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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 13 luglio 2015 alle ore 18:23
    Poste Italiane

    Come comincia: L’ufficio postale di via Garibaldi è piuttosto angusto e stret­to Per una svista del dipartimento delle ristrutturazioni, non è mai stato considerato nel progetto di rinnovamento.
    Tullia entrò a testa bassa, Teneva in mano un bollettino di conto corrente, nell’altra il portafogli, era uscita di casa senza borsetta, ma senza nemmeno le scarpe. Cioè, non era scalza, era semplicemente in ciabatte; chi se ne sarebbe accorto, era­no delle belle ciabatte, piuttosto eleganti. All’ingresso già era impossibile procedere, la fila arrivava fin quasi all’uscita, Tullia soffiando si sistemò una ciocca di capelli che le scendeva sul viso e si asciugò le mani sudate sulla gonna leggera. Il caldo era insopportabile, meno male che sul soffitto girava una ven­tola a pale grandi.
    «Senta lei, che fa la furba? Ci sono io dopo il signore...».
    Tullia non ascoltava, si era solo spinta un po’ avanti guar­dando all’insù per cogliere in pieno l’effetto del ventilatore, in modo che le alzasse i capelli e le raggiungesse il collo bagna­to.
    «Certa gente fa finta di niente, come se gli altri fossero stu­pidi...».
    «Già, noi qui a fare da bravi la fila...».
    «Non c’è limite alla maleducazione...».
    «Mi piacerebbe anche a me passare davanti a tutti...».
    Tullia si accorse di essere l’oggetto della conversazione, e arrossendo tornò sul fondo della fila senza parlare.
    Le pareti dell’ufficio erano tappezzate di avvisi, manifesti e slogan:
    «Banco posta, e sei a posto...».
    «Librati in libertà: basta un libretto...».
    «Appostati alla posta...».
    «Dio mio...» disse Tullia a bassa voce, poi scoppiò a ridere, così forte che le veniva da piangere, ma era così imbarazzan­te.L’impiegato delle raccomandate la fissò accigliato mentre continuava a timbrare con veemenza e rabbia. Il colorito giallastro che gli dipingeva la faccia era identico al marmo vecchio e consunto del bancone. Anche le sue unghie dovevano avere lo stesso colore. Non gli avrebbe mai stretto la mano, a uno così. Tullia si guardò le sue, di unghie, inesistenti. In ospedale gliele avevano tagliate cortissime. I capelli questa volta glieli avevano risparmiati. Non lo avrebbe sopportato. Erano il suo orgoglio: riccioli lunghi e ramati che le coprivano le guance e che le davano un notevole senso di protezione. La caposala le voleva bene, e aveva capito.
    Il collo di un vecchio tarchiato e robusto davanti a lei sembrava assai interessante: era attraversato da righe che si incrociavano diritte e profonde, due grossi solchi formavano una «X» un po’ larga e appiattita proprio al centro della nuca; qualcuno si era divertito a procurargli quella incisione, o forse era un casuale disegno della vecchiaia. L’uomo si girò lentamente verso di lei, e Tullia scoprì due occhi chiarissimi, quasi bianchi, incavati nelle orbite piccole e rotonde.
    «Mia scusa, segnorina, qual è la fila delle raccumandate? Nu è che sto facendu la fila sbajata, su venta minuta che sunu aquà e nun ze va avanti».
    Doveva essere vedovo, il vecchio, indossava ai due anulari due vere d’oro, una di certo era di sua moglie. A giudicare dal diametro di entrambi gli anelli, anche la donna era stata molto robusta. Sembrava che lui le leggesse nel pensiero:
    «Da quando mia moglie s’è scomparsa, vado girando sembre solo».
    «... È morta da... molto tempo?» azzardò Tullia che aveva voglia di chiacchierare mentre era in fila.
    «Macché. Uno mese fa. All’ospedale dei Gemelli. Se l’è portata via un «ipso», com’è che se chiama».
    «Mi dispiace...».
    «I duttori su stati bbravi, nun posso di’ niente, ma essa nun s’è data da fa...si inzomma, come se dice, nun s’è aiutata pe’ vincere lu male...essa vuleva murì...» la voce gli si spezzò e gli occhi divennero lucidi. «Ecco, lu vedi chisto? È la tassa du’ camposanto, so’ millecinguecento euri, da paga’ fino a oggi, sinnò c’è la multa. Devo da pagaì tre muorti, mi’ moje, mi fijo, e la fija de mi moje, tre muorti. Fanno cinquecento euri a testa».
    Tullia annuiva e moriva dalla curiosità di sapere la causa di tanti decessi.
    «Ma se me moro io, nisciuno paga...». E si sfogò in una grassa risata. «Capito, segnurì? Nisciuno paga!». E continuava a ridere forte.
    Tullia sorrise, ma provò subito disgusto, si era stancata e non voleva tenere a lungo quella conversazione. Si guardò il polso destro, senza orologio, tanto non ne possedeva uno che funzionasse. Alzò lo sguardo alla ricerca di un padellone da muro, era in alto sulla parete di fronte, uno di quelle vecchie anticaglie da stazione anni sessanta, con il quadrante grigio e le lancette di metallo, un po’ sgangherate. Segnava un’ora impossibile. Il vecchio la guardava.
    «Che stai a cerca’, segnurì?». L’uomo estrasse da una tasca un orologio da polso d’oro massiccio. «Nun lo posso allaccia’, stu gioiello. Era de mi fijo. Esso ci aveva le braccia più fine». Il tono della voce si era abbassato. «È morto co’ lu camio, un accidente stradale». Gli occhi si erano imperlati.
    «Ecco» pensò Tullia «adesso mi manca la figlia».
    «La fija de mi moje s’è morta subbeto dopo la madre, ma essa era mejo che s’è morta... Essa era ‘na mala femmena...».
    Ma di cosa era morta? Non dovette attendere molto.
    Il vecchio le prese un braccio, e avvicinò il suo volto a quello di Tullia, alitandole sulla faccia quattro o cinque zaffate di cipolla. Tullia restò ad ascoltare in apnea.
    «A’ troga... Troga e prestituzione... me capisci che voio di’?».
    Eccome.
    Tullia si divincolò dalla mano bitorzoluta che la stava stringendo e cercò di concentrarsi sulla respirazione addominale, così come le avevano insegnato per dribblare gli attacchi di panico.
    «Che ci hai, segnurì? Stai bbene?».
    «Sì... no... fiu...» soffiava e parlava. «Fiu... fa caldo... fiu... mi manca l’aria... fiu... adesso passa...».
    L’uomo le appoggiò una manona sulla spalla e le parlava con una variegata gamma di tonalità e timbri di voce che avevano il solo scopo di rassicurarla, ma gli effluvi alla cipolla mal digerita avevano già raggiunto i suoi organi vitali.
    Tullia perse i sensi e cadde senza che il vecchio ebbe il tempo per trattenerla.
    «Madri sandissima! La femmena ha svenuta!».
    Nessuno tra i presenti sapeva esattamente cosa fare. Si agitavano senza prendere iniziativa. L’impiegato giallognolo gridava da dietro il vetro.
    «Raccoglietela!» e imprecava bussando sul vetro per attirare l’attenzione su di sé.
    Si riebbe che era distesa sull’unica panca addossata al muro, sotto una finestra stretta carica di sbarre. Una donna pietosa le sventolava un depliant «banco posta», giallo e blu. Gli altri ventotto occhi sopra di lei la scrutavano con interesse. Il vecchio le stava tenendo una mano. La cipolla si riaffacciò crudele.
    «Merda!» gridò Tullia di rabbia, e balzò seduta con gli occhi fuori dalle orbite.
    Il pubblico arretrò intimorito. L’impiegato era diventato verde e stava mutando pelle. Perdeva un rigagnolo di saliva da un angolo della bocca.
    «Lasciatela respirare!». Un gemito intelligente emerse dal sudore collettivo. Era di un uomo giovane, grande e grasso, sulla trentina, rosso in faccia e goffo nei movimenti, con le sue dita ciccione allontanò con garbo il vecchio diventato ormai insopportabilmente fetido e invitò Tullia a uscire da quella luogo infernale per farle prendere un po’ d’aria. Tullia rifiutò.
    «Sto benissimo!» disse indispettita. Poi si raddolcì. «Grazie, non si disturbi».
    «È meglio che esca» esclamò una signora anziana.
    «Sì, deve prendere aria» continuò l’omone giovane.
    «Chiamiamo una bulanza?» azzardò il vecchio che era tornato alla carica.
    «No!» insorse Tullia. «No! Niente ambulanza!».
    Ma cadde di nuovo svenuta sulla panca.
    Tullia senza sensi ebbe visioni celestiali, il vecchio le parlava, ma dalla bocca non uscivano parole, solo fiori profumati che andarono a posarsi sui suoi capelli. Lei si alzò in piedi scalza, cercava lo sguardo dell’impiegato dietro il vetro. Lui le sorrise, ma non aveva un dente, eppure le sue gengive rosa erano dolcissime e non seppe resistere: trovò la forza di scavalcare la folla che l’attorniava morbosamente, diede un forte pugno sulla vetrata antiproiettile che li divideva. Gli altri arretrarono per non essere colpiti dalla miriade di minuscoli pezzi di vetro frantumato che volarono in tutto l’ufficio postale. Con un balzo si arrampicò sul bancone, ma non si ferì, e fini tra le braccia dell’impiegato. Lui non smise di accarezzarla, di rassicurarla: «adesso non devi avere più paura, Tullia, ci sono io qui con te, no, non tornerai mai più in ospedale, niente medicine, niente iniezioni, niente elettroshock. Resterai con me, al sicuro, vieni, andiamo sotto il bancone, nessuno può vederci».
    I due si accovacciarono in una nicchia tra scartoffie, scatole, buste imbottite, mentre la folla già urlava spaventata. Si udirono sirene di polizia, ambulanza, grida concitate, pianti di bambini piccoli.
    Poi silenzio.
    «Tullia...».
    Tullia aveva gli occhi chiusi, sentiva una voce flebile in lontananza.
    «Tullia... ci risiamo...». Ma non era la voce del suo dolce impiegato. Aprì piano gli occhi, era il dottore, e lei era sul letto dell’ospedale, ancora una volta. Provò a muoversi, senti che non poteva. L’avevano bloccata nel letto.
    Girò piano la testa sul cuscino, più volte, come per sfregarla. Sentì la cute a contatto con il cotone della federa, troppo a contatto: le avevano di nuovo rasato la testa. Sentì la rabbia salirle forte nel petto, e le lacrime bagnarle gli occhi.
     

