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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 18 luglio 2015 alle ore 22:03
    A proposito di ferie

    Come comincia: Ricordo perfettamente: l'anno era il 1972, l'anno della svolta. Una sera d'estate Mario rientrò dal lavoro e mi comunicò la sua insindacabile decisione: avremmo trascorso le ferie d'agosto in tenda. All'epoca avevo 24 anni e Raffaella 10 mesi. Non mi piacque, ma tanto sapevo che sarebbe stato inutile opporre "resistenza". Il concetto di democrazia era già molto diffuso, ma fuori da casa nostra. Non potevo immaginare chi, fra i suoi amici, lo avesse convinto a sperimentare il nuovo tipo di vacanza, così indirizzai le mie maledizioni contro ignoti, sperando che arrivassero alla persona giusta! Fatto sta che lui era entusiasta e, come un bambino col giocattolo nuovo, comperò tutto ciò che serviva: fornellino da campo, armadietto dispensa, batteria per l'elettricità, materasso matrimoniale gonfiabile, culla da campo per Raffaella, tavolino, sedie, sdraio, poltroncine, e chi più ne ha più ne metta. E naturalmente la tenda: due camere da letto, anzi, per meglio dire, due pertugi chiusi da tendina interna con cerniera, uno un po' più grande che conteneva giusto giusto il materasso, e l'altro più piccolo, e poi, ovviamente, tutto lo spazio adibito a cucina e salottino (chiamiamolo così).
    E venne agosto, e, con agosto, il fatidico giorno della partenza: destinazione mezza montagna, località Noasca (verso Ceresole Reale, versante piemontese del Gran Paradiso).
    Mario organizzò un camioncino e si fece aiutare da due suoi collaboratori di lavoro. Io guardavo annichilita le operazioni di carico: un vero e proprio trasloco. Ogni sorta di masserizia venne ingoiata in men che non si dica dall'automezzo. Piatti, bicchieri, utensili, pentole, tegami, coperte, lenzuola, casse di vino, e a proposito di vino:
    "Guarda di non dimenticare il cavatappi, visto che succede spesso."
    "Uffa! L'ho dimenticato una volta: me lo rinfaccerai tutta la vita?"
    Come se neppure avessi parlato.
    "Beh? Prendilo subito e mettilo sul camioncino!"
    "Già fattooooooo!"
    Il cavatappi era una questione di vita o di morte, era un simbolo. Come spiegare! Ecco, se avessimo avuto uno stemma di famiglia, sicuramente ci sarebbe stato impresso un cavatappi. Non importava se ovunque fossimo andati sarebbe stato facilissimo procurarci un cavatappi. Dimenticarlo era considerato da Mario un'offesa personale.
    Comunque, la mia casa si svuotava e il camioncino si riempiva. Perfino Raffaella non apriva bocca. Seduta sul suo seggiolino posato sul tavolo della cucina, guardava tutto quel movimento e, menomale, almeno lei stava zitta.

    Quando tutto fu pronto, dopo innumerevoli controlli che i vari contatori acqua gas e luce fossero stati opportunamente chiusi, finalmente partimmo per le ferie: automobile e camioncino.
    Per maggiore sicurezza Mario aveva deciso di portare con noi anche il cane lupo che "abitava" nel magazzino della ditta. Era una bella lupa che si chiamava Diana ed era diventata mamma da poco, per cui lei e i due lupetti erano stati caricati sul camioncino. Insomma non ci mancava proprio niente.
    Devo dire che quando finalmente fui in viaggio cominciai a rilassarmi decisa a godermi il più possibile la vacanza, anche se l'istinto mi suggeriva che più che una vacanza sarebbe stata una bella sfacchinata.
    Quando arrivammo, in una giornata di sole veramente stupenda, fu facile scegliere il luogo dove montare la tenda: uno spiazzo erboso accanto al torrente. Vicino si poteva attraversare un ponticello oltre al quale c'erano la strada statale e il paese. Da questa parte invece, oltre lo spiazzo erboso, cominciava il bosco e naturalmente la montagna.
    Presto lo spiazzo erboso sparì sotto tutta la nostra roba, ma io ero ormai entrata in stato di grazia e mi sentivo proprio bene. Mario, col cappello da cowboy si guardava attorno soddisfatto e fischiettava "La Montanara".
    Iniziò il febbrile lavoro degli uomini, mentre io mi occupavo delle attività "minori", come ad esempio gonfiare il materasso, cercare di sistemare come potevo tutto quello che c'era in giro, ecc. Però fino a che non c'era la tenda montata tante cose non le potevo fare, per cui mi sedetti su una pietra con Raffaella in braccio. La tenda cresceva, tutta storta, però cresceva.
    "Ma scusate, non vi sembra che sia storta?"
    Non l'avessi mai detto!
    "Ma va, figurati, poi quando è tutta montata va a posto da sola"
    "Mah, sarà! A me sembra molto storta"
    "Vuoi stare zitta? Siamo in tre qui, vuoi che non sappiamo montare una tenda?"
    No, non la sapevano montare una tenda, infatti alla fine fu impossibile chiuderla perchè i lembi di stoffa non combaciavano, la cerniera si chiudeva solo fino a metà e sotto rimaneva aperta. Ma si sa, in montagna le ombre della sera compaiono presto. Tutti erano stanchi, il buio era imminente e  la tenda fu lasciata così. Mario decise che non era importante e "avremmo messo qualcosa all'entrata per tenere chiuso".
    Su un fatto ero daccordo. Eravamo stanchi, e così portammo dentro tutto quello che era ancora rimasto nel prato e rimandammo all'indomani ogni altro lavoro. Gli uomini se n'erano andati dopo avere sistemato sotto un albero  la cuccia di Diana con i suoi piccoli. Finalmente riuscii a mettere a letto Raffaella e ci coricammo anche noi, assolutamente distrutti.
    Forse ero in quella fase del sonno detto "dormiveglia" quando uno sparo mi svegliò di soprassalto. Ancora mi chiedevo cosa stesse accadendo, quando un altro sparo mi gelò il sangue.
    "Mario, Mario" bisbigliai "sei sveglio? Hai sentito?"
    "Sì, ho sentito. C'è qualcuno lì fuori."
    "Cosa facciamo? E la bambina?"
    "STTT! Stai zitta! Io ho il pugnale qui."
    "Il pugnale! Guarda Tarzan che loro hanno le pistole! Cosa ci fai col pugnale!"
    Mentre eravamo impegnati a discutere sottovoce, il rumore di altri due spari ci zittì.
    Mi aspettavo da un momento all'altro di vedere una lama di coltello squarciare la tenda. Chi c'era lì fuori? Ero terrorizzata e non osavo più muovere neppure un muscolo.
    "Non capisco perchè: Diana non abbaia" bisbigliò Mario.
    "Ecco, l'hanno ammazzata e anche i piccoli"
    Il tempo scorreva troppo lentamente nell'attesa del peggio ed io mi sentivo ormai vicinissima ad una crisi di pianto.
    "Mah, non so cosa pensare"
    "Mario guarda che sono qui fuori. Hai sentito gli spari? Sono qui. Cosa aspettano? Vogliono farci morire di paura?"
    "Stai zitta! Voglio sentire i rumori."
    "Sto zitta, certo devo sempre stare zitta! Cosa ti è venuto in mente, una tenda da soli, in un prato, con una bambina di dieci mesi! Sei un incosciente!"
    Sibilavo parole dure sottovoce, in preda alla paura e alla rabbia. E poi tacqui e rimanemmo immersi nel silenzio più assoluto. Non accadde più nulla e noi cominciammo a pensare che forse volevano soltanto portare via i cani.
    Quando finalmente la luce del giorno ci rese un po' di coraggio, non avevamo la forza di andare fuori a vedere cosa fosse successo. Ma poi Mario uscì e constatò che tutto era tranquillo e i cani erano raggomitolati nella loro cuccia. E io decisi di rifare il letto e tolsi il lenzuolo.
    "Mario, Mario vieni a vedere."
    "Cosa c'è?"
    "Guarda che gobbe nel materasso! Ieri non c'erano mica."
    Io ero piuttosto tarda in certe cose, ma lui, appena guardato il materasso, aveva capito immediatamente tutto.
    "Altro che spari! Erano i punti che saltavano!"
    Ora, se quelli fossero stati i primi tempi del nostro amore, mi avrebbe abbracciata e, mi avrebbe flautato dolcemente nelle orecchie:
    "Non prendertela, sono cose che capitano. Anzi, avrei dovuto gonfiarlo io il materasso, è normale che tu non sia pratica!" E mi avrebbe consolata.
    Ma ahimè, non erano i primi tempi del nostro amore, erano già trascorsi sei anni per cui quella che mi investì fu una bufera di urla:
    "Cretina!!!! Te l'avevo detto! Non gonfiarlo troppo, non gonfiarlo troppo! Ma tu, e dai a pestare su quella pompa, e pestare, e ancora pestare, fino a farlo esplodere!!"
    Sì, era proprio imbestialito, anche se a me, tutto sommato, non sfuggiva un lato comico piuttosto evidente di tutta la faccenda. Avevo una gran voglia di gridare anch'io, magari una sola frase:
    "Sappi che ho dimenticato il cavatappi."
    Ma nonostante la giovane età avevo maturato la saggezza sufficiente per sapere che quello sì, era veramente il momento di stare zitta.
    Prima o poi Mario avrebbe riso di quell'avventura, e solo allora avrei potuto riderne anch'io.

