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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 18 luglio 2015 alle ore 13:01
    Una notte tanto tempo fa

    Come comincia: Erano circa le tre del mattino quando la ragazza si svegliò. L'istinto le suggerì immediatamente che era arrivato il momento. Accese la luce e si girò verso il suo compagno che dormiva accanto a lei. Provò tenerezza per lui, e quasi dispiacere di doverlo svegliare in piena notte, ma era inevitabile.
    "E' ora, svegliati, dobbiamo andare"
    "Sei sicura?"
    "Sì sono sicura, dobbiamo andare."
    La valigetta era pronta da tempo ai piedi del letto, e la ragazza la aprì dando una rapida occhiata per assicurarsi che non mancasse nulla.
    Poco più tardi il suono dei passi di lei e di lui furono l'unico rumore che disturbò il silenzio della notte, mentre si avviavano, attraverso il vialetto del giardino, verso l'automobile.
    Appena uscita da casa il fresco della notte ottobrina aveva fatto leggermente rabbrividire la ragazza, ma solo per un attimo. L'aria frizzante era gradevole e lei aveva guardato il cielo illuminato da una tonda e complice luna piena: una luna così luminosa che rischiarava tutto intorno. Aveva sorriso e pensato: "E' proprio vero quello che si dice".
     Salì in auto e istintivamente posò la mano sulla coscia del compagno, come faceva sempre quando viaggiavano insieme. Lui gliela strinse  senza dire nulla.
    Mentre lui guidava lei guardava il suo viso teso, serio, forse preoccupato perchè non avrebbe potuto rimanere con lei. Si sentiva pervasa da una grande dolcezza, ma, al tempo stesso, da una sorta di solitudine perchè quello che stava per succedere era qualcosa di così straordinario, di così intimo,di così assolutamente suo, qualcosa da cui, in qualche modo, lui era escluso: non da lei, ma dalla natura stessa.
    "Hai paura?" pur guidando le aveva passato un braccio intorno alla spalla.
    "Un po', ma non dovrei. Quello che sta per succedere è assolutamente naturale, perchè avere paura?" Ma sì, certo che aveva paura, ma era anche impaziente. Fra poco avrebbe stretto fra le braccia il loro bambino, o la loro bambina, e questo era un miracolo che vinceva ogni paura.
    La ragazza non disse più nulla, limitandosi a guardare dal finestrino le strade deserte e le file di lampioni che se ne andavano in senso contrario.
    Poi chiuse gli occhi, prese la mano di lui e se la appoggiò al viso sentendosi rassicurata.
    Pensò che quel giorno non avrebbe fatto le cose di sempre, e pensò anche che da quel giorno le cose di sempre non sarebbero più state le stesse: no infatti, perchè quel mattino, lunedì 4 ottobre 1971 alle ore 10 e 15, sarebbe nata la loro bambina. 
    Quando riaprì gli occhi erano arrivati all'ospedale. Scesero dall'auto e insieme si avviarono verso l'ingresso.
    Quella ragazza si chiamava Lora, il suo compagno si chiamava Mario, e alla loro bambina diedero il nome Raffaella.

  • 18 luglio 2015 alle ore 6:50
    ALBERTO SVEGLIATI!

    Come comincia: Ti vedo camminare ondeggiando dolcemente, deliziosamente con un pizzico di
    signorilità come fossi avvolta in una nuvola trasparente che ti appalesa alla gente
    distaccata dai mortali non degni di te.
    Il corpo longilineo avvolto in un tailleur che mette in risalto le tue fattezze da dea:
    vita stretta, gonne sotto il ginocchio, trucco discreto, sguardo fisso davanti a te che sorvola la gente,sei imperscrutabile, inaccessibile, lontana da tutti.
    La borsa sotto il braccio, il mini cagnolino zappettante a lato, sguardi mascolini di
    ammirazione non ricompensati da sorrisi di compiacimento, algida.
    Talvolta volutamente non ti trucchi, una civetteria per dimostrare che, anche al
    naturale, sei sempre splendida, ti basta un cappellino o un foulard per farti sembrare
    diversa.
    Conoscendo i tuoi orari ti seguo, una sofferenza.
    Mi arrovello la mente per inventare un appiglio plausibile per parlarti, mi vesto in
    maniera elegante ma sobria come penso sia di tuo gradimento, anche se mi hai notato non l'hai dato a vedere.
    Ti soffermi davanti alle vetrine dei negozi, naturalmente quelli di lusso, ma non trovo
    alcun pretesto per sostare dinanzi ad un emporio con abiti esclusivamente da donna e
    mi allontano sconsolato.
    Una cosa ho osservato: posteggi sempre in divieto di sosta, al ritorno togli dal
    parabrezza della Jaguar il foglietto della contravvenzione lasciandolo cadere a terra con noncuranza.
    Quando ti sogno non oso immaginarti in posizioni erotiche, mi accontento di lievi baci
    sui viso e sul collo, non penso nemmeno lontanamente a sfilarti la camicia da notte, sei
    troppo signorile per mettere in atto comportamenti disdicevoli.
    La fine di questa favola?
    Un giorno camminando dinanzi a me le cade una rivista dalle mani, la raccolgo e gliela porgo con un timido sorriso.
    "A’mbecille, so dù mesi che me venghi appresso, che cazzo aspettavi?”
    Alberto sei stato proprio un imbecille, per due mesi!
     

  • 17 luglio 2015 alle ore 18:19
    2015

    Come comincia: Una delle cose più belle e sorprendenti che ci fa star bene quando arriva, è la pace interiore. E' bella e rilassante, sembra far cessare il passare del tempo. Occorrono le nostre preoccupazioni per ripristinare la pace dentro di noi, e anche se non sappiamo da dove arriva la percepiamo sentendo i suoi influssi benefici. La vita si rivela sempre maestra e non smetterà mai di insegnarci.

  • 17 luglio 2015 alle ore 18:18
    2015

    Come comincia:  Come posso pensare di perdere ciò che non ho mai avuto? Come può la mia mente ricordare certe date, certi orari di cose che non sono mai accadute? Ho perso il conto delle cose che abbiamo condiviso io e te. Ho perso quell'amore che stava per nascere. Ho perso il conto delle volte che ci siamo baciati sulla spiaggia sotto le stelle, nella mia immaginazione. Ho perso il conto di tutte le volte che non siamo potuti stare insieme. Ma cosa è successo a noi due? Ci stavamo amando, forse ho sbagliato tutto, avrei dovuto fare di più o darti di più, ma adesso è troppo tardi per rimediare. A questo punto dico a me stesso/a:"Si, è possibile perdere ciò che non si è mai avuto!"

  • 17 luglio 2015 alle ore 18:15
    2015

    Come comincia: Quanto è sorprendente per me oggi dire: "Ce l'ho fatta!" Con tutte le prove e le difficoltà che ho dovuto superare, lungo il sentiero della mia vita. Quante persone sbagliate ho conosciuto, persone che ho amato e persone con cui sin dal primo istante ho dubitato, a volte pensavo di non farcela e mi sono sentita sola e persa. Spesso mi sono sentita troppo debole per lottare, troppo impaurita per affrontare e troppo diffidente per amare un'altra volta. Ma sono ancora qui in piedi e oggi sto dicendo a me stessa che devo continuare a credere in me perchè non ho ancora finito di combattere.

     

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:47
    Se amore vuol dire gelosia...

