perché, alcune persone si stavano suicidando quando le loro aziende venivano distrutte e lasciavano dietro di loro donne con bambini e tutti ci facevamo una risata su questo, ce la godevamo!
     
    Questo è il mondo da cui vengo.>>
     
    Eccolo, mio zio!
    Geloso del valore, geloso della luce di mio padre, una luce che lui sentiva di non potere eguagliare e che voleva offuscare.
    Ecco il mio valore, la mia luce che mio zio e i suoi amici volevano offuscare.
    E per loro, io sono solo una risorsa da usare, un’arancia da spremere completamente!
     
    Ecco il loro godimento nella sofferenza, nella morte degli altri. Tanto più divertente se provocata da loro.
     
    Mio zio, satanista.               E i suoi seguaci.

    P.S. L'ultima volta che ho visto mio zio gongolava, eccitato e soddisfatto, alle esequie del giovane figlio del fratello da cui tanto bene aveva ricevuto, incluso un appartamento nel quale ha vissuto fin dai venticinque anni crescendo lì la sua famiglia.
    Il fratello della cui luce e del cui valore era geloso. 

  • 27 luglio alle ore 11:00
    NELLINA LA DISPONIBILE

    Come comincia: Il tutto era iniziato in una notte di agosto quando un  temporale estivo aveva squarciato il cielo con lampi e tuoni, la piccola Nellina di nove anni a Milazzo era stata presa dalla paura e si era rifugiata nel lettone matrimoniale dei genitori dove dormiva solo suo padre Adamo, la genitrice Nives era andata nella villa del Capo dove si era incontrata col suo giovane amante Roberto, la loro era una famiglia allargata come si dice attualmente. “Cara stasera vi siete sbrigati presto, forse la paura dei tuoni?” Allungando le mani Adamo incontrò il corpo minuto di Nellina, rimase basito: “Cosa ci fa qui…” “Papà con questo temporale, voglio abbracciarti, ti prego…” Nellina si accorse dell’effetto che la sua vicinanza aveva fatto sul genitore, il ‘ciucio’ paterno si era ingrandito. “Papà ti ho sempre pensato nudo, ti voglio toccare, lo faccio, che bello, una fontanella!, che buon sapore sembra latte.” Tutto finì in pompino anche se Nellina non conosceva il termine tecnico. L’alba li trovò abbracciati, era sabato, niente scuola per Nellina quarta elementare, nessuna incombenza per Adamo notaio Diotallevi come da targhetta fuori dal portone. Nellina in pieno sonno fu ‘depositata’ dal padre nel suo lettino, così la trovò sua madre al rientro dalle ‘fatiche notturne’. Da quella notte Nellina cominciò a guardare con un certo interesse tutti i maschi ed anche le femmine che al posto del ‘ciuciolo’ avevano un buchino, il suo si era eccitato quando aveva toccato il ‘cosone’ paterno. Adamo aveva messo al corrente la moglie del fatto accaduto con sua figlia, a parte la loro piena confidenza anche per avere un consiglio. “Cara anche se sei molto giovane devi sapere che il sesso è molto importante per le persone, può essere gradevole ma anche portare a grandi problematiche, in altre prole creare dei guai. Tu sei il nostro amore più grande, pensaci bene prima di…”Nellina fece segno che aveva compreso quello che sua madre le aveva detto. “Starò molto attenta  ho compreso il piacere del sesso.” La ragazzina sembrò essere cresciuta di colpo, più consapevole ma: ”Vorrei far l’amore anche con voi.”  Adamo e  Nives compresero che la situazione era in mano a loro figlia la quale ogni tanto si avvicinava a loro due non filialmente,  era diventata proprio brava in fatto di sesso. Un giorno a tavola: “Ho conosciuto a scuola  Mattia il figlio ed Edoardo il padre, il bidello mi ha detto che sono  proprietari di tante case e di una macchina bellissima, sono indecisa se andare col padre o con il figlio, mammina vorrei un tuo consiglio.” Dopo un attimo di silenzio: “Verrò io scuola per invitarli a casa nostra, da donna matura sarò più credibile di te.” A mezzogiorno della domenica una  Maserati Ghibli si fermò sotto il portone di casa Diotallevi, Nellina in attesa dietro i vetri si precipitò in strada e prese a braccetto il giovane Mattia di dieci anni: “Entrate in ascensore, vi stavamo aspettando.” Solite presentazioni: piacere, lieto, come va, mazzo di fiori per la signora, bambola parlante per Nellina che: “È un bel po’ che non gioco più con le bambole ma accetto l’omaggio.” Le persone più anziane presenti erano in una certa soggezione, tutto in mano alla ragazzina che: “Mattia vieni in camera mia, voglio vedere come te la passi nello studio, io conosco il sussidiario sino alla quinta elementare.” Preso per mano, il fanciullo seguì Nellina senza opporre resistenza. Edoardo :“Non vi ho detto che sono titolare anche di una scuola guida.” Giusto giusto, a mia moglie Nives sta scadendo la patente potrebbe approfittare…” Nives ne approfittò facendo scuola guida sino a Capo Milazzo, c’erano poche macchine in giro e così Nives poté esibirsi in un pompino seguito da una cavalcata sopra il ‘ciuciolo’ di Edoardo. Nellina non era da meno, vista la pochezza del ‘pisello’ di Mattia ce la mise tutta sia a mano che con la bocca sino a quando il ragazzo: “Sei proprio brava, ti voglio fare un regalo, ecco cinquanta Euro per te, non dire nulla a nessuno.” Edoardo non fu da meno: “Cari signori Diotallevi, vedo che Nives non ha una vettura personale, nel mio garage c’è una Mini verde che non uso da tempo, meglio che ne approfitti  qualcuno, sarà un mio regalo per Nives.” I cinque   erano diventato molto affiatati sessualmente, in assenza della servitù giravano per casa nudi, viva l’anticonformismo, anche i due giovanissimi partecipavano ai ludi con i genitori in particolare Nellina che aveva imparato a sollazzarsi con i maschietti che la portavano a raggiungere orgasmi prolungati. Un avvenimento cambiò la loro vita, un pomeriggio di un sabato Edoardo: “Signori vi debbo comunicare una notizia che riguarda la mia famiglia, ho una figlia di nome Guendalina che ha voluto vestire i panni di monaca pur col mio parere contrario, non ho mai conosciuto la motivazione, ora è suora col nome di Cristina. Ci ha fatto pervenire un bigliettino col quale ci ha chiesto di chiedere  al padre Priore il permesso di farla uscire dal convento per qualche giorno da trascorrere presso la nostra famiglia. Ho avuto il nulla osta della superiora, domani andrò a prenderla in convento.” Il gelo era sceso fra i presenti, una religiosa? Addio giochetti sessuali, tutti vestiti sino al collo. Edoardo  in parlatorio incontrò suor Cristina, la riconobbe a malapena, era dimagrita e bianca in viso, solo un abbraccio. Giunti a casa incontrarono Gigetto il portiere che da buon romano non risparmiò quella che per lui era una battuta spiritosa: “Sia lodato Gesù Cristo” “Sempre sia lodato” la ovvia risposta della suora. In casa erano riuniti parenti ed amici tutti vestiti correttamente tranne Nellina che, more solito era la ‘voce fuori dal coro’ con minigonna e camicetta slacciata. Abbracci e baci, solo sfiorato il viso, grande imbarazzo, a tutti fece impressione la magrezza della suora ma nessun commento. “Cara per qualche giorno ti prego di non indossare quel come dire cappello svolazzante, immagino che avrai i capelli corti, eccoti un foulard per coprirti il capo. Non potrai restare tanti giorni chiusa in casa, ti presterò dei miei vestiti, per compagnia ti affiderò al nostro amico Adamo, con la sua Fiat 500 potrete girare per Milazzo e dintorni e, volendo, fare degli acquisti.” “Io non conosco questo signore!” “Lo conoscerai per Dio, scusa se ho bestemmiato ma cerca di cambiare almeno quando sarai in nostra compagnia, andrete da Alberto  nostro dottore ed amico per rassicurarci sulle tue condizioni di salute, sembri malata di T.B.C….Stavolta suor Cristina non disse nulla ed il giorno successivo si fece trovare con i panni ed un foulard prestatigli da Nives. Il dr. Alberto era stato avvisato della sua visita: “Si accomodi sig...suor…insomma si accomodi e resti  in slip e reggiseno.” “io da tempo non indosso il reggiseno …” “Ed io la visiterò col le tette al vento, si sbrighi.” “C’è qualcosa che voglio approfondire, venga domattina, le farò fare delle lastre al torace dal mio collega Ennio che ha lo studio qui vicino.” Il giorno successivo: “Per sua fortuna non ha niente di grave è solo deperita, mangi di più!” Adamo ormai divenuto cavalier servente aveva aspettato nella sala d’aspetto, abbracciò suor Cristina.” La notizia della visita favorevole fu riportata a parenti ed amici con la conseguenza che nei giorni successivi suor Cristina si abbuffò delle specialità locali e riprese colorito in viso ed anche un po’ di ‘ciccia’ nel corpo oltre al buonumore perso da tempo. Stando tanto insieme sorse della confidenza fra Guendalina (niente più suor Cristina) e l’accompagnatore  Adamo che trascorrevano molto tempo insieme. Guen una mattina ritenne di sfogarsi e raccontare la motivazione della sua decisione di prendere il velo. “Ero ‘interna’ in un collegio di Orsoline, predicatore e confessore un ‘domenicano’ fanatico che non dava quasi mai l’assoluzione alle confessandi, io mi ero innamorata del figlio di un giardiniere, con lui avevo avuto il mio primo rapporto sessuale, durante la confessione lampi e tuoni: ‘il tuo è un peccato gravissimo, il Padreterno non potrà mai perdonarti, vivrai nel fuoco eterno. Potrai cancellare il tuo grave peccato solo facendoti suora.” Ero molto giovane, spaventata a morte mi convinsi a prendere il velo. Tutto bene nei primi tempi poi in convento la situazione cambiò, la madre superiora oltre che amare i santi e le madonne desiderava avere rapporti intimi con le giovani suore, io mi rifiutai e da quel momento un inferno, mi assegnava le peggiori e pesanti incombenze che mi hanno ridotto una larva umana, col vostro aiuto ritornerò ad essere una ragazza normale.”Adamo prese la palla al balzo: Un messaggio: “Caro Edoardo con Guendalina abbiamo deciso di pranzare nella trattoria ‘da Filippo’, torneremo tardi.” Niente trattoria  ‘da Filippo’ ma l’agriturismo ‘La Ciocciola’ accolti da Maria una signora grassottella e ridanciana che offrì loro un pranzo leggero ed una stanza profumata che portò i due alle gioie sessuali che avrebbero ricordato per tutta la vita. La sera la notizia portò prima allo stupore dei presenti e poi ad un battimani collettivo con lo spogliarello dei presenti, prima Nellina ed infine Guendalina  che mise in mostra un rotondo popò, due tettine a pera ed un pube da Foresta Nera.
     
     

  • 27 luglio alle ore 10:51
    CAOS GENERALE

    Come comincia: Alberto dopo aver girato un po’ tutta la Francia per piazzare i prodotti  della sua fabbrica romana la S.I.M.A. – Società Italiana Macchine Agricole aveva deciso di tornare a respirare l’aria natia che gli mancava tanto. Giunto all’aeroporto di Orly ebbe la sgradita sorpresa di apprendere che tutti i voli per l’Italia erano stati cancellati per ‘mancanza di personale’. Mancanza di personale! Ma se in po’ in tutti gli stati c’era disoccupazione a non finire…inutile polemizzare, meglio accedere al più sicuro wagon lit o voiture-lit per dirla alla francese. Fu fortunato: “Monsieur vous avez de la chance, il ne reste qu’un seul compartiment avec deux places, venez avec moi.” ‘Foraggiato’ il conduttore Alberto cercò inutilmente di prender sonno, nella fretta aveva dimenticato di acquistare qualche rivista, si mise a leggere le caratteristica della cabina: la biancheria da letto, i servizi offerti a bordo, quelli offerti al mattino…stava per addormentarsi quando il conduttore aprì la porta dello scompartimento: “Monsieur vous avez de la compagnie…” Alberto rimase senza fiato, una stangona elegante senza un filo di trucco la quale si guardò bene dal salutarlo, si addolcì solo quando chiese: “Monsieur que dites-vous si nous changeons, je voudrais dormir dans le lit en dessous, je souffre du mal des trains.”
    La ragazza  aveva aspettato il suo assenso, si era sistemata nel lettino inferiore, passando sotto la luce ad Alberto parve di averla già conosciuta, impossibile fra tante persone residenti a Parigi ma il dubbio restava. Al si sporse dalla sua cuccetta alla fioca luce della lampada per lettura ebbe di nuovo la sensazione di un viso conosciuto, all’albergo Bouchois, Calogero il concierge  siciliano emigrato in Francia gli aveva ‘mandato’ in camera una figona simile a quella che era in cabina con lui solo che allora la demoiselle era molto truccata ma questo era un particolare trascurabile. La dama si agitava, niente sonno. “Signorina che ne dice se ci facciamo un po’ di compagnia, sento che Morfeo non viene a trovare nemmeno lei.” Nessuna risposta, solo un pianto con singhiozzi. Alberto scese dalla sua cuccetta, si mise in ginocchio davanti e quella della ragazza e: “Adesso ti riconosco, hotel Bouchois, Calogero (Lillo) il concierge ti ha mandato in camera mia, ricordo un particolare, hai due nei al senso sinistro, non ti preoccupare sono un gentiluomo, so tenere la bocca chiusa. La ragazza si era abbracciata ad Alberto, era proprio lei quella ‘conosciuta’ da Alberto in albergo. Le stazioni ferroviarie passavano veloci, i due furono svegliati dai doganieri italiani, non avevano niente da dichiarare o meglio un ‘Ciccio’  decisamente incazzato per essere andato in bianco ma questo particolare non interessava i doganieri…All’arrivo a Roma colazione al bar della stazione Termini, nessun dialogo sino a quando: “Cara che programmi hai, io vorrei andare a casa mia…” “Non ti preoccupare per me mi arrangerò…” Alberto, animo buono comprese che la ragazza era nei guai, chissà se c’era di mezzo il siciliano. “Se vuoi puoi venire a casa mia, sono scapolo, abito in via S.Croce Gerusalemme. Come risposta un abbraccio e: “Sono Georgette, in seguito ti racconterò la mia storia, per ora accetto il tuo invito.” Raggiunta l’abitazione in taxi davanti al portone c’era Sisto il portiere che si precipitò a prendere le valige. “Ben tornato, vedo che ti sei portato appresso un bel ricordo dalla Francia!” Arrivati al quinto piano fu Sisto ad aprire la porta di casa, Alberto non ricordava di avergli lasciato le chiavi. Altra sorpresa l’abitazione era in perfetto ordine…”Non ti meravigliare merito di mia moglie Jole. Pranzo alla romana preparato dalla succitata signora, insomma un accoglimento coi fiocchi. Il giorno successivo Alberto fece rientro in fabbrica acclamato dai suoi dipendenti, era riuscito a piazzare in Francia molti loro prodotti, Georgette rasserenata era ‘rifiorita’ anche grazie al trucco, aveva stretto buoni rapporti con Jole. Il sabato sera successivo mise al corrente Alberto delle sue passate traversie. Nata e cresciuta a Bergues paese del nord francese, a sedici anni ebbe le prime esperienze negative del sesso, sua madre ricca  vedova aveva conosciuto e si era innamorata di un siciliano emigrato in Francia tale Vincenzo nome storpiato in ‘Bicenzu.’ Anche allora ero come dire appariscente, quell’imbecille una notte si intrufolò in camera mia e cercò di violentarmi. Lo respinsi con tutte le mie forze ma non avvertii del fatto mia madre, innamorata di lui  era capace di dirmi che l’avevo provocato. L’andata a Parigi con l’iscrizione alla facoltà di lingue mi pose per un certo periodo lontano dalle grinfie di quel maiale ma non avevo fatto i conti con la sua appartenenza alla Mafia. Insegnante al’Università un siciliano tale Corrado La Mantia, Duccio per gli intimi che mi  invitò ad una riunione di amici in una villa sontuosa, potevo mai pensare… Ingenuamente bevvi una bevanda che poi compresi essere quella denominata dello stupro. Mi svegliai la mattina dopo in una strada sconosciuta. Un tale mai visto mi scuoteva: “Signorina, si sente male, la porto in ospedale?” Ci volle vario tempo per compresi che anche lui era della ‘Ndrangeda, pensai di farmi aiutare da Calogero il concierge dell’albergo Bouchois dove tu mi hai conosciuto, decisione sbagliata, anche lui… per mia fortuna aveva già deciso di fuggire da Parigi per qualsiasi destinazione, sei stato il mio angelo custode!” Il mio spirito romanesco ebbe il sopravvento: “Mè mancano l’ali.” Eravamo diventati una famiglia borghese ma istintivamente pensai che c’era qualcosa che Georgette mi aveva taciuto, ci azzeccai. Alle dieci di una mattina rientrai in casa, nessuno in portineria, aprii uno spiraglio della porta della mia camera da letto da cui provenivano labili ‘miagolii’ femminili. Ci avevo azzeccato, Jole stava ‘cavalcando la mia Georgette la quale dimostrava di gradire la situazione. Sceneggiata da parte mia con il forte rumore della porta d’ingresso sbattuta, tempo concesso alle due dame di ricomporsi e poi dalla cucina: “Cara sono in casa, dove sei?” “Ti raggiungo.” Dinanzi alla  mia faccia: ‘a me non la si fa’ Georgette non tentò di metter su una scusa plausibile. “Caro quando ti ho raccontato la mia storia di prostituta ho ‘dimenticato’ di metterti al corrente che talvolta Calogero mi presentava delle lesbiche che io preferivo ai maschi perché meno violente, m’è rimasto questo ‘vizietto’…Ho compreso  che vorresti approfittare dell’occasione, lo sai che per te…” Jole non era molto alta di statura ma aveva un fisico particolare: vita stretta, viso da adolescente, tette a pera, gambe affusolate, piedi da far impazzire un feticista. Mi venne in mente la mia vecchia passione per la fotografia. Rispolverai la Nikon D 18/140 – F 3,5 – 5,6, - la misi in funzione per ritrarre Jole con e senza maschera di Carnevale in viso. Ero ancora bravo, ripresi molti particolari del corpo della baby , inviai le foto da me sviluppate alla rivista POLANSKI che pubblicava immagini equilibrate fra la fotografia creativa e quella effetto ‘sberla in pieno viso.’ Ebbi successo, con occhi ‘pietosi’ feci capire a Jole che meritavo una ricompensa, lo ottenni alla grande, anche Georgette partecipò alla pugna ‘magno cum gaudio omnium’.

