username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 20 ottobre 2015 alle ore 15:47
    Due passi

    Come comincia: "Vado a fare due passi"
    Capita di usare quest'espressione per indicare la volontà di fare una passeggiata, breve o lunga che sia; ma accade sempre meno frequentemente.
    La fretta e i mille impegni della vita quotidiana, veri o presunti, impongono delle rigide tabelle di marcia che ci privano di quello che in teoria dovrebbe essere il tempo libero dedicato alla spensieratezza, oggi purtroppo si tende a voler riempire qualsiasi spazio libero con "Qualcosa da fare". Già, perché è impensabile non aver nulla da fare. Lavoro, faccende domestiche, riunioni, inviti, scuola, sport e poi il cellulare e il computer, i social e ancora il cellulare, i videogiochi e gli aperitivi con gli amici, le uscite in compagnia e gli immancabili hobby e il proprio io che trionfa.
    Più o meno siamo tutti egoisti ed egocentrici ed è impensabile fare qualcosa se non se ne ha un immediato tornaconto personale. Non mi dilungo oltre, il discorso è troppo complesso ed articolato e in fondo ognuno è libero di occupare il proprio tempo come meglio crede e preferisce, sempre però nel rispetto del prossimo.
    Dunque dicevo: vado a fare due passi.
    Il cielo grigio minaccia pioggia e forse sarebbe meglio non uscire di casa, in fondo non l'ha prescritto il dottore di dover camminare. Ma due passi dove? Sì, perché oggi si tende a programmare tutto, anche la passeggiata all'aria aperta deve avere un percorso prestabilito in modo da calcolare tempi e incontri. "Uffa" Sbuffo come un bambino, oggi ho un paio d'ore libere, non voglio programmare un accidente; esco e mi metto a camminare senza una meta precisa, senza un orario di rientro prefissato.
    Che strana sensazione, cammino per le strade della mia cittadina che è circondata dalla campagna ben tenuta dai contadini e il mio olfatto percepisce strani profumi, un misto di terra e asfalto, foglie bagnate e scarichi di auto e intento a distinguere questi odori mi ritrovo in una via secondaria e i miei occhi scorgono un giardino ben curato cui non avevo mai fatto caso. Eppure non è la prima volta che passo di lì, poi mi dico che anche io faccio parte della massa di automi che si muove su binari e percorsi ben definiti e tutto ciò che mi circonda spesso mi sfugge. Incuriosito mi fermo ad osservare quel giardino: ben curato, con vari tipi di piante e cespugli, rocce disposte a creare uno stagno artificiale e in un angolo l'immancabile focolare testimone di grigliate in compagnia. Senza rendermene conto mi sono appoggiato al recinto per osservare meglio e subito mi accorgo che qualcuno mi fissa, dalla finestra della casa una signora, presumo la padrona, mi lancia occhiate velenose; immediatamente mi sgancio dal recinto e senza fretta me ne vado per la mia strada.
    Poverina, penso, devo averla fatta spaventare, con tutto quello che si sente al giorno d'oggi mi avrà scambiato per un ladro, o per un guardone o forse più semplicemente le dava fastidio che qualcuno stesse curiosando nella sua proprietà.
    Non fa nulla, ho la coscienza a posto, se mai dovessi ripercorrere quella strada eviterò di guardare da quella parte.
    Camminare senza meta ha dei vantaggi, si può decidere all'ultimo istante se imboccare la via di destra o di sinistra, se passare sotto il porticato della palazzina o in mezzo ai giardinetti e non avere l'assillo dell'orologio e una goduria, per precauzione non ho neppure portato con me il cellulare: libero!
    Qualcosa mi dice però che la mia espressione di libertà sia vista dagli altri come un segno di squilibrio, incrocio un signore anziano e lo saluto garbatamente ma lui per tutta risposta grugnisce qualcosa e si gira dall'altra parte, avrà avuto i suoi pensieri Nel frattempo ho raggiunto un viottolo stretto e poco illuminato che attraversa una zona vecchia e mentre cammino a passo normale vedo una signora dal bel portamento camminare in direzione opposta alla mia dal mio lato di strada. Sorrido, non sono un malintenzionato e quando è a pochi metri da me mi appresto a farle un gesto di saluto, ma lei improvvisamente accellera il passo, stringendo forte a se la borsa, abbassa la testa e scarta decisa dall'altro lato della strada. Rallento il passo e mi giro a  guardarla e lei quasi si mette a correre, spaventata solo dalla mia presenza e io ci resto male e le gambe si irrigidiscono. Dopo alcuni istanti mi impongo di riprendere a camminare e pur a fatica mi avvio verso la mia meta, torno a casa, non ho più voglia di fare due passi. Rimuovo dalla mia mente quegli episodi e mi godo l'ultimo tratto di strada fischiettando con il sorriso stampato in faccia.
    Ad attendermi visibilmente in ansia c'è la mia famiglia, mia moglie, i miei figli; sono stato via per circa un paio d'ore, ma quando sono uscito loro non c'erano e quindi nessuno sapeva dove io fossi. Il fatto che poi avessi lasciato a casa il cellulare destava ancor più preoccupazione. Amo mia moglie e i miei figli , sopra ogni altra cosa.
    "Dove sei stato amore? Eravamo preoccupati"
    Appunto, dove sono stato? Cosa ho fatto? Sono stato a zonzo e non ho fatto nulla, solo camminato per il piacere di farlo e il pensiero di quell'attimo di libertà mi riempie l'animo; sorrido, ancora.
    "A fare due passi tesoro, solo a fare due passi"
    Mi guarda e sorride anche lei, ha capito il mio stato d'animo, ha sentito la mia gioia.

  • 11 ottobre 2015 alle ore 19:10
    TAMARO RISUONA COME TITOLO A ME NOTO

    Come comincia: Ho vagato nel vuoto del tempo per quanti furono i miei pensieri; buio e luce si alternavano tra immagini nuove e ricordi passati fin quando l’azzurro mi colpì. Tamaro risuona come titolo a me noto. Indossavo sembianze simili alle tue, ma di passione e lussuria colmai il mio tempio e per causa loro lo lasciai. Vidi il rosso delle mie colpe colorare la porta che varcai, ma il tepore della luce mi impose il perdono ed iniziai a salire. Avevo da poco passato i tre cerchi e più volte tornai alla mia dimora. Tra lacrime e soddisfazioni scorsi inseguire le mie vesti, ma a me negavo tal visione. Cercai vendetta e giustizia e sprofondai in un pozzo grigio di pensieri angusti. Il tormento della vile mano mi coinvolse nel suo deserto e da lì compresi il fuoco. Mi chiedi dove fu la mia dimora, ma non ricordo dove vidi prima luce. Il verde circondava la mia casa e il Sole sorgeva tra due colli, ma non ricordo dove vidi prima luce. Fa per te tanta differenza? Non è forse il Mondo privo di confini? Tu ne sei la prova! Ho origini antiche, lontane nel tempo e nel cammino; ho indossato pelle e seta, oro e fango, ma in questo lampo Tamaro risuona come titolo a me noto. Vuoi moniti al tuo popolo? Vuoi vite alla tua storia? Vuoi nomi al tuo racconto? Chi varca la soglia non torna indietro, non gettare l’eccezione. Di passione e lussuria colmai il mio tempio e per causa loro lo lascia. Non c’era nobile sentimento se non la voglia di colmare l’ego. Non posso parlar di pentimento perché fui ciò che volli e non lo nego. La razza tua sceglie le colpe e le condanne, innalza tribunali e li presiede, ma non esiste ancora creatura che possiede. Ho preso quello che mi è stato dato, da Tamaro, a nessun uomo ho mai rubato. Non abita il deserto per quello che ha compiuto, ma per la presunzione di avere posseduto. Vuoi moniti al tuo popolo? Vuoi vite alla tua storia? Ricordati di me, ma senza alcuna gloria. Non ho vanti nella vita, non morali nella morte; ho solo la certezza di aver scelto la mia sorte. Vuoi vite alla tua storia? Vuoi nomi al tuo racconto? La mia è stata una vittoria, quando ho compreso è cessato il mio tormento.

  • 11 ottobre 2015 alle ore 3:44
    Il paese andante

    Come comincia: C’era una volta un paese né lontano né vicino. Ogni giorno,tutti gli anni, quindi sempre, il paese si spostava. In avanti, in dietro, in diagonale. Scendeva immergendosi in profondità inaudite e si innalzava verso galassie sconosciute. Percorreva chilometri, onde sonore, fasci di luce, correnti marine e flussi ventosi. Cavalcava epoche storiche e si bloccava in attimi fugaci, correva e rallentava, ma nemmeno un giorno, nemmeno un anno, quindi mai, si fermava. Nel paese gli abitanti vivevano rannicchiati in piccole case, con piccole finestre e piccole porte. Spesse mura incorniciavano l’orizzonte e alte coltri di fumo proteggevano la vita da variazioni climatiche, cromatiche ed emotive. Nulla del caotico movimento interspaziale trapelava nelle loro vite. Qualche volta il paese urtava una meteora, finiva in un buco nero o incontrava un eroe, allora una piccola finestra si colorava di una strana luce, o qualcuno piangeva, ma erano casi rari, veramente eccezionali. Una volta il paese si era messo a cavalcare con le valchirie e per un attimo Federico ,il giornalaio, aveva sentito come una brezza accarezzargli la folta chioma bruna, un brivido lungo la schiena ,quasi un sorriso, ma subito cessò <<Forse il cane ha starnutito!>> si disse, e tutto rimase esattamente uguale. Anche la chioma. Quanto più il paese si muoveva tanto più i suoi abitanti restavano fermi e col passar del tempo avevano cominciato a mettere radici. La folta chioma bruna del giornalaio divenne un crespo cespuglio dove merli, corvi e ogni sorta di ragno faceva il nido. Presto ognuno rimase bloccato al suo posto fino a fondersi con esso. Il cane divenne la sua cuccia, il sindaco il suo municipio, Federico la sua edicola, e perfino Tina, la nutrice, il suo latte. Quando tutti furono ben saldi a terra, pietrificati, il paese si fece d’un tratto pesante e per la prima volta nella sua lunga vita, si fermò. Bloccato in un luogo imprecisato cominciò ad invecchiare. Lui che era nato mille e mille volte, mutando forme e prospettive, ora non poteva che osservare sempre dallo stesso punto la sua lenta e inesorabile fine. Prima non poté più muoversi, poi non poté più guardarsi intorno e infine non rimase che lui stesso, la sua posizione e i suoi immobili abitanti. L’usura attaccò per prima la spessa coltre di fumo che prese a dissolversi lentamente. Poi fu la volta delle mura che si sgretolarono minuziosamente, senza lasciare traccia. Quando entrambe le barriere furono sparite, il paese, ormai un rudere, vide per la prima volta gli abitanti o almeno ciò che restava delle loro piccole vite ferme e lento, inesorabile, finì.

  • 10 ottobre 2015 alle ore 22:32
    Ad Un amico

    Come comincia: I momenti andati, sono andati; lo dice la parola stessa.
    A volte, li si pensa sorridendo come per incanto, quando basta un attimo per ricordarsi delle difficoltà del momento dell'epoca e di tutto il resto. Poi, ora, il tutto il resto è già passato; ora hai un altra concezione del tutto il resto che quasi ti spaventa sapendo che sei già dentro.
    Il tutto e il resto è l'aria che si fonde al mio corpo ogni istante, come fossi sempre un ombra in corsa. 
    Il tutto e resto è quello che scorre, giorno per giorno, ieri come oggi è già domani. Poi ti fermi e in quell'attimo rifletti su tutto questo una sera nel calore dell'ebbrezza notturna scrivendo ad un amico sperando che stia bene e tutto il resto.

  • 10 ottobre 2015 alle ore 20:51
    Tartaruga...

    Come comincia: - La mia vita, ormai, aveva la particolare andatura della tartaruga. Dire lenta è dir poco, meglio sarebbe dire al rallentatore o, usando un’espressione presa in prestito dal gergo sportivo, alla moviola. Ogni spostamento mi costava, non solo fatica ma soprattutto tempo. Chi ha vissuto come me, malata di Parkinson, avrebbe diritto a un’altra vita con un recupero di anni... − e, pronunciate le ultime parole, Giulia si rilassò, cercò un appoggio... qualcosa dove sedersi, ma non trovò nulla che potesse servire a quel fine.
    Era avvolta da una specie di nebbia, non le giungevano né suoni né rumori; si trovava in un luogo di cui non vedeva né inizio né fine. Intorno a lei né pareti né alcun elemento di arredamento. 
    Fermò lo sguardo sulle mani bianche e curate del funzionario, sorprendentemente giovane, a cui si era rivolta e la cui tunica rosa dichiarava il sesso che le era stato assegnato nella prima vita. Il funzionario, il supervisore colui che vagliava le richieste dei nuovi arrivati e decideva quali inoltrare all’Altissimo, rimase per alcuni lunghi secondi, in silenzio.
    Il suo sguardo era sereno, non lasciava trapelare emozioni di sorta, osservava Giulia un po’ affaticata anche se avevano comunicato telepaticamente. Quando comunicò alla donna che avrebbe mandato avanti la sua richiesta, le sorrise e la invitò a seguire l’angelo che aveva accanto:
    − Vai con lui, ti guiderà nel luogo dove aspetterai fino a che non sarà deciso se dovrai indossare la tunica di anima o tornerai sulla terra dove vivrai un'altra vita.
    Giulia seguì l’angelo e giunse in un luogo apparentemente più aperto: non capiva se le dimensioni fossero una conseguenza del numero dei presenti o per altro motivo... 
    Comunque non c’erano alberi, animali, fiumi o prati e, in alto e in basso, né cielo né terra, ma una coltre di nuvole tra il grigio perla e il celeste polvere. Non somigliava nemmeno lontanamente a un interno, non poteva essere un luogo chiuso come una stanza o una casa. Dove si trovasse, però, continuava a ignorarlo.
    Man mano che si addentrava in quello spazio, incontrava varie persone, di etnie e lingue diverse.
    Cominciò a comprendere: doveva essere una specie di anticamera, un limbo rivisitato per altri scopi.
    Erano proprio persone perché non avevano tuniche rosa o celesti; anime dentro gli involucri dei corpi, non ancora private della parte mortale degli esseri viventi. Apparentemente camminavano senza degnarsi di una parola, e invece stavano tutti scambiando due chiacchiere. Ognuno aveva il proprio problema, tutti aspettavano una risposta.
    Passando sentì un tizio che diceva al suo vicino:
    − Io ho lavorato tanto, ho corso in lungo e in largo per il mondo, ho avuto una famiglia numerosa... pensa avevo otto figli! Mi sono stancato da morire... letteralmente! Ho chiesto di poter vivere una vita più tranquilla con un lavoro meno faticoso. Mi piacerebbe avere una moglie sola, anche se non mi dispiacerebbe poterla alternare con altre sempre, si intende, una alla volta; di figli basterebbe un maschio o una femmina, o l’uno o l’altro. Niente suoceri da accudire, niente cognati da accontentare... magari un amico... me ne basterebbe uno.
    La risposta del vicino lo sorprese:
    − Non condivido la tua richiesta, ma ognuno conosce i propri limiti e, avendole vissute, le difficoltà di certe situazioni... perciò tu non vorresti ritrovarti in una famiglia numerosa mentre io chiedo proprio questo che tu non vuoi. Sai, sono stato figlio unico...
    − Ma tu, qui, non conosci nessuno? Un mio amico si è fatto presentare un Santo che sa come arrivare all’Altissimo! − lo interruppe l’altro.
    − No! Non è possibile! Non può essere, anche qui per sbrigare una pratica ci vuole un santo in Paradiso! − sbottò Giulia che si infervorò talmente che sentì per un attimo il cuore battere precipitosamente come non l’aveva più sentito da quando era arrivata in quel sito che non osava definire con un termine preciso. 
    − Sono viva o meno o almeno ho ancora l’opportunità di esserlo? – si domandò ma non riuscì a rispondersi e neppure a formulare la domanda a qualcuno del luogo.
    Altre domande cominciarono ad affollare la sua mente.
    − Se vivrò ancora o ne avrò l’opportunità come imposterò la mia vita, cosa cambierei, quali errori dovrei evitare?
    Le domande si moltiplicavano e Giulia si sentiva sempre più confusa.
    Tornò al pensiero che l’aveva turbata: “Un Santo in Paradiso” e si disse che un paradiso di quel tipo non lo avrebbe voluto e altrettanto non gradita sarebbe stata una condanna all’inferno dove favoritismi e corruzione sono il pane quotidiano del diavolo...
    − Forse non sarà proprio così ma per saperlo bisogna passarci− pensò e a questo pensiero le vennero i brividi.
    Riprese ad argomentare intorno alla tesi iniziale e parlò, o almeno le sembrò, di parlare ad alta voce a qualcuno che l’ascoltava o forse stava solo riflettendo.
    − Per giustizia dovrei avere un’altra vita col recupero del tempo perduto. 
    Quale vita, però, è priva di difficoltà? E quali difficoltà sconosciute sono migliori, più sopportabili delle nostre? Chi è sfortunato una volta potrebbe esserlo sempre e una vita da tartaruga avrà i suoi limiti ma...
    Avrebbe voluto uscire da quel sito, o sogno o incubo che fosse, perché aveva sentito il suo cuore battere e con quel battito in lei era nata un’ultima speranza.
    Campare ancora qualche anno sarebbe stato bello!
    Così, come se volesse inviare un messaggio o una richiesta in alto, proclamò con voce alta e chiara, sperando di essere ascoltata:
    − Se sono viva o meno non lo so. Quel che c’è dopo la morte non lo so… so solo che vorrei  scoprirlo il più tardi possibile. 

  • 10 ottobre 2015 alle ore 12:34
    Politica e sobrietà

    Come comincia: Se la politica fosse come il vino, capirei l’esser moderati, ma la politica, quella che sa di buono, quella che ha il sapore della libertà di espressione, quella che odora di verità, quella che ha il colore della giustizia e la fragranza della solidarietà, ha la purezza dell'acqua di sorgente. Ubriachiamoci di libertà, inebriamoci di verità, sbronziamoci di giustizia; esageriamo; balliamo fino alle luci dell’alba sui resti di una notte meschina, rifugio di mentecatti con addosso il vestito della moderazione. Reclamiamo la luce della Politica Alta per illuminare nuovi orizzonti e affidiamo all’oblio quel piccolo mondo antico impolverato di ipocrisia, immobile e triste come una lapide sotto la pioggia di novembre. Un giorno svanirà e lascerà spazio ai colori e alla bellezza.

  • 01 ottobre 2015 alle ore 16:41
    GELO - sia

    Come comincia: Vi è nel Creato una Sorella di verde colorata, così la fece lo scultore di Sorelle, ma forse forse nel suo pensiero, l’immagine non aveva ben presente di colei che stava per plasmare. Aveva già costruito e ora andava per rifinire, pennelli in mano e creta animata, altre sue Sorelle, tutte variegate. Una l’ornò con un cappello in testa, che a scuoterlo cadevan fiocchi, d’arcobaleno colorati, e la chiamò: Serenità. A un’altra mise in grembo un grembiule largo largo, colmo d’ogni curiosità, che ella teneva con una sol mano legato, e coll’altra ne spargeva il contenuto, la chiamò: Gioia. Ne aveva un’altra già pronta da rifinire, volle distribuirle ben bene il colore sulle labbra, che fece rosso acceso, in un bel sorriso, e quando apriva bocca, pareva espander fiori a ogni parola, e la chiamò: Sincerità. All’ultima arrivò, aveva il corpo rigido e il viso contrito e arrabbiato, non riusciva in nessun modo a modellarne le fattezze: com’egli plasmava la creta animata, di nuovo tornava alla primaria sembianza. Non v’era modo di cambiarne il verso. Pensò, lo scultore di Sorelle, di chieder aiuto ad ogni elfo e ogni ondina e ogni spiritello lì lì fra i colori celati; accorsero subitaneamente a mirare e rimirare il soggetto del dilemma. Provarono tutti, da foga presi, a levigare e colorare, a fare gesti strambi per la materia ammorbidire, che un po’ pareva mutare la struttura, a dire il vero, ma dopo il primo istante, rigida tornava, chiusa nel suo broncio annodato, e nulla nulla la smuoveva. Chiese allora, lo scultore di Sorelle al Cielo, che gli desse soli ridenti e nuvole giocose e arcobaleni lucenti, da mostrare a quella Sorella, che sua materia s’ostinava a tener stretta in rigidezza, chissà che commossa da tal bellezze, potesse esser ella più pronta alla dolcezza! Non vi fu risultato alcuno, ella restava tal quale. Insorsero allora i colori e i pennelli e l’altre crete animate, fu un frastuono di voci e di rumori: a terra rotolavano i vasetti a spander sul terreno il loro contenuto colorato, le crete inveivano per il tempo perso che le faceva secche, sole e nuvolette e arcobaleni, dolenti s’attorcigliavano su se stessi; lo scultore di Sorelle , arreso si sedette, le mani a stringere la testa, lo sguardo annegato di pianto, le Sorelle tutte accanto. Così i pennelli commossi dal dolore dello scultore creatore, e d’accordo tutt’insieme raccolsero le sue lacrime, e al popolo di elfi e ondine e spiritelli e vasetti del colore e crete animate, le mostrarono. Ognuno commosso, andò a consolare lo scultore e a raccattare l’altre lacrime, quando furono raccolte tutte, le misero l’una sopra l’altra, e man mano che il cumulo cresceva, davanti a quella creta rigida, divenivano gelate. Guardavano stupiti tutti e in ognuno balenò, nello stesso istante, il nome giusto da dare all’ultima fatica dello scultore di Sorelle, a quest’ultima Sorella: Gelo- sia. I pennelli intanto, per finir l’opera, intingevano la punta nel rimasuglio di colori, da tal miscuglio venne fuori un verdognolo spento. Fu così che la Sorella di creta rigida restò per sempre di colore verde, e fu perché gelò perfino le lacrime del suo creatore, che le restò il nome che ogni elfo ondina spiritello e creta animata e anima del Creato le avevano dato: Gelo-sia.
     

