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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 13 luglio 2015 alle ore 20:19
    "HO FATTO LE BRUTTE COSE"

    Come comincia: Sono marzolina e sono andata a scuola a sei anni e mezzo. Non so se a quel tempo si potesse anticipare l'entrata alla scuola elementare a cinque anni e mezzo. Non ha importanza visto che per i miei genitori andò benissimo così, ed io entrai felicemente nel mondo dell'istruzione; felicemente per loro, perchè da subito capii che la scuola non mi piaceva. Però non so se ai bambini di solito piaccia ritrovarsi prigionieri di un banco scolastico a sognare di essere altrove a correre e giocare. A parte tutto ciò sicuramente potevo essere orgogliosa di me stessa. Ero sopravvissuta felicemente alle terrificanti favole per bambini e mi ero lasciata alle spalle draghi, orchi, streghe, matrigne perverse, lupi famelici che si nutrono di nonne, e via dicendo. Che meraviglia! La scuola comunque mi apriva nuovi orizzonti e nuovi interessi. Imparavo a socializzare, ma anche l'umiliazione dell' isolamento: perchè si sa, i bambini sono crudeli. La mia timidezza era davvero abnorme, e i miei capelli rossi erano la mia disgrazia. Capelli rossi e lentiggini (o efelidi, come volete) sparse dappertutto ma soprattutto sul viso. Quei meravigliosi capelli rossi che mi avrebbero resa particolare una volta donna, furono la peggiore condanna della mia infanzia. Sbeffeggiata, presa in giro, a volte pesantemente insultata, solo per il colore dei capelli. Pazienza. Si sa che da bambini bisogna "farsi le ossa" e a me non mancavano certo le occasioni. Quando in lontananza vedevo un gruppo di bambini, prudentemente cambiavo strada. Avevo vinto battaglie molto più difficili e non immaginavo che il peggio dovesse ancora arrivare. La mia fantasia era popolata da mostri e credevo che ci fossero proprio tutti, ma mi sbagliavo: mancava il maligno, o diavolo, o belzebù, o demonio (chiamatelo come volete.) Compresi cosa mi ero persa quando fu decisa la mia entrata ufficiale nel mondo della chiesa. E' vero che ci ero già entrata con il battesimo, ma chiaramente inconsapevole. Adesso dovevo prepararmi alla prima comunione e perciò dovetti partecipare alle lezioni di catechismo che avvenivano nel primo pomeriggio di domenica, in chiesa, fra i banchi. Mentre a scuola le classi erano miste (maschi e femmine), al catechismo i sessi erano accuratamente divisi e tenuti distanti. Le bambine con un' insegnante femmina e i bambini con un insegnante maschio, in giorni diversi e orari diversi. Cosa di così apocalittico fosse potuto accadere se bambini e bambine di sette anni fossero venuti in contatto, davvero non lo so e ancora me lo chiedo. Ricordo chiaramente due suore che partecipavano ai nostri pomeriggi di catechismo. Una si chiamava suor Pierdina ed era la versione femminile di Amedeo Minghi: infatti tutte le volte che lo vedo in tv, menomale di rado, vedo suor Pierdina. L'altra che non ho dimenticato è suor Luisia: lei sembrava uscita da un dipinto di Botero. Il viso molto tondo avvolto in una cuffia molto tonda, su una corporatura molto tonda a sua volta avvolta in una gonna molto tonda e arricciata. Ci si sarebbe potuto aspettare di vederla librarsi nel cielo come un birillo e sparire lontano fino a diventare un puntino quasi invisibile. Lei era quella che ci portava nella stanza degli orrori. La stanza degli orrori era una saletta adiacente alla sagrestia, munita di panche sulle quali noi bambine prendevamo posto per ascoltare le tremende avventure di nostre coetanee che avevano detto le bugie, bisubbidito ai genitori e alle suore, che non erano andate a messa, oppure erano andate a ballare di nascosto (a sette anni?), ma soprattutto che avevano fatto "le brutte cose": per cui il demonio, nottetempo, le aveva strappate dal  loro letto e buttate dalla finestra affinchè si "spiaccicassero al suolo". E tutti l'avrebbero saputo perchè l'ombra del maligno sarebbe rimasta impressa sul muro fra la finestra e il terreno dove la poveretta sarebbe precipitata, indegna di qualunque perdono. Io ascoltavo pallida e a bocca aperta, diciamo pure terrorizzata, e mi chiedevo cosa caspita fossero " le brutte cose". Già," le brutte cose". Mi ricordavano qualcosa. Forse uno o due anni prima ero andata col mio amico Mariolino in campagna dove c'era un fossato, non tanto lontano dalle nostre case, che delimitava la proprietà di certi contadini. Era un fossato senza acqua. Noi ci eravamo calati sul fondo e lì ci eravamo spogliati nudi e.....addormentati. Ad un tratto molto rumore mi aveva fatto aprire gli occhi e mi ero trovata a guardare con curiosità diversi adulti che dall'orlo del fossato mi guardavano severi e gridavano di brutte cose che non si dovevano fare. Io intanto pensavo a quanto fossero lunghe queste persone viste così dal basso. Eravamo stati presi per un braccio senza tanti complimenti e trascinati via, nonchè chiusi ognuno in casa propria, non ricordo più per quanto tempo. Una bambina di cinque, sei, sette anni può sapere cosa sono le brutte cose se un adulto non le dice che sono brutte? No di certo.  Ma pazienza.
    La prima comunione è ricordata da tante persone e non ho mai capito perchè. Io della prima comunione ricordo soltanto il magnifico abito di pizzo bianco e il cappellino col velo, nonchè il latte e cacao offerto dalle suore all'oratorio nei banchi riservati ai bambini dell'asilo. Quello che invece non ho dimenticato è la PRIMA CONFESSIONE. Già, perchè per fare la prima comunione bisognava confessarsi. La prima confessione richiese una attenta organizzazione mentale e di attrezzatura. Un foglio di quaderno fu assolutamente insufficiente perchè, non solo i peccati erano tantissimi (tutti quelli di una vita da 0 a 7 anni) ma la calligrafia di seconda elementare era anche molto voluminosa. L'elenco non finiva mai ed io ero molto preoccupata. Le suore mi avevano avvisata che se avessi dimenticato anche un solo peccato, nel momento in cui il parroco mi avesse dato l'ostia, questa sarebbe volata via sotto gli occhi di tutti condannandomi alla pubblica vergogna. Accipicchia che paura! Quei maledetti fogli di quaderno erano stropicciati, sudati e pasticciati. Li leggevo e rileggevo macerandomi nell'ansia di avere dimenticato qualcosa. E in fondo, ma proprio in fondo all'elenco, c'era il più inconfessabile, il più vergognoso, ma anche il più incomprensibile: "ho fatto le brutte cose". Che caspita erano "le brutte cose"? Non importava: bisognava dirlo e basta. Quando arrivò il fatidico giorno della "Prima confessione" la mia agitazione era alle stelle. Non ebbi neppure la consolazione dell'anonimato perchè dovetti inginocchiarmi su uno sgabellino di fronte all'enorme e accigliato parroco seduto su una sedia che a me parve altissima. Cominciai a leggere i miei fogli di quaderno con voce tremante e preoccupata, ma quando arrivai all'ultimo peccato rimasi zitta e in imbarazzo.
    "Allora? Hai finito?"  Il vocione di Don Sandro mi incuteva terrore e pensai allla possibilità di scappare, subito, ma se poi l'ostia fosse volata via?
    Sospirai e, tutta rossa in viso  "Ho fatto le brutte cose."
    "Hmmmmm" Don Sandro brontolò l'assoluzione e stabilì la penitenza, ma io fui veramente tranquilla solo quando, la domenica seguente, l'ostia fu saldamente catturata nella mia bocca.

  • 13 luglio 2015 alle ore 20:11
    L'ANNUNCIAZIONE

    Come comincia: Io non sono mai stata riservata, non almeno nelle cose riguardanti me stessa. Al contrario sono una tomba se ciò che vengo a sapere, o mi viene confidato, riguarda altre persone. Per quel che mi concerne sono sempre stata molto aperta, anche troppo, ma siccome onestamente devo ammettere che non mi è mai importato granchè del giudizio altrui, o dei pettegolezzi, un tempo assai di moda, che avrebbero potuto prendermi di mira, ho sempre vissuto molto tranquillamente e ho sempre fatto quello che mi sembrava giusto per me senza curarmi degli altri. D'altro canto io mi sono sempre comportata alla stessa maniera col mio prossimo: non giudicare, regola numero uno.