  • 13 luglio 2015 alle ore 14:21
    Jacqueline

    Come comincia: Tutto ebbe inizio in una sala parto. Dopo vari e faticosi sforzi, nacque finalmente Jacqueline. Era la Francia della prima metà del novecento. La guerra volgeva al termine. Nell'aria si avvertiva una sensazione diversa... finalmente si stava diffondendo nei cuori la felicità nel vivere, di nuovo, la vita. Jacqueline crebbe in una famiglia particolare. La sua vita fu segnata, sin dal momento in cui la ragione le permise di comprendere, da profondi turbamenti interiori che, con l'andare del tempo, si accentuarono sempre di più. Capire, oramai, era diventato un incubo. Più cresceva piu si rendeva conto che vivere non era terribilmente semplice e bello come i "grandi" te lo facevano apparire da bambini, magari inventando storie per nascondere l'amara verità. Si sentiva come avvolta da un manto invisibile che non le permetteva di esprimere, di esprimersi. A contatto con una famiglia che seppelliva inconsciamente il suo modo di essere, che, giustificando sempre i loro comportamenti dicendo che facevano parte di una quotidianità comune, non aveva idea di come fosse davvero vivere. Si sentiva da sola in una moltitudine di persone. Non riusciva a comprendere quale fosse il suo posto nel mondo, nella società che, via via, si faceva sempre più lontana dai canoni di "società giusta" che voleva far apparire agli occhi di tutti. Jacqueline capiva, capiva tutto: avrebbe potuto prendere in mano la sua vita; avrebbe potuto rifarsi per dare uno schiaffo morale a chi affermava che non era in grado di portare a termine determinate situazioni; avrebbe potuto cambiare, sì, anche in minima parte, avrebbe potuto cambiare le cose per far si che potesse essere felice il minimo indispensabile per continuare a vivere... avrebbe potuto farlo,se solo avesse voluto. Si arrese, divenne schiava delle sue paranoie, diede ragione a coloro che la circondavano. Continuò per un breve periodo a vivere all'ombra delle quattro mura della sua stanzetta: tra le urla, i pianti e le preghiere di sua madre; tra l'assenza di suo padre, tra i ricordi e tra la speranza, una piccola speranza di poter trovare una fioca luce nella sua breve vita. Si arrese credendo di essere arrivata all'unica soluzione capace di trovare... non rendendosi conto di aver sprecato la sua esistenza. Forse per la poca fiducia in se stessa, forse per mancanza di coraggio.

  • 13 luglio 2015 alle ore 14:14
    VOCABOLI MISTERIOSI

    Come comincia: Ricordo quando il laboratorio di analisi mi propose per la prima volta di inviarmi i risultati via e-mail delle analisi del sangue. C'erano diverse impiegate, con la loro divisa, gonnellina e giacchetta, scarpe col mezzo tacco linea classica, bella presenza, non un capello fuori posto, insomma tutto ok. Me ne capitò una particolarmente carina con grandi occhi "spalancati sul mondo".
    "Ecco, vede? Questo foglio è la fattura e lo tiene lei, quest altro lo consegna al medico.""
    E poi, avvicinando la testa con fare misterioso (presente Crozza quando fa Razzi?)
    "Questo foglio invece...... vede quel numero scritto in grossetto? Lì sotto? Lo vede?" Ma sì, certo che lo vedo, non sono mica orba.
    "Ecco quello le serve per aprire il file"
    In quel momento capii cosa si intende per "tempi televisivi". Dopo la parola "file" lei mi fissò con gli occhi ancora più spalancati scrutando l'effetto che tale vocabolo misterioso avrebbe potuto causare su di me, al che anch'io decisi che era arrivato il momento di spalancare anche i miei di occhi, possibilmente più dei suoi.
    "Se lo faccia aprire dai suoi figli, da qualcuno...." 
    "Me lo apro da sola"
    Seguirono alcuni secondi di sbigottimento. Quando si riebbe, i suoi occhi spandevano stelline colorate:
    "Ma davvero!!!! Ma che brava!!!"
    Che volesse anche darmi un'arruffatina ai capelli? Però non sono attrezzata per scodinzolare. Peccato!
    La sua ocaggine era talmente genuina, di una spontaneità così disarmante, da farmi provare tenerezza.
    Mentre tornavo a casa a piedi, con i miei preziosi fogli, mi chiesi cosa ci fosse in me che mi facesse apparire così sprovveduta. Non mi ero presentata con una torta di mele profumata nel paniere protetta dal tovagliolino a quadretti bianchi e rossi. Sì, veramente un piccolo dono l'avevo portato, ma era solo l'urina da analizzare.
    Mah, sarà che non mi tingo i capelli? 

  • 13 luglio 2015 alle ore 13:57
    SEMAFORI

    Come comincia: Stamattina camminando, ho dovuto fermarmi per un semaforo rosso. D'improvviso si è materializzato accanto a me un ragazzo, lungo lungo, ma con i sedici anni stampati sul viso. Jeans, scarpe da ginnastica, berretto alla rovescia. Ha dato un'occhiata intorno, e poi, guizzando velocissimo fra un'auto e l'altra, ha attraversato l'incrocio, con arroganza, con quella incosciente e commovente arroganza dell'adolescenza. Mi sono rivista, ragazzina, sulla "corriera" della linea ATM, Dalmine-Bergamo e viceversa, seduta nel gruppo "in fondo", quando ogni giorno il controllore mi minacciava di ritirarmi l'abbonamento. Ahahah! Che spasso! Io, sedicenne, armata di quell'arroganza inconsapevole, che il vivere consumò velocemente, a forza di tutti i "sì" obbligati, delle tante umiliazioni subìte in silenzio, delle innumerevoli ribellioni fantasticate, preparate, e mai concretizzate.
    Ho guardato davanti a me: lui era già lontano. Certo, ho pensato, io cammino veloce, ma tu voli. Ti auguro una vita di semafori verdi, ragazzo, perchè la tua baldanza riscatta un po' anche me.

  • 13 luglio 2015 alle ore 13:16
    CONFIDENZE

    Come comincia: "E' quando ti accorgi che ti manca la vita di paese dalla quale sei fuggita annoiata, insoddisfatta e illusa; ti manca la vicina di casa alla quale chiedere una tazza di zucchero o un dado per cucinare, ti mancano i genitori seduti davanti a casa con le sedie messe come le mettevano loro. Ti mancano i ragazzi della via che, sebbene già quasi adulti, giocano a "mago libero". E poi ti manca il Franco che arriva col suo camioncino di frutta e verdura e ti dà una manciata di castagne secche che ti sfondano le tasche e i denti, oppure il Carosello a casa dell'unica vicina ad avere la televisione. Così rifletti che è tutta un'epoca che ti manca, il tempo in cui tu non eri solo figlia di tua madre, ma di tutte le madri del vicinato. L'epoca dei pettegolezzi ma anche della solidarietà, della povertà ma anche della spensieratezza e dei legami profondi, della semplicità e della buona educazione, della severità dei costumi che però ti davano la gioia sottile della trasgressione, mentre oggi non c'è più nulla da trasgredire. Un'adolescenza vissuta a cavallo di un tempo che finiva ed un altro, molto più crudele, che incominciava. Irrimediabilmente protesa verso il nuovo, non ti rendevi conto della ricchezza che stavi perdendo, che tutti stavano perdendo. Forse sarebbe stato meglio per te nascere più tardi e non viverla affatto quella fine di un tempo che rimane nella tua anima, semisommersa come un iceberg di cui affiora soltanto la punta scintillante, in movimento fra sogno e realtà; ben sapendo che nulla si può più recuperare tranne i ricordi e i flash repentini ed inaspettati accesi da un odore, una musica, un viso che ne ricorda un altro, un articolo davanti al nome proprio: fatti che in modo fulmineo ti trasportano nel passato e ti fanno sobbalzare il cuore, senza che nessuno si accorga di niente."

