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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 19 dicembre 2015 alle ore 8:59
    L'euforia del Natale

    Come comincia: Tra qualche giorno è Natale... ero sul punto di dimenticarlo. Non avrei potuto; c’è sempre qualcosa o qualcuno che te lo rammenta: l’abete infiocchettato da vezzosità luminose o lo sguardo estatico di un bimbo davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli.
     
    Dimenticavo... e la corsa ai regali, la sacrosanta tradizione del dono ad ogni costo, dove la mettiamo? Non si può certo abolire... che Natale sarebbe? Per non parlare dei “trofei” acquistati all’ultimo minuto, mentre la bancarella sta rimettendo le sue cianfrusaglie nel furgoncino.
    Il vanto di essersene impossessati, la gloria inneggiata da chi ha fatto compere ordinarie ed ora è galvanizzato dall’abilità altrui, non avrebbero ragion d’essere, se non ci fosse la Festa delle feste.
     
    Nelle chiese si notano donne ancora giovani, lontane dal fiore della gioventù, impegnate a creare presepi straordinari, impiegando tutto il loro tempo libero; un tempo che avrebbero potuto trascorrere, pensando alla propria solitudine che tentano vanamente di riciclare.
     
    Le solitudini del Natale... Già... esistono anch’esse. Sono nascoste da quelle che ti spingono ad esibirti come un giocoliere improvvisato nel Circo di Babbo Natale.
     
    La povertà di una mangiatoia; la semplicità di un bue e di un asinello, l’innocenza di un bambino; e la gioia dei suoi genitori sono scivolati nell’indifferenza, abbagliati dalle luminarie, assordati dal frastuono degli uomini.
     
    Ida è cieca: non può essere distratta dall’euforia del Natale, non ha tempo per attendere la visita di qualcuno che non verrà. La cercheranno soltanto quando il rito si sarà consumato, quando le lacrime non serviranno più a simulare laghetti di montagna nel contesto d’un presepe.
    L’euforia del Natale, allora, farà in modo che i panni laceri del povero vestano lo spaventapasseri, mentre il gioco più interessante e costoso spiccherà tra le mani del bimbo malato.
     
    Il Natale è anche questo: sognare un mondo migliore... Non è ancora vietato.
     

     

  • 18 dicembre 2015 alle ore 18:11
    Compleanno

    Come comincia: Un compleanno, a una certa età, la mia, è una sinfonia di sensazioni. Poche, le piacevoli, troppe, quelle sgradevoli, o, per lo meno, non pertinenti allo spirito di una festa. Tra le piacevoli, l’innesco di una cascata di ricordi, di volti sorridenti, di giornate di luce, di colori, che vivono in ogni icona del nostro cervello. L’aprirsi di una porta e il volto dei genitori, giovani, che t’inonda di suoni cari. I baci, gli abbracci, parole che attendi. Regali parchi, dato il periodo di dopoguerra. Un libro, un indumento necessario, ma non bello. Il poter smettere il cappotto rivoltato di Zia Maria, con un taglio di stoffa nuovo, da portare alla Cipollina, la sarta di casa. . “Auguri Papà”, bigliettini con piccoli disegni infantili, mi creano il volto dei miei due figlioli. Sono gradini della loro crescita, che riportano l’arricchirsi del contenuto lessicale con il trascorrere degli anni. Le loro voci e il balzo nel lettone a raggiungermi di prima mattina. Eravamo consci del valore irripetibile di quei momenti? Non ne sono sicuro. I miei diari trattengono nel tempo solo questi grafiti d’affetto. Iniziai a scrivere il mio primo diario, una sera d’inverno, uscendo dal radiologo con mio padre. Quell’ombra, al polmone, mi comunicò, quella sera, che mio padre non era immortale, come, sino allora, avevo creduto. Ora, la manovella del vecchio proiettore ha preso la corsa, gli anni sono trascorsi lasciando luci e cicatrici indelebili. Le sensazioni spiacevoli, avevamo detto? L’essere della schiera dei superstiti, ti dovrebbe dare egoistiche forze vitali, invece, ti arricchisce il dubbio, che ti porti dietro, da anni, di non aver capito nulla, su ciò che si chiama vita. Un sorteggio di spirito, al riparo del nulla, che chiamano morte. Volti sorridenti di amici, svaniti, seguendo turni accurati, meditati da chi? Perché loro e non io? Ora il tempo non ti concede illusioni. “ C’è una porta che non riaprirò” dice il poeta. E se, una sera, prima della partenza, guardi le luci di Place Vendome, a Parigi, ti poni la stessa domanda. “ La rivedrò?” Lo sguardo degli altri, quelli che tu valuti estranei, ti ferisce, quando intravedi la loro sorpresa nello scorgerti ancora vivo. .” Dottore …lei ! Come sta?” Alcuni incontri hanno dell’addio tragico: “ Dottore, fatevi baciare” . E quelli sono i momenti più pericolosi per il mio fisico, in quanto, improvviso una rappresentazione di un benessere e di una gioventù, che non ho, salendo le scale in fretta o attraversando la strada, in uno slalom imprudente, tra macchine, da baldo ragazzaccio.

  • 15 dicembre 2015 alle ore 22:05
    Caro fratello mio

    Come comincia: Ormai è mattina e non c’è silenzio. Il silenzio c’era stanotte, quando ti agitavi nel letto, insofferente, insonne, quando mi guardavi, seduta accanto a te, la tua mano nella mia, e imploravi con lo sguardo e con le poche parole: cosa faccio, non ce la faccio più, cosa faccio! Ora sei troppo stanco per stare seduto nel letto, ma troppo ammalato per stare sdraiato: sdraiato non riesci a respirare, seduto non hai la forza di rimanere che per pochi secondi. Ti tengo abbracciato a me, fratello mio, ti accarezzo le ossa sporgenti della schiena, il collo esile e i capelli radi e scompigliati, ti tengo abbracciato a me per sostenerti, per consentirti di stare un po’ di più seduto, ma non ti stringo a me. Non ti stringo perché sei così fragile, e non voglio che nel mio abbraccio tu respiri l’addio che non riuscirei a nascondere, non a te, intelligente, sensibile, consapevole. Tu appoggi la tua testa al mio petto e combatti, io sento che combatti. C’è una grossa pietra nell’orto di fianco alla nostra casa. Io ho nove anni e tu diciannove. Io mi siedo sulla grossa pietra a leggere i libri per ragazzi, tanti, tutti quelli in circolazione. Appoggio il libro sulla pietra e ti guardo: tu sei un atleta, ti alleni nel prato di fronte a casa. Mi chiami. Vieni qui, che ti faccio lanciare il disco. Io corro. La guerra è passata sopra la tua prima infanzia come una schiacciasassi, ma adesso sei un bel ragazzo. Mi insegni a lanciare il disco, mi insegni a girare su me stessa. Sono sicura che se provassi ne sarei ancora capace. Brava, l’hai lanciato a nove metri, bravissima! Ma io e te condividiamo anche la passione per la lirica: ascoltiamo l’opera alla radio di sera in cucina e quando c’è qualche opera a teatro a Bergamo prendi la moto e insieme andiamo a vederla. Ricordi quella sera che dovevano dare La Cavalleria Rusticana e I Pagliacci? Avevamo affrontato una vera bufera di neve, in moto, e quando arrivammo a teatro, l’avevano rinviata
    .Smetti di sussurrarmi “grazie, grazie di tutto”, smettila! Tocca a me dire grazie di tutto, tocca a me che non dimentico tutto ciò che ho avuto. Non dimentico “La Cavallina Storna”, quando mi aspettavi col Geloso per registrare: tu il narrante, io la madre: O cavallina, cavallina storna, tu che portavi colui che non ritorna.....” Non dimentico la moto “dai salta su che ti porto a fare un giro” Non dimentico tutto il tempo che tu mi hai dedicato, perciò smetti di ringraziarmi. Rimaniamo qui, così, diamoci tutto ciò che è ancora possibile, ce lo dobbiamo, perché più di così non esiste. Fingiamo che non stia accadendo nulla, fingiamo che non sia, oggi, l’ultimo giorno della tua vita.

     

  • 15 dicembre 2015 alle ore 18:59
    Come pioggia sulle labbra

    Come comincia: Ed eccomi per le strade del mio paese nell’attesa di un momento. Aspetto in silenzio che piova, mentre la gente che mi passa accanto, osservandomi, si chiede cosa stia facendo così fermo col viso rivolto al cielo. Mi importa poco del loro giudizio perché in fondo in un mondo sacro e disinvolto davanti alla comprensione della così tanto cercata essenza delle piccole cose, ci sarà sempre qualcuno solo interessato all’aspetto esteriore.
    Ho letto milioni di frasi sul mondo e sul suo possibile miglioramento, ma le parole sembrano restare ferme sulla carta ed è così che mi son cercato un amico: il vino.
    Vedo tanti sguardi persi, così tristi e malcontenti che mi portano a trovare in quel fragile calice di vino rosso del pranzo di ogni giorno, un modo diverso di vedere il mio tempo.
    In quella corposità così intensa e nello stesso istante raffinata sento il bisogno di cercare delle sostanziali risposte, dei motivi per restare bene.
    Attendo ogni giorno di bere da quel calice per assaporare quel vino così vivo da sentirmi talmente preso da pensare di poter far tutto.  È un sorso onesto, senza falsi compromessi, che mi porta una sensazione di piacere e serenità. È  il movimento della mia mano che pian piano avvicina quel calice di vetro alle mie labbra racchiudendo, in pochi gesti, i miei ultimi momenti della mattinata. Sento quel sorso di vino come una delle più sentite preghiere della sera e in quell’attimo ringrazio il mio buon Dio di avermi donato tutto ciò che ho. Ed è il ricordo di quel sorso quotidiano che mi fa star bene anche adesso, mentre cade la prima goccia di pioggia sulle mie labbra.
    La gente non mi osserva più e corre… corre a ripararsi dalla pioggia che cade più forte sulla strada.

  • 11 dicembre 2015 alle ore 16:42
    Tutto è imprevedibile

    Come comincia:

  • 05 dicembre 2015 alle ore 18:44
    Christmas dinner

    Come comincia: Era acquattato sulla poltrona in finta pelle nera con la faccia rivolta allo schermo del computer situato al centro di una scrivania in noce antico.
    Gli occhi gli dolevano per la fluorescenza emanata dall’apparecchio che rendeva la cute delle mani colore azzurrognolo biancastro.
    Eppure sembrava accorgersi di nulla, nel tempo speso a comporre parole per risposta ai commenti lasciati dagli amici e lettori all’ultimo racconto edito sul “Blog”.
    Frasi di circostanza. Tipo: «Grazie per la visita. Sì! Una visione onirica infarcita di ossessioni».
    La moglie lo chiamò dalla cucina: «Carlo, mi daresti aiuto?», domandò dolcemente, «Sono in ritardo col preparare la tavola», precisò per non innervosirlo.
    Erano quasi le sette di sera e c’erano tante cose daffare prima che arrivassero gli invitati.
    «Un attimo soltanto! Finisco di ringraziare gli amici. Sai: l'ultimo lavoro... ». Rispose Carlo.
    “Era mai possibile?” Si domandò Maria. Sempre impegnato con quella passione: scrivere racconti dell’orrore! Sbuffò:
    «Sì amore. Il tuo raccontino è andato assai bene. Lo so! Me lo hai detto!». Disse a mo di cantilena, dondolando la testa da un lato all’altro delle spalle.
    Poi si corresse.
    Del resto quell’uomo aveva bisogno di qualche svago e non c’era nulla di male che perdesse del tempo. “Solo che alla vigilia!”
    «Meglio questo che giocare a carte o alle “macchinette” del bar», disse alla fine, tornando a riassettare la doppia tovaglia e distribuito sopra di essa il vasellame.
    Carlo rilesse quanto finito di scrivere a “Eleanor”, un grazioso sostantivo in grado di nascondere di tutto. Da una bella principessa, a uno qualsiasi dei sette nani.
    Per quanto conosceva di Eleanor, questa poteva essere il lupo di cattivo in cerca di cappuccetto rosso o della nonna; oppure l’orco cattivo di Pollicino, o la dolce fatina di Pinocchio.
    Per certo però, era un lettore!
    Aveva lasciato un commento e giusto sarebbe stato rispondere. - Da spocchiosi il contrario!
    «Sono davvero contento che tu abbia gradito, Eleanor» impilò rapidamente i caratteri sulla tastiera, finché il sistema li fece apparire sulla riga di sotto il racconto, «spero di scrivere ancora parole così belle come mi è capitato di fare oggi».
    Quindi continuò:
    «Mi siete tutti vicini, grazie!».
    La frase pareva andare.
    Pigiò il tasto d’invio e passare a leggere il commento dell’amico Adalberto.
    Di lui ricordava che fosse a Milano; no, anzi: a Torino, sì. Proprio così! Aveva scambiato con lui dei messaggi parlandone il mese precedente.
    «Mi spiace che tu non abbia compreso la storia, o... », scrisse, «per meglio dire: il titolo!».
    In fondo si trattava di un semplice thriller:
    «L’orrore corre sul filo del telefono non mi era sembrato male e l’ho titolato in questo modo, non per via della bolletta. Siamo in crisi nera, è vero, ma ci gioviamo d’abbonamento alla linea telefonica a tariffe speciali, grazie al cielo!».
    Indubbiamente era sulla buona strada, un poco di sarcasmo nel rispondere non avrebbe guastato i rapporti, anzi sarebbe apparso - di settore.
    Farsi vedere privi, al contrario, sarebbe stato interpretato come segno di debolezza! «Fai bene a precisare che in realtà non si tratta di un filo come riportato nel testo, ma di un doppino! ». Scrisse con una discreta rabbia e continuò:
    «È vero, così come il fatto che tu fai l’elettricista alla Telecom. Non negare! Lo so e comprendo quanto sia duro e noioso il tuo lavoro. A ogni modo è un’intestazione. Nulla di grave! Mi aspetto di risentirti presto. Ciao. Ciao. Carlo».
    Lo sollecitò nuovamente la moglie, una donna buona e bella, un poco grassottella e sempre più indaffarata: «Amore?» Supplicò quasi dal corridoio.
    «Arrivo!» Rispose lui.
    Già sapeva cosa intendeva domandargli e aveva promesso di darle una mano con le cose. Ora però che era giunto il momento, non aveva voglia e intendeva restarsene in pace.
    «Sono in ritardo: Aiutami!». Disse stizzita Maria, tornata in cucina e uscendo di nuovo con un cumulo di posate da portare in tavola.
    «Sì! Spengo il computer e vengo da te!». Ripeté meccanicamente, quando mancavano poche righe per terminare anche l’ultimo commento.
    Del resto sarebbe stato brutto e sconveniente per “Lucifero”: un visitatore mai conosciuto prima, peccare nella risposta. Un gesto “snob”che non era da lui. Decise di dare risposta in maniera veloce:
    «No, Lucifero», scrisse, «non c’è pericolo che il virus omicida finisca nella vita reale diffondendosi da internet». Mamma mia quanto doveva essere menagramo quel tipo, solo a pensare possibile una cosa del genere.
    «Oggi utilizziamo il wireless. Per questo motivo, ciò sarebbe potuto capitare solo e unicamente anni addietro! Ciao. Stai bene!».
    Si girò per scollegare la corrente, e aveva le dita sul pulsante quando si accorse con la coda dell’occhio di un’ombra alle spalle.
    Ebbe unicamente modo di sollevare a mezz’aria la risma di carta per la stampa, smazzata ore prima e lasciata di fianco.
    La lama d’acciaio del lungo coltello seghettato pensato per tagliare il pane, s’infranse su di essa lacerando diversi fogli del pacco.
    «Diamine!». Imprecò rivolto alla moglie:
    «Mi vuoi ammazzare?».
    «Scusami amore!». Rispose la donna, apparsa subito costernata per l’accaduto e dolorante al polso per il violento rinculo della lama sul cumulo di fogli.
    «Non so proprio cosa mi ha preso!» Disse, ed era schietta così s’interpretava dagli occhi dolci, seppure vacui e lattiginosi che aveva.
    Carlo si premurò subito di raccogliere il coltello e sistemarlo da parte, al sicuro.
    Doveva essere accaduto qualcosa di grave, perché Maria non era mai stata una persona violenta o rancorosa.
    Gli venne in mente che la causa dovesse essere esterna. Perciò domandò:
    «Dimmi amore con cosa stavi lavorando di là in cucina?».
    Era certo di venire a conoscere la ragione dell’assurdo atteggiamento.
    «Ho acceso la grattugia elettrica!» Ricordò la donna candidamente, prima di tornare a osservare il vuoto.
    «Non fa nulla, amore! Ho compreso!». Esclamò Carlo, aggrottando le ciglia con soddisfazione.
    «Mi perdoni allora?» Domandò incerta la moglie. “Era davvero grave il fatto di aver sferrato una coltellata al marito!”
    «Certo!» Rispose l’uomo, «è per colpa mia che è accaduto! Continuavi a chiamarmi ed io a ripeterti di darti una mano, senza farlo concretamente. È normale!».
    Carlo schiarì la voce, un paio di volte, lasciando intendere di non volerci pensare più.
    «Amore mi spiace davvero!».
    In definitiva, il marito era proprio tenero. Aveva capito il momento di disagio e ammesso il proprio errore.
    In quel momento bussarono alla porta della loro casa.
    Fra pochi istanti la tranquilla abitazione immersa nel silenzioso ed elegante comprensorio di città, si sarebbe riempita d’amici e parenti e chissà quanti bambini, venuti con loro a festeggiare la notte di Natale.
    Gli schiamazzi e le risate di festa si avvertivano già oltre l’anta imbottita.
    «Andiamo di là amore. Ti darò l’aiuto cercato... ». Disse Carlo, avvicinandosi all’entrata con il lungo coltello celato dietro le spalle.
    Trascorsa la mezzanotte avrebbe cambiato il titolo al racconto horror pubblicato nel pomeriggio, in: “Il terrore corre sulla linea elettrica di casa”. -Sì, gli pareva indubbiamente appropriato.
    Smorzate le luci in salone lasciò che il chiarore intermittente dell'albero di natale attirasse gli invitati nella stanza, prima di accostare lentamente l’uscio e richiuderlo a chiave.
    Stranamente, seppure ben oliati, quei cardini stridettero a lungo e sinistramente quella notte...

