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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:01
    Il giro di boa

    Come comincia: Il giro di boa arriva per tutti. Io vedo quella maledetta boa rossa, alla soglia dei miei venticinque anni, mi appare nella sua totale nullità. Eppure qualche anno fa era solo un puntino nel mare, un miraggio. Lo strano modo di scorrere del tempo. Dapprima scorre lentamente, sembra quasi dar tregua al futuro, permettendoti di crescere. Poi accelera, come se ritrovarsi adulti attivasse il timer del conto alla rovescia. Ed ogni secondo che passa sembra nutrirsi di sogni per dar spazio ai silenzi. Silenzi in cui ti siedi e fissi il vuoto con tale impegno che quasi assume la forma dei tuoi pensieri. Silenzi in cui la tua intera vita ti scorre dinanzi agli occhi, come una sequenza di negativi che sanno perfettamente chi sei. E non puoi sfuggire a tutto questo, ai ricordi, al silenzio, al tempo che scorre, a questo affievolirsi della follia. Perché la vita è un ciclo, un abito cucito su misura e prima o poi, per quanto tu lo possa rimandare, cresci. Riconosci esattamente quella circostanza, la sensazione che provoca sfiorare la tua ventiquattrore, vedere i capelli bianchi spuntare ai tuoi genitori, le interminabili nottate spese a chiederti “ora cosa faro? dove andrò?”. A volte vorrei che tutto questo si fermasse e per un giorno intero prendere in giro la vita con mio nonno, andare in giro per le strade di Torre dell’Orso attaccato alla bici di mio padre, vedere il mio cane piangere di gioia alla vista di mia madre. Vorrei tutti i concerti, gli amici e le persone che sono passate dinanzi ai miei occhi. Vorrei tutti i miei grandi amori concentrati in una pillola. Vorrei risentire l’odore dell’Andalucia, il cielo di Londra, il mare di Porto Selvaggio. A volte avrei bisogno di un’altra vita, ma molto più spesso capisco quanto sia bella la mia.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:01
    Crescere

    Come comincia: Ad un certo punto si cresce. Crescere è quando il rumore di fondo è più tenue di quello interiore. E non contano i fatti, le giornate spese ad elencare i viaggi, le esperienze vissute, i drammi superati. Crescere non è nulla di tutto questo, è una circostanza, è la vita che ti fende l’anima. Crescere vuol dire invertire il paradigma dei genitori che si prendono cura di te. Crescere vuol dire “giustiziare” quell’unanimità con cui le forze del bene e del male collocano le tue amicizie su un piedistallo, da cui le vedi tutte uguali. Crescere vuol dire diversificare le persone e vederne i limiti. Crescere è riconoscere un’autonomia che prepotentemente ti toglie il respiro e ti senti come una nave che affronta la prima grande bufera. Crescere vuol dire subire il cambiamento quando nessuno ti spiega dove porta, quando sei un vuoto che intravede i confini del rendere. Ti accorgi che tutto ciò che ami non è quello che non eri, che non sei più dietro la quinte ma in platea come tutto il resto. Forse per questo molti si rifiutano di crescere, perché può essere una cosa difficile e non c’è più il tempo per le cose difficili.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:00
    Facciamo il punto

    Come comincia: Molti parlano di destino, di Dio, di fortuna. Io ho preferito accettare le conseguenze delle mie scelte. È strano, ma alla fine di questo percorso mi sento come il guardiano di un faro alla fine del mondo, in grado di illuminare gli abissi oscuri dei navigatori ma non sufficientemente robusto da fare chiarezza sui percorsi sterrati della propria anima. Qualcuno mi disse una volta che quando concludi un percorso di studi così importante vieni pervaso da un senso di vuoto, come se tutte le nozioni che tenti di assorbire consumassero linfa vitale ai sogni. Forse quel qualcuno aveva ragione.

    Mi è capitato in questi giorni di riavvolgere il bandolo della matassa, a ritroso. Un rewind fatto di volti, di gesti incomprensibili, di uomini e donne, di famiglia, di mani tese e pronte a ricevere, di porte chiuse in segno di sconfitta. C’è un pezzo di ognuno di voi nelle mie scelte, nelle mie vittorie, nelle mie sconfitte e quanti altri sono stati solo comparse di questo appassionante spettacolo che è la vita. Ed ognuno è il protagonista della propria scena e così io della mia, aggrappato ai sogni di chi è incapace di arrendersi alla vista delle cose senza assorbirne la poesia che cela l’esteriorità.

    Ho avuto tutto quello che un uomo della mia età può desiderare e forse qualcosa di più. La sensibilità che mi ha permesso di capire tutte le ragioni che nascondono uno sguardo, la determinazione a superare le avversità e le sfide, ma più di tutto il senso di libertà. La libertà che ti fa sentire scomodo il peso di una matricola che ti viene affibbiata. La libertà che ti porta a non aver paura di lasciare tutto e di affrontare un viaggio in cui conoscere il mondo e riscoprirsi uomo. Ed è vero, cresci solo quando ti manca la terra sotto i piedi, quando prendi un aereo, quando decidi di restare, quando sei pronto ad assumerti delle responsabilità, quando esci da quell’involucro di terracotta che è l’adolescenza e ti ritrovi da qualche parte nella terra dei “grandi” a misurarti con l’idea che anche gli adulti hanno paura.

    Oggi mi fermo e guardo al futuro con tutta la passione di chi vuole divorare la vita, trovare la propria strada, la propria alternativa. In ogni professione esiste un’alternativa per non rimanere incastrati in quelle “gabbiette di piccione”, diceva qualcuno, che ti rendono schiavo della globalizzazione. Bisogna avere il coraggio di essere diversi, di essere se stessi e possedere l’umiltà di chi non smette mai di imparare. Bisogna avere il coraggio di amarsi.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:59
    Sintesi

    Come comincia: Ci hanno spiegato che ogni cosa è necessaria a ricondurre l’equilibrio in questa vita. Lasciarsi piegare dal dolore è come non intuire la felicità. Esiste una condizione, in prossimità del traguardo, in cui un uomo è costretto a battibeccare con la propria coscienza. Un gioco di sottili simmetrie. Un eco che riconduce le persone ai propri sentieri; quei grandi uccelli notturni a dare le spalle alle colline innevate in cerca di nuove primavere dentro cui rifugiarsi. Il paradosso di questo ritorno, schiarita la nebbia, consiste nella passione con cui ci riappropriamo della nostra anima. Amarsi appartiene a quell’istante prima della fine.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:58
    In verità ti dico

    Come comincia: Domani, quando mi sveglierò, non so neppure se sentirò questi profumi, se sfiorandoti la pelle con il ruvido dei polpastrelli possa farti attraversare la nuca da infinite scariche elettriche. Non so se correndo lungo la costa potrò sentire quell’odore misto di ruggine e aghi di pino, quando il sudore ti scivola sulla bocca e avverti il sapido sapore della pelle. Probabilmente domani mi sveglierò e prendendo la metro mi divertirò a giocare con gli sguardi della gente riflessi nel gioco di luci e ombre, prenderò il mio solito e poco eccitante caffè d’orzo e chiuderò gli occhi prima di entrare in ufficio, per dimenticare. Un uomo quando vive si lascia dietro di se solo il rumore dei passi. Di tutti i natali, le foto, le parole, gli sguardi, gli amori, non resta nulla. Basterebbe un’istantanea per racchiudere tutto. Un solo, maledetto fotogramma che racconta l’immagine che hai di te. Questo perché amiamo mentire prima a noi stessi, amiamo vedere i nostri limiti. Amiamo illuderci, guardandoci allo specchio, che possa esistere uomo o donna capace di amare le nostre debolezze quanto i nostri punti di forza. Nessuno è veramente libero da se perché nessuno è disposto a liberarsi di se.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:57
    Silenzio

    Come comincia: Ci siamo immaginati diversi quando guardavamo il mare al tramonto. In quella bellezza del chiaroscuro che avvolge le onde ci siamo raccontati l’esistenza beata della nostra giovinezza. Così mentre il sole scendeva in quello specchio rosso dei tuoi capelli, il cielo dei tuoi occhi si spegneva. Ho imparato ad amare quel silenzio che ti avvolge tutte le sere. Quel silenzio che è solo una paralisi della parola ma non è vuoto. E tanto era brutale la nostra tranquillità che contavo i respiri dal rumore del fumo della tua sigaretta. Dimmi quanto conta tornare a camminare tra la gente. Raccontami degli sguardi indiscreti che eviti contando le fughe tra i sampietrini dove l’acqua scivola e lava i ricordi. Per questo sceglievi i silenzi alle parole, perché nella gente vedevi gli altri ed in me vedevi il senso delle parole nascoste. Ed io parlavo tutte le volte che mi allontanavi. Come due poli di un magnete, i tuoi silenzi e le mie parole. Ho immaginato prati verdi dove avremmo fatto correre il tuo cane ed il suo sguardo impertinente che ti fa sorridere. E quando sorridi ti riconosco, quella smorfia destra che muove l’angolo della bocca e fa respirare il sorriso bianco che mi rapisce. Io non ricordo perché ci siamo negati questa passeggiata che conduce alla scogliera e che contiene il ricordo di tutte le stanze che abbiamo vissuto. Quello che so è che da quando ho iniziato a tacere io, ascolto la musica ad alto volume, per camuffare il rumore dei miei pensieri.

  • Come comincia: Una volta, mi ricordo che stavo passeggiando lungo la costa di non so che posto avvolto nei miei pensieri e scrutando il mare tumultuoso che con le sue alte onde si scagliava contro la scogliera fredda e grigia.
    Mi sedetti su d’una panchina più riparata e avevo un piccolo isolotto proprio di fronte alla mia postazione fermo, immobile e silenzioso.
    Ero lì intento ad assimilare il tutto quando caccio dalla mia tasca il mio pacchetto di Marlboro rosse tutto stropicciato; prendo una sigaretta, la porto alla bocca e le do fuoco.
    Al secondo tiro di sospiro misto al fumo, mi si siede accanto un vecchio di paese dall’aria trasandata e cupa; mi chiede una sigaretta, io glie lo porgo e pone il suo sguardo verso l’isolotto posto di fronte a noi.
    Tra il fumo e l’odore del mare, il vecchio mi inizia a parlare esordendo col dire:
    “Lo sai, una volta di tanto tempo fa, quando ero giovane quanto te, venni qui a schiarirmi un po’ le idee. Lo sappiamo entrambi che quando un uomo ha bisogno di capirci qualcosa, si rifugia in paesaggi come questi. Mi sedetti qui, presi le mie sigarette dalla giacca a quadri ed iniziai a guardare il mare in burrasca, proprio come oggi. In quel momento non mi accorsi che accanto a me c’era seduto un uomo, vecchio quanto me ora, che ad un certo punto mi racconta una storia bellissima.
    La sua storia parlava di una gabbianella e di un mare in tempesta; mi disse più o meno così:
    C’era un mare perennemente impetuoso che non acquietava mai le sue acque; in paese era famoso per questo suo tumultuoso agire. Creava molti danni con questo suo caratterino e piano piano corrodeva le pareti delle scogliere consumando il paese. Tra gli scogli più nascosti di una delle conche che aveva creato, un giorno approdò una gabbianella piccolina che si era avventurata per sfuggire ad una brutta tempesta. Due giorni e due notti stette a riparo nella conca per riprendersi dal lungo viaggio ma il mare burrascoso non le permetteva alcun riposo. Allora, presa dalla disperazione parlò al mare invitandolo a tacere, ad acquietarsi ma il mare non diede ascolto alle sue parole; era arrabbiato perché gl’uomini del paese l’avevano sporcato di petrolio e tutti gli abitanti marini che conteneva erano stati invasi dal male nero e a poco a poco stavano morendo. La gabbianella, allora, s’innamorò del mare per quel gesto d’amore verso i suoi sudditi morenti e decise di restare lì per sempre. Ma il mare non smise mai quel vortice tempestoso e le acque sue infette non potevano sfamare la gabbianella che, tempo dopo, iniziò a soffrire la fame. Allora il mare la invitò ad andare ma lei voleva restare e il mare s’innamorò della gabbianella. Ma un giorno di giorni dopo, la gabbianella morì di fame ed il mare ne fu profondamente addolorato tanto da inondare metà paese. Al chè gl’uomini capirono il suo dolore e ripulirono il petrolio dalle sue viscere. Così tornò pulito ed i suoi abitanti furono salvati, ma la gabbianella era già morta e non poté mai abbracciare le sue acque.
    I due si erano amati per tanto tempo senza mai toccarsi e il mare non trovò motivo di smettere di arrabbiarsi ma la bontà della gabbianella l’aveva reso triste e smise di abbattere le pareti dell’isola con le sue onde. L’unica parte in tempesta di tutta l’isola è la conca che ha ospitato la gabbianella e ogni volta che qualcuno v’imbatte in quella conca si può ben udire il dolore del mare che riecheggia in tutto luogo.”
     
    Bella storia. Rimasi assai stupefatto dal modo con il quale me l’aveva raccontata.
    Terminato il racconto, il vecchietto spegne la sigaretta e si congeda; d’un tratto sull’isola di fronte alla mia postazione v’era il sole ed il mare s’era acquietato e, come mi aveva ben detto, da un angolo spigoloso di una conca, il mare ardeva disperato riecheggiando in tutto il suo splendore.  
     