  • 27 luglio alle ore 10:32
    UMANITÀ DEGLI UOMINI

    Come comincia: UMANITÀ DEGLI UOMINI
    Dopo l’Umanità delle Bestie non  poteva mancare un racconto intitolato l’Umanità degli Uomini, in senso provocatorio naturalmente. Un episodio che mi ha colpito grandemente è stato trasmesso in visione alla TV nei giorni passati. Si è vista una signora che tentava di agganciare un guinzaglio di un cane ad un palo con l’intento di abbandonarlo, nel frattempo un bambino, probabilmente il figlio della cotale che tentava, anche piangendo di convincere la madre a riprenderlo e riportarlo in casa. Quante volte abbiamo sentito in TV delle persone qualificate affermare che gli animali, in particolare cani e gatti non sono degli oggetti ma degli esseri viventi cui dobbiamo rispetto e non di acquistarli come giocattoli per i figli per poi abbandonarli e farli diventare dei randagi. La parola Umanità da me usata più volte l’ho imparata da mio padre, funzionario di Banca durante la Seconda Guerra Mondiale quando io con due miei fratelli andavamo nelle zone alla periferia di Roma a distribuire beni di prima necessità alle famiglie al limite della sopravvivenza. La domanda più frequente era: “Chi dobbiamo ringraziare  il Signore?” Mio padre da vecchio agnostico non rispondeva se non:”Buon appetito.” Non aveva torto il mio genitore, solo negli ultimi tempi son venuti fuori i guai combinati dalla Chiesa un po’ in tutto il mondo, un Papa, se non sbaglio polacco ha affermato che una donna può perdere la verginità anche col solo pensiero! mentre l’attuale Papa è andato in Canada a scusarsi con i nativi delle angherie effettuate in passato dai preti cattolici nei loro confronti per non citare i numerosi casi di pedofilia che hanno distrutto la vita di bambini e di bambine. Cerco di essere imparziale nel giudicare il clero ma mi sono domandato quale atteggiamento avrei avuto nei confronti di un sacerdote che avesse abusato di un mio figlio o di una mia figlia, meglio scacciare questo pensiero, mi vengono i brividi.  Mio padre Armando malgrado le sue idee in fatto di religione mi aveva iscritto al Collegio Pergolesi condotto dai Fratelli della Misericordia che cercavano in tutti i modi di fare il lavaggio del cervello ai giovani alunni in fatto di religione. Ad un tema sulla Madonna nello svolgimento avevo messo in dubbio sia la sua verginità e soprattutto che potesse rimanere in vita in alto nel cielo dove non  c’è ossigeno. Malgrado l’arrampicata sugli specchio del ‘bacarozzo’ di turno il dubbio era penetrato nel cervello dei miei colleghi che condividevano le mie idee. La mia fantasia corroborata da libri della libreria paterna non aveva limiti: esempi: ‘Alla morte di un vecchio parroco la Perpetua singhiozzando: “Era un brav’uomo ci mancherà moltissimo.” Un inserviente. “Vuole dargli un bacio prima di metterlo dentro?” E la Perpetua sempre più disperata e singhiozzando: ‘Me lo diceva sempre anche lui!!!’ Altra barzelletta: Tre amiche hanno un incidente stradale in auto, morte immediata. Davanti al Padreterno: “Cara che hai fatto in vita?”  “Io l’ho data ai preti.” “In Paradiso per  amor di Dio e tu?” “Io l’ho data ai militari.” Brava in Paradiso per amor di Patria e tu?” “Io sono vergine.” “Vergine? hai preso il Paradiso per un pisciatoio? dritta all’Inferno.” Miei aforismi: ‘Religione? Patetica illusione a cui si aggrappano gli umani spaventati.’ ‘Dio è l’essere al quale rivolgersi quando si è tristi in cui rifugiarsi nei momenti di difficoltà, l’idolo più grande creato dagli uomini.’ ‘Le religioni hanno la pretesa di imporre la loro dottrina all’umanità, sono solo tirannia e imperialismo.’ ‘La religione è come l’omeopatia funziona perché gli ingenui, i paurosi ed i complessati ci credono.’ Aforismi di personaggi famosi: ‘Teologia: una collezione di risposte incomprensibili a domande senza senso.’ Voltaire – Teologia: Un insieme di problemi che provocano traumi. Un dubbio senza aiuto.’ Merton monaco trappista – Non è minor male così empiamente venerare gli dei o non credere affatto ad essi? Plutarco – Dio non esiste. Esiste una ragione universale, c’è un nesso tra la ragione che governa il mondo e quella che governa la nostra mente, sono la stessa cosa. Eraclito – ‘ La donna è l’essere inferiore che non fu creata da Dio a sua immagine. Sant’Agostino’ – ‘ La religione distorce i nostri sentimenti , è più spirituale non farla propria. C’è qualcosa di peccaminoso in qualsiasi fede. Gli esseri umani non vogliono conoscere, vogliono solo credere per abbandonare  la loro  individualità per unirsi al branco. Martin Aramis scrittore.
    ‘Veniamo abituati sin dall’infanzia a credere che dentro di noi esista il male e che sia nostro compito combatterlo, sconfiggerlo, dominarlo. Ci sono troppi moralisti che danno consigli, insegnano a noi tutti cosa sia giusto e cosa sia sbagliato di conseguenza il piacere ci fa paura, non accettiamo di viverlo e ci convinciamo che il desiderio sia un nemico da relegare sullo sfondo quasi che le fonti del nostro piacere, primi fra tutti i genitali, la bocca ed il tatto fossero stati messi in atto da un dio infantile e capriccioso che vuole che le si reprima e le si domini. Il piacere represso ci porta verso un’idea di purezza del tutto perversa e malata, verso la rabbia e la distruttività. I desideri che reprimiamo diventano il male.’ - Anonimo
    ‘Plerique ignorant!’ È presunzione la mia? Purtroppo è una constatazione!

  • 26 luglio alle ore 16:53
    La mia vacanza speciale

    Come comincia: Sento il fruscio di foglie smosse dal vento, o forse sono le ondine laggiù che solleticano i ciottoli a riva, no forse no, è il merletto che rifila l'ombrellone declinato ad essere lambito dal soffio tenero del pomeriggio. La brezza mi accarezza e rende il mio oblio un dolce sonno rem. Il suono lontano di una campana segna le ore, le conto, voglio svegliarmi, andare a riva, lasciare la pelle alle carezze del mare, al tocco della sabbia rovente, al velluto di questo cielo che mi copre di melodie. Voglio destarmi senza dissipare la beatitudine di questo momento, sfiorare con lo sguardo il benessere che mi sta cullando. Le palpebre sollevano il mondo astante, scivolano sulle percezioni e si richiudono. La bolla si ricompone e torno nella beatitudine, per un istante, uno solo, il tempo che la mente sovrasti la sopramente e stracci ogni percezione, strusciandola nel senso dell'udito.

    Come uno scampanio urgente e molesto, saturo di suoni violenti, le fauci della realtà azzannano la mia beatitudine.

    Apro gli occhi.
    Il fruscio delicato del ventilatore si spalma nell'eco della stanza, le luci del giorno si affievoliscono. Di là dalla finestra i suoni attutiti della città di agosto: sonnolenta e vuota. È quasi sera, attorno a me la mia casa e le mie cose, boccette e compresse in pila sul tavolo in attesa delle prossime dosi. Il dolore lancinante è in fase di remissione, si risveglierà pigramente fra qualche ora, poi si stenderà, aprirà la diga e percuoterà pelli di tamburi assordanti fino al mio sfinimento. Mi collasserà di nuovo, di nuovo scivolerò nell'oblio e forse, forse sentirò ancora il fruscio di vento e di onde, beatificare questa mia vacanza speciale.

     

  • 25 luglio alle ore 9:20
    GAETA: MEMORIA E FUTURO

    Come comincia: “Le storie del cuore nel cuore della Storia”: così Giuseppe Napolitano presenta il suo nuovo libro, il suo ennesimo regalo a Gaeta, appena pubblicato con Ali Ribelli Edizioni dell’infaticabile Jason Forbus. Giuseppe Napolitano è ben noto nel Golfo, sia come organizzatore di eventi culturali e autore di numerosi libri di poesia e saggistica, sia come professore, avendo insegnato per 25 anni nel Liceo “Fermi”. Quest’ultima sua opera si intitola “Gaeta: memoria e futuro” ed è un pamphlet sentimentale e polemico, un excursus nella storia della nostra città, vista però con i suoi occhi di poeta, che dichiara il suo amore per Gaeta ma la vorrebbe sempre più bella e curata, appunto come si vuole che sia una donna che si ama. Il libro sarà presentato il 29 luglio alle 19 sulla terrazza del bastione della Favorita, con la partecipazione di altre due voci storiche della città: Vera Liguori Mignano e Sabina Mitrano. Mentre Irene Vallone leggerà alcune poesie dedicate a Gaeta da poeti stranieri. La voce di Giuseppe Napolitano è quella del cuore che racconta storie, incastonate nella grande Storia, quella con la maiuscola, che a Gaeta non solo è di casa, ma è la sua stessa vita.

  • 24 luglio alle ore 13:58
    Mare

    Come comincia: È lo stesso con le persone, come con le onde: vengono, vanno. A volte sono tempestosi e rumorosi, si rompono, distruggono e lasciano ferite... A volte sono silenziosi, quasi impercettibili, ma lasciano comunque tracce. Profondo e duraturo. Sì, le persone sono come le onde, vanno e vengono, ma forse è proprio questo il punto.
    Perdiamo sempre, ma rimaniamo sempre ad aspettare, da qualche parte, qualcuno, qualcosa... E questo è probabilmente il fascino della vita: aspettare la prossima ondata e far volare la tua anima.
    Guardare il mare, vedere il bello sempre e ovunque e andare avanti - arriva ancora una nuova onda, con una piccola conchiglia in tasca e un soffio di mare nel cuore."♥️♥️♥️

  • 21 luglio alle ore 16:30
    UMANITÀ DELLE BESTIE

    Come comincia: UMANITA’ DELLE BESTIE
    Lo confesso, il titolo di questo racconto l’ho pari pari copiato da un romanzo scritto da mio padre Armando nel 1945, dopo il secondo conflitto mondiale in memoria di suo fratello Alberto, mio omonimo, deceduto per il ‘tifo’ (allora gli antibiotici non erano ancora conosciuti.) Il cotal romanzo per esigenze di risparmio era stato stampato dalla tipografia editrice Flori di Jesi, dove tutta la famiglia Mazzoni abitava, su carta color tra il giallo ed il bianco non per esigenze tipografiche ma per parsimonia ultimo ‘regalo’ della autarchia di mussoliniana memoria che aveva portato gli italiani alle pezze nel ‘culo’ed alle toppe sotto le scarpe. Il romanzo originale trattava dei sentimenti che anche gli animali provano. Avevo nove anni quando la nostra cameriera Mariola mi fece notare un gattino piccolo, spelacchiato e spaventato che stentava a reggersi in piedi sul tetto di un vicino edificio forse abbandonato dalla madre. Un forte sentimento di passione mi portò ad andarlo a prendere anche se con un po’ di pericolo dato che i ‘coppi’ erano umidi di pioggia. Da quel momento ‘mio mao’ era divenuto per me inseparabile, mio compagno di letto, di scuola (sotto il giaccone), di giochi (era ingrassato e divenuto molto socievole, un amico carissimo.) Ad Eris, dea dell’invidia non parve vero di mettere in atto una sua cattiveria: Mio Mao una mattina fece una piroetta, si girò su se stesso e cadde dal balcone, morte immediata. Rimasi impietrito, non una lacrima, mio padre cercò di consolarmi: “Ci sono in giro tanti gatti randagi oppure te ne comprerò uno.” Nessuno poteva sostituire Mio Mao, un grande amore. Quell’episodio doloroso condizionò la mia vita. Superata la maturità classica mi iscrissi a veterinaria  a Roma dove nel frattempo di era trasferita la famiglia di mio padre funzionario di banca. Conseguita la laurea ebbi la fortuna di leggere sul ‘Messaggero’: ‘Cedesi laboratorio veterinario’ via Flaminia 201 telefonare al n.------- Non mi parve vero, chiamai subito, il titolare dell’esercizio, lo trovai seduto dinanzi alla porta d’ingresso, espressione del viso sconsolata, il perché lo seppi dopo. “Sono Ignazio Scortichini,. sono diventato troppo vecchio per  questo lavoro, mi sta accadendo che gli animali che curo spesso mi mordono, mai accaduto in passato, è ora che me ne vada in pensione.” Il signor Scortichini mi cedette l’esercizio per un prezzo non elevato così accadde che diventai il padrone e  dell’esercizio veterinario che chiamai ‘Mio Mao’. Prima  cliente una signora circa trentenne, ben truccata, di classe con in braccio un volpino che abbaiava alla grande. “Veda lei che può fare, vicino casa mia ci sono state volpine in calore ed il mio cane vorrebbe…” Entrai subito in funzione: “Pucci muto, mutuo hai capito?” Il cane al principio non percepì il mio ordine nemmeno la mia espressione del viso corrucciata poi pian piano si calmò anche dietro somministrazione di biscotti dolci.” “Come ha fatto, Pucci abbaia anche di notte…” “Gentile signora ai maschietti come lei avrà pensato piacciono due cose, la seconda sono i cibi dolci.” “E la prima?” “Non voglio essere volgare ma guardandola…” “Non pensa di essere impertinente?” “Mi permetta di risponderle in latino ‘audaces fortuna iuvat’.”Fui ricambiato da una risata ‘argentina “Che ne dice di offrirmi un pranzo? Sono Aida Saglinbene.” “Ed a Pucci non ci pensa, vediamo se riesco  a trovare una deliziosa compagna per lui.” Altro colpo di fortuna, entrò in negozio una volpina della Pomerania in piena crisi di astinenza da maschietti. Senza porre tempo in mezzo i due volpini iniziarono a ‘copulare’ sino a quando rimasero ‘attaccati’ e ci volle del tempo prima che ritornassero alla calma sessuale. La padrona della volpina femmina, una signora non più giovane: “Quanto debbo per la prestazione del maschietto?” “Tutto gratis madame, se ha in futuro bisogno di un veterinario son qua.” Il ristorante ‘Suprasutta’ non distava molto dal ‘MioMao’, subito dopo l’ingresso Pucci, soddisfatto in tutte le sue voglie s’infilò sotto un tavolo, lo stesso scelto da me e da Aida. “Mia cara permettimi di darti del tu e di farti una domanda ovvia, chi era della tua famiglia che portava il tuo stesso nome?” “Mia nonna.” “Immagino ricca.” “Indovinato, sei un mago.” Nel frattempo si era avvicinato un cameriere dai modi e vestito in modo particolare, sicuramente un gay. “Che bella coppia cosa ordinate?” “Faccia lei siamo affamati.” Tutto il pranzo di gradimento mio e di Aida che volle fare da anfitrione, una gran signora che si espresse questa volta lei in latino: ‘post prandium stabis post coenam ambulabis.’ Abbraccio di ammirazione da parte mia non tanto di sola ammirazione, ‘ciccio’ si svegliò di colpo e fece vedere la sua presenza nel bozzo sui pantaloni. “Sono perplessa, non mi capita spesso ma stavolta…“Non sono perplesso, mon ami ‘ciccio’…” ”Ho capito, a casa mia o a casa tua? Ho la mia Maserati ‘Grecale’ posteggiata vicino al tuo esercizio.” “Ho la  mia Alfa Romeo ‘Stelvio’ nei pressi, scegli tu.” In quel momento non feci del campanilismo, Aida si mise al volante, Pucci con un salto si sistemò nel sedile posteriore, io vicino ad un paio di cosce quasi tutte scoperte…”Tra poco ti usciranno gli occhi dalle orbite, un po’ di pazienza…” Porta d’ingresso aperta, entrata per primo da parte di Pucci, Aida si diresse nella camera da letto in cui  era acceso il condizionatore che emanava una frescura piacevole, eravamo ad agosto. Lavacri alle parti nobili da parte di entrambi nel vicino bagno e poi …vai sino alla sera quando Aida: “Sono separata da mio marito, è stato l’unico uomo ella mia vita ma tu...” Forse qualche lacrima,  rimpianto ovvero…Aida si era girata si spalle, io malignamente pensai che madame gradisse un approccio posteriore ma male me ne incolse. “Non  ti è ancora bastato, per fortuna che la nostra storia finirà presto!” Non finì presto, Grande amicizia fra me e Pucci a cui presentai qualche femminuccia in calore suscitando il non assenso della padrona, appartamento mio in un condominio di otto piani in via Appia, condominio abitato anche da tante ‘signorine’ non quelle delle famigerate case di tolleranza ma ugualmente disponibili. La gelosia si impadronì di Aida che venne  a conoscenza delle mie intime ‘conoscenze’ con Isabella, con Armida, con Eloisa, con Lucrezia, con Corinna giurando ogni volta che avrebbe lasciato per sempre quell’incorregibile zozzone ma poi…l’amore, quello vero aveva il sopravvento sino a quando ciccio non riuscì più a…Pucci, ormai vecchio venne sepolto di notte in giardino sotto una pianta di rose, anche il vecchio zozzone fu omaggiato degli onori che decisi meritasse.

