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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia:  C'è chi ritiene che l'orizzonte sia quella linea immaginaria che si spande all'infinito dinanzi agli occhi di chi la osserva...gli orizzonti di gloria sono ben altra cosa: quelli a cui aspirano in molti ma che in vita spettano direttamente soltanto a coloro che hanno mostrato coraggio indicibile nel compiere gesti inusuali di valore; e lo hanno fatto sprezzanti del pericolo e del nemico. Mio nonno aveva combattuto nella Grande guerra con estrema dignità e coraggio. Durante una azione perlustrativa riuscì a catturare, da solo, armato soltanto di fucile, ben trenta soldati nemici. Si meritò così la medaglia di bronzo al valore militare. La mattina in cui doveva essere insignito dell'onorificenza sarebbe stata di lì a poco. Per una settimana intera egli dormì poco e nulla (appena due ore a notte): era troppo forte il pensiero che lo avvolgeva; pensava che sarebbe diventato immortale e pensava agli orizzonti di gloria che avrebbe navigato e varcato. Quel momento arrivò. Mio nonno allora con la divisa messa a nuovo per l'occasione ricevette la sua medaglia: fu il generale dell'armata in persona ad appuntargliela sul petto. Aveva gli occhi lucidi per la commozione. Sulla strada del ritorno, che di lì a non più di un'ora lo avrebbe riportato alla sua umile casa in mezzo al bosco, ebbe però un momento di...lucidità. Posò la bicicletta su cui stava pedalando per terra e si sedette sul selciato lungo il bordo della strada. Il sole era tramontato da un bel pezzo e le stelle ormai apparivano in cielo più luminose che mai, insieme alla luna piena. Mio nonno cominciò a pensare e a parlare ad alta voce: - cosa me ne faccio di questa medaglia? A cosa mi serve? Mi fa schifo portarla sul petto! Onore, la gloria, la patria non valgono la morte di centinaia di migliaia di uomini: di qualunque nazione essi siano e qualsiasi bandiera sventolino. Questa medaglia è macchiata col sangue di ognuno di loro! Dopo aver pronunciato queste parole prese in mano la sua medaglia e ci sputò sopra, poi la buttò per terra e la calpestò tre volte, lasciandola sul ciglio della strada. Dopo di che risalì sulla bici e tornò a casa. Quella notte dormì nove ore filate, come non li accadeva da immemore tempo. Il mattino seguente si svegliò e con solerzia preparò la sua borsa infilando dentro poche cose (appena l'indispensabile). Sarebbe dovuto tornare al fronte, quattro giorni dopo, ma non lo fece: la diserzione è punita con la fucilazione senza processo, in tempo di guerra. Si recò nel porto più vicino e si imbarcò sul primo piroscafo in partenza per un paese straniero. In quel paese si sposò con mia nonna e dalla loro unione nacque mio padre il quale, a sua volta, da adulto si sposò con mia madre: dalla loro unione, molti anni dopo, nacqui io. Non conobbi mai mio nonno ma mio padre, quando ero ragazzino, mi raccontò spesso la storia della sua medaglia. Da allora capii il significato delle parole "orizzonti di gloria" e non l'ho più dimenticato.

     Taranto, 16 settembre 2020. 

  • venerdì alle ore 7:39
    Nuvole

    Come comincia: le nuvole hanno un loro profumo particolare.. lo senti, quando ti passano sopra la testa.. lo senti entrare nelle narici e fin dentro al tuo cuore e alla tua mente.. profumo di pioggia, profumo di neve, profumo di fulmini e anche profumo di sole, specie quando lo inseguono per scacciarlo dal cielo. E' di quel profumo che mi nutro, non della pioggia, della neve, dei fulmini e del sole fuggente..

  • mercoledì alle ore 9:47
    FLORA L'AMORE

    Come comincia: Alberto Pileri era un  giovane fortunato. Aveva ereditato il fisico possente dal padre Armando e la furbizia dal nonno Alfredo ex Commissario di P.S., dalla defunta mamma, Domenica Sciacca un patrimonio notevole. Giunto alla fine del liceo classico, ottenuto il diploma  per lui erano aperte due strade: iscriversi all’Università o indirizzarsi verso una carriera militare. A scuola era quello del sei risicato, rovinarsi la vista e la salute (secondo il suo parere) su libri ponderosi non ne aveva proprio voglia ed allora? Indossare le stellette ma di quale Corpo o Arma? Escluso l’Esercito non di suo gusto, la Marina? Non sapeva nuotare,  l’Aviazione un no condizionato dalla paura di cadere col velivolo, scartati i ‘Martelloni’ non rimaneva che la Guardia di Finanza. Al concorso per ‘l’Accademia fu bocciato (troppo difficili i quiz) ed allora si accontentò di indossare la Fiamme Gialle col grado di Finanziere semplice. In divisa faceva la sua ‘porca’ figura e riusciva abbastanza facilmente di ammaliare qualche pulcella (raramente) o qualche gallina vecchia. Fu trasferito in un reparto di confine, a quei tempi c’era molto contrabbando di sigarette dalla Svizzera. Il distaccamento di Lago Montogno dipendente dalla brigata di Rogoledo  situato a duemila metri di altezza sopra Domodossola, era luglio ed Alberto apprezzò molto il clima frizzante, in pianura si boccheggiava. Le perlustrazioni erano in fondo delle passeggiate, di pioggia non se ne parlava assolutamente. Una volta di notte insieme a due colleghi incontrò dei contrabbandieri i quali, dopo i colpi di pistola da loro sparati in aria a scopo intimidatorio, pensarono bene di abbandonare le bricolle che portavano sulle spalle e di darsi alla fuga. Ad Alberto e compagni non interessava arrestarli considerato il carteggio notevole da espletare e quindi tornarono ad distaccamento con i sacchi di T.L.E  (tabacchi lavorati esteri) sulle spalle. Albeggiava, ed i colleghi  svegliati dal sonno festeggiarono  i tre. Col beneplacito del sottobrigadiere Gustavo Ferroni, Comandante del distaccamento, calabrese di Lamezia aprirono la parte superiore delle bricolle appropriandosi del primo strato composto da quattro pacchi da venticinque pacchetti di sigarette e richiudendo i sacchi con dello spago, lavoro pulito, nessuno poteva accorgersene del ‘misfatto’. Alberto non poteva lamentarsi, il soggiorno non era solo perlustrazioni ed appostamenti, il sabato sera la signorine baitane che avevano il compito di badare alle pecore ed alle capre venivano invitate a pranzare al distaccamento con finale un ballo al suono di una radio a batterie e ‘infrattamento’ dei finanzieri con le gentili e disponibili ragazze in verità molto muscolose dato il loro pesante lavoro. Alberto pensò che con le loro cosce muscolose avrebbero potuto schiacciare delle noci, in verità il loro fiorellino era altrettanto nerboruto e stretto. Unico a non partecipare al festino era il sottobrigadiere. Alto e grasso non era portato per il sesso e mentre i finanziari festeggiavano con le baitane lui si rifugiava in caserma a leggere, era un asessuato ma nessuno lo prendeva in giro, era buono d’animo e cercava di aiutare un po’ tutti i dipendenti. Venne l’autunno e poi l’inverno, Alberto pensava di poter avere il cambio con colleghi della brigata di Rogoledo, delusione, lui ed altri tre finanzieri rimasero anche nella stagione fredda  al distaccamento di Lago Montogno.  Considerato che il vivandiere col mulo non portava mai del pesce pensarono bene di rifornirsene prelevandolo dal lago soprastante e da cui il distaccamento prendeva il nome. Gli ami improvvisati erano ignorati dalle trote in verità abbondanti ed allora: trovata del finanziere Gino Ferraroli ex armiere: far scoppiare delle bombe a mano nel lago ma occorreva trovare qualcosa di duro, al contatto con l’acqua le bombe non esplodevano ed allora alzata di ingegno: buttare nel lago dei tronchi di albero. Funzionava, le O.T.O. residuati bellici portati con sé dal suddetto finanziere Ferraroli esplodevano alla grande e tutti i pesci venivano a galla non per ‘vedere la palla di pelle di pollo’ ma per finire nelle pentole dei finanzieri. Un fatto triste accadde una mattina: incontrata una squadra di contrabbandieri Alberto e due colleghi spararono in aria i soliti colpi di pistola sicuri che i contrabbandieri avrebbero, more solito abbandonato il carico. Giunti sul posto una sorpresa: uno di loro non più giovane piuttosto tarchiato era seduto  su un tronco di albero, aveva vicino a sé una bricolla. “Perché non sei sparito come i tuoi colleghi, ora dobbiamo arrestarti!” Alberto era confuso, una situazione mai avvenuta in passato: “Vieni con noi al distaccamento e porta con te la bricolla.” Al loro arrivo anche il sottobrigadiere Ferroni era perplesso: “Pileri che mi consigli di fare stò disgraiato…guarda è malmesso ed ha pure i scarponi rotti!” Il contrabbandiere non era del posto, il suo nome Cateno Morabito, era calabrese e raccontò che al suo paese faceva la fame ed aveva pensato di andare al nord per lavorare, aveva moglie e tre figlie, gli scarponi gli erano stati prestati. Il sottobrigadiere Ferroni capì il dialetto del suo conterraneo e lo tradusse ai suoi dipendenti. Tutti d’accordo Cateno fu accolto per la notte, Alberto gli regalò un paio di scarponi  e gli altri colleghi calze, maglia di lana, pantaloni di flanella, Cateno si mise a piangere, pensava che i finanzieri fossero tutti ‘figghj d’introcchia’. La mattina presto Cateno fu lasciato libero e prese la via del ritorno, non avrebbe mai dimenticato quei buoni finanzieri. Finalmente venne la primavera tanto agognata, Alberto già pregustava di passare una bella estate al fresco quando via radio venne l’ordine per lui e per altri tre colleghi di rientrare in brigata. Alberto santiò alla grande rimproverato dal sottobrigadiere molto religioso ma i santi ‘interpellati’ non poterono far nulla ed il signorino rientrò in brigata portando con sé due pacchi di sigarette sequestrate e non consegnate al fisco.  Alberto aveva saputo tramite ‘radio scarpa’ che il comandante della Compagnia capitano  Primo Pagnani aveva l’abitudine di controllare lo zaino di coloro che avevano effettuato dei sequestri di sigarette e così depositò i tre pacchi di sigarette presso una signora vedova, Margherita Bogianchino che viveva con i proventi del pollaio e del frutto suo orto, Alberto la ricompensò con duemila lire, un abbraccio di ringraziamento da parte della donna. Come pensato al rientro in brigata Alberto si trovò di fronte il capitano e due suoi ‘scagnozzi’ che frugarono nel suo zaino. Scornato il comandante di Compagnia cercò di giustificare il suo gesto con motivazioni ridicole, Alberto rispose con un attenti di presa per i fondelli battendo i tacchi. In brigata Al trovò delle novità, c’era un nuovo comandante, il brigadiere Ignazio Barale in forza alla Compagnia di Domodossola che, per conseguire i requisiti per indossare i gradi di maresciallo era stato trasferito al comando  della brigata di Rogoledo, il cotale era preparato in materia tributaria e pertanto spesso si assentava per giorni interi per effettuare verifiche con i colleghi della Compagnia, nel frattempo a Rogoledo episodi boccacceschi! La gentile, affabile e disponibile signora Gioia Del Monte consorte del Comandante di Brigata aveva dimostrato palesemente di apprezzare il sesso per dirlo con un eufemismo, era una ninfomane e quale miglior ‘riserva di caccia’  dei finanzieri che abitavano nel suo stesso caseggiato, lei in un alloggio di servizio all’ultimo piano. Alberto dormiva in una stanza a due letti con un collega di corso Cesare Mattioli. Una mattina furono svegliati da grida provenienti dalle scale: “Non mi frega gnente che tu sei un sottufficiale, la fica della signora è di tutti!” “Chi ti ha autorizzato a darmi del tu, dammi del lei!” Nel frattempo era intervenuta la moglie del Brigadiere, Gioia che con calma: “Ragazzi ce n’è per tutti, proviamo un trio.” Alberto finalmente capì come era la situazione, nell’ultimo caso la signora se ne stava facendo due contemporaneamente. Non volle essere della scuderia di madame Del Monte, non era un puritano ma non voleva accettare di essere il montone di turno. Una telefonata al padre a Roma il quale riuscì a farlo trasferire a Domodossola, finalmente lontano da quel casino. A Domo come la chiamavano i locali ebbe modo di parlare il francese lingua studiata a scuola. Faceva anche la scorta dei treni da Domodossola a Briga in Svizzera e viceversa attraversando la galleria del Sempione. Con la lingua transalpina ‘agganciò’ un capo treno svizzero che gli spiò dove i contrabbandieri avevano nascosto le sigarette di contrabbando, nel soffitto di una toilette. Giunto a Domo non diede il nulla osta al capo stazione per la partenza del treno, andò in officina delle FF.SS, si fece prestare un cacciavite col quale smontò il tetto della toilette. Risultò a verità quanto affermato dal  capo treno svizzero, una pioggia di pacchetti di sigarette lo ‘inondò’. Accorsero altri finanzieri e sequestrarono il tutto facendo la ‘cresta’ sui T.L.E. Alberto ebbe come premio quarantotto ora di permesso. Un sabato in borghese si recò al locale danzante ‘Galletti’; non era un bravo ballerino anzi ma era l’unico modo per agganciare qualche ra’gattsa indigena. Era alla buvette quando si accorse che una giovane bruna, capelli lunghi, viso piacevole con grandi occhi lo osservava con interesse, un chiaro invito:  Alberto si buttò: “Vedo che ancora il mio fascino funziona, sono Alberto Pileri, non mi pare di averla mai incontrata, me ne ricorderei.” “Io sono Flora.” “Nome non del sud.” “Era della mia madrina di battesimo, così si usa al mio paese in Calabria.” Alberto ebbe un flash: “Per caso il suo cognome è Morabito?” “Si sono la figlia di  Cateno che mi ha molto parlato di lei e dei suoi colleghi. Ora mio padre è impegnato come guardia giurata, io sono infermiera al locale ospedale e le mie sorelle fanno le commesse, il nostro tenore di vita è cambiato, non potremo mai abbastanza ringraziarla per il suo comportamento veramente fuori del comune.” “La ringrazio a mia volta, vorrei invitarla a ballare ma sono un orso, che ne dice di sederci ad un tavolo?” “Bien sure monsieur.” Alberto e Flora si guardarono negli occhi senza parlare sin quando Alberto: “Io sono alieno dai complimenti che considero stucchevoli ma non posso fare a meno di constatare il fascino dei suoi grandi occhi molto espressivi, rispecchiano il suo stato d’animo, poco fa erano gioiosi nell’incontrami ora…sono diventati tristi.” “Mi scusi non voglio coinvolgerla nei miei problemi personali, mia madre è ricoverata nell’ospedale dove presto servizio, un tumore alla mammella. Anche se lei non sa ballare bene proviamoci, servirà per abbracciarci cosa che in questo momento desidero.” Flora aveva un profumo proveniente dalla sua persona molto personale, emanava femminilità. Il pisello di Alberto la percepì ed alzò la testa facendo percepire alla ragazza quel cambiamento, lei d’istinto baciò Alberto in bocca, a lungo, gli altri ballerini erano anche loro ‘occupati’ e non ci fecero caso. La morte della madre sconvolse Flora le sue due sorelle Aurora e Giulia oltre al padre Cateno. Al funerale tutta la famiglia vestita di nero, Cateno con la sola camicia bianca e la cravatta nera come pure la coppola, gli mancava solo la lupara in mano per sembrare un bandito della Sila. Al passaggio del corteo funebre le reazioni dei domesi furono diverse: chi guardava perplesso, chi si faceva il segno della croce (i religiosi), chi rideva (i soliti imbecilli), chi ammirava la bellezza di Giuditta, in nero con i capelli lunghi era proprio affascinante, le due sorelle avevano preso dal padre tarchiato. Dopo due giorni Flora raggiunse Alberto che era in servizio alla stazione: “Domani sera sei invitato a casa mia, mio padre è di servizio notturno, per te una sorpresa.” Alberto pensò a lungo quale potesse essere la sorpresa, forse Flora pensava alla concessione del suo popò, non sapeva che altro pensare.  Dopo cena Aurora e Giulia sparirono dalla circolazione, Alberto e Flora nella camera matrimoniale dei genitori. “Mio caro, mi sono innamorata di te, non me l’aspettavo, non mi è mai capitato, sarò tua per la prima volta in vita mia.” Alberto finalmente capì, Giuditta era vergine.”Pare che la notizia ti abbia sconvolto.” “Diciamo che non me l’aspettavo, di questi tempi…” La ragazza in posizione del missionario guardò in viso Alberto come per dirgli: “Sii delicato!” Ciccio, appresa la notizia si eresse al massimo e cercò di essere come chiesto da Flora la quale malgrado il dolore provato non emise un lamento, era calabrese, una dura. Alberto non mise in atto alcuna precauzione, se doveva essere padre quella era la volta buona, anche lui si era innamorato. A notte inoltrata Flora si alzò, tolse il piccolo asciugamano che aveva posto sotto il bacino, era un po’ bagnato di sangue, si posizionò un assorbente e ritornò a letto. Alle sette sveglia per Alberto: “Sta per rientrare mio padre.”  Alberto ritornò in caserma frastornato, troppi episodi importanti per la sua vita in breve tempo. Due giorni dopo si recò della sede della Legione  a Torino per effettuare la prova scritta per essere ammesso alla Scuola Sottufficiali, prova che superò. Nel frattempo la liaison con Flora andava consolidandosi, erano ambedue innamorati alla follia, roba da adolescenti. Anche la prova orale per essere ammesso alla Sasoguarfi fu positiva, Alberto ad ottobre doveva raggiungere il Lido di Ostia per iniziare il corso. Da quel momento la crisi: fare carriera o  seguitare la storia d’amore con Flora? Sicuramente conseguito il grado di vicebrigadiere sarebbe stato trasferito in località lontana da Domodossola e la loro storia? Alberto fu incoraggiato da Flo ad andare ad Ostia, il loro amore sarebbe continuato, non era la lontananza che poteva cambiarlo. Raggiunta la nuova località Alberto dovette sopportare quelle che considerava angherie: pulire i vetri, fare pulizia, il sabato esercitazioni sul terreno con esercizi assurdi: il passo del gatto, del gattino e del leopardo, esercizi che lo facevano imbrattare di  terra, inoltre gli istruttori si dimostravano dei sadici: d’inverno all’ora della sveglia aprivano le finestre delle camerate facendo entrare un freddo pungente e l’umidità, ogni giorno doveva rasarsi con l’acqua fredda ed altre amenità del genere. Unica consolazione le lettere di Flora che aveva accettato l’incarico di infermiera, ben retribuito presso una clinica di Losanna in Svizzera. Alberto capì l’errore fatto e avrebbe voluto tornare indietro. L’ultima lettera di Flora gli fece capire che la loro storia era alla fine: “Caro, stando vicino agli ammalati insieme ad i medici si comincia a capire che i nostri  sacrifici non sono vani e inizia un sodalizio con i dottori, io ne ho incontrato uno non affascinante come te ma buono d’animo, talvolta usciamo insieme…” Alberto rimase senza forze, si fece venire un male immaginario e fu ricoverato in infermeria per cinque giorni. Il medico, un suo paesano romano lo fece parlare, capì la sua situazione e lo inviò a Roma da un suo collega psicoterapeuta., in qualche modo Alberto si riprese e rispose alla lettera di Flora: “Ti auguro ogni bene, resterai sempre nel mio cuore.” I così fu, ogni tanto Alberto riguardava le foto della sua amata sinché smise e le ripose in fondo alla valigia d’ordinanza insieme al ricordo.

  • lunedì alle ore 16:26
    Certe Giornate di settembre

    Come comincia: Certe giornate di settembre, come quella di oggi, col sole ancora caldo nelle ore centrali della giornata, il cielo senza rondini, e mi chiedo perché: saranno già andate via? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi sveglio all'improvviso da un sonno pomeridiano non cercato ma arrivato inaspettato, e un po' smarrita, un po' confusa, mi aggiro per casa pensando: sarà il nuovo farmaco che mi riduce così? Certe giornate di settembre, come questa, in cui riemerge la coscienza e corro in camera a vedere come sta Paolo, se dorme oppure no, se è tranquillo, e mi sento in colpa, e mi chiedo: mi avrà cercata? Avrà avuto bisogno di me e io non l'ho sentito perché dormivo? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi accorgo che invece non è cambiato niente nell'ultima ora e mezza, nell'ora e mezza della mia assenza, tutto è ancora lì, fermo presente, ogni cosa al suo posto, ogni sentimento nella sua nicchia, il respiro della mia casa è profondo, lento, lento così come è il respiro che molto spesso contraddistingue la casa dei vecchi, lento e rassicurato dalla nostra presenza di vecchi così ricchi di tenerezza e di paura, paura che la stretta della mani non basti a non farci perdere. Un nodo in gola che non è facile da ingoiare mentre ti accarezzo Paolo e ti chiedo sorridente:
    Cosa vuoi per merenda?
     

  • 09 settembre alle ore 10:36
    FUROBA

    Come comincia:  
    F  U R O B A
    Amici lettori ed amiche lettrici, non  vi fate impressionare dallo strano titolo di titolo di questo racconto, è un termine giapponese di cui in seguito capirete il significato, si tratta di contrastare i problemi quotidiani del corpo e della mente che assillano la maggior parte di noi, causa il lavoro e gli impegni quotidiani siamo sottoposti a stress che ci condizionano la vita. Leggendo un articolo che trattava l’argomento, Alberto Rocchegiani pensò di trarne spunto per sistemare alcune stanze arredate in modo particolare per combattere (e vincere) i problemi che ci assillano. Stanco del suo lavoro di titolare di una Scuola Guida, lasciò le redini dell’azienda al suo fac totum Riccardo Fantoni e ne parlò con la consorte Annamaria Settineri la quale, da brava e razionale qual era  gli espose i problemi pratici a cui sarebbero andati incontro, soprattutto finanziari ma Alberto, convinto della bontà della sua idea non si lasciò smontare e prese contatti con un suo compagno di scuola impiegato all’Ambasciata giapponese a Roma. Conoscendo l’indole ‘mignottara‘ di Alberto, Valerio De Luca pensò che l’amico volesse ‘metter su’ una casa di appuntamenti. “Non hai capito un c…o, è una cosa seria anche se fuori del comune e proprio per questo che avrà successo. Le giapponesi hanno per noi europei un fascino particolare soprattutto per la loro unicità e per il loro comportamento, in questo caso della professionalità e della gentilezza. Debbono solo aver frequentato una scuola di massaggiatrici ed essere giovani e possibilmente belle, ci riesci a far pubblicare in tal senso una inserzione in un giornale giapponese?” “”Tira fuori duemila Euro e affare fatto.” Alberto per il conquibus ricorse a papà Armando il quale conoscendo a fondo suo figlio, che fra lì’altro gli assomigliava moltissimo all’inizio fece finta di non capire ma, alle insistenze di Alberto: “D’accordo rompiballe, ho centomila Euro da parte, i risparmi della mia vita…” Nel frattempo Alberto aveva affittato una villetta situata sulla via Appia a Roma, per risparmiare sulle spese si trasferì con la consorte all’ultimo piano, chiamò l’architetto Manlio Mancini vecchio della professione rimasto vedovo con figli sistemati al nord Italia. Il tale all’’inizio rimase perplesso ma poi prevalse in lui l’idea della novità, una novità piacevole nella sua vita monotona niente affatto appagante. “Molto probabilmente sarai a corto di soldi, io del mio gruzzolo non so cosa farne, i miei figli si sono sposate due polentone spocchiose e snob, lo ho conosciute quando sono passate da Roma, non beccheranno un soldo dei miei risparmi, anzi, sai che ti dico, te li metto a disposizione, potrò anche rispolverare la mia antica professione, servirà a togliermi un po’ di ruggine del cervello! Alberto una mattina fu chiamato al telefono dall’amico Valerio: “Figlio di un cane la tua inserzione ha funzionato, cinque giapponesi si sono fatte vive, ora sono a Roma in una pensione, se vuoi le accompagno a casa tua.” “Ho cambiato abitazione, sono in una villetta in via Appia 396, ti aspetto oggi pomeriggio.”
    Tre delle nipponiche parlavano italiano, Alberto ne scartò una e scelse Aiko Tanaka e Emiko Nakamura. Fu fatto loro presente che occorreva del tempo prima che i locali, col progetto dell’architetto  fossero sistemati, le due ragazze si guardarono in viso e: “Se per voi bene noi abiteremo con voi.” Alberto rimase benevolmente sorpreso, lui non aveva pensato a quella soluzione abitativa. Fra l’altro le due giapponesi fecero comunella con Annamaria, insomma filava tutto liscio. Ci vollero quindici giorni prima che le tre stanze fossero completate. Manlio era contento ed orgoglioso di quello che aveva potuto realizzare, in ognuno dei locali un’ampia vasca da bagno. Programma: per primo uno dry brushing per esfoliare dolcemente la pelle, poi venti minuti di immersione in acqua calda poi tiepida in una nuvola di schiuma,  per i meno freddolosi passaggio in acqua fredda per stimolare  il tono e riattivare la circolazione. Una maschera sul collo e sul viso, poi un  panno in microfibra sopra la maschera per un effetto occlusivo. Per finire un massaggio su tutto il corpo piedi compresi con aloe, mela verde e yogurt. Finale: risciacquo sotto una doccia tiepida. Aiko ed Emiko indossavano reggiseno e slip color carne, sopra un tunica leggerissima trasparente. Pian piano si sparse la voce di quel locale particolare dove ognuno poteva rilassarsi il corpo e la mente, il costo non era accessibile a tutti questo sia per recuperare il denaro speso che per evitare troppi clienti alcuni dei quali uomini, alcuni, feticisti si innamorarono dei piedi delle due nipponiche e venivano spesso a trovarle. Erano due molto ricchi e spendaccioni con gran gioia di Alberto. Un fatto imprevisto: Annamaria si annoiava mentre Aiko ed Emiko erano al lavoro,  chiese Ad Alberto di affiancarle tanto più che c’era una stanza in più addobbata. Alberto era molto perplesso, a sua moglie potevano capitare dei maschietti, previsione azzeccata: vari giorni dopo  si presentò in villa un signore in Bentley tale Oberto Palatino che erta stato invitato a pranzo da Annamaria, un pranzo alla giapponese con cibi preparati  dalle due ragazze. Il nobile, quarantenne aveva un eloquio brillante e trascinatore tanto che Annamaria lo guardava con occhi sognanti fino alla confessione alla fine  del pranzo della richiesta di Oberto di far diventare una castellana Annamaria, si era innamorato di lei ricambiato. Stavolta la doccia fredda metaforica colpì in pieno Alberto, Annamaria riempì una valigia di vestiti e sparì col suo spasimante. Alberto si sedette sul divano con lo sguardo nel vuoto, ancora non riusciva a rendesi conto della situazione. Conclusione stavolta inaspettata ma piacevole, Aiko ed Emiko consolarono, ambedue, un Alberto che in fondo capì che ci aveva guadagnato, due al posto di una…Poi nei momenti di stasi del lavoro Alberto usufruiva della ‘Furoba’ ossia stanza da bagno in gergo giapponese con contorno di delizie sessuali.

