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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 14 gennaio 2016 alle ore 10:55
    L'ETÀ INVISIBILE.

    Come comincia: Spalle curve, andatura altalenante, sguardo perso nel vuoto, pelle rinsecchita, età invisibile, latente, inavvertibile, sfuggente, penosa, nel cuore tanta tristezza, questa è ahimè la vecchiaia.
    Ti passano vicino giovani sorridenti, dall’andatura elastica abbracciati fra di loro maschietti e femminucce (magari anche maschietti con maschietti e viceversa ma che importa), ti lacrimano gli occhi ricordando la tua gioventù molto meno fortunata di quella di oggi.
    Stì giovani hanno tutto e di più non come noi che indossavamo vestiti dei fratelli maggiori e scarpe risuolate con toppe, un vestito per l’inverno ed uno per l’estate anche se crescendo ti andavano  stretti.
    Alberto M. (per gli amici Al) erede di una schiatta di nobili decaduti, nato a Grotte di Castro in provincia di Viterbo ma sin da giovane residente a Roma, era il tipico esempio di quanto sopra descritto.
    Ora il caro Alberto abita a Messina colà condotto dalla sorte o meglio dal lavoro quale vincitore di un concorso alle Agenzie delle Entrate.
    Risiede in via La Farina, strada intestata ad un messinese famoso a lui ignoto.  Alberto è proprietario di una abitazione al quinto e penultimo piano della scala a), un casermone di quattro scale e ottanta alloggi. Casa signorile ben arredata, bel panorama dal porto di Messina sino alla Calabria, suggestivo specialmente di notte, ma appartamento  tristemente vuoto dopo la dipartita traumatica della bella e giovane moglie, Annamaria, il solito male incurabile.
    Alberto, dopo i primi attimi di smarrimento, si era organizzato: pulizia casa: un filippino, Edy, bucato e cucina: Pina,la moglie di portiere Salvatore. La pecunia, fortunatamente, non era un problema, oltre ad una buona pensione c’era il lascito di 300.000 euro alla morte della zia Lidia.
    Nulla poteva alleviare il dolore dal profondo dell’anima “né più nel cor parlerà lo spirto del dolcissimo amore, unico spirto a’ vita raminga.” Il buon Alfieri aveva ben espresso il dolore di Alberto che ‘adirato a’ patri numi’ dapprima si era rinchiuso in casa e poi, al contrario, aveva preso a girare per Messina a piedi e poi con la fida Jaguar, specialmente di notte.
    Il problema erano proprio le ore notturne passate in compagnia del televisore o della lettura di un romanzo sino alle prime ore del mattino quando il buon Edy si presentava a casa sua con lo sguardo rimproveratore di buon amico che si faceva carico delle pene del suo padrone.
    Non era certo la religione a poterlo consolare né a fargli sbollire la rabbia “a’ patri numi”. Da sempre miscredente benché ‘allevato’ dai preti ‘della Misericordia’  aveva contestato in toto le dottrine cattoliche tanto di essere cacciato con ignominia dal collegio.
    Aveva notato che in tarda serata alcune giovin donzelle, non eccessivamente coperte, passeggiavano sotto casa sua sino alla stazione, talvolta avvicinate da signori con macchine lussuose che, dopo un breve colloquio, se le caricavano con destinazione ignota.
    Ovviamente si trattava prostitute provenienti la maggior parte dai paesi dell’est europeo in cerca di fortuna vendendo il proprio corpo, frase che Alberto contestava, al massimo lo prestavano…
    Prese a frequentarle: ormai le conosceva quasi tutte: Annabel, Cipriana, Daphne, Ileana, Magda, Viviana, Zinia.  Non voleva invitarle a casa sua, perché, a ottantanni suonati, ormai ‘ciccio’ aveva perduto ‘lo slancio’ anzi dormiva profondamente.
    Su internet aveva scovato un medicinale di ultima generazione  che poteva fare al caso suo, nome commerciale ‘Spedra’ , si trattava di scegliere una baby peripatetica sotto la sua abitazione, scartò Annabel il cui nome gli ricordava troppo la consorte, Viviana poteva andar bene. Bruna, lunghi capelli corvini, sorriso accattivante, occhi verdi, bellissimi, seno prorompente altezza 1,75, insomma ne valeva la pena.
    L’interessata ben volentieri aderì all’invito di Alberto, l’aveva preso a conoscere conversando talvolta con lui sotto casa e pensava di potersi fidare.
    Appena messo piede nell’abitazione  ritenne opportuno far presente la tariffa elencando le varie prestazioni.
    “Voglio solo sapere quanto guadagni in una serata.”
    “Forse 300 euro.”
    “Te ne do 500 per tutta la notte.”
    Bidet per entrambi. Bartolo accese solo l’abat jour, non gli piaceva farsi vedere nudo, il suo corpo non era più quello della gioventù e se ne vergognava un po’.
    Era la prima volta che una donna posava la sue membra sul letto che era stato di Annamaria; lo ‘Spedra’, assunto mezz’ora prima, alle sollecitazioni di Viviana, miracolosamente prese a far risorgere ‘Ciccio’ che, indossato un previdenziale cappuccio, fu preso in bocca dalla damigella che poi si mise cavalcioni a mo’ di amazzone e, col sorriso sulle labbra, seguitò a dimenarsi voluttuosamente sin quando capì che il ‘ciccio’ di Bartolo aveva svolto il suo compito.
    Viviana scese dal letto e cominciò a vestirsi.
    “Cara di prego di passare la notte abbracciato con me.”
    Quell’amplesso fu una panacea alla tristezza del padrone di casa il quale, al mattino, si trovò ancora stretto alla baby molto disteso spiritualmente. Diede a Viviana 1.000 euro la quale apprezzò moltissimo e chiese se poteva effettuare un’altra prestazione; al diniego del padrone di casa con un sorriso ed un lieve bacio sulle labbra dell’amante uscì di casa.
    Qualcosa era cambiato nel cervello di Alberto: la notte prese a frequentare Taormina, posteggiata la Jaguar passeggiava lungo il corso molto frequentato specialmente da stranieri, seduto al bar della piazzetta sorbiva una bibita dinanzi al panorama stupendo del golfo.
    La vita lo aveva ripreso anche se qualcosa ancora mancava.
    Una sera vicina di tavolo, all’aperto, nella solita piazzetta una bellezza di schianto : cascata di capelli biondi, occhi di un profondo azzurro, corpo da modella, minigonna,  camicetta ampiamente aperta lasciava intravedere un seno prorompente, un minuscolo cagnolino spuntato dalla sua capiente borsa: uno spettacolo. La baby aveva poggiato sul tavolo due pubblicazioni nella lingua di Albione: la Sicilia e Taormina, evidentemente un’appassionata di arte.
    Quale approccio? Alberto penso bene con’inglese che aveva studiato al classico ma non  era in grado di parlarlo correttamente. Ripiegò sulla scrittura:
    “Cameriere per favore mi porti un blocco notes ed una penna.”
    Scrisse: “Madam i would like toh ave the pleasure of making them known Taormina.”
    “Signorina vorrei avere il piacere di farle conoscere Taormina.”
    Si congratulò con se stesso, il suo inglese non si era arrugginito.
    Poggiato,lo scritto sul tavolino della baby, vide l’interessata darvi uno sguardo e poi restituirlo dopo aver trascritto sullo stesso:
    “€. 500 for a blowjob, 1.000 for a shag, 5.000  for anal  intercorse and 10.000 for the night.”
    Bartolo non credeva ai suoi occhi, la traduzione, ad un dipresso, era la seguente:
    “€. 500 per un pompino, 1.000 per una scopata, 5.000 per un rapporto anale e 10.000 per la notte intera.”
    Bartolo si girò a guardare stupito la dama mignotta la quale seguitava a giocare col cagnolino facendo finta di nulla.
    Non era un problema di soldi che a lui non mancavano, restava il fatto che lui sperava in un’avventura quando invece…
    Alberto scrisse ‘ok’ sul taccuino che, strappato lo scritto, fu restituito al cameriere.
    Madam si alzò con aria annoiata, guardò in faccia Alberto e gli fece cenno di seguirla; era alloggiata al S.Domenico, uno degli alberghi più lussuoso di Taormina ecco svelato il perché dei prezzi praticati per le sue prestazioni erotiche.
    Giunti incamera la signorina disse di chiamarsi Ingrid, era svedese. Bartolo mise sul tavolo 10.000 €. che sparirono ben presto nella capiente borsa delle dama. (la cagnolina si era rifugiata sotto il letto, sicuramente era stata ammaestrata dalla padrona durante il suo ‘lavoro’.)
    Ambedue sotto la doccia,beh in fondo ne valeva la pena, Ingrid prese a massaggiare il corpo di Bartolo con una spugna profumata e poi a baciarlo voluttuosamente in bocca, cosa strana per una del mestiere.
    Ingrid si guadagnò il suo compenso, si lavorò Alberto in tutti i modi, Alberto che si addormentò svegliandosi solo verso le sette del mattino al bussare della porta della sua camera. Era il cameriere che chiedeva se dovesse servire la colazione. Alberto approvò, mancia al cameriere e rientro a Messina con la fida Jaguar recuperata dal posteggio.
    Una strana forma di rilassamento invase Alberto, sensazione che non provava da molto tempo:  allora qual era la sua futura scelta di vita? Andando a mignotte, cosa piuttosto costosa oppure avere un legame affettivo fisso, optò per quest’ultima soluzione e allora con chi fidanzarsi?
    Nel frattempo divenne l’unico ‘frequentatore’ di Viviana, ucraina,  che, lasciata la strada, ben presto divenne la padrona di casa  dimostrando nascoste doti di casalinga e di affettuosità nei confronti del suo ‘vecchietto’ , come apostrofava affettuosamente Alberto che non ebbe più bisogno dei servigi di Edy il filippino e di Pina, la moglie del portiere.
    Conclusione come nelle favole, la bella Viviana divenne la signora M!