  • 05 dicembre 2015 alle ore 15:57
    Trattato Sociale Cognitivo

    Come comincia: Il cambiamento avviene grazie ad una quantità di nozioni che una persona riesce ad immagazzinare in un determinato arco di tempo, breve o lungo che sia.
    L’effetto che ha la società circostante, gli usi, i costumi, linguaggi e tecniche di sopravvivenza che spingono un singolo a mutare se stesso sia in forma psicologica che fisica, sono una serie di fattori dominanti.
    Altri fattori che interagiscono, seppur messi in secondo piano, sono: il vissuto precedente allo stato di mutazione e le conseguenze sullo stesso.
    In sociologia, si cerca di dare più importanza al fattore sociale come impulso principale del mutamento ma, in campo psicoanalitico, gli stessi fattore hanno eguale importanza.
    L’individuo viene scelto e posto in un determinato ambiente. Nell’evoluzione umana, egli inizierà ad adattarsi alla realtà in cui nasce e vive per un fattore di tempo indeterminato.
    Dopo l’assimilazione della psicologia locale, se provassimo a spostare l’individuo (fisicamente e non, consenziente o meno) in un altro luogo, noteremo quanto egli si troverà spaesato e confuso trovandosi in una realtà che non è la “sua”.
    In verità, dire che non gli appartiene quella realtà nuova, non è del tutto vero.
    Come per gli animali che, a seconda delle esigenze fisiche e morali, mutano il proprio corpo in base alle proprie funzioni, anche l’uomo, sradicato dall’unica realtà che conosce, muta se stesso in base alle esigenze prodotte dall’ambiente circostante.
    Ed è qui che avviene il cambiamento.
    La mutazione interiore ed esteriore dell’uomo, dunque, varia; il suo spaesamento, lo porta in uno stato di confusione fisica e mentale dai quali scaturiscono una serie di informazioni e input cerebrali a cui egli non riesce a dare risposte o, quanto meno, non riesce ad avere ben chiara la situazione circostante.
    Sa che dovrà accantonare tutto ciò che conosce della sua realtà precedente per iniziare ad accettare ed interagire in quella proposta.
    Si può parlare di mutazione dell’essere solo quando, dopo una serie di analisi e stati d’animo altalenanti tra dolore e piacere, coscienza e incoscienza, egli arriva ad accettare in modo abbastanza ferreo e concreto quello che vede. Dall’accettazione, egli attiva le sue cellule neurali allo scopo di dover sopravvivere in una terra sconosciuta.
    In che modo?
    Mettendo alla prova se stesso basandosi sugli impulsi che arrivano al cervello che sono, per i primi periodi, dettati dai bisogni primari; mangiare, bere, dormire (come nell’età primitiva).
    Muovendosi sul territorio con solo la preoccupazione di mantenere alte le percentuali di riuscita in ogni singolo bisogno, a livello psicologico egli è costretto ad un sovraddosaggio di stress mentale che conduce, lo stesso ,ad elaborare ideologie, teorie e ragionamenti diversi da quelli a cui era sottoposto nel luogo natio.
    E’ appurato che vi è un’alta percentuale di cambiamento mentale negli individui che sono predisposti a spostarsi spesso da un luogo ad un altro.
    Flessibilità mentale e motoria; soggetti predisposti al movimento sia fisico che interiore dal quale egli estraggono i punti salienti delle loro più intime ricerche sul fattore interiore della vita stessa.
    Dal punto di vista psicologico e filosofico, egli maturano e metabolizzano quante più nozioni possibili per avere una visione più ampia dello stato psicosociale contemporaneo; sta poi al singolo modo di essere come classificare, assimilare e maturare tali nozioni.

  • 04 dicembre 2015 alle ore 22:27
    Ti amo anima mia

    Come comincia: La casa è avvolta dal silenzio.
    Un insolito, inquietante silenzio.
    La Tv è accesa ma è come se fosse priva di suoni e diventa impercettibile.
    Solo le lancette dell'orologio di vetro irrompono e scandiscono decise i battiti della mia angoscia.
    Mi è mancato questo rifugio, eppure, ora che è di nuovo mio, non riesco a viverlo.
    Giro per le stanze con gli occhi sbarrati, continuamente all'erta, tremo e fatico a stare ferma. Me l’avevi garantito che saresti stato la mia ombra per sempre, se ti avessi lasciato e ora la trovo scura e ingiusta incollata sulla mia.
    Mi pedina e anche il tuo respiro sul mio collo incombe.
    Penetra nelle mura che ingiustamente hai sporcato e le rende vive, una gabbia mobile intorno a me.
    La percezione di morire non si dimentica.
    Si insidia nelle vene per sempre e ti rende una persona diversa, consapevole che la morte è un rapidissimo secondo e che quello che la precede, se stai che sta per arrivare, è invece qualcosa di interminabile. Una dilaniante tortura.
     
    L'estate è qua fuori. Mi osserva come ad aspettarsi un cenno di gratitudine per essere arrivata.
    Ricambio lo sguardo attraverso i vetri, che hanno visto tutto, carichi di dolore, sporchi, e osservo la luce restando inespressiva.
    Non riesco a sorridere.
    Spargo di sale l'ingresso, poi inizio a bruciare incensi senza aroma.
    Voglio che la mia casa  mi accolga, che l'aria torni ad essere pura, respirabile, che il tuo ricordo svanisca, ma non funziona.
    Tutto sa ancora troppo di te e tutte le mie cose sembrano maledette.
     
    Come hai potuto imbrogliarmi così, straniero?
     
    Sei stato indubbiamente molto bravo e all'improvviso sono diventata vecchia.
    Una ragazza passata e con gli occhi spenti.
    Tolgo le nostre foto sotto vetro appese al muro e inevitabilmente continuo a vedere noi.
    Il mio vestito a fiori, i sorrisi ingenui, il futuro che non esisteva.
    L'assuefazione che avevo di te, delle tue parole, delle tue labbra e non me lo perdono, perché ero cieca mentre abile muovevi i fili del mio cuore.
    Sei stato un Giuda nella mia vita.
    Sei entrato piano poi hai invaso tutto senza rispettare le barriere. Troppo passionale. Lacerante.
     
    Torno a casa oggi, dopo mesi di assenza, ma non sono guarita.
    Ho fasce di dolore attorno alle braccia e alle gambe. Schegge di vetro dentro agli occhi.
    Mi stendo sul divano, li chiudo e vedo gocce purpuree che dall’alto scendono giù.
    Questo accade adesso e si ripete.
    Prendo l’aria a piccolissime dosi perché involontariamente il respiro si blocca e ti sento.
    Allungo una mano e posso quasi toccarti.
    Sei sdraiato anche tu qui ma in maniera scomposta.
    Tieni una sigaretta tra l’indice e il medio della mano destra e le finestre chiuse, tanto per farmi un ennesimo dispetto.
     
    La Tv ti cerca ma non la guardi.
    La mia coperta blu copre un terzo del tuo corpo. E’ un’abitudine perché in realtà non hai mai freddo.
    C’è sporco ovunque: briciole sotto al tappeto, polvere sui mobili e uno sputo di coca ormai appiccicosa vicino al tavolino di vetro.
    Un albero di Natale è ancora all’angolo, vestito con tutti i ninnoli che ho scelto con cura per agghindarlo.
    E’ elegante e malinconico. Scuro dietro ai colori vivi.
    Il rosso sa di sangue ora, non sa di festa.
    Accanto ad esso c’è ancora la cornice doppia che ho decorato per il nostro “primo” Natale insieme che ci inquadra abbracciati sereni. Siamo accucciati a terra esattamente accanto a quell’abete di plastica.
    Buffo è il destino.
     
    Mi alzo, tengo stretto fra le mani lo spray al peperoncino e mi dirigo verso la camera.
    Mi tocco il viso, non fa più male eppure nello specchio le ferite ci sono tutte.
    E ci sono anch’io, sul letto enorme, rannicchiata nel terrore sopra ad un cuscino.
     
    Non voglio stare più con te.
    Per questo sei alienato.
    Vuoi ribadire che il padrone sei tu e che io non posso decidere nulla, tantomeno di andarmene.
     
    Accade tutto in un attimo.
    Mi ti butti addosso con una forza inverosimile.
    Sento le tua dita dentro i miei occhi che premono forte.
    La tua mano aperta riesce a prendermi tutta la faccia e la tua violenza a sollevarmi come fossi di polvere.
    Credo di provare un grosso dolore ma subito di non accorgermene.
    Il cuore va a tremila.
    Ne sento i battiti impazziti e temo possa scoppiare, poi mi scaraventi sul letto e chiudi la porta, allora non lo percepisco più.
    Tutto diventa una nuvola di strazio. Qualcosa di veramente impossibile da spiegare.
     
    “Ora tu muori! Hai capito?! Muori!”
     
    Mi dici questo e lo fai fissandomi con una follia incontrollata.
    Forse tremo. Divento pallida e di ghiaccio.
    Sento davvero che non uscirò viva da questa stanza.
    Ho un terrore mai avvertito così potente sotto alla pelle. Non so cosa fare.
    Continui a riempirmi di botte.
    Mi prendi la testa e me la sbatti in giù più volte. Mi afferri per i capelli per rialzarmela.
    Poi ancora e ancora.
    Urlo tanto come ho visto fare solo in certi orrendi film ma arrivi a tapparmi la bocca tempestivo e subdolo.
     
    “Non strillare! Zitta! Stai zitta o è peggio per te !!”
     
    I vicini sentono, lo so, ma il silenzio aumenta e diventa asfissiante.
    Sono impotente e sola con la mia magrezza e il mio spavento.
    Stavolta non ti fermerai.
    Hai già commesso una cosa grave picchiandomi e per questo, arriverai fino in fondo e mi sgozzerai!
    Penso questo, non ho speranze e sono terrificata, ma smetto di gridare, tanto nessuno arriverà a salvarmi.
    Sto ferma e sono lucida.
    Scorrono deboli i minuti e realizzo che tutto sta accadendo realmente.
    Poi ti allontani poco da me ed inizi a camminare avanti e indietro per la stanza, ai piedi del letto.
    Ti tieni la testa fra le mani e farnetichi:
     
    “Perché mi hai fatto fare questo?! Perché?!!”
     
    Sono io la colpevole. Come sempre, anche ora che siamo giunti alla fine.
    Sei irriconoscibile. Hai lo sguardo di un folle e l’agitazione pure.
     
    “Calmati! Ti prego calmati!”
     
    Cerco di farti ragionare ma tu insisti nel dirmi di non fiatare e di non toccarti.
    Sei in preda allo squilibrio. Non ti ho mai visto così.
    Continuo a stare immobile.
    Cerco una via d'uscita e non la trovo.
    Cerco un pensiero che possa deviare il tuo delirio ma la mente è vuota e il sapore del sangue arriva a riempirmi la bocca.
    Chiedo di poter andare in bagno a sciacquarmi il viso.
    Ti metti davanti alla porta. Pensi che voglia scappare.
    Con la mano mi tocco le ferite e ti mostro il sangue, come se non lo vedessi già, così ti decidi a farmi prendere un po' d'acqua ma mi stai addosso e mi controlli.
    Vuoi che mi sbrighi e che torni in camera.
    Ho il viso tumefatto, i denti rossi, le gengive e il labbro spaccati, i capillari degli occhi lacerati ma tu non vedi niente e fulmineo mi riporti sul letto stavolta senza chiudere la porta.
    Dici frasi impastate tra i denti, poi inizi a piangere.
    Hai una crisi di nervi.
     
    “Io non ti ho mai detto bugie! Devi credermi! Io voglio una “famillia” con te, un figlio con te!”
     
    “Ti credo ma ora calmati. Ti credo!”
     
    Dici che le mie sono solo parole di paura.
    Hai ragione.
    Ho paura, una fottuta, disperata paura!
    Ti guardo e non ti riconosco.
    Non so più chi ho amato in tutti questi anni.
    Sei un mostro pieno di rabbia e di tristezza, trepidamente schizofrenico ed io non posso guarirti.
     
    Come esco da qui non lo so.
    So che ti prendo le mani e ti dico di guardarmi.
    Voglio che mi riconosci, che ti ricordi di noi come nelle foto più dolci.
    Ti dico di calmarti, mille volte.
    Voglio che fermi la testa e torni in te.
    Poi mi alzo e vado verso la mia borsa in salotto e non mi blocchi ma ti insospettisci.
    Me la togli di mano e cerchi dentro.
     
    “Voglio solo il telefono, chiamo a lavoro per dire che faccio ritardo.” Mi trema la voce.
     
    Temo di nuovo il peggio ma non trovi nulla di equivoco.
    Se l'avessi trovato, probabilmente, non sarei riuscita a scappare e mi avresti massacrata ancora.
    Ti chiedo di accompagnarmi fuori.
    Non so perché ti convinco ma so che mentre scendo le scale mi sembra un miracolo.
    Sei dietro di me e mi segui fino all’automobile poi entri dentro.
    Il tempo sembra infinito.
    Mi implori di perdonarti per quello schiaffo.
    Così lo chiami, uno schiaffo.
    Tanta brutalità ridotta ad un misero ceffone.
    Fai anche lo sguardo mite, non ti arrendi.
    Credi di potermi ancora raggirare ma non è così.
    Stavolta mi hai terrorizzata e se sono apparentemente calma, è solo per liberarmi di te.
     
    “Devo andare..”
     
    Scendi dalla vettura e mi lasci andare.
    Non so perché lo fai.
    Forse sei sicuro che tornerò, che ti perdonerò ancora e non andrò alla polizia.
    Sei in piedi e continui a guardarmi con gli occhi pieni di disperazione a nascondere l'ennesima bugia.
    Farfugli le ultime frasi del copione, abusando della mia fragilità.
    Dici che ti ucciderai.
    Vuoi essere certo che tornerò.
    Non c'è nessuno.
    Improvvisamente le case intorno sono vuote. Le finestre chiuse.
    Siamo solo io e te, nonostante sia pieno giorno.
    Metto in moto e senza guardarti più, me ne vado, non so nemmeno dove.
    Poi inizio a piangere.
    Un pianto irruento, impaurito, estremo.
    Gli occhi venati di rosso, la faccia gonfia e un senso totale di abbandono!
    Non mi capacito di come riesco a guidare in quello stato, con la nebbia che dalle pupille si spande ovunque a confondermi la strada.
    Singhiozzo e parlo da sola, senza sapere che fare, poi chiamo mia madre, poi la polizia.
    Devo dire che sono stata aggredita, che sono scappata da casa mia, che sono in pericolo, che un uomo mi voleva tagliare la testa.
    Chiamo e dico che un uomo si vuole togliere la vita.
    Di fare presto. Di andare a controllare.
    Non mi credono.
    Insisto.
     
    “Andate a vedere, per favore!”
     
    Anche loro sanno delle tue falsità e sono convinti che non lo farai.
    Sono una maledetta stupida, fino all'ultima lacrima, a preoccuparmi per te invece di  proteggere me stessa.
     
    Non avresti mai sacrificato la tua vita per nessuno.
    Unicamente la mia ed ora, in questa casa piena di tenebre, su questo divano disinfettato e sotto a questa coperta blu che mi avvolge, ne ho l'assoluta certezza.
     

