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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 21 giugno 2015 alle ore 16:22
    2013

    Come comincia: Le parole più sincere non sono solo quelle pronunciate da due persone che si amano. Non servono le parole per dimostrare un affetto sincero, ma sono quelle dettate dai gesti quotidiani, dagli sguardi, dalle emozioni, dai sorrisi. Sono queste le verità più sincere perchè provengono dal cuore di una persona, sono verità dichiarate che danno un senso ai momenti e alla vita, perchè danno la certezza che l'amore tutto può, ma soprattutto da sicurezza che il vero amore esiste.

  • 21 giugno 2015 alle ore 14:50
    2013

    Come comincia: La mia libertà comincia quando me ne frego di alcune persone e dei loro atteggiamenti. La gente invidiosa spesso pretende di rovinare la mia  vita e la mia tranquillità, ma con il tempo ho capito che non vale la pena sprecare energia, rabbia e tempo per persone inutili e ignoranti e che il mio star bene è più importante. La mia tranquillità dipende da me stessa e so come conquistarla, essa deriva anche dalle persone che amo, che stimo e da coloro che ho scelto di far restare nella mia vita, il resto continuasse a ciarlare.

  • 21 giugno 2015 alle ore 14:02
    2014

    Come comincia: Ehy stronzo, la vedi questa ragazza? Lo senti il suo cuore pulsare? Le vedi le sue lacrime amare? Sono state causate da te, assassino. Lei non ti odia, perchè ti ha amato troppo. Tu la osservi quasi sorridendo e con distacco, coglione. Mentre la guardi non riesci a comprenderla, perchè sei uno stronzo, lei è ripiegata su sè stessa, nel suo dolore, uccisa da te, che tutto fai tranne che amarla come merita. Un giorno ti pentirai amaramente, oh si, la rimpiangerai, perchè ti renderai conto che nessun'altra ti amerà così tanto. piangerai il doppio delle sue lacrime e soffrirai dello stesso dolore. Ti lascerà il suo marchio nel cuore e li ti renderai conto di amarla. Toccherà a te cercarla, amarla, seguirla. In bocca al lupo stronzo.

  • 18 giugno 2015 alle ore 13:10
    Confession

    Come comincia: Era il massimo; il massimo che ci si potesse aspettare dal vuoto e dall’orrore di quella cosa che si chiama speranza (maledetta mietitrice di illusioni e ipotetici stati benefici).
    Iniziavo ad odiare tutto, qualsiasi cosa.
    Com’è possibile arrivare a sfiorare livelli di follia così frequenti?
    In qualsiasi luogo andassi, era uguale; sempre tutto maledettamente uguale.
    Le paranoie, le ansie, l’umore ballerino, gli istinti suicidi, le belle parole buttate nel cesso di un epoca che fa cagare amaramente.
    Quante cose siamo costretti ad inventare per un bene comune? Quante fandonie, bugie, strategie effimere e beffarde saremo ancora costretti ad edificare, indurire, produrre, per non essere giudicati, mal visti, non considerati, maledetti od oggetto di inquisizioni?
    Il mostro che aleggia dentro di noi, ormai, è a portata di mano; in pugno, sempre pronto agguerrito a insorgere, evadere, aggredire o aggredirsi da solo.
    Culturalmente parlando, potrei fare del mio vissuto interiore un lavoro a tutti gli effetti; ma non si campa di questo, non ti pagano per professare il giusto o non giusto, quello che è stato e non sarà.
     
    Inizio ad odiare tutto, quello che di bene o male possa esistere.
    Possono l’odio ed il rancore spingere una persona ai limiti della sopportazione esistenziale propria e quella del resto? Certamente.
    C’è qualcosa nella testa che non funziona più, che non ha mai funzionato o mai esistito.
    La quiete manca da parecchio, amico mio, troppo tempo!
    E ogni volta è sempre tutto uguale a ieri, come oggi, sarà anche domani.
    Meritocrazia per il bene fatto? Nessuna.
    Non esistono né Dio, né la bontà, misericordia, fede, speranza.
    Invenzioni dell’uomo per illudere se stesso che qualcosa di superiore c’è; si, sicuramente, noi stessi.
     

  • 18 giugno 2015 alle ore 10:37
    La strada...la vita..

    Come comincia: La strada, la vita a volte la percorri così velocemente che non hai il tempo per il tempo, altre volte così lentamente da esser quasi fermo, immobile e tutto intorno a te scorre via e non sai se hai perso qualcosa o se stai prendendo qualcosa.
    La strada a volte è piena di tornanti, un susseguirsi di curve ondulate che non ti fanno vedere oltre, ma sai che devi farle, a volte ti stanno strette, a volte larghe, ma le percorri piegandoti un po’ per tornare più in piedi che mai.
    A volte è così dritta da perdersi nell’infinità, nell’orizzonte infinito, un lungo rettilineo interminabile dove sei solo e non vedi la fine, ma passo dopo passo vai avanti. A volte inciampi, cadi in quella buca che era lì per farti capire che devi vivere tutto perché ogni passo, ogni attimo è importante, in un attimo tutto può nascere e finire, le difficoltà vanno vissute per poterle superare. A volte è piena di rapide salite e lente discese. La strada a volte è una salita da affrontare dove trovi parte di te e più vai in alto e più aumenta la consapevolezza di te, a volte è una discesa da affrontare dove ti lasci andare cercando di respirare. A volte è piena di ostacoli improvvisi, ma in qualche modo li superi sempre, a volte hai delle brusche frenate e a volte accelerazioni improvvise. La strada a volte è così bella da essere surreale, a volte ti fermi ad assaporare, ad osservare quello che ti circonda perché non l’avevi mai visto così e mai lo rivedrai. Ogni volta il nostro sguardo cambia la visuale che abbiamo e ci fa vivere emozioni sempre nuove ed uniche. La strada con i suoi mille colori, mille suggestioni, mille incontri, con le sue fermate e le ripartenze. La strada è anche sorrisi, saluti fugaci che ti regalano un attimo di felicità, la strada è persone che incontri nel lungo cammino, alcune saranno sempre lì, altre rimarranno indietro e altre cambieranno strada, ma ogni persona ci lascerà qualcosa. La strada della vita, la mia strada, la mia vita...sempre andando avanti cercando di prendere e vivere tutto quello che ha da offrire, ogni singolo pezzetto...

  • 15 giugno 2015 alle ore 23:51
    2011

    Come comincia: Le persone possono mostrare un bel sorriso, potranno anche incantare con la loro parlantina, ma non potranno mentire sempre, perchè a lungo andare la maschera cade e viene fuori la vera faccia, quella falsa, quella cattiva. Una persona sincera, rimane sempre una bella persona, non ha bisogno di nascondersi dietro una maschera, ha solo una faccia da mostrare, quella vera, quella pulita che neanche il tempo potrà dissipare la trasparenza, perchè la vera bellezza viene da un qualcosa di più profondo, viene dall'anima.

  • 13 giugno 2015 alle ore 18:42
    2011

    Come comincia: Sappiamo quello che vogliamo: abbracci affettuosi, baci, comprensione, piccoli gesti a volte solitudine. Per andare avanti abbiamo anche bisogno di fotografie, quegli scatti di quello che siamo diventati sin da quando eravamo bambini. Abbiamo bisogno di amore perché una persona senza amore è nulla. Abbiamo bisogno degli altri, delle loro attenzioni, di qualsiasi cosa che ci faccia stare bene. Di sguardi dolci, di carezze che sfiorano la pelle facendo venire i brividi, di sorrisi, di cene romantiche, di profumi familiari, di musica, di passeggiate al parco.

  • 13 giugno 2015 alle ore 17:38
    2010

    Come comincia: Ti aspetto dove il cielo e il mare si fondono, dove tante sfumature colorate si incontrano. Ti aspetto dove il tempo siamo noi a deciderlo, dove l'unico custode che possiede le chiavi è il nostro cuore, dove possiamo baciare il destino che ci unisce, dove posso stringerti fra le mie braccia. Ti aspetto dove il sole quando arriva e quando va via, lascia nelle nostre mani il suo calore, le sue sfumature colorate, per farci dipingere emozioni da regalarci, dove potremo ascoltare il cuore e gli effetti dell'anima, dove tu mi troverai senza avermi cercato, perché siamo due cuori che battono uniti, due anime che si fondono in un'unica magia d'amore! 

  • 13 giugno 2015 alle ore 17:38
    2010

    Come comincia: Ti aspetto dove il cielo e il mare si fondono, dove tante sfumature colorate si incontrano. Ti aspetto dove il tempo siamo noi a deciderlo, dove l'unico custode che possiede le chiavi è il nostro cuore, dove possiamo baciare il destino che ci unisce, dove posso stringerti fra le mie braccia. Ti aspetto dove il sole quando arriva e quando va via, lascia nelle nostre mani il suo calore, le sue sfumature colorate, per farci dipingere emozioni da regalarci, dove potremo ascoltare il cuore e gli effetti dell'anima, dove tu mi troverai senza avermi cercato, perché siamo due cuori che battono uniti, due anime che si fondono in un'unica magia d'amore! 