     

  • 18 luglio 2015 alle ore 21:58
    Non solo dieta

    Come comincia: In quel periodo io e Mario eravamo una vera supercoppia. "Super" perchè io pesavo novanta chili e lui centodieci. Lui almeno poteva servirsi di una sola taglia, mentre per me era diverso. Io ero divisa in due: taglia 56 dalla vita in su e taglia 54 dalla vita in giù. Il punto vita, in perenne litigio con ambedue i piani, non era più un "punto" ma era diventato un cerchio di tutto rispetto. Si sarebbe potuto affermare, secondo i canoni di bellezza femminile che vogliono il corpo delle donne a forma di anfora, che nel mio caso avrebbe potuto trattarsi, sì di anfora, ma capovolta. In considerazione del fatto che lo specchio ci rimandava la triste fotografia del nostro superfisico, nel senso che ce le restituiva proprio, in quanto non ne voleva sapere di specchiarci, ci eravamo resi conto di essere ormai prigionieri della spirale "ingrassi perchè mangi ( e bevi), e mangi (e bevi) perchè ingrassi". Fu perciò indispensabile prendere una decisione drastica. Mangiare e bere meno? Il solo pensiero ci gettava nella malinconia più acuta. Prendere farmaci? Non se ne parlava proprio, non era da noi. E allora? E allora la soluzione era lì a portata di mano: lunghe passeggiate in montagna. Ovvio che l'idea fu di Mario, visto che lui era un montanaro doc, un vero appassionato delle vette, delle praterie ad alta quota, dei laghetti con pesca delle trote, e via dicendo. Come al solito la decisione non fu messa ai voti. Lui decise, lui si entusiasmò anche da parte mia, lui si complimentò a lungo con se stesso, e poi mi rese partecipe del suo piano.
    "Allora, sei contenta?"
    "Come no!" E chi era più felice di me? Tutti.
    "Bene, prima di tutto ci vuole l'abbigliamento adatto."
    In men che non si dica mi ritrovai assieme a lui in un magazzino specializzato. Provammo e riprovammo, e quando finalmente ci guardammo allo specchio pensai che il nostro abbigliamento avrebbe fatto crepare di invidia tutti i montanari del mondo, e anche crepare dal ridere un numero inimmaginabile di persone.
    Lo specchio questa volta fu pietoso e sopportò la nostra vista.
    Naturalmente i cappelli di tela da cowboy con tanto di cordicella legata sotto il mento non potevano mancare; potevamo indossarli sulla testa, oppure appesi sportivamente sulle spalle, tanto la cordicella legata sotto al mento li avrebbe trattenuti. Non potevo sopportare quella maledetta cordicella. Io ho sempre sofferto di claustrofobia e continuavo a deglutire perchè quel legaccio mi dava fastidio al pomo d'Adamo. (Alt! Per chi non lo sapesse ce l'hanno anche le donne). Dovevo pazientare, avrei potuto disfarmi del cappello solo dopo la prova generale. 
    Una bella camiciona di flanella a quadrotti rossi vivacizzava le nostre facce già  colorite per natura.
    "Mario, ma di flanella! Guarda che avremo caldo!"
    "Figurati, andremo in alto e in alto può esserci il vento, può coglierci un temporale improvviso, vanno bene così" Non erano ammesse repliche, e così scesi con lo sguardo a considerare i pantaloni. Quelli erano di velluto a coste color cagarella, e in più alla zuava: chiusi da un bordino sotto il ginocchio. Io non li avrei voluti così, ma la mia taglia non mi consentiva di scegliere e mi dovetti adattare. La parte di gamba  che avanzava dal pantalone era vestita da calzettoni di lana rossi, e, dulcis in fundo, i piedi erano imprigionati in un paio di tenaglie stringate: scarponi da una tonnellata. Appena tentai di sollevare i piedi da terra capii che con quei calzari non avrei fatto nessuna passeggiata, anzi neppure pochi passi.
    "Mario, ma non ti sembra un po' troppo?"
    "Ma va! In montagna si va così, certo non ci vestiamo così a Torino, ma vedrai, in montagna sono tutti vestiti così."
    Devo dire che nutrivo forti dubbi.
    "Ma gli scarponi sono troppo pesanti!"
    "E' solo questione di abitudine. Quando li avrai messi una volta, la seconda sarai in paradiso"
    "Speriamo solo metaforicamente" pensai io.
    Continuavo a guardarmi nello specchio che non riusciva neppure a contenerci tutti e due, e cominciava a perdere la pazienza. Dopo un po' stabilii criticamente che avevamo operato un missaggio, non tanto ben riuscito, fra la conquista del West e quella del K2.
    E venne il giorno della prima gita. Il mio problema più importante era uscire di casa e raggiungere l'automobile ad una velocità che impedisse a chicchessia di vedermi. Ma non sono mai stata particolarmente fortunata, e incontrai una vicina che mi bloccò nell'androne a parlare non so più di cosa.
    "Eh, ma dove andate vestiti così! C'è qualche corteo storico? Certo che siete belli grossi voi due, e anche alti, non passerete di sicuro inosservati." Ne ero certa.
    La mia faccia e la mia camicia avevano lo stesso colore.
    "Ma guarda come è bella colorita! Buona domenica, né"
    "Sì, sì, anche a lei."
    Mario mi vide fuggire e nascondermi in auto.
    "Ma cos'hai, ti vergogni? Stiamo solo andando in montagna. Dovresti essere contenta."
    "Appunto, è proprio questo il fatto: stiamo solo andando in montagna, ma la gente pensa che andiamo ad una festa di carnevale".
    "Certo che pensa così. E' gente di città, cosa vuoi che capisca!"
    Naturalmente, come potevano capire? Io sapevo soltanto che, nella fretta della fuga, avevo fatto una specie di corsa verso l'auto dimenticando completamente che indossavo gli scarponi ed avevo i piedi già doloranti. Mi chiedevo come fosse possibile tanto male visto che la lunghezza era quella giusta e in teoria il calzettone avrebbe dovuto fare un po' da ammortizzatore.
    "Mario, ma questi scarponi sono da montagna o sono antinfortunistici?"
    "Ma cosa dici!"
    "Cosa dico? Sono di acciaio e ho le dita dei piedi che formicolano. Me li devo togliere."
    "Mai togliere le scarpe che fanno male, poi non riesci più ad infilartele. Prendila con un po' più di allegria, semmai slacciali e li riallacci quando arriviamo."
    Non mi restava che rassegnarmi.
    "Dove stiamo andando di preciso?"
    "Ad Exilles, al Forte. C'è una specie di festa, ci sarà anche un coro alpino."
    Evviva, anche il coro. Se mai fossero stati a corto di note alte, col mio mal di piedi, avrei potuto sopperire io.
    Di nascosto tirai fuori "un po'" di piedi dagli scarponi e mi misi a guardare dal finestrino.
    Dalla foschia mattutina stava emergendo un sole pazzesco ad annunciare una giornata calda e splendente.
    "Mario, a che altitudine è Exilles?"
    "Circa 900 metri. Bene, vedo che cominci a partecipare."
    In realtà mi stavo solo rendendo conto che sotto un sole del genere con la camicia di flanella e i pantaloni di velluto, mi sarei liquefatta.
    Mi chiedevo se veramente non ci fosse un modo meno distruttivo di dimagrire, ma tanto era lo stesso.
    Quando finalmente raggiungemmo Exilles e il forte, notai subito che la gente era tanta, sparpagliata sulle collinette e nei prati, comitive, famiglie con bambini, ma, sebbene io cercassi, nessuno era vestito come noi. Cercai di recuperare tutta la disinvoltura di cui ero capace e scesi dall'auto. Inutile dire che eravamo molto guardati, io e Mario, così grossi, così variopinti, così ingombranti! Io ero anche zoppicante perchè il mal di piedi era peggiorato. Riuscimmo a raggiungere la cima di una collinetta, e da lassù mi guardai attorno girando su me stessa, cercando di convincermi che non esisteva al mondo pamorama più appagante. Ma girandomi notai una donna, piccolina, seduta per terra che mi fissava sbalordita:
    "Boia faus!" stava esclamando.
    Ci misi un attimo a capire che non si era seduta per terra di sua iniziativa, ma ce l'avevo buttata io girandomi, e non me n'ero neppure accorta!
    Certo da lì in basso, io e Mario dovevamo sembrarle due giganti.
    Mi scusai e le porsi la mano per aiutarla ad alzarsi, ma anzichè aggrapparsi, lei fece il classico gesto di quando si vuole mandare al diavolo qualcuno.
    Mi sentii in quel momento ancora più ridicola.
    "Mario, io vado a sedermi in macchina. Mi fanno troppo male i piedi."
    "Ma possibile che non ti vada mai bene niente?"
    "No guarda che semmai sono gli scarponi che non mi vanno bene, comunque me li devo togliere. Tu fai quello che vuoi."
    Quando gli parlavo così voleva dire che la sopportazione aveva raggiunto il massimo livello.
    MI sedetti in auto lasciando finalmente che i miei piedi si allargassero a piacimento e si godessero la libertà.
    Ah, che sollievo! Solo chi ha provato può capire!
    Tolti gli scarponi il mio umore cambiò completamente. Cominciai ad apprezzare la giornata soleggiata, l'aria pulita e fragrante, il verde della vegetazione ed anche la bellezza del forte che si stagliava di fronte a me contro il cielo azzurro intenso senza una nuvola. Ma il mio relax durò poco. In mezzo alla gente vidi avanzare un cappello da cowboy, e siccome ce n'era uno solo in tutto il piazzale, sotto non poteva esserci che Mario, che venne diritto verso l'auto e aprì il portabagagli. Sentii rumore di cose spostate e poi vidi spuntare fuori dal mio finestrino, un paio di zoccoli. Mi resi conto che quello fosse sicuramente un bel colpo di fortuna per i miei piedi, ed anche un invito da parte di Mario a lasciare l'auto e fargli compagnia.