  • Come comincia: È in arrivo una tempesta.
    Appoggiata ad una roccia la vedo avanzare, sempre più cupa e violenta.
    Sta devastando tutto quello che trova, nella sua folle corsa.
    Sconvolge il cielo e, non appagata, infidamente, infuria sul mare, destandolo dal suo riposo.
    L'argentea luna che irradiava di luce fredda questo frammento di Terra, riscaldando comunque i cuori degli innamorati, si è nascosta dietro i nuvoloni, scuri come la pece, che cozzano gli uni contro gli altri, fino a piangere tutte le loro lacrime, gettando acqua su acqua e scombussolando questa notte neonata e quieta.
    Il vento sibila, soffiando all'impazzata sopra la tavola liquida e trasparente che appare nera, avendo sottratto, come specchio, l'identità al cielo.

    E' il mare che, irato, perde la sua calma e si rivolta, sobillando e gonfiando le sue impercettibili onde placide, che corona di una cresta bianca e schiumosa, la quale, infrangendosi sugli scogli immobili e impettiti, come sentinelle sparse in quella immensità in tumulto, effonde nell'aria miriadi di particelle di salsedine, incrementando la sua fragranza.
    La spuma candida come neve si riversa sulla battigia che custodiva gelosamente un po' di calore e, come fosse un grembo di donna, la riempie, ritirandosi subito dopo, per poi ripresentarsi all'infinito, in un andirivieni armonicamente ritmato e rumoroso.
    Mi trovo ancora lì, a piedi nudi, nel riparo che ho scoperto in una grotta.
    Il mio spirito è tormentato e osserva.
    Invidia la fine rena, che si lascia trascinare nel fondale buio.
    Oscuro come il mio pensiero.
    Mi obbligo a cacciarlo e a reagire alla mia sconfortante solitudine.
    A malincuore, mi accorgo che mi è impossibile.
    Laggiù, nella profondità marina, immagino inabissato, fra rocce e sabbia, uno scrigno completamente d'oro, chiuso ermeticamente.
    Lo scrigno dei miei desideri, quelli non realizzati e sigillati in modo da non fuggire via, in attesa che la bacchetta di una fata o il canto di una ninfa possa aprirlo e compiere il prodigio.
    La mia fantasia prende forma, in un cavallo alato, purtroppo però l'epoca delle fiabe e delle novelle ha fatto il suo tempo ed è passata molta acqua sotto i ponti, da allora.
    Sono costretta amaramente a ripiombare nella realtà nuda e cruda.
    I lampi istantanei che si susseguono irradiano di luce tutt'intorno, arrivando in ogni angolo, in ogni anfratto, squarciando ogni tenebra, ogni ombra, all'infuori delle tenebre e delle ombre che si annidano dentro di me.
    Quella luce fredda, così vana...
    La luce a cui aspiro è un'altra, una luce che mi salverebbe.
    Una luce più abbagliante di qualsivoglia preziosità.
    Una luce che riscalda l'anima.
    La luce dell'Amore...
    Quello di Dio...
    ... Quello di un uomo...
    I boati fragorosi, al pari di fuochi d'artificio, mi esplodono nella testa, rimbombando.
    Sento freddo e mi accoccolo su me stessa.
    Improvvisamente provo paura, un panico tangibile ma, fortunatamente, la tempesta si allontana, repentina, così come è giunta, andando a scaricare la sua rabbia altrove.
    Le acque si acquietano e il mare riprende il suo sonno interrotto bruscamente, mentre il silenzio sovrano torna a regnare nella notte, divenuta nuovamente tranquilla.
    Attendo qualche attimo interminabile, durante il quale ho la sensazione di non essere più sola.
    Noto un'ombra sulla spiaggia... imponente e...alata... Pare che stia osservando il mare.
    Trattengo il respiro, stupidamente, come se in questo modo potessi scongiurare l'ipotesi che la mia
    presenza venga scoperta da un'entità ultraterrena.
    Il mondo del soprannaturale mi ha sempre affascinata e, nel medesimo tempo, terrorizzata.
    Ho la pelle d'oca e fremiti improvvisi che salgono su per la colonna vertebrale.
    La luna è riapparsa, tonda, piena, radiosa. Pare che mi osservi e attenda una mia mossa.
    Lo spirito vagante volta il capo, ornato di una lunga chioma riccioluta, probabilmente chiara.
    Percepisco il suo sguardo addosso e resto immobile, ancorata a quella grotta come fosse la salvezza.
    Non riesco a formulare alcun pensiero... solamente aspetto...totalmente in balia dell'arcano.
    All'improvviso scompare, lasciandomi enormemente confusa, immensamente turbata.
    Nel mio cervello impazzito si rincorrono adesso una moltitudine di pensieri contrastanti.
    Vorrei persuadermi di aver preso un abbaglio, scambiando un'ombra qualsiasi, proiettata attraverso i lampioni della strada, per qualcosa che la mia fervida immaginazione ha inventato.
    Vorrei... Ma, poi, sono così sicura che sia questo il mio volere?
    O preferirei essere certa che si sia trattato veramente di una Creatura celestiale, di un Angelo proveniente dal Paradiso...magari del mio Angelo Custode che, apparendomi, abbia inteso darmi la conferma di non essere tanto sola?
    Non saprò mai la verità, potrò soltanto sperare che la mia illusione non rimanga tale.
    Con questo dubbio, mi accingo a percorrere cautamente la riva.
    Il dolce rumore dello sciabordio del mare che accarezza l'arenile è rilassante, al pari del suo profumo che mi appaga le narici e i sensi.
    Una leggera brezza mi accarezza il viso e scompiglia i miei capelli lunghi e corvini.
    La mia camicia da notte bianca, con qualche ricamo sul davanti, a ricordare quelle antiche delle nonne, abbottonata sul collo come fossi una bambina, svolazza, anch'essa scossa dal flebile vento. Ad occhi indiscreti e curiosi potrei apparire come un fantasma errante e tormentato, che scorrazzi nelle tenebre, in cerca di pace.
    Probabilmente lo sono... o perlomeno mi sento nelle identiche condizioni..
    Desidero la pace, non pretendo altro...
    Anzi sì... qualcos'altro pretendo...
    La libertà.
    Sto per calcare la sabbia appena calpestata dall'entità alata e il mio cuore esulta, per questo.
    Le onde infuriate, durante la bufera, avevano cancellato ogni orma esistente sulla spiaggia dorata.
    Scruto, nella speranza di trovarne due appena scavate sul bagnasciuga, che l'acqua non tormenta più con la sua ira. Ed esse mi appaiono, intatte. Il mare non le ha dissacrate.
    Lì, immobile in quel punto sacro, poggio i miei piedi nudi, alzo lo sguardo al cielo, dopodiché chiudo le palpebre.
    Sto aprendo le porte che conducono alla mia anima, per permettere al Bene di entrare e sconfiggere ogni ombra malefica che deturpi la sua luce.
    Neppure per un istante mi ha assalito il dubbio che la Creatura possa essere appartenuta al mondo degli inferi.
    Un angelo del male, pur ingannatore, sotto mentite spoglie, non mi avrebbe lasciato la sensazione di serenità che sto ancora percependo.
    Così fantasticando, mi avvio alle scale che conducono alla strada, mentre il mio cuore e la mia testa, in un dialogo silenzioso, si domandano a vicenda “Domani...?” e si rispondono “Non so...”
    Come sempre, rifletto sulla mia condizione di donna.
    Donna... essere speciale, tristemente usato, schiacciato, subordinato all'uomo grazie alla supremazia della sua forza fisica. Non di certo dell'intelletto.
    Avevo letto qualcosa sulle teorie discordanti in merito alla condizione femminile nella preistoria, che hanno voluto la donna succube dell'uomo, secondo alcuni pareri, matriarca incontrastata a dettar legge, secondo altri.
    Tuttavia, il corso dei secoli l'ha vista soccombere, per la maggiore, a parte chi aveva il potere nelle mani, donne influenti e rispettate. Tuttavia, una minima casta.
    La discriminazione sociale, con diritti e doveri differenziati, era la normalità..
    Addirittura dai racconti biblici c'è contraddizione nella determinazione dei due sessi che dovrebbero essere stati creati uguali, con pari dignità ed in perfetta simmetria, al contrario della testimonianza epistolare di chi raccontava della creazione della donna attraverso una costola maschile, imputandole, per giunta, la causa della cacciata dal Paradiso terrestre.
    La colpa è qualcosa che nessuno vuole ed era facile, nei tempi che furono, addossarla all'essere per antonomasia più debole (secondo il parere dell'uomo), al genere femminile, facile da schiacciare, usando il predominio attraverso la fisicità.
    Donne perseguitate, additate come streghe dedite a Satana e bruciate sul rogo, al pari di carne da macello, donne che hanno dovuto subire violenze per tutta la loro vita matrimoniale, donne usate e vendute come merce di scambio, donne costrette ad una vita di stenti, lavorando come schiave dentro e fuori casa, nei campi, a coltivare la terra per sfamare la prosperosa famiglia, oppure ai fiumi o ai lavatoi, a lavare, nell'acqua gelida, i panni di casa.
    Donne divenute vecchie prima del tempo.
    Donne perennemente fecondate da mariti disgraziati.
    Donne lasciate sole, da consorti che tornavano ubriachi marci.
    Donne violentate e uccise, troppo spesso, da bestie che di umano non hanno nulla, che odiano l'altro sesso, probabilmente per timore del confronto.
    Rammento una mia poesia, scritta su questi atroci eventi di cui si ha notizia quasi ogni giorno:

    AL DI LÁ DEL SILENZIO

    Al di lá del silenzio, s'ode solo il vento,
    che rumoreggia, sfiorando la chioma sparsa sullo sterrato,
    nel bosco, dove il buio è in procinto di rubare la luce.
    Tutt'intorno regna una labile pace.
    Al di lá del silenzio, mi trovo smarrita e confusa,
    nel rammentare ciò che stava succedendo,
    soltanto poco prima,
    quando l'insaziabile bestia, ha sfogato il suo tormento,
    sul corpo mio, in preda a depravata brama.
    Al di lá del silenzio,
    il lamento mio straziato, che nessuno ha udito,
    seguito da un grido disperato, quando la lama lucente,
    il vile ha calato sul cuore, rubando la mia vita,
    ancor da essere vissuta.
    Al di lá del silenzio,
    sto osservando il triste scempio, del corpo martoriato,
    grondante linfa e sangue, di cui la nauseante pozza
    sta immondando l'erba,
    intanto che son lì e, oramai, la vita è persa.
    Al di lá del silenzio,
    solo il pietoso vento che, ancor, sta accarezzando
    il corpo mio discinto,
    di cui, il viso fisso, rivolto è verso il cielo,
    seppure gli occhi, ancora spalancati,
    abbiano, or ora, il tacito sguardo spento.
    Al di lá del silenzio,
    c'è ognor soltanto il pianto, di chi realmente m'ama
    e sta soffrendo.
    Al di lá del silenzio,
    l'assoluto niente...
    Anche il vento, adesso, ha taciuto la sua voce,
    poiché sa che, mai, troverò pace...
    Mi sto perdendo, nel mare del silenzio...
    Al di lá del silenzio,
    s'ode solo il silenzio...

    L'ineguaglianza dei sessi ha portato a molte sofferenze il mondo femminile. Le nostre ave, le nostre nonne, ne hanno preso coscienza, iniziando a ribellarsi a questo stato sociale ed a combattere per rivendicare i diritti ed i privilegi concessi agli uomini.

    Il voto alle donne a conclamare l'uguaglianza, il lavoro come diritto all'autonomia.

    Donne eroiche, che hanno resistito ai soprusi maschili, divenendo addirittura vittime di carnefici scellerati per il loro ideale di libertà, nel ricordo dell'8 marzo, dedicato alla donna, per non scordare l'infausto massacro di povere lavoratrici che reclamavano i diritti loro spettanti.

    Il termine eroe è legato per lo più all'uomo, uomini che hanno lottato e si sono distinti nelle varie guerre a cui la Terra ha dovuto assistere (ed assiste tutt'ora, purtroppo, la storia pare non abbia insegnato nulla), ma quante donne hanno preso parte alla resistenza, schierate dietro le quinte, a ricoverare fuggitivi, a sfamare combattenti, rischiando la vita, a sostituire il capo famiglia, con tutte le difficoltà che potevano sussistere nella miseria creata dagli eventi belligeranti?

    Donne paladine, senza onore né gloria. La maggior parte delle loro storie sono preda dell'oblio.

    All'ombra del genio, c'è sempre stata una grande donna, magari analfabeta, dal momento che lo studio doveva essere privilegio quasi esclusivamente maschile, ma pur sempre grande.

    E' cosa risaputa.

    Mi chiedo spesso quante sono le donne, nel mondo, che ancora stanno soffrendo per il predominio maschile. Un numero, a dir poco, spaventoso, che fa ribrezzo e crea disonore per l'altro sesso.

    Donne stanche della situazione di subordinazione, desiderose d'essere apprezzate sì per i loro compiti di perfette casalinghe e madri di famiglia, ma altresì per aver parte integrante nella costruzione di un mondo migliore da lasciare alla prole, a fianco del proprio uomo, che dia la possibilità di dare un senso alla vita.

    Dopodiché mi chiedo la ragione per cui sussista ancora il contrario, faccio le mie considerazioni e penso di essere arrivata a capire, magari sbagliando... ma non lo credo veramente.

    La paura.

    L'uomo ha paura della donna, il suo timore di essere surclassato, in tutti i campi, si evidenzia ogni giorno.

    Se si lasciasse spazio al genere femminile, se si facesse meno discriminazione sul lavoro e nel concedergli spazio per cariche governative, nei paesi definiti civili, quanto ci impiegherebbe la supremazia maschile a cadere? Non dico un nanosecondo, ma poco più!

    L'uomo ha paura del cervello femminile, di quello che riesce a fare in un contempo, della sua marcia in più, del suo sesto senso e, per questo, cerca di tenerlo a bada.

    Ma le cose cambieranno, devono cambiare, voglio essere positiva, speranzosa.

    Per quanto riguarda me stessa... non so dire se cambieranno.

    Sono sempre stata una donna forte, ho superato drammi senza farmi forte dell'aiuto di alcuno, ho saputo come muovermi per aiutare chi amo ed ho provato una forte autostima, per questi motivi.

    Purtroppo la stima cade per quanto riguarda la mia persona, il cambiamento della mia vita personale.

    Sono sottomessa dalla situazione a cui non so reagire.

    Sta dormendo pesantemente. Sta russando.

    Non si è accorto di nulla.

    L'uomo che vive con me da quasi quarant'anni, per il quale, appena ventenne, avevo giurato, davanti a Dio, eterno amore, eterna fedeltà, la stessa che, brutalmente, ha tradito la prima volta che mi ha mancato di rispetto, che ha alzato la sua forte mano su di me.

    Un essere che, dentro di me, non riconosco più come marito, bensì non mi tocchi più, in nessun

    senso. Per il quale provo indifferenza, quando non rancore.

    Non ho saputo perdonarlo per la vita che mi ha offerto.

    Mi sento vittima designata di un legame sbagliato, portato avanti senza senso, forte del mio pretesto assurdo che l'umanità non abbia la facoltà di scindere unioni consacrate

    Come se Dio non sapesse... non vedesse...non percepisse la sofferenza...

    Un matrimonio trascinato nel tempo per mancanza di coraggio.

    Prendere una decisione così drastica non era facile.

    Sola al mondo, con due figli da mantenere, senza un lavoro, poiché avevo il divieto di cercarlo, per un'assurda gelosia che lo aveva sempre tormentato.

    Probabilmente ad altri occhi possono apparire delle giustificazioni, atte a coprire la propria paura dell'ignoto, la propria codardia, il proprio timore di ritorsioni già annunciate, quello di un risvolto drammatico della situazione.

    Il terrore di essere uccisa, come minacciato troppe volte, di fare la solita fine delle tante vittime della morbosa gelosia maschile, del considerare la propria donna come oggetto da possedere.

    In parte è veritiero che siano giustificazioni dietro quale nascondersi, ma soltanto in parte.

    L'amore è la simbiosi di due anime, prima che di due corpi, lasciando comunque spazio e dando il rispetto dovuto all'individualismo del pensiero.

    Se è pur vero che ogni individuo possegga la prerogativa del libero arbitrio per impostare la propria vita nel modo più consono, talvolta ci sono catene invisibili, tuttavia difficili da spezzare.

    Non impossibili, comunque robuste e vincolanti.

    E per questo subentra la rassegnazione ad un vivere...anzi ad un sopravvivere dal quale non ci si aspetta nient'altro che un'apatia mostruosa, che diviene una corazza impenetrabile dalla quale sentirsi protetti, dentro la quale calarsi per tenersi al riparo da ulteriori sofferenze.

    Nulla mi poteva scalfire così trincerata.

    Poi l'imprevisto.

    Un incontro casuale che ha annientato all'istante quell'armatura che garantiva la mia indifferenza acquisita, la mia imperturbabilità. L'ha polverizzata.

    Una parvenza d'amore improvviso che mi ha sconvolta, turbata, disorientata, inappagata.

    Una storia senza futuro, peraltro durata quanto un alito di vento, impossibile da portare avanti, vissuta male, per le sensazioni contrastanti del mio essere irreprensibile ma, comunque, vissuta, per non dover rimpiangere.

    E, soprattutto, per dare un taglio al mio sopravvivere, per sentirmi ancora donna desiderata, come non mi sentivo da tempo, per risvegliare emozioni sopite, ma ancora esistenti, nel profondo.

    La mia coscienza, in quel frangente unico, si è trovata d'accordo con me.

    “Ti ho donato me stessa, il mio corpo, la mia essenza, la mia sofferenza e non avrò rimorsi”.

    Sono sempre io, tuttavia non sono più la stessa.

    Voglio di più...

    Lo pretendo.

    Esigo ciò che la vita mi ha negato.

    Quella libertà che non ho mai avuto, fin da adolescente, da quando, per sfortuna, mi sono innamorata di chi mi ha reso infelice.

    Desidero un amore vero, è uno dei miei desideri racchiusi in quel forziere d'oro, in fondo al mare. Un uomo che non sappia negare rispetto, gentilezza, sorrisi.

    Che mi faccia ridere e assaporare tutto quello che c'è di bello al mondo.

    Che sappia leggere il mio sguardo.

    Forse sono troppo pretenziosa, ma non m'importa.

    Forse è tardi per trovarlo, ciononostante lo sto cercando disperatamente.

    So che arriverà, ne sono certa, non so quando, ma arriverà.

    Ne ho necessità, come dell'aria che respiro.

    TU...

    Sussurri ...carezzevoli...

    Inondano la mente...

    Turbandola...

    Sensazioni ataviche...

    Percorrono la pelle...

    Sfiorandola...

    E facendola vibrare...

    Desiderio..

    Carnale...

    Spirituale...

    Esplode...

    Nel corpo...

    Nell'anima.

    Donarti me stessa...

    Totalmente...

    Incondizionatamente...

    Appartenendoti...

    Come l'acqua al mare...

    ...Il vento all'aria,

    ...Il sole al giorno...

    ...La luna alla notte...

    Nei mie pensieri solo tu...

    Nel mio immaginario, solo tu...

    Nelle mie viscere, solo tu...

    Nel mio cuore, solo tu...

    Sei qui...

    Percepisco il tuo respiro...

    Il tuo odore...

    ...mi assale...

    Penetro gli sguardi...

    Cercando il tuo...

    Per addentrarmi in te...

    Fondermi con te...

    E farti mio...

    So che ti troverò...

    Non so dove...

    Non so quando...

    Esisti...

    E mi stai aspettando...

    Devo solo incontrarti...

    Sono ancora qui, sperando che l'estraneo che sta dormendo al mio fianco arrivi a capire che tutto è

    finito e faccia l'unica azione degna, andandosene.

    Purtroppo ho molte riserve riguardo a questo.

    Mi giro e rigiro tra le lenzuola candide e profumate di lavanda.

    Morfeo tarda a prendermi tra le sue braccia.

    Ripenso alla Creatura Celeste ed ora sono consapevole del fatto che la sua venuta abbia il sapore di

    un messaggio dell'Altissimo, di un sostegno a tenere duro, a lottare, a costringermi a guardare oltre il buio, per non ripiombare in quel torpore assoluto.
    A perseverare nella ricerca della luce.

    A dare ascolto alla voce silenziosa della mia saggia coscienza, conscia, a dispetto del mio trascorso scoramento, che la mano scrivente la pagina del mio destino sia di origine divina e non quella adunca del maligno.

