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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 23 agosto 2015 alle ore 8:46
    Mister dentino (favola)

    Come comincia: Il mio bambino si chiama Enrico ed è un vero tornado. Incontenibile nella sua vivacità, sempre allegro, ma ubbidiente e riflessivo quando è necessario. Oggi è entrato in casa come un razzo, ha posato la cartella su una sedia e si è precipitato in cucina da me.
    "Ciao mamma, ho fame. Cosa si mangia?"
    "Polpette e patatine fritte. Sei contento?"
    "Accipicchia, come no!"
    Intanto mi stampava un bel bacio sulla guancia.
    Dopo mangiato ci siamo seduti sul divano e io gli ho chiesto come fosse andata la mattinata a scuola, se avesse preso dei voti, ecc. Le solite cose.
    "Mamma, chi è Mister Dentino? Ho sentito delle signore che parlavano e...io non l'ho mai sentito nominare."
    "Beh, Mister Dentino è un signore che è vissuto parecchio tempo fa, a cui è stato affibbiato questo nomignolo per certe cose che ha fatto."
    "Mi racconti mamma? Mi racconti?"
    "Va bene, però poi fai i compiti."
    "Allora, vediamo un po'. L'anno era il 2012 e una grossa crisi economica aveva colpito buona parte del mondo, ed anche l'Italia. La situazione generale era grave e, in breve tempo, molta gente si era trovata a fare i conti con la povertà. Persone che avevano sempre avuto di che vivere non ce la facevano più a mandare avanti la propria famiglia perchè erano rimaste all'improvviso senza lavoro. Nessuno trovava un'occupazione e perciò non poteva portare a casa i soldi per dare da mangiare ai propri bambini. Molti rimasero senza casa perchè non più in grado di pagare il mutuo..
    "Mamma, cos'è il mutuo?"
    "Già, certo, il mutuo sono le rate della casa. La gente si era fatta prestare i soldi dalle banche per comperare la casa e li restituiva a rate,cioè un po' per volta, però senza lavoro, come faceva a pagare le rate? E così le banche si prendevano le case. Ma forse è un po' difficile per te da capire. Ad ogni modo la situazione era disperata per parecchia gente. Il nostro, dove viviamo adesso, allora era un piccolo paese abitato da trecento anime.  Fra gli abitanti c'era un giovane che si chiamava Stefano. Stefano era sposato con Annarosa ed avevano una bambina di nome Aurora. Anche questa famigliola fu colpita dalla crisi e da una povertà così grande che erano costretti a mangiare solo una volta al giorno. Potevano disporre  delle  patate che avevano coltivato l'anno precedente, e per avere qualcosa d'altro si rivolgevano agli enti di beneficienza, associazioni che aiutavano i poveri distribuendo del cibo e vestiti, cappotti ecc. La loro casa non era una vera casa. Era una baracca di legno col tetto in lamiera che loro avevano cercato di rendere il più possibile accogliente, ma non c'era riscaldamento nè altre cose essenziali come l'elettricità...
    "Insomma erano proprio poverissimi, mamma!"
    "Sì, erano proprio poverissimi. Tutte le mattine Stefano abbracciava sua moglie e la piccola, e poi usciva e si recava nella vicina città a cercare lavoro, qualsiasi lavoro, per portare a casa qualche soldo, ma trovava solo qualcosa ogni tanto, e gli altri giorni tornava a casa la sera triste e senza un euro.
    Annarosa metteva sulla tavola le patate bollite, e cercava di consolarlo. Accadde che una di queste sere in cui lui non aveva guadagnato nulla, la piccola Aurora aveva perso un dentino da latte e l'aveva messo sotto il bicchiere.
    "Papà, papà, guarda. Stanotte passerà il topolino!" E intanto gli faceva vedere la bocca con il buco al posto del dentino. Stefano la strinse fra le braccia con le lacrime agli occhi e non disse nulla. Più tardi, quando la bimba si fu addormentata, lui guardò sua moglie e le disse:
    "Non posso permettere che domattina Aurora non trovi le monete sotto il bicchiere. Non ce la faccio. Qualunque rinuncia va bene, ma lei non può avere una delusione così grande. Devo trovare una soluzione. Esco."
    "Ma capirà, le spiegheremo che il topolino aveva l'influenza, le diremo qualcosa. Dove vuoi andare a quest'ora?" Annarosa cercava di trattenerlo, ma Stefano si vestì ed uscì nella notte.
    Prima di ogni altra cosa si recò a bussare a casa di suo fratello Gianni, che non lo fece neppure entrare. Gli disse che non poteva aiutarlo, che non aveva abbastanza nemmeno per sè e per i suoi figli. Stefano lo pregò, si trattava solo di un paio di euro, non di più, ma Gianni fu irremovibile.
    Allora andò nel bar, l'unico bar del paese, dove alla sera si radunavano gli uomini e anche qualche moglie. Lì era ancora più difficile perchè comunque era sempre "uno che viveva in una baracca" per cui non era tanto ben visto. Si guardò attorno per vedere se ci fosse stato qualcuno che lo conoscesse. Effettivamente  seduto in un angolo c'era un suo ex collega di lavoro. Non era facile, ma si avvicinò e gli spiegò quale fosse il suo problema. Quello gli rise in faccia:
    "Gli ultimi due euro che avevo li ho spesi qua stasera."
    Con un "grazie lo stesso" Stefano se ne andò dal bar e cominciò a camminare per le vie deserte fino alla piazza. Lì si sedette su una panchina con la testa fra le mani e pianse. Piangendo con la testa fra le mani non si era accorto che vicino a lui si era seduto uno sconosciuto. Aprendo gli occhi ne vide i piedi, anzi le scarpe: scarpe da persona benestante, non certo da poveraccio. Stefano alzò lo sguardo fino ad incontrare quello dello sconosciuto. Aveva il viso quasi totalmente coperto da una grande sciarpa: si intravedevano soltanto gli occhi, scuri e penetranti, ridenti e vivaci. In testa aveva un cappello tipo colbacco e lo vestiva un cappotto molto lungo. Un personaggio originale, tutto sommato. Stefano pensò che quell'individuo sembrava uscito da un dipinto del primo novecento:
    "Perchè piangete giovanotto?"
    Gli dava del "voi". Era sicuramente un tipo curioso, però Stefano aveva tanto bisogno di sfogarsi e così gli raccontò tutto.
    "Non preoccupatevi più amico mio, fra poco scenderà così tanta neve che fra poche ore ci sarà bisogno delle braccia di tutti gli uomini del paese, anche delle vostre"
    Dopo un attimo cominciò a nevicare con tanta violenza che in pochi minuti la panchina fu completamente coperta dalla neve.
    "Mai vista una nevicata del genere!" disse Stefano voltandosi verso lo sconosciuto: ma lui non c'era più.
    Dopo un'ora e mezza la neve gli arrivava alle ginocchia. Si cominciarono a vedere gli uomini che si avviavano verso il municipio perchè si sapeva che quando c'era l'emergenza neve tutti erano tenuti a presentarsi, anche in piena notte.
    Il sindaco fu il primo ad arrivare e quando gli uomini furono tutti riuniti, li invitò a munirsi di pale, sale, e tutto quanto servisse a liberare le strade.
    "Nemmeno per sogno" gridò un uomo "Solo se saremo pagati subito, non ci fidiamo"
    "Giusto" fecero eco gli altri "Non ci fidiamo"
    Il sindaco diede la sua parola: li avrebbe pagati all'alba.
    Stefano ringraziò il cielo e si dette da fare insieme agli altri uomini. All'alba le strade erano pulite e gli uomini furono pagati. Non erano molti trenta euro per tutta la fatica, ma lui era contento. Si precipitò a casa e corse a mettere cinque euro sotto il bicchiere e poi si sedette in attesa. Era talmente eccitato che non riusciva nemmeno a pensare di andare a dormire. Così due ore dopo, quando Annarosa si svegliò lo trovò seduto su una sedia. La prese fra le braccia e tutti e due insieme si godettero la gioia della loro piccola quando vide i cinque euro sotto il bicchiere."
    "Mamma, ma per questo fu chiamato Mister Dentino?"
    "No tesoro, per quello che fece dopo, perchè lui era un uomo molto in gamba e così, quando poco tempo dopo trovò un lavoro fisso, fece anche una bella carriera, al punto che potè permettersi una villetta dove abitare. Ma non dimenticò mai la sofferenza di quella notte. Sotto il patio della sua villetta fece costruire una  nicchia di marmo e si fece forgiare apposta un grosso calice di cristallo che non sarebbe servito per bere. Poi, una domenica mattina, approfittando del fatto che molta gente del paese era in chiesa, salì sul pulpito e comunicò il suo progetto a tutti. Ogni bimbo del paese, quando avesse perso un dentino da latte sarebbe andato a depositarlo nella nicchia di marmo, e sopra sarebbe stato posto il calice di cristallo, e tutti i compaesani che ne avessero avuto la possibilità avrebbero fatto la parte dei "topolini" e avrebbero depositato le monetine sotto il calice. Così non sarebbe mai più capitato che un bimbo rimanesse deluso. L'iniziativa piacque così tanto a tutti, che nessuno si tirò mai indietro. Anche chi aveva poco offriva poco, ma qualcosa offriva sempre, perchè tutti avevano bambini o nipotini e capivano quanto fosse importante la loro serenità.
    Ah, dimenticavo! Ci fu una grande festa per inaugurare l'iniziativa di Stefano. Tutto il paese era invitato, naturalmente. Quando lui alzò il bicchiere per brindare di fronte a tutti si sentì di dire poche parole in più:
    "Devo anche ringraziare con tutto il cuore l'uomo che ebbe fiducia in me, mi prese a lavorare e mi insegnò tutte le cose che so adesso. Mi insegnò il lavoro ma, ancora più importante, mi insegnò a vivere, e a lottare per il mio futuro".
    Poi si rivolse direttamente a lui, l'uomo in questione, che lo guardava da pochi metri di distanza:
    "Tu sei stato e sei per me come un padre. Non sarai mai solo, io per te ci sarò sempre."
    L'uomo, commosso, lo guardò con quei suoi occhi scuri e penetranti, ridenti e vivaci, e alzò il bicchiere per brindare.
    Ecco Enrico questa è la storia di Mister Dentino, ti è piaciuta?"
    "Mamma, possiamo andare a vedere la nicchia e il calice di cristallo?"
    "No tesoro, non esistono più. Quando Stefano morì, nessuno continuò ciò che lui aveva iniziato. E poi, se di lui tutti si erano fidati, dopo di lui nessuno avrebbe più lasciato i soldi sotto il calice di cristallo alla mercè di chiunque."
    "Che peccato mamma!"
    "Sì figliolo, un vero peccato."

     