  • 08 settembre alle ore 9:01
    Porte chiuse

    Come comincia: La porta era di un colore indefinito, invecchiata dal tempo e dall'uso, senza serratura, così appesa ai cardini da sembrare di dover cadere da un momento all'altro. Aprirla poteva sembrare semplice, appoggiata leggera com'era ai suoi stipiti, eppure qualcosa mi diceva che avrei faticato non poco.. una porta chiusa è sempre un incognita, una porta chiusa non sai mai dove possa portare una volta aperta... E le mie braccia sembravano incollate ai miei fianchi, in un abbraccio infinito dal quale era difficile scappare, immobilizzate nel non poter credere di osare, di oltrepassare quella soglia... Eppure il desiderio era forte, ma non abbastanza da fare muovere quelle estremità. Quello che desidera la nostra mente molto spesso è inibito dalle nostre convinzioni di non riuscire, di non potere, di non essere adeguati, condizionati come siamo dal nostro passato...

  • 07 settembre alle ore 19:07
    Sweetdog

    Come comincia: Sweetdog era un raccattato di periferia.
    Forse un ladro, forse un tossico, molte volte uomo di strada.
    Mani grosse, barba folta, occhi persi nel suo stesso cielo grigio, una borsa nera e padrone delle sue strade.

    Sweetdog era famoso nella sua città, una piccola cittadine di tot abitanti, con tot case, con tot cose. Ne era il padrone indiscusso. Ciò che accadeva passava da lui, dentro e fuori. La malavita e la buona vita avevano una cosa in comune, Sweetdog. 
    Era un cane bastonato, bullizzato da tutti ma molto amato dai altri tipi di cani, di un certo livello, si intende.

    Quando abbaia alla luna, ogni angolo di città, diviene un paradiso malinconico dove ritrovarsi; quando morde argutamente, ogni angolo buio prende forma e si scatena aria di morte nelle strade adiacenti.
    Questo era il nostro caro amico Sweetdog. Il più grande cattivo che si muove ed il più grande benefattore ed intimo amico del debole povero che arranca nostalgicamente.

    Si diceva che non si separasse mai dal suo sax nero. Molti ne parlavano come se fosse uno strumento di giudizio. Ogni pena veniva spazzata, ogni atto impunito veniva, poi, messo a giudizio.
    Lo si sentiva di notte suonare, per le strade strisciare ed altre cantare le sue pene. 
    Povero Sweetdog. La sua leggenda viene ancora tramandata ai più piccoli, ai sordi, ai ciechi ed ai viandanti. Chi, invece, subì il suo giudizio, non ha più corde vocali per narrare ne occhi per descrivere. Dicono che siano rimasti muti per decenni senza mai avere il coraggio di rammentarlo ne descriverlo.

    Si dice che, quando la morte ha fatto loro visita, l'unico suono che fu udito era il suono del sax nero che, lento, si faceva spazio nella loro mente fino ad ammazzarli. 
    Si dice, eh. Quanta verità possa esserci, non vi è dato sapere.
    L'unico testimone che si vocifera lo abbia visto, abbia sentito e parlato, fosse un cieco sordo muto. Forse più vicino alla morte di tutti gl'altri, forse il più vicino alla vita di chiunque altro. 

    Questa era la leggenda di Sweetdog.

  • 05 settembre alle ore 14:27
    ALBERTO IL PENNONE

    Come comincia: Alberto Mazzei classe 1935 era un giovane magro , tanto magro che gli spuntavano le ossa sotto la pelle. Mamma Mecuccia (diminutivo di Domenica) era preoccupata ed cercava di ‘abboffare’ il figlio quanto più poteva anche con lo ‘schifoso’ al gusto olio di fegato di merluzzo allora molto di moda ma senza risultati. Il dottore di famiglia aveva rassicurato i genitori: “Alberto è un ragazzo sano, la magrezza è la sua natura che in futuro si estrinsecherà anche in atri modi che non so specificarvi. Alla prima media, alla toilette della scuola Alberto aveva visto il pene di un compagno di classe e si era preoccupato, il suo, al confronto era ben più piccolo, da quel momento evitò di farsi vedere nudo dai suoi compagni. Anche papà Armando era in ambasce, vedeva suo figlio sempre triste e immusonito e dire che a scuola riportava bei voti. Mamma Domenica cercò di cavargli qualcosa di bocca, solo un abbraccio da parte del figlio. Alberto superati gli esami di licenza liceale fece domanda per essere arruolato nella Guardia di Finanza, era giugno e la visita medica era prevista per i primi di ottobre.  Una vacanza al mare o in collina dagli zii a Cingoli, preferì quest’ultima, lì non aveva bisogno di mettersi in costume. Passò delle belle giornate con la trebbiatura del grano e con varie altre manifestazioni contadine, talvolta col caldo preferiva uscire dalla villa degli zii e girovagare nei campi, una volta di notte ebbe la brutta idea di chiudere in un fazzoletto delle lucciole. Com’è noto, questi animaletti hanno la parte posteriore del corpo che si accende e si spegne, girando per casa erano penetrate nelle stanze oltre che degli zii anche in quelle dei nonni e dei cugini impedendo loro di  dormire, il suo gesto non fu molto apprezzato. Nel frattempo era accaduto un fatto imprevedibile: andando in bagno a fare la pipì tenne più a lungo il pene in mano per far cadere le ultime gocce di urina e, meraviglia delle meraviglie il suo pene cominciò a crescere a dismisura, finalmente era accaduto qualcosa che sicuramente gli avrebbe cambiato la sua vita. Cominciarono  cadere le foglie dagli alberi, Alberto ritornò a Jesi in provincia di Ancona a casa dei genitori, sembrava più sereno era sempre sorridente, si mise a leggere vari romanzi della biblioteca paterna. Il 2 ottobre si recò in pullman ad Ancona alla caserma della Guardia di Finanza. All’infermeria tutti gli aspiranti allievi finanzieri erano nudi per essere sottopoti a visita medica. Quando fu il turno di Alberto si sentirono dei risolini ovviamente dovuti al vedere il pisellino di Alberto. Il dottore, un signore di mezza età invitò Alberto dietro un separé: ”Vedi figliolo io vorrei aiutarti ma ti rendi conto tu stesso…” “Dottore mia dia un attimo di tempo: Alberto cominciò a masturbarsi a ciccio arrivò ai diciannove centimetri una volta misurati da Alberto. Al dottore caddero a terra gli occhiali: “Va bene vado a prenderti  le mutande, non voglio che gli altri ragazzi…” Dopo che Alberto fu dichiarato idoneo, due infermieri interrogarono il dottore il quale spiegò loro la situazione e la storia finì lì. Anche l’esame scritto andò bene: A casa: “Papà, mamma tutto a posto, a fine ottobre sarò alla Legione Allievi di Roma.” I genitori ebbero un sospiro di sollievo, finalmente il loro erede era cambiato, sempre magro ma di tutt’altro umore. Grandi baci ed abbracci con i genitori alla stazione ferroviaria, anche un incontro non previsto con una ragazza della classe di Alberto: “Cara Ella sto per essere arruolato nelle Fiamme Gialle.” “A proposito di fiamme, sei sempre stato il mio preferito ma tu non mi hai mai degnato di uno sguardo!” “A Natale avrò delle ferie, avremo modo di avere un incontro ravvicinato…” “È una  promessa, ricordala d’altronde la casa dei tuoi è vicino alla mia villa.” Sul treno che andava a Roma c’erano molti altri colleghi marchigiani che si recavano alla caserma XXI aprile. Brutta accoglienza da parte dei brigadieri istruttori, volevano fare la parte dei duri ma con Alberto si trovarono dinanzi un muro di totale di  serietà nello sguardo e obbedienza assoluta ai loro comandi, il  giovane aveva  compreso la loro pochezza, li avrebbe smontati con qualche battuta spiritosa nei loro confronti che sicuramente loro non avrebbero compreso ma che avrebbe fatto ridere i suoi compagni. Dietro consiglio di nonno Alfredo, ex commissario di P.S., il giovane si guardò bene dall’aderire alle  richieste degli istruttori: “Chi sa suonare il pianoforte?” Si presentarono due allievi. “Bene prendete il pianoforte che si trova al circolo ufficiali e portatelo al terzo piano nell’alloggio del comandante.” “Chi ha fatto gli studi classici?” “Tre imbecilli che non avevano ancora ben compreso quello che era successo ai due precedenti colleghi: “Siamo tutti e tre di Ancona con la maturità scientifica.” “Bene andate a pulire i cessi delle tre Compagnie.”  “C’è nessun  ragioniere?” Stavolta i ragionieri rimasero al loro posto…” “Bene allora voi due che siete  robusti andate in cucina a pulire le patate, per gli altri adunata per l’addestramento in piazza d’armi.” Alberto aveva sempre lo sguardo serio, fu notato da un brigadiere dai piedi più larghi che lunghi! Il quale: “Tu di dove sei?” “Alberto disse la verità: “Sono nato a Roma.” “E allora come mai sei qui e non a Predazzo a fare l’allievo?” “Perché i miei risiedono in provincia di Ancona.”  Piedi larghi si girò scornato, aveva già preso in antipatia Alberto Mazzei. Accadde che Hermes protettore del giovane fosse ‘distratto’ con la solita ‘allegra’umana di turno ed Alberto fece una minchiata. Aveva incontrato sul tram una signora circa quarantenne che prese a guardarlo intensamente, Alberto prese la palla al balzo: “Madame sarebbe mio piacere conoscerla, stasera ho poco tempo ma domani…” “Io amo molto gli uomini in divisa, abito vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore, che ne dici se domani alle 18…” “Dico di sì my Darling, io sarò in divisa non vorrei dare troppo all’occhio.” “Nessuna problema io sono separata,  abito all’ottavo  piano del n.243 di via Merulana…” “Sono allenato, a domani sera.” La signora Rosina P. si fece trovare sulla porta di casa in vestaglia, sotto la vestaglia, niente. Alla scoperta del pisellone di Alberto Rosina all’inizio rimase perplessa poi: “Mai assaggiato un cosone talmente grosso e dire che di cazzi ne ho provati tanti, sii delicato!”  Dopo un passaggio obbligato in bagno Alberto provò la perizia sessuale di una esperta ‘scopatrice’, era veramente brava anche col popò. Dopo la terza ‘visita’ alla signora Alberto diede forfait, Rosina lo stava spolpando e così chiuse la partita. Dopo circa una settimana si accorse delle secrezioni che uscivano dal pene con bruciori e prurito. Recatosi in infermeria il dottore: “Giovanotto ti sei beccato una gonorrea volgarmente detto scolo, subito al Celio.” All’ospedale Militare, dopo le solite procedure burocratiche ad Alberto fu assegnato un letto in una camerata di dieci posti, tutti soldati, nessun finanziere. Dopo un pranzo niente male Alberto si trovò dinanzi una suora longilinea di circa cinquant’anni. “Io sono suor Caterina,  figliolo come ti sei preso lo scolo?” “Sorella, una signora…” “Volevi dire una mignotta, tu pensavi di aver fatto una conquista ed invece ti sei imbattuto in  una gran puttana che se la fa con tanti coglioni come te! Tira fuori l’uccello!” “Ma sorella…” “Figliolo in vita mia ho visto e toccato tanti cazzi che manco te li immagini…siamo un po’ sullo scarso, come ti hanno arruolato in Finanza?” “Quando ciccio si alza misura diciannove centimetri!” “Chi l’avrebbe detto, hai ragione  ma intanto ti sei beccato uno scolo, una puntura di penicillina ogni sei ore, fai vedere le chiappe!” Alberto rimase ricoverato per sei giorni, nel frattempo aveva preso confidenza con suor Caterina. Un pomeriggio dopo l’iniezione: “Sorella posso farle una domanda?” “No perché già conosco quello che mi vuoi chiedere, la mia è una storia dolorosa che cerco di non ricordare.” “Mi piacerebbe abbracciala, lei sarebbe stata una moglie ideale con tanti marmocchi!” La suora si era allontanata, forse piangeva, Alberto capì di aver sbagliato a trattare quell’argomento. Finita la cura Alberto prima di rientrare in caserma cercò suor Caterina. “Vorrei mandarle delle cartoline illustrate per farle conoscere dove mi hanno trasferito, mi permetta un abbraccio.” Fu accontentato, Alberto piangeva, cazzo era diventato un piagnone, lui ateo da sempre si era invaghito di una suora…Dopo gli esami sulle materie tributarie studiate, Alberto risultò il terzo in graduatoria di tutto il battaglione con gran scorno di piedi larghi. In licenza di trasferimento a Jesi telefonò ad Ella: “Cara sono rientrato, i miei mi hanno dato il cambio a Roma, sono andati a trovare mia nonna Maria e mia zia Armida, io son qua da solo, mangio in casa della portiera Matilde che provvede anche alle pulizie di casa mia, ho una camera con  letto in ottone e il resto  in stile Chippendale, materassi accoglienti…” “Mia figlia domattina va a scuola, ti raggiungerò verso le nove.” E così fu, Ella vide Matilde all’estremità del giardino del palazzo, fece finta di non averla notata, non poteva certo essere giustificata per la sua andata nell’appartamento di Alberto. In casa di quest’ultimo si spogliò in fretta, se ne fregò dello stile della camera degli ospiti: “Caro sono pulita e profumatissima!” “Anch’io.” Alla vista di Alberto nudo solita manfrina. Ella rideva della grossa: “Dove vuoi andare col quel cosino…” Si ricredette, pian  piano che ciccio aumentava di volume sgranava gli occhi, Alberto ripropose una vecchia canzone: “Chi l’avrebbe mai creduto che tu avessi avuto, valzer! Una nerchia per il tuo buco del cul!” Ella non era molto alta ma aveva un fisico aggraziato ed un viso infantile, altra caratteristica: il sesso gli piaceva  da morire ed infatti col solo cunnilingus ebbe due orgasmi consecutivi, non fece tante storie nell’immisione penis nel fiorellino anzi prese a cantare il peana nell’alto dei cieli con ripetuti ululati soprattutto nella posizione cavalcante, Alberto non riuscì a contare gli orgasmi, quando Ella spossata smise: “Sarà un ricordo indelebile per tutta la vita, non te l’avevo detto ma io di natura ho una vagina larga, nessuno era riuscito prima di te a farmi godere tanto, avevo avuto intuito a volerti agganciare quando eravamo studenti, resti molto a Jesi?” “Altri cinque giorni.” Nel frattempo Alberto sentì la porta d’ingresso sbattere violentemente, non sapeva che Matilde avesse le chiavi di casa sua, solo lei poteva essere. Attraverso la porta d’ingresso della camera: “Matilde oggi mi alzerò tardi, lasci stare la mia camera!” Un grugnito dietro la porta, voleva dire: a me non la si fa! Dopo due giorni Armando e Mecuccia ritornarono a Jesi da Roma, fu la salvezza del loro figlio ossessionato da Ella la quale comprese che ‘la storia breve era finita e che l’immortale…era solo il ricordo.” Da Jesi Alberto inviò una cartolina a Suor Caterina, riproduceva il monumento a Pergolesi; non sapeva se fosse meglio evitare ulteriori emozioni alla suora, se lei avesse avuto vent’anni di meno…

  • Come comincia:  Dal 25 gennaio la sua scomparsa (ironia della sorte, proprio il giorno del quinto anniversario del moto di protesta popolare e spontaneo che portò alla destituzione del Presidente Hasni Mubarak: dalla padella alla brace, direbbero giustamente in molti!). Così scrive Bonini: "...quindi, il ritrovamento "casuale" (quanto lo sia a nessuno è dato sapere, a mio avviso: potrebbe essere stato anche un ritrovamento...ad hoc!), il 3 febbraio, sul ciglio polveroso della strada Cairo-Alessandria. L'ombra di un omicidio di Stato e le stimmate della menzogna del regime militare - "Morto per un incidente stradale" - smascherate da una prima autopsia al Cairo, che aveva fatto dire ai medici legali egiziani che la morte di quel ragazzo era stata un tormento "lento e doloroso". Ma, a questo punto giunti, sento il coscienzioso dovere di aprire una parentesi: un po' fuori luogo (anzi, fuori tema) ma neanche così tanto, direi. Nei primi mesi di questo dannatissimo duemilaventi (per la precisione eravamo al 12 di febbraio) un'altro evento "strano" è accaduto sulla tratta Roma-Cairo: Patrick George Zaki, attivista e studente egiziano (anch'egli, come Regeni, dottorando ma all'università di Bologna), viene arrestato in circostanze poco chiare e trattenuto con accuse alquanto infondate (tra le altre cose li verrà contestato il reato di...       

  • Come comincia:  Il brano in questione, dall'album "Desire", del 1976, narra (canta) la storia vera del pugilatore Rubin "Hurricane" Carter, sfidante ufficiale per il titolo mondiale dei pesi medi (combatté col connazionale Joey Giardello a Filadelfia, il 14 dicembre 1964, perdendo ai punti in quindici round). Tutti i testi dell'album furono firmati da Bob Dylan insieme a Jacques Levy, autore e regista teatrale. Il suddetto Carter fu accusato - ingiustamente - di aver commesso un triplice omicidio: per questo motivo fu condannato a tre ergastoli! (nel New Jersey, fortunatamente, non vigeva la pena capitale all'epoca del fatto). Prima di essere riconosciuto innocente (cioè, prima di essere riconosciuto quello che in realtà era: innocente!) egli scontò la bellezza di diciannove anni nel carcere della sua città!

    Colpi di pistola echeggiano nel bar di notte,
    entra Patty Valentine dalla stanza di sopra,
    vede il barista in una pozza di sangue,
    grida - Mio Dio li hanno ammazzati tutti! -.
    Questa è la storia di Hurricane,
    l'uomo che le autorità hanno accusato
    di un delitto che non ha commesso,
    messo in una cella di prigione, lui che avrebbe
    potuto essere 
    il campione del mondo.
    Tre corpi stesi a terra vede Patty
    e un altro uomo, un certo Bello, aggirarsi
    con aria misteriosa.
    - Non sono stato io -, dice e alza le mani,
    - Stavo soltanto rubando l'incasso, spero tu 
    capisca,
    li ho visti solo andare via -, dice e si ferma.
    - Uno di noi farebbe meglio a chiamare la polizia -.
    E così Patty chiama i  poliziotti
    e loro arrivano con le loro luci rosse
    lampeggianti
    nella calda notte del New Jersey.

     Le cause della ingiusta condanna (e della successiva detenzione), ovvero i motivi che pesarono sul giudizio e sulla relativa sentenza, a detta della parte opposta all'establishment dell'epoca (la parte progressista dell'America, evidentemente!) furono di natura puramente pregiudizievole (o pregiudiziale): Carter si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato (anzi, ancora peggio visto che egli, al momento del fatto, dell'efferato delitto - tre persone erano state sparate ed uccise - avvenuto in un bar di Paterson, appunto, era da tutt'altra parte: dalla parte totalmente opposta della città!); Carter aveva un colore della pelle sbagliato, era un "soggetto" sbagliato (un "fannullone rivoluzionario") ed un tipo strano ("un negro pazzo" che era stato in riformatorio ed era stato cacciato dal corpo dei marines)...come se essere strani o avere la pelle nera piuttosto che verde (oppure portare il cappello sulle ventitré invece che in mano, chiedere l'elemosina ad un angolo di strada invece che essere vestiti in doppiopetto, o piuttosto che avere dei precedenti penali a carico, etc.) - sic! - dovrebbe poter contare qualcosa, anzi, non contare affatto nel giudicare una persona; ognuno dovrebbe essere ritenuto colpevole di aver commesso un reato o, al contrario, essere giudicato innocente a prescindere (come affermava il buon principe De Curtis, in arte Totò) da tutto ciò: è invece successe proprio questo nel caso del povero Carter (non fu la prima volta che avveniva una cosa del genere e non sarebbe stata l'ultima, purtroppo, come la cronaca giudiziaria di ogni parte del mondo spesso ci narra!).

    Nel frattempo in un'altra parte della città
    Rubin Carter e un paio di amici stanno girando
    in macchina.
    Il pretendente numero uno alla corona dei pesi medi
    non poteva certo immaginare che razza di merda
    stava per cadergli addosso
    quando un poliziotto lo fece accostare al bordo della strada
    proprio come la volta prima e quella prima ancora.
    Questo è il modo in cui vanno le cose a Paterson,
    se sei nero faresti meglio a non farti vedere in giro per le strade
    a meno che tu non vada in cerca di guai.

     E' da dire che l'album Desire (e quindi il brano "Hurricane") era già stato lanciato con una poderosa tournée, da parte di Bob Dylan e della sua compagnia - la Rolling Thunder Rewiew - sul finire del 1975. La compagnia del menestrello di Duluth (località dello stato del Minnesota che li aveva dato i natali il 24 maggio del 1941 sotto "mentite spoglie", ovvero con il nome di Robert Allen Zimmerman), in quell'avventura destinata a tradursi nel lunghissimo film "Renaldo and Clara", uscito nel 1978 e diretto dallo stesso Dylan (apparirà in prima europea al festival di Cannes), si componeva di una larga schiera di muscicisti, artisti ed amici ripescati durante l'estate newyorkese. "Un grande baraccone dello spettacolo", scrivono Marina Morbiducci e Massimo Scarafoni nel libro "Bob Dylan, tutte le canzoni (1973-1980)", uscito nel 1980 per i tipi della Lato Side Editori, Roma, "a cui partecipano vecchie e nuove stars: la Baez, Joni Mitchell, Gordon Lightfoot, Roger McGuinn, Arlo Guthrie e tanti altri, perfino il gran Bardo della poesia Beat, Allen Ginsberg, con la sua pianola-harmonium". Durante il tour della compagnia, snodatosi con fasi alterne per diversi mesi, in lungo e largo per gli States, vennero dati due concerti a sostegno di "Hurricane" (il pugile e non il brano, evidentemente!) e della sua causa civile.

    Alfred Bello aveva un complice e aveva una
    soffiata per la polizia,
    lui e Arthur Dexter Bradley stavano soltanto
    facendo un giro.
    Bello disse: - Ho visto due uomini fuggire,
    sembravano due pesi medi,
    sono saltati su una macchina bianca con la targa di un altro stato"
    e Miss Patty Valentine con la testa fece sì
    un poliziotto disse: - Aspettate un attimo, ragazzi,
    questo quì non è ancora morto. -
    Così lo portarono all'ospedale
    e anche se quell'uomo riusciva a malapena a vedere
    gli disse che poteva identificare il colpevole.
    Sono le quattro del mattino e i poliziotti
    acchiappano Rubin Carter,
    lo portano all'ospedale e lo fanno andare di sopra.
    L'uomo ferito lo guarda coi suoi occhi ormai morenti
    e dice, - Che cosa lo avete portato a fare quì? Non è lui! -
    Sì, questa è la storia di Hurricane,
    l'uomo che le autorità hanno accusato
    di un delitto che non ha mai commesso,
    sbattuto in una cella di prigione, lui che avrebbe
    potuto essere
    il campione del mondo.
     