    FINE

  • 29 settembre 2015 alle ore 16:31
    Se nevica

    Come comincia:  CAPITOLO  1°   Se nevica       Le scale, erano molto ripide e strette, bisognava mettere il piede di traverso per scendere con più sicurezza. Salire era facile, ma scendere anche per una esperta e spericolata come me richiedeva attenzione. Di solito al piano inferiore c’era un bel teporino, la stufa era accesa, praticamente sempre. Mio non

  • 25 settembre 2015 alle ore 9:15
    Felice, Franco e l'origine delle cose

    Come comincia: Dopo aver rifiutato educatamente un'ulteriore razione di cibo, Franco si sistemò sulla poltrona che troneggiava al centro della sua stanza; era una strana prigionia la sua e più passava il tempo e più veniva assalito dai dubbi. In quel periodo, isolato dal resto del mondo, aveva avuto modo di conoscere ed apprezzare una razza simile a quella umana ma per certi versi completamente diversa: gli Scuri. Il terrore che lo aveva assalito nei primi istanti dal rapimento, subito da parte di un gruppo di facinorosi, si trasformò in rassegnazione quando fu scambiato dagli scuri come merce di baratto, successivamente però ebbe la consapevolezza che quegli esseri non volevano fargli del male anzi, si stavano mostrando molto più sensibili degli umani stessi.
    Beatrice si era ripresa dallo stupore iniziale e nonostante avesse realizzato di aver miseramente fallito la sua missione, si sentiva in pace con se stessa. Se ne rese conto Aurora che la affiancò bonariamente e la invitò ad avvicinarsi al resto del gruppo "Tutto bene?" Chiese infatti la ragazza "Si, tutto bene" Rispose Beatrice quasi sorridendo "Voi come state?" Chiese rivolta ai suoi uomini "Un po' ammaccati ma nel complesso pronti e operativi" Rispose il più anziano che con quelle parole confermò la loro disponibilità a seguirla qualsiasi fossero state le conseguenze, parole che fecero arrossire Beatrice fiera e contenta dei suoi uomini; ma adesso voleva capire meglio cosa stesse accadendo e quindi cercò di rassicurarli "Tranquilli ragazzi, sentiamo cosa hanno da dirci i nostri carcerieri" Pronunciò l'ultima parola con enfasi, voleva davvero capire a cosa sarebbero andati incontro. Sunday fece un cenno verso Felice che comprese immediatamente le intenzioni dell'amico pur faticando a riconoscere l'uomo nervoso e poco razionale conosciuto tempo prima in quel centro commerciale; ma in fondo qui era a casa sua e ciò gli conferiva una grande tranquillità e forza d'animo. Bocassa non si intromise defilandosi fino a giungere vicino ad Aurora che, con il fiato sospeso, attendeva lo sviluppo degli eventi. Felice fece qualche passo verso il gruppo di Beatrice e quando fu sicuro di avere la loro attenzione parlò scandendo bene le parole, li aveva avvisati, non erano ancora fuori pericolo "Allora, cosa avete intenzione di fare? Volete crearci problemi o volete darci una mano? Sapete bene che non siamo noi il male da combattere quindi vi lasciamo la possibilità di scegliere: con noi da liberi cittadini o contro di noi da agenti speciali in stato di fermo" Aveva parlato con voce ferma, le sue parole avevano lo scopo di fare effetto sui prigionieri, in realtà Beatrice ebbe un sussulto e si mise a sorridere, conosceva quell'uomo e sapeva che era un tipo tranquillo e non abituato a stare al centro dell'attenzione, quindi rispose senza troppi fronzoli, consapevole della fedeltà dei suoi e convinta di fare la scelta giusta "Sto con voi. Per quanto riguarda i miei uomini" proseguì "Da questo momento sono liberi di fare le scelte che meglio credono, quindi dovrete rivolgervi a loro" Felice fu contento di quella risposta e stava per parlare agli agenti quando il più anziano di loro lo anticipò "Penso di parlare a nome di tutti; dove va il comandante andiamo noi, la sua scelta è la nostra scelta" Gli altri uomini fecero ampi gesti di approvazione, anche loro la pensavano così e Beatrice si emozionò fino alle lacrime; quelli erano i suoi uomini. La tensione svanì di colpo e Felice, chiaramente sollevato, si schiarì la voce e prese a dire "Ottimo, sono contento della vostra decisione. Non c'è bisogno che mi giuriate fedeltà, mi basta la vostra parola, non deludetemi" L'uomo stava per riunirsi agli altri quando la voce di Beatrice salì di tono, dovevano sentirla tutti "Aspettate un attimo. Prima di buttarci nelle fauci della belva vogliamo saperne di più su questa storia, altrimenti non se ne farà nulla" Per un attimo si ricreò la tensione iniziale e nel silenzio totale si udivano in sottofondo i rumori della natura che più nessuno ascolta; fu quindi Bocassa a prendersi carico di riportare la calma. Si avvicinò a Beatrice, la fissò negli occhi e la invitò a prenderle le mani, la donna parve ipnotizzata e senza rendersene conto afferrò le mani dell'altra, fu l'inizio del viaggio.
    La sorpresa iniziale non durò a lungo, i genitori di Felice erano pronti a qualcosa di strano ed eccezionale, ma la signora Maria volle subito chiarire la loro posizione "Sentite, noi vogliamo rivedere nostro figlio sano e salvo, quindi mettiamo subito le carte in tavola; voi da che parte state?" I due anziani nonni sorrisero, infatti erano pronti ad una simile reazione e la donna specificò immediatamente "Siamo con Felice e con voi, ma dovete essere pronti, perché ciò a cui andrete incontro trascende dalla vostra comprensione"
    Beatrice sembrava essersi appena risvegliata da un lungo e piacevole sonno, i tratti del suo volto erano rilassati, infatti sorrise, adesso che lei e i suoi si erano schierati Aurora pose candidamente la domanda che tutti avevano in testa "Bene Felice, e adesso che si fa?" In quei giorni le facoltà mentali dell'uomo si erano sviluppate in modo esponenziale e ora percepiva parecchie emozioni di chi gli stava vicino; Bocassa l'aveva avvisato, all'inizio sarebbe stata dura gestire le proprie azioni. In quel preciso istante da una parte percepiva l'euforia per il successo ottenuto da Sunday e la sua gente, dall'altra la perplessità perché nessuno capiva cosa stesse realmente accadendo, ma le percezione più forti, che gli davano forza e coraggio, erano l'amore e la fiducia incondizionata di Aurora. Si avvicinò a lei, la baciò su una guancia e poi si rivolse a tutti "Grazie. Grazie a tutti voi per il rischio che state correndo per me, ma non voglio approfittare ulteriormente della vostra disponibilità. Beatrice e i suoi hanno dato la loro parola e tanto mi basta, faremo squadra con loro mentre voi tornerete dalle vostre famiglie e alle vostre faccende. Grazie ancora" Ci fu un attimo di silenzio, poi Sunday fece per intervenire ma Felice lo anticipò "Vale anche per te amico, torna da tua moglie, torna ad occuparti delle tue cose, ti devo molto e non voglio coinvolgerti in questo pasticcio" Sunday sorrise "Sei proprio un italiano. Mi fermerò ancora un po' di tempo a Sokoto, non esitare a cercarmi in caso di necessità, ok amico?" "Ok amico" Si abbracciarono consapevoli del loro destino ma in cuor loro si fece largo la speranza di potersi rivedere prima o poi. Dopo aver preso commiato dal gruppo di Sunday, Felice si rivolse a Bocassa "Noi torniamo a Sokoto, vero?" "Si, il nostro uomo si trova lì"
    Franco stava studiando l'ennesimo testo antico degli scuri, la lingua, in principio per lui incomprensibile, veniva tradotta da un incaricato che aveva il compito di erudirlo, infatti, dopo l'iniziale scetticismo, adesso Franco cominciava a fidarsi di lui e con il passare del tempo era nata tra loro una sincera amicizia " ma è possibile che tu non abbia un nome?" Chiese Franco per l'ennesima volta "Per me è difficile parlarti senza identificarti con un nome, è contro la mia logica di pensiero" "Abbiamo già discusso questo aspetto Franco, il mio popolo non ha bisogno di nomi. Ma dimmi, di cosa vogliamo parlare oggi? Quale argomento ha sollevato la tua curiosità?" Franco teneva tra le mani un volume corposo scritto in lingua antica che persino il suo nuovo amico aveva difficoltà a tradurre "Ascolta Antonio, da oggi ti chiamerò così se a te sta bene" L'altro assentì "Se per te è più facile a me sta bene" "Ok. Allora, in questo periodo ho avuto accesso ad informazioni che farebbero la fortuna degli enti militari e delle agenzie governative di tutto il mondo. Ho cercato di essere razionale senza farmi condizionare ma più leggo, più scavo in profondità e più dentro di me si fa largo un'idea assurda, tanto da farmi pensare che io stia sognando, o forse, più semplicemente, lo spero ardentemente. Aiutami a capire, ti prego" Antonio non fece una piega e con voce impassibile rispose "A volte i sogni sono la proiezione della realtà e viceversa. Impara ad aprire la mente anche alle eventualità più assurde ed impensabili, allora potrai capire" E detto ciò si congedò da Franco lasciandolo in preda ai suoi dubbi.
    Maria e Aldo decisero di correre il pericolo e si dissero pronti ad affrontare qualsiasi rischio pur di aiutare loro figlio "Oh, ma non si tratta solo di vostro figlio, si tratta del destino di questo pianeta. Ora prepariamoci, si parte per l'Africa, dove tutto ha avuto inizio" L'euforia diede nuova forza e slancio a Maria che sentiva di poter spaccare il mondo, mentre suo marito Aldo cominciava ad accusare lo stress.
    L'aereo privato su cui erano imbarcati offriva tutte le comodità del caso e il viaggio sarebbe stato piacevole se non fosse che lui sentiva avvicinarsi la fine, una tragica fine. Il nonno si rivolse a lui "Cosa ti tormenta Aldo? Non ti fidi di noi?" "Conoscete già la risposta" Rispose bruscamente e sua moglie lo riprese immediatamente "Aldo!" "Scusa tesoro, ma ho la netta sensazione che tutta questa messinscena abbia uno scopo a noi oscuro e non finirà bene, me lo sento" Quelle parole segnarono il confine tra loro, Aldo non si fidava dei nonni e Maria si ritrovò a dover tenere integri gli equilibri tra le due parti "E tu Maria, cosa pensi di questa faccenda, hai anche tu dei dubbi? Non ti fidi di noi?" Chiese la nonna. Maria si costrinse ad essere diplomatica ma la sua risposta fu perentoria "Io vi seguo, ma lui è mio marito ed ho imparato a fidarmi di lui, sempre"
    Franco ebbe il tempo di ripensare all'ultima conversazione, Antonio si era congedato per assolvere a dei compiti urgenti. Sogno e realtà facevano parte di argomenti spesso dibattuti da filosofi e scienziati di varia estrazione, i grandi pensatori fin dall'alba dei tempi della ragione avevano dato grande importanza ai sogni cercando di interpretarli e metterli in correlazione con la vita reale, senza però mai riuscire a dare delle spiegazioni logiche accompagnate da fatti concreti e pensandoci bene ora rammentava come spesso lui e Felice si fossero trovati a discutere sull'argomento. Riprese in mano i testi antichi con le relative traduzioni e cercò di comprendere alcune parti poco chiare, infatti adesso, grazie al contributo di Antonio e alla sua voglia di comprendere quei misteri, era in grado di tradurre molti tratti in piena autonomia. Un piccolo volume aveva rapito la sua attenzione, tra le righe gli era parso di trovare delle similitudini con i testi antichi delle grandi religioni del nostro mondo. Si immerse nella lettura e nel frattempo Antonio tornò da lui trovandolo accigliato a rimuginare con se stesso "Qualcosa non va Franco?" "Non va niente, adesso cominciò a capire ed è giunto il momento che tu e i tuoi simili mi raccontiate la verità"
    Sokoto iniziava a piacergli, la sua gente, i suoi rumori, gli odori e i nuovi amici che lo avevano preso a cuore lo rendevano sereno. Ora sapeva che li si sarebbe deciso il destino della sua vita, l'amore con Aurora, i segreti degli scuri, tutto avrebbe preso forma a Sokoto "Devi darmi un piano" Beatrice lo sorprese assorto nei suoi pensieri "Felice! Dobbiamo agire alla svelta, tra poco sarò fuori tempo massimo e i miei superiori capiranno che li ho traditi" Anche Aurora si era avvicinata a lui e dopo aver ascoltato la donna aspettava la risposta del suo uomo che però sembrava assente "Felice!?" Provò a chiamarlo "Amore! Ci sei?" Lui la afferrò per le spalle e la tirò a se con delicatezza e allo stesso tempo la baciò sulla testa "Ho paura" Le sussurrò in un orecchio "Tranquillo tesoro, siamo tutti con te, andrà tutto bene" Felice volse lo sguardo verso Bocassa, era giunto il momento e senza aggiungere altro si allontanò con lei in direzione della sua abitazione e la reazione di Beatrice non si fece attendere "Ma dove andate? Dove stanno andando?" Chiese perplessa rivolta ad Aurora "Calma Beatrice" Cercò di tranquillizzarla Aurora "Adesso il nostro compito e quello di assicurarsi che nessuno li disturbi".
    L'aereo era atterrato senza problemi e Aldo tirò un sospiro di sollievo, non gradiva volare mentre Maria si rivolse ai nonni chiedendo dove fossero giunti "Siamo in Nigeria, ma non è qui che ci fermeremo, questa è una tappa obbligatoria, dopodiché ci trasferiremo a Sokoto, nostra meta finale" "Sokoto?!" Esclamo Aldo che al solo pensiero di riprendere il volo si sentì mancare "Sì, Sokoto, nel nord della Nigeria. E' lì che siamo diretti ed è lì che incontreremo vostro figlio" Il volo fu breve e Aldo riuscì a sopportare quell'ennesima prova spinto dalla speranza di poter riabbracciare il figlio. Maria dal canto suo aveva cercato di strappare alcune notizie in più agli anziani nonni che però si limitarono a rispondere che avrebbero trovato tutte le risposte a Sokoto, dove, una volta atterrati, furono trasferiti con un pulmino nella residenza che li avrebbe ospitati durante la loro permanenza in città. Al loro arrivo furono accolti da una donna che si inchinò servilmente davanti a loro "Bentornati signori, sono contenta di rivedervi. Loro sono i genitori?" "Si, sono i genitori di Felice, la signora Maria e il signor Aldo" La donna si rivolse a loro "E' un onore avervi nostri ospiti. Io sono Nabilah" Gli ospiti furono accompagnati nelle rispettive camere, alloggi senza troppe pretese ma puliti ed ordinati e quando più tardi i quattro si ritrovarono nella grande sala per pranzare Maria chiese alla nonna "Dov'è mio figlio?" "sta arrivando" "Ma allora Lorenza ci ha mentito, perché? "Per la sicurezza di tutti. A breve ci raggiungerà con i suoi uomini, saranno le nostre guardie del corpo; adesso siamo in territorio nemico!"
    Antonio versò nei capienti bicchieri la bevanda preparata con erbe e radici, Franco pensò che si trattasse di una specie di droga, un allucinogeno che lo tenesse sotto controllo ma Antonio lo rassicurò" Beviamo, ti aiuterà ad aprire la mente per comprendere ciò che vuoi sapere" "E tu? Perché bevi, di cosa hai bisogno, che proprietà ha questa bevanda?" Franco era di nuovo sulla difensiva, non aveva ancora digerito la questione del rapimento anche se lo avevano rassicurato; i suoi rapitori erano dei sovversivi che agivano fuori dalle regole e ancora una volta il suo nuovo amico lo stupì "Io bevo perché mi piace" Gli scuri raramente parlavano senza uno scopo ben preciso, a volte gli ricordavano gli alieni di un pianeta lontano presenti in una serie televisiva che tanto lo aveva appassionato da bambino, esseri completamente privi di sentimenti che ragionavano razionalmente guidati esclusivamente dalla logica "Ti piace, tutto qui?" "Sì" Confermò Antonio "Tutto qui" La bevanda era buona e Franco se ne servì un'altra dose che bevve in un attimo "Buona, grazie Antonio, sei un amico" L'altro sorrise "Cosa ti assilla Franco? Cosa non capisci, cosa vuoi sapere? Sono qui per aiutarti, se possibile, parla liberamente" Franco volse lo sguardo verso l'alto per non guardare in faccia il suo interlocutore, ciò che lo assillava non andava d'accordo con i suoi pensieri, con l'idea che aveva del mondo e dell'universo, la sola idea di avere dei dubbi gli faceva paura. E se qui dubbi avessero avuto conferma dalle risposte di Antonio? Quanto era cambiato il suo modo di pensare, la consapevolezza di essere stato scelto tra miliardi di persone per un compito tanto complicato; lo avevano avvertito, in quel momento alcuni individui stavano affrontando le sue stesse prove, era in corso un cambiamento radicale che coinvolgeva il mondo intero. Deglutì a fatica, aveva lo stomaco chiuso e la gola secca, poi rivolse lo sguardo verso Antonio e chiese "Dio esiste?" Antonio ondeggiò il bicchiere facendo schizzare in giro alcune gocce di bevanda scura, poi ne finì il contenuto in un unico sorso "E chi lo sa?" Rispose all'amico "Tu mi sopravvaluti. Io e la mia razza non lo sappiamo, i testi che stiamo studiando insieme non lo dicono e noi, come voi, non conosciamo tutte le risposte o una verità unica e suprema" Franco non accettò quella risposta, per lui Antonio mentiva e reagì duramente "Tu menti, mi prendi in giro. La tua razza tiene in pugno tutta l'umanità e da sempre professa l'esistenza di dei e semidei per farla sottostare al proprio volere sfruttandola per i suoi scopi" Era rosso in viso e si rese conto che l'ira l'aveva spinto a pochi centimetri dal suo amico che però non si scompose. La preparazione e l'indole pacifica dello scuro lo rendevano l'elemento ideale per sostenere una discussione con gli umani più inclini a sbalzi di umore e ad eccessi d'ira "Quali scopi Franco? Tutto ciò che fate, bello o brutto che sia è frutto delle vostre capacità, non ci sono interferenze da parte nostra e tu adesso sei pronto per sapere una prima verità" Prima di continuare si servì dell'altra bevanda e ne verso anche a Franco "La Terra era il nostro pianeta, voi non esistevate ancora e la nostra razza viveva in armonia con la natura. I nostri antichi testi narrano che un giorno, giunta dal cielo, fece la sua comparsa una nuova razza sul nostro pianeta, la razza dei chiari. Le due razze, simili ma comunque diverse, riuscirono a mantenere buoni rapporti nonostante la loro indole aggressiva li spingesse a voler dominare il pianeta. L'equilibrio si ruppe quando l'incontrollata mescolanza di sangue tra le due razze diede vita a quella che oggi conosciamo come razza umana e qualcuno, tra la mia gente, pensò di servirsi di questa razza per riprendere il dominio della Terra. Purtroppo la situazione sfuggì loro di mano, il numero degli umani crebbe senza controllo, costringendo noi a nasconderci come ratti nelle fogne e i chiari a trovare rifugio nello spazio. Stavate soppiantando la nostra civiltà prendendo il controllo totale del pianeta e la mia gente ebbe la sciagurata idea di chiedere aiuto a degli emissari della razza dei chiari che con una mossa inaspettata provò a sterminarvi, ma il risultato fu disastroso. I sopravvissuti a quella carneficina ne uscirono temprati e più forti di prima e con il tempo presero il controllo del pianeta e ciò che era, non è più; da lì nasce la storia della vostra razza che tutti conoscete mentre la mia, nel corso dei secoli e con grandi sforzi è riuscita ad instaurare buoni rapporti con parte di voi permettendoci di tornare gradualmente a vivere la nostra vita" Franco era restato ad ascoltare cercando di aprire la mente pronto ad accettare anche l'impossibile e quando il suo cervello mandò un segnale di approvazione ebbe solo la forza di chiedere "E adesso cosa sta cambiando?" "I chiari stanno tornando a fare ciò per cui erano venuti allora, sterminarci tutti e prendere possesso della Terra"
    Felice si lasciò abbracciare e baciare dai due genitori che con le lacrime agli occhi lo fissavano amorevolmente "Mamma, papà, vi voglio bene" Furono le prime parole che riuscì a dire "Anche noi Felice". "Eccoci qui , tutti riuniti" Intervenne la nonna per riportare ordine "Hai fatto un ottimo lavoro Bocassa, il nostro Felice mi sembra pronto, confermi?" "Si signora, ma ci sono ancora alcuni particolari da perfezionare" L'anziana fece cenno di aver capito, bisognava provvedere con urgenza. Si sistemarono tutti nella grande sala da pranzo, Felice stava raccontando gli ultimi avvenimenti quando a un tratto si rivolse direttamente ai nonni "Voi siete scuri, mia madre è una scura, ma mio padre è umano, cosa sono io?" Il rumore della forchetta che infilzava delle crocchette dal vassoio d'acciaio riempiva il silenzio della stanza, la nonna assaporò l'ennesima pallina dorata e dopo aver riposto le posate fissò Felice e rispose in modo glaciale "Tu sei un bastardo"
    Beatrice sembrava un leone in gabbia, lei era abituata all'azione e quell'attesa la stava snervando, avrebbe preferito essere sotto il fuoco incrociato dei guerriglieri piuttosto che starsene lì con le mani in mano. Gli altri avvertivano la sua agitazione ma nessuno osava avvicinarsi a lei rischiando di subire la sua ira, Aurora però era entrata in sintonia con Beatrice che sapeva di poter contare sulla ragazza "Senti Aurora" L'altra la anticipò "Si Beatrice, ti capisco, sei frustrata ma devi avere pazienza, stai calma" La tranquillità della ragazza era disarmante, qualcosa non quadrava "Spiegami come fai ad essere così calma e serena. Il tuo uomo è sparito da qualche ora e tu mi dici di stare tranquilla?" Beatrice era rossa in viso, la sua carnagione chiara si accendeva subito quando si inalberava, cosa tra l'altro abbastanza frequente "Non è sparito, è a casa di Bocassa, tra amici" "Ne sei convinta?" Insisté Beatrice che aveva un brutto presentimento, Aurora socchiuse gli occhi. Accompagnate dagli uomini di Beatrice, le due donne raggiunsero la casa di Bocassa e suonarono il campanello. Si presentò all'entrata Nabilah e subito Aurora si illuminò in volto "Nabilah, carissima. Ci fai entrare?" "E' l'ora della preghiera e nessuno può entrare a disturbare" Rispose senza tentennamenti l'altra "Ma io devo vedere Felice, adesso. E' venuto qui con Bocassa già da qualche ora e sicuramente ci sta aspettando" "Non vedo la signora da qualche tempo e di solito dopo le sue assenze prolungate mi avvisa per tempo prima del rientro" La ragazza diede ad intendere che aveva finito e loro dovevano togliere il disturbo. Aurora fece per replicare ma questa volta fu la compagna a trattenerla facendole cenno di non insistere mentre Nabilah la fissava; Beatrice tenne testa a quello sguardo e di rimando fece capire alla giovane che la cosa non era finita lì, si sarebbero riviste. Con il cuore gonfio di rabbia e frustrazione Aurora si convinse a seguire Beatrice e i suoi uomini, pur non avendo capito il motivo di quella ritirata in sordina.
    "Se ne sono andati?" "SI signora, ma ho avuto la netta impressione che la donna agente non abbia creduto alla mia versione" "Già. Beatrice è un avversario da non sottovalutare, il destino e gli eventi hanno voluto che si schierasse con Felice, ma noi possiamo modificare il destino a nostro piacimento, siamo vicini all'alba di una rinascita e Sokoto sarà il teatro di questo evento che cambierà definitivamente l'aspetto di questo mondo pieno di bruttezze e corruzione. Va Nabilah, assicurati che tutti ii nostri ospiti siano a loro agio ma soprattutto che non possano tentare in nessun modo di fuggire, domani arriveranno gli emissari e deve essere tutto a posto ed in perfetto ordine" La ragazza chinò il capo e si congedò dalla sua signora.
    Aurora stava urlando "Mi spieghi cosa ti è preso? Non eri tu quella che voleva prendere d'assalto quella casa? Come mai ti sei tirata indietro?" Beatrice attese un momento e rispose con calma, cercando di essere chiara "Quella non è una normale abitazione, sta per succedere qualcosa di grosso e ho la netta sensazione che in questi giorni si decideranno le sorti del mondo, dobbiamo avere pazienza e stare in guardia" "Pazienza? Tu che chiedi di avere pazienza? Sei tu che vuoi far succedere qualcosa e tanto per cominciare, che si fa adesso?" "Adesso filiamo tutti a cercare Sunday, tu pensi di sapere dove trovarlo?" "No, ma conosco chi può darci una mano, seguitemi veloci" Adesso anche Aurora aveva ripreso a pensare razionalmente e la prima cosa che le venne in mente di fare fu quella di recarsi dalle uniche persone di cui poteva fidarsi in quella città.
    "Dunque siete stati gabbati anche voi, se non fosse per la situazione in cui ci troviamo mi verrebbe da ridere" Mentre parlava Aldo sembrava quasi contento della piega che aveva preso quella faccenda, i nonni che sembravano saperla tanto lunga in realtà erano stati usati come pedine e adesso si stavano leccando le ferite in silenzio. Felice stava parlando con sua madre, la donna era raggiante, per lei l'importante era aver ritrovato il figlio e adesso lo ascoltava quasi in contemplazione "Mamma, ti rendi conto che siamo in una brutta situazione?" "Si, ma l'importante è averti ritrovato sano e salvo" "Ok, ma adesso pensiamo a come toglierci dai guai, di fatto siamo prigionieri" Concluse lui che poi volse lo sguardo verso i nonni "Adesso basta con i misteri, sono anni che vivo tra incubi e realtà, non distinguo più ciò che è vero dalle allucinazioni e adesso, cari i miei nonni, mi raccontate tutto dall'inizio per filo e per segno" I due anziani si guardarono e dopo un cenno d'intesa lei disse "Hai ragione, dovete sapere, armatevi di pazienza e state attenti perché e una storia complicata"
    Franco non riusciva a capire l'ultimo testo che gli aveva lasciato Antonio "Leggilo attentamente" Aveva detto lo scuro "Ti aiuterà ad aprire la mente" Ma più leggeva e più andava in confusione. Era stanco e nonostante la curiosità e l'adrenalina ancora in circolo causata dalle ultime rivelazioni, si impose di riposare; doveva dormire o il suo cervello sarebbe andato in tilt. Antonio lo stava osservando mentre dormiva "Bravo Franco, riposa, domani sarà un giorno speciale, per tutti".

