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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 20 ottobre alle ore 17:28
    Il lupo Costes

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Costes.
    Dal carattere nobile e altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del festoso scorrere dei ruscelli all’aria aperta, del danzare lieve dei fiori nei campi, del brillio della luna in cielo, fiero nel suo incedere, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Acquazzone/sgocciola fra i mandorli/la luna piena ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, ritenuto proprio per questo suo modo di fare, un tipo allorché stravagante, dagli altri componenti del branco, che non vedevano di buon occhio questo suo poetare, apprezzando ben altre virtù in un lupo della sua età, adatte alla continuazione della specie, ed il proliferare del gruppo, quali l’adoperarsi per trovare una buona compagna e crescere insieme dei bei cuccioli sani, lasciandolo per questo motivo spesso solo, ed in disparte.
    Ma docile e mite, lui sorrideva alle loro parole, senza remore.
    “Ma deve pur trovare una compagna!” “Deve avere dei cuccioli suoi!” “Una compagna giusta e fedele!” lo imbottavano le Voci intorno vedendolo tornare da solo alla sua grotta, ogni notte “Una compagna che sappia essere al suo fianco” “Sostenerlo!” “Creare una famiglia!”
    “E magari innamorarmene!” rispondeva Costes a tono ogni volta, di rimando, lui che ancora non aveva  trovato quella magia, pura e forte, adatta a fargli battere il cuore.
    E tornando per l’ennesima notte alla sua tana, componendo nuovi haiku, sorpreso di colpo da un tremendo temporale, cercando alla svelta un riparo, saltando su di una roccia, il lupo scivolò di peso impedito, lanciando un guaito straziante, rovinando al suolo, con una zampa ferita.
    “Non ti muovere o potresti finire col peggiorare la situazione!” gli si accostò una lupa dagli stupendi occhi d’ambra ed il pelo zuppo, che incurante della tempesta, in fuga col suo branco, nel vedere il lupo cadere, non aveva esitato a lasciare i suoi compagni per corrergli in aiuto “Non ti muovere!”
    E udendo le parole di lei, attutite e lontane, ormai stravolto dal dolore, la bestia, inspirando forte l’odore della bella lupa, riconoscendolo buono, perse i sensi stremato.
    Ma la creatura consapevole del rischio che lui stava correndo, ridotto in quello stato, senza porre tempo in mezzo, chinandosi sullo sventurato, lo addentò morbidamente per la collottola, trascinandolo con tutte le sue energie, cercando disperatamente di portarlo al sicuro, sfidando la furia degli elementi.
    “Scappa bella lupa!” “Non pensare a lui!” le urlavano all’orecchio le Voci nel parapiglia generale “Non riuscirai a salvarti da questa bufera, se porti con te anche lui, riverso in queste condizioni!” “Lascialo!”
    Ma lei senza porre alcuna attenzione al cicaleccio intorno, continuò a fatica, portandolo fino ad una grotta di fortuna, seppur sfinita e col fiato corto.
    E raggiante, adagiando il lupo sopra un giaciglio di foglie secche ed asciutte, leccandogli la ferita sanguinante, disinfettandola, restò a scaldarlo col calore del suo fiato “Puoi farcela! Forza! Ci sono qui io!”.
    E riaprendo adagio gli occhi, il lupo, percependo lieve il dolore alla zampa, scoprendola intera, scorgendo la bella lupa al suo fianco, intuendo quanto fosse successo, sentì il cuore balzargli in petto, come mai gli era successo.
    “Sei sveglio?” le chiese lei, accorata, col cuore a mille.
    E sorridendo Costes, levandosi con sforzo, strusciò d’istinto il suo muso contro quello di lei, facendola arrossire, provando per la prima volta un sentimento mai sentito prima “Grazie per quello che hai fatto per me! Mi hai salvato la Vita!” soffiò “Come sei bella!”  tossì ancora fradicio “Come ti chiami?.
    Indietreggiando a quel gesto così puro e forte, la lupa chinò il capo smarrita, senza riuscire a proferire parola, e grattando la nuda pietra con gli artigli, lo guardò con tenerezza, ricordando le parole che avevano accompagnato anni addietro, la sua venuta al mondo  “Che tu possa trovare  il compagno che ti renderà felice! Lui e lui soltanto!” era stato l’augurio “Il lupo che ti amerà sopra ogni cosa! Sin dal primo istante! Senza il bisogno di conoscere nemmeno il tuo nome! Il lupo che ti porterà già con sé nel cuore alla nascita!”
    E Costes guardandola negli occhi con amore infinito, scodinzolò.
    “Nana!” asserì lei “Il mio nome è Nana” guaì,  ed il lupo attirandola a sé, accogliendola sul suo cuore le sussurrò “Io mi chiamo Costes!”
    Nana a quella scoperta, stranita, sgranò gli occhi “Il poeta? Chi lo avrebbe mai detto?” e riscoprendosi nel medesimo battito, i due restarono a scrutarsi impacciati.
    E dividendo lo stesso giaciglio quella notte, al riparo dalla bufera, i due scaldandosi col reciproco respiro, si scoprirono innamorati, stringendosi l’uno all’altra colmi di gioia “Me lo reciteresti un haiku?” chiese Nana, timida, e lui tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne annuì “La poesia è un atto d’Amore, piccola Nana! L’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore a prescindere, l’Amore che è l’unico compenso dell’Amore!”, le soffiò la sua poesia più bella “Luna di pioggia/dondola nel cuore/ una piuma” 
    E da quella notte Costes e Nana non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.

  • Come comincia: Ho riascoltato ieri, alcune volte, il brano "Bocca di Rosa", di Fabrizio De Andrè: scritto e 
    composto da lui stesso ed arrangiato da Gianpiero Reverberi.
    La storia di Bocca di Rosa, credo - e spero - la conosciamo tutti: è la storia di una donna di facili costumi, una puttana (o una troia, o una battona: a seconda delle latitudini, vengono così brutalmente apostrofate...ma tutti si dimenticano che sono donne, esseri umani come tutti gli altri!) che arriva, un bel giorno senza data, in un fantomatico paese della provincia nostrana (Sant'Ilario): è comincia a prostituirsi, anzi, a concedersi a tutti; il bello della storia (per alcuni, però, forse è il brutto!) sta proprio nel fatto che la suddetta lo fa in uno strano modo; lo fà, stranamente, senza farsi pagare; lo fà per passione, appunto! 
    Sta proprio quì, l'inganno, ma no, l'inghippo della storia, ciò che mette il pepe al culo alla gente, ciò che non va giù ai benpensànti, ai savi, ai sensati, ai timorati di Dio: che una puttana si conceda a tutti, no per denaro ma perchè li và di farlo!
    Capite Signori, qual'è il nocciolo della questione: non è il fatto che Bocca di Rosa eserciti la professione più antica del mondo, ma il fatto di cui sopra detto, che lo faccia senza farsi pagare.
    Io sono un anarchico, per mia libera scelta, anzi, sono un anarchico sui generis, visto che da alcune settimane oso definirmi un comunista-anarchico (non mi frega niente se non vado a genio nè ai comunisti, nè agli anarchici: ho scelto così, superando, dopo quasi quarant'anni le barriere ideologiche che mi bloccavano, facendo finalmente parlare - merito di una donna con cui sto chattando su un sito di incontri - il mio cuore!), e sono - ahimè! pure un romantico: per questo motivo sto, e starò sempre dalla parte di Bocca di Rosa; cioè, dalla parte dell'AMORE vero, quello che si dà senza chiedere nulla in cambio, quello che si dà a tutti senza chiedersi il perchè, incondizionatamente e senza doppi fini, senza fare calcoli o compromessi di sorta...alla faccia dei preconcetti, dei pregiudizi o quant'altro; alla faccia dei bigotti e dei benpensanti: di coloro i quali pensano ancora che avere un crocifisso in mano ti dia il diritto di sentirti migliore di chi non lo ha, di chi la domenica fa l'amore piuttosto che andare a sentir messa. Ebbene, io Signori, sono di Taranto ed ivi abito: in un appartamento, sito all'ottavo piano - da quasi mezzo secolo - che dà proprio, udite, udite di fronte ad una chiesa, la più grande della città, la nuova concattedrale (costruita nel 1970-71 dall'architetto Giò Ponti): forse, chissà, per ironia della sorte, a voler ricordare perpetuamente, a uno come me, ateo, di essere un essere (scusate il gioco di parole!) infinatamente più piccolo e inferiore agli altri. Ebbene io, Signori, non mi sento nè più grande nè più piccolo di nessuno: io AMO,
    come tutti gli altri, AMO (in una poesia lunghissima che poi riporterò quì, su APHORISM l'ho chiaramente fatto intendere: la considero il mio "manifesto programmatico", se mi si concede il termine!) la natura, la poesia, l'arte, il bello, l'AMORE, le donne, le città, la campagna, la vita semplice... ed ancora il mare, i tramonti in riva al mare, quei tramonti vermigli e fiabeschi che ti mozzano il fiato, il cielo, le stelle, la luna, il creato tutto all'infuori di Dio; perchè tutto ciò che conta per me vive quaggiù, senza risposte di vita eterna ultraterrena, tutto, per mè finisce quaggiù, insieme all'uomo; amo tutti i paesi del mondo come se fossero i miei paesi, le mie patrie: è per questo che noi anarchici amiamo il mondo intero, è per questo che il mondo intero è la nostra patria!
    Quindi, ripeto, di non sentirmi inferiore a nessuno: soltanto per il semplice motivo di non credere in Dio, nè di non frequentare le patrie ga...pardon chiese!
    Il bello della favola, anzi, del racconto che sto scrivendo sta proprio nel fatto che io, in gioventù, sia pure stato chirichetto, che ho pure servito messa (come si diceva una volta!) e ho fatto parte dell'azione cattolica: non rinnego niente, però, del mio passato, in quanto ho conosciuto dei ragazzi fantastici (moltissimi sono miei amici nel mio profilo facebook: vedasi "Gruppo della Concattedrale"), che ancora oggi sono coerenti alle loro scelte, con alcuni dei quali spesso ci si incontra e ci si saluta regolarmente!
    Poi, erano gli anni settanta (metà-fine) ho cominciato a leggere testi diversi (non parlo solo di Bakunin) che mi hanno avvicinato all'ideologia anarchica; ho cominciato ad appassionarmi alle vicende dell'allora "movimento" (quello del '77, tanto per intenderci!)...e poi, il silenzio (politico-ideologico), inframezzato da frequentazioni maldestre (dicasi, udite, udite: Figc-Fuan, estrema destra!). La disillusione, il disincanto, il disimpegno ideologico-politico che colpì tantissimi giovani della mia generazione: la vita spensierata dei magnifici anni ottanta: irripetibili anch'essi!
    Soprattutto, però, la vita vissuta nell'ambito familiare: irripetibile, senza paragoni!
    Non è questo un controsenso, cioè un contestatore come me che esalta la vita in famiglia: la mia famiglia, come ho scritto da qualche altra parte, è stata una famiglia speciale (non lo dico perchè era la mia famiglia, ma proprio perchè lo fù, nel vero senso della parola!), una famiglia ultramoderna, già agli albori degli anni settanta, quando il ruolo dei genitori veniva messo in discussione dagli stravolgimenti socio-politici, quando il rapporto genitori-figli stava per essere capovolto, per non dire stravolto!
    La mia famiglia, invece, era un'eccezione, anzi, lo è stata in tutti i sensi: tanto che, paradossalmente, io sembravo il fascista, rispetto a loro, e loro gli anarchici; io il conservatore tradizionalista, rispetto a loro, e loro i sessantottini! 
    La mia famiglia originaria era composta da mio papà Marco, figlio della bassa reggiana-modenese, venuto in quel di Taranto a diciannove anni per cause non dipendenti dalla sua volontà (dicasi chiamata di leva: era il 1939 ed allo scoppio della guerra, come accadde per molti giovani della sua generazione, ecco il calcio nel culo...e si ritrovò sulla nave "Caio Duilio" della regia marina italiana, a trascorrere le vacanze, alias tutta la guerra!); dalla mia mamma Ada, tarantina d'oc e casalinga per quasi tutta la sua vita (tranne qualche anno di impiego presso l'allora Genio Marino); dalla zia materna Maria e dalla mia amica-sorella ANNA, colei che ha segnato indelebilmente la prima fase della mia vita (è andata via, lei, come tutta la mia famiglia: lei però, è andata via in modo speciale, così come fu tutta la sua vita, ossia lasciando il segno; per colpa di quel mostro a sette code e dieci teste che si chiama Alzheimer!).
    Ebbene, perchè la mia famiglia era speciale? I miei genitori ripetevano spesso, anzi, lo facevano sempre, quanto segue: "Luciano, fai quello che vuoi fare, dì quello che vuoi dire, và ovunque tu voglia andare purchè sia felice: e se tu lo sarai, noi lo saremo per te!". Ora, sfido chiunque a dire che una famiglia del genere non fosse ultramoderna, sfido chiunque a sostenere che una famiglia del genere andasse contestata!
    Tornando al brano di De Andrè, il grande Faber, devo rimarcare questo: Bocca di Rosa verrà cacciata dal paese in cui era misteriosamente giunta; alla stazione l' accompagnano i gendarmi ed anche il parroco: messa sul treno, però, ci si accorge che il suo viaggio di ritorno (verso dove, però, non è dato sapere!) è commovente, a tratti struggente, romanticissimo; infatti, a salutarla, in ogni stazione, diventano sempre più numerose le persone di ogni età, persino qualche prete. Tutti a salutarla con un fazzoletto rosso in mano o a lanciarle addosso un fiore, oppure, addirittura un bacio!
    Bocca di Rosa è uno spaccato di provincia italiana antico: che, però, persiste ancora oggi. Sono ancora vaste, a mio avviso (ringalluzzite, rinvigorite dagli eventi politici recenti), nel nostro paese, le sacche di miseria intellettuale, di povertà di animo e di grettezza di spirito. Ripeto, e con questo termino il mio racconto, io sto - e sempre starò - dalla parte di Bocca di Rosa, dalla parte, cioè, di tutte quelle fantomatiche Bocca di Rosa che amano senza chiedersi il perchè, pur andando contro l'ordine precostituito delle cose, pur andando contro tutto e tutti!    

