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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 01 maggio 2018 alle ore 10:22
    I Tre Rivi

    Come comincia: Quella domenica era cominciata male. Una pioggerellina uggiosa di quelle che cadendo sussurrano: “Ti volevi divertire caro, oggi che è domenica, eh? He he, he!”, per cui uno già è urtato al primo acchito. Comunque, avviai il locomotore e mi diressi verso Montevinaio, incontro al destino che, è proprio il caso di dirlo, si sarebbe rivelato tre volte rio!

    Stavo appena lasciando il punto ridente capoluogo, quando il mezzo tecnologico che strappa l’uomo alla meditativa solitudine per spingerlo tra le fauci dei gendarmi, novelli briganti inguattati lungo la via, squillò e la voce sorniona del capocaccia, m’interrogò: “Che fai? Dove sei?”.
    “Eh”, risposi titubante, “starei uscendo dalla città per venir da voi”.
    “Ah, vieni?”.
    “No? Non devo venire?”.
    “Mah, sai, qui pioviggina”.
    “Anche qui, ma ad Est si apre sotto il soffio di una  simpatica tramontana gelata”.
    “Ah, allora…”.
    Oltre al campanello della suoneria del telefono anche uno d’allarme era risuonato in me, ma decisi d’ignorarlo, perché all’uomo si insegna che occorre misconoscere quelle intuizioni che spesso, invece, agli animali salvano la vita. Proseguii imperterrito.
    Dopo la consueta mezz’oretta di tragitto, stavolta assai grigiastro, giunsi a destinazione, ove mi accolse un’allegra e persistente pioggerella che inumidendomi, parve ribadire: “Ah, sei venuto lo stesso, eh? Bene! Benvenuto caro, buon divertimento”. Per fortuna la plumbea cappa atmosferica era avversata da una opposta, che si dipartiva dalla forza aerea eppur terrigna del fuoco, dipanando verso l’alto una caligine riscaldante e di tutt’altro genere. Infatti, profumava. Ma di che, esattamente?! Uhm. L’unica era scoprirlo.
    Discesi la ripida ma breve callaia che conduceva al rialto ed alla fiamma, ove mi accolse l’appetitosa vista di spiedini posti a rosolare sulla brace. Meno invitanti erano le dubbiose espressioni di coloro che le manducavano. Nondimeno, come resistere alla ciccia affumicata?
    A gentile offerta del cuoco ne posi uno sui tizzoni, lestamente coperto di sale e pepe. Tanta pronta sollecitudine m’insospettì non poco, ma avevo accettato e poi avevo freddo e fame. Entrambi miei stati abituali.
    Appena cotto, addentai il boccone, dopo aver scroccato il pane ad un insolitamente disinteressato segretario. Addentare è il termine giusto, ma per digrumarlo avrei dovuto dire azzannare, laddove la natura mi avesse fornito di tale dentatura. Buono, eh? Buono e saporito, ma duro, duro dannato.
    “Secondo te, che bestia è?”, m’interrogò il capocaccia.
    “Mah, non saprei, forse cane?”, azzardai.
    “Macché cane!”, s’inalberò il macellaio.
    “Per me è tarpone”, spiegò il di lui genitore.
    “Io non son nuovo alla cacciagione, e a me sembra capriolo”, specificò con la sua voce calma e pacata il buon Corradino, alzando una mano per dar forza al discorso.
    “No!”, garantì il cuciniere.
    “Abbia a essere nutria?”, ipotizzò il Principe, così detto per la delicatezza dei modi e ricercatezza dell’eloquio.
    “Nemmeno, perché la nutria è morbida”, sancì il decano dei cacciatori.
    “Allora spinosa”, propose il capocanaio che nel frattempo si liberava del boccone senza ingurgitarlo.
    “Neppure, sarebbe più dolce”, borbottai tra un crampo e l’altro della mascella.
    “Non rimane che la volpe o il tasso”, decretò il capocaccia dell’anno avanti, forte delle sue evidentemente variegate esperienze culinarie.
    “La volpe è più rossa”. “Il tasso è più grasso”, specificammo prima Corradino e poi io.
    E lo chef rideva e coceva, coceva e rideva.
    “Ce n’è per tutti se l’oste ne coce!”, citò un vecchio adagio popolare il nostro decano, che più vicino ai novanta che agli ottanta pure immancabilmente presenziava a testimoniare che la passione non ha età.
    Come Dio volle, smise di piovere ed i fumi arborei ed equorei s’unirono in una sola cortina nebbiosa che si distese e poi si dissolse, lasciando il celeste campo agli immensi, candidi nembi che lo solcavano solenni e maestosi, transeunti testimoni del rito millenario che s’andava apparecchiando: la caccia al setoloso dentato!
    Ci approntammo alla partenza alleggeriti nello spirito, per quanto appesantiti nello stomaco che aveva preso a belare le sue rimostranze, adottando forse la voce delle carni che ospitava….
    Io pescai i numeri relativi a due poste contigue, giacché la presenza di Corradino accanto alla mia, oltre che garanzia di sicurezza ed ammaestramento, era anche fonte per me di sincero piacere. Provavo, infatti, una profonda stima venatoria, unita a umana simpatia per quel tiratore ponderato e consumato, con la folta barba alla garibaldina e l’attento occhio ceruleo intonato ai limpidi paesaggi maremmani e schietto al par di essi, a far da contrappunto alla pelle abbronzata e solcata anzi tempo, lavorata dal sole e dall’aria come i campi colti ed incolti su cui aveva trascorso l’esistenza. Artefice ferace e al contempo partecipe fruitore della terra verzicante, in un accordato, simbiotico suggello. Insomma, il compagno ideale di caccia e di cammino che si presentò tosto aspro, erto ed irto. E sdrucciolevole assai….
    Le poste riservateci, secondo i numeri estratti, si rivelarono, come al solito, le ultime e le più disagevoli da raggiungere. Laggiù, laggiù oltre un primo colle, al di là di un secondo, in fondo ad un ripido declivio, ecco che potei finalmente far giacere le stanche membra affardellate.
    “Questa è la posta migliore!”, mi assicurò il vecchio capocaccia, “anno ce n’ho ammazzati quattro”.
    “E io due”, rincarò Corradino.
    “Ecco”, dissi tra me e me, “stai a vedere”. Perché il lettore è bene abbia contezza che allorquando mi rassicurano circa le buone probabilità dell’impresa, è matematicamente certo il verificarsi dell’opposto esito. Tuttavia, dire che quel luogo fosse la dimora di una fata, non rende ragione neppur per metà all’incanto fascinoso che m’irretì non appena ebbi avuto modo di sedermi ed acquetarmi.
    Un rivo sonoro e saltellante, corrente tra sassi e cadente da massi, donava la vita alla forra in cui mi era toccato di appostarmi e che, tra i vasti aperti campi, rinserrava una dimensione incantata la cui poesia non può descriversi a parole: lucenti faggi dalla nivea scorza imbiancavano le ripe ingentilendole e donando loro un’aria nordica, montana, mentre un pioppo plurisecolare, dal tronco incommensurabile, avvinghiato al bordo dell’acqua, nodoso, contorto e screpolato, forniva ricetto ad innumerevoli generazioni di passeri. E là, dove il tempo aveva aperto vaste e profonde ferite solcandone la corteccia, una tenera ed apparentemente pietosa edera s’inerpicava a celarle ed a scaldarle, riparandole contro gli assalti del dirompente gelo.
    L’aria tutta era solcata da un profluvio di gialle foglie turbinanti, che la tramontana rubesta faceva vorticare tingendo d’oro il rivo ed il suolo, naturali castoni ai focati rubini che qua e la sgargiavano dai pungitopo, per quanto dubito che i topi siano così sprovveduti da farsi bucare da quelle piante come invece, regolarmente, capita ai cristiani.
    Gli spazi aerei venivano costantemente ritagliati e suddivisi da fili di sole, che i ragni volanti imprigionavano con le loro seriche scie, consentendo agli immoti arbusti di unirsi lievemente or qua, or là secondo il capriccio dell’aria aulente. E la musica delle acque irrequiete sovrastava il canto degli uccelli ed il rimestio dei pensieri sino ad affogarli tutti e trascinarli lontano a valle, schiacciati sotto i rivoltanti cogoli.
    In alto a sinistra, sopra di me, si stagliava la figura seduta di Corradino, la schiena eretta, l’arma quieta ma pronta appoggiata ad un ginocchio, accarezzata dalle dita desiose, mentre sul costone di rimpetto il fornaio andava scartando l’involto che s’era portato, aprendo le ostilità con gli ungulati già insaccati. E, su tutti, un cielo traforato di verde e grigio, giallo e bruno, colorato dai mutevoli dipinti che le alte ramaglie ondeggianti al tramontano componevano instancabilmente.
    Era tutto bello, così bello e pacifico che, manco a dirsi, non poteva durare. Non un abbaio incrinava la quiete, neanche un latrato penetrava le selve, né, tanto meno il dirompente contatto del fuoco con la polvere pirica squassava i sensi, eccitando gli animi. Quel sito così fiabesco mi si prestava mirabilmente a comporre un racconto, ma, forse proprio per questo, si negava a qualsiasi altro impiego, compreso quello venatorio.
    Da non molto il mio animo si era placato, accordandosi ai battiti del cuore che aveva cessato le extra sistole della marcia, quando avverti l’inconfondibile scatto metallico dell’otturatore dell’automatico di Corradino. Stava scaricando l’arma. Lo guardai e capii. La ciccia pelosa non transitava per tale landa ed urgeva abbandonare l’infruttuosa cacciata per iniziarne un’altra altrove.
    Come predetto, l’infausto oracolo avverava con crudele malevolenza la propria esattezza.
    Scaricai il fucile, mi ricaricai dello zaino, ed abbarbicandomi alla bell’e meglio ai più improbabili appigli, m’issai dal greto, senza lasciare, però, che la sua musica purificatrice abbandonasse il mio animo.
    Ed ecco il bello: eravamo, come già notato, le ultime poste, e tutte le precedenti s’erano adesso incamminate verso la nuova destinazione, sì che urgeva raggiungerle rapidamente; solo che la medesima strada che coperta in discesa richiede un dato tempo, se percorsa in salita, pur non allungandosi di un centimetro, per imperscrutabili leggi fisiche richiede un lasso quanto meno doppio, che nel mio caso si triplica dovendo impegnarmi a convincere delle riottose membra ad assecondare una volontà a dir poco ottimistica, fin quando il cuore, gettato oltre l’ostacolo, non rimbalza all’indietro mollando contraccolpi titanici ad una cassa che la natura non volle grande.
    E intanto Corrado, direte voi, che mi sopravanza di qualche lustro, soffriva, ansimava, si strascicava?
    Soffriva certo, o meglio, friggeva, pur senza mostrarlo, a dovermi aspettare in cima al colle che mi vedeva arrancante scalatore paonazzo e sfiatato. Alfin giungemmo e mi sprofondai nel sedile della vettura, affabulando qualche scusa che non suonasse eccessivamente mortificante. Ma d’altronde, come dicono gli Alpini: “Ci mancò la fortuna, non il valore” e se per fortuna intendevano il fiato, nessuno fu più Alpino di me.
    Dopo un tragitto ampiamente insufficiente affinché potessi riuscire a recuperar risorse che mi consentissero di spostarmi in stazione eretta, dovemmo ributtarci giù per una pendenza, la quale, più che precipite, era proprio uno scatafosso su cui stambecchi di buon senso si sarebbero ben guardati dall’azzardarsi.
    Il burrone, solcato da insidiose fenditure frananti camuffate da irridenti ciuffi d’erba, cessava come tagliato da una lama spietata, con un salto di un metro, su di un lutulente fiumiciattolo. Un fangoso rivoletto che serpeggiava malevolo e infido nel bel mezzo d’un motoso pantano. Un masso segnava il limite tra la terra friabile e quella marcia e cedevole che sbarrava la strada. Cioè, la sbarrava a me, perché, evidentemente, ai colleghi che mi precedevano aveva mostrato il proprio favore consentendo loro un sicuro ed asciutto passaggio. Comunque, dato che indietro non si torna diceva un tale, osservai bene il compagno davanti a me e mi accinsi ad imitarne il gesto atletico.
    Premetto che i miei arti inferiori avevano ripreso a baccagliare con il muscolo cardiaco e con l’apparato respiratorio, e che, non riuscendo a fiaccare l’indomito volere del loro signore e padrone, avevano di già consumato un vile tradimento incrociandosi poc’anzi ed infliggendomi quella che tecnicamente si definisce una “culata coi contro fiocchi”, ma ci voleva ben altro! Quello, appunto, che stava per capitami.
    Eravamo, dunque, rimasti al gesto atletico del mio predecessore, il quale, posto il piede sinistro sul masso, lasciava cadere il destro in un punto della fanga donde si dava lo slancio per scavalcare a volo il canaletto. Niente d’insormontabile, a prima vista.
    Montato sul masso, presi la mira, modestamente infallibile, dell’orma umana da ricalcare e mi lasciai andare su quella pesta per spiccarne il balzo da pillaccherone.
    Quello fu il passo del destino che si chiuse su di me. Anzi, per essere esatti, sul mio arto che fu istantaneamente risucchiato nel gorgo del brago fino al polpaccio, imprigionandolo in una morsa vischiosa, che esercitò una forza pari e contraria a quella impressa al resto della mia persona, così che in un battito d’ali fangose, mi ritrovai diffuso e impresso esattamente al centro del melmoso rivo, imparentando ogni arto disteso con l’impregnante padule.
    “Subito corsero, ti sollevarono, ti ripulirono, ti asciugarono!”, dirai tu, o ingenuo lettore, ignaro e incredulo della perfidia umana e specialmente di quella del cinghialaio maremmano. No amico caro non corsero, non potevano neanche volendolo, benché comunque non lo volessero, perché le forze mancarono loro per l’empia risata che li squassò, abbandonandomi alla mia sorte infangata!
    Dopo che m’ebbi raffigurando il soldato napoleonico di Waterloo, con lo zaino pendulo da una parte e lo schioppo ciondoloni dall’altra, col berretto sugli occhi ed i panni arricchiti da una pigmentazione mimetica nuova e non ricercata, mi avviai con disinvolto stile, per quanto l’abbigliamento mèzzo e gocciolante lo consentisse, verso lo sganasciato gruppo in mia premurosa attesa, augurando loro ogni gioia e soddisfazione dalla vita. E con quale premura furono ricambiati i miei auguri! Subito, per paura che bagnato potessi raffreddarmi, fui collocato in una splendida postazione completamente aperta al gelido soffio della tramontana, in modo che mi potessi asciugare, dissero, come infatti avvenne al termine delle due ore in cui potei giovarmi di quello spontaneo phon della natura. Siderale. Prima di lasciarmi alla sosta criogenica, il capocaccia, con sollecita premura, mi apostrofò con tal bel garbo: “Te mettiti qui e augurati che passi un cinghiale”.
    “Te augurati che io gli tiri, se passa”, fu la risposta che formulai nel mio intimo senza esplicarla dato che il mio morale cominciava a cedere sotto i colpi del fato beffardo, eppur giustificata sarebbe stata la mia rampogna e vi spiego il motivo. La mia posta si trovava su di un sentiero largo forse un metro, forse meno. Alle spalle uno spaventoso orrido con un tuffo di quindici metri sul cui fondo ruggiva un fiume, il terzo e per fortuna ultimo della giornata, così precipitevole da aver perfettamente levigato il fondo roccioso e la base delle due rive. Di fronte, proprio sul bordo dello stradello, si levava un poggio, alto, spiovente, decorato da pochi alberelli fragili e stenti che ben difficilmente avrebbero potuto arrestare la caduta di un animale abbattuto e precipite e, se il capocaccia contava che io frapponessi la mia assai moderatamente ginnica complessione alla frana suina per confondermi ad essa in un amplesso setoloso che solo la corrente del rivo avrebbe potuto districare dopo che vi fossimo dirupati, ebbene era destinato ad una cocente disillusione.
    Soffiava il vento, piegando al proprio volere le chiome delle piante e la mia, perché mi s’era infradiciato anche il cappello, e montavano in me i dubbi secolari che turbano l’umanità da tempo immemore: “Chi sono io? Donde vengo, dove vado? Ma soprattutto, che accidenti ci faccio qui?”, quand’ecco che un cosetto nero mi si avvicinò irridente, ed era chiaro che l’impudente scoiattolo aveva trovato la risposta all’ultima domanda e moriva dalla voglia di trasmettermela. Gli si leggeva negli occhietti malevoli e canzonatori la sentenza che solo l’eccessiva escrescenza dentale gli impediva di compitare: “Il bischero!”. E tale dovette essere il giudizio condiviso in quel dì di caccia dal mondo animale riunito a ridente simposio, ben lontano dalle nostre canne poco tonanti, giacché di cinghiali non se ne mostrò uno neanche per carità cristiana.
    Ciò sia di monito all’uomo predatore: “Chi al fratello cacciatore non sovviene in soccorso, di preda non vedrà nemmanco l’osso”. Io lo dissi e qui lo sottoscrivo.
    Un unico risultato positivo raggiunsi al termine della contro risalita che mi riconduceva alla civiltà: finalmente avevo digerito il montone.
     
     

  • 01 maggio 2018 alle ore 10:20
    La trippa con le cotiche

    Come comincia: Accanto a me, sulla sommità del poggio che mi è toccato come posta, si leva un macchione di rovi, modellato e torto, così da poter essere usato come capanno per i colombi e i tordi.
    Dietro, un brillante pascolo si stende placido oltre un borro popolato di faggi e lelleroni, metodicamente brucato da un gregge di procedenti candidi ovini. Il delicato tintinnio dei campani pare scandire e dare il ritmo al frusciante brusio delle loro mandibole instancabili.
    Sulla sinistra i colli precipitano, aprendosi ammirati alla vista delle trasubbie, l’ampia curva del fiume ghiaioso che in quel tratto divine guadabile. E laggiù, laggiù, sfumato ma severo s’innalzava il Monte, quel rilievo fortificato, posto a guardia del confine settentrionale di questa landa benedetta. Ivi, almeno una volta i conquistatori senesi si sono scornati contro i tre castelli della solida Maremma: Roccastrada, Sassofortino e Montemassi, ai tempi in cui Guido Riccio da Fogliano dovette rinunciare alle pretese della rapace città del palio.
    Ed io lì, ad ammirare tutto questo, trasognato tra la storia patria e quella celeste a cui mi richiama il volo dei colombi e delle maestose poiane.
    Schiannn!!
    Che succede? Stan, tan, ta-tan!
    I canai! I canai hanno trovato i cinghiali e li forzano alle poste sparando a salve. Le esplosioni si susseguono frenetiche, raccolte dalle balze e diffuse come un tuono per tutti i poggi, fino a perdersi nell’aria aperta dietro di me.
    Contemporaneamente la muta dei cani inizia a latrare, gettandosi a perdifiato sull’usma freschissima, ed i canai dietro, a corsa, sparando e berciando, emettendo versi disumani che nemmeno i pellirosse conoscevano.
    Eccolo, eccolo!!! Lo vedo!, è un verre nero, enorme, Maremma che emozione, che bestia!, è sul crine di fronte al mio, a un chilometro in linea d’aria e corre, corre come un dannato col foco al c…. verso le poste. Attraversa un campo, ecco ora vedo anche i cani che lo inseguono ed i puntini fosforescenti dei canai che escono dalla macchia, imprecando, urlando, correndo senza smettere di sparare. Le poste son tutte all’erta, il verre sfonda un sieponale come fosse carta velina e si catapulta in avanti, carica la prima posta. Santo Cielo!
    Tonfa, tonfa! Due lecche a palla gli bruciano il crino irsuto sfiorando la groppa ma senza far danni, un salto e prende avanti la posta buttandola a gambe all’aria. Ha sfondato la linea e se ne corre illeso fuori battuta.
    E i canai esterrefatti gridano fuori di sé: “Vi venisse un colpo! Accidenti a quanti sete! Ma che tirate? A campa’?”. E via di corsa a infilarsi nel bosco per stanare la successiva preda.
    Passa qualche minuto di silenzio, rotto solo dalle mie risate, dato che a me è andata bene e non ho dovuto dar prova della mia mira. Che spettacolo!
    Non trascorrono che cinque minuti ed i nostri bravi segugi son già all’opera, pronti ad assalire un avversario che ammonta a dieci volte il loro peso e contro cui non hanno alcuna difesa, rischiando la vita ad ogni assalto.
    Eccolo, per dinci! E’ più grosso di quello di prima!, che birullo! E’ una madia con le zampe! Un mulo! E ha preso la stessa strada di quello di prima. Eccolo che vola attraverso il siepone, passa la prima posta…niente! Ma perchè non gli ha tirato? S’è addormentata o sarà morta, data che ha circa ottantatre anni? Poi sapremo che la carabina si era inceppata. Conoscendolo avrà provato a caricarla con una cartuccia da doppietta, come minimo!
    L’animale arriva sparato di fronte alla seconda posta che si agita e si muove. Il verre lo vede e sterza di novanta gradi neanche fosse una lepre, invece di pesare quasi un quintale! Sta-tan! Erutta la doppietta. Due colonne di terra e una fumata di polvere che nemmeno una tromba d’aria l’avrebbe sollevata.
    E il cignale? Via alla velocità della luce fuori tiro e fuori pericolo.
    I canai!!! “Voi schiantaste! Vi scoppiasse il bellico, accidenti a chi ve l’ha legato!!! Ma che chiappate? Neanche in provincia! Manco i prosciutti appesi al trave buttereste giù. No a caccia! Dovete anda’, ma al macello, a favvi macella’ voi e chi vi ci ha messo! Brutti sciancati, guerci e rincoglioniti!”.
    E io, mentre cerco di non cascare giù dal poggio dalle risate, mi consolo e pregusto la trippa con le cotiche, che mi aspetta al rialto.
     

