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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 agosto alle ore 22:43
    Il Vampiro di Brewerfou

    Come comincia: L’orologio suonava le 9 di sera. Dal balcone del suo enorme castello, era possibile ammirare la piazza centrale del paese, la luna piena, il suono lento degli alberi che si muovevano in modo lieve lungo la strada che percorreva il porticato. Un vampiro dai modi gentili, così si definiva Vladimir, che a differenza della sua stirpe, aveva scelto di vivere in un castello nelle campagne londinesi: Brewerfou era un paesino di abitato da 3000 anime, molti dei quali studenti, che preferivano la periferia anziché il caos cittadino. Indossò il suo cappotto scuro che Nile gentilmente gli offrì e si avviò verso la porta. Il fresco della sera avvolgeva i suoi passi, nessuno aveva mai fatto caso alle sue malefatte, molti scambiavano i suoi morsi per quelli dei lupi che si aggiravano intorno alle campagne. Arrivò nella piazza dove era posta una fontana in pietra, al centro un cupido con in mano un arco e una freccia. Intorno c’erano negozi, bar e ristoranti, tutti in perfetto stile ottocentesco, inusuale per un paesino degli anni 90. Era come se in quel luogo il tempo si fosse fermato, la nebbia era quasi sempre presente, soprattutto d’inverno. Ad attirare la sua attenzione fu una ragazza seduta sul muretto della fontana: era di media statura, con i capelli rossi ondulati, la pelle diafana, incorniciata da alcune lentiggini e un corpo dalle forme generose. Che strana creatura pensò, le si avvicinò e disse: “Fa freddino stasera, sono in paese da pochi giorni e già non vedo l’ora di ripartire”la ragazza alzò la testa e con i suoi grandi occhi azzurri lo guardò e sorrise: “Io sono qui solo da stamattina, e già incontro il primo rompiscatole che ci vuole provare.” Vladimir rimase un pochino spiazzato dall’atteggiamento della giovane:”mi dispiace, non volevo importunarla” “scusi, forse sono stata un po’maleducata. Il mio nome è Isabelle, sono una studentessa di medicina, lei invece?” “Vladimir, studio lingue straniere, sono in vacanza da alcuni parenti”. I due iniziarono a chiacchierare, la ragazza aveva una bellezza ammaliante, lui si sforzò in tutti i modi di sfoggiare le sue armi migliori pur di arrivare a portarla al castello. Cenarono in un piccolo ristorante posto all’interno di una viuzza. Il posto era decisamente molto elegante, con luci soffuse, il proprietario aveva capito che Vladimir non era uno qualunque, per questo faceva sempre la parte dello gnorri, indubbiamente temeva per la sua incolumità, oltre che essere ingordo delle generose mance che il vampiro gli lasciava. Isabelle era solo una delle tante vittime che sarebbe sparita misteriosamente per poi essere ritrovata azzannata nelle campagne. Erano l’uno di fronte all’altra, due bicchieri di vino rosso e due grandi fette di tagliata di manzo, rigorosamente al sangue condita con olio e aceto balsamico. Gli occhi di lei lo fissarono a lungo: “Cosa ti aspetti da questa serata? Non ci conosciamo, credi realmente che mi lasci sedurre dal primo sconosciuto” mandò giù il suo boccone, poi le porse la forchetta per imboccarla: “È come se ti conoscessi da tempo. Non ti sto chiedendo di venire a letto con me, ma solo di visitare la mia dimora…scusami, casa”. Entrambi scoppiarono in una fragorosa risata, terminarono la cena e si diressero verso il castello. Arrivarono di fronte all’imponente struttura: “Caspita, ma questo è un castello, altro che casa!” disse la giovane. Nile li accolse con lo sguardo rassegnato di chi ormai aveva fatto l’abitudine ai capricci del proprio padrone. Complice il vino e la luna si ritrovarono nudi sul grande letto a baldacchino. I baci di lei erano avidi, bruciavano come la legna nel camino, diversamente dalle altre l’amplesso fu dolce e passionale allo stesso tempo. Per la prima volta fu lui ad addormentarsi tra le braccia della sua vittima, ma non aveva considerato un particolare: mentre era in procinto di svegliarsi, vide uscire dalla bocca di lei due enormi canini in procinto di azzannarlo.

  • 31 agosto alle ore 16:44
    L'appuntamento

    Come comincia: L’ascensore aveva quel classico odore misto tra deodorante dozzinale o dopobarba da discount e quel odore pungente che non riuscivi mai a capire se era di cipolle andate a male o di sudore settimanale. Schiacciai il pulsante del sesto piano, capii che era quello giusto perché, talmente consunto, era sopra quello del quinto. Gli ingranaggi si mossero con un cigolio che mi entrarono dentro al cervello, e incominciai lentamente a salire. In un angolo, sul pavimento, vidi una macchia scura, probabile ricordo di un sacchetto della spazzatura, spero.. non osai pensare ad altro. La luce interna funzionava a intermittenza irregolare,  come se l’energia elettrica che la alimentava arrivasse da un pianeta di un’altra galassia, o dal profondo dell’infero dantesco. I cavi dell’ascensore schioccarono come un colpo di frusta imprimendo un forte scossone alla cabina facendomi temere di sprofondare in chissà quale fossa delle marianne.. non era la prima volta che salivo con quell’ascensore, ma era sempre come se l’esperienza di quel breve ma interminabile viaggio mi scuotesse l’anima, da dentro, come un violento temporale fa con un albero.. terzo, quarto, quinto piano.. la luce dell’ascensore continuava con la sua intermittenza a segnare il tempo e lo spazio.. al sesto l’ascensore si fermò con un sobbalzo improvviso e le porte si aprirono con un cigolio di cardini che mai avevano visto una goccia di lubrificante.. uscii da quella trappola infernale e mi avvicinai alla sua porta, con la coda dell’occhio vidi una persona scendere le scale frettolosamente, probabilmente un altro visitatore che mi aveva preceduto. La porta era in legno massiccio, scolorito e consunto ma ancora molto robusto, con il classico spioncino ad altezza oculare e una vecchia serratura consumata dalla ruggine e da chiavi troppo invadenti. Il dito mi andò automaticamente sul campanello, sotto il quale non c’era alcun nome ma il disegno di una farfalla, sbiadita, e lo schiaccia: il suono che ne venne fuori era una via di mezzo tra una pernacchia e una trombetta di carnevale, mi sfuggi un sorriso.. non mi ci ero mai abituato… sentìì attraverso la porta il classico tramestio, condito da una imprecazione improponibile, di chi sta facendo altro e non vorrebbe essere disturbato. La porta si aprì e Anna mi apparve in tutta la sua imponenza: un donnone alto e grosso che sembrava appena uscito da un incontro di wrestling.. vestiva un baby doll trasparente che nascondeva a malapena le sue forme debordanti, e null’altro.. una sigaretta semi accesa le pendeva dalle labbra, dipinte di un rosso talmente acceso da riflettersi sulle pareti attorno; la tentazione di strapparle dalla bocca quel mozzicone era forte.. ma mi trattenni. I suoi capelli erano raccolti a crocchio, freschi di tinta ma non di shampoo.. “ciao! Sei tu! Ti aspettavo più tardi! Dai entra” la sua voce, a dispetto dell’aspetto, era però di una bellezza disarmante, suadente, dolce e intrigante.. mi volse le spalle ed entro nell’appartamento, strascicando le ciabatte che portava ai piedi ed accendendosi la sigaretta mezza spenta. L’occhio mi cadde sul letto sfatto che si intravedeva da una porta aperta.. conferma della provenienza della persona che avevo intravisto scendere le scale. Nonostante tutto la casa di Anna profumava di pulito, di spezie e di odori di altri tempi.. percorremmo il corridoio che portava a una grande sala, arredata con mobili poveri ma dignitosi e ci accomodammo lei sul divano e io su una poltrona di finta pelle neanche troppo consunta.. “allora? Li hai portati?” mi disse, sempre con quella bella voce che a occhi chiusi faceva sognare.. “certo!” risposi io tirando fuori la scatola che mi ero portato appresso.. e aggiunsi “però questa volta inizio io con il bianco” e lei mi rispose leggermente contrariata “va bene, ma solo questa volta…”.
    Aprii la scatola e incominciammo a ordinare le pedine sulla scacchiera.  

  • 29 agosto alle ore 8:58
    Scomparso!

    Come comincia: Era talmente insopportabile che quando parlava la sua voce stridula mi entrava nel cervello con la violenza di un trapano.. la sua arroganza era talmente debordante che avrei voluto evitare ogni contatto e persino dargli semplicemente la mano mi provocava uno strano prurito che non vedevo l’ora di eliminare con un energico spruzzo d’acqua sotto al rubinetto.. eppure dovevo stare ad ascoltare e sopportare la sua presenza, perché al tuo capo non potevi voltare le spalle ne’ rispondere a tono, non era permesso; quello che poi non sopportavo era quel suo muovere incessantemente le mani come se fossero un’altalena, avanti e indietro, in alto e in basso e poi ancora avanti e indietro, Insomma non vedevo l’ora che finisse di parlare, ostentando arroganza, presunzione, superbia ma soprattutto il potere del forte con i deboli. E mentre ero lì con gli occhi bassi, impotente, cercavo di riempire la mia mente con immagini positive: un bel tramonto, un campo di grano danzante, una bella donna nuda che si abbandonava tra le mie braccia con fare lascivo..ma niente, impossibile sfuggire a quel diluvio di parole e supponenza..
    Dovevo assolutamente trovare una via di uscita…. A un certo punto però mi venne un’idea.. incominciai con gli occhi chiusi a immaginare di svuotare lentamente la stanza da ogni suo oggetto: via le sedie, via le scrivanie, via le finestre, le porte via persino i muri fino a far si che la mia attenzione si concentrasse sulla figura di quel concentrato di arroganza e antipatia, per poi incominciare a a scomporlo come fosse un puzzle alla rovescia..via le braccia, via le gambe e così sino a quando non rimase solo la testa.. un ultimo tocco di immaginazione e… d’improvviso la sua voce si spense.. attesi ancora un poco prima di aprire gli occhi e quando lo feci mi accorsi che era scomparso !permaneva però ancora nell’aria uno strano eco, come se le sue parole fossero rimaste ancora nei dintorni, ma duro poco, e rimase solo il silenzio… a quel punto mi guardai bene in giro e lo sguardo andò verso il basso e mi accorsi, con stupore, che di lui erano rimaste solo le scarpe che, almeno quelle, fortunatamente stavano zitte… però avevo la netta sensazione che mi osservassero…  

  • 27 agosto alle ore 19:25
    Ha parlato...

    Come comincia:  Venti di tempesta: la natura ha parlato; in modo netto, chiaro, preciso...non lo farà di nuovo!
     
    Taranto, 27 agosto 2020.

  • Come comincia:  Qualche giorno fa rovistando tra un nugolo di mie carte e album di foto e cartoline (l'intento era quello di mettere un po' in ordine gli scaffali di alcuni armadietti), mi sono passate tra le mani alcune pagine di un vecchio numero della Gazzetta di Parma: la data è quella del 18 febbraio del duemilaotto (era un lunedì). A pagina sedici, nella sezione Cronaca dedicata alla rubrica "Quartieri" (il quotidiano parmense dedica settimanalmente una intera pagina a vicende riguardanti paesi limitrofi della provincia o addirittura quartieri cittadini), leggo due articoli interessanti entrambi scritti da Isabella Spagnoli, che parlano di storie e personaggi locali ma balzati alla notorietà nazionale ed internazionale (come appurato in seguito). In questo scorcio del mio diario ho ritenuto fosse giusto riproporre integralmente il testo dei due articoli (entrambi abbastanza brevi: il primo di tre colonne, l'altro solo di due). Occhiello - La storia - Ex insegnante della "Pezzali": alla sua esperienza si interessò anche l'Unesco - Titolo - Rizzo, il maestro dei francobolli che portò la filatelia in classe - Sommario - Pioniere di un metodo educativo unico nel suo genere - "Non è esagerato dire che Gastone Rizzo è passato alla storia per essere stato il "maestro dei francobolli". Storia di un Paese, il nostro, che grazie alla passione di questo distinto signore di ottantacinque anni, si è fatto conoscere dalle scuole di numerosi Paesi del mondo. - Sono stato pioniere di un metodo educativo unico nel suo genere. I francobolli mi hanno permesso di insegnare, ad alunni delle elementari, la storia, la religione, la geografia e altre materie, in maniera del tutto innovativa, - spiega Rizzo, veronese di origine a Parma da oltre mezzo secolo. - Quando ero piccino - continua - vidi sulla scrivania di un amichetto una piccola raccolta di francobolli. Me ne innamorai immediatamente e decisi di iniziare a collezionare, facendo del mio hobby un mestiere. - Non si è limitato a raccogliere, Gastone, ma ha deciso di tramandare il suo amore per la filatelia agli studenti dei quali ancora conserva i quaderni. - Nel 1940 ho incominciato ad insegnare in alcune scuole della bassa campagna veronese e, fin da allora mi sono servito dei francobolli come sussidio didattico. Interruppi l'insegnamento perché chiamato alle armi, ma nel '48 ripresi sempre con l'aiuto della filatelia. - Il maestro spiega che chiedeva ai suoi studenti di portare francobolli in classe e, dalla piccola raccolta personale, che i bimbi attaccano al quadernetto, si "partiva" per spiegare le varie materie. I più bravi ricevevano, come premio, un nuovo francobollo regalato dal maestro. - La mia attività didattico-filatelica cominciò ad uscire dal confine in cui operavo. Direttori di scuole mi invitavano a tenere conferenze e autorità mi chiedevano di partecipare a mostre, dove esponevo il mio materiale filatelico unito a quello degli studenti: la più importante a cui ho partecipato si è svolta nel maestoso Palazzo Grassi a Venezia -. Rizzo sfoglia con orgoglio i quaderni degli alunni riempiti da calligrafie infantili e da colorati francobolli e un album colmo di articoli di giornale di tutto il mondo (fra questi anche la Gazzetta di Parma degli anni cinquanta). - Ricordo, con emozione, quando l'Unesco mi chiese una dettagliata esposizione scritta del mio lavoro scolastico e il giorno in cui una casa cinematografica di Torino realizzò sul mio insegnamento un documentario intitolato "Una scuola così" -. Rizzo ricorda anche quando arrivò, nel 1959, nella nostra città dove lavorò come consulente dell'Althea e come insegnante a Sorbolo e poi all'elementare Pezzani, dove si fermò per diciotto anni, sempre usando il metodo dei francobolli. Ora Rizzo, che vive in via Ferrarina, in quartiere Cittadella, coltiva un grande sogno che è quello di pubblicare un libro che raccolga i più interessanti momenti della sua esperienza di filatelico e di educatore. - Ho scritto centinaia di pagine che sono a disposizione di un eventuale editore. Qualcuno vuole pubblicare la storia di un maestro di francobolli in una scuola...così?". A margine dell'articolo sono da aggiungere alcune cose importanti, anzi, fondamentali: la prima, purtroppo, è abbastanza triste e riguarda il fatto che Rizzo sia passato, a miglior vita, come suol dirsi, undici anni dopo la pubblicazione della sua breve chiacchierata con la giornalista. L'ho appreso poche ore dopo aver scritto queste note del mio diario, facendo un breve quanto esaustivo giro sul web: la morte del vecchio maestro, avvenuta alla veneranda età di novantasette (sic!) anni, è datata infatti 4 maggio 2019 (poco più d'un anno fa, quindi); insieme alla ferale notizia (letta sempre sulla Gazzetta di Parma: questa volta, però, nell'edizione on line) vi è anche scritto: "Lo stesso giorno, alla distanza di poche ore dalla sua morte, l'adorata nipote Barbara ha dato alla luce Leonardo, il pronipotino che sognava e che avrebbe teneramente coccolato". Mi viene in mente ora quanto mi raccontavano spesso sia mia madre che mia zia (sua sorella). Quando mia madre tornò a casa dalla clinica in cui mi aveva dato alla luce (la casa di cura "Bernardini" di Taranto), mia nonna Eleonora (la quale, avendo subito una paresi parziale trascorse allettata e senza poter parlare gli ultimi anni di vita) vedendomi in braccio a lei volle a sua volta tenermi in braccio per alcuni attimi. Dopo aver assistito alla scena, il medico che la visitava esclamò: - L'alba e il tramonto! - Ma torniamo al Rizzo. Mi domando ora quanti direttori didattici o presidi di plessi scolastici sarebbero disposti ad accettare un maestro siffatto nella propria "compagine" educativa? Penso ben pochi, evidentemente! L'idea che mi sono fatto di quest'uomo non può essere precisa al millimetro (o al bacio), visto che ho consultato pochi documenti cartacei e non ho avuto mai la possibilità di conoscerlo di persona, tuttavia penso dovesse trattarsi d'una persona estremamente affabile ed alla mano e che fosse uomo (un vecchietto) alaquanto arzillo e simpatico: a questa impressione sono giunto guardando alcune sue foto. Ne concludo, pertanto, che se fossi preside di una scuola (di qualsiasi ordine e grado) darei a lui "carta bianca" sul metodo educativo da seguire, prescindendo da circolari e da annessi - e connessi - ministeriali. Forse sono di parte, é vero, esprimendo tale giudizio, visto che in mia vita, a più riprese, ho collezionato francobolli sin da bambino (i primi li rubacchiavo dagli album della mia povera sorella Anna la quale, alla fine - esasperata dai miei continui "furti" - me li regalò in toto!)...la mia collezione completa - ahimé - l'ho venduta qualche anno fa (correva il 2014) al mio amico Paolo Balestrieri il quale, ironia del caso, risiede a pochi chilometri dai luoghi in cui insegnò il Rizzo: egli vive e lavora, infatti, insieme alla sua consorte, nel centro di Felino (capitale del salame omonimo di cui ho già parlato nel mio diario), poco distante dal capoluogo parmigiano. Anche io, debbo dire d'aver imparato molto dai francobolli, prescindendo dal fatto (assolutamente non trascurabile) che sono in genere sempre piacevoli da vedere in quanto molto colorati ed assortiti nelle forme e dimensioni: date importanti, ricorrenze, località, avvenimenti storici, nomi di personaggi, curiosità d'ogni genere e in ogni campo dell'attività dell'uomo e del suo scibile. La seconda cosa da rimarcare, riguardo Gastone Rizzo, è senz'altro positiva: nel 2012, il suo libro "Una scuola così" ha visto la pubblicazione ad opera della casa editrice Prodigi di Gallarate, provincia di Varese. La seconda storia riguarda un'altro personaggio, anch'egli parmigiano d'adozione: Giovanni Vitale. Sempre sulla Gazzetta di Parma è riportato quanto segue. Occhiello - Personaggi: Giovanni Vitale, l'artigiano di Borgo sul Naviglio; Titolo - Restaurare i mobili da enormi soddisfazioni. - Ha 29 anni, ma ha scelto di fare un mestiere antico (ormai sempre più raro), a contatto con oggetti dei secoli passati. Un lavoro, come sottolinea, - dove la busta paga non é assicurata, così come il profitto che varia, enormemente di periodo in periodo. Questo mestiere non dà sicurezza ma non stanca mai ripagando chi lo svolge con enormi soddisfazioni, - spiega Giovanni Vitale, restauratore di mobili antichi, che opera in un piccolissimo locale di Borgo del Naviglio, in quartiere Parma centro. Una viuzza affasscinante e ombrosa dove scorrevano, secoli fa, le acque di un canale (il Naviglio, appunto) che trasportava, con le sue acque, scambi e storia. Un borgo colmo di memoria. - Compiuti gli undici anni incominciai ad apprendere il mestiere, grazie all'impiego in una ditta che si occupava di restauro - spiega Giovanni -. Non amavo studiare così decisi di investire tutte le energie in questo mestiere che mi ha appassionato da subito. Con poco capitale e con il solo lavoro delle mie mani mi sono fatto conoscere -. Il suo negozietto è colmo di mobili e di attrezzi del mestiere: carta vetrata, martelli, seghetti, sgorbie, scalpelli, segatura. - Non scorderò mai la soddisfazione che mi diede restaurare il mio primo mobile: una vetrinetta in abete rustico. Alla fine del lavoro non potevo credere di averla rimessa a nuovo tutto da solo. L'oggetto più bello di cui mi son preso cura è, invece, un Napoleone III°. Uno spettaco=  lo -. Giovanni, che vive a Parma da una decina di anni, dice di amare la nostra città che - ha rispetto per la memoria storica e gli oggetti del passato - aggiunge -. Sono tanti i parmigiani che mi portano mobili trovati in soffitta. Oggetti che, magari, valgono tanto e alla prima occhiata sembrano cianfrusaglie da nulla. Il mio mestiere richiede tanta calma, buona volontà e attenzione. Ho imparato guardando gli altri lavorare e credo fermamente che questo lavoro non si possa imparare sui libri - conclude Giovanni, l'artigiano di Borgo del Naviglio". Cosa posso dire, in conclusione, da par mio? Soltanto una cosa: gli artigiani sono sempre meno (adesso ancor meno di prima, purtroppo, visto che l'articolo appena riportato risale a più di dodici anni orsono)...per fortuna, però, che ve ne sia ancora qualcuno in giro!
     - Mille proverbi italiani - Nel 1999 uscì la seconda edizione del librino "Mille proverbi italiani" (consta di appena sessantasei pagine, stampate in edizione tascabile), scritto da Massimo Baldini ed edito dalla Newton&Compton di Roma nella serie Tascabili Economici; il prezzo era davvero basso: millecinquecento lire...qualche anno prima dell'avvento della moneta unica in Europa. Nelle pagine introduttive l'autore scrive, tra le altre cose: "Per millenni l'uomo ha trasmesso le proprie conoscenze con il solo strumento della voce. Le informazioni passavano di bocca in bocca e procedevano a velocità pedonale sui sentieri della storia. L'uomo che vive in una cultura orale, in una cultura cioé che non conosce la scrittura, non possiede documenti, ma ha solo la memoria. Egli sa solo ciò che ricorda e per ricordare ha bisogno di formule come ausili mnemonici. In altre parole, in tali culture occorre articolare le conoscenze in pensieri memorabili, in pensieri essenziali o quintessenziali, in breve: in proverbi. Nelle culture orali, scrive W. J. Ong (cfr. Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, trad. it. di A. Calanchi, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 62-63), "il pensiero deve nascere all'interno di moduli bilanciati a grande contenuto ritmico; deve strutturarsi in ripetizioni e antitesi, in allitterazioni e assonanze, in epiteti ed espressioni formulaiche, in proverbi costantemente uditi da tutti e che sono rammentati con facilità". Nelle culture orali (come anticamente è stata anche la nostra, quindi) i proverbi del tipo: "Chi non muore si rivede", "Sbagliare è umano perdonare divino", "Donna e fuoco toccali poco", "Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino", "Presto e bene non stanno insieme", non sono occasionali, essi formano "la sostanza stessa del pensiero. Senza di loro sarebbe impossibile un pensiero che abbia una qualche durata, poiché essi lo costituiscono". I proverbi hanno rappresentato per vari millenni l'enciclopedia tribale degli uomini. Essi sono stati il precipitato dell'esperienza, cioé dei tentativi ed errori di molte generazioni. Ai proverbi è stato affidato il sapere psicologico, sociologico, politologico, filosofico, medico, meteorologico, gastronomico, economico ed etico che gli uomini venivano faticosamente elaborando. E che la stesura di un proverbio fosse il frutto della riflessione di una intera comunità e che ad esso si giungesse dopo molti anni è  ben evidenziato da una celebre massima veneziana, secondo cui "i proverbi li facevano i vecchi e stavano cent'anni e li facevano sulla comoda". I proverbi, dunque, sono pensieri fossili che sono sopravvissuti all'invenzione della scrittura, alla scoperta della stampa e alla nascita della galassia elettrica ed elettronica...oggi non si coniano più proverbi e si usano sempre meno. Secondo l'autore le cause sarebbero essenzialmente tre: in primo luogo, la loro stella si è appannata in quanto la scienza risponde in modo più soddisfacente di loro ad alcuni interrogativi che si pongono gli uomini. Si pensi per fare un esempio all'ambito della meteorologia. In secondo luogo, i proverbi sono stati abbandonati come fonte di sapere, poiché molti si rifanno o rimandano, direttamente o indirettamente, ad un mondo contadino che è, per l'uomo contemporaneo, fondamentalmente estraneo. In terzo luogo, infine, essi sono divenuti un sapere marginalizzato, poiché, tranne pochissimi, non vengono più nell'arco della giornata frequentemente ripetuti e, quindi, non sono stati più memorizzati sistematicamente dalle generazioni più giovani. Tuttavia, siamo convinti che anche nella nostra cultura questa forma di sapere possa avere ancora una funzione e un ruolo di qualche utilità...essi possono oggi informarci di ciò che si nasconde nell'animo e nella mente degli uomini , possono cioè fornirci ragguagli illuminanti sulle passioni che li agitano, sui vizi che li posseggono e sulle virtù che si sforzano di far proprie. Certo, psicologi e sociologi, psicanalisti e pedagogisti hanno anch'essi indagato queste stesse problematiche, ma i proverbi hanno il vantaggio di possedere al massimo grado il dono della concisione e la virtù della chiarezza. I proverbi, infatti, non hanno bisogno di un linguaggio specialistico per comunicare la verità o la verità-e-mezzo che, nei casi più felici, contengono, in quanto adoperano le parole di tutti i giorni. Per capirli, quindi, non c'é bisogno di un diploma né tantomeno di una laurea. Essi parlano alla mente e al cuore di tutti coniugando felicemente il sapere più profondo con il massimo di divulgazione possibile. Anche a mio modo modesto di vedere i proverbi rappresenteranno sempre - e comunque - una insostituibile forma di sapere, pur se inesorabilmente ed implacabilmente vittime sacrificali del tempo (anzi, dei "tempi"); essi resteranno simbolo di saggezza popolare che mai perderà di valore: neanche quando quei tempi di cui sopra diverranno ancor più sfrenatamente digitalizzati e la cultura sarà molto più massificata ed "usa&getta" di ora. Il motivo di tutto sta, invero, nel fatto che essi rappresentino una sorta di ammaestramento morale, di precetto a "presa rapida" a causa, innanzi tutto, del loro elevatissimo grado di semplicità e...onnicomprensione a - e per - tutti gli strati della sfera sociale. La novità della pubblicazione del Baldini (nella sua carriera di docente e cattedratico fu ordinario di Storia della filosofia alla Università di Perugia e insegnò Semiotica alla Luiss di Roma; in quella di autore scrisse varie opere tra cui: "Gli scienziati ipocriti sinceri", "Contro il filosofese", "Le parole del silenzio", "Storia della comunicazione"; per i tipi della Newton curò anche gli Aforismi di Kierkegaard, Gandhi, Proust, Freud, Leonardo, Doyle) risiede nel fatto (come sottolineano anche le note editoriali pubblicate in ultima pagina di copertina del suo librino) di aver raccolto i principali proverbi italiani tutti insieme e nell'averli poi ordinati per temi ed in ordine alfabetico: dalla A di "amare" alla V di "vizio". A onor di cronaca, è da dire che un precedente lontano si era già avuto nella letteratura italiana e ad esso proprio lo stesso autore (anche citandolo nelle note introduttive) si è rifatto ed ispirato: i "Proverbi toscani" di Gino Capponi; raccolti e illustrati da Giuseppe Giusti, essi furono ampliati e poi pubblicati postumi dall'autore a Firenze nel 1853. E' una raccolta che constava in origine di circa 3000 proverbi e a cui l'editore ne aggiunse quasi altrettanti, tolti per la massima parte dal repertorio inedito di Francesco Serdonati. La materia è ordinata per argomento: Abitudini, usanze - Adulazione, lodi, lusinghe - Affetti, passioni, voglie, etc. Quì, di seguito, una serie di proverbi come riportati nell'opera del Baldini, secondo tre lemmi "cardine" dell'esistenza: Amore, Morte, Tempo. Amore - Contro amore non é consiglio. Chi soffre per amor, non sente pene. Il primo amore non si scorda mai. I primi amori sono i migliori. Crudeltà consuma amore. Ogni amore ha la sua spesa. Scalda più amore che mille fuochi. Non c'è amore senza amaro. Nella guerra d'amore vince chi fugge. L'amore é cieco. Se ne vanno gli amori e restano i dolori. Amor nuovo va e viene, amore vecchio si mantiene. Amore e signoria non soffron compagnia. Grande amore, grande dolore. L'amore a nessuno fa onore e a tutti fa dolore. L'amore di carnevale muore in quaresima. L'amore del soldato non dura: dove egli va trova la sua signora. - Tempo -  Il tempo vince tutto. Il tempo è galantuomo. Il tempo consuma ogni cosa. Il tempo divora le pietre. Il tempo bene speso è un gran guadagno. Il tempo viene per chi lo sa aspettare. Con il tempo e con la paglia si maturano le nespole. Chi ha tempo non aspetti tempo. Non c'è cosa che si vendichi più del tempo. Tempo perduto mai non si riacquista. - Morte - A tutto c'è rimedio fuorché alla morte. Il viaggio alla morte è più aspro che la morte. La morte è una cosa che non si può fare due volte. La morte non guarda in faccia nessuno. La morte guarisce tutti i mali. Morte, vita mia. La morte viene quando meno la si aspetta. Ogni cosa è meglio che la morte. La morte paga i debiti, e l'anima li purga. La morte non ha lunario. Contro  la morte non vale né muro né porte.
     - Carlo Bonini, Stefano Cucchi e...i vuoti a perdere - Di solito le note tecnico-artistiche di un autore o di un'autrice (il curriculum-vitae, per intenderci!) vengono riportate dall'editore in seconda, terza o quarta pagina di copertina dell'opera scritta dallo stesso o dalla stessa. In questo caso voglio farlo in apertura del paragrafo che mi accingo a scrivere. Carlo Bonini è nato nel 1967 a Roma ed è inviato speciale del quotidiano "La Repubblica", dove è arrivato dopo aver lavorato per "il manifesto" e "il Corriere della Sera". Ha pubblicato le due biografie La Toga Rossa (1998), storia del giudice Francesco Misiani, e Il Fiore del Male (1999), sulla vita di Renato Vallanzasca, il reportage narrativo Guantanamo (2004), Il mercato della paura, scritto a due mani con Giuseppe D'Avanzo (2006), Acab. All Cops Are Bastards (2009), con Giancarlo De Cataldo Suburra (2014) e La notte di Roma (2015), l'Isola assassina (2018). 