  • 20 ottobre alle ore 9:24
    UNA FAMIGLIA PARTICOLARE

    Come comincia: “Siamo a Fiumicino, mia cara tra poco prenderemo un tassì per Roma.” Elettra Guerra aveva annunziato il loro arrivo nella capitale italiana alla sua compagna Grace Taylor ed alla di lei figlia Alison Taylor. “Prima di passare dalla Dogana recuperiamo i nostri bagagli.” “Niente da dichiarare?” Consueta domanda di un finanziere, tale Cristian Roncaccioli che controllò anche i passaporti, constatò che Grace ed Alison avevano lo stesso cognome, mancava quello del padre… All’interno del bagaglio di Elettra, Cristian rinvenne un tubo di plastica lungo un cinquantina di centimetri gonfiato  e con una circonferenza di tre centimetri, lo prese in mano e: “Signore di che si tratta?” “È un giocattolo di mia figlia.” “Penso che lo sia delle due signore…” Il finanziere si era sbilanciato ed aveva provocato l’ira di Elettra: ”Non abbiamo merce di contrabbando né droga e nemmeno armi, il suo intervento non è accettabile, farò rapporto ai suoi superiori.” Nel frattempo era intervenuto il capo posto della Finanza brigadiere Leonardo Sciarra: “Cristian che sta succedendo?” Gli rispose Elettra: “Questo signore, si fa per dire, sta facendo degli apprezzamenti poco simpatici su di me e sulla mia compagna, intervenga lei che penso sia superiore di grado.” All’orecchio di Leonardo: “Queste sono due lesbiche e quella è la figlia di una…” “A te che minchia interessa, ti possono far passare dei guai e potresti trovarti in una brigata sperduta della Sardegna, sparisci, sistemo tutto io.” “Signore le mie scuse, posso darvi una mano?” “Si, ci chiami in tassì.” Andando verso il posteggio Elettra guardò meglio in brigadiere, sorridente, belloccio ed anche disponibile, (aveva preso  il bagaglio di Alison.) Grace:”Voglio ricompensare la sua gentilezza, le scrivo il numero del mio telefonino e l’indirizzo di casa mia, quando sarà libero dal servizio  potrà venire per un pranzo, immodestamente le dico che sono una brava cuoca.” Leonardo ricambiò fornendo il numero del suo cellulare. Quell’episodio non fu più presente nella memoria del brigadiere preso da servizi sempre più fitti per mancanza di personale con la conseguenza che non telefonò a quella signora inglese la quale però, avendo un buon ricordo di quel Leo in divisa: “Sono Grace Taylor, brigadiere si è perso, non si è fatto più vivo…” “Mi crede se dico che sono stato molto impegnato in servizio sia perché, essendo luglio, molti colleghi sono in licenza ed anche per mancanza cronica di personale, domenica prossima sarò finalmente libero.” “Noi abitiamo in via Marsala 23, lo aspettiamo per le dieci.”  Leonardo era alloggiato in via dell’Olmata non molto lontano dalla casa delle signore, passando dinanzi ad un rivenditore di fiori suo conoscente: “Brigadié sti fiori per chi sono? Le dò delle rose rosse per la sua fidanzata?” “No, sono stato invitato a pranzo da due signore.” “Allora vanno bene le rose bianche, beato lei che è giovane!” Evidentemente il fioraio aveva malignato sul fatto che Leo andasse a trovare due signore…La due dame si erano messe in ghingheri compresa Alison e fecero molta festa al brigadiere che era stato tanto gentile. “Noi siamo abituate a desinare più presto dei romani, per le dodici e trenta va bene?” “Sinceramente ho fatto una prima colazione  col solo caffè…” Elettra: “Sediamoci in salotto, questa casa è di 140 metri quadrati come le costruivano una volta, l’ho ereditata da mia madre da poco deceduta, siamo state fortunate, a Roma, qui al centro, ci sono prezzi incredibili di affitto. Per conoscerci un po’ le dico che abitavamo a Londra dove io insegnavo italiano e Grace era impiegata al Ministero degli Esteri; per sua fortuna e con l’aiuto di un’amica è stata trasferita all’Ambasciata inglese qui a Roma, io ho agganci al Ministero dell’Istruzione, mi hanno promesso un posto di insegnante di lingue, oltre all’inglese conosco pure il tedesco per aver avuto sin da piccola una badante di tale lingua, la qui presente signorina Alison  sarà iscritta, come suo desiderio, alla quinta ginnasiale e di lei cosa ci dice?” “Ho conseguito il diploma di liceo classico, sono nato a Roma ma, per motivi di lavoro di mio padre, funzionario di banca, ho vissuto vari anni a Jesi in quel di Ancona. Mi sono arruolato sedici anni addietro nella Guardia di Finanza, dopo tre duri anni di confine sono andato alla Scuola Sottufficiali ad Ostia e poi alla Compagnia di Fiumicino, la piccola Alison che ci dice?” “Non sono la piccola Alison ho quattordici anni, quasi quindici.” La ragazza di era subito dimostrata dal carattere ‘pungente’. “Chiedo scusa signorina, potrei essere suo padre per questo…” “Io non ho padre ma due madri che mi vogliono e si vogliono bene, siamo una famiglia particolare.” La baby aveva idee ben chiare sul genere della sua famiglia, evidentemente in Inghilterra c’era minor conformismo il che fece piacere a Leonardo, aveva sempre combattuto contro i parrucconi del pensiero. “Mi sono espresso male, mi riferivo all’età, ho venti anni più di te.” “Io preferisco gli uomini maturi, i miei coetanei in Inghilterra erano molto infantili e viziati, almeno nell’ambiente che frequentavo io, con lei anzi con te potrei farci un pensierino!” Risata generale, Grace: “Non ci faccia caso, mia figlia è così, penso che potremo darci del tu, io ed Elettra andiamo in cucina, Alison non saltare addosso a Leonardo!” La mamma si beccò delle boccacce da parte dell’erede che lei non vide perché di spalle. “Vorrei accendere la TV ma, tranne qualche raro programma, ci sono solo cattive notizie che sicuramente anche tu avrai notato, solo la notte, mentre le signore dormono, mi vedo dei film piccanti nel senso che…”Ho capito, mi vien da dirte che forse non sono adatti a…” “Ecco un altro parruccone, ti avevo giudicato meglio.” “Facciamo un gioco, ci guardiamo negli occhi, il primo dei due che ride paga pegno.” Leonardo restò serio, Alison barò e rise, “Adesso voglio pagare il pegno, si alzò dalla poltrona e baciò Leonardo in bocca. “Ti rendi conto…” “Non mi fare pure tu il puritano, mia madre e mia zia sono lesbiche e si sono sposate a Londra, vuoi sapere altro?” “Per oggi ho fatto il pieno di tante novità, non so che altro dirti, in Italia le ragazze della tua età sono un po’ diverse.” “Va bene, mi comporterò meglio, un giorno quando avrai voglia… voglio vedere il tuo uccello duro, i miei compagnia di classe ce l’avevano troppo piccolo!” Leonardo pensò bene si allontanarsi da quella…furia scatenata e si rifugiò in cucina. “Che buon odore, cosa di buono cucinano la signore?”  “Pasta alla amatriciana, pollo alla cacciatora e tanti contorni, come vedi niente di speciale.” “Speciali sono le cuoche nel senso della culinaria!” La signore risero forte tanto da indurre Alison ad entrare in cucina. “Devi essere tanto spiritoso da far ridere loro due ma non illuderti per te non c’è ‘trippa pè gatti’ come dice in questo casi Elettra!” Alla fine del pranzo: “Dopo mangiato di solito fumo la pipa, non vorrei dar fastidio a voi tutte.” In ogni caso non alla signorina, talvolta mi è capitato di sentire odore di tabacco sui suoi vestiti anche se si mette in bocca delle mentine per non farsi accorgere che fuma.” Ultima provocazione da parte di Alison: “Leonardo mi fai provare la pipa?” “E tu mi fai provare a sculacciarti, penso che tu ne abbia bisogno.” “Allora posso abbassarmi gli slip o preferisci sculacciarmi con le mutandine?” Stavolta Alison capì di aver esagerato e sparì dalla circolazione. Grace: “Sei sposato, fidanzato, hai figli?” “Uh! la mia ragazza mi ha cornificato immaginate con chi? Col mio migliore amico, forse è stato meglio, meglio prima che dopo sposati.” Elettra cambiò discorso e: “Siamo impegnate fino a tardi per il nostro lavoro e quindi costrette ad iscrivere Alison ad una scuola che la trattenga sino alle sedici, c’è un collegio di suore abbastanza vicino.” E così fu, Alison fu costretta ad indossare il costume della scuola ed a moderare il suo linguaggio.  Una domenica in cui era stato invitato a pranzo Leonardo alla sua richiesta: “Raccontaci qualcosa del collegio dove vai.” “Niente di particolare, per me lo studio non è un problema, per quanto riguarda i pettegolezzi posso dirvi che ci sono due giovani monache lesbiche e che il padre confessore è l’amante della superiora alla quale ho chiesto di non farmi partecipare alle cerimonie religiose, non ha potuto dirmi di no altrimenti…” I tre erano distesi ad ascoltare il linguaggio illuminante della baby, la mamma si era spesso domandato se la presenza di un padre avrebbe cambiato sua figlia ma sui gusti sessuali non si discute. Una mattina di sabato Leo era libero dal servizio è telefonò: “Sono Leonardo, so che di sabato non lavorate, che ne direste di ospitarmi a mangiare?” “Sei sempre il benvenuto, fra l’altro potremo stare un po’ in pace per la mancanza della signorina rompi balle, vieni subito.” Era agosto, Leonardo si presentò in maniche di camicia ed in pantaloncini corti. “Scusate il mio vestiario ma dovendo stare tutto il giorno in divisa, quando son libero dal servizio…” Dopo pranzo: “Sai che è buono il profumo della tua pipa, è piacevolmente aromatico.” Elettra si era buttata sul corpo di Alberto per capire come si fumava la pipa, forse troppo vicino perché il ‘ciccio’ di Leonardo alzò la cresta ed uscì dai pantaloncini.  Leo: ”Scusate signore io non volevo ma…” “Non ti preoccupare, io ed Elettra abbiamo discusso sulla tua persona, ci piaci molto, sei differente dagli altri uomini sciocchi e brutali se sei d’accordo…” “Leonardo di colpo si trovò col suo ‘cosone’ in bocca ad Elettra ed a Grace che lo baciava in bocca con la conseguenza che, causa il lungo suo digiuno, Elettra si trovò la bocca ‘inondata’  e non poter far altro che ingoiare e:”Sai che ha un bel sapore, non lo immaginavo.” Fu poi la volta dei due fiorellini ed alla fine un abbraccio generale a tre. ”Sei stato il primo uomo che abbiamo conosciuto intimamente, sei di nostro gusto. Ti ricordi quell’episodio in cui sei intervenuto all’aeroporto di Fiumicino? Ebbene quel figlio di cane del tuo finanziere aveva capito che quel coso che aveva trovato nella mia valigia era un aggeggio che noi mettiamo in vagina per aver un orgasmo. Che ne dici di una doccia a tre?” “Si ma senza conseguenze sessuali, ho già dato!”  Leonardo aveva chiesto al Comandante della Compagnia, capitano Felice di Bella compagno di corso di suo fratello Alfredo,  se fosse possibile essere libero un giorno della settimana di sua scelta, sacrificandosi anche a fare servizio per più notti. “Va bene brigadiere darò ordini in tal senso al maresciallo scrivano, c’è qualche marito… Sto scherzando, le faccio tanti auguri ed attento che i ‘cocu’, hanno un sesto senso e potrebbero ritornare a casa senza avvisare!” Invece di un marito cornuto la sorpresa la fece Alison che, subodorato che ci fosse qualcosa fra i tre, un sabato fece finta di andare a scuola ma si nascose sotto il suo letto. Leonardo si presentò pimpante e vogliosissimo, le signore si erano già preparate e così iniziò una ‘pugna’ al dio biondo. Alison, appostata dietro la porta della camera da letto delle signore, ebbe la conferma di quanto immaginato percependo dei suoni gutturali di piacere. Decise di uscire di casa e di ripresentarsi  suonando il campanello. “Sono Alison, sono uscita prima, aprimi il portone.” Il trio si era ricomposto fisicamente e faceva finta di parlare del più e del meno. “Ho un forte mal di pancia, vado a letto.”Alison fece una delle sue solite diavolerie, telefonò a Leonardo:”Ti aspetto a casa venerdì mattina, vi ho sentito da dietro la porta quando vi sollazzavate alla grande, voglio la mia parte non puoi dirmi di no.” Leo,  freddamente, cercò di fare il punto della situazione: ogni settimana sarebbe stato impegnato alternativamente con le signore e con la signorina, sperava che non sorgessero problemi. La notte prima del primo venerdì, Leo dormì poco, che sarebbe successo se le due signore avessero scoperto e non accettato il suo ‘legame’ con Alison, in caso di uno scandalo addio carriera e trasferimento immediato. Solo la mattina si addormentò e fu svegliato dal suono del cellulare. “Dover sei ?” Leo sfoderò la prima scusa che gli passò per la testa: “Ho bucato ed ho avuto difficoltà a trovare un gommista, non ci so fare con gli attrezzi che i costruttori di auto danno in dotazione per gonfiare una gomma bucata, sto venendo.” Alison lo vide dalla finestra, aprì la porta e si nascose dietro, Leo dentro casa non riusciva a rintracciarla, finalmente la baby si presentò al cospetto di Leo:  “Ti prego cara, ti ho spiegato che…” Leo si era interrotto, la ‘cara’ si era presentata nuda, uno spettacolo che tolse la parola al giovane brigadiere. “Mai vista una donna nuda?” “Donne si ma ragazzine...” “La ragazzina ti farà vedere i famosi sorci verdi, ti aspetto sul mio lettino, non voglio lasciar segni né profumi vari sul lettone delle signore. Qui ci sono dei preservativi, me li ha dati il figlio del farmacista qui sotto casa, mi ha promesso anche delle pillole anticoncezionali, tu non ci avevi pensato, dì la verità, ho sempre sostenuto che i  maschietti sono tutti un  po’ ‘tontoloni!” Dopo il primo orgasmo orale da parte di entrambi, Leo, a richiesta della parte ‘avversa’ si mise supino e dopo un’entrata un po’ difficile nella cosina di Alison, che emise anche qualche gridolino, la ragazza ‘cavalcante’ faceva su e giù col bacino poi roteandolo che fece dire a Leonardo: “Dove hai imparato, sembri una professionista!” ”Dai filmini notturni, niente di meglio di un film porno che peraltro mi fa arrapare e sono costretta a…” Alison avrebbe seguitato ma ebbe l’alto di Leonardo: “Cara sono spompato!” “Mi doveva capitare anche un amante spompato, ti offro un ‘VOV’ , conosci quel liquore a base di uova che dicono molto indicato per gli spompati!” Leo chiese ‘pietà’ con gli occhi, Alison capì che ‘la festa è finita, gli amici se ne vanno…’, qui c’era solo un amico ormai inutile alla pugna. Lo baciò in bocca come ringraziamento, gli venne in mente che avrebbe dovuto aspettare altri quattordici giorni, nel frattempo le due signore avrebbero goduto delle gioie sessuali provenienti dal  ‘ciccio’ di Leo. Elettra captò in casa il profumo di Leo, andò nella camera di Alison ed odorando le lenzuola ebbe la conferma del sospetto, comunicò la situazione a Grace senza commenti, c’era solo da domandarsi come comportarsi. La due signore presero la via più intelligente quella di far finta di niente e finì che ‘tutte sapevano di tutto’ come si dice in gergo. Fine della storia? Alison crescendo conobbe altri maschietti non tanto ‘tontoloni, e, divenuta maggiorenne, andò a vivere da sola in un mini appartamento ‘foraggiata’ anche dal figlio del farmacista. Grande soddisfazione da parte di Grace e di Elettra,  al sabato riprese imperante il trio. Il finale: Leonardo si molto affezionato alle due signore, talvolta dormiva anche a casa loro, sembravano dei vecchi coniugi con famiglia allargata situazione attualmente molto di moda. Alison iscritta all’università in psicologia ogni tanto veniva a far visita a casa di sua madre  anche per riscuotere denaro  dalle due signore, non era ancora finanziariamente indipendente ma sempre pungente: “Come si comporta il nonnetto, ancora efficiente? Sto scherzando mi fa piacere che andiate d’accordo cosa ad giorno d’oggi molto difficile, ci sono in giro più famiglie separate che unite, in fondo il tre è il numero perfetto se non ricordo male!
     

  • 18 ottobre alle ore 16:55
    Sergi Salvatore... sarto

    Come comincia: La racconto perché oggi mi ha telefonato da Savona ricordandomi l'impegno di pubblicarla in modo che possano leggerla suo figlio, sua nuora, sua nipote e tutti quelli che si chiamano Sergi, nome di cui va orgoglioso.
    L' avevo conosciuto, in spiaggia, quando, mentre pescavo con le mie canne da posta, si avvicinò per chiedermi delle informazioni. E da lì, incuriosito dallo stesso cognome mio (diceva di chiamarsi "cugino" con mio padre, senza essere parenti stretti), in un paio di giorni, questo è tutto quello che ho saputo di lui e della sua famiglia:
    Si chiamava Sergi Salvatore, sarto, nato a Melito di Porto Salvo il 12-01-1921.
    Lasciò Melito, per lavoro, nel 1936, in pieno regime fascista, e si recò ad Aosta.
    Partì militare il 03-01-1941 per Bari, arruolato nel 48°Fanteria e dopo poco tempo fu promosso sergente.
    Si congedò nel marzo del 1947 con il grado di sergente-maggiore e fu mandato, per sua scelta, a Milano.
    In quell'anno, conosciuta una certa Suzanne Huber, che lo colpì per la sua intraprendenza, si recò, su suo consiglio, a Berna, Svizzera, dove vi rimase per 3 anni, vivendo con questa bella ragazza che, tra l'altro, tramite un parente stretto, gli rinnovava ogni volta il permesso di soggiorno; insomma, l'utile e il dilettevole.
    Rientrato in Italia, nel 1950 conosce, s'innamora perdutamente e sposa nel 1952, quella che fu poi sua moglie, per ben 56 anni, Maria Irma Zunino, deceduta quest'anno il 30 maggio, dopo lunga malattia.
    Nel 1953, da questa felice e duratura quanto rara unione, nasce l'unico erede, Leonardo, ingegnere del genio pioniere militare, adesso in pensione, e dèdito adesso ai sistemi di stoccaggio, avviando una proficua collaborazione soprattutto con il Giappone. Bravo militare che, per 2 anni consecutivi, s'impose 1°assoluto all'Accademia Militare di Modena, congedandosi poi con il grado di tenente.
    Il Sergi Salvatore si trasferì, nel 1954, naturalmente con la moglie tanto amata, a Parigi, dove vi restarono per ben 19 anni, fino al 1973. Qui lavorò per un ebreo come sarto a domicilio, e pagato così bene che dopo un anno e mezzo potette mettersi in proprio e comprarsi un appartamento più grande. Praticamente, fattasi una buona clientela, si aprì una sartoria con, a sua volta, tre sarti in carico, quasi tutti, negli anni, provenienti da Melito di Porto Salvo.
    Rientrato ancora una volta in Italia, nel 1973, per non restare inattivi e in attesa della pensione, presero in gestione per 2 anni un campeggio di montagna a Sassello, capitale degli amaretti. Qui, però, il Sergi, a suo dire, si annoiava a morte tanto che convinse la moglie a prendere in gestione un negozio di sartoria in pelle, a Savona, fino al 1993, anno della definitiva decisione di smettere di dopo ben 50 anni di effettivo lavoro.
    A Savona, dove si stabilì definitivamente, incominciò a godersi la vita che era stata così varia quanto tranquilla e serena. In questi 15 anni, fino alla morte della moglie Maria Irma, decise anche di trascorrere spesso le vacanze a Melito, dove non ci veniva dal lontano 1936, cioè 37 anni ed in giro, anche per il mondo. E lo fece, insieme a lei fino alla morte della madre, avvenuta nel 1977.
    Ha una nipote, amatissima, Camilla, di 20 anni, che frequenta l'Università a Genova.
    Ha deciso dopo ben 31 anni, dopo la morte della cara Maria Irma, di venire a trovare la sorella Mimma la quale vedeva tutti gli anni andando anche lei a trovarlo a Savona.
    Il padre, Leonardo, era deceduto nel 1968. E' andato a trovare, al Paese Vecchio, dove vive attualmente, la nipote Caterina, figlia del fratello Antonio, deceduto e del quale ha visitato la tomba al cimitero nuovo.
    Il figlio gli ha consigliato, essendo adesso da solo, di vivere il resto della sua vita con lui alle Bahamas, dove ha una villa ed anche il lavoro, che può svolgere anche lì.
    Credente, quando veniva a Melito, viaggiando dalla parte adriatica, spesso si fermò a visitare la tomba di Padre Pio che aveva visitato anche da vivo.
    Di saldi principi che gli hanno consentito di vivere tranquillamente e con pochi problemi: amore e responsabilità della famiglia alla moglie, laboriosità, serietà, impegno e rispetto verso il prossimo, soprattutto.
    E' rimasto colpito del progresso che Melito ha avuto in questi ultimi 30 anni ed ha notato che gente, amici anche, che ai suoi tempi se la passava male e che adesso vive nel benessere, che per un paese meridionale, non è male, detto senza alcun livore, anzi con orgoglio.
    Altra cosa che l' aveva sbalordito, a suo dire, è il senso della solidarietà e della coscienza civile che aveva riscontrato parlando con tanti melitesi in quei 15 giorni di "rimpatriata".
    Ci siamo lasciati, con qualche lacrimuccia da parte sua, dovendo partire il martedì, 23 settembre, con la speranza, forse di ritornare, essendosi trovato bene e con l'augurio a tutti i melitesi per un continuo benessere e progresso, soprattutto turistico.

    Ciao, Salvatore, a presto e.....goditi la vita. Te la meriti.

  • 17 ottobre alle ore 13:17
    Puoi lasciare il cappello

    Come comincia: «Sei pazzo?»
    «Certo...di te»
    Lo sguardo di John era serio e non ammetteva nessun tipo di replica»
    «Io... uno spogliarello?»
    «Certo, perchè no?»
    «Ma come ti viene in mente un’assurdità simile?»
     
    Il mio sogno.
    Lo avevo immaginato tante volte, una musica di sottofondo ed esibirmi per il mio uomo, avevo da sempre in mente tutti i gesti, i ritmi differenti, il reggicalze slacciato di scatto e le calze scivolate via piano piano, i movimenti scanditi dalla musica, gli sguardi imparati a memoria probabilmente dalla vita scorsa, ancora imballati in un cellofan di ritrosia e inadeguatezza.
    Non ne avevo mai avuto il coraggio, e ora, proprio ora che l’età non mi avrebbe di certo aiutata e tantomeno il fisico notevolmente appesantito, qualcuno mi stava platealmente chiedendo di fare uno spogliarello per lui.
    Che vergogna... di certo non avrei potuto farlo, la pancia, i fianchi ormai non più sodi, le gambe non più così agili mi suggerivano solo il senso del patetico.
    Che bello, però.
    Con un guizzo John fu al pc, e trovò uno degli spezzoni più famosi del cinema italiano. La grandissima Loren e Mastroianni e il loro mitico abatjour.
    «Comincia, su... sto aspettando, non vedo l’ora di ammirarti» sussurrò come un soffio dipingendo con un dito il mio seno.
    Lo guardai quasi stizzita, perchè mi provocava in quel modo? Non poteva immaginare quale voglia repressa per anni, quale ingordigia mi stava facendo annusare, nemmeno il miele per un orso, nemmeno un’oasi nel più asciutto dei deserti... piantala!
    «Fa freddo» conclusi guardandolo con sfuggente vaghezza.
    «Dal tuo sguardo non si direbbe – si limitò a replicare – ma accontenterò la signora e accenderò la stufetta. Tu comincia a ballare, vedrai che un po’ alla volta ti scaldi»
    Mi piaceva ballare, lo avevamo fatto diverse volte nelle tiepide serate di settembre e il suo animo attento aveva di certo notato come più che una danza per me fosse sempre una sorta di esibizione. Dei sensi, della femminilità, del desiderio. Voglia di essere guardata, in ogni caso, e ammirata, nonostante tutto, Probabilmente il mio corpo non più di certo aggraziato era percepito dai miei sensi in maniera diversa.
    Possibile che fosse così anche per i suoi occhi?
     
    «E’ lenta»
    Non si spazientì, e l’incrocio degli sguardi e delle pelli lo fece sintonizzare esattamente nel mio punto di rottura.
    Il mio respiro era sospeso, ed ebbe quasi un rantolo soffocato già dalle prime note.
    Era lui.
    «Questo andrà bene» sussurrò sedendosi mollemente sul divano.
    Rispose solo il mio corpo, ribellandosi ed esplodendo alle note di Cocker. Un colpo basso, mi entrava nei pori come l’inchiostro nella carta assorbente.
    Aprii l’armadio quasi imbambolata, ormai in preda del sogno che si stava materializzando nonostante me, e tirai fuori un vecchio cappello,  ogni nota mi lambiva i fianchi assolutamente incurante delle loro dimensioni.
     