  • 22 agosto 2015 alle ore 19:56
    Oltre la vecchia porta

    Come comincia: Era una mattina fredda, ma subito non me ne accorsi. Uscendo avevo portato con me il tepore della casa, che ancora mi avvolgeva, tanto da darmi la sensazione che il clima fosse mite. Abituata alla sveglia mattutina alle sei da tutta la vita, da quando ero andata in pensione raramente avevo la necessità di uscire così presto al mattino e diventava per me un avvenimento non gradito anche perchè era dovuto  ad appuntamenti legati a questioni di salute, tipo analisi del sangue ecc.ecc. Era proprio quello che andavo a fare quella mattina: analisi del sangue. Camminavo in fretta, col disagio di chi non ha potuto addolcirsi la bocca con un caffè o qualcosa d'altro. Proprio niente: avevo potuto bere solo un po' d'acqua. Per la strada il freddo cominciava a farsi sentire e sembrava tutto concentrato sulla punta del naso. Nel mio guardaroba cappelli e sciarpe non sono mai esistiti e anche qualche paio di guanti invernali, per lo più regalati da qualcuno, viaggiavano da un cassetto all'altro fino a che non li trovavo più. "Imbacuccata" non resisto neppure dieci minuti, ma penso che tutto faccia parte dello stesso problema per cui non ho mai sopportato un paio d'orecchini (a clips) per più di cinque minuti, nè un bracciale o anelli o girocollo che, nel migliore dei casi non ricordo di portare, e nel peggiore dei casi..non so neppure dove siano. Ho provato, in qualche periodo della vita, a portare orologi da polso, ma mi erano proprio insopportabili. A volte penso che tutto ciò non sia altro che l'esasperazione del  mio infinito desiderio di libertà che non riesco mai a realizzare del tutto. E' come se indossassi un abito lungo e ogni volta che vedessi la mia libertà all'orizzonte e volessi correre verso di lei, qualcuno dietro di me posasse malignamente il piede sull'orlo del mio abito impedendomi di muovermi.
    Ad ogni modo quella mattina camminavo in fretta verso il laboratorio di analisi ed era ancora buio. La mia maggiore preoccupazione era quella di stare attenta a non pestare escrementi di cani, disseminati un po' dappertutto sul marciapiedi. Nulla contro i cani naturalmente, ma molto contro i padroni dei cani che sono, nella quasi totalità, degli incivili. Il rumore dei miei passi era la mia unica compagnia.  Solo quando giunsi in prossimità del laboratorio di analisi cominciai a vedere movimento di persone che si affrettavano: lì c'era già gente in coda nonostante che la struttura fosse ancora chiusa. Qualche "buongiorno" sussurrato a mezza voce, ma soprattutto massima attenzione a che nessuno cercasse di "forzare" la coda. I furbetti ci sono sempre dappertutto, ma lì, si capiva chiaramente dagli sguardi, avrebbero rischiato grosso. Dopo aver pronunciato la frase di rito "chi è l'ultimo?" mi posizionai tranquilla al mio posto, in attesa.
    Ero lì da pochi minuti quando improvvisamente una nebbia fittissima cancellò tutto ciò che avevo intorno. Era una nebbia bianca, luminosa, sembrava artificiale. Mentre pensavo quanto fosse strana quella nebbia, vidi la sagoma di un uomo che si avvicinava. Quando fu di fronte a me rimasi impietrita prima, e poi commossa.
    "Come è possibile! Come puoi essere qui!" Non potevo trattenere le lacrime mentre mio fratello Rinaldo mi abbracciava.
    "E' possibile Lora, come vedi è possibile. Andiamo, vieni con me."
    Muta, ancora incredula, mi lasciai prendere per mano e mi avviai con lui.
    "Non mi chiedi dove andiamo?"
    "Ma sì, dove andiamo?" Sorridevo e piangevo, stupita della sensazione di benessere che mi pervadeva, e col cuore pieno di gioia.
    "A casa. Dici sempre che il Natale per te non ha alcun significato e che quello di quest anno sarà ancora peggio degli altri, così abbiamo pensato che se tu lo potessi trascorrere con noi forse finalmente ti piacerebbe."
    "Con noi?"
    "Certo, con noi. Papà, mamma, Rodolfo, Sergio...."
    "Papà mamma Rodolfo Sergio..." Ripetei, pensando che non poteva essere vero, poteva essere solo un sogno, ma Rinaldo era lì, ci eravamo abbracciati, era reale!
    "Potrò vedere tutti loro? Potrò abbracciarli?"
    "Certamente. Guarda, siamo arrivati a casa."
    "Ma no, non è possibile. Qui adesso abita altra gente, non è più la nostra casa." Eravamo davanti alla nostra casa della mia infanzia. Nulla era cambiato: i pini marittimi odorosi di resina, la strada con l'asfalto rotto, il prato, e la campagna tutta intorno, a perdita d'occhio. Ero confusa:
    "Ma qui non è più così, lì  accanto alla nostra casa  hanno costruito un condominio e la campagna non c'è più, ci sono costruzioni dappertutto. Solo il prato di fronte alle abitazioni è rimasto." Mi guardavo attorno smarrita e incredula, ma lui sembrava non dare importanza alle mie parole.
    "Entriamo in casa, vieni, e vedrai che non è cambiato niente."
    Rinaldo spinse il cancelletto e salimmo insieme i pochi gradini. Mi ricordai di alcuni versi che avevo scritto in passato immaginando un mio ritorno e glielo dissi. A lui piaceva quello che scrivevo.
    "Abbiamo tempo, fammeli sentire."
    La voce mi tremava ma li recitai sottovoce per fargli piacere:
    " Nostalgia che mi premi la gola
    sull'uscio della vecchia casa d'infanzia.
    Nodo che stringi e ti sciogli nel pianto
    innanzi alla vecchia porta marrone.
    Inconsapevole gioia non vissuta
    lenisce il rimpianto di sempre.
    Assordante il fragore dell' anima
    nel sacro silenzio di fuori
    mentre irrompe con passi esitanti
    nell' immensa dolcezza di allora."
    Adesso la vecchia porta marrone era proprio lì, davanti a me, ed era tale l'emozione che non pensai più alla incredibile situazione che stavo vivendo.Entrammo in casa.
    Oltre la porta la vita non si era mai interrotta. Mia madre in cucina stava impastando i gnocchi e brontolava perchè non riuscivano come voleva, mentre mio padre leggeva il Corriere Della Sera. Appena mi videro, mia mamma si spolverò le mani piene di farina e allargò le braccia per accogliermi, mentre mio padre mi porgeva il Corriere dei Piccoli.
    "Hai visto che mi sono ricordato?"
    Li vedevo a malapena attraverso le lacrime mentre mi abbandonavo al loro abbraccio e riflettevo su quanto, in tutta la mia vita, mi fosse mancato poter pronunciare le parole "papà" "mamma".
    Dalla sala arrivava il suono del pianoforte. Certo, Rodolfo poteva essere solo lì, al pianoforte.
    Mi precipitai in sala. Mio fratello, seduto al piano, era bellissimo e sorridente.
    "Vieni Lora, vieni a sentire: c'è un pezzo che voglio farti ascoltare"
    "Subito, ma prima un abbraccio"
    Era sempre stato un uomo molto timido, ma "sopportò" pazientemente il mio abbraccio.
    Seduta accanto al pianoforte lo guardavo suonare, commossa.
    "Ma è la ninna-nanna di Brahms! Io avevo trovato il carillon, ma......"
    "Lo so, lo so, non hai fatto in tempo a regalarmelo. Guarda, è qui, sul pianoforte."
    Era proprio il carillon che avevo visto in vetrina quel giorno che il negozio era chiuso "per influenza". Avevo dovuto rinunciare e poi.....non c'era stato più tempo. Il mio sguardo si spostò dal pianoforte a tutti i vecchi mobili: buffet e contro-buffet, specchi, sedie a riempire gli angoli della stanza, come si usava allora. Provai un tuffo al cuore vedendo, su una sedia, accanto alla finestra, Elisabetta, la mia bambola. Mi guardava da sotto il cappellino a larghe falde annodato sotto il mento con due nastri azzurri di raso, e il suo bellissimo vestito di organza azzurro a fiori le faceva da corona tutto intorno. Corsi a prenderla in braccio e tornai ad ascoltare mio fratello che suonava.
    "Sei diventato davvero bravo!"
    "Sì, ho tanto tempo per suonare. Sono sereno, tranquillo."
    " Ti voglio così bene Rodolfo!"
    Beh, se volevo farlo arrossire, ci ero riuscita.
    Seguì un attimo di silenzio e di commozione che interruppi.                
    "Ma dov'è Sergio? Non l'ho ancora visto"
    "Dove vuoi che sia? Starà trafficando attorno alla millequattro."
    La millequattro! La nostra vecchia cara automobile. Corsi fuori e infatti Sergio stava lavando l'auto.
    Mi venne incontro con il suo solito sorriso, quel mezzo sorriso un po' ironico e un po' incerto, ma sempre "in difesa", tipico dei timidi, e mi abbracciò.
    "Che sorpresa! Come mai qui?"
    "E' venuto a prendermi Rinaldo."
    "Sono contento di vederti. Non sono mai riuscito a dirti quanto ti voglio bene."
    "Nemmeno io: in effetti è difficile esternare i sentimenti, almeno per noi."
    "E' vero, ma non è sempre indispensabile parlare. Perciò anche tu oggi parteciprai al rito."
    "Quale rito?"
    "Come, quale rito! Oggi prepariamo l'albero di Natale"
    "Io non lo faccio da tantissimi anni. Non ricordo neppure più da quando."
    "Male! Perchè? Non sono tante le cose che riempiono il cuore di gioia. Pensaci!"
    E tornò a lustrare l'automobile, canticchiando. Non lo avevo sentito cantare in tutta la vita e rimasi colpita.
    Tornai in casa:
    " Mamma, come stai?"
    poche parole quasi banali, ma dense di sentimento, di attesa, di rimpianto, di nostalgia.
    "Sto bene, ma starei meglio se questi gnocchi volessero riuscire, invece la pasta sembra allungarsi all'infinito." Era scherzosa mia madre.
    "L'ho detto io che non ti venivano" Mio padre non era cambiato affatto, però mi strizzò l'occhio da dietro al giornale: ma il senso dell'umorismo di mia madre, in tali frangenti, era assolutamente assente.
    "Sai cosa ti dico, mamma? Butta via tutto e mangiamo qualcosa d'altro. Ti aiuto io." Un tempo non si sarebbe rassegnata, invece mi guardò un attimo e
    "Sì, hai ragione. perchè devo ammattirmi dietro a questi gnocchi? Piuttosto vieni qui. Dimmi di te."
    "Non voglio parlare mamma: siediti vicino a me e tienimi per mano, come quando ero piccola."
    Mia madre si sedette accanto a me ed io sentii la forza del calore della sua mano che stringeva la mia. In quel momento ebbi la consapevolezza di quanto fosse profondo il mio amore per lei. E mio padre? Lui mi accarezzava con lo sguardo.
    "Papà, ti ricordi quando tu e la mamma vi sedevate sulle poltrone accanto alla stufa di sera ad ascoltare la radio? Ti ricordi? Io mi sedevo su una sedia col gatto in braccio e facevo abbrustolire le bucce d'arancia  ed anche le croste del formaggio grana."
    "Certo che mi ricordo, mi ricordo anche la puzza delle croste...però erano buone."
    "Papà, mamma, le mie lettere, i miei auguri, li avete ricevuti?"
    Fu mio padre a rispondermi:
    "Certo, sempre. Anche le canzoni, ma soprattutto i tuoi pensieri, le "lacrime mai piante" come le chiami tu, e anche le altre, quelle che non sei riuscita a trattenere e a ricacciare indietro; quelle che sono giunte fino qui e che hanno inondato l'orto. Te lo ricordi l'orto che nessuno coltivava? "
    "Certo che me lo ricordo, papà."
    "Allora vieni con me, vieni a vedere l'orto."
    Mio padre mi prese per mano e mia madre mi accarezzò la fronte: "Io vi aspetto qui"
    Lui aprì la porta sul retro della casa ed io rimasi senza parole. L'orto era diventato una giungla di lunghi steli che si attorcigliavano fra loro ed in cima ad ognuno di essi un grande fiore con quattro o cinque petali vellutati si piegava leggermente verso di me. Ogni fiore era di un colore diverso, ma sempre tenue e delicato, ed erano tanti, a perdita d'occhio. Lo spettacolo era di una bellezza che faceva mancare il fiato. Così meraviglioso, che finii per dire una banalità.
    "Ma l'orto non era così grande!"
    "Figliola, le tue lacrime erano così tante, che l'orto non ebbe più confini. Vorrei che tu non piangessi più per noi. Noi adesso stiamo bene."
    "Ve ne siete andati....."
    "No, noi siamo stati sempre qui, oltre la vecchia porta marrone, tu dovevi solo aprirla."
    Mentre parlava, mio padre si era seduto su uno scalino ed io mi sedetti vicino a lui. Davvero non avevo voluto mai aprire la vecchia porta? Ero silenziosa, ed anche lui sembrava assorto nei suoi pensieri. Mi chiedevo se sapesse tutto della mia vita, ma non osavo chiederglielo perchè ero consapevole di non avere vissuto, forse, come lui avrebbe desiderato. Sentii il suo braccio attorno alla mia spalla:
    "Sai, ognuno deve vivere la sua vita, non la vita che qualcun altro si aspetta, anche se questo qualcun altro è il padre o la madre. Non ci hai delusi, se è questo che temi; non più di quanto possiamo avervi deluso noi genitori. E' impossibile non sbagliare ed è inevitabile deludere qualcuno: per tutti."
    Un uomo tutto d'un pezzo come era stato mio padre, severo e determinato, che faceva autocritica! "Oh sì" pensai "quanto bisogno ho di conoscerti! Non posso perdere questa occasione!" Avevo tanto da domandare, e mi sentivo pronta per ricevere risposte, ma anche per darne, con sincerità e umiltà.
    Istintivamente mi protesi verso di lui, desiderosa di ascoltare e di parlare, ma mi resi subito conto che per lui non c'era altro da dire. C'era dolcezza nel suo sguardo, ma anche distacco: il distacco di qualcuno che ama al di là di ogni coinvolgimento emotivo.  Allora compresi che era troppo tardi per confrontarci, perchè, pur essendo noi due l'uno di fronte all'altra, i nostri mondi erano profondamente lontani fra loro: il suo era perfetto e a me inaccessibile.
    Gli risposi, ma quasi come se stessi parlando a me stessa:
    "Sì è vero: credo di non avere mai aperto la vecchia porta per paura di essere giudicata, ma ora capisco di avere solo perso tanto tempo e di non avere capito niente."
    "Niente della vita o niente della morte?"
    "Vuoi dire che la morte non esiste?" Guardavo mio padre negli occhi.
    "Guardami, ti sembra che esista la morte? La morte è il buio, il nulla. Qui c'è la vita. Vedi, è come se qualcuno fosse in viaggio e qualcun altro fosse già arrivato a destinazione. Tu, tua sorella Maria, tuo fratello Mario, siete ancora in viaggio. Noi invece siamo già arrivati: io e tua madre da tanto tempo, i tuoi fratelli Rinaldo, Rodolfo e Sergio da meno tempo. Chi è in viaggio può non vedere le persone che sono già arrivate a destinazione anche per molto tempo, ma sa che al termine del viaggio le vedrà. E voi ci troverete qui. Ma nel frattempo, tu potrai aprire la vecchia porta tutte le volte che vorrai. Ci troverai sempre."
    Appoggiai la testa sulla spalla di mio padre. Chiusi gli occhi per assaporare meglio la sensazione di pace e di benessere che mi avvolgeva. Rimanemmo così, l'uno accanto all'altra, non saprei dire per quanto tempo, fino a che un po' di trambusto attrasse la nostra attenzione: così andammo a vedere cosa succedeva.
    I miei fratelli stavano portando in casa l'albero per Natale. Il solito pino, alto fino al soffitto come da sempre si usava in famiglia. Sul tavolo della sala c'erano già gli scatoloni aperti con gli ornamenti natalizi luccicanti e colorati. La bambina che ero stata in un tempo ormai lontano prese il sopravvento. Ero piena d'entusiasmo e tutti insieme cominciammo ad addobbare l'albero. Anche mio padre. Invece mia madre si sedette al pianoforte e la sua voce stupenda intonò "Ciliegi rosa" mentre le sue mani si muovevano sicure sui tasti, lasciandomi, come sempre, sbalordita: perchè lei non aveva mai studiato musica.  Dopo un po' mi sentii stanca e così mi sedetti. Guardavo i miei fratelli che scherzavano fra loro e con mio padre, ascoltavo mia madre che cantava, e cominciai a rendermi conto che erano felici. Allora fui presa da una sottile malinconia, una tristezza che non riuscivo a spiegare: erano i miei famigliari, li amavo tantissimo, però mi sentivo sola, incredibilmente sola.
    Ad un tratto mio fratello Rinaldo mi si avvicinò e, prima che potesse parlare io provai a chiedergli ciò che da tempo desideravo sapere:
    "Ti devo chiedere...vorrei sapere ..."
    Non sapevo come porre la domanda.
    "Ho avuto la sensazione che tu volessi dirmi qualcosa prima di..."
    "Vuoi dire prima di morire?"
    Mio fratello, per nulla turbato, pronunciò la parola "morire" come se quasi non ne conoscesse il significato.
    "Non posso risponderti. Non ricordo niente, neppure di essere morto. Nessuno di noi lo ricorda. L'unico ricordo che ho è piuttosto una consapevolezza, una profonda sensazione d'amore, di tanto amore intorno a me, e poi di essermi trovato davanti alla porta di questa casa, di averla aperta e di nuovo avere sentito amore, tanto amore."
    Riflettei che non avrei più dovuto tormentarmi per cercare la risposta ad una domanda che per lui non esisteva, e provai sollievo.
    Poi mi parlò sottovoce:
    "Sappi che se vuoi puoi rimanere."
    "Cosa intendi?"  Ma avevo capito, e sapevo già la sua risposta.
    "Intendo che puoi rimanere.. per sempre."
    Fissai smarrita l'azzurro intenso dei suoi occhi.
    Lui tornò a decorare l'albero e in me si scatenò la tempesta. Ero costretta a scegliere? Strinsi fra le braccia la mia bambola. Se avessi deciso di rimanere insieme a loro, avrei dovuto lasciare mia figlia, il mio compagno, mio fratello Mario, mia sorella Maria. Rividi il mio piccolo appartamento dove Paolo mi stava aspettando. Cosa avrebbe fatto senza di me? E gli altri? E io, cosa avrei fatto senza di loro? Mi sarebbero mancati, tutti. Ripensai alle parole di mio padre: era solo questione di tempo.Capii che dovevo continuare il mio viaggio insieme alle persone che amavo, anche se mi straziava dover lasciare i miei genitori e i miei fratelli. Mi consolò il pensiero che il cammino adesso sarebbe stato più sereno perchè ormai sapevo cosa avrei trovato a destinazione: amore. Li guardai uno per uno: mio padre che scherzava, mio fratello Rinaldo che avrebbe voluto un albero di Natale simmetrico e decorato tutto di blu, mio fratello Rodolfo che in cima alla scala sistemava la stella cometa sulla punta dell'albero, mio fratello Sergio che si mangiava le monete di cioccolata anzichè appenderle, e mia madre che, persa nel suo mondo, suonava il piano e cantava. Il mio cuore era pieno di tenerezza e di malinconia. E venne il momento magico: mio fratello Rinaldo infilò la spina nella presa della corrente e l'albero di Natale si illuminò. Era bellissimo e tutti rimanemmo incantati a guardarlo. Poi, con gli occhi pieni di lacrime, sistemai la mia bambola sulla sedia vicino alla finestra e l'accarezzai. Guardai i miei cari, i loro visi sereni rischiarati dalle luci dell'albero, e vidi nei loro occhi, puro e incontaminato, lo stupore infantile intatto, e riconquistato dopo una vita piena di avversità.  E poi guardai i vecchi mobili, ne respirai il profumo col cuore gonfio di commozione. Sapevo che dovevo andare, dovevo tornare a casa, a casa mia.
    Avevo bisogno di coraggio. Cercai con lo sguardo mio fratello Rinaldo e lui, come sempre, mi venne in soccorso.
    "E' giusto così Lora, e questo è il momento."
    Il suo abbraccio pieno di tenerezza mi avvolse ed io pensai che mi sarei portata dietro quell'abbraccio per tutto il viaggio, fino a quando non ci fossimo ritrovati.

    "Signora...signora..  il numero, deve prendere il numero."
    L'addetta del laboratorio analisi mi fissava impaziente.
    "Il numero?"  
    "Sì, cosa deve fare? Analisi del sangue numero rosso; per altri esami deve dirmi se privatamente o con la mutua e se è prenotata."
     "Numero rosso, grazie." Sospirai e sorrisi "Rieccomi a casa" pensai.
    Andai a sedermi in sala d'attesa, pensierosa e agitata per quanto mi era successo. Guardavo le altre persone per scoprire se e in che modo loro guardassero me, ma nessuno sembrava interessato nè incuriosito. Soltanto un bambino mi guardava, e i suoi occhi di un intenso azzurro mi sorrisero prima ancora delle sue labbra. Ebbi la sensazione di averlo conosciuto da sempre mentre gli sorridevo, ma non sapevo chi fosse. Poi la madre lo prese per mano e si avviarono lungo il corridoio. Prima di uscire si voltò ancora a guardarmi e mi fece ciao con la mano. Anch'io lo salutai con un cenno chiedendomi perchè mi sentivo così turbata.
    Due signore si sedettero accanto a me chiacchierando:
    "Ma hai visto che nebbia stamattina? E poi così all'improvviso!"
    "Davvero! Uno strano fenomeno. Siamo vicini a Natale. Sarà una magìa?"
    "Ma va, dai, non farmi ridere!" Ma risero tutte e due.
    E sorrisi anch'io. Cominciai a sentirmi bene. Mi tornarono in mente le parole di mio fratello Sergio:
    "Non sono tante le cose che riempiono il cuore di gioia. Pensaci."
    Aveva ragione. Capii che mi era stato riservato qualcosa di speciale, un avvenimento eccezionale: mi era stato concesso di oltrepassare la vecchia porta ogni volta che l'avessi desiderato.
    Ero impaziente di tornare a casa, alle mie certezze, ai miei affetti. Ma c'era "qualcosa" a cui dovevo tanta parte dell'emozione legata alll'incredibile esperienza appena vissuta.
    Decisi così che quest anno, il più terribile, il più infausto, l'anno in cui la sofferenza mi aveva offuscato la mente al punto di non vedere più i motivi per vivere, sebbene così reali e importanti, l'anno in cui così tanto dolore mi aveva annientata, sì, proprio quest anno, avrei fatto ciò che ormai da tanto tempo non avevo più fatto: qualcosa che per me aveva sempre significato solo festa, ma che ora avevo compreso essere fonte di grande consolazione: l'Albero di Natale.
    E poi.........
    "NON SONO TANTE LE COSE CHE RIEMPIONO IL CUORE DI GIOIA. PENSACI!"

  • 19 agosto 2015 alle ore 10:49
    Ti porterei via

    Come comincia: Sono un tormento questi pranzi a casa di mio padre. Lui è sempre stato un uomo dominante, un protagonista, qualcuno di fronte al quale gli altri tacevano e ascoltavano, per la sua intelligenza, il carisma, il fascino. Un uomo dalla grandissima umanità, ma di principi rigidissimi. Non avrebbe mai compiuto un'azione disonesta anche se le possibilità furono moltissime vista la sua professione; non avrebbe sopportato di arrivare alla pensione senza poter dire ai suoi figli: posso guardarmi indietro a testa alta. Si è sposato una seconda volta mio padre, era rimasto vedovo, e si è sposato di nuovo. Ora è un pensionato ed io quasi una volta alla settimana vado a pranzo a casa sua. Io sono adolescente, ribelle, antipatica, testarda e incosciente. Vado a pranzo a casa sua: lì comanda sua moglie. Lui appare insicuro, docile, troppo docile, appare sottomesso, e mangia in silenzio. Non so niente della sua vita coniugale, non si usa parlarne, ma anche se si usasse, lui non lo farebbe mai con l'ultima, la più giovane dei suoi sei figli. Anch'io mangio in silenzio e non vedo l'ora di andarmene, sono troppo adolescente, troppo presa da me stessa, e lontano da questa casa mi aspetta qualcuno. Sono impaziente, ma so che dovrò lavare i piatti prima di potermene andare. Lei si alza, è nervosa, non riesce a star seduta a tavola, comincia a sparecchiare quando ancora si sta mangiando. Si sposta velocemente dalla tavola al lavandino e viceversa. In uno dei brevi attimi in cui ci volta le spalle, mio padre mi fa segno col dito indice davanti al naso di tacere: prende velocemente il bottiglione, si versa un sorso di vino, e lo beve in fretta, di nascosto, e in tempo prima che lei si giri verso di noi. Quasi mi sento divertita da questo gesto sbarazzino, un dispettuccio verso una persona che in fondo mi è antipatica. Sono davvero una stupida adolescente che non riesce a vedere il dramma che c'è dietro. Papà, vorrei che tutto accadesse oggi perchè ti porterei via da lì, e ti vuoterei io il vino nel bicchiere, e poi ne riempirei uno anche per me e berremmo insieme

  • 10 agosto 2015 alle ore 22:45
    2015

    Come comincia: Sono reticente a chiamare amicizia alcune amicizie. Perchè alcune persone sono false, non sono capaci neanche di amare se stesse e non sanno vivere. Alcune persone sanno quanto bene vuoi loro, ma sono indegne, sanno solo approfittare delle tue debolezze, del tuo affetto, della tua disponibilità, non sono capaci di reggere nemmeno un confronto. I veri amici ti dicono quando sbagli e ti fanno notare dove stai sbagliando. Ti fanno capire che stai facendo a pezzi il cuore di una persona che non lo merita. Ti dicono che la tua vita è incasinata e ti tirano fuori dalle situazioni negative. Ti fanno notare qual'è la tua anima gemella, questa è la vera amicizia fatta di rispetto e amore.

  • 10 agosto 2015 alle ore 22:33
    2015

    Come comincia: Io credo che tutto quello che diamo ci venga restituito. Credo che non si possa apprezzare quanto sia vero l'amore fino a quando ci scottiamo. Credo che la parte più verde dell'erba si trovi nella parte interna. Credo che non sapremo mai quello che abbiamo perso fino a quando sentiremo l'assenza. Credo le difficoltà e le lotte che affrontiamo ci fortificano, i cambiamenti ci rendono più saggi e la felicità a suo tempo arriva dolcemente quando meno ce l'aspettiamo. La vita non è una favola, non è tutta rose e fiori, ma è una bella attraversata tutta da vivere lottando.

  • 10 agosto 2015 alle ore 12:47
    POGGIO APRICO - UN CONDOMINIO SEX A GO GO.