  • 01 maggio 2018 alle ore 10:19
    L'ultima cacciata di Paco

    Come comincia: Baffino, il mento appoggiato sul palmo della mano richiusa a pugno, ammirava, fuor di finestra, uno di quegli spettacoli ineffabili che il buon Dio gli donava per ricreargli lo spirito e nutrirgli l’anima. Una luna piena, circonfusa da un’unica nuvola grigia che si spandeva intorno ad essa facendone risaltare il biancore e la lucentezza come ostrica tra perlacee valve, colmava di sé il cielo ed il cuore del prevosto. La sua bellezza era così pura ed il suo incanto così potente che una soave luminosità se ne spandeva, discendendo a terra per sollevarne in alto la stanca ed assetata polvere settembrina che ammantava l’orizzonte e, con essa, la fatica degli uomini ed il travaglio delle loro vite.

    Sospirò forte, accompagnando quel moto del corpo con un lungo gemito, una “eh”, protratta e sibilante. “Prima o poi… prima o poi…tocca a tutti”, mormorava. Poiché non poteva obliare i fatti del giorno.
    Quel pomeriggio, infatti, si era recato a caccia con Gabriele, di cui era diventato, col tempo da semplice estimatore dell’uomo e cacciatore, e sincero ed affezionato amico, eppure, stavolta, si erano divertiti poco. Non perché fossero tornati a caccia col carniere vuoto, cosa che non contava nulla, ma perché quella era stata l’ultima cacciata di Paco. Che Baffino aveva sempre chiamato Pedro, confondendo persino i nomi dei cani, oltre quelli dei Cristiani.
    Povero Paco Pedro, un setter di gran razza, capace di avventare un cinghiale in un canneto a venti metri e rimanere fermo lanciando due abbai per avvertire il padrone senza spaventare la preda. “Eh, sì”. Considerò tra sé e sé. “Se Dio non volesse la caccia non avrebbe creato il cane! Senza il cane non esiste caccia”. Ed ora Paco non avrebbe cacciato mai più, mai più in vita sua. Forse appena le farfalle settembrine, ormai impedite nel volo dai primi freschi d’autunno.  Si grattò la pera, stirando le labbra e schioccando la lingua. Proprio non gli andava, povera bestia. Troppe volte aveva cacciato con lui, troppe soddisfazioni ed emozioni gli aveva donato ed ora vederlo ridotto così, trascinare il treno posteriore senza nemmeno la forza di saltare un filo d’erba, lui che saltava le reti da pecora. Quelle famose reti che in altra occasione tanto filo da torcere avevano dato a Baffino!
    L’ultima volta. Come c’è una prima, così c’è un’ultima volta per tutto nella vita. Bello sarebbe rendersene conto. Sia di simile pensiero che del fatto materiale, allorquando si presenta. Per apprezzare ciò che si è avuto e godere ciò che si è imparato. Invece molti sono solo capaci di recriminare e rimpiangere il passato, perché non hanno imparato proprio un accidente!
    Tali erano le sue riflessioni, più amare del solito, mentre gli risuonava in mente quell’abbaio disperato di Paco, legato a una pianta mentre il suo padrone si allontanava. Sarebbe tornato poco dopo, ma è come se il cane avesse compreso che, in realtà si allontanava per sempre, come se gli fosse chiaro che la loro complicità venatoria, la storia dell’intera sua esistenza, si concludeva in quell’assolato e torrido pomeriggio di metà settembre.
    I fatti si erano svolti così: Diana, la grandissima e temibile cacciatrice, quella favolosa Setter che, quando puntava, si sdraiava nell’erba come una tigre, se l’era portata via la le smaniosi, lasciando in eredità un cucciolone di sei mesi che non l’aveva mai vista cacciare e che non aveva nemmeno idea di quale fossero i doveri, i metodi ed i trucchi di un bravo cane da penna! Così, Gabriele si era deciso di portare con sé, in cerca di qualche fagiano, padre e figlio, Paco e Pachino, affinché il giovane imparasse dal vecchio ed il vecchio non si sentisse trascurato ed abbandonato in favore del giovane, ma, come insegnano i latini, la vecchiaia è di per sé stessa un morbo che non conosce cura.
    Scesi di macchina, padre e figlio, ognuno secondo la forza della propria zampa si erano dati da fare in giro, Pachino sparendo subito ed uggiolando come una disperato dietro un imprendibile capriolo, e Paco, annusando qua e là tra i filari di una vigna abbandonata. Baffino e Gabriele si erano messi a far il pendolo su e giù tra i filari del vigneto negletto, sperando che si alzasse un fagiano o schizzasse una lepre scovati da Paco, ma l’unica cosa che fecero alzare fu la polvere della terra spaccata, dei finocchi secchi e degli scardaccioni crudeli, le cui punte sottili ed affilate passano ogni vestito fino a  piantarsi nella carne dove si spezzano e restano infitti a irritare e prudere. Ma quando si va a caccia non si sente niente, tanta è l’emozione e l’attesa ed anche dopo non ci si fa caso. Invece quella sera, le gambe gli prudevano parecchio al nostro baffo melanconico, che cercava inutilmente di liberarsi la pelle delle mani da quegli sgradevoli ospiti.
    Avevano marciato su e giù, giù e su, mentre sentivano Pachino sgagnolare nel colle davanti al loro, beffato dal delicato ma rapidissimo cervide. Il sole picchiava ancora forte a quell’ora del primo pomeriggio e l’arsura si faceva già sentire, accentuata dall’abbondante traspirazione e dall’impossibilità di poterla placare. Gabriele si era portato una fiaschetta d’acqua, ma era riservata a Paco. Gli uomini si sarebbero dovuti arrangiare con qualche grappolo passito o con qualche mora scampata alla canicola agostana.
    Salivano e scendevano il dolce poggio, attraversando la sua verde capigliatura un tempo curata ed ora fattasi intricata e selvatica, tanto che a stento vedevano dove poggiavano i piedi, spesso intralciati dai tralci fattisi legnosi per la vecchiezza e striscianti al suolo, tesi tra un filare e l’altro, coperti da erbaccioni cespugliosi e ininterrotti, indisturbati dalla scomparsa, ormai datata, dei vecchi custodi di quella terra. Eppure avanzavano spediti, senza sentire la fatica e fendendo, gagliardi, gli ostacoli naturali, ma qualcosa non andava. Qualcosa mancava e qualcos’altro era di troppo. Paco arrancava ed il suo respiro s’era fatto pesante, ansante, simile al greve rantolo di un morente, incapace di altro che di sopravvivere. Impensabile che potesse cacciare o anche solo, sapersi districare in quell’ostile percorso. Giunto, come poté e seppe, all’angolo della vigna, crollò a terra all’ombra, in uno stato che ammutolì i due cacciatori. Restarono a considerare la sua pena, incerti se commentarla o fingere di ignorarla, per non accrescere la loro, fin quando Gabriele sfogò tutto il proprio rincrescimento, picchiandosi un pugno sulla coscia e gridando: “Accidenti a me e a quando ho deciso di portarlo!”.
    “Gabriele, l’hai fatto perché non ti reggeva il cuore a lasciarlo a patire a casa, vedendo il cucciolo partirsene con noi”.
    L’altro fissò la terra e il cielo e poi di nuovo il cane, stabilendo con una voce rassegnata che tentava di mitigare un profondo rincrescimento: “Questa è l’ultima volta, sai Paco? E’ l’ultima volta…”. Poi, facendo qualche passo in direzione di Pachino che continuava a uggiolare disperso per le ripe, aggiunse in tono incoraggiante: “Su, Paco, dai, vieni, alzati, vieni, andiamo, dai”. Ma Paco non si mosse.
    “Aspettiamo qualche minuto”, propose Baffino, senza riuscire ad incontrare lo sguardo dell’amico fedele. Gabriele tergiversò, dando modo all’altrettanto fidato suo seguace di riprendersi il minimo indispensabile per rimettersi in piedi e poi ripartì, seguito trambelloni da Paco, che lo fissava un po’istupidito dalla fatica, ma attento al padrone che gli stava dicendo: “Vieni lassù, c’è una fonte dopo la siepe. Andiamo là”.
    Vi giungemmo insieme a Pachino che aveva ritrovato la strada di casa, o meglio, il nostro odore e ci dirigemmo sotto al secolare frassino dalle grinfie rivolte al cielo, solo per constatare tristemente che la fonte si era seccata. “Accidenti”, considerò Gabriele, “ora dobbiamo scendere al fosso. L’acqua si può trovare solo lì”. Quella della sua fiaschetta, infatti, non si era rivelata sufficiente a rianimare il provato Paco.
    Andando in discesa lungo uno stradone e poi nella macchia alta ma libera e pulita al suo interno, il vecchio compagno di avventure riuscì abbastanza agevolmente a seguirci, sinché non fu necessario discendere per un modestissimo rilievo, ove il cane si fermò ed iniziò a gemere. Era rimasto impigliato in una radice secca che si frapponeva alla discesa imbrigliandolo sul petto. Un impedimento che, fino all’anno prima avrebbe volato! Gabriele risalì e lo liberò, mormorando: “Neppure una radice riesci più a superare?”. Baffino restò zitto, perché sapeva cosa provasse davvero l’amico, al di là di quella che poteva sembrare una critica e che invece era l’amara considerazione della fine del suo cane adorato.
    L’acqua fu un toccasana per Paco che vi si lasciò cadere immergendovisi interamente e lappandone a più non posso la rivitalizzante frescura. Gabriele si sedette su di un masso e Baffino scoprì casualmente, su una lingua sabbiosa, una spontanea coltivazione di pomodori! Ce n’erano di due o tre tipi, freschi, succosi e squisiti. Evidentemente il risultato predatorio delle razzie di animali in qualche orto, i quali, di poi, s’erano recato ad abbeverarsi in quel rigo. E non solo abbeverarsi…. Comunque sia se ne pascette con immenso gusto, offrendone un paio all’amico che ne accettò uno solo.
    I due Setter si sollazzavano tra le fresche acque, dissetandosi abbondantemente e riprendendo forze e vigore, ma, quando fu il momento di ripartire, Paco si rifiutò del tutto. Gabriele l’osservò muto, quindi lo sollevò dall’acqua e, infradiciandosi completamente, lo portò in collo lungo il greto del rivo, attento a non scivolare sui cogoli, mentre Baffino gli portava il fucile. Alla fine risalirono la riva e si misero a costeggiare un campo lavorato.
    “Mettilo giù, vedrai che qui ce la fa da solo”, suggerì dolcemente all’amico, e così fu, almeno finché non giunsero ad uno scalandrino, che Gabriele dovette scavalcare col cane in braccio.
    Ormai mancava poco alla strada, ma le condizioni di Paco non miglioravano e così, il padrone, tagliò le fronde di una ginestra e vi foggiò un collare per il suo amico. Poi, con una lungo ramo della stessa pianta, ottenne un guinzaglio con cui lo legò, pregando il compagno di caccia di voler attendere lì, con Paco, il suo ritorno, mentre sarebbe andato a recuperare il proprio mezzo per raggiungerli.
    Fu l’attesa, il momento più straziante per tutti e quattro. Pachino strisciò il muso su quello del padre e si allontanò dietro ad un padrone che a grandi passi e a testa bassa cercava di distaccarsi da proprio dolore, mentre Baffino si sedette per terra, accanto a Paco, cercando di consolarlo e di farlo tacere, mentre il suo abbaio così acuto e così disperato gli penetrava la mente e gli scoppiava nel petto.
    Paco non cessò di latrare e di richiamare il padrone che vedeva sparire per tutto il tempo, sino al suo ritorno, ma Baffino, pur fissando in silenzio la luna alta, adesso, tra le stelle, nel silenzio di casa sua, continuava a sentire quell’uggiolato desolato e desolante e lo sentì risuonare ed echeggiare nei recessi della propria fragilità umana per molto e molto tempo ancora.

  • 01 maggio 2018 alle ore 10:14
    Cesarino e la Sirena

    Come comincia: La Luna veleggiava alta nel cielo, stendendo il niveo strascico sulla immota distesa marina, ove tutto pareva placido ed inanimato, fin quando… un guizzo, un’increspatura sulla superficie ed una testa mora emerse.
    Brune aveva le chiome, ma la Luna, complici le gocce imprigionate tra i capelli, si divertì a tingerla d’argento. Gli occhi grandi e brillanti ammiccarono alla notturna spera che alleviava ai viventi il grave peso delle tenebre.
    Non per ammirarla, però, la dolce ma pericolosa sirena era emersa. No. Un’altra luce l’aveva attirata, spandendosi sulle acque il tremolante riverbero di una lampara che scrutava le profondità in cerca di preda.
    Un provetto marinaio impugnava la fiocina, pronto e speranzoso, ma non avrebbe mai immaginato di predare un simile tesoro del mare. La creatura degli abissi già da tempo lo osservava, e solo dopo essersi accertata di quanto fallace fosse la sua mira oppur magra la sua fortuna, s’era risolta a mostrarsi.
    Il lieve gorgoglio dell’emersione attrasse istantaneamente l’attenzione del pescatore, attento al più leggero sciabordio e, non appena la scorse, poco mancò che l’arpione, scivolandogli dalle mani tremanti, gli perforasse un piede.
    Quanto mirava era reale o immaginario?
    Per appurarlo si piegò sul bordo, esponendosi al rischio mortale. La fanciulla dei flutti assai agevolmente, allora, l’avrebbe potuto afferrare per trarlo così ad una prematura fine, ma la sfortuna che lo perseguitava l’aveva intenerita, sì che rifuggì da un’azione tanto crudele che, pure, l’istinto le dettava.
    Gli sorrise, invece, divertita del suo strabiliato stupore, quindi, esibendosi in un audace tuffo, s’immerse, infradiciandolo con lo spruzzo della coda. Costui neppur s’accorse del consueto contatto equoreo e, trasecolando, più si sporse per incontrarla ancora.
    Ella ne fu lusingata, perché l’uomo le faceva dono della propria esistenza in cambio d’un solo sguardo.
    Risalì, pertanto, e spumeggiò a poppavia, facendo balzare all’indietro l’inappagato spasimante in attesa.
    Si fissarono, fino a che i sorrisi di entrambi non si fusero in uno solo in una dimensione che l’amore aveva affrancato dal tempo, indi ella compì un’ardita evoluzione e scomparve per sempre dalla vita del navigante.
    Quegli rimase immobile, fino a quando la lampada non ebbe consumato tutto il combustibile e poi oltre, nel buio, dopo che l’astro lunare aveva abbandonato lo scenario d’Aiace ove s’era svolto l’inenarrabile evento, nella baia turchina in cui s’affievolisce, sino a dileguare, il confine tra realtà e poesia.
    Cesare non obliò quell’incontro per il resto dei suoi anni, mantenendolo segreto tesoro che nemmeno l’uomo più ricco della Storia avrebbe mai potuto ambire di possedere, e sempre, sempre quando la Luna stendeva il proprio manto, egli lo solcava desioso e, al tempo stesso, certo che non avrebbe mai più scrutato il fondo dell’anima della sirena, giacché l’inafferrabile non può riprodursi, o non sarebbe più tale.
    Gli bastava mostrarle il proprio, sicuro di non incontrare ancora la delusione del tangibile, vivendo l’estasi perenne di un incontro fino a raggiungere quel dì, in cui il suo desiderio si sarebbe trasformato nel sogno di un altro che l’avrebbe rivissuto ammantandolo della parola, la parola che Cesarino non aveva saputo pronunciare alla sirena.
     
     
     
     

  • 27 aprile 2018 alle ore 22:25
    Umani per caso

    Come comincia: Vorrei dirti: "forse non capiresti mai", per delicatezza, ma io so che non puoi capire la mia vita. È un ginepraio ridente il mio momento, un ballo sciamanico di forze e fragilità, un cuneo di vibrazioni di tamburo in spazi di un violino tormentato, un respiro in membri tremolanti di fisarmonica struggente. Un canto amaro di viole profumate e calpestate. Un pianto di corbezzoli appassiti. Non puoi capire i miei giorni appesi al vento, e i nembi torturati da un sol nascente. Non puoi, non puoi capire i lapilli incandescenti che friggono la mia pelle. Non puoi sentire l'humus impregnare le mie vene. Non puoi vedere licheni e muschi e brattee di piante finte morte, e nemmeno stremate ragnatele di ragni, pasti d'una lucertola. Non puoi vedere i miei giorni stesi ad asciugare al sole della misericordia, al vento del giudizio, al sale del mio pianto asciutto. Non puoi. Nessuno può essere verme e serpe e farfalla che ha cambiato la sua pelle, se non è boia e condonatore di se stesso come io fui.

  • 26 aprile 2018 alle ore 22:49
    A volte basta una canzone

    Come comincia: C’era una volta un re che disse alla sua serva raccontami una favola 
    e la serva incominciò e disse 
    c’era una volta un re che disse alla sua serva raccontami una favola e la serva incominciò.

    Comincia così "L'uomo col megafono" di Daniele Silvestri, suona nelle casse dell'auto a volume alto mentre presta attenzione alla strada. Conosce il testo a memoria, ma non lo canta, la segue solo nella mente, cercando di distrarsi dal pensiero ossessivo che non riesce a scacciare.
     