  • 29 settembre 2019 alle ore 9:32
    LO SPECCHIO DELL'ANIMA

    Come comincia: Edismondo, sedicenne,  stava passando le vacanze estive presso gli zii a Villastrada, frazione di Cingoli, in quel di Macerata in quanto i genitori erano andati in Germania a visitare i parenti della madre Ingrid. 
    Non conoscendo che superficialmente alcuni abitanti, Edis si divertiva a sparare con una pistola ad aria compressa dello zio Tommaso, proprietario terriero. Una volta era riuscito a centrare un topone quello che volgarmente viene chiamato pantegana e, preselo per la coda, lo portò come trofeo alla zia Emma che per poco non svenne. Una domenica mattina avvenne un fatto piuttosto particolare: aveva detto agli zii che andava alla messa delle otto invece restò a casa, alla religione non era particolarmente attaccato anzi non ci credeva proprio. Nella vicina camera da letto degli zii sentì delle voci, vicino a lui il cane Starno (che cazzo di nome!) cercava di convincerlo a farlo uscire per i suoi bisogni, Edi lo accontentò e riprese ad origliare dietro la porta dei padroni di casa. Capì che quello zozzone dello zio Tom voleva sodomizzare la zia Emma la quale, religiosissima, cercava di opporsi facendo presente che era un peccato da mandare l’interessata direttamente all’inferno.
    “All’inferno ci vado io!” con questa promessa Tom riuscì nell’intento.
    Edi andò in bagno e si masturbò al pensiero degli zii ‘cavalcanti’ poi fece finta di rientrare a casa, chiuse il portone d’ingresso con una certa violenza, la zia sarebbe svenuta se avesse saputo che lui…
    Finalmente venne l’autunno, riaprirono le scuole e Edi si iscrisse alla seconda classe del liceo classico. A diciassette anni non poteva seguire i compagni di classe diciottenni nella locale casa di tolleranza ma ci riuscì facendo modificare dal padre di un suo compagno, tipografo, l’anno di nascita.
    Sicuro di sé si presentò a Elvira la maîtresse con in mano il documento di riconoscimento; la dama, vecchia del mestiere: “Giovanotto dove credi di andare, questa carta di identità…”
    “Signora, sia buona questa è la prima volta…”
    Con la faccetta da bravo ragazzo intenerì la vecchia che gli fece segno di entrare nella saletta dove aspettavano le ‘signorine’, in verità ce n’era una sola, le altre tutte impegnate e quindi Edi si dovette accontentare.
    In camera.
    “Sono Laura ma quanti anni hai sembri un bambino.”
    “Ho diciassette anni, la signora all’ingresso…”
    “Per me va bene, un c…o vale l’altro, vieni che te lo lavo.”
    Malgrado vari sforzi della volenterosa signorina, ‘ciccio’ non voleva proprio alzarsi.
    “Come ti chiami, ti senti male, hai dei problemi, che vogliamo fare?”
    Edismondo si mise a piangere, i suoi amici si vantavano delle loro prestazioni sessuali e lui…”
    Laura, trentacinquenne, ormai da anni sulla breccia, inquadrò la situazione (col tempo era diventata anche un po’ psicologa), prese a cuore il ragazzo e disse: ”Mettiti dietro questa tenda, ho capito il tuo problema, io vado  in sala, rimorchio un altro cliente e vedrai che, facendo il guardone forse…”
    E così fu, Laura si presentò in camera con un uomo e, dopo il lavaggio di rito, sistemò il cliente e: “Per favore paga alla cassa le marchette e di' alla signora che non mi sento bene e resto in camera.”
    Aperta la tenda, sorpresa: Edismondo aveva il ‘ciccio’ duro.
    “Laura aveva visto bene, vieni dentro di me e restaci quanto vuoi.”
    Da quel giorno, tutti i giorni il pomeriggio alle sedici quando praticamente non c’era nessuno, Edi si recava a trovare Laura, si accontentava della sua compagnia, ‘ciccio’ aveva più bisogno di certe situazioni particolari per eccitarsi e così i due stavano solo abbracciati e si baciavano, cosa che mai una ‘signorina’ concedeva ai clienti, Edismondo le faceva pena, un ragazzo a quell’età…
    Pian piano qualcosa era scattato fra i due, in fondo Edi poteva quasi essere suo figlio. Laura chiese ed ottenne di rimanere ancora in quella casa per coccolarsi quel micione sessualmente indifeso.  Avvenne quello che forse era prevedibile, i due non potevano fare più a meno l’uno dell’altro. Un pomeriggio una vera dichiarazione d’amore.
    Edi: “Mi rispecchio nei tuoi meravigliosi occhi nocciola che mi fanno provare un sentimento forte: desiderio di poter restare sempre insieme. Provo dolcezza mista a tristezza, quest’ultima mi fa soffrire pensando che mai sarà possibile estraniarci da tutti e vivere la nostra vita in comune. Sogno di stare in riva al mare, d’inverno, dinanzi a noi la burrasca, il vento che ti scompiglia i capelli e tu abbracciata alla mia vita, l’effluvio della tua pelle mi stordisce, chiudo gli occhi assaporando nella fantasia quello che non potremo avere mai, ma perché sprecare il poco tempo da stare insieme in malumori, finalmente sorridi, anch’io riesco a sorridere, sembriamo due giovani alla loro prima esperienza sentimentale. Incontriamo dei pescatori con le reti sulle spalle tristi, per oggi niente pesce, anche loro hanno i loro pensieri negativi, una famiglia da mantenere. D’impulso ti metti a correre, sei più veloce di me, poi mi aspetti, mi abbracci piangendo, il tuo pianto mi distrugge l’anima. Ancora una volta provo quel trasporto del cuore, non oso riflettere su quel sentimento…si penso sia proprio amore, quello che dal cervello arriva alle viscere facendomi provare un dolore acuto. Te ne accorgi e mi baci a lungo, riesci a darmi un po’ di serenità.” Chi disse cose belle non durano, maledetto, aveva ragione: un pomeriggio all’ingresso della casa, Elvira la maîtresse: “Laura è partita stamattina presto, non ha lasciato nulla per te.” La dama aveva anticipato la risposta ad una ovvia domanda che avrebbe formulata Edi il quale restò di ghiaccio, si meravigliò di se stesso, o prima o poi doveva giungere quel giorno, evidentemente il suo cervello, per autodifesa, aveva cancellato i recenti avvenimenti. Giunto a casa, Ingrid: “Figlio mio ti vedo sciupato, bianco in faccia, dì tutto a mammina tua.” “Si, ho bisogno di cambiare aria, mi voglio scrivere all’Università a Roma alla facoltà di medicina, quando vorrai potrai venirmi a trovare così visiterai la capitale.” La mamma malvolentieri acconsentì, il padre era contrario ma si sa, le femminucce hanno sempre ragione, specialmente quelle ricche di famiglia! Tramite agenzia, Edi trovò due stanze e servizi in via Aosta, i mezzi dell’Atac passavano sotto casa, tutto a posto…fino ad un certo punto! Per lo studio non c’era problema, era sempre in regola con gli esami, studiava molte ore al giorno e solo di sera qualche passeggiata. Durante una camminata incontrò un bella di notte che superava le altre sue colleghe per eleganza e bellezza, Edi aprì lo sportello della Cinquecento’e chiese alla ‘signorina’ di salire in macchina. La cotale prima di sedersi guardò bene in faccia l’interlocutore: “Non sei per caso…” “Sono un giovane educato e per bene e non sono per caso…” “Edi” “Adalgisa per tutti Ada, cosa vuoi di preciso io…” “Se sei d’accordo andiamo a casa mia.” “Ti costerà di più.” “Sino ad un certo punto me lo posso permettere, sono uno studente in medicina.” “Perfetto io soffro di…” “Non sono ancora laureato, ho bisogno di una prestazione particolare.” Edi le spiegò il suo problema e, da professionista del settore, Ada non si meravigliò più di tanto. “Se ho capito bene dobbiamo coinvolgere un altro maschietto, provo a dirlo a mio marito ti costerà duemila Euro.” “Spiacente, la mia cassa non mi permettere di spenderne più di millecinquecento, te l’ho detto sono uno studente.” “Mi sei simpatico, accompagnami al mio posto di ‘lavoro’, domani sera alle ventuno sarò a casa tua con Gigi mio marito.” Il cosiddetto marito, sicuramente il magnaccia, era molto elegante, ti credo con i soldi guadagnati dalla moglie! In compenso aveva modi gentili, andò in bagno con la consorte e si presentò in armi: “Vuoi scopare prima tu o prima io?” Edi si mise un preservativo, per la prima fu velocissimo, per la seconda ci volle un po’ più di tempo con grande soddisfazione da parte sua. Mise in mano alla ‘signorina’ tre cartoni da cinquecento Euro e, ottenuto il numero di telefono della coppia, rimase solo a meditare, si poteva permettere quello sfizio solo una volta al mese, sarebbe stato difficile giustificare con sua madre quella spesa in più. Passa un giorno passa l’altro, il prode Anselmo con l’elmo non c’entrava niente, (il cervello talvolta fa brutti scherzi), Edi si laureò a pieni voti, si iscrisse alla specializzazione di psicologia e, dopo due anni, finalmente poté mettere sul portone del suo studio, vicino all’abitazione, la sua targhetta:  ‘Dottor Edismondo I. psicologo.’ Pensò bene di accattivarsi le simpatie del portiere Nicola S. con una sostanziosa mancia, poteva essergli utile per farsi una clientela. Dopo una settimana in solitudine, finalmente un cliente: “Sono Alessio Z. assessore al Comune di Roma, di psicologi ne conosco tanti ma sono tutti amici e non voglio far loro conoscere il mio problema, vede io…per…ho bisogno di…” Edi scoppiò in una gran risata che lasciò interdetto Ale il quale stava per andarsene: “Resti pure, anzi diamoci del tu, abbiamo lo stesso problema!” Rassicurato, Alessandro domandò come lui, psicologo, riuscisse a superare la situazione, Edismondo lo mise al corrente ma domandò: “Scusa sei scapolo?” “No, sono sposato da due mesi, mia moglie Azzurra è  insegnante di materie letterarie al classico, è una donna intelligente oltre che bella, mi vuole molto bene ma capisci…” “Capisco, che ti posso dire, non è il caso di invitare quella prostituta che conosco, se tua moglie è d’accordo…” “Le farò presente la tua proposta.” Un pomeriggio una voce di donna: “Pronto il dottor Edismondo ?” “Son io con chi ho il piacere…” “Sono Azzurra…” Edi non la fece finire di parlare e sparò un complimento: “Dalla voce il nome di Azzurra le se addice perfettamente, immagino da quello che mi ha detto suo marito che…” “Lasciamo da parte i convenevoli, Alessio mi ha detto che lei è un tipo signorile, giovane, bella ed affidabile, una dea.  Quando vuole cena al ristorante sotto casa ‘da Mimmo’ che ha una cucina casalinga, nei ristoranti celebrati ti mettono nel piatto quattro cosine cucinate da uno chef famoso che ti fanno restare a stomaco vuoto!” “Lei anzi tu se me lo permetti, hai centrato il problema, a sabato sera.” Azzurra era uno schianto, minigonna corta, camicetta con scollatura abissale. Allo sguardo inebriato di Edi: ”Dottore non mi svenire…” “Scusa la figuraccia…” ”Nessuna figuraccia, posso dirti che anche tu non sei male, di solito gli psicologi sono più matti dei clienti, scherzavo ma questa è la vox populi.” Mimmo si presentò, si mise sull’attenti e:”I signori vogliono ordinare, questo è il menu.”Edi: “Dì la verità Mimmo eri un militare?” “Lo so, è il mio solito vizio di mettermi sull’attenti!” “Ma no sei un simpaticone, verremo spesso a mangiare da te.” Alla fine della cena Azzurra molto disinvoltamente: “Edi che ne dici di andare alla casetta nostra sulla via Appia?” Si fermarono dinanzi ad una villetta a due piani con  un giardino ed un prato molto ben tenuti. All’interno della casa di duecento metri quadri per piano:  “Complimenti caro Alessio, chiamala casetta!” “E cosa dirai alla vista della padrona di casa non eccessivamente vestita?” “Te lo dico in siciliano imparato all’università’ da alcuni colleghi: ‘Camaffare?’ Mi scuso se è un po’ volgare …” “Lo dirà la padrona di casa che vedo sta scendendo le scale in vestaglia trasparente. “Benvenuto Edi che ne dici di questa ‘merce’?” Sparita la vestaglia, gli occhi di Edi sembravano usciti dalle orbite, corpo favoloso dalla testa ai piedi lunghi e stretti e particolarmente curati come le mani. “Aho questo ci sviene, dagli due schiaffoni!” “Li accetto solo dalla padrona di casa!” Nel frattempo Alessio era rimasto in costume adamitico e con sua grande gioia il suo ‘ciccio’ cominciava ad alzarsi, anche Edi non era da meno. “Res cum ita sint direbbero i latini chi sarà il primo? Per dovere di ospitalità direi l’ospite, il divano ci aspetta.” Azzurra aveva anche la ‘natura’ avvenente, le grandi labbra piene  e non moltissimi peli, peraltro lisci, sul pube, signora anche nell’intimo. Edi prima di ‘entrare’ omaggiò la signora di un cunnilingus apprezzato dalla dama che aiutò molto ‘ciccio’ a lubrificare il ‘condotto’. In poco tempo Edi se la godette due volte alla grande ma poi: “Scusa io non ho pensato…” “Nessuna preoccupazione, Alessio da adolescente ha subito un intervento ai testicoli, forse è sterile ma un figlio lo vorremmo e quindi…” A turno i due maschietti sollazzarono la padrona di casa, Edi: “Per il futuro ho in serbo un doppio gusto, uno scialo!” Alessia: “Per me va bene ma per ora basta ragazzi, la cosina chiede una tregua, tutti sul divano a riposare.”  Edismomdo con Alessio ed Azzurra fecero coppia anzi tripla fissa, dopo un anno nacque Sofia, non sembrava assomigliare a nessuno dei due maschietti ma alla genitrice, meglio così avrebbe avuto due padri! Edismondo avrebbe voluto far partecipe sua mamma dell’avvenimento, ma sarebbe stato difficile spiegare la situazione piuttosto particolare…
     
     

  • 26 settembre 2019 alle ore 16:50
    Ci siamo frequentati per qualche notte

    Come comincia: Ci siamo frequentati per qualche notte...
    Eravamo a letto.
    Io ti sentivo avvicinare a me, ma spesso quando aprivo gli occhi tu non c’eri più.
    Va bene la prima notte, va bene la seconda, ma poi alla terza ti ho visto lì!
    Bella ferma vicino al quadro, mi sono avvicinato e senza che te ne accorgessi ti ho spiaccicato sul muro.
    È rimasta una macchiolina di sangue, quasi sicuramente il mio, ma che soddisfazione cara zanzara.
    Non ti eri accorta di una tua amica poco più in là, nella tua attuale situazione?

  • Come comincia: Il più grande rivoluzionario, ma proprio il più grande (di tutti) davvero non fu il "Che", né lo furono Pancho Villa o Emiliano Zapata, o Robespierre o Danton; né Lenin o Trotzsky. Esso fu, invece, Vladimir Vladimirovic Majakovskij, classe 1893 da...: il quale amava, sì, la vita ma si diede morte - a soli trentasette anni, nel 1930 - per ribellione contro di essa...non riusciva, infatti, a viverla sino in fondo, (e) così come avrebbe desiderato! Che cosa c'é al mondo, or mi domando, di più rivoluzionario che non sia il ribellarsi alla vita? Esiste un gesto similmente ribelle a questo? Donare un fiore ad una donna è un gesto, il solo gesto che può eguagliare quello compiuto da Majakovskij nel corso della sua vita. L'artista russo fu il massimo esponente, in vita (e post-mortem, evidentemente!) del cosiddetto movimento cubofuturista russo (così denominato per l'adesione a talune prospettive della pittura cubista). L'artista e letterato russo fu, senza ombra di dubbio, una "coscienza" inquieta. Del resto, tutta la storia europea del primo novecento è segnata da inquietudini d'ogni sorta e da sconvolgimenti culturali, politici e sociali di vastissima portata; è intrisa di inquietudine e bagnata di malcontento, fervore e...sangue! A tal proposito, di grande interesse critico nonchè valore storico é ciò che scrive Benedetto Croce nel brano "Panorama culturale del primo novecento" (da: "Storia d'Italia dal 1871 al 1915", del 1928), di cui riporto alcuni tratti: "La coscienza morale d'Europa era ammalata da quando, caduta prima l'antica fede religiosa, caduta più tardi quella razionalistica e illuministica, non caduta ma combattuta e contrastata l'ultima e più matura religione, quella storica e liberale, il bismarckismo e l'industrialismo e le loro ripercussioni e antitesi interne, incapaci di comporsi in nuova e rasserenante religione, avevano foggiato un torbido stato d'animo, tra cupidigia di godimento, spirito di avventure e conquiste, frenetica smania di potenza, irrequietezza e insieme disapprovazione e indifferenza, com'è proprio di chi vive fuori centro, fuori di quel centro che è per l'uomo la coscienza etica e religiosa."; e ancora: "L'atteggiamento morale e politico della giovane generazione rispondeva all'irrazionalismo delle teorie, il quale, a sua volta, come si è notato, era stimolato dallo spirito che prevaleva in Europa, rapace spirto di conquista e di avventura, violento e cinico. L'ideale socialistico, che era stato l'amore di vent'anni innanzi, non parlava più ai giovani, né a quelli stessi ch'erano stati allora giovani: effetto in parte della critica che aveva corroso il marxismo e la sua apocalittica, in parte del graduale dissolvimento del socialismo nel liberalismo, e in parte delle riforme onde quasi intero il suo "programma minimo" si venne attuando. L'immaginazione e la bramosia della nuova generazione, e dei delusi di quella di poco antecedente, si rivolgevano, come già prima in Inghilterrra, Germania e Francia, all'"imperialismo" o "nazionalismo", di cui padre spirituale fu in Italia il D'Annunzio, che l'avea preparato sin da giovane con tutta la sua psicologia, culminante nel sogno della sanguinaria e lussuriosa rinascenza borgiana, ma più determinatamente dopo il 1892, letto che ebbe qualcosa del Nietzsche, in romanzi, drammi, laudi.".
     Erano quelli gli anni delle imprese coloniali (in Italia la fallimentare e catastrofica impresa di Adua), del crescente nazionalismo sfrenato e delle manie di grandezza, appunto (pangermanesimo, panslavismo, revanscismo, etc.), che preluderanno, poi, all'attentato di Sarajevo e al conseguente scoppio del primo conflitto mondiale: inframezzato, se così si può dire, dalla rivoluzione di ottobre in Russia. Il tutto, poi, confluirà, infaustamente, come un vortice oscuro senza fine, o un incontrollato effetto domino, nei regimi dittatoriali che insanguineranno l'Europa (franchismo, nazismo e fascismo). Erano gli anni, quelli, delle elitès soreliane che inneggiano alla violenza, dell'azione, in Francia - e non solo - dell'organizzazione Action Francaise di Maurras e Barrès; erano gli anni, quelli, della nascita delle avanguardie culturali, letterarie e artistiche. Si affermano le correnti pittoriche che danno una interpretazione nuova del reale e dell'oggettivabile (oggettivo), le quali risentono tutte, in maniera diversa, della caduta dei valori filosofico-morali dell'epoca. Odillon Redon, ad esempio, con "L'occhio", 1882, è il più qualificato interprete della crisi di sfiducia nella oggettività del reale ipotizzando una verità "autre" che si materializza nelle visioni figurative del simbolismo. Seurat, invece, da origine al divisionismo, insieme agli italiani Pelizza da Volpedo e Giovanni Segantini: in questo caso la realtà è individuabile attraverso la mobilità della luce provocata dallo sprigionarsi dei colori in una serie di parvenze e simboli. Sempre in Francia, d'altro canto, André Derain e Henri-Emile Matisse danno vita al gruppo dei "fauves" espressionisti i quali, attraverso la irrazionalità del colore, sprigionano le loro emozioni e la loro interiorità. A quello francese, seppur sempre in funzione anti-impressionistica, si contrappone l'espressionismo tedesco, il quale ruota intorno al gruppo Die Brucke ed alla figura di Ernst Ludwig Kirchner; questi, dopo aver esordito nel divisionismo matura uno stile (prendendo anche qualcosa dal cubismo) che accentua sempre più le dissonanze cromatiche e da spazio alla cosiddetta "deformazione delle forme" (La strada o Cinque cocottes, 1913): il tutto, evidentemente, in aperta critica verso la società del tempo. La terza branchia dell'espressionismo europeo, quella austriaca (Schiele, Kubin, Kokoschka), ruota anch'essa nell'orbita tedesca ma accentua notevolmente l'elemento introspettivo. Influenze dell'espressionismo si avranno tanto nel Blaue Reiter e nella nuova oggettività, in Germania (Grosz, Dix su tutti), quanto in Francia (Chagall, de Vlaminck, Soutine, Rouault) con la scuola di Parigi: i primi ne accentuano l'elemento mistico-simbolico, i secondi riprendono esplicitamente la polemica sociale e di denuncia verso le storture dell'uomo, gli ultimi fondono il fauvismo e il Die Brucke. Pablo Picasso (Le damigelle d'Avignone, 1907) e Georges Bracque (La tavola del musicista, 1913) danno vita a Parigi al cubismo (dapprima analitico e poi sintetico), un modo del tutto nuovo di vedere il reale: il pensiero, infatti, scompone dapprima i volumi e lo spazio e poi ne da una visione simultanea; ovvero la scomposizione riduce lo spazio a solidi geometrici (da cui il nome dato al movimento dal critico Vauxcelles nel 1908). Uno dei teorici maggiori del cubismo è il francese Guillaume Apollinaire (I pittori cubisti), tra l'altro grandissimo poeta (.....) e       

  • 25 settembre 2019 alle ore 10:14
    ARLETTE UNA BRASILIANA.

