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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:52
    Mi nutro di poesia

    Come comincia: Io e Diana ci siamo conosciute tramite un blog, il mio blog 'Il mondo delle fate', dove un tempo andavo a racchiudere i pensieri per cercare di proteggerli dal resto del mondo, con uno sfondo rosa pieno di stelline e farfalle dalle ali colorate. L'avevo scelto per contrastare tutto del mio reale, fatto invece, ormai solamente di tristi scale di grigi.
    Lei era arrivata, senza preavviso, in un giorno nero qualunque e mi aveva lasciato un commento sotto ad una delle mie poesie e da lì eravamo diventate amiche.
    Ci piaceva incontrarci in quello spazio un po' segreto, un po' misterioso, dove ognuna di noi poteva dire tutto all'altra senza sentirsi giudicata. Senza l'immagine precisa dei rispettivi corpi. Senza una vera identità. Questo ci rendeva libere di essere realmente noi stesse, di confidarci e aprirci in maniera pura, semplice, disinibita, anticonformista.
    Non le avevo detto subito della mia malattia perché, anche se la sentivo, in un certo senso. molto vicina a me, temevo non la potesse capire.
    Ho sempre pensato questo, che solo i mali comuni possono essere scambiati e compresi, e allora restavo sulle difensive, seppur sentendomi totalmente indifendibile. Poi un giorno mi aveva iniziato a parlare di una dieta che stava seguendo da un po' di mesi, come una cura miracolosa per l'anima. Mi parlava di energia, una totale forza che sentiva esploderle dentro ad ogni cibo che non mandava giù e allora mi ero preoccupata.
    In un certo senso, mi ero sentita in dovere di avvisarla. Di farle sapere che togliere troppo ad un fisico è pericoloso, perché dopo un po' il vuoto diventa ingestibile e si impossessa di ogni sua parte. Completamente.
    “Diana, ascolta, devo dirti una cosa. Una cosa di cui non parlo quasi mai con nessuno”. E avevo iniziato a raccontarle la mia storia. Senza darle il tempo di interrompermi perché se mi fossi fermata, forse non avrei ricominciato a parlarne più.
    Avevo iniziato da colui che un giorno aveva deciso di regalarmi un disagio, una pena per tutta una vita. Una malattia devastante.
    Un uomo viscido come pochi, che mi aveva adescata ai bordi di una strada tanti anni prima e mi aveva invitata a salire in macchina.
    “Vieni piccola, non avere paura, ti do un passaggio e ti riporto a casa, non vedi come piove?”.
    E io da brava, ingenua bambina avevo ubbidito e mi ero fidata. Non ricordo nemmeno più perché mi ero ritrovata da sola, così piccola, per strada, sicuramente aspettando qualcuno che aveva tardato troppo ad arrivare a prendermi.
    Ricordo però le mani di quell'uomo sul mio corpo, la sua barba contro la mia bocca e il mio disgusto, il mio terrore. No, in realtà non ricordo più nulla di quel giorno, perché fa troppo male tenerlo dentro alla testa e crescerci.
    È il mio corpo a non riuscire a liberarsene. Quando non mi riportano in clinica faccio finta di essere una ragazza sana, mangio insieme agli altri e non desto sospetti, perché, negli anni, ho imparato anche ad essere furba. Poi vado in bagno e senza far rumore vomito tutto. Due dita in gola e tiro fuori il dolore. È il mio corpo in realtà che vuole spingere fuori lo sporco che sente e che non riesce a lavare via. Più via da quel giorno, anche se io davvero credo di averne smarrito la memoria.
    Oggi Diana viene a trovarmi e quando la vedo sulla porta, subito mi sento smarrita. Non so bene come comportarmi. Non so nemmeno cosa provare, se vergogna per come sono e per dove mi trovo oppure semplicemente gioia per l'affetto che mi inonda quando mi viene incontro e mi abbraccia come se ci conoscessimo da una vita.
    In realtà è la prima volta che ci incontriamo e siamo entrambe parecchio emozionate.
    La camera è colorata dai vari peluche che mi hanno regalato e anche dalle mie poesie, quelle che tengo scritte su carta da lettere rosa e unite da un laccetto di raso. Un po' sgualcite,  stropicciate dalla vita ma decisamente autentiche.
    Diana si siede sul letto accanto a me e io glie ne leggo alcune. In particolare le ultime che ancora non conosce perché non ho avuto modo di pubblicarle online.
    Le mie parole le piacciono sempre e dice che sono molto brava. Non so se lo pensa davvero ma mi fa piacere avere i suoi complimenti. Poi viene attratta dal mio libro preferito, quello da cui non mi separo proprio mai: 'Il piccolo principe'.
    Lo prendo e le leggo una frase anche di quello:
    'Non ti chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano.
    Preservami dal timore di poter perdere qualcosa della vita.
    Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno.
    Insegnami l’arte dei piccoli passi.'
    Anche io vorrei imparare a compiere piccoli passi e vorrei avere la forza di affrontare le giornate buie, quelle in cui la mia testa impazzisce, senza dovermi imbottire più di 'Xanax' o di qualche altra pastiglia che spacciano come miracolosa.
    Sono costantemente in cerca di affetto. Di abbracci. Di sorrisi sinceri.
    È quello che il mio corpo ora chiede e Diana lo sa. Lei di abbracciarmi non si stanca. È qui, seduta accanto a me e non mi lascia più. Continua a dirmi che sono bella, ma io so di non esserlo. Mi sento troppo goffa, inadeguata. Troppo rotonda. Troppo storta.
    Lei invece lo è davvero, bella nella sua semplicità, nel suo corpo esile ma sano. Nei trecento chilometri che ha fatto per raggiungermi in questa prigione dove spesso mi sento molto più al sicuro che a casa mia. Dove tutti si prendono cura di me, cercando di tenere continuamente ogni dolore sotto controllo, passando per le visite e per assicurarsi che mangi e che non commetta sciocchezze.
    Qui ho tante amiche, logorate sia dentro che fuori proprio come me, e non vorrei lasciarle mai.
    L'amicizia è il bene più bello che ho. Quello dove mi aggrappo per fuggire alla mia vita in difetto.
    “Aurora vieni dai, è l'ora dello sciroppo”.
    Mi chiamano per introdurre nel mio stomaco un liquido denso, in grado di dilatarlo, di creare spazio per il cibo che non amo ingoiare. Per le patate lesse che mi daranno più tardi, per cena, cercando di guarirmi.
    Quando sono qui non oppongo resistenza a nulla. Penso davvero di farcela e che sia l'ultima volta, poi quando mi dimettono è sempre la stessa storia, alla prima delusione ricomincio.
    Inizio a sentire il peso del mondo tutto sopra, che mi schiaccia e non riesco a reggerlo e le sedute dallo psicanalista non bastano per calmarmi. E allora ecco di nuovo 'Alprazolam'. Di nuovo le dita in gola e l'anoressia ad impossessarsi di me come un demonio.
    L'anoressia non fa sconti. Non lascia spazio alla vita. È in grado solo di toglierla in ogni chilo che ruba e porta via con sé.
    Non ha pietà, è tenace e violenta. È una mela divisa in pezzi minuscoli. È acqua che sazia e gonfia ma in realtà sfinisce. È uno specchio distorto dove dentro non ci sono più ragazze di sedici anni come me, ma solo fantasmi che aspettano qualcosa in nome di un ricordo scomodo. Di uno stupro ingiusto di un'anima vergine, incontaminata e pura come la neve appena scesa.
    È per questo che non mi osservo più. Perché non trovo più nulla di me da vedere là dentro. Perché probabilmente non sono più quella che ero destinata ad essere.
    Poi però guardo anche le altre, ascolto le loro storie e torno ad essere forte.
    A sperare di potercela fare.
    C'è Anna, per esempio, qualche stanza più in là, che continua a farsi tagli sulle braccia, da impeccabile autolesionista e ogni volta viene presa e riportata in clinica come me.
    Le ho chiesto perché lo fa, anche se conosco a memoria ogni sua risposta, che è un po' la stessa per tutte qua dentro. Cambia il metodo ma non cambia il motivo. Ognuna vuole liberarsi di qualcosa di troppo brutto da ricordare come se, facendosi più male, fosse realmente possibile. E alla fine il gesto sbagliato diventa il gesto di cui si sente di non poter fare a meno. Per sovrastare il dolore più forte che urla dentro. Diventa un atto quasi involontario. Si mangia e si vomita. Si soffre e ci si ferisce per deviare l'attenzione verso una parte di carne viva. Si soffre e si vuole che qualcuno ci venga a salvare. Si vogliono continuamente mille attenzioni perché si sente di pretenderle, in nome di quelle carezze che un tempo ci sono state negate.
    Diana è forte, dice che ce la posso fare ad uscirne e che mi aiuterà. In qualche modo mi starà sempre vicina e verrà ancora a farmi visita.
    Io le dico che sicuramente ce la farò ma so che non è vero che lo penso. Mi racconto una bugia perché non riesco a fare altro.
    Dice anche che soprattutto le mie poesie mi salveranno. Che scrivendole e raccontando il mio male in ognuna di esse, alla fine questo male si dissolverà.
    “Aurora, scrivi, scrivi sempre e poi rileggi ad alta voce. Fidati delle tue parole e piano piano guarirai. Presto troverai anche tu la tua strada. Non mollare. Infondo tu sai perfettamente ciò che vuoi e non è certamente ciò che stai vivendo adesso”.
    Diana non è fragile e la sua dieta non la annienterà. Lei non ha nessuna pena dietro, dentro al suo passato, me lo ha confessato dopo aver ascoltato la mia triste storia, quasi sentendosi in colpa per non essere come me. Come nessuna di noi. E allora ho capito che ha una sensibilità speciale e che se anche non potrà mai comprendermi né vivere nella mia stessa carne, non posso fare a meno di volerla al mio fianco, né tantomeno di volerle un gran bene. La stringo forte a me con gli occhi che si fanno umidi e piccoli, e glielo dico. Non lo so se ha ragione e se davvero un giorno guarirò ma è molto bello che una ragazza dolce e forte come lei, me lo faccia credere, con due occhi chiari pieni di speranza e due mani affusolate colme di carezze.
    Se il destino l'ha condotta fino a me, sulla mia strada avvallata e piena di buche, sono certa che sarà per un valido motivo e come 'Il piccolo principe' presto voglio alzare la testa al cielo e ricominciare a guardare le stelle.
    Voglio tornare a sentirmi viva, speciale, amata. Lo voglio è tutto quello che riesco a dire adesso, in questo preciso momento. Accanto a lei che mi tiene la mano. Lo voglio che è molto diverso da lo vorrei ed è magari già un primo atto di coraggio, un piccolo passo verso la felicità. 

  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:51
    Venduta

    Come comincia: Quando decido di tornare in Nigeria sono terrorizzata.
    Ho bisogno di recuperare alcuni documenti che mi servono per la mia nuova vita, altrimenti forse nemmeno ci andrei. Sicuramente non in questo momento, anche se nel cuore, lo ammetto, ho comunque voglia di rivedere la mia terra, quella terra amara dove sono nata e un po' cresciuta e che un giorno, come con un lancio di dadi caduto dal lato peggiore, col mio numero rivolto in alto, mi ha catapultata ingiustamente verso una nuova squallida realtà.
    Di sicuro devo essere accorta e non fare passi falsi. Devo guardare ma non farmi vedere, così cerco di proteggermi come credo, rendendomi meno riconoscibile possibile.
    Ho già  raccolto le lunghe treccine dalle estremità colorate, meticolosamente sotto ad un foulard marrone, sugli occhi ho appoggiato enormi occhiali da sole e cammino a testa bassa, un po' impaurita. Un po' tremante. Un po' nauseata da quello che trovo e che non mi appartiene più.
    Lo so che ancora mi cercano e so che se mi prendono di sicuro non mi risparmiano e l'incubo ricomincia, ma non intendo fermarmi né tornare indietro.
    Ho fatto davvero molto, prima di arrivare qui e voglio ancora credere al Dio che mi ha ascoltata una volta. Non ci penso che mi abbandonerà proprio adesso.
    A passi svelti mi intrufolo nelle vie semibuie e nascoste che conosco a memoria e dopo un po' riesco a scorgere  la porta di legno della mia vecchia casa qui a Warri, nel Delta State, tenendomi a debita distanza, oltrepassando con lo sguardo le bancarelle, il traffico imbranato e sporco, la gente annoiata sulle strade... prima di vedere anche quella scura, con una crepa sul lato destro, della mia 'madama'. Così le chiamano qui quelle come lei, donne molto potenti, vergognosamente corrotte e pronte a venderti, che sono tutt'altro che signore, dame, amiche...
    “Ehy, Nabilah che ne dici se ti aiuto a trasferirti e ti sistemo? Non c'è futuro per te qui. Sei bella, giovane e meriti una vita migliore della nostra, non credi?”.
    Zahrah mi aveva detto questo un po' di tempo fa. La mia 'madama', la mia vicina di casa dalle forme abbandonati, rassicurante e della quale mi fidavo come una seconda madre.
    La donna della quale tutta la mia famiglia si fidava, magistralmente e senza ritegno, aveva ingannato tutti con l'esca dolce della vita migliore altrove. In Italia.
    Un lavoro, soldi, fortuna. Una vita dignitosa insomma. Una alla quale non ero riuscita a  dire di no, perché mi aveva riempito gli occhi e i polmoni di speranze, di colori, di felicità, anche se mi sarei dovuta staccare da quello che era comunque il mio mondo e dai miei parenti. Ma infondo da me non c'era davvero un futuro.
    C'erano solo le accozzaglie di persone sulle strade polverose, a mangiare rondelle di platani fritti o inzuppare pani di manioca negli stufati, in attesa di qualcosa di bello da poter raccontare che purtroppo non arrivava mai.
    Per questo la luce di una vita diversa era stata subito allettante, come una chimera in un cielo triste che all'improvviso diventava tangibile.
    Ma di scie lucenti ad aspettarmi non c'è n'era nemmeno l'ombra e quello che era arrivato dopo era stato esattamente l'opposto. Un futuro col mantello e il cappuccio neri come la notte, come il buio che intrappolavano i miei occhi quando non volevo collaborare e arrivavano le botte livide sulla pelle già scura, colorata come una condanna.
    Eravamo in tante buttate sulla strada, alcune amiche, altre per assurdo addirittura rivali ma avevamo caratteri diversi.
    Sally e Maggie per esempio si prostituivano senza battere ciglio, debite al loro padrone, in silenzio. Con sottomissione e a volte, ma non sempre, con lacrime segrete.
    Volevano saldare il loro debito. Una cifra irragionevole come trenta o quaranta mila euro. Come se l'avessero scelto, come se stessero davvero comprando una vita migliore. Come se non sapessero che nel frattempo si sarebbero logorate dentro e sciupate fuori. E sarebbero diventate delle altre, in un'altra pelle. Una più vecchia, misera, segnata di una storia sempre più difficile da raccontare e da dimenticare. Ma anche da tenere dentro con sé.
    Io non ci stavo. Mi ribellavo. Ogni volta. E sulla strada non ci andavo o meglio il mio corpo non ero disposta a venderlo.
    Le botte non facevano più male dello stupro di un corpo dato a chiunque almeno dieci volte in un solo giorno. Di questo ne ero certa e anche se un preciso piano di fuga non ce l'avevo e nemmeno quattro soldi da parte per inventarmelo, ero comunque convinta fermamente di voler provare a scappare e di rivendicare quello schifo.
    Non potevo fermarlo forse ma potevo cercare di aiutare chi voleva opporsi come me, non pensando alle altre, quelle che si nascondevano dietro ad una menzogna di schiavitù ma in realtà erano prigioniere di loro stesse.
    Io mi sentivo diversa e volevo almeno avere la consapevolezza di averci provato, di non essermi piegata né arresa ad un destino maldestro riscritto ingiustamente per me.
    Così una sera l'avevo fatto, ero corsa in mezzo ai campi fuori Roma, mi ero spogliata e avevo aspettato. Mi ero messa nelle mani di Dio, della giustizia più profonda del mondo, che era in quel momento l'unica che mi restava.
    E come un miracolo del cielo, un uomo buono era arrivato veramente e mi aveva asciugato le lacrime.
    “Ciao, corri sali in macchina. Mi chiamo Don Felice, ti puoi fidare di me, non temere, sbrigati prima che ci veda qualcuno poi ti spiegherò tutto”.
    Ed era quello che aveva fatto, appena ero salita nella sua piccola auto bianca, dopo avermi dato una coperta per coprirmi, almeno in parte, i brividi di freddo e di angoscia.
    Prima che parlassi, mi aveva raccontato di che si occupava. Della comunità che da diversi anni aveva creato, per accogliere “gli ultimi” come li definiva lui. “Quelli a cui nessuno pensa o se li pensa, pensa male”.
    Quelli imbrogliati, traditi come me. Rubati ad un pezzo di mondo povero per ingaggiarli in uno ancora più arido. Di sentimenti, di dignità, di rispetto.
    Accoglieva un po' tutti ma soprattutto le ragazze sole, nigeriane come me, considerandole appartenenti a gruppi etnici meno acculturati, in svantaggio insomma. Io lo ascoltavo e continuavo a piangere. E in contemporanea a risentire i colpi duri sottopelle, fin dentro alle ossa.
    “La prostituzione non ci sarebbe se non ci fossero i clienti. Il problema principale sta lì, purtroppo. Inutile negarlo”.
    Ed era vero quello che diceva. Ci sono troppi uomini, mariti insoddisfatti, imprenditori di prestigio insospettabili, ragazzi complessati o timidi, che accostano le loro automobili alle gambe nude in bilico sui tacchi esagerati, di sfortunate come me. Troppi padri e troppi viscidi lo fanno, senza nemmeno sentirsi uno straccio di colpa addosso. Senza farsi domande, su me, su noi, su Sally o Maggie. Senza andare oltre, senza voler nemmeno raggiungere col pensiero, quei padroni maledetti che ci incatenano come bestie vicino ad un lampione e poi ad un altro e un altro ancora, senza sosta, per tanti anni, per tutta una vita a volte.
    Se ne fregano della nostra stanchezza, della carne penetrata milioni di volte, senza un sentimento. A volte senza un motivo. Solo per distruggere una voglia, una frustrazione, una repressione.
    Don Felice parlava e io continuavo a piangere. Ancora non me ne capacitavo ma sarebbe stato lui a salvarmi e ancora oggi gli sono riconoscente e lo sarò per tutto il resto della mia vita migliore. Stavolta migliore veramente.
    Continuo il mio viaggio in incognita, furtiva e tremante, col caldo appiccicato sulla pelle sotto al vestito lungo di cotone e recupero i miei documenti. La gente in strada urla parole nella mia lingua e suona i clacson nervosa, nella polvere. Sono stanca e voglio andarmene, poi lo rivedo, Iman, il mio primo amore da ragazzina, l'uomo che avrei voluto sposare e che il solito destino beffardo mi aveva strappato via, insieme a tutto il resto.
    Quando i nostri occhi si ritrovano, le parole non servono. Proviamo entrambi le stesse emozioni, quelle di una volta e quelle di oggi.
    Vogliamo esaudire allo stesso modo il nostro desiderio, quello di avere una vita felice insieme, lontano da credenze, fattucchiere e maledizioni da infliggere con gli spilli sulla pezza. Vogliamo starcene tranquilli in uno scorcio pulito di mondo. Ed è quello che faremo. Fra un po'. Dopo aver aggiustato le ultime cose.
    Dopo il mio rientro in Italia, verrà anche a lui e finalmente ci sistemeremo e gli racconterò tutto quello che ho sofferto. O quasi. Forse alcune delle cose più vergognose le terrò per me, per non ferirlo gratuitamente. Per non ricordare troppo.
    Gli narrerò della mia forza però. E poi di Don Felice, il padre buono che loderò ancora non so quante volte, per essersi alleato al mio coraggio. Per avermi spronata a denunciare la mia 'madama'. Per avermi presa con sé. Per avermi dato modo di togliere dalla strada altre donne e poi di trovare un lavoro vero ed onesto, insieme alla possibilità di pagarmi un affitto e di stare bene. Per avermi permesso di essere quella che sono oggi, una cittadina italiana, libera e serena. Acculturata e con tanta voglia di studiare ancora.
    Torneremo in Nigeria poi, forse un'ultima volta, e ci sposeremo lì perché è quello che vogliamo e che forse è giusto, indossando abiti variopinti e allegri come la tradizione vuole.
    Io sceglierò sicuramente una 'buba' , una camicia lunga in jacquard, azzurra come il cielo che troppe volte non ho potuto osservare. Ci abbinerò i pantaloni larghi e in testa avrò il 'gele' il copricapo tipico africano, fatto di stoffa vivace, piegata in modo particolare attorno alla mia testa. Mi farò truccare gli occhi e le labbra e dipingere le mani e i piedi con decorazioni all' hennè e mi sentirò finalmente una principessa.
    Anche il mio Iman sarà bellissimo, avvolto nella sua tunica lunga, abbinata ai miei stessi toni.
    Ci sarà aria di festa e di rinascita e la mia terra allora farà meno male.
    La lascerò intrappolata in un ricordo vivo come questo, dove ogni volta potrò tornare per sentirmi a casa invece che venduta. Libera anziché schiava.
     