    Come comincia: L'hotel si chiama Gran Colon. Niente da stupirsi, a Barcellona tutto ricorda Cristoforo Colombo. Bellissimo hotel, saloni luminosi, eleganti. E' quasi fine anno, l'anno 1970. Noi siamo arrivati così, alla ventura, naturalmente non abbiamo prenotato, ma riescono a sistemarci in una dependance molto graziosa, che si raggiunge passando  sotto un arco che immagino d'estate variopinto di fiori. Abbiamo già visto qualcosa di Barcellona percorrendo un grande viale alberato dove risuonano le classiche musiche spagnole, e abbiamo passeggiato in mezzo alla gente. Ci siamo fermati in un bazar e io mi sono comperata un vestito bianco, tipo ciniglia ma un po' più pesante, molto carino, molto corto, diciamo a mezza coscia, che per me è già moltissimo, ma sento che qui va tutto bene, anche osare un po' di più. E va tutto bene anche per Lui che mi guarda compiaciuto con evidente ammirazione. Sono elettrizzata, contenta, direi euforica, per tanti motivi: perchè siamo qui, ed abbiamo davanti a noi qualche sera spensierata, perchè è il nostro primo capodanno insieme, perchè Barcellona è allegra, invitante, complice. La cena nel ristorante dell'hotel è fiabesca, o forse no, magari è normale, ma per me è fiabesca. Mangiamo, ridiamo, parliamo. Io lo guardo. Lui, il tutto, l'ineguagliabile, l'insuperabile, il tempo e le stagioni, l'unico incontrastato artefice di ogni mia sensazione, emozione, fremito. E Lui lo sa. Si avvicina la titolare dell'hotel, la nostra storia aleggia intorno a noi piena di fascino, attraente come la luna. La signora ci sorride, ci consiglia un locale di flamenco dove finire la serata, un locale davvero particolare, tradizionale, da vedere, prima di lasciare Barcellona. E noi ci andiamo. Non è lontano, una passeggiata a piedi. Entriamo, e l'ambiente è illuminato poco da luci soffuse. Ci sono tavolini con le sedie e più in là il piccolo palcoscenico dove i danzatori e le danzatrici si esibiscono. Rimango incantata di fronte allo spettacolo, guardo le donne sinuose fasciate nei loro costumi con quel portamento dal mento alto e le spalle all'indietro, e i danzatori altrettanto fasciati, il battere dei piedi sul pavimento di legno, e la musica incalzante delle chitarre. La gente seduta ai tavoli comincia a battere le mani, a tempo di danza, e io mi unisco, completamente affascinata e coinvolta. Ma c'è un modo particolare di battere le mani che ovviamente io non conosco, e allora ecco che un danzatore lascia il palcoscenico e viene verso il nostro tavolo. Non ci posso credere, proprio da noi? Sì, proprio da noi. Si avvicina, mi sorride, mi prende le mani fra le sue e mi mostra come devo tenere le mani per accompagnare nel modo giusto la danza. Anch'io sorrido gentile, ma ho già avvertito le nubi dell'apocalisse addensarsi sopra le nostre teste. Il rossore del mio viso e il rosso dei miei capelli hanno ormai la stessa tonalità. E' immaginabile che la sua sia una specie di piccola sceneggiata riservata ai turisti, ma io ho il cuore in gola. Infatti Lui scatta in piedi come spinto da una molla, per proferire poche parole: cosa vuoi, cerchi grane?. E' probabile che il danzatore non abbia capito le parole, ma sicuramente il messaggio gli è arrivato senza ombra di equivoci, infatti alza le mani delicatamente come a scusarsi, e si congeda in fretta. Molti sguardi sono puntati verso di noi. Io mi vergogno moltissimo e, non sapendo bene cosa fare, mi avvio verso l'uscita, raggiunta quasi subito da Lui. Senza dirci nulla ci avviamo verso l'albergo. Sono furente, così furiosa da non riuscire neppure a sfogarmi e litigare. Camminiamo in silenzio,  io lo guardo con la coda dell'occhio e mi rendo conto che è dispiaciuto, sofferente. Camminando, piano piano la tenerezza comincia a prendere il posto dell'indignazione. Siamo così vicini che le mani si sfiorano, e così ad un tratto fermo la sua mano nella mia. Si divincola solo un po', ma poi se la lascia stringere e si abbandona ad un sospiro di dolore che non mi sfugge. Continuiamo a camminare guardando avanti a noi come se nulla stesse capitando. Ma qualcosa sta capitando: la pace. E mi scappa da ridere al suono della sua voce: Bancarella? Certo che mi va: Sì, bancarella!  E incalza: salsicce e vino "tinto"? Mi sento bene: Sì, salsiccce e vino "tinto".  Non capiterà più, azzarda Lui. So che non è vero, ma ho solo ventidue anni e sono di nuovo felice. :)

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:24
    Passioni

    Come comincia: Stanotte verso le quattro mi hanno svegliata le grida di una coppia che litigava in strada. Un uomo e una donna che se ne dicevano di tutti i colori. Ero lì lì per sentirmi scocciata quando ho udito una vocina dentro di me: "E tu allora? Non ti ricordi più?" Già. Altrochè se mi ricordo. La veemenza, l'irruenza delle passioni, la gelosia, il sospetto, l'incapacità di fermarmi un attimo a riflettere prima di parlare, e l'estenuante eterno conflitto per le parole che avrei voluto dire, ma soprattutto per quelle che non avrei voluto dire. Una guerra mai dichiarata combattuta sul vacuo fronte dell'insicurezza, delle emozioni repentine e inaspettate, della stupidità. Quanto inutile spreco di opportunità, quanta negatività ad inquinare i sentimenti!
    Intanto le voci dei due si allontanavano da sotto la mia finestra. Ho pensato che avrei potuto dormire ancora un po', forse. Ho pensato anche che sì, ho amato tanto da giovane, ma l'amore l'ho capito da vecchia.

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:21
    Piccole scarpe

    Come comincia: Ero affacciata al mio balconcino. Guardavo un po' le rondini e un po' il traffico moderato sulla strada. Ad un tratto ho notato un paio di scarpette da ginnastica, da bambino, abbandonate fra due auto posteggiate. Ho pensato: che strano! Dal mio punto di vista sembravano anche in buono stato. Che qualcuno se le sia tolte e sia tornato a casa a piedi nudi? I bambini sono imprevedibili. Mah! E' passato un uomo, si è chinato e le ha prese in mano, le ha guardate, stropicciate, e poi le ha ributtate lì. Dopo sono passati due ragazzini e c'hanno fatto due tiri come con un pallone da calcio, e se ne sono andati. A questo punto io ne vedevo solo una, l'altra forse era sotto un'auto? Dopo un po' è passata una donna. Ha visto la scarpina e l'ha presa in mano, e poi si è messa a cercare finchè non ha trovato l'altra. Le ha spolverate un po' con le mani, messe nella sua borsa, e portate via, ma prima si è guardata attorno ed io mi sono ritirata, imbarazzata di essere lì a osservarla, e timorosa di mettere in imbarazzo lei. Ho pensato che anche lei abbia un bambino che ha bisogno di scarpine e ho pensato  che nessuno dovrebbe essere costretto a raccogliere un paio di scarpe per la strada.

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:17
    Sono vecchia?

