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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 29 settembre 2015 alle ore 16:31
    Se nevica

    Come comincia:  CAPITOLO  1°   Se nevica       Le scale, erano molto ripide e strette, bisognava mettere il piede di traverso per scendere con più sicurezza. Salire era facile, ma scendere anche per una esperta e spericolata come me richiedeva attenzione. Di solito al piano inferiore c’era un bel teporino, la stufa era accesa, praticamente sempre. Mio non

  • 25 settembre 2015 alle ore 9:15
    Felice, Franco e l'origine delle cose

    Come comincia: Dopo aver rifiutato educatamente un'ulteriore razione di cibo, Franco si sistemò sulla poltrona che troneggiava al centro della sua stanza; era una strana prigionia la sua e più passava il tempo e più veniva assalito dai dubbi. In quel periodo, isolato dal resto del mondo, aveva avuto modo di conoscere ed apprezzare una razza simile a quella umana ma per certi versi completamente diversa: gli Scuri. Il terrore che lo aveva assalito nei primi istanti dal rapimento, subito da parte di un gruppo di facinorosi, si trasformò in rassegnazione quando fu scambiato dagli scuri come merce di baratto, successivamente però ebbe la consapevolezza che quegli esseri non volevano fargli del male anzi, si stavano mostrando molto più sensibili degli umani stessi.
    Beatrice si era ripresa dallo stupore iniziale e nonostante avesse realizzato di aver miseramente fallito la sua missione, si sentiva in pace con se stessa. Se ne rese conto Aurora che la affiancò bonariamente e la invitò ad avvicinarsi al resto del gruppo "Tutto bene?" Chiese infatti la ragazza "Si, tutto bene" Rispose Beatrice quasi sorridendo "Voi come state?" Chiese rivolta ai suoi uomini "Un po' ammaccati ma nel complesso pronti e operativi" Rispose il più anziano che con quelle parole confermò la loro disponibilità a seguirla qualsiasi fossero state le conseguenze, parole che fecero arrossire Beatrice fiera e contenta dei suoi uomini; ma adesso voleva capire meglio cosa stesse accadendo e quindi cercò di rassicurarli "Tranquilli ragazzi, sentiamo cosa hanno da dirci i nostri carcerieri" Pronunciò l'ultima parola con enfasi, voleva davvero capire a cosa sarebbero andati incontro. Sunday fece un cenno verso Felice che comprese immediatamente le intenzioni dell'amico pur faticando a riconoscere l'uomo nervoso e poco razionale conosciuto tempo prima in quel centro commerciale; ma in fondo qui era a casa sua e ciò gli conferiva una grande tranquillità e forza d'animo. Bocassa non si intromise defilandosi fino a giungere vicino ad Aurora che, con il fiato sospeso, attendeva lo sviluppo degli eventi. Felice fece qualche passo verso il gruppo di Beatrice e quando fu sicuro di avere la loro attenzione parlò scandendo bene le parole, li aveva avvisati, non erano ancora fuori pericolo "Allora, cosa avete intenzione di fare? Volete crearci problemi o volete darci una mano? Sapete bene che non siamo noi il male da combattere quindi vi lasciamo la possibilità di scegliere: con noi da liberi cittadini o contro di noi da agenti speciali in stato di fermo" Aveva parlato con voce ferma, le sue parole avevano lo scopo di fare effetto sui prigionieri, in realtà Beatrice ebbe un sussulto e si mise a sorridere, conosceva quell'uomo e sapeva che era un tipo tranquillo e non abituato a stare al centro dell'attenzione, quindi rispose senza troppi fronzoli, consapevole della fedeltà dei suoi e convinta di fare la scelta giusta "Sto con voi. Per quanto riguarda i miei uomini" proseguì "Da questo momento sono liberi di fare le scelte che meglio credono, quindi dovrete rivolgervi a loro" Felice fu contento di quella risposta e stava per parlare agli agenti quando il più anziano di loro lo anticipò "Penso di parlare a nome di tutti; dove va il comandante andiamo noi, la sua scelta è la nostra scelta" Gli altri uomini fecero ampi gesti di approvazione, anche loro la pensavano così e Beatrice si emozionò fino alle lacrime; quelli erano i suoi uomini. La tensione svanì di colpo e Felice, chiaramente sollevato, si schiarì la voce e prese a dire "Ottimo, sono contento della vostra decisione. Non c'è bisogno che mi giuriate fedeltà, mi basta la vostra parola, non deludetemi" L'uomo stava per riunirsi agli altri quando la voce di Beatrice salì di tono, dovevano sentirla tutti "Aspettate un attimo. Prima di buttarci nelle fauci della belva vogliamo saperne di più su questa storia, altrimenti non se ne farà nulla" Per un attimo si ricreò la tensione iniziale e nel silenzio totale si udivano in sottofondo i rumori della natura che più nessuno ascolta; fu quindi Bocassa a prendersi carico di riportare la calma. Si avvicinò a Beatrice, la fissò negli occhi e la invitò a prenderle le mani, la donna parve ipnotizzata e senza rendersene conto afferrò le mani dell'altra, fu l'inizio del viaggio.
    La sorpresa iniziale non durò a lungo, i genitori di Felice erano pronti a qualcosa di strano ed eccezionale, ma la signora Maria volle subito chiarire la loro posizione "Sentite, noi vogliamo rivedere nostro figlio sano e salvo, quindi mettiamo subito le carte in tavola; voi da che parte state?" I due anziani nonni sorrisero, infatti erano pronti ad una simile reazione e la donna specificò immediatamente "Siamo con Felice e con voi, ma dovete essere pronti, perché ciò a cui andrete incontro trascende dalla vostra comprensione"
    Beatrice sembrava essersi appena risvegliata da un lungo e piacevole sonno, i tratti del suo volto erano rilassati, infatti sorrise, adesso che lei e i suoi si erano schierati Aurora pose candidamente la domanda che tutti avevano in testa "Bene Felice, e adesso che si fa?" In quei giorni le facoltà mentali dell'uomo si erano sviluppate in modo esponenziale e ora percepiva parecchie emozioni di chi gli stava vicino; Bocassa l'aveva avvisato, all'inizio sarebbe stata dura gestire le proprie azioni. In quel preciso istante da una parte percepiva l'euforia per il successo ottenuto da Sunday e la sua gente, dall'altra la perplessità perché nessuno capiva cosa stesse realmente accadendo, ma le percezione più forti, che gli davano forza e coraggio, erano l'amore e la fiducia incondizionata di Aurora. Si avvicinò a lei, la baciò su una guancia e poi si rivolse a tutti "Grazie. Grazie a tutti voi per il rischio che state correndo per me, ma non voglio approfittare ulteriormente della vostra disponibilità. Beatrice e i suoi hanno dato la loro parola e tanto mi basta, faremo squadra con loro mentre voi tornerete dalle vostre famiglie e alle vostre faccende. Grazie ancora" Ci fu un attimo di silenzio, poi Sunday fece per intervenire ma Felice lo anticipò "Vale anche per te amico, torna da tua moglie, torna ad occuparti delle tue cose, ti devo molto e non voglio coinvolgerti in questo pasticcio" Sunday sorrise "Sei proprio un italiano. Mi fermerò ancora un po' di tempo a Sokoto, non esitare a cercarmi in caso di necessità, ok amico?" "Ok amico" Si abbracciarono consapevoli del loro destino ma in cuor loro si fece largo la speranza di potersi rivedere prima o poi. Dopo aver preso commiato dal gruppo di Sunday, Felice si rivolse a Bocassa "Noi torniamo a Sokoto, vero?" "Si, il nostro uomo si trova lì"
    Franco stava studiando l'ennesimo testo antico degli scuri, la lingua, in principio per lui incomprensibile, veniva tradotta da un incaricato che aveva il compito di erudirlo, infatti, dopo l'iniziale scetticismo, adesso Franco cominciava a fidarsi di lui e con il passare del tempo era nata tra loro una sincera amicizia " ma è possibile che tu non abbia un nome?" Chiese Franco per l'ennesima volta "Per me è difficile parlarti senza identificarti con un nome, è contro la mia logica di pensiero" "Abbiamo già discusso questo aspetto Franco, il mio popolo non ha bisogno di nomi. Ma dimmi, di cosa vogliamo parlare oggi? Quale argomento ha sollevato la tua curiosità?" Franco teneva tra le mani un volume corposo scritto in lingua antica che persino il suo nuovo amico aveva difficoltà a tradurre "Ascolta Antonio, da oggi ti chiamerò così se a te sta bene" L'altro assentì "Se per te è più facile a me sta bene" "Ok. Allora, in questo periodo ho avuto accesso ad informazioni che farebbero la fortuna degli enti militari e delle agenzie governative di tutto il mondo. Ho cercato di essere razionale senza farmi condizionare ma più leggo, più scavo in profondità e più dentro di me si fa largo un'idea assurda, tanto da farmi pensare che io stia sognando, o forse, più semplicemente, lo spero ardentemente. Aiutami a capire, ti prego" Antonio non fece una piega e con voce impassibile rispose "A volte i sogni sono la proiezione della realtà e viceversa. Impara ad aprire la mente anche alle eventualità più assurde ed impensabili, allora potrai capire" E detto ciò si congedò da Franco lasciandolo in preda ai suoi dubbi.
    Maria e Aldo decisero di correre il pericolo e si dissero pronti ad affrontare qualsiasi rischio pur di aiutare loro figlio "Oh, ma non si tratta solo di vostro figlio, si tratta del destino di questo pianeta. Ora prepariamoci, si parte per l'Africa, dove tutto ha avuto inizio" L'euforia diede nuova forza e slancio a Maria che sentiva di poter spaccare il mondo, mentre suo marito Aldo cominciava ad accusare lo stress.
    L'aereo privato su cui erano imbarcati offriva tutte le comodità del caso e il viaggio sarebbe stato piacevole se non fosse che lui sentiva avvicinarsi la fine, una tragica fine. Il nonno si rivolse a lui "Cosa ti tormenta Aldo? Non ti fidi di noi?" "Conoscete già la risposta" Rispose bruscamente e sua moglie lo riprese immediatamente "Aldo!" "Scusa tesoro, ma ho la netta sensazione che tutta questa messinscena abbia uno scopo a noi oscuro e non finirà bene, me lo sento" Quelle parole segnarono il confine tra loro, Aldo non si fidava dei nonni e Maria si ritrovò a dover tenere integri gli equilibri tra le due parti "E tu Maria, cosa pensi di questa faccenda, hai anche tu dei dubbi? Non ti fidi di noi?" Chiese la nonna. Maria si costrinse ad essere diplomatica ma la sua risposta fu perentoria "Io vi seguo, ma lui è mio marito ed ho imparato a fidarmi di lui, sempre"
    Franco ebbe il tempo di ripensare all'ultima conversazione, Antonio si era congedato per assolvere a dei compiti urgenti. Sogno e realtà facevano parte di argomenti spesso dibattuti da filosofi e scienziati di varia estrazione, i grandi pensatori fin dall'alba dei tempi della ragione avevano dato grande importanza ai sogni cercando di interpretarli e metterli in correlazione con la vita reale, senza però mai riuscire a dare delle spiegazioni logiche accompagnate da fatti concreti e pensandoci bene ora rammentava come spesso lui e Felice si fossero trovati a discutere sull'argomento. Riprese in mano i testi antichi con le relative traduzioni e cercò di comprendere alcune parti poco chiare, infatti adesso, grazie al contributo di Antonio e alla sua voglia di comprendere quei misteri, era in grado di tradurre molti tratti in piena autonomia. Un piccolo volume aveva rapito la sua attenzione, tra le righe gli era parso di trovare delle similitudini con i testi antichi delle grandi religioni del nostro mondo. Si immerse nella lettura e nel frattempo Antonio tornò da lui trovandolo accigliato a rimuginare con se stesso "Qualcosa non va Franco?" "Non va niente, adesso cominciò a capire ed è giunto il momento che tu e i tuoi simili mi raccontiate la verità"
    Sokoto iniziava a piacergli, la sua gente, i suoi rumori, gli odori e i nuovi amici che lo avevano preso a cuore lo rendevano sereno. Ora sapeva che li si sarebbe deciso il destino della sua vita, l'amore con Aurora, i segreti degli scuri, tutto avrebbe preso forma a Sokoto "Devi darmi un piano" Beatrice lo sorprese assorto nei suoi pensieri "Felice! Dobbiamo agire alla svelta, tra poco sarò fuori tempo massimo e i miei superiori capiranno che li ho traditi" Anche Aurora si era avvicinata a lui e dopo aver ascoltato la donna aspettava la risposta del suo uomo che però sembrava assente "Felice!?" Provò a chiamarlo "Amore! Ci sei?" Lui la afferrò per le spalle e la tirò a se con delicatezza e allo stesso tempo la baciò sulla testa "Ho paura" Le sussurrò in un orecchio "Tranquillo tesoro, siamo tutti con te, andrà tutto bene" Felice volse lo sguardo verso Bocassa, era giunto il momento e senza aggiungere altro si allontanò con lei in direzione della sua abitazione e la reazione di Beatrice non si fece attendere "Ma dove andate? Dove stanno andando?" Chiese perplessa rivolta ad Aurora "Calma Beatrice" Cercò di tranquillizzarla Aurora "Adesso il nostro compito e quello di assicurarsi che nessuno li disturbi".
    L'aereo era atterrato senza problemi e Aldo tirò un sospiro di sollievo, non gradiva volare mentre Maria si rivolse ai nonni chiedendo dove fossero giunti "Siamo in Nigeria, ma non è qui che ci fermeremo, questa è una tappa obbligatoria, dopodiché ci trasferiremo a Sokoto, nostra meta finale" "Sokoto?!" Esclamo Aldo che al solo pensiero di riprendere il volo si sentì mancare "Sì, Sokoto, nel nord della Nigeria. E' lì che siamo diretti ed è lì che incontreremo vostro figlio" Il volo fu breve e Aldo riuscì a sopportare quell'ennesima prova spinto dalla speranza di poter riabbracciare il figlio. Maria dal canto suo aveva cercato di strappare alcune notizie in più agli anziani nonni che però si limitarono a rispondere che avrebbero trovato tutte le risposte a Sokoto, dove, una volta atterrati, furono trasferiti con un pulmino nella residenza che li avrebbe ospitati durante la loro permanenza in città. Al loro arrivo furono accolti da una donna che si inchinò servilmente davanti a loro "Bentornati signori, sono contenta di rivedervi. Loro sono i genitori?" "Si, sono i genitori di Felice, la signora Maria e il signor Aldo" La donna si rivolse a loro "E' un onore avervi nostri ospiti. Io sono Nabilah" Gli ospiti furono accompagnati nelle rispettive camere, alloggi senza troppe pretese ma puliti ed ordinati e quando più tardi i quattro si ritrovarono nella grande sala per pranzare Maria chiese alla nonna "Dov'è mio figlio?" "sta arrivando" "Ma allora Lorenza ci ha mentito, perché? "Per la sicurezza di tutti. A breve ci raggiungerà con i suoi uomini, saranno le nostre guardie del corpo; adesso siamo in territorio nemico!"
    Antonio versò nei capienti bicchieri la bevanda preparata con erbe e radici, Franco pensò che si trattasse di una specie di droga, un allucinogeno che lo tenesse sotto controllo ma Antonio lo rassicurò" Beviamo, ti aiuterà ad aprire la mente per comprendere ciò che vuoi sapere" "E tu? Perché bevi, di cosa hai bisogno, che proprietà ha questa bevanda?" Franco era di nuovo sulla difensiva, non aveva ancora digerito la questione del rapimento anche se lo avevano rassicurato; i suoi rapitori erano dei sovversivi che agivano fuori dalle regole e ancora una volta il suo nuovo amico lo stupì "Io bevo perché mi piace" Gli scuri raramente parlavano senza uno scopo ben preciso, a volte gli ricordavano gli alieni di un pianeta lontano presenti in una serie televisiva che tanto lo aveva appassionato da bambino, esseri completamente privi di sentimenti che ragionavano razionalmente guidati esclusivamente dalla logica "Ti piace, tutto qui?" "Sì" Confermò Antonio "Tutto qui" La bevanda era buona e Franco se ne servì un'altra dose che bevve in un attimo "Buona, grazie Antonio, sei un amico" L'altro sorrise "Cosa ti assilla Franco? Cosa non capisci, cosa vuoi sapere? Sono qui per aiutarti, se possibile, parla liberamente" Franco volse lo sguardo verso l'alto per non guardare in faccia il suo interlocutore, ciò che lo assillava non andava d'accordo con i suoi pensieri, con l'idea che aveva del mondo e dell'universo, la sola idea di avere dei dubbi gli faceva paura. E se qui dubbi avessero avuto conferma dalle risposte di Antonio? Quanto era cambiato il suo modo di pensare, la consapevolezza di essere stato scelto tra miliardi di persone per un compito tanto complicato; lo avevano avvertito, in quel momento alcuni individui stavano affrontando le sue stesse prove, era in corso un cambiamento radicale che coinvolgeva il mondo intero. Deglutì a fatica, aveva lo stomaco chiuso e la gola secca, poi rivolse lo sguardo verso Antonio e chiese "Dio esiste?" Antonio ondeggiò il bicchiere facendo schizzare in giro alcune gocce di bevanda scura, poi ne finì il contenuto in un unico sorso "E chi lo sa?" Rispose all'amico "Tu mi sopravvaluti. Io e la mia razza non lo sappiamo, i testi che stiamo studiando insieme non lo dicono e noi, come voi, non conosciamo tutte le risposte o una verità unica e suprema" Franco non accettò quella risposta, per lui Antonio mentiva e reagì duramente "Tu menti, mi prendi in giro. La tua razza tiene in pugno tutta l'umanità e da sempre professa l'esistenza di dei e semidei per farla sottostare al proprio volere sfruttandola per i suoi scopi" Era rosso in viso e si rese conto che l'ira l'aveva spinto a pochi centimetri dal suo amico che però non si scompose. La preparazione e l'indole pacifica dello scuro lo rendevano l'elemento ideale per sostenere una discussione con gli umani più inclini a sbalzi di umore e ad eccessi d'ira "Quali scopi Franco? Tutto ciò che fate, bello o brutto che sia è frutto delle vostre capacità, non ci sono interferenze da parte nostra e tu adesso sei pronto per sapere una prima verità" Prima di continuare si servì dell'altra bevanda e ne verso anche a Franco "La Terra era il nostro pianeta, voi non esistevate ancora e la nostra razza viveva in armonia con la natura. I nostri antichi testi narrano che un giorno, giunta dal cielo, fece la sua comparsa una nuova razza sul nostro pianeta, la razza dei chiari. Le due razze, simili ma comunque diverse, riuscirono a mantenere buoni rapporti nonostante la loro indole aggressiva li spingesse a voler dominare il pianeta. L'equilibrio si ruppe quando l'incontrollata mescolanza di sangue tra le due razze diede vita a quella che oggi conosciamo come razza umana e qualcuno, tra la mia gente, pensò di servirsi di questa razza per riprendere il dominio della Terra. Purtroppo la situazione sfuggì loro di mano, il numero degli umani crebbe senza controllo, costringendo noi a nasconderci come ratti nelle fogne e i chiari a trovare rifugio nello spazio. Stavate soppiantando la nostra civiltà prendendo il controllo totale del pianeta e la mia gente ebbe la sciagurata idea di chiedere aiuto a degli emissari della razza dei chiari che con una mossa inaspettata provò a sterminarvi, ma il risultato fu disastroso. I sopravvissuti a quella carneficina ne uscirono temprati e più forti di prima e con il tempo presero il controllo del pianeta e ciò che era, non è più; da lì nasce la storia della vostra razza che tutti conoscete mentre la mia, nel corso dei secoli e con grandi sforzi è riuscita ad instaurare buoni rapporti con parte di voi permettendoci di tornare gradualmente a vivere la nostra vita" Franco era restato ad ascoltare cercando di aprire la mente pronto ad accettare anche l'impossibile e quando il suo cervello mandò un segnale di approvazione ebbe solo la forza di chiedere "E adesso cosa sta cambiando?" "I chiari stanno tornando a fare ciò per cui erano venuti allora, sterminarci tutti e prendere possesso della Terra"
    Felice si lasciò abbracciare e baciare dai due genitori che con le lacrime agli occhi lo fissavano amorevolmente "Mamma, papà, vi voglio bene" Furono le prime parole che riuscì a dire "Anche noi Felice". "Eccoci qui , tutti riuniti" Intervenne la nonna per riportare ordine "Hai fatto un ottimo lavoro Bocassa, il nostro Felice mi sembra pronto, confermi?" "Si signora, ma ci sono ancora alcuni particolari da perfezionare" L'anziana fece cenno di aver capito, bisognava provvedere con urgenza. Si sistemarono tutti nella grande sala da pranzo, Felice stava raccontando gli ultimi avvenimenti quando a un tratto si rivolse direttamente ai nonni "Voi siete scuri, mia madre è una scura, ma mio padre è umano, cosa sono io?" Il rumore della forchetta che infilzava delle crocchette dal vassoio d'acciaio riempiva il silenzio della stanza, la nonna assaporò l'ennesima pallina dorata e dopo aver riposto le posate fissò Felice e rispose in modo glaciale "Tu sei un bastardo"
    Beatrice sembrava un leone in gabbia, lei era abituata all'azione e quell'attesa la stava snervando, avrebbe preferito essere sotto il fuoco incrociato dei guerriglieri piuttosto che starsene lì con le mani in mano. Gli altri avvertivano la sua agitazione ma nessuno osava avvicinarsi a lei rischiando di subire la sua ira, Aurora però era entrata in sintonia con Beatrice che sapeva di poter contare sulla ragazza "Senti Aurora" L'altra la anticipò "Si Beatrice, ti capisco, sei frustrata ma devi avere pazienza, stai calma" La tranquillità della ragazza era disarmante, qualcosa non quadrava "Spiegami come fai ad essere così calma e serena. Il tuo uomo è sparito da qualche ora e tu mi dici di stare tranquilla?" Beatrice era rossa in viso, la sua carnagione chiara si accendeva subito quando si inalberava, cosa tra l'altro abbastanza frequente "Non è sparito, è a casa di Bocassa, tra amici" "Ne sei convinta?" Insisté Beatrice che aveva un brutto presentimento, Aurora socchiuse gli occhi. Accompagnate dagli uomini di Beatrice, le due donne raggiunsero la casa di Bocassa e suonarono il campanello. Si presentò all'entrata Nabilah e subito Aurora si illuminò in volto "Nabilah, carissima. Ci fai entrare?" "E' l'ora della preghiera e nessuno può entrare a disturbare" Rispose senza tentennamenti l'altra "Ma io devo vedere Felice, adesso. E' venuto qui con Bocassa già da qualche ora e sicuramente ci sta aspettando" "Non vedo la signora da qualche tempo e di solito dopo le sue assenze prolungate mi avvisa per tempo prima del rientro" La ragazza diede ad intendere che aveva finito e loro dovevano togliere il disturbo. Aurora fece per replicare ma questa volta fu la compagna a trattenerla facendole cenno di non insistere mentre Nabilah la fissava; Beatrice tenne testa a quello sguardo e di rimando fece capire alla giovane che la cosa non era finita lì, si sarebbero riviste. Con il cuore gonfio di rabbia e frustrazione Aurora si convinse a seguire Beatrice e i suoi uomini, pur non avendo capito il motivo di quella ritirata in sordina.
    "Se ne sono andati?" "SI signora, ma ho avuto la netta impressione che la donna agente non abbia creduto alla mia versione" "Già. Beatrice è un avversario da non sottovalutare, il destino e gli eventi hanno voluto che si schierasse con Felice, ma noi possiamo modificare il destino a nostro piacimento, siamo vicini all'alba di una rinascita e Sokoto sarà il teatro di questo evento che cambierà definitivamente l'aspetto di questo mondo pieno di bruttezze e corruzione. Va Nabilah, assicurati che tutti ii nostri ospiti siano a loro agio ma soprattutto che non possano tentare in nessun modo di fuggire, domani arriveranno gli emissari e deve essere tutto a posto ed in perfetto ordine" La ragazza chinò il capo e si congedò dalla sua signora.
    Aurora stava urlando "Mi spieghi cosa ti è preso? Non eri tu quella che voleva prendere d'assalto quella casa? Come mai ti sei tirata indietro?" Beatrice attese un momento e rispose con calma, cercando di essere chiara "Quella non è una normale abitazione, sta per succedere qualcosa di grosso e ho la netta sensazione che in questi giorni si decideranno le sorti del mondo, dobbiamo avere pazienza e stare in guardia" "Pazienza? Tu che chiedi di avere pazienza? Sei tu che vuoi far succedere qualcosa e tanto per cominciare, che si fa adesso?" "Adesso filiamo tutti a cercare Sunday, tu pensi di sapere dove trovarlo?" "No, ma conosco chi può darci una mano, seguitemi veloci" Adesso anche Aurora aveva ripreso a pensare razionalmente e la prima cosa che le venne in mente di fare fu quella di recarsi dalle uniche persone di cui poteva fidarsi in quella città.
    "Dunque siete stati gabbati anche voi, se non fosse per la situazione in cui ci troviamo mi verrebbe da ridere" Mentre parlava Aldo sembrava quasi contento della piega che aveva preso quella faccenda, i nonni che sembravano saperla tanto lunga in realtà erano stati usati come pedine e adesso si stavano leccando le ferite in silenzio. Felice stava parlando con sua madre, la donna era raggiante, per lei l'importante era aver ritrovato il figlio e adesso lo ascoltava quasi in contemplazione "Mamma, ti rendi conto che siamo in una brutta situazione?" "Si, ma l'importante è averti ritrovato sano e salvo" "Ok, ma adesso pensiamo a come toglierci dai guai, di fatto siamo prigionieri" Concluse lui che poi volse lo sguardo verso i nonni "Adesso basta con i misteri, sono anni che vivo tra incubi e realtà, non distinguo più ciò che è vero dalle allucinazioni e adesso, cari i miei nonni, mi raccontate tutto dall'inizio per filo e per segno" I due anziani si guardarono e dopo un cenno d'intesa lei disse "Hai ragione, dovete sapere, armatevi di pazienza e state attenti perché e una storia complicata"
    Franco non riusciva a capire l'ultimo testo che gli aveva lasciato Antonio "Leggilo attentamente" Aveva detto lo scuro "Ti aiuterà ad aprire la mente" Ma più leggeva e più andava in confusione. Era stanco e nonostante la curiosità e l'adrenalina ancora in circolo causata dalle ultime rivelazioni, si impose di riposare; doveva dormire o il suo cervello sarebbe andato in tilt. Antonio lo stava osservando mentre dormiva "Bravo Franco, riposa, domani sarà un giorno speciale, per tutti".