    Scatenata.
    Non avrei potuto definirmi altrimenti.
    L’iniziale ritrosia si era completamente sciolta e non so da dove zampillava una nuova me. Ero fatta di musica e sesso, nessun altro elemento era presente nel mio corpo, tutto il resto era precipitato non so come in un’altra galassia.
    Sfrenata.
    I sogni che si avverano forse lo sono sempre, probabilmente l’attesa non fa che amplificarli.
    Tirai la prima calza come una fionda sul suo viso, e la seconda direttamente sul suo sesso che pulsava al di là di ogni mio sogno degli anni passati.
    Rimasi sui tacchi a spillo a gambe nude, mentre facevo oscillare la gonna accarezzando la mia intimità con un ardire che mai avevo sperimentato. Che mi faceva quell’uomo?
    Il fuoco danzava, non io, e un pezzo alla volta sciolsi ogni velo con una sensualità molto diversa da quella che avevo immaginato, l’ardore aveva preso il posto anche della stessa malizia e si era tramutato in erotismo allo stato puro, sembrava lo avessi fatto da sempre, forse qualche oscuro demone si era impossessato dei miei sogni più perversi.
    John era abbagliato, la mia eccitazione portata all’estremo dallo sguardo di lui, tra le nostre pupille un filo così spesso da poterci camminare sopra.
    Pazzi funamboli fuori di testa! Ballavo nuda nel gelo, solo una stufetta ad aria calda in una stanza enorme, ma le note frustavano i miei sensi come un gatto a nove code, e finalmente le sue mani si allungarono di colpo ad afferrarmi, in bilico tra piacere e tortura.
    Avevo ormai solo il perizoma e una minuscola canottiera di pizzo, mi ero per un attimo fermata ma la musica era in loop e lo spettacolo doveva continuare.
    Puoi lasciare il cappello, e lo avevo, un borsalino nero di panno trovato chissà dove, non avrei potuto non indossarlo.
    Le mani fecero il resto, e la pelle, e i nostri sessi affondati di colpo l’uno nell’altro.
    Musica sesso e noi, mischiati in un cocktail di furibonda e giocosa ingordigia, a divorarci affamati di tutto, il cappello per terra e un infinito ripetersi delle note di un film di tanti anni fa.
    Ora il film ero io.
    I sogni avevano lasciato il posto al divampare ansimante dei fuochi, e l’epicentro di me era scivolato di colpo in un vortice di appagante realtà.
    Lo avevo fatto davvero... oh sì, lo avevo fatto, senza vergogna pudore o incertezze, solo con la gioia di darmi esaltarmi e donare.
    Il pavimento freddo era un giaciglio perfetto per una sera fatta di contrasti così forti, il suo sesso nel mio come tante volte ma questa era davvero speciale, quella bocca caldissima a risucchiare i miei umori e divorare ogni cosa di me, quell’orgasmo così potente, così diverso ed esploso e il mio sesso gonfio fino a scoppiare, nella sua bocca o avvolgendo il suo corpo come una morsa di carne.
    Non scorderò quella sera neppure tra un secolo.
    In quell’attimo stesso ebbi la certezza che avrei potuto realizzare qualunque cosa avevo nella mia vita sognato, talvolta è sufficiente trovare un’anima che scruti la tua per aprirla del tutto, e il tempo che passa spesso è solo un alibi o una nostra noiosa manìa.
    E per la cronaca, il cappello è ancora di là.

  • 16 ottobre alle ore 17:21
    Il Paese Vecchio e gli "Straci"

    Come comincia: Organizzatore Giuseppe Toscano, presidente dell'associazione pro-Pentedattilo. Relatori: il Sindaco di Melito di Porto Salvo Giuseppe Iaria e il prof. Pasquino Crupi, noto critico letterario calabrese.
    Gli "straci" erano cocci di terracotta usati per armonizzare la muratura di pietra irregolare nelle costruzioni della Calabria contadina.
    In questo libro ci si occupa però di cocci molto "sui generis": uomini passati al mondo della verità e parole ormai vecchie e dimenticate che facevano parte, fino a qualche decennio fa, dell'idioma parlato dalle classi agrarie insediate in quella fascia della Calabria jonica che va da Melilo a Bova, tra le vallate dell'Amendolèa e del Tuccio. Quindi figure a loro modo carismatiche che hanno avuto un ruolo e hanno fatto la loro parte, prima di piombare nell'oblìo della morte e di diventare parole che si estinguono nel giro di due o tre generazioni di uomini sempre più smemorati.
    Vengono qui evocate anche parole ormai in disuso, legate come gli uomini all'economia di autoconsumo; infatti nella Calabria contemporanea la scomparsa dell'economia contadina ha determinato l'eclissi del lessico (legato alle stagioni, agli arnesi, alle tecniche) e del vulcanico laboratorio espressivo collegato alla vita comunitaria e fatto di imprecazioni, soprannomi, folclore, apparati paremiologici.
    Quella sera ho voluto ringraziare l’avv. Giuseppe Tripodi sia per aver menzionato mio padre sia per l’averci regalato quest’opera che per noi melitesi è importante sia dal punto di vista letterario che di quello storico-linguistico.
    Devo dire anche che ho avuto l'onore di poter conoscere e dialogare con il prof. Pasquino Crupi che conosceva mio padre.
    Il professore, conosciuto già come uomo d'indubbie qualità, sia letterarie (è scrittore e poeta) che politiche (ha svolto nella sua vita parecchi incarichi istituzionali a livello locale), mi lasciò sbalordito per la sua capacità di tenere sempre viva la conversazione; quella conversazione, che a detta di qualcuno, s'è persa già da qualche tempo e che dobbiamo recuperare per poter sicuramente vivere meglio e bene, come appunto quella sera.
    V’ nviterei di andare a comprare questo libro che, senza essere anche presuntuoso, val la pena leggere per la sua semplicità e scorrevolezza e, a detta proprio del prof. Crupi, umile e popolare.
    Devo dire anche che quella sera ho respirato una bella aria, e non quella fresca che ci ha almeno alleviato dal caldo che in quegli ultimi tempi è stato soffocante ma quell’aria che auguro a tutti sempre di respirare e cioè la giovialità, sinonimo di allegria, serenità e codialità.
    Questo, in sintesi, quello che dissi nel mio intervento:
    “Ho avuto la fortuna di leggere questo bellissimo libro regalatomi da te, Peppe Toscano, e ti devo ribadire oltre la gratitudine che ti ho dimostrato in un mio passato “racconto rimato” su Melitonline, anche la dimostrazione di come una persona di una cultura d’alto spessore come l’avv. Giuseppe Tripodi è attaccatissimo alla sua terra di origine (perché non tutti lo sono) dal passato povero e sfruttato da chi potesse averne l'occasione, dato la natura pacifica dei calabresi.
    E' che, seppur in un periodo che non si augura a nessuno, quello della guerra e della povertà legata ad essa, è riuscito, con un linguaggio semplice e talvolta ironico, a cogliere e a trasmettere ai lettori, i protagonisti e le varie storie che hanno fatto del Paese Vecchio, più di Melito stesso, uno dei cardini importantissimi della storia della nostra bellissima cittadina e, ricordiamolo per l’ennesima volta, il Paese Vecchio E’ Melito.
    Ricordando che mio padre, Saverio (detto "u pintu" per le macchie rimastegli sul volto, dopo aver contratto il vaiolo), ”scarparu” (calzolaio o ciabattino), è menzionato nel libro, colgo l’occasione di ringraziare l’avv. Tripodi che, con questa menzione, ha reso la mia famiglia, come tutte le altre anche menzionate, onorata di aver avuto un padre che, nel suo piccolo, ha contribuito con il suo attaccamento a questo quartiere, a costruirne, insieme a tutti gli altri, la storia.
    Ricordiamoci sempre che come disse qualcuno (e che tutti noi giovani e vecchi abbiamo a cuore):”Chi non ha storia non ha futuro” e noi melitesi, quindi, sono certo che questo futuro ce l’abbiamo grazie ai nostri genitori che in questo modo ce l’hanno assicurato soprattutto insegnandoci i valori e i principi basilari per poter essere fieri di far parte di questa comunità e per far sì che questa storia continui.
    Peppe, questa sera ci sono stato anche per incontrarci e, come al solito, ricordare i nostri amatissimi padri (il mio Sciavè “’u pintu” ed il tuo, Cicciu detto “baffa”, per colpa di una rana chiamata “buffa”, menzionatissimo nel libro) che furono legati da una profondissima amicizia e che hanno lasciato nei nostri cuori e non solo nei nostri, un vuoto incolmabile”.

  • 16 ottobre alle ore 11:18
    CONIUGI BELLA PRESENZA...

    Come comincia: Roberto M. una mattina si trovò sul tavolo di lavoro, lui ingegnere elettronico di una ditta che fabbricava materiali di precisione, con la quale gli veniva comunicato che l’attività sarebbe stata trasferita In Romania e che tutti gli impiegati erano invitati a far conoscere il loro gradimento al trasferimento nella nuova sede altrimenti: il licenziamento. Una bella mazzata, avrebbe chiesto alla consorte Maria S. cosa ne pensasse, lui era contrario a lasciare Roma per chissà quale località. Maria fu dello stesso avviso e da quel momento Alberto iniziò una affannosa ricerca di altro posto di lavoro ma si era in tempi di crisi e l’unica occupazione che trovò fu quella di lava scale…Era vicino alla disperazione, quando Maria, che come tutte le donne aveva più senso pratico del marito, dopo due giorni sventolò davanti al viso del Roberto ‘Il Messaggero’ che alla pagina degli avvisi economici riportava. ‘Coniugi bella presenza offronsi per compagnia a donne ed uomini anche handicappati. Telefonare al numero….’ “Ma quello è il numero del tuo telefonino!” A Roberto ci volle un po’ di tempo per rendersi conto delle intenzioni della consorte “Compagnia in senso lato vuol dire…Sei un mammalucco!” “Ma tu te le senti di…” “Se tu hai un’altra soluzione…piuttosto anche tu sei in  gioco.” “Per noi uomini è differente ma se questa è la tua decisione…” La prima telefonata dopo sei giorni: “Sono la contessa Ylenia F., ho letto il vostro annuncio fatemi sapere quando potreste venire a casa mia in via Salvini 53, sotto c’è un garage. La signora dovrebbe far ‘compagnia’ a mio figlio Filippo di venti anni, è handicappato ma buono d’animo, non creerà problemi.” Maria: “Va bene domattina alle nove?” “Alle nove di domani.” Posteggiata la Giulietta in garage, Roberto citofonò al nome della contessa a subito fu aperto il portone. Al portiere: “Stiamo andando dalla contessa Ylenia F. siamo attesi.” Il portiere fece una faccia strana, evidentemente in passato…” La contessa elegantissima e truccata dimostrava meno dei suoi cinquant’anni, le case di bellezza…” “Prego entrate mio figlio Filippo è già da stamattina presto che vi aspetta, ossia aspetta la signora, è sul letto nudo; una precisazione per Maria, mi pare si chiami così, mio figlio ‘sotto’ è piuttosto ‘dotato’, ho voluto avvisare la signora. Maria pensò: “Chi sarà mai, Polifemo!” Era Polifemo: due testicoli come due palle da biliardo ed un pene tipo ‘Salame Negroni’ già in posizione!  Preso in mano, il ‘cosone’, in breve tempo fece partire tre schizzi di sperma che, passati davanti la faccia di Maria approdarono sul letto. Filippo dimostrò evidente felicità e fece capire che voleva entrare nella cosisa. Maria pensò bene di lubrificare il ‘salame Negronetto’ e pian piano riuscì, centimetro dopo centimetro, di accontentare Filippo ma il ‘ciccio’ era tanto lungo da giungere sino al collo dell’utero, mai successo con suo marito. Fu lei a muoversi sopra il giovane, cominciò a provare belle sensazioni e dopo poco tempo sentì degli schizzi violenti sul collo dell’utero che in verità le piacquero, forse riuscì anche a provare un orgasmo, quella era la mattina delle novità. Filippo non era ancora contento e Maria prese di nuovo a muoversi, questa volta ci volle di più ma provò la stessa sensazione della prima volta. Ora ci voleva il meritato riposo per la sua ‘cosina’ troppo strapazzata. Nel frattempo la contessa e Roberto spiavano i due da una porta laterale, poiché la fessura era piccola Roberto di trovò a ridosso della contessa con ‘ciccio’ eccitato posizionato dietro la dama la quale gradì ed alzò la gonna: niente mutande, evidentemente tutto programmato anche mammina voleva la sua parte e l’ebbe! Filippo cercò di restare più a lungo possibile senza eiaculare anche perché la dama aveva cambiato obiettivo facendo entrare Roberto nel buchino del suo deretano. Finite le ‘manovre’ i tre come se niente fosse successo si sedettero in salotto e gustarono pasticcini e vermouth offerto dalla dama. “Talvolta ho fatto venire a casa per Filippo qualche professionista ma, la maggior parte erano di basso rango e volgari, invece la signora…ed anche suo marito.” Maria alzò le antenne e capì. Maria in garage aprì la busta contenente il denaro, sorpresa duemila €uro. “Si ma c’è la ricompensa anche per la mia prestazione!” I due coniugi festeggiarono con un pranzo al ristorante ‘Osteria Flaminio’ sotto casa loro in via Flaminia. Giunse a Maria un’altra chiamata, era la signora Emma D. che voleva contattare Roberto per sua figlia Elvira V. venticinquenne disabile down ma evidentemente non tanto da non gustare le gioie del sesso . La fortuna volle che abitasse nella stessa loro strada in via Flaminia, si diedero appuntamento nei giardinetti, al loro apparire furono avvicinati dalla signora che aveva telefonato a braccetto di una ragazza piuttosto rotondetta dai capelli biondi, non molto alta che alle parole della madre: ”Dà un bacino al signore è un amico.” Elvira lo abbracciò baciandolo in bocca. Era sempre Maria che teneva i contatti: “Signora non è che facciamo una fesseria io e mio marito, non mi sembra che la ragazza sia in grado di intendere e di volere.” “Anche se può sembrare strano, lo psicoterapeuta ha affermato che il sesso, peraltro amato da mia figlia, può aiutare a migliorare il suo handicap ma non voglio metterla in mano di qualche mascalzone, non avrete guai. Vi pagherò in contanti cinquecento €uro di più non posso. Andiamo a casa mia, è dietro l’angolo”. Elvira spogliati nuda, il signore ti darà tanti bacini e poi entrerà nel tuo buchino, a te piace tanto, vero?” Elvira aveva capito in ogni caso obbedì alla madre e poco dopo , nuda, si gettò sul letto matrimoniale della mamma a gambe aperte. Roberto insieme a Maria era ancora titubante: “Signora non ho con me i preservativi…” “Ad Elvira dò tutti i giorni la pillola anticoncezionale consigliata dal medico di famiglia anche lui favorevole a contatti sessuali di mia figlia.” “Signora io non penso di riuscire a…” “Si spogli e si posizioni vicino Elvira, lei è abituata a contatti con maschi, farà tutto lei.” E così fu, Roberto fu spompinato a dovere con ingoio da parte della ragazza che poi si infilò il ‘coso’ dentro il suo buchino dando inizio ad una danza sessuale fuori del comune. Elvira raggiunse l’orgasmo varie volte come pure Roberto, questa avventura sarebbe rimasta impressa a lui ed a Maria per tanto tempo, era stata così fuori del comune. I due coniugi non vollero il compenso, per loro era stata un’opera buona anche se particolare! Altra telefonata della contessa: “Miei cari ho ancora bisogno di voi.” “Per Filippo?” No, ho un altro figlio sedicenne che è iscritto alla quinta ginnasiale. Il nostro medico, causa il suo deperimento ha affermato che Giulio, questo il suo nome, si fa troppe seghe, sarebbe meglio un rapporto con una donna, ho pensato a Maria, se siete d’accordo Giulio verrebbe a casa vostra, compenso doppio per l’età di mio figlio, va bene domenica?” Maria d’accordo ma non vorrei…” “Mi assumo tutte le responsabilità, non voglio che mio figlio abbia contatti una professionista.” “Va bene, domenica alle dieci.” La contessa accompagnò il figlio in macchina, una Volvo 60, macchina di lusso che dimostrava la sua solvibilità finanziaria, stavolta avrebbe scucito un bel mucchio di quattrini. In casa M. “Giulio resterai a mangiare dai signori, io ho un appuntamento di lavoro.” “Conosco i tuoi appuntamenti di lavoro poi di domenica…” La contessa fece finta di non aver sentito le parole sfrontate di suo figlio che aveva dimostrato di essere mentalmente più grande della sua età. “Se possibile vorrei un paio di pantofole, i miei scarponi fanno troppo rumore ed il condomino sottostante si potrebbe porre delle domande imbarazzanti.” Roberto: “Sto figlio di puttana oltre a mettersi le mie pantofole nuove, mai usate, mi sembra troppo scaltro, mah.””Se possibile vorrei sapere cosa c’è di pranzo, io sono allergico alle cucurbitacee.” Roberto con un punto interrogativo in viso, intervenne Maria: “Niente zucchine né angurie, pasta al forno, coniglio in fricassea, contorno di patate al forno, insalata verde, ananas, caffè se sei abituato.” “Niente caffè, se possibile e se suo marito non si arrabbia posso metterle le mai fra le cosce.”Non chiedermi il permesso, devi scopare con mia moglie non con me!” Roberto incazzato usci dal salone e si rifugiò in cucina. Maria capì che l’atmosfera si era troppo surriscaldata: “Mio marito non è geloso quindi possiamo fare ciò che vogliamo.” “Se possibile me ne vorrei fare una prima ed una dopo pranzo.” “Se possibile non usare più la frase ‘se possibile’, andiamo in camera da letto, prima vai in bagno a farti un bidet e poi sul letto.” Nel vedere Maria nuda, Giulio cambiò completamente linguaggio: “Madame lei è deliziosamente sensuale, come vede la sua nudità mi ha fatto già effetto, prima però vorrei omaggiare il suo fiorellino con un cunnilingus per assaggiare il suo sapore che deve essere paradisiaco. Mi permetta inoltre di baciarle a lungo le tette che vedo scultoree, se fossi suo marito non permetterei a nessuno di…” Sorprendentemente il ragazzo ci sapeva fare e portò Maria ad un orgasmo prolungato come raramente le era successo. Inoltre aveva sfoderato un pene fuori del comune soprattutto per un ragazzo sedicenne. Il ragazzo aveva trovato chissà come il punto G di Maria con conseguente orgasmo fuori del comune e molto prolungato. Maria chiuse gli occhi, era spossata, non voleva farsi vedere così da suo marito ed aspettò dieci minuti prima di ripresentarsi in cucina. Per consolare Roberto: “Il ragazzo mi ha riferito che sua madre pagherà qualsiasi cifra da noi richiesta, si è dimostrato più educato ed ha chiesto scusa per il suo comportamento, adesso tutti a tavola!” Maria al termine del pranzo: “Sono curiosa di sapere come vai a scuola, che lingua studi?” “A scuola mi annoio, mi hanno dato un quoziente intellettivo molto alto, non è merito mio, ho già imparato tutto il programma della mia classe, da piccolo mi hanno insegnato il francese e l’inglese per questo mi considero fortunato, il mio problema è mio fratello handicappato sin dalla nascita per colpa di un ginecologo e mia madre che non si rassegna alla vecchiaia e fa collezione di amanti. Le ho consigliato di prendersene uno fisso anche se toy boy ma non mi ascolta; mi sento solo, ho pochissimi amici, anche per questo ho accettato il vostro invito, siete una coppia in gamba ed anche  anticonformista, non si offenda signor Roberto io…” “Lascia stare il signore e diamoci del tu, ti avevo giudicato male, pace e..goditi mia moglie, meglio te di tanti altri.” Maria concesse tutto al buon Giulio, anche il popò che raramente metteva in uso, che si stesse innamorando di un ragazzo… “Carissimi come si è comportato Giulio?” Roberto: “Contessa la trovo in forma, vorrei essere io a…” “Si può fare  Giulio è giovane ma capirebbe vero caro?” “Non penso di offenderti se affermo di aver come madre una mignotta, meglio mignotta che una bacia pile, un abbraccio ai signori e poi una proposta: che ne dite di un quartetto stabile fra di noi senza dimenticare mio fratello.  Roberto  mi sembra sia ingegnere elettronico, se possibile potrebbe amministrare i nostri beni invece di quel vecchio rimbecillito che abbiamo ora, mammina che ne dici? Signori scusate il ‘se possibile!’ 
     

  • Come comincia: In una delle sue Pensées più cupe, Pascal disse che la fonte di tutte le nostre sofferenze era l'incapacità di starcene tranquilli in una stanza.
    Perché, domandava, un uomo che ha di che vivere sente lo stimolo a trovare un diversivo in qualche lungo viaggio per mare? O a vivere in un'altra città, o a andarsene alla ricerca di un grano di pepe, o in guerra a spaccar teste?
    Scoperta la causa delle nostre disgrazie, Pascal volle anche capirne la ragione, e dopo averci riflettuto sopra ne trovò una ottima: e cioè la naturale infelicità della nostra debole condizione mortale;così infelice che, se ci concentriamo  su di essa, nulla può consolarci.
    Solo una cosa può alleviare la nostra disperazione, ed é lo svago (divertissement); eppure proprio questa é la peggiore di tutte le nostre disgrazie, perché lo svago ci impedisce di pensare a noi stessi e ci porta gradualmente alla rovina.
    da: Taccuini in "Le vie dei canti", di Bruce Chatwyn.