  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:54
    Lulia

    Come comincia: Ferma davanti all'armadio non so davvero quali vestiti scegliere.
    È ormai da un bel po' di tempo che non esco con qualcuno e da troppo che non compro qualcosa di carino per me. Per andare fuori, da qualche parte. Per divertirmi e liberare la mente dai doveri e dagli affanni quotidiani.
    Tiro fuori i pochi indumenti che ho e li osservo. Sembrano tutti uguali. Jeans e magliette essenziali quasi tutte a tinta unita. Due o tre gonne scure lunghe fino al ginocchio. Qualche foulard a fiori. Un unico paio di scarpe coi tacchi, o perlomeno con un fondo un po' più alto di quelle che di solito uso per lavorare.
    Penso giusto qualche minuto a cosa indossare poi basta, prendo una combinazione qualsiasi tra le poche a disposizione, mi sciolgo i capelli lavati di corsa stamattina e senza un filo di trucco, mi dirigo verso la porta per recarmi all'appuntamento.
    Del resto Gaetano mi ha invitata a cena dopo avermi vista in pessime condizioni, appena uscita dalla scuola superiore dove, ogni mattina, con scopa, straccio e secchio, vado a fare le pulizie.
    Una maglietta bianca, i pantaloni di stoffa sintetica e le ballerine. I capelli raccolti alla meglio con un elastico e la pelle libera e segnata dalle sofferenze.
    Questo ha visto di me ogni giorno, fino a quando mi ha indirizzato inaspettatamente l'invito.
    “Ciao Giulia, come va? Ti va una pizza insieme stasera?”
    Me l'ha chiesto così, senza mezze misure, andando oltre il solito Ciao o Buongiorno quotidiano di quando ci incrociamo, io che esco per la fine del turno e lui che entra per l'inizio delle sue lezioni di recupero pomeridiane.
    “Una pizza? E perché?” chiedo un po' scettica.
    “Per parlare un po'... Che male c'è? Ma se non ti va non fa niente, ci mancherebbe. Anzi, scusa se sono stato inopportuno”.
    Inopportuno... Non conosco questa parola. L'ho congedato rapidamente e appena rientrata a casa sono andata a controllare sul dizionario, traducendola dall'italiano all'albanese per comprenderla.
    Inopportuno, uguale a seccante, molesto, fastidioso...
    Se penso a Gaetano così gentile, educato, a modo, tutto mi viene in mente tranne che una parola brutta come questa. Mi sento una stupida e mentre leggo il responso so di aver già preso una decisione.
    Sarebbe ingiusto non provarci, seppur per un'ennesima volta, seppur dopo l'ennesima delusione.
    “20.30 al 'Paradise'. Io ci sarò. Tu sentiti pure libera di fare ciò che vuoi ma sappi che se mi darai 'buca' poi dovrai pensarmi a mangiare in un posto decisamente carino, tutto solo. Ciao, ciao”.
    Mi ha pure fatto l'occhiolino e col sorriso sornione e la cartella coi libri in mano, è salito su per le scale ed è andato ad insegnare.
    Sono demoralizzata e senza aspettative ma sento anche di dovermi dare almeno un'ultima possibilità. Quarant'anni appena compiuti e una vita davanti mi dicono gli amici e aggiungono:
    “Dai, Giulia, tirati su! Sei una donna speciale ma non credi più in te stessa, né tantomeno negli altri, questo è il tuo problema. Devi cambiare atteggiamento e vedrai che, prima o poi, la ruota della fortuna girerà anche per te”.
    Troppi incontri falliti alle spalle e un passato triste ancora più deleterio per credere ancora a qualcosa di buono eppure vado.
    “Stavolta è l'ultima, però” mi ripeto mentre chiudo la porta e esco cercando di fare piano e di non creare scompiglio.
    Quando arrivo al 'Paradise' Gaetano è già seduto al tavolo e sta bevendo, a piccoli sorsi, del vino rosso da un calice.
    Sono le 20.45. Lo leggo nell'orologio appeso alla parete mentre lui lo scorge dal suo, sul polso destro velato di peluria castana.
    “Ciao... Scusa il ritardo”.
    Il viso si illumina alla mia vista e il suo fascino diventa evidente.
    “Non pensavo venissi, sai? E stavo per ordinare... ma ho fatto bene ad aspettare un po'”.
    “In effetti non sarei dovuta venire, nemmeno mi conosci, non sai niente di me...”
    “Appunto, siamo qui anche per questo, no?”
    Si alza per spostarmi la sedia e farmi sedere. Sembra una scena di altri tempi.
    Ringrazio facendo finta di non esserne colpita, poi afferro il mio bicchiere dove ha prontamente versato del vino e faccio un lungo sorso cercando di non apparire troppo agitata e di godermi comunque la serata.
    Non ho aspettative. Non voglio averne, soprattutto perché lui mi piace. Tengo il viso accigliato e probabilmente se ne accorge.
    Mi accarezza una mano e mi dice:
    “Allora, iniziamo dal tuo nome. Mi sono spesso chiesto come mai ti chiami Giulia se non sei italiana”.
    Sorrido. “Il mio vero nome è Lulia, che dovrebbe significare ‘fiore’ ma qua ormai sono Giulia per tutti. Mi sono integrata così bene che potrei definirmi italiana”.
    Sorride anche lui e alza in alto i calici.
    “Brindiamo allora. A te. A questa bella serata!”
    Finalmente mi lascio un po' andare ma un pensiero fisso continua a tormentarmi la mente. Quello della verità. So che quando gli racconterò di me, l'euforia e la leggerezza della serata improvvisamente svaniranno e a seguire anche lui, come un principe mai esistito. Ma so che devo dirgli di me, della mia vita, delle due creature che ho lasciato a casa con i nonni e che hanno costantemente bisogno di me. Sua madre. Il loro unico punto di riferimento.
    Di Aimir, un bambino di appena dieci anni con già tanta rabbia in corpo e una continua aggressività, verso i compagni a scuola, verso di me, verso gli oggetti che ogni tanto scaglia via o rompe contro il muro.
    Di Nora, sua sorella di dodici anni, con gravi disturbi di personalità.
    Devo avere il coraggio di narrare di loro, i miei due angeli maltrattati e cresciuti senza un padre, dopo aver visto le botte e i lividi sulla mia pelle, prima delle denunce del divorzio.
    Dovrei mettere sul tavolo il mio passato prima ancora che arrivino le pizze e che faccia finta che i problemi non esistano e che io sia davvero una donna italiana senza uno scomodo passato.
    Devo parlare adesso ma non ci riesco.
    “Allora, ordiniamo? Sono affamato. Io prendo un classico, la margherita con mozzarella di bufala. Tu?”
    “Una capricciosa o una quattro stagioni. Infondo non sono la stessa cosa?”
    “Più o meno! Sono come la vita, puoi affrontarla dividendola in schemi e assaporandola pezzo dopo pezzo oppure mischiare tutto e gustarla in maniera più istintiva”.
    “Non credo di aver ben capito, sai?”
    “Ah, ah, ah! Non preoccuparti, era una scemenza, non farci caso”.
    In realtà ho compreso il senso ma continuo a provare ansia e a non sapere cosa fare.
    “Ascolta, io vorrei dirti di me, della mia vita... prima che iniziamo a mangiare”.
    “Certo, puoi dirmi tutto quello che vuoi ma cerca di rilassarti, sembri davvero tesa”.
    Sorrido appena poi inizio a farlo, a parlare di me, del posto da dove vengo, dell'infanzia... ma non arrivo al dunque. Per la prima volta non ci riesco. All'improvviso viro e decido di lasciarlo appeso lì, come una codarda che ha voglia di mentire solo per accaparrarsi un po' di attenzioni o per sognare un nuovo amore.
    Fantastico, guardando le labbra di Gaetano che si muovono e che vorrei avere sulle mie.
    Gli guardo le mani, curate e gentili come i suoi occhi scuri. Le vorrei intersecate alle mie dalla pelle secca, rovinate dai detergenti, mentre passeggiamo facendo una delle cose più semplici del mondo eppure una di quelle che mi sembra davvero di non aver mai fatto.
    Gli arrivo a guardare pure i capelli folti, leggermente brizzolati e ad immaginare di poterli accarezzare.
    Mi rendo conto di quanto mi manchi un uomo nella mia vita, uno del quale potermi prendere cura, stirandogli le camicie e preparandogli da mangiare.
    Uno dall'animo buono come non mi è stato mai concesso di conoscere né di avere accanto. Che accarezzi il mio corpo sciupato dalla mancanza di rispetto e lo rigeneri.
    Uno in grado di prendersi a carico una famiglia già formata eppure decisamente incompleta. Di giocare con due bambini maturati troppo in fretta e con troppo dolore, per vederli crescere e cambiare. Diventare un uomo e una donna forti e sani come dovrebbe essere. Due persone dall'animo buono e dai valori limpidi.
    Penso a loro e gli occhi mi si fanno lucidi. Penso alle rispettive foto che tengo nella borsa e che vorrei mostrare se trovassi stasera la forza per farlo, senza pensare a tutti gli uomini che dopo la verità, hanno salutato con un “A presto, è stata una bellissima serata. Sei una bravissima donna” e poi non sono più tornati.
    “Scusami, vado un attimo in bagno, sai dov'è?”
    “Dovrebbe essere quella porta laggiù, a destra”.
    Mi alzo in fretta e cerco di non far notare il mio stato animo, tenendo lo sguardo abbassato.
    Entro in bagno e mi rinfresco il viso. Mi sento triste e senza energia ma voglio nascondere tutto.
    Quando torno al tavolo le pizze sono già arrivate. Mangiamo rapidi e quasi in silenzio, entrambi affamati di qualcosa.
    Beviamo altro vino e ordiniamo anche il dolce e il caffè, poi ce ne andiamo all'aria aperta.
    Il 'Paradise' è davvero un bel posto e vanta una posizione magnifica che dà proprio sul mare.
    “Torni subito a casa o facciamo due passi?”
    Vorrei restare. Vorrei scappare e non sognare più. Vorrei proteggermi dalla delusione.
    “Per me possiamo restare ancora un po', non è tardi anche se...”
    Gaetano mi guarda un po' perplesso.
    “Anche se? Che succede? Qualcosa non va?”
    “No, è tutto a posto ma... insomma... non so come dirtelo ma devo e non importa se poi te ne andrai. Cioè mi importa ma tanto sono abituata. Abituata agli uomini che scappano e anche a soffrire. Insomma... ho due figli a casa che mi aspettano”.
    Dico tutto d'un fiato, prima di ripensarci e poi abbasso la testa, trattengo il respiro e poi lo lascio andare ansimante e inizio a piangere lacrime antiche.
    Gaetano resta immobile e in silenzio. E immobile lo sono anch'io. Poi lo sento avvicinarsi. Mi alza il viso con le solite mani gentili e mi bacia. Un bacio dolce, nuovo, sperato, che sembra sanare tutto. Poi si stacca lentamente e sussurra:
    “È tutto ok, Giulia... anzi Lulia. Non avere paura, non sei più sola”.
    Mi asciuga la pelle bagnata di pensieri e timori e mi abbraccia.
    Mi sento al sicuro.
    “È l'ultima volta...” mi ripeto. “Stavolta l'ultima per davvero”.
    È la ruota della fortuna che gira per me. Finalmente anche per me!

  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:52
    Mi nutro di poesia

    Come comincia: Io e Diana ci siamo conosciute tramite un blog, il mio blog 'Il mondo delle fate', dove un tempo andavo a racchiudere i pensieri per cercare di proteggerli dal resto del mondo, con uno sfondo rosa pieno di stelline e farfalle dalle ali colorate. L'avevo scelto per contrastare tutto del mio reale, fatto invece, ormai solamente di tristi scale di grigi.
    Lei era arrivata, senza preavviso, in un giorno nero qualunque e mi aveva lasciato un commento sotto ad una delle mie poesie e da lì eravamo diventate amiche.
    Ci piaceva incontrarci in quello spazio un po' segreto, un po' misterioso, dove ognuna di noi poteva dire tutto all'altra senza sentirsi giudicata. Senza l'immagine precisa dei rispettivi corpi. Senza una vera identità. Questo ci rendeva libere di essere realmente noi stesse, di confidarci e aprirci in maniera pura, semplice, disinibita, anticonformista.
    Non le avevo detto subito della mia malattia perché, anche se la sentivo, in un certo senso. molto vicina a me, temevo non la potesse capire.
    Ho sempre pensato questo, che solo i mali comuni possono essere scambiati e compresi, e allora restavo sulle difensive, seppur sentendomi totalmente indifendibile. Poi un giorno mi aveva iniziato a parlare di una dieta che stava seguendo da un po' di mesi, come una cura miracolosa per l'anima. Mi parlava di energia, una totale forza che sentiva esploderle dentro ad ogni cibo che non mandava giù e allora mi ero preoccupata.
    In un certo senso, mi ero sentita in dovere di avvisarla. Di farle sapere che togliere troppo ad un fisico è pericoloso, perché dopo un po' il vuoto diventa ingestibile e si impossessa di ogni sua parte. Completamente.
    “Diana, ascolta, devo dirti una cosa. Una cosa di cui non parlo quasi mai con nessuno”. E avevo iniziato a raccontarle la mia storia. Senza darle il tempo di interrompermi perché se mi fossi fermata, forse non avrei ricominciato a parlarne più.
    Avevo iniziato da colui che un giorno aveva deciso di regalarmi un disagio, una pena per tutta una vita. Una malattia devastante.
    Un uomo viscido come pochi, che mi aveva adescata ai bordi di una strada tanti anni prima e mi aveva invitata a salire in macchina.
    “Vieni piccola, non avere paura, ti do un passaggio e ti riporto a casa, non vedi come piove?”.
    E io da brava, ingenua bambina avevo ubbidito e mi ero fidata. Non ricordo nemmeno più perché mi ero ritrovata da sola, così piccola, per strada, sicuramente aspettando qualcuno che aveva tardato troppo ad arrivare a prendermi.
    Ricordo però le mani di quell'uomo sul mio corpo, la sua barba contro la mia bocca e il mio disgusto, il mio terrore. No, in realtà non ricordo più nulla di quel giorno, perché fa troppo male tenerlo dentro alla testa e crescerci.
    È il mio corpo a non riuscire a liberarsene. Quando non mi riportano in clinica faccio finta di essere una ragazza sana, mangio insieme agli altri e non desto sospetti, perché, negli anni, ho imparato anche ad essere furba. Poi vado in bagno e senza far rumore vomito tutto. Due dita in gola e tiro fuori il dolore. È il mio corpo in realtà che vuole spingere fuori lo sporco che sente e che non riesce a lavare via. Più via da quel giorno, anche se io davvero credo di averne smarrito la memoria.
    Oggi Diana viene a trovarmi e quando la vedo sulla porta, subito mi sento smarrita. Non so bene come comportarmi. Non so nemmeno cosa provare, se vergogna per come sono e per dove mi trovo oppure semplicemente gioia per l'affetto che mi inonda quando mi viene incontro e mi abbraccia come se ci conoscessimo da una vita.
    In realtà è la prima volta che ci incontriamo e siamo entrambe parecchio emozionate.
    La camera è colorata dai vari peluche che mi hanno regalato e anche dalle mie poesie, quelle che tengo scritte su carta da lettere rosa e unite da un laccetto di raso. Un po' sgualcite,  stropicciate dalla vita ma decisamente autentiche.
    Diana si siede sul letto accanto a me e io glie ne leggo alcune. In particolare le ultime che ancora non conosce perché non ho avuto modo di pubblicarle online.
    Le mie parole le piacciono sempre e dice che sono molto brava. Non so se lo pensa davvero ma mi fa piacere avere i suoi complimenti. Poi viene attratta dal mio libro preferito, quello da cui non mi separo proprio mai: 'Il piccolo principe'.
    Lo prendo e le leggo una frase anche di quello:
    'Non ti chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano.
    Preservami dal timore di poter perdere qualcosa della vita.
    Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno.
    Insegnami l’arte dei piccoli passi.'
    Anche io vorrei imparare a compiere piccoli passi e vorrei avere la forza di affrontare le giornate buie, quelle in cui la mia testa impazzisce, senza dovermi imbottire più di 'Xanax' o di qualche altra pastiglia che spacciano come miracolosa.
    Sono costantemente in cerca di affetto. Di abbracci. Di sorrisi sinceri.
    È quello che il mio corpo ora chiede e Diana lo sa. Lei di abbracciarmi non si stanca. È qui, seduta accanto a me e non mi lascia più. Continua a dirmi che sono bella, ma io so di non esserlo. Mi sento troppo goffa, inadeguata. Troppo rotonda. Troppo storta.
    Lei invece lo è davvero, bella nella sua semplicità, nel suo corpo esile ma sano. Nei trecento chilometri che ha fatto per raggiungermi in questa prigione dove spesso mi sento molto più al sicuro che a casa mia. Dove tutti si prendono cura di me, cercando di tenere continuamente ogni dolore sotto controllo, passando per le visite e per assicurarsi che mangi e che non commetta sciocchezze.
    Qui ho tante amiche, logorate sia dentro che fuori proprio come me, e non vorrei lasciarle mai.
    L'amicizia è il bene più bello che ho. Quello dove mi aggrappo per fuggire alla mia vita in difetto.
    “Aurora vieni dai, è l'ora dello sciroppo”.
    Mi chiamano per introdurre nel mio stomaco un liquido denso, in grado di dilatarlo, di creare spazio per il cibo che non amo ingoiare. Per le patate lesse che mi daranno più tardi, per cena, cercando di guarirmi.
    Quando sono qui non oppongo resistenza a nulla. Penso davvero di farcela e che sia l'ultima volta, poi quando mi dimettono è sempre la stessa storia, alla prima delusione ricomincio.
    Inizio a sentire il peso del mondo tutto sopra, che mi schiaccia e non riesco a reggerlo e le sedute dallo psicanalista non bastano per calmarmi. E allora ecco di nuovo 'Alprazolam'. Di nuovo le dita in gola e l'anoressia ad impossessarsi di me come un demonio.
    L'anoressia non fa sconti. Non lascia spazio alla vita. È in grado solo di toglierla in ogni chilo che ruba e porta via con sé.
    Non ha pietà, è tenace e violenta. È una mela divisa in pezzi minuscoli. È acqua che sazia e gonfia ma in realtà sfinisce. È uno specchio distorto dove dentro non ci sono più ragazze di sedici anni come me, ma solo fantasmi che aspettano qualcosa in nome di un ricordo scomodo. Di uno stupro ingiusto di un'anima vergine, incontaminata e pura come la neve appena scesa.
    È per questo che non mi osservo più. Perché non trovo più nulla di me da vedere là dentro. Perché probabilmente non sono più quella che ero destinata ad essere.
    Poi però guardo anche le altre, ascolto le loro storie e torno ad essere forte.
    A sperare di potercela fare.
    C'è Anna, per esempio, qualche stanza più in là, che continua a farsi tagli sulle braccia, da impeccabile autolesionista e ogni volta viene presa e riportata in clinica come me.
    Le ho chiesto perché lo fa, anche se conosco a memoria ogni sua risposta, che è un po' la stessa per tutte qua dentro. Cambia il metodo ma non cambia il motivo. Ognuna vuole liberarsi di qualcosa di troppo brutto da ricordare come se, facendosi più male, fosse realmente possibile. E alla fine il gesto sbagliato diventa il gesto di cui si sente di non poter fare a meno. Per sovrastare il dolore più forte che urla dentro. Diventa un atto quasi involontario. Si mangia e si vomita. Si soffre e ci si ferisce per deviare l'attenzione verso una parte di carne viva. Si soffre e si vuole che qualcuno ci venga a salvare. Si vogliono continuamente mille attenzioni perché si sente di pretenderle, in nome di quelle carezze che un tempo ci sono state negate.
    Diana è forte, dice che ce la posso fare ad uscirne e che mi aiuterà. In qualche modo mi starà sempre vicina e verrà ancora a farmi visita.
    Io le dico che sicuramente ce la farò ma so che non è vero che lo penso. Mi racconto una bugia perché non riesco a fare altro.
    Dice anche che soprattutto le mie poesie mi salveranno. Che scrivendole e raccontando il mio male in ognuna di esse, alla fine questo male si dissolverà.
    “Aurora, scrivi, scrivi sempre e poi rileggi ad alta voce. Fidati delle tue parole e piano piano guarirai. Presto troverai anche tu la tua strada. Non mollare. Infondo tu sai perfettamente ciò che vuoi e non è certamente ciò che stai vivendo adesso”.
    Diana non è fragile e la sua dieta non la annienterà. Lei non ha nessuna pena dietro, dentro al suo passato, me lo ha confessato dopo aver ascoltato la mia triste storia, quasi sentendosi in colpa per non essere come me. Come nessuna di noi. E allora ho capito che ha una sensibilità speciale e che se anche non potrà mai comprendermi né vivere nella mia stessa carne, non posso fare a meno di volerla al mio fianco, né tantomeno di volerle un gran bene. La stringo forte a me con gli occhi che si fanno umidi e piccoli, e glielo dico. Non lo so se ha ragione e se davvero un giorno guarirò ma è molto bello che una ragazza dolce e forte come lei, me lo faccia credere, con due occhi chiari pieni di speranza e due mani affusolate colme di carezze.
    Se il destino l'ha condotta fino a me, sulla mia strada avvallata e piena di buche, sono certa che sarà per un valido motivo e come 'Il piccolo principe' presto voglio alzare la testa al cielo e ricominciare a guardare le stelle.
    Voglio tornare a sentirmi viva, speciale, amata. Lo voglio è tutto quello che riesco a dire adesso, in questo preciso momento. Accanto a lei che mi tiene la mano. Lo voglio che è molto diverso da lo vorrei ed è magari già un primo atto di coraggio, un piccolo passo verso la felicità. 