    "L’uomo col megafono cercava, 
    sperava, tentava di bucare il cemento 
    e gridava nel vento parole …" 
    Pantaloni a quadri
    "L’uomo e il suo megafono sembravano staccati dal mondo …" 
    Pantaloni a quadri
     
    Davanti agli occhi l’autostrada che si snoda, rolla sotto le ruote e sparisce dietro l’auto, lasciandone il ricordo sullo specchietto retrovisore. Sta guidando in maniera automatica, come succede a chi fa spesso la stessa strada, conosce quei 500km, più o meno a memoria; in quale curva accelerare, in quale frenare, dove si trovano i rilevatori di velocità; la conosce così bene da essere diventata una abitudine, come l’area di sosta in cui prendere il caffè ed andare in bagno, come la buca che schiva da mesi, come la fila al casello, come la musica che ascolta, come il rituale della partenza e dell’arrivo.
    Stavolta forse è diverso, pensa, ma qualsiasi pensiero fa fatica a farsi strada, la sua mente torna continuamente ai pantaloni a quadri. Da qualche parte aveva letto di un esercizio proposto da un professore universitario “Non pensare all’elefante, a qualsiasi cosa ma non all’elefante” recitava, una volta fatta questa affermazione non c’era modo che l’interlocutore, per quanto la discussione variasse, non finisse per pensare all’elefante. Il suo elefante erano quei fottutissimi pantaloni a quadri.
    Pur di fermare la propria mente comincia a cercare in rubrica qualcuno da chiamare e parlare di altro, ma è troppo tardi, l’unica persona che sarebbe sicuramente sveglia è quella dei pantaloni a quadri, e la sua mente torna di nuovo allo stesso punto.
    Riprova con la musica, stavolta a volume più alto, accelera per sorpassare.

    “Le spalle curve per il peso delle aspettative
    Come le portassi nelle buste della spesa all'Iper …”
    Pantaloni a quadri

    Il navigatore segna ancora 100 chilometri, solamente 100, poi 99, poi 98, poi 97.
    Si concentra solo su quello, sui numeri che si riducono ed arriva un po’ di sollievo, come contare le pecore al contrario, ma da qualche parte nel suo cervello continua a girare come un gatto irrequieto che va di stanza in stanza, muove la coda, si struscia ovunque, la sente, l’immagine di quei pantaloni a quadri.
    Macina chilometri uno dopo l’altro, prestando poca attenzione alla velocità, alle altre auto, a tutto. Se la strada fosse fatta di lava incandescente non se ne accorgerebbe. Se nel cielo esplodessero tutte le stelle non se ne accorgerebbe. Tutte le sue abitudini sono sparite, questo è un viaggio del tutto nuovo.
    Il navigatore segna solo 1 chilometro, l’impellenza di arrivare è fisica, prepotente, dolorosa, la macchina è stretta come una bara, deve viaggiare per l’ultimo tratto con i finestrini aperti per non sentirsi soffocare.
    Solo per un momento si accorge che nelle casse sta passando la sua canzone preferita.

    “Te ne sei accorto no
    Che non c’hai più le palle per rischiare
    Di diventare quello che ti pare
    E non ci credi più”

    Ma non la fa neanche finire, i viaggio è finito! Il navigatore chiede di premere il tasto “Fine”. Parcheggia nel primo posto libero che trova. Strappa il telefono dal caricabatterie, apre lo sportello e scende dall’auto, mentre chiude l’auto ha l’impressione di ricominciare a respirare sul serio.
    Si avvia verso casa, il passo sostenuto quasi corre, il respiro affannato, la mente in tempesta.

    Gira l’angolo e sono li.
    I pantaloni a quadri.
    Li indossa.
     
    Ma non è solo, sta baciando una altra, le braccia strette intorno ad una altra, i visi fusi, gli occhi chiusi.

    Sente un rumore, nella sua testa, nel suo petto, nel suo stomaco, come specchi che si infrangono.
    Chiude gli occhi, respira, si gira e torna sui suoi passi.
    Michela risale in macchina, accende il navigatore, inserisce la destinazione, sul display compare di nuovo 500 chilometri alla destinazione, accende il motore e scappa.
    Nelle casse riprende la musica, la ascolta, anche se le parole rimbalzano all'interno di quell'involucro vuoto che le sembra sia diventato il suo cranio. 

    "E che morire serve
    Anche a rinascere

    La verità
    È che ti fa paura
    L’idea di scomparire
    L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire"

  • 18 aprile 2018 alle ore 23:11
    Dieci secondi

    Come comincia:
    Quando sono uscito dall'ufficio ero un coacervo di sensazioni ed emozioni, dall'eccitazione all'agitazione, dall’euforia alla preoccupazione, ma soprattutto la curiosità.
    La curiosità di scoprire se dopo tanto scambio di messaggi e telefonate avrebbe fatto lo stesso effetto anche di persona, una volta tolto il filtro di un telefono, dei messaggi. La curiosità di scoprire se era vero, reale, o se era stato tutto un gioco. La curiosità di scoprire se sarebbe stata una delusione, se avrei detto la solita parola sbagliata al momento sbagliato, se lo avrebbe fatto lei.
    Senza accorgermene avevo dato il via a una serie di scherzi e battute a cui avevo intenzione di tenere fede, per questo una volta sceso dalla macchina mi sono avviato verso il punto dell’appuntamento indossando un naso rosso da clown, sfilando tra la gente perplessa.
    Forse è stato il naso, o forse il sorriso che indossavo subito sotto, ma appena ci siamo incontrati questa stupidaggine le ha strappato una risata, ed ha sciolto in un momento il ghiaccio e l’imbarazzo.

    Rido e dico “Guarda che ti avevo avvertito, 10 secondi di silenzio, ne sono passati già 3”

    Mentre ci avviamo al ristorante è un fiorire di chiacchiere, leggere, divertenti, quelle di due persone che si conoscono appena e che cercano di scoprirsi a vicenda. Lei è bella, sul serio, più di quanto mi aspettassi, ma mi scopro molto più interessato a scoprire cosa ci sia dietro i suoi occhi verdi, al sorriso che le illumina il volto ed alla risata contagiosa.

    Alzo la mano e comincio a contare con le dita della mano non occupata dalla sigaretta “Sei… Sette…”

    Ci accordiamo per una regola base, niente telefoni mentre mangiamo, lo abbiamo già usato troppo nelle settimane precedenti, adesso non ne abbiamo veramente bisogno. Seduti al tavolo del ristorante cominciamo a scegliere cosa mangiare, con qualche difficoltà visto che continuiamo ad interromperci per parlare. Il cameriere viene a chiederci per la terza volta se vogliamo ordinare esordendo con “Ce l’abbiamo fatta a scegliere o vogliamo fare un altro ripasso del menù?”, ridiamo di gusto alla battuta e decidiamo di impegnarci un po’ di più nell’ardua scelta. Riusciamo ad esaudire la richiesta del povero cameriere e riprendiamo a parlare. Nel locale affollato le nostre parole e le nostre risate si perdono in mezzo a quelle dei tavoli vicini, gli argomenti si accavallano l’uno sull’altro, tra parentesi che si aprono in continuazione, discorsi che derivano completamente dall’argomento iniziale, parliamo sull’antipasto e sul primo per oltre una ora.

    “Otto… Nove…” Lei mi guarda e ride, ma non dice nulla.

    Arrivati alla fine del primo ed alla fine della bottiglia di vino rosso, torna il nostro caro amico cameriere a consegnarci un altro improbo compito “la scelta del dolce”. Arrivati a questo punto decidiamo di comune accordo che possiamo concedere una tregua alla regola base, del resto lei è a cena con una persona che potrebbe essere veramente chiunque ed avere qualunque intenzione, deve rassicurare le amiche che, almeno per ora, è tutto a posto.
    Prendo il telefono in mano anche io e mi ritrovo a leggere il messaggio di un amico “Già messa in pratica la regola dei dieci secondi?”, il messaggio mi strappa una risata che richiama la sua attenzione. Con lo sguardo interrogativo mi osserva e mi chiede “Che succede?”. Non ci penso un momento e le racconto il motivo della mia reazione. Nel pomeriggio ho confidato dell’appuntamento ad un amico, soprattutto per chiedere consiglio dato che ne era passato di tempo dall’ultimo a cui ero andato. Tra consigli più o meno seri ne era uscito uno in risposta alle mie perplessità sul fatto che avrebbe potuto prevalere l’imbarazzo e che avrei dovuto trovare un modo per uscirne in qualche modo, pena una serata silenziosa e sicuramente poco divertente per entrambi. Il consiglio era “comincia la serata mettendo in chiaro le cose, nel caso in cui rimaniate in silenzio per più di 10 secondi tu la baci, per più di un minuto …”
    L’aneddoto la diverte e diventa spunto per un nuovo argomento, che ne aprirà un altro, che a sua volta ne partorirà uno nuovo e così via fino a finire il dolce, poi il caffè, poi l’amaro.
    La serata non è fredda, abbiamo voglia entrambi di una sigaretta. Pago il conto ed usciamo a passeggiare. Fino a quel momento abbiamo parlato senza sosta.
    Ci fermiamo a guardare il naviglio, mentre fumiamo la sigaretta.
    Silenzio.

    “Dieci”

  • 14 aprile 2018 alle ore 9:59
    GIANNA, L'ASINA.

    Come comincia: Leggendo il titolo di questo racconto può venire di pensare ad una ragazza che di scuola ne mangia poco: niente di più sbagliato. Gianna era l’asina del contadino Dario F. residente con la moglie Domenica S. e la figlia Mariola a Jesi, in quel di Ancona, in periferia dopo la zona ‘Casette’. Dario non era il proprietario del fondo di due ettari coltivati ad ortaggi, frutta e viti, la terra apparteneva ad Armando M. vedovo di Domenica che, prima di morire, gli aveva regalato il figlio Alberto tredicenne che, pur assomigliando al padre dall’aspetto molto mascolino ma un po’ grezzo aveva dei tratti di finezza della madre. Armando quarantenne era proprietario di un’abitazione A TRE PIANI in via San Martino ma  possedeva anche, in viale della Vittoria,  un edificio con: al pian terreno un garage con officina auto e cucina, al piano superiore una grande sala funzionante da mensa in cui spesso si svolgevano cerimonie di rinfresco post matrimoni, di comunioni e di compleanni, al secondo piano camere da letto arredate in modo classico.  Alberto frequentava la terza media alla scuola Federico ll°. Ritornando a Gianna dobbiamo dire che era eternamente inc….ta e ne aveva ben donde: tutti i lavori pesanti erano affidati a lei: tirare il carretto sino la mercato per vendere i prodotti della terra. Il mercato ‘Delle Erbe’  era lontano dalla stalla ben cinque chilometri, che diventano dieci fra l’andata ed il ritorno. Inoltre far girare, bendata e legata ad una sbarra, la ‘noria’, un  macchinario in ferro sito dentro un pozzo; tutto questo per far riempiere una vasca d’acqua che serviva per innaffiare le piante del fondo. Una volta, più arrabbiata più del solito, morse violentemente un avambraccio di Dario che per sua fortuna aveva un fiasco in mano e glielo ruppe in testa all’asina per evitare di restare monco. Alberto, espletati i compiti, si recava spesso in campagna sia per rimpizarsi di mele, di pere e di uva  sia per stare vicino a Mariola di tre anni più ‘anziana’  e guardare la ‘cose buone’ della ragazza più alta di lui, bionda, slanciata, occhi verdi, insomma un gran pezzo di … che non assomigliava affatto a nessuno dei due genitori.  Una volta fu più fortunato: una mattina, marinata la scuola, andò nel  podere di suo padre e si accorse che la bicicletta di Mariola era posteggiata al suo posto, conclusione la baby era da quelle parti a far che? Guardando attraverso una finestrella della stalla vide la ragazza appoggiata ad una greppia, piagata in avanti, gonna abbassata, mutande sparite e, posizionato dietro di lei, un maschietto che…si muoveva avanti ed indietro. In posizione scomoda,  capitò ad Alberto di scivolare e fare un gran rumore che portò Mariola e lo sconosciuto a smettere di ‘far ginnastica’ . Lo stesso sconosciuto sparì di gran carriera. Alberto si era fatto male ad un gomito che sanguinava ed entrò dentro casa di Dario. Lì trovò Mariola che con una faccia sorridente : “Ecco che succede a chi non si fa i ‘cazzarelli’ suoi; vieni qua, ti medico prima che ti venga il tetano.“ Alberto cominciò a tremare, difficile capire il motivo se per il dolore alla ferita o più verosimilmente per la vicinanza della ragazza, vestita in maniera decisamente succinta, o per il suo odore di femmina. Il giovane si ripromise di visitare più spesso la casa di Mariola che, ogni volta che lo vedeva, si faceva matte risate. Accadde che una volta Alberto, vicinissimo al corpo della ragazza, diventò tutto rosso in viso. “Non  vorrei che ti scoppi una vena, avrai la pressione altissima, vieni qua, io da buona boy scout (si dice così anche per le ragazze) sono obbligata ogni giorno a fare un’opera buona ed io so quella che desideri. Mariola prese a sbottonare la pattuella (cerniera dei pantaloni) di Alberto il quale si aspettava di seguire le orme di quel tale che aveva visto insieme a Mariola usare una certa posizione ma la ragazza: “Sdraiati sul letto, chiudi gi occhi e…” Alberto sentì qualcosa di caldo intorno al suo ‘ciccio’, aprì un po’ un occhio e vide che la ragazza si era messa in bocca il suo ormai cosone che ben presto riversò nella sua bocca un fiume di…con gran piacere del suo padrone. Mariola sparì per un po’ per poi tornare e: ” Quello che ti ho fatto si chiama ‘pompino’, non volevo che mi entrassi in fica con pericolo di rimanere incinta. Il cotale che hai visto scappare usava il condom, tu procuratelo e poi lo faremo dentro di me.” Alberto capì che si trattava ma non aveva la faccia tosta di presentarsi ad un farmacista, tutti lo conoscevano e forse l’avrebbero preso in giro e potevano raccontarlo ai suoi. La necessità spinge l’uomo ad aguzzare l’ingegno ed il buon Al. ricordò che alla seconda classe del liceo classico c’era un giovane di nome Franco B. figlio di un farmacista. Anche se non aveva confidenza con lui fece la faccia tosta e: “Scusa se ti disturbo ma mi occorre il tuo aiuto, dovrei acquistare un condom perché la ragazza che conosco vuole che lo usi, io non saprei come procurarmelo.” Franco diciottenne guardò con curiosità il più giovane collega e: “Ti posso dare una mano ma io che ci guadagno?” “Te lo pago.” “Non hai capito se ne vale la pena vorrei metterci il ‘becco’ pure io, potremmo anche dargli qualcosa in soldi.” Alberto pur di portare in porto ‘l’affare’ acconsentì una mattina, scuola disertata, di raggiungere Mariola che stava facendo il bucato e che restò perplessa quando vide che Alberto era in compagnia. “Mariola questo è Franco, un caro amico che sa farsi i fatti suoi, lui, figlio di farmacista, mi ha procurato i…”Mariola si sedette su un muretto e cominciò a fissare alternativamente i due giovani per poi scoppiare in una risata. “Siete venuti qui per avere un pò di…compagnia, mi sembrate ragazzi simpatici e soprattutto riservati, seguitemi uno alla volta in camera mia.” Franco si francobollò dietro la baby e ad Alberto non restò che attendere il suo turno che in verità tardava…Dopo circa tre quarti d’ora Franco uscì dalla casa e andò a rifugiarsi nella Fiat Topolino di suo padre con la quale avevano raggiunto il podere. Alberto si catapultò dentro casa e sentì la voce di Mariola: “Spogliati e mettiti sul mio letto.” Presto si presentò e: “Quel tuo amico prima ha voluto che gli facessi un pompino e poi è entrato dentro la mia cosina col preservativo per questo motivo hai dovuto aspettare, ma tu mi piaci di più, vieni…” Anche Alberto se ne fece due ma ambedue col condom. Non era più un ‘segaiolo’, la ‘cosina’ era proprio stimolante; si ripromise di ritornare da Mariola però da solo. Durante la prima parte del viaggio di ritorno silenzio assoluto fra i due poi Franco: “Ho lasciato dei soldi dentro il comodino di Mariola, non volevo lasciarli in giro, poteva offendersi, in fondo è una brava ragazza anche se a soldi non mi sembra se la passi bene., mi piace molto.” I due giovani, divenuti amici per la ‘cosa’ di cui fruivano a turno ma due eventi cambiarono la loro vita: Armando aveva conosciuto un’insegnate di educazione fisica  fisicamente prestante e, dopo un corte serrata  a base  di regali  costosi, l’aveva convinta a convolare a giuste (?) nozze. Sofia C. molto probabilmente si era decisa al gran passo perché avrebbe risparmiato i soldi per: il posteggio della sua Mini in garage, per il prezzo del pranzo e delle cene oltre quello per la  camera da letto (chiamala fessa!). Nozze in grande stile al Duomo celebrate dal vescovo in persona a cui Armando aveva elargito una grossa somma per i ‘poveri’. Ovviamente pranzo nella sala mensa di viale della Vittoria con gli amici festanti e dalla pancia piena e poi partenza per il viaggio di nozze con la Mercedes di Armando: destinazione primo albergo dove infilarsi per…’copula primae noctis’, furbescamente Sofia non gliela aveva mai mollata prima. Sofia tradotto dal greco vuol dire sapiente ma più che sapiente la cotale poteva chiamarsi ‘callida’ che vuol dire furba. Il perché è presto detto: di natura muscolosa aveva lo sguardo fiero, più mascolino che femminile e, in quanto a muscoli, superava qualche collega maschio anche per l’allenamento dovuto alla sua professione. Conclusione: dopo i primi tempi di fuoco (molto da parte di Armando meno da parte di Sofia) le ‘acque’ si erano molto calmate. D’estate, scuole chiuse, Sofia con la sua Mini andava al mare a Falconara Marittima e, per compagnia, si portava appresso Alberto  che era stato costretto ad  abbandonare la calda Mariola rimasta di assoluta proprietà di Franco che, affascinato sempre più dalla baby, soprattutto per le sue prestazioni, se ne era innamorato con gioia dei genitori di lei ma non dei suoi estremamente snob (la figlia di un contadino!). Alberto si era fatto rimandare in latino e greco senza tanti commenti da parte del genitore che, a suo tempo, era stato uno studente mediocre. Sofia aveva ‘fatto’ il classico e così i pomeriggi, dopo la siesta pomeridiana, matrigna e figliastro si dedicavano alle lingue degli antenati ma la dama, si era accorta che Alberto seguiva poco le lezioni motivo? Eh! non ci voleva molto a capirlo, il giovane sessualmente a secco  se la passava male non riuscendo più a farsi accompagnare da Franco a casa di Mariola, ormai sua fidanzata ufficiale. “Sei un bamboccione, se non ti impegni lo riferirò a tuo padre, voi farti bocciare e ripetere l’anno!” Alberto si mise a piangere ed abbracciò Sofia che ormai stava rendendosi conto della situazione ma, nello stesso tempo, giustamente, pensava alle conseguenze! Un giorno Armando partì per Brema quale concessionario della Mercedes, doveva anche fare un giro in Germania per propagandare il suo hotel e così rimase a lungo lontano da casa., Male gliene incolse. Alberto con l’ormone alle stelle, una notte si presentò nella camera da letto della matrigna la quale, benché assonnata, ‘la sventurata rispose’ (Manzoni docet). Alberto viveva in un mondo surreale, di giorno aveva ripreso a studiare, di notte…Anche le cose belle, o meglio soprattutto le cose belle hanno una fine e così al rientro di Armando la tragedia: la gelosia di Alberto faceva il pari con la non accettazione da parte di Sofia del ruolo sessuale di moglie. I loro incontri erano fuggevoli e niente affatto appaganti. Ci pensò Zeus, vecchio putt…re a sistemare le cose: Alberto, diplomatosi, vinse il concorso all’Accademia della Marina Militare di Livorno, la vecchia asina Gianna passò a miglior vita, Sofia cominciò ad invecchiare precocemente, Franco sposò Mariola che gli ‘regalò’ un pupo maschio, indovinate il nome? Alberto. Non è vero che tutte le favole finiscono col classico: ‘e vissero…’ questa lasciò infelice e scontenta più di una persona!

