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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 04 febbraio 2017 alle ore 12:46
    I diamanti di Johnny

    Come comincia: Il nonno Romualdo portava  la figlia Marta, la sua amica Annina ed i nipotini Vilma e Piero, ogni giorno, a prendere l'acqua al pozzo.  Firenze era stata liberata, i tedeschi non c'erano più, ma l'acqua corrente non era ancora tornata.
    Durante quelle passeggiate, che avevano anche lo scopo di distrarre i bambini dal pensiero della fame, incrociavano spesso un gruppo di soldati alleati che si erano accampati in un giardino, proprio vicino al pozzo.
    Una mattina, uno di loro fermò il nonno.
    «No buone quelle scarpe - disse indicando gli zoccoli che indossavano i quattro ragazzini - fare male ai piedi».
    Romualdo cercò di spiegare al soldato che non avevano altro. La miseria era nera, nel vero senso della parola,  e quelle povere calzature erano state ricavate da pezzi di legno ai quali  aveva fissato delle strisce di velluto che la nonna aveva ottenuto facendo a pezzi una vecchia giacca.
    Il giorno dopo, il giovane aspettò mio nonno lungo la strada che conduceva al pozzo e, quando lo vide arrivare, tirò fuori da un sacchetto quattro paia di sandalini e un pacco di gallette.  I bambini, per la gioia, saltarono al collo del forestiero in divisa. Mio nonno rimase molto colpito da quel  gesto disinteressato e fece amicizia con quel soldato.
    Il suo cuore romagnolo trovò conforto in quel ragazzo che veniva da un paese lontano.
    Si chiamava Johnny ed era sudafricano:  un biondino con gli occhi azzurri, simpatico e affabile, innamorato di Firenze e dell'arte. Al suo paese, raccontò, faceva l'ingegnere minerario.
    Romualdo e Fosca, i miei nonni. lo invitarono a casa: si erano affezionati al giovanotto. Lui non mancava mai di portare loro qualcosa, perfino cose eccezionali come la carne in scatola e le stecche di cioccolata.
    Un giorno, il plotone di Johnny ripartì.
    «Ti prometto di tornare in Italia, quando guerra finire!» disse al nonno stringendogli la mano.
     «Io scrivo a te e quando tornare  ti porto i diamanti delle nostre miniere».
    Lasciò tutti i riferimenti  del suo plotone e della sua casa: ma non scrisse mai.
    Romualdo, a dire il vero,  non credeva che Johnny sarebbe tornato con i diamanti, ma  era sinceramente  interessato alla sorte  di quel  giovane, che  gli sembrava  quasi un fratello minore.
    Pertanto, prese la decisione di farsi aiutare a scrivere una lettera in inglese da spedire alla famiglia, in Sudafrica:  la risposta arrivò, ma non fu quella che si aspettava.  
    Johnny era rimasto ucciso in un' imboscata, pochi giorni dopo aver lasciato a Firenze: non aveva più fatto ritorno alla casa dei suoi genitori.
    Il ricordo della sua amicizia e della sua generosità, però, è giunto fino a noi.

  • 27 gennaio 2017 alle ore 11:52
    L'ora della merenda

    Come comincia: Sbuccio una mela raccolta nel giardino dell'illusione, il suo sapore è un misto tra inezia e disperazione. Dicono levi il medico di torno, ma si dicono tante cose, ricordo si diceva tua la Prinz senza ritorno. Il cielo pare una trappola per topi, nuvole di lattice, se c'è la goccia è Gin, senza lemon, due cubetti di ghiaccio per sentirsi meno soli dentro all'addiaccio, polverine magiche avvallano fantasie lisergiche, sogni nel cassonetto, parola differenziata, paga tu che offro io, il potere logora gli esseri più scrupolosi, perfino Dio. Volta pagina, bianco Natale, farmacia chiusa per turno, mensa che profuma d'ospedale, vietato fumare all'interno di una cassa da morto, a maggior ragione trovandoti, da solo, potresti pure avere torto, ma anche ragione nel caso tu non sia avvezzo a praticare la libagione. Prima che la morte mi porti via vorrei fare una confessione geroglifica, terminandola con l'augurio a tutti di una vita più prolifica, meno incerta, roba da applausi a scena aperta; ho visto uomini umiliati e sconfitti aspettare, in silenzio, donne intente a lottare per la parità dei propri diritti, ho visto smemorati rievocare giorni mai vissuti senza accorgersi  minimamente di chi gli esplodeva accanto, adoperando la stessa dinamica con la quale il contadino si libera dei rifiuti, giustificandosi poi con l'enfasi del momento. Ho visto banconote muoversi come foglie e terminare ammassate, una sopra l'altra, che neppure il proprietario stesso era a conoscenza di averle mai possedute, ho visto pulcini asciutti con la bronchite, galline adolescenti fare buon brodo a cattiva sorte, ho visto volpi vendere il proprio corpo e orsi ricomprarsi la pelle, con il ricavato delle foche, dopo giorni e giorni di lavoro senza mai veder le stelle, ho visto rubare in casa del ladro prima che se ne andassero tutti quanti fuori a cena, ho visto scarpe mai indossate volare giù da un'altalena, ho visto spicchi di mela, come quello che mi è rimasto ora in mano, sostituire lune senza cruna ad interrompere il filo dei ricordi, ho visto un matrimonio tra due cani e prima di impartire loro la benedizione nessuno che sentì il bisogno di purificarsi le mani. Alla cerimonia ero il padre della sposa, giardiniere di quel piccolo lembo di terra dove ora la sua anima riposa, rosso di sera un desiderio non si avvera, a meno che non sia tu a dire te l'avevo detto. Allora sì che otterrai onore, ragione e rispetto.

  • 26 gennaio 2017 alle ore 7:06
    Russia 1989

    Come comincia: Non si può, durante un viaggio in Russia, non imbattersi in una riflessione sul sacro. L’oro delle cupole si accende di bagliori sullo scenario azzurro del cielo e sembra accompagnarti in ogni panorama. E’ un oro quasi dimenticato, proibito. Un oro sotterrato da un’ideologia che si adopera in quest’impresa illusoria e impossibile. Falce e martello al posto della croce, semplice.
    Ho visto a Murmansk, sperduta base polare dei sommergibili atomici, nella penisola di Kola, il loro polo nord, costruire una nuova chiesa ortodossa, con le antiche tecniche dei maestri d’ascia. Uomini e donne in una fredda mattina, tra un aroma di vodka e di resina, risate sguaiate di ragazze dalle mammelle enormi. Il secco suono delle asce, tra lo schizzare di una miriade di schegge. Non c’erano chiodi, ma solo abilissimi incastri. Una nebbia di gelo su tutto, anche sui pensieri. Una fretta nel gesto, di chi crea qualcosa di proibito, che presto verrà distrutto. Ciò che mi affascina è l’affiorare del sacro, laddove l’uomo cerca, per motivi politici, di cancellarlo. E’ una forza primordiale come quella dei teneri germogli, che a primavera forano l’asfalto, per venire alla luce. Non basta laicizzare un rito matrimoniale, per sotterrare l’elemento sacrale, che lo accompagna. Ho assistito a un matrimonio politico, presso la Casa dei Matrimoni, a Leningrado, e posso dire di averlo trovato ugualmente ricco di attese, tensioni, di un nostro matrimonio religioso. E’ pur vero che ci siano abili sostituzioni di ambienti e di personaggi: il mondo ecclesiale con quello statale comunista. Gli sposi sono tutti giovanissimi, non più dei diciotto anni. Impacciati, come la loro età comporta. Sono introdotti in una coreografia da operetta. Un breve sogno di fasto ed eleganza occidentale, che non appartiene a loro. I colori del folclore sono sostituiti da candidi vestiti di tulle delle spose, copiati da qualche rivista americana. Un’orchestrina di balalaiche è la presenza del passato. Serissimi e attenti suonatori, in costume, emettono note, che riconosco. Dopo Mendelssohn, un’improvvisa aria di Cole Porter, mi stupisce. Osservo il volto dei ragazzi: sognano su quelle note, evadono, viaggiano nel proibito. La coppia è al centro di un salone fastoso. L’oro si spreca e si riflette nei cristalli dei lampadari degli zar. I parenti, rilegati in un angolo, seduti su sedie comuni, hanno un fiore in mano e ostentano una mite eleganza contadina. Le donne, fazzoletti colorati, alla contadina, sul capo. Da dietro una vasta scrivania, in stile Luigi XVI, avanza incontro alla coppia, una stupenda creatura dal vestito di raso amaranto, lungo sino ai piedi. Mi chiedo quale grado abbia nella scala del partito. Capelli d’oro, raccolti sulla nuca. Lo sguardo, dolce e penetrante, accompagna la tonalità carezzevole della voce. Pause studiate, brevi frasi musicali che si perdono nella grande sala. La guardano con stupore, quasi un’apparizione. Il sì degli sposi, riconoscibile in ogni lingua, chiude la breve cerimonia. Medaglie del partito sono appuntate sui vestiti. Il sorriso è sparito, i volti sono seri. Gli sposi hanno una rigidità militare. Nell’angolo, genitori e parenti armeggiano con i fazzoletti incontro lacrime di sempre. Baci, abbracci, qualche sorriso. Il tutto molto contenuto. Lo sguardo, ora spento e severo, della donna d’oro, limita e mette soggezione. La prossima coppia la s’intravede, già pronta sulla soglia della sala.

     

  • 24 gennaio 2017 alle ore 22:11
    Adagio

    Come comincia: Non era per il vento gelido che ho richiuso la giacca.
    Non le  notti, ma i miei giorni hanno te addosso.
    Mi hai guardato la gola che è del mio corpo il tallone d'Achille. 
    Non per l'inutile fiume di parole che prima t'ha investito, ma per tutto quello che in fondo a cavernosi abissi non dico.

    Conosco a memoria le tue spalle, la schiena, l'aspirazione diabolica ad essere Dio.

    Non le notti, ma i miei giorni hanno addosso te. 
    Scriverò di impossibilità cosicché tu possa trovarmi, onironauta.
    Fatta di alta magia, come il vento che striscia sulle ringhiere. 

    Non di te, ma di sogni parlo.
    Che incedono sicuri come fiere. 
     

  • 23 gennaio 2017 alle ore 0:40
    Sirena

    Come comincia: Silenzio.
    Caldo infernale.
    Lo stridìo di un gabbiano isterico da qualche parte là fuori, in alto.
    La luce mi ferisce gli occhi...direi che ho dormito pochissimo e male. 
    Ma non mi sembra il mio letto e neppure una casa che conosco.
    Inizio a guardarmi intorno, mi giro e pian piano ricordo come sono finito a dormire qui.
    Lei dorme ancora, avvinghiata al cuscino come fossi io.
    Il cane pure.
    Finalmente...quella bestia non mi ha dato pace per tutta la notte, ora ricordo...
    l'ha passata a saltare di continuo su e giù dal letto e cercare di leccarmi la faccia mentre cercavo di addormentarmi, 'sto incubo a quattro zampe.
    Cerco di riordinare le idee: ieri ho ricevuto una chiamata da lei, sconvolta come non l'avevo mai sentita, allora ho mollato qualsiasi cosa stessi facendo, mi sono vestito in fretta e sono corso a vedere cosa stesse succedendo.
    In tanti anni di conoscenza non ero mai salito a casa sua.
    Era in piena crisi esistenziale, non riusciva neppure a riordinare i pensieri fra un singhiozzo e l'altro.
    Ho cercato di calmarla un pò.
    "Resti qui e ci guardiamo un film così provo a distrarmi?".
    Trovato un film che potesse tirarla su ci siamo stesi sul letto.
    Non riusciva a seguire più di qualche secondo, aveva una tale angoscia che si lasciava prendere dai suoi pensieri mentre mi stringeva la mano.
    Non c'era un modo immediato di farla rilassare.
    Conoscersi da tantissimo tempo e non aver mai avuto alcun tipo di contatto fisico  all'improvviso è diventato molto strano, perché era da un momento all'altro l'unico modo per entrare in comunicazione come le parole non riuscivano più a fare.
    Me la sono ritrovata abbracciata come una bambina spaventata, il contrario di tutto quello che era stata per me fino a solo poche ore prima.
    Molto di quello che credevo di sapere di lei fino a quel momento non valeva più, era come trovarmi davanti una persona diversa.
    Mai avrei pensato a qualcosa di simile, e mi sono trovato spiazzato.
    Le ore passavano mentre ci tenevamo stretti in silenzio e passavo il tempo a carezzarla.
    Sembrava solo un pò meno angosciata.
    Quando parlava seguiva un filo sconnesso di pensieri che spesso non c'era modo di cogliere per intero... non era un vero dialogo, spesso era un soliloquio a voce alta a cui assistevi senza poter fare o dire molto.
    Del resto non c'era molto da dire per farsi ascoltare.
    Così dopo qualche ora sono sceso a prenderle del cibo fresco, tanto per mettere sotto i denti qualcosa... avevo bisogno di staccare un attimo la testa da quella situazione improvvisa e farne il punto.
    Quando sono tornato le cose non andavano molto meglio, si trascinava attanagliata dall'angoscia fra il letto e la cucina senza sapere veramente cosa fare.
    Così ci siamo mangiati un boccone.
    "Non lasciarmi sola stanotte": cambio di programma.
    Ormai ero li' e mi preoccupava l'eventualità che potesse combinare qualcosa di stupido, così com'ero su due piedi sono rimasto.
    Era una giornata di primavera avanzata ma la temperatura era già estiva.
    Ci siamo presi la mano e ci siamo stesi al buio, mentre l' afa saliva dall'asfalto e l'aria si faceva immobile e attaccaticcia.
    Abbiamo dormito un pò, poi ci siamo accorti di essere svegli entrambi.
    "Come ti senti?"
    "Non smette...non smette...se provassi a massaggiarmi un pò, forse...".
    Mi misi a massaggiarla.
    Tutto mi sembrava nuovo e strano... la situazione in cui mi ero trovato... quella casa e quel letto... lei che non era la persona sicura grintosa e determinata che avevo sempre conosciuto... e adesso che la sfioravo mi sembrava la stessa ragazzina che avevo conosciuto tanti anni prima.
    Era minuta ma molto bella, femminile come non l' avevo mai veramente considerata.
    Le volevo bene, ero in pena per lei, vederla così atterrita mi faceva male, mi aveva preso in contropiede trovarla improvvisamente così smarrita.
    Volevo davvero proteggerla... e non sapevo come.
    E così nel dormiveglia ho iniziato a carezzarla e l'ho massaggiata a lungo, ci ho messo tutto l'impegno che potevo... abbiamo continuato per ore, pian piano si è lasciata andare, e mi sono lasciato trasportare anch'io, siamo finiti abbracciati stretti:
    "Non avrò mai più un uomo".
    Ma che le salta in mente, adesso?
     "Che ti sei messa in testa?!".
    Lentamente nel dormiveglia abbiamo iniziato a baciarci.
    Non avrei mai pensato a qualcosa di simile...era fra le mie braccia, bella e dolce come non sapevo fosse... se voleva un uomo normalmente se lo prendeva senza tanti complimenti, era molto diretta e determinata, eravamo sempre stati mondi distanti.
    E quella distanza all' improvviso sembrava svanita nella notte... il caldo si insinuava ovunque e ti stordiva come una nebbia, e lentamente ero scivolato dove non avrei dovuto finire... non era nei miei pensieri finire in QUEL letto... e prima ancora di rendermene pienamente conto ce la stavamo intendendo.
    Era qualcosa di pericoloso e la percezione del pericolo non si era immediatamente fatta strada oltre la sorpresa del momento.
    Ero travolto dalla stranissima sensazione di stare fra le braccia di una persona che conoscevo da anni e non avevo mai preso davvero in considerazione come donna, e all'improvviso sentivo tutta la sua femminilità esplodermi addosso nella notte afosa.
    Probabilmente la lucidità è mancata anche a me in quel momento.
    Poi ricordo che ci siamo addormentati abbracciati, e in mezzo a tutto questo il continuo zampettare salire e scendere del cane.
    E adesso... lei dorme abbandonata al suo cuscino... è così abituata alla sua indipendenza che ne ha uno solo, neppure concepisce di portarsi qualcuno in casa.
    È imbarazzante questa intimità, mi sento come avessi violato qualcosa.
    Le carezzo appena i capelli e molto lentamente mi alzo dal letto.
    Devo andare in bagno, ma non voglio svegliarla.
    Recupero i jeans dalla sedia e lentamente mi dirigo fuori dalla sua stanza.
    Ho assolutamente bisogno di una rinfrescata per svegliarmi e decidere il da farsi.
    E poi... porca vacca... fra poco dovrò andare al lavoro, e ho una cera da fare schifo.
    Mi si legge in faccia ogni minuto che ho passato a non dormire.
    L'afa fa il resto.
    È successo qualcosa di molto strano stanotte, non so se è stata la cosa giusta ma con tutta probabilità è successa nel momento sbagliato.
    In questo momento è solo la sua paura, non può scegliere, non può volere, non può decidere.
    Lei no... ma io si.
    Non possiamo prendere questa piega, potrei ferirla.
    Non voglio che si aggrappi, voglio una persona che mi scelga ad armi pari, e adesso semplicemente non è possibile.
    Esco dal bagno, infilo la maglietta e le scarpe, recupero le mie cose.
    La guardo...dorme ancora.
    È  così bella adesso, vinta dal sonno...
    Ha addosso dei leggins in tinta con le lenzuola, che per qualche strana coincidenza cromatica le fasciano strette le cosce e per poi allargarsi come fosse lei stessa a sciogliersi da carne a tessuto... una piccola sirena fatta per metà di quelle lenzuola... come se dovesse rimanere così imprigionata in quel letto per sempre.
    Certi attimi sono così particolari nella loro perfezione che non puoi scordarli, ti mostrano per caso qualcosa di più, tu hai solo la fortuna di avere gli occhi diretti nel punto giusto quando arrivano.
    E io non scorderò questo attimo e questa notte.
    Voglio ricordarla così, com'è adesso, la notte che per un attimo siamo stati qualcosa di più.
    Le faccio una foto e le dò un bacio sulla fronte prima di uscire.
    Mi dispiace sirena, magari troverò un modo migliore per aiutarti, ma così no.
    Sei anche troppo femmina, ma non sei ancora abbastanza donna.
     

