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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 agosto alle ore 18:33
    Il rumore

    Come comincia: Hai un sonno tremendo, di quelli che spiazzano la volontà. Gli occhi non stanno aperti nemmeno se attacchi le palpebre alle sopracciglia, con una molla di legno. Seduto sul letto, l’idea di svestirti la scacci dall'orizzonte limitato dalla abatjour nelle pupille. Ti dormono le gambe, i piedi incatenati al parquet, le braccia arrese alla forza del cotone che le stringe, le spalle curve. Solo le mani con un briciolo di affanno sbadigliano sugli oggetti da togliere di mezzo, per aprirsi un varco dentro il letto. Raggiunto il buio, solo, supino, nonostante il gorgoglio del water del vicino oltre il muro, alfine sprofondi nell’ultima stirata di gambe. Esattamente tre ore di assenza totale. Poi, la solita riemersione, prematura, dopo un innocuo battito del bite tra le arcate. Prendi coscienza che il gorgoglio continua, e la minaccia di doverne subire a lungo la possanza è un pugnale nelle budella. Fosse solo il gorgoglio, avrebbe almeno un effetto ritmico cullante, come acqua che lava ogni pensiero e se lo porta via dalla coscienza. Ma è un concerto stridulo, dissonante. Un fischio che penetra. Superbo. Autoreferenziale. Paziente, come quel bambino che voleva svuotare il mare mettendolo in una buca scavata nella sabbia. Incessante. Logorroico, come l’amica di tua moglie, quando l’incontri in fila alle casse del supermercato. Almeno lì intravedi una fine. Che tipo di messaggio ti si vuol dare? Il gorgoglio è imperterrito: ora fischia, continuo e senza iati. Forse durerà finché non avrai capito il senso? Dev’essersi rotto il galleggiante della cassetta di scarico. Che palle. Avrebbero potuto almeno chiudere l’acqua prima di andar via. Navighi basso. Che fare adesso? Tutta la notte questo strazio? Devi anche alzarti presto. Già senti il trillo della sveglia che ti coglie appena arreso finalmente al sonno, dopo l’interminabile furibonda notte. E gracchia il gorgoglio, fischia che ti vibra l’inguine. Chiaramente non hai i tappi. T’infili i due mignoli. E finalmente trovi pace. Ma non riesci a stare a lungo con le dita dentro i timpani. A tenerne uno solo potresti anche farcela, ma non è sufficiente. Allora arrotoli un angolo del lenzuolo, lo inserisci in caverna, lo pressi e il fischio cessa. L’altro orecchio poggia con tutto il peso della testa sul mignolo teso. Poi il lenzuolo si srotola e il fischio riprende, il gorgoglio, il gracchio, assordante, senza tregua. Ti alzi e prendi dal cassetto un paio di calzini. Macché! Troppo morbidi, si sbrogliano. Se li bagni? Avranno forse più aderenza? E se l’acqua penetra? No, che sciocchezza. Ti rotoli nel letto. Imprechi. E il rumore pare aumentare. Si gonfia. Pulsa. Il letto ti aderisce come fango freddo e duro, a un passo dal cigolio di un carrarmato. Devi pensare ad altro. Ci provi, ma nulla che si fissi per più di un secondo. Tutto fugge via dalla mente, come se scottasse. E scotta, scotta, genuflessa al gorgoglio che è divenuto rantolo incessante, fracasso, trapestìo, frastuono, rombo. Non ce la fai più. La notte è lunga. Ti alzi. Apri la finestra. Al quinto piano entra un’aria fresca, piacevole. Ma quel rumore maledetto la rende insopportabile. Ora hai tanti spilli che pungono le guance e ogni sospiro della brezza ti trafigge. Non è scomparso tutto, è che tutto non dura. Te ne torni a letto sconfortato, con l’idea di perforati i timpani. Userai la matita appuntita con cui riempi le pagine di sottolineature. Prima uno e poi l’altro. Farà male? Ci sarà sangue? Sarà conquista del silenzio. Afferri l’arma dal comodino. La trovi subito, anche al buio. Te la ficchi in un orecchio. Pungi piano. Poi più forte. Dolore. Cambi obbiettivo. Pungi l’altro, più forte. Il rumore s’interrompe. Cazzo hai traforato! Ma no, l’altro è ancora integro! E’ il rumore che è cessato. E sei rimasto intatto. E a che ti serve? Il rumore riprende. Basta! Basta! Basta! Non hai più scampo. Ma sì che ce l’hai! La finestra. Dal quinto piano è sicuro che sarà fatale. L’hai letto in un libro. E’ questo il senso.

  • 30 agosto alle ore 9:33
    Luisa la finanziera

    Come comincia: Il nome di Luisa non è tanto comune in Sicilia, tanto più se lo portava una ragazza nata nelle isole Eolie, in particolare a Filicudi. La baby non aveva solo il nome fuori del comune ma lei stessa non rispecchiava i caratteri somatici dei genitori ambedue di bassa statura mentre Luisa era alta un metro e settanta, occhi verdi, fisico da indossatrice, alcuni paesani pensavano malignamente che la ragazza assomigliasse più a qualche nordico di passaggio…forse ci avevano azzeccato. Figlia unica, già da piccolina seguiva i genitori mentre in barca mentre andavano a pesca per guadagnarsi da vivere sia di giorno che di notte. Luisa sorrideva raramente, di carattere chiuso non dava molta confidenza ai paesani, andava a scuola con profitto e conseguì il diploma di ragioniera a Lipari con molti sacrifici dato che spesso il mare era in burrasca ed i traghetti di linea non facevano scalo a Filicudi. La ragazza era in confidenza solo con Marianna la figlia di un appuntato di mare della Guardia di Finanza che comandava il locale distaccamento. Giuseppe M. le volle darle una mano e le fece presentare la domanda di arruolamento nel Corpo cui lui apparteneva e Luisa, inaspettatamente un po’ per tutti, vinse il concorso  e, con lacrime dei genitori, si recò a Gaeta in provincia di Latina e dopo nove mesi indossò le Fiamme Gialle da finanziera. Al ritorno a Filicudi in licenza apprese che i genitori avevano intenzione di trasferirsi per lavoro in Australia, presso dei parenti, dato che il mestiere di pescatori non era più rimunerativo, Luisa non volle seguirli e fu trasferita presso la Squadriglia Navale di Lipari in contrada Pignataro a bordo di una Vedetta della Classe ‘Zara’, nome di un defunto finanziere medaglia d’oro. Ovviamente la presenza a bordo di una ragazza, cosa mai accaduta in passato, scompaginò la vita dei componenti il mezzo navale soprattutto per l’avere in comune i servizi. Il Comandante, Maresciallo Capo Alberto M., non trovò altra soluzione se non quella di cedere la sua cabina singola alla ragazza e ‘mischiarsi’ con la truppa. Luisa, come suo carattere, essendo anche la sola donna a bordo,  non era in confidenza con gli altri membri dell’equipaggio, solo in sala mensa scambiava qualche parola dietro domande specifiche dei suoi colleghi. Era una lavoratrice indefessa, aveva anche una notevole forza  fisica che meravigliò soprattutto Alberto il quale, vedovo da due anni, la guardava con occhio più che benevolo, avendole ceduto la cabina…un pensierino ce l’aveva fatto ma invano. Di notte i componenti l’equipaggio si davano ad uno ‘sport’ particolare: quello di salpare le nasse messe in mare dai pescatori per catturare pesci grossi, in particolare le aragoste che ovviamente finivano sulla mensa dei finanzieri, i pescatori conoscevano questo ‘vizietto’ degli appartenenti alle Fiamme Gialle ma non creavano problemi. Un avvenimento particolare cambiò in parte la vita di Luisa: un gatto traversò il molo mentre passava un finanziere in bicicletta che lo prese in pieno. Luisa scese di corsa a terra, l’animale non dava segni di vita,  con l’auto del Comandante portarono la bestiola da un veterinario il quale constatò che, tutto sommato il gatto o meglio la gatta non aveva nessuna frattura ed aveva bisogno solo di un po’ di riposo. Fu rintracciato uno yacth dal quale era fuggita, Luisa teneva al seno la gatta, voleva tenersela ed in tal senso fece richiesta alla padrona da cui l’animale era fuggito. La dama, avendo altri simili animali, accondiscese alla richiesta che fu avallata anche dal Comandante del Guardacoste il quale sperava così di…Luisa si organizzò con cibi per gatti, ciotoline varie e due cestini  uno a prua del GC., ed un in cabina in caso di maltempo,  dove far riposare la gatta la quale non voleva staccarsi dalle braccia di Luisa che fu costretta a farla dormire sul suo letto. Alberto con la scusa di controllare lo stato di salute di Gaia,  come era stata chiamata la gatta, quando non erano in navigazione, si recava spesso nella sua cabina. Ovviamente Luisa se ne accorse, in fondo Alberto non le dispiaceva, aveva avuto un solo rapporto sentimentale con un filicudiano che la ragazza aveva scaricato in malo modo per le sue richieste sessuali. Gaia col suo manto tigrato era diventata un personaggio a Lipari. Di indole pacifico e dolce, socievole,  camminava vicina alla padrona al guinzaglio e, cosa più sorprendente era un ottimo nuotatore. A bordo faceva da vedetta, stava sempre a prua a scrutare il mare,  aveva fatto amicizia con tutti i finanzieri entusiasti di poterci giocare. Dimostrava doti atletiche notevoli, effettuava non indifferenti salti ed acrobazie, un solo difetto: non sopportava di restare sola per molto tempo e così, lontana Luisa, passava di mano in mano dei componenti l’equipaggio.  Un avvenimento particolare creò qualche problema a bordo: la prima volta che Gaia andò in calore sul molo di appalesarono vari gatti attirati dall’odore della femmina, rimanevano sul molo e non andavano a bordo del GC. sulla scaletta per paura dell’acqua sottostante ma con i loro versi infastidivano anche i componenti degli yacht ormeggiati vicino alla vedetta della Finanza. Decisione drastica: far sterilizzare la gatta. Alberto si fece carico dell’ingrato compito e, lasciata Luisa in lacrime, con la sua auto portò la gatta dal veterinario e ritornò a bordo dopo due ore. Gaia era ancora mezza intontita per l’anestesia e dormì profondamente tutta la notte sul letto di Luisa. La mattina dopo si svegliò più pimpante che mai con gran gioia della padrona che le offrì una colazione super. Alberto era di giorno in giorno più in crisi, dichiararsi esplicitamente a Luisa poteva potare ad una decisione di rottura visto il carattere della ragazza ma d’altronde che fare? Una sera piovigginosa mentre il GC era ormeggiato al porto, si sedette a poppa incurante della pioggia, piangeva, un vecchio lupo di mare che piange…  Non vedendolo in giro, Luisa, seguita da Gaia, andò a poppa e rimase basita. “Vieni in cabina, una bronchite è in arrivo.” Non volendo gli aveva dato del tu cosa apprezzata dal Comandante a cui venne in mente la canzone ‘aspetta e spera che poi si avvera.’ Alberto strinse al petto Luisa che invece di ricambiare: “Va a farti una doccia, io vado a far mangiare Giada”  nemmeno un minimo di compassione! Alberto decise di  cambiare aria per trenta giorni recandosi a Roma dalla famiglia, ancora doveva fruire la licenza dell’anno passato, salutò in fretta l’equipaggio, il comando fu assunto dal brigadiere Francesco C.,toscano di Arezzo, che fu contento dell’incarico per poter conseguire i requisiti per diventare maresciallo. Giada girava per tutto il Guarda Coste in cerca di Alberto, talvolta guardava in viso la padrona come per interrogarla, Luisa aveva capito che quella di Alberto era una fuga ma ancora non si sentiva di avere un rapporto sentimentale con lui. Dentro di sé aveva ancora quel senso di libertà che non voleva perdere, non era molto razionale ma…Da Roma cominciarono a pervenirle delle buste con dentro foto particolari: Alberto dinanzi al Vittoriano che faceva il saluto fascista, Alberto abbracciato ad una turista di chissà quale nazionalità con cui leccava insieme un enorme gelato, Alberto a Colle Oppio con in braccio un gatto, Alberto con in braccio una ragazza, Alberto che al mare di Ostia era vicino ad una baby in topless. L’ultima foto aveva fatto arrabbiare Luisa che, preso il telefonino, per la prima volta gli inviò un messaggio: “Di te non m’importa nulla, smettila con le provocazioni!” Invece era tutto il contrario, Luisa cominciava a soffrire di gelosia, troppi ‘fiorellini’ intorno al quale rispose con altro messaggio: “Prendi il treno a Messina delle ventitré, sarai a Roma alle otto di mattina, ci sarò io a prenderti ma chère.” Quella notte per Alberto fu giorno, era a casa di sua cugina Silvana in via Cavour e girando lui per casa la cuginetta si svegliò: “All’anima della cotta, a quarant’anni! Chi sarà mai, miss mondo?” Alle sette Alberto era al binario otto della Stazione Termini, lo speaker aveva annunziato l’arrivo del treno dalla Sicilia in quel binario. Il nostro eroe si nascose dietro una colonna all’inizio del treno, scesero molti passeggeri e quando l’Albertone cominciava a disperare comparve una figura da favola. Luisa aveva indossato dei tacchi che la facevano sembrare ancora più alta, sorpassò Alberto guardandosi intorno delusa quando fu presa alle spalle. “Brutto stronzo pensavo non ci fossi!” Stavolta un bacio profondo a prolungato fu accettato da Luisa che aveva abbandonato a terra la valigetta. Il solito romanaccio: “A cosi intanto te rubbo la valigia e poi sai che te dico signorina, ar nonnetto lo sotterri!” Il volgarone non rubò la valigia ma fece sorridere gli ormai fidanzati. Silvana era curiosamente trepidante in attesa della bellezza siciliana e quando apparvero i due gli scappò: “Cazzo avevi ragione!” “Vedi, di solito mia cugina è castigata nel parlare ma tu le hai fatto un grand’effetto.” Dopo un abbraccio: “Ti ho preparato la colazione, c’è un po’ di tutto, non conoscevo i tuoi gusti.” “Vedi quanto sono generosi i romani, guardando te penso che tu siciliana lo sia un po’ meno.” Stavolta Luisa meravigliò i due cugini: “Vedi cara, questo signore parla per enigmi, voleva solo dire che ancora non gliela ho mollata e posso dire che non ho intenzione di dargliela.” A Silvana il caffè che stava bevendo le uscì dal naso, Alberto invece capì che quella era, forse, la volta buona. A casa c’era pure Cesare il figlio di Silvana di quindici anni più giovane di Alberto il quale anche lui ritenne di far lo spiritoso: “Zietto per te è troppo giovane, vedi se puoi mollarmela. “Io ti mollo un calcio in culo!” Tutti e quattro andarono a pranzo nel ristorante sotto casa, il padrone Ferdinando G. detto Nando riconobbe Alberto e gli fece i complimenti per la sposa. “Non siamo ancora sposati ma ci manca poco.” “Lallero” il commento romanesco di Silvana la quale a casa sua, nell’introdurre i due nella camera degli ospiti, si ripeté con una spiritosaggine: “Le lenzuola sono nuove, mi raccomando!” Rimasti soli un attimo di imbarazzo: “In bagno ci vado prima io o tu?” “Da buon cavaliere ti cedo il bidet.” Luisa non se la sentiva ancora di entrare in totale ‘confidenza’ con Alberto, uscita dal bagno in accappatoio si infilò nel letto e si coprì con il lenzuolo. Alberto bello pimpante e con ‘ciccio’ in erezione si presentò alla novella sposa la quale rimase basita. “Oddio, quello è un manganello!” “Cara sarò delicato, intanto vedo di lubrificare la tua cosina.” “Hai della vasellina?” “No tu chiudi gli occhi e lascia fare a me.” Alberto scoprì il corpo di Luisa che chiuse gli occhi, si vergognava, oggigiorno era molto difficile trovare una ragazza che a ventiquattro anni è vergine e soprattutto si vergogna di farsi vedere nuda. Alberto cominciò con un cunnilingus che sortì l’effetto desiderato, dopo un po’ Luisa ebbe un orgasmo alla grande, Alberto seguitò nella manovra ed ebbe un secondo effetto sulla ragazza la quale: “Per ora basta, in passato qualche volta mi sono toccata da sola ma non avevo mai provato una goduria simile.” Dopo un po’: “Adesso  provaci con ‘juicio’.” “Sei forte, hai citato il Manzoni.” Luisa dimostrò ancora una volta di essere una dura e non si lamentò malgrado un dolore attenuato dalla lubrificazione del cunnilingus, ad Alberto non dispiaceva avere in figlio e quindi andò alla grande fin quando: “Ti prego, ritirati, la cosina mi fa male.” Erano le undici quando Silvana dietro la porta: “Ci siete? Tutto a posto?” “Entra cara, io non ho problemi, domanda alla neo-signora.” “Vi ho portato la colazione, data l’ora sarebbe meglio un pranzo.” Dopo una settimana di permanenza a Roma, i novelli sposi rientrarono a Lipari, affittarono un alloggio dove si  trasferì Luisa che nel frattempo, dietro raccomandazione di un generale amico di Alberto,  fu trasferita a terra negli uffici della Squadriglia Navale. Naturalmente anche Gaia, col permesso del Comandante, seguiva la padrona al lavoro creando qualche problema in quanto ogni tanto si esibiva in salti ed acrobazie andandosi a posizionarsi sopra i fascicoli che cadevano a terra. “Gaia se ci provi ancora ti lascio a casa, stai sotto il mio tavolo senza muoverti.” I colleghi, affascinata dalla gatta, si meravigliavano che un animale potesse capire e ubbidire alla padrona. Matrimonio celebrato dal Sindaco di Lipari a bordo del Guarda Coste, grande festa con tutto l’equipaggio ed alcune autorità e, dopo due anni la nascita di Armando junior nome del padre di Alberto il quale, giunto ai limiti di età, si congedò e fece da insegnante all’erede, Luisa seguitò nel suo lavoro alla Squadriglia Navale contenta di rientrare a casa con pranzo e cena già pronti, insomma una famiglia felice anche se quella differenza di età…
     