    Sarà forse per questi motivi che anche la mia maternità prima fu pubblica e dopo privata. Ho avuto una sola maternità, una figlia. Rimasi incinta mentre frequentavo il biennio all'istituto magistrale. Avevo 22 anni ed ero tornata a scuola per soddisfare un progetto di vita. Abitavo fuori Torino e così tutte le mattine prendevo un autobus per andare a Torino e, arrivata in città, davanti all'ospedale Gradenigo, c'era allora, la fermata del tram n. 2 che mi portava fino in Piazza Statuto: lì, all'inizio di Corso Francia, c'era l'istituto in cui studiavo io.
    Così accadde che un mattino, anzichè fermarmi davanti all'ospedale in attesa del tram, entrai, e consegnai un campione che avrebbe dovuto essere analizzato e dissipare ogni mio dubbio: aspettavo un bambino oppure no?
    Ero molto agitata e così chiesi di poter telefonare per conoscere il risultato. Allora, 43 anni fa, non c'erano tutti i problemi di privacy che ci sono adesso. Ebbi il numero e me ne andai a scuola.
    Come avrei potuto tacere? In un battibaleno tutta la classe seppe che attendevo una risposta così importante. La mia era una classe di recupero, per cui c'erano ragazzi di sedici anni che dovevano magari recuperare solo un anno, ma c'erano anche studenti più adulti. La mia compagna di banco ad esempio aveva trentaquattro anni, sposata e mamma. Con lei avevo litigato perchè non mi perdonava di far vibrare il banco quando scrivevo, ma io non potevo farci niente. Così era capitato che un giorno avevamo avuto un battibecco che ci aveva in una frazione di secondo catapultate nella prima fanciullezza. Mentre ci dicevamo di tutto senza esclusione di colpi, ad un tratto ci eravamo rese conto di quanto fosse ridicola la nostra discussione, così avevamo cominciato a ridere, e anche a sopportarci a vicenda.

    E venne il mattino del responso. Durante l'intervallo io corsi giù nell'atrio della scuola dove c'era un telefono. Dietro di me, se non tutta, buona parte della classe. Tutti scendemmo per le scale a rotta di collo, e poi, mentre componevo il numero dell'ospedale, e il cuore mi batteva in gola, i miei compagni aspettavano in silenzio.
    Dopo posai la cornetta e mi girai verso di loro. E loro erano impazienti.
    "Allora? Allora?"
    "Positivo ragazzi!"
    Seguì un boato, un baccano come solo i ragazzi sanno fare, Pacche sulle spalle, complimenti, strette di mano, evviva, mentre io me ne stavo lì come un'ebete, il sorriso stampato sul viso, e la mente vuota, ma così vuota!
    Non ricordo se dissi mai al padre di mia figlia che una ventina di persone avevano saputo prima di lui che sarebbe diventato papà.  :)

  • 13 luglio 2015 alle ore 19:59
    DA QUI SI VEDE IL MARE

    Come comincia: Appena raggiunto il luogo dell'appuntamento lei si guardò attorno ansiosa. Non aveva alcuna certezza che lui ci sarebbe stato; la sua era solo una speranza intensa, un po' folle, un desiderio così profondo che, nella sua testa, altro non avrebbe potuto che venire esaudito.
    "Forse non era una speranza così folle" Pensò quando lo scorse, poco lontano, seduto su una panca di pietra. Lui si alzò appena la vide e le andò incontro sorridente e con le braccia tese.
    "Temevo che non saresti venuto, non credo che sia stato facile per te. Grazie"
    "Sono contento di poterti riabbracciare. Vieni, andiamo a sederci."
    Quando furono seduti lei lo guardò in silenzio per un po'. Gli occhi chiari di suo fratello non erano mai stati così azzurri, lo sguardo così limpido e dolce, pieno di tenerezza, le rughe del viso distese. Quanto tempo avrebbero avuto a disposizione? Lei se lo chiedeva, col timore che lui svanisse all'improvviso prima che  potesse dirgli tutto quello che aveva nel cuore. Doveva parlare subito, non poteva più aspettare.
    "Sai, io non immaginavo che i giorni che avremmo trascorso insieme, sarebbero stati gli ultimi  giorni della tua vita. No, non potevo proprio immaginarlo."
    Lui non disse nulla: non voleva interromperla.
    "Non subito, almeno, non i primi due o tre giorni di ospedale. Io, la sorella più piccola e tu, il fratello più grande; mi sentivo così inadeguata a prendermi cura di te, così insicura, così bambina!  E tu? Non volevi che chiamassi il medico per non disturbarlo. Tu, sempre timoroso di disturbare chiunque, ma sempre così pronto ad ascoltare, a consigliare, discreto, misurato, attento a non offendere la sensibilità altrui, senza mai giudicare, senza mai pretendere nulla. No, tu non eri certamente la persona del "te l'avevo detto".  Ho sempre avuto soggezione di te, forse per i diciassette anni di differenza d'età, o forse per quel tuo modo di essere così riservato, serio. Lo so che tu non avresti voluto, non era colpa tua se mi davi soggezione. Menomale che c'era il telefono, era più facile per telefono, e in quelle lunghissime conversazioni, in quel meraviglioso tempo che mi dedicavi ogni settimana, io ero un fiume in piena. Con nessuno avrei potuto aprire il mio cuore come facevo con te, da nessuno avrei potuto avere la stessa onesta obbiettività, la pazienza, la tenerezza. La timidezza mi ha sempre impedito di dirti quanto bene ti voglio, ma te l'ho scritto e tu mi hai risposto, ricordi? Ho conservato le nostre conversazioni  e ogni tanto le rileggo. Adesso tutto ciò che è stato scritto allora ha un significato diverso, più pesante, più profondo. Mi ritrovo ad analizzare anche le frasi più banali come "ci sentiamo dopo", in cerca di un contatto, di un ricordo più vivido. Come riempire il vuoto del telefono che non suona più?
    L'ambulanza venne a prelevarti a casa, quel mattino. Salimmo insieme, tu in barella, ed io mi sedetti accanto a te. Avevi indossato un cappellino di lana perchè avevi freddo alla testa. Quando ti portarono in camera e ti sdraiarono sul letto io riposi negli armadietti i tuoi indumenti, sistemai vicino al letto le tue ciabatte. Era così strano, un tale controsenso! Nell'orario in cui tutti si alzano dal letto e si vestono per uscire da casa, io ti aiutavo ad indossare il pigiama e a metterti a letto. Questo mi obbligava a prendere coscienza che eravamo in ospedale, che eri molto ammalato. Automaticamente continuavo a sistemare le tue poche cose in silenzio. E' poco ciò che si porta in ospedale. Ad un tratto sentii la tua voce dietro le mie spalle: gentile, pacata, intensa.
    "Hai guardato fuori? Da qui si vede il mare." 
    "Da qui si vede il mare" E tutta la mia angoscia esplose.
     Fui presa dal panico. Come nascondere le lacrime? Mi precipitai a guardare fuori, voltando il viso dove tu non potessi vederlo.
    "E' vero, è bellissimo" Cercavo di ingoiare il pianto e parlare con voce ferma.
    "Hai anche il terrazzino! Che meraviglia il mare!"
    Ma tu sapevi già tutto, vero? Io nascondevo le lacrime e tu fingevi di non vederle. Sapevi già che non avresti più rivisto casa tua e sapevi già che tutti i progetti che ancora avevi in mente di portare a termine sarebbero rimasti incompiuti. Eppure tutti i pochi giorni che seguirono li dedicasti a me, preoccupato che fossi stanca, attento a non chiedere più di quanto non fosse assolutamente necessario. E io, ormai costretta a prendere atto del tuo declino così veloce, così inevitabile, col cuore che scoppiava di dolore, non potevo fare altro che assistere a tutta la mia impotenza di fronte a ciò che sarebbe accaduto. Avevi ragione tu quando mi dicevi che la vita non va come pensiamo noi. Avevamo perso un fratello solo da un mese, ma "avere subìto un grande dolore non ci affranca dal subirne un altro altrettanto grande a  breve distanza di tempo". Il contrario è solo la nostra illusione di tenere le redini di qualcosa su cui non abbiamo invece alcun potere.
    "Da qui si vede il mare". E quando era tutto troppo insopportabile correvo lì sul terrazzino a guardarlo quel mare, come se affondando lo sguardo nella sua profondità potessi trovare risposte e consolazione."
    Poi lei tacque sopraffatta dall'emozione, e si guardò attorno. Non c'era nulla tranne la panca di pietra sulla quale lei e il fratello erano seduti.
    Lui pensò che quello fosse il momento di parlarle.
    "Come stai adesso, in questo momento?"
    "Bene, sto bene in questo momento."
    Lui le fece una carezza:
    "Devo dirti una cosa importante, svelarti un fatto di cui non sei ancora consapevole. Io non sono venuto da te. Tu, sei venuta da me."
    Lei rimase un attimo in silenzio e poi capì.
    "Vuoi dire che....Quando è accaduto?"
    "E' appena accaduto."
    "Come è accaduto?"
    "Naturalmente. Nel tuo letto, nella tua casa, senza dolore."
    Allora lei sentì il bisogno di porgli la domanda più importante.
    "Ero sola?"
    "No, non eri sola. Ora vieni, dammi la mano. Andiamo a casa."