  • 13 gennaio 2016 alle ore 15:42
    Un'altra occasione

    Come comincia: Il vento caldo sollevava polvere e foglie secche in quel soleggiato pomeriggio di metà gennaio, era un inverno anomalo; lei ricordava quelli freddi passati da ragazza con tanta neve e ghiaccio, altri tempi.
    Adesso stava osservando attentamente i soliti uccellini che bisticciavano sul suo terrazzo dove aveva volutamente lasciato del pane secco oggetto della contesa e per qualche istante sorrise spensierata, finché i due volatili sparirono alla sua vista dietro la parete divisoria del montacarichi che poggiava su un lato del balcone.
    Abitava in una vecchia palazzina di tre piani sprovvista di ascensore e quel montacarichi le era stato regalato dai figli dopo la tragedia che l'aveva costretta sulla sedia a rotelle e resa vedova; l'auto che li investì mentre passeggiavano non lasciò loro scampo, suo marito morì sul colpo e lei si ritrovò paralizzata alle gambe.
    Il giorno del funerale lei era ancora ricoverata in ospedale e dopo la funzione i quattro figli si recarono a farle visita.
    "Doveva morire vostro padre per farvi ritrovare nuovamente tutti assieme" Tuonò lei con le lacrime agli occhi. I figli risposerò con le solite frasi di cortesia e dopo alcuni minuti si congedarono alla spicciolata senza mai menzionare il montacarichi. Fu così che una volta dimessa dall'ospedale trovò quella sorpresa: aveva la mente annebbiata e i ricordi confusi e in cuor suo sperò che quel gesto fosse l'inizio di un nuovo rapporto con loro.
    Erano passati quasi 3 anni da quel giorno, la figlia più anziana era tornata subito in Brasile con la sua compagna; non la vedeva ne sentiva da allora. Il figlio più giovane era rientrato in galera dopo aver usufruito di un permesso speciale per assistere al funerale del padre; anche lui non l'aveva più visto, solo alcune telefonate per gli auguri, ma capiva dalla sua voce che avrebbe preferito non sentirla. Da circa un mese era libero, aveva scontato la sua pena, ma non si era ancora presentato da lei e forse era meglio così. Pietro, l'altro figlio, da alcuni anni si era trasferito all'estero per motivi di lavoro con l'intera famiglia, la crisi aveva colpito duramente tutti i settori e la distanza aveva ulteriormente raffreddato il loro rapporto già logorato da anni di incomprensioni. Restava solo la secondogenita che, al contrario degli altri fratelli, abitava a poca distanza da lei, non aveva motivi particolari di dissidio e viveva una vita tranquilla ma, nonostante ciò, si faceva vedere di rado e solo perché le sue due figlie chiedevano di passare del tempo con la nonna.
    Queste riflessioni la gettarono nello sconforto, gli uccellini adesso erano tornati e sembrava avessero raggiunto un accordo dividendosi il tozzo di pane secco come si conviene a chi vive insieme e condivide tutto; quella vista le fece salire le lacrime agli occhi e per evitare di piangere si accese la televisione convinta di distrarsi un po', speranza immediatamente disillusa dalla pochezza dei programmi proposti.
    Spense allora l'apparecchio e si decise a cominciare la lettura di un libro che le aveva regalato la signora Adele, vedova anch'essa, che condivideva lo stesso pianerottolo.
    Avevano trascorso insieme il Natale appena passato, l'aveva invitata a pranzo, una cosa semplice e senza pretese, più che altro un'occasione per stare insieme. La signora Adele si era presentata con un panettone acquistato al discount e con un pacchettino regalo, un libro dal titolo eloquente <Meglio soli o male accompagnati?> Anche il giorno di Natale avevano discusso su quell'argomento, la sua amica credeva che restar soli fosse una condizione peggiore del più brutto dei mali e sosteneva che pur di avere compagnia sarebbe stata disposta a stare col suo peggior nemico. Lei invece continuava a sostenere la sua idea "Cara Adele, dai retta a me: meglio soli che male accompagnati" Ed infatti era talmente sola da non aver più neppure dei nemici; non avrebbero mai trovato un punto d'incontro sulla questione.
    Controvoglia cominciò a sfogliare quel libro, le prime pagine descrivevano storie vere di persone restate sole per i più disparati motivi, gente che aveva preferito l'oblio alla speranza di continuare a vivere. Sopraggiunse la stanchezza e sentì gli occhi affaticati, decise allora di sospendere la lettura e quella scusa la fece sentire meno in colpa nei riguardi della sua amica, stava leggendo solo per non urtare la sensibilità di Adele.
    Si stava apprestando a preparar qualcosa per cena quando squillò il telefono, raggiunse il cordless appoggiato sul tavolo e rispose con voce squillante, quello era l'orario dei call center "Pronto" Rispose speranzosa "Mamma?" Era sua figlia "Anna?" Chiese stupita "Si, aspettavi altre chiamate?" Ovviamente no e la figlia lo sapeva, inutile spiegarle che per lei quello era il momento dei call center, la sera prima si era intrattenuta per quindici minuti con un ragazzo che voleva farle cambiare fornitura di energia elettrica ma alla fine era stato lui, disperato, ad interrompere la comunicazione. "Dimmi Anna, cosa vuoi?" Ormai sapeva che quando la chiamavano era sempre per qualche ragione precisa e il suo cuore si era indurito anche con i figli "Volevo solo sapere come stai. Sei a casa stasera?" "No Anna, stasera vado a ballare il latino-americano" Rispose seccata "Scusa mamma, intendevo dire se sei da sola o se viene la tua amica Adele" "Stasera lei non c'è" "A si, e dov'è?" "Quante domande, insomma Anna, cosa vuoi?" "Sei sempre la solita, volevo solo parlare un po' con te" "E allora vieni a trovarmi, sai dove abito, o devono dirtelo le bambine?" Anna non rispose, ma lei sentiva che era dall'altro lato dell'apparecchio con il fiato corto e sapeva che qualcosa stava bollendo in pentola "Si mamma, hai ragione. Lo sai che Roberto è uscito di galera?" Ecco dove voleva andare a parare "Certo che lo so, è fuori da un mese e non si è degnato di passare a salutarmi, il solito Roberto" "Ha avuto dei problemi" "Sai che novità" "No mamma, lasciami finire. Sta provando a rifarsi una vita, ma è dura" "E tu che ne sai?" Conosceva già la risposta ma voleva vedere fino a che punto la figlia avrebbe retto quella situazione "Roberto sta da me, da quando è uscito e adesso" Non le lasciò finire la frase "E adesso ne avete piene le scatole e vorreste scaricarlo da me, giusto?" Anna non ebbe la forza di ribattere, lei accolse quel silenzio come una conferma e poi interruppe la comunicazione.
    Minestra di verdure con un po' di formaggio, una cena frugale mentre alla televisione passava il solito programma con concorrenti impegnati a rispondere alle più disparate domande. Osservava le immagini ma il suo pensiero era rivolto alla telefonata ricevuta dalla figlia; dove aveva sbagliato? Cosa aveva fatto mancare ai suoi figli per essere ridotta in quella condizione? Terminò la cena e rassettò la cucina, decidendo infine di sistemarsi sulla poltrona; era invalida ma grazie a degli attrezzi miracolosi in casa aveva una certa autonomia. Dallo schermo arrivavano i rumori del pubblico che acclamava il nuovo campione del programma ma lei raggiunse con una mano il libro della sua amica e lo tirò a se. Le mancava Adele, di solito alla sera si tenevano compagnia bevendo una tisana, ma la sua amica da qualche tempo si era unita ad un gruppo di volontari che aiutavano le persone disagiate e quindi alcune sere rientrava tardi. 
    Senza convinzione riprese a leggere dal punto in cui si era interrotta costringendosi ad andare avanti e senza rendersene conto dopo alcune pagine era completamente immersa nella lettura. Fu sopraffatta dal sonno proprio mentre terminava la vicenda di un tale che, dopo aver perso tutto, famiglia, lavoro ed amici si era ritrovato a mendicare per le strade della sua città. Dopo anni vissuti in quel modo un giorno aveva incontrato una donna nella sua stessa condizione, tra loro era scoccata la scintilla dell'amore e dopo parecchie traversie erano riusciti ad uscire da quella situazione; adesso gestivano un centro di soccorso per i senza tetto e per chiunque ne avesse avuto bisogno. 
    Si addormentò sulla poltrona con un sorriso sarcastico stampato in faccia, era convinta che tutte quelle storie fossero inventate.
    Fu svegliata da un rumore inconsueto, dalla finestra filtrava un filo di luce proveniente dai lampioni, con la mano afferrò il filo della lampada da tavolo e accese la luce guardando in direzione dell'orologio appeso al muro; le tre e mezza.
    Il rumore si fece più insistente e lei spense la luce, qualcuno stava cercando di entrare in casa e fu tentata di urlare per chiedere aiuto, ma una sorta di sesto senso la costrinse a tacere, in cuor suo aveva già capito.
    La porta di entrata si aprì lentamente lasciando entrare una flebile luce nella casa immersa nella penombra, lei intravide una sagoma scivolare furtiva all'interno e sentì il rumore del portoncino blindato richiudersi. A quel punto i suoi occhi si erano abituati all'oscurità e, nonostante il riverbero della pila ostacolasse la visuale sulla figura appena entrata, non ebbe dubbi e accese la lampada sul tavolo "Roberto!" Esclamò per nulla intimorita.
    L'uomo adesso era seduto sulla poltrona di sua madre e stringeva tra le mani una tazza di camomilla calda, infatti, dopo il primo momento di stupore, si era sciolto in un pianto fanciullesco e la madre l'aveva fatto accomodare senza dire una parola. Roberto sorseggiava la bevanda bollente con il capo chino, stava aspettando la sfuriata della donna, era pronto, ma lei non proferiva parola limitandosi a fissarlo con aria distaccata. Dopo alcuni minuti lui provò a dire "Mamma, non è come tu pensi" Non lo lasciò terminare "No, infatti, è peggio. Finisci la camomilla e sparisci, non farti più vedere. Sei un"  Non riuscì ad inveire contro il figlio e in quel momento capì che gli voleva ancora bene, in realtà voleva bene a tutti i suoi figli, gli mancava il marito e dal giorno dell'incidente era diventata dura ed intransigente con tutti e soprattutto con se stessa. Non era quello che voleva, sapeva di poter essere una madre migliore e tornò a porsi la domanda che ultimamente non la lasciava tranquilla un attimo; dove aveva sbagliato?
    "Scusami Roberto" si rivolse al figlio come mai aveva fatto "Non è colpa tua, sono io che ho perso ogni speranza di vivere una vecchiaia serena, di avere dei figli accanto che si prendano cura di me, senza avere il terrore di restare sola e abbandonata. Tu non c'entri, hai la tua vita, hai fatto i tuoi errori e hai pagato il giusto prezzo. Adesso finisci la tua bevanda e poi vai a stenderti sul letto della mia stanza, io resto qui, sulla poltrona. Vedrai che in qualche modo c'è la caveremo" Roberto bevve in un sorso la camomilla e poi si avvicinò alla madre sussurrandole nell'orecchio "Ok mamma, avremo modo di riparlarne"
    Di mattina fu destata dal suono del campanello della portineria, era Anna che passava a trovarla, che strano pensò. E poi perché suona, ha le chiavi, o forse no? Quando la figlia fu salita al piano bussò leggermente e lei aprì la porta. "Ciao mamma" Sussurrò la donna mentre si piegava verso di lei per darle un bacio sulla guancia "Roberto è qui?" "Si. Sei stata tu a dargli le chiavi di casa mia, perché?" Anna non rispose. Si avvicinò invece ai fornelli della cucina e preparò il caffè "Forte e amaro per te" Disse rivolta alla madre "Si". Le due donne attesero in silenzio che la bevanda fosse pronta, Anna ne servì due dosi abbondanti, diede una tazza alla madre e si accomodò sulla poltrona "E' calda" Notò la figlia "Ho dormito lì questa notte e adesso sono qui sul mio cavallo da traino" Era cosi che chiamava la carrozzella, ma tutto quel cianciare le dava fastidio, lei voleva sapere cosa stesse succedendo e perché e ad Anna bastò un suo sguardo per capire che la pazienza era finita. Trangugiò il caffè bollente ingozzandosi e non poté trattenere un forte colpo di tosse che fece finire gran parte della bevanda scura sul tavolo ed in terra. Rossa in viso e con le lacrime agli occhi chiese scusa e si affrettò a pulire tutto e stava asciugando il tavolo quando sua madre, completamente spazientita, sbuffo "Allora, mi vuoi dire cosa sta succedendo?"
    "Maria" disse Anna. Maria era sua sorella che viveva in Brasile. La donna intuì subito che era successo qualcosa a sua figlia ma non riuscì a dire nulla e allora toccò ad Anna farsi forza e riprendere a dire "Maria, mamma. L'hanno trovata morta, uccisa a colpi di pistola" L'anziana donna strabuzzò gli occhi, in cuor suo sapeva che Maria avrebbe fatto una brutta fine, ma il saperla lontana credeva le avesse indotto una sorta di indifferenza nei confronti della figlia mentre le parole di Anna la riportarono alla realtà; avevano ammazzato sua figlia e il suo cuore era straziato dal dolore.
    "Quando è successo? Chi l'ha ammazzata? E perché? Come facciamo ad andare al funerale? Me la faranno riportare a casa? E i tuoi fratelli lo sanno?" "Mamma calmati" "Maria è morta e mi dici di stare calma? Io le volevo bene, non sono mai riuscita a dimostrarle il mio affetto, ma è così, è sempre stato così" "Lo so mamma, lo sappiamo tutti" Anna abbracciò la madre ed entrambe piansero in silenzio restando così per alcuni minuti. Poi Anna, con le gambe informicate dalla posizione scomoda, si rizzò in piedi e parlò lentamente alla madre che ancora piangeva. "Mamma, Maria è stata trovata qui, in città. Era tornata per vedere te, voleva riallacciare i rapporti con la famiglia ma aveva ancora un sacco di problemi e si è rivolta all'unica persona di cui poteva fidarsi che l'avrebbe aiutata a risolvere i suoi casini" Anna lasciò in sospeso la frase, sua madre era molto più sveglia di quanto ci si potesse attendere da una donna nelle sue condizioni e capì immediatamente la verità "Roberto!" "Si mamma, si è rivolta a lui. Nonostante fosse scappata in Brasile aveva mantenuto dei contatti qui da noi con certa gente a cui doveva soldi e favori, ed infatti, a nostra insaputa, ogni tanto tornava in città per sistemare alcune faccende. Questa volta però era intenzionata a darci un taglio, voleva sistemare ogni cosa una volta per tutte e voleva anche riavvicinarsi a noi" "E tu come le sai tutte queste cose?" "E' stata da me per alcuni giorni, lei e Roberto sembravano così tranquilli e sereni, mi ricordavano i tempi in cui eravamo dei ragazzini spensierati che giocavano per strada" Un sorriso apparve sul volto della donna, quei ricordi la facevano sentir meglio. "Poi l'altra sera mi hanno detto che sarebbero stati fuori di notte per risolvere alcune faccende e ho dovuto accettare la loro decisione senza opporre resistenza" " E tuo marito? E le bambine?" "Mio marito è un brav'uomo, mi appoggia in tutto e per tutto e non commenta mai le scelte dei miei fratelli. Le bambine vedono ancora i propri zii come eroi, nonostante tutto" "Questo è successo l'altro ieri sera. Poi ieri, in giornata, Roberto è rientrato a casa stravolto e mi ha detto che Maria era andata con degli uomini in un vecchio palazzo alla periferia, ed è lì che l'hanno trovata morta".
    Roberto aveva ascoltato tutto appoggiato allo stipite della porta "Mamma, non è come credi" L'anziana donna si era isolata dal resto del mondo, gli occhi chiusi e i pugni serrati non facevano presagire nulla di buono, la conoscevano bene, ed infatti dopo alcuni istanti inveì contro il figlio "Tu, maledetto idiota, cosa cavolo hai fatto ancora? E' mai possibile che combini sempre guai? Hai rovinato la mia esistenza e quella del tuo povero padre, i tuoi fratelli hanno dovuto subire le conseguenze delle tue malefatte e adesso Maria è morta! Maledetto, vattene, andatevene tutti e due, non vi voglio più vedere, fuori da casa mia!" Anna, con gli occhi sbarrati, stava per uscire quando Roberto la fermò "No Anna, non questa volta. Resta, adesso chiariamo le cose, una volta per tutte" Le due donne restarono sorprese dal suo tono di voce, lui, il più piccolo dei fratelli, era sempre stato remissivo nei confronti dei genitori, ma stavolta sembrava un'altra persona. Si accomodò sul divano ed invitò la sorella ad imitarlo, Anna non ebbe nulla da obiettare e si mise accanto al fratello.
    "Adesso mamma mi stai a sentire" La donna avrebbe voluto ribadire l'invito ad uscire da casa sua, ma capì che c'era aria di resa dei conti.
    "Vedi mamma, fin da bambino ho capito di non essere ben accolto, di essere un errore. Quella volta papà avrebbe fatto meglio a dormire e invece no, dopo nove mesi sono nato io. Quante volte ti sei chiesta se era meglio sbarazzarsi di me? Quante volte hai pensato che l'aborto sarebbe stata la soluzione meno dolorosa da affrontare? Tante, lo so, lo percepivo già nel tuo grembo, speravo in un atto di amore ed infatti sono nato, ma non per amore, ma per clemenza. Maria dava già segni di omosessualità, Pietro aveva una forma di balbuzie acuta e Anna era ancora troppo piccola, magari sarebbe saltato fuori qualche strano morbo o chissà cosa che l'avrebbe condannata per tutta la vita. E allora perché non riporre le proprie speranze nel piccolo Roberto?" "Tu non sai quello che dici" Provò a dire la madre "Stai zitta!" Anna strinse la mano del fratello. "Stai zitta. Papà si spaccava la schiena per cercare di mantenere in piedi la baracca e tu che facevi? Sperperavi i soldi in cazzate pavoneggiandoti con amiche e amichetti, mentre io e i miei fratelli dovevamo rinunciare anche alle cose più banali" "Roberto" Provò a calmarlo la sorella" " No Anna, è giusto che ricordi, ciò che ha fatto è mostruoso" La madre lo fissò con aria interrogativa, era lui il fondo di galera, con che diritto mentiva sputando veleno? "Non ricordi nulla, vero? L'infanzia di merda che ci hai fatto passare, le umiliazioni pubbliche, gli insulti e le botte, nulla vero?" Adesso era spaesata "Anna, ma cosa sta dicendo? E' impazzito?" Anna non rispose, le lacrime scendevano copiose sul suo viso. La madre sentiva aumentare i battiti del cuore e le vene pulsare era rossa in viso e chiaramente affannata, le mancava il respiro, ma Roberto proseguì senza tregua "Sei stata tu la causa di tutti i nostri guai, tu che ci hai allontanati e hai messo Maria sulla strada ancora minorenne. E sempre a causa tua Pietro ha subito un trauma da renderlo quasi muto oltre che balbuziente. Stavi per rovinare anche Anna, ma per fortuna ha incontrato suo marito che è un uomo dal cuore d'oro e hai rovinato me, trattandomi sempre da moccioso e costringendomi a subire le tue angherie. Ed infine sei stata tu la causa della morte di papà, l'hai ammazzato tu e io sono finito in galera perché ho tentato di ripagarti con la stessa moneta" Concluse Roberto paonazzo in viso e che adesso era svuotato come un pallone bucato, Anna al suo fianco piangeva e singhiozzava rumorosamente mentre la madre era come pietrificata incapace di muoversi od emettere un solo gemito.
    Il giudice accolse le richieste dei legali nominati da Pietro Anna e Roberto, la madre, sotto la loro responsabilità, non era più agli arresti domiciliari e alla fine dell'udienza decisero di recarsi al cimitero.
    Roberto depose i fiori sulle tombe del padre e della sorella, erano riusciti a metterli uno di fianco all'altra. Anna si asciugò gli occhi colmi di lacrime e la madre allungò una mano dietro la carrozzina per afferrarle il braccio, erano passate alcune settimane dallo sfogo di Roberto e lei si era chiusa in un silenzio impenetrabile.
    "Voglio sapere tutto" Chiese in modo risoluto ai figli. Anna fissò il fratello che con un cenno la invitò a parlare, anche lei doveva liberare tutta la rabbia e la frustrazione che aveva in corpo; la madre capì quel gesto ed invitò la figlia a parlare
    "Vedi mamma, tu sei sempre stata dura e cattiva con noi e il papà. Lui ti voleva bene e sopportava qualsiasi cosa, ma noi siamo cresciuti in un clima di terrore. Quando hai spinto papà giù dalle scale causandone la morte, Roberto si è avventato su di te e nella caduta ti sei rotta la spina dorsale ed hai subito un forte trauma cerebrale che ti ha fatto perdere la memoria, e solo grazie a pazienti cure sei riuscita a riprenderti e ad essere ciò che sei ora. Quando i medici ci hanno detto che avremmo potuto farti ricominciare da capo abbiamo pensato di eliminare tutto il passato nella speranza di ricominciare una nuova vita con una madre diversa. In principio le cose andavano bene, avevi una nuova vita e la tua infermità ha agevolato il giudice che ti ha condannato agli arresti domiciliari sotto la mia responsabilità. La tua nuova situazione, i tuoi nuovi ricordi, l'affetto della mie bimbe e della signora Adele e tutta una serie di circostanze ti avevano resa sotto molti punti di vista migliore rispetto a prima. Purtroppo, però, ultimamente il tuo carattere originale ha cominciato a prendere il sopravvento e senza rendertene conto hai ripreso a comportarti male nei confronti di chiunque ti stia vicino. Anche la signora Adele si è stufata di te e dei tuoi modi e noi, che ci siamo già passati, abbiamo chiesto aiuto a dei professionisti che ci hanno consigliato di farti rievocare il passato in modo da metabolizzare le tue angherie e i tuoi errori. Maria era tornata per quello e ci avrebbe raggiunto anche Pietro, eravamo d'accordo, ti avremmo affrontata insieme. Purtroppo Maria è andata incontro al suo tragico destino, Roberto non ha retto al colpo è ha dato la colpa a te" Ci fu un momento di silenzio in cui i figli fissarono la madre che, colpita da una folgorazione esclamò "Allora eri venuto per finire l'opera! Roberto era venuto per ammazzarmi e voi lo sapevate!" I figli non dissero nulla, adesso i loro sguardi erano compassionevoli, quella donna ridotta su una sedia a rotelle era pur sempre loro madre, Anna adesso piangeva e Roberto l'abbracciò imitandola. "Perché non mi hai ammazzata, perché mi avete lasciata viva?" Anna e Roberto ormai piangevano a dirotto e l'anziana donna si girò di scatto verso Pietro che come al solito era restato in disparte ed in silenzio, la donna lo fissò e per la prima volta nella sua vita l'uomo tenne testa allo sguardo della madre che in un attimo capì tutto l'orrore e gli errori della sua vita e con le lacrime agli occhi chiese ancora "Dimmi Pietro, perché sono ancora viva?" L'uomo, con le lacrime agli occhi, inspirò rumorosamente e poi con uno sforzo estremo rispose "P-per d-darti uuun'altra ooc-casione"
    Per i restanti anni della sua vita si prodigò nel volontariato, fu una brava nonna, un'ottima amica e soprattutto una brava madre e si fece benvolere da tutti. Morì, quasi centenaria, con il sorriso sulle labbra e il giorno del funerale, dopo esser stata seppellita vicino al marito e alla figlia, Anna si accinse ad aprire quella busta che lei le aveva consegnato alcuni giorni prima "La mamma mi aveva chiesto di aprirla solo dopo la sua sepoltura" Ne estrasse un biglietto che riportava, scritte a mano e con calligrafia malferma, poche parole:
    <Grazie per avermi concesso un'altra occasione>
     

  • 11 gennaio 2016 alle ore 23:30
    Dalla finestra II

    Come comincia: Ogni giorno, almeno una volta al giorno, mi diverto a giudicare il mondo (o meglio, la piccola parte di esso che, per me, è come uno specchio fedele del tutto che è esso), con vigliaccheria nascosto tra le inferriate bianche della mia finestra. Io, che sono un grande impiccione, tutto vedo e tutto sento, quando sento il bisogno di guardare il mondo dalla mia finestra.
    Ci sono quattro o cinque cornacchie che, spavalde come loro sanno spesso essere, smistano il bottino raccolto dagli ormai strabordanti cestini dell’immondizia sull’asfalto del viale e, senza badare a quelli che potrebbero o non potrebbero essere i commenti dei condòmini, ordinatamente, ridistribuiscono tra loro il cibo ricavato. Ed io le vedo. E allora mi accorgo che i netturbini portano un paio di giorni di ritardo, ed è solo per questo che le cornacchie si sono permesse di atteggiarsi e pavoneggiarsi con tale spavalderia.
    C’è un signore che, e non è assolutamente un fatto nuovo, esce dal portone del palazzo di fronte stringendo un sacchetto di plastica in mano, attraversa un po’ distrattamente il viale che separa il palazzo dove vivo io da quello dove vive lui, si guarda intorno con espressione assonnata, e, senza un chiaro interesse da parte sua e né tanto meno mia o di chiunque altro, lascia cadere il sacchetto di plastica nel cestino dell’immondizia dedicato ai condòmini del palazzo dove vivo io, e non in quello dedicato ai condòmini del palazzo dove vive lui, come chiarezza esige. Io ovviamente lo vedo sempre. E penso a quel ragazzo che, un giorno, mentre portava a guinzaglio un barboncino bianco, capitò proprio nel viale asfaltato che passa sotto la mia finestra; penso a quando egli, dopo aver (da vero signore) raccolto con un sacchetto le feci del proprio animale provò a buttarle nel cestino dell’immondizia del palazzo di fronte al mio, quello dove vive il signore che butta i propri rifiuti nel cestino dell’immondizia del mio condominio, e quindi una signora, che abita a sua volta nel palazzo di fronte al mio, dove già vive il signore che sistematicamente non butta i propri rifiuti nel posto esatto, lo riprese bruscamente obbligandolo a riprendere indietro ciò che aveva appena buttato. Ricordo quanto fu terribilmente severa e ricordo il desiderio che avvertii, di urlare dalla finestra: “Ma signora, la prego, rifletta! Lei abita in un palazzo dove un signore, mezzo matto o mezzo scemo, ancora non ha imparato dove deve buttare i propri rifiuti, e lei vuole dare la colpa di tutto questo, di tutto il male del mondo, di tutte le sue disavventure, a questo povero ragazzo, capitato di qui per sbaglio?”, ma ovviamente non dissi nulla. 

  • 11 gennaio 2016 alle ore 19:48
    Le Rendezvous de High Life

    Come comincia: Questa non è una lettera, è un prontuario.

    Ti insegnerà molte cose, alcuni segreti che la maggior parte degli uomini, quando viene a vedermi, non sa.
    Non è tutto dimenare il corpo, non è tutto scuotere i capelli. Puoi pensarla così, ma se la pensi così non sopravvivi a lungo.
    Le cose che vedi, le cose più immediate, da giarrettiera, sono sì la via di fuga da una crisi economica, ma la via di fuga dalla via di fuga ce la dobbiamo inventare.
    Non avevo bisogno di continuare a farlo per guadagnare, ho già il mio nuovo lavoro, pagano bene ed ho il culo coperto. E fino ad ora era il mio sogno americano.
    Però, tutto è stato fatto per scriverti.
    Ho voluto riprendere da dove ci siamo fermati. Io e i miei organi, intendo. Poi tu sei continuato.
    Anni e anni di lavoro come ballerina di lap dance non mi sono mai pesati così tanto come quando ti ho visto nel locale, appena salita sul palco per esibirmi.

    Tutto il sudore che avevo lavato via è tornato. Tutte le mani che mi hanno toccato una alla volta, sono tornate a toccarmi insieme.
    A spingermi in basso, in basso. Sul palo non sono riuscita neanche a fare acrobazie.

    Muoversi in modo sensuale è una forma di paralisi. E' la prima cosa che ti dicono al corso avanzato.

    La mia insegnante aveva i capelli rossi, curati nel minimo dettaglio, uno sguardo vitreo, luccicante come il palo dal quale non si staccava mai. Anche agli allenamenti portava un vestito da battaglia, fatto solo di due copricapezzoli e un tanga con le piume. Continuava a chiederci se credavamo di vederla.

    Un giorno, lei stava fumando. Nuda, sul balcone, aggiustandosi con il pollice l'elastico del tanga che le segava le anche.
    Mi sono avvicinata trascinando i piedi, per annunciarmi, per dirle che stavo per fare un discorso importante.
    Le ho detto che ti amavo, che non te l'avrei mai detto. E basta, due parole.
    Per quanto mi riguarda, più l'amore è grande più vuoi conservare per te i dettagli.
    Lei mi ha guardato, ha espirato una quantità di fumo enorme, davvero, enorme, come se avesse fumato l'intera sigaretta senza esalare mai.
    Si è spenta il mozzicone sulla mano, e vedendo che non ne ero affatto turbata, ha cominciato a parlarmi.
    -Credi che tutte noi siamo finite a dimenarci su un palo perchè siamo involucri di ghiaccio?-
    Mi ha preso per le spalle, mi ha girato verso le altre ragazze che si stavano esercitando.
    L'avevo irritata, lo sentivo dalle sue dita che tremavano.
    -Ognuna delle ragazze che vedi- disse -ama in modi per i quali neanche i poeti hanno figure retoriche adatte. Credimi, stellina, nessuna di noi finirà sposata con l'uomo che ama. Nessuna di noi gli rivolgerà mai la parola.
    Credi che io sia diventata istruttrice perchè mi sono fatta toccare più delle altre?
    Io non so niente di lap dance.
    Sospiro davanti a milioni di ritagli di foto assemblati assieme, nel tentativo di ricostruire la faccia di un ragazzo che vedo tutti i giorni.
    So molto di romanticismo. Per questo sono qui.-
    Le divise delle Giuliette moderne sono fatte di labbra umettate di whiskey.
    -Tu pensa alla sostanza di qualcosa di non svelato, alla sostanza di un segreto.- continua -Nessuno parla. Nessuno si confida. Nessuno si tocca.
    E' assolutamente contronatura esprimere con le parole quello che parole non ne ha mai avute.
    La scrittura, la poesia, le canzoni..tutte stronzate, stai mentendo a te stesso.-
    Afferra il palo con entrambe le mani,
    Il moncherino che pendeva dalle labbra perdeva cenere in mezzo ai suoi seni, creando un glitter magnifico fondendosi con il sudore.
    -Non ci sono tele per noi, bambolina. Non ci sono penne a sfera. Non ci sono sospiri incantati al chiaro di luna. Ma devi rispondere a questa domanda.
    Sinceramente, qualcuno si è mai fatto una sega sulla divina commedia?
    La corona d'alloro qui te la cuciono a forza di smanettarsi, a misura della circonferenza del loro amichetto.
    Sono capaci tutti di guardarti le tette, ma la tua amata Beatrice, Silvia, Lucia..loro sono attenti ai dettagli. Loro sanno quali frasi del corpo stonano, sanno quando la rima non è apposto, quando una spaccata significa una passeggiata sui prati, quando ti lecchi il dito e vuoi preparargli il caffè, quando messa a novanta gli dici Andiamo a cadere per le stelle.-
    Avevo capito il messaggio.
    Le ballerine non rinunciano al loro cuore. Il cuore in realtà è tutto quello che hanno.

