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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia:                                        - Non c'è nessun Dio, lì, e neppure nessun uomo, che possano
                                           darti conforto: sopra il lastricato di marmo dell'obitorio sei solo,
                                           vi-à-vis con la morte!

     Ricordo d'aver letto per la prima volta il breve ma intenso racconto che segue la sera prima che mio padre andasse via da questa terra: era una domenica di febbraio, l'ultima ed abbastanza mite, di sette anni fa. Lui era già entrato in coma e lo lessi poco innanzi di tornare a casa dall'ospedale. Mio padre Marco (era il suo nome di battesimo vero anche se tutti lo chiamavano Mario: lo conoscevano per quel nome e nessuno, neanche parenti stretti, sapevano che le cose fossero diverse) morì il pomeriggio seguente, alle ore diciassette. Ironia della sorte: mia madre aveva cessato di vivere venti mesi prima, alle sedici e sullo stesso pianerottolo del nosocomio cittadino...diciamo a meno di cento metri di distanza dal punto in cui lo fece mio padre. Il giorno prima della sua morte, quella domenica, avevo trascorso diverse ore insieme a lui (come oramai capitava da circa due settimane: da quando, cioé, era entrato in ospedale a causa d'una caduta e della frattura del femore conseguente alla stessa) e seppure la situazione fosse senza speranza, non immaginavo che sarebbero state le ultime (quelle cose non si immaginano mai, anche se poi avvengono ugualmente!). Io conservo ancora il calendario di quel 2013, quasi a voler fermare il tempo nella mia mente e nei miei pensieri...ma ognuno lo fa spesso - o anela a farlo - in maniera assolutamente inconscia; anzi, ne conservo due, ad essere precisi: uno è di quelli a muro ed è affisso sullo sportello di un armadietto nel soggiorno, vi manca il foglio di gennaio e su quello di febbraio il venticinque è circolettato a penna. Lo feci io stesso la sera in cui morì mio padre, quando tornai a casa, e vi scrissi: "Buona fortuna, Jack!". L'altro calendario è di quelli fatti a mo' di soprammobile, comunemente detti da tavolo: a sua volta si trova sopra un mobile nell'ingresso di casa ed anch'esso è circolettato al venticinque di febbraio e reca scritte le stesse parole dell'altro. Mio padre fu grandissimo appassionato di cinema western, in sua vita: ecco chiarito l'arcano, quindi; spiegato il perché di quella frase, scritta accanto alla data della sua morte, che ai più potrebbe invece apparire strana ed incomprensibile...quel buona fortuna, Jack dal titolo di un noto film western (appunto) di Tonino Valeri, interpretato nel 1973 da Henry Fonda (mostro sacro dello star system made in Hollywood) e da Terence Hill. Mi portava spesso al cinema (capitava nel giorno della settimana in cui era a casa dal lavoro, di solito il martedì), molte volte mi ha anche raccontato di quando lui, ragazzo di paese (un piccolo borgo, una frazione appena della bassa reggiana al confine con la provincia di Modena) andava al cinema coi suoi amici: tornava dal lavoro, prendeva un pezzo di gnocco fritto, lo incartava nella carta paglia e via...montava sulla bici per recarsi nella sala del paese vicino, a vedere un film (di cobboi, come era solito dire lui!) con Tom Mix o con Ken Maynard, con Randolph Scott o con John Wayne.

     - Storia di Giuseppe e del suo vecchio cane - Due volte ci sono passato davanti, solo l'ineluttabile logica dei numeri mi ha permesso di trovare il 4. Cercavo una casa, un palazzo, invece era un vecchio portone di legno scrostato, verso il cielo una parete di finestre, anch'esse scrostate e tutte chiuse da anni. Il numero era stato scritto, tanto tempo prima, con vernice bianca. Suono il bottone bianco di un campanello che mi riporta alla mente quello che, da bambino riuscivo a schiacciare solo in punta di piedi, per farmi aprire la bottega del salumiere quando era chiusa. La chiave gira nella toppa, si apre un uscio, piccolo, ci si deve chinare per entrare, oltre la soglia c'è un lungo androne senza illuminazione, in fondo si vede una corte, due piccoli cagnolini mi scortano mentre seguo la signora oltre l'ombra buia. Sulla sinistra tre portici, vedo bene il primo, c'è un sacco di roba accatastata, attrezzi da contadino. Seguo la signora, sotto il portico di mezzo, fra mille cianfrusaglie scorgo il corpo di un uomo sdraiato sul letto vecchio almeno quanto lui, a terra, accanto un vecchio grosso cane sdraiato sul fianco come il suo padrone. Guardo negli occhi la signora stupito. Lei allarga le braccia in segno di resa e inizia a raccontarmi. Quando esco per parlare con il paziente so tutto della sua malattia ma non so nulla di lui: perché si rifiuta di tornare dentro casa anche solo durante la notte? Esco e mi siedo, presentandomi, su un vecchio sgabello accanto al giaciglio, sotto al terzo portico pieno di gabbie con galline, polli, conigli. La signora va in quella direzione con un secchio di mangime. - Giuseppe, sono quì per insegnarle ad alzarsi da questo letto... - E' magrissimo, più alto di me, pelle scura e barba bianca incolta, lo sguardo si posa su di me con fare interrogatorio. -  Guardi che io mi alzo quando voglio e quando ne ho bisogno arrivo fin là in fondo alla turca. - Accompagna queste parole con una rapida occhiata verso sinistra. - Sua moglie è preoccupata, pensa che se dormisse in casa tutto sarebbe più semplice, qua fa molto caldo. - 
     - Si guardi intorno, questo spazio l'ho difeso da tutti e per tutti questi anni, fin che sarò vivo continuerò a farlo. La vita ti può regalare tante cose, quasi tutte inutili, quelle non le difenderò. Le cose importanti te le devi costruire. Io ho fatto così e ora difendo questo spazio, il mio è un vero e proprio presidio, ho sempre pensato che le parole siano meno importanti dell'esempio, spero che i miei figli lo capiscano e diano spazio ai fatti più che alle parole. - Dice queste cose mentre si siede con le gambe giù dalla branda. Con un grande sforzo Giuseppe si alza appoggiandosi ad una lunga verga come un pastore e barcollando si avvia verso la turca accompagnato dal vecchio cane. Raggiungo la moglie accanto alla gabbia dei conigli, le spiego che suo marito si è sempre fatto rispettare e che ora non può cambiare e non può immaginare la propria morte lontano dalle cose per cui è vissuto. Qualche settimana dopo, l'abbaiare all'alba diverso dal solito dei piccoli cani sveglia la signora che capisce subito: il marito se n'è andato, è sulla branda sdraiato sul fianco destro, anche il vecchio cane se n'è andato, sdraiato sul fianco destro, un lenzuolo ne copre buona parte del corpo, forse un colpo di vento.
                                                                               
                                                                              Mauro Montermini, Fisioterapista Vidas

    - Appendice (o note a latere) - Qualcuno si domanderà, ora, dop'aver letto il racconto precedente, se vi siano similitudini e punti in comune tra la storia (vera) ch'esso descrive (in maniera concisa, lo fa, seppur significativa e chiara) e la vicenda "finale" che riguarda mio padre, anch'essa rievocata (ed evocata) attraverso le mie parole scritte? Premesso che il racconto in questione l'ho ritrovato frugando tra tantissime vecchie carte (o meglio, ho ritrovato la pubblicazione che lo riporta: il bollettino di Vidas, nota onlus assistenziale milanese, la quale si occupa in genere di malati terminali) e riletto qualche giorno prima della stesura di questo tratto del mio diario, debbo dire che esse [le similitudini] ci sono senza dubbio come pure punti in comune, e sono abbastanza precise, semplici ed evidenti...quasi lapalissiane: beh, innanzi tutto, l'uomo che affronta il suo ultimo viaggio, eppoi il tema della vecchiaia e della solitudine della - e nella - vecchiaia (e dell'esser vecchi), la decadenza fisica e mentale che essa comporta - a volte - ; infatti, entrambi i casi trattano della morte di uomini anziani i quali, con modalità differenti tra loro terminano la loro esistenza: mio padre sopra un letto di ospedale dopo qualche giorno di incoscienza (magari avrebbe voluto non farlo, chissà, se ne avesse avuto la possibilità, o forse farlo in maniera diversa...andarsene in maniera diversa) e con al fianco il figlio, l'altro invece, ossia Giuseppe, il vecchio milanese, dopo aver difeso strenuamente (come, del resto, aveva fatto nel corso di tutto il "viaggio") il suo piccolo mondo, il suo piccolo spazio, le sue piccole umili cose per cui aveva sempre vissuto e andando via, alla fine, insieme all'amico più fedele che vi sia, cioè il suo cane (a quanto pare, però, nel suo caso fosse la cosa che più desiderava avvenisse!). In questo caso penso sia proprio il caso di dire (giri di parole a parte!) che ognuno di noi sa (più o meno) come è venuto al mondo (anche se nessuno possiede, invero, la facoltà di scegliere in quanto l'evento avviene a prescindere dalla propria volontà: in pratica, nessuno decide da sé stesso di nascere, nessuno è padrone della propria nascita visto che ci concepisce e poi ci mette al mondo sempre qualcun altro), ma a niuno è dato (di) sapere come possa andarsene dal mondo: nessuno conosce la propria fine, quello che ci aspetta malgrado esistano le chiromanti che leggono la mano e predicono il futuro attraverso la palla di cristallo, e malgrado esistano dei metodi (non so quanto veritieri e "scientifici") di risalire al proprio futuro (e quindi conoscere la propria fine: in poche parole, sapere di che morte dobbiamo morire!) attraverso la lettura del dna. Eppoi, gli aspetti più curiosi della vicenda intiera - a mio avviso - nonché strani (e forse, chissà, empatici; o magari son solo coincidenze astrali) stanno nel fatto che io avessi ricevuto il bollettino di cui sopra, sette anni orsono, proprio mentre mio padre era in ospedale; ed ancora...leggessi il racconto poco prima della sua morte: quasi un monito, chissà, una cosa annunciata, anzi, una morte (vera) preannunciata da un'altra (letta). Mi corre obbligo di chiudere con un'ultima annotazione di carattere generale che racchiude, al tempo stesso, un mio pensiero e che, si badi bene, scrissi altrove in tempi ed epoca non sospetta, ovvero lontani dagli eventi luttuosi che hanno poi colpito la mia esistenza: "la morte è un fatto individuale, lo è sempre e comunque, a mio avviso. Anche in un contesto di morte collettiva essa resta comunque un fatto individuale mai diviene collettivo: seppur capiti di morire insieme ad altri 100 mila individui, attorniati da gente amica o dai tuoi cari o magari insieme al proprio cane!".

    Taranto, 26 aprile 2020.

  • Come comincia:  In questa parte del mio diario voglio proporre un racconto letto su un librino per pochi intimi: una pubblicazione, infatti, che nessuno potrà trovare mai esposta a bella prima sugli scaffali delle librerie italiane oppure nel merchandaising di Amazon perché è stato scritto da un autore che non scrive per vendere libri, o meglio non li scrive per far soldi o tiratura ne per diventare famoso; una pubblicazione che è stata stampata (ed autoprodotta) per aiutare delle persone che sono detenute in varie carceri italiane. L'autore si chiama Olmo Losca, l'ho conosciuto nel gennaio scorso (soltanto formalmente, però, no di persona, acquistando la sua opera tramite la Cassa Anti-Repressione che l'ha prodotta, anzi autoprodotta). Nella seconda pagina di copertina è scritto, in basso, quanto segue: "L'intero ricavato della vendita di questo libro sarà destinato alla Cassa Anti-repressione in solidarietà alle compagne e ai compagni rinchiusi nelle patrie galere". Il racconto (meglio sarebbe definirlo "raccontino", data la sua brevità...altri, all'interno del libro, sono molto più lunghi), che è scritto nelle pagine 51-53, si intitola: "L'urlo di un barbone dei boschi" - Gennaio 2020, località: il bosco. Il testo è quello che segue:
      "Cresciamo e viviamo in una società terrificante, talmente squilibrata che le ricchezze si moltiplicano con la stessa velocità delle povertà che precipitano, dove il concetto di giustizia è misurato sui vestiti di seta e cashmere, dove la tenaglia dei suoi esecutori raggiunge profondità di tale iniquità che risulta "naturale" e "volontario" mantenere istituzioni repressive per perpetuare all'infinito la persecuzione e il martirio di vittime nel nome di aberrazioni ambientali, economiche, sociali. Cresciamo e viviamo in luoghi dove regna la carità religiosa, il romanticismo da soap-opera, l'abnegazione del salario da fame, l'egoismo della proprietà privata, della pistola nel comodino, la difesa dell'ordine costituito, la trasformazione del suolo in cimitero a cielo aperto, la lapidazione pubblica di individui di un'altra epoca storica, la mistificazione, il depistare e nascondere i responsabili delle stragi, la violenza contro i miserabili della strada, la gogna mediatica, il ladrocinio nelle tasche di chi non ha niente. Cresciamo e viviamo chiusi fra quattro mura di cemento armato dipinto dalla chimica da laboratorio, stritolati da una educazione obbediente misurata in codici scolastici, indottrinati da una morale dove l'ego acquista punti a discapito del silenzio, barricati dietro porte blindate e torrette a vista, dove anche il suono armonioso del vento diventa onda d'urto di deflagrazione, insultati e derisi da soggetti che frustano la nostra schiena sette giorni su sette, diventando milionari. Cresciamo e viviamo indottrinati da eserciti di articoli e notizie ricoperte di plastica e menzogne e, nonostante tutto questo, cerchiamo di emanciparci in strade percorse da fumi di monossido, resistiamo ai binari arruginiti inchiodati sui nostri fianchi, ci sdraiamo esausti sul ciglio dell'orizzonte senza mai attraversarlo, urliamo di libertà con infilato in bocca lo straccio che soffoca. Ma non è sufficiente, perchè intorno vediamo individui che crescono e vivono sordi ai lamenti incessanti che lacerano le pareti dei lager, sorridono ai liquami che avanzano fino a cingerci le narici, scendendo in gola e obbligando a digerirli, abituati ormai alla sovranità di coloro che siedono sui nostri corpi, delegano la vita a carnefici che la toglieranno, distolgono in allegria lo sguardo al baratro, disprezzano la mano tesa del perseguitato, la stessa mano che scomparirà nel fondo del mare. Ma tutto questo non è crescere, non è vivere. Esseri viventi trasformati in prodotti da masticare e sputare, masticare e sputare. Oggi mi hanno detto che sono un nemico della nostra società, traditore della morale, difensore dei brutti e cattivi, un solitario pazzo, un fabbricante di falsità e sogni irrealizzabili, ma sono solo una foglia seccata al sole da un'estate malata, un torrente prosciugato da dighe puzzolenti e marce, un albero troncato da motoseghe astute, una talpa agonizzante da ruspe ripiene di fango, un lago cristallino diventato immondizia.   Non temete, tranquilli, il mio urlo di rabbia e dolore non si sentirà, travolto e coperto dalle sirene del progresso...". (da: "Sentieri in cammino").
     La Nota biografica sull'autore, in terz'ultima pagina di copertina, prima delle note dello stesso autore, dell'indice e dell'ultima pagina della pubblicazione, recita quanto segue: Olmo Losca nasce nel 1969, il padre anarchico, tra i fondatori di quella corrente pittorica degli anni '50 denominata, dai giornalisti Giorgio Kaisserlian e Marco Valsecchi (nella prima esposizione italiana del 1956), "Realismo Esistenziale" ha contribuito alla formazione artistica e politica del figlio. Olmo inizia a scrivere poesie dall'età di 14 anni. Dopo un periodo all'estero (in cui gira come un viandante per le strade d'Europa) a 22 anni rientra in Italia. Attraversata una parentesi lavorativa in una fabbrica (5 anni) decide di vendere tutto e trasferirsi in montagna dove inizia a fare il contadino, apicoltore e naturalmente continuando a scrivere. In particolare fiabe e novelle per ragazzi. La sua esperienza come "abitante delle alte valli" lo avvicina ai rifugi alpini, dove ne gestisce uno per due anni e, questa esperienza, lo porta a collaborare con altri gestori alle "Vie" degli escursionisti. Attivista libertario fin dalla tenera età scrive, parallelamente alle fiabe e alle poesie, anche racconti, novelle, articoli e saggi sull'ecologismo, l'animalismo e la critica sociale. Negli ultimi anni è promotore anche di quell'approccio alla questione animale legata all'anarchismo (svariate sono le sue conferenze, in Italia, sul tema). Per la casa editrice francese Editions du Monde Libertaire pubblica nel 2019 "Les Poésies de l'Orme" una raccolta di poesie bilingue (francese/italiano). Attualmente sta lavorando a un progetto di fiabe per adulti legate alla questione animale.

    Taranto, 228 Floréal 5 (24 aprile 2020).

  • 24 settembre alle ore 14:31
    Quando sei nato non puoi più nasconderti

    Come comincia:  - Quando sei nato non puoi più nasconderti, - ripeteva sovente a suo nipote il vecchio Mohammed, discendente da una famiglia berbera di stirpe antichissima ; - una volta che vieni al mondo, figliuolo, devi crescere in fretta, maturare e...alla fine scegliere dove andare, la strada da percorrere: non importa se sia quella giusta o meno, devi farlo comunque altrimenti la tua vita sarà vissuta a metà! - Eran passati tanti anni, adesso, e quel bimbetto era cresciuto: Noureddine era diventato un uomo. Aveva fatto delle scelte nella sua vita, sino ad allora: alcune giuste, altre invece sbagliate perché forse fatte in fretta e magari quando si era lasciato prendere dalla paura, dal sentimentalismo o dall'emozione. A quel punto della sua vita doveva fare ancora una scelta importante, quella che probabilmente avrebbe segnato - nel bene o nel male - il resto della sua esistenza e il suo cammino sopra questa terra: il suo paese era martoriato, da alcuni anni, da tensioni, disordini, scioperi generali, attentati...bombe, morti e lutti erano ormai all'ordine del giorno; come d'altronde, la repressione brutale sul popolo, gli arresti e l'uso sistematico della tortura tanto nelle campagne, quanto nelle città. Nourredine così entrò nella resistenza armata e lottò, insieme ad altri uomini e donne, dapprima in montagna eppoi nelle campagne vicine alla capitale. Vide ancora arresti, morti, incendi, violenze e saccheggi intorno a lui. Ma poi, un giorno, tutto finì...a metà estate i francesi andarono via: l'Algeria era libera; Noureddine aveva scelto e visse per il resto dei suoi giorni in pace con sé stesso.

    Taranto, 24 settembre 2020. 