  • 10 settembre 2015 alle ore 23:36
    Run

    Come comincia: Una canzone triste, rotta, invade il mio spirito stasera.
    Tutto quello che tenta invano di toccare con delicatezza va, pressappoco, in frantumi dissolvendosi nel vento.
    Mio caro, le mie mani cercano ininterrottamente di afferrare le ali nere del tuo essere che, sfuggente, vola tra granelli di marmo su treni in corsa quasi impazziti al sol pensiero di venir sfiorati.
    Schivo, sfuggente, ma gl’ occhi non mentono mai, giovane guerriero nero.
    E se vero è quello sguardo che porti per i miei scuri tasselli di granito, allora prendimi; fa si che le tue nere ali ardano con le mie bianche piume che per la strada perdo mentre canto una canzone malinconica per la tua andata.
    Non so se mai più i tuoi occhi si congiungeranno ai miei occhi o se le nostre ali potranno sfiorarsi ancora; ma un mio pensiero per te vola e mai mi lascerà, per ora.
     

  • 10 settembre 2015 alle ore 19:08
    Il Cerchio

    Come comincia: La vicenda si svolge nel corso di un ottobre tra le ventose strade di Dublino sud.
    È proprio ottobre, quando il personaggio di questa breve e insipida storia approda nella città battuta dal vento e scalfita dalla pioggia.

    Erano circa le quattro del pomeriggio, quando l'aeroplano di Jack inizia la turbolenta discesa verso la pista d'atterraggio, nascosta alla vista da enormi nuvoloni bianchi; incredibilmente, deliziosamente bianchi.
    Sebbene l'aereo trabballasse instabile come un ubriaco preso a spintoni, era convinto che le raffiche di vento non avrebbero potuto mettere in pericolo quell'atterraggio avvolto, in un certo senso protetto, dal candore delle nuvole, sospese ad un altitudine decisamente troppo bassa.
    E le nuvole sapevano proteggere bene i propri navigatori, esperti viaggiatori moderni, e quell'aereo attraccò indolore al Finger prestabilito, lasciando sbarcare la ciurma di cui Jack si trovava a far parte.
    Attraversò con impazienza l'aeroporto spoglio di Dublino fino a trovarsi, appena attraversati il controllo passaporti e, quindi, l'uscita, di fronte alla fermata del Bus che portava in città, attraversava il centro ed arrivava giù nella South-side.
    Prese posto al sedile singolo, proprio dietro al conducente. Stava andando a trovare due amici, Joey ed Jaime, che aveva conosciuto due anni prima e con i quali aveva trascorso l'estate in giro per l'Irlanda.
    Jack, in realtà, non si chiama davvero Jack: Jack è italiano, e si chiama in un altro modo, ma in questo breve racconto ha più significato chiamarlo con un nome anglofono.
    L'inglese di Jack ogni tanto zoppicava e la bizzarra dinamicità della città di Dublino non mancava occasione per metterlo a disagio, in svariate ed incomprensibili situazioni.
    Jack andava a sud, nella zona benestante della città, dove quella simpatica e preoccupante follia non era più così padrona delle strade. La fermata che gli venne indicata fu Leeson's Street Upper, ma lui scese un paio di fermate prima, per confermare a se stesso e all'universo la sua caratteristica imbranataggine.
    Camminò sul lato est del St. Stephen's Green Park, ancora in pieno centro, fino ad inoltrarsi in un labirinto di stradine e vicoli stretti, con villette graziose cinte da bassi steccati, con deliziosi giardinetti d'ingresso, che precedevano la porta d'ingresso: ogni porta era dipinta di un colore diverso da quelle adiacenti, regalando all'occhio una gradevole sensazione di allegria, un arcobaleno artificiale di porte, in un grigio, umido, ventilato e un po' piovoso pomeriggio dublinese di ottobre.
    Camminava trascinandosi dietro un trolley, un'altra valigia ed in mano una mappa della città, quando si arrestò di fronte ad una villetta con una porta rossa ed un uomo sulla settantina che spazzava con una vecchia scopa il giardino dalle foglie secche, sorvegliato in modo vigile da un gatto nero con una macchia bianca in faccia e uno sguardo un po' abbacchiato.
    Jack non fece subito caso all'uomo, confondendo il rumore della scopa che raschiava il pavimento con quello del vento che spazzava le foglie, quando fu questo a chieder per primo:
    "Ragazzo, ti serve aiuto?" e, senza aver mai mosso lo sguardo in direzione di Jack, continuò nel suo lavoro.
    Colto alla sprovvista, Jack farfugliò frasi sconnesse, facendo intendere di essersi perso, come se l'immagine di un ragazzo con due valigie e una mappa in mano, fermo in mezzo ad una stradina residenziale di una, per quanto piccola, grande città, non fosse già abbastanza chiara.
    Riordinò velocemente i pensieri ed aggiunse: "Sto cercando Baggot Lane, seguendo la mappa sono arrivato in questa direzione da St. Stephen's Green, ma non riesco a capire dove sono finito."
    Il vecchietto sorrise. Si avvicinò per scrutare la mappa e disse: "Siamo troppo a Sud, la mappa non arriva fino a questa zona, e tu devi andare ancora più in giù" indicò con il dito in direzione Sud/Est.
    "Se ti va di aspettare un minuto, entro in casa a stamparti una mappa della zona", e si allontanò con un altro sorriso.
    Il calore, la gentilezza e l'ospitalità degli irlandesi si concentrarono in quel gesto e Jack provò un sentimento di leggera soddisfazione che lo fecero quasi emozionare.
    Il vecchio riapparse poco dopo, mentre Jack era intento ad osservare il gatto fiero, abbacchiato ma vigile come un felino di serie A.
    Tra le mani stringeva un foglio di carta e, con fare cortese, porse la mappa a Jack.
    "Guarda, ho segnato con una croce nera il punto in cui siamo adesso, vedi?" indicò il vecchietto, e proseguì: "Tu devi arrivare quaggiù! Non è molto, saranno dieci minuti a piedi, se vuoi seguirmi ti faccio strada per un pezzetto". E si incamminò, seguito da Jack, sotto una leggera pioggerellina.
    Jack era sconvolto da tale ospitalità, e proseguì col cuore colmo di gioia, provando sentimenti di pura, sincera ed istintiva amicizia verso quest'uomo.
    Perso fra i suoi soavi pensieri, Jack si accorse solo di sfuggita che stavano attraversando un campo che, in un passato più remoto, sarebbe potuto essere un orto comunale, mentre in quel momento assomigliava più ad una piccola discarica residenziale; Jack si accorse solo di sfuggita che l'uomo lo stava accompagnando per un pezzo di strada molto più lungo di quel che Jack si aspettasse all'inizio, provando perciò un senso di gratitudine e amore per quella città ancora più forte.
    Ad un certo punto l'amabile irlandese si arrestò e, indicando diritto davanti a sè, disse: "Il semaforo che si intravede in fondo alla strada, da quella parte, ti permette di attraversare direttamente su Leeson's Street. Da lì è semplice se segui la mappa! Buona fortuna ragazzo, salute!".
    Jack ringraziò di cuore, non abbastanza per i suoi gusti, ma non avrebbe saputo fare di meglio e si convinse che il suo sincero e schietto sorriso avesse comunicato al meglio la sua riconoscenza.
    Così, imbracciate di nuovo le valigie, proseguì nella direzione indicatagli, voltandosi un istante a rimirare il campo sommerso da detriti, bottiglie, cuscini, pezzi di divano e buste di plastica, coperchioni e barattoli di latta, il tutto ben recintato da una rete di ferro arrugginito qua e là, interrotta solo da una porticina sgangherata senza lucchetti nè serrature.
    Che peccato, una visione da terzo mondo nel bel mezzo di un'area di villette a schiera, un parco macabro che si sostituisce in maniera originale ai tanti splendidi e maniacalmente curati parchi verdi che colorano la città.
    Proseguì, incrocio dopo incrocio, fino a raggiungere la meta, ricongiungendosi con i vecchi amici da tempo rincorsi tra le sue fantasie notturne, a casa, nel suo letto.

    Era ancora ottobre, erano le prime ore di un caratteristico pomeriggio autunnale nella capitale irlandese, ed era tedioso ogni singolo centimetro cubo che circondava la mente di Jack, insoddisfatto e insofferente, abbandonato sulla poltrona rossa del divano.
    Le sere passate con Joey ed Jaime erano state tutte cariche di vivacità, passione e adrenalina, avevano suonato molto, facendo jam sessions per le vie e i pub della città, oppure nel salone di casa, sempre con lo stesso spirito e la stessa carica.
    Ma il pomeriggio era sempre grigio, la mente pigra, e le serate iniziavano a diventare una piacevole routine.
    Quel giorno sarebbe uscito, avrebbe lottato e sconfitto la noia, giusto per una passeggiata, una boccata d'aria pesante e inquinata. Un'aria fredda al punto da far irrigidire anche la sua mente, che non perdeva occasione per vagare nelle fantasie più desolate e depresse.
    Era tutto il giorno che più pensava e più si intristiva, più si intristiva e più desiderava abbandonarsi ai pensieri, fino a nutrirsi della più pura melanconia.
    E pensava all'amore. Un amore passato che faceva fatica a passare del tutto; un amore finito, appassito, terminato con un addio; un amore non ancora nato e che proprio per questo faceva già male.
    Si ritrovò errante a percorrere il Grand Canal, un piccolo canale che, a forma di mezzaluna, avvolge la zona Sud della città. Frugò le tasche a cercare il pacchetto di sigarette e, deliziato, si accorse di avere ancora in tasca il foglio con la mappa dell'area Sud, quella che gli stampò l'amabile vecchietto. Si fermò ad osservarla: vi era tracciato un percorso che partiva dalla casa del vecchio fino a raggiungere Baggot Ln. , dove si trovava l'appartamento di Joey ed Jaime.
    Decise di ripercorrere quei passi, senza un vero e proprio motivo, solo per il piacere di ritrovarsi di fronte a quella villetta, magari per ringraziare di nuovo una persona gentile. Sentiva di volerlo fare.
    Si diresse ad Ovest, sempre lungo il piccolo canale, fino ad arrivare sulla grande e larga Leeson's Street; a questo punto virò verso Nord.
    Affascinato e turbato dal caos di quella strada a troppe corsie, si arrestò quando riconobbe la rozza recinzione in ferro che delimitava il campo-discarica.
    "Una discarica nel bel mezzo di un complesso di villette per persone per bene, molto singolare" pensò Jack tra sè, attraversando il viale che lo separava dall'ingresso al campo.
    Ammirò quell'entrata che tanto gli pareva un sipario e, come un attore che entra in scena, sentì il suo corpo formicolare d'adrenalina ed eccitazione.
    A passi svelti quanto incerti, si inoltrò sentendosi smarrito, non sentendosi del tutto il cervello, solitamente incastonato come una pietra preziosa nella fedele coperta del suo cranio.
    Sentì un attacco di tachicardia, vide tutto rosso davanti a sè, si osservò dall'esterno, con la testa che girava, e gli occhi insanguinati, la sclera inniettata completamente di sangue; da un angolazione alta e frontale, era fermo con le mani distese lungo i fianchi, nel panico più totale notò una mano che gli si posava sull'orecchio destro, come a sussurar qualcosa impossibile da udire.
    Non sentì nulla e, come svegliandosi, la visuale ritornò in prima persona e, con un respiro affannato che lo portava sempre più in iperventilazione, volse di scatto la testa verso destra, al ricordo della vista di quella mano, venosa e rugosa, una mano segnata dagli anni.
    Non c'era nessuna mano posata sul suo volto, e lo scatto improvviso lo fece ripiombare nel delirio.
    Mosse un piede, avanzò di un passo, e barcollante proseguì.
    Non aveva idea di cosa stesse accadendo dentro e intorno a sè, ma si convinse che muoversi lo avrebbe fatto stare meglio, lo avrebbe fatto svenire forse, ma sarebbe stato comunque meglio di quel dormiveglia fitto di nebbia e malessere.
    Di nuovo, un piede alla volta, avanzò attraverso il campo recintato che una volta era un grande rettangolo, mentre ora il perimetro era sconfinato ed impossibile da delineare.
    Era tutto così strano. Pensò che, dall'alto, dovesse assomigliare a un puntino nel mezzo di una discarica che, ora, sembrava un parco di autodemolizione, pieno di carcasse di vecchi autobus.
    Quel posto era un labirinto che, al posto delle classiche siepi alte, lasciava alle carrozzerie senza ruote degli autobus il compito di delimitare il percorso.
    Tuttavia era facile sapere dove andare. Forse perchè ancora spaesato e confuso, ma Jack non vedeva vie alternative, non trovava bivii davanti a sè: il percorso era uno, inconfondibile.
    Assaporò amaramente il panico che si andava risvegliando in lui e, in preda ad un attacco di claustrofobia, cominciò a correre fino ad esaurire, in poco tempo, il poco ossigeno che l'ansia gli concedeva di usare. Bastò un centinaio di metri per farlo stramazzare al suolo, privo di sensi.

    Galleggiava soave in un mare calmo e pacato, pacifico e dolce, caldo. Rinvenì dopo un tempo incalcolabile ma, essendo la luce fioca del pomeriggio ormai del tutto scomparsa, avendo essa lasciato il posto ad una notte di gelida foschia, probabilmente il delirio di Jack era durato delle ore.
    Si mise a sedere, poggiando la schiena ad uno dei vecchi autobus, notando angosciato che nulla era cambiato, che il suo incubo continuava a vivere nel suo mondo cosciente.
    Dopo aver messo meglio a fuoco, purtroppo non rinsavito del tutto, o forse per niente, fissò i suoi occhi su quella che sembrava dapprima solo una macchiolina nera e rumorosa.
    Un gatto nero, con una macchia bianca, lo fissava minaccioso, non smettendo di soffiare, velenoso, come una vipera.
    "È il gatto del vecchio", pensò, facendo fatica ormai a distinguere un buono da un cattivo presagio.
    Il gatto d'improvviso smise di emettere quel fastidioso suono e, senza smettere un istante di guardarlo con arroganza felina, iniziò a trotterellare agile lungo il labirintico viale.
    Jack lesto si alzò in piedi e, barcollando per un istante, iniziò ad inseguire il gatto, che non correva davvero, bensì sembrava danzare come una ballerina tra una svolta e l'altra.

    L'immagine di sè che si affaticava per inseguire un gatto in un mondo che aveva ormai perso ogni criterio di razionalità riuscì quasi a far sorridere Jack. Non fosse stato per la critica drammaticità della situazione, quella sembrava fosse una scena grottesca presa da un cartone animato, le sconosciute "Avventure di Jack nel Paese delle Meraviglie".
    Quel gatto doveva conoscere bene il fatto suo, dato che non impiegò molto per trovare l'uscita. "Trovare" non è proprio il termine adatto, visto che, per quello che Jack potè notare, neanche in quell'ultimo tratto di labirinto avevano incontrato bivi o incroci di alcun tipo, perciò il gatto si era giusto limitato a seguire la strada.
    Era come se Jack avesse perso i sensi poco prima di trovare l'uscita, un'uscita che senza dubbio sarebbe stata a poche decine di metri dal punto in cui svenne quel pomeriggio.
    "Finalmente" si disse Jack, col fiatone ed il sudore grondante a fiotti sulla fronte, e gli bruciava gli occhi riempendoli di sale. La sua mente era lucida, o almeno così gli sembrava che fosse. Come se la sbornia del giorno precedente fosse ormai svanita dopo qualche ora di sonno. Il gatto ora era seduto ad un angolo della strada, oltre l'uscita (o l'entrata, come preferite chiamarla?) intento a leccarsi una zampa, senza badare più a lui. Jack varcò la soglia del campo-discarica-labirinto ed attraversò esausto il recinto. Era pazzesco: non ricordava assolutamente quel posto, non aveva ricordi di quei viali deserti e spenti che gli si paravano davanti agli occhi.
    Ricordava delle villette a schiera, ma era come se qualcuno avesse ridisegnato a mano quel posto, lasciandosi sfuggire qualche particolare.
    Le uniche luci, gialle, provenivano dai lampioni alti agli angoli dei vari vialetti che si incrociavano a vicenda, paralleli e perpendicolari. Sentendosi perso dentro ad un videogioco decise di proseguire il cammino, andare avanti fino a morire o superare il livello. Non badò al fatto che nei videogiochi i personaggi non muoiono davvero, ma basta premere un bottone per richiamarli in gioco, passare loro una nuova (ma sempre uguale e virtuale) linfa vitale.
    Ripiombò nell'angoscia temendo di rivivere la brutta esperienza provata nel labirinto dato che ora, al posto degli autobus, c'erano le tante villette a schiera ad inscenare un nuovo percorso. La location era cambiata, sì, ma il tema del gioco sembrava essere sempre quello: lui che vagava confuso in un senso unico che non lasciava scampo al libero arbitrio. L'occasione di mollare, Jack, non ce l'aveva.
    Ogni villetta aveva un piccolo cortile più o meno curato, ed erano tutte uguali. Differiva solo il colore delle porte, che si alternava secondo lo stile dublinese.
    Una volta Joey disse a Jack, mentre passeggiavano per il centro della città: "Se ti guardi intorno farai caso al fatto che non ci sono porte adiacenti che hanno lo stesso colore: sono tutti alternati! Qui a Dublino se vuoi cambiare colore alla tua porta di ingresso devi prima chiedere un'autorizzazione al comune. Secondo te perchè?"
    Jack riflettè qualche istante sulla domanda, poi rispose: "Non lo so... sarà una tradizione. E non puoi svegliarti una mattina con frizzante spirito rivoluzionario che ti ribolle nelle vene e decidere di abbattere una tradizione. Allora, perchè?".
    Joey scosse la testa e disse: "Perchè si sa che a noi dubliners piace bere parecchio e ci sono molte vie lunghissime ad attraversare questa città. Lunghissime vie piene di portoni. Se avessero lo stesso colore, come faremmo a riconoscere l'ingresso di casa nostra?" e scoppiò in una risata esageratamente rumorosa, seguita da incessanti colpi di tosse che lo fecero diventare paonazzo.
    Non sapeva se fosse serio o se quella fosse solo una battuta da bar, uno scherzo simpatico che riesce bene dopo un paio di pinte. Poco importava adesso.
    Tutte le abitazioni sembravano disabitate e, attraversato un altro incrocio, si trovò di fronte ad una villetta che aveva la porta d'ingresso socchiusa, e dalla finestra si intravedeva una luce accesa.
    Quella villa la ricordava, anche se tutto intorno era diverso. La porta iniziò ad aprirsi lentamente, quasi sospinta da un leggero alito di vento, producendo un cigolio sinistro. Sulla soglia apparve il vecchio.