     

  • 29 agosto alle ore 10:25
    Posso entrare?

    Come comincia: Roberto, in pigiama, stava bussando alla porta della vicina di casa con un querulo: “Posso entrare?” Sofia, vedova quarantacinquenne abitava nello stesso piano in via Cavour 101 a Messina. Pur riconoscendo la voce del figlio di Armando, vicino di casa, non capiva cosa volesse il ragazzo sedicenne a quell’ora. “Alberto cosa t’è successo, hai bisogno di aiuto?” “Sono Roberto ed ho bisogno…”Aperta la porta Sofia rimase allibita, sui pantaloni del pigiama del ragazzo c’era una bozza significativa che  lasciò senza fiato la signora. Nel frattempo Roberto si era introdotto nella casa della vicina e rimaneva  al centro dell’ingresso. “Mammina non so che fare, ‘cicco’ non vuole ‘scendere’ mia dai una mano?” Non era facile sorprendere Sofia ma il ragazzo c’era riuscito in pieno lasciandola senza parole. Nel frattempo Roberto l’aveva abbracciata facendole sentire in modo significativo la motivazione del ‘bozzo’ e cominciandola a baciare sul collo, sulla bocca e su un  seno nel frattempo uscito dalla camicia da notte. Sofia, vedova che da due anni conduceva una vita monotona insieme alla figlia diciottenne Elettra, non seppe reagire e si trovò nuda ed indifesa perché nel frattempo Roberto le aveva sfilato la camicia da notte. Un desiderio sessuale represso da tempo le fece chiudere gli occhi, prese in mano il voluminoso coso del ragazzo e istintivamente se lo mise in bocca con la ovvia conseguenza che se la trovò riempita di qualcosa di caldo che non ricordava da tempo. In bagno  si lavò la bocca e si trovò di colpo piegata  in due con il ‘ciccio’ di Roberto che le era penetrato nella gatta anche se con un po’ di fatica, non la usava da tempo. Il ragazzo ci mise del tempo per un nuovo orgasmo, questa volta Sofia ebbe una goduria notevole per lo schizzo dello sperma sul collo del suo utero, si sedette sul water senza forze, era rimasta sola. Alberto e Roberto, due gemelli, erano iscritti alla quinta ginnasiale del liceo Maurolico e frequentavano le lezioni il pomeriggio al contrario di Elettra, pari età dei due gemelli, che andava nello stesso istituto la mattina. La ragazza al rientro a casa trovò la madre a letto: “Scusa cara se non ti preparato nulla da mangiare ma non mi sono sentita bene.” “Mamma cui penso io, chiamo il medico?” “Non c’è bisogno, mi riprenderò presto.” Elettra era una ragazza di notevole bellezza, alta, longilinea, occhi grandi e verdi, affascinanti, seno, gambe perfetti, sembrava una modella. L’unico suo problema era stato un brutta esperienza: a quattordici anni era andata in gita in motorino sui monti Peloritani con il suo ragazzo col quale condivideva solo baci e carezze ma quel giorno il cotale la picchiò e la violentò lasciandola ovviamente un ricordo tragico con la conseguenza che non voleva più frequentare suoi coetanei. Anche il buon Armando, titolare di una scuola guida e padre dei gemelli, aveva i suoi problemi: non riusciva a trovare una gentil donna con cui dividere la solitudine di vedovo, gli capitavano solo delle ‘sgallettate’ per dirla alla romana, sua città di origine. Luigina la portiera nubile trentenne che sbrigava le faccende di casa nell’abitazione dei tre maschietti, aspirava a diventare di più nel cuore  del vedovo ma senza successo. Questa la situazione  al quinto piano di via Cavour 101 a Messina, situazione piuttosto complicata ma oggigiorno nessuno ha vita facile. Quel che poteva essere non replicabile al contrario avvenne una mattina quanto Alberto bussò alla vicina di casa con la frase: “Posso entrare.” Sofia non fece onore al significato del suo nome, saggezza, anzi aspettava che quell’avvenimento si ripetesse. Si era alzata presto e dopo una doccia, tutta profumata aspettava…”Chi sei Roberto o Alberto.” “Alberto, vorrei…” Questa volta avvenne tutto sul letto, Sofia fece tutto da sola, si infilò il coso ben eretto di Alberto nella gatta vogliosa e rimase a lungo a godere delle riprovate delizie del sesso, nessun problema, era in menopausa Alberto era instancabile! Elettra guardava con uno sguardo speciale il buon Armando che, da quarantenne faceva ancora la sua bella figura, ormai i coetanei erano per lei tabù. Un pomeriggio si presentò nei locali della scuola guida di Armando il quale, nel vederla, si alzò di scatto, anche lui aveva uno ‘sguardo’ particolare nei confronti della baby ma, per paura di un rifiuto, si era ben guardato dal farle delle proposte amorose. “Carissima, posso esserti utile?” “Vorrei prendere la patente.” “Niente di più facile, io stesso ti darò lezioni di guida anzi in questo momento sono libero, qui fuori ho una ‘Panda’ con doppi comandi, mettiti alla guida.” Era luglio ed il caldo si faceva sentire, Elettra nella maggior parte  delle lezioni in auto indossava gonne ampie che, casualmente, durante la guida si alzavano lasciando scoperte gran parte delle cosce con ovvio aumento della pressione sanguigna di Armando che un giorno si fece più audace: “Cara desidero abbracciarti…” “Anch’io ma non da buon papà.” Così iniziò la relazione fra i due anche se Elettra, ancora col ricordo dello stupro non intendeva aver contatti profondi, sesso manuale e poi orale, niente più. Una volta Armando voleva prendere la via dei monti Peloritani, Elettra improvvisamente sbiancò in viso e raccontò la sua disavventura ad Armando quindi sessualmente tutti sistemati, si fa per dire, ad esclusione della portiera Luigina che comprese che c’era del tenero fra Armando ed Elettra, fece la spia a Sofia che al momento rimase sconcertata ma poi, anche lei al corrente della brutta avventura della figlia, accettò la situazione anche perché se la godeva bellamente con i due gemelli i quali pensarono bene una mattina di presentarsi in coppia. All’inizio Sofia rimase perplessa ma poi fu ampiamente ripagata con qualcosa che non aveva provato mai: il doppio gusto: i ragazzi contemporaneamente entravano nei due buchini di Sofia  portandola ad orgasmi che facevano tremare la ‘mammina’. Dai giornali i due appresero della presenza del punto G delle donne e riuscirono a metterlo in atto. Sofia sembrava impazzita, ormai era schiava totale del sesso, se ne accorse pure Elettra che però giustificò la madre che, da vedova, non aveva altri ‘svaghi.’ Armando ogni giorno si faceva più pressante, voleva entrare nella ‘gatta’ che sentiva sempre più bagnata per orgasmi multipli di Elettra la quale, al fin, acconsentì: luogo predestinato un albergo della zona sud di Messina. Armando chiamò per telefono il direttore:”Sò Armando, me serbirebbe nà stanza matrimoniale pen pomeriggio.” Stranamente gli era venuto in mente di esprimersi in romanesco suo dialetto di origine.  Dall’altra parte del filo una risata ‘navigabile’ come avrebbe detto il buon Jacovitti e poi “Dica…num mi dì che sei romano in mezzo a tutti sti burini, io so Gigi de San Giovanni.” “Puro io, via Taranto.” “Amico mio addisposizione con du d.” “Domani pomeriggio dovrei da passà dù ore ‘n compagnia…” “Ricevuto, va bene alle quindici?” “Ok, a domani.” Elettra all’inizio era perplessa di andare in albergo ma poi, dietro insistenze di Armando cedette assaporando in anticipo…Armando non usò la Panda di servizio ma una Alfa Romeo Giulia quadrifoglio verde che, da giovane, usava per le corse in salita. Seduta la baby nel sedile del passeggero, l’auto partì sgommando  mettendola in apprensione. “Non sei in un autodromo!” “Mi son fatto prendere dalla fretta di…” “Bono papino, non vorrei che ti emozionassi ed andassi in bianco!” A quella provocazione Armando cambiò marcia e velocità. Posteggiata la Giulia dinanzi all’albergo trovò Gigi che lo aspettava. “Benvenuti, madame.”Un inchino con falso baciamano “ Per voi ‘na matrimoniale lontana dar traffico che da stè parti è nò schifo.” “Gigi come va con la fauna locale?” “Che te debbo da dì…” In quel momento passò dinanzi a loro una giovane cameriera brunetta in grembiule nero, capelli pure neri lunghi, espressione del viso: disponibile. “Ah zozzone!” “Armà sai che te dico, sò fortunato perché come direttore d’albergo della catena ‘Jolly’ ogni tanto me trasferiscono da ‘n albergo all’artro e così riesco a provare le specialità indigene.” Elettra si fece coraggio e: “A’ Gigi  mentre magnificate le vostre conquiste indigene che ne direste di  andare nella nostra camera, sono un po’ stanca.” Gigi: “Mi scuso, avevo dimenticato che siete venuti qui per un riposino!” Nella stanza, ben arredata, c’erano fiori dappertutto che emanavano un profumo intenso.  Chiusa finalmente la porta Elettra si spogliò in fretta, si recò in bagno e, dopo un bidet si mise a gambe aperte sul letto e “Son qua a disposizione!” “Non mi prendere in giro, se fai così togli l’atmosfera di romanticismo e mi smonti!” Armando non aveva mai visto Elettra completamente nuda, uno spettacolo, anche lui si lavò i ‘giocattoli’ e rientrando nella stanza trovò la compagna coperta da un lenzuolo. “Posso entrare?” Se avessero saputo la storiella del ’posso entrare’ i due si sarebbero fatte matte risate ma invece si diedero da fare diciamo seriamente. Armando onorò la gatta con un lungo pussy lick che mandò in visibilio la ragazza e poi iniziò l’entrata trionfale ma con dolcezza, in fondo Elettra aveva avuto un solo rapporto sessuale, peraltro spiacevole. L’ormai moglie abbracciò forte Armando, bell’abbraccio particolare era per non lamentarsi dei dolorini che provenivano dalla sua gatta che finalmente fu penetrata sino in fondo facendo rilassare la baby. Un dubbio fece mandare il cuore di Armando a mille ma c’era un motivo, non aveva preso precauzioni e non aveva domandato ad Elettra se avesse assunto la pillola. La ragazza si mise a ridere, come tutte le femmine aveva un intuito superiore a quello dei maschietti e poi la sua stoccata finale: “Non ti piacerebbe avere un erede femmina, ti aiuterebbe  nel lavoro alla scuola guida con le signore, la potremmo chiamare Arcibalda come mia nonna.” Armando capì che era stato sconfitto su tutta la linea, ci mancava solo una figlia di nome Arcibalda ma poi, dinanzi a risate prolungate della ragazza, capì che lei avrebbe voluto metter su famiglia con lui. Ultimo tentativo per non soccombere del tutto: “Non ci pensi che sarei il nonno e non il padre della nostra figlia?” “La piccola avrebbe oltre una madre pimpante anche due zii ed una nonna.” “Non vorrei che col passar degli anni la mammina fosse troppo pimpante per un marito…” “Non ci sarebbero problemi, ti racconterei tutte le mie avventure!” Con questa frase Armando capì che la sua sconfitta era totale su tutta la linea. Gigi non era nella hall, Armando diede la mancia al portiere e poi: “Ti prego guida tu, tanto lo dovrai fare quando sarò invecchiato e non sarò più in grado…”