  • 13 luglio 2015 alle ore 18:23
    Poste Italiane

    Come comincia: L’ufficio postale di via Garibaldi è piuttosto angusto e stret­to Per una svista del dipartimento delle ristrutturazioni, non è mai stato considerato nel progetto di rinnovamento.
    Tullia entrò a testa bassa, Teneva in mano un bollettino di conto corrente, nell’altra il portafogli, era uscita di casa senza borsetta, ma senza nemmeno le scarpe. Cioè, non era scalza, era semplicemente in ciabatte; chi se ne sarebbe accorto, era­no delle belle ciabatte, piuttosto eleganti. All’ingresso già era impossibile procedere, la fila arrivava fin quasi all’uscita, Tullia soffiando si sistemò una ciocca di capelli che le scendeva sul viso e si asciugò le mani sudate sulla gonna leggera. Il caldo era insopportabile, meno male che sul soffitto girava una ven­tola a pale grandi.
    «Senta lei, che fa la furba? Ci sono io dopo il signore...».
    Tullia non ascoltava, si era solo spinta un po’ avanti guar­dando all’insù per cogliere in pieno l’effetto del ventilatore, in modo che le alzasse i capelli e le raggiungesse il collo bagna­to.
    «Certa gente fa finta di niente, come se gli altri fossero stu­pidi...».
    «Già, noi qui a fare da bravi la fila...».
    «Non c’è limite alla maleducazione...».
    «Mi piacerebbe anche a me passare davanti a tutti...».
    Tullia si accorse di essere l’oggetto della conversazione, e arrossendo tornò sul fondo della fila senza parlare.
    Le pareti dell’ufficio erano tappezzate di avvisi, manifesti e slogan:
    «Banco posta, e sei a posto...».
    «Librati in libertà: basta un libretto...».
    «Appostati alla posta...».
    «Dio mio...» disse Tullia a bassa voce, poi scoppiò a ridere, così forte che le veniva da piangere, ma era così imbarazzan­te.L’impiegato delle raccomandate la fissò accigliato mentre continuava a timbrare con veemenza e rabbia. Il colorito giallastro che gli dipingeva la faccia era identico al marmo vecchio e consunto del bancone. Anche le sue unghie dovevano avere lo stesso colore. Non gli avrebbe mai stretto la mano, a uno così. Tullia si guardò le sue, di unghie, inesistenti. In ospedale gliele avevano tagliate cortissime. I capelli questa volta glieli avevano risparmiati. Non lo avrebbe sopportato. Erano il suo orgoglio: riccioli lunghi e ramati che le coprivano le guance e che le davano un notevole senso di protezione. La caposala le voleva bene, e aveva capito.
    Il collo di un vecchio tarchiato e robusto davanti a lei sembrava assai interessante: era attraversato da righe che si incrociavano diritte e profonde, due grossi solchi formavano una «X» un po’ larga e appiattita proprio al centro della nuca; qualcuno si era divertito a procurargli quella incisione, o forse era un casuale disegno della vecchiaia. L’uomo si girò lentamente verso di lei, e Tullia scoprì due occhi chiarissimi, quasi bianchi, incavati nelle orbite piccole e rotonde.
    «Mia scusa, segnorina, qual è la fila delle raccumandate? Nu è che sto facendu la fila sbajata, su venta minuta che sunu aquà e nun ze va avanti».
    Doveva essere vedovo, il vecchio, indossava ai due anulari due vere d’oro, una di certo era di sua moglie. A giudicare dal diametro di entrambi gli anelli, anche la donna era stata molto robusta. Sembrava che lui le leggesse nel pensiero:
    «Da quando mia moglie s’è scomparsa, vado girando sembre solo».
    «... È morta da... molto tempo?» azzardò Tullia che aveva voglia di chiacchierare mentre era in fila.
    «Macché. Uno mese fa. All’ospedale dei Gemelli. Se l’è portata via un «ipso», com’è che se chiama».
    «Mi dispiace...».
    «I duttori su stati bbravi, nun posso di’ niente, ma essa nun s’è data da fa...si inzomma, come se dice, nun s’è aiutata pe’ vincere lu male...essa vuleva murì...» la voce gli si spezzò e gli occhi divennero lucidi. «Ecco, lu vedi chisto? È la tassa du’ camposanto, so’ millecinguecento euri, da paga’ fino a oggi, sinnò c’è la multa. Devo da pagaì tre muorti, mi’ moje, mi fijo, e la fija de mi moje, tre muorti. Fanno cinquecento euri a testa».
    Tullia annuiva e moriva dalla curiosità di sapere la causa di tanti decessi.
    «Ma se me moro io, nisciuno paga...». E si sfogò in una grassa risata. «Capito, segnurì? Nisciuno paga!». E continuava a ridere forte.
    Tullia sorrise, ma provò subito disgusto, si era stancata e non voleva tenere a lungo quella conversazione. Si guardò il polso destro, senza orologio, tanto non ne possedeva uno che funzionasse. Alzò lo sguardo alla ricerca di un padellone da muro, era in alto sulla parete di fronte, uno di quelle vecchie anticaglie da stazione anni sessanta, con il quadrante grigio e le lancette di metallo, un po’ sgangherate. Segnava un’ora impossibile. Il vecchio la guardava.
    «Che stai a cerca’, segnurì?». L’uomo estrasse da una tasca un orologio da polso d’oro massiccio. «Nun lo posso allaccia’, stu gioiello. Era de mi fijo. Esso ci aveva le braccia più fine». Il tono della voce si era abbassato. «È morto co’ lu camio, un accidente stradale». Gli occhi si erano imperlati.
    «Ecco» pensò Tullia «adesso mi manca la figlia».
    «La fija de mi moje s’è morta subbeto dopo la madre, ma essa era mejo che s’è morta... Essa era ‘na mala femmena...».
    Ma di cosa era morta? Non dovette attendere molto.
    Il vecchio le prese un braccio, e avvicinò il suo volto a quello di Tullia, alitandole sulla faccia quattro o cinque zaffate di cipolla. Tullia restò ad ascoltare in apnea.
    «A’ troga... Troga e prestituzione... me capisci che voio di’?».
    Eccome.
    Tullia si divincolò dalla mano bitorzoluta che la stava stringendo e cercò di concentrarsi sulla respirazione addominale, così come le avevano insegnato per dribblare gli attacchi di panico.
    «Che ci hai, segnurì? Stai bbene?».
    «Sì... no... fiu...» soffiava e parlava. «Fiu... fa caldo... fiu... mi manca l’aria... fiu... adesso passa...».
    L’uomo le appoggiò una manona sulla spalla e le parlava con una variegata gamma di tonalità e timbri di voce che avevano il solo scopo di rassicurarla, ma gli effluvi alla cipolla mal digerita avevano già raggiunto i suoi organi vitali.
    Tullia perse i sensi e cadde senza che il vecchio ebbe il tempo per trattenerla.
    «Madri sandissima! La femmena ha svenuta!».
    Nessuno tra i presenti sapeva esattamente cosa fare. Si agitavano senza prendere iniziativa. L’impiegato giallognolo gridava da dietro il vetro.
    «Raccoglietela!» e imprecava bussando sul vetro per attirare l’attenzione su di sé.
    Si riebbe che era distesa sull’unica panca addossata al muro, sotto una finestra stretta carica di sbarre. Una donna pietosa le sventolava un depliant «banco posta», giallo e blu. Gli altri ventotto occhi sopra di lei la scrutavano con interesse. Il vecchio le stava tenendo una mano. La cipolla si riaffacciò crudele.
    «Merda!» gridò Tullia di rabbia, e balzò seduta con gli occhi fuori dalle orbite.
    Il pubblico arretrò intimorito. L’impiegato era diventato verde e stava mutando pelle. Perdeva un rigagnolo di saliva da un angolo della bocca.
    «Lasciatela respirare!». Un gemito intelligente emerse dal sudore collettivo. Era di un uomo giovane, grande e grasso, sulla trentina, rosso in faccia e goffo nei movimenti, con le sue dita ciccione allontanò con garbo il vecchio diventato ormai insopportabilmente fetido e invitò Tullia a uscire da quella luogo infernale per farle prendere un po’ d’aria. Tullia rifiutò.
    «Sto benissimo!» disse indispettita. Poi si raddolcì. «Grazie, non si disturbi».
    «È meglio che esca» esclamò una signora anziana.
    «Sì, deve prendere aria» continuò l’omone giovane.
    «Chiamiamo una bulanza?» azzardò il vecchio che era tornato alla carica.
    «No!» insorse Tullia. «No! Niente ambulanza!».
    Ma cadde di nuovo svenuta sulla panca.
    Tullia senza sensi ebbe visioni celestiali, il vecchio le parlava, ma dalla bocca non uscivano parole, solo fiori profumati che andarono a posarsi sui suoi capelli. Lei si alzò in piedi scalza, cercava lo sguardo dell’impiegato dietro il vetro. Lui le sorrise, ma non aveva un dente, eppure le sue gengive rosa erano dolcissime e non seppe resistere: trovò la forza di scavalcare la folla che l’attorniava morbosamente, diede un forte pugno sulla vetrata antiproiettile che li divideva. Gli altri arretrarono per non essere colpiti dalla miriade di minuscoli pezzi di vetro frantumato che volarono in tutto l’ufficio postale. Con un balzo si arrampicò sul bancone, ma non si ferì, e fini tra le braccia dell’impiegato. Lui non smise di accarezzarla, di rassicurarla: «adesso non devi avere più paura, Tullia, ci sono io qui con te, no, non tornerai mai più in ospedale, niente medicine, niente iniezioni, niente elettroshock. Resterai con me, al sicuro, vieni, andiamo sotto il bancone, nessuno può vederci».
    I due si accovacciarono in una nicchia tra scartoffie, scatole, buste imbottite, mentre la folla già urlava spaventata. Si udirono sirene di polizia, ambulanza, grida concitate, pianti di bambini piccoli.
    Poi silenzio.
    «Tullia...».
    Tullia aveva gli occhi chiusi, sentiva una voce flebile in lontananza.
    «Tullia... ci risiamo...». Ma non era la voce del suo dolce impiegato. Aprì piano gli occhi, era il dottore, e lei era sul letto dell’ospedale, ancora una volta. Provò a muoversi, senti che non poteva. L’avevano bloccata nel letto.
    Girò piano la testa sul cuscino, più volte, come per sfregarla. Sentì la cute a contatto con il cotone della federa, troppo a contatto: le avevano di nuovo rasato la testa. Sentì la rabbia salirle forte nel petto, e le lacrime bagnarle gli occhi.
     