    Come comincia: Io non posso parlare per gli altri, posso farlo solo per me che vivo questa età. Sono vecchia? Non lo so. So che preferisco definirmi vecchia piuttosto che anziana. E' un termine che mi piace molto di più, che ha un senso ben definito, non è ambiguo né opinabile. Sono vecchia, visto che alla mia età si è anagraficamente vecchi. Non mi dispiace affatto. La vecchiaia mi ha molto migliorata. Posso sperimentare una dolcezza, uno stato "di grazia" che sicuramente né la gioventù, né la maturità mi hanno consentito di vivere. Non condivido col mio compagno passione gelosia sospetti e insicurezza. Quelli sono lontani nel tempo e oggi mi fanno anche sorridere. Quello che io condivido oggi è una consapevolezza molto tattile. Tattile? Sì, la tattilità dell'intuito, dell'attenzione, della solidarietà, della "cura". Avere "cura" di uno o più esseri umani è qualcosa di così profondamente appagante, che va al di là di passioni e tormenti, che supera ostacoli inimmaginabili, che fa raggiungere mete incredibili. Io ho "cura" di te! Cosa c'è di più significativo! E io ho cura del mio compagno quando mi accorgo che il suo sguardo all'improvviso diventa smarrito perchè gli gira la testa, e allora cerco di distrarlo e appoggio la mia mano sopra la sua, gli faccio sentire che qualunque cosa possa accadere io sono qui, presente, che può contare su di me: sempre. Tutte le volte, e sono tante, che io intuisco, sento, mi accorgo, o anche solo immagino che abbia bisogno di me, non ha che da allungare una mano per trovarmi, e penso che questo sia un tipo di passione che non ha eguali. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:14
    Stato di calma apparente

    Come comincia: Stato di calma apparente. Cos'è? E' quella sensazione di tranquillo benessere che mi pervade mentre canticchiando impilo le mie stoviglie insaponate, in attesa di sciacquarle tutte assieme, e benevole riflessioni impegnano la mia mente mentre rivedo i programmi che mi attendono: dentista, analisi, ecografia, visita di controllo, farmaci da acquistare, insomma un mucchio di belle cose. Ma poi succede che un coperchio insaponato scivola dalla sua posizione e rumorosamente piomba sul pavimento. Ecco che esplode il mio autentico stato manifestandosi in tutta la sua violenza. Parolacce e maledizioni, il lavandino è troppo piccolo, il cucinino è troppo piccolo! La casa è troppo piccola, il quartiere delle balle, la città invivibile, la nazione da vergogna, e il mondo, già, perchè, il mondo non fa schifo? E la Polli proprio adesso reclama il cibo? "Cosa è successo?" Paolo. "Niente, è solo caduto un coperchio!" io furente. E ci ripenso: già, è solo caduto un coperchio. Anzi, ne sono caduti due: uno si chiama "stato di calma apparente". 

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:11
    Spaventapasseri

    Come comincia: La sala da pranzo dell'hotel Gran Colon era illuminata a giorno. Ricchissima di specchi e arredi eleganti, ma al tempo stesso intima e piena di calore. Finito di cenare la direttrice dell'albergo venne al nostro tavolo per informarci che al piano di sopra c'era una sala da ballo. Cortese, sorridente, ci invitò ad andare a dare un'occhiata. La scala era stretta ma, appena di sopra, l'ambiente si apriva in un salone enorme. La musica era bassa, come le luci, tenui e soffuse. Diversi tavolini e sedie lungo le pareti facevano da corona allo spazio per ballare. Noi due ci guardammo: il salone era deserto. Tu ti sedesti, ma io non potevo sedermi, troppo premevano le emozioni. Ho una sorpresa per te, ti dissi. Come per dare un calcio al pallone feci scattare i piedi, prima uno e poi l'altro, e le scarpe volarono. Scalza, cominciai a danzare una danza fatta di giravolte, di lunghi passi in punta di piedi oppure con i piedi premuti a sentire il contatto vibrante del pavimento. Una danza innocente, quasi infantile, di pura gioia, quella gioia che aveva superato la mia naturale timidezza. Tutto diventava possibile, anche che da un momento all'altro potessi volare, e da sotto il soffitto, guardare in basso una bambina che provava terrore all'idea di dover recitare una poesia, o che aveva le mani tremanti e sudate se doveva esibirsi al pianoforte, una bambina che la maestra chiamava "spaventapasseri" per la sua confusione quando veniva interpellata.
    Io danzavo, scalza, e ti guardavo. Anche tu mi guardavi, con tenerezza, ma anche divertito, ma anche col compiacimento di chi sapeva di essere l'artefice della mia trasformazione da crisalide in farfalla. Sì, mi guardavi senza mostrare alcuna fretta che io venissi a sedermi vicino a te perchè sapevi che mai ti ero stata tanto vicina come in quel mio danzare da sola, per te.
    Ma quando le note del valzer lento riempirono l'aria mi fermai: era giunto il tuo momento, il momento di prendermi fra le braccia e guidarmi in una danza da ballare in due. Mentre ad occhi chiusi respiravo il profumo del tuo dopobarba pensai che era finita un'epoca, e non avrei più danzato da sola. In quel momento non sapevo ancora che qualcun altro aveva danzato con me: una minuscola vita che solo da pochi giorni mi era nata dentro.

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:07
    Due "cordiali". Grazie

    Come comincia: Certe volte i ricordi si accavallano, numerosi e confusi, ed io non riesco a incasellarli nei giusti periodi. Peccato. Ma stamattina ho visto una vecchia locandina, e un ricordo limpido, presente come appena vissuto, mi ha strappato un sorriso e un po' di nostalgia. Avevo diciannove anni e da poco avevo cominciato a vivere la mia sconvolgente storia d'amore. Non vivevo ancora a Torino, ma a Torino venivo insieme a lui quando potevamo trascorrere una serata e una notte insieme. La serata era stata, come sempre, bellissima, e la notte se n'era volata via fulminea, mai sazia, mai vissuta abbastanza. Alle cinque del mattino corso Giulio Cesare era deserto, solo qualche tram sferragliava nel silenzio della città ancora addormentata. Noi cercavamo un bar aperto. Possibile che non ce ne fosse uno? Eccolo il bar aperto! Un faro nel deserto. L'eco delle portiere sbattute e la nostra corsa, mano nella mano, per attraversare il corso. Io ridevo, mi fai cadere, lo sai che non so nemmeno camminare sui tacchi, e tu mi fai correre! E dopo un attimo avevo le scarpe in mano. Ma il tempo era poco, un treno mi aspettava in stazione. Il trucco del giorno prima mezzo disfatto, i capelli arruffati, le gambe tremanti di stanchezza e gli occhi pieni di sonno. Cosa bevete? Un cordiale, come mi piaceva quando diceva un "cordiale"! Lui non lo chiamava Cordial Campari, come tutti gli altri, lui lo chiamava "Cordiale" quasi con tenerezza. Anch'io, anche per me un "Cordiale". Le nostre mani si sfioravano intorno ai bicchieri, i nostri corpi si appoggiavano l'uno all'altro, mentre in quel bar silenzioso e odoroso di primo mattino, o forse ancora di notte fonda, aleggiava il senso di un addio incombente; non si poteva strappare nulla di più, tutte le ore possibili erano state consumate, divorate. Ora c'era un treno che mi aspettava in stazione e non si poteva cancellarlo, non si poteva far finta che non ci fosse, anzi bisognava sbrigarsi. Il barista guardava scocciato le scarpe che ancora tenevo in mano, e io pensavo, ma come fai a non sorriderci! Non vedi come siamo innamorati! Ma intanto pensavo al treno, un altro addio, certo non era un addio, ma come un addio, ogni volta veniva vissuto. Poco più tardi ero affacciata al finestrino mentre il treno lasciava silenziosamente la stazione. Non c'era stato più spazio per le parole, a parte ti telefono più tardi, solo sguardi, occhi che non si erano distratti fino a quando era diventato impossibile vedersi ancora. A quell'ora del mattino su quel treno c'erano sempre le stesse tre o quattro persone, pendolari. Ormai loro sapevano tutto: che avrei pianto, e che poi, sopraffatta dalla stanchezza, mi sarei addormentata. E io sapevo che potevo stare tranquilla perchè al momento giusto avrei sentito la voce gentile di uno di loro: signorina si svegli, siamo arrivati. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:02
    Poteva andare peggio