  • 11 giugno 2015 alle ore 15:44
    Deseo

    Come comincia: La guardai negl’occhi; tempesta nera di fragile illusione in quelle nere pupille indemoniate. Quella bocca a mò di ghigno prelibato; seccamente eccitante.
    Sguardi fugaci, tenera luce di folti pensieri misti alla chioma mora che portava intorno al viso; bellissimo, a parer mio.
    Giocava al gatto col topo (il topo, in quel caso, ero io).
    Sapeva come mettermi il desiderio e negarmelo freddamente come acqua gelida su d’un fuocherello vispo; e allora no, non ci stavo.
    La presi per un braccio con tutta la forza che avevo nel bicipite destro; l’ho portata a me, guardato il suo viso contrariato e, allo stesso tempo, tremendamente eccitato (le prese di posizione non sempre sono inutili).
    Le misi una mano sotto, iniziai a toccarla tenendola ferma; e lei mi guardava, occhi negl’occhi (avrei potuto mangiarmela tutta con solo i miei di occhi).
    Sempre più veloce, insistentemente si faceva la mia mano spazio tra le sue nudi cosce umide di troppo piacere.
    Hai voluto giocare per il semplice piacere di essere posseduta, cara fanciulla (ingenua puttana).
    Non facevi altro che desiderare ti penetrassi le carni senza non aver prima lottato per averti; una cacciatrice dal gioco inversamente perverso.
    Ma nonostante ci siamo fottuti entrambi, io quegl’occhi li guardo ancora e in quelle pupille nere come il veleno che ti inghiotte, avrei voluto possederti ancora, e ancora.

  • 09 giugno 2015 alle ore 18:31
    Borderline

    Come comincia: Stavo lì, seduto, chino sul mio stato depressivo mosso da troppi pensieri contrastanti; fuori luce, dentro il buio. Leggo. Rileggo. La musica non aiuta. Prendo la testa tra le mani ormai in perda al mio delirio mentale. Fermo in me stesso, inizio a vedere il mondo (la stanza) in un oblò grigio opaco che piano si allontana (o sono io dentro che mi allontano troppo dalla percezione reale che, oggettivamente, dovevo vedere). Intorno all’oblò grigio opaco inizio ad intravedere le mie palpebre interiori, ciglia e tutto intorno sempre più nero, come fossi risucchiato nei miei stessi occhi.

    Cazzo, che sta accadendo? Inerme tra la veglia ed il sonno cerco di muovere un arto, quello destro, ma intorno ai polsi corde nere che stringono, tirano forte; allora mi giro a guardare l’altro, stessa situazione (impotenza fisica). Continuo a guardare fuori di me mentre, contemporaneamente, dall’altro l’alto del mio cervello qualcos’altro sta accadendo; inizia un altro sogno.

    Gente, persone, amici; un cane tenta di mordermi il collo ma i miei movimento sono troppo lenti (non mi sono mai spostato di un millimetro) eppure dentro di me ho girato il capo a guardare la belva che mi assaliva. Un cane bianco senza occhi.

    Mi salvi! (ho pensato)!

    Dal sogno alla reale visione che avevo del luogo in cui mi trovavo, ansia, angoscia, paura, terrore, oddio mi uccidono! Volevo liberarmi da quell’orrore ma non era nel mio potere, il corpo non rispondeva di certo a me, ma al sogno in cui ero intrappolato.
    D’un tratto, le corde nere mollano la presa “Ah, sono salvo!”
    Riprendo fiato, mi giro intorno; le mie mani libere e i miei occhi assetati!
    Nel mio silenzio mi dico “Quanta macabra visione v’è stata in 60 minuti di perdizione?”
    La disperazione aveva invaso le vene della lucidità e perforato gl’occhi dell’immaginazione, inglobato in me stesso e lasciato in balia del mio attimo di borderline.

  • 08 giugno 2015 alle ore 12:28
    Questa è la storia di Billie

    Come comincia: Conosco una storia: Billie entra in un bar, si accomoda al bancone e tracanna un paio di bicchieri di Jack. Guarda l’orologio, poi si guarda intorno, uno sbuffo e due colpetti sul legno del bancone.
    “Un altro Jack!” ordina al barista.
    Musica jazz accompagna il deglutire del Jack liscio nella gola; Anya canta sul suo palchetto senza ritegno, come una soave regina del jazz interrotta, ogni quindici minuti esatti, da calorosi applausi.

    Anya; bella cantante nera dalla voce doppia e seducente.

    Altri due colpetti sul legno del bancone.
    “Un altro Jack!”
    Viene subito servito.

    Billie è un ex sognatore, lui che aveva tanto cercato di vivere libero e spensierato cercando di tenersi lontano da ansie, paure, problemi, solfe colossali e pippe mentali.
    Ma la sua voglia di vita è finita per rinchiuderlo in se stesso peggio di prima e affoga i suoi dispiaceri ubriacandosi ogni sera.
     
    L’orologio scocca la mezzanotte, Billie, ormai saturo di Jack, paga il tutto; si alza, guarda Anya che lo saluta con un sorriso, dopodichè prende la giubba ed esce dal bar.
    La notte è buia ed è nero anche nella mente di Billie; “colpa dei troppi Jack” si dice per svanire, poi, tra i quartieri a luci rosse della zona.
     
    Questa è la storia di Billie che a fatica affronta se stesso tuffandosi nel suo stesso peso interiore.

    Caro Billie, nelle difficoltà della vita non bisogna mai andare contro corrente; affogare l’intenzione in due dita di Jack e andando a puttane, di certo non ti libererà dalla depressione del vivere che ti compone.
    Per il resto, se proprio ci tieni, c’è il suicidio. 
     

  • 08 giugno 2015 alle ore 12:04
    Psicosi I

    Come comincia: Esistono delle realtà intimidatorie che nemmeno noi conosciamo.
    L’inconscio che conosce più del conscio e l’anima che sente più di quanto l’uomo possa udire.
    Ci sono cose che emergono in stati confusionari ed altre in stati di pura quiete; se né durante l’uno e né durante l’altro il conscio\inconscio non fa emergere nessun tipo di realtà (maligna o benigna) ci si trova in uno stato possibilmente definibile come “vegetativo interno – esterno”.
    Vivendo realtà effettive, non sempre si può parlare di stato vegetativo totale; se il corpo reagisce a stimoli non sempre la mente è spinta ad interagire in egual modo.
    Può essere inteso come quello stato che precede il meccanismo “della morte dell’anima”? Supposizioni, teorie, deliri.
    Credo di essere maniaco – depressivo.
    Preoccupazione? Spavento?
     
    Aspettiamo George, non inneschiamo la bomba prima di capire dove porla.

  • 07 giugno 2015 alle ore 1:10
    Una lettera per te, uomo

    Come comincia: Questa lettera è per te, uomo, per te. Non mi hai spezzato il cuore come accade nei romanzi no, forse l’ho spezzato io a te con tutte le mie imprecise idee sulla vita. Chi lo sa. Chissà cosa ci siamo fatti. Innamorati alla follia e forse non lo sapevamo, eravamo soltanto certi che vederci e volerci era unico lampo di cielo, senza domande, senza prospettive, era il momento del “no, non si può”.
    La scrivo per te questa lettera, ma la leggo a me, questa me che non conosceva sé quando ti aveva. Questa me che ora si conosce ma non ha più te. L’uomo è vigliacco, non lo si dice, ma è proprio così. Avrei voluto vederti ora, ora che siamo vecchi, o adulti cosa preferisci? Ora che non hai avuto il coraggio di confrontare le nostre maturità. Chissà, forse hai una donna, hai impegni morali, sentimentali, e non ha voluto vedermi. Cosa ti ha fatto paura? Di non saperti fermare? Beh, forse è vero: non avremmo saputo farlo, o forse sì, bere un caffè per la città non avrebbe potuto agevolare un incontro passionale. Ma sei stato vigliacco, vigliacco vigliacco, e lo urlo, te lo butto in faccia e te lo faccio mangiare, come quell’insalata con troppo limone.
    Scrivo con l’incertezza della luce tremula della candela, lo sai che ho questa pericolosa abitudine: la candela accesa di notte. Mi accarezza la sua delicatezza, è compagnia assai preziosa, mi mostra le sfumature della vita che la luce piena cancella, e aiuta la concentrazione, e perfino i miei viaggi astrali!
    Scrivo questa lettera per te, dicevo, e mi ripeto, ma leggo me.
    Vorrei davvero tu leggessi, smettessi di spiare fra le pagine e poi sognarmi, desiderarmi senza appello. Sono il tuo tormento, tu la mia dolcezza, il mio languore. Lo sono anche per te, ma io non ho paura di guardarmi dentro e fuori, e tu sì.
    Lo sai? Uomini per strada fanno ancora i loro stupidi complimenti, li sorpasso imperterrita ma dentro me sorrido e ricordo, ricordo te che mi dicevi: ma che ci fai a noi uomini?
    Non faccio nulla in verità, se non avere sul viso la tua impronta. Quella tua mano che accarezzando il profilo mi fece capitolare, mi portò laddove vita è tutt’altra cosa da quella mia vissuta. E lì è rimasta.
    È passato il tempo, non sono i momenti scanditi da un orologio a marchiarne il passaggio, no, sono il fuoco delle emozioni a imprimerne i contorni, e anche la profondità.
    Tu, sei andato nel profondo che di più non si può, sei arrivato all’essenza che nemmeno nell’atto del concepimento è stata mai segnata. Mi hai mostrato il cielo e ogni elemento possibile, più dei conosciuti, m’hai mostrato l’eterno. E nell’eterno sei rimasto. Nel mio eterno.
    Ora tu mi spii senza coraggio, nella tua pavida esistenza fatta di cose già collaudate, hai timore di guardarti senza prudenza. Ecco, è forse questo uno dei lumi che non sai guardare, che mai hai saputo fare: osiamo l’osabile, ma mai senza certezze. È tutto prevedibile: il vento quando sei in volo o l’onda quando navighi, ma l’amore no, l’hai detto, l’amore è destabilizzante.
    E noi, uomo, siamo imbattuti proprio nell’amore. Era destabilizzante anche per me, cosa credi?
    Sola nella mia penombra guardo me e guardo te, so quando mi pensi perché sei qui accanto, nel mio letto pieno di te. Ti guardo, anzi ti spio, e vedo di te un volto sconosciuto, un uomo dissacrante, un uomo che della vita non ha capito niente. Tu mi spii e pensi chissà che. Sono lontani i nostri tempi quando a squarciare il cielo bastava esserci accanto. Ricordi? S’illuminava il patio quando i nostri sguardi si sfioravano, era Pasqua, tu coi tuoi pacchi infiocchettati e io come bambina oltre la siepe, volevamo tenere il sentimento segreto, ma non lo fu, tutti riconobbero il forte vibrare dietro ogni nostro contegno.
    E la mia vendetta? Venni a te non invitata, coi due flute fra le dita. Volevo odiarti, forse ferirti, nel mio sguardo ogni possibile bugia, ma ero innamorata. Finimmo sul letto dopo inutili schermaglie: io sarcastica come non mai, e tu paziente eppure costretto al gioco.
    Mi cercasti nella notte, ero sul divano col tuo cagnolino, non ero serena nel tuo letto, t’amavo troppo e mi sconvolgeva.
    Tu, eri spaventato dalla mia mancanza. Ti stupivo, nella mia follia ti stupivo.
    Ah quanti attimi ho qui con me che a te ho rubato!
    E ricordi l’ultima volta? Venni a te vestita di nero (quell’abito non riesco a buttarlo), senza trucco perché tu vedessi l’ombra di me, e invece mi guardavi dentro agli occhi dicendomi che erano belli, che erano sempre belli e ammalianti. Facemmo l’amore per l’ultima volta, te lo dissi, era il mio addio (ma tu, n’eri cosciente?) e ti chiesi (che modo miserabile): t’è piaciuto? Ben sapevo ch’era la peggiore frase dopo l’Amore, ma lo feci apposta, per imprimere in me stessa che altro non era che semplice sesso, e per farlo capire a te; per farti capire che come sempre, ero io a vincere la partita, che me ne andavo, lasciandoti di me solo un lontano ricordo di sensi. E non di amore. Sempre io a vincere, è così, vince chi va via, e io avevo già perso…
    Che diamine ci siamo fatti amore mio, che diamine ci siamo fatti? Avevamo fra le mani, nella pelle, nelle vene, nell’essere, l’amore. L’abbiamo barattato con il più ignobile dei bisogni: la ragione.
    E tu mi spii fra le pagine vivendo in superficie, e io sorrido e passo avanti agli uomini che mi vorrebbero. La mia solitudine sei tu. La mia vera vita sei solo tu, cita una canzone-
    Questa lettera è per te, e vorrei che tu, nello spiarmi mi leggessi.