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:33
    AFRICA 1969

    Come comincia: E' la notte di Halloween e naturalmente c'è festa. Un tamburo scandisce un ritmo sempre uguale, ininterrottamente. Stasera non mi infastidisce, anzi mi faccio catturare, quasi ipnotizzare, da questo suono così testardamente insistente, e lascio che un ricordo lontano quarantaquattro anni affiori e riviva nella mia mente per un po'. 
    E' il 1969, Africa Orientale. La giornata è stata, come sempre, calda e umida, sudata; vissuta nella penombra accogliente della casa. Ma la notte è fresca e nel giardino si sta bene, seduti su una sdraio, c'è perfino bisogno di un golfino sulle spalle. Il cielo di Mogadiscio è scuro, compatto, disseminato di stelle luminose, grandi, così vicine! Suoni di tamburi in lontananza completano il fascino della notte. Non voglio andare a dormire. Voglio rimanere così, raggomitolata sulla sdraio, inerme, sotto questo cielo così intenso che mi sovrasta, quasi mi sfiora. La nostalgia mi invade, mi devasta.
    Io, giovanissima, sono prigioniera. Sono prigioniera di un amore audace, vorace. Un amore rapace che ha affondato i suoi artigli nel mio essere e ad ogni fitta di dolore, mi ricorda che è stato inutile, che non è servito a niente, fuggire così lontano.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:27
    INCANTESIMI

    Come comincia: Stamattina sono uscita presto perchè ho scoperto che non lontano da casa mia c'è un supermercato in cui, la domenica mattina, frutta e verdura sono offerti a metà prezzo. Essendo Paolo un roditore compulsivo di verdure crude, ho pensato bene di farci un giretto. Credevo aprisse alle otto e trenta, invece no, di domenica l'orario di apertura slitta di mezz'ora. Mi sono messa a camminare per le traverse lì intorno. Le traverse di Torino che si incuneano geometricamente una nell'altra, dove neppure una come me senza il minimo senso dell'orientamento può perdersi. C'ero solo io a camminare accanto alle auto parcheggiate, se non avessi indossato scarpe da ginnastica avrei potuto udire il rumore dei miei passi sull'asfalto. Nessuno in giro, e un silenzio così innaturale, tanto raro da ascoltare in città! Ho avuto la sensazione di essere l'unica persona rimasta al mondo, in pace, che tutto andasse bene, che tutto andasse davvero bene, nessun pensiero negativo, nessuna ansia: io e il mondo, deserto, disabitato, incontaminato. Ma intanto i minuti passavano, e i quarti d'ora, ed ecco le prime persone a passeggio col cane, la prima accelerata sgommante a ferirmi l'udito, i primi due anziani ad accaparrarsi il tavolino migliore fuori dal bar, già in pieno dibattito su qualunque argomento. Che tenerezza! Però l'incantesimo era finito. Ma ne cominciava un altro: quello della gente in mezzo alla gente, di questa umanità a volte così mediocre, meschina, crudele, e a volte così estaticamente eccelsa, quasi divina, o forse proprio divina. Le prime voci attraverso le finestre, il sorriso e due parole con la signora col cane, perfino la sgommata, tutto ha un suo perchè e fa parte di un insieme in cui io sto molto bene, a mio agio, sempre. Menomale che non sono l'ultima persona rimasta sulla Terra, menomale che faccio parte di un'umanità così grandiosa, incredibile, sorprendente, irripetibile. 

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:24
    ALL'OSTERIA

    Come comincia: Eravamo arrivati, stanchi, il viaggio era stato lungo, ma adesso il mare era poco lontano, là sotto. Sbattute le portiere dell'auto davanti ad una trattoria coi tavoli all'aperto, lui mi aveva guardata: qui? Sì, qui va benissimo. Non si era mai sentito così importante. L'oste era uscito subito, passato uno straccio umido e dubbio sopra il tavolo, e sventolato davanti ai nostri occhi una tovaglia a quadretti, cosa vi porto? Io ero abituata a decidere, a rispondere in fretta, ma avevo taciuto, quella era la sua giornata, la giornata del mio vecchio ragazzo e perciò gli lasciai il passo. Sì, allora, Capo, ci porti una bottiglia di quello buono! E poi cosa c'è da mangiare? E rivolto verso di me: tu cosa vuoi? Fai tu, mi fido, per me va bene tutto! Che tenerezza! Chi mai fra i miei amici avrebbe detto mi porti una bottiglia di quello buono! Tipo di vino, temperatura, fresco di cantina, fermo o frizzante, oh quante storie! Lui non sapeva nulla di tutte queste cose, si metteva fiducioso nelle mani di un oste della sua terra, per me così sconosciuta! In un attimo una bottiglia di vino rosso si era materializzata sul tavolo, insieme a melanzane sott'olio, salame, capocollo, e avanti! E poi era arrivata pasta al forno, parmigiana di melanzane, pecorino, un' altra bottiglia, fresca. Le parole avevano cominciato ad inciamparsi nella lingua, l'oste mi guardava, sì ero "forestiera", ma gli piacevo. Ridevo, mangiavo, bevevo, coccolavo un uomo della sua terra. Sì, aveva concluso che ero giusta, proprio giusta. E il mare là sotto ondeggiava nei miei occhi. All'ombra della pergola si sentiva il nostro ciarlare, le risate troppo disinvolte per il piccolo paese, ma che importava, tanto ero "forestiera". Il mio vecchio ragazzo aveva strani bagliori nello sguardo: dopo andiamo giù al mare? Certo, ma adesso quando ci alziamo fai finta di niente e sostienimi perchè mi tremano le gambe. L'oste ci osservava, gli occhi due fessure, e il sorriso complice di chi ha capito tutto. 

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:21
    PICNIC

    Come comincia: Avevo diciannove anni quando organizzai il mio primo picnic con lui. Anzi io non organizzai niente, per me picnic era una parola piuttosto astratta. Era il primo maggio, finalmente qualche ora di libertà dal lavoro, e per stare insieme. Lui mi disse:procuri tu da mangiare? Certo, come no. L'appuntamento era per le undici e trenta, e poi saremmo andati al Moncenisio, dove c'era una cascata dalla quale avevamo già avuto occasione di lasciarci travolgere stile Adamo ed Eva nel paradiso terrestre. Al che era seguita una bronchite di tutto rispetto. Ahahahahah! Alle undici, dopo essermi ben truccata e pettinata, presi la mia borsettina, chiusi casa, e andai in rosticceria. Vorrei un pollo arrosto, me lo taglia per favore? Dopo pochi minuti uscivo da lì col mio bravo pacchetto con dentro il pollo arrosto già ridotto in quattro pezzi. Poi rimasi in attesa. Alle undici e trenta, puntualissimo, lui arrivò, scese dall'auto, e si precipitò ad aprire il portabagagli. Passami la roba! Quale roba? La roba da mangiare, il vino, l'acqua, la frutta, hai portato il cavatappi? (Non sapevo ancora in quel momento che in seguito nella mia vita il cavatappi avrebbe avuto un ruolo fondamentale). Io me ne stavo lì col mio pacchetto in mano: ho comperato il pollo arrosto. E basta? Mi accorsi che lui era molto molto contrariato,ed evidentemente molto molto affamato. Beh, mi dispiace, non ho mai organizzato un picnic. Mi guardò con antipatia: sali, ci fermeremo per strada a comperare quello che manca. Seduta in auto, col pollo in grembo, pensai che la giornata marcava male. Per fortuna vedemmo una bella gastronomia e ci fermammo: salame, formaggio, pane, pancetta e lardo, milanesi in carpione, frittata, vino, frutta, poi anche il mio pollo. E io compresi cosa fosse per lui un picnic.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:17
    A UN TRATTO