  • 26 agosto alle ore 16:36
    Iolanda

    Come comincia: Spiaggia di Mortelle (Messina). Invitati nella villa sul mare della padrona di casa Mara , le sue due figlie Anna col marito Alberto (io) e Pina con tre maschietti: Salvo consorte ed i figli Marco diciottenne ed Andrea sedicenne ed un nugolo di ragazze amiche dei due giovani. Alla mia età (non vi rivelo quale) cerco di capire la mentalità dei giovani come il loro modo di essere ospiti, anche per giorni, dei genitori di loro coetanei e coetanee, per ospiti intendo colazione, pranzo e cena e letto per riposare. Non penso che i padroni e soprattutto le padrone di casa fossero al settimo cielo per il daffare che la moltitudine arrecava, raramente le baby davano una mano per le faccende domestiche. Mara era la nonna, come tale era esentata dai lavori, tutto sulle spalle di Anna (gelosa anche se non voleva ammetterlo) e di Pina. Non si poteva certo dire che mancasse l’allegria, i giovani accendevano  fuochi sulla spiaggia, ballavano più o meno stretti, alcune coppie si allontanavano per poi ritornare in mezzo agli altri con gli occhi lucidi (non certo per commozione); alcuni maschietti si  esercitavano in uno sport (si fa per dire) che era quello di misurarsi il pene e quello che l’aveva più lungo godeva di un bacio di una ragazza da lui prescelta. Un bel casino al quale non mi sottrassi. Avevo rivisto per la seconda volta Iolanda (il vero nome è un altro ma non voglio grane con chicchessia: padre, fidanzato, amante). L’avevo presa per mano e cento metri più a nord ci eravamo seduti sulla battigia. Iolanda, non male di viso era decisamente grassa, e per tal motivo piuttosto complessata. La prima volta che ci eravamo incontrati era a casa di Pina, la cotale era stata condotta da Marco. Spacciandomi per indovino, le avevo chiesto se volesse sapere cosa l’avrebbe fatta più soffrire. Iolanda: “La mia pinguedine.” E qui la mia furbizia  matricolata (non vi ho detto che sono un ex Maresciallo delle Fiamme Gialle.) “No mia cara, sarai infelice se ti innamorerai di un ragazzo che non ti corrisponde!” Iolanda non aveva commentato, forse le era già successo con Marco che di giovin pulselle era sempre circondato e quindi inavvicinabile. Sulla battigia qualche onda più lunga talvolta ci arrivava sino agli slip,  facemmo finta di non accorgersene per evitare  di doverseli togliere con ovvie conseguenze. “Vedi Iolanda, alla mia non più giovane età, in una donna si apprezzano altre qualità rispetto a quello che preferiscono i giovani. Per esempio: i tuoi occhi grandi e marroni sono per l’ingresso alla tua anima, al tuo cervello ed al tuo cuore. Dentro di te sei una donna meravigliosa ma questo ovviamente lo vorresti sentir dire da un tuo coetaneo. Io sono stato sincero, col passare degli anni ho imparato ad apprezzare nelle femminucce alcune qualità che da giovanissimo non notavo, sei un patrimonio di buoni e non comuni sentimenti che tu vorresti riversare su un ragazzo, su un uomo insomma su un essere maschile che li apprezzerebbe come sto facendo io, ma…” ”Permettimi di abbracciarti, non succederà altro.” “Hai un battito cardiaco molto accelerato non è che ti senti male, Iolanda…” “Il motivo del cuore in subbuglio è un altro, meglio tornare dagli amici.” Anna vedendomi ritornare in compagnia di Iolanda cercò di fare la fredda moglie, che non era: “Ragazzi vi siete bagnati, andate ad asciugarvi in casa, soprattutto tu, Iolanda.” Alberto non aveva mai pensato che in simili occasioni la deliziosa Anna si sarebbe fatta di ghiaccio:  “Vedo che sei cambiata, complimenti!” Con un sorriso la consorte: “Se potessi ti spaccherei la testa, mio caro, davanti a tutti ho fatto la figura che tu sai, andiamo a casa.” “Gelosona mia, per premio guiderai la mia Jaguar.” Non l’avessi mai promesso, Anna con una partenza da formula uno andava sempre più forte facendo stridere i pneumatici nelle curve e facendo sorpassi azzardati.” Io non sono il tipo da farsi sopraffare, staccai le chiavi dal quadro, presi di peso la consorte e la passai al posto del passeggero. “Questa è l’ultima volta  che metti il delizioso culetto al posto del guidatore, se vuoi fare la centaura falla con la tua Cinquecento e niente scenate di gelosia a parte…” “Vuoi dire che Iolanda è grassa e quindi…” “Voglio solo che voglio vivere la mia vita, se non ti va bene raggiungi mammina che era contraria al nostro matrimonio!” Capita la lezione, Anna si raggomitolò sul sedile e cominciò a piangere silenziosamente, sapeva che Alberto non sopportava le lacrime femminili ma stavolta gli andò male. “Puoi lacrimare quanto ti pare, non mi fai alcun effetto!” ‘Res cum ita sint’ (scusate il latino ma in questa lingua talvolta esprime meglio il concetto) io,  libero da vincoli di lavoro, sono in pensione quale ex maresciallo appartenente alle Fiamme Gialle, (Anna impiegata al Genio Civile),  decisi di contattare Iolanda col telefonino prima che andasse a lezione. “Chi è che rompe a quest’ora?” “È una povera vecchierella che si vuole confessare!” “Si ma io conosco il seguito: mandatela via, mandatela via disgrazia dell’anima mia.” “Appuntamento all’interno dell’Albergo della Stazione, il direttore è un mio amico.”……”Ci sei?” “Presuntoso, chi ti ha detto che verrò anzi penso proprio…” “Non pensare e vieni!”  Staccai la comunicazione, il modo migliore per mettere in crisi Iolanda. Nando il direttore dell’hotel era romano come me, amicissimo,  spesso diceva: “Meno male che ci siamo noi, qui sò tutti burini!”  Dall’interno della hall vidi spuntare la sagoma di Iolanda che, con passo militaresco, si stava avvicinando al portiere quando fu agganciata da Nando: “Signorina ben venuta, sò amico e pesano de Arberto che l’aspetta…eccolo là, buona…” Non poté finire la frase che Iolanda era volata fra le braccia del prossimo amante. La camera era rumorosa, dava sulla via XX settembre sempre molto trafficata ma ai due poco caleva. Sotto la doccia finalmente ebbi il piacere di scoprire le nudità di Iolanda, abbondanti ma piacevoli,  asciugati scambievolmente, a letto. Unica luce un abatjour che inviava una luce romantica. “Ti dispiace se ti esploro un po’, già vedendo il tuo sorriso luminoso ‘ciccio’ è sull’attenti ma io prima voglio baciarti in bocca, sulle tettone e soprattutto sul fiorellino o meglio, come vedo, sul fiorellone e sul clitoride…”Iolanda cominciò quasi subito ad avere un orgasmo soffocando i lamenti gioiosi che le uscivano dalla bocca col cuscino.  Non mi rendevo conto quando sarebbe finita la sua goduria e soprattutto, anche se in ritardo, mi chiesi se madama prendesse la pillola. Leggendo nei suoi pensieri: ”Sta sicuro, sono impillolata, nessun Albertino in vista!” Cosa strana la vagina era stretta tanto da far uscire qualche urletto dalla bocca di Iolanda che: “Ce l’hai più grosso di altri che ho conosciuto ma mi piace se puoi…La ragazza era ben informata in quanto a sesso, chiaramente intendeva che le trovassi il punto G. Per una strana ragione non volli riservare quella sensazione alla mia legittima consorte, una sorta di prova d’amore anche se io stesso non compresi bene questa decisione e così Iolanda fu accontentata with an ass’ (in inglese è meno volgare) che le fece provare  ‘a duble taste’ per lei nuovo. Finita la pugna, scendemmo nella hall dove c’erano il portiere con la mano tesa, venti €uro da parte mia  e  Nando che fu molto galante inchinandosi dinanzi a Iolanda con un finto baciamano. Riprendemmo  le nostre auto nel vicino posteggio Cavallotti e, bacino volante, ognuno a casa propria.  Durante il tragitto misi un compact disk del Duca (Duke Ellington) per rilassarmi in attesa di…boh, meglio non pensarci. Entrato in casa trovai le luci di tutte le stanze accese, Anna vestita in maniera elegante e la tavola imbandita come se ci dovesse esserci una festa. Nessuna domanda da parte mia, ci voleva poco per capire la reazione della consorte. “O ti spacco la testa o ti amo da morire”, la seconda ipotesi era quella giusta, quello con Iolanda era stata solo un capriccio. A proposito Iolanda si chiama in effetti Ivana, ma non ditelo in giro, il padre è un pezzo grosso e di solito i pezzi grossi sono rognosi e vendicativi!

  • 22 agosto alle ore 11:41
    Lettera arcaica

    Come comincia: Sei forse impazzito? Tormenti l’anima tua per una siffatta miseria e immiserisce pure la linfa che, non per scherzo, scorre nelle tue vene. Mi parli di nobile amore. Come fai a chiamarlo tale?  Ciò che tu chiami nobile è solo millanteria! Parli di purezza, di amorosi sensi. Navighi in dolci acque. Agli occhi miei è solo turpe mercanzia: lei si è concessa a te, seppure sposata per la volontà di Iddio, ad un’altro sant’uomo, di cuore ‘finissimo’. ‘Non desiderare la donna d’altri’ ricorda!  Parlo a te, e a te solo, pazzo, corrotto! E vile è lo scandalo appena commesso. Ucciditi allora se a questo tuo credo corrisponde tanto coraggio. Ma non lo farai, perché sai che non c’è ragione di morire per una tale sventura! Gli occhi della cerva, nella stagione acerba, t’hanno sedotto.  Ma sotto il morbido manto, si nasconde l’arpia che t’ha magicamente stregato.  In nome del Sacro tu pentiti, e pentiti per l’amor della Vergine Regina Madre dei Cieli, perché la tua anima può essere ancora salvata. Non pensar più a lei: diranno che è stato inganno e per incanto t’ha invogliato ad assaggiar i seni suoi. La colpa sua pagherà a caro prezzo: rinchiusa in un convento vivrà di preghiere che, nel silenzio e scalza, dovrà proferire in luogo, e di suo figlio non saprà più nulla. Non c’è lealtà nel suo sleale tradimento. La donna sposata vesta sempre di rosso perchè la vergogna le faccia temere il furbo marito.  Pentiti dunque o sarà per te, come per lei, la fine.
     