  • 15 luglio alle ore 10:06
    IL COMMENDATORE

    Come comincia: Brando era il titolare di una negozio di abbigliamento di lusso in via Centonze a Messina. Sempre spaparazzato in una poltrona dell’esercizio si alzava solo quando arrivavano clienti di riguardo, la sua merce era molto costosa e unica nel suo genere: vestiti confezionati da sarti famosi come pure le camice, le scarpe  e le cravatte di produzione di specialisti napoletani, maglieria di lana proveniente dall’Australia, i clienti erano solo persone facoltose. Il nome del negozio? ‘Lord Brummel’ Alberto maresciallo della Finanza una mattina insieme al brigadiere brigadiere Folco, in divisa, si fermarono dinanzi all’esercizio e si misero ad osservare le merci in vetrina, il commesso Giovanni avvisò il commendatore Della loro presenza, Brando  ritenne opportuno alzarsi dalla fatidica poltrona, ad aprire la porta dell’esercizio e ad invitare i due all’interno del negozio.  “Posso esservi utile, sono a vostra disposizione.” “Commendatore sono Alberto e questo è Folco, stavamo solo curiosando, ha della merce veramente elegante ma fuori della nostra portata.” “Ho prezzi scontati per le forze dell’ordine, soprattutto per le Fiamme Gialle, entrate anche se non è vostra intenzione acquistare nulla. Giovanni ordina al bar un caffè per i signori o preferiscono qualcos’altro?” “Vanno bene il caffè.” Maresciallo approfitto della sua presenza per farle controllare la mia contabilità, non mi fido del mio consulente tributario è diventato troppo vecchio.” “Commendatore sicuramente lei sa che ci è proibito controllare la contabilità dei contribuenti se non in visita ufficiale il che non è il caso in questione.” “Mi farebbe un grosso piacere, le do l’indirizzo dello studio del mio commercialista, può contare sulla mia assoluta riservatezza, questo è il mio bigliettino da visita, grazie comunque.” Alberto, di recente diviso dalla consorte Stella con cui aveva avuto continui dissapori era in crisi di denaro perché doveva ‘passare’ alla consorte, che era andata ad abitare a Milazzo una consistente somma per il suo mantenimento, conseguenza accettò la richiesta del commendatore e si recò, in borghese nell’ufficio del consulente tributario certo Giulio. Il cotale non fece buona impressione ad Alberto sia per l’aspetto di vecchio trasandato che per  il carteggio depositato in disordine sulle scrivanie. In ufficio c’era anche un giovane a nome Tommaso che si presentò come aiuto del titolare. Alberto si rese subito conto che la contabilità era, per dirla con un eufemismo piuttosto caotica cui il giovane  non poteva porre rimedio per la sua inesperienza. Prima di metter mano per sistemare il carteggio Alberto ritenne opportuno interpellare Brando andando al suo negozio. “Commendatore la prego di uscire, debbo parlarle.” Non intendo avere con lei un colloquio nel suo negozio, per esperienza personale, so di ‘cimici’ che noi installiamo in locali al fine di conoscere le situazioni riservate dei contribuenti, al bar può andar bene.” “Allora caro Brando, mi permetto chiamarla per nome, dire che la sua contabilità è disastrata è un eufemismo, se un nostra pattuglia si recasse ora nello studio tributario di Giulio il suo portafoglio alzerebbe ‘alti lai’, in altre parole occorre risistemare a fondo l’ufficio acquistando anche materiali moderni per effettuare la contabilità.” Al commendatore era aumentata notevolmente la pressione: “Cosa mi consiglia?”  “Potrei sistemare tutto in quindici giorni sempre che lei mi dia il nulla osta per il mio operato anche se ancora non ho deciso, non vorrei avere guai col mio comando.” “Le do carta bianca e naturalmente saprò ben ricompensarla, da domani si metta all’opera, avviserò Giulio.” Alberto, per evitare guai chiese un mese di licenza e si mise subito all’opera dando a Tommaso una lista di macchinari da acquistare cominciando da un computer, non voleva esporsi facendolo in prima persona. Dopo una settimana pervenne tutta l’attrezzatura ma ci vollero altri sette giorni  per riuscire ad inquadrare la situazione tributaria. Soddisfatto del risultato, una mattina Alberto posteggiò la sua Cinquecento dinanzi al negozio del commendatore e lo invitò a sedersi in auto. “Allora che mi dice?” “Tutto a posto, una bella faticata, sto istruendo al meglio il giovane Tommaso, l’apprendista; con la mia costante consulenza la contabilità sarà impeccabile.” Un abbraccio da parte di Brando ad Alberto. “Cummenda non è ce ci pigliano per due…” “Non c’è pericolo anzi voglio informarti dell’ultima novità, l’altro giorno si è presentata in negozio una ragazza, si chiama Desiré, è figlia di un mio affezionato cliente che in futuro non sarà più tanto affezionato: è finito in galera per un giro di fatture false,  falso in bilancio, falsi incidenti stradali e di collusione con la mafia, gli hanno sequestrato tutti i beni. Inoltre ha la moglie  malata che deve assumere medicinali di prezzo elevato. Desirè era giustamente affranta, mi ha chiesto aiuto, l’ho assunta come commessa, mi fa pena.” Nel frattempo la situazione si era evoluta: Brando venuto a conoscenza della situazione familiare di Alberto lo invitò in via permanente a  casa sua a pranzo ed a cena con l’assenso della consorte Isabella che, col marito non aveva buoni rapporti personali; in considerazione che lui era il paperone di famiglia aveva preferito non chiedere la separazione. Della famiglia faceva anche parte Brunella la figlia dei due ragazza scialba, studiosissima al terzo liceo classico, per lei un sette era un voto basso! Lei aveva accolto Alberto con indifferenza, i maschietti per lei non erano un problema anche perché nessuno sinora si era fatto avanti con lei. Isabella era una donna intelligente, si vedeva dagli occhi, aveva personalità, di fisico di media statura, non male di corpo anche per la frequenza di una palestra. Già dalla prima volta aveva guardato Alberto con un certo interesse ma, data la sua riservatezza non lo aveva fatto a vedere. Ultima novità: il commendatore aveva deciso di recarsi in giugno a Firenze per visitare l’esposizione Pitti uomo, moda maschile di risonanza internazionale, volle portare con sé Desirè per…farsi consigliare nella scelta dei vestiti da acquistare. Isabella non fece commenti, era da tempo che i rapporti col marito erano praticamente inesistenti, insomma ognuno viveva la sua vita. Alberto seguitava ad usufruire della cucina di Isabella talvolta con la presenza a tavola della figlia Brunella che la maggior parte delle volte preferiva rimanere a scuola sino al pomeriggio. Hermes stavolta si mise di buzzo buono ed un giorno a tavola fece bere più del normale del buon Chianti ad Isabella che si avvicinò ad Alberto tanto da cominciare a baciarlo in bocca per poi passare sul letto matrimoniale con permanenza sino alle cinque al rientro della figlia da scuola. Alberto e Isabella, digiuni ambedue di sesso da molto tempo avevano sfogliato quasi tutto il Kamasutra. Senza forze per non dimostrare quello che era accaduto fra di loro, si erano seduti sul divano del salotto a vedere la tv.  Brunella era brutta ma non stupida, guardando in faccia i due si mise a ridere fragorosamente e si rifugiò in camera ma non gliene importò gran che, non era in buoni rapporti con suo padre. Poi un avvenimento impensato: Brunella un dopo pranzo si avvicinò ad Alberto mentre la madre era in cucina a rigovernare: “Già da quando ti ho visto per la prima volta ho capito che eri un furbacchione ma non un imbroglione, avresti potuto chiedere ed ottenere da mio padre somme notevoli, ti abbiamo adottato per le cibarie, hai avuto rapporti con mia madre per sopperire alle …chiamiamole mancanze paterne, ormai ti considero di famiglia, vorrei chiederti un favore, accompagnami in un istituto i bellezza, sono stanca di fare la secchione racchia, forse si stanno svegliando gli ormoni, cosa dici a Brunella?” “Io ho ammirato in te l’intelligenza ed ora anche la personalità, chiamerò la mia amica titolare del Centro Estetico di viale S.Martino.” Il giorno successivo Alberto accompagnò Brunella al Centro Estetico e la presentò come cara amica alla titolare Arianna che: “Fatti vivo alle diciotto, ora sparisci.” Alle diciassette e trenta, la precisione era propria di Alberto vergine di oroscopo, il buon maresciallo in borghese entrò nell’istituto e si accomodò nel salottino all’ingresso, ad un certo punto vide entrare una ragazza con tanti pacchetti in mano,  non era Brunella allora andò a cercare Arianna: “Dov’è la mia amica?” Grande risata da parte della titolare del Centro: “Mi fa piacere che non hai riconosciuto la tua amica, è nel salottino e non ti ha chiamato per prenderti in giro.” A vis a vis con la ragazza si trovò con le labbra risucchiate da Brunella, era un suo ringraziamento, era diventata molto bella.” “Adesso ti debbo presentare un fidanzato che ne dici di un mio collega?” “Di Fiamme Gialle me ne basta una ed a quella fiamma donerò la parte mai usata di me, che ne dici?” “Dico che sei una meraviglia,, sediamoci e restiamo fermi per un attimo mi debbo riprendere, troppe novità tutte insieme.” Anche mamma Isabella fece i complimenti alla figlia e ad Alberto:”Ora la smetterai di incurvarti sui libri, trovati subito un bel maschietto…” “Già trovato e presto l’userò…” Isabella capì al volo la situazione, non ne fu contenta ma cuore di mamma abbracciò la figlia e: “Ti auguro tanta felicità quella che non ho mai provato in vita mia.” Non tutti gli avvenimenti furono benigni per il commendatore, ritornato da Firenze, in un momento di crisi profonda riferì ad Alberto che, malgrado pillole varie il suo ‘ciccio’ aveva fatto cilecca più volte con  Desirè anzi le famose pillole lo avevano portato ad un svenimento e la ragazza era stata costretta a chiamare un medico, peggio di così! Brando  era invecchiato di colpo, si vedeva dal suo viso mai sorridente, aveva lasciato il negozio in mano a Desirè ed a Giovanni. Finale col botto: Alberto e Brunella si sposarono e misero subito al mondo un maschietto cui fu imposto il nome del nonno, Brando, unica soddisfazione del vecchio proprietario di Lord Brummel.
     

  • 13 luglio alle ore 10:06
    FIORELLINO

    Come comincia: FIORELLINO
    Intro: Che tristezza non voler accettare la vecchiaia!
    Il racconto
    Peccaminosa ambasciatrice di infernali voluttà o celestiale creatura paradisiaca apportatrice di eteree gioie? Alberghi in me con frementi,  contrastanti  e sconvolgenti sensazioni. I tuoi occhi nascondono un’animalesca, profonda e sconvolgente femminilità che fanno fremere il mio intimo insieme ad una visione contrastante di casti baci infantili.
    Sono confuso dal tuo sorriso promettente che muti talvolta in una bambinesca espressione corrucciata.
    Non sono io il motivo dei tuoi cambiamenti, il tuo sguardo non mi sfiora nemmeno, forse in passato mi hai notato giudicandomi non degno di attenzione, forse un tuo amore finito male ti ha reso refrattaria ad un nuovo legame.
    I miei sono desideri o forse sogni e, come tutti i sogni, irrealizzabili.
    Sei seduta sulla battigia, i tuoi due pezzi simili a  due microscopici fili lasciano aperta la visione delle tue rotondità prorompenti. Anche il colore del ‘costume’ è particolare, viola: non devi essere superstiziosa.
    Piccole onde bagnano i tuoi lunghi, affusolati e deliziosi piedi.
    Appoggi il capo fra le mani: forse un segno di tristezza, forse di desolazione, sentimenti che contrastano la tua favolosa figura di donna, forse stai piangendo…
    Dubbioso cerco di approfittare del momento. coraggio a due mani: “Signorina posso aiutarla? “(frase di una intelligenza…).
    Fiorellino alza il viso, niente pianto anzi un sorriso cristallino mostra denti perfetti e bianchissimi.
    Finale inaspettato: “Mò me ce voleva pure er vecchietto mandrillo mattutino! Là c’è mi nonna, vedi si ce stà.”
    Non c’è più rispetto da parte dei giovani...avevo dimenticato i miei ottant’anni!

  • 11 luglio alle ore 16:41
    ALBERTO...ALBERTO...

    Come comincia: Alberto Minazzo, quarantenne, Maresciallo Maggiore Aiutante della Guardia di Finanza, aveva un po' tutto in doppia copia: il nome innanzi tutto dovuto al fatto che la mamma, quando da piccolo si esibiva in qualche monelleria, lo richiamava con 'Alberto... Alberto!' e poi aveva in Finanza due incarichi: capo sezione operativa e capo laboratorio fotografico; due pistole: una quella d'ordinanza ed una, Smith e Wesson cal.38, sua personale e, per ultimo due medaglie di prestigio: la Medaglia d'oro al Merito di Lungo Comando e la Medaglia Mauriziana ambita da molti ma in possesso di pochi. Mettici un:'aitante e distinto' come da note caratteristiche, un metro e 78 di altezza, barba e pizzo, insomma un belloccio che Anna, un metro e sessanta, deliziosamente furbacchiona se l'era sposato in seconda istanza in quanto Alberto aveva ritenuto di scaricare la prima moglie dal carattere mefistofelico.
    Alberto Alberto abitava e abita a Messina in via Consolare Pompea nel complesso 'Madonnina dello Stretto', sei edifici ciascuno di dodici appartamenti che aveva preso nome da una Madonna posta all'ingresso dove molte fresche spose posavano il loro bouquet di fiori nella speranza di boh... Alberto da buon ateo non ne immaginava proprio il motivo.
    Il maresciallo, romano purosangue, era stata sbalzato in Sicilia dal Lido di Ostia dopo aver indossato i gradi di vicebrigadiere, prima nelle isole Eolie, poi a Milazzo, sede della prima moglie e poi a Messina dove guarda caso, aveva incontrato un paesano portiere del complesso dove abitava.
    "Nando chi cacchio ti ha portato a Messina?"
    "Maresciallo non ci crederà ma è stata una minchiata"
    "Nel senso di una fesseria?"
    "No un colpo di minchia: in villeggiatura a Messina ho conosciuta Carmela e l'ho messa incinta. Il padre, uno con la faccia tagliata, mi ha convito a sposarla ed ora son qui."
    "Va bene Nando facciamo squadra fra noi romani e raccontami tutto del condominio."
    "Marescià ci vorrebbero giorni, piano piano ti renderò edotto, posso darti del tu?"
    "Ma certamente, ogni tanto vieni a casa mia, ho buoni vini: un Lambrusco di Sorbara e un Verdicchio dei Castelli di Jesi, ciao."
    lLa moglie di Alberto, la deliziosa Anna: anni 23, bruna
    con meches rossicce, occhi verdi bellissimi, bocca da p.................... ra, seno piccolo
    ma molto sensibile come pure la ... gatta bruna. La piccola era molto gelosa ma, intelligentemente non lo dava a vedere.
    I coniugi Minazzo abitavano all'ultimo piano della prima palazzina, dirimpettaia una biondona che più biondona non si può: Denise Èva Carin anni 28, un metro e75 di altezza, vita stretta, piccolo seno, lunghe gambe, modella free lance, insomma ogni tanto veniva chiamata per sfilare ma non girava il mondo anche per poter crescere il piccolo Daniel dal padre sconosciuto o meglio avuto con la inseminazione artificiale in Svezia poiché Denise non voleva avere accanto l'ingombro di un marito (parole sue).
    Anna e Denise avevano fatto amicizia, ogni tanto il piccolo Daniel di anni due sgambettava nell'appartamento di Alberto quando non c'era la baby sitter e la mamma era in giro a sfilare.
    "Marescià però c'iai nà bella vicina!"
    "lo c'iavrò pure una bella vicina ma c'iò pure una moglie dalle lunghe unghie."
    "Tu sei alto e potresti arrivarci, a me ci vorrebbe una scaletta, sino uno e sessanta!"
    "Nando non si tratta di altezza lì non ci arriva nessuno dei due, capì!" Invece Alberto ci aveva messo gli occhi, una volta pensando a lei si era pure masturbato, ogni volta che la incontrava gli aumentava di molto la pressione, in presenza di Anna mostrava indifferenza totale, troppa indifferenza che la piccola mignotta maligna non aveva tardato a notare. "Inutile che fai quella faccia, ti conosco mascherina!"
    Una volta, su richiesta della bella vicina, erano andati tutti e quattro ai giardinetti vicino casa loro per fare delle foto, passando dinanzi alla portineria, Nando con un sorriso:
    "Buona passeggiata signori!"
    Denise: "Cosa voleva dire il portiere?"
    Alberto: "Quello che ha detto, buona passeggiata."
    Alberto aveva dato il meglio di sé (come fotografo). Quando riprendeva Denise cercava per lei pose seducenti, sensuali, con la camicetta sbottonata che lasciava intravedere...la baby era pure in minigonna!
    "Faresti una fortuna come fotografo delle dive, vorrei controllare il tuo slip!"
    "Non sono stato io a propormi, la prossima volta dirò di no così non rompi!"
    "Non fare l'offeso tanto non c'è niente da fare, Denise non ama i piselli!" "Ecco il perché dell'inseminazione artificiale, quanta bella merce sprecata!"
    "Chiamare merce una donna! Sei un maschilista, in ogni caso sprecata per chi, non per te!"
    Alberto era rimasto deluso, non che pensasse di poter...ma adesso che sapeva che Denise era lesbica... forse avrebbe voluto averne due anche di...
    Il bel maresciallo non lo sapeva ma il destino stava girando a suo favore. Una sera verso le ventitré era a letto quando Anna lo abbracciò, stava piangendo.
    Non era il momento di chiedere spiegazioni, rimasero abbracciati a lungo finché Morfeo li prese entrambi.
    Dell'episodio non se ne accennò per molto tempo quando una sera, dopo mangiato:
    "Vado a trovare Denise...voglio dirti quello che è successo con lei la volta passata: eravamo sul divano quando abbiamo cominciato a scherzare chi avesse il seno più piccolo, ci siamo denudate e Denise ha preso a baciare il mio seno dolcemente, tanto dolcemente da riuscire a farmi godere, non mi era mai successo con te poi mi ha sfilato gli slip e mi ha baciato a lungo la gatta, non so quante volte ho goduto, avevo gli occhi chiusi e non sono riuscita a ribellarmi ecco il perché delle mie lacrime quando sono venuta a letto, adesso sai tutto ma io ti amo sempre, tantissimo, quello è stato solo un episodio."
    Alberto era fra lo sbalordito ed il dolcemente sorpreso, malignamente pensò ad un trio ma si guardò bene dal manifestare qualsiasi espressione, strinse solo al petto Anna e la baciò a lungo.
    Denise, Anna e Alberto si evitarono, fecero in modo di non incontrarsi anche se il maritone pensava che certe situazioni vanno affrontate, inutile nascondere una verità anche se scomoda ma Anna non era dello stesso parere.
    I coniugi Minazzo pensarono bene per un periodo di rifugiarsi a Jesi ridente cittadina in provincia di Ancona presso la cugina Letizia, che poi hanno di ridente certe località Alberto se l'era spesso domandato senza giungere ad ottenere alcuna risposta valida.
    A Jesi Alberto era vissuto con i genitori ed aveva studiato presso il liceo classico. Cercò di riallacciare una relazione con qualche compagno di scuola ma con scarsi risultati, ognuno aveva famiglia, erano finiti i tempi della goliardia e così prese a girare in Jaguar nei paesi vicini, in particolare a Cingoli in provincia di Macerata dove aveva vissuto,in tempo di guerra. L'acquisto della Jaguar gli aveva procurato qualche problema presso il suo comando. Un maresciallo che spende 39.000 €. per una macchina di lusso qualche spiegazione doveva pur darla, in considerazione anche del fatto che cinque suoi colleghi erano finiti a Gazzi (carcere di Messina) per concussione.
    La questione fu risolta presentando la documentazione da cui risultava la vendita di una villa di sua zia Giovanna deceduta di recente.
    coniugi Notari, cognome del marito di Letizia, erano dei buongustai e quindi il quartetto passava la maggior parte del tempo o all'acquisto di cibarie (i cappelletti una specialità favolosa) o in qualche ristorante alla moda anche sulla costa adriatica.Dopo quindici giorni Alberto e Anna si guardarono in faccia e, all'unisono decisero che era giunta l'ora di levare le tende con grande dispiacere dei cugini ma il richiamo di casa si era fatto sempre più forte, addio dunque a Jesi in una giornata piovosa.
    La pioggia li accompagnò sino a Villa S.Giovanni sul traghetto per Messina.
    All'ingresso incocciarono Nando:
    "Novità?"
    "Sai quella signorina svedese con un figlio che abita allo stesso tuo piano, è stata ricoverata nella clinica S. Rita, non si sa bene cosa abbia, è giunto anche un suo parente dalla Svezia."
    gelo era sceso fra Alberto e Anna senza una particolare motivazione, forse quell'episodio fra le due donne aveva lasciato il segno su Denise ma era solo un'ipotesi, una spiacevole ipotesi.Il giorno successivo Alberto sentì l'ascensore arrivare al suo piano, di corsa aprì la porta di casa e incontrò un signore alto, biondo di mezza età sicuramente un parente di Denise.
    "Sono Alberto Minazzo, io e mia moglie siamo amici di Denise, vorremmo sapere qualche notizia sul suo conto."
    Il signore si presentò in uno stentato italiano:
    "Fabian Milton, zio Denise, mia nipote ricoverata da settimana, molto dimagrita, medici non sanno cosa ha. Chiede sempre di una Anna."
    "È mia moglie, sono amiche, andremo a trovarla."
    Situazione complicata, difficile prendere una decisione, quel chiedere sempre di Anna poneva dei problemi...
    "Che ne pensi, è il caso di andarla a trovare, chiede sempre di te, che pensi voglia dire."
    "Hai la sensibilità di un mammalucco, sei come tutti gli uomini che pensano alle femminucce solo come trastulli, hai mai sentito parlare di sentimenti, anche gli omosessuali si innamorano, sei proprio un imbecille!"
    Dopo essersi preso dell'imbecille, il buon Alberto per distendersi mise nel giradischi dei CD rilassanti con rumori di bosco, di uccellini, delle onde del mare, di solito funzionava ma non questa volta, mal di testa, confusione totale, maledizione...
    Il giorno dopo era spuntato il sole, i due coniugi, più rilassarti, con la 500 di Anna raggiunsero la clinica, aspettarono un'ora, non era orario di visite. La vista di Denise fu un pugno nello stomaco per Alberto e per Anna: dimagrita, colore del viso terreo, occhi chiusi dopo aver notato la loro presenza, un'infermiera:
    "Non la fate stancare, è molto debole."
    Fu Anna a rompere il silenzio, prese una mano di Denise cercando di metterla sullo scherzo:
    "Ti abbiamo lasciato per qualche giorno e ci fai questi scherzi, sai che di dico, vestiti e vieni con noi, abbiano portato da Jesi dei cappelletti da fare in brodo di cappone, vecchio rimedio della nonna, quello che ci vuole per farti star bene, veloce, alzati e abbracciami, lo sai che ti voglio bene, dai..."
    Le parole di Anna fecero un effetto immediato, Denise aprì gli occhi, parve rinfrancata tanto da riprendere un po' di colorito in viso, si mise
    seduta sul letto, aveva bisogno di aiuto ma fece capire che voleva andare a casa.
    E così fu. All'arrivo furono salutati da un Nando cerimonioso:
    "Evviva!"
    A casa di Denise a far compagnia al piccolo Daniel c'era una baby sitter, lo zio Fabian era a far la spesa.
    "Per festeggiare un pranzo come promesso con cibi jesini e del Lambrusco che mette sempre allergia." Alberto faceva il giovialone.
    "Fatto piccolo miracolo, grazie." Lo zio era felice, non sapeva cosa fosse successo ma l'importante era il risultato.
    "Mia cara, vai a letto col piccolo Daniel che ha bisogno del calore della sua mamma, ti verrò a trovare, promesso."
    Come finisce questa storia? A favore di quel simpaticone di Alberto che si trovò all'interno di un trio senza aver fatto nulla per meritarselo se non il fatto di essere al centro delle voglie di due signore le quali, dopo un 'consiglio di guerra', decisero per una sua ammissione ai loro giochi erotici.
    Il tutto iniziò con la messa a dormire del piccolo Daniel e con una cena a base di cibi afrodisiaci, ammesso che ce ne fosse bisogno!
    Durante il mangiare un silenzio 'condito' con sorrisi che preludevano ad tm-da un abat jour dalla luce azzurrina.
    Anche Anna si era tolta i vestiti, Alberto guardava un po' istupidito la scena surreale.
    "Imbecille ti vuoi spogliare!"
    Quell'aggettivo da parte di Anna era del tutto meritato! Anche lui ignudo vide le due signore appassionatamente abbracciate baciarsi in bocca voluttuosamente per poi passare sui seni e sulle 'gatte' sicuramente bagnate oltre ogni dire.
    Il 'ciccio' del giovin signore si era notevolmente 'inalberato' e si trovò a penetrare alternativamente nella due 'chattes' giungendo quasi subito all'orgasmo ma rimanendo sempre in posizione questa volta molto più a lungo sin quando si trovò a infilarsi un po' faticosamente in un buchino più piccolo, ma sempre disponibile, quasi sicuramente di Denise che, dopo un po', gli fece capire che la sua prestazione era alla fine e che doveva ritirarsi in buon ordine per dar modo alle due signore di spassarsela fra di loro.
    Anna completamente anche lei innamorata di Denise (pur dichiarando di amare ancora Alberto) spesso la sera si assentava dal tetto coniugale per passare la serata con la voluttuosa svedese; anche Alberto, talvolta, veniva invitato al desco sessuale.
    In questa storia chi ci guadagnava era sicuramente Alberto e anche in questa situazione per lui si presentò la regola del doppione: avere due mogli.
    D'altronde qual è il desiderio di ogni maschietto? Diciamolo sinceramente: avere contemporaneamente la disponibilità di due femminucce di cui, possibilmente, una omo.
    Forse Nando istintivamente si era accorto di qualcosa perché quando Alberto passava dinanzi alla portineria alzava un braccio e faceva segno con il pollice e indice uniti conditi da un bel sorriso, son of the bitch!