  • 10 settembre 2015 alle ore 23:36
    Run

    Come comincia: Una canzone triste, rotta, invade il mio spirito stasera.
    Tutto quello che tenta invano di toccare con delicatezza va, pressappoco, in frantumi dissolvendosi nel vento.
    Mio caro, le mie mani cercano ininterrottamente di afferrare le ali nere del tuo essere che, sfuggente, vola tra granelli di marmo su treni in corsa quasi impazziti al sol pensiero di venir sfiorati.
    Schivo, sfuggente, ma gl’ occhi non mentono mai, giovane guerriero nero.
    E se vero è quello sguardo che porti per i miei scuri tasselli di granito, allora prendimi; fa si che le tue nere ali ardano con le mie bianche piume che per la strada perdo mentre canto una canzone malinconica per la tua andata.
    Non so se mai più i tuoi occhi si congiungeranno ai miei occhi o se le nostre ali potranno sfiorarsi ancora; ma un mio pensiero per te vola e mai mi lascerà, per ora.
     

  • 10 settembre 2015 alle ore 19:08
    Il Cerchio

    Come comincia: La vicenda si svolge nel corso di un ottobre tra le ventose strade di Dublino sud.
    È proprio ottobre, quando il personaggio di questa breve e insipida storia approda nella città battuta dal vento e scalfita dalla pioggia.

    Erano circa le quattro del pomeriggio, quando l'aeroplano di Jack inizia la turbolenta discesa verso la pista d'atterraggio, nascosta alla vista da enormi nuvoloni bianchi; incredibilmente, deliziosamente bianchi.
    Sebbene l'aereo trabballasse instabile come un ubriaco preso a spintoni, era convinto che le raffiche di vento non avrebbero potuto mettere in pericolo quell'atterraggio avvolto, in un certo senso protetto, dal candore delle nuvole, sospese ad un altitudine decisamente troppo bassa.
    E le nuvole sapevano proteggere bene i propri navigatori, esperti viaggiatori moderni, e quell'aereo attraccò indolore al Finger prestabilito, lasciando sbarcare la ciurma di cui Jack si trovava a far parte.
    Attraversò con impazienza l'aeroporto spoglio di Dublino fino a trovarsi, appena attraversati il controllo passaporti e, quindi, l'uscita, di fronte alla fermata del Bus che portava in città, attraversava il centro ed arrivava giù nella South-side.
    Prese posto al sedile singolo, proprio dietro al conducente. Stava andando a trovare due amici, Joey ed Jaime, che aveva conosciuto due anni prima e con i quali aveva trascorso l'estate in giro per l'Irlanda.
    Jack, in realtà, non si chiama davvero Jack: Jack è italiano, e si chiama in un altro modo, ma in questo breve racconto ha più significato chiamarlo con un nome anglofono.
    L'inglese di Jack ogni tanto zoppicava e la bizzarra dinamicità della città di Dublino non mancava occasione per metterlo a disagio, in svariate ed incomprensibili situazioni.
    Jack andava a sud, nella zona benestante della città, dove quella simpatica e preoccupante follia non era più così padrona delle strade. La fermata che gli venne indicata fu Leeson's Street Upper, ma lui scese un paio di fermate prima, per confermare a se stesso e all'universo la sua caratteristica imbranataggine.
    Camminò sul lato est del St. Stephen's Green Park, ancora in pieno centro, fino ad inoltrarsi in un labirinto di stradine e vicoli stretti, con villette graziose cinte da bassi steccati, con deliziosi giardinetti d'ingresso, che precedevano la porta d'ingresso: ogni porta era dipinta di un colore diverso da quelle adiacenti, regalando all'occhio una gradevole sensazione di allegria, un arcobaleno artificiale di porte, in un grigio, umido, ventilato e un po' piovoso pomeriggio dublinese di ottobre.
    Camminava trascinandosi dietro un trolley, un'altra valigia ed in mano una mappa della città, quando si arrestò di fronte ad una villetta con una porta rossa ed un uomo sulla settantina che spazzava con una vecchia scopa il giardino dalle foglie secche, sorvegliato in modo vigile da un gatto nero con una macchia bianca in faccia e uno sguardo un po' abbacchiato.
    Jack non fece subito caso all'uomo, confondendo il rumore della scopa che raschiava il pavimento con quello del vento che spazzava le foglie, quando fu questo a chieder per primo:
    "Ragazzo, ti serve aiuto?" e, senza aver mai mosso lo sguardo in direzione di Jack, continuò nel suo lavoro.
    Colto alla sprovvista, Jack farfugliò frasi sconnesse, facendo intendere di essersi perso, come se l'immagine di un ragazzo con due valigie e una mappa in mano, fermo in mezzo ad una stradina residenziale di una, per quanto piccola, grande città, non fosse già abbastanza chiara.
    Riordinò velocemente i pensieri ed aggiunse: "Sto cercando Baggot Lane, seguendo la mappa sono arrivato in questa direzione da St. Stephen's Green, ma non riesco a capire dove sono finito."
    Il vecchietto sorrise. Si avvicinò per scrutare la mappa e disse: "Siamo troppo a Sud, la mappa non arriva fino a questa zona, e tu devi andare ancora più in giù" indicò con il dito in direzione Sud/Est.
    "Se ti va di aspettare un minuto, entro in casa a stamparti una mappa della zona", e si allontanò con un altro sorriso.
    Il calore, la gentilezza e l'ospitalità degli irlandesi si concentrarono in quel gesto e Jack provò un sentimento di leggera soddisfazione che lo fecero quasi emozionare.
    Il vecchio riapparse poco dopo, mentre Jack era intento ad osservare il gatto fiero, abbacchiato ma vigile come un felino di serie A.
    Tra le mani stringeva un foglio di carta e, con fare cortese, porse la mappa a Jack.
    "Guarda, ho segnato con una croce nera il punto in cui siamo adesso, vedi?" indicò il vecchietto, e proseguì: "Tu devi arrivare quaggiù! Non è molto, saranno dieci minuti a piedi, se vuoi seguirmi ti faccio strada per un pezzetto". E si incamminò, seguito da Jack, sotto una leggera pioggerellina.
    Jack era sconvolto da tale ospitalità, e proseguì col cuore colmo di gioia, provando sentimenti di pura, sincera ed istintiva amicizia verso quest'uomo.
    Perso fra i suoi soavi pensieri, Jack si accorse solo di sfuggita che stavano attraversando un campo che, in un passato più remoto, sarebbe potuto essere un orto comunale, mentre in quel momento assomigliava più ad una piccola discarica residenziale; Jack si accorse solo di sfuggita che l'uomo lo stava accompagnando per un pezzo di strada molto più lungo di quel che Jack si aspettasse all'inizio, provando perciò un senso di gratitudine e amore per quella città ancora più forte.
    Ad un certo punto l'amabile irlandese si arrestò e, indicando diritto davanti a sè, disse: "Il semaforo che si intravede in fondo alla strada, da quella parte, ti permette di attraversare direttamente su Leeson's Street. Da lì è semplice se segui la mappa! Buona fortuna ragazzo, salute!".
    Jack ringraziò di cuore, non abbastanza per i suoi gusti, ma non avrebbe saputo fare di meglio e si convinse che il suo sincero e schietto sorriso avesse comunicato al meglio la sua riconoscenza.
    Così, imbracciate di nuovo le valigie, proseguì nella direzione indicatagli, voltandosi un istante a rimirare il campo sommerso da detriti, bottiglie, cuscini, pezzi di divano e buste di plastica, coperchioni e barattoli di latta, il tutto ben recintato da una rete di ferro arrugginito qua e là, interrotta solo da una porticina sgangherata senza lucchetti nè serrature.
    Che peccato, una visione da terzo mondo nel bel mezzo di un'area di villette a schiera, un parco macabro che si sostituisce in maniera originale ai tanti splendidi e maniacalmente curati parchi verdi che colorano la città.
    Proseguì, incrocio dopo incrocio, fino a raggiungere la meta, ricongiungendosi con i vecchi amici da tempo rincorsi tra le sue fantasie notturne, a casa, nel suo letto.

    Era ancora ottobre, erano le prime ore di un caratteristico pomeriggio autunnale nella capitale irlandese, ed era tedioso ogni singolo centimetro cubo che circondava la mente di Jack, insoddisfatto e insofferente, abbandonato sulla poltrona rossa del divano.
    Le sere passate con Joey ed Jaime erano state tutte cariche di vivacità, passione e adrenalina, avevano suonato molto, facendo jam sessions per le vie e i pub della città, oppure nel salone di casa, sempre con lo stesso spirito e la stessa carica.
    Ma il pomeriggio era sempre grigio, la mente pigra, e le serate iniziavano a diventare una piacevole routine.
    Quel giorno sarebbe uscito, avrebbe lottato e sconfitto la noia, giusto per una passeggiata, una boccata d'aria pesante e inquinata. Un'aria fredda al punto da far irrigidire anche la sua mente, che non perdeva occasione per vagare nelle fantasie più desolate e depresse.
    Era tutto il giorno che più pensava e più si intristiva, più si intristiva e più desiderava abbandonarsi ai pensieri, fino a nutrirsi della più pura melanconia.
    E pensava all'amore. Un amore passato che faceva fatica a passare del tutto; un amore finito, appassito, terminato con un addio; un amore non ancora nato e che proprio per questo faceva già male.
    Si ritrovò errante a percorrere il Grand Canal, un piccolo canale che, a forma di mezzaluna, avvolge la zona Sud della città. Frugò le tasche a cercare il pacchetto di sigarette e, deliziato, si accorse di avere ancora in tasca il foglio con la mappa dell'area Sud, quella che gli stampò l'amabile vecchietto. Si fermò ad osservarla: vi era tracciato un percorso che partiva dalla casa del vecchio fino a raggiungere Baggot Ln. , dove si trovava l'appartamento di Joey ed Jaime.
    Decise di ripercorrere quei passi, senza un vero e proprio motivo, solo per il piacere di ritrovarsi di fronte a quella villetta, magari per ringraziare di nuovo una persona gentile. Sentiva di volerlo fare.
    Si diresse ad Ovest, sempre lungo il piccolo canale, fino ad arrivare sulla grande e larga Leeson's Street; a questo punto virò verso Nord.
    Affascinato e turbato dal caos di quella strada a troppe corsie, si arrestò quando riconobbe la rozza recinzione in ferro che delimitava il campo-discarica.
    "Una discarica nel bel mezzo di un complesso di villette per persone per bene, molto singolare" pensò Jack tra sè, attraversando il viale che lo separava dall'ingresso al campo.
    Ammirò quell'entrata che tanto gli pareva un sipario e, come un attore che entra in scena, sentì il suo corpo formicolare d'adrenalina ed eccitazione.
    A passi svelti quanto incerti, si inoltrò sentendosi smarrito, non sentendosi del tutto il cervello, solitamente incastonato come una pietra preziosa nella fedele coperta del suo cranio.
    Sentì un attacco di tachicardia, vide tutto rosso davanti a sè, si osservò dall'esterno, con la testa che girava, e gli occhi insanguinati, la sclera inniettata completamente di sangue; da un angolazione alta e frontale, era fermo con le mani distese lungo i fianchi, nel panico più totale notò una mano che gli si posava sull'orecchio destro, come a sussurar qualcosa impossibile da udire.
    Non sentì nulla e, come svegliandosi, la visuale ritornò in prima persona e, con un respiro affannato che lo portava sempre più in iperventilazione, volse di scatto la testa verso destra, al ricordo della vista di quella mano, venosa e rugosa, una mano segnata dagli anni.
    Non c'era nessuna mano posata sul suo volto, e lo scatto improvviso lo fece ripiombare nel delirio.
    Mosse un piede, avanzò di un passo, e barcollante proseguì.
    Non aveva idea di cosa stesse accadendo dentro e intorno a sè, ma si convinse che muoversi lo avrebbe fatto stare meglio, lo avrebbe fatto svenire forse, ma sarebbe stato comunque meglio di quel dormiveglia fitto di nebbia e malessere.
    Di nuovo, un piede alla volta, avanzò attraverso il campo recintato che una volta era un grande rettangolo, mentre ora il perimetro era sconfinato ed impossibile da delineare.
    Era tutto così strano. Pensò che, dall'alto, dovesse assomigliare a un puntino nel mezzo di una discarica che, ora, sembrava un parco di autodemolizione, pieno di carcasse di vecchi autobus.
    Quel posto era un labirinto che, al posto delle classiche siepi alte, lasciava alle carrozzerie senza ruote degli autobus il compito di delimitare il percorso.
    Tuttavia era facile sapere dove andare. Forse perchè ancora spaesato e confuso, ma Jack non vedeva vie alternative, non trovava bivii davanti a sè: il percorso era uno, inconfondibile.
    Assaporò amaramente il panico che si andava risvegliando in lui e, in preda ad un attacco di claustrofobia, cominciò a correre fino ad esaurire, in poco tempo, il poco ossigeno che l'ansia gli concedeva di usare. Bastò un centinaio di metri per farlo stramazzare al suolo, privo di sensi.

    Galleggiava soave in un mare calmo e pacato, pacifico e dolce, caldo. Rinvenì dopo un tempo incalcolabile ma, essendo la luce fioca del pomeriggio ormai del tutto scomparsa, avendo essa lasciato il posto ad una notte di gelida foschia, probabilmente il delirio di Jack era durato delle ore.
    Si mise a sedere, poggiando la schiena ad uno dei vecchi autobus, notando angosciato che nulla era cambiato, che il suo incubo continuava a vivere nel suo mondo cosciente.
    Dopo aver messo meglio a fuoco, purtroppo non rinsavito del tutto, o forse per niente, fissò i suoi occhi su quella che sembrava dapprima solo una macchiolina nera e rumorosa.
    Un gatto nero, con una macchia bianca, lo fissava minaccioso, non smettendo di soffiare, velenoso, come una vipera.
    "È il gatto del vecchio", pensò, facendo fatica ormai a distinguere un buono da un cattivo presagio.
    Il gatto d'improvviso smise di emettere quel fastidioso suono e, senza smettere un istante di guardarlo con arroganza felina, iniziò a trotterellare agile lungo il labirintico viale.
    Jack lesto si alzò in piedi e, barcollando per un istante, iniziò ad inseguire il gatto, che non correva davvero, bensì sembrava danzare come una ballerina tra una svolta e l'altra.

    L'immagine di sè che si affaticava per inseguire un gatto in un mondo che aveva ormai perso ogni criterio di razionalità riuscì quasi a far sorridere Jack. Non fosse stato per la critica drammaticità della situazione, quella sembrava fosse una scena grottesca presa da un cartone animato, le sconosciute "Avventure di Jack nel Paese delle Meraviglie".
    Quel gatto doveva conoscere bene il fatto suo, dato che non impiegò molto per trovare l'uscita. "Trovare" non è proprio il termine adatto, visto che, per quello che Jack potè notare, neanche in quell'ultimo tratto di labirinto avevano incontrato bivi o incroci di alcun tipo, perciò il gatto si era giusto limitato a seguire la strada.
    Era come se Jack avesse perso i sensi poco prima di trovare l'uscita, un'uscita che senza dubbio sarebbe stata a poche decine di metri dal punto in cui svenne quel pomeriggio.
    "Finalmente" si disse Jack, col fiatone ed il sudore grondante a fiotti sulla fronte, e gli bruciava gli occhi riempendoli di sale. La sua mente era lucida, o almeno così gli sembrava che fosse. Come se la sbornia del giorno precedente fosse ormai svanita dopo qualche ora di sonno. Il gatto ora era seduto ad un angolo della strada, oltre l'uscita (o l'entrata, come preferite chiamarla?) intento a leccarsi una zampa, senza badare più a lui. Jack varcò la soglia del campo-discarica-labirinto ed attraversò esausto il recinto. Era pazzesco: non ricordava assolutamente quel posto, non aveva ricordi di quei viali deserti e spenti che gli si paravano davanti agli occhi.
    Ricordava delle villette a schiera, ma era come se qualcuno avesse ridisegnato a mano quel posto, lasciandosi sfuggire qualche particolare.
    Le uniche luci, gialle, provenivano dai lampioni alti agli angoli dei vari vialetti che si incrociavano a vicenda, paralleli e perpendicolari. Sentendosi perso dentro ad un videogioco decise di proseguire il cammino, andare avanti fino a morire o superare il livello. Non badò al fatto che nei videogiochi i personaggi non muoiono davvero, ma basta premere un bottone per richiamarli in gioco, passare loro una nuova (ma sempre uguale e virtuale) linfa vitale.
    Ripiombò nell'angoscia temendo di rivivere la brutta esperienza provata nel labirinto dato che ora, al posto degli autobus, c'erano le tante villette a schiera ad inscenare un nuovo percorso. La location era cambiata, sì, ma il tema del gioco sembrava essere sempre quello: lui che vagava confuso in un senso unico che non lasciava scampo al libero arbitrio. L'occasione di mollare, Jack, non ce l'aveva.
    Ogni villetta aveva un piccolo cortile più o meno curato, ed erano tutte uguali. Differiva solo il colore delle porte, che si alternava secondo lo stile dublinese.
    Una volta Joey disse a Jack, mentre passeggiavano per il centro della città: "Se ti guardi intorno farai caso al fatto che non ci sono porte adiacenti che hanno lo stesso colore: sono tutti alternati! Qui a Dublino se vuoi cambiare colore alla tua porta di ingresso devi prima chiedere un'autorizzazione al comune. Secondo te perchè?"
    Jack riflettè qualche istante sulla domanda, poi rispose: "Non lo so... sarà una tradizione. E non puoi svegliarti una mattina con frizzante spirito rivoluzionario che ti ribolle nelle vene e decidere di abbattere una tradizione. Allora, perchè?".
    Joey scosse la testa e disse: "Perchè si sa che a noi dubliners piace bere parecchio e ci sono molte vie lunghissime ad attraversare questa città. Lunghissime vie piene di portoni. Se avessero lo stesso colore, come faremmo a riconoscere l'ingresso di casa nostra?" e scoppiò in una risata esageratamente rumorosa, seguita da incessanti colpi di tosse che lo fecero diventare paonazzo.
    Non sapeva se fosse serio o se quella fosse solo una battuta da bar, uno scherzo simpatico che riesce bene dopo un paio di pinte. Poco importava adesso.
    Tutte le abitazioni sembravano disabitate e, attraversato un altro incrocio, si trovò di fronte ad una villetta che aveva la porta d'ingresso socchiusa, e dalla finestra si intravedeva una luce accesa.
    Quella villa la ricordava, anche se tutto intorno era diverso. La porta iniziò ad aprirsi lentamente, quasi sospinta da un leggero alito di vento, producendo un cigolio sinistro. Sulla soglia apparve il vecchio.