    Poi, in sostanza fu una bella giornata, nel suo insieme, ma decisamente poco dimagrante, visto che camminammo poco. In compenso scovammo una di quelle trattorie paesane che sembrano inventate apposta per far crollare ogni proponimento di buona condotta alimentare. Lì davano il benvenuto presentando subito un tagliere pieno di salami di vario tipo di cui ci si serviva a piacimento. Poi acciughe al verde, peperoni in bagna caoda, uova sode con la maionese, lardo e pancetta, a cui seguivano primi secondi formaggio ecc.ecc., il tutto annaffiato da abbondante vino rosso.
    Questo per dire che quando uscimmo dalla trattoria non mi vergognavo più di niente, probabilmente non mi ricordavo neppure com'ero vestita.
    Alla sera, tornando a casa in auto, eravamo tutti e due silenziosi.
    "A cosa pensi?"
    Se Mario mi chiedeva a cosa stessi pensando era segno che l'effetto del vino non era ancora sfumato.
    Così cominciai a ridere, ridere e ridere e non  riuscivo più a smettere.
    "Vorrei sapere cosa ti fa tanto ridere!"
    Avevo le lacrine agli occhi dal ridere.
    "La nostra cura dimagrante!"

  • 18 luglio 2015 alle ore 21:33
    Tiffany

    Come comincia: Ho il posto 59. A fianco, vuoto. Ma che fortuna..potrò stendere le gambe! Prima coppia di sessantenni in arrivo-" Mi scusi, ho il numero 60 e mio marito il 41, le va di scambiarvi cosi io e lui possiamo star seduti accanto e lei va al 41? Io-" Prego signora, venga pure". Passo al posto 41. Seconda coppia di ottantenni con cagnolino " Mi scusi, visto che lei è solo, mio marito ha il 42 ed io il 37, le va di scambiarci cosi io, lui e il cagnolino possiamo star vicino?" Io - "Certo signora si figuri, prego"... " Guardi a fianco al 37 .. ( sottovoce) c'è una bella ragazza al 38...vada vada ( tentativo pleonastico di convincermi come se fosse lei a fare un favore a me! Tecnica raffinatissima) . Mi accomodo al 37. In arrivo coppia di giovani trentenni. " Scusa , quello è il mio posto, e la mia ragazza sta al posto di lei " Io-" Guarda, sto facendo dei favori, abbassa i toni". La moglie della prima coppia, dalle ultime file del bus ( il lontano 59! ) " Ehi giovane, mi ha fatto un favore quel ragazzo, statt' calm". La moglie della seconda coppia, non più sottovoce " Mo ci penso io ..Mee ( riferito a me) vedi quanto è garbato! Non tla pigghia' scià...adesso il ragazzo piano piano si sposta !! ( risolutiva e simpaticona, come se lei non avesse colpe )" Io e la ragazza ci spostiamo, lei interdetta trova un altro posto. Tutti mi spingono verso il posto vuoto con accanto una ragazza russa che mi guarda con occhi dolci. Un coro si alza " Vai vai, ti è andata bene..." Sono io single ad essere in difetto, tutti mi incitano ridendo goliardici . La ragazza russa è contenta che io mi sieda vicino a lei??!! Ma siamo su una corriera ! Non all'università! La ragazza russa " Scusi, tu sedere dietro per favore ( risatina dolce) e fa venire mia amica qui a fianco me, crazie, Dhank you so much !" Io-" You are welcome..." Ma chi vedo? Che sorpresa! Mi ritrovo nuovamente a fianco del marito appartenente alla seconda coppia, quello di 80 anni, relegato lui al 43 ed io al posto 44, poiché l'anziana ma sveglia moglie, la vecchia simpaticona risolutiva dalle raffinate tecniche persuasive, resasi conto che erano in tre, ha preferito sedersi al fianco di Tiffany, il piccolo Yorkshire, lasciando il marito solo . Dopo che tutte le famiglie tradizionali stanno bene, sedute, accoppiate e contente, io sono fiero della mia singletudine ma la prossima volta mi porto o una bambola gonfiabile o un dobermann. Penso :è nella nostra natura sistemarci comodo il culetto creando disagi a catena? Credo di si. Solo Tiffany, la cagnetta, è una vera signora, ha un gioiello al collo, una vera sciura canina emigrata di origini pugliesi, ma non abbaia come la padrona! Riflettendoci non solo non lo fa, ma non abbaia neppure in milanese dimenticando le sue origini, come molti casi disperati di trapiantati a Milano. Io -" Ciao, cosa fai nella vita?" Trapiantato X " Sono un designer, sto a via Tortona" ( tutto con R rigorosamente moscia e forte cadenza milanese miracolosamente acquisita). Io -" Ah bene ma di dove sei? " Trapiantato X " Son di Milano.." Io-"Ahe' mena margia' di do sinte? Trapiantato X " Di Barlétt ..ma* sto a Milano da 15 anni" . In quel Ma* c'è tutto la soddisfazione del riscatto sociale che maschera la tristezza dell'emigrazione, dimenticando per un po' tanto il riscatto quanto l'emigrazione poiché si torna in Puglia felici riacquisendo in breve tempo i modi di fare di gente bella, che fa casini, ma è bella! Gente fragile e forte, ci vuole forza a rimanere, ma i sacrifici di chi sta lontano non si contano. Fiero di essere pugliese, profondamente paesano (adoro), non di Itaca ma di Grottaglie in giro per il mondo, rido un po' perche la R moscia dei neo-metropolitani scompare all'improvviso durante il viaggio e te li ritrovi sulla mitica corriera Marino traditi da comportamenti che a via Tortona ora cercano di nascondere. E' la parte miserabile dell'individuo che amo, perché in questa "locca" schizofrenia e' contenuta tutta la forza tragicomica e i sacrifici che ci sono voluti per affrancarsi da un futuro annebbiato, il cui ricordo non e' sempre piacevole. Quella corriera è un simbolo, almeno 10 dialetti di 60 persone tra adulti, giovani, anziani, bimbi e cani da grembo coesistono da capo per 13 ore con un unico obiettivo : il mare.

  • 18 luglio 2015 alle ore 20:40
    Il bruco nella verza (favola)