  • 11 luglio alle ore 15:40
    CATTOLICI E FASCISTI

    Come comincia: Era una piovosa giornata ottobrina del 1940  XIII° dell’era fascista, il professor Eugenio Gatti stava uscendo di casa dalla sua villetta in viale della Vittoria a Jesi, in quel di Ancona per recarsi nella scuola ginnasio-liceo classico, il suo umore era paro paro con il tempo, ne aveva ben donde. C’era in giro aria di epurazione nel senso che il regime, tramite io suoi scagnozzi, stava togliendo di mezzo quelli che loro consideravano nemici pericolosi. I più infidi venivano purgati con generose dosi di olio di ricino che costringeva gli interessati a non uscire di casa per vari giorni ed in sosta quasi permanente nella propria toilette. Nei casi un po’ più gravi, come l’esser ebrei, licenziamento dai posti di lavoro. Come venivano scoperte le famiglie ebree? A scuola ai bambini venivano fatti abbassare le mutande e la circoncisione del pene era la prova dell’appartenenza a quella religione tanto odiata anche dai nazisti. Un caso particolare quello degli atei. Dopo i vergognosi Patti lateranensi dell’11 febbraio 1929 tra lo Stato Italiano e la Santa sede i più integralisti dei cattolici consideravano un offesa la teoria atea e cominciarono e ‘stanare’ quelli che non frequentavano le chiese con all’inizio richiesta di chiarimenti che, se non sufficientemente provati provocavano agli interessati gli stessi provvedimenti ‘propinati’ agli ebrei. Il professor Gatti sin dai tempi dell’Università era uno studioso di lingue estere, conosceva perfettamente oltre al latino ed al greco, sue materie di insegnamento ed anche il tedesco e lo spagnolo oltre che l’aborrito inglese, i fascisti chiamavano l’Inghilterra la ‘Perfida Albione’. Per il professor Gatti quella era  un mattina sfortunata: all’ingresso del plesso scolastico incontrò  Settimio Famiglini da lui bocciato per la sua crassa ignoranza e soprattutto perché aveva poca voglia di impegnarsi nello studio. “Professore che piacere incontrarla, è un  bel po’ che non ci vedevamo, da quando lei mi ha bocciato senza motivo. Voglio essere generoso non denunziandolo al partito per il fatto che lei non frequenta la chiesa, in giro si dice che è angostico, perché stamattina non entra alla ‘Madonna delle Grazie’ è qua vicino.” Gatti pensò: “Piacere un cazzo, ho fatto bene a bocciarti non sai pronunziare la parola agnostico.” E poi: stamani, causa il tempo, mi si è riacutizzata la lombaggine, anzi sto andando dal Preside per chiedergli di essere autorizzato andare dal dottor Massimo Pileri perché mi prescriva una cura.” “Professore per questa volta…ma stia attento io la curo!” “Maledetto, mille volte maledetto mó vuoi vedere che ogni mattina devo andare in chiesa e diventare un bacia pile, per fortuna conosco don Francesco. Il prete, in tempi non sospetti, era stato in Inghilterra ed aveva appreso le norme che regolano la democrazia, mal sopportava il regime fascista ma stava ben attento a non mostrare le sue idee. Don Francesco accolse con calore il professor Gatti, lo stimava molto e: “Fratello posso offriti la colazione, sto andando al bar Ciro qui vicino.” Il professor Gatti ne approfittò anche se di solito saltava la prima colazione, cornetto e cappuccino lo sollevarono di spirito. Finito di mangiare raccontò quello che gli era capitato attimi prima. “Non ti preoccupare, tu sai che da democratico convinto accetto tutte le teorie non violente, ogni mattina vieni in chiesa e poi facciamo colazione insieme.” Don Francesco aveva fatto un’altra opera buona, aveva assunto come chierichetto un non più giovane  Andrea, nome che può essere imposto sia ai maschietti che alle femminucce. In questo caso era azzeccato Andrea era omosessuale condizione inammissibile per i fascisti che si consideravano di razza ariana e quindi pura. Per gli omosessuali la punizione minima era il confino nelle isole Eolie, lì c’erano finiti vari intellettuali. Un esempio Carlo Levi autore del libro ‘Cristo si è fermato ad Eboli’ confinato in Lucania. A Jesi altro ateo convinto era il Commissario di P.S. Alfredo Minazzo che giustificava con i suoi impegni istituzionali la non frequenza continuativa della Chiese, nemmeno i più fanatici fascisti osavano contraddirlo, avevano molto rispetto per l’Autorità costituita. Altro seguace dell’ateismo era Armando Minazzo, figlio del commissario che aveva evitato di essere arruolato nell’Esercito e come alcuni suoi coetanei inviato in Russia da dove non erano più tornati. Con i loro scarponi di cartone ed il fucile 91 i soldati italiani erano patetici rispetto agli equipaggiamenti e ai armamenti dei tedeschi e dei russi. Un giorno un fanatico fascista aveva messo in dubbio che il figlio del Commissario avesse una gamba di legno in seguito ad incidente stradale, incontrandolo per il corso aveva battuto col suo bastone nella gamba incriminata e solo allora si era convinto. Armando era un benefattore nato, funzionario di una banca aveva acquistato una moto con sidecar per portare alle famiglie disagiate dei beni di prima necessità che riusciva ad avere senza tessera, come allora d’obbligo per acquistarli,  presso amici abbienti e generosi che si rifornivano al mercato nero. Il sidecar era usato da Armando anche per andare alla stazione e ‘approvvigionarsi’ a spese delle Ferrovie dello Stato, con la complicità di un amico ferroviere del carbone che usava per riscaldare la sua casa in cui abitava con sua moglie, due figli, suo padre, sua madre e tre sorelle nubili, un lusso che pochi potevano permettersi a Jesi. C’è da domandarsi che fosse l’allora capo dello Stato: c’era la monarchia ed un re a nome Vittorio Emanuele III° detto ‘pippetto’ per la sua bassa statura. Per sopperire a questo ‘inconveniente’ l’interessato indossava, con pochi risultati un copricapo molto alto; migliore fu la sua scelta di impalmare un donnone, Elena del Montenegro che gli ‘sfornò’ un maschio e quattro figlie femmine, la successione era assicurata. Il cotale aveva avallato il colpo di Stato di Mussolini, era un pusillanime tanto che, quando i tedeschi divennero dei nemici pensò bene di fuggire dalla reggia di Roma e di recarsi a Brindisi creando, sulla carta, un’Italia formata dalle province di Brindisi, Bari, Lecce e Taranto,  i suoi colleghi del nord Europa, al suo contrario, si erano aggregati ai partigiani, un figura di…. Tale decisione  fu di intralcio per suo figlio Umberto, che gli era succeduto  nel Regno per l’abdicazione del padre allorché ci fu un referendum vinto dai repubblicani anche se con sospetto di brogli. Anche a Jesi con la fine della guerra la situazione politica cambiò: il sindaco Giuseppe Carotti prese  la via dell’esilio rifugiandosi in Argentina dove poteva contare su parenti colà stabilitisi, fu seguito anche dal capo dei Vigili Urbani Gino Scortichini mentre altri, compromessi col precedente regime, prima della fine della guerra cambiarono bandiera e  salvarono il…Un situazione curiosa per le ‘signorine’ che avevano avuto contatti sessuali con gli ex nemici: furono tutte rapate a zero! Tutti gli Jesini si diedero da fare per la ricostruzione della città, Armando ebbe una gratificazione da parte di coloro che aveva aiutato con cibarie durante quel periodo nero della guerra, gli fu intestata una piazza. E il professor Gatti? Sessantanovenne insegnava ancora alla quinta ginnasiale, era diventato un mito per tutti, gli studenti che seguivano in silenzio le sue lezioni. Quando andò in pensione fu organizzata una gran festa con la partecipazione di tutta la sua classe, manifestazione di affetto che portò alle lacrime il professore il quale visse ancora a lungo dando, gratis, ripetizioni agli alunni dei meno abbienti.

  • 10 luglio alle ore 17:11
    I PASSIONALI

    Come comincia: Rinaldo e Rossana venticinquenni insegnanti di scuola media, lui di educazione fisica, lei di lettere, da poco tempo maritati, si erano trasferiti dalla natia Cingoli (Mc) nella capitale. “Roma è una città particolare o meglio lo sono i loro abitanti un po’ caciaroni, fanno amicizia sempre e comunque, con la loro simpatia contagiano tutti ‘nun c’è gnente da fa’, parlano pure coi sassi, fanno gruppetto. Sono  creativi anche perché se non sei creativo in questa meravigliosa città i parcheggi col c…li trovi. La creatività dei romani si palesa in moltissime occasioni. Oggi si direbbero  smart per definire questa loro verve. La verità è che con i tempi amplificati di Roma devi per forza esser  bravo a ‘ncastrà le cose perciò via tutti i ‘problem solving’.  In ogni contesto i romani  ci mettono sempre ‘n attimo…” “Da dove l’hai preso tutto stò sproliquio?” “Mi sono documentato dai migliori  autori romaneschi: il Trilussa ed il Belli che riuscivano a prender in giro anche loro stessi, pensa che erano tollerati pure al tempo del Fascismo.” I due novelli sposi avevano avuto la fortuna di essere assegnati alla scuola media ‘Pascoli’, dietro indicazioni di un corregionale di Jesi (An) avevano trovato alloggio in via Sibari, una fortuna,  nella stessa via del plesso scolastico quindi niente autobus o tram. La loro era una villetta a schiera, una coincidenza, solo una coppia vicini di casa Eros e Beatrice professione? Possidenti come si scriveva una volta sui documenti di identità. I Loro possedimenti andavano dalle Isole Eolie, in particolare Panarea e Salina poi sulla costa laziale nell’Agro Pontino. Da chi proveniva tanto ‘ben di Dio?’uello delle isole Eolie da un nonno medico conotto che  Quello delle Isole Eolie da un nonno medico condotto che via via aveva acquistato i terreni e le abitazioni da parte di emigranti in Australia, quelli dell’Agro Pontino dai proprietariri, insomma gran culi. Eros e Beatrice avevano voluto godersi la vita alla grande, avevano delegato l’andamento dei loro beni Eoliani ad un isolano, ad un fattore quelli qell’Agro, altro che Michelaccio… Allora come passavano il tempo i due? Rinaldo e Rosanna lo scoprirono allorché i due una notte d’agosto particolarmente calda a Rinaldo uscendo dalla villetta si appalesò uno spettacolo per lui inusitato: Eros stava ammirando sua moglie che si stava esibendo su una panchina del giardino in un sessantanove con una giovane fanciulla. Rinaldo si considerava un anticonformista ma…ritornò in camera: “Cara indovina un po’… “Caro cò stò caldo…” Tutto rimandato alla mattina: “Certo è un po’ inusitato, ma se piace a loro.” A pranzo fu Eros che prese l’argomento: “Rinaldo forse si è meravigliato dell’approccio di Beatrice con Carlotta la nostra cameriera, non l’avete ancora conosciuta è una brava ragazza figlia del conduttore di un nostro terreno…io e mia moglie d’estate giriamo per casa nudi, voi che ne pensate?” “Mes amies ci adegueremo anzi che ne dite di cominciare subito?” E così fu, alla fine del pasto tutti in giardino, in deshabillé, a passeggio nel parco con wife swapping gran risate per l’imbarazzo iniziale di Rossana e di Rinaldo, imbarazzo ben presto superato quando Beatrice prese in bocca il ‘batacchio’ di Rinaldo mentre Rosanna si era messa piegata in avanti per favorire l’ingresso del ‘ciuciolo’ di Eros nella sua gatta. Un’altra novità la mattina dopo, lo squillo del citofono “Sono Angelica, mi aprite?” La curiosità spinse Rinaldo ad aprire il cancello…Angelica era un figone che più figone non si può: Fu interpellato dalla nuova venuta: “Sei nuovo oppure ho sbagliato villa?” “Prima ipotesi, entra ancora tutti dormono, ti porto io la valigia.” La nuova venuta classica sud americana probabilmente brasiliana. “Sono affamata, mi prepari qualcosa?” “Anch’io sono affamato ma in un altro campo…” “Mi fa piacere aver incontrato un bel esprit, per ora pensiamo alla mia fame…”Angelica si ‘spazzolò’ tre cornetti ed un cappuccino. Nel frattempo si era presentata Beatrice che fu tutta baci ed abbracci con la nuova venuta: “Sei more solito una fata, dopo una doccia e col pancino pieno mi ti farò.” Frase sibillina che Rinaldo non comprese a fondo…” Eros si presentò e senza tante cerimonie baciò in bocca a lungo la brasiliana:  “Faresti arrapare un monaco trappista.” Insomma grande benvenuto alla nuova venuta, non furono da meno Carlotta e Rossana che aveva compreso subito la situazione. Era iniziato il mese di luglio, il clima romano consigliava di passare l’estate in località dove trovare refrigerio, fu scelta l’isola di Salina. “Alloggeremo in una delle tue case?” “Purtroppo sono molto richieste, sono già prenotate dall’anno passato, andremo in albergo.” Treno Roma – Ancona, Milazzo, Aliscafo Vulcano, Lipari Salina. Sul molo indicazione: Albergo Villa Lory raggiunto con due ‘Api’ prese in affitto. “Sono Giuseppe Bonannella, avete avuto un gran …una gran fortuna, sino al ieri eravamo al completo per il Festival, la prima colazione la mattina ve la servirò io, pranzo e cena al ristorante Filippino, è un po’ caro ma si mangia da Dio.” Le due Api condotte rispettivamente da Rinaldo e da Eros erano l’unico mezzo di trasporto ammesso nell’isola. Anche al ristorante una gran botta di…fortuna, solita tiritera: “Sono Bartolo, signori sino a ieri……..penso che gradirete una cena a base di pesce, la nostra specialità.” “E così fu per quindici giorni, novità più interessante fra Eros e Carlotta che si fece apprezzare per le sue fisicità giovanili ma il vero boom accadde fra Rinaldo e Angelica che si presentò: “Caro ho qualcosa di delle altre.” Sfoderando un pene che via via si stata mostruosamente allungando. Ultima difesa da parte di Rinaldo:”Cara mi piaci come donna ma tu…” Rinaldo si accorse che il ‘marruggio’ di Angelica si stava insinuando nel suo popò peraltro piacevolmente, non avrebbe mai pensato che…’iucundum aliquid repetitur’  latino docet e così Rinaldo ‘fu preso da costui piacer si forte…’ Rosanna al risveglio non diede peso alla mancanza del marito in camera, poteva esser andato a far colazione; solo più tardi comprese la situazione per la mancanza  sia di Rinaldo che di Angelica. Quasi svenne, ritornò in camera da letto, si rifugiò nel bagno sino a mezzogiorno quando chiese aiuto a Beatrice: “Vorrei partire subito, per favore informati quando attracca un aliscafo.” Dopo due ore a stomaco vuoto si imbarcò sull’Eolo che dopo scalo a Lipari Marina Corta la ‘depositò a Milazzo. Pullman sino Messina. Il pomeriggio successivo arrivo finalmente a Cingoli, le parve di essere in un altro pianeta, gente genuina forse più rozza ma lontana mille miglia dalla precedente realtà. I rimanenti cinque rimasti all’albergo Villa Lory si ripresero presto dinanzi a quel panorama, passarono un pomeriggio a Malfa, la frazione dove era stato girato il film ‘Il postino’con Troisi, sembrava che la spirito dell’attore scomparso aleggiasse ancora fra le bianche case. Ultima avventura a Rinella, altra frazione di Salina: incontro in acqua con due svedesi femmina e maschio che facevano il bagno  nudi, con grandi risate un approccio sessuale che non ebbe il ‘sapore’ di quelli di una volta, si può essere anticonformisti quanto si vuole ma la storia di Rinaldo e di Angelica aveva lasciato in tutti un segno profondo e spiacevole.
     