  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:51
    Venduta

    Come comincia: Quando decido di tornare in Nigeria sono terrorizzata.
    Ho bisogno di recuperare alcuni documenti che mi servono per la mia nuova vita, altrimenti forse nemmeno ci andrei. Sicuramente non in questo momento, anche se nel cuore, lo ammetto, ho comunque voglia di rivedere la mia terra, quella terra amara dove sono nata e un po' cresciuta e che un giorno, come con un lancio di dadi caduto dal lato peggiore, col mio numero rivolto in alto, mi ha catapultata ingiustamente verso una nuova squallida realtà.
    Di sicuro devo essere accorta e non fare passi falsi. Devo guardare ma non farmi vedere, così cerco di proteggermi come credo, rendendomi meno riconoscibile possibile.
    Ho già  raccolto le lunghe treccine dalle estremità colorate, meticolosamente sotto ad un foulard marrone, sugli occhi ho appoggiato enormi occhiali da sole e cammino a testa bassa, un po' impaurita. Un po' tremante. Un po' nauseata da quello che trovo e che non mi appartiene più.
    Lo so che ancora mi cercano e so che se mi prendono di sicuro non mi risparmiano e l'incubo ricomincia, ma non intendo fermarmi né tornare indietro.
    Ho fatto davvero molto, prima di arrivare qui e voglio ancora credere al Dio che mi ha ascoltata una volta. Non ci penso che mi abbandonerà proprio adesso.
    A passi svelti mi intrufolo nelle vie semibuie e nascoste che conosco a memoria e dopo un po' riesco a scorgere  la porta di legno della mia vecchia casa qui a Warri, nel Delta State, tenendomi a debita distanza, oltrepassando con lo sguardo le bancarelle, il traffico imbranato e sporco, la gente annoiata sulle strade... prima di vedere anche quella scura, con una crepa sul lato destro, della mia 'madama'. Così le chiamano qui quelle come lei, donne molto potenti, vergognosamente corrotte e pronte a venderti, che sono tutt'altro che signore, dame, amiche...
    “Ehy, Nabilah che ne dici se ti aiuto a trasferirti e ti sistemo? Non c'è futuro per te qui. Sei bella, giovane e meriti una vita migliore della nostra, non credi?”.
    Zahrah mi aveva detto questo un po' di tempo fa. La mia 'madama', la mia vicina di casa dalle forme abbandonati, rassicurante e della quale mi fidavo come una seconda madre.
    La donna della quale tutta la mia famiglia si fidava, magistralmente e senza ritegno, aveva ingannato tutti con l'esca dolce della vita migliore altrove. In Italia.
    Un lavoro, soldi, fortuna. Una vita dignitosa insomma. Una alla quale non ero riuscita a  dire di no, perché mi aveva riempito gli occhi e i polmoni di speranze, di colori, di felicità, anche se mi sarei dovuta staccare da quello che era comunque il mio mondo e dai miei parenti. Ma infondo da me non c'era davvero un futuro.
    C'erano solo le accozzaglie di persone sulle strade polverose, a mangiare rondelle di platani fritti o inzuppare pani di manioca negli stufati, in attesa di qualcosa di bello da poter raccontare che purtroppo non arrivava mai.
    Per questo la luce di una vita diversa era stata subito allettante, come una chimera in un cielo triste che all'improvviso diventava tangibile.
    Ma di scie lucenti ad aspettarmi non c'è n'era nemmeno l'ombra e quello che era arrivato dopo era stato esattamente l'opposto. Un futuro col mantello e il cappuccio neri come la notte, come il buio che intrappolavano i miei occhi quando non volevo collaborare e arrivavano le botte livide sulla pelle già scura, colorata come una condanna.
    Eravamo in tante buttate sulla strada, alcune amiche, altre per assurdo addirittura rivali ma avevamo caratteri diversi.
    Sally e Maggie per esempio si prostituivano senza battere ciglio, debite al loro padrone, in silenzio. Con sottomissione e a volte, ma non sempre, con lacrime segrete.
    Volevano saldare il loro debito. Una cifra irragionevole come trenta o quaranta mila euro. Come se l'avessero scelto, come se stessero davvero comprando una vita migliore. Come se non sapessero che nel frattempo si sarebbero logorate dentro e sciupate fuori. E sarebbero diventate delle altre, in un'altra pelle. Una più vecchia, misera, segnata di una storia sempre più difficile da raccontare e da dimenticare. Ma anche da tenere dentro con sé.
    Io non ci stavo. Mi ribellavo. Ogni volta. E sulla strada non ci andavo o meglio il mio corpo non ero disposta a venderlo.
    Le botte non facevano più male dello stupro di un corpo dato a chiunque almeno dieci volte in un solo giorno. Di questo ne ero certa e anche se un preciso piano di fuga non ce l'avevo e nemmeno quattro soldi da parte per inventarmelo, ero comunque convinta fermamente di voler provare a scappare e di rivendicare quello schifo.
    Non potevo fermarlo forse ma potevo cercare di aiutare chi voleva opporsi come me, non pensando alle altre, quelle che si nascondevano dietro ad una menzogna di schiavitù ma in realtà erano prigioniere di loro stesse.
    Io mi sentivo diversa e volevo almeno avere la consapevolezza di averci provato, di non essermi piegata né arresa ad un destino maldestro riscritto ingiustamente per me.
    Così una sera l'avevo fatto, ero corsa in mezzo ai campi fuori Roma, mi ero spogliata e avevo aspettato. Mi ero messa nelle mani di Dio, della giustizia più profonda del mondo, che era in quel momento l'unica che mi restava.
    E come un miracolo del cielo, un uomo buono era arrivato veramente e mi aveva asciugato le lacrime.
    “Ciao, corri sali in macchina. Mi chiamo Don Felice, ti puoi fidare di me, non temere, sbrigati prima che ci veda qualcuno poi ti spiegherò tutto”.
    Ed era quello che aveva fatto, appena ero salita nella sua piccola auto bianca, dopo avermi dato una coperta per coprirmi, almeno in parte, i brividi di freddo e di angoscia.
    Prima che parlassi, mi aveva raccontato di che si occupava. Della comunità che da diversi anni aveva creato, per accogliere “gli ultimi” come li definiva lui. “Quelli a cui nessuno pensa o se li pensa, pensa male”.
    Quelli imbrogliati, traditi come me. Rubati ad un pezzo di mondo povero per ingaggiarli in uno ancora più arido. Di sentimenti, di dignità, di rispetto.
    Accoglieva un po' tutti ma soprattutto le ragazze sole, nigeriane come me, considerandole appartenenti a gruppi etnici meno acculturati, in svantaggio insomma. Io lo ascoltavo e continuavo a piangere. E in contemporanea a risentire i colpi duri sottopelle, fin dentro alle ossa.
    “La prostituzione non ci sarebbe se non ci fossero i clienti. Il problema principale sta lì, purtroppo. Inutile negarlo”.
    Ed era vero quello che diceva. Ci sono troppi uomini, mariti insoddisfatti, imprenditori di prestigio insospettabili, ragazzi complessati o timidi, che accostano le loro automobili alle gambe nude in bilico sui tacchi esagerati, di sfortunate come me. Troppi padri e troppi viscidi lo fanno, senza nemmeno sentirsi uno straccio di colpa addosso. Senza farsi domande, su me, su noi, su Sally o Maggie. Senza andare oltre, senza voler nemmeno raggiungere col pensiero, quei padroni maledetti che ci incatenano come bestie vicino ad un lampione e poi ad un altro e un altro ancora, senza sosta, per tanti anni, per tutta una vita a volte.
    Se ne fregano della nostra stanchezza, della carne penetrata milioni di volte, senza un sentimento. A volte senza un motivo. Solo per distruggere una voglia, una frustrazione, una repressione.
    Don Felice parlava e io continuavo a piangere. Ancora non me ne capacitavo ma sarebbe stato lui a salvarmi e ancora oggi gli sono riconoscente e lo sarò per tutto il resto della mia vita migliore. Stavolta migliore veramente.
    Continuo il mio viaggio in incognita, furtiva e tremante, col caldo appiccicato sulla pelle sotto al vestito lungo di cotone e recupero i miei documenti. La gente in strada urla parole nella mia lingua e suona i clacson nervosa, nella polvere. Sono stanca e voglio andarmene, poi lo rivedo, Iman, il mio primo amore da ragazzina, l'uomo che avrei voluto sposare e che il solito destino beffardo mi aveva strappato via, insieme a tutto il resto.
    Quando i nostri occhi si ritrovano, le parole non servono. Proviamo entrambi le stesse emozioni, quelle di una volta e quelle di oggi.
    Vogliamo esaudire allo stesso modo il nostro desiderio, quello di avere una vita felice insieme, lontano da credenze, fattucchiere e maledizioni da infliggere con gli spilli sulla pezza. Vogliamo starcene tranquilli in uno scorcio pulito di mondo. Ed è quello che faremo. Fra un po'. Dopo aver aggiustato le ultime cose.
    Dopo il mio rientro in Italia, verrà anche a lui e finalmente ci sistemeremo e gli racconterò tutto quello che ho sofferto. O quasi. Forse alcune delle cose più vergognose le terrò per me, per non ferirlo gratuitamente. Per non ricordare troppo.
    Gli narrerò della mia forza però. E poi di Don Felice, il padre buono che loderò ancora non so quante volte, per essersi alleato al mio coraggio. Per avermi spronata a denunciare la mia 'madama'. Per avermi presa con sé. Per avermi dato modo di togliere dalla strada altre donne e poi di trovare un lavoro vero ed onesto, insieme alla possibilità di pagarmi un affitto e di stare bene. Per avermi permesso di essere quella che sono oggi, una cittadina italiana, libera e serena. Acculturata e con tanta voglia di studiare ancora.
    Torneremo in Nigeria poi, forse un'ultima volta, e ci sposeremo lì perché è quello che vogliamo e che forse è giusto, indossando abiti variopinti e allegri come la tradizione vuole.
    Io sceglierò sicuramente una 'buba' , una camicia lunga in jacquard, azzurra come il cielo che troppe volte non ho potuto osservare. Ci abbinerò i pantaloni larghi e in testa avrò il 'gele' il copricapo tipico africano, fatto di stoffa vivace, piegata in modo particolare attorno alla mia testa. Mi farò truccare gli occhi e le labbra e dipingere le mani e i piedi con decorazioni all' hennè e mi sentirò finalmente una principessa.
    Anche il mio Iman sarà bellissimo, avvolto nella sua tunica lunga, abbinata ai miei stessi toni.
    Ci sarà aria di festa e di rinascita e la mia terra allora farà meno male.
    La lascerò intrappolata in un ricordo vivo come questo, dove ogni volta potrò tornare per sentirmi a casa invece che venduta. Libera anziché schiava.
     
     

  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:49
    Un padre single

    Come comincia: Tengo sotto controllo Gioia e Emma da uno scoglio molto vicino alla riva dove felici saltellano nell'acqua e si insabbiano, tirando su tutto ciò che trovano dal mare, con un secchiello di plastica colorato. Due anni la prima e tre la seconda. Capelli ricciolini e biondi entrambe. Occhi grandi di un azzurro che intriga e ciglia lunghe. Pelle leggermente arrossata dal primo sole. Crema protettiva a schermo totale spalmata accuratamente sulle spalle.
    Sembrano due gemelle per quanto si assomigliano. Alte uguali, minute e piene di vita. Sempre allegre e complici tanto da non litigare mai, o quasi. Preferiscono scambiarsi i giochi invece di contenderseli. Abbracciarsi e darsi i baci sulle guance invece che intestardirsi con il tipico fare dei bambini gelosi che dicono “È mio! È mio!” per ogni cosa, in senso di possesso. Inevitabilmente le adoro. 
    Le guardo vigile, lievemente a distanza, nei loro micro costumi fucsia a pois, poi mi guardo anche un po' intorno, così, per ingannare il tempo.
    Ci sono diverse famiglie, due anziani che battibeccano per cose futili ma che probabilmente si amano come i primi tempi da non poter fare a meno l'uno dell'altra. Ci sono altri bambini che schiamazzano e giocano. C'è una ragazza solitaria che dà la schiena nuda al mare mentre legge un libro sul suo e-reader, con enormi occhiali da sole sul naso e un cappello da cow-girl sopra ai capelli corvini leggermente mossi dal vento.
    Nessuno si accorge di me, tranne lei. Probabilmente attratta da quello che sono: un padre single con due creature da proteggere.
    Mi osserva curiosa, forse intenerita. Probabilmente vorrebbe sapere di più sulla mia vita, sicuramente su quella che era la mia compagna: Giulia.
    Una donna allegra, risoluta, amante di me e della vita.
    Una donna che dopo il primo parto ha iniziato a dare segni di instabilità e che dopo il  secondo ha deciso di abbandonare tutto e andarsene.
    Si, abbandonare. Questo è quello che ha fatto, quando la follia ha preso il sopravvento nella sua testa.
    Ha detto che non ce la faceva, che quella non era la vita per lei e che prima non poteva saperlo ma dopo si, ne era certa e come se questo bastasse per abbandonare una famiglia, un giorno ha preso e se ne andata via, al Nord, dove pensa di avere più fortuna e di affermarsi.
    I padri single esistono, come esistono le donne che prendono e se ne vanno invece di restare.
    L'amavo Giulia anche se non ci siamo mai sposati e forse l'amo ancora ma non posso accettare quello che ha fatto. Ha spezzato tre cuori in un colpo solo, per colmare il vuoto che sentiva nel suo. È stata totalmente egoista, come non avrei mai immaginato potesse essere.
    Non tutte le donne sono nate per diventare madri e non si può far loro una colpa ma i figli quando ci sono vanno seguiti, perché non hanno chiesto di certo loro di venire al mondo.
    Crescere due corpi ancora così minuti e fragili non è semplice per me come non lo è raccontare loro di lei, mamma Giulia, la mamma più bella del mondo, dai capelli biondi che odorano di shampoo alla camomilla, dicevano in coro le piccole donne.
    Dalle mani belle da pittrice quale è e quale vuole essere, dico io.
    L'avevamo deciso insieme di avere dei figli. Volevamo completarci. Ne sentivamo il bisogno entrambi e lei era entusiasta quando aveva scoperto di essere incinta. La prima volta sicuramente. Era euforica, bella, solare.
    Passava le serate a cercare online i nomi più adatti, che poi invece sono arrivati per caso, a poche ore dal parto.
    La sua felicità comunque era contagiosa e non lasciava intendere nulla di ciò che sarebbe poi accaduto, altrimenti sarei stato il primo a sollevarla da quello che le sarebbe diventato un enorme, insormontabile peso.
    Nove mesi a coccolarla e viziarla. A portarle i cibi più insoliti, rigorosamente speziati alla cannella. Adorava la cannella. La voleva ovunque, anche nel gelato e pensare che non l'aveva mai sopportata prima!
    Le sono stato accanto il più possibile, per cercare di placare le sue insicurezze, le fragilità che probabilmente ogni donna arriva ad avere in quel momento, quando il corpo si trasforma e gli ormoni vanno in subbuglio.
    Per me era sensuale e bellissima, ancora più di sempre e non le trovavo addosso nessuno di tutti quei difetti che invece lei rimarcava nello specchio. “Sono grassa, goffa, inadatta!” diceva mentre l' aiutavo a mettere la crema su tutto il pancione e sul seno, ogni sera, per addolcirla, così preoccupata com'era per le smagliature, che a me invece non importavano affatto. Mi piaceva seguirla nel nostro percorso di amore e ci tenevo ad essere presente e attento anche nelle cose più piccole, nel curare meticolosamente i dettagli.
    Ci tenevo a vivere un po' della maternità, attraverso di lei, anche se sapevo che da uomo, ovviamente, non avrei mai potuto comprenderla in pieno. Come non ero riuscito a comprendere i suoi sbalzi d'umore, i pianti improvvisi, la tristezza ingiustificata che arrivarono in seguito. Come ugualmente non avevo potuto sentire il dolore enorme che aveva provato in ospedale quando erano cominciate le doglie e poi tutto il resto. Anche lì, avevo deciso di assistere, nonostante la consapevolezza di quello che sarebbe stato: un'esperienza forte, una di quelle che indubbiamente rimane impressa nella memoria di un uomo.
    Ricordo la sofferenza, le urla, le perle di sudore sulla fronte e sul collo, che le venivano asciugate di continuo. La presa forte della mano destra che mi trasmetteva il suo sforzo ma anche l'innato coraggio femminile.
    Ricordo il pianto della piccola quando era venuta alla luce e subito il suo sorriso, come se all'improvviso non avesse fatto nulla di così estenuante. Come se il dolore fosse svanito nell'attimo stesso in cui la pelle delicata di Gioia era arrivata a contatto con la sua, un istante prima di addormentarsi tra le braccia prima di esser portata via.
    Era stato tutto bellissimo, intenso e vivo entrambe le volte, anche se la prima era stata sicuramente la più significativa per me che non avevo mai assistito in precedenza ad una cosa del genere: al miracolo della vita.
    Purtroppo il bagliore non era durato.
    Subito dopo la nascita di Gioia, forse già dopo il primo mese, Giulia si era incupita. Non le vedevo addosso l'affetto materno che pensavo fosse invece una cosa della natura. Non le vedevo più la felicità dentro agli occhi, quella che aveva impresso nel nome di quella creatura. Si stava spegnendo, giorno dopo giorno. Una volta mi aveva detto, “io non so se ce la faccio” e poi era scoppiata in lacrime.
    Non sapevo cosa risponderle ma ero certo che ben presto le sarebbe passata e le sarebbe tornato il sorriso. Invece un anno dopo era arrivata anche Emma e le cose erano peggiorate. Non ce la faceva davvero. Ogni vagito era una pugnalata dentro al suo petto. Ogni notte passata in bianco diventava un buco nero dentro alla sua vita.
    Ero preoccupato e impotente e ad un certo punto decisi di rivolgermi, senza dirle niente per non allarmarla oltremodo, a degli specialisti per capire se si potesse trattare di 'depressione post-partum' o qualcosa di simile. Ne avevo sentito parlare ma in realtà non ne sapevo nulla e non immaginavo nemmeno che un giorno avrebbe potuto riguardare noi, lei.
    Mi spiegarono che a volte può succedere e in varie forme, più o meno gravi,  ma di solito i sintomi se ne vanno dopo pochi giorni o al massimo alcune settimane e che il mio caso, il caso di Giulia, sembrava diverso.
    Infatti lo era, era diverso e ben presto fui costretto a dover abbandonare completamente il mio ottimismo a suo riguardo. L'insofferenza, stando con noi, non le sarebbe passata.
    Quando fece le valigie non riuscivo a crederci.
    Provai a farla ragionare. “Le bambine hanno bisogno di te, Giulia e anche io! Se non mi ami più possiamo separarci, trovare una soluzione, ma da loro non puoi. Ne soffrirebbero troppo, lo capisci?”.
    Aveva di nuovo pianto ma una spiegazione non era riuscita a darmela e solo dopo la capii.
    Tutt'ora non so se al Nord ha un altro uomo ma di sicuro so che ha una nuova vita, fatta principalmente di lei. Di lavoro, ambizione, sogni e senza una vera famiglia. So che quello che vuole è questo: essere libera di scegliere ogni giorno dove essere e cosa fare. Libera di svegliarsi di notte per guardare fuori, prendere una tela qualsiasi immacolata e poi dipingere anziché accudire le bambine.
    Se penso a quanto invece a me piaccia farlo e al regalo che mi donano inconsapevolmente quelle due creature, ogni giorno e ogni notte, mi destabilizzo e allora non la comprendo e mi sale la rabbia.
    Non so se un giorno guardandosi indietro, si renderà conto di quello che ha fatto. Se le mancheremo, io, noi o solo le sue figlie e se vorrà tornare. Non so, se a quel punto, riuscirei ad accettarla ancora nella mia vita. Ma so che non lascerò mai Emma e Giulia e che potranno sempre fidarsi di me, a qualsiasi costo. Perché i padri buoni e responsabili non sono così rari come sembrano. Perché in ogni loro gesto c'è anche un po' del mio amore e questo per me racchiude in pieno la felicità.
    Torno ad avvicinarmi a loro, completamente zuppe di mare.
    Prendo ad ognuna il proprio poncho rosa di spugna con stampate sopra le immagini delle principesse e le avvolgo, poi le abbraccio entrambe sollevandole da terra, e mi arrampico sullo scoglio, per risalire, in perfetto equilibrio. I miei piedi sono radicati alla roccia per non farle cadere. Proteggerle sarà sempre il mio primo scopo nella vita.
    Mi volto un attimo e la ragazza solitaria ha di nuovo gli occhi su di me. Li noto da dietro le lenti ambrate che ora ha leggermente abbassato e le scorgo un lieve sorriso tra le labbra lucide di burro di cacao. Ha un fisico asciutto, giovane e un costume color oro che sembra fondersi con la sua pelle già abbronzata e credo perfetta.
    Non so se riuscirò ancora a fidarmi di una donna bella come lei, come Giulia, ma di una cosa sono sicuro, se quel giorno arriverà, andrò prima dalle mie muse e chiederò loro se sentiranno l'odore della maternità. Poi le bacerò, credo tutte e tre e forse mi sentirò di nuovo a casa.
     