    Come comincia: A un tratto mi diventa insopportabile il mare di mediocrità in cui mi devo muovere, che mi avviluppa come un bozzolo, la mia, quella degli altri, delle cose, degli eventi, quella che, estesa, dilagata, come magma ha invaso tutto, si è infiltrata in ogni anfratto, ha coperto ogni cosa. La mediocrità che quotidianamente mi viene vomitata addosso da ogni dove, e la mia, strisciante infingarda, così ben dissimulata dall'odore di buono che emana, che non la riconosco più nemmeno io. E non giova sapere che c'è di meglio in me, in tutti, perchè lei spinge in basso a respirare l'asfalto, spinge e tiene giù. Provo a fermarmi ad ascoltare, come sempre, ma più niente mi parla, a parte il silenzio, e se niente mi parla, niente ho da dire.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:14
    LABIRINTO

    Come comincia: Quanti problemi! Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, che caspita ci facciamo qui, quale perverso disegno perimetra la nostra vita, perchè quando mi tolgo le scarpe la punta dell'alluce mi sorride attraverso il buco nella calza, di ogni calza, di tutte le calze, sottili, spesse, care e meno care, perchè mai la frittata non sta assieme, e Dio? ci sarà, non ci sarà, quello che mi porta l'acqua non arriva mai e mi manda a puttane la mattinata, devo andare dal medico e farò una coda di ore, caspita mi è scaduta la bolletta della luce e non mi sono ricordata, e poi l'aldilà almeno mi ridarà indietro qualcosa di tutto questo casino? Sì comunque sono per la cremazione, è più igienica e occupa poco spazio, speriamo tardi, la spesa, già la spesa, non oggi per carità, non me la sento! Credere, non credere, lì c'è una chiesa e c'è una persona che incontro sempre al cimitero che continua a chiedermi se mi sono decisa a d entrare in una chiesa, ed io continuo a risponderle di no, non ci sono entrata, e lei insiste che mi devo decidere se voglio capire qualcosa in più. Mi sembra di capire abbastanza, almeno che non posso capire di più di quello che ho già capito, dopo andiamo nel campo delle supposizioni, delle ipotesi, non mi piacciono le ipotesi, mi piacciono le certezze, ad esempio l'ottimo salame di stasera, il pane morbido, e il vino. La partita a carte con Paolo e vincere possibilmente sempre io. Ahahahah! Mi piace essere qui a scrivere queste idiozie, anche perchè non so quanto durerà!

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:09
    TUTTI MORTI

    Come comincia: Trascorrono gli anni, i decenni, scorre la vita. Ad un tratto ti accorgi che venti anni della tua vita sono ormai nella tomba. Ciò che ti torturò a suo tempo, ciò che rese insonni le tue notti, tormentose le tue passioni, abbruttiti i tuoi sentimenti, ciò che ti ferì così profondamente, così ferocemente, così impietosamente, non esiste più. Tutto è ormai nella tomba. La grande storia e i suoi protagonisti: tu, lui, lei, i parenti, gli amici, i nemici, la gente, i luoghi, le case. Un tempo persone, oggi ormai personaggi di una grande rappresentazione teatrale, che spazia dalla farsa alla tragedia greca, dalla commedia al cicaleccio pettegolo. Passano davanti ai tuoi occhi ormai stranieri, sogno o vita vissuta? Morti, morti tutti. Fantasmi che si combatterono, superandosi gli uni gli altri senza esclusione di colpi, con cattiveria, nell'interesse primario ed egoistico di esaltare se stessi. Morti tutti, tutti morti. Chi furono e quanto si presero della tua vita? Ma esistettero veramente, o fu la rappresentazione gigantesca a trarti in inganno? La casa! Certo, la casa! Travestita da cuoca soccombesti fra pentole e fornelli per lunghi anni insoddisfatti e mai gratificati. Nella luminosa sala da pranzo dominò il telegiornale e tu, impotente, gli lasciasti lo scettro con cui decise il silenzio di bocconi ingoiati con troppa abbondanza, di bicchieri di vino tracannati senza misura, era l'oblìo che cercavi? Oggi gli attori attraversano la tua mente, senza spessore, senza importanza, tutti morti! Ti guardi recitare la tua parte senza riconoscerti, chi era quella lì? Anche lei è morta. Morì tanto tempo fa, insieme a quella cucina, a quella sala da pranzo, a quella camera da letto di passione, e di paura di una morte che era sempre lì acquattata nell'ombra in attesa del suo momento di gloria, della sua vittoria, e tu lo sapevi e il cuore ti batteva così forte che potevi ascoltare il suo battito scandire il tempo lento, in attesa della luce del giorno. Li osservi, gli attori, mentre danzano nella tua mente, e alla fine della grande rappresentazione si inchinano tutti insieme, tenendosi per mano, davanti ai tuoi occhi. Così autocelebrativi, così lontani, così evanescenti! Così morti, così tutti morti!

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:01
    LUNGO IL FIUME

    Come comincia: Pensavo stamattina camminando che ormai io e la Dora Riparia siamo diventate intime. Io percorro la strada al suo fianco e lei mi accompagna discreta salutandomi con le sue piccole onde lievemente increspate di schiuma bianca. La sua voce a volte è sommessa e a volte roboante, ma mai eccessiva, e sempre gradevole. Solo che per me arriva il momento di tornare indietro e prendere la direzione opposta alla sua. Proprio come nella vita quando prima ci si lascia coccolare e trascinare dalla corrente che ci porterà chissà dove, e poi, spesso, per ritrovare ciò che eravamo e che avremmo voluto diventare, è necessario andare contro la stessa corrente che ci aveva tanto affascinati. Mi perdonerà il fiume se a un certo punto lo lascerò proseguire da solo, ma la mia è l'età in cui si torna a casa. 

  • 06 luglio 2015 alle ore 12:27
    LA FORZA DELL’ACCOGLIENZA

    Come comincia: Chiara e Giuseppe, fratello e sorella, ragazzi normali in un mondo diverso. Chiara è vitale ed estroversa, Giuseppe poco combattivo. Lei studia e lui lavora nella grande azienda di famiglia, vivono ignari di quanto accade intorno protetti dagli affetti della loro famiglia e chiusi in un paese piccolo e bigotto. Sfuggono i problemi dei loro coetanei e della società in cui crescono. Manca ai nostri protagonisti la capacità di lottare dei loro genitori e accettano passivamente il mondo come gli si presenta e gli si impone. I due fratelli sono esattamente il contrario del padre, Mario, uomo molto noto in paese per la ricchezza e la vocazione al dominio.
    Giuseppe conosce Maria, giovanissima commessa appena diplomata, allegra, energica e ottimista. Tra i due nasce una storia d’amore. L’amore tra Giuseppe e Maria non resiste però alle differenze sociali e culturali; Giuseppe cerca invano il consenso paterno e fugge da Maria quando questo consenso non arriva. Maria fugge, invece, dalla mortificazione. Il paese è piccolo e non le va di essere additata come quella “mollata”. Con pochi soldi nella tasca e uno zainetto, appena maggiorenne, Maria lascia la propria casa e quel paese che ormai le sta troppo stretto. Gli inizi sono duri e vivere arrangiandosi, in certi momenti, le sembra una mortificazione peggiore di quello che si era lasciata alle spalle. Ma la ruota gira e le speranze non vanno mai perse. Nella grande città, trova quasi subito lavoro come badante presso una coppia sposata da 50 anni e senza figli. Un lavoro “da straniera” che le italiane non accettano più. E proprio l’umiltà, accompagnata dalla vitalità, l’onestà e la dedizione di Maria conquistano i due anziani. Nasce un affetto inaspettato, da chi tutto sommato non le doveva moralmente nulla. La ragazza ha la possibilità di studiare. I risultati non tardano ad arrivare; laurea in Medicina prima e Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia poi.
    Chiara aveva chiuso una relazione affettiva in maniera piuttosto rapida, rendendosi conto che lui non era affidabile e soprattutto era un prevaricatore, come suo padre. Aveva deciso con consapevolezza e convinzione; quando poco dopo si era accorta di essere incinta, non aveva tentennato: la gravidanza era un motivo in più per non riaprire quella relazione. Il suo problema era se tenere il figlio oppure no. Si era laureata in Giurisprudenza, senza particolare passione, quasi per inerzia, per vivere tranquilla e non affrontare quei genitori che non le avrebbero dato pace; a dicembre aveva superato l'esame di avvocato e a luglio era rimasta incinta. Quando cominciava ad avere un po' di autonomia, anche economica, si era ritrovata incinta. Questo figlio le faceva provare un forte senso di deprivazione. La consapevolezza che l’avrebbe dovuto allevare da sola accresceva enormemente la sua angoscia. Ma ciò che più di tutto la terrorizzava era l’incapacità di affrontare Mario, suo padre. Aveva tenuto segreta ai suoi genitori la relazione con un avvocato divorziato, padre di due figli e ora si ritrovava in questa situazione. In fondo si era convinta di non avere scelta; mancavano i presupposti e non era il momento giusto per avere un figlio. Aveva mentito a tutti dicendo che andava via per una vacanza e invece, a Milano, si era rivolta ad un consultorio per capire come procedere all'interruzione di gravidanza. Il destino, a volte, gioca strani tiri e lì aveva incontrato la ginecologa: Maria. Erano passati più di dieci anni dall’ultima volta che si erano viste ma quella presenza l’aveva commossa e le aveva allentato quel senso di solitudine che l’attanagliava ormai da due mesi. L’amore è distruttore, pensava Maria, guardando il viso mesto di Chiara; il ricordo della sua passione, senza speranza, per Giuseppe faceva ancora male. Quell’incontro aveva riaperto la ferita. Aveva sofferto terribilmente, ma si era ripresa in tempo e aveva giurato a se stessa di evitare per il futuro di cedere al sentimento. Le vicende di queste due donne si incrociano sullo sfondo di un Paese che, in un momento duro quanto mai, soffre di un’atmosfera di sfiducia sociale che non permette di sentirsi accolti e, soprattutto, liberi di programmare il proprio destino. La precarietà di oggi è quasi peggio delle catene di ieri. Un’insicurezza a cui tanti, troppi, reagiscono con la violenza verso se stessi e verso gli altri, fino a volte a violare la vita stessa. La nostra storia però vuole insegnare che le cose possono andare in maniera diversa.
    Chiara scrive una lettera a suo padre che sorprende Maria. Il racconto della storia di Maria, una che ce l’ha fatta, le ha fatto comprendere che tutti possiamo farcela e, in ogni caso, abbiamo il dovere di provarci. Maria, in fondo, è apparentemente sola ma è sicura e felice ugualmente, perché ha costruito la propria libertà e la gioia nella riconoscenza delle tante ragazze che incontra giornalmente nel suo cammino. La mitezza di chi non ha ceduto alla rabbia quando si è sentita mortificata e violentata insegna a Chiara che anche lei ce la può fare.
    Chiara è ognuno di noi quando travisiamo l’idea di felicità e non ci guardiamo intorno per cogliere ciò che di buono il mondo ci offre. Chiara non sa ancora se terrà o no il bambino, ma adesso realmente sceglierà con libertà. E’ determinata a usare le armi dell’amore, sopportare il dolore, controllare la rabbia, rispettare la dignità umana.
    Olimpia Improta
     