    Il vecchio ora era lì, lo guardava con aria divertita e curiosa, enigmatica. Sulla sua faccia non vi erano ghigni di alcun tipo, eppure trasmetteva una malvagità maliziosa. Ma Jack, sebbene si fosse quasi abituato a quella paradossale situazione, voleva credere di essere solo matto, niente di più che un povero matto in preda ai deliri. Stanco come non mai si affrettò verso il vecchio e, timidamente, mantenendo il contegno, disse:
    “Salve! Ho bisogno d’aiuto, credo di aver battuto la testa o qualcosa del genere … “ , ma Jack si accorse che l’espressione sulla faccia del vecchio non era mutata minimamente, assumendo ora una parvenza ebete.
    “Si ricorda di me?” continuò Jack, disperato e stufo di far parte di tutto ciò, sentendosi preso in giro. “Passavo di qui una settimana fa, lei mi aiutò a trovare la strada. Ricorda? Ero tornato questo pomeriggio per ringraziare proprio lei, ma devo aver battuto la testa, o forse ho la febbre … ma per l’amor di Dio mi vuole rispondere? Ho bisogno di un medico!”.
    Quello che una volta era stato un gentile e premuroso vecchietto ora sembrava addirittura non accorgersi di Jack; si mosse solo quando il suo gatto nero, in un sepolcrale silenzio, gli si andò a strofinare contro le gambe. Il povero Jack non sapeva più cosa fare, pensando di essere non più dentro un videogioco, bensì in un film dove le sue azioni erano già registrate, non stava vivendo davvero, stava solo guardando.
    "Perchè sei tornato qui? E cosa ti aspetti che io faccia?" sbottò all'improvviso il vecchio. Jack, che in un primo momento rimase di stucco, cercò subito di articolare in inglese una frase che sarebbe riuscita a spiegare almeno in parte quello che nemmeno lui era riuscito a capire. Eppure aveva la sensazione che il vecchio sapesse. Sembrava tutto un gioco, il suo gioco.
    "Sono venuto qui oggi pomeriggio perchè, trovandomi nei paraggi, e ripensando alla gentile accoglienza da lei ricevuta, non avendo oltretutto di meglio da fare... insomma, pensavo questa visita potesse essere un gesto carino. Ma è successo qualcosa venendo qui. Ho perso i sensi e ora sento che tutto ricomincia a girare, potrebbe chiedere aiuto?"
    "Chiedere aiuto?" chiese il vecchio con aria sorpresa, continuando: "E per cosa? Per chi? Cosa vuoi esattamente figliolo? Perchè non mi spieghi che diamine vuoi da me e dal mio gatto?" concluse, guardando il gatto che di rimando miagolò qualcosa in qualche strano dialetto felino.
    "Che cosa voglio?" urlò Jack impaziente, adirato e disgustato da questa messa in scena, provando ora un forte desiderio di fare qualche passo avanti e spaccargli la faccia. "Io me ne voglio andare, voglio trovare l'uscita da questo fottuto posto! Questo posto è... un labirinto." E balbettò queste ultime parole, temendo di dirle a voce troppo alta.
    A questo punto Jack guardò il vecchio e sbalordito lo udì articolare parole senza emettere suono. Non sembrava che stesse davvero parlando, ma sentiva tutto forte e chiaro, di una chiarezza preoccupante: stava bisbigliando alla sua mente in una sorta di telepatia muta, ma con un chiaro timbro. Il vecchio gli disse che quelli come lui non trovano l'uscita perchè quelli come lui non vogliono uscire. Quelli come lui anche se escono, come fece Jack la prima volta, poi ritornano. Sono calamite per posti come quello.
    Inerme, Jack non reagì. D'altronde, non aveva la più pallida idea di cosa dire o fare. Aspettava qualcosa che lo richiamasse alla realtà, avrebbe voluto mettersi due dita in gola e liberarsi per sempre da quella sbornia maledetta, che gli aveva fatto passare per sempre la voglia di abbandonarsi all'ebbrezza, di assaporare i piaceri dell'irrazionalità.
    Con un ultimo disperato sforzo compose, balbettando, quella che era ormai la sua ultima obiezione, l'ultimo tentativo di difesa: "Se quello che dice è vero, allora tornerò. Ma se proprio non vuole accompagnarmi cortesemente fuori di qui, come fece la prima volta, perchè almeno non lascia che io usi un telefono? Me ne andrò di qui e non ci metterò più piede, mi creda, potremmo scommetterci!".
    Il vecchio scosse la testa irritato, poi disse: "Ragazzo tu vuoi un telefono? Io non credo che ti serva davvero... non hai un cellulare Jack? Sei sicuro di non averne uno? Mi pare strano, eppure..."
    Improvvisamente gli occhi di Jack si illuminarono, ma al tempo stesso si sentì pesantemente inabissare in un groviglio di sensazioni inconscie. Il cellulare...
    Non è possibile raccontare esattamente la particolarità di quei momenti di riflessi intangibili.
    Jack era ricaduto in trance (ne era mai davvero rinsavito da quel pomeriggio alla discarica?), ma riusciva a captare suoni di mille voci tutte uguali, voci di vecchio, che erano difficili da distinguere, eppure trasmettevano tutte un messaggio ben recepito in tante piccole, diverse e remote parti del suo cervello. Vedeva un cellulare nella sua mano; non un cellulare, il suo cellulare, quello che aveva sempre avuto e che non usava.

    "Perchè non ho telefonato?".

    Lasciandosi cullare dai sui ultimi istanti di inerzia, come un materassino galleggia e affronta il mare, la mente di Jack riacquisiva coscienza e svegliava il corpo, che a sua volta tornava caldo.
    Tutto ciò avvenne con una calma perfetta, un'imperturbabile quiete era venuta a richiamarlo da sonni profondissimi. Aveva dormito tanto, si sentiva riposato e anche un po' eccitato. Aveva dormito bene tutta la notte e, sebbene avesse la sensazione di aver sognato qualcosa tutta la notte, non era in grado di ricordare bene cosa. Allungò un braccio verso il cellulare posato come d'abitudine accanto al letto e controllò l'orario: si era svegliato dieci minuti prima che suonasse la sveglia, impostata per le 8.30. Si sentiva riposato, eppure avrebbe dormito volentieri un altro po'.
    Stava ripensando al sogno che non riusciva a rievocare, sentendo crescere un leggero senso di frustrazione: da quando aveva aperto gli occhi, Jack si sentiva come incastrato in una fitta tela di déjà-vu dalla quale non riusciva a trovare una via d'uscita. Ma i déjà-vu, si sa, sono tanto piacevoli quanto fastidiosi; un fenomeno affascinante e singolare.
    Probabilmente, convenne Jack, quel sogno era una ricorrenza, un periodico ospite delle sue notti. Ne era quasi certo, ma come poteva esserne sicuro, trattandosi di un déjà-vu?
    L'orologio ora segnava le 8.35 e non aveva tempo da sprecare in futili osservazioni; man mano che il sole si levava più in alto nel cielo, i piedi di Jack erano sempre più piantati a terra e la sua testa sempre più avvitata intorno al collo. Quando andò a fare colazione, bevendo la sua tazza di caffè, già aveva smesso di pensare alla notte appena trascorsa. Aveva un aereo da prendere ed una bella vacanza lo stava attendendo oltre i confini, su a Nord.
    "Il bello e civilissimo Nord", pensò Jack, lasciandosi sfuggire un sorriso. "Dublino, arrivo!".

  • 08 settembre 2015 alle ore 23:29
    La Leggenda del Re Liberatore

    Come comincia: Anche se si è legati a qualche pensiero negativo ma che non ci appartiene, anche se si è legati a qualche dolore che ci appartiene ma che non abbiamo mai voluto che si manifestasse, nonostante tutto ognuno di noi è un Re Liberatore, Liberatori verso noi stessi e Liberatori verso chi, come noi, Sente, Vive, Ama, e Dona tutto il suo essere positivo agli altri.

  • 08 settembre 2015 alle ore 14:41
    ANDARE AL LAVORO (mattina)

    Come comincia: Cioè sembra notte. Forse lo è pero. Le 06.22, fa un freddo che uno devo provarlo per credere. Riscaldamento della macchina al massimo. Buio, buio e buio. Mentre guido penso che andare al cinema ieri è da pazzi quando poi ti devi svegliare alle 06.00: -“Stasera alle 09.00 a letto”- penso.
    C’è del magico nell’essere una delle poche macchine in strada. Soprattutto in inverno, ti sembra di essere un sopravvissuto ad una catastrofe naturale. Ti viene voglia di salutare con i fanali le (poche) macchine che incroci.
    La radio della macchina deve essere accesa, per forza. E’ una compagna inseparabile. Al mattino le note della musica sembrano essere diverse: non ci credete? Provate ad ascoltare Shine on you Crazy Diamond al mattino presto e provate ad ascoltarla in un banale pomeriggio. La differenza la trovate da soli. Poi è meraviglioso salire in macchina e scegliere che cosa ascoltare: inanzitutto devi scegliere tra notizie o musica. Nel primo caso ti becchi quello che c’è: morti famosi, la politica, l’ennesima strage. Non puoi scegliere; uno dei vantaggi è che sei una delle persone più informate sulle ultime notizie in quel momento rispetto alla maggioranza delle persone che la radio la accendono verso le 7, 7 e mezza. Con la musica invece è diverso: in base all’umore si sceglie l’artista che più si confà. Pink Floyd, Led Zeppelin, De André e i Doors. Queste sono solitamente le scelte dell’alba.
    Mentre guido penso a quello che dovrò fare: la mente ricomincia la routine quotidiana. Il primo pensiero, ad essere onesti, è “A che ora finisco oggi”. In base alla risposta non solo guidi più o meno leggero ma hai anche più o meno sonno.
    ‘Well show me the way to the next whiskey bar…’ Caro James Douglas Morrison adesso è troppo presto per un whiskey; io mi accontento anche di un caffè al volo….’Oh don’t ask why, oh don’t ask why’  guarda, è meglio non chiederselo.  ‘For if we don’t find the next whiskey bar I tell you we must die, I tell you we must die’ .  In effetti senza il caffè non è facile sopravvivere al mattino. Soprattutto in inverno. D’estate tutto è diverso. Assolutamente diverso.
    Per andare al lavoro devo attraversare un ponte sul fiume, il Ticino; come al solito in questo periodo non si vede nulla. Può essere pieno o svuotato ma la nebbia ti impedisce di capirlo.
    La cosa bella del partire presto è però una in particolare: non c’è traffico. Non c’è coda. Non c’è nulla. Quello che normalmente ti impiega quasi 2 ore oggi lo faccio in 1. Sai che soddisfazione poi: arrivare al lavoro alle 07,30 con l’ufficio che apre alle 09.00. Poi uno si chiede perché si esaurisce. Cioè cominci a lavorare un’ora e mezza prima del dovuto ma perlomeno hai trovato parcheggio al primo colpo (o quasi), non hai fatto fila al casello e last but not least puoi permetterti di mandare mail ai colleghi già di prima mattina. Chissà cosa pensano…”Cazzo! E’ già al lavoro” oppure “Ma che cazzo ci fa al lavoro alle 07 e mezza?”.
    Intanto penso a chi sta a casa, a chi un lavoro non ce l’ha e a chi pagherebbe per svegliarsi presto e avere qualcosa da fare. Sono pensieri che vengono in un istante e in un istante se ne vanno. E vengono sostituiti dal “Se fossi a casa oggi che farei?”. Mille risposte: andare a correre, andare a comprare quella cosa o quell’altra, fare una passeggiata…Il bello è che quando ti capita non fai niente di quello che in teoria vorresti fare. Ti limiti a dormire e buonanotte. Anzi, se si tratta di una giornata di ferie già programmata, a metà mattina ti prende quella tristezza che ti porta a pensare -“Beh quasi quasi un salto al lavoro lo faccio”-
    Poi dicono che uno non sta male.
     

  • 07 settembre 2015 alle ore 16:58
    Castelli di sabbia

    Come comincia: Si accese una sigaretta, fece una lunga tirata e poi sbuffò sonoramente; in quel gesto era racchiusa tutta la sua frustrazione. Cinquant'anni, la maggior parte dei quali passati ad inseguire il successo e la ricchezza trascurando tutti gli altri aspetti della vita comprese le amicizie e l'amore. Già, l'amore, lei aveva amato un solo uomo da quando era nata, con lui era riuscita a mettere al mondo due figli e prima che un brutto incidente se li portasse via, si era illusa di poter fare a meno di determinati aspetti della sua vita. Ma anche quel periodo, forse il più sereno della sua tribolata esistenza, lo aveva passato continuando a costruire il suo castello di sabbia, trascurando i figli e tradendo il suo amato. Interruppe quei pensieri perché l'uomo al suo fianco si era svegliato. "Ciao tesoro" Disse lui con la bocca ancora impastata dall'alcol "Non chiamarmi tesoro, non sono la tua donna" Rispose lei seccamente. "Hai ragione" Confermò lui "Sei la mia puttana" Infierì senza pietà. No, lei non era la sua puttana, non era la puttana di nessuno, aveva raggiunto fama  e successo grazie alle sue doti, al suo talento e alla sua grinta, ecco cosa credeva. Si accese un'altra sigaretta ed espirò in modo sprezzante verso di lui "Ah ah!" Rise l'uomo "Fuma, fuma. Ma guarda che il tuo bel visino si sciupa ogni giorno di più: io ho un debole per te, ma ormai sei fuori serie, sei vecchia" "Bastardo!" Urlò lei gettando la sigaretta verso di lui che per tutta risposta rise sonoramente. Bastardo, si disse ancora, bastardo perché aveva ragione, lei stava invecchiando e le nuove leve, le giovani stronzette tutte curve, stavano scalzando lei e quelle della sua generazione obbligandola a portarsi a letto quel maiale che però era il numero 2 delle telecomunicazioni nazionali.
    Fin dai primi giorni della sua carriera, giovanissima e bellissima, lui l'aveva puntata e dopo le prime resistenze si era vista costretta a cedere alle attenzioni di quell'uomo che l'avrebbe aiutata ad arrivare su, in cima alla vetta dove splende la luce della fama.
    Da allora, per anni, fu la punta di diamante della rete, la regina degli ascolti e tutto questo le portò ricchezza, fama e tanti, tantissimi uomini, fino a farla diventare una delle donne più desiderate e corteggiate del mondo dello spettacolo; fino a farla diventare, appunto, una puttana. Con il passare del tempo aveva imparato a scegliere con cura i propri uomini, ricchi e influenti, che le permisero di mantenere a lungo la vetta del successo e non disdegnò qualche rapporto omosessuale pur di raggiungere i propri obiettivi. A volte si trastullava con qualche compagno occasionale per puro piacere, ma era sempre meno frequente che ciò capitasse; le sue mire esigevano un caro prezzo e lei era disposta a pagare.
    Poi un giorno, come nelle storie più banali, incontrò l'unico amore della sua vita. Era un pomeriggio di primavera, il sole era caldo e il frastuono degli uccelli riempiva l'aria mentre lei camminava a passo spedito per i vialetti del grande parco cittadino, quando all'improvviso fu investita da una bicicletta che la fece cadere a terra. Un uomo che si trovava nei pressi la soccorse prontamente, mentre il ciclista, un giovane ragazzo, si era già rialzato da terra con una gamba sanguinante che provocò in lei un mancamento fino a farla svenire. I soccorsi arrivarono velocemente e per fortuna tutto si risolse per il meglio, furono riscontrate solo alcune contusioni ed escoriazioni e in un secondo tempo si meravigliò di non aver denunciato il fatto limitandosi invece ad accettare le scuse dello spaventatissimo ragazzo, un comportamento inusuale per lei. Il suo soccorritore si rivelò un uomo gentile e premuroso e lei si stupì del fatto che non l'avesse riconosciuta, ebbe poi modo di capire che a lui interessavano poco i programmi tv, le riviste scandalistiche e i pettegolezzi in generale. In un primo momento pensò di divertirsi un pò con quello strano personaggio, ma le bastarono poche ore trascorse assieme per aprirle una nuova visione sul mondo, completamente diversa dalla sua. L'uomo era libero da impegni sentimentali e quando lei propose, senza giri di parole, di rivedersi a cena lui accettò entusiasta; fu l'inizio di una tenera, anche se difficile, storia d'amore. Dopo poco tempo lui capì a fondo il tipo di donna di cui si era innamorato ma non cambiò di una virgola il suo atteggiamento e continuò ad essere se stesso. All'inizio lei si era donata con passione e nonostante i tanti impegni, riuscì a portare a termine la gravidanza che diede loro due splendidi gemelli. Per un breve periodo pensò addirittura di poter vivere lontana dal mondo dello spettacolo ma il richiamo di quell'ambiente era troppo forte e dopo pochi mesi dalla nascita dei figli tornò alle vecchie abitudini. Lui sopportava stoicamente tutte le sue mancanze e i suoi tradimenti così lei approfittò di quella situazione e nonostante in fondo al cuore sentisse di amarlo ancora, era stanca di lui.
    Quella sera aveva esagerato con l'alcol e la droga ed era completamente frastornata, ma ciò non le impedì di portarsi a casa l'ennesimo amante, un giovane con una grossa croce tatuata in fronte. A quella vista lui reagì in modo composto, c'erano i bambini che dormivano, invece lei prese ad insultarlo rivendicando di essere la proprietaria di casa e gli intimò di togliere il disturbo. Non se lo fece ripetere e dopo aver svegliato a malincuore i bambini li preparò e uscì di casa a testa alta, mentre il giovane amante, in tutto quel trambusto, si riprese un attimo dai fumi dell'alcol e imbarazzatissimo, quasi terrorizzato, si rifiutò di restare lasciandola sola nella sua disperazione e lei, dopo aver sbraitato ed imprecato sbatté la porta d'entrata e andò a chiudersi in camera da letto. Fu risvegliata da un suono che le stava trapanando i timpani mentre la testa le scoppiava travolta dal rimbombo del campanello d'entrata che non smetteva di trillare; stravolta riuscì a trascinarsi fino alla porta e ad aprire a fatica trovandosi davanti due agenti della stradale, un uomo e una donna che la invitarono a darsi una sistemata e seguirla. Non ebbe il coraggio di chiedere il motivo di quella richiesta, già in passato aveva combinato dei guai e l'esperienza le aveva insegnato a non opporsi in modo irrazionale, anche questa volta preferì stare zitta, era pronta a tutto, a qualsiasi cosa.
    No, non era pronta per quello, in un attimo svanirono i devastanti effetti del mix di alcool e droga che aveva assunto; distesi su dei banchi c'erano il suo compagno e i suoi figli. Gli agenti le spiegarono che la piccola utilitaria su cui procedevano verso nord era rotolata giù da una scarpata, i tre erano morti sul colpo.
    "A cosa stai pensando? Ti sei rabbuiata in volto" L'uomo era tornato in camera visibilmente eccitato, ma lei lo respinse bruscamente "Non ti avvicinare" Allora lui si diresse verso il tavolino posto in mezzo alla stanza e si servì una generosa dose di liquore "Stai pensando a loro" La sua non era una domanda ma una constatazione. Bevve il liquore, si avvicinò delicatamente a lei e dopo averle afferrato la testa con una mano la tirò a se su di una spalla. Lei cominciò a piangere silenziosamente e lui prese a carezzarle il capo affettuosamente, oltre al suo unico amore solo lui riusciva a trattarla con affetto e nonostante tutto anche lei si era affezionata al potente personaggio.
    Erano passate due settimane da quella notte passata a letto ed ora erano seduti al tavolo di uno dei ristoranti più alla moda della città, il loro rapporto si era consolidato "Allora, hai deciso cosa fare?" Chiese lui mentre infilzava un gamberetto e lo immergeva nella salsa "Sì, mollo tutto, sono decisa e tu non mi farai cambiare idea" Lui proseguì nel rito dei gamberetti e quando ebbe soddisfatto il palato si pulì la bocca con il tovagliolo e bevve un sorso di vino, poggiò il bicchiere e avvicinò la mano a quella di lei che fu tentata di ritrarla ma esitò quel tanto da permettere a lui di afferrargliela "Senti, io sono un poco di buono che ha fatto strada in questo mondo di ladri grazie alla fortuna e a tanto pelo sullo stomaco. Ho fatto uso e abuso di alcol droga e donne, sesso droga e rock end roll" Sorrisero, lui era veramente un maiale "Sono ricco da far schifo e mi basta un cenno per ottenere ciò che voglio, ma c'è una cosa che ho sempre desiderato ma mai ottenuto, il tuo rispetto e la tua fiducia" Lei fu colpita da quelle parole; l'uomo che aveva di fronte era uno dei più influenti personaggi della nazione e mai e poi mai si sarebbe aspettata una simile confidenza. Fece per rispondere ma lui la anticipò "Non che abbia mai fatto nulla per meritarlo, però a modo mio ti voglio bene e se posso fare qualcosa per te, qualsiasi cosa, devi solo chiedere" Lei reclinò il capo, non era pronta ad affrontare quell'argomento, non dopo la sua decisione di mollare tutto, poi una luce squarciò il buio della sua mente e un sorriso prese forma sul suo bel viso "Si, una cosa la puoi fare"
    Era passato quasi un anno da quel giorno. Il sole era alto e la brezza marina faceva sopportare bene la violenza dei suoi raggi mentre la sua schiena, lucida di olio che la giovane addetta aveva appena spalmato con cura senza lasciare scoperto un solo centimetro quadrato della sua pelle, rifletteva violenta quella luce che andava a sbattere sulle lenti di lui che invece si era ritirato all'ombra del grosso gazebo e stava ripensando a quanto fosse stato repentino e sfolgorante il ripensamento di lei. Il programma che avevano messo in onda aveva avuto un successo strepitoso e grazie all'influenza del potente uomo, detto Due, si era potuto realizzare il progetto della donna che grazie ai potenti mezzi di comunicazione globale era conosciuto in tutto il mondo. L'aveva intitolato <Affari Altrui> un titolo per nulla originale ma che rispecchiava perfettamente le caratteristiche del programma. Nel suo format chiunque poteva raccontare le proprie esperienze, vere o inventate che fossero, anche le più becere e come lei aveva previsto il polverone mediatico che ne seguì fece scattare denunce e ricorsi facendo schizzare gli ascolti alle stelle tanto da sollevare una mezza rivolta popolare quando un comitato provò a sopprimere quel programma sovversivo, antieducativo e palesemente scorretto. Programma che in realtà metteva a nudo l'ignoranza della gente che si beveva tutte le storie, soprattutto quelle più piccanti e scandalose e lei, dopo la prima strepitosa stagione di successo, si stava godendo il giusto riposo sulle bianche spiagge tropicali, immune alle critiche e ai sensi di colpa.
    "Ancora un po' di olio per favore" Disse alla ragazza, la schiena cominciava a bruciare. "io vado a preparare l'idromassaggio, mi raggiungi?" Chiese l'uomo da sotto il gazebo "Ok Due, lasciami ancora qualche minuto e poi sono da te" "D'accordo" Confermò lui che conosceva le sue esigenze, quello era un giorno speciale e appena si fu ritirato lei chiese alla ragazza di recuperarle il cellulare invitandola poi a lasciarla sola. Scrisse un messaggio, lo rilesse attentamente e lo inviò a destinazione; a migliaia di chilometri di distanza un cellulare emise un suono, una mano lo afferrò e dopo aver letto ciò che c'era scritto rispose immediatamente.
    Dopo aver letto la risposta mise il cellulare in borsa, si ricoprì con un pareo e si diresse verso l'alloggio dove lui la stava aspettando nella vasca dell'idromassaggio. Fecero sesso e quando furono appagati si rilassarono nell'acqua calda "Tutto ok?" Chiese lui "Si, no" Rispose lei malinconicamente.
    A migliaia di chilometri di distanza lui stava deponendo dei fiori freschi sulle tre tombe messe in fila, due piccoli bambini in fianco al loro papà. Piangeva, la sua colpa e la sua vergogna lo stavano consumando ogni giorno di più, ma era un fallito e aveva bisogno di quei soldi, non poteva e non doveva cedere proprio ora, loro ormai erano morti, perché tradirla adesso? Alzò la testa rivolto al cielo cercando un segno divino che lo perdonasse per la sua vigliaccheria e un raggio di sole gli illuminò la fronte proprio dove era tatuata una grossa croce e forse quello rappresentava la pena da scontare, la croce che lo avrebbe afflitto in eterno, il rimorso di essere scappato senza aver provato ad evitare l'irreparabile. Ma come sempre reclinò il capo verso terra e senza voltarsi indietro si diresse all'uscita del cimitero con il suo carico di angosce e rimpianti e poi inviò un messaggio con il cellulare.
    Lei afferrò l'apparecchio che aveva appena vibrato, si stava asciugando i capelli ma volle vedere subito se era tutto a posto; si, era tutto a posto, come sempre, lui era un vigliacco parassita assetato di soldi facili e lei poteva darglieli comprando il suo silenzio.
    Quella notte però non riusciva a prender sonno e il compagno la convinse ad andare lungo la riva del mare al chiaro di luna; lui, il Due, un uomo senza scrupoli che si prendeva la briga di accompagnarla in una romantica passeggiata. La cosa le parve insolita, ma allo stesso tempo piacevole e si lasciò trasportare da quell'atmosfera che rievocò in lei mille pensieri finché un flash la colpì come un pugno in pieno volto, aveva ricordato il suo uomo sorridente che giocava nel lettone con i due gemelli. Non resse a quell'ennesima emozione, un nodo alla gola la stava soffocando, prese fiato e cercò di parlare adagio, scandendo bene le parole.
    "Senti, Due" deglutì a fatica "Dimmi cara" Rispose lui consapevole che qualcosa non andava "Per la seconda edizione del programma" proseguì lei a fatica "Ho in mente una prima puntata con il botto, qualcosa da record di ascolti, ma mi serve il tuo benestare e poi ti cederò la guida completa e farai come meglio credi" Lui la fissò con aria interrogativa ma la invitò a spiegarsi meglio, quella donna era un vulcano di idee e, come un antico e leggendario re, trasformava in oro tutto ciò che toccava "Ascolta, questa e la mia idea" E per il resto della notte rimasero a discutere di quel progetto, valutando i pro e i contro di una simile scelta, in fondo lui le voleva bene, ma gli affari erano affari e dopo aver trovato un punto d'accordo si strinsero la mano, proprio come due soci in affari.
    "Buona sera a tutto il mio pubblico e non" Era la prima puntata della seconda stagione di Affari Altrui e lei era riuscita a farla mettere in programma in uno dei giorni dove si prevedevano i maggiori ascolti. La prima mezz'ora trascorse tra la rievocazione della prima stagione e la presentazione della nuova, ma il clou della serata prevedeva la confessione di una persona che avrebbe stupito tutti e quando fu il momento lei si tolse la veste da conduttrice e si presentò come partecipante del programma. Dalla regia le segnalarono che tutto procedeva per il meglio, gli ascolti stavano salendo all'impazzata e mentre il Due, appostato in sala regia, fece un grosso respiro, lei prese coraggio e cominciò a parlare.
    "Per chi non lo sapesse io avevo due figli, due gemelli e un compagno, il loro papà, l'unico uomo che abbia mai amato. Tempo fa restarono vittime di un drammatico incidente e morirono, tutti e tre. Voi non potete immaginare quante lacrime abbia versato e quale dolore mi abbia straziato le carni fino in fondo all'anima, non potete proprio immaginarlo, perché la causa di quell'incidente fui io" Un brusio si levò nello studio ma subito lei continuò a parlare e tutti si azzittirono curiosi di sentire il resto della storia "Ero completamente fatta di alcol e droga, mentre lui tutti i giorni con il suo affetto mi faceva mancare quella che io ritenevo libertà; quindi quella sera avevo deciso di dargli una lezione e presa da un raptus sabotai la sua auto e lo cacciai di casa. Doveva andarsene solo lui, doveva solo prendere un grosso spavento e invece" Non riuscì a concludere il racconto sopraffatta dall'emozione e dalla vergogna e in men che non si dica le furono tutti addosso e ci volle l'intervento delle guardie di sicurezza per evitare il peggio.
    In sala regia una voce neutra uscì da un paio di cuffie "Come è andata numero Due?" "Tutto come previsto, numero Uno. Stiamo sfondando tutti i record di ascolto, siamo i primi al mondo" "E lei? Non ti eri affezionato a quella donna?" "Lei è l'ennesima vittima di questo carnaio mediatico, non è la prima e non sarà l'ultima" Concluse seccamente, mentre stavano portando via lei dallo studio; e senza batter ciglio si rivolse alla ragazza seduta alla consolle ordinandole di prenotare un tavolo in uno dei locali più ricercati della città, avrebbero festeggiato degnamente quel successo.
    Lei fu arrestata, processata e condannata al carcere a vita; il suo castello di sabbia era stato spazzato via in un istante e da quel momento cadde nell'oblio, dimenticata da tutto e tutti.