  • 17 gennaio 2017 alle ore 12:58
    Altro

    Come comincia: Era una giornata grigia di mezza stagione e la luce già incerta sembrava prossima a scendere nel giro di un'ora.
    Sembrava sul punto di piovere, salutai tristemente la persona con cui mi trovavo e che non poteva trattenersi oltre, e mi incamminai.
    Davo occhiate frettolose in alto per capire che aria tirava, e non prometteva nulla di buono.
    Pian piano il cielo si stava incupendo, il grigiore diventava più plumbeo col passare dei minuti.
    I lampioni iniziavano ad accendersi, ero vestito leggero e sarà stata la premura di non bagnarmi, il pensiero di chi avevo appena salutato e speravo presto di rivedere, o la poca pratica che avevo del luogo, fatto sta che mi accorsi in ritardo di aver imboccato la  strada sbagliata.
    L' idea non mi piaceva, qualche sporadica goccia iniziava già a umidire il selciato.
    Non so il motivo, eppure invece di tornare indietro proseguii comunque per quella strada che credevo solo di conoscere, ma in realtà, stavo scoprendo col passare dei metri, non sapevo davvero dove mi stesse portando.
    Pensando di poter recuperare terreno imboccai un viottolo che la intersecava, mentre man mano la via maestra si era andata facendo meno ampia e meno frequentata.
    Il viottolo sterrato mi portò nel volgere di poco in una specie di spiazzo cinto malamente da una rete di fil di ferro, che superai agevolmente.
    Mi sembrava di vedere una strada che proseguiva in lontananza oltre lo spiazzo verso la direzione nella quale avrei dovuto trovarmi, e così mi diressi da quella parte.
    Quasi subito però sui lati dello spiazzo, ingombro di ciarpame e collinette di materiale da riporto vario come fosse una specie di discarica o di deposito semi-abbandonato, notai un cancello malandato.
    Con un brivido appena lo ebbi superato mi accorsi della presenza al suo interno di un grosso cane scuro, mal tenuto e disposto peggio.
    Pochi secondi e la bestia iniziò ad abbaiare e ringhiare rabbiosamente da dietro il cancello malfermo.
    Lo avevo superato di poco diretto verso il sentiero alla fine della radura, sperando che la bestia avrebbe lasciato correre se non l'avessi infastidita, quando notai che il cane, salto dopo salto, stava al contrario guadagnando la cima del cancello man mano che procedevo.
    Non sembrava esserci anima viva: eravamo solo io, il cagnaccio famelico e la pioggia imminente.
    Mi guardai intorno: ero visibilissimo e raggiungibilissimo in pochi balzi.
    Fra il ciarpame vidi un paio di vecchie cadreghe abbandonate nei pressi di un alberello non molto alto vicino a un altro lato della rete di metallo leggero che delimitava quel posto malsano.
    Avrei potuto fare due cose, ma la velocità con la quale cerbero si sbarazzò del cancello me ne permise una sola.
    Riuscii a guadagnare le cadreghe e ad afferrarne una in tempo per poterla brandire in alto quando arrivò a portata e mi puntò.
    La roteai lentamente un paio di volte senza esagerare per tenerlo a bada.
    La bestia ringhiava e si preparava ad attaccare.
    Con l'adrenalina a mille pregai di non mancare il bersaglio, trattenni il respiro e quando saltò diretto verso la mia gola vibrai in orizzontale e descrissi un arco con la sedia.
    Il suo balzo si interruppe nel fracasso della sedia che andò in pezzi.
    Fido rovino' a terra intontito.
    Non sarebbe stato per molto: mi rimanevano solo pochi secondi.
    Saltai verso l'altra cadrega e da quella cercai di raggiungere l'alberello per issarmi fuori dalla portata di quelle fauci bavose.
    Cerbero mi seguì di pochi secondi e azzannò l'aria vicino al mio polpaccio nel momento in cui mi stavo aggrappando a un ramo.
    Mentre mi stavo tirando su, sperando che la bestia non stesse usando la sedia nello stesso modo, mi accorsi che oltre la rete metallica la strada si stava riempiendo di gente.
    Forse ero salvo.
    Ansimando ancora mentre mi aggrappavo alla disperata all'albello con l'animale subito sotto ancora molto vicino e pronto a farmi la festa, iniziai chiedere aiuto cercando di farmi sentire sopra quel tumulto di persone in arrivo.
    Sembrava esserci una discussione, o una sommossa.
    Individui vari dalla pelle chiara stavano urlando cose che non capivo verso altri dalla pelle più scura.
    Urlai sperando che uno qualsiasi di loro mi vedesse e venisse a prendermi.
    Il tumulto nel giro di poco scavallò la recinzione leggera e a quel punto il cane, rabbioso forse ma certo non scemo, e piu' ancora spaventato dal baccano, se la diede a zampe levate.
    Così io mi ritrovai appeso all' albero, circondato da facce nere e non molto raccomandabili che mi guardavano in modo indecifrabile.
    Sentii diverse mani tirarmi giu' e mi ritrovai sballottato e strattonato in mezzo alla turba.
    La gazzarra però era sul punto di scoppiare: volavano spintoni, si sentivano parole con tono velenoso da diverse parti, ma io non capivo cosa dicessero; la prima linea di quella battaglia  cambiava di attimo in attimo, cercavo di starne alla larga ma non era facile.
    Velocemente un cuneo di facce bianche si stava insinuando verso il punto in cui mi trovavo.
    Intuendo l'antifona continuavo a cercare di andare nella direzione opposta ma il muro umano dietro di me mi rendeva lentissimo e scivoloso ogni movimento, come una risacca angosciosa che ti ributta dove non vorresti.
    Una faccia bianca mi sibilò qualcosa che non potevo capire.
    La tensione e gli spintoni stavano aumentando di attimo in attimo, come l' elettricità nell' aria prima del temporale che stava per scoppiare.
    Ma quando l'esplosione di una fitta d'acciaio mi penetrò il fianco...ecco, quello fu  il primo e unico lampo che vidi prima del buio.

    "Non sai mai di essere l' altro finché un altro non te lo dice".

  • Come comincia: Asaliah era l'unico Angelo Custode infelice del Paradiso, per questo chiede a Dio di favorire la sua parte umana, concedendole l'opportunità di tornare sulla Terra in tale veste, per poter vivere una vita terrena con il neurochirurgo conosciuto nella sala operatoria dove era stato operato il suo ultimo protetto e di cui si è perdutamente innamorata. Ottenuto il consenso divino, si sposa e dà alla ...luce Yezalel, la sua splendida bambina, piccolo mezzo Angelo, tuttavia la sua esistenza è oscurata dalla presenza di entità demoniache che la perseguitano, fino ad arrivare a rapirle sua figlia, alla tenera età di cinque anni, per condurla negli inferi. Catapultata nell'atroce dimensione demoniaca, le viene rivelata un'incredibile, quanto terribile verità.

  • Come comincia: Asaliah was the only unhappy Guardian Angel of Paradise, so he requested and obtained from God to return to their robes half-human, to live his life with the neurosurgeon who had known, in that operating room where he was last operated. He married and had Yezalel, his daughter, but, unfortunately, his life was overshadowed by the presence of demonic entities that haunted her, coming to abduct her ...child, at the age of five years, to lead her to hell, where learned a terrible truth.

  • 07 gennaio 2017 alle ore 18:24
    Il piccolo Miki

    Come comincia: L’abbaiare disperato del piccolo Miki sembrava sgretolarsi contro le invisibili pareti della strada. Una strada buia, deserta, fredda. Appariva vuota e chiusa, dentro una dimensione tutta sua. Una trappola orribile per un bianco maltese indifeso e impaurito. Il cucciolo voleva tornare a casa dai suoi padroni il prima possibile. Perché non erano ancora qui? Il buio ululava come un lupo e per un cucciolo rimanere avvinghiato tra le braccia della notte era pericoloso. E la solitudine era così opprimente. Che fosse successo qualcosa ai suoi padroni? Non ricordava molto, solo una spinta violenta, e poi la pietra dura graffiare le zampette inferiori dando modo al dolore di scaturire un liquido denso privo di odore.
    Non c’era molta luce, e la paura danzava come la nera signora in attesa di metterlo al guinzaglio, per condurlo all'inferno per sempre. Ma non aveva fatto niente di male, a parte i suoi bisogni sullo zerbino di casa. Era la pipì, il suo più grave errore?
     “Non farò più pipì” si promise Miki, gemendo e muovendo la testolina spaventato.
     I padroni non lo volevano più? Faceva sempre le feste a tutti e lasciava chiunque accarezzare il suo pelo candido come le ali di un angelo.
    “Vi prego, siete la mia famiglia!” gridò il cuoricino di Miki. Aveva fame, sete, e tanto bisogno di affetto.
    Il maltese non sentiva più la coda, le zampette, il muso. Non sentiva più odori e rumori, e vedeva solo una strada ghiacciata e nera come la pece. Forse stava morendo? I suoi pensieri s’arrampicavano nell'oscurità e il desiderio dell’accoglienza aleggiava tra brusii celati nell'oblio del colore del fango. Il freddo della notte divorava ogni frammento di striscia bianca sulla strada senza pietà.
    “AIUTO!” Miki mandò un altro guaito, con tutta la forza rimasta in corpo, al punto di svenire. Un suono straziante e doloroso. Pianto e tristezza. Il tormento di un piccolo cuore che desiderava solo un po’ d’amore dalla famiglia che l’aveva adottato.
    All’improvviso due fari nella vita notturna illuminarono un fagotto niveo sul ciglio della strada.
    Un’auto blu frenò di colpo alla vista di quella strana cosa, sprofondata in totale agonia. Lo sportello si aprì e scese un cinquantenne, alto e robusto, dotato di una capigliatura bruna e folta.
    «Povero cucciolo!» esclamò l’uomo sorpreso e allo stesso tempo disgustato da quella scena. Un dolcissimo maltese bianco abbandonato in strada, al freddo e al buio. Prese in braccio il cane con delicatezza e lo strinse con amore, come se fosse un neonato.
    «Tranquillo, mi occuperò io di te. E mia figlia ti farà tanta compagnia.»
    Miki aprì gli occhietti, neri e teneri, poi osservò quella dolce illusione di stile natalizio.
     «Povero piccolo. Va tutto bene, tranquillo» disse il suo nuovo padrone caricandolo in macchina e coprendolo con una coperta rossa.
    “La punizione è finita? Perché, signore, io non ho fatto nulla”. 
    «Ora hai trovato una nuova famiglia. E nessuno di noi ti abbandonerà mai, neanche se sporcherai i nostri letti con i tuoi bisogni» disse l’uomo, come se avesse percepito l’angoscia dell’animale. E poi prese a guidare con calma, fino a una casa illuminata di luci multicolore, dove l’albero di Natale emanava bagliori di serenità e pace. Note musicali si trasformarono in poesie incantatrici, circondate da fulgori di speranze e amore.
    La notte di quel meraviglioso Natale aveva compiuto il suo nuovo miracolo, e l’amore aveva salvato per l’ennesima volta un cane abbandonato.
     
    Premio speciale della giuria “i grandi temi sociali” per il racconto “Il piccolo Miki”al premio internazionale di poesia e narrativa
     “Dal Golfo dei Poeti - Shelley e Byron, alla Val di Vara” edizione 2016

  • 07 gennaio 2017 alle ore 18:19
    La rosa nera

    Come comincia: La rosa nera
       Le bertesche plumbee di un maniero  s’innalzavano nel cielo turchino del giorno. Le finestre istoriate erano un po’ sporche e i lati parevano funghetti neri e velenosi. In quella struttura, però, c’era ancora l’originario splendore e la dimora signorile, che imitava i castelli del Medioevo, era guarnita da un meraviglioso campo destinato a fare compagnia a qualsiasi creatura notturna o diurna. Un laghetto silenzioso azzurrognolo era nitido e brillava sotto i raggi di un debole sole autunnale. I padroni della residenza erano il conte Oscar Odd e la bella contessa Angelina, ed erano ricchi e molto conosciuti. A loro non mancava nulla, a parte un po’ di felicità. Angelina era una donna alta e magra, con il volto attorniato da una fitta capigliatura biondo cenere che scendeva lungo le spalle. Aveva due occhi grandi da gatta furba che guardavano attentamente tutto ciò che stava intorno. Non poteva avere figli e il conte era dispiaciuto, sia per la consorte, sia per il fatto che in quell'immensa tenuta sarebbe stato bello vedere delle creature alte un metro e dieci correre dappertutto. Sarebbe stato bello vedere quelle grazie naturali saltare, urlare, rompere quel silenzio deprimente che spesso e volentieri sovrastava i corridoi del maniero; belle creature che avrebbero portato il calore e l’allegria nelle fredde e tristi hall della reggia. Per questo Angelina si sentiva depressa, infelice, debole e stanca. Certe cose non riusciva a farle e alle volte si abbandonava a pianti isterici. Le uniche cose che sollevavano un po’ il morale alla contessa erano delle pitture appese alle pareti che raffiguravano imbarcazioni, spiagge ambrate e il sole, che sembrava così reale che andava a riscaldare tutto ciò che circondava l’infelice donna.
    «L’atmosfera è rilassante».
    Alla presenza del consorte, Angelina si allontanò dalla finestra della sala da pranzo.
    «Sei tornato?»
    «Come ti senti? Questa notte non hai dormito» disse il conte avvicinandosi alla moglie.
    «Sto bene».
    «Cara, sai che giorno è oggi?»
    «Il nostro anniversario di matrimonio» rispose Angelina, priva di emozione.
    «Sì, mia cara. Ho un dono per te».
    «Un dono?»
    «Sì. Aspetta qui» rispose il marito. Baciò sulla fronte la coniuge e uscì dalla sala con passo soffice.
    Tornò poco dopo, non da solo, in compagnia di una bambina nera sugli otto anni, dotata di una bellezza particolare. L’insieme di occhi, capelli e labbra sembrava un dipinto prezioso. La magrezza pareva una forma di denutrizione, ma in realtà era dovuta alla costituzione. Indossava un vestito scuro come il carbone che le stava largo, e la, striscia bianca di denti batteva come un martello ammattito per la paura. Vedendola, Angelina rimase per un attimo ammutolita dalla meraviglia.

    «Cosa significa?»
    «Te lo spiego subito, mia cara. Questa è Katia, la tua serva personale, nonché il mio regalo per l’anniversario di matrimonio».
    La donna fece un profondo respiro. Poi fu sopraffatta da una voglia: il suo disperato desiderio di avere un figlio, di abbracciare e amare la sua innocente creatura. Una lacrima calda le rigò la guancia sinistra.
    «Bene…» disse col nodo alla gola, dopodiché non aggiunse altro e si ritirò nella stanza da letto.
    Katia fu scortata da un’anziana servitrice nella camera che le avevano assegnato. Agli occhi della bambina, la reggia doveva sembrare una fortezza nel quale regnava solo la tristezza, come la notte che venne, malinconica e nostalgica.
    Al primo albore del giorno Angelina si svegliò, percossa da un presentimento. Dopo  aver indossato la veste da camera azzurrognola, uscì nel corridoio, dove la sagoma della piccola ospite si muoveva quatta.
    «Katia?» la chiamò.
    Nella penombra, due lacrime affiorarono negli occhi tristi e dolenti della ragazzina.
    «Signora… madame… perdono… io non ho nessuno al mondo… e nessuno mi ha mai insegnato a fare la serva…»
    «E vuoi andare via?» chiese la contessa, osservando il piccolo bagaglio che la bimba portava sulle spalle.
    «Sì… per imparare a fare la serva».
    Angelina sorrise alla piccola. Allungò la mano e disse: «Non ce n’è bisogno. Vieni con me».
    Affrontarono insieme una scalinata alabastrina, tutto intorno era grande e lussuoso.  Katia pensò a quale castigo fosse in serbo per lei per aver cercato di scappare, mentre la padrona aveva in mente tutt'altra cosa, una cosa che molti pargoletti orfani avrebbero gradito: un mondo fatto d’amore, calore, balocchi e comprensione.
    Angelina donò alla bambina una stanza colma di giocattoli e ninnoli, dove bambole, marionette e modellini aspettavano di essere toccati, presi e baciati.
    «Che succede?» giunse improvvisa la voce del conte.
    L’uomo curiosò dentro la stanza e per la prima volta vide un fiore, una bellissima rosa nera ricca di purezza, innocenza e naturalezza.
    «Succede… che abbiamo una figlia» mormorò la consorte.
    Oscar, preso dall'emozione che all'inizio sembrava un niente, abbracciò la moglie e mormorò: «Sì, cara. Se a Katia va bene, abbiamo una figlia».

  • 06 gennaio 2017 alle ore 13:37
    Ciliegi in fiore

    Come comincia: Ti ricordi? Quando venimmo a vedere questa casa sulla collina di Torino ce ne innamorammo subito, ma soprattutto ci colpì la grande terrazza coperta, quadrata, comunicante col cucinino. Fu naturale immaginare pranzi e cene consumati lì durante la bella stagione, nel silenzio della natura. L’abitammo quasi subito. Tu al mattino andavi via, a lavorare, ed io trascorrevo la giornata organizzando qualunque cosa per farti felice. La terrazza fu la mia prima preoccupazione: un tavolo con le sedie, una poltrona di vimini, un mobiletto con sopra il giradischi. Io e i miei inseparabili dischi. C’era sempre musica in casa, soprattutto canzoni, le nostre canzoni. Quando da sopra riconoscevo la tua auto che saliva lungo la ripida strada per raggiungere casa nostra, mi agitavo, mi batteva forte il cuore. Controllavo che tutto fosse pronto per accoglierti, perfetto, e la musica fosse quella che preferivi. Imparavo ricette nuove e aspettavo col fiato sospeso il tuo giudizio. Mi nutrivo dei tuoi complimenti, in realtà mi nutrivo di qualunque cosa tu dicessi, facessi, non esisteva niente di mio. Tu potevi decidere la mia felicità o viceversa la mia tristezza solo con un’occhiata, solo con poche parole, o magari con una telefonata: stasera farò molto tardi, non aspettarmi per cena. Come se io avessi potuto cenare da sola, certo che ti aspettavo, ero allenata all’attesa, aspettare era la cosa che sapevo fare meglio.
    E’ arrivata finalmente la bella stagione ed oggi il sole splende. Oggi hai mezza giornata libera nel pomeriggio, davvero qualcosa di eccezionale. Ho apparecchiato la tavola fuori in terrazza, ho preparato una pietanza che ti piace tanto e che so mi riesce bene, il bottiglione di vino è al fresco sotto l’acqua corrente nel lavandino, come vuoi tu. La mia vicina mi ha anche dato dei fiori del suo giardino che ho sistemato in un vaso e appoggiato in un angolo del tavolo. Non riesco a stare seduta nell’attesa, continuo a controllare che sulla tavola non manchi niente, continuo ad affacciarmi, sono impaziente di vederti arrivare, e finalmente ecco spuntare la tua auto in fondo alla salita. Corro nel bagno a specchiarmi, sì, tutto a posto. Corro anche a cercare un disco che ti accolga quando entrerai in casa. Trovo Frank Sinatra e faccio partire la musica.
    Sono contenta di come è andato il pranzo, sono contenta del pomeriggio che ci attende. Sei sempre così impegnato...oggi è un autentico regalo. Siamo tutti e due affacciati al parapetto della terrazza e mi tieni un braccio intorno alle spalle. Niente altro esiste, niente altro conta. Con immensa dolcezza mi sussurri due parole taglienti come coltelli: ti lascio.
    La tavola è ancora apparecchiata e nei bicchieri è rimasto del vino, le posate sono appoggiate disordinatamente accanto ai piatti. Penso che devo sparecchiare. Rimango incollata al parapetto della terrazza, incapace di muovermi o di parlare. Penso ostinatamente che devo sparecchiare. Tu rientri in casa e cominci a radunare la tua roba ed io, no, penso che non è possibile, devo avere capito male, non puoi avermi detto che mi lasci in questa giornata luminosa, splendente, non puoi avermelo detto di fronte a questa distesa di ciliegi in fiore disseminati a perdita d’occhio lungo il pendio della collina.
    Non rispondo al tuo “ti telefono” dal vialetto sottostante, non rispondo. Continuo a fissare i ciliegi in fiore che ormai sono soltanto una immensa macchia bianca che danza fra le mie lacrime. E comunque devo sparecchiare.