  • 23 agosto alle ore 10:50
    Bella cognome Volpe

    Come comincia: Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze… 
    BELLA  COGNOME VOLPE
    Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze…

  • Come comincia: P. S.  Direi che una postilla (anzi, un post-scriptum) a questo punto sia d'uopo. Molte volte in mia vita ho mangiato salame di Felino (non tantissime seppur siano state abbastanza, invero, visti i suoi costi: di certo elevati ma mai così alti da riuscire soltanto a sfiorare quelli del culatello, altro prodotto tipico della norcineria parmense) e fortunatamente sono ancora in vita. Consiglierei inoltre di degustare il salame accompagnandolo con del pane di segale aromatizzato al miele: una vera e propria delizia ma solo per coloro, però, che possiedono palati fini!
     - Partire è un po' morire - L'origine di questa frase (notissima in verità) o modo di dire non la conoscevo affatto. Qualche giorno fa ho appurato che essa è di matrice transalpina: infatti fu il poeta francese Edmond Haraucourt che in primis la usò nel 1902 nella sua poesia "Addio Rondel o canzone dell'addio": quì, di seguito, la prima quartina della suddetta:
                         Andarsene è morire un po'
                         è morire per ciò che amiamo:
                         lasciamo un po' di noi stessi
                         sempre e ovunque...
    I versi, invero, non abbisognerebbero di ulteriore commento. Partire, sì, equivale a morire: perché ogni qualvolta lo facciamo, lasciamo un po' di noi stessi (oltre che dei nostri affetti) laddove eravamo. Ma anche i viaggi, tutti ed indistintamente, prima o dopo finiscono (come tutte le cose, del resto); e da tutti i viaggi, anche da quelli più lunghi, prima o poi si torna indietro, eccezion fatta nei casi seguenti: qualora ci si è fatti con un mix di droghe "biologiche"; se di nome e cognome (meglio sarebbe scrivere name&surname, visto che siamo dinanzi ad un cittadino britannico!) facciamo Syd Barrett e non ci siamo fatti con un mix di droghe biologiche bensì (e più semplicemente) con dell'lsd sintetico; se non sia un viaggio in fuga da noi stessi (quelli sono infiniti...durano oltre la vita stessa!); se non sia un viaggio fatto di - e con - niente ma in cui ci si fa di - e con - tutto.
     - Benedico il "male di vivere" (o: pensierino della sera e del dolce dormire) - Questa frase non è scritta da nessuna parte...non la troverete mai scritta su wikipedia, o nei libri di scuola d'ogni ordine e grado: in quelli italiani come in quelli francesi; sopra quelli della Slavonia  occidentale o su quelli del Burundi. Il motivo è puro e semplice (proprio come colui che l'ha scritta), anzi, è il solo esistente: l'ho scritta personalmente...meglio ancora "io medesimo" (accadde un quadriennio orsono: giorno più, giorno meno). Quel male, infatti, l'ho spesso incontrato nel corso della mia esistenza: affrontandolo sempre vi-a-vis (come direbbero nostri cugini d'oltralpe: ma sarà poi proprio vero, mi chiedo spesso,  che essi siano nostri cugini?Booh...!). Con lui, usando un termine sportivo, ho un bilancio in "rosso": ci ho fatto a botte, infatti, quasi sempre però perdendo, a volte pareggiando ma mai vincendo; eppoi l'ho anche maledetto tante volte, quel grandissimo figlio di puttana e l'ho anche odiato, ma ora invece lo benedico sovente: è lui, proprio lui in persona - e nessun altro - che mi ha temprato e reso più forte alle sofferenze, al dolore e ai cataclismi dell'esistenza; ed invero è proprio grazie a lui che riesco oggi a restare a galla e a sopravvivere. Ricordate ora il film di Giorgio Faenza dal titolo emblematico "Un giorno questo dolore ti sarà utile"? Ebbene, a me è successo proprio così, come il protagonista di quel film: il vissuto precedente è un bagaglio utile, mai zavorra senza senso e...quel film è tratto dal romanzo omonimo del 2007 di Peter Cameron, scrittore statunitense che fu candidato a diversi premi per la sua opera d'esordio: esso racconta in prima persona le vicende del protagonista; o meglio, è il protagonista che racconta sé stesso: ed egli è un "disadattato" della vita. Debbo confessare anche io una cosa importante in prima persona: i perfetti, a mio avviso, non sono di questo mondo e chi si ritiene tale non mi è mai "garbato di molto" (per usare un intercalare del grossetano!)...tranne .- ovviamente - cerchio, quadrato ed il numero tre: ammiro moltissimo le persone che si mettono a nudo (tanto con sé stesse, quanto rispetto agli altri) e lo fanno prescindendo dalla stagione al fine di mostrare il loro vero volto. Questo non vuol dire, però, che non ami la bellezza...il corpo nudo di una donna: ammirarlo, stringerlo tra le proprie braccia, farlo tuo; eppoi mettere un fiore tra i capelli di quella donna e darli un bacio sulla bocca. Ma che sbadato che sono, ho fatto ancora l'alba senza accorgermene: accade spesso quando mi lascio andare ai miei pensieri e trasportare dalla penna lungo il sentiero dello scrivere, attraversando il binario (morto ed incolore) d'un foglio rigato o quadrettato tutto da riempire. Ho perfino dimenticato che siamo in aperto ma...lockdown; in aperta era covid. Là fuori impazza la folla, impazzano i flash-moab, sventolano le bandiere tricolori sui balconi (quasi come fosse la sera di quell'11 luglio a Madrid); le chiese sono chiuse e chi più ne ha, più ne metta...eppoi, vuoi mettere? "Andrà tutto bene, vedrete!" (va ripetendo lo stolto al cieco: che però, cieco non lo è affatto: mi sa allora che si tratti d'un falso invalido!).

    Taranto, 19 marzo 2020.

  • 15 agosto alle ore 14:29
    Diario di bordo - Ricordando...

    Come comincia:  Ieri è stato un giorno importante, per me; una data di importanza primaria, davvero: di quelle da non perdere ed assolutamente da scrivere in rosso sul mio "personalissimo cartellino"...calendario (che sbadato sono, mi sa d'essermi confuso e di aver preso fischi per fiaschi o lucciole per lanterne: a quel modo era solito esprimersi Rino Tommasi, grande giornalista sportivo di qualche decade orsono, concludendo la telecronaca di ogni match di pugilato che egli stesso aveva poco prima seguito e commentato in tivù). Molti, invero, penseranno che si tratti del famosissimo tre di giugno, quello in cui si celebrano ben altre ricorrenze ma invece non è così, per me; io resto coi piedi per terra e celebro, tanto nella mia testa, quanto nel mio cuore, cose meno cariche di gloria (di quelle che se ne occupino pure altri, a me non importa un fico secco!) e di certo più tangibili; molto più "umane"...ben più piccole delle altre, quasi terra terra direi; cose da comune mortale quale sono: il decimo anniversario (correva il tre di giugno del duemiladieci, appunto) della scomparsa della mia adorata madre. E' stupido scriverlo (anzi, forse lo è soltanto pensarlo) ma non posso esimermi assolutamente dal farlo, a costo di dover apparire anche io vittima del conformismo e della retorica preconfezionata, e come farebbe del resto chiunque fosse nei miei panni o indossasse di nuovo, seppur un solo giorno all'anno, le vesti di figlio orfano: "sembra ieri...", eppure il tempo, tiranno come non mai (invero come sempre!) è trascorso; due lustri per intero sono passati come un temporale estivo da quel fatale giorno (il "pomeriggio d'un giorno da cani", come a volte oso definirlo parafrasando il titolo d'una celebre pellicola del 1975, diretta da Sidney Lumet e con la coppia Al Pacino-John Cazale nelle vesti di protagonista); da allora, ogni anno ho commemorato - piucché celebrato - la memoria di mia madre: l'ho fatto come meglio ho potuto (sul web o dove mi sia stato possibile farlo), ora con un pensiero e talvolta con dei versi altrui; altre volte invece rievocando semplicemente piccoli episodi della nostra vita trascorsa insieme. Anche quest'anno, fortunatamente, è stato così; nonostante la pandemia in atto, la quarantena al seguito e tutto il resto. Questa volta l'ho fatto pubblicando nella home del gruppo facebook "Brigate poeti rivoluzionari" un post con tanto di foto allegata (quella che la ritrae nel giorno del suo matrimonio con mio padre, avvenuto nell'agosto del 1960): una breve rievocazione - nulla di speciale né di arzigogolato: semplice com'era lei - con alcuni miei pensieri annessi ed alla fine i versi che io stesso scrissi e li dedicai nel 2016. Quì, di seguito, il resoconto di quanto scritto e pubblicato nel post: "Mia madre, Portulano Ada, nacque a Taranto il 23 marzo del 1925, morì a Taranto il 3 giugno del 2010 nel reparto di chirurgia donne dell'Ospedale "SS. Annunziata", in conseguenza di un edema cardiocircolatorio. Dopo un breve periodo lavorativo svolto con mansioni di impiegata nell'allora "Genio marino" di Taranto (oggi conosciuto come Genio Militare per la Marina o, più...mostruosamente con la sigla MARIGENIMIL; tuttavia non so se sia la stessa cosa!), condusse la vita in famiglia esercitando il ruolo di moglie e di madre. Aveva un carattere dolce, remissivo, taciturno. Visse senza far rumore, quasi in punta di piedi. Due cose sono legate a lei, anzi, mi vengono in mente di getto mentre scrivo queste parole per ricordarla, nel decimo anniversario della sua scomparsa: la prima è che l'ho fatta piangere tantissime volte (non è infrequente il fenomeno, soprattutto tra i figli maschi: ciòcché risalta, però, è il numero delle volte che è avvenuto, appunto!); la seconda è che gli ho dato tanto, di me, negli ultimi anni trascorsi insieme (fantastici e al tempo stesso un po' tumultuosi)..."sono andato in pari", diciamo pure così, anzi, come sono solito dire io, molto spesso! Penso, infatti, che alla fine nella vita si vada sempre in pari; finisce sempre così, in fondo (per lo meno nella maggioranza dei casi credo avvenga proprio questo: tranne per i più fortunati o per i più disgraziati, chissà!) tra gioie e dolori, vittorie e sconfitte, calci dati e pugni presi, ricordi belli e brutti, rimorsi, rimpianti e brevi lampi di felicità (serenità). Ma la vita, però, non è una mera attività commerciale come qualcuno ha inteso o intende quando viene al mondo: essa è tutta un'altra cosa! La poesia che segue la scrissi agli inizi del 2016 per ricordarla. Grazie a te, madre, ovunque tu sia adesso, per avermi lasciato sempre "libero" ".
                   
             = Ode a mia madre (Tu sei) =
    Tu sei in ogni cosa ed in ogni dove:
    sei nelle vele delle navi che fanno rotta negli oceani
    sei nel vento che attraversa le montagne e divora il cielo
    sei nella sabbia che popola i deserti
    e nell'acqua tersa e gelida dei fiumi in inverno
    sei nell'ali di farfalla che grandi
    si dispiegano come fossero quelle di un'aquila
    sei negli occhi d'una tigre ferita.
    Tu sei in ogni cosa ed in ogni dove su questa terra
    tu sei in ogni cosa ch'io faccia o che mi appartiene
    sei nel mio cuore e nel mio spirito
    nel mio amore e nelle mie vene.

    Dalle fessure della persiàna abbassata, nella mia stanza, filtrano prime luci dell'alba. Ho finito di scrivere questa parte del mio diario, mi avvio ad affrontare un nuovo giorno (il secondo - o il terzo...non tengo il conto! - della fase?????): appena con qualche ora di sonno sulle spalle ma consapevole di non essere malato di Alzheimer!

    Taranto, 5 giugno 2020.

  • 03 agosto alle ore 22:50
    Caro Montale

    Come comincia: Accade qualcosa di meraviglioso quando si scopre che la lingua esiste. Il mondo diventa all’improvviso un foglio bianco che finalmente si lascia sfiorare. Ricordo con cura la mia prima filastrocca in italiano e il disegno che feci quel giorno: mia madre camminava con il suo vestito verde su una terra marrone come il suo sguardo e stringeva la mano a papà che aveva il mare disegnato negli occhi.

                               “Mia mamma è bella
                               come una stella
                               Mio papà di più
                               Come il cielo blu.”

    Improvvisamente smisi di fantasticare d’essere una principessa che cantava leggiadra mentre un principe si innamorava di lei; avevo cominciato a sognare di poter dire tutte le cose con voce calda e spontanea. Mentre la maestra Rosetta parlava di Don Chisciotte della Mancia, io la osservavo e sognavo di poter parlare, niente più di come faceva lei, che usava tutte le parole e le coniugazioni come fossero una coreografia e ballava, oh sì, lei saltellava di qui e di là con la punta della lingua come se fosse su un palco, ma era immobile dietro alla sua scrivania e l’unico movimento che si vedeva, meraviglioso, era quello della bocca. Alla fine delle lezioni volevo saltare in piedi, alzarmi ed applaudire « BRAVA! BRAVA!», ma non avevo neanche il coraggio di muovere un ciglio, non fosse mai qualcuno s’accorgesse di me. Mi sarebbe bastato poter parlare almeno come il più fesso della mia classe, poter dire almeno una cosa, un lamento, un commento, mi sarebbe bastato avere appena il coraggio di ridere ad una battuta, ma niente usciva dalla mia bocca, nulla che non fosse un << non parlo italiano>>. I mie compagni mi chiedevano perché non parlavo ed io sussurravo di non sapere l’italiano, qualcuno mi chiedeva come stavo ed io rispondevo di non sapere l’italiano, mio padre mi chiedeva perché non avevo amici ed io gli spiegavo che non conoscevo l’italiano.
    L’italiano era il sole che abbaglia ed io ero dietro alla muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia, Ecco! Ecco cos’è l’italiano! Ho sussultato sulla sedia sbarrando gli occhi e sono scoppiata a piangere, la professoressa Vecchioni ha interrotto improvvisamente la lezione su Montale chiedendomi se stavo bene «Sì porca vacca, sto bene. Sto sanguinando tutta per via dei cocci di bottiglia, ma sto da Dio » ho pensato. Ero entusiasta, perché finalmente avevo capito dov’ero e dove dovevo cercare le mie parole, avevo finalmente trovato qualcosa che poteva finalmente, sì finalmente (FINALMENTE, FINALMENTE, FINALMENTE!), farmi sentire a casa: la metafora.
    Caro Montale, con i tuoi gialli limoni avevi salvato tutte le parole della mia vita, avevi detto loro d’esistere seppur in un universo che non poteva essere questo, ma chi se ne importa? Non c’è nulla di più doloroso per un uomo del dubbio se è vivo o morto. Concorderai con me che è meglio essere una metafora piuttosto che non essere, d’altronde come potrei definire me stessa con un linguaggio terrestre?