    Come comincia: Una gita è sempre gradita.
    Partenza da Messina alle nove, arrivo a Paternò alle undici e poi nei campi insieme ai raccoglitori, tutti giovani, che cercavano di raggranellare qualche Euro.
    “Che bella l’aria di campagna, ci vorrei vivere per sempre.”Aveva parlato Assunta che pareva aver preso colore in viso dopo…era proprio cambiata come pure la sorella, la cura Max stava funzionando.
    All’imbrunire furono apparecchiati due tavoli, mischiati padroni e lavoratori tutti allegri oltre che per un buon pasto anche per il vino di Paternò che un po’ forte di gradazione, aveva dato alla testa a qualcuno; un paio di coppie erano sparite dietro i filari.
    I tre dopo cena si misero in macchina.
    “Non rientriamo a Messina, siamo troppo stanche, troviamo un albergo.”
    Era un tre stelle.
    “Vorremo due stanze, una matrimoniale ed una singola per mia sorella.”
    Era chiaro che Giuliana si era ricavata la parte di moglie.
    “Ci facciamo una doccia, non è che sei stanco?” Tradotto datti da fare, voglio scopare.
    Giuliana visto Max nudo sul letto.
    “Sei il dio Apollo ed io il dio Apollo me lo lecco tutto.” E cominciò dai piedi sino al viso.
    “Mi hai preso per un lecca lecca?”
    “No, mi piace il tuo sapore, mio marito puzzava.!”
    Tanto premesso Giuliana andò al dunque, si mise a cavalcioni di Max e cominciò la cavalcata sino ai fuochi di artificio finali.
    “Bene cara, ora mi giro dall’altra parte, ho sonno, buona notte.”
    Forse stava sognando o forse no, qualcuno a meglio qualcuna gli aveva preso in bocca l’uccello.
    “Giuliana non t’è bastato, ancora?”
    “La succhiatrice non aveva risposto anzi aveva accelerato il ritmo. Max allungò una mano e toccò i capelli, non era Giuliana, aprì gli occhi: Assunta.
    “E tu che vi fai qui?” Domanda di una intelligenza…
    Assunta su di giri non gli rispose, gli montò a cavalcioni come sua sorella, era lo stile di famiglia, Max non aveva preservativi e si lasciò andare, se veniva fuori un pargolo non sarebbe morto di fame.
    Assunta, finalmente doma, restò nella stanza di Max il quale la mattina seguente ebbe una sorpresa: nel taschino della giacca un assegno di cinquantamila Euro…mih!
    Rientro a Messina, dietro i vetri al primo piano la signora Costa non sembrava apprezzare quello che vedeva, capì di non essere la sola amante di Max, pensò che non poteva competere con quelle due riccone, si sarebbe accontentata delle briciole.
    In seguito un fatto anomalo (capitavano tutte a lui!). Durante le lezioni di francese e di latino alle sorelle D’Arrigo,  Grazia prese a piangere a dirotto sulle spalle della sorella che la imitò, Max era in crisi, cosa poteva essere successo di grave:
    “Un brutto voto a scuola, litigio con i genitori o con i compagni?”
    “Se lei è comprensivo glielo diremo ma deve essere comprensivo e non liquidarci come due sceme.”
    “Non vi liquido, parlate.”
    “Non dormiamo più la notte, non è un modo di dire, è la verità, desideriamo ardentemente stare un po’ con lei, solo un pompino, niente fiorellino solo in bocca,non lo diremo a nessuno, siamo pazze di lei, si può fidare” e giù a piangere di nuovo.
    “Max ebbe paura che la storia finisse male, quelle due sembravano capaci di tutto.
    “Va bene ma solo per una volta.”
    Le due misero mano ai pantaloni che furono sfilati, ‘ciccio’ dinanzi a tanta gioventù innalzò la cresta che venne ingoiata a turno da una bocca; cercò di resistere più a lungo possibile, erano molto brave maledette loro, chissà quanto allenamento con i compagni di scuola. In ultimo ‘ciccio’ si arrese e cominciò ad emettere lo sperma golosamente ingoiato a  turno dalle due sorelle.
    “Grazie e…a presto!”
    Un par di balle, quale a presto! Le due sorelle erano sparite dietro la porta d’ingresso.
    Max non volle porsi domande, ormai aveva capito come sarebbero andate le cose in quel condominio.
    Unica speranza di salvezza i due coniugi settantenni pensionati e tristi nella cui casa Max si rifugiava quando era inseguito da qualche Erinni arrapata!
     
     

  • 10 agosto 2015 alle ore 12:31
    Un maniaco di nome Giuseppe

    Come comincia: E' un sabato pomeriggio di tanti anni fa e sono semi sdraiata sul letto a leggere. Suona il telefono, è sul comodino perciò mi basta allungare una mano.
    "Pronto"
    Dall'altra parte del filo sento ansimare. Non mi impressiono, anche perché sono cose che capitano spesso. Ascolto un po' e poi parlo
    "Ciao"
    L'ansimare continua più rumoroso di prima. Va bene, riproviamo.
    "Ciao, se ti va possiamo chiacchierare un po' "
    L'ansimare si interrompe. Silenzio, ma la comunicazione non viene tolta.
    Aspetto ancora un po' e poi:
    "Allora, se vuoi parlare bene, altrimenti metto giù"
    "Ciao" E' la voce di un ragazzo e mi stupisce, certe cose me le aspetto di più dagli adulti. "Perché vuoi parlare con me?"
    "Così, per passare il tempo. Tu, dove sei, immagino sarai solo, io qui dove sono, sono sola, possiamo parlare."
    Sto bene attenta a ciò che dico perché non capita tutti i giorni di conversare con un maniaco, dopo che ha messo in atto la sua performance telefonica.
    "Intanto puoi dirmi come ti chiami"
    "Giuseppe"
    Giuseppe! Ma no, un maniaco non può chiamarsi Giuseppe. Giuseppe è il nome più innocente, più trasparente che esista. Un maniaco deve avere un nome misterioso, ambiguo, vagamente minaccioso, non so, potrebbe chiamarsi Rantol, ma non Giuseppe. Tutto di me ride, ma mi controllo.
    "Hai una bella voce Giuseppe, sei molto più piacevole quando parli che quando ansimi."
    "Ma guarda che io sono una persona normalissima" si difende lui.
    Beh, insomma, proprio normale normale, non saprei. Ma lo penso soltanto.
    "Dai Giuseppe, allora dimmi qualcosa di te"
    "Ho 25 anni e lavoro alla Fiat. Sono fidanzato e mi sposerò fra qualche mese."
    Caspita, che sposa fortunata! Sarei curiosa di sapere se con sua moglie ci farà l'amore o le telefonerà dalla cabina sotto casa.
    "Immagino che lei, la tua fidanzata, non sappia di questo tuo passatempo. Ma tu perché fai certe telefonate?"
    "Certo che non lo sa. Non posso farci niente, è più forte di me. Tutte le volte che mi trovo da solo in casa mi viene questo pensiero e non mi controllo. E' la prima volta però che parlo con qualcuno e sono sorpreso."
    "Forse senza saperlo cominci a cercare aiuto, ma lo devi cercare da un professionista, non dalle tue vittime."
    Continuiamo a parlare ancora, come una vecchia mamma gli ricordo che le sue telefonate potrebbero spaventare qualcuno, che dall'altra parte del filo potrebbe esserci una bambina, un'adolescente.  Lui tace e ascolta, non se la prende,e dopo un po' ci salutiamo come vecchi amici.
    M i sono imbattuta in un maniaco in erba, alle prime armi, che ancora deve trovare la sua strada. Un maniaco più navigato non avrebbe mai detto di chiamarsi Giuseppe.

  • 10 agosto 2015 alle ore 12:04
    Un estraneo nella mia vita

    Come comincia: La sua vita sembrava trascinarsi, come per inerzia, verso gli anni in cui la

    saggezza dovrebbe essere la virtù predominante, avendo oltrepassato da un

    tempo quasi dimenticato, i primi anta.

    Il tempo, per lei, possedeva l'aspetto di un cavallo alato, tanto volava in fretta,

    diretto ad un traguardo finale che, in questo modo, non sarebbe stato più così

    lontano.

    Purtroppo questo suo vivere insensato non procedeva di pari passo con la sua

    essenza vitale, sia interiore che apparente, con il suo “io” ancora prorompente,

    ancora adolescente, avido d'amore e di passione ma, nel contempo, rassegnato,

    da anni, alla solitudine di un rapporto coniugale privo di consistenza, che la

    costringeva ad una prigionia le cui catene risultavano invisibili ad occhio umano,

    ma non per questo inesistenti e facili da spezzare.

    Non aveva scampo.

    Non era felice, forse non lo era mai stata veramente, forse non era mai stata

    davvero amata, se amare è volere il bene dell'altro, in qualsiasi modo, al di sopra

    di ogni altra cosa.

    Inaspettatamente è apparso.

    E' giunto con dolcezza, in una sera di primavera in cui nell'aria frizzante, al pari di

    quella mattutina, aleggia la fragranza dei fiori appena sbocciati che penetra nelle

    narici, appagando l'olfatto.

    Gli si è avvicinato, in quel terrazzo affollato dell'hotel.

    Non lo avrebbe guardato, se le fosse passato accanto per strada, certamente un

    bell'uomo, ma niente di eclatante.

    Le ha domandato la sua provenienza, rivolgendosi a lei con una cadenza del nord

    Italia, probabilmente lombarda e l'ha invitata a ballare un liscio, un invito che si è

    vista costretta a rifiutare, come del resto aveva sempre fatto, a causa del divieto

    di suo marito di ballare con altri, seppure egli stesso non sapesse muovere un

    passo.

    Costretta a malincuore, troppo, per lei che non si era mai sentita a disagio nel

    negarsi a pretendenti ballerini.

    Si è gettata nella mischia, ai ritmi frenetici da discoteca, ballando per tutta la sera

    e parte della notte, con movimenti sensuali, conscia di essere ancora una donna

    affascinante e piuttosto appariscente.

    Non perdendolo di vista un solo momento.

    Un incontro inaspettato, un uomo più giovane, una boccata d'aria fresca, una

    sferzata di vita che sta incidendo un marchio indelebile nel suo cuore.

    Un estraneo entrato a passi felpati nella sua vita, che ha scalfito l'impenetrabilità

    della sua anima inerme e indifesa, succube di un perenne appiattimento.

    Teneramente è riuscito a farsi strada, fino a sconquassare prepotentemente il suo

    essere, arrivando ad annullare la razionalità del buonsenso.

    Traditrice! Una sensazione terribile, inconsueta, della parvenza di un amore

    malato, egoista, possessivo, violento, di cui, da troppo tempo, esiste solo l'ombra,

    impalpabile, incorporea, ciononostante sempre presente.

    Una sensazione atroce contro la quale combattere per non soccombere, per non

    vivere di rimpianto.

    Lasciarsi andare sembra impossibile, la felicità del momento appare

    irraggiungibile.

    Irreprensibilità e dignità avevano sempre fatto parte della sua natura di donna,

    erano poste all'apice nell'elenco delle sue virtù.

    Non è semplice sconfiggerle.

    Una morsa persistente allo stomaco è il sintomo inequivocabile della lotta

    interiore che, un giorno dopo l'altro, l'affligge, togliendole persino il respiro.

    Ma se non le è facile cedere, le è impossibile rinunciare.

    La consapevolezza di un amore, che mai avrebbe pensato di poter provare

    nuovamente, si fa strada, giorno dopo giorno, nella sua mente in balia di pensieri

    che cozzano continuamente l'uno contro l'altro.

    Il timore di vivere in eterno rimorso le è sempre a fianco, convive con lei.

    Quale strada scegliere?

    Ah, se qualcuno potesse decidere per noi quello che è giusto!

    Giusto, sbagliato... Basta!

    Basta vivere ponendo sempre il proprio dovere al di sopra di tutto, basta

    continuare a regalare anni di vita ad un uomo che la tua l'ha rovinata da sempre,

    che è arrivato a maltrattarti, ad umiliarti con ogni mezzo, mancando, per primo, di

    rispettare la tua dignità di donna e pensando invece di averti dato tutto, non

    capendo di non averti dato niente di tutto ciò a cui aspiravi, unendoti in

    matrimonio con lui, davanti a Dio e giurandogli eterna fedeltà.

    <Solo Tu, Signore, che sei nell'alto dei Cieli e mi guardi, conosci il mio dolore e la

    mia solitudine.

    Perdonami se la mia vita imboccherà un'altra strada, bensì solamente precaria.

    Ho patito anni in silenzio, ma la mia anima gridava la sua sofferenza e so che Tu

    l'hai sentita>.

    Scegliere definitivamente, decidere, lasciarsi andare, iniziando ballando un liscio

    e sentendosi già colpevole. Come si può essere così stupidi?

    Probabilmente stupida due volte.

    Se si trattasse solamente di una sua illusione, di una sua sensazione errata

    dettata dal desiderio di sentirsi ancora desiderata, ancora viva...?

    Se quell'attenzione maschile che la sua mente sta ingigantendo e sulla quale sta

    ricamando trame, di lì a poco, svanisse, annullando ogni sua percezione,

    disintegrando la dimensione immaginaria nella quale sta navigando, per

    ricondurla a quella crudele della realtà...?

    Se lui presto si accorgesse di un'altra, magari più giovane, la invitasse a ballare

    e...tutto finisse lì, in una bolla di sapone?

    ... Lascerebbe sicuramente un sapore amaro in bocca.

    Dopodiché...

    Un altro giorno, un altro mattino, un'altra serata danzante.

    <Balliamo?>

    La sua voce...sensuale, le piace da morire.

    C'è qualcosa in lui, un certo non so che, che l'attrae inspiegabilmente.

    Non è facile opporre resistenza a quell'invito.

    Ha la sensazione che questo sia solo il preludio di ciò che deve avvenire e quello

    sia l'unico istante per fermarsi.

    Un ballo, poi un altro, per tutta la sera, fino a notte, fino a quando la sala si è

    svuotata e sono rimasti solo loro e gli amici. E la musica. Non è abituata ai lisci,

    non ricorda di averli ballati, ma ha sempre avuto il ritmo nel sangue ed è stato

    facile imparare, tra le braccia di quel maestro inatteso che stringono sempre di

    più, avvicinandola a lui gradatamente, fino a premere il corpo caldo contro il suo,

    mentre si lasciano trasportare dalle note della voce suadente del “molleggiato”, in

    una simbiosi che li fa apparire due partner abituali.

    Il suo viso vicino; il respiro di lui si è fatto più affannoso, non certo per la fatica.

    Una boccata d'aria fresca per spegnere un fuoco che sta divampando.

    <Mi dai un bacio?>

    ...Un bacio...

    Un bacio a un uomo, pensando di non esserne più capace, dopo...quanto?

    Dieci anni, forse quindici... Una sensazione sublime, unica, meravigliosa.

    Peccato non averlo fatto prima.

    Peccato che non sia arrivato prima.

    Quanti anni buttati via inutilmente.

    E' opinione comune che la notte porti consiglio.

    Il sonno tarda a venire, è il momento buono per riflettere; ma il suo equilibrio tra

    cuore e mente è divenuto instabile, il primo sta sopraffacendo la seconda,

    impedendole la concentrazione e il ricorso al proprio senno e, non pago,

    sottomette quel corpo femminile ad ondate di sensazioni travolgenti, scordate da

    un tempo immemorabile.

    Bramosia di essere amata, nello spirito e nella carne.

    Le pulsazioni veloci del nuovo condottiero, che si è proclamato tale nel conflitto

    interno, si attenuano, donandole poche ore di tregua, tra le braccia di Morfeo.

    Si desta presto. Non sente mai la stanchezza, con tutta l'adrenalina che ha in

    corpo. E già si guarda in giro ...cercandolo.

    E' stupita di possedere il solito comportamento di quando aveva quindici anni,

    tale e quale, come se il tempo fosse retrocesso all'improvviso e l'avesse riportata

    alla sua adolescenza.

    Rivederlo al mattino le provoca una fortissima emozione.

    Adesso è qui e la guarda.

    Avverte su di sé il loro sguardo, profondo, tenero, indagatore, che fruga dentro le

    porte che conducono alla sua anima inerme che si nasconde, dove esso si perde,

    cercandola, nei meandri della sua essenza combattuta, angosciata, trafugata di

    quella pace non certamente agognata, comunque raggiunta e imprigionata a

    forza dentro di sé, costretta a smorzare la sofferenza che la dilaniava.

    Il loro sguardo l'ha sopraffatta all'istante...eppure aveva fatto affidamento su di lei.

    Misera pace...vile... fuggevole guerriera, difensora del nulla, che lasci risvegliare i

    sensi assopiti da un tempo indefinito, infinito, memori di ciò che non aveva più

    ragione di esistere!

    Fino ad ora...

    Costringersi a non pensare, a non ragionare, a vivere quell'occasione di felicità

    che il fato le offre, soli, in un'anonima stanza d'albergo.

    <Siediti qui, vicino a me>

    le sussurra, accompagnando le parole con un gesto.

    Baci appassionati e le sue mani che armeggiano con le spalline della sua tuta

    bianca, leggera. Inutilmente.

    <Che cos'è, una cintura di castità?>

    <Sì>...Risponde sorridendo, rimettendosi a posto la spallina.

    Impossibile arrendersi, sebbene il cuore sia in tumulto e la carne frema.

    L'ansia prevale, il respiro corto, l'aria viene a mancare.

    A nulla valgono le dolci carezze, lungamente elargite dalle sue mani affusolate e

    virili, sulla fronte e sui capelli.

    Calde lacrime incontenibili le scendono ai lati del viso.

    Scappare via è l'unica soluzione plausibile.

    Poi...

    Un giro in macchina in una sera calda e serena, una passeggiata in un paese

    vicino, mano per mano.

    Dopodiché il mare, sotto di noi, profondo, calmo, nero, come specchio che ruba

    l'identità al cielo.

    Le sue onde lente accarezzano la battigia ancora calda, come grembo di donna,

    in un armonico e ritmato andirivieni.

    Coronate di sottili creste spumose, si infrangono delicatamente sugli scogli,

    sparpagliando nell'aria miriadi di particelle di salsedine.

    Respiriamo il suo profumo intenso, mentre il nostro sguardo sorvola la sua

    immensità.

    La luna, eterea ed eterna complice degli innamorati, irradia la natura sottostante

    con la sua luce argentea.

    Unica testimone dell'incontro d'amore.

    Una leggera brezza tra le fronde degli alberi.

    E poi, ancora... loro...

    Il loro sguardo si è fatto bruciante e i sensi si incendiano, travolgendomi,

    dominandomi, scegliendo al posto mio, soggiogando la mia mente in un dolce

    turbamento che mi sconvolge...

    Mi lascio sottomettere, finalmente sconfitta.

    Il mio sguardo si fa di fuoco e arde, perdendosi nel loro...

    In quello penetrante e misterioso dei tuoi occhi.

    Tutto Il resto è poesia.

    <Ti ho donato me stessa,

    il mio corpo,

    la mia essenza,

    la mia sofferenza

    e non avrò rimorsi.

    Tu, un Estraneo nella mia vita,

    dolce e irresistibilmente sensibile.

    Resterai un ricordo

    relegato in un angolo della mia mente,

    che non sbiadirà

    e a cui mi appellerò

    nei momenti di tristezza.

    Voglia, chiunque abbia scritto il nostro destino,

    che possa rincontrarti,

    in questa vita o in un'altra>.

  • 10 agosto 2015 alle ore 11:46
    POGGIO APRICO - UN CONDOMINIO SEX A GO GO!