  • 24 settembre alle ore 10:05
    LO SPECIALISTA DEL PUNTO G

    Come comincia: Alberto guardava fuori dalla finestra del balcone, era triste  per un suo problema di salute, una bronchite febbrile. Il medico di base gli aveva prescritto sette giorni di riposo assoluto il che voleva dire non uscire di casa e quindi non presentarsi in caserma, era un maresciallo delle Fiamme Gialle. Telefonate da parte dei colleghi e degli amici, anche il comandante del Gruppo Provinciale T.Colonnello Augusto Speziale, un suo paesano romano si era fatto vivo: “Mazzò che fai il malato immaginario alla Molière?” “Colonnello lei ormai mi conosce, in vita mia ho marcato visita solo poche volte quando non ne potevo fare a meno come stavolta, la mia medichessa mi ha proibito in senso assoluto di uscire di casa.” Alberto era costretto a fare il pensionato, era triste ed arrabbiato anche per la giornata uggiosa, fuori nebbia, anche pioggerellina fine di quelle che durano  una intera giornata, d’altronde che pretendere, era febbraio. Attraverso i vetri del soggiorno scorgeva una montagnola con alberi d’alto fusto ed anche con piante di fichi d’India era in Sicilia, a Messina in viale dei Tigli. Chissà per quale ricordo gli venne in mente quel pittore francese, di cui aveva dimenticato il nome che, costretto a casa come lui aveva dipinto tante volte sempre lo stesso paesaggio che ad Alberto era sembrato stucchevole ma che era stato ampiamente apprezzato dai collezionisti, questione di gusti! Alberto fissando la montagnola vi aveva intravisto formati dagli alberi una pecora che brucava l’erba ed un agnellino che le succhiava il latte, che fantasia! Il maresciallo guarì ed ebbe il nulla osta dalla dottoressa di riprendere servizio. Il giorno dopo accadde un fatto spiacevole: dietro ordine della Autorità Giudiziaria cinque appartenenti della Finanza furono arrestati dagli stessi colleghi, accusa: corruzione. Uno l’aveva fatta proprio sporca, il Tenente ex maresciallo Ignazio Riboldi aveva acquistato a suo nome una villa a Messina nel complesso Giardino dei Laghi ed un’altra a Porto Rosa vicino Furnari in un complesso turistico famoso. Alberto aveva avuto l’ingrato compito di fotografarli e di compilare la scheda segnaletica per ognuno. La storia ebbe un seguito, la signora Ernesta Minutoli moglie dell’appuntato Giuseppe Cancellieri si presentò ad Alberto e: “Vorrei parlarle, possibilmente…” “Ragazzi andate a prendervi un caffè, pago io.” “Maresciallo vorrei da lei un aiuto, mio marito come lei sa è a Gazzi (prigione di Messina) ed io sono in un mare di guai, ho due figli di cui uno handicappato, questo mese non ho ricevuto lo stipendio di mio marito, devo anche pagare il mutuo della casa, mi dia una mano, sono pronta a qualsiasi sacrificio…” Non ci voleva molto a capire, la signora si era offerta ad Alberto. Non era una longilinea ma aveva un bel viso. “Madame se mi permette un prestito, ho in contanti mille Euro.”  Ernesta si avvicinò ad Alberto e lo baciò in bocca, era un anticipo? Alberto e la moglie Letizia da tempo erano giunti ad un accordo, coppia aperta, massima sincerità, qualche ‘svicolata’ sessuale con la sola limitazione di uso del condom. Alberto la mattina seguente si recò a casa della signora Minutoli, era atteso e la dama si fece trovare in camicia da notte trasparente, portò Alberto in bagno e gli lavò il pisellone già in armi. “Ho conosciuto solo quello di mio marito ma il tuo…” “Cara vedo che hai ancora belle tette ed un bel popò, sarò delicato.” Alberto iniziò con una spagnola, baciò in bocca a lungo la signora poi scese sul clitoride insolitamente grosso, gli fece un po’ impressione, poco dopo che era entrato nel fiorellino, piuttosto stretto, si accorse che la dama si stava esibendo in un orgasmo violento e prolungato, aveva le lacrime agli occhi, difficile da interpretarle, poteva avere varie motivazioni. Alberto proseguì sino a metà vagina sino a trovare il punto G, a questo punto Ernesta parve impazzire…Le ci volle del tempo prima di riprendersi. “Sei un mago…” “Si del cazzo” “La prossima volta vorrei darti il popò, mio marito è cattolico,  non l’ha mai voluto fare.” Pensiero di Alberto: “Stò stronzo ha tutti i difetti, oltre che ladro è anche religioso!” Alberto confidò il tutto a Letizia, senza riferire del denaro elargito.  “Sei diventato un consolatrice di vedove bianche, non è che diventi padre.” “La baby si è fatta chiudere le tube dopo la nascita del figlio handicappato.” La storia durò sinché l’appuntato Cancellieri uscì di prigione  agli arresti domiciliari. Nel frattempo era giunta alle orecchie di Alberto la notizia che il maggiore X Y poteva anche lui essere accusato di corruzione, l’ufficiale però non aveva commesso l’errore di intestarsi beni immobili, napoletano li aveva acquistati nel capoluogo campano a nome di parenti, immobili di notevole valore complessivo. Con indagini approfondite, chiedendo ai presta nomi da dove provenisse il denaro con cui avevano fatto quegli acquisti e soprattutto controllando il grado di parentela contro il maggiore c’erano abbastanza elementi per sottoporlo ad indagini. La notizia di quella spiata ad  Alberto venne all’orecchio dell’interessato che, molto preoccupato lo convocò  non nel suo ufficio ma a casa sua, abitava in una bella villa a Ganzirri vicino al mare. La ‘castellana’ Eleonora Sanfelice era una signora nobile napoletana famosa per la sua bellezza e per il suo stile. Longilinea, altezza superiore alla media aveva il fascino delle donne abituate ad ottenere tutto senza chiedere nulla. All’arrivo di Alberto in Jaguar la dama fece un verso difficile da interpretare, molto probabilmente voleva significare che la cosa poco le caleva. Il maggiore: “Se volete, prima del pranzo potete fare un giro in barca, mia moglie ha il brevetto per condurla, io addirittura non so nuotare.” Madame era di poche parole, ai avviò verso la battigia non curandosi se Alberto la stesse seguendo. Altro che barca era un quindici metri con due motori da 75 CV che poteva sviluppare una notevole velocità. Sulla tolda vari materassini su cui sdraiarsi a prendere il sole, a riposarsi o per altri scopi che, molto probabilmente erano quelli per cui Alberto era stato invitato. Giunti un po’ al largo Eleonora gettò in acqua l’ancora, si spogliò completamente e si tuffò in acqua, corpo favoloso, nuotava benissimo, sicuramente era stata allenata da un istruttore. Tornata indietro vicino alla poppa: “Vuole venire in acqua o preferisce il morbido rollio dell’imbarcazione.” “Preferirei restare a bordo.” La duchessa, questo il suo tiolo nobiliare si issò sul motoscafo con elasticità, Alberto anche se non l’aveva in simpatia dovette ammettere che era un ‘mammifero di lusso’ alla Pitrigrilli. Madame sapeva il motivo per cui Alberto era stato invitato da suo marito, ritenne opportuno accelerare ‘ la pratica’ prendendo in mano il suo pisello che stava ingrandendosi sempre più, non fece nessun commento sul suo calibro anche se sicuramente lo notò. Per sbrigarsi Eleonora sovrappose il suo corpo su quello di Alberto, prese il pisello di Alberto e lo introdusse dolcemente nel suo fiorellino circondato da peli bruni (i capelli biondi erano chiaramente tinti) e cominciò a muoversi. Alberto si sentì usato ed anche preso per i fondelli, che fare in quella occasione? Idea: trovare il punto G della dama e farle provare un orgasmo che forse in vita sua non aveva mai percepito. La sua previsione si avverò ed Eleonora  provò un orgasmo talmente forte da far vibrare tutto il suo corpo emettendo anche miagolii di soddisfazione che stupirono la stessa interessata. Passata la ‘buriana’ molto cambiò nell’atteggiamento di Eleonora, cominciò a baciare Alberto in bocca e mettendogli a disposizione le sue tette per farsele baciare poi il cunnilingus con orgasmi sequenziali che meravigliarono molto anche l’interessata, aveva trovato uno stallone. Alberto alla fine faceva l’indifferente ma aveva compreso che Eleonora si era ‘sciolta’ non era più la fredda castellana che aveva conosciuto all’inizio anzi sistemata la barca a riva mise un braccio sopra la spalla di Alberto ridendo: “Lo sa madame il detto francese ‘Madame qui rit c’est deja dans ton lit!’” “Ormai abbiamo superato il detto anche se abbiamo usato un materassino e non un letto.” Il maggiore era su un dondolo sotto l’ombra di un tiglio, al vedere i due abbracciati alzò appena un ciglio, le sue corna erano previste e programmate. Alberto chiese il permesso di andarsene, non aveva intenzione di pranzare col maggiore, la scusa: “Mia moglie non sta bene e mi aspetta a casa” Al rientro ad una consorte curiosissima relazionò i fatti ed insieme si fecero matte risate.  Anche  Letizia in passato si era presa una vacanza, era mancata di casa cinque giorni, era stata una vacanza proficua, il cotale con cui era stata doveva essere ricco perché madame tornò ‘onusta’ di gioielli. Letizia, più giovane di Alberto il mattino era al lavoro nell’ufficio postale di via Consolare Pompea. Un  giorno si ritirò a casa  nera in viso ma non per razza o perché baciata dal sole ma per motivi spiacevoli. “Ne parleremo alla fine del pranzo altrimenti non riesco a mandar giù nemmeno un boccone!” “Non ricordo se te l’ho accennato, abbiamo un nuovo direttore venuto da Roma, decisamente fanatico e che pretende un rispetto assoluto tipo militare, con quello di prima ci davamo del tu, Il cotale a nome Guglielmo Romeo è riuscito a far trasferire all’ufficio postale di Santa Agata Militello una mia collega che gli aveva risposto a tono, a Roma, al Ministero deve avere amici potenti, sinceramente ho paura che mi possa far assegnare ad un ufficio in località distante da qui, Messina è una provincia dal territorio molto esteso…” “Mon amour innanzi tutto dimmi se è sposato e poi se lo è lo invitiamo con la consorte a pranzo o a cena da Mimmo, faremo bella figura ed a pancino pieno tutto  appare diverso, le persone diventano più simpatiche, compris?” “La moglie ha un nome particolare Rinanna, vox populi mi ha riferito che è una donna bella ed allegra al contrario del consorte, vediamo se possiamo mettere in atto quanto programmato.” Due giorni dopo Letizia tornò a casa con delle novità: “Oggi è venuta a farci visita la moglie del direttore, si è presentata col nome di Rinanna Russo,  non ha nulla in comune col consorte: è allegra, simpatica, è piaciuta a tutti gli impiegati, ha chiesto di chiamarla  per nome e di darle del tu, è una romana caciarona al  contrario del consorte musone. Le ho accennato ad un eventuale pranzo insieme, è stata subito entusiasta, ama la compagnia e così interpellerà il marito e ci farà sapere, son sicura che lo convincerà ha argomenti convincenti, è una gran figona!” Il giorno dopo Letizia riferì al marito  la notizia dell’appuntamento nella trattoria di Mimmo a Ganzirri vicino al lago. “Ho provveduto a chiamare il titolare a nome tuo, ci aspetta sabato per l’ora di pranzo, ho spiegato a Rinanna dove abitiamo.” Il sabato a mezzogiorno una 500 Fiat nera entrò nel cortile di viale dei Tigli. Al citofono “Sono Rinanna, vi aspettiamo.” Presentazione dei due maschietti, appena una stretta di mano poi Letizia prese in mano la situazione: “Vorrei andare al ristorante con la nostra macchina alla  Alla vista della Jaguar X Type ti pare che Rinanna stesse zitta: “Cacchio una Jaguar!” “Capiamoci subito, è stato alla morte di una mia zia che ho ereditato una bella somma, non centra nulla la mia qualifica di maresciallo delle Fiamme Gialle, ho il difetto dell’onestà!” Letizia si mise alla guida e Rinanna sua sponte occupò il sedile del passeggero con la conseguenza che i due uomini si trovarono a doversi accomodare sui sedili posteriori. Letizia aveva indossato una minigonna a fiori ed una maglietta decisamente scollata, aggiungendo la mancanza di reggiseno…” Durante il tragitto Guglielmo guardava fuori dal finestrino, Rinanna.”Sai che sei brava alla guida, sai fare pure il tacco punta rifallo e fammelo vedere da vicino.” Rinanna si era abbassata ed aveva preso di mira le gambe di Letizia. “Alberto lo sai certamente che tua moglie ha gambe da ballerina, guarda guarda ha anche gli slip con i personaggi di Walt Diney.” Non era vero ma va a sapere quello che passava in testa alla signora che inaspettatamente prese a toccarle il pube. Letizia ritenne opportuno diminuire la velocità della macchina, mise marce inferiori, non sapeva che atteggiamento prendere, una situazione fuori dal normale. Rinanna capì che stava esagerando e smise. Mimmo aveva ricevuto da Alberto qualche ‘agevolazione’ in sede di verifica, sistemò i quattro in una stanza riservata, Alberto stava dinanzi a Guglielmo, Letizia a Rinanna. Si accorse di qualcosa di anomalo dallo sguardo di Letizia che mettendo gli occhi in basso gli fece capire che la dama le aveva posizionato un piede fra le sue gambe. Alla fine del sontuoso pranzo le due signore si ritirarono nel bagno. Letizia a casa riferì del loro approccio. Rinanna aveva convinto il marito ad un wife swapping particolare: le due signore a letto con un maschietto alla volta, condizione posta dal consorte. E così fu: Guglielmo a casa sua sembrava un altro: forse la situazione che stava per crearsi lo aveva eccitato: era sorridente, non si vergognava di rimanere in slip dinanzi ad Alberto ed a Letizia che con Rinanna si ritirò in camera matrimoniale insieme al padrone di casa, Alberto aspettava il suo turno ma la curiosità non è solo femmina. Aperto uno spiraglio della porta della stanza uno spettacolo inusitato: le due signore inginocchiate sul letto con Guglielmo che le penetrava a turno,  al massimo dell’eccitazione chiese ed ottenne da Letizia di penetrarla nel popò, Alberto si ripromise di fare altrettanto con Rinanna. Divennero un quartetto affiatato, niente più un maschietto alla volta, tutti insieme appassionatamente. Letizia  nel suo lavoro ottenne una promozione e relativo aumento di stipendio e vissero…Ma nella mente di Alberto era rimasta l’immagine di Eleonora, una donna favolosa ma solo per una volta sua, purtroppo era fuori dalla sua portata. Alberto seppe che si era separata dal marito e si era trasferita a Napoli, il sogno di Alberto era stato un meraviglioso sogno infranto, infranto per sempre.  

  • 22 settembre alle ore 15:40
    Alla berlina

    Come comincia: Finalmente la campanella suona. La mattina è stata dolorosa. Esco mogia dalla scuola elementare, e lì tutti mi aspettano: bambini genitori sorelle fratelli che sono venuti a prendere i bambini. Il sole è splendente, io di solito mi butto a rotta di collo giù per la scalinata facendo giravolte su giravolte, lanciando la cartella intorno, felice, così felice di essere fuori, all'aperto, in questa giornata di primavera dall'aria profumata, lì c'è la campagna, prati ruscelli, e rovi dove posso inoltrarmi in cerca di fiori, così nascosti, quasi inaccessibili, ma non per me. Ma oggi mi aspetta la berlina, e io lo so, benché solo in seconda elementare, lo so. E' un coro unico che mi accoglie appena mi affaccio sul grande piazzale di fronte alla scuola: ha fatto la firma falsa...ha fatto la firma falsa...ha fatto la firma falsa. Il ritorno a casa è faticoso, non so cosa aspettarmi ma intuisco di avere fatto una cosa gravissima. La firma è pasticciata, non mi era venuta bene e l'ho imbrattata, la gomma per cancellare ha bucato il foglio. Un vero disastro, Sì, ho fatto la firma di mia madre, e lei è unica, incredibile, con la sua fede incrollabile, che mentre l'accaduto diventa una questione di Stato, insiste che la firma l'ha fatta lei, anche se è pasticciata. La firma l'ha fatta lei, l'ha corretta lei perché la penna non scriveva bene,
    Quel giorno imparai molto ma quello che imparai non fu l'essere stata messa alla berlina a insegnarmelo, fu mia madre a insegnarmelo. 
     