    -  L'uomo é nato per muoversi, non per restare fermo: la sua natura é movimento.
    Blaise Pascal, Pensées.
    -  Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all'altro?
    Bruce Chatwyn a Tom Maschler, 1969.
    - Studio della grande malattia: l'orrore del domicilio.
    Charles Baudelaire, Journaux Intimes.
    - Ma i veri viaggiatori partono senz'avere né meta né ragione;da un fatale richiamo sospinti, cuori lievi come le mongolfiere, senza saper perché, dicono sempre: "Andiamo!". Charles Baudelaire, I fiori del male.
    - Soprattutto, non perdere la voglia di camminare... i  pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo...ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati...perciò basta continuare a camminare e andrà tutto bene. Soren Kierkegaard, Lettera a Jette (1847).
    - Robert Burton - sedentario e libresco don di Oxford - dedicò un'enorme quantità di tempo e di erudizione a dimostrare che il viaggiare non era un flagello ma un rimedio alla malinconia, ossia agli effetti deprimenti della vita sedentaria: "Anche i cieli girano continuamente in tondo, il sole sorge e tramonta, la luna cresce, stelle e pianeti mantengono un moto costante, l'aria é agitata dai venti, le maree montano e rifluiscono: senza dubbio per conservarsi e insegnarci che dovremmo sempre essere in movimento".
    Oppure:
    "Contro questa malattia [la malinconia] non c'é nulla di meglio che cambiare aria, vagabondare qua e là, come quei tartari zalmoensi che vivono in orde, e colgono le opportunità che offrono loro i tempi, i luoghi e le stagioni".
    Anatomia della malinconia
    tutti da: Taccuini in "Le vie dei canti", di Bruce Chatwyn.
    - Il viaggio é scoperta prima, poi diventa ricerca di qualcosa o di qualcuno: ricerca della propria strada, della "via". (mio pensiero breve della domenica delle Palme, 20 marzo 2016).

  • 13 ottobre alle ore 22:10
    Mare, pesca e ricordi

    Come comincia: Ricordi che come a tutti rimangono indelebili e che fa sempre piacere parlarne o, come in questo caso, scriverne.
    Ricordo per esempio quelle calde mattine d’estate quando mi alzavo, mi affacciavo e vedevo un lembo di mare dal mio balcone e gustavo il rumore immaginando il ritmo delle onde ed il vento che soffiava su di esse facendomi capire che mare ci fosse stato quel giorno e s’era “mosso” meglio ancora, per noi ragazzi.
    Con il mare “mosso" con gli amici si giocava a farsi trasportare dalle onde; ne s’attendeva l'arrivo e ci si lanciava a siluro nella direzione della spiaggia.
    La gara era "a chi arrivava più lontano" e per farlo esistevano due tipi di nuotatori: quelli che si lanciavano ad ogni onda rischiando anche di fare soli 5 metri beccandosi gli sfottò degli altri e quelli, come me, che studiavano il mare ed attendevano l'onda perfetta che li portasse a riva.
    Con il mare “calmo" invece si stava tutto il tempo in acqua sino a che le mani non ti diventavano come quelle di un anziano, sembrando quasi di aver perso il senso del tatto.
    Adesso è tutto un po’ cambiato. I ragazzi oggi giocano a carte sotto l'ombrellone o a pallavolo o a calcio sulla sabbia.
    Ricordo con un po' di nostalgia il percorso (circa 400 metri del Corso Garibaldi) che mi portava lì, che mi separavano dal mare ed era un percorso pieno di ricordi.
    Ricordo gli odori di quando percorrevo quella strada, il profumo di caffè che usciva dai bar, l'invariata tiritera del dialetto delle solite persone che ogni giorno incrociavo, il caldo del sole battente sull'asfalto che ad ogni passo aumentava la voglia di tuffarmi in acqua. Adesso il paesello è diventato una cittadina che, con tutte le frazioni, conta circa 16.000 abitanti.
    Spesso, quando fa piuttosto caldo, mi piace pensare di camminare su quella spiaggia quasi tutta di sabbia fine ed avvicinarmi pian piano a quello splendido mare per rinfrescarmi.
    Questi pensieri...questi ricordi mi sovrastano sempre, facendomi godere quell'ultimo tratto di passeggiata che mi portava lì, dove ancora adesso mi sento pieno di vita e che tanto mi piace che la sera quando rientro dalla battuta di pesca, da una spiaggia ormai deserta ed il sole basso sull'acqua, è un tutt'uno con i ricordi, con i suoni ed i profumi del mare ed il ritmo delle sue onde, belle ed increspate.

  • 10 ottobre alle ore 18:15
    Felicità di pescatore

    Come comincia: Non pescavo da più di due settimane, da quando i giorni erano diventati cupi e ventosi e allora, vista la mattinata bella calda e profumata dalle camelie, da poco sistemate sul mio balcone, splendidi fiori di una fragranza intensa e delicata, parto per il mare con l’attrezzatura già dalla sera preparata, avendo  letto che il tempo sarebbe stato ottimale per uscire a pesca.
    Arrivo e son contento, ed anche incantato, perché vedo un mare calmissimo e coperto dei colori blu scuro, azzurro e verde che tutt’insieme non ricordo di aver mai visto…veramente uno spettacolo.
    Spettacolo che poi si univa ad un altro che ormai gusto ogni qualvolta scelgo il posto dove lanciare le mie esche e cioè da dove si vedono e l’Etna (oggi proprio “nudo”, insomma prosciugato, senza neve) e Pentedattilo, la roccia a 5 dita, che sono per me, e penso per altri pescatori che pescano qui, una bella compagnia per il panorama, la prospettiva che danno
    Insomma, com’era previsto dai meteorologi, si prospettava una bella pescata con un mare così e ammaliato anche da queste due meraviglie che son certo belle da vedere.
    Così incomincio e pescare ricreato e rinfrescato da una brezza leggera che intanto s’era alzata…niente di meglio, che vorrei di più, mare e brezza, che come mi capita soprattutto ultimamente, mi son molto cari perché alleggeriscono in qualche modo i miei tristi pensieri.
    Comunque, grazie all’esca, al bigattino ed al verme coreano belli freschi e allegri nei loro movimenti sinuosi che attirerebbero qualunque pesce sospettoso, come se aspettassero me venendosi a cibare proprio sotto la mia postazione, mando giù nel secchio uno bel pesce rombo, (direi più strano che bello) ed uno sciarrano di una buona proporzione che per me era fin’oggi sconosciuta.
    Devo dire, in verità, che li ho allamati verso la fine ma non c’è niente di meglio nella pesca quando non buschi il cappotto ed inoltre ti svaghi in quello ch’è il tuo hobby preferito.
    Per finire, il bello della giornata di pesca non è stato il mio divertimento bensì un signore che mentre raccoglievo l’attrezzatura si avvicinava e vedendomi contento visto lo scadente bottino, mi diceva:
    -”Scusi se le pongo ‘sta domanda”:”Ma lei è contento per aver pescato questi pesci scarsi? …e se avesse pescato magari una bella orata o un bel sarago?”.
    -“Ah, allora non sarei contento ma felicissimo, se pescati poi alla fine” gli rispondevo io.
    -E quello:”Addirittura felicissimo”.
    -“Certo”, risposi.
    “Non si può essere felici? Perché, pescare una bella orata proprio quando stai per tornartene a casa con un "cappotto” non è anche questa felicità?”.
    Così, con questa bella risposta al solito intruso che ci capita d’incontrare spesso e volentieri, me ne torno a casa con la speranza che domani si riconfermi il bel tempo.
     
     

     

  • 09 ottobre alle ore 10:03
    LUANA LA CORTIGIANA

    Come comincia: Un bussare insistente alla porta di casa, Anna ancora insonnolita scese lentamente dal letto e andò ad aprire, erano le otto del mattino. Gli comparve la vicina di casa Luana in lacrime che si buttò in una poltrona del salotto. Mai era capitato da quando abitavano a Messina, in viale S.Martino, doveva esserle capitato qualcosa di grave, mai Luana si era comportata così. Quando si calmò: “Americo è  fuggito in Argentina, mi ha lasciato un ‘ciao’ scritto col mio rossetto sullo specchio del bagno, oltre la beffa anche la presa per il c…o, maledetto!” Luana ed Americo erano sposati da diciotto anni,  lui italiano già residente in Argentina, proprietario terriero, non era mai stato un marito fedele, lei preferiva evitare scenate di gelosia, lui dopo una avventura era sempre ritornato sotto il tetto coniugale ma stavolta si era innamorato di una ventenne e sicuramente era ritornato in Argentina con la ragazza e a Luana, casalinga, oltre ad essere rimasta tristemente sola, si proponeva il problema del ‘conquibus’; c’era anche quello  della figlia Federica diciassettenne, studentessa al liceo classico. Luana recatasi in banca, ebbe la sgradita sorpresa di accorgersi che tutti i loro conti  erano stati azzerati. I risparmi in breve finirono e Luana una mattina, recatasi ad un supermercato,  dovette restituire alla cassa alcuni generi alimentari perché non aveva denaro sufficiente per pagarli, una brutta figura dinanzi alla cassiera, str…a, che la guardava con aria di sufficienza. Rifugiatasi nella Cinquecento crollò psicologicamente e si mise a piangere. Fu notata dal proprietario del supermercato, ‘dottor Carmelo’ come lo chiamavano tutti, il quale si avvicinò alla macchina, aprì lo sportello e: “Una così bella signora che piange, venga con me le offro un caffè.” Luana, calmatasi , dopo aver asciugato le lacrime, si sfogò raccontando la sua storia con lo sguardo perso nel vuoto. “Le faccio una proposta: lei può acquistare la merce che le occorre, per il pagamento ci penso io, lei potrà ricambiare la cortesia con una invito a casa sua a…prendere un caffè.” Luana pensò un triste detto: ‘o bere o affogare’, intascò il biglietto da visita del ‘dottor’ Carmelo e riprese la strada di casa stordita dagli ultimi avvenimenti. Luana aveva come sola amica Anna ed a lei riferì gli ultimi avvenimenti, compresa la proposta del direttore del supermercato di andare a ...‘prendere un caffè’ a casa sua. Le due donne, senza parlare, capirono le intenzioni di Carmelo, si guardarono in faccia senza commentare, la situazione, era ovvia. Al rientro a casa di Alberto dal suo lavoro di proprietario di una ‘Scuola Guida’, Anna gli riferì in breve gli ultimi avvenimenti accaduti a Luana, Alberto non fece commenti, accese la pipa dinanzi alla TV con aria pensosa. Aveva sempre avuto un debole per Luana, mai confessato alla consorte, e pensò che forse questa volta era quella buona, intanto c’era di mezzo per quel padrone del supermercato e pensò una furbata: “Anna che ne sappiamo noi di quel tale, potrebbe essere uno sballato, penso che dovremmo proteggerla in qualche modo, io un pensiero ce l’avrei ma tu devi essere d’accordo lo sai che…” “Va bene, ti conosco abbastanza, tira fuori st’idea.” “Ho un apparecchio che uso alla Scuola Guida che ti fa vedere e sentire quello che succede in una altra stanza, se vuoi lo proviamo insieme.” Il giorno seguente, posta la telecamera nel salone , i due passarono  nello studio dove l’apparecchio in questione fece sentire il suono della radio e l’immagine della stanza dove era situato, funzionava perfettamente. Anna avanzò la proposta dell’apparecchio a Luana la quale all’inizio era molto perplessa, farsi vedere mentre…anche se Alberto ed Anna erano amici…in ultimo capì che forse era giusto essere controllata, non conosceva che tipo fosse il ‘dottor Carmelo’. Nel frattempo era accaduto un altro fatto per cui ci volle l’intervento di Alberto: Federica gli riferì che un compagno di scuola la perseguitava ogni giorno all’uscita dalla scuola chiamandola ‘Fede – Rica – Fica’. Alberto:”Ci penso io.” Beccò il ragazzo in fragrante sfottò e, presolo per la collottola: “Se ci provi ancora ti rompo quella testa di c…zo che hai e fece seguire la minaccia con un pugno in testa che stordì il malcapitato. Federica baciò sulla guancia Alberto che, guardandola negli occhi: “Negli ultimi tempi ci siamo visti poco, sei molto cresciuta.” “Si zio Alberto ormai sono una donna.” E quello era un altro problema per Alberto , tante donne vicino a lui! Luana ad Anna ed ora Federica. “Domani mattina viene a casa mia il dottor Carmelo, dillo a tuo marito, spero di non vergognarmi troppo.” Alberto sistemò i suoi ‘aggeggi’ con aria contenta, se ne accorse Anna: “Sei il solito zozzone!” Il dottor Carmelo si presentò con un gran mazzo di rose rosse. “Alla più bella signora che abbia mai conosciuto.” I due sicuramente erano andati in bagno per un bidet e  apparvero nudi nella camera da letto di Luana, lui già col ‘coso’in posizione, lei dal corpo favoloso da modella. “Non eccitarti troppo, tu mangi in famiglia!” “Potrei dire la stessa cosa a te, hai visto il signore che razza di sciabola ha!” I due cominciarono con un sessantanove e poi in varie posizioni, un bel film porno che portò ad aumentare di volume del ‘ciccio’ di Alberto; Anna se ne accorse e, forse anche lei eccitata, offrì al marito una vogliosa e già lubrificata ‘cosina’. Il pomeriggio Luana fece visita ad Anna: “Un commento?” “Anche io e mio marito ci siamo eccitati e ti abbiamo imitato, non ti avevo visto mai nuda, se amassi le femminucce mi ti farei!” Gran risata da parte di ambedue, si erano ormai dimostrati  piacevolmente anticonformisti. Un pomeriggio Federica si presentò nei locali della Scuola Guida di Alberto. “Qual buon vento…” “Zio vorrei prendere la patente, tra poco compirò diciotto anni.” Alberto andò in crisi, Federica diventava ogni giorno più alta, più formosa, più bella e più donna. ”Ti affiderò per la guida ad un mio collaboratore.” “Zio preferirei che fossi tu.” E così fu senza che Luana ed Anna fossero messe al corrente. Alberto accusò dei forti mal di pancia, Anna: “Vai dal dottore non voglio restare vedova!” Sergio era il medico di famiglia oltre ad essere un amico: diagnosi: “Niente problemi fisici solo psicologici, il motivo lo sai tu, posso inviarti ad un mio collega psicologo.” Riferito l’esito ad Anna, Alberto si disse indisponibile ad andare da uno strizza cervelli, col tempo gli sarebbe passato tutto. Un rimedio c’era ma decisamente pericoloso e poi mettersi con una bambina! Bambina un c…o, Federica lo dimostrò durante una lezione di guida su una stradina della Panoramica quando inaspettatamente: “Zio tu offendi se te lo prendo in bocca?” Faccia stupita e da deficiente da parte di Alberto che lasciò fare alla ‘nipote’ quello che volgarmente viene detto ‘p….no’ con tanto di ingollo, altro che ragazzina, Federica aveva sicuramente avuto altre esperienze in campo sessuale. “Zio non hai fatto nulla di male sono stata io, fra l’altro mia madre mi ha messo al corrente della fonte del  denaro che spende, i tempi son cambiati da quando eri giovane, i puritani sono scomparsi, si guarda al sodo, non sentirti in colpa, fra l’altro io sono pure un po’ innamorata di te, sei un vero uomo anche fisicamente, i miei compagni di scuola non offrono gran che, sono tutti infantili, viziati in famiglia, non c’è nulla da prendere, meglio lo ‘zione’!” Alberto dopo l’ultimo avvenimento come per incanto aveva ripreso il suo buon umore che apparve ad Anna sospetto. “Non è che ti sei fatta una amante come Americo?” “Hai indovinato, ma non farò mancare il ‘mangime’ alla sposa ufficiale!” Anna prese la frase come una battuta e non le diede alcun peso anche perché…
    Un pomeriggio Luana facendo una visita ad Anna le riportò le ultime novità: “Carmelo mi ha proposto di far intervenire un suo amico, insomma lo faremmo in tre col compenso doppio, spero che la mia cosina resista, d’altronde non mi posso lamentare anche lei ha la sua parte. Il terzo non era ‘Harry Line’ come nel famoso film del dopo guerra che solo i più vecchi ricordano ma un giovane che Carmelo disse figlio di un amico, il tale aveva qualche problema col sesso. Ora Luana doveva fare anche da nave scuola ma con compenso doppio, la cosa più importante. Stavolta dinanzi alla apparecchiatura a casa dei due coniugi c’era solo Anna, Alberto aveva un impegno con i sindacati cui non poteva mancare. La situazione si presentò un po’ più ingarbugliata, il giovane Salvatore, questo il suo nome, era il classico bravo ragazzo, secchione a scuola con nessuna esperienza sessuale. Mentre Carmelo e Luana ritornavano dalla consueta visita in bagno, Salvatore stava seduto su una sedia in camera da letto ancora vestito ma vedendo i due nudi ebbe una reazione come se fosse stato colpito da un fulmine, si spogliò in fretta e rimase in piedi col ‘ciccio’ ‘ben dhur’ per dirla alla De Benedetti. Carmelo: “Fatti il bidet e raggiungici, vai.” Salvatore ritornò in camera da letto non sapendo che fare ma fu aiutato da Luana che lo invitò sul letto matrimoniale prendendoglielo in bocca. La conseguenza fu immediata e la signora ingoiò un bel po’ di ‘vitamine’ ma poi dovette subito dar retta a un Carmelo impaziente, insomma si trovò fra due…fuochi infilzata sia in bocca che nel fiorello che dopo un bel po’ di tempo cominciò a dar segni di stanchezza. “Ragazzi basta, la festa è finita, gli amici se ne vanno, non è stata un’inutile serata!” Luana aveva copiato i versi di una canzone; all’uscita dei due guardò con interesse un mucchietto di €uro depositati sul comodino facendo un segno ad Anna  con indice e pollice chiusi, il ‘colloquio’ era stato ben remunerato. La mente umana è qualcosa di imperscrutabile da un punto di vista delle sensazioni, Anna, senza la presenza del marito vicino, aveva provato una percezione per lei sconvolgente, la voglia di partecipare ad un ‘banchetto’ sessuale, lei che mai avrebbe pensato di tradire il marito nemmeno col pensiero e questo la turbò, quel dolore alle viscere provato in passato da Alberto ora lo percepiva lei ma,  non volendo andare da uno psicoterapeuta, non trovava altra soluzione se non …soddisfare i suoi nuovi desiderata, ma come? Alberto benché impegnato su due fronti: il lavoro e Federica, capì che la consorte aveva dei problemi. “Dimmi cos’hai, sei stata e sei il mio grande amore, ti aiuterò.” Ormai allo stremo, Anna rivelò il suo problema al marito il quale non solo la prese bene ma pensò…”Parla con Luana potremmo mettere su un quartetto io con lei e tu col giovane Salvatore o col più anziano Carmelo., a te la scelta.” Dopo questa proposta, Anna con un gran sospiro ‘riprese le penne’ baciò a lungo Alberto, i suoi problemi dovevano essere finiti infatti una mattina in casa di Luana si presentò un Salvatore rinnovato secondo la moda corrente, capelli con sfumatura alta, pantaloni con la vita bassa, scarpe da runner, insomma un altro Salvo che baciò Luana in bocca e su una mano Anna, ad Alberto una stretta di mano. “Che ne dite se dopo il lavaggio di rito stiamo un po’ seduti sul divano, voglio vedere che effetto ci fa vederci nudi.” Hai capito il giovane, da imbranato era diventato uno sfrontato. Ad un certo punto Anna esordì  con un “Caro posso?” rivolto al marito che fece ridere gli altri tre poi tutti sul lettone a sbizzarrirsi in pose varie. Anna percepì nel fiorellino un ‘ciccio’  più lungo di quello di suo marito, l’unico che conosceva, e provò forti sensazioni quanto gli fu sollecitato il collo dell’utero da uno schizzo fortissimo, mai provata una tale sensazione. Nel frattempo Alberto e Luana andavano alla grande, quello che desideravano ambedue da tempo si stava verificando. Invece Salvatore ottenne inizialmente un netto rifiuto quando tentò di girar le spalle ad Anna per penetrarla nel popò, quello era riservato al marito ma poi quando all’orecchio sentì: “Diecimila  €uro” ci ripensò, chissà quante belle cose poteva comprarsi con quella somma; anche Alberto e Luana presero quella strada, insomma un’inchiappettata generale. Dopo aver lasciato il suo ‘obolo’ sul comodino, Salvatore rivestitosi si dileguò con un inchino: “Grazie di tutto.” il saluto finale. Tornati a casa propria, Alberto ed Anna sembravano rientrati da un altro pianeta, quella specie di ‘wife swapping’ aveva avuto un effetto molto gradevole, forse fra di loro era cambiato qualcosa, sicuramente in  meglio. Per i lettori più giovani ribadisco l’espressione ‘Ben dhur’ è contenuta nel poema scritto con spirito goliardico nel primo novecento da tale Hetrz De Benedetti intitolato ‘Ifigonia in Culide’, se lo trovate leggetelo, è spassoso, sempre che non siate dei puritani!