  • 13 aprile 2018 alle ore 8:49
    Una storia come tante

    Come comincia: Aveva solo quattro anni, quando capì che la vita sarebbe stata complicata.
    Quella sera di giugno, l’ennesima lite tra i suoi genitori, la portò a nascondersi, spaventata, tra il lavandino di pietra della cucina e il frigorifero. Accucciata, infinitamente piccola, quasi volesse rendersi invisibile. 
    I suoi occhi erano così fondi che parean più scuri; fissavano un punto lontano, sperando che la porta della cucina si aprisse. 
    La lite degenerò e il frigorifero ricevette un pugno, muovendosi. 
    Lei, rimase ferma, quasi senza respirare, si portò le mani sulle orecchie.
    Ripensò ai suoi cani; loro sarebbero stati in grado di aiutarla e farla uscire da quella nicchia di fortuna.
    L’aria era quasi irrespirabile, densa di parole fredde, villane, dolorose.
    Se si fosse messa a piangere forse si sarebbero accorti di lei; se si fosse messa a urlare … se … Il coraggio però le mancava, non riusciva a muoversi da quella scomoda posizione. 
    Non una lacrima… non un urlo. Solo paura.
    Poi, all’improvviso, finalmente qualcuno girò la maniglia della porta. Le due persone smisero un attimo di urlare, guardando quella figura che, con passo deciso entrò e chiamando per nome la piccola, la prese in braccio e la portò via.
    Fuori, dove le stelle disegnavano il cielo illuminandolo, mano nella mano con il suo salvatore, riuscì a respirare.
    I suoi cani, alti quanto lei, le trotterellavano a fianco, proteggendola, ancora una volta.

  • 07 aprile 2018 alle ore 10:17
    LA RELIGIONE ED I MORALISTI.

    Come comincia: Veniamo abituati sin dall’infanzia a credere che dentro di noi esista il male e che sia nostro compito combatterlo, dominarlo, sconfiggerlo.
    Ci sono in giro troppi moralisti che "spargono" consigli e insegnano a noi tutti, bambini in primis, cosa sia giusto e cosa sia sbagliato; di conseguenza il piacere ci fa paura, non accettiamo di viverlo serenamente e ci convinciamo che il desiderio è un nemico da combattere quasi che le fonti del nostro piacere materiale, prime fra tutte i genitali, la bocca e il tatto siano state "costruite" da un dio infantile e capriccioso che vuole che le si domini e che le si reprima.
    Il piacere represso ci porta verso un'idea di purezza del tutto perversa e malata, verso la rabbia, la distruttività, verso i rancori.
    I desideri che abbiamo repressi sono il male!

  • 05 aprile 2018 alle ore 18:49
    FRENESIE TORMENTATE.

    Come comincia:  Qualora amaste  le storie  pubblicate da Carolina Invernizzio o da Liala (se siete troppo giovani sicuramente non le conoscete, in ogni caso sappiate che le cotali si dilettavano a riportare intrecci amorosi  mielosi) questo racconto non fa per voi ma se preferite narrazioni forti, appassionate  e complicate,  come la maggior parte quelle del nostro tempo, accomodatevi in poltrona. Adriana R. ventitreenne e Roberto suo fratello ventunenne erano iscritti al’Università di Messina rispettivamente al terzo ed al primo anno della facoltà di medicina. Abitavano  nella casa paterna, al piano attico di un edificio a cinque piani sulla circonvallazione, isolato Colleoni,  residenza di persone per bene (se quelle ricche possono essere così classificate). Anche i due giovani  erano agiati anche se un po’ tragicamente in quanto i due genitori erano deceduti in Polinesia per la caduta del loro aereo ed il fratello maggiore Davide, gran tombeur des femmes a ventotto anni era passato a miglior vita nel modo migliore  (morto d’infarto mentre si sollazzava con Maddalena F.,(nome di donna di facili costumi nella Bibbia).La signora , abitante al terzo piano, coniugata con  Fausto C. il cui nome significa: felice e benevolo, martire della cristianità ma nel suo caso si anche martire si ma…la religione c’entrava poco! Non c’era da annoiarsi nel passare in rassegna le storie dei vari dimoranti di quel palazzo, un beffardo destino pareva averli riuniti sotto questa egida. Cominciando da Adriana e Roberto. La prima biondona , dalle forme procaci che non passava inosservata, Roberto anche lui biondo ma, come dire, diafano, piccolo di statura, occhi azzurri, fisico magrolino, insomma non molto maschietto. La normalità non era di quel palazzo, ammesso che oggi questa parola abbia un significato; al secondo piano due insegnanti donne di  educazione fisica dal fisico potente, sguardo fiero e, in campo sessuale, amanti del fiorellino anziché del pisello, insomma due lesbiche.  Potevano mancare due omo maschietti? No di certo: Nino M. e Gianni F. due insegnanti di lingue (inglese e tedesco) presso il liceo classico Carducci non ne avevano il classico aspetto; loro caratteristica, voluta, un certo accento di fondo rispettivamente anglosassone e teutonico che faceva tanto snob. Eccezione alla regola al primo piano due coniugi molto anziani , Mario S. e Elda B., pensionati,  buoni d’animo e ossequiosi con gli altri inquilini la cui caratteristica, conosciuta dagli altri condomini, era la pochezza della loro pensione che spingeva gli altri abitanti del palazzo a far scivolare nella loro cassetta delle lettere qualche foglietto da 50 €uro con grande gioia e riconoscenza da parte degli interessati. La loro abitazione era il rifugio peccatorum dei vari condomini quando erano in crisi. Alla fine dell’anno Adriana e Roberto decisero per una festa in grande stile a casa loro con invito a tutti gli altri inquilini e con la raccomandazione dei vestirsi in maschera, cosa difficile per Mario ed Elda i quali, foraggiati più del solito, si presentarono con gli abiti di Arlecchino e Colombina, gli unici che potevano rispettare il proprio sesso, tutti gli altri erano stati invitati ad indossare maschere del  sesso opposto (perlomeno quello ufficiale!) e così Adriana era Meneghino, il fratello Roberto Colombina, Fausto, il cocu, Rosalinda, la consorte fedigrafa Maddalena, Buffalmacco, le insegnanti di educazione fisica Andrea e Fede rispettivamente Pierrot e Pantalone , Nino e Gianni gli insegnanti di lingue di provenienza marchigiana scelsero Burlandoto e Cagnera.  L’idea di Adriana era quella di sparigliare le coppie, la maggior parte omo , l’unico vero uomo Fausto,  anche se dolorante in fronte ma pur sempre vero maschietto, Rosalinda gli altri…e lì il bello. Dato l’ordine perentorio di non togliesi la maschera, capitò che lesbiche e omo maschi nel ballare si eccitavano sessualmente, anche per le abbondanti libagioni e per lo spumante ingurgitato,  non sapendo però con chi avevano a che fare, una goduria  della maligna padrona di casa che invece conosceva chi si celava sotto le maschere. Ad un suo perentorio ordine si formarono delle coppie che dovevano appartarsi nelle loro abitazioni svelandosi così la vera identità di ognuno. Questo giochetto portò a situazioni  inaspettate perché qualche maschio omo trovandosi fra le braccia una femminuccia pure omo dimenticò la sua natura e prese a fare il maschietto, situazione che cambiò la vita sessuale di vari componenti dell’isolato Colleoni (quel signorotto medievale dalle tre palle)e così fecero onore al nome del loro edificio.

  • 04 aprile 2018 alle ore 18:36
    OGGETTO SENSUALE DI DESIDERIO.

    Come comincia: Ci sono persone, soprattutto femmine, che ‘emanano’ una sensualità prorompente, sensualità percepita sia da uomini che da donne. Leone Mazzanti, trentenne proprietario terriero, era stato letteralmente ammaliato da Chiara Accetta, pari età e l’aveva sposata malgrado il parere non favorevole del padre, vecchio putt….re che aveva visto nella ragazza delle ‘doti’ che non riteneva idonee per una moglie e che non portasse ‘novità’ extra a casa ma Leone, affascinato, non aveva voluto sentir ragioni. In una bella giornata settembrina, classica romana, era convolato a giuste nozze in Comune, era ateo. Nel fastoso bar-ricevimenti di Colle Oppio aveva invitato le amiche e gli amici tra cui Sabrina Sollazzo massaggiatrice, Alessandro Leone ginecologo e Sabrina Faraone titolare di un lussuoso negozio per femminucce in via del Corso. Vi domanderete cosa avesse di tanto affascinante Chiara? Vi accontento subito:  altezza m.1,78, lunghi capelli castani senza frangetta (Leone non l’amava) occhi…che dire erano il fascino maggiore della baby: un verde particolare che ti penetravano sin dentro l’anima, sensualissimi e soprattutto promettenti di sessualità sfrenata. Pensate che solo lo scrivente sia stato affascinato? Sbagliato tutti i maschietti ed anche le femminucce dai gusti…particolari rimanevano senza fiato. Aggiungiamo un viso regolare sempre sorridente, seno forza tre, pancia piatta, gambe chilometriche, mani affusolate e, per ultimo, piedi lunghi e stretti, affascinanti per i trasgressori erotici (foot-fetish) insomma per i feticisti. La sposa si era sbarazzata del velo e, dopo il primo ballo d’obbligo col neo-marito, era diventata preda dei vari maschi col testosterone alle stelle! La festa finì a notte inoltrata con poco apprezzamento dei camerieri che si consolarono con mance adeguate al loro sacrificio. La casa degli sposi ubicata nella vicina via Merulana, arredata dal padre dello sposo con gusto e sfarzo, accolse Leone e Chiara che, ambedue stanchi ed un po’ ubriachi, rinunziarono alla ‘prima notte di nozze’; l’avevano già provata tempo addietro e quindi si rifugiarono nel morbido letto tutto azzurro, messaggero di felicità. Chiara era stata adottata dai coniugi Accetta residente in Australia e lei dopo una gita nella capitale italiana, ci era rimasta in seguito alle profferte matrimoniali di Leone. Il marito, proprietario terriero, passava la maggior parte del tempo a controllare i suoi interessi sulle sue terre lasciando la dinamica consorte a bighellonare in città. Per prima Sabrina che l’affascinava con i suoi prodotti per donna: scarpe bellissime, vestiti all’ultima moda, costumi da bagno ‘alla brasiliana’, cappelli, biancheria intima da sballo che Chiara provava e talvolta dimenticava di restituire alla proprietaria dimenticando anche di pagare ma…c’era un ma grosso come una casa. Sabrina aveva smesso di frequentare una sua vecchia amica lesbica perché innamoratasi perdutamente di Chiara la quale all’inizio rimase sorpresa delle avances ma poi ci prese gusto, Sabrina in fatto di sesso era bravissima e poi si era dotata di ‘aggeggi’ che la portavano ad una goduria mai provata e così, durante le ore di intervallo di chiusura del negozio via  alla Saffo più sfrenato. Leone era quello de ‘vado, l’ammazzo e torno’ come si dice in gergo e quel poco gli bastava non ponendosi problemi sulla sensualità della consorte. Un giorno Chiara ebbe qualche problema alla ‘cosina’ ed andò a consultare il ginecologo Alessandro Leone che aveva partecipato al ricevimento delle sue nozze. Ovviamente fu accolta con calore dal quarantenne dottore il quale ci mise più del tempo necessario alla visita sinché, con la pressione alle stelle, le chiese se poteva provare la sua ‘cosina’ col suo ‘cosone’ per essere sicuro della diagnosi. La prova durò a lungo con gran risate di Chiara che poi dovette andare in bagno per un ‘sostanzioso’ bidet. Alessandro era divorziato  ed invitò spesso Chiara nel suo studio fuori orario. Chiara, dallo spirito maligno, pensò bene di farsi accompagnare da Sabrina la quale all’inizio perplessa, pur di far contenta l’amica accettò e, dopo un attimo di esitazione, pensò bene di seguire i due, già nudi, nei loro ludii, una situazione talmente piacevole per i tre che seguitarono a frequentarsi con incroci di gambe, di fiorellini vogliosi, di tette baciate, con penetrazioni ‘contro natura’ delle due dame, insomma un repertorio degno di  un libro di Kamasutra. La storia fu interrotta quando Leone, dopo la trebbiatura del grano delle sue terre, pretese che sua moglie lo seguisse in una crociera Costa nel Mediterraneo. Ormai Chiara era scatenata in campo sessuale, fece facilmente innamorare il vicecomandante della nave e, marito sotto coperta a dormire, faceva impazzire Joseph il bel marinaio inglese che poco aveva con i suoi conterranei ‘niente sesso, siamo inglesi!’ Alla fine della crociera nel porto di Civitavecchia Joseph seguì il facchino che trasportava le valige ed invitò i due coniugi a New Castle dove abitava nel suo castello. Un si di cortesia da parte di Chiara e di Leone con lo scambio dei relativi numeri telefonici ed indirizzi ma la cosa finì lì, Chiara sapeva a Roma dove ‘far pascolare’ la sua ‘cicciolina’. Una brutta caduta per le scale la costrinse al riposo assoluto, l’ortopedico amico di Alessandro il ginecologo le prescrisse antinfiammatori e massaggi. Nel palazzo dei coniugi Mazzanti, al pianterreno una signora quarantenne nubile, tale Susanna Faraone aveva uno studio in cui si eseguivano massaggi medicali. La dama fu contattata e naturalmente fu contenta di far amicizia con Chiara che conosceva solo di vista. Susanna non aveva nulla in comune con Chiara: leggermente più bassa e muscolosa per la sua attività usava anche lei mezzi da palestra, a lei si sarebbe potuta adattare la vecchia battuta che ‘avrebbe potuto schiacciare delle noci con le cosce!’ ma nei massaggi era molto delicata e ben presto Chiara ne apprezzò le doti anche la  dama aveva l’abitudine di finire molto spesso molto vicino alla sua ‘cosina’, talvolta procurandole un orgasmo che a lei, in fondo, non dispiaceva. Susanna pian piano passò oltre cominciando a baciare Chiara in bocca, poi sulle tette ed infine sulla  ‘natura’ con un piacere fortissimo, mai provato, anche con l’aiuto di un vibratore, sicuramente aveva toccato il suo punto G. I giorni ed i mesi passavano in fretta, Chiara dividendosi fra suo marito (poco) e Susanna, Alessandro e Sabrina viveva praticamente di erotismo. Un suo amico psicologo le aveva detto che le sue endorfine erano alle stelle, quanto mai vero!

  • 03 aprile 2018 alle ore 16:29
    Ombre sul Cermis

    Come comincia: La pietra è larga, una poltrona costruita dal vento e dalla pioggia e dal tempo che le si sono versati sopra, vi resto seduto su, allungo le gambe e sorrido.

    I piedi nudi sul tappeto mi regalano sempre una sensazione di piacere, io e te su questo divano color delle foglie in autunno, i nostri occhi calati fra le pagine di un libro, i tuoi occhiali che sistematicamente scivolano sul naso, dovrò stringere le viti delle aste un giorno o l'altro, te ne lamenti sempre. Mi sfuggono quotidianamente i particolari che rendono conciliabile la convivenza, piccolissimi particolari, come le piccolissime viti nelle aste degli occhiali che, nella microscopica potenza della loro misura, hanno pur aperto un varco, hanno trasformato in canale incontenibile la traccia nella quale erano state inserite. Una vite di pochi millimetri balla nell'asta che scivola sotto il peso delle lenti, lima pian piano la conformazione e ne indebolisce la struttura, e gli occhiali cascano inesorabilmente a ogni istante sulla punta del naso, e tu li tiri su ormai per inerzia, non ti innervosisci più, è diventato un gesto abituale, rassegnato. Aspettavi che fossi io a ricordarmi di un tuo bisogno, lo pretendevi: - è dovere dell'anima sapersi prendere cura l'uno dell'altro quando si è in coppia, deve essere l'altro a saper anticipare il bisogno dell'uno, deve essere la voce interiore ad avere la supremazia, quando si è in coppia - .

    Non ti capivo, Marta, non ti capivo proprio quando mi dicevi queste cose, quant'è più semplice che tu mi chieda esplicitamente quel che ti bisogna. Non puoi dirmi: - la vite degli occhiali è da stringere ? - No?

    No, vuoi che sia io ad accorgermi che gli occhiali non ti stanno più sul naso, che le aste sono slargate e che tu non puoi usare il cacciavite e stringere quella benedetta vite perché senza occhiali non ci vedi.

    Ti rigiri sul divano, cambi continuamente posizione, ti guardo di sottecchi mentre arricci il naso o mordi il labbro superiore. La lettura ti avvince, è lampante che sei trama nel tessuto del libro che stai leggendo. Sei in uno di quei momenti in cui il racconto è coinvolgente movimento, se continuassi a studiarti, sono certo che indovinerei le scene in cui sei immersa. Mi piace studiarti e far finta di essere completamente avulso dalla realtà del momento. Sei qui ma non ci sei, il tuo mondo è sprofondato nelle pagine che ti avvolgono e rapiscono, ti proteggono da me, il tuo compagno che di compagnia ne fa poca; il tuo compagno che non sa anticipare le tue esigenze perché non sa guardare e recepire, dalla variazione di luce e di intensità dei tuoi occhi, quel che dicono senza parlare. O forse è proprio perché ho letto troppo in quel tuo sguardo che ho innalzato tra me ed esso un invisibile e potente schermo.

    Quando ho iniziato a non voler più ascoltare le parole senza suono? Forse avevi ragione tu, non volevo anticipare i tuoi bisogni, non sapevo e non potevo soddisfarli. Ti ho persa per strada mentre camminavo percorsi miei, geloso del mio tempo. Non ti ho fatta entrare volutamente. Mi bastava la certezza di ritrovarti a ogni incrocio. Inseguivo la mia crescita rifiutando il ruolo di figlio, proiettandomi tenacemente nella sfera di uomo, di adulto, e non mi son accorto che volevo dimostrare a te quel che un bambino dimostra alla propria madre. Ma tu non eri mia madre, quante volte me lo hai detto e spiegato e poi urlato; e come per gli occhiali alla fine ti sei rassegnata.

    Ti guardo, sei in fondo al libro dalla copertina azzurra, ogni tot numero di pagine spunta una strisciolina di carta, mi fanno sorridere i tuoi segnalibri, stralci di biglietti di treno di un viaggio di chissà quanto tempo fa, pezzetti di un tovagliolo di carta, l'involucro trasparente delle sigarette e perfino foglie, rametti. Quando smetterai di trasformare un libro in un campo archeologico!?! È bellissimo il tuo fare, in ogni cosa. In ogni cosa rifletti quel mondo incantato che è dentro te, sei qui ma non sei qui, da sempre, è questo che mi ha fatto innamorare: quel tuo essere corpo eppure impalpabile, se ti stringo a me sento la tua carne sotto le mani, ma ancor più sotto mi par di sfiorare un cielo dal quale si ammirano monti valli fiumi e mari sottostanti. E vento, sento sempre il vento quando ti ho fra le braccia. Ascoltare qualsiasi cosa tu dica è entrare nel vortice di una girandola di luce e di colori, perfino una disavventura che pure è motivo di tensione la fai divenire ameno racconto. Tutto diventa favola con te, ma chi sei? Sei una favola da cui son uscito per paura di me bambino, per paura di essere un infante da accudire, e non capivo che solo un uomo cresciuto e consapevole di sé, sa essere bambino.