  • 13 luglio 2015 alle ore 14:21
    Jacqueline

    Come comincia: Tutto ebbe inizio in una sala parto. Dopo vari e faticosi sforzi, nacque finalmente Jacqueline. Era la Francia della prima metà del novecento. La guerra volgeva al termine. Nell'aria si avvertiva una sensazione diversa... finalmente si stava diffondendo nei cuori la felicità nel vivere, di nuovo, la vita. Jacqueline crebbe in una famiglia particolare. La sua vita fu segnata, sin dal momento in cui la ragione le permise di comprendere, da profondi turbamenti interiori che, con l'andare del tempo, si accentuarono sempre di più. Capire, oramai, era diventato un incubo. Più cresceva piu si rendeva conto che vivere non era terribilmente semplice e bello come i "grandi" te lo facevano apparire da bambini, magari inventando storie per nascondere l'amara verità. Si sentiva come avvolta da un manto invisibile che non le permetteva di esprimere, di esprimersi. A contatto con una famiglia che seppelliva inconsciamente il suo modo di essere, che, giustificando sempre i loro comportamenti dicendo che facevano parte di una quotidianità comune, non aveva idea di come fosse davvero vivere. Si sentiva da sola in una moltitudine di persone. Non riusciva a comprendere quale fosse il suo posto nel mondo, nella società che, via via, si faceva sempre più lontana dai canoni di "società giusta" che voleva far apparire agli occhi di tutti. Jacqueline capiva, capiva tutto: avrebbe potuto prendere in mano la sua vita; avrebbe potuto rifarsi per dare uno schiaffo morale a chi affermava che non era in grado di portare a termine determinate situazioni; avrebbe potuto cambiare, sì, anche in minima parte, avrebbe potuto cambiare le cose per far si che potesse essere felice il minimo indispensabile per continuare a vivere... avrebbe potuto farlo,se solo avesse voluto. Si arrese, divenne schiava delle sue paranoie, diede ragione a coloro che la circondavano. Continuò per un breve periodo a vivere all'ombra delle quattro mura della sua stanzetta: tra le urla, i pianti e le preghiere di sua madre; tra l'assenza di suo padre, tra i ricordi e tra la speranza, una piccola speranza di poter trovare una fioca luce nella sua breve vita. Si arrese credendo di essere arrivata all'unica soluzione capace di trovare... non rendendosi conto di aver sprecato la sua esistenza. Forse per la poca fiducia in se stessa, forse per mancanza di coraggio.

  • 13 luglio 2015 alle ore 14:14
    VOCABOLI MISTERIOSI

    Come comincia: Ricordo quando il laboratorio di analisi mi propose per la prima volta di inviarmi i risultati via e-mail delle analisi del sangue. C'erano diverse impiegate, con la loro divisa, gonnellina e giacchetta, scarpe col mezzo tacco linea classica, bella presenza, non un capello fuori posto, insomma tutto ok. Me ne capitò una particolarmente carina con grandi occhi "spalancati sul mondo".
    "Ecco, vede? Questo foglio è la fattura e lo tiene lei, quest altro lo consegna al medico.""
    E poi, avvicinando la testa con fare misterioso (presente Crozza quando fa Razzi?)
    "Questo foglio invece...... vede quel numero scritto in grossetto? Lì sotto? Lo vede?" Ma sì, certo che lo vedo, non sono mica orba.
    "Ecco quello le serve per aprire il file"
    In quel momento capii cosa si intende per "tempi televisivi". Dopo la parola "file" lei mi fissò con gli occhi ancora più spalancati scrutando l'effetto che tale vocabolo misterioso avrebbe potuto causare su di me, al che anch'io decisi che era arrivato il momento di spalancare anche i miei di occhi, possibilmente più dei suoi.
    "Se lo faccia aprire dai suoi figli, da qualcuno...." 
    "Me lo apro da sola"
    Seguirono alcuni secondi di sbigottimento. Quando si riebbe, i suoi occhi spandevano stelline colorate:
    "Ma davvero!!!! Ma che brava!!!"
    Che volesse anche darmi un'arruffatina ai capelli? Però non sono attrezzata per scodinzolare. Peccato!
    La sua ocaggine era talmente genuina, di una spontaneità così disarmante, da farmi provare tenerezza.
    Mentre tornavo a casa a piedi, con i miei preziosi fogli, mi chiesi cosa ci fosse in me che mi facesse apparire così sprovveduta. Non mi ero presentata con una torta di mele profumata nel paniere protetta dal tovagliolino a quadretti bianchi e rossi. Sì, veramente un piccolo dono l'avevo portato, ma era solo l'urina da analizzare.
    Mah, sarà che non mi tingo i capelli? 

  • 13 luglio 2015 alle ore 13:57
    SEMAFORI

    Come comincia: Stamattina camminando, ho dovuto fermarmi per un semaforo rosso. D'improvviso si è materializzato accanto a me un ragazzo, lungo lungo, ma con i sedici anni stampati sul viso. Jeans, scarpe da ginnastica, berretto alla rovescia. Ha dato un'occhiata intorno, e poi, guizzando velocissimo fra un'auto e l'altra, ha attraversato l'incrocio, con arroganza, con quella incosciente e commovente arroganza dell'adolescenza. Mi sono rivista, ragazzina, sulla "corriera" della linea ATM, Dalmine-Bergamo e viceversa, seduta nel gruppo "in fondo", quando ogni giorno il controllore mi minacciava di ritirarmi l'abbonamento. Ahahah! Che spasso! Io, sedicenne, armata di quell'arroganza inconsapevole, che il vivere consumò velocemente, a forza di tutti i "sì" obbligati, delle tante umiliazioni subìte in silenzio, delle innumerevoli ribellioni fantasticate, preparate, e mai concretizzate.
    Ho guardato davanti a me: lui era già lontano. Certo, ho pensato, io cammino veloce, ma tu voli. Ti auguro una vita di semafori verdi, ragazzo, perchè la tua baldanza riscatta un po' anche me.

  • 13 luglio 2015 alle ore 13:16
    CONFIDENZE

    Come comincia: "E' quando ti accorgi che ti manca la vita di paese dalla quale sei fuggita annoiata, insoddisfatta e illusa; ti manca la vicina di casa alla quale chiedere una tazza di zucchero o un dado per cucinare, ti mancano i genitori seduti davanti a casa con le sedie messe come le mettevano loro. Ti mancano i ragazzi della via che, sebbene già quasi adulti, giocano a "mago libero". E poi ti manca il Franco che arriva col suo camioncino di frutta e verdura e ti dà una manciata di castagne secche che ti sfondano le tasche e i denti, oppure il Carosello a casa dell'unica vicina ad avere la televisione. Così rifletti che è tutta un'epoca che ti manca, il tempo in cui tu non eri solo figlia di tua madre, ma di tutte le madri del vicinato. L'epoca dei pettegolezzi ma anche della solidarietà, della povertà ma anche della spensieratezza e dei legami profondi, della semplicità e della buona educazione, della severità dei costumi che però ti davano la gioia sottile della trasgressione, mentre oggi non c'è più nulla da trasgredire. Un'adolescenza vissuta a cavallo di un tempo che finiva ed un altro, molto più crudele, che incominciava. Irrimediabilmente protesa verso il nuovo, non ti rendevi conto della ricchezza che stavi perdendo, che tutti stavano perdendo. Forse sarebbe stato meglio per te nascere più tardi e non viverla affatto quella fine di un tempo che rimane nella tua anima, semisommersa come un iceberg di cui affiora soltanto la punta scintillante, in movimento fra sogno e realtà; ben sapendo che nulla si può più recuperare tranne i ricordi e i flash repentini ed inaspettati accesi da un odore, una musica, un viso che ne ricorda un altro, un articolo davanti al nome proprio: fatti che in modo fulmineo ti trasportano nel passato e ti fanno sobbalzare il cuore, senza che nessuno si accorga di niente."