  • 22 agosto alle ore 10:28
    Un profondo sentimento amoroso

    Come comincia: Alberto M. professore di lettere in una scuola media di Roma stava correggendo i compiti degli alunni in verità con poca voglia, la maggior parte  dei ragazzi e delle ragazze  di italiano ne ‘mangiavano’ poco sia perché in casa nella maggior parte i genitori parlavano il dialetto sia perché, malgrado le sue insistenze, non leggevano i libri che procurava loro dalla biblioteca scolastica. Da quando aveva smesso di fumare  sembrava gli  mancasse sempre qualcosa, specialmente dopo mangiato ma Sergio C., un amico medico, gli aveva riscontrato un inspessimento del palato che,  come conseguenza  poteva condurre a qualcosa di molto spiacevole. Suo padre diceva sempre che l’invecchiamento portava a dover rinunziare a qualcosa di piacevole di giorno in giorno, aveva purtroppo ragione. Quarantasette anni, un divorzio alle spalle, niente prole, aveva preso alloggio in un appartamento in affitto all’ultimo piano in via Marsala vicino alla stazione Termini. La ex, non bella Elena P., capricciosa e ricca, due anni addietro l’aveva voluto impalmare. Alberto di provenienza contadina, ma ‘callidus’ come tutti i suoi colleghi, non se lo fece dire due volte anche se la promessa non era particolarmente avvenente e, dopo il matrimonio, dimostrò un carattere mefitico, come il suo alito, in ogni caso era di una antipatia, ma di una antipatia, insomma antipatica. Giusto per inquadrare la sposa: naso lungo (sembrava un trans), piccole labbra e bocca in dentro, piatta di seno, gambe  da airone. Perché la cotale aveva scelto Alberto? Il nostro in questo caso eroe, era effettivamente un fustaccio, sempre elegante e col sorriso sulle labbra, la ‘materia prima’ non gli mancava ma tutte le fanciulle che incontrava avevano una caratteristica in comune: scarse di denaro, un grave handicap per lui che  voleva vivere una vita se non lussuosa almeno agiata. Ad Elena che, come avrete capito non aveva nulla in comune con la omonima regina greca, piaceva da matti il sesso; era capace di svegliare in piena notte il consorte che, ormai abituato ai suoi capricci l’assecondava, veniva in cambio ben retribuito finanziariamente. Allora perché quel divorzio? Elena aveva incontrato un toy boy etiope, che come tutti le persone di colore (non chiamiamoli negri, si offendono) era molto dotato, se  lo diceva Elena… Il trapasso di ‘augelli’ comportò per la non bella signora l’esborso di una ventina di milioni di €uro passati nelle tasche del doppiamente fortunato Albertone che si era così anche scaricato una ‘scorfana’! Da una lussuosa abitazione ai Parioli Alberto passò ad una casa in via Marsala più modesta ma arredata con gusto dalla proprietaria cinquantenne per sua fortuna ricca e frequentatrice assidua di case di bellezza. Cesira Z, di origine romagnola, la prima sera dell’insediamento di Alberto nella nuova abitazione, invitò l’inquilino ad una cena intima a casa sua. Profumatissima, restaurata in modo eccelso (niente pelle cadente), al momento dello champagne passò all’attacco, evidentemente già un po’ brilla, e mise le mani direttamente sulla patta di Alberto che in quel momento dovette decidere: ‘O la mando ‘ad patres’ o non pago l’affitto.’ La seconda ipotesi ebbe il sopravvento, Alberto  rispetto alla legittima consorte ci aveva guadagnato e così si sacrificò ma sino ad un certo punto perché la dama aveva stile anche nel fare sesso. Ma altri avvenimenti incombevano sul suo capo: un pomeriggio stava  correggendo i compiti di quelli che chiamava ‘sciagurati alunni’ ma forse era stata sua colpa quella di dare per tema: “La tua famiglia”.In un altro istituto statale l’anno passato era venuto fuori un tale casino dovuto alle vicende  incestuose del nucleo  familiare di una alunna, per fortuna a lui non era accaduto. Campanello della porta d’ingresso, Alberto non aspettava nessuno: “Chi è” “Sono Loredana professore, ho bisogno di una spiegazione.” La ragazza era figlia di Marcello B. e di Fulvia F. suoi vicini di casa, professione bidelli. “Loredana sedicenne, capelli castani lunghi, grandi occhi da furbacchiona, naso piccolino che avrebbero molto apprezzato gli nasicisti (feticisti del naso?),  ‘boccuccia di rosa’ di Dorelliana memoria’, seno appena accennato e gambe alla Jane Russel (non sapete chi è? Una attrice americana  dalle gambe chilometriche). Pensiero di Alberto: “Qui finisce male!” “Loredanuccia bella, ho quarantacinque alunni che scrivono porcate tremende, devo correggete i loro compiti, dimmi in fretta quello che ti serve.” “Professore Lei mi insegna che le cose fatte in fretta vengono malissimo e così che ne dice se mi siedo vicino a Lei ed espongo il mio problema.” “Ho capito, vedo il libro che hai portato, devi fare il riassunto di un capitolo del romanzo del Boccaccio: è la storia di un gruppo di giovani che, per evitare la peste a Firenze, si rifugiano in campagna e dal titolo ‘Decamerone’ puoi intuire che sono dieci giorni di racconti.” “Professore è noto che il Boccaccio era, come dire, uno scrittore porno dell’epoca.” “Bimba bella, non fare la santarellina, sai chi sono le santarelline? Sono ragazze che simulano un’ingenuità ed un candore che non hanno!” “Questa sua frase mi ricorda una poesia di Stecchetti che recita: “Noi siam le vergini dai candidi manti…”Alberto Fece segno a Loredana che doveva bastare quello che aveva detto: “Conosco tutte le poesie di Stecchetti, non  sono adatte ad una sedicenne! Sei venuta per fare conversazione o che altro?” “Diciamo altro: ho letto un libro in cui sono riportate le lettere d’amore degli innamorati dell’ottocento, di solito cominciano così: ‘Signorina sin dalla prima volta che l’ho incontrata sono stato…” “Loredana quello che dici non c’entra nulla con una spiegazione che ti devo dare.” “Invece si, io da quando avevo dodici anni sono innamorata di lei, le mia compagne di ridono appresso perché scrivo il suo nome sulla lavagna e poi la sogno ogni notte, cosa devo fare?” “Quando avrai finito di dire cose insensate tornartene a casa, potrei benissimo essere tuo padre, a proposito dei tuoi potrebbero ritornare, ti prego lasciami solo.” L’ultima frase non sortì alcun effetto anzi Loredana si attaccò alla bocca di Alberto che rimase basito senza reagire la poi baby pensò bene di sparire dall’abitazione di Alberto il quale si buttò letteralmente sul letto, in bocca ancora il sapore di caramella mou ed un profumo di giovinezza addosso a lui, sensazioni bellissime, mai provate, che potevano però portarlo direttamente alla regina del cielo (Regina Coeli) come accaduto anni addietro a due distinti signori. Alberto psicologicamente aveva subito uno shock, l’amico dottore Sergio C. gli  prescrisse per telefono un calmante che Alberto,  sempre per telefono aveva pregato la portiera di andarglielo ad acquistare. Il ‘caso’ che nella mitologia greca è ‘cosa infida e mutevole’ volle che Cesira  incontrasse la portiera Emma Z., la quale, chiavi in mano, stava andando a recapitare le medicine ad Alberto. “Ci penso io, quanto ha speso? Venticinque  €uro.” “A lei.” Alberto aprì la porta d’ingresso del suo appartamento e fu sorpreso di incontrare Cesira. “Avevo incaricato Emma…” “Ed io son qua per curare il malatino.” E si introdusse in casa. “Cesira è solo un po’ di raffreddore non vorrei ‘appiccicartelo’?” Nessuna preoccupazione anzi sai che ti dico: diamoci alle ‘orge dionisiache’,  organizzate da Priapo, che fanno passare tutti i mali. Tu non  sarai un Priapo ma, nel tuo piccolo, ti difendi bene.” Cesira in breve tempo,  nuda, si scatenò sopra Alberto il cui ‘ciccio’ fece il suo dovere prima in ‘ore’ e poi in ‘nigrum cattum’. Deliziata, Cesira baciò Alberto e prese la via di casa sua osservata dallo spioncino da una certa Loredana infuriata. Niente di peggio di tigri furibonde e soprattutto di età adolescenziale che considerano le donne meno giovani vecchie che non devono più interessarsi del sesso, soprattutto di quello delle persone a loro care. La tigrotta non voleva bussare alla porta di Alberto allora pensò che forse la chiave dell’appartamento dell’amato fosse custodita da Emma in portineria. Niente rumore, come una lince andò al quadro e vide il numero 24, quella dell’amato suo, se ne appropriò.   La chiave era quella giusta e girò nella toppa con facilità. Alberto era sotto la doccia: lì per lì non si accorse di niente poi al riflesso di uno specchio…ma come c…o era entrata. “Guarda che sono ancora ammalato, vedi d’annattene come dicono a Roma.” “Pensi che le cure  della miss Cesira abbiano avuto effetto?” “Siamo alla gelosia, le bambine debbono essere gelose solo se le rubano la bambola ed io non lo sono!” “Sei il mio bambolotto, non ti mollerò mai, prova a lasciarmi e vedi che putiferio ti armo!” “Intanto io ti sculaccio , Alberto lanciò Lory sul letto, le abbassò gli slip e cominciò con la sculacciata che finì presto con bacini bacini alla parte opposta del corpo…proprio lì dove Lory desiderava da tempo. I bacini bacini terminarono in un godo godo piuttosto rumoroso della baby che mise in apprensione Alberto che capì che aveva perso la partita su tutta la linea. Lory giaceva immobile sul letto abbracciata ad un cuscino, viso estasiato, occhi chiusi, ‘gatta’ soddisfatta. Lory, dietro sollecitazioni di Alberto aprì gli occhietti belli, capì che doveva sloggiare e, dopo un bacio niente affatto filiale al professore, sparì dalla circolazione. Telefonata alle quattordici del giorno successivo: “Finalmente ho provato qualcosa di divino, qualche volta lo faccio da sola ma non è la stessa cosa, non vedo l’ora…” “Seguimi, anche se sei molto giovane dovresti capire in quale casino ci siamo imbarcati, sai benissimo che ormai mi piaci da morire ma un fidanzato tra le sbarre che esce dopo dieci anni non ti servirebbe.” “Anch’io ho ragionato sulla nostra situazione, non ti mollerò mai anche se dovrò vederti di rado, sarò studiosa a scuola, non farò colpi di testa ma un’altra cosa voglio da te, immagina quale: Afrodite sarà la nostra dea protettrice e ci guiderà nel percorso dell’amore. Anche se dovranno passare due anni per diventare maggiorenne ti aspetterò, forse farò partecipe della nostra storia mia madre con cui ho molta confidenza.” Passarono i giorni, uno dopo l’altro, Alberto e Loredana, con la complicità della mamma Fulvia, riuscivano ad incentrarsi senza essere visti da impiccioni rompiballe, ma al compimento dei diciassette anni Lory: “Mamma ormai mi sento la moglie di Alberto anche se ancora non…che ne dici se il 26 luglio giorno del mio compleanno…” “Immaginavo che me lo avresti chiesto, io voglio bene Ad Alberto quasi quanto te…nello stesso temo, da mamma…posso solo dirti sii felice, io non lo sono stata con tuo padre, è un uomo grezzo, Alberto mi piace.” “Mammina Alberto è solo mio… sto celiando, sei la mamma migliore del mondo, nessun altra avrebbe capito la situazione.” Alberto cercava una soluzione per poter finalmente sposarsi, non in chiesa, era ateo. Con l’aiuto dell’amico Sergio, sempre disponibile, riuscì in breve tempo a far compilare in Comune le ‘carte’ necessarie compresa la dichiarazione di Fulvia per la figlia minorenne. Il giorno del compleanno di Loredana coincise con quello della cerimonia nuziale, Sergio fece da testimone insieme alla suocera Fulvia, il suocero era deceduto. Una sorpresa per tutti: Alberto aveva contattato due suoi cugini contadini a Morlupo, periferia di Roma e lì i novelli sposi arrivarono di pomeriggio inoltrato dove li aspettavano Fabio ed Alfonso M. felicissimi di rivedere dopo tanto tempo il loro cugino. La cena tutta a base di specialità contadine: dal tacchino, al coniglio, formaggi e salumi a iosa oltre una ‘cofana’ di verdure e frutta locale tutto innaffiato dal vino Colli Lanuvini di produzione dei cugini  che mandò un po’ tutti su di giri ad eccezione di Alberto e di Lory che pensavano ad altro…”Cari commensali, voi restate pure per il caffè  ma i nostri ospiti saranno stanchi e vogliosi di…riposare.” Fabio dopo il discorsetto prese sottobraccio Alberto e Loredana: “Vi abbiamo preparato una sorpresa: all’ultimo piano c’è la vecchia camera da letto dei nostri genitori che nessuno usa da tempo.” Aperta la porta apparve quasi un museo: il letto in ferro battuto con  un immagine sacra alla spalliera, ai piedi una scena bucolica, alle pareti immagini di santi e di antenati, un camino acceso che aveva riscaldato tutta la stanza, un lampadario in ferro battuto con candele (nella stanza non c’era la luce elettrica), tappeti con immagini georgiche  ed infine un pavimento in legno, in fondo una piccola stanza da bagno. “Un antiquario ci ha offerto cifre enormi per acquistare il tutto ma noi siamo affezionati ai ricordi dei nostri. Quello che vedete in alto che illumina la stanza è un acetilene, dentro c’è del carburo, si usava in tempo di guerra quando non c’era l’elettricità…Buona notte!”  La prima a riprendersi dallo stupore fu ovviamente Loredana che, col solito senso pratico delle femminucce, constatò che nel camino c’era un gran pentolone con acqua calda…”Amore tutto a posto, ci possiamo lavare le nostre cosine!” “Alberto che è stà roba nel letto?” “Si usavano tanto tempo fa, sono il prete e la monaca: il prete è composto di quattro assi in legno e di due piani, in quello sotto si pone la monaca che è un braciere con dentro carbonella accesa, il tutto per riscaldare il letto.” Tolti di mezzo prete e monaca, i due, nudi, dopo ‘lavacri’ alle parti intime e ridendo come fanciulli si infilarono nel lettone dei nonni e poi…”Mi fa piacere aver riservato sino ad oggi la prima volta per…, inutile dirti…” “Muta come un pesce, ‘ghe pensi mi’.” “Fai meno il milanese e tratta con dolcezza il fiorellino…”Alberto ci mise tanta buona volontà ma c’era molta disparità tra il  calibro del suo cosone e quello della di lei cosina e quindi ci fu qualche immancabile urletto di dolore…”Amore se vuoi smetto!” “Non ti preoccupare, è una vita che desidero questo momento, la gatta si è ormai resa conto che era in conto…insomma vai facile!” Alberto andò facile due volte ma non volle ‘infierire’ , avevano davanti tutta una vita per …A quel punto ad Alberto vennero in mente pensieri tristi, i trent’anni di differenza di età che problemi avrebbero creato? A quarant’anni Loredana sarebbe stata nel pieno della maturità, sicuramente sempre più bella ed appetibile, lui…meglio non pensarci.
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 22 agosto alle ore 9:21
    In mezza riga

    Come comincia: Il colpo inferto fu doloroso, ed il bimbo non è mai nato.
     

  • Come comincia: Avrai il mio stesso cuore, il mio stesso amore avvolgerà la nostra mente, ora vuota di ricordi. La vita, un orologio che circolerà sull'angelica anima, la percorrerai su una lancetta, che segnerà il tuo tempo, il tempo che io non avrò mai.
    Io resterò sempre la tua giovinezza, sarò eterna, incantata dai tuoi successi, sarò qui ad aspettarti, attendendo la nostra ora.
    Non avrò mai ricordi vissuti in vita, perchè vivrò in una eviternità limbica: la nostra futura casa.
    Senti come la gravità lenisce la tua pelle, senti come il tempo comincia ad accelerare, portandomi via da te, il tuo orologio è partito!
    Ti aspetterò, quando la tua vita tramonterà le nostre lancette si ricongiungeranno.
    Mi donerai tuoi ricordi, la tua esperienza, la musica segnata sul tuo corpo ascolteremo per l'eternità!
    I sogni sono figli del tempo, il suo trascorrere accrescerà il desiderio di ritrovarmi  e la forza di vivere.
    Invecchierai, invecchiare significa ricoprirsi di musica, giorno dopo giorno una nota segnerà come rughe la tua pelle...
    Col tempo la tua vita come l'alba ritornerà, col tempo sino alle Stelle!
     

  • 19 agosto alle ore 8:58
    Genova

    Come comincia: Ho settant'anni, quando ne avevo poco più di venti percorrevo il ponte Morandi in auto per andare a Genova e poi a Camogli. Mi faceva impressione, come ogni cosa così mastodontica e così sospesa. Ma con me c'era lui, la sua mano stringeva le mie, il cuore si preparava a quelle sere speciali, uniche. Quando arrivavamo sul ponte io sapevo che la meta era vicina, la meta d'amore. Il vento trafiggeva Genova come quasi sempre, e, mentre lui si dedicava al suo lavoro, io camminavo lungo Via XX Settembre guardando le vetrine dei negozi in cerca di qualcosa di unico, di speciale, per sorprendere lui, per esternare tutto l'amore che sentivo. Un regalo, un regalo che poi gli avrei dato più tardi, di sera, a Camogli. Non mi importava del vento che quasi mi impediva di camminare, il profumo di una città che amo così tanto mi inebriava. Percorrevo le strade che avevo conosciuto  per mano a mio padre, da piccola, quando mi portava a far visita ai parenti, nella sua città, nel suo mondo. Quando mi portava al mare e mi comprava i fichi neri con la focaccia. Io, ormai adulta, ero di nuovo lì, col mio amore, e lì mi sentivo a casa, sempre a casa mia. Santo Cielo, quanta emozione, quanto di me, quanto di lui, quanto di Genova! E adesso casa mia è ferita, è ferita gravemente,  il mio cuore è spezzato, e  mi tocca rivivere quei momenti e scoprirli così lontani.