  • 05 gennaio 2017 alle ore 22:56
    Dal freddo inverno russo la Madonna del Don

    Come comincia: È inverno, silenzio bianco sulle alture e fuoco acceso nel camino. Viene spontaneo il ricordo di un altro inverno, remoto nel tempo, quasi un’altra vita. Eppure si muore ancora nelle terre squarciate dalla guerra, tra i rami spogli delle alture trafitte dal gelo e le rocce bianche 
    Nell’inverno della steppa russa, tra l’imperversare della bufera, i soldati Alpini avanzavano sorretti solo dalla loro tenacia e dal senso del dovere a cui mai sarebbero venuti meno.
    Buio intorno, gelo nel cuore e negli occhi, solitarie distese di campi  a perdita d’occhio, in una profondità senza fine. Era l’inverno del 1942 e i soldati italiani erano ragazzi di vent’anni, strappati alla loro terra, gettati sull’altare del potere come agnelli, o angeli immacolati.
    I contadini dei villaggi russi semisommersi dalla neve erano povera gente, la stessa in ogni parte del mondo, per loro la Guerra dei Grandi non aveva alcun significato, perché per loro, e per i soldati Alpini, non sarebbe cambiato nulla, se non il nome di qualche  città, o paese, ma la fame, la fatica, la miseria, la sopravvivenza quotidiana, sarebbero stati gli stessi, sempre, immutabili come il volgere inesorabile delle stagioni, o della Vita.
    Una vecchia contadina del villaggio di Belegorije chiese ad un giovane alpino di aiutarla a recuperare alcune povere cose dalla sua isba quasi distrutta dai combattimenti.
    Tra le macerie ecco apparire un’icona della Vergine Addolorata, trafitta dai Sette dolori, dolente e armoniosa al tempo stesso. Il suo vero nome è “myrovlita Icona della Madre di Dio “Addolcimento dei cuori malvagi” (“Semistrelnaya”). Secondo gli abitanti, l’icona proveniva dal monastero della Resurrezione di Belogorskog vicino a Pavlovsk. Gli italiani la chiamarono “Madonna del Don”. Fu un raggio di luce per i soldati accecati dal bianco.
    La vecchia contadina la regalò al Cappellano del Reggimento e lui pose quell’immagine delicatissima sulla porta d’entrata della capanna adibita a piccola cappella. Si avvicinava il Natale e gli Alpini cominciarono subito a rivolgersi alla Madre Celeste chiedendo pace, consolazione, vicinanza, coraggio, forza.
    Tremavano nei loro pastrani troppo leggeri, quei fragili ragazzi chiamati alla guerra, e il Generale Gelo stava serrando nella sua morsa ogni rivolo d’acqua, il fiume Don stava ghiacciando e la profondità della notte accerchiava la mente e i movimenti fino a incatenare ogni spirito, ogni ardore.
    Il cappellano, Padre Narciso Crosara, verso la metà di dicembre del 1942, affidò l’Icona ad uno dei soldati che doveva rientrare in Patria perché la madre stava morendo. Gli diede il compito di portarla a sua madre, cioè la madre del cappellano, affinché la Madonna Addolorata divenisse conforto per le tante migliaia di mamme in attesa, che non avrebbero festeggiato nessun Natale, se non con la trepidante attesa di un ritorno.
    La Madre Santissima avrebbe cullato i tanti cuori spersi dietro i vetri, le tante figure in grembiule sedute accanto alla finestra, e avrebbe raccolto il dolore delle mamme  che non avrebbero mai più rivisto i loro ragazzi. Sicuramente, quando avessero saputo che proprio davanti a quell’Immagine i loro figli avevano pregato e tremato, loro, le mamme, li avrebbero sentiti vicino anche solo per un istante di respiro e di preghiera.
    Padre Crosara sopravvisse alla guerra, tra i pochi che riuscirono a superare il Passo e ritornare a casa. Per lui fu naturale ritrovare la Sacra Immagine dell’Addolorata, e cominciò un cammino portandola in giro per l’Italia, affinché la Madonna potesse alleviare il grande e infinito dolore delle mamme che avevano perso i figli lassù nella steppa russa.
    Dopo il Pellegrinaggio itinerante, la Madonna del Don si fermò, e fu deposta nel Santuario dei Frati Cappuccini a Mestre, dove ancora oggi silenziosa raccoglie i pianti invisibili di ogni mamma.
    Davanti all’Icona arde perennemente una lampada votiva, tenuta accesa, a turno, da ogni Sezione dell’ANA, come impegno redatto dall’Associazione fin dal 1974.
    Un pagliericcio, un bimbo addormentato, una Madre che veglia, un Padre che vigila.  La vita è un Mistero e molte e diverse sono le scelte che guidano la Vita di ognuno: non tutti gli uomini al mondo diventeranno mai padri, non tutte le donne diventeranno mai Madri, ma sicuramente una cosa ci accomuna: siamo tutti stati figli.
    Teniamo alta la Lampada della Luce, crediamoci. Crediamo nella Speranza!
     

  • 04 gennaio 2017 alle ore 19:36
    2011

    Come comincia: Buonanotte a noi che non temiamo di affrontare la bufera. Ci avvolgiamo la sciarpa sulla bocca, mettiamo le mani in tasca e proseguiamo il cammino. Il forte vento e la polvere non ci feriranno. Per la pioggia useremo l'ombrello, se ci sarà il cielo nero useremo una torcia. Se ci saranno i lampi accecanti li nasconderemo con un paio di occhiali scuri. Non avremo paura, perché sappiamo bene che di bufere ce ne saranno tante nella vita e noi non ci faremo trovare impreparati. Coraggiosi con il sorriso sulle labbra. Audaci anche se avremo un po' di timore. Noi caparbi e intelligenti che non scappiamo dai problemi, ma li affrontiamo e andiamo a tutta dritta!

  • 02 gennaio 2017 alle ore 8:28
    L'irrinunciabile piacere del "mi piace"

    Come comincia: "Mi piace", e il nostro cervello gode! Uno spruzzo di endorfine annebbia la nostra razionalità, per frazioni millesimali di secondo. Il consenso, comunque e dovunque, c'intriga, ci rafforza, ci accomuna ad una illusione di unione, di cui, noi, siamo assetati. Sarebbe secondario, secondo gli psicologi, il piacere di ricevere questo segnale, al solo sorriso di un lattante. Si crea, col tempo, una vera e propria dipendenza. Non passa ora o minuto, che l'occhio non debba controllarne la presenza. Gli autori di Facebook non l'hanno buttato lì, tra i tanti segni di consenso che potevano mettere. "D'accordo", "letto", "concordo", "va bene" " potrebbero essersi presentati come sinonimi, ma la genialità del "mi piace" crea e rafforza il Social Network, che a "mi piace" deve il suo successo. Trovare, nel mondo degli sconosciuti, qualcuno che provi piacere per te, affascina, abbaglia. Qualsiasi cosa tu abbia lasciato sulla pagina, uno scritto, una foto, tre parole. Si crea un ponte tra te ed un altro, una alleanza imprevista. Una magica condivisione, impudica, di piacere, ci unisce a esseri, che ignoriamo e di cui, a mala pena, intravediamo una mini effige. Qualcosa di molto più complesso di un sentore di amicizia. Il suggerire piacere ha risonanze ben più ambigue nel paradiso delle sirene della nostra mente.

    l.p.r.

  • 25 dicembre 2016 alle ore 16:40
    CLINICA DI SANTA GNACCHERA.

    Come comincia: Forse il nome non è appropriato per una clinica in quanto santa Gnacchera sarebbe il trentasei agosto e il detto popolare recita: ‘ti sposerò il giorno si santa Gnacchera’, tradotto: mai.Il suddetto luogo di cura esisteva veramente a Messina lungo la circonvallazione da molto tempo, nessuno era in grado di sapere chi gli aveva affibbiato quell’insolito nome, a parte ciò quella clinica era molto quotata per la  professionalità. dei medici.Proprietaria una ditta di Bologna il cui direttore selezionava personalmente i suoi collaboratori. Le infermiere che  interessano il racconto: Giada bruna che più bruna non si può, ventitreenne nubile il cui nome si riferisce ad una pietra miracolosa e poi Aurora, pari età,  bionda tipo svedese che voleva significare luminosa, splendente, un toccasana per l’umore dei ricoverati. In ultima si era aggiunta una brasiliana bruna Malika, significato regina, che tale dava l’idea con il suo  aspetto.  Come era giunta a Messina ad esercitare quella professione? Era stata la badante di un anziano medico della clinica, ora deceduto, amico del proprietario. Un bel trio non c’è che dire, le signorine erano diventate molto amiche a dispetto di coloro che affermano la difficoltà delle donne di legare insieme. Diciamo la  loro amicizia era un po’ particolare , particolare in quel senso, ma oggi nessuno se ne meraviglia più anzi è un sintomo di distinzione. Come era accaduto che Alberto M., maresciallo della Guardia di Finanza era entrato in contatto con le cotali? Molto semplice: era il capo di una pattuglia di finanzieri che era andato in clinica per effettuare una verifica fiscale. Anche l’Albertone non passava inosservato: altezza metri 1,80, fisico da atleta, viso sempre sorridente e, in aggiunta,una certa disponibilità finanziaria proveniente dalla famiglia di origine, insomma un bel partito. Ma anche lui aveva commesso un errore come l’ispettore Rock di Carosello, l’ispettore non aveva mai usato una certa brillantina con la conseguente perdita dei capelli, Alberto non aveva usato un preservativo con Anna con la conseguente nascita di Arianna, deliziosa bambina ora di sedici anni, bruna e furbacchiona come la madre. Alberto aveva acquistato un villino sul mare, a  S.Saba in cui raramente ‘metteva il naso’ la consorte conscia dell’uso che ne faceva il marito. Anche lei era una donna di ampie vedute con la conseguenza che si passava qualche capriccio sessuale con qualche collega d’ufficio del Genio Civile, insomma una coppia moderna, aperta e ben affiatata. Talvolta si scambiavano notizie sulle rispettive conquiste con grandi risate e con la complicità della loro figlia ben più grande di mentalità rispetto alla sua età. “Papà mi fai conoscere la tua ultima conquista, come si chiama?” “Amore mio ci sto studiando, sono tre…” “Esagerato, ricordati i tuoi quarant’anni, non sei più un ragazzino!” Alberto aveva fondato con Giada e con Aurora una specie di sodalizio non nel termine iniziale di addetto al culto di divinità particolari, anzi di divinità non ne parlava proprio per la sua idiosincrasia  per il divino per lui inventato di sana pianta dai vari portatori della parola di dio ma di amicizia profonda, oltre che materiale per i loro rapporti sessuali a due ed anche a tre senza sciocche gelosie, un caso più unico che raro. Luogo di incontri: per la ‘pappatoria’ il ristorante di Nicola, locale sul lago di Ganzirri ben frequentato dalla élite messinese e per la parte sessuale la villetta di S.Saba ben arredata e confortevole, calda d’inverno e fresca d’estate. All’inizio rapporto a due e poi a tre  con la complicità di un fuori del comune senso dello humor, l’arrivo di Malika avrebbe portato una nota di novità, e che novità, nel terzetto! Primo incontro a quattro ovviamente al ristorante. Nicola:”Vedo amico mio che è aumentata la compagnia, posso avere il piacere…” “Malika questo signore è il padrone del locale, ci proverà con te come ha fatto con Giada e con Aurora con scarsi risultati, vero amico mio?” “Se tu mi fai una rèclame all’incontrario..." "Vi lascio alle cure culinarie di Salvatore il quale:“ Se la gioventù vale qualcosa, io sono più giovane del vostro amico e più dotato…” “Salvo pensa al pesce e non  a quello tuo ma quello pescato a mare!” La battuta fece sorridere il terzetto. Quasi alla fine della cena Alberto si accorse che un piedino, fra l’altro non molto piccolo, stava ‘sfruculiando’ la sua patta con la conseguenza che ciccio…Alberto fece finta di nulla e l’interessata (Malika) si ritirò in buon ordine, appuntamento la mattina successiva, domenica, nella villetta di S.Saba. La Jaguar del padrone di casa giunse per prima poco dopo raggiunto nel parcheggio dalla 500 Fiat delle ragazze e poi tutti in spiaggia a godersi il sole, era luglio avanzato. Solita routine: bagno doccia, pranzo portato da casa dalle ragazze e poi  Aurora e Giada all’unisono: “Preferiamo lasciarvi soli, questa è la nostra sorpresa.” Appena soli Alberto prese l’iniziativa, bacio in bocca profondissimo, lungo , sensuale, piacevolissimo e poi le tette sensibilissime,la padrona parve raggiungere l’orgasmo e poi la cosa più importante il buchino anteriore…ma quale buchino , Marika era dotata di un bel cazzo, peraltro di dimensioni fuori del comune e già in posizione…Alberto fece un salto all’indietro, non era facile sorprenderlo ma in questo caso…Nessun commento per un bel po’ e poi: “Quelle due puttanelle potevano avvisarmi…” “Ti avevano promesso una sorpresa e questa è la mia sorpresa, io posso essere sia donna che uomo, sta a te scegliere” e mostrò ad Alberto un sedere favoloso da buona brasiliana. Il nostro  eroe, preso di coraggio, si insinuò con una certa fatica nel bel popò ricambiato da movimenti della padrona che fece provare all’Albertone una goderecciata sui generis mai provata.  Al rientro a casa convocò la consorte Anna e la figlia Arianna,  tutte e due furono  messe  al corrente dell'accaduto con conseguente  presa in giro da parte  femminucce che mise alle corde il povero Alberto al quale la consorte Anna chiese di fargli visitare il suo didietro: “Sei sicuro che…” “Andate a farvi fot…re madre e figlia!” Per il finale, non c’è bisogno di tanta fantasia, il ‘tombeur des femmes’ divenne anche tombeur di un ‘trans’ con grande soddisfazione da parte di tutta la combriccola.
     