    Stavo immobile a guardare il vuoto e forse dai miei occhi danzavano già lacrime di gioia, bruciavano sul viso come gocce di limone.
    Era come quando senti che potresti essere soffocata dalle frasi che non potranno mai uscire. E più le accumuli più loro trovano sinonimi di loro stesse, analogie, collegamenti, antonimi, contrari, tutto per costringerti a parlare.
    Stavano per arrivarmi al cervello, appannarmi la vista, prendersi tutti i sensi, ma Lei mi ha afferrato un polso e me l'ha messo a contatto con il palo. Il freddo dell'acciaio mi ha risvegliato.
    Fa due passi indietro, si posiziona in mezzo alla luce del sole che entra dall'unica enorme finestra, si ravviva i capelli e dice:
    - Mi sono preparata per il grande evento. -
    Va verso la porta dello spogliatoio senza mai staccare lo sguardo dai miei occhi, senza mai smettere di sorridere.
    Quando la apre esce un uomo che avevo già visto ciondolare lì intorno. Avrà avuto una cinquantina d'anni portati stancamente, due ciuffi di capelli lunghi appiccicati alla testa, la carnagione cotta dal sole e una salopette verde. Le pupille degli occhi erano l'unica cosa degna di nota. Erano coperte da due cataratte grigio chiaro, due pareti mute e liscissime, perfette per proiettare.
    Dice.
    - Allora? Cosa vuoi fargli sapere? -

    Il mio cuore si è trasformato in una caldaia, tutto il corpo si è trasformato in un pavimento rovente da dove dovevo scappare e quell'uomo, amore mio, si è trasformato nell'anello mancante tra me e te.
    Neanche mi sono accorta di aver cominciato a ballare.
    Muovimi o diva del fremito amore, la lancia funesta che gli occhi trafisse.

    Fireman Climb: Devi prendere la rincorsa, abbracciare il palo e rannicchiarti a uovo. E' molto difficile, la presa non ti riesce quasi mai all'inizio, e se ti riesce scivoli praticamente subito. Tempo fa lei mi disse - Immagina la pressione che vorresti la tua mano facesse su una penna che sta scrivendo per lui. -
    E sono rimasta sospesa.
    Nel vuoto.
    Attaccata stretta stretta al palo.
    Hanno dovuto toccarmi per farmi staccare, hanno detto che quando ho riaperto gli occhi li avevo lucidi.

    Forearm stand bow: Sei a testa in giù, con le braccia appoggiate a terra. Quello che ti lega al palo è un piede ben uncinato ad esso. Gambe divaricate e altro piede sospeso nel vuoto. E' il modo in cui, in un mondo parallelo e distorto, un antimondo, io acquisirei l'eleganza necessaria per avvicinarmi a te di nuovo.
    Sei in bilico su una fune, all'incontrario. Per quanto sia acuto il tuo senso dell'equilibrio, sei sempre destinato a cadere.

    U Bend: E' un inchino sospeso.

    Yogini: Qui assomigli ad una barca. La schiena è completamente arcuata in avanti, devi prenderti i piedi tendendo le braccia, l'unica cosa che ti unisce al palo è la stretta che fai con l'interno di una di esse.
    Il punto più basso della tua cassa toracica è quello più sporgente, quello che verrebbe colpito per primo da un fascio di luce, da un naufragio. Quello che vedresti meglio al primo sguardo, all'ultimo sguardo.
    La prima, l'ultima impressione che voglio darti di me è la mia parte più vulnerabile.

    Quattro mosse, quattro figure per descrivere solo un momento.
    Le ripeto per un quarto d'ora, ogni volta più forte, ogni volta con qualche dettaglio in più. Un dito alzato, un'angolazione diversa.
    Quello che mi ritrovo a fare con l'andare dei minuti, è guardare sempre più fissamente gli occhi di quell'uomo anonimo. Diventa ossessione.
    Ad ogni giro, ad ogni capriola, devo per forza tornare da loro, dalle sue cataratte. Devo vedere se in quei fogli bianchi comincia ad esserci scritto qualcosa. Non c'è ciocca di capelli che si possa mettere tra noi, non c'è goccia di sudore che mi possa bruciare abbastanza le orbite.
    Quell'uomo non sei affatto tu, non sto affatto proiettando. Quell'uomo per me non esiste nemmeno, ma i suoi globi oculari vuoti diventano veicolo di risposte immaginarie migliori di qualsiasi altra realtà.
    Smetto di ballare solo quando inizia a strizzarli.
    Si avvicina alla mia maestra, le dice qualcosa all'orecchio e se ne va da dov'era venuto, con le mani in tasca.
    Lei viene da me lentamente, si guarda intorno e dice – Lui è un massimo esperto d'arte, uno specialista in sonetti per gambe lunghe, un divoratore di promesse sigillate da un paio di collant, nel 2011 ha partecipato ad un quiz ed ha vinto l'ambito premio Sai far schifo. -
    Si ravviva i capelli con la sua mano superidratata. - Dice che non si è innamorato di te, che nessuno si innamorerebbe. -
    La sensazione è stata quella che hai quando nei sogni cadi.
    Anche se tornassi a vedermi, anche se tornassi da me, non ti innamoreresti. Capisci? L'ha detto lui.
    Quando vuoi a tutti i costi una risposta che non arriverà, accetti qualsiasi opinione pur di arricchire le tue personali macchinazioni.
    Lei torna da me, attualmente in stato catatonico, si accende una sigaretta ad un centimetro dal mio naso. Credo che l'effetto sia lo stesso dei sali, infatti ritorno lucida.
    - Sai cosa dicono i tuoi movimenti? Dicono “Nessuno vuole conoscere qualcun altro fino in fondo”. E la prima che non vuole conoscere il suo grande amore sei tu. Nel tuo ballo non c'era nemmeno una domanda, nemmeno un invito. Sei stata sempre tu, tu, tu per prima. -
    Tutto di lei, tutti i suoi colori, diventano immediatamente più saturi.
    Ci hai mai pensato? L'arte fissa un momento. Anche i romanzi le cui storie si svolgono nell'arco di anni, generazioni, per l'artista sono solo figli di un unico momento. Il momento in cui hanno visto il volto di un vecchio, il momento in cui hanno sentito un rumore particolare, il momento in cui si sono sentiti liberi.
    Tutti momenti che scaturiscono vampate, orgasmi, fluttuazioni. Premono un tasto dentro di te e tu cominci a fare. Fregandotene di com'è veramente, di come continuerà la vita di quel vecchio, di quel rumore, di quegli spazi aperti.
    Il segreto è che nessuno è mai stato contento di essere una musa.-
    I pali da lap dance possono anche mettersi in orizzontale e trafiggerti, trasformandoti in caleidoscopio.
    Gira. Gira. Gira.

    Sono solo 4 le figure che provo per te.
    Una volta a casa ho cercato, ti giuro, nella numerologia qualcosa che avvalorasse la mia tesi, che confutasse il resto del mondo.

    In Giappone  il numero è considerato sfortunato: ciò deriva dal fatto che si può pronunciare sia yon che shi, quest'ultimo con pronuncia foneticamente simile all'ideogramma 死, che rappresenta la morte. Tale credenza determina l'usanza di evitare il raggruppamento di quattro oggetti uguali: ad esempio, in Giappone è impossibile trovare nei negozi un servizio da tè per quattro persone.

    La quarta lettera dell’alfabeto ebraico: Dalet. 
    La sua funzione è la Solidità.
    La materia è concentrazione di energie e di dinamiche che tengono insieme, in modo ordinato, tali energie. Solidità è concentrare energie per rendere visibile e toccabile, dare consistenza e stabilità ad un pensiero, progetto o sogno.
    Dalet è la stabilità, la razionalità, le fondamenta. Segna il passaggio dal movimento all’identità in una forma.
    Solidità è anche ripetitività, tornare su se stessi, confermare per dare consistenza ad un’idea, ad un modo di essere, ad una situazione.

    Non posso assolutamente fingere, non posso assolutamente essere così ipocrita da immaginare una vita intera con te.
    Sei stato le radici di tutto quanto, solidissime radici, ma sono io quella che cresce.
    Il livello di narcisismo si misura in base alla capacità di circondarti di persone che non ami, ma che non hai nessuna intenzione di lasciare andare.
    L'unica cosa che posso fare per te, sarà per sempre una specificazione, un ulteriore chiarimento, una definizione, un riempire di dettagli il secondo prima di sparire.
    Il mio addio diventerà un frattale più ricco della vita di chi insieme ci sta per anni. Ed in tutto questo particolareggiato disperare, saprò benissimo fare a meno di te.

    Ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse Ispirazione?

  • 10 gennaio 2016 alle ore 14:44
    Dark Night

    Come comincia: Quella che si apprestava di là dalla finestra, era la notte.
    Nulla di strano dato l’orario al limite con la cena.
    Tuttavia essa si mostrava cupa come mai avevo avuto occasione di vederne.
    Persino il bagliore dei lampioni appariva debole più del solito e i fari delle automobili sulla via seguivano il tono nella misura di apparire addirittura spauriti.
    Mi avvicinai alla lastra di vetro umido per guardare meglio.
    Ricordo che i contorni delle abitazioni antistanti alla mia, si mostravano tondi e indefiniti.
    Quei muri eretti in legno e pietra, parevano finirvi dentro ed essere rosicchiati.
    Stropicciai gli occhi pensando di avere riposato poco, ma nulla daffare: l’effetto perdurava!
    Perciò attribuii la colpa alla nebbia che in novembre cala sulla città velandola col bianco, sbagliando; come ebbi modo di costatare più tardi …