    Come comincia: Era stato un modo strano da parte di Alberto M. per far conoscenza  ed  innamorarsi  di  Arlette  O.  infermiera dell’Ospedale Maggiore di Bologna. Una mattina in sella alla sua moto Ducati Monster, di cui andava fiero,  dirigendosi verso Zocca (Mo) sua località di origine, scivolò su del terriccio invisibile alla vista e cadde rovinosamente. Un immediato  dolore  al braccio ed alla gamba destra lo costrinsero a rimanere a terra; un automobilista di passaggio provvide a chiamare il 118, fu ricoverato all’Ospedale Maggiore di Bologna. Era domenica,  per fortuna pochi pazienti in attesa,  le radiografie confermarono le due fratture che Alberto aveva immaginato. Passata la notte con antidolorifici, la mattina successiva l’ortopedico dr. Zappelli, un omone sorridente ad uso dei pazienti, lo operò con diagnosi di trenta giorni. Alberto preferì non informare i genitori che, ricchi di famiglia, avrebbero fatto convergere in ospedale un nugolo di medici, meglio di no, era ben curato dagli infermieri, in maggior parte femmine garbate, soprattutto una particolarmente avvenente che lo colpì subito, in seguito seppe chiamarsi Arlette O., brasiliana, assomigliava molto a quelle ragazze che si vedono in televisione in occasione delle sfilate di carri al carnevale brasiliano. Arlette era gentile ed affettuosa con Alberto il quale non era nella posizione di far nulla, lui gran conquistatore di donne a getto continuo (Petrolini docet), cercava di allungare la mano col braccio non ingessato con grandi risate da parte dell’infermiera. Aveva ottenuto una stanza singola, da malati si ha più bisogno di privacy, per pagare, fu costretto a ricorrere ai genitori i quali arrivarono con tutti i parenti al seguito creando un gran trambusto ma lasciando ad Alberto un mucchio di soldi in contanti. “Se te ne servono altri telefona, mi raccomando (la madre la ricca di famiglia). Alberto, quarantenne scapolo,  insegnava lingue al liceo Marco Minciotti, molti alunni ed alunne vennero a trovarlo portano fiori, dolciumi, vino Sangiovese, un ben di Dio. Dell’unica femminuccia, Arianna che avrebbe voluto rivedere nemmeno l’ombra. Si era accorta della relazione di Alberto con una sua alunna ed era sparita sbattendo la porta dell’alloggio del ‘caro mico’. Arlette ormai era diventata una presenza quasi fissa nella camera di Alberto, una volta c’era scappato un bacio, anche una toccatina alle tette ma per il resto il tutto a guarigione finita. Alberto restò altri dieci giorni per la riabilitazione degli arti e poi finalmente a casa con gran festa della padrona  signora Lalla F. pure lei quarantenne che avrebbe voluto…ma Alberto era ormai indirizzato alle pulselle giovani… stava invecchiando! Arlette, quando libera dagli impegni all’Ospedale, si recava spesso a casa di Alberto che, finalmente libero dal gesso, cercò di andare al sodo ma poco raccolse: qualche rapporto manuale od orale, ‘ciccio’ fra le tette ma più giù su Arlette era zona off limits: spiegazione “Sono cattolica praticante, niente prima del matrimonio.” Proprio a lui doveva capitare una ragazza religiosa, lui ateo o meglio pagano ‘adoratore di Hermes’ che secondo lui lo proteggeva dai guai meglio di un santo cattolico, ognuno ha diritto alle proprie idee! Passa un giorno, passa l’altro Alberto sempre più innamorato si decise per il gran passo e, informati i genitori, ci fu un matrimonio solenne in chiesa con centinaia di invitati. La prima notte gli sposi decisero di passarla a Bologna nella casa in affitto di Alberto, erano troppo stanchi ma…stavolta Hermes era distratto o addormentato perché non aveva avvisato Alberto che la sposa aveva qualcosa in più: immaginate cosa? Un pene che aumentava sempre più di volume, insomma Arlette era un transessuale! Un silenzio  imbarazzato da parte di Alberto il cui cuore pareva essersi fermato. “Caro se mi ami mi vorrai anche così, dalle nostre parti può accadere…” Alberto pensò: “Qui non siamo dalle tue parti…” Per tutta la giornata successiva non uscirono dalla stanza, si fecero portare le vettovaglie in camera dalla signora Adalgisa, la padrona di casa, la quale ebbe un altro pensiero rispetto alla realtà: “Questi zozzoni non ce la fanno nemmeno a camminare!”invece…Alberto riprese ad insegnare e Artlette ad andare in ospedale, nessun contato fisico finché una sera Alberto mentre dormicchiava sul letto, sentì il suo ‘ciccio’ circondato da qualcosa di caldo e poco dopo ebbe un orgasmo nella bocca della consorte. Così finì la guerra, Alberto baciò in bocca Arlette con gran piacere, la ragazza ci sapeva fare e leccò il marito dalla testa ai piedi con gran goduria dell’amato che a quel punto…”Fammelo toccare, cazzo sembra più grosso del mio…” Arlette talvolta si masturbava, anche lei sentiva il bisogno di…ma Alberto si rifiutava di partecipare, non voleva diventare bisessuale, proprio no. Un sabato una proposta di Arlette. “Amore mio,  ti chiamo così  perché sento di amarti veramente, sei il primo uomo al quale manifesto i miei sentimenti, credimi per favore, vorrei andare in un locale particolare in cui ci sono gli scambisti e gli omo maschi e femmine, non sei obbligato a far nulla, puoi anche solo restare a guardare gli altri. ‘Fatto trenta facciamo trentuno’, Alberto non credeva molto ai proverbi ma…Il locale ‘Liberty Natural’ era dall’altra parte della città, Alberto, specie di notte, aveva messo la parte il suo ‘Monster’ e con la consorte salì sulla sua Mini Clubman di color verde. All’ingresso un buttafuori tipo ‘montagna’ che: “Signore questo è un club privato!” poi vide Arlette: “Scusi signorina non l’avevo notata, prego entrate.” Una signora di mezza età, elegante, vestita di nero, longilinea si presentò loro: “Cara Arlette è tanto tempo…Sono la contessa Alessia. V., con Arlette siamo molto amiche.” “Questo è Alberto il mio convivente, che ne dici?” Alessia girò intorno alla figura di Alberto e inaspettatamente: “Sinceramente me lo farei.” E giù una risata, come inizio… “Ascolta Arlette mi domando come si regge finanziariamente stà baracca, la cosiddetta contessa che interessi ha?” “Ogni persona ha una tessera per dimostrare che è un club privato, costo: Euro cinquemila l’anno, ogni socio può far entrare solo due amici.”Mentre Arlette si intratteneva con i conoscenti che non vedeva da tempo, Alberto notò una coppia particolare soprattutto lei attirava l’attenzione dei maschietti: altezza media, lunghi capelli corvini, bellissimi occhi verdi che illuminavano un viso sorridente, minigonna che svelava gambe bellissime. Lo sguardo imbambolato di Alberto fu interrotto da Arlette che, da dietro, gli diede un pizzicotto nel collo: “Così ritorni alla realtà, mai vista una bella ragazza, te li presento: Ginevra ed il fratello Cesare S.” Il giovane dall’espressione del viso e dai modi dimostrava chiaramente l’appartenenza all’altra ‘sponda’. Tutti al bar,  Arlette, per dargli importanza, conclamò l’appartenenza di Alberto alla professione di professore di lettere alle scuole superiori. Cesare forse orgoglioso della sua appartenenza al terzo sesso, ricordò una frase di Cicerone riguardante il suo nome: ‘Cesare il marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti.’ Alberto gli fece i complimenti per la sua cultura ma poi rivolse le sue attenzioni a Ginevra: “Il suo nome o se me lo permetti il tuo nome è quanto mai indicato per la tua persona: vuol dire splendente, non voglio far la figura del campagnolo mai uscito dal suo paesello ma sinceramente mi hai colpito, immagino quanti calabroni ti ronzino intorno.” “Lo puoi ben dire ma io son di gusti molto difficili, non amo gli sbruffoni, i maschietti che per ottenere non devono chiedere mai nulla!”  “Forse allora io sono escluso perché io qualcosa da chiedere ce l’avrei… non vorrei però che mi arrivasse uno ‘smataflone’ lo dico in bolognese anche se io sono della provincia di Modena.” Una risata cementò l’amicizia fra i quattro, Alberto con qualche battuta riuscì a conquistarsi la simpatia di Ginevra, per Arlette e Cesare non c’erano problemi, molto probabilmente erano stati intimi in passato, così pensò malignamente Alberto. Il giorno successivo, domenica, Arlette appena alzata: “Senti penso che dovremmo cambiare casa, come si fa ad invitare gli amici dentro stò buco?” Alberto non ci pensò due volte, preso il telefono: “Mammina devo chiederti una cortesia grande, vorrei affittare una villetta così quando verrai a trovarmi (sun of a bitch)…” “Penso che sia meglio che te la compri così nessuno potrà mai mandarti via di casa.” “Grazie mammina, un bacione!” Con l’aiuto di un’agenzia Alberto scovò una villetta veramente graziosa a due piani, già arredata, in Zona Predosa, inviò puntualmente tutte le fatture con foto della villa a mammina la quale, entusiasta: “Figlio mio, ti farò benedire la casa così te la godrai più a lungo.” Mammina era molto religiosa ma per fortuna i reumatismi non gli permisero di mettere in atto la sua intenzione. Forse Alberto non ricordava il detto: mai le sorprese, infatti una mattina ritornando da  scuola trovò nel letto Arlette  che usava la sua parte maschile con Cesare, nessun imbarazzo da parte dei due ma non di Alberto si aveva  immaginato la situazione ma nel vederla realizzata…” Il più non giovin signore non riusciva ad ottenere più di qualche bacio da parte di Ginevra finché un giorno: “Mia cara che ne dici di dirmi la verità sulla tua ritrosia a …”. La ragazza si mise a piangere, con i suoi bellissimi occhi verdi fece tenerezza ad Alberto che la strinse al petto: “Non voglio sapere quello che non vuoi o non puoi dirmi, mi basta vederti per essere felice, ormai avrai capito che…” Ginevra a pezzi e bocconi raccontò di una sua avventura con uno che si era dimostrato un poco di buono, era finita ma quel disgraziato la tormentava con continue telefonate anche nel cuore della notte ed anche con la sua presenza dinanzi casa sua. “Mia cara, domattina andiamo a denunziarlo ai Carabinieri per stalking, vedrai che sparirà dalla circolazione. Sistemata la questione Ginevra dimostrò di meritare il suo nome ed una domenica fece una sorpresa, anzi una sorpresissima ad Alberto presentandosi nuda nella  camera da letto, una visione paradisiaca, una prima volta indimenticabile col popò e doppio gusto!
     

  • Come comincia:  In certi momenti della nostra vita assistere ad un funerale (non importa se esso sia di un familiare, di un parente, di un conoscente o soltanto del gatto nero del vicino!) bello tetro, sano e pacifico nonché genuino (sì, avete proprio letto e/o capito bene: nessuno di voi soffre di strabismo congenito!) è tutto ciò che ci vuole, senz'altro ben di più di un semplice bicchierino di buona grappa nostrana (magari shekerata insieme a qualche goccia di vodka russa: originale no taroccata!), o di cognac francese invecchiato in botti di rovere, o di whisky puro malto scozzese: oltre che a tirarti su e a farti drizzare i capelli ed anche, chissà...pure l'uccello (nuovamente!), esso ti (ri)porta alla realtà, ti (ri)mette coi piedi per terra, ti fa (ri)aprire gli occhi: ti fa capire veramente chi sei, che cosa sei...Ma la morte, poi, al pari della notte, davvero porta consiglio?!

    Taranto, 12 dicembre 2013. 

  • Come comincia: La questione palestinese-israeliana (o israelo-palestinese che dir si voglia; ma non conta invertire l'ordine dei fattori, pardon delle parole: il risultato sarebbe lo stesso, come recitano vecchi abbecedari di aritmetica!) è talmente complessa (anzi, la storia di questi luoghi, delle genti che li abitano, delle loro culture e dei loro...culti lo é!), ricca di grovigli ed intrecci da non potersi risolvere attraverso semplici commenti o "like" sui social. Questa storia è ricca di avvenimenti, di eventi (spesso, purtroppo, luttuosi e tristissimi), di sconvolgimenti, di esodi, di conflitti armati e di tragedie immani, di  divisioni, di muri (del pianto, del sangue, di cemento) di pregiudizi, di trattati ed accordi, di infamia, ingiustizie e quant'altro. Alcuni spunti che riporto in questo mio che ho definito (non so se propriamente o meno) "saggio" spero serviranno a chiarire qualcosa o, per lo meno, a capire la complessità e la vastità del fenomeno. Anzi, è quella che si potrebbe definire, a mio avviso e compendiata, la cronologia della cosiddetta "genesi dell'odio" (non solo io la definisco a quel modo ma anche esperti e storici d'ogni dove), attraverso episodi fondamentali, chiave direi.
     Leggo nella storia di Israele e riporto alcuni passi: "Il popolo ebraico si dichiara discendente da Abramo, il primo patriarca che, verso il 2000 a. C. ritenendosi guidato da dio, partì con la propria tribù da Ur, in Caldea, dirigendosi verso Canaan. In realtà, a differenza di quanto afferma la tradizione quale è riportata nel Vecchio Testamento, gli ebrei sono uno dei più antichi popoli fra quelli provenienti dalle rive orientali dell'Eufrate. La tribù di Abramo si fermò in Egitto circa quattrocento anni e fu ridotta in schiavitù dai Faraoni. Verso il 1200 a. C. Mosé guidò la fuga del suo popolo dall'Egitto, e sotto la guida di Giosué, suo successore, tribù ebraiche si stabilirono a Canaan e sulle rive del Giordano. Scoppiarono allora le prime grandi rivalità con le popolazioni indigene sottomesse dal primo re Saul e successivamente, in modo definitivo, dal suo erede David. Il figlio di quest'ultimo, Salomone, costruì il tempio di Gerusalemme, il cui gravoso onere ricadde sul popolo, già disgustato dalla tolleranza mostrata dal re verso il culto di idoli. Ne seguì una lotta che portò alla costituzione di due regni: quello di Israele (che riunì dieci tribù della Palestina settentrionale sotto il re Geroboamo I), e quello di Giuda, formato dall'omonima tribù. Il primo ebbe per capitale Sichem eppoi Thirza, Penuel e Samaria, fu sottomesso e distrutto nel 772 a. C. da Sargon II, re degli Assiri, (la maggior parte della popolazione venne deportata in Mesopotamia e nella Media). Il regno di Giuda invece visse ancora per circa cento anni e venne piegato dai Babilonesi che distrussero anche il tempio di Salomone. A ricostruirlo, verso il 500 a. C., furono gli Ebrei che, col permesso del re persiano Ciro, vincitore dei Babilonesi, erano tornati a Gerusalemme. Dopo duecento anni di relativa tranquillità la Palestina fu conquistata da Alessandro Magno e, alla morte di questi, governata dai Tolomei d'Egitto. Nel clima di tolleranza instaurato dal re macedone, Alessandria divenne importante centro culturale del giudaismo ellenico, mentre contro l'interpretazione dogmatica e letterale della tradizione ebraica si levarono vari movimenti di protesta popolari, tra questi il Cristianesimo.
     E'questo è il primo episodio (ovvero, l'inizio dal punto di vista storico e cronologico) della genesi dell'odio di cui dettovi; quello di cui sopra è soltanto uno scorcio infinitesimale di storia di un paese tanto piccolo (poco più di ventimila chilometri quadrati e di cinque milioni di abitanti!), quanto complesso! D'altro canto, invero, lo scrittore britannico Bruce Chatwyn (a mio avviso una delle menti letterarie più lucide del XX°secolo), vero "topo da biblioteca" (è così che sovente lo chiamo...essendo, nel mio piccolo, un po'come lui!), ex catalogatore di opere d'arte, ma anche - e soprattutto - cittadino del mondo e viaggiatore nel mondo (il suo primo libro, non a caso, si intitola "In Patagonia", del 1977) nonché estremo conoscitore di popoli, culture, tradizioni e religioni, nel suo capolavoro letterario, "Le Vie dei Canti" (uscito in Italia per i tipi Gli Adelphi, nel 1988), scrive - tra le altre cose - quanto segue: "Abele, che secondo i padri della Chiesa prefigurò con la sua morte il martirio di Cristo, era un guardiano di pecore. Caino era un agricoltore stanziale. Abele era prediletto da Dio, poiché Yahwèh era un "Dio della Via" la cui irrequietezza escludeva altri dèi. Tuttavia a Caino, che avrebbe costruito la prima città, fu promesso il predominio su di lui". E proprio questa la intuizione geniale di Chatwyn: anzi, più che intuizione, trattasi di vera e propria genialità storica, sapiente capacità di leggere la storia attraverso le carte, i documenti storici, appunto, e gli avvenimenti stessi. Fu lo stesso Dio, per lo scrittore inglese, col suo comportamento, col suo avere in predilezione Abele, piuttosto che Caino, a dare inizio alla "genesi dell'odio" protrattasi per molto, anzi, che si protrae sino ai giorni contemporanei. Sempre nello stesso libro (anzi, sempre a pagina duecentocinquantasette dello stesso!), Chatwyn così continua: "Un brano del Midrash (XXX) a commento della lite dice che i figli di Adamo ebbero in eredità un'equa spartizione del mondo: Caino la proprietà di tutta la terra, Abele di tutti gli esseri viventi - al che Caino accusò Abele di aver sconfinato. I nomi dei fratelli - secondo Chatwyn - sono una coppia di opposti complementari. "Abele" deriva dall'ebraico hebel, cioé "fiato" o "vapore": ogni cosa animata, che si muova e che sia transeunte, compresa la sua vita. La radice di "Caino" sembra sia il verbo kanah=acquisire, ottenere, possedere, e quindi governare o soggiogare. "Caino" significa anche "fabbro ferraio". E poiché in numerose lingue - perfino in cinese - le parole che significano "violenza" e "assoggettamento" sono collegate alla scoperta del metallo, forse è destino di Caino e dei suoi discendenti praticare le nere arti della tecnologia". Seconda grande intuizione di Chatwyn: è nella stessa origine, nello stesso significato del nome di Caino insita la "genesi dell'odio"; la pratica delle arti della tecnologia (del ferro, nella fattispecie) sarebbe eredità, come un effetto domino, dei discendenti di Caino stesso, ripercuotendosi anche sugli stessi Ebrei i quali, a loro volta, avrebbero praticato questa sete di assoggettamento nei confronti dei Palestinesi! Ma continuiamo nel racconto, ossia nel citare ancora Chatwyn dal suo stesso libro: "xxxx".   

             

     

  • 20 settembre 2019 alle ore 16:57
    ALBERTO IL SOLITARIO.

    Come comincia: La vita di Alberto Minazzo, dopo le dimissioni da insegnante di scuola media G. Verga di Messina, era diventata decisamente monotona; aveva insegnato per anni in quella scuola sia le materie letterarie che le lingue, conosceva bene il francese e l’inglese ma gli avvenimenti degli ultimi tempi l’avevano disgustato: alunni sempre indisciplinati in classe, genitori che chiedevano conto e ragione della bocciatura dei loro pargoli, talvolta anche con maniere ‘forti, Alberto aveva detto basta con dispiacere del direttore dell’istituto e dei colleghi, anche se di carattere chiuso era molto stimato per la sua preparazione professionale e per l’impegno nel suo lavoro. L’unica consolazione era abitare in una villa a tre piani sulla circonvallazione ereditata dalla madre insieme ad un patrimonio notevole. La servitù era composta da due donne di mezza età, nubili, da un uomo adibito agli acquisti occorrenti per l’uso quotidiano e da un giardiniere. Alberto teneva molto a vedere il suo giardino in ordine: prato all’inglese perfettamente rasato, siepi tutte alla stessa altezza, alberi sfrondati e fontane sempre pulite, un vero paradiso terrestre.  Anche l’interno della casa era nel massimo ordine: mobili antichi misti a quelli moderni da lui acquistati, bagni con vasche con idromassaggi e docce ma quello che più inorgogliva Alberto era un impianto HI.FI. multiroom che, come dice la parola, diffondeva suoni  praticamente in tutte le stanze. Quando era depresso Alberto ‘metteva su’musica brasiliana pensando al carnevale di Rio ed alle belle ragazze sculettanti, quando era allegro musica classica strumentale, non amava i gorgheggi dei cantanti. Ogni mattina dopo colazione, faceva un giretto nel suo giardino salutato con riverenza da Dario Franceschini, il giardiniere,  padre di una ragazza a nome Stella che frequentava la seconda media e con  cui Alberto ripassava le nozioni da lei apprese a scuola. Alberto era per Stella lo zio Alberto, lui l’aveva vista nascere nella dependance dove abitava tutto il personale di servizio. Dario era sposato con Ida Fabbri una ex contadina ignorante e volgare che un giorno disse chiaramente al marito che non  vedeva bene quella frequenza della loro figlia col padrone di casa. “Sei una stupida, nostra figlia è ancora una bambina, il dottor Alberto una persona seria che mi ‘passa’ uno stipendio doppio di quello di miei colleghi, piuttosto tu trovati un lavoro così non mi rompi più le balle con le tue fisime.” La storia finì qui ma Ida, in fondo, non aveva tutti i torti: Stella stava diventando una donnina, aveva avuto le mestruazioni ed il suo seno cominciava a crescere. La ragazza aveva avuto in regalo da Alberto una bicicletta multiaccessoriata che convinse ancora  di più Ida che la sua idea fosse giusta. Alberto voleva molto bene a Stella, oltre allo stipendio mensile, dava a Dario del denaro per comprare alla figlia vestiti e scarpe per non farle brutta figura con le compagne di scuola tutte un po’ snob. Un giorno: “Stellina non pensi che all’età tua le trecce non vanno più bene, lascia i capelli liberi di fluttuare e vai da un parrucchiere, darò per questo dei soldi a tuo padre.” La ragazza tornò a casa completamente diversa, dal parrucchiere c’era anche una visagista che la truccò in modo leggero ma che cambiò completamente il viso della giovane. La madre stava per fare una scenata ma, alla vista del marito con la faccia di chi sta per incazzarsi di brutto ingoiò ancora una volta le sue paturnie. Era estate, il clima piacevole soprattutto di sera spinse Alberto ad invitare i suoi ex colleghi con relative famiglie, una cena fredda e poi ballo per tutti compresa Stella abbigliata in modo sobrio ma elegante che spinse i maschi giovani a contendersela per un ballo; da lontano la madre parve contenta, finalmente sua figlia a contatto con giovani della sua età. Alla fine della serata, era l’una di notte, spariti tutti gli invitati Alberto: “Ho notato che stasera hai fatto un bel po’ di conquiste, complimenti!” “I miei coetanei non mi interessano sono tutti ragazzini spocchiosi e viziati ed anche maleducati, un paio hanno cercato di…toccarmi, li ho fulminati, con me ‘non c’è trippa pè gatti’ come talvolta ho sentito dire da lei.” Alberto sorrise, quella frase gli ricordò la sua romanità di linguaggio per aver frequentato gli studi nella capitale e poi gli fece piacere anche perché…perché? La cosa peggiore è quella di indagare su se stessi, Alberto se lo ripeteva ogni qualvolta aveva un problema da risolvere. Che Stella fosse diventato un problema? Si mise a ridere, a quarantacinque anni poteva essere suo padre, forse suo nonno! La ragazza superò brillantemente gli esami di terza media con voti superiori a quelli della maggiore parte dei suoi colleghi che si rifacevano con delle malignità: “Certo è stata raccomandata dal professor Minazzo, chissà cosa combinano…” Regalo da parte di Alberto a Stella: il miglior motorino sul mercato; mamma Ida ancora una volta masticò amaro non così la figlia che, quando rincontrò Alberto nel suo studio, lo subissò di baci: “Zio sei stato munifico, vorrei…” “Non devi voler nulla, è stato una ricompensa per il tuo impegno nello studio. Mi pare che tu abbia intenzione di iscriverti al classico, ti seguirò ancora sempre se tu lo vorrai.” “E me lo domandi io…” ”Niente io, vatti a fare un giretto col motorio, mi raccomando prudenza non vorrei venirti a trovare in ospedale.” Venne l’autunno, Alberto la mattina si affacciava al balcone per vedere Stella sfrecciare col motorino anche quando il tempo non era favorevole ma la gioventù…Un giorno: “Stella ormai hai più di diciotto anni, non pensi ad un boy friend insomma ad una ragazzo della tua età…” Alberto non finì la frase, Stella si era messa a piangere ed era scappata via, che significato dare a questo suo atteggiamento? Alberto fece quello che aveva sempre affermato di non voler fare: indagare su se stesso. Non gli piacque quello che venne fuori, si stava affezionando troppo  alla ragazza! Da qui nacque la decisione di ‘cambiare aria’. Comunicò la decisione ai collaboratori domestici cui avrebbe continuato a pagare il salario sino alla loro pensione ed al giardiniere Dario  al quale donò un cellulare molto semplice da usare, praticamente solo per telefonare e per ricevere telefonate, voleva essere sempre aggiornato sulle novità di casa sua. Partì di notte con la sua Alfa Romeo Giulietta caricata di bagagli, tramite un’agenzia aveva affittato un appartamento a Roma in via Conegliano 8 vicino la basilica di San Giovanni. Raggiunse la città eterna dopo dodici ore, l’età cominciava a pesare e si fece aiutare dal portiere dello stabile, Vincenzo Caruso siciliano, in arte ‘Bicienzo’ del quale si accattivò subito le simpatie con una buona mancia. Dario riferì che Stella aveva preso male la sua partenza, si era chiusa in se stessa ed aveva litigato con la madre, si era iscritta all’università alla facoltà di medicina. Alberto aveva sistemato la sua auto in un garage davanti casa sua, una vera fortuna non dover impazzire a cercarne un posteggio. Cercava di fare amicizia con gli abitanti della strada, praticamente un piccolo quartiere comprando regalini e dolciumi ai ragazzi ed aiutando materialmente qualche abitante che Bicenzo gli segnalava essere in difficoltà finanziarie. Ormai lo conoscevano un po’ tutti ed era diventato il dottor Alberto, a Roma si fa presto ad essere classificati dottori! Talvolta sollazzava ‘ciccio’ con la compagnia di qualche gentile signorina che andava via da casa sua soddisfatta del compenso. La sua vita fu in parte sconvolta quando Dario gli comunicò che Stella si era fidanzata ed in seguito sposata con il figlio di un noto e ricco commerciante locale, giovane di bell’aspetto ma con poco cervello. Il cotale, di cui sconosceva il nome si limitava a seguire il padre negli affari, padre da tutti considerato imbroglione oltre che usuraio, una bella famiglia pensò Alberto. Cercò di consolarsi ragionando che in fondo Stella aveva fatto bene a sistemarsi, lui era scomparso dalla sua vita. Un giorno dopo l’altro…i versi della canzone di Tenco riproducevano quella che era la sua vita, unica grossa novità quella di aver acquistato oltre il suo appartamento quello dello stesso piano per avere un’abitazione più grande. In seguito ‘si passò il tempo’ cambiando un po’ tutto dalle pareti  al mobilio, finalmente una casa di suo gusto. Pensò all’inaugurazione invitando a casa sua gli abitanti della strada e facendo loro omaggio di una tavolata di cibi già preparati e di bottiglie di buon vino dei Castelli Romani. Fu un  successo, il dottor Alberto ormai era diventato un mito. Quando si rasava la barba notava dei cambiamenti non piacevoli sul suo viso: rughe più marcate, capelli diradati e di color incerto fra il bianco ed il grigio, qualche occhiaia, capì che ormai la vecchiaia stava prendendo il sopravvento sulla sua persona. Un solo fatto per lui piacevole: Dario gli aveva comunicato che Stella si era separata dal marito ed aveva conseguito la laurea in medicina a pieni voti la qual cosa gli fece pensare a…Non volle comunicare nemmeno a se stesso la sua idea ma poi…Chiamò Dario e lo pregò di comunicare a sua figlia che volentieri l’avrebbe ospitata a Roma a casa sua. La ragazza a quella notizia pianse di gioia, non aveva più nemmeno l’ostacolo di sua madre nel frattempo passata a miglior vita e fece comunicare da suo padre ad Alberto che sarebbe giunta alla stazione Termini dopo due giorni col treno in arrivo a Roma alle tredici, per scaramanzia non volle parlare direttamente con  lo zio. Alberto allergico agli arrivi ed alle partenze pregò Dario di comunicare alla figlia il suo indirizzo e di prendere in tassì per raggiungerlo. Alle tredici si appostò sul terrazzo che dava sulla via Taranto col binocolo per scrutare tutti i tassì in arrivo all’inizio della strada. Ci volle un’ora prima che finalmente vide un classico tassì romano imboccare la via Taranto. Si accorse di essere ancora in pantofole, si mise di corsa un paio di scarpe e si precipitò per le scale per non perdere tempo con l’ascensore. In strada riconobbe da dietro la ‘nipote’ di spalle che si guardava intorno cercando di rintracciare il numero 8 che però mancava per non essere stato sostituito quando la mattonella che lo riportava era caduta. “Stella!” La ragazza  abbandonò il trolley e volò nelle braccia di Alberto con le lacrime agli occhi, lo baciò a lungo in bocca con spettatori gli abitanti della via incuriositi della novità. “Stella amore mio stiamo dando spettacolo…” Recuperato il bagaglio, con  l’ascensore raggiunsero il piano ed entrarono nell’appartamento. “Mi hai fatto trovare una reggia!” “Una reggia per la mia regina! Fatti a fare una doccia poi il pranzo anche se un po’ in ritardo, l’ho fatto venire dal ristorante sottocasa.” Stella entrò in bagno ancora vestita e ne uscì con indosso un accappatoio. “Mio caro la visione del mio corpo a pancino pieno, sarà più bella e desiderabile…lo vuoi vedere subito? Accontentato.” Alberto rimase basito da tanta beltade, forse ebbe in viso un’espressione imbambolata che portò ad una risata sonora la ‘nipote’ ormai sua fidanzata. “Sono indecisa se raccontarti i miei problemi matrimoniali, sono state situazioni spiacevoli.” “Voglio condividere tutto con te anche le cose non gradevoli, dimmi.” “Non so come definire la prima notte passata in casa dei miei ex suoceri, non voglio pronunziare il loro nome. Il cotale, abituato con le mignotte, mi ha trattato come tale non pensando che ero vergine; immagine quello che è successo: un  dolore insopportabile con mie urla che fecero venire in camera nostra sua madre che cercò di sminuire la situazione: “Cara non sei né la prima né l’ultima è un problema di noi donne.” “No il problema è tuo figlio che si è comportato da animale, vado a dormire sul divano, le lenzuola sporche di sangue te le lavi tu!” Come inizio non è stato male! In seguito quell’imbecille ha assaggiato la mia gatta pochissime volte, io assumevo la pillola anticoncezionale, ci mancava solo che restassi incinta. Quello che ha fatto traboccare il vaso è stato un episodio successivo. Il cotale, ubriaco, si è presentato una sera nella stanzetta dove dormivo, ha tentato di entrare nel mio popò, non c’è riuscito ma mi ha fatto male lo stesso, in crisi d’ira mi ha schiaffeggiato in malo molo tanto da lasciarmi i segni sul viso. Dietro consiglio del mio avvocato, padre di un mio compagno di università, mi sono recata al pronto soccorso dell’ospedale ‘Papardo’, diagnosi dieci giorni con tanto di certificato per dimostrare le percosse di mio marito contro di me, nel frattempo armi e bagagli sono tornata casa di mio padre. Il mio avvocato si è accordato con i familiari del mio ex per una separazione per colpa di mio marito e con mio mantenimento a suo carico, evidentemente non volevano pubblicità negativa dato che la loro fama non era certo cristallina. Poi ti darò gli estremi della mia banca così riuniremo i nostri soldini, non voglio far la mantenuta…sto scherzando. È stato un pranzo favoloso, lo sarebbe stato anche se si trattava di pane e formaggio! Ed ora ci vorrebbe un riposino.” “Che genere di riposino?” “Non fare lo gnorri e filiamo a letto.” Alberto ancora non si era ripreso dagli ultimi avvenimenti e stava vicino a Stella senza far nulla, cosa non gradita alla pulsella che: “Che intenzioni hai di andare in bianco la prima notte anzi il primo pomeriggio di nozze, datti da fare, la mia gatta gradirebbe, come inizio, un bacino prolungato, molto prolungato…” Alberto si trovò dinanzi gli occhi una distesa di peli neri quasi sino all’ombelico:”Mi viene in mente la canzone: ‘ c’è un grande prato verde dove nascono speranze…”  “A me sembra che sul mio prato le speranze muoiono!” “Mi sta accadendo che i tuoi lunghi peli mi restano fra i denti e poi finiscono in gola…” “Uffà, vado in bagno.” Stella pensò bene di rasarsi la cosina così il suo prossimo ‘marito’ non si sarebbe più lamentato. Dopo circa venti minuti si presentò con le mani sulla gatta e: “Voilà contento?” Alberto si trovò davanti un fiorellino con bellissime grandi labbra rosee e tutte intere non come quelle che aveva visto in altre donne che erano di colore molto scuro e ‘slabbrate’,  lo disse a Stella. “La vuoi finire con i complimenti, datti da fare nonnetto!” Stella molto probabilmente aveva sognato tante volte quel momento di intimità con Alberto, ebbe subito un orgasmo al che Alberto si fermò. “Hai finito la benzina, vai facile sino a quando non te lo dico io.” La baby ebbe un bel po’ di goderecciate prima di arrendersi. “Avevo paura che ti sentissi male.” “Lascia stare le paure, te lo prendo in bocca e poi entrata trionfale nella gatta.” Quello fu non un ‘mezzogiorno di fuoco’ ma un ‘pomeriggio di fuoco’ che Alberto e Stella avrebbero ricordato per sempre. Matrimonio laico, testimoni il portiere Bicenzo e sua moglie Pina e poi grande mangiata al ristorante sotto casa, prenotato non solo per i neo coniugi ma anche per gli abitanti della via Conegliano con grandi risate, brindisi e baci alla sposa. “Scusate signore lo sposo vorrebbe qualche affettuosità da parte vostra!”  Quando anche l’ultima signora finì di baciare Alberto, Stella: “Non fare il mandrillo altrimenti fai la fine di quell’americano, Bobbit, a cui la cui fidanzata ha fatto un brutto scherzo!” “Gelosona io scoperò solo con te.” “Bene allora tieni la ‘ramazza’ a cuccia!” Stella prese servizio come medico al vicino ospedale San Giovanni come ginecologa; benché fosse proprietaria di una Mini Clubman, Alberto preferiva accompagnarla lui  al lavoro causa difficoltà di parcheggio. I giorni che passavano facevano sempre più bella Stella ma non Alberto che cominciava ad avere i guai fisici tipici della vecchiaia, veniva amorevolmente curato dalla consorte. Il loro era stato sicuramente puro amore, una parola spesso abusata ma che nel loro caso era proprio azzeccata. A novant’anni Alberto capì che la fine era vicina, il cuore stava facendo ‘capricci’ ed allora si mise a letto con Stella vicino, anche lei, da medico, capì…Quando esalò l’ultimo respiro Stella gli chiuse gli occhi, ultimo suo gesto affettuoso. 
     