    Come comincia: Nella vita spesso ci chiediamo se poteva andare meglio, ma molto di rado ci chiediamo se poteva andare peggio. Oggi io e Paolo siamo andati in trattoria e abbiamo trascorso un paio d'ore particolari. E' il giorno del suo compleanno e poco importa se abbiamo brindato lui con la cocacola e io con un vino bianco di origini indefinite, tant'è che eravamo lì, sereni e in discreta salute, nonostante tutto. Ed è in momenti così che penso che poteva andare peggio,per me, per lui, e sebbene io sappia che siamo una piccolissima cosa, di veramente minima importanza, mi rendo conto che la nostra felicità derivante solo dal fatto di esserci e di far parte di chissà che, è sufficiente a farci sentire giganteschi, perchè forse il nostro modo di pensare ci pone limiti, ma l'Universo no. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:01
    Quando la coppia non scoppia

    Come comincia: La preparazione dell'insalatona è lunga e noiosa. Me ne sto ferma in piedi davanti al lavandino della cucina, un po' su una gamba e un po' sull'altra, impegnandomi il più possibile e inutilmente a far sì che la mia bocca non accompagni a mo' di tic nervoso il movimento del coltello.
    Arriva Paolo, silenzioso, al trotto lento, e si posiziona al mio fianco senza parlare.
    "Cosa vuoi?"
    "Cosa c'è?" lui.
    "Insalata rossa, carote, cetrioli, sedano e cipolla rossa."
    "Ravanelli, no?"
    "NO, te li sei finiti ieri."
    "Allora insalata, il cuore."
    "No, il cuore te lo sei già mangiato ieri. Ci sono solo le foglie"
    "Allora vada per le foglie."
    "Quante?"
    "Due foglie e due gambi di sedano teneri."
    La mia occhiata lo fulmina.
    "Ah, quelli teneri me li sono già mangiati ieri."
    "Appunto, e prendi un coltello e un piattino e anche uno scottex."
    Lui se ne va felice, e io penso che dovrei brevettare un fermabocca per quando affetto gli ortaggi.
    La mia insalata finalmente è finita, così mi metto a sgusciare i gamberi avanzati ieri.
    "Che profumo!"
    Ecco che Paolo torna, silenzioso, al trotto lento.
    Ma questa volta sono preparata, e appena apre la bocca per parlare ci ficco un gambero.
    Per nulla destabilizzato dalla sorpresa,e impossibilitato a parlare causa bocca piena, sgrana gli occhi e annuisce soddisfatto.
    "Uh Uh! Ohhh!" 
    Vuol solo dire che il gambero gli piace. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:56
    Fineferie

    Come comincia: Che tenerezza queste persone con la faccia da lunedì inizio settimana e da lunedì ferie finite! Camminano, abbronzatissimi, sul marciapiedi sotto casa mia con le infradito e i pantaloncini, oppure le infradito e il prendisole spalledifuori, le signore più anziane, i signori attempati con improbabili bermuda un po' abbondanti sulla pancia. Hanno l'andatura trascinata e quasi insolente del passeggio sul bagnasciuga, ma questo è solo grigio asfalto disseminato di cartacce e altre amenità, al quale ancora non si vogliono riabituare. Ecco una coppia di giovani che entra nella pasticceria "sempreaperta" al di là dell'incrocio. Lei bella, con un paio di gambe bronzee lunghe da qui al mare, e lui servìle. Cappuccino e pastarella? Sì, non mi sembrano tipi da "ombretta", ma non si sa mai...l'apparenza inganna. Forza ragazzi, comincia il conto alla rovescia per l'anno venturo. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:51
    Tranquillo, ci sono io!

    Come comincia: Siamo rientrati adesso. Quando nella trattoria dove andiamo ogni tanto organizzano un pranzo domenicale è come essere invitati a un matrimonio. Si arriva alle tredici e, se va bene, si esce alle sedici. Mi piace guardare le persone, mi piace immedesimarmi in quella che io penso sia la loro intimità. Non c'è come a tavola che si scopre molto sulle persone. Oggi ad esempio c'era una coppia: avranno avuto fra i settanta e gli ottant'anni. Ormai è difficile dare un'età alle persone! Non si sono quasi mai parlati, ma io sentivo una grande unione fra loro e ho concluso che ormai si parlano con il pensiero. Non mi ero sbagliata. Sono usciti appena prima di noi e si tenevano per mano aiutandosi l'un l'altra. Anche io tenevo per mano Paolo, un po' traballante. Ti sei ubriacato di coca cola? No, è stato quel piccolissimo bicchierino di limoncello offerto a fine pranzo. Per lui basta davvero poco! Dai, che la panchina non è lontana! E lì siamo stati seduti per un po', e lì incredibilmente c'è sempre una brezza così gentile, e lì ho controllato che Paolo stesse bene. Stava bene e ci siamo avviati verso casa in tempo per vedere passare l'autobus n. 10, lo prendevo per andare all'ospedale. Come sempre al suo passaggio ho visto lo sguardo perduto nel vuoto di mio fratello poche ore prima di morire, che non posso dimenticare....e di autobus n.10 ne passano davvero tanti, troppi, vicino a casa mia! Come ti senti Paolo? Un'altra volta il limoncello non lascerò che te lo diano. Stai tranquillo, siamo a casa, finalmente. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:50
    Profumo di mughetto

    Come comincia: Oggi, tornando a casa a piedi, mi sono imbattuta in una signora che avrà avuto circa settant'anni. Capelli bianchi raccolti dietro la nuca, un tailleur di lino beige e una camicetta dello stesso colore col colletto di pizzo. Graziosa, elegante, così deliziosa, e tanto fuori posto a percorrere questa strada di periferia disseminata di spazzatura, mozziconi, cartacce, erbacce che hanno da tempo forato l'asfalto e ormai sono diventate piante. Quando siamo state una di fronte all'altra mi ha sorriso, forse perchè io la stavo guardando intensamente e probabilmente inconsapevolmente anch'io le sorridevo. Per qualche attimo un tenue profumo di mughetto mi ha inebriata e ho desiderato andare con lei, non so dove, ma godere della sua compagnia, della sua vicinanza ancora per un po'. Avrei voluto dirle grazie per quella ventata di leggerezza, di sobrietà e finezza che mi aveva donato. E mentre pensavo questo mi sono voltata per guardarla ancora una volta, lei era già lontana, e anch'io nella direzione opposta. Mi è rimasto però di lei il senso di un tenue profumo di mughetto

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:48
    Come la nostra storia

    Come comincia: Caspita! La nostra panchina è superaffollata! Io e Paolo ci guardiamo. Beh, siamo ancora lontani, magari arriva il 49 oppure il 46 o magari il 77 che però passa di rado, e la panchina si svuota. No, niente da fare. Ci fermiamo lì e facciamo finta di attendere l'autobus. Qualcosa dovrà pur capitare! Dopo un po', ehilà, arriva il 49! Che botta di lato B! Il deserto! Se ne sono andati tutti! Ci sediamo e una lieve brezza ci sfiora il viso. Ah, non me ne andrei più da questa panchina! Mentre guardavo il 49 con le porte aperte che faceva fermata, non potevo evitare di osservare tutte le persone lì sopra, e pensavo che dentro ognuna di loro c'è una storia, vera, spesso incredibile e inimmaginabile. Come la nostra: vera, spesso incredibile e inimmaginabile. Ci teniamo per mano io e Paolo, e la stretta è solida, complice, protettiva, come la nostra storia. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:43
    Malattia

    Come comincia: "L'amore è spesso autodistruttivo. Non ricordo quali furono i fatti che determinarono il punto di rottura. Ricordo perfettamente quando accadde. Fu quando la gioia di ascoltarci reciprocamente, l'impazienza di raccontarci ogni cosa, l'emozione anche solo del suono della voce dell'altro, si trasformò, e l'ascolto reciproco diventò meticoloso, quasi maniacale; diventò la ricerca ambigua, strisciante, ossessiva, anche della più insignificante contraddizione, della più innocente omissione, della più piccola incertezza, per poter litigare e vomitarci addosso disagio e insicurezza: con quella luce pungente e ironica nello sguardo che diceva "non ti illudere, non credere di potermi fregare". E allora compresi che quel nostro amore così limpido, gioioso, leggero, si era ammalato e non sarebbe più guarito."