    Dark Night
    Mezzanotte
    *
    - Che v’inghiotta a tutti quanti!- Affermai pensando al potere di quella coltre e agli abitanti di quel luogo remoto.
    Del resto è gente cui frega poco o niente degli altri.
    Poi tornai nel letto a godermi il riposo.
    Mancavano un paio d’ore a che suonasse la levata.
    Col suono meccanico della sveglia negli orecchi non riuscii a fare altro che mantenere lo sguardo sul soffitto giallognolo della stanza.
    Oltre a tutto dal piano sottostante la vecchia serpe di Grace compiva rumori inutili, strascinando le sedie da una parte all’altra della casa.
    - La smetti?- Urlai prima di poter distinguere nuovamente il ticchettio della sveglia; segno che il messaggio era arrivato.
    Capperi, sapere che a poche ore ti attende del duro lavoro non è il massimo della vita …
    Andai a sondare il piano del comodino a caccia del tabacco.
    La voce stridula di quella donna mi fece accapponare la pelle:
    - Will è ora che tu vada!- ululò rompendo del tutto l’atmosfera ovattata.
    La presenza di Grace è una schifezza che dovevo sopportare per via dell’averla presa in sposa.
    Quel giorno dovevo essere stato, ubriaco.
    E di trascorrere un’unica ora con lei, non lo augurerei al peggior nemico.
    Era strana quella sera, dicevo …
    Si avvertiva dal sapore dolciastro di terra sul palato e da un sottile cerchio alla testa.
    - Ti svegli?-, strillò per la seconda volta.
    Adesso era giunto il suo momento per parlare e per quanto potessi replicare, svegliarmi era essenziale e ragione valida per sollecitarmi, non sarei riuscito a darle torto.
    - Ho capito!- dissi forte, finendo di sputare nel cesso quanto rimaneva di quella foglia amara.
    Un lampo squarciò il cielo in più parti e subito seguì il tuono a scuotere casa e far tremare i vetri.
    Un nuovo boato giunse qualche istante più tardi.
    Diamine, pareva che tutti i fulmini del globo si fossero fissati appuntamento in città.
    La luce elettrica tremò stentando a lungo prima di riprendere vigore e rese tremule e orripilanti persino le ombre.
    - Will, chiudi la finestra!-. Urlò Grace.
    A quella strega per di più, la grazia è sempre mancata.
    Provvede sempre a farmi notare tutto.
    Sbuffai.
    - Will la finestra!-, tornò a ripetere.
    Crede forse che sia disposto a lasciare spaccare casa dal maltempo?
    - E chiusa caspita! E chiusa!-, risposi gridando.
    Non stupitevi però, la nostra conversazione è continuamente fuori tono.
    Non è un segreto che non si vada d’accordo.
    Tornai in attesa pensando che aggiungesse qualcosa, un borbottio magari, ma non accadde.
    Così infilai i pantaloni e la maglia sopra al pigiama perché fa freddo e sono convinto che sia inutile sciacquarsi più di tanto e poi se il padre eterno ci avesse voluto profumati, avrebbe messo al mondo qualche altra razza di gente non certo questa.
    Discesi le scale convinto di incontrarla e sapendo che mi avrebbe proposto di mangiare.
    Non crediate.
    Non perché mi vuole bene.
    La mia cara moglie tiene alla mia salute per il poco guadagno racimolo la notte e se qualcosa andasse storto e perdessi anche quest’umile lavoro, per lei non ci sarebbe nulla da fare.
    Morirebbe di stenti perché nessun uomo può sentirsi attratto da lei.
    E così brutta e acida che la rifiuterebbero.
    La incontrai sulla soglia della cucina, malvestita e con i capelli unti:
    - Esci senza salutare?-, domandò smacchiando le mani sul panno.
    - Tanto ci rivediamo!-, risposi con ironia. Magari ora avrebbe fatto silenzio.
    - Che cosa vuol dire?-, esclamò.
    Litigare con me, è la ragione della sua vita …
    - Donna, vado e non voglio far tardi!-, affermai rivolto all’uscita.
    Adesso sarebbe stata soddisfatta?
    - Ho dello stufato di lepre, - disse senza particolare inflessione.
    - Perché ti ostini a propormelo? Non hai mai saputo prepararlo. -.
    E la verità ma deve essere troppo anche per lei, perché gira i tacchi e va via.
    Meglio così.
    Le smancerie sono inutili e poi è meglio non celare che i sentimenti cambiano.
    - Passo da Malcolm. Cenerò da lui!-, farfuglio quando ormai sono all’aperto.
    Per certo le passerà. Altrimenti può lasciarmi.
    Del resto peggiore di così, tra noi non può andare.
    Odo l’anta cigolare alle spalle.
    Insufflo aria umida nei polmoni e impreco per non avere pensato piovesse tanto.
    Grace osserva dalla finestra convinta che sia un cretino a non avere recato appresso l’ombrello.
    - Va dentro e finisci di spicciare!-, strido contro vento.
    Vedo scemare la tendina e dietro di essa luce fioca.
    Nemmeno i poveri hanno lampade tanto deboli.
    Che notte strana questa.
    Comunque Grace mi ha dato retta.
    E per fortuna, non la rivedrò che domani.
    Salgo in macchina infradiciando il pianale.
    Se c’è una cosa che mi fa imbufalire e avere l’interno dell’auto sporco o infangato, ma per questa volta andrà così.
    Non è possibile fare nulla.
    Accendo la motrice del vecchio furgone GM e metto un pezzo di sigaro in bocca.
    Poi sintonizzo la radio.
    Mi terrà compagnia.
    Stanno suonando: “I’m singing in the rain.”
    Che idea strampalata!
    Quasi che ci sia altro e che la vita sia un sogno meraviglioso.
    Per me non è così che andata.
    Bene però se Frank ci fa sopra un poco di dollari!
    Senza di quelli sarebbe ancora più triste.
    Perché un uomo vale quanto la capienza del suo portafoglio.
    Per una volta mi metto a cantare.
    Sapete, non ho una brutta voce.
    Unicamente non ho mai pensato di ricavarci del denaro.
    Un altro errore, chissà...
    L’acqua oscura il parabrezza.
    Canto con più voce.
    Sono quindi miglia ad arrivare alla locanda di Malcom.
    Una topaia sulla statale frequentata da persone di tutti i tipi.
    Puttane, ladri e giocatori, in prevalenza.
    Si aggiungano camionisti e viandanti più qualche marito in fuga.
    Sì, sono convinto che vada esattamente in questo modo.
    Da tempo tengo una personale statistica.
    In America spariscono centinaia di persone ogni anno.
    La maggiore parte adulta e di sesso maschile.
    Uomini andati a comprare le sigarette e mai rincasati.
    Alcuni rintracciati nei giorni seguenti.
    Magari assai sbronzi.
    Altri senza memoria.
    Qualcuno con il cranio fracassato o il corpo appesantito dal piombo.
    Mi piace pensare che quelli che non trovano mai siano i fortunati e che adesso si divertano ai tropici con una bella ragazza.
    Quanti di loro sono passati proprio da Malcolm?
    Dovrei farlo anch’io.
    Partire e non fare ritorno.
    Poi mi domando: per andare dove se ogni posto al mondo è un cesso?
    E se non lo è, presto finisce per diventarlo.
    Altrettante miglia occorrono da Malcolm per raggiungere il mattatoio.
    E giuro: non è strada bella!
    Tutta curve e dirupi.
    E per che cosa poi?
    Per andare a squarciare la gola ai vitelli.
    Già, questo è il mio mestiere.
    Sapete come si fa?
    No?
    Bene, allora ve lo dico io:
    Gli animali sono spinti dal recinto all’interno di una corsia.
    Uno per volta arriva a un capolinea.
    Là una sbarra d’acciaio blocca il quadrupede in maniera da non farlo retrocedere.
    Io gli sono davanti e sollevo il muso, mentre il collega infila una staffa di traverso perché non possa abbassarlo.
    Appena ha fatto, retrocedo di un passo e con un coltellaccio ben affilato e lungo quaranta centimetri compio un movimento unico per recidere il collo da parte a parte.
    Ci vuole forza e decisione.
    Non è cosa per tutti.
    Il sangue schizza a fiotti, finendoti addosso e sul pavimento.
    Nel frattempo la bestia muggisce dal dolore, ma non può muoversi.
    Trema.
    Scalpita.
    In quella posizione innaturale rimane fino a dissanguarsi.
    Questione di pochi di minuti.
    Al massimo cinque.
    Una vacca è arrivata a dieci.
    Pensammo che non sarebbe morta.
    Comunque un caso particolare.
    A ogni modo alla fine stramazzano.
    A quel punto il collega apre lo steccato da un lato e con un gancio la trasciniamo altrove facendola scivolare sul suo stesso liquido e urine.
    Già: non tutti sanno che appena muore se la fa sotto!
    Anche Valmon, il cugino di Grace se la fece sotto.
    Lo ricordo dondolare appeso alla trave del fienile e con la patta bagnata mentre in terra vi era una panca rigirata.
    Valmon pareva contento.
    Si era strozzato utilizzando un cordino elettrico.
    Due sottili cavi tra loro intrecciati.
    Nessuno ha mai compreso la ragione.
    Il bello è, che quando torniamo, il posto è occupato da un altro animale!
    Al macello ci sono tre file e tre macellatori.
    In poche ore è una carneficina e in un anno una strage.
    Questo è il mercato.
    Thomas e Coleman sono i nomi dei miei colleghi.
    Tipi spicci e di poche parole.
    A sentire le loro storie vengono i brividi sulla pelle.
    Badate però che non svolgo da sempre questo mestiere.
    Occorre troppo stomaco per farlo.
    Unicamente da quando ho chiuso lo spaccio.
    Sette, otto anni al massimo.
    E non è per colpa mia se in precedenza le cose non sono andate bene.
    La gente di qui è strana.
    Possiedono terra e sono allevatori.
    La domenica mattina la trascorrono a messa e a battersi sul petto.
    Poi tornano in casa e picchiano le donne.
    Trattano male i bambini.
    All’alba del lunedì sono già in opera.
    Quando di buon umore, donano qualche obolo.
    I soldi veri però li serbano per il circuito interno e il risparmio del mese finisce direttamente in banca o sotto qualche asse della loro abitazione.
    Perciò solo gli spicci finiscono a chi non è del luogo.
    Io sono di Toronto e chissà cosa mi è preso per venire da queste parti a cercare fortuna.
    In pratica mi sono condannato da solo!
    - Ciao Nathan. Cosa ti servo?-. Domanda Malcolm.
    Anche lui è un tipo strano.
    Rosso di capelli e con lentiggini sul volto.
    Vive con una ragazzina.
    Non si sa se sia la figlia o una sbandata.
    Nessuno trova da ridire e lo sceriffo è un uomo vecchio.
    Malcolm ha sangue irlandese e crea nuvole di fumo denso di là dal banco.
    - Non so!-. Rispondo pensando che ho voglia di bere.
    - In caldo abbiamo della lepre. Te ne faccio portare una porzione?-
    - Mondo vacca, ma cosa avete tu e la vecchia stasera? Tutti con lo stufato?-
    Ride Malcolm. Gioisce di gusto mostrando denti gialli.
    Nessuno dei suoi clienti ama parlare della moglie.
    - Ti offro un whisky-, esclama con voce roca. - Credo proprio sia quello di cui hai bisogno.-
    - Bene!-, rispondo deciso.
    - Se la prima bevuta è gratis, pensa a preparare la successiva in fretta. Non vorrei che si affermasse in giro che approfitto della tua benevolenza.-.
    Di nuovo rivedo i canini di Malcolm.
    Erravo ad affermare che fossero gialli. Più esattamente sono sul marrone.
    Mastico del sigaro e scolo quel bicchiere e ancora un altro e forse aggiungo qualcosa.
    Porca vacca, dentro ho sempre freddo!
    Una ventata fredda dirada l’aria viziata del locale.
    A metter piede dentro e un contorno aggraziato di donna.
    Deve essere fradicia.
    Questo tempo non è adatto per una signora.
    Tossisce.
    Non mi ricordo di averla vista da queste parti.
    Avrà circa trent’anni.
    E a giudicare dalle curve, ben fatta.
    Nessuno però sembra osservare.
    Solo Malcolm.
    Noto che ora confabulano tra loro.
    Poi lui la accompagna a sedersi dalle mie parti.
    La squadro di profilo.
    Per una così, sarei disposto a dimenticare tutto.
    A ricominciare altrove.
    Di certo non sarà sola.
    Avrà un uomo ad accompagnarla …
    Ma è qui da dieci minuti e nessuno è entrato.
    Bevo un sorso.
    - O la va o la spacca!-, dichiaro prima di scolare il bicchiere e alzarmi.
    Barcollo per un istante.
    Poi mi avvicino.
    - Salve!- affermo quando le sono accanto.
    Sembra far finta di non avere udito.
    - Notte assai umida e buia!-. Affermo.
    - Già!- Risponde voltandosi ed è davvero più bella di quanto mi aspetti.
    - Non è di queste parti o sbaglio?-, domando.
    - No, infatti!-, risponde nervosamente.
    - Posso sederle accanto?- domando con gentilezza.
    Qua l’ambiente è quello che è, può farle comodo un uomo a proteggerla.
    - Mio marito è fuori. Sta per entrare ... -.
    Bene. Sì. Dicono un po’ tutte così.
    - Io non la lascerei sola nemmeno per un minuto.-. Osservo spostando verso di me la sedia.
    Torna a guardare davanti nervosamente.
    - Vuole ordinare da bere? Offro io-, le sussurro all’orecchio non appena seduto.
    Perché girarci attorno?
    E una notte unica questa.
    Lei mi guarda come se non mi vedesse, poi una mano mi si appoggia alla spalla.
    - La signora è con me! -. Afferma un giovane ragazzo.
    Anche lui si distingue.
    Potrebbe essere mio figlio.
    BE non è da me insistere inutilmente.
    - Peccato!-, affermo. -Intendevo solo scambiare quattro chiacchiere. Adesso vi lascio perché ho daffare ... -
    Torno a sedere al mio posto.
    Non c’è mai una volta che sia fortunato.
    Peccato.
    Malcolm giunge poco dopo da loro con due porzioni di stufato.
    Insomma: alla fine è riuscito a piazzarlo.
    E mezzanotte quando vado via.
    Sento dire alle spalle: - Buona serata Will -.
    E Malcolm ovviamente.
    Sa sempre chi entra o chi esce.
    Ricambio il saluto e un morso mi afferra nello stomaco.
    Cosa caspita ci vuole a dire: - Buona serata Will!-.
    Una frase semplice.
    Alle volte non completamente sincera, ma riferita con sufficiente naturalezza da sembrarlo.
    Quando mai Grace ci ha provato?
    Sempre a parlare dei conti da pagare e di mangiare.
    - E colpa di Betty!-. Farfuglia da là Malcolm.
    - Già Betty!- Rispondo.
    Nemmeno m’interessava quella donna al locale.
    Solo una maniera facile per far trascorre un poco di tempo.
    Mah! Tanto è andato tutto storto.
    Sputo in terra.
    Non ho più saliva.
    Faccio qualche passo sulla ghiaia e prendo dalla tasca un altro pezzo di tabacco.
    Finirò a perdere i denti, ma dal padre eterno meglio andarci con gli acciacchi.
    Domani sarà un altro giorno e tornerò in questo letamaio al termine delle ore di riposo.
    Era una brutta notte dicevo …
    Si avvertiva dall’ululare dei lupi senza che in cielo ci fosse la luna e non mi era capitato di udirne tanto prolungati.
    - Che caspita avete?- domando mentre urino sulla ruota del furgone perché il cesso del locale fa talmente schifo da pigliare la scolo solo a toccare la maniglia della porta.
    Con calma apro lo sportello.
    Il mio winchester è appeso sul cassone.
    Avvio il motore e innesto la marcia.
    Mi dico che se questa notte quei famelici cani avessero a cercare rogne, perdiana, le avranno trovate.
    Io ne ho di ragioni per litigare con il mondo intero.
    Il furgone saltella sulle buche traboccanti d’acqua e ricomincia a piovere.
    Quindici miglia di strada in discesa.
    Quasi interamente nella foresta che dal paese scende a valle.
    Vecchi abeti e pietre secolari.
    Qualche animale notturno tipo l’allocco.
    La percorro da anni e che crepino tutti; è disgraziata.
    Malcolm lo ripete spesso:
    - La colpa è di Betty.-.
    Lo afferma così di punto in bianco.
    E quando meno lo aspetti, senti che pronuncia quel nome.
    Magari muovendo piano le labbra, mentre ripone ad asciugare i bicchieri.
    Era giovane e il mattino assolato quando gli capitò di trovare una testa mozzata di fronte al locale.
    Altri pezzi li recuperano dei paesani seguendo la strada verso valle.
    Prima una gamba di donna, poi l'altra.
    Un piede, un braccio mi pare.
    In una progressione folle in cui l'unica regola era costituita dalla misura.
    Un miglio e mezzo a pezzo.
    Tutte quelle parti erano state ripulite talmente bene da apparire finte, quasi fossero pezzi di plastica di un manichino.
    Le mani, lunghe e affusolate le trovarono per ultime; poggiate delicatamente su un foglio di giornale e su un cippo.
    Inutile affermarlo, Malcolm ne restò assai colpito.
    Secondo la sua versione quella maschera pista di sangue, solo il volto era pieno di lividi, era viva quando l'aveva raccolta e gli aveva sorriso.
    Indagarono per giorni anche su di lui.
    Non emerse nulla.
    Escluso fosse lui l'assassino l'indagine si arenò e la colpa fu attribuita a un camionista di passaggio che secondo gli ispettori venuti da fuori città l'aveva trasporta per mezzo Canada prima di abbandonarla ridotta a quel modo.
    Per ciò, per quella morte, non c'era un vero colpevole e neppure movente.
    A chi appartenessero quei resti, non si seppe mai così restò senza nome.
    L’unico a dirsi sicuro a riguardo fu sempre Malcolm.
    Per lui non poteva che chiamarsi Betty.
    Quanto alla ragione, disse che non poteva essere diverso.
    Trascorse poco tempo e si lasciò con la moglie.
    Esattamente fu abbandonato.
    Nessuno trovò strana la cosa e se chiede a lui di chi sia la colpa, affermerà sempre: - E di Betty !- e in ultimo aggiungerà che a lui ha portato fortuna.
    Nell'accendere il quadro dell’auto, penso che ognuno rechi la propria croce …
    Il motore gratta nell'innestare la marcia.
    Impreco quando scorgo due sagome a ridosso dei parafanghi.
    Una è magra. L’altra, goffa.
    - Porca puttana. Volete ammazzarvi?-. Urlo senza calare il finestrino.
    La più chiatta sembra udire, perché si volta.
    Ha occhi scuri come le tenebre e un’espressione indecifrabile.
    Dovrebbe essere una donna.
    Una brutta donna.
    Porca vacca mi dice sempre male!
    - Predicatori della minchia. Vi hanno sbattuto fuori di casa perché stanchi del vostro sermone? Così adesso vagate in strada e desiderate crepare?-.
    Ora ride e con lei lo fa anche la persona accanto.
    E un uomo.
    Scopre il volto butterato tenuto celato sotto il cappuccio.
    Davvero: non li vorrei vicino nemmeno a pagamento.
    Libero la frizione, ma la donna allunga il braccio fino a poggiarlo sul montante.
    - Togli quella manaccia? Fatti da parte!-, sibilo girando contro lo sterzo.
    Del resto non amo i prepotenti e i vagabondi!
    - Se vuoi, puoi insistere. Dirò che era buio e non ti ho visto. Sono capace di farlo sai ... -.
    Le ruote vanno a vuoto sul fiume di fango diretto alla valle.
    Impreco e accelero.
    Lei sembra riuscire a trattenere i cavalli.
    Una grandinata di sassi e melma sale dal basso della macchina imbrattando le fiancate.
    Lei sembra ridere di gusto, ma il volto non ha nulla di umano, trasfigurato nello sforzo fisico in una maschera animale.
    Innesto la retromarcia.
    Sono certo che gli pneumatici torneranno a far presa sul terreno e riesco a liberarmi.
    Percorro qualche metro all’impazzata, pensando di avere bevuto qualcosa di troppo.
    La vettura gira su stessa, quasi ribaltandosi.
    Innesto di nuovo la marcia, seguita da un’altra e ancora.
    Adesso sono sulla statale e per una sola maledetta occasione, lieto di raggiungere presto il mattatoio.
    Quei due, realmente, avevano un aspetto ributtante.
    Non faccio a tempo a respirare che un tonfo sordo e una sbandata mi avvertono che qualcosa di pesante è a bordo.
    Recupero il winchester che punto verso il retro.
    - Che tu sia quello che penso o qualcos’altro, vecchia baldracca: vero come dio, questo gioiello ti sistemerà!
    Avverto lo scoppio e il rinculo mi fa dolere il polso.
    - Pagherai anche questa!-, affermo mentre odo un rantolo di dolore provenire dal cassone.
    Provo ancora la sensazione di avere un’allucinazione in quella notte scura.
    Che tutto sia un sogno?
    Che Grace non si mai esistita?
    Che il fallimento non abbia sempre contornato la mia vita?
    Gli alberi ai lati della strada mi appaiono distorti.
    Sono sempre stati tanto alti?
    - Will hai bevuto troppo e sei in una curva … - m’incalza all’improvviso la voce dentro la testa.
    Afferro lo sterzo mentre col muso urto il pietrame montato a secco sul pendio.
    Ne tiro giù una pertica.
    - Questa cavolata ti costerà Will. Sai quanto viene riparare il parafango?-.
    Ora è Grace a parlarmi.
    - Fatti gli affari tuoi!-. Urlo mentre rimetto in strada il furgone.
    - Nemmeno adesso mi lasci in pace?-.
    Lo scoppio provocato dalla sponda nel trapassare l’abitacolo è netto e sinistro.
    Deve averne di forza quella donna per averla divelta dal cassone.
    Sparo un colpo sulla linea metallica.
    Se è all’altro capo, incasserà altro dolore mi auguro.
    Di nuovo il silenzio, rotto dal fracasso delle marce che scalo in prossimità del tornante.
    - Evviva sono in salvo!- grido nel momento in cui mi convinco che quell’essere malefico non ci sia più.
    Poi osservo sullo specchietto retrovisore e dall’oscurità emerge lentamente il volto grasso e tondo della donna.
    I capelli bianchi le ciondolano ai lati di guancie affette dall’acne.
    Le fosse del naso, sono larghe quanto quelle di un toro infuriato.
    - Bastarda. Mi vuoi ammazzare?- Urlo.
    Dietro di lei c’è l’uomo magro.
    Ha il mento in avanti e denti in oro.
    Tiene alta la gamba sull’abitacolo e un’ascia nella mano.
    Il lurido impermeabile scuro svolazza nella pioggia battente.
    Lo dicevo, era una notte come mai ne avevo viste e m’inseguiva la morte.
    Fu allora che presi la decisione di andare giù per il burrone.

  • 09 gennaio 2016 alle ore 16:45
    Corto #13 - La crisi

    Come comincia: Erano anni che non compravo una penna Bic. Solo penne omaggio.

  • 06 gennaio 2016 alle ore 23:18
    Spazzatura

    Come comincia: Ricordo un Natale di tanto tempo fa quando la povertà lambiva la mia  giovinezza. Era il 1978  anno di  trasformazione, di intrighi e rivolte studentesche, un anno cruciale per gli altri ma per me segnato dalla stessa indigenza e calda povertà. Ero rimasto senza padre da pochi anni e mia madre lavorava come badante nelle famiglie.  Vivevano un modesta casa di due stanze, mancava il riscaldamento ma era bella a suo modo: mura spesse, pavimento in cotto anche se totalmente rovinato, mancava il bagno, ve ne era uno in comune in fondo al  cortile, a volte bisognava far la coda, soprattutto dopo pranzo. Ricordo che quell’inverno mia madre aveva lavorato anche la vigilia di Natale e avrebbe dovuto recarsi anche il giorno dopo a cucinare. Gli altri festeggiavano, ci voleva pur qualcuno che preparasse loro da mangiare. La gente con noi era formalmente gentile, i preti da cui lavorava si mostravano solleciti e ci invitavano  a pranzo nelle ricorrenze, quell’anno però non aveva nevicato e volgeva un forte vento, faceva molto freddo. Ricordo che quella sera, quella vigilia volevo uscire con dei miei amici, avevo appuntamento verso le nove.Ma immancabile arrivò  lei e mi costrinse a fare un giro per le piazze. Non era una novità ma quella volta , quella sera di forte freddo era una necessità; come avremo fatto il giorno dopo ... si sa sotto le coperte si rimedia … ma di giorno? La giornata era lunga e  molte cose avrebbero potuto impedirmi di uscire, costringendomi a rimanere dentro per chissà quante ore. Inoltre nella luce del giorno, quel chiarore che solo l’inverno ci sa dare quando si riempie di bianche sfumature e rende tutto brillante,  la gente ci avrebbe visto  noi due furtivi passeggiare con garbo e poi avvicinarci e prendere e andare lungo la strada fatta di ciotoli irregolari e anche aguzzi; prendere e trascinare e voi svoltare a destra seguendo la striscia dei muri e camminando sui corti marciapiedi.  Poi  c’era anche un breve passaggio pedonale con vicino il negozietto di giocattoli per bambini e l’irritante odore di tabacco.  Quello sì che era un posto celebre  per la mia infanzia ma che guardavo con sufficienza. Ora ero grande potevo permettermi altro.  E poi oltrepassato quel crocevia  ci si incamminava lungo una stradina semiasfaltata che  svoltava  a  sinistra e manteneva varie zone d’ombra. Ma il  negozio della parrucchiera era illuminato e ci spingeva a passare sotto le  insegne luminose per allontanarci dal suo sguardo di donna capricciosa e indiscreta. Infine si  fiancheggiava la casa appena risistemata della vecchia lattaia, donnone da un seno procacissimo e dalla presunta giovinezza  allegra e spensierata. Era una donna  sposata con tre figlie ma penso che prima di  giungere all’altare abbia dispensato molte sue grazie. Passavamo davanti alla sua porta e  a volte sfioravo il batacchio in ferro battuto con un leggero sorriso di compiacenza ma in quei momenti preferivo  muovervi con passo rapido come quello di un gatto randagio. Ma quella sera facemmo il giro. Era proprio cosi. Avevamo una vecchia stufa a legna. Ma la legna costa e si compra. Molte sere aggiravamo l’ostacolo andando a prendere le cassette della frutta, quelle di cui si disfano i fruttivendoli, con quelle strisce  che  con un colpo di mano sulla gamba  si posso rompere  in tanti pezzi, che sembrano sottili rami e si buttano nel fuoco o sopra la cenere ancora piena di tizzoni e riscaldano e illuminano dalle feritoie dei cerchi la stanza e  avvolgono anche per brevi attimi  le nostre membra. Un affare che facevamo spesso.  Quella notte di Natale  gli spazzini non erano passati e molte erano le cassette  della frutta accatastate vicino ai cassonetti.  Facemmo incetta di cassette, ci spostammo in tre piazze riuscendo infine a  spingere  nella “boschiera” trenta cassette. Fu una vera fortuna , un regalo di Natale , uno di quelli veri, credetemi.

  • 05 gennaio 2016 alle ore 11:40
    La Purezza dell'Acqua

    Come comincia: Io, ognuno di noi, nella vita può sbagliare però la purezza assoluta la vedo solo nell'Acqua, lo scorrere di un ruscello, di un lago. Lì vedo tutta la purezza assoluta e non vedo nè pregiudizi e nè odio verso l'essere umano. Questa è la Magia dell'Acqua con la sua Trasparenza, la sua Purezza e la sua Lucentezza. Grazie di esistere Acqua.

  • 02 gennaio 2016 alle ore 16:02
    COLLE S.VALENTINO - CHE BANCA!