     

  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:49
    Un padre single

    Come comincia: Tengo sotto controllo Gioia e Emma da uno scoglio molto vicino alla riva dove felici saltellano nell'acqua e si insabbiano, tirando su tutto ciò che trovano dal mare, con un secchiello di plastica colorato. Due anni la prima e tre la seconda. Capelli ricciolini e biondi entrambe. Occhi grandi di un azzurro che intriga e ciglia lunghe. Pelle leggermente arrossata dal primo sole. Crema protettiva a schermo totale spalmata accuratamente sulle spalle.
    Sembrano due gemelle per quanto si assomigliano. Alte uguali, minute e piene di vita. Sempre allegre e complici tanto da non litigare mai, o quasi. Preferiscono scambiarsi i giochi invece di contenderseli. Abbracciarsi e darsi i baci sulle guance invece che intestardirsi con il tipico fare dei bambini gelosi che dicono “È mio! È mio!” per ogni cosa, in senso di possesso. Inevitabilmente le adoro. 
    Le guardo vigile, lievemente a distanza, nei loro micro costumi fucsia a pois, poi mi guardo anche un po' intorno, così, per ingannare il tempo.
    Ci sono diverse famiglie, due anziani che battibeccano per cose futili ma che probabilmente si amano come i primi tempi da non poter fare a meno l'uno dell'altra. Ci sono altri bambini che schiamazzano e giocano. C'è una ragazza solitaria che dà la schiena nuda al mare mentre legge un libro sul suo e-reader, con enormi occhiali da sole sul naso e un cappello da cow-girl sopra ai capelli corvini leggermente mossi dal vento.
    Nessuno si accorge di me, tranne lei. Probabilmente attratta da quello che sono: un padre single con due creature da proteggere.
    Mi osserva curiosa, forse intenerita. Probabilmente vorrebbe sapere di più sulla mia vita, sicuramente su quella che era la mia compagna: Giulia.
    Una donna allegra, risoluta, amante di me e della vita.
    Una donna che dopo il primo parto ha iniziato a dare segni di instabilità e che dopo il  secondo ha deciso di abbandonare tutto e andarsene.
    Si, abbandonare. Questo è quello che ha fatto, quando la follia ha preso il sopravvento nella sua testa.
    Ha detto che non ce la faceva, che quella non era la vita per lei e che prima non poteva saperlo ma dopo si, ne era certa e come se questo bastasse per abbandonare una famiglia, un giorno ha preso e se ne andata via, al Nord, dove pensa di avere più fortuna e di affermarsi.
    I padri single esistono, come esistono le donne che prendono e se ne vanno invece di restare.
    L'amavo Giulia anche se non ci siamo mai sposati e forse l'amo ancora ma non posso accettare quello che ha fatto. Ha spezzato tre cuori in un colpo solo, per colmare il vuoto che sentiva nel suo. È stata totalmente egoista, come non avrei mai immaginato potesse essere.
    Non tutte le donne sono nate per diventare madri e non si può far loro una colpa ma i figli quando ci sono vanno seguiti, perché non hanno chiesto di certo loro di venire al mondo.
    Crescere due corpi ancora così minuti e fragili non è semplice per me come non lo è raccontare loro di lei, mamma Giulia, la mamma più bella del mondo, dai capelli biondi che odorano di shampoo alla camomilla, dicevano in coro le piccole donne.
    Dalle mani belle da pittrice quale è e quale vuole essere, dico io.
    L'avevamo deciso insieme di avere dei figli. Volevamo completarci. Ne sentivamo il bisogno entrambi e lei era entusiasta quando aveva scoperto di essere incinta. La prima volta sicuramente. Era euforica, bella, solare.
    Passava le serate a cercare online i nomi più adatti, che poi invece sono arrivati per caso, a poche ore dal parto.
    La sua felicità comunque era contagiosa e non lasciava intendere nulla di ciò che sarebbe poi accaduto, altrimenti sarei stato il primo a sollevarla da quello che le sarebbe diventato un enorme, insormontabile peso.
    Nove mesi a coccolarla e viziarla. A portarle i cibi più insoliti, rigorosamente speziati alla cannella. Adorava la cannella. La voleva ovunque, anche nel gelato e pensare che non l'aveva mai sopportata prima!
    Le sono stato accanto il più possibile, per cercare di placare le sue insicurezze, le fragilità che probabilmente ogni donna arriva ad avere in quel momento, quando il corpo si trasforma e gli ormoni vanno in subbuglio.
    Per me era sensuale e bellissima, ancora più di sempre e non le trovavo addosso nessuno di tutti quei difetti che invece lei rimarcava nello specchio. “Sono grassa, goffa, inadatta!” diceva mentre l' aiutavo a mettere la crema su tutto il pancione e sul seno, ogni sera, per addolcirla, così preoccupata com'era per le smagliature, che a me invece non importavano affatto. Mi piaceva seguirla nel nostro percorso di amore e ci tenevo ad essere presente e attento anche nelle cose più piccole, nel curare meticolosamente i dettagli.
    Ci tenevo a vivere un po' della maternità, attraverso di lei, anche se sapevo che da uomo, ovviamente, non avrei mai potuto comprenderla in pieno. Come non ero riuscito a comprendere i suoi sbalzi d'umore, i pianti improvvisi, la tristezza ingiustificata che arrivarono in seguito. Come ugualmente non avevo potuto sentire il dolore enorme che aveva provato in ospedale quando erano cominciate le doglie e poi tutto il resto. Anche lì, avevo deciso di assistere, nonostante la consapevolezza di quello che sarebbe stato: un'esperienza forte, una di quelle che indubbiamente rimane impressa nella memoria di un uomo.
    Ricordo la sofferenza, le urla, le perle di sudore sulla fronte e sul collo, che le venivano asciugate di continuo. La presa forte della mano destra che mi trasmetteva il suo sforzo ma anche l'innato coraggio femminile.
    Ricordo il pianto della piccola quando era venuta alla luce e subito il suo sorriso, come se all'improvviso non avesse fatto nulla di così estenuante. Come se il dolore fosse svanito nell'attimo stesso in cui la pelle delicata di Gioia era arrivata a contatto con la sua, un istante prima di addormentarsi tra le braccia prima di esser portata via.
    Era stato tutto bellissimo, intenso e vivo entrambe le volte, anche se la prima era stata sicuramente la più significativa per me che non avevo mai assistito in precedenza ad una cosa del genere: al miracolo della vita.
    Purtroppo il bagliore non era durato.
    Subito dopo la nascita di Gioia, forse già dopo il primo mese, Giulia si era incupita. Non le vedevo addosso l'affetto materno che pensavo fosse invece una cosa della natura. Non le vedevo più la felicità dentro agli occhi, quella che aveva impresso nel nome di quella creatura. Si stava spegnendo, giorno dopo giorno. Una volta mi aveva detto, “io non so se ce la faccio” e poi era scoppiata in lacrime.
    Non sapevo cosa risponderle ma ero certo che ben presto le sarebbe passata e le sarebbe tornato il sorriso. Invece un anno dopo era arrivata anche Emma e le cose erano peggiorate. Non ce la faceva davvero. Ogni vagito era una pugnalata dentro al suo petto. Ogni notte passata in bianco diventava un buco nero dentro alla sua vita.
    Ero preoccupato e impotente e ad un certo punto decisi di rivolgermi, senza dirle niente per non allarmarla oltremodo, a degli specialisti per capire se si potesse trattare di 'depressione post-partum' o qualcosa di simile. Ne avevo sentito parlare ma in realtà non ne sapevo nulla e non immaginavo nemmeno che un giorno avrebbe potuto riguardare noi, lei.
    Mi spiegarono che a volte può succedere e in varie forme, più o meno gravi,  ma di solito i sintomi se ne vanno dopo pochi giorni o al massimo alcune settimane e che il mio caso, il caso di Giulia, sembrava diverso.
    Infatti lo era, era diverso e ben presto fui costretto a dover abbandonare completamente il mio ottimismo a suo riguardo. L'insofferenza, stando con noi, non le sarebbe passata.
    Quando fece le valigie non riuscivo a crederci.
    Provai a farla ragionare. “Le bambine hanno bisogno di te, Giulia e anche io! Se non mi ami più possiamo separarci, trovare una soluzione, ma da loro non puoi. Ne soffrirebbero troppo, lo capisci?”.
    Aveva di nuovo pianto ma una spiegazione non era riuscita a darmela e solo dopo la capii.
    Tutt'ora non so se al Nord ha un altro uomo ma di sicuro so che ha una nuova vita, fatta principalmente di lei. Di lavoro, ambizione, sogni e senza una vera famiglia. So che quello che vuole è questo: essere libera di scegliere ogni giorno dove essere e cosa fare. Libera di svegliarsi di notte per guardare fuori, prendere una tela qualsiasi immacolata e poi dipingere anziché accudire le bambine.
    Se penso a quanto invece a me piaccia farlo e al regalo che mi donano inconsapevolmente quelle due creature, ogni giorno e ogni notte, mi destabilizzo e allora non la comprendo e mi sale la rabbia.
    Non so se un giorno guardandosi indietro, si renderà conto di quello che ha fatto. Se le mancheremo, io, noi o solo le sue figlie e se vorrà tornare. Non so, se a quel punto, riuscirei ad accettarla ancora nella mia vita. Ma so che non lascerò mai Emma e Giulia e che potranno sempre fidarsi di me, a qualsiasi costo. Perché i padri buoni e responsabili non sono così rari come sembrano. Perché in ogni loro gesto c'è anche un po' del mio amore e questo per me racchiude in pieno la felicità.
    Torno ad avvicinarmi a loro, completamente zuppe di mare.
    Prendo ad ognuna il proprio poncho rosa di spugna con stampate sopra le immagini delle principesse e le avvolgo, poi le abbraccio entrambe sollevandole da terra, e mi arrampico sullo scoglio, per risalire, in perfetto equilibrio. I miei piedi sono radicati alla roccia per non farle cadere. Proteggerle sarà sempre il mio primo scopo nella vita.
    Mi volto un attimo e la ragazza solitaria ha di nuovo gli occhi su di me. Li noto da dietro le lenti ambrate che ora ha leggermente abbassato e le scorgo un lieve sorriso tra le labbra lucide di burro di cacao. Ha un fisico asciutto, giovane e un costume color oro che sembra fondersi con la sua pelle già abbronzata e credo perfetta.
    Non so se riuscirò ancora a fidarmi di una donna bella come lei, come Giulia, ma di una cosa sono sicuro, se quel giorno arriverà, andrò prima dalle mie muse e chiederò loro se sentiranno l'odore della maternità. Poi le bacerò, credo tutte e tre e forse mi sentirò di nuovo a casa.
     

  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:46
    La vita ha deciso per me

    Come comincia: Diciotto candeline lampeggiano davanti a me come a ricordarmi di essere felice.
    I diciotto segnano un traguardo, anche se per molti miei amici tutto resta uguale e continuano a fare la vita di sempre. Ad andare a scuola, al cinema, alle feste, a farsi accompagnare dai genitori, anche se di nascosto, per non farsi prendere in giro dai compagni. A frequentare le ragazze e a tornare sempre comunque a casa.
    Diventare maggiorenni per molti di loro significa prendere la patente e divertirsi. Per altri nemmeno quello. Perché ci stanno troppo comodi nelle loro famiglie e di diventare adulti non ne hanno affatto l'intenzione. Preferiscono adagiarsi in quegli anni di transito dove possono scegliere di essere grandi o piccoli all'occorrenza. E allora organizzano un'importante festa piena di amici e di colori, di patatine, tramezzini, pizzette e qualche alcolico. Se la spassano come se non ci dovesse essere un domani e poi tornano ad essere semplicemente quello che erano un giorno prima, per parecchi anni ancora. Ragazzini viziati, coccolati, felici... Invidiabili.
    Per me, che ho aspettato a lungo questo momento, non è così. Io voglio andarmene e voglio riprendermi qualcosa che mi spetta e che  nemmeno conosco.
    Voglio ribellarmi e fare quello che mi pare, lontano da tutto quello che ho sopportato e subito. Dalle persone che non sono riuscite a dimostrarmi il loro bene. Da quelle alle quali non sono riuscito a prenderlo io quel bene.
    Diciotto. Le guardo secche e ritte, conficcate sopra ad una torta al cioccolato, posizionate precise, in modo che possa contarle e poi spegnerle una ad una. Ricordandomi ogni compleanno, uno dopo l'altro come un peccato. Come una macchia sulla pelle che si espande invece di sbiadire.
    Diciotto, gli anni che sono stato senza di te e senza poter vedere il tuo viso, né avere le tue attenzioni. E diciotto senza avere quelle dell'uomo che sicuramente hai amato, amato molto e prima di me e che nemmeno è qui per la mia festa.
    Prima mi ha telefonato per farmi gli auguri e neppure mi ha chiesto come sto. Una telefonata breve arrivata da lontano, dal Brasile, la terra che ha scelto come casa per allontanarsi dai lineamenti del mio volto, così simili ai tuoi diceva e poco ai suoi. Io non ne ho idea. So solo che quando mi guardo negli occhi cerco di immaginarti ma non ci riesco perché è troppo difficile. Perché una foto stropicciata non basta per sapere tutto di te. Raramente la prendo e ti fisso. Ne ho una sola, rubata dal cassetto in quella che un tempo era camera vostra, prima che sparisse insieme alle altre. Ho scelto quella dove ci sono anch'io, perso nella tua rotondità ma è come se osservassi una persona sconosciuta e non so quello che provo. Forse perché a volte avrei bisogno addirittura del tuo odore per riuscire ad andare avanti e capire chi sono e da dove vengo e invece devo farmi bastare il mio e sono come un gattino nero abbandonato ai lati di una strada. Perso, impaurito, diverso, sfortunato. 
    Dicono che non si possa sentire la mancanza di una persona che non ci sia mai stata accanto e forse è davvero così. Allora, perché tu mi manchi tanto da farmi piangere ogni volta in segreto quando me ne vado a dormire?
    Forse perché un'infanzia con i nonni non è semplice da accettare e io con loro ci ho fatto e ci continuo a fare la guerra costantemente. Mi dicono sempre come comportarmi, quello che devo e non devo fare, quello che è giusto e quello che è sbagliato.  Di non rispondere male, di mangiare anche quello che non mi piace, di non chiudermi nella mia stanza con la musica metal ad alto volume. Di aiutarli con le faccende di casa che non sopporto. Di uscire e annoiarmi con loro. Di fare i compiti e smetterla di stare davanti al computer. Di non dire parolacce e di togliermi le scarpe appena rientro.
    Come posso ascoltarli se non ci sei stata prima tu a dirmi tutte queste cose?
    Mi implorano di avere rispetto, in merito alla loro età, alla loro saggezza. Alla  mancanza di te che ugualmente sentono anche se non eri figlia loro.
    Rispetto... Anche io ne avrei voluto, non trovi? Almeno da quell' uomo che non riesco nemmeno a chiamare per quello che è o che dovrebbe essere.
    “Ciao Luca” gli dico, “Come stai Luca?” , “Te la spassi laggiù, Luca?”
    Un tempo lo chiamavo papà, ora non ci riesco più. Non se lo merita e mi dispiace ma per te, solo per te e non per lui. Perché non condividerò mai le scelte che ha fatto. E non per la nuova donna che ha voluto accanto, perché anche se non mi piace e mai potrà riempire il vuoto che di te sento, forse è pure giusto che ci sia.
    Semplicemente perché sarebbe dovuto restare e mi avrebbe dovuto voler bene, con un'altra o da solo ma pur sempre al mio fianco, non pensi?
    Invece è scappato dal dolore, come se fosse stata colpa mia, come se io fossi incolume dalle emozioni e dalla tristezza. E mi ha lasciato qui, ancora troppo bambino, implume, indifeso e confuso, a capire come ci si comporta con la vita. La vita...
    “Dai Matteo spegni le candeline e esprimi un desiderio!”.
    Lucia mi guarda come fanno le adolescenti innamorate alla sua età, sognanti, ingenue e mi sorride sperando che oggi cambi qualcosa.
    Io le voglio bene e se le ho permesso di starmi accanto è probabilmente perché si chiama come te. È carina, con i suoi tratti gentili e i capelli lunghi biondi ma amore è una parola che ancora non riesco a comprendere.
    Anch'io ho fatto crescere i capelli, sai? Fa più figo dicono quelli del gruppo.
    Lucia dice invece che devo imparare a perdonare, me, Luca, la vita... Ma mica lo so se ci riesco.
    Lei ha due anni meno di me eppure è molto più saggia. Le femmine sono quasi sempre più sveglie e forse dovrei ascoltarla e svegliarmi anch'io ma che c'è di così bello nello stare lucidi quando la vita è così ingiusta?
    Chiedo a te, solo a te, tutte queste cose pur sapendo che sei proprio l'unica che non potrà mai rispondermi.
    Lucia mi arriva dietro adesso e mi abbraccia, poi mi dà un bacio sulla guancia e mi incoraggia a festeggiare. Sono sicuro che sta immaginando i miei pensieri tristi e vorrebbe avere il potere di mandarli via. Vorrebbe prendere un po' il tuo posto nella mia testa e nel mio cuore come invece nessuna mai potrà.
    Oggi qui, fuori dalla città, l'aria è fresca e si respira bene. Il sole illumina questo giorno e se mi affaccio vedo le montagne sporche di bianco e il cielo sfumato di azzurro. Qualità della vita la chiamano quando ci si rifugia in un ritaglio invidiabile di mondo e si scappa dal caos della grande città, eppure a me stare quassù sembra esattamente una prigione.
    A diciotto anni non si riesce a pensare alla qualità della vita ma solo alla confusione. Motorino, poi macchina, birra, amici, sigarette, notti in giro a sbagliare e incazzarsi...
    Incazzato è come mi sento ogni mattina quando mi sveglio e devo andare a scuola e devo imparare cose che non so ancora se e a cosa mi serviranno. Quando apro gli occhi assonnati, scanso i capelli ricci appiccicati sulla faccia e non ti vedo ma vedo me e non mi piaccio.
    Diciotto anni e non sapere ora cosa farne, perché non sono molti ma pesano troppo e ad ogni compleanno pesano di più e feriscono. Sanno di assenza, di anniversario ingiusto, di dolore e basta.
    Ieri Lucia mi ha dato il suo regalo in anticipo, perché anche se dicono porti sfortuna, sa che a me in realtà non me ne frega nulla. Ho aperto il pacchetto rettangolare e ho scorto un libro. Sa anche che non mi piace leggere e che probabilmente mai lo aprirò ma ha insistito perché lo tenessi.
    'Il senso della vita'. Più mi obbligano a pensarci e meno riesco a comprenderlo e tantomeno ad accettarlo.
    La vita è fatta di scelte, continuamente, ma a noi due non è stato possibile farne.
    Ha scelto lei per entrambi, dopo nove mesi di amore, di condivisione, di battiti all'unisono e canzoni ascoltate insieme, dolci, bellissime e che ora non sopporto.
    Dopo che mi hai desiderato, nutrito, aspettato e sussurrato ogni sera il tuo amore.
    Dopo che ti ho riempito di calci simpatici per avvisarti che ti sentivo e ti aspettavo anch'io. Dopo. Nell'attimo esatto in cui sono arrivato, in cui ho iniziato a piangere forte per salutarti e finalmente per rispondere a tutte le tue carezze. In quello stesso istante in cui tu già non c'eri più anche se stavi lì, immobile e zitta, sicuramente bellissima. Ferma nel tempo, in una bolla di fragilità per tutti.
    Ecco in quell'attimo ha scelto per noi. Per tutti noi ma soprattutto per me e per te che invece volevamo stare insieme.
    Un grande sforzo per avermi e una misera probabilità di non farcela, che sarebbe stato troppo grande per te e il tuo corpo esile. Eppure è andata così, lasciando tutti nello sgomento più assoluto. Tutti, compreso me anche se ancora non potevo rendermene conto. O forse si. Certe cose si percepiscono all'istante anche nei primi attimi di vita. E il calore umano anche. Quello tuo che non ho potuto avere in quel momento né mai. Quello di Luca.
    Non mi ha nemmeno preso in braccio, sai? E sono certo che mi ha odiato da quell'istante e poi non ha smesso più.
    È per questo che un senso non lo trovo.
    “Magari un giorno ti servirà, ci troverai dentro qualcosa di utile e inizierai a comprendere” dice Lucia.
    Lei mi vuole bene e so che mi aspetterà e forse davvero un giorno, da grande capirò e mi perdonerò. E perdonerò anche Luca e lo chiamerò di nuovo papà come facevo da piccolo, quando ancora non sapevo. Quando mi lasciava qualcosa di freddo sul tavolo per farmi mangiare e a me non andava perché anche il cibo aveva un sapore strano, di qualcosa che non c'era e non sarebbe mai tornato, né per me, né per lui.
    Forse crescerò e smetterò di pensare a te e comincerò a pensare a lei e farà meno male.
    La porterò in spiaggia e le dirò che il mio senso è stata lei e la ringrazierò. Forse sarà così un giorno, forse ma non oggi. Oggi è il mio diciottesimo compleanno e non ci riesco. Soffio sulle candeline con tutta la rabbia che brucia dentro e non sulla loro testa colorata e non esprimo niente perché quello che vorrei ora e ogni volta è vederti, almeno per un giorno, per una notte, per un sogno.
     