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:38
    Miniracconto maxfelicità

    Come comincia: Il cigolìo delle ruote del carrettino annunciava il suo arrivo. Noi bambini l'avevamo soprannominato "Paperino". Non so perchè. Era giovane, allampanato, capelli castano chiaro e un ciuffo sulla fronte, giacchetta bianca e pantaloni neri; ma quello che non ho mai dimenticato è il suo papillon, colorato e perennemente storto. Come una saetta mi precipitavo in casa e iniziavo la frenetica ricerca di dieci lire dimenticate (per la verità rarissime da trovare) mettendo a soqquadro i cassetti della credenza e passando al setaccio le tasche di qualsiasi indumento fosse in circolazione. Quando mi andava bene e riuscivo a conquistare il mio gelato mi nascondevo nell'orto e, seduta su una grossa pietra, me lo mangiavo. Il gelataio era il nostro pifferaio magico: l'avremmo seguito in capo al mondo!

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:31
    Ciò che conta

    Come comincia: Oggi, tornando a casa a piedi, come al solito, sono passata davanti ad un bar trattoria, anzi più che davanti, proprio in mezzo, perchè non mi sono accorta di camminare fra l'ingresso e i tavolini all'aperto oltre il marciapiedi. Di solito sto attenta e giro intorno, ma forse ero distratta. Meglio così perchè ho potuto assistere ad una bellissima scena: mamma e bambina che pranzavano insieme, una di fronte all'altra, e ridevano mentre toglievano i gusci dalle vongole che condivano un bel piatto di spaghetti. D'improvviso mi sono trovata nel 1956, all'età di otto anni, con mio padre, in un ristorante di Livorno (o Piombino?) accanto all'imbarco dei vaporetti che partivano per l'isola di Capraia. Il ristorante si chiamava "Amico Fritz" e un cameriere molto gentile "La Signorina cosa desidera mangiare?" Ero talmente emozionata che non mi uscivano le parole. Ma poi..ravioli al sugo e per secondo prosciutto cotto e, culmine di tutti i miei sogni, patatine fritte "dei sacchetti". Mai dimenticato quel pranzo con mio padre!
    E oggi, guardando la bambina, ho visto che ha l'età giusta perchè il ricordo di questo pranzo con la sua mamma rimanga indelebile nella sua memoria per tutta la vita. Un ricordo che le renderà più sopportabili i momenti meno felici. :))

  • 13 luglio 2015 alle ore 20:19
    "HO FATTO LE BRUTTE COSE"

    Come comincia: Sono marzolina e sono andata a scuola a sei anni e mezzo. Non so se a quel tempo si potesse anticipare l'entrata alla scuola elementare a cinque anni e mezzo. Non ha importanza visto che per i miei genitori andò benissimo così, ed io entrai felicemente nel mondo dell'istruzione; felicemente per loro, perchè da subito capii che la scuola non mi piaceva. Però non so se ai bambini di solito piaccia ritrovarsi prigionieri di un banco scolastico a sognare di essere altrove a correre e giocare. A parte tutto ciò sicuramente potevo essere orgogliosa di me stessa. Ero sopravvissuta felicemente alle terrificanti favole per bambini e mi ero lasciata alle spalle draghi, orchi, streghe, matrigne perverse, lupi famelici che si nutrono di nonne, e via dicendo. Che meraviglia! La scuola comunque mi apriva nuovi orizzonti e nuovi interessi. Imparavo a socializzare, ma anche l'umiliazione dell' isolamento: perchè si sa, i bambini sono crudeli. La mia timidezza era davvero abnorme, e i miei capelli rossi erano la mia disgrazia. Capelli rossi e lentiggini (o efelidi, come volete) sparse dappertutto ma soprattutto sul viso. Quei meravigliosi capelli rossi che mi avrebbero resa particolare una volta donna, furono la peggiore condanna della mia infanzia. Sbeffeggiata, presa in giro, a volte pesantemente insultata, solo per il colore dei capelli. Pazienza. Si sa che da bambini bisogna "farsi le ossa" e a me non mancavano certo le occasioni. Quando in lontananza vedevo un gruppo di bambini, prudentemente cambiavo strada. Avevo vinto battaglie molto più difficili e non immaginavo che il peggio dovesse ancora arrivare. La mia fantasia era popolata da mostri e credevo che ci fossero proprio tutti, ma mi sbagliavo: mancava il maligno, o diavolo, o belzebù, o demonio (chiamatelo come volete.) Compresi cosa mi ero persa quando fu decisa la mia entrata ufficiale nel mondo della chiesa. E' vero che ci ero già entrata con il battesimo, ma chiaramente inconsapevole. Adesso dovevo prepararmi alla prima comunione e perciò dovetti partecipare alle lezioni di catechismo che avvenivano nel primo pomeriggio di domenica, in chiesa, fra i banchi. Mentre a scuola le classi erano miste (maschi e femmine), al catechismo i sessi erano accuratamente divisi e tenuti distanti. Le bambine con un' insegnante femmina e i bambini con un insegnante maschio, in giorni diversi e orari diversi. Cosa di così apocalittico fosse potuto accadere se bambini e bambine di sette anni fossero venuti in contatto, davvero non lo so e ancora me lo chiedo. Ricordo chiaramente due suore che partecipavano ai nostri pomeriggi di catechismo. Una si chiamava suor Pierdina ed era la versione femminile di Amedeo Minghi: infatti tutte le volte che lo vedo in tv, menomale di rado, vedo suor Pierdina. L'altra che non ho dimenticato è suor Luisia: lei sembrava uscita da un dipinto di Botero. Il viso molto tondo avvolto in una cuffia molto tonda, su una corporatura molto tonda a sua volta avvolta in una gonna molto tonda e arricciata. Ci si sarebbe potuto aspettare di vederla librarsi nel cielo come un birillo e sparire lontano fino a diventare un puntino quasi invisibile. Lei era quella che ci portava nella stanza degli orrori. La stanza degli orrori era una saletta adiacente alla sagrestia, munita di panche sulle quali noi bambine prendevamo posto per ascoltare le tremende avventure di nostre coetanee che avevano detto le bugie, bisubbidito ai genitori e alle suore, che non erano andate a messa, oppure erano andate a ballare di nascosto (a sette anni?), ma soprattutto che avevano fatto "le brutte cose": per cui il demonio, nottetempo, le aveva strappate dal  loro letto e buttate dalla finestra affinchè si "spiaccicassero al suolo". E tutti l'avrebbero saputo perchè l'ombra del maligno sarebbe rimasta impressa sul muro fra la finestra e il terreno dove la poveretta sarebbe precipitata, indegna di qualunque perdono. Io ascoltavo pallida e a bocca aperta, diciamo pure terrorizzata, e mi chiedevo cosa caspita fossero " le brutte cose". Già," le brutte cose". Mi ricordavano qualcosa. Forse uno o due anni prima ero andata col mio amico Mariolino in campagna dove c'era un fossato, non tanto lontano dalle nostre case, che delimitava la proprietà di certi contadini. Era un fossato senza acqua. Noi ci eravamo calati sul fondo e lì ci eravamo spogliati nudi e.....addormentati. Ad un tratto molto rumore mi aveva fatto aprire gli occhi e mi ero trovata a guardare con curiosità diversi adulti che dall'orlo del fossato mi guardavano severi e gridavano di brutte cose che non si dovevano fare. Io intanto pensavo a quanto fossero lunghe queste persone viste così dal basso. Eravamo stati presi per un braccio senza tanti complimenti e trascinati via, nonchè chiusi ognuno in casa propria, non ricordo più per quanto tempo. Una bambina di cinque, sei, sette anni può sapere cosa sono le brutte cose se un adulto non le dice che sono brutte? No di certo.  Ma pazienza.
    La prima comunione è ricordata da tante persone e non ho mai capito perchè. Io della prima comunione ricordo soltanto il magnifico abito di pizzo bianco e il cappellino col velo, nonchè il latte e cacao offerto dalle suore all'oratorio nei banchi riservati ai bambini dell'asilo. Quello che invece non ho dimenticato è la PRIMA CONFESSIONE. Già, perchè per fare la prima comunione bisognava confessarsi. La prima confessione richiese una attenta organizzazione mentale e di attrezzatura. Un foglio di quaderno fu assolutamente insufficiente perchè, non solo i peccati erano tantissimi (tutti quelli di una vita da 0 a 7 anni) ma la calligrafia di seconda elementare era anche molto voluminosa. L'elenco non finiva mai ed io ero molto preoccupata. Le suore mi avevano avvisata che se avessi dimenticato anche un solo peccato, nel momento in cui il parroco mi avesse dato l'ostia, questa sarebbe volata via sotto gli occhi di tutti condannandomi alla pubblica vergogna. Accipicchia che paura! Quei maledetti fogli di quaderno erano stropicciati, sudati e pasticciati. Li leggevo e rileggevo macerandomi nell'ansia di avere dimenticato qualcosa. E in fondo, ma proprio in fondo all'elenco, c'era il più inconfessabile, il più vergognoso, ma anche il più incomprensibile: "ho fatto le brutte cose". Che caspita erano "le brutte cose"? Non importava: bisognava dirlo e basta. Quando arrivò il fatidico giorno della "Prima confessione" la mia agitazione era alle stelle. Non ebbi neppure la consolazione dell'anonimato perchè dovetti inginocchiarmi su uno sgabellino di fronte all'enorme e accigliato parroco seduto su una sedia che a me parve altissima. Cominciai a leggere i miei fogli di quaderno con voce tremante e preoccupata, ma quando arrivai all'ultimo peccato rimasi zitta e in imbarazzo.
    "Allora? Hai finito?"  Il vocione di Don Sandro mi incuteva terrore e pensai allla possibilità di scappare, subito, ma se poi l'ostia fosse volata via?
    Sospirai e, tutta rossa in viso  "Ho fatto le brutte cose."
    "Hmmmmm" Don Sandro brontolò l'assoluzione e stabilì la penitenza, ma io fui veramente tranquilla solo quando, la domenica seguente, l'ostia fu saldamente catturata nella mia bocca.