  • 21 febbraio 2016 alle ore 9:38
    CATTIVO UMORE

    Come comincia: Mi alzo ogni mattina alle 5,30, si proprio 5,30 il perché è presto detto: devo assumere 14 medicine nell’arco della giornata cominciando da quell’orario.
    “E che ciavrà mai stò sfortunato” direte voi, me lo domando anch’io, volete che vi enumeri le varie patologie, sono tante e ve le risparmio ma vi assicuro che esistono.
    Dopo l’ ottantino un mal ogni mattino, i proverbi mi stanno un po’ sul cazzo ma in questo caso ci hanno proprio azzeccato, uffa: mia moglie anche lei mattiniera per motivi di lavoro, ha 26 anni meno di me e quindi non è in pensione. Fa le sue cosine nel suo bagno, in quello principale perché, more solito, furbescamente, s’è preso quello più accessoriato, a me il buchetto con l’indispensabile ma non mi posso lamentare perché molto generosamente talvolta me lo presta per fare la doccia (nel mio non c’è).
    Dopo questa serie di lamentele che non servono a migliorare la mia depressione dovuta anche un tempo uggioso ed una leggera pioggerellina quella che ti sta sulle palle perché non ti invita ad uscire al contrario di un bell’acquazzone che, indossato trench all’inglese, cappello floscio e stivali ti porta a sfidare il mondo specie qui a Messina dove son costretto ad usare sempre la mia Jaguar, piuttosto ingombrante, per andare al centro e girare a vuoto per un posteggio introvabile. E i mezzi pubblici direte voi? Ma quando mai: di autobus se ne vedono pochi in giro, dicono che all’ATM ne cannibalizzano due per farne marciare uno ; il tram si blocca perché con la pioggia si formano delle pozzanghere incompatibili con la sua marcia... È mai possibile che i progettisti non abbiano pensato a questo inconveniente? Qui da noi è tutto possibile ma voglio finirla con le lamentele, Messina sarebbe una città favolosa mare davanti e montagne dietro, i Monti Peloritani ma…il ma sono gli amministratori di cui mi astengo dal dare giudizi per non beccarmi querele a più non posso. Vi dico solo che ultimamente è saltata fuori una storiella indegna di un paese civile: gli assessori timbravano il cartellino di presenza per intascare le prebende per poi ,in molti casi, andare a sbrigare  i fatti loro: di quaranta quando ce ne sono presenti in consiglio comunale una metà è un piccolo miracolo, e allora perché si erano fatti nominare? A voi la sentenza. Piccola soddisfazione: i furbastri sono stati inquisiti dall’Autorità Giudiziaria.
    Sto al computer per varie incombenze, oggi ho pagato la Tari, €.414.  L’unica cosa piacevole è quella che non faccio più la fila all’ufficio postale ma mi risulta che questa tassa sia una delle più care d’Italia, siamo in vetta alla classifica,  in compenso , come regione, la Sicilia è al penultimo posto in campo nazionale, peggio di noi solo la Calabria, una bella soddisfazione!
    Citando la Calabria mi vien da pensare che sullo Stretto di Messina era stato progettato un ponte che, oltre ad essere l’ottava meraviglia del mondo, avrebbe dato lavoro per vari anni a varie migliaia di persone ma i soliti verdi, malgrado che non vi fossero pericoli per i terremoti né per l’impatto ambientale, son riusciti a ad insabbiare il progetto con la conseguenza anche di dover rimborsare la ditta che ha effettuato il progetto. Era una piacere vedere sulle auto la sigla ‘NO PONTE’. A gongolare anche i proprietari dei traghetti privati di cui uno in particolare, un ex sindaco, finito in galera per essersi appropriato di fondi che dovevano essere usati per dei corsi, ma lasciamo perdere altrimenti mi deprimo ancor di più.
    Quando alzo gli occhi dal computer vedo la mia foto in divisa da maresciallo della Guardia di Finanza, un ‘aitante e distinto’ come risulta dalle mie note caratteristiche, il viso ‘munito’ di un pizzo nero (poi fatto sparire perché imbiancatosi) insomma un fascinoso che aveva fatto innamorare la deliziosa Anna, un po’ meno sua madre  che, all’inizio,  avrebbe voluto usare nei miei confronti il revolver di suo marito ‘Forestale’, non che avesse tutti i torti, siamo coetanei con la suocera! Ora invece si aggrega a noi al ristorante ‘La Sirena’ tutti i sabati… dimenticando a casa il portafoglio!
     

  • 21 febbraio 2016 alle ore 8:57
    TERESA...BUM!

    Come comincia: “Teresa… bum, Teresa… bum chi l’avrebbe mai creduto che  tu avessi avuto…valzer: tanti peli nel buco del cul za za za, za  za, za!”
    La non proprio fine  canzonetta era stata proposta da un gruppo di studenti non eccessivamente affezionati alla loro professoressa di matematica a Jesi ,ridente cittadina in provincia di Ancona (non  si capisce perché ridente) una sera di agosto sotto le finestre di un villino dove la predetta alloggiava in via dei Colli 23.
    Perché tanto astio nei confronti di una docente decisamente poco attraente? (pelle giallastra, occhi bovini, bocca  con denti che non vedevano un dentista da vario tempo, orecchi a sveltola che venivano accentuati dalla non salutare abitudine dell’interessata di andare in giro con i capelli alzati insomma…)
    È presto detto: la signora Teresa, ammogliata senza figli (un bene per gli eventuali pargoli)  riusciva ad essere totalmente antipatica per il  suo modo sgarbato di trattare gli studenti (specialmente i maschietti, che fosse lesbica?), a nulla erano valse le proteste dei genitori degli alunni presso il preside e così Giovanni si era premurato di scrivere parole e musica della canzoncina.
    La cosiddetta banda era formata da una decina di ‘cape toste’ studenti del locale liceo classico :
    Gianni e Gennaro, cugini, figli di industriali di macchine agricole,
    Alberto  figlio di un funzionario di banca,
    Giovanni studente, genitori separati padre un ufficiale dell’Esercito ,
    Mario detto alcolino per la sua abitudine indulgere con i liquori, commerciante di prodotti  ferrosi,
    Marco figlio di un avvocato,
    Yvonne studentessa  domiciliata in una pensione a Jesi,  genitori a Cupramontana produttori del famoso vino Verdicchio di Castelli di Jesi,
    Adriana figlia della titolare di un negozio di macchine da cucire,
    Luciano figlio di proprietari terrieri in provincia di Macerata (alloggiava dalla zia Maria),
    Marisa figlia di un impiegato di Arcevia (dov’è Arcevia non lo so, andate a cercarvela!) abitava da sola in una camera in affitto,
    Augusto figlio di un commerciante  di frigoriferi,
    insomma una bella banda che, in occasione della serenata, cantavano tutti in  falsetto per non far riconoscere le loro voci.
    Compiuto il misfatto, dopo che nelle finestre dei caseggiati vicini al villino cominciavano ad accendersi le luci, gli undici, gambe in spalla,sparirono dalla circolazione per andare a passeggiare col viso di innocentini sul corso di Jesi a quell’ora quasi deserto; solo il piccolo bar di Fiamma era ancora aperto per dare ospitalità ad eventuali nottambuli.
    “Fiamma rinfrescaci!” la frase di Alberto aveva provocato l’ilarità dei compagni e la  reazione della titolare del bar: “Prendo un secchio d’acqua e vi ammollo tutti!”
    I ragazzi erano degli aficionados  del bar e trattavano Fiamma come una madre (lei  vedova e suo figlio morto in un incidente stradale).
    Dopo qualche sbadiglio di troppo, la banda decise di ritirarsi nelle rispettive dimore con l’eccezione di Marco e Yvonne che si recarono nello studio di avvocato del padre di lui dove li aspettava un comodo divano, Gianni con Adriana sotto braccio si diressero nella seconda casa dei genitori in via delle Mura Orientali, Alberto e Marisa nella camera in affitto di quest’ultima e gli altri… un po’ invidiosi a bocca asciutta!
    Prendendo spunto dal film ‘Amici miei, la banda  un giorno decise di andare a caccia di lepri e di conigli lungo le stradine di campagna che da Staffollo portavano a Cingoli a bordo delle auto: l’Aprilia di Gennaro, la Fiat 1100 di Gianni e l’Alfa Romeo di Luciano. Come organizzarsi visto che nessuno aveva la patente di caccia? Presto fatto: di notte con i fari delle auto e con fari portatili abbagliavano i poveri animali che restavano inchiodati in mezzo alla strada e poi…il giorno dopo finivano nel capiente forno della cucina di Gianni dove la gentile genitrice, unitamente alla cameriera, avrebbe provveduto a cucinarli alla cacciatora con contorno di patate e innaffiati dal vino Rosso  Conero.
    Altro modo di passare il tempo:  Alberto, appassionato di fotografia, avrebbe provveduto a deliziare i compagni con un filmino aventi per attori lui stesso e la dolce Marisa: mora, occhi verdi, seno prosperoso, lunghi capelli neri e priva di vestiti in una parte vitale del corpo… avete capito, si proprio lì.
    Alberto aveva dovuto superare la giusta riluttanza della dolce compagna convinta a farsi vedere come attrice coprotagonista dopo lunghe insistenze da parte di Adriana e da Yvonne,  curiose come scimmie.
    Inizio: baci appassionati e veloce spogliarello da parte dei due, arrapamento del maschietto che aveva sfoderato un bell’augello (in fondo non ce l’hai così grosso invidioso commento da parte degli altri maschietti), classico sessantanove, immisio penis, lunga balaièe, immisio secondo canale (hai capito stì porcelloni!) e giochi artificiali finali.
    Un po’ di imbarazzo da parte di tutti e poi un applauso: bravi, bravi…
    Alberto: “Ragazzi io sono disponibile a fare da operatore a Gianni con Adriana ed a Marco con Yvonne che ne dite?”
    Nel frattempo i non 'accoppiati' Gennaro, Giovanni, Mario, Luciano ed Augusto, divenuti maggiorenni, cominciarono a frequentare il 'Villino Azzuro' un caseggiato vicino al cimitero dove prestavano la loro 'opera' delle signorine inquadrate da non più giovane Lalla la 'maitress' che aveva preso a benvolere i cinque giovani (ci marciava) non facendo loro pagare le 20 lire d'ingresso e facendo degli sconti anche sulle 'marchette' ((gettoni di plastica che alla fine della giornata di 'lavoro' le signorine scambiavano in moneta sonante.)
    Ma qualcosa era cambiato nella testa di Giovanni che, mamma deceduta e padre che aveva perso la patria potestà, viveva con un nonno ex fattore che non aveva molta disponibilità finanziaria. Conclusione: Giovanni aveva smesso di frequentare la solita compagnia ed aveva preso amicizia con un ricco omosessuale che lo ricopriva di regali: un mini appartamento ben arredato, vestiti eleganti, un orologio d'oro e una Fiat  500, insomma un ménage da gran signore ma quando incontrava gli ormai ex amici cambiava strada, si vergognava profondamente del suo operato sinchè un giorno la tragedia: suo nonno appassionato di armi, aveva una collezione di pistole e con una di esse Giovanni si suicidò, non era riuscito ad accettare la sua nuova posizione lui nato etero.
    Al funerale in prima fila il suo 'compagno' in lacrime, poi i parenti venuti da lontano ed in fondo i compagni profondamente scossi.
    Questo avvenimento cambiò completamente la vita degli amici: il piccolo bar dove si riunivano, era chiuso per il decesso di Fiamma; i dieci si misero a studiare seriamente per diplomarsi e poi iscriversi all'università perdendosi di vista, solo raramente si sentivano, qualcosa dentro di loro si era rotto, non riuscivano a dimenticare il caro amico Giovanni, un ricordo tragico che segnò profondamente la loro vita.

     
     

  • 19 febbraio 2016 alle ore 22:28
    Slot

    Come comincia: I bambini, quando nascono, non vedono per diversi giorni.

    Nondimeno, scrutano il vuoto attorno a loro e paiono riflettere intanto che le pupille roteano.

    <Che cosa vedrà?>, domandano i genitori nel carezzarli e sognando un futuro migliore e più felice del loro.

    I giorni si alternano rapidi. Le mamme li cullano e gli parlano piano. Poi i papà appendono alla culla, oppure al soffitto, una selva d’uccelletti tenuti assieme da un filo:

    <Per attirarne l’attenzione!>, affermano entusiasti immaginando quello che accadrà.

    Il bimbo osserva i volatili. Allunga la mano.  Sorride. Fa uno strepito, e la madre afferma: <Ti sei accorto amore come li guarda? Vuole prenderli con la mano!>

     

    Slot

    Il potente Suv scuro, nuovo di pacca, procedeva lungo la Third Avenue di New York.

    La luce delle insegne si rifletteva sui vetri dell’autovettura senza lasciare scorgere gli occupanti.

    All’interno del veicolo due uomini colloquiavano con passione su un argomento apparentemente sconclusionato: forse era per via dell’alcol bevuto nei numerosi locali ai quali avevano fatto visita durante la notte.

    Erano all’incirca le quattro del mattino...

     
    <Allora John? La fessura dov’è?>.

    <Ė là dove il cane abbaia nel vuoto. Oppure dove osserva indeciso!>.

    <Dimmi John, dove altro potrebbe essere?>.

    <Là, dove trovi il gatto dopo che l’hai cercato per ore senza scovarlo!>.

    <Solo in questi posti?>

    <No, Mark! Certo che no! Negli angoli. Tra il muro e il pavimento per esempio. -Può essere in quel piccolo spazio Mark! >.

    <E basta John? È veramente solo in questi posti?>.

    <No Mark! Trovarla è più facile di quanto non si creda. Può esistere in un mercato! In un garage! Pure dietro un albero. Sopratutto la troverai, dove sono accaduti fatti strani e inspiegabili!>.

    <Ė stabile? Rimane sul luogo?>.

    <Dipende! Se è forte, sì. Se viene e va, è ciclica. In questo caso può essere molto energica, quanto debole. Per certo è attiva per pochi istanti, sai: fluttua qua e là e poi va. Sparisce!>

    <Ho capito John! Grazie!>

    <Sicuro?>

    <Sì, sì. Ho capito. Sono certo!>

    <Allora ripeti: che cos’è esattamente?>

    <Ė un posto magico. Lo so! L’ho capito!>

    La vettura svoltò cambiando strada. Imboccò la 59esima in direzione del ponte sull’isola Roosevelt. I grossi pneumatici stridettero un poco sull’asfalto.