    Il vecchio ora era lì, lo guardava con aria divertita e curiosa, enigmatica. Sulla sua faccia non vi erano ghigni di alcun tipo, eppure trasmetteva una malvagità maliziosa. Ma Jack, sebbene si fosse quasi abituato a quella paradossale situazione, voleva credere di essere solo matto, niente di più che un povero matto in preda ai deliri. Stanco come non mai si affrettò verso il vecchio e, timidamente, mantenendo il contegno, disse:
    “Salve! Ho bisogno d’aiuto, credo di aver battuto la testa o qualcosa del genere … “ , ma Jack si accorse che l’espressione sulla faccia del vecchio non era mutata minimamente, assumendo ora una parvenza ebete.
    “Si ricorda di me?” continuò Jack, disperato e stufo di far parte di tutto ciò, sentendosi preso in giro. “Passavo di qui una settimana fa, lei mi aiutò a trovare la strada. Ricorda? Ero tornato questo pomeriggio per ringraziare proprio lei, ma devo aver battuto la testa, o forse ho la febbre … ma per l’amor di Dio mi vuole rispondere? Ho bisogno di un medico!”.
    Quello che una volta era stato un gentile e premuroso vecchietto ora sembrava addirittura non accorgersi di Jack; si mosse solo quando il suo gatto nero, in un sepolcrale silenzio, gli si andò a strofinare contro le gambe. Il povero Jack non sapeva più cosa fare, pensando di essere non più dentro un videogioco, bensì in un film dove le sue azioni erano già registrate, non stava vivendo davvero, stava solo guardando.
    "Perchè sei tornato qui? E cosa ti aspetti che io faccia?" sbottò all'improvviso il vecchio. Jack, che in un primo momento rimase di stucco, cercò subito di articolare in inglese una frase che sarebbe riuscita a spiegare almeno in parte quello che nemmeno lui era riuscito a capire. Eppure aveva la sensazione che il vecchio sapesse. Sembrava tutto un gioco, il suo gioco.
    "Sono venuto qui oggi pomeriggio perchè, trovandomi nei paraggi, e ripensando alla gentile accoglienza da lei ricevuta, non avendo oltretutto di meglio da fare... insomma, pensavo questa visita potesse essere un gesto carino. Ma è successo qualcosa venendo qui. Ho perso i sensi e ora sento che tutto ricomincia a girare, potrebbe chiedere aiuto?"
    "Chiedere aiuto?" chiese il vecchio con aria sorpresa, continuando: "E per cosa? Per chi? Cosa vuoi esattamente figliolo? Perchè non mi spieghi che diamine vuoi da me e dal mio gatto?" concluse, guardando il gatto che di rimando miagolò qualcosa in qualche strano dialetto felino.
    "Che cosa voglio?" urlò Jack impaziente, adirato e disgustato da questa messa in scena, provando ora un forte desiderio di fare qualche passo avanti e spaccargli la faccia. "Io me ne voglio andare, voglio trovare l'uscita da questo fottuto posto! Questo posto è... un labirinto." E balbettò queste ultime parole, temendo di dirle a voce troppo alta.
    A questo punto Jack guardò il vecchio e sbalordito lo udì articolare parole senza emettere suono. Non sembrava che stesse davvero parlando, ma sentiva tutto forte e chiaro, di una chiarezza preoccupante: stava bisbigliando alla sua mente in una sorta di telepatia muta, ma con un chiaro timbro. Il vecchio gli disse che quelli come lui non trovano l'uscita perchè quelli come lui non vogliono uscire. Quelli come lui anche se escono, come fece Jack la prima volta, poi ritornano. Sono calamite per posti come quello.
    Inerme, Jack non reagì. D'altronde, non aveva la più pallida idea di cosa dire o fare. Aspettava qualcosa che lo richiamasse alla realtà, avrebbe voluto mettersi due dita in gola e liberarsi per sempre da quella sbornia maledetta, che gli aveva fatto passare per sempre la voglia di abbandonarsi all'ebbrezza, di assaporare i piaceri dell'irrazionalità.
    Con un ultimo disperato sforzo compose, balbettando, quella che era ormai la sua ultima obiezione, l'ultimo tentativo di difesa: "Se quello che dice è vero, allora tornerò. Ma se proprio non vuole accompagnarmi cortesemente fuori di qui, come fece la prima volta, perchè almeno non lascia che io usi un telefono? Me ne andrò di qui e non ci metterò più piede, mi creda, potremmo scommetterci!".
    Il vecchio scosse la testa irritato, poi disse: "Ragazzo tu vuoi un telefono? Io non credo che ti serva davvero... non hai un cellulare Jack? Sei sicuro di non averne uno? Mi pare strano, eppure..."
    Improvvisamente gli occhi di Jack si illuminarono, ma al tempo stesso si sentì pesantemente inabissare in un groviglio di sensazioni inconscie. Il cellulare...
    Non è possibile raccontare esattamente la particolarità di quei momenti di riflessi intangibili.
    Jack era ricaduto in trance (ne era mai davvero rinsavito da quel pomeriggio alla discarica?), ma riusciva a captare suoni di mille voci tutte uguali, voci di vecchio, che erano difficili da distinguere, eppure trasmettevano tutte un messaggio ben recepito in tante piccole, diverse e remote parti del suo cervello. Vedeva un cellulare nella sua mano; non un cellulare, il suo cellulare, quello che aveva sempre avuto e che non usava.

    "Perchè non ho telefonato?".

    Lasciandosi cullare dai sui ultimi istanti di inerzia, come un materassino galleggia e affronta il mare, la mente di Jack riacquisiva coscienza e svegliava il corpo, che a sua volta tornava caldo.
    Tutto ciò avvenne con una calma perfetta, un'imperturbabile quiete era venuta a richiamarlo da sonni profondissimi. Aveva dormito tanto, si sentiva riposato e anche un po' eccitato. Aveva dormito bene tutta la notte e, sebbene avesse la sensazione di aver sognato qualcosa tutta la notte, non era in grado di ricordare bene cosa. Allungò un braccio verso il cellulare posato come d'abitudine accanto al letto e controllò l'orario: si era svegliato dieci minuti prima che suonasse la sveglia, impostata per le 8.30. Si sentiva riposato, eppure avrebbe dormito volentieri un altro po'.
    Stava ripensando al sogno che non riusciva a rievocare, sentendo crescere un leggero senso di frustrazione: da quando aveva aperto gli occhi, Jack si sentiva come incastrato in una fitta tela di déjà-vu dalla quale non riusciva a trovare una via d'uscita. Ma i déjà-vu, si sa, sono tanto piacevoli quanto fastidiosi; un fenomeno affascinante e singolare.
    Probabilmente, convenne Jack, quel sogno era una ricorrenza, un periodico ospite delle sue notti. Ne era quasi certo, ma come poteva esserne sicuro, trattandosi di un déjà-vu?
    L'orologio ora segnava le 8.35 e non aveva tempo da sprecare in futili osservazioni; man mano che il sole si levava più in alto nel cielo, i piedi di Jack erano sempre più piantati a terra e la sua testa sempre più avvitata intorno al collo. Quando andò a fare colazione, bevendo la sua tazza di caffè, già aveva smesso di pensare alla notte appena trascorsa. Aveva un aereo da prendere ed una bella vacanza lo stava attendendo oltre i confini, su a Nord.
    "Il bello e civilissimo Nord", pensò Jack, lasciandosi sfuggire un sorriso. "Dublino, arrivo!".

  • 08 settembre 2015 alle ore 23:29
    La Leggenda del Re Liberatore

    Come comincia: Anche se si è legati a qualche pensiero negativo ma che non ci appartiene, anche se si è legati a qualche dolore che ci appartiene ma che non abbiamo mai voluto che si manifestasse, nonostante tutto ognuno di noi è un Re Liberatore, Liberatori verso noi stessi e Liberatori verso chi, come noi, Sente, Vive, Ama, e Dona tutto il suo essere positivo agli altri.

  • 08 settembre 2015 alle ore 14:41
    Andare al lavoro (mattina)

    Come comincia: Cioè sembra notte. Forse lo è pero. Le 06.22, fa un freddo che uno devo provarlo per credere. Riscaldamento della macchina al massimo. Buio, buio e buio. Mentre guido penso che andare al cinema ieri è da pazzi quando poi ti devi svegliare alle 06.00: -“Stasera alle 09.00 a letto”- penso.
    C’è del magico nell’essere una delle poche macchine in strada. Soprattutto in inverno, ti sembra di essere un sopravvissuto ad una catastrofe naturale. Ti viene voglia di salutare con i fanali le (poche) macchine che incroci.
    La radio della macchina deve essere accesa, per forza. E’ una compagna inseparabile. Al mattino le note della musica sembrano essere diverse: non ci credete? Provate ad ascoltare Shine on you Crazy Diamond al mattino presto e provate ad ascoltarla in un banale pomeriggio. La differenza la trovate da soli. Poi è meraviglioso salire in macchina e scegliere che cosa ascoltare: inanzitutto devi scegliere tra notizie o musica. Nel primo caso ti becchi quello che c’è: morti famosi, la politica, l’ennesima strage. Non puoi scegliere; uno dei vantaggi è che sei una delle persone più informate sulle ultime notizie in quel momento rispetto alla maggioranza delle persone che la radio la accendono verso le 7, 7 e mezza. Con la musica invece è diverso: in base all’umore si sceglie l’artista che più si confà. Pink Floyd, Led Zeppelin, De André e i Doors. Queste sono solitamente le scelte dell’alba.
    Mentre guido penso a quello che dovrò fare: la mente ricomincia la routine quotidiana. Il primo pensiero, ad essere onesti, è “A che ora finisco oggi”. In base alla risposta non solo guidi più o meno leggero ma hai anche più o meno sonno.
    ‘Well show me the way to the next whiskey bar…’ Caro James Douglas Morrison adesso è troppo presto per un whiskey; io mi accontento anche di un caffè al volo….’Oh don’t ask why, oh don’t ask why’  guarda, è meglio non chiederselo.  ‘For if we don’t find the next whiskey bar I tell you we must die, I tell you we must die’ .  In effetti senza il caffè non è facile sopravvivere al mattino. Soprattutto in inverno. D’estate tutto è diverso. Assolutamente diverso.
    Per andare al lavoro devo attraversare un ponte sul fiume, il Ticino; come al solito in questo periodo non si vede nulla. Può essere pieno o svuotato ma la nebbia ti impedisce di capirlo.
    La cosa bella del partire presto è però una in particolare: non c’è traffico. Non c’è coda. Non c’è nulla. Quello che normalmente ti impiega quasi 2 ore oggi lo faccio in 1. Sai che soddisfazione poi: arrivare al lavoro alle 07,30 con l’ufficio che apre alle 09.00. Poi uno si chiede perché si esaurisce. Cioè cominci a lavorare un’ora e mezza prima del dovuto ma perlomeno hai trovato parcheggio al primo colpo (o quasi), non hai fatto fila al casello e last but not least puoi permetterti di mandare mail ai colleghi già di prima mattina. Chissà cosa pensano…”Cazzo! E’ già al lavoro” oppure “Ma che cazzo ci fa al lavoro alle 07 e mezza?”.
    Intanto penso a chi sta a casa, a chi un lavoro non ce l’ha e a chi pagherebbe per svegliarsi presto e avere qualcosa da fare. Sono pensieri che vengono in un istante e in un istante se ne vanno. E vengono sostituiti dal “Se fossi a casa oggi che farei?”. Mille risposte: andare a correre, andare a comprare quella cosa o quell’altra, fare una passeggiata…Il bello è che quando ti capita non fai niente di quello che in teoria vorresti fare. Ti limiti a dormire e buonanotte. Anzi, se si tratta di una giornata di ferie già programmata, a metà mattina ti prende quella tristezza che ti porta a pensare -“Beh quasi quasi un salto al lavoro lo faccio”-
    Poi dicono che uno non sta male.

  • 07 settembre 2015 alle ore 16:58
    Castelli di sabbia

    Come comincia: Si accese una sigaretta, fece una lunga tirata e poi sbuffò sonoramente; in quel gesto era racchiusa tutta la sua frustrazione. Cinquant'anni, la maggior parte dei quali passati ad inseguire il successo e la ricchezza trascurando tutti gli altri aspetti della vita comprese le amicizie e l'amore. Già, l'amore, lei aveva amato un solo uomo da quando era nata, con lui era riuscita a mettere al mondo due figli e prima che un brutto incidente se li portasse via, si era illusa di poter fare a meno di determinati aspetti della sua vita. Ma anche quel periodo, forse il più sereno della sua tribolata esistenza, lo aveva passato continuando a costruire il suo castello di sabbia, trascurando i figli e tradendo il suo amato. Interruppe quei pensieri perché l'uomo al suo fianco si era svegliato. "Ciao tesoro" Disse lui con la bocca ancora impastata dall'alcol "Non chiamarmi tesoro, non sono la tua donna" Rispose lei seccamente. "Hai ragione" Confermò lui "Sei la mia puttana" Infierì senza pietà. No, lei non era la sua puttana, non era la puttana di nessuno, aveva raggiunto fama  e successo grazie alle sue doti, al suo talento e alla sua grinta, ecco cosa credeva. Si accese un'altra sigaretta ed espirò in modo sprezzante verso di lui "Ah ah!" Rise l'uomo "Fuma, fuma. Ma guarda che il tuo bel visino si sciupa ogni giorno di più: io ho un debole per te, ma ormai sei fuori serie, sei vecchia" "Bastardo!" Urlò lei gettando la sigaretta verso di lui che per tutta risposta rise sonoramente. Bastardo, si disse ancora, bastardo perché aveva ragione, lei stava invecchiando e le nuove leve, le giovani stronzette tutte curve, stavano scalzando lei e quelle della sua generazione obbligandola a portarsi a letto quel maiale che però era il numero 2 delle telecomunicazioni nazionali.
    Fin dai primi giorni della sua carriera, giovanissima e bellissima, lui l'aveva puntata e dopo le prime resistenze si era vista costretta a cedere alle attenzioni di quell'uomo che l'avrebbe aiutata ad arrivare su, in cima alla vetta dove splende la luce della fama.
    Da allora, per anni, fu la punta di diamante della rete, la regina degli ascolti e tutto questo le portò ricchezza, fama e tanti, tantissimi uomini, fino a farla diventare una delle donne più desiderate e corteggiate del mondo dello spettacolo; fino a farla diventare, appunto, una puttana. Con il passare del tempo aveva imparato a scegliere con cura i propri uomini, ricchi e influenti, che le permisero di mantenere a lungo la vetta del successo e non disdegnò qualche rapporto omosessuale pur di raggiungere i propri obiettivi. A volte si trastullava con qualche compagno occasionale per puro piacere, ma era sempre meno frequente che ciò capitasse; le sue mire esigevano un caro prezzo e lei era disposta a pagare.
    Poi un giorno, come nelle storie più banali, incontrò l'unico amore della sua vita. Era un pomeriggio di primavera, il sole era caldo e il frastuono degli uccelli riempiva l'aria mentre lei camminava a passo spedito per i vialetti del grande parco cittadino, quando all'improvviso fu investita da una bicicletta che la fece cadere a terra. Un uomo che si trovava nei pressi la soccorse prontamente, mentre il ciclista, un giovane ragazzo, si era già rialzato da terra con una gamba sanguinante che provocò in lei un mancamento fino a farla svenire. I soccorsi arrivarono velocemente e per fortuna tutto si risolse per il meglio, furono riscontrate solo alcune contusioni ed escoriazioni e in un secondo tempo si meravigliò di non aver denunciato il fatto limitandosi invece ad accettare le scuse dello spaventatissimo ragazzo, un comportamento inusuale per lei. Il suo soccorritore si rivelò un uomo gentile e premuroso e lei si stupì del fatto che non l'avesse riconosciuta, ebbe poi modo di capire che a lui interessavano poco i programmi tv, le riviste scandalistiche e i pettegolezzi in generale. In un primo momento pensò di divertirsi un pò con quello strano personaggio, ma le bastarono poche ore trascorse assieme per aprirle una nuova visione sul mondo, completamente diversa dalla sua. L'uomo era libero da impegni sentimentali e quando lei propose, senza giri di parole, di rivedersi a cena lui accettò entusiasta; fu l'inizio di una tenera, anche se difficile, storia d'amore. Dopo poco tempo lui capì a fondo il tipo di donna di cui si era innamorato ma non cambiò di una virgola il suo atteggiamento e continuò ad essere se stesso. All'inizio lei si era donata con passione e nonostante i tanti impegni, riuscì a portare a termine la gravidanza che diede loro due splendidi gemelli. Per un breve periodo pensò addirittura di poter vivere lontana dal mondo dello spettacolo ma il richiamo di quell'ambiente era troppo forte e dopo pochi mesi dalla nascita dei figli tornò alle vecchie abitudini. Lui sopportava stoicamente tutte le sue mancanze e i suoi tradimenti così lei approfittò di quella situazione e nonostante in fondo al cuore sentisse di amarlo ancora, era stanca di lui.
    Quella sera aveva esagerato con l'alcol e la droga ed era completamente frastornata, ma ciò non le impedì di portarsi a casa l'ennesimo amante, un giovane con una grossa croce tatuata in fronte. A quella vista lui reagì in modo composto, c'erano i bambini che dormivano, invece lei prese ad insultarlo rivendicando di essere la proprietaria di casa e gli intimò di togliere il disturbo. Non se lo fece ripetere e dopo aver svegliato a malincuore i bambini li preparò e uscì di casa a testa alta, mentre il giovane amante, in tutto quel trambusto, si riprese un attimo dai fumi dell'alcol e imbarazzatissimo, quasi terrorizzato, si rifiutò di restare lasciandola sola nella sua disperazione e lei, dopo aver sbraitato ed imprecato sbatté la porta d'entrata e andò a chiudersi in camera da letto. Fu risvegliata da un suono che le stava trapanando i timpani mentre la testa le scoppiava travolta dal rimbombo del campanello d'entrata che non smetteva di trillare; stravolta riuscì a trascinarsi fino alla porta e ad aprire a fatica trovandosi davanti due agenti della stradale, un uomo e una donna che la invitarono a darsi una sistemata e seguirla. Non ebbe il coraggio di chiedere il motivo di quella richiesta, già in passato aveva combinato dei guai e l'esperienza le aveva insegnato a non opporsi in modo irrazionale, anche questa volta preferì stare zitta, era pronta a tutto, a qualsiasi cosa.
    No, non era pronta per quello, in un attimo svanirono i devastanti effetti del mix di alcool e droga che aveva assunto; distesi su dei banchi c'erano il suo compagno e i suoi figli. Gli agenti le spiegarono che la piccola utilitaria su cui procedevano verso nord era rotolata giù da una scarpata, i tre erano morti sul colpo.
    "A cosa stai pensando? Ti sei rabbuiata in volto" L'uomo era tornato in camera visibilmente eccitato, ma lei lo respinse bruscamente "Non ti avvicinare" Allora lui si diresse verso il tavolino posto in mezzo alla stanza e si servì una generosa dose di liquore "Stai pensando a loro" La sua non era una domanda ma una constatazione. Bevve il liquore, si avvicinò delicatamente a lei e dopo averle afferrato la testa con una mano la tirò a se su di una spalla. Lei cominciò a piangere silenziosamente e lui prese a carezzarle il capo affettuosamente, oltre al suo unico amore solo lui riusciva a trattarla con affetto e nonostante tutto anche lei si era affezionata al potente personaggio.
    Erano passate due settimane da quella notte passata a letto ed ora erano seduti al tavolo di uno dei ristoranti più alla moda della città, il loro rapporto si era consolidato "Allora, hai deciso cosa fare?" Chiese lui mentre infilzava un gamberetto e lo immergeva nella salsa "Sì, mollo tutto, sono decisa e tu non mi farai cambiare idea" Lui proseguì nel rito dei gamberetti e quando ebbe soddisfatto il palato si pulì la bocca con il tovagliolo e bevve un sorso di vino, poggiò il bicchiere e avvicinò la mano a quella di lei che fu tentata di ritrarla ma esitò quel tanto da permettere a lui di afferrargliela "Senti, io sono un poco di buono che ha fatto strada in questo mondo di ladri grazie alla fortuna e a tanto pelo sullo stomaco. Ho fatto uso e abuso di alcol droga e donne, sesso droga e rock end roll" Sorrisero, lui era veramente un maiale "Sono ricco da far schifo e mi basta un cenno per ottenere ciò che voglio, ma c'è una cosa che ho sempre desiderato ma mai ottenuto, il tuo rispetto e la tua fiducia" Lei fu colpita da quelle parole; l'uomo che aveva di fronte era uno dei più influenti personaggi della nazione e mai e poi mai si sarebbe aspettata una simile confidenza. Fece per rispondere ma lui la anticipò "Non che abbia mai fatto nulla per meritarlo, però a modo mio ti voglio bene e se posso fare qualcosa per te, qualsiasi cosa, devi solo chiedere" Lei reclinò il capo, non era pronta ad affrontare quell'argomento, non dopo la sua decisione di mollare tutto, poi una luce squarciò il buio della sua mente e un sorriso prese forma sul suo bel viso "Si, una cosa la puoi fare"
    Era passato quasi un anno da quel giorno. Il sole era alto e la brezza marina faceva sopportare bene la violenza dei suoi raggi mentre la sua schiena, lucida di olio che la giovane addetta aveva appena spalmato con cura senza lasciare scoperto un solo centimetro quadrato della sua pelle, rifletteva violenta quella luce che andava a sbattere sulle lenti di lui che invece si era ritirato all'ombra del grosso gazebo e stava ripensando a quanto fosse stato repentino e sfolgorante il ripensamento di lei. Il programma che avevano messo in onda aveva avuto un successo strepitoso e grazie all'influenza del potente uomo, detto Due, si era potuto realizzare il progetto della donna che grazie ai potenti mezzi di comunicazione globale era conosciuto in tutto il mondo. L'aveva intitolato <Affari Altrui> un titolo per nulla originale ma che rispecchiava perfettamente le caratteristiche del programma. Nel suo format chiunque poteva raccontare le proprie esperienze, vere o inventate che fossero, anche le più becere e come lei aveva previsto il polverone mediatico che ne seguì fece scattare denunce e ricorsi facendo schizzare gli ascolti alle stelle tanto da sollevare una mezza rivolta popolare quando un comitato provò a sopprimere quel programma sovversivo, antieducativo e palesemente scorretto. Programma che in realtà metteva a nudo l'ignoranza della gente che si beveva tutte le storie, soprattutto quelle più piccanti e scandalose e lei, dopo la prima strepitosa stagione di successo, si stava godendo il giusto riposo sulle bianche spiagge tropicali, immune alle critiche e ai sensi di colpa.
    "Ancora un po' di olio per favore" Disse alla ragazza, la schiena cominciava a bruciare. "io vado a preparare l'idromassaggio, mi raggiungi?" Chiese l'uomo da sotto il gazebo "Ok Due, lasciami ancora qualche minuto e poi sono da te" "D'accordo" Confermò lui che conosceva le sue esigenze, quello era un giorno speciale e appena si fu ritirato lei chiese alla ragazza di recuperarle il cellulare invitandola poi a lasciarla sola. Scrisse un messaggio, lo rilesse attentamente e lo inviò a destinazione; a migliaia di chilometri di distanza un cellulare emise un suono, una mano lo afferrò e dopo aver letto ciò che c'era scritto rispose immediatamente.
    Dopo aver letto la risposta mise il cellulare in borsa, si ricoprì con un pareo e si diresse verso l'alloggio dove lui la stava aspettando nella vasca dell'idromassaggio. Fecero sesso e quando furono appagati si rilassarono nell'acqua calda "Tutto ok?" Chiese lui "Si, no" Rispose lei malinconicamente.
    A migliaia di chilometri di distanza lui stava deponendo dei fiori freschi sulle tre tombe messe in fila, due piccoli bambini in fianco al loro papà. Piangeva, la sua colpa e la sua vergogna lo stavano consumando ogni giorno di più, ma era un fallito e aveva bisogno di quei soldi, non poteva e non doveva cedere proprio ora, loro ormai erano morti, perché tradirla adesso? Alzò la testa rivolto al cielo cercando un segno divino che lo perdonasse per la sua vigliaccheria e un raggio di sole gli illuminò la fronte proprio dove era tatuata una grossa croce e forse quello rappresentava la pena da scontare, la croce che lo avrebbe afflitto in eterno, il rimorso di essere scappato senza aver provato ad evitare l'irreparabile. Ma come sempre reclinò il capo verso terra e senza voltarsi indietro si diresse all'uscita del cimitero con il suo carico di angosce e rimpianti e poi inviò un messaggio con il cellulare.
    Lei afferrò l'apparecchio che aveva appena vibrato, si stava asciugando i capelli ma volle vedere subito se era tutto a posto; si, era tutto a posto, come sempre, lui era un vigliacco parassita assetato di soldi facili e lei poteva darglieli comprando il suo silenzio.
    Quella notte però non riusciva a prender sonno e il compagno la convinse ad andare lungo la riva del mare al chiaro di luna; lui, il Due, un uomo senza scrupoli che si prendeva la briga di accompagnarla in una romantica passeggiata. La cosa le parve insolita, ma allo stesso tempo piacevole e si lasciò trasportare da quell'atmosfera che rievocò in lei mille pensieri finché un flash la colpì come un pugno in pieno volto, aveva ricordato il suo uomo sorridente che giocava nel lettone con i due gemelli. Non resse a quell'ennesima emozione, un nodo alla gola la stava soffocando, prese fiato e cercò di parlare adagio, scandendo bene le parole.
    "Senti, Due" deglutì a fatica "Dimmi cara" Rispose lui consapevole che qualcosa non andava "Per la seconda edizione del programma" proseguì lei a fatica "Ho in mente una prima puntata con il botto, qualcosa da record di ascolti, ma mi serve il tuo benestare e poi ti cederò la guida completa e farai come meglio credi" Lui la fissò con aria interrogativa ma la invitò a spiegarsi meglio, quella donna era un vulcano di idee e, come un antico e leggendario re, trasformava in oro tutto ciò che toccava "Ascolta, questa e la mia idea" E per il resto della notte rimasero a discutere di quel progetto, valutando i pro e i contro di una simile scelta, in fondo lui le voleva bene, ma gli affari erano affari e dopo aver trovato un punto d'accordo si strinsero la mano, proprio come due soci in affari.
    "Buona sera a tutto il mio pubblico e non" Era la prima puntata della seconda stagione di Affari Altrui e lei era riuscita a farla mettere in programma in uno dei giorni dove si prevedevano i maggiori ascolti. La prima mezz'ora trascorse tra la rievocazione della prima stagione e la presentazione della nuova, ma il clou della serata prevedeva la confessione di una persona che avrebbe stupito tutti e quando fu il momento lei si tolse la veste da conduttrice e si presentò come partecipante del programma. Dalla regia le segnalarono che tutto procedeva per il meglio, gli ascolti stavano salendo all'impazzata e mentre il Due, appostato in sala regia, fece un grosso respiro, lei prese coraggio e cominciò a parlare.
    "Per chi non lo sapesse io avevo due figli, due gemelli e un compagno, il loro papà, l'unico uomo che abbia mai amato. Tempo fa restarono vittime di un drammatico incidente e morirono, tutti e tre. Voi non potete immaginare quante lacrime abbia versato e quale dolore mi abbia straziato le carni fino in fondo all'anima, non potete proprio immaginarlo, perché la causa di quell'incidente fui io" Un brusio si levò nello studio ma subito lei continuò a parlare e tutti si azzittirono curiosi di sentire il resto della storia "Ero completamente fatta di alcol e droga, mentre lui tutti i giorni con il suo affetto mi faceva mancare quella che io ritenevo libertà; quindi quella sera avevo deciso di dargli una lezione e presa da un raptus sabotai la sua auto e lo cacciai di casa. Doveva andarsene solo lui, doveva solo prendere un grosso spavento e invece" Non riuscì a concludere il racconto sopraffatta dall'emozione e dalla vergogna e in men che non si dica le furono tutti addosso e ci volle l'intervento delle guardie di sicurezza per evitare il peggio.
    In sala regia una voce neutra uscì da un paio di cuffie "Come è andata numero Due?" "Tutto come previsto, numero Uno. Stiamo sfondando tutti i record di ascolto, siamo i primi al mondo" "E lei? Non ti eri affezionato a quella donna?" "Lei è l'ennesima vittima di questo carnaio mediatico, non è la prima e non sarà l'ultima" Concluse seccamente, mentre stavano portando via lei dallo studio; e senza batter ciglio si rivolse alla ragazza seduta alla consolle ordinandole di prenotare un tavolo in uno dei locali più ricercati della città, avrebbero festeggiato degnamente quel successo.
    Lei fu arrestata, processata e condannata al carcere a vita; il suo castello di sabbia era stato spazzato via in un istante e da quel momento cadde nell'oblio, dimenticata da tutto e tutti.