  • Come comincia: Ma di quel geniale tedesco sono da ricordare anche, e soprattutto, due monumentali opere come "From Caligari to Hitler: a Psychological History of the German Film" (Storia del cinema tedesco, 1977), la cui stesura li fu commissionata nel 1943, due anni dopo il suo trasferimento negli States per sfuggire al nazismo, dalla Guggenheim Foundation (a New York, tra l'altro, fu assistente speciale al Museum of Modern Art Film Library), e "Theory of Film: The Redemption of Physical Reality" (Film: ritorno alla realtà fisica, 1962): assolutamente originali quanto significativi contributi alla riflessione, alla critica ed alla storiografia cinematografica di ogni tempo.
     - Va dicendo il saggio - Va dicendo il saggio (ma sarà proprio vero oppure, come diceva quel tale che saggio non era eppur le mandava a dire a chiunque, senza peli sulla lingua, "son soltanto...quisquiglie e pinzellacchere?"), a destra quanto a manca ed in ogn'ora del santissimo giorno, che: "gente allegra il ciel sempre l'aiuta". Ma or io mi domando: perché mai, allora, quella triste non dovrebbe aiutarla (mai) nessuno? E quando dico nessuno, intendo nessuno: quindi, neanche il sole o la luna che, però, guarda caso dimorano pur essi in cielo? 
     - Serie - Proverbi con commento (a modo mio)
     "Vedi Napoli e poi muori" - Ma io, una volta...al buio m'apparve innanzi all'improvviso mia sorella Anna coi bigodini in testa: a momenti ci restavo secco. Pertanto, ne deduco quanto segue: ovvero, che non è affatto necessario vedere Napoli per morire!
     - Pascal e gli atti "impuri" - Il grande pensatore e letterato francese Blaise Pascal ebbe a dire una volta: "la solitudine ti porta a commettere atti impuri...come piangere, pensare, etc.".Io però aggiungerei: amare ed odiare, oppure sognare, credere e sperare, abiurare sé stessi e mentire a sé stessi, impersonare il diavolo e l'acqua santa; e per ultimo...anche scrivere poesie che è l'atto più impuro ed irrazionale di tutti!
     - Le azioni dell'uomo (o: le nuove tavole)
     Nascere: senza far rumore;
     Camminare a testa alta e gambe in spalla (dopo aver imparato a camminare, s'intende!);
     Vivere: non restando (mai) in silenzio;
     Chiedere tutto il possibile e anche l'impossibile: possibilmente!
     Domandare: ciocché non ha risposta (mai);
     Chiedere (bis); tutto, sempre: ed in fretta!
     Possedere quello che si vuole, ma non quanto si ha;
     Dare: niente (mai)...per scontato;
     Ricevere sempre ogni cosa: in cambio!
     Onorare: il padre e la madre (sempre e comunque);
     Star bene: al mondo e sopra la terra (soltanto sopra questa, però...altrimenti?!);
     Levarsi: un chiodo "fisso" da giovani; meglio farlo senza usare le pinze...e non aver mai un chiodo nella scarpa!
     Andare senza meta: ma a testa alta e con la corda (ben) tesa;
     Non andare (mai) a funghi da solo!
     Camminare (bis) al buio, ma senza farsi male (possibilmente)...(e) con gli occhi ben aperti: che gli alberi nascosti son sempre in agguato!
     Far l'amore: con la luce accesa; e...mi raccomando di non leggere mai, prima di farlo, la bibbia, il corano o il talmud!
     Guardare (sempre prima dei pasti, però!) ed anche toccare: ma...mai il cielo con un dito (il cielo è alquanto volubile: potrebbe offendersi!);
     Dormire né cadere...mai in piedi!
     Partire (senza mai morire): dopo aver fatto la spesa (possibilmente)...che grosso guaio sarebbe se al nostro ritorno trovassimo il frigo vuoto!
     Fare e disfare - quasi - sempre (eppoi ricordarsi di rimetter tutto in ordine!);
     Fare (a volte): di cuori aperti scempio!
     Creare (ovunque) scompiglio, morte - morti - e dolori  (prima);
     Non fare: a botte col passato (dopo);
     Prendere: a calci la vita; né (mai) nulla alla leggera;
     Non prendere (se possibile) mai calci nel culo dalla vita: siano essi leggeri che forti...eppoi, tutti sanno, che il culo è la parte più sensibile del corpo umano!
     Giocare: a tresette col "morto" (e fottersene della morte: almeno quando si sta giocando!);
     Giocare (bis): possibilmente con la vita degli altri, ma mai con la propria! (e mai mettere a repentaglio la propria vita: neanche per denaro o a causa di una donna; anche se...trattasi della donna d'altri!);
     Mai giocare né col diavolo né col cristo: son tipi poco raccomandabili...quei due!
     Salire (le scale): mai a piedi, se possibile...altrimenti il fiato diventa corto!
     Arrivare (possibilmente) in alto: il più in alto possibile che si può (mai fin oltre le nuvole, però: c'é troppa umidità da quelle parti!);
     Scendere: in basso al più presto, una volta arrivati in cima (questo vale per tutti: per chi soffre e per chi non soffre di vertigini!);
     Cadere giù; e rialzarsi - se possibile - (quasi) subito!
     Suonare: il violino ma non le serenate al chiar di luna e sotto le stelle;
     Dormire (bis): con gli occhi sempre (ben) aperti (questo vale, soprattutto, per coloro  che...nascondono i soldi sotto il materasso!); 
     Sognare (sempre) ad occhi chiusi...altrimenti che gusto c'é a sognare!
     Avere: sempre tutto - se possibile...da perdere; mai da guadagnare (altrimenti: chi li tiene a bada i finanzieri!);
     Non avere (mai) paura di niente né di nessuno!
     Lasciar stare i santi e i fanti;
     Non toccare (mai) il "can che dorme";
     Tornare: all'ovile natio;
     Chiudere i conti e la partita sul patio;
     Morire: in pace con sé stessi; 
     Giacere sotto terra (e amen!).
     - Serie: proverbi e modi di dire...a modo mio (con commento: questa volta!)
     - Non c'é due senza tre: ma neanche quattro senza cinque, sei senza sette, otto senza nove e così via. E' come dire: non c'é sole senza luna ed alto senza basso; oppure amore senza odio e pianto senza sorriso, o gioia senza dolore e bianco senza nero; infine: non c'é vita senza morte. Ovvero: gli opposti che sono l'uno il completamento dell'altro; o meglio: tutto ed il contrario di tutto...e sempre tutto (sta o ritorna) al proprio posto ("gli opposti si attraggono a vicenda e si completano": disse, infatti, qualcuno una volta!).
     - Il primo amore non si scorda mai: ma neanche il secondo, il terzo, il quarto, il quinto e così via. Soltanto l'ultimo, però, è quello che dura per sempre!
     - C'é sempre la prima volta (per ogni cosa): ma c'é anche la seconda, la terza, la quarta e così via. Importante, però, è...che non ci sia mai l'ultima; o meglio: ch'essa arrivi il più tardi possibile!
     - La coscienza: giro di valzer intorno a...-  La coscienza è tutto ciocché siamo oppure...non siamo; è tutto ciocché ci appartiene oppure...è sconosciuto; è tutto ciocché appare oppure...(a noi) è invisibile; è tutto ciocché è dentro di noi oppure...è al di fuori; la coscienza è tutto ciocché è oppure...non è!  La coscienza rappresenta l'ignoto per la nostra anima, ma è anche il suo invisibile "specchio" interiore; essa è tutto ed il contrario di tutto: è inconscio, è sogno ed è realtà; essa è subcònscio, e apparenza ed è immaginazione.
     - La vita: due divagazioni sul tema (con aforisma celebre alla fine) - La vita è: vincere da una parte e perdere dall'altra; la vita...alla fine vinci da una parte e perdi - invece - dall'altra: funziona proprio così! La vita non è una mera attività commerciale (Paolo Crepet). 

     

  • 21 settembre alle ore 12:59
    NEL MONDO DEI PIÙ

    Come comincia: Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

    NEL MONDO DEI PIÚ
    Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

  • Come comincia:  C'è chi ritiene che l'orizzonte sia quella linea immaginaria che si spande all'infinito dinanzi agli occhi di chi la osserva...gli orizzonti di gloria sono ben altra cosa: quelli a cui aspirano in molti ma che in vita spettano direttamente soltanto a coloro che hanno mostrato coraggio indicibile nel compiere gesti inusuali di valore; e lo hanno fatto sprezzanti del pericolo e del nemico. Mio nonno aveva combattuto nella Grande guerra con estrema dignità e coraggio. Durante una azione perlustrativa riuscì a catturare, da solo, armato soltanto di fucile, ben trenta soldati nemici. Si meritò così la medaglia di bronzo al valore militare. La mattina in cui doveva essere insignito dell'onorificenza sarebbe stata di lì a poco. Per una settimana intera egli dormì poco e nulla (appena due ore a notte): era troppo forte il pensiero che lo avvolgeva; pensava che sarebbe diventato immortale e pensava agli orizzonti di gloria che avrebbe navigato e varcato. Quel momento arrivò. Mio nonno allora con la divisa messa a nuovo per l'occasione ricevette la sua medaglia: fu il generale dell'armata in persona ad appuntargliela sul petto. Aveva gli occhi lucidi per la commozione. Sulla strada del ritorno, che di lì a non più di un'ora lo avrebbe riportato alla sua umile casa in mezzo al bosco, ebbe però un momento di...lucidità. Posò la bicicletta su cui stava pedalando per terra e si sedette sul selciato lungo il bordo della strada. Il sole era tramontato da un bel pezzo e le stelle ormai apparivano in cielo più luminose che mai, insieme alla luna piena. Mio nonno cominciò a pensare e a parlare ad alta voce: - cosa me ne faccio di questa medaglia? A cosa mi serve? Mi fa schifo portarla sul petto! Onore, la gloria, la patria non valgono la morte di centinaia di migliaia di uomini: di qualunque nazione essi siano e qualsiasi bandiera sventolino. Questa medaglia è macchiata col sangue di ognuno di loro! Dopo aver pronunciato queste parole prese in mano la sua medaglia e ci sputò sopra, poi la buttò per terra e la calpestò tre volte, lasciandola sul ciglio della strada. Dopo di che risalì sulla bici e tornò a casa. Quella notte dormì nove ore filate, come non li accadeva da immemore tempo. Il mattino seguente si svegliò e con solerzia preparò la sua borsa infilando dentro poche cose (appena l'indispensabile). Sarebbe dovuto tornare al fronte, quattro giorni dopo, ma non lo fece: la diserzione è punita con la fucilazione senza processo, in tempo di guerra. Si recò nel porto più vicino e si imbarcò sul primo piroscafo in partenza per un paese straniero. In quel paese si sposò con mia nonna e dalla loro unione nacque mio padre il quale, a sua volta, da adulto si sposò con mia madre: dalla loro unione, molti anni dopo, nacqui io. Non conobbi mai mio nonno ma mio padre, quando ero ragazzino, mi raccontò spesso la storia della sua medaglia. Da allora capii il significato delle parole "orizzonti di gloria" e non l'ho più dimenticato.

     Taranto, 16 settembre 2020. 

  • 18 settembre alle ore 7:39
    Nuvole

    Come comincia: le nuvole hanno un loro profumo particolare.. lo senti, quando ti passano sopra la testa.. lo senti entrare nelle narici e fin dentro al tuo cuore e alla tua mente.. profumo di pioggia, profumo di neve, profumo di fulmini e anche profumo di sole, specie quando lo inseguono per scacciarlo dal cielo. E' di quel profumo che mi nutro, non della pioggia, della neve, dei fulmini e del sole fuggente..

  • 16 settembre alle ore 9:47
    FLORA L'AMORE

    Come comincia: Alberto Pileri era un  giovane fortunato. Aveva ereditato il fisico possente dal padre Armando e la furbizia dal nonno Alfredo ex Commissario di P.S., dalla defunta mamma, Domenica Sciacca un patrimonio notevole. Giunto alla fine del liceo classico, ottenuto il diploma  per lui erano aperte due strade: iscriversi all’Università o indirizzarsi verso una carriera militare. A scuola era quello del sei risicato, rovinarsi la vista e la salute (secondo il suo parere) su libri ponderosi non ne aveva proprio voglia ed allora? Indossare le stellette ma di quale Corpo o Arma? Escluso l’Esercito non di suo gusto, la Marina? Non sapeva nuotare,  l’Aviazione un no condizionato dalla paura di cadere col velivolo, scartati i ‘Martelloni’ non rimaneva che la Guardia di Finanza. Al concorso per ‘l’Accademia fu bocciato (troppo difficili i quiz) ed allora si accontentò di indossare la Fiamme Gialle col grado di Finanziere semplice. In divisa faceva la sua ‘porca’ figura e riusciva abbastanza facilmente di ammaliare qualche pulcella (raramente) o qualche gallina vecchia. Fu trasferito in un reparto di confine, a quei tempi c’era molto contrabbando di sigarette dalla Svizzera. Il distaccamento di Lago Montogno dipendente dalla brigata di Rogoledo  situato a duemila metri di altezza sopra Domodossola, era luglio ed Alberto apprezzò molto il clima frizzante, in pianura si boccheggiava. Le perlustrazioni erano in fondo delle passeggiate, di pioggia non se ne parlava assolutamente. Una volta di notte insieme a due colleghi incontrò dei contrabbandieri i quali, dopo i colpi di pistola da loro sparati in aria a scopo intimidatorio, pensarono bene di abbandonare le bricolle che portavano sulle spalle e di darsi alla fuga. Ad Alberto e compagni non interessava arrestarli considerato il carteggio notevole da espletare e quindi tornarono ad distaccamento con i sacchi di T.L.E  (tabacchi lavorati esteri) sulle spalle. Albeggiava, ed i colleghi  svegliati dal sonno festeggiarono  i tre. Col beneplacito del sottobrigadiere Gustavo Ferroni, Comandante del distaccamento, calabrese di Lamezia aprirono la parte superiore delle bricolle appropriandosi del primo strato composto da quattro pacchi da venticinque pacchetti di sigarette e richiudendo i sacchi con dello spago, lavoro pulito, nessuno poteva accorgersene del ‘misfatto’. Alberto non poteva lamentarsi, il soggiorno non era solo perlustrazioni ed appostamenti, il sabato sera la signorine baitane che avevano il compito di badare alle pecore ed alle capre venivano invitate a pranzare al distaccamento con finale un ballo al suono di una radio a batterie e ‘infrattamento’ dei finanzieri con le gentili e disponibili ragazze in verità molto muscolose dato il loro pesante lavoro. Alberto pensò che con le loro cosce muscolose avrebbero potuto schiacciare delle noci, in verità il loro fiorellino era altrettanto nerboruto e stretto. Unico a non partecipare al festino era il sottobrigadiere. Alto e grasso non era portato per il sesso e mentre i finanziari festeggiavano con le baitane lui si rifugiava in caserma a leggere, era un asessuato ma nessuno lo prendeva in giro, era buono d’animo e cercava di aiutare un po’ tutti i dipendenti. Venne l’autunno e poi l’inverno, Alberto pensava di poter avere il cambio con colleghi della brigata di Rogoledo, delusione, lui ed altri tre finanzieri rimasero anche nella stagione fredda  al distaccamento di Lago Montogno.  Considerato che il vivandiere col mulo non portava mai del pesce pensarono bene di rifornirsene prelevandolo dal lago soprastante e da cui il distaccamento prendeva il nome. Gli ami improvvisati erano ignorati dalle trote in verità abbondanti ed allora: trovata del finanziere Gino Ferraroli ex armiere: far scoppiare delle bombe a mano nel lago ma occorreva trovare qualcosa di duro, al contatto con l’acqua le bombe non esplodevano ed allora alzata di ingegno: buttare nel lago dei tronchi di albero. Funzionava, le O.T.O. residuati bellici portati con sé dal suddetto finanziere Ferraroli esplodevano alla grande e tutti i pesci venivano a galla non per ‘vedere la palla di pelle di pollo’ ma per finire nelle pentole dei finanzieri. Un fatto triste accadde una mattina: incontrata una squadra di contrabbandieri Alberto e due colleghi spararono in aria i soliti colpi di pistola sicuri che i contrabbandieri avrebbero, more solito abbandonato il carico. Giunti sul posto una sorpresa: uno di loro non più giovane piuttosto tarchiato era seduto  su un tronco di albero, aveva vicino a sé una bricolla. “Perché non sei sparito come i tuoi colleghi, ora dobbiamo arrestarti!” Alberto era confuso, una situazione mai avvenuta in passato: “Vieni con noi al distaccamento e porta con te la bricolla.” Al loro arrivo anche il sottobrigadiere Ferroni era perplesso: “Pileri che mi consigli di fare stò disgraiato…guarda è malmesso ed ha pure i scarponi rotti!” Il contrabbandiere non era del posto, il suo nome Cateno Morabito, era calabrese e raccontò che al suo paese faceva la fame ed aveva pensato di andare al nord per lavorare, aveva moglie e tre figlie, gli scarponi gli erano stati prestati. Il sottobrigadiere Ferroni capì il dialetto del suo conterraneo e lo tradusse ai suoi dipendenti. Tutti d’accordo Cateno fu accolto per la notte, Alberto gli regalò un paio di scarponi  e gli altri colleghi calze, maglia di lana, pantaloni di flanella, Cateno si mise a piangere, pensava che i finanzieri fossero tutti ‘figghj d’introcchia’. La mattina presto Cateno fu lasciato libero e prese la via del ritorno, non avrebbe mai dimenticato quei buoni finanzieri. Finalmente venne la primavera tanto agognata, Alberto già pregustava di passare una bella estate al fresco quando via radio venne l’ordine per lui e per altri tre colleghi di rientrare in brigata. Alberto santiò alla grande rimproverato dal sottobrigadiere molto religioso ma i santi ‘interpellati’ non poterono far nulla ed il signorino rientrò in brigata portando con sé due pacchi di sigarette sequestrate e non consegnate al fisco.  Alberto aveva saputo tramite ‘radio scarpa’ che il comandante della Compagnia capitano  Primo Pagnani aveva l’abitudine di controllare lo zaino di coloro che avevano effettuato dei sequestri di sigarette e così depositò i tre pacchi di sigarette presso una signora vedova, Margherita Bogianchino che viveva con i proventi del pollaio e del frutto suo orto, Alberto la ricompensò con duemila lire, un abbraccio di ringraziamento da parte della donna. Come pensato al rientro in brigata Alberto si trovò di fronte il capitano e due suoi ‘scagnozzi’ che frugarono nel suo zaino. Scornato il comandante di Compagnia cercò di giustificare il suo gesto con motivazioni ridicole, Alberto rispose con un attenti di presa per i fondelli battendo i tacchi. In brigata Al trovò delle novità, c’era un nuovo comandante, il brigadiere Ignazio Barale in forza alla Compagnia di Domodossola che, per conseguire i requisiti per indossare i gradi di maresciallo era stato trasferito al comando  della brigata di Rogoledo, il cotale era preparato in materia tributaria e pertanto spesso si assentava per giorni interi per effettuare verifiche con i colleghi della Compagnia, nel frattempo a Rogoledo episodi boccacceschi! La gentile, affabile e disponibile signora Gioia Del Monte consorte del Comandante di Brigata aveva dimostrato palesemente di apprezzare il sesso per dirlo con un eufemismo, era una ninfomane e quale miglior ‘riserva di caccia’  dei finanzieri che abitavano nel suo stesso caseggiato, lei in un alloggio di servizio all’ultimo piano. Alberto dormiva in una stanza a due letti con un collega di corso Cesare Mattioli. Una mattina furono svegliati da grida provenienti dalle scale: “Non mi frega gnente che tu sei un sottufficiale, la fica della signora è di tutti!” “Chi ti ha autorizzato a darmi del tu, dammi del lei!” Nel frattempo era intervenuta la moglie del Brigadiere, Gioia che con calma: “Ragazzi ce n’è per tutti, proviamo un trio.” Alberto finalmente capì come era la situazione, nell’ultimo caso la signora se ne stava facendo due contemporaneamente. Non volle essere della scuderia di madame Del Monte, non era un puritano ma non voleva accettare di essere il montone di turno. Una telefonata al padre a Roma il quale riuscì a farlo trasferire a Domodossola, finalmente lontano da quel casino. A Domo come la chiamavano i locali ebbe modo di parlare il francese lingua studiata a scuola. Faceva anche la scorta dei treni da Domodossola a Briga in Svizzera e viceversa attraversando la galleria del Sempione. Con la lingua transalpina ‘agganciò’ un capo treno svizzero che gli spiò dove i contrabbandieri avevano nascosto le sigarette di contrabbando, nel soffitto di una toilette. Giunto a Domo non diede il nulla osta al capo stazione per la partenza del treno, andò in officina delle FF.SS, si fece prestare un cacciavite col quale smontò il tetto della toilette. Risultò a verità quanto affermato dal  capo treno svizzero, una pioggia di pacchetti di sigarette lo ‘inondò’. Accorsero altri finanzieri e sequestrarono il tutto facendo la ‘cresta’ sui T.L.E. Alberto ebbe come premio quarantotto ora di permesso. Un sabato in borghese si recò al locale danzante ‘Galletti’; non era un bravo ballerino anzi ma era l’unico modo per agganciare qualche ra’gattsa indigena. Era alla buvette quando si accorse che una giovane bruna, capelli lunghi, viso piacevole con grandi occhi lo osservava con interesse, un chiaro invito:  Alberto si buttò: “Vedo che ancora il mio fascino funziona, sono Alberto Pileri, non mi pare di averla mai incontrata, me ne ricorderei.” “Io sono Flora.” “Nome non del sud.” “Era della mia madrina di battesimo, così si usa al mio paese in Calabria.” Alberto ebbe un flash: “Per caso il suo cognome è Morabito?” “Si sono la figlia di  Cateno che mi ha molto parlato di lei e dei suoi colleghi. Ora mio padre è impegnato come guardia giurata, io sono infermiera al locale ospedale e le mie sorelle fanno le commesse, il nostro tenore di vita è cambiato, non potremo mai abbastanza ringraziarla per il suo comportamento veramente fuori del comune.” “La ringrazio a mia volta, vorrei invitarla a ballare ma sono un orso, che ne dice di sederci ad un tavolo?” “Bien sure monsieur.” Alberto e Flora si guardarono negli occhi senza parlare sin quando Alberto: “Io sono alieno dai complimenti che considero stucchevoli ma non posso fare a meno di constatare il fascino dei suoi grandi occhi molto espressivi, rispecchiano il suo stato d’animo, poco fa erano gioiosi nell’incontrami ora…sono diventati tristi.” “Mi scusi non voglio coinvolgerla nei miei problemi personali, mia madre è ricoverata nell’ospedale dove presto servizio, un tumore alla mammella. Anche se lei non sa ballare bene proviamoci, servirà per abbracciarci cosa che in questo momento desidero.” Flora aveva un profumo proveniente dalla sua persona molto personale, emanava femminilità. Il pisello di Alberto la percepì ed alzò la testa facendo percepire alla ragazza quel cambiamento, lei d’istinto baciò Alberto in bocca, a lungo, gli altri ballerini erano anche loro ‘occupati’ e non ci fecero caso. La morte della madre sconvolse Flora le sue due sorelle Aurora e Giulia oltre al padre Cateno. Al funerale tutta la famiglia vestita di nero, Cateno con la sola camicia bianca e la cravatta nera come pure la coppola, gli mancava solo la lupara in mano per sembrare un bandito della Sila. Al passaggio del corteo funebre le reazioni dei domesi furono diverse: chi guardava perplesso, chi si faceva il segno della croce (i religiosi), chi rideva (i soliti imbecilli), chi ammirava la bellezza di Giuditta, in nero con i capelli lunghi era proprio affascinante, le due sorelle avevano preso dal padre tarchiato. Dopo due giorni Flora raggiunse Alberto che era in servizio alla stazione: “Domani sera sei invitato a casa mia, mio padre è di servizio notturno, per te una sorpresa.” Alberto pensò a lungo quale potesse essere la sorpresa, forse Flora pensava alla concessione del suo popò, non sapeva che altro pensare.  Dopo cena Aurora e Giulia sparirono dalla circolazione, Alberto e Flora nella camera matrimoniale dei genitori. “Mio caro, mi sono innamorata di te, non me l’aspettavo, non mi è mai capitato, sarò tua per la prima volta in vita mia.” Alberto finalmente capì, Giuditta era vergine.”Pare che la notizia ti abbia sconvolto.” “Diciamo che non me l’aspettavo, di questi tempi…” La ragazza in posizione del missionario guardò in viso Alberto come per dirgli: “Sii delicato!” Ciccio, appresa la notizia si eresse al massimo e cercò di essere come chiesto da Flora la quale malgrado il dolore provato non emise un lamento, era calabrese, una dura. Alberto non mise in atto alcuna precauzione, se doveva essere padre quella era la volta buona, anche lui si era innamorato. A notte inoltrata Flora si alzò, tolse il piccolo asciugamano che aveva posto sotto il bacino, era un po’ bagnato di sangue, si posizionò un assorbente e ritornò a letto. Alle sette sveglia per Alberto: “Sta per rientrare mio padre.”  Alberto ritornò in caserma frastornato, troppi episodi importanti per la sua vita in breve tempo. Due giorni dopo si recò della sede della Legione  a Torino per effettuare la prova scritta per essere ammesso alla Scuola Sottufficiali, prova che superò. Nel frattempo la liaison con Flora andava consolidandosi, erano ambedue innamorati alla follia, roba da adolescenti. Anche la prova orale per essere ammesso alla Sasoguarfi fu positiva, Alberto ad ottobre doveva raggiungere il Lido di Ostia per iniziare il corso. Da quel momento la crisi: fare carriera o  seguitare la storia d’amore con Flora? Sicuramente conseguito il grado di vicebrigadiere sarebbe stato trasferito in località lontana da Domodossola e la loro storia? Alberto fu incoraggiato da Flo ad andare ad Ostia, il loro amore sarebbe continuato, non era la lontananza che poteva cambiarlo. Raggiunta la nuova località Alberto dovette sopportare quelle che considerava angherie: pulire i vetri, fare pulizia, il sabato esercitazioni sul terreno con esercizi assurdi: il passo del gatto, del gattino e del leopardo, esercizi che lo facevano imbrattare di  terra, inoltre gli istruttori si dimostravano dei sadici: d’inverno all’ora della sveglia aprivano le finestre delle camerate facendo entrare un freddo pungente e l’umidità, ogni giorno doveva rasarsi con l’acqua fredda ed altre amenità del genere. Unica consolazione le lettere di Flora che aveva accettato l’incarico di infermiera, ben retribuito presso una clinica di Losanna in Svizzera. Alberto capì l’errore fatto e avrebbe voluto tornare indietro. L’ultima lettera di Flora gli fece capire che la loro storia era alla fine: “Caro, stando vicino agli ammalati insieme ad i medici si comincia a capire che i nostri  sacrifici non sono vani e inizia un sodalizio con i dottori, io ne ho incontrato uno non affascinante come te ma buono d’animo, talvolta usciamo insieme…” Alberto rimase senza forze, si fece venire un male immaginario e fu ricoverato in infermeria per cinque giorni. Il medico, un suo paesano romano lo fece parlare, capì la sua situazione e lo inviò a Roma da un suo collega psicoterapeuta., in qualche modo Alberto si riprese e rispose alla lettera di Flora: “Ti auguro ogni bene, resterai sempre nel mio cuore.” I così fu, ogni tanto Alberto riguardava le foto della sua amata sinché smise e le ripose in fondo alla valigia d’ordinanza insieme al ricordo.