  • 31 agosto 2019 alle ore 16:12
    I CICLISTI

    Come comincia: Mai si erano visti tanti appassionati di ciclismo a Messina, la maggior parte in completo abbigliamento con scritte delle maggiori marche nazionali, , con casco e soprattutto con bici leggerissime in fibra di carbonio che costavano ‘un occhio della testa’. Non tutti erano del paperoni anzi la maggior parte  faceva  sacrifici notevoli per non essere inferiori agli altri. Oltre a quelli che si allenavano da soli per le strade cittadine, molti altri in gruppo girovagano anche in montagna, sui monti Peloritani per saggiare le proprie qualità di arrampicatori o grimpeur come si dice al giro  di Francia. Specialmente d’estate era la loro festa, venivano organizzate a livelli cittadino delle corse che curiosamente prendevano il nome di santi e di sante, alcune un po’ particolari come quella della vergine e martire Santa Liberata che, agli occhi di qualche ateo come Alberto Minazzo erano le più sfortunate: oltre a non aver mai  provato le gioie del sesso erano state pure martirizzate! Recentemente erano accaduti dei gravi incidenti perché i ciclisti, anziché viaggiare in fila indiana si mettevano uno vicino all’altro e qualche automobilista distratto o ’fatto’ ne metteva qualcuno sotto le ruote. Famoso a Messina era il ciclista messinese Vincenzo Nibali vincitore di gare importanti sia in patria che in Europa. Paolo Vanoni, amico di Alberto Minazzo maresciallo delle Fiamme Gialle (lui era brigadiere) era diventato uno dei più accaniti ciclisti, aveva partecipato a corse quasi da professionista nel nord Italia scalando anche vette famose in compagnia di altri suoi appassionati colleghi. Alberto, dallo sfottò facile una volta gli mandò una mail con scritto: “Attento mon ami che qualche vostra consorte potrebbe andare a far le uova in un atro pollaio!” Forse la metafora era troppo sottile per essere compresa fatto sta che Paolo con  i suoi amici  ciclisti seguitò a scalare vette alpine anche di alta quota. Paolo aveva sposato una paesana di Molino, frazione di Messina, certa Elda Bergamini classica bruna siciliana da giovane longilinea ora un po’ appesantita ma sempre desiderabile. Madame Elda aveva ‘sfornato’ una figlia deliziosa, tutta sua madre. La ragazza col tempo aveva dimostrato anche di essere intelligente e studiosa, a Padova aveva conseguito ben due auree col massimo dei voti. Rientrando a Messina le due lauree le erano servite a ben poco, qualche incarico temporaneo all’Università o in qualche struttura di provincia, questo è il sud da cui scappano i migliori ‘cervelli’ che trovano rifugio ed apprezzamento all’estero. Per festeggiare  il suo ritorno in ‘patria’  e le lauree della figlia Violetta, Paolo organizzò una festa con cena in un locale ‘à la page’ di Giardini Naxos. Su suggerimento di Alberto chiese che la serata fosse allietata con un complesso di giovani con musiche sia di autori classici ma anche di autori abbastanza moderni come Buscaglione, Fred Buongusto, Peppino di Capri per poi finire con musiche rock indiavolate. Paolo era circondato da amici ciclisti, ognuno raccontava delle sue ultime imprese mentre le gentili consorti o languivano ai tavoli oppure erano ‘prede’ di qualche signore non interessato al ciclismo ma …a qualcosa di meno faticoso e di più piacevole. Alberto prese per mano Elda ed approfittando di un lento di Buongusto mise in atto il ballo della mattonella sia per motivi…sia anche perché come ballerino era molto simile ad un orso marsicano. “Cara ti trovo in forma, pare che la lontananza di tuo marito di faccia bene, ti ricordo quando eri ancora fidanzata con Paolo, una ragazzina. Voglio essere sincero, durante le lunghe assenze del capo di casa non hai mai pensato ad un piccolo cornetto, mi risulta che lui te ne abbia omaggiato di un numero notevole.” “La persona che mi interessava non se n’è accorto che io…” Nel frattempo Elda aveva abbassato gli occhi ed  era diventata rossa in viso… Alberto comprese al volo e si diede dell’imbecille, cento volte imbecille come non accorgersi… Elda volle ritornare al suo tavolo e questa volta fu Violetta ad invitare a ballare Alberto il quale: “Sono in vena di complimenti: sei bella, intelligente e fortunata…” “Capisco i primi due aggettivi, l’ultimo a che si riferisce?” Al fatto che non assomigli a tuo padre…” “Caro zio Alberto, in passato anche se giovane di età, mi sono accorta dei sentimenti di mia madre nei tuoi confronti, noi donne ci capiamo al volo, non sapevo che decisione prendere, ho fatto la cosa forse più sciocca, me ne sono lavata le mani ma con l’esperienza di vita ho capito che difficilmente è possibile trovare una persona di cui ci si innamora, io finora ho trovato solo sciocchi presuntuosi che pensavano solo al sesso, mi dispiace per mia madre, non so che altro dirti…Alberto rientrando a casa era di pessimo umore, divorziato da due anni aveva pensato solo ad avventure passeggere con ragazze di cui la maggior parte non ricordava nemmeno il nome, Elda sarebbe stata un’amante appassionata e soprattutto innamorata, forse avrebbe anche lasciato suo marito…troppi interrogativi senza risposta. Paolo con i compagni di avventura aveva programmato un'altra gita nel nord Italia da Pordenone sino alla valle d’Aosta, il medico della caserma, benevolmente, gli aveva concesso trenta giorni di licenza di convalescenza, quella ordinaria era stata consumata da tempo ed allora…campo libero ad Alberto che una mattina si presentò a casa di Elda con un bel mazzo di rose rosse (quel colore aveva un significato particolare) e fu accolto sia dalla padrona di casa che dalla figlia Violetta con entusiasmo. Oggi è domenica, non lavori e quindi poi rimanere a pranzo con noi, sto preparando cose buone e da quello che vedo hai bisogno di rinforzarti. La battuta di Elda aveva un secondo fine ben compreso dalla figlia che a fine pasto: “Ho un appuntamento con Mara mia amica dalle scuole medie, dobbiamo parlare di lavoro, stiamo prendendo la decisione di tornare a Padova.” “Non mi avevi detto niente!” “Mamma i figli devono prendere il volo, la nostra terra ci offre poco, a Padova abbiamo degli amici che potrebbero aiutarci, buon divertimento a tutti i due!” Alberto si mise a ridere, aveva capito il significato della frase, Elda era arrossita, pure lei aveva compreso il concetto dell’augurio. “Devo lavare i piatti, tu guarda la televisione.” “Proposta non valida, pensa invece a lavare una cosa più intima e di offrirmela profumata e vogliosa!” Elda si sedette sul divano, un cattolico avrebbe chiosato che dentro di sé la signora  stava combattendo una lotta fra il bene ed il male, Alberto al contrario pensò che la dama finalmente stava decidendo di mollargliela. Fu lui a prendere l’iniziativa ed a baciarla a lungo in bocca, a lungo finché Elda si rilassò ed ambedue si recarono prima in bagno per le abluzioni alle parti intime. Quando uscirono la signora sgranò gli occhi nell’osservare il ‘pino’ di Alberto che molto probabilmente era ben più grande di quello di suo marito ma all’inizio non volle partecipare in maniera attiva alla ‘pugna’. Alberto prese l’iniziativa di baciarle la ‘gatta’ nascosta in una foresta di peli nerissimi poi trovò un clitoride di dimensioni fuori del normale e prese a succhiarlo delicatamente sino ad un orgasmo da parte di Elda. Non si fermò e ci fu il bis da parte della signora che avrebbe forse voluto un po’ di riposo. Alberto però doveva accontentare ‘ciccio’ , penetrò facilmente nella gatta ben lubrificata cercò e trovò il punto G situazione che portò l’interessata ad un orgasmo ‘omerico’, lunghissimo, profondo mai provato. Dopo un bel po’ di tempo ripresasi, Elda mostrò un viso pieno di lacrime: di gioia o di rimpianto? Quando Violetta a serata inoltrata rientrò in casa si rese conto della situazione e baciò entrambi, la felicità della mamma era pure la sua. Dopo una settimana Alberto ed Elda accompagnarono Violetta a Mara al treno diretto a Padova, Elda all’orecchio di Alberto: “Se ti comporti male ti taglio il pisello, ciao zione!” Alberto ed Elda presero a vivere come fossero due coniugi, spesso dormivano nella  casa di Alberto che  con l’eredità di una zia aveva acquistato una spider 1400 Abarth con cui faceva prendere delle paure notevoli all’amante. Violetta e Mara, giunte a Padova andarono ad abitare nel piccolo appartamento affittato a suo tempo da Violetta e che era rimasto a sua disposizione. Il giorno dopo dell’arrivo contatto telefonico con due professori universitari Alessio Faccini e Francesco Rizzo:”Toh chi si sente, siete fortunate, all’Università ci sono liberati  due posti di assistenti, se venite subito ne potremo parlare.” Più che subito le due ragazze furono ‘immediate’ una fortuna notevole anche se pensarono che c’era da pagare pegno ma era ovvio che c’era di mezzo il cosiddetto contratto innominato del diritto romano’, il famoso ‘do ut des!’ I due docenti universitari cinquantenni, erano regolarmente sposati con donne con cui dividevano solo la casa, ognuno faceva vita a sé. “Ragazze, possiamo farci vedere qui al caffè Pedrocchi  perché risultiamo appartenere tutti all’università, ma in futuro nessun incontro, notizie via  cellulare, ne abbiamo tre non registrati, uno è per voi. Se vorrete potrete entrare in un giro particolare di persone ma  dovrete mettere in conto di conoscere individui dai gusti molto particolari, ricchissime, spesso con la maschera in volto per non farsi conoscere, avrete in cambio la proprietà dell’abitazione dove risiedete ed un’auto di media cilindrata di vostra scelta. Non potete rifiutare le avances degli interessati e delle interessate, potrete  solo usare il condom, a voi la scelta, a domani la risposta, good bye.” Notte in bianco delle due ragazze…la mattina: “Speriamo bene, ci sono di mezzo un mucchio di soldi oltre che una Mini Cooper che desidero da tanto tempo, tu potrai tenerti l’abitazione sei d’accordo?” Violetta era d’accordo. Tramite cellulare le due ragazze furono invitate a presentarsi il pomeriggio a Villa Taibah  alla periferia di  Padova, un’auto con autista sarebbe andata a prenderle alle quindici. A quell’ora non c’era nessuno in strada, meglio così in tal modo Mara e Violetta non dettero all’occhio. Una Bentley nera con autista aspettava in strada, le due ragazze si accomodarono nel sedile posteriore, dopo circa mezzora di tempo l’auto giunse dinanzi ad una villa, due colpi di clacson ripetuti fecero aprire un cancello in ferro, arrivate. All’ingresso c’erano Alessio e Francesco, un finto baciamano di benvenuto ed ingresso in un corridoio presidiato da due buttafuori di notevole stazza, il passpartout di Mara e di Violetta erano stati i due professori universitari, tutti e quattro si sedettero ad un tavolo. “Gentili signorine, come promesso avrete in regalo l’abitazione ed una Mini Cooper. Andate dal notaio Luigi Bucci per le pratiche burocratiche, ha lo studio in piazza, buon divertimento!” Mara e Violetta rimasero  basite, si aspettavano che i due professori chiedessero loro una prestazione…Si guardarono intorno, gente di tutte le nazionalità perlopiù arabe, uomini in pantaloni e camicia, come pure ragazzi giovani, donne col classico Abaya che lasciava scoperti solo gli occhi e poi uomini e donne vestiti all’occidentale. Per un pó di tempo non accadde nulla sino a quando un giovane si avvicinò al tavolo di Violetta e di Mara: “Chères jeunes filles, j’aimerais avoir le plaisir de connaître l’un de vous., je suis Hachim.” e indicò Violetta. Piuttosto imbarazzata Violetta seguì Hachim in una stanza con vicino un bagno, tutto organizzato. Ambedue dopo il bidet di rito sul letto matrimoniale, il giovane non era particolarmente dotato e quando entrò nella ‘topona’ di Violetta sembrava un po’ galleggiarvi ed allora: “Je voudrais entrer vostre fond, est plus étroit, je vais vous récompenser avec mille euros.” Come dir di no a due cartoni da cinquecento, vai Hachim, ed Hachim andò sino in fondo aggiungendo altri cinquecento euro per il doppio orgasmo. Rientrata in sala Violetta non trovò più al tavolo Mara che apparve dopo circa un’ora col sorriso sulle labbra. “Dato che sei tanto contenta raccontami prima tu.” “Si è presentata una donna forse brasiliana che mi ha guardato a lungo e poi mi ha preso per mano trascinandomi in una stanza con annesso bagno. Quando ci siamo spogliate per il bidet mi sono accorta che aveva un cosone lungo e duro, un trans brasiliano che palava portoghese, non la capivo, fece tutto lei. Cominciò a baciarmi in bocca, poi sulle tette ed infine prese in bocca il clitoride, era bravissima e mi ha fatto godere varie volte poi è entrata con un po’ di difficoltà nella mia  topina che dopo era diventata topona, schizzi prolungati sul collo dell’utero come un vero uomo, un orgasmo prolungato da parte mia, voleva anche entrare nel popò…mi ha offerto anche del denaro ma ce l’aveva troppo grosso, ho rifiutato e tu?” “Io ho accettato millecinquecento Euro ma il ragazzo ce l’aveva piccolo e mi ha fatto piacere averlo di dietro.” Nel frattempo si erano avvicinati al tavolo Alessio e Francesco: “Come vanno la cose, mi pare che vi stiate divertendo!” “È la novità, mai avremmo pensato di frequentare un posto così, lo stiamo apprezzando in fondo siamo delle anticonformiste e voi?”Francesco: “Ad essere sinceri noi siamo un po’ diversi da quello che voi possiate pensare, in passato eravamo bisessuali, ora solo omo, abbiamo dei figli che vivono con le madri, tutto qui.” “Se vi dico ‘unicuique suum’ non penso di far troppo sfoggio di cultura, noi siamo per la libertà assoluta.” Così si era espressa Violetta quando si avvicinò  una ragazza vestita all’occidentale ma dai chiari caratteri somatici arabi. “Se mi permettete seggo al vostro tavolo,  è la prima volta che vi vedo, io sono Eva anche se il mio nome arabo è un altro, sono la compagna di Demetrio quel signore che suona il piano, sono algerina ma son dovuta scappare dalla mia terra col suo aiuto, lo considero il mio benefattore, sono solo la sua governante ma gli voglio molto bene. I miei parenti erano poveri e già da piccola mi mandavano con gli uomini per sostenere finanziariamente la famiglia. Demetrio mi ha incontrata che piangevo per strada e con l’aiuto di amici altolocati mi ha portato con sé in Italia, come dicevo gli voglio un bene dell’anima, non sono religiosa e non voglio più a che fare con i maschi, ne ho avuti abbastanza…” Mara:“Qui ci sono due femminucce che preferiscono i maschietti ma nel tuo caso…” “Sei una ragazza di classe, io me ne intendo, qualora volessi potremmo…” Mara la  scrutò a fondo, pareva sincera,  da un lato le fece pena, andare da ragazzina con uomini grandi doveva essere stato traumatizzante, accettò l’invito.” In bagno: “Hai un corpo bellissimo, piuttosto infantile, poche tette, vita stretta, fiorellino con cespuglio molto fiorente e piedi piccoli da giapponese, sei piacevole.” “Anche tu lo sei, mi sei piaciuta vedendoti da lontano, guido io l’Alfa Romeo Giulietta del mio compagno, lui non se la sente più, se non avete una vostra auto potrei accompagnarvi a casa. Non importa se non abbiamo fatto nulla sul piano sessuale, talvolta vale più un colloquio …poi abbiamo tempo, noi abitiamo a Padova in via San Francesco.” “Noi abbastanza vicino a piazzale Antenore.” “Accettiamo il passaggio in auto, da domani ne avremo una nostra.” Violetta e Mara si era domandate, senza risposta, il motivo per cui Alessio e Francesco le avevano omaggiate di casa e di macchina, forse per averle portate in quel locale…fatto sta che loro si erano sistemate alla grande anche col lavoro in università. Mentre il prode Paolo seguitava a ‘biciclettare’ la gentile consorte, sempre più innamorata di Alberto aveva lasciato il tetto coniugale ed era andata a convivere con lui che aveva abbandonato la divisa per poi trasferirsi a Roma sua città natale. L’amicizia fra Violetta, Mara ed Eva si cementò sempre più, le due italiane provarono i piaceri dell’amore lesbico sino a quando non trovarono due professori universitari amanti dei ‘fiorellini’. Paolo non aveva compreso il senso dell’aforisma che: ‘talvolta le galline possono andare a deporre le uova in un altro pollaio!’

  • 29 agosto 2019 alle ore 11:06
    Serena(mente)

    Come comincia:  La donna di un mio amico si chiamava Serena. La madre la chiamò così affinché avesse la mente libera...e gli occhi - sempre - ben aperti!
     Venne al mondo in una notte di temporale ad aprile...ma poi, al mattino, il cielo si rasserenò (forse, chissà, proprio in onore della nuova arrivata!). Sua sorella (maggiore) si chiamava Fatima, aveva diciassette anni più di lei ma non era mai stata serena dacché era venuta al mondo. Frequentava topaie viscide piene di ubriaconi, e stamberghe di terz'ordine frequentate da puttanieri affamati di sesso ed assetati di whisky e gin, con cui si accoppiava di buona lena ma mai in tutta...fretta. Fatima era conosciuta nell'ambiente, aveva una rinomata reputazione; la chiamavano la "delantera", in quanto dispensava gioia e gioie a go-go...senza seminare lutti!
     Una volta, quando sua sorella [Serena] era cresciuta, Fatima la portò con sé, in un locale - era il "Soledad", a Miami Beach - poi salì in una stanza e la mise a sedere; ivi si scopò un negro di San Francisco e dopo averlo fatto, ovvero dopo che quello [il negro] era più volte penetrato in lei, li disse:
     - Quando la fede non coincide con la ragione bisogna astenersi dal dare ragione alla fede!
     Il negro rispose:
     - Cosa hai preso, stronza? Fottiti...e se ne andò sbattendo la porta. Mentre Serena era rimasta seduta sulla sedia, a guardare i due che scopavano, serena (mente) per tutto il tempo!
     Quando crebbe ancora andò a scuola e poi al college: era una ragazza sveglia e dal piglio sicuro, ed imparava in fretta...prese la laurea in legge e poi quella in lettere.  Serena (mente) cominciò  a viaggiare ed a girare per il mondo (in lungo, quanto in largo; curiosando, annusando, osservando). A Parigi visse due anni: abitò al quartiere latino (boulevard du Port Royal), a Saint-Germain, Montparnasse; suonava l'arpa indiana nei bistrot ed agli angoli delle strade; vi conobbe un pittore, André Fabergé, con cui spesso faceva l'amore...era quel fare l'amore che non si fa alla leggiera; era quel fare l'amore, cioé, delle prime volte, che ti viene senza sapere il perché. Dopo diventò solo sesso, e basta: lui "veniva" sempre prima ma lei godeva ugualmente (faceva finta di godere) per farlo felice e perché la prendeva con filosofia e restava a mente serena.
     Una volta, dopo aver scopato (che non era più, ormai, come il fare l'amore di prima...quella volta, però, era stata l'unica volta buona) André morì:
     - E'scoppiato il cervello e poi il cuore! - disse impietosamente il medico.
     Serena aggiunse:
     - Che bello deve essere stato...venire prima di andarsene!
     Seppellirono André in una tomba anonima a Pere Lachaise, vicino alla tomba di Jim Morrison. Serena (mente) Serena tornò a casa e riprese la sua vita di sempre. Cominciò a lavorare; sua madre Allyson morì la mattina del 24 dicembre (era venuta al mondo il 25 dicembre di sessantadue anni prima: per quello odiava il natale!), di cancro ad un orecchio, quello destro, dove portava un grosso orecchino indiano d'avorio; sua sorella Fatima, invece, fu uccisa a New York - a bastonate - da un gruppo di irlandesi ubriachi del Village che gridarono:
     - Muori, lurida cagna ebrea! (avevano sbagliato persona, forse: Fatima non era ebrea anche se di certo era una lurida cagna!!!).
     Al suo funerale (come prima a quello della madre) Serena pianse due volte: quando il prete disse "riposa in pace" e quando il feretro parti per il cimitero di San Cristobal, in Messico, dove entrambe riposano (in pace?!)...insieme al marito della madre, il quale è il padre (sconosciuto) tanto di Fatima, quanto di Serena. Serena rimase sola ma non si perse d'animo: continuò la sua vita di sempre - come sempre aveva fatto - serena (mente), nonché a mente serena!
     Un giorno partì per Las Vegas, a cercar fortuna (alle slot, al black-jack, al tavolo verde) ed anche un marito: trovò entrambi. Infatti, vinse molti soldi e si sposò con Johnny Brown, un distinto ragazzo wasp, figlio di un petroliere texano. Andarono a vivere a Corpus Christi, in un grande ranch: entrambi erano pieni di soldi, di voglia di vivere e...fare figli. Allevavano cavalli (purosangue di razza appaloosa) e praticavano la tecnica (a letto) del dai, dai e dai...ebbero così tre figli maschi ed una bambina.
     Johnny un giorno morì: aveva soltanto la misera età di quarant'anni (ma la morte non sa far di conto!) e se ne andò in una lurida scura giornata di novembre, ucciso da un pirata della strada mentre usciva da un pub a Dallas. Serena, come al solito, prese tutto serena...mente. Continuò a crescere i propri figli lo fece bene ma, ugualmente, non ebbe fortuna: Billy, il primogenito, infatti, perse la vita in un incidente di macchina insieme ad altri compagni di college, a Tempe in Arizona; qualche anno dopo, anche l'unica figlia femmina, Susan, tragicamente perì a Los Angeles: avvenne nel corso di una sparatoria, e aveva soltanto ventun anni! (ma la morte non sa far di conto!).
     Serena, allora, serena (mente) scrisse una poesia (Pietra di luna, moonstone), che regalò poi ad un barbone, Johnny, conosciuto tempo dopo a Filadelfia; il quale, a sua volta, la scrisse colorata di giallo su un muro tutto blu di un palazzo in rovina, a down-town della città:
             "Pietra di luna" (moonstone)
              era la mia bambina (dura come la pietra
              e lucente come la luna); sì, lo era:
              che vendeva violini tzigani 
              sempre vestita di verde e di giallo
              all'angolo della 38^con Liberty street...
              ma una sera alle ventuno fu spazzata via
              da una pallottola strisciante; già
              fu spazzata via: sputata da 
              una 7,65 di uno dei "falchi dormienti"
              lì venuti per caso ad uccidere
              sulle freccianti loro
              spitfire color cammello.
              L. A. è un buco di culo
              sempre più malsano, quando scocca
              il primo rintocco di bel cucù:
              meglio allora andar per fiori
              sì, nel candido giardino del vicino
              e cogliere un mazzo di belle viole,
              o piuttosto restar tappati in casa
              a pregar che il sole nasca presto!