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:33
    AFRICA 1969

    Come comincia: E' la notte di Halloween e naturalmente c'è festa. Un tamburo scandisce un ritmo sempre uguale, ininterrottamente. Stasera non mi infastidisce, anzi mi faccio catturare, quasi ipnotizzare, da questo suono così testardamente insistente, e lascio che un ricordo lontano quarantaquattro anni affiori e riviva nella mia mente per un po'. 
    E' il 1969, Africa Orientale. La giornata è stata, come sempre, calda e umida, sudata; vissuta nella penombra accogliente della casa. Ma la notte è fresca e nel giardino si sta bene, seduti su una sdraio, c'è perfino bisogno di un golfino sulle spalle. Il cielo di Mogadiscio è scuro, compatto, disseminato di stelle luminose, grandi, così vicine! Suoni di tamburi in lontananza completano il fascino della notte. Non voglio andare a dormire. Voglio rimanere così, raggomitolata sulla sdraio, inerme, sotto questo cielo così intenso che mi sovrasta, quasi mi sfiora. La nostalgia mi invade, mi devasta.
    Io, giovanissima, sono prigioniera. Sono prigioniera di un amore audace, vorace. Un amore rapace che ha affondato i suoi artigli nel mio essere e ad ogni fitta di dolore, mi ricorda che è stato inutile, che non è servito a niente, fuggire così lontano.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:27
    INCANTESIMI

    Come comincia: Stamattina sono uscita presto perchè ho scoperto che non lontano da casa mia c'è un supermercato in cui, la domenica mattina, frutta e verdura sono offerti a metà prezzo. Essendo Paolo un roditore compulsivo di verdure crude, ho pensato bene di farci un giretto. Credevo aprisse alle otto e trenta, invece no, di domenica l'orario di apertura slitta di mezz'ora. Mi sono messa a camminare per le traverse lì intorno. Le traverse di Torino che si incuneano geometricamente una nell'altra, dove neppure una come me senza il minimo senso dell'orientamento può perdersi. C'ero solo io a camminare accanto alle auto parcheggiate, se non avessi indossato scarpe da ginnastica avrei potuto udire il rumore dei miei passi sull'asfalto. Nessuno in giro, e un silenzio così innaturale, tanto raro da ascoltare in città! Ho avuto la sensazione di essere l'unica persona rimasta al mondo, in pace, che tutto andasse bene, che tutto andasse davvero bene, nessun pensiero negativo, nessuna ansia: io e il mondo, deserto, disabitato, incontaminato. Ma intanto i minuti passavano, e i quarti d'ora, ed ecco le prime persone a passeggio col cane, la prima accelerata sgommante a ferirmi l'udito, i primi due anziani ad accaparrarsi il tavolino migliore fuori dal bar, già in pieno dibattito su qualunque argomento. Che tenerezza! Però l'incantesimo era finito. Ma ne cominciava un altro: quello della gente in mezzo alla gente, di questa umanità a volte così mediocre, meschina, crudele, e a volte così estaticamente eccelsa, quasi divina, o forse proprio divina. Le prime voci attraverso le finestre, il sorriso e due parole con la signora col cane, perfino la sgommata, tutto ha un suo perchè e fa parte di un insieme in cui io sto molto bene, a mio agio, sempre. Menomale che non sono l'ultima persona rimasta sulla Terra, menomale che faccio parte di un'umanità così grandiosa, incredibile, sorprendente, irripetibile. 

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:24
    ALL'OSTERIA

    Come comincia: Eravamo arrivati, stanchi, il viaggio era stato lungo, ma adesso il mare era poco lontano, là sotto. Sbattute le portiere dell'auto davanti ad una trattoria coi tavoli all'aperto, lui mi aveva guardata: qui? Sì, qui va benissimo. Non si era mai sentito così importante. L'oste era uscito subito, passato uno straccio umido e dubbio sopra il tavolo, e sventolato davanti ai nostri occhi una tovaglia a quadretti, cosa vi porto? Io ero abituata a decidere, a rispondere in fretta, ma avevo taciuto, quella era la sua giornata, la giornata del mio vecchio ragazzo e perciò gli lasciai il passo. Sì, allora, Capo, ci porti una bottiglia di quello buono! E poi cosa c'è da mangiare? E rivolto verso di me: tu cosa vuoi? Fai tu, mi fido, per me va bene tutto! Che tenerezza! Chi mai fra i miei amici avrebbe detto mi porti una bottiglia di quello buono! Tipo di vino, temperatura, fresco di cantina, fermo o frizzante, oh quante storie! Lui non sapeva nulla di tutte queste cose, si metteva fiducioso nelle mani di un oste della sua terra, per me così sconosciuta! In un attimo una bottiglia di vino rosso si era materializzata sul tavolo, insieme a melanzane sott'olio, salame, capocollo, e avanti! E poi era arrivata pasta al forno, parmigiana di melanzane, pecorino, un' altra bottiglia, fresca. Le parole avevano cominciato ad inciamparsi nella lingua, l'oste mi guardava, sì ero "forestiera", ma gli piacevo. Ridevo, mangiavo, bevevo, coccolavo un uomo della sua terra. Sì, aveva concluso che ero giusta, proprio giusta. E il mare là sotto ondeggiava nei miei occhi. All'ombra della pergola si sentiva il nostro ciarlare, le risate troppo disinvolte per il piccolo paese, ma che importava, tanto ero "forestiera". Il mio vecchio ragazzo aveva strani bagliori nello sguardo: dopo andiamo giù al mare? Certo, ma adesso quando ci alziamo fai finta di niente e sostienimi perchè mi tremano le gambe. L'oste ci osservava, gli occhi due fessure, e il sorriso complice di chi ha capito tutto. 

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:21
    PICNIC

    Come comincia: Avevo diciannove anni quando organizzai il mio primo picnic con lui. Anzi io non organizzai niente, per me picnic era una parola piuttosto astratta. Era il primo maggio, finalmente qualche ora di libertà dal lavoro, e per stare insieme. Lui mi disse:procuri tu da mangiare? Certo, come no. L'appuntamento era per le undici e trenta, e poi saremmo andati al Moncenisio, dove c'era una cascata dalla quale avevamo già avuto occasione di lasciarci travolgere stile Adamo ed Eva nel paradiso terrestre. Al che era seguita una bronchite di tutto rispetto. Ahahahahah! Alle undici, dopo essermi ben truccata e pettinata, presi la mia borsettina, chiusi casa, e andai in rosticceria. Vorrei un pollo arrosto, me lo taglia per favore? Dopo pochi minuti uscivo da lì col mio bravo pacchetto con dentro il pollo arrosto già ridotto in quattro pezzi. Poi rimasi in attesa. Alle undici e trenta, puntualissimo, lui arrivò, scese dall'auto, e si precipitò ad aprire il portabagagli. Passami la roba! Quale roba? La roba da mangiare, il vino, l'acqua, la frutta, hai portato il cavatappi? (Non sapevo ancora in quel momento che in seguito nella mia vita il cavatappi avrebbe avuto un ruolo fondamentale). Io me ne stavo lì col mio pacchetto in mano: ho comperato il pollo arrosto. E basta? Mi accorsi che lui era molto molto contrariato,ed evidentemente molto molto affamato. Beh, mi dispiace, non ho mai organizzato un picnic. Mi guardò con antipatia: sali, ci fermeremo per strada a comperare quello che manca. Seduta in auto, col pollo in grembo, pensai che la giornata marcava male. Per fortuna vedemmo una bella gastronomia e ci fermammo: salame, formaggio, pane, pancetta e lardo, milanesi in carpione, frittata, vino, frutta, poi anche il mio pollo. E io compresi cosa fosse per lui un picnic.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:17
    A UN TRATTO