  • 09 ottobre alle ore 6:17
    Estate 1977: "ascoltare il vento"

    Come comincia: Il vento é come una serpe strana
    che viene e che va
    andanseuse...astuto!
    Il vento di Ishtar che soffia
    lungo le colline dell'utopia
    ha reciso molte menti;
    lo zeffiro di primavera ha illuso
    tantissimi cuori di ragazzi e ragazze.
    Il vento gitano, quello che ti rapisce
    e ti porta via con sè, soffia soltanto
    in estate: lo senti sulla faccia,
    sulla pelle, nel cuore...
    In riva al mare, sulla spiaggia,
    sugli scogli; è un vento
    che ti vuole, é il vento della nostalgia,
    delle illusioni dei sogni.

    Notte sul mio scoglio, spira un vento leggero: é un vento che mi vuole bene!

    Un'estate intera trascorsi ad "ascoltare" il vento: era l'estate - quella lunga, lunghissima estate - del 1977.
    Per venti giorni assolati e per altrettante notti stellate lo feci; ascoltai, cioè, quella calda e sottile brezza estiva: senza, però, nulla sentire...quando, alla ventunesima notte, finalmente [lui] mi disse: "vai sicuro, ragazzo, è stai contento" (ma io, allora, ero già abbastanza felice!). La notte dopo, lui [il vento], mi parlò ancora: "ragazzo, vivrai più di cent'anni", disse (ma io, allora, mi sentivo "immortale"!).
    Dopo quelle notti, diciamo pure abbastanza inconsuete e speciali, continuai ad ascoltare per il resto dell'estate: sfortunatamente più nulla accadde. In autunno le vacanze finirono, tornai sui banchi di scuola e nuovi amori sbocciarono: quella rimase, però, per sempre la lunga e meravigliosa estate del 1977, quella dei quindici anni!
    E da quelle notti di quell'estate, inoltre, non ho mai dimenticato ciò che accadde allora: per questo ogni tanto resto ancora ad ascoltare il vento!

  • 06 ottobre alle ore 15:06
    Il bar di "don Paolo"

    Come comincia: Racconterò di Paolo Martorano e del suo bar, luogo d’incontro per decine e decine di anni per gli abitanti di Melito e luogo di ristoro per tutti quelli che facevano “le vashe” ossia la discesa e la salita del Corso Garibaldi che sommava totalmente circa 760 m. 
    Il bar era situato proprio al centro del corso e quindi al centro del paese ed era rinomato per la pasticceria proprio del signor Paolo, artigiano pasticciere gia’ da giovanissimo. 
    Famosi erano i suoi “viennesi”,i cannoli e la biscottura, in particolare lo “stomatico”. 
    Nei primi anni ’60 il bar, nel retro fu fornito anche di un biliardo professionale dove i piu’ grandi si cimentavano in partite sia all’italiana che a carambola e goriziana tra di loro ed anche in qualche torneo in cui partecipavano giocatori di fuori paese.
    Ricordo ottimi giocatori come Pascaluzzu Curatola,il piu’ bravo della sua epoca, Pasquale Caristo detto “Lillu Sticca” appunto per la facilita’ di maneggiare la stecca di biliardo, che seguì subito dopo, e poi parecchi altri che non raggiunsero pero’ mai la loro bravura. 
    C’era anche uno dei primi televisori che furono portatori d’immagini dei primi quiz televisivi(in quelle sere c’era il pienone) e soprattutto calcistiche importanti come la finale del Campionato del Mondo del 1970 dove l’Italia di Valcareggi arrivo’ in finale contro il Brasile del grande Pele’ perdendo per 4 a 1 in una bella partita dopo una semifinale vinta alla grande contro la Germania pe 4 a 3 (partita passata alla storia piu’ della finale). 
    Io frequentai il bar per quasi 20 anni e posso dire che alla morte dei titolari, quando il bar passo’ ad altri gestori, non fu piu’ frequentato allo stesso modo sia per la pasticceria non all’altezza di "don Paolo" e sia per la gentilezza e il garbo con il quale servivano i clienti(senza offesa per i nuovi).

  • 06 ottobre alle ore 9:09
    LA SIRENA DI ALICUDI

    Come comincia: Alberto M. appena promosso vicebrigadiere della Guardia di Finanza, con i gradi ancora attaccati con lo spillo, come dicevano i più vecchi sottufficiali, fu trasferito a Lipari nelle isole Eolie. Dopo nove mesi di corso ed in parte di ‘astinenza, al prode Al. non pareva vero poter ‘assaggiare’ le abitanti delle isole e soprattutto, essendo luglio, qualche piccioncella non indigena anche se non di primo pelo, talvolta guadagnandosi qualche regalo in oro quando la signora aveva apprezzato particolarmente le sue ‘prestazioni. Hermes, protettore del giovane sottufficiale pagano di religione, talvolta, come questa volta, era distratto da qualche fanciulla e si era dimenticato del suo protetto: conclusione Alberto fu trasferito a Filicudi isola non molto frequentata dai turisti perché priva di comodità, solo qualche naturista ma, se femmina, poco appetibile. Perché quel trasferimento in sostituzione dell’appuntato Mattia S. che, definire deficiente era un offesa per il deficienti: il cotale si era accompagnato a Filicudi con Addolorata V. una vecchia brutta e diciamo la verità anche un po’ stronza ma proprietaria di qualche appezzamento di terreno e di una casa, per quell’isola, abbastanza confortevole. Niente di male se non che il cotale era stato ‘ fidanzato’ in Puglia con altra brutta ‘dè core’ Oronza G. che, conosciuto il suo nuovo recapito dell’amato, con il traghetto di linea si era catapultata a Filicudi con conseguenze di una sceneggiata fra le due donne seguita dagli abitanti dell’isola ma che, pervenuta anche all’orecchio del maresciallo Gabriele F., Comandante della Tenenza di Lipari, fu oggetto di trasferimento in quest’ultima sede di Mattia e la sostituzione al comando del distaccamento dell’arrabbiatissimo Alberto che aveva assunto anche le funzioni di Reggente doganale e di Delegato di Spiaggia (Dogana e Capitaneria di Porto) con conseguente aumento di lavoro dato che allora, qualche burocrate fanatico aveva disposto che per la merce da trasportare occorreva compilare una bolla di accompagnamento. Stavolta Hermes un po’ più sveglio del solito fu di aiuto all’Albertone con la presenza al distaccamento del  Finanziere scelto di mare Fulvio M.che, per conseguire il grado superiore di appuntato, si dava da fare in ufficio alleviando anzi sostituendo del tutto il vicebrigadiere che se la spassava quanto poteva nell’isola, abbandonando la divisa  ed indossando solo calzoncini e scarpe di corda od anche in costume da bagno con fucile, pinne ed occhiali ritornando in caserma con polipi, saraghi, cozze, ricci e patelle:  insomma poteva metter su una pescheria invece li faceva cucinare in caserma dal finanziere Romolo G., suo paesano romano invitando a mangiare anche il collega dei Carabinieri Totonno F. che non aveva nulla delle caratteristiche degli appartenenti all’Arma: napoletano, con addosso un elenco di punizioni lungo un chilometro, una anche per aver avuto un rapporto ‘ravvicinato’ con la consorte di un capitano! Insomma un simpaticone che fece subito amicizia con Alberto, due scapocchioni avrebbero detto in gergo i campani! La sera, riempiti i pancini, grandi giocate a carte  al lume di lampade a petrolio o di faretti, qualche passeggiata al chiar di luna per smaltire la sbornia. Ogni tanto Totonno ne combinava una delle sue che poi riportava ad Alberto: “Sai chi mi sono scopata? Non lo sai, mi sono fatta Addolorata la fidanzata del tuo appuntato ah ah ah ma non è finita mi sono inchiappettata pure l’altra fidanzata, Oronza…” Totonno raccontando la sue gesta si sbellicava dalle risate, Alberto: “Sei stato coraggioso, per le tue opere buone meriti una medaglia al merito della fica vecchia!” Ad Alberto però mancava il ‘mangime’, non era il tipo di andar ‘a vecchie’, per sua fortuna stavolta Hermes, scaricata l’ultima dea, vide il giovane intristito e pensò bene…Una ragazza era giunta da Alicudi a Filicudi per delle compere, in attesa del traghetto del giorno dopo che la avrebbe riportata nella sua isola, prima di andare a dormire da alcuni parenti,  passeggiava sulla banchina del porto. Alberto avrebbe voluto agganciarla ma la ragazza alla sua vista in divisa si era allontanata, brutto segno, carattere scontroso. Al. non era il tipo di abbandonare la preda, si avvicinò di nuovo alla baby e: “Signorina mi permetta di aiutarla, domani per portare la merce ad Alicudi, ha bisogno di una bolla di accompagnamento, posso darle una mano sempre che lei..” “Sono Luce H., la ringrazio dell’offerta, i miei parenti sono quasi tutti emigrati in Australia, io sono ad Alicudi con mio padre e mia madre, non intendo lasciarli, faccio la pescatrice da quando avevo sette anni, domani mattina verrò in caserma, buonanotte.” “Se non disturbo vorrei qualche notizia sul suo conto e sull’Isola di Alicudi, sono il corrispondente locale di un giornale romano, se lei mi desse qualche notizia particolare…”Stasera sono stanca, venga domani, se vuole può fare un salto ad Alicudi, potrei darle una stanza a casa mia per poi ritornare il giorno dopo a Filicudi, se accetta si porti  della biancheria di ricambio.” “Fulvio domani vado ad Alicudi, non so quanto starò fuori.” “Brigadiere se lo cercano da Lipari cosa debbo dire?” “Sono andato alla ricerca di una piantagione di cannabis, porto con me una radio rice-trasmittente per un eventuale collegamento, io sono ‘Mica 16’.” La mattina dopo alle undici all’arrivo del traghetto, Alberto in borghese munito di valigia salì sulla nave ed andò dal Comandante Pellizzeri che aveva conosciuto a Lipari: “Comandante ho dimenticato di acquistare il biglietto, può farmelo lei a bordo?” “Niente biglietto anzi le offrirò il liquore Strega.” Questa si che era una brutta notizia, Alberto non sopportava i liquori dolci, si salvò riuscendo a buttare il contenuto del bicchiere dentro un vaso di salvia che troneggiava in una parete della cabina del Comandante vicino ad una di rosmarino. “Comandante un venditore di piante a Lipari mi ha detto che rosmarino e salvia non debbono stare vicini, la salvia morirebbe.” “E noi la salviamo spostandola.” Alberto scese per ultimo dalla m/n ‘Eolo’, Luce lo stava aspettando. “Mi segua, c’è un pezzo di strada da fare, le porto la valigia.” “Mia cara non so da queste parti ma dalle mie sono i signori ad essere galanti ed aiutare la signore.” “Io sono signorina ed abituata a portare pesi, se  vorrà stanotte potremo andare insieme e pesca e vedrà!” Entrati in casa abbracci alla figlia da parte dei genitori Matteo e Rosina e, dietro presentazione di Luce, un caro saluto anche ad Alberto. “La nostra è una mensa povera, solo pesce ma sicuramente fresco.” Quegli anziani ricordarono ad Alberto un episodio delle metamorfosi di Ovidio che riferì a Luce: “A due vecchietti agricoltori,  Filemone e Bauci, una sera si presentò un mendicante chiedendo ospitalità. I padroni di casa  non solo lo sfamarono ma gli offrirono anche un giaciglio per la notte. La mattina dopo il mendicante si presentò con la vera identità: “Sono Giove, siete stati molto gentili, chiedetemi qualsiasi cosa:” Filemone e Bauci si guardarono negli occhi e, all’unisono: “Vorremmo solo morire nello stesso momento, siamo stati insieme tutta la vita.” Alberto nel raccontare l’episodio si era commosso con la curiosità della ragazza, non si aspettava da un militare simile atteggiamento, sicuramente lo apprezzò  guardandolo negli occhi, forse era scoppiata una scintilla fra di loro. “Io ho studiato conseguendo il diploma di ragioniera a Lipari, la scuola mi piaceva ma per motivi ovvi sono stata costretta ad abbandonarla, non potevo lasciare i miei vecchi soli, gli voglio molto bene. Ed ora se se la sente in barca con la lampara, mio padre non sta molto bene, che ne dice di rimpiazzarlo?” “Farò del mio meglio.” Luce dimostro molta abilità in tutte le manovre ed anche una forza notevole per una donna. Dopo aver salpato le reti con un buon numero di pesci, Luce mise la prua a riva, ci voleva circa mezz’ora prima di arrivare al porto. “Posso farti qualche domanda, se è troppo personale dimmelo, non voglio essere invadente.” “C’è poco da dire sulla mia persona, come avrai appurato la maggior parte degli abitanti delle isole sono emigrati in Australia, quasi tutti pescatori ma con la pesca non si mantiene una famiglia, troppi pescherecci palermitani  usano reti a strascico e distruggono i fondali. Io ero in buoni rapporti con un mio coetaneo, mi voleva portare in Australia, io non volli lasciare i miei e poi non mi piaceva di carattere, voleva fare il maschio ma con me…” Luce non aveva usato la parola fidanzamento e dimostrò una notevole personalità. “Vedi, io abituato alle ragazze di città che se si rompono un’unghia strillano come oche, nel vedere il tuo comportamento resto estasiato, finalmente una vera donna!”  “Grazie del complimento ma la tua ragazza che tipo è?” “Per essere sincero sinora sono andato un po’ qua un po’ là, in parole povere nessuna legame, troppi miei amici si sono lasciati con le consorti dopo il matrimonio, e sono nei guai per dover mantenere moglie e figli lasciando la casa coniugale, una vita rovinata per aver scelto una moglie sbagliata. Vorrei chiederti una cosa ma se non sei d’accordo…” “Dimmi non ho idea di quello che vorresti sapere.” “Più che sapere vederti, vederti in costume da bagno, mi contenterei anche di uno tutto intero, niente costume alla brasiliana.” Luce scoppiò in una risata squillante che si propagò in mare. “Che ne dici qualcosa in più della brasiliana?” Alberto ci pensò su e capì, oltre la brasiliana c’era solo un’altra possibilità: il nudo integrale! Alberto abbracciò Luce, un profumo di mare l’avvolse, era l’odore dei vestiti della ragazza, piuttosto piacevole anche il bacio che ci ‘scappò’ fu meraviglioso, una vera donna. A casa ambedue a letto a riposare, si rividero a mezzogiorno Luce fresca come una rosa, Alberto abbacchiato sia in senso materiale, in mare si era stancato, che morale, che si stesse innamorando? Luce esordì con i genitori con una boutade: “Alberto è un bravo pescatore, che ne dite se me lo sposo?” Un silenzio assordante da parte dei tre, che si ripresero subito. Alberto: “Io soffro il mare ma non le marinaie e poi dobbiamo domandare il permesso ai genitori come da prassi consolidata:”Il vecchio: “Bridadiere tu sei di un’altra razza, noi siamo poveri ignoranti, spòsati una di città, Luce…è la luce dei nostri occhi.” La vecchia: “Sei il solito egoista, noi potremo andare in una casa di riposo e ogni tanti questi due ci porterebbero a vedere i nipotini.” Luce: “Il vecchio detto ‘ i sogni son desideri’ intanto debbo accontentare una richiesta di Alberto, poi vedremo.” Dire che l’Albertone era frastornato era il minimo, già lo facevano sposato con figli, lui che i pargoli  li amava poco…” Luna chiusi gli scuri della camera da letto, un buio profondo che di colpo sparì con la riapertura da parte della ragazza della finestra: nuda era uno spettacolo: oltre al viso piacevole tette da statua greca, braccia da palestrata,  pancino piatto, pube con pochi peli lisci, gambe robuste, lunghe e dritte, piedi da far impazzire un feticista. “Che ne pensi, ‘merce’ da isolana ma tosta, andiamo sul letto, ma non sperare…” “Alberto era ‘groggy’, non poteva dire di non aver conosciuto ragazze ma Luce aveva qualcosa di speciale, non solo sperò ma ottenne… una dea che gli aveva preso il cuore oltre che il cervello, insomma era fottuto!
     

  • 05 ottobre alle ore 20:57
    Infanzia

    Come comincia: Indossavi allora quelle scarpe brutte, quelle marroni consumate in punta, quelle dai lunghi lacci che come vermi lasciavi strisciare tra l'erba. Ricordo le tue guance, rosse come mela candita, si gonfiavano fino a screpolarsi soffiando nella cerbottana, mentre nel pugno stringevi pallottole di carta colorata, fissando il cielo, azzurro come i tuoi occhi. Su, al Poggio dei mandorli, fiorivano sotto i nostri piedi le margherite, i primi sogni stretti al petto, belli e puri, scarmigliati come i nostri capelli.

  • 05 ottobre alle ore 20:19
    Desiderio gradito...piacevole

    Come comincia: Già da tantissimo tempo ormai (quasi 40 anni), la passione della pesca ha del tutto coinvolto il 50% della mia vita, considerando il periodo che va da aprile a settembre, tranne qualche sporadica uscita a ottobre, novembre e dicembre (da gennaio a marzo non ne parliamo proprio…non m’è mai piaciuto pescare in quel periodo).
    Logicamente, questo non è stato bello per i poveri pesci che non hanno potuto evitare le mie belle e succulente esche ben nascoste tra gli appuntiti ami e nel mezzo di due file di scogli e lanciate sempre con la mente serena, rilassata e senza pensieri o guai (naturalmente fino a marzo scorso, con la prematura dipartita di mia moglie), perché è proprio così che il mare mi fa sentire sempre, anche se non ci fosse bisogno, perché cosa avrei voluto meglio dalla vita…una bella moglie (che purtroppo non c’è più), una figlia che non avremmo desiderato migliore…insomma una meraviglia di famiglia e quindi come sentirsi meglio di quando sei a mare, soprattutto alle prime luci del giorno, con quella brezzolina che ti rinfresca e ti schiaffeggia dolcemente?
    Dicevo che da tantissimo tempo ormai mi dedico con vivo desiderio alla pesca che mi ha finora sempre tanto divertito, fatto contento ma purtroppo sento questi anni (63) che inevitabilmente e purtroppo fanno scemare non solo questo tipo di passione.
    Adesso che sono in pensione però, devo dire che ultimamente, giorno per giorno, si è accesa un’ altra fiamma intensa, un altro desiderio vigoroso (tanto quanto l’amore per la pesca) che devo dire mi è gradito…è piacevole…e cioè quello di andarmene via…insomma di cambiare aria, di cercare nuovi stimoli per “rinfrescare” questa mia adorata passione per la pesca e perché no?...di girare un altro po’ per il mondo.
    Direte voi…dove vorrebbe andare una persona di 63 anni?
    Dove? Intanto, dopo qualche giro per qualche annetto, sistemarmi in un'isola scegliendola piccola…piccola e semideserta…insomma non troppo popolata.
    Sì mi sistemerei lì, dove con quella pace che m’immagino, me n’andrei sempre a pesca su delle belle e bianche spiagge, bagnate da acque di un blu trasparente, acque che qui da noi spesso sono sporcate e scurite da sporcizie provenienti e da terra e dal mare stesso, situazione questa che sembra inarrestabile fin quando tutti noi non ci si decida a denunciare chi e cosa determina questo stato di cose.
    Che devo dirvi di più?
    Magari con quella brezzolina di cui parlavo prima, farsi delle belle dormite rilassati, tranquilli e stanchi,  dopo una pescata coi fiocchi, sotto tante splendenti stelle che forse saranno anche più belle delle nostre…chissà.
    Forse penserete sia un sogno…può darsi ma sfido chiunque di voi chi non sogna tutto questo.
    Beh, oggi vi ho raccontato di questo mio, chiamiamolo desiderio, ma vi prometto che continuerò a raccontarvi quelle belle sensazioni che mi suscita sempre questo contatto col mare, fonte inesauribile di emozioni ch’è bello raccontare e far conoscere.
     