    da: Io a me verrò.

  • 06 giugno 2015 alle ore 19:45
    Ultimo gioco

    Come comincia: Corso Umberto, al tramonto, il passo è svelto. Purché non si addormentino muscoli e articolazioni, è l’ora dedicata a loro, data l’età. Sulla porta di un bar, una signora, in nero, si accende la sigaretta. Un bimbo, in braccio ad una ragazza, vicino a lei, è incantato dalla fiammella dell’accendino. La signora, in nero, soffia sulla fiammella, il bimbo scoppia in una risata.  Nasce un ricordo.  Anni ’60, Pronto Soccorso del Cardarelli, io, giovane medico, alle prese con la medicina degli imprevisti. Anziani infermieri sono i miei angeli custodi. Loro sanno tutto, io no. La solita confusione partenopea, sirene di autoambulanze, macchine che sgommano sulla rampa, volti ansiosi, gente trasbordata in barella, imprecazioni, lamenti, pianti, mani tra i capelli. Su quel lettino, difronte a me, arriva un po’ di tutto: ragazze, che hanno ingoiato acido, per amore, coliche addominali, infarti, ferite, sparati, pompieri sorpresi da una frana, semiasfissiati. I titolari del PS, i due chirurghi, nicchiano spesso. Si scelgono un intervento “pseudo-urgente” e se ne vanno. – “Raineri, fai tu, oggi!” -  Se si sapesse che nel ’60, in alcune ore, il PS del Cardarelli era in mano al solo Raineri, cioè, solo a validi e anziani infermieri, pronti a suggerirmi il daffare! Ma ecco la scena, che mi è tornata in mente, questa sera, dopo quell’incontro. Un ragazzo, potrebbe essere uno dei miei figli, entra correndo. Ricordo ancora il biondo dorato dei suoi lineamenti. Una camicia candida, come il lenzuolo che ha tra le mani. Ma c’è qualcosa dentro. Un putto d’altare, questo frugoletto, uscito dal lenzuolo e deposto sul lettino. Mi sorprende subito la pelle, di un rosso violaceo, che non potrò mai dimenticare. - “E’ caduto nella vasca da bagno, colma di acqua bollente” -  Il bimbo piange. Gli occhi, inondati da lacrime, sembrano voler uscire dalle orbite. Immagino la sua sofferenza. Il padre ha il volto contratto da un ansia dolorosa. Sembra chiedermi l’impossibile con il suo sguardo. Ustione di 2° grado, in oltre il 90%; la prognosi, per quei tempi, è infausta. Nessun reparto ustionati. Sorella Cinzia inizia a spalmare il Foille, l’unico medicamento disponibile. Il bambino, ora, emette una sola nota acuta, il padre piange in silenzio, fissando il figlio. Ad un tratto, estrae l’accendino e lo avvicina al volto del bimbo. Pochi centimetri dalla bocca. Esce la fiammella. Per un attimo, quasi una magia, il bimbo cessa di urlare. La mimica gli si ricompone in una fugace normalità. Ecco che soffia sulla fiammella, che si spegne. Il bimbo sorride, il padre pure. Si stanno fissando entrambi negli occhi. Due sorrisi fermano dolore e tempo.

  • Come comincia: "When life will go over itself, reality will overtake dreams. If you are born, you’re already a winner, in the Universe womb of your precious mother you’ve wrought millions of candidates to life. You’re already the chosen one, you’ve already flown one time. Now God ask you to make your last flight. Conquest your brothers’ brain, conquest Synaptic Paradise and you’ll conquest the eternity, and the real Paradise will open your eyes. A woman’s heart will accompany the passage of time, and it will be the symbol of your rebirth. To save the world, we don’t need an hero, but a good parent. 
    You’re a memory, you’re reborn, the Earth will have you. You’re in my brain, you’ll fly over your brothers’ brain, like the Verb of God. This will be your Paradise, you’ll fly, because flying is believing!” Fabio Meneghella

  • 04 giugno 2015 alle ore 13:18
    Occhi del colore della cacca di cavallo

    Come comincia: Cristina ha gli occhi azzurri, non l’azzurro del mare, quello dei pozzi dai quali si tira fuori l’acqua con molta fatica. È un azzurro concreto, che conosce la terra, il sudore, la fatica e non sa nulla del mare, non l’ha mai visto il mare. La sua pelle è scura, abitata dal sole, abituata al duro lavoro. Cristina è bella, alta, ha delle belle forme e i capelli lunghi, dorati, luccicano come il grano al sole. Me la ricordo come fosse ieri, quando eravamo bambine: aveva lo sguardo di chi sapeva poche cose ma le sapeva molto bene, ero io quella che ne sapeva tante e male. Aveva le espressioni dei vecchietti con i piedi ben piantati per terra, erano le cose della terra che amava imparare, le cose che esistono e che sfamano, non come me che amavo l’invisibile, il labile, le nuvole. Io pensavo, lei agiva. Io mi incantavo, lei correva. Io inciampavo, lei saltava. Io raccontavo, lei faceva. I giochi li vinceva sempre lei, era più presente, più reattiva, più sfrontata. La invidiavo e la biasimavo allo stesso tempo: lei non capiva me, io capivo lei, ma lei non sentiva il bisogno di capire. Io avevo gli occhi del colore della cacca di cavallo, un marrone tendente al verde, erano distratti, viziati dalla bellezza di quei posti, illusi dalle promesse, insicuri e molto curiosi, così curiosi che si perdevano e Cristina doveva darmi un ceffone per farmi tornare alla realtà. I miei occhi erano molto insicuri, la mia vita, a differenza di quella di Cristina, cambiava in continuazione. La mia pelle era bianca, conosceva il lavoro, ma non quello duro. Mia nonna non mi faceva lavorare per bisogno, lo faceva per insegnarmi ad ascoltare la natura e il mio corpo. Le mie mani erano delicate, conoscevano bene i banchi di scuola, forse Cristina avrebbe studiato meglio di me se ne avesse avuto la possibilità. Mi piaceva parlare in rima, a tutti piaceva ascoltarmi, ero molto buffa con le lentiggini sulle guance, la voce acuta e la mia ‘’r’’ moscia. Una cosa in comune l’avevamo io e Cristina: la lunghezza delle nostre trecce, avevamo due bellissime trecce lunghe fino al sedere, “oro giallo e oro nero’’ diceva mio nonno. Dividevamo la giornata in tre parti, la mattina si lavorava, nel pomeriggio si giocava ai giochi che voleva Cristina e verso sera si saliva sul ciliegio gigante della nonna dove raccontavo le mie storie, erano minuti che preparavo con molta cura la notte prima di dormire, non ricordo se mi ascoltava veramente, ricordo che ero molto fiera di me stessa. Su quel ciliegio, una volta, ci eravamo promesse di non credere mai in Dio, perché Dio faceva litigare gli adulti tra di loro e noi non avremmo mai dovuto litigare. Non abbiamo mai litigato, ci siamo semplicemente perse, ognuna per la sua strada. Non so esattamente cosa mi abbia fatto smettere di telefonarle, il tempo passava e noi avevamo sempre meno cose da dirci. Le nostre vite diventavano pesanti e i pesi che dovevamo portare sulle spalle erano molto diversi e le nostre sofferenze cominciavano ad odiarsi a vicenda. L’ultima volta che sono stata a Casunca, le avevo proposto di salire sull’albero, in nome dei vecchi tempi. Lei mi rispose che non eravamo più bambine. Quella risposta fu una frattura definitiva tra noi. La verità è che io sono rimasta la stessa, io ci vivo ancora nei ricordi della mia infanzia, lei è cresciuta. Ha trovato un appoggio in Dio, è diventata una testimone di Geova, ha un lavoro, sa bene chi è, conosce bene le cose che fa e le fa bene, mentre io di tutto questo continuo a non capirci nulla. L’unica differenza in me è che io non la invidio più. I segni che porto sulla pelle e nel cuore non fanno più male né hanno più valore dei suoi, ma io mi sento meno sola con la mia solitudine. Io, il mio dolore, che lei conosce bene, lo accolgo a braccia aperte, lo guardo in faccia e lo interrogo come un bambino interroga un adulto. Lei, con il suo, che io conosco bene, sembra non averci nulla a che fare, lo lascia fuori dalla porta proprio come tutti lasciano lei fuori dalla porta quando cerca di diffondere la parola di Geova. Lei è ostile con tutti, io lo sono solo con me stessa, ci lavoro con me stessa, mi tratto come un bambino, mi faccio i discorsini, lascio entrare tutti in casa mia, anche il dolore, non voglio perdermi niente. No, non la invidio più, io un posto l’ho trovato sulla sedia scomoda della verità.
     