     

     

  • 04 dicembre 2015 alle ore 21:44
    Il mio sole inaspettato

    Come comincia: La mia storia, alla fine, credo possa essere una come ce ne sono tante. Lo penso mentre, da uno scoglio bianco e liscio, osservo l’azzurro del mare che si protende verso l’infinito. Mi godo i primi tiepidi raggi di sole di inizio Maggio, con l’aria salmastra che si insinua nei polmoni aprendoli e ricordandomi che sono viva.
    Una giovane coppia d’ innamorati cammina complice, spingendo un passeggino scuro e penso a quanto mi manchino quei momenti d’infanzia irripetibili. Quelle piccole mani da stringere, quei piedini ancora morbidi da solleticare per provocare un sorriso esclusivo.
    «Mamma, mamma, mi scappa la pipì.»
    Yeraldi mi scuote con la sua estrema e ingenua vivacità.
    «Andiamo dai, svelta! Dietro a quel cespuglio!»
    L’accompagno in un angolo, nei paraggi della spiaggia, selvaggio almeno quanto lei, poi la faccio accovacciare stando attenta che non si bagni, mentre lo zampillo dirompente e puro, accoglie un angolo incolto di prato.
    Quando torniamo al sole mi rendo conto che non potrò mai avere la sua pelle, quell’incarnato intenso che mi riporta felicemente alla sua terra, a quel giorno ormai lontano, in cui andavo a prenderla, a toglierla dall’ingiustizia della sua vita scomoda.
    Dopo un po’ una nuvola sfacciata arriva a fare ombra su di me e sui miei pensieri e mi ravvisa di quanto nulla nella vita si possa dare per scontato, nemmeno quello che di più naturale ci possa essere, come ad esempio la maternità.
    Cinque anni dietro ai gesti più semplici dell’amore, per completare un dipinto con quel tocco di colore mancante, semplice eppure fondamentale.
    Cinque anni a dirmi, abbracciata a mio marito, che prima o poi quel fiore sarebbe sbocciato e cresciuto dentro di me. A completarci, a stringere un nodo, a chiudere il cerchio della famiglia. Poi una presa di coscienza verso la realtà, verso quell’ingranaggio rotto che non avrebbe potuto forse mai accogliere un embrione: il mio utero.
    Esami, visite, responsi a volte troppo superficiali. Soldi e giornate in attesa negli ambulatori. Un intervento per ridarmi una possibilità, un nuovo utero non più ‘difettoso’. In seguito un’ inseminazione di ben tre piccoli embrioni e poi finalmente un ritardo, il primo e credo anche l’ultimo della mia vita. Quello che aveva acceso una speranza e che per poco invece arrivava a togliermi tutto. Un’ emorragia  per un quasi invisibile corpo apparentemente scomparso dentro al mio, del quale non sentivo assolutamente la presenza. Un ricovero d’urgenza e tanta paura.
    Insomma, per avere una nuova fragile vita dentro, stavo per perdere la mia.
    Sono stati in quegli attimi di dolore e di spavento, che ho pensato di dovermi arrendere, di dover accettare il corso della mia natura sterile.
    Avevo fatto tutto il possibile per non avere rimpianti e non ne avevo. Infondo mi sentivo tranquilla ed era arrivato semplicemente il momento di cambiare prospettiva e andare avanti, senza darsi colpe, senza chiedersi troppe spiegazioni né pretendere altro. Accanirsi su qualcosa che non va come vorremmo, forse non è giusto e probabilmente ora mi piace anche pensare che tutto abbia avuto un senso. Che quello che ci viene tolto, in realtà serva per creare un nuovo varco dove accogliere qualcosa di importante, di cui magari non ne conosciamo nemmeno l’esistenza. E questo pensiero arriva a rafforzarsi dentro di me proprio in quei giorni, dopo tutto quel sangue, quella delusione, quel rammarico per un ennesimo tentativo illusorio fallito. Dopo aver visto mia madre piangere. La sua preoccupazione infinita e quella di mio marito. Ma soprattutto quando era arrivata quella chiamata a cui forse nemmeno pensavo più. Quella che cambiò magicamente la mia vita, stravolgendola ma sicuramente riempiendola di gioia.
    «È tutto pronto per poter fare l’abbinamento, la sua domanda è stata accolta. Potete partire per Panama a conoscere la bambina, quando volete.»
    Il tempo di rimettermi in forze e sarei stata subito pronta ad intraprendere una nuova avventura e di vincerla. Non vedevo l’ora di conoscere quella bambina sfortunata e di poterle regalare un nuovo futuro, che per incanto sarebbe stato migliore anche per me.
    Descrivere quello che provai quando la vidi la prima volta, non è possibile. Le avrei voluto trasmettere in un istante tutta la mia storia, la mia vita, persino il mio sangue per legarla a me e donarle il mio affetto. Avrei voluto subito che imparasse a fidarsi come se l’avessi tenuta dentro e le avessi trasmesso quel calore unico tra madre e figlia. Come se un cordone ombelicale ci avesse unite e avesse parlato per noi il linguaggio segreto della natura.
    Non è stato semplice, ma ce l’ho messa tutta e, adesso quando mi stringe, credo di esserci riuscita.
    Dietro una cosa apparentemente brutta c’è sempre la speranza di un  inaspettato sole pronto a fare capolino e a scaldarci nel momento più opportuno e io so che quella speranza infondo non l’ ho mai abbandonata.
    Mi ci sono aggrappata per andare avanti, cavalcando ogni sconfitta.
    Alla fine, ho lasciato al destino la possibilità di scegliere per me e, ora quando guardo Yeraldi, così forte, così intelligente, così bella e soprattutto così felice, so che non avrebbe potuto donarmi di meglio.
    Io e lei ci completiamo e quel vuoto che avvertivo prima di abbracciare il suo corpo minuto e apparentemente fragile, di appena due anni, si è dissolto all’istante facendomi sentire subito un’ottima madre. Indubbiamente al posto giusto.
    Avrei voluto partorirla quella creatura, certo, ma ogni volta che mi chiama ‘mamma’ e mi guarda con i suoi occhi allungati come semi, sento che è davvero come se l’avessi fatto.
    Mi torna la fierezza di quella mia scelta dell’adozione. Mi torna l’orgoglio del mio coraggio in un momento così difficile e della pazienza di tutti quei fogli da compilare e delle attese infinite e sicuramente estenuanti, prima di arrivare a lei: il colore speciale del mio quadro.
    Ora so, quando danziamo insieme, che non arrendersi alle difficoltà della vita può significare molto per noi e può regalarci un presente migliore.
    Yeraldi è la mia piccola donna e quando la guardo crescere penso che vorrei ancora la sua infanzia, almeno un’altra o forse mille volte.
    Vorrei che non mi chiedesse mai chi sia la sua reale madre e come mai sia stata abbandonata ma so che un giorno questo potrebbe accadere. Lei diventerà grande e vorrà sapere di più. Forse vorrà scavare e tornare indietro, a quel tempo, prima di me, prima di noi due insieme e so che dovrò essere pronta anche a questo. A lasciarla andare se vorrà, verso le sue radici lontane, ma in cuor mio credo che una parte segreta, si auguri che questo non accada e che il mio amore per lei sia sufficiente a riempirle anche quella curiosità, a farmi sentire davvero di aver fatto il possibile per lei come ogni genitore infondo può e vuole auspicarsi.
     
     
     

  • 01 dicembre 2015 alle ore 19:23
    I sette anni nuovi (la donna nuda)

    Come comincia: Capitolo IV
    Guerra cieca
     
    Eccomi prigioniera di quel giorno in cui obbligai me stessa a percorrere la strada che mi divideva dal mare. Ero nell’istante di una vita lontana, da me e da Firenze e da ogni mio passato, nella stessa luce di una stessa strada colorata di silenzio, del silenzio di una mattina di domenica in città; nel silenzio del giorno di ogni giorno d’inverno sulla sponda del mare toscano. Nella piccola casa, al mare.
    Il buio e la guerra cieca che avevano consumato il mio essere, rimbombanti di parole mute, erano straboccati dal mio corpo. Figure mostruose, come ectoplasma dai colori ombrosi cangianti, nefande lottavano fino a squarciare tutto il mio essere; soltanto un’ultima fessura che lasciava intravedere la luce, mi mostrò il mare.
    E andai verso la mia vita al mare.
    Il viale alberato di pini lanciava schegge di resina, il cielo l’aiutava, pesante ed elettrico schiacciava al terreno profumi ed umido plumbeo. Tutto schiacciava verso terra.
    Il mio pensiero, i miei mostri, le immagini della mia esistenza che come cani rabbiosi invadevano le mie notti e i miei giorni, furono compressi dalla pesantezza del cielo e dalla rigidezza dell’asfalto.
    Il mare, la spiaggia, la friabilità della ghiaia che sprofondava sotto il mio passo, furono la  mia musica pregna di cacofonie, la mia unica possibilità di fuga.
    La fuga da me stessa, da quei mostri che possedevano me e tutto: tutto ciò che respiravo, la piccola casa al mare, il mio rifugio, la mia tana, la mia libertà incatenata.
    Rintanata come animale ferito e sanguinante per puro spirito di conservazione, senza pensiero cosciente, con solo una montagna frantumata sul mio corpo e sulla mia anima: ero morta e non lo sapevo.
    Come spirito ancora incatenato ai ricordi della terra, vagavo nell’etere sbattendo sui corpi fisici.
    Sfuggendo alle leggi di gravità, ora cadevo, ora tornavo a volare. Mai fui consapevole del mio andare, “sapevo” che erano quelli i passi che dovevo seguire, né mai seppi però, se percorsi piste celesti o caverne o sentieri. L’istinto mi spinse a camminare, a scoprire come neonato ogni oscillazione del tempo, ogni contatto con la vita.
    Ero morta e lo sapevo, pur essendo conscia di avere un corpo fisico che sentiva il freddo e il caldo e forse il dolore riservato agli esseri animati.
    No, il dolore no, non sapevo più se lo sentivo, non ricordo infatti di essermi mai fatta male o di aver sanguinato o fratturato un osso. So di aver cercato l’ ortica nei campi un giorno in cui un flash umano mi portò a pensare: ”- cosa ho da mangiare? Nella dispensa ho solo il riso che, chissà quale attimo di discernimento mi ha portata nel supermercato ed ho comprato -” ricordai una ricetta semplice con ingredienti il riso e l’ortica.
    E cercai l’ortica.
    La cercai, oh sì, la cercai! Iniziai ad estirpare un’erba che nella mia memoria di vivente equivaleva ad essa, ma un passante curioso con stupore mi chiese cosa stessi raccogliendo, e perché. Ero sveglia, ero in un angolo di vita in cui l’appetito fa ricordare all’uomo che è un essere corporale succube di bisogni come il cibarsi. Non parlavo con nessuno da settimane e la voce di quel giovane mi rimbombò improvvisa come una scarica elettrica, tornò spontanea l’autodifesa dell’uomo colto in flagrante, e con falso candore risposi che raccoglievo ortica per preparare un infuso rigenerante per i capelli -come ricordavo di aver davvero fatto- atteggiandomi a cultrice di rimedi naturalistici. Ero dispersa in un mondo che non riconoscevo e che non mi riconosceva, ma l’arcaica dignità umana mi spingeva a mantenere uno status quo che comunque mi apparteneva.
    -“No, signora, non è mica questa l’ortica... non vede, non punge! L’ortica punge, irrita…- “
    Fu così che imparai a riconoscere l’ortica, doveva pungere, irritare. Non usai più i guanti per questa impresa, prima toccavo con la punta delle dita le foglie. Imparai a cercarla fra le erbe con le mani nude utilizzando uno dei cinque sensi che per primo mi venne in aiuto più degli altri quattro. Il tatto.
     
     Capitolo V
    L’inizio della scoperta
    2003
     
    Imparai la potenza del tatto. Che dono possiede l’uomo! Il tatto. Ce ne siamo scordati, così veloci nel percorrere l’istante, malediciamo questo senso nello scottarci con il fuoco o nell’incontro con un corpo tagliente o se battiamo; se ci facciamo male, solo se ci facciamo male ci ricordiamo del tatto.
    Penso alla dolcezza di una mano che accarezza e trasporta nel proprio sangue la geografia della pelle toccata; alla mano di un cieco che disegna nei propri occhi e accende nella mente quanto sfiora, e lo fa intimamente suo. La mano di un bimbo che accarezza e trasporta nella sua anima il corpo di sua madre, dal suo primo contatto nell’utero. Il tatto: la telecamera dell’anima.
    Sì, conobbi il tatto nella sua arcaica fattezza e mi fu dolce il bruciore spinoso dell’ortica quando per esso, la riconobbi.
    È vero, qualche dolore fisico lo conobbi, anzi, lo riscoprii, il pungere dell’ortica fu l’inizio.
    Posso dire, allora, che sentii anche il dolore fisico, se il fastidio urticante di quest’erba si può definire doloroso.
    Tanto incupita era l’anima da negarmi la percezione di ogni realtà fisica, la scoperta dell’erba urticante mi fu da apripista nell’indagine del mio sopore indotto dal fiume sporco nel quale ero annegata.
    Gli istanti incastrati nelle ore dei giorni che mi sono passati addosso non mi hanno fatto molto male, il male umano, il dolore fisico. No, hanno disegnato solchi nei quali sono cresciuti disegni, non cose, disegni. Solo l’anima è stata in grado di vedere, ha seguito i ritmi giorno-notte, lavoro-riposo. Solo l’anima. 
    Fui per un periodo indefinibile, nel tempo dell’anima, e fu più potente del percorso umano della vita. Visitai zone sconosciute e rivisitai tutta la mia esistenza come nel lungo flash che vive l’ uomo nell’atto della morte, ma lo feci da viva. Lo feci nell’inconsapevole culla verde delle colline toscane e nei suoi liquidi azzurri.
    Come sa un luogo, regalarti e alimentarti delle proprie energie! 
    Capitolo VI
    Il libeccio, l’audacia dell’incoscienza in compagnia del Nulla.
    2004
     
    Era gennaio, faceva freddo a Cecina, il libeccio costrinse i pochi abitanti a rintanarsi in casa, allagò i bagni e le rive, portò il mare in piazza fino ai viali alberati, nascose sotto la sua furia le panchine, oasi di riposo dei bagnanti in estate; il becco del gallo sulla stele della piazza sembrava impazzito, puntava il nord scuotendosi su se stesso. Imprimeva ed estendeva l’immagine del freddo.
    Dei chioschi sui marciapiedi, sbattevano le persiane urlando al vento la loro resa. La strada percossa dai frangenti era chiusa agli uomini e alla macchine, nessuno, nessuno osava percorrerla: le vetture scomparse, le persone: ombre dietro finestre sprangate. Tutti mi raccomandarono di non muovermi da casa, io, donna venuta dal nord, vissuta sotto le Alpi, dovevo ubbidire alle leggi del Libeccio. Sconosciuto vento.
    Dovevo restare a casa, ma la mia casa urlava, dentro e fuori.
    Dentro, i miei mostri lottavano fra di loro e contro di me, e contro quei mobili sconosciuti che inventavano il mio presente, quei mobili accarezzati appena da quel poco di mio che li adornava.
    Fuori, la furia della Natura, urlava più forte. Mi sfidava. Urlava, ma contro chi non lo sapevo.
    Io urlavo. Senza suono, urlavo.
    Contro chi non lo sapevo.
    La mia furia cieca e spaventata e impotente, contro la sua. Uscii. Cosa avevo da perdere io che avevo solo ombre informi da distruggere, cosa aveva da perdere lei, la Natura, che aveva il dominio della vita e della morte.
    Io e Lei. Lei aveva il potere sul tutto, io non avevo più nulla. Avevo il potere sul mio nulla. E andai.
    Dovetti sorreggermi a quanto di stabile incontravo sulla strada per riuscire ad andare avanti. Piano piano, ora un palo, ora un muro, ora un blocco di cemento, un semaforo, una catena e un cancello, furono il sostegno che mi portarono fino alla riva del mare.
    Forzai me stessa, mi regalai un peso corporeo che non ho per rimanere in piedi contro il vento che mi spingeva, stretta a me stessa vinsi la sua forza e avanzai. Poggiai i piedi sulla montagna di alghe che aveva ricoperto la riva, spinsi il peso del mio corpo su di esse e come una statua, mi imposi al Libeccio.
    I miei piedi vissero l’euforia del nuovo, instabile terreno.
    Fino al giorno prima in quell’angolo di riva c’era ghiaia grigia e lucida, ora era una collina ricoperta da oltre un metro di alghe depositate dalle onde: morbide, fresche, vive, profumate, non di onde, ma di mare profondo. Calpestai il morbido e meraviglioso suolo nuovo, allargai le braccia e risi al cielo per lo spettacolo magico che mi aveva regalato, girai su me stessa lasciandomi sferzare dal vento ora sul viso, ora sui fianchi, perdendo e recuperando l’equilibrio. Girai come bambola di carillon e cantai l’urlo che si spinse dal mio sterno fino alla bocca. Il mio viso si bagnò ma non capii mai se fosse pianto o lacrime dell’ aria, non me lo chiesi, stavo vivendo il vento nel frastuono del mare. Girai, girai, sentivo la mia voce fusa nelle onde e non sapevo riconoscerne le note, mi sentii vento nel vento. Il mio terrore si fuse nell’ebbrezza, il Libeccio non mi fece più paura, no, avevo fatto bene a non sprangare la mia casa contro di lui, avevo fatto bene a non negarmi a lui, stavo bene, davvero bene insieme a lui.
    Eravamo una cosa sola, ora. Io e il Libeccio avevamo la stessa voce.
    Osai di più, mi sentivo guerriera, temeraria, mi sentivo pioniera del mio suolo nuovo, di me stessa, volevo andare oltre, volevo sentirmi mare. Volevo. Cosa volevo non era presa di coscienza, piuttosto il precipuo isolamento da ogni stato cosciente, per il desiderio di abbandonarmi completamente all’istinto, per poter “vivere”.
    Ero entrata in sintonia col vento, avevamo la stessa voce e la stessa forza, insieme eravamo sul mare, e tutt’e tre, insieme dovevamo cantare una stessa canzone. Insieme, dovevamo essere una stessa cosa. Io “volevo” essere parte della loro musica, mai avrei lasciato me stessa spettatrice di un così grande incanto, ero nella follia. Mi avviai, compagno il Libeccio che per gioco o per dispetto, mi spingeva e mi sosteneva o mi lasciava cadere.
    Costeggiai i muri dei bagni per ripararmi dai marosi, così come in un gioco di bische malfamate dove la mano aperta sul tavolino deve misurarsi con la lama del coltello che si infilza nel legno attorno alle dita, sfiorandole. Era un azzardo, la mia esistenza ora era un azzardo, e quel momento mi si parava pronto ad accogliermi, ad iniziarmi alla vita qualora ne avessi avuto la forza e il coraggio di affrontarlo.
    Mi fermavo mentre l’onda cercava di colpirmi, e velocemente la ingannavo spostando il passo avanzando rasente il muro. Stupivo il frangente. Scoprivo il mio coraggio avendo paura. Avevo paura.
    Il mare gonfio e grigio di fronte a me, immenso, roboante, io piccola figura abbarbicata a un muro che passo dopo passo mi portava a un punto di non ritorno, laddove il mare aveva ricoperto ogni cosa e continuava coprendo anche i passi appena lasciati. Sentivo il suo urlo che ammantava il mio pensiero, nulla, nulla c’era nella mia mente in quei momenti, le mie orecchie erano pregne del frastuono delle onde, e non restava spazio al cervello per poter produrre un qualsiasi flash. Cercavo di decodificare i suoni che si amplificavano nelle orecchie, il mare parlava mille voci e tutte assieme e sembravano rincorrersi e sovrastarsi l’un l’altra, come se ognuna volesse imporre la propria per importanza. Volevo ascoltare quelle parole nascoste nei suoni e capirne davvero il significato, volevo che la mia mente formulasse domande e il mare le desse risposte. Nel caos della mia anima, solo il caos del frastuono del mare poteva portare chiarezza, la sua forza, più forte delle ombre che divoravano i miei momenti. Nel buio del pensiero, una pallida parvenza di luce cercava aiuto. Il mare in tempesta così potente contro la mia fragilità poteva deflagrare nella mia angoscia muta, e risvegliarla, scatenare il dolore che trovando la via defluisce dal cuore, risvegliarla e scatenarla come quel mare in quell’istante e, furente cadere in esso per poi sparire inghiottita fra le onde nere. Cadere, angoscia nell’onda, e tornare serenità negli spruzzi.
    La sentii cadere nell’onda, e il suo tonfo mi risvegliò, mi resi conto di dove fossi, di quale fosse la realtà di quel preciso momento: nessuno attorno a me a cui chiedere aiuto, né avrei potuto tentare di nuotare in un mare così furiosamente grosso e così pesantemente vestita, ero nella condizione di non poter tornare al punto di partenza. In senso reale e metaforico.
    Fu un attimo e si delineò chiara l’immagine.
    Divenni consapevole del punto del non ritorno.
    L’alta marea aveva ghermito il poco spazio che avevo percorso per arrivare fin lì. Non c’era più un centimetro di riva o di cemento che fosse visibile sotto l’acqua ferrigna e salmastra. Non sapevo né potevo, tornare indietro né andare avanti, il mare aveva preso dominio su tutto, le sue acque superavano me e i muri dei bagni, i frangionde erano scomparsi, i gradini da dove ero partita e le alghe che coprivano la loro altezza, erano sommersi.
    L’angoscia muta divenne paura, terrore, e mi annichilì. L’eco del mare entrò in me, non sentii più nulla, solo la sua voce: la potente voce del Mare.
    E si cancellò la paura, la mia vita, i miei mostri.
    Come sussurro d’angelo udii nella mente le parole sentite sulla morte: “la morte più indolore, è quella per annegamento, l’acqua riempie i polmoni, il sangue non arriva al cervello e sopraggiunge la morte. Subito”.
    Mi sentii serena.
     