  • 07 settembre 2015 alle ore 10:07
    IO SONO CLADEA E SONO VIVA DA QUANDO SONO MORTA

    Come comincia: Io sono Cladea, sono viva solo da quando sono morta. Ho un vago ricordo del calpestio dei mie piedi su un pavimento di legno scuro, un costante ritmo di chi percorre una sola scala musicale. Ho il vago ricordo di tanti volti simili al mio, ma di nessuno ricordo il nome. Io sono Cladea e sono viva solo da quando sono morta. Vedo cadere dalla mia essenza le gocce di ansia e di paura che accompagnarono la mia esistenza; mi svuoto come un contenitore grigio e finalmente mi riempio di luce. Ho volato nei sogni dei mie cari, ho urlato al vetro del mondo scuro, ho portato con me i ricordi più belli, ma quelli tristi non mi hanno dato pace. Io sono Cladea e sono viva da quando mi ricordano morta. Guardo vite sfiorire nell’inganno, guardo luci bruciare nella noia, vedo il lento spengersi dell’eterna fiamma nelle bugie dei saggi. Ho smesso di urlare, ho smesso di guardare, colgo la verità dalla mia stessa linfa e non conosco lo scandire delle priorità. Prima di fondermi con la vita vorrei che tu parlassi per me. Hai la lingua delle sfumature, parli a chi vive e parli a chi muore, parli a cielo e terra e ai morti dovrai riferire: “ Io sono Cladea e sono viva da quando sono morta, ho vissuto accatastando ricordi e beni, emozioni e paure, sentimenti e frustrazioni. Di tutto ciò ho fatto la mia esistenza senza comprendere ciò che aveva scopo e ciò che non ne aveva. Quando la luce mi colpì fu presa da spavento e condannai la mano che mi illuminò; quando la luce mi avvolse compresi la mia paura e perdonai. Più sincero fu il mio perdono più vidi salire la mia linfa, meno ricordi avevo e più la luce mi avvolgeva. Un pensiero triste fu un giogo che mi trascinava, la nostalgia di un bene fu la caduta nella grotta, le mie urla al vetro furono la casa nella tomba. Di scelte scomode fai la tua esistenza, combatti l’inganno dei cappucci e apri i cinque sorrisi dell’altruismo. Rispetta i tempi della tua prova, comprendi le distanze tra le linfe, nulla sarà più così, nulla avrà peso se non i ricordi di quando eri morto. Io sono Cladea e sono vivo da quando sono morta. Tu, hai la lingua delle sfumature, parli a chi vive e parli a chi muore; ascolta chi è vivo e riferisci ai morti.
     

  • 03 settembre 2015 alle ore 19:18
    Questo è Amore

    Come comincia: per me l'amore è salvare delle vite
    per me l'amore è abbracciare chi si ama
    per me l'amore è accettare i limiti dell'altro/a
    per me l'amore è condividere momenti di felicità insieme
    per me l'amore è quando il cuore fa boom boom
    per me l'amore è quando si accetta l'altro/a
    per me l'amore è tutti i pregi di chi si ha di fronte...
    per me l'amore è questo.

  • 02 settembre 2015 alle ore 20:30
    IL PIU' BELLO DEL PAESE HORION ENKY-IRISVIGNOLA

    Come comincia: HORION ENKY - IRIS VIGNOLA

    IL PIU' BELLO DEL PAESE

    Piccolo paese di provincia dove il tempo non sembra passare mai...
    Primi giorni di un’estate calda e afosa; per le strade non vedi un’anima viva.
    Le scuole e gli esami finiti da poco, i figli al campo scuola, il marito via all’estero per lavoro.
    Una professoressa annoiata non sa come trascorrere il tempo, si sente ancora viva per i suoi quarant’anni non dimostrati, bella donna sinuosa, con un fisico invidiabile.
    Quel pomeriggio non ha voglia di incontrarsi con le solite amiche in casa per spettegolare o giocare a carte. Oggi vuole vivere un pomeriggio diverso, che dia un po’ di vita a quei giorni spenti e sempre tutti uguali. Lasciando così la sua mente fantasticare, decide di uscire e andare al bar del paese, per comprarsi un gelato e bere un caffè.
    Come vi entra, nota solo due persone: il barista che gioca con un videogioco e un giovane ragazzo ventenne, che conosce poiché fratello di un amico di suo marito, che se ne sta leggendo il giornale.
    Un bel ragazzo, oggetto del desiderio di molte donne del paese, per la sua bellezza.
    Anche lei come tante altre ne è attratta.
    Facendosi coraggio gli chiede se gli sia possibile andare ad aiutarla a spostare dei mobili in casa, visto che da sola non riesce.
    Entrambi prendono la propria bicicletta e si dirigono a casa di lei.
    Appare un'abitazione di nuova costruzione, signorile, nel mezzo di un bel giardino verde e fiorito.
    L’interno è molto accogliente.
    Invita il ragazzo ad accomodarsi e gli chiede se desidera qualcosa, proponendogli varie opzioni di bevande. Mettendolo così davanti ad un'imbarazzante scelta, tanto da rispondere: va bene la prima cosa che le viene sotto mano.
    Lei, continuamente, parla con l’oggetto dei suoi desideri.
    Quel bel ragazzo lì con lei, soli, la sua mente diventa un turbinio di fantasie e desideri che vorrebbe concretizzare, riflettendo quando mai un’occasione così ghiotta le si ripresenterà.
    Fattolo accomodare davanti al tavolino del salotto, va in cucina a prendergli una bibita, che gli porta porgendogliela da dietro, intanto che gli si appoggia maliziosamente con il seno contro la testa.
    Essendo quella una giornata molto calda, indossa una canotta bianca, senza reggiseno, che mostra il seno traboccare dai lati.
    Il giovane rimane esterrefatto, ma la situazione che gli si sta presentando è particolarmente eccitante, per cui resta al gioco.
    Percependo la sua disponibilità, lei si sente più sicura, pertanto decide di dar vita ai suoi eccitanti sogni. Prendendolo per mano, lo porta ad accomodarsi su di un comodissimo divano, ponendosi di fronte a lui, si toglie la canotta, mostrando il suo abbondante seno ben sostenuto, campeggiato da due neri capezzoli, che sembrano due olive mature pronte per essere spremute.
    Lo invita, accompagnandogli le mani, ad accarezzarli e poi a prenderli in bocca per succhiarli, fino al punto da lanciare piccoli gridolini di piacere.
    Guidandolo ancora, lo porta a sfilarle i pantaloncini corti e le mutandine.
    Tutta nuda dinanzi a lui, corpo di bella donna, il quale avidamente la tocca, accarezzandola nelle sue intime sinuosità.
    Anche lei ora intende scoprire il corpo di questa sua giovane conquista, il ragazzo dal fisico atletico e ben costruito.
    Gli toglie la maglietta e accarezza quella giovane e fresca pelle tanto desiderata, gli toglie i pantaloni e gli slip, concentrandosi sull’oggetto delle sue brame.
    Con frenesia vi si appresta a giocarci, osservandolo così turgido e sentendolo caldo, nelle sue mani; inizia a baciarlo.
    Estasiato da tale maestria di questa dolce e bella signora, che lo sta conducendo nel paradiso dell’amore, si lascia andare, volendo godere appieno di quelle mani e quella bocca che gioca con lui, fino a fargli godere un amplesso tra le sue morbide labbra.
    Lei ci si pone sopra, ora vuole quel contatto di pelle, del suo tenero amante, strusciandoglisi sopra, tenendo l’eccitazione sempre alle stelle, dei due corpi frementi che si desiderano e si vogliono unire.
    Ora baci e carezze, che corrono per tutto il corpo di entrambi, rendendo più frenetica quella passione, portando lei a quella deliziosa e orgasmica emozione tramite una lingua che ha giocato.
    Manca solo la totale fusione.
    Lo vuole dentro di sé, l'ultimo atto per sublimare l'incontro, in un orgasmo viscerale di entrambi. Giovane amor di un noioso pomeriggio, tu mi hai fatto vivere un attimo di paradiso.

  • 02 settembre 2015 alle ore 20:25
    TIEPIDO POMERIGGIO HORION ENKY-IRIS VIGNOLA

    Come comincia: HORION ENKY - IRIS VIGNOLA

    TIEPIDO POMERIGGIO

    Tiepido pomeriggio di primavera, poco prima che scenda la sera,
    camminando per le vie del centro,
    in te mi imbatto ed il mio sguardo, col tuo, si scontra.
    ...E' magnetico e mi prende il cuore. Ci unisce una magica follia.
    Quanto sei bella, ti voglio mia.
    Scambio di sguardi che ci incatenano e al desiderio d'amore, ci avvicinano.
    Dolce fantasia dei miei sogni, mai come adesso, diventi poesia.
    Le mie mani si stringono alle tue e sento arrivare come un sussultante fermento. Percepisco il calore che emani ed il battito del tuo cuore, tra i seni.
    Mi pare così strano, ero solo e non ci volevo pensare,
    quando ti ho incontrata per caso,
    sei tu la donna che attendevo e che mi ritrovo ad amare.
    La mia casa è poco distante, se tu vuoi il mio invito accettare,
    per un aperitivo o anche solo per gradire la mia compagnia,
    per cui ci incamminiamo per la via, come vecchi amici, cominciamo a raccontarci. Nella mia casa il divano ci aspetta.
    Mettiti comoda, ti preparo da bere, poi ti allungo il bicchiere.
    Sfiorandoti la mano, ne sento il calore,
    come quello dell'acqua d'estate, sotto il sole.
    Anch'io mi siedo e ti vengo vicino, ti guardo negli occhi,
    mentre le labbra avvicino per un dolce bacio, che si fa appassionato,
    intanto che, tra respiri ansimanti,
    le mani accarezzanti fanno sparire, piano piano, da te il mistero,
    facendosi sempre più pressanti, fino a scovare tesori nascosti.
    Ed il mio corpo con il tuo si fonde, divenendo un tutt'uno, fino in fondo,
    quando l'attimo d'estasi ci pervade, all'unisono.
    Divieni mia linfa vitale, mio nettare e alimento divino,
    per te e con te mi sublimo, quasi a sentirmi sovrannaturale,
    mio sconosciuto amore carnale.
    Dopodiché, sul letto, nudi, dove il gioco diventa un diletto.
    Immobile, guardo le tue forme perfette,
    sei mia regina e schiava d'amore, con te voglio regnare, nel gioco dell'amare.
    La tua pelle, morbida e profumata, accarezzo,
    bramando come la preda più desiderata.
    Intreccio di corpi.
    Sui tuoi seni, mi perdo, sono la perfezione del creato,
    li bacio come a volermi, al capezzolo, dissetare.
    Di te, tutto voglio toccare e lambire, non posso fermarmi, l'eccitazione impera. Dentro di te, scivolando, ancora una volta mi voglio immolare.
     

  • Come comincia: HORION ENKY - IRIS VIGNOLA

    SONNOLENTA E MALINCONICA SERA

    Sonnolenta e malinconica sera d'estate, dove l'afa veniva mitigata da una leggera brezza, che arrivava dal mare, rinfrescando l'aria nella terrazza che mi ospitava.
    Frastornato, ero uscito dalla sala, stanco di ascoltare la musica che un'orchestrina suonava per gli ospiti, rimasti a ballare.
    Mi sedetti sul dondolo seminascosto, per gustare la quiete di quella serena serata. Immerso nei miei pensieri e nei miei sogni ascoltavo il rumore delle onde del mare, quando all'improvviso, alle mie spalle, udii una dolce voce femminile: "Che fai qui, tutto solo?" Mi voltai verso la sconosciuta che, nel frattempo, si era avvicinata, pertanto mi alzai per presentarmi e invitarla a farmi compagnia.
    Cullati dal dondolo, iniziammo a raccontarci, intanto che non le toglievo gli occhi di dosso.
    Era molto bella, non molto alta, ma ben proporzionata; l'abbronzatura era color ambra dorata ed i suoi occhi nerissimi spiccavano, come due perle rare, sul viso, completando lo splendore della sua bellezza, uniti ai capelli lunghi corvini e setosi.
    Mi sentii chiederle se fosse una fata ed ella mi fece un sorriso, forse gratificata.
    Il magnetismo che mi trasmetteva, lo percepiva, per il desiderio di lei che traspariva ed il mio controllo, piano piano, mi stava sfuggendo di mano.
    Con sapiente maestria e malizia, si avvicinò, fino ad alitare le proprie parole quasi sulla mia bocca.
    Ci perdemmo in un lungo bacio, dopodiché salimmo nella sua stanza, decisi a vivere una notte d'amore. Quando arrivammo, fece scivolare dal suo corpo la leggera veste color turchese.
    Pareva la dea dell'amore, nuda, con solamente addosso il sottile perizoma bianco.
    I miei occhi, frastornati per quello che la vita mi stava donando, si stavano riempiendo di lei che si avvicinò come una gattina maliziosa, il suo turgido seno mi sfiorava, mentre mi sussurrava: "Lascia fare a me, ti voglio spogliare".
    Iniziò a sbottonarmi la camicia, mentre, immobile, la lasciavo fare, percepivo le sue agili dita correre per la mia pelle, quasi a volermi graffiare.
    L'eccitazione saliva, come una tempesta in mare.
    In sua balia, iniziò a giocare con me, mostrando di saper usare tutte le arti amatorie. Ci lasciammo cadere sul letto, con crescente passione e, tra carezze e voluttuosi baci, cominciammo a dimenarci.
    La baciai sulle labbra e sul collo, mordicchiandole i lobi delle orecchie, per poi scendere giù, accarezzando la sua morbida pelle, fino ai suoi seni, dove iniziai a bramarne i capezzoli, intanto mi invitava a non fermarmi. Sempre di più volevo esplorare il suo corpo, arrivando così al regno dell'amore.
    Il suo corpo eccitato rivelava il fervore e si lasciava andare in gemiti, mentre continuavo a giocare con la lingua, per portarla all'apice del godere. Mi chiese: "Entra in me, non resisto, mi sembra d'impazzire, ti voglio da morire.
    Ti voglio cavalcare", intanto che, sopra di me, andò a porsi, per dettare meglio i tempi del piacere, che ci condussero, stremati, fino al mattino.
    Da quella notte, non l'ho più rivista, ma ciò che è rimasto in me è la consapevolezza di aver amato una dea o una fata.

  • 01 settembre 2015 alle ore 16:06
    Il doppione

    Come comincia: Carla ha quarantadue anni e fa l’infermiera. Tutte le mattine dopo aver preso il caffè leggermente zuccherato si guarda allo specchio e sorride fermando gli occhi sull'angolo sinistro della bocca, che tende verso l’alto più di quello destro. Ha sempre visto bellezza e furbizia in quest’impercettibile dissimmetria estetica. Ha sempre trovato bellezza nell’aspetto non canonico della realtà.
    Quando si osserva le capita di ripercorre a ritroso il sentiero della vita, ricordando minuziosamente tutto quello che l’ha resa una persona migliore. Non si sente speciale ma fortunata. È stato il tempo a regalarle le consapevolezze che adesso stringe tra le mani come un rossetto. Rosso, il colore preferito dalle sue due donne.
    Dà un’ultima sistemata ai capelli, prende lo zaino Invicta viola e azzurro macchiato da citazioni anni 90, controlla che ci siano tutti i libri al suo interno e in punta di piedi raggiunge la porta. La chiude pianissimo, quasi fosse in cristallo, attenta a non spargere rumori in casa e svegliare chi dorme.
    Concitata sale sul 18 per raggiungere i pazienti. La sua esistenza conta molteplici inversioni, forse questa è la più importante: prestare cura alle ferite degli altri dopo aver imbellettato i tagli sul suo cuore. 
     