  • 16 dicembre 2016 alle ore 20:58
    Natale con i tuoi

    Come comincia: Lia fermò l’auto davanti alla casa dei suoi genitori, ma non scese subito. Rimase per un po’ a guardare attraverso le finestre illuminate. Non era così sicura di voler suonare quel campanello. Non aveva idea di come sarebbe stata accolta e se sarebbe stata accolta, non si vedevano da otto anni. L’addio era stato violento, rabbioso, se n’era andata sbattendo la porta gridando che non l’avrebbero mai più vista, inseguita dalle urla di suo padre: te ne vai? bene, non tornare. Adesso se ne stava lì, a spiare un’intimità che non le apparteneva più. Si guardava attorno timorosa che qualcuno che la conosceva la notasse. Continuava a fissare lo specchietto retrovisore, ma la via era deserta. Menomale, pensò, era già molto difficile così, se poi qualche vicino l’avesse riconosciuta e interpellata, lei sentiva che sarebbe scappata. Il buio della sera le era complice. Il prato davanti casa era sempre uguale, in lontananza un paio di costruzioni nuove, i pini marittimi silenziose sentinelle, e nella sua mente il profumo acre della resina, il sapore dei pinoli che lei da piccola si mangiava golosa dopo aver rotto i gusci col martello. E quando era stanca di mangiarli li raccoglieva in una scodella e li portava a suo padre per il pesto alla genovese. Lia scacciò i pensieri dell’infanzia e tornò a fissare le finestre illuminate sorpresa di non notare alcun movimento di persone. Eppure era la vigilia di Natale e in casa, oltre ai suoi genitori, avrebbero dovuto esserci anche sua sorella e suo fratello. Che avessero cambiato le loro abitudini? Si sentiva inquieta. Non aveva più avuto né cercato di avere notizie. Una volta sola, qualche anno prima, aveva sentito sua sorella che le aveva riferito quanto il loro padre fosse ancora adirato. Nessuno in casa aveva più nominato Lia quando lui era presente, ma quando lui non c’era, la mamma esprimeva tutta la sua angoscia. Lia aveva pregato la sorella di tranquillizzare la mamma e poi non si erano sentite più neppure per telefono. Che silenzio, pensò Lia, cosa faccio? Ormai sono qui e devo trovare il coraggio. Cosa mi può capitare? Il peggio sarebbe di essere mandata via. Pazienza. Devo mettere in conto anche questo. Scese dall’auto e poi, esitante e col cuore in tumulto, premette il pulsante del campanello. Non rispose nessuno, e allora provò ancora, più a lungo.
    -Un momento! Che diamine, eccomi.
    La voce di sua madre: sempre uguale, sottile e spazientita. Lia sentì immediatamente la commozione invaderle il petto. Non voglio piangere, si disse, non devo piangere. Cercò di ingoiare le sue lacrime. Ebbe ancora l’impulso di fuggire, ma nel frattempo la porta si era aperta. Troppo tardi per scappare, sua madre era lì, impietrita, davanti a lei.
    -Mamma...
    Le due donne rimasero immobili, gli occhi negli occhi. Lia si accorse di quanto i capelli di sua madre fossero diventati più bianchi e il suo viso fosse solcato da rughe profonde, troppo profonde per la sua età. Nel suo sguardo non c’era nessun rimprovero, né ira, né rifiuto. Troppo emozionata per riuscire a parlare, allargò soltanto le braccia per accogliere la figlia, e fra le braccia della madre Lia sentì sciogliersi la pietra che le opprimeva il petto. Sollievo e benessere la consolarono mentre si godeva l’abbraccio così inconsapevolmente desiderato da tanto tempo, e lacrime che ormai poteva lasciare uscire senza imbarazzo le rigarono il viso.
    Sua madre la condusse in casa e si sedette sul divano accanto a lei.
    -Dimmi di te Lia, dimmi di questi anni.
    E intanto le accarezzava una spalla, togliendole premurosa invisibili fili di lana dal cardigan, per poi scendere con le mani ad avvolgere le sue e stringerle. Lia pensò che anche da piccola sua madre le sistemava sempre il golfino d’angora, lo spolverava da imperfezioni inesistenti, le metteva a posto il colletto della camicetta, poi le passava le mani sotto le gonnellina blu plissettata per tirare bene giù la camicetta. Tutte le domeniche la vestiva così per la S.Messa delle undici, la messa grande. Si raccomandava che non sporcasse le calze bianche e le scarpe alla bebè appena spalmate di lucido bianco. Poi le metteva in mano il velo e il libretto delle preghiere e la affidava alla Carla, la vicina di casa, la sartina ventenne che l’accompagnava in chiesa. La Carla le aveva confezionato il primo cappotto di cui Lia avesse memoria: un cappottino di lana bouclè blu che l’aveva fatta sentire una principessa. Lei la prendeva per mano e la teneva vicina a sé in uno dei banchi più vicini all’altare nella chiesa sempre affollatissima, odorosa di incenso, dove i canti dei fedeli riempivano di echi le navate. “Mira il tuo popolo” era l’inno che Lia preferiva. Anche da adulta, ogni tanto lo canticchiava per conto suo.
    Anche Lia strinse le mani di sua madre.
    -Mamma, non credo sia il caso che io incontri papà, non so cosa potrebbe succedere ma non voglio rovinare il Natale a tutti. Preferirei andare via, piuttosto.
    Sua madre di scatto le voltò le spalle e si avviò al lavandino della cucina. Lì si appoggiò con tutte e due le mani.
    -Non lo incontrerai Lia. Tuo padre non vive più qui già da tre anni. Mi ha lasciata, si è innamorato di un’altra e se n’è andato.
    -Mamma...
    -Non dire niente. Sto bene. E’ passata, ormai è passata. Sto bene.
    In quel momento la porta d’ingresso si aprì e le voci allegre di Angela ed Edoardo riempirono la casa. Lia si alzò e rimase ferma davanti al divano chiedendosi quale sarebbe stata la reazione di suo fratello e di sua sorella quando l’avessero vista. Angela corse ad abbracciarla senza un attimo di esitazione, era nel suo carattere, ma Edoardo si diresse verso la sua camera senza dire nulla. Lui non le aveva perdonato di essersene andata senza tenere conto di quanto lei fosse importante per lui: la sorella maggiore, la sua confidente e amica, il suo punto di riferimento. Edoardo aveva sofferto tanto. Lia non aspettò nemmeno un attimo e lo rincorse in camera per abbracciarlo a lungo con tutto quell’affetto che non aveva più potuto dimostrargli, e il fratello alla fine si abbandonò all’abbraccio, senza riserve. Vieni Edoardo, è pronta la cena, siediti vicino a me, mi sei mancato così tanto!
    L’albero di Natale, le ricette tradizionali di sua madre, le stesse da sempre. Anche quella una continuità che parlava di radici, di famiglia, tutto sapeva di buoni sentimenti. E quante cose da dirsi, dopo tutti quegli anni! Le voci si sovrapponevano nella fretta di raccontare, ogni tanto la commozione prendeva il sopravvento, e qualche frase rimaneva a metà spezzata da un imprevisto nodo alla gola che faceva mancare il fiato. La mezzanotte arrivò in un baleno e in mezzo al tavolo comparvero un panettone e un pandoro. Edoardo andò a prendere lo spumante in frigorifero e si accinse a stappare la bottiglia. I bicchieri di cristallo del servizio buono erano già pronti. Una scampanellata fece sì che tutti si guardassero interrogativamente. Vado io, disse Lia, ed andò ad aprire.
    Lia non incrociò subito lo sguardo di suo padre. Per un interminabile attimo guardò oltre il bavero rialzato del giaccone bagnato dell’uomo. Stava nevicando fittamente e il prato davanti casa era già tutto bianco. In breve tempo il paesaggio aveva cambiato aspetto e lei si ostinava a guardare lontano quasi a prendere tempo e coraggio prima di tornare con lo sguardo al viso di suo padre, ai suoi capelli brizzolati dove piccoli cristalli di neve luccicavano in modo intermittente alle luci appese accanto alla porta d’ingresso. Ebbe alla fine la forza di affrontare l’emozionante realtà e il suo sguardo scese per fermarsi attonito su un fagottino avvolto in una copertina bianca di lana che suo padre stringeva al petto.
    Allora guardò suo padre negli occhi.
    -E’ il mio bambino.
    Com’era tutto diverso da quel giorno tanti anni prima in cui suo padre era entrato in casa raggiante, avete un fratellino bambine, è nato Edoardo.
    Lia cercò di pensare, ma non le era possibile, e comunque non c’era nulla da pensare. Intanto tutti gli altri famigliari erano giunti lì, all’ingresso. Lia sentì che doveva agire subito e non ebbe esitazioni.
    -Mamma, c’è un uomo alla tua porta con un bambino in braccio, sta nevicando. Mamma, devi farlo entrare.
    -Non posso...non posso.
    -Mamma, devi farlo entrare.
    Così dicendo Lia prese il piccolo dalle braccia di suo padre e lo depose fra le braccia di sua madre.
    -Mamma, tu occupati di lui.
    Poi accompagnò suo padre in camera da letto. Hai bisogno di indumenti asciutti, papà, e hai la testa tutta bagnata. Gli asciugò amorevolmente i capelli con un asciugamani, gli diede abiti asciutti approfittando di quei movimenti necessari, per accarezzarlo e tenerlo un po’ stretto a sé. Cercava inutilmente dentro di sé rabbia, rancore, ma si sentiva traboccare soltanto di affetto e tenerezza.
    Molto più tardi nella notte Lia non dormiva. Pensava che a breve la luce del mattino avrebbe portato con sé il giorno di Natale, una giornata complicata di cui non riusciva a prevedere gli sviluppi. Una giornata in cui forse tante parole anche crudeli, anche cariche di risentimento sarebbero state pronunciate un po’ da tutti. Una giornata in cui tutti loro avrebbero avuto molto da accettare. Lei poteva contare soltanto sulla forza dell’amore che provava verso quelle persone, un amore che la lontananza aveva ingigantito e reso granitico. Pensava a suo padre ingannato da una chimera, e anche alla giovane donna probabilmente anch’essa ingannata da una chimera: l’infatuazione per un uomo maturo, che lei aveva scambiato per amore; qualcosa di cui non voleva neppure più il ricordo, al punto di rifiutare il bambino che aveva messo al mondo.
    Però in quella notte magica un padre e sua figlia si erano perdonati a vicenda, e una donna offesa, umiliata, scartata dall’uomo a cui aveva dedicato la vita, aveva preso fra le braccia il piccolo di lui e l’aveva accudito e cullato come se fosse stato il suo. Non era un miracolo?
    Lia si accomodò meglio sul divano e si mise un cuscino sotto la testa. Chiuse gli occhi.
    E’ già un buon inizio, pensò, prima di addormentarsi.

  • 15 dicembre 2016 alle ore 20:54
    Quel pomeriggio di un giorno da caccia

    Come comincia: Un pomeriggio di inizio Dicembre, sara' stato il '01.
    Decido di andarmene a fare un giro per gli affari miei, ho proprio voglia di vedere le bancarelle, di gustare le luci, i profumi, l' atmosfera, di starmene per conto mio ma in mezzo alla gente, a guardare e osservare tutto con la curiosità e l' ingenuità di un bambino e respirare quell' aria tipica di Dicembre.
    La vita sta ricominciando, le cose iniziano a girare, penso anche che i tempi siano ormai maturi per una nuova relazione, mi sto guardando intorno senza preconcetti.
    Così senza fretta arrivo sul molo, ho smania di rivedere il mare dopo settimane di tempo pessimo.
    E' una di quelle giornate invernali abbastanza miti, non si può dire che ci sia il sole ma neppure delle vere nuvole, il cielo è coperto ma c'è comunque una certa luminosità diffusa.
    Il mare liscio ha un colore un po' plumbeo e dove riflette la luce del cielo sembra quasi sia coperto di cellophane.
    Ed eccomi lì, bello rilassato, tranquillo, anche felice, quando mi sembra di vedere una ragazza che conosco, intenta a studiare.
    Ma potrebbe anche non essere lei.
    Mi fermo, guardo e non riesco a capire se sia lei o no, mi secca passare per orso ma anche fare figure oscene, così esito.
    Dopo qualche minuto lei si alza e si allontana con tutta l' aria di andarsene.
    Beh, adesso che è in piedi dal culo non sembra lei, ma le assomigliava parecchio.
    Poi, dopo una dozzina di metri, fa dietro-front, mi squadra e viene verso di me.
    Vorrà da accendere? O chiedermi cos'avevo da guardarla?
    Mi guarda negli occhi e mi dice:
    "Io ti conosco. Tu vieni spesso qui a suonare, sono stata spesso ad ascoltarti...è da tanto che vorrei conoscerti! Sei geniale, hai una gran passione quando suoni!".
    Credeteci o no, (io stesso non ci sto credendo: da dove è uscita questa nuova fan?) queste sono le parole esatte con cui la studentessa sconosciuta si è presentata.
    E adesso? Diretta la bambina, e anche piuttosto carina.
     Il trucco dov'è?
    Le spiego la verità, per quanto poco credibile: l'ho scambiata per un' amica che viene spesso lì ma di non averla fermata per non fare brutte figure.
    Ok, ghiaccio rotto.
    Parliamo per una decina di minuti, sembra una a posto.
    È piuttosto carina,  e questo l'abbiamo capito, ed è abbastanza il mio tipo, dei bei capelli scuri fin poco sopra le spalle, occhi nocciola abbastanza birichini, aria molto sciolta e simpatica, mi sembra di conoscerla da chissà quanto.
    Del resto mi ha messo subito a mio agio, tutto fila liscio e naturale.
    Poi all'improvviso l' impennata: "Mi dai il tuo numero?".
    Wow! Cotto e mangiato, babe! E senza neppure tanti complimenti!
    Non ha il cellulare con sé, così le chiedo carta e penna (ha dietro gli appunti sui quali stava studiando poco fa, l'ho vista!).
    Credeteci o no, l'intrigante moretta si alza la manica della felpa, mi porge il braccio e mi dice:
    "Scrivi qui".
    A questo punto ho in testa un coro di diavoletti glam che ululano Babe's on fire. Sia come sia le incido praticamente il mio numero sull'avambraccio, lo guarda come un trofeo e con un ghigno di sfida mi notifica:
    "Non ti libererai facilmente di me...".
     E chi ha detto il contrario??
    Ci salutiamo e poi, scalza com' era arrivata, lentamente, sinuosamente, se ne va ancheggiando leggermente con gli appunti fra le braccia, un po' studentessa e un po' ninfetta.
    Il coro di angeli glam ormai è diventato Bach vestito da Elvis con una permanente da metallaro anni '80 che salta in piedi sull'organo suonando il solo di Jump.
    Ed eccomi lì incredulo a osservare quel bel culetto allontanarsi ritmicamente mentre mi sto ancora chiedendo che diavolo sia successo.
    Semplice, ragazzo mio: sei stato rimorchiato, proprio come di solito fanno i marpioni piu' sfacciati con le ragazze sul molo nelle sere d' estate.
    E io che non avevo neppure scritto la letterina a San Niccolo'!

     

  • 11 dicembre 2016 alle ore 21:08
    Io, il mare e i sette anni nuovi

    Come comincia: Come si inizia: Si arriva fino alla cima dopo dolorose e faticose scalate. Dopo esser caduti e feriti, dopo aver calmato il sangue che sgorga dalle ferite, e della benda insanguinata se n’è fatto il proprio vessillo, ti fermi a guardare la bellezza dal piccolo spazio sulla cima, e vivi la meraviglia. Inizi l’istante che si dilata e che contiene ogni pensiero fermo, immagini senza suono sfilano, e abbracciato dal senso di pace, guardi il silenzio nel silenzio.

    Ogni momento di vita è davanti ai tuoi occhi e si lascia guardare, scrutare, capire.

    E tu, buon osservatore guardi, guardi te stesso nella luce della cima e ti capisci. Capisci te e la tua vita. Ma dove inizia il tremore del luogo dove sei poggiata?

    Capitolo I

    Io, il mare e i sette anni nuovi

    A. D. 2007

    Cancellavo con i passi l’asfalto che correva dietro me. Turista, mi ero persa, nella periferia della città dell’Arte, nel silenzio di un mezzogiorno di domenica. Palazzi chiari di sole, strade larghe come uno stretto abbraccio; mi fermai stupita del mio stupore e mi sentii leggera, aria dell’aria che respiravo e che mi avvolse. Guardai quel paradiso di quotidiano nascosto alla memoria. Si aprì ai miei occhi curiosi il frontespizio di una chiesa in tutto il suo splendore, lontana dall’eleganza rinascimentale, liscia e chiara, semplice, dai muri color paglia che sembravano pennellate di luce. Entrai.
    Sentii il bisogno di far parte del silenzio sacro di quel luogo, di quelle fiammelle di candele che come mani di un pittore giocoso disegnavano sagome ballerine nella morbida penombra così piacevole e contrastante con la strada accecata dal sole dietro la grande porta. Mi sentii fusa nei colori bruni della chiesa e nel profumo di incenso appena percepibile, mentre da lontano mi raggiungeva un canto che pareva innalzarsi fino a superare il cielo.

    Io, mi sentii in quel canto e come se volassi negli stessi cieli, mi vidi scendere e posarmi sugli scuri pavimenti di San Miniato. L’istante era lo stesso.
    Gradini
    Avevo salito tutti quei gradini arrivando col fiatone al portone, il sole accecante lambiva la scalinata facendola sembrare una gialla collina sbiadita dalla luce, e assonnata scivolava sulla città, l’interno per contro era fresco e piacevolmente ombroso, lo stesso profumo di incenso, lo stesso canto lontano, la stessa luce tremula e fioca di candele votive. La stessa aria disegnata dai giochi di luce. Era Firenze, era il mio viaggio alla ricerca del bello attraverso cui poi, poter vedere me stessa.
    Con un sorriso mesto pensai all’Ara Coeli, ai suoi tantissimi gradini a picco che avevano fatto urlare i muscoli delle mie gambe per poi ripagarmi con l’incanto che fa vivere ogni meraviglia che ci concede di farne parte. Tanti gradini antichi da salire, a Firenze come a Roma, come nella vita.
    Salire i propri gradini antichi e poi dall’alto, guardare.
    Mi abbandonai al presente. Circondata dal bello creato nel tempo grazie alla capricciosa intuizione di grandi artisti in luoghi diversi, mi spinsi nel mercato di San Lorenzo lasciando rotolare il mio corpo sballottato da altri corpi distratti, ubriacata da voci dai suoni ridenti e ondulate in lingue sconosciute.
    Che strano, cercarsi tra la folla, nelle grandi città dove a ogni sguardo, un’opera d’arte si impone altera fra gente che frettolosa zampetta urtandosi. Suoni di clacson rabbiosi, visi deformati dalla tensione, bocche in continuo movimento, spalancate, tristi, ridenti. Voci, voci concitate, voci e rumori di città. Cercarsi tra la folla… forse che i rumori sono tanto forti da non concedere alla mente di formulare un qualsiasi pensiero, forse che il caos esterno ghiacci il proprio e restringendosi conceda spazio all’anima. È così che il vagare per la città tra frotte di turisti, sentendosi un giapponese fra giapponesi col naso all’insù a rimirare e fotografare ogni angolo partorito dall’Arte, può essere illuminante: il frastuono resta sospeso attorno al capo mentre tutto l’essere viene inondato dalla bellezza, il bello dilaga, come acqua pura, come restare immersi in un lago di montagna, come lasciarsi abbracciare dalle colline toscane. E abbracciarle. E si annulla ogni moto dell’anima confusa.
    Ritorno nel rifugio della chiesa e guardo il silenzio che cade sulla città insonnolita della domenica mattina, in silenzio; e mi guardo dentro, nel mio silenzio, poi mi segue sulla strada allagata di sole e mi rende l’eco ovattata dei miei passi solitari in una delicata sinfonia.

     ....

     

     

     

  • 10 dicembre 2016 alle ore 17:20
    UNA PASSIONE TRISTE.