    <No, Mark. La fessura non è questo!>.

    <Allora John? Spiegami meglio!>.

    <La fessura è lo spazio tra quello che c’è, e quello che non c’è. Non è un posto magico! Ė il suo confine!>.

    <Adesso posso vederla?>.

    <No Mark. Non puoi!>.

    <Insomma come faccio? Ė una cosa da pazzi... >.

    L’auto svoltò prendendo la seconda Ave. Di nuovo le gomme stridettero, ma questa volta più distintamente per via dell'andatura fattasi veloce.

    <Pensaci Mark. Ricordi il gatto?>.

    <Sì John! Si!>.

    <Lo vedi uscire all’improvviso... >.

    <Sì John. Sì!>.

    < Non vedi mai da dove... >.

    <Ė vero John! Non so mai, dove si è rifugiato! All’improvviso lo trovo davanti e basta!>.

    <Ė quello il trucco.>.

    <Davvero non capisco!>.

    <Sforzati. Puoi farcela.>.

    <Sì John. Finalmente ho compreso!>.

    <Bravo!>.

    L’auto e i suoi occupanti erano dalle parti della Manhattan Art & Antique Center. Tra pochi istanti, avrebbero raggiunto la 55esima strada.

    <Ė là! Ė là John! Ė dietro a quel lampione: ne sono sicuro!>, asserì Mark.

    <Si! La vedo anch’io!>.

    <Ė forte, John? Ė forte?>.

    <Sì Mark. Ė forte! È forte!>.

    L’istante successivo, John fu dall’altra parte.

    Venti minuti più tardi la polizia intervenne sul luogo, chiamata da un autista del servizio di nettezza urbana che aveva notato uno strano ammasso di ferraglia all’angolo con la seconda Ave.

    Nei pressi di un negozio d’ottica e della pizzeria “Angelo’s” una potente automobile era andata a sbattere contro un lampione.

    Il corpo di Mark giaceva immobile con le ossa fratturate dal lato passeggero.

    Sembrava stupito, almeno a detta dell’agente che con un gesto di pietà si preoccupò di chiudergli le palpebre.

    Nei giorni che seguirono gli investigatori indagarono senza capirci un bel nulla.

    L’indagine fu presto chiusa e classificata irrisolta.

    All’ultimo istante, quando John aveva ormai lanciato la vettura contro il lampione, a Mark era venuto il dubbio che in realtà quel punto non esistesse.

    Ora John si trovava dall’altra parte della porta ma che cosa poteva fare con quella mezza autovettura?

    Pensò al padre e alla madre che cechi dalla nascita, l’avevano lasciato crescere al buio fino all’età della scuola.

    Agli assistenti sociali che vennero a liberarlo, i genitori riferirono con dispiacere di non aver compreso il momento giusto per alzare le tapparelle in casa, così il ragazzo era cresciuto nell’oscurità.

    Ad ogni modo quella brutta storia era passata e John li aveva perdonati.

    Adesso era un uomo e si spostava per mondi tra loro invisibili. Presto sarebbe tornato a trovarli e a prenderne una vettura nuova e magari, questa volta, l’avrebbe scelta rossa.

    © Veniero Rossi.
     

  • 19 febbraio 2016 alle ore 1:31
    2010

    Come comincia: Una donna sa come rialzarsi, sa quando porre la parola fine a tante cose senza inutili rimpianti, è capace di affrontare il dolore. Una donna non demorde e non si abbatte, si siede, piange, si incazza, ma non molla. Una donna sa come rialzarsi sempre più forte di prima.

  • 19 febbraio 2016 alle ore 1:17
    2011

    Come comincia: Fanculo ai falsi amici e alle false promesse, ai finti volti angelici e ai falsi predicatori squallidi che su un pulpito effimero predicano i valori. Le persone oneste spesso si ritrovano quotidianamente ad imbattersi contro la falsità dei malvagi. Andate a fanculo gentaglia di merda, falsa e ipocrita, perchè io non mi abbasserò mai ai vostri livelli, né mai parteciperò ai vostri banchetti colmi di opportunismo e di convenienza. Io sono semplice, amo le persone sincere, i miei amici di sempre che conoscono bene il significato della parola rispetto, amo chi come me tiene ancora molto a certi valori.

  • 15 febbraio 2016 alle ore 15:11
    Vita ingabbiata

    Come comincia: Ragioniamo troppo. Pensiamo troppo. Facciamo tanti "troppo". Eppure vivere è la "cosa" più elementare e semplice: vivere. Noi umani la confondiamo, la distraiamo, la colmiamo di input e complicazioni che, in realtà, non le competono. La Vita è continuo movimento, di pensiero di azione di generazione, noi la beffiamo con quadranti statici in cui affossarla. Infiliamo il Pensiero in un cubo e lo facciamo girare vorticosamente sbattendolo su una parete e sull'altra, fino allo sfinimento.
    Etichettiamo il giorno e gli diciamo come deve comportarsi: cosa deve fare, cosa deve dire, cosa deve giudicare, cosa e chi deve escludere. Fermiamo il Tempo obbligandolo a camminare lo stesso nostro passo, piccolo, minuto, insicuro.
    Fermiamo il movimento, di pensiero di azione di generazione. Tramutiamo la Vita in uno stagno di cui conosciamo il perimetro, il colore, la minima ondulazione. La Vita si ribella: sta stretta, ingabbiata, strepita, vuole scappare dalle sbarre, vuole tornare a se stessa. Vuole essere se stessa: semplice, elementare, viva.
    Quel che noi chiamiamo "problemi quotidiani" non sono della Vita, ma di quanto le abbiamo imposto di essere: un cubo.
    Forse, dovremmo renderle la libertà, e liberarci.
    (Appunti di viaggio)
     

  • 12 febbraio 2016 alle ore 20:46
    La Vita e la Morte

    Come comincia: Mi barcameno nei giorni con una sorta di pudore, nel bisogno di proteggere, l'ognuno accanto, dalla tristezza. Consolo e ci consoliamo a vicenda, pure parlare di "morte" mi sembra offensivo, di cattivo gusto, un mancare di rispetto ad anime più delicate di altre. Ma sono qui a parlarne con me, nel mio silenzio faccio pratica di tatto, fino ad arrivare a saperlo dire lievemente, così come deve essere il passaggio da una dimensione ad un'altra. E' difficile. Alcuni momenti attraversano la vita con importanti traiettorie che, se pure di luce accecante e disarmante, allineano. Ci conducono in luoghi proibiti a molti, ci lambiscono con note sublimi e ci mostrano dimensioni che sono lì, accanto e discrete. È un mondo di "fuori" o di oltre il comune pensiero, però è lì, in tenera attesa di essere riconosciuto. È un mondo pulito, è consapevolezza, è amore, è perdono, è ringraziamento. È il mondo dell'oltre, purissimo. Perfetto e purissimo, difficile da incontrare, difficile da riconoscere. Difficile. Purissimo. Sa dire addio al passato e cambiare il futuro. Quando si vivono momenti di lutto, i "protagonisti" camminano su un terreno di -essenze- molto delicato, incontrando più vite in identici momenti, unificandole in una -unica vita- Presumo nasca da questa fatica intima, dal lavorio dell'Essere che muore nel partorire se stesso nello stesso attimo in cui un proprio caro sta operando l'identico passaggio, che "racchiude" nel silenzio. Morire a se stessi e rinascere "ogni momento", è il Mantra da recitare costantemente: riconoscere la propria Essenza ed espanderla in comunione con il corpo. Morire e lasciare le proprie spoglie, è ancor più ampio: è rinascere a se stesso "Essenza" e continuare la vita in una dimensione diversa dalla conosciuta. La tristezza è mortale, siamo penalizzati del bisogno fisico del caro che è andato laddove ancora non siamo abilitati a vedere, è un vuoto che non sappiamo colmare perché non abbiamo l'abitudine a riconoscere l'Essenza. Ma noi viviamo per imparare.
    Il vivere, quanto poi si sa esprimere è faticoso, se pure ripagato con visione sempre più vivida e pura dell' esistenza, per intanto, solo il silenzio buono concede tale visione: il luogo dell'Anima. La Vita e la Morte, stesso luogo.

  • 09 febbraio 2016 alle ore 19:33
    Il pane

    Come comincia: Ci sono delle giornate che hanno bisogno di lievitare prima di poterle accettare e amare, come per il pane. Cosa c'è di più simile al "pane" che possa "alchemizzare" l'inesprimibile sentire. Forse la musica, il colore, essi sì, sanno accompagnare la trasformazione da emozione sconosciuta a se stessa, a chiara percezione. Ma pure, il manipolare l'impasto del pane è così simile al lavorio inconsapevole dell'interiore, così affine è la lievitazione, così uguale è la trasformazione del "non so dire" a "so". Manipolazione lievitazione e trasformazione: la via per passare dall'inconsapevole al cosciente. E così, anche oggi ho fatto il pane. Dopo la prima esperienza terapeutica, la seconda medicamentosa. Dovevo disperdere le particelle scomposte in me, quelle ospiti autarchiche e irrispettose, che senza presentazione alcuna, vagano nel mio corpo come fosse la "loro" casa! Dovevo fare il pane, oggi. E le ho fregate, loro, le Particelle Scomposte. Sono lievitate con il pane, si sono gonfiate in esso e si sono disperse nel calore del fuoco. E' buono il mio pane, lo mangio e mi nutro delle P. S. ammansendole e facendomi amare, e le amo, così rinnovate e buone, ci apparteniamo, sappiamo lievitare.

  • 04 febbraio 2016 alle ore 9:25
    ALBERTO E IL MARE.

    Come comincia: Disteso su una sedia a sdraio sulla sabbia, gli occhi socchiusi, Alberto rimirava il mare in una notte senza luna.
    Percepiva il rumore delle onde che si rincorrevano sin sulla spiaggia schiaffeggiando la battigia per poi ritirarsi silenziosamente.
    Una brezza fresca e leggera gli accarezzava il corpo sin fino al viso, una piacevole sensazione che gli ricordava le carezze della consorte dolcissima che, con le mani diafane e sapienti gli procuravano un fremito in tutto il corpo.
    Il paesaggio scuro era suggestivo anche se incuteva un po’ di paura.
    All’orizzonte la Calabria; i suoi fari lampeggiavano squarciando a tratti l’oscurità. Qualche tremula luce in mare: barche di pescatori che con le lampare cercavano di attirare i pesci.
    In cielo una stella faceva capolino fra le nuvole che si inseguivano fra di loro nascondendola per poi riscoprirla ancora.
    Alberto era estasiato, ebbro di sensazioni piacevoli si sentiva ottimista, rilassato.
    Nel telone del cielo scorgeva fanciulle danzanti ricoperte da un minuscolo gonnellino.
    “An vedi er bell’addormentato, tu moje te cerca da mezz’ora, arza le chiappe!”
    La suocera di Alberto non era un esempio di finezza…

  • 30 gennaio 2016 alle ore 16:24
    Will ed Io

    Come comincia: E nulla; fu così che m’isolai.
    Ero partito con tanti buoni propositi e, per quanto avessi vissuto anni difficili, alla fine male non stavo.
    Ma poi un giorno, così, dopo tante attese e illusioni mistiche, quello che avevo cercato mi era stato tolto (come sempre, potrei aggiungere). Alla fine, poi, di colpe ne avevo anch’io se la vogliamo mettere su questo piano anche se, a dirla tutta, erano colpe più che lecite se si mettono in conto tantissime cose.
    Non mi va di stare qui ad elencarle o a farne un dramma; in tanti anni sono stato come una fenice e di certo non mi butto giù per così poco (per dei pezzi di merda, se posso permettermi).
    Allora ad un certo punto ero lì nel mio totale isolamento e poi boh, qualcosa piomba nella mia frastornante solitudine; non c’è molto da spiegare nemmeno in questo.
    E’ come quando sei in strada e cammini, cammini poi uno ti tocca per sbaglio, ti chiede scusa, tu annuisci e vai via. Si, peccato che non sono andato via! Ci sono rimasto con quel qualcuno che ti ha toccato per sbaglio. Ci parli un po’, ti fai un sorriso, metti a fuoco e poi, senza accorgertene, t’è entrato pure nel cuore.
    E vabbè, ragazzi allora, che si fa? Uno non può stare tranquillo nel proprio casino che dietro l’angolo ci si tuffa nel mezzo anche quello.
    Sono anni che vivo da solo col me stesso nella valigia, con l’altro me nella tasca e l’anima nel portafoglio; non a caso ho sempre rifiutato ogni qualsiasi forma di contatto per non sporcarmi al resto soprattutto quando non v’è nessun interesse.
    Poi boh, sarà la stupida solitudine che ti tira il braccio o ti mette lo sgambetto a farti ricordare che, poi, dopo tutto, brutto non sei, soli non si può stare e bam! T’innamori del mondo.
    Perché capita sicuro quando passi troppo tempo da solo e là le opzioni son due; o fai il pezzo di merda rude e freddo o perdi il capo ad ogni angolo che svolti.
    Ed i segnali del corpo, a volte, sono molto chiari ma il dilemma sta in quello: che fare? Dare ascolto o tacere? Spingere o sfuggire? Illudersi o amare?
    Alle volte mi viene sempre in mente un grande mare sul quale mi affaccio a luci spente; mi viene alla mente una città lontana lasciata al caso del passato, le note di canzoni smielate che percorrono la brezza fino alle orecchie sorde di una persona che non è più quella persona e allora mi dico “Per quanto quel mare lo conosca bene, le particelle d’acqua che la compongono sono diverse sia quelle vicine che quelle lontane. E se mi sono perso in quelle vicine, chissà cosa potrei trovare in quelle lontane.”
    E quindi poi spunta un faro che illumina l’orizzonte perso dei miei pensieri; poi m’illudo che il faro sono io e invece è solo quello che faccio che lo illumina all’improvviso.
    Così tento di afferrarlo per diventarne padrone e lo chiamo anche Will! Ma più cerco di afferrarlo più mi allontano io.
    Allora non v’è soluzione che sedermici accanto, Will ed'io, con la speranza che, mano nella mano, possa giungere all’origine di quel mare senza vederne il passato od il futuro, stare serenamente lì a guardare quello che ne sarà chiudendo gl’occhi per sentirne il profumo. 