  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:46
    La vita ha deciso per me

    Come comincia: Diciotto candeline lampeggiano davanti a me come a ricordarmi di essere felice.
    I diciotto segnano un traguardo, anche se per molti miei amici tutto resta uguale e continuano a fare la vita di sempre. Ad andare a scuola, al cinema, alle feste, a farsi accompagnare dai genitori, anche se di nascosto, per non farsi prendere in giro dai compagni. A frequentare le ragazze e a tornare sempre comunque a casa.
    Diventare maggiorenni per molti di loro significa prendere la patente e divertirsi. Per altri nemmeno quello. Perché ci stanno troppo comodi nelle loro famiglie e di diventare adulti non ne hanno affatto l'intenzione. Preferiscono adagiarsi in quegli anni di transito dove possono scegliere di essere grandi o piccoli all'occorrenza. E allora organizzano un'importante festa piena di amici e di colori, di patatine, tramezzini, pizzette e qualche alcolico. Se la spassano come se non ci dovesse essere un domani e poi tornano ad essere semplicemente quello che erano un giorno prima, per parecchi anni ancora. Ragazzini viziati, coccolati, felici... Invidiabili.
    Per me, che ho aspettato a lungo questo momento, non è così. Io voglio andarmene e voglio riprendermi qualcosa che mi spetta e che  nemmeno conosco.
    Voglio ribellarmi e fare quello che mi pare, lontano da tutto quello che ho sopportato e subito. Dalle persone che non sono riuscite a dimostrarmi il loro bene. Da quelle alle quali non sono riuscito a prenderlo io quel bene.
    Diciotto. Le guardo secche e ritte, conficcate sopra ad una torta al cioccolato, posizionate precise, in modo che possa contarle e poi spegnerle una ad una. Ricordandomi ogni compleanno, uno dopo l'altro come un peccato. Come una macchia sulla pelle che si espande invece di sbiadire.
    Diciotto, gli anni che sono stato senza di te e senza poter vedere il tuo viso, né avere le tue attenzioni. E diciotto senza avere quelle dell'uomo che sicuramente hai amato, amato molto e prima di me e che nemmeno è qui per la mia festa.
    Prima mi ha telefonato per farmi gli auguri e neppure mi ha chiesto come sto. Una telefonata breve arrivata da lontano, dal Brasile, la terra che ha scelto come casa per allontanarsi dai lineamenti del mio volto, così simili ai tuoi diceva e poco ai suoi. Io non ne ho idea. So solo che quando mi guardo negli occhi cerco di immaginarti ma non ci riesco perché è troppo difficile. Perché una foto stropicciata non basta per sapere tutto di te. Raramente la prendo e ti fisso. Ne ho una sola, rubata dal cassetto in quella che un tempo era camera vostra, prima che sparisse insieme alle altre. Ho scelto quella dove ci sono anch'io, perso nella tua rotondità ma è come se osservassi una persona sconosciuta e non so quello che provo. Forse perché a volte avrei bisogno addirittura del tuo odore per riuscire ad andare avanti e capire chi sono e da dove vengo e invece devo farmi bastare il mio e sono come un gattino nero abbandonato ai lati di una strada. Perso, impaurito, diverso, sfortunato. 
    Dicono che non si possa sentire la mancanza di una persona che non ci sia mai stata accanto e forse è davvero così. Allora, perché tu mi manchi tanto da farmi piangere ogni volta in segreto quando me ne vado a dormire?
    Forse perché un'infanzia con i nonni non è semplice da accettare e io con loro ci ho fatto e ci continuo a fare la guerra costantemente. Mi dicono sempre come comportarmi, quello che devo e non devo fare, quello che è giusto e quello che è sbagliato.  Di non rispondere male, di mangiare anche quello che non mi piace, di non chiudermi nella mia stanza con la musica metal ad alto volume. Di aiutarli con le faccende di casa che non sopporto. Di uscire e annoiarmi con loro. Di fare i compiti e smetterla di stare davanti al computer. Di non dire parolacce e di togliermi le scarpe appena rientro.
    Come posso ascoltarli se non ci sei stata prima tu a dirmi tutte queste cose?
    Mi implorano di avere rispetto, in merito alla loro età, alla loro saggezza. Alla  mancanza di te che ugualmente sentono anche se non eri figlia loro.
    Rispetto... Anche io ne avrei voluto, non trovi? Almeno da quell' uomo che non riesco nemmeno a chiamare per quello che è o che dovrebbe essere.
    “Ciao Luca” gli dico, “Come stai Luca?” , “Te la spassi laggiù, Luca?”
    Un tempo lo chiamavo papà, ora non ci riesco più. Non se lo merita e mi dispiace ma per te, solo per te e non per lui. Perché non condividerò mai le scelte che ha fatto. E non per la nuova donna che ha voluto accanto, perché anche se non mi piace e mai potrà riempire il vuoto che di te sento, forse è pure giusto che ci sia.
    Semplicemente perché sarebbe dovuto restare e mi avrebbe dovuto voler bene, con un'altra o da solo ma pur sempre al mio fianco, non pensi?
    Invece è scappato dal dolore, come se fosse stata colpa mia, come se io fossi incolume dalle emozioni e dalla tristezza. E mi ha lasciato qui, ancora troppo bambino, implume, indifeso e confuso, a capire come ci si comporta con la vita. La vita...
    “Dai Matteo spegni le candeline e esprimi un desiderio!”.
    Lucia mi guarda come fanno le adolescenti innamorate alla sua età, sognanti, ingenue e mi sorride sperando che oggi cambi qualcosa.
    Io le voglio bene e se le ho permesso di starmi accanto è probabilmente perché si chiama come te. È carina, con i suoi tratti gentili e i capelli lunghi biondi ma amore è una parola che ancora non riesco a comprendere.
    Anch'io ho fatto crescere i capelli, sai? Fa più figo dicono quelli del gruppo.
    Lucia dice invece che devo imparare a perdonare, me, Luca, la vita... Ma mica lo so se ci riesco.
    Lei ha due anni meno di me eppure è molto più saggia. Le femmine sono quasi sempre più sveglie e forse dovrei ascoltarla e svegliarmi anch'io ma che c'è di così bello nello stare lucidi quando la vita è così ingiusta?
    Chiedo a te, solo a te, tutte queste cose pur sapendo che sei proprio l'unica che non potrà mai rispondermi.
    Lucia mi arriva dietro adesso e mi abbraccia, poi mi dà un bacio sulla guancia e mi incoraggia a festeggiare. Sono sicuro che sta immaginando i miei pensieri tristi e vorrebbe avere il potere di mandarli via. Vorrebbe prendere un po' il tuo posto nella mia testa e nel mio cuore come invece nessuna mai potrà.
    Oggi qui, fuori dalla città, l'aria è fresca e si respira bene. Il sole illumina questo giorno e se mi affaccio vedo le montagne sporche di bianco e il cielo sfumato di azzurro. Qualità della vita la chiamano quando ci si rifugia in un ritaglio invidiabile di mondo e si scappa dal caos della grande città, eppure a me stare quassù sembra esattamente una prigione.
    A diciotto anni non si riesce a pensare alla qualità della vita ma solo alla confusione. Motorino, poi macchina, birra, amici, sigarette, notti in giro a sbagliare e incazzarsi...
    Incazzato è come mi sento ogni mattina quando mi sveglio e devo andare a scuola e devo imparare cose che non so ancora se e a cosa mi serviranno. Quando apro gli occhi assonnati, scanso i capelli ricci appiccicati sulla faccia e non ti vedo ma vedo me e non mi piaccio.
    Diciotto anni e non sapere ora cosa farne, perché non sono molti ma pesano troppo e ad ogni compleanno pesano di più e feriscono. Sanno di assenza, di anniversario ingiusto, di dolore e basta.
    Ieri Lucia mi ha dato il suo regalo in anticipo, perché anche se dicono porti sfortuna, sa che a me in realtà non me ne frega nulla. Ho aperto il pacchetto rettangolare e ho scorto un libro. Sa anche che non mi piace leggere e che probabilmente mai lo aprirò ma ha insistito perché lo tenessi.
    'Il senso della vita'. Più mi obbligano a pensarci e meno riesco a comprenderlo e tantomeno ad accettarlo.
    La vita è fatta di scelte, continuamente, ma a noi due non è stato possibile farne.
    Ha scelto lei per entrambi, dopo nove mesi di amore, di condivisione, di battiti all'unisono e canzoni ascoltate insieme, dolci, bellissime e che ora non sopporto.
    Dopo che mi hai desiderato, nutrito, aspettato e sussurrato ogni sera il tuo amore.
    Dopo che ti ho riempito di calci simpatici per avvisarti che ti sentivo e ti aspettavo anch'io. Dopo. Nell'attimo esatto in cui sono arrivato, in cui ho iniziato a piangere forte per salutarti e finalmente per rispondere a tutte le tue carezze. In quello stesso istante in cui tu già non c'eri più anche se stavi lì, immobile e zitta, sicuramente bellissima. Ferma nel tempo, in una bolla di fragilità per tutti.
    Ecco in quell'attimo ha scelto per noi. Per tutti noi ma soprattutto per me e per te che invece volevamo stare insieme.
    Un grande sforzo per avermi e una misera probabilità di non farcela, che sarebbe stato troppo grande per te e il tuo corpo esile. Eppure è andata così, lasciando tutti nello sgomento più assoluto. Tutti, compreso me anche se ancora non potevo rendermene conto. O forse si. Certe cose si percepiscono all'istante anche nei primi attimi di vita. E il calore umano anche. Quello tuo che non ho potuto avere in quel momento né mai. Quello di Luca.
    Non mi ha nemmeno preso in braccio, sai? E sono certo che mi ha odiato da quell'istante e poi non ha smesso più.
    È per questo che un senso non lo trovo.
    “Magari un giorno ti servirà, ci troverai dentro qualcosa di utile e inizierai a comprendere” dice Lucia.
    Lei mi vuole bene e so che mi aspetterà e forse davvero un giorno, da grande capirò e mi perdonerò. E perdonerò anche Luca e lo chiamerò di nuovo papà come facevo da piccolo, quando ancora non sapevo. Quando mi lasciava qualcosa di freddo sul tavolo per farmi mangiare e a me non andava perché anche il cibo aveva un sapore strano, di qualcosa che non c'era e non sarebbe mai tornato, né per me, né per lui.
    Forse crescerò e smetterò di pensare a te e comincerò a pensare a lei e farà meno male.
    La porterò in spiaggia e le dirò che il mio senso è stata lei e la ringrazierò. Forse sarà così un giorno, forse ma non oggi. Oggi è il mio diciottesimo compleanno e non ci riesco. Soffio sulle candeline con tutta la rabbia che brucia dentro e non sulla loro testa colorata e non esprimo niente perché quello che vorrei ora e ogni volta è vederti, almeno per un giorno, per una notte, per un sogno.
     
     

     

  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:44
    Il mio sole inaspettato

    Come comincia: La mia storia, alla fine, credo possa essere una come ce ne sono tante. Lo penso mentre, da uno scoglio bianco e liscio, osservo l’azzurro del mare che si protende verso l’infinito. Mi godo i primi tiepidi raggi di sole di inizio Maggio, con l’aria salmastra che si insinua nei polmoni aprendoli e ricordandomi che sono viva.
    Una giovane coppia d’ innamorati cammina complice, spingendo un passeggino scuro e penso a quanto mi manchino quei momenti d’infanzia irripetibili. Quelle piccole mani da stringere, quei piedini ancora morbidi da solleticare per provocare un sorriso esclusivo.
    «Mamma, mamma, mi scappa la pipì.»
    Yeraldi mi scuote con la sua estrema e ingenua vivacità.
    «Andiamo dai, svelta! Dietro a quel cespuglio!»
    L’accompagno in un angolo, nei paraggi della spiaggia, selvaggio almeno quanto lei, poi la faccio accovacciare stando attenta che non si bagni, mentre lo zampillo dirompente e puro, accoglie un angolo incolto di prato.
    Quando torniamo al sole mi rendo conto che non potrò mai avere la sua pelle, quell’incarnato intenso che mi riporta felicemente alla sua terra, a quel giorno ormai lontano, in cui andavo a prenderla, a toglierla dall’ingiustizia della sua vita scomoda.
    Dopo un po’ una nuvola sfacciata arriva a fare ombra su di me e sui miei pensieri e mi ravvisa di quanto nulla nella vita si possa dare per scontato, nemmeno quello che di più naturale ci possa essere, come ad esempio la maternità.
    Cinque anni dietro ai gesti più semplici dell’amore, per completare un dipinto con quel tocco di colore mancante, semplice eppure fondamentale.
    Cinque anni a dirmi, abbracciata a mio marito, che prima o poi quel fiore sarebbe sbocciato e cresciuto dentro di me. A completarci, a stringere un nodo, a chiudere il cerchio della famiglia. Poi una presa di coscienza verso la realtà, verso quell’ingranaggio rotto che non avrebbe potuto forse mai accogliere un embrione: il mio utero.
    Esami, visite, responsi a volte troppo superficiali. Soldi e giornate in attesa negli ambulatori. Un intervento per ridarmi una possibilità, un nuovo utero non più ‘difettoso’. In seguito un’ inseminazione di ben tre piccoli embrioni e poi finalmente un ritardo, il primo e credo anche l’ultimo della mia vita. Quello che aveva acceso una speranza e che per poco invece arrivava a togliermi tutto. Un’ emorragia  per un quasi invisibile corpo apparentemente scomparso dentro al mio, del quale non sentivo assolutamente la presenza. Un ricovero d’urgenza e tanta paura.
    Insomma, per avere una nuova fragile vita dentro, stavo per perdere la mia.
    Sono stati in quegli attimi di dolore e di spavento, che ho pensato di dovermi arrendere, di dover accettare il corso della mia natura sterile.
    Avevo fatto tutto il possibile per non avere rimpianti e non ne avevo. Infondo mi sentivo tranquilla ed era arrivato semplicemente il momento di cambiare prospettiva e andare avanti, senza darsi colpe, senza chiedersi troppe spiegazioni né pretendere altro. Accanirsi su qualcosa che non va come vorremmo, forse non è giusto e probabilmente ora mi piace anche pensare che tutto abbia avuto un senso. Che quello che ci viene tolto, in realtà serva per creare un nuovo varco dove accogliere qualcosa di importante, di cui magari non ne conosciamo nemmeno l’esistenza. E questo pensiero arriva a rafforzarsi dentro di me proprio in quei giorni, dopo tutto quel sangue, quella delusione, quel rammarico per un ennesimo tentativo illusorio fallito. Dopo aver visto mia madre piangere. La sua preoccupazione infinita e quella di mio marito. Ma soprattutto quando era arrivata quella chiamata a cui forse nemmeno pensavo più. Quella che cambiò magicamente la mia vita, stravolgendola ma sicuramente riempiendola di gioia.
    «È tutto pronto per poter fare l’abbinamento, la sua domanda è stata accolta. Potete partire per Panama a conoscere la bambina, quando volete.»
    Il tempo di rimettermi in forze e sarei stata subito pronta ad intraprendere una nuova avventura e di vincerla. Non vedevo l’ora di conoscere quella bambina sfortunata e di poterle regalare un nuovo futuro, che per incanto sarebbe stato migliore anche per me.
    Descrivere quello che provai quando la vidi la prima volta, non è possibile. Le avrei voluto trasmettere in un istante tutta la mia storia, la mia vita, persino il mio sangue per legarla a me e donarle il mio affetto. Avrei voluto subito che imparasse a fidarsi come se l’avessi tenuta dentro e le avessi trasmesso quel calore unico tra madre e figlia. Come se un cordone ombelicale ci avesse unite e avesse parlato per noi il linguaggio segreto della natura.
    Non è stato semplice, ma ce l’ho messa tutta e, adesso quando mi stringe, credo di esserci riuscita.
    Dietro una cosa apparentemente brutta c’è sempre la speranza di un  inaspettato sole pronto a fare capolino e a scaldarci nel momento più opportuno e io so che quella speranza infondo non l’ ho mai abbandonata.
    Mi ci sono aggrappata per andare avanti, cavalcando ogni sconfitta.
    Alla fine, ho lasciato al destino la possibilità di scegliere per me e, ora quando guardo Yeraldi, così forte, così intelligente, così bella e soprattutto così felice, so che non avrebbe potuto donarmi di meglio.
    Io e lei ci completiamo e quel vuoto che avvertivo prima di abbracciare il suo corpo minuto e apparentemente fragile, di appena due anni, si è dissolto all’istante facendomi sentire subito un’ottima madre. Indubbiamente al posto giusto.
    Avrei voluto partorirla quella creatura, certo, ma ogni volta che mi chiama ‘mamma’ e mi guarda con i suoi occhi allungati come semi, sento che è davvero come se l’avessi fatto.
    Mi torna la fierezza di quella mia scelta dell’adozione. Mi torna l’orgoglio del mio coraggio in un momento così difficile e della pazienza di tutti quei fogli da compilare e delle attese infinite e sicuramente estenuanti, prima di arrivare a lei: il colore speciale del mio quadro.
    Ora so, quando danziamo insieme, che non arrendersi alle difficoltà della vita può significare molto per noi e può regalarci un presente migliore.
    Yeraldi è la mia piccola donna e quando la guardo crescere penso che vorrei ancora la sua infanzia, almeno un’altra o forse mille volte.
    Vorrei che non mi chiedesse mai chi sia la sua reale madre e come mai sia stata abbandonata ma so che un giorno questo potrebbe accadere. Lei diventerà grande e vorrà sapere di più. Forse vorrà scavare e tornare indietro, a quel tempo, prima di me, prima di noi due insieme e so che dovrò essere pronta anche a questo. A lasciarla andare se vorrà, verso le sue radici lontane, ma in cuor mio credo che una parte segreta, si auguri che questo non accada e che il mio amore per lei sia sufficiente a riempirle anche quella curiosità, a farmi sentire davvero di aver fatto il possibile per lei come ogni genitore infondo può e vuole auspicarsi.
     