     Ma Serena aveva la mente libera e - come sempre - continuò la sua vita di sempre: serenamente! Riprese a viaggiare, si appassionò alla xilografia ed alle incisioni su legno e vetro, leggendo di Samuel de Mesquita e Maurits Escher su alcuni libri comprati ad un mercatino delle pulci di Londra. Fece strane (e malsane...ma non per la sua mente) conoscenze strada facendo: come quella, a Laredo, di Stan "nuvola bianca", indiano mezzo sangue della tribù dei figli del sole, con cui convisse per tre anni. Quello spacciava peixote,  mescal e la colla; lei, invece, la nostra cara [Serena] prese a dipingere e a collezionare quadri, soprattutto quelli di Bosch. Una volta, ad un'asta, a Seattle, comprò un quadro di Gauguin (Arearea): era un falso, però, ma lei non lo sapeva; lo avesse saputo avrebbe preso il tutto con filosofia, anzi, serenamente. Il suo uomo morì a Chicago, in uno scontro a fuoco con la polizia. Serena (mente) Serena, anche questa volta riprese la sua vita come se non fosse successo nulla! Un giorno vendette ogni cosa avesse ad un rigattiere (non era diavolo travestito da rigattiere, però!) di provincia; e mandò via da lei la sua anima (ma non la mandò al diavolo, però!). Ricomincò, così, a viaggiare, lo fece senza portarsi dietro nessun rimpianto e neanche un misero ricordo...solo e soltanto serena (mente). Cercò, cercava qualcosa: forse la valle dell'eden sperduta, chissà, per andarci a morire, un giorno, quando fosse giunta la sua ora (ammesso che l'avesse trovata!); o forse...qualcos'altro.
     Serena adesso continua ancora a viaggiare (probabilmente lo farà all'infinito) con la mente, con le gambe e col suo grande cuore di donna: e lo fa sentendosi felice, anzi, serenamente!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

    LUCIANO RONCHETTI: GRAZIE!

  • 25 agosto 2019 alle ore 9:19
    La morte della scrittura

    Come comincia: Purtroppo è data già morente dagli scienziati, anche se in 
    un lontano futuro. Il guaio è, che il centro cerebrale della 
    grafia a mano è indipendente da quello da computer, 
    secondo gli ultimi studi. È prevedibile, negli anni, la 
    scomparsa del primo, per la mancanza di un uso costante e lo 
    sviluppo del nuovo centro, il cui impiego si va sempre di più 
    incrementando. I centri e le vie neuronali del nostro cervello 
    rassomigliano ad autostrade. Se non percorse, vi nasce 
    l'erba, non rendendole fruibili. A ben pensarci, chi più, chi 
    meno, tra noi, ha già iniziato il suo cammino a ritroso, 
    tralasciando la penna, per i tasti di un computer. Perde ogni 
    giorno qualcosa della sua personale abilità, acquisita nel 
    tempo, e tramandata da millenni, di trasporre pensieri 
    attraverso segni, creati dalla propria mano. Segni, simboli 
    comuni, univocamente accettati, che hanno la prerogativa di 
    appartenerci, come impronte digitali. Quei segni siamo noi, 
    la nostra storia, con dolori e piaceri, che hanno solcato il 
    nostro corpo. Infatti sanno essere linee e curve di dolcezza 
    raffaellesca, quanto sgorbi e ghirigori di un paesaggio alla 
    Picasso. Tra le bombe, che venivano giù, fu la mano ferma di 
    nonno Angelo sulla mia, a farmi tracciare le prime "aste". Le 
    aste divennero lettere, poi parole, conservando le paure, le 
    ansie, le angosce di un bimbo nato in una guerra, che 
    stentava a capire, ma che doveva subire. Superficiali e 
    incolti maestri e professori, poi, non seppero trarre da quei 
    segni, a volte imperfetti e contorti, altro che rimbrotti del tipo 
    "Ma che scrittura, Raineri!" o " Che zampe di gallina, sono 
    queste?" Infine, la classica incomprensibile calligrafia di tutti 
    i medici assolveva, in un retorico giudizio, ogni mia impronta 
    di sofferenza di vita trascorsa. Un' immane tristezza mi coglie a pensare alle nostre prossime, comuni grafie, dettate da macchine, create da noi, ma che sanno derubarci di pezzi della nostra intimità. 
    Sarà, allora, per fortuna nostra, solo la qualità dei pensieri 
    tracciati, a differenziarci, un giorno, non molto lontano. E 
    non è poco!

  • Come comincia: Niente di nuovo sotto il sole, lo so.
    Ed allora perché sono arrivata al punto di sconvolgermi e scandalizzarmi tanto da distruggermi?
    Non ho battuto ciglio quando il ragioniere ha presentato un preventivo evidentemente scritto da lui millantandolo per quello di una ditta che conoscevo di nome.
    Sono sopravvissuta quando ho avuto evidenza di come incuteva terrore negli altri mettendosi ad urlare (ed in casa d'altri). Mi ha meravigliato che nessuno gli dicesse:"Come ti permetti, esci immediatamente".
    Mi ha dato fastidio che il giorno dopo la sua degna consorte e complice insinuasse che la causa di quell'alterazione fossi io: <<Siamo sempre stati tranquilli! >>. All'epoca il nipote non era diventato del tutto complice e commentò ridendo: <<Ma che tranquilli! Qui sono volate anche le sedie! >>.
    Quel fastidio avrebbe dovuto essere per me un campanello d'allarme: ero ancora la bambina alla quale le bugie e soprattutto le calunnie davano fastidio.
    C'è un episodio della mia infanzia che ha segnato e controllato tutto il mio successivo modo d'agire in situazioni di conflitto.
    Stavo litigando, e di brutto, con mio fratello maggiore sulla soglia della mia stanza. Mio fratello voltava le spalle alla stanza, io al corridoio. Arriva mia madre attirata dall'insolita veemenza di quel litigio e chiede cosa stia succedendo.
    Ricordo che mio fratello comincia a dare la sua versione dei fatti. Per me sfacciatamente falsa. Ed imparai che l'espressione 'non vederci più dalla rabbia' non era solo un modo di dire come fino ad allora avevo sempre creduto. Era un dato di fatto. Un panno bianco calò davanti ai miei occhi. Sentii il mio pugno che partiva e solo quando colpì, quel panno cominciò a squarciarsi in più punti, si dissolse e ricominciai a vedere. 
    Mio fratello era steso lungo lungo davanti a me, lamentandosi e tenendosi il mento con le mani.
    Poi dovetti scappare, perché mio fratello si alzò infuriato e cominciò ad inseguirmi intorno al tavolo del soggiorno.
    Quell'episodio, la perdita della vista, la mia reazione incontrollata mi spaventò tanto che da allora praticamente non ho più reagito.
    Per anni mi sono chiesta: "Ma come è possibile che mio fratello stesse dicendo una bugia, travisando i fatti? Non è proprio il tipo!". Dovevo arrivare a 50 anni per arrendermi all'evidenza: no, no, è proprio il tipo. Stravolge tanto i fatti nella sua mente per auto-assolversi, per non trovare in sé neanche una macchia. 
    "Non è che non sanno chiedere scusa: è che non si rendono neanche conto di dovertele le scuse", recita una frase che gira sui social.
    Ricordo l'unica volta che mio fratello maggiore mi ha chiesto scusa. 
    Eravamo già all'università. Eravamo a tavola a pranzo in famiglia, quando, bello e buono, comincia a criticare una mia amicizia. 
    Un'amicizia che, in verità, aveva suscitato meraviglia nei miei conoscenti. "Liliana", mi chiese una volta un amico futuro ginecologo, "ma ti rendi conto che Maria è salita per la prima volta su un autobus pubblico con te?". Maria alle scuole superiori in un paese a 15 km ci era andata accompagnata dall'autista della ditta del padre.
    A quella critica invadente comunque mi ribello, mi alzo e, con rabbia, con veemenza, che meravigliò anche i miei genitori, gli dico: "E tu? Non critichi, non parli sempre male del tuo amico inglese eppure lo frequenti?". E mi allontano da tavola.
    Solo a quella veemenza mio fratello si rende conto di avermi ferito e di avere sbagliato. Mi raggiunge e mi chiede scusa.
    Prima ed ultima volta.
    Ed avrei dovuto ricordarmelo. Avrei dovuto capirlo. Sono così abituati a criticare, a sparlare degli altri, è nel loro habitus, che non si rendono neanche conto di ferire le persone. Di ucciderle. Bisogna mostrarglielo affinché si rendano conto.

    E così dal tema "BUGIE" siamo arrivati al tema "SCUSE".
    Scusa.
    E' così difficile dire questa parola?
    E' così difficile ammettere di avere sbagliato?

    Mio fratello maggiore all'età di 40 anni avrebbe di nuovo dovuto chiedermi scusa e per ben tre volte. Ma non lo fa. 
    E' superiore. E gli altri sono tutti cretini.

    Avrei dovuto ricordarmi quello che la sua ex fidanzata mi aveva detto dieci anni prima: "Stategli vicino, perché non sta bene".

    Torniamo al tema BUGIE.
    Mentire ai medici è pericoloso. Spesso anche dare ascolto ai medici, ma questo è un altro discorso.
    Mio fratello con sicumera dice al medico che di nostro fratello può occuparsi lui, nostro fratello può andare a casa sua.
    So che sta mentendo. E cerco di farlo capire al medico.
    Bugie. Io non sopporto le bugie, la falsità. E questa bugia, insieme al resto della situazione, mi manda completamente in tilt. 
    I medici decidono di affidare nostro fratello a lui.
    Il giorno dopo mio fratello maggiore, dopo avere insultato una dottoressa di cui mi fidavo, viene a casa mia. E' spaventato e chiede: "Liliana, può venire da te?".
    Sono sicura che non lo ricorda. Che ha completamente rimosso questo episodio, che nella sua mente i fatti sono completamente stravolti così come li stravolse a 12 anni.

    Da un anno ragazzini e ragazzine di sedici anni, amici ed amiche delle mie figlie, mi danno lezioni di vita. Una è: "Signora, non lo sapete che chi nasce tondo non può morire quadro?".

    BUGIE, FALSITA', ASSENZA DI EMPATIA.
    Il ragioniere ed i suoi compari si susseguono in bugie e falsità.
    Non ci tangono.
    Il ragioniere ed i suoi compari raccontano le loro calunnie a mio padre ed a mio fratello maggiore.
    E ridono, divertiti della reazione indignata di un uomo di 81 anni,dal quale hanno avuto tanti benefici, tipo l'appartamento dove vivono o il ripostiglio nel seminterrato in regalo e tante manutenzioni gratuite, operato di tumore quattro anni prima e che si muove appoggiandosi su due bastoni.

    Mio fratello maggiore guarda me e mio marito, seccato, come fosse colpa nostra e continua a frequentare quella gente ed a schierarsi dalla loro parte.

    Mio fratello minore, al quale quelle beghe non fanno certo bene, mi chiede se deve andare a parlare con quella gente.

    ASSENZA DI EMPATIA.
    Sono così abituati a criticare, a sparlare degli altri, è nel loro habitus, che non si rendono neanche conto di ferire le persone. Di ucciderle.
    Il ragioniere senza alcun riguardo per la salute di mio padre e di mio fratello minore telefona a casa di mio padre perché non vuole pagare le bollette condominiali.

    Il ragioniere guarda con intima soddisfazione il manifesto funebre di un giovane di 21 anni: ah, ah, lui è morto ed io sono ancora qua.

    Il ragioniere è all'esequie del figlio giovane del suo benefattore . E se la sta godendo un mondo.

    EMPATIA A SENSO UNICO. 
    Mio fratello maggiore è informato dal nipote del ragioniere che hanno citato mio marito.
    Prima perché vogliono 50 euro, poi un avvocato ha fatto vedere loro che possono pretendere di più e arriva un'altra citazione per 2000 euro.
    Mio marito dà ogni anno 800 euro al Santuario della Madonna di Pompei e altro ad altri enti e gli fanno un baffo. Però dice: <<I soldi preferisco darli a chi ha bisogno, non a loro>>.
    Non fanno un baffo a mio fratello minore al quale quelle beghe fanno male.
    Mo fratello maggiore ride e dice: <<Io aspetto il risultato delle cause>>.
    La seconda causa non fa un baffo a me. La prima, quella dei 50 euro era basata su fantasie alle quali mi ero oramai abituata. La seconda è basata su menzogne e malafede. E vado in tilt. Con mio marito offeso dalle calunnie dei miei parenti, la cosa per me diventa una fissazione.

    Mio fratello maggiore sa delle lettere di insulti e calunnie contro di me e di mio marito. Divertente. 
    Pochi anni dopo legge le mie favole: <<Si possono pure offendere >>

    Mi oppongo ad una delibera che m'imporrebbe di versare 200 euro al mese per chissà quanto tempo in un fondo cassa per lavori imprecisato la cui necessità è attestata solo dalla bocca dell'amministratore e di un altro condomino. 
    Vinco. Mio fratello maggiore, informato sempre dal nipote del ragioniere, s'indigna: <<Eh, e tu fai causa per 200 euro!>>.
    I signori fanno opposizione. Mio fratello minore sta male, sta malissimo. E' un miracolo che non sia morto. Ed anch'io. Chiedo loro di rinunciare, non ce la faccio a seguire la cosa. Mi spiegano: <<Eh, avremmo dovuto pagare 450 euro per spese della causa, mettiti nei nostri panni. Abbiamo speso 750 per fare opposizione e così speriamo di non pagare niente>>.

    Viene la consorte del ragioniere in visita. Mio fratello maggiore: <<Mi raccomando, è malata di cuore>>.
    Alcune delle persone per bene che conosco hanno espresso la loro meraviglia che io sia ancora viva e mio fratello maggiore di me non se ne è mai fregato.
    Gli dico dura e tagliente: <<Tu statti zitto che in passato hai già parlato abbastanza>>.
    Rincula.
    Ed io sono sgomenta. Realizzo: "Sarebbe bastato che avessi parlato sempre così, come quando insultò la mia amica Maria, e tutto questo disastro non ci sarebbe stato".
    Dopo i trent'anni avevo capito come trattare mio padre dopo il primo Buh e Bah, lo facevo sfogare e dopo mi ascoltava.
    Avrei dovuto utilizzare la stessa tecnica.

    Il se è il mantra dei falliti dice la fiction: Fai bei sogni.

    "Mi dicevano che ero troppo sensibile"

  • 23 agosto 2019 alle ore 13:09
    Memorie olimpiche: il nuoto a Monaco 1972

    Come comincia:  Quelle di Monaco furono le mie prime "vere" olimpiadi: quelle, cioé, che io seguii con occhi diversi, da bambino cresciuto. Avevo soltanto nove anni, è vero (a fine estate sarei tornato sui banchi di scuola per frequentare la quinta elementare: scuola "Cesare Giulio Viola", a Taranto in via Zara...è ancora lì!) ma le seguii, appunto, con occhi diversi. La mattina, insieme ad altri ragazzini, le seguivo spesso guardando la tivù dietro le vetrine di un negozio di elettrodomestici (furono quelle tedesche le prime olimpiadi trasmesse col sistema PAL a colori, in tutto il mondo), sempre in via Zara, a Taranto; durante le altre ore del giorno le guardavo in tivù a casa. Quattro anni prima avevo visto qualcosa in tivù delle olimpiadi messicane (quelle tristemente famose per la strage degli studenti a piazza delle "Tre culture", oltre che per i record stellari in atletica di Tommie Smith, Lee Evans e Bob Beamon!): ma sono, i miei, ricordi poco nitidi quasi sfumati. Quattro anni prima, però, ero soltanto un bambino, non ancora un bambino cresciuto!
     Quelle di Monaco furono le olimpiadi macchiate dalle note e sanguinose vicende (strage degli atleti israeliani al villaggio olimpico), ma anche - e soprattutto - quelle di Mark Spitz. L'atleta americano (era nato a Modesto, in California, il 10 febbraio 1950) sbalordì la storia vincendo sette medaglie d'oro (quattro in prove individuali, tre in staffetta) e battendo altrettanti record mondiali. Egli veniva dalle olimpiadi quasi fallimentari di quattro anni prima: in Messico, infatti, sebbene fosse qualificato in sei gare (egli stesso predisse che avrebbe vinto sei ori!), non riuscì a vincerne nessuna individualmente (prese l'argento nei 100 farfalla e il bronzo nei 100 stile libero), ma soltanto le due staffette dello stile libero (4x100 e 4x200); nei 200 farfalla, invece, fu 8° mentre nei 200 stile libero non entrò neanche in finale!
     Con la sua impresa (il connazionale Michael Phelps riuscirà a fare meglio, vincendo otto ori a Pechino, nel 2008!) Spitz offuscò le maiuscole prove del tedesco-est Roland Matthes (doppietta nel dorso come quattro anni prima; nella sua bacheca figurano ben otto medaglie olimpiche e tre titoli mondiali nel 1973 e 1975), di Gunnar Larsson (doppietta nei misti), il quale rinverdì i trionfi che la Svezia natatoria aveva avuto con Hakan Malmrot (100, 200 rana ad Anversa) ed Arne Borg (1500 sl nel 1928 ad Amsterdam) e della magnifica australiana Shane Gould (cinque medaglie, di cui tre tra crawl e misti). L'atleta "aussie" fu una delle assolute dominatrici della scena natatoria nella decade settanta, nonostante la sua carriera agonistica durò solo due stagioni (si ritirò, infatti, nel 1973, all'età di sedici anni e nove mesi!), insieme alla tedesca-est Kornelia Ender e alla statunitense Shirley Babashoff. Nel suo palmares, tra l'altro, figura una eccezionale impresa: tra luglio del 1971 e gennaio 1972 riuscì a battere il record mondiale in tutte le cinque distanze dello stile libero, dai cento ai millecinquecento metri! Gli atleti "stars&stripes" dominarono la scena, come al solito, vincendo la metà delle medaglie in palio (quarantatrè su ottantasette), senza, però, ripetere l'exploit di quattro anni prima: ventuno vittorie su ventinove (dieci su quindici tra gli uomini, undici su quattordici tra le donne). Tra gli uomini colsero lo stesso numero di vittorie (una "triple" nei 200 farfalla con Spitz, Hall, Backhaus nell'ordine sul podio), ma nei 100 rana il nipponico Nobutaka Taguchi, rinverdendo i fasti passati di atleti del sol levante sulla distanza doppia (Yoshiyuki Tsuruta, oro nel 1928 e nel 1932; Tetsuo Hamuro nel 1936, Masari Furukawa nel 1956) battè lo stra favorito John Hencken (uno dei più grandi ranisti d'ogni epoca) provocando la più grossa sorpresa dei giochi bavaresi. Il nuotatore di Culver City, California, classe 1954, laureato in ingegneria elettronica alla Stanford University, si rifece vincendo i 200. Quattro anni dopo fece doppietta (fu oro anche nella staffetta mista) e nel corso della sua carriera, straordinaria, batté dodici record mondiali (sette sui 100, cinque sulla distanza doppia), fu campione del mondo a Belgrado (1973) sui 100, vinse titoli nazionali (diciotto in totale) NCAA e AAU, sia indoor che outdoor. Diventarono leggenda del nuoto i suoi duelli con un altro grandissimo della specialità: il britannico David Wilkie. 
     In campo femminile, invece, gli Usa vinsero diciassette medaglie (su quarantadue in palio), colsero una tripletta (nei 200 farfalla vinti da Moe su Colella e Daniel) ma subirono pesanti sconfitte ad opera della giapponese Mayumi Aoki, classe 1953, nei 100 farfalla, e dalle australiane che vinsero anche con la diciottenne Beverly Joy Whitfield (200 rana) e la diciassettenne Gail Neall (400 misti). Quella tedesca (bavarese) fu olimpiade "storica" anche per il nuoto azzurro perché con Novella Calligaris, che l'anno dopo a Belgrado trionferà negli 800 sl, vincemmo le prime medaglie in assoluto di questo sport (argento nei 400 sl e due bronzi negli 800 sl e 400 misti). La nuotatrice padovana vanta un palmares incredibile: oltre alle citate medaglie ben settantuno titoli nazionali individuali (quarantadue nello stile libero, venti nei misti), ventuno record europei battuti, due bronzi ai mondiali, un argento e due bronzi agli europei. Se Federica Pellegrini è indubbiamente la più grande nuotatrice azzurra d'ogni tempo, la Calligaris fu la prima grande nuotatrice azzurra al mondo, la prima vera ambasciatrice del movimento natatorio italiano: entrambe, però, sono state (in tempi e modi diversi) le prime grandi donne del nuoto italiano nel mondo!
     Ultima quanto doverosa annotazione - di carattere, per così dire storico-statistico (e non solo) - è d'uopo: sul podio di Monaco salirono le atlete della ex Ddr o Gdr (nell'universo, a volte non proprio comprensibile a tutti, delle sigle e abbreviazioni olimpiche, e sportive in genere, le tre consonanti nascondono la completa dicitura della "vecchia" Deutschland demokratisch republik, in tedesco, o German democratic republic, secondo la più usata nomenclatura anglofona; mentre, al contrario, prima della riunificazione quella dell'altra Germania era Frg, ossia Federal republic of Germany o Rft, che in italiano sta per Repubblica federale tedesca!), cioé Roswitha Beier (classe 1956), argento nei 100 farfalla e nella staffetta mista, Gudrun Wegner (classe 1955), bronzo nei 400 sl e, soprattutto, Kornelia Ender, preannunciando un dominio (spesso macchiato dal "doping di stato"!) che si protrarrà per più di tre lustri. L'atleta di Plauen (cittadina del distretto di Chemnitz che gli diede i natali il 25 ottobre del 1958) è da considerarsi una delle più grandi nuotatrici all-time. In Germania vinse tre argenti (nei 200 misti e con le due staffette) ma quattro anni dopo, in Canada, sbaraglierà il campo ottenendo addirittura un poker di successi strabiliante: tre ori individuali (100 e 200 sl, 100 farfalla), uno in staffetta mista. In carriera supererà il record dell'australiana Dawn Fraser, vincendo otto medaglie olimpiche (in totale furono ben diciotto in "big-events"); inoltre, batté ventitré record mondiali individuali (il primo, sui 100 sl, a soli quattordici anni, nel 1973!). Sposò dapprima il dorsista Roland Matthes (la coppia più medagliata del nuoto mondiale di sempre!) e poi il decatleta Steffen Grumt (4°agli europei 1982).