  • 29 gennaio 2016 alle ore 10:06
    I DUBBI DEL PADRETERNO

    Come comincia: Quando L’Eterno, alla fine del settimo giorno ritornò in cielo a godersi un meritato riposo, non furono per lui ore di calma come la Bibbia ci vorrebbe far credere.
    La notte di svegliò madido di sudore, un sogno orripilante lo aveva sconvolto: i guai che l’uomo avrebbe combinato sulla terra. Perché non ci aveva pensato prima,  lui tanto preveggente, possibile che gli erano sfuggiti i disastri futuri del pianeta, eppure…
    Prima di tutto perché popolare solo uno fra i miliardi di altri astri che esistevano? E poi perché privilegiare l’uomo facendogli assoggettare e sfruttare gli animali e non punirlo invece molto più pesantemente per aver egli disobbedito ai suoi ordini? Sicuramente poca cosa era stata la sua  cacciata dal Paradiso terrestre in considerazione dei guai che avrebbe procurato  con le  guerre con i suoi simili con motivazioni del tutto ignobili che lui stesso, padreterno, non riusciva a ben comprendere! Come era potuto accadere la shoah degli ebrei, tremenda storia di un popolo, peraltro eletto da Dio, che un pazzo dittatore voleva sterminare. Il Padreterno era perlomeno distratto! Correva l’anno 2016, a capo della chiesa cattolica c’era un certo papa Francesco che aveva sostituito un  predecessore che non era riuscito a tener a bada i suoi dipendenti sempre in lotta fra di loro. Ebbene il buon Francesco, da furbo Gesuita, si stava conquistando le simpatie del mondo cattolico e non, con il buonismo e l’empatia ma non cambiando di una virgola le rigide regole cattoliche migliori solo di quelle dell’Islam decisamente medioevali in cui le donne valevano e valgono meno di una capra, vi sembro esagerato? Provate a chiederlo a qualche femminuccia dell’Arabia Saudita o di altro stato simile .
    La credenza comune di quegli arabi è che gli esseri umani femminili servano solamente a sfornare figli, a fare le schiave in famiglia o le prostitute anche in paesi molto ricchi in cui il Padreterno aveva ritenuto opportuno dotare il sottosuolo dell’oro nero molto apprezzato da tutti i paesi del mondo.
    Inutile rammentare i guai che la chiesa cattolica aveva combinato nel medioevo, meglio stendere un pietoso velo;  un predecessore dell’attuale papa aveva ritenuto opportuno chiedere perdono per le  immense nefandezze commesse in nome di quella religione.
    Ritorniamo all’anno di grazia 2016; caduti alcuni dittatori mediorientali per le sciocche furbizie di alcuni stati occidentali con cui in passato erano in buoni rapporti, era sorta una religione spaventosa in cui la vita di un uomo era men che nulla, i famosi tagliagole che si vantavano dinanzi alle telecamere di sgozzare altri esseri umani in nome di una religione islamita che si erano creati su misura.
    Torniamo al Padreterno le cui notti sono costellate da sogni infelici ma poi Padreterno di quali religioni, ovviamente di tutte ma a questo punto un ateo come me cade in depressione perché i suoi simili di pensiero o, per esempio, gli omosessuali, nei paesi governati dall’Islam, vengono gettati dall’ultimo piano del palazzo più alto della città!
    Qual è mi domando il motivo per cui alcuni uomini si rifugiano nella religione, qualunque essa sia: sicuramente per insicurezze personali; confidandosi con un sacerdote cattolico, vengono mal consigliati da un prete che giudica i fatti col filtro del suo credo fuori dalla realtà comune.
    Per non parlare delle povere suore… invece parliamone: d’accordo è stata una loro scelta ma non si può vivere coartando la propria natura. Immaginate come se la passano male in campo medico, soprattutto ginecologico. Nel medioevo era consuetudine far indossare il velo a fanciulle nobili per non dividere il patrimonio di famiglia.
    Nel recente passato alcune di loro, uscite dal convento, ne hanno raccontate di belle o meglio di brutte storie ignobili di cui erano state protagoniste loro malgrado.
    In alcune la madre superiora, dai gusti omo, pretendeva dalle subordinate prestazioni che ben poco avevano di divino, a parte i sacerdoti maschi che, in sede di confessione, infliggevano punizioni che non assomigliavano alle Ave Maria o Gloria Patri, punizioni non sempre gradite dalle interessate considerata anche la bruttezza o la vecchiaia dei confessori.
    In Vaticano vi sono suore, perlopiù africane, che prestano la loro opera quali inservienti a tutto campo nei locali adibiti a locande e sale da pranzo a disposizione di pellegrini senza essere retribuite (sembra). 
    Sotto il patrocinio di congregazioni cattoliche vi sono mense e dormitori per i non  abbienti. Diciamolo francamente sanno un po’ di ‘smoke in the eyes’ come dice la canzone, insomma fumo negli occhi per coprire le non buone e inveterate abitudini dei parroci di farsi pagare le prestazioni religiose in contrasto di quanto disposto dal papa.  Gli stessi preti si sono ben guardati dall’obbedire al dettato del loro capo supremo che ha suggerito di dare alloggio e vitto ad una famiglia di rifugiati, ben pochi lo hanno seguito.
    Andando in alto nella scala gerarchica troviamo prima i vescovi e poi i cardinali che, come rivelato da servizi giornalistici, alloggiano in gran parte in abitazioni di 500 metri quadrati e più con opere d’arte di immenso valore e con a disposizione autovetture di gran pregio.
    Gli italiani, giustamente, si lamentano delle esose imposte che son costretti a pagare; in Europa pare siamo i primi di questa non ammirevole classifica. Il comune cittadino si domanda il perché l’Agenzia delle Entrate, dietro imput del governo,  non mette l’occhio sui fabbricati della chiesa cattolica che, con la motivazione che sono luoghi di culto, non pagano una lira, anzi un  euro di imposte! Risposta: i politici perderebbero i voti dei cattolici purtroppo ancora ben radicati sul nostro territorio.
    Non che le altre religioni siano migliori: recentemente una trasmissione televisiva  ha svelato quanto accade ai componenti del credo ‘I Testimoni di Geova’: i giovani che non seguono rigide regole di comportamento vengono pesantemente puniti e allontanati dalla loro società.
    Altra religione ossessiva Scientology: alcuni attori di grido che la foraggiavano molto lautamente allorché volevano abbandonare quel credo, sono stati pesantemente ricattati e hanno dovuto far marcia indietro.
    Conclusione: io mi tengo stretto il mio pacifico ateismo lontano dai casini di tante religioni, quando posso faccio del bene ai poveri, agli straccioni, ai diseredati che popolano le nostre strade e che mi fanno stringere il cuore.
    O Padreterno non pensi che sia il caso di fare scomparire tutti noi terrestri come hai fatto con i marziani? Ovvia domanda a me stesso:
     “Ma tu che ne pensi di morire, non credo ti farebbe piacere.”
    Io suggerisco al signor Padreterno di rimandare la cosa a fra vent’anni, nel frattempo io avrò compiuto cento anni di età!

  • 25 gennaio 2016 alle ore 20:43
    Un altro che non sono.

    Come comincia:          
    Non ho fatto nulla, sono assolutamente innocente, dice Antonio quasi tra sé, praticamente sottovoce, anche se lo fa con un tono che verrà dichiarato sulla carta stampata del giorno seguente deciso e convinto, quasi quello di un individuo che non fa che mostrarsi verso gli altri come un soggetto umile e sottomesso, pur conservando una sua personalità molto ferma, propria di un individuo che non è soltanto il povero ragazzo praticamente preda di una forza insospettabile a lui superiore, ma anche tutt’altro. Intorno in molti lo guardano con grande attenzione, ma nessuno dei presenti, almeno all’apparenza, concede davvero troppa importanza a quelle parole. Con ogni evidenza tutto ciò che l’inquisito esprime anche in questa fase, è subito registrato e soprattutto analizzato in ogni sua parte, esattamente come se quelle espressioni che adopera fossero costituite da sillabe, frasi e parole estremamente più complesse di ciò che realmente sono, forse mostrandosi addirittura frutto di una mente contorta, indubbiamente da interpretare, e alla quale senz’altro è doveroso concedere lo stesso ordinario beneficio di un qualsiasi assunto filosofico a cui, nelle pagine della cronaca dei quotidiani locali, sembrano praticamente riferite.
    La vittima indagata, detto ciò, resta subito dopo in silenzio, con gli occhi bassi, l’espressione di chi non si aspetta proprio niente di buono da tutta quella faccenda. Qualcuno senza alcuna professionalità da difendere, mormora di alcuni elementi evidenti che non avrebbero neppure alcuna necessità di essere dimostrati. Poi, mentre si continua ad interrogarsi praticamente su tutto, si dichiara ufficialmente una breve sospensione tecnica di quei lavori. Si levano subito in coro commenti e polemiche varie contro qualsiasi cosa sia stata trattata fino a questo momento, qualcuno alza addirittura la voce, però girandosi subito di spalle al momento in cui si ritiene troppo osservato. Altri abbandonano il luogo, sollevando le braccia quasi in segno di resa della civiltà.
                  Antonio alza lo sguardo, si osserva attorno, perde per un attimo la sua espressione dimessa e forma nell' aria densa un grido rovente di rabbia e disprezzo per la speculazione giornalistica in atto sul proprio caso. Si instaura immediatamente appena un attimo di silenzio profondo, in cui tutti si voltano verso di lui, anche se Antonio adesso è tornato immediatamente a sedersi e ad abbassare lo sguardo. Gli avvocati lo raggiungono subito, qualcuno vicino torna ad accendere il proprio registratore, altri prendono nota delle parole e del tono usato per essere espresse. Infine una donna, non troppo avanti con gli anni, si avvicina ad Antonio, e con la punta delle dita gli accarezza una mano mentre lui resta immobile, quasi ripiegato sopra di sé. Io ti credo, gli dice sporgendosi, e poi più nulla. Intorno qualcuno osserva la scena, due o tre fanno cenno di si con la testa, forse una piccola breccia si sta aprendo tra le file dei colpevolisti per forza. Alcuni trovano immediatamente lo spunto per una storia che nasce proprio in quel preciso momento, insospettabile, che addirittura getta chiara luce su nuovi e imprevedibili scenari.
                   Infine si riprendono i dibattimenti, ma Antonio a questo punto ha un lieve malore, si accascia, viene portato subito fuori dal personale addetto alla sua salvaguardia. Tutto, nella confusione generale, perde immediatamente di qualsiasi interesse, e in molti si accalcano già per andarsene, il presidente quindi grida silenzio più volte, ma oramai ogni cosa sembra sgonfiarsi, forse bisognerà attendere la prossima udienza per riattivare la curiosità di chiunque. La sala ormai è quasi vuota, i tassisti lungo il viale si precipitano a portar via i professionisti e gli addetti ai lavori che già stanno dietro a qualche altra cosa, ma all’improvviso si dice tra i corridoi che Antonio sia rientrato nell’aula che adesso evidenzia soltanto pochi rumori soffusi, e che sia tornato al suo posto, piazzandosi in piedi, a guardare i pochi rimasti negli occhi per poi infine arringarli: mi dispiace farvi perdere tempo, dice asciutto; ma non sono certo io la persona che state cercando.
     