     

  • 06 luglio 2015 alle ore 12:24
    LA LUCE DOPO IL BUIO

    Come comincia: Scrivo per me in primis, e quindi sono la prima a dover essere convinta della trama. Sono molto severa con me stessa, in questo. In un certo senso devo riuscire a sorprendermi. Naturalmente non è una cosa semplice, ma quando accade la sensazione è bellissima, e so di aver scritto qualcosa di buono. Bisogna mettersi degli standard alti sempre, e non mollare mai finché non ci si arriva. Come si svolge la mia pazza giornata, che bella domanda! In effetti sono molto presa dalla mia quotidianità. Ogni mattina la sveglia e da quel momento non ho più scampo. Caffettiera sul fuoco, grembiuli e zainetti, divisa da indossare. Accompagno le mie piccole vandale all’asilo, per poi andare a prenderle quando esco dal lavoro nel pomeriggio che imbrunisce. Da quel momento in poi mi smisto in modalità mamma/moglie. Per fortuna mio marito mi offre tantissima collaborazione, non nei lavori domestici! Mi protegge da ogni preoccupazione che non sia quella di regina del focolare.  Anche così, chiaramente, il tempo che ho è piuttosto risicato e alla letteratura riesco a dedicare meno di quanto vorrei. Scrivo nei ritagli di tempo, e quando a sera ci mettiamo a letto e tutto tace, un lumino solitario si accende in casa: sono io che leggo, prima di crollare, irrimediabilmente! Mio marito torna regolarmente a casa presto nel pomeriggio, quindi accende il computer, il computer rimane sempre più acceso! E’ colpa di Facebook? I Social Network hanno rivoluzionato la nostra vita sociale, ma non solo. Hanno rivoluzionato anche il nostro modo di relazionarci con gli altri, amici, colleghi, partner. L’immediatezza del contatto facilita la conoscenza, ma può diventare un’arma a doppio taglio. E succede, purtroppo, che la nostra vita di coppia non sia più felice. Facebook, funziona come grande amplificatore di emozioni, di tutte le emozioni. La colpa dell’utilizzo della rete è nostra: siamo noi ad usarla, anche con tutto il nostro mondo interiore! Per ingannare il tempo sono andata su Facebook, ma non mi sono accorta che non era il mio profilo, ma quello di mio marito. Ho trovato uno scambio epistolare e vari messaggi in cui lui faceva il cretino con le sue colleghe. Ho sofferto molto, mi sono sentita derisa, tradita e presa in giro; ho cercato di capire cosa era successo veramente, e mi sono sentita in colpa con me stessa. Mio marito, uomo brillante e socievole, ha sempre negato. Vendicarmi e rendergli pan per focaccia? Ho aperto un profilo falso maschile, ho aggiunto gente a raffica prima di chiedere l'amicizia a mio marito e alle sue colleghe che hanno accettato pur non conoscendomi. Una sua collega ha cominciato a chattare con me,  ha cercato più volte di conoscermi. Mi ha fatto paura, sinceramente preoccupata dai suoi scritti,  ho intuito quanto sia doloroso esserne colpiti e ho avvertito compassione per i suoi pensieri e i suoi propositi. Era giunto il momento di chiudere il falso profilo presentandomi con il mio nome vero. Gli amici sono stati comprensivi e discreti, dalla collega di mio marito ho ricevuto un messaggio con tante ingiurie, bestemmie e maledizioni. In risposta le ho scritto: “Che il Signore ti benedica e ti protegga da ogni tuo male!“ Con la forza di volontà si può ottenere tutto quello che si vuole, basta crederci! Il dolore, la sofferenza e gli errori mi hanno aiutata a migliorare e a rendermi più forte e più combattiva. La delusione l’ho trasformata nella migliore opportunità della mia vita per cominciare un’esistenza bellissima, ricca ed emozionante. Ho aperto me stessa e il mio cuore al mondo, abbracciando tutte le creature viventi e tutta la natura nella sua bellezza!
    Olimpia Improta

  • 06 luglio 2015 alle ore 12:22
    Partenza alle ore 17.30

    Come comincia: Non bisogna mai dare niente per scontato, tutti i nostri traguardi vanno riconquistati ogni giorno! Avvenimenti imprevisti, a volte lieti, a volte tristi, tendono a sconvolgere improvvisamente la normale routine del nostro quotidiano, annullando le nostre certezze e riportandoci ad una realtà inaspettata.
    Anche stamattina, come sempre nei giorni piovosi, devo fare i conti con il traffico. La segnaletica autostradale mi indica quindici chilometri di coda ed è ormai un po’ che procediamo a passo d’uomo. I miei nervi cominciano a saltare, alzo sempre più il volume della radio per cercare di distrarmi. Mi innervosisco. Mi agito. Mi volto a sinistra. L’immagine dell’altra carreggiata, mi riporta brutalmente indietro nel tempo.
    Quel giorno, lontano ormai dieci anni, ero rincasata molto prima del solito perché la baby sitter mi aveva dato buca. Riguardavo il lavoro fatto, davvero ottimo. Il mio antico orologio a pendolo aveva appena smesso di suonare i rintocchi delle ore 17.30, mi ero sbrigata prima del previsto e potevo finalmente riposare accoccolata sul mio divano. Ad un tratto, un lamento. Il cuore mi pulsò incessantemente! Mi alzai allarmata e mi avvicinai alla culla del mio bimbo; dormiva sereno e tranquillo, ma quel lamento mi aveva messo in ansia. Decisi di non parlare con nessuno dell’accaduto, temevo di passare per una madre eccessivamente apprensiva e, forse, un po’ lo ero.
    Il giorno dopo andai in ufficio, ancora fortemente turbata da quel lamento che continuava a rimbombarmi nella testa; tuffarmi nel lavoro mi consentì di distrarmi. Alle 20.00, ormai a casa, mi arrivò una telefonata; mio fratello mi avvertiva che il telegiornale aveva appena mostrato uno scontro tra un’auto e un tir; aveva perso la vita Francesco, il mio amico e collega con cui lavoravo quotidianamente. Il mondo mi crollò addosso: 23 anni sono oggettivamente troppo pochi per morire, ancor di più quando a casa ti attendono una bimba di tre anni e tua moglie che, dopo quindici giorni, darà alla luce il tuo piccolo bambino.
    Come in un film, mi tornarono alla mente tutti i momenti trascorsi insieme. Io e Francesco, lavoravamo insieme da tre anni nell’azienda della sua famiglia; io ero più grande di lui di dieci anni, lui era il figlio del mio datore di lavoro. Ero un po’ la sua tutor. Mille volte ci attardavamo al lavoro. Ore ed ore trascorse insieme a ridere e lavorare. Avrebbe voluto trascorrere più tempo con la sua famiglia o con i suoi amici a giocare a calcetto; ma io lo esortavo a lavorare per imparare e fortificare le fondamenta del suo futuro; lui mi ascoltava, perché si fidava ed imparava. Ero io che lo avevo esortato ad andare a quel colloquio. Una grande opportunità, come poteva perderla? Cattiva consigliera è stata la razionalità! A cosa erano serviti i sacrifici di Francesco? Le ore trascorse a lavorare? Le partite a calcetto non giocate, per costruire quel futuro? Se non fosse andato a quel colloquio, oggi sicuramente sarebbe tutto diverso.
    I sensi di colpa, mi assalivano; non riuscivo a liberamene. Notte e giorno, in un pensiero costante. Lacrime e ancora lacrime. E poi l’aiuto mi è arrivato da chi, in realtà, l’aiuto avrebbe dovuto chiederlo. “Bisogna ricominciare il viaggio, nonostante tutto”, mi avevo detto e abbiamo cominciato a scrivere un libro a quattro mani per raccontare ciò che di bello è stato. Io e Caterina, la moglie di Francesco.
     La nostra ripartenza come rimedio per ricominciare ma senza mai dimenticare ciò che ha lasciato un’esistenza breve ma eterna. Sulla copertina un’immagine stilizzata tratta da una foto del piccolo Francesco, il bimbo che non ha mai potuto giocare con il suo papà. Siamo ripartite dalle 17.30: l’ora dell’incidente! Il prologo, brevissimo, voluto da Caterina: “alle 17.30, laddove possibile, si suoneranno le note del silenzio in memoria delle tante, troppe, vittime della strada”.
    Il traffico era ormai smaltito. Ero arrivata in ufficio. Calmissima. Ancora una volta, come spesso negli ultimi anni, il suo ricordo mi era stato di insegnamento: un’ora di rabbia è un’ora di felicità persa e la vita, se anche durasse cento anni, non merita di essere sprecata.
    Lui non è passato invano.
    Olimpia Improta