     
     

  • 20 settembre 2019 alle ore 16:53
    Meditazioni di un innamorato

    Come comincia: Mi rispecchio nei tuoi meravigliosi occhi grigi che mi fanno provare un sentimento intenso: il desiderio di stare sempre abbracciato a te. Provo anche dolcezza mista a tristezza che mi fa immensamente soffrire pensando che mai sarà possibile estraniarci da tutti e vivere la nostra esistenza insieme. Sogno di stare in riva al mare, d’inverno, dinanzi a noi la burrasca, il vento che ti scompiglia i capelli e tu abbracciata alla mia vita. L’effluvio della tua pelle mi stordisce, chiudo gli occhi assaporando nella fantasia quello che non potremo avere mai, ma perché sprecare il tempo in malumori, finalmente sorridi, anch’io riesco a sorridere sembriamo due giovani alla loro prima esperienza amorosa. Incontriamo dei pescatori con le reti sulle spalle, tristi, per oggi niente pesca, anche loro hanno i loro pensieri, una famiglia da mantenere. D’impulso ti metti a correre, sei più veloce di me, poi mi aspetti, mi abbracci piangendo, il tuo pianto mi distrugge l’anima, ancora una volta trovo quel trasporto nel cuore, non oso pensare a quella passione…si invece penso sia proprio quello: l’amore, quel sentimento che dal cervello arriva sino alle viscere facendomi provare un dolore acuto; te ne accorgi e mi baci a lungo, riesci a darmi un pò di serenità. Il nostro contatto fisico è deliziosamente dolce!
     

  • 20 settembre 2019 alle ore 16:31
    Il ricordo di un suono

    Come comincia: Vorrei avere un altro suono, quello di una trombetta per bimbi, un sonaglino, in fondo alla caverna dei ricordi, purtroppo c’è solo lui, tremendo, possente, inconcepibile, per un cervello appena sbocciato. Un rifugio, sacchi di sabbia, a coprire la luce di una finestrella. Una lunga, serpiginosa, buia, scala porta in alto e cela papà, che non vedo. “Papà non può stare al chiuso, sta sulla porta, rischia la vita”. – Mia madre, rassegnata, di cui sento soltanto la voce, perché, difronte, ho i pizzi odorosi di nonna Olga, i suoi capelli di fine rame. Apre la piccola scatola di mentine colorate, per rasserenarmi. Lei porta con se anche la bottiglietta di colonia francese, da passare sotto il naso, in caso di malore. Il tuono è fragoroso. Un suono inatteso, sconosciuto, che fa vibrare la testa e il corpo. Volano vetri, come neve su tutto. Il telo dei sacchi, lacerato, fa colare sabbia dall’alto. La luce è andata via. Sento piangere, pregare, inveire. Vedo maschere, più che volti, nel lampo di un cerino acceso. (Quest’odore di cera appena bruciata, mi resterà per la vita.) Mamma urla: - “Tullio, Tullio, dove sei?” - Sto vomitando la cena sulle scarpe. Un liquido caldo mi bagna i calzini. Qualcuno mi pone una mano tiepida sulla fronte. La colonia di nonna Olga va su, graffiando le narici, inodore. E' tornato il silenzio, troviamo all’uscita, in via Casaregis, a Genova, un enorme fosso, al posto del palazzo, affianco al nostro. Mi meraviglia che sia pieno di acqua, quasi un laghetto. Ci potrò giocare? Papà c’è, è salvo! Siamo felici.

    l.p.r.

  • 20 settembre 2019 alle ore 6:14
    Il torneo delle "Cinque Nazioni" 1978

    Come comincia:  Il torneo delle Cinque Nazioni (Five Nations nella dicitura anglosassone) riuscì a festeggiare ben centosedici compleanni prima di essere soppiantato dal Sei Nazioni attuale, con l'entrata dell'Italia nell'arengo del rugby continentale nel 2000. Nonostante l'avanzare del tempo, l'avvento del professionismo, gli sponsor che premevano sempre più coi loro spietati interessi, l'avvento della World Cup, la quale dopo un'inizio stentato cominciava a raccogliere intorno a sé sempre più larghi consensi e interessi economici e dei network televisivi (l'edizione del 1995, ad esempio, quella culminata con la storica vittoria degli Springbok sudafricani sugli All-Blacks, venne seguita da due miliardi e mezzo di telespettatori sparsi in ogni parte del globo) esso seppe parare il colpo, anzi, seppe ribattere colpo su colpo e difendersi strenuamente. Il torneo mantenne sempre intatto il suo fascino: quello che io spesso definisco, per molte cose che riguardano anche il quotidiano e l'esistenza, il fascino old time o old style! (e non significa questo, sia chiaro, essere ancorati a vecchi principi o a vecchi stereotipi o schemi antiquati, né non essere aperti al nuovo che avanza, tutt'altro: è soltanto un modo di vedere e sentire le cose!); restò, vita sua natural durante, l'appuntamento più atteso della palla ovale nel vecchio continente (ed anche nell'emisfero sud, invero, era seguitissimo!), che ogni anno si svolgeva nel pieno dei mesi invernali sino, a volte, alle porte della stagione primaverile (in genere da gennaio a marzo). Ad esso prendevano parte le quattro nazioni britanniche (Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda) e la Francia. Restò, vi dicevo, un evento unico e straordinario: nesuna altra manifestazione sportiva, infatti, teneva intatte tradizioni secolari accentuando (in senso buono, evidentemente!) rivalità etniche e popolari nonché l'entusiasmo di intere popolazioni di diverse culture e tradizioni, appunto; esso non era solo - ed unicamente - un evento sportivo ma anche religioso, politico, sociale ed ebbe il merito (non da poco!) di accomunare le due Irlande (Ulster di matrice protestante ed Eire cattolico), di renderle un tutt'uno, almeno per ottanta minuti: i quindici giocatori dell'Irlanda, infatti, per poco meno di un'ora e mezza, quattro volte all'anno, dimenticavano asti secolari riconoscendosi nella maglia verde col trifoglio indossata in campo. Il torneo, per tutta la lunga durata, svolse benissimo il suo compito: quello, cioé, di ambasciatore della palla ovale nel mondo e la tivù, la quale contribuì anche in Italia a renderlo popolare, divenne (ma non sempre, però) il veicolo più adatto per offrire al grande pubblico il meglio di questa disciplina, la quale in questa sfida tradizionale riesce a sublimare la bellezza agonistica, spesso drammatica (mai violenta), di uno sport per superuomini che diventa sempre più fisico, veloce e (forse) spettacolare: forse troppo, a volte; devo dire che personalmente preferivo un rugby più fantasioso, un rugby più...champagne, come dicono i francesi! Gli inglesi, tuttavia, enfatizzando un pò, come spesso accade loro, definiscono questo sport: "The endless struggle for the existence!" (la lotta senza fine per l'esistenza!). Ma torniamo al Cinque Nazioni. La nascita del torneo avvenne in maniera del tutto spontanea, nel 1883, quando le nazioni britanniche cominciarono a scontrarsi tra loro. Gli inglesi lo chiamavano "International Championship" mentre i francesi, entrati nel torneo nel 1910 con il placet dell'International Board (il governo del rugby mondiale di cui fanno parte anche Sud Africa, Nuova Zelanda ed Australia), coniarono quella che poi restò per sempre la sua denominazione: Cinque Nazioni. La Francia fu estromessa dal 1932 al 1939 per via di un campionato eccessivamente sentito e per le accuse di professionismo mosse dalle Home Unions (le federazioni britanniche), venendo poi riammessa dalla prima edizione del dopoguerra del 1947. Nel 1972 il torneo rischiò di scomparire per l'inasprirsi della guerra civile in Irlanda e la vittoria non venne assegnata. In realtà, al termine del torneo (le cinque squadre si sono sempre incontrate  tra loro in partite di sola andata, invertendo il campo ogni anno) non vennero mai stilate classifiche ufficiali: a questo ci hanno sempre pensato gli addetti ai lavori, su giornali e
    riviste specializzate. Dal 1993, però, ai vincitori spettò la Coppa d'Argento mentre a chi perdeva tutti gli incontri veniva assegnato il cucchiaio di legno, simbolo di un'onta da lavare l'anno seguente. Inoltre: tra Inghilterra e Scozia era annualmente in palio la Calcutta Cup e tra le squadre britanniche la "triple crown", triplice corona (delle quali si parla anche più avanti); e vi era, infine, la possibilità di ottenere lo "slam", ossia il poker vittorie di una squadra sulle altre. Il record di successi nel torneo (trentatré) spetta al Galles, mentre l'Inghilterra ha ottenuto più slam, undici!
    L'edizione numero ottantatré (si disputò dal 21 gennaio al 18 marzo) partiva con una squadra favorita: il Galles. I "rossi" di Cliff Jones cercavano di bissare il successo del 1976 potendo ancora contare sull'apporto dei "senatori" Gareth Edwards, Gerald Davies, Phil Bennett, J. P. R. Williams, Terry Cobner nonché sulla conclamata forza del pacchetto di mischia. La Francia, vincitrice l'anno prima (collettivo eccezionale, quella squadra, schierava giocatori fortissimi: Haget, Bertranne, Romeu, Paparemborde, Rives, Imbernon, Bastiat, Skrela, etc.), si proponeva come la rivale più agguerrita dei gallesi, nonostante avesse perso il mediano di mischia tascabile Jacques Fouroux, autogiubilatosi. L'Inghilterra, invece, costituiva il solito punto interrogativo del torneo: squadra lunatica, capacissima di vincere o perdere tutti i matches. Irlanda e Scozia, infine, apparivano fuori dai giochi per il successo finale. Nella giornata inaugurale Francia e Inghilterra si affrontano al Parco dei Principi in un incontro esaltante e dai due volti, mostrando un rugby forte,aggressivo e sofferto. Gli inglesi dominano il primo tempo in virtù di un pacchetto più solido, ma soffocano la palla in una serie di raggruppamenti senza valide prospettive.L'estremo Dusty Hare (giocò con Nottingham e Leicester, e segnò 240 punti per i bianchi della rosa nel periodo 1971-89) è assolutamente negato al contrattacco e l'ala Jeff Squires resta spesso e volentieri troppo isolata in avanti. Al 35'avviene la svolta del match allorquando Peter Dixon, perno della terza linea inglese, esce per infortunio. Nella ripresa i "bianchi" subiscono la forza offensiva del gioco transalpino e vengono piegati da una meta di Averous al 16'. Nell'altro incontro, a Lansdowne Road, l'Irlanda piega la Scozia ed il mediano d'apertura "Tony" Ward (vero nome Anthony Joseph Patrick), ventitré anni, esordiente in maglia verde, mette a segno due "penalties" e una trasformazione (alcuni quotidiani titolano: "Ward singlehandedly beat the Scots", cioé: Ward con una mano sola batte gli scozzesi!). Questo giocatore, talentuosissimo, diverrà una delle leggende viventi del rugby irlandese (A great irish "fly" legend, scrive Frank Keating, columnist di The Guardian, nel suo "The Great number tens"), nonché uno dei più grandi numeri dieci d'ogni epoca. In coppia col suo acerrimo rivale (giocava nel Leinster, mentre lui col Munster), Seamus Oliver Campbell, detto "Ollie", formò una delle coppie più celebri del rugby mondiale, ed una linea mediana difficilmente ripetibile. Con la maglia dei "verdi" disputerà sei tornei del V Nazioni, totalizzando quindici caps (in totale ebbe diciannove caps, totalizzando straordinaria media di 6,9 punti a incontro!). L'anno successivo, il suo secondo, fu votato "man of the match" in tre dei quattro incontri del torneo (in cui mise a segno ben trentatré punti). Una curiosità su di lui: quando frequentava scuola a Dublino fu nella rappresentativa Irish Schools, giuocando, lui ala sinistra, insieme a Liam Brady, poi nazionale di calcio con l'Eire!
     Il 4 febbraio il Galles esordisce nel torneo e pone le basi per il successo finale battendo di misura (9-6), i rivali inglesi a Twickenham, in un piovoso pomeriggio. La partita si rivela essere una spietata battaglia per il possesso della palla ed i due mediani, Edwards e Bennett, ne sono i grandi protagonisti (l'apertura di Llanelli segna i nove punti gallesi), vanamente contrastati dai difensori inglesi. Su questa celebre coppia di fly-half ci sarebbe da scrivere più di  un libro: vere leggende, furono entrambi, del rugby gallese e mondiale!
     Phil nacque a Felinfoel il 24 ottobre del  1948. Nel corso della sua carriera, oltre a quella scarlatta, indossò anche le maglie dei Barbarians e dei British Lions. Per lui ventinove caps (otto da capitano) e otto Tests con i Lions (giocò nel tour del 1974 in Sud Africa e in quello del 1977 in Nuova Zelanda quando capitanò la squadra, secondo giocatore gallese di sempre, all'epoca, in tutti i quattro matches). Segnò ben duecentouno punti, con un record di trentotto nella  stagione 1976.
     La Francia, da par suo, soffre ma vince a Murrayfield, santuario del rugby scozzese, mostrando un Jerome Gallion sempre più convincente (già in meta all'esordio con gli inglesi) ed un pacchetto di mischia solidissimo. A  proposito del mediano francese (e del suo "confrère" Jacques Fouroux) Frank Keating così scrive: "most unlikely and ungainly little Gauloise stub!" (la coppia di sigari Gauloise più improbabile e sgraziata!).
      Su Murrayfield è da dire ciò che segue. Esso fu inaugurato nel 1925 con lo storico incontro Scozia-Inghilterra, il quale sancì il primo slam dei "blues" del cardo, ovvero il tubero, simbolo nazionale, rappresentato sulle maglie dei giocatori scozzesi (quella Scozia schierava la linea trequarti più forte di sempre, formata dal "quartetto" di Oxford Wallace-Aitken-McPherson-Smith). Sostituì la vecchia arena di Inverleith, dove sino ad allora la Scozia aveva giocato tutti i matches importanti. Situato tra Roseburn Street e Corstorphine Road, nei pressi della National Gallery of Modern Art ed a poca distanza dal Mount, la collina che porta al magnifico castello gotico che troneggia sul suo sfondo e su tutta la città di Edinburgo, aveva una capienza di sessantacinquemila posti.  Diventò ben presto il vanto di una intera nazione: tutta la Scozia, infatti, simbolicamente accompagnava i suoi beniamini quando si scontravano con gli avversari. Il "ruggito" di Murrayfield si levava alto ogni qualvolta il XV dei blues segnava una meta. 
     Dopo le prime due giornate il "XV tricolore" (quello blu, bianco e rosso francese) guida la classifica davanti a Irlanda e Galles (entrambe con una partita in meno disputata), mentre l'Inghilterra è sorprendentemente al palo con la Scozia. Il 18 febbraio si disputa la terza giornata. La Francia fatica a battere l'Irlanda al Parco dei Principi in un match risolto ancora dal mediano Gallion, autore di una splendida meta. Gli irlandesi, costretti a schierare all'ala l'anziano centro Mike Gibson, si distinguono per il loro "fighting spirit" e la precisione nei calci del giovane Ward. Sorretti dalle prodezze della leggendaria terza linea Slattery-Duggan-McKinney, renderanno la vita dura anche ai gallesi e, in chiusura di torneo, all'Inghilterra. A proposito di Gibson e Slattery è da scrivere quanto segue. Il primo (nome completo è Cameron Michael Anderson) nacque a Belfast il 3 dicembre del 1942; unanimamente è riconosciuto come uno dei più grandi e completi centri della storia rugbistica. La sua carriera, effettivamente, fu davvero straordinaria quanto impeccabile: vestì le maglie del Campbell College, prima, e poi quelle del Trinity College di Dublino, della Cambridge University, dell'Irlanda e dei Barbarians. Con gli Irish collezionò ben sessantanove caps dal 1964 al 1978. Solo lui ed il connazionale William James McBride (noto come "Willie John") hanno preso parte a cinque tour dei British Lions: Gibson giuocò quattro Tests in Nuova Zelanda nel 1966 e 1973 e in Sud Africa nel 1968, ma non giocò quelli contro il Sud Africa nel 1974 e la Nuova Zelanda nel 1977! Procuratore legale di professione, fu insignito dello MBE, il cavalierato inglese per meriti sportivi. Il secondo, invece (nome completo John Fergus), nacque a Dun Laoghaire il 12 febbraio del 1949. Vanta sessantuno caps con i "verdi", dal 1970 all'84 (debutto col Sud Africa): il flanker più presente di sempre! Partecipò a due Tour coi Lions: nel 1971 in Nuova Zelanda (senza giocare), nel 1974 in Sud Africa (giocò tutti i quattro Tests Matches contro gli Springbok).
     Nell'altro matches, invece, il Galles supera la Scozia all'Arms Park di Cardiff soffrendo la tradizionale verve agonistica e la vivacità del gioco dei "blues". Le buone prestazioni degli avanti Tomes e McHarg e del mediano di mischia Morgan fanno sì che l'esito del match resti in bilico sino all'ultimo. La quarta giornata pone di fronte, in un curioso quanto suggestivo scontro incrociato, le nazioni britanniche. Il Galles gioca al Lansdowne Road di Dublino e, grazie alla magistrale prova di Edwards, riesce a superare l'Irlanda aggiudicandosi anche la "Triple Crown" - triplice corona - (il simbolico trofeo che compete idealmente alla squadra britannica che batte le altre tre nel torneo) per la quidicesima volta nella sua storia. La partita verrà ricordata come una tra le più belle e palpitanti nella storia del torneo, quasi centenaria. Questa volta, però, il tradizionale spirito combattivo dei verdi irlandesi non basta, com'era successo, ad esempio in passato, per altre battaglie rimaste scolpite negli annali di questo sport: la prima fu quella del 1947, quando distrussero l'Inghilterra (22-0), guidata da un giovanissimo Jack Kyle; l'altra, invece, quella del marzo 1956 quando, sotto 3-0 alla fine dei primi quaranta minuti, contro il Galles, in corsa per lo "slam", ribaltarono il risultato con due mete nel finale, vincendo 11-3. Anche allora tra i rugbisti del trifòglio (la pianta che simboleggia la nazione irlandese) evoluiva Jack Kyle, detto "Jackie", probabilmente il più forte numero dieci che l'Irlanda abbia mai avuto ed il quale giocò in nazionale ininterrottamente per dodici anni (dal 1947 al 1958), collezionando quarantasei caps e legando il suo nome allo "slam" del 1948. Una curiosità è senza dubbio da sottolineare: l'atleta di Belfast (dov'era nato il 30 gennaio del 1926), il cui vero nome è John Wilson, al termine della sua mirabile carriera esercitò la professione di medico in Malaysia e nello Zimbabwe.
     Nell'altro incontro, invece, gli inglesi battono la Scozia a Murrayfield (l'ultima volta, diciotto anni prima era stato un 12-21) e si aggiudicano la "Calcutta Cup": mera consolazione per i "bianchi" i quali avevano impostato una preparazione lunghissima e ritrovato un pacchetto di mischia sufficientemente compatto.
     Sulla Calcutta Cup sono da sottolineare alcune cose. Annualmente essa è messa in palio tra bianchi inglesi e blues scozzesi: fu coniata con le rupie rimaste nelle casse del disciolto Calcutta F. C. (club formato da ufficiali di un reggimento dell'esercito britannico di stanza in India) nel lontanissimo 1879; viene custodita da un gioielliere londinese in Albermarle Street ed è tolta dalla vetrina ad ogni ricorrenza della sfida. 
     Alla vigilia della giornata conclusiva, così, la situazione è quella che in molti avevano pronosticato e che tutti, invero, speravano si verificasse: Francia e Galles a pari punti (sei) ed in grado di giuocarsi in ottanta minuti vittoria nel torneo e "slam". Il big-match si disputa all'Arms Park di Cardiff: fatto che fa pendere - ed in maniera indubbia - l'ago della bilancia e del pronostico a favore degli "scarlet dragons" (dragoni scarlatti è il nick dei giocatori gallesi: a causa di un dragone giallo - che poi è lo stesso, seppur sia di colore rosso, che troneggia in mezzo al bianco ed al verde del vessillo del Galles - raffigurato sulle loro magliette rosse!). L'Arms fu lo stadio nazionale gallese per più di novant'anni, la "casa" della Welsh Rugby Union, una delle più prestigiose e antiche al mondo (vide la luce il 12 marzo del 1881 a Neath, contea di West Glamorgan). Progettato da Archibald Leitch, ironia della sorte architetto e ingegnere scozzese (i blues sono acerrimi rivali degli scarlets da sempre!), il quale progettò e perfezionò tantissimi stadi britannici (tra cui Ibrox Park ed Hampden Park a Glasgow, Stamford Bridge, White Hart Lane e Highbury a Londra, Old Trafford a Manchester, Villa Park a Birmingham, Goodison Park a Liverpool, etc.), sorgeva nel cuore della capitale gallese, tra Westgate Street ed il fiume Taff, affiancato dal piccolo Cardiff Arms Park (quattordici mila posti di capienza), lo stadio del glorioso Cardiff Rugby Club. La sua capienza, di circa sessantacinquemila posti, non fu mai sufficiente a soddisfare le richieste dei tifosi gallesi: richieste che a volte, incredibilmente, arrivavano anche dall'emisfero sud   (Australia, Sud-Africa e Nuova Zelanda!). Il de profundis di questo stadio fu scritto nel 1997 quando venne demolito per far posto al nuovo, più capiente e funzionale Millennium. Torniamo ora al nostro racconto. I biglietti sono da tempo venduti, le tribune del vecchio stadio si apprestano ad ospitare un nuovo "tutto esaurito" e la città gallese è in tumulto già dalle prime ore del mattino: moltissimi i tifosi transalpini sopravvenuti dal continente. I motivi tecnici non mancano, primo fra tutti il testa a testa Edwards-Gallion, i due numeri nove. Prima del match i sessantamila tifosi gallesi intonano - come al solito - in maniera (ultra) commovente l'inno (Land of My Fathers) e con altrettanto fervore (e meno commozione, evidentemente!) lottano i giocatori di entrambe le compagini in campo. La gara (arbitrata dall'inglese Alan Welsby, classe 1935, di Manchester) vive sull'estenuante duello fra i due pacchetti, i quali entusiasmano con le terze linee. L'attacco transalpino, tuttavia, si mostra meno incisivo del solito, frenando così il buon lavoro delle terze linee Belascain, Bertranne e Bustaffa (sostituto dell'infortunato Gourdon al numero quattordici) vengono imbrigliati dai difensori avversari e la Francia si ferma a sette! Match-winner sono senza ombra di dubbio i due mediani Edwards e Bennett che vincono il duello coi rivali Gallion e Viviès. Bennett segna due mete (trasformandone una) mentre Edwards realizza un drop da due punti. Il Galles, dopo la "triple" conquista anche lo "slam" (sesto della sua storia, dopo quelli del 1908, 1909, 1911, 1950, 1971) e ringrazia ancora una volta i suoi "senatori" che, nonostante i dubbi di tecnici e media, hanno disputato il torneo con estrema perizia tecnica. Quella contro la Francia fu l'ultima partita di Gareth Owen Edwards il quale, ironia della sorte, aveva esordito proprio contro i galletti francesi, a diciannove anni. Lo scrum-half (mediano di mischia) del Cardiff, la squadra di club con cui ottenne tantissimi riconoscimenti e successi (centonovantacinque presenze in dodici anni, dal 1966 al 1978), il quale, però, è nato il 12 luglio 1947 in un paesino dal nome complicatissimo, quasi impronunciabile (Gwaun-cae-Gurwen), ebbe a dire una volta: "I always adored the French match!" (Ho sempre adorato le partite con i francesi!)...e indubbiamente gli "allez-cats" (comunemente sono così chiamati i francesi in Galles) furono i suoi "nemici" favoriti! Al termine del match Jean-Pierre Rives, celebre flanker (numero sette) francese del Toulouse (giocò in nazionale dal 1975 al 1984, collezionando ben cinquantanove caps e lo slam del 1981), al contempo valoroso amico e nemico di Edwards in campo, si avvicinò al rivale, lo abbracciò e poi li disse: "Gareth, mon ami, magnifique, you old fox! See you next year, eh?" (Gareth, magnifico amico, vecchia volpe! Ci rivedremo l'anno prossimo?). L'altro sorrise e fece: "Yes, you bet!" (Sicuro, puoi scommetterci!). L'unico altro match, invece, che Edwards disputò dopo di allora fu a Tolosa: per un Invitational XV contro la vecchia squadra francese vincitrice dello slam 1977! Con la nazionale ottenne cinquantatré caps, record in Galles sino a quando fu battuto da J. P. R. Williams (componente, come lui, della squadra del 1978 e, al pari di Kyle, anch'esso medico di professione - dentista - nella vita!). Inoltre, segnò venti mete (tries), anch'esso record per un giocatore gallese ed anch'esso, poi, battuto da un'altro componente di quella squadra: Gerald Davies (il cui nome completo è Thomas Gerald Reames) da Llansaint, suo compagno di club nel Cardiff, quarantasei caps, che fu  uno dei più entusiasmanti e veloci centro-ala di ogni epoca! Nelle sue note biografiche, nella home page del Cardiff, sul sito del club gallese, è scritto: "Gareth Owen Edwards può o non può essere il più grande giocatore di tutti i tempi ma di certo è stato il più carismatico!".
     A conclusione del presente racconto mi preme l'obbligo di scrivere quanto segue: quel torneo del V Nazioni fu, a mio modesto parere, il più bello ed entusiasmante a cui io avessi avuto modo di assistere (televisivamente parlando, si intende!) sino ad allora. Dopo di allora ho visto e vissuto altri V Nazioni, sia chiaro, ma quello del 1978 resterà impresso nella mia mente per sempre: come il "torneo", quel torneo...il più bello ed il più romantico che io abbia mai potuto vedere. Il Galles vittorioso, quel Galles e soltanto quello, fu nominato la squadra della decade (non poteva essere altrimenti: vinse sette tornei ottenendo tre "slam"!) nel V Nazioni e rappresenta uno dei team più forti d'ogni epoca al mondo: dopo di allora, con il gioco fantasioso e brillante e le incredibili imprese mostrate da quel team, anche la palla ovale fu diversa!