                                                  = MEDAGLIERE =
                                            O      A      B      TOTALE
    USA                               18     13     12       43
    AUS                                 5       3       2       10   
    DDR                                 2       5       2         9
    JAP                                  2       -        1         3
    SWE                                2       -         -         2
    URS                                 -       2        3         5
    GER                                 -       1        3         4
    HUN                                 -       1        2         3 
    ITA                                    -       1        2         3
    GBR                                 -        1        -          1

    fonti bibliografiche:
    - Olimpic Swimming 1988 (a cura dell'ISSA, International Swimming Statisticians Association);
    - The Guinness International Who's Who of Sport, Ian Buchanan, Bill Mallon, Stan Matthews;
    - A Who's Who of American Sport's Champions, Ralph Hicock;
    - I Giochi sono fatti, Mario Gherarducci;
    - Il libro d'oro delle Olimpiadi, Erich Kamper&Bill Mallon.
       
     

  • 22 agosto 2019 alle ore 11:02
    NON SOLO FANCIULLE.

    Come comincia: Alberto M., fotografo professionista di Messina aveva ricevuto l’incarico da una casa editrice di una rivista erotica di Roma il compito di fotografare una modella, con e senza veli, una modella il cui nominativo ed indirizzo erano stati forniti dal titolare della casa stessa. Giuseppina M. si era presentata allo studio di Alberto situato a piazza Cairoli una mattina dal tempo uggioso. Il socio di Alberto era Gaetano F., un uomo piccolo scheletrico con gobba ma molto spiritoso malgrado i suoi difetti fisici; quando qualcuno gli era antipatico e faceva malevoli apprezzamenti su di lui,  si toccava la gobba avvertendo l’interessato di futuri suoi probabili guai. Quando Giuseppina entrò nello studio Gaetano alzò gli occhi dalle diapositive che stava controllando e: “Alberto è entrato in negozio un raggio di sole!” Alberto che si trovava nel piano sottostante adibito a studio fotografico: “Ma se sta piovendo, che cacchio dici!” “Sali e vedrai.” Alberto conosceva bene lo spirito goliardico di Gaetano ma alla vista di Giuseppina sgranò gli occhi, poi si riprese: “Signorina siamo a sua disposizione.” “Sono Giuseppina M., Pina per gli amici,  la modella con cui uno di voi deve eseguire un servizio fotografico, chiamo Adolfo F. il capo redattore della rivista a cui interessano le mie foto.” Col suo telefonino: “Adolfo sono nel negozio del fotografo che mi hai indicato, te lo passo.” “Signor M. mi occorrono delle foto di Pina sia con veli che senza veli, la signorina le darà tutte le spiegazioni, il compenso le  sarà da me inviato quando riceverò le foto, potrà essere molto alto, dipende dalla qualità delle foto stesse, a presto.” Alberto: “Sarò io ad eseguire il servizio fotografico, sediamoci in un tavolino del bar qui di fronte, così avrà modo di darmi direttive come eseguire il servizio fotografico, nel frattempo le va bene un Campari soda, è il mio preferito.” “Vada per il Campari, allora le foto saranno scattate in una spiaggia oltre Barcellona P.G., se lei è d’accordo domattina sarò qui, con la sua auto raggiungeremo il posto.” “Per me va bene, a domani.” “Che culo che hai, un pezzo di f…a così mai visto!” “A Gaetà è solo pé lavoro, con quella me sa tanto ‘non c’è ‘trippa pé gatti!’”, Alberto non aveva dimenticato le sue origini romane. Il giorno successivo alle nove Pina si presentò al negozio con un trolley, Gaetano era pronto  con una valigetta con biancheria e con uno zaino in cui aveva riposto il materiale fotografico. Fuori del locale. “Andremo con questa Panda?” “No la mia è la macchina posteggiata davanti.” “Una Jaguar? Complimenti per la scelta, un regalo del classico zio d’America?” “No, quello di una mia zia vedova di un marito mio omonimo.” Uscirono al casello di Barcellona, presero  uno stretto  viottolo che portava al mare. Percorso circa un chilometro sulla spiaggia si trovarono davanti una casetta prefabbricata di legno con pannelli solari sul tetto. Pina aveva la chiave: all’interno non mancava nulla per un comodo soggiorno, Alberto con lo sguardo enumerò i vari oggetti: cucina a gas con bombola, pentole, grande dispensa con cibi in scatola, pasta, biscotti integrali, zucchero macchina con cialde per il caffè ed ovviamente anche un letto che aveva un solo difetto: era di una piazza e mezza, in due ci si stava stretti…Una piccola stanza ricavata in  fondo era adibita a bagno: doccia, bidet lavandino con specchio, water; l’acqua era dentro un serbatoio interrato  nel sottosuolo della casetta. “Qui potremmo stare un bel po’!” esordì Alberto, “Il tempo necessario.” ribatté Pina, frase che non prometteva nulla di buono. Era maggio inoltrato, il sole stava scendendo sull’orizzonte, ormai era tardi per eseguire foto e così, dopo cena, i due seduti sulla spiaggia aspettavano che facesse completamente buio prima di andare a coricarsi. Nessuno dei due parlava, Pina al  cellulare: “Ciao cara, mi sono sistemata, domani cominciamo il servizio, era mia madre.” Il problema del letto si pose ma i due lo risolsero mettendosi ognuno il più vicino possibile alla sponda. Alberto e con lui ‘ciccio’ era  molto sensibile agli odori femminili, non quello dei profumi  commerciali ma quell’effluvio che emanano certe signore e signorine di proprio. Pina era una di quelle, ‘ciccio’ si alzò speranzoso ma, non avuta confidenza da parte di Alberto, ritornò sconsolato a cuccia. Pina si era accorta del problema di Alberto, dentro di sé se la rideva, il signor fotografo avrebbe sofferto molto durante i prossimi giorni. La mattina fu Alberto ad alzarsi per primo, Pina fece la furba, voleva sapere come se la sarebbe cavata l’Albertone che si presentò a letto con un vassoio contenente Buondì Motta, caffè e latte, zucchero, spremuta di arancia: “Se la signora gradisce…” Pina si stirò tutta, si mise seduta sul letto e, alla frase di Alberto scoppiò in una risata, “Che ne dice o meglio che ne dici di far ridere anche me?” “Mi è venuta in mente un famoso verbo pronunziato da Sandra Milo, nuda, dinanzi ad un gerarca fascista in un film di Fellini: ‘Gradisca’ e con tale appellativo venne poi chiamata da tutti.” “Per favore, fai colazione, lavati, truccati nel frattempo vado in spiaggia a sistemare i miei materiali.” Uscendo dalla casetta Alberto si domandò come fosse stato possibile istallare in spiaggia, peraltro sul suolo demaniale, quella casetta in legno, la spiegazione poteva venire dal fatto che, da quello che scrivevano i giornali che a Barcellona la mafia aveva il suo peso, ma in fondo a lui interessava poco. Pina si presentò ben truccata in viso e coperta da un velo trasparente azzurro, una visione, Alberto che cercò di non far trasparire quello che provava. ‘Ciccio’ al solito alzò prepotentemente la cresta, il suo ‘padrone’ per evitare brutte figure, andò in mare si fermò quando l’acqua arrivò alla vita.  Pina se la rideva allegramente, Alberto decisamente incazzato:  “C’è poco da ridere, m’è venuto un colpo di calore!” “Ci credo, mi è venuto in mente un verso della Divina Commedia riferito a Farinata degli Uberti: ‘dalla cintola in su tutto il vedrai.” “Invece di fare sfoggio di cultura appoggiati a quella roccia e cominciamo il servizio fotografico.” Pina teneva ben stretto addosso il velo trasparente ma Alberto: “Mi sembra che il signor Adolfo avesse ordinato foto con veli e senza veli!” “Ho capito non vedevi l’ora che mi mostri nuda, ora come va?” “Per me va bene, assumi vari atteggiamenti, scatterò foto a colori ed in bianco e nero.” “Vedi che ti trema la mano, che ti succede?” “La macchina fotografica ha un dispositivoo che impedisce di far venire le foto mosse, ma a te cosa importa il lato tecnico?” “Tu sei un parapaffio.” “Ti dispiacerebbe smettere di far sfoggio   di cultura e di usare termini aulici!” “Tradotto in termini volgari vuol dure paraculo!” “Ti ricordo che siamo qui per lavoro, che ne diresti di una tregua, io mi sento psicologicamente stanco.” “Il micione è stanco e la micetta gli viene incontro accettando un bacio in fronte.” Alberto scese più  giù e il bacio finì sulla bocca di Pina che non sollevò obiezioni. Il servizio fotografico riprese nel miglior dei modi sino all’ora di pranzo. Il fotografo e la modella mangiarono spaghetti in  salsa già pronta in barattolo e poi formaggi e verdura cotta e, sempre dai barattoli pesche sciroppate. Pina: “Che ne dici di un half?” “Se non erro vuol dire metà, io mi prendo anche l’altra metà e lavo tutti i piatti, contenta?” “Sei da sposare, a proposito sei maritato, fidanzato, convivente o che?” “Solo assolutamente libero, non amo i legami, tanti miei amici, sposati con figli si sono separati e si trovano in un mare di guai, il loro esempio mi basta! Non ti domando di te …non voglio essere invadente.” “Ho una relazione ma non ti dico i particolari.” “Ed io non te li chiedo ma voglio essere sincero, il tuo effluvio mi fa impazzire, forse il verbo è eccessivo ma sicuramente è vicino alla realtà, dormire nello stesso letto soprattutto per il mio ‘ciccio’.” “E tu prendilo a schiaffi!” “Non potrei mai farlo, è il mio fedele compagno di tante avventure, se litighiamo ci rimetto io.” “Allora che chiedi?” “Posso solo esprimere un mio modesto desidero che tu capisci senza essere io esplicito, insomma, come si diceva una volta da parte di chi chiedeva la carità:’Al tuo buon cuore!’” “Ed io ho un cuore sensibile e te la do! Non mi sembri molto soddisfatto.” “Non vorrei che mi prendessi in giro, te ne ritengo capace.” “Ed io…”Pina andò in bagno e ritornò in camera nuda e bella come una dea. Alberto la seguì precipitosamente o rientrò in camera col bidet fatto e ‘ciccio’ in posizione pronto alla pugna. Pina si pose sul letto allargando le deliziose cosce. L’Albertone si impossessò con la lingua del suo fiorellino che poco dopo diede segni di un orgasmo ripetuto poco dopo, la dama evidentemente aveva una fame sessuale arretrata. Alberto allora volle far provare a Pina qualcosa che  forse lei non conosceva, un orgasmo col punto G che lui aveva imparato da una gentile ‘signorina’. Immesso ‘ciccio’ sino a metà vagina lo strofinò in alto fin tanto che la giovane  diede segni di un orgasmo gigante, lunghissimo tanto che Alberto pensò che si sentisse male. Dopo circa dieci minuti:”Non ti preoccupare, non ho mai provato nulla di simile, sei un mago!” “Si mago del cazzo” pensò Alberto contento della piega che aveva preso la situazione. Una mattina mentre Pina era in bagno suonò il suo cellulare, Alberto lo aprì e prima che potesse dire ‘pronto’ una voce femminile: “Ciao amore mio, come vanno le cose?” “Da parte mia bene, per il resto devo domandare a Pina, tu chi sei?” Dopo molti secondi:”Sono Aurora’ una buona amica di Pina, appena puoi passamela per favore.” “Ha telefonato Aurora, ti ha chiamata amore mio ed ha chiesto di chiamarla da parte tua. Pina in francese: “Mon amour ne m’appelle pas comme ça avec des incunnu, je t’appellerai plus tard.” “Mon cher je connais la langue français, vous pouvez parler italien!” “Ecco mò mi capita pure il fotografo poliglotta!” “Il fotografo poliglotta è un anticonformista e non si permette di giudicare i suoi simili qualsiasi cosa facciano, tienilo a mente. Mi piacerebbe restare tuo amico ed eventualmente anche amico di Aurora senza secondi fini.” “A chi la dai da bere, tu sei tutto un ‘secondi fini’.” Finita la settimana e finito pure il servizio fotografico rientro a casa con un po’ di melanconia da parte di entrambi, anche se burrascoso il loro soggiorno in fondo era stato piacevole. “Per favore immetti nel navigatore satellitare il tuo indirizzo di casa così finalmente saprò dove abiti.”  “Ti accontento subito, abito in viale dei Tigli 15, contento? Più contenta sarà la signorina di cui  conosci la voce, si chiama Josephine ed è mia amica. Ti ritengo  un bugiardo matricolato, riesci a cambiare le carte in tavola con facilità ma con me vai in bianco!” “Non mi sembra che in passato sia andato tanto in bianco, ti ricordi il punto G?” “È stata una mia debolezza, l’ho dimenticata!” “Adesso sei tu la bugiarda, finiamola qui.” Pina abitava all’ultimo piano, Alberto prese il suo trolley, la porta fu aperta da una signora di una certa età: “Figlia mia che piacere vederti, ci sei mancata, finalmente un maschietto a casa nostra, si accomodi.” Alberto poggiò a terra il trolley di Pina e si esibì in un finto baciamano alla signora, Pina nel frattempo si stava sbaciucchiando con Aurora. “Finalmente un gentiluomo, ai miei tempi c’era un’altra educazione verso le signore, con lei ci farei un pensierino, peccato i tanti anni di differenza!” Mara, questo il suo nome aveva dimostrato un senso dello humour apprezzato da Alberto  “Tutti a tavola.” “Non so chi sia stata la cuoca, i miei complimenti, anch’io m’intendo un po’ di cucina, l’unica cosa che non va è il vino…se me lo permetterete vi farò dono di uno scatolone di Verdicchio dei Castelli di Jesi, un bianco dichiarato dai giudici di Vinitaly  il migliore d’Italia ed uno scatolone di un vino rosso, un Lambrusco che faccio venire direttamente dal luogo di produzione in provincia di Reggio Emilia. Pina è stata una modella fantastica, penso che il redattore capo della rivista che ha ordinato le foto mi invierà un assegno consistente, tutto merito della modella.” “Non dare tutti i meriti a me, tu sei un buon manico!” Risata generale, Pina senza accorgersene si era esibita in una battuta a doppio senso. Tornando a casa sua in via Cola Pesce Alberto, ragionando con se stesso, capì che non avrebbe mai più potuto avere ‘contatti’ né con Pina e tantomeno con Aurora.  Hermes dio pagano suo protettore ed amico stavolta prese una decisione un po’ particolare con spirito di ‘moquer’: far  ‘incontrare’ il buon Albertone con Mara che aveva dimostrato che avrebbe gradito…”Signora Mara sono Alberto, che ne dice di venire nel mio appartamento per insegnarmi qualcosa in cucina, non penso che le ragazze in quel campo…” “Sarà un piacere.” “La vengo a prendere a casa sua con la mia macchina.” “Caspita una Jaguar, un gentiluomo non si serve di una utilitaria per andare a prendere una signora!” Mara sembrava un’altra, ben truccata, ben vestita, tacchi alti, era diventata appetibile ed Alberto invece di interessarsi  dell’arte culinaria fece provare a madame l’ars amatoria di Ovidio, anche la signora aveva il punto G sensibile…Mara  fu molto esplicita: ”Sei stato un  mago; di c..i in vita mia ne ho provati tanti ma tu…”, Alberto era ormai diventato il re del punto G! Ripensando al suo desiderio di un contatto sessuale a tre e ritornando col pensiero agli studi classici si ricordò che il numero tre era citato da molte fonti: dalla scuola Pitagorica, nell’antico Egitto, dal punto di vista esoterico, nelle religioni sono perfette le triadi divine: le Parche, le Furie e le Grazie, tre come le Caravelle di Colombo ma erano concetti pleonastici, la perfezione del numero non avrebbe portato ad una triplice relazione con le due fanciulle. Con una certa tristezza Alberto talvolta pensava a Pina, al suo meraviglioso corpo ed al suo profumoo inebriante, lui avrebbe accettato qualsiasi compromesso ma le due ragazze avevano gusti particolari che non collimavano con i suoi!
     
     