    Capitolo VII
    La consapevolezza
    2004
     
    Mi resi conto, nell’inconsapevolezza del mio errare interiore che non era la Morte la mia ricerca, piuttosto conoscerla; mi mostrava le vie d’uscita per vivere quel frangente in cui le mie forze avevano ceduto sotto la potente distruzione della mia esistenza. Scoprii che non volevo morire ma solo superare la morte, capirla, conoscerla, salutarla. La Morte come il Mare è parte del mio essere, siamo nello stesso tessuto di esistenza.
    Ci guardammo, io e il Mare, lui ruggiva, io l’ascoltavo; lui cancellava il mio pensare, io mi lasciavo cancellare. Lui voleva curarmi ed io mi lasciai curare. Mi insegnò ad accettare la furia degli elementi e la furia degli uomini, ancora più forte perché volutamente distruttiva. Questo entrò in me attraverso gli occhi e le orecchie, mentre respiravo i nervosi profumi del mare, e il dolciastro sapore della mia paura. Fu un istante spalmato in un angolo di eterno: entrammo in sintonia.
    Ora guardavo la sua onda gonfia e calcolavo il leggero declino che intravedevo nel sopraggiungere inaspettato della bassa marea, era bassa marea? Si svigoriva il vento e nell’attimo in cui sembrava un po’ debole, spiavo il suo ritiro fuggendo un passo e poi un altro e un altro ancora, come in una danza. Mi dava l’opportunità di salvarmi, danzando mi salvavo.
    Nel vento riuscivo a percepire la musica, nel frastuono si delineavano chiare le note, era musica.
    In un tempo dilatato e sconosciuto, mi ritrovai sull’allagato monte di alghe che lentamente si faceva strada emergendo, sulla sua cima e attendendo una nuova onda bassa, toccai il cemento inondato ma fermo, vidi il viale di pini sferzato dalle raffiche ma radicato nella terra, alle mie spalle.
    Di fronte, come un’apparizione guardai la figura livida dell’isola d’Elba e l’immaginai, nella sua mole scura, come Nettuno stiracchiante riemerso dal sonno nel suo abisso, con lo sguardo birichino e ammiccante rivolto su di me. Lo percepii il dio paternamente orgoglioso che concede un meritato piccolo segreto dell’Olimpo a un suo coraggioso sfidante. Mi sentii il coraggioso e vittorioso sfidante.
    Più in là Capraia come bimbo innocente e inconsapevole del duello fra un piccolo essere umano e la vastità deifica della Natura, sonnecchiava. Girai le spalle e lasciai dietro me la visione del mare e delle isole.
    Stringendomi alle catene e ai pali che orlavano i marciapiedi, strisciai sui blocchi di cemento, godevo della voce del vento e degli spruzzi del mare che mi accompagnarono a casa. Mi regalarono un canto che mai, nessuno mai avrebbe potuto farmi ascoltare. Mi sentivo leggera.
    Come loro, ero leggera, leggera e possente, come il vento, come il mare, come Nettuno.
    Spaventata e potente.
    La porta si spalancò sotto la spinta del libeccio appena l’aprii e, insieme a me entrarono Vento e Mare: le Furie, le amiche Furie, maestre di vita vera, di quella distante dai codici sociali.
    Continua... 
     

     
     
     
     
     

  • 26 novembre 2015 alle ore 19:36
    L'impermeabile bianco

    Come comincia: Per quanto mi sforzi non riesco a ricordare come si diffuse per un certo periodo negli anni 60 la moda dell'impermeabile bianco di gabardine: forse per la serie tv del Tenente Sheridan (interpretata dal bravo Ubaldo Lay)? Quello che ricordo molto bene è come ti sentivi se non possedevi l'impermeabile bianco: io ero adolescente, non lo possedevo, e soffrivo profondamente come solo a quell'età si può soffrire per una sciocchezza del genere. Lo so...è imperdonabile..ma io soffrivo, anche perchè in casa mia qualcuno possedeva "l'oggetto del desiderio" ed era mia sorella maggiore, e "maggiore" dice già tutto. Soldi non ce n'erano perciò potevo solo sperare che lei si stufasse di indossarlo..e lo passasse a me. E quella domenica delle Palme lei ME LO PRESTO'. Non potevo crederci! Borsetta nera e scarpe nere col tacco alto..capelli raccolti sulla nuca..e impermeabile col "bavero" alzato strategicamente da una parte sola: non importava niente avere il collo tutto storto in una posizione innaturale; camminavo per il paese a un metro da terra, senza neppure sapere bene dove andare: l'importante era indossare l'impermeabile bianco che mi rendeva diversa in tutto, anche nell'andatura...così diversa dal solito che avevo incrociato il mio amico Sergio in bicicletta e non mi aveva neppure degnata, salvo poi fare una frenata cigolante un po' più in là per voltarsi e dirmi "ma sei la Lora? Accidenti..non ti avevo riconosciuta!! Cos'hai fatto?"  e io, in brodo di giuggiole..."niente, sono come al solito...perchè?"  Magìa dell'impermeabile bianco...e dell'adolescenza che sì mi dava tanti patemi d'animo..ma anche delle gioie assolutamente "semplici" che possono farmi sorridere cinquant'anni dopo!!!

  • Come comincia: Le cose avvengono mai per casualità. Qualche giorno fa ho trovato in biblioteca un libro che racconta una delle mie poetesse preferite, Emily Dickinson, (Amherst, Massachussets, 10 dicembre 1830, Amhherst 15 maggio 1886) scritto da Alessandra Cenni. Come sempre mi accade quando ritrovo nei libri la voce  di persone del passato, mi sento trasportare oltre un velo di sacralità e di rimpianto dolente, quasi entrando in punta di piedi in un tempio del cuore.
    Per caso navigando sul web mi sono poi imbattuta nell’immagine della casa dove la grande, delicata ed evanescente poetessa americana visse (Dickinson Homestead) ad Amherst, ora trasformata in museo. Per un qualche misterioso arcano sentiero del cuore, quelle finestre decorate di verde sembravano rilucere come una collana di perle d’acqua dolce, placide e armoniose custodivano le parole di un’anima eletta, un tempo vivida di respiro, oggi trasformata in pura essenza poetica.
    Capisco perché Emily abbia scelto di vivere la sua vita in quella casa, osservando dall’alto la vallata e il pianoro dolce che degrada dalle alture verso il fiume e il lago poco lontano, afferrandosi al luminoso giorno che accarezza l’alba con i suoi raggi di bellezza. È un’armonia pura, una quiete che ristora, un balsamo che lenisce.
    Amava la natura, Emily, amava passeggiare nel verde incanto del suo giardino, amava la sua camera accogliente e chiara, il suo  morbido scialle dentro cui avvolgersi e avvoltolarsi assorbendo il profumo della pelle e della vita.
    La sua casa mi ricorda innanzitutto la mia infanzia, così abbracciata alla terra e al sole, lassù su quel cucuzzolo da cui io parevo volare quando mi arrampicavo sui faggi-carpini del roccolo che circondava la casa, planando come un falco sull’Altopiano di Selvino Aviatico, osservando le pieghe del mondo, per trattenerle in me fino a lasciarle libere sulle pagine scritte. Scrive il sito a lei dedicato: “Emily scrive sempre, su piccoli fogli che porta con sé, mentre screma il latte nella rimessa silenziosa, o sull'involucro del cioccolato mentre prepara una torta in cucina e, con le mani ancora sporche di farina, continua il pensiero appena abbozzato nella rimessa. Poi riunisce il tutto in quaderni che chiude nel cassetto in camera sua.”
    E anch’io, bambina assetata di sole e di vento, scrivevo su fogli colorati i miei primi abbozzi poetici e leggevo lei, Emily, inebriandomi del suo piccolo angolo di mondo, delle sue finestre che catturavano la luce riverberandola in un arcobaleno, delle querce e degli abeti che stormivano al vento, il prato morbidamente proteso verso il ruscello, le stradine polverose nascoste dalle siepi, i tetti delle casette del villaggio simili a bottoncini rossi...
    Ma la casa di Emily mi ricorda anche Anna dai capelli rossi, il meraviglioso personaggio creato dalla scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery, che mi ha fatto compagnie nelle letture della mia infanzia, con la sua casa dalle persine verdi (House of Green Gables). Figure femminili di straordinaria potenza, Anna e Emily, quasi paladine a difesa di un coraggio nascosto, che c’è in ogni donna. Due volti diafani e leggeri, quasi trasportati dal vento, ma solide e compatte nelle loro decisioni.
    La Montgomery inserì nella storia di Anna anche le proprie esperienze infantili nella zona rurale dell'Isola del Principe Edoardo ed Emily Dickinson ha raccontato storie poetiche osservano la vallata dalla sua finestra. Quelle dimore antiche cullano ancora i respiri rarefatti e dolci di Anna ed Emily, e si offrono a noi viandanti del Ventesimo Secolo con la dolcezza del lievito e del pane, delle notti stellate e delle sere chiare sulla veranda. Quelle dimore antiche raccontano Speranze nuove, per continuare a sognare.
    Ho amato e amo Emily Dickinson. Fin da ragazzina mi avvincevano le sue parole semplici, non ricercate, che parlavano al mio cuore. Ora sono entrata “in punta di piedi” virtualmente, nella sua casa, piccola viaggiatrice del tempo, per portare a casa un pezzo di poesia.
     

  • 22 novembre 2015 alle ore 20:19
    A volte, il tempo sospeso.

    Come comincia: A volte, si ferma il tempo e ti lascia sospeso fra dimensioni a cui non puoi dare connotati. O non lo vuoi. Con tenerezza e compassione guardi te stesso dall'altro angolo dello sguardo, ti vedi seduto, le braccia attorno alle gambe in un gesto in bilico tra la mestizia dell' adulto e il dondolio dell' infanzia. Non sai se sei adulto o se sei bambino, di certo sai solamente che sei sospeso, e non t' importa di non esserlo. Stai bene nel tempo sospeso. Guardi il tutto che attorno si muove ma non riesci ad entrare nel circuito, senti le voci ma non ne afferri le parole, solo le immagini. Guardi i pensieri, tuoi e degli altri, e ti soddisfa guardarli. Stai bene nel tempo sospeso, non vuoi violentarlo. C'è silenzio nel tempo sospeso, un silenzio di tenui colori che accarezza l'anima in un gesto in bilico tra la mestizia dell'adulto e il dondolio dell' infanzia. Sono nel tempo sospeso, mi perdono. Tornerò

  • 21 novembre 2015 alle ore 19:07
    Verso Natale

    Come comincia: Ma quanto mi piacerebbe tuffarmi dal mio limbo dentro l'atmosfera natalizia! Ornata da mille campanelli che suonano tutte le pastorali esistenti, volare a cavallo della Cometa, disseminare pacchetti variopinti in giro per l'universo, fare l'altalena fra le costellazioni e scivolare leggera lungo la via lattea su nuvole di palline colorate che si rincorrono nel blu, mentre nuvolotti dispettosi mi soffiano da una parte all'altra divertendosi a guardarmi precipitare e poi risalire, e poi mi spingono a salutare la luna e chiederle se gli innamorati sognano ancora guardandola, se i poeti ancora le dedicano versi struggenti e i musicisti melodie indimenticabili, o se è tutto finito sul pianeta Terra dove perfino il Natale finge di essere Natale. Voi mi tentate nuvolotti dispettosi, e allora eccomi, portatemi a spasso per questo infinito silenzioso e luminoso. Così grandioso da non volerlo disturbare nemmeno respirando. Soffiate via dal mio viso le lacrime di commozione che non posso trattenere di fronte a tutto questo. Giochiamo, voglio giocare anch'io, con l'allegria inconsapevole dei bambini, senza tempo, senza età, voglio ridere delle mie capriole e sapere che non mi serve niente che io già non abbia. Però vi prego: non portatemi sulla Terra.

  • 19 novembre 2015 alle ore 10:50
    Una perfida dolcezza

    Come comincia: Si risvegliò dallo stordimento del piacere perché qualcuno lo stava chiamando al telefono. Si sciolse allora dall'abbraccio di lei, annaspò nel buio alla ricerca del cellulare. Il display lampeggiò a lungo, un riflesso sulla testiera del letto che finì con l’innervosirlo.
    Tutto, allora, iniziò a causargli disagio: la gamba di lei di traverso sulle sue, i panni gettati alla rinfusa sulla poltrona. La stessa, orrenda poltrona, di un velluto sbiadito che s’ostinava a non vedere, perché quello era l’unico albergo subito dopo l’uscita dalla tangenziale, il più vicino all’ufficio.

    Era sua moglie.
    Fece una voce stentorea, le disse ‘sono occupato’, come se quella inopportuna telefonata avesse interrotto discorsi importanti, ineludibili.
    Poi aggiunse: - Abbi solo un po’ di pazienza, tra un'ora sarò a casa.

    La luce penetrava tra le persiane, lei vedeva il suo profilo, il profilo del suo petto.
    Vi fece passare sopra le dita, lentamente. Avevano fatto all’amore nella solita maniera precipitosa e confusa, mormorando le frasi ubriache che li eccitavano e che all’inizio riuscivano a farla sentire importante.
    Un tormentare di seni e di pelle, morsi sulle spalle: lei aveva affondato i denti nella carne più duramente, per lasciargli il segno, stavolta.
    Per vincere l'imbarazzo, scivolando fuori dall’abbraccio e dal groviglio delle lenzuola, lui aveva controllato che la chiamata fosse terminata e poi aveva  mormorato: - Si è molto illusa.
    Lo specchio dinanzi al letto rimandava le loro immagini deformate dalla distanza e dalla penombra.
    Una gamba, un braccio; il nero dei capelli di lei che sembrava macchiare il cuscino.
    S’era vista, per un attimo, mentre faceva l’amore.
    Per distrazione aveva rivolto lo sguardo dinanzi a sé: il suo volto contratto in una smorfia e la schiena di lui, curva e magra come quella di un vecchio. Le era sembrato distante da quel luogo, immerso in un mondo che lo consolava e che non ammetteva vere presenze.
    Avrebbe dovuto cercare una colpa, ma d’un tratto si sentì stanca.

    - Abbi solo un po’ di pazienza, tra un'ora sarò a casa, aveva detto.

    C'era stata una dolcezza, nella sua voce, che l’aveva ferita.
    Come se quell’uomo – che era ancora un bell’uomo, un amatore di donne - le apparisse per la prima volta per ciò che era: un organizzatore di istanti, un separatore di momenti.

    Saliva dalle lenzuola un odore di sudore e di umori; smise di guardarlo, fissò a lungo il parato giallastro; gialla la poltrona di velluto, d’un colore triste la testiera del letto. La stanza, così anonima, viveva di altre vite: di gemiti, sonno, risate confuse nella notte.
    Non era abitata dalla loro storia, e neppure dai loro corpi.
    Dalla strada sentì salire una canzone francese degli anni ‘30 che non riconosceva. Qualcosa, nella voce del cantante, la commosse come la commuoveva l’idea di lui, e si sentì sciocca.
    Lo immaginò nell’istante successivo, quello 'dopo'.
    Le sembrò allora di vedere, come fosse nascosta dietro il collo del suo amante, l’uscita dalla tangenziale; la strada, quella che percorrevano separati, dipanarsi lungo curve strette, mentre l’auto correva; il cavalcavia, gli alberi e gli ultimi passanti frettolosi in fuga dalla notte.
    E poi, veloce, si vide andare verso le luci calde della città; le finestre, le tende, dentro l’ambra bruciata delle lampade; in breve fu nel tepore di una casa ordinata, giù verso il fondo dei cassetti, tra i minuscoli oggetti che lui certamente conservava, con la follia del separatore di eventi. Si rannicchiò in quel calore, in quella vuota oscurità.

    Dunque lì, protetto da quell’ordine e da quel calore, dopo un po’, certamente approfittando di una distrazione, di un’interruzione dei discorsi o di una pausa pubblicitaria - ancora soddisfatto, perduto nel ricordo del piacere -, lui avrebbe pensato a lei.
    E una perfida dolcezza lo avrebbe invaso.

    Si vide allora persa nell’inganno, nell’idea di un tempo non suo, che lui scomponeva a suo piacimento, come un prestigiatore, un funambolo: sospeso tra realtà ed irrealtà.
    E lei, forse, non era né dall’una né dall’altra parte: semplicemente, non esisteva.

    Così si immaginò percorrere la medesima strada dalle curve strette all’uscita della tangenziale; superare il casello che l’avrebbe definitivamente separata da lui, ancora contenta nel saluto dal finestrino, ancora per poco.
    Si guardò andare oltre gli alberi e i passanti; verso casa, superata la chiesa e il benzinaio, il bar e l’edicola dove comprava il giornale tutte le mattine.
    E poi risentì il peso, quello con cui si trascinava fino al bagno al risveglio, presa da una mancanza e dal silenzio.
    I passi misurati, il cappotto sulle spalle, la compressione dei collant sulle gambe; e poi, di colpo, la nebbia che evaporava dai palazzi, indifferente a tutta quella solitudine.
    Si sentì, come tutti, in un altro posto.

    Lui le chiese, a un tratto, cosa avesse, risvegliandosi dal torpore. Nella sua mente voci e volti s’erano accavallati: il suo amore per le donne prendeva forma nel viso allegro di lei, nella forma generosa del suo seno. Così amava pensarla: come un sunto, un’icona, un riassunto degli amori della sua vita. Invecchiava, era forse per quello.

    La sua voce le giunse da una grande distanza, fece uno sforzo per rispondergli. L’aveva condotta in un altro luogo senza saperlo; costretta ad andar via, a non esserci più.
    Lui fissò il soffitto grattandosi una gamba, poi accese una sigaretta, gliela offrì per un tiro.
    Le disse che era splendido fare l’amore con lei, ma non avrebbe saputo dire se davvero fosse così; quella donna rappresentava una quadratura e una salvezza, in fondo. O un’abitudine come le altre.
    Lei disse – Tutto bene, poi s’alzò.

    L’uomo rimase a guardare quel corpo giovane, che il tempo ancora non lambiva. Invidiava la straordinaria giovinezza della sua amante. Gli mancava in se stesso come un’omissione, una promessa tradita. Aveva ingannato i suoi anni come tutti e ora li vedeva dichiarati in lei: forse anche per questo non si decideva a lasciarla.

    Invece lei, rivestendosi, si sentì stanca e seppe in un attimo che non ci sarebbero stati saluti dal finestrino, quella volta, perché la strada l’avrebbe inghiottita con violenza. 
    Si salutarono davanti all’hotel: le diede un bacio leggero sulla fronte e lei non si sottrasse.
    Anzi si nascose in quell’abbraccio per l'ultima volta. 
    Le sembrò di non sentire il suo corpo. E anche quello era un segno.

    Quando arrivò a casa andò a sedersi sul divano. Non accese l’interruttore. Faceva freddo e, tra le imposte, passava la luce solitaria della sera. Dalla cucina sentiva lo sgocciolìo del rubinetto. Era il respiro della casa, che viveva all’insaputa di lei. Sorrise, nel buio.
    Si tolse le scarpe, le calze, i pantaloni. Le sue gambe avevano la consistenza delle cose e degli oggetti.
    Sapeva che, tra un po’, il silenzio sarebbe stato interrotto dallo squillo del telefono. Quella storia andava così.
    Chiuse gli occhi. Non riusciva a immaginare né viaggi né distanze né vendette.
    Era un buon segno.

    Quando il cellulare iniziò a vibrare lei non si mosse.
    Era certamente lui, ma non si diede la pena di verificare; era sceso a buttare la spazzatura.
    A quell'ora c'era sempre un pensiero per lei, tra l'immondizia e i gatti in amore. 
    Ora guardava fuori dalla finestra.
    Sarebbe arrivata l'alba, col suo chiarore azzurrognolo.
    L'odore della panetteria ed i suoni delle radio.
    Le venne in mente il titolo di quella canzone: Vous, qui passez sans me voir.

    Ma non le importava più.

  • 17 novembre 2015 alle ore 16:20
    Assenza

    Come comincia: Mi sono svegliata all'improvviso e mi guardo attorno. La casa così silenziosa attrae la mia attenzione. Il pallido sole del pomeriggio filtra attraverso le fessure della serranda, e io mi accorgo che sto piangendo. No, non sto piangendo: ho soltanto il viso bagnato. Ho pianto dormendo. Mi metto in guardia. Cosa vuoi, mi chiedo, cosa vuoi, risponditi, cosa vuoi. No, aspetta, prima di risponderti pensa bene. Non è il momento di volere grandi cose, importanti, decisive, sconvolgenti. Non è il momento, lo sai, questo è il momento delle piccole cose. Gli occhi fissano il soffitto e si riempiono di lacrime. Ingoiale, ingoiale, fai presto, concentrati su quello che vuoi, che vuoi adesso, subito, anche banalità, non importa, ma immediate, è urgente. Cosa vuoi adesso, subito, risponditi. Mi sento smarrita: adesso, subito, non ci riesco, troppo in fretta, troppo in fretta.Respiro profondamente e arriva la risposta, sì, invece lo so cosa voglio adesso: voglio che niente interrompa questo silenzio che mi protegge. Che non suoni il citofono, non suoni il telefono, che nessuno parli, cammini, apra o chiuda una porta, che nessuno accenda la televisione. Voglio che questo silenzio non si interrompa, che tutti i miei sensi rimangano così attenti, tesi ad ascoltare tutto il meraviglioso nulla che contiene, a misurare il suo spessore: una coltre che mi avvolga come ovatta, così consolante da illudermi che non mi manchi niente.

  • 17 novembre 2015 alle ore 7:25
    Il furto

    Come comincia: E così un giorno Little Raffy decise di andare a far visita alla vecchia mamma pellerossa Lora Seduta, che si era trasferita nel Bronx. Prese la sua "tanti cavalli, quanti cavalli?" e si mise in viaggio. Quel giorno però la vecchia mamma aveva lasciato una finestra aperta, e da lì sibilando era entrata una freccia che era andata a conficcarsi nella credenza. Appeso c'era un biglietto che l'avvisava dell'arrivo di Little Raffy, così si era messa a preparare le lasagne al forno di cui la figlia era tanto ghiotta. Quando Little Raffy arrivò si misero tutti a tavola: Lora Seduta, Polly Joe Carezza, e Little Raffy. Ma mentre loro mangiavano in allegria, qualcuno tramava nell'ombra contro Lora Seduta che essendo pellerossa era mal sopportata da tutti: bianchi e neri. La "tanti cavalli, quanti cavalli?" venne presa d'assalto, danneggiata e depredata. Madre di tutte le tempeste! Furia di mille bufali inferociti! Dannati miserabili esseri infernali! Infuriata Lora Seduta si alzò, e quando Lora Seduta si alzava tutti tremavano, perciò tutti cominciarono a tremare, anche le lasagne al forno sulla tavola. Solo la piccola Polly Miao Urca Però, ronfava beata sul divano. Lora Seduta che ormai era in piedi si guardò intorno, viola di rabbia, verde di indignazione, tremante di collera, gli occhi fiammeggianti, la voce roca, e parlò. Sì, parlò e disse: E adesso?