    Come comincia: A un tratto mi diventa insopportabile il mare di mediocrità in cui mi devo muovere, che mi avviluppa come un bozzolo, la mia, quella degli altri, delle cose, degli eventi, quella che, estesa, dilagata, come magma ha invaso tutto, si è infiltrata in ogni anfratto, ha coperto ogni cosa. La mediocrità che quotidianamente mi viene vomitata addosso da ogni dove, e la mia, strisciante infingarda, così ben dissimulata dall'odore di buono che emana, che non la riconosco più nemmeno io. E non giova sapere che c'è di meglio in me, in tutti, perchè lei spinge in basso a respirare l'asfalto, spinge e tiene giù. Provo a fermarmi ad ascoltare, come sempre, ma più niente mi parla, a parte il silenzio, e se niente mi parla, niente ho da dire.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:14
    LABIRINTO

    Come comincia: Quanti problemi! Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, che caspita ci facciamo qui, quale perverso disegno perimetra la nostra vita, perchè quando mi tolgo le scarpe la punta dell'alluce mi sorride attraverso il buco nella calza, di ogni calza, di tutte le calze, sottili, spesse, care e meno care, perchè mai la frittata non sta assieme, e Dio? ci sarà, non ci sarà, quello che mi porta l'acqua non arriva mai e mi manda a puttane la mattinata, devo andare dal medico e farò una coda di ore, caspita mi è scaduta la bolletta della luce e non mi sono ricordata, e poi l'aldilà almeno mi ridarà indietro qualcosa di tutto questo casino? Sì comunque sono per la cremazione, è più igienica e occupa poco spazio, speriamo tardi, la spesa, già la spesa, non oggi per carità, non me la sento! Credere, non credere, lì c'è una chiesa e c'è una persona che incontro sempre al cimitero che continua a chiedermi se mi sono decisa a d entrare in una chiesa, ed io continuo a risponderle di no, non ci sono entrata, e lei insiste che mi devo decidere se voglio capire qualcosa in più. Mi sembra di capire abbastanza, almeno che non posso capire di più di quello che ho già capito, dopo andiamo nel campo delle supposizioni, delle ipotesi, non mi piacciono le ipotesi, mi piacciono le certezze, ad esempio l'ottimo salame di stasera, il pane morbido, e il vino. La partita a carte con Paolo e vincere possibilmente sempre io. Ahahahah! Mi piace essere qui a scrivere queste idiozie, anche perchè non so quanto durerà!

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:09
    TUTTI MORTI

    Come comincia: Trascorrono gli anni, i decenni, scorre la vita. Ad un tratto ti accorgi che venti anni della tua vita sono ormai nella tomba. Ciò che ti torturò a suo tempo, ciò che rese insonni le tue notti, tormentose le tue passioni, abbruttiti i tuoi sentimenti, ciò che ti ferì così profondamente, così ferocemente, così impietosamente, non esiste più. Tutto è ormai nella tomba. La grande storia e i suoi protagonisti: tu, lui, lei, i parenti, gli amici, i nemici, la gente, i luoghi, le case. Un tempo persone, oggi ormai personaggi di una grande rappresentazione teatrale, che spazia dalla farsa alla tragedia greca, dalla commedia al cicaleccio pettegolo. Passano davanti ai tuoi occhi ormai stranieri, sogno o vita vissuta? Morti, morti tutti. Fantasmi che si combatterono, superandosi gli uni gli altri senza esclusione di colpi, con cattiveria, nell'interesse primario ed egoistico di esaltare se stessi. Morti tutti, tutti morti. Chi furono e quanto si presero della tua vita? Ma esistettero veramente, o fu la rappresentazione gigantesca a trarti in inganno? La casa! Certo, la casa! Travestita da cuoca soccombesti fra pentole e fornelli per lunghi anni insoddisfatti e mai gratificati. Nella luminosa sala da pranzo dominò il telegiornale e tu, impotente, gli lasciasti lo scettro con cui decise il silenzio di bocconi ingoiati con troppa abbondanza, di bicchieri di vino tracannati senza misura, era l'oblìo che cercavi? Oggi gli attori attraversano la tua mente, senza spessore, senza importanza, tutti morti! Ti guardi recitare la tua parte senza riconoscerti, chi era quella lì? Anche lei è morta. Morì tanto tempo fa, insieme a quella cucina, a quella sala da pranzo, a quella camera da letto di passione, e di paura di una morte che era sempre lì acquattata nell'ombra in attesa del suo momento di gloria, della sua vittoria, e tu lo sapevi e il cuore ti batteva così forte che potevi ascoltare il suo battito scandire il tempo lento, in attesa della luce del giorno. Li osservi, gli attori, mentre danzano nella tua mente, e alla fine della grande rappresentazione si inchinano tutti insieme, tenendosi per mano, davanti ai tuoi occhi. Così autocelebrativi, così lontani, così evanescenti! Così morti, così tutti morti!

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:01
    LUNGO IL FIUME

    Come comincia: Pensavo stamattina camminando che ormai io e la Dora Riparia siamo diventate intime. Io percorro la strada al suo fianco e lei mi accompagna discreta salutandomi con le sue piccole onde lievemente increspate di schiuma bianca. La sua voce a volte è sommessa e a volte roboante, ma mai eccessiva, e sempre gradevole. Solo che per me arriva il momento di tornare indietro e prendere la direzione opposta alla sua. Proprio come nella vita quando prima ci si lascia coccolare e trascinare dalla corrente che ci porterà chissà dove, e poi, spesso, per ritrovare ciò che eravamo e che avremmo voluto diventare, è necessario andare contro la stessa corrente che ci aveva tanto affascinati. Mi perdonerà il fiume se a un certo punto lo lascerò proseguire da solo, ma la mia è l'età in cui si torna a casa. 

  • 06 luglio 2015 alle ore 12:27
    LA FORZA DELL’ACCOGLIENZA

    Come comincia: Chiara e Giuseppe, fratello e sorella, ragazzi normali in un mondo diverso. Chiara è vitale ed estroversa, Giuseppe poco combattivo. Lei studia e lui lavora nella grande azienda di famiglia, vivono ignari di quanto accade intorno protetti dagli affetti della loro famiglia e chiusi in un paese piccolo e bigotto. Sfuggono i problemi dei loro coetanei e della società in cui crescono. Manca ai nostri protagonisti la capacità di lottare dei loro genitori e accettano passivamente il mondo come gli si presenta e gli si impone. I due fratelli sono esattamente il contrario del padre, Mario, uomo molto noto in paese per la ricchezza e la vocazione al dominio.
    Giuseppe conosce Maria, giovanissima commessa appena diplomata, allegra, energica e ottimista. Tra i due nasce una storia d’amore. L’amore tra Giuseppe e Maria non resiste però alle differenze sociali e culturali; Giuseppe cerca invano il consenso paterno e fugge da Maria quando questo consenso non arriva. Maria fugge, invece, dalla mortificazione. Il paese è piccolo e non le va di essere additata come quella “mollata”. Con pochi soldi nella tasca e uno zainetto, appena maggiorenne, Maria lascia la propria casa e quel paese che ormai le sta troppo stretto. Gli inizi sono duri e vivere arrangiandosi, in certi momenti, le sembra una mortificazione peggiore di quello che si era lasciata alle spalle. Ma la ruota gira e le speranze non vanno mai perse. Nella grande città, trova quasi subito lavoro come badante presso una coppia sposata da 50 anni e senza figli. Un lavoro “da straniera” che le italiane non accettano più. E proprio l’umiltà, accompagnata dalla vitalità, l’onestà e la dedizione di Maria conquistano i due anziani. Nasce un affetto inaspettato, da chi tutto sommato non le doveva moralmente nulla. La ragazza ha la possibilità di studiare. I risultati non tardano ad arrivare; laurea in Medicina prima e Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia poi.
    Chiara aveva chiuso una relazione affettiva in maniera piuttosto rapida, rendendosi conto che lui non era affidabile e soprattutto era un prevaricatore, come suo padre. Aveva deciso con consapevolezza e convinzione; quando poco dopo si era accorta di essere incinta, non aveva tentennato: la gravidanza era un motivo in più per non riaprire quella relazione. Il suo problema era se tenere il figlio oppure no. Si era laureata in Giurisprudenza, senza particolare passione, quasi per inerzia, per vivere tranquilla e non affrontare quei genitori che non le avrebbero dato pace; a dicembre aveva superato l'esame di avvocato e a luglio era rimasta incinta. Quando cominciava ad avere un po' di autonomia, anche economica, si era ritrovata incinta. Questo figlio le faceva provare un forte senso di deprivazione. La consapevolezza che l’avrebbe dovuto allevare da sola accresceva enormemente la sua angoscia. Ma ciò che più di tutto la terrorizzava era l’incapacità di affrontare Mario, suo padre. Aveva tenuto segreta ai suoi genitori la relazione con un avvocato divorziato, padre di due figli e ora si ritrovava in questa situazione. In fondo si era convinta di non avere scelta; mancavano i presupposti e non era il momento giusto per avere un figlio. Aveva mentito a tutti dicendo che andava via per una vacanza e invece, a Milano, si era rivolta ad un consultorio per capire come procedere all'interruzione di gravidanza. Il destino, a volte, gioca strani tiri e lì aveva incontrato la ginecologa: Maria. Erano passati più di dieci anni dall’ultima volta che si erano viste ma quella presenza l’aveva commossa e le aveva allentato quel senso di solitudine che l’attanagliava ormai da due mesi. L’amore è distruttore, pensava Maria, guardando il viso mesto di Chiara; il ricordo della sua passione, senza speranza, per Giuseppe faceva ancora male. Quell’incontro aveva riaperto la ferita. Aveva sofferto terribilmente, ma si era ripresa in tempo e aveva giurato a se stessa di evitare per il futuro di cedere al sentimento. Le vicende di queste due donne si incrociano sullo sfondo di un Paese che, in un momento duro quanto mai, soffre di un’atmosfera di sfiducia sociale che non permette di sentirsi accolti e, soprattutto, liberi di programmare il proprio destino. La precarietà di oggi è quasi peggio delle catene di ieri. Un’insicurezza a cui tanti, troppi, reagiscono con la violenza verso se stessi e verso gli altri, fino a volte a violare la vita stessa. La nostra storia però vuole insegnare che le cose possono andare in maniera diversa.
    Chiara scrive una lettera a suo padre che sorprende Maria. Il racconto della storia di Maria, una che ce l’ha fatta, le ha fatto comprendere che tutti possiamo farcela e, in ogni caso, abbiamo il dovere di provarci. Maria, in fondo, è apparentemente sola ma è sicura e felice ugualmente, perché ha costruito la propria libertà e la gioia nella riconoscenza delle tante ragazze che incontra giornalmente nel suo cammino. La mitezza di chi non ha ceduto alla rabbia quando si è sentita mortificata e violentata insegna a Chiara che anche lei ce la può fare.
    Chiara è ognuno di noi quando travisiamo l’idea di felicità e non ci guardiamo intorno per cogliere ciò che di buono il mondo ci offre. Chiara non sa ancora se terrà o no il bambino, ma adesso realmente sceglierà con libertà. E’ determinata a usare le armi dell’amore, sopportare il dolore, controllare la rabbia, rispettare la dignità umana.
    Olimpia Improta
     