    Come comincia: Italia popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e di trasmigratori. Questa è (se non ricordo male) una celebre frase di mussoliniana memoria che il nostro Duce fece apporre su un edificio romano.
    Che centra questo pistolotto introduttivo sul racconto che sto per propinarvi? Ebbene si c’entra nel punto in cui si parla di santi perché è proprio il nome di un  santo apposto ad una banca da parte di Ena U., dama ricchissima e come tutti (e tutte) le persone molto abbienti capricciose oltre ogni dire.
    La citata dama signora o meglio signorina di campagna (per lei gli uomini erano gratta e butta), donna legnosa e cacciatrice  inveterata (possedeva dodici fucili di vario calibro) risiedeva nella frazione di S.Valentino, comune di Cingoli in provincia di Macerata insieme al fratello Raffaele (Fefè per gli intimi), la di cui consorte Elena (Lilli per gli amici)e la di loro figlia Rossana bellezza bruna 1,75 di altezza con la sue cosine ben messe.
    Da dove erano pervenuti i denari ad Ena Ugolini? Un classico: da un nonno emigrato negli States d’America che di fortuna ne doveva averne fatta veramente tanta dato che in banca risultavano e suo nome circa tre miliardi di Euro, tanti erano e sono forse pure aumentati il perché vengo a spiegarlo.
    La signorina voleva sistemare la nipote laureata in scienze economiche in una banca ma il direttore del suo e di altri istituti di credito non  avevano voluto (e forse potuto) farla entrare col ruolo di vicedirettore, conclusione  Ena si era creata una banca a nome della località di residenza – S.Valentino – sede unica a Cingoli (Macerata). Grandi festeggiamenti, parenti giunti un po’ da tutta Italia per congratularsi col direttore, appunto Rossana Ugolini che si era circondata da cinque impiegati o meglio impiegate, tutte femminucce.
    In banca la situazione non poteva che essere delle migliori in quanto la direttrice, padrona assoluta, poteva permettersi in campo finanziario quello che altre banche per motivi di bilancio non potevano, in parole povere Ena Ugolini guardava ben poco al profitto pur di sbaragliare la concorrenza e ci era riuscita, come se ci era riuscita col giustificato malumore dei direttori degli altri istituti di credito!
    Ad Ena Ugolini non poteva parer vero poter dire: “Dì a mia nipote che ti mando io” per far ottenere agli interessati agevolazioni fuori mercato.
    Res cum ita sint avrebbero detto gli antichi latini quando la legnosa marchigiana ebbe l’idea di visitare la Sicilia, a suo dire, terra di provenienza di lontani parenti. Caricati sulla lussuosa Lexus due fucili e tante munizione da poter  sterminare tutta la selvaggina della Trinacria, Ena, percorsa la Salerno-Reggio Calabria si imbarcò a Villa S.Giovanni ed approdò a Messina dove aveva prenotato il miglior albergo del centro, il Savoia.
    Distribuite a destra ed a manca sostanziose mance, ebbe l’immediata deferenza di tutti gli impiegati dell’hotel, direttore in testa, ogni suo desiderio era legge.
    Noleggiato un fuori strada con relativo autista pratico dei sovrastanti  monti Peloritani, ritornò in serata con un carico di fagiani, tordi, piccioni ed uccellagione varia che fu offerta in pasto anche ad altri  frequentatori della mensa dell’albergo.
    Un episodio non fu di gradimento di Ena: recatasi in una banca locale ebbe la ventura di incappare in un direttore non eccessivamente  ossequioso e disponibile secondo i suoi gusti, e immediatamente decise di… immaginate un po’, di aprire a Messina una filiale della Banca S.Valentino, direttrice Rossana Ugolini.
    La telefonata giunta alla neo direttrice fece cadere l’interessata in una cupa prostrazione, andare in un posto mai visto e metter su un istituto di credito ex novo, maledetta la zia pazza. I genitori nulla poterono per alleviare le doglianze dell’afflitta figlia che, caricate sulla 500 Fiat Abarth bagagli e macchine fotografiche, sua passione, varcò anch’essa lo stretto di Messina.
    La città si dimostrò accogliente sia per il clima che per la cortesia dei suoi abitanti, unico neo gli amministratori locali che lasciavano molto a desiderare, situazione che poco interessava la zia Ena che si era messa di buona lena a metter su la banca. Faceva tutto lei: girando per la città individuò la filiale di un piccolo istituto di credito con tre impiegati e riuscì nel giro di pochi giorni a contattare la sede centrale che fu ben lieta di scaricarsi una filiale niente affatto produttiva.
    Il seguito fece scalpore in città: rinnovo totale dei locali con l’aiuto di un  famoso architetto e poi l’inaugurazione in pompa magna con articoli sui giornali  e servizi sulle tv locali e la presenza di autorità cittadine, la zia non aveva badato a spese.
    Inutile dire che la stessa politica seguita nella casa madre fece lievitare immediatamente la clientela indigena attratta da  condizioni di mercato estremamente favorevoli .
    “Zia ci stiamo rimettendo un sacco di soldi!”
    “Nipotina bella, vedrai, ci rifaremo.”
    Il futuro le diede ragione anche per la bravura delle impiegate (sempre tutte donne) che ce la metteva tutta per aver ricevuto uno stipendio ben superiore a colleghi di altre banche.
    La zia Ena aveva prese la via del ritorno anche per la sua non buona salute e così Rossana fu padrona assoluta anche se sentiva una po’ di solitudine; non riusciva a fare molte amicizie, qualche sabato a ballare ma non legava con ragazze e soprattutto ragazzi del luogo, troppo lontana dalla loro mentalità, rimpiangeva la compagnia di Alberto suo compagno di scuola e unico amore della sua vita.
    Un episodio risvegliò il normale monotono incedere della banca di S.Valentino: Rossana era allo sportello per sostituire una impiegata in ferie. Si era presentato un signore di mezz’ età, mai visto, che invece di avanzare una normale richiesta di prestazione bancaria, aveva presentato un suo biglietto da visita con la scritto:‘€.1.000  B.P.P.’
    Perplessità di  Rossana: “Scusi signore vuol spiegarsi meglio.”In passato in ragioneria aveva imparato il B.P.L ossia buono per lire ma quel B.P.P. non le diceva nulla.
    All’orecchio di Rossana il signore si spiego più chiaramente, voleva dire: BUONO PER POMPINO, €.1.000 era il corrispettivo per la prestazione.
    “Brutto maiale fuori di qui prima che lo prenda a calci!”
    Tutti le impiegate vicino alla direttrice che fece chiarezza sulla situazione ricevendo la solidarietà delle colleghe anche se una, la più spiritosa: “1.000 €.per un pompino mi sembrano pochini!”
    Inutile dire che l’episodio ebbe risonanza fra gli impiegati delle altre banche, Rossana si beccava lo sguardo ironico di qualche collega,  si pentì di aver divulgato l’episodio.
    Era passato circa un mese quando accadde qualcosa di inusitato: dinanzi alla banca un signore aveva posteggiato una Aston Martin targata Inghilterra. Il cotale: 1,80, fisico atletico, dopobarba di classe, sguardo magnetico, insomma uno bono si era diretto ad una cassa.
    “Lara lascia stare, ci penso io al signore.” Rossana voleva prendere in mano la situazione, quel tale, baffetti da sparviero come avrebbe detto il comico D’Angelo era troppo affascinante, di classe come pochi se ne vedono in giro.
    “I’m John  Fitzgerard, english from London,  she captivated me with its beauty, ask me any money for his company, capisco italian ma parlo poco. parlo poco.”
    “Ma sei un maiale” pensò Rossana che era stata in Inghilterra in collegio ed aveva imparato la lingua. Gli aveva offerto del denaro per la sua ‘compagnia’. In ogni caso aveva stile, meglio far finta di nulla, d’altronde le colleghe non conoscevano l’inglese e quindi …
    “Il signore vuole delle spiegazioni, stiamo chiudendo ed io vado con lui, ci vediamo domani.”
    “Dato che parli poco l’italiano ma lo capisci ti parlerò nella mia lingua. Data l’ora andiamo a mangiare in un ristorante in riva al lago di Ganzirri.”
    L’arrivo in trattoria non passò inosservato, non era di tutti i giorni che Rossana si presentasse  in Aston Martin con un signore che, si vedeva lontano un miglio, italiano non era.
    Salvatore, il capo cameriere, li posizionò in un tavolo riservato dopo avere allontanato con un cenno i vari suoi colleghi che, spinti dalla curiosità, avevano fatto capannello.
    “Salvatore questo è John Fitzgerard un cliente della mia banca, desidera gustare le vostre specialità, fai tu col menù, portaci un Corvo bianco, grazie.”
    “Caro John, sono una donna di spirito altrimenti avrei dovuto offendermi per le tue parole…”
    “Io non voleva, perdono.” Prese una mano di Rossana e se la portò alle labbra guardandola negli occhi.
    Ci sapeva fare il bell’inglese, la donzella cominciò ad apprezzare sempre più la sua compagnia, come pure apprezzò gli spaghetti alla pescatora, una fetta arrosto di pesce spada, due spiedini di gamberoni seguiti da un’insalatona gigante con tanto di cipolla, patate fritte per l’inglese e un’ananas, caffè per lei decaffeinato.
    Il conto fu presentato dal proprietario in persona che fu ripagato da una mancia stratosferica che fece strabuzzare gli occhi sia al padrone che a Salvatore.
    I camerieri si premurarono ad aiutare i due ospiti da indossare i soprabiti e poi in macchina.
    “Alloggio hotel Jolly, vorrei mutare abito, un poco freddo…”
    Posteggiata l’auto dinanzi all’albergo, due inservienti si precipitarono ad aprire gli sportelli con tanto di inchino, l’english si li era comprati tutti!
    “Vado in room…”
    “Ti seguo, voglio rinfrescarmi.” Rossana aveva meravigliata se stessa, che ci andava a fare in camera di uno sconosciuto, mah…
    Ovviamente era la room migliore dell’hotel, visuale sul porto di Messina, due navi di crociera ormeggiate, un ferry boat in entrata nel porto, un’orda di venditori di oggetti vari che circondavano i turisti scesi a terra.
    “Mi sento accaldata, uso il tuo bagno.”
    Effettivamente Rossana era un po’ sudata cosa per lei inusuale, quell’incontro l’aveva un po’ scombussolata. Rimase in reggiseno, prima di lavarsi si rimirò nel lungo specchio, cazzo era rossa in faccia, cosa le stava succedendo…
    “Quando tu finito entro in bath room.”
    “Vieni ...” Rossana non riconobbe la sua voce
    “Scuse me…” L’inglese si mostrò imbarazzato, la bell’italiana era rimasta in reggiseno e mutandine e il cotale lo fu molto di più quando Rossana lo abbracciò baciandolo furiosamente. L’ovvia conclusione sul lettone ambedue impegnati in una' acerrima pugna'…
    Quel che accadde postea fu alquanto nebuloso per Rossana. Si fece accompagnare alla sede della banca, recuperò la Fiat Abarth e si rifugiò nell’albergo Royal dove rimase per un giorno intero sinchè il direttore dell’hotel, molto  delicatamente, bussò alla porta della camera per chiedere sue notizie.
    Il perché di tante ‘storie’ per quello che poteva ed era un normale rapporto sessuale, questo  si domandò Rossana appena ripresasi dopo una doccia caldo- freddo, in fondo era stata lei ad iniziare la ‘guerra’.
    Diede sue notizie alle impiegate. Rossana non aveva voglia di uscire dall’albergo,una crisi strana. Dalla finestra della sua camera all’ultimo piano guardava stordita la gente, il tram, le auto, le navi nel porto,sentiva una profonda sonnolenza invaderla tutta, si fece portare il pranzo in camera e riprese a dormire.
    Pranzo in camera e sonno durò tre giorni sinchè  il direttore, preso coraggio, le chiese telefonicamente se avesse bisogno di un medico. Fu questa mossa che fece capire all’interessata che era il momento di darsi una mossa per rientrare nella vita normale. Tanto choc per una scopata! Un pensiero volgare ma efficace che le fece riprendere contatto con la realtà; forse era stata per lei la paura di essersi innamorata.
     Un lunedì uggioso, tempo  inusuale per Messina che di solito godeva di un  buon clima, d’altronde a novembre inoltrato non  si poteva pretendere di più.
    In ufficio un mucchio di carte da firmare le fece passare il tempo, senza accorgersene si era fatta l’una.
    Anna, la vicedirettrice: “Rossana noi andiamo a pranzo, quell’inglese tuo amico è venuto molte volte a domandare tue notizie, voleva sapere anche il nome  dell’albergo dove risiedi, non glielo abbiamo comunicato, ha lasciato questo suo biglietto da visita con numero del cellulare, buon appetito.
    Un panino dal vicino salumaio ed una birra e sempre in mano il biglietto da visita di John.
    “John sono Rossana, che fine hai fatto?” La baby aveva rivoltato la frittata.
    “Ho cercato te, molto…molto…” John piangeva.
    Dopo un lungo silenzio:
    “John sto venendo al tuo albergo, aspettami fuori.”
    John era vestito da cavallerizzo, un vestimento inusuale che attirava l’attenzione della gente.
    La prima reazione di Rossana fu di una profonda risata:
    “Come ti sei conciato?”
    “Voleva far colpo su te,  piaccio?”
    “Andiamo nella Aston Martin, si sta più comodi.”
    “Tue amiche non sapevano dove stavi, io voleva…”
    La bugiardona: “Ero in missione, ora son qua.”
    “Starò a Messina per sempre…sono issimo innamorato!”
    “Io invece no, non voglio più vederti.”
    Rossana stava barando, anche lei si era innamorata anche se sembrava impossibile dopo un solo incontro con un  uomo.
    “Tu fai male, prego non dire cose cattive.”
    “Va bene starò con te quando avrai imparato a parlare l’italiano.”
    “Vado  scuola, per te tutto…”
    “Zia Ena mi sono fidanzata con un  inglese, penso sia un baronetto.”
    “Vieni a Colle S:Valentino a fammelo conoscere, fai presto non sto bene in salute.”
    Una Aston Martin a Colle S.Valentino non passava di certo inosservata, Rossana e John furono circondati dagli abitanti della frazione, un saluto affettuoso da parte di tutti, gli Ugolini erano benvoluti.
    La zia Ena aveva detto la verità, si vedeva chiaramente in faccia che prossima sarebbe stata la sua dipartita, un tumore al seno, Rossana andò in bagno a piangere, non riusciva a smettere, John andò a trovarla, anche lui molto commosso.
    Ai funerali partecipò tutta la popolazione, tanti fiori, carrozza a cavalli e tumulazione nella tomba di famiglia.
    Rossana e John non rientrarono più a Messina, la banca fu affidata alla vicedirettrice; la baby ebbe modo di ‘sfornare’ una coppia di gemelli italo-inglesi. Jonh, imparato l’italiano, mise su un bed and breakfast frequentato da molti suoi concittadini, una storia forse triste ma a lieto fine come tutte le vecchie favole.
     
     

  • 01 gennaio 2016 alle ore 10:23
    "Sei malato!" Che felicità!

    Come comincia: Purtroppo ho sempre avuto un pessimo rapporto con la scuola. Non per colpa mia, ma a causa della guerra, che era appena terminata, nel 45, impedendomi, l'anno prima, di frequentare la prima elementare. Una partenza sbagliata, in una vita, conta molto, segna per sempre. La prima volta che ho visto una moltitudine di bambini, abituato, com'ero stato, a Villa Adela, sulle alture di Serravalle Scrivia, a incontrarmi, saltuariamente, con Ernestino, mio coetaneo, della villa accanto alla nostra, fu in occasione dell'esame da privatista, dalla prima elementare, vissuta nello studio di nonno Angelo, alla seconda, nella scuola del paese, quasi una foresta sconosciuta per me. -“Dettato! Scrivete !”- La voce sibilante di una maestra d'età. Questo fu il mio primo minuto di scuola. Ed io vomitai tutta la colazione, tra schiamazzi e risate. Fu chiamato lo spazzino del paese con tanto di ramazza e segatura. Ricordo ancora la divisa. Ed ho vomitato per tutti gli altri anni di scuola, successivi, prima di uscire di casa. -”Lucio, vai a vomitare, che fai tardi oggi!- Mamma. Poi, un illuminato medico mi somministrò uno dei primi psicofarmaci, “5 gocce di Talofen” e cessai di vomitare col fisico, ma il rifiuto psichico fu il medesimo. La seconda elementare, quindi, a guerra finita, a Genova, Istituto della Reverenda Madre Cabrini. Suore, che dire: genuflessioni, messe, veli neri, malignità, cattiverie, castighi, fioretti, genuflessioni, messe, fioretti, veli neri. Ricordo ben poco dei miei compagni, anche perché le mie tonsille si ammalavano spesso, e per mia felicità, la voce di mia madre mi veniva in aiuto.: -” Sei malato! Niente scuola.” Che felicità! Nonostante la febbre e il mal di gola ero liberato da un incubo oppressivo. Lo stato di malato mi dava adito all'accesso di un rituale, che trovavo meraviglioso ed appagante. Cambiavo, di prima mattina, camera e letto. Passavo nella camera dei miei genitori, nel loro lettone, che mamma aveva rifatto di fresco. La finestra, dava sulle alture del Righi, ma s'intravvedeva il panorama della vasta conca, che racchiude il mare e la Lanterna. La luce entrava di prima mattina, vivida, da farsi rubare in ricordo. Dopo il caffè e latte, con biscotti, comprati, in fretta, all'uopo, dalla cameriera, avveniva una delle concessioni più esorbitanti che io potessi immaginare. Mamma sfilava dal comò il primo cassetto e me lo depositava sulle mie gambe. -“Guarda, ma non mettere in disordine”- E m'intrufolavo tra boccettine di profumo, creme, collane, anelli, medaglioni, un arcano sconosciuto e proibito. Ne ravvedo ancora il piacere e mi giunge da qualche neurone il profumo, ancora intatto di quella mistura di odori. A completare il mio bisogno di incauta profanazione di ciò che non mi spettava, un pacco voluminoso di cartoline illustrate, trattenute da un elastico. Cartoline giornaliere di papà a mamma, durante il fidanzamento. La calligrafia curata di papà, a penna blu. Minuta, delicata come una missiva d'amore, voleva. “Cara Franca”, mia madre. Mi turbava e m'ingelosiva quel termine, pur se usato da mio padre. Le foto riprodotte sulle cartoline erano di attori dell'epoca. Greta Garbo ne comprendeva molte; bellissima, alcune erano solo schizzi veloci del suo volto. Shirley Temple, una bambina prodigio d'allora, attrice in molti film, coglieva la mia meraviglia, nei suoi vari costumi di posa. Io preferivo quelle di Stanlio e Ollio, prodigiose, tanto da scoprirmi un sorriso. Queste erano le mie felicità: sorridete, bimbi d'oggi.

     

  • Come comincia: Franco è confuso da quando Eros è diventato un trans e Felice per via di tutto ciò è disperato, di conseguenza Allegra non sorride più. Urbano fa ancora il vigile di professione, il suo fidanzamento con Luna illumina i gossip nel paese, nonostante la precedente passione per Stella abbia smesso di brillare. Emilia si sta riprendendo, ancora trema ogni tanto, ma la cinica Italia non fa una piega, quasi fosse una questione di stato. Regina pulisce i bagni di un supermercato, Salvo è colui che è emigrato da questo paese, tutti lo ricordano per questo, perfino Natale, sebbene lo si veda una volta l'anno e io, non so perché, rimango sempre pervaso da un senso di tristezza quando arriva. Fortunata si è fidanzata con Gastone, le regalerà un Diamante ha promesso, per via di questo fatto Fausto è caduto in depressione e Abbondanza si è ammalata di anoressia. Casto ha sposato Immacolata e tutto, tra loro, è finito quel giorno, così che Beata è divorata dai sensi di colpa e Innocenza non è più lei, fino a prova contraria. Modesto soffre di solitudine, gli manca l'amico Egeo ricoverato per eccesso di inquinamento, Iride era una falsa invalida e Angelo per risarcire i truffati si è venduto le ali. Mansueto è intrattabile poiché Maddalena non si pente più di nulla ma Concetto, un tipo dall'aspetto inspiegabile, ripete lui che tutto finirà in Gloria. Massimo è ai minimi storici da quando Onesta lo ha abbandonato e ripete che Giusto non è uguale con tutti, ora pare sia diventato vegetariano e viva con una certa Eva, persona ambigua che sta sempre sulla bocca di tutti. Tiffany non riesce più a fare colazione perché Carolina produce un latte acido, di questo incolpa Germano, reo di inquinare l'erba da pascolare con i propri escrementi. Donato lo scartano a priori, lui è innamorato del profumo di Flora, ad ogni stagione ci prova ma con poca fortuna. Sauro, senza Dino, dice di aver perso la parte migliore di sé, insieme sarebbe tutta un'altra vita ripete all'amica Messalina, l'unica che in questo paese abbia un lavoro sicuro. Già, perché Assunta è stata licenziata, Libero rimane prigioniero delle proprie paure e Speranza si sta lasciando morire a poco a poco.

  • 27 dicembre 2015 alle ore 13:51
    la bolla

    Come comincia: c'era una volta una bolla che stava per scoppiare, allora chiese di essere manipolata. Sognava di diventare una enorme bolla illuminata da un led, contenere altre bolle e del fumo. La bella, che aveva il potere di parlare alle bolle, udì il suo richiamo e decise di fare la magia. Esaudì così l'ultimo desiderio della bolla, facendola diventare la più bella bolla che l'umanità avesse mai visto... Rimase impressa per decenni nelle menti dei bambini accorsi ad ammirarla che tramandarono di padre in figlio questa storia. La storia di una bolla che incontrò la bella e diventò una leggenda.

  • 25 dicembre 2015 alle ore 4:50
    Aquila blu

    Come comincia: ....ricordo...ero presa dai miei pensieri...
    non mi ero resa conto...di volare a bassa quota...^__*
    mentre volavo...sentii..un ululato...era notte inoltrata...
    intensificai.... la mia vista d'aquila...e....
    lo vidi...era un lupo...meraviglioso e fiero...
    senza riflettere...planai...verso di lui...
    incurante del pericolo che avrei corso...
    mi sentivo fortemente....attratta da lui...
    fu così...che rimasi...fulminata....^__*
    i suoi occhi...emanavano...una luce...immensa...
    occhi meravigliosi...lui mi guardo...e da quel momento...
    fui sua!
    Si avvicinò a me...fu un attimo...ma sembrò...un eternità!
    Relegato nel più profondo del mio cuore...
    avevo sempre desiderato...incontrare un lupo...
    e finalmente...l'universo...aveva esaudito...il mio desiderio...
    lui disse...: " Stay with me "!!!
    La notte passò....e alle prime luci dell'alba...
    ripresi...il mio volo...ma quella notte...volai così in alto....
    che fu come inciampare....in una stella....e
    da quella notte...io divenni un aquila blu. ^__*
    @quil@blu59

  • 23 dicembre 2015 alle ore 20:52
    Ascolto emozioni

    Come comincia: Mi piace il periodo delle feste invernali. Mi piace ascoltare, vedere, odorare, pensare, sentire. Ascolto emozioni dei miei simili: tristi rabbiose tenere amorose. Ascolto voci tintinnanti roche ridenti; vedo I miei simili: ansiosi litigiosi sfiduciati eleganti straccioni ricchi ricchissimi poveri poverissimi. Ascolto I miei simili. Vedo I miei simili fuggire: a se stessi, agli altri, all'amore, alla gioia, alla speranza, all'ottimismo, al perdono, alla vita; li vedo cadere nella ruota della tortura dell' Apparenza. Vedo I miei simili e mi rattristo per loro. Usmo gli odori di tubi di scappamento, di eau de toilette soffocanti fragranti pungenti avvolgenti, di caldarroste per le strade, di legna bruciata che sfugge ai camini; usmo l'odore di persone insieme. Odoro I miei simili e "coloro" il mio olfatto. Penso: ai pensieri dentro aicorpi dei miei simili, rumori roboanti che sconquassano, tracce di urla compresse o note scappate da bocche di bimbi, pensieri ansiosi del domani che deve venire, pensieri ansiosi della coda dell'oggi arenata in una tristezza, in un dolore bloccato nella bolla del cuore che non si riesce a far scoppiare. Penso I pensieri dei miei simili e bevo le loro lacrime e respiro l'aria delle loro gioie. Sento la vibrazione dell' anima che si spande dal corpo del mio simile, migliaia di colori che avvolgono gli spazi attorno ad ognuno, e tutti diventano aria colorata e profumata: ogni pensiero è colore che scivola sul corpo e si riversa sul terreno, e il terreno diventa luce, luci che adornano case e strade e piazze e monumenti, luci di Natale, luci che accoglieranno l'anno nuovo affinché trovi la giusta via e non si perda in meandri astrusi. Sento il mio simile.E' in questo periodo che ogni mio simile è simile ad ognuno realmente: qualunque sia la sua condizione emotiva, sociale, personale, ognuno eleva se stesso in pensieri comuni che durante l'anno non formula perché distratto dalla vita. Saranno anche lamentele per i disagi, ma pur sempre ognuno realizza che Esiste ed esiste Domani e che domani non è detto sia il replay di questo oggi vissuto, esiste domani e domani si presenta con un giro di volta, ci consegna non un giorno ma un anno da plasmare, e siamo bambini con lo stupore del nuovo da scoprire, da gestire, da inventare. Abbiamo nelle mani una Creatura che rispetteremo ed ameremo, avvolgeremo di calore perché è la nostra creatura, ed essa crescerà in queste nostre piccole mani. E diventerà Grande.