  • 14 settembre alle ore 16:26
    Certe giornate di settembre

    Come comincia: Certe giornate di settembre, come quella di oggi, col sole ancora caldo nelle ore centrali della giornata, il cielo senza rondini, e mi chiedo perché: saranno già andate via? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi sveglio all'improvviso da un sonno pomeridiano non cercato ma arrivato inaspettato, e un po' smarrita, un po' confusa, mi aggiro per casa pensando: sarà il nuovo farmaco che mi riduce così? Certe giornate di settembre, come questa, in cui riemerge la coscienza e corro in camera a vedere come sta Paolo, se dorme oppure no, se è tranquillo, e mi sento in colpa, e mi chiedo: mi avrà cercata? Avrà avuto bisogno di me e io non l'ho sentito perché dormivo? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi accorgo che invece non è cambiato niente nell'ultima ora e mezza, nell'ora e mezza della mia assenza, tutto è ancora lì, fermo presente, ogni cosa al suo posto, ogni sentimento nella sua nicchia, il respiro della mia casa è profondo, lento, lento così come è il respiro che molto spesso contraddistingue la casa dei vecchi, lento e rassicurato dalla nostra presenza di vecchi così ricchi di tenerezza e di paura, paura che la stretta della mani non basti a non farci perdere. Un nodo in gola che non è facile da ingoiare mentre ti accarezzo Paolo e ti chiedo sorridente:
    Cosa vuoi per merenda?

  • 09 settembre alle ore 10:36
    Furoba

    Come comincia:  
    F  U R O B A
    Amici lettori ed amiche lettrici, non  vi fate impressionare dallo strano titolo di titolo di questo racconto, è un termine giapponese di cui in seguito capirete il significato, si tratta di contrastare i problemi quotidiani del corpo e della mente che assillano la maggior parte di noi, causa il lavoro e gli impegni quotidiani siamo sottoposti a stress che ci condizionano la vita. Leggendo un articolo che trattava l’argomento, Alberto Rocchegiani pensò di trarne spunto per sistemare alcune stanze arredate in modo particolare per combattere (e vincere) i problemi che ci assillano. Stanco del suo lavoro di titolare di una Scuola Guida, lasciò le redini dell’azienda al suo fac totum Riccardo Fantoni e ne parlò con la consorte Annamaria Settineri la quale, da brava e razionale qual era  gli espose i problemi pratici a cui sarebbero andati incontro, soprattutto finanziari ma Alberto, convinto della bontà della sua idea non si lasciò smontare e prese contatti con un suo compagno di scuola impiegato all’Ambasciata giapponese a Roma. Conoscendo l’indole ‘mignottara‘ di Alberto, Valerio De Luca pensò che l’amico volesse ‘metter su’ una casa di appuntamenti. “Non hai capito un c…o, è una cosa seria anche se fuori del comune e proprio per questo che avrà successo. Le giapponesi hanno per noi europei un fascino particolare soprattutto per la loro unicità e per il loro comportamento, in questo caso della professionalità e della gentilezza. Debbono solo aver frequentato una scuola di massaggiatrici ed essere giovani e possibilmente belle, ci riesci a far pubblicare in tal senso una inserzione in un giornale giapponese?” “”Tira fuori duemila Euro e affare fatto.” Alberto per il conquibus ricorse a papà Armando il quale conoscendo a fondo suo figlio, che fra lì’altro gli assomigliava moltissimo all’inizio fece finta di non capire ma, alle insistenze di Alberto: “D’accordo rompiballe, ho centomila Euro da parte, i risparmi della mia vita…” Nel frattempo Alberto aveva affittato una villetta situata sulla via Appia a Roma, per risparmiare sulle spese si trasferì con la consorte all’ultimo piano, chiamò l’architetto Manlio Mancini vecchio della professione rimasto vedovo con figli sistemati al nord Italia. Il tale all’’inizio rimase perplesso ma poi prevalse in lui l’idea della novità, una novità piacevole nella sua vita monotona niente affatto appagante. “Molto probabilmente sarai a corto di soldi, io del mio gruzzolo non so cosa farne, i miei figli si sono sposate due polentone spocchiose e snob, lo ho conosciute quando sono passate da Roma, non beccheranno un soldo dei miei risparmi, anzi, sai che ti dico, te li metto a disposizione, potrò anche rispolverare la mia antica professione, servirà a togliermi un po’ di ruggine del cervello! Alberto una mattina fu chiamato al telefono dall’amico Valerio: “Figlio di un cane la tua inserzione ha funzionato, cinque giapponesi si sono fatte vive, ora sono a Roma in una pensione, se vuoi le accompagno a casa tua.” “Ho cambiato abitazione, sono in una villetta in via Appia 396, ti aspetto oggi pomeriggio.”
    Tre delle nipponiche parlavano italiano, Alberto ne scartò una e scelse Aiko Tanaka e Emiko Nakamura. Fu fatto loro presente che occorreva del tempo prima che i locali, col progetto dell’architetto  fossero sistemati, le due ragazze si guardarono in viso e: “Se per voi bene noi abiteremo con voi.” Alberto rimase benevolmente sorpreso, lui non aveva pensato a quella soluzione abitativa. Fra l’altro le due giapponesi fecero comunella con Annamaria, insomma filava tutto liscio. Ci vollero quindici giorni prima che le tre stanze fossero completate. Manlio era contento ed orgoglioso di quello che aveva potuto realizzare, in ognuno dei locali un’ampia vasca da bagno. Programma: per primo uno dry brushing per esfoliare dolcemente la pelle, poi venti minuti di immersione in acqua calda poi tiepida in una nuvola di schiuma,  per i meno freddolosi passaggio in acqua fredda per stimolare  il tono e riattivare la circolazione. Una maschera sul collo e sul viso, poi un  panno in microfibra sopra la maschera per un effetto occlusivo. Per finire un massaggio su tutto il corpo piedi compresi con aloe, mela verde e yogurt. Finale: risciacquo sotto una doccia tiepida. Aiko ed Emiko indossavano reggiseno e slip color carne, sopra un tunica leggerissima trasparente. Pian piano si sparse la voce di quel locale particolare dove ognuno poteva rilassarsi il corpo e la mente, il costo non era accessibile a tutti questo sia per recuperare il denaro speso che per evitare troppi clienti alcuni dei quali uomini, alcuni, feticisti si innamorarono dei piedi delle due nipponiche e venivano spesso a trovarle. Erano due molto ricchi e spendaccioni con gran gioia di Alberto. Un fatto imprevisto: Annamaria si annoiava mentre Aiko ed Emiko erano al lavoro,  chiese Ad Alberto di affiancarle tanto più che c’era una stanza in più addobbata. Alberto era molto perplesso, a sua moglie potevano capitare dei maschietti, previsione azzeccata: vari giorni dopo  si presentò in villa un signore in Bentley tale Oberto Palatino che erta stato invitato a pranzo da Annamaria, un pranzo alla giapponese con cibi preparati  dalle due ragazze. Il nobile, quarantenne aveva un eloquio brillante e trascinatore tanto che Annamaria lo guardava con occhi sognanti fino alla confessione alla fine  del pranzo della richiesta di Oberto di far diventare una castellana Annamaria, si era innamorato di lei ricambiato. Stavolta la doccia fredda metaforica colpì in pieno Alberto, Annamaria riempì una valigia di vestiti e sparì col suo spasimante. Alberto si sedette sul divano con lo sguardo nel vuoto, ancora non riusciva a rendesi conto della situazione. Conclusione stavolta inaspettata ma piacevole, Aiko ed Emiko consolarono, ambedue, un Alberto che in fondo capì che ci aveva guadagnato, due al posto di una…Poi nei momenti di stasi del lavoro Alberto usufruiva della ‘Furoba’ ossia stanza da bagno in gergo giapponese con contorno di delizie sessuali.

  • 08 settembre alle ore 9:01
    Porte chiuse

    Come comincia: La porta era di un colore indefinito, invecchiata dal tempo e dall'uso, senza serratura, così appesa ai cardini da sembrare di dover cadere da un momento all'altro. Aprirla poteva sembrare semplice, appoggiata leggera com'era ai suoi stipiti, eppure qualcosa mi diceva che avrei faticato non poco.. una porta chiusa è sempre un incognita, una porta chiusa non sai mai dove possa portare una volta aperta... E le mie braccia sembravano incollate ai miei fianchi, in un abbraccio infinito dal quale era difficile scappare, immobilizzate nel non poter credere di osare, di oltrepassare quella soglia... Eppure il desiderio era forte, ma non abbastanza da fare muovere quelle estremità. Quello che desidera la nostra mente molto spesso è inibito dalle nostre convinzioni di non riuscire, di non potere, di non essere adeguati, condizionati come siamo dal nostro passato...

  • 07 settembre alle ore 19:07
    Sweetdog

    Come comincia: Sweetdog era un raccattato di periferia.
    Forse un ladro, forse un tossico, molte volte uomo di strada.
    Mani grosse, barba folta, occhi persi nel suo stesso cielo grigio, una borsa nera e padrone delle sue strade.

    Sweetdog era famoso nella sua città, una piccola cittadine di tot abitanti, con tot case, con tot cose. Ne era il padrone indiscusso. Ciò che accadeva passava da lui, dentro e fuori. La malavita e la buona vita avevano una cosa in comune, Sweetdog. 
    Era un cane bastonato, bullizzato da tutti ma molto amato dai altri tipi di cani, di un certo livello, si intende.

    Quando abbaia alla luna, ogni angolo di città, diviene un paradiso malinconico dove ritrovarsi; quando morde argutamente, ogni angolo buio prende forma e si scatena aria di morte nelle strade adiacenti.
    Questo era il nostro caro amico Sweetdog. Il più grande cattivo che si muove ed il più grande benefattore ed intimo amico del debole povero che arranca nostalgicamente.

    Si diceva che non si separasse mai dal suo sax nero. Molti ne parlavano come se fosse uno strumento di giudizio. Ogni pena veniva spazzata, ogni atto impunito veniva, poi, messo a giudizio.
    Lo si sentiva di notte suonare, per le strade strisciare ed altre cantare le sue pene. 
    Povero Sweetdog. La sua leggenda viene ancora tramandata ai più piccoli, ai sordi, ai ciechi ed ai viandanti. Chi, invece, subì il suo giudizio, non ha più corde vocali per narrare ne occhi per descrivere. Dicono che siano rimasti muti per decenni senza mai avere il coraggio di rammentarlo ne descriverlo.

    Si dice che, quando la morte ha fatto loro visita, l'unico suono che fu udito era il suono del sax nero che, lento, si faceva spazio nella loro mente fino ad ammazzarli. 
    Si dice, eh. Quanta verità possa esserci, non vi è dato sapere.
    L'unico testimone che si vocifera lo abbia visto, abbia sentito e parlato, fosse un cieco sordo muto. Forse più vicino alla morte di tutti gl'altri, forse il più vicino alla vita di chiunque altro. 

    Questa era la leggenda di Sweetdog.