  • 13 luglio 2015 alle ore 20:11
    L'ANNUNCIAZIONE

    Come comincia: Io non sono mai stata riservata, non almeno nelle cose riguardanti me stessa. Al contrario sono una tomba se ciò che vengo a sapere, o mi viene confidato, riguarda altre persone. Per quel che mi concerne sono sempre stata molto aperta, anche troppo, ma siccome onestamente devo ammettere che non mi è mai importato granchè del giudizio altrui, o dei pettegolezzi, un tempo assai di moda, che avrebbero potuto prendermi di mira, ho sempre vissuto molto tranquillamente e ho sempre fatto quello che mi sembrava giusto per me senza curarmi degli altri. D'altro canto io mi sono sempre comportata alla stessa maniera col mio prossimo: non giudicare, regola numero uno.

    Sarà forse per questi motivi che anche la mia maternità prima fu pubblica e dopo privata. Ho avuto una sola maternità, una figlia. Rimasi incinta mentre frequentavo il biennio all'istituto magistrale. Avevo 22 anni ed ero tornata a scuola per soddisfare un progetto di vita. Abitavo fuori Torino e così tutte le mattine prendevo un autobus per andare a Torino e, arrivata in città, davanti all'ospedale Gradenigo, c'era allora, la fermata del tram n. 2 che mi portava fino in Piazza Statuto: lì, all'inizio di Corso Francia, c'era l'istituto in cui studiavo io.
    Così accadde che un mattino, anzichè fermarmi davanti all'ospedale in attesa del tram, entrai, e consegnai un campione che avrebbe dovuto essere analizzato e dissipare ogni mio dubbio: aspettavo un bambino oppure no?
    Ero molto agitata e così chiesi di poter telefonare per conoscere il risultato. Allora, 43 anni fa, non c'erano tutti i problemi di privacy che ci sono adesso. Ebbi il numero e me ne andai a scuola.
    Come avrei potuto tacere? In un battibaleno tutta la classe seppe che attendevo una risposta così importante. La mia era una classe di recupero, per cui c'erano ragazzi di sedici anni che dovevano magari recuperare solo un anno, ma c'erano anche studenti più adulti. La mia compagna di banco ad esempio aveva trentaquattro anni, sposata e mamma. Con lei avevo litigato perchè non mi perdonava di far vibrare il banco quando scrivevo, ma io non potevo farci niente. Così era capitato che un giorno avevamo avuto un battibecco che ci aveva in una frazione di secondo catapultate nella prima fanciullezza. Mentre ci dicevamo di tutto senza esclusione di colpi, ad un tratto ci eravamo rese conto di quanto fosse ridicola la nostra discussione, così avevamo cominciato a ridere, e anche a sopportarci a vicenda.

    E venne il mattino del responso. Durante l'intervallo io corsi giù nell'atrio della scuola dove c'era un telefono. Dietro di me, se non tutta, buona parte della classe. Tutti scendemmo per le scale a rotta di collo, e poi, mentre componevo il numero dell'ospedale, e il cuore mi batteva in gola, i miei compagni aspettavano in silenzio.
    Dopo posai la cornetta e mi girai verso di loro. E loro erano impazienti.
    "Allora? Allora?"
    "Positivo ragazzi!"
    Seguì un boato, un baccano come solo i ragazzi sanno fare, Pacche sulle spalle, complimenti, strette di mano, evviva, mentre io me ne stavo lì come un'ebete, il sorriso stampato sul viso, e la mente vuota, ma così vuota!
    Non ricordo se dissi mai al padre di mia figlia che una ventina di persone avevano saputo prima di lui che sarebbe diventato papà.  :)