    Da piccola Carla era una bambina esile e introversa. Durante i pochi minuti di ricreazione non avvicinava mai nessun compagno. Preferiva, piuttosto, osservare i suoi amici da lontano mentre giocavano e cantavano a squarciagola canzoni sbagliate.
    Eppure aveva una grande voglia di entrare a voce alta nella mischia, e sbattere piedi per terra, colorare, sorridere e correre attorno ai banchi verdi. Ma sceglieva di fare tutto questo in silenzio. Avvertiva un senso di tranquillità nell’immaginare e basta. Le permetteva di essere serena quello spazio di sicurezza che segnava la distanza tra la sua vita e le domande a cui non aveva intenzione di rispondere.
    - Carla, vieni con tuo padre al cinema a vedere “Wally”?
    - Giulio, lei non ha un papà. Non è come noi.
    In questi casi scappava in bagno quasi perdendo il controllo dei suoi piedi, delle sue Superga bianche vissute e soprattutto di se stessa. Chiusa la porta iniziava a toccarsi le mani con le mani, poi premeva il palmo sugli occhi sino a vedere macchie simili all’eredità lasciata dal sole dopo averlo guardato troppo in faccia. Sfiorava i capelli, strofinava il naso, spingeva le unghie nelle braccia, tratteneva il respiro, accarezzava le gambe dritte e veloci. Faceva tutto questo per sentirsi: era uguale, uguale a tutti. Non le mancava niente.
    La sua grande passione erano gli album di figurine. Le piaceva vivere per immagini. Portare a termine le cose era fonte di soddisfazione, compiacimento che diventava visibile in quel sorriso asimmetrico.  
    Parlava con contentezza nel tono solo al momento dello scambio dei doppioni. Li conservava in ordine, legati con un elastico giallo limone, nella cerniera esterna dello zaino Invicta. Una volta tirati fuori, li disponeva con cura sul banco. Accadeva, a volte, quando la posta in gioco era particolarmente alta e il traguardo della completezza sempre più vicino, che ne scambiasse dieci per una. Considerando quelle dieci di poco valore rispetto a quell’uno.
     
    Non le mancava nulla ma aveva qualcosa in più: due madri. Una Serena, l’altra Chiara. La serenità era spesso di Chiara, a Serena mancava a volte la chiarezza. Una era più tenera, l’altra più autoritaria. Una era fatalista, l’altra ribelle. Una amava il rosso, l’altra pure. Una preferiva la gonna, l’altra la gonna pantalone. Una amava il rock, l’altra l’elettronica. Una stirava, l’altra cucinava. Una cucinava, l’altra andava a prendere Carla da scuola. La spesa si recavano a farla in tre. Una amava il calcio, l’altra la letteratura ma per amore una Domenica al mese la passava allo stadio. Una adorava uscire in bici, l’altra preferiva la sua Kawasaki Z 750. Una faceva da mamma, l’altra anche. Una  faceva da padre, l’altra anche.  Carla, invece, realizzava quattro lavoretti l’anno: due per la festa della mamma, due per la festa del papà.
    Non c’era nulla di strano in tutto questo se non i pregiudizi sociali che additavano con scherno i baci tra due pedine uguali.
    Una famiglia composta da tre donne. Una bambina felice, abbracciata da un amore doppiamente sensibile. Felice sì, in casa però. Gran parte della sua tristezza e della sua infelicità le veniva trasmessa dall’esterno. Da quella parte di persone che definiva “altri”. Per colpa degli “altri” quando alzava la testa al cielo non coglieva la grandezza di quel lenzuolo azzurro terso, scovava sempre tra le pieghe di quello splendore una nuvola grigia in cui si affastellavano moltissime paure:
    - Cosa penseranno gli altri?
    - Per gli altri non è normale.
    - Cos’è normale per me e cosa lo è per gli altri?
    - Gli altri dicono che da  grande amerò una donna.
    - Gli altri definiscono le mie mamme egoiste.
    - Per quale motivo per gli altri non ho una famiglia solo perché non ho un padre?
    E così fino al punto in cui le domande si ripiegavano su altre senza risposta.
     
    Crescendo imparò a rispondere, prima a se stessa poi al resto del mondo, senza pensare a ciò che avrebbero voluto sentirsi dire gli “altri”. Rompeva piatti, bicchieri e pregiudizi. Non senza avvertire il colpo delle parole pungenti, trattava con cura le ferite. Era diventata abilissima nel farlo.
    Sul numero 25, Carla, s’innamorò di Alessandro. Lo incrociava ogni mattina sull’autobus che era solita prendere per raggiungere l’aula studio. Era diverso dagli altri ragazzi nell’espressione, negli occhi cerulei, nel modo in cui teneva “La critica della ragion pura” tra le mani. Studiava filosofia e trasmetteva malinconia quando sorrideva. Apparentemente aveva tutto, ad uno sguardo più profondo gli mancava molto. Figlio di genitori separati, era cresciuto solo con sua mamma che gli faceva anche da padre. Cercava di riempire di senso e corposità il vuoto lasciato da un uomo assente ed aggressivo. Da un uomo estraneo e snaturato.
    Tra Carla e Alessandro andò esattamente come doveva andare, ad una birra ne seguì un’altra fino al giorno in cui i loro spazzolini si ritrovarono nello stesso posto.
    E la sera, ogni volta che lo guardava addormentarsi, rifletteva sulle mancanze di lui e sulla pienezza di lei. Le sue due donne. Non avrebbe scambiato quel doppione con niente e nessuno. Non avrebbe modificato una sola virgola nel testo  della sua vita. Si sarebbe messa volentieri solo tra parentesi, almeno un paio di volte al mese, durante la fase premestruale delle sue due madri. Gestire la propria le veniva difficile, gestirne tre richiedeva una sforzo sovraumano.
    Abbassando le palpebre, investita dalla stanchezza, si lasciava andare al sonno, dedicando l’ultimo pensiero a quel meraviglioso album di famiglia.
     

  • 25 agosto 2015 alle ore 20:17
    A CASA TUA

    Come comincia: Quando quella sera mi chiese se volessi dormire a casa sua gli dissi di sì, che non avevo niente in contrario. Ne fu contento e ci avviammo a piedi lungo un viale alberato, di quei bei viali di Torino, larghi e col controviale. Avevamo trascorso la serata divertendoci a sostare in ogni bar, e in ognuno avevamo bevuto qualcosa, di tutto, alcolici e non alcolici, insomma un bel miscuglio. Inutile dire che eravamo molto allegri, ed io mi chiedevo dove fosse la sua casa, non vedendo l'ora di arrivarci, perché cominciavo ad essere stanca. Non c'era quasi nessuno per strada, ma bastavamo noi due a fare un bel po' di rumore. Ma questa tua casa dove diavolo è, gli dissi ridendo, dobbiamo camminare ancora molto? Ma no, siamo quasi arrivati, anzi guarda, siamo proprio arrivati. Tirò fuori le chiavi di un'auto dalla tasca e si avviò deciso verso una 127 gialla posteggiata sotto gli alberi. Ah, ma hai l'auto, menomale così non andiamo a piedi. Lui mi guardò con un sorriso disarmante: no no siamo arrivati, è questa la mia casa. Con un mezzo inchino mi aprì la portiera del passeggero: prego, accomodati. Sto sognando, pensai, ma salii in auto. Scusa, ma tu vivi qui? Sì, io vivo qui, come vedi ho tutto quello che mi serve. Così dicendo mi indicò la parte posteriore dove non c'erano i sedili, ma un'accozzaglia di qualunque tipo di mercanzia: dalle masserizie agli abiti, perfino una coperta di lana, indumenti alla rinfusa e chissà cos'altro. Ah, bello! Veramente non sapevo cosa dire né cosa fare, ma lui, rovistando con le mani nel mucchio di roba, tirò fuori una bottiglia e due bicchieri. Bene, disse, brindiamo al nostro incontro. Forse stasera abbiamo brindato già un po' troppo, ma questo brindisi mi sembra appropriato. Mi ascoltai pronunciare quelle parole come se le avesse dette qualcun altro. Quando mi svegliai, al mattino, la gente si affrettava sul marciapiedi. Immediatamente mi resi conto della situazione: santo cielo, stavo dormendo in un'auto posteggiata. E nell'auto c'ero solo io. Mi guardai intorno smarrita e anche spaventata, non rendendomi ben conto di quanto stava accadendo. Subito verificai se fossi vestita, sì, menomale. Qualcuno lanciava un'occhiata di disappunto dentro la 127 e proseguiva per la sua strada. Ero lì a pensare cosa fosse meglio fare. Me ne vado? Gli lascio un biglietto? D'altronde anch'io dovevo andare al lavoro. Ma poi lui arrivò e aveva in mano un vassoio con i caffè e le brioches. Salì in auto e io gli dissi che mi sentivo osservata, non ero abituata a dormire per strada dentro una macchina, ero a disagio. E poi, incredibilmente, cominciai a ridere e a parlare a ruota libera: dovevi vedere come mi guardavano quelli che passavano, santo cielo, con un tale disprezzo! Non sanno neppure chi sono e già mi disprezzano! E continuavo a ridere e a parlare. Ma dov'eri andato! Mi sono spaventata! Perché? non hai mica pensato che ti avessi regalato la casa! E giù risate! Poi mi accompagnò al lavoro e io pensai che quella era una conoscenza che andava assolutamente approfondita.

  • 23 agosto 2015 alle ore 8:46
    MISTER DENTINO (Favola)

    Come comincia: Il mio bambino si chiama Enrico ed è un vero tornado. Incontenibile nella sua vivacità, sempre allegro, ma ubbidiente e riflessivo quando è necessario. Oggi è entrato in casa come un razzo, ha posato la cartella su una sedia e si è precipitato in cucina da me.
    "Ciao mamma, ho fame. Cosa si mangia?"
    "Polpette e patatine fritte. Sei contento?"
    "Accipicchia, come no!"
    Intanto mi stampava un bel bacio sulla guancia.
    Dopo mangiato ci siamo seduti sul divano e io gli ho chiesto come fosse andata la mattinata a scuola, se avesse preso dei voti, ecc. Le solite cose.
    "Mamma, chi è Mister Dentino? Ho sentito delle signore che parlavano e...io non l'ho mai sentito nominare."
    "Beh, Mister Dentino è un signore che è vissuto parecchio tempo fa, a cui è stato affibbiato questo nomignolo per certe cose che ha fatto."
    "Mi racconti mamma? Mi racconti?"
    "Va bene, però poi fai i compiti."
    "Allora, vediamo un po'. L'anno era il 2012 e una grossa crisi economica aveva colpito buona parte del mondo, ed anche l'Italia. La situazione generale era grave e, in breve tempo, molta gente si era trovata a fare i conti con la povertà. Persone che avevano sempre avuto di che vivere non ce la facevano più a mandare avanti la propria famiglia perchè erano rimaste all'improvviso senza lavoro. Nessuno trovava un'occupazione e perciò non poteva portare a casa i soldi per dare da mangiare ai propri bambini. Molti rimasero senza casa perchè non più in grado di pagare il mutuo..
    "Mamma, cos'è il mutuo?"
    "Già, certo, il mutuo sono le rate della casa. La gente si era fatta prestare i soldi dalle banche per comperare la casa e li restituiva a rate,cioè un po' per volta, però senza lavoro, come faceva a pagare le rate? E così le banche si prendevano le case. Ma forse è un po' difficile per te da capire. Ad ogni modo la situazione era disperata per parecchia gente. Il nostro, dove viviamo adesso, allora era un piccolo paese abitato da trecento anime.  Fra gli abitanti c'era un giovane che si chiamava Stefano. Stefano era sposato con Annarosa ed avevano una bambina di nome Aurora. Anche questa famigliola fu colpita dalla crisi e da una povertà così grande che erano costretti a mangiare solo una volta al giorno. Potevano disporre  delle  patate che avevano coltivato l'anno precedente, e per avere qualcosa d'altro si rivolgevano agli enti di beneficienza, associazioni che aiutavano i poveri distribuendo del cibo e vestiti, cappotti ecc. La loro casa non era una vera casa. Era una baracca di legno col tetto in lamiera che loro avevano cercato di rendere il più possibile accogliente, ma non c'era riscaldamento nè altre cose essenziali come l'elettricità...
    "Insomma erano proprio poverissimi, mamma!"
    "Sì, erano proprio poverissimi. Tutte le mattine Stefano abbracciava sua moglie e la piccola, e poi usciva e si recava nella vicina città a cercare lavoro, qualsiasi lavoro, per portare a casa qualche soldo, ma trovava solo qualcosa ogni tanto, e gli altri giorni tornava a casa la sera triste e senza un euro.
    Annarosa metteva sulla tavola le patate bollite, e cercava di consolarlo. Accadde che una di queste sere in cui lui non aveva guadagnato nulla, la piccola Aurora aveva perso un dentino da latte e l'aveva messo sotto il bicchiere.
    "Papà, papà, guarda. Stanotte passerà il topolino!" E intanto gli faceva vedere la bocca con il buco al posto del dentino. Stefano la strinse fra le braccia con le lacrime agli occhi e non disse nulla. Più tardi, quando la bimba si fu addormentata, lui guardò sua moglie e le disse:
    "Non posso permettere che domattina Aurora non trovi le monete sotto il bicchiere. Non ce la faccio. Qualunque rinuncia va bene, ma lei non può avere una delusione così grande. Devo trovare una soluzione. Esco."
    "Ma capirà, le spiegheremo che il topolino aveva l'influenza, le diremo qualcosa. Dove vuoi andare a quest'ora?" Annarosa cercava di trattenerlo, ma Stefano si vestì ed uscì nella notte.
    Prima di ogni altra cosa si recò a bussare a casa di suo fratello Gianni, che non lo fece neppure entrare. Gli disse che non poteva aiutarlo, che non aveva abbastanza nemmeno per sè e per i suoi figli. Stefano lo pregò, si trattava solo di un paio di euro, non di più, ma Gianni fu irremovibile.
    Allora andò nel bar, l'unico bar del paese, dove alla sera si radunavano gli uomini e anche qualche moglie. Lì era ancora più difficile perchè comunque era sempre "uno che viveva in una baracca" per cui non era tanto ben visto. Si guardò attorno per vedere se ci fosse stato qualcuno che lo conoscesse. Effettivamente  seduto in un angolo c'era un suo ex collega di lavoro. Non era facile, ma si avvicinò e gli spiegò quale fosse il suo problema. Quello gli rise in faccia:
    "Gli ultimi due euro che avevo li ho spesi qua stasera."
    Con un "grazie lo stesso" Stefano se ne andò dal bar e cominciò a camminare per le vie deserte fino alla piazza. Lì si sedette su una panchina con la testa fra le mani e pianse. Piangendo con la testa fra le mani non si era accorto che vicino a lui si era seduto uno sconosciuto. Aprendo gli occhi ne vide i piedi, anzi le scarpe: scarpe da persona benestante, non certo da poveraccio. Stefano alzò lo sguardo fino ad incontrare quello dello sconosciuto. Aveva il viso quasi totalmente coperto da una grande sciarpa: si intravedevano soltanto gli occhi, scuri e penetranti, ridenti e vivaci. In testa aveva un cappello tipo colbacco e lo vestiva un cappotto molto lungo. Un personaggio originale, tutto sommato. Stefano pensò che quell'individuo sembrava uscito da un dipinto del primo novecento:
    "Perchè piangete giovanotto?"
    Gli dava del "voi". Era sicuramente un tipo curioso, però Stefano aveva tanto bisogno di sfogarsi e così gli raccontò tutto.
    "Non preoccupatevi più amico mio, fra poco scenderà così tanta neve che fra poche ore ci sarà bisogno delle braccia di tutti gli uomini del paese, anche delle vostre"
    Dopo un attimo cominciò a nevicare con tanta violenza che in pochi minuti la panchina fu completamente coperta dalla neve.
    "Mai vista una nevicata del genere!" disse Stefano voltandosi verso lo sconosciuto: ma lui non c'era più.
    Dopo un'ora e mezza la neve gli arrivava alle ginocchia. Si cominciarono a vedere gli uomini che si avviavano verso il municipio perchè si sapeva che quando c'era l'emergenza neve tutti erano tenuti a presentarsi, anche in piena notte.
    Il sindaco fu il primo ad arrivare e quando gli uomini furono tutti riuniti, li invitò a munirsi di pale, sale, e tutto quanto servisse a liberare le strade.
    "Nemmeno per sogno" gridò un uomo "Solo se saremo pagati subito, non ci fidiamo"
    "Giusto" fecero eco gli altri "Non ci fidiamo"
    Il sindaco diede la sua parola: li avrebbe pagati all'alba.
    Stefano ringraziò il cielo e si dette da fare insieme agli altri uomini. All'alba le strade erano pulite e gli uomini furono pagati. Non erano molti trenta euro per tutta la fatica, ma lui era contento. Si precipitò a casa e corse a mettere cinque euro sotto il bicchiere e poi si sedette in attesa. Era talmente eccitato che non riusciva nemmeno a pensare di andare a dormire. Così due ore dopo, quando Annarosa si svegliò lo trovò seduto su una sedia. La prese fra le braccia e tutti e due insieme si godettero la gioia della loro piccola quando vide i cinque euro sotto il bicchiere."
    "Mamma, ma per questo fu chiamato Mister Dentino?"
    "No tesoro, per quello che fece dopo, perchè lui era un uomo molto in gamba e così, quando poco tempo dopo trovò un lavoro fisso, fece anche una bella carriera, al punto che potè permettersi una villetta dove abitare. Ma non dimenticò mai la sofferenza di quella notte. Sotto il patio della sua villetta fece costruire una  nicchia di marmo e si fece forgiare apposta un grosso calice di cristallo che non sarebbe servito per bere. Poi, una domenica mattina, approfittando del fatto che molta gente del paese era in chiesa, salì sul pulpito e comunicò il suo progetto a tutti. Ogni bimbo del paese, quando avesse perso un dentino da latte sarebbe andato a depositarlo nella nicchia di marmo, e sopra sarebbe stato posto il calice di cristallo, e tutti i compaesani che ne avessero avuto la possibilità avrebbero fatto la parte dei "topolini" e avrebbero depositato le monetine sotto il calice. Così non sarebbe mai più capitato che un bimbo rimanesse deluso. L'iniziativa piacque così tanto a tutti, che nessuno si tirò mai indietro. Anche chi aveva poco offriva poco, ma qualcosa offriva sempre, perchè tutti avevano bambini o nipotini e capivano quanto fosse importante la loro serenità.
    Ah, dimenticavo! Ci fu una grande festa per inaugurare l'iniziativa di Stefano. Tutto il paese era invitato, naturalmente. Quando lui alzò il bicchiere per brindare di fronte a tutti si sentì di dire poche parole in più:
    "Devo anche ringraziare con tutto il cuore l'uomo che ebbe fiducia in me, mi prese a lavorare e mi insegnò tutte le cose che so adesso. Mi insegnò il lavoro ma, ancora più importante, mi insegnò a vivere, e a lottare per il mio futuro".
    Poi si rivolse direttamente a lui, l'uomo in questione, che lo guardava da pochi metri di distanza:
    "Tu sei stato e sei per me come un padre. Non sarai mai solo, io per te ci sarò sempre."
    L'uomo, commosso, lo guardò con quei suoi occhi scuri e penetranti, ridenti e vivaci, e alzò il bicchiere per brindare.
    Ecco Enrico questa è la storia di Mister Dentino, ti è piaciuta?"
    "Mamma, possiamo andare a vedere la nicchia e il calice di cristallo?"
    "No tesoro, non esistono più. Quando Stefano morì, nessuno continuò ciò che lui aveva iniziato. E poi, se di lui tutti si erano fidati, dopo di lui nessuno avrebbe più lasciato i soldi sotto il calice di cristallo alla mercè di chiunque."
    "Che peccato mamma!"
    "Sì figliolo, un vero peccato."