  • 17 agosto alle ore 17:00
    Agnese e Lucia

    Come comincia: Alberto M. era dietro i vetri della finestra del salone in via Merulana a Roma aspettava uno studente o meglio una studentessa per una ripetizione. Professore di lettere al Cavour  poteva fare a meno di dare ripetizioni, finanziariamente non ne aveva bisogno, i suoi, con la loro morte per una malattia contratta in Africa, l’avevano lasciato finanziariamente abbiente e allora perché impegnarsi nel lavoro anziché…Un evento estremamente spiacevole aveva dato una svolta alla sua vita: una email sul suo telefonino con la quale la consorte Lydia, sic et simpliciter, gli aveva comunicato di averlo lasciato per il suo amico Alfredo di cui si fidava che era spesso a casa loro, evidentemente troppo spesso, chissà quante volte… (fiducia a nessuno chiosavano  i vecchi!). La solita  sottile pioggia romana, che dura anche giorni, non migliorava il suo umore; non si sentiva di aderire alle richieste  degli  amici per andare a folleggiare, si sentiva spento. Se n’erano accorti anche i suoi studenti del Cavour ai quali impartiva le lezioni in maniera stanca, senza entusiasmo, Lydia gli aveva lasciato un vuoto profondo e non solo in campo sentimentale: s’era portata via tutto il vestiario, la carta di credito con cui aveva svuotato il conto corrente e tutti i regali in oro che lui gli aveva fatto, ‘percutum et cornutum’ nella lingua degli avi faceva più effetto! Allo specchio: classica faccia del cane bastonato! Finalmente giunse Genoeffa, mai un nome era stato più appropriato ad un essere femminile: sedicenne, piatta, capelli spettinati, occhi piccoli in compenso piedi incredibilmente lunghi, madre natura si era sbizzarrita con lei e lei stessa ci metteva del suo, aggiungi che a scuola era pure bestiolina: eccovi Genoeffa. “Cara cerca di seguirmi altrimenti non supererai gli esami di terza media.” “Professore tutti mi prendono in giro, l’altro giorno leggevo in classe una poesia di Catullo: che fa: ‘Lugete o Veneres cupidinesque et quantum est hominum venustiorum, passer mortuus est meae puellae, passer delicia meae puellae quel illa amabat plus oculis suis..’ non sono riuscita a finire per le gran risate dei miei compagni.” ”Scusa ma i tuoi genitori non ti hanno detto nulla sul sesso?” “I miei sono molto religiosi e si vergognano…” “E tu fai la figura della…il passer di Catullo può essere confuso con l’organo maschile, ora l’hai capito?” Genoeffa divenne purpurea e non riuscì a finire la lezione, si vestì in fretta e sparì dalla circolazione, il passer gli aveva fatto un brutto effetto! Rimasto forzatamente vedovo bianco, Alberto aveva affidato le faccende domestiche alla portiera Agnese che un giorno: “Professore non ce la faccio più, io sostituisco nella portineria mio marito Attilio che è gravemente malato, chissà quanto tempo restarà in ospedale,  mi faccio aiutare da mia figlia Lucia, ha sedici anni ma è molto volenterosa, qualche volta verrà lei al posto mio.” Una domenica mattina una telefonata di Agnese: “Professore le mando Lucia, è sveglio?” Alberto sperò che la cotale non assomigliasse a Genoeffa: “Falla venire anche subito.” Andò in bagno, barba, doccia e in accappatoio in cucina per la colazione. Campanello: “Sono Lucia.” Una visione: bellissima, alta, castana, capelli lunghi, grandi occhi grigi, naso piccolo come pure le tette, vita snella piedi da far felice un feticista, un profumo di giovinezza. Alberto evidentemente doveva aver avuto una espressione tale da far ridere la baby: “Posso entrare professore?” (Pensiero dello sporcaccione: ci puoi restare tutta la vita!). Faccia ricomposta alla serietà: “Entra pure, cerca da sola quello che ti serve per pulire, che scuola frequenti?”  “La terza media.” “A voti come te la passi?” “Le monache dicono che sono brava.” Alberto ritornò sulla terra, che voleva da una sedicenne, roba da codice penale, ultimamente a Roma era accaduto uno scandalo di pedofilia con ragazze minorenni. “Io sono nel salone, se ti serve qualcosa…” Forse serviva qualcosa ad Alberto anzi senza forse…”Professore ho finito, dovrei andare dal commendatore Sanfilippo ma non se se ci andrò…” Lucia letteralmente sparì , Alberto era basito, che voleva dire quella battuta, doveva chiedere spiegazioni alla madre della ragazza. Un fatto contribuì a peggiorare l’umore di Alberto: guardando fuori dalla finestra vide due passerotti che volavano, uno dei due sbatté contro una vetrina, ovviamente trasparente, e rimase inanimato a terra, era una femmina, aveva le penne del collo chiare mentre il maschio dalle penne  più scure cercava in tutti i modi di aiutarla, le girava in torno e col becco cercava di farla rialzare. La storia durò un quarto d’ora, il maschio sparì dalla vista di Alberto il quale rimase alla finestra per vedere la fine della storia. Il passerotto ritornò più agguerrito che mai, non voleva mollare la sua compagna, era patetico ma i suoi sforzi non ebbero risultati ed allora il maschio si diede per vinto e, lemme lemme, si allontanò forse con il dolore nel cuore. I vecchi affermavano che gli animali hanno solo istinto, quanto mai falso, L ’Umanità delle Bestie’ Alberto l'aveva ritrovata in un libro omonimo scritto dal padre Armando il 22maggio 1945 e pubblicato dalla tipografia Flori di Jesi. L’autore fa parlare le bestie che dimostrano sentimenti superiori anche a quelli degli uomini; Alberto tiene l’ultima copia del libro  come una reliquia, talvolta lo rilegge e riesce ancora a commuoversi. Ritornando a data attuale, ormai d’abitudine in sostituzione di Agnese la domenica a casa di Alberto si recava Lucia ogni giorno più triste sino  quando: “Professore sento che mi posso aprire con lei, mio padre non si trova in ospedale ma in galera, si è a Regina Coeli, io mi reco da alcuni signori della scala per…guadagnare i soldi per andare avanti, il farmacista Rocchegiani ha offerto a mia madre un mucchio di €uro per avere la mia…, agli altri faccio una cosa con le mani o con la bocca, mi riempiono di quattrini ma io…io mi sono innamorata di lei, voglio avere…” Un pianto a dirotto, irrefrenabile , anche ad Alberto uscì dagli occhi qualche lacrima ma non riuscì a profferir parola, una tristezza immensa per una situazione a dir poco scabrosa, gli impedì di qualsiasi azione, Lucia silenziosamente era sparita. Al professore vennero in mente delle parole di una canzone di Tenco: ‘Mi sono innamorato di te perché non potevo più stare solo.’  Effettivamente passava i giorni della settimana come un fantasma in attesa della domenica. “Mia cara dobbiamo prendere una decisione, al tuo futuro ed a quello di tua madre penserò io se tu sei d’accordo, chiamami per nome…” “Io ho dato retta al dottor Rocchegiani, sto prendendo la pillola per non rimanere incinta, il dottore mi ha promesso centomila €uro per…la mia cosina…” “Il farmacista del cavolo non ti darà niente, tu seguita a prendere la pillola, se vorrai sarò io a…” Lucia abbracciò furiosamente Alberto: “È quello che volevo sentirti dire, sarò solo tua, tua, tua, non andrò con nessuna altro, vado a dare la notizia a mia madre.” Una domenica successiva: “Caro mi son finite le mestruazioni ed anche le pillole, sai che vuol dire…” “Sarai la mia sposa, mia moglie, la mia donna, la mia signora per sempre sino a quando… ricordati la differenza di età, nella vita avvengono tanti cambiamenti nel senso che…” “Marito mio,  sinchè avrò vita …” Alberto e Lucia di comune accordo decisero di…saltare le lezioni per una settimana, anche la notte dormivano insieme e pian piano cominciarono a conoscersi sessualmente sin quando non pensarono…all’assalto finale. “Sai ho un po’ di paura, tu ce l’hai più grosso degli altri, la mia piccolina…” “Farai tutto tu, tranquilla.” La mattina successiva Lucia: “Senti prima di…vorrei fare quello che ha fatto una mia compagna di scuola, rasarmi la gatta, ho tanti peli, li metteremo in una scatola per ricordo.” “Sei fantastica e fantasiosa.”In bagno si misero all’opera e dopo una mezzoretta apparve una gatta spelacchiata ma bellissima, Alberto ebbe a baciarla sin tanto  che la gatta…pianse nel senso che…in quel senso. Si rifugiarono nel letto che apparve come un amico su cui avere un’esperienza indimenticabile: Lucia spalmò il cosone di Alberto con della vasellina e  lo  puntò verso la gattina spingendolo dentro pian piano; qualche urletto…ci volle del tempo ma Lucia era determinata ed ‘alla fine della licenza io tocco’ pensò Alberto, Cyrano de Bergerac non c’entrava per niente, Al. era fuori di testa. Lo schizzo violento del suo pene raggiunse il collo dell’utero di Lucia che alzò alti gridolini di piacere. Si addormentarono. Furono svegliati dal suono del telefono: “Si mamma tutto a posto, torno a casa stasera.” Lucia ed Alberto tornarono a scuola con buon profitto per ambedue, Attilio uscì di prigione ma dopo tre mesi ci ritornò, non aveva perso la vecchia abitudine di rubare. Agnese smise di fare la portiera, i due novelli si sposarono ma di comune accordo non vollero aver figli, troppa la differenza di età. Alberto pensò: Attilio, Agnese e Lucia tre personaggi dei promessi sposi, lui s’era aggiunto.

  • 17 agosto alle ore 13:00
    Passamontagna

    Come comincia: Erano in dieci e forse anche di più. Col passamontagna, pistole, e ferri per scassinare. Un'operazione chirurgica, fredda, calcolata. Repentina. Il vomito.
    Alle quattro del mattino ho assistito ad una rapina. Ho assistito come si assiste in sala ad un film che scorre sullo schermo.
    Come il meditatore testimonia l'avvicendarsi della propria battaglia interiore, senza intervenire. La danza di demoni, il samsara, il fluire incontrollato.

    Parlo di fatti, di realtà. Ma parlo anche di metafore. Poco prima un camion mi è passato addosso. Reale. Nel mio stomaco.

    Siamo sempre i rapinatori di qualcuno. Il tram senza controllo che si abbatte sull'anima senza ritegno.

    Mi è stato tolto qualcosa. Mi è stato rubato qualcosa. Un figlio mai nato, un bavaglio intorno al viso per silenziare di me tutto. L'incomunicabilità che resta e questo rigetto da tenere sotto controllo.

    Io butto il cuore oltre l'ostacolo, perché così ho imparato a sopravvivere. Ma ho assistito ad un furto adesso e mi resta solo una pace scomoda.

    Respiro, a fatica.

  • 17 agosto alle ore 12:02
    Non gridare

    Come comincia: Perchè ti spiegherò tutto.
    Le mie mani tremano, giusto un po’. Devi capirmi: è appena successo. Osserva queste dita: sono macchiate di sangue; se ti avvicini puoi vedere che soffrono di uno strano gonfiore. Da quando sono sposata ho questo male. Eppure non ho mai smesso di portare la fede, malgrado fosse un cappio. Stanotte, invece, l’ho posata sul comodino. Poi mi sono alzata per bere un sorso d’acqua. Tra le stoviglie c’era un coltello e, sentendo lo scatto nella serratura, l’ho afferrato. Ho esitato, devo dirtelo, quando l’ho visto sghembo e ubriaco. Così debole non sarebbe riuscito a picchiarmi, come faceva spesso quando era lucido. La forza mi è venuta da dentro: scagliata contro il suo fianco ho sferrato colpi profondi. L’ultimo l’ho dato con sadismo perché lui era già morto, sfranto sul pavimento.
    Ora che sai, grida pure, mio caro lettore, però lo giuro, se chiami la polizia, io ti uccido!
     

  • 16 agosto alle ore 15:08
    Il vizio del sogno

    Come comincia: Sorride della furia che incalza e fa tremare i cuori. Non può armeggiare a suon di commi e codicilli in cerca dell’autentico. E’ lei il sublime. E’ lei nell’attimo del tuffo. Non esita sul bivio, perché ogni strada è giusta. Entra in ogni porta, attratta da ogni seme. Disintegra le zolle sopra un covo e beve tutto il cielo con la nebbia dell’aurora.
    I giardinieri imbrattano di sangue le rose bianche del giardino. E lei difende gli occhi della preda, tenuta stretta alla catena dai gendarmi. Arde contro tutti e tutto si colora, d’incanto.
    A giro terminato, la prospettiva s’apre al gesto cortigiano, al limite che culla, a quell’opaco dentro del mazzo di carte sul cuscino. 

  • 15 agosto alle ore 22:02
    Alibi

    Come comincia: Ha appena scritto al figlio, ed è stato come guardarsi allo specchio da ogni lato. Vedere ciò che ha tenuto celato e ciò che ha lasciato apparire a se stesso. Nulla è netto e tutto si confonde agli occhi pavidi e svettanti. Lontano, per essere vicino. Lo specchio è un prisma che l’acceca, una lama d’accusa che mostra l’ala recisa. Senza colpa né perdono, nasconde il volo. E appare la luce dell’alba sul mare, dietro la maschera secca scolpita dal sole. Le mani spaccate, di sale, nell'ondeggiare d’un sospiro. Vorrebbe strappare la pelle che ama. Rifare un giro sulla giostra del vento. Calarsi a mollo dall'argine e trattenere il respiro, per esplodere, calmo, dentro il giorno che muore. 

  • 14 agosto alle ore 19:05
    Vengo anch'io?

    Come comincia: Mi sembra di vederlo, Enzo Jannacci, nel suo gorgheggiare quella pietosa implorazione. Il guaio è che, puntualmente, allo scoccare della settimana di ferragosto, sento un fremito, alle corde vocali, che vorrebbero accordarsi alla voce di Jannacci. Ho trascorso una vita ad ignorare le ferie di agosto, timoroso del caos d’obbligo, che non si allinea al mio sentimento di vacanza, eppure, questo senso di abbandono che mi coglie in questi giorni, lentamente, inesorabilmente, è oramai ricorrente, atteso. Trascorro, quasi undici mesi, a maledire la folla, che impregna questa città. La trovi dappertutto. S’insinua, come un liquame malefico, scoraggiando ogni tua iniziativa. Strade, metro, divertimenti. “Vado controcorrente”, ti vanti, in lampi di superbia e cerchi orari inconsueti, inventi percorsi alternativi. Presto ti accorgi che il popolo del controcorrente è immenso e più arrabbiato del solito, in quanto, terribilmente deluso. Agosto è arrivato, questo corridoio di metropolitana, stasera deserto, m’incute timore. Solo il rumore dei miei passi. Quel tizio, che prende a pugni, da alcuni minuti, il distributore di bevande, mi allerta. Ha una rabbia tutta sua. Speriamo che non mi scorga. Possibile che non ci sia una guardia. Il marciapiede della metro mi specchia. La striscia gialla è una nota muta di colore. Il prossimo treno a…già, il display è guasto, da mesi. Ora, ragazzette sui tredici anni, ridono scompostamente, là infondo. Una vecchietta si cura le vesciche dei piedi, a una panchina. Forse una barbona. Non si è accorta di me. Io ho altro da pensare: devo trovare, un idraulico, ad agosto. Al risveglio, uno spruzzo d’acqua, in bagno, mi ha messo nel panico. Perdita d’agosto! Sembra una iattura, più che un casuale incidente. L’unica mia sicurezza è il freezer, stracolmo. Ho quasi tutto. Lo apro più volte al giorno; è un gesto terapeutico, mi toglie l’ansia. Le mie medicine? Riconto pillole su pillole. Bastano. Ma, se…? Allora, morirò, di sicuro, a ferragosto.

  • 13 agosto alle ore 23:30
    Consuelo

    Come comincia: Ho incontrato Consuelo. E non me l'aspettavo.
    Agosto per me è un mese problematico perché devo sempre fingere che mi dispiaccia restare in città nel deserto. Faccio finta ogni tanto di sbattermi quando rispondo a certe domande sulle vacanze, su cosa ho intenzione di fare della mia vita, sui perché e i per come vari ed eventuali. Agosto è complicato. Non è reale, non esiste. Un passaggio di tempo, un mal di stomaco di retaggi dal passato. Agosto è il cervello emotivo nel mio stomaco. Ed io ho bisogno di quiete.
    Consuelo mi ha ricordato la quiete. Transessuale, alta, zigomi torniti e luminosi. Capezzoli a spillo senza reggiseno. Capelli paglierini e un sorriso più bianco della cocaina.
    Mi ha guardata da lontano. Si è fermata per dirmi di non avermi mai vista in giro. Eppure siamo compaesane. Lucky si è lasciato accarezzare dolcemente, facendomi trasalire, dato che non ama gli estranei.
    Consuelo bella, da mettermi in tremendo imbarazzo quando mi ha fissata negli occhi e mi ha detto di non aver mai visto un viso bello come il mio. Consuelo dal discorso lungo sugli animali. Consuelo bella, bellissima.
    Consuelo mi ha ricordato la quiete del mare quando smette di farsi soggiogare dai venti. Ho dimenticato agosto, ho dimenticato domande e risposte.
    L'autenticità mi riporta a riva. In calma. Respiro. Respiro.