    Come comincia: Alberto M. maresciallo della Guardia di Finanza, in divisa, a bordo della sua Lancia Ypsilon stava per imboccare l’autostrada che lo avrebbe condotto a Roma, meta finale Messina.
    Stava andando via o forse meglio dire scappando da Domodossola che per lui era diventato luogo di dolore.
    La sua amata Flora era deceduta per un tumore al cervello, l’aveva assistita sino all’ultimo anche quando era in preda a dolori atroci che nemmeno i medicinali oppiacei riuscivano a lenire.
    Dopo quell’evento funesto era rimasto in città per un mese al fine di sistemare la sua posizione per un trasferimento fuori sede.
    Era rimasto in collegamento con Ignazio Romagnoli suo compagno di camerata alla Scuola Sottufficiali di Ostia, anche lui colpito da un grave lutto per il decesso in un incidente stradale dell’unico figlio.
    A mezzo di conoscenze comuni al Comando Generale del Corpo, rappresentando i loro rispettivi problemi, erano riusciti: Romagnoli ad essere trasferito a Lecce suo luogo d’origine e dove possedeva un’abitazione e Alberto al suo posto a Messina all’Ufficio Operazioni.
    Al ,come tutti lo chiamavano, si era fermato vicino Firenze per sgranchirsi le gambe, fare e colazione ed il pieno di benzina.
    Nel frattempo si era messo in collegamento telefonico con sua cugina Silvana che abitava in via Cavour in pieno centro a Roma.
    “Silvà (non aveva perso l’accento romanesco essendo nato nella capitale) fra un par d’ore sò da te.” (Gli piaceva, quando poteva, sfoggiare il suo dialetto tipo ‘civis romanus sum’ un po’ , come dire, sono superiore a voi.)
    “Quando arrivi citofonami, in via Cavour non riusciresti a posteggiare, ti ho riservato un posto in un garage vicino a casa mia.”
    Silvana era per Alberto più che cugina la sorella che non aveva avuto.
    Grandi baci e abbracci: “Ci voleva il tuo trasferimento per vederci, ora che stai qui ci resterai almeno quindici giorni.”
    “Silvana lo sai quando mi fa piacere stare con te ma dopodomani devo essere a Messina.”
    “Va bene, se non puoi, non ho voglia di cucinare, stasera andremo al ristorante ‘Urbano’ che sta qui sotto.
    Silvana era in confidenza col padrone Romolo, ti presento Alberto mio cugino, attento che è un maresciallo della Finanza, stasera mi devi fare la ricevuta fiscale.”
    “Io te l’ho sempre rilasciata…”
    “Ah Romolè lassa perde e facce magnà da re.”
    I due nella conversazione tralasciarono l’argomento Flora, era troppo doloroso.
    “Com’è che hai scelto Messina, se venivi a Roma saremmo stati insieme, avresti abitato a casa mia.”
    “È stata una combinazione particolare, un mio collega ed amico è stato trasferito da Messina a Lecce, io prenderò il suo posto.”
    La mattina successiva in viaggio: via Cavour, via Merulana, S:Giovanni, via Appia infine l’autostrada. Fino a Salerno tutto liscio poi sulla Salerno Reggio Calabria una serie infinita di cambi di carreggiata, di rallentamenti, di file di auto (era luglio).
    Giunto sfinito a Villa S.Giovanni due ore di attesa per il traghettamento.
    “Ignazio sono a Messina all’uscita del serpentone che debbo fare?”
    “Non ti muovere vengo io.”
    Ignazio abitava in un casa a cinque elevazioni in una stradina interna della  ‘Panoramica dello Stretto’ con piscina e campo da tennis, al quinto piano abitava Ignazio.
    “Stasera andremo a mangiare alla ‘Sirena’, un ristorante di un caro amico, si mangia bene e per noi si paga poco, ti ho preparato un letto nel salone.
    Dopo la presentazione al padrone, Ignazio e Max si sedettero in un tavolo situato su una terrazza con vista sul lago, uno spettacolo.
    Nessuno dei due amici aveva gran voglia di parlare, ognuno sapeva dei rispettivi lutti che era meglio non ricordare.
    A casa: “Al io lascio il mio cuore a Messina, qualcosa dentro di me s’è rotto, ricordi la mia allegria, il mio carattere espansivo, tutto finito. Abbiamo portato a salma di mio figlio al cimitero di Lecce, mia moglie è rimasta lì dove abbiamo una grande casa, io la raggiungerò non appena ti avrò passato le consegne. Intano ti porto in garage raggiungile in ascensore. Questa moto era di mio figlio, non la voglio più vedere, ti lascerò un foglio in bianco firmato, andrai dal notaio Nascimbene, è un amico penserà lui al passaggio di proprietà.
    “Ignazio ho visto di sfuggita che ci sono una piscina ed un campo da tennis, come la mettiamo col condominio e poi devi dirmi quanto tu paghi per l’affitto.”
    “Per l’affitto e per il condominio niente, non fare quella faccia, poi ti spiegherò il perché.” Molto perplesso Al.
    Il pomeriggio successivo:
    “Ti presenterò i vari condomini: al primo piano due coniugi quarantenni senza figli cognome Costa: lui Salvatore lei Maria, Memi per gli amici, secondo piano due pensionati settantenni Di Stefano Vittorio e Francesca, due persone per bene, affettuose, terzo piano le sorelle Musmeci Giuliana vedova e Assunta zitella circa quarantenni. Attenzione a loro sono le padrone dell’isolato ed hanno tante proprietà immobiliari e terreni, devi tenertele buone. Hanno una paura tremenda di accertamenti tributari, hanno voluto che io controllassi i loro conti in compenso niente affitto e niente condominio, quarto piano D’Arrigo Calogero (Lillo) marito, Caterina moglie e due gemelle sedicenni Grazia e Graziella, due pesti.”
    Primo piano: “Questo è Massimiliano Romani mio collega subentrerà nella mia abitazione, loro sono…”
    La scena si ripetè per quattro volte, a Max rimasero impresse le caratteristiche di tutte le persone abitanti nel palazzo, alcune molto interessanti…
    Ignazio partì il giorno dopo:
    “Per me questa casa è solo un ricordo doloroso, non porterò con me i mobili, te li regalo, a Lecce ho una casa ammobiliata e non saprei dove metterli.”
    “Fammeli pagare almeno in parte…”
    “No ho deciso così, voglimi bene.”
    Il giorno dopo si recarono in caserma.  Presentazione al Comandante Colonnello Andrea Speciale ed al suo Aiutante Maggiore t.colonnello Sebastiano Leotta, poi nel suo ufficio brigadiere Angelo Sferrazza e l’appuntato Franco Iannello. Ignazio partì il giorno stesso.
    Alberto si mise all’opera, la casa era molto bella: il salone e la camera da letto avevano vista sul mare, i due bagni e lo sgabuzzino su un terreno laterale tutto alberato, lo studio, il soggiorno e la cucina sul retro; dovevano essere circa centoventi metri quadrati.
    Amante della pulizia e dell’ordine Al si mise all’opera,  finita quest’incombenza aprì il baule e la valigia e sistemò lo sue cose negli armadi, in camera da letto e nel bagno.
    Accese il televisore ma lo spense quasi subito, a letto sfinito.
    Alberto andò in centro, per comprare un computer e relativa stampante, per fortuna in casa c’era un telefono fisso funzionante, Ignazio era stato molto generoso con lui.
    Il giorno successivo due tecnici vennero a casa sua e sistemarono i due apparati.
    Altra incombenza:  il  conto corrente, a Domodossola aveva come banca il Credito Emiliano che per sua fortuna aveva degli sportelli anche a Messina. Sorpresa, un funzionario di quell’istituto di credito era Salvatore Costa che abitava al primo piano del suo palazzo.
    “Signor Costa a Domodossola avevo il conto corrente con questa banca vorrei passarlo a Messina.”
     L’interessato si mise a disposizione poi:
    “Venga a casa mia di pomeriggio, la farò firmare del carteggio e le fornirò la password per entrare nel suo conto corrente e fare le operazioni che desidera.”
    Alberto aveva ancora dieci giorni di licenza di trasferimento da usufruire e, se anche frastornato dagli ultimi avvenimenti,  sentì che qualcosa di buono era mutato in lui forse dovuto al  cambiamento sia della città che delle persone che aveva conosciuto.  Il pomeriggio verso le diciassette suonò il campanello di casa Costa, venne ad aprire il marito.
    “Venga nel salone ho messo sul tavolo il carteggio da firmare, intanto si era presentata la moglie.
    ”Noi eravamo molto amici dei signori Romagnoli, spesso mangiavamo insieme, giocavamo col figlio a tennis e facevano il bagno in piscina, la morte del povero Paolo  ha distrutto Ignazio, aveva vent’anni. Io vado un bagno un attimo, le farà compagnia mia moglie.”
    Alberto nel frattempo  studiava la signora: altezza 1,65 circa, seno misura tre piuttosto ben esposto da una camicetta rosa scollata, vita stretta, minigonna, gambe muscolose.
    “Lei sarebbe un’ottima modella, io ho per hobby la fotografia, quando vuole sono a sua disposizione e la vedrei pure come ballerina.”
    “Ho studiato danza fino a quindici anni, poi mi sono rotta una caviglia ed ho dovuto abbandonare. Amo essere fotografata, mio marito non è pratico e se vuole…domani mattina…”
    Un’invito esplicito, più di così, certo non voleva fare un passo falso, magari aveva male interpretato le parole della signora, intanto si sarebbe presentato con la fida Canon 450 poi…
    Alle nove Max suonò alla porta dei signori Costa, la signora Maria venne ad aprire in bichini nero con sopra una vestaglia aperta, buon inizio.
    “Il mio nome è Maria ma per gli amici sono Memi.”
    “Io sono Alberto, Al per gli amici.”
    “Vorrei io proporre io qualche posizione da prendere, andiamo nel salone, c’è una riproduzione della statua di Paolina Bonaparte scolpita dal Canova.”
    Ad Al cominciò ad aumentare la pressione sanguigna, Memi, sul divano, imitò la posizione della statua.
    “Ve bene così?”
    Max si fece più audace: “C’è una differenza, Paolina Bonaparte non aveva il reggiseno.”
    “Non c’è problema, Memi rimase in topless, un bel topless, le tette erano a forma di pera come piacevano a lui.”
    Al scattò le foto da tutte le posizioni poi.
    “Io vedrei una posa sul letto: seduta, la gamba destra piegata, le mani sul ginocchio.
    Anche qui nessun problema.
    “Va bene così, io a letto sono abituata a stare nuda.” Memi mise in atto la posa come suo desiderio.
    Alberto riprese la signora in costume adamitico da varie posizioni, poi si avvicinò sempre più, posò la Canon sul comodino e abbracciò Memi, prese a baciarla come un forsennato ben coadiuvato dalla signora. Venne fuori di tutto, connilungus, fellatio, sessantanove ed infine entrata trionfale dentro una gatta bagnatissima.
    “Non ti preoccupare, vai facile non posso avere figli.”
    Spossato, Al si mise a gambe aperte sul posto del letto che doveva essere del legittimo consorte con ‘ciccio’ ancora inalberato, Memi ne approfittò per montarci sopra per una ‘smorciacandela’.  La candela di Al era alla fine, riprese le sue cose, un bacio di ringraziamento e rientro in casa.
    Quell’abbuffata di sesso ebbe due effetti: fisicamente mise a terra Al ma psicologicamente lo allontanò dai fantasmi di Domodossola che gli sembrarono più sfumati, lontani…
    La moto Suzuki fu portata dal meccanico, lo sterzo era rotto. Al prese ad usarla quando c’era bel tempo per andare in caserma. Qui una novità: saputo che il Colonnello Comandante cercava uno pratico di fotografia per metter su un laboratorio per fotografare gli arrestati, prendere le impronte digitali ed in generale riprendere risultati di servizio e cerimonie varie, si presentò ed ebbe l’incarico.
    La ditta Randazzo era la più fornita a Messina, si presentò in divisa, conobbe il direttore ed i commessi, si fece fare dei preventivi che furono approvati dall’Ufficio Amministrazione. Il laboratorio fotografico diventò in gioiello: un marmo lungo un muro conteneva le vaschette degli acidi: rivelatore e fissaggio, un ingranditore Durst ed una smaltatrice rotativa, dall’altro lato un lavandino, una rotativa ad acqua per sciacquare le foto, un armadio dove mettere i materiali ed un essiccatore per le pellicole. Ben presto divenne pratico ed ebbe dei complimenti anche da parte di fotografici professionisti che riconobbero la sua bravura nello stampare il bianco e nero.
    Ora quello che interessava Al era presentarsi alle sorelle Musmeci per sistemare la sua situazione finanziaria. Al citofono concordò con una delle due di cui non riconobbe la voce, appuntamento a casa loro alle diciassette.
    Seguendo i suggerimenti datigli dal suo collega, si presentò in divisa e vide che aveva fatto l’effetto desiderato: le due sorelle furono molto cerimoniose: "si accomodi questa è la poltrona più comoda, le possiamo offrire qualcosa, abbiamo dei dolcetti fatti con le nostra mani e del vino delle nostre terre…"
    Al rifiuto di Alberto andarono al dunque:
    “Il suo collega era così gentile da ricontrollare i conti del nostro consulente tributario,  noi lo ricompensavamo con non farli pagare l’affitto ed il condominio, se lei fosse così gentile…”
    Al fu gentile ma nello stesso  tempo rimase colpito da ‘le nostre terre’ quelle erano davvero ricche.
    Giuliana, la vedova circa quarantenne, non era una longilinea a nemmeno una chiattona, una via di mezzo, quel che colpiva era il suo viso triste, non brutto ma triste.
    “Signora siamo coetanei un po’ di allegria, anch’io ho avuto un lutto, la morte per tumore della mia fidanzata, ne sono rimasto scosso ma ora cerco di riprendermi.”
    “Anche mio marito aveva un tumore, è deceduto sei mesi fa. Era catanese e mi ha lasciato degli agrumeti che non sappiamo come gestire bene, non ci fidiamo del fattore, se ci potesse dare una mano.”
    “Signora se mi lascia il carteggio ci darò uno sguardo ma voleva dirvi un’altra cosa, non vi vedo mai in piscina, da militare vi do un ordine: domattina tutte e due in piscina, gli ordini non si discutono! Sto scherzando, mi farebbe piacere vedervi tutte due in costume da bagno alle nove, by by.”
    Cosa strana i suoi ‘ordini’ vennero eseguiti: le due sorelle,  alle nove erano in piscina ancora non c’era nessuno, era domenica.
    Quel che colpì Al era il corpo di Assunta, di faccia non era eccezionale ma di corpo sembrava una modella anche se tutte e due avevano un costume intero.
    “Mi sembrate due signore del primo novecento, oggi i costumi interi non li portano nemmeno le monache!”
    “Noi abbiamo solo questi…”
    “E Alberto vi accompagna domani pomeriggio in centro ad acquistare due bei bichini anzi più di due, farete un figurone, ed ora tutti in vasca.”
    Il pomeriggio alle sedici Al stava aspettando in garage l’arrivo delle due madame che si presentarono puntuali.
    “Possiamo andare con la nostra Jaguar o meglio quella del mio defunto marito.”
    Alla faccia degli ottantamila euro!
    “Vede madame, al centro è difficile trovare posteggio, meglio la mia Ypsilon.”
    In viale S.Martino era proibito posteggiare, Max se ne fregò e tutti e tre entrarono in un negozio di costumi da bagno.
    Dapprima le signore provarono dei bichini castigati ma poi spinti da Al sempre più si infervorarono soprattutto dietro i suoi complimenti:
    “Volete coprire un si bel corpo, coraggio bichini mini.”
    Con sorpresa di Alberto acquistarono qualcosa di brasiliano, per intenderci costumi che lasciavano scoperta un bel pò di merce nient’affatto male, Al era riuscito nel suo scopo! ““Domattina li proveremo in piscina!”
    “Ma domani lei non va a lavorare?”
    “Sono in licenza.” Mentì Max e si diede malato.
    Il mattino seguente piscina vuota, le due sorelle apparvero coperte da uno accappatoio lungo sino ai piedi.
    “Ed ora lo spogliarello!” celiò Al.
    La sorelle ci misero un po’ di tempo ma obbedirono.
    “Evviva due sirene, sapete nuotare, no? Non fa niente andremo dove si tocca.”
    Al intendeva dove l’acqua era bassa ma anche toccare qualcosa di morbido. Nuotando sott’acqua  mise le mani fra le cosce di Giuliana che rimase impietrita ma non disse nulla, poi passò al popò,  quindi fu il turno della sorella, un bel movimento!
    Chissà che passava per le teste di Giuliana e di Assunta, Al sperava non una sgridata e così fu, con lo sguardo basso le due sorelle si misero l’accappatoio e si accomodarono sulle sdraie.
    “Lei è un monello, non si fanno certe cose!”
    La frase era stata detta ridendo, questo confortò Al che pensò ad un piano.
    “Il pomeriggio vorrei controllare la vostra contabilità, verso le cinque a casa mia, va bene?”
    Un cenno di assenso.
    Al si aspettava di vedere le due sorelle invece si presentò solo Giuliana che non fornì alcuna spiegazione del fatto di essere sola.
    “Queste carte mi danno alla testa, sono la mia disperazione, gliele metto sul tavolo e rientro a casa.”
    “No è meglio che rimanga, avrò bisogno di spiegazioni.”
    Al constatò che Giuliana era entrata in possesso di circa venti ettari di agrumeti più altrettanti di uliveti, più vari appartamenti, alla faccia!
    Giuliana venga più vicino, vede qui…le prese il viso e cominciò a baciarla in bocca, quella non solo non fece resistenza ma si abbandonò completamente, destinazione finale il letto.
    Al si dedicò al fiorellino, era lavato di fresco e profumato, l’interessata aveva messo in conto quello che stava accadendo, prima di entrarci dentro le procurò un paio di orgasmi anche per non farle troppo male, il suo era un ‘ciccio’ piuttosto grosso e Giuliana forse anzi sicuramente era stata a stecchetto per molto tempo.
    L’entrata fu lenta ma ben accetta, la baby dimostrò di gradire molto quello che stava accadendo muovendosi in continuazione sotto Al che ce la mise tutta finchè Giuliana gli fece cenno che ne aveva avuto abbastanza.
    L’uscita della signora fu silenziosa, forse si era meravigliata di se stessa, prese le carte e dopo un rapido bacio sulla bocca  scomparse nell’ascensore.
    Al si congratulò con se stesso, in mezzo al letto a gambe larghe si godette il  post ludio, aveva preso in mano la situazione e che situazione!
    Il bel maresciallo non era facile a meravigliarsi di qualcosa ma il bigliettino che trovò nella cassetta della posta era davvero singolare: “Max mia sorella Assunta vorrebbe una spiegazione su quelle carte che ha visto, se lei è d’accordo verrà a casa sua alle diciassette di oggi.”
    Assunta si presentò in punto ma senza carte e in vestaglia.
    Pareva proprio che si vergognasse:
    “È stata mia sorella io non volevo…”
    Al l’abbracciò, faceva tenerezza, sembrava più piccola della sua età.
    “Una volta sono stata fidanzata ma lui era un mascalzone ed i miei me l’hanno fatto lasciare, non sono più vergine.”
    La notizia fece piacere a Max, ci mancava pure che fosse vergine!
    Al iniziò con la solita tattica, prima lungo bacio il fiorellino e poi penetrata lenta e soggiorno prolungato, aveva usato un preservativo che si era dimenticato con la sorella che però non aveva detto nulla, doveva tornare su quell’argomento.
    Le due sorelle erano sistemate ma Al riflettendo pensò che forse si era messo nei guai, tre amanti!
    Il giorno dopo incontrò nel portone i coniugi Di Stefano:
    “Perché non ci viene a trovare, noi siamo sempre soli.”
    “Va bene a casa vostra oggi alle diciassette.”
    Li non c’era pericolo di avere avventure di sesso, un po’ di riposo gli avrebbe fatto bene.
    Alle diciassette suonò alla porta dei due anziani, venne ad aprire la signora che l’abbracciò, era commossa.
    “Noi abbiamo un figlio della sua età, lavora ad Udine ma non ci viene mai a trovare, a sua moglie... non so perché, non siamo simpatici.”
    Al si domandò il perché di quell’astio, sembravano due persone simpatiche , affabili, mah…”
    “Ci racconti un po’ di lei.”
    Al cominciò dal suo arruolamento in Finanza sino all’arrivo a Messina.
    “Anche lei ha avuto le sue sofferenze, ci farebbe piacere se ogni tanto ci facesse compagnia.”
    Alberto aveva preso ad ingranare in caserma, ogni tanto andava fuori sede per un servizio fotografico, aveva conosciuto tutti i colleghi con cui aveva stretto buoni rapporti, anche il Comandante di Legione lo stimava, tutto bene. Talvolta mangiava in caserma e si riposava nel primo letto che trovava libero per rientrare a casa la sera.
    Nel frattempo era accaduto un fatto piacevole ma che poteva portare conseguenze negative: aveva incontrato i coniugi Costa che lo avevano invitato a mangiare da loro alle quattordici quando rientrava dal servizio.
    “Io cucino per due, un terzo non mi pesa.” Il marito era d’accordo ma talvolta era assente e quindi finiva con una sveltina con Memi e questo,lo schiavizzava un po’.
    Un giorno dopo pranzo Memi non si accontentò di una sveltina, voglio stare tutto il pomeriggio con te, me lo devi!”
    Al si domandò perché glielo doveva ma non fece storie.
    Quello che lo meravigliò era che Memi parlava in continuazione:
    “Vieni leccami il fiorello, fammi godere tanto, mi metto alla pecorina, vieni dentro tanto tanto, anche culino vuole la sua parte, fai piano perché lo uso poco con mio marito, sbrodami in faccia.”
    Al bacino di rito sulla porta la confessione: “Mio marito ha visto tutto, è un guardone!”
    Ecco ci mancava pure il guardone, dove cazzo era capitato e non era finita per lui.
    All’ingresso un giorno incontrò la signora D’Arrigo, era arrabbiata nera.
    “Una bella signora come lei tutta triste, che le è successo?”
    “Dovrebbe vedere la pagella di quelle due, quattro in francese ed in latino!”
    Inconsapevolmente Max si mise nei guai:
    “A scuola ero bravo in queste due materie, potrei dar loro qualche lezione.”
    “Mi farebbe un favore grande grande, parliamoci chiaro, con lo stipendio di mio marito non posso pagare un insegnante di sostegno, gliele mando a casa sua oggi pomeriggio alle diciassette.”
    Al pensava a due ragazzine che giocavano con le bambole, pensava male, le due sedicenni gli avrebbero fatto passare la voglia di proporsi a far qualcosa.
    Grazia e Graziella si presentarono all’ora prevista, cominciarono subito a ridere.
    “Non vedo nulla da ridere, aprite i libri e vediamo a che punto siete.”
    “Lei non ci fa la battuta su Grazia e Graziella?”
    Al la conosceva bene, finiva grazie al cazzo, ma fece finta di nulla.
    La mise sul serio, prima il latino e poi il francese circa un’ora, le sorelline parevano interessate, meno male fino a che un piede fu insinuato fra le due gambe toccandogli il suo coso, all’iniziò pensò di far finta di niente ma reiterata la faccenda.
    “Ragazze posso essere vostro padre, andate con i vostri compagnia di scuola.”
    “Loro non ci piacciono, appena glielo prendiamo in bocca se ne vengono subito, lei ci mette più tempo vero?”
    “Fuori immediatamente se volete delle ripetizioni va bene ma non provateci un’altra volta.”
    Non aveva voluto tagliare i ponti altrimenti avrebbe dovuto dare delle spiegazioni alla madre.
    Un invito delle sorelle: “dobbiamo andare a Paternò per la raccolta degli agrumi, c’è una festa sull’aia, facci compagnia, andremo con la nostra Jaguar.”
     