  • 07 settembre 2015 alle ore 10:07
    Io sono Cladea e sono viva da quando sono morta

    Come comincia: Io sono Cladea, sono viva solo da quando sono morta. Ho un vago ricordo del calpestio dei mie piedi su un pavimento di legno scuro, un costante ritmo di chi percorre una sola scala musicale. Ho il vago ricordo di tanti volti simili al mio, ma di nessuno ricordo il nome. Io sono Cladea e sono viva solo da quando sono morta. Vedo cadere dalla mia essenza le gocce di ansia e di paura che accompagnarono la mia esistenza; mi svuoto come un contenitore grigio e finalmente mi riempio di luce. Ho volato nei sogni dei mie cari, ho urlato al vetro del mondo scuro, ho portato con me i ricordi più belli, ma quelli tristi non mi hanno dato pace. Io sono Cladea e sono viva da quando mi ricordano morta. Guardo vite sfiorire nell’inganno, guardo luci bruciare nella noia, vedo il lento spengersi dell’eterna fiamma nelle bugie dei saggi. Ho smesso di urlare, ho smesso di guardare, colgo la verità dalla mia stessa linfa e non conosco lo scandire delle priorità. Prima di fondermi con la vita vorrei che tu parlassi per me. Hai la lingua delle sfumature, parli a chi vive e parli a chi muore, parli a cielo e terra e ai morti dovrai riferire: “ Io sono Cladea e sono viva da quando sono morta, ho vissuto accatastando ricordi e beni, emozioni e paure, sentimenti e frustrazioni. Di tutto ciò ho fatto la mia esistenza senza comprendere ciò che aveva scopo e ciò che non ne aveva. Quando la luce mi colpì fu presa da spavento e condannai la mano che mi illuminò; quando la luce mi avvolse compresi la mia paura e perdonai. Più sincero fu il mio perdono più vidi salire la mia linfa, meno ricordi avevo e più la luce mi avvolgeva. Un pensiero triste fu un giogo che mi trascinava, la nostalgia di un bene fu la caduta nella grotta, le mie urla al vetro furono la casa nella tomba. Di scelte scomode fai la tua esistenza, combatti l’inganno dei cappucci e apri i cinque sorrisi dell’altruismo. Rispetta i tempi della tua prova, comprendi le distanze tra le linfe, nulla sarà più così, nulla avrà peso se non i ricordi di quando eri morto. Io sono Cladea e sono vivo da quando sono morta. Tu, hai la lingua delle sfumature, parli a chi vive e parli a chi muore; ascolta chi è vivo e riferisci ai morti.
     

  • 03 settembre 2015 alle ore 19:18
    Questo è Amore

    Come comincia: per me l'amore è salvare delle vite
    per me l'amore è abbracciare chi si ama
    per me l'amore è accettare i limiti dell'altro/a
    per me l'amore è condividere momenti di felicità insieme
    per me l'amore è quando il cuore fa boom boom
    per me l'amore è quando si accetta l'altro/a
    per me l'amore è tutti i pregi di chi si ha di fronte...
    per me l'amore è questo.

  • 02 settembre 2015 alle ore 20:30
    Il più bello del paese

    Come comincia: HORION ENKY - IRIS VIGNOLA

    IL PIU' BELLO DEL PAESE

    Piccolo paese di provincia dove il tempo non sembra passare mai...
    Primi giorni di un’estate calda e afosa; per le strade non vedi un’anima viva.
    Le scuole e gli esami finiti da poco, i figli al campo scuola, il marito via all’estero per lavoro.
    Una professoressa annoiata non sa come trascorrere il tempo, si sente ancora viva per i suoi quarant’anni non dimostrati, bella donna sinuosa, con un fisico invidiabile.
    Quel pomeriggio non ha voglia di incontrarsi con le solite amiche in casa per spettegolare o giocare a carte. Oggi vuole vivere un pomeriggio diverso, che dia un po’ di vita a quei giorni spenti e sempre tutti uguali. Lasciando così la sua mente fantasticare, decide di uscire e andare al bar del paese, per comprarsi un gelato e bere un caffè.
    Come vi entra, nota solo due persone: il barista che gioca con un videogioco e un giovane ragazzo ventenne, che conosce poiché fratello di un amico di suo marito, che se ne sta leggendo il giornale.
    Un bel ragazzo, oggetto del desiderio di molte donne del paese, per la sua bellezza.
    Anche lei come tante altre ne è attratta.
    Facendosi coraggio gli chiede se gli sia possibile andare ad aiutarla a spostare dei mobili in casa, visto che da sola non riesce.
    Entrambi prendono la propria bicicletta e si dirigono a casa di lei.
    Appare un'abitazione di nuova costruzione, signorile, nel mezzo di un bel giardino verde e fiorito.
    L’interno è molto accogliente.
    Invita il ragazzo ad accomodarsi e gli chiede se desidera qualcosa, proponendogli varie opzioni di bevande. Mettendolo così davanti ad un'imbarazzante scelta, tanto da rispondere: va bene la prima cosa che le viene sotto mano.
    Lei, continuamente, parla con l’oggetto dei suoi desideri.
    Quel bel ragazzo lì con lei, soli, la sua mente diventa un turbinio di fantasie e desideri che vorrebbe concretizzare, riflettendo quando mai un’occasione così ghiotta le si ripresenterà.
    Fattolo accomodare davanti al tavolino del salotto, va in cucina a prendergli una bibita, che gli porta porgendogliela da dietro, intanto che gli si appoggia maliziosamente con il seno contro la testa.
    Essendo quella una giornata molto calda, indossa una canotta bianca, senza reggiseno, che mostra il seno traboccare dai lati.
    Il giovane rimane esterrefatto, ma la situazione che gli si sta presentando è particolarmente eccitante, per cui resta al gioco.
    Percependo la sua disponibilità, lei si sente più sicura, pertanto decide di dar vita ai suoi eccitanti sogni. Prendendolo per mano, lo porta ad accomodarsi su di un comodissimo divano, ponendosi di fronte a lui, si toglie la canotta, mostrando il suo abbondante seno ben sostenuto, campeggiato da due neri capezzoli, che sembrano due olive mature pronte per essere spremute.
    Lo invita, accompagnandogli le mani, ad accarezzarli e poi a prenderli in bocca per succhiarli, fino al punto da lanciare piccoli gridolini di piacere.
    Guidandolo ancora, lo porta a sfilarle i pantaloncini corti e le mutandine.
    Tutta nuda dinanzi a lui, corpo di bella donna, il quale avidamente la tocca, accarezzandola nelle sue intime sinuosità.
    Anche lei ora intende scoprire il corpo di questa sua giovane conquista, il ragazzo dal fisico atletico e ben costruito.
    Gli toglie la maglietta e accarezza quella giovane e fresca pelle tanto desiderata, gli toglie i pantaloni e gli slip, concentrandosi sull’oggetto delle sue brame.
    Con frenesia vi si appresta a giocarci, osservandolo così turgido e sentendolo caldo, nelle sue mani; inizia a baciarlo.
    Estasiato da tale maestria di questa dolce e bella signora, che lo sta conducendo nel paradiso dell’amore, si lascia andare, volendo godere appieno di quelle mani e quella bocca che gioca con lui, fino a fargli godere un amplesso tra le sue morbide labbra.
    Lei ci si pone sopra, ora vuole quel contatto di pelle, del suo tenero amante, strusciandoglisi sopra, tenendo l’eccitazione sempre alle stelle, dei due corpi frementi che si desiderano e si vogliono unire.
    Ora baci e carezze, che corrono per tutto il corpo di entrambi, rendendo più frenetica quella passione, portando lei a quella deliziosa e orgasmica emozione tramite una lingua che ha giocato.
    Manca solo la totale fusione.
    Lo vuole dentro di sé, l'ultimo atto per sublimare l'incontro, in un orgasmo viscerale di entrambi. Giovane amor di un noioso pomeriggio, tu mi hai fatto vivere un attimo di paradiso.

  • 02 settembre 2015 alle ore 20:25
    Tiepido pomeriggio

    Come comincia: HORION ENKY - IRIS VIGNOLA

    TIEPIDO POMERIGGIO

    Tiepido pomeriggio di primavera, poco prima che scenda la sera,
    camminando per le vie del centro,
    in te mi imbatto ed il mio sguardo, col tuo, si scontra.
    ...E' magnetico e mi prende il cuore. Ci unisce una magica follia.
    Quanto sei bella, ti voglio mia.
    Scambio di sguardi che ci incatenano e al desiderio d'amore, ci avvicinano.
    Dolce fantasia dei miei sogni, mai come adesso, diventi poesia.
    Le mie mani si stringono alle tue e sento arrivare come un sussultante fermento. Percepisco il calore che emani ed il battito del tuo cuore, tra i seni.
    Mi pare così strano, ero solo e non ci volevo pensare,
    quando ti ho incontrata per caso,
    sei tu la donna che attendevo e che mi ritrovo ad amare.
    La mia casa è poco distante, se tu vuoi il mio invito accettare,
    per un aperitivo o anche solo per gradire la mia compagnia,
    per cui ci incamminiamo per la via, come vecchi amici, cominciamo a raccontarci. Nella mia casa il divano ci aspetta.
    Mettiti comoda, ti preparo da bere, poi ti allungo il bicchiere.
    Sfiorandoti la mano, ne sento il calore,
    come quello dell'acqua d'estate, sotto il sole.
    Anch'io mi siedo e ti vengo vicino, ti guardo negli occhi,
    mentre le labbra avvicino per un dolce bacio, che si fa appassionato,
    intanto che, tra respiri ansimanti,
    le mani accarezzanti fanno sparire, piano piano, da te il mistero,
    facendosi sempre più pressanti, fino a scovare tesori nascosti.
    Ed il mio corpo con il tuo si fonde, divenendo un tutt'uno, fino in fondo,
    quando l'attimo d'estasi ci pervade, all'unisono.
    Divieni mia linfa vitale, mio nettare e alimento divino,
    per te e con te mi sublimo, quasi a sentirmi sovrannaturale,
    mio sconosciuto amore carnale.
    Dopodiché, sul letto, nudi, dove il gioco diventa un diletto.
    Immobile, guardo le tue forme perfette,
    sei mia regina e schiava d'amore, con te voglio regnare, nel gioco dell'amare.
    La tua pelle, morbida e profumata, accarezzo,
    bramando come la preda più desiderata.
    Intreccio di corpi.
    Sui tuoi seni, mi perdo, sono la perfezione del creato,
    li bacio come a volermi, al capezzolo, dissetare.
    Di te, tutto voglio toccare e lambire, non posso fermarmi, l'eccitazione impera. Dentro di te, scivolando, ancora una volta mi voglio immolare.
     

  • 02 settembre 2015 alle ore 20:21
    Sonnolenta e malinconica sera

    Come comincia: Sonnolenta e malinconica sera d'estate, dove l'afa veniva mitigata da una leggera brezza, che arrivava dal mare, rinfrescando l'aria nella terrazza che mi ospitava.
    Frastornato, ero uscito dalla sala, stanco di ascoltare la musica che un'orchestrina suonava per gli ospiti, rimasti a ballare.
    Mi sedetti sul dondolo seminascosto, per gustare la quiete di quella serena serata. Immerso nei miei pensieri e nei miei sogni ascoltavo il rumore delle onde del mare, quando all'improvviso, alle mie spalle, udii una dolce voce femminile: "Che fai qui, tutto solo?" Mi voltai verso la sconosciuta che, nel frattempo, si era avvicinata, pertanto mi alzai per presentarmi e invitarla a farmi compagnia.
    Cullati dal dondolo, iniziammo a raccontarci, intanto che non le toglievo gli occhi di dosso.
    Era molto bella, non molto alta, ma ben proporzionata; l'abbronzatura era color ambra dorata ed i suoi occhi nerissimi spiccavano, come due perle rare, sul viso, completando lo splendore della sua bellezza, uniti ai capelli lunghi corvini e setosi.
    Mi sentii chiederle se fosse una fata ed ella mi fece un sorriso, forse gratificata.
    Il magnetismo che mi trasmetteva, lo percepiva, per il desiderio di lei che traspariva ed il mio controllo, piano piano, mi stava sfuggendo di mano.
    Con sapiente maestria e malizia, si avvicinò, fino ad alitare le proprie parole quasi sulla mia bocca.
    Ci perdemmo in un lungo bacio, dopodiché salimmo nella sua stanza, decisi a vivere una notte d'amore. Quando arrivammo, fece scivolare dal suo corpo la leggera veste color turchese.
    Pareva la dea dell'amore, nuda, con solamente addosso il sottile perizoma bianco.
    I miei occhi, frastornati per quello che la vita mi stava donando, si stavano riempiendo di lei che si avvicinò come una gattina maliziosa, il suo turgido seno mi sfiorava, mentre mi sussurrava: "Lascia fare a me, ti voglio spogliare".
    Iniziò a sbottonarmi la camicia, mentre, immobile, la lasciavo fare, percepivo le sue agili dita correre per la mia pelle, quasi a volermi graffiare.
    L'eccitazione saliva, come una tempesta in mare.
    In sua balia, iniziò a giocare con me, mostrando di saper usare tutte le arti amatorie. Ci lasciammo cadere sul letto, con crescente passione e, tra carezze e voluttuosi baci, cominciammo a dimenarci.
    La baciai sulle labbra e sul collo, mordicchiandole i lobi delle orecchie, per poi scendere giù, accarezzando la sua morbida pelle, fino ai suoi seni, dove iniziai a bramarne i capezzoli, intanto mi invitava a non fermarmi. Sempre di più volevo esplorare il suo corpo, arrivando così al regno dell'amore.
    Il suo corpo eccitato rivelava il fervore e si lasciava andare in gemiti, mentre continuavo a giocare con la lingua, per portarla all'apice del godere. Mi chiese: "Entra in me, non resisto, mi sembra d'impazzire, ti voglio da morire.
    Ti voglio cavalcare", intanto che, sopra di me, andò a porsi, per dettare meglio i tempi del piacere, che ci condussero, stremati, fino al mattino.
    Da quella notte, non l'ho più rivista, ma ciò che è rimasto in me è la consapevolezza di aver amato una dea o una fata.

  • 01 settembre 2015 alle ore 16:06
    Il doppione

    Come comincia: Carla ha quarantadue anni e fa l’infermiera. Tutte le mattine dopo aver preso il caffè leggermente zuccherato si guarda allo specchio e sorride fermando gli occhi sull'angolo sinistro della bocca, che tende verso l’alto più di quello destro. Ha sempre visto bellezza e furbizia in quest’impercettibile dissimmetria estetica. Ha sempre trovato bellezza nell’aspetto non canonico della realtà.
    Quando si osserva le capita di ripercorre a ritroso il sentiero della vita, ricordando minuziosamente tutto quello che l’ha resa una persona migliore. Non si sente speciale ma fortunata. È stato il tempo a regalarle le consapevolezze che adesso stringe tra le mani come un rossetto. Rosso, il colore preferito dalle sue due donne.
    Dà un’ultima sistemata ai capelli, prende lo zaino Invicta viola e azzurro macchiato da citazioni anni 90, controlla che ci siano tutti i libri al suo interno e in punta di piedi raggiunge la porta. La chiude pianissimo, quasi fosse in cristallo, attenta a non spargere rumori in casa e svegliare chi dorme.
    Concitata sale sul 18 per raggiungere i pazienti. La sua esistenza conta molteplici inversioni, forse questa è la più importante: prestare cura alle ferite degli altri dopo aver imbellettato i tagli sul suo cuore. 
     
    Da piccola Carla era una bambina esile e introversa. Durante i pochi minuti di ricreazione non avvicinava mai nessun compagno. Preferiva, piuttosto, osservare i suoi amici da lontano mentre giocavano e cantavano a squarciagola canzoni sbagliate.
    Eppure aveva una grande voglia di entrare a voce alta nella mischia, e sbattere piedi per terra, colorare, sorridere e correre attorno ai banchi verdi. Ma sceglieva di fare tutto questo in silenzio. Avvertiva un senso di tranquillità nell’immaginare e basta. Le permetteva di essere serena quello spazio di sicurezza che segnava la distanza tra la sua vita e le domande a cui non aveva intenzione di rispondere.
    - Carla, vieni con tuo padre al cinema a vedere “Wally”?
    - Giulio, lei non ha un papà. Non è come noi.
    In questi casi scappava in bagno quasi perdendo il controllo dei suoi piedi, delle sue Superga bianche vissute e soprattutto di se stessa. Chiusa la porta iniziava a toccarsi le mani con le mani, poi premeva il palmo sugli occhi sino a vedere macchie simili all’eredità lasciata dal sole dopo averlo guardato troppo in faccia. Sfiorava i capelli, strofinava il naso, spingeva le unghie nelle braccia, tratteneva il respiro, accarezzava le gambe dritte e veloci. Faceva tutto questo per sentirsi: era uguale, uguale a tutti. Non le mancava niente.
    La sua grande passione erano gli album di figurine. Le piaceva vivere per immagini. Portare a termine le cose era fonte di soddisfazione, compiacimento che diventava visibile in quel sorriso asimmetrico.  
    Parlava con contentezza nel tono solo al momento dello scambio dei doppioni. Li conservava in ordine, legati con un elastico giallo limone, nella cerniera esterna dello zaino Invicta. Una volta tirati fuori, li disponeva con cura sul banco. Accadeva, a volte, quando la posta in gioco era particolarmente alta e il traguardo della completezza sempre più vicino, che ne scambiasse dieci per una. Considerando quelle dieci di poco valore rispetto a quell’uno.
     