  • 13 agosto alle ore 9:42
    Polvere sotto le lenzuola

    Come comincia: Si trova muta e accampata sul letto.
    Muta, sì, ma illuminata, dalla lampada.
    La luce gialla le casca addosso: mette in bella mostra la sua bocca, rosa e carnosa, il suo collo, liscio e incurvato… incurvato per vedere, per vedere che?
    Sorride come se avesse davanti un bel piatto caldo e appetitoso.
    Gli occhi, invece, sembrano una macchia scura: lì dove la luce non arriva, il nero li ha investiti.
    Nera è pure la custodia del suo cellulare. Quell’affare che tiene stretto stretto con il palmo della mano.
    Adesso ammicca, addirittura!
    Sorride di buia gioia, e il suo collo si incurva ancora! Sfacciata e impudica.
    Come in balia di una danza si muove tutta, con la gioia che conserva, e conserva tutta per sé.
    Ha proprio dimenticato che all’altro lato del letto ci sono io, io, che dormo. Così pare a lei.
    “Chi è?”
    Naturalmente non lo chiedo: è solo una domanda di quelle sfortunate che uno è meglio che costipa subito subito nella propria mente.
    Sono un vigliacco?
    Il problema (sempre che lo sia) è che lei potrebbe rispondermi come temo.
    “Allora dimmi tu per primo con chi chatti sempre, pensi che non ti veda? Costantemente attaccato a quel diavolo di cellulare!’’.
    Per adesso è meglio evitare tutto questo.
    Per adesso.
    “Mettiamoci sotto le coperte, che caldo non fa!”,  le suggerisco, facendo finta di destarmi dal sonno.
    Lei prima si gira con stizza e poi alza il lenzuolo.
    “Quanta polvere si nasconde qui sotto!”, bisbiglio.
    E chissà se ha sentito.
     

  • 09 agosto alle ore 19:22
    La mia vacanza speciale

    Come comincia: Sento il fruscio di foglie smosse dal vento, o forse sono le ondine laggiù che solleticano i ciottoli a riva, no forse no, è il merletto che rifila l'ombrellone declinato ad essere lambito dal soffio tenero del pomeriggio; la brezza mi accarezza e rende il mio oblio un dolce sonno rem. Il suono lontano di una campana segna le ore, le conto, voglio svegliarmi, andare a riva, lasciare la pelle alle carezze del mare, al tocco della sabbia rovente, al velluto di questo cielo che mi copre di melodie. Voglio destarmi senza dissipare la beatitudine di questo momento, sfiorare con lo sguardo il benessere che mi sta cullando, le palpebre sollevano il mondo astante, scivolano sulle percezioni e si richiudono. La bolla si ricompone e torno nella beatitudine... per un istante, uno solo, il tempo che la mente sovrasti la sopramente e stracci ogni percezione, strusciandola nel senso dell'udito. Come uno scampanio urgente e molesto, saturo di suoni violenti, le fauci della realtà azzannano la mia beatitudine. Apro gli occhi.
    Il fruscio delicato del ventilatore si spalma nell'eco della stanza, le luci del giorno si affievoliscono. Di là dalla finestra i suoni attutiti della città di agosto: sonnolenta e vuota. E' quasi sera, attorno a me la mia casa e le mie cose, boccette e compresse in pila sul tavolo in attesa delle prossime dosi; il dolore lancinante è in fase di remissione, si risveglierà pigramente fra qualche ora, poi si stenderà, aprirà la diga e percuoterà pelli di tamburi assordanti fino al mio sfinimento. Mi collasserà di nuovo, di nuovo scivolerò nell'oblio e forse, sentirò ancora il fruscio di vento e di onde, beatificare questa mia vacanza speciale.