  • 22 agosto 2019 alle ore 10:59
    COL SUDORE DELLA...FRONTE

    Come comincia: Adriana N. stava per giungere al capolinea dell’autobus n.28 di Messina, era in piedi attaccata al una maniglia,  lacrime silenziose le inondavano il viso, non riusciva a trattenerle, una signora che si trovava vicino a lei sul mezzo pubblico la guardò in viso, le si avvicinò e: ”Non voglio essere invadente ma, se me lo permette, vorrei darle una mano di aiuto, scendiamo, mi prenda sotto braccio, la vedo instabile sulle gambe.” Adriana non aveva più forze, si appoggiò alla dama che proseguì: “Io abito qui vicino  nel condominio ‘Villa Luce’, venga con me, quando si sarà rimessa potrò accompagnarla a casa sua.” Adriana ebbe un sorriso di ringraziamento. L’abitazione della signora era di grandi dimensioni, molto ben arredata con mobili moderni, massimi ordine e pulizia. “Si segga sul divano le preparo un caffè.” “Gliel’ho fatto molto concentrato, spero le dia una mano d’aiuto.” Dopo circa mezz’ora: “Sono Adriana N.., abito più avanti in via Consolare Pompea, non si disturbi andrò a piedi.” “Mi sono domandata quale avvenimento l’abbia potuta portare a piangere con a conseguenza che il trucco, con le lacrime,  ha fatto divenire il suo bel volto una maschera da clown, si rilassi e, se non  ha impegni resti a pranzo e nel frattempo se vuole confidarsi… credo potrò esserlo d’aiuto.” “Sono Adriana N. ho trentacinque anni, vedova da pochi mesi, con la morte di mio marito  sono cominciati i miei problemi, Vittorio R. era un ingegnere libero professionista. La sua morte è stata quasi improvvisa, dal medico di famiglia gli era stata diagnosticata una bronchite, non stava particolarmente male, seguitava a frequentare la palestra facendo anche notevoli sforzi fisici, tutto d’un colpo è svenuto, portato in ospedale, dopo vari accertamenti gli è stata diagnosticato un tumore ai polmoni all’ultimo grado, dopo tre giorni è deceduto. Vittorio era ateo ma anche senza il mio consenso (io ero fuori di testa) il cappellano del nosocomio  ha fatto trasportare il feretro in chiesa e qui avrei mandato a quel paese amici e parenti: erano una cinquantina tutti a farmi le condoglianze  abbracciando me e le mie figlie gemelle Giuliana e Simona. Riuscita finalmente a liberarmi di tanto ‘affetto’, seguendo il carro funebre siamo arrivati al cimitero per tumulare la bara nella cappella privata. Il giorno dopo mi si è presentata la situazione di famiglia in tutta la sua drammaticità, mio marito non aveva stipulato alcuna assicurazione sulla vita e non aveva diritto a pensione. Per sua volontà, benché laureata in lettere, mi sono ritrovata a fare la casalinga con la conseguenza di non avere alcun reddito. Ovviamente sono giorni che mi guardo in giro per cercare un posto di lavoro, ma oltre a quello di entrare in una ditta di pulizie (sinceramente non me la sentivo) ho trovato l’occupazione di commessa in vari negozi ma, oltre a guadagnare una paga minima assolutamente non adatta alle esigenze di famiglia, dovevo rimanere al lavoro praticamente dalla mattina alla sera e talvolta anche i festivi; stavo rientrando a casa dopo l’ultima delusione quando ho incontrato lei, a proposito non l’ho nemmeno ringraziata delle sue cortesie.” “Non ce n’è bisogno anzi diamoci del tu, penso che potremmo seguitare a frequentarci.” Nel frattempo Adriana cercò di inquadrare la persona di Violetta: altezza media, capelli castani corti, occhi un incrocio tra verde e grigio, tette non molto pronunziate al contrario del naso un po’ troppo sporgente, insomma dava l’idea di mascolinità. Anche la cameriera Elisa F. era un tipo particolare, quello che più colpì Adriana erano i suoi: ’callidi oculi ancillae ’ robusta tette da balia, divisa da cameriera con in testa la ‘cristina’ entrò sorridente nella sala da pranzo esibendosi anche con un inchino verso le due signore, una sceneggiata che mise in allarme Adriana, in futuro se ne sarebbe guardata! Bevuto il caffè Violetta chiese il permesso di accendere una sigaretta non facile da trovare in Italia, una ‘Roy d’Egypte’ molto profumata, ne offrì una ad Adriana che rifiutò. “Me le porta un buon amico comandante di una nave mercantile, penso che faccia anche del contrabbando.” “Le mie  figlie  dovrebbero essere rientrate a casa, hanno sedici anni e frequentano il secondo anno dell’istituto Tecnico Industriale, almeno con loro non ho preoccupazioni, i professori mi danno buone notizie circa i loro studi. Prima di uscire Adriana si ritrovò in mano un mucchietto di Euro da cinquanta. “È solo un prestito, me li ridarai non appena potrai.” A casa le due baby abbracciarono la madre sorridente: “Hai trovato un posto?” Adriana aveva avuto sempre un rapporto molto franco e sincero con le figlie e raccontò loro gli ultimi avvenimenti, Adriana e Giuliana erano dello stesso parere della madre, oggi difficilmente si incontrano persone che fanno qualcosa per pura liberalità: “Mammina sta attenta alle proposte che ti farà questa Violetta!” e infatti una mattina al telefono: “Adriana è un bel po’ che non si vediamo, m’è venuto a trovarmi un amico cui piacerebbe conoscerti, vieni appena puoi.” La bomba prevista era scoppiata, ovviamente si trattava di far ‘marchette’, Adriana decise di stare al gioco. A casa di Violetta gli fu presentato Carlo V. signore circa cinquantenne, piuttosto robusto, sorridente, vestito all’ultima moda, piuttosto alto, fisicamente niente male ma… Adriana, compresa la situazione,  prese da parte Violetta: “Cara ho le mestruazioni, sarà per un’altra volta.” Informato del fatto, Carlo ebbe una espressione di scontentezza, evidentemente era abituato a non sentirsi dir di no ma quella era una causa di forza maggiore. Rientrata a casa Adriana fu raggiunta da una telefonata di Violetta: “Non credo affatto che tu abbia le mestruazioni, hai rifiutato minimo cinquemila Euro!” “Hai ragione ne voglio diecimila.” “Va bene, sei molto piaciuta a Carlo che è un industriale di Biella, domattina ti aspetto alle nove.” Al rientro di Giuliana e Simona: “Ragazze debbo confessarvi qualcosa di molto intimo e delicato, voglio il vostro parere sincero, conoscete qual è la nostra situazione finanziaria, mi hanno offerto diecimila Euro.” “Se ci fai questa domanda pensiamo che tu abbia già deciso, è una questione delicata e personale, possiamo dirti che ti siamo vicine…” “La mattina dopo Carlo era già a casa di Violetta, sorridente aprì la porta della camera da letto e si dimostrò nel sesso un vero signore, con l’aggiunta di cinquemila Euro ebbe concesso anche il popò che prudentemente Adriana aveva lubrificato. Uscito Marco, dopo circa dieci minuti, mentre Adriana si stava rivestendo si presentò in camera Violetta: “Tutto bene?” “Si perfettamente, è stato un signore.” “Io di signori ne conosco tanti, a me va il dieci per cento.” Era da immaginarselo,  Adriana sborsò mille Euro invece di millecinquecento, ora era evidente che Violetta per mestiere faceva la prosseneta insomma la tenutaria di una casa chiusa. Al rientro a casa Adriana si mostrò sorridente alle due figlie, niente spiegazioni, le persone intelligenti si capiscono anche senza parlare. Adriana dopo varie ‘conoscenze’ di maschietti, era entrata in un giro di uomini facoltosi che, coniugati con mogli  vecchie o in menopausa davano libero sfogo ai loro piaceri sessuali ovviamente pagando profumatamente una Adriana sempre più pimpante ed anche, talvolta, sessualmente appagata. Ritenne troppo oneroso pagare il dieci per cento a Violetta e, dopo aver sistemato a fondo la casetta a due piani di via Consolare Pompea la inaugurò dando una festa da ballo con tutti i suoi clienti più affezionati. Un sabato a pomeriggio inoltrato giunsero circa venti uomini ‘amici’ di Adriana che però non aveva considerato che i maschietti erano in numero preponderante rispetto alle femminucce, praticamente solo lei e quindi chiese a Giuliana e Simona di far da ‘danseurs à louer’. Le bimbe accettarono con entusiasmo però, anche dietro consiglio della madre, si vestirono in maniera castigata per far capire ai signori che: ‘ Il n’y a pas de tripes pour le chats’ tradotto alla romana: “Non cé trippa pé gatti!’ Gonna nera sotto il ginocchio, ampia camicetta rosa chiusa sino al collo, niente tacchi. Simona si distingueva dalla sorella Giuliana per essersi fatta fare dal parrucchiere delle ‘mèches de cheveux biondes.’Come la mamma anche le due ragazze erano sempre impegnate a ballare, la musica venne interrotta solo allorché da un vicino bar apparvero due camerieri col ben di Dio di dolci e relative bevande non alcoliche. Ripresa la musica i signori compresero che la due ragazze erano off limits, si fece avanti un giovane, molto probabilmente figlio di uno degli invitati, che prese il monopolio di Simona alla quale il tale non dispiaceva affatto, anzi. Una settimana dopo si fece vivo Ernesto N. che riferì che il  figlio Lorenzo avrebbe avuto il piacere di poter conoscere Simona. “Niente da fare caro Ernesto, le mie figlie non si toccano mettitelo bene in testa.” “Evidentemente Lorenzo aveva avuto una folgorazione per l’aspetto fisico ed anche per la personalità di Simona. Lorenzo si diede da fare e riuscì a sapere quale fosse l’istituto in cui era iscritta ed a presentarsi alla fine dell’orario. “Ciao cara, ero di passaggio…” “Dato che eri di passaggio, passeggia altrove, ciao.” Nel frattempo  Giuliana se la rideva: “Hai fatto una conquista, è un bel ragazzo.” “Non c’è dubbio ma suo padre sicuramente l’avrà messo al correte dei suoi rapporti con nostra madre ed avrà tratto delle conclusioni sbagliate.” Lorenzo quasi tutti i giorni alla fine dell’orario scolastico si faceva vedere nei pressi della scuola delle due ragazze. Un giorno Simona: “Ma tu non vai a scuola, sei sempre tra i piedi!” “Io studio in Svizzera e lì c’è un mese di vacanze.” “Vai altrove a passare le tue vacanze!” “Lorenzo fece una faccia triste: “Non pensavo di esserti tanto antipatico, se cambi parere mi vedrai da queste parti.” “Simona mi pare che il ragazzo sia sincero, te lo dico da sorella maggiore, io sono nata dopo di te…” “Va bene la corona di regina a suo tempo sarà tua, sinceramente ho paura di dar confidenza a Lorenzo, non so che idea si sia fatta di me.” “Prova a chiederglielo altrimenti non lo saprai mai.” E così finalmente Simona un giorno interpellò  Lorenzo: “Dato che sei tanto insistente dimmi cosa vuoi da me.” “Solo starti vicino e passeggiare a piedi o, se preferisci in macchina.” “Immagino avrai una Porche o una Jaguar.” “Ti sbagli, mio padre ha, fra l’altro, una fabbrica di elettrodomestici a Como, ha preteso che cominciassi a lavorare in fabbrica dal primo gradino, l’anno passato sono stato impiegato come operaio , questa è la sua mentalità, mi ha comprato una Cinquecento di seconda mano.” “Ed io mi dovrei mettere con un morto di fame, giammai!” “Io ho il senso dello humour, prenderò questa frase con una battuta, se non accetti la mia amicizia sparirò per sempre dalla tua vita!” “E che sei un fantasma che sparisci, andiamo su stá Cinquecento, almeno cammina?” Camminava bene  la macchina ed anche la gioia di Lorenzo che però nei giorni seguenti ottenne ben poco da Simona, qualche bacio, una toccatina qua e là e tutto il resto off limits. Lorenzo un giorno che passeggiavano in viale S.Martino: “Vorrei domandarti se sei stata mai fidanzata e se…” “Mai fidanzata ed anche vergine, è il tesoro che porterò al mio futuro marito.” Lorenzo aveva fatto presente del suo legame al padre Ernesto che, pensando alla moralità della madre della ragazza era piuttosto perplesso. “Mio caro sei abbastanza grande da poter giudicare una persona, se dopo averla conosciuta a fondo sarai del parere di sposarla sarò al tuo fianco.” Incontrando Simona all’uscita da scuola Lorenzo quasi si gettò su di lei: “Papà è d’accordo, possiamo sposarci.” “Il fatto è che non sono d’accordo io, te lo devi meritare.” “Vuoi che mi cosparga i capelli di cenere o vada in pellegrinaggio a Compostela?” “Non ti farebbe male!” A tutto c’è un limite, Lorenzo s’era rotto le scatole e si rivolse al padre: “Quella non mi vuole e mi prende in giro, ti prego parla con la madre!” “Adesso faccio pure il ruffiano di mio figlio, vedrò quello che si può fare.” Una sera a cena: “Simona mi ha parlato di te il padre di Lorenzo, se proprio non ti piace diglielo chiaramente, non tenerlo sulle spine.” “Mamma, Lorenzo mi piace ma ho paura di una delusione.” “Fatti passare le paure, fra l’altro Ernesto mi ha promesso un posto di rilievo ben remunerato per voi due non appena avrete conseguito il diploma, io smetterò la mia professione e forse …con Ernesto…” “Mammina sarebbe bellissimo, tutto in famiglia…” “Brutto zozzone, ci sei riuscito, sarò costretta a sposarti ma…” “Niente ma, mi hai folgorato dalla prima volta che ti ho vista.” “Mò sò diventata pure un fulmine, speriamo bene!” Al comune di Messina le due coppie, padre e figlio con madre e figlia  fecero il loro ingresso nell’ufficio di un funzionario comunale che, sbrigate le pratiche burocratiche: “Non riesco a riconoscere quale è la madre e quale la figlia!” La differenza era che  la madre aveva chiuso ‘i battenti’ e la figlia  stava per aprirli… ma  solo per il marito!
     

  • 22 agosto 2019 alle ore 10:01
    Roma 1960 e Abebe Bikila

    Come comincia: ​  Io, purtroppo, non ho vissuto né il magico, sano e sincero clima di gioia, fratellanza, unione tra i giovani di tutto il mondo che pervase e percorse Roma durante i giochi olimpici del 1960, né i “momenti” agonistici indimenticabili ed irripetibili di quella olimpiade. Il mio più grande rammarico, però, sta nel fatto di non aver potuto…seguire la gara delle gare, la maratona, e di non aver visto correre sul selciato capitolino (magari attraverso la tivù, già in…uso a quei tempi in Italia) il maggior protagonista di quei giochi nonché, a parer mio, il “corridore” più grande e straordinario che abbia mai calcato le scene dell’arengo atletico mondiale: Abebe Bikila! A dire il vero, però, “fiore che cresce” (traduzione in amarico del suo name and surname) corse, e vinse, anche la maratona di Tokyo, nel 1964 (in carriera ne vinse ben dodici su quindici disputate: percentuale, sic!, da fantascienza!), nonché quella di Città del Messico nel 1968 (dove si ritirò dopo una decina di chilometri): ma, sfortunatamente, anche allora io ero – per così dire -…fuori dal tempo, ovvero ancora troppo piccino, essendo nato nel 1962, per poter ben capire (e valutare) le cose della vita, del mondo e…dello sport! Ho conosciuto Bikila guardando vecchi filmati televisivi (tra tutti ho impresso nella memoria quello del suo arrivo, a piedi scalzi, sotto l’arco di Costantino illuminato a giorno, sul traguardo…romano!) o leggendo libri e vecchie riviste di atletica leggera. Da subito sono rimasto colpito per tre cose: la naturalezza e l’eleganza della sua falcata e della sua corsa da gazzella, la semplicità di spirito e la gioia del suo carattere, l’ingenuità ed il candore della sua figura, quasi come quella di un…bambino! Queste caratteristiche e peculiarità (imprese sportive ed agonistiche a parte) sono state, per me, la forza dell’atleta-uomo Bikila, di quell’omino magro e simpaticissimo venuto dall’Etiopia (era nato a Jatto, Debre Berhan, piccolo villaggio di pastori e contadini nell’antica regione di Ahmara, sull’Acronomo Etiopico, a centrotrenta chilometri da Addis Abeba, il 7 agosto 1932), rendendolo unico ed ineguagliabile! Così scrive Edmondo Dietrich nel libro “I grandi campioni”, a proposito del successo di Bikila a Roma: “…aveva vinto con affondi solitari e imperiosi, con una naturalezza di passo così stupefacente che le sue gesta lo avevano reso simile più a un dio dell’antica Grecia che a un essere umano”; ancora: “…le braccia sottili sembravano fatte di soli tendini e ossa e così le gambe simili a quelle di un’antilope in fuga. Il suo volto non denunciava né ansia né fatica”. Per chi, come me, sin dalla giovane età ha seguito ed amato l’atletica, Abebe Bikila ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà la colonna portante, il punto di riferimento ed il filo conduttore che lega passato, presente e futuro di questo sport.  Per intenderci, qualora non fossi stato abbastanza chiaro: senza Bikila (almeno a mio parere) l’atletica, e la storia dell’atletica, non sarebbero stati la stessa cosa di quello che sono! La vicenda umana di questo grande atleta, però, ebbe amaro epilogo, segnata da un destino crudele ed ingiusto: quello che, spesso, contraddistingue il cammino degli eroi. Nel 1969, infatti, dopo essersi ritirato al culmine della gloria sportiva, quando era felicemente sposato e padre di un bambino, fu coinvolto in un grave incidente d’auto restando paralizzato alle gambe fino al 1973, l’anno della sua fine (mese di ottobre, giorno venticinque), avvenuta per emorragia cerebrale. Ora mi immagino Bikila correre insieme ad i suoi grandi amici: l’eroe di Atene (Spyridion Louis), l’omino di Carpi (Dorando Pietri), lo svedese volante (Gunder Hagg), l’angelo biondo di Turku (Paavo Nurmi), l’uomo-cavallo (Emil Zatopek), lo zar russo-ucraino (Vladimir Kuts), la leggenda dell’Oregon (Steve Prefontaine). Non so dove tu sia, dolce Abebe: ma continua a correre! 
    da: una mail inviata a Rai storia il 25 ottobre 2012. 
                                                                                                     
    Luciano Ronchetti                                                            luciano74121@gmail.com

  • Come comincia: Una scopata, di tanto in tanto e con chiunque sia fatta (con donna bella o brutta, bionda, rossa o bruna, zoccola o fata, amica o compagna di classe o di...merenda, etc., poco importa!) fa sempre, sempre - e di molto - bene: ciò è fuor di dubbio; ma...ve le ricordate voi (parlo soprattutto per quelli che, come me, hanno già da tempo superato gli "anta" e volano ormai ad ampie falcate verso gli "anta-anta" o "anta-extra") quelle belle scopate di una volta? Ed anche un po', diciamo...così (naif!!), e fatte in maniera quasi estemporanea (o d'amble, come direbbero cugini d'oltralpe!), raramente premeditata, sui sedili posteriori d'una utilitaria, la quale spesso, anzi, quasi sempre, era la mitica "Dyane 6" verde o rosa, decappottabile e con tettuccio apribile, della mamma; oppure la "Fiat 127" bianca coupé del papà, essa con tettuccio non apribile e, ahimé,...: emanante, purtroppo, fuoco e lapilli in estate ed invece ghiaccio distillato frammisto a polvere di brina in inverno?
     Già, quelle belle scopate d'una volta eran proprio così...sane, ricche, allegre: e fatte - ancor prima di cominciare - della vana ed improba ricerca del "palloncino" (altrimenti noto come preservativo), il quale, guarda caso, era andato a (con)ficcarsi sotto il tappetino del sedile anteriore (chissà poi, perché, era proprio finito lì?) ed era impresa pressocché da matti riuscire a recuperarlo, oppure non si trovava più; od ancora: il suddetto [preservativo o palloncino] non si trovava più perché nella macchina - e quindi sotto il tappetino - non c'era mai stato; semplicemente perché avevamo dimenticato di acquistarlo in farmacia (oppure, il più delle volte, avevamo finto di dimenticarcene: per timore, per vergogna, per pudore o checchéssia...avevamo volutamente dimenticato di farlo!). Ed allora succedeva...Si procedeva improvvisando (in teatro si dice: "andare a braccio") e facendo a meno del preservativo: e tutti s'era belli e contenti uguale!
     Allora: ve le ricordate quelle scopate d'una volta? Ve le ricordate tutti quanti (così)? E'importante questo: l'importante è proprio ricordarle così, quelle scopate; è importantissimo, anzi, che esse vengano ricordate da (noi) tutti a quel modo!
    Perché una scopata così, oggi, infatti (nell'epoca delle chat a tutto spiano e del mordi e fuggi, o del prendi e scappa, del godi niente, etc.) se la sognano in tanti, una scopata così era come ascoltare musica da un juke-box (Thank You dei Led Zeppelin, Michelle dei Beatles, Angie degli Stones, etc.): ve li ricordate quelli strani aggeggi, tutto valvole  e transistor, sì? (Spero che ve li ricordiate anche loro!). Loro, quélli aggeggi tanto strani davvero, bombardavano le orecchie dei matusa e dei genitori (da cui non poche maledizioni e vaffancu...ricevevano!)?!
     Quelle scopate d'una volta e quella musica, sulla spiaggia o sugli scogli, in riva al mare, sotto le stelle e sotto la luna - in agosto o a dicembre - erano proprio totalmente diverse da quelle di oggi: emanavano calore, davano forza e facevano bene al cuore!...
    ma io continuerò a dire, a prescindere dai tempi, dai modi e dalle mode: fare l'amore e non scopare, sempre!!!

    Taranto, 5 marzo 2016.

  • Come comincia:  Oscar Wilde (vero nome Oscar Fingal O'Flaherie Wills Wilde) nasce a Dublino (1854) e muore a Parigi (1900). Fu poeta, romanziere, narratore, drammaturgo, aforista, saggista, giornalista e traduttore: uno dei più grandi letterati anglosassoni d'ogni tempo! Il suo più celebre ed acclamato romanzo è "Ritratto di Dorian Gray" (1891), capolavoro del decadentismo mondiale. Nel 1895 fu condannato a due anni di lavori forzati, scontati nel carcere di Reading, per "comportamento contrario alla pubblica morale" (pratica dell'omosessualità e della sodomia, in poche parole: amante di lord Alfred Douglas!): la società di allora, perbenista, benpensante, moralista ed ipocrita, perdonava agli artisti (e quindi a Wilde) ogni cosa tranne, ovviamente, l'immoralità alla luce del giorno! (in buona sostanza: se proprio dovete esserlo - omosessuale - fatelo di nascosto!). E Oscar Wilde, comunque, non era certo un tipo qualunque, di quelli che passano inosservati: l'artista, al contrario, che tutti ammiravano; un vero e proprio modello letterario e di vita, tanto per intenderci alla George Gordon Byron!
     Frutto letterario di quella terribile esperienza di vita fu la celebre "Ballata del carcere di Reading": in buona sostanza un vero e proprio apologo della libertà contro le disumane e degradanti condizioni di vita nelle carceri vittoriane (ancora di attualità, visto quello che accade, oggidì, in molti paesi del mondo: nel nostro paese, ad esempio, che si considera di fascia A, in quanto a grado di civiltà, viene attuata - in alcune carceri - la barbara ed inumana pratica del letto di contenzione!) ma, soprattutto, contro la pena di morte (lo scrittore aveva assistito de visu all'impiccagione di un giovane soldato, condannato a morte per l'assassinio della moglie!).
            = The Ballad of Reading Gaol/La ballata del carcere di Reading (1898) =
    Non portava la giacca rossa
    perché rossi sono sangue e vino
    e il sangue e il vino li aveva sulle mani
    quando lo trovarono con quella donna,
    la povera donna morta, che lui amava
    e che aveva ucciso nel suo letto.
    Camminava fra gli altri condannati
    con uno straccio di vestito grigio,
    in testa il berretto da cricket;
    il suo passo correva allegro e leggero,
    ma non ho mai visto un uomo
    guardare il giorno con tale intensità.
    Non ho mai visto un uomo guardare
    con sguardo così intenso
    quella breve tenda d'azzurro,
    che i prigionieri chiamano cielo,
    e contare le nuvole in transito
    su vele d'argento.
    Camminavo con altre anime in pena
    in un braccio differente
    e mi domandavo se fosse lì
    per qualcosa di grave o di poco conto
    quanto dietro di me sento un bisbiglio:
    "finirà sulla forca!"
    Cristo santo! All'improvviso giravano
    tutte le mura della prigione
    e il cielo era un casco 
    di acciaio e di fuoco.
    Ero anche io un'anima in pena
    ma il mio dolore non lo sentivo più.
    Finalmente era chiaro quale tormento
    gli rendeva così eccitato il passo
    e perché guardasse il giorno
    con tanta angoscia negli occhi:
    aveva ucciso la cosa che amava
    quindi doveva morire.
    Eppure tutti uccidono la cosa che amano:
    questo si deve sapere;
    qualcuno lo fa con uno sguardo d'odio,
    qualcuno con parole e lusinghe,
    il vigliacco sceglie un bacio,
    l'uomo di coraggio la spada!
    Alcuni uccidono l'amore da giovani,
    altri in vecchiaia,
    alcuni lo soffocano con mano di lussuria,
    alcuni con mani colme d'oro:
    i più umani usano il coltello perché
    i morti diventano freddi così in fretta!
    Amore troppo breve, amore troppo lungo;
    c'è chi vende, c'è chi compra,
    alcuni lo fanno con le lacrime agli occhi,
    altri senza un sospiro.
    Ogni uomo uccide chi ama,
    ma non viene per questo messo a morte.
    Non muore una morte vergognosa
    in un giorno di estrema infamia, 
    e non si trova un cappio al collo,
    un drappo nero sulla faccia.

    (traduzione di Pina Spelta per i tipi della "Lieto Colle").

     Nessuna nazione, nessun governo di nessuna nazione al mondo, nessun tribunale e nessun giudice, né nessun altro uomo mai, che sia da solo o insieme ad altri - a mio avviso - può decretare (seppur facendolo in virtù di codici e leggi) la fine della vita di un'altro suo simile!
     Da trenta anni, ormai, sono ateo ma per Amnesty International, dal 2004, firmo petizioni contro la pena di morte e la tortura andandone fiero!

    Taranto, 18 gennaio 2019.

     

  • 21 agosto 2019 alle ore 17:29
    I SOGNI.