    Come comincia: Quale avvenimento aveva portato Alberto M. a spostarsi dalla città di Messina alla dotta Bologna? Un matrimonio che avrebbe avuto un forte impatto sulla sua esistenza: un matrimonio, non il suo che doveva ancora avvenire ma a quello di sua cugina Pina. Pinuccia di cinque anni più giovane di lui era la unica figlia dello zio Antonio e di zia Jolanda sorella  di suo padre. Lo zio Antonio pugliese del nord e precisamente di S.Severo (ci sono pure i pugliesi del sud) era il procuratore capo delle imposte dirette di una città dell’Emilia (preferisco per ovvi motivi non nominarla) e, causa una legge che concedeva a quella carica ampi poteri discrezionali in fatto di contenzioso con i contribuenti, lo zio Antonio aveva ‘fatto i soldi’ come si dice volgarmente e non certo in maniera onesta. Questo gli aveva permesso di prenotare una chiesa addobbata in maniera sfarzosa ed il pranzo in un locale molto alla moda e molto costoso. I presenti non erano certi degli straccioni: le signore avvolte in eleganti abiti, i signori la maggior parte in smoking tranne il buon Alberto che sfoggiava un normale abito scuro. Tra le dame il buon Alberto, vecchio putt...re aveva notato la presenza di una signora che, avvolta in un tubino nero, spiccava per la bellezza fra le altre dame. Sedeva in un tavolo con un signore, non più, giovanissimo, che cercava di attaccar bottone con scarsi risultati. L’Albertone, un forza del suo metro e ottanta e dal fascino ‘a getto continuo’ (cito Petrolini) appena seduto al tavolo ebbe la meglio ed il cotale ‘vecchietto’ non poté far di meglio che ritirarsi in buon ordine. “Di solito apprezzo la faccia tosta delle persone ma oggi non sono di buon umore, mi scusi.” La signora liquidò con queste parole Alberto che, mogio mogio (era stato colpito il suo orgoglio), con un inchino abbandonò anch’egli la postazione. La cerimonia andò avanti sino alle 19, Alberto si accomiatò dagli sposi e con un tassì giunse alla stazione ferroviaria per prendere il, treno che lo avrebbe condotto a Roma per poi imbarcarsi su quello che lo avrebbe portato a Messina. Nel vagone di prima classe cercò un compartimento vuoto ma nell’andare avanti notò che la dama vista al matrimonio occupava da sola un posto in uno scompartimento. Entrò, sistemò la valigia. La tale non gli aveva rivolto lo sguardo ma quando Alberto, per provocarla, accese la pipa: “Spiacente questo non è il vagone dei fumatori e non mostri la faccia del meravigliato, mi ha perfettamente riconosciuta, solo che io non mi sento di conversare.” ‘Cazzo (pensiero di Alberto) una tosta!’ Il silenzio regnò nello scompartimento sino a Firenze. “Gentile signora vorrei aprire il finestrino per ordinare una bibita, non le chiedo se ne desidera una anche lei… “ ‘Cazzo (sempre pensiero di Alberto) che ha da piangere una donna piacevole, alta, capelli biondo-rossi, occhi verde oltremare (non so che significhi ma l’ho letto in qualche parte), nasino delizioso, bocca da…, collo alla Modigliani, tette non troppo pronunziate, altezza superiore alla media, età presumibile quaranta, solo uno stronzo poteva averla fatta soffrire o forse c’era dell’altro.’ “Mi permetta di essere sincero, se la mia presenza la infastidisce cambierò scompartimento…” “Lei non c’entra nulla, sono andata a Bologna al matrimonio di Pina per svagarmi, ho…” altre lacrime cominciarono a scorrere copiose sul viso della dama mettendo in crisi l’Albertone che, con mossa audace la prese fra le braccia e, con sua grande meraviglia fu ricambiato nell’abbraccio, poi ognuno al loro posto sino a Roma. Alla stazione Termini divisero i servigi di uno stesso facchino sino al posteggio dei taxi. “Non ci siano presentati: sono Eloisa L.” “Io Alberto M. e son cugino di Pina.” I taxi erano rari, al loro turno si guardarono in faccia e salirono sulla stessa auto. “Io vado in via Magna Grecia a S.Giovanni, lei?” “Dopo una pausa: “Io avrei dovuto proseguire per Messina…” Gran risata di Eloisa. “Che ci fa qui con me o meglio…credo nel destino, lo invito a casa mia ma non capisca male!”
    Una reggia di almeno duecento metri quadri arredata con gusto, si vedeva la mano di una donna dalla spiccata personalità. “Vada in quella camera, c’è un bagno, si sistemi e poi andremo a mettere qualcosa sotto i denti nel ristorante qui sotto.” Quello che meravigliò Alberto che era entrato in una camera matrimoniale, di solito quella degli ospiti aveva uno o due letti singoli…” “Nando ti presento Alberto mio ospite per stasera, fai del tuo meglio, solo secondi, veniamo da un banchetto di nozze.” “Non sono solita invitare degli sconosciuti, me ne sono meravigliata io stessa ma lei mi dà fiducia cosa per me è assolutamente insolita. Vedo nei suoi occhi tanti interrogativi, provvedo a dirimerli: ho quaranta anni, sposata da venti con Mario professore universitario conosciuto allorché frequentavo la sua facoltà, lui ha dieci anni più di me ma la nostra storia è finita quando l’ho trovato nel nostro letto con una sua allieva, da quel momento non ho più dormito nel talamo matrimoniale dove l’ho sistemata, fine della triste istoria e lei?” “Brigadiere della Guardia di Finanza di stanza a Messina, fidanzato con una insegnante conosciuta nella isole Eolie dove ero al comando di alcuni distaccamenti, ho ventisette anni, il resto lo vede qua.” “Può restare a Roma finché vuole.” “Telefonerò alla mia ragazza, ho una zia che abita a Roma in via Cavour, zia Rosilde vedova un po’ toccata di testa ma è l’unica scusa valida che posso accampare.” “Zia sono a Roma per un congresso, sono in albergo con i miei colleghi, dormirò in albergo ma non voglio farlo sapere alla mia fidanzata, tu stacca il telefono…” “Brutto porcellone sei in compagnia, va bene ti asseconderò!” “È ora di farci coccolare da Morfeo, buona notte.” Alberto stanco prese subito sonno, una doccia aveva contribuito a farlo rilassare. Forse stava sognando nel sentire sopra di sé il corpo di una femminuccia odorosa di un profumo di classe, ma quale sogno, Eloisa se lo stava bellamente abbracciando con la conseguenza che ‘ciccio’ prese ad inalberarsi per poi sprofondare in un tunnel deliziosamente accogliente e vogliosissimo. La storiella durò a lungo sin quando la padrona decise di ritirarsi in buon ordine con un: “Basta!” seguito da un gran sospiro, ne aveva avuto abbastanza! “Non ti preoccupare, non posso avere figli!” Un  noioso raggio di sole prese a colpire il viso di Alberto che fu costretto ad aprire gli occhi per poi richiuderli per rendersi conto di quella strana realtà poi. “Colazione per il signore, penso che debba riacquistare le forze…non dire nulla, ogni parola sarebbe inutile, è successo per mio volere, forse un modo per riappacificarmi con la vita, resta a casa mia finché vuoi, non interferirò nella tuo privato.” Bella proposta  con l’inconveniente di dover cercare una scusa valida per Silvana a Messina, ci avrebbe pensato, per ora sentiva dal profondo di voler approfondire il legame con Eli. “Ti senti di raccontarti, solo se lo vuoi.” “La mia è una storia come tante altre, forse un po’ particolare: ero in un collegio condotto da monache con tua cugina Pina, una stanza con due letti., Una notte fummo ‘visitate’ dalla superiora, giovane svedese molto bella che se ne fregava delle regole monastiche , capelli biondi lunghi, niente cilicio, corpo da mannequin, viso che esprimeva tanta sensualità. Il suo noto comportamento omo veniva tollerato dai suoi superiori, apparteneva ad una nota facoltosa famiglia imparentata con i reali. Una notte ce la siamo trovata nella nostra camera, senza tanti complimenti ha preso a baciarci a turno facendoci provare delle sensazioni meravigliose mai provate, io e Pina eravamo come imbambolate sotto i suoi baci, la storia è durata quasi tutta la notte e ci ha lasciato lo strascico, anche io e Pina in seguito abbiamo cominciato a provato le delizie del lesbico e per questo la mia presenza al suo matrimonio ma amo sempre i maschietti soprattutto te, mi stai entrando nell’anima, ho paura…” La permanenza di Alberto a Roma finì dopo dieci giorni, con un semplice  bacio il distacco e l’imbarco sul treno. A Messina Silvana capì che era cambiato qualcosa fra di loro, da donna intelligente non fece domande e così i due ripresero il solito tran tran. Il pomeriggio di un giovedì: “Sarò a Messina sabato mattina, vieni alla stazione.” La Legione della Guardia di Messina aveva una circoscrizione vasta oltre a quella del capoluogo aveva giurisdizione anche sulle province orientali dell’isola e così per l’Albertone non fu difficile trovare una scusa di servizio fuori sede nella sua qualità di fotografo. Eli arrivò a Messina di il pomeriggio del  venerdì, un forte abbraccio e arrivo all’albergo Jolly dove un portiere, ficcanaso, si mise a confrontare i documenti dei due per poi guardarli in faccia per far rilevare la differenza di età...fu tacitato da Alberto con una lauta mancia che lo rese sorridente e disponibile: “Stanza con vista sul porto, il ristorante sarà ancora aperto per voi.” Cena frugale, pensieri erotici  volteggiavano sue due amanti che toccarono appena il cibo per rifugiarsi sotto la doccia e poi, e poi…”Voglio darti qualcosa che non ho concesso a nessuno!” Alberto ebbe qualche difficoltà a penetrare nel popò di Eli ma grande fu il godimento, il doppio gusto quasi fece svenire l’interessata che seguitò sino allo sfinimento, sapeva che quella era forse l’unica volta che si sarebbero rivisti. “Non ho nessuna voglia di dormire, facciamo un giro a Messina by night.” La proposta fu accettata con entusiasmo da Alberto, in fondo gli non gli capitava di visitare la città di notte. Da via Garibaldi sino al salotto buono di Messina, piazza Cairoli, e poi in viale S.Martino dove trovarono un locale illuminato, erano le tre di notte. Entrarono, era una cioccolateria non conosciuta da Alberto, ci passava dinanzi senza mai fermarsi. “Buona notte, sono Settimio il proprietario, non vi domando cosa fate in giro a quest’ora di notte, vi si legge in faccia, in fondo ho imparato ad essere un po’ psicologo, accomodatevi.” “Madame non ho solo cioccolato ma spezie di ogni genere, dolci  oltre che bevande, a vostra disposizione." E poi “Il signore mi pare di averlo incontrato, adesso si che mi ricordo, era in divisa, un brigadiere della Guardia di Finanza! Io in quanto scontrini sono a posto, quasi…lo Stato è troppo esoso, talvolta…” “Settimio non sono in servizio dimmi piuttosto che ci fai a Messina, non mi sembri siciliano. “ “Sono di Jesi città in provincia di Ancona, la patria del Verdicchio, ero venuto in questa città in villeggiatura, ho conosciuto Rosaria ragazza deliziosa ma…insomma una minchiata nel senso che la baby è rimasta incinta e col padre c’era poco da scherzare, adesso in casa ho tre donne, due gemelle che hanno scambiato la notte per il giorno, quando piange l’una sveglia pure l’altra e così preferisco aprire il locale anche di notte per farmi fare compagnia da qualche nottambulo. Siete una coppia stupenda ma mi sembrate un po’ irregolari, scusatemi l’ invadenza…” “Settimio sei un simpaticone, io sono Eloisa, romana ed il qui presente Alberto è mio paesano. Siamo al Jolly la prossima notte saremo di nuovo qui da te e poi…” Eli al pensiero della partenza si era rabbuiata, forse una lacrima, istintivamente Settimio l’abbracciò…”Alberto scusami se approfitto dell’occasione ma devo farti presente una cosa spiacevole: un tuo collega una volta mi ha pizzicato senza l’emissione di uno scontrino, non mi ha sanzionato ma  da allora si presenta ogni mattina per far colazione gratis, è un individuo che ha fatto del carboidrato una ragione di vita, in altre parole è un grassone della malora!” Alberto localizzò subito il personaggio: “Settimio ti sistemerò la questione, intanto fammi il conto.” “Stai scherzando, siamo diventati amici, la mia è un offerta con tutto il cuore, penso che in futuro ti rivedrò in quanto ad Eloisa…” “Domani notte sarà l’ultima volta, ti lascerò il numero del mio telefonino, se dovessi capitare a Roma…” Era mezzogiorno, timidamente una signora addetta alle pulizia fece timidamente capolino nella stanza dove alloggiavano Alberto ed Eloisa: “Chiedo scusa…” “Ci dia una mezz’ora poi…che ora è… vediamo…tra poco andremo a mangiare e le lasceremo la stanza libera.” Nel pomeriggio i due amanti  andarono a visitare il lago di Ganzirri con la speranza di non  incontrare qualche conoscente. “Che luogo incantevole, sediamoci su una panchina, voglio imprimermi in mente il paesaggio, me lo ricorderò per sempre.”Di notte nuova visita al locale di Settimio che non sapeva che fare per i due ospiti i quali seduti restarono a lungo ad ammirare il passeggio dei rari nottambuli messinesi poi un rapido abbraccio da parte di Eli. La mattina seguente arrivo del treno alla stazione di Messina, Alberto si imbarcò anch’egli per accompagnare la baby sul traghetto sino a Villa S.Giovanni e poi solo un rapido abbraccio… Nell’intimità della sua stanza in caserma il brigadiere M. sdraiato sul letto, mani incrociate dietro il collo, occhi chiusi cercò di fare il punto sulla sua situazione sentimentale: fidanzato come tanti altri senza particolari slanci ma solo certezze di un futuro come dire normale, forse con figli e rispetto reciproco ma senza sussulti come quelli che aveva provato ultimamente. Sulla parte della stanza gli apparve il viso piangente di Eloisa, un pianto inarrestabile segno di un dolore profondo. Cosa aveva impedito di farsi una vita con lei: la differenza di età, il sospetto che le passioni finiscono e lasciano l’amaro in bocca, il fatto di non poter diventare padre…un dolore addominale improvviso, violento lo fece sussultare, un sentimento violento, uno di quelli che non aveva mai provato, forse un po’ di vigliaccheria da parte sua, maledizione! ‘Questa è la triste istoria’ contavano gli antichi aedi, quella sarebbe stata in futuro  la sua triste istoria.

  • 02 dicembre 2016 alle ore 14:59
    L'ultimo Natale (Seconda parte)

    Come comincia: Laura, appena in autostrada, si fermò per telefonare a sua madre.
    "Ciao mamma. Sto andando alla casa di riposo dalla zia. Trascorrerò il pomeriggio con lei e poi rientrerò. Non vado più in montagna."
    Sua madre le disse che loro sarebbero tornati in tempo per pranzare tutti insieme a capodanno.
    Riprese il viaggio e si mise a pensare quanto fosse stata bene insieme a Gloria. Si rese conto che sentiva desiderio di famiglia. E se fosse tornata a vivere insieme ai genitori? La casa era abbastanza grande per tutti, e lei non aveva più quella frenesia di libertà e indipendenza per cui era andata a vivere da sola. Non era neppure più fidanzata, e comunque doveva ammettere che si sentiva sola quando rientrava alla sera. Magari avrebbe tenuto il suo appartamento, e, quando avesse sentito necessità di solitudine, avrebbe potuto rifugiarsi lì.
    Nei giorni che seguirono Laura rimase sotto l'effetto benefico del Natale appena trascorso. Era calma, allegra, ben disposta verso tutti e anche verso se stessa. Decise di impiegare il tempo libero anche per comperarsi un abito elegante che da tempo aveva notato esposto in una vetrina, anche se non sapeva ancora come avrebbe trascorso la notte di fine anno. Pensava molto a Gloria: non avrebbe lasciato trascorrere troppo tempo prima di tornare a trovarla.
    Fu la mattina del 31 dicembre che il suo telefono cellulare suonò: erano le dieci.
    "Buongiorno, la signora Laura?"
    "Sì, sono io. Lei chi è?"
    "Sono Annamaria, l'amica di Gloria. Stavo mettendo in ordine e ho visto il suo numero. Gloria non aveva contatti con nessuno, perciò mi è sembrato strano e ho pensato di chiamare."
    "Aveva?" Laura sentì che il cuore le pulsava in gola.
    "Sono tornata la mattina del 27. Gloria era ancora a letto. Ho cercato di svegliarla. Sembrava che dormisse."
    "Vengo lì, vengo lì subito."
    Partì immediatamente. Non riusciva a credere che Gloria non ci fosse più. Quanti avvenimenti in pochi giorni! Il dolore le toglieva il respiro. Ripensava ai momenti che avevano diviso, momenti bellissimi, sereni, in cui lei aveva assorbito tutto ciò che solo una persona molto speciale è in grado di trasmettere. Pensava anche che avrebbero dovuto essere insieme, e invece era partita, e Gloria era morta da sola. Non si perdonava nulla, ma in realtà non aveva alcuna colpa.
    Quando finalmente arrivò pregò Annamaria che la accompagnasse al cimitero  prima ancora di entrare in casa. Lei si prestò subito, con molta gentilezza e cercando di raccontare come erano andate le cose, ma Laura non riusciva ad ascoltarla.
    "Venga a casa signorina, ha viaggiato, deve riposarsi un po'."
    "Sì, se non le spiace, mi fermo volentieri un paio d'ore."
    Annamaria la accompagnò a casa.
    "Ci vediamo più tardi, devo ancora sbrigare delle formalità."
    Laura si sedette in poltrona nel salotto fissando il vuoto. Come era tutto diverso senza Gloria. Come avrebbe voluto vederla seduta di fronte a lei come la notte di Natale quando le luci intermittenti dell'albero illuminavano a tratti il suo viso. Più ci pensava, e più si convinceva che il luccichio che aveva visto negli occhi di lei erano lacrime. Si guardò attorno cercando di memorizzare il più possibile un ambiente che non avrebbe rivisto mai più. L'orologio a parete continuava a diffondere il suo tic tac ignaro di scandire un tempo che per Gloria ormai era finito. In un angolo del salotto c'era uno scrittoio. Laura notò che era aperto e col piano abbassato. Si avvicinò e vide un quaderno spesso con la copertina di pelle, lo prese in mano e il quaderno subito si aprì all'ultima pagina scritta. La penna era ancora appoggiata lì, fra un foglio e l'altro. Era una pagina di diario e Gloria l'aveva scritta il giorno di Santo Stefano, dopo la partenza di Laura.
    "Finalmente la vita mi ha regalato un vero Natale. Non l'avrei mai immaginato. Ho trascorso il Natale con mia nipote Laura e ho potuto fare gli auguri, anche se solo per telefono, a mia figlia. Almeno ho risentito la sua voce. Sono piena di felicità. In questi giorni con Laura ci sono stati momenti di grande intimità in cui mi è stato difficile resistere alla tentazione di rivelarle chi sono io per lei, ma il buon Dio mi ha tenuto la mano sulla testa ed anche questa volta sono riuscita a far prevalere il buon senso. Spero che avrò sempre la forza di tacere. La cosa più importante è sempre stata la loro serenità e lo sarà sempre."
    Subito Laura non capì, ebbe solo la consapevolezza che quella pagina le stava svelando una verità sconvolgente. Rilesse soffermandosi su ogni parola. Gloria era la madre di sua madre? Quindi lei aveva trascorso il Natale con sua nonna? Lasciò che il quaderno le cadesse in grembo e cercò di dominare il tremore delle mani, ma era impossibile. Provò a pensare. Sua madre non aveva mai nascosto a nessuno di essere stata adottata, anzi da ragazza aveva anche tentato di sapere qualcosa  della sua vera mamma, ma non era riuscita a scoprire nulla e si era rassegnata. Se Gloria era abituata a scrivere il diario sicuramente ce n'erano  altri. Laura si alzò, andò a cercare nella libreria e li vide: quattro quaderni identici a quello che aveva in mano, spessi e con la copertina di pelle scura. Allora capì che la vita di Gloria era tutta lì, in quelle pagine scritte con una calligrafia piccola e minuziosa, quasi impersonale, tanto in contrasto con le incredibili vicende che descriveva.
    Così Laura lesse di una giovanissima Gloria innamorata di un ragazzo che si chiamava Edoardo, morto all'improvviso. Lesse dell'emozione di Gloria nell'accorgersi di essere in attesa di un bambino, ma anche della vergogna dei genitori di lei che l'avevano obbligata a vivere la gravidanza in solitudine, lontano da casa e dal paese, e poi a rinunciare alla piccola che era nata. Lesse anche che  tempo dopo, quando Gloria era diventata più adulta e si era finalmente sottratta al giogo della madre, era andata a cercare la sua bambina scoprendo che era già stata adottata. Gloria si era disperata e tramite conoscenze era riuscita a sapere dove viveva e chi l'aveva adottata. Quando finalmente l'aveva vista, felice con i suoi genitori che l'amavano, lei aveva deciso di rimanere nell'ombra per non rovinare la serenità di quella famiglia. Si era dedicata all'insegnamento trasformando il suo enorme dolore in un grande amore che esprimeva facendo di ogni bambino che le veniva affidato, il suo bambino. Non si era più sposata nè innamorata.
    Laura divorava le parole di quei diari. Tutte le tappe più importanti della sua vita, della vita di sua madre, erano ricordate e descritte in quelle pagine. C'era anche una fotografia di Gloria ed Edoardo: il viso di lui appoggiato a quello di lei, e dietro la fotografia una dedica: "Per sempre. Edoardo e Gloria". C'era una fotografia dei suoi genitori e una di sua madre piccola, e poi una sua, scattata durante una recita scolastica.
    Laura non riusciva a controllare i suoi sentimenti. Non sapeva se essere arrabbiata oppure commossa. Ma perchè Gloria non aveva parlato! Ormai lei era una ragazza e sua madre una donna più che adulta. Non avrebbe sconvolto nessuna di loro due sapere la verità. O forse sì? E quando era stata la sua maestra? Tutte le volte in quei cinque anni di elementari che aveva incontrato sua madre senza poterle dire "Tu sei mia figlia"? Quanto sacrificio e quanta sofferenza da sopportare in solitudine. Doversi ridurre a spiare, quasi, la loro vita, tenendo tutto dentro di sè. Sentì che le lacrime le scendevano lungo il viso, le salavano le labbra per poi andare a posarsi su quelle pagine di diario. Cominciò a chiedersi se tutti i fatti degli ultimi giorni non fossero stati parte di un disegno a lei incomprensibile: l'errore in autostrada e poi l'idea improvvisa di quella visita dopo vent'anni, e il desiderio così impellente di fermarsi in quella casa a Natale, e poi purtroppo tutto il resto.
    Quando Annamaria rientrò Laura le chiese se poteva portare con sè i diari di Gloria. Presero il tè insieme.
    "Non resterò qui da sola in questa grande casa. Andrò a vivere accanto ai miei figli."
    Laura ascoltò lo sfogo di Annamaria rendendosi conto che anche lei stava soffrendo e non aveva ricevuto attenzione. Cercò di consolarla, e quando fu il momento di partire, si promisero di tenersi in contatto.
    Durante il viaggio di ritorno si rese conto quasi all'improvviso che non aveva ancora pensato a sua madre. Avrebbe dovuto raccontarle la verità tenendo conto della grande emozione che avrebbe suscitato in lei. Pensava quale potesse essere il modo migliore. Ma c'era un modo migliore? 
    Era l'ultimo giorno dell'anno e la segreteria del suo telefono cellulare aveva registrato diversi messaggi da parte delle amiche per trascorrere insieme la notte di San Silvestro. Non rispose a nessuno. Quando arrivò si chiuse in casa e continuò a leggere i diari di Gloria. Trascorse la notte così, leggendo e riflettendo, lasciandosi libera di dare sfogo ad ogni sua emozione, piangendo ai passaggi più drammatici, e ridendo degli aneddoti riguardanti la vita scolastica. Pensò che Gloria era arguta e simpatica, dotata di un grande senso dell'umorismo e di una capacità di scrittura incisiva e affascinante. Rimpianse di non avere potuto condividere la vita con una persona così speciale, e si sentì pronta a parlare con sua madre.
    Racchiuse i diari in un foglio di carta colorata e sopra  applicò un fiocco rosso: quello sarebbe stato il regalo per lei.
    Quando arrivò a casa dei genitori per il pranzo di capodanno, sua madre era già sulla soglia ad attenderla.
    Fu come se Laura la vedesse per la prima volta: i capelli raccolti dietro la nuca, ma alti e ondulati sulla fronte. Gli occhi scuri penetranti. La somiglianza con Gloria era straordinaria.  Si fermò un attimo e si appoggiò all'auto perchè le mancava il respiro e le tremavano le gambe. Poi vide le pantofole che indossava, di panno marrone, e sorrise.
    "Allora? Cosa fai lì ferma sulla strada?"
    "Vengo subito, devo prendere un pacco nel portabagagli."
    Sua madre aveva tante cose da raccontarle. Durante il pranzo le descrisse tutto il viaggio appena concluso, mentre suo padre taceva sapendo che quando la moglie si metteva a parlare era inutile cercare di interromperla. Laura ascoltava distrattamente, attenta com'era a guardarla e constatare quanto fosse simile a Gloria anche nei modi di muoversi e di sorridere.
    "Non guardarmi così! Sembra che tu non mi abbia mai vista prima!"
    Aveva ragione: non l'aveva mai vista prima.
    Appena pranzato, suo padre se ne andò in camera per il sonnellino pomeridiano. Era un'abitudine a cui era difficile farlo rinunciare. Ma a lei non dispiacque. Preferiva  parlare prima con sua madre da sola.
    "Mamma, non pensiamo ai piatti adesso. Siediti qui sul divano vicino a me. Ti ho portato qualcosa. Guarda"
    Così dicendo  depose il pacco regalo sul tavolino del salotto.
    La madre l'abbracciò e fece per aprirlo, ma Laura posò una mano sopra le sue e le parlò con dolcezza.
    "Non adesso, mamma. Aspetta. Prima devo raccontarti una storia."
    "Una storia?"
    "Sì, una storia di grande amore, una storia vera che sembra una favola."
    Poi raccolse tutto il fiato che potè perchè l'emozione le strozzava le parole in gola:
    "La storia di tua madre...e di mia nonna."
    E allora vide negli occhi di sua madre lo stesso luccichio che la notte di Natale aveva visto negli occhi di Gloria, e seppe che sì, erano lacrime.