  • 05 settembre alle ore 14:27
    Alberto il pennone

    Come comincia: Alberto Mazzei classe 1935 era un giovane magro , tanto magro che gli spuntavano le ossa sotto la pelle. Mamma Mecuccia (diminutivo di Domenica) era preoccupata ed cercava di ‘abboffare’ il figlio quanto più poteva anche con lo ‘schifoso’ al gusto olio di fegato di merluzzo allora molto di moda ma senza risultati. Il dottore di famiglia aveva rassicurato i genitori: “Alberto è un ragazzo sano, la magrezza è la sua natura che in futuro si estrinsecherà anche in atri modi che non so specificarvi. Alla prima media, alla toilette della scuola Alberto aveva visto il pene di un compagno di classe e si era preoccupato, il suo, al confronto era ben più piccolo, da quel momento evitò di farsi vedere nudo dai suoi compagni. Anche papà Armando era in ambasce, vedeva suo figlio sempre triste e immusonito e dire che a scuola riportava bei voti. Mamma Domenica cercò di cavargli qualcosa di bocca, solo un abbraccio da parte del figlio. Alberto superati gli esami di licenza liceale fece domanda per essere arruolato nella Guardia di Finanza, era giugno e la visita medica era prevista per i primi di ottobre.  Una vacanza al mare o in collina dagli zii a Cingoli, preferì quest’ultima, lì non aveva bisogno di mettersi in costume. Passò delle belle giornate con la trebbiatura del grano e con varie altre manifestazioni contadine, talvolta col caldo preferiva uscire dalla villa degli zii e girovagare nei campi, una volta di notte ebbe la brutta idea di chiudere in un fazzoletto delle lucciole. Com’è noto, questi animaletti hanno la parte posteriore del corpo che si accende e si spegne, girando per casa erano penetrate nelle stanze oltre che degli zii anche in quelle dei nonni e dei cugini impedendo loro di  dormire, il suo gesto non fu molto apprezzato. Nel frattempo era accaduto un fatto imprevedibile: andando in bagno a fare la pipì tenne più a lungo il pene in mano per far cadere le ultime gocce di urina e, meraviglia delle meraviglie il suo pene cominciò a crescere a dismisura, finalmente era accaduto qualcosa che sicuramente gli avrebbe cambiato la sua vita. Cominciarono  cadere le foglie dagli alberi, Alberto ritornò a Jesi in provincia di Ancona a casa dei genitori, sembrava più sereno era sempre sorridente, si mise a leggere vari romanzi della biblioteca paterna. Il 2 ottobre si recò in pullman ad Ancona alla caserma della Guardia di Finanza. All’infermeria tutti gli aspiranti allievi finanzieri erano nudi per essere sottopoti a visita medica. Quando fu il turno di Alberto si sentirono dei risolini ovviamente dovuti al vedere il pisellino di Alberto. Il dottore, un signore di mezza età invitò Alberto dietro un separé: ”Vedi figliolo io vorrei aiutarti ma ti rendi conto tu stesso…” “Dottore mia dia un attimo di tempo: Alberto cominciò a masturbarsi a ciccio arrivò ai diciannove centimetri una volta misurati da Alberto. Al dottore caddero a terra gli occhiali: “Va bene vado a prenderti  le mutande, non voglio che gli altri ragazzi…” Dopo che Alberto fu dichiarato idoneo, due infermieri interrogarono il dottore il quale spiegò loro la situazione e la storia finì lì. Anche l’esame scritto andò bene: A casa: “Papà, mamma tutto a posto, a fine ottobre sarò alla Legione Allievi di Roma.” I genitori ebbero un sospiro di sollievo, finalmente il loro erede era cambiato, sempre magro ma di tutt’altro umore. Grandi baci ed abbracci con i genitori alla stazione ferroviaria, anche un incontro non previsto con una ragazza della classe di Alberto: “Cara Ella sto per essere arruolato nelle Fiamme Gialle.” “A proposito di fiamme, sei sempre stato il mio preferito ma tu non mi hai mai degnato di uno sguardo!” “A Natale avrò delle ferie, avremo modo di avere un incontro ravvicinato…” “È una  promessa, ricordala d’altronde la casa dei tuoi è vicino alla mia villa.” Sul treno che andava a Roma c’erano molti altri colleghi marchigiani che si recavano alla caserma XXI aprile. Brutta accoglienza da parte dei brigadieri istruttori, volevano fare la parte dei duri ma con Alberto si trovarono dinanzi un muro di totale di  serietà nello sguardo e obbedienza assoluta ai loro comandi, il  giovane aveva  compreso la loro pochezza, li avrebbe smontati con qualche battuta spiritosa nei loro confronti che sicuramente loro non avrebbero compreso ma che avrebbe fatto ridere i suoi compagni. Dietro consiglio di nonno Alfredo, ex commissario di P.S., il giovane si guardò bene dall’aderire alle  richieste degli istruttori: “Chi sa suonare il pianoforte?” Si presentarono due allievi. “Bene prendete il pianoforte che si trova al circolo ufficiali e portatelo al terzo piano nell’alloggio del comandante.” “Chi ha fatto gli studi classici?” “Tre imbecilli che non avevano ancora ben compreso quello che era successo ai due precedenti colleghi: “Siamo tutti e tre di Ancona con la maturità scientifica.” “Bene andate a pulire i cessi delle tre Compagnie.”  “C’è nessun  ragioniere?” Stavolta i ragionieri rimasero al loro posto…” “Bene allora voi due che siete  robusti andate in cucina a pulire le patate, per gli altri adunata per l’addestramento in piazza d’armi.” Alberto aveva sempre lo sguardo serio, fu notato da un brigadiere dai piedi più larghi che lunghi! Il quale: “Tu di dove sei?” “Alberto disse la verità: “Sono nato a Roma.” “E allora come mai sei qui e non a Predazzo a fare l’allievo?” “Perché i miei risiedono in provincia di Ancona.”  Piedi larghi si girò scornato, aveva già preso in antipatia Alberto Mazzei. Accadde che Hermes protettore del giovane fosse ‘distratto’ con la solita ‘allegra’umana di turno ed Alberto fece una minchiata. Aveva incontrato sul tram una signora circa quarantenne che prese a guardarlo intensamente, Alberto prese la palla al balzo: “Madame sarebbe mio piacere conoscerla, stasera ho poco tempo ma domani…” “Io amo molto gli uomini in divisa, abito vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore, che ne dici se domani alle 18…” “Dico di sì my Darling, io sarò in divisa non vorrei dare troppo all’occhio.” “Nessuna problema io sono separata,  abito all’ottavo  piano del n.243 di via Merulana…” “Sono allenato, a domani sera.” La signora Rosina P. si fece trovare sulla porta di casa in vestaglia, sotto la vestaglia, niente. Alla scoperta del pisellone di Alberto Rosina all’inizio rimase perplessa poi: “Mai assaggiato un cosone talmente grosso e dire che di cazzi ne ho provati tanti, sii delicato!”  Dopo un passaggio obbligato in bagno Alberto provò la perizia sessuale di una esperta ‘scopatrice’, era veramente brava anche col popò. Dopo la terza ‘visita’ alla signora Alberto diede forfait, Rosina lo stava spolpando e così chiuse la partita. Dopo circa una settimana si accorse delle secrezioni che uscivano dal pene con bruciori e prurito. Recatosi in infermeria il dottore: “Giovanotto ti sei beccato una gonorrea volgarmente detto scolo, subito al Celio.” All’ospedale Militare, dopo le solite procedure burocratiche ad Alberto fu assegnato un letto in una camerata di dieci posti, tutti soldati, nessun finanziere. Dopo un pranzo niente male Alberto si trovò dinanzi una suora longilinea di circa cinquant’anni. “Io sono suor Caterina,  figliolo come ti sei preso lo scolo?” “Sorella, una signora…” “Volevi dire una mignotta, tu pensavi di aver fatto una conquista ed invece ti sei imbattuto in  una gran puttana che se la fa con tanti coglioni come te! Tira fuori l’uccello!” “Ma sorella…” “Figliolo in vita mia ho visto e toccato tanti cazzi che manco te li immagini…siamo un po’ sullo scarso, come ti hanno arruolato in Finanza?” “Quando ciccio si alza misura diciannove centimetri!” “Chi l’avrebbe detto, hai ragione  ma intanto ti sei beccato uno scolo, una puntura di penicillina ogni sei ore, fai vedere le chiappe!” Alberto rimase ricoverato per sei giorni, nel frattempo aveva preso confidenza con suor Caterina. Un pomeriggio dopo l’iniezione: “Sorella posso farle una domanda?” “No perché già conosco quello che mi vuoi chiedere, la mia è una storia dolorosa che cerco di non ricordare.” “Mi piacerebbe abbracciala, lei sarebbe stata una moglie ideale con tanti marmocchi!” La suora si era allontanata, forse piangeva, Alberto capì di aver sbagliato a trattare quell’argomento. Finita la cura Alberto prima di rientrare in caserma cercò suor Caterina. “Vorrei mandarle delle cartoline illustrate per farle conoscere dove mi hanno trasferito, mi permetta un abbraccio.” Fu accontentato, Alberto piangeva, cazzo era diventato un piagnone, lui ateo da sempre si era invaghito di una suora…Dopo gli esami sulle materie tributarie studiate, Alberto risultò il terzo in graduatoria di tutto il battaglione con gran scorno di piedi larghi. In licenza di trasferimento a Jesi telefonò ad Ella: “Cara sono rientrato, i miei mi hanno dato il cambio a Roma, sono andati a trovare mia nonna Maria e mia zia Armida, io son qua da solo, mangio in casa della portiera Matilde che provvede anche alle pulizie di casa mia, ho una camera con  letto in ottone e il resto  in stile Chippendale, materassi accoglienti…” “Mia figlia domattina va a scuola, ti raggiungerò verso le nove.” E così fu, Ella vide Matilde all’estremità del giardino del palazzo, fece finta di non averla notata, non poteva certo essere giustificata per la sua andata nell’appartamento di Alberto. In casa di quest’ultimo si spogliò in fretta, se ne fregò dello stile della camera degli ospiti: “Caro sono pulita e profumatissima!” “Anch’io.” Alla vista di Alberto nudo solita manfrina. Ella rideva della grossa: “Dove vuoi andare col quel cosino…” Si ricredette, pian  piano che ciccio aumentava di volume sgranava gli occhi, Alberto ripropose una vecchia canzone: “Chi l’avrebbe mai creduto che tu avessi avuto, valzer! Una nerchia per il tuo buco del cul!” Ella non era molto alta ma aveva un fisico aggraziato ed un viso infantile, altra caratteristica: il sesso gli piaceva  da morire ed infatti col solo cunnilingus ebbe due orgasmi consecutivi, non fece tante storie nell’immisione penis nel fiorellino anzi prese a cantare il peana nell’alto dei cieli con ripetuti ululati soprattutto nella posizione cavalcante, Alberto non riuscì a contare gli orgasmi, quando Ella spossata smise: “Sarà un ricordo indelebile per tutta la vita, non te l’avevo detto ma io di natura ho una vagina larga, nessuno era riuscito prima di te a farmi godere tanto, avevo avuto intuito a volerti agganciare quando eravamo studenti, resti molto a Jesi?” “Altri cinque giorni.” Nel frattempo Alberto sentì la porta d’ingresso sbattere violentemente, non sapeva che Matilde avesse le chiavi di casa sua, solo lei poteva essere. Attraverso la porta d’ingresso della camera: “Matilde oggi mi alzerò tardi, lasci stare la mia camera!” Un grugnito dietro la porta, voleva dire: a me non la si fa! Dopo due giorni Armando e Mecuccia ritornarono a Jesi da Roma, fu la salvezza del loro figlio ossessionato da Ella la quale comprese che ‘la storia breve era finita e che l’immortale…era solo il ricordo.” Da Jesi Alberto inviò una cartolina a Suor Caterina, riproduceva il monumento a Pergolesi; non sapeva se fosse meglio evitare ulteriori emozioni alla suora, se lei avesse avuto vent’anni di meno…

  • Come comincia:  Dal 25 gennaio la sua scomparsa (ironia della sorte, proprio il giorno del quinto anniversario del moto di protesta popolare e spontaneo che portò alla destituzione del Presidente Hasni Mubarak: dalla padella alla brace, direbbero giustamente in molti!). Così scrive Bonini: "...quindi, il ritrovamento "casuale" (quanto lo sia a nessuno è dato sapere, a mio avviso: potrebbe essere stato anche un ritrovamento...ad hoc!), il 3 febbraio, sul ciglio polveroso della strada Cairo-Alessandria. L'ombra di un omicidio di Stato e le stimmate della menzogna del regime militare - "Morto per un incidente stradale" - smascherate da una prima autopsia al Cairo, che aveva fatto dire ai medici legali egiziani che la morte di quel ragazzo era stata un tormento "lento e doloroso". Ma, a questo punto giunti, sento il coscienzioso dovere di aprire una parentesi: un po' fuori luogo (anzi, fuori tema) ma neanche così tanto, direi. Nei primi mesi di questo dannatissimo duemilaventi (per la precisione eravamo al 12 di febbraio) un'altro evento "strano" è accaduto sulla tratta Roma-Cairo: Patrick George Zaki, attivista e studente egiziano (anch'egli, come Regeni, dottorando ma all'università di Bologna), viene arrestato in circostanze poco chiare e trattenuto con accuse alquanto infondate (tra le altre cose li verrà contestato il reato di...       

  • Come comincia:  Il brano in questione, dall'album "Desire", del 1976, narra (canta) la storia vera del pugilatore Rubin "Hurricane" Carter, sfidante ufficiale per il titolo mondiale dei pesi medi (combatté col connazionale Joey Giardello a Filadelfia, il 14 dicembre 1964, perdendo ai punti in quindici round). Tutti i testi dell'album furono firmati da Bob Dylan insieme a Jacques Levy, autore e regista teatrale. Il suddetto Carter fu accusato - ingiustamente - di aver commesso un triplice omicidio: per questo motivo fu condannato a tre ergastoli! (nel New Jersey, fortunatamente, non vigeva la pena capitale all'epoca del fatto). Prima di essere riconosciuto innocente (cioè, prima di essere riconosciuto quello che in realtà era: innocente!) egli scontò la bellezza di diciannove anni nel carcere della sua città!

    Colpi di pistola echeggiano nel bar di notte,
    entra Patty Valentine dalla stanza di sopra,
    vede il barista in una pozza di sangue,
    grida - Mio Dio li hanno ammazzati tutti! -.
    Questa è la storia di Hurricane,
    l'uomo che le autorità hanno accusato
    di un delitto che non ha commesso,
    messo in una cella di prigione, lui che avrebbe
    potuto essere 
    il campione del mondo.
    Tre corpi stesi a terra vede Patty
    e un altro uomo, un certo Bello, aggirarsi
    con aria misteriosa.
    - Non sono stato io -, dice e alza le mani,
    - Stavo soltanto rubando l'incasso, spero tu 
    capisca,
    li ho visti solo andare via -, dice e si ferma.
    - Uno di noi farebbe meglio a chiamare la polizia -.
    E così Patty chiama i  poliziotti
    e loro arrivano con le loro luci rosse
    lampeggianti
    nella calda notte del New Jersey.

     Le cause della ingiusta condanna (e della successiva detenzione), ovvero i motivi che pesarono sul giudizio e sulla relativa sentenza, a detta della parte opposta all'establishment dell'epoca (la parte progressista dell'America, evidentemente!) furono di natura puramente pregiudizievole (o pregiudiziale): Carter si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato (anzi, ancora peggio visto che egli, al momento del fatto, dell'efferato delitto - tre persone erano state sparate ed uccise - avvenuto in un bar di Paterson, appunto, era da tutt'altra parte: dalla parte totalmente opposta della città!); Carter aveva un colore della pelle sbagliato, era un "soggetto" sbagliato (un "fannullone rivoluzionario") ed un tipo strano ("un negro pazzo" che era stato in riformatorio ed era stato cacciato dal corpo dei marines)...come se essere strani o avere la pelle nera piuttosto che verde (oppure portare il cappello sulle ventitré invece che in mano, chiedere l'elemosina ad un angolo di strada invece che essere vestiti in doppiopetto, o piuttosto che avere dei precedenti penali a carico, etc.) - sic! - dovrebbe poter contare qualcosa, anzi, non contare affatto nel giudicare una persona; ognuno dovrebbe essere ritenuto colpevole di aver commesso un reato o, al contrario, essere giudicato innocente a prescindere (come affermava il buon principe De Curtis, in arte Totò) da tutto ciò: è invece successe proprio questo nel caso del povero Carter (non fu la prima volta che avveniva una cosa del genere e non sarebbe stata l'ultima, purtroppo, come la cronaca giudiziaria di ogni parte del mondo spesso ci narra!).

    Nel frattempo in un'altra parte della città
    Rubin Carter e un paio di amici stanno girando
    in macchina.
    Il pretendente numero uno alla corona dei pesi medi
    non poteva certo immaginare che razza di merda
    stava per cadergli addosso
    quando un poliziotto lo fece accostare al bordo della strada
    proprio come la volta prima e quella prima ancora.
    Questo è il modo in cui vanno le cose a Paterson,
    se sei nero faresti meglio a non farti vedere in giro per le strade
    a meno che tu non vada in cerca di guai.

     E' da dire che l'album Desire (e quindi il brano "Hurricane") era già stato lanciato con una poderosa tournée, da parte di Bob Dylan e della sua compagnia - la Rolling Thunder Rewiew - sul finire del 1975. La compagnia del menestrello di Duluth (località dello stato del Minnesota che li aveva dato i natali il 24 maggio del 1941 sotto "mentite spoglie", ovvero con il nome di Robert Allen Zimmerman), in quell'avventura destinata a tradursi nel lunghissimo film "Renaldo and Clara", uscito nel 1978 e diretto dallo stesso Dylan (apparirà in prima europea al festival di Cannes), si componeva di una larga schiera di muscicisti, artisti ed amici ripescati durante l'estate newyorkese. "Un grande baraccone dello spettacolo", scrivono Marina Morbiducci e Massimo Scarafoni nel libro "Bob Dylan, tutte le canzoni (1973-1980)", uscito nel 1980 per i tipi della Lato Side Editori, Roma, "a cui partecipano vecchie e nuove stars: la Baez, Joni Mitchell, Gordon Lightfoot, Roger McGuinn, Arlo Guthrie e tanti altri, perfino il gran Bardo della poesia Beat, Allen Ginsberg, con la sua pianola-harmonium". Durante il tour della compagnia, snodatosi con fasi alterne per diversi mesi, in lungo e largo per gli States, vennero dati due concerti a sostegno di "Hurricane" (il pugile e non il brano, evidentemente!) e della sua causa civile.

    Alfred Bello aveva un complice e aveva una
    soffiata per la polizia,
    lui e Arthur Dexter Bradley stavano soltanto
    facendo un giro.
    Bello disse: - Ho visto due uomini fuggire,
    sembravano due pesi medi,
    sono saltati su una macchina bianca con la targa di un altro stato"
    e Miss Patty Valentine con la testa fece sì
    un poliziotto disse: - Aspettate un attimo, ragazzi,
    questo quì non è ancora morto. -
    Così lo portarono all'ospedale
    e anche se quell'uomo riusciva a malapena a vedere
    gli disse che poteva identificare il colpevole.
    Sono le quattro del mattino e i poliziotti
    acchiappano Rubin Carter,
    lo portano all'ospedale e lo fanno andare di sopra.
    L'uomo ferito lo guarda coi suoi occhi ormai morenti
    e dice, - Che cosa lo avete portato a fare quì? Non è lui! -
    Sì, questa è la storia di Hurricane,
    l'uomo che le autorità hanno accusato
    di un delitto che non ha mai commesso,
    sbattuto in una cella di prigione, lui che avrebbe
    potuto essere
    il campione del mondo.
     