    Come comincia: Tanto tanto tempo fa in un paese lontano lontano viveva una famiglia di contadini molto poveri, e, come spesso capita ai poveri, con tanti figli. La loro casetta era minuscola, ben tenuta e graziosa. La casetta se l'era costruita il capo famiglia, ma i soldi erano pochi perciò per i suoi dieci figli c'erano solo due camere da letto: in una aveva sistemato le quattro femmine e nell'altra i sei maschi. Anche per i due genitori c'era una cameretta, stretta, ma che assicurava loro un po' di riservatezza. In compenso la cucina era molto grande. Al centro di essa era posizionato un tavolo grande con intorno le dodici sedie. Sulla destra lungo la parete una lunga capiente credenza  conteneva tutte le stoviglie necessarie ai bisogni di una grande famiglia. Il legno scuro dell'arredamento e del pavimento rendeva l'ambiente molto intimo e caldo. Una stufa accanto alla porta della cucina garantiva il calore sufficiente per le poche stanze, ma quando faceva proprio tanto freddo al mattino i bambini si vestivano nel letto, e la mamma li sgridava però li lasciava fare perchè capiva che lo facevano solo per difendersi dal freddo. Papà e mamma sapevano che non avrebbero ricavato tanti soldi dalla vendita dei prodotti del loro campo perchè d'inverno potevano coltivare soltanto cavoli e verze, inoltre qualcosa ricavavano vendendo i cachi di due piante che però non tutti gli anni erano generose di frutti. La mamma spesso stava seduta davanti alla finestra per rammendare la biancheria dei bambini per poterla utilizzare il più a lungo possibile, e trasferendola man mano che crescevano, dai figli più grandi ai figli più piccoli. Rammendava calze, rivoltava cappotti, accorciava e allungava vestiti, pantaloni e tanto d'altro, ringraziando il cielo di saper fare un po' di tutto, e ringraziando mentalmente per questo sua madre che le aveva insegnato di tutto. Il papà lavorava dove capitava, oltre ad occuparsi del suo campo. In paese lo conoscevano tutti e lo chiamavano per qualunque problema che non riuscivano a risolvere da soli. Lui andava e si intendeva di idraulica, elettricità, sapeva fare il falegname, il muratore e anche l'imbianchino, insomma se la cavava in tante cose, però anche chi lo chiamava aveva pochi soldi e così tutti lo pagavano con ciò che avevano, in genere alimenti e vestiario usato che lui portava a casa molto volentieri perchè in casa sua c'era sempre bisogno di tutto. Quando papà e mamma si ritrovavano soli nella loro cameretta nel silenzio della sera, e tutti i figli dormivano, si abbracciavano e si confidavano le preoccupazioni. Non ti preoccupare, diceva lui, vedi che alla fine riusciamo sempre a risolvere. Lei sì, lo sapeva, però le sarebbe piaciuto tanto che i suoi figli potessero ogni tanto avere un abito nuovo, delle scarpe non usate da altri, che potessero andare a bere una cioccolata al bar con gli amichetti. Lui le accarezzava i capelli: non chiedi mai niente per te, ma io vorrei un giorno poterti accompagnare a comprare un vestito bellissimo, tutto di pizzo, delle scarpe di raso, e condurti a una grande festa dove tu fossi la più bella e ammirata. Poi si addormentavano condividendo sogni e speranze.
    Quell anno il campo aveva fruttato bene: cavoli e verze erano cresciuti sani ed era anche arrivata la prima gelata. Loro sapevano che tali ortaggi per essere davvero saporiti e croccanti devono subìre la gelata. Papà e mamma erano soddisfatti e già pregustavano la vendita dei loro prodotti in una stagione particolarmente generosa.
    Un mattino però il papà aprendo la finestra della cucina rimase sconvolto da ciò che vide. Tutte le sue verze avevano smesso di crescere, le foglie esterne si erano quasi richiuse su se stesse. Al centro del campo solo una verza era cresciuta, era quattro volte più grande delle altre, con le foglie di un verde lucente: una verza bellissima, lui non ne aveva mai vista una uguale. Chiamò la moglie che accorse subito, e subito accorsero anche i figli. Tutti rimasero esterefatti ad ammirare quella magnifica verza e per un po' si dimenticarono di tutte le altre che sembravano atrofizzate. Ma la realtà era tristissima. La mamma stette un po' a pensare e poi disse che secondo lei la verza centrale si era impadronita di tutte le sostanze nutrienti di cui la terra del campo disponeva, e perciò l'unica soluzione era estirpare completamente l'ortaggio per permettere agli altri di crescere. Il papà sapeva benissimo che quella sarebbe stata la soluzione, ma allo stesso tempo era affascinato  e curioso di vedere cosa sarebbe accaduto. No, non se la sentiva proprio di sacrificare la super verza e così cercò di prendere tempo. Ne parliamo tutti insieme a pranzo, propose. E così fu deciso. All'ora di pranzo tutti erano a tavola e c'era un silenzio non abituale. Il papà disse: allora cosa ne pensate ragazzi? I ragazzi erano tutti dalla parte della super verza e si poteva anche capire. La mamma, in minoranza, si rassegnò di malavoglia. I giorni si susseguirono e ogni mattina tutta la famiglia andava nel campo a vedere cosa stesse succedendo. La verza era enorme e bellissima ed aveva ormai occupato metà del campo. La mamma era sempre più preoccupata ma il resto della famiglia era entusiasta di ciò che stava capitando. Un bel giorno il papà andò a esaminare le foglie e capì che era ora di tagliare la verza, se almeno si voleva mangiarla. I figli l'aiutarono a estirparla e a portarla verso casa La mamma pensò che non avrebbero guadagnato granchè però almeno avrebbero avuto  verdura per minestra per un bel po'. La verza gigantesca fu portata in casa con tutte le cautele fra l'entusiasmo dei bambini e la perplessità di papà e mamma. Era troppo grande per il tavolo della cucina e così fu depositata nel cortile. Il papà prese un grosso coltello e lo infilò fra le foglie per cominciare a sezionarla.
    "Ahiaaaaaaa"
    "Ragazzi, volete stare un po' zitti?"
    "Ma papà, noi non abbiamo detto nulla."
    Lui alzò le spalle e infilò nuovamente il coltello.
    "Ahiaaaaaaaaaa!"
    Quella vocina stridula da dove veniva? Il papà non sapeva cosa pensare ma non osava più infilare il coltello. Riflettè un po' e poi decise di lavorare con le mani. Cominciò a staccare le foglie più grandi e poi con estrema cautela aprì la verza in due parti. Con sua enorme sorpresa dentro c'era solo una grande caverna, quindi niente da mangiare, pensò subito, e poi vide qualcosa di strano che si muoveva: un enorme bruco verde, lucente, con due cornine verdi  e due occhi blu tondi e vivaci. Mamma mia,non aveva mai visto un bruco così grosso. Era davvero grande! E poi...un bruco davvero inquietante. Lo guardava con gli occhietti furbi e sembrava un essere umano.
    "Grazie amico mio di non avermi fatto a pezzi!"
    Il bruco parlava!
    Tutta la famiglia era attonita e anche un po' spaventata. Ma si sa che i bambini hanno una marcia in più.
    "Ciao bruco, come ti chiami?"
    "Mi chiamo Ruggero, piccolo! Ti piace il mio nome?"
    "Beh, è un po' strano però sì, mi piace. Perchè sei venuto a vivere qui? Lo sai che la mamma piange perchè non potremo superare l'inverno?"
    "Oh, piccolino, ma perchè mai!"
    "Perchè a causa tua sono morte tutte le verze, e anche i cavoli, e noi non potremo venderli e non avremo i soldi per comprare da mangiare."
    "Oh, mi dispiace! Ma sei proprio sicuro piccolo di ciò che dici? Seguimi! Vieni con me."
    E il grosso bruco uscì dalla sua tana, dalla verza, e si avviò velocemente verso l'orto. Era così carino, tutto il suo corpo si ingobbiva e poi si allungava verso l'esterno. Ogni tanto si voltava.
    "Ci siete tutti? Seguitemi, mi raccomando"
    Tutta la famiglia lo seguì quasi fosse ipnotizzata, fino al campo, e lì la sorpresa fu incredibile. Il campo era ricco di grandi bellissime verze, di cavoli, ma non solo, le piante di cachi non erano più solo due, ma tante a perdita d'occhio e anche altre piante da frutta erano nate e cresciute all'improvviso. C'era anche un recinto dove alcuni pony scalpitavano in cerca di compagnia. I bambini corsero verso i cavallini, erano così felici, e papà e mamma erano ammutoliti. Il papà guardava il grosso bruco con  apprensione.
    "Ma chi sei tu!"
    "Sono solo un grosso bruco a cui tu hai risparmiato la vita. Non ti sei lasciato travolgere dalla delusione, dalla paura, non hai desiderato vendicare su di me le tue insicurezze, l'incertezza del futuro. Tu, amico mio, sei stato buono, e la bontà paga sempre."
    Papà e mamma se ne stavano lì con le lacrime agli occhi senza sapere cosa dire, solo felici nel guardare i loro bimbi giocare e accarezzare i pony, e non sapevano che sul tavolo della cucina c'era un dono che avrebbe garantito il futuro di tutta la famiglia.
    Intanto i primi fiocchi di neve di un inverno pieno di speranza scendevano danzando, e Ruggero, senza farsi notare, andava verso un nuovo campo di verze..e di povertà.  :)

  • 18 luglio 2015 alle ore 20:28
    L'albero delle caffettiere (favola)