  • 02 dicembre 2016 alle ore 14:56
    L'ultimo Natale (Prima parte)

    Come comincia: Dopo avere sistemato la valigia nel portabagagli dell'auto Laura si sedette al volante e passò mentalmente in rassegna tutto ciò che stava portando con sè. Dimenticava qualcosa? Può darsi, si dimentica sempre qualcosa quando si parte. Pensò che in fin dei conti non stava andando nel deserto: se aveva dimenticato qualcosa avrebbe potuto acquistarlo al suo arrivo. Diede un'ultima occhiata alla casa, mise in moto e partì. Quello era il primo anno che non avrebbe trascorso il Natale in famiglia. I suoi genitori erano in viaggio, il suo fidanzamento era finito. Un lungo fidanzamento che aveva fortemente condizionato la sua libertà, al punto che lei, per assecondare un uomo possessivo e molto geloso, aveva finito per perdere tutte le amicizie, rimanendo isolata. Ora finalmente aveva recuperato libertà e allegria e così, per festeggiare se stessa, aveva deciso di andare qualche giorno in montagna. Era eccitata ed entusiasta, e la sua mente non si stancava di elaborare progetti per il futuro. Era padrona di decidere ogni cosa, di andare dove voleva, di sbagliare, anche, senza sentirsi dare della cretina; inoltre non aveva fretta perchè nessuno l'aspettava, nessuno le avrebbe mostrato adirato l'orologio se fosse stata in ritardo, nessuno le avrebbe detto che era inaffidabile, superficiale, confusionaria.
    Pensava tutte queste cose mentre viaggiava in autostrada e si ripeteva che doveva smettere di pensare al passato. Il passato era sepolto e lontano, adesso era il momento del riscatto. Laura era distratta dai suoi pensieri al punto che superò lo svincolo per la località di destinazione. Uffa, pensò, adesso chissà dove andrò  a finire prima di poter tornare indietro! Sembrava che l'uscita successiva non dovesse arrivare mai, ma finalmente, dopo quasi cinquanta km, ecco lo svincolo. Quale località? Quando lesse il nome del paese si ricordò che lì vent'anni prima abitava la sua maestra. Chissà se abitava ancora lì. Velocemente fece i conti e concluse che adesso doveva avere circa settantacinque anni. Laura aveva un bel ricordo di lei, le aveva voluto bene. Nonostante fosse stata una maestra molto severa, aveva  dimostrato sempre un sincero interesse per il futuro di ognuno dei suoi alunni cercando di costruire degli individui con dei princìpi saldi e grandi aspirazioni; si comportava con i bambini come se fossero figli suoi, e i ragazzi tutto questo lo sentivano e accettavano senza protestare anche le sgridate, consapevoli di essersele meritate.  A decidere di andarla a trovare, Laura ci mise solo un attimo. Non conosceva l'indirizzo ma il paese non era grande, infatti la prima persona che interpellò seppe indicarle dove andare.
    "Ah sì, la maestra. Vada sempre diritta fino al secondo semaforo, lì giri a sinistra nel viale alberato, la terza casa a destra è la sua."
    Posteggiò l'auto di fronte ad una bella casa a due piani, elegante e solida; recintata da un muro oltre il quale si intravedevano i rami spogli delle piante da frutta. Di fianco al cancello d'entrata c'era il citofono. Quando premette il pulsante si rese conto di essere emozionata e per un attimo pensò anche che forse non era buona educazione presentarsi a casa di qualcuno senza avvisare, ma ormai era lì.
    "Chi è?"
    "Buongiorno, sono Laura, Laura Gavelli. Lei è la maestra? Sono stata sua alunna."
    "Ti apro."
    Il cancello si aprì e Laura si sentì rassicurata dal fatto che la maestra le aveva subito dato del tu. Attraversò il giardino: un grande bel giardino che sicuramente era stato, in passato, molto curato. Lei era già sulla soglia e le sorrideva. Non era cambiata tanto, e portava ancora la stessa pettinatura dei tempi della scuola: i capelli raccolti dietro la nuca, ma alti e ondulati sulla fronte. Solo che adesso erano bianchi. Il fisico asciutto come allora, e, come allora, una camicetta beige sotto un pullover marrone scuro scollato a vu, una gonna lunga marrone e le immancabili pantofole di panno. Laura sentì  forte il desiderio di abbracciarla e lo fece. La maestra le rivolse uno sguardo divertito e penetrante. I suoi occhi scuri brillavano dietro agli occhiali:
    "Non crederai davvero che mi ricordi di te!"
    Laura si mise a ridere.
    "No infatti, però posso dirle che faccio parte dell'ultima classe di bambini che lei portò fino in quinta elementare. So, perchè mi fu raccontato, che avrebbe dovuto andare in pensione quando noi eravamo in quarta, ma rimandò di un anno perchè potessimo completare i cinque anni senza dover cambiare insegnante. E' vero?"
    "Sì cara, è vero, non ho mai lasciato nulla a metà, e comunque il tuo visetto non è cambiato molto da allora. Vieni, entra. Sono contenta che tu sia venuta a trovarmi, è bello essere ricordati."
    Laura si sentiva completamente a suo agio. La vecchia maestra la guidò in un salotto molto accogliente e entrambe si sedettero in poltrona di fronte al caminetto acceso.
    "Come sta maestra?"
    "Prima di tutto non siamo più a scuola. Mi chiamo Gloria, chiamami per nome, e se mi dai del tu sono ancora più contenta."
    "Proverò, ma sa non è facile, per me lei è sempre la maestra."
    "Bene, io a quest'ora di solito mi faccio il tè. Lo beviamo insieme?"
    Laura la seguì in cucina con naturalezza, come se avesse sempre abitato lì, e si sedette mentre Gloria preparava il tè.
    "Allora Laura, dove stai andando di bello?"
    "Veramente non ho una meta precisa. Volevo solo evadere un po' dalla routine. Ma qui sto bene. E lei, anzi tu, Gloria, vivi qui da sola?"
    "No, vive con me la mia amica Annamaria, ma è andata a trascorrere il Natale con i suoi figli. Voleva che andassi con lei, ma io sto bene in casa mia. Mi sono impigrita un po' con l'età, e poi, cosa c'è di meglio della mia casa!"
    Laura si sentiva talmente a suo agio da pensare che le sarebbe piaciuto rimanere lì per Natale. Così osò:
    "E' bella questa casa, così intima e accogliente. Viene voglia di restare."
    "Puoi restare se vuoi. Io non ho nessun programma speciale per Natale, ma abbiamo ancora un po' di tempo per organizzarci.".
    "Sarà il più bel Natale degli ultimi cinquant'anni" scherzò Laura "Davvero non ti disturbo se rimango qui con te?"
    "Non mi disturbi, anzi mi rendi felice."
    Bevvero il tè in cucina chiaccherando fittamente dei tempi della scuola. Laura ricordava ancora quando Gloria la sgridava dopo l'intervallo di mezza mattina per quanto si era scalmanata, e poi la portava nel bagno, le lavava il viso e la pettinava. "Fammi vedere i denti" le diceva "Te li lavi sempre? Mi raccomando, che se no rimani senza e poi come fai a mangiare?" In classe la maestra camminava fra i banchi, ogni tanto si fermava dietro a un bambino, gli appoggiava una mano sulla spalla e gli accarezzava la testa. Era sempre molto dolce, ma anche tanto esigente. "La buona educazione, l'ordine e la bella calligrafia saranno il vostro biglietto da visita. E poi, con la buona volontà si impara tutto il resto."  E quando vedeva compiti scritti male e trasandati perdeva la pazienza "Queste sono zampe di gallina!". Ma quello che Laura ricordava, anche con un po' di rabbia, era l' annotazione che la maestra scriveva sempre sotto i suoi componimenti d'italiano: "Non è farina del tuo sacco".
    "Perchè Gloria lo scrivevi? Io non ho mai copiato neppure una riga."
    "Lo so, lo so, eri bravina, ma io volevo molto di più perchè avevi le potenzialità, e siccome eri un po' lazzarona, ti tenevo sulla corda. Ma adesso pensiamo al Natale."
    Un'oretta più tardi le due donne a braccetto passeggiavano per le vie del paese guardando le vetrine illuminate, sotto le ghirlande luminose appese per aria da un lato all'altro delle vie. La gente era allegra e frettolosa, intenta agli ultimi acquisti natalizi. I bar e le pasticcerie erano stipati di persone che acquistavano dolci o bevevano l'aperitivo. Famiglie intere che si godevano l'antivigilia di Natale dedicandosi a tante piccole gioiose attività tipiche del periodo. Laura non si sentiva così appagata da anni. Si sentiva bene, libera, e partecipe dell'entusiasmo generale. Non ricordava neppure più quando fosse stata l'ultima volta che aveva passeggiato con sua madre per le strade della città, scherzando e acquistando regali per il Natale. Stava riscoprendo antiche emozioni che le erano state sottratte da quel fidanzamento così esclusivo che l'aveva intrappolata per troppo tempo.
    Strinse più forte il braccio di Gloria fin quasi ad appoggiarle la testa sulla spalla.
    "Io suggerirei un bel bollito per la vigilia. Come si faceva un tempo. Sono giovane ma certe cose le so. Cosa ne dici Gloria? La messa di mezzanotte e al ritorno la classica scodella di brodo."
    "Perchè no! E' da molti anni ormai che non assisto alla messa di mezzanotte. Ci vado volentieri con te. C'è anche il presepe vivente, se vuoi possiamo andare a vederlo."
    Quando rientrarono con le borse della spesa, le posarono sul tavolo della cucina.
    "Che bel calduccio!" Esclamò Laura! Proprio come da bambina.
    D'inverno, quando entrava in classe, Laura diceva così alla maestra. Gloria si soffermò a guardarla mentre si toglieva il giaccone pesante. Era vero, quel visetto sotto il berretto di lana era sempre lo stesso di allora, e anche l'entusiasmo e l'eccitazione per quel Natale imprevisto, erano gli stessi di quando era bambina. Gloria non potè fare a meno di prenderle un attimo il viso fra le mani con tenerezza.
    "Vieni, ti mostro la tua camera."
    Partecipare alla messa di mezzanotte per Laura fu come ritornare indietro di vent'anni. Da molto tempo lei non frequentava chiese, giusto da quando era bambina. Trovarsi in chiesa insieme alla sua maestra poi, rendeva il tutto ancora più irreale. C'era tantissima gente e la cerimonia era molto suggestiva. Quando alla fine della messa il coro e tutti i fedeli intonarono "Tu scendi dalle stelle" lei si commosse e non potè trattenere le lacrime. 
    Tornando a casa a piedi fu tutto un susseguirsi di strette di mano e scambi di auguri. In tanti si rivolgevano a Gloria dandole del tu e facendole notare quanto fosse eccezionale vederla alla messa di mezzanotte. Lei sorrideva  ed aveva una parola gentile per tutti. Laura pensò che la vecchia maestra doveva essere molto amata dai suoi compaesani, e si sentì privilegiata ad essere in sua compagnia.
    A casa, ranicchiata in poltrona davanti al caminetto, sorseggiò insieme a Gloria la scodella di brodo bollente.
    "Abbiamo fatto davvero un bell'alberello, non ti pare?"
    "Sì, è proprio carino."
    Le luci intermittenti illuminavano a momenti il viso di Gloria e il luccichio dei suoi occhi, e Laura si chiese se a luccicare fossero lacrime. Non disse nulla e lasciò che il silenzio di quei momenti riempisse la stanza. Posò la scodella e appoggiò la testa allo schienale della poltrona. Chiuse gli occhi. Mai il silenzio le era sembrato così bello. L'unico rumore era il tic tac dell'orologio a parete. Era completamente serena, in pace con se stessa e col mondo, perfino con quel piccolo individuo del suo ex fidanzato. Si accorse di sorridere di sollievo al ricordo di lui che ormai faceva parte del passato.  La voce di Gloria la distolse dai suoi pensieri.
    "Buon Natale Laura"
    "Buon Natale maestra"
    La mattina di Natale, quando aprì la finestra della sua camera, Laura pensò che quel giardino, innevato sarebbe stato molto romantico. Ma a oriente il cielo era rosa e non si vedevano nuvole, perciò si preannunciava una bella giornata soleggiata, anche se fredda.
    Gloria le aveva preparato la colazione: tè con una fetta di torta che aveva cucinato lei.
    "Speriamo che sia buona, non facevo una torta da anni."
    "Santo cielo, ma a che ora ti sei alzata?"
    "Presto cara, ma mi alzo sempre presto."
    "E' fantastica questa torta."
    Lavorarono insieme in cucina: Laura preparò il sugo e Gloria l'arrosto.
    A mezzogiorno tutto era pronto per il pranzo di Natale, e Laura aveva raccontato a Gloria gli ultimi suoi vent'anni di vita.
    "L'amore deve dare gioia, se fa soffrire qualcosa non va."
    A Laura sarebbe piaciuto sapere qualcosa della vita di Gloria, ma era così evidente e palpabile la riservatezza di lei, che non ebbe il coraggio di chiederle nulla. Invece lei era riuscita a confidarle con estrema naturalezza cose che non aveva mai detto neppure a sua madre. Per tutto il giorno le parlò dei suoi progetti. Non voleva legarsi ad un altro uomo per parecchio tempo e quando avesse deciso di vivere un'altra storia sarebbe stata bene attenta a chi avesse scelto. Non voleva più sbagliare, anche se non voleva neppure rimanere sola tutta la vita.
    "Non siamo fatti per stare soli. Io ho scelto di non legarmi a nessuno però vivo con un'amica. Condividiamo gusti e stile di vita, perciò è una buona convivenza. Ci facciamo reciprocamente compagnia e ci assistiamo quando ci ammaliamo. Ma sola no, non mi piacerebbe vivere sola. Daltronde nella vita non si sa mai: tutto può succedere, ma spero che Annamaria viva a lungo, più di me sarebbe l'ideale. Cosa mi dici dei tuoi genitori? Vogliamo chiamarli e fare loro gli auguri?"
    Laura si sentì immediatamente in colpa, avrebbe dovuto pensarci lei, ma Gloria sembrò intuire il suo stato d'animo.
    "Ho pensato che tu non osassi chiedermi di usare il telefono."
    "No, sinceramente non ci avevo ancora pensato, oggi sono un po' distratta. Comunque ho il telefono cellulare: non ho scuse."
    "Certo, non pensavo più che esistono i telefoni cellulari. Ma chiamiamo dal mio."
    Laura era emozionata.
    "Mamma? Ciao mamma, auguri, buon Natale. Non immagineresti mai dove sono. Sono a casa della mia maestra. Quando torno ti racconto! Passami papà"
    Dopo Laura volle che Gloria parlasse con i genitori.
    "No signora, Laura non mi ha disturbata. Sono contenta che sia qui, anzi spero che tornerà ancora a trovarmi."
    Ma il viso di Laura si era un po' adombrato mentre ascoltava la madre, e poco più tardi informò Gloria che sarebbe dovuta partire l'indomani mattina.
    "Vorrei rimanere di più. Si sta così bene qui, ma mia madre mi ha ricordato una promessa che devo mantenere. Veramente la promessa l'ha fatta lei, ma devo mantenerla io."
    "Le mamme vanno sempre accontentate. Oggi è già una bellissima giornata, e spero che tornerai a trovarmi."
    Dopo quella telefonata sembrò che il tempo si fosse messo a correre. In un attimo fu sera e in altrettanto breve tempo fu l'indomani mattina, e il momento di partire. 
    Laura scrisse il suo numero di telefono su un foglio e con una piccola calamita lo appese alla porta del frigorifero: "Così ogni volta che aprirai il frigo penserai a me, e magari qualche volta mi chiamerai."
    Poi Gloria la accompagnò all'auto. Si abbracciarono e lei rimase a guardare  finche l'auto non scomparve dietro una curva.