    Non le mancava nulla ma aveva qualcosa in più: due madri. Una Serena, l’altra Chiara. La serenità era spesso di Chiara, a Serena mancava a volte la chiarezza. Una era più tenera, l’altra più autoritaria. Una era fatalista, l’altra ribelle. Una amava il rosso, l’altra pure. Una preferiva la gonna, l’altra la gonna pantalone. Una amava il rock, l’altra l’elettronica. Una stirava, l’altra cucinava. Una cucinava, l’altra andava a prendere Carla da scuola. La spesa si recavano a farla in tre. Una amava il calcio, l’altra la letteratura ma per amore una Domenica al mese la passava allo stadio. Una adorava uscire in bici, l’altra preferiva la sua Kawasaki Z 750. Una faceva da mamma, l’altra anche. Una  faceva da padre, l’altra anche.  Carla, invece, realizzava quattro lavoretti l’anno: due per la festa della mamma, due per la festa del papà.
    Non c’era nulla di strano in tutto questo se non i pregiudizi sociali che additavano con scherno i baci tra due pedine uguali.
    Una famiglia composta da tre donne. Una bambina felice, abbracciata da un amore doppiamente sensibile. Felice sì, in casa però. Gran parte della sua tristezza e della sua infelicità le veniva trasmessa dall’esterno. Da quella parte di persone che definiva “altri”. Per colpa degli “altri” quando alzava la testa al cielo non coglieva la grandezza di quel lenzuolo azzurro terso, scovava sempre tra le pieghe di quello splendore una nuvola grigia in cui si affastellavano moltissime paure:
    - Cosa penseranno gli altri?
    - Per gli altri non è normale.
    - Cos’è normale per me e cosa lo è per gli altri?
    - Gli altri dicono che da  grande amerò una donna.
    - Gli altri definiscono le mie mamme egoiste.
    - Per quale motivo per gli altri non ho una famiglia solo perché non ho un padre?
    E così fino al punto in cui le domande si ripiegavano su altre senza risposta.
     
    Crescendo imparò a rispondere, prima a se stessa poi al resto del mondo, senza pensare a ciò che avrebbero voluto sentirsi dire gli “altri”. Rompeva piatti, bicchieri e pregiudizi. Non senza avvertire il colpo delle parole pungenti, trattava con cura le ferite. Era diventata abilissima nel farlo.
    Sul numero 25, Carla, s’innamorò di Alessandro. Lo incrociava ogni mattina sull’autobus che era solita prendere per raggiungere l’aula studio. Era diverso dagli altri ragazzi nell’espressione, negli occhi cerulei, nel modo in cui teneva “La critica della ragion pura” tra le mani. Studiava filosofia e trasmetteva malinconia quando sorrideva. Apparentemente aveva tutto, ad uno sguardo più profondo gli mancava molto. Figlio di genitori separati, era cresciuto solo con sua mamma che gli faceva anche da padre. Cercava di riempire di senso e corposità il vuoto lasciato da un uomo assente ed aggressivo. Da un uomo estraneo e snaturato.
    Tra Carla e Alessandro andò esattamente come doveva andare, ad una birra ne seguì un’altra fino al giorno in cui i loro spazzolini si ritrovarono nello stesso posto.
    E la sera, ogni volta che lo guardava addormentarsi, rifletteva sulle mancanze di lui e sulla pienezza di lei. Le sue due donne. Non avrebbe scambiato quel doppione con niente e nessuno. Non avrebbe modificato una sola virgola nel testo  della sua vita. Si sarebbe messa volentieri solo tra parentesi, almeno un paio di volte al mese, durante la fase premestruale delle sue due madri. Gestire la propria le veniva difficile, gestirne tre richiedeva una sforzo sovraumano.
    Abbassando le palpebre, investita dalla stanchezza, si lasciava andare al sonno, dedicando l’ultimo pensiero a quel meraviglioso album di famiglia.
     

  • 25 agosto 2015 alle ore 20:17
    A casa tua

    Come comincia: Quando quella sera mi chiese se volessi dormire a casa sua gli dissi di sì, che non avevo niente in contrario. Ne fu contento e ci avviammo a piedi lungo un viale alberato, di quei bei viali di Torino, larghi e col controviale. Avevamo trascorso la serata divertendoci a sostare in ogni bar, e in ognuno avevamo bevuto qualcosa, di tutto, alcolici e non alcolici, insomma un bel miscuglio. Inutile dire che eravamo molto allegri, ed io mi chiedevo dove fosse la sua casa, non vedendo l'ora di arrivarci, perché cominciavo ad essere stanca. Non c'era quasi nessuno per strada, ma bastavamo noi due a fare un bel po' di rumore. Ma questa tua casa dove diavolo è, gli dissi ridendo, dobbiamo camminare ancora molto? Ma no, siamo quasi arrivati, anzi guarda, siamo proprio arrivati. Tirò fuori le chiavi di un'auto dalla tasca e si avviò deciso verso una 127 gialla posteggiata sotto gli alberi. Ah, ma hai l'auto, menomale così non andiamo a piedi. Lui mi guardò con un sorriso disarmante: no no siamo arrivati, è questa la mia casa. Con un mezzo inchino mi aprì la portiera del passeggero: prego, accomodati. Sto sognando, pensai, ma salii in auto. Scusa, ma tu vivi qui? Sì, io vivo qui, come vedi ho tutto quello che mi serve. Così dicendo mi indicò la parte posteriore dove non c'erano i sedili, ma un'accozzaglia di qualunque tipo di mercanzia: dalle masserizie agli abiti, perfino una coperta di lana, indumenti alla rinfusa e chissà cos'altro. Ah, bello! Veramente non sapevo cosa dire né cosa fare, ma lui, rovistando con le mani nel mucchio di roba, tirò fuori una bottiglia e due bicchieri. Bene, disse, brindiamo al nostro incontro. Forse stasera abbiamo brindato già un po' troppo, ma questo brindisi mi sembra appropriato. Mi ascoltai pronunciare quelle parole come se le avesse dette qualcun altro. Quando mi svegliai, al mattino, la gente si affrettava sul marciapiedi. Immediatamente mi resi conto della situazione: santo cielo, stavo dormendo in un'auto posteggiata. E nell'auto c'ero solo io. Mi guardai intorno smarrita e anche spaventata, non rendendomi ben conto di quanto stava accadendo. Subito verificai se fossi vestita, sì, menomale. Qualcuno lanciava un'occhiata di disappunto dentro la 127 e proseguiva per la sua strada. Ero lì a pensare cosa fosse meglio fare. Me ne vado? Gli lascio un biglietto? D'altronde anch'io dovevo andare al lavoro. Ma poi lui arrivò e aveva in mano un vassoio con i caffè e le brioches. Salì in auto e io gli dissi che mi sentivo osservata, non ero abituata a dormire per strada dentro una macchina, ero a disagio. E poi, incredibilmente, cominciai a ridere e a parlare a ruota libera: dovevi vedere come mi guardavano quelli che passavano, santo cielo, con un tale disprezzo! Non sanno neppure chi sono e già mi disprezzano! E continuavo a ridere e a parlare. Ma dov'eri andato! Mi sono spaventata! Perché? non hai mica pensato che ti avessi regalato la casa! E giù risate! Poi mi accompagnò al lavoro e io pensai che quella era una conoscenza che andava assolutamente approfondita.

  • 23 agosto 2015 alle ore 8:46
    Mister dentino (favola)

    Come comincia: Il mio bambino si chiama Enrico ed è un vero tornado. Incontenibile nella sua vivacità, sempre allegro, ma ubbidiente e riflessivo quando è necessario. Oggi è entrato in casa come un razzo, ha posato la cartella su una sedia e si è precipitato in cucina da me.
    "Ciao mamma, ho fame. Cosa si mangia?"
    "Polpette e patatine fritte. Sei contento?"
    "Accipicchia, come no!"
    Intanto mi stampava un bel bacio sulla guancia.
    Dopo mangiato ci siamo seduti sul divano e io gli ho chiesto come fosse andata la mattinata a scuola, se avesse preso dei voti, ecc. Le solite cose.
    "Mamma, chi è Mister Dentino? Ho sentito delle signore che parlavano e...io non l'ho mai sentito nominare."
    "Beh, Mister Dentino è un signore che è vissuto parecchio tempo fa, a cui è stato affibbiato questo nomignolo per certe cose che ha fatto."
    "Mi racconti mamma? Mi racconti?"
    "Va bene, però poi fai i compiti."
    "Allora, vediamo un po'. L'anno era il 2012 e una grossa crisi economica aveva colpito buona parte del mondo, ed anche l'Italia. La situazione generale era grave e, in breve tempo, molta gente si era trovata a fare i conti con la povertà. Persone che avevano sempre avuto di che vivere non ce la facevano più a mandare avanti la propria famiglia perchè erano rimaste all'improvviso senza lavoro. Nessuno trovava un'occupazione e perciò non poteva portare a casa i soldi per dare da mangiare ai propri bambini. Molti rimasero senza casa perchè non più in grado di pagare il mutuo..
    "Mamma, cos'è il mutuo?"
    "Già, certo, il mutuo sono le rate della casa. La gente si era fatta prestare i soldi dalle banche per comperare la casa e li restituiva a rate,cioè un po' per volta, però senza lavoro, come faceva a pagare le rate? E così le banche si prendevano le case. Ma forse è un po' difficile per te da capire. Ad ogni modo la situazione era disperata per parecchia gente. Il nostro, dove viviamo adesso, allora era un piccolo paese abitato da trecento anime.  Fra gli abitanti c'era un giovane che si chiamava Stefano. Stefano era sposato con Annarosa ed avevano una bambina di nome Aurora. Anche questa famigliola fu colpita dalla crisi e da una povertà così grande che erano costretti a mangiare solo una volta al giorno. Potevano disporre  delle  patate che avevano coltivato l'anno precedente, e per avere qualcosa d'altro si rivolgevano agli enti di beneficienza, associazioni che aiutavano i poveri distribuendo del cibo e vestiti, cappotti ecc. La loro casa non era una vera casa. Era una baracca di legno col tetto in lamiera che loro avevano cercato di rendere il più possibile accogliente, ma non c'era riscaldamento nè altre cose essenziali come l'elettricità...
    "Insomma erano proprio poverissimi, mamma!"
    "Sì, erano proprio poverissimi. Tutte le mattine Stefano abbracciava sua moglie e la piccola, e poi usciva e si recava nella vicina città a cercare lavoro, qualsiasi lavoro, per portare a casa qualche soldo, ma trovava solo qualcosa ogni tanto, e gli altri giorni tornava a casa la sera triste e senza un euro.
    Annarosa metteva sulla tavola le patate bollite, e cercava di consolarlo. Accadde che una di queste sere in cui lui non aveva guadagnato nulla, la piccola Aurora aveva perso un dentino da latte e l'aveva messo sotto il bicchiere.
    "Papà, papà, guarda. Stanotte passerà il topolino!" E intanto gli faceva vedere la bocca con il buco al posto del dentino. Stefano la strinse fra le braccia con le lacrime agli occhi e non disse nulla. Più tardi, quando la bimba si fu addormentata, lui guardò sua moglie e le disse:
    "Non posso permettere che domattina Aurora non trovi le monete sotto il bicchiere. Non ce la faccio. Qualunque rinuncia va bene, ma lei non può avere una delusione così grande. Devo trovare una soluzione. Esco."
    "Ma capirà, le spiegheremo che il topolino aveva l'influenza, le diremo qualcosa. Dove vuoi andare a quest'ora?" Annarosa cercava di trattenerlo, ma Stefano si vestì ed uscì nella notte.
    Prima di ogni altra cosa si recò a bussare a casa di suo fratello Gianni, che non lo fece neppure entrare. Gli disse che non poteva aiutarlo, che non aveva abbastanza nemmeno per sè e per i suoi figli. Stefano lo pregò, si trattava solo di un paio di euro, non di più, ma Gianni fu irremovibile.
    Allora andò nel bar, l'unico bar del paese, dove alla sera si radunavano gli uomini e anche qualche moglie. Lì era ancora più difficile perchè comunque era sempre "uno che viveva in una baracca" per cui non era tanto ben visto. Si guardò attorno per vedere se ci fosse stato qualcuno che lo conoscesse. Effettivamente  seduto in un angolo c'era un suo ex collega di lavoro. Non era facile, ma si avvicinò e gli spiegò quale fosse il suo problema. Quello gli rise in faccia:
    "Gli ultimi due euro che avevo li ho spesi qua stasera."
    Con un "grazie lo stesso" Stefano se ne andò dal bar e cominciò a camminare per le vie deserte fino alla piazza. Lì si sedette su una panchina con la testa fra le mani e pianse. Piangendo con la testa fra le mani non si era accorto che vicino a lui si era seduto uno sconosciuto. Aprendo gli occhi ne vide i piedi, anzi le scarpe: scarpe da persona benestante, non certo da poveraccio. Stefano alzò lo sguardo fino ad incontrare quello dello sconosciuto. Aveva il viso quasi totalmente coperto da una grande sciarpa: si intravedevano soltanto gli occhi, scuri e penetranti, ridenti e vivaci. In testa aveva un cappello tipo colbacco e lo vestiva un cappotto molto lungo. Un personaggio originale, tutto sommato. Stefano pensò che quell'individuo sembrava uscito da un dipinto del primo novecento:
    "Perchè piangete giovanotto?"
    Gli dava del "voi". Era sicuramente un tipo curioso, però Stefano aveva tanto bisogno di sfogarsi e così gli raccontò tutto.
    "Non preoccupatevi più amico mio, fra poco scenderà così tanta neve che fra poche ore ci sarà bisogno delle braccia di tutti gli uomini del paese, anche delle vostre"
    Dopo un attimo cominciò a nevicare con tanta violenza che in pochi minuti la panchina fu completamente coperta dalla neve.
    "Mai vista una nevicata del genere!" disse Stefano voltandosi verso lo sconosciuto: ma lui non c'era più.
    Dopo un'ora e mezza la neve gli arrivava alle ginocchia. Si cominciarono a vedere gli uomini che si avviavano verso il municipio perchè si sapeva che quando c'era l'emergenza neve tutti erano tenuti a presentarsi, anche in piena notte.
    Il sindaco fu il primo ad arrivare e quando gli uomini furono tutti riuniti, li invitò a munirsi di pale, sale, e tutto quanto servisse a liberare le strade.
    "Nemmeno per sogno" gridò un uomo "Solo se saremo pagati subito, non ci fidiamo"
    "Giusto" fecero eco gli altri "Non ci fidiamo"
    Il sindaco diede la sua parola: li avrebbe pagati all'alba.
    Stefano ringraziò il cielo e si dette da fare insieme agli altri uomini. All'alba le strade erano pulite e gli uomini furono pagati. Non erano molti trenta euro per tutta la fatica, ma lui era contento. Si precipitò a casa e corse a mettere cinque euro sotto il bicchiere e poi si sedette in attesa. Era talmente eccitato che non riusciva nemmeno a pensare di andare a dormire. Così due ore dopo, quando Annarosa si svegliò lo trovò seduto su una sedia. La prese fra le braccia e tutti e due insieme si godettero la gioia della loro piccola quando vide i cinque euro sotto il bicchiere."
    "Mamma, ma per questo fu chiamato Mister Dentino?"
    "No tesoro, per quello che fece dopo, perchè lui era un uomo molto in gamba e così, quando poco tempo dopo trovò un lavoro fisso, fece anche una bella carriera, al punto che potè permettersi una villetta dove abitare. Ma non dimenticò mai la sofferenza di quella notte. Sotto il patio della sua villetta fece costruire una  nicchia di marmo e si fece forgiare apposta un grosso calice di cristallo che non sarebbe servito per bere. Poi, una domenica mattina, approfittando del fatto che molta gente del paese era in chiesa, salì sul pulpito e comunicò il suo progetto a tutti. Ogni bimbo del paese, quando avesse perso un dentino da latte sarebbe andato a depositarlo nella nicchia di marmo, e sopra sarebbe stato posto il calice di cristallo, e tutti i compaesani che ne avessero avuto la possibilità avrebbero fatto la parte dei "topolini" e avrebbero depositato le monetine sotto il calice. Così non sarebbe mai più capitato che un bimbo rimanesse deluso. L'iniziativa piacque così tanto a tutti, che nessuno si tirò mai indietro. Anche chi aveva poco offriva poco, ma qualcosa offriva sempre, perchè tutti avevano bambini o nipotini e capivano quanto fosse importante la loro serenità.
    Ah, dimenticavo! Ci fu una grande festa per inaugurare l'iniziativa di Stefano. Tutto il paese era invitato, naturalmente. Quando lui alzò il bicchiere per brindare di fronte a tutti si sentì di dire poche parole in più:
    "Devo anche ringraziare con tutto il cuore l'uomo che ebbe fiducia in me, mi prese a lavorare e mi insegnò tutte le cose che so adesso. Mi insegnò il lavoro ma, ancora più importante, mi insegnò a vivere, e a lottare per il mio futuro".
    Poi si rivolse direttamente a lui, l'uomo in questione, che lo guardava da pochi metri di distanza:
    "Tu sei stato e sei per me come un padre. Non sarai mai solo, io per te ci sarò sempre."
    L'uomo, commosso, lo guardò con quei suoi occhi scuri e penetranti, ridenti e vivaci, e alzò il bicchiere per brindare.
    Ecco Enrico questa è la storia di Mister Dentino, ti è piaciuta?"
    "Mamma, possiamo andare a vedere la nicchia e il calice di cristallo?"
    "No tesoro, non esistono più. Quando Stefano morì, nessuno continuò ciò che lui aveva iniziato. E poi, se di lui tutti si erano fidati, dopo di lui nessuno avrebbe più lasciato i soldi sotto il calice di cristallo alla mercè di chiunque."
    "Che peccato mamma!"
    "Sì figliolo, un vero peccato."

     