    Come comincia: Era inevitabile che arrivasse prima o poi il momento dell'addio. La mia caffettiera, l'amica fedele di ogni mattina da tanti anni non era più riparabile. Innumerevoli volte avevo riattaccato il manico con l'attaccatutto, ma ormai non  teneva più. Dovetti decidermi a buttarla via, ma non mi sentivo di gettarla nella spazzatura, così la avvolsi delicatamente in un sacchetto di plastica e la seppellii nel giardino, all'ombra di un albero frondoso. Quel mattino scesi presto, quando le prime luci dell'alba illuminavano l'erba, e scavai una buca non tanto profonda. Mi rendevo conto che la mia amica fosse d'acciaio e perciò non avrebbe attirato la golosità di animali o uccelli. La coprii di terra con delicatezza e rimasi lì un po' a guardare. Soffrivo, e perciò me ne andai a casa. L'avevo seppellita però in un angolo che dalla finestra di casa mia si vedeva molto bene. La caffettiera nuova fu molto sensibile e discreta in tale situazione e cercò di annullarsi il più possibile per non farmi pesare la mancanza di una grande amica. Ogni mattina, appena alzata, mi avvicinavo alla finestra e, sorseggiando il caffè che l'altra mi aveva fornito, mi soffermavo a guardare quel mucchietto di terra, e ripensavo alla mia vecchia caffettiera alla quale non avevo mai dato un nome, contrariamente alle mie abitudini. Quante emozioni ci eravamo scambiate. Quanti occhi gonfi di lacrime notturne aveva visto sul mio viso al mattino, ma anche quante gioie avevamo condiviso! Stavo lì, dietro la tendina della finestra, e mi sembrava che lei ci fosse ancora vicino a me, a consolarmi e a offrirmi ciò che mi serviva per iniziare la giornata. Tutto ciò che passa nella mia vita lascia un segno, un segno indelebile, tutto lascia una traccia nel mio essere, nei miei sentimenti, nulla per me è inanimato, nulla per me è senza vita, nulla per me è senza significato. E credo di avere ragione. Passò l'inverno, nevicò anche un po', ma quell'angolo di giardino, io sapevo bene quale fosse, e nulla avrebbe potuto farlo sparire alla mia vista. E quando fu marzo, una mattina, mentre sorseggiavo il caffè, notai delle foglioline, proprio lì, sopra quella manciata di terra con cui avevo coperto la caffettiera. Mi misi addosso qualcosa e corsi giù a vedere, incuriosita. Santo Cielo! Un esile stelo carico di foglioline verde chiaro con venature marroncine era nato. Rimasi lì a guardare stupita e subito portai dell'acqua. Se una piantina era nata sopra la mia caffettiera per me era un grande evento. Ogni mattina scesi a portare l'acqua, sempre all'alba. Questa piantina cresceva in fretta e si irrobustiva, le foglie diventavano grandi e spesse. In poco tempo era diventata un albero già più alto di me.  I colori delle foglie erano assolutamente straordinari con le loro sfumature dal verde chiaro brillante al marrone rossiccio. Non avevo mai visto niente del genere. Era un tripudio di vita, di leggerezza, era un miracolo di bellezza. L'albero cresceva e cominciava ad attirare l'attenzione della gente. Tutti mi chiedevano che tipo di albero avessi seminato. Io rispondevo che non avevo seminato niente, che era un'erba spontanea, ma quest'albero diventava sempre più bello e più robusto. Un mattino mi affacciai e vidi i fiori più meravigliosi che avessi mai visto: larghi petali che poi si stringevano in un cuore colorato. Un cuore? Sì era proprio un cuore. Ogni fiore un cuore di tanti colori, petali a forma di lacrime molli e frementi. I colori c'erano proprio tutti, i colori della vita, dell'allegria, dei sentimenti. Cominciai a pensare che qualcosa di straordinario stava accadendo. Ormai tutti si fermavano a guardare quella meraviglia ed io stessa rimanevo estasiata. Tutti sappiamo che ogni albero dà i suoi frutti, e quando il "mio" albero diede i suoi frutti, la mia anima si sciolse nella commozione incontenibile di chi è di fronte a un mistero e lo accetta senza condizioni.  Erano tante piccole caffettiere che facevano capolino fra le foglie, tante piccole caffettiere color acciaio, lucenti e bellissime, che ondeggiavano alla brezza del mattino, sotto il mio sguardo attonito, e ormai anche sotto lo sguardo attonito di chi passava di lì. Nessuno riusciva a chiedere spiegazioni. Tutti stavano lì, col naso all'insù ad ammirare il bellissimo albero con tutti i suoi frutti. Il sole pian piano sorgeva e i suoi raggi si riflettevano sul metallo spandendo riflessi strani tutto intorno. Io non riuscivo a vedere niente: tutto ondeggiava oltre le mie lacrime, lacrime d'amore.

  • 18 luglio 2015 alle ore 13:01
    Una notte tanto tempo fa

    Come comincia: Erano circa le tre del mattino quando la ragazza si svegliò. L'istinto le suggerì immediatamente che era arrivato il momento. Accese la luce e si girò verso il suo compagno che dormiva accanto a lei. Provò tenerezza per lui, e quasi dispiacere di doverlo svegliare in piena notte, ma era inevitabile.
    "E' ora, svegliati, dobbiamo andare"
    "Sei sicura?"
    "Sì sono sicura, dobbiamo andare."
    La valigetta era pronta da tempo ai piedi del letto, e la ragazza la aprì dando una rapida occhiata per assicurarsi che non mancasse nulla.
    Poco più tardi il suono dei passi di lei e di lui furono l'unico rumore che disturbò il silenzio della notte, mentre si avviavano, attraverso il vialetto del giardino, verso l'automobile.
    Appena uscita da casa il fresco della notte ottobrina aveva fatto leggermente rabbrividire la ragazza, ma solo per un attimo. L'aria frizzante era gradevole e lei aveva guardato il cielo illuminato da una tonda e complice luna piena: una luna così luminosa che rischiarava tutto intorno. Aveva sorriso e pensato: "E' proprio vero quello che si dice".
     Salì in auto e istintivamente posò la mano sulla coscia del compagno, come faceva sempre quando viaggiavano insieme. Lui gliela strinse  senza dire nulla.
    Mentre lui guidava lei guardava il suo viso teso, serio, forse preoccupato perchè non avrebbe potuto rimanere con lei. Si sentiva pervasa da una grande dolcezza, ma, al tempo stesso, da una sorta di solitudine perchè quello che stava per succedere era qualcosa di così straordinario, di così intimo,di così assolutamente suo, qualcosa da cui, in qualche modo, lui era escluso: non da lei, ma dalla natura stessa.
    "Hai paura?" pur guidando le aveva passato un braccio intorno alla spalla.
    "Un po', ma non dovrei. Quello che sta per succedere è assolutamente naturale, perchè avere paura?" Ma sì, certo che aveva paura, ma era anche impaziente. Fra poco avrebbe stretto fra le braccia il loro bambino, o la loro bambina, e questo era un miracolo che vinceva ogni paura.
    La ragazza non disse più nulla, limitandosi a guardare dal finestrino le strade deserte e le file di lampioni che se ne andavano in senso contrario.
    Poi chiuse gli occhi, prese la mano di lui e se la appoggiò al viso sentendosi rassicurata.
    Pensò che quel giorno non avrebbe fatto le cose di sempre, e pensò anche che da quel giorno le cose di sempre non sarebbero più state le stesse: no infatti, perchè quel mattino, lunedì 4 ottobre 1971 alle ore 10 e 15, sarebbe nata la loro bambina. 
    Quando riaprì gli occhi erano arrivati all'ospedale. Scesero dall'auto e insieme si avviarono verso l'ingresso.
    Quella ragazza si chiamava Lora, il suo compagno si chiamava Mario, e alla loro bambina diedero il nome Raffaella.

  • 18 luglio 2015 alle ore 6:50
    ALBERTO SVEGLIATI!

    Come comincia: Ti vedo camminare ondeggiando dolcemente, deliziosamente con un pizzico di
    signorilità come fossi avvolta in una nuvola trasparente che ti appalesa alla gente
    distaccata dai mortali non degni di te.
    Il corpo longilineo avvolto in un tailleur che mette in risalto le tue fattezze da dea:
    vita stretta, gonne sotto il ginocchio, trucco discreto, sguardo fisso davanti a te che sorvola la gente,sei imperscrutabile, inaccessibile, lontana da tutti.
    La borsa sotto il braccio, il mini cagnolino zappettante a lato, sguardi mascolini di
    ammirazione non ricompensati da sorrisi di compiacimento, algida.
    Talvolta volutamente non ti trucchi, una civetteria per dimostrare che, anche al
    naturale, sei sempre splendida, ti basta un cappellino o un foulard per farti sembrare
    diversa.
    Conoscendo i tuoi orari ti seguo, una sofferenza.
    Mi arrovello la mente per inventare un appiglio plausibile per parlarti, mi vesto in
    maniera elegante ma sobria come penso sia di tuo gradimento, anche se mi hai notato non l'hai dato a vedere.
    Ti soffermi davanti alle vetrine dei negozi, naturalmente quelli di lusso, ma non trovo
    alcun pretesto per sostare dinanzi ad un emporio con abiti esclusivamente da donna e
    mi allontano sconsolato.
    Una cosa ho osservato: posteggi sempre in divieto di sosta, al ritorno togli dal
    parabrezza della Jaguar il foglietto della contravvenzione lasciandolo cadere a terra con noncuranza.
    Quando ti sogno non oso immaginarti in posizioni erotiche, mi accontento di lievi baci
    sui viso e sul collo, non penso nemmeno lontanamente a sfilarti la camicia da notte, sei
    troppo signorile per mettere in atto comportamenti disdicevoli.
    La fine di questa favola?
    Un giorno camminando dinanzi a me le cade una rivista dalle mani, la raccolgo e gliela porgo con un timido sorriso.
    "A’mbecille, so dù mesi che me venghi appresso, che cazzo aspettavi?”
    Alberto sei stato proprio un imbecille, per due mesi!
     