  • 09 agosto 2015 alle ore 13:09
    VIANDANTI

    Come comincia: Domenica d'agosto come non ne vedevo da qualche anno. Il deserto sotto casa mia. E' probabile che effettivamente ci sia quest'anno un incremento delle persone che sono andate e andranno in ferie. Speriamo che sia un vero segno di ripresa. La pasticceria è aperta, ma sta sempre aperta fino a ferragosto perchè ferragosto è una occasione per vendere. Come al solito chiuderà dopo. La farmacia quest'anno non chiude, e si sa che alla mia età, questa è una buona notizia. Guardo i margini della strada sotto casa: quanti posteggi vuoti! Se penso alle maledizioni degli automobilisti durante l'anno che di solito devono fare il giro dell'isolato per mezz'ora prima di poter sistemare l'auto! Sì, devo convenire che quest'anno tanta gente è partita per le ferie. Poi, nel silenzio innaturale di questa domenica d'agosto, mi colpisce un cigolio di trolley. Sono stranieri, trolley in una mano e borsone nell'altra mano, zainetti sulle spalle: sono stranieri che stanno arrivando e camminano svelti con la fretta di raggiungere una meta, con la sicurezza di chi sa dove andare, dove forse qualcuno attende proprio loro. Non camminano uno accanto all'altro, ma uno dietro l'altro, quasi ad inseguirsi, non si guardano attorno, lo sguardo fisso di fronte a loro, e magari un'occhiata indietro verso gli altri. Sono uomini, donne, ragazzini. Mi colpisce il contrasto fra chi ha lasciato la sua casa sicura, il suo lavoro retribuito, i suoi agi abituali per andare a trascorrere qualche giorno di relax e divertimento, e questi "viandanti" che arrivano con la speranza di trovare una casa sicura, un lavoro retribuito, un futuro che un giorno permetterà loro di trascorrere qualche giorno di relax e divertimento. Ecco, il passaggio sotto casa mia di queste persone, riempie tanto bene il vuoto di questa domenica d'agosto, e spinge la mia fantasia verso un sogno di buona convivenza che probabilmente è e rimarrà solo un'utopia, ma che fa tanto bene al cuore.

  • 07 agosto 2015 alle ore 23:08
    Sii Felice

    Come comincia: Quando quintali di rugiada ti sono addosso tu fai finta che sia vento, ed ecco che allora la pioggia prende il sopravvento e solo allora capisci che era giusto nell'attimo precedente apprezzare e sentire dentro di se quella rugiada di felicità che sempre ci chiama se.

  • 05 agosto 2015 alle ore 17:46
    Lunedì 11/05/2015 Celebrate now!

    Come comincia: Siamo davvero strani, noi uomini. Fissiamo una giornata e decidiamo che, in quelle 24 ore, abbiamo la possibilità di festeggiare e ricordarci di chi amiamo, anzi, meglio, di gridare ai quattro venti quanto quella persona sia importante nella nostra vita. Dobbiamo farlo, perché è nello spirito della festa e perché, subito dopo, saremmo così riassorbiti dal flusso incalzante del tempo, che sembrerà inopportuno farlo o dirlo di nuovo, in un giorno ordinario. Ne volete una prova? Ripercorrete i post e le foto dei vostri amici facebook: quasi nessuno, ieri, avrà dimenticato di celebrare la propria madre, di mostrare ai suoi contatti una di quelle deliziose foto scattate durante la propria infanzia, di ribadire, a suon di proverbi e di citazioni famose, quanto amore possa sfoderare una mamma.
    Se tornate quest'oggi sul luogo del delitto, troverete un nuovo, impressionante silenzio: la festa è finita, si ricomincia l'inevitabile giungla di impegni quotidiani, si aggiorna il proprio profilo, con la volontà, stavolta, di condividere le solite foto o qualche altra frase ironica, detta con gli amici. I riflettori si sono spenti e , per tornare ad assaporare quell'ondata di affetto, che, per alcuni, potrebbe persino risultare prossima all'insorgenza del diabete, dovremo aspettare l'anno prossimo: stesso giorno, stessa ora, il circo mediatico di ricordi, riflessioni e dichiarazioni zuccherose ricomincerà ancora, nell'alveo delle migliori tradizioni e del più classico dei conformismi. Ma negli altri giorni, mi chiedo io? In tutti gli altri 364 giorni che compongono un anno, che cosa se ne fa di quell'amore, di quella gratitudine tanto sbandierata nella rete? Sembrerebbe quasi che abbiamo bisogno di appuntamenti ben fissati, di feste ricorrenti per fermarci un attimo, alzare per un momento lo sguardo dal nostro piccolo mondo quotidiano e realizzare quanto quell'amore materno, umile, dolce ed incondizionato, ci abbia permesso di diventare le persone che siamo. Eppure, quell'amore viscerale ci accompagna sempre, ogni giorno: non ha bisogno di occorrenze da calendario per uscire alla ribalta ed, anzi, anche a costo di farsi quasi invisibile ed accantonarsi in un angolino, ci assiste sempre, ci guarda da lontano e continua a proteggerci, vegliando su di noi, quasi come un angelo custode. E noi, invece di fermarci un istante e farne tesoro, riconoscendone tutta la bellezza, aspettiamo con impazienza una giornata incipiente di maggio: quello è il momento, quella è l'occasione per farlo, ci ripetiamo. E se quella festa della mamma, quella celebrazione di un affetto straordinario e di una dedizione incondizionata, fosse dentro di noi, ogni giorno? A volte, basterebbe così poco per sentirla: dire un grazie dal profondo del cuore, dare un abbraccio al termine di una chiacchierata sofferta, sentire il calore di una carezza sulle guance inumidite di pianto, dimenticarsi i fascicoli sulla scrivania e rimanere al telefono, raccontandosi tutto, come quando si è bambini. Sono gesti semplici, innocui, ma capaci di mettere al riparo il nostro animo da quello che, credo, sia davvero il male maggiore: il vuoto interiore, l'aridità, l'apatia. Si deve esprimere l'amore, si deve trovare del tempo per ringraziare chi si ha vicino e renderlo partecipe della gioia di averlo nella propria vita. Altrimenti, si rischia di rimanere imprigionati solo su di sé, sul proprio mondo, pensando che nulla, all'esterno, possa essere così importante da farci alzare la testa e sollevare lo sguardo che tenevamo a lungo abbassato.
    Non aspettate il calendario, la festa rituale, i giorni prestabiliti: non c'è cosa più bella che accantonare, per un attimo, i propri impegni e celebrare, dentro di sé, nell'intimità del proprio cuore, la bellezza di un amore, la forza dell'amicizia, la gratitudine verso chi ci ha voluto e sostenuto fin dal principio. Regalate un sorriso, aprite il vostro animo, fate una chiamata che state rimandando da tempo o vi dimenticate sempre di fare. Perché sono questi, in fondo, i regali più belli che si possa ricevere: quelli inaspettati, quelli che rischiarano una piovosa giornata ordinaria e, non si sa come mai, fanno spuntare sul nostro volto un sorriso più potente della bufera e del temporale.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/05/celebrate-now.html

  • 05 agosto 2015 alle ore 17:44
    Sabato 18/04/2015 È tempo di passione

    Come comincia: Siamo quotidianamente in balia di messaggi inquietanti, preoccupanti e caotici: sembra quasi che interpretare il mondo circostante diventi sempre più difficile, sempre più complesso. Dalla nostra, abbiamo una sola consapevolezza, quella di vivere in un'epoca di crisi, in un lungo, interminabile tramonto di grandi ideali e sogni, dove un inestinguibile grigio si è impossessato di tutto e ci impedisce di vedere i colori con la stessa lucentezza di qualche generazione fa. La parola crisi (segue)
    rimbomba spesso nelle nostre teste, riecheggia spesso nei nostri discorsi e, lentamente, diventa l'alibi per non andare oltre, per giustificare stancamente ciò che di storto ci capita, quasi come una patente di accettazione e rassegnazione con cui proteggerci, con cui falsamente rassicurarci. Nessuno, però, spende un po' del suo tempo a spiegare come sia questo rumore di fondo pessimista e martellante, questo ritornello ormai irrinunciabile per tutti noi a cominciare la crisi, ad avallarne lo sviluppo e a rinforzarne la cupa presenza nelle nostre menti, nei nostri cuori. La crisi comincia soprattutto quando la si percepisce dentro di sé, quando si sente, nella "pancia", che ormai la battaglia è persa e che il mondo è troppo corrotto e contaminato per essere ancora quel bel giardino fiorito che ci immaginavamo da bambini. La crisi siamo noi, con i nostri dubbi e i nostri sconforti, con quel velo che annerisce tutto e non solleviamo mai per vedere da vicino ciò che ci circonda e che pensiamo, a torto, di conoscere bene. Crediamo ci sia sempre tempo per controllare statistiche poco rassicuranti, per alzare la voce e prendercela contro lo stesso sistema che ci ha reso quali siamo tuttora, ma mai per dare un po' di speranza, mai per dar voce alla bellezza di un tramonto, di una canzone o di un incontro fortunato. Sembra che non ci sia spazio per tutto questo e, lentamente, cominciamo a farne a meno e a pensare che davvero non ci sia più nulla di cui rallegrarsi, che i bombardamenti mediatici hanno ragione e la nostra vita scorrerà implacabilmente rinchiusa nei binari della crisi e della recessione. Cosa succederebbe, invece, se ognuno di noi perdesse qualche minuto prezioso per raccontare qualcosa di bello, qualcosa che lo ha appassionato, qualcosa che lo ha emozionato? Continuiamo a dire che nulla, nella decadenza contemporanea, può stupirci più, ma, in realtà, l'uomo è nato per meravigliarsi, per guardare l'ambiente circostante, senza smettere di farsi domande e scoprire, spesso, come ci sia più gusto nel porsi interrogativi, che non nel rispondersi. Perché, allora, non prendersi qualche minuto, in treno, per appoggiare la schiena allo schienale ed osservare un sole nascondersi nelle montagne o le onde infrangersi contro una spiaggia ancora deserta? Certo, all'apparenza sembra meno interessante, perché ormai ci siamo abituati a  ricordare gli innumerevoli ritardi di Trentitalia, a lamentarci per la scortesia degli altri passeggeri e a sbuffare frequentemente pensando a quante ore ancora ci aspettino. Eppure, è proprio un gesto così semplice, così puro nella sua ingenuità, a poterci ridare, anche se per pochi minuti, quel sorriso che, magari, latitava da tanto sulle nostre labbra, una gioia inebriante ed appagante di cui siamo sempre alla disperata ricerca. Mentre ci angustiamo, mentre siamo chini a curarci di noi e guardare solo alle nostre quotidiane disavventure, il mondo, là fuori, continua: il sole continuerà sempre a tramontare con la sua bellissima luce arancione, le montagne innevate continueranno a stagliarsi in lontananza, il mare continuerà ad abbracciare il cielo azzurro in un nodo inscindibile. E se questi spettacoli, invece di scomparire, sono ancora vicini a noi, davanti ai nostri occhi un po' disattenti, perché non ne siamo grati? Perché continuiamo a parlare di crisi, invece di parlare di luci, colori, emozioni?

    Tutti hanno paura della recessione, della disoccupazione e della precarietà, con dei motivi troppo validi per essere respinti, ma c'è un altro bene, assai più grande, che nessuno di noi sembra abbia timore di perdere o sembra ricordare nei suoi pensieri: la passione. La passione è la forza che continua a spingere ancora questo mondo, pur con le sue storture e i suoi stanchi ingranaggi: è la passione del falegname che intaglia nel suo legno e lo sente vivo al suo tocco, è quella dell'insegnante che, nonostante lo abbia ripetuto milioni di volte, continua ad emozionarsi leggendo per i suoi alunni la storia dell'Innominato, è quella del ballerino  a cui bastano poche note per sentirsi bene e lanciarsi nella pista, incurante dei giudici pronti a misurarne minutamente ogni movimento. Siamo noi a non darle mai spazio, a trascurarla sempre nei nostri discorsi, a fingere che non esista e che, nella vita, sia il guadagno o l'avidità a spingerci. Eppure, la crisi vera sarebbe questa: non incontrare persone dallo sguardo sognante, con gli occhi vivaci ed il sorriso evidente, perché certe di aver trovato uno scopo, una intima ragione per alzarsi ogni mattina ed affrontare continue sfide e prove. E mentre tutti controllano strani indici numerici ed urlano alla perdita di valori, io sento la speranza, sento la gioia di essere viva e di sapere che, ancora oggi, ognuno di noi può fare la differenza ed accendere il mondo di bellezza e luce. Perché la passione non è morta, ma, anzi, scorre veloce nelle nostre vene e, finché ci saranno scrittori ispirati, medici devoti alla loro causa o maestre contente dei progressi dei loro bambini, nessuna crisi potrà davvero fermarci o farci desistere dall'amare questa vita.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/04/e-tempo-di-passione.html

  • 05 agosto 2015 alle ore 17:39
    Sabato 4/4/2015 Parole che s'incrociano

    Come comincia: Quest'oggi, un bellissimo sole si staglia su un cielo senza nuvole: è difficile dover radunare le proprie cose, preparare i  bagagli e correre in stazione per prender il treno. A volte, basterebbe davvero così poco per essere felici: già appoggiarsi sul davanzale della propria finestra e vedere la città attraversata da questa luce calda e avvolgente riempiono il proprio cuore di gioia più di quanto si possa dire. Sembra, per un momento, che tutto il mondo si sia magicamente arrestato, che nulla di brutto possa davvero accadere per interrompere questo piccolo, meraviglioso spettacolo. Ma, soprattutto, si sente
    quel calore, quel tepore diffuso dai raggi del sole che accarezza la pelle e pare darle una luce nuova, con il suo tocco tenero, ma deciso. Mi ricordo che, da bambina, dopo ore trascorse in spiaggia, fra giochi e bagni in mare, senza fermarsi un attimo, mi avvicinavo il braccio al naso e sentivo un profumo diverso, inebriante:  con quell'odore, ad occhi socchiusi, ripercorrevo la mia giornata e riuscivo a percepire, anche di sera, la fragranza della salsedine, unita al calore della pelle esposta così a lungo alla luce del sole, formando un connubio meraviglioso e , per una bambina come me, irresistibile.
    Crescendo, ho imparato a ripetere questo gesto meccanicamente, quasi per rispolverare una cara abitudine della mia infanzia, di quell'età per tutti dorata e persa in ricordi puri ed immacolati, proprio come un cielo terso in Aprile. Ora, però, se anche lo stupore non è più lo stesso di fronte a gesti come questo, è nata una nuova, più grande consapevolezza: abbiamo ancora bisogno di calore e non solo quello di una bella mattinata di primavera. Ciò di cui abbiamo bisogno, davvero, è del calore delle persone, dei nostri simili, di chi ci circonda. Pensiamo sempre che il nostro tempo sia prezioso e che, nella tortuosa gincana della giungla metropolitana, poco tempo sia rimasto per fare una sana chiacchierata, per rivedere il compagno di banco del liceo o per  concedersi un buon caffè con un amico caro. Amiamo circondarci di SmartPhone, Tablet, WhatsApp e Social Network, pur di sentirci parte di un grande flusso globale, quando in realtà, prima di andare a dormire, fissando per lunghi minuti il soffitto, sentiamo che, nonostante tutto, siamo soli, vuoti e, forse, anche nudi davanti a noi stessi. Crediamo di avere qualcosa di ben più importante da fare o che, forse, le gratificazioni del lavoro possano supplire alla mancanza di avere persone disposte ad ascoltarci. Ci diciamo che va bene così, che in fondo siamo tutti venuti al mondo da soli, con le nostre forze e che, con le nostre stesse forze, dobbiamo lottare, ogni giorno. 
    Quanto mentiamo a noi stessi, quanto andiamo contro ad una delle più grandi verità di questa terra: l'uomo è fatto per parlare, per condividere il suo viaggio e la sua vita con i propri simili. Come faccio ad esserne così sicura, a pretendere di aver capito, poco più che ventenne, come funzioni la vita? 
    Da due eventi, semplici nella loro essenza, ma entrambi importanti per capire, sentire come sia solo questa la strada giusta. Ieri, ho ascoltato un amico: l'ho ascoltato mentre, casualmente, la nostra conversazione toccava tematiche importanti e , senza nessun preavviso, si soffermasse su di lui, su un evento del suo passato che ancora lo lasciava stupito, se non amareggiato. Vedevo la sua timidezza nel mettermi a conoscenza del suo profondo rammarico, ma allo stesso tempo, il sollievo nel dare sfogo, nel nominare, anche se per pochi minuti, quel piccolo dolore accantonato in nome della quotidianità, della routine, dell'andare avanti ad ogni costo. Mi sono intrufolata in punta di piedi nella sua vita, cercando di dimenticare la mia storia ed abbracciare la sua visuale, di far mia la sua delusione. Eppure, non ho permesso che tutto ciò scemasse in un repertorio di brutti ricordi: ho cercato di confortarlo, di rincuorarlo non con parole di circostanza o con frasi stereotipe, ma mostrandogli qualcosa di me, regalandogli qualcosa di mio in cambio. Decisi di raccontargli una mia esperienza, molto simile alla sua, e quanto io ne avessi tratto per essere migliore, per non farmene fermare: ho semplicemente condiviso con lui qualcosa del mio profondo, qualcosa del mio io e ho cercato di infondere in lui la stessa speranza, lo stesso entusiasmo con cui ho superato il mio impasse, pur con le stesse paure ed incertezze. Bastavano i suoi occhi per capire che la mia mossa avesse colto nel segno: ora erano accesi, ridenti, non più velati della stessa malinconia di prima ed il viso aveva anche il suo solito sorriso spuntato nelle labbra. Certo, una bella chiacchierata a cuore aperto non modificherà quanto è successo, non toglierà a lui il suo dolore, come non annullerà le mie cattive esperienze: eppure, è bastato ascoltarsi un po' e condividere la propria vita per sentirsi meno soli, più vicini, più sereni. E come si può barattare questo, cosa può sostituire il calore umano di un abbraccio sentito o di una stretta di mano decisa? In quel momento, una mia parola ha potuto fare la differenza, un gesto così piccolo come un sorriso ha dato qualcosa di prezioso a qualcuno che ne aveva bisogno, pur senza averlo specificamente chiesto. Questo è il potere della condivisione, dello stare in mezzo agli altri ed irradiare la gioia e la speranza, anche quando sembra che non possa esserci più nulla da fare, anche quando tutto sembra perduto. Ma, ci si potrebbe chiedere, perché dovremmo disperdere nostre energie nel farlo? Che senso avrebbe aiutare altre persone, se ciascuno di noi è così diverso e ha compiuto esperienze totalmente differenti? 
    Professor Lamberto MaffeiA questa domanda, risponderò grazie alle parole di qualcun altro, che mi ha fatto indirettamente capire come questa sia la strada giusta. Questo tale non è una persona qualsiasi: sto alludendo al professor Maffei, presidente dell'Accademia dei Lincei, nonché neuroscienziato di fama mondiale, con un curriculum troppo lungo per essere anche solo ripercorso in breve. Ebbene, questo uomo, così famoso eppure così umile e pronto ad ascoltarci, ha concluso il suo intervento, quest'oggi a Trento, con una bellissima frase: il cervello umano ha bisogno di stimoli, ha bisogno di un ambiente recettivo in cui svilupparsi, altrimenti muore. Di primo acchito, sembra un'affermazione perfino ovvia e scontata, ma, in verità, mentre la annotavo  velocemente fra i miei appunti, ne ho percepito davvero la portata e l'effettivo significato : ognuno di noi può stimolare, incuriosire ed affascinare gli altri molto più di quanto si crede. Ognuno di noi può fare qualcosa di speciale e divenire un esempio per tutti gli altri. Ognuno di noi può venire in questo mondo ed inciderlo profondamente, perché ne abbiamo tutti gli strumenti e la forza. Siete ancora scettici? Le ricerche del professor Maffei lo comprovano: alcuni anziani, con i tipici segni iniziali della demenza senile, se opportunamente coinvolti in una terapia comprendente attività mirate e coinvolgenti, hanno presentato un ritardo significative nell'insorgere dei sintomi più gravi. E sapete quale è stata una delle attività offerte al suo interno?? Proprio l'ascolto, il confronto con l'altro, il comunicare insieme. Non credo ci sia nulla di casuale in tutto ciò, ma anzi la conferma di quanto sospettavo da tempo: la parola è un motore grande, immenso, le cui potenzialità sono spesso taciute, perché non sempre è facile buon uso e non sempre i contenuti da affidare all'altro sono facili, semplici o piacevoli.  E se tenessimo più a mente che anche una macchina potente come il nostro cervello ha bisogno di stimoli, di aprirsi all'esterno e alle sue molteplici possibilità, perché la solitudine e l'isolamento non fanno altro che minarne lo stesso funzionamento, forse davvero carpiremmo l'elisir di lunga vita. Perché la vita è questo: una lunga, sorprendente serie di suoni, immagini, parole che si incrociano inestricabilmente con altre combinazioni, per creare qualcosa di diverso, ma pur sempre meraviglioso.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/04/parole-che-si-incrociano-di-cecilia.html