  • 06 luglio 2015 alle ore 10:04
    Essere bambini

    Come comincia: Credetemi non è difficile ritornare bambini... ma se non è cosi è solo perchè noi non lo vogliamo, siii. Nessuno ci impedisce di comprare delle costruzioni e giocarci, nessuno ci impedisce di sentirci felici dentro, nessuno ci impedisce di mangiare la pappa, nessuno ci impedisce di sognare, nessuno ci impedisce di essere buoni, nessuno ci impedisce di credere nell'amicizia e nell'amore. Sono orgoglioso di essere bambino e sapete perchè? Perchè si nasce bambini.

  • 05 luglio 2015 alle ore 9:59
    ERACLITO

    Come comincia: ERACLITO  AVEVI  PROPRIO  RAGIONE!
     
    Che ne dici:
    degli ex abitanti del Limbo? Sono sicuramente in Paradiso dopo la soppressione di un luogo così ovattato senza piaceri né dispiaceri ma pur sempre, per tanto tempo, in punizione per mancanza sulla loro testa di acqua benedetta;
    della povera Maria Vergine in mezzo alle nuvole, tanto invocata ma sempre sola dopo aver avuto un figlio senza nemmeno un po’ di piacere;
    del povero Giuda condannato agli Inferi, tanto vituperato ma senza colpa per una sorte a lui predestinata;
    del povero Allah costretto a cercare vergini per gli eroi mussulmani morti in battaglia, veramente tante le 42 vergini per ognuno, dove le trova? A meno che non le ricicli con un piccolo intervento chirurgico…ma non sarebbe serio!
    dei mussulmani costretti ad aborrire carne di maiale ed alcolici; sicuramente contenti i suini, un po’ meno i viticultori;
    dei poveri preti pedofili, forse avrebbero preferito un sano rapporto con femminucce…
    di quel simpaticone di Padre Pio costretto agli onori degli altari, con molti oboli da parte dei creduloni, invece di essere curato per schizofrenia come accertato con pareri medici di dottori del Vaticano;
    dei mussulmani preganti a pecoroni, se capitasse loro di dietro un omo arrapato?
    Eraclito avevi proprio ragione tremila anni fa, il popolo è ignorante oggi come allora!
     
     

  • 05 luglio 2015 alle ore 9:46
    FIORELLINO

    Come comincia: Peccaminosa ambasciatrice di infernali voluttà o celestiale creatura paradisiaca apportatrice di eteree gioie? Alberghi in me con frementi,  contrastanti  e sconvolgenti sensazioni. I tuoi occhi nascondono un’animalesca, profonda e sconvolgente femminilità che fanno fremere il mio intimo insieme ad una visione contrastante di casti baci infantili.
    Sono confuso dal tuo sorriso promettente che muti talvolta in una bambinesca espressione corrucciata.
    Non sono io il motivo dei tuoi cambiamenti, il tuo sguardo non mi sfiora nemmeno, forse in passato mi hai notato giudicandomi non degno di attenzione, forse un tuo amore finito male ti ha reso refrattaria ad un nuovo legame.
    I miei sono desideri o forse sogni e, come tutti i sogni, irrealizzabili.
    Sei seduta sulla battigia, i tuoi due pezzi simili a  due microscopici fili lasciano aperta la visione delle tue rotondità prorompenti. Anche il colore del ‘costume’ è particolare, viola: non devi essere superstiziosa.
    Piccole onde bagnano i tuoi lunghi, affusolati e deliziosi piedi.
    Appoggi il capo fra le mani: forse un segno di tristezza, forse di desolazione, sentimenti che contrastano la tua favolosa figura di donna, forse stai piangendo…
    Dubbioso cerco di approfittare del momento. coraggio a due mani: “Signorina posso aiutarla? “(frase di una intelligenza…).
    Fiorellino alza il viso, niente pianto anzi un sorriso cristallino mostra denti perfetti e bianchissimi.
    Finale inaspettato: “Mò me ce voleva pure er vecchietto mandrillo mattutino! Là c’è mi nonna, vedi si ce stà.”
    Non c’è più rispetto da parte dei giovani...avevo dimenticato i miei ottant’anni!
     

  • 04 luglio 2015 alle ore 16:54
    facciamo una passeggiata

    Come comincia: Facciamo una passeggiata nel tuo passato, ti prenderò per mano e ti mostrerò che non ha nulla a che fare con me. Nessuno di quelli che hai conosciuto hanno mai urlato un silenzio come il mio, del quale si sente un'eco infinita, da qui al tuo, che non conosci ancora.
    Facciamo una passeggiata nei tuoi pensieri, ti mostrerò che per me hai riservato il posto sbagliato, nessuna precauzione renderà sterile quello che provi, io germoglierò nelle tue debolezze e le renderò di bellezza assoluta, perché il tremolio delle mie mani ammortizzerà il tuo in un abbraccio che saprà di brezza mattutina. 
    Facciamo una passeggiata nelle tue gelosie e ti mostrerò che di quello che posso dare ne ho abbastanza per una sola persona e ho talmente tanti sogni da innaffiare che piove in continuazione e sotto al mio ombrello posso tenere al riparo solo te.
    Facciamo una passeggiata tra le tue parole e ti mostrerò che non volano, che in una tua poesia di dolore c'è l'amore eterno di una sensualità fatale e la delicatezza di un pulcino appena nato, che con le parole si può anche fare l'amore e che nessuna al mondo, per quanto brutale, potrebbe farci del male, perché sono nostre e tutto quello che è tuo, io amo, e tutto quello che è mio, tu ami e perdoniamo.
    Facciamo una passeggiata sul mio corpo e ti mostrerò che la parte più profonda di ogni donna si sfiora sulla pelle e non c'è schiaffo al mondo che potresti mai darmi, e non c'è posto al mondo in cui mi potresti mandare perché io sono qui, qui dove tu sei, qui ovunque tu sia ora.

  • 04 luglio 2015 alle ore 12:13
    2010

    Come comincia:  Scusami... se un giorno raccontando della mia vita... parlerò anche di Te. Di te che mi hai sempre regalato un sorriso, di Te che mi hai sempre portato il sole nei giorni di pioggia, di Te che mi copri tutto il male con la tua dolce voce, di Te che sei una persona semplice, ma per me sei tutto, di Te che vorrei essere solo tua, di Te che nonostante gli anni che passano mi fai star bene, di Te che non hai paura di essere così come sei... di Te che sei vero/a, di Te che per me sei tutto.