  • 13 luglio 2015 alle ore 19:59
    DA QUI SI VEDE IL MARE

    Come comincia: Appena raggiunto il luogo dell'appuntamento lei si guardò attorno ansiosa. Non aveva alcuna certezza che lui ci sarebbe stato; la sua era solo una speranza intensa, un po' folle, un desiderio così profondo che, nella sua testa, altro non avrebbe potuto che venire esaudito.
    "Forse non era una speranza così folle" Pensò quando lo scorse, poco lontano, seduto su una panca di pietra. Lui si alzò appena la vide e le andò incontro sorridente e con le braccia tese.
    "Temevo che non saresti venuto, non credo che sia stato facile per te. Grazie"
    "Sono contento di poterti riabbracciare. Vieni, andiamo a sederci."
    Quando furono seduti lei lo guardò in silenzio per un po'. Gli occhi chiari di suo fratello non erano mai stati così azzurri, lo sguardo così limpido e dolce, pieno di tenerezza, le rughe del viso distese. Quanto tempo avrebbero avuto a disposizione? Lei se lo chiedeva, col timore che lui svanisse all'improvviso prima che  potesse dirgli tutto quello che aveva nel cuore. Doveva parlare subito, non poteva più aspettare.
    "Sai, io non immaginavo che i giorni che avremmo trascorso insieme, sarebbero stati gli ultimi  giorni della tua vita. No, non potevo proprio immaginarlo."
    Lui non disse nulla: non voleva interromperla.
    "Non subito, almeno, non i primi due o tre giorni di ospedale. Io, la sorella più piccola e tu, il fratello più grande; mi sentivo così inadeguata a prendermi cura di te, così insicura, così bambina!  E tu? Non volevi che chiamassi il medico per non disturbarlo. Tu, sempre timoroso di disturbare chiunque, ma sempre così pronto ad ascoltare, a consigliare, discreto, misurato, attento a non offendere la sensibilità altrui, senza mai giudicare, senza mai pretendere nulla. No, tu non eri certamente la persona del "te l'avevo detto".  Ho sempre avuto soggezione di te, forse per i diciassette anni di differenza d'età, o forse per quel tuo modo di essere così riservato, serio. Lo so che tu non avresti voluto, non era colpa tua se mi davi soggezione. Menomale che c'era il telefono, era più facile per telefono, e in quelle lunghissime conversazioni, in quel meraviglioso tempo che mi dedicavi ogni settimana, io ero un fiume in piena. Con nessuno avrei potuto aprire il mio cuore come facevo con te, da nessuno avrei potuto avere la stessa onesta obbiettività, la pazienza, la tenerezza. La timidezza mi ha sempre impedito di dirti quanto bene ti voglio, ma te l'ho scritto e tu mi hai risposto, ricordi? Ho conservato le nostre conversazioni  e ogni tanto le rileggo. Adesso tutto ciò che è stato scritto allora ha un significato diverso, più pesante, più profondo. Mi ritrovo ad analizzare anche le frasi più banali come "ci sentiamo dopo", in cerca di un contatto, di un ricordo più vivido. Come riempire il vuoto del telefono che non suona più?
    L'ambulanza venne a prelevarti a casa, quel mattino. Salimmo insieme, tu in barella, ed io mi sedetti accanto a te. Avevi indossato un cappellino di lana perchè avevi freddo alla testa. Quando ti portarono in camera e ti sdraiarono sul letto io riposi negli armadietti i tuoi indumenti, sistemai vicino al letto le tue ciabatte. Era così strano, un tale controsenso! Nell'orario in cui tutti si alzano dal letto e si vestono per uscire da casa, io ti aiutavo ad indossare il pigiama e a metterti a letto. Questo mi obbligava a prendere coscienza che eravamo in ospedale, che eri molto ammalato. Automaticamente continuavo a sistemare le tue poche cose in silenzio. E' poco ciò che si porta in ospedale. Ad un tratto sentii la tua voce dietro le mie spalle: gentile, pacata, intensa.
    "Hai guardato fuori? Da qui si vede il mare." 
    "Da qui si vede il mare" E tutta la mia angoscia esplose.
     Fui presa dal panico. Come nascondere le lacrime? Mi precipitai a guardare fuori, voltando il viso dove tu non potessi vederlo.
    "E' vero, è bellissimo" Cercavo di ingoiare il pianto e parlare con voce ferma.
    "Hai anche il terrazzino! Che meraviglia il mare!"
    Ma tu sapevi già tutto, vero? Io nascondevo le lacrime e tu fingevi di non vederle. Sapevi già che non avresti più rivisto casa tua e sapevi già che tutti i progetti che ancora avevi in mente di portare a termine sarebbero rimasti incompiuti. Eppure tutti i pochi giorni che seguirono li dedicasti a me, preoccupato che fossi stanca, attento a non chiedere più di quanto non fosse assolutamente necessario. E io, ormai costretta a prendere atto del tuo declino così veloce, così inevitabile, col cuore che scoppiava di dolore, non potevo fare altro che assistere a tutta la mia impotenza di fronte a ciò che sarebbe accaduto. Avevi ragione tu quando mi dicevi che la vita non va come pensiamo noi. Avevamo perso un fratello solo da un mese, ma "avere subìto un grande dolore non ci affranca dal subirne un altro altrettanto grande a  breve distanza di tempo". Il contrario è solo la nostra illusione di tenere le redini di qualcosa su cui non abbiamo invece alcun potere.
    "Da qui si vede il mare". E quando era tutto troppo insopportabile correvo lì sul terrazzino a guardarlo quel mare, come se affondando lo sguardo nella sua profondità potessi trovare risposte e consolazione."
    Poi lei tacque sopraffatta dall'emozione, e si guardò attorno. Non c'era nulla tranne la panca di pietra sulla quale lei e il fratello erano seduti.
    Lui pensò che quello fosse il momento di parlarle.
    "Come stai adesso, in questo momento?"
    "Bene, sto bene in questo momento."
    Lui le fece una carezza:
    "Devo dirti una cosa importante, svelarti un fatto di cui non sei ancora consapevole. Io non sono venuto da te. Tu, sei venuta da me."
    Lei rimase un attimo in silenzio e poi capì.
    "Vuoi dire che....Quando è accaduto?"
    "E' appena accaduto."
    "Come è accaduto?"
    "Naturalmente. Nel tuo letto, nella tua casa, senza dolore."
    Allora lei sentì il bisogno di porgli la domanda più importante.
    "Ero sola?"
    "No, non eri sola. Ora vieni, dammi la mano. Andiamo a casa."