  • 07 agosto alle ore 14:59
    Bull e Cleo

    Come comincia:  Alberto M. promosso da Brigadiere a Maresciallo della Polizia Tributaria, residenza:  Roma. Per anni aveva dovuto sopportare la vita di caserma  e quindi non gli era parso vero poter alloggiare in una casa privata, nel suo caso quella di sua cugina Silvana L. residente vicino al suo posto di lavoro in via Cavour 101. Aveva a disposizione una stanza con 'allegato' un piccolo bagno, si sentiva un re. Un giorno Silvana: "Alberto, a Matilde la portiera appassionata di animali, sono nati comtemporaneamente una cucciolata di cani ed una di gatti, ha pensato a me per collocarne alcuni, me ne ha dati quattro, due cani e due gatti deliziosi, un cane ed una gatta saranno ospiti nella tua camera, penso sarai felice avere giorno e dì notte due batuffoli...Nel cervello di Alberto era apparsa una frase piuttosto volgare nei confronti dei due batuffoli, ma non si può essere irriconoscenti nei confronti di chi ti ospita.I due, essendo neonati, non conoscevano la rivalità fra cani e gatti e crescevano serenamente in simbiosi scambiandoisi anche tante coccole. Bull era un dobermann e Cleo una Ragdoll bellissima. Impiegato per molte ore in servizio, ai due animali era addetto Dario un contadino urbanizzato che si guadagnava da vivere occupandosi degli altrui animali. A credito di trenta giorni di licenza, in arrivo il caldo di luglio, ik neo maresciallo si recò nella vicina officina per mettere a punto la Cinquecento (non si poteva mermettere una auto di cilindrata maggiore) e telefonè a Flora LDP., sua antica fiamma, che da Domodossola si era trasferita in una clinica vicino Losanna, in Svizzera, come infermiera. Flora sentendo la voce di Alberto, all'inizio non riuscì a rispondergli...Dovrei odiarti, mi hai fatto soffrire quando sei andato alla Scuola Sottufficiali, ma..."Ho trenta giorn i di licenza, vorrei passarli con te sempre che..." "Sei il primo uomo che è riuscito a farmi piangere, dovrei odiarti, invece..." "Mi ami da morire, fa molto 'Grand Hotel' fra due giorni sarò a Domo come chiamavamo la tua città, andrò in albergo..." "Niente albergo, avviserò mia madre, lo sai che le piacevi molto come genero." "Au revoir mon amour, mi pare che a Losanna parlino francese." "Andrò in direzione, se faranno obiezioni a concedermi la licenza, darò le dimissioni, sono brva nella mia professione, anzi volevo dirti..." "Che sei fidanzata con uno delle clinica dove lavori." "Questo è un altro motivo per cui dovrei odiarti, riesci sempre a precedermi nel pensiero." "Asciuga quel lago di lacrime che hai fatto in  terra e...a presto." La Cinquecento andava alla grande, quei settecento km. furono superati in dieci ore comprese le soste per il rifornimento carburante, un dubbio: presentarsi subito a casa di Flora o telefonare? Come per incanto Alberto si trovò a Domodossolas in via Roma 29 dinanzi l'abitazione della beneamata che si trovava alla finestra. e che si precipitò in strada stringendo forte Alberto. "Mi stai facendo male, invece che in sala operatoria mi sa che ti alleni in palestra!" Chiara, la mancata suocera, divorziata, titolare di una libreria, era sempre in forma e ben vestita. "Riconosco il mio errore, doveva sposare tua madre, è più bella di te!" Finita l'atmosfera di commozione, riposino sul divano. A cena Chira si era fatta onore con la selvaggina che sapeva pioacere al boy friend di sua figlia. "Vieni qua mancata suocera, mi pare strano che nesun ossolano di abbia..." "È stata una mia scelta,niente legami, non ho trovato nessuno di mio gusto, da vecchi si diventa pù selettivi nelle scelte." Dopo cena passeggiata per le vie illuminate, passaggio vicino alla caserma della Finanza e poi alla stazione ferroviaria dove Alberto aveva prestato serviizio doganale, quanti ricordi..."Adesso sei tu che ti commuovi, sei un tenerone, ti ucciderei, ormai sono fidanzata a Losanna, un medico ortopedico, ci siamo conosciuti in sala operatoria, si chiama Fredo, sarebbe Alfredo,è un gelosone, altro che freddo svizzerotto, sembra un siciliano, se sapesse..." "Ancora non abbiamo fatto nulla, potrei dormire con tua madre." "Quello che ho sempre apprezzato in te, oltre al tuo fisico, è stato il senso di umorismo che riesce a farti superare i momenti più difficili, a proposito comre stai a femminucce?" "Tutte di passaggio; dinanzi a te provo sentimenti strani e contrastanti: mi sento confuso, arrabbiato con me stesso e pieno di rimpianti, un disastro sono pure diventato piagnone!"" "Vieni qua o meglio andiamo  casa mia, la tua Flora ti rimetterà in sesto nel senso che..." "Se non ricordo male eri piuttosto brava.."
    "Ricordi bene!" Una nottata di fuoco non era solo sesso ma rimpianto per un futuro che non ci sarebbe stato, maledizione!" "Ragazzi sono le undici, va bene che è domenica ma..." Flora aprì la porta della camera da letto. "Figlia mia pare che hai combattuto una battaglia, spero non avrai distrutto quel povero Alberto." "Alberto non soltanto non è distrutto ma pronto a ..." "Bene, oggi non avevo voglia di cucinare, andremo al ristorante." Il 'Gambero Rosso aveva un nome non in sintonia con una località montana, Marsilio M., il proprietario, riusciva a far pervenirte al suo locale del pesce di mare fresco, ignoto il modo. Al tavolo si presentò un giovane per le ordinazioni: "Prego." "Sono un Maresciallo della Finanza, a suo tempo ho conosciuto Marsilio, il proprietario." "È mio padre, lo vado a chiamare. Marsilio era ovviamente invecchiato, osservando da vicino Alberto: "Tu eri un finanziere, mi ricordo di te, che piacere!" "Mio caro sono venuto a trovare il mio grande amore da giovane, Flora qui presente che vedi insieme alla madre." "Le conosco, spero che metterai le radici e ti avremo sempre qui." "Purtroppo è impossibile, appartengo al Nucleo di Polizia Tributaria di Roma, godrò della compagnia degli ossolani solo per pochi giorni." Chiara ritenne di interrompere la conversazione che aveva preso una piega pericolosa: "Marsilio vogliamo tutti i gamberi rossi che hai nel frigo, anche quel pane scuro che sa fare tua moglie e soprattutto lo Chardonnay ben fresco." La conversazioine proseguì in un binario meno periglioso: "Ti ricordi di M., ha avutoi due coppie di gemelli, E. purtroppo è deceduto in un incidente stradale, ma il guaio peggiore è capitato a F., i tuoi colleghi lo hanno messo in galera per contrabbando di sigarette." Marsilio ritenne opportuno fare l'anfitrione, fu ricompensato con abbracci da parte dei tre.Dopo la pantagruelica mangiata, Alberto ritenne opportuno andare con la Cinquecento a visitare i luoghi dove aveva prestato servizio: Montecrestese, Bannio, Andronapiana,Ponta Ribellasca, erano un pò tutti cambiati. A casa, dopo un pò di televisione, tutti a letto, i giorni di permanenza di Alberto a Domo non andavano sprecati. Una mattina venne ad Alberto in mente di andare alla stazione ferroviaria internazionale, molti i ricordi, qualcuno partiucolare. Ad un certo punto passò vicino a loro un ispettore di Dogana che Alberto ritenne di fermare. Dr. Antonio N. che piacere rivederla, dopo tanti anni non è cambiato (invece era invecchaito di brutto!). "Mi scusi ma in questo momento..." "Attiualmente sono Maresciallo delòa Polizia Triubutariua, a suo tempo prestatvo servizio da finanziere sulla linea Domodossola-Briga e talvolta capiutava di sequestrare delle sigarette di contrabbando. Non n so se lo ricorda mas accadeva che in Dogana avveniva, come dire, uno scambio fra sigarette di pregio Tipo Turmac, prezzo fr.1,20 con altre di minor prezzo tipo Boston e Fib da 0,50 fr. Dato che io stilavo un elenco dei T.L.E. sequestrati con l'indicazione delle marche ero diventato piuttosto antipatico a voi della Dogana, ma nulla di importante, vero?" "Non ricordo nulla di quanto da lei affermato, buon giorno." "Flora tu  non hai capito l'inghippo, i signori doganieri andavano a Briga, acquistavano sigarette di minor pregio e poi le scambiavano con quelle sequestrate che costavano almeno il doppio ovviamente poi rivendendole illegalmente, se avessi fatto rapporto al mio Comando sarebbe scoppiato uno scandalo di proporzioni notevoli, pensai bene di farmi i fattarelli miei ma ero guardato a vista dai doganieri che tirarono un sospiro di sollevo quando mi trasferirono." Mattino di uno degli ultimi giorni di permanenza. Alberto sveglio sul letto, gli occhi sulla beneamata in posizione fetale, un ritornello nelle sue orecchie: ' Il tempo passa e va, e va, e va portando via con sè l'amor.' forse una canzonetta e poi: 'La favola breve è finita, il vero immortale è l'amor (poesia del Carducci). Un aforisma: 'Il destino è al di sopra degli dei.' Sotto la doccia con tutto il pigiama, Alberto sembrava fuori di testa, a sbrogliare la situazione ci pensò Flora che si mise anche lei sotto il getto dell'acquai in camicia. "Ragazzi sembrate due pulcini, voglio vedervi nudi e crudi!" Non fu accontentata. Ci volle del tempo per ritornare alla normalità e per uscire per le vie di una Domodossola trafficata, si era in piena estate, molti vacanzieri. Penultimo giorno di permanenza, Alberto preferì preparare la valigia  la sera, la mattina dopo intendeva partire presto. A letto senza sonno; cinque di mattina, valigia nella Cinquecento, un bacio sulle guance delle due signore e partenza senza profferir parola. Prima di imboccare l'autostrada occorreva percorrere la strada del Sempione, ad un certo pounto la spia della benzina cominciò a lampeggiare in rosso, aveva dimenticato di fare il pieno; dopo pochi chilometri un distributore automatico. Inseriti venti €uro nell'erogatore di benzina nemmeno l'ombra, un inutile calcio alla colonnina, era bloccato. Giunse finalmente un extra comunitario che parlava malissimo l'italiano, Alberto a gesti gli fece capire che, malgrado l'inserimento di venti €uro niente  carburante. Giunse il proprietario della stazione di servizio. "Prego signore posso esserle utile?" "E me lo domanda, la sua pompa ha trattenuto venti €uro senza erogare carburante, che ne dice di una denunzia alle Fiamme Gialle, questa è la mia tessera, sono un maresciallo della Polizia Tributaria." Il cotale prese un 'cagazzo' terribile e cominciò ad inveire contro l'extra comunitario." "Egregio, niente sceneggiata, ho fretta altrimenti...metta nel serbatorio venti €uro di benzina e lasci stare bongo bongo che non c'entra nulla!" Questo sfogo servì ad Alberto a rilassarsi un pò, entrò in un autogrill, fece colazione poi in bagno ed infine riprese la strada per Roma ma ad una velocità talmente bassa che molti automobilisti gli suonavano dietro per incitarlo ad andare più forte. Arrivò in via Cavour a Roma e posteggiò nel vicino garage.Silvana:"Mi potevi avvisare!" "Andiamo a mangiare da Quartarone, cucina casalinga, ho voglia di cibi romani, che fanno i miei cuccioli?" "Crescono, speriamo che ti riconoscano, andiamo a trovarli." Aperta la porta della camera da letto il primo ad alzarsi fu Bull che si avvicinò ad Alberto indeciso poi, annusatolo lo riconobbe e cercò di saltargli addosso. Più riservata Cleo che, anche lei annusata una gmba del padrone gli si strofinò contro con tutto il corpo. I giorni seguentoi furono dedicati da Alberto al lavoro, molti suoi colleghi erano in vacanza e gli straordinari erano all'ordine del giorno. Col giungere del mese di ottobre la situzione si normalizzò in tutti i campi, Alberto recuperò molto del suo buon umore e qualche collega lo invitò al cinema, dove non pagavano il biglietto ed anche a feste private. In particolare Pier Luigi M. bolognese, suo vicino di letto alla Scuola Sottufficiali che un sabato lo condusse in un'abitazione ai Parioli, aveva conosciuto il padrone in occasione di una verifica fiscale. "Sono Fortunato D. ma solo di nome, questa è la mia, insomma quella gentile femminuccia che ha voluto impalmarmi per i miei soldi. " Pier Luigi all'orecchio di Alberto: "Si chiama Genoeffa ma chiamale Ge. altrimenti si incazza, e quando si incazza...sono cazzi!" "Mi accorgo che avete il senso dell'umorismo che apprezzo, intanto mi porto via Ge. per fare conoscenza, Pier Luigi la conosce e quindi tocca a me." "Vedo che lei è svelto a parole, forse ha pensato: io questa...ma male gfliene incoglierà, sa di essere un fusto come si dice a Roma ma a me non piacciono i fusti vuoti!" "Vedo che mi ha fotografato, fra l'altro ne capisco di foto perchè sono capo laboratorio fotografico nella Polizia Tributaria, vuol dire che mi metterò buono buono sotto il tavolo in attesa di un biscotto da parte della signora." Ma, contrariamente a quanto affermato, afferrò Ge. per le spalle, ls trascinò in una stanza vuota e prese a baciarla follemente. Quando si staccarono Ge. sembrava istupidita, mai le era successo, le girava la testa, dovette sedersi guardando negli occhi Alberto. Qest'ultimo. "Spero che tuo marito non abbia la stoffa di Gianciotto!" Ge. si era ripresa: "Con te se la passerebbe male, si vede che sei un atleta." " In passato sono stato nella squadra sportiva delle Fiamme Gialle, l'istruttore mi aveva messo fra i pugili, ma io non amo picchiare i miei simili, specialmente..." "Specialmente le femminucce ma non ti illudere io sono capricciosa." "Ed io le capricciose le sculaccio, come ti metti?" Una gran risata da parte dei due che fece girare il capo agli invitati compresi Fortunato e Pier Luigi. "Vedo che tua moglie ha trovato pane per i suoi denti!" "Più che pane..." La serata finì con balli veloci ai quali Alberto non volle partecipare: "Sono un orso nel campo del ballo, a Domodossola mi sono iscritto ad una scuola per imparare i passi più facili, il titolare, rssegnato, mi ha riconsegnato i soldi delle lezioni dicendomi: "Non sono un ladro, con lei lo sarei, non imparerà mai a ballare!" Ge. "Un bel modo per sottrarsi, d'altronde anche questi due beccafichi sono altrettanto imbranati, mi accontenterò di parlare con Alberto, fra l'altro mi ha detto che in Finanza è anche fotografo, prenderò lezioni da lui." Fortunato e Pier Luigi di misero a ridere, avevano capito che lezioni Ge. voleva da Alberto! La signora non era niente male: trentenne, media altezza, lunghi capelli castani,naso piccolo(Alberto riteneva le donne con lungo naso dei travestiti), bocca invitante, tette non eccessive (quelle con grosse tette sembravano delle balie), piedi stretti (Alberto li apprezzava, stava diventando feticista?) Nel tempo libero Alberto e Ge. facevano coppia fissa, dove andavano attiravano l'attenzione delle persone: Alberto col suo metro e ottanta, atletico e dal viso sorridente, Ge. vestita con molta fantasia, soprattutto poco vestita. In spiaggia poi uno spettacolo: davanti un francobollo, dietro un filo e, delle tette, coperte solo il capezzolo. Maschietti col torcicollo, femmine incavolate: "Che avrà quella più di me?" Pensieri dei maschietti: "Ce l'ha, ce l'ha!" A letto fuoco e fiamme! Un avvenimento cambiò completamente la vita di Alberto: la zia Armida, vedova dell'omonimo nipote era passata a miglior vita (si fa per dire) lasciando tutto il suo notevole patrimonio ad Alberto il quale ritenne opportuno far presente al Comando il lascito della zia. Nessuna osservazione da parte dei superiori, solo una malcelata invidia. Da quel momento Alberto cambiò la sua vita: acquistò una Jaguar senza rinunziare alla Cinquecento che gli serviva per la città, acquisto di un appartamento in via Cavour di duecento metri quadrati, rimpiazzo del guardaroba e soprattutto realizzazione di un suo vecchio sogno: uno yacht  mono albero con motore ausiliario da ottanta cavalli intestato a Flora da ormeggiare temporaneamente ad Ostia. Un grave evento gli permise di realizzare un suo sogno. Un pomeriggio di domenica Alberto stava spaparazzato sulla tolda dello yacht quando vide un bambino cadere in acqua e la madre gridare aiuto. Purtroppo in quel punto c'era la corrente del Tevere che portava al largo e così il giovane ben presto si trovò lontano dalla riva ed in difficoltà. Alberto non ci pensò due volte, si gettò in acqua seguito da Bull e, con molta fatica, riuscì a raggiungere il giovane che già aveva ingurgitato un bel pò di acqua. Giunto a terra, Alberto mise in atto quegli accorgimenti che aveva appreso alla Scuola Sottufficiali e così il bambino cominciò a sputare acqua e cominciare a respirare sia pure lentamente  Nel frattempo era stata allertata la Capitaneria di Porto che fece giungere sul posto un gommone ma ormai il ragazzo si era abbastanza ripreso. La madre abbracciò Alberto piangendo, Alberto che col petto gonfio del trionfatore la guardò un pò meglio...Il fatto fu riportato dal 'Messaggero', Alberto e Bull furono trattati da eroi tanto più che il bambino era figlio di un assessorebdel Comune di Roma, la conseguenza fu di un riconoscimento con tanto di pergamena e medaglia al valor civile. In ufficio qualcuno ci bagnava il pane: "Arbè devo da annà ar mare, me fai da bagnino?" Oppure "Me presti lo yacht devo da annà a pesca." Alberto se ne fregava dei loro lazzi e pensò bene di volgere a suo favore l'avvenimento. Contattò il padre del bambino chiedendo un favore: poter ormeggiare il suo yacht sulla riva del Tevere il più possibile vicino a via Cavour. L'assessore fece presente al Consiglio il desiderio di quel Maresciallo delle Fiamme Gialle che andava ricompensato per la sua abnegazione e sprezzo del pericolo dimostrati in occasione del salvataggio di suo figlio. La proposta fu accettata ed Alberto. Una mattina di domenica potè posteggiare la yacht 'Flora' come suo desiderio. Nel frattempo Bull e Cleo avevano traslocato sullo yacht ognuno con la propria cuccia sulla tolda e, in caso di cattivo tempo, all'interno della barca su un cestino. Dario si occupava sempre di loro con paga aumentata. Purtroppo per Cleo era accaduta una cosa poco piacevole: la prima volta che era andata in calore una moltitudine di gatti maschi si era presentati dinanzi alla porta d'ingresso dell'abitazione di Silvana facendo una cagnara incredibile. Soluzione drastica: castrazione! Alberto l'aveva saputo in ritardo e quindi non aveva potuto far nulla per evitarla, d'altronde Cleo non dimostrava di risentirne. Un giorno ad Alberto venne in mente di contattare la madre del figlio 'salvato dalle acque' Nome dell'assesore: Guglielmo A. residente in via ...tramite internet lo stato di famiglia: consorte Eloisa V. anni trenta. "Signora Eloisa mi riferisco a quell'episodio in cui ho salvato suo figlio, sono Alberto M." "Si figuri se posso dimenticare quel fatto, tutte le sere prima di andare a letto dico una preghiera per lei." Questo non ci voleva, le religiose sono le più difficili da... trattare. Alberto stava per rinunziare al suo progetto erotico quando la signora gli venne incontro:Se vuole può venire a prendermi, devo andare in Comune per parlare con mio marito, se lei..." "Tra quindici minuti sono sotto casa sua, ho una Jaguar (la Cinquecento lo faceva troppo morto di fame!) La dama era vestita da signora seria, tailleur lungo, camicetta incollata nel senso  che era chiusa sino al collo,  mostrava un viso sorridente, un bel faccino e capelli neri lunghi raccolti a crocchia. "Mai stata su una Jaguar, mio marito è iscritto ad un circolo cattolico e, secondo lui, non possiamo dimostrare troppa disponibilità finanziaria anche se la mia famiglia...Ad Alberto interessava poco dele faccende personali della famiglia A., accompagnò al Comune Eloisa che si sbrigò in fretta. Passando per via Merulana la signora indicò la chiesa di S.Maria Maggiore come la sua preferita. A questo punto Alberto, perso per perso,: "Eloisa, da giovane sono stato in un collegio cattolico, mi hanno cacciato perchè ho contestato in principi religiosi, sono ateo ed è un pò come dire..." "Inaspettatamente Eloisa: "Sono un pò zozzone, questa non se l'aspettava ma io non sono quella santarellina come  mio marito vuol farmi apparire, purtroppo..."Una buona notizia, Alberto fermò l'auto, si tolse la giacca, prese in mano il viso di Eloisa ed un lungo bacio cementò l'inizio della loro amicizia. "Ho sempre sostenuto che sotto le gonne delle santerelline..." "Ti prego niente volgarità, sono costretta a vivere in un certo ambiente ed in un certo modo ma quando, anche se raramente, incontro un Alberto...Oggi mio figlio esce dal collegio alle diciassette, facciamo un salto ad Ostia conosco un ristoratore che ha un pesce meraviglioso!" Alberto prese a ridere. "Si ma non in quel senso, sei un maialone!" "Di solito i maialoni finiscono in salami." Domattina prenderò un taxi, scaricherò mio figlio da mia madre ed andremo dove vuoi tu, mio marito è fuori sede." Quando arrivarono sotto lo yacth, Alberto aprìlo sportello dell'auto e: "Madame benvenuta a bordo, questa è Flora la mia amante!" "Sei una fonte di sorprese, oddio il cane!" "Bono Bull" Il cane conosceva il significato di quelle parole e si accoccolò a terra."Accarezzalo, capirà che sei nostra ospite." Bull si avvicinò ad Eloisa scodinzolando, aveva capito che quella era un'amica particolare del padrone.Anche Cleo fu presentata ma la signorina, oltre ad aprire gli occhi un paio di volte, si disinteressò ai due. "Dì la verità, la gatta è gelosa sennò che gatta sarebbe!" Eloisa fece sfoggio di un buon repertorio erotico, sicuramente non era la prima volta che cornificava il cattolico assessore che in campo del sesso doveva essere di una scarsezza, ma di una scarsezza...Non sempre Eloisa era disponibile e quindi Alberto accettò l'invito di Pier Luigi M. un collega, per andare ad una festa. "Alberto attenzione che questi sono snob, nessuna battuta, massima eleganza e riservatezza, navigano nel lusso, sono diventato loro amico..." "Ho capito durante una verifica fiscale." Una villa sull'Appia Antica, tre piani, piscina, grande giardino, alberi secolari. "Alberto M." "Sono Augusto F. e questa è la mia signora Eloisa U." Alberto non riuscì a trattenere una sonora risata, perplessi i tre si gaurdarono in viso pensando che il loro interlocutore fosse fuori testa. Alberto si inchinò e: "Chiedo umilmente scusa, non sono riuscito a trattenermi, in due giorni mi sono state presentate tre (ne aveva aggiunta una) Eloisa, di nuovo profonde scuse!" La signora prendendo sottobraccio Alberto: "Voglio delle scuse personali, voglio sentire de visu perchè il mio nome lo fa ridere." "Di solito so trattenermi, non faccio gaffes, lei si è dimostrata di spirito e la ringrazio, ero proprio in crisi." "Per così poco, mio marito ha la sua vita ed io la mia, piuttosto il suo collega?" "Non si preoccupi del mio collega, lui mangia in famiglia." "Adesso ci comprendiamo meglio, sua moglie..." "Non sono sposato,preferisco le altrui consorti!" "Hai capito il bel maresciallo delle Fiamme Gialle, un porcellone!" "Torniamo indietro voglio farti visitare la mia magione" e passando vicino ad Augusto ed a Pier Luigi: "Faccio vedere la casa al nostro simpatico ospite." Cena all'aperto, era luglio, camerieri che andavano e venivano con tante portate di carne, cacciagione compresa, pane nero proveniente da Tricarico in quel di Matera patria di Augusto, un vino rosso eccellente di cui il padrone di casa non volle svelarne il nome. Alla fine della cena passeggiata nel parco, Alberto  fu preso sottobraccio da Eloisa, sigarette Lucky Strik offerte da Auguto. Alberto si era portato una vecchia pipa dato che Pier Luigi gli aveva 'spiato'  che da Augusto erano ospiti persone snob. Pipa caricata  con tre tipi di tabacco molto profumati, apprezzati dalla dama. Infine accompagnamento dei padroni di casa sino al cancello. "Vedo che possiede una Jaguar x type, buon gusto, evidentemente lo Stato tratta bene i suoi dipendenti!" "Si sbaglia, questo è un lascito di una vecchia zia; mi farebbe piacere se veniste a trovarmi nel mio yacht che ho ormeggiato sulla sponda del Tevere, questo è il mio biglietto da visita con i numeri telefonici. Au revoir." Questa volta erano stati i signori F. a rimanere basiti. La settimana successiva, previo avviso telefonico, i cconiugi F. si presentarono un pomeriggio di domenica sulla banchina dinanzi allo yacht di Alberto unitamente alla figlia Maria Luce, ventenne, un pezzo di...Giunsero in Bentley evidentemente volevano far la figura dei signoroni tirando fuori l'argenteria di famiglia. Bull fu subito zittito da Alberto, Cleo aprì gli occhi rispondendo alle carezze della ragazza. "Signori, in sostituzione del solito pranzo in ristorante, ricordando il mio passato di finanziere che, a duemila metri di altezza cucinava per venti colleghi, ho preparato pasta alla carbonara,coniglio in fricassea,salsiccia marchigiana con patate, una insalatona ed ananas, come vedete niente di speciale." "Mio marito nemmeno un uovo sodo!" Dopo pranzato un giro con la yacht verso nord. "Lei sa fare un pò di tutto, strano che non sia sposato." È proprio per questo che sono celibe, d'altronde..." Auusto:In giro ci sono tante signore allupate, vero Alberto?" Ignorato l'interrogativo: "Voglio tornare indietro il mare si sta facendo troppo grosso. Agli addii Alberto si sentì stringere  forte la mano da parte di Maria Luce, la guardò in viso, l'espressione era quella di una furbacchiona.