  • 29 settembre 2019 alle ore 9:32
    LO SPECCHIO DELL'ANIMA

    Come comincia: Edismondo, sedicenne,  stava passando le vacanze estive presso gli zii a Villastrada, frazione di Cingoli, in quel di Macerata in quanto i genitori erano andati in Germania a visitare i parenti della madre Ingrid. 
    Non conoscendo che superficialmente alcuni abitanti, Edis si divertiva a sparare con una pistola ad aria compressa dello zio Tommaso, proprietario terriero. Una volta era riuscito a centrare un topone quello che volgarmente viene chiamato pantegana e, preselo per la coda, lo portò come trofeo alla zia Emma che per poco non svenne. Una domenica mattina avvenne un fatto piuttosto particolare: aveva detto agli zii che andava alla messa delle otto invece restò a casa, alla religione non era particolarmente attaccato anzi non ci credeva proprio. Nella vicina camera da letto degli zii sentì delle voci, vicino a lui il cane Starno (che cazzo di nome!) cercava di convincerlo a farlo uscire per i suoi bisogni, Edi lo accontentò e riprese ad origliare dietro la porta dei padroni di casa. Capì che quello zozzone dello zio Tom voleva sodomizzare la zia Emma la quale, religiosissima, cercava di opporsi facendo presente che era un peccato da mandare l’interessata direttamente all’inferno.
    “All’inferno ci vado io!” con questa promessa Tom riuscì nell’intento.
    Edi andò in bagno e si masturbò al pensiero degli zii ‘cavalcanti’ poi fece finta di rientrare a casa, chiuse il portone d’ingresso con una certa violenza, la zia sarebbe svenuta se avesse saputo che lui…
    Finalmente venne l’autunno, riaprirono le scuole e Edi si iscrisse alla seconda classe del liceo classico. A diciassette anni non poteva seguire i compagni di classe diciottenni nella locale casa di tolleranza ma ci riuscì facendo modificare dal padre di un suo compagno, tipografo, l’anno di nascita.
    Sicuro di sé si presentò a Elvira la maîtresse con in mano il documento di riconoscimento; la dama, vecchia del mestiere: “Giovanotto dove credi di andare, questa carta di identità…”
    “Signora, sia buona questa è la prima volta…”
    Con la faccetta da bravo ragazzo intenerì la vecchia che gli fece segno di entrare nella saletta dove aspettavano le ‘signorine’, in verità ce n’era una sola, le altre tutte impegnate e quindi Edi si dovette accontentare.
    In camera.
    “Sono Laura ma quanti anni hai sembri un bambino.”
    “Ho diciassette anni, la signora all’ingresso…”
    “Per me va bene, un c…o vale l’altro, vieni che te lo lavo.”
    Malgrado vari sforzi della volenterosa signorina, ‘ciccio’ non voleva proprio alzarsi.
    “Come ti chiami, ti senti male, hai dei problemi, che vogliamo fare?”
    Edismondo si mise a piangere, i suoi amici si vantavano delle loro prestazioni sessuali e lui…”
    Laura, trentacinquenne, ormai da anni sulla breccia, inquadrò la situazione (col tempo era diventata anche un po’ psicologa), prese a cuore il ragazzo e disse: ”Mettiti dietro questa tenda, ho capito il tuo problema, io vado  in sala, rimorchio un altro cliente e vedrai che, facendo il guardone forse…”
    E così fu, Laura si presentò in camera con un uomo e, dopo il lavaggio di rito, sistemò il cliente e: “Per favore paga alla cassa le marchette e di' alla signora che non mi sento bene e resto in camera.”
    Aperta la tenda, sorpresa: Edismondo aveva il ‘ciccio’ duro.
    “Laura aveva visto bene, vieni dentro di me e restaci quanto vuoi.”
    Da quel giorno, tutti i giorni il pomeriggio alle sedici quando praticamente non c’era nessuno, Edi si recava a trovare Laura, si accontentava della sua compagnia, ‘ciccio’ aveva più bisogno di certe situazioni particolari per eccitarsi e così i due stavano solo abbracciati e si baciavano, cosa che mai una ‘signorina’ concedeva ai clienti, Edismondo le faceva pena, un ragazzo a quell’età…
    Pian piano qualcosa era scattato fra i due, in fondo Edi poteva quasi essere suo figlio. Laura chiese ed ottenne di rimanere ancora in quella casa per coccolarsi quel micione sessualmente indifeso.  Avvenne quello che forse era prevedibile, i due non potevano fare più a meno l’uno dell’altro. Un pomeriggio una vera dichiarazione d’amore.
    Edi: “Mi rispecchio nei tuoi meravigliosi occhi nocciola che mi fanno provare un sentimento forte: desiderio di poter restare sempre insieme. Provo dolcezza mista a tristezza, quest’ultima mi fa soffrire pensando che mai sarà possibile estraniarci da tutti e vivere la nostra vita in comune. Sogno di stare in riva al mare, d’inverno, dinanzi a noi la burrasca, il vento che ti scompiglia i capelli e tu abbracciata alla mia vita, l’effluvio della tua pelle mi stordisce, chiudo gli occhi assaporando nella fantasia quello che non potremo avere mai, ma perché sprecare il poco tempo da stare insieme in malumori, finalmente sorridi, anch’io riesco a sorridere, sembriamo due giovani alla loro prima esperienza sentimentale. Incontriamo dei pescatori con le reti sulle spalle tristi, per oggi niente pesce, anche loro hanno i loro pensieri negativi, una famiglia da mantenere. D’impulso ti metti a correre, sei più veloce di me, poi mi aspetti, mi abbracci piangendo, il tuo pianto mi distrugge l’anima. Ancora una volta provo quel trasporto del cuore, non oso riflettere su quel sentimento…si penso sia proprio amore, quello che dal cervello arriva alle viscere facendomi provare un dolore acuto. Te ne accorgi e mi baci a lungo, riesci a darmi un po’ di serenità.” Chi disse cose belle non durano, maledetto, aveva ragione: un pomeriggio all’ingresso della casa, Elvira la maîtresse: “Laura è partita stamattina presto, non ha lasciato nulla per te.” La dama aveva anticipato la risposta ad una ovvia domanda che avrebbe formulata Edi il quale restò di ghiaccio, si meravigliò di se stesso, o prima o poi doveva giungere quel giorno, evidentemente il suo cervello, per autodifesa, aveva cancellato i recenti avvenimenti. Giunto a casa, Ingrid: “Figlio mio ti vedo sciupato, bianco in faccia, dì tutto a mammina tua.” “Si, ho bisogno di cambiare aria, mi voglio scrivere all’Università a Roma alla facoltà di medicina, quando vorrai potrai venirmi a trovare così visiterai la capitale.” La mamma malvolentieri acconsentì, il padre era contrario ma si sa, le femminucce hanno sempre ragione, specialmente quelle ricche di famiglia! Tramite agenzia, Edi trovò due stanze e servizi in via Aosta, i mezzi dell’Atac passavano sotto casa, tutto a posto…fino ad un certo punto! Per lo studio non c’era problema, era sempre in regola con gli esami, studiava molte ore al giorno e solo di sera qualche passeggiata. Durante una camminata incontrò un bella di notte che superava le altre sue colleghe per eleganza e bellezza, Edi aprì lo sportello della Cinquecento’e chiese alla ‘signorina’ di salire in macchina. La cotale prima di sedersi guardò bene in faccia l’interlocutore: “Non sei per caso…” “Sono un giovane educato e per bene e non sono per caso…” “Edi” “Adalgisa per tutti Ada, cosa vuoi di preciso io…” “Se sei d’accordo andiamo a casa mia.” “Ti costerà di più.” “Sino ad un certo punto me lo posso permettere, sono uno studente in medicina.” “Perfetto io soffro di…” “Non sono ancora laureato, ho bisogno di una prestazione particolare.” Edi le spiegò il suo problema e, da professionista del settore, Ada non si meravigliò più di tanto. “Se ho capito bene dobbiamo coinvolgere un altro maschietto, provo a dirlo a mio marito ti costerà duemila Euro.” “Spiacente, la mia cassa non mi permettere di spenderne più di millecinquecento, te l’ho detto sono uno studente.” “Mi sei simpatico, accompagnami al mio posto di ‘lavoro’, domani sera alle ventuno sarò a casa tua con Gigi mio marito.” Il cosiddetto marito, sicuramente il magnaccia, era molto elegante, ti credo con i soldi guadagnati dalla moglie! In compenso aveva modi gentili, andò in bagno con la consorte e si presentò in armi: “Vuoi scopare prima tu o prima io?” Edi si mise un preservativo, per la prima fu velocissimo, per la seconda ci volle un po’ più di tempo con grande soddisfazione da parte sua. Mise in mano alla ‘signorina’ tre cartoni da cinquecento Euro e, ottenuto il numero di telefono della coppia, rimase solo a meditare, si poteva permettere quello sfizio solo una volta al mese, sarebbe stato difficile giustificare con sua madre quella spesa in più. Passa un giorno passa l’altro, il prode Anselmo con l’elmo non c’entrava niente, (il cervello talvolta fa brutti scherzi), Edi si laureò a pieni voti, si iscrisse alla specializzazione di psicologia e, dopo due anni, finalmente poté mettere sul portone del suo studio, vicino all’abitazione, la sua targhetta:  ‘Dottor Edismondo I. psicologo.’ Pensò bene di accattivarsi le simpatie del portiere Nicola S. con una sostanziosa mancia, poteva essergli utile per farsi una clientela. Dopo una settimana in solitudine, finalmente un cliente: “Sono Alessio Z. assessore al Comune di Roma, di psicologi ne conosco tanti ma sono tutti amici e non voglio far loro conoscere il mio problema, vede io…per…ho bisogno di…” Edi scoppiò in una gran risata che lasciò interdetto Ale il quale stava per andarsene: “Resti pure, anzi diamoci del tu, abbiamo lo stesso problema!” Rassicurato, Alessandro domandò come lui, psicologo, riuscisse a superare la situazione, Edismondo lo mise al corrente ma domandò: “Scusa sei scapolo?” “No, sono sposato da due mesi, mia moglie Azzurra è  insegnante di materie letterarie al classico, è una donna intelligente oltre che bella, mi vuole molto bene ma capisci…” “Capisco, che ti posso dire, non è il caso di invitare quella prostituta che conosco, se tua moglie è d’accordo…” “Le farò presente la tua proposta.” Un pomeriggio una voce di donna: “Pronto il dottor Edismondo ?” “Son io con chi ho il piacere…” “Sono Azzurra…” Edi non la fece finire di parlare e sparò un complimento: “Dalla voce il nome di Azzurra le se addice perfettamente, immagino da quello che mi ha detto suo marito che…” “Lasciamo da parte i convenevoli, Alessio mi ha detto che lei è un tipo signorile, giovane, bella ed affidabile, una dea.  Quando vuole cena al ristorante sotto casa ‘da Mimmo’ che ha una cucina casalinga, nei ristoranti celebrati ti mettono nel piatto quattro cosine cucinate da uno chef famoso che ti fanno restare a stomaco vuoto!” “Lei anzi tu se me lo permetti, hai centrato il problema, a sabato sera.” Azzurra era uno schianto, minigonna corta, camicetta con scollatura abissale. Allo sguardo inebriato di Edi: ”Dottore non mi svenire…” “Scusa la figuraccia…” ”Nessuna figuraccia, posso dirti che anche tu non sei male, di solito gli psicologi sono più matti dei clienti, scherzavo ma questa è la vox populi.” Mimmo si presentò, si mise sull’attenti e:”I signori vogliono ordinare, questo è il menu.”Edi: “Dì la verità Mimmo eri un militare?” “Lo so, è il mio solito vizio di mettermi sull’attenti!” “Ma no sei un simpaticone, verremo spesso a mangiare da te.” Alla fine della cena Azzurra molto disinvoltamente: “Edi che ne dici di andare alla casetta nostra sulla via Appia?” Si fermarono dinanzi ad una villetta a due piani con  un giardino ed un prato molto ben tenuti. All’interno della casa di duecento metri quadri per piano:  “Complimenti caro Alessio, chiamala casetta!” “E cosa dirai alla vista della padrona di casa non eccessivamente vestita?” “Te lo dico in siciliano imparato all’università’ da alcuni colleghi: ‘Camaffare?’ Mi scuso se è un po’ volgare …” “Lo dirà la padrona di casa che vedo sta scendendo le scale in vestaglia trasparente. “Benvenuto Edi che ne dici di questa ‘merce’?” Sparita la vestaglia, gli occhi di Edi sembravano usciti dalle orbite, corpo favoloso dalla testa ai piedi lunghi e stretti e particolarmente curati come le mani. “Aho questo ci sviene, dagli due schiaffoni!” “Li accetto solo dalla padrona di casa!” Nel frattempo Alessio era rimasto in costume adamitico e con sua grande gioia il suo ‘ciccio’ cominciava ad alzarsi, anche Edi non era da meno. “Res cum ita sint direbbero i latini chi sarà il primo? Per dovere di ospitalità direi l’ospite, il divano ci aspetta.” Azzurra aveva anche la ‘natura’ avvenente, le grandi labbra piene  e non moltissimi peli, peraltro lisci, sul pube, signora anche nell’intimo. Edi prima di ‘entrare’ omaggiò la signora di un cunnilingus apprezzato dalla dama che aiutò molto ‘ciccio’ a lubrificare il ‘condotto’. In poco tempo Edi se la godette due volte alla grande ma poi: “Scusa io non ho pensato…” “Nessuna preoccupazione, Alessio da adolescente ha subito un intervento ai testicoli, forse è sterile ma un figlio lo vorremmo e quindi…” A turno i due maschietti sollazzarono la padrona di casa, Edi: “Per il futuro ho in serbo un doppio gusto, uno scialo!” Alessia: “Per me va bene ma per ora basta ragazzi, la cosina chiede una tregua, tutti sul divano a riposare.”  Edismomdo con Alessio ed Azzurra fecero coppia anzi tripla fissa, dopo un anno nacque Sofia, non sembrava assomigliare a nessuno dei due maschietti ma alla genitrice, meglio così avrebbe avuto due padri! Edismondo avrebbe voluto far partecipe sua mamma dell’avvenimento, ma sarebbe stato difficile spiegare la situazione piuttosto particolare…
     
     

  • 26 settembre 2019 alle ore 16:50
    Ci siamo frequentati per qualche notte

    Come comincia: Ci siamo frequentati per qualche notte...
    Eravamo a letto.
    Io ti sentivo avvicinare a me, ma spesso quando aprivo gli occhi tu non c’eri più.
    Va bene la prima notte, va bene la seconda, ma poi alla terza ti ho visto lì!
    Bella ferma vicino al quadro, mi sono avvicinato e senza che te ne accorgessi ti ho spiaccicato sul muro.
    È rimasta una macchiolina di sangue, quasi sicuramente il mio, ma che soddisfazione cara zanzara.
    Non ti eri accorta di una tua amica poco più in là, nella tua attuale situazione?

  • Come comincia: Il più grande rivoluzionario, ma proprio il più grande (di tutti) davvero non fu il "Che", né lo furono Pancho Villa o Emiliano Zapata, o Robespierre o Danton; né Lenin o Trotzsky. Esso fu, invece, Vladimir Vladimirovic Majakovskij, classe 1893 da...: il quale amava, sì, la vita ma si diede morte - a soli trentasette anni, nel 1930 - per ribellione contro di essa...non riusciva, infatti, a viverla sino in fondo, (e) così come avrebbe desiderato! Che cosa c'é al mondo, or mi domando, di più rivoluzionario che non sia il ribellarsi alla vita? Esiste un gesto similmente ribelle a questo? Donare un fiore ad una donna è un gesto, il solo gesto che può eguagliare quello compiuto da Majakovskij nel corso della sua vita. L'artista russo fu il massimo esponente, in vita (e post-mortem, evidentemente!) del cosiddetto movimento cubofuturista russo (così denominato per l'adesione a talune prospettive della pittura cubista). L'artista e letterato russo fu, senza ombra di dubbio, una "coscienza" inquieta. Del resto, tutta la storia europea del primo novecento è segnata da inquietudini d'ogni sorta e da sconvolgimenti culturali, politici e sociali di vastissima portata; è intrisa di inquietudine e bagnata di malcontento, fervore e...sangue! A tal proposito, di grande interesse critico nonchè valore storico é ciò che scrive Benedetto Croce nel brano "Panorama culturale del primo novecento" (da: "Storia d'Italia dal 1871 al 1915", del 1928), di cui riporto alcuni tratti: "La coscienza morale d'Europa era ammalata da quando, caduta prima l'antica fede religiosa, caduta più tardi quella razionalistica e illuministica, non caduta ma combattuta e contrastata l'ultima e più matura religione, quella storica e liberale, il bismarckismo e l'industrialismo e le loro ripercussioni e antitesi interne, incapaci di comporsi in nuova e rasserenante religione, avevano foggiato un torbido stato d'animo, tra cupidigia di godimento, spirito di avventure e conquiste, frenetica smania di potenza, irrequietezza e insieme disapprovazione e indifferenza, com'è proprio di chi vive fuori centro, fuori di quel centro che è per l'uomo la coscienza etica e religiosa."; e ancora: "L'atteggiamento morale e politico della giovane generazione rispondeva all'irrazionalismo delle teorie, il quale, a sua volta, come si è notato, era stimolato dallo spirito che prevaleva in Europa, rapace spirto di conquista e di avventura, violento e cinico. L'ideale socialistico, che era stato l'amore di vent'anni innanzi, non parlava più ai giovani, né a quelli stessi ch'erano stati allora giovani: effetto in parte della critica che aveva corroso il marxismo e la sua apocalittica, in parte del graduale dissolvimento del socialismo nel liberalismo, e in parte delle riforme onde quasi intero il suo "programma minimo" si venne attuando. L'immaginazione e la bramosia della nuova generazione, e dei delusi di quella di poco antecedente, si rivolgevano, come già prima in Inghilterrra, Germania e Francia, all'"imperialismo" o "nazionalismo", di cui padre spirituale fu in Italia il D'Annunzio, che l'avea preparato sin da giovane con tutta la sua psicologia, culminante nel sogno della sanguinaria e lussuriosa rinascenza borgiana, ma più determinatamente dopo il 1892, letto che ebbe qualcosa del Nietzsche, in romanzi, drammi, laudi.".
     Erano quelli gli anni delle imprese coloniali (in Italia la fallimentare e catastrofica impresa di Adua), del crescente nazionalismo sfrenato e delle manie di grandezza, appunto (pangermanesimo, panslavismo, revanscismo, etc.), che preluderanno, poi, all'attentato di Sarajevo e al conseguente scoppio del primo conflitto mondiale: inframezzato, se così si può dire, dalla rivoluzione di ottobre in Russia. Il tutto, poi, confluirà, infaustamente, come un vortice oscuro senza fine, o un incontrollato effetto domino, nei regimi dittatoriali che insanguineranno l'Europa (franchismo, nazismo e fascismo). Erano gli anni, quelli, delle elitès soreliane che inneggiano alla violenza, dell'azione, in Francia - e non solo - dell'organizzazione Action Francaise di Maurras e Barrès; erano gli anni, quelli, della nascita delle avanguardie culturali, letterarie e artistiche. Si affermano le correnti pittoriche che danno una interpretazione nuova del reale e dell'oggettivabile (oggettivo), le quali risentono tutte, in maniera diversa, della caduta dei valori filosofico-morali dell'epoca. Odillon Redon, ad esempio, con "L'occhio", 1882, è il più qualificato interprete della crisi di sfiducia nella oggettività del reale ipotizzando una verità "autre" che si materializza nelle visioni figurative del simbolismo. Seurat, invece, da origine al divisionismo, insieme agli italiani Pelizza da Volpedo e Giovanni Segantini: in questo caso la realtà è individuabile attraverso la mobilità della luce provocata dallo sprigionarsi dei colori in una serie di parvenze e simboli. Sempre in Francia, d'altro canto, André Derain e Henri-Emile Matisse danno vita al gruppo dei "fauves" espressionisti i quali, attraverso la irrazionalità del colore, sprigionano le loro emozioni e la loro interiorità. A quello francese, seppur sempre in funzione anti-impressionistica, si contrappone l'espressionismo tedesco, il quale ruota intorno al gruppo Die Brucke ed alla figura di Ernst Ludwig Kirchner; questi, dopo aver esordito nel divisionismo matura uno stile (prendendo anche qualcosa dal cubismo) che accentua sempre più le dissonanze cromatiche e da spazio alla cosiddetta "deformazione delle forme" (La strada o Cinque cocottes, 1913): il tutto, evidentemente, in aperta critica verso la società del tempo. La terza branchia dell'espressionismo europeo, quella austriaca (Schiele, Kubin, Kokoschka), ruota anch'essa nell'orbita tedesca ma accentua notevolmente l'elemento introspettivo. Influenze dell'espressionismo si avranno tanto nel Blaue Reiter e nella nuova oggettività, in Germania (Grosz, Dix su tutti), quanto in Francia (Chagall, de Vlaminck, Soutine, Rouault) con la scuola di Parigi: i primi ne accentuano l'elemento mistico-simbolico, i secondi riprendono esplicitamente la polemica sociale e di denuncia verso le storture dell'uomo, gli ultimi fondono il fauvismo e il Die Brucke. Pablo Picasso (Le damigelle d'Avignone, 1907) e Georges Bracque (La tavola del musicista, 1913) danno vita a Parigi al cubismo (dapprima analitico e poi sintetico), un modo del tutto nuovo di vedere il reale: il pensiero, infatti, scompone dapprima i volumi e lo spazio e poi ne da una visione simultanea; ovvero la scomposizione riduce lo spazio a solidi geometrici (da cui il nome dato al movimento dal critico Vauxcelles nel 1908). Uno dei teorici maggiori del cubismo è il francese Guillaume Apollinaire (I pittori cubisti), tra l'altro grandissimo poeta (.....) e       

  • 25 settembre 2019 alle ore 10:14
    ARLETTE UNA BRASILIANA.