  • 04 luglio 2015 alle ore 11:07
    2012

    Come comincia: Impossibile per me dimenticare una persona che mi porto nel cuore, è difficile per me dimenticare due occhi che mi piacevano e che ho fissato per lungo tempo, non posso dimenticare un bacio dato in un momento particolare. Queste cose le porterò nel cuore e nella mia mente perchè sono gesti spontanei che non ho cercato, che non ho aspettato. E' facile dire passerà, con il tempo sicuramente si, quando un altro sguardo incrocerà i miei occhi,quando un'altra mano accarezzerà il mio viso,potrà cancellare per sempre.

  • 04 luglio 2015 alle ore 7:08
    GREGORIO

    Come comincia: Appena entrata nella stanza guardai subito dalla sua parte, e lui era lì, come sempre. L'emozione era intensa e faticavo a controllare il tremore delle mani. Non mi ero più fatta viva e mi sentivo un po' in colpa. La stanza era sempre uguale, come l'avevo lasciata e come la ricordavo. Le gelosie accostate lasciavano entrare lingue di luce che mettevano in evidenza lo strato di polvere sopra i mobili. Mancava solo il lampadario di cristallo a gocce, e una lampadina pendeva modesta dal soffitto. Rividi la scena del lampadario che si staccava dal suo gancio e precipitava violentemente sul tavolo nuovo. Quel bellissimo lampadario, pagato a rate, costato tanti soldi,e neppure ancora finito di pagare, ammirato da tutti, simbolo di una ritrovata piccola parvenza di benessere dopo la distruzione della guerra, dopo la disperazione e la fame. Il tavolo era stato ricoperto da un foglio di opaline e recuperato, ma un altro lampadario non si era potuto comprare. E così era rimasta quella lampadina penzolante a ricordarci quanto il nostro illusorio benessere fosse precario. Era bastato quel crollo fragoroso per riportarci tutti alla consapevolezza dei nostri limiti. Io non l'ho vissuta la guerra, sono nata quando era già finita da tre anni; sono stata più fortunata dei miei fratelli e di mia sorella che invece la vissero da bambini. Ho avuto infanzia e adolescenza, invece loro bombardamenti, fughe nei rifugi, pasti a base di ravizzone, assenza di qualunque cosa possa far felice un bambino. 
    Adesso la stanza era lì e continuavo a chiedermi come avessi  potuto stare lontana tanto tempo. Ma si cercano sempre risposte senza provare a immaginare che le risposte potrebbero anche non esistere.
    Presi un fazzoletto di carta per pulire una sedia. Mi sedetti e rimasi in silenzio a respirare i ricordi.
    "E' da tanto tempo che ti aspetto" Mi voltai verso di lui. La sua voce era dolce e fui contenta di risentirla.
    "Ne sono certa. Vivere mi ha distratta molto, mi dispiace. Come stai?"
    "Non c'è male; un po' scricchiolante! Piuttosto, tu?"
    "Io ho pensato a te ogni volta che avevo bisogno di ritrovare la mia identità, e credi, le volte sono state innumerevoli!"
    "E' curioso, in considerazione di quanto ti ero insopportabile!"
    "No, non è vero, solo a volte. Ero piccola e avevo voglia di scappare."
    "E poi...l'hai fatto."
    "Sì"
    "Ti sento quieta, riflessiva, vedo nei tuoi occhi dolcezza e ragionevolezza."
    "La vita mi ha costretta a smussare gli angoli. Ma tu sai bene queste cose. Tu raccoglievi gli sfoghi, non solo miei,  sentivi ogni discorso, ogni progetto, ogni litigata. Sai, ho poi riscontrato che litigano tutti, specialmente quando si riuniscono per il Natale o altre festività. I parenti litigano fra loro, anche gli amici, anche i colleghi di lavoro. Ho dovuto imparare a guardarmi le spalle, sentendomi tanto vulnerabile, tanto fragile, e allora mi venivi in mente tu, e questa casa, tu, punto di incontro di tutta la famiglia; a volte litigavamo fra di noi per potere stare con te. E' vero, non sono più venuta qui, ma tu hai accompagnato tutta la mia vita. In questa stanza, davanti a te, mia madre fu adagiata sul tavolo da morta, perchè tutti potessero venire a farle visita. Io avevo tredici anni. Fuori casa avevano appeso degli spessi paramenti neri con le rifiniture color oro che mi facevano impressione. Tutte quelle carezze, tutta quella pietà per me che "non avevo più la mamma", quanto mi irritavano! E poi la leggerezza, la superficialità della giovane età, certo potevo mettere le prime calze di nylon, grige, perchè alla mia età il nero non era previsto, ed io mi pavoneggiavo con le mie prime calze "da grande" senza capirne il prezzo, senza capire niente!"
    "Tu stessa parli di giovane età, eri una bambina, cosa dovevi capire! Avresti capito più tardi, ed hai capito più tardi, vero? Se no non saresti qui."
    "Sì, ma capire non ha potuto cancellare il rimpianto. Mia madre se n'era andata, e con lei la mia infanzia. Dopo fu tutto diverso."
    "Ricordi il concorso?"
    "Certo che lo ricordo! Non volevo più partecipare perchè lei l'aveva tanto voluto, e ormai mi sembrava inutile. Partecipai lo stesso e suonai "Per Elisa". Mia madre mi è mancata tutta la vita, mi è mancato conoscerla e frequentarla. Chissà, forse mi avrebbe delusa? O sarebbe stata la mia migliore amica? Non lo saprò mai. Ma la sua voce non l'ho mai dimenticata. Lei suonava ad orecchio e cantava, tu ricordi vero, la sua bella voce?"
    "Sì, come dimenticarla. E come dimenticare una famiglia che viveva di musica, anche in mezzo a problemi quasi insormontabili? Io non ho voluto essere parte di un'altra famiglia. Ho voluto rimanere qui, a riascoltare echi di voci, di risate, di rincorse su per le scale di ragazzi che andavano verso il loro destino sconosciuto. E se tu oggi sei qui, vuol dire che sono servito a qualcosa."
    "Caro Gregorio, di questi sei ragazzi che si rincorrevano su per le scale di casa, ne sono rimasti soltanto due."
    "Gregorio?"
    "Sì, ti avevo dato un nome che sapevo solo io e ti avevo chiamato Gregorio."
    "Sei tornata per rimanere?"
    "Mi piacerebbe, ma non posso. Sono solo di passaggio, sto andando verso l'ignoto, ma ho ancora un po' di tempo per te."
    "Ho capito. Allora siediti qui davanti a me come quando eri bambina, e suona."
    "Ma non ricordo più niente!"
    "Ti aiuterò io che ricordo ogni nota che le tue piccole mani hanno impresso sui miei tasti ingialliti."
    Ubbidii e mi sedetti davanti a lui. Posai le mani sulla tastiera, caro vecchio Gregorio, e le mie mani volarono suonando come io non ero mai stata capace, creando melodie sconosciute e struggenti, mai ascoltate, mai composte prima. Allora lui mi parlò:
    "Ora che sei tornata non ha più senso che io rimanga qui. Non andrai sola verso l'ignoto, verrò io con te"
    Mi sentii traboccare di affetto.
    "Ho sempre saputo che quando fosse arrivato il momento avrei potuto contare su di te."
    Lo accarezzai. Così solido e imponente! Con quella sua incombenza così rassicurante. Con quella generosità fedele e piena di tenerezza!
    E mentre la musica inondava la stanza, spariva la polvere dai mobili, e dal soffitto pendeva luminoso il magnifico lampadario a gocce di cristallo. All'improvviso mia madre, mio padre, i miei fratelli erano lì; mi sorridevano, e mi parlavano. "Guarda Lora che dopo tocca a noi suonare!"
    E io ebbi la certezza che non sarei mai più rimasta sola.