  • 12 novembre 2015 alle ore 18:41
    Ho peccato di sentirmi Italiana

    Come comincia: Qualche volta ho peccato di sentirmi bella e me li sentivo davvero, addosso, gli sguardi. Che a fare silenzio sono bravi tutti, a camminare sui contorni rialzati dei marciapiedi, a sporgersi verso il lago e a bagnarsi a malapena il vestito nero. Ero lì, in piedi, vestita da sera e truccata, distratta dal rumore dell'acqua, altrove, ma consapevole. La gente passava e forse pensava che io fossi bella come un fiore che qualcuno coglierà o ha già colto, ed io ho peccato verso la mia solitudine, perché l'ho fatto per essere bella e le cose fatte per essere belli, rendono brutti. Qualche volta ho peccato di sentirmi Italiana, che i cieli lontani di una Moldavia fatta di ricordi, a dimenticarli, sono bravi tutti. Guardali tu dalla punta di un ciliegio preferito, e scambiali per piatti che servono nuvole fatte di zucchero filato e prova a non sentirti ladro ad aver rubato l'amore per la tua Patria e ad averlo dato alla lingua di un altro Stato. Oh, Italia, tu non pecchi se ti senti bella ed io, piccola formica affaticata, mi fermo un attimo a guardarti e mi sorprendo che è più dolce dello zucchero filato, più buono del tuo stesso vino, più onesto di un matto, il bene che ti voglio.

  • 12 novembre 2015 alle ore 12:34
    Il pendolare

    Come comincia: IL PENDOLARE

    Oggi, per Giovanni, è l’ultimo giorno di lavoro da pendolare,
    la notte è stata insonne, l’ha trascorsa a pensare.
    E' già mattino e la sveglia sta per suonare, ...
    ma la sua mano è lesta a spegnerla, prima che inizi a squillare.
    Questa mattina non intende svegliare sua moglie,
    farla alzare; la lascia quindi riposare.
    Si alza senza far rumore e, con la consolidata ritualità degli anni,
    colazione in cucina con cornetto e cappuccino
    mentre, posato sul tavolino, vi trova già pronto il panino, per l’intervallo del mattino,
    che s'appresta ad infilar dentro la borsa, insieme a due bottiglie di spumante,
    che aprirà con i colleghi, per festeggiare l’ultimo giorno di lavoro.
    Esce da casa come ogni mattino, cinquant’anni di giorni tutti uguali!
    Inforca la bicicletta, per dirigersi alla stazione, in sosta nel cortile.
    percependo dentro una forte emozione, nel salire sul quel treno regionale.
    Rievoca il ricordo del suo primo mattino, di quando era ancora ragazzino
    e vi era salito per andare alla scuola comunale.
    Puntuale arriva il treno e, come tutti i giorni, è sempre pieno
    e, in piedi è obbligato, a questo viaggio è abituato!
    Incontra i soliti colleghi, un saluto muto con un cenno del capo,
    non ha voglia di parlare di partita di calcio, di politica o di lotta sindacale,
    è un giorno in cui tutto questo non lo fa infervorare.
    Si guarda intorno, ma si perde nel pensare, rivedendosi in vari ragazzi
    e nel loro fervente vociare.
    L’amore della sua vita, conosciuto su quei vagoni, era stato coronato da un tempo ormai infinito.
    Mentre fantastica sul suo vissuto, il treno nel frattempo arriva alla destinazione finale.
    Ne discendono tutti e, di corsa, chi a scuola e chi al lavoro, ognuno di loro ha un posto che l’aspetta.
    Giovanni s’incammina, la fabbrica è lì vicina, oggi non ha fretta;
    entra in ufficio e inizia a lavorare, sapendo che, per lui, c’è ben poco da fare.
    A metà mattino, la pausa ed il panino.
    Arriva mezzogiorno, il pranzo, alla mensa aziendale,
    le bottiglie di spumante s'impegna a stappare, il brindisi e il commiato ufficiale, una stretta di mano per ognuno, come ultimo saluto.
    Solo il pomeriggio resta in fabbrica ancora d'arrivare,
    per poi prendere l’ultimo treno e, alla sua dimora, ritornare.
    Giovanni in pensione è tutt'ora, una casetta, con i sacrifici, si è comprato,
    ha ottenuto tutto il tempo da dedicare a quelle cose che, prima, si trovava a trascurare.
    Il figlio, da anni, ha lasciato la natia casa.
    D’ora in poi, lieti giorni l’aspettano e, il nonno, a tempo pieno può fare,
    con il nipotino, accompagnandolo al parco comunale,
    dove, per far venire sera, insieme giocare.
    Horion Enky

  • 12 novembre 2015 alle ore 2:44
    Il risveglio

    Come comincia: Lei era bionda, esile, minuta, con un bel sorriso bianco. Si guardò nello specchio, ma non si piacque poi molto. Intorno a lei il mondo era impazzito: si combatteva in un'Italia divisa di nuovo, dopo l'unità, laddove quello che era giusto in un luogo era sbagliato in un altro. Dal luglio del 1943, dopo che Mussolini era stato arrestato, le cose che erano state una realtà non possibile di cambiamenti erano precipitate nell'irrealtà. Forse per questa situazione complessa, Irma dormiva male e faceva strani sogni che le sembravano interminabili, da cui si risvegliava con grande difficoltà: lei diventava molto vecchia, giaceva in un letto, rattrappita e piena di dolori. Qualcuno si occupava di lei, la lavava e le cambiava la posizione. Nell'incubo lei non mangiava più ed a stento beveva qualche goccia d'acqua. A volte nel sogno compariva una donna che la chiamava zia e tentava di parlarle, ma lei, in quell'incubo ricorrente, neanche le rispondeva. La stanza l'opprimeva, il letto era una roccia dura e le coperte pesavano come macigni. Fortunatamente, però, lei si costringeva a risvegliarsi e tornava alla sua vita. Ecco: lavorava con gli americani ed era diventata per loro un punto di riferimento perché trovava il modo di fare il caffè, di cucinare una sottospecie di dolcetti, anche a merito del fatto che gli stessi americani provvedevano a procurarle ciò che le occorreva. Il 1944 era oramai il quarto anno di guerra. Napoli aveva sofferto per i bombardamenti che avevano falcidiato case e popolazione e, all’indomani dell’arrivo in città degli Alleati, erano cominciati i bombardamenti tedeschi. La più tragica delle incursioni tedesche avvenne nella notte tra il 14 e il 15 marzo del ’44. Lei l'aveva trascorsa in un rifugio e poi aveva saputo che c'erano stati oltre 300 morti. Ad aggravare la situazione alcuni giorni dopo si era risvegliato il Vesuvio. Tuttavia nel tempo ci si era abituati a vederlo di notte, con il suo pennacchio ed il rosso della lava incandescente e lei s'innamorava, terrorizzata da quello spettacolo straordinario. Irma era fiera di essere napoletana, visto che il suo popolo era stato capace di liberarsi da solo dai tedeschi e quando gli americani erano entrati a Napoli, non avevano trovato neanche un tedesco. Il 28 settembre 1943 Napoli era insorta e lei ricordava di essersi trovata in mezzo a situazioni terribili, con le barricate per strada, gli spari, i morti, i feriti. Conosceva la madre di Gennaro Capuozzo, quello scugnizzo di dodici anni che aveva combattuto ed era morto. Non era stato il solo: nelle quattro giornate perirono 168 napoletani caduti in combattimento. Lei aveva lavorato nell'ospedale, dove erano stati ricoverati alcuni dei 162 i feriti. Molti di loro sarebbero poi restati invalidi. Già in quel periodo le capitava quello strano fenomeno: si addormentava, di colpo, ripiombando nell'incubo e tornavano i dolori, le gambe rattrappite, le voci di sottofondo. Lei, nell'incubo, apriva gli occhi e vedeva ben poco. Ombre. Quelle di una donna che le toccava le ossa fragili per cambiarle posizione. La voce che le chiedeva se volesse mangiare qualcosa. Mangiare? Lei voleva soltanto, con tutte le sue forze, tornare alla sua vita di giovane donna sana. Ritrovare la compagnia del capitano americano che le aveva messo a disposizione un locale dove provvedeva a rifocillare i giovani americani e quelli più anziani. Ritrovare Billy, che poi l'avrebbe attesa, dopo le 20, per accompagnarla a casa con la sua jeep, visto che rientrare da sola sarebbe stato molto pericoloso. Ecco: l'incubo le saltava addosso e doveva fare un terribile sforzo mentale per rifiutarlo. Si diceva soltanto: "Sto sognando, sto sognando, è un incubo, debbo svegliarmi!". Ma talvolta le riusciva così difficile! L'incubo sembrava tenerla in suo possesso. Rifiutava la voce, non voleva che le mani la toccassero, che la donna dell'incubo le cambiasse il pannolone. Rifiutava l'odore di malattia e di vecchiaia, la pelle che le prudeva come se fosse coperta da insetti che la divoravano, la terribile sensazione di secchezza alle labbra. Rifiutava tutto e riusciva, alla fine, a tornare alla sua vita: il suo giovane americano l'attendeva fuori e trovavano il modo di fare l'amore. Si scambiavano baci dolcissimi, con quella sensazione di vivere momenti incerti che potevano precipitare da un momento all'altro nel baratro e proprio per questo andavano vissuti più categoricamente, a testa bassa, senza pensare troppo al dopo.
    A testa bassa rientrava nel sole di Napoli, camminando per le strade distrutte della città, con via Toledo e le case abbattute dai bombardamenti. Era restata a Napoli, mentre la sorella, con i suoi figli e la nipotina, per evitare i continui bombardamenti, si era diretta, con i genitori, verso l'entroterra. Avrebbe dovuto raggiungerli, ma le riusciva difficile rinunciare a quel lavoro che si era costruita. I fratelli erano in guerra e sperava che sarebbero rientrati, ma non ne era certa. Sconvolti dall'essersi ritrovati alleati con i loro nemici senza preavviso, trattati da traditori.
    Un giorno, per rientrare in città si era ritrovata su di un treno zeppo fino all'inverosimile, della Circumvesuviana e, come le capitava purtroppo spesso, venne catapultata nel suo incubo. Sparì la folla, sparì il paesaggio intorno al treno e si ritrovò nel letto, immobilizzata, con la sensazione di affogare: la donna del suo incubo tentava di versarle qualcosa in gola. Si ostinava Maria (era Maria), a volerla aiutare, salvare, farla vivere. Vivere? Ma era vita quell'incubo? Lei si rifiutava di prenderlo in considerazione. Mugolava parole incomprensibili, serrava le palpebre ardenti, si ripeteva:-"E' un incubo, solo un incubo. Adesso mi sveglio!"- Così si svegliava. Si ritrovava con le sue braccia giovani a spazzolarsi i capelli biondi, per indossare un cappello giallo di paglia. Era estate. Sapeva che molte donne di Napoli si erano date al commercio di se stesse, anche soltanto per un paio di calze di seta o un barattolo di qualche tipo, ma lei era stata fortunata: aveva un fidanzato americano, lavorava per gli americani ed era rispettata da tutti. Non si chiedeva cosa sarebbe successo quando lui fosse stato rimandato in patria. Se l'avrebbe seguito, se l'avrebbe perso. Cosa importava? Era viva. La guerra sarebbe finita, un giorno, e anche lei avrebbe potuto pensare al matrimonio, pure se non aveva potuto pensare al corredo, men che meno a una casa, a mobili di qualche tipo. Già era davvero tanto non avere fame e non avere necessità di vendersi. Neanche aveva dovuto fare la borsa nera, mentre in qualche occasione, raggiunta la sorella in un paese dell'entroterra, si era arrampicata sulle montagne per comprare cibo dai contadini, in cambio di lenzuola ricamate. D'altra parte c'era chi si arricchiva con le "semenzelle", quei chiodini con la testa grossa con cui ci si poteva risuolare le scarpe. Lei non voleva diventare ricca, ma restare viva. Viva, non come le capitava di sentirsi in quel maledetto incubo ricorrente. La vecchia che diventava in quei momenti, per fortuna brevi (i sogni sembrano eterni, ma non lo sono), diveniva sempre più debole. Non sentiva praticamente più il dolore, gli odori svanivano, la bocca si serrava e neanche rispondeva alla voce che le diceva:-"Zia, mi senti?"- Neanche rispondeva. Non aveva sete né fame, né bisogni. Era un sogno, era un incubo da cui si doveva rifuggire subito. Ogni volta le riusciva più facile ritornare alla sua giovinezza. Quel bagno nel mare di Mergellina, dagli scogli, con il costume pescato chissà dove. Il tuffo nell'acqua fresca, l'acqua sul volto, il sole sul viso. Poi lui si era tuffato a raggiungerla, avevano nuotato assieme, come due delfini, per poi asciugarsi al sole sugli scogli cocenti. Un momento rapito alla morte, al dolore, alla paura.
    Lei lavorava ed era rispettata. Gli alleati avevano bisogno dei napoletani, come capitava con lei: servizi e funzioni di ogni genere, legali e indebite, somministrate dai civili ai singoli militari anglo-americani, erano un modo per sopravvivere. Le donne, come lei, lavavano panni, oppure ospitavano nelle proprie case gli angloamericani e in cambio ricevevano viveri e merci di vario tipo. Ma lei conosceva che il mercato nero, la vendita di alcolici, e le donne che fornivano prestazioni sessuali circondava quel suo mondo più pulito.
    Si risvegliava dai suoi incubi sempre più forte e sana, sempre più vicina alla fine della guerra e al suo futuro prossimo. Un futuro che immaginava felice, con o senza la presenza del suo americano. Odiava quel suo incubo ricorrente e, nel tempo, divenne sempre più cosciente che l'unico modo di lasciarselo alle spalle, consisteva nel rifiutarlo determinatamente, lasciando fuori dal corpo malato in cui si ritrovava, ogni possibilità di collegamento: doveva resistere, non bere, non mangiare, non ascoltare le domande, non rispondere agli stimoli dell'incubo. Più andava avanti e più si rendeva conto che soltanto con la morte, nel suo incubo, della se stessa malata, scarna, dolorante, sarebbe potuta tornare alla sua vera vita di giovane donna. Così si ripromise di mettere in atto il suo piano e, nel suo incubo, determinatamente, si sottrasse a tutto. Sempre più spesso e più facilmente abbandonava l'incubo e rientrava nella sua vita vera.
    -"Zia, sei certa di non volere bere proprio nulla? Come ti senti?"- La figura nel letto sembrava rifiutarsi di ascoltare, come se si stesse allontanando dal dolore, ritraendosi in se stessa. Maria, la donna che l'accudiva, era disperata:-"Non mangia e non beve nulla. "- Ripeteva. Entravano in silenzio, guardavano il volto nascosto da una mano ed uscivano di nuovo, sempre in silenzio.
    Il corpo, piccolo e contorto, non si muoveva più da giorni. Soltanto le mani della badante la voltavano, di tanto in tanto, per cambiarla, pulirla, controllare la respirazione. Più volte aveva temuto che fosse finita, ma un leggero vapore sullo specchio che poneva davanti alle labbra le faceva comprendere che la vita, se di vita si poteva parlare, resistesse. Ubbidiva al consiglio della nipote, per assicurarsi che non morisse senza sostegno di una parola, di una voce.
    I passi delle due donne in quelle ultime ore neanche si sentivano. Certo non le sentiva la vecchia signora.
    Poi Irma, con un ultimo sforzo, lasciò l'incubo per sempre e tornò alla vita. Per sempre.