  • 22 agosto 2015 alle ore 19:56
    Oltre la vecchia porta

    Come comincia: Era una mattina fredda, ma subito non me ne accorsi. Uscendo avevo portato con me il tepore della casa, che ancora mi avvolgeva, tanto da darmi la sensazione che il clima fosse mite. Abituata alla sveglia mattutina alle sei da tutta la vita, da quando ero andata in pensione raramente avevo la necessità di uscire così presto al mattino e diventava per me un avvenimento non gradito anche perchè era dovuto  ad appuntamenti legati a questioni di salute, tipo analisi del sangue ecc.ecc. Era proprio quello che andavo a fare quella mattina: analisi del sangue. Camminavo in fretta, col disagio di chi non ha potuto addolcirsi la bocca con un caffè o qualcosa d'altro. Proprio niente: avevo potuto bere solo un po' d'acqua. Per la strada il freddo cominciava a farsi sentire e sembrava tutto concentrato sulla punta del naso. Nel mio guardaroba cappelli e sciarpe non sono mai esistiti e anche qualche paio di guanti invernali, per lo più regalati da qualcuno, viaggiavano da un cassetto all'altro fino a che non li trovavo più. "Imbacuccata" non resisto neppure dieci minuti, ma penso che tutto faccia parte dello stesso problema per cui non ho mai sopportato un paio d'orecchini (a clips) per più di cinque minuti, nè un bracciale o anelli o girocollo che, nel migliore dei casi non ricordo di portare, e nel peggiore dei casi..non so neppure dove siano. Ho provato, in qualche periodo della vita, a portare orologi da polso, ma mi erano proprio insopportabili. A volte penso che tutto ciò non sia altro che l'esasperazione del  mio infinito desiderio di libertà che non riesco mai a realizzare del tutto. E' come se indossassi un abito lungo e ogni volta che vedessi la mia libertà all'orizzonte e volessi correre verso di lei, qualcuno dietro di me posasse malignamente il piede sull'orlo del mio abito impedendomi di muovermi.
    Ad ogni modo quella mattina camminavo in fretta verso il laboratorio di analisi ed era ancora buio. La mia maggiore preoccupazione era quella di stare attenta a non pestare escrementi di cani, disseminati un po' dappertutto sul marciapiedi. Nulla contro i cani naturalmente, ma molto contro i padroni dei cani che sono, nella quasi totalità, degli incivili. Il rumore dei miei passi era la mia unica compagnia.  Solo quando giunsi in prossimità del laboratorio di analisi cominciai a vedere movimento di persone che si affrettavano: lì c'era già gente in coda nonostante che la struttura fosse ancora chiusa. Qualche "buongiorno" sussurrato a mezza voce, ma soprattutto massima attenzione a che nessuno cercasse di "forzare" la coda. I furbetti ci sono sempre dappertutto, ma lì, si capiva chiaramente dagli sguardi, avrebbero rischiato grosso. Dopo aver pronunciato la frase di rito "chi è l'ultimo?" mi posizionai tranquilla al mio posto, in attesa.
    Ero lì da pochi minuti quando improvvisamente una nebbia fittissima cancellò tutto ciò che avevo intorno. Era una nebbia bianca, luminosa, sembrava artificiale. Mentre pensavo quanto fosse strana quella nebbia, vidi la sagoma di un uomo che si avvicinava. Quando fu di fronte a me rimasi impietrita prima, e poi commossa.
    "Come è possibile! Come puoi essere qui!" Non potevo trattenere le lacrime mentre mio fratello Rinaldo mi abbracciava.
    "E' possibile Lora, come vedi è possibile. Andiamo, vieni con me."
    Muta, ancora incredula, mi lasciai prendere per mano e mi avviai con lui.
    "Non mi chiedi dove andiamo?"
    "Ma sì, dove andiamo?" Sorridevo e piangevo, stupita della sensazione di benessere che mi pervadeva, e col cuore pieno di gioia.
    "A casa. Dici sempre che il Natale per te non ha alcun significato e che quello di quest anno sarà ancora peggio degli altri, così abbiamo pensato che se tu lo potessi trascorrere con noi forse finalmente ti piacerebbe."
    "Con noi?"
    "Certo, con noi. Papà, mamma, Rodolfo, Sergio...."
    "Papà mamma Rodolfo Sergio..." Ripetei, pensando che non poteva essere vero, poteva essere solo un sogno, ma Rinaldo era lì, ci eravamo abbracciati, era reale!
    "Potrò vedere tutti loro? Potrò abbracciarli?"
    "Certamente. Guarda, siamo arrivati a casa."
    "Ma no, non è possibile. Qui adesso abita altra gente, non è più la nostra casa." Eravamo davanti alla nostra casa della mia infanzia. Nulla era cambiato: i pini marittimi odorosi di resina, la strada con l'asfalto rotto, il prato, e la campagna tutta intorno, a perdita d'occhio. Ero confusa:
    "Ma qui non è più così, lì  accanto alla nostra casa  hanno costruito un condominio e la campagna non c'è più, ci sono costruzioni dappertutto. Solo il prato di fronte alle abitazioni è rimasto." Mi guardavo attorno smarrita e incredula, ma lui sembrava non dare importanza alle mie parole.
    "Entriamo in casa, vieni, e vedrai che non è cambiato niente."
    Rinaldo spinse il cancelletto e salimmo insieme i pochi gradini. Mi ricordai di alcuni versi che avevo scritto in passato immaginando un mio ritorno e glielo dissi. A lui piaceva quello che scrivevo.
    "Abbiamo tempo, fammeli sentire."
    La voce mi tremava ma li recitai sottovoce per fargli piacere:
    " Nostalgia che mi premi la gola
    sull'uscio della vecchia casa d'infanzia.
    Nodo che stringi e ti sciogli nel pianto
    innanzi alla vecchia porta marrone.
    Inconsapevole gioia non vissuta
    lenisce il rimpianto di sempre.
    Assordante il fragore dell' anima
    nel sacro silenzio di fuori
    mentre irrompe con passi esitanti
    nell' immensa dolcezza di allora."
    Adesso la vecchia porta marrone era proprio lì, davanti a me, ed era tale l'emozione che non pensai più alla incredibile situazione che stavo vivendo.Entrammo in casa.
    Oltre la porta la vita non si era mai interrotta. Mia madre in cucina stava impastando i gnocchi e brontolava perchè non riuscivano come voleva, mentre mio padre leggeva il Corriere Della Sera. Appena mi videro, mia mamma si spolverò le mani piene di farina e allargò le braccia per accogliermi, mentre mio padre mi porgeva il Corriere dei Piccoli.
    "Hai visto che mi sono ricordato?"
    Li vedevo a malapena attraverso le lacrime mentre mi abbandonavo al loro abbraccio e riflettevo su quanto, in tutta la mia vita, mi fosse mancato poter pronunciare le parole "papà" "mamma".
    Dalla sala arrivava il suono del pianoforte. Certo, Rodolfo poteva essere solo lì, al pianoforte.
    Mi precipitai in sala. Mio fratello, seduto al piano, era bellissimo e sorridente.
    "Vieni Lora, vieni a sentire: c'è un pezzo che voglio farti ascoltare"
    "Subito, ma prima un abbraccio"
    Era sempre stato un uomo molto timido, ma "sopportò" pazientemente il mio abbraccio.
    Seduta accanto al pianoforte lo guardavo suonare, commossa.
    "Ma è la ninna-nanna di Brahms! Io avevo trovato il carillon, ma......"
    "Lo so, lo so, non hai fatto in tempo a regalarmelo. Guarda, è qui, sul pianoforte."
    Era proprio il carillon che avevo visto in vetrina quel giorno che il negozio era chiuso "per influenza". Avevo dovuto rinunciare e poi.....non c'era stato più tempo. Il mio sguardo si spostò dal pianoforte a tutti i vecchi mobili: buffet e contro-buffet, specchi, sedie a riempire gli angoli della stanza, come si usava allora. Provai un tuffo al cuore vedendo, su una sedia, accanto alla finestra, Elisabetta, la mia bambola. Mi guardava da sotto il cappellino a larghe falde annodato sotto il mento con due nastri azzurri di raso, e il suo bellissimo vestito di organza azzurro a fiori le faceva da corona tutto intorno. Corsi a prenderla in braccio e tornai ad ascoltare mio fratello che suonava.
    "Sei diventato davvero bravo!"
    "Sì, ho tanto tempo per suonare. Sono sereno, tranquillo."
    " Ti voglio così bene Rodolfo!"
    Beh, se volevo farlo arrossire, ci ero riuscita.
    Seguì un attimo di silenzio e di commozione che interruppi.                
    "Ma dov'è Sergio? Non l'ho ancora visto"
    "Dove vuoi che sia? Starà trafficando attorno alla millequattro."
    La millequattro! La nostra vecchia cara automobile. Corsi fuori e infatti Sergio stava lavando l'auto.
    Mi venne incontro con il suo solito sorriso, quel mezzo sorriso un po' ironico e un po' incerto, ma sempre "in difesa", tipico dei timidi, e mi abbracciò.
    "Che sorpresa! Come mai qui?"
    "E' venuto a prendermi Rinaldo."
    "Sono contento di vederti. Non sono mai riuscito a dirti quanto ti voglio bene."
    "Nemmeno io: in effetti è difficile esternare i sentimenti, almeno per noi."
    "E' vero, ma non è sempre indispensabile parlare. Perciò anche tu oggi parteciprai al rito."
    "Quale rito?"
    "Come, quale rito! Oggi prepariamo l'albero di Natale"
    "Io non lo faccio da tantissimi anni. Non ricordo neppure più da quando."
    "Male! Perchè? Non sono tante le cose che riempiono il cuore di gioia. Pensaci!"
    E tornò a lustrare l'automobile, canticchiando. Non lo avevo sentito cantare in tutta la vita e rimasi colpita.
    Tornai in casa:
    " Mamma, come stai?"
    poche parole quasi banali, ma dense di sentimento, di attesa, di rimpianto, di nostalgia.
    "Sto bene, ma starei meglio se questi gnocchi volessero riuscire, invece la pasta sembra allungarsi all'infinito." Era scherzosa mia madre.
    "L'ho detto io che non ti venivano" Mio padre non era cambiato affatto, però mi strizzò l'occhio da dietro al giornale: ma il senso dell'umorismo di mia madre, in tali frangenti, era assolutamente assente.
    "Sai cosa ti dico, mamma? Butta via tutto e mangiamo qualcosa d'altro. Ti aiuto io." Un tempo non si sarebbe rassegnata, invece mi guardò un attimo e
    "Sì, hai ragione. perchè devo ammattirmi dietro a questi gnocchi? Piuttosto vieni qui. Dimmi di te."
    "Non voglio parlare mamma: siediti vicino a me e tienimi per mano, come quando ero piccola."
    Mia madre si sedette accanto a me ed io sentii la forza del calore della sua mano che stringeva la mia. In quel momento ebbi la consapevolezza di quanto fosse profondo il mio amore per lei. E mio padre? Lui mi accarezzava con lo sguardo.
    "Papà, ti ricordi quando tu e la mamma vi sedevate sulle poltrone accanto alla stufa di sera ad ascoltare la radio? Ti ricordi? Io mi sedevo su una sedia col gatto in braccio e facevo abbrustolire le bucce d'arancia  ed anche le croste del formaggio grana."
    "Certo che mi ricordo, mi ricordo anche la puzza delle croste...però erano buone."
    "Papà, mamma, le mie lettere, i miei auguri, li avete ricevuti?"
    Fu mio padre a rispondermi:
    "Certo, sempre. Anche le canzoni, ma soprattutto i tuoi pensieri, le "lacrime mai piante" come le chiami tu, e anche le altre, quelle che non sei riuscita a trattenere e a ricacciare indietro; quelle che sono giunte fino qui e che hanno inondato l'orto. Te lo ricordi l'orto che nessuno coltivava? "
    "Certo che me lo ricordo, papà."
    "Allora vieni con me, vieni a vedere l'orto."
    Mio padre mi prese per mano e mia madre mi accarezzò la fronte: "Io vi aspetto qui"
    Lui aprì la porta sul retro della casa ed io rimasi senza parole. L'orto era diventato una giungla di lunghi steli che si attorcigliavano fra loro ed in cima ad ognuno di essi un grande fiore con quattro o cinque petali vellutati si piegava leggermente verso di me. Ogni fiore era di un colore diverso, ma sempre tenue e delicato, ed erano tanti, a perdita d'occhio. Lo spettacolo era di una bellezza che faceva mancare il fiato. Così meraviglioso, che finii per dire una banalità.
    "Ma l'orto non era così grande!"
    "Figliola, le tue lacrime erano così tante, che l'orto non ebbe più confini. Vorrei che tu non piangessi più per noi. Noi adesso stiamo bene."
    "Ve ne siete andati....."
    "No, noi siamo stati sempre qui, oltre la vecchia porta marrone, tu dovevi solo aprirla."
    Mentre parlava, mio padre si era seduto su uno scalino ed io mi sedetti vicino a lui. Davvero non avevo voluto mai aprire la vecchia porta? Ero silenziosa, ed anche lui sembrava assorto nei suoi pensieri. Mi chiedevo se sapesse tutto della mia vita, ma non osavo chiederglielo perchè ero consapevole di non avere vissuto, forse, come lui avrebbe desiderato. Sentii il suo braccio attorno alla mia spalla:
    "Sai, ognuno deve vivere la sua vita, non la vita che qualcun altro si aspetta, anche se questo qualcun altro è il padre o la madre. Non ci hai delusi, se è questo che temi; non più di quanto possiamo avervi deluso noi genitori. E' impossibile non sbagliare ed è inevitabile deludere qualcuno: per tutti."
    Un uomo tutto d'un pezzo come era stato mio padre, severo e determinato, che faceva autocritica! "Oh sì" pensai "quanto bisogno ho di conoscerti! Non posso perdere questa occasione!" Avevo tanto da domandare, e mi sentivo pronta per ricevere risposte, ma anche per darne, con sincerità e umiltà.
    Istintivamente mi protesi verso di lui, desiderosa di ascoltare e di parlare, ma mi resi subito conto che per lui non c'era altro da dire. C'era dolcezza nel suo sguardo, ma anche distacco: il distacco di qualcuno che ama al di là di ogni coinvolgimento emotivo.  Allora compresi che era troppo tardi per confrontarci, perchè, pur essendo noi due l'uno di fronte all'altra, i nostri mondi erano profondamente lontani fra loro: il suo era perfetto e a me inaccessibile.
    Gli risposi, ma quasi come se stessi parlando a me stessa:
    "Sì è vero: credo di non avere mai aperto la vecchia porta per paura di essere giudicata, ma ora capisco di avere solo perso tanto tempo e di non avere capito niente."
    "Niente della vita o niente della morte?"
    "Vuoi dire che la morte non esiste?" Guardavo mio padre negli occhi.
    "Guardami, ti sembra che esista la morte? La morte è il buio, il nulla. Qui c'è la vita. Vedi, è come se qualcuno fosse in viaggio e qualcun altro fosse già arrivato a destinazione. Tu, tua sorella Maria, tuo fratello Mario, siete ancora in viaggio. Noi invece siamo già arrivati: io e tua madre da tanto tempo, i tuoi fratelli Rinaldo, Rodolfo e Sergio da meno tempo. Chi è in viaggio può non vedere le persone che sono già arrivate a destinazione anche per molto tempo, ma sa che al termine del viaggio le vedrà. E voi ci troverete qui. Ma nel frattempo, tu potrai aprire la vecchia porta tutte le volte che vorrai. Ci troverai sempre."
    Appoggiai la testa sulla spalla di mio padre. Chiusi gli occhi per assaporare meglio la sensazione di pace e di benessere che mi avvolgeva. Rimanemmo così, l'uno accanto all'altra, non saprei dire per quanto tempo, fino a che un po' di trambusto attrasse la nostra attenzione: così andammo a vedere cosa succedeva.
    I miei fratelli stavano portando in casa l'albero per Natale. Il solito pino, alto fino al soffitto come da sempre si usava in famiglia. Sul tavolo della sala c'erano già gli scatoloni aperti con gli ornamenti natalizi luccicanti e colorati. La bambina che ero stata in un tempo ormai lontano prese il sopravvento. Ero piena d'entusiasmo e tutti insieme cominciammo ad addobbare l'albero. Anche mio padre. Invece mia madre si sedette al pianoforte e la sua voce stupenda intonò "Ciliegi rosa" mentre le sue mani si muovevano sicure sui tasti, lasciandomi, come sempre, sbalordita: perchè lei non aveva mai studiato musica.  Dopo un po' mi sentii stanca e così mi sedetti. Guardavo i miei fratelli che scherzavano fra loro e con mio padre, ascoltavo mia madre che cantava, e cominciai a rendermi conto che erano felici. Allora fui presa da una sottile malinconia, una tristezza che non riuscivo a spiegare: erano i miei famigliari, li amavo tantissimo, però mi sentivo sola, incredibilmente sola.
    Ad un tratto mio fratello Rinaldo mi si avvicinò e, prima che potesse parlare io provai a chiedergli ciò che da tempo desideravo sapere:
    "Ti devo chiedere...vorrei sapere ..."
    Non sapevo come porre la domanda.
    "Ho avuto la sensazione che tu volessi dirmi qualcosa prima di..."
    "Vuoi dire prima di morire?"
    Mio fratello, per nulla turbato, pronunciò la parola "morire" come se quasi non ne conoscesse il significato.
    "Non posso risponderti. Non ricordo niente, neppure di essere morto. Nessuno di noi lo ricorda. L'unico ricordo che ho è piuttosto una consapevolezza, una profonda sensazione d'amore, di tanto amore intorno a me, e poi di essermi trovato davanti alla porta di questa casa, di averla aperta e di nuovo avere sentito amore, tanto amore."
    Riflettei che non avrei più dovuto tormentarmi per cercare la risposta ad una domanda che per lui non esisteva, e provai sollievo.
    Poi mi parlò sottovoce:
    "Sappi che se vuoi puoi rimanere."
    "Cosa intendi?"  Ma avevo capito, e sapevo già la sua risposta.
    "Intendo che puoi rimanere.. per sempre."
    Fissai smarrita l'azzurro intenso dei suoi occhi.
    Lui tornò a decorare l'albero e in me si scatenò la tempesta. Ero costretta a scegliere? Strinsi fra le braccia la mia bambola. Se avessi deciso di rimanere insieme a loro, avrei dovuto lasciare mia figlia, il mio compagno, mio fratello Mario, mia sorella Maria. Rividi il mio piccolo appartamento dove Paolo mi stava aspettando. Cosa avrebbe fatto senza di me? E gli altri? E io, cosa avrei fatto senza di loro? Mi sarebbero mancati, tutti. Ripensai alle parole di mio padre: era solo questione di tempo.Capii che dovevo continuare il mio viaggio insieme alle persone che amavo, anche se mi straziava dover lasciare i miei genitori e i miei fratelli. Mi consolò il pensiero che il cammino adesso sarebbe stato più sereno perchè ormai sapevo cosa avrei trovato a destinazione: amore. Li guardai uno per uno: mio padre che scherzava, mio fratello Rinaldo che avrebbe voluto un albero di Natale simmetrico e decorato tutto di blu, mio fratello Rodolfo che in cima alla scala sistemava la stella cometa sulla punta dell'albero, mio fratello Sergio che si mangiava le monete di cioccolata anzichè appenderle, e mia madre che, persa nel suo mondo, suonava il piano e cantava. Il mio cuore era pieno di tenerezza e di malinconia. E venne il momento magico: mio fratello Rinaldo infilò la spina nella presa della corrente e l'albero di Natale si illuminò. Era bellissimo e tutti rimanemmo incantati a guardarlo. Poi, con gli occhi pieni di lacrime, sistemai la mia bambola sulla sedia vicino alla finestra e l'accarezzai. Guardai i miei cari, i loro visi sereni rischiarati dalle luci dell'albero, e vidi nei loro occhi, puro e incontaminato, lo stupore infantile intatto, e riconquistato dopo una vita piena di avversità.  E poi guardai i vecchi mobili, ne respirai il profumo col cuore gonfio di commozione. Sapevo che dovevo andare, dovevo tornare a casa, a casa mia.
    Avevo bisogno di coraggio. Cercai con lo sguardo mio fratello Rinaldo e lui, come sempre, mi venne in soccorso.
    "E' giusto così Lora, e questo è il momento."
    Il suo abbraccio pieno di tenerezza mi avvolse ed io pensai che mi sarei portata dietro quell'abbraccio per tutto il viaggio, fino a quando non ci fossimo ritrovati.

    "Signora...signora..  il numero, deve prendere il numero."
    L'addetta del laboratorio analisi mi fissava impaziente.
    "Il numero?"  
    "Sì, cosa deve fare? Analisi del sangue numero rosso; per altri esami deve dirmi se privatamente o con la mutua e se è prenotata."
     "Numero rosso, grazie." Sospirai e sorrisi "Rieccomi a casa" pensai.
    Andai a sedermi in sala d'attesa, pensierosa e agitata per quanto mi era successo. Guardavo le altre persone per scoprire se e in che modo loro guardassero me, ma nessuno sembrava interessato nè incuriosito. Soltanto un bambino mi guardava, e i suoi occhi di un intenso azzurro mi sorrisero prima ancora delle sue labbra. Ebbi la sensazione di averlo conosciuto da sempre mentre gli sorridevo, ma non sapevo chi fosse. Poi la madre lo prese per mano e si avviarono lungo il corridoio. Prima di uscire si voltò ancora a guardarmi e mi fece ciao con la mano. Anch'io lo salutai con un cenno chiedendomi perchè mi sentivo così turbata.
    Due signore si sedettero accanto a me chiacchierando:
    "Ma hai visto che nebbia stamattina? E poi così all'improvviso!"
    "Davvero! Uno strano fenomeno. Siamo vicini a Natale. Sarà una magìa?"
    "Ma va, dai, non farmi ridere!" Ma risero tutte e due.
    E sorrisi anch'io. Cominciai a sentirmi bene. Mi tornarono in mente le parole di mio fratello Sergio:
    "Non sono tante le cose che riempiono il cuore di gioia. Pensaci."
    Aveva ragione. Capii che mi era stato riservato qualcosa di speciale, un avvenimento eccezionale: mi era stato concesso di oltrepassare la vecchia porta ogni volta che l'avessi desiderato.
    Ero impaziente di tornare a casa, alle mie certezze, ai miei affetti. Ma c'era "qualcosa" a cui dovevo tanta parte dell'emozione legata alll'incredibile esperienza appena vissuta.
    Decisi così che quest anno, il più terribile, il più infausto, l'anno in cui la sofferenza mi aveva offuscato la mente al punto di non vedere più i motivi per vivere, sebbene così reali e importanti, l'anno in cui così tanto dolore mi aveva annientata, sì, proprio quest anno, avrei fatto ciò che ormai da tanto tempo non avevo più fatto: qualcosa che per me aveva sempre significato solo festa, ma che ora avevo compreso essere fonte di grande consolazione: l'Albero di Natale.
    E poi.........
    "NON SONO TANTE LE COSE CHE RIEMPIONO IL CUORE DI GIOIA. PENSACI!"

  • 19 agosto 2015 alle ore 10:49
    Ti porterei via

    Come comincia: Sono un tormento questi pranzi a casa di mio padre. Lui è sempre stato un uomo dominante, un protagonista, qualcuno di fronte al quale gli altri tacevano e ascoltavano, per la sua intelligenza, il carisma, il fascino. Un uomo dalla grandissima umanità, ma di principi rigidissimi. Non avrebbe mai compiuto un'azione disonesta anche se le possibilità furono moltissime vista la sua professione; non avrebbe sopportato di arrivare alla pensione senza poter dire ai suoi figli: posso guardarmi indietro a testa alta. Si è sposato una seconda volta mio padre, era rimasto vedovo, e si è sposato di nuovo. Ora è un pensionato ed io quasi una volta alla settimana vado a pranzo a casa sua. Io sono adolescente, ribelle, antipatica, testarda e incosciente. Vado a pranzo a casa sua: lì comanda sua moglie. Lui appare insicuro, docile, troppo docile, appare sottomesso, e mangia in silenzio. Non so niente della sua vita coniugale, non si usa parlarne, ma anche se si usasse, lui non lo farebbe mai con l'ultima, la più giovane dei suoi sei figli. Anch'io mangio in silenzio e non vedo l'ora di andarmene, sono troppo adolescente, troppo presa da me stessa, e lontano da questa casa mi aspetta qualcuno. Sono impaziente, ma so che dovrò lavare i piatti prima di potermene andare. Lei si alza, è nervosa, non riesce a star seduta a tavola, comincia a sparecchiare quando ancora si sta mangiando. Si sposta velocemente dalla tavola al lavandino e viceversa. In uno dei brevi attimi in cui ci volta le spalle, mio padre mi fa segno col dito indice davanti al naso di tacere: prende velocemente il bottiglione, si versa un sorso di vino, e lo beve in fretta, di nascosto, e in tempo prima che lei si giri verso di noi. Quasi mi sento divertita da questo gesto sbarazzino, un dispettuccio verso una persona che in fondo mi è antipatica. Sono davvero una stupida adolescente che non riesce a vedere il dramma che c'è dietro. Papà, vorrei che tutto accadesse oggi perchè ti porterei via da lì, e ti vuoterei io il vino nel bicchiere, e poi ne riempirei uno anche per me e berremmo insieme

  • 10 agosto 2015 alle ore 22:45
    2015

    Come comincia: Sono reticente a chiamare amicizia alcune amicizie. Perchè alcune persone sono false, non sono capaci neanche di amare se stesse e non sanno vivere. Alcune persone sanno quanto bene vuoi loro, ma sono indegne, sanno solo approfittare delle tue debolezze, del tuo affetto, della tua disponibilità, non sono capaci di reggere nemmeno un confronto. I veri amici ti dicono quando sbagli e ti fanno notare dove stai sbagliando. Ti fanno capire che stai facendo a pezzi il cuore di una persona che non lo merita. Ti dicono che la tua vita è incasinata e ti tirano fuori dalle situazioni negative. Ti fanno notare qual'è la tua anima gemella, questa è la vera amicizia fatta di rispetto e amore.

  • 10 agosto 2015 alle ore 22:33
    2015

    Come comincia: Io credo che tutto quello che diamo ci venga restituito. Credo che non si possa apprezzare quanto sia vero l'amore fino a quando ci scottiamo. Credo che la parte più verde dell'erba si trovi nella parte interna. Credo che non sapremo mai quello che abbiamo perso fino a quando sentiremo l'assenza. Credo le difficoltà e le lotte che affrontiamo ci fortificano, i cambiamenti ci rendono più saggi e la felicità a suo tempo arriva dolcemente quando meno ce l'aspettiamo. La vita non è una favola, non è tutta rose e fiori, ma è una bella attraversata tutta da vivere lottando.

  • 10 agosto 2015 alle ore 12:47
    POGGIO APRICO - UN CONDOMINIO SEX A GO GO.