  • 01 luglio alle ore 18:04
    SE TE CIARRIVO...

    Come comincia: Apparteneva alla forte razza marchigiana Giuseppe Famiglini contadino e figlio di contadini residente in campagna alla periferia di Jesi laboriosa e ordinata cittadina in quel di Ancona. Ventenne, fisico robusto nella sia pur breve vita non era stato fortunato, suo padre Dario era deceduto per un carcinoma allo stomaco. Lavorava la terra in un podere di dieci ettari quasi tutto in salita, niente trattori o macchine falciatrici per mietere il grano e il fieno. Di acqua corrente a casa sua non se ne parlava proprio, c’era un pozzo in fondo al terreno con una noria che portava l’acqua in superficie, il prezioso liquido veniva trasferito in casa con delle brocche. L’asino Abele non dimostrava  certo della contentezza quando, bendato, con qualsiasi tempo, girava per ore ed ore tondo tondo legato ad una sbarra. Una volta Abele, particolarmente incazzato aveva azzannato un braccio di Dario che si era difeso rompendo in testa all’asino una bottiglia di vino che stava tracannando. Non volendo la povera bestia gli aveva creato dei problemi quando, attaccato ad un carretto, andò per la prima volta al mercato cittadino per vendere i prodotti della terra. Il furbastro di turno a Giuseppe: “Ma almeno sai chi era Abele, forse il nome Caino era meglio…” e giù a ridere. Dario non sapeva chi fossero i due, aveva comprato l’asino un sabato al mercato, il nome gli era stato suggerito, forse prendendolo per il…bavero dal precedente padrone. Il cotale vedendo un giovane sorridente pensò che fosse un bonaccione e fece ridere tutta la compagnia ma male gliene incolse, un ‘uno, due’ ed il cotale si trovò a terra dolorante al mento, da allora ottenne il rispetto dei colleghi. L’episodio fu riportato al padrone del fondo che orgogliosamente lo raccontò in giro agli amici: “Avete saputo quello che ha fatto il mio contadino?” La casa di Giuseppe? Un vecchio casolare ubicato vicino a quello  del padrone della terra tale Adelio Massaccesi cinquantenne, ammogliato senza figli che aveva fatto restaurare il vecchio castello avito con tutte le comodità moderne. Angelina mamma di Giuseppe  era un quarantenne belloccia e ancora in forma, sbrigava le faccende in casa del padrone. Solite chiacchiere avevano ‘avvicinato’ il suo nome a quello di Adelio, secondo il popolame anche la sorella di Giuseppe, Gilda aveva molto in comune col padrone del terreno, a riprova di ciò era il fatto che la ragazza non  coltivava la terra ma addirittura era in collegio dalle monache, retta pagata da….boh Ed infine Maria Pia moglie di Adelio, donna serissima, quarantenne, sempre vestita di nero per lutti recenti. Religiosissima, si recava in chiesa spesso anche di mattina presto costringendo così il parroco, don Igino non più giovanissimo a dir messa solo per lei. Atro problema fra i due: La signora Maria Pia chiedeva spesso al parroco di confessarsi, perché tanto spesso, un solo peccato, uno solo ma grave: si era invaghita di Giuseppe ed aveva peccato molto col pensiero. Don Igino l’ultima volta l’aveva quasi rimproverata: “Signora mia, ogni volta che si confessa promette di non  ricadere nello stesso peccato ma poi…” Tradotto in termini villici. ‘Fatti scopare e non  rompere i cosiddetti ad un povero parroco soprattutto la mattina presto!’ Chi disse che  lo spirito è un riferimento dell’anima e perché si dice che è forte? Gesù aveva consigliato agli apostoli di vigilare perché la carne è debole mentre lo spirito è  sempre pronto!  Un pomeriggio di domenica Giuseppe si era messo a riposare sul letto, Adelio  a far visita a Gilda in collegio, Maria Pia sola e eccitata quanto mai raggiunse Giuseppe che ancora assonnato si trovò davanti ad una furia assatanata, sprovvista di biancheria intima…Nemmeno lui ricordò quante volte la dama aveva raggiunto il poco celestiale orgasmo, altro che confessione, per ripulirsi l’anima avrebbe dovuto recarsi in pellegrinaggio a Lourdes! Qualcosa di solido era cambiato nella vita di Giuseppe: intanto si era comprato un trattore, aveva assunto un aiutante che lo sollevava dalle fatiche la terra ma non di quelle sessuali, la signora ogni volta libera dalla presenza del marito si dava alla pazza gioia. Altra e non ultima novità: Giuseppe fece rimodernare casa sua, ormai tutti sapevano  tutto. Maria Pia smise di rompere i…al parroco che una volta tanto fu felice dei peccati di una sua pecorella. Altro avvenimento: Maria Pia ingrassò in modo evidente, niente che si riferisse al cibo,  tanto è vero che dopo otto mesi… tutto merito di Giuseppe ormai diventato il padrone del ‘vapore’. Il merito, immeritato, passò al padrone del fondo che fece un figurone con gli amici: “Vedi ancora che Adelio…”E il povero Abele? Passò a miglior vita nel senso che in Paradiso gli asini non lavorano, cosa che in terra ahimè per loro non avviene, per lui brutta fine diventò carne per mortadella! Finale del titolo: ‘te scarpo tutta l’erba ‘ntorno ar pozzo’, per la traduzione… affidatevi ad un marchiciano

  • 01 luglio alle ore 17:44
    LA BELLA IRENE

    Come comincia: Quando un nuovo inquilino, in questo caso una nuova inquilina giunge in un complesso di abitazioni è normale che si generino dei commenti diversi fra maschi e femmine già residenti, di solito queste ultime sono le più critiche ma nel  caso di Irene nessuno fece apprezzamenti. L’abitazione, un attico in via Magenta a Roma era stata occupata sino a qualche giorno prima da un’anziana signora che aveva reso l’anima a Dio (per chi ci crede). I nipoti residenti lontano dalla capitale avevano affittato la casa ad una  trentenne alta, bruna, longilinea, nessuna traccia di trucco. Era stata ‘preceduta’ da un…pianoforte a coda che aveva fatto faticare non poco gli addetti al trasporto che avevano dovuto usare una gru esterna, erano stati generosamente ricompensati. Tramite il portiere, Alfonso si  era venuto a sapere solo il nome della signora o signorina Irene, professione ignota. Qualche giorno dopo quando si avvicendarono a casa della giovane dei giovani allievi che presero a ‘strimpellare’ lo strumento venne fuori la professione, insegnante di pianoforte. Irene aveva una particolarità  particolare, indossava solamente dei lunghi vestiti neri allacciati al centro da una chiusura lampo, d’inverno di lana nelle altre stagioni di seta o stoffa,  il tutto simile alla ‘divisa’ dei sacerdoti che al posto della cerniera avevano dei bottoni, amicizie: nessuna. La cosa ‘puzzava’ alle signore della palazzina, i maschietti non  sapevano che pensare o meglio lo sapevano ma incontrando Irene al massimo ne ricavavano un sorriso, il resto ‘out’. Al principio il suono del pianoforte era piacevole per gli altri inquilini, in seguito decisamente meno ma non c’era nulla da poter rimproverare all’insegnante, il pianoforte entrava in funzione solo negli orari permessi dalle leggi di P.S. A poco a poco la curiosità scemò sino a quando la signorina, un pomeriggio si ritirò a casa a bordo di una fiammante Abarth 595 grigio argento, un ‘aggeggio’ da duecento all’ora. Amleto ventenne, il solito impiccione una mattina con la sua Audi A1 cercò di seguire Irene. Pia illusione,  la ragazza si esibiva in sorpassi pazzeschi lungo i trenta chilometri dalla via Magenta all’autodromo di Vallelunga. Amleto tornò indietro ‘scornato’. Raccontò l’avventura agli amici, ci rimediò anche una ‘presa per il sedere’, battuto da una donna che guidava una ‘scatoletta’. Le Moire chissà per qual recondito motivo avevano preso di mira gli abitanti della palazzina, in particolare quelli del quarto piano, le due famiglie alle quali apparteneva anche  Amleto erano amiche. Un giorno stavano percorrendo a bordo della Audi guidata dal giovane la via del mare per raggiungere Ostia  quando un Tir sbucò da una via laterale, l’auto andò ad infilarsi sotto la pancia del bestione, fu scoperchiata e vi rimase incastrata, i cinque occupanti deceduti su colpo. La notizia fu riportata dalla stampa locale con foto scioccanti dei resti della macchina e dei passeggeri. È noto che per le abitazioni al centro di Roma c’è molta richiesta, il primo alloggio venne occupato da due signori insegnanti al vicino liceo classico: Adriano  docente di materie letterarie, Aurelio di matematica, il secondo appartamento da una signora, Paola col figlio sedicenne Diego. Gli altri inquilini, da  generosi romani diedero un mano ai quattro per la sistemazione degli alloggi. L’incontro fra i due professori ed Irene avvenne una domenica ai piedi dell’ascensore, Adriano ed Aurelio si presentarono  con un finto baciamano, furono ricambiati  con un abbraccio. Adriano  sfoggiò la sua competenza letteraria  esibendosi in: “È l’ora che volge…non al desio ma piuttosto ad un più materiale voglia di cibo, sono le dodici e trenta, che ne dite di entrare nella vicina trattoria ‘Da Checco’? “ Invito accettato all’unanimità. Checco apparve col classico grembiule non particolarmente pulito:” ‘A’ Laura avemo novi clienti, appiccia er foco.” Intervenne Aurelio: “Siamo gli inquilini del quarto piano, ci hanno parlato bene della sua trattoria, siamo un po’ affamati…vedi un  pò che puoi fare…” “Er mejo dottò, mi mioje ai fornelli se la fa…, ce penso io al menù.” La porta della cucina si era aperta, era apparso il viso di una donna che definire brutta era un’offesa a tutte le brutte del mondo. Checco si era allontanato per andare a dare ordini in cucina e poi ritornò vicino al tavolo: “Signori ho visto la vostra faccia…c’iavete ragione ma quando so venuto ‘n stò locale ero ‘n pischello, dovevo solo lavare i piatti, la paga era poca, Laura mi veniva appresso ma io stavo alla larga poi un  giorno il padre Lelio per le insistenze de la fija me propose de sposalla, io cadei, caddi dalle nuvole ma quando Lelio mi propose di intestarmi il locale insieme alla fija…che ve devo da dì, capitolai…La prima notte de nozze la passammo in un  albergo a Napoli, la vidi nuda pé la prima vorta, andai completamente in bianco, ce vollero dù giorni per fammelo diventare duro, il più era fatto, oggi sono il signor Checco có ‘n locale conosciuto in tutta Roma, mó ve n’accorgerete che la brutta…” Checco aveva detto giusto, i tre si rimpinzarono alla grande, il vino dei Castelli aveva fatto la sua parte rendendo il trio euforico. Per giunta Checco aveva voluto fare l’anfitrione, finale in casa dei due insegnanti. “Mi domando perché un letto matrimoniale…forse?” “Non forse, si, siamo omo, insegnavamo in una scuola in provincia di Venezia, in un  paese conformista e molto religioso. Alcuni genitori andarono prima dal Vescovo e poi dal Preside dell’Istituto parlando male di noi paventando che potessimo ‘infastidire’ i marmocchi. Il segretario della scuola, nostro amico ci consigliò di cambiare aria, per fortuna avevamo un amico al Ministero che ci fece trasferire a Roma, fine della storia. Cosa ci dici di te?” “Siccome siamo in via di confidenze…sono femmina con qualcosa in più, in altre parole un trans. Durante il periodo scolastico mio padre mi ha sempre iscritto a scuole private parificate, non ho avuto problemi al conservatorio. Che ne dite di vedere il mio gioiello?” L’interessata fece seguire alle parole ai fatti e mise in mostra un ‘ciccio’ in fase di ‘aumento di volume’  che fece  molta impressione ai due. Adriano: “Pensavo che Aurelio avesse un mostro, ma il tuo…quando decideremo di metterlo in uso ci vorrà un bel po’ di vasellina!” Detto, fatto, Adriano assaggiò per primo il batacchio  in bocca poi si fece coraggio e ci fu un ‘matrimonio’  con qualche lao, insomma lamento dell’interessato. Aurelio spaventato rimandò a miglior tempo la stessa esperienza. Ormai il sabato pomeriggio era dedicato dai tre ai ludi orgiastici, Adriano prima baciò in bocca Irene e poi la penetrò delicatamente usque ad finem; la giovin donna a stecchetto da molo tempo ebbe vari orgasmi col suo pene facendo esclamare all’amante: “Qui ci tocca a fare le lavandaie, Marsilia non è scema e si accorgerà…” “Ci scommetti che un centone la renderà daltonica…” Aurelio era diventato oggetto degli strali pungenti degli altri due, lui stesso non capiva la sua ritrosia. Irene pensò lei a sbloccare la situazione, prese da parte Aurelio, lo condusse a casa sua, nuda cominciò a dimenarsi come una ballerina di danza del ventre, prese in bocca l’augello di Aurelio e si fece penetrare a lungo, per ambedue orgasmi a non finire, con l’aiuto del dio Morfeo passarono una notte rilassata, era avvenuto un  fatto nuovo, un miracolo: Aurelio si era scoperto bisessuale! Irene ormai scatenata volle mettere alla prova il batacchio del giovane virgulto, Diego, si dimostrò all’altezza della situazione ed assaggiò a lungo il disponibile popò di Irene poi nel clima erotico creatosi: “Mamma lunedì vieni a prendermi a scuola, il Preside ha una moglie laida e ignorante, te lo presenterò, è un bell’uomo, con lui ti divertirai un ‘sacco’ e soprattutto mi aiuterai a superare gli esami, mammina fa per me questo sacrificio!”
     
     

  • 01 luglio alle ore 4:18
    Perché ci odiano

    Come comincia: Un blog di Maurizio Blondet del 20 giugno ( https://www.maurizioblondet.it/delirio-bellicista-come-politica-ufficiale/ ) riportava:
    “I nostri governi vogliono ucciderci” (Ida Magli)
    Prima tagliano il gas alle aziende, poi alle utenze private, infine vi ritroverete senza gas in caso e senza approvvigionamenti alimentari… Questa non è solo una guerra dell’occidente contro la Russia: è una guerra dell’occidente contro i suoi stessi popoli.
    Ho fatto qualche ricerca su Ida Magli e ho trovato:
    FEBBRAIO 22, 2017. L’ultima intervista di Ida Magli, morta l’anno scorso, proprio in questi giorni. La ricordiamo, questa grande italiana, attraverso queste sue parole, che sono un testamento per ogni patriota:

    «Hanno fatto di tutto per uccidere gli europei», dice Ida, e quasi sussurra, accomodata sul divano della sua casa luminosa in un bell’angolo verde di Roma. «Ma nessuno può sostituirli. Una volta morti… C’è stata una volontà precisa: questa immigrazione sregolata è stata utilizzata per uccidere gli europei. Ma, dico, perché ci dobbiamo lasciare uccidere senza un tentativo di reazione? Ripristiniamo i confini! Altri mettono le reti? Facciamo anche noi una rete col filo spinato! Se non avessimo dei governanti che odiano gli italiani… Questa è la verità: non so perché, ma i nostri governanti ci odiano».

    Però a quanto sembra vogliono molto bene agli immigrati.

    Da https://voxnews.info/2017/02/22/il-testamento-di-ida-magli-i-nostri-governanti-ci-odiano-ribelliamoci/

    "Non so perché, ma i nostri governanti ci odiano", diceva Ida Magli.