  • 17 luglio 2015 alle ore 18:19
    2015

    Come comincia: Una delle cose più belle e sorprendenti che ci fa star bene quando arriva, è la pace interiore. E' bella e rilassante, sembra far cessare il passare del tempo. Occorrono le nostre preoccupazioni per ripristinare la pace dentro di noi, e anche se non sappiamo da dove arriva la percepiamo sentendo i suoi influssi benefici. La vita si rivela sempre maestra e non smetterà mai di insegnarci.

  • 17 luglio 2015 alle ore 18:18
    2015

    Come comincia:  Come posso pensare di perdere ciò che non ho mai avuto? Come può la mia mente ricordare certe date, certi orari di cose che non sono mai accadute? Ho perso il conto delle cose che abbiamo condiviso io e te. Ho perso quell'amore che stava per nascere. Ho perso il conto delle volte che ci siamo baciati sulla spiaggia sotto le stelle, nella mia immaginazione. Ho perso il conto di tutte le volte che non siamo potuti stare insieme. Ma cosa è successo a noi due? Ci stavamo amando, forse ho sbagliato tutto, avrei dovuto fare di più o darti di più, ma adesso è troppo tardi per rimediare. A questo punto dico a me stesso/a:"Si, è possibile perdere ciò che non si è mai avuto!"

  • 17 luglio 2015 alle ore 18:15
    2015

    Come comincia: Quanto è sorprendente per me oggi dire: "Ce l'ho fatta!" Con tutte le prove e le difficoltà che ho dovuto superare, lungo il sentiero della mia vita. Quante persone sbagliate ho conosciuto, persone che ho amato e persone con cui sin dal primo istante ho dubitato, a volte pensavo di non farcela e mi sono sentita sola e persa. Spesso mi sono sentita troppo debole per lottare, troppo impaurita per affrontare e troppo diffidente per amare un'altra volta. Ma sono ancora qui in piedi e oggi sto dicendo a me stessa che devo continuare a credere in me perchè non ho ancora finito di combattere.

     

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:47
    Se amore vuol dire gelosia...

    Come comincia: L'hotel si chiama Gran Colon. Niente da stupirsi, a Barcellona tutto ricorda Cristoforo Colombo. Bellissimo hotel, saloni luminosi, eleganti. E' quasi fine anno, l'anno 1970. Noi siamo arrivati così, alla ventura, naturalmente non abbiamo prenotato, ma riescono a sistemarci in una dependance molto graziosa, che si raggiunge passando  sotto un arco che immagino d'estate variopinto di fiori. Abbiamo già visto qualcosa di Barcellona percorrendo un grande viale alberato dove risuonano le classiche musiche spagnole, e abbiamo passeggiato in mezzo alla gente. Ci siamo fermati in un bazar e io mi sono comperata un vestito bianco, tipo ciniglia ma un po' più pesante, molto carino, molto corto, diciamo a mezza coscia, che per me è già moltissimo, ma sento che qui va tutto bene, anche osare un po' di più. E va tutto bene anche per Lui che mi guarda compiaciuto con evidente ammirazione. Sono elettrizzata, contenta, direi euforica, per tanti motivi: perchè siamo qui, ed abbiamo davanti a noi qualche sera spensierata, perchè è il nostro primo capodanno insieme, perchè Barcellona è allegra, invitante, complice. La cena nel ristorante dell'hotel è fiabesca, o forse no, magari è normale, ma per me è fiabesca. Mangiamo, ridiamo, parliamo. Io lo guardo. Lui, il tutto, l'ineguagliabile, l'insuperabile, il tempo e le stagioni, l'unico incontrastato artefice di ogni mia sensazione, emozione, fremito. E Lui lo sa. Si avvicina la titolare dell'hotel, la nostra storia aleggia intorno a noi piena di fascino, attraente come la luna. La signora ci sorride, ci consiglia un locale di flamenco dove finire la serata, un locale davvero particolare, tradizionale, da vedere, prima di lasciare Barcellona. E noi ci andiamo. Non è lontano, una passeggiata a piedi. Entriamo, e l'ambiente è illuminato poco da luci soffuse. Ci sono tavolini con le sedie e più in là il piccolo palcoscenico dove i danzatori e le danzatrici si esibiscono. Rimango incantata di fronte allo spettacolo, guardo le donne sinuose fasciate nei loro costumi con quel portamento dal mento alto e le spalle all'indietro, e i danzatori altrettanto fasciati, il battere dei piedi sul pavimento di legno, e la musica incalzante delle chitarre. La gente seduta ai tavoli comincia a battere le mani, a tempo di danza, e io mi unisco, completamente affascinata e coinvolta. Ma c'è un modo particolare di battere le mani che ovviamente io non conosco, e allora ecco che un danzatore lascia il palcoscenico e viene verso il nostro tavolo. Non ci posso credere, proprio da noi? Sì, proprio da noi. Si avvicina, mi sorride, mi prende le mani fra le sue e mi mostra come devo tenere le mani per accompagnare nel modo giusto la danza. Anch'io sorrido gentile, ma ho già avvertito le nubi dell'apocalisse addensarsi sopra le nostre teste. Il rossore del mio viso e il rosso dei miei capelli hanno ormai la stessa tonalità. E' immaginabile che la sua sia una specie di piccola sceneggiata riservata ai turisti, ma io ho il cuore in gola. Infatti Lui scatta in piedi come spinto da una molla, per proferire poche parole: cosa vuoi, cerchi grane?. E' probabile che il danzatore non abbia capito le parole, ma sicuramente il messaggio gli è arrivato senza ombra di equivoci, infatti alza le mani delicatamente come a scusarsi, e si congeda in fretta. Molti sguardi sono puntati verso di noi. Io mi vergogno moltissimo e, non sapendo bene cosa fare, mi avvio verso l'uscita, raggiunta quasi subito da Lui. Senza dirci nulla ci avviamo verso l'albergo. Sono furente, così furiosa da non riuscire neppure a sfogarmi e litigare. Camminiamo in silenzio,  io lo guardo con la coda dell'occhio e mi rendo conto che è dispiaciuto, sofferente. Camminando, piano piano la tenerezza comincia a prendere il posto dell'indignazione. Siamo così vicini che le mani si sfiorano, e così ad un tratto fermo la sua mano nella mia. Si divincola solo un po', ma poi se la lascia stringere e si abbandona ad un sospiro di dolore che non mi sfugge. Continuiamo a camminare guardando avanti a noi come se nulla stesse capitando. Ma qualcosa sta capitando: la pace. E mi scappa da ridere al suono della sua voce: Bancarella? Certo che mi va: Sì, bancarella!  E incalza: salsicce e vino "tinto"? Mi sento bene: Sì, salsiccce e vino "tinto".  Non capiterà più, azzarda Lui. So che non è vero, ma ho solo ventidue anni e sono di nuovo felice. :)

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:24
    Passioni

    Come comincia: Stanotte verso le quattro mi hanno svegliata le grida di una coppia che litigava in strada. Un uomo e una donna che se ne dicevano di tutti i colori. Ero lì lì per sentirmi scocciata quando ho udito una vocina dentro di me: "E tu allora? Non ti ricordi più?" Già. Altrochè se mi ricordo. La veemenza, l'irruenza delle passioni, la gelosia, il sospetto, l'incapacità di fermarmi un attimo a riflettere prima di parlare, e l'estenuante eterno conflitto per le parole che avrei voluto dire, ma soprattutto per quelle che non avrei voluto dire. Una guerra mai dichiarata combattuta sul vacuo fronte dell'insicurezza, delle emozioni repentine e inaspettate, della stupidità. Quanto inutile spreco di opportunità, quanta negatività ad inquinare i sentimenti!
    Intanto le voci dei due si allontanavano da sotto la mia finestra. Ho pensato che avrei potuto dormire ancora un po', forse. Ho pensato anche che sì, ho amato tanto da giovane, ma l'amore l'ho capito da vecchia.

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:21
    Piccole scarpe

    Come comincia: Ero affacciata al mio balconcino. Guardavo un po' le rondini e un po' il traffico moderato sulla strada. Ad un tratto ho notato un paio di scarpette da ginnastica, da bambino, abbandonate fra due auto posteggiate. Ho pensato: che strano! Dal mio punto di vista sembravano anche in buono stato. Che qualcuno se le sia tolte e sia tornato a casa a piedi nudi? I bambini sono imprevedibili. Mah! E' passato un uomo, si è chinato e le ha prese in mano, le ha guardate, stropicciate, e poi le ha ributtate lì. Dopo sono passati due ragazzini e c'hanno fatto due tiri come con un pallone da calcio, e se ne sono andati. A questo punto io ne vedevo solo una, l'altra forse era sotto un'auto? Dopo un po' è passata una donna. Ha visto la scarpina e l'ha presa in mano, e poi si è messa a cercare finchè non ha trovato l'altra. Le ha spolverate un po' con le mani, messe nella sua borsa, e portate via, ma prima si è guardata attorno ed io mi sono ritirata, imbarazzata di essere lì a osservarla, e timorosa di mettere in imbarazzo lei. Ho pensato che anche lei abbia un bambino che ha bisogno di scarpine e ho pensato  che nessuno dovrebbe essere costretto a raccogliere un paio di scarpe per la strada.