  • 05 agosto 2015 alle ore 17:37
    Sabato 21/03/2015 "Non calpestateci i sogni"

    Come comincia: In questo mondo, poche meraviglie possono davvero eguagliare l'entusiasmo, la passione, quel fuoco interiore per cui, la mattina, nonostante il suono stridulo della sveglia ed il caldo accogliente delle coperte, si aprono gli occhi e ci si mette comunque in moto, determinati e consapevoli. Realizziamo subito che dovremo correre, districarci in un tortuoso slalom fra impegni e appuntamenti, cercando a fatica di non essere fagocitati da incombenze che sembrano solo aumentare, ma, in fondo, tutto questo non può limitarci, non può impedire al nostro sorriso di spuntare, di illuminare il nostro viso o gli occhi stanchi per le poche ore di sonno. Ecco, senza che ce ne rendiamo davvero conto, il nostro piccolo miracolo, la chiave di volta per la felicità: sapere ciò che più amiamo e dedicarvi tutte le nostre forze, ogni nostro più minuto pensiero. Cosa potrebbe, in fondo, eguagliare una spinta, un desiderio così intenso, per cui si è disposti a varcare ogni sera la soglia di casa a passi lenti, ma con un segreto compiacimento, una remota sensazione di essere nella giusta direzione?

    Sembra una domanda retorica, ma in fondo molti di noi saprebbero avanzare una risposta: la giovinezza. Quei vent'anni di nottate in bianco, di avventure indicibili con gli amici, che scolorano presto nei ricordi, quell'energia che gli "adulti impoltroniti" rimpiangono, quasi fosse un perduto elisir, sembrava già agli antichi quanto di più vicino ci fosse al segreto dell'immortalità. E, forse, essi non erano così lontani dal vero: ci chiediamo spesso cosa potremmo ancora fare, se avessimo di nuovo quegli occhi vispi e mai sazi di esplorare, quel corpo in continuo movimento, quelle occhiaie appena visibili, che tradiscono le maratone di studio delle notti precedenti, quella sconsideratezza e temerarietà che, talvolta, può consegnarci i nostri più grandi successi. Ora, pensate ad unire questi due portenti: l'entusiasmo per ciò che più amate fare, abbinata alla selvaggia bellezza dei vostri vent'anni, tutti ancora da vivere. Crederete di aver scoperto una miscela potente, inarrestabile e avrete ragione: con il rosso Ferrari della nostra passione ed un pilota assetato di vittorie come il nostro impeto giovanile, come arrestarsi?  Il gran premio è cominciato e  i giri di pista, seppur faticosi e sempre a rischio di sorpassi, si susseguono vorticosi e ci spingono ad arrivare al traguardo, pregustandone il trionfo. Eppure, anche in una corsa come questa, dove il motore non sembra mai esaurirsi, fino a che la nostra volontà di andare avanti e di pensare in grande ci spingono a premere energicamente quell'acceleratore, ci sono diversi pit-stop, interruzioni, che abbiamo imparato a chiamare, con l'esperienza, intoppi. 
    Il guaio è che, proprio ai box, non troveremo sempre il sorriso gentile di chi ha preparato la Ferrari, lo sguardo convinto di chi crede nella nostra vittoria e già vede la bandiera sventolare per noi: la vita, grande maestra, ci ha dimostrato più volte che, sotto il casco o la tuta del compagno di corse, potrebbe nascondersi proprio il seminatore del dubbio, il polemico cronico, l'invidioso attento a non essere scavalcato e a non farsi sorpassare. Certo, con un casco così stretto e dalla visiera così rigida, sembra difficile poter spaziare, poter assaporare il gusto di traguardi inaspettati e di vittorie incerte fino all'ultimo: eppure, vedere poco non è mai stato un valido pretesto per non chiudere gli occhi e sognare di più. Ed il non saperlo fare, il non capire quanto l'immaginazione sia più efficace di gomme adatte al bagnato, o motori di ultima generazione, non deve essere nemmeno un buon motivo per trattenere il pilota e distoglierlo dalla sua corsa. Figurarsi, poi, nel caso di un pilota un po' ribelle, curioso ed impaziente di stringere quel trofeo, come il nostro ventenne: fatica sprecata, visto che la sua benzina scorre nelle sue vene, nell'adrenalina che lo invade ogni volta che sente di essere nel posto giusto, al momento giusto. 
    Ora, abbandonate gli esotici circuiti di formula uno, sparsi fra mete da sogno e deserti afosi, per tornare alle nostre vie, ai centri storici illuminati dal timido sole primaverile, alle strade dal traffico congestionato: scorgerete quel pilota nel volto di tanti ragazzi, magari con lo zaino in spalla, con un libro sotto il braccio o con un biglietto aereo verso un paese remoto nella mano. Sono quei ventenni fortunati che incidono la loro vita e stanno cominciando il loro gran premio, alla ricerca di una vittoria tanto agognata fra curve strettissime e prove interminabili. Sono quei giovani che sapete di temere, perché non avete mai visto nessuno con quel fuoco interiore, con quella caparbietà, con la testardaggine di andare oltre la stanchezza, il sonno, la fatica per cercare "di più". Sono quei ragazzi che sfiorano il segreto dell'invincibilità, che si sentono quasi dei titani e tengono il mondo a portata di mano, perché sentono, nel profondo del loro cuore, che nulla sia poi davvero "lontano". 

    Perciò, la prossima volta che vedete uno di loro, che lo accogliete nei vostri box per una sosta tecnica, per una riparazione o per una revisione, ricordatevi del dolce miracolo davanti a cui vi trovate. Ricordatevi dell'importanza di ciò che state facendo e di averne cura, come se maneggiaste un oggetto prezioso e delicato, invece di sminuire quel giovane pilota per rinforzare la vostra consapevolezza un po' ingrigita dalle difficoltà della vita. Ma, soprattutto, ricordatevi che aggiungere curve tortuose o sabotare le gomme non porrà mai fine al gran premio, ma, anzi, renderà quella corsa ancora più emozionante. E che quel pilota, su cui avete visto riflesso i vostri rimpianti e le vostre frustrazioni, guarderà proprio voi, dal podio, mentre stringerà il suo trofeo, dedicandovi la sua vittoria.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/03/non-calpestateci-i-sogni-di-cecilia.html
     

  • 05 agosto 2015 alle ore 17:35
    Domenica 15/03/2015 Il Viaggio dell'anima

    Come comincia: A volte, le più grandi intuizioni sulla vita, sulla nostra essenza, sui grandi perché del nostro cammino, non sono altro che il bagaglio, insperato e provvidenziale, di un viaggio.
    Suona banale o quasi scontato, ma spesso dimentichiamo quanto viaggiare sia importante, quanto quelle immagini, che corrono davanti ai nostri occhi, siano destinate a rimanere impresse e, forse, a far scaturire qualcosa. E non servono grandi mete, luoghi esotici o avventure da mille ed una notte: basta solo aprire gli occhi, ascoltare il proprio cuore e lasciare la mente libera di spaziare e di intrufolarsi anche negli angoli più
    remoti ed indesiderati del nostro animo.
    Non è difficile, ci diciamo, crediamo sia un'operazione tanto banale, quanto inutile, ma, in realtà, si minimizza sempre ciò di cui, in fondo, si ha un pò paura, ma si fa fatica ad ammetterlo. E allora ci nascondiamo dietro a tecnologici tablet, a giornali pieni di notizie apocalittiche o all'ultimo album del nostro cantante preferito, cercando di smorzare quel rumore di fondo che ci assilla e, magari, ci chiede di essere considerato un po' di più, perché anche lui ha qualcosa da dire.
    Eppure, di tutto l'incessante vociare, condividere e twittare della società moderna, forse ci è sfuggita proprio la pacata bellezza di una consapevolezza interiore, di una voce interna che conosce i nostri pensieri e continua ad accompagnarci, commentando gioie, delusioni, sorprese di ogni giorno che passa.
    Ho imparato ad intrattenere deliziosi dialoghi con questa voce tempo fa, all'inizio della mia avventura nel mondo universitario trentino: imparai presto che fare l'università in un luogo distante non significa solo grande autonomia e un nuovo capitolo tutto da percorrere, ma anche avere tanto tempo a propria disposizione, in quei regionali veloci che tanti lavoratori, pendolari, giovani italiani prendono frequentemente, proprio come me. Così, ho cominciato a guardare fuori, a lasciare che i miei occhi abbracciassero i differenti paesaggi che incontravo, a sbirciare cosa facessero i miei compagni di viaggi, scrutare i loro volti e cercare di interpretare le loro emozioni, le loro smorfie. E, credetemi, nulla sorpassa la bellezza di questo lento soffermarsi, di questa silenziosa esplorazione della realtà, di questo tempo speso a capire se stessi ed il perché si è proprio lì, in quel momento.
    Ho capito così che un raggio di sole, abbagliante e con la sua luce avvolgente, è capace di rischiarare qualsiasi nube possa addensarsi nel mio cuore e riesce sempre a strapparmi un sorriso e rendermi grata per essere qui, anche oggi, ad ammirare questo spettacolo.
    Ho capito che non c'è nulla di più bello di osservare il mare con le sue coste, increspate dalle onde, con gli scogli che affiorano appena dalle acque e l'orizzonte da abbracciare con lo sguardo, per poi alzare gli occhi e ritrovarsi, come d'incanto, davanti a cime impreziosite dal candore puro della neve, a montagne imperiose e possenti, pronte a toccare il cielo: nulla, come questi due paesaggi, potrebbe meglio descrivere il percorso della mia vita.
    Ho capito, infine, che la vera umanità è quella che si incontra nei binari di una stazione, fra le sue scale labirintiche e davanti a quegli enormi tabelloni elettronici: è racchiusa nella gioia di una nonna nel riabbracciare il nipotino che non vedeva da tempo, nel fidanzato che stupisce la sua amata e le darà quel bacio bramato da settimane, nel padre che torna a prendere la figlia e le sussurra, con grande commozione, "bentornata a casa".
    E se noi ci immergessimo un po' più in questo viaggio e sentissimo dentro di noi le emozioni provate da quei volti, da quegli sguardi, da quegli sconosciuti, eppure così simili a noi, il mondo, ne sono sicura, sarebbe davvero un posto migliore.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/02/il-viaggio-dellanima.html