    Potrei azzardare qualche risposta sul perché i nostri governanti ci odiano, se è vero che ci odiano (lo preciso per autotutela), ma preferisco spiegarlo provando a rispondere alla domanda: perché gli zii, i cugini, il fratello maggiore quasi gemello (e altri che preciserò poi) odiano la mia amica Liliana Landri, detta Lilly?
    Direi che la prima grave colpa di Liliana, detta Lilly, è quella di essere nata.
    “Scusate se esisto” era il titolo di un film trasmesso in prima serata su qualche canale Rai poche sere fa.
    Deve essere una colpa che condividiamo in tanti.
    Il fratello quasi gemello più grande di lei di 14 mesi si fermò corrucciato e con odio sulla soglia della stanza della clinica dove la mamma, la sua mamma, teneva un altro bambino in braccio. E non troppo tempo dopo, a casa, provò coscientemente a soffocare la sorellina in culla con un cuscino.
    Liliana dava fastidio anche agli zii?
    Liliana nacque quasi contemporaneamente, poco più di un mese dopo, con un’altra cuginetta. Forse che gli zii si risentirono che il padre di Liliana, primogenito, si era riservato di dare eventualmente, nel caso fosse nata femmina, il nome della mamma a sua figlia? Il secondogenito, sposatosi con largo anticipo, aveva già dato il nome del padre al proprio primogenito. Ma c’è gente che vuole tutto per sé.
    Cos’altro aveva Liliana che poteva dare fastidio agli zii?
    In età scolare era diligente e purtroppo la sua maestra, bravissima peraltro, fece qualcosa che nessun insegnante dovrebbe fare. Richiamò ad un maggiore impegno la cuginetta coetanea che era nella stessa classe, additandole ad esempio Liliana. La zia, risentita, andò a protestare con la maestra: <<Signora maestra, non dovete lodare la cugina con mia figlia Giulietta, altrimenti la bambina mi cresce complessata.>>
    Ora, sono pienamente d’accordo che un insegnante non dovrebbe mai spronare un allievo additando un altro allievo come esempio, comunque, quando la madre di Liliana anni dopo le raccontò quell’episodio, Liliana osservò: <<A quella venivano i complessi!? È a me che hanno fatto venire i complessi. Anzi, le orchestre intere!>>
    Ma anche senza quell’episodio, che non fece altro che aggravare una situazione già esistente, le cose non sarebbero state diverse: Liliana dava fastidio per il solo fatto di esistere: occupava dello spazio che faceva gola ad altri e aveva un’ombra che poteva cadere sopra qualche altra ombra che si sentiva contrariata che qualche altra ombra potesse offuscarla.
    E potrei anche fermarmi qui. Questo spiega già tutto.
    Ma andiamo avanti.
    Lilly commette un’altra serie di azioni imperdonabili, dopo quella di essere nata:
    si laurea con il massimo dei voti e la lode;
    va a lavorare in una prestigiosa multinazionale non lontano da casa.
    “Allora, questa è ‘a mmiria!” (invidia in napoletano), da “Non ti pago” di Edoardo De Filippo.
    E Lilly, in età adulta, oltre questa azioni imperdonabili commette una paio di imprudenze, che, da mia analisi, sono derivate dai ‘complessi’ che le hanno inculcato ai tempi dell’infanzia:
    contrae matrimonio;
    accontenta il padre e va a vivere nella palazzina di famiglia dove le hanno fatto vedere i sorci verdi da bambina.
    Ma allora Liliana se le chiama! Liliana aveva considerato che la famiglia degli zii che più le aveva fatto vedere i sorci verdi se ne era andata da lì. Inoltre, era entrato in quella palazzina un professore universitario, suo ex-compagno di università, e la situazione doveva essersi normalizzata.
    E, probabilmente, il tempo doveva avere smussato i ricordi spiacevoli.
     
    Nessuna normalizzazione.
    L’altro zio, rimasto nella palazzina, continua a fare la cresta sulle spese di condominio, per evitare di mettere mano al portafogli ed anche guadagnarci sopra.
    Eppure, non ne ha bisogno: è ricchissimo. Che bisogno ha di rubare quattro spiccioli a Liliana? Che bisogno hanno i politici a chiedere ai cittadini sempre più 'sacrifici' nonostante i loro lauti stipendi e privilegi?

    Lilly nota che lo zio ne ricava un piacere particolare nel sottrarle denaro.
    La felicità di un bambino che mangia la marmellata.
    In un documentario su degli scimpanzé si documentava un episodio di cannibalismo. Una delle scimpanzé più anziane, strappava gli scimpanzé neonati dalle braccia delle loro mamma e li mangiava. Poi, andava dalla madre annientata e le circondava le spalle con la zampa, come a dirle: <<Guarda che non ce l’ho con te, volevo solo il tuo piccolo.>>
    A Lilly lo zio dava l’impressione che le dicesse: <<Guarda che non ce l’ho con te. Io ti voglio bene: voglio solo i tuoi soldi.>>
    E Lilly qui si sbagliava. Lo zio non voleva solo i suoi soldi e la sua casa, ma voleva proprio lei. Voleva tutto di lei: i suoi soldi, la sua casa, la sua vita. La sua anima.
    Come sarebbe a dire la sua casa?! Fino a questo momento non abbiamo parlato di quattro spiccioli?
    La sua casa. Poche settimane dopo che Liliana abitava lì, si vide presentare alla porta zio, zia e le due cuginette. Tutti intenzionati a vedere la casa e a fare i complimenti. A fare i complimenti? No, Liliana non ebbe questa impressione. Piuttosto erano lì a far notare come l’appartamento di Liliana al pianterreno fosse migliore del loro all’ultimo piano. E questo non era giusto, dicevano i sottotitoli.
    Liliana ne parlò con la madre, la quale la informò di qualcosa che Liliana non aveva mai saputo.
    L’appartamento dove abitava lo zio era stato costruito con il lavoro gratuito del padre di Liliana, ingegnere, alla sommità della palazzina di famiglia fino a quel momento divisa in soli quattro appartamenti. Così la palazzina veniva ad essere costituita da cinque appartamenti, uno per ogni figlio del nonno di Liliana.
    L’appartamento risultò essere più grande e meglio fruibile dei due appartamenti sottostanti, uno dei quali occupato dal padre di Liliana.
    Nel mentre venivano eseguiti i lavori, la mamma di Liliana si vedeva presentare ogni momento il cognato Furio ad esaminare l’appartamento del fratello ingegnere. Non poteva capacitarsi che il fratello gli stesse facendo un appartamento più grande e più bello del proprio e veniva a scrutare dove fosse l’imbroglio, in cosa l’appartamento del fratello fosse migliore. A tal punto che la mamma di Liliana gli disse: <<Neh, Furio. Se proprio pensi che questo appartamento sia migliore del tuo, facciamo a cambio: io mi trasferisco sopra e tu vieni qua>>. Non si presentò più.
    E qui ci vorrebbe l’analisi di uno psichiatra: il signor Furio rubava e, invece, si sentiva sempre rubato. No, non ci vuole uno psichiatra: tutti credono che gli altri siano come loro. Un ladro pensa che gli altri siano tutti ladri.

    Il signor Furio aveva ricevuto tutto quello che aveva gratuitamente e voleva anche quello che apparteneva a chi doveva tutto?
    Alessandro Siani quando conduceva Striscia la Notizia insieme a Michelle Hunziker e, indignato perché i parlamentari stavano votando una legge che toglieva l’indennità di validità ai disabili che guadagnassero, col proprio lavoro, più di € 5000 l’anno, fece loro un predicozzo: <<Vi abbiano creato, vi abbiamo nutrito, vi abbiamo curato, ora, volete fare qualcosa voi per noi?!>> No, caro Alessandro, chi è ricco o, peggio ancora, è diventato ricco, vuole tutto per sé.  
     
    E come lo zio di Liliana intende appropriarsi di tutto ciò che è di Liliana?
    I nuovi arrivati nella palazzina, estranei alla famiglia, si lasciano irretire dalle sue lusinghe. I personaggi erano già predisposti, in verità.
     
    E torniamo alle riflessioni di Ida Magli:
    <<C’è stata una volontà precisa: questa immigrazione sregolata è stata utilizzata per uccidere gli europei. […] Questa è la verità: non so perché, ma i nostri governanti ci odiano.>>
    Non so perché, ma lo zio di Liliana e il cugino di Liliana (la famiglia che aveva fatto vedere i sorci verdi a Liliana da bambina era tornata), ma anche il fratello di Liliana che si schiera con il cugino, odiano Liliana, sangue del loro sangue, e preferiscono degli estranei.
    Tutto quello che voleva fare Liliana era fermare la deriva della famiglia e mantenere almeno la maggioranza della palazzina in mano alla famiglia, ricostruire i rapporti.
    Invece, il resto della famiglia la odia così tanto da preferire degli estranei a lei. Invece di ringraziarla per avere ripristinato decoro alla palazzina che stava andando in rovina, favoriscono degli estranei dai quali si fanno aiutare per mandarla via, per ucciderla quasi, se ci riuscissero.
    Perché? Per invidia, abbiamo detto. Invidia per una luce, per un Bene interiore che sentono, che credono di non potere mai avere e vogliono offuscare quella luce anche in chi ce l’ha.
    E perché su degli estranei possono esercitare meglio il loro potere.

    Perché i politici preferiscono degli estranei venuti da fuori? Perché pensano che non hanno nulla da temere da loro o possano meglio sfruttarli? 

  • 22 luglio 2021 alle ore 22:35
    Il bosco e la notte

    Come comincia: Le sere d’estate era sua abitudine uscire in giardino e sdraiarsi sull'erba umida.
    Era un giardino di dimensioni ridotte, ma al di là di esso c'era il bosco, dal quale lo separava una sottile rete metallica, che lasciava passare inevitabilmente rumori e profumi.
    Stava delle ore sdraiato a guardare il cielo, cercando di creare disegni fantastici unendo le stelle tra di loro con un sottile filo invisibile.
    Stava così, immobile, respirando piano, a volte sino a quando il buio si dissipava nel sospiro dell'alba, ascoltando il suono del bosco, che respirava e soffiava sopra la sua anima, sino a spegnere quel fuoco impaziente che gli bruciava dentro, che lo costringeva ogni giorno a rincorrere la vita come se dovesse essere indispensabile sorpassarla per arrivare prima di lei.
    E poi all'alba… rientrava in casa, e si preparava a un altro giorno, a un'altra inutile corsa verso il superfluo, verso un'esistenza da abbandonare dentro a un armadio...

  • 19 luglio 2021 alle ore 16:17
    L'amore universale

    Come comincia: Nella vita si impara continuamente, lo sappiamo tutti, però devo dire sinceramente che non mi sarei immaginata di dover imparare da vecchia le cose più difficili. Si pensa che da vecchi "il peggio sia passato". Non è così. Da vecchi,forse per la consapevolezza profonda di noi stessi e del fato, possiamo trovarci di fronte a imprevisti sconosciuti e dover imparare ad affrontarli, oggi si dice gestirli, ma non mi piace tanto come termine, è così freddo...dicevo affrontarli e risolverli, e se non sono risolvibili bisogna imparare a conviverci. Parola da niente "conviverci"! Trovare un equilibrio nuovo destreggiandosi su un filo come funamboli. Quale filo? Quello che ci fa inseguire un altro essere umano in viaggi interminabili e inimmaginabili. Quel filo che a volte crediamo di condividere, salvo poi accorgerci che dall'altra parte non c'è nessuno. E allora cercare, cercare e ancora cercare nei meandri di vite parallele e a noi sconosciute, nella mente che si compiace di un disordine a cui non siamo abituati, rincorrendo ali che volano troppo in alto, in troppe direzioni, sfuggenti ed enigmatiche. A volte non basta una vita per trovare la chiave, quella chiave che apre un mondo che ci interessa, che ci riguarda, che svela ogni ingranaggio, però una vita basta per abbandonarci e affidarci all'istinto, quell'istinto che ci dice che se non si trova la chiave, quella adatta, quella che "spiega",c'è una chiave che apre porte senza bisogno di spiegazioni: l'amore universale.

  • 11 luglio 2021 alle ore 6:25
    L'inganno del diavolo

    Come comincia: L'inganno del diavolo ovvero Le Streghe di Eastwick

    Il Signore ci manda sempre degli avvertimenti. Questo è l'ultimo della serie.
    Nel senso è ultimo che ho riconosciuto come avvertimento.

    Le streghe di Eastwick.
    Novembre 1987.
    Con il gruppetto del sabato sera ci ritroviamo a Salerno.
    Mi offrono due alternative al cinema:
    1) I miei primi quarant'anni;
    2) Le Streghe di Eastwick.

    Non c'è storia. Pur non entusiasta, spingo tutti verso Le streghe di Eastwick.
    Daryl Van Horne, quell'uomo anche brutto, volgarotto, maleducato, dapprima disprezzato, “… e per di più, puzza!”, gli dice dapprima una delle tre ‘streghe’, quando, come lui ha chiesto, gli elenca i motivi per i quali non le piace, si impone nella vita delle tre protagoniste.

    Fino a quando le tre donne capiscono chi è quell'uomo così affascinante che ti legge dentro e che sembra saperti valorizzare.
    Però lo capiscono solo dopo che c'è una prima vittima.
    La vittima era stata l'unica a non fidarsi ed a mettere esplicitamente in guardia tutti contro quell'uomo. Una donna che diceva al marito: "Non te ne importa niente?! Quelle donne daranno alla luce i figli di quell’essere che saranno liberi di andare per il mondo!"
    Lo capiscono solo dopo la morte, cruenta, di questa donna, l'unica persona che non si era fatta abbindolare.
    E decidono di passare al contrattacco per liberarsi di lui.
    Se ne liberano, con grave rischio e dopo una dura battaglia, ma riescono a mandarlo via.
    Però prova a tornare e da uno schermo chiama i suoi bambini, che sgambettano con l’aiuto del girello. E i bambini stanno per lasciarsi affascinare. Ma arrivano le tre streghe, vigili, che spengono lo schermo.
    Loro sono riuscite a sottrarre i figli dalla sua influenza.
    Loro.
     
    Quando uscimmo dal cinema il più anziano del gruppo andò in cerca di una cabina telefonica. Al ritorno ci confermò che era stato eletto presidente del consorzio ecc. e gli amici lo reclamavano per andare a festeggiare.
    "Vuoi venire anche tu?", mi chiese.
    Era un'investitura. Un'investitura che non intendevo accettare e risposi: <<No, grazie. È la tua serata, sarei di troppo.>>
    Era il terzo battipagliese nel giro di nemmeno un mese che manifestava interesse nei miei confronti e mi ritrovai a pensare: "Ma si sono accorti tutti adesso che esisto?! Il prossimo che si presenta non so dove lo faccio arrivare!"
    Ed il prossimo che si presentò (una, due settimane dopo) era uno che veniva da fuori. Come Daryl. E per di più, puzzava.  Come Daryl.
     
    Ora puzzo io.
    Ha ottenuto il suo scopo.
    E le nostre figlie sono sotto la sua influenza.

    26 maggio 2020

  • 11 luglio 2021 alle ore 6:11
    Si vede che sei troppo sensibile

    Come comincia: Gennaio 2018.
    "Si vede che sei troppo sensibile", dice mia cugina (lato materno) per telefono.
    "Si vede che sei troppo sensibile", dice l'amico dell'adolescenza che ha telefonato da Roma.

    Estratto da "Mi dicevano che ero troppo sensibile" di Federica Bosco, visto in libreria nell'ottobre 2018.
    Capitolo: Il problema (grosso) con le relazioni sentimentali. Manipolazione e Gaslighting
    《Le prede preferite dei narcisisti perversi sono gli iperfficienti mentali》 Christel Petitcollin, Il potere nascosto degli ipersensibili
    ......
    Con il nostro temperamento sempre eccessivamente fiducioso nel prossimo, e quella tipica ingenuità che ci fa credere di riuscire a salvare il mondo e tutti i suoi abitanti .... siamo le prede perfette dei narcisisti.
    Perché la nostra tendenza è esattamente opposta alla loro.
    ...
    Anime nere, pericolose, crudeli lupi travestiti da dolci nonnine, insensibili aguzzini, malvagi torturatori, affascinanti bugiardi patologici che ti lavano il cervello. ..
    Noi ipersensibili ... non vediamo l'ora di elargire da accontentarci anche delle briciole, intimamente dubbiosi di noi stessi e abituati a sentirci dire che abbiamo sbagliato.
    Disposti a tutto pur di evitare i conflitti, fino ad addossarci colpe che non abbiamo.
    E loro arrivano, splendidi e ombrosi, ma così incrollabilmente sicuri di se stessi, con la verità in tasca e tutte le risposte giuste e ci dedicano quelle parole e quei gesti che nessuno ci ha mai dedicato prima.
    Ci dicono che valiamo, che non dobbiamo più sottovalutarci ...ci convincono che abbiamo trovato ... quel qualcuno di cui finalmente fidarci ...
    In cambio di molto poco: la nostra anima.
    A quel punto poco importa che lui ci piaccia o meno, .... che diritto abbiamo noi di scegliere?
    ...
    e metteremo a tacere ogni istinto di sopravvivenza, ogni allarme che suona (perché suonano!) ...
    Ci dobbiamo immolare alla causa e lo faremo fino all'ultima stilla di energia disponibile, fino all'esaurimento nervoso, fino a che saremo ridotte come delle amebe incapaci di intendere e di volere, prede sottomesse, che accettano i più biechi compromessi perché ci hanno convinto che è giusto così. Perché quelle sbagliate, ancora una volta, siamo noi, ingrate e cattive.
    Ci rovesciano addosso tutte le loro mancanze, tutti i loro difetti di cui cominciamo davvero a farci carico ...
    ...
    Un esercizio sadico che li carica di nuova energia, senza mai un rimorso, perché non hanno un cuore, non hanno sentimenti, sono solo dei grandi attori.
    E' solo il potere a interessarli, l'averci in pugno ...
    E se non arriva la cavalleria siamo fottute.
    ...
    Il narcisista ci dice che ci ama e noi ci crediamo, ma la verità è un'altra: il narcisista ci disprezza ...
    《I manipolatori sono dei ladri di vita e dei profanatori che devono sporcare, annientare, massacrare tutto ciò che è amore e gioia di vivere. Esiste una temibile complementarità tra i narcisisti perversi e gli iperefficienti mentali. In pratica è l'incontro di un angelo e di un demone, ne consegue una lotta impari tra il Bene e il Male, tra la vita e la morte, tra un calcolatore e un ingenuo.》 Christel Petitcollin, Il potere nascosto degli ipersensibili.
     