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:17
    Sono vecchia?

    Come comincia: Io non posso parlare per gli altri, posso farlo solo per me che vivo questa età. Sono vecchia? Non lo so. So che preferisco definirmi vecchia piuttosto che anziana. E' un termine che mi piace molto di più, che ha un senso ben definito, non è ambiguo né opinabile. Sono vecchia, visto che alla mia età si è anagraficamente vecchi. Non mi dispiace affatto. La vecchiaia mi ha molto migliorata. Posso sperimentare una dolcezza, uno stato "di grazia" che sicuramente né la gioventù, né la maturità mi hanno consentito di vivere. Non condivido col mio compagno passione gelosia sospetti e insicurezza. Quelli sono lontani nel tempo e oggi mi fanno anche sorridere. Quello che io condivido oggi è una consapevolezza molto tattile. Tattile? Sì, la tattilità dell'intuito, dell'attenzione, della solidarietà, della "cura". Avere "cura" di uno o più esseri umani è qualcosa di così profondamente appagante, che va al di là di passioni e tormenti, che supera ostacoli inimmaginabili, che fa raggiungere mete incredibili. Io ho "cura" di te! Cosa c'è di più significativo! E io ho cura del mio compagno quando mi accorgo che il suo sguardo all'improvviso diventa smarrito perchè gli gira la testa, e allora cerco di distrarlo e appoggio la mia mano sopra la sua, gli faccio sentire che qualunque cosa possa accadere io sono qui, presente, che può contare su di me: sempre. Tutte le volte, e sono tante, che io intuisco, sento, mi accorgo, o anche solo immagino che abbia bisogno di me, non ha che da allungare una mano per trovarmi, e penso che questo sia un tipo di passione che non ha eguali. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:14
    Stato di calma apparente

    Come comincia: Stato di calma apparente. Cos'è? E' quella sensazione di tranquillo benessere che mi pervade mentre canticchiando impilo le mie stoviglie insaponate, in attesa di sciacquarle tutte assieme, e benevole riflessioni impegnano la mia mente mentre rivedo i programmi che mi attendono: dentista, analisi, ecografia, visita di controllo, farmaci da acquistare, insomma un mucchio di belle cose. Ma poi succede che un coperchio insaponato scivola dalla sua posizione e rumorosamente piomba sul pavimento. Ecco che esplode il mio autentico stato manifestandosi in tutta la sua violenza. Parolacce e maledizioni, il lavandino è troppo piccolo, il cucinino è troppo piccolo! La casa è troppo piccola, il quartiere delle balle, la città invivibile, la nazione da vergogna, e il mondo, già, perchè, il mondo non fa schifo? E la Polli proprio adesso reclama il cibo? "Cosa è successo?" Paolo. "Niente, è solo caduto un coperchio!" io furente. E ci ripenso: già, è solo caduto un coperchio. Anzi, ne sono caduti due: uno si chiama "stato di calma apparente". 

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:11
    Spaventapasseri

    Come comincia: La sala da pranzo dell'hotel Gran Colon era illuminata a giorno. Ricchissima di specchi e arredi eleganti, ma al tempo stesso intima e piena di calore. Finito di cenare la direttrice dell'albergo venne al nostro tavolo per informarci che al piano di sopra c'era una sala da ballo. Cortese, sorridente, ci invitò ad andare a dare un'occhiata. La scala era stretta ma, appena di sopra, l'ambiente si apriva in un salone enorme. La musica era bassa, come le luci, tenui e soffuse. Diversi tavolini e sedie lungo le pareti facevano da corona allo spazio per ballare. Noi due ci guardammo: il salone era deserto. Tu ti sedesti, ma io non potevo sedermi, troppo premevano le emozioni. Ho una sorpresa per te, ti dissi. Come per dare un calcio al pallone feci scattare i piedi, prima uno e poi l'altro, e le scarpe volarono. Scalza, cominciai a danzare una danza fatta di giravolte, di lunghi passi in punta di piedi oppure con i piedi premuti a sentire il contatto vibrante del pavimento. Una danza innocente, quasi infantile, di pura gioia, quella gioia che aveva superato la mia naturale timidezza. Tutto diventava possibile, anche che da un momento all'altro potessi volare, e da sotto il soffitto, guardare in basso una bambina che provava terrore all'idea di dover recitare una poesia, o che aveva le mani tremanti e sudate se doveva esibirsi al pianoforte, una bambina che la maestra chiamava "spaventapasseri" per la sua confusione quando veniva interpellata.
    Io danzavo, scalza, e ti guardavo. Anche tu mi guardavi, con tenerezza, ma anche divertito, ma anche col compiacimento di chi sapeva di essere l'artefice della mia trasformazione da crisalide in farfalla. Sì, mi guardavi senza mostrare alcuna fretta che io venissi a sedermi vicino a te perchè sapevi che mai ti ero stata tanto vicina come in quel mio danzare da sola, per te.
    Ma quando le note del valzer lento riempirono l'aria mi fermai: era giunto il tuo momento, il momento di prendermi fra le braccia e guidarmi in una danza da ballare in due. Mentre ad occhi chiusi respiravo il profumo del tuo dopobarba pensai che era finita un'epoca, e non avrei più danzato da sola. In quel momento non sapevo ancora che qualcun altro aveva danzato con me: una minuscola vita che solo da pochi giorni mi era nata dentro.

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:07
    Due "cordiali". Grazie

    Come comincia: Certe volte i ricordi si accavallano, numerosi e confusi, ed io non riesco a incasellarli nei giusti periodi. Peccato. Ma stamattina ho visto una vecchia locandina, e un ricordo limpido, presente come appena vissuto, mi ha strappato un sorriso e un po' di nostalgia. Avevo diciannove anni e da poco avevo cominciato a vivere la mia sconvolgente storia d'amore. Non vivevo ancora a Torino, ma a Torino venivo insieme a lui quando potevamo trascorrere una serata e una notte insieme. La serata era stata, come sempre, bellissima, e la notte se n'era volata via fulminea, mai sazia, mai vissuta abbastanza. Alle cinque del mattino corso Giulio Cesare era deserto, solo qualche tram sferragliava nel silenzio della città ancora addormentata. Noi cercavamo un bar aperto. Possibile che non ce ne fosse uno? Eccolo il bar aperto! Un faro nel deserto. L'eco delle portiere sbattute e la nostra corsa, mano nella mano, per attraversare il corso. Io ridevo, mi fai cadere, lo sai che non so nemmeno camminare sui tacchi, e tu mi fai correre! E dopo un attimo avevo le scarpe in mano. Ma il tempo era poco, un treno mi aspettava in stazione. Il trucco del giorno prima mezzo disfatto, i capelli arruffati, le gambe tremanti di stanchezza e gli occhi pieni di sonno. Cosa bevete? Un cordiale, come mi piaceva quando diceva un "cordiale"! Lui non lo chiamava Cordial Campari, come tutti gli altri, lui lo chiamava "Cordiale" quasi con tenerezza. Anch'io, anche per me un "Cordiale". Le nostre mani si sfioravano intorno ai bicchieri, i nostri corpi si appoggiavano l'uno all'altro, mentre in quel bar silenzioso e odoroso di primo mattino, o forse ancora di notte fonda, aleggiava il senso di un addio incombente; non si poteva strappare nulla di più, tutte le ore possibili erano state consumate, divorate. Ora c'era un treno che mi aspettava in stazione e non si poteva cancellarlo, non si poteva far finta che non ci fosse, anzi bisognava sbrigarsi. Il barista guardava scocciato le scarpe che ancora tenevo in mano, e io pensavo, ma come fai a non sorriderci! Non vedi come siamo innamorati! Ma intanto pensavo al treno, un altro addio, certo non era un addio, ma come un addio, ogni volta veniva vissuto. Poco più tardi ero affacciata al finestrino mentre il treno lasciava silenziosamente la stazione. Non c'era stato più spazio per le parole, a parte ti telefono più tardi, solo sguardi, occhi che non si erano distratti fino a quando era diventato impossibile vedersi ancora. A quell'ora del mattino su quel treno c'erano sempre le stesse tre o quattro persone, pendolari. Ormai loro sapevano tutto: che avrei pianto, e che poi, sopraffatta dalla stanchezza, mi sarei addormentata. E io sapevo che potevo stare tranquilla perchè al momento giusto avrei sentito la voce gentile di uno di loro: signorina si svegli, siamo arrivati. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:02
    Poteva andare peggio