     
     

  • 01 dicembre 2015 alle ore 19:23
    I sette anni nuovi (la donna nuda)

    Come comincia: Capitolo IV
    Guerra cieca
     
    Eccomi prigioniera di quel giorno in cui obbligai me stessa a percorrere la strada che mi divideva dal mare. Ero nell’istante di una vita lontana, da me e da Firenze e da ogni mio passato, nella stessa luce di una stessa strada colorata di silenzio, del silenzio di una mattina di domenica in città; nel silenzio del giorno di ogni giorno d’inverno sulla sponda del mare toscano. Nella piccola casa, al mare.
    Il buio e la guerra cieca che avevano consumato il mio essere, rimbombanti di parole mute, erano straboccati dal mio corpo. Figure mostruose, come ectoplasma dai colori ombrosi cangianti, nefande lottavano fino a squarciare tutto il mio essere; soltanto un’ultima fessura che lasciava intravedere la luce, mi mostrò il mare.
    E andai verso la mia vita al mare.
    Il viale alberato di pini lanciava schegge di resina, il cielo l’aiutava, pesante ed elettrico schiacciava al terreno profumi ed umido plumbeo. Tutto schiacciava verso terra.
    Il mio pensiero, i miei mostri, le immagini della mia esistenza che come cani rabbiosi invadevano le mie notti e i miei giorni, furono compressi dalla pesantezza del cielo e dalla rigidezza dell’asfalto.
    Il mare, la spiaggia, la friabilità della ghiaia che sprofondava sotto il mio passo, furono la  mia musica pregna di cacofonie, la mia unica possibilità di fuga.
    La fuga da me stessa, da quei mostri che possedevano me e tutto: tutto ciò che respiravo, la piccola casa al mare, il mio rifugio, la mia tana, la mia libertà incatenata.
    Rintanata come animale ferito e sanguinante per puro spirito di conservazione, senza pensiero cosciente, con solo una montagna frantumata sul mio corpo e sulla mia anima: ero morta e non lo sapevo.
    Come spirito ancora incatenato ai ricordi della terra, vagavo nell’etere sbattendo sui corpi fisici.
    Sfuggendo alle leggi di gravità, ora cadevo, ora tornavo a volare. Mai fui consapevole del mio andare, “sapevo” che erano quelli i passi che dovevo seguire, né mai seppi però, se percorsi piste celesti o caverne o sentieri. L’istinto mi spinse a camminare, a scoprire come neonato ogni oscillazione del tempo, ogni contatto con la vita.
    Ero morta e lo sapevo, pur essendo conscia di avere un corpo fisico che sentiva il freddo e il caldo e forse il dolore riservato agli esseri animati.
    No, il dolore no, non sapevo più se lo sentivo, non ricordo infatti di essermi mai fatta male o di aver sanguinato o fratturato un osso. So di aver cercato l’ ortica nei campi un giorno in cui un flash umano mi portò a pensare: ”- cosa ho da mangiare? Nella dispensa ho solo il riso che, chissà quale attimo di discernimento mi ha portata nel supermercato ed ho comprato -” ricordai una ricetta semplice con ingredienti il riso e l’ortica.
    E cercai l’ortica.
    La cercai, oh sì, la cercai! Iniziai ad estirpare un’erba che nella mia memoria di vivente equivaleva ad essa, ma un passante curioso con stupore mi chiese cosa stessi raccogliendo, e perché. Ero sveglia, ero in un angolo di vita in cui l’appetito fa ricordare all’uomo che è un essere corporale succube di bisogni come il cibarsi. Non parlavo con nessuno da settimane e la voce di quel giovane mi rimbombò improvvisa come una scarica elettrica, tornò spontanea l’autodifesa dell’uomo colto in flagrante, e con falso candore risposi che raccoglievo ortica per preparare un infuso rigenerante per i capelli -come ricordavo di aver davvero fatto- atteggiandomi a cultrice di rimedi naturalistici. Ero dispersa in un mondo che non riconoscevo e che non mi riconosceva, ma l’arcaica dignità umana mi spingeva a mantenere uno status quo che comunque mi apparteneva.
    -“No, signora, non è mica questa l’ortica... non vede, non punge! L’ortica punge, irrita…- “
    Fu così che imparai a riconoscere l’ortica, doveva pungere, irritare. Non usai più i guanti per questa impresa, prima toccavo con la punta delle dita le foglie. Imparai a cercarla fra le erbe con le mani nude utilizzando uno dei cinque sensi che per primo mi venne in aiuto più degli altri quattro. Il tatto.
     
     Capitolo V
    L’inizio della scoperta
    2003
     
    Imparai la potenza del tatto. Che dono possiede l’uomo! Il tatto. Ce ne siamo scordati, così veloci nel percorrere l’istante, malediciamo questo senso nello scottarci con il fuoco o nell’incontro con un corpo tagliente o se battiamo; se ci facciamo male, solo se ci facciamo male ci ricordiamo del tatto.
    Penso alla dolcezza di una mano che accarezza e trasporta nel proprio sangue la geografia della pelle toccata; alla mano di un cieco che disegna nei propri occhi e accende nella mente quanto sfiora, e lo fa intimamente suo. La mano di un bimbo che accarezza e trasporta nella sua anima il corpo di sua madre, dal suo primo contatto nell’utero. Il tatto: la telecamera dell’anima.
    Sì, conobbi il tatto nella sua arcaica fattezza e mi fu dolce il bruciore spinoso dell’ortica quando per esso, la riconobbi.
    È vero, qualche dolore fisico lo conobbi, anzi, lo riscoprii, il pungere dell’ortica fu l’inizio.
    Posso dire, allora, che sentii anche il dolore fisico, se il fastidio urticante di quest’erba si può definire doloroso.
    Tanto incupita era l’anima da negarmi la percezione di ogni realtà fisica, la scoperta dell’erba urticante mi fu da apripista nell’indagine del mio sopore indotto dal fiume sporco nel quale ero annegata.
    Gli istanti incastrati nelle ore dei giorni che mi sono passati addosso non mi hanno fatto molto male, il male umano, il dolore fisico. No, hanno disegnato solchi nei quali sono cresciuti disegni, non cose, disegni. Solo l’anima è stata in grado di vedere, ha seguito i ritmi giorno-notte, lavoro-riposo. Solo l’anima. 
    Fui per un periodo indefinibile, nel tempo dell’anima, e fu più potente del percorso umano della vita. Visitai zone sconosciute e rivisitai tutta la mia esistenza come nel lungo flash che vive l’ uomo nell’atto della morte, ma lo feci da viva. Lo feci nell’inconsapevole culla verde delle colline toscane e nei suoi liquidi azzurri.
    Come sa un luogo, regalarti e alimentarti delle proprie energie! 
    Capitolo VI
    Il libeccio, l’audacia dell’incoscienza in compagnia del Nulla.
    2004
     
    Era gennaio, faceva freddo a Cecina, il libeccio costrinse i pochi abitanti a rintanarsi in casa, allagò i bagni e le rive, portò il mare in piazza fino ai viali alberati, nascose sotto la sua furia le panchine, oasi di riposo dei bagnanti in estate; il becco del gallo sulla stele della piazza sembrava impazzito, puntava il nord scuotendosi su se stesso. Imprimeva ed estendeva l’immagine del freddo.
    Dei chioschi sui marciapiedi, sbattevano le persiane urlando al vento la loro resa. La strada percossa dai frangenti era chiusa agli uomini e alla macchine, nessuno, nessuno osava percorrerla: le vetture scomparse, le persone: ombre dietro finestre sprangate. Tutti mi raccomandarono di non muovermi da casa, io, donna venuta dal nord, vissuta sotto le Alpi, dovevo ubbidire alle leggi del Libeccio. Sconosciuto vento.
    Dovevo restare a casa, ma la mia casa urlava, dentro e fuori.
    Dentro, i miei mostri lottavano fra di loro e contro di me, e contro quei mobili sconosciuti che inventavano il mio presente, quei mobili accarezzati appena da quel poco di mio che li adornava.
    Fuori, la furia della Natura, urlava più forte. Mi sfidava. Urlava, ma contro chi non lo sapevo.
    Io urlavo. Senza suono, urlavo.
    Contro chi non lo sapevo.
    La mia furia cieca e spaventata e impotente, contro la sua. Uscii. Cosa avevo da perdere io che avevo solo ombre informi da distruggere, cosa aveva da perdere lei, la Natura, che aveva il dominio della vita e della morte.
    Io e Lei. Lei aveva il potere sul tutto, io non avevo più nulla. Avevo il potere sul mio nulla. E andai.
    Dovetti sorreggermi a quanto di stabile incontravo sulla strada per riuscire ad andare avanti. Piano piano, ora un palo, ora un muro, ora un blocco di cemento, un semaforo, una catena e un cancello, furono il sostegno che mi portarono fino alla riva del mare.
    Forzai me stessa, mi regalai un peso corporeo che non ho per rimanere in piedi contro il vento che mi spingeva, stretta a me stessa vinsi la sua forza e avanzai. Poggiai i piedi sulla montagna di alghe che aveva ricoperto la riva, spinsi il peso del mio corpo su di esse e come una statua, mi imposi al Libeccio.
    I miei piedi vissero l’euforia del nuovo, instabile terreno.
    Fino al giorno prima in quell’angolo di riva c’era ghiaia grigia e lucida, ora era una collina ricoperta da oltre un metro di alghe depositate dalle onde: morbide, fresche, vive, profumate, non di onde, ma di mare profondo. Calpestai il morbido e meraviglioso suolo nuovo, allargai le braccia e risi al cielo per lo spettacolo magico che mi aveva regalato, girai su me stessa lasciandomi sferzare dal vento ora sul viso, ora sui fianchi, perdendo e recuperando l’equilibrio. Girai come bambola di carillon e cantai l’urlo che si spinse dal mio sterno fino alla bocca. Il mio viso si bagnò ma non capii mai se fosse pianto o lacrime dell’ aria, non me lo chiesi, stavo vivendo il vento nel frastuono del mare. Girai, girai, sentivo la mia voce fusa nelle onde e non sapevo riconoscerne le note, mi sentii vento nel vento. Il mio terrore si fuse nell’ebbrezza, il Libeccio non mi fece più paura, no, avevo fatto bene a non sprangare la mia casa contro di lui, avevo fatto bene a non negarmi a lui, stavo bene, davvero bene insieme a lui.
    Eravamo una cosa sola, ora. Io e il Libeccio avevamo la stessa voce.
    Osai di più, mi sentivo guerriera, temeraria, mi sentivo pioniera del mio suolo nuovo, di me stessa, volevo andare oltre, volevo sentirmi mare. Volevo. Cosa volevo non era presa di coscienza, piuttosto il precipuo isolamento da ogni stato cosciente, per il desiderio di abbandonarmi completamente all’istinto, per poter “vivere”.
    Ero entrata in sintonia col vento, avevamo la stessa voce e la stessa forza, insieme eravamo sul mare, e tutt’e tre, insieme dovevamo cantare una stessa canzone. Insieme, dovevamo essere una stessa cosa. Io “volevo” essere parte della loro musica, mai avrei lasciato me stessa spettatrice di un così grande incanto, ero nella follia. Mi avviai, compagno il Libeccio che per gioco o per dispetto, mi spingeva e mi sosteneva o mi lasciava cadere.
    Costeggiai i muri dei bagni per ripararmi dai marosi, così come in un gioco di bische malfamate dove la mano aperta sul tavolino deve misurarsi con la lama del coltello che si infilza nel legno attorno alle dita, sfiorandole. Era un azzardo, la mia esistenza ora era un azzardo, e quel momento mi si parava pronto ad accogliermi, ad iniziarmi alla vita qualora ne avessi avuto la forza e il coraggio di affrontarlo.
    Mi fermavo mentre l’onda cercava di colpirmi, e velocemente la ingannavo spostando il passo avanzando rasente il muro. Stupivo il frangente. Scoprivo il mio coraggio avendo paura. Avevo paura.
    Il mare gonfio e grigio di fronte a me, immenso, roboante, io piccola figura abbarbicata a un muro che passo dopo passo mi portava a un punto di non ritorno, laddove il mare aveva ricoperto ogni cosa e continuava coprendo anche i passi appena lasciati. Sentivo il suo urlo che ammantava il mio pensiero, nulla, nulla c’era nella mia mente in quei momenti, le mie orecchie erano pregne del frastuono delle onde, e non restava spazio al cervello per poter produrre un qualsiasi flash. Cercavo di decodificare i suoni che si amplificavano nelle orecchie, il mare parlava mille voci e tutte assieme e sembravano rincorrersi e sovrastarsi l’un l’altra, come se ognuna volesse imporre la propria per importanza. Volevo ascoltare quelle parole nascoste nei suoni e capirne davvero il significato, volevo che la mia mente formulasse domande e il mare le desse risposte. Nel caos della mia anima, solo il caos del frastuono del mare poteva portare chiarezza, la sua forza, più forte delle ombre che divoravano i miei momenti. Nel buio del pensiero, una pallida parvenza di luce cercava aiuto. Il mare in tempesta così potente contro la mia fragilità poteva deflagrare nella mia angoscia muta, e risvegliarla, scatenare il dolore che trovando la via defluisce dal cuore, risvegliarla e scatenarla come quel mare in quell’istante e, furente cadere in esso per poi sparire inghiottita fra le onde nere. Cadere, angoscia nell’onda, e tornare serenità negli spruzzi.
    La sentii cadere nell’onda, e il suo tonfo mi risvegliò, mi resi conto di dove fossi, di quale fosse la realtà di quel preciso momento: nessuno attorno a me a cui chiedere aiuto, né avrei potuto tentare di nuotare in un mare così furiosamente grosso e così pesantemente vestita, ero nella condizione di non poter tornare al punto di partenza. In senso reale e metaforico.
    Fu un attimo e si delineò chiara l’immagine.
    Divenni consapevole del punto del non ritorno.
    L’alta marea aveva ghermito il poco spazio che avevo percorso per arrivare fin lì. Non c’era più un centimetro di riva o di cemento che fosse visibile sotto l’acqua ferrigna e salmastra. Non sapevo né potevo, tornare indietro né andare avanti, il mare aveva preso dominio su tutto, le sue acque superavano me e i muri dei bagni, i frangionde erano scomparsi, i gradini da dove ero partita e le alghe che coprivano la loro altezza, erano sommersi.
    L’angoscia muta divenne paura, terrore, e mi annichilì. L’eco del mare entrò in me, non sentii più nulla, solo la sua voce: la potente voce del Mare.
    E si cancellò la paura, la mia vita, i miei mostri.
    Come sussurro d’angelo udii nella mente le parole sentite sulla morte: “la morte più indolore, è quella per annegamento, l’acqua riempie i polmoni, il sangue non arriva al cervello e sopraggiunge la morte. Subito”.
    Mi sentii serena.
     
    Capitolo VII
    La consapevolezza
    2004
     
    Mi resi conto, nell’inconsapevolezza del mio errare interiore che non era la Morte la mia ricerca, piuttosto conoscerla; mi mostrava le vie d’uscita per vivere quel frangente in cui le mie forze avevano ceduto sotto la potente distruzione della mia esistenza. Scoprii che non volevo morire ma solo superare la morte, capirla, conoscerla, salutarla. La Morte come il Mare è parte del mio essere, siamo nello stesso tessuto di esistenza.
    Ci guardammo, io e il Mare, lui ruggiva, io l’ascoltavo; lui cancellava il mio pensare, io mi lasciavo cancellare. Lui voleva curarmi ed io mi lasciai curare. Mi insegnò ad accettare la furia degli elementi e la furia degli uomini, ancora più forte perché volutamente distruttiva. Questo entrò in me attraverso gli occhi e le orecchie, mentre respiravo i nervosi profumi del mare, e il dolciastro sapore della mia paura. Fu un istante spalmato in un angolo di eterno: entrammo in sintonia.
    Ora guardavo la sua onda gonfia e calcolavo il leggero declino che intravedevo nel sopraggiungere inaspettato della bassa marea, era bassa marea? Si svigoriva il vento e nell’attimo in cui sembrava un po’ debole, spiavo il suo ritiro fuggendo un passo e poi un altro e un altro ancora, come in una danza. Mi dava l’opportunità di salvarmi, danzando mi salvavo.
    Nel vento riuscivo a percepire la musica, nel frastuono si delineavano chiare le note, era musica.
    In un tempo dilatato e sconosciuto, mi ritrovai sull’allagato monte di alghe che lentamente si faceva strada emergendo, sulla sua cima e attendendo una nuova onda bassa, toccai il cemento inondato ma fermo, vidi il viale di pini sferzato dalle raffiche ma radicato nella terra, alle mie spalle.
    Di fronte, come un’apparizione guardai la figura livida dell’isola d’Elba e l’immaginai, nella sua mole scura, come Nettuno stiracchiante riemerso dal sonno nel suo abisso, con lo sguardo birichino e ammiccante rivolto su di me. Lo percepii il dio paternamente orgoglioso che concede un meritato piccolo segreto dell’Olimpo a un suo coraggioso sfidante. Mi sentii il coraggioso e vittorioso sfidante.
    Più in là Capraia come bimbo innocente e inconsapevole del duello fra un piccolo essere umano e la vastità deifica della Natura, sonnecchiava. Girai le spalle e lasciai dietro me la visione del mare e delle isole.
    Stringendomi alle catene e ai pali che orlavano i marciapiedi, strisciai sui blocchi di cemento, godevo della voce del vento e degli spruzzi del mare che mi accompagnarono a casa. Mi regalarono un canto che mai, nessuno mai avrebbe potuto farmi ascoltare. Mi sentivo leggera.
    Come loro, ero leggera, leggera e possente, come il vento, come il mare, come Nettuno.
    Spaventata e potente.
    La porta si spalancò sotto la spinta del libeccio appena l’aprii e, insieme a me entrarono Vento e Mare: le Furie, le amiche Furie, maestre di vita vera, di quella distante dai codici sociali.
    Continua... 
     