  • 08 novembre 2015 alle ore 22:50
    Una Epifania particolare

    Come comincia: Quando ero piccola vivevo in una grande casa dove l'unico riscaldamento era dato da una stufa strategicamente posizionata in una zona dell'ingresso che avrebbe dovuto consentire una buona distribuzione del tepore anche al piano superiore. Però questo sarebbe stato pretendere troppo poichè gli inverni erano molto rigidi e le nevicate abbondanti e frequenti. Faceva così freddo che io avevo preso l'abitudine, al mattino, di vestirmi sotto le coperte prima di alzarmi dal letto. Ci fu un anno,  dovevo avere otto o nove anni, in cui il freddo fu veramente eccezionale. Ricordo i miei fratelli che spalavano la neve dal vialetto davanti casa ed io che, per uscire ed entrare, passavo fra due pareti di neve che erano alte come me. Certo allora lo trovavo divertente, non rendendomi conto dei problemi che la neve causava a chi doveva muoversi per lo svolgimento della vita di tutti i giorni. La neve aveva coperto i prati intorno a casa mia ed io mi divertivo a camminare, anzi ad affondare i piedi e le gambe nella coltre di un bianco incontaminato che si perdeva a vista d'occhio.
    "Torna qui" gridava mia madre "che ti prendi un malanno!" Ma io non ci pensavo neppure a darle retta, e così quando finalmente tornavo in casa, dovevo essere spogliata di scarponcini calzettoni e quanto di altro ero riuscita a infradiciare, e il tutto veniva posizionato, non senza brontolii, accanto alla stufa affinchè si asciugasse.
    "Menomale che queste vacanze di Natale sono finite! Devi ubbidire quando ti chiamo! Possibile che non si sappia mai dove sei?"
    La mamma era davvero adirata e io intuivo che era arrivato il momento di stare zitta e di farmi piccola piccola. Nel frattempo lei mi aveva sollevata di peso e seduta su una sedia vicino alla stufa: anch'io dovevo essere asciugata, e mentre mi "strigliava" dappertutto con un asciugamano, lasciandomi quasi senza respiro visto che la delicatezza non era certo da lei, scuoteva la testa contrariata:
    "Guarda qui come ti sei ridotta! Adesso ti devo pettinare!"
    "NO, il pettine no!!" Ora sì che sarebbe arrivato il peggio. Io avevo i capelli lunghi, tanti e robusti, e quando mia madre prendeva il pettine sapevo che la tortura era assicurata. Sia che mi facesse le trecce, sia che decidesse per la coda di cavallo, quando infilava il pettine nei miei capelli procedeva come una schiacciasassi, per niente preoccupata di fermarsi quando i nodi di capelli aggrovigliati cercavano di sbarrarle la strada. Nulla le resisteva e certamente non la intenerivano i miei continui "Ahia! Ahi! Ahia! Mi fai male!"
    "Ma che male e male, dai che ho finito!" Quando finalmente aveva davvero finito io per un po' avevo il torcicollo, e lei faceva un bel sospirone di sollievo e se ne andava soddisfatta. Così anche quel pomeriggio superai la tortura e me ne rimasi seduta sulla sedia dondolando le gambe avanti e indietro, e sognando i capelli corti. Mi annoiavo, ma non potevo fare altro che aspettare. Da dove ero seduta potevo vedere l'albero di Natale,vero ed alto fino al soffitto, ed ormai quasi completamente spoglio. Soldi non ce n'erano molti ai tempi, e così l'albero veniva addobbato anche con mandarini, monete di cioccolato e altri dolcetti vari, tutte goloserie che io cominciavo a razziare da subito.Quando ero sola in casa, armata di sedia o sgabello, a seconda della necessità, inziavo dalle leccornìe più nascoste internamente fra i rami in modo che nessuno se ne accorgesse, correndo poi a mangiarmele in santa pace nascosta nell'angolo più lontano dell'orto. Ma col passare dei giorni, ruba oggi ruba domani, l'albero ormai era spoglio e, in considerazione del fatto che lui non faceva certo la spia e nessuno mi diceva niente, oggi penso che tutta la famiglia sapesse, ma tutti facessero finta di niente, anche perchè i miei fratelli e mia sorella erano già ragazzi....e la piccola ero io!
    Pensavo quel giorno, guardando l'albero, che ormai era il cinque gennaio e l'indomani sarebbe stata l'epifanìa: ultimo giorno di vacanza. Il sette gennaio si tornava a scuola. Che tristezza! Certo la scuola non era la mia passione!
    Mia madre si stava dando un gran dafare, daltronde eravamo in otto, per preparare il pranzo dell'epifanìa, festa da lei particolarmente sentita a causa della sua origine toscana. Profumi di ragù e di arrosto transitavano sotto il mio naso, ma il profumo che preferivo era quello dei bomboloni: ciambelle che lei impastava e friggeva in abbondanza e che erano una vera delizia, anche perchè, dopo aver posizionato il vassoio coi bomboloni caldi in mezzo al tavolo della cucina, non se ne occupava più, e ognuno poteva mangiarne quanti ne voleva: "ognuno" ero  io!! che naturalmente bazzicavo sempre dalle parti della cucina.
    Venne la sera del cinque gennaio ed  ero molto agitata perchè il mattino dopo avrei trovato i doni che la Befana mi avrebbe lasciato nella notte sotto l'albero. Non era facile addormentarsi con tale ansia, ma era fuor di dubbio che prima mi fossi addormentata, prima sarebbe arrivato il mattino seguente. E il mattino seguente arrivò: non ricordo quali fossero i regali proprio di quell anno: di solito erano giocattoli ma anche sempre un libro per ragazzi o anche due, che mia sorella si preoccupava di regalarmi: e, come ho già detto diverse volte, non la ringrazierò mai abbastanza per avermi dato la possibilità di leggere tanti libri!
    Ma quello doveva essere un giorno dell'epifanìa molto speciale, segnato da un piccolo "giallo" che ora vi racconto.
    Erano forse le undici del mattino e tutta la famiglia era in fermento: solo la cucina era disabitata e silenziosa. Pentole e tegamini stazionavano sui fornelli spenti, ma col cibo pronto già cotto.Anche il pentolone con l'acqua per far cuocere i ravioli era già posizionato sul fornello più grande, e sulla credenza, bene allineati su una tavola di legno costruita appositamente da mio papà che si dilettava con lavori di falegnameria, un gran numero di ravioli freschi fatti in casa riposavano sotto un telo di lino, in attesa di essere cotti. Che meraviglia...e che profumi! Mia sorella e i miei fratelli stavano finendo di vestirsi, e naturalmente, discutevano rumorosamente per la conquista dell'abbigliamento più in buone condizioni. Mio padre era andato in pasticceria a comperare le paste fresche. Ma cosa c'era di strano? Non riuscivo a stabilire cosa ci fosse di strano, fino a quando all'improvviso mi resi conto: mia madre non c'era. Non era in cucina, nè in sala e neppure al piano di sopra. Corsi fuori a guardare nell'orto, ma non era nemmeno lì.
    "La mamma, avete visto la mamma? Dov'è la mamma?"
    "Ma non so, sarà in bagno!" i miei fratelli non mi davano retta.
    "No, non c'è da nessuna parte! Non c'è!"
    "Ma va! Figurati! Dove vuoi che sia!"
    Però mia sorella cominciò a cercarla, e la mamma...non c'era.
    Nel frattempo tornò mio padre con un grosso cabaret di paste e non gli fu dato neppure il tempo di posarlo sul tavolo.
    "Papà, la mamma non è in casa, non è in casa!"
    L'agitazione era tanta anche perchè mia madre non usciva mai, ma proprio mai, figuriamoci poi la mattina dell'epifanìa con tutti noi da mettere a tavola. Così quando sentimmo una voce dire" Permesso...si può" nell'ingresso, in un attimo fummo tutti lì: era la vicina, la signora Lena:
    "Ha visto mia mamma?" parlammo quasi tutti contemporaneamente.
    "Sì, l'ho vista, sarà un'ora fa, stava attraversando il prato per dirigersi verso la stradina che porta alla cascina. L'ho chiamata ma non mi ha sentita. Aveva una grossa borsa, sembrava pesante da come la portava."
    Ci guardammo tutti, mio padre e noi, mentre già ci mettevamo scarponcini e cappotti per andare a cercarla.
    Intanto la vicina era stata dimenticata nell'ingresso.
    "Scusate, scusate...volevo solo chiedere se avete un bicchiere di sale grosso. Sono rimasta senza ..e oggi è tutto chiuso"
    "Sì certo, certo." Mi sorella le diede in fretta il sale e lei se ne andò.
    Inutile che mio padre cercasse di lasciare a casa qualcuno. Tutti eravamo già imbacuccati pronti per andare a cercare mia madre e lui non provò neppure a farci desistere.
    Attraversammo il prato pieno di neve,imboccammo la stradina...ma di lei nemmeno l'ombra. In realtà non sapevamo neppure dove andare. L'unica cosa da fare era continuare a camminare fino alla cascina. Alla cascina mio padre chiese (in paese ci conoscevamo tutti, come si può immaginare) e gli dissero che sì, l'avevano vista passare da circa un'oretta e l'avevano salutata, ma non si era fermata da loro. Be' non c'era altro da fare che proseguire. Arrivammo fino ad un piccolo incrocio di campagna dove c'era una cappelletta con una Madonnina, cosa che capita spesso di vedere nei paesi. Non lontano da lì la strada si allargava in uno spiazzo. Si stava avvicinando un signore in bicicletta che, quando fu vicino, riconoscemmo: era il signor Andrea, anche lui un nostro vicino.
    "Buongiorno, per caso ha visto mia moglie?" Mio padre aveva la fronte aggrottata e cominciava ad essere davvero preoccupato.
    "Sì che l'ho vista: guardi, è entrata là!"
    Guardammo tutti nella direzione indicata: "Là... ma è sicuro?" Disse mio padre."Certo! Proprio là! L'ho vista con i miei occhi."
    Là.... c'era un accampamento di zingari: cinque o sei roulottes in mezzo alla neve, ma non si vedeva nessuno.
    Mio padre, e dietro tutti noi, si affrettò verso una delle roulottes e bussò forte alla porta.
    Chi venne ad aprire capì subito di cosa si trattava e ci accompagnò verso un'altra roulotte; bussò e disse qualcosa in una lingua per noi sconosciuta, anche se con noi aveva parlato italiano. Subito la porta si aprì e una ragazzina con grandi occhi neri e uno scialle tutto colorato sulle spalle ci invitò a entrare. Seduti intorno a un tavolo c'erano altri bambini, quattro o cinque, che giocavano con dei sassi e ridevano fra loro. In fondo alla roulotte c'era un letto e nel letto c'era una donna che poteva avere forse una cinquantina d'anni, e che, si capiva benissimo, era ammalata.  Seduta su una sedia accanto al letto c'era mia madre. Eravamo sbigottiti e senza parole: oggi non si può immaginare l'effetto che potesse fare trovare nostra madre seduta in una roulotte di un campo nomadi, in un'epoca (parliamo del 1956/57) in cui perfino i nostri connazionali che dal sud venivano al nord per lavorare nelle grandi industrie, erano duramente discriminati. Ma, lo compresi anni dopo, per lei non esistevano colori o provenienza delle persone: per lei erano semplicemente individui che avevano bisogno di aiuto.
    Anche mia madre era stupita di vederci lì, e chiaramente in ansia, tanto che subito sentì di doversi giustificare:
    "Pensavo di tornare subito...ma quando sono arrivata qui..." E allargò le braccia come per dire che non aveva avuto il coraggio di andarsene alla svelta.
    "Ci hai fatto stare in pensiero!" Mio padre sembrava parlare più a se stesso che a lei mentre si guardava attorno visibilmente imbarazzato. Era la prima volta che lo vedevo in difficoltà, e non sapevo cosa aspettarmi.
    Mia madre intanto si era alzata dalla sedia e aveva posato la borsa sul tavolo aprendola e rivolgendosi alla donna:
    "Guarda, ti ho portato un sacchetto di zucchero e uno di farina, e un po' di pasta, e anche del riso; e poi un po' di dolci per i bambini e dei mandarini" Intanto che parlava le si era avvicinata e le aveva preso tutte e due le mani fra le sue.
    Dovete sapere che allora i sacchetti di farina e di zucchero non erano come quelli di carta che comperiamo al supermercato adesso, da un chilogrammo, bensì erano veri sacchi di tela da cinque e anche da dieci chilogrammi. In casa nostra solo mio padre lavorava e non eravamo ricchi, ma neppure benestanti, e la grande casa in cui abitavamo era bella, ma casa popolare assegnataci dalla ditta in cui lavorava mio padre che le aveva fatte costruire a sue spese per i dipendenti. La vita non era rose e fiori nemmeno per noi perciò io mi chiedevo inquieta, guardando tutta quella roba, cosa sarebbe successo a casa.
    Intanto mia madre continuava a parlare tenendo le mani della donna fra le sue.
    "Adesso devo andare perchè, come vedi, anch'io ho una famiglia di cui devo occuparmi, ma tornerò presto a trovarti.Tu però non ti alzare, stai sotto le coperte al caldo se no non guarisci, tanto lei è in gamba e può fare tutto" si riferiva alla ragazzina con gli occhi neri che doveva essere probabilmente la figlia maggiore.
    Quando mia madre aveva detto "stai sotto le coperte" il mio sguardo si era posato automaticamente sulle coperte e avevo notato che mi erano familiari.....arrivavano da casa nostra! Mi chiesi quante altre volte lei fosse stata lì, senza che nessuno di noi ne sapesse nulla.
    La donna continuava a ripetere "Che Dio ti benedica" sottovoce e con le lacrime agli occhi.
    Poco dopo salutammo e ce ne andammo.
    Il ritorno a casa fu silenzioso: nessuno di noi sapeva cosa dire. Veramente io avrei avuto mille cose da dire e da domandare, ma sapevo per esperienza personale che era meglio tacere visto che quando c'era qualche tensione da scaricare, era la rompiscatole piccola e petulante a prendersi la papina, cioè io....e se tutti avessero avuto necessità di scaricare..si sarebbe trattato di sette papine. Troppe per avere voglia di parlare!
    Mia madre era preoccupata: sapete, le donne di una volta non erano come quelle di oggi e avevano un certo timore dei mariti, o soggezione, comunque una forte inclinazione all'obbedienza, ma mio padre, che io sbirciavo di nascosto, aveva l'espressione tranquilla, quasi allegra.
    "Menomale" pensai, perchè quando si arrabbiava......insomma se non si arrabbiava era meglio per tutti!!
    A casa ci aspettava un pranzo davvero invitante e la giornata si preannunciava serena. Non si parlò dell'accaduto e tutto andò benissimo; mio padre fu gentile con la mamma: il massimo della tenerezza che veniva esternata davanti a noi figli erano i complimenti per il cibo: "Ma che buono questo, ma che capolavoro quello, ma come ti è riuscito bene quest altro ecc.ecc." Quando sentivo parole del genere..avevo la certezza che tutto filava a meraviglia!
    Capii solo quando fui più adulta che quella era stata davvero" l'epifanìa": una festa a cui mia madre aveva dato l'autentico significato. Anche se poi, in realtà lei era una donna generosa e buona sempre, che si privava spesso del necessario per offrirlo a chi stava peggio.
    Tutti i giorni della sua troppo breve vita furono dedicati alla famiglia e a chiunque si presentasse alla sua porta in cerca di qualunque cosa: chi avesse bussato avrebbe trovato cibo, vestiario, ma anche solo consolazione e parole buone se di questo avesse avuto bisogno.
    E noi figli non avremmo potuto avere insegnamento migliore.

     

     

  • 31 ottobre 2015 alle ore 0:07
    La Gatta

    Come comincia: C'era sempre dell'astio quando guardavo i suoi occhi; ad un certo punto, mi veniva sempre in mente la storia del gatto nero (il mio con precisione), quel gatto che avevo tanto amato e che se n'era andato così, il due di ottobre, mandandomi segnali nei sogni per poi stendermi il morale completamente. 
    Tutt'ora, se sono in compagnia di gatti, ripenso sempre a quegl'occhi e così mi ritorna alla mente quella storia che tanto cerco di dimenticare.

    Il fatto è che mi capita sempre quando guardo i miei di occhi, e penso spesso che i miei ed i suoi sono stati così vicini ed uguali che, un pezzo della storia, l'abbiamo vista insieme; lei la mia e io la sua.
    Poi faccio finta di nulla, il sipario cala e cambio pensiero. E' un pò così che va la vita, no?
     

  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:27
    Let's go!

    Come comincia: Let's go. Andiamo.Lascia perdere quegli incroci bloccati dalle menti confuse, lì le anime hanno smesso da tempo di chiedersi perchè si ostinano ad aspettare un turno che non arriva mai.marcia: fa inversione e fa strage di chi ti viene contro. Ricordati di guardarli negli occhi, quando metterai il piede sull'acceleratore. Troverai sguardi smarriti e terrorizzati dal doversi ridestare dal proprio torpore. E' proprio allora che dovrai annullare ogni pietà. Fa pure una strage, tu ne uscirai indenne.Percorri quella strada che non hai percorso mai. Non hai bisogno di lampioni che la illuminano. Meno luce c'è, più puoi servirti del tuo faro personale. Illumenerà cose che mai avresti pensato potessero esserci. Tipo la fine in fondo ad un tunnel.

    Le rotonde devono essere una giostra. Giraci attorno quanto tempo vuoi, ogni volta che vuoi. Lascia perdere i clacson dei sicuri di sè che non vedono l'ora di sbarazzarsi del tuo "rottame" per lanciarsi spediti sulla strada prescelta. Saranno i primi a tornare indietro quando troveranno un ingorgo.Tu prenditi tutto il tempo del mondo prima di svoltare. 

    E se dovesse finire la benzina, continua a piedi.

  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:25
    Goodbye

    Come comincia: La cosa che aveva tra le mani emise un latrato. O quello le sembrò, per quanto potesse importarle. L'unica cosa certa era che, qualsiasi fosse stato il verso giusto da attribuirgli, stava senz'ombra di dubbio soffrendo.
    Le aveva artigliato le braccia nel vano tentativo di fermarla, ma i colpi erano andati a segno ugualmente. Inevitabilmente.
    Il suo sangue s'era mischiato a quello della cosa, scorrendo lungo gli arti, imbrattando il bianco immacolato del pigiama che indossava. Ad un certo punto era riuscito a sfuggirle. L'aveva inseguito sotto al letto, afferrandolo per quella specie di manto che usava rivestirne il corpo. Altri latrati erano seguiti, altri singulti, altre urla quando aveva compreso d'essere impotente a quelle percosse, a quella violenza, a quell'ira.Aveva provato a sfuggirle optando per l'armadio. Non si sarebbe mai azzardata ad inseguirlo al buio. Si sbagliava.
    Il colpo che gli sfondò il cranio arrivò più velocemente della sorpresa.
    "... Cosa stai facendo?".Non s'era accorta delle luci che erano state accese nella sua camera.
    Fece un passo indietro portando con sè la mazza da baseball, su cui cadde inevitabilmente lo sguardo circospetto della donna.
    "Ho ucciso uno scarafaggio, mamma."
    Gli angoli della bocca della donna salirono a formare un sorriso.
    "Nell'armadio? Da sola e al buio? Non c'era il tuo uomo nero, lì dentro?".
    Il tono canzonatorio con cui furono propinate le domande penetrò appena le orecchie impassibili della bambina.
    Sorrise scanzonatamente, con un modo di fare che non le era mai appartenuto, facendo rabbrividire la donna che aveva davanti.
    "Non più."

  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:18
    Inchiostro improvviso.

    Come comincia: Irriducibili correnti anti gravitazionali, chiedo venia dei miei peccati non compiuti, delle risate disperse al vento e delle lacrime che han toccato terra.
    Figlia dell'aria, ho sempre piegato, mi sono protratta laddove il limbo fungeva da culla dell'anima, i tormenti miei compagni, le domande mie consigliere.e terre bagnate dal sole che trafigge le schiere di nubi guidate dal vento.Il tempo, amico dei malanni, mi sorride, mi carezza e mi graffia. Raccolgo in bocca senza parola alcuna il mio stesso sangue, assaporandone il sapore.

    Mai nulla m'è sembrato più vero.

  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:16
    L'ultima spiaggia

    Come comincia: - Spara! -. 

    Aspirò profondamente dalla sua sigaretta, lasciando che il fumo abbandonasse le sue labbra lentamente. Come l'acqua trasportata dalla corrente, che le lambiva i piedi nudi affondati nella sabbia.

    La luna era particolarmente luminosa quella sera, non potè fare a meno di notare.

    - SPARA! - .

    "Cristo..." imprecò dentro di sè, rivolgendo gli occhi al cielo per scusarsi immediatamente.

    - SPARA! SPARA! Andiamo... è quello che vuoi. Lo sai che è quello che vuoi....SPARA! - .

    C'era qualcosa d' incredibilmente fastidioso in quella voce. Non la ripetitività dell'ordine. Nè l'ordine in sè per sè. Nè tantomeno il contenuto dell'ordine stesso. Quanto il suono. Possibile che fosse stato sempre quello? Da quando precisamente aveva iniziato a credere fosse diverso?Si voltò, lasciandosi cadere la sigaretta dalle labbra.

    "Ecco da quando." .

    - Raccogli quella cazzo di pistola e spara! CRISTO! SPARA, SPARA! - . I pugni stretti convulsamente. Gli occhi iniettati di sangue, deliranti. Il ghigno provocatorio.

    Era diventato identico al proprio riflesso. Quello di un po' di tempo fa.

    Gli avrebbe detto che sembrava trattarsi dell'ultima spiaggia, se non le fosse venuto subito da ridere per l'ironia scaturita dalla consapevolezza del posto in cui si trovavano.

    L'aveva seguita di soppiatto per tutto il tragitto, mal celando di proposito la sua presenza.

    Era stata tentata più volte di voltarsi, raggiungerlo laddove si nascondeva e urlargli di andare al diavolo. Ma non l'aveva fatto. La curiosità morbosa era l'unico elemento del suo carattere che proprio no, non era riuscita a smussare durante il suo percorso. L'aveva lasciato fare per vedere fin dove si sarebbe spinto. Ed erano arrivati fino a lì. Lei avanti, lui dietro. Come in una continua giostra in cui si fanno più giri da diverse angolazioni per vedere cosa si prova. Ma quello era tutto fuorchè una giostra. Semmai un gioco al massacro. Sadico tanto quanto i film che le piaceva vedere.

    Era risaputo che i registi prendessero spunto dalla realtà. Quelli più attinenti a quest'ultima non erano i fantasy, le romantic comedy o i thriller. Erano gli horror. Proprio perchè no, sembrava non esserci il benchè minimo spazio per quella cosa chiamata "amore" in quell'angolo sperduto dell'universo in cui erano stati relegati a sopravvivere. E semmai ce ne fosse stato di spazio, era tristemente limitato e difficilmente reperibile. Barattabile spesso e volentieri con maree d' illusioni.

    E il motivo per cui si era ritrovata a riflettere su tutto quello si trovava lì, di fronte a lei. Perchè se non ci fosse stata la benchè minima ombra di quella cosa limitata, difficilmente reperibile e barattabile, no. Non si sarebbe mai e poi mai prestata a quel gioco. Era arrivato anche il momento di piantarla di prendersi per il culo da sola.

    - Mi hai deluso. - trovò solo la forza di dire. Tre parole che racchiudevano il prima, il durante e il dopo di una storia predestinata da tempo a chiudersi così, probabilmente. Che lui nemmeno sentì. Gli occhi iniettati di sangue erano ancora rivolti alla pistola che giaceva poco distante dai suoi piedi. Laddove il mare, purtroppo, non riusciva ad arrivare.

    Estrasse un'altra sigaretta dal pacchetto che aveva costretto nelle tasche dei jeans e se l'accese, mentre lui la guardava.

    - TI HO DETTO DI SPA-...-.

    Mai e poi mai si sarebbe aspettato l'occhiata glaciale che lei gli rivolse. Poi la vide tirar fuori un'altra boccata di fumo e rivolgere gli occhi nuovamente al cielo.

    Avrebbe potuto accontentarlo, si era ritrovata a pensare, facendo saettare lo sguardo dall'arma ai suoi piedi al concentrato di disperazione che le era davanti. Sì. Disperazione era il termine più adatto che potesse descriverlo. Forse l'unico.

    No. Non l'avrebbe fatto, pensò istantaneamente, prendendo ad avanzare lentamente verso di lui, osservandolo diventare sempre più piccolo man mano che camminava. Sovrastò con la sua ombra quelle che giacevano in prossimità della sua presenza. Troppe, per una persona sola.

    Scosse la testa e sospirò, quando si trovò a condividere la stesso suolo su cui poggiavano anche i suoi piedi.

    - Troppo semplice. - gli sussurrò in un orecchio, mentre la luna lasciava spazio al sole in un gioco di colori irripetibile e i suoi piedi si allontanavano, lasciandolo alle spalle.