  • 02 dicembre 2016 alle ore 10:15
    Con il buonsenso si prende tutto

    Come comincia: Due amici in un laghetto:

    A: "Hei il tuo smartphone perchè l'hai spento?"
    B: "Non fa niente"
    A: "il mio ha quattro tacchette prende a meraviglia"
    B: "Beh.. vedi la mia canna da pesca? non ha nessuna tacchetta ma ha preso 4 pesci"

  • 01 dicembre 2016 alle ore 16:29
    La presunzione di Livia

    Come comincia: Le riunioni scolastiche possono diventare un'arena. Ne sapeva qualcosa Livia che quel giorno si permise di obiettare ad un'osservazione posta da un genitore ad un professore: scoppiò il finimondo. La tensione e lo scontro verbale coinvolsero tutti i presenti fino a farli apparire lupi famelici pronti a sbranare la preda di turno; Livia era la preside e come tale aveva l'obbligo e l'autorità per porre fine a quel pandemonio che la disgustava e quando capì che la situazione stava degenerando, con un urlo acuto e deciso riuscì a calmare gli animi dei presenti  "Silenzio! Signore, signori, cerchiamo di mantenere un contegno e riportiamo la discussione entro i termini di un civile scambio di opinioni" Tutti tacquero, nemmeno lei credeva alle parole che aveva pronunciato; troppa ignoranza in quella stanza, troppa arroganza, ma la sua diplomazia stemperò per un momento gli animi illudendola di poter concludere l'incontro positivamente. Purtroppo però, tra mille polemiche e litigi, la riunione si protrasse per le lunghe e, nonostante tutta la buona volontà, fu costretta a sospendere la seduta prima di aver preso in  esame tutti i punti all'ordine del giorno; avrebbero concluso il dibattito l'indomani, dopo l'orario delle lezioni.
    Livia uscì di scuola che era ormai buio pesto ma per fortuna la fermata della metrò era a pochi passi, non le piaceva restare da sola per strada a quell'ora. Raggiunse la stazione in un attimo e dopo alcuni minuti di attesa snervante salì sul convoglio e si accomodò seduta nell'unico posto libero. Venti minuti la separavano dalla sua fermata ed era talmente stanca che quel sedile le sembrò un trono. Alla fermata successiva scesero alcuni passeggeri e ne salirono altri in numero tale da non lasciare posti a sedere per tutti e tra i tanti Livia notò una coppia di anziani che con lo sguardò cercava vanamente un seggiolino libero, oltre che ad essere anziani parevano anche claudicanti, colpiti forse da qualche problema dovuto all'età avanzata. A quella vista il vicino di Livia, un bel giovane dall'aspetto atletico, si alzò immediatamente per cedere il posto ad uno degli anziani invitandola con lo sguardo a fare altrettanto, lei invece girò il capo dall'altra parte e sbuffò sonoramente, non aveva la minima intenzione di cedere il posto a nessuno, era troppo stanca. A quel punto il giovane aiutò la signora ad accomodarsi e nel contempo imprecò nei confronti di Livia, ma fu l'anziana a stemperare la tensione rivolgendo al giovane delle semplici parole per tranquillizzarlo "Su, stia calmo. E' stato gentile a donarmi il posto. La signora al mio fianco sarà sicuramente stanca e non è obbligata a cedere il suo posto a nessuno, mio marito è forte, vedrà che andrà tutto bene" Nel frattempo il convogliò si fermò e Giuseppe, così si chiamava il ragazzo, scese dal treno rispondendo con un sorriso ai cenni di saluto dei due anziani, mentre Livia lo squadrò dall'alto in basso con aria distaccata.
    Da lì Giuseppe, in dieci minuti a passo sostenuto, raggiunse casa sua dove c'erano ad attenderlo i suoi genitori con il fratello. "Hai fatto tardi anche questa sera" Lo accolse la madre con voce melanconica "E allora?" Rispose lui in cagnesco "Nulla, era solo una considerazione" ribadì sospirando la donna "Non sono affari tuoi" Infierì Giuseppe alzando il tono di voce anche per sovrastare il volume della televisione che nel frattempo qualcuno in sala aveva aumentato considerevolmente "Hai sentito? Tuo padre preferisce il frastuono di quell'aggeggio infernale piuttosto di prender parte al discorso" "Lui dov'è?" Chiese invece Giuseppe che non l'aveva ascoltata "In cameretta, sta riposando" Rispose la mamma con un nodo alla gola, non le piaceva il tono del figlio e quando Giuseppe si girò verso di lei, qualcosa nel suo sguardo le fece gelare il sangue nelle vene. Poi lui si affacciò in sala dove suo padre era sdraiato sul divano, intento a guardare la tv completamente immerso nel suo mondo e senza aggiungere altro scansò la madre con un braccio e si diresse verso la cameretta. Spalancò la porta ed accese la luce, incurante di disturbare il riposo del fratello che, imbottito di farmaci e avvolto nelle coperte, non si accorse di nulla. Richiuse dietro di se la porta e girò la chiave a doppia mandata costringendo sua madre ad aspettare fuori, pietrificata dal terrore. Giuseppe scoprì il fratello e restò immobile ad osservarlo in tutta la sua vulnerabilità; la rara malattia che aveva colpito il povero ragazzo, oltre ad averlo reso storpio, ne aveva cambiato completamente i lineamenti e anche il suo cervello si stava riducendo ad un ammasso di gelatina senza funzioni; ormai suo fratello era paragonabile ad una pianta malata. Giuseppe trasse un lungo respiro e poi fece la sua mossa. Allertati dalla madre preoccupata, i carabinieri arrivarono nel volgere di pochi minuti e furono costretti a scassinare la porta della cameretta, quando entrarono ebbero la conferma dei timori della donna; Giuseppe era appeso ad una corda legata al lampadario, mentre sul letto era steso il fratello con il viso rilassato come se stesse dormendo beatamente. Nel frattempo erano arrivati anche i volontari del pronto soccorso che presero subito in consegna Giuseppe; infatti grazie al tempestivo intervento dei carabinieri e al suo eccezionale fisico pur se in gravi condizioni era ancora vivo. A quel punto suo padre si abbandonò ad un pianto sfrenato tra le braccia incredule della moglie.
    Giuseppe fu portato in ospedale e, nonostante le sue condizioni, messo sotto sorveglianza armata, l'indomani il giudice avrebbe preso i provvedimenti del caso. L'infermiera che fu incaricata di tenerlo sotto controllo quella notte era una neo laureata, di bell'aspetto e con un'ottima preparazione, non era per nulla spaventata dell'incarico; le avevano detto cosa avesse appena combinato quel ragazzo, ma la sua determinazione le fece assumere subito il controllo della situazione. Giuseppe era in coma farmacologico, ma lei credeva nella teoria che un cervello non è mai spento e quindi anche in quelle condizioni assimilasse comunque tutto ciò che gli accadeva intorno e quando, dopo alcune ore, restò sola con il paziente, prese a parlare "Bene, ti chiami Giuseppe, e a quel che vedo sei un bel ragazzo. Ho saputo che hai appena ammazzato tuo fratello, qualcuno dice per un atto di misericordia, qualcuno no. Non ti conosco personalmente, ma so un sacco di cose di te e penso che tu abbia voluto toglierti di torno un peso; si, mi hai capito bene, un peso, un fastidio. Quel fratello malato e impresentabile di cui tanto ti vergognavi, tu che sognavi di sfondare nel mondo della televisione e dello spettacolo, tu che hai dedicato ogni istante della tua crescita per diventare simile ad uno di quei personaggi che tanto ammiravi. Come faccio a sapere tutte queste cose? Ascolta: durante i miei studi ho frequentato vari ambienti per l'apprendistato e per un certo periodo sono stata inserita in un centro per assistenza di pazienti affetti da gravi patologie. Lì mi hanno affidato il caso di un ragazzo che, sano come un pesce, aveva cominciato ad avere dapprima piccoli problemi motori, poi man mano che la malattia progrediva il suo corpo ha preso a deformarsi e anche la sua mente ha cominciato a cedere fino a ridurlo a ciò che era fino ad oggi, io conoscevo bene tuo fratello. Era lui che mi raccontava dei tuo sogni, delle tue ambizioni, ed era lui che piangeva per te consapevole che la sua malattia avrebbe precluso ogni tuo sforzo, perché  i tuoi genitori stavano spremendo tutte le proprie risorse per lui nel vano tentativo di guarirlo. Finché ha potuto farsi capire tuo fratello ha sempre tenuto la tua parte, si sarebbe ammazzato pur di vederti felice. Ti voleva bene, per te invece era solo un ostacolo da eliminare; ora che l'hai ammazzato, come ti senti? Sei un verme Giuseppe, ed è giusto che provi quello che ha passato tuo fratello" Detto ciò Anna, così si chiamava l'infermiera, preparò un cocktail di medicinali che sapeva essere micidiale, lo diluì nella flebo che doveva sostituire quella quasi esaurita e la fissò al suo posto con le mani tremanti; Giuseppe sarebbe morto nel sonno. Anna fini il suo turno, sostituì la flebo e senza batter ciglio si avviò verso casa, sarebbe toccato agli altri scoprire la morte del ragazzo.
    Livia aveva ancora il mal di testa, nonostante avesse ingerito una dose massiccia di sonnifero non era riuscita a chiudere occhio, suo marito era all'estero per lavoro e da quando i figli si erano accasati altrove, stare da sola le creava sempre una certa angoscia. Si preparò una colazione abbondante innaffiata da caffè nero e forte e dopo essersi fatta una doccia rigenerante si apprestò ad affrontare una nuova giornata di fatica tra colleghi e collaboratori che non sopportava più. Quando salì sulla carrozza della metrò, piena come sempre, notò con la coda dell'occhio un posto a sedere libero e fece per raggiungerlo quando un istante prima di lei lo occupò una giovane ragazza dalla folta e riccioluta capigliatura rossastra. Livia la squadrò dall'alto esortandola con lo sguardo a cederle il posto, in fin dei conti quella giovinetta poteva essere sua figlia. La ragazza dal canto suo si limitò a sorriderle con aria sprezzante, non le avrebbe ceduto il posto neppure a pagamento. Livia imprecò tra se e se ma all'istante le apparve nella mente la scena della sera prima, quando fu lei a non cedere il posto all'anziano signore e ricordò anche il sorriso dei due anziani che, per nulla contrariati dal suo gesto restarono tranquilli ai loro posti. Livia sospirò profondamente e un sorriso si fece largo sul suo bel viso; aveva dei lineamenti ben marcati, ma la sua femminilità era tale da far invidia a parecchie donne facendola sentire superiore alle altre. La ragazza dai capelli rossi la osservò con aria stanca, aveva lavorato quella notte e il comodo sedile, l'ambiente riscaldato e i tipici rumori di fondo di un vagone affollato, le stavano conciliando il sonno al punto che, reclinato il capo su una spalla, si addormentò senza accorgersi di aver fatto scivolare a terra la sua borsetta da cui ne  usci il suo cellulare. Livia istintivamente si chinò a raccogliere tutto e quando ebbe tra le mani il cellulare non poté non notare un'immagine che inavvertitamente aveva aperto sullo schermo; ritraeva un ragazzo sdraiato su un letto di ospedale con tanto di flebo al braccio. Il particolare che la colpì però non fu quello, osservando attentamente sullo schermo si rese conto di aver già visto quel ragazzo, era colui che la sera prima aveva ceduto il posto alla signora anziana sulla metrò e a quel punto decise di svegliare la ragazza per avere notizie su quel tale. La giovane, ancora intontita dal sonno, ci mise un attimo a realizzare cosa fosse successo, Livia infatti le stava spiegando di come, senza volerlo, avesse visto l'immagine sul suo cellulare convinta di aver riconosciuto quel ragazzo, ma la giovane le rispose con tono aggressivo "E lei chi è? Cosa vuole da me?" "Nulla di importante" replicò Livia con calma "Ieri sera ho incrociato quel ragazzo sulla metrò" e così raccontò alla ragazza ciò che era accaduto "Io ero stanca dopo quella riunione" concluse Livia "E mi sono comportata da stronza, non ho attenuanti, ed infatti oggi ho ricevuto lo stesso trattamento. Ma quel ragazzo, così gentile, così a modo. Che gli è successo?" La ragazza aveva ascoltato attentamente quel racconto, e un dubbio atroce la assalì, come poteva un ragazzo dai modi così gentili aver commesso un atto così terribile? Livia si accorse dello sgomento della ragazza e, convinta di essere lei la causa di quello stato d'animo, le poggiò una mano sulla spalla e le disse "Mi scusi, forse sono stata indiscreta, non volevo arrecarle nessun disturbo" Per tutta risposta la ragazza si alzò di scattò e abbracciò Livia con tanta foga da farle mancare il respiro, la preside strabuzzò gli occhi, incredula e con un filo di voce le disse "Piacere, io sono Livia" La ragazza si stacco da lei e con un sorriso smagliante rispose "E io sono Anna e lei mi ha aperto gli occhi" Alla prima fermata la ragazza scese dal convoglio e immediatamente salì sul treno che andava in senso contrario, aveva sbagliato e doveva correre all'ospedale per porre rimedio al suo tragico errore. Livia dal canto suo prese il posto della ragazza, aveva ancora alcuna fermate prima di giungere a destinazione, ma quell'episodio la convinse ancor di più di come le persone avessero ancora molto da poter dare, bastava un po' meno indifferenza, forse.
    Anna raggiunse l'ospedale e si recò immediatamente verso la camera di Giuseppe e quando fu a pochi metri dalla stanza incontrò uno dei medici che ne stava uscendo scuotendo la testa. Anna interpretò quel gesto nel peggiore dei modi e quasi si scontrò con l'altro nella foga di sapere cosa fosse accaduto "Bene!" Esclamò l'uomo "Che ci fai qua?" "La flebo" biascicò terrorizzata Anna "Già, la flebo" Sei talmente distratta che non ti sei accorta che la flebo era staccata dalla sua sede. Devi aver combinato uno dei tuoi soliti casini e io ho trovato tutto il liquido in terra, per fortuna sono venuto a controllare e l'ho sostituita con una nuova, in più mi è toccato asciugare tutto" "Quindi il paziente non ha ricevuto neanche una goccia di quella flebo" Affermò Anna speranzosa "No, ma la situazione è sotto controllo. Dovrei fare rapporto a te e a quell'inetto del tuo collega. Da quando hai smontato di turno e ha preso il tuo posto non si è ancora degnato di venire a controllare il paziente" Anna sentì salire le lacrime agli occhi "Su, su Anna, non ti preoccupare, il fatto che tu sia tornata immediatamente qua dimostra il tuo attaccamento per il lavoro, sospettavi di aver commesso un errore e sei corsa per porvi rimedio, ok?" Rimedio all'errore, pensò Anna. Quanto era vero, ma quanto si sbagliava il dottore "Si dottore, la ringrazio per aver rimediato alla mia distrazione" L'uomo sorrise benevolmente e poi si lasciò Anna alle spalle "Se vuole, ragazza, entri pure a far visita al suo paziente" Anna non se lo lasciò ripetere ed immediatamente si fiondò al capezzale del ragazzo.
    Livia era seduta nel suo ufficio, fuori dalla finestra scorgeva il via vai di veicoli che affollavano la città tutte le mattine, la gente era impazzita, o era sempre stata così'? Mentre sorseggiava il cappuccio ormai tiepido, tornò con la mente ai fatti successi nelle ultime ore, qualcosa l'aveva toccata nel profondo dell'animo. Da sempre si riteneva una donna tutta di un pezzo, infaticabile nel lavoro, precisa e attenta nella vita di tutti i giorni, innamorata di suo marito, madre presente ed attenta alle esigenze dei figli, ben voluta da amici e colleghi e rispettata dai propri alunni; era orgogliosa di tutto ciò. Eppure, in quel momento, sentiva che non era pienamente soddisfatta della sua vita. Per lei il lavoro era diventato un'ossessione, tutti dovevano rispettare le sue regole e tutti dovevano essere all'altezza delle sue richieste; i professori, gli alunni i collaboratori scolastici, tutti, senza eccezione. Amava suo marito, ma anche a lui aveva imposto il suo ritmo di vita incurante delle sue esigenze, l'uomo però era troppo buono per manifestare delle rimostranze e forse, in questo modo, il loro rapporto si stava lentamente deteriorando. Finì di bere il cappuccio ormai freddo e si mise davanti al monitor del computer intenzionata a riprendere il controllo, aveva un sacco di cose da fare, ma ormai la sua testa era altrove; nel profondo del suo cuore si era spalancata una voragine da dove fuoriuscivano a getto continuo emozioni e sentimenti repressi da anni. Consapevole di non riuscire a concentrarsi sul lavoro Livia si alzò e si mise a guardar fuori dalla finestra, il traffico si era leggermente attenuato e il cielo, che di prima mattina era coperto da fitte nubi, ora lasciva passare qualche raggio di luce solare e a quella vista sorrise tra se, le sembrava di essere in una scena tratta da un film di serie b; la protagonista che, presa dai suoi rimorsi, interpreta i segni del cielo come una via di uscita dal suo limbo interiore. La sua scorza si stava sciogliendo ed ora le era chiara una cosa, non aveva mai dedicato seriamente e gratuitamente un solo istante della sua vita al prossimo tanta era la sua presunzione e la sua convinzione di essere migliore degli altri, a quel punto le fu chiaro di non essere benvoluta, tutt'altro, era temuta. Quel pensiero la fece esitare per un attimo, ma poi il suo carattere forte la aiutò a riprendere il controllo della situazione e in un attimo decise di dare una svolta alla sua vita; sorrise nuovamente, anche perché nel frattempo il cielo si era nuovamente rannuvolato e le prime gocce di pioggia punteggiavano la strada, interpretò quel segno pensando che ognuno è padrone del proprio destino.
    Anna stava fissando Giuseppe da qualche minuto e senza rendersene conto riprese il discorso da dove l'aveva lasciato prima di smontare dal turno "Sai Giuseppe, non ti ho detto tutta la verità. Tuo fratello, che ti adorava, aveva espresso più volte il desiderio di morire per lasciarti libero di realizzare i tuoi sogni e i tuoi desideri, mi ha sempre parlato di te come di un ragazzo buono e gentile. Poco fa ho incontrato sulla metrò una donna che mi ha raccontato un fatto accaduto ieri sera e ti ha dipinto come un ragazzo sensibile e sorridente, io non voglio credere che tu abbia commesso quello di cui sei accusato, non puo essere. E poi c'è un'altra cosa che ti ho nascosto: ero talmente entrata in sintonia con tuo fratello che tutto quello che lui provava per te lo sentivo anche io. Mi mostrava le tue foto, mi parlava dei tuoi modi e, lo confesso, mi sono innamorata di te" Anna si fermò un attimo ad ascoltare, aveva captato un rumore provenire dall'esterno della stanza e per precauzione uscì a controllare; era solo il militare che era venuto a dare il cambio al suo collega "Tutto bene signorina?" Chiese l'uomo "Si, tutto bene" Rispose gentilmente lei senza aggiungere altro  e poi richiuse la porta dietro di se e riprese a parlare "Io ti amo Giuseppe, lo so che è strano, non ci siamo mai visti prima, ma è così e ieri sera, quando ti hanno portato da me in fin di vita e ho saputo cosa era successo, mi è crollato il mondo addosso" Anna si avvicinò al letto e prese tra le sue mani una mano di Giuseppe "Ti prego, riprenditi. Sono sicura che tutto si risolverà per il meglio" In quel momento la ragazza senti la mano del ragazzo stringere le sue, pensò ad un movimento dovuto a uno spasmo ma poi udì uscire dalle labbra del ragazzo un'unica parola dolcemente sussurrata "Grazie" e il volto di Giuseppe si riempì di lacrime.
    Livia aveva trascorso la mattinata lavorando come al solito ma, pervasa da una nuova carica, sentiva di voler urlare al mondo che sarebbe cambiata e che si sarebbe aperta al prossimo. A breve avrebbe avuto la prima prova per verificare la bontà del suo intento, doveva concludere l'incontro interrotto il giorno prima.
    Anna, che nel frattempo si era appisolata seduta al fianco di Giuseppe, fu svegliata dal rumore di passi che si stava avvicinando alla stanza e dopo pochi istanti la camera fu invasa da cinque persone: con il dottore che poco prima le aveva fatto la ramanzina c'erano l'infermiere di turno, poi un militare chiaramente di grande importanza ed un signore ed una signora che immediatamente identificò come i genitori di Giuseppe e Carlo, suo fratello deceduto. Fece per spostarsi immediatamente ma il dottore le chiese di stare tranquilla; era tutto sotto controllo. La signora si avvicino al figlio immobile sul letto e con le labbra ne sfiorò la fronte, mentre le lacrime inumidirono il viso del ragazzo. "Non piangere mamma, sto bene" La donna si ritrasse quasi spaventata all'udire quelle parole e contemporaneamente cercò con lo sguardo il dottore che a sua volta aveva stampata in viso un'espressione incredula ma immediatamente prese in mano la situazione. Ordinò a tutti di lasciare la stanza, trattenendo con se solo l'infermiere e ordinando ad Anna di correre subito in reparto ad avvisare i suoi colleghi di raggiungerlo immediatamente. Nel volgere di pochi minuti la stanza di Giuseppe si riempi di un nugolo di dottori ed infermieri e agli altri non restò che allontanarsi. Si trovarono così a bere un caffè nella zona dei distributori automatici dove, in forma confidenziale, il comandante dei carabinieri stava informando i genitori dei ragazzi di avere raccolto sufficienti prove per ritenere che Carlo fosse morto alcuni istanti prima dell'arrivo di suo fratello e quindi, con tutta probabilità, sarebbero cadute velocemente le accuse di omicidio lasciando però  il dubbio sulle reali intenzioni che avevano spinto Giuseppe a barricarsi in camera e poi a tentare il suicidio. Anna era riuscita, senza dare nell'occhio, ad avvicinarsi ed ad ascoltare quella conversazione privata e nell'udire quelle novità il suo cuore sobbalzò dalla gioia; Giuseppe non era un assassino. Nel frattempo uno dei dottori uscì dalla stanza in cui era allettato il ragazzo e con aria trionfale informò i presenti che il paziente era miracolosamente fuori pericolo.
    Livia accolse nella sala riunioni i professori e i genitori, o comunque chi aveva la responsabilità dei suoi ragazzi al di fuori della scuola, con un sorriso e con parole distensive, non voleva che si ripetesse di nuovo la bagarre del giorno prima. Esortò tutti i presenti ad avviare una discussione civile e concisa, era decisa a risolvere la questione in poco tempo così da evitare ulteriori tensioni ed infatti si risolse tutto nel migliore dei modi lasciando soddisfatti tutti i presenti e Livia riuscì quindi a congedarli con il sorriso sulle labbra. Dopo aver lasciato la scuola si diresse verso la metrò e appena raggiunta la fermata incontrò lo sguardo di Anna che le corse incontro e la abbracciò e Livia, nonostante la sorpresa di quel gesto, la accolse tra le sue braccia e sentì un calore sprigionarsi dal cuore della ragazza. "Dimmi Anna, tutto bene?" le chiese mentre salivano in carrozza.  La ragazza iniziò a raccontarle gli ultimi avvenimenti nei minimi dettagli, sentiva di potersi fidare di quella donna e anzi, voleva condividere con lei la sua gioia; le due donne erano talmente prese che non si accorsero del tempo che scorrevae solo quando giunsero al capolinea si resero conto di essere rimaste sole sul vagone. Sorprese da quell'inconveniente ma per nulla demoralizzate, presero a ridere fino alle lacrime e a quel punto Livia propose "Visto che siamo qua potremmo trovare un locale e fermarci a mangiare qualcosa, che ne dici?" "Ok Livia, oggi è un giorno speciale, festeggiamo" Mentre scendevano dalla carrozza Livia afferrò una mano di Anna e parlò con voce calma e serena, come non faceva da tanto tempo "In realtà tutti i giorni sono speciali, ogni giorno ci regala qualcosa, le persone che ci circondano hanno la loro storia e tutti, dal primo all'ultimo essere umano, hanno il diritto di viverla poterla raccontare. A noi il compito e la forza di saperli ascoltare e capire" Livia sorrise, Anna la stava fissando con aria interrogativa "Con il tempo, cara la mia Anna, capirai come il fatto stesso di vivere sia stupendo e tutti hanno questo diritto, di vivere e gioire, di poter sbagliare e rimediare, di perdonare ed essere perdonati. Io l'ho capito solo ora, ma ti assicuro che è una sensazione meravigliosa" Anna strinse la mano di Livia, forse aveva capito, o magari aveva frainteso, ma alla donna bastò quel gesto per farla sentire bene "Ecco un bar tavola calda!" Esclamò la ragazza mentre con delicatezza si era staccata dalla mano di Livia. Le due donne si accomodarono ad un tavolino e dopo aver ordinato qualcosa da mangiare e bere si misero a parlare come due vecchie amiche, la serenità che spigionava Livia aveva ormai contagiato anche Anna;. La serata scivolò via rapida e tranquilla e quando fu il momento di lasciarsi Livia capì che per anni aveva giudicato le persone senza mai conoscere la loro storia fino in fondo. Quei pensieri la accompagnarono fino ad un istante prima di addormentarsi e la mattina seguente, quando si svegliò di buon'ora, esclamò a gran voce "Eccomi mondo, sono pronta!"