     

  • 05 ottobre alle ore 9:26
    UN AMORE DOLOROSO

    Come comincia: La vita di Gilberto e di Rosanna scorreva normalmente come quella di tante coppie, pur non avendo figli i due si volevano bene, lui capo ufficio di una istituzione regionale con sede a Messina, lei insegnante di lingue in un liceo cittadino. Un avvenimento però sconvolse la vita dei due coniugi: una mattina, a scuola, Rosanna ebbe dei capogiri e mal di stomaco, chiese ed ottenne di andare a casa ma…male gliene incolse! Aperta la porta, sentì dei rumori provenire dalla camera da letto, immaginò che suo marito si fosse portata qualche ‘sciacquetta’ e fu in dubbio come comportarsi. Nel palazzo in via XX settembre a Messina dove abitavano erano conosciuti ed una scenata avrebbe suscitato i pettegolezzi a non finire, decise in ogni caso di accertarsi della situazione, aprì uno  spiraglio della porta della camera da letto e…male gliene incolse: suo marito ed il suo capo si stavano bellamente…si quella cosa che di solito due maschi non fanno tranne che se omo. Sconcertata Rosanna si buttò sul divano, ci vollero dieci minuti per riprendersi e decidere di uscire di casa, suonare il citofono e…Dopo un po’ di tempo rispose la voce del marito: “Chi è” “Caro sono io, mi sono sentita male sono tornata a casa ma ho dimenticato le chiavi del portone…” “Un attimo, ero in bagno, c’è con me Matteo il mio ingegnere capo.” Rosanna dovette aspettare un po’, evidentemente di due dovevano in qualche modo sistemare…”Gentile signora qual buon vento?” “È quello che mi domando anch’io…” “Ho preferito venire con suo marito a casa vostra per discutere di una faccenda importante, da Palermo mi hanno chiesto di comunicare il nome di un capo ufficio da trasferire a Caltanisetta, non volevo che la mia segretaria ascoltasse il colloquio con suo marito, devo segnalare lui o un suo collega e…” Rosanna si meravigliò lei stessa di aver mantenuto una calma glaciale, solo una battuta che poteva essere di humor, ma di humor nero: “Ritornate a discutere come facevate prima, io mi metto a sistemate la camera da letto, stamattina non mi andava di farlo.” I due dovevano aver fatto una battaglia, il letto tutto sottosopra, un cuscino ai piedi del letto, una coperta per terra come pure un lenzuolo…Rosanna si sentì mancare le forze, si sedette su una poltrona a occhi chiusi. Dietro la porta: “Cara noi ritorniamo in ufficio, ciao.” “Arrivederci signora:” La risposta pensata dalla padrona di casa: “Arrivederci un c…o!” Alle tredici una telefonata di Gilberto: “Cara resto in ufficio tutto il pomeriggio, tu mangia pure.” Pian piano la rabbia di Rosanna  sbollì, lei cercò di ragionare quale posizione prendere con il minor danno possibile: far finta di nulla o scatenare un putiferio? Capì che quest’ultima soluzione non era la migliore, ci sarebbe stato uno scandalo in cui ci avrebbero ‘bagnato il pane’ un po’ tutti e, sia lei che suo marito anche per strada sarebbero stati indicati con tanto di sorrisetti, forse avrebbero dovuto cambiare città, in fondo a Messina tutte le persone di un certo livello si conoscono fra loro.. Rosanna disfece il letto, mise tutta la biancheria dentro la lavatrice a ottanta gradi, rifece il letto con biancheria pulita e provò a mangiare qualcosa con scarsi risultati. Alle diciannove si presentò in casa un allegro Gilberto: “Cara ti senti male, hai una faccia…” “Come il culo puoi dirlo, ho visto te e Matteo non immaginavo…” “Ti dico la verità, l’ingegnere capo è omosessuale, se non l’avessi accontentato mi avrebbe segnalato per essere trasferito a Caltanisetta, non ho altro da dirti se non chiedere la tua comprensione.” Rosanna per la notte si sistemò sul divano del soggiorno, per il futuro? Il tempo forse avrebbe attenuato il ricordo spiacevole ma non cancellarlo, e così fu. Nel palazzo abitavano due coniugi Leonardo S. concessionario di varie marche di auto e Giorgia C., casalinga, che avevano adottato un figlio di nazionalità francese Alain G. In occasione di una gita a Parigi. Leo aveva stretto amicizia col direttore dell’albergo dove alloggiavano facendo presente le difficoltà burocratiche che aveva incontrato in Italia per adottare un figlio. Charles S. era un signore alto, distinto, dal parlare forbito, anche in italiano, pensò di aiutare i due coniugi, aveva delle conoscenze in alto e riuscì a superare le difficoltà che, anche se minori, anche in Francia esistevano. Finalmente scovarono in un orfanotrofio un bambino biondo, simpatico, allegro di nome Alain G. di dieci anni che comprese la fortuna di essere adottato e quindi lasciare quel posto squallido. Educato, si presentò ai futuri genitori adottivi, parlava anche in italiano: “Spero di essere un figlio modello, cercherò di non creare problemi.” Intelligente ed anche furbo, la vita in orfanotrofio l’aveva scaltrito e così Leonardo e Giorgia, partiti da Messina in due tornarono in tre. Fu organizzata una festa di presentazione ai ragazzi del palazzo, Alain fu festeggiato dai coetanei soprattutto femminucce che apprezzarono il bel francesino. Alain fu iscritto in  un collegio di preti misto, fanciulli e fanciulle erano però separate in classe e fuori, era difficile incontrarle perché le venivano a prendere i vari parenti. Conclusione, Alain a sedici anni si trovò a far parte dei…falegnami ma la fortuna volle aiutarlo: Rosanna la vicina di casa con la quale si ricordava della sua patria di origine parlando con lei in francese, lo pregò di portare un regalo alla madre Gloria D., vedova di Ambrogio F. capitano di lungo corso sulle navi mercantili. La signora quarantacinquenne teneva molto al suo aspetto: ricca, si poteva permettere di frequentare istituti di bellezza ed anche la natura era stata benigna con lei, capelli biondi tirati all’indietro, viso volitivo, altezza media, longilinea dimostrava, con grande suo orgoglio almeno dieci anni in meno. Proposte di matrimonio a non finire solo che i soggetti erano spesso più anziani di lei mentre la vedova, senza vergognarsi, preferiva ‘merce’ fresca, talvolta anche troppo fresca! Alain si presentò a casa sua dopo essere stato preannunziato da una telefonata di Rosanna: “Auguri mammina mia, non ti domando l’età sia perché la conosco e sia perché non la dimostri assolutamente, ti manderò un regalino tramite il figlio di nostri amici, di nuovo auguri.” Alain era diventato un giovanottone alto, dal fisico palestrato, contento del suo  stato, insomma poteva essere appetibile per una ‘cougar’  amante dei toy boys. Gloria prima ammirò poi abbracciò Alain: “Sei un bel giovane, quanti anni hai?” “Alle signore ed ai giovani puledri non si domandano gli anni, nes pas? “ “Sei francese? Amo quelle vostre erre ‘arrotate,!” “Signora questo è il regalo di sua figlia, se non ha nulla da darmi per lei…” “Quanta fretta, hai la ragazza che ti aspetta?” “No, pensavo che in Italia le cose fossero più facili, avvicinare ragazze che mi piacciono è difficile, mi capitano delle ‘sgallettate,!” “Per stasera ti sequestro io, informo Rosanna, ti porterò a mangiare in un ristorante sul lago di Ganzirri, menù da favola, ti farà bene ti vedo un po’ magrolino.” “Si sbaglia madame, è il vestito, io vado in palestra.” e mostrò l sua muscolatura che fu apprezzata dalla dama che già aveva la pressione piuttosto alta. Si presentò il capo cameriere: “Gentile signora un altro nipote?” Gloria fece finta di non aver sentito, Alain invece ‘mangiò la foglia’, madame si accompagnava spesso con dei giovani, in fondo gli faceva comodo, ci sarebbe stato da divertirsi ed anche magari di qualche regalino, l’animo del ‘macrò’ si appalesò; cena all’insegna dell’allegria pregustando…Infatti, pagato il conto al titolare dell’esercizio Massimo M. che omaggiò la signora con tanto di finto baciamano, i due risalirono sulla Mini Countyman ed arrivarono soto il portone di casa di Rosanna.”caro son quasi le ventitré, è tardi per ritornare a casa tua, chiamo mia figlia, ti farò dormire sul divano del salotto.  Alain dentro di sé si fece un risolino, chissà quanti toy boy erano passati nel letto di madame anzi che sul divano. Previsione accertata: “Forse per te è più comodo nel mio lettone, l’ho fatto fare su misura, pure il materasso è confortevole!” “Madame capiamoci bene, anche se sono giovane non sono uno stupido, lasciamo perdere il lei e…” “Sei pure intelligente,va bene facciamoci una doccia e poi via alle grandi manovre, va bien?” “Très bien madame!” Gloria rimase quasi senza fiato vedendo il ‘ciccio’ in erezione di Alain. “Jamais vu un queue?” "Si ma non di queste dimensioni, aspetto  che lubrifico la cosina.” “Niente lubrificazione artificiale ci penso io.” Alain affondò la bocca sulla deliziosa chatte di madame la quale dopo poco cominciò a mugulare e dopo il primo orgasmo:”Ancora, ancora!” Arrivata a tre chiese l’alt. “Se seguito così domattina sarò uno straccio, un po’ di tregua.” “Niente tregua, andiamo al dunque, ti allargo la cosina  e poi pian piano… ma non devi lamentarti.” “Io invece mi lamento ma è un lamento piacevole, sei arrivato in fondo, al collo dell’utero, il tuo schizzo mi ha fatto provare una sensazione mai provata, sei un Dio.” “Sono pagano e seguace di Hermes a cui domattina debbo sacrificare qualcosa di importante, che mi consigli?” “Un bracciale, una collana, un orologio d’oro?” “Vada per l’orologio d’oro.” “Col tempo mi piacerebbe assaggiare anche il tuo culetto bellissimo, dovrebbe essere anche sensibile.” “Te lo puoi dimenticare con quel…con quel..insomma no!” “La scuola è terminata, quando vuoi puoi chiamarmi, mi piace quel ristorante sul lago di Ganzirri.” “Prima mi devo riprendere, ci vorrà del tempo sono distrutta anche se non vorrei lasciarti andare ma penso che Rosanna sarà in pensiero.” Rosanna non era affatto in pensiero anzi con il marito Gilberto si stavano facendo tante risate all’attivo in casa di Alain. “Cacchio, guadagni più di me al concessionario, in una notte un orologio Rolex d’oro!” “Se vuoi te lo regalo, posso averne altri.” Intervenne Rosanna: “Alain non esagerare, voglio bene a mia madre anche se conosco i suoi vizietti, vacci calmo!” “Dopo una settimana una telefonata di sera a csa di Gilberto: “Come sta Alain, sono preoccupata, è sette giorni che non lo vedo.” “Mammina anche non lo senti vero?” “Ti prego Rosanna passamelo, ho voglia…” “Di sentirlo, è qua:” “Bonjour madame, c’est un plaisir d’entendre vostre charmante voix, parlo in francese per non far capire quello che dico a questi due curiosoni che sono dinanzi a me, mi farò prestare una macchina da Gilberto per raggiungere casa tua.” “Te la compro io, scegli il modello.” “Non so che dire…” “Fatti consegnare l’auto e non dire nulla.”Alain dopo un’ora si presentò dinanzi casa di Gloria a bordo di una fiammante Alfa Romeo Giulietta rossa suonando il clacson. “Non fare stò casino, va bene che ormai i miei coinquilini ti avranno conosciuto, non che a me importi qualcosa ma…” Gloria aveva la faccia più bianca del solito,qualche ruga mai vista prima, Alain capì che qualcosa aveva turbato la sua amante. “Se ti va dimmi qualcosa.” “Preferisco stare in silenzio sul divano, stammi vicino, purtroppo …”Quel purtroppo voleva dire tante cose che Alain immaginò ma seguì l’indicazione di Gloria e rimase muto. Restarono sul divano sino a quando fuori si fece buio, Gloria accese il lampadario e: ”La verità è che è successo quello che non doveva avvenire, mi sono innamorata di te, mai accaduto in passato con nessuno, ho considerato la libertà in tutti i campi un bene assoluto, tu me l’hai tolta…” “Posso ridartela, me ne vado.” “Non fare il tonto, ormai sei nel mio cuore, dovrebbe essere piacevole ma ci sono tanti problemi in primis i trenta anni di differenza, oggi di parla molto  di toy boy, forse se li possono permettere le dive ma io non lo sono, mi conosco, non riuscirei a lasciarti, se tu riesci a trovare una via d’uscita…” “Già trovata, restiamo insieme per sempre, nessuno di noi due ha legami sentimentali con altre persone, avviseremo parenti ed amici e poi vivremo la nostra vita, io mi scriverò a medicina e poi in ginecologia, tu non hai problemi finanziari, certo devi pagarmi un pegno.” “Amore mio qualsiasi cosa, domani riprenderò la mia vita di prima, ritornerò giovane o meglio giovanile così non potranno dire che sono tua madre!” ”E per tutta conclusione…” “Conosco quel volgare sonetto, quella cosa te la farò lo stesso anzi ti voglio distruggere, è solo una brutta battuta farò quello che più ti piace.” “Bene, quinti sei fregata, una volta ti ho chiesto…” Gloria ricordò quell’episodio e: “Non ci pensare proprio mi faresti un male cane!” “Le promesse si mantengono…” “Ne riparleremo, ora pensiamo a cose serie.” Gloria ed Alain presero a convivere il giovane si era scritto all’Università con profitto riuscendo a dare tutti gi esami. Un episodio spiacevole accadde all’Università: dei giovani, la maggior parte figli di delinquenti lo presero a sfottere in quanto Alain non se la faceva con le ragazze come gli altri colleghi. Un mattina fu circondato da un gruppo di colleghi la maggior parte abitanti a Villa Lina, zona dove notoriamente risiedono le ‘facce tagliate’. “Collega niente femmine se voi ti presento qualche maschione!” e giù risate da parte di tutti. Alain, per istinto, si appoggiò ad un muro così non avrebbero potuto prenderlo alle spalle e poi:”Se tua sorella ha problemi mandamela!” Offesa insostenibile per un delinquente che partì con un pugno vero il viso di Alain il quale lo schivò ma piazzò un fortissimo diretto al viso dell’aggressore il quale si toccò la faccia, era tutto insanguinato ed aveva perso gli incisivi. “ Un silenzio generale. Alain: “Avete tutti visto che non sono stato io ad attaccare, mi dispiace.” E sparì dalla circolazione per evitare guai. Due giorni dopo un certo Annibale G., collega di Alain, gli si avvicinò e: “Senti voglio farti un favore, vai dal padre di quello che hai picchiato, raccontagli la verità, io testimonierò a tuo favore, quel tale è un boss di quelli importanti, spero che ti creda, si chiama….. ed abita in via….., buona fortuna!” Hermes stavolta aveva funzionato. Alain la mattina successiva si recò a quell’indirizzo, bussò alla porta: “Chi cazzo rompe i coglioni?” Come inizio non c’era male. “Sono Alain G. collega di Università di suo figlio, mi dispiace per quello che è successo ma lui ed i suoi amici per molto tempo mi hanno deriso dandomi del frodio, suo figlio ha cercato di darmi un pugno ma io sono pugile e l’ho preceduto, chiedo di nuovo scusa, non so che altro dirle.” “Giovanotto se hai detto la verità non avrai nulla da temere ma se…” Ad Alain fu sbattuta la porta in faccia ma il giovane era contento, forse aveva salvato la situazione, i delinquenti di solito si definiscono  uomini d’onore. Passando alle cose frivole, Alain ricordò a Gloria quella promessa…” “Non ricordo bene, non doveva essere una cosa importante.” “Io frequentando uomini d’onore lo sono diventato anch’io, quindi…” “Non essere cattivo, ci pensi a quel cosone nel mio popò?” “Ci penso e ci entrerò.” Più che altro era una battuta che Alain credeva finisse lì ma l’amore di Gloria era talmente forte che un pomeriggio: “Ho comprato un vibratore, prima entrerai con quello e poi tu…” “Non essere ridicola, non c’è piacere farti male.” “Per me è una prova d’amore, quello che purtroppo provo sempre più per te.” Per sottolineare il concetto Alain si beccò una cuscinata in testa. La signora si era munita di lubrificanti in farmacia e pian piano…”Mi pare di essere un chirurgo in sala operatoria!” Finita l’operazione con qualche urletto da parte di Gloria: “Ora mi sento tua moglie, sono tutta tua!” Minerva, da sempre nemica di Hermes, volle fargli  un dispetto: fece ammalare Gloria. Il malanno cominciò con una tosse insistente che i medici cercarono di curare come bronchite ma le cure non ebbero effetto finché un oncologo diede il suo verdetto: “Tumore di ultimo grado ai polmoni.” Naturalmente Gloria non fu informata, Alain sembrava impazzito: “Dottore mia moglie non ha mai fumato!” “La scienza non riesce in alcuni casi come questo come vengono delle infermità, l’unica cosa che possiamo fare è sedare la signora per non farla soffrire.” Dopo quindici giorni il decesso. Alain per il dolore non riuscì di andare al funerale, il tutto fu gestito dal suo amico Franco I. In seguito si scusò con gli amici ma il dolore era stato troppo grande. Alain si mise al collo l’immagine dell’amata attaccata ad una catenina e scrisse nel testamento che gliela  avrebbero dovuto lasciarla al collo anche da morto, un omaggio all’amore per la sua Gloria.
     

  • 04 ottobre alle ore 13:51
    Quella strana notte (raccontino)

    Come comincia: Quella notte sulla baia brillava una intensa luce di fuoco, mentre l' ultima nave era partita alle 23, come al solito, dal molo "antico", quello delle barche di pietra e delle sirene impazzite, verso terre lontane.
    Io, dopo aver letto l' ultima pagina de "Il rosso e il nero", dopo aver consumato voluttuosamente soddisfatto l' ultima cicca di un meharis alla menta e dopo strenua lotta con rognose mosche e zanzare letali, mi ero adagiato sul duro letto riuscendo finalmente a chiudere gli occhi.
    Vana illusione: infatti, dopo qualche godurioso minuto di sonno, un boato, secco ed intenso, mi svegliò!
    Feci per andare alla finestra, che era semichiusa, la aprii e mi affacciai sul balcone che dà sulla baia: non riuscendo, ahimé, a scorgere nulla!
    Allora decisi di restare affacciato ancora un pò, a godermi l' insolita atmosfera di quella notte; così restando, lanciai casualmente uno sguardo al cielo e mi balenò in testa un vecchio pensiero, anzi, un vecchio ricordo: tornai indietro nel tempo, cioè a quando ero bambino, e rividi la baia tormentata dai bombardamenti degli SS20 alleati, all' epoca della guerra trent' anni prima.
    Ebbene, ricordai che quei bombardamenti erano sì orrendamente spaventosi e spaventavano me come tutti i bambini, ma al tempo stesso illuminavano la baia a giorno, proprio come in questa strana notte di adesso!
    Allora, tra me e me pensai questo: - è scritto nel destino oppure nelle stelle, o forse da qualche altra parte, che il tempo, in qualche modo ed a suo modo, torni indietro e si ripeta, facendoci rivivere strane sensazioni, e strani ed impensabili dejavu, ponendoci di fronte a inconsueti refrain, sorprendendoci con bellissimi ed emozionanti flash-backs, con certosina dovizia mixati tra vita vissuta (passata) e presente?
    - Il tempo - pensai ancora - é proprio un furbo ed abile, infallibile architetto: infallibile ed assai furbo, non c' è dubbio!
    Dopo tutto ciò, quasi senza accorgermene, eran venute prime luci dell' alba: a quel punto decisi di rientrare in casa dal "viaggio" di pensieri nel balcone; quindi mi adagiai sul letto, lo stesso duro letto di prima, e così finalmente riuscii a riaddormentarmi. 