  • 22 dicembre 2015 alle ore 21:40
    Il dono

    Come comincia: Quando Viola aprì la porta della cantina si sentì persa. Davanti a lei si presentò una montagna di cose accatastate, disordinatamente e senza un senso logico. Niente che potesse far capire cosa contenessero scatoloni, sacchi neri, e qualunque altro contenitore. Davvero una caccia al tesoro, anche perchè lei non si ricordava più, negli anni, cosa avesse portato lì. L'importante era sempre stato togliersi di torno in casa quello che pensava non le sarebbe servito più. Ma mettere ordine in cantina era qualcosa che era stato sempre rimandato ad altri momenti. Bene, adesso era arrivata l'ora della resa dei conti, perchè il trasloco imponeva di provvedere subito a svuotare. Solo pronunciare la parola "trasloco" la faceva rabbrividire. Non aveva immaginato di dover affrontare un altro trasloco nella sua vita. Le era sembrato tutto così definitivo fino a poco tempo prima, e invece, all'improvviso, il cambiamento. Bisognava traslocare. Sospirò, chiedendosi da che parte incominciare. Spostò qualche scatola e raggiunse il vecchio baule verde con le borchie cromate. Vide che c'era un po' di ruggine intorno alle serrature a scatto. Chissà se sarebbe riuscita ad aprirlo. Ci si sedette sopra e pensò: ecco, adesso sono nel bel mezzo del caos. Che differenza di sensazione: avere il caos di fronte appena aperta la porta le aveva procurato angoscia. Ora, seduta sul baule, si sentiva parte del tutto, e a suo agio. Cominciò a incuriosirsi, come se lì dovesse esserci qualcosa di sconosciuto, di sorprendente, di inaspettato. Non ricordava neppure cosa contenesse il baule. Si alzò e cercò di distaccarlo un po' dalla parete perchè il coperchio rimanesse verticale nel caso fosse riuscita ad aprirlo. Era davvero pesantissimo. Non fu facile, ma, insistendo, le serrature scattarono e il coperchio si alzò. Oh, ma certo! "La Settimana Enigmistica". Quante ce ne potevano stare in un baule? Decine, centinaia? Mah, comunque era pieno fino all'orlo. Viola abbassò il coperchio e si sedette di nuovo. L'emozione era forte. Il passato l'aveva schiaffeggiata all'improvviso. Nelle orecchie la voce di Gianni:
    "Non le buttiamo, mi raccomando, perchè se un giorno dovessi ammalarmi e rimanere a lungo in un letto, potrò completare tutti i cruciverba che adesso non ho tempo di risolvere. E anche tutti gli altri giochi."
    Viola aveva riso.
    "Che assurdità. E secondo te, dove dovrei tenere tutti questi giornaletti?"
    "Mah, non so. C'è un baule in casa, mettili lì dentro."
    "Parli seriamente? Davvero devo conservarli? Credevo scherzassi."
    Ma non stava scherzando, e Viola aveva cominciato a gettare nel baule tutte le "Settimana Enigmistica"
    Il destino grazie a Dio non aveva costretto in un letto Gianni per una lunga malattia, ma se l'era portato via anche troppo presto. Era morto di infarto in pochi minuti, inaspettatamente.
    Viola, la faccia appoggiata alle mani, lasciò che le lacrime scendessero liberamente, e quando le lacrime diventarono singhiozzi, non fece nulla per ricacciarli indietro. Per qualche minuto la disperazione si impadronì di lei, lasciandola stordita e svuotata di emozioni. Gianni, Gianni, il suo Gianni, l'amore della sua vita, il compagno di ogni giorno per così tanti anni. Le parve di sentire il calore delle mani di lui sul viso. Col respiro intermittente, quasi soffocante, ascoltò il dolore che le attraversava il petto, mai diminuito, mai accettato, finchè il dolore uscì dalle sue labbra sotto forma di urlo soffocato.Allora, passandosi le mani fra i capelli, si ricompose: pensò che doveva reagire con forza. Adesso doveva affrontare il trasloco, l'abbandono della casa che tanto amava, un futuro incerto, sconosciuto, che le faceva paura. Inoltre il Natale si avvicinava, come sarebbe stato triste quest' anno! Lei aveva pregato l'incaricato della banca affinchè fosse rimandato il tutto all'anno nuovo, soltanto a gennaio, non più tardi. Non aveva ottenuto nulla. Le sarebbe piaciuto trascorrere ancora un Natale nella casa, soprattutto per sua figlia. Dopo che erano rimaste sole la loro vita era diventata difficile, in discesa verticale. Non solo Gianni non c'era più, ma con lui era svanita ogni sicurezza finanziaria, ad un certo punto Viola era stata costretta ad indebitarsi e trascurare le rate del mutuo, fino a perdere la casa. Non era rimasto tantissimo da dare alla banca, tanto era stato già versato. Era assurdo perdere la casa così, ma non era riuscita ad ottenere nessun tipo di prestito.
    Seduta sul baule Viola pensò a sua madre. Era stata da lei pochi giorni prima.
    -Mamma, non puoi aiutarmi?
    La madre aveva preso al volo l'occasione per rinfacciarle l'incapacità di gestirsi che aveva dimostrato negli ultimi anni.
    -Non posso aiutarti, ma anche se potessi non lo farei. Non lo meriti. Non hai saputo gestire te stessa e neppure tua figlia. L'avevo sempre detto che non vali nulla, e appena tuo marito se n'è andato con Dio, hai dimostrato esattamente quello che mi aspettavo.
    Viola non aveva neppure tentato di spiegare a sua madre che era tutto molto più complicato di come lo vedesse lei. Aveva alzato le spalle in silenzio, non aveva neppure voluto darle la soddisfazione di discutere con lei. Se n'era andata. Mentre sbatteva la porta di casa di sua madre si era chiesta fino a che punto le volesse bene, e fino a che punto la odiasse, evitando però di darsi una risposta. Quanti progetti, quanti sogni svaniti nel nulla!
    Con la testa fra le mani Viola pensò che era ora di mettersi al lavoro, la cantina andava svuotata, inutile stare lì a crogiolarsi nelle malinconie e nei rimpianti.
    -Mamma!
    La voce di sua figlia la raggiunse all'improvviso.
    -Sono qui, in cantina, vieni giù.
    La sentì scendere per le scale di corsa e pensò a quanto fosse piena di vitalità e di allegria sempre, nonostante tutto.-Mamma, cosa fai qui in cantina?
    -Chissà cosa! Non ti ricordi che dobbiamo traslocare? La cantina va svuotata.
    Intanto Viola mostrava alla figlia il baule pieno di "settimana enigmistica".
    -Pensi che possiamo gettarlo così, pieno di giornaletti?
    -Figurati mamma! Non è neppure possibile sollevarlo, così, ma non preoccuparti,  ci penso io a svuotarlo, anzi lo faccio subito, dammi solo qualche sacco di plastica, parecchi, perché non posso appesantirli troppo.

    Viola racattò tutti i sacchetti di plastica presenti in casa e li diede alla figlia, poi si sedette sulla vecchia poltrona in cucina, il primo pezzo di arredamento che lei e Gianni avevano comprato insieme. Non avevano neppure ancora la casa, ma quella poltrona li aveva affascinati subito. Lui nel negozio si era seduto per "provarla" e aveva trascinato lei sopra di sè. Avevano riso come bambini ed anche il negoziante era stato indulgente di fronte alla loro felicità. E poi erano riusciti a ottenere il mutuo e acquistare la casa. Il giorno che avevano presso possesso della casa avevano affittato un furgoncino e portato la poltrona nella nuova casa. Non c'era nulla, solo quella poltrona e il letto matrimoniale. Per terra valige aperte, masserizie appoggiate dappertutto sui pavimenti, e loro due, con tutta la tenerezza e l'amore che provavano reciprocamente, divertiti dall'allegro caos che li circondava, pronti a sfidare il futuro con il loro entusiasmo e la gioia di vivere.
    Viola pensò che non fosse il momento di commuoversi, c'era sua figlia, e non voleva in alcun modo turbarla. Le aveva raccontato quanto l'amore verso suo padre fosse stato grande e ricambiato, ma ormai la realtà aveva preso il sopravvento, lui non c'era più, e loro dovevano fare i conti con un futuro che certamente non avevano immaginato.
    Decise di andare in cantina ad aiutare la figlia, ma proprio in quel momento...
    -Mamma!  Vieni giù, vieni giù subito.
    Viola corse giù per le scale allarmata dal tono agitato della figlia.
    -Mamma, qui in mezzo ai giornali ci sono dei cilindri di cartone, pesanti.
    Col cuore in gola Viola ne prese uno in mano e lo aprì: sterline d'oro.
    Con la voce tremante chiese alla figlia quanti cilindri ci fossero: ce ne sono dieci, mamma.
    Dieci! e in ognuno venti sterline!
    Viola in un attimo capì che i suoi problemi non esistevano più, e cominciò a singhiozzare senza potersi trattenere, e cominciò a pensare, a ricordare. Perché, perché non lo sapeva?
    La sua mente tornò a quel giorno, il giorno terribile della morte del marito. Era rientrato a casa prima, e lei stava uscendo per andare a fare la spesa.
    -No, non uscire adesso. Adesso ho bisogno di parlarti, è molto importante. Devo darti una bella notizia, ma ci vuole una bottiglia speciale. Vado in cantina a prenderla, aspettami!
    Gianni era sceso in cantina, lei era andata in sala a preparare i bicchieri, incuriosita e contenta, ma lui dalla cantina non era più tornato. Ad un tratto un tonfo per le scale, un fracasso di vetri rotti, e lei col cuore in gola che correva, in tempo per vederlo riverso sulle scale, ormai senza vita.
    Il dolore aveva soffocato tutto il resto, lei non si era mai più chiesta cosa dovesse comunicarle Gianni quel giorno. Ormai, quale importanza poteva avere, qualunque cosa fosse!
    La figlia adesso la guardava interrogativamente, ma Viola non aveva risposte, poteva soltanto raccontarle ciò che ricordava, e immaginare che Gianni quel giorno non aveva solo preso una bottiglia speciale, ma  era riuscito finalmente a tramutare in risparmi il sudore della sua fronte, e il baule aveva raccolto e conservato il segreto che lui non aveva fatto in tempo a condividere con la moglie.
    Arrivò Natale, nella casa tutta illuminata. L'albero splendeva al centro della sala, profumo di arance e vaniglia si spandeva e catturava l'olfatto. Quando suonò il campanello di casa, Viola e sua figlia si scambiarono uno sguardo di rassegnazione prima di aprire la porta.
    -Sarò curiosa di sapere come te la sei cavata questa volta!
    Ma Viola, forse per la prima volta nella sua vita, aveva deciso che non si sarebbe confidata con sua madre. Si amavano? Si odiavano? Pensò che non aveva nessuna importanza, comunque era sua madre. La strinse in un abbraccio sincero.
    -Buon Natale, mamma.

  • 19 dicembre 2015 alle ore 14:54
    Teodenanda e la santa della sorgente.

    Come comincia: Tanto, tanto tempo fa, nella città di Amalfi, viveva una fanciulla di nome Teodenanda: aveva appena sposato un bel ragazzo, Mauro, che le voleva molto bene.
    Un giorno, però, Teodenanda si ammalò: fu costretta a rimanere a letto, e cominciò a non mangiare più. Suo marito le faceva preparare tutto quello che le piaceva, ma lei non toccava niente, e dimagriva sempre più.
    Mauro non si rassegnava a veder morire la moglie che tanto amava: portava da lei tutti i medici più bravi che potesse trovare, ma le loro cure non facevano che peggiorare la sua malattia. Persino l’archiatra Gerolamo di Salerno, famoso in tutto il mondo, con tutti i suoi libroni di medicina, non riuscì a venire a capo della misteriosa malattia di Teodenanda. Mauro era disperato: non poteva succedere che questa donna così bella e dolce, l’amore della sua vita, gli venisse portata via senza che lui potesse far niente, doveva fare qualcosa per salvarla o sarebbe morto insieme a lei!
    Un giorno sentì parlare di una donna vecchia e saggia che viveva nella chiesa di Santa Trofimena, nella vicina città di Minori, una monaca di nome Agata: senza perdere un solo istante, Mauro si precipitò da lei per chiederle consiglio. Si gettò ai suoi piedi e, abbracciandole le ginocchia la implorava: - Vi prego, aiutatemi! Mia moglie sta morendo, e non c’è niente che possa guarirla!
    La monaca guardò Mauro, poi gli sorrise.
    - Non disperare, figliolo. C’è una speranza per la tua amata, ma dovrai essere molto coraggioso.
    - Farò qualunque cosa, - rispose Mauro senza esitazione.
    - Allora mettiti in cammino, e va’ alla sorgente del fiume Reginna sul monte Cerreto. Potrai andarci solo a piedi, e senza le scarpe: se riuscirai a raggiungere la sorgente senza fermarti mai, lì troverai qualcuno che ti dirà come puoi salvare Teodenanda, ma se fallirai lei morirà.
    Agata non aveva ancora finito di pronunciare quelle parole che Mauro si era già tolto le scarpe e correva a piedi nudi in direzione del fiume Reginna.
    Il fiume si snodava in un burrone tra montagne irte di rocce, e ben presto i piedi gli si coprirono di tagli dolorosi, ma il giovane non se ne curava: pensava solo a seguire a ritroso il corso del fiume verso la sorgente.
    Per tre giorni e tre notti si arrampicò sul monte Cerreto, fuori dal sentiero, tra massi e rocce con il rischio di cadere giù da un momento all’altro, sotto il sole cocente che arroventava le pietre e con il vento freddo della notte. Mauro, però, sembrava non sentire né il caldo né il freddo, né la fame né la stanchezza.
    Alla fine, una notte, il corso del fiume cominciò a restringersi sempre più, fino ad insinuarsi in una radura: Mauro vi s’infilò e fu lì che trovò la sorgente. Era un luogo solitario, ma l’acqua cristallina che sgorgava dalla terra faceva uno strano rumore, come di una voce di donna che cantava. Pian piano il canto si fece sempre più forte, mentre il getto d’acqua cresceva in altezza, cambiava forma, fino a prendere i contorni di un essere umano.
    Mauro non credeva ai suoi occhi, si chiese se non stesse sognando: davanti a lui era comparsa una fanciulla bellissima, forse della stessa età di Teodenanda, vestita con una tunica d’argento e dagli occhi azzurri e trasparenti come l’acqua della sorgente. E rideva, con un piccolo suono tintinnante.
    - Ce l’hai fatta, Mauro, - gli disse sorridendo. - Io sono Trofimena, che voi chiamate santa. Conosco Teodenanda da sempre, e un giorno lei, quando era piccola, espresse il desiderio di sposare un giovane bello e che le volesse bene veramente: con questo ho voluto metterti alla prova per vedere se davvero l’amassi come merita. E ora il tuo amore e il tuo coraggio saranno premiati.
    Mauro cadde in ginocchio.
    - Io chiedo solo una cosa - rispose con le lacrime agli occhi. - Che la mia Teodenanda possa stare di nuovo bene.
    - E così sarà, - disse Trofimena avvicinandosi a lui e prendendolo per mano. - Guarda ai tuoi piedi, e troverai la medicina per lei.
    Il giovane abbassò lo sguardo, e, invece dell’erba tenera della radura, si ritrovò a fissare le pietre del pavimento della chiesa di Minori: da quelle pietre veniva fuori un olio che aveva un meraviglioso profumo di rosa, e ne veniva fuori tanto che se ne sarebbe potuta riempire una giara!
    Pieno di gioia, Mauro si gettò a terra, prese tutto l’olio che potesse portare tra le mani, si precipitò ad Amalfi, a casa, dalla sua amata moglie, e la strofinò con quell’olio da capo a piedi. 
    Finalmente, Teodenanda aprì gli occhi, più bella di quanto non fosse mai stata. Guardò Mauro, magro e stracciato, e gli si gettò al collo piangendo di gioia.
    - Ho visto in sogno tutto quello che hai fatto per me, - sussurrò guardandolo negli occhi. - Ti amerò per tutto il tempo che mi resta da vivere.
    Mauro organizzò una grande festa perché tutti vedessero che Teodenanda era finalmente guarita: tutta Amalfi rimase meravigliata perché la fanciulla era anche più bella di prima e perché nessuno aveva mai visto due sposi così innamorati come lei e Mauro.
    - Che possa essere così per altri cent’anni! - dissero tutti.
    E il loro augurio si avverò.

  • 19 dicembre 2015 alle ore 8:59
    L'euforia del Natale

    Come comincia: Tra qualche giorno è Natale... ero sul punto di dimenticarlo. Non avrei potuto; c’è sempre qualcosa o qualcuno che te lo rammenta: l’abete infiocchettato da vezzosità luminose o lo sguardo estatico di un bimbo davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli.
     
    Dimenticavo... e la corsa ai regali, la sacrosanta tradizione del dono ad ogni costo, dove la mettiamo? Non si può certo abolire... che Natale sarebbe? Per non parlare dei “trofei” acquistati all’ultimo minuto, mentre la bancarella sta rimettendo le sue cianfrusaglie nel furgoncino.
    Il vanto di essersene impossessati, la gloria inneggiata da chi ha fatto compere ordinarie ed ora è galvanizzato dall’abilità altrui, non avrebbero ragion d’essere, se non ci fosse la Festa delle feste.
     
    Nelle chiese si notano donne ancora giovani, lontane dal fiore della gioventù, impegnate a creare presepi straordinari, impiegando tutto il loro tempo libero; un tempo che avrebbero potuto trascorrere, pensando alla propria solitudine che tentano vanamente di riciclare.
     
    Le solitudini del Natale... Già... esistono anch’esse. Sono nascoste da quelle che ti spingono ad esibirti come un giocoliere improvvisato nel Circo di Babbo Natale.
     
    La povertà di una mangiatoia; la semplicità di un bue e di un asinello, l’innocenza di un bambino; e la gioia dei suoi genitori sono scivolati nell’indifferenza, abbagliati dalle luminarie, assordati dal frastuono degli uomini.
     
    Ida è cieca: non può essere distratta dall’euforia del Natale, non ha tempo per attendere la visita di qualcuno che non verrà. La cercheranno soltanto quando il rito si sarà consumato, quando le lacrime non serviranno più a simulare laghetti di montagna nel contesto d’un presepe.
    L’euforia del Natale, allora, farà in modo che i panni laceri del povero vestano lo spaventapasseri, mentre il gioco più interessante e costoso spiccherà tra le mani del bimbo malato.
     
    Il Natale è anche questo: sognare un mondo migliore... Non è ancora vietato.