    Come comincia: Una gita è sempre gradita.
    Partenza da Messina alle nove, arrivo a Paternò alle undici e poi nei campi insieme ai raccoglitori, tutti giovani, che cercavano di raggranellare qualche Euro.
    “Che bella l’aria di campagna, ci vorrei vivere per sempre.”Aveva parlato Assunta che pareva aver preso colore in viso dopo…era proprio cambiata come pure la sorella, la cura Max stava funzionando.
    All’imbrunire furono apparecchiati due tavoli, mischiati padroni e lavoratori tutti allegri oltre che per un buon pasto anche per il vino di Paternò che un po’ forte di gradazione, aveva dato alla testa a qualcuno; un paio di coppie erano sparite dietro i filari.
    I tre dopo cena si misero in macchina.
    “Non rientriamo a Messina, siamo troppo stanche, troviamo un albergo.”
    Era un tre stelle.
    “Vorremo due stanze, una matrimoniale ed una singola per mia sorella.”
    Era chiaro che Giuliana si era ricavata la parte di moglie.
    “Ci facciamo una doccia, non è che sei stanco?” Tradotto datti da fare, voglio scopare.
    Giuliana visto Max nudo sul letto.
    “Sei il dio Apollo ed io il dio Apollo me lo lecco tutto.” E cominciò dai piedi sino al viso.
    “Mi hai preso per un lecca lecca?”
    “No, mi piace il tuo sapore, mio marito puzzava.!”
    Tanto premesso Giuliana andò al dunque, si mise a cavalcioni di Max e cominciò la cavalcata sino ai fuochi di artificio finali.
    “Bene cara, ora mi giro dall’altra parte, ho sonno, buona notte.”
    Forse stava sognando o forse no, qualcuno a meglio qualcuna gli aveva preso in bocca l’uccello.
    “Giuliana non t’è bastato, ancora?”
    “La succhiatrice non aveva risposto anzi aveva accelerato il ritmo. Max allungò una mano e toccò i capelli, non era Giuliana, aprì gli occhi: Assunta.
    “E tu che vi fai qui?” Domanda di una intelligenza…
    Assunta su di giri non gli rispose, gli montò a cavalcioni come sua sorella, era lo stile di famiglia, Max non aveva preservativi e si lasciò andare, se veniva fuori un pargolo non sarebbe morto di fame.
    Assunta, finalmente doma, restò nella stanza di Max il quale la mattina seguente ebbe una sorpresa: nel taschino della giacca un assegno di cinquantamila Euro…mih!
    Rientro a Messina, dietro i vetri al primo piano la signora Costa non sembrava apprezzare quello che vedeva, capì di non essere la sola amante di Max, pensò che non poteva competere con quelle due riccone, si sarebbe accontentata delle briciole.
    In seguito un fatto anomalo (capitavano tutte a lui!). Durante le lezioni di francese e di latino alle sorelle D’Arrigo,  Grazia prese a piangere a dirotto sulle spalle della sorella che la imitò, Max era in crisi, cosa poteva essere successo di grave:
    “Un brutto voto a scuola, litigio con i genitori o con i compagni?”
    “Se lei è comprensivo glielo diremo ma deve essere comprensivo e non liquidarci come due sceme.”
    “Non vi liquido, parlate.”
    “Non dormiamo più la notte, non è un modo di dire, è la verità, desideriamo ardentemente stare un po’ con lei, solo un pompino, niente fiorellino solo in bocca,non lo diremo a nessuno, siamo pazze di lei, si può fidare” e giù a piangere di nuovo.
    “Max ebbe paura che la storia finisse male, quelle due sembravano capaci di tutto.
    “Va bene ma solo per una volta.”
    Le due misero mano ai pantaloni che furono sfilati, ‘ciccio’ dinanzi a tanta gioventù innalzò la cresta che venne ingoiata a turno da una bocca; cercò di resistere più a lungo possibile, erano molto brave maledette loro, chissà quanto allenamento con i compagni di scuola. In ultimo ‘ciccio’ si arrese e cominciò ad emettere lo sperma golosamente ingoiato a  turno dalle due sorelle.
    “Grazie e…a presto!”
    Un par di balle, quale a presto! Le due sorelle erano sparite dietro la porta d’ingresso.
    Max non volle porsi domande, ormai aveva capito come sarebbero andate le cose in quel condominio.
    Unica speranza di salvezza i due coniugi settantenni pensionati e tristi nella cui casa Max si rifugiava quando era inseguito da qualche Erinni arrapata!
     
     

  • 10 agosto 2015 alle ore 12:31
    Un maniaco di nome Giuseppe

    Come comincia: E' un sabato pomeriggio di tanti anni fa e sono semi sdraiata sul letto a leggere. Suona il telefono, è sul comodino perciò mi basta allungare una mano.
    "Pronto"
    Dall'altra parte del filo sento ansimare. Non mi impressiono, anche perché sono cose che capitano spesso. Ascolto un po' e poi parlo
    "Ciao"
    L'ansimare continua più rumoroso di prima. Va bene, riproviamo.
    "Ciao, se ti va possiamo chiacchierare un po' "
    L'ansimare si interrompe. Silenzio, ma la comunicazione non viene tolta.
    Aspetto ancora un po' e poi:
    "Allora, se vuoi parlare bene, altrimenti metto giù"
    "Ciao" E' la voce di un ragazzo e mi stupisce, certe cose me le aspetto di più dagli adulti. "Perché vuoi parlare con me?"
    "Così, per passare il tempo. Tu, dove sei, immagino sarai solo, io qui dove sono, sono sola, possiamo parlare."
    Sto bene attenta a ciò che dico perché non capita tutti i giorni di conversare con un maniaco, dopo che ha messo in atto la sua performance telefonica.
    "Intanto puoi dirmi come ti chiami"
    "Giuseppe"
    Giuseppe! Ma no, un maniaco non può chiamarsi Giuseppe. Giuseppe è il nome più innocente, più trasparente che esista. Un maniaco deve avere un nome misterioso, ambiguo, vagamente minaccioso, non so, potrebbe chiamarsi Rantol, ma non Giuseppe. Tutto di me ride, ma mi controllo.
    "Hai una bella voce Giuseppe, sei molto più piacevole quando parli che quando ansimi."
    "Ma guarda che io sono una persona normalissima" si difende lui.
    Beh, insomma, proprio normale normale, non saprei. Ma lo penso soltanto.
    "Dai Giuseppe, allora dimmi qualcosa di te"
    "Ho 25 anni e lavoro alla Fiat. Sono fidanzato e mi sposerò fra qualche mese."
    Caspita, che sposa fortunata! Sarei curiosa di sapere se con sua moglie ci farà l'amore o le telefonerà dalla cabina sotto casa.
    "Immagino che lei, la tua fidanzata, non sappia di questo tuo passatempo. Ma tu perché fai certe telefonate?"
    "Certo che non lo sa. Non posso farci niente, è più forte di me. Tutte le volte che mi trovo da solo in casa mi viene questo pensiero e non mi controllo. E' la prima volta però che parlo con qualcuno e sono sorpreso."
    "Forse senza saperlo cominci a cercare aiuto, ma lo devi cercare da un professionista, non dalle tue vittime."
    Continuiamo a parlare ancora, come una vecchia mamma gli ricordo che le sue telefonate potrebbero spaventare qualcuno, che dall'altra parte del filo potrebbe esserci una bambina, un'adolescente.  Lui tace e ascolta, non se la prende,e dopo un po' ci salutiamo come vecchi amici.
    M i sono imbattuta in un maniaco in erba, alle prime armi, che ancora deve trovare la sua strada. Un maniaco più navigato non avrebbe mai detto di chiamarsi Giuseppe.

  • 10 agosto 2015 alle ore 12:04
    Un estraneo nella mia vita

    Come comincia: La sua vita sembrava trascinarsi, come per inerzia, verso gli anni in cui la

    saggezza dovrebbe essere la virtù predominante, avendo oltrepassato da un

    tempo quasi dimenticato, i primi anta.

    Il tempo, per lei, possedeva l'aspetto di un cavallo alato, tanto volava in fretta,

    diretto ad un traguardo finale che, in questo modo, non sarebbe stato più così

    lontano.

    Purtroppo questo suo vivere insensato non procedeva di pari passo con la sua

    essenza vitale, sia interiore che apparente, con il suo “io” ancora prorompente,

    ancora adolescente, avido d'amore e di passione ma, nel contempo, rassegnato,

    da anni, alla solitudine di un rapporto coniugale privo di consistenza, che la

    costringeva ad una prigionia le cui catene risultavano invisibili ad occhio umano,

    ma non per questo inesistenti e facili da spezzare.

    Non aveva scampo.

    Non era felice, forse non lo era mai stata veramente, forse non era mai stata

    davvero amata, se amare è volere il bene dell'altro, in qualsiasi modo, al di sopra

    di ogni altra cosa.

    Inaspettatamente è apparso.

    E' giunto con dolcezza, in una sera di primavera in cui nell'aria frizzante, al pari di

    quella mattutina, aleggia la fragranza dei fiori appena sbocciati che penetra nelle

    narici, appagando l'olfatto.

    Gli si è avvicinato, in quel terrazzo affollato dell'hotel.

    Non lo avrebbe guardato, se le fosse passato accanto per strada, certamente un

    bell'uomo, ma niente di eclatante.

    Le ha domandato la sua provenienza, rivolgendosi a lei con una cadenza del nord

    Italia, probabilmente lombarda e l'ha invitata a ballare un liscio, un invito che si è

    vista costretta a rifiutare, come del resto aveva sempre fatto, a causa del divieto

    di suo marito di ballare con altri, seppure egli stesso non sapesse muovere un

    passo.

    Costretta a malincuore, troppo, per lei che non si era mai sentita a disagio nel

    negarsi a pretendenti ballerini.

    Si è gettata nella mischia, ai ritmi frenetici da discoteca, ballando per tutta la sera

    e parte della notte, con movimenti sensuali, conscia di essere ancora una donna

    affascinante e piuttosto appariscente.

    Non perdendolo di vista un solo momento.

    Un incontro inaspettato, un uomo più giovane, una boccata d'aria fresca, una

    sferzata di vita che sta incidendo un marchio indelebile nel suo cuore.

    Un estraneo entrato a passi felpati nella sua vita, che ha scalfito l'impenetrabilità

    della sua anima inerme e indifesa, succube di un perenne appiattimento.

    Teneramente è riuscito a farsi strada, fino a sconquassare prepotentemente il suo

    essere, arrivando ad annullare la razionalità del buonsenso.

    Traditrice! Una sensazione terribile, inconsueta, della parvenza di un amore

    malato, egoista, possessivo, violento, di cui, da troppo tempo, esiste solo l'ombra,

    impalpabile, incorporea, ciononostante sempre presente.

    Una sensazione atroce contro la quale combattere per non soccombere, per non

    vivere di rimpianto.

    Lasciarsi andare sembra impossibile, la felicità del momento appare

    irraggiungibile.

    Irreprensibilità e dignità avevano sempre fatto parte della sua natura di donna,

    erano poste all'apice nell'elenco delle sue virtù.

    Non è semplice sconfiggerle.

    Una morsa persistente allo stomaco è il sintomo inequivocabile della lotta

    interiore che, un giorno dopo l'altro, l'affligge, togliendole persino il respiro.

    Ma se non le è facile cedere, le è impossibile rinunciare.

    La consapevolezza di un amore, che mai avrebbe pensato di poter provare

    nuovamente, si fa strada, giorno dopo giorno, nella sua mente in balia di pensieri

    che cozzano continuamente l'uno contro l'altro.

    Il timore di vivere in eterno rimorso le è sempre a fianco, convive con lei.

    Quale strada scegliere?

    Ah, se qualcuno potesse decidere per noi quello che è giusto!

    Giusto, sbagliato... Basta!

    Basta vivere ponendo sempre il proprio dovere al di sopra di tutto, basta

    continuare a regalare anni di vita ad un uomo che la tua l'ha rovinata da sempre,

    che è arrivato a maltrattarti, ad umiliarti con ogni mezzo, mancando, per primo, di

    rispettare la tua dignità di donna e pensando invece di averti dato tutto, non

    capendo di non averti dato niente di tutto ciò a cui aspiravi, unendoti in

    matrimonio con lui, davanti a Dio e giurandogli eterna fedeltà.

    <Solo Tu, Signore, che sei nell'alto dei Cieli e mi guardi, conosci il mio dolore e la

    mia solitudine.

    Perdonami se la mia vita imboccherà un'altra strada, bensì solamente precaria.

    Ho patito anni in silenzio, ma la mia anima gridava la sua sofferenza e so che Tu

    l'hai sentita>.

    Scegliere definitivamente, decidere, lasciarsi andare, iniziando ballando un liscio

    e sentendosi già colpevole. Come si può essere così stupidi?

    Probabilmente stupida due volte.

    Se si trattasse solamente di una sua illusione, di una sua sensazione errata

    dettata dal desiderio di sentirsi ancora desiderata, ancora viva...?

    Se quell'attenzione maschile che la sua mente sta ingigantendo e sulla quale sta

    ricamando trame, di lì a poco, svanisse, annullando ogni sua percezione,

    disintegrando la dimensione immaginaria nella quale sta navigando, per

    ricondurla a quella crudele della realtà...?

    Se lui presto si accorgesse di un'altra, magari più giovane, la invitasse a ballare

    e...tutto finisse lì, in una bolla di sapone?

    ... Lascerebbe sicuramente un sapore amaro in bocca.

    Dopodiché...

    Un altro giorno, un altro mattino, un'altra serata danzante.

    <Balliamo?>

    La sua voce...sensuale, le piace da morire.

    C'è qualcosa in lui, un certo non so che, che l'attrae inspiegabilmente.

    Non è facile opporre resistenza a quell'invito.

    Ha la sensazione che questo sia solo il preludio di ciò che deve avvenire e quello

    sia l'unico istante per fermarsi.

    Un ballo, poi un altro, per tutta la sera, fino a notte, fino a quando la sala si è

    svuotata e sono rimasti solo loro e gli amici. E la musica. Non è abituata ai lisci,

    non ricorda di averli ballati, ma ha sempre avuto il ritmo nel sangue ed è stato

    facile imparare, tra le braccia di quel maestro inatteso che stringono sempre di

    più, avvicinandola a lui gradatamente, fino a premere il corpo caldo contro il suo,

    mentre si lasciano trasportare dalle note della voce suadente del “molleggiato”, in

    una simbiosi che li fa apparire due partner abituali.

    Il suo viso vicino; il respiro di lui si è fatto più affannoso, non certo per la fatica.

    Una boccata d'aria fresca per spegnere un fuoco che sta divampando.

    <Mi dai un bacio?>

    ...Un bacio...

    Un bacio a un uomo, pensando di non esserne più capace, dopo...quanto?

    Dieci anni, forse quindici... Una sensazione sublime, unica, meravigliosa.

    Peccato non averlo fatto prima.

    Peccato che non sia arrivato prima.

    Quanti anni buttati via inutilmente.

    E' opinione comune che la notte porti consiglio.

    Il sonno tarda a venire, è il momento buono per riflettere; ma il suo equilibrio tra

    cuore e mente è divenuto instabile, il primo sta sopraffacendo la seconda,

    impedendole la concentrazione e il ricorso al proprio senno e, non pago,

    sottomette quel corpo femminile ad ondate di sensazioni travolgenti, scordate da

    un tempo immemorabile.

    Bramosia di essere amata, nello spirito e nella carne.

    Le pulsazioni veloci del nuovo condottiero, che si è proclamato tale nel conflitto

    interno, si attenuano, donandole poche ore di tregua, tra le braccia di Morfeo.

    Si desta presto. Non sente mai la stanchezza, con tutta l'adrenalina che ha in

    corpo. E già si guarda in giro ...cercandolo.

    E' stupita di possedere il solito comportamento di quando aveva quindici anni,

    tale e quale, come se il tempo fosse retrocesso all'improvviso e l'avesse riportata

    alla sua adolescenza.

    Rivederlo al mattino le provoca una fortissima emozione.

    Adesso è qui e la guarda.

    Avverte su di sé il loro sguardo, profondo, tenero, indagatore, che fruga dentro le

    porte che conducono alla sua anima inerme che si nasconde, dove esso si perde,

    cercandola, nei meandri della sua essenza combattuta, angosciata, trafugata di

    quella pace non certamente agognata, comunque raggiunta e imprigionata a

    forza dentro di sé, costretta a smorzare la sofferenza che la dilaniava.

    Il loro sguardo l'ha sopraffatta all'istante...eppure aveva fatto affidamento su di lei.

    Misera pace...vile... fuggevole guerriera, difensora del nulla, che lasci risvegliare i

    sensi assopiti da un tempo indefinito, infinito, memori di ciò che non aveva più

    ragione di esistere!

    Fino ad ora...

    Costringersi a non pensare, a non ragionare, a vivere quell'occasione di felicità

    che il fato le offre, soli, in un'anonima stanza d'albergo.

    <Siediti qui, vicino a me>

    le sussurra, accompagnando le parole con un gesto.

    Baci appassionati e le sue mani che armeggiano con le spalline della sua tuta

    bianca, leggera. Inutilmente.

    <Che cos'è, una cintura di castità?>

    <Sì>...Risponde sorridendo, rimettendosi a posto la spallina.

    Impossibile arrendersi, sebbene il cuore sia in tumulto e la carne frema.

    L'ansia prevale, il respiro corto, l'aria viene a mancare.

    A nulla valgono le dolci carezze, lungamente elargite dalle sue mani affusolate e

    virili, sulla fronte e sui capelli.

    Calde lacrime incontenibili le scendono ai lati del viso.

    Scappare via è l'unica soluzione plausibile.

    Poi...

    Un giro in macchina in una sera calda e serena, una passeggiata in un paese

    vicino, mano per mano.

    Dopodiché il mare, sotto di noi, profondo, calmo, nero, come specchio che ruba

    l'identità al cielo.

    Le sue onde lente accarezzano la battigia ancora calda, come grembo di donna,

    in un armonico e ritmato andirivieni.

    Coronate di sottili creste spumose, si infrangono delicatamente sugli scogli,

    sparpagliando nell'aria miriadi di particelle di salsedine.

    Respiriamo il suo profumo intenso, mentre il nostro sguardo sorvola la sua

    immensità.

    La luna, eterea ed eterna complice degli innamorati, irradia la natura sottostante

    con la sua luce argentea.

    Unica testimone dell'incontro d'amore.

    Una leggera brezza tra le fronde degli alberi.

    E poi, ancora... loro...

    Il loro sguardo si è fatto bruciante e i sensi si incendiano, travolgendomi,

    dominandomi, scegliendo al posto mio, soggiogando la mia mente in un dolce

    turbamento che mi sconvolge...

    Mi lascio sottomettere, finalmente sconfitta.

    Il mio sguardo si fa di fuoco e arde, perdendosi nel loro...

    In quello penetrante e misterioso dei tuoi occhi.

    Tutto Il resto è poesia.

    <Ti ho donato me stessa,

    il mio corpo,

    la mia essenza,

    la mia sofferenza

    e non avrò rimorsi.

    Tu, un Estraneo nella mia vita,

    dolce e irresistibilmente sensibile.

    Resterai un ricordo

    relegato in un angolo della mia mente,

    che non sbiadirà

    e a cui mi appellerò

    nei momenti di tristezza.

    Voglia, chiunque abbia scritto il nostro destino,

    che possa rincontrarti,

    in questa vita o in un'altra>.

  • 10 agosto 2015 alle ore 11:46
    POGGIO APRICO - UN CONDOMINIO SEX A GO GO!