  • 28 settembre alle ore 16:10
    La bellissima epopea del "Kent Rugby Melito"

    Come comincia: Ormai son passati 40 anni da quando l'epopea del rugby, che in quegli anni '76, '77 e '78, grazie al signor Gino Coco, di Reggio Calabria, titolare del negozio di abbigliamento "Kent", situato all'inizio del corso Garibaldi e coadiuvato da dott. Santo Dattola e dal dott. Antonino Minicuci, portò a Melito una ventata di aria nuova per quanto riguarda lo sport, finì improvvisamente, e finì male perché bisogna avere, anche nello sport, la mentalità abbastanza aperta per far sì che ci si possa distinguere dalle mentalità chiuse. Questo lo dico e l'ho già scritto negli unici due libri che fin'adesso ho pubblicato, dove faccio presente che per vendetta ad un quasi pestaggio ricevuto con una squadra di Pellaro (RC), la mia squadra, il Kent Rugby Melito, fu squalificata per parecchi anni e quindi, per questo motivo, dato che tutti abbandonammo o, come me, partirono per altri lidi per lavoro, questo magnifico sport finì prematuramente confermando come qui da noi spesso capita, alcuni sport nascono, si affermano e poi, per qualche motivo scompaiono. Detto questo, vorrei spendere due parole a riguardo la bontà di quella squadra che, con partite vinte e perse, però avvincenti, ha lasciato un bel ricordo a Melito e nel suo circondario ed anche fuori. Incomincio intanto a far presente che, tra tutti quelli che ci applicammo in quei 3 anni splendidi in quello sport ritenuto da noi strano, perché eravamo del tutto disinteressati, solo io e mio fratello Pietro avevamo praticato un altro sport, il calcio, senza però eccellere e quindi, insieme agli altri cercavamo il riscatto sportivo almeno in uno sport che sembrava violento ma non lo era, se venivano rispettate le sue regole rigidissime. In quella squadra avevamo appreso i primi rudimenti del rugby da un bravo allenatore romano, che aveva militato in squadre di Serie B ed anche allenato nella stessa Serie, il quale c’inculcò in breve tempo e devo dire in modo chiaro tutto quello che serviva per poter giocare ed iniziare il Campionato di Serie C ed Under 23, quello sport per noi fin’allora sconosciuto. La squadra era composta fortunatamente da elementi che, a dire dell’allenatore, erano fatti proprio per amalgamare la squadra ad hoc e cioè: giocatori alti (2° linee), bassi e robusti (1°linee, i piloni ed il tallonatore), bassi e veloci (mediani di mischia), di media altezza e veloci (mediani di apertura, attaccanti o “avanti” ed estremi) e giocatori che raggruppavano in sintesi un miscuglio delle peculiarità di tutti (le 3° linee). La squadra, in base agli schemi impartiteci dall’allenatore, veniva guidata dai due mediani, di mischia e d’ apertura (io, Lillo Sergi o Ninetto Coco e mio fratello Pietro Sergi o Pino Sarica che, in base anche alla nostra fantasia cercavano di aprire una falla nello scacchiere difensivo degli avversari e certe volte ci si riusciva certe volte no anche perché gli avversari erano molto più preparati di noi , avendo essi molto più anni d’esperienza di noi, cadetti alle prime armi che anche se dal punto di vista tecnico-tattico ancora eravamo inferiori, mostravamo una grinta ed una voglia di primeggiare, vincere, fuori dal comune e questo si notava quando, soprattutto il pubblico avversario ci applaudiva a scena aperta. Senza minimizzare gli altri ruoli che erano importanti perché gioco di squadra, il secondo ruolo, diciamo, che più garantiva la forza d’ urto nella conquista della palla e che erano i primi ad arrivare su di essa, essendo situati all’ esterno della mischia, erano le due 3°linee (Mario Lampada, Filippo Scapolla (che copriva spesso anche il ruolo di "pilone"), Pizzimenti (di Reggio Calabria) e tanti altri che si alternavano nel ruolo come Marcello Saitta, Peppe Minniti, Roberto Attinà, Masino Laganà e tanti altri che poi si aggregarono alla squadra il 2° anno. L’altro ruolo anch’esso di forte impatto nella conquista della palla erano i cosidetti “piloni” ed il “tallonatore” (Giovanni Cuzzucoli, Gulino, Gennaro Ambrosio, Franco Saitta) che oltre che conquistare la palla nelle “mischie chiuse”, dovevano arginare anch’essi gli attacchi degli avversari. Poi vi erano le 2° linee, (Roberto Minicuci, Mimmo Sgrò, Giancarlo Liberati ed altri del 2° anno come Santo Cuzzocrea, che erano praticamente i fac-totum della squadra e cioè erano quei giocatori dalle lunghe leve che, oltre a "legare" la 1°linea con le 3° linee nelle "mischie chiuse" per la conquista della palla, saltavano per prendere la palla nelle "touches" cioè nella rimessa laterale da dove poi, anche da lì partiva l'azione d'attacco. Azione d'attacco che veniva eseguita dai giocatori veloci, dai cosiddetti "avanti" (anche io, Ninetto Coco, Benedetto Fortunato (detto Apache), Francesco Schimizzi (detto "Marmitta") Paolo Nucera (detto Pilindio) e tanti altri, anch'essi del 2° anno come Dino Sgrò, Giuseppe Martino e Giovanni Caridi e dall'"estremo" Mario Andrianò (quasi mai infortunatosi e quindi quasi sempre presente) ed anche Romanò (detto Canguro, il quale si cimentava anche come attaccante) praticamente ruolo che fungeva come il "libero" nel calcio, ultimo baluardo alle offensive avversarie). Ecco, questi eravamo in larga parte coloro che hanno lasciato un bel ricordo di quello sport che, anche se non tanto amato per l'impatto visivo della durezza degli scontri fisici ma che per la nostra determinazione su ogni palla da conquistare, abbiamo fatto sì a far conoscere uno sport fin'allora non conosciuto dalla maggior parte della gente melitese e dintorni anche se allora a Reggio Calabria (motivazione principale del Presidente Gino "Kent" Coco a creare la squadra essendo un appassionato di rugby) la squadra della città militava in Serie A con qualche giocatore in Nazionale e qualche straniero di ottimo livello. Bel ricordo che, come detto sopra, si tramutò in brutto ricordo perché, alla fine, non è che noi si abbia fatto una bella figura compiendo la vendetta, dimostrando che nello sport questo sentimento non deve esistere perché sconvolge del tutto il termine "sportivo" che intende che una persona forte, solida e robusta dev'essere un combattente, un lottatore e non un vendicatore e comunque, il rancore, la vendetta non portano a nulla, di qualunque cosa si parli.

  • 27 settembre alle ore 14:20
    PROFESSORI ED ALUNNI PARTICOLARI

    Come comincia: Filiberto Castelli e Oriana Barale erano due insegnanti rispettivamente di lettere e di lingue nativi di Torino ed ivi residenti come si dice in gergo burocratico. I due rispettivamente: trentacinquenne il marito, trentenne la moglie senza figli per loro scelta, non amavano molto la loro città innanzi tutto per il clima che d’inverno portava alla malinconia e per l’apprezzamento del mare che dalla loro città potevano raggiungere dopo ore di auto. Di comune accordo avevano inoltrato domanda di trasferimento al Ministero della P.I. chiedendo di essere inviati in una città di mare. Con l’indispensabile spintarella, furono assegnati alla città ci Ancona dove, con l’aiuto di una agenzia di collocamento affittarono una villetta sul mare in via Fratelli Zuccari, dalla pigione un po’ costosa ma, per fortuna, i soldi non erano un loro problema. Era un luglio afoso ed i due insegnanti passavano la maggior parte del tempo in spiaggia con alle spalle il monte Conero, un posto suggestivo. Oriana aveva attirato l’attenzione soprattutto dei maschietti per le ridotte misure del suo due pezzi ma se lo poteva permettere considerato il suo fisico da modella, anche Filiberto non se la passava male col suo fisico di ‘uomo che non deve chiedere’, insomma una bella coppia. Il 15 settembre furono convocati dal preside del Liceo Scientifico Galileo Galilei, Arrigo Monaci, che dimostrò subito di essere un burbero dando a malapena la mano ai due nuovi insegnanti e: “Vi ho assegnati alla 2^ A, è una classe particolare nel senso che…insomma sono stati tutti promossi perché  figli di…non ho altro da dirvi, ve ne accorgerete di persona!” Filiberto e Oriana non avevano inquadrato bene la situazione: gli alunni erano raccomandati perché figli di papà o figli di persone poco per bene, in seguito l’avrebbero capito. Il primo giorno di scuola fatto l’appello, Filiberto ritenne opportuno iniziare con un ‘pistolotto’: “Voi certamente saprete che oltre all’istruzione ed alla educazione degli alunni, la scuola è impiegata in una costante valutazione dei giovani come incentivo del proseguimento del massimo sviluppo della personalità finalizzata all’orientamento verso una futura scelta di vita.”  Un alunno del primo banco alzò la mano: “Professore lei è nuovo e viene da un ambiente diverso dal nostro, perlomeno di questa classe, il conformismo non è per noi e quindi…” “In parole povere non credete a quello che ho detto, capiamoci subito io e mia moglie Oriana siamo di mentalità piuttosto libera ma dobbiamo conoscere con chi abbiamo a che fare, cominciamo subito, tu che hai parlato come ti chiami?” “Leonardo Famiglini.” “Bene Leonardo, siedi in cattedra al mio posto e parla del programma dell’anno passato per quanto riguarda le lettere, mia materia.” “Professore in tutta sincerità non ricordo gran che…” “Ho capito, per questa volta lo farò io e ho pensato a qualcosa di anticonformista: quello che mi ripeterà bene la lezione che io ho spiegato il giorno prima riceverà un premio!” Una generale battuta di mani, sempre il solito Leonardo: “Professore penso che ci intenderemo, l’insegnante dell’anno passato non riusciva a farci diventare piacevole la sua materia, con lei…” Gli alunni mantennero la promessa, si applicarono completamente allo studio tanto da meravigliare gli stessi genitori un po’ snob che vollero conoscere i due nuovi insegnanti. Il padre e la madre  di Leonardo diedero una festa un sabato sera nella loro villa in zona Barcaglione a picco sul mare, fantastica, a tre piani con annesso giardino e piscina, uno sfarzo di ricchezza ma anche di buon gusto. Era una serata dal clima temperato, gli invitati sciamarono nel giardino e presero a ballare: erano presenti venti alunni maschi ed altrettante alunne femminucce oltre ai padroni di casa e ai due professori. Ti pareva che Leonardo stesse da parte buono buono? Quando mai: “Professore le chiedo il permesso di ballare con sua moglie, ovviamente rispettando le distanze!” “Non mi sembri uno tanto rispettoso delle distanze, in ogni caso mi rifarò con la tua deliziosa mamma mi pare si chiami Gaia.” “È lei, buon ballo.” “Madame, ho ricevuto il permesso di ballare con lei da suo figlio, devo chiedere pure quello di suo marito?” “Non ce n’è bisogno siamo una coppia aperta.” Filiberto passando vicino a sua moglie si accorse che se la rideva a crepapelle, non volle domandarle il perché, solo la signora poteva spiegare quel riso, in fatto era che sul suo pancino si strofinava bellamente un ‘coso’ anzi doveva essere il ‘cosone’ di Leonardo arrapato più di un riccio arrapato. La festa fu un successo, alla fine, tutti i ragazzi e ragazze, un po’ brilli, lasciarono la villa contenti di aver trascorso una bella serata che ebbe le sue piacevoli conseguenze. Un giorno alla fine delle lezioni Leonardo con un sorriso a trentadue denti chiese di due professori di poter parlare con loro liberamente; aveva prenotato un tavolo in un ristorante vicino alla scuola. Finito il pranzo, abbondantemente ‘innaffiato’ da un eccellente Verdicchio dei Castelli di Jesi, Leonardo: “Signori professori, ormai abbiamo acquistato abbastanza confidenza da potermi permettermi di essere franco su un argomento piuttosto delicato. Ho riunito a casa mia tutti i miei colleghi chiedendo loro di impegnarsi nello studio ovviamente nei limiti delle loro possibilità, saremo la miglior classe dell’istituto quando invece prima…la novità sarà portata a conoscenza del preside che, in passato, non aveva nessuna considerazione di noi, ci considerava degli snob che era costretto a promuoverci senza meritarcelo per motivi che non sto a spiegarvi. Se riusciremo nell’intento diremo che è stato vostro merito e voi sarete considerati degli insegnanti modello e segnalati al Ministero della P.I., ci aspettiamo però un premio come da voi promesso. Preferisco non dirlo a voce i desiderata degli alunni, è una questione molto delicata, ho affidato la richiesta a questa lettera che potrete leggere a casa, nel caso non intendiate accettare la desiderata dei miei colleghi basterà che non ne facciate cenno, capirò  la vostra decisione e la comunicherò ai miei compagni.“ Un finto baciamano alla professoressa, una stretta di mano al professore ed ognuno a casa propria. Filiberto e Oriana non riuscirono ad aspettare l’arrivo nella propria abitazione per visionare lo scritto ed in auto Filiberto cominciò a leggere: ‘Egregi professori, abbiamo capito che siete delle persone magnifiche ed anticonformiste non come tutti i vostri colleghi chiusi nella loro mentalità retriva, la nostra richiesta è questa: ogni fine settimana un alunno maschio, il primo sarò io, contatterò sessualmente la professoressa ed una alunna femmina il professore, saranno scelti a sorte fra i richiedenti; tutti hanno giurato sulla cosa più cara che nessuno ne parlerà con altri non facenti parte della scolaresca, credete nella nostra lealtà, spero che…’ Filiberto e Oriana si guardarono in viso senza profferir parola, era in ballo la loro carriera ed anche di mezzo c’era l’aspetto penale per il fatto che alcuni alunni erano minorenni ma, nello stesso tempo, la proposta era eccitante, avevano la domenica per riflettere e decidere. Durante la notte Filiberto e Oriana ebbero un contatto fisico molto eccitante con tanti orgasmi come non succedeva loro da tempo, la situazione prospettata da Leonardo li aveva eccitati al massimo. Il lunedì mattina in aula Filiberto: “Ragazzi vi vedo sotto un altro aspetto, siete abbastanza maturi per capire che, accettando la vostra proposta io e mia moglie ci mettiamo nelle vostre mani o meglio…” Una risata generale siglò l’accordo. Il sabato mattina alla fine delle lezioni in aula c’era come, prevedibile, un clima particolare. Leonardo. “Come d’accordo, quale promotore dell’iniziativa avrò il piacere di essere il primo a …far compagnia ad Oriana, fra le ragazze è stata sorteggiata Elettra, tutti e due a casa dei professori oggi pomeriggio alle sedici, agli occhi degli estranei sembrerà che noi alunni siamo andati a ricevere lezioni private, in un certo senso…”risata generale. Pranzo frugale in casa Castelli e poi preparativi per…Per fortuna oltre alla matrimoniale c’era pure una camera per gli ospiti, ambedue le stanze furono sistemate come pure i due bagni, tutto a posto in attesa… Leonardo ed Elettra alle sedici precise si presentarono con i libri sottobraccio, nessuna curiosità da parte dei vicini, normali alunni per le ripetizioni. Elettra chiese: “Che ne dite di un po’ di musica, possibilmente un lento.” Fu accontentata e poco dopo le femminucce in reggiseno e mutandine i maschietti in slip dove già si notava un bozzo significativo. Il ballo durò poco, i quattro si ritirarono nelle relative stanze. Elettra bruna, altezza media, longilinea ben presto si presentò in costume adamitico con un ‘olè’ e cominciò a baciare il professore ma vista che il partner era già ‘armato’, scese in basso e dimostrò  la fama della provenienza dalla natia Bologna. “Non ti preoccupare prendo la pillola e se ti va andrei anche volentieri contro natura, la mia specialità!” “Si ma non lo dire al prete, non ti darebbe l’assoluzione!” ”Don Bellagamba è il primo ad andare a femminucce e poi io sono atea, niente più discorsi e… all’opera!” La ragazza era scatenata Filiberto si domandò se nella sua classe ci fossero delle vergini ma poi ricordò lo scrittore Stecchetti: ‘Noi siam le vergini dai candidi manti, siam rotte di dietro ma peggio davanti.’ Dopo un’ora: “Elettra, il tuo professore alza bandiera bianca e si riposa.” “Cucciolone mio sei stato un grande, ti farò pubblicità presso la mia colleghe! Andiamo a spiare tua moglie e Leonardo.” Aperto un spiraglio della porta della camera matrimoniale uno spettacolo da Kamasutra: madame a pecoroni riceveva un bell’uccello nel suo popò con gridolini non si sa se di gioia o di…Chiusero la porta, non sta bene spiare le signore. I due riapparvero dopo mezzora con la faccia imbambolata, ce l’avevano messa tutta nel senso che…Gli addii sono sempre tristi ma questo era un arrivederci anche se con altri partner. Ovviamente la notizia era trapelata fra tutti gli altri studenti della classe che accolsero con un applauso i due professori. Dopo Leonardo, per Oriana fu la volta di Samuele, di Tommaso, di Andrea e via via di tutti i maschietti, per Filiberto fu la volta di Aurora, di Isotta, di Selene ed anche per lui della maggior parte delle femminucce. Dopo che gli studenti ebbero ottenuto la maturità scientifica con voti eccellenti, i due professori pensarono che in fondo la loro permanenza ad Ancona aveva giovato a quei ragazzi e quindi la loro missione di educatori era andata a buon fine… Chiesero ed ottennero di ritornare ad insegnare nella loro Torino, un po’ di nebbia non aveva mai ammazzato nessuno!

  • 26 settembre alle ore 8:39
    L'aria di mare

    Come comincia: Che c'è di più bello che arrivare sul luogo prescelto, per piazzare le canne da posta ed insidiare qualche bel esemplare di orata o sarago, mentre il sole fa capolino da dietro qualche pezzo di montagna e mentre un venticello dolcemente ti rinfresca quando, trafelato, incominci ad adoperarti per lanciare in acqua le esche belle fresche e prelibate.
    Te la gusti quell'aria rigeneratrice soprattutto se la notte caldissima t'ha infuso una tal stanchezza da non farti dormire...
    Sì... ci vuole proprio perché ti rianima, così fresca e delicata.
    Sì...mi deliziano tantissimo quei soffi d'aria salata che sanno di mare e mi fanno anche meglio respirare da quando non fumo più.
    Devo dire che quell'aria salmastra sempre portata da un venticello gradevole che ti sferza il viso è anche una bella compagnia perché, anche se solo, non mi son mai, e dico mai, sentito solo.