     Risultati
     21 gennaio     Francia-Inghilterra        15-6
                            Irlanda-Scozia              12-9
       4 febbraio     Scozia-Francia               9-16
                            Inghilterra-Galles            6-9
     18 febbraio     Francia-Irlanda              10-9
                            Galles-Scozia                22-14
       4 marzo        Irlanda-Galles                16-20
                            Scozia-Inghilterra            0-15
      18 marzo       Galles-Francia                16-7
                            Inghilterra-Irlanda           16-9

    Squadra vincente 
    Pacchetto di mischia Charlie Faulkner/Bobby Windsor/ Graham Price (1^linea);
                                       Allan Martin/Geoff Wheel/Jeff Squire (2^linea);
                                       Terry Cobner/Derek Quinnell (3^linea);
    Mediani                       Gareth Edwards/Phil Bennett
    Tre quarti, ali              John Williams/Gerald Davies/J. P. R. Williams
    Centri                          Ray Gravell/Steve Fenwick
    Riserve                       Gareth Evans/John Bevan/Brynmor Williams/John                                                              Richardson/Mike Watkins/Trefor Evans
    Marcatori
      38 punti         Tony Ward (Irlanda)
      25 punti         Phil Bennett (Galles)
      24 punti         Jean-Michel Aguirre (Fra)
      23 punti         Steve Fenwick (Galles)
      23 punti         Doug Morgan (Scozia)

     Mete               Jerome Gallion (Francia )  3

  • 15 settembre 2019 alle ore 17:36
    I nuovi mestieri (o: mestieri novi)

    Come comincia: Lunga è la lista dei nuovi mestieri (detti anche mestieri novi, secondo la locuzione di stampo medievale): nuove frontiere si aprono, dunque, per chi si avvicina al mondo del lavoro e...speranze a go go per le generazioni più giovani!
     - Il sàvio...è colui che pensa, parla e opera con senno, con prudenza: altresì dicasi pure quieto e posato; uomo sapiente e saggio; uomo assennato, giudizioso, avveduto, benpensante, prudente, sensato, serio, etc., etc, la figura "professionale" che tutti - e tutte - vorrebbero avere, tuttavia: spesso, anzi, quasi sempre resta al palo; ossia, in gergo si definisce quello che "tutti - e tutte - lo vogliono ma nessuno se lo piglia!"; al proposito è d'uopo un distinguo tra la saviezza, cioè la condizione dell'essere savio e saviamente, che è il modo di esserlo...
    - il tappezziere riveste (tappezza) la realtà di buchi neri: per modo che la mente vi si possa infilare (e) vagare - colà - in cerca della via d'uscita: è il classico "sognatore" con la testa tra le nuvole...anzi, senza speranza;
     - l'allumatore dà l'allume alle pelli, alla nostra pelle (ma non alle palle: altrimenti detti testicoli!), prima di tingerla e poi conciarla...per le feste;
     - l'ambulante (o girovago) è colui che ambula: ossia, tappa i buchi (quelli neri o bianchi, o di qualsiasi altro colore essi siano) negli ambulatori, nelle ambulanze ed in ogni andito esistente essi si trovino;
     - indiano = dicasi colui che...un po'ci fa e l'altro pure;
     - reggente: è colui, invece, che regge le sorti della immaginazione tutta; è pagato, in genere, a cottimo dal padrone. Agisce ed opera anche nei circhi equestri, a volte, in vece dei pagliacci;
     - transfuga: èccioé colui che per motivi sconosciuti passa al nemico; ovvero, diserta un sesso e ne abbraccia uno opposto;
     - trasformista = l'attore che da spettacolo, trasformandosi rapidamente nel volto, negli abiti e nell'aspetto. Si muove, opera ed agisce nei teatri (poco) e nei parlamenti (assai di più!) del mondo intero: laddove spesso viene chiamato col vezzeggiativo titolo di "girella". Il trasformismo era una pratica diffusa assai nelle aule del parlamento poco tempo addietro (parlasi dell'italico parlamento in cui, dopo il 1876 - anno più, anno meno - essa divenne una prassi comune grazie all'interessamento di un certo Agostino Depretis, esponente della sinistra storica: era la tendenza a cercare le basi del governo, attraverso abili e più o meno chiare manovre nel parlamento, in maggioranze non precostituite e di volta in volta diverse, scavalcando le tradizionali distinzioni ideal politiche tra Destra e Sinistra);
     - il nuovo iconoclasta = è colui che non distingue più le sacre icone, così come faceva il suo (vecchio) predecessore, ma le venera. Resta, però, ugualmente a tutti inviso (tranne che, naturalmente, ad antropologi, filosofi e poeti!), in quanto ritenuto "nemico" delle opinioni universalmente accolte, nonché della morale e delle religioni correnti. Spesso e volentieri ricetta e contrabbanda icone ebraiche al mercato nero, oppure le scambia con quadri e sculture prive di valore;
     - mezzadro "mettifoglio "= è quel contadino che, nel tempo libero, rimbocca le coperte al padrone...dop'essersi scopata la moglie;
     - il preditore (o nuovo quaresimalista): legge le carte, i tarocchi alle vecchie vedove ed alle giovani  in carriera (e single); predice inoltre il passato e pronostica immani tragedie per l'avvenire con intenzioni deliberatamente prave, allo scopo di diffondere paura e pregiudizio;
     - cachèttico è il malato di cachessia, il quale si trova in un perenne stato di evidente prostrazione e avvilimento: ovvero, dicasi di colui che si inchina e genuflette sino a...prostrarsi!
     - cocorito, altrimenti detto: "dispensatore di felicità in pillole o buono imbonitore" = chi si veste o (tra) veste da codardo solo ed esclusivamente alla domenica: per andar di messa (a mezzodì); nel mentre a carnevale, a ferragosto e a natàle assume le sembianze d'un piccolo pappagallo, indossando vesti colorate di verde chiaro o cilestrino. Spesso è ospite d'onore nei salotti "bene" della tivù e delle case nobiliari e mondane, nonché nelle magne aule delle università; inoltre, molto spesso - che non è sovente ma neanche di rado - ei va ripetendo paranoicamente, camminando per le strade affollate e nei bistrot delle autostrade, la stessa e seguente frase: - Ridete e starete sani!";
     - tapino, detto altrimenti "sorcio": è, in genere, un misero, un povero, un infelice...avvezzo soltanto, vita sua natural durante, a tribolare e ad arrabattarsi per sbarcare il lunario;
     - tardivo, invece, è colui il quale, una volta nato (quasi sempre accade che questi soggetti vengano al mondo "prematuri" o per...parto cesareo!), tarda a maturare, cioé è tardo nello sviluppo fisico e intellettivo: per questa causa, in alcune zone d'Italia - e non solo - esso viene etichettato anche come (un) "tardone" o "ritardato". Una volta che la sua maturazione, però, addiviene a compirsi quasi sempre esso impara a tamburàre o a tamburregiàre; 
     - l'educatore (del piffero) o "pifferaio magico": dicasi, cioé, di quella persona addetta all'educazione, ad educare in genere persone più giovani; ossia, colui o colei che educa: ovvero chi o che educa - anche detto precettore, maestro - altre persone al fine di conformarne l'animo a virtù e a sapere. 
     L'educatore "nuovo" (o: novissimo) sovente svolge anche funzione (pro tempore): di incantatore di serpenti, struzzi, fagiani e/o grossi ratti maculati di bianco e di nero...ma non più, come accadeva un tempo, di masse disadattate, diseredate ed inermi di uomini. [Colui] è inoltre: disavvezzo a declamar poesie e poco, anzi, pochissimo consueto nell'uso di computers, smartphone, tablet e marchingegni affini delle ultime tecnologie;
     - venditore di almanacchi // vende almanacchi astronomici o astrolabi (gli abbecedari per i piccoli futuri astronomi) con annesso (e connesso: in epoca internettiana corre d'uopo) oroscopo del successivo triennio (per alcuni addirittura quello di un lùstro), fatto escluso per il segno dello scorpione, ahimé! La vendita è rivolta soprattutto ai passeggeri sopra i trentatré anni di età, nei treni a lunga percorrenza ed avviene soltanto in determinati orari e periodi dell'anno: dalla mezzanotte del primo di gennaio a quella del secondo giorno dell'anno di ogni anno nuovo; inoltre, quando [colui] gira per la vendita va gridando a squarciagola: "almanacchi, almanacchi novi; lunari novi e novissimi. Bisognano, signori, abbisognano di almanacchi?";
     - l'eccèntrico: dicasi di colui che è fuori di testa...dal centro. E'un modo assolutamente errato definirlo quale tipo strano, stravagante e bizzarro, o pazzoide, appartato; né tanto meno sarebbe corretto additarlo come (uno) "lontano o remoto dal centro di una città". E'solito fare bagni di umiltà col Madeira - invecchiato di dieci lustri almeno in botti di rovere francese - immergendosi in vasca avvolto da lunghe tele di madapolam della Turchia e della Persia. E'da dire, inoltre, che [colui] non nutre granché simpatia per: ipocriti e figli di puttana benpensanti ed incravattati, rappresentanti di farfalle imbalsamate, falsi "puritani" e false "madonne", pianisti "sputasentenze", colllezionisti di vecchie icone russe e quadri di Mao-Tze Tung, contro i quali, incontrandoli nelle profumerie o nei self-service del centro, o altrove, spesso spara con fucili a canne mozze caricati con grossi pallettoni (non sempre a salve, purtroppo!). Tuttavia, è da dire che questa, tra le nuove professioni, o professioni nove che dir si voglia (o, meglio ancora, tra le modernissime figure professionali!), è una di quelle che riscuote più largo successo e vanta maggior seguito: sopratutto fra i "figli di papà" e tra le giovani vergini (o giumente che dir si voglia) d'alto bordo;
      - Signor Godot: è il mestiere tra i più simpatici e novi che oggi esistano su piazza; è il mestiere, cioè, di colui che non arriva mai (neanche a farlo apposta, neanche in...ritardo!): è per questo precipuo motivo che tutti l'aspettano sempre, che tutti stanno sempre ad aspettarlo a braccia aperte (soprattutto nelle stazioni e soprattutto le vedove da consolare);
     - l'incantatore della Manciuria (talvolta anche della Kamcatka) è colui il quale, per bramosia di potere ed anche per mania di grandezza (seppur non avendo esso mai frequentato corsi di "grandeur" in Francia o nel Benelux), incanta serpenti con espressioni blasfeme (lo fa, soprattutto, nelle grandi aste d'arte londinesi, parigine e newyorchesi...chissà mai perché?): è per questo che lo amano americani, russi e cinesi, un po' meno - però -  indiani (quelli dell'India, in particolare degli stati del Rajastan, dell'Uttar Pradesh e del Bengala) ed arabi. Tra le nuove professioni, codesta ed al presente "stato delle cose" (nulla a che vedere, sia chiaro, con il titolo di una vecchia pellicola di Wim Wenders!), è quella più consigliata ai giovani: offre, a detta di economisti, sociologi, "dottori" e dottorande, nonché esperti del mondo del lavoro, sbocchi più facili e prospettive più rosee rispetto ad altre;
     - l'ermetista (o ermeneuta nuovo): declama (va declamando) poesie ermetiche dento vecchi bistrot cinesi di quart'ordine e nei sotterranei delle metro; legge, inoltre (soltanto, però, a coloro che ne fanno richiesta verbale) passi del "Libro tibetano dei morti";
     - "psicotico"= colui che possiede la cronica incapacità a valutare in maniera adeguata la realtà: insieme allo imbonitore di marionette è il più pericoloso tra i "nuovi mestieri". Spesso viene utilizzato dai politici per condurre le proprie campagne elettorali, o dalle agenzie di sondaggio e demoscopiche, o/e nei dibattiti politici in televisione nelle vesti di: esperto di...(niente). Offre molteplici sbocchi nel mondo del lavoro e concrete possibilità di "carriera": vivamente consigliato ai giovani!
     - l'anarchico "fannullone"...è un sognatore ad occhi aperti (detto anche il "trasognatore"): colui, cioé, che ancora crede alla "morte dei padroni"; che ancora spera nella "morte delle ideologie, delle religioni, delle filosofie...di cristo". E'un sognatore ad occhi aperti, per di più anche ingenuo (forse un tantino soltanto?!): non sa - purtroppo - che i padroni non moriranno mai, non sa (oppure finge o da a vedere di "non sapere"; fa l'indiano!), inoltre, che le ideologie, le filosofie e le religioni "vere" sono (già) morte - e sepolte - da un bel pezzo (quelle "usa&getta", purtroppo, sono immortali!); ed in ultimo neanche sà - ahilui, ahinoi - che cristo è morto ed è poi risorto ancor da più tempo (senza, tuttavia, essere stato mai neppure sepolto!). E'un mestiere, questo, che - sembrerebbe - un bel po' desueto ma al contempo è anche molto "vintage" e "modé": viene sovente utilizzata - questa figura professionale - da imprenditori (senza scrupoli), politici giovani (in altrettanto modo e altrettanta maniera privi di scrupoli, ma moltissimo in "carriera"), manager (soltanto e prevalentemente in "carriera") in qualità di "illusionista", ovvero allo scopo di diffondere (false) illusioni.
     - quello dell'innamorato (o: moroso, amoroso, etc.) è il mestiere più antico che esista sulla faccia della terra; cioè, il più antico (ma anche, al tempo stesso, il più "novo") che esista su piazza (e no, si badi bene e mi si perdoni questo infimo gioco di parole, sotto il letto a due piazze!): ancor più (antico) del cucco! Nonostante (tutto) questo ecciò nonostante viene praticato,anzi, svolto (che non è, si badi bene e come potrebbe sembrare, la stessa cosa!) dal 90% della popolazione che sia in grado di intendere (pardon, di amare) e di volere, nonché dall'8% che non sia in grado di farlo: il restante 2%, tra cui eunuchi, ciechi, sordi e sordomuti non pratica più niente, neanche la nirvano-therapy o le nuove medicine iurvega e masote...chistiche! Consigliato, anche questo mestiere, vivamente alle nuove generazioni: é [un mestiere], sì,antico, novo e, come sol dirsi, evergreen; ma anche - totalmente -...sicuro: ovvero, è sicuro assai che mai arricchisce né riempie lo stomaco, ma è altrettanto (sicuro) che porta solo guai!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.                                                                                                                                                                                                               