  • Come comincia: E’ sorprendente constatare come questi giorni trascorsi a Cambridge scorrano velocemente ed instancabilmente, accostandosi l’uno all’altro senza soluzione di continuità: abbiamo già varcato la soglia di Ottobre e, senza aver avuto nemmeno il tempo di realizzarlo, le mie prime settimane settembrine di ambientamento non sono altro, ora, che preziosi e lontani ricordi.
    La mia preoccupazione più grande è che questa esperienza, così affascinante e travolgente, finisca troppo presto, proprio come il più bello dei sogni notturni svanisce nel giro di qualche minuto al risveglio mattutino: per fortuna, però, tutto questo non è un parto della mia  fervida fantasia, anche se talvolta, lo ammetto, mi do un leggero pizzicotto, per provare anche a me stessa che non sto affatto sognando, anzi
    vivendo l’avventura più emozionante della mia esistenza!
    Esatto, avete capito proprio bene, è così, seppure ogni parola che uso per descriverla e raccontarvela mi sembra insufficiente ed inadeguata, inadatta a restituire tutta la ricchezza di ciò che mi sta generosamente donando.
    Eppure, ogni  singolo vocabolo.trasuda e racchiude al suo interno tutte le multiformi emozioni provate lungo questo tortuoso, imprevedibile cammino: accostandoli gli uni agli altri, avrete ricostruito non una semplice permanenza all’estero, bensì un viaggio alla scoperta di me stessa, di chi sono e di chi voglio essere.
    Perchè ciò che di più prezioso ed importante ho imparato in queste settimane non è custodito fra le preziose pagine di un voluminoso libro della Classical Faculty Library, bensì fra le pieghe palpitanti ed umbratili del mio animo: credevo di venire qua solo per arricchire il mio bagaglio di conoscenza ed invece ho finito per esplorare me stessa, per comprendermi meglio di quanto facessi prima.
    Ora sento acuta e vibrante, dentro di me, la consapevolezza di volere il meglio, di desiderare il massimo ed è proprio questo che mi sta dando Cambridge, insieme alla certezza che tutto questo è vicino, raggiungibile e straordinariamente a portata di mano.
    Lo conferma la mia ricerca quotidiana in biblioteca: con tutto quel materiale così sterminato e monumentale a disposizione, sono sempre nuove e diverse le idee  e gli spunti che mi vengono in mente, mentre la mia ipotesi di lavoro prende gradualmente forma e si sostanzia ogni giorno di più, spingendomi a proseguire ancor più ardita e volenterosa.
    Non potrei arrecare prove certe ed oggettive, ma non è affatto un caso che tutti questi stimoli ed incentivi provengano dalle lunghe, ma intense ore trascorse in biblioteca: spero proprio che fra le righe della mia tesi traspaia quell’aria di laborioso, ma appassionato studio respirata qui, in uno degli atenei più prestigioso del mondo.
    A volte, quando esco per pochi minuti dalla biblioteca per prendere il pranzo o mangiarmi velocemente uno spuntino, preoccupata che i rumori turbolenti ed incessanti del mio stomaco disturbino troppo il silenzio e la ricerca altrui, osservo con attenzione le foto dei professori e dei ricercatori, tutte minutamente raccolte in un piccolo quadro sulla parete: tra tanti nomi, venerabili ed altisonanti, di studiosi prima sentiti solo per fama durante qualche lezione, mi piacerebbe molto che un giorno, per adesso ancora lontano, campeggiasse e comparisse il mio nome , a coronamento di un percorso inizato tanti anni fa e ancora ininterrotto.
    Di certo la mia immaginazione rimane ancora fervida ed attiva pure nella nebbiosa terra inglese, ma la mia determinazione e l’aspirazione non mancano ed, anzi, la permanenza a Cambridge le stanno sempre più risvegliando e portando alla ribalta.
    Ma non temete: non mi sto prendendo troppo sul serio come potreste pensare o, peggio, seppellendo fra montagne di libri e manuali, dandomi arie da classicista attempata.
    Molto spesso, anche se non si direbbe, ricordo a me stessa di essere una semplice ragazza di 21 anni ed evito che la smania di conoscere e sapere prenda definitivamente il sopravvento: per questo, dalle 5 del venerdì pomeriggio, orario di chiusura della biblioteca, l’unico scopo che io e le mie due compagne di avventura Giulia e Laura ci proponiamo è quello di divertirci  e ridere in compagnia, come qualsiasi altra nostra coetanea.
    E abbiamo preso molto seriamente questo impegno: lo scorso venerdì, per esempio, abbiamo degnamente salutato la nostra settimana di intensa ricerca con un buonissimo ed immancabile fish and chips, accompagnato da una buona pepsi, il tutto per la modica cifra di  sole cinque sterline: tutto merito di una fantastica promozione, “friday fish”, assolutamente decisiva nel fatidico momento della scelta del pub, nella miriade di locali e ristoranti che caratterizza Regent Street, una delle vie più frequentate ed importanti di Cambridge.
    E’ stato bello poter osservare finalmente Cambridge nella sua veste notturna, piena di giovani pronti a divertirsi e a godersi la loro prima serata libera nel week end: ci siamo ben mimetizzati fra loro, mentre passeggiavamo per le vie illuminate, stavolta senza il pensiero e la fretta di doverci recare in biblioteca.
    E’ stato tutto merito di Laura e della sua gentilezza se ho potuto apprezzare e vedere Cambridge by night, con le sue numerose chiese e di suoi imponenti college avvolti nel manto oscuro della notte: purtroppo gli autobus diretti a Bottisham sono frequenti durante il giorno, ma non durante la sera e l’ultimo parte da Cambridge alle 18,45, davvero troppo presto per assaporare la movida universitaria.
    Per fortuna, Laura si è offerta di ospitarmi per i prossimi venerdì e serate in programma nella sua ampia stanza ad Hargwick, un village poco distante da Cambridge, ma sicuramente meglio collegato del mio in materia di trasporti: nonostante le vie poco illuminate, con le luci dei pochi lampioni che producono ombre strane ed, a tratti, inquietanti, ci siamo incamminate spedite verso casa, dove ho potuto fare la conoscenza della sua padrona di casa Giulia, una donna cortese e carismatica e ringraziarla per l’ospitalità.
    Dopo una lunga chiacchierata, in cui ripercorrevamo i momenti più belli della nostra giornata, un sonno profondo e ristoratore ci ha fatto subito sprofondare nel regno di Morfeo.
    E ne avremmo avuto tanto bisogno, visto che il giorno dopo ci avrebbe atteso una giornata di nuovo all’insgena della cultura: avremmo partecipato all’evento celebrativo della carriera della celebre Joyce Reynolds, che la facoltà di Cmabridge ha l’onore di annoverare fra i suoi docenti emeriti.. e che io ho il piacere di vedere tutti i giorni seduta in biblioteca a leggere libri e prendere note, proprio come me, nonostante la sua età avanzata.
    Ma non dovete immaginarvi una noiosa e formale conferenza, piena di topi di biblioteca intenti ad aggiornarsi sulle loro pedanti ricerche: come chiariva la brochure distribuita all’entrata, l’intenzione degli organizzatori era dar vita ad un incontro informale ed amichevole fra colleghi e l’atmosfera così serena ed armoniosa dava loro ragione!
    Ancora una volta, ho potuto constatare che l’Italia, così travagliata al suo interno, dia splendida mostra di sè all’estero: molti erano gli interventi di studiosi italiani giovani ed affermati e, fra il pubblico, ho persino  riconosciuto un dottorando, in cui mi ero imbattuta a Trento nel primo anno di università ad un ciclo di incontri organizzati da un’altra studentessa chi avrebbe mai potuto pensare che, da allora, lo avrei rivisto e , per giunta, proprio a Cambridge?
    Ma la sorpresa più grande e gradita è stata vedere la cordialità e la disponibilità con le quali alcuni importanti studiosi, intervenuti nella mattinata, si sono approcciati a noi, timide scolarette ritrose, durante il ricco buffet, offerto a tutti i presenti, nella suggestiva cornice del lussuoso Newnham College: mi ha dato soddisfazione poter esporre il mio progetto di ricerca per la tesi ed ottenere la loro attenzione, osservare i loro sguardi intenti ed assorti mentre formulavo la mia prima opinione critica (che, a quanto pare, sembrava anche molto buona e ben fondata)
    Ma la cultura non ci avrebbe impedito di assaporare ancora un pò quel sabato pomeriggio stranamente soleggiato: dopo aver ascoltato gli ultimi interventi, ci siamo ritagliate del tempo per una bella passeggiata fra prati e salici, proprio in riva al fiume, sempre percorso da allegri gondolieri che trasportano miriadi di turisti, e poi fra gli ultimi colleges non ancora esplorati.
    E’ stato proprio ad una di quelli, al Corpus Christi, che abbiamo incontrato casualmente e fatto la conoscenza di Stefania, una nostra simpatica ed intraprendente connazionale che lavora come ragazza alla pari proprio qua a Cambridge, dove rimarrà fino a marzo, desiderosa di potenziare il suo inglese e di vivere un’esperienza nuova e dirompente, proprio come noi.
    Non potevamo esimerci dall’approfondire la nostra conoscenza come si usa nella nostra patria, ovvero davanti ad un buon caffè, vagamente simile al nostro indimenticabile espresso: tanti gli argomenti di cui parlare e tante le affinità che ci legano a lei, conosciuta per caso solo qualche minuto prima.
    Il desiderio di rincontrarsi e di rivedersi è presto sorto e , per quetso, non abbiamo tardato a scambiarci contatti e recapiti: se tutto va bene, domani si aggregherà a noi per una cena ad un ristorante italiano, De luca’s, sempre nell’affollata e multietnica Regent’street.
    Ma per quel giorno le mie avventure non erano ancora terminate: il mio solito autobus per tornare a Bottisham non sarebbe passato prima di un altra ’ora  e mezza ed invece di maledirmi per non aver ben controllato l’orario, ho fatto la conoscenza di un simpaticissimo ed esilarante autista di un’altro autobus, che mi ha lasciato ad una fermata proprio all’entrata del mio piccolo village.
    Nonostante i pochi attimi di panico iniziale, è stato esilarante raccontare la mia bizzarra giornata a questo strano tipo, così pieno di battute sagaci ed umoristiche, capace di salutarmi alla mia discesa con un adios e di aiutarmi con tanta solerzia e premura, pur non avendomi mai vista!
    Ma stavolta, non so come nè perchè, ma avevo ben piantata nel cuore la remota convinzione che me la sarei  comunque cavata e tutto sarebbe scorso liscio: così è stato e ricordo la contagiosa euforia e la gioia indescrivibile con cui feci ritorno a casa dopo due giornate così splendide e piene di attività, dove anche la minima difficoltà, con un pò di calma e padronanza, si sono placidamente risolte.
    Speriamo di replicare stavolta il successo della scorsa settimana: sabato, io e Laura partiremo alla volta di Brighton, per un’allegra gita tutta al femminile, in grado di darci tutta l’adrenalina e la carica di cui avremo bisogno dopo così tanti giorni di intenso lavoro.
    Invece per domenica, dopo una mattinata di ozio e relax ( e, perchè no, anche di  immancabili faccende da sbrigare ) abbiamo in programma un bel pomeriggio di shopping  e passeggiate proprio a Cambridge: con la biblioteca chiusa, possiamo goderci la città ed i suoi graziosi negozietti in tutta tranquillità, senza l’urgenza di dover correre da nessuna parte, ma anzi con il piacere di esplorarla e conoscerla sempre meglio.
    A me e Laura si unirà anche la mia nuova room-mate, Fumni, arrivata lo scorso sabato dal Sud di Londra, dove vive con la sua numerosa famiglia, anche lei matricola fresca fresca dell’università di Cambridge: ora, insieme a Chinì, formiamo un curioso, ma unito trio e abbiamo già deciso di recarci tutte e e tre insieme a Londra il prossimo sabato.
    Io non potrei essere più soddisfatta: entrambe conoscono la metropoli come le loro tasche e si prospetta all’orizzonte un’altra giornata intensa, ma divertente, senza che le battute e risate manchino mai!
    Con noi si unirà anche Giulia e sua sorella, che verrà a trovarla proprio dall’Italia: sarà bello vedere riunito, in un solo giorno, le mie compagne classiciste italiane con le mie nuove coinquiline inglesi.
    Speriamo solo che anche il tempo sia dalla nostra parte: è ancora difficile abituarsi ad alcune giornate dal cielo plumbeo e cupo, completamente grigio e magari accompagnato anche da una intermittente pioggerellina, però quando il sole risplende su Cambridge, illuminando i ponti e le enormi facciate dei colleges, non puoi non osservare, ammirato ed estasiato, il bellissimo panorama che la città svela davanti ai tuoi occhi e sentirtene così intimamente compiaciuto.
    Fino ad adesso, nonostante le sfide e gli imprevisti di ogni giorno, pare proprio aleggiare il sereno sulla mia permanenza qua, ma spero davvero e farò di tutto affinchè questo trend positivo non si esaurisca e cercherò di cavalcarla fino in fondo. Se ci riuscirò o meno, lo potrete testare voi stessi, continuando a leggere le mie righe.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/search/label/Taccuini

  • Come comincia: E’ passata ormai poco più di una settimana da quando arrivai, timida e titubante, qui a Cambridge: è tempo di fare un bilancio di quanto vissuto finora.
    L’ansia e la preoccupazione di annoiarmi e di dover passare tutto il giorno sola in una polverosa, vecchia biblioteca, ormai, non sono che vecchi e sbiaditi ricordi: era questo martellante e tetro pensiero a farmi partire con così tante riserve e così tanti dubbi.
    Ora, invece, che i fatti mi hanno largamente smentito, mi ritrovo a chiedermi spesso come posso aver anche solo ipotizzato uno scenario tanto apocalittico: forse solo
    l’esperienza personale e diretta mi avrebbe potuto indurre a più miti e riflessioni giudizi.
    A volte, percorrendo le vie di Cambridge o sfogliando le pagine di un qualche libro della biblioteca, mi domando cosa posso aver fatto di tanto speciale per meritarmi un’opportunità unica ed irripetibile come questa: la mia, mi dico, è una fortuna e un’occasione che non posso permettermi di rovinare o sciupare, non con tutto quello che mi ha offerto e che ancora ha da offrirmi.
    E’ proprio per questo che si fa sempre più impellente e categorico l’imperativo di non sprecare, di non lasciarsi sfuggire nemmeno un secondo, nemmeno un istante di vita qui a Cambridge: è come se mi sentissi invasa da una continua e crescente voglia di sperimentare, provare, esplorare e la mia innata curiosità non fa altro che aumentare la mia irrequietezza , la mia euforia.
    Così si pianifica, si organizza e si parte, con l’unico scopo di vivere l’avventura e godersi il momento: da questo spirito sono nate la mia visita a Londra, lo scorso sabato, e al centro storico di Cambridge.
    Londra è stato l’inatteso, ma splendido regalo che mi sono voluta concedere per festeggiare degnamente la mia prima settimana in terra inglese: a distanza di una sola ora di comodo treno da Cambridge, era troppo invitante per lasciarsela sfuggire!
    La giornata è trascorsa fra intense camminate negli imponenti e maestosi streets del centro, intervallate di tanto in tanto da qualche salita in metropolitana, questa grande sconosciuta per me: Buckingham Palace, il Big Ben, Piccadilly Circus, Carnaby street, Oxford Street, Covent garden e la National Gallery sono tutti scorsi sotto i miei occhi incantati e rapiti nel giro di poche, vorticose ore.
    Il tutto fu impreziosito dall’assaggio di una specialità inglese per me nuova, ma qui molto comune ed assolutamente deliziosa: jacket potato, un degno ristoro per il mio esigente palato italiano.
    E’ stata proprio la mia amica teramana Laura a consigliarmela: le ore trascorse in compagnia, fra risate e passeggiate, a Londra ci hanno unito e legato, spronandoci a ricercare, insieme, sempre nuove occasioni di svago e di divertimento.
    Non abbiamo tardato molto a realizzare quanto ci eravamo ripromesse nel treno di ritorno a Cambridge: martedì pomeriggio abbiamo salutato la biblioteca più presto del solito e ci siamo dirette alla volta del famoso Fitzwilliam Museum, a pochi passi dalla nostra università.
    Le nostre espressioni diventavano sempre più sbalordite e ammirate, man mano che continuavamo a percorrere le numerose sale, una di seguito all’altra: passavamo dalle bellissime ceramiche orientali alle armi medievali, non facendoci mancare neppure statue e monili greci, sarcofagi egiziani e quadri del Rinascimento Italiano e dell’Impressionismo Francese.
    Già solo con questa visita, il pomeriggio sarebbe stato sufficientemente appagante, ma noi non potevamo fermarci e, in realtà, neppure lo volevamo: uscendo dal museo ci siamo volte all’esplorazione di due dei numerosi colleges che Cambridge offre ai suoi studenti, Petershouse e Pembroke College.
    E’ impossibile, una volta averne visto gli interni, non desiderare di esserne uno dei suoi fortunati coinquilini: questi giardini ben curati pieni di fiori, le grandi distese erbose, di questo verde brillante ed intenso, le stanze ampie e sontuose, le architetture così vagamente medievali, tutto contribuisce a creare un angolo di mondo pieno di pace ed armonia dove studiare, alla fine, diventa quasi un piacere, più che un dovere.
    Per concludere in bellezza il nostro stravagante pomeriggio, nulla di meglio che una tipica merenda inglese ( a base di muffin al cioccolato) in uno dei numerosi parchi di Cambridge, disseminati qua e là nel centro cittadino: mentre stavamo assecondando il nostro crescente appetito, già nuove idee per i prossimi giorni venivano raccolte ed attentamente vagliate, desiderose di replicare il successo di quella giornata.
    Ecco cosa bolle in pentola: domani ci avventureremo in un tipico pub inglese in centro, mentre sabato  pomeriggio ci ritaglieremo del tempo per una passeggiata, fra negozi e monumenti..direi che non c’è male, no?
    Inaspettatamente, anche il tempo sembra darci il suo assenso e dimostrarsi particolarmente favorevole a noi povere italiane poco abituate al freddo: la scorsa domenica si sono registrati ben 22 gradi e stamane c’è un cielo limpido e terso come non l’avevo mai visto.
    Quando è così, non si può chiedere di meglio per cominciare la giornata: seduta nel grazioso bar della facoltà, sorseggiando il mio American Coffee (che trovo delizioso, forse per osmosi culturale, al contrario di molti miei connazionali, fedelissimi all’espresso), ho davvero l’impressione che il mondo mi sorrida!
    Con il proseguire dei giorni, aggiungi accorgimenti su accorgimenti al tuo bagaglio di esperienza e, senza che tu te ne renda conto, arrivi ad un livello di padronanza della situazione sempre più alto, con l’effetto di ampliare ancor di più il ventaglio di possibilità che ti si offrono.
    Basta pensare al mio viaggio quotidiano in autobus da Bottisham a Cambridge: una volta sperimentata la bellezza dalla vista del suo secondo piano, non vi rinuncio più e ormai posso considerare come mio a tutti gli effetti il primo posto, davanti al grande vetro centrale, dal quale godo di un panorama spettacolare, soprattutto quando accarezzato dai primi raggi mattutini del sole, come oggi.
    Mi aspetta un nuovo, intenso giorno di consultazione di libri in biblioteca: ormai non noto nemmeno più in che lingua siano scritti e leggere inglese mi diventa naturale quanto l’italiano.
    Ma non disperate, le ore trascorse in biblioteca non sono affatto così tetre e silenziose: con Giulia e Laura, mentre stiamo tutti insieme con le nostre ricerche, scappa sempre una battuta, un sorriso, uno sguardo di intesa ed il tempo sembra scivolarmi via  fra le mani come se stringessi troppo forte un pungo di sabbia.
    Quando sei fuori, all’estero, da solo, all’inizio di una esperienza come questa, il legame che si crea con le persone nella tua stessa condizione è ancora più stretto e profondo: provando le tue stesse emozioni, sono proprio loro a saperti comprendere più di ogni altro e ad infonderti fiducia nei (pochi, ma immancabili) momenti di sconforto, che può essere sconfitto solo con una buona dose di solidarietà femminile e spirito di condivisione fra compatrioti.
    Anche il rapporto con i miei padroni di casa, Daniela e Lawrence, si sta approfondendo sempre di più: a cena le occasioni per ridere insieme non mancano mai ed è bello sentire qualcuno preoccuparsi per il tuo benessere e chiederti anche solo come sia andata la tua giornata.
    Le loro due bambine, Elena e Juliet, hanno eletto la domenica, mio unico giorno di riposo, come occasione perfetta per giocare insieme a mamma e figlie e vorrebbero che io prolungassi la mia permanenza qui a Cambridge in casa loro: non essendo possibile, ho proposto loro di venire in estate a casa mia per qualche giorno ed hanno prontamente accettato!
    Quella stessa domenica ho avuto anche il piacere di conoscere la mia room-mate: si chiama Chini, è di origini nigeriane e vive nel Kent e la prossima settimana comincerà a frequentare le lezioni di psicologia all’università Anglia Ruskin qui a Cambridge.
    Ci stiamo pian piano conoscendo ed ogni giorno scopriamo cose diverse l’una dell’altra: il divertimento e le battute sono assicurate ed è bello, la sera, farsi compagnia mentre si cena o si guarda la televisione, senza contare che questa nuova amicizia, per il mio inglese, è decisamente un toccasana.
    Ma Chinì non è solamente un’astratta esercitazione di english speaking quotidiana: rivedo in lei, all’inizio del suo percorso universitario, molti dei dubbi e delle aspettative che ho vissuto anche io, due anni fa, venendo a Trento.
    Da allora, sono molto cambiata, cresciuta, maturata e credo che la mia permanenza qua a Cambridge non farà altro che catalizzare ed accelerare questo processo: sono queste le esperienze che lasciano un segno indelebile dentro di te e ti rendono la persona che sei.
    Cambridge, ancor di più, Londra sono città dai variegati e multiformi stimoli culturali, caratterizzate da un’effervescenza e vivacità intellettuale così coinvolgente che non te ne puoi non sentire ispirato e rinvigorito: è proprio così che mi sento ora e la mia quotidiana dedizione allo studio e alla consultazione ne ha piacevolmente risentito.
    Non mi importa di non poter fare le cinque di mattina ballando selvaggiamente in discoteca o sorseggiando drink in un pub con altri ragazzi stranieri: non è per questo che sono venuta qua e, francamente, non è la mia massima aspirazione.
    Ritengo molto più appassionante e coinvolgente lasciarmi tentare dall’entrata, quasi sempre gratuita, di mostre e musei: qui investono molto e bene sulla cultura ed è porprio quello che voglio fare io con me stessa.
    L’entusiasmo per i miei studi ha trovato qui un humus molto fertile e ricettivo per svilupparsi e crescere sempre di più: spero non corra il rischio di subire la fine opposta, al mio rientro in Italia, che sta imboccando tutt’altra direzione in merito.
    Ma il mio ritorno in Italia è ancora molto lontano, anche se siamo arrivati all’inizio di Ottobre, senza nemmeno accorgermi: il tempo davvero vola, quando ci si trova così bene!
    Per ora, la mia affinità con Cambridge e la sua stupenda università sta crescendo sempre di più, staremo a vedere cosa ci riserva il futuro. Naturalmente, voi sarete i primi a saperlo!
    Cecilia Cozzi
    ​http://aspasiachannel.blogspot.it/search/label/Taccuini