                  Bruno Magnolfi

  • 25 gennaio 2016 alle ore 16:17
    Stralcio di "Annadelmare del sì"

    Come comincia: Nacque il mio bambino, bello come lo immaginavo.
    Angiolino riccioluto e biondo, illuminò di sole i corridoi dalle porte chiuse del castello. A lui devo e davo la me stessa vera, quella che aveva conosciuto nei nove mesi in cui, complici, ci siamo donati la vita.
    Il mio sposo continuava ad essere circondato dall’amore di moglie e di amica e di madre che tutto perdona affinché torni il sorriso, scordando le umiliazioni piccole e grandi, accogliendo con la compassione di chi soffre vedendo soffrire, confortando l’artefice del dolore profuso ritenendolo vittima del male che, nato con lui, con lui cresceva; continuavo il gioco che mi avrebbe risucchiata nel pozzo nero della sua follia. Intanto la sua tela di ragno ricamava preziosi vestiti sulla mia pelle, seppure, farfalla incosciente e felice, volavo rallegrando l’aria.
    Ero conscia di essere in quel preciso istante in una linea precisa dell’universo e se c’era un disegno di vita, la mia era proiettata in quel castello e il mio passaggio avrebbe dovuto tracciare nuove linee che, come i raggi filtrati da un cristallo, avrebbero prodotto altre linee. Fasci di luce. La vita è un insieme di fasci di luce che incontrandosi si deviano, sprigionandone altre, o si fondono diventando un’unica scia luminosa. Una sola azione, un gesto, un sorriso o una parola, illuminano e incrociano traiettorie che illumineranno altre e così all’infinito, e se la luce è buona, è gioia, rispetto e umanità che si perpetua e si allarga; quando i fasci di luce sono lame taglienti che feriscono e accecano nasce il dolore e l’oscurità, che si perpetuano e si allargano. Se ognuno di noi credesse a quanto è importante un solo pensiero e che effetti determina, forse saremmo tutti più attenti.
    Una famiglia di lucciole danzanti in una notte morbida, ecco cosa potremmo essere, noi esseri viventi di questa terra, lucine evanescenti nel cosmo, noi, e anche notte morbida e luminosa. Questo mio pensiero mi accompagna da allora.
    Il castello aveva grandi muri e grandi torri ma non avrebbe potuto uccidere la mia luce. Niente e nessuno può uccidere la luce, si possono sbarrare gli scuri delle finestre, bendare gli occhi, ma essa non muore.
    Il mio sposo apriva le braccia e il cuore, e avvolgeva l’aria con più oscurità, l’innamoramento era finito, unità di coppia non se ne era creata ed io guardavo, come da bambina, la me fuori di me che soffre, senza voler sentire emozione alcuna, mondi separati nascosti dietro un sipario di teatro. Opere scelte, sempre la stessa  recita: mostrare al mondo la forza di un amore immaginato che si nutre e cresce delle parti che interpreta, ottimi attori, bravissimi attori gratificati dal consenso del pubblico, mondi separati, nascosti dietro il sipario del teatro della nostra storia. Il declino nascosto. Morte celata da voci squillanti di cantastorie protagonisti di mondi antichi e lontani, di mondi immaginati.
    So che la forza non mi ha ancora abbandonata, so che se cambio la partitura, se propongo la realtà in tutta la sua bellezza, essa si materializzerà e il mio sposo può svegliarsi, può cambiare la sua pelle vecchia e gioire della muta, quando i serpenti cambiano il proprio vestito sono pronti per la nuova stagione, non lasciano se stessi sul terreno ma la pelle del passato. Volevo lasciare il passato, salutare il castello e i castellani ed edificare il mio nido come una madre deve fare per la sua famiglia, volevo dare al mio bimbo i suoi genitori e la sua casa. Ci riuscii, partii lontano, era importante mettere una distanza fisica tra la mia vita e la vita del castello. Mio fratello quasi gemello fu felice della mia scelta e spianò ogni difficoltà pratica, mi mise a disposizione imbianchini e architetti che accontentarono il mio bisogno di calore dalle pareti ai mobili e arredai la “mia” casa, diede un lavoro al padre di mio figlio. Ero pronta a ricominciare con la gioia e la forza che mai mi abbandonò, non mi accorsi di aver preparato, anziché il nido per mio figlio, la tana dove sarei stata divorata più furiosamente. La bava della tela di ragno era urticante, il mio corpo e la mia anima ne portavano le ustioni ma mai avrei svelato ad alcuno quale fosse la penitenza da scontare per essere in vita, per essere stata scelta da un uomo nonostante la colpa che era stata marchiata sul mio essere già da bambina. Vivevo i giorni nell’amore con il mio meraviglioso bimbo e con lui dividevo i pennelli e i colori nelle ore più dolci che una mamma possa ricordare, facevamo lunghe passeggiate e chiacchierate e risate, al ritorno, mentre preparavo minestre per lui, stava seduto sul tavolo per essere vicino alle scodelle dalle quali rubava il cibo per poi con aria birichina farsi pulire lo sbaffo di verdura sul naso e io, illuminata dal suo sorriso e inebriata dalla melodia della sua voce, ero felice di essere in quell’attimo della vita e di viverlo. Nulla poteva spegnere quella luminosità, neanche il ritorno a casa del mio sposo. E questa forza, che nasceva dall’amore bello che può regalare solo l’animo bello di un bimbo, mi faceva affrontare le lunghe sere seduta attorno a un tavolo che non potevo lasciare, costretta ad ascoltare discorsi bui fatti di parole brutte vomitate da uno stomaco malato.
    L’orecchio teso ai rumori esterni nella speranza di sentire l’arrivo di una visita che spezzasse quei momenti, divenne la mia speranza serale, e fui esaudita, venne una prima volta un amico comune, il mio caro amico intellettuale camionista che prese l’abitudine di passare tutte le sere dopo essersi reso conto di quanto malata fosse la coppia dei suoi amici lontano dal palco. Fu lui che una sera impose allo sposo di lasciarmi andare a letto. E tante altre sere.
    Pregavo, in cuor mio, che fosse tanto ubriaco quando mi raggiungeva, da crollare addormentato. Lo sentivo imprecare mentre si spogliava per infilarsi sotto le lenzuola e trattenevo il respiro per poi farlo somigliare al respiro di chi sta già dormendo. Ancora una volta inventavo una me per sopravvivere, forzando perfino l’esigenza primordiale della respirazione, non era più sufficiente staccarmi da me stessa e guardarmi, ero adulta e per quanto funzionasse bene la mia immaginazione, non ero più capace di soffrire senza rendermene conto. I miei polmoni dovettero comunque imparare a non respirare autonomamente, anche se si ribellavano. Imparai ad aver paura del buio.

  • Come comincia: Selvino, la Sciesopoli, quel palazzo dove i bambini di ogni tempo e di ogni luogo ritrovarono la libertà e il gioco

    Lungo le stradine avvolte dal verde e contornate da fiori di campo, proseguendo verso la Valle Brembana, un tragitto si inerpica tra le zone collinari dell’altopiano di Selvino Aviatico.
    Silenzio intorno e cinguettio di uccelli, stormir di foglia e sussurrare di brezza. Appare una cancellata aggrovigliata ai vitigni, e lo sguardo si allarga su uno spiazzo aperto aggredito dall’erba selvatica. Imponente e fragile allo stesso tempo, si mostra l’austera facciata dell’edificio che un tempo palpitava di vita e di bambini. Il suo nome evoca un paese dei balocchi, un mondo di giochi e di futuro: “Sciesopoli”.
    Prese il nome del patriota milanese del Risorgimento Antonio Sciesa, morto durante le insurrezioni contro gli Austriaci nel 1850 e fu intitolato a due caduti del Regime: Emilio Tonoli e Cesare Melloni, rispettivamente di 22 e 25 anni, appartenenti alla Squadra da combattimento “Antonio Sciesa”, caduti il 4 agosto 1922 durante gli scontri nei pressi della tipografia dell’”Avanti” a Milano.
    La sua costruzione fu un desiderio delle autorità milanesi del Partito, con l’attivo interessamento del fratello del Duce Benito Mussolini, nell’ambito delle iniziative legate all’ONMI (Organizzazione Nazionale Maternità Infanzia), per offrire ai giovani Balilla e alle piccole Figlie della Lupa la possibilità di respirare aria salubre e fortificare il corpo, la mente e lo spirito tra le selve. La Sciesopoli era talmente imponente e suggestiva che svettava su tutta la vallata brembana, offrendo un panorama di cime innevate e rigogliosi boschi da mozzare il respiro.
     Poi tutto precipitò.
    Al termine della Seconda Guerra Mondiale, dall’autunno del 1945 all’autunno del 1948, la “Sciesopoli” divenne la “Colonia Ebraica”, come dicono i documenti “il più importante orfanotrofio in Italia, uno dei maggior in Europa”, e offrì ospitalità, rifugio e ritorno alla vita a circa 800 bambini ebrei orfani sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. Le organizzazioni partigiane ed ebraiche, che li avevano raccolti, li portarono lassù, per ritornare alla vita, prima di riprendere il loro viaggio e giungere finalmente in Palestina. Erano bambini perlopiù polacchi, ungheresi, rumeni, che nulla capivano della lingua italiana, ma ai loro occhi il verde dei boschi intorno a Selvino, il bianco della neve sui Monti Podona e Poieto, il giallo dei giorni d’estate all’ombra degli abeti, il rosso delle foglie dei faggi in autunno, divennero i colori della vita, un arcobaleno dopo il nero dei giorni della “Shoah.”
    Qui i bambini ripresero a studiare, a creare, costruire piccoli manufatti, ad imparare, al fine di fornire loro ogni possibilità di intraprendere una vita dignitosa e autonoma.
    Raccontava la maestra Angela Camozzi: “Erano tutti magrissimi, con le guance scavate e lo sguardo triste. Molti di loro avevano visto i genitori entrare nei forni crematori e nelle camere a gas. Me lo raccontavano in un linguaggio fatto di gesti e di qualche parola in italiano, tra lacrime disperate. Piangevano spesso. Mentre erano impegnati in una partita di calcio o seduti davanti al cinema della colonia, davanti a una comica di Stanlio e Ollio, qualcuno all’improvviso veniva colpito da una crisi di pianto.” Lei, appena diplomata, si recava spesso alla colonia a insegnare un poco di italiano. La gente del paese era commossa da queste vicende e faceva a gara per dare una luce di serenità a quei visetti pallidi e seri. 
    Nel 1948 i bambini della Sciesopoli partirono verso la loro nuova patria e la “Colonia Ebraica” rimase muta, vuota, quasi sperduta tra le enormi chiome degli alberi. Ma non aveva ancora concluso il suo compito.
    Il Comune di Milano, pur non essendo proprietario dello stabile, prese in consegna la Colonia e la destinò a “Stazione climatica di montagna” per i bambini disagiati e con difficoltà economiche, denominandola “Pio Istituto di Santa Corona” e dandone in gestione alle Suore.
     Durante l’anno, ogni 3 mesi, salivano a Selvino ben 4 pullman che, partendo dalla stazione di Milano presso Porta Vigentina, portavano lassù oltre 200 bambini desiderosi di giochi e armonia, soprattutto figli di carcerati o di tossicodipendenti, bambini che avevano subito violenze,  i quali venivano così tolti dalla solitudine e dall’abbandono, rifocillati e curati nel corpo e nell’anima lacerata.
    I bimbi frequentavano regolarmente le lezioni scolastiche; infatti era attiva perfino la scuola elementare, che occupava il piano superiore ed era curata dalle maestre nominate dalla locale Direzione Didattica. Ma soprattutto c’erano loro, le “maestrine”, giovani diplomate provenienti da tutta la Lombardia e anche dal Meridione.
    Al mattino i bambini seguivano le lezioni ordinarie secondo i Programmi Nazionali, mentre al pomeriggio subentravano le maestre del doposcuola che li seguivano nei compiti e che poi li impegnavano in attività ricreative, giochi, passeggiate fino all’ora di cena, dopodiché si ritiravano nelle camerate.
    Per le vacanze natalizie e pasquali la Colonia-scuola chiudeva e i piccini ritornavano in famiglia. Ricorda Bea che il personale di servizio, tra cui lei stessa, riempiva con cura ognuna delle piccole valigie, molte di esse vecchie e consumate, inserendo i panni ben piegati e puliti, odorosi di bucato e di vento, con amorevole e materna sollecitudine, aggiungendo un fiocco, un nastrino, una mollettina, un piccolo pensiero. Ma purtroppo, spesso, quando a gennaio i bambini rientravano in Colonia, le inservienti scoprivano con amarezza e dispiacere che molte valigie non erano state nemmeno aperte, oppure erano vuote. Una domanda saliva alla mente: che cosa avranno fatto quei bambini, chi si sarà occupato di loro? Che cosa avranno visto ancora che un bimbo non dovrebbe mai vedere?
    Il 1979 passò senza eventi, la Colonia venne aperta solo 3 mesi d’estate, ma nel 1980, trasformata in “Opera Pia Per l’Assistenza Climatica”, titolazione che ancora oggi campeggia sulla facciata dell’edificio, divenne punto di accoglienza del Progetto “Scuola Natura” e nei 3 anni successivi ospitò alcune famiglie di  profughi vietnamiti, che avevano lasciato il loro paese per la difficile situazione economica, carenza di cibo e beni di prima necessità, causati dall’autorità del governo comunista.
    Tra i tanti che dormirono nelle camerate della colonia anche i pazienti dell’Istituto Marchiondi, un Istituto Minorile per l’educazione di ragazzi difficili, basato non come riformatorio ma “scuola di vita”. Per la stagione 1982 - 1983 giunsero i bimbi emopatici, affetti da anemia mediterranea: spesso accompagnati dal medico personale, soggetti a frequenti trasfusioni, fragilissimi ed estremamente deboli, quei bimbi dai grandi occhi già adulti si estasiavano seduti sotto le chiome dei faggi, nel fresco silenzio dei giardini, tra il chiaroscuro dei giorni d’estate, con il sole a giocare a nascondino con le ombre.
    Salirono poi alcuni ragazzi di origine africana e infine, tra il 1984 e fine estate del 1985 la Colonia venne scelta dall’II.PP.A.B di Milano (Istituti Pubblici di Assistenza e Beneficenza, che svolgono attività socio assistenziali) per soggiorni legati alla terza età.
    Ma alla fine giunse  l’inesorabile declino, che portò alla chiusura della “Sciesopoli” alla fine dell’estate del  1985. Da allora cadde il silenzio.
    Sono entrata dell’enorme edificio vuoto in una giornata di gennaio limpida e soleggiata. Il tepore del pianoro intorno pareva risucchiato dal gelido respiro degli atri bui, spogli e squallidi. I dormitori non recano più voci di bambini, solo colonne desolate, che come soldatini ancora reggono l’enorme salone. Non ci sono più i lettini ordinatamente in fila, né i banchi di scuola, né piattini, né scodelle, né tavolini, né panchette, nessun gioco, nessuna impronta se non quella del tempo.
    La “Sciespoli”, antica dimora di bimbi, oggi piange le sue solitarie lacrime dimenticate, chiede solo di essere ascoltata, chiede solo di ritornare alla luce.
     