  • 03 giugno 2015 alle ore 21:13
    2014

    Come comincia: Un vero uomo non si innamora delle forme di una donna, perchè sa che con il passare tempo esse andranno a farsi fottere. Un uomo, piuttosto si innamora del sorriso di una donna, dei suoi abbracci, delle attenzioni che gli regala giorno dopo giorno. Un vero uomo sa inebriarsi delle sensazioni che la sua donna emana dalla sua pelle, dal suo modo di fare, sa cogliere la sua vera essenza anche dalle imperfezioni, scava dentro la sua anima arrivando dritto al suo cuore, perchè sa che tutto questo lo troverà sempre, non svanirà e il tempo non riuscirà a consumare.

  • Come comincia: Se ne andarono sulle vette più alte, inebriati di luce, quei giovani ragazzi in divise grigioverdi perduti oltre le alture, ghermiti dal gelo, nascosti agli occhi del mondo di oggi.
    Dei loro passi, delle loro impronte sulla neve, delle loro lacrime come cristalli di quarzo, non è rimasta che un’eco, una spolverata oltre il cielo azzurro.
    Se ne andarono coperti da pastrani umidi e fradici, pesanti di pioggia e sudore, macchiati dal sangue rosso come fiore sbocciato sul candore.
    Il fatto che si parli di un periodo così lontano nel tempo e nello spazio vissuto, ci spinge a dimenticare che quei ragazzi, immortalati per sempre in fotografie sgranate e ingiallite, con zone d’ombra fonde e cupe, erano ventenni come lo possono essere quelli di oggi, ragazzi, leggeri e fragili come vetro, pieni di sogni, di ardori, ma anche impulsivi e spericolati, come  sono tutti i ragazzi a quell’età, di ogni epoca, di ogni strada, di ogni colore.
    Vederli impettiti in divise di due taglie più grandi, con la brillantina sui capelli e la scriminatura a lato, seri e posati, già così adulti nella postura accanto alla poltrona o davanti alla caserma, dai nomi di battesimo ormai in disuso, ce li rende più anziani di quello che non fossero realmente e tendiamo a non ricordare i loro pochi anni di respiro su questa terra.
    Quello sparo a Sarajevo il 28 giugno del 1914 saettò come una spada tagliente sull’ombra di tante e tante inconsapevoli anime, che da quel momento ebbero i giorni segnati. Per loro, 15 milioni, cominciò il conto alla rovescia che li avrebbe cancellati per sempre come una pagina mai scritta.
    La maggior parte di essi, quella mattina del 28 giugno, erano nei campi sui pendii intorno alla contrada del paese, impegnati nella fienagione, oppure stavano lavorando in qualche cascina sperduta nell’afa della pianura, altri rincorrevano il giorno sui pescherecci di ritorno al porto dopo la notte trascorsa in mare aperto. Il cielo era azzurro, sempre lo stesso di ogni giorno, l’aria leggera, polverosa di fieno e di vento, il vociare dei compaesani cullava il ritmico muoversi delle braccia forti di gioventù. Neanche sapevano che esistesse la parola “Sarajevo”. Tutto era lontano, indescrivibile, un altro mondo. 
    Avranno alzato lo sguardo? Avranno percepito il cambio del vento? La bufera in arrivo? L’addensarsi delle nubi scure sul profilo dei monti oltre i filari delle viti? Avrà  mai immaginato il giovane alpino che sarebbe morto di lì a due anni, in una limpida giornata d’agosto a nord di Caporetto, a 20 anni, fragile puntino abbarbicato al costone a strapiombo sul fondovalle? O il piccolo fante che avrebbe seguito i compagni oltre la trincea e anche lui a 20 anni sarebbe caduto un anno dopo, gettato sopra una croce lungo la vallata dell’Isonzo? O il bel tenente, che non aveva mai visto un ghiacciaio, sepolto sotto una delle tante valanghe a tremila metri di quota, scomparso per sempre agli occhi del mondo? O il veterano di campagna che scriveva a casa lettere dolci di speranza, pensando ai fratellini più piccoli che non avrebbe  più potuto salutare e anche lui avrebbe cessato di vivere quattro anni dopo, nella Guerra Bianca dell’Adamello, vicino al cielo, ucciso dal gelo?
    Avrebbero mai immaginato che sarebbero tutti Caduti al Fronte, difendendo o attaccando rocce impervie e ostili, silenziose e mutevoli come il fuoco?
     

  • 02 giugno 2015 alle ore 17:33
    TATA IN CONGRESSO

    Come comincia: Il rumore delle ruote e il dondolio del treno cullavano Alberto, (Al per gli amici), gli facevano provare una piacevole sensazione di rilassamento. Abbandonato sulle ginocchia il libro che stava leggendo, s’immerse nei suoi pensieri: cosa aveva potuto mutare un sentimento di simpatia in qualcosa di più profondo? Arduo darsi una risposta, non riusciva a comprendere cosa fosse cambiato in lui tanto da avere sempre dinanzi agli occhi l'immagine di quella persona, di avvertirne costantemente la presenza, di camminare fra la gente come avvolto in una nuvola che lo estraniava da tutti facendogli percepire la sua aura sempre vicina. Una sensazione eccitante ma anche dirompente perché occupava tutto il suo spirito sino a sfinirlo.
    Negli ultimi tempi l'aveva osservata più attentamente: l'avevano colpito le labbra deliziose truccate in maniera non eccessiva, assolutamente non volgari. Gli occhi erano specchio del suo stato d'animo: luminosi quand'era allegra, sognanti al pensiero di suo figlio, tetri quand'era amareggiata, impenetrabili quando ergeva un muro dinanzi ad interlocutori indisponenti.
    Questa era Tata.
    Finalmente Al giunse a Verona, un taxi, l'arrivo in albergo.
    “Vorrei una stanza matrimoniale ed anche vedere il libro delle presenze.”
    “Signore, è assolutamente inusuale ed anche proibito e poi abbiamo un convegno di bancari... faccia presto.”
    Il portiere aveva rapidamente cambiato opinione dopo aver intascato un cinquantino.
    Scelta la stanza al piano desiderato (quello di Tata), una rapida rinfrescata e Alberto approdò nella hall. Vide madame che stava conversando con due signore, che fare? Intuizione, si recò nella sala da pranzo che i camerieri stavano allestendo per la cena. Girando fra i tavoli, Max prese visione di quello riservato a Tata e a suoi colleghi.
    “Cameriere, vorrei un tavolo vicino a questo.”
    “Impossibile signore, son tutti prenotati... quasi tutti questo è libero.” Il solito cinquantino lo aveva ammorbidito.
    Al, volutamente, si recò a cena in ritardo rispetto agli altri commensali e si posizionò in modo di poter osservare Tata di profilo. Nel di lei tavolo c'erano tre signori di mezza età, suoi colleghi, sorridenti, disponibili, loquaci, speranzosi di piacere, patetici! Tata aveva stampata in viso l'espressione sua tipica per quelle occasioni: sorriso a mezza bocca e sguardo divertito.
    Finito di cenare si alzò imitata dai commensali: “Signori sono stanchissima, a domani.”
    Al, per non dare nell'occhio, fece passare un po’ di tempo prima di alzarsi a sua volta ma non riuscì a raggiungerla, si ritirò nella sua stanza.
    Squillo del telefonino: “Caro fra mezz'ora da me, la porta è socchiusa.”
    Doccia veloce, dentifricio profumato, pigiama di seta. Tutto a posto Al si rimirò nello specchio, l'immagine riflessa era di suo gradimento.
    Mai una mezz'ora gli era sembrata così lunga, controllava continuamente l'orologio e, finalmente, scoccato il tempo, a passi veloci raggiunse la camera di Tata, ci si infilò colpito dal buio che vi regnava, solo una lamina di luce filtrava da sotto la porta del bagno.
    A tentoni raggiunse il letto e si pose una domanda amletica: “Dove era abituata a dormire, a destra ovvero a sinistra? Resosi conto dello sciocco interrogativo, Al si rispose da solo nella lingua madre: “Ah fregnone, pensi che sto pezzo de gnocca è venuta qua pé 'n riposino? Se po’ da esse più 'mbecille?” Il romanesco potrà pure essere volgare, ma è sicuramente efficace!
    La porta del bagno finalmente si aprì, la figura di Tata emerse in controluce fasciata in un delizioso baby doll che ne sottolineava la snella figura. A contatto col suo corpo Max fu inebriato dal profumo sensuale della sua pelle.
    “Accendo l'abat jour, voglio parlare con mio figlio.”
    “Mamma, tutto bene, passami Alessandro... Mammina vuole darti tanti bacini prima di dormire, come stai?”
    “Io sto a letto con la nonna, tu con chi dormi?”
    “Cosa dice mammina, sono sola... buona notte.”
    Tata aveva spento la luce ma era rimasta di spalle, Max imbarazzato non sapeva come comportarsi, la sentiva singhiozzare sommessamente, tremava un po’ e si era coperta il corpo col lenzuolo. Ad Alberto non restò che ritirarsi nella sua stanza, malvolentieri, in considerazione anche del notevole incazzamento di Ciccio...
    Quella notte Al cercò di leggere un libro giallo, lo riprese più volte ma, infine, l'incolpevole libro fu sbatacchiato malamente contro un muro.
    Il giorno seguente, l'amata era occupata col congresso in una sala dell'albergo; Max gironzolò nei dintorni dell'edificio ma non trovò nulla d'interessante o, forse, non era dell'umore adatto per apprezzare alcunché.
    All'ora di pranzo madame era seduta al tavolo con i soliti signori in verità piuttosto perplessi: non li degnava nemmeno di uno sguardo, mangiava silenziosamente con il viso abbassato.
    Il pomeriggio passò con Tata impegnata in una riunione e con Al spaparanzato in una poltrona della hall a leggere i giornali.
    Durante la cena la dama sembrava essersi ripresa, per la gioia dei commensali era diventata più loquace e sorridente. Al si alzò dal tavolo e vide che lei lo seguiva con lo sguardo.
    In camera si sentiva come un pugile suonato, si era innamorato come uno studentello, quel sentimento gli faceva paura non l'aveva mai provato così profondamente... Il suo telefonino squillò: “Fra dieci minuti sono da te.”
    Al aveva lasciato accesa la luce del vano del bagno, la stanza era in penombra quando l'agile silhouette della benamata si stagliò per un attimo nella porta d'ingresso contornata dalla luce del corridoio, entrò con passo ancheggiante, si sdraiò sul letto dando le spalle a Al ma non ebbe il tempo di girarsi ché sentì qualcosa di consistente penetrarle fra le cosce, quel qualcosa sollecitava sempre più il clitoride. Il suo cuore cominciò a batterle violentemente, si dimenava per far aumentare il piacere. Al la girò supina, incollò le sue labbra su quelle della morbida 'gatta', il piacere di entrambi era alle stelle, Al salì con la bocca sempre più in alto: il pube, l'ombelico, le morbide tette, il collo e infine la bocca. Un bacio violento, appassionato sempre più profondo. Tata assaporò per la prima volta il sapore della sua 'gatta', sapore trasportato dalla bocca di Max, una sensazione particolare mai da lei provata. Si vendicò prendendo Ciccio in bocca mordendolo piuttosto rudemente, a lei, talvolta, piaceva esercitarsi in qualche dispetto erotico per poi ridersela fragorosamente, si faceva perdonare quella marachella col suo delizioso sorriso.
    Si era di nuovo scatenata, la sua natura passionale la portò a prendere l'iniziativa e a sottomettere Al cavalcandolo con movimenti circolari del bacino per fasi penetrare più profondamente, il suo punto 'G', fortemente sollecitato, la faceva fremere di piacere sin quando una nube di voluttà non la avvolse completamente. Al la mise supina, la penetrò di nuovo con forza sin quando inondò la vagina con la sua calda spuma. Tata riuscì a prolungare il piacere e a raggiungere un nuovo orgasmo più travolgente del primo.
    Pian piano i sussulti cessarono, Al si rialzò. Tata rimase inerte senza più forze a gambe divaricate.
    Quello fu l'unico loro rapporto intimo. In seguito s’incontrarono in compagnia dei relativi coniugi, mai un cenno, mai uno sguardo d'intesa, dentro di loro un sogno appagato, un ricordo dolcissimo, il loro segreto.