     

  • 06 luglio 2015 alle ore 12:24
    LA LUCE DOPO IL BUIO

    Come comincia: Scrivo per me in primis, e quindi sono la prima a dover essere convinta della trama. Sono molto severa con me stessa, in questo. In un certo senso devo riuscire a sorprendermi. Naturalmente non è una cosa semplice, ma quando accade la sensazione è bellissima, e so di aver scritto qualcosa di buono. Bisogna mettersi degli standard alti sempre, e non mollare mai finché non ci si arriva. Come si svolge la mia pazza giornata, che bella domanda! In effetti sono molto presa dalla mia quotidianità. Ogni mattina la sveglia e da quel momento non ho più scampo. Caffettiera sul fuoco, grembiuli e zainetti, divisa da indossare. Accompagno le mie piccole vandale all’asilo, per poi andare a prenderle quando esco dal lavoro nel pomeriggio che imbrunisce. Da quel momento in poi mi smisto in modalità mamma/moglie. Per fortuna mio marito mi offre tantissima collaborazione, non nei lavori domestici! Mi protegge da ogni preoccupazione che non sia quella di regina del focolare.  Anche così, chiaramente, il tempo che ho è piuttosto risicato e alla letteratura riesco a dedicare meno di quanto vorrei. Scrivo nei ritagli di tempo, e quando a sera ci mettiamo a letto e tutto tace, un lumino solitario si accende in casa: sono io che leggo, prima di crollare, irrimediabilmente! Mio marito torna regolarmente a casa presto nel pomeriggio, quindi accende il computer, il computer rimane sempre più acceso! E’ colpa di Facebook? I Social Network hanno rivoluzionato la nostra vita sociale, ma non solo. Hanno rivoluzionato anche il nostro modo di relazionarci con gli altri, amici, colleghi, partner. L’immediatezza del contatto facilita la conoscenza, ma può diventare un’arma a doppio taglio. E succede, purtroppo, che la nostra vita di coppia non sia più felice. Facebook, funziona come grande amplificatore di emozioni, di tutte le emozioni. La colpa dell’utilizzo della rete è nostra: siamo noi ad usarla, anche con tutto il nostro mondo interiore! Per ingannare il tempo sono andata su Facebook, ma non mi sono accorta che non era il mio profilo, ma quello di mio marito. Ho trovato uno scambio epistolare e vari messaggi in cui lui faceva il cretino con le sue colleghe. Ho sofferto molto, mi sono sentita derisa, tradita e presa in giro; ho cercato di capire cosa era successo veramente, e mi sono sentita in colpa con me stessa. Mio marito, uomo brillante e socievole, ha sempre negato. Vendicarmi e rendergli pan per focaccia? Ho aperto un profilo falso maschile, ho aggiunto gente a raffica prima di chiedere l'amicizia a mio marito e alle sue colleghe che hanno accettato pur non conoscendomi. Una sua collega ha cominciato a chattare con me,  ha cercato più volte di conoscermi. Mi ha fatto paura, sinceramente preoccupata dai suoi scritti,  ho intuito quanto sia doloroso esserne colpiti e ho avvertito compassione per i suoi pensieri e i suoi propositi. Era giunto il momento di chiudere il falso profilo presentandomi con il mio nome vero. Gli amici sono stati comprensivi e discreti, dalla collega di mio marito ho ricevuto un messaggio con tante ingiurie, bestemmie e maledizioni. In risposta le ho scritto: “Che il Signore ti benedica e ti protegga da ogni tuo male!“ Con la forza di volontà si può ottenere tutto quello che si vuole, basta crederci! Il dolore, la sofferenza e gli errori mi hanno aiutata a migliorare e a rendermi più forte e più combattiva. La delusione l’ho trasformata nella migliore opportunità della mia vita per cominciare un’esistenza bellissima, ricca ed emozionante. Ho aperto me stessa e il mio cuore al mondo, abbracciando tutte le creature viventi e tutta la natura nella sua bellezza!
    Olimpia Improta

  • 06 luglio 2015 alle ore 12:22
    Partenza alle ore 17.30

    Come comincia: Non bisogna mai dare niente per scontato, tutti i nostri traguardi vanno riconquistati ogni giorno! Avvenimenti imprevisti, a volte lieti, a volte tristi, tendono a sconvolgere improvvisamente la normale routine del nostro quotidiano, annullando le nostre certezze e riportandoci ad una realtà inaspettata.
    Anche stamattina, come sempre nei giorni piovosi, devo fare i conti con il traffico. La segnaletica autostradale mi indica quindici chilometri di coda ed è ormai un po’ che procediamo a passo d’uomo. I miei nervi cominciano a saltare, alzo sempre più il volume della radio per cercare di distrarmi. Mi innervosisco. Mi agito. Mi volto a sinistra. L’immagine dell’altra carreggiata, mi riporta brutalmente indietro nel tempo.
    Quel giorno, lontano ormai dieci anni, ero rincasata molto prima del solito perché la baby sitter mi aveva dato buca. Riguardavo il lavoro fatto, davvero ottimo. Il mio antico orologio a pendolo aveva appena smesso di suonare i rintocchi delle ore 17.30, mi ero sbrigata prima del previsto e potevo finalmente riposare accoccolata sul mio divano. Ad un tratto, un lamento. Il cuore mi pulsò incessantemente! Mi alzai allarmata e mi avvicinai alla culla del mio bimbo; dormiva sereno e tranquillo, ma quel lamento mi aveva messo in ansia. Decisi di non parlare con nessuno dell’accaduto, temevo di passare per una madre eccessivamente apprensiva e, forse, un po’ lo ero.
    Il giorno dopo andai in ufficio, ancora fortemente turbata da quel lamento che continuava a rimbombarmi nella testa; tuffarmi nel lavoro mi consentì di distrarmi. Alle 20.00, ormai a casa, mi arrivò una telefonata; mio fratello mi avvertiva che il telegiornale aveva appena mostrato uno scontro tra un’auto e un tir; aveva perso la vita Francesco, il mio amico e collega con cui lavoravo quotidianamente. Il mondo mi crollò addosso: 23 anni sono oggettivamente troppo pochi per morire, ancor di più quando a casa ti attendono una bimba di tre anni e tua moglie che, dopo quindici giorni, darà alla luce il tuo piccolo bambino.
    Come in un film, mi tornarono alla mente tutti i momenti trascorsi insieme. Io e Francesco, lavoravamo insieme da tre anni nell’azienda della sua famiglia; io ero più grande di lui di dieci anni, lui era il figlio del mio datore di lavoro. Ero un po’ la sua tutor. Mille volte ci attardavamo al lavoro. Ore ed ore trascorse insieme a ridere e lavorare. Avrebbe voluto trascorrere più tempo con la sua famiglia o con i suoi amici a giocare a calcetto; ma io lo esortavo a lavorare per imparare e fortificare le fondamenta del suo futuro; lui mi ascoltava, perché si fidava ed imparava. Ero io che lo avevo esortato ad andare a quel colloquio. Una grande opportunità, come poteva perderla? Cattiva consigliera è stata la razionalità! A cosa erano serviti i sacrifici di Francesco? Le ore trascorse a lavorare? Le partite a calcetto non giocate, per costruire quel futuro? Se non fosse andato a quel colloquio, oggi sicuramente sarebbe tutto diverso.
    I sensi di colpa, mi assalivano; non riuscivo a liberamene. Notte e giorno, in un pensiero costante. Lacrime e ancora lacrime. E poi l’aiuto mi è arrivato da chi, in realtà, l’aiuto avrebbe dovuto chiederlo. “Bisogna ricominciare il viaggio, nonostante tutto”, mi avevo detto e abbiamo cominciato a scrivere un libro a quattro mani per raccontare ciò che di bello è stato. Io e Caterina, la moglie di Francesco.
     La nostra ripartenza come rimedio per ricominciare ma senza mai dimenticare ciò che ha lasciato un’esistenza breve ma eterna. Sulla copertina un’immagine stilizzata tratta da una foto del piccolo Francesco, il bimbo che non ha mai potuto giocare con il suo papà. Siamo ripartite dalle 17.30: l’ora dell’incidente! Il prologo, brevissimo, voluto da Caterina: “alle 17.30, laddove possibile, si suoneranno le note del silenzio in memoria delle tante, troppe, vittime della strada”.
    Il traffico era ormai smaltito. Ero arrivata in ufficio. Calmissima. Ancora una volta, come spesso negli ultimi anni, il suo ricordo mi era stato di insegnamento: un’ora di rabbia è un’ora di felicità persa e la vita, se anche durasse cento anni, non merita di essere sprecata.
    Lui non è passato invano.
    Olimpia Improta