    Come comincia: I sogni ci aiutano a venir fuori da una realtà, spesso spiacevole, ma non certo a cambiarla. ‘Ama il tuo sogno se pur ti tormenta’ chiosava il buon D’Annunzio;  questo aforisma era riportato su una porcellana sita nello studio del padre di Alberto. Sicuramente il  papà di sogni ne doveva aver tanti, era il tempo della seconda guerra mondiale ed il ragazzo sentiva i grandi lamentarsi di un pazzo…lasciamo perdere, andiamo ai sogni di Alberto M. e alla sua vita piuttosto avventurosa. Insegnante di matematica e fisica in un liceo classico di Messina aveva divorziato dalla prima moglie, (donna impossibile da sopportare), e vedovo della seconda di cui aveva un eccellente ricordo (poverina deceduta per un tumore) ma che lo aveva lasciato nell’agiatezza: una villa nel Giardino dei Laghi, bellissima e con annesso giardino tropicale, campi da tennis e piscina in comune con gli altri condomini, insomma un paradiso terrestre. Era divenuto inoltre proprietario di vari  stabili e terreni oltre che di una notevole somma di denaro in titoli, insomma ripeto aveva un buon ricordo della consorte (ti credo!). L’unica cosa che mancava ad Alberto era la ‘materia prima’ che si procurava con delle professioniste ma che lo lasciavano insoddisfatto per motivi ben comprensibili. Doveva trovare una femminuccia tutta per sé.  Il destino, superiore agli dei come Alberto ben sapeva da buon pagano, gli diede una mano con la conoscenza di Corinna e delle due figlie gemelle, sue allieve a scuola: Grazia e Graziella. Lo so che vi vien da ridere perché i due nomi di solito vengono seguiti da un detto volgare. Corinna avrebbe fatto molto volentieri a meno a chiamar così le fanciulle ma quelli erano i nominativi delle nonne materna e paterna. Ma  perché il ‘passaggio’ di nomi? A parte la consuetudine di tramandarli alla discendenza le due vecchie erano ricche, non vi pare un buon motivo? Corinna, un giorno di ricevimento dei genitori alla scuola delle due figlie riconobbe in Alberto quale insegnante delle stesse il suo vicino di casa e, tenuto conto dei voti non buoni in matematica e fisica delle due Grazie, pregò il professore di dar loro delle ripetizioni private. Alberto in fatto di donne preferiva il tipo mediterraneo ma Corinna lo colpì in maniera positiva pur essendo bionda con occhi grigio-azzurri. Fisico da atleta, sorriso accattivante e soprattutto altre cose fisicamente apprezzabili accettò di buon grado con un ma: “Signora le comunico che le mie lezioni saranno un po’ costose nel senso che…” “Non si preoccupi, sono piuttosto abbiente e…” “Mi scusi la non apprezzabile battuta di spirito, io intendevo altro…” Corinna scoppiò in una gran risata che fece girare tutte le persone in quel momento nella stanza. “Io ho sempre amato la gente con la faccia tosta, ma lei…” “Le rispondo io con una detto tradotto dal francese: ‘Donna che ride è già nel tuo letto’ relata refero.” “ Un professore di matematica che conosce anche il latino ed il francese, quante altre lingue conosce?” “Questa volta fu Alberto a scoppiare in una gran risata, i presenti si domandarono che avessero quei due a rider tanto, beati loro! A questo punto Corinna arrossì e, per nascondere il suo imbarazzo cominciò a tossire…”Madame le chiedo scusa talvolta esagero, me lo diceva sempre la mia defunta moglie.” Così Alberto fece capire a Corinna che non c’erano problemi da quel lato, furbacchione! Le due gemelle si presentarono un pomeriggio nella villa di Alberto scortate dalla genitrice, due gocce d’acqua ovviamente fra di loro ma anche assomiglianti alla madre. “Professore sia severo con loro, sono due pesti!” “Non penso proprio dato che le assomigliano in maniera notevole.” Una Grazia esordì subito con :”Certo se assomigliavamo a papà…non ci voglio pensare!” “Professore ne ha avuto subito una prova di quello che ho pocanzi detto, due svergognate, me ne vado.” Accompagnata all’ingresso da Alberto Corinna: “Io sono per i rapporti di empatia, Alberto vorrei darle del tu e…”  “Con piacere Corinna ma tuo marito?” Risposta emblematica “Galeazzo dorme ai piedi del letto!” Intenda chi vuole intendere poi con quel nome! “Ragazze siete intelligenti ed anche furbette, datevi da fare altrimenti perderete l’anno e vi giocate le vacanze!” “Ci mancherebbe altro, con i nostri boy friends abbiamo programmato una gita a Cuba!” Alla faccia della libertà sessuale, d’altronde quelle due avevano diciotto anni e meritavano un premio, sempre se avessero superato gli esami di Stato. Una parentesi: Alberto aveva come ‘Perpetua’ una vedova quarantenne dimorante a Gesso, una frazione di Messina. La cotale, Emma, ogni mattina con l’autobus delle linee extra urbane raggiungeva la villa di Alberto. Purtroppo il servizio funzionava a singhiozzo ed Emma talvolta, all’andata, era costretta ad usufruire del passaggio in macchina di qualche paesano ma, al ritorno? Alberto da buon samaritano le dava un passaggio in Jaguar cosa che inorgogliva Emma che restava un po’ in auto dinanzi casa sua per far invidia ai paesani, Alberto ne era conscio e l’assecondava, quella della sua collaboratrice domestica, sola senza figli né parenti, era una vita agra. Nel frattempo non era accaduto nulla fra Alberto e Corinna; quest’ultima era andata a far compagnia alla madre ammalata e si faceva viva solo con qualche telefonata che lasciava a bocca asciutta un Alberto speranzoso. Una settimana prima degli esami di Stato Alberto scoraggiato dalla poca preparazione delle due gemelle: “Mia care, malgrado il miei sforzi non ritengo riuscirete a superare gli esami, senza il vostro impegno …non posso certo sostituirvi io, spiacente non so che fare per aiutarvi.” Una Grazia:“Volere  è potere.” Alberto: “ Si volare è potare!” “Professore un discorso serio: chi va al classico come noi è portato per le materie letterarie  ma non per quelle scientifiche, conclusione ci vuole un escamotage da parte sua, sapremo noi due come ricompensarla, pensiamo che abbia proprio bisogno di…” Un sorriso da parte delle due facce toste che mise in crisi Alberto che passò la notte insonne, ne aveva ben donde perché aveva pensato ad uno stratagemma particolare ma pericoloso ma aveva bisogno dell’aiuto del Preside Ardito P.(il padre era stato partigiano), suo buon amico. La mattina dopo: “Ar. vieni al bar ti offro un aperitivo.” “C’è puzza di bruciato che hai combinato?” “Dì invece che cosa dobbiamo combinare dietro una ricompensa molto piacevole.” Alberto chiuse gli occhi e tirò su col naso e così Ardito, vecchio puttaniere capì l’antifona. “Merce buona?” “Eccellente ma pericolosa!” Seduti ad un tavolo lontani da tutti Alberto spiegò all’amico Preside che l’unico modo per aiutare le due  licenziande era aprire la busta sigillata pervenuta dal Ministero, fotocopiare  i compiti e risigillarla. Ardito come da significato del suo nome era un tipo d’assalto così girando fra i negozi di ferramenta riuscirono a trovare lo stiletto molto affilato e si precipitarono nell’ ufficio di presidenza chiudendo la porta a chiave e misero in atto il piano programmato, che, malgrado fosse stato eseguito a regola d’arte, mise una certa qual inquietudine nei due ‘congiurati’. Le due Grazie furono convocate nella villa di Alberto, si misero di buzzo buono ad imparare a memoria gli esercizi e, soddisfatte, rientrarono in casa loro. Il giorno dell’esame in aula c’era un commissione composta da professori provenienti da altri istituti, alcuni anche di altre sedi.  Controllarono i sigilli della busta dell’elaborato, li trovarono intatti. Le ragazze uscirono quasi per ultime ma soddisfatte, la loro memoria si era dimostrata buona  con gran sospiro di sollievo dei nostri due amici., ora si trattava di ... passare all’incasso. Emma ebbe mezza giornata di vacanza  dopo aver preparato una pranzo sontuoso (Ma quanti amici avete invitato?). Grazia e Graziella in gran forma si recarono a casa di Alberto dove era già arrivato Ardito tutto profumato. “Mi sembri un magnaccia, vatti a lavare, stò profumo fa schifo.” Alberto anche se scherzando aveva detto la verità, le ragazze non lo avrebbero approvato, avevano troppo stile per accettare  un uomo con un profumo da quattro soldi. Le due G. erano vestite come se dovessero andare al mare, sotto un  bichini ridottissimo coperto da un pareo trasparente. Grandi effusioni giustificate da una promozione che si dovevano ancora meritare. Pranzo appena assaggiato dai quattro, ‘innaffiato’ da un elegante Marsala S.O.M. con cannoli siciliani di grandi dimensioni. Alberto prese in mano la situazione, istintivamente preferì agganciare Graziella indicando ad Ardito qual’era la stanza degli ospiti. “Per fortuna mi hai scelto, il tuo amico non mi piace, sei un uomo favoloso, mi sei piaciuto già dalla prima volta che ti ho incontrato!” “Parli come un libro che usavano gli innamorati timidi dell’ottocento per fare la corte alle ragazze, non è una presa in giro profumi di donna, ti trovo sensuale, vieni in bagno voglio vederti nuda, faremo una doccia insieme.” Graziella si dimostrò subito all’altezza della situazione, in campo sessuale era decisamente brava, provarono un po’ tutte le posizioni e dovettero aver impiegato molto tempo perché ad un certo punto sentirono bussare alla porta della stanza. “ “Siete ancora vivi?” La voce ironica di Grazia fece effetto su i due, erano passate tre ore. Ardito prese la via del ritorno infilandosi nella sua 500 Fiat, i tre si sedettero su un divano e Grazia: “Sorellina non so Alberto ma il mio amante è proprio un imbranato in campo sessuale!” “Cara Alberto è semplicemente favoloso ma non te lo presto! Lo voglio tutto per me.” “Se avete fini di mercanteggiare la mia persona…” Suonò il telefono: “Sono Corinna, non trovo a casa quelle due sciagurate di figlie, sono da te?” “Si stiamo festeggiando la promozione, a voce ti spiegherò tutto.”. “Nei prossimi giorni, dopo i funerali di mia madre, tornerò a casa.” “Corinna le mie condoglianze, a presto.” Le due ragazze si guardarono in viso, col ritorno della madre avrebbero dovuto accontentarsi dei loro boy friends. Dopo tre giorni una telefonata: “Sono ritornata, non mi sento di venire da te, vieni a casa mia.” Corinna era cambiata, i giorni passati vicino alla madre morente le avevano lascito i segni sul viso. La dama parve leggere nel pensiero di Alberto: “Mi vedi invecchiata, lo sono dentro e fuori ma, col tuo aiuto mi riprenderò, sempre che tu…” “Io sarò un buon  samaritano sempre qualora venga ben retribuito!” “Vedo che non hai perso il senso dello humour, intanto ti ringrazio per aver aiutato quelle due sciagurate; per non parlare al telefono mi hanno scritto una lettera raccontandomi come sono andate le cose, manco un padre…” “Si un padre zozzone” pensò Alberto domandandosi come sarebbe andate a finire la situazione, forse si sarebbe sbloccata con l’andata delle due Grazie a Cuba, la soluzione migliore per non aver guai. Il giorno successivo una novità: a casa di Alberto si presentò Galeazzo, padre delle due e titolare di una scuola guida che godeva fama di far promuovere anche i ciechi ah.”Signor Alberto anch’io voglio ringraziarla, se ha bisogno sono a disposizione.” “Alberto pensò ridendo dentro se stesso: “Mi basta tua moglie prossimo cocu!” Finiti i giorni della tristezza arrivarono quelli della felicità ed ancora una volta Emma fu invitata a preparare un pranzo questa volta per due, non disse nulla, si fece onore in culinaria ma dentro di sé…All’arrivo in casa di Alberto Corinna l’abbracciò a lungo, capì di essersi innamorata. Dopo gli aperitivi ed un pranzo che ottenne gli elogi di Corinna passarono sul divano. Siediti, vorrei rilassarmi con la testa sopra le tue gambe. Dopo un po’ Corinna: “Non pensavo che portassi la pistola a cosa ti serve?” “A scoparmi le belle signore!” “Brutto maiale, dopo una figlia anche la madre!” Coirinna non era una ingenua, capì che Alberto…ma poi lo abbracciò baciandolo a lungo. “Sei un angelo venuto dal cielo.” Più che altro dal monte Olimpo, sono pagano e devoto al dio Hermes, con lui sono piuttosto simile di carattere a parte che lui protegge i ladri ed io lo sono solo delle femminucce altrui!” “Va bene solo un piccolo assaggio, non sono in forma ma…accidenti dove l’hai preso quel cosone?” “Madre natura: tutti i maschietti di famiglia sono ben dotati da quello che mi ha detto mio padre, lasciamo perdere i miei familiari maschili, che ne dici di un assaggino…” Dopo un po’ Corinna si trovò la boccuccia piena di…che in parte ingoiò e poi si aiutò con un fazzoletto. “Sei una fontana!” “Lascia perdere i paragoni acquatici, appena ti sarai ripresa …cose di fuoco!” “Ho trovato un mandrillo della foresta africana, dovrò comprare un cesto di banane.”Vacanze per tutti: le due sorelle a Cuba, il papà in giro con la segretaria bonazza, Alberto e Corinna a Panarea nelle isole Eolie, c’era stato in passato ed era rimasto in buona amicizia con Lidia la proprietaria di un grande Albergo con piscina per coloro che non amavano andare in mare. Lidia: “Vedo che ti tratti bene, la signora ha stile e mi piace.” “Si ma ama solo i maschietti!” “Vedo che non hai perso il senso delle humour, posso risponderti: anche a me!” La prima notte di nozze fu favolosa, Corinna si era ripresa ed approfittò in pieno della esuberanza di Alberto anche se poi la cosina si era un po’ troppo arrossata, col quel ‘marruggio!’ A Panarea Alberto oltre che sessualmente si sfogò anche con la fotografia di cui era un appassionato. Fotografò ovviamente Corinna anche in pose discinte ed un po’ tutti i villeggianti che gli capitavano a tiro, specialmente femminucce’, talune in topless, da cui si faceva comunicare l’indirizzo e la città di residenza per inviar loro le foto ovvero, se possibile,  anche per consegnarle loro di persona ma non aveva fatto i conti con Corinna: “Caro io non dormo ai piedi del letto!” Il buon Albertone ancora non aveva compreso che aveva a che fare: con una femminuccia scafata e, come la maggior parte delle appartenenti a quella razza calzava in pieno il detto: “Amenonlasifa!’ e così fu costretto a diventare monogamo, che tristezza! Qualche lettore non avrà compreso il significato della parola ‘marruggio’ riportata nel racconto: nel dialetto siciliano si tratta di un grosso e nodoso legno che regge la zappa!

  • 21 agosto 2019 alle ore 12:21
    Riflessioni su un porto di mare

    Come comincia: Ho viaggiato molto in mia vita: spesso con la fantasia ma molto - anche - con i miei piedi (ascoltando, osservando, annusando, meravigliandomi, divertendomi, arrabbiandomi). Ho, però, un cruccio, anzi, ho molto ma molto di più: un rimpianto; e cioé quello di non esser mai stato a Genova...ma mai disperare nella vita; mai "dire mai": chissà, cosa può succedere!
     Genova è un "porto di mare" (sul mar Ligure: Mediterraneo), come la mia città (Taranto); essa, però (come tutti i porti di mare e le città sul mare della terra), è un porto di mare assai speciale: d'una città sul mare e del mare, d'una città "bagnata" dal mare!
     [Essa] è un porto di "mare" speciale, sì, davvero molto speciale: perché porta, anzi, portava in sud-America (quando noi italiani eravamo i "migranti"), in Argentina; perché portava - e porta - ancora altrove; perché guardava - e guarda - altrove!

     " A proposito di...bastimenti, Argentina ed emigranti"
    Il  bastimento avanza lentamente
    Nel grigio del mattino tra la nebbia
    Sull'acqua gialla d'un mare fluviale
    Appare la città grigia e velata.
    Si entra in un porto strano. Gli emigranti
    Impazzano e inferocian accalcandosi
    Nell'aspra ebbrezza di imminente lotta.
    Da un gruppo di italiani ch'é vestito
    In un modo ridicolo alla moda
    Bonaerense si gettano arance
    Ai paesani stralunati e urlanti.
    Un ragazzo dal porto leggerissimo
    Prole di libertà, pronto allo slancio
    Li guarda colle mani nella fascia
    Variopinta ed accenna ad un saluto
    Ma ringhiano feroci gli italiani.
    (Dino Campana, "Buenos Aires")

    Taranto, 10 aprile 2016.
                                         

  • 20 agosto 2019 alle ore 15:36
    MATER SEMPER CERTA...

    Come comincia: Un dopo cena triste, televisione spenta causa programmi pieni di cattive notizie, alcune orripilanti provenienti dai paesi arabi,  quelle italiane non migliori. Alberto settantenne, nel calduccio del suo letto immaginava quei poveracci senza tetto che si arrangiavano nelle stazioni ferroviarie o peggio sotto i ponti (aveva avuto modo di visionarli in un servizio di un giornalista che, in vena di sensazionalismo aveva ritenuto  far partecipe il pubblico di scene orripilanti). Il non più giovane signore  preferiva programmi più  distensivi: ballerine in piena forma, comici spiritosi insomma spettacoli di intrattenimento anche se un po’ datati, questi ultimi lo riportavano alla sua gioventù. Fuori una pioggerellina leggera ma insistente, non è sempre vero che a Roma ci sono sempre le ottobrate romane celebrate da Ottorino Respighi. Di lontano giunsero alle orecchie di Alberto gli inconfondibili miagolii bassi e profondi con picchi acuti di una gatta in calore, miagolii che divennero molto più insistenti e prolungati, evidentemente un gatto maschietto aveva preso possesso della sua ‘topa’. Il concerto felino seguitò anche quando nella stanza da letto Si appropinquò la gentile (si fa per dire) consorte Michela che: “Stasera abbiamo anche un concerto felino, non ci mancava altro!” “Almeno loro si divertono al contrario…” “Tu non pensi ad altro, la tua è una fissazione, son finiti quei tempi!” La signora, in menopausa, non apprezzava più il sesso e di conseguenza il marito ‘andava in bianco’, unico suo svago la fotografia. Ex maresciallo della Finanza aveva la qualifica di capo laboratorio fotografico e come tale ‘girava’ in elicottero per scovare  coltivazioni di cannibis indica impiantate nei posti più impervi fra i ‘tutoli’ di mais. Nello stampare le foto Alberto riportava gli estremi delle coordinate geografiche per mettere in condizione i militari del reparto operante di raggiungere il luogo, arestare i coltivatori abusivi e distruggere le piante.  Anche dopo il congedo Alberto veniva chiamato a effettuare quel servizio fotografico che aveva portato alcuni comandanti di far bella figura anche a livello nazionale. Il suo laboratorio o meglio quello della Guardia di Finanza da lui ‘messo su’ era ancora a sua disposizione, lo usava per stampare foto di manifestazioni  del Corpo oltre che quelle personali di amici e talvolta foto di amiche  ma senza conseguirne… risultati tangibili. Che ti capita al buon Albertone, (a lui non capitavano quasi mai situazioni cosiddette normali.) La signora Adalgisa di chiara provenienza romagnola residente al piano superiore al suo, un giorno gli chiese di ritrarla senza veli…La dama era conosciuta in quel palazzo di Roma in viale della Vittoria sia per la sua avvenenza che per la sua spregiudicatezza in fatto di maschietti. Divorziata, quarantenne, come di moda attuale si era ‘procurato’ un toy boy di vent’anni più giovane di lei con cui passava giorni piacevoli e notte favolose. Edoardo, l’amante finanziariamente non se la passava bene ma per Adalgisa non era un problema, lei era facoltosa di famiglia. Il signorino amava vantarsi della sua conquista con gli amici e per questo motivo aveva chiesto ad Adalgisa sue foto nude, chi meglio di Alberto…Con la Mini Cooper della signora i due si inoltrarono nella pineta di Ostia ed Alberto riprese la dama  con scatti artistici, lei sembrava più giovane della sua età e soprattutto più appetibile. Stampò quasi cinquanta foto col computer e di mattina, moglie assente perché insegnante di lettere in località fuori Roma si presentò ad Adalgisa che rimase stupefatta:”Sembro un’attrice, tutto merito tuo, come posso ripagarti, sono abbastanza ricca, chiedimi quanto vuoi.” Alberto sapeva cosa chiedere ma rimase inspiegabilmente  in silenzio e così…andò in bianco. In seguito qualcosa era cambiato in Adalgisa, quando incontrava Alberto lo salutava appena, sembrava dimagrita,  pallida in viso. Un giorno andò a trovare a casa il suo fotografo e: “Debbo dirti quello che mi sta succedendo, Edoardo è un cuckold come dicono gli inglesi, pretende che faccia sesso con suoi amici mentre lui si masturba, non mi piace stà storia ma non so cosa fare.” Alberto rimase senza parole, non era un puritano, in campo sessuale ammetteva un po’ di tutto ma con protagonisti  consenzienti in questo caso…Incontrando il giovane:”Sei Edoardo? Penso di si, sono un  ex maresciallo della Guardia di Finanza, sono in rapporti amichevoli con Adalgisa che si lamenta per un tuo comportamento in campo sessuale…per evitarti guai ti do un consiglio: dimenticala…non vorrei dover interessare qualche amico delle forze dell’ordine!” La lezione servì al giovane che sparì dalla circolazione. Adalgisa  una mattina si presentò a casa di Alberto con … sotto la vestaglia niente, situazione che fece rinverdire le prestazioni sessuali  del signore il quale mascherò con sua moglie la gioia di una nuova vita erotica; sapeva perfettamente che le donne hanno un sesto senso ma riuscì ad occultare la relazione. Una mattina Adalgisa: “Caro non so se ti farà piacere, una notizia per me bellissima…sono incinta!” Alberto cadde sul divano, Michela non poteva avere pargoli ed ora lui a settanta anni …”Non ti preoccupare, nessuno saprà nulla in primis tua moglie, sarà un nostro segreto.” Passano otto mesi ed una mattina Adalgisa dalla clinica S.Rita: “Caro sei diventato padre di una femminuccia, se sei d’accordo la chiamerò Stella, sarà la stella della mia, della nostra vita.” Passa un giorno, passa un mese, passano anni Stella cresceva in altezza ed in bellezza, era sempre circondata da amici, da amiche e da compagni di scuola, era anche brillante negli studi e sempre più assomigliante a suo padre. Alberto partecipava alle feste dei suoi compleanni con regali ben accetti dall’interessata, era lo zio Alberto. Ad ottantatre anni la salute di Alberto era peggiorata, i vari medici consultati prescrivevano sempre più esami e medicinali che gli complicavano la vita, doveva assumere la prima pillola alle cinque di mattina, l’ultima alle ventidue, si faceva seguire da uno neuro psicologo, si accorgeva che di giorno in giorno perdeva la memoria recente. Una domenica mattina mentre Michela si ritirava dal bagno profumatissima di doccia ebbe una crisi di pianto, aveva compreso che Atropo stava per recidere il filo della sua vita. “Caro non ti disperare, avrai altro tempo da vivere e soprattutto goderti la piccola Stella, quasi subito mi sono accorta che era tua figlia, ogni giorno ti assomiglia di più ma dato che tu non volevi farmi conoscere il tuo segreto mi sono messa d’accodo con Adalgisa…Ad Alberto venne in mente un aforisma di Victor Hugo: ‘Dio s’ è fatto uomo, il diavolo donna!’ Era più sereno, che Atropo facesse pure il suoi lavoro!
     