  • Come comincia: L’occasione per lo scrivere me la fornisce il mio secondo viaggio alla volta di Cambridge: d’ora in avanti, la mia routine consisterà nel prendere, alle otto di ogni mattina, questo bellissimo, pulitissimo autobus inglese per arrivare da Bottisham, piccolo paesino, a Cambridge.
    Questo piccolo viaggio mi permette di pensare a tante cose: a tutte le emozioni provate in questi giorni, a cosa significhi stare qui, al senso che avrà tutta questa esperienza per me.
    Ricordo ancora quando sono arrivata, ormai tre giorni fa: la trepidazione dell’atterraggio, la consapevolezza che la mia avventura cominciava proprio lì, a London Stansted.
    Anche il tempo mi chiariva che avrei salutato un po’ l’Italia: un cielo grigio e 
    un’aria gelida mi accolsero all’arrivo, quando ero partita da Falconara con il sole!
    Ma un po’ di Italia la rivedo ogni giorno: la mia padrona di casa, Daniela, è una ragazza romana che si è stabilita qui e ha formato, con il suo compagno Lawrence, una scoppiettante e vivace famiglia mista,  in cui si passa velocemente dall’inglese all’italiano e viceversa, senza soluzione di continuità.
    E’ divertente giocare con le loro due bambine, Elena e Juliet, sentendole alternare il loro perfetto British English ad un esilarante romanesco.
    Sono state proprio loro le persone con cui ho trascorso le mie prime ore a Bottisham ed, in un certo senso, mi sono sentita subito a casa: una bella cena in tipico english style, con verdure cotte e agnello, coronò la mia prima giornata in questo grazioso “village”.
    Mi viene ancora in mente la fierezza e la soddisfazione nel disfare la valigia e riporre le mie cose nell’armadio: sentivo che potevo farcela da sola, con le mie uniche forze e questo senso di indipendenza e di autonomia, provato anche a Trento, ora, con la mia permanenza all’estero, non faceva altro che approfondirsi e sostanziarsi  sempre di più.
    Non mancarono, però, le prime disavventure: quella gelida domenica, mi ritrovai in esplorazione a Bottisham da sola, con l’unico ausilio di un ombrelletto tartassato dalle forti ventate, alla ricerca delle fermate dell’autobus, che avrei dovuto prendere l’indomani, ma ahimè, poco visibili.
    Per fortuna, un grazioso pranzo in un pub di Bottisham, a base di “Breast chicken”, e le preziose indicazioni di Daniela e di mio padre, oltre che alla portentosa tecnologia di Google-maps, fecero tornare di nuovo il sereno: ora, martedì 17 Settembre, dopo un lunedì di rodaggio, posso ritenermi soddisfatta e dire, finalmente, che ho la situazione in pugno. 
    Perché è così: quando sei da solo, in un paese straniero in cui non conosci nessuno, ogni difficoltà appare insormontabile  e lo sconforto ti invade, facendoti credere che non sei in grado di fare nulla per tuo conto.
    Poi, però, quando le cose lentamente si raddrizzano e cominci a capirci davvero qualcosa in tutto questo, nulla ti rende più orgoglioso e felice: ti ritrovi a sussurrarti, fra te e te, “Io ce l’ho fatta, io ce la posso fare”e credere fermamente in quelle parole, perché oggi lo si è dimostrato e così i giorni a venire.
    Certo, l’emozione del primo giorno non si scorda mai: era veramente qualcosa di superlativo la mia espressione alla vista della Classical faculty library , la biblioteca degli studi classici di Cambridge.
    Non avevo mai visto nulla di simile: interi scaffali e scaffali colmi di libri, perfettamente ordinati e catalogati, con un acribia e una precisione a dir poco rassicurante.. il paradiso di ogni classicista, come me!
    Passerò lì gran parte delle mie giornate, in compagnia di due simpatiche ragazze romane conosciute ieri: direi che non avrei potuto scegliere habitat migliore!
    Ogni tanto, mentre studio o sottolineo  delle parole, alzo la testa e getto uno sguardo intorno a me: vedo tanti miei coetanei o, comunque, tanti altri studenti, alle prese coi miei stessi grattacapi, ma con quel delizioso british accent, che mi sto sforzando di adottare anche io.
    La facoltà è bellissima: è grande, tecnologica, spaziosa, con il museo di archeologia proprio sopra la biblioteca e una stanzetta accogliente, comoda per un veloce break prima di immergersi di nuovo in mezzo allo studio.
    Per ora ci sono pochi ragazzi, le lezioni cominceranno i primi di ottobre e allora Cambridge sarà più animata che mai: in tutta la città, i colleges, le residenze per gli studenti, cominceranno a riempirsi ed infoltirsi di gente, pronta per un nuovo anno accademico.
    Nonostante ciò, la biblioteca non è affatto deserta ed, anzi, ben frequentata: passandoci quasi tutta la giornata, vedo molte persone, adulte e più o meno giovani, sedersi ai desks e leggere avidamente pagine e pagine di libri, intervallando per alcuni momenti con la scrittura al computer di ciò che hanno da dire e ricercare.
    Potrà sembrare, la mia, una fredda e monotona routine, ma non è affatto così: girando per quegli scaffali, perdendomi fra tutti quegli splendidi libri, alla ricerca di quello giusto per me, è come se respirassi la grandezza e l’immortalità di quei grandi uomini, dei quali analizziamo ancora le idee e l’operato, anche a millenni di distanza.
    Certo, il senso di fallimento e piccolezza è dietro l’angolo: talvolta, mi sento quasi una timorosa formica vicino a degli inarrivabili giganti, incapace di alzare lo sguardo verso di loro, tanta l’inadeguatezza che prova.
    Poi, però, mi scuoto da questi tristi pensieri e la febbrile attività di ricerca per la tesi mi invade completamente, instillandomi la voglia di proseguire, passo dopo passo, verso la meta, anche se, per adesso, sembra ancora lontana.
    Ma non mi lamento: l’inverno sarà lungo e la biblioteca molto calda, quindi ci sarà il giusto tempo per non lasciare nulla di intentato.
    I giorni, inizialmente, sembrano non scorrere mai, invece il tempo sta già passando e, piano piano, sto sentendo Cambridge come casa mia e mi sto lentamente abituando  (anche se con molto sforzo!) alle sue giornate grigie e ai suoi orari così diversi dai nostri.
    Anche la gente è diversa: è gentile, sorridente, rispettosa, ti chiede scusa se ti urta per sbaglio in strada e ringrazia l’autista al termine della corsa.
    E’ la prova che un mondo migliore non solo è possibile, ma esiste per giunta e basta saperlo vedere: non credo, con questo, che l’Inghilterra sia un assoluto paradiso, ma penso che sia illuminante ed istruttivo, per noi italiani, starci e respirarne un pò l’aria.
    Ho scoperto, con mia meraviglia, che  Cambridge si sta trasformando in una colonia di italiani: l’università è piena di studenti e professori miei conterranei ed ogni tanto, anche camminando velocemente, sento l’eco di qualche parola italiana, che si impone subito al mio orecchio per la sua estraneità a questo contesto.
    Eppure, mi godo anche il mio silenzio, mentre ascolto di sfuggita le conversazioni degli inglesi, in autobus, al bar o negli streets: mi sembra di essere lo spettatore invisibile di un qualche spettacolo che quotidianamente va in scena e e mi ricorda come la bellezza di questo mondo consista proprio nella diversità e in tutto ciò che possiamo apprendere da questa.
    Ma, lo devo proprio ammettere, cenare così presto, rispetto ai miei precedenti canoni, mi fa ancora strano: il compagno di Daniela dice che presto mi abituerò anche a questo e ne vedrò i positivi influssi.
    Per adesso, mi accontento di accorciare le mie ore da sveglia dopo la cena e cerco di coricarmi un po’ prima del solito: la sveglia alle sette e l’intensa giornata, fra spostamenti e ricerca, si fa sentire.
    Eppure, la sera è difficile prendere sonno: tante le emozioni provate, i ricordi della giornata appena trascorsa da riassaporare e le sfide della giornata successiva da affrontare in mente.
    Ma questo è positivo: significa che sto vivendo questa esperienza proprio come andrebbe vissuta… e che sono pronta, pronta per tutte le avventure che mi riserverà nei prossimi giorni. E che continuerò a raccontarvi.
    Cecilia Cozzi
    ​http://aspasiachannel.blogspot.it/search/label/Taccuini

  • 04 agosto 2015 alle ore 21:03
    I vuoti

    Come comincia: I bambini raramente cercano spazi. Attendono le partenze con trepidazione, perché non vedono l'ora di incontrare gli amici di sempre. Corrono lungo i viali dei ricordi d'un'estate passata, per andare a bussare alla porta dell'amico che ti aspetta già da un po' e ti accoglie con la stessa frase ogni anno '' mi sei mancato''. Ci si dà appuntamento alla stessa ora e allo stesso posto, perché è il nostro posto. Un posto d'amore sodale. Non c'è tempo per gli spazi, e se una sera non esci perché il mare stanca, l'amico viene a prenderti per giocare a carte in mezzo alle scale di casa. Ci si sbuccia le ginocchia, si ride e si piange, ma insieme. Anche se sei solo, sei insieme all'amico che pensa a te. E non vede l'ora di vederti. I grandi vogliono sempre più spazi e fingono siano rivendicazioni di libertà. Ma è solo egoistico possesso del tempo. '' Ho un impegno, mi spiace'' . Fino a quando lo spazio diventa un vuoto col filo spinato. Qui non si passa e se ti sbucci le ginocchia è affar tuo, te l'avevo detto. I grandi sono pieni di '' te l'avevo detto'' . Non vogliono più sbucciarsi le ginocchia. Credono di aver imparato tutto, come se imparare volesse dire smettere di amare, di avere il coraggio di dire mi manchi. Come se volesse dire smettere di vivere.

  • 04 agosto 2015 alle ore 4:13
    Sole

    Come comincia: Ecco che il sole è tramontato. No, non è ancora tramontato, ma è sparito dietro un condominio, mi ha abbagliata con gli ultimi riflessi così folgoranti da non poterli guardare, e poi è sparito. Per me è come se fosse tramontato. Fino a domattina non lo rivedrò. Domani mattina il rito si compierà come ogni giorno del Mondo, del nostro Mondo. Domani mattina tanti milioni di persone si affacceranno a guardare il sole che sale alto nel cielo. Chi lo guarderà da un panfilo ondeggiante sul mare azzurro, oppure da una spiaggia, chi lo guarderà da una casa, un ospedale, da dietro le sbarre delle finestre di un carcere. Qualcuno lo guarderà dall'alto di una montagna e lo sentirà così vicino, altri lo guarderanno dalle impalcature di una costruzione a cui stanno lavorando, oppure alzando gli occhi da un campo dove sono chinati per raccogliere i frutti della terra, sarà quell'attimo in cui attaccheranno le labbra ad una bottiglia di plastica piena d'acqua asciugandosi il sudore col dorso della mano, o peggio, alzando gli occhi da un campo profughi. Lo guarderà chi è in viaggio per andare in vacanza o per tornare, oppure per lavoro, e abbasserà il parasole per non rimanere abbagliato. Lo guarderanno anche ladri, assassini, torturatori, truffatori, corrotti. Tutti lo guarderanno, e come ogni giorno, la croce che ognuno di noi si porta sulle spalle brillerà ai raggi di quella stella che mai ci dimentica. 
    Anch'io domani mattina aprirò la portafinestra sul mio balconcino e lo guarderò: e il Sole ammiccherà rispondendo al mio saluto: Eccoci qua amico mio, tu sempre puntuale, e io? Beh, non posso lamentarmi: anche stamattina mi sono svegliata. 

  • 02 agosto 2015 alle ore 14:23
    Domenica d'Agosto

    Come comincia: Genova Pra Palmaro. C'andavo al mare con mio padre. Uno di quei casotti di legno sopraelevati tipo palafitte era il chiosco dei "Bagni Gatto". Un bar tutto di legno con piccolo saloncino, tavolini e il juke box che spandeva la sua musica. La gente ballava sulle note di Smoke gets in your eyes oppure Only You. Quanto mi struggevo quando mi perdevo a guardare il figlio del proprietario dei bagni. Si chiamava Giancarlo. Biondo, abbronzatissimo, con due occhi felini verde smeraldo e il sorriso un po' insolente di chi sa di essere bello. Il cuore mi batteva forte. Ah, se mi avesse invitata a ballare! Io avevo undici anni e mi portavo addosso la mia fragile pelle da rossa, abbondantemente ustionata dall'imprudenza, e ulteriormente torturata da mio padre che, con la delicatezza di un ippopotamo, mi spalmava senza pietà la vegetallumina un po' ovunque. Me ne stavo appoggiata, non seduta, su una sedia vicino al juke box, a gambe e braccia rigide, arrostita a puntino, attenta a che nessuno mi sfiorasse neppure per sbaglio. Sapevo che dopo la fase delle piaghe, ci sarebbe stata quella della spellatura che mi avrebbe resa vagamente leopardata, le efelidi disseminate sulla pelle troppo rossa sarebbero diventate verdi, ed io sarei sembrata una marziana. E Giancarlo? Leggevo nel suo sguardo una sorta di pietà, quella che si riserva a una bambina. Il suo divertito: come va oggi? Brucia sempre? Mi trafiggeva l'anima. E poi lo guardavo nascondersi sotto l'impalcatura dei casotti con le ragazze: belle, abbronzate, più grandi di me naturalmente. E mio padre si avvicinava, cosa vuoi? vuoi un gelato, un ghiacciolo? Andiamo a prendere la focaccia con le cipolle e i fichi neri? Anche per lui ero una bambina. Ma quella domenica d'agosto successe qualcosa. Una signora, mi sembra di ricordare fosse di Milano era nel bar mentre tutti ballavano. Appena le note di Smoke gets in your eyes invasero la saletta, lei venne verso di me e mi invitò a ballare. Fu il primo ballo della mia vita e non dimenticherò mai una donna che evidentemente aveva capito tutto il mio desiderio di ballare e di far parte del mondo dei "grandi". Fui così felice, anche se, certo, Giancarlo non mi vedeva proprio.

  • 28 luglio 2015 alle ore 20:19
    Tentazioni

    Come comincia: Sono andata al supermercato, e mentre bighellonavo fra una corsia e l'altra mi sono trovata davanti allo scaffale delle marmellate, casualmente! Mi sono detta, ecco, quando mi venisse voglia di roba dolce, mi potrei mangiare un cucchiaino di marmellata. Ho guardato, cercato, e scelto "senza zuccheri aggiunti", è già qualcosa. Un bel vasetto di confettura di arance che ha anche quella puntina di amarognolo che mi piace tanto, e poi ha anche qualche tocchetto di scorza che mi piace tanto. Ho fatto la spesa e me ne sono tornata a casa col prezioso vasetto nel carrellino di nome Danilo. Caro Danilo, adesso quando arriviamo a casa dobbiamo fregare Paolo e fare in modo che non veda la marmellata, altrimenti sai la glice-sua, dove va a finire? Siccome Paolo, quando torno con la spesa, si siede in pole position e analizza tutto ciò che poso sul tavolo, ho dovuto fare artifizi alla Silvan, ma nascondendo la marmellata in mezzo a un fascio di foglie di coste, l'ho piazzata nel frigorifero, e poi sistemata nel cassetto delle verdure dove sono sicura che lui non va a guardare. Ma la presenza della marmellata in casa ha attivato una specie di iter perverso per cui a un certo punto non ho più capito se la voglia di dolce mi faceva pensare alla marmellata, oppure la marmellata mi faceva venire voglia di roba dolce. Il dubbio ha cominciato ad affliggermi: e se poi un cucchiaino non mi basta? E se non riesco a fermarmi? Ma va là, non sono mica più una bambina, i prossimi sono 67, eh, santo cielo, sono altro che adulta e ho il mio bel carattere. Ci mancherebbe che mi lasciassi dominare da un po' di marmellata di arance! Comunque la presenza del vasetto mi perseguitava. Appena Paolo è andato a dormire, mi sono precipitata in mezzo alle coste e ho acchiappato il vasetto, stando bene attenta a fargli fare il "plop" dell'apertura col rubinetto dell'acqua aperto, perchè Paolo ha le antenne tese anche quando dorme. Poi, sicura che lui non avesse sentito niente, ho preso un cucchiaino, macchè cucchiaino, un cucchiaio non sarà mica troppo, in fondo non è tanto più grosso di un cucchiaino, e poi, uno solo.... Danilo, posteggiato vicino al pianoforte mi guardava malizioso. Beh, credi che non sappia fermarmi? E lì sì, finalmente ho avuto la prova della forza del mio carattere e della mia ferrea volontà: me la sono mangiata tutta. 

  • 28 luglio 2015 alle ore 20:11
    Cafone

    Come comincia: Oggi in trattoria c'era un signore molto distinto, di quelli che ormai non si vedono quasi più. Elegante, in abito gessato, capelli bianchi ben pettinati, viso abbronzato e rughe interessanti. Diciamo fra i settanta e gli ottanta. Al suo tavolo due donne e un altro signore. Mi sono perfino chiesta cosa ci facessero in un bar trattoria molto alla buona e senza pretese. Insomma pensate quello che volete, ma stridevano parecchio con l'ambiente. A un certo punto del pranzo, uno di quei pranzi domenicali da cui mi lascio sempre incautamente coinvolgere salvo poi non aspettare altro che l'ora di andarmene, a un certo punto Paolo ha cominciato a scalpitare perchè aveva voglia di fumare. Va bene, tanto lo so già, vai a fumare, fuori naturalmente. Bisogna dire che Paolo, quando sta seduto molto tempo, rimane piuttosto ingrippato, e quando si rimette in piedi, prima di camminare come si deve, la sua andatura è un po' claudicante, strana, insomma.....si fa notare. Mentre lo guardavo allontanarsi e mi apprestavo alla paziente attesa del suo ritorno e anche del cibo che non arrivava mai, cosa vedo? Vedo il distinto signore che non solo deride Paolo e il suo modo di camminare, ma lo scimmiotta, ridendo e facendo ridere i suoi amici. Davvero non credevo ai miei occhi. La leonessa che abita dentro di me ha ruggito rabbiosa. Il rispetto per me stessa, il rispetto per la signora della trattoria con cui sono in confidenza, e forse anche il fatto che non avevo bevuto abbastanza, mi hanno impedito di prendere per il collo il distinto signore e appiccicarlo alla parete. Invece l'ho solo guardato, e l'ho visto: una povera nullità in elegante gessato grigio.

  • 28 luglio 2015 alle ore 19:58
    La fuggiasca

    Come comincia: Ah, ecco qua i numeri. Menomale che li ho conservati.
    -Pronto, buongiorno, scusi se disturbo, sua sorella è lì da voi?
    -Mia sorella? No. Ma chi parla?
    -Sono il suo....fidanzato.
    -Ah sì? Mia sorella ha un fidanzato? Non lo sapevo. E allora, se non lo sa lei dov'è......
    -Il fatto è che se n'è andata. Mi ha lasciato una lettera di addio sul tavolo della cucina ed è sparita. Sono disperato.
    -Ahahah! Non mi stupisce. Avete litigato?
    -Ma no, cioè sì, qualche volta, come tutti.
    -Non come tutti, in casa mia non si litiga. Comunque no, non è qui. Mi spiace. Buongiorno.
    tutututututututututututututututututututu
    -Pronto, buongiorno, scusi il disturbo, sua sorella è lì da voi?
    -Mia sorella? No, chi la vuole?
    -Sono il suo ....fidanzato.
    -Non sapevo che mia sorella fosse fidanzata.
    -Già, certo.
    -Perchè la cerca qui?
    -Perchè se n'è andata, mi ha lasciato una lettera d'addio sul tavolo della cucina ed è sparita, e io sono disperato.
    -Mi spiace tanto, se si facesse viva le dirò che lei la sta cercando. Salve.
    tutututututututututututututututututututu
    -Pronto, buongiorno signora. Per caso sua cognata è lì da voi?
    -Quale delle due?
    -Quella più giovane.
    -No, non è qui, e lei chi è?
    -Io sono il suo....fidanzato.
    -Ah, si è fidanzata? Non lo sapevo.
    -Già, immaginavo.
    -Se è la sua fidanzata, come fa a non sapere dov'è?
    -Veramente se n'è andata. Mi ha lasciato una lettera d'addio sul tavolo della cucina, ed è sparita. Sono disperato.
    -Beh, non è venuta qui.
    -Senta, per gentilezza, se si fa viva può dirle che ho tanto bisogno di parlare con lei?
    -Va bene, lo farò.
    -E poi ci sarebbe un'altra faccenda. Sua cognata aveva fatto la salsa, una trentina di bottiglie, potrebbe chiederle dove le ha messe? Non riesco a trovarle.
    -Ahahahah! La salsa! Guardi che non stiamo parlando della stessa persona. Non credo proprio che mia cognata abbia fatto la salsa.
    -Come no, è già il secondo anno che fa la salsa.
    -Ma parla di mia cognata quella di vent'anni?
    -Ventuno, per la precisione.
    -Va bene, venti...ventuno...ma lei le bottiglie le ha viste?
    -Certo che le ho viste, erano trenta, ma sono sparite anche loro.
    -Ah, capisco, certamente se si farà viva le chiederò notizie della salsa, ma penso che gliel'abbia fatta fare un anno di troppo! E' meglio che lei si metta l'anima in pace: non tornerà.
    tutututututututututututututututututututu