  • Come comincia:  - Mai Afana era una ragazza palestinese di ventivove anni ed esercitava la professione di medico psichiatra: é andata via da questo mondo il sedici giugno scorso, uccisa a sangue freddo dai soldati israeliani delle forze di occupazione, mentre si trovava all'interno della sua auto, nei pressi di un checkpoint ad Hizma, piccolo villaggio situato a circa sette chilometri da Gerusalemme, all'interno della cosiddetta "area C" della Cisgiordania. Quando sento parlare di checkpoint mi tornano spesso alla mente, come fosse un riflesso condizionato o autoindotto (o forse, chissà, sono soltanto reminescenze della memoria che solo quelli di una certa età possono avere: il Vietnam non dice un bel nulla a quarantenni, trentenni o ventenni!), quelli del conflitto statunitense in Vietnam che resero (tristemente) famosi luoghi sconosciuti ai più, oltre che remoti, come Da Nang o Lang Son: allora i marines stars&stripes (i famosi buoni dei film di guerra, così come le giubbe blu lo sono nei film di cowboys e indiani!) e la fanteria americana li chiamavano generalmente checkpoint "Charlie", identificandoli col nemico, i soldati nordvietnamiti o Charlie, appunto ma...molto spesso accadeva, però, che sotto le micidiali spire delle bombe al napalm, restassero imbrigliati anche numerosi civili, tra cui donne e bambini (ben pochi ricordano i bombardamenti del natale del 1972, quando i micidiali B-52 statunitensi misero a ferro e fuoco le città di Hanoi e Haiphong...io rivedo le immagini diffuse dai notiziari televisivi e i cieli che invece d'essere pieni di stelle sembravano dei vulcani in eruzione). Oggidì in Palestina sono disseminati tantissimi checkpoint: sono molti di più, probabilmente, di quelli che erano in Vietnam nonostante le dimensioni dei territori occupati dagli israeliani siano nettamente inferiori a quelle dello Stato del sud-est asiatico (quasi 158 mila chilometri quadrati contro 28 mila). Quello più noto si trova a Kalandia (conosciuta anche come Qalandia o Kalandiya), piccolo villaggio della Cisgiordania, a metà strada tra Ramallah e Gerusalemme. Nei pressi del villaggio si trova anche un campo profughi: circa diecimila persone lo popolano, vivendo in condizioni di fatiscenza estrema e povertà come accade in tutti gli altri disseminati lungo i territori occupati. Esso fu costruito nel lontano 1949 dall'Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente). E' da dire che ogni campo ed ogni checkpoint raccontano spesso storie dolorose (come quella di Mai, appunto), ognuno di essi é intriso soprattuto di pianto piuttosto che di sorrisi. Questo, però, in particolare, é uno dei punti focali dei territori occupati lungo la cosiddetta linea verde (o green line), ossia quella linea di demarcazione immaginaria (lo era, nonostante fosse ben visibile nelle cartine geografiche e venisse citata sui i libri di testo che insegnano storia e geografia a scuola o nelle università) che venne stabilita nel 1949 tra Israele e i suoi confinanti (Egitto, Giordania, Siria e Libano ruotando da sudovest a nordest) all'indomani della prima guerra arabo-israeliana, quella dell'anno precedente, segnandone i confini sino alla guerra dei sei giorni, avvenuta nel 1967: dopo di allora, infatti, i territori annessi da Israele sotto la sua "custodia" (o messi al sicuro nella sua cassaforte, secondo come affermano alcuni: Israele viene definito Stato silos o cassaforte, appunto, per via del suo apparato militare e di sicurezza che lo circonda e lo rende quasi inespugnabile dall'esterno) furono quelli di Gerusalemme est; della Cisgiordania (o West Bank secondo la ripartizione e nomenclatura classica di matrice anglosassone); della Striscia di Gaza, che si affaccia direttamente sul Mediterraneo e comprende Gaza City - per gli anglosassoni - o Ghazza in arabo, o Azza in ebraico: altre definizioni della lingua araba la snocciolerebbero come Ghazzah e Gazzah, mentre in antichità veniva chiamata anche Ghazzat o Ghazzat Hashem, in onore del trisavolo del profeta Maometto - la quale passò poi nelle mani della AP (Autorità Palestinese) nel 2005 e definitivamente in quelle di Hamas (dopo le elezioni amministrative vinte nel 2006 sul rivale Fatah e al termine della "battaglia di Gaza" dell'anno seguente); delle alture del Golan (o Gaulantide), promontorio montuoso situato all'estremo confine occidentale proprio di fronte al territorio siriaco; della Penisola del Sinai, che delimita i confini tra territorio egiziano - nel versante africano - e israeliano - nel versante dell'Asia - e venne definitivamente restituita all'Egitto dopo gli Accordi di Camp David del 1979 stipulati tra il presidente Usa Carter, il premier israeliano Begin e quello egiziano Sadat. Molti li chiamano territori della Palestina o della Cisgiordania occupata; oppure, in modo più semplice e sbrigativo, territori occupati da Israele. Dal 2002, sotto la regia dell'allora primo ministro Ariel Sharon, Israele ha cominciato a erigere un muro vero e proprio la cui costruzione formalmente non si é mai arrestata: un enorme cantiere a cielo aperto, dunque, che copre all'incirca settecentotrenta chilometri di territorio in Cisgiordania, al di qua del confine con Israele (a tutt'oggi sono stati costruiti 570 chilometri di muro rispetto a quelli pianificati). All'interno di esso vi sono la maggior parte delle colonie israeliane e delle fonti idriche. Solo il 20% della barriera si trova in effetti lungo il confine tra i due Stati. Oltre ai checkpoint conta torrette, trincee e porte elettriche. Quella linea immaginaria così è diventata realtà, oggi (ma forse, chissà, esisteva già da molto tempo nella mente e nel cuore di migliaia di uomini!), materializzandosi: quella linea sono i muri, le recinzioni o i reticolati, i checkpoint (appunto), che demarcano confini, ampliano distanze a dismisura e rendono ancor più distanti le persone...ad anni luce tra loro. Nel 1979 (proprio lo stesso anno degli Accordi di Camp David) i Pink Floyd pubblicarono il loro undicesimo lp dal titolo profondamente emblematico e drammaticamente premonitore: "The Wall"! Roger Waters nel 2006, dopo un concerto da solista tenuto a Nevè Shalom, scrisse la frase "Tear Down The Wall" (Abbattete il muro) sul muro: la frase è la stessa che si trova nel brano The Trial, (anzi, è l'ultima frase di quel brano) contenuto nel doppio lp "The Wall" che l'artista aveva inciso con i Floyd ventisette anni prima (la prima strofa di quel brano suonava a questo modo: Buongiorno, vostro onore il Verme/Il pubblico ministero mostrerà chiaramente/Come il prigioniero che ora è di fronte a lei/Sia stato catturato in flagrante mentre manifestava dei sentimenti/Manifestava sentimenti di natura quasi umana).E' da notare che la scelta di quella località non fu casuale: Nevè Shalom è un villaggio sito a ovest di Gerusalemme (l'espressione sta per "oasi della pace"), venne fondato nel 1972 e vi risiedono tanto Arabi palestinesi, quanto Ebrei israeliani. A proposito del muro è interessante quanto scrisse Pietro Crippa, professore di Storia e Filosofia, nell'ottobre del 2014, in un articolo apparso nella rubrica Fortress World, dal titolo "Il muro tra Israele e Cisgiordania": "Lo scopo dichiarato dalle autorità israeliane è quello di ostacolare l'ingresso di terroristi palestinesi nel territorio statale. A sostegno di questa tesi si cita il netto decremento dei casi di attentati terroristici dal 2003 in poi. La Palestina, dal canto suo, giustifica tale dato specificando come negli ultimi anni vi sia stata una maggiore collaborazione tra gli attivisti anti-israeliani e il governo di Al-Fatah. La Cisgiordania e la sinistra isareliana, al contrario, vedono nella barriera un mezzo de facto per annettere buona parte della regione allo Stato di Israele. Nel 1949 viene tracciata una linea verde (o green line, appunto) tra Israele e la Cisgiordania: il muro verrà costruito all'interno di essa, dalla parte araba, a volte spingendosi fino a 28 chilometri nell'entroterra. L'obiettivo sta nel tutelare le numerose colonie israeliane presenti in territorio cisgiordano e sottrrarre terre a quest'ultimo. Come dirà il colonnello israeliano Arieli, parlando dell'omologo Tirza, responsabile della costruzione della barriera: "Tirza conosce la verità riguardo al muro; sa che esso prefigura la futura frontiera occidentale di Israele. Quindi ha capito che il tracciato doveva accaparrare il massimo di terre con il minimo dei palestinesi". "Nel 1991, prosegue Crippa nel suo articolo, i coloni in Cisgiordania erano solo 112 mila. Oggi sono più di 300 mila". Secondo il movimento pacifista israeliano Peace Now, nel febbraio del 2018 vi erano 132 insediamenti e113 avamposti (ma il numero aumenta di anno in anno esponenzialmente: sembra un malefico incantesimo...algoritmo!) in cui vivono oltre 400 mila coloni israeliani. A questi si aggiungono 97 insediamenti costruiti senza autorizzazione ufficiale (la stessa comunità internazionale li ha dichiarati più volte illeggittimi). - Con la costruzione del muro non possiamo più accedere ai nostri terreni, - dice Umm Judah, docente palestinese in pensione. - Tutto quello che avevamo ci è stato rubato. Piangiamo ma nessuno vede le nostre lacrime. - "Se si considera anche la popolazione di Gerusalemme est, annessa da Israele, sono oltre 500 mila gli israeliani che vivono nei territori occupati al riparo del muro", afferma Crippa; "inoltre vi sono più di cento outpost militari, embrioni di future colonie. Al tutto vanno aggiunti gli insediamenti spontanei". Nell'estate del 2018 il giornale brasiliano Folha de S. Paulo condusse una serie di reportage scritti e video sulle barriere costruite per chiudere i confini, fermare i migranti o nascondere la povertà (il titolo era "Un mondo di muri"): giunse a concludere che nel 2001 vi erano nel mondo 17 muri, diventati ben 70 dopo diciassette anni. "La barriera, inoltre, ha diversi effetti collaterali sulla vita quotidiana della popolazione palestinese", conclude Crippa, "frapponendosi tra case e scuole, erigendosi nel mezzo dei quartieri, esigendo la distruzione di interi mercati o villaggi con un preavviso di poche decine di minuti. Già nel 2003 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha definito illegale la barriera. Questa decisione non era vincolante e non ha sortito effetti nella questione".  Mohammed Khatib afferma: - Io sono del villaggio di Bjl in, il mio villaggio è in Cisgiordania e il muro e le costruzioni israeliane nel mio villaggio mi dividono dalla mia terra. In quest'area gli insediamenti si stanno espandendo e distruggono gli ulivi e la terra. Solo gli israeliani hanno diritto ad accedere all'area e a noi, che siamo palestinesi, è impedito accedere alle nostre terre. - (la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, stipulata nel dicembre 1948, e conosciuta anche con la sigla di DUDU, recita all'articolo 17: "Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà"). A Kalandia vi è viavài di gente tutto il giorno: il checkpoint è molto trafficato perché viene usato dai Palestinesi per transitare da (e per) Gerusalemme est per motivi di lavoro, sanitari, scolastici ed educativi, religiosi. Esso regola il flusso alla spianata delle moschee nella città gerosolimitana, anzi è la vera e propria porta d'ingresso verso quel luogo; è il biglietto d'accesso al tempio di al-Aqsa nonché ai quartieri di Silwan (posto sulle colline della città come fosse la cresta di un gallo: a me ricorda la città vecchia di Locorotondo, detta in dialetto murgiano "cummèrse", un avamposto della Puglia centro-meridionale situato su un'altura che domina l'intera Valle d'Itria, zona ricca di vigneti e uliveti che abbraccia le provincie di Bari, Taranto e Brindisi e resa famosa dalla presenza dei trulli e delle cittadine "bianche") e di Sheikh Jarrah, nodo centrale della "ebraicizzazione" e colonizzazione forzata (per molti altri trattasi di mero colonialismo imperialista o imperialismo colonialista, che sono la stessissima cosa, comunque!) messa in atto da decenni dallo Stato di Israele; nonché della pulizia "etnico-territoriale" attuata ai danni dei Palestinesi (palestinians secondo l'idioma english) al fine di renderlo sempre più puro...puramente israeliano e colonizzato ("alla faccia della soluzione fina...della shoah!" avrebbe detto, forse, - fosse ancora vivo - un omino teutonico col baffo breve). Israele, come è risaputo, richiede dei permessi a chi transita da un luogo all'altro, per ogni tipo di spostamento: "i Palestinesi, in buona sostanza," ha detto qualcuno in tivu', sarcasticamente, alcuni mesi orsono, "sono l'unico popolo al mondo a cui sia permessa la libera circolazione ovunque tranne nel caso in cui essi debbano attraversare i confini delle...del giardino di casa!".Ma le cose, purtroppo, non sono così semplici. Secondo la organizzazione B'tselem, la quale ha sede a Gerusalemme e da tempo lungo oramai monitora e documenta le violazioni dei diritti umani in Palestina, la maggior parte delle persone che usano il checkpoint a Kalandia sono residenti di Gerusalemme est separati dalla città dalla barriera della Cisgiordania, appunto. Spesso il luogo é stato teatro di manifestazioni antiisraeliane, proprio in virtù della sua notevole importanza logistico (nevralgica) strategica e simbolico-politica. Il sedici dello scorso mese di aprile, avvenne l'inimmaginabile (lo è, purtroppo, solo per noi occidentali: da quelle parti si tratta invece di normale e consueta amministrazione!). Infatti, proprio durante il primo venerdì del Ramadan musulmano-islamico (o coranico, se meglio garba a qualcuno), molti fedeli si spostarono dai vari villaggi della Cisgiordania per giungere a Gerusalemme, passare la barriera e poter pregare poi al proprio dio in tutta pace e serenità nella moschea di al-Aqsa: a tanti di loro, tuttavia, fu impedito il passaggio da Kalandia verso Gerusalemme. Di lì si susseguirono una serie di eventi tragici, i quali, in breve, finirono per essere senza controllo e portarono alla successiva crisi: gli assalti dei coloni verso i fedeli musulmani, dapprima alle varie porte della città e poi nei pressi della stessa moschea di al-Aqsa; le barriere metalliche innalzate dai soldati israeliani vicino le porte di accesso all'interno di Gerusalemme. Vi furono così disordini e arresti e poi vi...si sollevò il grido di aiuto invocato dai Palestinesi ai loro fratelli musulmani, raccolto da Hamas; infine, si ebbe la reazione israeliana a suon di tromba e petardi...bombe lanciate dai micidiali F-16 ed F-35 di fabbricazione statunitense, nel corso dei loro raid sopra l'inerme Gaza e la sua gente (la città, la quale conta poco meno di seicento mila abitanti, ha una densità che supera i tredici abitanti per chilometro quadro e conta uno dei tassi di urbanizzazione tra i più alti al mondo), etc. La giovane Mai Afana risiedeva ad Abu Dis: villaggio anche esso situato ad est di Gerusalemme ed il quale - secondo l'ultimo censimento del Palestinian Central Bureau of Statistics - conterebbe poco più di dodicimila abitanti mentre secondo The Guardian, noto quotidiano popolare inglese dell'area di Manchester, sarebbero addirittura trentamila. Fa parte del cosiddetto Governatorato di Gerusalemme della Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ed è noto tristemente (ogni piccolo villaggio, così come del resto i checkpoint e i campi profughi, lo è in Palestina e Cisgiordania per un motivo od un altro) soprattutto per la presenza di un muro alto ben otto metri (simile, del resto, a quello che circonda Gaza City) che ai suoi abitanti impedisce la vista sulla città santa e - come ha scritto Luigi Gavazzi su Timgate - "separa alcuni di loro dai campi che coltivavano". E' tornato agli onori della cronaca nel gennaio scorso, quando l'allora presidente Usa Donald Trump decise di volerlo riportare sulla mappa: il suo piano di pace, infatti, prevedeva che Abu Dis diventasse la capitale (assai improbabile)  della Palestina. Nell'agosto del 2013 Kalandia (il campo profughi così come la zona vicina al checkpoint) fu teatro di violenti scontri che portarono all'uccisione di tre uomini ed al ferimento di quindici. Harriett Sherwood scrisse su The Guardian: "Gli uomini sono stati uccisi durante un raid mattutino per arrestare un sospetto nel campo di Qalandiya. Le forze di sicurezza israeliane hanno affermato che le guardie di frontiera hanno reagito dopo essere state attaccate da un massimo di 1500 persone che lanciavano pietre dopo essere entrate nel campo prima dell'alba. I giovani hanno dato fuoco alle gomme delle auto e lanciato poi pietre e molotov al vicino checkpoint...l'esercito israeliano ha detto che le guardie agivano per legittima difesa: - durante una incursione notturna delle forze di sicurezza...sono stati accolti con una condotta violenta e disordinata da centinaia di Palestinesi che li hanno attaccati, - si legge in una nota. - Quando hanno sentito un pericolo immediato per le proprie vite hanno aperto il fuoco contro gli aggressori. - (Nota personale: la Palestina e i territori occupati sono una storia a sé stante rispetto ad altrove, al resto del mondo; tuttavia, quello che accadde otto anni fa, raccontato dalla Sherwood nel suo articolo, fa parte a mio parere di un copione scritto milione di volte, d'una pellicola vista e rivista ovunque: polizia, esercito, guardia nazionale, forze di sicurezza o chi per loro, quasi sempre si sentono in pericolo di vita, in strada, durante una manifestazione o dei disordini ma anche si sentono in...altrettanto spesso si sentono in dovere di aprire il fuoco e di farlo, ahimé, ad altezza d'uomo!). Ma i testimoni hanno affermato che almeno due delle tre vittime erano astanti. Robin al-Abed, 32 anni, è stato colpito al petto mentre cercava di andare da casa sua al posto di lavoro, e Jihad Asslan, 20 anni, è stato dichiarato cerebralmente morto dopo essere stato colpito da un colpo di arma da fuoco sul tetto della sua casa dove era andato a guardare gli scontri, ha detto un vicino di casa degli uomini, Abu Omar Hammad. Il terzo morto era Younis Jahjouh, 22 anni, anche lui colpito al petto. Hammad, che vende dolci nel campo, ha detto di essere stato svegliato dai suoi figli alle sei del mattino per trovare - soldati che soffocavano il quartiere. - Ha detto di aver visto sparare ad al-Rabed mentre cercava di raggiungere il suo lavoro con l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, UNRWA. - Non lanciava sassi. I soldati hanno aperto la portiera posteriore della loro jeep e gli hanno sparato al petto. Il proiettile gli è uscito dalla schiena e vomitava sangue. Ho chiamato un'ambulanza ma gli è stato impedito di entrare nel campo. Ho visto molte incursioni in questo campo, ma questa era diversa. Sono venuti per uccidere! -". La dinamica ricorda, per certi tratti, l'uccisione di Said Yousef Mohammed Odeh avvenuta il 5 maggio scorso a Odala, piccolo villaggio del Governatorato di Nablus, nel West Bank del nord. Quella notizia mi lasciò esterrefatto per un bel pò, dopo averla letta. I soldati, infatti, in quel caso affrontarono un gruppo di giovani all'ingresso del villaggio; il ragazzo, il quale aveva soltanto sedici anni, fu colpito alle spalle da due colpi di arma da fuoco, esplosi dai soldati nascosti in un uliveto, all'ingresso del villaggio: una vera e propria imboscata di stampo an...mafioso, nulla da eccepire. Ma quello che mi sconvolse fu questo: gli stessi soldati dopo l'accaduto non hanno permesso ai soccorritori di prestare aiuto immediato al ragazzo (le ambulanze palestinesi furono bloccate per quindici minuti), che morì durante il tragitto in ospedale. Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma di responsabilità minorile presso Defense for Children International Palestine dichiara: - Le forze israeliane uccidono bambini e ragazzi anche quando non rappresentano minaccia alcuna. - La Sherwood continua il suo articolo citando un'altra importante testimonianza dell'evento del 2015: "Fadi Mater, 27 anni, è stato colpito ad un braccio mentre cercava di nascondersi vicino alla moschea del campo. Ha detto: - All'inizio ho pensato che fosse una disputa familiare (molto spesso si sente il rumore delle pistole nel campo), ma poi c'erano sparatorie ovunque. Mentre mi nascondevo, ho visto un ragazzo uscire di casa per andare a lavoro e, boom, gli hanno sparato. Normalmente, a quell'ora i bambini vanno a scuola e la gente va a lavorare, na tutti cercavano di nascondersi. - All'ospedale di Ramallah Mater è andato per farsi curare ed ha espresso seri dubbi sul processo di pace: - Gli israeliani ci stanno ingannando. Se avessero voluto la pace, non avrebbero fatto irruzione nel campo! - Hatim Khatib, il cui fratello Youssef è stato l'obiettivo del raid, ha detto che le truppe in borghese sono arrivate a casa loro alle 4,30. - Dopo mezz'ora abbiamo iniziato a sentire sparare dai soldati all'interno della nostra casa, e poi la gente ha iniziato a lanciare loro pietre, - ha detto all'Associated Press. Youssef è stato arrestato dopo essere tornato dalla preghiera del mattino. Ha detto che in precedenza era stato incarcerato per aver lanciato pietre ed è stato rilasciato tre anni fa". 