     
     
     
     
     

  • 26 novembre 2015 alle ore 19:36
    L'impermeabile bianco

    Come comincia: Per quanto mi sforzi non riesco a ricordare come si diffuse per un certo periodo negli anni 60 la moda dell'impermeabile bianco di gabardine: forse per la serie tv del Tenente Sheridan (interpretata dal bravo Ubaldo Lay)? Quello che ricordo molto bene è come ti sentivi se non possedevi l'impermeabile bianco: io ero adolescente, non lo possedevo, e soffrivo profondamente come solo a quell'età si può soffrire per una sciocchezza del genere. Lo so...è imperdonabile..ma io soffrivo, anche perchè in casa mia qualcuno possedeva "l'oggetto del desiderio" ed era mia sorella maggiore, e "maggiore" dice già tutto. Soldi non ce n'erano perciò potevo solo sperare che lei si stufasse di indossarlo..e lo passasse a me. E quella domenica delle Palme lei ME LO PRESTO'. Non potevo crederci! Borsetta nera e scarpe nere col tacco alto..capelli raccolti sulla nuca..e impermeabile col "bavero" alzato strategicamente da una parte sola: non importava niente avere il collo tutto storto in una posizione innaturale; camminavo per il paese a un metro da terra, senza neppure sapere bene dove andare: l'importante era indossare l'impermeabile bianco che mi rendeva diversa in tutto, anche nell'andatura...così diversa dal solito che avevo incrociato il mio amico Sergio in bicicletta e non mi aveva neppure degnata, salvo poi fare una frenata cigolante un po' più in là per voltarsi e dirmi "ma sei la Lora? Accidenti..non ti avevo riconosciuta!! Cos'hai fatto?"  e io, in brodo di giuggiole..."niente, sono come al solito...perchè?"  Magìa dell'impermeabile bianco...e dell'adolescenza che sì mi dava tanti patemi d'animo..ma anche delle gioie assolutamente "semplici" che possono farmi sorridere cinquant'anni dopo!!!

  • Come comincia: Le cose avvengono mai per casualità. Qualche giorno fa ho trovato in biblioteca un libro che racconta una delle mie poetesse preferite, Emily Dickinson, (Amherst, Massachussets, 10 dicembre 1830, Amhherst 15 maggio 1886) scritto da Alessandra Cenni. Come sempre mi accade quando ritrovo nei libri la voce  di persone del passato, mi sento trasportare oltre un velo di sacralità e di rimpianto dolente, quasi entrando in punta di piedi in un tempio del cuore.
    Per caso navigando sul web mi sono poi imbattuta nell’immagine della casa dove la grande, delicata ed evanescente poetessa americana visse (Dickinson Homestead) ad Amherst, ora trasformata in museo. Per un qualche misterioso arcano sentiero del cuore, quelle finestre decorate di verde sembravano rilucere come una collana di perle d’acqua dolce, placide e armoniose custodivano le parole di un’anima eletta, un tempo vivida di respiro, oggi trasformata in pura essenza poetica.
    Capisco perché Emily abbia scelto di vivere la sua vita in quella casa, osservando dall’alto la vallata e il pianoro dolce che degrada dalle alture verso il fiume e il lago poco lontano, afferrandosi al luminoso giorno che accarezza l’alba con i suoi raggi di bellezza. È un’armonia pura, una quiete che ristora, un balsamo che lenisce.
    Amava la natura, Emily, amava passeggiare nel verde incanto del suo giardino, amava la sua camera accogliente e chiara, il suo  morbido scialle dentro cui avvolgersi e avvoltolarsi assorbendo il profumo della pelle e della vita.
    La sua casa mi ricorda innanzitutto la mia infanzia, così abbracciata alla terra e al sole, lassù su quel cucuzzolo da cui io parevo volare quando mi arrampicavo sui faggi-carpini del roccolo che circondava la casa, planando come un falco sull’Altopiano di Selvino Aviatico, osservando le pieghe del mondo, per trattenerle in me fino a lasciarle libere sulle pagine scritte. Scrive il sito a lei dedicato: “Emily scrive sempre, su piccoli fogli che porta con sé, mentre screma il latte nella rimessa silenziosa, o sull'involucro del cioccolato mentre prepara una torta in cucina e, con le mani ancora sporche di farina, continua il pensiero appena abbozzato nella rimessa. Poi riunisce il tutto in quaderni che chiude nel cassetto in camera sua.”
    E anch’io, bambina assetata di sole e di vento, scrivevo su fogli colorati i miei primi abbozzi poetici e leggevo lei, Emily, inebriandomi del suo piccolo angolo di mondo, delle sue finestre che catturavano la luce riverberandola in un arcobaleno, delle querce e degli abeti che stormivano al vento, il prato morbidamente proteso verso il ruscello, le stradine polverose nascoste dalle siepi, i tetti delle casette del villaggio simili a bottoncini rossi...
    Ma la casa di Emily mi ricorda anche Anna dai capelli rossi, il meraviglioso personaggio creato dalla scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery, che mi ha fatto compagnie nelle letture della mia infanzia, con la sua casa dalle persine verdi (House of Green Gables). Figure femminili di straordinaria potenza, Anna e Emily, quasi paladine a difesa di un coraggio nascosto, che c’è in ogni donna. Due volti diafani e leggeri, quasi trasportati dal vento, ma solide e compatte nelle loro decisioni.
    La Montgomery inserì nella storia di Anna anche le proprie esperienze infantili nella zona rurale dell'Isola del Principe Edoardo ed Emily Dickinson ha raccontato storie poetiche osservano la vallata dalla sua finestra. Quelle dimore antiche cullano ancora i respiri rarefatti e dolci di Anna ed Emily, e si offrono a noi viandanti del Ventesimo Secolo con la dolcezza del lievito e del pane, delle notti stellate e delle sere chiare sulla veranda. Quelle dimore antiche raccontano Speranze nuove, per continuare a sognare.
    Ho amato e amo Emily Dickinson. Fin da ragazzina mi avvincevano le sue parole semplici, non ricercate, che parlavano al mio cuore. Ora sono entrata “in punta di piedi” virtualmente, nella sua casa, piccola viaggiatrice del tempo, per portare a casa un pezzo di poesia.
     

  • 22 novembre 2015 alle ore 20:19
    A volte, il tempo sospeso.

    Come comincia: A volte, si ferma il tempo e ti lascia sospeso fra dimensioni a cui non puoi dare connotati. O non lo vuoi. Con tenerezza e compassione guardi te stesso dall'altro angolo dello sguardo, ti vedi seduto, le braccia attorno alle gambe in un gesto in bilico tra la mestizia dell' adulto e il dondolio dell' infanzia. Non sai se sei adulto o se sei bambino, di certo sai solamente che sei sospeso, e non t' importa di non esserlo. Stai bene nel tempo sospeso. Guardi il tutto che attorno si muove ma non riesci ad entrare nel circuito, senti le voci ma non ne afferri le parole, solo le immagini. Guardi i pensieri, tuoi e degli altri, e ti soddisfa guardarli. Stai bene nel tempo sospeso, non vuoi violentarlo. C'è silenzio nel tempo sospeso, un silenzio di tenui colori che accarezza l'anima in un gesto in bilico tra la mestizia dell'adulto e il dondolio dell' infanzia. Sono nel tempo sospeso, mi perdono. Tornerò

  • 21 novembre 2015 alle ore 19:07
    VERSO NATALE

    Come comincia: Ma quanto mi piacerebbe tuffarmi dal mio limbo dentro l'atmosfera natalizia! Ornata da mille campanelli che suonano tutte le pastorali esistenti, volare a cavallo della Cometa, disseminare pacchetti variopinti in giro per l'universo, fare l'altalena fra le costellazioni e scivolare leggera lungo la via lattea su nuvole di palline colorate che si rincorrono nel blu, mentre nuvolotti dispettosi mi soffiano da una parte all'altra divertendosi a guardarmi precipitare e poi risalire, e poi mi spingono a salutare la luna e chiederle se gli innamorati sognano ancora guardandola, se i poeti ancora le dedicano versi struggenti e i musicisti melodie indimenticabili, o se è tutto finito sul pianeta Terra dove perfino il Natale finge di essere Natale. Voi mi tentate nuvolotti dispettosi, e allora eccomi, portatemi a spasso per questo infinito silenzioso e luminoso. Così grandioso da non volerlo disturbare nemmeno respirando. Soffiate via dal mio viso le lacrime di commozione che non posso trattenere di fronte a tutto questo. Giochiamo, voglio giocare anch'io, con l'allegria inconsapevole dei bambini, senza tempo, senza età, voglio ridere delle mie capriole e sapere che non mi serve niente che io già non abbia. Però vi prego: non portatemi sulla Terra.

  • 19 novembre 2015 alle ore 10:50
    Una perfida dolcezza

    Come comincia: Si risvegliò dallo stordimento del piacere perché qualcuno lo stava chiamando al telefono. Si sciolse allora dall'abbraccio di lei, annaspò nel buio alla ricerca del cellulare. Il display lampeggiò a lungo, un riflesso sulla testiera del letto che finì con l’innervosirlo.
    Tutto, allora, iniziò a causargli disagio: la gamba di lei di traverso sulle sue, i panni gettati alla rinfusa sulla poltrona. La stessa, orrenda poltrona, di un velluto sbiadito che s’ostinava a non vedere, perché quello era l’unico albergo subito dopo l’uscita dalla tangenziale, il più vicino all’ufficio.

    Era sua moglie.
    Fece una voce stentorea, le disse ‘sono occupato’, come se quella inopportuna telefonata avesse interrotto discorsi importanti, ineludibili.
    Poi aggiunse: - Abbi solo un po’ di pazienza, tra un'ora sarò a casa.

    La luce penetrava tra le persiane, lei vedeva il suo profilo, il profilo del suo petto.
    Vi fece passare sopra le dita, lentamente. Avevano fatto all’amore nella solita maniera precipitosa e confusa, mormorando le frasi ubriache che li eccitavano e che all’inizio riuscivano a farla sentire importante.
    Un tormentare di seni e di pelle, morsi sulle spalle: lei aveva affondato i denti nella carne più duramente, per lasciargli il segno, stavolta.
    Per vincere l'imbarazzo, scivolando fuori dall’abbraccio e dal groviglio delle lenzuola, lui aveva controllato che la chiamata fosse terminata e poi aveva  mormorato: - Si è molto illusa.
    Lo specchio dinanzi al letto rimandava le loro immagini deformate dalla distanza e dalla penombra.
    Una gamba, un braccio; il nero dei capelli di lei che sembrava macchiare il cuscino.
    S’era vista, per un attimo, mentre faceva l’amore.
    Per distrazione aveva rivolto lo sguardo dinanzi a sé: il suo volto contratto in una smorfia e la schiena di lui, curva e magra come quella di un vecchio. Le era sembrato distante da quel luogo, immerso in un mondo che lo consolava e che non ammetteva vere presenze.
    Avrebbe dovuto cercare una colpa, ma d’un tratto si sentì stanca.

    - Abbi solo un po’ di pazienza, tra un'ora sarò a casa, aveva detto.

    C'era stata una dolcezza, nella sua voce, che l’aveva ferita.
    Come se quell’uomo – che era ancora un bell’uomo, un amatore di donne - le apparisse per la prima volta per ciò che era: un organizzatore di istanti, un separatore di momenti.

    Saliva dalle lenzuola un odore di sudore e di umori; smise di guardarlo, fissò a lungo il parato giallastro; gialla la poltrona di velluto, d’un colore triste la testiera del letto. La stanza, così anonima, viveva di altre vite: di gemiti, sonno, risate confuse nella notte.
    Non era abitata dalla loro storia, e neppure dai loro corpi.
    Dalla strada sentì salire una canzone francese degli anni ‘30 che non riconosceva. Qualcosa, nella voce del cantante, la commosse come la commuoveva l’idea di lui, e si sentì sciocca.
    Lo immaginò nell’istante successivo, quello 'dopo'.
    Le sembrò allora di vedere, come fosse nascosta dietro il collo del suo amante, l’uscita dalla tangenziale; la strada, quella che percorrevano separati, dipanarsi lungo curve strette, mentre l’auto correva; il cavalcavia, gli alberi e gli ultimi passanti frettolosi in fuga dalla notte.
    E poi, veloce, si vide andare verso le luci calde della città; le finestre, le tende, dentro l’ambra bruciata delle lampade; in breve fu nel tepore di una casa ordinata, giù verso il fondo dei cassetti, tra i minuscoli oggetti che lui certamente conservava, con la follia del separatore di eventi. Si rannicchiò in quel calore, in quella vuota oscurità.

    Dunque lì, protetto da quell’ordine e da quel calore, dopo un po’, certamente approfittando di una distrazione, di un’interruzione dei discorsi o di una pausa pubblicitaria - ancora soddisfatto, perduto nel ricordo del piacere -, lui avrebbe pensato a lei.
    E una perfida dolcezza lo avrebbe invaso.

    Si vide allora persa nell’inganno, nell’idea di un tempo non suo, che lui scomponeva a suo piacimento, come un prestigiatore, un funambolo: sospeso tra realtà ed irrealtà.
    E lei, forse, non era né dall’una né dall’altra parte: semplicemente, non esisteva.

    Così si immaginò percorrere la medesima strada dalle curve strette all’uscita della tangenziale; superare il casello che l’avrebbe definitivamente separata da lui, ancora contenta nel saluto dal finestrino, ancora per poco.
    Si guardò andare oltre gli alberi e i passanti; verso casa, superata la chiesa e il benzinaio, il bar e l’edicola dove comprava il giornale tutte le mattine.
    E poi risentì il peso, quello con cui si trascinava fino al bagno al risveglio, presa da una mancanza e dal silenzio.
    I passi misurati, il cappotto sulle spalle, la compressione dei collant sulle gambe; e poi, di colpo, la nebbia che evaporava dai palazzi, indifferente a tutta quella solitudine.
    Si sentì, come tutti, in un altro posto.

    Lui le chiese, a un tratto, cosa avesse, risvegliandosi dal torpore. Nella sua mente voci e volti s’erano accavallati: il suo amore per le donne prendeva forma nel viso allegro di lei, nella forma generosa del suo seno. Così amava pensarla: come un sunto, un’icona, un riassunto degli amori della sua vita. Invecchiava, era forse per quello.

    La sua voce le giunse da una grande distanza, fece uno sforzo per rispondergli. L’aveva condotta in un altro luogo senza saperlo; costretta ad andar via, a non esserci più.
    Lui fissò il soffitto grattandosi una gamba, poi accese una sigaretta, gliela offrì per un tiro.
    Le disse che era splendido fare l’amore con lei, ma non avrebbe saputo dire se davvero fosse così; quella donna rappresentava una quadratura e una salvezza, in fondo. O un’abitudine come le altre.
    Lei disse – Tutto bene, poi s’alzò.

    L’uomo rimase a guardare quel corpo giovane, che il tempo ancora non lambiva. Invidiava la straordinaria giovinezza della sua amante. Gli mancava in se stesso come un’omissione, una promessa tradita. Aveva ingannato i suoi anni come tutti e ora li vedeva dichiarati in lei: forse anche per questo non si decideva a lasciarla.

    Invece lei, rivestendosi, si sentì stanca e seppe in un attimo che non ci sarebbero stati saluti dal finestrino, quella volta, perché la strada l’avrebbe inghiottita con violenza. 
    Si salutarono davanti all’hotel: le diede un bacio leggero sulla fronte e lei non si sottrasse.
    Anzi si nascose in quell’abbraccio per l'ultima volta. 
    Le sembrò di non sentire il suo corpo. E anche quello era un segno.

    Quando arrivò a casa andò a sedersi sul divano. Non accese l’interruttore. Faceva freddo e, tra le imposte, passava la luce solitaria della sera. Dalla cucina sentiva lo sgocciolìo del rubinetto. Era il respiro della casa, che viveva all’insaputa di lei. Sorrise, nel buio.
    Si tolse le scarpe, le calze, i pantaloni. Le sue gambe avevano la consistenza delle cose e degli oggetti.
    Sapeva che, tra un po’, il silenzio sarebbe stato interrotto dallo squillo del telefono. Quella storia andava così.
    Chiuse gli occhi. Non riusciva a immaginare né viaggi né distanze né vendette.
    Era un buon segno.

    Quando il cellulare iniziò a vibrare lei non si mosse.
    Era certamente lui, ma non si diede la pena di verificare; era sceso a buttare la spazzatura.
    A quell'ora c'era sempre un pensiero per lei, tra l'immondizia e i gatti in amore. 
    Ora guardava fuori dalla finestra.
    Sarebbe arrivata l'alba, col suo chiarore azzurrognolo.
    L'odore della panetteria ed i suoni delle radio.
    Le venne in mente il titolo di quella canzone: Vous, qui passez sans me voir.

    Ma non le importava più.
     