  • 18 dicembre 2015 alle ore 18:11
    Compleanno

    Come comincia: Un compleanno, a una certa età, la mia, è una sinfonia di sensazioni. Poche, le piacevoli, troppe, quelle sgradevoli, o, per lo meno, non pertinenti allo spirito di una festa. Tra le piacevoli, l’innesco di una cascata di ricordi, di volti sorridenti, di giornate di luce, di colori, che vivono in ogni icona del nostro cervello. L’aprirsi di una porta e il volto dei genitori, giovani, che t’inonda di suoni cari. I baci, gli abbracci, parole che attendi. Regali parchi, dato il periodo di dopoguerra. Un libro, un indumento necessario, ma non bello. Il poter smettere il cappotto rivoltato di Zia Maria, con un taglio di stoffa nuovo, da portare alla Cipollina, la sarta di casa. . “Auguri Papà”, bigliettini con piccoli disegni infantili, mi creano il volto dei miei due figlioli. Sono gradini della loro crescita, che riportano l’arricchirsi del contenuto lessicale con il trascorrere degli anni. Le loro voci e il balzo nel lettone a raggiungermi di prima mattina. Eravamo consci del valore irripetibile di quei momenti? Non ne sono sicuro. I miei diari trattengono nel tempo solo questi grafiti d’affetto. Iniziai a scrivere il mio primo diario, una sera d’inverno, uscendo dal radiologo con mio padre. Quell’ombra, al polmone, mi comunicò, quella sera, che mio padre non era immortale, come, sino allora, avevo creduto. Ora, la manovella del vecchio proiettore ha preso la corsa, gli anni sono trascorsi lasciando luci e cicatrici indelebili. Le sensazioni spiacevoli, avevamo detto? L’essere della schiera dei superstiti, ti dovrebbe dare egoistiche forze vitali, invece, ti arricchisce il dubbio, che ti porti dietro, da anni, di non aver capito nulla, su ciò che si chiama vita. Un sorteggio di spirito, al riparo del nulla, che chiamano morte. Volti sorridenti di amici, svaniti, seguendo turni accurati, meditati da chi? Perché loro e non io? Ora il tempo non ti concede illusioni. “ C’è una porta che non riaprirò” dice il poeta. E se, una sera, prima della partenza, guardi le luci di Place Vendome, a Parigi, ti poni la stessa domanda. “ La rivedrò?” Lo sguardo degli altri, quelli che tu valuti estranei, ti ferisce, quando intravedi la loro sorpresa nello scorgerti ancora vivo. .” Dottore …lei ! Come sta?” Alcuni incontri hanno dell’addio tragico: “ Dottore, fatevi baciare” . E quelli sono i momenti più pericolosi per il mio fisico, in quanto, improvviso una rappresentazione di un benessere e di una gioventù, che non ho, salendo le scale in fretta o attraversando la strada, in uno slalom imprudente, tra macchine, da baldo ragazzaccio.

  • 15 dicembre 2015 alle ore 22:05
    Caro fratello mio

    Come comincia: Ormai è mattina e non c’è silenzio. Il silenzio c’era stanotte, quando ti agitavi nel letto, insofferente, insonne, quando mi guardavi, seduta accanto a te, la tua mano nella mia, e imploravi con lo sguardo e con le poche parole: cosa faccio, non ce la faccio più, cosa faccio! Ora sei troppo stanco per stare seduto nel letto, ma troppo ammalato per stare sdraiato: sdraiato non riesci a respirare, seduto non hai la forza di rimanere che per pochi secondi. Ti tengo abbracciato a me, fratello mio, ti accarezzo le ossa sporgenti della schiena, il collo esile e i capelli radi e scompigliati, ti tengo abbracciato a me per sostenerti, per consentirti di stare un po’ di più seduto, ma non ti stringo a me. Non ti stringo perché sei così fragile, e non voglio che nel mio abbraccio tu respiri l’addio che non riuscirei a nascondere, non a te, intelligente, sensibile, consapevole. Tu appoggi la tua testa al mio petto e combatti, io sento che combatti. C’è una grossa pietra nell’orto di fianco alla nostra casa. Io ho nove anni e tu diciannove. Io mi siedo sulla grossa pietra a leggere i libri per ragazzi, tanti, tutti quelli in circolazione. Appoggio il libro sulla pietra e ti guardo: tu sei un atleta, ti alleni nel prato di fronte a casa. Mi chiami. Vieni qui, che ti faccio lanciare il disco. Io corro. La guerra è passata sopra la tua prima infanzia come una schiacciasassi, ma adesso sei un bel ragazzo. Mi insegni a lanciare il disco, mi insegni a girare su me stessa. Sono sicura che se provassi ne sarei ancora capace. Brava, l’hai lanciato a nove metri, bravissima! Ma io e te condividiamo anche la passione per la lirica: ascoltiamo l’opera alla radio di sera in cucina e quando c’è qualche opera a teatro a Bergamo prendi la moto e insieme andiamo a vederla. Ricordi quella sera che dovevano dare La Cavalleria Rusticana e I Pagliacci? Avevamo affrontato una vera bufera di neve, in moto, e quando arrivammo a teatro, l’avevano rinviata
    .Smetti di sussurrarmi “grazie, grazie di tutto”, smettila! Tocca a me dire grazie di tutto, tocca a me che non dimentico tutto ciò che ho avuto. Non dimentico “La Cavallina Storna”, quando mi aspettavi col Geloso per registrare: tu il narrante, io la madre: O cavallina, cavallina storna, tu che portavi colui che non ritorna.....” Non dimentico la moto “dai salta su che ti porto a fare un giro” Non dimentico tutto il tempo che tu mi hai dedicato, perciò smetti di ringraziarmi. Rimaniamo qui, così, diamoci tutto ciò che è ancora possibile, ce lo dobbiamo, perché più di così non esiste. Fingiamo che non stia accadendo nulla, fingiamo che non sia, oggi, l’ultimo giorno della tua vita.

     

  • 15 dicembre 2015 alle ore 18:59
    Come pioggia sulle labbra

    Come comincia: Ed eccomi per le strade del mio paese nell’attesa di un momento. Aspetto in silenzio che piova, mentre la gente che mi passa accanto, osservandomi, si chiede cosa stia facendo così fermo col viso rivolto al cielo. Mi importa poco del loro giudizio perché in fondo in un mondo sacro e disinvolto davanti alla comprensione della così tanto cercata essenza delle piccole cose, ci sarà sempre qualcuno solo interessato all’aspetto esteriore.
    Ho letto milioni di frasi sul mondo e sul suo possibile miglioramento, ma le parole sembrano restare ferme sulla carta ed è così che mi son cercato un amico: il vino.
    Vedo tanti sguardi persi, così tristi e malcontenti che mi portano a trovare in quel fragile calice di vino rosso del pranzo di ogni giorno, un modo diverso di vedere il mio tempo.
    In quella corposità così intensa e nello stesso istante raffinata sento il bisogno di cercare delle sostanziali risposte, dei motivi per restare bene.
    Attendo ogni giorno di bere da quel calice per assaporare quel vino così vivo da sentirmi talmente preso da pensare di poter far tutto.  È un sorso onesto, senza falsi compromessi, che mi porta una sensazione di piacere e serenità. È  il movimento della mia mano che pian piano avvicina quel calice di vetro alle mie labbra racchiudendo, in pochi gesti, i miei ultimi momenti della mattinata. Sento quel sorso di vino come una delle più sentite preghiere della sera e in quell’attimo ringrazio il mio buon Dio di avermi donato tutto ciò che ho. Ed è il ricordo di quel sorso quotidiano che mi fa star bene anche adesso, mentre cade la prima goccia di pioggia sulle mie labbra.
    La gente non mi osserva più e corre… corre a ripararsi dalla pioggia che cade più forte sulla strada.

  • 11 dicembre 2015 alle ore 16:42
    Tutto è imprevedibile

    Come comincia:

  • 05 dicembre 2015 alle ore 18:44
    Christmas dinner

    Come comincia: Era acquattato sulla poltrona in finta pelle nera con la faccia rivolta allo schermo del computer situato al centro di una scrivania in noce antico.
    Gli occhi gli dolevano per la fluorescenza emanata dall’apparecchio che rendeva la cute delle mani colore azzurrognolo biancastro.
    Eppure sembrava accorgersi di nulla, nel tempo speso a comporre parole per risposta ai commenti lasciati dagli amici e lettori all’ultimo racconto edito sul “Blog”.
    Frasi di circostanza. Tipo: «Grazie per la visita. Sì! Una visione onirica infarcita di ossessioni».
    La moglie lo chiamò dalla cucina: «Carlo, mi daresti aiuto?», domandò dolcemente, «Sono in ritardo col preparare la tavola», precisò per non innervosirlo.
    Erano quasi le sette di sera e c’erano tante cose daffare prima che arrivassero gli invitati.
    «Un attimo soltanto! Finisco di ringraziare gli amici. Sai: l'ultimo lavoro... ». Rispose Carlo.
    “Era mai possibile?” Si domandò Maria. Sempre impegnato con quella passione: scrivere racconti dell’orrore! Sbuffò:
    «Sì amore. Il tuo raccontino è andato assai bene. Lo so! Me lo hai detto!». Disse a mo di cantilena, dondolando la testa da un lato all’altro delle spalle.
    Poi si corresse.
    Del resto quell’uomo aveva bisogno di qualche svago e non c’era nulla di male che perdesse del tempo. “Solo che alla vigilia!”
    «Meglio questo che giocare a carte o alle “macchinette” del bar», disse alla fine, tornando a riassettare la doppia tovaglia e distribuito sopra di essa il vasellame.
    Carlo rilesse quanto finito di scrivere a “Eleanor”, un grazioso sostantivo in grado di nascondere di tutto. Da una bella principessa, a uno qualsiasi dei sette nani.
    Per quanto conosceva di Eleanor, questa poteva essere il lupo di cattivo in cerca di cappuccetto rosso o della nonna; oppure l’orco cattivo di Pollicino, o la dolce fatina di Pinocchio.
    Per certo però, era un lettore!
    Aveva lasciato un commento e giusto sarebbe stato rispondere. - Da spocchiosi il contrario!
    «Sono davvero contento che tu abbia gradito, Eleanor» impilò rapidamente i caratteri sulla tastiera, finché il sistema li fece apparire sulla riga di sotto il racconto, «spero di scrivere ancora parole così belle come mi è capitato di fare oggi».
    Quindi continuò:
    «Mi siete tutti vicini, grazie!».
    La frase pareva andare.
    Pigiò il tasto d’invio e passare a leggere il commento dell’amico Adalberto.
    Di lui ricordava che fosse a Milano; no, anzi: a Torino, sì. Proprio così! Aveva scambiato con lui dei messaggi parlandone il mese precedente.
    «Mi spiace che tu non abbia compreso la storia, o... », scrisse, «per meglio dire: il titolo!».
    In fondo si trattava di un semplice thriller:
    «L’orrore corre sul filo del telefono non mi era sembrato male e l’ho titolato in questo modo, non per via della bolletta. Siamo in crisi nera, è vero, ma ci gioviamo d’abbonamento alla linea telefonica a tariffe speciali, grazie al cielo!».
    Indubbiamente era sulla buona strada, un poco di sarcasmo nel rispondere non avrebbe guastato i rapporti, anzi sarebbe apparso - di settore.
    Farsi vedere privi, al contrario, sarebbe stato interpretato come segno di debolezza! «Fai bene a precisare che in realtà non si tratta di un filo come riportato nel testo, ma di un doppino! ». Scrisse con una discreta rabbia e continuò:
    «È vero, così come il fatto che tu fai l’elettricista alla Telecom. Non negare! Lo so e comprendo quanto sia duro e noioso il tuo lavoro. A ogni modo è un’intestazione. Nulla di grave! Mi aspetto di risentirti presto. Ciao. Ciao. Carlo».
    Lo sollecitò nuovamente la moglie, una donna buona e bella, un poco grassottella e sempre più indaffarata: «Amore?» Supplicò quasi dal corridoio.
    «Arrivo!» Rispose lui.
    Già sapeva cosa intendeva domandargli e aveva promesso di darle una mano con le cose. Ora però che era giunto il momento, non aveva voglia e intendeva restarsene in pace.
    «Sono in ritardo: Aiutami!». Disse stizzita Maria, tornata in cucina e uscendo di nuovo con un cumulo di posate da portare in tavola.
    «Sì! Spengo il computer e vengo da te!». Ripeté meccanicamente, quando mancavano poche righe per terminare anche l’ultimo commento.
    Del resto sarebbe stato brutto e sconveniente per “Lucifero”: un visitatore mai conosciuto prima, peccare nella risposta. Un gesto “snob”che non era da lui. Decise di dare risposta in maniera veloce:
    «No, Lucifero», scrisse, «non c’è pericolo che il virus omicida finisca nella vita reale diffondendosi da internet». Mamma mia quanto doveva essere menagramo quel tipo, solo a pensare possibile una cosa del genere.
    «Oggi utilizziamo il wireless. Per questo motivo, ciò sarebbe potuto capitare solo e unicamente anni addietro! Ciao. Stai bene!».
    Si girò per scollegare la corrente, e aveva le dita sul pulsante quando si accorse con la coda dell’occhio di un’ombra alle spalle.
    Ebbe unicamente modo di sollevare a mezz’aria la risma di carta per la stampa, smazzata ore prima e lasciata di fianco.
    La lama d’acciaio del lungo coltello seghettato pensato per tagliare il pane, s’infranse su di essa lacerando diversi fogli del pacco.
    «Diamine!». Imprecò rivolto alla moglie:
    «Mi vuoi ammazzare?».
    «Scusami amore!». Rispose la donna, apparsa subito costernata per l’accaduto e dolorante al polso per il violento rinculo della lama sul cumulo di fogli.
    «Non so proprio cosa mi ha preso!» Disse, ed era schietta così s’interpretava dagli occhi dolci, seppure vacui e lattiginosi che aveva.
    Carlo si premurò subito di raccogliere il coltello e sistemarlo da parte, al sicuro.
    Doveva essere accaduto qualcosa di grave, perché Maria non era mai stata una persona violenta o rancorosa.
    Gli venne in mente che la causa dovesse essere esterna. Perciò domandò:
    «Dimmi amore con cosa stavi lavorando di là in cucina?».
    Era certo di venire a conoscere la ragione dell’assurdo atteggiamento.
    «Ho acceso la grattugia elettrica!» Ricordò la donna candidamente, prima di tornare a osservare il vuoto.
    «Non fa nulla, amore! Ho compreso!». Esclamò Carlo, aggrottando le ciglia con soddisfazione.
    «Mi perdoni allora?» Domandò incerta la moglie. “Era davvero grave il fatto di aver sferrato una coltellata al marito!”
    «Certo!» Rispose l’uomo, «è per colpa mia che è accaduto! Continuavi a chiamarmi ed io a ripeterti di darti una mano, senza farlo concretamente. È normale!».
    Carlo schiarì la voce, un paio di volte, lasciando intendere di non volerci pensare più.
    «Amore mi spiace davvero!».
    In definitiva, il marito era proprio tenero. Aveva capito il momento di disagio e ammesso il proprio errore.
    In quel momento bussarono alla porta della loro casa.
    Fra pochi istanti la tranquilla abitazione immersa nel silenzioso ed elegante comprensorio di città, si sarebbe riempita d’amici e parenti e chissà quanti bambini, venuti con loro a festeggiare la notte di Natale.
    Gli schiamazzi e le risate di festa si avvertivano già oltre l’anta imbottita.
    «Andiamo di là amore. Ti darò l’aiuto cercato... ». Disse Carlo, avvicinandosi all’entrata con il lungo coltello celato dietro le spalle.
    Trascorsa la mezzanotte avrebbe cambiato il titolo al racconto horror pubblicato nel pomeriggio, in: “Il terrore corre sulla linea elettrica di casa”. -Sì, gli pareva indubbiamente appropriato.
    Smorzate le luci in salone lasciò che il chiarore intermittente dell'albero di natale attirasse gli invitati nella stanza, prima di accostare lentamente l’uscio e richiuderlo a chiave.
    Stranamente, seppure ben oliati, quei cardini stridettero a lungo e sinistramente quella notte...

  • 05 dicembre 2015 alle ore 15:57
    Trattato Sociale Cognitivo

    Come comincia: Il cambiamento avviene grazie ad una quantità di nozioni che una persona riesce ad immagazzinare in un determinato arco di tempo, breve o lungo che sia.
    L’effetto che ha la società circostante, gli usi, i costumi, linguaggi e tecniche di sopravvivenza che spingono un singolo a mutare se stesso sia in forma psicologica che fisica, sono una serie di fattori dominanti.
    Altri fattori che interagiscono, seppur messi in secondo piano, sono: il vissuto precedente allo stato di mutazione e le conseguenze sullo stesso.
    In sociologia, si cerca di dare più importanza al fattore sociale come impulso principale del mutamento ma, in campo psicoanalitico, gli stessi fattore hanno eguale importanza.
    L’individuo viene scelto e posto in un determinato ambiente. Nell’evoluzione umana, egli inizierà ad adattarsi alla realtà in cui nasce e vive per un fattore di tempo indeterminato.
    Dopo l’assimilazione della psicologia locale, se provassimo a spostare l’individuo (fisicamente e non, consenziente o meno) in un altro luogo, noteremo quanto egli si troverà spaesato e confuso trovandosi in una realtà che non è la “sua”.
    In verità, dire che non gli appartiene quella realtà nuova, non è del tutto vero.
    Come per gli animali che, a seconda delle esigenze fisiche e morali, mutano il proprio corpo in base alle proprie funzioni, anche l’uomo, sradicato dall’unica realtà che conosce, muta se stesso in base alle esigenze prodotte dall’ambiente circostante.
    Ed è qui che avviene il cambiamento.
    La mutazione interiore ed esteriore dell’uomo, dunque, varia; il suo spaesamento, lo porta in uno stato di confusione fisica e mentale dai quali scaturiscono una serie di informazioni e input cerebrali a cui egli non riesce a dare risposte o, quanto meno, non riesce ad avere ben chiara la situazione circostante.
    Sa che dovrà accantonare tutto ciò che conosce della sua realtà precedente per iniziare ad accettare ed interagire in quella proposta.
    Si può parlare di mutazione dell’essere solo quando, dopo una serie di analisi e stati d’animo altalenanti tra dolore e piacere, coscienza e incoscienza, egli arriva ad accettare in modo abbastanza ferreo e concreto quello che vede. Dall’accettazione, egli attiva le sue cellule neurali allo scopo di dover sopravvivere in una terra sconosciuta.
    In che modo?
    Mettendo alla prova se stesso basandosi sugli impulsi che arrivano al cervello che sono, per i primi periodi, dettati dai bisogni primari; mangiare, bere, dormire (come nell’età primitiva).
    Muovendosi sul territorio con solo la preoccupazione di mantenere alte le percentuali di riuscita in ogni singolo bisogno, a livello psicologico egli è costretto ad un sovraddosaggio di stress mentale che conduce, lo stesso ,ad elaborare ideologie, teorie e ragionamenti diversi da quelli a cui era sottoposto nel luogo natio.
    E’ appurato che vi è un’alta percentuale di cambiamento mentale negli individui che sono predisposti a spostarsi spesso da un luogo ad un altro.
    Flessibilità mentale e motoria; soggetti predisposti al movimento sia fisico che interiore dal quale egli estraggono i punti salienti delle loro più intime ricerche sul fattore interiore della vita stessa.
    Dal punto di vista psicologico e filosofico, egli maturano e metabolizzano quante più nozioni possibili per avere una visione più ampia dello stato psicosociale contemporaneo; sta poi al singolo modo di essere come classificare, assimilare e maturare tali nozioni.

  • 04 dicembre 2015 alle ore 22:27
    Ti amo anima mia

    Come comincia: La casa è avvolta dal silenzio.
    Un insolito, inquietante silenzio.
    La Tv è accesa ma è come se fosse priva di suoni e diventa impercettibile.
    Solo le lancette dell'orologio di vetro irrompono e scandiscono decise i battiti della mia angoscia.
    Mi è mancato questo rifugio, eppure, ora che è di nuovo mio, non riesco a viverlo.
    Giro per le stanze con gli occhi sbarrati, continuamente all'erta, tremo e fatico a stare ferma. Me l’avevi garantito che saresti stato la mia ombra per sempre, se ti avessi lasciato e ora la trovo scura e ingiusta incollata sulla mia.
    Mi pedina e anche il tuo respiro sul mio collo incombe.
    Penetra nelle mura che ingiustamente hai sporcato e le rende vive, una gabbia mobile intorno a me.
    La percezione di morire non si dimentica.
    Si insidia nelle vene per sempre e ti rende una persona diversa, consapevole che la morte è un rapidissimo secondo e che quello che la precede, se stai che sta per arrivare, è invece qualcosa di interminabile. Una dilaniante tortura.
     
    L'estate è qua fuori. Mi osserva come ad aspettarsi un cenno di gratitudine per essere arrivata.
    Ricambio lo sguardo attraverso i vetri, che hanno visto tutto, carichi di dolore, sporchi, e osservo la luce restando inespressiva.
    Non riesco a sorridere.
    Spargo di sale l'ingresso, poi inizio a bruciare incensi senza aroma.
    Voglio che la mia casa  mi accolga, che l'aria torni ad essere pura, respirabile, che il tuo ricordo svanisca, ma non funziona.
    Tutto sa ancora troppo di te e tutte le mie cose sembrano maledette.
     
    Come hai potuto imbrogliarmi così, straniero?
     