  • 29 novembre 2016 alle ore 10:39
    BRCA1

    Come comincia: Diego Norente s’infilò trafelato in un vicolo all’angolo tra via Dotto e Piazza Lobuli. Il lungo impermeabile nero rivestiva come una crisalide un corpo scarno, nervoso, dove le ossa parevano volessero forare la pelle.
    L’uomo, dalla barba incolta e dalle labbra serrate, buttò fuori l’aria dalle narici come un toro infuriato pronto alla carica, solo gli occhi scintillavano di una luce innaturale, crudele.
     Il giorno aveva già lasciato da un pezzo la costa ovest e Diego Norente non aveva più tempo. Si guardò intorno con scatti rapidi della testa alla ricerca di un posto dove nascondersi e riorganizzare le idee, ormai era braccato. Da quando il sergente Port si era messo sulle sue tracce per BRCA1, questo era il suo nome in codice, l’unico modo di portare a termine la missione era di prendere contatto con le cellule dormienti.
    Si arrampicò su una scala antincendio fiutando il potenziale pericolo come un segugio che intercetta la preda. A ogni scalino le sue labbra si contraevano in una smorfia di dolore accompagnata da un grugnito greve - «Devo farcela» ripeteva - «La missione, prima di tutto».
    S’infilò attraverso una finestrella e scivolò dentro, come un crotalo nella spaccatura di una roccia, in quella che sembrò una soffitta. Diego Norente rimase immobile come se volesse diventare tutt’uno con l’ambiente circostante, fino a quando gli occhi si abituarono all’oscurità della stanza.
    L’odore umido di muffa lo tranquillizzò, era uno spazio inutilizzato da tempo dove poteva tirare il fiato e ricomporre le idee, sparse come tante tessere di un puzzle.
    Il corridoio al quarto piano dello stabile di via Nudo si diramava come la pianta del metrò di Parigi, collegando le sezioni del “Pronto Intervento” con quella dei “Corpi Speciali Anti Invasione”, “l’Intelligence” e la squadra “Prevenzioni Attacchi Terroristici”.
    L’ambiente era spartano, nulla di superfluo oltre l’essenziale, solo alcuni quadri raffiguranti i ricercati più pericolosi e un archivio con le impronte genetiche dei delinquenti di ogni risma.
    «Dobbiamo agire in fretta adesso che abbiamo individuato BRCA1» sbotto il sergente Port.
    «Sappiamo in quale zona si nasconde e dobbiamo intervenire prima che si metta in contatto con le cellule dormienti, solo così riusciremo a bloccare la follia della sua missione».
    Le parole del Sergente Port si mischiarono all’odore dolciastro di cannella e al suono ritmato dei tacchi 12 che accompagnava Miss Adana, la più alta autorità specializzata  contro il terrorismo internazionale.
    Adana, soprannominata la Rossa per la sua chioma color rubino, era considerata alla stessa stregua di un essere mitologico la cui fama raggiungeva gli angoli più remoti del continente ma, al tempo stesso, nessuno l’aveva mai vista.
    Fasciata in un tubino vermiglio, Adana aveva un aspetto etereo e insieme glaciale. I lineamenti gentili nascondevano la tenacia e la leadership dei grandi condottieri dell’antichità.
    «Sergente Port» - esordì Adana la Rossa - «I nostri informatori ci hanno appena comunicato il luogo dove si nasconde BRCA1, andiamo a prenderlo».
    Diego Norente sentiva il cerchio stringersi attorno a lui come un nodo gordiano, ormai neppure l’oscurità della soffitta dove si era rifugiato poteva più nasconderlo. Per la prima volta provò un senso d’impotenza, lo stesso che aveva fatto provare nella sua lunga carriera, accompagnato dall’odore di morte e disperazione. Lo smarrimento e la sensazione che tutto sarebbe finito da lì a poco si fecero sempre più reali. Il terrore e lo sgomento lo assalirono paralizzando quel corpo ossuto simile a un vecchio ramo secco. Gli parve di sentire, in quell’angusto spazio ammuffito, l’odore di cannella, ma forse era la pazzia che veniva a prenderlo per mano.
    «Diego Norente, la dichiaro in arresto» risuonò una voce nell’oscurità accompagnata dal ticchettio dei tacchi 12.
    «E’ finita, finalmente è finita» - disse l’infermiera staccando la sacca di infusione - «Anche l’ultimo ciclo di chemio è terminato».
    «E’ stata veramente brava signora Carmen, la “Rossa”, come la chiamiamo noi, non è una passeggiata».

    Personaggi
    DIEGO NORENTE – carciNOma lobulaRE infiltraNTE
    BRCA1 – mutazione genetica tumorale
    ADANA “LA ROSSA” – ADriAmiciNA - farmaco chemioterapico
    SERGENTE PORT – PORT - dispositivo per accesso vascolare
     

  • 29 novembre 2016 alle ore 4:58
    Alguna vez... la felicidad...

    Come comincia: Si alguna vez has sentido felicidad, ¿no te habría gustado ser capaz de apresar ese instante para siempre?
    La Felicidad pensaba que el mundo se había creado exactamente para ella, quizás alguien había mezclado sus preferencias con sus mejores deseos para hacer de la suya una realidad perfecta, acertada hasta el más mínimo detalle llegando a convertirse casi en una proyección de lo mejor de sí misma. Cierta noche la Curiosidad llamó inesperadamente a su puerta para contarle que había descubierto un claro por el que podía adivinarse un pequeño camino, demasiado tentador para que la Felicidad no quisiera saber hasta dónde podría llevarle.
    Consultaron a la Intuición que sin dudar dio su aprobación y animada por los sabios consejos del Valor, La Felicidad decidió probar suerte y comenzar su aventura. No muy lejos de allí, habitaba la Tristeza, en un lugar ensombrecido en el que cada día dejaba de brillar el sol y las noches se hacían tan largas como un mal sueño. Difícil encontrar un lugar donde poder descansar en aquel paraje tan inhóspito. Al caer la tarde, la Tristeza recibió la visita de las Sombras alertándola de que habían sido alcanzadas por una lejana luz que se colaba por un hueco entre los arbustos. El Misterio, que ya sabía de la existencia de esta extraña senda, lanzó una fría mirada a la Tristeza con la que casi la obligaba a marchar. Fue entonces cuando la Impotencia le hizo pensar que tal vez fuera buena salida.
    La Felicidad avanzaba decidida y sonriente, disfrutando del color de cada piedra del camino, del olor de cada flor, del brillo de cada hoja, de la magia de cada rayo de luna que jugaba entre las ramas de los árboles. La Tristeza deambulaba asustada y estremecida, con pasos cobardes que intentaban adivinar la superficie antes de tocarla, mirando constantemente hacia atrás, arrepintiéndose de cada pisada e imaginándose al acecho de terribles sombras monstruosas. Siguiendo cada una su camino, casualmente ambas llegaron hasta un pequeño claro que se abría en el bosque.
    La Felicidad pensó que quizás ése era el lugar más bonito en el que jamás había estado. Se sentía reconfortada por la robustez de los fornidos árboles, adulada por la belleza de las flores que se entregaban a ella en una especie de bello ritual y agradecida a la música que le ofrecía el agua del pequeño arroyo a su paso entre las piedras. La Tristeza se sintió sobrecogida ante aquel claro tan trémulo, rodeada por gigantescos árboles sentía que intentaban apresarla, despreciada por aquellos privilegiados brotes de vivos colores que la miraban con desaire y sobrecogida por el imprevisible estrépito del arroyo que rompía el silencio. La Felicidad fue la primera en darse cuenta de que no estaba sola, la curiosidad se fundió con la alegría y sus ojos sonrieron.
    La tristeza, en cambio, se refugió agazapada tras unos arbustos asomando su máscara de hierro envejecido con la que ocultaba su triste rostro, bajo la que podían intuirse sus labios retorcidos por el miedo. La Felicidad preguntó con voz alegre: ¿Quién eres? Sólo se oía el sonido del agua y el tímido temblor de las ramas del matorral tras el que se ocultaba la Tristeza. Tras preguntar varias veces sin obtener ninguna respuesta, solamente al cesante temblor de las ramas, la Felicidad dijo: "Sólo quiero ser tu amiga". La Tristeza al fin salió de su escondite, cabizbaja, casi avergonzada ante tantas muestras de felicidad que ella no alcanzaba entender. La Felicidad no encontraba motivos para la Tristeza, que no se atrevía a levantar su mirada del suelo, y le preguntó con su voz alegre: "¿No tienes amigos?". Sin dejar responder, comenzó a hablar la Felicidad: "Yo tengo muchos amigos. Mi amiga es la Alegría, que siempre me inunda de gratitud; la Risa, que me hace cosquillas en el estómago; la Inquietud, que me descubre cosas preciosas; la Sonrisa, que abre mis ojos al mundo; la Amabilidad, que me regala su afecto; la Locura, que embriaga mi espíritu; la Templanza, que me mantiene unida a la razón; la Sabiduría, que me conduce al más alto grado del conocimiento; el Entusiasmo, que todas las mañanas viene a despertarme; la Generosidad, a la que siempre agradezco su grandeza; la Sorpresa, que me maravilla con algo imprevisible; la Comprensión, que no necesita explicaciones; la Fortaleza, que me ayuda a encontrar lo que busco; la Sinceridad, que me muestra el lado más bello de las cosas.... También tengo otro gran amigo, el Amor, a quien quiero sin saber por qué".
    La Tristeza había permanecido inmóvil escuchando cómo la Felicidad describía entusiasmada a sus amigos. "Háblame ahora de tus amigos", dijo la Felicidad. La Tristeza comenzó a hablar con su voz apagada: "Yo también tengo amigos. Mi amigo es el Dolor, cuya presencia ya pasa desapercibida; la Angustia, que me oprime sin motivos; el Temor, que me enseña todos los peligros; la Pena, que me desgarra las entrañas; el Desaliento, que merma mis fuerzas; la Compasión, que siempre me recuerda lo triste que soy; la Mentira, que engaña a mi alma; la Esperanza, que me aleja de la realidad; las Lágrimas, que riegan mi jardín de rosas secas y tallos de espinas; los Recuerdos, que alimentan mi pesar sin dejarme mirar hacia delante; la Soledad, que siempre me acompaña; la Decepción, que oscurece mis días; la Traición, que ensucia mi lealtad; la Envidia, que se regocija en mi desconsuelo".
    La Felicidad escuchó atentamente sin borrar la sonrisa de sus labios y el misterio de sus ojos. Tras un corto silencio, roto por la inquietud y curiosidad de la Felicidad, dijo: "Antes de irte, quiero pedirte un favor". La Tristeza, sin levantar la vista del suelo, esbozó un sí no muy convencido. "Quiero ver tu rostro", dijo con voz pausada la Felicidad, en un intento de mostrar confianza en su tímida amiga. Tras dudarlo unos instantes, la Tristeza se acercó la mano hasta la cabeza y deslizó su máscara hacia atrás dejando al descubierto su rostro. Lentamente fue levantando la vista hasta encontrarse con al mirada exacta de la Felicidad. Los ojos de la Felicidad dejaron escapar algunas lágrimas mientras su boca dibujaba una amplia sonrisa. Los ojos de la Tristeza brillaron mientras su boca esbozaba un llanto comprimido. La Felicidad rápidamente reconoció el rostro de la Tristeza, tan igual al que veía todas las mañanas reflejado en el lago mientras se arreglaba dispuesta a pasar un día feliz, tan igual y, a la vez, tan distinto. La tristeza no alcanzaba a creer que la imagen que tenía delante guardaba una extraña y agradable similitud con aquella que tímidamente se asomaba a su charca antes de colocarse su máscara de hierro envejecido.
    La Felicidad y la Tristeza dependen de la suerte y de la casualidad. La misma suerte que un día la Felicidad y la Tristeza decidieron tentar y la misma casualidad que hizo que ambas se cruzaran en el camino. La Felicidad y la Tristeza dependen, sobre todo, de los amigos que tengas.