  • 15 settembre 2019 alle ore 9:20
    CORINNA E NAOMI

    Come comincia: Non potevano essere più diverse Naomi Sposito e Corinna Weber, ambedue quattordicenni residenti a Messina in una villetta di due piani in via Marina sul lago di Ganzirri. La prima brunissima, classica mediterranea: lunghi capelli neri,  occhi furbetti di un verde profondo, naso piccolo all’insù, bocca sensuale , tette abbastanza sviluppate, gambe lunghe. La seconda, per chissà quale scherzo della natura molto simile all’amica con la sola differenza dei capelli biondi ed occhi azzurri ereditati del padre tedesco, Adam Weber, nessuna parentela fra le due ragazze. Già a quell’età riuscivano a far girare per strada i maschietti, la qual cosa provocava in loro grandi risate; avevano spiccato il senso dello humour che talvolta, con le loro battute, riusciva a metter in crisi gli adulti. All’istituto di Scuola Media ‘Emeri da Messina’ erano malviste dalle colleghe femmine ed a ragione: i professori maschi avevano sempre un ‘occhio di riguardo’ nei loro confronti, l’unica docente di sesso femminile era un’insegnante di lingua tedesca che le guardava con invidia mista a cattiveria (aveva ragione lei era proprio brutta!) ma non poteva nulla contro le due ragazze che conoscevano perfettamente la lingua appresa da Adam. Altra peculiarità: le due ogni mattina, tranne i festivi, inforcavano i loro motorini e percorrevano la strada del lago contro mano, gli abitanti, soprattutto donne, le minacciavano con le braccia. D’estate poi ce la mettevano tutta per essere notate: indossavano gonne molto larghe che col vento si alzavano e facevano intravedere gli slip. La solita storia: i maschietti ridevano compiaciuti, le femminucce le classificavano molto poco gentilmente ‘p..ne’. E le forze dell’ordine di cui una caserma era ubicata proprio su quella strada? La maggior parte degli agenti erano giovani e facevano finta di nulla, speravano che…non si sa mai! Dei genitori l’unico ad essere contento del comportamento delle due  ragazze era, da buon tedesco, papà Adam. Sua moglie Lisandra Rossi, messinese,  Gennaro Sposito e Clizia Ferrari ambedue napoletani, rispettivamente padre e madre di Naomi, mugugnavano ma senza risultati. Da figlie della nostra epoca, le due ragazze avevano conosciuto il sesso fra di loro: quando erano più piccole si baciavano in bocca imitando i personaggi visti in televisione e poi, crescendo, avevano provato gusto a toccarsi e poi a giocare con la lingua col fiorellino con conseguenti orgasmi, per loro era un divertimento. Di maschietti non ne sentivano il bisogno, almeno per ora,  mandavano in bianco i compagni di scuola che cercavano di ‘rimorchiarle’. Un giorno Corinna, in  crisi di soldi, andò a frugare in un cassetto della camera da letto  dei genitori, in quello del padre rinvenne un coso di plastica che riconobbe come un ‘vibratore’ di cui le aveva parlato una compagna di classe. Era un sabato pomeriggio, Corinna mise in curiosità l’amica: “Domattina ti faccio vedere una cosa!” “Di che si tratta.””Una sorpresa, fatti sentire presto.” Alle otto Naomi era in camera di Corinna che aveva lasciata aperta la porta d’ingresso. Alla vista del vibratore Naomi rimase perplessa,  come usarlo? “Ti sei rimbambita, sostituisce il ‘c…zo’, lo provo prima io.” “Chiusa la porta a chiave Corinna si distese sul letto senza slip e cominciò a strofinare il vibratore sul fiorellino e quasi subito giunse all’orgasmo. “Se non ti senti lascia stare, lo proverai un’altra volta.” “No mi va ora ma fammelo provare tu, io chiudo gli occhi.” Anche Naomi entrò nel mondo dei grandi ed in seguito  pian piano usarono il vibratore inserendolo in vagina sino in fondo, un orgasmo molto diverso da quello sin ora provato. Papà Adam cercò invano il vibratore, capì che era stato prelevato dalla figlia ma dirglielo non sarebbe servito a niente e poi non voleva che della cosa fosse messa al corrente la moglie, ne comprò un altro. Le due signore Clizia e Lisandra (ma dove avevano preso quei nomi i genitori?) gestivano un negozio di articoli sportivi a Messina in via Risorgimento per raggiungere il quale usavano la Cinquecento di Clizia sino al capolinea del tram all’Annunziata, posteggiavano e poi, col quel mezzo, arrivano vicino al negozio così nessun problema di posteggio. Erano imitate dal rispettivi mariti con la Giulietta di Adam che, col tram, si fermavano vicino all’edificio comunale,  Gennaro  era un funzionario del Comune, Adam  un  impiegato del consolato  tedesco. Le due famiglie potevano considerarsi, come dire, normali se non fosse stato per le due ‘sciagurate’ che trovavano sempre il modo di mettere sul chi va là i genitori ed esclusione di Adam che, da nordico, considerava il sesso un supplemento piacevole della vita senza porsi tanti problemi. Una domenica all’invito “Tutti al mare!” da parte di Adam; con due auto i sei si recarono  sul Tirreno in via Marina dove la spiaggia era più larga. Toltesi i vestiti le signore si presentarono con un costume intero provocando la risate ‘navigabili’ delle figlie: “Che razza di venditrici di articoli sportivi siete, avete indossato due corazze come all’inizio del novecento! Ammirate!” La due incoscienti, toltesi il copricostume, erano apparse in bichini stile brasiliano che coprivano ben poco delle loro ‘intimità’. Adam scoppiò in una risata, non altrettanto gli altri tre che però preferirono non fare commenti, sarebbe stato ‘improduttivo’. In acqua Adam, Corinna e Naomi nuotarono verso il largo mentre gli altri tre sguazzavano vicino alla battigia. Corinna: “Naomi che ne dici di mio padre, non è male vero?” “Ragazze lasciate perdere, quando voglio femminucce extra so dove andare.” “E così ho scoperto un padre ‘put…..re!” Corinna:”‘Nihil sub sole novum’” talvolta il latino riproduce meglio le situazioni. Al compimento del diciottesimo anno,  una gran festa nel locale ‘Il Giardino di Giano’ con i compagni di scuola e gran divertimento sino alle due di notte. Due giorni dopo  le ragazze si iscrissero all’università alla facoltà di medicina. Le mamme curiose: “E per la specializzazione penso che preferirete ginecologia, per una ragazza è meglio…” Così parlò non Zarathustra ma Clizia ma male gliene incolse. Corinna: “Gentili signore ci scriveremo ad andrologia, preferiamo…”  “Va bene, fate come vi pare!” Ancora una volta le mamme erano rimaste deluse. Una svolta nella vita delle due giovani avvenne in occasione di un ballo indetto da un collega di università: la conoscenza di Alessio Fazio figlio di un padrone di supermercati a livello nazionale. Il giovane era rimasto affascinato dalle due ragazze e ballava alternativamente solo con loro sino alla fine della festa. “Vorrei accompagnarvi a casa, la cosa è un pochino problematica con la mia Abarth 124 spider che ha solo due posti.” “Sei molto gentile ma abbiamo i nostri motorini, alla prossima.” Alessio venuto a conoscenza durante il ballo che le due erano iscritte ad andrologia, spesso si faceva trovare fuori dei locali di quella facoltà, una corte continua che fece dire a Corinna ridendo: “Non siamo nel Tibet dove regna la poliandria, devi decidere con chi vuoi stare.” “Dovendo scegliere preferirei Corinna, ho avuto sempre un debole per le nordiche, Naomi non penso ti sia offesa.” “Alessio sei un bravo giovane ma io preferisco gli uomini più maturi.” “Trovata la soluzione, mio padre Amos quarantenne, divorziato, da vario tempo si interessa solo del suo lavoro, è difficile di gusti in fatto di femminucce ma penso che sarebbe entusiasta di conoscere Naomi, se sei interessata…” “Perché no, anche se il connubio è abbastanza fuori del comune.” L’incontro avvenne ad un bar all’aperto a piazza Cairoli, papà Amos era giunto col figlio su una Volvo V60.  Anche se quarantenne non dimostrava la sua età; fisico atletico da frequentatore di palestra, anche col suo sorriso  aveva conquistato subito Naomi. “Vorrei condurvi a Catania per pranzare al ristorante ‘I Quattro Mari’, il padrone è un mio amico, si mangia bene.” Naomi: “I catanesi fanno le cose più in grande, noi a Messina abbiamo la ‘Risacca dei Due Mari.’” La battuta fece ridere gli altri tre, si era creata una bella atmosfera conviviale. Il proprietario del locale Alfio Motta dando la mano ad Amos sommessamente: “Complimenti mon ami, ti invidio.” Di ritorno a Messina, a piazza Cairoli” Amos:”Care Corinna e Naomi,  penso che i motorini non siano più adatte a delle signorine cresciute, se me lo permetterete provvederò io a motorizzarvi come si conviene.” Alessio una mattina: “Mio padre possiede una casetta sulla spiaggia fra Tremestieri e Giampilieri Marina, se siete d’accordo vorremmo passare insieme il prossimo  week end, verremo a prendervi in auto a casa vostra.” ”Siamo d’accordo ma posteggiate un po’ lontano, le nostre madri…” Le ragazze giustificarono la loro assenza con una gita in pullman con i colleghi dell’università. Nei due trolley avevano riposto l’occorrente per la spiaggia e per la notte. All’arrivo Corinna: “Chiamala casetta, qui potrebbe alloggiare un plotone di soldati.” Corinna e Naomi occuparono una delle due camere da letto matrimoniali, sembrava tutto predisposto per…Per le vettovaglie Amos aveva provveduto a contattare il padrone di una vicina trattoria tale Gino Fabbri un po’ ignorante ma bravo cuoco. “Dottore posso esservi utile?” “Siamo in quattro nella mia casa a mare, dovresti prepararci le vettovaglie per una settimana.” “Dottore nun canuscio le vettovaglie…” “Da mangiare per pranzo  carboidrati  e per cena proteine .” “Mi scusazze dottore ma io non canuscio né i carboidrati né le proteine.” A mezzogiorno pasta condita come vuoi, pasta integrale, quella scura, la sera carne, pesce o formaggi, pane pure integrale.” “Capito ma picchì la pasta dei poveri, voi non lo site.” “Gino lascia perdere, qui ci sono trecento €uro, se non saranno bastati al ritorno avrai il resto.” Alla vista delle due ragazze Gino rimase fermo, basito sulla porta d’ingresso con le vettovaglie in mano. “Gino entra, Corinna e Naomi non mordono!” Dopo cena nessuna novità se non una passeggiata al chiar di luna, le ragazze a braccetto dei cavalieri che non fecero avances, come si dice: la prima volta... La mattina furono Corinna e Naomi ad alzarsi presto ed a preparare la colazione anche per i due maschietti, c’era di tutto dalla macchinetta per caffè con cialde, marmellate varie e Buondì Motta. I due uomini poltrivano ed allora Corinna e Naomi, indossato il costume ‘brasiliano’ piantarono un ombrellone vicino alla battigia ma, siccome facevano uscire gli occhi dalle orbite dei maschietti di passaggio, spostarono l’ombrellone più vicino a casa. “Benvenuti dormiglioni, è quasi l’ora del pranzo.” Padre e figlio sotto la doccia e entrata trionfale, tutti e due ‘allicchittiati’ con un bacio non tanto casto alle donzelle. “Vedo che vi siete svegliati bene, che ne dite di una passeggiata sulla spiaggia in attesa di Gino?” Proposta accettata, i maschietti circondarono con le braccia i fianchi delle due belle. Fecero appena in tempo a rientrare in casa che si presentò Gino con una casseruola di pasta al forno e con tante verdure crude e cotte e frutta oltre che del vino Rosso dell’Etna. Alla fine del pasto Amos: “Che ne dite di farci sapere qualcosa di voi, per esempio: siete fidanzate?”Prese alla sprovvista Corinna e Naomi non risposero ed allora Amos: ”Facciamo così: io scrivo le domande che voglio farvi sul block notes e una vi voi rispondete nello stesso modo.” “Siete fidanzate?”“Corinna scrisse:”Non lo siamo e non lo siamo mai state.” “Allora siete vergini?” “No, abbiamo usato un vibratore ma mai siamo state con ragazzi o uomini.” Soddisfatti i due maschietti abbracciarono le ‘fidanzate’ e si rifugiarono nelle relative stanze e, dopo un passaggio obbligato in bagno, tutti nudi sul letto matrimoniale. “Cara che ne dici di un bacino bacione al mio coso che già è in posizione?” Amos si era sbilanciato e Naomi obbedì provando una sensazione mai provata, quasi si strozzò e poi quando il ‘ciccio’ di Amos cominciò ad eiaculare resistette sino a bocca piena e poi rigettò il tutto su un asciugamano che prudentemente aveva portato con sé. “Scusa cara…” Nel frattempo la ‘cara’ era andata in bagno e si era lavato i denti col dentifricio. Al ritorno capì che era la volta del ‘fiorellino’ ad essere sotto tiro, Amos prima baciò a lungo il clitoride e poi, indossato un preservativo, fece un’entrata trionfale in una ‘gatta’ ben lubrificata. Un finale ovvio e poi, tolto il profilattico,  lavaggio del ‘coso’ ormai a riposo e ritorno sul letto. “Col tempo diventerò più brava, per ora abbracciamoci, non so se sia un bene o un male ma penso che mi stia innamorando di te, non vorrei provare una delusione.” “Non la proverai, senza falsa modestia posso affermare di aver incontrato molte donne ma, anche se a letto più brave di te mai avevo provato una sensazione...non so come definirla: distensione, benessere e felicità, insomma penso che sarai la donna della mia vita.” L’affermazione  rese felice Naomi che non si aspettava altro.” La simpaticona ebbe un’idea malignetta: “Che ne dici se andiamo a vedere come si comportano Alessio e Corinna?” Detto fatto aprirono uno spiraglio della porta  videro i due intenti nella più classica ‘scopata’ detta del missionario, risero talmente forte che i due ‘scopatori’ si risentirono: ‘Guardoni ite at patres!” Corinna li aveva mandati a quel paese anche se in modo delicato col suo latino. Tutti ovviamente soddisfatti, fecero i complimenti ad un Gino che portava a stento due casseruole di pesce in brodetto, tanta frutta e verdura e del vino bianco dell’Etna. Le precedenti ‘manovre’ avevano svegliato la fame degli ‘atleti.’ Tutte le mattine i due maschietti al lavoro, rientro il pomeriggio e, ‘cotidie’, un riposino rilassante. Il venerdì Amos: “A casa troverete una sorpresa.” “Le ragazze gli si buttarono addosso baciandolo.” “Non vi dico nulla altrimenti che sorpresa sarebbe, domani pomeriggio vi accompagneremo a casa vostra.” E così fu, alle sedici le due figlie incontrarono i rispettivi genitori un po’ in ansia. “Tutto bene?” Alla domanda di Lisindra rispose Clizia: “Basta guardarle!” Ci hanno consegnato per voi questi due pacchetti, non li abbiamo aperti anche se siamo tutti curiosi.” Le chiavi di due auto! Corinna e Naomi uscirono di corsa da casa e notarono due Mini Countryman verdi posteggiate al lato della strada. Le chiavi aprivano le auto, erano di loro proprietà, evviva! Adam esperto di macchine: “Se non mi sbaglio dovrebbero costare sulle trentamila Euro ognuna, chi sono questi munifici donatori?” Corinna e Naomi in corso: i nostri fidanzati!” Piuttosto confusi per gli ultimi avvenimenti i genitori quella sera non cenarono, le rampolle in giro per Messina  circolavano piano per farsi notare da eventuali amici che incontravano infatti: “Ragazze complimenti, il regalone da parte di chi, dei genitori?” “No dei nostri fidanzati, vi inviteremo alle nozze!” I nubendi maschi si presentarono in famiglia, uno, Amos,  non ebbe il gradimento di Clizia per motivi di età ma  fu costretta ad ingoiare il boccone per lei amaro, era una tradizionalista! Le nozze, in grande, nella cattedrale addobbata come un giardino, il prete, ben unto non di olio santo ma di tanti Euro, fece un discorso bellissimo elogiando i quattro ed augurando loro un futuro felice con tanti figli. Fu vero amore? Ai posteri l’ardua sentenza come nella poesia del cinque maggio del Manzoni.

  • 14 settembre 2019 alle ore 17:09
    GILDA LA NAVE SCUOLA

    Come comincia: Ludovico Famiglini ed Ermenegilda Zecca (nome e cognome impossibili) erano due coniugi residenti a Roma a Piazza Ragusa, era il 1941 in piena era fascista. Perché quella piazza fosse intestata ad un borgo siciliano, ben lontano dalla città eterna, era  un mistero cosa che non caleva ai due che avevano la fortuna di abitare in una palazzina singola che Alfredo il padre di Ludovico, Commissario di P.S., a quel tempo molto importante autorità, era riuscito a non far espropriare, come quelle dei vicini per costruire brutte e tristi case popolari di cinque piani. A piano terra una cantina, ben arieggiata, adibita a dispensa ed a garage per la Fiat Balilla a quattro marce, per allora un a rarità, intestata a Ludovico che riusciva a trovare la benzina, non si sa come, allora era un bene di difficile reperimento. Come Ludovico avesse potuto ottenere l’esonero dall’arruolamento nell’Esercito, al contrario di tutti i suoi colleghi di scuola (frequentava il terzo liceo classico) era un mistero per gli abitanti del quartiere che si guardavano bene dal manifestare i propri interrogativi, sui muri c’era la scritta ‘Il nemico ti ascolta’ ma non si sapeva di preciso chi fosse il nemico. Mistero  presto svelato: il commissario di Polizia Alfredo, suo padre, ufficialmente fervente fascista (ma dentro di sè niente affatto convinto anzi…) era ben ammanigliato con dei dottori dell’Ospedale Militare ‘Celio’ che, ad ogni visita medica, riscontravano a Ludovico malattie invalidanti tale da non permettergli di indossare le mostrine di soldato. La famiglia Famiglini (scusate l’assonanza) era benestante come si diceva allora, possedeva vari terreni e molte case da cui ricavavano bei soldoni di affitto inoltre il Commissario, prima dello scoppio della guerra, era stato lungimirante ed aveva acquistato lingotti d’oro e diamanti che aveva riposto a casa sua dentro una cassaforte nascosta dietro un armadio. Mentre i comuni cittadini acquistavano i beni indispensabili con la tessera, in casa Famiglini non mancavano mai cibi di prima necessità come pane, salumi, formaggi, olio  provenienti dalle loro campagne. Le signore contadine, anche per loro convenienza, sfornavano del buon pane e confezionavano pasta col grano integrale molto più salubre di quello bianco odierno. Un po’ per generosità ed un po’ per non essere denunziati ai Fascisti, Ludovico e Gilda (questo il nome con cui era conosciuta) foraggiavano gli abitanti della piazza più poveri e con molti figli con i loro beni personali di consumo e per questo erano molto ben voluti da tutti. I due coniugi non avevano figli da ‘dare alla Patria’, lei era stata operata per una  policisti ovarica, tutto sommato ne erano contenti pensando che i giovani non avrebbero avuto un buon avvenire. Gilda passava il suo tempo in casa perché, malgrado fosse laureata in lettere, Ludovico aveva preteso, per egoismo, una consorte casalinga mentre lui se la spassava bellamente con tante ‘donnine’ ma non quelle professioniste che disprezzava, preferiva cornificare tanti mariti: scelte erano le giovani contadine che avevano volentieri ‘contatti’ col figlio del padrone sempre generoso con loro che lasciava sul letto lire di carta che le giovani vedevano solo in quella occasione. Talvolta si era ‘fatto’ sia le madri giovani che le figlie giovanissime ed i mariti e padri? Non andavano tanto per il sottile, dentro le loro tasche di soldi ne giravano ben pochi…Ludovico pur conoscendo la storia di Andronico, re della Tessaglia che attaccava sulla porta dei mariti cornuti delle teste di cervo, si guardava ben dal farlo anzi talvolta portava dei pacchetti di sigarette per i più giovani e di sigari per gli anziani conquistandosi così la loro benevolenza. Gilda pur conoscendo il comportamento di suo marito se ne fece una ragione e passava il tempo dando lezioni gratis ai giovani  abitanti in piazza Ragusa. Un avvenimento importante cambiò la vita della signora: suo marito durante una partita di caccia si imbatté in un temporale con tanti lampi e tuoni,  essendo in pianura un fulmine fu attirato dalle canne del suo fucile ed il povero Ludovico finì carbonizzato. Ai funerali tutti gli abitanti della piazza, Gilda aveva dentro di sé sentimenti contrastanti: la morte di suo marito era un evento tragico ma anche la fine di una schiavitù. Finalmente era padrona della Balilla (per prima cosa prese la patente di guida) e si mise a scorrazzare per Roma facendo acquisti in negozi di lusso. I suoi armadi si riempirono di vestiti di ogni genere e  scarpe di ogni forma allora di patrimonio solo delle signore di alto livello, cambiò parrucchiere e si fece i capelli come allora di moda ‘all’Impero’. Naturalmente attirò l’attenzione dei maschi che conosceva e che in passato non si erano permessi di avvicinarla ma, causa la guerra non vi erano in giro dei giovani, i meno anziani avevano sessant’anni e Gilda non aveva nessuna voglia di far loro da badante. Accade qualcosa di imprevisto: un giorno a casa mentre dava lezione di latino ad un  ragazzo di nome Angelo di sedici anni, il ‘pischello’ le chiese di andare in bagno. Siccome il ragazzo tardava a ritornare andò a controllare cosa fosse successo e nell’aprire la porta del bagno…il ragazzo si stava masturbando. Angelo cercò di rimediare tirandosi su i pantaloni ma il coso non ne voleva di ‘ritirarsi’ e così venne fuori una comica che portò Gilda a ridere sonoramente. “Quando sarai riuscito a rivestirti torna nel salotto.” Il ragazzo rosso in faccia non accettò l’invito e stava per aprire la porta d’ingresso ma Gilda: “Aspetta, hai una faccia stralunata, siediti sul divano e, se ti va, raccontami qualcosa di te.” “Mia madre non vuole che io…mi dice che diventerò tubercoloso, i preti cieco ma io ho sempre voglia, non so che fare…” e si mise a piangere. A Gilda si appalesò l’istinto materno ed abbracciò Angelo ma quell’abbraccio fece un’effetto…ma un’effetto…insomma il  coso del ragazzo, peraltro piuttosto grosso per la sua età, uscì’ dai pantaloni corti. Gilda volle sdrammatizzare: “Non ti preoccupare, è la natura dell’uomo avere… vieni qui che ti faccio provare cosa voglia dire fare l’amore e, abbassandosi gli slip fece entrare con un po’ di resistenza il coso del ragazzo nella sua ‘gatta’ che, dato il lungo digiuno, si era ristretta. Angelo dopo aver eiaculato non si ritirò dalla ‘cuccia’, aveva provato una sensazione per lui nuova e meravigliosa ed il suo ‘ciccio’ seguitò ad essere duro a lungo portando Gilda ad un orgasmo. Passata la buriana sessuale, la signora si rese conto che quanto era successo poteva portarla a serie conseguenze penali e ad Angelo: “Caro promettimi di non dirlo a nessuno, dico nessuno nemmeno ai tuoi, quando vorrai sarò qui ma mi raccomando…” Gli avvenimenti seguenti furono per Gilda imprevisti e soprattutto imprevedibili, imprevedibili perché Angelo un giorno si presentò a casa sua insieme ad un compagno di classe tale Leonardo  Santoro. “Signora io e Leo siamo scarsi in latino e abbiamo bisogno di…una lezione!” I due si erano messi a ridere e contemporaneamente si erano abbassati i pantaloni mostrando due cosi ben messi in quanto a grandezza ed a erezione. Gilda si sentì gelare dentro, cercò di prendere tempo: “Non vi rendete conto della situazione, questa è una violenza nei miei confronti, a parte che potrei essere vostra madre ma…” “Non lo è stata con Angelo, la prego, staremo zitti, lo sappiamo solo noi due ma ci faccia…” e si avvicinarono a Gilda che nel frattempo si era seduta sul divano e si trovò all’altezza del viso e poi i  bocca un pisellone arrapato e… relativa conseguenza. Angelo fece posto a Leo il quale più furbamente fece capire alla signora che preferiva…e fu accontentato: entrò in vagina eiaculò subito, ci rimase sin quando Gilda ebbe un orgasmo. Con la faccia istupidita Gilda dalla finestra vide i due ragazzi entrare nel caseggiato popolare di fronte a casa sua e, in un momento di lucidità pensò che l’unica cosa per evitare guai e per non fare da nave scuola a tutti i giovani del quartiere era quella di cambiare città a meno che i due ragazzi evitassero di  spargere la notizia in giro, in fondo  l’orgasmo le era piaciuto,  un guaio! Un giorno in strada Gilda fu fermata da una signora di circa la sua età che: “Sono Barbara Santoro la madre di Angelo, la ammiro, la vedo passare dinanzi casa mia sempre elegante e sorridente e poi mi risulta che sia generosa con i poveri del quartiere, ha la mia ammirazione, posso offrile un caffè a casa mia?” “Ora ho da fare, può venire da me al mio ritorno.”  Salì in macchina, come interpretare il comportamento di quella tale circa della sua età? Sembrava una signora per bene ma perché si era presentata come mamma di Angelo, forse sapeva e voleva ricattarla, non ci mancava altro. Al ritorno trovò la Barbara dinanzi casa sua: “Da lontano ho riconosciuto la sua Balilla e son qua.” “Ormai è l’ora di pranzo, mi faccia compagnia a meno che non aspetti suo figlio.” “Mio figlio  va a scuola in un collegio di preti, la retta è pagata dallo Stato perché mio marito è morto in Russia, a me danno anche una pensione in quanto vedova di guerra ma sono sola, ho provato a fare amicizia con altre signore ma sono rimasta delusa, ha conosciuto gente volgare e sciocca, lei è tutt’altra cosa.” “Grazie del complimento, diamoci del tu ed ora a tavola. “Dimmi la verità tuo figlio…” “Si ma è un ragazzo serio ed ha un solo amico che mi sembra tu abbia…” “Non sono riuscita a capire quello che mi è successo psicologicamente, poi ho avuto paura delle conseguenze ed ho pensato addirittura di cambiare città, con mio marito praticamente non avevo rapporti, lui se la faceva perlopiù  con  giovani contadine, mi vergogno di dirlo ma la sua morte è stato per me un sollievo, è cambiata la mia vita ma pare che ora…” “Posso dirti che ti sarò vicino, non aver paura,  anch’io ho avuto un marito che mi trattava come una donna di strada, nessun piacere da parte mia nei nostri rari rapporti e questo mi ha portato a…” Barbara prese a baciare Gilda in bocca, un bacio prolungato, appassionato. “Scusa ma è stato più forte di me, se ti ha dato fastidio non mi vedrai più ma qualora…” Quel qualora voleva dire una sola cosa, vorrei avere con te una relazione omosessuale. Gilda  a braccia conserte guardava Barbara che sembrava trepidante in attesa di una risposta che ovviamente sperava positiva. Gilda  prese la situazione con humor: “Vuol dire che sarà una questione di famiglia, dovrei scrivere un romanzo: ‘Due ragazzi, una mamma ed una nave scuola!’” Barbara abbracciò Gilda che con le lacrime agli occhi pensava ad un suo futuro con una grande amica fidata, per aiutare i ragazzi avrebbe potuto fare sesso con ambedue, una situazione fuori del comune ma  sicuramente piacevole. Un pomeriggio di un sabato Barbara, Angelo e Leonardo si presentarono in casa di Gilda, All’inizio dell’imbarazzo soprattutto da parte delle signore che ben presto…”Angelo sai che tua madre scopa proprio bene!” “Stronzo non trattare mia madre da mignotta, pensa a madame Gilda che mi pare stia…
     