  • 02 giugno 2015 alle ore 9:54
    UNA DIFFICILE CONQUISTA AMOROSA

    Come comincia: “Mi scusi signore, ho urgente bisogno di andare all’aeroporto di Catania, se crede di potermi dare un passaggio la compenserò con qualsiasi cifra, la prego!”
    L’autrice di questa frase era una signorina decisamente piacevole, decisamente bella, decisamente giovane, decisamente di classe, decisamente bionda oltre che decisamente alta: 1,80.
    Dire che Alberto era perplesso era il minimo, quando mai ti capita una situazione del genere non tanto per la cifra che avrebbe potuto guadagnare quanto…il solito zozzone.”
    “Signorina io penserei ad un altro genere di compenso, sempre che lei…”
    “Sempre che io…non pensa di correre un po’ troppo e non poi mi sarei aspettata una proposta di tal genere da un maresciallo della Benemerita!”
    “Gli appartenenti della Benemerita, come li chiama lei, sono i nostri cugini Carabinieri, io appartengo alle Fiamme Gialle, Finanza per capirci.”
    “Che i Finanzieri fossero…”
    “Chiudiamola lì altrimenti andiamo nel penale; penso di aver indovinato il suo pensiero forse ispirato dalla visione della mia Jaguar  X Type. Come fa un appartenente al Corpo della Guardia di Finanza a possedere un cotal vettura costosa se non…nel mio caso c’è una spiegazione valida: il decesso della novantenne zia Giovanna proprietaria di una villetta lasciata in eredità al cinque nipoti di cui uno è alla sua presenza, non mi sono offeso anche io al suo posto… e poi come si fa ad offendersi dal detto di una cotal beltade!”
    “Adesso viene fuori la sua cultura classica, ne riparlerei volentieri qualora lei aderisse alla mia richiesta di accompagnarmi all’aeroporto di Catania, durante il viaggio potremo fare conoscenza. Oh guarda pure il navigatore satellitare, la televisione, quanti aggeggi, un salotto, complimenti!”
    “Domanda d’obbligo, cosa ci fa una signorina alle sette di sera a Messina, in viale dei Tigli 23 tanto più che non mi risulta che abiti da queste parti?”
    “Mi è stato comunicato che è deceduta la signorina Marilena Tavilla, era una cugina di mia madre e proprietaria dell’appartamento al quarto piano della scala B). Io sono Maria Belfiore, architetto, abito a New York, o meglio a Manhattam, non sono riuscita a contattare l’amministratore del vostro condominio, tutto sommato a questo punto non posso perdere altro tempo, debbo rientrare in America ed il mio volo parte da Catania alle ore 23 e non sono riuscita a trovare un taxi.”
    “Chi le parla è Alberto M., celibe,  disposto ad accompagnarla a Catania, senza compenso anche se a malincuore dato che non avrò alcuna possibilità di rincontrarla cosa che invece anelito…”
    “Il suo modo di esprimersi è molto particolare, mi viene da ridere, quello che lei definisce anelito, yearning in inglese, è il desiderio spasmodico di desiderare qualcosa che io penso irraggiungibile.”
    “In un’ora saremo a Catania, avremo anche tempo per cenare e conoscerci meglio sempre che non le sembri troppo invadente.”
    “Ma si,  tutto sommato lei è una persona piacevole, ha un accento  particolare, non mi sembra siciliano.”
    “Romano de Roma ma trapiantato a Messina per servizio anche se rimpiango un po’ la mia Roma. Vede il romano è un tipo particolare è quello del ‘volemose bene’, insomma un compagnone, talvolta forse un po’ invadente ma in fondo simpatico.”
    “Lei è anche un furbacchione, sta facendo le lodi di se stesso ma…non ci esce niente ah ah ah!”
    “Non ci pensavo assolutamente!”
    “Ci pensava, ci pensava anzi ci pensa.”
    “Va bene cara, ci penso e vorrei darle del tu cambiandole però il nome, meglio Mary all’inglese, il nome Maria mi riporta ad una triste storia.”
    “Lasciamo la triste storia e diamoci del tu, andiamo in aeroporto, voglio cambiare la data di imbarco, la Sicilia mi piace e vorrei visitarla.”
    “Questa si che è un colpo di…”
    “Di culo, dillo apertamente, di culo, non te l’aspettavi, la tua faccia tosta è stata premiata!”
    Sbrigata la pratica burocratica Mary ed Alberto entrarono in città a Catania e si infilarono in un ristorante di lusso, quello con camerieri in divisa, in po’ costoso ma…
    “Sei mio ospite d’altronde non è che un maresciallo della Finanza…”
    “Sino a pagare una cena ci arrivo, certo devo pagare la rata del mutuo ma ‘semel in anno licet insanire.”
    “Guarda che anch’io ho studiato latino: ‘una volta all’anno è lecito fare cose pazze’ più o meno questa la traduzione solo che la cosa pazza è a mio carico.”
    Finita la cena con lauta mancia (cavolo la baby doveva passarsela bene!) decisione inaspettata:
    “Torniamo a Messina, se non hai impegni affettivi vorrei dormire a casa tua che ne dici?”
    “Altra botta di…”
    “Allora è un si, vai piano mi voglio gustare il viaggio, fermati un attimo.”
    Un bacio inaspettato, profondo , sensuale.
    “Sono fortunata baci bene e penso che anche il resto…”
    Alberto a quarant’anni in fatto di sesso non era alle prime armi ma Mary con i suoi modi era stata una sorpresa, una piacevole sorpresa ed il futuro si appalesava denso di buone prospettive.
    “Mai vista una casa di uno scapolo ordinata e con mobili di buon gusto, complimenti!”
    “I mobili per la maggior parte appartenevano ai miei genitori ed ai miei zii, come vedi ci sono anche quadri di valore come quelli Orfeo Tamburi che non mi potrei permettere di acquistare.”
    “Che panorama, si vede il porto di Messina e tutta la costa calabra illuminata, una goduria, non mi viene voglia di andare a dormire.”
    “E chi parla di dormire!”
    “Albertone, ricordati che per una donna (a proposito ho trent’anni), dicevo che per una donna mollarla la prima volta è da…”
    “Mignotta, ma io adoro le mignotte!”
    “Per me va bene il divano, tu resta nel tuo lettone che penso abbia visto transitare un bel numero di giovin signore e signorine.”
    “Le mia preferenze erano per le signore che, in linea di massima, non avevano alcuna voglia di creare a me problemi lasciando il marito.”
    “Insomma una botta e ognuno a casa sua se ho capito bene.”
    “Ci hai azzeccato e questo forse perché non ho mai trovato quella giusta…”
    “Stanotte me la rifarò con Morfeo, vedo che hai due bagni, col tuo permesso mi impossesserò di quello più grande.”
    “Se ti leggo bene nel pensiero ho capito come finirà la situazione.”
    “Hai letto bene, buona notte!”
    Buona notte non fu, Alberto dopo essersi girato un bel po’ nel lettone, decise di alzarsi. Posizionò una poltrona sul terrazzino anteriore, occhi semi chiusi, respirazione lenta e distensiva per cercare di ammutolire ‘ciccio’ in crisi…
    Pare che anche dall’altra parte la situazione non fosse dissimile, Mary aveva aperta la vetrata del salone per far entrare una fresca aria notturna  e…
    La storia ebbe la fine prevista: i due si incontrarono sul terrazzino anteriore, lungo abbraccio e poi ambedue posizionati sulla chaise longue di Alberto sul terrazzino, quello della visione sulla Calabria.