  • 01 luglio 2021 alle ore 8:04
    Una scarica di cinghiate

    Come comincia: ... Una delle tante...una scarica di cinghiate... Una volta,ero piccolo... potevo avere una decina d'anni,a mio padre mancarono dei soldi da un cassetto; tra tutti il sospettato del "furto" ero io (sigh!...che non ho mai rubato in vita mia).Alle mie rimostranze di non saperne nulla,per "raddrizzarmi" si tolse la cinghia dei pantaloni e me ne diede tante da lasciarmi pieno di lividi e con la bava alla bocca,in mezzo al mio pianto d'innocenza. Nessuno poteva intervenire chiusi com'eravamo in bagno .Non contento mi prese e mi legò alla ringhiera del terrazzo...e io,tramortito dalle botte... piangevo sempre professandomi innocente.D'un tratto sentimmo mia madre gridare da dentro casa...basta ora che la salsiccia si fredda...e mio padre,dandosi una manata in fronte...mi!!! ho comprato la salsiccia...e ho preso io i soldi...Vuoi vedere me...che da mezzo morto...sono resuscitato... apostrofandolo con una serie d'insulti che non la finivo più. E Lui invece di pentirsi per ciò che mi aveva fatto...me ne diede ancora di più per gli insulti,ma io a quel punto non sentivo più le cinghiate, forte della mia dimostrata dignità e innocenza,anzi ho continuato imperterrito a insultarlo fino che si arrese.Per un po' di giorni non ho dormito a casa mia, non volevo più tornarci...ma da mia nonna Maria...una manto di carità cristiana...

  • 23 luglio 2020 alle ore 23:16
    Della potenza

    Come comincia: Se avessi dei poteri, ma di quelli veri, quelli puri, spogliati da croste cerebrali ed emozionali, istituirei un manifesto e lo affiggerei nella tenue sfera che da cuore a mente e a cuore e sterno staziona. Scriverei a caratteri cubitali e indelebili: - VIVI - E se fossi potente, ma potente per davvero, veglierei con attenzione acche' tal manifesto fosse perpetuamente rispettato e onorato. VIVI. Non transigerei, se pur amorevolmente. La vita sfugge stridendo fra binari di concetti e preconcetti, di regole, doveri e presunti doveri, mentre urla la sua Essenza deturpata dai graffi del pensiero costruito. La Vita la mettiamo a sedere accanto a noi chiedendole di sostare finché non abbiamo risolto le "nostre cose". Ma non abbiamo "cose" da risolvere, non c'è una seggiola che fa da seduta alla Vita: con noi, mentre, dietro e dopo, c'è solo l'esistenza che viviamo: siamo imprescindibili, indivisibili. Noi e la nostra vita siamo stessa Cosa. Se fossi potente, ma potente per davvero, toglierei tutte le seggiole sulla cui seduta poggiamo la Vita... e la farei Vivere.

  • 17 luglio 2020 alle ore 10:54
    Il sentiero dei guerrieri

    Come comincia: Rodolfo Berni si era da sempre considerato molto fortunato, dalla vita aveva ricevuto praticamente tutto: salute, bel fisico e soprattutto ricchezza da parte dei nonni paterni che a suo tempo erano emigrati in Australia facendo fortuna. Inoltre, a trent’anni aveva trovato l’amore della sua vita, Sofia Ugolini incontrata a Rimini. Amore a prima vista, cerimonia celebrata da un assessore  Comunale e viaggio di nozze..nella sua casa a Rimini, si  era in piena estate il periodo migliore per quella località. Sofia era nata in Olanda da genitori italiani emigrati ad Amsterdam che  avevano fatto fortuna in modo più o meno legale, in quel paese la droga ‘viaggia’ senza problemi…Ritornati a Roma i due coniugi presero alloggio nella villa di Rodolfo denominata ‘Ulisse’ villa facente parte di un complesso intitolato dal costruttore, forse fanatico degli eroi greci: ‘Il Sentiero dei Guerrieri’. Villa meravigliosa a tre elevazioni con al pian terreno un ampio garage dove era sistemata la Giulia di Rodolfo il quale aveva il ‘piede pesante’ e ‘raccoglieva’ troppe multe per eccesso di velocità correndo il rischio di perdere molti punti dalla patente e dover ridare gli esami di guida. Alzata d’ingegno: vendere la Giulia ed acquistare una Lamborghini ed una Fiat 500 intestati alla moglie con targa olandese e quindi praticamente invisibile ai Vigili Urbani ed al fisco italiano! Ma non tutti gli dei dell’Olimpo avevano in simpatia Hermes, protettore di Rodolfo a cui fecero uno sgarbo tremendo facendogli morire l’adorata consorte per un tumore all’utero. Dopo la tumulazione della salma nella cappella di famiglia al Verano Alberto si era chiuso in se stesso, girava per casa come istupidito, la maggior parte dl tempo sul divano, nemmeno la TV lo interessava più. Mangiava qualcosa preparatogli da Lia, Rosalia Cucinotta siciliana che col marito Saro, Rosario Donato risiedeva nella vicina dépendance. I due coniugi messinesi erano giunti a Roma in seguito al suicidio della figlia sedicenne, tramite un paesano avevano trovato lei il posto di cameriera cuoca, lui tuttofare in casa di Rodolfo. In quella infausta occasione: “Cavaliere, anch’io da padre ho provato quel dolore immenso della morte di una persona cara, io e mia moglie le saremo sempre vicini qualsiasi cosa le serva.” “Grazie Saro ed a te occorre qualcosa?” “Veramente io e mia moglie…ma sarebbe chiedere troppo!” “Parla.” “Io e Lia  desidereremmo che la salma di nostra figlia fosse sepolta vicino a quella di sua moglie, ma la spesa per il trasporto sarebbe eccessiva!” “Non ti preoccupare della spesa, prepara la pratica con un’impresa di onoranze funebri poi fammi sapere il costo, ti rilascerò un assegno.” Saro abbracciò commosso il suo datore di lavoro, pensò che non solo i siciliani hanno buoni sentimenti. La pratica fu risolta nel giro di una settimana, i tre erano uniti da un dolore comune, i due dipendenti avrebbe fatto qualsiasi cosa per Rodolfo, Lia addirittura pensò… “Cavaliere non voglio essere cinico né troppo invadente ma anche se grandi dolori ci sconvolgono l’esistenza la vita continua, provi con un avviso insolito su un quotidiano locale, qualcosa che stuzzichi la fantasia di qualche ragazza fuori del comune….” Pian piano l‘idea penetrò nel cervello di Rodolfo, nessuna avrebbe potuto cancellare il ricordo della consorte deceduta ma…Ad un giornale locale: ”Vorrei dettarle un annuncio sulle varie, posso? ‘Cerco ragazza colta, semplice, spontanea, con alto senso dello humour, fisico longilineo, sempre allegra e ottimista che possa farmi compagnia diuturna. Telefonare al n.-------“Rodolfo ebbe molte richieste, ne selezionò una al mattino ed una al pomeriggio, non voleva ragazze vocianti nel suo ingresso. La prima era una bionda (sicuramente tinta) alta, piuttosto magra con camicetta scollata da cui si intravedevano due tette piuttosto voluminose e con una minigonna a quadri: “Signore penso di essere di suo gusto anche se talvolta sono distratta, oggi per esempio ho dimenticato di indossare gli slip…” e mostrò un pube tipo foresta tropicale.” Ignorante e talpa, non aveva capito niente dei desiderata di Rodolfo.”Grazie signorina, mi lasci il numero del suo telefonino, le farò sapere.” Il pomeriggio una bruna media altezza, viso abbronzato o meglio una mulatta che parlava abbastanza bene l’italiano: “Al mio paese mi hanno eletto miss ‘cioccolato’ e mostrò un paio di tette belle ma dal capezzolo grande e nerissimo…” “Rodolfo le diede la stessa risposta come alla prima venuta, gli facevano una brutta impressione sia i capezzoli neri che le grandi labbra nere della cosina. Mattina seguente una castana altezza media, naso  lungo il resto passabile, Rodolfo la scartò subito, i nasi lunghi gli facevano pensare ad un travestito. Il pomeriggio una rossa fuoco, dimostrò di avere cattivo gusto, risposta standard. Il pomeriggio: una biondina occhi azzurri non molto alta parlava un italiano altalenante, sicuramente dell’Est in Italia in cerca di sistemazione per poi ritornare al suo paese ben sistemata finanziariamente rispedita via con solita risposta. La mattina dopo finalmente una castana alta, occhi grandi, naso piccolo come pure le tette ma voce da cartone animato, sembrava paperina. Rodolfo si stava stancando e lo fece presente a Saro il quale: “Cavaliere ricorda il detto ‘perseverando arrivi.’” Cavolo,  Saro aveva citato un detto di D’Annunzio sicuramente non era un’ignorante, dimostrò che aveva studiato. Il pomeriggio riposo, Fofò come lo chiamava la moglie si era stancato e si sentiva disilluso, in giro c’erano tante belle ragazze solo a lui capitavano delle poco raffinate e senza alcuno stile. La mattina dopo  una ragazza di suo gusto: alta, castana, viso regolare, bocca invitante, gambe chilometriche, finalmente pensò Rodolfo una ragazza degna di essere prescelta sino a quanto la stessa non aprì la bocca: “Io vorrei stare da lei ma non capisco perché diuturna, io sono castana naturale!” Rodolfo rimase senza parole, una ignorantona, la scaricò  con la solita scusa.  Nel frattempo  in una villa del Sentiero dei Guerrieri, secondo quanto riportato da Saro era accaduta una tragedia. Un dirigente di una nota banca si era gettato dalla finestra, le indagini erano ancora in corso ma correva voce che ci fossero stati degli ammanchi di grosse somme e se ne cercavano i colpevoli. Quel suicidio poteva essere considerato una confessione ma il morto si era portato nell’aldilà il segreto. Sempre secondo Saro tragedia su tragedia in quanto la vedova era casalinga con una figlia, non aveva diritto a pensione ed inoltre doveva pagare un grosso mutuo acceso per l’acquisto della abitazione. Il caso volle che Rodolfo dovendo uscire di casa scendesse  con l’ascensore a cremagliera trovandosi davanti madre e figlia che dovevano salire alla villa Paride. Rodolfo fece un inchino, non parlò di condoglianze (troppo scontato) e le due entrarono in ascensore. Rodolfo notò che madre e figlia non indossavano abiti scuri, a nessuno in fondo interessa dimostrare in tal modo il proprio dolore, ognuno lo tiene dentro di sé. Rodolfo aveva fatto in tempo a notare lo stile e la signorilità della signora Giorgia, la figlia Aurora, più magra era la copia della genitrice.  Di passaggio Nando che sfoderò un risolino. “Fai ridere anche me, oggi non sono di buzzo buono.” “Dovrebbe far rientrare nelle orbite gli occhi, li ha lasciati appresso alla signora Giorgia ed alla signorina Aurora. Qualora voglia potrei trovare l’occasione di farvi incontrare ma se lei non lo desidera…” “Come si dice in siciliano paraninfo o ruffiano?” “Lei ha svicolato per non rispondermi, ho capito il suo era un si. Una mattina il telefono: sono Giorgia Mariani, mi ha detto il suo attaché che ha studiato lingue, mia figlia Aurora avrebbe bisogno di ripetizioni in quel campo, pensa di poterla aiutare?” “Si madame, ho studiato in Inghilterra ad Eton nello Berkshire, quando vuole sono a sua disposizione, preferirei venire a casa sua.” “Quando vuole io e Aurora siamo qua.” Rodolfo anche se un po’ in confusione, non si aspettava quella telefonata, si vestì di tutto punto ‘all’inglese’  e suonò alla porta di Villa Paride. Venne ad aprire la figlia che, con un cortese ‘si accomodi’ lo fece entrare nel salone dove giunse anche la madre. “Non mi sarei mai permessa di chiamala per telefono se non per quanto dettomi dal suo cameriere circa la sua conoscenza delle lingue.” “A scuola avevo problemi solo con le materie scientifiche, facevo bella figura in latino, in greco, in francese e ovviamente in inglese.” Quanto prende all’ora per le ripetizioni?” “Missis mi mette in crisi, non mi permetterei mai di chiedere un compenso soprattutto ora…sarà solo il piacere di rinverdire le lingue.” Si presentò Aurora con dei libri in mano: “Andiamo nello studio, vieni anche tu mamma, una ripassatina ti farà bene!” Rodolfo sfoggiò subito il suo inglese perfetto con meraviglia di mamma e figlia. Aurora “Lei ha un accento migliore di quello della regina d’Inghilterra, peccato…” “Peccato cosa…” “Seguivo un mio pensiero, seguitiamo la lezione.” Le lezioni proseguirono anche in casa di Rodolfo, i due non erano mai soli per la presenza di Rosalia che faceva le pulizie.  “Sicuramente il suo cameriere le avrà rivelato la nostra situazione finanziaria, mia madre ha ricevuto varie proposte da parte di signori che…immagni lei cosa pretendevano, mia madre è donna di altri tempi, tutta d’un pezzo ‘frangar non flectar’ dicevano i latini, mi spezzo ma non mi piego intanto noi due siamo finanziariamente in un mare di guai. A parte la spesa giornaliera abbiamo sulle spalle un mutuo da settecento Euro al mese…” “Cara Aurora, io oltre a Rodolfo ed a Pericle mi chiamo pure Francesco come quel santo tanto generoso, potrei pagarvi almeno il mutuo annuale che ammonta a ottomilaquattrocento Euro, questo è un assegno che copre la cifra, è della stessa banca dove lavorava tuo padre.” Per ringraziamento Rodolfo ebbe un bacio in bocca estremamente piacevole, ci sapeva fare la ragazza.  Il pomeriggio si presentò Rosario: “Cavaliere ci sono delle novità, La madre di Aurora, visto il suo assegno l’ha strappato in mille pezzi urlando contro la figlia, hanno litigato di brutto,  la signora Giorgia è furente con lei, indossi una corazza se viene a trovarla.” Previsione azzeccata, dopo poco suonò il campanello di casa di Rodolfo il quale pensò bene di indossare un casco di motociclista, aprì la porta e si trovò di fronte madre e figlia, la seconda si mise a ridere come una pazza, la madre rimase interdetta…non si aspettava quella sceneggiata, preferì sparire dalla circolazione. Aurora entrò in casa: “Rodolfo è troppo pomposo, non hai un diminutivo?” “Si da piccolo mi chiamavano Fofò ma è un po’ ridicolo.” “A me piace il nome e chi lo porta.” “Chi lo porta  stacca un altro assegno ma non te lo fare strappare perché è l’ultimo, devo telefonare in banca per farmi portare un carnet nuovo.” “A Fofò piacciono le femminucce?” “Si ma le maggiorenni, alle bambine solo sculacciate!” “Non pensare che con l’assegno mi senta remunerata di quello che voglio fare, tu mi piaci come uomo, ho lasciato il mio boy friend perché è infantile e sciocco, vuoi sostituirlo, intanto fammi vedere…Aurora prese a slacciare i pantaloni di Fofò con ciccio alle stelle, andò in bagno per un bidet. “Se stò coso non smette di crescere mi distruggerà il fiorello!” Il ‘ciccio’ d Fofò non distrusse niente anzi fece provare alla padrona degli orgasmi fortissimi avendole trovato il punto G. Conclusione: mammina si rassegnò al volere della figlia ed ai bei soldini che portava a casa, …pecunia non olet!

  • 17 luglio 2020 alle ore 0:58
    La via

    Come comincia: C'è sempre un modo per riconciliare quel quid che ci separa dalla pace. Quel momento che ci ha separati da qualcuno che non ci ha saputo amare, che noi non abbiamo saputo amare. Che sia nel nostro presente o rimasto incastrato nella labile tela di ragno del passato. C'è sempre un modo per riconciliare, per riconciliarsi, per fare pace, per essere pace, per se stessi, per ogni Altro. C'è una strada, stretta, buia, fragile, delicata eppur potente. È la strada dell'incontro di Sé con quell'altro Sé in questo momento, nel momento che nulla ha più delle vesti di "passato", che è ora e qui, nudi d'ogni zavorra della mente, liberi da fardelli e costruzioni emozionali. C'è una strada così facile da percorrere, così uguale alla via del cuore nudo... Così noi, nudi... È codesta la via per la riconciliazione, per la pace: nudità. Nudità è riconciliazione con chi è ancora qui e con chi è già altrove, ché anima/cuore nude: è libertà.