    ...Dammi gli occhiali, voglio stringere le viti.

    Oh Marta, sono lacrime il sale essiccato sotto le tue palpebre chiuse nel sonno? Vieni, vieni accanto a me, lasciati avvolgere dalla mia essenza, concedile di penetrare in ogni spazio tempo che ho spezzato. Lasciami carezzare tutti gli anni che ho tinto di grigio, vedi? è bastato un gesto, ogni silenzio si è colorato.
    Ti stringo a me, sento la tua carne sotto le mani, ancor più sotto mi par di sfiorare un cielo dal quale ammiro monti valli fiumi e mari sottostanti.
    E vento, sento sempre il vento quando ti ho fra le braccia.
    La pietra è larga, una poltrona costruita dal vento e dalla pioggia e dal tempo che le si sono versati sopra; vi resto seduto su, ti guardo e sorrido. Quassù è pace.
    Lavi dal viso le lacrime essiccate, seguo allo specchio i tuoi lineamenti, ne carezzo col dito ogni curva; in ogni ruga semino un sorriso, sul solco degli occhiali appoggio un bacio. Sento il vento scuotermi dentro, lo senti anche tu e mi cerchi nel riflesso dello specchio. Non mi vedi, Marta. Non puoi, ma mi senti. Mi sorridi, sai che sono io il fremito. Non più distanze ora che so abbracciarti l’anima.
     

  • 01 aprile 2018 alle ore 12:55
    PRELIBATEZZE SESSUALI DI GIOVENTÙ

    Come comincia: Svegliarsi la mattina con una frase fissa nel cervello può far pensare all’interessato che sia ora di consultare un buon neurologo. Alberto M. ottantenne, rimirava con rinnovato piacere la dolce, giovane e deliziosa consorte che riposava vicino a lui. In passato si era domandato come la incantevole Anna M. ventunenne si era n’incaponita’ contro un ovvio parere contrario dei suoi genitori a farsi impalmare dal quarantasettenne
    Al., forse affascinata dalla sua divisa di maresciallo della Fiamme Gialle o meglio dal suo fascino di tombeur des femmes. Astrologicamente leoncino, aveva tenuto duro fino a quando la mattina del 20 giugno dell’anno 19..papino a mammina l’avevano malvolentieri accompagnata al Comune di Messina, non in chiesa perché Alberto era divorziato. Grandi festeggiamenti nel bellissimo locale Villa S.Andrea di Giardini Naxos,  un paio di femminucce sarebbero state volentieri al posto della sposa! Avevo dimenticato la frase in latino: “Adulta mulier semper voluptatem donat.” che calzava con l’inizio alla carriera amorosa del prode Al. Anche se non avete studiato la lingua dei nostri padri con un po’ di buona volontà potrete riuscire a capirne il significato. Alberto sedicenne abitava a Messina  Crispi, frequentava il primo liceo classico insieme all’amico Franco S. residente nello stesso suo palazzo e con cui ‘faceva i compiti’. La di lui madre Lucia F.,conduttrice della palestra al pianterreno dello stabile, era divorziata ma era ancora una quarantatreenne piacevole. Mentre ad Alberto madre natura aveva ‘concesso’ un fisico atletico, 1,82 di altezza,  muscoloso (eredità del padre), non altrettanto era stata benevola con  Franco magrolino e cagionevole di salute (anche per lui eredità del padre). Al. una mattina non trovò a scuola il compagno ed il pomeriggio si recò a casa sua: il suo amico era stato ricoverato in ospedale con una broncopolmonite. Insieme a Lucia Al. si recò al ‘Papardo’ con la Mini Cooper della signora; per fortuna le notizie erano incoraggianti, Franco doveva solo curarsi e riposarsi, nel giro di una settimana sarebbe ritornato a casa. “Alberto sali a casa mia, ti offrirò un tè con pasticcini fatti da me, spero di non intossicarti.” Niente intossicazione, tutto buono anche la padrona di casa che. “Anche se è solo giugno fa un gran caldo, vado a farmi una doccia.”La doccia durò poco e la dama  si presentò in soggiorno in accappatoio. “Io preferisco il caffè molto forte.”” Ma nel frattempo Lucia non si ‘accorse’ che l’accappatoio si era aperto sul davanti mostrando un ‘ben di Dio’ con buona pace dell’Onnipotente che, a parere dei preti, non si interessava a tale problematica. Al. anche dinanzi all’indifferenza di Lucia cercava di fare anche lui l’indifferente ma..nà parola! “Vieni qua cucciolone, ahi ahi ahi vedo qualcosa aumentare di volume, è normale alla tua età, però vedo che …non pensavo che tu…” Madame era rimasta molto sorpresa nel vedere il ‘ciccio’ di Alberto, “È il coso più grosso mai visto in vita mia, non ci pensò due volte a intrufolarselo in bocca con ovvia conseguenza…”Quello di mio marito aveva un cattivo sapore, quello tuo è una delizia. Che ne dici di far visita al fiorellino di zia Lucia?” Non pose tempo in mezzo e il ‘ciccio’ di Al., sempre inalberato, provò una sensazione, mai provata, quella di entrare in una ‘cuccia’ umida, recettiva e poco dopo eccitatissima tanto da far vibrare tutto il corpo della padrona. Alberto avrebbe seguitato ma Lu. “Caro per me basta, era un bel po’ che stavo a stecchetto, riprenderemo il ‘discorso’ un’altra volta, vai a casa, domani pomeriggio ti voglio in palestra, ho un certo progetto…” La palestra di Lucia era un circolo chiuso nel senso che accettava solo signore, occorreva iscriversi con tanto di tessera e foto ma soprattutto essere accettati dalla padrona con una rigida selezione o presentate da altri socie. In fondo alla palestra, del metraggio di quattro appartamenti sovrastanti, c’erano uno studio con scrivania, sedie e cassaforte, in mezzo un corridoio e più avanti una stanza con lettino con un piccolo bagno per… Il progetto che aveva in mente Lucia era molto chiaro: sostituire un  anziano maschietto nelle feste di addio celibato di femminucce nubende con Alberto di cui era sicura delle prestazioni e, soprattutto dal fisico sicuramente apprezzato dalle femminucce; ne parlò con l’interessato il quale, ovviamente, si dichiarò entusiasta. Alberto, però,  per mascherare le feste, doveva ufficialmente essere nominato coach della palestra. Il problema stava anche nel fatto che era minorenne e che non conosceva gli esercizi da insegnare alle signore. “Non ti preoccupare, ti sgrezzerò non in quel senso ah! ah! ma ti insegnerò quelli principali e poi ho le spalle coperte.” In seguito Alberto comprese il significato di quella frase (amicizie altolocate anche fra i giudici e le forze dell’ordine.) Durante la prima serata di presentazione, Alberto in canottiera e pantaloncini fu molto applaudito dalle signore che vollero abbracciarlo, erano una ventina e tutte al di sopra dei quaranta, qualcuna appetibile. Alberto i pomeriggi seguitò a studiare con Franco il quale non  si accorse di nulla in quanto la buon ‘gufo’ andava a letto ‘dopo Carosello’. La prova del fuoco per Alberto la sera di una giornata di luglio: festeggiata Laura una trentenne bionda non molto alta ma graziosa e soprattutto ‘caliente’. Alberto si presentò in giacca, pantaloni e camicia e cravatta ma, accompagnato da musica brasiliana, prese a togliersi lentamente i vestiti sino a rimanere in slip color rosso.  Durante lo spogliarello grandi applausi delle dame che apprezzarono il fisico da dio greco di Al per poi, a turno, abbracciandolo e baciandolo sino a quando, la più ‘sfacciata’ gli abbassò gli slip che misero in mostra un ‘mostro’ di pene con grandi oh oh oh delle damìne. Allora le meno timide presero a toccaglielo con la conseguenza che ‘ciccio’ volse la punta all’insù sembrando ancora più ‘mostruoso’, infine la promessa sposa, nella qualità di festeggiata, glielo prese in bocca tra gli applausi delle presenti ma con l’avvertimento di Al. :”Bella mia può accadere che ‘ciccio’ ti ‘innaffi’ la bocca!” “Chi se ne frega, il ‘latte’ del mio fidanzato puzza non penso che..” e infatti la pompinara smise di parlare e assunse una dose notevole di vitamine sempre accompagnata dagli urletti delle presenti. Malgrado ciò, ‘ciccio’ dimostrò la sua valenza erotica rimanendo ancora ‘inalberato’ fra lo stupore delle dame. “Lucia ci hai portato un mandrillo della foresta africana, brava.” Anche le cose piacevoli hanno un fine, Alberto tornò a casa sua, dopo una doccia calda-fredda rimase a letto sino a mezzogiorno della domenica. Alle 13 , seguendo i consigli di Lucia, Al. si rimpinsò ben bene al fine di recuperare…Né sua madre, donna modesta e silenziosa, né suo padre capitano di Carabinieri assai burbero chiesero notizie sulla serata al figlio. La vita di Al. era segnata: prima di tutto lo studio e poi saltuariamente un ‘contentino anzi un contentone’ a Lucia, ormai sessualmente quasi consorte e poi in palestra quale personal trainer e qualche addio al celibato di vogliose nubende. Con molta onestà Lucia aveva promesso ad Al. di sistemarlo finanziariamente al compimento del 18° anno di età e così il 3 settembre 19…  Scesero nell’ufficio della palestra e Lucia: “Ti farò un escursus della tua situazione: ufficialmente riscuoto da ogni socia cento €uro al mese ma le signore sborsano molto di più in contanti. Una guardia giuratamensilomente viene a ritirare il denaro, quello in assegni depositato sul mio conto corrente della banca, quello in nero su un conto cifrato in Svizzera, non chiedermi come, è illegale, i tuoi soldini sono anch’essi in Svizzera, su questo bigliettino il numero del tuo conto.” Alberto strabuzzò gli occhi, anche se talvolta aveva dovuto ‘accompagnare’ a letto qualche ‘carampana’ era stato munificamente remunerato; ringraziò sentitamente, anche sessualmente, la zia Lucia. Tutto cambiò quando il padre di Alberto, promosso al grado di maggiore fu trasferito in Piemonte. Era inverno, clima  freddo, nebbia, compagne di università non particolarmente simpatiche e disponibili…le notti Alberto sognava con tristezza la Sicilia con il suo sole e soprattutto con le sue…

  • 28 marzo 2018 alle ore 16:11
    Menzione d'onore

    Come comincia: Menzione d'onore al concorso nazionale fi poesia e narrativa del comune di Genazzano-città d'arte per l'edizione 2017 .E in più il piacere d'essere stato pubblicato nell'antologia della quale fanno parte i partecipanti e i premiati dello stesso concorso. Ti scrivo la motivazione del premio... L'autore ripete un concetto che ci è tanto familiare,sentire il dolore del mondo sulle spalle,per un mondo che va alla deriva.Vivere dei ricordi dei nostri nonni,quando il profumo del pane riuniva tutti attorno alla tavola ed erano sorrisi di semplicità. Oggi...desolazione,poveri di sacrificio,silenzio tutt'intorno,Un senso di superficialità che avanza sovrana,Si rimane silenziosi davanti a tanta povertà seppur nel benessere.Chiude l'autore con un suo pensiero personale,ma ch'e' comune a tutti noi:" per sentire nel mio profondo qualche sintomo di pace Ed ecco la poesia premiata...  Io,ch'e volevo una vita semplice Ardono fioche  le fiamme perpetua fra le brine fredde di questo mesto inverno nel transitare dell'anima tra le fitte tenebre della terra  in corone di spine e slanci di rimpianti ricchi d'illusoria socialità  e poveri di sacrificio in questo futuro che lascia agli uomini solo il tempo d'inutili sguardi all'orizzonte Nel silenzio d'attorno  sento il dolore del mondo  assurgere a padre delle follie e tutto al passar degli anni vive nella consuetudine di far divenire certi dolori pane quotidiano  E m'immergo nella desolazione per sentire nel mio profondo  qualche sintomo di pace  Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

  • 26 marzo 2018 alle ore 14:57
    Gnauli

    Come comincia: Se ce l’hai con me, hai perfettamente ragione. Altrimenti cerca un modo per odiarmi. I poeti sono coloro che hanno commesso tanti errori, pensando che l’onestà fosse una cosa comune nelle persone. Per questo continuano a sbagliare e a mentire a sé stessi. Solo quando scrivono sono sinceri. Per gli altri. Chi crea le vere opere d’arte è sempre un solitario che rimane bambino, per fortuna. Sì, io ho paura. Però mi fa meno paura la morte che l’amore. L’amore è così indefinibile, quando ce l’hai non lo trovi più negli altri e viceversa. Nella vita certe cose non bisogna rivelarle mai. Da solo puoi difenderti dalle tue paure.
    Mia cara, le tue “omissioni” avevano sempre delle giustificazioni. È questo quello che più ho odiato di te.
    La cosa che temo è la notte, quando, prima di addormentarmi, “sento” la luce. L’amore è un’essenza, il perdono quasi un’abitudine. La vita deve essere un malinteso. Prima ridi, dopo piangi, durante mediti. Io credo che il vero artista sia afflitto continuamente dalla maledizione. Maledice se stesso, maledice gli altri, lo maledicono. Sostengo che le bugie hanno le gambe corte, specialmente sotto le gonne. Quando sento i nonni dire ai nipotini: «Mangia, sennò resti piccolo!», «Non toccarti, sennò diventi orbo!», vorrei rispondere: «Non mangiare, altrimenti diventi obeso!», «Toccati, altrimenti non sai cosa ti perdi!» Il fatto è che faccio arrabbiare tutti, è giusto che rimanga solo. Il mio errore, come scrittore, è di essere troppo visionario. Ma ho dovuto, ho smesso di lavorare e mi sono messo a fare l’artista. Arriviamo quindi all’assioma dei tempi moderni: licenziate un po’ di artisti, perché sono troppi, e date lavoro ai disoccupati.
     
    Il cielo era stellato ed eravamo in agosto in un rifugio in montagna. Lei mi teneva la mano. «Sai, potresti scrivere qualcosa, dedicarmi una poesia.» «E come faccio? Non è facile, le parole non nascono così, con la bacchetta magica…» Vidi la prima scia luminosa attraversare il cielo, Anna sorrise e mi guardò: «Eccone una! Guarda… un’altra!». Accesi un attimo la torcia. I suoi occhi si illuminarono come stelle nella notte. «Sei sicura che non hai freddo? Non ti fa male il collo? È mezz’ora che sei seduta sul plaid, con la testa rivolta verso l’alto…»
    «Sto bene… e smettila di fare rumore, sembri un orso, con i tuoi versi.» «Guarda che non sono io.» «Scherzi sempre… È possibile che tu non riesca a essere serio almeno per una volta? Uffa, mi hai proprio stufato, con i tuoi grugniti! Rovini tutto!»
    Quando dici la verità non ti credono. L’orso riprese a bramire. L’albero sul sentiero vibrò in modo vistoso. Un’ombra nera, più scura della notte, arrivò di corsa addosso ad Anna. I lamenti diventarono strazianti, finché il suo braccio si staccò di colpo dal resto del corpo. Rimasi immobile, con quella mano che non voleva mollare la presa dalle mie dita. Una morsa ben stretta. Il sangue colava sulla mia spalla, l’orso ricominciò a camminare a quattro zampe verso la boscaglia, in direzione opposta a quella da cui era venuto. Una poltiglia organica, indefinibile, fuoriusciva dal ventre di Anna; il sangue coprì la coperta distesa a terra, a ogni mio movimento sentivo i miei calzoni impregnarsi di liquido caldo. Paralizzato dal terrore osservavo ancora le stelle cadenti lontano, lontano all’orizzonte. Forse il mio desiderio era stato esaudito, ma non avrei mai pensato potesse concretizzarsi in maniera così violenta. Volevo solo liberarmi di lei, riportarla a casa dei suoi genitori, dopo una gita fugace, e non rivederla mai più. Troppe cose romantiche, troppi malesseri legati al ciclo, troppe paturnie costruite sulla sua meteoropatia. Volevo un essere genuino, senza stilemi di sorta. Quei suoi gnauli continui mi davano veramente fastidio. Dio solo sa cosa ci faceva lì, quell’orso. Forse era infastidito, forse dentro una grotta stava preparando il prossimo lungo letargo e non aveva voglia di sentire quella voce femminile.
    Tornai dentro il rifugio e riattizzai il fuoco nel caminetto. Tranne il crepitio della legna, il silenzio era totale; notai, con le prime luci delle fiamme, il rosso vivo, cremisi, sui miei calzoni, sulla maglia, all’interno della mia giacca. Buttai il braccio di Anna sopra le bronze, aprendo con forza le sue dita mi ero liberato di quel gravoso fardello. Scoppiettava allegramente bruciando, vedevo la pelle sollevarsi e bollire sotto la spinta del calore. Uno strano odore permeò la stanza e il fumo si fece più intenso… Quello che rimase del corpo di Anna, il plaid e i miei vestiti sporchi, finirono dentro una buca che scavai il mattino dopo.
    Scesi al paese e aspettai l’evolversi degli eventi. Qualcuno mi chiese di Anna; risposi che da un paio di giorni non la vedevo, forse era andata in alta montagna per qualche escursione. Lei amava passeggiare nei boschi da sola, tutti lo sapevano e non pochi se ne stupivano. D’altronde, era una tipa strana; come me, del resto. Si rifaceva quando stava in compagnia di qualcuno, diventando logorroica e antipatica. Ti prendeva per sfinimento. Basta, basta…
     
    L’orso, sbattendo violentemente contro il paraurti del camion ne aveva bloccato la corsa. La testa era finita all’interno del cofano, vicino al faro anteriore destro. Più o meno all’altezza della luce di posizione. Era incastrato, non era morto sul colpo, aveva urlato e sofferto a lungo prima che una guardia forestale, con la sua potente carabina, lo facesse fuori definitivamente.
    Stavano lì, a guardarlo, mentre il veterinario e i suoi aiutanti lo estraevano dalle lamiere contorte. Per fortuna l’autista non si era fatto alcunché...
    Essendo una specie animale sotto controllo, qualche giorno dopo venne fatta l’autopsia e si seppe qual era la composizione del suo ultimo pasto. Una parte del corpo di Anna fu rinvenuta all’interno dello stomaco dell’orso. I due dottori parlavano tra loro.
    «Collega, questi animali mangiano solo certi pezzi delle loro vittime, quelli che ritengono i migliori. Lasciano il resto o lo sparpagliano in giro a poca distanza dall’agguato…»
    Provate a indovinare: quale porzione di Anna venne ritrovata nello stomaco del grande plantigrado? Il pube, ovviamente!
    La lingua non l’avrebbe mangiata di certo, l’orso...
     