     

  • 23 gennaio 2016 alle ore 8:09
    UN GENTILUOMO

    Come comincia: La parola gentiluomo è diventata desueta, ormai quasi nessuno la usa: non i politici, non gli insegnanti, non i preti (non che la cosa mi interessi gran che), non più gli industriali (in passato ce n’erano in gran numero), non…non… insomma quasi nessuno.
    Ve lo siete domandato il perchè? Il vocabolario recita: “Signore ben educato, di modi distinti, leale, corretto.”
    Citavo prima i politici, avete mai assistito ad una riunione di politici? Scene disgustose, litigi, arroganza, l’uno che non lascia parlare l’altro, talvolta sono venuti alle mani.
    I preti? Essendo io ateo forse sono di parte ma ne ho conosciuto pochi: uno solo mi ha colpito:  il cardinale Martini che, se non erro, ricevuta in dono una notevole somma di danaro da un cattolico che voleva così guadagnarsi il Paradiso, si è ritirato in terra santa seguitando a criticar la chiesa dall’interno.
    Forse l’attuale Papa che ha sostituito il suo predecessore il quale, circondato da furbacchioni disonesti che non era in grado di tenere a bada, ha ritenuto di levarsi dai piedi per passare la palla ad un successore. Dicevo papa Bergoglio che ha ereditato un bel po’ di problemi: uno dei tanti lo I.O.R , la banca Vaticana, gestita per anni dal non onesto cardinal Marcinkus (non voglio usare il termine disonesto), in cui si riversavano i soldi dei mafiosi, dei i massoni e di molti  personaggi i cui denari erano di dubbia provenienza.
    Bergoglio ha dichiarato pubblicamente di voler far pulizia, c’è riuscito? Bah. Sicuramente non è riuscito a far sloggiare i vari cardinali che occupavano e occupano appartamenti di 500 metri quadri e più in cui sono custoditi opere di immenso valore. Ha provato anche a far  ospitare dai suoi parroci i profughi provenienti dai paesi del nord Africa, ha fatto fiasco, pochissimi hanno seguito il suo invito. Dunque il Papa può essere considerato un gentiluomo? A voi la risposta, io mi astengo.
    Gli insegnanti potrebbero esserlo dando un buon esempio agli allievi ma hanno tanti problemi da parte loro tra: trasferimenti fuori dalla sede di residenza, stipendio da fame, allievi turbolenti e mal gestiti, genitori non collaborativi anzi sempre dalla parte dei figli, niente da fare da parte loro.
    I dirigenti di azienda? In passato tanti; ricordo un certo Borghi che si era interessato al benessere dei suoi operai cedendo loro gratis delle abitazioni, oggi sono veramente in pochi, nessuno di fama nazionale.
    Un gentiluomo che ricordo con piacere, mio padre. Impiegato in un istituto di credito, dispensato dal servizio militare perchè mutilato da una gamba in seguito ad un incidente stradale (era il 1940 l’Italia era entrata in una sciagurata guerra). Oltre al suo normale lavoro si ingegnava a portar soldi in casa (eravamo una famiglia numerosa tra nonni, fratelli, sorelle e figli, io Alberto e mio fratello Massimo). Teneva la contabilità di varie ditte e tornava la casa a casa stanco morto, considerando anche la sua invalidità, portando con sé qualcosa che le ditte producevano (uova, carne, pane, vino).
    Mio padre Armando riusciva anche a far del bene: in un magazzino raccoglieva quello che poteva donare ai poveri: legna, bottiglie di vino, scatolette di carne e di tonno, un po’ di tutto ma soprattutto bussava alla porta dei più abbienti in cerca di danaro che i cotali raramente ‘sganciavano’. Il ricavato veniva convertito in beni distribuiti con la collaborazione mia e dei giovani di famiglia ai poveri durante le feste natalizie o pasquali.
    “Chi dobbiamo ringraziare?” La domanda dei beneficiari. “Il cavalier Minazzo (nome inventato per non far scoprire mio padre).
    Finita la carriera di bancario, il buon Armando prese a scrivere ed a pitturare quadri naturalmente in stile naif dato che non aveva seguito alcuna scuola ma con ottimi risultati (riusciva anche a vendere i suoi quadri con grande suo orgoglio).
    Una sorpresa alla sua morte. A parte ‘l’invasione’ a Jesi (luogo di residenza del genitore) da parte di un nugolo di finanzieri (mio fratello era maggiore comandante del Gruppo di Pesaro, io semplice maresciallo aiutante) vennero fuori alcune storielle che vengo ad illustrarvi, a parte il fatto che in quell’occasione i finanzieri si sparpagliarono per la città gettando nel panico alcuni botteganti che abbassarono le saracinesche per paura di un’ispezione.
    Dopo la cerimonia funebre gli amici vennero invitati nell’attico dimora dei miei genitori in via Giani e qui vennero fuori delle sorprese da parte di alcune distinte e non più giovani signore che lodarono il buon gusto dell’arredamento di casa e alcune , come dire, si sbilanciarono un po’.
    Una certa Lucia, sguardo da… (avete capito):
    “Suo padre aveva una gamba  in meno ma in compenso…”
    Quell’in compenso mi fece malignare sul mio genitore soprattutto Quando la contessa  Capogrossi:
     “Sono già stata in questa abitazione quando sua madre era da Roma presso sua sorella”.
     Domanda ovvia pensata ma non espressa da me: “Cosa c’è venuta a fare quando era assente mia madre?”
    Un’altra persona aveva attirato la mia attenzione: femminuccia, altezza 1,75 circa, corpo atletico, minigonna con stivali, capelli folti e ricci, occhi neri, grandi, promettenti. Stava ammirando un quadro di mio padre raffigurante una casa contadina con orto posteriore, anteriormente un’aia dove erano posizionati un trattore, una trebbiatrice, una scala ed un pagliaio in via di composizione e contadini addetti al lavoro.
    “Signora la vedo interessata a questo quadro, c’è un motivo particolare?”
    “Sono Giuditta Cotichelli professoressa di ginnastica, ero amica di suo padre che mi aveva promesso di vendermelo, mi piace molto, mi fa provare delle sensazioni piacevoli, distensive, vorrei che me lo cedesse. Suo padre talvolta veniva a trovarmi a casa mia, abito nella villetta qui di fronte, sono sola, divorziata senza figli, le ho fatto la foto della mia vita, le ripeto sono interessata al quadro.”
    “Forse anche a mio padre o sbaglio?”
    Un lungo sguardo come per dire: “Brutto stronzo hai capito tutto, non fare tutta stà manfrina.”
    “È suo, ma non credo sia il momento di consegnarglielo dinanzi a tutti, verrò a casa sua col quadro.”
    “Non penso sia il caso di un ‘bis in idem’, conosce il latino?”
    “Si ho fatto il classico, messaggio recepito, venga quando vuole, posso darle del tu.?”
    Nessuna risposta, la baby mi aveva fatto capire che non aveva alcuna voglia di farsi scopare da me, punto.
    Infine la giovane cameriera Mariola inconsolabile: “Suo padre era più di un padre per me…”
    A questo punto una mia domanda: “Da chi ho ereditato la mia mandrillagine?” “Risposta ovvia da….”
    Ho l’orgoglio di dirvi che la mia abitazione messinese è tappezzata da quadri del buon Armando in cui sono espressi tutti i suoi stati d’animo: sfondi rosati: ottimismo e distensione, sfondi grigi: tristezza, sfondi uniformi: creatività, sfondi viola: violenza.
    Talvolta sfoglio il mio album di foto: fra le altre vedo un giovane signore in bombetta, bastone con pomo d’argento e cappotto scuro di castoro, sorridente che tiene in braccio un bel bambino. Il bel bambino ero io bello, purtroppo, non lo sono più, ho superato l’ottantina!

  • 22 gennaio 2016 alle ore 23:58
    The Invisible Ship

    Come comincia: Ciò amo ricordare nelle fredde e umide serate invernali, quando alla taverna in pietra di Thomas Godwin vado a sedere in cerca di un poco di pace e di una sacrosanta pinta di rum. Prima che quella vecchia strega di Margaret venga a prendermi per trascinarmi ubriaco fradicio in casa, maledicendo sette volte, uno per ogni giorno della settimana, il momento in cui decise di sposarmi.
    - Un tempo Thomas ed io, di quella marmaglia facemmo parte...

    The Invisible Ship
    L’invisibile Vascello
    di Veniero Rossi

    Sulla nave in secca la ciurma operava in silenzio, alternandosi nella stiva rischiarata dalle lampade a petrolio che per l’occasione erano accese.
    Dai boccaporti dischiusi si diffondevano il fumo denso e una luce ocra spettrale.
    Saldamente assicurato con forti cime a dei grossi ceppi disposti in coppia a prua e a poppa e conficcati nella sabbia, il battello offriva superbo la prora al vento proveniente dal mare.
    Sinistri scricchiolii e tonfi sordi si avvertivano giungere dalla spina in acero di quel vecchio legname.
    L’occasione tuttavia era unica per svolgere quell’importante affare ma il tempo a disposizione, esiguo.
    A sostenere il vero, si trattava di una possibilità legata a poche ore in tutto.
    Così l’equipaggio correva dalla sopra coperta, alla sentina, cercando di risolvere il problema con il timore che il comandante tornasse a bordo e una volta sul cassero, all’accenno della marea di ritorno impartisse l’ordine di salpare.
    Sulla costa bianca di West Kirby in Inghilterra, il restante manipolo di marinai forti e coraggiosi di quella nave, lavorava di là del bagnasciuga, riempiendo in tutta fretta grossi otri rossi di terra per trasportarli a bordo.
    Presto sarebbe giunto il fortunale e le attività ne avrebbero risentito.
    Tuoni e lampi si cominciavano a formare all’orizzonte e una coltre d’acqua in quella notte da lupi cominciò a cadere.
    Carichi cirri, atterrirono uomini che in vita loro avevano visto tutto.
    Nei minuti che seguirono, tutte le armi, munizioni, uncini, asce e quant’altro armamento, coltello o punteruolo, perfino i cavatappi della cambusa, finirono coperti di arena e stivati nella capiente pancia dell’imbarcazione.
    All’orizzonte, come pecore bianche innocenti, le increspature d’acqua intrapresero il cammino.
    La marea salì veloce e il comandante tornò a occupare posto sul ponte che il vento in coffa rafforzava.
    Assieme alla ciurma, attese nell’oscurità che arrivasse a lambire la nave sino al galleggiamento.
    Il vascello vacillò nel riprendere fondo e ruppe bruscamente ogni ormeggio.
    Neppure l'ancora, interrata sul fondale, riuscì a trattenerlo e la catena rischiava di strappare nell'arare il fondo.
    Fu in quel momento che ordinò al secondo di sollevarla e prendere il largo, appiccando con rabbia il proprio uncino alle mura.
    Privo di velatura e con l’albero di maestra spezzato e appariscenti fori, il vascello virò a dritta nella disperazione generale.
    Alcuni di quei marinai ebbero unicamente il tempo di serrare al corpo le vesti che il ponte fu battuto da un’onda di mare talmente forte da uscire a poppa e scaraventarne un paio in acqua.
    E molte altri ancora di quei flutti sarebbero presto arrivati in quel freddo oceano.
    Quegli uomini dovettero farsene una ragione.
    Il misero tentativo di seppellire le armi a bordo, era fallito...
    Un qualche attrezzo contundente doveva essere sfuggito o non essere stato seppellito a dovere!
    Giacché il vascello tornava a navigare e la maledizione prolungata per un altro mezzo secolo.
    Giusto il tempo necessario a tornare da quelle parti e avere un istante di pace!
    Nel mare profondamente cavo e nella notte torbida e ventosa, il vascello solcò i marosi fino a diventare invisibile all'orizzonte.
    -Sul trinchetto spiccava impavida la bandiera e il teschio.

  • 22 gennaio 2016 alle ore 11:37
    Il corvo rosso dell'Alta Società

    Come comincia: CAPITOLO 1
    IL BARDO ERRANTE.
     
    Il mondo di sopra è una monarchia consiliare fondata sul lavoro e il rispetto della legge.
    Essa assicura prosperità ai suoi abitanti e concede nuova linfa al mondo di sotto, secondo la magnanimità del supremo imperatore e dei suoi delegati.
    Art 1 comma 1 della costituzione.