  • 17 novembre 2015 alle ore 16:20
    ASSENZA

    Come comincia: Mi sono svegliata all'improvviso e mi guardo attorno. La casa così silenziosa attrae la mia attenzione. Il pallido sole del pomeriggio filtra attraverso le fessure della serranda, e io mi accorgo che sto piangendo. No, non sto piangendo: ho soltanto il viso bagnato. Ho pianto dormendo. Mi metto in guardia. Cosa vuoi, mi chiedo, cosa vuoi, risponditi, cosa vuoi. No, aspetta, prima di risponderti pensa bene. Non è il momento di volere grandi cose, importanti, decisive, sconvolgenti. Non è il momento, lo sai, questo è il momento delle piccole cose. Gli occhi fissano il soffitto e si riempiono di lacrime. Ingoiale, ingoiale, fai presto, concentrati su quello che vuoi, che vuoi adesso, subito, anche banalità, non importa, ma immediate, è urgente. Cosa vuoi adesso, subito, risponditi. Mi sento smarrita: adesso, subito, non ci riesco, troppo in fretta, troppo in fretta.Respiro profondamente e arriva la risposta, sì, invece lo so cosa voglio adesso: voglio che niente interrompa questo silenzio che mi protegge. Che non suoni il citofono, non suoni il telefono, che nessuno parli, cammini, apra o chiuda una porta, che nessuno accenda la televisione. Voglio che questo silenzio non si interrompa, che tutti i miei sensi rimangano così attenti, tesi ad ascoltare tutto il meraviglioso nulla che contiene, a misurare il suo spessore: una coltre che mi avvolga come ovatta, così consolante da illudermi che non mi manchi niente.

  • 17 novembre 2015 alle ore 7:25
    IL FURTO

    Come comincia: E così un giorno Little Raffy decise di andare a far visita alla vecchia mamma pellerossa Lora Seduta, che si era trasferita nel Bronx. Prese la sua "tanti cavalli, quanti cavalli?" e si mise in viaggio. Quel giorno però la vecchia mamma aveva lasciato una finestra aperta, e da lì sibilando era entrata una freccia che era andata a conficcarsi nella credenza. Appeso c'era un biglietto che l'avvisava dell'arrivo di Little Raffy, così si era messa a preparare le lasagne al forno di cui la figlia era tanto ghiotta. Quando Little Raffy arrivò si misero tutti a tavola: Lora Seduta, Polly Joe Carezza, e Little Raffy. Ma mentre loro mangiavano in allegria, qualcuno tramava nell'ombra contro Lora Seduta che essendo pellerossa era mal sopportata da tutti: bianchi e neri. La "tanti cavalli, quanti cavalli?" venne presa d'assalto, danneggiata e depredata. Madre di tutte le tempeste! Furia di mille bufali inferociti! Dannati miserabili esseri infernali! Infuriata Lora Seduta si alzò, e quando Lora Seduta si alzava tutti tremavano, perciò tutti cominciarono a tremare, anche le lasagne al forno sulla tavola. Solo la piccola Polly Miao Urca Però, ronfava beata sul divano. Lora Seduta che ormai era in piedi si guardò intorno, viola di rabbia, verde di indignazione, tremante di collera, gli occhi fiammeggianti, la voce roca, e parlò. Sì, parlò e disse: E adesso?

  • 12 novembre 2015 alle ore 18:41
    Ho peccato di sentirmi Italiana

    Come comincia: Qualche volta ho peccato di sentirmi bella e me li sentivo davvero, addosso, gli sguardi. Che a fare silenzio sono bravi tutti, a camminare sui contorni rialzati dei marciapiedi, a sporgersi verso il lago e a bagnarsi a malapena il vestito nero. Ero lì, in piedi, vestita da sera e truccata, distratta dal rumore dell'acqua, altrove, ma consapevole. La gente passava e forse pensava che io fossi bella come un fiore che qualcuno coglierà o ha già colto, ed io ho peccato verso la mia solitudine, perché l'ho fatto per essere bella e le cose fatte per essere belli, rendono brutti. Qualche volta ho peccato di sentirmi Italiana, che i cieli lontani di una Moldavia fatta di ricordi, a dimenticarli, sono bravi tutti. Guardali tu dalla punta di un ciliegio preferito, e scambiali per piatti che servono nuvole fatte di zucchero filato e prova a non sentirti ladro ad aver rubato l'amore per la tua Patria e ad averlo dato alla lingua di un altro Stato. Oh, Italia, tu non pecchi se ti senti bella ed io, piccola formica affaticata, mi fermo un attimo a guardarti e mi sorprendo che è più dolce dello zucchero filato, più buono del tuo stesso vino, più onesto di un matto, il bene che ti voglio.

  • 12 novembre 2015 alle ore 12:34
    IL PENDOLARE

    Come comincia: IL PENDOLARE

    Oggi, per Giovanni, è l’ultimo giorno di lavoro da pendolare,
    la notte è stata insonne, l’ha trascorsa a pensare.
    E' già mattino e la sveglia sta per suonare, ...
    ma la sua mano è lesta a spegnerla, prima che inizi a squillare.
    Questa mattina non intende svegliare sua moglie,
    farla alzare; la lascia quindi riposare.
    Si alza senza far rumore e, con la consolidata ritualità degli anni,
    colazione in cucina con cornetto e cappuccino
    mentre, posato sul tavolino, vi trova già pronto il panino, per l’intervallo del mattino,
    che s'appresta ad infilar dentro la borsa, insieme a due bottiglie di spumante,
    che aprirà con i colleghi, per festeggiare l’ultimo giorno di lavoro.
    Esce da casa come ogni mattino, cinquant’anni di giorni tutti uguali!
    Inforca la bicicletta, per dirigersi alla stazione, in sosta nel cortile.
    percependo dentro una forte emozione, nel salire sul quel treno regionale.
    Rievoca il ricordo del suo primo mattino, di quando era ancora ragazzino
    e vi era salito per andare alla scuola comunale.
    Puntuale arriva il treno e, come tutti i giorni, è sempre pieno
    e, in piedi è obbligato, a questo viaggio è abituato!
    Incontra i soliti colleghi, un saluto muto con un cenno del capo,
    non ha voglia di parlare di partita di calcio, di politica o di lotta sindacale,
    è un giorno in cui tutto questo non lo fa infervorare.
    Si guarda intorno, ma si perde nel pensare, rivedendosi in vari ragazzi
    e nel loro fervente vociare.
    L’amore della sua vita, conosciuto su quei vagoni, era stato coronato da un tempo ormai infinito.
    Mentre fantastica sul suo vissuto, il treno nel frattempo arriva alla destinazione finale.
    Ne discendono tutti e, di corsa, chi a scuola e chi al lavoro, ognuno di loro ha un posto che l’aspetta.
    Giovanni s’incammina, la fabbrica è lì vicina, oggi non ha fretta;
    entra in ufficio e inizia a lavorare, sapendo che, per lui, c’è ben poco da fare.
    A metà mattino, la pausa ed il panino.
    Arriva mezzogiorno, il pranzo, alla mensa aziendale,
    le bottiglie di spumante s'impegna a stappare, il brindisi e il commiato ufficiale, una stretta di mano per ognuno, come ultimo saluto.
    Solo il pomeriggio resta in fabbrica ancora d'arrivare,
    per poi prendere l’ultimo treno e, alla sua dimora, ritornare.
    Giovanni in pensione è tutt'ora, una casetta, con i sacrifici, si è comprato,
    ha ottenuto tutto il tempo da dedicare a quelle cose che, prima, si trovava a trascurare.
    Il figlio, da anni, ha lasciato la natia casa.
    D’ora in poi, lieti giorni l’aspettano e, il nonno, a tempo pieno può fare,
    con il nipotino, accompagnandolo al parco comunale,
    dove, per far venire sera, insieme giocare.
    Horion Enky

  • 12 novembre 2015 alle ore 2:44
    Il risveglio

    Come comincia: Lei era bionda, esile, minuta, con un bel sorriso bianco. Si guardò nello specchio, ma non si piacque poi molto. Intorno a lei il mondo era impazzito: si combatteva in un'Italia divisa di nuovo, dopo l'unità, laddove quello che era giusto in un luogo era sbagliato in un altro. Dal luglio del 1943, dopo che Mussolini era stato arrestato, le cose che erano state una realtà non possibile di cambiamenti erano precipitate nell'irrealtà. Forse per questa situazione complessa, Irma dormiva male e faceva strani sogni che le sembravano interminabili, da cui si risvegliava con grande difficoltà: lei diventava molto vecchia, giaceva in un letto, rattrappita e piena di dolori. Qualcuno si occupava di lei, la lavava e le cambiava la posizione. Nell'incubo lei non mangiava più ed a stento beveva qualche goccia d'acqua. A volte nel sogno compariva una donna che la chiamava zia e tentava di parlarle, ma lei, in quell'incubo ricorrente, neanche le rispondeva. La stanza l'opprimeva, il letto era una roccia dura e le coperte pesavano come macigni. Fortunatamente, però, lei si costringeva a risvegliarsi e tornava alla sua vita. Ecco: lavorava con gli americani ed era diventata per loro un punto di riferimento perché trovava il modo di fare il caffè, di cucinare una sottospecie di dolcetti, anche a merito del fatto che gli stessi americani provvedevano a procurarle ciò che le occorreva. Il 1944 era oramai il quarto anno di guerra. Napoli aveva sofferto per i bombardamenti che avevano falcidiato case e popolazione e, all’indomani dell’arrivo in città degli Alleati, erano cominciati i bombardamenti tedeschi. La più tragica delle incursioni tedesche avvenne nella notte tra il 14 e il 15 marzo del ’44. Lei l'aveva trascorsa in un rifugio e poi aveva saputo che c'erano stati oltre 300 morti. Ad aggravare la situazione alcuni giorni dopo si era risvegliato il Vesuvio. Tuttavia nel tempo ci si era abituati a vederlo di notte, con il suo pennacchio ed il rosso della lava incandescente e lei s'innamorava, terrorizzata da quello spettacolo straordinario. Irma era fiera di essere napoletana, visto che il suo popolo era stato capace di liberarsi da solo dai tedeschi e quando gli americani erano entrati a Napoli, non avevano trovato neanche un tedesco. Il 28 settembre 1943 Napoli era insorta e lei ricordava di essersi trovata in mezzo a situazioni terribili, con le barricate per strada, gli spari, i morti, i feriti. Conosceva la madre di Gennaro Capuozzo, quello scugnizzo di dodici anni che aveva combattuto ed era morto. Non era stato il solo: nelle quattro giornate perirono 168 napoletani caduti in combattimento. Lei aveva lavorato nell'ospedale, dove erano stati ricoverati alcuni dei 162 i feriti. Molti di loro sarebbero poi restati invalidi. Già in quel periodo le capitava quello strano fenomeno: si addormentava, di colpo, ripiombando nell'incubo e tornavano i dolori, le gambe rattrappite, le voci di sottofondo. Lei, nell'incubo, apriva gli occhi e vedeva ben poco. Ombre. Quelle di una donna che le toccava le ossa fragili per cambiarle posizione. La voce che le chiedeva se volesse mangiare qualcosa. Mangiare? Lei voleva soltanto, con tutte le sue forze, tornare alla sua vita di giovane donna sana. Ritrovare la compagnia del capitano americano che le aveva messo a disposizione un locale dove provvedeva a rifocillare i giovani americani e quelli più anziani. Ritrovare Billy, che poi l'avrebbe attesa, dopo le 20, per accompagnarla a casa con la sua jeep, visto che rientrare da sola sarebbe stato molto pericoloso. Ecco: l'incubo le saltava addosso e doveva fare un terribile sforzo mentale per rifiutarlo. Si diceva soltanto: "Sto sognando, sto sognando, è un incubo, debbo svegliarmi!". Ma talvolta le riusciva così difficile! L'incubo sembrava tenerla in suo possesso. Rifiutava la voce, non voleva che le mani la toccassero, che la donna dell'incubo le cambiasse il pannolone. Rifiutava l'odore di malattia e di vecchiaia, la pelle che le prudeva come se fosse coperta da insetti che la divoravano, la terribile sensazione di secchezza alle labbra. Rifiutava tutto e riusciva, alla fine, a tornare alla sua vita: il suo giovane americano l'attendeva fuori e trovavano il modo di fare l'amore. Si scambiavano baci dolcissimi, con quella sensazione di vivere momenti incerti che potevano precipitare da un momento all'altro nel baratro e proprio per questo andavano vissuti più categoricamente, a testa bassa, senza pensare troppo al dopo.
    A testa bassa rientrava nel sole di Napoli, camminando per le strade distrutte della città, con via Toledo e le case abbattute dai bombardamenti. Era restata a Napoli, mentre la sorella, con i suoi figli e la nipotina, per evitare i continui bombardamenti, si era diretta, con i genitori, verso l'entroterra. Avrebbe dovuto raggiungerli, ma le riusciva difficile rinunciare a quel lavoro che si era costruita. I fratelli erano in guerra e sperava che sarebbero rientrati, ma non ne era certa. Sconvolti dall'essersi ritrovati alleati con i loro nemici senza preavviso, trattati da traditori.
    Un giorno, per rientrare in città si era ritrovata su di un treno zeppo fino all'inverosimile, della Circumvesuviana e, come le capitava purtroppo spesso, venne catapultata nel suo incubo. Sparì la folla, sparì il paesaggio intorno al treno e si ritrovò nel letto, immobilizzata, con la sensazione di affogare: la donna del suo incubo tentava di versarle qualcosa in gola. Si ostinava Maria (era Maria), a volerla aiutare, salvare, farla vivere. Vivere? Ma era vita quell'incubo? Lei si rifiutava di prenderlo in considerazione. Mugolava parole incomprensibili, serrava le palpebre ardenti, si ripeteva:-"E' un incubo, solo un incubo. Adesso mi sveglio!"- Così si svegliava. Si ritrovava con le sue braccia giovani a spazzolarsi i capelli biondi, per indossare un cappello giallo di paglia. Era estate. Sapeva che molte donne di Napoli si erano date al commercio di se stesse, anche soltanto per un paio di calze di seta o un barattolo di qualche tipo, ma lei era stata fortunata: aveva un fidanzato americano, lavorava per gli americani ed era rispettata da tutti. Non si chiedeva cosa sarebbe successo quando lui fosse stato rimandato in patria. Se l'avrebbe seguito, se l'avrebbe perso. Cosa importava? Era viva. La guerra sarebbe finita, un giorno, e anche lei avrebbe potuto pensare al matrimonio, pure se non aveva potuto pensare al corredo, men che meno a una casa, a mobili di qualche tipo. Già era davvero tanto non avere fame e non avere necessità di vendersi. Neanche aveva dovuto fare la borsa nera, mentre in qualche occasione, raggiunta la sorella in un paese dell'entroterra, si era arrampicata sulle montagne per comprare cibo dai contadini, in cambio di lenzuola ricamate. D'altra parte c'era chi si arricchiva con le "semenzelle", quei chiodini con la testa grossa con cui ci si poteva risuolare le scarpe. Lei non voleva diventare ricca, ma restare viva. Viva, non come le capitava di sentirsi in quel maledetto incubo ricorrente. La vecchia che diventava in quei momenti, per fortuna brevi (i sogni sembrano eterni, ma non lo sono), diveniva sempre più debole. Non sentiva praticamente più il dolore, gli odori svanivano, la bocca si serrava e neanche rispondeva alla voce che le diceva:-"Zia, mi senti?"- Neanche rispondeva. Non aveva sete né fame, né bisogni. Era un sogno, era un incubo da cui si doveva rifuggire subito. Ogni volta le riusciva più facile ritornare alla sua giovinezza. Quel bagno nel mare di Mergellina, dagli scogli, con il costume pescato chissà dove. Il tuffo nell'acqua fresca, l'acqua sul volto, il sole sul viso. Poi lui si era tuffato a raggiungerla, avevano nuotato assieme, come due delfini, per poi asciugarsi al sole sugli scogli cocenti. Un momento rapito alla morte, al dolore, alla paura.
    Lei lavorava ed era rispettata. Gli alleati avevano bisogno dei napoletani, come capitava con lei: servizi e funzioni di ogni genere, legali e indebite, somministrate dai civili ai singoli militari anglo-americani, erano un modo per sopravvivere. Le donne, come lei, lavavano panni, oppure ospitavano nelle proprie case gli angloamericani e in cambio ricevevano viveri e merci di vario tipo. Ma lei conosceva che il mercato nero, la vendita di alcolici, e le donne che fornivano prestazioni sessuali circondava quel suo mondo più pulito.
    Si risvegliava dai suoi incubi sempre più forte e sana, sempre più vicina alla fine della guerra e al suo futuro prossimo. Un futuro che immaginava felice, con o senza la presenza del suo americano. Odiava quel suo incubo ricorrente e, nel tempo, divenne sempre più cosciente che l'unico modo di lasciarselo alle spalle, consisteva nel rifiutarlo determinatamente, lasciando fuori dal corpo malato in cui si ritrovava, ogni possibilità di collegamento: doveva resistere, non bere, non mangiare, non ascoltare le domande, non rispondere agli stimoli dell'incubo. Più andava avanti e più si rendeva conto che soltanto con la morte, nel suo incubo, della se stessa malata, scarna, dolorante, sarebbe potuta tornare alla sua vera vita di giovane donna. Così si ripromise di mettere in atto il suo piano e, nel suo incubo, determinatamente, si sottrasse a tutto. Sempre più spesso e più facilmente abbandonava l'incubo e rientrava nella sua vita vera.
    -"Zia, sei certa di non volere bere proprio nulla? Come ti senti?"- La figura nel letto sembrava rifiutarsi di ascoltare, come se si stesse allontanando dal dolore, ritraendosi in se stessa. Maria, la donna che l'accudiva, era disperata:-"Non mangia e non beve nulla. "- Ripeteva. Entravano in silenzio, guardavano il volto nascosto da una mano ed uscivano di nuovo, sempre in silenzio.
    Il corpo, piccolo e contorto, non si muoveva più da giorni. Soltanto le mani della badante la voltavano, di tanto in tanto, per cambiarla, pulirla, controllare la respirazione. Più volte aveva temuto che fosse finita, ma un leggero vapore sullo specchio che poneva davanti alle labbra le faceva comprendere che la vita, se di vita si poteva parlare, resistesse. Ubbidiva al consiglio della nipote, per assicurarsi che non morisse senza sostegno di una parola, di una voce.
    I passi delle due donne in quelle ultime ore neanche si sentivano. Certo non le sentiva la vecchia signora.
    Poi Irma, con un ultimo sforzo, lasciò l'incubo per sempre e tornò alla vita. Per sempre.