    Chi disse che vale più un abbraccio che…ci aveva proprio azzeccato. I due assaporarono le dolcezze del tenero amplesso sino all’alba quando decisero che il lettone era cosa migliore.
    “Hai rifornimenti meglio di un bar: latte, caffè,yoghurt, marmellate, biscotti, fette biscottate integrali, toh pure le prugne californiane, mi sento come a casa mia!”
    Alberto non aveva voglia di parlare, più guardava Mary e più apprezzava la sua bellezza sottolineata da un baby doll rosa che lasciava intravedere…
    Mary con intuito femminile aveva capito la situazione ma non aveva alcuna voglia di capitolare , si era creata una situazione strana, lunghi silenzi…
    “Lettura del tuo pensiero: ho conosciuto tante femminucce ma una come te…mi hai scombussolato, turbato, sconvolto, frastornato, agitato, confuso, è il tuo silenzio che parla!”
    “Dato che hai preso in mano la situazione che ne diresti di farmi partecipe della tua vita, ad intuito penso che dovrebbe essere piuttosto complicata, mi sbaglio?”
    “È piuttosto complessa ma non so sino a che punto tu sia tanto anticonformista da poterla capire.”
    “Solo se nel tuo curriculum c’è un omicidio per il resto non ho problemi soprattutto in fatto di sesso.”
    Mary si era rasserenata , di nuovo sulla chaise longue e:
    “Rimandiamo, per favore, la Sicilia mi dicono è molto bella, che ne dici di farmela visitare, per il denaro non c’è problema, la mia famiglia, di origine italiana, è benestante.”
    “Bien allora facciamo le valigie.  Ho pensato ad un albergo sotto Taormina.”
    Villa S.Andrea  è situata sul mare, spiaggia privata, scogli, sabbia fine e scogli sparsi.
    “Non finirò mai di ringraziarti, non pensavo che esistessero posti tanto incantati, non so se sia l’aggettivo giusto, in famiglia parliamo l’inglese e talvolta sbaglio le parole in italiano.”
    La cucina era all’altezza del luogo, uno chef raffinato, piatti siciliani, Mary era entusiasta di tutto.
    Il pomeriggio a Taormina con la teleferica, acquisti a go go, granita alla panna e rientro in albergo.
    Ogni tanto qualche abbraccio in segno di riconoscenza, anche qualche timido bacio, un pò poco per Alberto il quale a letto si trovò dinanzi alle deliziose spalle della compagna, spalle e niente più.
    La mattina, dopo colazione, una sorpresa: in cabina Mary aveva indossato un cappello a larghe tese, un paio di occhiali molto grandi e poi si era infilata un costume alla brasiliana, insomma quello che cinge il corpo, (pube rasato),  molto simile a dei fili.
    Reazioni in spiaggia: i vecchietti: che bei ricordi, i mariti: occhi di fuori dalle orbite, le mogli: ‘non hai mai visto una donna?’, I bambini: perché la mamma è tanto arrabbiata, gli adolescenti: rientro precipitoso in cabina per un cinque contro uno!
    La mattina seguente: “Hai gli occhi di un cucciolone bastonato, stasera…”
    Gita all’Isola Bella, il barcaiolo non sapeva dove mettere gli occhi: “La signora è straniera?” Sguardo di Alberto: “Fatti i cazzi tuoi!”
    Com’è lunga un giornata quando si aspetta la sera per qualcosa di indefinito ma credibilmente piacevole.
    Doccia insieme, bacini, bacioni e poi: “Ti dispiace se te lo prendo in bocca?”
    “Che domanda, vai…"
    Il lungo digiuno ebbe l’ovvio effetto di far godere subito ‘ciccio’, Mary ingoiò il tutto e seguitò sin quando il cotale se la godette alla grande una seconda volta, la baby si era dimostrata proprio brava, una bella sorpresa!
    Rotto il ghiaccio Alberto si aspettava qualcosa di più ma:
    “Non te la prendere ma non me la sento ancora per un rapporto completo, ho un cattivo ricordo, abbi pazienza.”
    Alberto bene o male pazienza se la faceva venire ma che poteva essere quel cattivo ricordo?
    “Sin dalle scuole medie sono molto amica di Betty, una siciliana piccolina, bruna, simpaticissima, sempre allegra. È stata una cosa normale avere con lei rapporti intimi, era come un gioco piacevole. Al college avevamo una stessa stanza con due letti che univamo per i nostri giochetti.
    Laureate e trasferite a New York per lavoro in uno studio di architettura, Betty si innamorò di un ragazzo bellissimo, alto, biondo, occhi azzurri, il migliore dello studio.
    “John mi ha chiesto una cosa particolare…non vorrei che la prendessi male, vedi…”
    “Betty vai al dunque, ci conosciamo toppo bene, dì la verità ti ha proposto un giochetto a tre?”
    “Si ma non vorrei che cambiasse qualcosa fra di noi, il nostro rapporto di amicizia viene prima di tutto, sto male da giorni.”
    Accettai per accontentarla, non che ne fossi entusiasta ma per l’amica del cuore…
    L’incontro fu programmato in casa di Betty, era un sabato sera e John ci fece una sorpresa quando si presentò con un amico sud americano, forse brasiliano, basso, tozzo, un po’ volgare.
    Senza tanti preamboli John volle avere un rapporto con me, fra l’altro non prese alcuna precauzione, una situazione spiacevole, Betty in un’altra stanza col sudamericano e poi, colpo di scena, tutti e quattro in uno stesso letto e i due maschietti che avevano un rapporto anale fra di loro.
    A quel punto sono fuggita schifata, piangendo ho raggiungo casa mia, due giorni dopo sono partita per venire a Messina, fine della triste istoria che, come puoi immaginare, mi ha lasciato un segno profondo, ora puoi capire il perché del mio agire.”
    Alberto abbracciò forte forte Mary, stettero così a lungo sino allo spuntare del sole.
    “Non ho più sentito Betty, ritornare allo status pre non sarà facile non per il rapporto con lei ma per il lavoro, dovrò cambiare studio ma per ora voglio godermi questa vacanza con un uomo favoloso, conosci un uomo favoloso, io si.”
    Tour della Sicilia: Termini Imerese, Palermo, Trapani, Agrigento, Siracusa, Catania e rientro a Messina.
    “Papino mi ha mandato tanti soldini, lui è di origine siciliana, era felice quando gli ho descritto il giro della Sicilia e la conoscenza profonda e affettuosa di un cotale che ogni giorno mi è più caro (e al quale ho concesso tutto, ma questo non l’ho detto a papino).
    Uno studio di architettura a piazza Cairoli a Messina meta finale di Mary sempre più innamorata della Trinacria e di un suo abitante…
     
     

     
     

  • 29 maggio 2015 alle ore 21:03
    28-05-2015

    Come comincia: Senza commettere errori non avremmo mai imparato a dare il meglio di noi. Sbagliare è un'opportunità per migliorare: alcune persone della nostra vita che ritenevamo fossero perfette e giuste, degne di starci accanto, col tempo, si sono rivelate per quello che sono realmente e, ormai, fanno parte del passato. Ma questo ci è servito e, a nostre spese, abbiamo capito l'importanza di certi sbagli di cui facciamo tesoro nel presente, se vogliamo che un rapporto funzioni.E' importante, dunque, passare attraverso situazioni "sbagliate" della vita, per raggiungere quelle giuste, quelle più belle che meritiamo.