  • 20 agosto 2019 alle ore 15:31
    LA PIÚ RICCA DEL REAME

    Come comincia:  
    LA PIÙ RICCA DEL REAME
    Chi vi ricorda il titolo di questo racconto? Aggiungetevi ‘Specchio delle mie brame’ il tutto vi ricondurrà alla favola di Biancaneve. Nella realtà odierna era solo nel finale in cui Alberto, maresciallo delle Fiamme Gialle si trasformò in principe e cambiò la vita di Biancaneve. Era stata per il cotale una nottata orribile per l’alta temperatura, aveva ‘litigato’ con il condizionatore, l’aveva spento ma sembrava che lo stesso, per dispetto, avesse fatto aumentare il caldo notturno, insomma tutti e due notevolmente arrabbiati per non usare un termine più volgare,  non era mai corso buon sangue fra i due. Doccia prima tiepida e poi fredda come consigliato dai ‘sacri testi’ e, consumata la colazione con yogurt e fette biscottate  destinazione lido di Mortelle in quel di Messina. La spiaggia praticamente deserta, Alberto piantò l’ombrellone con i colori dell’arcobaleno vicino alla battigia per usufruire di una leggera brezza, piedi che si ‘sciacquavano’ nell’acqua, il buonumore non faceva compagnia al maresciallo. Dopo la separazione dalla consorte sembrava che tutto gli andasse storto anche in ufficio con i colleghi, aveva ottenuto trenta giorni di licenza che non sapeva come impiegare. Ad occhi chiusi gli giunse una voce femminile: “Stó signore non sa che nel bagnasciuga non si può  piantare l’ombrellone!” Sicuramente si trattava di una vecchia zitella incartapecorita e scassa….Alberto fece finta di non aver sentito e seguitò ad essere cullato dalle piccole onde che si infrangevano sui suoi piedi. Giratosi si accorse che un trio di femminucce aveva sistemato un ombrellone simile al suo un po’ più indietro. Una signora non più giovanissima dal fisico scultoreo e dai capelli azzurrini e due ragazze more piuttosto alte niente male, anzi…’La faccia tosta spesso paga’ diceva nonno Alfredo vecchio donnaiolo, Alberto mise in atto il detto e: “Signore sono Alberto,  ho sbagliato nel mettere l’ombrellone sulla battigia, vi chiedo scusa, che ne dite di una fresca  granita al bar? “Sono Nicole, Colette per gli amici e queste due Beatrice, mia nipote e Ginevra una sua amica, lei ha pontificato sottolineando battigia al posto di bagnasciuga, dal suo dialetto mi accorgo è che romano, i suoi paesani non sono famosi per la loro signorilità…” “Le rispondo per scusarmi ‘m’arrunchio’, non sono sicuro di interpretare bene il siciliano, è sempre valido l’invito al bar.” Inaspettatamente Colette: “Ragazze andiamo ad assaggiare stà granita, sarà sicuramente buona, è siciliana!” “Io so leggere nel pensiero degli altri, vediamo se indovino: stà vecchia quanti anni avrà, sicuramente più di cinquanta ed è tutta rifatta, va in palestra e frequenta istituti di bellezza, deve essere anche ricca…” “Ed io penso: stà signora mi sta facendo fare la figura del ‘frescone’ come dicono a Roma, che ne dice  di  fare pace almeno una tregua!” Le due ragazze ridevano evidentemente conoscevano bene la dama la quale per sigillare la pax abbracciò Alberto il quale le mise una mano sul didietro lasciando  Colette senza fiato ed aggiungendo: “Devo fare come Muzio Scevola che bruciò la mano che…” Stavolta risero tutte e tre, Alberto capì che stava cavalcando l’onda giusta. “Gentili signora e signorine è stato un piacere avervi incontrato, al vostro arrivo ero di pessimo umore ma ora il mondo mi sembra più roseo, se uniamo gli ombrelloni avremo più ombra. E così fu: Alberto si piazzò al centro tra Colette e Beatrice e non poté fare a meno di esibirsi in due battuta: ‘Beatus inter feminas!’ e ‘ginecocrazia imperat!’ ”Ha fatto sfoggio di latino e di greco, ci vuole far partecipi di tutta la sua vasta cultura, quante lingue conosce?” “Ho studiato latino, greco, francese e conosco anche un po’ di inglese, me ne vergogno un po’ ma conosco anche frasi scurrili in altre lingue ma non vorrei scandalizzare le caste orecchie delle signorine. “ “Ed i miei padiglioni auricolari non potrebbero essere casti?””Con tutto il rispetto mi permetto di dubitarne…non è un’offesa, non ha mai amato le ‘vergini dai candidi manti’” “Conosce pure Stecchetti ma lei è un cochon!” “Anche lei è ferrata in lingue, non preferirebbe fare una ‘promenade’ digestiva e lasciar sole le signorine …” “Ragazze se non torno fra un’ora chiamate la Polizia, in giro potrebbe esserci un maniaco!” “Mi posso permettere….e, senza aver ottenuto l’assenso Alberto prese sottobraccio Colette che: “Sei un ‘son of a bitch’ me n’ero accorta subito!” Il braccio passò sulle spalle della signora che non protestò anzi parve stingersi più vicino al maresciallo poi la dama di sdraiò sulla sabbia col seguito di un ‘incollamento’ delle sue labbra su quelle di Alberto. ‘Ciccio’ aveva ben presto annusato l’odore di ‘topa’ in calore e si era eretto dentro il costume. “Torniamo indietro, potremmo scandalizzare qualche famiglia di benpensanti, tutto rimandato a… “Al rientro sotto l’ombrellone Beatrice: “Mamma ti sei perso per strada il rossetto delle labbra!” “Non me lo sono perso, è rimasto su quelle di questo signore che mi ha quasi violentato.” “Mamma raccontala ad un’altra, ti conosco!” “Che ne dici di passare quella famosa espressione inglese dalla mia persona a tua figlia che evidentemente ti conosce bene!” “Il fatto è che non c’è più rispetto per le persone anziane! Meglio andare sul romantico: è l’ora che volge al disio e ai navicanti ‘ntenerisce…” “Cara mamma non mi sembra che si sia intenerito qualcosa ad Alberto…” “Stavolta il maresciallo volle fare il duro anche per difendere l’onore di Colette. Di colpo rovesciò sulla sabbia Beatrice in posizione prona e le mollò un paio di sculaccioni con grande sorpresa dell’interessata.  “A stà zozzola è mancato un padre che ha preferito una sciacquetta ad una moglie come me, ben fatto, applaudo.” Alberto per migliorare l’atmosfera rovesciò  Beatrice in posizione supina e la baciò in fronte: “Pace mia dolce fanciulla!” “Tu cò stà pace mi prendi per il culo, niente pace.” “Si vis pacem para bellum, sono cintura nera terzo dan, ti troveresti un culetto come quello delle scimmie ed ora tutti a casa propria.” “Niente casa propria, tutti alla mia villa ad Orto Liuzzo, Concetta deve aver preparato una buona cena, le ho detto che non sarei tornata per il pranzo.” Davanti allo stabilimento balneare oltre alla Cinquecento Abarth di Alberto era posteggiata una Volvo V60. “Chi viene con me a farmi compagnia nella Cinquecento?” “Non so se fidarmi….” “Mamma fai bene a stare attenta, nella Fiat non c’è il cambio automatico, potresti sbagliarti con il cambio manuale!” Questo era troppo, Beatrice riuscì ad evitare l’ira materna chiudendosi nella Volvo con Ginevra e mettendola in moto. Alberto non riusciva a partire, se la rideva alla grande. “Che ne dici di controllare se tua figlia ha ragione?” Colette mise su un broncio “Hai ragione tu, le vecchie signore debbono essere rispettate e non trattate come delle p…ne!” “In un altro momento avrei apprezzato il tuo spirito romanesco ma è venuta fuori una storia che mi ha colpito profondamente, ne riparleremo in un’altra occasione, aspetta a partire, dammi un abbraccio.” Dopo circa un quarto d’ora Alberto fece ‘cantare’ la sua Abarth, era un bravo guidatore anche se un po’ spericolato per i gusti della passeggera. Beatrice e Ginevra erano già giunte a Orto Liuzzo, avevano spalancato le finestre della villa ed incontrato Concetta cui avevano comunicato la presenza a cena di un’altra persona. “Alberto che ne dici di una doccia, nella camera degli ospiti c’è un bagno personale, ci sono anche un accappatoio e tutto il resto. Alle venti tutti a tavola.” Beatrice lontana dalla madre, Alberto vicino a Colette, a dir il vero aveva sperato che sotto la doccia ci sarebbe stata anche la padrona di casa, ma era chiedere troppo. Concetta era una signora simpatica, moglie del contadino che conduceva il terreno vicino casa di Colette si fece apprezzare per i vari piatti a base di pesce, un ananas digestivo ed un caffè decaffeinato, la padrona di casa non avrebbe riposato la notte con un caffè normale. Alberto chiese il permesso a Colette ed iniziò ad accendere la pipa. A questo punto Beatrice: “A me fai tante storie per qualche sigaretta, il signore…” “Per un po’ di tempo gradirei che girassi alla larga, ai miei tempi i maschietti comandavano, oggi…”Alla fine della cena il campanello: “Deve essere Alfonso il mio fidanzato.” Era Alfonso che: “Chiedo scusa per il ritardo, mi hanno trattenuto in ospedale per un caso urgente.” “Il mio fidanzato è specializzando al Policlinico, specializzando in ostetricia e ginecologia, gli capita spesso di fare tardi.” “Alberto fece la faccia dell’indiano o gnorri che dir si voglia, il significato era chiaro, si era ‘fatta’ qualche paziente. “Il mio fidanzato è persona seria, non come te, mai si permetterebbe…Intervenne Alberto: “Mi presento dato che nessun a di queste signore e signorine l’hanno fatto, sono Alberto un maresciallo delle Fiamme Gialle, da buon romano talvolta mi lascio andare a delle battute salaci, la tua difesa da parte di Beatrice è buon segno, te lo dice chi ha di recente divorziato e conosce le ‘delizie’ di una moglie ‘camorria’.”Alfonso era una persona distinta, ben vestita, magro con occhiali da vista cerchiati d’oro. Profilo di persona  intelligente ma non furba a giudizio di Alberto, i fatti gli avrebbero dato ragione. In giardino ‘si respirava’, anche Alfonso era un patito della pipa e con Alberto si scambiarono notizie circa le miscele di tabacco. Verso mezzanotte tutti a nanna con finestre aperte, Alberto constatò con piacere l’assenza di un condizionatore. Dopo circa un’ora cigolio della porta della stanza degli ospiti, uno spiraglio di luce e poi di nuovo solo luce proveniente dal giardino, un’ombra in camera, sicuramente la signora o una signorina a meno che Alfonso non fosse omo. Prima versione giusta, era Colette in vestaglia, profumata di gelsomino e col classico ‘sotto la vestaglia…’ Accucciatasi vicino al corpo di Alberto cominciò silenziosamente a piangere…ahi, ahi, ahi era la classica situazione in cui il buon Albertone era disarmato. Ci volle del tempo prima che Colette si calmasse. “Non pensare che sono venuta qui per motivi sessuali, c’è ben altro, una situazione che non mi fa dormire la notte: giorni fa, un pomeriggio, ho scoperto Beatrice e Ginevra nude a letto che…io che speravo di diventare nonna di un paio di pargoli rompiscatole, una figlia lesbica! Oggi è di moda l’appartenenza alla LGBT o come diavolo si chiama ma non riesco ad accettare la situazione soprattutto dopo che quell’imbecille di mio marito…”Hai detto bene, tuo marito è stato uno scimunito, anche se hai cinquantasette anni…” Chi ti ha detto la mia età, sicuramente quella mentecatta di mia figlia!”  “L’ho indovinata, ne dimostri venti di meno…il qui presente in fatto di donne…” “Va bene ti do la patente di puttaniere, scusa il linguaggio ma sono arrabbiata e preoccupata. Alfonso è un bravo giovane ma non è in grado di gestire la situazione, tu che mi consigli?” “Pecunia non olet!” “Hai ragione ma c’è il problema che mia figlia potrebbe avvisare Ginevra, intascare i soldi e seguitare la loro tresca.” “Se ti fidi c’è un’altra soluzione, io cerco di portarmi a letto Ginevra poi le offro una grossa cifra in assegno ma il problema che nell’assegno non ci deve essere la tua firma, unica soluzione condividere con me il tuo conto corrente sempre che io non scappi col malloppo come tuo marito! Al posto tuo ci penserei bene, sai come ci chiamano a noi finanzieri: ‘caini’ ossia traditori dei fratelli, vedi tu!” Colette si era talmente fidata del ‘caino’ da passare il resto della notte in un rapporto sessuale come non ricordava da tempo, uno che scopa così bene…La mattina successiva in banca la firma di Alberto comparve  vicino a quella di Colette sotto lo sguardo indagatore da parte del direttore di banca che…non si faceva i fatti suoi. Alberto si recò dalla concessionaria Abarth e cambiò la sua Cinquecento con uno Spider 1400   con l’aggiunta di una somma considerevole di denaro. Ginevra era una maestra d’asilo, Alberto ebbe da Colette le coordinate della sua scuola  ed alla fine delle lezioni si presentò alla insegnante che meravigliata, come ovvio, sparò la classica battuta: “E tu che ci fai qua?” “Secondo te che fa un fanciullone come me dinanzi ad una beltade come te, se la vuole scopare!” ‘Sei il solito, oggi sono di cattivo umore, portami a mangiare in un bel ristorante.” Alberto era un abitudinario, condusse la nuova conquista a  Ganzirri da Salvatore che, imperturbabile fece finta di non conoscerlo. Alla fine del pranzo Ginevra era più serena anche se curiosa di quell’incontro. Il problema era di Alberto che doveva trovare il modo di mollare centomila Euro a Ginevra con una scusa valida…nel frattempo seduti fuori del locale aveva acceso la pipa per ispirarsi. “Sono stato contattato da Alfonso che è venuto a sapere della vostra relazione, al fine di evitare scandali a mio mezzo ti offre una somma notevole per non incontrare più Beatrice, di lesbiche ce ne sono in giro, di moneta poca.” “Sentiamo di quanto si tratterebbe.” “Che ne dici di diecimila Euro?” “Non mi bastano, oggi si spendono facilmente.” “Va bene, ultima offerta centomila Euro, prendere o lasciare.” “Dove sono stí centomila? “ “Ecco un assegno, manca solo la mia firma.” “Non è che l’assegno è scoperto?” “Va in banca e te ne potrai accertare, dimmi dove devo accompagnarti.” Ginevra abitava al Tufello in una casa popolare, centomila Euro le dovevano essere sembrati una cifra spropositata, era diventata una paperona e poteva far la figura della signorona con le sua amiche. Beatrice non si rendeva conto del mutamento del comportamento dell’amica ma non si pose altre domande. Alberto aveva vissuto un periodo particolarmente movimentato, ogni tanto ‘faceva visita’ con la sua Fiat 1400 Abarth a Colette (ed al suo conto corrente). Colette che si rese conto di aver ben investito i suoi soldi.
     

  • Come comincia: Caro figlio,
     ti scrivo questa lettera anche se non sei ancora nato e forse, chissà, non nascerai mai...ma se un giorno verrai al mondo spero tu la legga. Sono tuo padre, un padre "apolide" e solo, cioé, sono un padre senza famiglia, senza donna adesso né patria, anzi, sono un padre che ha molte, tantissime donne, ora, e migliaia di patrie; e lo sai perché?
     La patria di quelli - e per quelli - come me non esiste: quelli come me (e spero, un giorno, se sarai nato e quando crescerai, anche quelli come te) non hanno bisogno di patrie perché la loro patria sono tutte le patrie della terra, la loro patria è il mondo senza patrie. La loro patria - figlio mio carissimo - é il mondo (unico) paese: la loro patria è il mondo intero!
     Quelli come me - figlio - non sono mai soli né senza una donna; cioé, sono soli con la testa ed il pensiero ma no nel loro cuore; quelli come me, infatti, dormono una notte in una tenda con un indio mapuche, sotto le stelle, e si risvegliano il giorno dopo camminando per le strade di Gerusalemme mano nella mano con una donna araba; quelli come me fanno l'amore un giorno con una donna ebrea eppoi fanno festa il giorno seguente lungo i boulevard di Parigi o nelle favelas di Rio insieme agli zingari, o a Calcutta, o a Nairobi con una ragazza punk di Berlino; quelli come me - figlio -  cantano, ballano e bevono con un monaco buddista nei locali gay di Frisco eppoi vanno in Ucraina, o in Moldavia, o lungo la Moscova e mettono un fiore in bocca ai soldati; quelli come me scrivono poesie per i palestinesi ed i berberi nei bordelli della Ville Lumiere eppoi, dopo aver navigato per giorni nell'oceano, le leggono ai gabbiani; quelli come me figlio...li capita, un giorno, di cenare a lume di candela con una ragazza serba in un locale di Vattelapesca eppoi, il giorno dopo, fumano allegri la "colla" con un fratello aborigeno a Darwin, o il narghilé coi bambini di Istanbul, o un sigaro toscano a Guantanamo con un esule cubano.
     Quelli come me - figlio - sono a Katmandù, a Tel Aviv, a Praga, a Tokyo, a Las Vegas: ovunque cittadini del mondo senza patria e senza bandiera, ovunque a sputare in faccia alle patrie sature di tabù.
     Quelli come me, figlio, sono strani: un giorno li capita di prendere a calci nel culo la vita, il giorno dopo prendono calci nel culo dalla vita...poi la baciano, la guardano negli occhi, la abbracciano. 
     Quelli come me: la vita, la morte sono sue sorelle; la vita, la morte sono un quadro di Matisse; la vita, la morte sono una poesia di Pasternak, o di Baudelaire, o di Nazim Hikmet.
     Quelli come me, ricorda, non hanno patria; hanno 10, 100, mille patrie: sono cittadini di ogni patria, del mondo intero!
     Quelli come me, figlio, sono senza patria, vivono senza patria: perché non amano le patrie con i muri, i confini, i reticolati, le dogane e le...ma il mondo intero: soltanto e solamente spazi infiniti, orizzonti senza limiti, isole e terre al di la e al di qua del mare; quelli come me - figlio mio carissimo - amano la linea che si spande altrove, ed oltre il proprio occhio va ed il proprio cuore. 
     Spero che un giorno, figlio, se nascerai leggerai questa mia lettera.
     Spero che un giorno se nascerai in questo mondo, verrai al mondo...tutti viaggeranno insieme, senza patria, per le strade del mondo senza patrie mano nella mano.
     Quelli come me, figlio, sono davvero strani; un giorno si sentono "soli" nel loro piccolo mondo, il giorno dopo viaggiano per il mondo intero senza prendere navi, o treni, o aerei né smartphone o tablet. Semplicemente sognano di viaggiare - sai - quelli come me nei mari e per gli oceani della terra su di una barca alla deriva: sicuri di poter ormeggiare in ogni porto!
      Quelli come me - figlio mio carissimo - sono apolidi senza patria perché la loro patria è la torre di Babele  con tutte le patrie, le lingue e le razze della terra!

    "Il mondo intero è la nostra patria, nostra legge la libertà!".

    Taranto, 18  giugno 2018.

  • 19 agosto 2019 alle ore 16:35
    Quando eravamo strani

    Come comincia: Quando - noi tutti - eravamo strani...ma pensavamo ed agivamo normale: ora, però, che siamo normali pensiamo ed agiamo sbagliato?! Come mai questo: le cose sono fatte e vanno a rovescio?
     Boooh! Sarà, forse, colpa di ciò che mangiamo (una pubblicità, infatti, recita: "Siamo ciò che mangiamo!") o di quel che respiriamo: le bombe ad orologeria di nitriti e nitrati che ingurgitiamo ad ogni pasto, o il latte alla diossina che beviamo, noi ed i nostri figli, gli hamburger di plastica che divoriamo ai Mc Donald's, la quantità più o meno nociva e neanche tanto nascosta di amianto che respiriamo al di sopra delle nostre teste, etc.!!
     Tanti anni fa (all'incirca quaranta: anno più, anno meno) i sudditi di sua maestà Elisabetta II^ d'Inghilterra, in particolar modo quelli che seguivano le squadre in giro per tutto il continente e ad ogni latitudine del Regno Unito, si dilettavano a devastare tutto ciò che incontravano davanti dopo ogni partita nonché a darsele di ragione santa fra loro e coi tifosi avversari. Furono condotti studi abbastanza specifici ed accurati, al termine dei quali si disse quanto segue: "Nel sangue di quei tifosi, soprattutto quelli che vivevano nelle contee e città più industrializzate (le conurbazioni di Birmingham, Manchester, Leeds, Sheffield, Liverpool, Newcastle, etc.), vi erano altissime concentrazioni di ossido di piombo (la formula chimica, per intenderci è la seguente: pbO)". In buona sostanza e in buona pace di tutti (chiesa anglicana compresa), si volle allora dare - da parte di certa opinione pubblica britannica - una giustificazione per così dire "chimica", piuttosto che sociologico-ambientale, del comportamento dei cosiddetti "hooligans"!
     Del resto, però, già all'epoca era risaputo che l'assunzione frequente di piccole quantità di piombo, sotto forma di vapor acqueo o granelli di polvere, provocasse pericolose intossicazioni, tra cui il saturnismo, il quale causa la disattivazione degli enzimi preposti alla sintesi dell'emoglobina (è il caso, non infrequente, di ciò che accade ai tipografi o ai verniciatori). E' da dire, oltre modo, che casi di questo genere sarebbero addirittura più antichi se non remotissimi: secondo alcuni storici, infatti, una delle principali cause della decadenza dell'impero romano starebbe proprio (udite! udite!) nello smodato utilizzo di piombo, appunto (esso veniva utilizzato per costruire, ad esempio, utensili da cucina o per coniare monete). Il piombo, inoltre, a tutt'oggi è uno degli agenti inquinanti più...forti in ogni parte del globo terracqueo: basti pensare, per esempio, a quel che combina nella nostra atmosfera il piombo tetraetile, utilizzato come additivo antidetonante della benzina.
     Io penso, però, che in definitiva la ragione di quanto sopra scritto stia soprattutto in questo fatto: prima non eravamo affatto strani, nessuno di noi lo era, né adesso siamo tornati "normali" di botto o rinsaviti; anzi, al contrario, prima eravamo più normali di ora: forse! Ciocché è cambiato, invece, - evidentemente e inesorabilmente - è senz'altro il nostro modo di vedere le cose (e di sentire, e di capire), il nostro modo di osservarle e di porci (o non porci) domande su di esse e sopra la vita ed il mondo: oppure (di) farlo in modo od al momento sbagliato; probabilmente, però, è anche il mondo, sì, proprio il vecchio caro mondo (e non parlo soltanto del nostro...mondo, ma di quello "geografico") che non è più lo stesso, che è cambiato - non solo a causa degli stravolgimenti climatici o del diverso succedersi delle stagioni (come già decenni addietro cominciavano saggiamente ad affermare i nostri vecchi...).
     O  forse, chissà, e con ciò chiudo, tutto sta nel fatto, ovvero la risposta a tutto starebbe semplicemente nel fatto che il tempo passa - le macchine imperversano sempre più - e...tutti diventiamo ogni giorno un po' più vecchi (e stanchi) di prima!

                                              = Serenata delle macchine = (Welcome to the machines)

    Robot meccanico, computer fatto dall'uomo, ama la tua macchina.
    I tempi cambiano: i tempi sono cambiati.
    Dici che non c'é nulla di buono eccetto le cose naturali.
    ...Sei pazzo.
    L'ortica è una pianta naturale,
    perché non ne metti un po' nel tuo cibo?
    Non mi frega un cazzo se dentro c'é una marea di chimica.
    Basta che la mia insalata sia fresca, però!
    - I tempi cambiano: i tempi sono già cambiati -.
    Può darsi che i conservanti ti stiano conservando bene,
    penso che questa sia una cosa che stai trascurando: robot.
    Sei innamorato?
    Sì, l'hai trascurata.
    Robot meccanico, computer fatto dall'uomo, io amo la sua macchina.
    Benvenuto robot, benvenuto computer: fatti dall'uomo;
    welcome to the machines!
    (liberamente tratta da un brano dei Pink Floyd).

    Taranto, 29 settembre 2014.