    Come comincia: Era stato un modo strano da parte di Alberto M. per far conoscenza  ed  innamorarsi  di  Arlette  O.  infermiera dell’Ospedale Maggiore di Bologna. Una mattina in sella alla sua moto Ducati Monster, di cui andava fiero,  dirigendosi verso Zocca (Mo) sua località di origine, scivolò su del terriccio invisibile alla vista e cadde rovinosamente. Un immediato  dolore  al braccio ed alla gamba destra lo costrinsero a rimanere a terra; un automobilista di passaggio provvide a chiamare il 118, fu ricoverato all’Ospedale Maggiore di Bologna. Era domenica,  per fortuna pochi pazienti in attesa,  le radiografie confermarono le due fratture che Alberto aveva immaginato. Passata la notte con antidolorifici, la mattina successiva l’ortopedico dr. Zappelli, un omone sorridente ad uso dei pazienti, lo operò con diagnosi di trenta giorni. Alberto preferì non informare i genitori che, ricchi di famiglia, avrebbero fatto convergere in ospedale un nugolo di medici, meglio di no, era ben curato dagli infermieri, in maggior parte femmine garbate, soprattutto una particolarmente avvenente che lo colpì subito, in seguito seppe chiamarsi Arlette O., brasiliana, assomigliava molto a quelle ragazze che si vedono in televisione in occasione delle sfilate di carri al carnevale brasiliano. Arlette era gentile ed affettuosa con Alberto il quale non era nella posizione di far nulla, lui gran conquistatore di donne a getto continuo (Petrolini docet), cercava di allungare la mano col braccio non ingessato con grandi risate da parte dell’infermiera. Aveva ottenuto una stanza singola, da malati si ha più bisogno di privacy, per pagare, fu costretto a ricorrere ai genitori i quali arrivarono con tutti i parenti al seguito creando un gran trambusto ma lasciando ad Alberto un mucchio di soldi in contanti. “Se te ne servono altri telefona, mi raccomando (la madre la ricca di famiglia). Alberto, quarantenne scapolo,  insegnava lingue al liceo Marco Minciotti, molti alunni ed alunne vennero a trovarlo portano fiori, dolciumi, vino Sangiovese, un ben di Dio. Dell’unica femminuccia, Arianna che avrebbe voluto rivedere nemmeno l’ombra. Si era accorta della relazione di Alberto con una sua alunna ed era sparita sbattendo la porta dell’alloggio del ‘caro mico’. Arlette ormai era diventata una presenza quasi fissa nella camera di Alberto, una volta c’era scappato un bacio, anche una toccatina alle tette ma per il resto il tutto a guarigione finita. Alberto restò altri dieci giorni per la riabilitazione degli arti e poi finalmente a casa con gran festa della padrona  signora Lalla F. pure lei quarantenne che avrebbe voluto…ma Alberto era ormai indirizzato alle pulselle giovani… stava invecchiando! Arlette, quando libera dagli impegni all’Ospedale, si recava spesso a casa di Alberto che, finalmente libero dal gesso, cercò di andare al sodo ma poco raccolse: qualche rapporto manuale od orale, ‘ciccio’ fra le tette ma più giù su Arlette era zona off limits: spiegazione “Sono cattolica praticante, niente prima del matrimonio.” Proprio a lui doveva capitare una ragazza religiosa, lui ateo o meglio pagano ‘adoratore di Hermes’ che secondo lui lo proteggeva dai guai meglio di un santo cattolico, ognuno ha diritto alle proprie idee! Passa un giorno, passa l’altro Alberto sempre più innamorato si decise per il gran passo e, informati i genitori, ci fu un matrimonio solenne in chiesa con centinaia di invitati. La prima notte gli sposi decisero di passarla a Bologna nella casa in affitto di Alberto, erano troppo stanchi ma…stavolta Hermes era distratto o addormentato perché non aveva avvisato Alberto che la sposa aveva qualcosa in più: immaginate cosa? Un pene che aumentava sempre più di volume, insomma Arlette era un transessuale! Un silenzio  imbarazzato da parte di Alberto il cui cuore pareva essersi fermato. “Caro se mi ami mi vorrai anche così, dalle nostre parti può accadere…” Alberto pensò: “Qui non siamo dalle tue parti…” Per tutta la giornata successiva non uscirono dalla stanza, si fecero portare le vettovaglie in camera dalla signora Adalgisa, la padrona di casa, la quale ebbe un altro pensiero rispetto alla realtà: “Questi zozzoni non ce la fanno nemmeno a camminare!”invece…Alberto riprese ad insegnare e Artlette ad andare in ospedale, nessun contato fisico finché una sera Alberto mentre dormicchiava sul letto, sentì il suo ‘ciccio’ circondato da qualcosa di caldo e poco dopo ebbe un orgasmo nella bocca della consorte. Così finì la guerra, Alberto baciò in bocca Arlette con gran piacere, la ragazza ci sapeva fare e leccò il marito dalla testa ai piedi con gran goduria dell’amato che a quel punto…”Fammelo toccare, cazzo sembra più grosso del mio…” Arlette talvolta si masturbava, anche lei sentiva il bisogno di…ma Alberto si rifiutava di partecipare, non voleva diventare bisessuale, proprio no. Un sabato una proposta di Arlette. “Amore mio,  ti chiamo così  perché sento di amarti veramente, sei il primo uomo al quale manifesto i miei sentimenti, credimi per favore, vorrei andare in un locale particolare in cui ci sono gli scambisti e gli omo maschi e femmine, non sei obbligato a far nulla, puoi anche solo restare a guardare gli altri. ‘Fatto trenta facciamo trentuno’, Alberto non credeva molto ai proverbi ma…Il locale ‘Liberty Natural’ era dall’altra parte della città, Alberto, specie di notte, aveva messo la parte il suo ‘Monster’ e con la consorte salì sulla sua Mini Clubman di color verde. All’ingresso un buttafuori tipo ‘montagna’ che: “Signore questo è un club privato!” poi vide Arlette: “Scusi signorina non l’avevo notata, prego entrate.” Una signora di mezza età, elegante, vestita di nero, longilinea si presentò loro: “Cara Arlette è tanto tempo…Sono la contessa Alessia. V., con Arlette siamo molto amiche.” “Questo è Alberto il mio convivente, che ne dici?” Alessia girò intorno alla figura di Alberto e inaspettatamente: “Sinceramente me lo farei.” E giù una risata, come inizio… “Ascolta Arlette mi domando come si regge finanziariamente stà baracca, la cosiddetta contessa che interessi ha?” “Ogni persona ha una tessera per dimostrare che è un club privato, costo: Euro cinquemila l’anno, ogni socio può far entrare solo due amici.”Mentre Arlette si intratteneva con i conoscenti che non vedeva da tempo, Alberto notò una coppia particolare soprattutto lei attirava l’attenzione dei maschietti: altezza media, lunghi capelli corvini, bellissimi occhi verdi che illuminavano un viso sorridente, minigonna che svelava gambe bellissime. Lo sguardo imbambolato di Alberto fu interrotto da Arlette che, da dietro, gli diede un pizzicotto nel collo: “Così ritorni alla realtà, mai vista una bella ragazza, te li presento: Ginevra ed il fratello Cesare S.” Il giovane dall’espressione del viso e dai modi dimostrava chiaramente l’appartenenza all’altra ‘sponda’. Tutti al bar,  Arlette, per dargli importanza, conclamò l’appartenenza di Alberto alla professione di professore di lettere alle scuole superiori. Cesare forse orgoglioso della sua appartenenza al terzo sesso, ricordò una frase di Cicerone riguardante il suo nome: ‘Cesare il marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti.’ Alberto gli fece i complimenti per la sua cultura ma poi rivolse le sue attenzioni a Ginevra: “Il suo nome o se me lo permetti il tuo nome è quanto mai indicato per la tua persona: vuol dire splendente, non voglio far la figura del campagnolo mai uscito dal suo paesello ma sinceramente mi hai colpito, immagino quanti calabroni ti ronzino intorno.” “Lo puoi ben dire ma io son di gusti molto difficili, non amo gli sbruffoni, i maschietti che per ottenere non devono chiedere mai nulla!”  “Forse allora io sono escluso perché io qualcosa da chiedere ce l’avrei… non vorrei però che mi arrivasse uno ‘smataflone’ lo dico in bolognese anche se io sono della provincia di Modena.” Una risata cementò l’amicizia fra i quattro, Alberto con qualche battuta riuscì a conquistarsi la simpatia di Ginevra, per Arlette e Cesare non c’erano problemi, molto probabilmente erano stati intimi in passato, così pensò malignamente Alberto. Il giorno successivo, domenica, Arlette appena alzata: “Senti penso che dovremmo cambiare casa, come si fa ad invitare gli amici dentro stò buco?” Alberto non ci pensò due volte, preso il telefono: “Mammina devo chiederti una cortesia grande, vorrei affittare una villetta così quando verrai a trovarmi (sun of a bitch)…” “Penso che sia meglio che te la compri così nessuno potrà mai mandarti via di casa.” “Grazie mammina, un bacione!” Con l’aiuto di un’agenzia Alberto scovò una villetta veramente graziosa a due piani, già arredata, in Zona Predosa, inviò puntualmente tutte le fatture con foto della villa a mammina la quale, entusiasta: “Figlio mio, ti farò benedire la casa così te la godrai più a lungo.” Mammina era molto religiosa ma per fortuna i reumatismi non gli permisero di mettere in atto la sua intenzione. Forse Alberto non ricordava il detto: mai le sorprese, infatti una mattina ritornando da  scuola trovò nel letto Arlette  che usava la sua parte maschile con Cesare, nessun imbarazzo da parte dei due ma non di Alberto si aveva  immaginato la situazione ma nel vederla realizzata…” Il più non giovin signore non riusciva ad ottenere più di qualche bacio da parte di Ginevra finché un giorno: “Mia cara che ne dici di dirmi la verità sulla tua ritrosia a …”. La ragazza si mise a piangere, con i suoi bellissimi occhi verdi fece tenerezza ad Alberto che la strinse al petto: “Non voglio sapere quello che non vuoi o non puoi dirmi, mi basta vederti per essere felice, ormai avrai capito che…” Ginevra a pezzi e bocconi raccontò di una sua avventura con uno che si era dimostrato un poco di buono, era finita ma quel disgraziato la tormentava con continue telefonate anche nel cuore della notte ed anche con la sua presenza dinanzi casa sua. “Mia cara, domattina andiamo a denunziarlo ai Carabinieri per stalking, vedrai che sparirà dalla circolazione. Sistemata la questione Ginevra dimostrò di meritare il suo nome ed una domenica fece una sorpresa, anzi una sorpresissima ad Alberto presentandosi nuda nella  camera da letto, una visione paradisiaca, una prima volta indimenticabile col popò e doppio gusto!
     

  • Come comincia:  In certi momenti della nostra vita assistere ad un funerale (non importa se esso sia di un familiare, di un parente, di un conoscente o soltanto del gatto nero del vicino!) bello tetro, sano e pacifico nonché genuino (sì, avete proprio letto e/o capito bene: nessuno di voi soffre di strabismo congenito!) è tutto ciò che ci vuole, senz'altro ben di più di un semplice bicchierino di buona grappa nostrana (magari shekerata insieme a qualche goccia di vodka russa: originale no taroccata!), o di cognac francese invecchiato in botti di rovere, o di whisky puro malto scozzese: oltre che a tirarti su e a farti drizzare i capelli ed anche, chissà...pure l'uccello (nuovamente!), esso ti (ri)porta alla realtà, ti (ri)mette coi piedi per terra, ti fa (ri)aprire gli occhi: ti fa capire veramente chi sei, che cosa sei...Ma la morte, poi, al pari della notte, davvero porta consiglio?!

    Taranto, 12 dicembre 2013. 

  • Come comincia: La questione palestinese-israeliana (o israelo-palestinese che dir si voglia; ma non conta invertire l'ordine dei fattori, pardon delle parole: il risultato sarebbe lo stesso, come recitano vecchi abbecedari di aritmetica!) è talmente complessa (anzi, la storia di questi luoghi, delle genti che li abitano, delle loro culture e dei loro...culti lo é!), ricca di grovigli ed intrecci da non potersi risolvere attraverso semplici commenti o "like" sui social. Questa storia è ricca di avvenimenti, di eventi (spesso, purtroppo, luttuosi e tristissimi), di sconvolgimenti, di esodi, di conflitti armati e di tragedie immani, di  divisioni, di muri (del pianto, del sangue, di cemento) di pregiudizi, di trattati ed accordi, di infamia, ingiustizie e quant'altro. Alcuni spunti che riporto in questo mio che ho definito (non so se propriamente o meno) "saggio" spero serviranno a chiarire qualcosa o, per lo meno, a capire la complessità e la vastità del fenomeno. Anzi, è quella che si potrebbe definire, a mio avviso e compendiata, la cronologia della cosiddetta "genesi dell'odio" (non solo io la definisco a quel modo ma anche esperti e storici d'ogni dove), attraverso episodi fondamentali, chiave direi.
     Leggo nella storia di Israele e riporto alcuni passi: "Il popolo ebraico si dichiara discendente da Abramo, il primo patriarca che, verso il 2000 a. C. ritenendosi guidato da dio, partì con la propria tribù da Ur, in Caldea, dirigendosi verso Canaan. In realtà, a differenza di quanto afferma la tradizione quale è riportata nel Vecchio Testamento, gli ebrei sono uno dei più antichi popoli fra quelli provenienti dalle rive orientali dell'Eufrate. La tribù di Abramo si fermò in Egitto circa quattrocento anni e fu ridotta in schiavitù dai Faraoni. Verso il 1200 a. C. Mosé guidò la fuga del suo popolo dall'Egitto, e sotto la guida di Giosué, suo successore, tribù ebraiche si stabilirono a Canaan e sulle rive del Giordano. Scoppiarono allora le prime grandi rivalità con le popolazioni indigene sottomesse dal primo re Saul e successivamente, in modo definitivo, dal suo erede David. Il figlio di quest'ultimo, Salomone, costruì il tempio di Gerusalemme, il cui gravoso onere ricadde sul popolo, già disgustato dalla tolleranza mostrata dal re verso il culto di idoli. Ne seguì una lotta che portò alla costituzione di due regni: quello di Israele (che riunì dieci tribù della Palestina settentrionale sotto il re Geroboamo I), e quello di Giuda, formato dall'omonima tribù. Il primo ebbe per capitale Sichem eppoi Thirza, Penuel e Samaria, fu sottomesso e distrutto nel 772 a. C. da Sargon II, re degli Assiri, (la maggior parte della popolazione venne deportata in Mesopotamia e nella Media). Il regno di Giuda invece visse ancora per circa cento anni e venne piegato dai Babilonesi che distrussero anche il tempio di Salomone. A ricostruirlo, verso il 500 a. C., furono gli Ebrei che, col permesso del re persiano Ciro, vincitore dei Babilonesi, erano tornati a Gerusalemme. Dopo duecento anni di relativa tranquillità la Palestina fu conquistata da Alessandro Magno e, alla morte di questi, governata dai Tolomei d'Egitto. Nel clima di tolleranza instaurato dal re macedone, Alessandria divenne importante centro culturale del giudaismo ellenico, mentre contro l'interpretazione dogmatica e letterale della tradizione ebraica si levarono vari movimenti di protesta popolari, tra questi il Cristianesimo.
     E'questo è il primo episodio (ovvero, l'inizio dal punto di vista storico e cronologico) della genesi dell'odio di cui dettovi; quello di cui sopra è soltanto uno scorcio infinitesimale di storia di un paese tanto piccolo (poco più di ventimila chilometri quadrati e di cinque milioni di abitanti!), quanto complesso! D'altro canto, invero, lo scrittore britannico Bruce Chatwyn (a mio avviso una delle menti letterarie più lucide del XX°secolo), vero "topo da biblioteca" (è così che sovente lo chiamo...essendo, nel mio piccolo, un po'come lui!), ex catalogatore di opere d'arte, ma anche - e soprattutto - cittadino del mondo e viaggiatore nel mondo (il suo primo libro, non a caso, si intitola "In Patagonia", del 1977) nonché estremo conoscitore di popoli, culture, tradizioni e religioni, nel suo capolavoro letterario, "Le Vie dei Canti" (uscito in Italia per i tipi Gli Adelphi, nel 1988), scrive - tra le altre cose - quanto segue: "Abele, che secondo i padri della Chiesa prefigurò con la sua morte il martirio di Cristo, era un guardiano di pecore. Caino era un agricoltore stanziale. Abele era prediletto da Dio, poiché Yahwèh era un "Dio della Via" la cui irrequietezza escludeva altri dèi. Tuttavia a Caino, che avrebbe costruito la prima città, fu promesso il predominio su di lui". E proprio questa la intuizione geniale di Chatwyn: anzi, più che intuizione, trattasi di vera e propria genialità storica, sapiente capacità di leggere la storia attraverso le carte, i documenti storici, appunto, e gli avvenimenti stessi. Fu lo stesso Dio, per lo scrittore inglese, col suo comportamento, col suo avere in predilezione Abele, piuttosto che Caino, a dare inizio alla "genesi dell'odio" protrattasi per molto, anzi, che si protrae sino ai giorni contemporanei. Sempre nello stesso libro (anzi, sempre a pagina duecentocinquantasette dello stesso!), Chatwyn così continua: "Un brano del Midrash (XXX) a commento della lite dice che i figli di Adamo ebbero in eredità un'equa spartizione del mondo: Caino la proprietà di tutta la terra, Abele di tutti gli esseri viventi - al che Caino accusò Abele di aver sconfinato. I nomi dei fratelli - secondo Chatwyn - sono una coppia di opposti complementari. "Abele" deriva dall'ebraico hebel, cioé "fiato" o "vapore": ogni cosa animata, che si muova e che sia transeunte, compresa la sua vita. La radice di "Caino" sembra sia il verbo kanah=acquisire, ottenere, possedere, e quindi governare o soggiogare. "Caino" significa anche "fabbro ferraio". E poiché in numerose lingue - perfino in cinese - le parole che significano "violenza" e "assoggettamento" sono collegate alla scoperta del metallo, forse è destino di Caino e dei suoi discendenti praticare le nere arti della tecnologia". Seconda grande intuizione di Chatwyn: è nella stessa origine, nello stesso significato del nome di Caino insita la "genesi dell'odio"; la pratica delle arti della tecnologia (del ferro, nella fattispecie) sarebbe eredità, come un effetto domino, dei discendenti di Caino stesso, ripercuotendosi anche sugli stessi Ebrei i quali, a loro volta, avrebbero praticato questa sete di assoggettamento nei confronti dei Palestinesi! Ma continuiamo nel racconto, ossia nel citare ancora Chatwyn dal suo stesso libro: "xxxx".   