  • 22 marzo 2018 alle ore 17:52
    O TEMPORA O MORES

    Come comincia: Cicerone scandalizzato dei costumi della sua epoca, sarebbe rimasto basito da quelli attuali in Italia. Inizio della storia: Alberto M. ed Anna N. coniugati,  insegnanti rispettivamente di matematica e di lingue, dopo il concorso, per  la loro classifica nazionale partendo da Roma dovevano scegliere una destinazione fra il nord ed il sud. Prevalse la scelta di Anna che, di natura freddolosa, chiese ed ottenne di essere trasferita a Messina insieme a suo marito. All’inizio abitarono in una pensione ma poi una botta di c…. fortuna: i nonni di una alunna di Al., pervicaci  vegani e proprietari oltre che di immobili e supermercati di molti terreni, spesso gironzolavano per le loro terre in cerca di erbe principale fonte della loto dieta ma male gliene incolse. Scambiando verdure velenosissime per edibili, presi da dolori atroci, una notte furono condotti dal figlio Adelardo al pronto soccorso dell’Ospedale ‘Papardo’ ma i medici, non conoscendo che tipo di veleno i due avessero assunto, non ebbero modo di iniettare un antidoto ed i due passarono a miglior vita. Adelardo F. ed Adelaide G. erano stati i nomi imposti ad i due coniugi dai rispettivi genitori i quali, chissà per qual motivo per vendetta e per spiritosaggine chiamarono la loro figlia Messalina come la moglie dell’imperatore Claudio, nome che, per motivi ovvii, fu declassato in Lina ma ‘nomen omen’ come credevano gli antichi romani che nel nome pensavano che fosse descritto il destino di chi lo portava, in questo caso verosimilmente. Lina era giunta all’età di sedici anni ne aveva già fatte, in campo sessuale più di Carlo in Francia. A tredici anni, durante un soggiorno in  un campo estivo per maschietti e femminucce iniziò la vita sessuale con una compagno più grande di età ma, non soddisfatta, ‘si fece’ un professore e da lì…Appena conosciuto Alberto, fustaccio da un metro e ottanta e, a parere della baby ben ‘fornito’, alla morte dei nonni prospettò ai genitori che il loro appartamento sopra la loro villa al ‘Giardino sui laghi’ fosse affittato ai due professori che, ovviamente, accettarono anche per l’esiguo canone di affitto. La villa era dotata di piscina, di campi da tennis , di palla al volo e pallacanestro oltre campo di bocce per i più anziani. Quella notte di agosto Alberto stava patendo particolarmente il caldo al contrario della consorte che avrebbe accesso i riscaldamenti anche d’estate, si fa per dire. Il buon Al. si diresse in piscina dove trovò in acqua Lina con cuffia per i capelli ma la signorina aveva dimenticato di indossare il costume… Dubbio amletico: tornare indietro o far finta di nulla? Seconda opzione. “Professore egregio vedo che anche lei soffre il caldo…” “Si ma il mio è meno caldo del tuo da quanto vedo.” “Non faccia il puritano e mi dia una mano ad uscire dalla piscina.” Un corpo meraviglioso di un metro e settantacinque con tutto il resto…Al. restò affascinato.” “Professore mai vista una donna nuda?” “Una donna nuda si ma non una bambina…” “La bambina potrebbe mettere in atto una poesia di Stecchetti che lei sicuramente conosce “Noi siam le vergini…” “La conosco, anch’io da giovane…” “Non si butti giù, lei anzi tu vali molto più di tanti miei coetanei, inutile dirti che sono a tua disposizione per qualunque…” “Sono sincero, anch’io istintivamente lo sarei ma non voglio guai con i tuoi nè con la scuola…by by.” Al. eccitatissimo, rientrò nel letto coniugale, abbassò gli slip alla consorte girata di fianco e…”Ma che ti prende, pure di notte, stavo dormendo…” Non si sa mai quello che dispone il destino che, ricordiamo, è al disopra degli dei, Al. da buon pagano ci credeva. E infatti una mattina Anna accusò un improvviso dolor di testa e preferì non andare a scuola, Al. andò a lezione con Lina in macchina e poi ritornarono insieme a casa. Durante il viaggio Lina era particolarmente allegra, rideva in continuazione guardando in faccia Alberto che non sapeva spiegarsi questo suo comportamento ma ormai aveva smesso di comprendere una ragazza di sedici anni. Il tu era diventato abitudinario tra i due e Lina: “Lo sai che il giardiniere è un bravo fotografo?” “Allora penso che ti abbia ripreso in pose varie o sbaglio?” “Il fatto è che non ha ripreso solo me ma anche una certa signora…guarda qui!” Foto inequivocabili, Anna ripresa sotto le piante del giardino completamente nuda,  sopra il corpo del giardiniere e non per motivi ginnici, stava bellamente scopando lei quasi mai disponibile a rapporti sessuali col marito! “Queste le tengo io, il giardiniere si chiama Adolfo T., con tua moglie te la vedi tu!” Anna era sempre allegra al contrario del solito, la cura di Adolfo funzionava ma deprimeva Al.  che cercava di capire dove e se avesse sbagliato qualcosa con la consorte la quale ritenne opportuno prendersi un mese di aspettativa e quindi Al. e Lina andavano soli a scuola in auto. Un giorno al ritorno, Al. preso da un attimo di eccitazione, posteggiò in una stradina laterale e prese a baciare in bocca Lina la quale ritenne opportuno sentirsi in ‘ore’ il cosone di Al con relativo finale. A casa Anna era come al solito di ottimo umore,” Ti credo pensò Alberto qual maledetto doveva saperci fare sessualmente” ma che fare? Adelardo dormiva o faceva finta di niente? bah… Questa volta il dio Hermes, angelo custode di  Alberto, prese in mano la situazione per aiutare il suo protetto. Venuto a conoscenza che  Adelardo e Adelaide ogni sabato mattina si recavano all’aeroporto di Reggio Calabria perché appassionati di volo, Hermes fece in modo che il loro aereo avesse un guasto e precipitasse nelle acque del Tirreno con la morte degli occupanti. Funerali in grande stile, i due erano molto noti a Messina.  Messalina prese possesso dell’ingente patrimonio di famiglia perché nel frattempo era diventata maggiorenne. Non vi sembra che la storia ricopi quella rappresentata in due romanzi; ‘Lady Chatterley’ per Adolfo e Anna e ‘Lolita’ per Alberto e Lina che, ovviamente vissero a lungo ricchi, felici e contenti come nelle favole!

  • 21 marzo 2018 alle ore 8:47
    UNA VENDETTA CRUDELE

    Come comincia: ‘Amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore che dura per tutta la vita.’ Oscar Wilde, malgrado le sue vicissitudini personali, non aveva mai perso di vista l’amore, l’amore che ti può innalzare alle stelle o distruggerti la vita. ‘Mai un genitore dovrebbe sopravvivere ad un figlio’, non ricordo l’autore della frase ma penso che questo aforisma racchiuda in sé il sentimento di un immenso dolore.  Neanche la fede in Dio può lenire la pena, un padre ed una madre riescono solo a sopravvivere. In questo ambito si colloca la storia di Alberto M. quarantenne padre di Massimo, Pericle ragazzo dotato di doti assolutamente superiori alla media in tutti i campi. Nessuno era riuscito a rispondere alla  domanda di Alberto che chiedeva di conoscere come due genitori nomali, lui insegnante di materie letterarie allo Scientifico in via Cavour, la moglie Isabella impiegata al Catasto avessero potuto generare un tal fenomeno che metteva in crisi anche i suoi insegnanti. All’età di tre anni già aveva imparato a leggere, a quattro a scrivere e andando avanti negli anni le cognizioni, appena apprese, rimanevano e si sviluppavano nel suo cervello. Letta una pagina la ripeteva tutta a memoria, anno per anno stava imparando il francese, l’inglese, lo spagnolo e voleva cimentarsi anche col tedesco. Avere un figlio ‘tontolone’ non è certamente l’aspirazione di ogni genitore ma un fenomeno tipo Massimo Pericle! Lo era anche in campo atletico, velocissimo nei cento metri, al calcio ‘scartava’ gli avversari come birilli; talvolta, entrava nella porta avversaria con tutto il pallone! Un avvenimento imprevedibile si stava per abbattere sulla famiglia M.: Massimo dentro un negozio  in compagnia della madre, vide un pallone che rimbalzava dinanzi all’esercizio e si precipitò in strada per raggiungerlo quando si trovò dinanzi un’automobile che lo prese in pieno rimanendo a terra inanimato. Il conducente della Bentley era sceso dall’auto con le mani nei capelli, Isabella uscì dal negozio urlando, fu chiamato il 118 che, a sirene spiegate portò il suo corpo al più vicino nosocomio. Isabelle si accomodò sull’auto dell’investitore  che seguiva l’ambulanza. Al pronto soccorso Massimo che non dava segni di vita, fu sottoposto a tutti gli accertamenti possibili che, però, avevano dato esito negativo: Massimo era morto! Nel frattempo Alberto era giunto in ospedale, i genitori e Federico F., l’investitore, erano seduti nel corridoio su una panchina con lo sguardo nel vuoto. Nel frattempo era apparso anche un ‘corvo nero’ come Alberto, ateo,  chiamava i preti. “Per favore reverendo…” “Non sono reverendo…” “Non so chi cacchio sia ma  si levi dalle balle.” Perché la sorte si era rivoltata contro Alberto seguace del dio Hermes, dov’era finito il suo protettore? Maledizione! Era stata una congiura di Giunone che, sempre in lite con Hermes, aveva convinto Palestra, fidanzata del predetto, ad invitarlo a cena dove il cotale si ubriacò rimanendo groggy sino alla mattina seguente. Hermes, al risveglio, fu assalito dalle ingiurie di Alberto, si informò dei fatti ma ormai… Alberto e Isabella  sembravano due fantasmi, , avevano chiesto le ferie in ufficio, stavano in casa senza parlarsi, l’investitore Federico Z. era andato a trovarli nella loro abitazione per mettersi a disposizione ma, oltre al risarcimento in denaro non aveva altro da offrire. Lasciò un assegno sul tavolo  e invitò i due coniugi ad uscire da casa, inaspettatamente Isabella accettò. Da dietro i vetri, Alberto vide la consorte salire lato passeggero sulla Bentley destinazione…”chi se ne frega”, ormai i rapporti coniugali si erano guastati né il mancato rientro in casa la sera da parte di Isa preoccupò il marito. Il problema era che Alberto si stava lasciando andare con ovvie conseguenze, si era rotto il suo feeling interno, non si amava più se stesso. La portiera dello stabile Giuseppa A., donna di buon cuore, si rese conto dello stato d’animo del professore e una mattina bussò alla sua porta. Aprì un Alberto assonnato, non era andato a scuola, barba lunga, casa in estremo disordine, tapparelle chiuse. “Professore col suo permesso vorrei mettere un può di ordine, per favore lei vada nel salotto. Dopo due ore l’abitazione aveva completamente cambiato aspetto. “Spero che sia contento, mio marito Augusto mi ha detto che vorrebbe controllare la sua Cinquecento, forse la batteria…”Alberto mise mano al portafoglio ma Giuseppa: “Professore non mi deve nulla, se proprio vuole sdebitarsi può dare qualche lezione privata ad Adele, frequenta il terzo liceo classico, il suo collega mi ha detto che ne ha bisogno, oggi e quando vuole è invitato a mangiare da noi vedrà che…” Vedere l’abitazione luminosa (tutte le tapparelle erano state alzate) ed in perfetto ordine diede una spinta psicologica ad Alberto che andò in bagno, si rasò, fece una doccia e alle tredici si presentò a casa della  portiera accolto con grandi sorrisi. “
    C’era tutta la famiglia,  il mangiare era buono, non ricordava da quanto tempo…Il pomeriggio alle sedici si presentò a casa di Alberto la diciottenne Adele con sotto braccio dei libri e quaderni. Il professore la fece accomodare nello studio: “Qual è il tuo problema?” Alberto aveva visto la ragazza da lontano, da vicino gli parve più bella, assomigliava molto alla madre, alta come lei, castana, viso da intelligente, niente trucco, tette ben visibili sotto la camicetta sbottonata, gonna a libro, gambe lunghe, niente tacchi. “La materia che ami di meno?” “Il greco professore specialmente gli accenti, non li azzecco mai!” “E noi te li faremo azzeccare come dici tu. Cominciamo con le ‘Anabasi’ di Senofonte. È la storia di due fratelli figli del re Artaserse e Ciro…” “Professore mi permetta di essere sincera, a scuola sono abbastanza brava, non penso di aver bisogno di lezioni private, di qualche… lezione invece è bisognosa mia madre, voglio e debbo essere sincera con lei. La mia genitrice è innamorata di lei, non ha più rapporti con mio padre ma non per sua volontà, mio padre ha sessanta anni e molti problemi in campo sessuale, ho finito la mia lezione. Lei è una persona intelligente pensò avrà capito, le sarei grata se lei… accogliesse in casa sua la mia genitrice!” “Le mie recenti sventure familiari mi hanno fatto perdere di vista la vita reale, tu mi hai riportato alla realtà, dì a tua madre che sono a sua disposizione, senza vergogna, mi telefoni prima di venire.” Dopo due giorni alle dieci di mattina: “Professore sono Pina la portiera, mia figlia mi ha riferito che lei avrebbe bisogno di una donna le rimetta a posto la casa, quando vuole sono a sua disposizione.” “Cara Pina io sono in aspettativa dalla scuola quindi sono sempre in casa, per qualsiasi evenienza sia mia ed eventualmente tua.” Un lungo silenzio poi: “Professore anche se ho quarant’anni sono stata e sono una donna timida, mi dia una mano lei…” “Cara, dopo la tragedia che mi ha colpito qualsiasi persona che chiede il mio aiuto è la benvenuta in qualsiasi campo, il mondo per me è totalmente cambiato anche perché mia moglie mi ha lasciato, vieni quando vuoi a casa mia, anche subito.” Dopo un’ora il campanello, apparve Giuseppa vestita dalla testa ai piedi. “Benvenuta ma non ti sembra eccessivo il tuo abbigliamento, siamo a luglio e fuori non c’è la neve!” Alberto prese l’iniziativa, baciò delicatamente l’ospite in bocca, l’interessata che chiuse gli occhi e abbracciò Alberto che cominciò a spogliarla; sotto il vestito solo la biancheria intima che il padrone di casa tolse pian piano fino a scoprire un corpo da ammirare, Pina, anche se un po’ più robusta, era la copia della figlia. Passaggio sul lettone matrimoniale e inizio del cunnilinguus che dopo poco portò la donna ad un lungo orgasmo . Alberto si accorse che Pina piangeva…”Ti sembrerà strano questo mio comportamento ma devi sapere che questa è la prima volta che provo questa sensazione. Le mia amiche sposate mi dicevano che i loro mariti usavano questo modo erotico ma a mio marito faceva schifo, non sono mai andata a letto con un altro uomo, tu sei il primo dopo tanto tempo, ho paura di affezionarmi a te…” “Appena ti rimetti in…sesto voglio farti provare un altro modo di…, per ora restiamo abbracciati.” Invece poco dopo Pina prese in bocca il pene di Alberto il quale poi entrò delicatamente in vagina, voleva far provare alla signora il lungo orgasmo del punto G. Ci volle del tempo, ad un certo punto il corpo di Pina cominciò a vibrare, la signora muoveva il bacino sia in verticale che in maniera circolare, lanciava urletti sempre più forti, durò a lungo fin quando, spossata,  si abbandonò incredula di aver provato una sensazione così forte. Dopo un riposino postludio:“ Devo scendere a casa, ho detto a mio marito che venivo da te a far pulizie, le gambe mi tremano, non so che dirti, ho paura per il mio futuro, meglio non pensarci, vivi l tua vita, non voglio crearti problemi.” Una telefonata il pomeriggio da parte di Adele: “Egregio professore complimenti, lei è un mago del…ha distrutto, in senso buono, mia madre,  guardandola in faccia non sembra più la stessa, dovrebbe dare lezioni al mio fidanzato Vittorio che, in questo campo, da quanto riferitomi da mammina, ha bisogno di essere ‘imparato’ scusi l’errore voluto, by by.” Perplessità da parte di Alberto, forse la figlia voleva provare le stesse sensazioni di sua madre? La mattina dopo Al. si recò sulla tomba di Massimo: “Mio caro avrai visto quello che combina quello zozzone di tuo padre, mi domando se da grande avresti seguito le mie orme in  quel campo…mi manchi da morire…” Alberto piangeva, la sua era una ferita sempre aperta. Gli venne in mente l’aforisma di Oscar Wilde ma capì che ancora non aveva fatto pace con se stesso. Due giorni dopo, il telefono: “Egregio professore lei è un birichino ed io una…” “Scusa se interrompo ma forse volevi dire mignotta, se è così sappi che io le amo profondamente, parlo di quelle intelligenti, ho scritto anche dei racconti su di loro, adesso esprimiti.” “Non ho più nulla da esprimere, lei ha inquadrato la situazione, me lo immagino seduto sul divano sorridente mentre sta pensando:’fornicata est mater filia amplius’ non so se il latino sia maccheronico ma riflette la mia situazione di questo momento.” “Ti rispondo anch’io in latino maccheronico: ‘professor copula cum matre et filia’, prima però dovrò domandare un consiglio al mio dio.” “Non la facevo religioso!” “Sono pagano, il mio dio protettore è Hermes ma una volta si è ubriacato e non mi ha difeso da Giunone che mi odia e mi ha combinato un grosso guaio.” Hermes, questa volta attento, diede il suo verdetto in romanesco: ‘Vade securus!’ e così fu per la gioia un po’ di tutti tranne che di un marito il quale, da giuggiolone nato, non si spiegava i cambiamenti della consorte e della figlia!
     