  • 26 maggio 2015 alle ore 8:28
    L'ESTATE DEI MORTI

    Come comincia: Solo il cielo prelude all’inverno, neanche il vento agita le foglie morte; c’è il dolce tepore di un clima da blusa e scarpe da tennis.
    E’ la temperatura ideale per aggredire il foglio bianco, o forse, per tentare di farlo. Si è sempre troppo pieni di cose da fare e ogni cosa da fare pare sia li, puntualmente li, a ricordarci di essere fatta, conclusa, archiviata. Come in una vita che ingrana per tappe, per piccoli e grandi doveri, quasi a consolidare un metodo per scavalcarli tutti, tutti quanti periodicamente riproposti ogni volta.
    Oggi no, non è così, o meglio, è pur sempre così, ma oggi sono fermo sotto questo tiepido cielo di piombo ad assaporare i minuti, senza orari e tutte le piccole e grandi cose da fare possono e devono attendere, lontane da me quanto basta perché possa tornare, dopo la pausa, a cavalcarle come uno ski-lift che risale la china bianca appena discesa.
    Sono in clinica, appoggiato alle bianche pareti di una clinica, metà privata e metà sovvenzionata dalla A.U.S.L. locale; e io vi albergo metà perché vorrei conoscere lo stato del mio testicolo destro un po’ ballerino e metà perché desidero provare il rischio d’annoiarmi pensando, posto che pensare, seppur oziando, non è mai un esercizio improduttivo.
    Ero li intento a snocciolare i minuti e gustare i pensieri quando bussa alla porta della mia camera bianca una signora dall’età indefinibile, certo non più giovane, vestita e acconciata con estremo decoro. Entra e mi dice di essere della “Missione”, poi, resasi conto del mio gentile silenzio ma anche della mia curiosità rimasta totalmente inappagata, inizia un discorso in un italiano poco probabile non privo di inflessioni dialettali del sud.
    Le parole e soprattutto una domanda sortivano l’effetto da lei sperato:
    - Tu bestemmi? –
    Io, punto nella coscienza e un po’ imbarazzato:
    - Si, purtroppo qualche volta mi è successo –
    E lei, perso l’imbarazzo iniziale, ritrovava dopo la mia confessione una certa loquacità ora più argomentata:
    -  Non devi bestemmiare! Padre Pio mi ha ridato la vista e io ora vado in giro a carpire voti per il Signore, per il bene, perché oggi il mondo è del male, del diavolo! Non si deve bestemmiare! Ogni bestemmia è uno schiaffo al Signore! –
    Bene, pensavo, ogni rispetto per questa signora è dovuto, tanto più che conduce “porta a porta” una campagna elettorale per il bene, per il Signore, e, forse lei lo ignora, proprio mentre il mondo intero è in spasmodica attesa di sapere se George W. Bush, il texano dal bicchiere facile, vedrà riconfermato il dovere di guidare la più grande potenza mondiale verso la conquista di nuovi paesi, da ricondurre, a suon di bombe, entro gli argine della democrazia. Paesi tutti rigorosamente arabi e grandi produttori di petrolio nonché, proprio per questo e chissà mai per quale alchimia ancora allo studio del Pentagono, luoghi di ricovero e nascondigli per i più grandi dittatori e terroristi internazionali.
    Per Diana! La vecchina arzilla, linda e tirata a lucido, era piombata nella mia stanza bianca della clinica bianca semi privata per pagare un debito al Signore, assicurando un voto al Signore! Il concetto era questo e quando faccio per offrirle almeno un caffè, memore di quanto certe “invasioni” nei letti di degenza siano mosse più da raccolte di denaro che da nobili propositi, lei candidamente fa per congedarsi dicendo che non ha davvero bisogno di nulla. Poi, con una certa energia, mi fa promettere di non bestemmiare più dinanzi all’immancabile foto del Santo di Pietrelcina.
    In effetti, pensandoci sopra, si bestemmia, almeno per quanto ho avuto modo di vedere e di sentire, per una sorta di abitudine maldestra che nasconde una grave impotenza. Troppo spesso e in ambienti privi di cultura, la bestemmia compone la frase, ne fa parte, è il fulcro della stessa, a volte non è neanche più un rafforzativo. Costituisce una specie di slang, diviene così foneticamente indispensabile per la costruzione di un periodo da esporre, per rappresentare una forte emozione, ma mai un concetto. Credo ciò nasconda un’intima avversione contro tutto e contro tutti, una protesta invereconda ed ignobile adusa ad una certa parte del popolo (ammesso che la parola “popolo” significhi ancora qualcosa). La bestemmia è come un percing da esposizione orale per i più abbietti di spirito. Essa, oltre ad offendere, sempre più senza motivo, Dio, il nostro o qualunque fosse, non è neanche più l’estrema ricerca di Dio, non rappresenta più neppure l’umana ira per un torto, per una sofferenza, per un peso piombatoci addosso che non sentiamo di meritare. Un po’ come se a certi rozzi d’animo avessero dato, oltre al “Grande Fratello”, la licenza di bestemmia libera e senza confini, tanto per far si che continuino a parlarsi tra loro, senza dirsi una parola, uno sull’altro, come cani che abbaiano, senza possibilità ne’ voglia alcuna d’uscita.
    La vecchina pulita e ordinata ha un suo credo che compie con un vocabolario limitato e austerità di concetti, ma non senza purezza d’animo e granitica riconoscenza verso il Santo che le ha ridato la vista. Lei continua a parlarmi ed io ogni tanto annuisco, riemergendo dai miei pensieri. Lei non sa quanti idioti pascolano il mondo e forse non immagina quanto più pericolosi e più vicini alla sua idea di “diavolo” e di “male” siano proprio quelli che con mezzi mediatici ipertecnologici oggi si ergono a condottieri di guerre contro gli “eserciti del male”. Sono poveri cretini dalla genetica improvvisata, quasi sempre disadattati sociali reintegrati per il rotto della cuffia grazie a laute iniezioni di perbenismo curiale e a valanghe di dollari. Senza ombra di dubbio incapaci di abbozzare qualsiasi ipotesi di ragionamento o pianificazione di un problema, poveri, anzi  totalmente privi di idee quando non di sinapsi cerebrali, se non per le strette necessità biologico-meccaniche. Essi sono portati al guinzaglio dalle immense lobby dell’economia energetica e continuano a traghettare il globo da una guerra all’altra, affiancati da mezze calzette di europei con i tacchi nelle scarpe e con in testa null’altro che bandane da tossicodipendenti ipotricotipi celanti bulbi miliardari e lifting di bronzo.
    La vecchina ordinata e compita mi augura una pronta guarigione, io ringrazio mentre lei socchiude la porta; poi penso (forse a voce alta):
    -  Viva Dio! Ma per quale motivo il mondo è governato e trascinato da grandi pezzi di idioti!?!?
    I capelli bianco-azzurrognoli della vecchina adesso un po’ meno compita si riaffacciano attraverso l’uscio semiaperto e introducono il suo sguardo allibito e incredulo…
    - Viva Dio! Signora cara, W Dio! Siamo o no in campagna elettorale?!?!