  • 06 luglio 2015 alle ore 10:04
    Essere bambini

    Come comincia: Credetemi non è difficile ritornare bambini... ma se non è cosi è solo perchè noi non lo vogliamo, siii. Nessuno ci impedisce di comprare delle costruzioni e giocarci, nessuno ci impedisce di sentirci felici dentro, nessuno ci impedisce di mangiare la pappa, nessuno ci impedisce di sognare, nessuno ci impedisce di essere buoni, nessuno ci impedisce di credere nell'amicizia e nell'amore. Sono orgoglioso di essere bambino e sapete perchè? Perchè si nasce bambini.

  • 05 luglio 2015 alle ore 9:59
    ERACLITO

    Come comincia: ERACLITO  AVEVI  PROPRIO  RAGIONE!
     
    Che ne dici:
    degli ex abitanti del Limbo? Sono sicuramente in Paradiso dopo la soppressione di un luogo così ovattato senza piaceri né dispiaceri ma pur sempre, per tanto tempo, in punizione per mancanza sulla loro testa di acqua benedetta;
    della povera Maria Vergine in mezzo alle nuvole, tanto invocata ma sempre sola dopo aver avuto un figlio senza nemmeno un po’ di piacere;
    del povero Giuda condannato agli Inferi, tanto vituperato ma senza colpa per una sorte a lui predestinata;
    del povero Allah costretto a cercare vergini per gli eroi mussulmani morti in battaglia, veramente tante le 42 vergini per ognuno, dove le trova? A meno che non le ricicli con un piccolo intervento chirurgico…ma non sarebbe serio!
    dei mussulmani costretti ad aborrire carne di maiale ed alcolici; sicuramente contenti i suini, un po’ meno i viticultori;
    dei poveri preti pedofili, forse avrebbero preferito un sano rapporto con femminucce…
    di quel simpaticone di Padre Pio costretto agli onori degli altari, con molti oboli da parte dei creduloni, invece di essere curato per schizofrenia come accertato con pareri medici di dottori del Vaticano;
    dei mussulmani preganti a pecoroni, se capitasse loro di dietro un omo arrapato?
    Eraclito avevi proprio ragione tremila anni fa, il popolo è ignorante oggi come allora!
     
     

  • 05 luglio 2015 alle ore 9:46
    FIORELLINO

    Come comincia: Peccaminosa ambasciatrice di infernali voluttà o celestiale creatura paradisiaca apportatrice di eteree gioie? Alberghi in me con frementi,  contrastanti  e sconvolgenti sensazioni. I tuoi occhi nascondono un’animalesca, profonda e sconvolgente femminilità che fanno fremere il mio intimo insieme ad una visione contrastante di casti baci infantili.
    Sono confuso dal tuo sorriso promettente che muti talvolta in una bambinesca espressione corrucciata.
    Non sono io il motivo dei tuoi cambiamenti, il tuo sguardo non mi sfiora nemmeno, forse in passato mi hai notato giudicandomi non degno di attenzione, forse un tuo amore finito male ti ha reso refrattaria ad un nuovo legame.
    I miei sono desideri o forse sogni e, come tutti i sogni, irrealizzabili.
    Sei seduta sulla battigia, i tuoi due pezzi simili a  due microscopici fili lasciano aperta la visione delle tue rotondità prorompenti. Anche il colore del ‘costume’ è particolare, viola: non devi essere superstiziosa.
    Piccole onde bagnano i tuoi lunghi, affusolati e deliziosi piedi.
    Appoggi il capo fra le mani: forse un segno di tristezza, forse di desolazione, sentimenti che contrastano la tua favolosa figura di donna, forse stai piangendo…
    Dubbioso cerco di approfittare del momento. coraggio a due mani: “Signorina posso aiutarla? “(frase di una intelligenza…).
    Fiorellino alza il viso, niente pianto anzi un sorriso cristallino mostra denti perfetti e bianchissimi.
    Finale inaspettato: “Mò me ce voleva pure er vecchietto mandrillo mattutino! Là c’è mi nonna, vedi si ce stà.”
    Non c’è più rispetto da parte dei giovani...avevo dimenticato i miei ottant’anni!
     

  • 04 luglio 2015 alle ore 16:54
    facciamo una passeggiata

    Come comincia: Facciamo una passeggiata nel tuo passato, ti prenderò per mano e ti mostrerò che non ha nulla a che fare con me. Nessuno di quelli che hai conosciuto hanno mai urlato un silenzio come il mio, del quale si sente un'eco infinita, da qui al tuo, che non conosci ancora.
    Facciamo una passeggiata nei tuoi pensieri, ti mostrerò che per me hai riservato il posto sbagliato, nessuna precauzione renderà sterile quello che provi, io germoglierò nelle tue debolezze e le renderò di bellezza assoluta, perché il tremolio delle mie mani ammortizzerà il tuo in un abbraccio che saprà di brezza mattutina. 
    Facciamo una passeggiata nelle tue gelosie e ti mostrerò che di quello che posso dare ne ho abbastanza per una sola persona e ho talmente tanti sogni da innaffiare che piove in continuazione e sotto al mio ombrello posso tenere al riparo solo te.
    Facciamo una passeggiata tra le tue parole e ti mostrerò che non volano, che in una tua poesia di dolore c'è l'amore eterno di una sensualità fatale e la delicatezza di un pulcino appena nato, che con le parole si può anche fare l'amore e che nessuna al mondo, per quanto brutale, potrebbe farci del male, perché sono nostre e tutto quello che è tuo, io amo, e tutto quello che è mio, tu ami e perdoniamo.
    Facciamo una passeggiata sul mio corpo e ti mostrerò che la parte più profonda di ogni donna si sfiora sulla pelle e non c'è schiaffo al mondo che potresti mai darmi, e non c'è posto al mondo in cui mi potresti mandare perché io sono qui, qui dove tu sei, qui ovunque tu sia ora.

  • 04 luglio 2015 alle ore 12:13
    2010

    Come comincia:  Scusami... se un giorno raccontando della mia vita... parlerò anche di Te. Di te che mi hai sempre regalato un sorriso, di Te che mi hai sempre portato il sole nei giorni di pioggia, di Te che mi copri tutto il male con la tua dolce voce, di Te che sei una persona semplice, ma per me sei tutto, di Te che vorrei essere solo tua, di Te che nonostante gli anni che passano mi fai star bene, di Te che non hai paura di essere così come sei... di Te che sei vero/a, di Te che per me sei tutto.

  • 04 luglio 2015 alle ore 11:07
    2012

    Come comincia: Impossibile per me dimenticare una persona che mi porto nel cuore, è difficile per me dimenticare due occhi che mi piacevano e che ho fissato per lungo tempo, non posso dimenticare un bacio dato in un momento particolare. Queste cose le porterò nel cuore e nella mia mente perchè sono gesti spontanei che non ho cercato, che non ho aspettato. E' facile dire passerà, con il tempo sicuramente si, quando un altro sguardo incrocerà i miei occhi,quando un'altra mano accarezzerà il mio viso,potrà cancellare per sempre.