    Anche quel giorno, proprio come ogni mattina, Luchas si era svegliata priva di novità.
    La signora Maron era uscita presto a fare la spesa e aveva lasciato in cucina la colazione per i suoi due bambini e il marito nel letto col bacio del risveglio. Henry  Stryp, L’ortolano, curvato degli anni e dal suo mal di schiena cronico, sistemava le verdure sul bancone già da tempo al vaglio di alcune clienti abituali.
    I vecchi chiacchieravano tra loro in piazza, alternando a una sniffata di tabacco e l'altra, una sbirciata ai bambini che correvano felici e una occhiata nostalgica agli uomini di ritorno dal mare.
    Per loro, come per tutti gli altri, i giorni scorrevano lenti; gli anni, come secoli. Già… non c’era proprio nulla di nuovo nella piccola ma ridente Luchas; famosa solo per le sue rape e il suo ottimo pesce.
    A parte forse un piccolo dettaglio. Due giorni prima un mercante proveniente dalla più grande Dorys, aveva informato la cittadina portuale dell’imminente arrivo di Fan.
    Quando Luchas lo seppe, tutti, dal primo all’ultimo, ne furono entusiasti. Il sindaco Mc Ghin fu in prima linea nella corsa al rinnovamento del paese, portando personalmente in piazza festoni, vasi di fiori e ogni cosa utile a intrattenere per un paio di giorni il personaggio.
    Febbraio era stato molto freddo e piovoso, ma in quel lunedì d'inizio marzo, i raggi del sole splendevano come in piena estate. Per molti questo fu un segno: come se anche l’astro mattutino lo aspettasse e avesse dato la sua benedizione a una festa che avrebbe lasciato il segno.
    Prima che il sole sorgesse sul secondo giorno dopo la rivelazione e abbracciasse il mulino a vento sopra la collina, tutto il borgo si era già riversato da tempo nelle poche centinaia di metri della piazza di Luchas.
    «Perché vi siete riuniti qui oggi?»
    Gary Stanford era senza dubbio l'uomo con la voce più squillante della cittadina e quel giorno, invece di strillare al mercato per elogiare il suo pesce, gridava per scaldare il pubblico e infiammare gli animi.
    Tutti risposero unanimi: «Volgiamo Fan!»
    «Come? Non riesco a sentirvi!»  gridò Gary a squarciagola, temporeggiando.
    «Vogliamo Fan!»
    Dal vecchio cascinale della signora Hanz, Sam era testimone, suo malgrado, dell'attesa traboccante del borgo. Ascoltava tutto e osservava con fare annoiato le ombre che sfrecciavano sul muro dietro di lui. Sapeva di chi fossero quelle ombre. Accadeva sempre. In qualunque città andasse c'era sempre qualcuno che dormiva troppo o che non dormisse affatto e che quindi, alla fine, perdeva la poltrona.
    Sam si concesse un altro sorso d'acqua dopo la lunga notte di cammino. Nonostante la fatica gli piaceva quella vita. Amava soprattutto che, ovunque fermasse gli zoccoli, lui e il suo padrone venissero accolti come grandi eroi. Le voci pian piano scomparvero, proprio come il sapore dell'ultimo boccone di paglia che aveva mangiato. Sbuffò e, dondolando la coda per allontanare le mosche, si mise alla ricerca di un posticino dove riposare le lunghe e stanche zampe. Nitrì felice quando trovò ciò che faceva al caso suo. Era in un angolino, all'ombra e lontano dalla finestra e, quindi… fuori dalla portata di sguardi indiscreti.
    Spesso gli umani si comportavano come se non avessero mai visto uno come lui.
    Tale frustrazione era compresa solo dalle parole del suo compagno di viaggio. Diceva che lo guardavano meravigliati perché sbalorditi dal suo manto bianco, dalla sua criniera sempre in ordine, o forse dalla croce nera che gli divideva a metà la spaziosa fronte. Sam gli credeva ma ogni tanto ribatteva con sonori nitriti.
    «Cosa, lo pensi davvero? Oh andiamo, sei ancora in gamba, un giovanotto!» E ancora:
    «Sei una bestia rara, mica un pensionato. Devi capire che non sono in molti ad avere visto un cavallo come te.» Già, forse era vero e forse, anzi, sicuramente, lui avrebbe rimediato all'inconveniente convogliando su di sé le attenzioni di tutti; riscrivendo l'ultima frase e facendola diventare: "non sono in molti ad aver visto uno spettacolo come il mio!"  Lo faceva sempre e Max aspettava solo quello.
    Era pronto e comodo, con le orecchie puntate alla piazza, per udire suoni che non si sarebbe mai stancato di ascoltare.
    Le arterie di Lucas erano deserte, ma nel suo centro, dentro il suo cuore, vi correva un treno.
    La piazza era più che gremita e, il palco eretto per l'occasione, sovraccarico di occhi e orecchie affamate.
    Leggermente dietro, sotto la sua ombra, le ruote e le assi di una carovana estranea. Era tenuta in maniera impeccabile, anche se le avversità affrontate erano state di sicuro molte. Le riparazioni e le piaghe del legno, per il suo proprietario sembravano avere lo stesso valore di coppe e medaglie, e invece di nasconderle sotto una semplice mano di vernice, le sfoggiava con orgoglio e fierezza.
    «Bene gente, vedo che siete pronti e carichi» gridò a squarciagola il pescivendolo «quindi, senza ulteriori induci, vado a presentarvi il nostro ospite d’onore! Acclama, oh Luchas ed elogiate tutti, suoi abitanti: il cantastorie proveniente dal mondo fatato di Sinfònia, il ballerino del crepuscolo, l’angelo purpureo; ecco a voi Fan il grande!»
    Dall’interno della carovana saltò fuori un uomo. Gridando quasi quanto la platea, Fan si presentò ai suoi beniamini spalancando le braccia con un sorriso smagliante.  Dopo una rapida occhiata alla folla, l’uomo si sistemò il cappello di stoffa e attaccò a pizzicare le corde del suo banjo.

    Il sole si alza nel cielo più vero
    E non c’è niente che mi renda più fiero
    La città si sveglia di primo mattino
    Con gli uccelli liberi e il gallo canterino
    Respirate l’aria, amici cari!
    Sentite il sole riscaldare la vostra pelle
    Perché poche son le cose più belle
    e molti i bocconi amari
    Di cosa questo bardo sta parlando?
    Ma della felicità! State attenti, mi raccomando.
    Ogni fatica aspetta premio
    e ogni raccolto attende un granaio
    La ricompensa per il lavoro è il vostro gaio
    e la felicità perenne è l’augurio mio!
    Rammentatevi di queste rime
    Conservate queste mie strofe inf’ìme
    Perché  la felicità vi voglio donare
    poiché il mio cuore è generoso nel dare!
     
    La voce melodiosa di Fan rapì gli ascoltatori e le vibrazioni delle corde del suo strumento di legno e tela, li ipnotizzò come un incantatore fa coi serpenti. Di lui Luchas conosceva solo la fama ma, ora che lo avevano davanti agli occhi e, soprattutto, alle orecchie, trovò che le informazioni trapelate non gli rendevano giustizia. «Vogliamo vederli! Facceli vedere, Fan!» gridarono in molti dalle prime file.
    Il Bardo itinerante atterrò sulle punte dopo una piroetta e si fermò. Accarezzando due corde domandò:
    «Amici cari accorsi oggi per udirmi, in cosa questo essere inferiore può servirvi?»
    «Vogliamo vederli! Facci vedere il sangue!» Urlò la folla con un crescendo d'ovazioni.
    Fan sorrise e, sfoggiando nuovi ritmi e nuovo magnetismo, tornò a suonare come il mago della musica che aveva stregato la città.
    Rammentatevi di queste rime
    Conservate queste mie strofe infìme
    Perché  la felicità vi voglio donare
    poiché il mio cuore è generoso nel dare!
    La seconda parte dello spettacolo coinvolse a tal punto il pubblico che le acclamazioni avvolsero il paesino e le sue campagne circostanti. Mentre saltava e ballava, giostrando col banjo in maniera sublime senza fatica apparente, il vento salmastro, come un ammiratore troppo zelante voglioso di un souvenir della propria celebrità, rubò a Fan il cappello. Una cascata purpurea scivolò dalla nuca, gli accarezzò la veste rattoppata e, prima che ricadesse sulle cosce, con un movimento deciso del collo, l'artista l'adagiò nella scia del vento; incantando con essa, attraverso evoluzioni sempre nuove, coloro che con insistenza ne avevano richiesto la presenza. Il bardo terminò la ballata con un profondo inchino preceduto dal ritornello di tutte le sue canzoni. Il sipario scese sullo spettacolo attraverso una pioggia di finissimi capelli che sfiorò il palcoscenico.
    La mattinata volò in un attimo. Nessuno seppe quantificare la durata dello spettacolo, ma tutti furono concordi nel definirlo incredibile. Il sindaco Mc Ghin invitò Fan a fermarsi a pranzo a casa sua e organizzò un banchetto in grande stile per la sera. Il convito ebbe inizio al tramonto, ma l'allegria di Luchas fu tale che Fan non riuscì a capire quanto durò la pausa tra la fine della sua esibizione e l'inizio della cena.
    Sulle grandi tavolate ovali, vivande e bevande vennero servite fino a notte fonda, e birra e vino locale, insieme all'energia contadina, non mancarono mai. Il banchetto si concluse dopo aver messo a letto i più piccoli. Il falò al centro dello spiazzo fu ravvivato con altra legna e le ragazze più graziose, vestite coi costumi tradizionali, iniziarono a danzarvi attorno. La vera festa cominciò solo allora.
    Il ritmo della musica, scandito dal battito delle mani di chi tra il pubblico animava la serata, era irresistibile.
    Il bardo, attratto dalla leggiadria delle danzatrici e dal clima festoso, si lascio trasportare al punto dal voler memorizzare gli accordi delle ballate per un futuro componimento.  
    I movimenti delle giovani gli ricordavano vagamente i suoi; erano più lenti e attenti, ma se eseguiti da loro l’insieme cambiava radicalmente, assumendo una vena in più di beltà.
    Agli occhi di Fan erano fate. Ne scelse una e focalizzò la sua attenzione su di lei. Quel vestito lungo e niveo, i pizzi ricamati, la corona di fiori rosa sui capelli e quei movimenti degni di un’ape su un giglio, lo incantarono e lo proiettarono in un passato molto lontano.
    In un attimo tutte le altre scomparirono e rimase solo lei a danzare per lui.
    Una voce poi gli parlò. "Pher! Vieni anche tu, è divertente!"
    E, per un motivo che non comprese bene, gli iridi divennero giallo oro e le dita si strinsero attorno alla tovaglia di tela. «Fan, qualcosa non va?» domandò Mc Ghin  seduto alla destra del cantastorie.
    L’ospite riemerse dall'indesiderato scherzo della memoria e si sforzò di riportare gli occhi al suo normale azzurro. «Tutto bene, grazie sindaco» disse sfregandosi il viso con le mani «davvero uno spettacolo magnifico, complimenti. Erano molti anni che non vedevo danzare ragazze così brave.»
     
    Furono in pochi a resistere fino all’alba, ma la maggior parte delle ragazze restò per fare compagnia a Fan.
    «Qual è il tuo tipo di donna ideale?»
    A quella domanda Fan quasi soffocò del goccio di birra che gli restava nel bicchiere. Arrossì, diventando paonazzo quasi quanto i suoi capelli. Tutti gli occhi erano su di lui… ancora una volta. Ciò non gli dispiaceva, anzi, in tutti quegli anni di vagabondaggio era stata una cosa assai gradita; tuttavia quella domanda gli aveva sempre causato problemi.
    Quindi, vedendo avvicinarsi l’ora della prova, il bardo si difese usando l’unica arma a sua disposizione.
    Raccolse il suo fedele compagno di battaglie e cominciò a intonare una melodia.
    Socchiuse gli occhi.
     
    Come dev’essere la donna mia?
    Questo benjo ve lo dirà.
    Deve seguire questa melodia
    Che tutti quanti vi stupirà.

    A tratti folle, pur sempre dolce
    Che sia delicata, ma fiera e forte
    Di sorrisi adorna, come consorte
    La cui carezza mio vivere molce.
    Voglian gli dei che mi sia concesso
    Purtroppo, è solo un mero riflesso.
    Durante i secoli della sua attività gli era capitato molto di rado; tuttavia Fan era il tipo di uomo che al sorgere del pensiero, qualunque esso fosse, questo si manifestava a tutti. In quell'occasione, fu nei panni di una ballata al chiaro di luna. Le dita affusolate modificarono il ritmo e intonarono un inno nuovo, frutto della sua anima vissuta. La cadenza era dolce, ma i suoni che lasciavano il banjo avevano una vena di amarezza in loro e rispecchiavano l’espressine del viso che l’uomo aveva assunto.
    La musa mia si annuncia ansante
    tra cadaverici sospiri
    La morte tiene nei respiri;
    d’Ade eCaronte melliflua amante.
    Oh, si invece, amiche care, non vi sbagliate
    Il vecchio Fan non mente, bene badate
    Lui pien d’ardore canta, sappiate
    per il  trascorso  cancellare
    e un’agonia dimenticare.

    Fan alzò gli occhi di scatto e ritrovò il controllo di sé perso solo per un attimo. Aveva parlato troppo e con parole decisamente sbagliate. Diede una occhiata alle giovani. Erano spaventate e la bocca di alcune era aperta per lo stupore.
    Balzò in piedi e tornò a strimpellare con forza la canzone del suo debutto.
      Rammentatevi di queste rime
    Conservate queste mie strofe infime
    Perché  la felicità vi voglio donare
    poiché il mio cuore è generoso nel dare!

    Già dopo i primi accordi molti volti si sporsero dalle finestre e, benché assonnati, quella tiritera nel cuore della notte non parve dispiacere a nessuno. Anzi, tempo pochi minuti e la maggior parte di loro scese in strada a danzare; guidati dal loro musico preferito, felice di scatenarsi con loro e per loro.

    «Sicuro di non voler restare per qualche giorno? Lo sai che ospitarti non è affatto un problema.»
    Alle spalle del signor Mc Ghin c’era la città intera. Fan vide i musicisti che avevano suonato durante la cena, i bambini con cui aveva ballato e anche le danzatrici che, nonostante l’incidente, ancora pendevano dalle sue labbra e bramavano afferrarle. Il volto di Fan s'aprì in un sorriso nel notare le sue due ragazze in prima fila. Serenità e Felicità seguivano l'artista ovunque andasse e lui le considerava le sue ammiratrici numero uno. «Vi ringrazio molto signor sindaco, ma sono costretto a declinare l’offerta» disse Fan con un profondo e umile inchino. «L’unica regola che mi sono imposto è di non restare in una città per più di un giorno e una notte.» Il primo cittadino si rattristò per il rifiuto, così come tutta Lucas; tuttavia, dopo un attimo di debolezza, riemerse l’uomo impavido che, col suo carisma giovanile, aveva conquistato l’allegro borgo alle votazioni di meno di un anno prima.
    «Le regole sono regole. Chi sono io per forzarti a infrangerle visto che sono un tutore dell’ordine e della legge?» Gli tese la mano.
    «Grazie mille, sono lieto che abbia capito.»
    «Ci siamo divertiti moltissimo con te, Fan. Se ti ritrovassi da questi parti più avanti, ricordati di passare; ti assicuro che l’accoglienza sarà ancora più calorosa!»
    Il sole brillò sul viso raggiante del bardo, facendolo splendere a sua volta. «Tornerò, non dubitate» Afferrò la mano protesa e, dopo gli ultimi saluti e inchini, balzò sopra la sua carovana, dietro a un Sam pronto e scattante. Spronò con le redini il destriero, il quale prontamente nitrì e partì. La folla lo seguì fino al confine sud di Luchas. Le mani in perenne movimento furono per Fan come le pale del mulino sopra la collina e lo deliziarono fino a quando, proprio l'ombra di quelle pale, non le inghiottirono. Quando fu abbastanza lontano, l'uomo appoggiò la mano su una tavola di legno del pavimento del carro e questo scivolò via. Premette il palmo sopra un pannello di metallo. Dopo averla scansionata, un getto di fumo avvolse il cocchio
    «Sempre diritto, Sam, portami ancora più a sud» disse al cavallo.
    Si tolse il cappello liberando la chioma e si sdraiò, entrando per metà nel suo mezzo di trasporto. Il tetto della carovana si aprì lentamente e una prima lama di luce lo pugnalò all'altezza del cuore. Fan socchiuse gli occhi e s'immerse nei suoi pensieri prima che una secondo affondo di fotoni lo privasse della vista.
    «Svegliami quando saremo arrivati.»
     