  • Come comincia:  Le World Series del baseball professionistico sono l'evento più "catastrofico" e spettacolare dell'anno nel nostro paese: esse, paradossalmente, fermano, da costa a costa, l'intera nazione che le segue con fervore sincero, intensa passione ed enorme interesse attraverso tutti i canali mediatico-comunicativi possibili ed immaginabili. Si svolgono ogni anno, a fine estate o inizio autunno: al termine, cioé, della regular season (stagione regolare) e dei successivi play-off.
    Quelle del 1989, un derby californiano tra i Giants di Frisco e gli Athletic's di Oakland, attesissimo e sentitissimo da entrambe le tifoserie nonché da tutto lo stato, vengono ricordate, altresì, per un evento ancor più catastrofico (e straordinario) del solito il quale, mi viene da scrivere, fu capacissimo di interromperne un'altro della sua stessa portata e del suo stesso spessore: un terremoto (il cui epicentro fu individuato nella zona di Loma Prieta, contea di Santa Cruz) che colpì, appunto, la baia di San Francisco e una vasta zona della California centro-meridionale, tra cui la stessa città di Oakland, proprio nel momento in cui, udite! udite!, il Candlestick Park, gremito da sessantaduemila spettatori coloratissimi, festanti ed ansimanti si apprestava a vivere la terza sfida della serie poi definita, da pochi "Bay Bridges Series" o "Battle of The Bay", invece da molti "Earthquake Series", appunto!
     Quel sisma, quell'evento catastrofico della natura (che si manifestò insieme ad un evento catastrofico organizzato dall'uomo!) fu anche il più moderno e..."mediatico" della storia; quello sopraggiunto, cioé, ed oserei dire quasi diabolicamente materializzatosi, a ridosso dell'entrata del globo intero nell'era internettiana e digitalizzata, la quale sarebbe cominciata appena un lustro innanzi; ma anche fu, ahimé!, il più devastante che la moderna storia delle dottrine telluriche ricordi: era del sesto grado, punto nove, della scala Richter e del nono di quella Mercalli, ovvero il secondo per intensità nella beneamata terra di California (dopo quello del 1926 che colpì Frisco), provocò ben sessantatré vittime!
     Tutti noi californiani mai lo dimenticheremo, nostro malgrado, vita natural durante! E dire che io, che di nome faccio Bryan C. (la C sta per Car, in onore - e gloria - del padre di mio padre), anche se tutti mi chiamano "Lucky" (in onore delle famose sigarette Lucky Strike: forse, chissà, proprio per il fatto che non abbia mai fumato una volta - che è una - in mia vita!), e di cognome Ross (americanizzato dall'originale greco Rossis), da San Isidro (contea di Orange), peraltro incallito tifoso dei Giants e quindi già incazzatissimo nero a causa dell'esito infausto [per i suddetti] di gara uno e due (è arcinoto che la serie finale nel nostro baseball si giochi al meglio delle sette partite), quel giorno (cadeva, manco a farlo apposta, il diciassette seppur non fosse un venerdì ma domenica!), per la cronaca ed a quell'ora (erano le diciassette da appena quattro minuti e non, evidentemente...le diciassette in punto!) proprio mentre quello di cui scritto avveniva, a meno di quattrocento miglia di distanza, ero seduto, solo soletto, su una panchina del nostro bel lungomare, a San Isidro (che io chiamo, sarcasticamente, "Buena vista hospital"!), intento ad ascoltare la radio (la KGO-AM di San Francisco, che di lì a poco avrebbe trasmesso in diretta l'evento, peraltro col commento di Frank Scalise, un mio vecchio amico di Fresno) e - beato me oppure...ahimé!: dipende, se mai, dai punti di vista o dai punti e basta! - a sorbirmi, anzi, a terminare di farlo (nonché a ripetere più volte, tra me e me, mentre lo facevo, e compiaciuto alquanto, l'intercalare "non c'é malaccio! non c'é malaccio!") di certo non un pàsto luculliàno bensì...ma semplicemente un gigantesco hot-dog con wurstel bollito ed annesse patatine fritte (di quelli a "stelle&strisce", direi!), saturo pure di senape, il primo, e inondate di ketchup le seconde; nonché di "ricche calorie": giust'appunto, evidentemente, per ammirare poi il tramonto a pancia satolla (e ascoltare la radio con le orecchie arzille ed il cuore in ansia per i miei Giants!); tutto, ovvio, alla faccia della fame nel mondo, dell'anticonsumismo americano, dei nutrizionisti (o dietologi e salutisti, o vegetariani, o vegani; o dei mangiatori di farfalle di Papua Nuova Guinea o di quelli di serpenti dell'Amazzonia!) e, buon ultimo, del "santissimo" padre colesterolo!...ed invece, mio malgrado, nell'arco di pochissimi istanti, accaddero due imprevisti (il primo, però, molto prevedibile - mi verrebbe quasi da dire - viste le dimensioni dell'hot-dog da poco ingurgitato: è risaputo, infatti, che lo stomaco pieno attiri il sonno come fa il miele con le api o il repellente con le zanzare!; il secondo davvero inaspettato). La radio, infatti, d'un tratto interruppe il segnale (a causa del sisma, evidentemente; ma dopo quasi quaranta minuti di black-out riprenderà a trasmettere: lo saprò soltanto il giorno dopo, però!). Nel fratttempo, però, (giusto per la cronaca), sulla ABC, in diretta coast to coast, anche Tim McCarver annunciava un'interruzione video del segnale: e quella sarebbe durata fino alla sera (anche questo lo saprò il giorno dopo). E poco dopo, a sorpresa (relativa, come ho già detto) anche io smisi di trasmettere il segnale...neuroni al cervello e mi addormentai [sulla panchina di cui sopra]: - addio mio bel tramonto ma...
     Durante il sonno, quel sonno quasi letargico (durò la bellezza di sei ore!), sognai una storia, non "sognata" ma...vera, diciamo, quindi, trasognata!, perché - guarda caso - uguale ad una storia, un racconto che spesso mi raccontava mio padre quand'ero poco meno che ragazzino (o poco più d'un bambino!) e quando entrambi, però, eravamo svegli: una storia, un racconto tramandatogli, a suo dire, dal padre che, a sua volta, lo aveva ricevuto (o ascoltato) dal padre (il nonno di mio padre, quindi mio bisnonno) e così via, a ritroso nel tempo...una storia, un racconto [quello] che lo faceva "sognare" ad occhi aperti, quindi trasognare, e che, quando me la raccontava lui, [mio padre], mi teneva ben sveglio, anzi,...mi faceva "sognare" ad occhi aperti, cioè trasognare...; era-è una storia, un racconto di un'apparizione, era-è la storia dell'apparizione di una fregata (il "grande uccello" per tutti, in Grecia: l'uccello della libertà, degli uomini liberi!), la stessa c'or vado a raccontarvi...così come la sognai, ossia ugualmente a come me la raccontava lui: [mio padre].
     - Sai, Lucky, quando avevo la stessa tua età (più o meno cinque o sei anni) ed ero alto poco più di quanto lo sei tu adesso, quindi meno d'un soldo di cacio, mio padre (cioé tuo nonno Carl), mi raccontava spesso la storia di un'apparizione; dell'apparizione, cioé di quella precipua "apparizione"...della fregata madre di NeverNeverland (un luogo, per i greci, che spesso ha sede nel loro cuore, che spesso è: immaginario e immaginifico al contempo, sognato ed insieme trasognato o semplicemente agognato!). Entrambi, sai, quando lo faceva, eravamo seduti sul balcone di casa, a Tinos (era una vecchia e piccola costruzione in marmo bianco ed azzurro - i colori del mare e della libertà - come la maggior parte delle altre sull'isola, ornate con le loro eterogenee decorazioni di animali - uccelli e gabbiani in gran parte - fiori e scene rupestri), così come lo siamo noi adesso, di fronte a noi avevamo soltanto il mare calmo, quasi piatto, si apriva lontanissimo il vasto ed eterno orizzonte e ci si parava innanzi un tramonto color vermiglio da mozzare il fiato ed oscurare la vista...
     Mio padre e la sua famiglia erano originari di Tinos (Ténos in greco), una delle più grandi isole delle Cicladi, "che molto ha contribuito", come affermò una volta Dimitris Z. Sofianos, direttore del Centro per le ricerche sulla Grecia medievale e moderna dell'Accademia di Atene, "al formarsi della tradizione culturale della Grecia, specialmente in epoca moderna". Secondo Stefano Bisanzio, "Tinos, una delle Cicladi, porta il nome del primo abitante Tinos; noti sono altri antichi nomi: "Idrussa", che manifestava abbondanze di fontane e acque, e "Ofiussa", che testimoniava la abbondante presenza di serpenti sull'isola". Aristotele, a sua volta, aveva scritto un libro dal titolo "La repubblica di Tinos".
     Mio nonno Carlo (il nome venne poi americanizzato elidendo la o finale) ed il mio bisnonno Giorgio (fu chiamato così da suo padre in onore di Giorgio Palamaris, che sventolò la bandiera dell'indipendenza, per primo, a Pirgos, il 31 marzo 1821), erano nati nella vecchia città del porto, al quartiere turco di "Anatolias", ed entrambi divennero intagliatori di marmo (subito dopo la nascita dello stato Ellenico, ingegneri ed architetti europei e greci dell'epoca utilizzarono esclusivamente lavoratori di marmo, artisti e costruttori provenienti da Tinos, per costruire palazzi in Atene e altre città importanti come Efeso, Salonicco o Castorini; e tanto la maestria, quanto la creatività artistica di quegli uomini, spesso rimasti anonimi, sono testimoniate da un vecchio proverbio, il quale afferma che ognuno di loro "con il bacio dello scalpello potesse risuscitare la pietra!"); la mia famiglia, Rossis, entrò da tempo lontano nel novero delle grandi famiglie dell'isola che continuano ancor oggi la tradizione artistica del marmo: Filippotis, Liritis, Collaro, Malakatès, Valakas, Mavrakis, Sparveris, Fòrtomas, Karaghiorghis, Rallis e tante altre.
     Mio nonno emigrò negli States nel lontano 1928, e a bordo della sua nave passeggeri (la "Giannulis Chalepàs" di  Corinto, dell'armatore Stavros) attraccò nel porto di New York, a Ellis Island, nel dicembre dello stesso anno. Era già sposato con mia nonna Ledyas e mio padre, all'epoca,aveva otto anni. Si trasferirono in California quasi subito
    (appena due mesi dopo l'attracco della loro nave a New York), attraversando il paese sulla leggendaria "Southern Railway&Co.", costruita ai tempi dei cowboys e degli indiani, sull'ancor più leggendaria locomotiva "Pacific Rock Express"!
     Mia madre, Adyn Mavroulis, era una avvenente ragazza castana di Itaca (isola montuosa delle Ionie e dell'omerico Ulisse), giunse in America nel 1929 (un anno dopo la famiglia di mio padre), a bordo del transatlantico "Britannia" che aveva fatto scalo a Salonicco e su cui lei si era imbarcata: mio padre la conobbe in una stazione di servizio a San Isidro, i due si sposarono nell'estate del 1954, in una chiesa messicana di Brownsville, nel Texas.
    ...Intanto, dopo un breve attimo di silenzio, mio padre accese un grosso sigaro "Avana", aromatizzato al cedro del Libano, e riprese a parlarmi (cioé, a raccontarmi ciò che a lui avevano già raccontato!):
     - Ed io ora lo faccio con te, - mi disse, - racconto a te quella storia proprio così:
     - La fregata madre di Neverneverland era un uccello grandissimo e maestoso, in volo e con le ali aperte, spiegate al vento (colorate di rosso e di nero), lo sembrava ancor di più, ovvero più di qualunque altro (anche dello stesso albatro, l'uccello "sacro" dei naviganti, capace di ammansire ogni vento!); si chiamava così, lei (tutti la chiamavano così, in Grecia), perché oltre a essere una femmina, era anche la vedetta (come l'albatro, appunto, che nei mari del mondo preannuncia sempre tempeste!), ovvero la "madre" di tutti gli altri uccelli - simili suoi e di altre specie - che arrivava sempre per prima. E quello splendido uccello, Lei [la fregata], puntualmente, ogni anno, nelle mattine d'autunno ammantate di una sottile brina ed avvolte in un lieve e tiepido refolo di vento, residuo piacevole della calda stagione precedente da poco passata, compariva in cielo all'improvviso, quasi come fosse un forte abbaglio, ed altrettanto velocemente, quasi come fosse una saetta, un fulmine o una dolce chimera, scompariva! Ed al suo passaggio, tanto veloce, quanto dolce ed impetuoso, ogni volta e tutti gli anni, v'erano accadimenti a dir poco strani e/o quantunque eccezionali, mi raccontava tuo nonno, di cui lui non riusciva a darsi né farsene ragione alcuna, anzi, di cui nessuno riusciva a spiegarsi il motivo, o quantomeno capire se fossero frutto di banali coincidenze o di qualche altro ben definito disegno (diabolico o divino? Chissà!): accadeva, così, che i vetri di tutte le finestre, nelle case della zona come in quelle di altri paesi o isole lontane dalla nostra, andassero in frantumi ed il cielo tuonasse in maniera inverosimile...-.
     Quasi, chissà, come se ci fosse stato il passaggio di un Boeing 747 o quello di un Concorde B11 francese di futura costruzione (a quel tempo non esistevano ancora), oppure un Tornado 44 o uno Spitfirefox di futuro, largo e drammatico impiego (a quel tempo neanche loro esistevano ancora ma, purtroppo, in conflitti che temporalmente seguiranno, rispetto alla storia di cui scrivo, ossia rispetto a quando mio nonno la raccontava a mio padre e non a quando mio padre la raccontava a me, verranno usati modelli di "aeromobili" sputafuoco ed ammazzagente, o meglio lanciabombe, distruggi città e lanciafiamme ben...altrettanto efficaci!).
     - Lui, tuo nonno, - continuava mio padre, - dop'aver osservato quella "apparizione", anzi, dop'avervi fugacemente assistito, fra sé e sé ripeteva: Ti vedo apparire eppoi scomparire in un attimo...un attimo, così, un niente e passi, velocissima;  voli via e vai, magnifica! Bellissima! Chissà da dove vieni? Chissà dove sei diretta?.
     - E anche io, però, Lucky, ascoltandolo mi domandavo le stesse cose: lo facevo con lo stesso, identico stupore di tuo nonno e probabilmente fremevo ancor di più dalla curiosità! In realtà, però, quello stupendo animale, quell'uccello, - mi diceva sempre tuo nonno, riprendendo il racconto dopo essersi, in certo qual modo, ricomposto, dop'essersi evidentemente..."riavuto" dall'emozione suscitatagli da quella particolare e precipua apparizione, e così come (a sua volta), li era stato raccontato, - proveniva da una terra lontana e sconosciuta (NeverNeverland) e si dirigeva verso luoghi pur essi lontani e miti; che eran verso sud, ossia alla foce del grande fiume Rossonero, passando prima per il mare della Libertà ed attraversando le vaste ed ombrose terre di Nessuno; si dirigeva, per svernare, verso quel luogo...un solo luogo, un luogo ben preciso, ossia al raduno degli uccelli "sacri" di primavera e del primo sole
     - Si dice che molti uomini impazzissero..., - si fermava, ancor preso dall'emozione, eppoi riprendeva, nonno Carl - molti uomini, quando Lei [la Fregata], durante il lungo e freddo inverno, è lontana, cercando di sognarla o per lo meno credendo di immaginarla, senza riuscirci, siano impazziti; e molti altri ancora, invece, abbiano deciso di togliersi la vita gettandosi giù in un burrone da un dirupo scosceso o da uno strapiombo, oppure gettandosi nel mare in tempesta da una scogliera altissima! - Io, - concludeva tuo nonno, - e così racconto a te, figliuòlo, - preferisco invece aspettarla sino alla stagione nuova (l'estate), quando Lei tornerà: per rivederla un'altra volta ancora dal vivo volar sul mio cielo, sopra i miei luoghi d'infanzia e di vita, nel cuore mio!
    ...Mentre ora, quando Lei non c'é, preferisco sognare di viaggi misteriosi e terre selvagge, senza perdermi, però!
     - Bene, Lucky, ragazzo caro, - diceva mio padre, - quando ascoltavo questa storia, questo racconto o...dai, sù, chiamalo pure come ti pare: ma sì, chi se ne frega!  Quando ascoltavo tutto ciò dalla bocca di tuo nonno mi emozionavo (e non poco!) e vagavo con la fantasia, anzi, sognavo anch'io in tempo reale...sognavo di terre lontane, "libere&giuste"; sognavo (forse?!) già di California, cioé, la nostra futura ed amatissima terra: dei suoi dorati tramonti che quasi accendono l'orizzonte, ovunque si osservino...e mi ripetevo: laddove, laggiù, tutto è ordine e grandezza, ogni cosa è bellezza e magnificenza, tutto è splendore, è quiete, è voluttà! - (Forse, anzi, di sicuro è così,direi...terremoti a parte, però!).
      La storia, il racconto, il sogno erano finiti...tutto, oramai, era finito: anche io, finalmente e fortunatamente, mi risvegliai dal lungo sonno sulla panchina del lungomare; ed il terremoto, purtroppo, non era stato un sogno ma triste e veritiera realtà. Dopo essermi alzato in piedi, nonostante fossi ancora un po'assonnato, per prima cosa sollevai lo sguardo al cielo: forse, chissà, con la recondita speranza di veder arrivare la fregata, quella della storia, anzi, del racconto "ascoltato" durante il sonno; di vederla volare sopra la mia testa seppur soltanto per un attimo eppoi scomparire immediatamente...vana illusione, fu - però - la mia! Anche la partita di quel giorno, purtroppo, restò illusione e sogno, ovvero delusione e basta: essa, infatti, non venne più giuòcata; la serie, invece, fu interrotta e, ahimé, la vittoria toccò agli Athletic's! 
      Le prime luci della sera, nel frattempo, erano ormai giunte all'orizzonte ed io mi avviai tranquillo verso casa: il mio appartamento, infatti, è al 2488 di Kettner boulevard, appena due isolati di strada dal lungomare; neanche lui era un sogno, ma mi aspettava solitario ed accogliente come al solito. Non appena vi giunsi, presi la chiave nascosta sotto il tappetino vicino alla porta d'ingresso; insieme alla chiave c'era una busta bianca senza mittente ed indirizzo scritti sopra: presi anche quella. Dopo di che aprii la porta ed entrai in casa; infine aprii la busta e lessi la lettera, dov'era scritto: "Disoccupate i sogni, per favore!".

    Taranto, 11 novembre 2014.

    da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).

       

  • 12 settembre 2019 alle ore 13:27
    Il guerrriero delle due ruote

    Come comincia:                                                                      ...portava nelle vene e nel cuore la forza,
                                                                         il furore, la poesia misteriosa del contadino.
                                                                                          - Luigi Gianoli - 

                                                                           a mio padre, che amò il ciclismo.  

     
    Nel quasi trentennale della fantastica impresa di Città del Messico, omaggio doveroso e sincero a Francesco Moser, colui che è stato uno dei "miti", degli eroi sportivi (con il rugby del V nazioni, Spitz, la Calligaris e Dibiasi, l'Inter, la nazionale di calcio, il Liverpool di Kevin Keegan, Gimondi, Borg e Panatta, Moses, Mennea e la Simeoni, Meneghin e Gustav Thoeni,  Ayrton Senna, Pantani e Alberto Tomba) della mia adolescenza e prima giovinezza, la mia colonna sonora, il leit-motiv più importante degli anni settanta-ottanta; colui che, con le sue imprese epiche compiute sulle strade di mezzo mondo, con le sue sconfitte "entusiasmanti" ha scandito a lungo il tempo ed i ritmi della mia vita! Passista di grande levatura (a mio avviso tra i migliori dieci-dodici d'ogni epoca: dopo Coppi, Merckx, Anquetil, Binda e Girardengo, Hinault, Van Looy, Van Steenbergen e Gimondi, insieme a Guerra Learco e Bobet Luison, Indurain,  Freddy Maertens, Sagan e Cancellara), fortissimo a cronometro, forte in volata e sul passo, grande discesista, Moser aveva il suo punto debole, il tallone d'Achille nella salita, fatto - questo - che non gli ha permesso di avere un palmarés più consistente e corposo nelle grandi corse a tappe (vanta un solo successo al Giro d'Italia, nel 1984, affiancato - a dire il vero - da diversi podi e piazzamenti di prestigio nella corsa rosa!). Infatti, il trentino (nato a Palù di Giovo nel 1951, fratello di Aldo, Diego ed Enzo, altrettanti corridori professionisti tra il 1954 e il 1973), aveva una endemica ed idiosincrasica avversione per le strade...in alto, per le salite: soprattutto quelle brevi, quelle - cioè - che si inerpicano all'improvviso, spaccano le gambe e tolgono il respiro. In quelle più lunghe, invece, andando su con il suo passo e il suo ritmo, si difendeva meglio e riusciva sovente a...limitare i danni! Nonostante la sua carriera (corse dal 1973 al 1988 vestendo le maglie di Filotex, Sanson, Famcucine, Gis, Supermercati Brianzoli, Chateau d'Ax) sia stata "lastricata" di notevoli exploit (record dell'ora all'aperto e indoor, in altura e a livello mare, etc.) e successi di prestigio (Giro, mondiali su strada e pista, Sanremo, Lombardia, Freccia Vallone, Parigi-Tours, Gand-Wevelgem, campionati nazionali su strada, Baracchi e tanti altri), le vittorie più belle in assoluto del suo ampio "repertorio" (276 su strada e 16 in pista, record assoluto in Italia!), sono, a mio parere, quelle ottenute a Roubaix, nella corsa più atipica del calendario ciclistico internazionale ma anche la più "classica" e la più vera di tutte! La Roubaix, infatti, è una delle più antiche corse internazionali (si disputa sin dal lontano 1896 tranne le due interruzioni dovute ai conflitti mondiali), ma è, soprattutto, uno degli ultimi "monumenti", baluardi, simboli di un ciclismo ardito e...romantico; è la corsa (per me) più affascinante ed autentica perché lo spirito che la pervade, il senso, il gusto, il sapore del ciclismo "old time" che la avvolgono e la ammantano (e che si respira in ogni piccolo tratto del suo percorso, sia pure il più insignificante!) non hanno eguali al mondo! Si pensi che alcuni tratti di acciottolato, di "sanpietrino", come comunemente viene definito in Italia il pavé (a Roma in particolare), sempre più esigui - a dire il vero - (è per questo che sono custoditi e conservati dagli organizzatori come vere e proprie reliquie!), sono talmente sconnessi da costringere spesso i corridori a scendere dalle bici e percorrerli a piedi (si pensi a due tratti famossissimi come quelli nella foresta di Aremberg e del "Carrefour de l'arbre", spettacolari e spesso decisivi per l'esito finale della corsa, sebbene il primo si trovi relativamente distante dal traguardo finale del velodromo di Roubaix!). Una corsa vera, si diceva, la Roubaix, che si corre con la testa - certo - e con il...fegato (meglio direi con le viscere!), ma anche, e soprattutto, col cuore! Una corsa, la Roubaix, poco avvezza a freddi e cinici "calcolatori", la quale non è mai stata troppo generosa con i succhiaruote della bicicletta, bensì adatta esclusivamente a ciclisti (e uomini) "veri", audaci e forti: ad autentici guerrieri delle due ruote, insomma!
     Questa corsa, pertanto, è stata da sempre (mi domando come poteva non esserlo?) la corsa preferita di (e da) Moser, fatta a pennello per le sue caratteristiche "umane" e fisiche, impressa nel suo dna di atleta, di corridore, di uomo. Il trentino calcò il palcoscenico dell'"inferno del Nord" (così è definita la corsa a causa delle difficili, talvolta impossibili condizioni ambientali ed atmosferiche in cui si svolge) solo e sempre da...attore protagonista, mai da comparsa, guerreggiando con autentici satanassi e bucanieri del pavé come Merckx, Roger De Vlaeminck, Marc Demeyer, Godefroot, Maertens: tutti belgi e tutti, tranne l'ultimo, vittoriosi a Roubaix (De Vlaeminck addirittura vanta il record di vittorie: quattro!). Si schierò al via da Compiegne (da oltre quattro decadi la corsa francese parte dalla "storica" cittadina dell'Oise, sita sessantacinque chilometri a nord-est di Parigi) per ben tredici volte dal 1974 (la prima) al 1987 (l'ultima), saltandola soltanto in tre occasioni: nel 1973 (l'anno dell'esordio tra i professionisti), nel 1984 (l'anno del record dell'ora e della vittoria nel Giro) e nel 1988 (l'anno conclusivo della carriera). Il curriculum moseriano a Roubaix (quasi una carriera a...parte, oserei dire, quella del trentino, in questa corsa!) è davvero impressionante: tre vittorie consecutive (1978, 1979, 1980), unico corridore a realizzare la fantastica "impresa" dopo il francese Octave Lapize agli albori del novecento (1909, 1910, 1911); due secondi posti (1974, 1976); due terzi posti (1981, 1983), un quinto posto (1975), un ottavo (1986), un decimo (1982), un dodicesimo (1985), un tredicesimo (1977) e un diciannovesimo (nel 1987, peggior risultato). Concludo scrivendo che la carriera di Francesco Moser e, a mio modesto avviso la sua stessa vicenda umana, non sarebbero state le stesse se non ci fosse stata la Parigi-Roubaix: nessuno, in quel caso, avrebbe potuto parlare del corridore trentino come (di) un autentico guerriero delle due ruote!

    da: una mail inviata a raisport.

    Taranto, 15 marzo 2013.