  • 07 agosto alle ore 13:35
    BULL E CLEO - 2 -

    Come comincia: La mattina successiva mentre si gustava il meritato riposo domenicale, il telefono: “Sono Eloisa, la seconda, permettimi di darti del tu, si tratta di mia figlia, tu non te ne sei accorto ma ti ha guardato con un certo interesse, siccome è spiccicata a me ed ha la testa dura, stai alla larga da lei almeno mezzo metro!” “Pensi che l’abbia tanto lungo! Non ci sono problemi, non è che la mammina voglia…” Telefono sbattuto in faccia. Alberto non pensava nemmeno lontanamente che questa storia avesse un seguito invece una mattina di domenica, “Cavolo non è possibile dormire almeno un giorno festivo, chi sei?” “Sono Luce, ami la luce?” Alberto si svegliò di colpo, sentiva puzza di guai e non sbagliava.”Carissima, hai una voce dolcissima ma sei una ventenne, peraltro fidanzata, io sono un vecchio trentacinquenne che ama solo le donne sposate, t’è capì.” “Sicuramente mia madre ti ha detto che quando voglio qualcosa la ottengo in tutti i modi, vengo al dunque: sono fidanzata con un compagno di università, è molto ricco e accetta tutti i miei desideri, chiamiamoli col loro nome, capricci ma non vorrei mai avere un figlio che gli assomigli, ho deciso per farti diventare padre di una bambina bellissima, che ne dici.” Gran risata di Alberto: “Forse non hai capito quello che ti ho detto precedentemente, ottengo sempre quello che voglio, che ne dici se affermassi che mi hai violentata, sarebbe la tua fine come maresciallo delle Fiamme Gialle e come uomo, au revoir mon amour, pensaci bene, ti richiamerò.” Alberto si guardò intorno, sicuramente un sogno, solo un sogno poteva essere ma…no si trovava sul suo yacht e la telefonata era vera. Un caffè peggiorò la situazione, decisione: farsi concedere un mese di convalescenza tramite un amico medico dell’Ospedale Militare Celio. “Ciao Antonio, sono Alberto, scusa la telefonata di domenica ma ho bisogno del tuo aiuto, posso venire lunedì in ospedale?” “A disposizione, stai male?”” Ti spiegherò a voce.” Il giorno successivo: “Se le cose stanno come mi dici sei nei guai,  sono psicologo, conosco quel tipo di femmina, la convalescenza te la faccio concedere ma per il resto…” Ritornato sullo yacht prese Cleo e se la portò sul letto, l’interessata incuriosita lo guardava, anche Bull ai piedi del letto, il loro padrone era in crisi. I giorni passavano lenti quando una mattina: “Carissimo ho consultato una mia amica ginecologa, stai a digiuno sessuale per una settimana, fra sette giorni alle nove di mattina sarò da te, ciao.” Alberto saltò pranzo e cena ma capì che non sarebbe valso a niente, doveva affrontare la situazione, in fondo ci poteva scappare qualcosa di piacevole, un figlio? Non era in programma ma tutti, o meglio quasi tutti li hanno e quindi… La mattina prestabilita una moto di fermò nei pressi della barca, una persona con casco ed in divisa di corridore motociclistico, Alberto ritornò dentro ma poi…Maria Luce si era tolta il casco ma era sempre a cavallo di una Ducati Monster rossa, sorrideva la baby…”Salita a bordo: “Un bacio al mio futuro sposo, sei stato a dieta? Lo vedremo subito dov’è il bagno?” Nuda Maria Luce era di una bellezza sfolgorante, corpo da modella, belle tette e sedere.” “Inutile che guardi il mio popò, è off limits, diamoci da fare col fiorellino che è vogliosissimo, fammi vedere... cavolo com’è grosso!” “Se vuoi rinunziamo.” “Niente rinunzia ma sii delicato,  mi doveva capitare  un superdotato!” L’immisio penis fu delicato fino ad un certo punto ma poi il viso di Luce si illuminò di una lunga goduria. “Non è che sai trovare…” Alberto capì che Maria Luce voleva godere col punto G., ritirò a metà il pene in vagina e poco dopo: “Sto godendo alla grande, che bello, bello oh mio dio…resta dentro finchè il tuo coso non si ammoscia ma mi pare che non ne abbia tanta voglia…” Dopo un mese su WatsApp un OK. anonimo, non ci voleva molto a capire. Il giorno successivo una telefonata, era quello di Eloisa due, Alberto  non rispose nemmeno nei giorni successivi. ‘Passa un giorno, passa l’altro più non torna il prode Anselmo.’ Non centra nulla nella storia ma così era passato in mente ad Alberto che, a quel punto forse era un po’ partito di testa. Finalmente un pomeriggio un messaggio: “È nata Flora, è bellissima!” il numero del telefono era quello di Maria Luce. Per un motivo difficile da comprendere Alberto volle far partecipe della notizia  Flora LDP. la quale in risposta: “È nato Alberto anche lui bellissimo!”Alberto aveva fatto il suo dovere di 'inseminatore!  Come ovvio cominciò ad invecchiare, a perdere i capelli ‘calvitia magna dilabuntur’ (un po’ di latino ci sta sempre bene), amante fissa Eloisa uno, Bull e Cleo deceduti erano stati sostituiti da altri due animali della stessa razza, Dario era in pensione sostituito da un certo Amleto. Alberto stanco della solitudine, vendette casa e yacht e si ritirò con cane e gatta in un residence di lusso cercando ogni tanto di accontentare ‘ciccio‘ con una cameriera ma con scarsi risultati, maledicta vetustas!
     

  • 04 agosto alle ore 10:54
    Lucio Mastronardi e il suo fiume Ticino

    Come comincia: Lucio Mastronardi ( 1930-1979)  merita un posto particolare nelle ricerche  volte a trovare  citazioni del fiume Ticino  nella letteratura italiana: nasce a Vigevano, quindi è un figlio del Ticino, il Ticino infine segnerà la sua vita terrena quale suicida nelle  acque del fiume azzurro. Nei suoi tre principali romanzi Il Maestro, Il Calzolaio, Il Meridionale, nei titoli domina Vigevano, nelle pagine forte emerge il suo fiume. Bello e gustoso il paragone tra Vigevano e Parigi come, nel Maestro di Vigevano,  il giornalista Pallavicino “la stava menando” mentre il campanone  della torre suonava la mezzanotte:” Io vi dico ch Vigevano vale duecento Parigi. Cosa c’è a Parigi che non vi sia a Vigevano? A Parigi c’è Pias Pigal; a Vigevano ioma Pias Ducal; a Parigi c’è la Senna; a Vigevano  c’è il Tisin; a Parigi c’è  la tur Eifel, num ioma la tur Bramant.” E così sempre nel Maestro il protagonista, il maestro Mombelli, nel suo solitario camminare e “nei miei pensieri” “ Scendo per una discesa rapidissima e mi trovo nella vallata del Ticino”  ed ecco la Centrale Edison che ritroveremo nuovamente nelle pagine del Calzolaio “  .” ..Annibale sconfisse i Romani dove ora c’è la Centrale Edison, sul Ticino, che pur essendo vicina a Milano, Vigevano, geograficamente parlando,  è in Piemonte, al di qua del Ticino”.  Nel Maestro dopo la vista della Centrale Edison il protagonista prosegue nel suo cammino.  “Sono seduto ora su di un ponticello. E’ un ponticello d’irrigazione che posa su due fiancate; messo per traverso. Sotto ci passa la trincea  ferroviaria. Sono in alto; il mio sguardo abbraccia tutta la vallata del Ticino: fiume, boschi, ponte.” Più avanti nel racconto del Maestro “ Sono tornato sul ponticello…Dal Ticino venne un rombo di barche che rompeva quel’armonia. Infine nel Meridionale di Vigevano ecco nuovamente la vallata:” Ci affacciammo sulla terrazza. Si vedeva un pezzo della vallata del Ticino qualche arcata del ponte; le boscaglie; un tratto della Nuova Circonvallazione”Caricamento in corso... Nel  Ne  Ecco  altri riferimenti al fiume dopo questi  primi : il Ticino dove lo scrittore  vive, sogna, spera, soffre, muore suicida; Il Ticino dove Antonio il maestro, Mario il calzolaio, Camillo il meridionale, vivono, sperano, sognano, soffrono ma ancor oggi  vivono come figure nitide e attive  nelle pagine di Mastronardi. Troviamo  Mario che ritorna ai suoi anni giovanili e ricorda:” Andiamo a Ticino in camporella nei boschi.Tornare giovani. Gli venne in mente una scappata che aveva fatto da ragazzo., l’unica, con una morosetta, proprio nelle boscaglie del Ticino.” Quel dialogo pieno di speranze e incertezze tra Netto il fratello di Menchina, e  Luisa, la moglie di Mario, dopo il richiamo di questi alle armi ed i dissapori ed i continui  screzi con il socio Pellegatta:” Piare un po’  di terra in Santa Giuliana, sul stradone per Novara- diceva il Netto” - Costruire adesso coi bombardamenti, che sfanno giù tuttecose!”  “-Ma sono tanti che costruiscono. Basta costruire nò verso Ticino. Loro hanno di mira il ponte, mica i nostri fabbrichini.”
    La favola, il sogno, l’incubo sui tradimenti di Ada la moglie  di Antonio:” Fisso la casa e mi accorgo che è una casotta del Ticino…” “ …..l’industrialotto guida sempre più forte: centottanta, duecento, duecentoventi, finché arriviamo sul ponte del Ticino, ma il ponte è senza parapetto. La macchina corre sull’orlo del ponte, in bilico, finché con un urlo mi sveglio, bagnato, come fossi caduto davvero nel fiume.” E le belle e intense riflessioni dello stesso Antonio:” Ogni epoca ha i suoi sensi di vita. L’uomo ha costruito questa trincea, questa ferrovia, questo ponte di irrigazione, quel ponte sul Ticino, quella torre che intravedo…” “  So che prima era ancora chiaro, ora è buio. La luna è grandissima, si riflette nell’acqua del Ticino; so che prima gli alberi erano silenziosi, ora la natura canta; e sono grilli e sono civette e sono amorici che cantano.”Quella affannosa ricerca della donna scomparsa dalla casa in cui era ospite Camillo:” Poco dopo scendevamo la vallata del Ticino.Una luna forte schiariva la campagna. Arrivammo al fiume in silenzio.” “..Il fiume era una massa scura e lucida.” E poi quel girovagare notturno sempre di Camillo:” Arrivai ad un bivio. Da una parte lo stradale proseguiva per il ponte del Ticino; dall’altra, cominciava una strada di periferia.” “ Sullo sfondo c’è nebbia: sale dalla vallata del Ticino” Quel dialogo tutto particolare tra l’industrialotto e Camillo” –Dottore è libero incò? –Perché?- Per portavi a Ticino.Voglio farvi provare un motoscafo!”
     

  • 01 agosto alle ore 10:58
    Dimenticata

    Come comincia: Ore 7.00.  Facciamo colazione. Lei guarda Masha e Orso. Io navigo col mio tablet. È già tardi. La vesto. Preparo il suo zainetto. Chiudo a chiave la porta. Usciamo di casa. Scendiamo le scale. Il sole del mattino riflette sul nero metallizzato della mia Lancia. C'è un caldo afoso, manca il respiro. Apro lo sportello. ‘’Dai, a mamma!’’ le sussurro all’orecchio mentre le allaccio le cinture del seggiolino. Lei sorride e mi tira un bacetto. ‘’Brum, Brum!’’ dice. Di corsa salgo dalla mia parte. Inserisco le chiavi. Accendo. Partiamo. Mentre guido chiamo mio marito. “Ciao, senti Luis, sto portando Betta all’asilo, poi vado al lavoro …  sì …sì… farò tardi stasera … passo in rosticceria a prendere un pollo”. Attacco il telefono. Davanti c’è una macchina che rallenta.  Finalmente, gira sulla sinistra. Proseguo dritto. Mi sento in affanno. Il mio capo non mi rinnoverà il contratto. Non che me l’abbia detto. L’ho capito dalle sue pressioni. Che stronzo! E pensare che non gli ho mai risposto male. Mai una lamentela. Mai un ritardo. Sempre ‘Sì, signore’. Alzo il volume della radio. C’è la canzone degli U2 che mi piace tanto. With or without you. Quasi arrivata in ufficio. Parcheggio vicino, almeno questo. Prendo la borsa e il cellulare. Guardo l'orologio. Sono le 8.00 in punto. In fretta salgo le scale. Mi sono scordata il portapranzo. Sarò costretta a mangiarmi un panino.

    Scattano le 15.00. Timbro il cartellino. Via dall’ufficio. Scendo le scale. Mamma mia, che caldo. Apro la macchina.
    ‘‘BETTA, BETTA!’’ urlo.

     

  • 30 agosto 2017 alle ore 0:09
    Alcune persone...

    Come comincia:  Alcune persone vengono nella nostra vita per un lungo periodo di tempo, altre, invece, vengono solo per una breve stagione. L'amicizia è come l'albero, i tuoi amici del lungo periodo di tempo saranno sempre lì per te anche attraverso tempeste e uragani, per sostenerti quando cadi. Esattamente come fanno le radici solide che sostengono l'albero . I tuoi amici di breve stagione; bè, se guardi fuori vedrai che le foglie cominciano a cambiare colore e alcune sono già cadute , questa è una chiara definizione di amici di breve stagione. Quando cadi tutti svaniscono, nessuno è lì per aiutarti a tirarti su. Scegli i tuoi amici con saggezza.

  • 22 agosto 2017 alle ore 12:15
    2014

    Come comincia: Ci sono persone che indossano maschere per nascondere la melma e lo schifo che si portano dentro, sfoggiano sorrisi per non mostrare l’invidia che gli corrode l’anima. Pronunciano parole false, per gettare fango sulla brava gente, i loro discorsi non rispecchiano mai la verità. Gli ipocriti hanno una vita talmente scialba, triste e vuota, che hanno bisogno di far questo per colmare la loro inutile esistenza. Serve indossare una maschera per distruggere una persona e per fregiarsi di pregi e premi che non gli appartengono? Serve indossare una maschera per giocare con la vita e i sentimenti di una persona? Serve l’intento cattivo per arrivare a calpestare la dignità di una persona? Serve arrivare a fingere ciò che non si è per guadagnare l’applauso non meritato su un palcoscenico costruito sulla bravura degli altri, serve indossare una maschera e possedere un mare di superbia per poter dire:”L’ho creato io!” quando è scopiazzato? Serve tutta questa cattiveria per gettare merda sugli altri e abbellire sè stessi? Si, purtroppo gli ipocriti indosseranno sempre una maschera per non far vedere che sono morti d’invidia e crepa cuore dentro, per non mostrare quanto schifo c’è in loro e quanta invidia covano nel assistere al successo delle persone valide. I falsi, gli ipocriti e gli invidiosi indosseranno sempre una maschera, semineranno sempre sozzure, incolperanno gli altri per i loro fallimenti, non ammetteranno mai che sei il migliore e ti faranno sempre credere che non sei tu il vincitore.

  • 22 agosto 2017 alle ore 12:11
    2011

    Come comincia: Se ti spezzano le ali, se calpestano i tuoi sogni, se ti riempiono di ferite, non demordere, ci sono sempre altre strade da intraprendere. Dalle esperienze negative si cresce, dal dolore si diventa più forti, quello che stai vivendo adesso, sarà la scuola che ti insegnerà domani a rialzarti ogni volta che cadrai. Impara a sorridere di fronte agli sciocchi, sii fiero/a di te e cammina con dignità, nessuno è così onnipotente da fermare al tua corsa e da umiliare la tua persona.