    02/11/2004

    Stefano Diotallevi
     

  • 26 maggio 2015 alle ore 8:26
    UN EPISODIO DI ROUTINE

    Come comincia: Alle ore otto di un lunedì di gennaio l’ufficio dell’agente Steno Levi non poteva che essere semivuoto, come si confà ai locali pubblici di una pregevole, quanto sonnecchiante cittadina di provincia.
    Comandato in servizio ad un’insolita ora dal Tenente Augusto Contentini, salutò Gabriele con la cordialità di chi si propone, stanco e disilluso, al nuovo dì.
    - E’ arrivato Pippo?
    - No, come sempre sono il primo.
    Si scambiarono i soliti complimenti in gergo, non escluse le chiacchiere d’ufficio, ed ispirarono il primo fumo alla pasta dentifricia del mattino.
    Presero ad arrivare pian piano tutti gli impiegati e timbrarono di dovere il cartellino, incombenza dalla quale erano dispensate le guardie della Contea che operavano sul territorio.
    A quell’ora i colleghi di Steno prestavano da tempo servizio, ma, come sovente capitava a lui e al collega Pippo, erano costretti ad accompagnare il Tenente Contentini in misteriosi sopralluoghi quasi mai bisognosi di alcun particolare supporto tecnico; e non si vede come i due potessero, al cospetto del loro Capo, rappresentarlo in qualche maniera.
    Contentini, in definitiva, aveva bisogno di compagnia e di soggetti sui quali esercitare la sua presunta autorità.
    Costui era un tipo ossuto, sui cinquanta, dalle mani enormi e sudate; il suo fisico massiccio avrebbe potuto evocare la fierezza dell’anziano guerriero se dagli occhi non fosse trasparita, a tratti, l’equivoca sapienza di un abile intrallazzatore di provincia.
    Il suo modo d’incedere, a piedi divaricati, gli faceva meritare il soprannome di “Piastrò”, nomignolo che convertiva l’egoismo e l’arroganza della sua personalità in qualcosa di ilare e vagamente simpatico.
    Sopraggiunse, verso le otto e quindici, anche Pippo, assiduo frequentatore di settimane bianche; in giacca e cravatta, era munito, come sempre per certe occasioni, del copricapo sotto il quale nascondeva l’incipiente calvizie.
    All’arrivo di Contentini, l’agente Steno scattò istintivamente sull’attenti, vistoselo parar di fronte con tanto di alta uniforme illuminata da due stellette, cucite ad elevarlo Capo di uno sparuto gruppo di padri di famiglia.
    Con ironia Steno:
    - Buongiorno Capo!
    La risposta, bassa nel tono e frettolosa, fu accompagnata dal ritmico sfregare delle ormai note manone.
    Steno, longilineo, sui trent’anni, non proprio evidenti nel volto e nei gesti, con esperienze masicali ed una lunga adolescenza vissuta a collezionare amori, ragazze, serate in piazza e lavori di diversa e breve durata, era approdato del giro dei dipendenti parastatali dopo un difficile, sospirato concorso; l’ufficio godeva con lui di undici giovani agenti.
    Tutti bravi ragazzi, intervenuti con l’irruenza propria dell’età a sorprendere i giuochi ed i taciti patti che governavano da sempre l’ufficio, acquisivano, ciò malgrado, preparazione professionale e dimostravano limpidezza d’animo nel tentativo di rimuovere stantii meccanismi di inefficienza e consolidate lungaggini burocratiche.
    Levi, forte di un discreto lessico e dotato di eclettismo mentale, spaventava un po’ tutti per l’acume dei ragionamenti e per la velocità con la quale spesso anticipava il da farsi.
    Ne sapeva qualcosa Mimmo Maria Cavoletti, quarantenne dirigente dell’ufficio, come tutti i suoi predecessori in aperta e perenne lotta con Contentini, rivale sottoposto ed aspirante.
    Cavoletti, scapolo dalle vaghe discendenze nobili testimoniate dalla gentilezza dei modi, aveva tentato di migliorare i ritmi biologici dell’ufficio, malgrado fosse preoccupato di accattivarsi l’alleanza di qualche politicante locale.
    “Di sicuro un bel soggetto!”, pensò Steno i primi tempi, ed invero i due sembravano intendersi. Non trascorse, tuttavia, molto tempo che il giovane agente acclarò il perbenismo curiale che aleggiava su Mimmo Maria, incapace, nonostante gli intenti cristallini, di “mostrare i denti”.
    Cavoletti in gioventù risultava militante di sinistra, non per convinzione politica, piuttosto per dissimulare l’esasperata sensibilità al cospetto del quadro sociale piccolo borghese del tempo.
    Tutto ciò aveva intuito Steno e non lesinava colpi ad incalzarlo e a spronarlo, quando questi confessava alla truppa, ed a lui in particolare, i bassi colpi tiratigli da Contentini.
    Non era un paladino coraggioso, nè tanto meno, un dirigente esperto, ma gli voleva bene, non foss’altro per la trasparenza d’animo che dimostrava, un po’ come nei confronti di quei professori di liceo dagli evidenti limiti caratteriali che, tra una burla ed una confessione, tu copri di umana solidarietà.
    L’agente Pippo rimestava le carte di cui era piena la borsa in finta pelle nera, mentre Steno passeggiava lungo il corridoio, irrequieto e frenetico.
    Ormai non più fanciullo, appariva sulle spine il giovanotto, per il desiderio recondito di dar senso e colori alle ore che fuggivano via inutili e perse.
    - Dove si va Contentini?- esordì Pippo.
    - Ve lo dirò più tardi!-
    - Scusi Contentini- intervenne Steno.
    - Ci chiami qui a quest’ora, senza dirci nulla; ti usiamo la cortesia di assecondare gli ordini impartiti per telefono e, per giunta, ci presentiamo puntuali; almeno abbi la compiacenza di dire dove dobbiamo accompagnarti!-
    Augusto rizzò la schiena facendo leva sul deretano depositato sull’enorme poltrona, distese le palpebre apparentemente stupito, poi tuonò:
    - Qui gli ordini li do io!!-
    Intramezzò al suo cianciare incomprensibile qualche parola in dialetto come rafforzativo, quindi attese la replica.
    Mero spreco di energie il rispondere; i due agenti lo sapevano bene; così, incrociati gli sguardi ed aperto un largo sorriso, si ritirarono dall’uscio dell’ufficio e commentarono complici, sghignazzango lungo il corridoio.
    Qualche tempo dopo il Capo eruttò ancora:
    - Agente Pippo, prendi le chiavi ed accendi la “Uno”!-
    Quel mattino di gennaio era particolare.
    Il cielo azzurro intenso, ininterrotto nella tonalità, pareva esser stato rubato da un lungometraggio della National Geographic e montato dagli Dei nottetempo, all’insaputa di tutti.
    Per prendere la via ci inoltrammo nel traffico, verso il centro della città, Steno sedeva dietro incardinato tra le valigie da lavoro; da quella posizione sembrava che il Vettore, color carta da zucchero, gli venisse incontro, ghiacciato, ad ogni metro più grande.
    Un suono gutturale e pieno d’ira gli scosse i nervi; il Tenente, rivolto a Pippo, riprendeva ad urlare:
    - Quest’auto è mia! E se qualcuno la usa a mia insaputa lo concio per le feste!-
    Pippo sembrava non riuscire, questa volta, ad assecondarlo e tentava con argomenti inconfutabili di persuadere il Capo:
    - Che eresia! Le auto sono della Contea e sono a disposizione di tutti i dipendenti!-
    Steno a quel punto non riuscì proprio a trattenersi ed esplose in una fragorosa risata. La cosa riportò Pippo in una dimensione reale, sorrise e si limitò a scuotere la testa in segno di diniego quando Contentini, allertatosi, ordinò:
    - Gira a destra, qui all’ufficio A.C.I.; devo pagare i bolli per l’uto mia e per quella di mia moglie!-
    Augusto fece per scendere e, quando fu a circa dieci metri dall’auto, Pippo, azionato l’alzavetro, gli urlò:
    - Contentini! Già che ci sei vedi di pagare il bollo anche per quest’auto, visto che è di tua esclusiva proprietà!!!-
    La “Uno” prese a sobbalzare ritmicamente, mentre il Tenente, per nulla acomposto, proseguiva dinoccolando il passo.
    Tra i singhiozzi e le risate Steno concluse che, alla nascita di Augusto, la madre avendone ammirato il viso e di seguito il sederino, fu convinta du aver dato alla luce due gemelli.

    Gennaio 1994
     

  • 23 maggio 2015 alle ore 20:29
    Ancora corre...

    Come comincia:  Era il 1958, l’anno in cui nacque mio fratello.
    Nel periodo breve in cui mia madre, per il parto, rimase al reparto maternità del Policlinico Umberto I, mio padre si preoccupò di trovare una persona che la sostituisse in tutto, tranne naturalmente nella funzione di moglie...
    Era una ragazza del piccolo paese in sabina da dove proveniveno i miei genitori  e che avevano lasciato dopo il matrimonio.
    Non sposata, aveva lavorato “a servizio”(come si diceva allora) presso una famiglia benestante di  Roma che aveva fatto di tutto e di più per trattenerla per la professionalità e l’affidabilità che la distinguevano, era la migliore sostituta che potessi desiderare. Sapeva quando e come gestire le faccende di casa cominciando dalla preparazione della colazione, del pranzo e della cena e continuando con tutte le attività connesse, fare la spesa e, soprattutto, il controllo delle scorte alimentari che, a casa nostra, è sempre stato effettuato con regolarità e competenza. Sarebbe stato un dramma rimanere senza pane o altro! La ragazza, Silvia, oltre ad essere una brava cuoca, referenza indispensabile per poter coprire il posto e soprattutto il livello di competenza di mia madre, doveva occuparsi anche delle pulizie, del bucato e di tutto ciò di cui si sarebbe occupata lei se ci fosse stata. Nel “tutto ciò” rientravano naturalmente anche gli imprevisti come quello che capitò proprio in quei giorni...
    Era quasi l’ora di pranzo, io ero a scuola perchè frequentavo il turno pomeridiano quello che si aggiunse all’antimeridiano per mancanza di locali.
    Papà sarebbe arrivato di lì a poco, dopo il servizio nella caserma della “Benemerita” in Piazza del Popolo dove svolgeva il servizio con il grado di “appuntato”.
    La ragazza dunque era sola nella cucina del piccolo bicamere a piano terra, in uno di quei villini edificati nelle zone periferche della nostra bella Roma.
    La cucina non aveva finestre e la porta di accesso dall’esterno, che vi si apriva direttamente, era quasi sempre aperta per fare entrare aria e luce.
    Proprio per la porta aperta Luisa vide un uomo che, bofonchiando un “Buon giorno” a mezza bocca, si accingeva senza attenderne il permesso ad entrare in casa nostra, dopo aver superato i due scalini di travertino che ne permettevano l’accesso.
    Quel che avvenne dopo ha bisogno di un breve preambolo...
    Il 27 agosto del 1924 era nata a Roma, dalla fusione delle società Sirac e Radiofono, l’ Unione Radiofonica Italiana, l’URI che sarebbe diventata la RAI e che il 6 ottobre di quell’anno aveva trasmesso il primo annuncio radiofonico dalla voce di Ines Viviani :
    <<L’URI, Unione Radiofonica Italiana, stazione di Roma. A tutti coloro che sono in ascolto il nostro saluto…>>
    Un decreto legge del 1938 aveva, poi, stabilito per chi possedeva “uno o più apparecchi atti  od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni” l’obbligo di pagare un canone di abbonamento. Tale decreto non definì solo l’importo e le modalità di pagamento, ma anche le persone, gli organi preposti al controllo e le sanzioni per gli evasori di quella tassa.
    Dunque, tornando al racconto, “Chi è lei? Cosa vuole” gli aveva chiesto Silvia con voce alterata.
    “Sono un agente della Rai e devo riscuotere il canone di abbonamento perché risulta che Chini Vincenzo possiede un apparecchio radio.”
    La cosa in sé era plausibile visto che il famoso decreto del ’38 all’articolo 17  istituiva un registro per aggiornare l’elenco di ogni apparecchio radio- venduto, riparato o regalato- con il nome e cognome del possessore e la cui consultazione era permessa, anzi dovuta, agli agenti delle imposte e della Rai.
    L’audacia dell’agente spaventò Silvia che cercò di convincerlo:
    “Non abito qui, sono ospite per qualche giorno... ma vi posso assicurare che in giro non ci sono apparecchi radio...”
    “E io invece vi assicuro che risulta...”
    Silvia alzò la voce:
    “Qui non c’è nulla! Esca subito da questa casa!”
    Quasi contemporaneamente si aggiunse la voce alta e autoritaria di mio padre che, arrivando, aveva colto le ultime battute di quella diatriba:
    “Con quale permesso lei è entrato a casa mia?” tuonò.
    “Sono un agente ...”
    Mio padre non gli fece finire la frase:
    “Fuori!” Ripeto “Fuori da casa mia!” Non vede la mia divisa?”
    “Mi risulta che lei possieda una radio...” cercò di concludere l’agente.
    “Ma allora non ha capito? Ho detto fuori!! Esca fuori” ” e questa volta il tono della sua voce fu veramente convincente anche perché non aveva solo la voce potente ma anche un fisico imponente...
    Non ci fu bisogno di ripeterglielo. Gli occhi di Silvia si rasserenarono e brillarono di ammirazione per mio padre.
    L’agente si allontanò velocemente brontolando e minacciando denunce.
    Papà raccontava spesso questo episodio a mamma, confessando che un apparecchio radio, regalatoci da non so chi, era chiuso nell’armadio e non lo usavamo proprio per non pagare il canone.
    Io ascoltavo il racconto sempre volentieri e più di tutto mi piaceva risentire la frase, riferita all’agente, con cui mio padre lo concludeva sempre:
    “Ancora corre!”