    Come comincia: Nella vita spesso ci chiediamo se poteva andare meglio, ma molto di rado ci chiediamo se poteva andare peggio. Oggi io e Paolo siamo andati in trattoria e abbiamo trascorso un paio d'ore particolari. E' il giorno del suo compleanno e poco importa se abbiamo brindato lui con la cocacola e io con un vino bianco di origini indefinite, tant'è che eravamo lì, sereni e in discreta salute, nonostante tutto. Ed è in momenti così che penso che poteva andare peggio,per me, per lui, e sebbene io sappia che siamo una piccolissima cosa, di veramente minima importanza, mi rendo conto che la nostra felicità derivante solo dal fatto di esserci e di far parte di chissà che, è sufficiente a farci sentire giganteschi, perchè forse il nostro modo di pensare ci pone limiti, ma l'Universo no. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:01
    Quando la coppia non scoppia

    Come comincia: La preparazione dell'insalatona è lunga e noiosa. Me ne sto ferma in piedi davanti al lavandino della cucina, un po' su una gamba e un po' sull'altra, impegnandomi il più possibile e inutilmente a far sì che la mia bocca non accompagni a mo' di tic nervoso il movimento del coltello.
    Arriva Paolo, silenzioso, al trotto lento, e si posiziona al mio fianco senza parlare.
    "Cosa vuoi?"
    "Cosa c'è?" lui.
    "Insalata rossa, carote, cetrioli, sedano e cipolla rossa."
    "Ravanelli, no?"
    "NO, te li sei finiti ieri."
    "Allora insalata, il cuore."
    "No, il cuore te lo sei già mangiato ieri. Ci sono solo le foglie"
    "Allora vada per le foglie."
    "Quante?"
    "Due foglie e due gambi di sedano teneri."
    La mia occhiata lo fulmina.
    "Ah, quelli teneri me li sono già mangiati ieri."
    "Appunto, e prendi un coltello e un piattino e anche uno scottex."
    Lui se ne va felice, e io penso che dovrei brevettare un fermabocca per quando affetto gli ortaggi.
    La mia insalata finalmente è finita, così mi metto a sgusciare i gamberi avanzati ieri.
    "Che profumo!"
    Ecco che Paolo torna, silenzioso, al trotto lento.
    Ma questa volta sono preparata, e appena apre la bocca per parlare ci ficco un gambero.
    Per nulla destabilizzato dalla sorpresa,e impossibilitato a parlare causa bocca piena, sgrana gli occhi e annuisce soddisfatto.
    "Uh Uh! Ohhh!" 
    Vuol solo dire che il gambero gli piace. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:56
    Fineferie

    Come comincia: Che tenerezza queste persone con la faccia da lunedì inizio settimana e da lunedì ferie finite! Camminano, abbronzatissimi, sul marciapiedi sotto casa mia con le infradito e i pantaloncini, oppure le infradito e il prendisole spalledifuori, le signore più anziane, i signori attempati con improbabili bermuda un po' abbondanti sulla pancia. Hanno l'andatura trascinata e quasi insolente del passeggio sul bagnasciuga, ma questo è solo grigio asfalto disseminato di cartacce e altre amenità, al quale ancora non si vogliono riabituare. Ecco una coppia di giovani che entra nella pasticceria "sempreaperta" al di là dell'incrocio. Lei bella, con un paio di gambe bronzee lunghe da qui al mare, e lui servìle. Cappuccino e pastarella? Sì, non mi sembrano tipi da "ombretta", ma non si sa mai...l'apparenza inganna. Forza ragazzi, comincia il conto alla rovescia per l'anno venturo. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:51
    Tranquillo, ci sono io!

    Come comincia: Siamo rientrati adesso. Quando nella trattoria dove andiamo ogni tanto organizzano un pranzo domenicale è come essere invitati a un matrimonio. Si arriva alle tredici e, se va bene, si esce alle sedici. Mi piace guardare le persone, mi piace immedesimarmi in quella che io penso sia la loro intimità. Non c'è come a tavola che si scopre molto sulle persone. Oggi ad esempio c'era una coppia: avranno avuto fra i settanta e gli ottant'anni. Ormai è difficile dare un'età alle persone! Non si sono quasi mai parlati, ma io sentivo una grande unione fra loro e ho concluso che ormai si parlano con il pensiero. Non mi ero sbagliata. Sono usciti appena prima di noi e si tenevano per mano aiutandosi l'un l'altra. Anche io tenevo per mano Paolo, un po' traballante. Ti sei ubriacato di coca cola? No, è stato quel piccolissimo bicchierino di limoncello offerto a fine pranzo. Per lui basta davvero poco! Dai, che la panchina non è lontana! E lì siamo stati seduti per un po', e lì incredibilmente c'è sempre una brezza così gentile, e lì ho controllato che Paolo stesse bene. Stava bene e ci siamo avviati verso casa in tempo per vedere passare l'autobus n. 10, lo prendevo per andare all'ospedale. Come sempre al suo passaggio ho visto lo sguardo perduto nel vuoto di mio fratello poche ore prima di morire, che non posso dimenticare....e di autobus n.10 ne passano davvero tanti, troppi, vicino a casa mia! Come ti senti Paolo? Un'altra volta il limoncello non lascerò che te lo diano. Stai tranquillo, siamo a casa, finalmente. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:50
    Profumo di mughetto

    Come comincia: Oggi, tornando a casa a piedi, mi sono imbattuta in una signora che avrà avuto circa settant'anni. Capelli bianchi raccolti dietro la nuca, un tailleur di lino beige e una camicetta dello stesso colore col colletto di pizzo. Graziosa, elegante, così deliziosa, e tanto fuori posto a percorrere questa strada di periferia disseminata di spazzatura, mozziconi, cartacce, erbacce che hanno da tempo forato l'asfalto e ormai sono diventate piante. Quando siamo state una di fronte all'altra mi ha sorriso, forse perchè io la stavo guardando intensamente e probabilmente inconsapevolmente anch'io le sorridevo. Per qualche attimo un tenue profumo di mughetto mi ha inebriata e ho desiderato andare con lei, non so dove, ma godere della sua compagnia, della sua vicinanza ancora per un po'. Avrei voluto dirle grazie per quella ventata di leggerezza, di sobrietà e finezza che mi aveva donato. E mentre pensavo questo mi sono voltata per guardarla ancora una volta, lei era già lontana, e anch'io nella direzione opposta. Mi è rimasto però di lei il senso di un tenue profumo di mughetto

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:48
    Come la nostra storia

    Come comincia: Caspita! La nostra panchina è superaffollata! Io e Paolo ci guardiamo. Beh, siamo ancora lontani, magari arriva il 49 oppure il 46 o magari il 77 che però passa di rado, e la panchina si svuota. No, niente da fare. Ci fermiamo lì e facciamo finta di attendere l'autobus. Qualcosa dovrà pur capitare! Dopo un po', ehilà, arriva il 49! Che botta di lato B! Il deserto! Se ne sono andati tutti! Ci sediamo e una lieve brezza ci sfiora il viso. Ah, non me ne andrei più da questa panchina! Mentre guardavo il 49 con le porte aperte che faceva fermata, non potevo evitare di osservare tutte le persone lì sopra, e pensavo che dentro ognuna di loro c'è una storia, vera, spesso incredibile e inimmaginabile. Come la nostra: vera, spesso incredibile e inimmaginabile. Ci teniamo per mano io e Paolo, e la stretta è solida, complice, protettiva, come la nostra storia. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:43
    Malattia

    Come comincia: "L'amore è spesso autodistruttivo. Non ricordo quali furono i fatti che determinarono il punto di rottura. Ricordo perfettamente quando accadde. Fu quando la gioia di ascoltarci reciprocamente, l'impazienza di raccontarci ogni cosa, l'emozione anche solo del suono della voce dell'altro, si trasformò, e l'ascolto reciproco diventò meticoloso, quasi maniacale; diventò la ricerca ambigua, strisciante, ossessiva, anche della più insignificante contraddizione, della più innocente omissione, della più piccola incertezza, per poter litigare e vomitarci addosso disagio e insicurezza: con quella luce pungente e ironica nello sguardo che diceva "non ti illudere, non credere di potermi fregare". E allora compresi che quel nostro amore così limpido, gioioso, leggero, si era ammalato e non sarebbe più guarito."

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:38
    Miniracconto maxfelicità

    Come comincia: Il cigolìo delle ruote del carrettino annunciava il suo arrivo. Noi bambini l'avevamo soprannominato "Paperino". Non so perchè. Era giovane, allampanato, capelli castano chiaro e un ciuffo sulla fronte, giacchetta bianca e pantaloni neri; ma quello che non ho mai dimenticato è il suo papillon, colorato e perennemente storto. Come una saetta mi precipitavo in casa e iniziavo la frenetica ricerca di dieci lire dimenticate (per la verità rarissime da trovare) mettendo a soqquadro i cassetti della credenza e passando al setaccio le tasche di qualsiasi indumento fosse in circolazione. Quando mi andava bene e riuscivo a conquistare il mio gelato mi nascondevo nell'orto e, seduta su una grossa pietra, me lo mangiavo. Il gelataio era il nostro pifferaio magico: l'avremmo seguito in capo al mondo!