    Amava la primavera. Adorava il tocco dell’aria frizzante sulla pelle e per lui nulla era come il sentire l’erba crescere sotto i suoi piedi. La collinetta dove sonnecchiava tranquillo era la più alta dell’emisfero sud.
    Da quello spicchio di paradiso scorgeva sia la vita urbana, indaffarata e costante, che la tranquillità della campagna. Sbadigliò con pigrizia. Raccolse un dente di leone e lo guardò assorto. Le nuvole lo salutavano da lontano con le loro mille forme. Per Fan il sud del continente aveva le nuvole passeggere più belle; e lui si divertiva a memorizzarle con occhi viola: era il suo hobby.
    Due mani gli posarono sulla testa una corona di margherite.
    «Oh, grazie mille, Feli.» Felicità gli sorrise e lo baciò sulla fronte. Voltandosi alla sua sinistra, Fan intravide Serenità tentare di acchiappare una farfalla saltellando tra i fiori di campo. I suoi capelli neri, lunghi fino alle spalle, erano in netto contrasto con quelli di Felicità: biondissimi, che le accarezzavano i gomiti.
    Erano le sue ragazze, la sua consolazione. Era il loro amore sincero a farlo andare avanti e fu solo grazie a loro due che Fan non impazzì durante i suoi anni bui. Respirò avidamente e socchiuse gli occhi, immergendosi nel profumo dell'erba. Sbadigliò ancora, contemplando la penombra delle palpebre socchiuse. Quelle ultime settimane lo avevano impegnato più del previsto. Le dita ancora ardevano e le gambe gli dolevano per il troppo lavoro. Si guardò bene dall’addormentarsi però. La sua mente aveva involontariamente riportato a galla vecchi pensieri che una dormita avrebbe solo ravvivato e resi più vicini. Fan non dormiva da secoli, non voleva dormire…
    Chiudere gli occhi e assaporare la magica frescura della bella stagione, alla lunga lo avrebbe rinvigorito.
    Sì, avrebbe fatto così; il tempo era dalla sua parte.
    «Buon pomeriggio amico, come ti va la vita?»
    «Non rilascio interviste, per gli autografi rivolgersi al mio agente» esternò Fan con voce piatta.
    «Non chiuderesti un occhio per un tuo vecchio compagno, eh Sayph?»
    «Se mi chiami in quel modo non puoi essere venuto in pace; di questo ne sono abbastanza sicuro, Boris.» Boris Cohen sciolse le braccia e sorrise.
    «Lieto che ti ricordi ancora di me, Sayph.» Per Fan, l'arrivo di Boris Cohen preannunciava l'oscurità di chi lo aveva mandato.
    «Non mi chiamare così» disse l’uomo immergendo gli occhi azzurri nel blu della volta celeste.
    «Il mio nome è Fan.» Cohen si sdraiò a pancia all’aria come lui, facendo attenzione a non stropicciare o sporcare il suo completo firmato. Fan ne fu alquanto irritato, ma si limitò a sospirare.
    «Cosa ci fa un servo dell’Alta Società in questo posto sperduto? Se non ricordo male non vi degnate di muovervi da Araghent.» Boris allargò la curva delle labbra e si lasciò cullare nella magnificenza dei fiori e dell’erba tenera. Per molto tempo nessuno disse nulla, lasciando aleggiare i pensieri insieme al candore delle nubi. «Come ti vanno le cose?»
    «Meglio di quanto immagini» ammise il bardo sereno.
    «Vedo che ti piace prendere aria.»
    «Mi aiuta a non pensare. Il cielo è magnifico in primavera: chiaro più dell’inverno e dell’autunno ma meno dell’estate; una giusta combinazione di beltà e utilità.»
    «Esattamente come te, vecchio marpione. »
    Il vento strappò dalla bocca di Fan il suo prossimo commento.
    «Cosa sei venuto a fare qui?» domandò.
    «Sono venuto a chiamarti.»
    «Qualcuno mi vuole? Digli di lasciare un messaggio alla segreteria telefonica, da oggi sono in vacanza.
    «Non posso farlo, è una cosa urgente e importante» avvisò Boris.
    Fan si mise seduto e guardò con iridi verdi, simbolo d’irritazione, il suo vicino.
    «Credi davvero che non sappia il motivo del tuo arrivo? Dì a quei cani che anche se mi promettessero metà del mondo di sopra, io non ne sono interessato!» Stizzito, si girò di lato, rifiutandosi di ascoltare le idiozie che l’avvocato gli avrebbe rifilato per convincerlo.
    Boris però conosceva il suo pollo e, difatti, reagì andandosi a sdraiare più vicino a lui; alla sua sinistra.
    Fan si voltò dall’altra parte. «Mi dispiace moltissimo di aver declinato la tua offerta quella volta» disse solamente. «Ma l'ho fatto per tutti e tre, tu lo sai.»
    Nessuna risposta da parte del suo vicino imbronciato.
    «A ogni modo, amico mio, credo che la vita da eremita canterino ti si addica molto.»
    «Pff, un fan… ma guarda che fortuna.»
    «Dico sul serio Sayph, lo penso veramente.»
    L'alzata di spalle di Fan fece trasalire Boris. «Oh che diamine! Quanto odio questo tuo modo di fare! è proprio vero che il lupo perde il pelo ma non il vizio.»
    «Sono stati loro a volermi così. Lamentati con quelle mummie, non con me. Io sono libero e faccio come mi pare.»
    «Questo lo credi tu. Pensi davvero che l’Alta Società non ti abbia tenuto d’occhio durante questi anni d’esilio? So che pensavi che cambiando nome e cambiando vita avresti potuto far perdere le tue tracce, ma ti assicuro che non ti abbiamo perso di vista nemmeno per un momento.»
    «Avrai notizie dal mio avvocato. Ti accuserò di stolking; a te e anche ai tuoi amici.»
    Boris riuscì a rimanere serio solo per una decina di secondi; trascorsi i quali scoppiò a ridere facendo oscillare a tempo di record il suo pancione rotondo. Si passò una mano sulla nuca per metà stempiata.
    «Beh, almeno hai sviluppato un minimo di senso dell’uomorismo… meglio tardi che mai!
    Ricordo che quand'eri ancora in servizio non capivi mai le battute, anzi, eri tu a darle benzina.»
    Si asciugò col dito una lacrima, frutto delle risate. «Sì amico, credo che nonostante tutto questa vita da ramingo ti abbia fatto maturare.»
    Per la prima volta da quando aveva concluso la sua visita ad Astar, Fan sorrise.
    «Ecco l’espressione che volevo vedere.»
    «Non è la prima volta che sorrido; durante i miei spettacoli sono sempre allegro.
    «Non puoi darla a bere al vecchio Boris. Tu sorridi, ma senza convinzione. Quelli che propini ai tuoi ammiratori non sono sorrisi sinceri, ma ghigni prefabbricati sopra una maschera di ceramica bianca.»
    L'ultima esclamazione dell'avvocato affossò l'umore di Fan; il quale tornò impassibile e i suoi occhi del colore della terra.
    «Boris, dimmi cosa sei venuto a fare esattamente. Cosa vogliono da me gli avvoltoi?»
    Il legale lasciò correre un abbondante minuto prima di parlare.
    «Dimmi Sayph, ti andrebbe di tornare in azione come i vecchi tempi?» Fan aprì di poco le labbra. In un brevissimo secolo di stupore e ricordi, il bardo ripercorse gran parte della sua storia. Ricordò le battaglie e le gioie e i dolori di un tempo ormai perduto nel tempo.
    Prima però che potesse ribattere, si ritrovò le braccia di Felicità al collo.
    Gli occhi azzurri luccicavano di lacrime. In silenzio, lo supplicava di restare, di non cedere, di fare attenzione alle trappole che gli avevano tese.  Fan annuì e scrollò la testa per mandare via quella ipotesi e anche tutte le altre. «Basta prendere in giro questo vecchio relitto fallito» disse «sono stato bandito, ricordi? Scomunicato dal grande capo in persona.» Sprofondò ancora nell’erba con un tonfo sordo.
    Boris s’alzò in piedi. Serenità lo fulminò con gli occhi e lo sgridò con una linguaccia, ma l'avvocato non la degnò di uno sguardo. Piuttosto, si piazzò tra Sayph e i raggi del sole; oscurandolo con la sua stazza.
    I due si scrutarono attentamente.
    «E se ti dicessi che… il grande capo vuole vederti? Come la prenderesti?»
     

  • 14 gennaio 2016 alle ore 12:42
    La differenza che uccide

    Come comincia: Vorrei poter cancellare una parola dal nostro attuale vocabolario...
    Mi chiedo spesso:
    ─ Qual è la differenza tra “femmina” e “donna” ?
    Secondo me è lì, in quella differenza che si annida la mano omicida dei numerosi, in eclatante escalation, assassini  di donne qusi tutti per lo stesso motivo, il desiderio di sciogliere un rapporto non più gradito.
    Non c’è dubbio che i due termini solo apparentemente indichino la stessa sostanza o lo stesso concetto.
    Consulto Wikipedia che sentenzia: “La femmina è uno dei due sessi (insieme al maschio) nelle specie che  utilizzano la riproduzione sessuata dioica o partenogenetica.” L’enciclopedia online continua approfondendo in primo luogo le caratteristiche anatomiche strutturali del corpo della donna ma solo in riferimento alla sua funzione riproduttiva per passare infine al simbolo che viene utilizzato per indicare questa metà del cielo: “♀”.
    Il simbolo detto, uno specchio  in mano alla dea Venere, è più frequentemente interpretato come un utero nel momento del parto e nelle voci correlate, a chiusura del capitoletto, si trovano solo “inversione sessuale”, “maschio” e  “sesso”.
    Cerco, quindi, “donna”. Leggo: ”Una donna è un essere umano adulto di genere femminile, della specie Homo sapiens. Si distingue dalla femmina prepubere, che può essere chiamata, a seconda dell'età: ragazza, fanciulla, bambina, ed è l'altro sesso della specie: l'uomo.”
    Viene riportata anche l’etimologia del termine: “La parola donna deriva per assimilazione consonantica dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, cioè "signora" ”
    Wikipedia conclude il suo lungo excursus, circa sette paragrafi  o capitoli, sul termine “Donna” con le voci correlate “femminilità” e “Forma del corpo umano femminile”.
    Cosa mi salta agli occhi in modo prepotente? Nella prima definizione “femmina” è semplicemente un essere preposto al soddisfacimento del piacere maschile e della riproduzione della specie. In quest’ottica non solo non le vengono riconosciute, ma le sono completamente negate,  le proprietà dell’uomo, l’altro sesso: autonomia di giudizio e di libera scelta, indipendenza e stile di vita proprio.
    In sostanza qual è la differenza tra “femmina” e “donna” ?
    Avrete notato che a donna viene associato “essere umano” mentre a femmina no. Quindi la donna ha un’anima, un’intellgenza… insomma tutto ciò che attiene all’essere umano, la femmina no.
    Di “donna” parla esaurientemente l’etimologia. La donna è il termine femminile del maschile “domine” … è dunque la “signora” l’alter ego femminile del “signore”. La “femmina” no.
    In questa differenza cova il femminidio. Sarò ridicola ma mi viene da chiedere:
    “Perché l’uccisione di un uomo non si chiama “maschicidio”? Credo che solo in questo modo, sarebbe accettabile il termine “femminicidio”!
    L’uomo, nel suo delirio omicida, uccide la femmina non la donna,  uccide perché non riconosce nell’essere a cui ha deciso di togliere la vita caratteristiche umane, sintetizzate dalla parola “libertà”, la stessa che vanta lui.
    Dal suo punto di vista l’assassino, quando definisce il suo reato “femminicidio”, non sbaglia perché questo fa, uccide la femmina… ma noi, spettatori, inquirenti, forze dell’ordine, avvocati, giudici e chi più ne ha più ne metta, popolo civile del terzo millennio, sottoscrivendo l’uso di questo termine efferato, rinneghiamo tutto ciò che abbiamo sottolineato fin qui.
    Chi viene uccisa è sempre una donna e non una sottospecie o solo un suo organo o solo la sua funzione. Nessuno potrà negare che chi uccide una donna perché si rifiuta di essere un oggetto, qualcosa che le appartenga, sta negando libertà di pensiero e di azione a quell’essere che considera sua proprietà.
    Chi continua a parlare di “femminicidio” è un fiancheggiatore, un complice, uno che condivide il giudizio negativo dell’assassino, che è anche positivo se usato solo nei contesti  o negli ambiti deputati.
    Questa parola, dunque, è sbagliata, è da cancellare. A me personalmente dà fastidio… ci avverto la stessa violenza che arma la mano assassina e contemporaneamente la mancanza di un riconoscimento di qualsiasi valore alla  “donna”
    Non posso pensare che chi sia in grado di ragionare su questi presupposti avalli simile abbaglio letterario!
    Per questo vorrei chiedere che venga abolita la parola “femminicidio” e utilizzato al suo posto un altro termine più giusto e rispettoso della dignità, facendo così salva  la inequivocabile caratteristica di “umanità” di ogni donna uccisa.