     

  • 22 agosto 2015 alle ore 19:56
    OLTRE LA VECCHIA PORTA

    Come comincia: Era una mattina fredda, ma subito non me ne accorsi. Uscendo avevo portato con me il tepore della casa, che ancora mi avvolgeva, tanto da darmi la sensazione che il clima fosse mite. Abituata alla sveglia mattutina alle sei da tutta la vita, da quando ero andata in pensione raramente avevo la necessità di uscire così presto al mattino e diventava per me un avvenimento non gradito anche perchè era dovuto  ad appuntamenti legati a questioni di salute, tipo analisi del sangue ecc.ecc. Era proprio quello che andavo a fare quella mattina: analisi del sangue. Camminavo in fretta, col disagio di chi non ha potuto addolcirsi la bocca con un caffè o qualcosa d'altro. Proprio niente: avevo potuto bere solo un po' d'acqua. Per la strada il freddo cominciava a farsi sentire e sembrava tutto concentrato sulla punta del naso. Nel mio guardaroba cappelli e sciarpe non sono mai esistiti e anche qualche paio di guanti invernali, per lo più regalati da qualcuno, viaggiavano da un cassetto all'altro fino a che non li trovavo più. "Imbacuccata" non resisto neppure dieci minuti, ma penso che tutto faccia parte dello stesso problema per cui non ho mai sopportato un paio d'orecchini (a clips) per più di cinque minuti, nè un bracciale o anelli o girocollo che, nel migliore dei casi non ricordo di portare, e nel peggiore dei casi..non so neppure dove siano. Ho provato, in qualche periodo della vita, a portare orologi da polso, ma mi erano proprio insopportabili. A volte penso che tutto ciò non sia altro che l'esasperazione del  mio infinito desiderio di libertà che non riesco mai a realizzare del tutto. E' come se indossassi un abito lungo e ogni volta che vedessi la mia libertà all'orizzonte e volessi correre verso di lei, qualcuno dietro di me posasse malignamente il piede sull'orlo del mio abito impedendomi di muovermi.
    Ad ogni modo quella mattina camminavo in fretta verso il laboratorio di analisi ed era ancora buio. La mia maggiore preoccupazione era quella di stare attenta a non pestare escrementi di cani, disseminati un po' dappertutto sul marciapiedi. Nulla contro i cani naturalmente, ma molto contro i padroni dei cani che sono, nella quasi totalità, degli incivili. Il rumore dei miei passi era la mia unica compagnia.  Solo quando giunsi in prossimità del laboratorio di analisi cominciai a vedere movimento di persone che si affrettavano: lì c'era già gente in coda nonostante che la struttura fosse ancora chiusa. Qualche "buongiorno" sussurrato a mezza voce, ma soprattutto massima attenzione a che nessuno cercasse di "forzare" la coda. I furbetti ci sono sempre dappertutto, ma lì, si capiva chiaramente dagli sguardi, avrebbero rischiato grosso. Dopo aver pronunciato la frase di rito "chi è l'ultimo?" mi posizionai tranquilla al mio posto, in attesa.
    Ero lì da pochi minuti quando improvvisamente una nebbia fittissima cancellò tutto ciò che avevo intorno. Era una nebbia bianca, luminosa, sembrava artificiale. Mentre pensavo quanto fosse strana quella nebbia, vidi la sagoma di un uomo che si avvicinava. Quando fu di fronte a me rimasi impietrita prima, e poi commossa.
    "Come è possibile! Come puoi essere qui!" Non potevo trattenere le lacrime mentre mio fratello Rinaldo mi abbracciava.
    "E' possibile Lora, come vedi è possibile. Andiamo, vieni con me."
    Muta, ancora incredula, mi lasciai prendere per mano e mi avviai con lui.
    "Non mi chiedi dove andiamo?"
    "Ma sì, dove andiamo?" Sorridevo e piangevo, stupita della sensazione di benessere che mi pervadeva, e col cuore pieno di gioia.
    "A casa. Dici sempre che il Natale per te non ha alcun significato e che quello di quest anno sarà ancora peggio degli altri, così abbiamo pensato che se tu lo potessi trascorrere con noi forse finalmente ti piacerebbe."
    "Con noi?"
    "Certo, con noi. Papà, mamma, Rodolfo, Sergio...."
    "Papà mamma Rodolfo Sergio..." Ripetei, pensando che non poteva essere vero, poteva essere solo un sogno, ma Rinaldo era lì, ci eravamo abbracciati, era reale!
    "Potrò vedere tutti loro? Potrò abbracciarli?"
    "Certamente. Guarda, siamo arrivati a casa."
    "Ma no, non è possibile. Qui adesso abita altra gente, non è più la nostra casa." Eravamo davanti alla nostra casa della mia infanzia. Nulla era cambiato: i pini marittimi odorosi di resina, la strada con l'asfalto rotto, il prato, e la campagna tutta intorno, a perdita d'occhio. Ero confusa:
    "Ma qui non è più così, lì  accanto alla nostra casa  hanno costruito un condominio e la campagna non c'è più, ci sono costruzioni dappertutto. Solo il prato di fronte alle abitazioni è rimasto." Mi guardavo attorno smarrita e incredula, ma lui sembrava non dare importanza alle mie parole.
    "Entriamo in casa, vieni, e vedrai che non è cambiato niente."
    Rinaldo spinse il cancelletto e salimmo insieme i pochi gradini. Mi ricordai di alcuni versi che avevo scritto in passato immaginando un mio ritorno e glielo dissi. A lui piaceva quello che scrivevo.
    "Abbiamo tempo, fammeli sentire."
    La voce mi tremava ma li recitai sottovoce per fargli piacere:
    " Nostalgia che mi premi la gola
    sull'uscio della vecchia casa d'infanzia.
    Nodo che stringi e ti sciogli nel pianto
    innanzi alla vecchia porta marrone.
    Inconsapevole gioia non vissuta
    lenisce il rimpianto di sempre.
    Assordante il fragore dell' anima
    nel sacro silenzio di fuori
    mentre irrompe con passi esitanti
    nell' immensa dolcezza di allora."
    Adesso la vecchia porta marrone era proprio lì, davanti a me, ed era tale l'emozione che non pensai più alla incredibile situazione che stavo vivendo.Entrammo in casa.
    Oltre la porta la vita non si era mai interrotta. Mia madre in cucina stava impastando i gnocchi e brontolava perchè non riuscivano come voleva, mentre mio padre leggeva il Corriere Della Sera. Appena mi videro, mia mamma si spolverò le mani piene di farina e allargò le braccia per accogliermi, mentre mio padre mi porgeva il Corriere dei Piccoli.
    "Hai visto che mi sono ricordato?"
    Li vedevo a malapena attraverso le lacrime mentre mi abbandonavo al loro abbraccio e riflettevo su quanto, in tutta la mia vita, mi fosse mancato poter pronunciare le parole "papà" "mamma".
    Dalla sala arrivava il suono del pianoforte. Certo, Rodolfo poteva essere solo lì, al pianoforte.
    Mi precipitai in sala. Mio fratello, seduto al piano, era bellissimo e sorridente.
    "Vieni Lora, vieni a sentire: c'è un pezzo che voglio farti ascoltare"
    "Subito, ma prima un abbraccio"
    Era sempre stato un uomo molto timido, ma "sopportò" pazientemente il mio abbraccio.
    Seduta accanto al pianoforte lo guardavo suonare, commossa.
    "Ma è la ninna-nanna di Brahms! Io avevo trovato il carillon, ma......"
    "Lo so, lo so, non hai fatto in tempo a regalarmelo. Guarda, è qui, sul pianoforte."
    Era proprio il carillon che avevo visto in vetrina quel giorno che il negozio era chiuso "per influenza". Avevo dovuto rinunciare e poi.....non c'era stato più tempo. Il mio sguardo si spostò dal pianoforte a tutti i vecchi mobili: buffet e contro-buffet, specchi, sedie a riempire gli angoli della stanza, come si usava allora. Provai un tuffo al cuore vedendo, su una sedia, accanto alla finestra, Elisabetta, la mia bambola. Mi guardava da sotto il cappellino a larghe falde annodato sotto il mento con due nastri azzurri di raso, e il suo bellissimo vestito di organza azzurro a fiori le faceva da corona tutto intorno. Corsi a prenderla in braccio e tornai ad ascoltare mio fratello che suonava.
    "Sei diventato davvero bravo!"
    "Sì, ho tanto tempo per suonare. Sono sereno, tranquillo."
    " Ti voglio così bene Rodolfo!"
    Beh, se volevo farlo arrossire, ci ero riuscita.
    Seguì un attimo di silenzio e di commozione che interruppi.                
    "Ma dov'è Sergio? Non l'ho ancora visto"
    "Dove vuoi che sia? Starà trafficando attorno alla millequattro."
    La millequattro! La nostra vecchia cara automobile. Corsi fuori e infatti Sergio stava lavando l'auto.
    Mi venne incontro con il suo solito sorriso, quel mezzo sorriso un po' ironico e un po' incerto, ma sempre "in difesa", tipico dei timidi, e mi abbracciò.
    "Che sorpresa! Come mai qui?"
    "E' venuto a prendermi Rinaldo."
    "Sono contento di vederti. Non sono mai riuscito a dirti quanto ti voglio bene."
    "Nemmeno io: in effetti è difficile esternare i sentimenti, almeno per noi."
    "E' vero, ma non è sempre indispensabile parlare. Perciò anche tu oggi parteciprai al rito."
    "Quale rito?"
    "Come, quale rito! Oggi prepariamo l'albero di Natale"
    "Io non lo faccio da tantissimi anni. Non ricordo neppure più da quando."
    "Male! Perchè? Non sono tante le cose che riempiono il cuore di gioia. Pensaci!"
    E tornò a lustrare l'automobile, canticchiando. Non lo avevo sentito cantare in tutta la vita e rimasi colpita.
    Tornai in casa:
    " Mamma, come stai?"
    poche parole quasi banali, ma dense di sentimento, di attesa, di rimpianto, di nostalgia.
    "Sto bene, ma starei meglio se questi gnocchi volessero riuscire, invece la pasta sembra allungarsi all'infinito." Era scherzosa mia madre.
    "L'ho detto io che non ti venivano" Mio padre non era cambiato affatto, però mi strizzò l'occhio da dietro al giornale: ma il senso dell'umorismo di mia madre, in tali frangenti, era assolutamente assente.
    "Sai cosa ti dico, mamma? Butta via tutto e mangiamo qualcosa d'altro. Ti aiuto io." Un tempo non si sarebbe rassegnata, invece mi guardò un attimo e
    "Sì, hai ragione. perchè devo ammattirmi dietro a questi gnocchi? Piuttosto vieni qui. Dimmi di te."
    "Non voglio parlare mamma: siediti vicino a me e tienimi per mano, come quando ero piccola."
    Mia madre si sedette accanto a me ed io sentii la forza del calore della sua mano che stringeva la mia. In quel momento ebbi la consapevolezza di quanto fosse profondo il mio amore per lei. E mio padre? Lui mi accarezzava con lo sguardo.
    "Papà, ti ricordi quando tu e la mamma vi sedevate sulle poltrone accanto alla stufa di sera ad ascoltare la radio? Ti ricordi? Io mi sedevo su una sedia col gatto in braccio e facevo abbrustolire le bucce d'arancia  ed anche le croste del formaggio grana."
    "Certo che mi ricordo, mi ricordo anche la puzza delle croste...però erano buone."
    "Papà, mamma, le mie lettere, i miei auguri, li avete ricevuti?"
    Fu mio padre a rispondermi:
    "Certo, sempre. Anche le canzoni, ma soprattutto i tuoi pensieri, le "lacrime mai piante" come le chiami tu, e anche le altre, quelle che non sei riuscita a trattenere e a ricacciare indietro; quelle che sono giunte fino qui e che hanno inondato l'orto. Te lo ricordi l'orto che nessuno coltivava? "
    "Certo che me lo ricordo, papà."
    "Allora vieni con me, vieni a vedere l'orto."
    Mio padre mi prese per mano e mia madre mi accarezzò la fronte: "Io vi aspetto qui"
    Lui aprì la porta sul retro della casa ed io rimasi senza parole. L'orto era diventato una giungla di lunghi steli che si attorcigliavano fra loro ed in cima ad ognuno di essi un grande fiore con quattro o cinque petali vellutati si piegava leggermente verso di me. Ogni fiore era di un colore diverso, ma sempre tenue e delicato, ed erano tanti, a perdita d'occhio. Lo spettacolo era di una bellezza che faceva mancare il fiato. Così meraviglioso, che finii per dire una banalità.
    "Ma l'orto non era così grande!"
    "Figliola, le tue lacrime erano così tante, che l'orto non ebbe più confini. Vorrei che tu non piangessi più per noi. Noi adesso stiamo bene."
    "Ve ne siete andati....."
    "No, noi siamo stati sempre qui, oltre la vecchia porta marrone, tu dovevi solo aprirla."
    Mentre parlava, mio padre si era seduto su uno scalino ed io mi sedetti vicino a lui. Davvero non avevo voluto mai aprire la vecchia porta? Ero silenziosa, ed anche lui sembrava assorto nei suoi pensieri. Mi chiedevo se sapesse tutto della mia vita, ma non osavo chiederglielo perchè ero consapevole di non avere vissuto, forse, come lui avrebbe desiderato. Sentii il suo braccio attorno alla mia spalla:
    "Sai, ognuno deve vivere la sua vita, non la vita che qualcun altro si aspetta, anche se questo qualcun altro è il padre o la madre. Non ci hai delusi, se è questo che temi; non più di quanto possiamo avervi deluso noi genitori. E' impossibile non sbagliare ed è inevitabile deludere qualcuno: per tutti."
    Un uomo tutto d'un pezzo come era stato mio padre, severo e determinato, che faceva autocritica! "Oh sì" pensai "quanto bisogno ho di conoscerti! Non posso perdere questa occasione!" Avevo tanto da domandare, e mi sentivo pronta per ricevere risposte, ma anche per darne, con sincerità e umiltà.
    Istintivamente mi protesi verso di lui, desiderosa di ascoltare e di parlare, ma mi resi subito conto che per lui non c'era altro da dire. C'era dolcezza nel suo sguardo, ma anche distacco: il distacco di qualcuno che ama al di là di ogni coinvolgimento emotivo.  Allora compresi che era troppo tardi per confrontarci, perchè, pur essendo noi due l'uno di fronte all'altra, i nostri mondi erano profondamente lontani fra loro: il suo era perfetto e a me inaccessibile.
    Gli risposi, ma quasi come se stessi parlando a me stessa:
    "Sì è vero: credo di non avere mai aperto la vecchia porta per paura di essere giudicata, ma ora capisco di avere solo perso tanto tempo e di non avere capito niente."
    "Niente della vita o niente della morte?"
    "Vuoi dire che la morte non esiste?" Guardavo mio padre negli occhi.
    "Guardami, ti sembra che esista la morte? La morte è il buio, il nulla. Qui c'è la vita. Vedi, è come se qualcuno fosse in viaggio e qualcun altro fosse già arrivato a destinazione. Tu, tua sorella Maria, tuo fratello Mario, siete ancora in viaggio. Noi invece siamo già arrivati: io e tua madre da tanto tempo, i tuoi fratelli Rinaldo, Rodolfo e Sergio da meno tempo. Chi è in viaggio può non vedere le persone che sono già arrivate a destinazione anche per molto tempo, ma sa che al termine del viaggio le vedrà. E voi ci troverete qui. Ma nel frattempo, tu potrai aprire la vecchia porta tutte le volte che vorrai. Ci troverai sempre."
    Appoggiai la testa sulla spalla di mio padre. Chiusi gli occhi per assaporare meglio la sensazione di pace e di benessere che mi avvolgeva. Rimanemmo così, l'uno accanto all'altra, non saprei dire per quanto tempo, fino a che un po' di trambusto attrasse la nostra attenzione: così andammo a vedere cosa succedeva.
    I miei fratelli stavano portando in casa l'albero per Natale. Il solito pino, alto fino al soffitto come da sempre si usava in famiglia. Sul tavolo della sala c'erano già gli scatoloni aperti con gli ornamenti natalizi luccicanti e colorati. La bambina che ero stata in un tempo ormai lontano prese il sopravvento. Ero piena d'entusiasmo e tutti insieme cominciammo ad addobbare l'albero. Anche mio padre. Invece mia madre si sedette al pianoforte e la sua voce stupenda intonò "Ciliegi rosa" mentre le sue mani si muovevano sicure sui tasti, lasciandomi, come sempre, sbalordita: perchè lei non aveva mai studiato musica.  Dopo un po' mi sentii stanca e così mi sedetti. Guardavo i miei fratelli che scherzavano fra loro e con mio padre, ascoltavo mia madre che cantava, e cominciai a rendermi conto che erano felici. Allora fui presa da una sottile malinconia, una tristezza che non riuscivo a spiegare: erano i miei famigliari, li amavo tantissimo, però mi sentivo sola, incredibilmente sola.
    Ad un tratto mio fratello Rinaldo mi si avvicinò e, prima che potesse parlare io provai a chiedergli ciò che da tempo desideravo sapere:
    "Ti devo chiedere...vorrei sapere ..."
    Non sapevo come porre la domanda.
    "Ho avuto la sensazione che tu volessi dirmi qualcosa prima di..."
    "Vuoi dire prima di morire?"
    Mio fratello, per nulla turbato, pronunciò la parola "morire" come se quasi non ne conoscesse il significato.
    "Non posso risponderti. Non ricordo niente, neppure di essere morto. Nessuno di noi lo ricorda. L'unico ricordo che ho è piuttosto una consapevolezza, una profonda sensazione d'amore, di tanto amore intorno a me, e poi di essermi trovato davanti alla porta di questa casa, di averla aperta e di nuovo avere sentito amore, tanto amore."
    Riflettei che non avrei più dovuto tormentarmi per cercare la risposta ad una domanda che per lui non esisteva, e provai sollievo.
    Poi mi parlò sottovoce:
    "Sappi che se vuoi puoi rimanere."
    "Cosa intendi?"  Ma avevo capito, e sapevo già la sua risposta.
    "Intendo che puoi rimanere.. per sempre."
    Fissai smarrita l'azzurro intenso dei suoi occhi.
    Lui tornò a decorare l'albero e in me si scatenò la tempesta. Ero costretta a scegliere? Strinsi fra le braccia la mia bambola. Se avessi deciso di rimanere insieme a loro, avrei dovuto lasciare mia figlia, il mio compagno, mio fratello Mario, mia sorella Maria. Rividi il mio piccolo appartamento dove Paolo mi stava aspettando. Cosa avrebbe fatto senza di me? E gli altri? E io, cosa avrei fatto senza di loro? Mi sarebbero mancati, tutti. Ripensai alle parole di mio padre: era solo questione di tempo.Capii che dovevo continuare il mio viaggio insieme alle persone che amavo, anche se mi straziava dover lasciare i miei genitori e i miei fratelli. Mi consolò il pensiero che il cammino adesso sarebbe stato più sereno perchè ormai sapevo cosa avrei trovato a destinazione: amore. Li guardai uno per uno: mio padre che scherzava, mio fratello Rinaldo che avrebbe voluto un albero di Natale simmetrico e decorato tutto di blu, mio fratello Rodolfo che in cima alla scala sistemava la stella cometa sulla punta dell'albero, mio fratello Sergio che si mangiava le monete di cioccolata anzichè appenderle, e mia madre che, persa nel suo mondo, suonava il piano e cantava. Il mio cuore era pieno di tenerezza e di malinconia. E venne il momento magico: mio fratello Rinaldo infilò la spina nella presa della corrente e l'albero di Natale si illuminò. Era bellissimo e tutti rimanemmo incantati a guardarlo. Poi, con gli occhi pieni di lacrime, sistemai la mia bambola sulla sedia vicino alla finestra e l'accarezzai. Guardai i miei cari, i loro visi sereni rischiarati dalle luci dell'albero, e vidi nei loro occhi, puro e incontaminato, lo stupore infantile intatto, e riconquistato dopo una vita piena di avversità.  E poi guardai i vecchi mobili, ne respirai il profumo col cuore gonfio di commozione. Sapevo che dovevo andare, dovevo tornare a casa, a casa mia.
    Avevo bisogno di coraggio. Cercai con lo sguardo mio fratello Rinaldo e lui, come sempre, mi venne in soccorso.
    "E' giusto così Lora, e questo è il momento."
    Il suo abbraccio pieno di tenerezza mi avvolse ed io pensai che mi sarei portata dietro quell'abbraccio per tutto il viaggio, fino a quando non ci fossimo ritrovati.

    "Signora...signora..  il numero, deve prendere il numero."
    L'addetta del laboratorio analisi mi fissava impaziente.
    "Il numero?"  
    "Sì, cosa deve fare? Analisi del sangue numero rosso; per altri esami deve dirmi se privatamente o con la mutua e se è prenotata."
     "Numero rosso, grazie." Sospirai e sorrisi "Rieccomi a casa" pensai.
    Andai a sedermi in sala d'attesa, pensierosa e agitata per quanto mi era successo. Guardavo le altre persone per scoprire se e in che modo loro guardassero me, ma nessuno sembrava interessato nè incuriosito. Soltanto un bambino mi guardava, e i suoi occhi di un intenso azzurro mi sorrisero prima ancora delle sue labbra. Ebbi la sensazione di averlo conosciuto da sempre mentre gli sorridevo, ma non sapevo chi fosse. Poi la madre lo prese per mano e si avviarono lungo il corridoio. Prima di uscire si voltò ancora a guardarmi e mi fece ciao con la mano. Anch'io lo salutai con un cenno chiedendomi perchè mi sentivo così turbata.
    Due signore si sedettero accanto a me chiacchierando:
    "Ma hai visto che nebbia stamattina? E poi così all'improvviso!"
    "Davvero! Uno strano fenomeno. Siamo vicini a Natale. Sarà una magìa?"
    "Ma va, dai, non farmi ridere!" Ma risero tutte e due.
    E sorrisi anch'io. Cominciai a sentirmi bene. Mi tornarono in mente le parole di mio fratello Sergio:
    "Non sono tante le cose che riempiono il cuore di gioia. Pensaci."
    Aveva ragione. Capii che mi era stato riservato qualcosa di speciale, un avvenimento eccezionale: mi era stato concesso di oltrepassare la vecchia porta ogni volta che l'avessi desiderato.
    Ero impaziente di tornare a casa, alle mie certezze, ai miei affetti. Ma c'era "qualcosa" a cui dovevo tanta parte dell'emozione legata alll'incredibile esperienza appena vissuta.
    Decisi così che quest anno, il più terribile, il più infausto, l'anno in cui la sofferenza mi aveva offuscato la mente al punto di non vedere più i motivi per vivere, sebbene così reali e importanti, l'anno in cui così tanto dolore mi aveva annientata, sì, proprio quest anno, avrei fatto ciò che ormai da tanto tempo non avevo più fatto: qualcosa che per me aveva sempre significato solo festa, ma che ora avevo compreso essere fonte di grande consolazione: l'Albero di Natale.
    E poi.........
    "NON SONO TANTE LE COSE CHE RIEMPIONO IL CUORE DI GIOIA. PENSACI!"

  • 19 agosto 2015 alle ore 10:49
    TI PORTEREI VIA

    Come comincia: Sono un tormento questi pranzi a casa di mio padre. Lui è sempre stato un uomo dominante, un protagonista, qualcuno di fronte al quale gli altri tacevano e ascoltavano, per la sua intelligenza, il carisma, il fascino. Un uomo dalla grandissima umanità, ma di principi rigidissimi. Non avrebbe mai compiuto un'azione disonesta anche se le possibilità furono moltissime vista la sua professione; non avrebbe sopportato di arrivare alla pensione senza poter dire ai suoi figli: posso guardarmi indietro a testa alta. Si è sposato una seconda volta mio padre, era rimasto vedovo, e si è sposato di nuovo. Ora è un pensionato ed io quasi una volta alla settimana vado a pranzo a casa sua. Io sono adolescente, ribelle, antipatica, testarda e incosciente. Vado a pranzo a casa sua: lì comanda sua moglie. Lui appare insicuro, docile, troppo docile, appare sottomesso, e mangia in silenzio. Non so niente della sua vita coniugale, non si usa parlarne, ma anche se si usasse, lui non lo farebbe mai con l'ultima, la più giovane dei suoi sei figli. Anch'io mangio in silenzio e non vedo l'ora di andarmene, sono troppo adolescente, troppo presa da me stessa, e lontano da questa casa mi aspetta qualcuno. Sono impaziente, ma so che dovrò lavare i piatti prima di potermene andare. Lei si alza, è nervosa, non riesce a star seduta a tavola, comincia a sparecchiare quando ancora si sta mangiando. Si sposta velocemente dalla tavola al lavandino e viceversa. In uno dei brevi attimi in cui ci volta le spalle, mio padre mi fa segno col dito indice davanti al naso di tacere: prende velocemente il bottiglione, si versa un sorso di vino, e lo beve in fretta, di nascosto, e in tempo prima che lei si giri verso di noi. Quasi mi sento divertita da questo gesto sbarazzino, un dispettuccio verso una persona che in fondo mi è antipatica. Sono davvero una stupida adolescente che non riesce a vedere il dramma che c'è dietro. Papà, vorrei che tutto accadesse oggi perchè ti porterei via da lì, e ti vuoterei io il vino nel bicchiere, e poi ne riempirei uno anche per me e berremmo insieme