    Come comincia: Alberto M. maresciallo della Guardia di Finanza, in divisa, a bordo della sua Lancia Ypsilon stava per imboccare l’autostrada che lo avrebbe condotto a Roma, meta finale Messina.
    Stava andando via o forse meglio dire scappando da Domodossola che per lui era diventato luogo di dolore.
    La sua amata Flora era deceduta per un tumore al cervello, l’aveva assistita sino all’ultimo anche quando era in preda a dolori atroci che nemmeno i medicinali oppiacei riuscivano a lenire.
    Dopo quell’evento funesto era rimasto in città per un mese al fine di sistemare la sua posizione per un trasferimento fuori sede.
    Era rimasto in collegamento con Ignazio Romagnoli suo compagno di camerata alla Scuola Sottufficiali di Ostia, anche lui colpito da un grave lutto per il decesso in un incidente stradale dell’unico figlio.
    A mezzo di conoscenze comuni al Comando Generale del Corpo, rappresentando i loro rispettivi problemi, erano riusciti: Romagnoli ad essere trasferito a Lecce suo luogo d’origine e dove possedeva un’abitazione e Alberto al suo posto a Messina all’Ufficio Operazioni.
    Al ,come tutti lo chiamavano, si era fermato vicino Firenze per sgranchirsi le gambe, fare e colazione ed il pieno di benzina.
    Nel frattempo si era messo in collegamento telefonico con sua cugina Silvana che abitava in via Cavour in pieno centro a Roma.
    “Silvà (non aveva perso l’accento romanesco essendo nato nella capitale) fra un par d’ore sò da te.” (Gli piaceva, quando poteva, sfoggiare il suo dialetto tipo ‘civis romanus sum’ un po’ , come dire, sono superiore a voi.)
    “Quando arrivi citofonami, in via Cavour non riusciresti a posteggiare, ti ho riservato un posto in un garage vicino a casa mia.”
    Silvana era per Alberto più che cugina la sorella che non aveva avuto.
    Grandi baci e abbracci: “Ci voleva il tuo trasferimento per vederci, ora che stai qui ci resterai almeno quindici giorni.”
    “Silvana lo sai quando mi fa piacere stare con te ma dopodomani devo essere a Messina.”
    “Va bene, se non puoi, non ho voglia di cucinare, stasera andremo al ristorante ‘Urbano’ che sta qui sotto.
    Silvana era in confidenza col padrone Romolo, ti presento Alberto mio cugino, attento che è un maresciallo della Finanza, stasera mi devi fare la ricevuta fiscale.”
    “Io te l’ho sempre rilasciata…”
    “Ah Romolè lassa perde e facce magnà da re.”
    I due nella conversazione tralasciarono l’argomento Flora, era troppo doloroso.
    “Com’è che hai scelto Messina, se venivi a Roma saremmo stati insieme, avresti abitato a casa mia.”
    “È stata una combinazione particolare, un mio collega ed amico è stato trasferito da Messina a Lecce, io prenderò il suo posto.”
    La mattina successiva in viaggio: via Cavour, via Merulana, S:Giovanni, via Appia infine l’autostrada. Fino a Salerno tutto liscio poi sulla Salerno Reggio Calabria una serie infinita di cambi di carreggiata, di rallentamenti, di file di auto (era luglio).
    Giunto sfinito a Villa S.Giovanni due ore di attesa per il traghettamento.
    “Ignazio sono a Messina all’uscita del serpentone che debbo fare?”
    “Non ti muovere vengo io.”
    Ignazio abitava in un casa a cinque elevazioni in una stradina interna della  ‘Panoramica dello Stretto’ con piscina e campo da tennis, al quinto piano abitava Ignazio.
    “Stasera andremo a mangiare alla ‘Sirena’, un ristorante di un caro amico, si mangia bene e per noi si paga poco, ti ho preparato un letto nel salone.
    Dopo la presentazione al padrone, Ignazio e Max si sedettero in un tavolo situato su una terrazza con vista sul lago, uno spettacolo.
    Nessuno dei due amici aveva gran voglia di parlare, ognuno sapeva dei rispettivi lutti che era meglio non ricordare.
    A casa: “Al io lascio il mio cuore a Messina, qualcosa dentro di me s’è rotto, ricordi la mia allegria, il mio carattere espansivo, tutto finito. Abbiamo portato a salma di mio figlio al cimitero di Lecce, mia moglie è rimasta lì dove abbiamo una grande casa, io la raggiungerò non appena ti avrò passato le consegne. Intano ti porto in garage raggiungile in ascensore. Questa moto era di mio figlio, non la voglio più vedere, ti lascerò un foglio in bianco firmato, andrai dal notaio Nascimbene, è un amico penserà lui al passaggio di proprietà.
    “Ignazio ho visto di sfuggita che ci sono una piscina ed un campo da tennis, come la mettiamo col condominio e poi devi dirmi quanto tu paghi per l’affitto.”
    “Per l’affitto e per il condominio niente, non fare quella faccia, poi ti spiegherò il perché.” Molto perplesso Al.
    Il pomeriggio successivo:
    “Ti presenterò i vari condomini: al primo piano due coniugi quarantenni senza figli cognome Costa: lui Salvatore lei Maria, Memi per gli amici, secondo piano due pensionati settantenni Di Stefano Vittorio e Francesca, due persone per bene, affettuose, terzo piano le sorelle Musmeci Giuliana vedova e Assunta zitella circa quarantenni. Attenzione a loro sono le padrone dell’isolato ed hanno tante proprietà immobiliari e terreni, devi tenertele buone. Hanno una paura tremenda di accertamenti tributari, hanno voluto che io controllassi i loro conti in compenso niente affitto e niente condominio, quarto piano D’Arrigo Calogero (Lillo) marito, Caterina moglie e due gemelle sedicenni Grazia e Graziella, due pesti.”
    Primo piano: “Questo è Massimiliano Romani mio collega subentrerà nella mia abitazione, loro sono…”
    La scena si ripetè per quattro volte, a Max rimasero impresse le caratteristiche di tutte le persone abitanti nel palazzo, alcune molto interessanti…
    Ignazio partì il giorno dopo:
    “Per me questa casa è solo un ricordo doloroso, non porterò con me i mobili, te li regalo, a Lecce ho una casa ammobiliata e non saprei dove metterli.”
    “Fammeli pagare almeno in parte…”
    “No ho deciso così, voglimi bene.”
    Il giorno dopo si recarono in caserma.  Presentazione al Comandante Colonnello Andrea Speciale ed al suo Aiutante Maggiore t.colonnello Sebastiano Leotta, poi nel suo ufficio brigadiere Angelo Sferrazza e l’appuntato Franco Iannello. Ignazio partì il giorno stesso.
    Alberto si mise all’opera, la casa era molto bella: il salone e la camera da letto avevano vista sul mare, i due bagni e lo sgabuzzino su un terreno laterale tutto alberato, lo studio, il soggiorno e la cucina sul retro; dovevano essere circa centoventi metri quadrati.
    Amante della pulizia e dell’ordine Al si mise all’opera,  finita quest’incombenza aprì il baule e la valigia e sistemò lo sue cose negli armadi, in camera da letto e nel bagno.
    Accese il televisore ma lo spense quasi subito, a letto sfinito.
    Alberto andò in centro, per comprare un computer e relativa stampante, per fortuna in casa c’era un telefono fisso funzionante, Ignazio era stato molto generoso con lui.
    Il giorno successivo due tecnici vennero a casa sua e sistemarono i due apparati.
    Altra incombenza:  il  conto corrente, a Domodossola aveva come banca il Credito Emiliano che per sua fortuna aveva degli sportelli anche a Messina. Sorpresa, un funzionario di quell’istituto di credito era Salvatore Costa che abitava al primo piano del suo palazzo.
    “Signor Costa a Domodossola avevo il conto corrente con questa banca vorrei passarlo a Messina.”
     L’interessato si mise a disposizione poi:
    “Venga a casa mia di pomeriggio, la farò firmare del carteggio e le fornirò la password per entrare nel suo conto corrente e fare le operazioni che desidera.”
    Alberto aveva ancora dieci giorni di licenza di trasferimento da usufruire e, se anche frastornato dagli ultimi avvenimenti,  sentì che qualcosa di buono era mutato in lui forse dovuto al  cambiamento sia della città che delle persone che aveva conosciuto.  Il pomeriggio verso le diciassette suonò il campanello di casa Costa, venne ad aprire il marito.
    “Venga nel salone ho messo sul tavolo il carteggio da firmare, intanto si era presentata la moglie.
    ”Noi eravamo molto amici dei signori Romagnoli, spesso mangiavamo insieme, giocavamo col figlio a tennis e facevano il bagno in piscina, la morte del povero Paolo  ha distrutto Ignazio, aveva vent’anni. Io vado un bagno un attimo, le farà compagnia mia moglie.”
    Alberto nel frattempo  studiava la signora: altezza 1,65 circa, seno misura tre piuttosto ben esposto da una camicetta rosa scollata, vita stretta, minigonna, gambe muscolose.
    “Lei sarebbe un’ottima modella, io ho per hobby la fotografia, quando vuole sono a sua disposizione e la vedrei pure come ballerina.”
    “Ho studiato danza fino a quindici anni, poi mi sono rotta una caviglia ed ho dovuto abbandonare. Amo essere fotografata, mio marito non è pratico e se vuole…domani mattina…”
    Un’invito esplicito, più di così, certo non voleva fare un passo falso, magari aveva male interpretato le parole della signora, intanto si sarebbe presentato con la fida Canon 450 poi…
    Alle nove Max suonò alla porta dei signori Costa, la signora Maria venne ad aprire in bichini nero con sopra una vestaglia aperta, buon inizio.
    “Il mio nome è Maria ma per gli amici sono Memi.”
    “Io sono Alberto, Al per gli amici.”
    “Vorrei io proporre io qualche posizione da prendere, andiamo nel salone, c’è una riproduzione della statua di Paolina Bonaparte scolpita dal Canova.”
    Ad Al cominciò ad aumentare la pressione sanguigna, Memi, sul divano, imitò la posizione della statua.
    “Ve bene così?”
    Max si fece più audace: “C’è una differenza, Paolina Bonaparte non aveva il reggiseno.”
    “Non c’è problema, Memi rimase in topless, un bel topless, le tette erano a forma di pera come piacevano a lui.”
    Al scattò le foto da tutte le posizioni poi.
    “Io vedrei una posa sul letto: seduta, la gamba destra piegata, le mani sul ginocchio.
    Anche qui nessun problema.
    “Va bene così, io a letto sono abituata a stare nuda.” Memi mise in atto la posa come suo desiderio.
    Alberto riprese la signora in costume adamitico da varie posizioni, poi si avvicinò sempre più, posò la Canon sul comodino e abbracciò Memi, prese a baciarla come un forsennato ben coadiuvato dalla signora. Venne fuori di tutto, connilungus, fellatio, sessantanove ed infine entrata trionfale dentro una gatta bagnatissima.
    “Non ti preoccupare, vai facile non posso avere figli.”
    Spossato, Al si mise a gambe aperte sul posto del letto che doveva essere del legittimo consorte con ‘ciccio’ ancora inalberato, Memi ne approfittò per montarci sopra per una ‘smorciacandela’.  La candela di Al era alla fine, riprese le sue cose, un bacio di ringraziamento e rientro in casa.
    Quell’abbuffata di sesso ebbe due effetti: fisicamente mise a terra Al ma psicologicamente lo allontanò dai fantasmi di Domodossola che gli sembrarono più sfumati, lontani…
    La moto Suzuki fu portata dal meccanico, lo sterzo era rotto. Al prese ad usarla quando c’era bel tempo per andare in caserma. Qui una novità: saputo che il Colonnello Comandante cercava uno pratico di fotografia per metter su un laboratorio per fotografare gli arrestati, prendere le impronte digitali ed in generale riprendere risultati di servizio e cerimonie varie, si presentò ed ebbe l’incarico.
    La ditta Randazzo era la più fornita a Messina, si presentò in divisa, conobbe il direttore ed i commessi, si fece fare dei preventivi che furono approvati dall’Ufficio Amministrazione. Il laboratorio fotografico diventò in gioiello: un marmo lungo un muro conteneva le vaschette degli acidi: rivelatore e fissaggio, un ingranditore Durst ed una smaltatrice rotativa, dall’altro lato un lavandino, una rotativa ad acqua per sciacquare le foto, un armadio dove mettere i materiali ed un essiccatore per le pellicole. Ben presto divenne pratico ed ebbe dei complimenti anche da parte di fotografici professionisti che riconobbero la sua bravura nello stampare il bianco e nero.
    Ora quello che interessava Al era presentarsi alle sorelle Musmeci per sistemare la sua situazione finanziaria. Al citofono concordò con una delle due di cui non riconobbe la voce, appuntamento a casa loro alle diciassette.
    Seguendo i suggerimenti datigli dal suo collega, si presentò in divisa e vide che aveva fatto l’effetto desiderato: le due sorelle furono molto cerimoniose: "si accomodi questa è la poltrona più comoda, le possiamo offrire qualcosa, abbiamo dei dolcetti fatti con le nostra mani e del vino delle nostre terre…"
    Al rifiuto di Alberto andarono al dunque:
    “Il suo collega era così gentile da ricontrollare i conti del nostro consulente tributario,  noi lo ricompensavamo con non farli pagare l’affitto ed il condominio, se lei fosse così gentile…”
    Al fu gentile ma nello stesso  tempo rimase colpito da ‘le nostre terre’ quelle erano davvero ricche.
    Giuliana, la vedova circa quarantenne, non era una longilinea a nemmeno una chiattona, una via di mezzo, quel che colpiva era il suo viso triste, non brutto ma triste.
    “Signora siamo coetanei un po’ di allegria, anch’io ho avuto un lutto, la morte per tumore della mia fidanzata, ne sono rimasto scosso ma ora cerco di riprendermi.”
    “Anche mio marito aveva un tumore, è deceduto sei mesi fa. Era catanese e mi ha lasciato degli agrumeti che non sappiamo come gestire bene, non ci fidiamo del fattore, se ci potesse dare una mano.”
    “Signora se mi lascia il carteggio ci darò uno sguardo ma voleva dirvi un’altra cosa, non vi vedo mai in piscina, da militare vi do un ordine: domattina tutte e due in piscina, gli ordini non si discutono! Sto scherzando, mi farebbe piacere vedervi tutte due in costume da bagno alle nove, by by.”
    Cosa strana i suoi ‘ordini’ vennero eseguiti: le due sorelle,  alle nove erano in piscina ancora non c’era nessuno, era domenica.
    Quel che colpì Al era il corpo di Assunta, di faccia non era eccezionale ma di corpo sembrava una modella anche se tutte e due avevano un costume intero.
    “Mi sembrate due signore del primo novecento, oggi i costumi interi non li portano nemmeno le monache!”
    “Noi abbiamo solo questi…”
    “E Alberto vi accompagna domani pomeriggio in centro ad acquistare due bei bichini anzi più di due, farete un figurone, ed ora tutti in vasca.”
    Il pomeriggio alle sedici Al stava aspettando in garage l’arrivo delle due madame che si presentarono puntuali.
    “Possiamo andare con la nostra Jaguar o meglio quella del mio defunto marito.”
    Alla faccia degli ottantamila euro!
    “Vede madame, al centro è difficile trovare posteggio, meglio la mia Ypsilon.”
    In viale S.Martino era proibito posteggiare, Max se ne fregò e tutti e tre entrarono in un negozio di costumi da bagno.
    Dapprima le signore provarono dei bichini castigati ma poi spinti da Al sempre più si infervorarono soprattutto dietro i suoi complimenti:
    “Volete coprire un si bel corpo, coraggio bichini mini.”
    Con sorpresa di Alberto acquistarono qualcosa di brasiliano, per intenderci costumi che lasciavano scoperta un bel pò di merce nient’affatto male, Al era riuscito nel suo scopo! ““Domattina li proveremo in piscina!”
    “Ma domani lei non va a lavorare?”
    “Sono in licenza.” Mentì Max e si diede malato.
    Il mattino seguente piscina vuota, le due sorelle apparvero coperte da uno accappatoio lungo sino ai piedi.
    “Ed ora lo spogliarello!” celiò Al.
    La sorelle ci misero un po’ di tempo ma obbedirono.
    “Evviva due sirene, sapete nuotare, no? Non fa niente andremo dove si tocca.”
    Al intendeva dove l’acqua era bassa ma anche toccare qualcosa di morbido. Nuotando sott’acqua  mise le mani fra le cosce di Giuliana che rimase impietrita ma non disse nulla, poi passò al popò,  quindi fu il turno della sorella, un bel movimento!
    Chissà che passava per le teste di Giuliana e di Assunta, Al sperava non una sgridata e così fu, con lo sguardo basso le due sorelle si misero l’accappatoio e si accomodarono sulle sdraie.
    “Lei è un monello, non si fanno certe cose!”
    La frase era stata detta ridendo, questo confortò Al che pensò ad un piano.
    “Il pomeriggio vorrei controllare la vostra contabilità, verso le cinque a casa mia, va bene?”
    Un cenno di assenso.
    Al si aspettava di vedere le due sorelle invece si presentò solo Giuliana che non fornì alcuna spiegazione del fatto di essere sola.
    “Queste carte mi danno alla testa, sono la mia disperazione, gliele metto sul tavolo e rientro a casa.”
    “No è meglio che rimanga, avrò bisogno di spiegazioni.”
    Al constatò che Giuliana era entrata in possesso di circa venti ettari di agrumeti più altrettanti di uliveti, più vari appartamenti, alla faccia!
    Giuliana venga più vicino, vede qui…le prese il viso e cominciò a baciarla in bocca, quella non solo non fece resistenza ma si abbandonò completamente, destinazione finale il letto.
    Al si dedicò al fiorellino, era lavato di fresco e profumato, l’interessata aveva messo in conto quello che stava accadendo, prima di entrarci dentro le procurò un paio di orgasmi anche per non farle troppo male, il suo era un ‘ciccio’ piuttosto grosso e Giuliana forse anzi sicuramente era stata a stecchetto per molto tempo.
    L’entrata fu lenta ma ben accetta, la baby dimostrò di gradire molto quello che stava accadendo muovendosi in continuazione sotto Al che ce la mise tutta finchè Giuliana gli fece cenno che ne aveva avuto abbastanza.
    L’uscita della signora fu silenziosa, forse si era meravigliata di se stessa, prese le carte e dopo un rapido bacio sulla bocca  scomparse nell’ascensore.
    Al si congratulò con se stesso, in mezzo al letto a gambe larghe si godette il  post ludio, aveva preso in mano la situazione e che situazione!
    Il bel maresciallo non era facile a meravigliarsi di qualcosa ma il bigliettino che trovò nella cassetta della posta era davvero singolare: “Max mia sorella Assunta vorrebbe una spiegazione su quelle carte che ha visto, se lei è d’accordo verrà a casa sua alle diciassette di oggi.”
    Assunta si presentò in punto ma senza carte e in vestaglia.
    Pareva proprio che si vergognasse:
    “È stata mia sorella io non volevo…”
    Al l’abbracciò, faceva tenerezza, sembrava più piccola della sua età.
    “Una volta sono stata fidanzata ma lui era un mascalzone ed i miei me l’hanno fatto lasciare, non sono più vergine.”
    La notizia fece piacere a Max, ci mancava pure che fosse vergine!
    Al iniziò con la solita tattica, prima lungo bacio il fiorellino e poi penetrata lenta e soggiorno prolungato, aveva usato un preservativo che si era dimenticato con la sorella che però non aveva detto nulla, doveva tornare su quell’argomento.
    Le due sorelle erano sistemate ma Al riflettendo pensò che forse si era messo nei guai, tre amanti!
    Il giorno dopo incontrò nel portone i coniugi Di Stefano:
    “Perché non ci viene a trovare, noi siamo sempre soli.”
    “Va bene a casa vostra oggi alle diciassette.”
    Li non c’era pericolo di avere avventure di sesso, un po’ di riposo gli avrebbe fatto bene.
    Alle diciassette suonò alla porta dei due anziani, venne ad aprire la signora che l’abbracciò, era commossa.
    “Noi abbiamo un figlio della sua età, lavora ad Udine ma non ci viene mai a trovare, a sua moglie... non so perché, non siamo simpatici.”
    Al si domandò il perché di quell’astio, sembravano due persone simpatiche , affabili, mah…”
    “Ci racconti un po’ di lei.”
    Al cominciò dal suo arruolamento in Finanza sino all’arrivo a Messina.
    “Anche lei ha avuto le sue sofferenze, ci farebbe piacere se ogni tanto ci facesse compagnia.”
    Alberto aveva preso ad ingranare in caserma, ogni tanto andava fuori sede per un servizio fotografico, aveva conosciuto tutti i colleghi con cui aveva stretto buoni rapporti, anche il Comandante di Legione lo stimava, tutto bene. Talvolta mangiava in caserma e si riposava nel primo letto che trovava libero per rientrare a casa la sera.
    Nel frattempo era accaduto un fatto piacevole ma che poteva portare conseguenze negative: aveva incontrato i coniugi Costa che lo avevano invitato a mangiare da loro alle quattordici quando rientrava dal servizio.
    “Io cucino per due, un terzo non mi pesa.” Il marito era d’accordo ma talvolta era assente e quindi finiva con una sveltina con Memi e questo,lo schiavizzava un po’.
    Un giorno dopo pranzo Memi non si accontentò di una sveltina, voglio stare tutto il pomeriggio con te, me lo devi!”
    Al si domandò perché glielo doveva ma non fece storie.
    Quello che lo meravigliò era che Memi parlava in continuazione:
    “Vieni leccami il fiorello, fammi godere tanto, mi metto alla pecorina, vieni dentro tanto tanto, anche culino vuole la sua parte, fai piano perché lo uso poco con mio marito, sbrodami in faccia.”
    Al bacino di rito sulla porta la confessione: “Mio marito ha visto tutto, è un guardone!”
    Ecco ci mancava pure il guardone, dove cazzo era capitato e non era finita per lui.
    All’ingresso un giorno incontrò la signora D’Arrigo, era arrabbiata nera.
    “Una bella signora come lei tutta triste, che le è successo?”
    “Dovrebbe vedere la pagella di quelle due, quattro in francese ed in latino!”
    Inconsapevolmente Max si mise nei guai:
    “A scuola ero bravo in queste due materie, potrei dar loro qualche lezione.”
    “Mi farebbe un favore grande grande, parliamoci chiaro, con lo stipendio di mio marito non posso pagare un insegnante di sostegno, gliele mando a casa sua oggi pomeriggio alle diciassette.”
    Al pensava a due ragazzine che giocavano con le bambole, pensava male, le due sedicenni gli avrebbero fatto passare la voglia di proporsi a far qualcosa.
    Grazia e Graziella si presentarono all’ora prevista, cominciarono subito a ridere.
    “Non vedo nulla da ridere, aprite i libri e vediamo a che punto siete.”
    “Lei non ci fa la battuta su Grazia e Graziella?”
    Al la conosceva bene, finiva grazie al cazzo, ma fece finta di nulla.
    La mise sul serio, prima il latino e poi il francese circa un’ora, le sorelline parevano interessate, meno male fino a che un piede fu insinuato fra le due gambe toccandogli il suo coso, all’iniziò pensò di far finta di niente ma reiterata la faccenda.
    “Ragazze posso essere vostro padre, andate con i vostri compagnia di scuola.”
    “Loro non ci piacciono, appena glielo prendiamo in bocca se ne vengono subito, lei ci mette più tempo vero?”
    “Fuori immediatamente se volete delle ripetizioni va bene ma non provateci un’altra volta.”
    Non aveva voluto tagliare i ponti altrimenti avrebbe dovuto dare delle spiegazioni alla madre.
    Un invito delle sorelle: “dobbiamo andare a Paternò per la raccolta degli agrumi, c’è una festa sull’aia, facci compagnia, andremo con la nostra Jaguar.”
     

  • 09 agosto 2015 alle ore 13:09
    VIANDANTI

    Come comincia: Domenica d'agosto come non ne vedevo da qualche anno. Il deserto sotto casa mia. E' probabile che effettivamente ci sia quest'anno un incremento delle persone che sono andate e andranno in ferie. Speriamo che sia un vero segno di ripresa. La pasticceria è aperta, ma sta sempre aperta fino a ferragosto perchè ferragosto è una occasione per vendere. Come al solito chiuderà dopo. La farmacia quest'anno non chiude, e si sa che alla mia età, questa è una buona notizia. Guardo i margini della strada sotto casa: quanti posteggi vuoti! Se penso alle maledizioni degli automobilisti durante l'anno che di solito devono fare il giro dell'isolato per mezz'ora prima di poter sistemare l'auto! Sì, devo convenire che quest'anno tanta gente è partita per le ferie. Poi, nel silenzio innaturale di questa domenica d'agosto, mi colpisce un cigolio di trolley. Sono stranieri, trolley in una mano e borsone nell'altra mano, zainetti sulle spalle: sono stranieri che stanno arrivando e camminano svelti con la fretta di raggiungere una meta, con la sicurezza di chi sa dove andare, dove forse qualcuno attende proprio loro. Non camminano uno accanto all'altro, ma uno dietro l'altro, quasi ad inseguirsi, non si guardano attorno, lo sguardo fisso di fronte a loro, e magari un'occhiata indietro verso gli altri. Sono uomini, donne, ragazzini. Mi colpisce il contrasto fra chi ha lasciato la sua casa sicura, il suo lavoro retribuito, i suoi agi abituali per andare a trascorrere qualche giorno di relax e divertimento, e questi "viandanti" che arrivano con la speranza di trovare una casa sicura, un lavoro retribuito, un futuro che un giorno permetterà loro di trascorrere qualche giorno di relax e divertimento. Ecco, il passaggio sotto casa mia di queste persone, riempie tanto bene il vuoto di questa domenica d'agosto, e spinge la mia fantasia verso un sogno di buona convivenza che probabilmente è e rimarrà solo un'utopia, ma che fa tanto bene al cuore.

  • 07 agosto 2015 alle ore 23:08
    Sii Felice

    Come comincia: Quando quintali di rugiada ti sono addosso tu fai finta che sia vento, ed ecco che allora la pioggia prende il sopravvento e solo allora capisci che era giusto nell'attimo precedente apprezzare e sentire dentro di se quella rugiada di felicità che sempre ci chiama se.