  • 13 luglio 2015 alle ore 18:23
    Poste Italiane

    Come comincia: L’ufficio postale di via Garibaldi è piuttosto angusto e stret­to Per una svista del dipartimento delle ristrutturazioni, non è mai stato considerato nel progetto di rinnovamento.
    Tullia entrò a testa bassa, Teneva in mano un bollettino di conto corrente, nell’altra il portafogli, era uscita di casa senza borsetta, ma senza nemmeno le scarpe. Cioè, non era scalza, era semplicemente in ciabatte; chi se ne sarebbe accorto, era­no delle belle ciabatte, piuttosto eleganti. All’ingresso già era impossibile procedere, la fila arrivava fin quasi all’uscita, Tullia soffiando si sistemò una ciocca di capelli che le scendeva sul viso e si asciugò le mani sudate sulla gonna leggera. Il caldo era insopportabile, meno male che sul soffitto girava una ven­tola a pale grandi.
    «Senta lei, che fa la furba? Ci sono io dopo il signore...».
    Tullia non ascoltava, si era solo spinta un po’ avanti guar­dando all’insù per cogliere in pieno l’effetto del ventilatore, in modo che le alzasse i capelli e le raggiungesse il collo bagna­to.
    «Certa gente fa finta di niente, come se gli altri fossero stu­pidi...».
    «Già, noi qui a fare da bravi la fila...».
    «Non c’è limite alla maleducazione...».
    «Mi piacerebbe anche a me passare davanti a tutti...».
    Tullia si accorse di essere l’oggetto della conversazione, e arrossendo tornò sul fondo della fila senza parlare.
    Le pareti dell’ufficio erano tappezzate di avvisi, manifesti e slogan:
    «Banco posta, e sei a posto...».
    «Librati in libertà: basta un libretto...».
    «Appostati alla posta...».
    «Dio mio...» disse Tullia a bassa voce, poi scoppiò a ridere, così forte che le veniva da piangere, ma era così imbarazzan­te.L’impiegato delle raccomandate la fissò accigliato mentre continuava a timbrare con veemenza e rabbia. Il colorito giallastro che gli dipingeva la faccia era identico al marmo vecchio e consunto del bancone. Anche le sue unghie dovevano avere lo stesso colore. Non gli avrebbe mai stretto la mano, a uno così. Tullia si guardò le sue, di unghie, inesistenti. In ospedale gliele avevano tagliate cortissime. I capelli questa volta glieli avevano risparmiati. Non lo avrebbe sopportato. Erano il suo orgoglio: riccioli lunghi e ramati che le coprivano le guance e che le davano un notevole senso di protezione. La caposala le voleva bene, e aveva capito.
    Il collo di un vecchio tarchiato e robusto davanti a lei sembrava assai interessante: era attraversato da righe che si incrociavano diritte e profonde, due grossi solchi formavano una «X» un po’ larga e appiattita proprio al centro della nuca; qualcuno si era divertito a procurargli quella incisione, o forse era un casuale disegno della vecchiaia. L’uomo si girò lentamente verso di lei, e Tullia scoprì due occhi chiarissimi, quasi bianchi, incavati nelle orbite piccole e rotonde.
    «Mia scusa, segnorina, qual è la fila delle raccumandate? Nu è che sto facendu la fila sbajata, su venta minuta che sunu aquà e nun ze va avanti».
    Doveva essere vedovo, il vecchio, indossava ai due anulari due vere d’oro, una di certo era di sua moglie. A giudicare dal diametro di entrambi gli anelli, anche la donna era stata molto robusta. Sembrava che lui le leggesse nel pensiero:
    «Da quando mia moglie s’è scomparsa, vado girando sembre solo».
    «... È morta da... molto tempo?» azzardò Tullia che aveva voglia di chiacchierare mentre era in fila.
    «Macché. Uno mese fa. All’ospedale dei Gemelli. Se l’è portata via un «ipso», com’è che se chiama».
    «Mi dispiace...».
    «I duttori su stati bbravi, nun posso di’ niente, ma essa nun s’è data da fa...si inzomma, come se dice, nun s’è aiutata pe’ vincere lu male...essa vuleva murì...» la voce gli si spezzò e gli occhi divennero lucidi. «Ecco, lu vedi chisto? È la tassa du’ camposanto, so’ millecinguecento euri, da paga’ fino a oggi, sinnò c’è la multa. Devo da pagaì tre muorti, mi’ moje, mi fijo, e la fija de mi moje, tre muorti. Fanno cinquecento euri a testa».
    Tullia annuiva e moriva dalla curiosità di sapere la causa di tanti decessi.
    «Ma se me moro io, nisciuno paga...». E si sfogò in una grassa risata. «Capito, segnurì? Nisciuno paga!». E continuava a ridere forte.
    Tullia sorrise, ma provò subito disgusto, si era stancata e non voleva tenere a lungo quella conversazione. Si guardò il polso destro, senza orologio, tanto non ne possedeva uno che funzionasse. Alzò lo sguardo alla ricerca di un padellone da muro, era in alto sulla parete di fronte, uno di quelle vecchie anticaglie da stazione anni sessanta, con il quadrante grigio e le lancette di metallo, un po’ sgangherate. Segnava un’ora impossibile. Il vecchio la guardava.
    «Che stai a cerca’, segnurì?». L’uomo estrasse da una tasca un orologio da polso d’oro massiccio. «Nun lo posso allaccia’, stu gioiello. Era de mi fijo. Esso ci aveva le braccia più fine». Il tono della voce si era abbassato. «È morto co’ lu camio, un accidente stradale». Gli occhi si erano imperlati.
    «Ecco» pensò Tullia «adesso mi manca la figlia».
    «La fija de mi moje s’è morta subbeto dopo la madre, ma essa era mejo che s’è morta... Essa era ‘na mala femmena...».
    Ma di cosa era morta? Non dovette attendere molto.
    Il vecchio le prese un braccio, e avvicinò il suo volto a quello di Tullia, alitandole sulla faccia quattro o cinque zaffate di cipolla. Tullia restò ad ascoltare in apnea.
    «A’ troga... Troga e prestituzione... me capisci che voio di’?».
    Eccome.
    Tullia si divincolò dalla mano bitorzoluta che la stava stringendo e cercò di concentrarsi sulla respirazione addominale, così come le avevano insegnato per dribblare gli attacchi di panico.
    «Che ci hai, segnurì? Stai bbene?».
    «Sì... no... fiu...» soffiava e parlava. «Fiu... fa caldo... fiu... mi manca l’aria... fiu... adesso passa...».
    L’uomo le appoggiò una manona sulla spalla e le parlava con una variegata gamma di tonalità e timbri di voce che avevano il solo scopo di rassicurarla, ma gli effluvi alla cipolla mal digerita avevano già raggiunto i suoi organi vitali.
    Tullia perse i sensi e cadde senza che il vecchio ebbe il tempo per trattenerla.
    «Madri sandissima! La femmena ha svenuta!».
    Nessuno tra i presenti sapeva esattamente cosa fare. Si agitavano senza prendere iniziativa. L’impiegato giallognolo gridava da dietro il vetro.
    «Raccoglietela!» e imprecava bussando sul vetro per attirare l’attenzione su di sé.
    Si riebbe che era distesa sull’unica panca addossata al muro, sotto una finestra stretta carica di sbarre. Una donna pietosa le sventolava un depliant «banco posta», giallo e blu. Gli altri ventotto occhi sopra di lei la scrutavano con interesse. Il vecchio le stava tenendo una mano. La cipolla si riaffacciò crudele.
    «Merda!» gridò Tullia di rabbia, e balzò seduta con gli occhi fuori dalle orbite.
    Il pubblico arretrò intimorito. L’impiegato era diventato verde e stava mutando pelle. Perdeva un rigagnolo di saliva da un angolo della bocca.
    «Lasciatela respirare!». Un gemito intelligente emerse dal sudore collettivo. Era di un uomo giovane, grande e grasso, sulla trentina, rosso in faccia e goffo nei movimenti, con le sue dita ciccione allontanò con garbo il vecchio diventato ormai insopportabilmente fetido e invitò Tullia a uscire da quella luogo infernale per farle prendere un po’ d’aria. Tullia rifiutò.
    «Sto benissimo!» disse indispettita. Poi si raddolcì. «Grazie, non si disturbi».
    «È meglio che esca» esclamò una signora anziana.
    «Sì, deve prendere aria» continuò l’omone giovane.
    «Chiamiamo una bulanza?» azzardò il vecchio che era tornato alla carica.
    «No!» insorse Tullia. «No! Niente ambulanza!».
    Ma cadde di nuovo svenuta sulla panca.
    Tullia senza sensi ebbe visioni celestiali, il vecchio le parlava, ma dalla bocca non uscivano parole, solo fiori profumati che andarono a posarsi sui suoi capelli. Lei si alzò in piedi scalza, cercava lo sguardo dell’impiegato dietro il vetro. Lui le sorrise, ma non aveva un dente, eppure le sue gengive rosa erano dolcissime e non seppe resistere: trovò la forza di scavalcare la folla che l’attorniava morbosamente, diede un forte pugno sulla vetrata antiproiettile che li divideva. Gli altri arretrarono per non essere colpiti dalla miriade di minuscoli pezzi di vetro frantumato che volarono in tutto l’ufficio postale. Con un balzo si arrampicò sul bancone, ma non si ferì, e fini tra le braccia dell’impiegato. Lui non smise di accarezzarla, di rassicurarla: «adesso non devi avere più paura, Tullia, ci sono io qui con te, no, non tornerai mai più in ospedale, niente medicine, niente iniezioni, niente elettroshock. Resterai con me, al sicuro, vieni, andiamo sotto il bancone, nessuno può vederci».
    I due si accovacciarono in una nicchia tra scartoffie, scatole, buste imbottite, mentre la folla già urlava spaventata. Si udirono sirene di polizia, ambulanza, grida concitate, pianti di bambini piccoli.
    Poi silenzio.
    «Tullia...».
    Tullia aveva gli occhi chiusi, sentiva una voce flebile in lontananza.
    «Tullia... ci risiamo...». Ma non era la voce del suo dolce impiegato. Aprì piano gli occhi, era il dottore, e lei era sul letto dell’ospedale, ancora una volta. Provò a muoversi, senti che non poteva. L’avevano bloccata nel letto.
    Girò piano la testa sul cuscino, più volte, come per sfregarla. Sentì la cute a contatto con il cotone della federa, troppo a contatto: le avevano di nuovo rasato la testa. Sentì la rabbia salirle forte nel petto, e le lacrime bagnarle gli occhi.