    Sei stato indubbiamente molto bravo e all'improvviso sono diventata vecchia.
    Una ragazza passata e con gli occhi spenti.
    Tolgo le nostre foto sotto vetro appese al muro e inevitabilmente continuo a vedere noi.
    Il mio vestito a fiori, i sorrisi ingenui, il futuro che non esisteva.
    L'assuefazione che avevo di te, delle tue parole, delle tue labbra e non me lo perdono, perché ero cieca mentre abile muovevi i fili del mio cuore.
    Sei stato un Giuda nella mia vita.
    Sei entrato piano poi hai invaso tutto senza rispettare le barriere. Troppo passionale. Lacerante.
     
    Torno a casa oggi, dopo mesi di assenza, ma non sono guarita.
    Ho fasce di dolore attorno alle braccia e alle gambe. Schegge di vetro dentro agli occhi.
    Mi stendo sul divano, li chiudo e vedo gocce purpuree che dall’alto scendono giù.
    Questo accade adesso e si ripete.
    Prendo l’aria a piccolissime dosi perché involontariamente il respiro si blocca e ti sento.
    Allungo una mano e posso quasi toccarti.
    Sei sdraiato anche tu qui ma in maniera scomposta.
    Tieni una sigaretta tra l’indice e il medio della mano destra e le finestre chiuse, tanto per farmi un ennesimo dispetto.
     
    La Tv ti cerca ma non la guardi.
    La mia coperta blu copre un terzo del tuo corpo. E’ un’abitudine perché in realtà non hai mai freddo.
    C’è sporco ovunque: briciole sotto al tappeto, polvere sui mobili e uno sputo di coca ormai appiccicosa vicino al tavolino di vetro.
    Un albero di Natale è ancora all’angolo, vestito con tutti i ninnoli che ho scelto con cura per agghindarlo.
    E’ elegante e malinconico. Scuro dietro ai colori vivi.
    Il rosso sa di sangue ora, non sa di festa.
    Accanto ad esso c’è ancora la cornice doppia che ho decorato per il nostro “primo” Natale insieme che ci inquadra abbracciati sereni. Siamo accucciati a terra esattamente accanto a quell’abete di plastica.
    Buffo è il destino.
     
    Mi alzo, tengo stretto fra le mani lo spray al peperoncino e mi dirigo verso la camera.
    Mi tocco il viso, non fa più male eppure nello specchio le ferite ci sono tutte.
    E ci sono anch’io, sul letto enorme, rannicchiata nel terrore sopra ad un cuscino.
     
    Non voglio stare più con te.
    Per questo sei alienato.
    Vuoi ribadire che il padrone sei tu e che io non posso decidere nulla, tantomeno di andarmene.
     
    Accade tutto in un attimo.
    Mi ti butti addosso con una forza inverosimile.
    Sento le tua dita dentro i miei occhi che premono forte.
    La tua mano aperta riesce a prendermi tutta la faccia e la tua violenza a sollevarmi come fossi di polvere.
    Credo di provare un grosso dolore ma subito di non accorgermene.
    Il cuore va a tremila.
    Ne sento i battiti impazziti e temo possa scoppiare, poi mi scaraventi sul letto e chiudi la porta, allora non lo percepisco più.
    Tutto diventa una nuvola di strazio. Qualcosa di veramente impossibile da spiegare.
     
    “Ora tu muori! Hai capito?! Muori!”
     
    Mi dici questo e lo fai fissandomi con una follia incontrollata.
    Forse tremo. Divento pallida e di ghiaccio.
    Sento davvero che non uscirò viva da questa stanza.
    Ho un terrore mai avvertito così potente sotto alla pelle. Non so cosa fare.
    Continui a riempirmi di botte.
    Mi prendi la testa e me la sbatti in giù più volte. Mi afferri per i capelli per rialzarmela.
    Poi ancora e ancora.
    Urlo tanto come ho visto fare solo in certi orrendi film ma arrivi a tapparmi la bocca tempestivo e subdolo.
     
    “Non strillare! Zitta! Stai zitta o è peggio per te !!”
     
    I vicini sentono, lo so, ma il silenzio aumenta e diventa asfissiante.
    Sono impotente e sola con la mia magrezza e il mio spavento.
    Stavolta non ti fermerai.
    Hai già commesso una cosa grave picchiandomi e per questo, arriverai fino in fondo e mi sgozzerai!
    Penso questo, non ho speranze e sono terrificata, ma smetto di gridare, tanto nessuno arriverà a salvarmi.
    Sto ferma e sono lucida.
    Scorrono deboli i minuti e realizzo che tutto sta accadendo realmente.
    Poi ti allontani poco da me ed inizi a camminare avanti e indietro per la stanza, ai piedi del letto.
    Ti tieni la testa fra le mani e farnetichi:
     
    “Perché mi hai fatto fare questo?! Perché?!!”
     
    Sono io la colpevole. Come sempre, anche ora che siamo giunti alla fine.
    Sei irriconoscibile. Hai lo sguardo di un folle e l’agitazione pure.
     
    “Calmati! Ti prego calmati!”
     
    Cerco di farti ragionare ma tu insisti nel dirmi di non fiatare e di non toccarti.
    Sei in preda allo squilibrio. Non ti ho mai visto così.
    Continuo a stare immobile.
    Cerco una via d'uscita e non la trovo.
    Cerco un pensiero che possa deviare il tuo delirio ma la mente è vuota e il sapore del sangue arriva a riempirmi la bocca.
    Chiedo di poter andare in bagno a sciacquarmi il viso.
    Ti metti davanti alla porta. Pensi che voglia scappare.
    Con la mano mi tocco le ferite e ti mostro il sangue, come se non lo vedessi già, così ti decidi a farmi prendere un po' d'acqua ma mi stai addosso e mi controlli.
    Vuoi che mi sbrighi e che torni in camera.
    Ho il viso tumefatto, i denti rossi, le gengive e il labbro spaccati, i capillari degli occhi lacerati ma tu non vedi niente e fulmineo mi riporti sul letto stavolta senza chiudere la porta.
    Dici frasi impastate tra i denti, poi inizi a piangere.
    Hai una crisi di nervi.
     
    “Io non ti ho mai detto bugie! Devi credermi! Io voglio una “famillia” con te, un figlio con te!”
     
    “Ti credo ma ora calmati. Ti credo!”
     
    Dici che le mie sono solo parole di paura.
    Hai ragione.
    Ho paura, una fottuta, disperata paura!
    Ti guardo e non ti riconosco.
    Non so più chi ho amato in tutti questi anni.
    Sei un mostro pieno di rabbia e di tristezza, trepidamente schizofrenico ed io non posso guarirti.
     
    Come esco da qui non lo so.
    So che ti prendo le mani e ti dico di guardarmi.
    Voglio che mi riconosci, che ti ricordi di noi come nelle foto più dolci.
    Ti dico di calmarti, mille volte.
    Voglio che fermi la testa e torni in te.
    Poi mi alzo e vado verso la mia borsa in salotto e non mi blocchi ma ti insospettisci.
    Me la togli di mano e cerchi dentro.
     
    “Voglio solo il telefono, chiamo a lavoro per dire che faccio ritardo.” Mi trema la voce.
     
    Temo di nuovo il peggio ma non trovi nulla di equivoco.
    Se l'avessi trovato, probabilmente, non sarei riuscita a scappare e mi avresti massacrata ancora.
    Ti chiedo di accompagnarmi fuori.
    Non so perché ti convinco ma so che mentre scendo le scale mi sembra un miracolo.
    Sei dietro di me e mi segui fino all’automobile poi entri dentro.
    Il tempo sembra infinito.
    Mi implori di perdonarti per quello schiaffo.
    Così lo chiami, uno schiaffo.
    Tanta brutalità ridotta ad un misero ceffone.
    Fai anche lo sguardo mite, non ti arrendi.
    Credi di potermi ancora raggirare ma non è così.
    Stavolta mi hai terrorizzata e se sono apparentemente calma, è solo per liberarmi di te.
     
    “Devo andare..”
     
    Scendi dalla vettura e mi lasci andare.
    Non so perché lo fai.
    Forse sei sicuro che tornerò, che ti perdonerò ancora e non andrò alla polizia.
    Sei in piedi e continui a guardarmi con gli occhi pieni di disperazione a nascondere l'ennesima bugia.
    Farfugli le ultime frasi del copione, abusando della mia fragilità.
    Dici che ti ucciderai.
    Vuoi essere certo che tornerò.
    Non c'è nessuno.
    Improvvisamente le case intorno sono vuote. Le finestre chiuse.
    Siamo solo io e te, nonostante sia pieno giorno.
    Metto in moto e senza guardarti più, me ne vado, non so nemmeno dove.
    Poi inizio a piangere.
    Un pianto irruento, impaurito, estremo.
    Gli occhi venati di rosso, la faccia gonfia e un senso totale di abbandono!
    Non mi capacito di come riesco a guidare in quello stato, con la nebbia che dalle pupille si spande ovunque a confondermi la strada.
    Singhiozzo e parlo da sola, senza sapere che fare, poi chiamo mia madre, poi la polizia.
    Devo dire che sono stata aggredita, che sono scappata da casa mia, che sono in pericolo, che un uomo mi voleva tagliare la testa.
    Chiamo e dico che un uomo si vuole togliere la vita.
    Di fare presto. Di andare a controllare.
    Non mi credono.
    Insisto.
     
    “Andate a vedere, per favore!”
     
    Anche loro sanno delle tue falsità e sono convinti che non lo farai.
    Sono una maledetta stupida, fino all'ultima lacrima, a preoccuparmi per te invece di  proteggere me stessa.
     
    Non avresti mai sacrificato la tua vita per nessuno.
    Unicamente la mia ed ora, in questa casa piena di tenebre, su questo divano disinfettato e sotto a questa coperta blu che mi avvolge, ne ho l'assoluta certezza.
     

  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:54
    Lulia

    Come comincia: Ferma davanti all'armadio non so davvero quali vestiti scegliere.
    È ormai da un bel po' di tempo che non esco con qualcuno e da troppo che non compro qualcosa di carino per me. Per andare fuori, da qualche parte. Per divertirmi e liberare la mente dai doveri e dagli affanni quotidiani.
    Tiro fuori i pochi indumenti che ho e li osservo. Sembrano tutti uguali. Jeans e magliette essenziali quasi tutte a tinta unita. Due o tre gonne scure lunghe fino al ginocchio. Qualche foulard a fiori. Un unico paio di scarpe coi tacchi, o perlomeno con un fondo un po' più alto di quelle che di solito uso per lavorare.
    Penso giusto qualche minuto a cosa indossare poi basta, prendo una combinazione qualsiasi tra le poche a disposizione, mi sciolgo i capelli lavati di corsa stamattina e senza un filo di trucco, mi dirigo verso la porta per recarmi all'appuntamento.
    Del resto Gaetano mi ha invitata a cena dopo avermi vista in pessime condizioni, appena uscita dalla scuola superiore dove, ogni mattina, con scopa, straccio e secchio, vado a fare le pulizie.
    Una maglietta bianca, i pantaloni di stoffa sintetica e le ballerine. I capelli raccolti alla meglio con un elastico e la pelle libera e segnata dalle sofferenze.
    Questo ha visto di me ogni giorno, fino a quando mi ha indirizzato inaspettatamente l'invito.
    “Ciao Giulia, come va? Ti va una pizza insieme stasera?”
    Me l'ha chiesto così, senza mezze misure, andando oltre il solito Ciao o Buongiorno quotidiano di quando ci incrociamo, io che esco per la fine del turno e lui che entra per l'inizio delle sue lezioni di recupero pomeridiane.
    “Una pizza? E perché?” chiedo un po' scettica.
    “Per parlare un po'... Che male c'è? Ma se non ti va non fa niente, ci mancherebbe. Anzi, scusa se sono stato inopportuno”.
    Inopportuno... Non conosco questa parola. L'ho congedato rapidamente e appena rientrata a casa sono andata a controllare sul dizionario, traducendola dall'italiano all'albanese per comprenderla.
    Inopportuno, uguale a seccante, molesto, fastidioso...
    Se penso a Gaetano così gentile, educato, a modo, tutto mi viene in mente tranne che una parola brutta come questa. Mi sento una stupida e mentre leggo il responso so di aver già preso una decisione.
    Sarebbe ingiusto non provarci, seppur per un'ennesima volta, seppur dopo l'ennesima delusione.
    “20.30 al 'Paradise'. Io ci sarò. Tu sentiti pure libera di fare ciò che vuoi ma sappi che se mi darai 'buca' poi dovrai pensarmi a mangiare in un posto decisamente carino, tutto solo. Ciao, ciao”.
    Mi ha pure fatto l'occhiolino e col sorriso sornione e la cartella coi libri in mano, è salito su per le scale ed è andato ad insegnare.
    Sono demoralizzata e senza aspettative ma sento anche di dovermi dare almeno un'ultima possibilità. Quarant'anni appena compiuti e una vita davanti mi dicono gli amici e aggiungono:
    “Dai, Giulia, tirati su! Sei una donna speciale ma non credi più in te stessa, né tantomeno negli altri, questo è il tuo problema. Devi cambiare atteggiamento e vedrai che, prima o poi, la ruota della fortuna girerà anche per te”.
    Troppi incontri falliti alle spalle e un passato triste ancora più deleterio per credere ancora a qualcosa di buono eppure vado.
    “Stavolta è l'ultima, però” mi ripeto mentre chiudo la porta e esco cercando di fare piano e di non creare scompiglio.
    Quando arrivo al 'Paradise' Gaetano è già seduto al tavolo e sta bevendo, a piccoli sorsi, del vino rosso da un calice.
    Sono le 20.45. Lo leggo nell'orologio appeso alla parete mentre lui lo scorge dal suo, sul polso destro velato di peluria castana.
    “Ciao... Scusa il ritardo”.
    Il viso si illumina alla mia vista e il suo fascino diventa evidente.
    “Non pensavo venissi, sai? E stavo per ordinare... ma ho fatto bene ad aspettare un po'”.
    “In effetti non sarei dovuta venire, nemmeno mi conosci, non sai niente di me...”
    “Appunto, siamo qui anche per questo, no?”
    Si alza per spostarmi la sedia e farmi sedere. Sembra una scena di altri tempi.
    Ringrazio facendo finta di non esserne colpita, poi afferro il mio bicchiere dove ha prontamente versato del vino e faccio un lungo sorso cercando di non apparire troppo agitata e di godermi comunque la serata.
    Non ho aspettative. Non voglio averne, soprattutto perché lui mi piace. Tengo il viso accigliato e probabilmente se ne accorge.
    Mi accarezza una mano e mi dice:
    “Allora, iniziamo dal tuo nome. Mi sono spesso chiesto come mai ti chiami Giulia se non sei italiana”.
    Sorrido. “Il mio vero nome è Lulia, che dovrebbe significare ‘fiore’ ma qua ormai sono Giulia per tutti. Mi sono integrata così bene che potrei definirmi italiana”.
    Sorride anche lui e alza in alto i calici.
    “Brindiamo allora. A te. A questa bella serata!”
    Finalmente mi lascio un po' andare ma un pensiero fisso continua a tormentarmi la mente. Quello della verità. So che quando gli racconterò di me, l'euforia e la leggerezza della serata improvvisamente svaniranno e a seguire anche lui, come un principe mai esistito. Ma so che devo dirgli di me, della mia vita, delle due creature che ho lasciato a casa con i nonni e che hanno costantemente bisogno di me. Sua madre. Il loro unico punto di riferimento.
    Di Aimir, un bambino di appena dieci anni con già tanta rabbia in corpo e una continua aggressività, verso i compagni a scuola, verso di me, verso gli oggetti che ogni tanto scaglia via o rompe contro il muro.
    Di Nora, sua sorella di dodici anni, con gravi disturbi di personalità.
    Devo avere il coraggio di narrare di loro, i miei due angeli maltrattati e cresciuti senza un padre, dopo aver visto le botte e i lividi sulla mia pelle, prima delle denunce del divorzio.
    Dovrei mettere sul tavolo il mio passato prima ancora che arrivino le pizze e che faccia finta che i problemi non esistano e che io sia davvero una donna italiana senza uno scomodo passato.
    Devo parlare adesso ma non ci riesco.
    “Allora, ordiniamo? Sono affamato. Io prendo un classico, la margherita con mozzarella di bufala. Tu?”
    “Una capricciosa o una quattro stagioni. Infondo non sono la stessa cosa?”
    “Più o meno! Sono come la vita, puoi affrontarla dividendola in schemi e assaporandola pezzo dopo pezzo oppure mischiare tutto e gustarla in maniera più istintiva”.
    “Non credo di aver ben capito, sai?”
    “Ah, ah, ah! Non preoccuparti, era una scemenza, non farci caso”.
    In realtà ho compreso il senso ma continuo a provare ansia e a non sapere cosa fare.
    “Ascolta, io vorrei dirti di me, della mia vita... prima che iniziamo a mangiare”.
    “Certo, puoi dirmi tutto quello che vuoi ma cerca di rilassarti, sembri davvero tesa”.
    Sorrido appena poi inizio a farlo, a parlare di me, del posto da dove vengo, dell'infanzia... ma non arrivo al dunque. Per la prima volta non ci riesco. All'improvviso viro e decido di lasciarlo appeso lì, come una codarda che ha voglia di mentire solo per accaparrarsi un po' di attenzioni o per sognare un nuovo amore.
    Fantastico, guardando le labbra di Gaetano che si muovono e che vorrei avere sulle mie.
    Gli guardo le mani, curate e gentili come i suoi occhi scuri. Le vorrei intersecate alle mie dalla pelle secca, rovinate dai detergenti, mentre passeggiamo facendo una delle cose più semplici del mondo eppure una di quelle che mi sembra davvero di non aver mai fatto.
    Gli arrivo a guardare pure i capelli folti, leggermente brizzolati e ad immaginare di poterli accarezzare.
    Mi rendo conto di quanto mi manchi un uomo nella mia vita, uno del quale potermi prendere cura, stirandogli le camicie e preparandogli da mangiare.
    Uno dall'animo buono come non mi è stato mai concesso di conoscere né di avere accanto. Che accarezzi il mio corpo sciupato dalla mancanza di rispetto e lo rigeneri.
    Uno in grado di prendersi a carico una famiglia già formata eppure decisamente incompleta. Di giocare con due bambini maturati troppo in fretta e con troppo dolore, per vederli crescere e cambiare. Diventare un uomo e una donna forti e sani come dovrebbe essere. Due persone dall'animo buono e dai valori limpidi.
    Penso a loro e gli occhi mi si fanno lucidi. Penso alle rispettive foto che tengo nella borsa e che vorrei mostrare se trovassi stasera la forza per farlo, senza pensare a tutti gli uomini che dopo la verità, hanno salutato con un “A presto, è stata una bellissima serata. Sei una bravissima donna” e poi non sono più tornati.
    “Scusami, vado un attimo in bagno, sai dov'è?”
    “Dovrebbe essere quella porta laggiù, a destra”.
    Mi alzo in fretta e cerco di non far notare il mio stato animo, tenendo lo sguardo abbassato.
    Entro in bagno e mi rinfresco il viso. Mi sento triste e senza energia ma voglio nascondere tutto.
    Quando torno al tavolo le pizze sono già arrivate. Mangiamo rapidi e quasi in silenzio, entrambi affamati di qualcosa.
    Beviamo altro vino e ordiniamo anche il dolce e il caffè, poi ce ne andiamo all'aria aperta.
    Il 'Paradise' è davvero un bel posto e vanta una posizione magnifica che dà proprio sul mare.
    “Torni subito a casa o facciamo due passi?”
    Vorrei restare. Vorrei scappare e non sognare più. Vorrei proteggermi dalla delusione.
    “Per me possiamo restare ancora un po', non è tardi anche se...”
    Gaetano mi guarda un po' perplesso.
    “Anche se? Che succede? Qualcosa non va?”
    “No, è tutto a posto ma... insomma... non so come dirtelo ma devo e non importa se poi te ne andrai. Cioè mi importa ma tanto sono abituata. Abituata agli uomini che scappano e anche a soffrire. Insomma... ho due figli a casa che mi aspettano”.
    Dico tutto d'un fiato, prima di ripensarci e poi abbasso la testa, trattengo il respiro e poi lo lascio andare ansimante e inizio a piangere lacrime antiche.
    Gaetano resta immobile e in silenzio. E immobile lo sono anch'io. Poi lo sento avvicinarsi. Mi alza il viso con le solite mani gentili e mi bacia. Un bacio dolce, nuovo, sperato, che sembra sanare tutto. Poi si stacca lentamente e sussurra:
    “È tutto ok, Giulia... anzi Lulia. Non avere paura, non sei più sola”.
    Mi asciuga la pelle bagnata di pensieri e timori e mi abbraccia.
    Mi sento al sicuro.
    “È l'ultima volta...” mi ripeto. “Stavolta l'ultima per davvero”.
    È la ruota della fortuna che gira per me. Finalmente anche per me!