     

  • 28 ottobre 2015 alle ore 10:19
    Ai miei tempi

    Come comincia: "Alzi la mano chi non si è sentito dire almeno una volta nella vita <ai miei tempi si faceva, ai miei tempi si diceva> Pochi, vero?"
    Aspettò la reazione dei presenti, una trentina in tutto, che non ebbero nulla da obiettare. Si sistemò la chioma fluente color rame e si tolse gli occhiali con entrambe le mani fissandoli tutti; li aveva in pugno e la cosa la eccitava parecchio. Concluse dicendo "Bene, la prossima volta ci concentreremo su questo punto. Grazie per l'attenzione, vi auguro una buona serata" I presenti ricambiarono e con ordine si avviarono verso l'esterno della grande stanza.
    Lei uscì per ultima, spense le luci e chiuse la porta a chiave, le avevano assegnato quell'incarico e lo eseguì con attenzione. Fuori, nel lungo corridoio dell'università, si era formato un piccolo capannello di ragazzi vicino al distributore di bevande, l'ora tarda e l'argomento impegnativo avevano messo alla prova la resistenza di tutti; anche lei si avvicinò e uno dei presenti, un ragazzo sulla ventina d'anni, le chiese "Posso offrirle un caffè prof?" Lei fece un cenno affermativo "Volentieri Giulio" Dopo alcuni istanti stava gustando la forte bevanda calda.
    Rientrò a casa e aspettò un attimo sulla porta d'entrata, lui non si fece attendere e appena arrivato la prese con forza e la trascinò in camera da letto, la sua irruenza e la sua foga giovanile le provocavano un'immensa eccitazione e dopo aver fatto l'amore con passione fino allo sfinimento si abbandonò, abbracciata al ragazzo, ad un sonno ristoratore
    Era sabato mattina e doveva far lezione presso il liceo del quartiere, mentre lui avrebbe dovuto presentarsi in università per ascoltare un relatore, ma ovviamente non si svegliò.
    "Eh giovanotto, così non va. Gli impegni sono impegni" Le sussurrò lei con dolcezza mentre lui si stropicciava gli occhi ancora assonnato" "Che ore sono?" Chiese lui vedendola in piedi e già pronta per uscire "Sono le 8 e 30 caro. Io alle 9.00 ho lezione e ne avrò fino alle 13.00. Tu fai pure i tuoi comodi, ma al mio ritorno ti voglio fuori di qui" "Ma, Alice?" Provò ad obiettare lui "Niente ma, signorino. Il fatto che tu abbia accesso al mio letto non significa che sia mio ospite, quindi ripeto: al mio ritorno ti voglio fuori di qui e lascia tutto in ordine altrimenti sono guai" Lui chinò il capo e lei le poggiò la mano sulla testa accarezzandolo teneramente "Dai, mi faccio sentire io, una di queste sere vieni qui a cena e poi si vedrà" Lui alzò il capo con lo sguardo di chi aspetterà ardentemente quel momento. Non si disserò più nulla e lei uscì di casa per raggiungere la scuola a piedi.
    Il breve tragitto, circa 10 minuti di camminata, le serviva spesso per riflettere sulla sua vita. Professoressa di lettere, con un'altra laurea in psicologia nel cassetto e con la passione per la psicoanalisi e l'introspezione, a 38 anni era una splendida donna senza legami fissi e viveva intensamente tutte le sue giornate. In quel periodo l'università di psicologia le aveva assegnato una cattedra serale per delle lezioni extra corso da tenere a quegli alunni interessati ad argomenti non propriamente didattici e lei aveva accettato immediatamente l'incarico, fu lì che conobbe Giulio, il ventenne che si portava a letto da ormai alcuni mesi.
    Arrivò a scuola puntuale e al cambio dell'ora, quando la campanella avvisò l'intero istituto che la prima ora era finita, lei era già davanti alla porta della 3°D. Il suo collega di informatica quasi la investì uscendo dall'aula, era un piccolo uomo  sulla quarantina, uno di quelli che passano inosservati in mezzo alla gente, ma lei sapeva che a suo modo era un genio e stavolta lo sorprese chiedendogli "Professore, sempre di corsa. Ha da fare domani sera? Il PC di casa mia è in panne e se non le creo disturbo la inviterei volentieri a cena, poi potremmo dare un'occhiata a quell'aggeggio infernale, con tutta calma ovviamente" Il professore diventò rosso come un pomodoro maturo e quasi balbettando riuscì a rispondere "Si, ok, va bene. A che ora posso venire da lei?" "Alle 19.00 andrà benissimo e mi dia del tu, siamo amici io e lei" "D'accordo, ci sarò" Si limitò a rispondere sempre più impacciato.
    La scena non era sfuggita agli alunni della sua classe e appena tutti furono seduti una voce si levò dal fondo dell'aula ""Lo ha fatto sprofondare nell'imbarazzo prof!" Aveva parlato uno dei ragazzi più tremendi della classe, ma lei colse l'occasione per rispondere a sua volta con una domanda a bruciapelo "E voi, come vi sareste comportati? Cioè, voi maschietti, come avreste reagito al suo posto? E voi ragazze, vi sareste poste come ho fatto io?" Mentre poneva questo quesito si accomodò sulla sedia accavallando le lunghe gambe e notò lo sguardo famelico dei ragazzi e l'ammirazione da parte delle ragazze. Come previsto i ragazzi risposerò nei modi più bizzarri e fantasiosi, era un caldo sabato di maggio e anche loro avevano bisogno di staccare un po'. Nel frattempo le tornarono alla mente le reazioni dei ragazzi dell'università alle domande che aveva posto loro la sera prima e decise di provare a fare lo stesso con gli alunni del liceo. Fu sorpresa nel constatare che, nonostante il clima da rompete le righe che si era creato in classe, posero tutti attenzione a quelle domande e in un attimo la stanza si trovò immersa nel silenzio. Stavano riflettendo, pensò lei, o non avevano afferrato l'argomento? Stava per parlare quando una delle alunne alzò la mano e disse "Mio padre profe me lo ripete tutti i giorni" "Si, anche mia madre" Si affrettò a confermare la sua vicina di banco" "E quindi?" Provò ad insistere lei "E quindi è sempre la solita rottura" Concluse uno dei ragazzi facendo scoppiare tutti a ridere. Lei colse il momento e giocò a carte scoperte, voleva vedere fino a che punto si sarebbero spinti quei ragazzi sovraeccitati dagli ormoni che spingevano a mille. "Quindi mi volete dire che ogni qualvolta che i vostri genitori, parenti o chiunque essi siano, vi rievocano i tempi andati per voi è una rottura di scatole" Adesso tutti sorrisero ma in modo più contenuto, la profe parlava sul serio.
    "Vede profe" Prese a dire uno dei ragazzi "I miei genitori sono separati e ogni volta che sto con uno di loro fanno a gara per farsi belli ai miei occhi, ma spesso nemmeno si accorgono di quello che faccio o che penso. Ma quando si tratta di riprendermi usano spesso parlare dei loro tempi: ai loro tempi non c'era il cellulare, il computer era per pochi, la macchina era un lusso e tanti altri paragoni che mi fanno arrabbiare" Il ragazzo aveva chinato lo sguardo in basso e serrava i pugni dal nervoso "Si Roberto, capisco. E tu cosa rispondi in quelle occasioni?" "Chiedo se ai loro tempi anche i loro genitori fossero separati" Calò nuovamente il silenzio, ma lei aveva rotto il ghiaccio e adesso poteva far affiorare le emozioni dei suoi ragazzi, misurò le parole e con calma riprese a dire "Certo Roberto, i tuoi genitori si nascondono dietro il ricordo dei tempi passati per coprire le proprie difficoltà. Tu però sei un ragazzo in gamba e sono sicura che supererai anche questa esperienza. Chi di noi può dirsi immune da errori e disavventure?" "Profe" La interruppe Daniela "Mia madre dice sempre che ai suoi tempi poter andare a scuola era un privilegio per pochi, bisognava lavorare per guadagnarsi la pagnotta e secondo lei io e i miei coetanei siamo una massa di smidollati senza futuro" "Si, anche mio nonno me lo ripete spesso" Rimarcò uno dei ragazzi "Dice che abbiamo tutti la schiena di vetro" "E secondo voi è vero?" Si affrettò a chidere lei "No!" Urlò una delle ragazze "Cioè, forse io non sarei in grado di fare il lavoro pesante che fanno i miei, ma i tempi son cambiati, ora si può sopravvivere senza spaccarsi la schiena" "Giusto" Confermò la sua compagna di banco "Ci sono mille lavori che non richiedono sudore e fatica" lei adesso aspettò un momento, leggeva sui volti dei giovani una sorta di aria trionfale, loro studiavano, non si sarebbero mai sporcati le mani, allora chiese "Certo Veronica, ci sono un sacco di mestieri che non richiedono fatica e dimmene alcuni ad esempio" La ragazza rispose senza esitazioni "ll suo ad esempio, non mi sembra un lavoro tanto faticoso" E tutti scoppiarono nuovamente a ridere e quando si furono calmati lei ribattè "Già, hai ragione Veronica, io non mi sporco le mani, lavoro in un ambiente asciutto e pulito, non faccio sforzi fisici ed ho anche un mucchio di ferie, sono proprio una privilegiata. E dimmi Veronica, i tuoi genitori, che lavoro fanno?" La ragazza arrossì imbarazzata e rispose a bassa voce "Mio padre fa l'imbianchino e mia madre lavora in tessitura" "Che schifo" La apostrofò lei " Mestieri non degni per una ragazza come te" In pochi capirono il suo tono ironico e quindi continuò chiedendo "Meglio il mio di lavoro, vero? Tu lo faresti Veronica, faresti la professoressa? Saresti meglio dei tuoi genitori, vero?" La ragazza era chiaramente confusa, ma rispose quasi seccata "No, non lo farei" "Infatti" affermò Alice che sentiva salire il tono della discussione e proseguì chiedendo"E quindi cosa vorresti fare? Voi tutti, cosa vorreste fare per vivere?" Nessuno rispose, adesso l'atmosfera scherzosa si era trasformata in un brusio di mugugni e lamenti e lei decise di rimettere un po' d'ordine alle loro idee. "Ascoltate ragazzi, a mio modo di vedere non importa cosa e per quanto tempo si faccia qualcosa, l'importante e che ci si dedichi con impegno e serietà. Il mondo è vario, le persone sono varie,  perciò ognuno di noi ha pregi e difetti, dovremmo cercare di valorizzare i pregi e limitare i difetti. Dunque un buon imbianchino e una buona tessitrice, sono al pari di un buon ingegnere o di un buon avvocato. Bisogna sempre cercare di dare il massimo e capire quali sono le proprie capacità per indirizzarle al meglio" La stavano ascoltando attentamente "La mia generazione, perché ahimè sono un po' più matura di voi, non aveva alcune cose che oggi avete voi, come del resto la generazione prima della mia non ne aveva altre e così via. Penso però che il nocciolo della questione sia che ogni generazione debba essere in grado di sfruttare al meglio i mezzi e le opportunità a disposizione in quel momento, le difficoltà maggiori le incontra sempre chi invecchia, perché fatica a stare al passo con i tempi" Ora i ragazzi sembravano un po' confusi, forse neppure lei capiva ciò che voleva dire e restò zitta quel tanto da permetterle di riordinare le idee, ma proprio mentre stava per riprendera il discorso una delle ragazze intervenne
    "Allora profe sta dicendo che ogni tempo ha un suo perchè, ogni generazione, pur se costretta a convivere con le altre, deve vivere il proprio tempo in base all'età e all'esperienza maturata nell'arco degli anni senza interferire con le altre, ma cercando di interagire. E' così?" Alice sorrise, i ragazzi avevano sempre una marcia in più "Sì Elisa, più o meno e ciò che intendevo dire"
    La lezione scivolò via tra domande e risposte piene di contenuti, era orgogliosa dei suoi ragazzi e dopo due ore di confronto, al cambio dell'ora, si gustò un buon caffè in sala professori, le ultime due ore le avrebbe trascorse in 1°A, ma lì avrebbe svolto una normalissima lezione.
    Rientrò a casa con la testa piena di interrogativi, Giulio nel frattempo era andato via e lei tirò un sospiro di sollievo; a volte l'esuberanza del ragazzo la trascinava in un turbine amoroso che poi le lasciava poco tempo per occuparsi delle sue faccende ma in cuor suo si rendeva conto di essersi affezionata a quello scavezzacollo.
    Il confronto di quella mattina e la spontaneità dei suoi ragazzi aveva fatto riaffiorare nella sua mente alcuni ricordi nascosti in un angolo del suo cervello, ricordi belli e ricordi brutti.
    Da ragazzina, ultima di quattro sorelle, aveva capito di essere la più carina e non perdeva occasione per mettersi in mostra provocando spesso scontri verbali e fisici tra loro sorelle. Suo padre, operaio di una fonderia, le ricordava sempre che spesso non è il fiore più bello, ma l'arbusto brutto e insignificante che sopravvive alle avversità del tempo, il bel fiore invece per preservare la sua bellezza deve sfruttare il poco tempo a disposizione per trasmettere le sue caratteristiche alle generazioni future.
    Purtroppo capì quelle parole solo il giorno in cui suo padre, coinvolto in un incidente, morì; lei aveva venticinque anni. Allora tutte le frasi, gli esempi e le immagini di suo padre distrutto dalla fatica ma sempre fiero e sorridente, le sfilarono nella mente aprendo il suo cuore e il suo cervello. Fu in quel momento che decise di laurearsi anche in psicologia, riuscendovi in poco tempo e con pieno merito. Purtroppo le sue idee, a volte troppo anticonformiste, la esclusero dal giro che contava e il suo sogno di poter aprire le menti della gente sfumò miseramente. Per fortuna non aveva tralasciato il suo impiego d'insegnante, lavoro che all'inizio le permise di sopravvivere e con il tempo iniziò a regalarle anche parecchie soddisfazioni, in fondo per lei i professori moderni sono anche un po' psicologi e con i ragazzi riusciva sempre ad instaurare un buon rapporto di fiducia traendo spesso spunto dalle loro riflessioni.
    Anche la madre ricordava spesso a lei e le sorelle come avesse provveduto, fin da giovane, alle faccende di casa, visto che purtroppo la sua di mamma era morta giovane e lei era l'unica donna di casa con il papà e tre fratelli che facevano i muratori, altri tempi ripeteva sempre. E così Alice, tra una cosa e l'altra era cresciuta come quasi tutti con in testa il ritornello <ai miei tempi si faceva, ai miei tempi si diceva> e adesso che si trovava a confrontarsi con la generazione dopo la sua, voleva sfruttare tutta l'esperienza per trovare spunti e apportare accorgimenti al suo scritto, stava infatti realizzando un testo che mirava a far integrare le idee delle nuove generazioni con l'esperienza delle vecchie, la foga dei giovani con la riflessione delle persone più mature. Alle volte rideva tra se, spesso le capitava di incontrare giovani molto più maturi di persone più anziane.
    Era sabato sera, nel pomeriggio si era sentita con alcune delle sue amiche ma aveva declinato i vari inviti a serate più o meno movimentate. Non aveva neppure voglia di stare con Giulio e stava pensando di mettersi sul divano a guardare la tivù. Fuori però il cielo era ancora chiaro e i rumori tipici della primavera, con la gente che si riversa per le strade, le fece venire un'idea folle e intrigante; alcune delle sue alunne del liceo le avevano detto di ritrovarsi spesso fuori da un locale pieno di giovani ed al sabato sera era davvero una <figata> come dicevano loro.
    Si preparò, jeans e camicetta che non lasciava molto all'immaginazione, decise allora di abbinare il tutto con una giacchetta non elegantissima ed optò per dei sandali con tacco alto, d'altronde poteva vestirsi di stracci che avrebbe sempre attirato l'attenzione, era davvero bella.
    Raggiunse il posto che le avevano indicato le sue alunne e nel volgere di un istante si trovò immersa in mezzo ad un nugolo di ragazzi e ragazze che potevano avere al massimo diciotto anni, nonostante il suo aspetto giovanile si sentì in imbarazzo e stava per alzare i tacchi quando alle sue spalle una voce famigliare la chiamò ad alta voce. "Profe! Professoressa! Alice!" Si voltò trovandosi di fronte due delle sue alunne della terza liceo "Profe, è uno schianto" "Grazie Veronica. Anche voi siete bellissime" Le ragazze non aggiunserò altro e prendendola per mano la invitarono a seguirla e lei non oppose resistenza, gettandosi nella mischia.
    Passò la serata ballando, bevendo e fece impazzire un mucchio di ragazzi che sbavavano ai suoi piedi. In preda ad un attacco di euforia si lasciò andare facendo qualche tiro di spinello e solo grazie all'intervento delle sue alunne non costrinse uno dei ragazzini ad appartarsi con lei.
    "Profe che fa? E' impazzita?" La redarguì severamente Veronica. Alice ebbe un sussulto, voleva risponderle che lei era adulta e vaccinata e sapeva ciò che stava facendo, ma lo sguardo severo della ragazza le fece riprendere il controllo e allora si rese conto di cosa veramente stesse succedendo: lei era bella, poteva atteggiarsi come una giovane donna e di sicuro avrebbe retto il confronto, ma la realtà era un'altra; lei, tra quei giovani, era vecchia, era di un'altra generazione, era di un altro tempo.
    "Scusate ragazze, scusate davvero. Siete state veramente gentili ad accettarmi tra di voi ed io mi sono comportata da sciocca. Vi chiedo ancora scusa" Le ragazze sorrisero e la abbracciarono come fosse una loro vecchia amica "Adesso però vai a casa Alice" "Si Veronica, vado a casa"
    Trascorse la domenica smaltendo i postumi della sbornia accovacciata sul divano, non riuscì neppure a bere un bicchier d'acqua tanto era forte il senso di nausea. Limitò il martellante mal di testa con pasticche e bustine e si ripromise di non far più una bravata del genere e per fortuna Giulio era via quel giorno, non avrebbe retto la sua presenza. Si addormentò ad un'ora imprecisata del pomeriggio e fu svegliata dal suono penetrante del citofono. Si alzò e si trascinò fino alla cornetta "Si? Chi è?" Riuscì a biscicare a malapena "Sono Marco, il professore d'informatica. Ricordi il nostro appuntamento?" Esitò nel pronunciare quell'ultima parola e nonostante l'appannamento ad Alice sfuggì un sorriso, quell'uomo era tanto timido. "Si certo" mentì spudoratamente "Sali, stavo finendo di fare la doccia. sto al secondo piano, ti lascio la porta socchiusa"
    Sentiva il rumore dell'acqua della doccia, esitò un istante ma poi entrò con decisione e richiuse la porta dietro di se. Restò lì in piedi per una decina di minuti, poi lei usci dal bagno, avvolta in un accappatoio striminzito e lui non poté far a meno di ammirarla in tutta la sua bellezza. Lei arrossì, era abituata agli sguardi famelici degli uomini, ma lui la stava guardando in un altro modo. "Scusa Marco ma oggi sono stata poco bene" Lui aveva già notato il disordine che regnava in casa, tipico di chi aveva passato la notte fuori facendo baldoria e non si era preoccupato di riordinare
    "Se vuoi torno un'altra volta" disse lui candidamente. Qualcosa nel suo sguardo e nella sua voce però, avevano colpito Alice che invece rispose "No Marco, resta con me. Anzi, se non ti chiedo troppo puoi prepararmi qualcosa per il mal di stomaco? In cucina troverai tutto l'occorrente" Non capì mai cosa le fosse passato per la testa in quel momento ma lui non disse nulla e si dileguò in cucina. Lei si sdraiò sul divano e dopo alcuni minuti lui tornò con in mano una tazza fumante "Cos'è?" Chiese lei sorridendo "Acqua bollente con scorze di limone. Ai miei tempi era il miglior rimedio per i postumi di una sbornia" Ai miei tempi, pensò lei, mai si sarebbe aspettata una simile risposta da quell'uomo, ai miei tempi significava che anche lui era stato giovane, che anche lui aveva una storia da raccontare. "Per favore Marco, siediti vicino a me, raccontami la tua storia" L'uomo fu sorpreso da quella richiesta ma poi il suo sguardo incrociò quello di Alice e il suo cuore ebbe un sussulto, nessuno aveva mai voluto sentire la sua storia.
    "Quella sera sbocciò un tenero sentimento che ancora oggi, dopo tanti anni, mi lega a Marco. Abbiamo quasi settant'anni eppure ci vogliamo bene come allora e abbiamo viva la passione per l'insegnameto. Quindi ragazzi ricordate una cosa; non stancatevi mai di ascoltare e fare tesoro delle esperienze di chi è più vecchio di voi, anzi, usate i vostri giovani cervelli per migliorare i nostri errori e non spaventatevi di fronte ai confronti e alle difficoltà" Alice tirò il fiato e tossì leggermente "Per stasera è tutto, potete andare" I ragazzi restarono composti ai loro posti e dal fondo dell'aula si alzò la voce di una delle ragazze "Scusi profe, una cortesia, se non è stanca potrebbe raccontarci una delle sue eperienze giovanili?" Annuirono tutti e lei nonostante la sorpresa fu felice di accontentarli. "D'accordo ragazzi, statemi a sentire. Ai miei tempi..."