  • 24 settembre alle ore 8:27
    Il giardino di Ada

    Come comincia: Le onde si infrangevano sui suoi pensieri, come lame affilate… quasi a ritorcersi sul suo ostinato negarsi al passato.
    Ada, come le orme fatue sulla battima, cercava di lasciarsi alle spalle le beffe della vita.
    Era sola, ma non si sentiva tale. Con gli anni e le varie traversie sentimentali che avevano imbastito diverse fasi della sua vita, aveva deciso di allearsi con quell’isolamento, che tutti, specie gli amici e colleghi le rimproveravano.
    In particolare Anna, una sua collega insegnante, le sottolineava con palese dissenso, la sua indissolubile rassegnazione che ormai perdurava da ventotto anni.
    Più volte Ada si era soffermata sul significato del destino, voleva crederci… voleva credere in modo assoluto, nell’incanto dei sentimenti e dei buoni valori che fino ad allora, pochi eletti come i suoi predecessori, avevano avuto l’occasione di vivere.
    L’anno scolastico stava per giungere al termine e lei, da tutti designata come un insegnante un po’ fuori dalle righe, per il suo modo eccentrico e spensierato di insegnare, pensava ad un saluto speciale per la sua terza liceo, che da li a poco si sarebbe approcciata agli esami di maturità.
    Era una classe speciale diversa dalle altre che aveva ereditato precedentemente.
    Molti dei suoi studenti avevano riversato su di lei un insolita confidenza, cercando più volte, attraverso le sue esperienze, di avere risposte esaustive e confortanti sulle loro visioni distopiche.
    Col pensiero, Ada li aveva sempre accarezzati in quel loro dimostrarsi fragili, esageratamente introspettivi e si arrabbiava dentro di se per una società distorta, disgregata da prepotenti confronti esistenziali e da logiche contemporanee preconfezionate per un obbligato quieto vivere.
    Spesso si trovava in difficoltà in quel ruolo di pseudo psicologa, di risolutrice di rebus complicati, ma capiva anche l’importanza del suo riferimento, di quel ruolo salvifico che i suoi studenti le attribuivano.
    Pensava a cosa sarebbe stato di loro, dei loro sentimenti e dei loro sogni…un domani, in una quasi virtuale quotidianità.
    E comparabilmente associava a questo loro insaziabile interrogarsi, le sue pregresse disillusioni; cercava un nesso, un parallelismo intuitivo/ profetico che avrebbe salvato lei da una ristagnante rassegnazione e i suoi ragazzi da una squallida solitudine.
    I giorni volavano, le sue cognizioni culturali a cui spesso si aggrappava per lenire le sue paure, le sfuggivano come pesci guizzanti nell’acqua.
    A quale pensiero filosofico o letterario abbarbicarsi, quale insegnamento spirituale poteva assolvere  questi dubbi?
    In questo rimuginare palinodico, si acutizzò in lei un perfetto dualismo esistenziale tra il pensiero di Socrate e quello di Hannah Arendt. Entrambi, con veemenza, più di altri si erano chiesti il perché della fragilità di certi valori, della mente umana, dell’omologarsi a tutti i costi al più forte, a certe mode per poi mortificare prima noi stessi e poi cinicamente gli altri.
    L’ultima sua lezione per quell’anno, era alla prima ora. Arrivò presto con la sua solita cartelletta vissuta, in un tubino celeste tenue, quasi a voler emulare un cielo limpido, sgombro da qualsiasi presenza oscura o disarmanti paure.
    L’aula era ancora vuota e ne approfittò per lasciarsi andare all’irrefrenabile desiderio di accarezzare quei banchi scarni e allo stesso tempo, eccellenti custodi delle loro emozioni.
    Quante cose avrebbero raccontato se avessero potuto parlare e quante vessazioni, distinte da pasticci e orripilanti scritte avevano sopportato. Nel loro composto silenzio avevano subito le loro rabbie, i loro sotterfugi e i plateali sfoghi.
    Ada li guardava con tenerezza e si associava un po' a quel loro gravoso ruolo di sacrificale accoglienza.
    Il brusio dei suoi studenti nell’accomodarsi in classe, però,la distolsero repentinamente da quelle intricate analogie e si concentrò sulla sua delicata missione. Salutò tutti con evidente commozione e con altrettanta emozione, dopo un profondo respiro, iniziò a dispiegare quei concetti che aveva ben legato alla sua mente, come vele agli alberi di una nave.
    «Cari ragazzi, oggi sono felice come non mai di condividere questo momento insieme a voi. Siete bellissimi… dalla mia cattedra, vedo dei fiori, dei fiori delicatissimi che stanno per dischiudersi alle intemperie della vita. Tante volte vi siete affidati alle mie esperienze e al mio paziente ascolto, nella speranza di trovare risposte immediate. Non so se sono riuscita a trasmettervi le chiavi giuste per aprire quel buio che spesso vi attavanagliava…spero, però, di avervi trasmesso la volontà del coraggio.
    Non siate fragili,non omologatevi alle ideologie e agli pseudo valori degli altri, ma abbiate il coraggio di credere nel vostro “io”. Quell’io che esiste fin dalla nascita e che pian piano perdiamo inconsapevolmente, perché crediamo che il più forte sia chi segue la massa e la stupida esteriorità. Gioite del vostro essere, del vostro imperterrito incuriosirvi, delle vostre insicurezze e delle vostre sconfitte, perché dalla loro consapevolezza rinascerete più forti e dispensatori di bellezza.
    Quando vi sentirete soli, disarcionati, ricordate Socrate e la sua caparbietà nell’insegnarci la valenza del nostro essere, prescindibile da ogni inquinamento esteriore. Abbiate sempre il coraggio di ascoltarvi, di inseguire i vostri sogni, i vostri desideri e abbiate misericordia dei vostri errori quanto degli altri.
    Se riuscirete a ritrovare quella libertà di essere indulgenti con chi vi ha fatto del male cercando di scavare nei perché nei loro comportamenti, troverete più gioia nei vostri cuori e più forza nelle vostre azioni. Custodite intensamente i concetti della Arendt…la quale ha saputo spiegare, con invidiabile sfida verso  radicati e finti moralismi, come un impossibile perdono verso chi ci ha fatto del male, possa costituire lo specchio delle nostre fragilità e perpetue precarietà. Se noi riusciamo ad intravedere i limiti degli altri nei nostri, solo allora potremmo ritenerci all’altezza di questa vita e delle sue imprevedibilità.
    Vorrei augurarvi tante cose, ma sono consapevole che sarebbero concetti desunti da ovvie circostanze, rischiando anch’io di omologarmi a tutti coloro che sfacciatamente dispensano consigli sul vostro futuro.
    Spero, anzi, promettetemelo, che portiate nel cuore questi concetti e che vi siano di conforto in quei momenti in cui cercheranno di sottrarvi la vostra purezza e unicità.
    E siate profumo di vita per voi e per gli altri come io ho cercato di esserlo con voi.»
    Un lungo e scrosciante applauso pervase l’aula, spezzando quel consueto silenzio mattutino che per diversi mesi scolastici, aveva accompagnato il loro percorso didattico.
    Tutto era così bello e vivo e la commozione dei suoi ragazzi, Ada l’avrebbe custodita sempre nel suo cuore, come un giardino rigoglioso di fiori profumati.

  • 23 settembre alle ore 17:29
    ALBERTO E IL POPOLO

    Come comincia: Popol beota,
    dalla mia nuvola ti vedo, ti sento, ti disprezzo
    Vedo:
    Idioti che ascoltano di sotto al balcone oratori tronfi, ignoranti ed in malafede; creduloni che seguono un feticcio di gesso chiedendo miracoli che solo la loro mente può dispensare;
    religiosi che condizionano pesantemente i politici ben sapendo che, senza il loro consenso, avrebbero ben poche possibilità di venir eletti dal popol ignorante;
    sciocchi che seguono gli insegnamenti di scribi e farisei disonesti;
    uomini e donne senza personalità che militano sotto la bandiera di capi popolo;
    invasati che, per punirsi di ipotetici peccati,si flagellano ed usano il cilicio e mostrano le loro piaghe;
    mafiosi, camorristi e ricercati dalla legge vivono in rifugi circondati da statue di santi, di madonne e di crocifissi convinti che per loro si apriranno le porte del Paradiso;
    falsi benefattori che, in cambio di aiuti umanitari, cercano di convertire alla propria religione poveri malati affidati alle loro cure (vedi madre Teresa di Calcutta);
    prelati che applicano il metodo spiccio di un famoso santo: ‘prevenire punendo’ per mettere a tacere i recalcitranti onesti che non  accettano ingiustizie;
    capi religiosi che ‘somministrano’ ovvii ammonimenti ma nello stesso tempo non permettono di fare indagini su delitti rimasti impuniti perché commessi all’interno del loro territorio;
    preti che, non potendo sfogare i loro istinti sessuali con donne, distruggono la vita di poveri bambini e bambine affidati alle loro cure;
    lo I.O.R, banca del diavolo che ha maneggiato denaro di mafiosi, di venditori di morte e di massoni cattolici (Marcinkus docet);
    la chiesa cattolica, non democratica che non accetta suggerimenti di adepti che sono solo libero solo di approvare le sue decisioni: è ‘statolatria’;
    il rancore ecclesiastico  è come la mula del Papa che ha aspettato sette anni per assestare il suo calcio di vendetta;
    padre Pio che fu dichiarato dal sant’uffizio’mistificatore pericoloso e corruttore dei costumi’. Ora, in suo nome, la Chiesa incassa miliari di €uro offerti da creduloni cattolici;
    la moralità del Vaticano infestata di intrighi e corruttele. Per le promozioni impera l’indecenza della clientela e della raccomandazione. Due sono le categorie che hanno bisogno di un protettore: le ‘belle di notte’ed i monsignori  ansiosi di fare carriera;
    l’interrogativo che tutti gli onesti si pongono: “Fu vero morbo che li stecchì” riferendosi a Papa Luciani ed al cardinale Villot;
    i poveri di spirito che credono a fatti inspiegabili che, invece, sono spiegabili dalla scienza (madonne che piangono o sanguinano) e che versano oboli a furbacchioni in mala fede;
    che in tempi men leggiadri e più feroci i ladri si impiccavano alle croci; ora in tempi men feroci e più leggiadri le croci al collo se le appendono i ladri;
    che avviandosi al tramonto il sole, coprendosi dietro ai monti all’orizzonte, arrossirà per tutto ciò che di cui l’han fatto spettatore i credenti di tutte le religioni.
    Popol beota svegliati, se sei capace!
     

  • 22 settembre alle ore 20:50
    Amo il mare… immensamente

    Come comincia: Approfittando di una splendida giornata di sole, decido di andarmene al mare per pescare, attualmente il mio hobby principale che mi aiuta anche tanto in questo periodo molto triste e difficile.
    Solitamente, non so descrivere cosa provo ogni volta che mi avvicino alla spiaggia…è un’emozione grandissima ed è come se ci andassi per la prima volta.
    Vedere il mare così splendido nei suoi colori all' orizzonte fondersi con il cielo, mi fa sentire più vivo, felice, libero.
    Dopo qualche ora, mirando l’Etna che mi fa compagnia ormai da tantissimi anni, mi sollazzavo a passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia mentre le piccole onde mi bagnavano i piedi con quell’acqua ancora fredda che mi rinvigoriva e con la brezza che delicatamente mi accarezzava il viso.
    Ah… come avrei voluto stare ancora per altre ore ed ore… non l' avrei mai lasciato e questo mi capita sempre ma purtroppo dovevo andare, consapevole come sempre che ancora tanti giorni simili si ripeteranno, se Dio vorrà, come succede già da tempo ormai lontano.
    E’ anche il mio unico e vero confidente perché lì in spiaggia gli affido i miei pensieri ed anche per questo devo dire che anch'esso, come il Mongibello, è un'ottima compagnia.
    Sì… come amo la vita, il mondo, io amo il mare… lo amo immensamente.
    Mi piace sempre rimanere lì, estasiato nella mia piccolezza a completare la sua bellezza e maestosità.
    Per me questo è vita e me lo trasmette sempre con il suo continuo movimento, quasi a volermi dire continuamente: “Vai avanti Lillo… la vita continua… non ti devi fermare… fai come me”.

  • 22 settembre alle ore 9:27
    TACCI TU SONO TRE FRATELLI INDÚ

    Come comincia: È arcinoto che i romani, per smitizzare anche le situazioni più scabrose, usino un spirito popolaresco, talvolta anche un po’ greve. Invece di usare la brutta imprecazione ‘Li mortacci tua’ si inventarono una canzonetta: ‘Tacci tu sono tre fratelli Indù’ in cui quella popolazione non centrava un fico secco. Talvolta quello spirito può portare a situazioni spiacevoli come quando Alberto M., studente di ragioneria abitante in via Conegliano, una traversa di via Taranto a Roma, ne combinò una delle sue. Gli piaceva da matti Rosina ragazza dal volto raffaellesco  figlia di un giornalaio con edicola vicino casa. La ragazza, educata in un collegio di suore, anche dinanzi ad un semplice complimento diventava rossa in faccia con evidente suo imbarazzo, ormai a diciotto anni poteva e doveva considerarsi donna ma… Alberto, la cui mente era sempre in evoluzione per inventare storielle e canzonette  non proprio castigate, una mattina pensò di cercare di smuovere la ragazza dal suo torpore sessuale con questa, come chiamarla, storiella: “Cara hai Tempo?” “Si” della giovane, “Grazia?” “Anche quella” e “Mani di Fata?” “Eccole tutte e tre.” “Che ne dici di farmi una sega?” Stavolta Rosina invece di cambiar colore in viso in rosso diventò pallida come un morto, Alberto capì che aveva esagerato e, per non combinare altre gaffes sparì dalla circolazione. Una mattina  vide da lontano il padre della cotale che gli faceva dei gestì, capì che Rosina si era sbottonata col genitore e prese il largo, ogni volta invece di passare dinanzi all’edicola, faceva il giro del palazzo, il cotale era un signore non tanto signore, assomigliava più ad un carro armato…Alberto, diciottenne,  trasferito, diciamo d’ufficio, da Jesi in quel di Ancona a Roma presso la zia Armida professoressa di lettere con sede fuori Roma e presso la nonna Maria proprietaria di terreni nell’alto Lazio, frequentava il quarto ragioneria presso l’Istituto Tecnico ‘Leonardo da Vinci’ vicino al Colosseo; sogni tanti, soldi pochini perché la nonna Maria, la paperona della casa, tramite la portiera-spia aveva saputo che l’amato nipote aveva preso a fumare e quindi: taglio dei ‘viveri’! Alberto per mettere da parte venti lire, allora non c’era ancora l’€uro, si faceva a piedi circa due chilometri per arrivare a scuola passando per ‘lo stradone’, altrettanti soldi per il ritorno. Ovviamente doveva farsi riparare le suole delle scarpe con grandi interrogativi da parte dell’ava Maria. La domenica il guadagno maggiore: duecento lire incassate senza andare al cinema Golden o meglio il film lo vedeva lo stesso ‘aiutato’ da una ‘maschera’ che abitava nella sua scala. Un giorno il nostro prode si domandò se era il caso di far tanti sacrifici per fumare le sigarette ‘Sport’, da ragazzo intelligente si rispose che era una ‘str…ta’ e dopo l’ultima fumata decise di farla finita, almeno gli rimanevano dei quattrini in tasca per altri scopi, primo fra tutti la frequentazione di una ‘casa’ in via Cimara; per i non pratichi di Roma si trattava di una ‘casa chiusa’ ma popolata di ‘signorine’ disponibili, insomma un ‘casino!’ Poteva considerarsi un bel giovane, alto oltre la media, robusto ma non grasso, spesso sorridente, non molto elegante per motivi finanziari si fece apprezzare dalla maÎtresse che non gli faceva pagare l’ingresso e da qualche signorina che, avendo ‘contatti’ con un bel giovane invece di qualche vecchio bavoso e gli faceva pagare solo la ‘marchetta’ semplice, insomma sfruttava in qualche modo il suo fisico. Ma nella mente del giovane c’era sempre Rosina che per una stupida battuta si era inimicata. Alberto era un fantasioso; pensa e ripensa che gli viene in testa? Per ‘recuperare’ e far sorridere la ragazza, ricordando il detto francese: ‘donna che ride è già nel tuo letto’ si inventò di presentarsi alla baby con sul capo un piccolo cestino pieno di cenere. Scrutato dal balcone che la ragazza era sola in edicola, con calma si presentò a lei in lacrime, si mise in ginocchio e, piegando la testa, fece cadere la cenere in terra. “La mia anima è profondamente triste, chiedo perdono oltre che a te anche a Dio (la ragazza era religiosa) sono stato un imbecille con una sciocca battuta, vorrei…” “Vorresti prendere un sacco di botte, da lontano vedo mio padre, ficcati sotto il balcone furbacchione!” “L’omone: “S’è visto quello sciagurato?” “No papà, ti avviserei.” Quella situazione fu favorevole ad Alberto per due motivi: il primo perché aveva evitato di far visita al vicino Ospedale S.Giovanni e la seconda che Rosina, avendolo coperto, aveva dimostrato che in fondo il giovane non gli dispiaceva. “Non lo fare ancora perché la prossima volta non ti aiuto e vedi come ti finisce!” “Io spero finisca bene, ti aspetto domani pomeriggio,  quando di solito c’è tuo padre in edicola, nei giardinetti di via Aosta, ciao.” Alberto sparì in fretta per non dar modo alla ragazza di replicare.” Le quindici, le sedici, le diciassette ormai Alberto comprese che gli era andata buca, stava per ritornare a casa quando spuntò Rosina: “Son qui dalle quindici, volevo constatare quanto ci tenevi a me, non m’è dispiaciuto farti aspettare.” “Io sono contro la violenza ma un paio di sculacciate te le meriteresti.” “Lo faresti per toccarmi il sedere, con me avrai capito niente da fare, tutto dopo il matrimonio!” “Ma io non ti ho chiesto…a me basterebbe passeggiare con te, mi piacerebbe andare a Colle Oppio, sapere qualcosa della tua vita e raccontarti qualcosa della mia.” “Vedrò, dammi il numero di telefono di casa tua.” Passa un giorno passa l’altro il telefono non squilla o meglio le telefonate non erano dirette a lui, stà figlia…L’imprevedibilità era propria di Rosina, Alberto se ne accorse quanto suonò il citofono a casa sua, pensava ad un suo compagno di scuola invece, sorpresa: “Sono Rosina, sbrigati a scendere, ho poco tempo!” Maledetta, l’aveva tenuto sulla corda per una settimana, gliela avrebbe fatta pagare…ma quando mai, ogni giorno la desiderava di più. Sceso in strada, frettolosamente girarono il vicolo per appartarsi in una strada laterale. “Ti diverti non è vero? Adesso basta, ho la testa confusa e non combino quasi nulla a scuola “Io non voglio frequentare un ripetente, ciao.” Alberto la prese per le braccia e gli mollò un bacio, pensò o la va o la…la andò, Rosina partecipò attivamente al bacio che, come conseguenza portò all’aumento del volume dei pantaloni del signorino il quale paventò che la ragazza l’avrebbe presa male. Ma quale male, Rosina si fece una risatona: “Ti vergogni perché ti sei eccitato, io non saprei che farci con una m…ia moscia.” A questo punto Alberto si sbilanciò: Altre che studio presso le monache tu…” preferì fermarsi, voleva dirle che lei aveva appreso i rudimenti del sesso presso una maîtresse! Come prima volta non era andata male, Alberto voleva presentare la ragazza alla nonna Maria vero deus ex machina di quella casa, venne alla conclusione che, siccome la vecchia era una gran lettrice di Liala sin da quando era giovane, si procurò due libri di quella autrice ed alla nonna Maria: “Ho detto all’edicolante qui sotto che sei una  lettrice di Liala, ha procurato tre suoi romanzi inediti e vorrebbe portarteli.” Nonna Maria era al settimo cielo: “Falla venire domani pomeriggio, le offriremo the e pasticcini.” Questa volta puntuale alle quindici Rosina si presentò con i libri incartati con carta  regalo. “Gentile signora un omaggio per lei.” “Ti ringrazio figliola, non pensavo che questo sciagurato di mio nipote avesse come amica una così deliziosa ragazza, fra l’altro fuma pure!” “No signora ha smesso per amor mio.” La nonna si tolse gli occhiali da vicino per squadrare meglio la giovane, non era una sciocca, capì che fra i due c’era già del tenero. “Mi piacerebbe avere dei nipotini ma pare che stò signore non abbia la testa a posto.” “Ci penserò io a metterlo in riga, intanto è stato promosso con la media del sette agli esami di ragioneria!” “Nonna non ti avevo detto nulla per farti una sorpresa…” “Forse mi sono sbagliata o è questa ragazza che ti ha cambiato, come ti chiami?” ”Rosina come mia nonna.” “Prenoto il nome di Maria se sarà una femminuccia!” Rosina amava le sceneggiate anche se talvolta potevano finir male, si fece trovare dal padre dentro l’edicola in compagnia di Alberto e prima che ‘la montagna’ passasse a vie di fatto: “Papà mi sono fidanzata, questo è tuo genero Alberto.” Stupore è una parola inadeguata al viso del futuro suocero, si guardava intorno frastornato, “Figlia mia, ho una certa età, mi hai scioccato, vuoi diventare orfana?” “No papà io e Alberto faremo felice la nonna di Alberto Maria dandole il suo nome se verrà una femminuccia e te se sarà un maschietto, si chiamerà come te Ferdinando, diminutivo Nando, contento?” “Sono diventato troppo vecchio, io sti giovani…”