     
     
     

  • 16 marzo 2018 alle ore 11:25
    ODESSA PARADISO DI BELLEZZE FEMMINILI

    Come comincia: Arnaldo M., tecnico informatico viveva a Roma in via Cavour, era stato tradito dalla moglie Lucia, impiegata in uno studio legale, che aveva confessato bellamente di essersi innamorata di un suo collega ed era sparita da casa, situazione ormai usuale in una società profondamente cambiata nel senso dei costumi come avrebbero affermato i suoi antenati. Arnaldo non se l’era presa più di tanto, per il suo lavoro girava un po’ tutta l’Europa soprattutto nei paesi dell’Est, in Ucraina in particolare dove aveva conosciuto Nataliya meravigliosa quarantenne plurilingue. La cotale accettò la proposta di Arnaldo di trasferirsi a Roma insieme alla di lei figlia Alina diciottenne, anch’essa deliziosamente bionda studentessa universitaria in lingue (professione di famiglia). Le donne ucraine godono fama di femminucce libere (si in quel senso!) in cerca di polli da spennare, con preferenza per gli italiani per tal motivo Arnaldo da principio in ufficio fu sottilmente preso in giro dai colleghi che però non poterono far a meno di ammirare la beltade di madre e figlia le quali, furbamente, si mostravano molto riservate. La casa di Arnaldo, ereditata dai defunti genitori, era di antica struttura con molte stanze che ospitavano anche i di lui figli Andrea,(Andy) e Alessandro,  (Ale) due sedicenni,  gemelli, iscritti alla quinta ginnasiale. Con tali premesse non pensate che in campo erotico ne potevano succedere di tutti i colori? In verità si in quanto Arnaldo era spesso lontano da Roma per lavoro e le due femminucce, abituate a casa loro a…darsi da fare, sentivano la mancanza di rapporti intimi ma in giro c’erano solo i due fratelli che, ancora giovani, guardavano con interesse le due femminucce che invece cercavano di …farsi amici dei maschietti più esperti e grandi di età. Alina, come si dice in gergo, mandava avanti la casa, aveva ingaggiato Gina P. una cameriera ma il problema era diventato quello della disponibilità finanziaria, i soldi inviati da Arnaldo non bastavano e quindi la signora si ‘guardò intorno’ e, notata un’agenzia di navigazione vicino a casa in via Merulana, si presentò al titolare Giorgio A. al quale fece presente la sua conoscenza delle lingue ed ebbe un colloquio ‘a quattro occhi’ nell’ufficio di Giorgio, il quale  affascinato da Alina, le fece capire esplicitamente i suoi desiderata, in campo sessuale. La dama dopo matura riflessione, passati due giorni si ripresentò al titolare dell’agenzia accettando la sua proposta ma chiedendo in cambio uno stipendio ben superiore a quello dei futuri suoi colleghi. Tira più un pelo…Quello che non doveva succedere avvenne: I due ragazzi una mattina, andando a scuola si videro l’ingresso sbarrato per uno sciopero degli alunni, preferirono tornare a casa; era una uggiosa e fredda giornata romana che non invitava a restare all’aperto. Entrati a casa sentirono dei rumori provenire dalla camera da letto del genitore e, aperta la porta, uno spettacolo imprevedibile: Alina era a letto con un uomo. Sconcertati chiusero la porta e si rifugiarono nel salone senza parlare. Dopo un po’ di tempo videro passare frettolosamente l’uomo che aveva violato il letto matrimoniale del loro padre e quindi l’arrivo di Alina che si sedette dinanzi a loro. Dopo un po’ la signora ruppe il silenzio: “Per voi sarà stato un colpo quello che avete visto ma c’è una spiegazione. Vi siete mai domandati come riesco a mandare aventi questa casa nel senso del denaro che occorre per tutte le varie esigenze? Voi trovate la tavola apparecchiata, i vestiti ben lavati e stirati, una cameriera che mi aiuta nei lavori più pesanti, pensate che bastino i soldi inviati da vostro padre? Quell’uomo che avete visto è il titolare dell’agenzia di viaggio dove sono impiegata, mi dà un bel po’ di denaro ma vuole un compenso extra. Siete abbastanza grandi per non giudicarmi e per capire la situazione. Non servirebbe anzi sarebbe una inutile costernazione per vostro padre se gli riferireste il fatto, decidete voi.” Non c’erano segreti tra madre e figlia, così Natlija venne a conoscere l’episodio senza fare alcun commento, il solo problema era i due ragazzi, era imprevedibile il loro futuro comportamento che poteva provocare anche il rientro in patria di madre e figlia e quindi…Ovviamente a sedici anni Andrea ed Alessandro erano seguaci accaniti di….falegnameria anche se ovviamente avrebbero voluto avere rapporti con una femminuccia ma le compagne di scuola non erano disponibili e quelle che lo erano preferivano uomini maturi. Nat. Si rese conto della situazione generale e decise di sacrificarsi sessualmente per il bene suo e di sua madre. All’università si era ‘fatta’ un boy friend dell’ultimo anno, belloccio e soprattutto benestante di famiglia e quindi non le mancava il sesso ma doveva farsi ‘amici’  Andi e Ale. E così fu. Una sera dopo cena i due ragazzi, augurata la ‘buonanotte’,  si recarono nella loro stanza poco dopo seguiti da Natalji la quale aprendo la porta: “Amici miei, stasera non ho sonno e mi sento triste, se non vi dispiace vi farò un po’ di compagnia.” I due ragazzi dormivano in due letti singoli, la baby si sedette su quello di Andrea: “Lo sai il significato del tuo nome? Vuol dire forte, virile e penso che tu lo sia.” Guardandolo negli occhi  allungò una mano che raggiunse all’interno del pigiama un ‘coso’ già duro. “Vedo che ti piacciono le femminucce, bello come sei chissà quante compagne di scuola ti farai, io sono sola che ne dici se…” Nat. Prese in bocca il ‘coso’ che dopo poco tempo se ne ‘venne’ e lei ingurgitò un bel po’ di ... Andò in bagno, fece dei gargarismi e si ripresentò in camera. “Penso che anche Ale abbia voglia di…” Stesso servizio al fratello poi ritirata strategica da parte di Nat. Quella era stata una idea furba da parte di Alina per evitare che i due fratelli chiedessero a lei prestazioni sessuali. Al ritorno il ‘prode Anselmo’ trovò una famiglia serena e sorridente, Arnaldo, ingenuone, non si domandò da dove provenissero i soldi per il ménage familiare, spesso andavano tutti e quattro a mangiare al ristorante e soprattutto tutti erano sessualmente appagati!  

  • 16 marzo 2018 alle ore 10:38
    Trilogia

    Come comincia: A febbraio 2017 un mio collega e mia figlia maggiore mi chiedono entrambi: "Hai mai fatto qualcosa di buono nella vita?". Evidentemente era un periodo in cui mi sentivano fortemente recriminare.
    "Quando feci trasferire mio padre dall'ospedale in cui volevano levargli lo stomaco all'ospedale in cui dicevano che aveva un calcolo", fu la mia risposta, "e quella è l'ultima cosa buona che ho fatto nella vita. Ed era il 2004. Dopo non ho avuto più pace. Si vede che ho dato fastidio a qualcuno".
    Nacque così "Persone squisite e non".
    Anche per ricordare a me stessa com'ero prima che mi lasciassi distruggere da mio fratello maggiore e dai miei vicini e parenti.

    Contemporaneamente espressi il mio senso di colpa, che avevo tenuto a bada per 5 settimane, e che era esploso il 12 ottobre 2016 in "In parole, opere e omissioni..., io uccido".
    Contestualmente una telenovela sudamericana mi avvertiva: "Il senso di colpa non serve a niente".

    Infine un'amica mia avverte: "Come loro agiscono fa parte della loro storia, come tu reagisci fa parte della tua". A conferma di quello su cui mi tormentavo da sei anni, cioè: "E' tutta colpa mia". Perché gli altri, magari anche parenti, possono anche farti del male, magari possono anche complottare continuamente per farti del male,ma la tua reazione deve essere sempre positiva e mai abbassarti al loro rango.

    "E' tutta colpa mia" risale all'aprile del 2017, ma è stato pubblicato (incompleto) solo adesso.Intendeva essere una "Confessione terapia" per mettersi tutte queste stupidaggini definitivamente dietro le spalle.

    Si completa così la Trilogia dei "Parenti serpenti" o "Della perfidia e della cretineria".

    Di quest'anno, la sintesi che non avrei mai voluto scrivere: "Vita normale", che potrebbe anche intitolarsi "Persone sane, persone malate"

     

  • 12 marzo 2018 alle ore 18:03
    SASOGUARFI

    Come comincia: SASOGUARFI. Questa parola, cari amici non riguarda le province di Salerno, né quella di Sondrio e nemmeno quella di Firenze, è la sigla della Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza a cui, in passato, il nostro eroe Alberto M. aveva appartenuto al fine di raggiungere il grado di vicebrigadiere, niente a che fare con quella odierna situata a L’Aquila con tutte le comodità possibili. Nel 19… era situata ad Ostia fuori dal centro abitato e vicino ad una pineta. Alberto, quarantenne, sposato con Anna, niente figli per volere di entrambi rivestiva il grado di Capitano. Romano dé Roma aveva chiesto di essere trasferito in un reparto della capitale da Domodossola dove comandava la locale Compagnia ma, per mancanza di calcioni(raccomandazioni), aveva dovuto accettare il Comando della 1^ Compagnia di Allievi Sottufficiali. A quei tempi il ruolo di istruttore comportava automaticamente una certa durezza nel trattare gli allievi ma tale qualità, se qualità si poteva chiamare, non faceva parte del bagaglio del buon Albertone. Appena insediato, in una riunione con i suoi uomini aveva fatto presente che, a suo tempo prima di andare in Accademia, era stato allievo sottufficiale ed aveva dovuto sopportare le angherie dei brigadieri istruttori che sembravano essere stati scelti per la loro cattiveria d’animo il che non aiutava il ben vivere dei loro futuri colleghi. In particolare lo jum jum verso di protesta proveniente dal bocca  degli allievi in fila per il rancio, brutta parola diciamo per il pranzo; il lancio in sala mensa di pallottole di mollica di pane che finivano in testa al brigadiere di turno con la relativa richiesta, evidentemente rimasta non ascoltata “Venga fuori chi è stato!” ed altre amene situazioni che avevano fatto acquisire al capitano Alberto M. la simpatia dei suoi subordinati. Simpatia non condivisa dal Colonnello Comandante della Scuola, Principe Alessandro Barberini che un bel giorno, anzi brutto giorno per l’interessato che fu convocato dal suddetto ufficiale nel suo ufficio. Alla presentazione con tanto di battuta di tacchi da parte di Alberto, il colonnello dopo il previsto “Stia comodo” che voleva dire ‘riposo’, partì con una ‘sparata’ che lasciò interdetto l’Albertone: “Vuol andare trasferito in Sardegna?” “Veramente…” “Veramente un corno, non mi è piaciuto il discorso da lei pronunciato ai suoi uomini, per ora può andare!” Alberto con la coda fra le gambe ritornò nella sua abitazione ad Ostia, raccontò l’episodio ad Anna, mangiò a malapena qualcosa e si rifugiò a letto. Il mattino  successivo chiamò nel suo ufficio lo scrivano finanziere Nando M.(era il suo segretario anche lui romano e con lui in sintonia) e chiese notizie sul Colonnello Comandante. “Signor Capitano ne stia alla larga, è malvisto da molti di noi ma ben ‘ammanigliato’ al Comando Generale e si dice pure amico del Ministro delle Finanze. Ocio!” Un particolare: il nobile principe Barberini era sposato con una uruguaiana che parlava lo spagnolo e non il portoghese come le brasiliane ma aveva molto in comune con il classico modello di quest’ultime: alta bruna, occhi… promettenti, naso leggermente pronunciato, bocca invitante, seno da favola, gambe chilometriche. La cotale aveva la buona abitudine, anche quando il tempo non era molto clemente, di girare per i viali della Scuola Sottufficiali in bicicletta e in hot pants (pantaloncini molto corti) e camicetta particolarmente scollata con ovvia uscita dalle orbite degli occhi degli allievi arrapati. Alberto venne un giorno convocato dal Colonnello Comandante, si recò nel suo ufficio piuttosto preoccupato (pensava alla Sardegna) ma si rasserenò alla vista del sorriso e di una mano tesa del Principe. “Ho saputo dal mio collega di Torino che lei è molto bravo come fotografo, dai suoi atti matricolari risulta essere “capo laboratorio fotografico”, attualmente conduce il laboratorio un finanziere che come professionalità è un cane, lei lo sostituirà.” “Signor Colonnello, molto probabilmente avrò bisogno di acquistare materiali fotografici, lei lo sa quanto sono stitici al Comando Generale in fatto di assegnazione di fondi…” “Con me gli verrà la diarrea!” E così fu, Alberto prima si recò nel laboratorio fotografico , si rese conto della situazione e poi presso la ditta Randazzo ebbe un buono sconto sul preventivo dei materiali scelti. In una settimana fu cambiato il locale del laboratorio, Alberto ne scelse uno più grande con istallazione di una cassaforte (non si sa mai), di acqua corrente e poi: un piano lavoro, una macchina fotografica Topcon con tre obiettivi ed una Yashica Mat, un ingranditore Durst, vaschette, tanks, un essiccatore, una turbo lavatrice, pinze e tanti altri aggeggi, insomma quello della Scuola Sottufficiali era diventato un vero laboratorio fotografico professionale. Il Colonnello Comandante fece le congratulazioni ad Alberto e gli chiese se, nei momenti liberi, volesse insegnare a sua moglie tutto quanto riguardava la fotografia di cui era appassionata. Richiesta alla quale ovviamente Alberto aderì anche se con qualche ovvia perplessità; non ne fece cenno a sua moglie. Il laboratorio era situato nella palazzina dove abitava il Colonnello Comandante ed erano situati anche gli uffici amministrativi chiusi di pomeriggio e così la bella signora Dalida (madre francese, padre uruguaiano) poté recarsi ogni pomeriggio nel laboratorio fotografico senza dare all’occhio ed apprendere l’ottava arte senza incontrare i militari della scuola. Contrariamente al solito, forse per suggerimento del marito, madame in queste occasioni vestiva sobriamente; era una brava allieva nell’apprendere i vari principi fotografici quali la lunghezza focale degli obiettivi, la profondità di campo, i gradi Kelvin e tante altre nozioni che la sera ripeteva al marito contento che la consorte si dedicasse a qualcosa che escludeva sue inclinazioni un po’ pericolose. Un pomeriggio la bella Dalida si presentò  coperta da un lungo tabarrano ma sotto aveva solo un reggiseno che copriva appena i capezzoli e un normale slip.” Non ti preoccupare, mio marito ha acconsentito a che tu mi fotografassi in topless in bianco e nero così svilupperai tu le foto senza portarle in laboratorio esterno,  mi consegnerai anche i negativi.” Alberto si sedette e stette un  po’ a guardare la ‘modella’ per poi notare che ‘ciccio’…”Pensavo che tu fossi omosessuale invece vedo…” “Non cambia nulla, tuo marito è una potenza, potrei passare grossi guai. Ti scatterò le foto e te le consegnerò con i negativi ma voglio un’assicurazuione…” “”Io conosco il direttore delle Assicurazioni Generali, potrei presentartelo.” Pure preso per il culo! Dopo circa due ore le foto,  bellissime,  (Alberto era un artista) erano pronte e l’autore fu gratificato di un bacio non proprio fraterno che portò l’interessato, giunto a casa, a chiedere alla consorte una immediata prestazione sessuale con punto interrogativo da parte dell’interessata. Il seguito è ancora più fantasioso. Finito il corso e partiti gli allievi e, tranne pochi uomini, tutti gli altri in licenza per due mesi.  il Colonnello Comandante  inaspettatamente lo convocò nel suo ufficio: “Ho ammirato le foto di mia moglie, lei è riuscito a trarne fuori il lato migliore senza volgarità. D’estate vado in villeggiatura nella mia villa di Torvaianica ed invito tanti amici, vorrei che lei scattasse qualche foto, sa come sono le signore.” Alberto sbatté i tacchi per andarsene quando: “Lasci stare le formalità, fuori servizio ci daremo del tu.” La parola perplessità esprimeva solo in parte i sentimenti di Alberto che confidò tutto a sua moglie.”Amore mio abbiamo in passato stabilito di essere anticonformisti, mettiamo in pratica il principio e se, necessario, mi comprerò anch’io un bichini ridotto, non pensi che farò la mia figura?” Che dire? Alberto si sdraiò sul letto seguito dalla moglie che cominciò a baciarlo, che la signora avesse assaporato mentalmente quello che la aspettava in vacanza? Bah. Alberto prima di partire fu raggiunto da una telefonata del Colonnello Barberini che, oltre a spiegarli come raggiungere la sua villa, gli chiese di acquistare due maschere, una  per lui ed un’altra per Anna dato che intendeva dare un ballo mascherato. Un ballo mascherato in pieno agosto sembrò ad Alberto fuori luogo ma a questo punto…Allora non c’erano ancora i navigatori satellitari,  Alberto con la carta stradale riuscì a giungere a destinazione. Una villa a tre piani bellissima, un grande spiazzale anteriore, una piscina con ombrelloni,  sdraie e Interni moderni e di buon gusto. Un vicino terreno coltivato da una famiglia di contadini che, per compenso, tenevano in ordine la villa e provvedevano alle cibarie. Una pacchia per Dalida. Ad Alberto e ad Anna fu assegnata una stanza con bagno all’ultimo piano, erano i primi la mattina a recarsi nella vicina spiaggia a prendere il sole gli altri a mezzogiorno quando il sole non fa bene ma…’unicuique suum’, ogni tanto Alberto ricordava di aver frequentato il liceo classico.
    I giorni passavano piacevolmente uguali, la sera tutti distesi ad ascoltare musica o dinanzi alla TV poi un venerdì: Alessandro (in vacanza non più Colonnello): “Per domani ho invitato gli amici intimi per una festa, tirate fuori le maschere. Alberto ne aveva comprato una per sé che gli copriva tutto il viso ed un’altra per Anna che le nascondeva solo gli occhi. Pian piano lo spiazzale si riempì di macchine di lusso, il Colonnello aveva amici facoltosi, Alberto con la sua Jaguar X type non sfigurava davanti a Rolls Roice, Bentley, Borg Ward ed analoghe marche. La signore, scese dalle vetture, si erano recate in una stanza appositamente preparata per depositare gli abiti e restare in bichini ridottissimi, era una calda serata di agosto. “Caro non farti uscire fuori gli occhi, sei ridicolo!” “E tu gelosa!” “Ci scommetti che rimorchio un maschione e ‘men vo non così parlando non onesta!’” “Ora la ridicola sei tu, per questa sera ognuno per conto proprio.” Alberto trovò un tavolino vuoto e fu raggiungo da Dalida. “Mon ami solo soletto, vuoi un po’ di compagnia?” “Graditissima. “Che ne dici se andiamo a parlare dietro l’edificio.” Alberto si domandò che significato aveva in questo caso il verbo parlare. Dalida: “Mi sei sempre piaciuto sia in divisa che in borghese, ti ho anche sognato ma non ho avuto il coraggio di…” “Non ti preoccupare, io e mia moglie siamo anticonformisti.” “Non so sino a che punto potrai capire, guarda…” e Marisa si tolse il bichini appalesando un pene che, anche se non molto grosso, era sempre un pene, Dalida era un trans! Ripresosi dalla sorpresa Alberto: “Anche tu mi sei piaciuta molto e subito ma per paura di tuo marito…, adesso non so che fare, sono sincero, non ho mai avuto contatti con un…cazzo!” “Io mi sento solo donna, quello è un particolare.” “Un particolare che non vorrei sentirmi nel didietro” pensò Alberto ma abbracciato dalla signora prese a baciarla in bocca e sul seno, nel frattempo il coso di Dalida divenne duro e la padrona prese una mano di Alberto e lo circondò muovendolo. Non ci volle molto, il coso cominciò ad emettere sperma sulla mano di Al. ma poco dopo la signora si mise in ginocchio e preso il ‘ciccio’ di Alberto ben dur,  se lo infilò non senza fatica (era molto grosso) nel suo popò. Dalida godette altre volte sia davanti che didietro con piacere anche di Alberto che per la prima volta aveva provato sensazioni inusuali. Al rientro, fra la folla degli invitati incontrarono il Colonnello che li salutò con la mano, aveva capito tutto ma non aveva voglia di parlarne. Anna, sempre mascherata, ballava con un fustone strofinandosi notevolmente, Alberto, preso per mano da Dalida fu condotto nella camera da letto della stessa e sul lettone la baby prese di nuovo a baciarlo con relative conseguenze. Dopo un tempo indefinito Alberto salì nella sua camera, letto vuoto, chissà cosa stava combinando la sua bella! Al risveglio nessuno dei due raccontò la propria avventura, un pizzico di mistero pare faccia bene alla coppia. Finale: Il Colonnello fu molto gentile col Capitano AlbertoM., scrisse a suo carico eccellenti note caratteristiche e lo propose per una promozione. Dopo quindici giorni dalla nomina al grado di Maggiore e il trasferimento alla sede di Siracusa al Comando di quel Gruppo, ad Alberto pervenne un biglietto di congratulazioni da parte del Colonnello Comandante Sasoguarfi con una postilla: “Grazie di non aver pronunziato la classica battuta sul mio cognome ‘A Roma hanno fatto meno danni i barbari che i Barberini’ e per non…”  Diventati anziani i due coniugi M. finalmente si confidarono quello che era avvenuto quella famosa notte: anche Anna aveva provato un uccello ma non quello di un trans!                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               
     
     

  • 10 marzo 2018 alle ore 22:25
    Senza la mia solitudine...