  • 27 ottobre 2015 alle ore 15:25
    Andata e ritorno con sorpresa

    Come comincia: Non è un giorno qualsiasi, è la prima volta per te. Prendi coraggio, entri alla stazione e ti sembra di esser giunta nella terra di nessuno: la paura di essere derubata o molestata dal primo passante, il senso di sporcizia, disordine e l'immancabile ritardo annunciato dalla voce gracchiante di un microfono scassato ti gettano nello sconforto più totale. Lo sapevi, dovevi prendere l'automobile, ma il viaggio è lungo e sei stanca; i tuoi amici comunque hanno promesso di venirti a prendere all'arrivo. Incroci le mani  e alzando lo sguardo invochi l'altissimo "Che Dio me la mandi buona".
    Hai pensato bene di non portarti un bagaglio troppo ingombrante, si tratta di star via un paio di settimane e il caldo persistente continuerà a lungo, quindi solo abiti leggeri e lo stretto necessario; si va al mare non serve aver con se troppa roba.
    Il cellulare vibra nella tasca dello zainetto, nella fretta l'hai infilato tra bevande e spuntini e quando riesci a recuperarlo ha smesso di vibrare, chi sarà mai? E chi vuoi che sia, è tua madre che vorrà sapere se tutto procede bene, la richiami? Si, altrimenti sai che angoscia, non te lo perdonerebbe mai. Inoltri la chiamata ma dall'altro lato nessuna risposta, succede sempre così quando non riesci a rispondere ed immediatamente provi a ricontattare chi ti cercava: nessun segno di vita. "Accidenti, mi hai cercata tu!" Spazientita stai per chiudere la chiamata quando un flebile "Pronto" arriva alle tue orecchie "Mamma!" Sei nervosa, respiri a fondo e riprendi con calma "Dimmi mamma, tutto ok?" "Si. Tu come stai?" Hai la forza di non rispondere subito in malo modo e in quei brevi istanti pensi a tua madre che ti ha messo al mondo e cresciuta con tanto amore "Bene mamma. Tra poco arriva il treno, se vuoi ti chiamo quando sarò giunta a destinazione" Non era quello che volevi dire ma ormai è fatta "Va bene, come preferisci e mi raccomando, stai attenta" "Si mamma, saluta papà, vi voglio bene"
    Hai venticinque anni ma per loro sei ancora la piccola di casa e invece ti sei appena laureata, hai già ricevuto tre proposte di lavoro e gli uomini si scornano per avere la tua attenzione e anche in quel preciso istante un ragazzo, dall'aspetto stralunato, ti sta fissando da pochi metri di distanza. Te ne accorgi e ti sposti vicino ad un gruppo di orientali tutti indaffarati con i loro cellulari ed aggeggi elettronici di vario tipo. Il ragazzo si accorge della tua mossa, sorride e tu non puoi fare a meno di notare di quanto sia carino mentre una vampa di calore ti fa diventar rossa in viso. Uno degli orientali, forse cinesi, nota la cosa e con un cenno eloquente ti indica al resto del gruppo che subito sorride; a questo punto sei diventata color rubino e istintivamente ti allontani da loro.
    Maledetto ritardo, una volta sul treno ti isolerai dal resto del mondo collegandoti alla rete con il tuo ultimo gioiello tecnologico ricevuto in regalo dai nonni il giorno della laurea. La foga e la fretta di allontanarti ti hanno portata ai margini della stazione vicino ad un gruppetto di uomini dall'aspetto poco raccomandabile, hai paura di irritarli con dei movimenti repentini e quando senti un brivido lungo la schiena e stai per urlare ecco che uno di quegli individui domanda "Hai da accendere?" "No! Non fumo!" Rispondi urlando ed arretrando come una bestia braccata "Ok, grazie" Risponde invece tranquillo l'altro. Ma che ti succede? Sei una donna, laureata per giunta, di cosa hai paura? Ma proprio mentre stai cercando di riprendere il controllo della situazione senti qualcosa, forse una mano, che stringe sulla spalla e subito ti si gela il sangue nelle vene. Ti giri di scatto terrorizzata trovandoti di fronte, con la mano tesa in segno di elemosina, una donna sporca e maleodorante; stai per scappare quando incontri il suo sguardo, quegli occhi parlano di una vita fatta di sofferenza e solitudine. Porti le mani al viso, ti hanno educata all'altruismo e al rispetto quindi afferri il tuo portafogli, ne estrai una banconota da 5 euro e la porgi nella sua mano; lei immediatamente la serra e poi si dilegua senza se e senza ma. Che ti aspettavi, dei ringraziamenti? Quella poverina deve vederne di tutti i colori e probabilmente nel suo ambiente 5 euro sono un tesoro, sarà corsa subito a nascondersi.
    Ti senti meglio, quel piccolo gesto ha scaricato le tue ansie e nel frattempo è arrivato anche il treno. Hai prenotato una cuccetta con letto per la notte, sai che con te ci saranno altre cinque persone e speri di non fare brutti incontri, sei la prima ad accomodarti, gli altri passeggeri non sono ancora arrivati, ma appena ti sei seduta entra una bella signora non più nel fiore della giovinezza. La saluti per cortesia e lei ti risponde gentilmente accennando un sorriso mentre sistema il suo bagaglio, poi infila degli occhiali da vista e si immerge nella lettura di un libro. Un libro, pensi, che strano modo di far passare il tempo, tu hai già collegato il cellulare alla rete e ti pregusti un viaggio tranquillo, ma proprio mentre la mente si sta eclissando dalla realtà nello scompartimento irrompe rumorosamente un bambino di colore che avrà si e no 5 anni. Lo fulmini con lo sguardo mentre lui ti fissa con i suoi occhioni innocenti spaventato dalla tua espressione e subito una mano lo afferra e una voce squillante lo richiama a se. Un uomo possente ma dall'aspetto gioviale chiede scusa per l'irruenza di suo figlio, parla un buon italiano e subito dietro di lui appare la figura di una bella donna che si presenta come la mamma del bambino. Ok, pensi, vi siete presentati, adesso tenete a bada il marmocchio che non voglio essere disturbata. Al contrario di te la signora anziana accoglie la famigliola con sorrisi e cortesia e subito ne nasce uno scambio di battute che tanto ti infastidisce.
    Cosa me ne frega di chi siete, cosa fate e da dove venite. Appena sarò scesa dal treno non vi vedrò mai più, quindi non rompetemi le scatole e mentre fai questi pensieri ti sei messa le cuffiette ed hai alzato il volume del tuo apparecchio.
    Il treno si mette in movimento e lentamente prende velocità, sei talmente isolata dal resto del mondo che non ti sei accorta che manca il sesto passeggero e quando te ne rendi conto sospiri di sollievo, uno scocciatore in meno.
    Dopo circa dieci minuti dalla partenza ti alzi, prendi con te lo zainetto e ti dirigi verso il bagno, ti fa un po' schifo l'idea di dover entrare in quel piccolo sgabuzzino, ma non puoi pensare di affrontare tutto il viaggio senza mai utilizzarlo, meglio rompere subito il ghiaccio. Dopo aver affrontato quella difficile prova ti avvii verso il tuo scompartimento con la speranza di trovare un minimo di silenzio, da quando siete partiti quei quattro non hanno mai smesso di parlare un attimo e quando arrivi a destinazione trovi una sorpresa, il sesto passeggero è il ragazzo che ti fissava alla stazione. Istintivamente ti irrigidisci sulla soglia e lui, che si è accorto di ciò, sorride, si alza in piedi e con la mano ti invita ad accomodarti.
    Carino e pure gentile, speriamo anche riservato, forse il viaggio sarà meglio di quanto credevi. Infatti dopo un primo momento di stallo decidi di interagire con i presenti ed è così che scopri che la famigliola è di origine africana, poco ti importa di quello che dicono ma il belloccio vicino a te pare interessato e non vuoi sembrare scortese cercando anzi di partecipare attivamente alla conversazione. Il ragazzo parla bene, è istruito e in pochi attimi il suo carisma cattura l'attenzione di tutti i presenti, anche il bambinetto sembra affascinato dai suoi racconti. Vi dice di essere figlio di buona famiglia, laureato da circa un anno, ma che non ha ancora deciso cosa fare da grande. Parla dei suoi viaggi, delle sue avventure e di come sia vario il mondo. Senza volerlo ti sei appoggiata a lui, senti il suo calore, il suo odore e in te crescono forte il desiderio e l'eccitazione tanto che anche lui se ne accorge e forse anche gli altri presenti. E' un attimo, vi alzate all'unisono e vi recate verso quello sgabuzzino che tanto ti fa schifo chiudendovi dentro. Unite i vostri corpi con foga animalesca dando sfogo a istinti da troppo tempo sopiti e mai avresti pensato di ritrovarti in una situazione del genere. Sono attimi intensi, momenti in cui ti liberi di ogni vincolo morale e quando raggiungete l'apice del piacere urli come mai avevi fatto prima. Adesso che siete paghi e soddisfatti quell'ambiente stretto e maleodorante vi fa sorridere e con movimenti scoordinati vi divincolate e vi date una sistemata. Rientrate nel vostro scompartimento a distanza di alcuni minuti l'uno dall'altra per dissimulare l'accaduto, ma le vostre facce parlano chiaro. L'anziana signora solleva leggermente lo sguardo dal libro ma ha la delicatezza di non far trasparire alcun giudizio e si rimette a leggere, mentre la coppia, sorridendo, bisbiglia qualcosa nella loro lingua e poi si mette a giocare con il bimbo. Ora lui è seduto vicino a te e senti il suo odore acre, vedi il suo corpo sudato e anche un po' sporco e ti domandi cosa ti abbia spinto a fare ciò che hai fatto e mentre ti arrovelli nel cercare delle risposte lui si è già addormentato; uomini! Pensi sorridendo.
    Il viaggio procede da alcune ore senza intoppi, lui dorme ancora, l'anziana si è appisolata mentre l'uomo è uscito dallo scompartimento col figlioletto e ti accorgi che la madre ti fissa. Infastidita distogli lo sguardo, ma lei insiste e allora ti arrabbi "Cos'hai da fissarmi?" La donna non si scompone e di rimando ti pone una domanda che mai ti saresti aspettata "Lo ami?" Lo ami? Ma cosa cavolo mi chiede, eppure il suo sguardo fermo ti costringe a darle una risposta, in fondo che ti costa? "No, certo che non lo amo" "Però ti sei donata a lui" Replica subito lei e la cosa ti fa incazzare "Si, e allora? Sono grande, vaccinata e faccio ciò che mi pare" Hai urlato svegliando la signora dal suo torpore, lui no, dorme come un ghiro. "Mio marito mi ha comprata" Dice la ragazza con naturalezza "Da noi è ancora pratica comune, ma non credere che siamo dei selvaggi. Prima di arrivare a ciò ha dovuto superare delle prove per ottenere il benestare della mia famiglia ma soprattutto il mio. Lui mi rispetta, come moglie e come donna, e io rispetto lui. Non so cosa voglia dire amore per voi, noi però ci vogliamo bene" Sei turbata, cosa centra quella storia con te? Perché ti ha detto quelle cose? "Sapete" interviene a bassa voce l'anziana "Io facevo il mestiere" e per conferma ribadisce "La prostituta" e appena vi vede pronte ad ascoltarla prosegue "La mia è una famiglia ricca, da generazioni. Non mi mancava nulla, tantomeno gli uomini, eppure dopo aver provato per gioco a vendere il mio corpo con il tempo ho capito di essere più rispettata dai miei clienti che dagli uomini che si dicevano disposti a fare follie pur di avermi tutta per loro" Lascia in sospeso il discorso e dopo aver sospirato a fondo conclude "Adesso ho smesso, sono stanca. Raggiungo mia sorella, al mare" E senza aggiungere altro infila gli occhiali e si immerge nella lettura.
    A questo punto per te il quadro è chiaro, stai viaggiando con una schiava e il suo padrone, con una puttana e con un belloccio che dopo aver soddisfatto i suoi istinti sessuali ronfa accanto a te. Tu non sei una schiava, decidi del tuo destino, e tantomeno non sei una prostituta, il tuo corpo non lo vendi, lo dai a chi ti garba e per quanto riguarda il giramondo ti è anche piaciuto, sei una donna libera. Eppure perché non ti senti a posto con te stessa?
    Si è fatto tardi ed è ora di preparare le cuccette per la notte, senti la famigliola borbottare qualcosa prima di coricarsi, forse una preghiera e dopo aver preso posto nei rispettivi lettini il padre augura una buona notte a tutti. La signora anziana chiede di poter leggere ancora un po', non vuol disturbare con la luce accesa, si accontenterà del lumino della sua cuccetta; le fate un gesto di assenso e ti chiedi che diavolo mai avrà di così interessante da leggere.
    Non hai sonno e nemmeno il belloccio, di cui non sai neanche il nome, mostra segni di sonno, ha dormito tutta la giornata, pensi, come farà ad avere sonno? Uscita nel corridoio incontri il suo sguardo e non c'è bisogno di parole, in un baleno siete nuovamente rinchiusi nell'angusto gabinetto: lui è una furia, lo desideri, ma questa volta la tua parte razionale del cervello analizza ogni cosa, ogni istante e alla fine neppure raggiungi la pienezza del piacere. Vi ricomponete con calma, in silenzio. Di dormire non se ne parla, vi accomodate su due sgabelli e cominciate a parlare come due vecchi amici di scuola; più che altro tu ascolti, lui è un fiume in piena e continua a parlare di se, della sua vita senza freni, della sua libertà. Sprizza gioia da tutti i pori coinvolgendoti nelle sue emozioni ma quando gli menzioni la tua meta si rabbuia all'improvviso e ti confessa di essere stanco. Prima di lasciarlo andare ti rivolgi a lui in modo diretto anche se il tuo rossore in viso tradisce la vergogna. "Senti, lo abbiamo fatto due volte e neppure so come ti chiami. Io sono Silvia, e tu?" "Carlo, io sono Carlo. Buonanotte"
    Il sole sta sorgendo ad Est, la famigliola e la signora anziana sono già svegli e stanno consumando la colazione in cabina ed anche tu accusi un certo languorino. Ti alzi piano e dopo aver dato il buongiorno ai presenti estrai dallo zainetto la tua colazione, un frutto e una bottiglietta d'acqua naturale, lui dorme ancora. Tra un'oretta giungerai a destinazione, dopo aver percorso tutta la penisola senza mai fermarsi, da ora il convoglio fermerà in tutte le stazioni locali. Il padre esce con il bimbo che comincia a non resistere più dall'eccitazione, probabilmente sono anche loro vicini alla meta e infatti la madre del piccolo ti chiede "Allora, stanotte hai capito se lo ami o no?" Non hai voglia di rispondere, non sai che dire, ma lei insiste "Alla prossima fermata noi scendiamo, allora?" Vi siete incontrate da alcune ore, su un treno, eppure senti che la sua non è solo curiosità femminile, lei vuole veramente conoscere la tua risposta, o forse semplicemente ti ha presa a cuore, chissà? Ok, tanto non la rivedrai più "Si, penso di essermi innamorata di lui, sei contenta?" Per tutta risposta lei si alza, recupera il bagaglio e si appresta a raggiungere la sua famiglia, ma quando il treno comincia a rallentare si ferma sulla soglia e ti fissa di nuovo con quegli occhioni profondi "No ragazza, non sono contenta. Ti auguro buona fortuna, ma stai attenta, lui non ti porta rispetto" E senza aggiungere altro se ne va lasciandoti con quel dubbio. Quando il treno riparte hai già sistemato il tuo bagaglio, vuoi essere pronta per quando sarà il tuo momento di scendere, non hai dato seguito alle parole della ragazza africana, hai rimosso tutto e ti sei concentrata sul pensiero di lui, affascinante, avventuriero e caliente, forse ti stai proprio innamorando. Con la coda dell'occhio noti l'anziana signora riporre il suo dannatissimo libro nella borsa e con calma olimpica preparare il suo bagaglio, anche lei ti ha osservato. "Tra poco tocca a me scendere, vi lascerò soli per un po'" Parla a bassa voce, come sempre "Se ho capito bene ti sei innamorata, giusto?" Oddio anche lei, ma che gli prende alla gente, perché non si fa gli affari propri? Ti costringi a stare calma, in fondo è stata una compagna di viaggio educata ed assolutamente non fastidiosa e non rivedrai più neppure lei. "Si, mi sono innamorata e appena saremo soli lo obbligherò a dirmi dove vive e cosa fa" " E poi andrai a vivere con lui?" Ti anticipa lei "Chi lo sa?" Ti limiti a rispondere.
    Il treno rallenta fino a fermarsi e la signora con calma si appresta ad uscire dallo scompartimento, ti offri di accompagnarla "Grazie ragazza, faccio da sola. Ti auguro tanta felicità, ma ricorda, quell'uomo non ti rispetta" E nel dirti ciò estrae il suo libro dalla borsa e te lo infila nello zaino.
    Il treno riparte, la prossima fermata è la tua e mentre sei immersa nei tuoi pensieri lui si alza, si da una sistemata e prepara le sue cose "La prossima fermata è la nostra" Dice. Il tuo viso si illumina come un faro, ecco un segno del destino, se scende con te avrai di sicuro modo di rivederlo quindi pensi di esporre subito i tuoi pensieri. "Senti Carlo, io pensavo.." "Di rivederci una volta scesi dal treno?" Ti interrompe bruscamente "Di dare un seguito a quello che è accaduto stanotte? Di provare ad uscire insieme? No Silvia, non hai capito nulla, tu per me sei stata solo una bella avventura. Io non amo i legami fissi, anche se in realtà ho una fidanzata a cui voglio molto bene e che a modo mio amo sinceramente, ma lei è una ragazza semplice e garbata e magari un giorno, quando sarò stanco di questa vita, la sposerò e ci farò dei figli, ma oggi mi sento uno spirito libero e tu sei l'ennesima preda cascata nella mia rete" Talmente è stato duro e diretto che non hai la forza di replicare. In cuor tuo lo sapevi che sarebbe finita lì, ma sentire quelle parole uscire dalla bocca di colui a cui hai donato tutta te stessa ti ferisce e in quell'istante ti tornano alla mente le parole delle due compagne di viaggio: quell'uomo non ti rispetta!
    Il treno rallenta, negli ultimi minuti di viaggio nella cabina si era creato un clima surreale e ti sembrava di essere sospesa in un universo parallelo. Lui non ti ha più degnata di uno sguardo e adesso i tuoi movimenti sono quelli di un automa; il convoglio si è fermato e lentamente scendi dalla scaletta ripida e stretta e subito vieni avvolta da una vampa di calore e nelle orecchie rimbomba forte il tuo nome "Silvia! Silvia!" Sono le tue amiche Cinzia e Anna che ti corrono incontro a braccia aperte e subito ti sommergono di abbracci e baci, ma sei ancora in stato confusionale per la faccenda con Carlo. "Carissima, come stai? Come è andato il viaggio? Gli altri sono al villaggio che ti aspettano, abbiamo un sacco di sorprese per te e la prima la vedrai tra poco" Cinzia è il solito fiume in piena, neppure volendo potresti tenerle testa, men che meno adesso che hai il morale sotto i piedi, al contrario Anna è più silenziosa del solito, dopo gli abbracci iniziali si è messa in disparte come se attendesse una punizione. Cinzia vi conosce e subito interviene. "Che avete voi due? Allora Anna, vuoi dirle la novità o devo pensarci io?" Osservi Anna che a testa bassa traffica nervosamente con il suo cellulare e poi tutto d'un fiato esclama "Mi sono fidanzata!"
    Anna la timida, Anna la secchiona, ma anche Anna la bella ragazza e soprattutto Anna dal cuore d'oro. Ti torna il sorriso e subito la abbracci "Sono contenta per te, che tipo è" "Oh, tra poco lo conoscerai" Interviene Cinzia che proprio non riesce a stare zitta "Era sul tuo stesso treno"
    Vi raggiunge con il suo intercedere caracollante e lo sguardo stralunato, l'orribile presentimento che ti aveva colto pochi istanti prima si è materializzato davanti a voi. "Lui è il mio ragazzo" Riesce a bisbigliare la cara Anna che poi vi presenta "Lei è la mia amica Silvia" Ti viene da vomitare ma reciti la tua parte alla perfezione e allunghi la mano afferrando la sua "Lui è Carlo" conclude Anna rossa in viso.
    Siete in spiaggia, la brezza marina ti da un gran sollievo, è una magnifica giornata e mentre sono tutti in acqua tu preferisci restartene distesa sul lettino ad arrostire al Sole, immersa nei tuoi pensieri. Hai avvisato i tuoi genitori dell'arrivo a destinazione, li hai rassicurati e hai promesso loro di chiamarli almeno una volta al giorno, li hai fatti contenti.
    Quando frequentavi il liceo hai avuto una breve ed intensa storia con un ragazzo che allora ti sembrava l'amore della vita: il tuo primo rapporto completo, le promesse e i sogni da adolescenti, il tutto condito da picchi di gioia e dolore. Vi eravate lasciati dopo circa un anno, senza un motivo preciso, forse solo perché stavate crescendo e cercavate nuove esperienze. In fondo lo avevi amato intensamente e tutt'oggi quando vi capita di rivedervi passate momenti di spensieratezza stupendi, in effetti hai un buon ricordo di lui, delle sue tenerezze, del suo modo di sussurrarti parole dolci. Quel ragazzo ti rispettava e forse un domani, chissà?
    Quella sera uscite tutti insieme, si va in un ristorantino che vi hanno consigliato gli animatori del villaggio.
    Avevano ragione, l'ambiente è adatto a compagnie di giovani ed il cibo, accompagnato da abbondante vino, è squisito. La serata fila via liscia, tra canti, brindisi, rievocazioni di vecchi episodi e speranze per il futuro. Senza volerlo ti sei seduta vicino ad Anna che a sua volta sta accanto a Carlo e quando lui si lancia tra i tavoli con gli altri ragazzi improvvisando  un ballo senza senso ti trovi a fissare la tua amica che canta e sorride.
    Anna la timida la chiamavate, ed ora è lì che stravede per il suo ragazzo, il bel Carlo. Ci hai pensato bene, non hai colpe, non sapevi e quindi non devi farti perdonare nulla, ma quel tarlo che ti frulla per la testa ti fa male, ti sta massacrando. Bevi ancora un bicchiere di vino nella speranza di avere la forza di dire ciò che va detto e senza esitare oltre afferri delicatamente il braccio della tua amica che si gira verso di te e di nuovo ti assale quel senso di vomito "Anna" "Dimmi Silvia" "Sei innamorata di Carlo?" Per un attimo lei si irrigidisce, poi, convita che tu abbia bevuto un bicchiere di troppo ti  risponde come si farebbe ad un bambino "Che domande, certo che lo amo e lui ama me. Continua a ripetermelo da quando siete arrivati" E adesso? Chiudi gli occhi  e stringi forte i denti, poi la guardi e le dici "Ne ero sicura, ma volevo sentirtelo dire. Ti voglio bene Anna" "Anche io Silvia"
    ll treno sta per partire, si torna a casa. Stai leggendo il libro che hai trovato nello zainetto, per tutto il viaggio d'andate ti eri chiesta di cosa si trattasse e adesso stai soddisfacendo la tua curiosità. 
    Hai passato due splendide settimane in compagnia dei tuoi amici visitando posti fantastici e mangiando come un maialino. Hai visto Anna felice con Carlo, hai sopportato stoicamente Cinzia che non ha mai smesso di parlare; cara Cinzia lei si che avrebbe bisogno di un uomo.
    Con te nello scompartimento ci sono due giovani ragazze abbronzatissime probabilmente reduci come te dalle vacanze, una coppia di anziane sorelle e un uomo sulla quarantina, non bellissimo ma fascinoso. Il convoglio parte e tu ti alzi con movenze inequivocabili fissando l'uomo che immediatamente ricambia quello sguardo e capisce le tue intenzioni. Esci dalla cabina e ti dirigi verso il piccolo bagno assicurandoti che lui ti segua e poi vi chiudete dentro.
    Nel frattempo il libro che avevi appoggiato malamente sul sedile è caduto per terra ed una delle ragazze lo raccoglie per riporlo al suo posto e intravede il titolo. "Chissà che cavolata di libro è" Dice rivolta all'amica "Perché?" "Senti che titolo <Donne, fatevi rispettare>"
    Sorridono le due ragazze, mentre tu, dopo esserti data una sistemata, stai incassando il compenso per la tua prestazione.

  • 24 ottobre 2015 alle ore 12:19
    Inquinamento psico-insostenibile

    Come comincia: Nella società finisce anche per accumularsi tutta la spazzatura immateriale che produciamo, frutto di gran parte dei nostri pensieri sistematicamente influenzati da pochi e, comunemente, accettati da molti. Siamo sommersi di immondizia eterea che non possiamo smaltire perché non facilmente afferrabile. Occorrerebbe anche qui ingegnarsi per trovare rimedi capaci di eliminare un tasso di inquinamento cognitivo divenuto anch'esso ormai insostenibile. L'istruzione, almeno per come l'abbiamo lasciata (o voluta?) ridurre, sembra divenuta insufficiente a ricostituire una vita sociale psico-sostenibile. 
    Forse, su questo, si riflette ancora troppo poco.