             

     

  • 20 settembre 2019 alle ore 16:57
    ALBERTO IL SOLITARIO.

    Come comincia: La vita di Alberto Minazzo, dopo le dimissioni da insegnante di scuola media G. Verga di Messina, era diventata decisamente monotona; aveva insegnato per anni in quella scuola sia le materie letterarie che le lingue, conosceva bene il francese e l’inglese ma gli avvenimenti degli ultimi tempi l’avevano disgustato: alunni sempre indisciplinati in classe, genitori che chiedevano conto e ragione della bocciatura dei loro pargoli, talvolta anche con maniere ‘forti, Alberto aveva detto basta con dispiacere del direttore dell’istituto e dei colleghi, anche se di carattere chiuso era molto stimato per la sua preparazione professionale e per l’impegno nel suo lavoro. L’unica consolazione era abitare in una villa a tre piani sulla circonvallazione ereditata dalla madre insieme ad un patrimonio notevole. La servitù era composta da due donne di mezza età, nubili, da un uomo adibito agli acquisti occorrenti per l’uso quotidiano e da un giardiniere. Alberto teneva molto a vedere il suo giardino in ordine: prato all’inglese perfettamente rasato, siepi tutte alla stessa altezza, alberi sfrondati e fontane sempre pulite, un vero paradiso terrestre.  Anche l’interno della casa era nel massimo ordine: mobili antichi misti a quelli moderni da lui acquistati, bagni con vasche con idromassaggi e docce ma quello che più inorgogliva Alberto era un impianto HI.FI. multiroom che, come dice la parola, diffondeva suoni  praticamente in tutte le stanze. Quando era depresso Alberto ‘metteva su’musica brasiliana pensando al carnevale di Rio ed alle belle ragazze sculettanti, quando era allegro musica classica strumentale, non amava i gorgheggi dei cantanti. Ogni mattina dopo colazione, faceva un giretto nel suo giardino salutato con riverenza da Dario Franceschini, il giardiniere,  padre di una ragazza a nome Stella che frequentava la seconda media e con  cui Alberto ripassava le nozioni da lei apprese a scuola. Alberto era per Stella lo zio Alberto, lui l’aveva vista nascere nella dependance dove abitava tutto il personale di servizio. Dario era sposato con Ida Fabbri una ex contadina ignorante e volgare che un giorno disse chiaramente al marito che non  vedeva bene quella frequenza della loro figlia col padrone di casa. “Sei una stupida, nostra figlia è ancora una bambina, il dottor Alberto una persona seria che mi ‘passa’ uno stipendio doppio di quello di miei colleghi, piuttosto tu trovati un lavoro così non mi rompi più le balle con le tue fisime.” La storia finì qui ma Ida, in fondo, non aveva tutti i torti: Stella stava diventando una donnina, aveva avuto le mestruazioni ed il suo seno cominciava a crescere. La ragazza aveva avuto in regalo da Alberto una bicicletta multiaccessoriata che convinse ancora  di più Ida che la sua idea fosse giusta. Alberto voleva molto bene a Stella, oltre allo stipendio mensile, dava a Dario del denaro per comprare alla figlia vestiti e scarpe per non farle brutta figura con le compagne di scuola tutte un po’ snob. Un giorno: “Stellina non pensi che all’età tua le trecce non vanno più bene, lascia i capelli liberi di fluttuare e vai da un parrucchiere, darò per questo dei soldi a tuo padre.” La ragazza tornò a casa completamente diversa, dal parrucchiere c’era anche una visagista che la truccò in modo leggero ma che cambiò completamente il viso della giovane. La madre stava per fare una scenata ma, alla vista del marito con la faccia di chi sta per incazzarsi di brutto ingoiò ancora una volta le sue paturnie. Era estate, il clima piacevole soprattutto di sera spinse Alberto ad invitare i suoi ex colleghi con relative famiglie, una cena fredda e poi ballo per tutti compresa Stella abbigliata in modo sobrio ma elegante che spinse i maschi giovani a contendersela per un ballo; da lontano la madre parve contenta, finalmente sua figlia a contatto con giovani della sua età. Alla fine della serata, era l’una di notte, spariti tutti gli invitati Alberto: “Ho notato che stasera hai fatto un bel po’ di conquiste, complimenti!” “I miei coetanei non mi interessano sono tutti ragazzini spocchiosi e viziati ed anche maleducati, un paio hanno cercato di…toccarmi, li ho fulminati, con me ‘non c’è trippa pè gatti’ come talvolta ho sentito dire da lei.” Alberto sorrise, quella frase gli ricordò la sua romanità di linguaggio per aver frequentato gli studi nella capitale e poi gli fece piacere anche perché…perché? La cosa peggiore è quella di indagare su se stessi, Alberto se lo ripeteva ogni qualvolta aveva un problema da risolvere. Che Stella fosse diventato un problema? Si mise a ridere, a quarantacinque anni poteva essere suo padre, forse suo nonno! La ragazza superò brillantemente gli esami di terza media con voti superiori a quelli della maggiore parte dei suoi colleghi che si rifacevano con delle malignità: “Certo è stata raccomandata dal professor Minazzo, chissà cosa combinano…” Regalo da parte di Alberto a Stella: il miglior motorino sul mercato; mamma Ida ancora una volta masticò amaro non così la figlia che, quando rincontrò Alberto nel suo studio, lo subissò di baci: “Zio sei stato munifico, vorrei…” “Non devi voler nulla, è stato una ricompensa per il tuo impegno nello studio. Mi pare che tu abbia intenzione di iscriverti al classico, ti seguirò ancora sempre se tu lo vorrai.” “E me lo domandi io…” ”Niente io, vatti a fare un giretto col motorio, mi raccomando prudenza non vorrei venirti a trovare in ospedale.” Venne l’autunno, Alberto la mattina si affacciava al balcone per vedere Stella sfrecciare col motorino anche quando il tempo non era favorevole ma la gioventù…Un giorno: “Stella ormai hai più di diciotto anni, non pensi ad un boy friend insomma ad una ragazzo della tua età…” Alberto non finì la frase, Stella si era messa a piangere ed era scappata via, che significato dare a questo suo atteggiamento? Alberto fece quello che aveva sempre affermato di non voler fare: indagare su se stesso. Non gli piacque quello che venne fuori, si stava affezionando troppo  alla ragazza! Da qui nacque la decisione di ‘cambiare aria’. Comunicò la decisione ai collaboratori domestici cui avrebbe continuato a pagare il salario sino alla loro pensione ed al giardiniere Dario  al quale donò un cellulare molto semplice da usare, praticamente solo per telefonare e per ricevere telefonate, voleva essere sempre aggiornato sulle novità di casa sua. Partì di notte con la sua Alfa Romeo Giulietta caricata di bagagli, tramite un’agenzia aveva affittato un appartamento a Roma in via Conegliano 8 vicino la basilica di San Giovanni. Raggiunse la città eterna dopo dodici ore, l’età cominciava a pesare e si fece aiutare dal portiere dello stabile, Vincenzo Caruso siciliano, in arte ‘Bicienzo’ del quale si accattivò subito le simpatie con una buona mancia. Dario riferì che Stella aveva preso male la sua partenza, si era chiusa in se stessa ed aveva litigato con la madre, si era iscritta all’università alla facoltà di medicina. Alberto aveva sistemato la sua auto in un garage davanti casa sua, una vera fortuna non dover impazzire a cercarne un posteggio. Cercava di fare amicizia con gli abitanti della strada, praticamente un piccolo quartiere comprando regalini e dolciumi ai ragazzi ed aiutando materialmente qualche abitante che Bicenzo gli segnalava essere in difficoltà finanziarie. Ormai lo conoscevano un po’ tutti ed era diventato il dottor Alberto, a Roma si fa presto ad essere classificati dottori! Talvolta sollazzava ‘ciccio’ con la compagnia di qualche gentile signorina che andava via da casa sua soddisfatta del compenso. La sua vita fu in parte sconvolta quando Dario gli comunicò che Stella si era fidanzata ed in seguito sposata con il figlio di un noto e ricco commerciante locale, giovane di bell’aspetto ma con poco cervello. Il cotale, di cui sconosceva il nome si limitava a seguire il padre negli affari, padre da tutti considerato imbroglione oltre che usuraio, una bella famiglia pensò Alberto. Cercò di consolarsi ragionando che in fondo Stella aveva fatto bene a sistemarsi, lui era scomparso dalla sua vita. Un giorno dopo l’altro…i versi della canzone di Tenco riproducevano quella che era la sua vita, unica grossa novità quella di aver acquistato oltre il suo appartamento quello dello stesso piano per avere un’abitazione più grande. In seguito ‘si passò il tempo’ cambiando un po’ tutto dalle pareti  al mobilio, finalmente una casa di suo gusto. Pensò all’inaugurazione invitando a casa sua gli abitanti della strada e facendo loro omaggio di una tavolata di cibi già preparati e di bottiglie di buon vino dei Castelli Romani. Fu un  successo, il dottor Alberto ormai era diventato un mito. Quando si rasava la barba notava dei cambiamenti non piacevoli sul suo viso: rughe più marcate, capelli diradati e di color incerto fra il bianco ed il grigio, qualche occhiaia, capì che ormai la vecchiaia stava prendendo il sopravvento sulla sua persona. Un solo fatto per lui piacevole: Dario gli aveva comunicato che Stella si era separata dal marito ed aveva conseguito la laurea in medicina a pieni voti la qual cosa gli fece pensare a…Non volle comunicare nemmeno a se stesso la sua idea ma poi…Chiamò Dario e lo pregò di comunicare a sua figlia che volentieri l’avrebbe ospitata a Roma a casa sua. La ragazza a quella notizia pianse di gioia, non aveva più nemmeno l’ostacolo di sua madre nel frattempo passata a miglior vita e fece comunicare da suo padre ad Alberto che sarebbe giunta alla stazione Termini dopo due giorni col treno in arrivo a Roma alle tredici, per scaramanzia non volle parlare direttamente con  lo zio. Alberto allergico agli arrivi ed alle partenze pregò Dario di comunicare alla figlia il suo indirizzo e di prendere in tassì per raggiungerlo. Alle tredici si appostò sul terrazzo che dava sulla via Taranto col binocolo per scrutare tutti i tassì in arrivo all’inizio della strada. Ci volle un’ora prima che finalmente vide un classico tassì romano imboccare la via Taranto. Si accorse di essere ancora in pantofole, si mise di corsa un paio di scarpe e si precipitò per le scale per non perdere tempo con l’ascensore. In strada riconobbe da dietro la ‘nipote’ di spalle che si guardava intorno cercando di rintracciare il numero 8 che però mancava per non essere stato sostituito quando la mattonella che lo riportava era caduta. “Stella!” La ragazza  abbandonò il trolley e volò nelle braccia di Alberto con le lacrime agli occhi, lo baciò a lungo in bocca con spettatori gli abitanti della via incuriositi della novità. “Stella amore mio stiamo dando spettacolo…” Recuperato il bagaglio, con  l’ascensore raggiunsero il piano ed entrarono nell’appartamento. “Mi hai fatto trovare una reggia!” “Una reggia per la mia regina! Fatti a fare una doccia poi il pranzo anche se un po’ in ritardo, l’ho fatto venire dal ristorante sottocasa.” Stella entrò in bagno ancora vestita e ne uscì con indosso un accappatoio. “Mio caro la visione del mio corpo a pancino pieno, sarà più bella e desiderabile…lo vuoi vedere subito? Accontentato.” Alberto rimase basito da tanta beltade, forse ebbe in viso un’espressione imbambolata che portò ad una risata sonora la ‘nipote’ ormai sua fidanzata. “Sono indecisa se raccontarti i miei problemi matrimoniali, sono state situazioni spiacevoli.” “Voglio condividere tutto con te anche le cose non gradevoli, dimmi.” “Non so come definire la prima notte passata in casa dei miei ex suoceri, non voglio pronunziare il loro nome. Il cotale, abituato con le mignotte, mi ha trattato come tale non pensando che ero vergine; immagine quello che è successo: un  dolore insopportabile con mie urla che fecero venire in camera nostra sua madre che cercò di sminuire la situazione: “Cara non sei né la prima né l’ultima è un problema di noi donne.” “No il problema è tuo figlio che si è comportato da animale, vado a dormire sul divano, le lenzuola sporche di sangue te le lavi tu!” Come inizio non è stato male! In seguito quell’imbecille ha assaggiato la mia gatta pochissime volte, io assumevo la pillola anticoncezionale, ci mancava solo che restassi incinta. Quello che ha fatto traboccare il vaso è stato un episodio successivo. Il cotale, ubriaco, si è presentato una sera nella stanzetta dove dormivo, ha tentato di entrare nel mio popò, non c’è riuscito ma mi ha fatto male lo stesso, in crisi d’ira mi ha schiaffeggiato in malo molo tanto da lasciarmi i segni sul viso. Dietro consiglio del mio avvocato, padre di un mio compagno di università, mi sono recata al pronto soccorso dell’ospedale ‘Papardo’, diagnosi dieci giorni con tanto di certificato per dimostrare le percosse di mio marito contro di me, nel frattempo armi e bagagli sono tornata casa di mio padre. Il mio avvocato si è accordato con i familiari del mio ex per una separazione per colpa di mio marito e con mio mantenimento a suo carico, evidentemente non volevano pubblicità negativa dato che la loro fama non era certo cristallina. Poi ti darò gli estremi della mia banca così riuniremo i nostri soldini, non voglio far la mantenuta…sto scherzando. È stato un pranzo favoloso, lo sarebbe stato anche se si trattava di pane e formaggio! Ed ora ci vorrebbe un riposino.” “Che genere di riposino?” “Non fare lo gnorri e filiamo a letto.” Alberto ancora non si era ripreso dagli ultimi avvenimenti e stava vicino a Stella senza far nulla, cosa non gradita alla pulsella che: “Che intenzioni hai di andare in bianco la prima notte anzi il primo pomeriggio di nozze, datti da fare, la mia gatta gradirebbe, come inizio, un bacino prolungato, molto prolungato…” Alberto si trovò dinanzi gli occhi una distesa di peli neri quasi sino all’ombelico:”Mi viene in mente la canzone: ‘ c’è un grande prato verde dove nascono speranze…”  “A me sembra che sul mio prato le speranze muoiono!” “Mi sta accadendo che i tuoi lunghi peli mi restano fra i denti e poi finiscono in gola…” “Uffà, vado in bagno.” Stella pensò bene di rasarsi la cosina così il suo prossimo ‘marito’ non si sarebbe più lamentato. Dopo circa venti minuti si presentò con le mani sulla gatta e: “Voilà contento?” Alberto si trovò davanti un fiorellino con bellissime grandi labbra rosee e tutte intere non come quelle che aveva visto in altre donne che erano di colore molto scuro e ‘slabbrate’,  lo disse a Stella. “La vuoi finire con i complimenti, datti da fare nonnetto!” Stella molto probabilmente aveva sognato tante volte quel momento di intimità con Alberto, ebbe subito un orgasmo al che Alberto si fermò. “Hai finito la benzina, vai facile sino a quando non te lo dico io.” La baby ebbe un bel po’ di goderecciate prima di arrendersi. “Avevo paura che ti sentissi male.” “Lascia stare le paure, te lo prendo in bocca e poi entrata trionfale nella gatta.” Quello fu non un ‘mezzogiorno di fuoco’ ma un ‘pomeriggio di fuoco’ che Alberto e Stella avrebbero ricordato per sempre. Matrimonio laico, testimoni il portiere Bicenzo e sua moglie Pina e poi grande mangiata al ristorante sotto casa, prenotato non solo per i neo coniugi ma anche per gli abitanti della via Conegliano con grandi risate, brindisi e baci alla sposa. “Scusate signore lo sposo vorrebbe qualche affettuosità da parte vostra!”  Quando anche l’ultima signora finì di baciare Alberto, Stella: “Non fare il mandrillo altrimenti fai la fine di quell’americano, Bobbit, a cui la cui fidanzata ha fatto un brutto scherzo!” “Gelosona io scoperò solo con te.” “Bene allora tieni la ‘ramazza’ a cuccia!” Stella prese servizio come medico al vicino ospedale San Giovanni come ginecologa; benché fosse proprietaria di una Mini Clubman, Alberto preferiva accompagnarla lui  al lavoro causa difficoltà di parcheggio. I giorni che passavano facevano sempre più bella Stella ma non Alberto che cominciava ad avere i guai fisici tipici della vecchiaia, veniva amorevolmente curato dalla consorte. Il loro era stato sicuramente puro amore, una parola spesso abusata ma che nel loro caso era proprio azzeccata. A novant’anni Alberto capì che la fine era vicina, il cuore stava facendo ‘capricci’ ed allora si mise a letto con Stella vicino, anche lei, da medico, capì…Quando esalò l’ultimo respiro Stella gli chiuse gli occhi, ultimo suo gesto affettuoso. 
     
     
     

  • 20 settembre 2019 alle ore 16:53
    Meditazioni di un innamorato

    Come comincia: Mi rispecchio nei tuoi meravigliosi occhi grigi che mi fanno provare un sentimento intenso: il desiderio di stare sempre abbracciato a te. Provo anche dolcezza mista a tristezza che mi fa immensamente soffrire pensando che mai sarà possibile estraniarci da tutti e vivere la nostra esistenza insieme. Sogno di stare in riva al mare, d’inverno, dinanzi a noi la burrasca, il vento che ti scompiglia i capelli e tu abbracciata alla mia vita. L’effluvio della tua pelle mi stordisce, chiudo gli occhi assaporando nella fantasia quello che non potremo avere mai, ma perché sprecare il tempo in malumori, finalmente sorridi, anch’io riesco a sorridere sembriamo due giovani alla loro prima esperienza amorosa. Incontriamo dei pescatori con le reti sulle spalle, tristi, per oggi niente pesca, anche loro hanno i loro pensieri, una famiglia da mantenere. D’impulso ti metti a correre, sei più veloce di me, poi mi aspetti, mi abbracci piangendo, il tuo pianto mi distrugge l’anima, ancora una volta trovo quel trasporto nel cuore, non oso pensare a quella passione…si invece penso sia proprio quello: l’amore, quel sentimento che dal cervello arriva sino alle viscere facendomi provare un dolore acuto; te ne accorgi e mi baci a lungo, riesci a darmi un pò di serenità. Il nostro contatto fisico è deliziosamente dolce!