    Come comincia: In una delle poesie più brevi di Emily Dickinson, la grande poetessa americana, nata ad Amherst, Massachussets, il 10 dicembre 1830, e morta, sempre ad Amherst, il 15 maggio 1886 si legge "Forse sarei ancora più sola, senza la mia solitudine". Nel leggere questi pochi versi la prima cosa che ci avvolge è la sensazione di un prato mosso dal vento, saranno le tante S, allitterazioni morbide e rotonde che evocano il leggero fruscio del vento, saranno le parole sola – solitudine che fanno pensare al sole, ad una giornata luminosa, tersa, azzurra… e quindi un prato, con l’erba mossa dal vento, accarezzata come una persona cara. E già qui è sentirsi parte di un tutt’uno, di un’immensità. Non c’è tristezza in quei versi, né malinconia, semmai la gioia di amarsi, di vivere con sé come se fosse uno specchio in cui l’altro si può tuffare.
    Sarà che io fin da bambina ho provato, senza saperlo, quella stessa solitudine, quando abbandonavo i giochi rumorosi dei cugini in piazza o in cortile e me ne andavo nei boschi a camminare lungo i sentieri, solo io e la mia ombra, l’altra me, la mia gemella dentro di me. Avevo otto o nove anni,  ma chissà cosa meditavo, cosa pensavo quando mi staccavo dagli altri, dal gruppo, per starmene un  po’ da sola, quando mi intrufolavo nel sottobosco parlando da sola, sussurrandomi storie e canzoncine inventate, quando parlavo ad immaginari personaggi e creavo storie e avventure. Stavo via delle ore, fino al crepuscolo, salendo la montagna lungo la ripa del torrente, seguendo i sentieri dei cacciatori e dei boscaioli, in alto, in alto, fino alle cascate. Cantavo e gridavo, ripetevo l’eco, saltellavo e piroettavo, poi mi sdraiavo sul prato di una radura.
    Ero sola, ma non in solitudine. Ero una bambina, ero felice. La brezza sussurrava il mio nome, tanti nomi, quelli che conoscevo e quelli che sognavo, le foglie e i rami disegnavano volti che mi sorridevano, che vegliavano su di me, volti che conoscevo e volti che sognavo. I fiori assomigliavano a piccoli cuori di vita, un battito dopo l’altro, disposti così sparsi, lontani eppur vicini, come una famiglia, come tanti piccoli cuori umani, insieme, anche se ognuno solo con i suoi petali e i suoi colori. In quella solitudine io mi sentivo accolta, afferrata, completata e rinata.
    Oggi invece il mondo è solo, soffre la solitudine. Ne è piegato, schiacciato, spezzato. Ne ha paura. Io ho avuto quel grande, unico e stupendo privilegio: crescere cullata dalla solitudine, coccolata dal silenzio, amata da quelle lunghe ore tutte mie, da riempire con me stessa, con il mio io, con la mia compagnia.
    Ringrazio mio padre e mia madre, che non mi hanno mai impedito di vivere quella mia solitudine. Semplicemente mi attendevano, sapevano che ne avevo bisogno, che era essere  me stessa quel mio strano fuggire via.
    Non sono mai venuti a cercarmi, nemmeno quando pioveva, o quando  mi attardavo tra le rocce. Nemmeno quando le ombre della sera scendevano dalla montagna, nemmeno quando c’era la neve, o faceva freddo. Si fidavano e basta.
    Oggi c’è la paura che attanaglia i pensieri di un genitore, l’ansia di riempire il silenzio ad ogni costo, l’angoscia di allontanare la solitudine dai propri figli, vista come qualcosa di maligno, scuro, cattivo. E allora tutti a chattare, a digitare sullo smartphone, a partecipare a piazze virtuali. Tutti a fare rumore, ognuno chino sulla sua finestra, ognuno isolato da chi è vicino. Ognuno con gli occhi bassi, per non incrociare quelli del vicino, sconosciuto.
    Eppure solo stando con noi stessi, nel nostro cantuccio caldo e calmo, nel nostro prato accarezzato da una leggera brezza riusciamo ad assaporare e a gustare la vita. Con il silenzio come compagnia, dobbiamo ritrovare nell’intimo dell’anima l’arte di rallegrare l’anima. Solo così riscopriremo il valore di una parola amica, di un sorriso, di una mano che ci sostiene, che ci toglie dalle spalle i pesi della giornata quotidiana, che ci accompagna, che ci scalda. E impareremo di nuovo a volare, come una libellula che tende le ali azzurre verso il cielo. In alto a sfiorare i petali di un fiore, facendolo dondolare lievemente, come un accordo di musica che solo noi, nel nostro intimo, riusciamo ad ascoltare. E sarà “una continua festa”.

  • 10 marzo 2018 alle ore 15:18
    UN'EREDITÀ FRUTTUOSA

    Come comincia: Essere svegliati alle 24 dagli squilli del telefono metterebbe in fibrillazioni un po’ tutti noi come era avvenuto ad Alberto M. con accanto la consorte Anna che sbuffò molto finemente “Che palle!” Alberto assonnato: “Spero che sia qualcosa di importante, cortesemente chi sei?” “Sono il notaio John Fulgenzi, la chiamo da Sydney, scusi l’orario, il fuso …ma  penso che la notizia valga la pena di una sveglia notturna, lei è il signor Alberto M?” “Son io, mi comunichi almeno che si tratta di un’eredità, scherzavo, mi dica.” “Appunto si tratta di un’eredità, lei aveva un nonno col suo cognome e dal nome Alfredo?” “Mio padre mi disse che suo padre era emigrato in Australia ma ne ho perso le tracce.” “Suo nonno è deceduto tre giorni addietro, non volendo privilegiare i suoi parenti australiani, con cui è in dissenso, ha nominato lei erede universale, si tratta di una bel anzi di un eccezionale patrimonio, ben dieci miliardi di dollari australiani, ancora non ho fatto il cambio in  €uro …” “Notaio  dire che sono incredulo è il minimo come lei può immaginare, me lo confermi con un telegramma, grazie.” “Anna sono miliardario!” “Ed io la regina d’Inghilterra, buonanotte.” Alberto pensò: “Se hanno scassato i cabasisi a me altrettanto posso fare ad altri e così chiamò telefonicamente Salvatore S. suo cognato, funzionario della banca presso cui effettuava le sue operazioni finanziarie. “Salvo quanto vale in €uro un dollaro australiano?” “Cazzo, oggi è il primo aprile? L'ho sempre detto che...lasciamo perdere, se non ricordo male €.1.580.” “Grazie sappi che da questo momento sono miliardario!” “Vaff…”Dopo due giorni arrivò dall’Australia un telegramma di conferma specificando che, ovviamente, non era un somma in contanti ma che, volendo, lui, il notaio, poteva convertire in denaro corrente le varie attività del nonno (furbacchione il notaio!). La notizia ufficiale fu portata a conoscenza di Salvatore e  di Pina, sua consorte e sorella di Anna con la promessa di non svelarla a nessuno. Alberto prese da Reggio Calabria un aereo per Milano e poi un altro per Sydney dove giunse alle dieci del mattina; in attesa (interessata) c’era il notaio Fulgenzi, tipo imponente che, con in mano un cartello col cognome di Alberto; lo cercò e lo rintracciò fra i passeggeri e chiamò un taxi “Penso che sarà stanco, le ho prenotato la suite dell’albergo Royal di proprietà di sui nonno Alfredo." “Come inizio niente male pensò il neo miliardario, passando nei corridoi dell'hotel vide tante belle cameriere, da tener presenti, ma il destino…”Sono in contatto con due sue parenti, abitano in un quartiere di periferia, se vuole  l’accompagnerò dopo che avrà pranzato.” Alle quattordici il portiere tramite telefono avvisò Alberto dell’arrivo del notaio. Dinanzi l’albergo c’era una Bentley con seduto alla guida il buon Fulgenzi. Alberto si sistemò al posto del passeggero: “Bella auto!” “Sono i risparmi di una vita di lavoro.” “Un cazzo, tu sei un furbo matricolato ma a me non mi freghi!” pensiero di Al seguito da un sorriso. L’appartamento era al pian terreno,  il cognome di Alberto alla porta. Venne ad aprire una signora alta, giunonica senza trucco dallo sguardo duro ma tutto sommato niente male. “Non abbiamo bisogno di niente!” Alberto e notaio erano stati confusi con venditori ambulanti. “Gentile signora, sono Alberto M. e questo è il notaio Fulgenzi, avrà saputo della morte di nonno Alfredo.” “Si, quel maledetto ricco e spilorcio non ci ha lasciato un dollaro, che sia…” “Signora non si agiti, se permette ci sediamo, sono l’erede del nonno Alfredo.”La dama si riprese quasi subito: “Sono Milena V. vedova di Augusto M., vivo qui con mia figlia Aurora che sta tornando dall’università, come vede siamo gente modesta, io sono il coak di una palestra, Aurora è iscritta all’università e si arrangia a far la cameriera in un pub per arrotondare le entrate.” Classico ragionamento : ‘Tu sei ricco, sborsa qualcosa.’ Poco dopo apparve Aurora, bella come una aurora boreale la classificò Alberto e si alzò per un finto baciamano. Avuta conoscenza dei due venuti, Aurora sfoggiò un sorriso deliziosamente infantile, occhi verdi (ereditati dalla madre) e capelli castani e lunghi,  bocca invitante e nasino impertinente, il fotografo dentro Alberto si era appalesato! Aurora: “Allora posso chiamarti zio Alberto, ho sempre avuto il desiderio di conoscere i parenti italiani, lo era mio padre Augusto e mi parlava spesso della patria di origine.” Alberto: “Cara Aurora, nei giorni seguenti avrò bisogno di un interprete perché parlo francese ma non l’inglese, se per qualche giorno puoi lasciare il lavoro…” “Certo che può lasciare il lavoro anzi penso che potrà alloggiare in una camera al Royal dato che dista molto da casa nostra. (la quarantenne mamma dimostrò di essere una furbacchiona!). Dopo la cena in albergo Al. e Au. si presentarono al portiere di notte che non era quello di prima. “Vorremmo la chiave della suite e di una camera prenotata.” “Prego i vostri nomi, nel registro non mi risulta una prenotazione.”ribatté Harry il portiere e si recò in un vicino sgabuzzino dal quale telefonicamente avvertì la polizia, in Australia sono molto rigorosi in fatto di turisti. Poco dopo apparvero due agenti che chiesero spiegazioni. Alberto s’era rotto, un imbecille di portiere del suo albergo gli stava rompendo i zebedei. “Chiami immediatamente il direttore, sono il padrone del Royal!” Un signore in smoking dalla figura imponente si presentò e, resosi conto della situazione, fece accomodare tutti nel suo ufficio. “Signor M. innanzi tutto le chiedo scusa per il comportamento del portiere che, prima della polizia doveva chiamare me, è licenziato, se mi date i vostri documenti li mostrerò agli agenti così la situazione sarà sanata. I due agenti si guardarono in viso non sapendo che fare ma quando ebbero in mano il passaporto d Alberto e la crta di identità di Aurora con dentro cinquecento dollari ognuno, sfoggiarono un gran sorriso:”Tutto a posto!” Il direttore capì con chi aveva a che fare e diede la mano ad Alberto il quale, buono d’animo raggiunse il portiere che, piangendo, stava uscendo dall’albergo; gli mollò cinquanta dollari e:”Sei riassunto!” Un abbraccio da parte di Harry che riprese subito il suo posto. Aurora guardò in faccia lo zio Al. e: ”In camera mi sentirei sola, che ne dici di…” “Dico di si nipotina mia!” Volete sapere il resto, guardoni che non siete altro, ve lo svelerò: “Zione non ho la camicia da notte, vado in bagno e ne indosso una tua.” Inutile dire che la mente erotica dello zione era andata in tilt, nel vedere la nipotina uscire dal bagno con  una specie di tuta da ginnastica, si misero a ridere ambedue. “Forse è meglio che me la tolga e mi metta sotto le lenzuola.” Fece le cosa con calma facendo intravvedere un corpo f a v o l o s o che fece ‘innalzare’ ‘ciccio’ ben visibile ad Aurora che si mise a ridere, non riusciva a smettere. “Scusami non volevo prenderti in giro ma…non lo so nemmeno io della risata, appena ti ho visto mi sei piaciuto subito…che altro dirti? Sono fidanzata con Camillo che talvolta chiamo ‘camomilla’ è un bravissimo giovane e abbiamo stabilito di avere rapporti intimi solo dopo il matrimonio…” “In parola povere sei vergine e tale…” “Sono sincera, ho in testa una gran confusione, rifugiamoci sotto le lenzuola e…non so nemmeno io quel che dico, di colpo sono confusa!” Lo zozzone dello zio ti propone invece di restare sopra le lenzuola senza vestiti, che ne dici?” Per la secondo volta Al. ebbe la visione di quel corpo meraviglioso e per la seconda volta ‘ciccio’ prese ad aumentare di volume. “ Ce l’hai molto più grande di quello di Camillo, mi fa un po’ paura non che…” “Ti bacerò tutta dalla fronte ai piedini deliziosi (forse sono un po’ feticista) e senza porre tempo in mezzo cominciò dagli occhi, soffermandosi a lungo sulle tette, tralasciando il pube e infine i piedini in bocca ma: “Vorrei farti godere col cunnilinguus, non mi dire di no…” Il no non venne e Al si avvicinò dolcemente al monte di Venere, prima le grandi labbra poi quelle piccoline, Aurora era veramente vergine doveva provare una soluzione per togliersi dall’impasse senza spaventare troppo la baby col suo ‘alberone’. “Zietto anch’io  vorrei che tu fossi il primo come ti è successo con tua moglie…” “Qui ti sbagli, Anna aveva avuto rapporti con il precedente fidanzato ma questo non c’entra nulla, m’è venuta un’idea per non farti troppo soffrire: vorrei baciarti la cosina sino a giungere quasi a farti godere e poi…immisio penis come dicevano i latini, tu sei studentessa di lingue antiche…” Aurora aveva compreso ma era ancora esitante fin quando Al. cominciò a baciarle il fiorellino e lei a provare un piacere intenso poi ‘ciccio’  pian piano e con un po’ di dolore da parte dell’interessata si fece strada all’interno della ‘delicia umani generis’ per poi ritirarsi per evitare un possibile venuta al mondo di un AL.AU. Così era iniziato il rapporto tra zio e nipote. La mattina seguente le due cameriere del piano ricevettero cento dollari di mancia ognuna per far lavare a parte un lenzuolo con tracce di sangue... Un giorno Aurora fu chiamata dalla madre al telefonino (che Al. aveva regalato singolarmente alle due) per comunicarle che, al fine di non perdere l’anno accademico Au., doveva recarsi giornalmente all’Università e cosi Al. pensò bene di ‘arruolare’ Milena al posto della figlia prenotando anche a lei una stanza singola nello stesso albergo per evitare inutili pettegolezzi. Durante le ore di non lavoro Milena mise al corrente Al. del matrimonio a suo tempo celebrato con  Augusto M. il quale, benché non dotato fisicamente, la faceva divertire col suo umorismo e, come dicono i francesi, ‘donna che ride è già nel tuo letto’. Il defunto era ingegnere edile e, prima di morire per una caduta dal quinto piano di un edificando grattacielo di dieci piani del quale era direttore dei lavori, aveva prenotato un appartamento di duecento metri quadri al penultimo piano con vista sulla città. La sua morte aveva rivoluzionato la vita di MIlena e della giovane figlia che erano state costrette a rinunziare all’appartamento di lusso ed a mantenersi con lavori precari e vivere in una casa di due stanze, quella attuale, in un rione non residenziale. “Data la tua presenza fisica penso che da vedova avrai ricevuto tante proposte di matrimonio…” “I ‘ronzoni’ non sono mancati ma li paragonavo ad Augusto, non sarei riuscita ad andare a letto con nessuno di loro, sono schizzinosa,  e così…son qua!” Nel frattempo Al. aveva regalato ad Aurora una Mini Minor ed a Milena, dietro sua richiesta, una moto Ducati Monster 600, si era anche messo d’accordo col notaio di prenotare per madre e figlia quell’appartamento descritto da Milena.  Durante gli intervalli di lavoro a Mi. e ad Al. capitava di guardarsi negli occhi, (bellissimi quelli verdi della donna) per poi farsi una bella risata, ambedue avevano capito di voler …ma nessuno prendeva l’iniziativa finché un pomeriggio: “Alberto sei forse timido, guardandoti non si direbbe!” Un attacco diretto che portò i due nella suite, poi nella toilette ed infine sul lettone in cui la spaparazzata Milena col suo fisico statuario faceva una eccellente figura. Ad Alberto, vedendo quel corpo atletico, venne in mente la famosa frase: ‘Potrebbe schiacciare le noi con le cosce, meglio le noci che la sua testa!’ La mattina seguente il notaio Fulgenzi fu pregato di non presentarsi perché Al. non si sentiva bene, vorrei vedere chi, dopo una battaglia su tutti i fronti con una guerriera arrapata da anni di digiuno avrebbe avuto la forza e la voglia di alzarsi dal dolce giaciglio. Milena aveva sfoderato tutta la sua ‘sapienza’ in fatto di sesso facendo penetrare in tutti i suoi pertugi Il ‘ciccio’ di Alberto, questa volta era lui il ‘decisamente distrutto’. Dopo un mese, sistemati gli affari, il buon ‘Ulisse’ decise di ritornare nella sua Itaca accolto da una emozionatissima Anna che gli aveva preparato una cena a base di pesce, piatto preferito da  Al. “Stasera sei stanco del viaggio ma domani…” Anche stavolta Alberto dovette soggiacere alle voglie di un’altra vedova, questa temporanea ma arrapatissima! Due giorni dopo, il quindici di agosto, Sant’Alfredo, onomastico del nonno, Alberto si recò nella vicina chiesa  per incontrare il parroco don Teodosio che conosceva bene e con cui si dava del tu. “Alberto sei una fonte di sorprese, tu da ateo in chiesa? Ti sei convertito?” “No mio caro, ti mollo mille €uro per far dire tante messe al mio defunto nonno di cui oggi ricorre l’onomastico, mi raccomando vorrei che il prode nonnino andasse dritto in Paradiso, se l’è guadagnato! Alberto aveva ricordato la celebre frase di Enrico IV di Navarra che disse “Parigi val bene una Messa” figurarsi 10 m…..di dollari australiani!”
    Storia finita? Ma quando mai. Forte del potere del suo denaro Al. cominciò a guardarsi intorno in campo femminile, prima fra tutte Pina sua vecchia passione molto sensibile al dio denaro, finché ‘ciccio’ reggerà…

  • 08 marzo 2018 alle ore 18:18
    ANTONELLA IS ENOUGH!

    Come comincia: Antonella is enough! I decided: enough with the vision of your smile that penetrates my brain and gives the stura to my fantasies; just savor your effluvium that radiates in my interior and explodes in a sea of exciting sensations; it is enough with your breath as hot as the sand of the desert and that envelops me in a whirlwind of pleasant sensations; it is enough with your very sweet vision that slowly moves away until it disappears; enough with the fantasy of your breasts covered with a transparent veil that rises and falls rhythmically; enough with the diaphanous hands that caress my face; enough with your thighs that hold the flooded myomviso of a sweet, fragrant and calkda foam; enough with your eyes half open that penetrate me and give me a daily suffering. I walk among the people and I see you at my side smiling but you're just an elusive ghost!

  • 08 marzo 2018 alle ore 17:54
    ALBERTO AND THE SEA

    Come comincia: Albert and the sea. Lying on a deck chair, on the sand, his eyes closed, Albert looked sulky on a moonless night. He felt the noise of the waves that ran after the beach slapping the shoreline and then retreat silently. A light, fresh breeze caressed his body to his face, a pleasant sensation that reminded him of the caresses of his very sweet consort who, with the ever diaphanous and wise men, gave him a thrill all over his body. The landscape was sugary even if it aroused a bit of fear. On the horizon Calabria; its headlights were flashing, sometimes piercing the darkness.As flickering light at sea, fishing boats that with their lights were trying to attract fish.Incielo a star peeked in the clouds that chased each other hiding it and then rediscover it again . Aklberto was ecstatic, drunk with pleasant sensations, he felt optimistic, relaxed. In the tarpaulin of the cikelo he saw dancing girls covered only by a tiny kilt. "You see a good looking sleepy, you look for half an hour, put up your ass!" Albert's mother-in-law was not an example of subtlety!