     

  • 04 luglio 2015 alle ore 6:47
    LA VESTAGLIA ROSA

    Come comincia: La corsia era silenziosa. Un'infermiera camminava velocemente al richiamo di un segnale intermittente proveniente da una camera in fondo al corridoio. Io e Francesca ci fermammo nell atrio, lei teneva in mano la valigetta contenente le mie cose utili per il ricovero. Camicie da notte, vestaglia, ciabattine, biancheria intima, tutto rigorosamente nuovo, come si usa in certi frangenti.
    Una piccola suora tutta vestita di bianco si avvicinò leggera.
    "Desiderano?"
    "Buongiorno. Devo essere ricoverata" 
    "Ha l'impegnativa? E' prenotata?"
    "sì, sì" estrassi da una busta i documenti per il ricovero senza riuscire a dominare il tremore delle mani.
    "Si accomodi oltre quella porta. Le facciamo subito un prelievo di sangue. E' digiuna?"
    "Sì, mi avevano avvertita. Grazie"
    La suorina, silenziosamente come era arrivata, si allontanò in fretta.
    Guardai Francesca
    "Puoi anche andare via adesso, altrimenti farai tardi in ufficio"
    "Ma nemmeno per sogno. Aspetto di vedere dove ti sistemano, e poi voglio aiutarti a mettere a posto la biancheria. Non preoccuparti, l'ufficio può aspettare un po'."
    Cercavo di sorridere, ma non era facile.
    "Non sono mica una bambina, ho quarant'anni, anche se sono stata ricoverata solo una volta per partorire....insomma, posso farcela."
    In realtà pensavo con disperazione al momento in cui Francesca mi avrebbe lasciata lì da sola, e mi chiedevo come avrei fatto a controllare le lacrime che già mi premevano gli occhi e la gola.
    La suora tornò, effettuò il prelievo, sorrise.
    "Venga, l'accompagno in camera."
    La camera era a due letti: un armadietto, un lavabo, un tavolino con due sedie, due comodini. Il letto era così perfettamente pulito e ben fatto che non osammo posarci la valigetta. Guardavo Francesca che sistemava la mia biancheria nell'armadietto e temevo il momento del distacco, come se in quel momento, il distacco fosse dal mondo intero, da ogni certezza, da ogni progetto, da quel passato, presente, futuro in cui mi ero sempre crogiolata e sentita sicura come se ogni evento fosse già prevedibile e previsto, così previsto da risultare addirittura noioso. Adesso il presente era lì a segnalarmi che, mentre nulla avrebbe potuto modificare il passato, il futuro poteva non esistere. Ero ferma su un gradino e non dovevo più chiedermi se il prossimo mi avrebbe portato più in basso o più in alto. Ero lì a chiedermi se il prossimo gradino ci sarebbe stato.
    La voce di Francesca mi arrivò ovattata
    "Quale camicia da notte vuoi indossare?"
    "Ma perchè, non posso rimanere vestita?"
    "Guarda che sei ricoverata, devi spogliarti e metterti a letto."
    Era un controsenso spogliarmi e mettermi a letto all'ora in cui da sempre ero in piena attività in ufficio.
    Sarà tutto in sogno? Anche quando mi era stato diagnosticato il carcinoma mi ero chiesta se stessi sognando, e quando mi avevano informata che l'intervento doveva essere fatto subito, anzi prima di subito, e prima dell'intervento le radiazioni, e purtroppo nessuna garanzia che non fosse già troppo tardi. Un sogno? Tutto un sogno? Che ne era di me, di ciò che ero stata fino a pochi giorni prima? Dov'era quella stupida donna che mai aveva riflettuto sull'evento della sua morte? Eppure ne aveva già viste di persone morire. Cosa aveva pensato? Che a lei non potesse capitare? No, non aveva proprio pensato, mai.
    "Sembri una bambola con questa vestaglia rosa. Come ti senti?"
    "A terra. Ho voglia di piangere. Vai Franca, lo sai che mi imbarazza piangere davanti a qualcuno."
    "Va bene, torno a mezzogiorno, nella pausa pranzo."
    "Tumore" pensavo. Ecco come ci si sente quando all'improvviso questa parola terrificante entra a far parte della tua vita. L'angoscia che mi attanagliava la gola mi impediva di respirare liberamente. Mi sentivo soffocare. Devo calmarmi, pensavo. Cercare di respirare adagio, e profondamente, non sto soffocando, è tutta una questione di ansia. Devo distrarmi, pensare a qualcosa di diverso, di bello. Cercavo dentro di me quei sotterfugi che mi avevano sempre aiutata a superare i momenti di grande agitazione, ma non ottenevo risultati. Possibile che non riuscissi più a prendere per i fondelli la mia emotività? Non potevo fare niente, la paura si era impossessata di ogni mia cellula e nulla potevano i miei sciocchi trucchetti. Già, potevano andare bene quando mi arrabbiavo con mia figlia, o quando qualcosa non funzionava al lavoro. Potevano andare bene se mi andava a monte un evento che mi interessava, una serata, un appuntamento, un viaggio. Ma questo era un gigante, un mostro che mi schiacciava senza pietà, senza neppure vedermi, questo sconvolgeva la mia vita. La mia vita? Vivrò? Morirò? Forse morirò. Ecco devo abituarmi all'idea che forse morirò, mi ci devo preparare fin da adesso. Morirò. E se morirò? No, impossibile pensarci. Impossibile accettare di lasciare tutto: mia figlia di soli sedici anni, la mia casa, i familiari, gli amici, tutto il mio mondo. Certo, il mondo, i miei occhi chiusi per sempre, non più i risvegli della natura, non più la musica, non più le risate, le chiacchiere, gli abbracci. Solo un grande silenzio, un buio eterno. Il buio della mia faccia premuta contro il cuscino per nascondere le lacrime, per attutire il suono dei singhiozzi. Ma ho solo quarant'anni, ho ancora tante cose da fare! A chi lo dicevo? Al mostro? Erano troppo in alto le sue orecchie perchè mi potesse sentire. A chi lo dicevo? Lo dicevo a quella me stessa nervosa, aggressiva, litigiosa, sempre pronta a reazioni eccessive, insensate, disposta a discutere fino all'esasperazione su qualunque cosa? Lo dicevo a quella demente che quando era molto adirata arrivava a dire "non fossi mai nata"? A chi, a chi lo dicevo! Non voglio morire, non voglio morire!
    Sentii una mano accarezzarmi i capelli. Era la suorina.
    "Non si abbatta. Deve avere coraggio, deve credere nella sua guarigione. Abbia fede."
    "Mi dispiace, è stato più forte di me"
    Avevo sollevato la testa dal cuscino e subito mi ero vergognata della la mia fragilità.
    "Non stia qui a pensare...venga con me... le faccio vedere il reparto."
    La suora mi aveva presa per mano. Mentre andavo con lei mi chiedevo come mi fosse passato per la mente di comperarmi una vestaglia rosa, ma perchè rosa, così vistosa, così "frufru". Ma Santo Cielo! Come avevo potuto scegliere una vestaglia rosa!
    "E' molto graziosa la sua vestaglia, porta un po' di colore in questo corridoio così grigio!"
    Mi aveva letto nel pensiero? Aveva intuito il mio disagio? O era semplicemente sincera? Mah, però mi sentii meglio.
    Lungo il corridoio passeggiavano alcuni degenti con dei vistosi segni blu tracciati sul collo.
    "Cosa sono?"
    "Sono i punti verso i quali viene mirata la radiazione"
    Qualcuno camminava adagio, altri meno incerti.
    Rimasi colpita da un incontro in particolare. Un uomo in sedia a rotelle che fissava il vuoto e si vedeva quanto la malattia l'avesse consumato. Gli occhi grandi in un viso ormai scarno e le mani pesantemente abbandonate sulle gambe. Aveva la testa un po' reclinata da un lato e io non riuscii a stabilire quanti anni potesse avere. Ci guardammo e lui mi sorrise accennando un saluto, e anche la signora che lo accompagnava mi sorrise. Anch'io sorrisi e mi chiesi come avesse potuto un uomo in tali condizioni trovare la forza di sorridermi.
    Fu di fronte a quell' uomo che cominciai a vergognarmi di me stessa.
    Man mano che camminavo accanto alla suora e lei mi spiegava le varie situazioni, sentivo che pian piano l'angoscia si scioglieva, e timorosa entravo a far parte di un mondo al quale non ero abituata a pensare durante le giornate della mia vita. Un mondo di sofferenza silenziosa e dignitosa, ma anche di autentica incredibile speranza.
    "Torno subito" disse la suora "mi hanno chiamata" e si allontanò.
    Mi aveva lasciata di fronte all'ultima camera in fondo alla corsia. Lì, appoggiata al davanzale della finestra, c'era una donna vestita di nero che mi stava guardando. Era alta, i capelli neri raccolti dietro la nuca, il viso dai lineamenti belli e gli occhi neri splendenti.
    "Buongiorno" le dissi e mi sentii di nuovo a disagio nella vestaglia rosa.
    "Ha qualcuno ricoverato qui?"
    Lei guardò verso la camera.
    "Mia figlia di diciannove anni. Siamo qui da un anno. Veniamo dalla Calabria. Non rimane quasi più nulla di lei, solo la voce per gridare la sua sofferenza. Ma io spero in un miracolo. Lei è molto grave, molto sofferente. Non si può più toccarla per spostarla. Ormai viene spostata avvolta nel lenzuolo, ma il dolore è grande lo stesso."
    Io non trovavo nulla da dire a quella madre, proprio nulla che non fosse inutile, banale, stupido. La guardavo in quei suoi occhi lucidi di disperazione mentre continuava a parlare, anzi a sussurrare con un filo di voce:
    "Io vivo qui, accanto a lei. Prego, prego sempre. Per i medici non c'è nulla da fare, ma Dio, se vuole..."
    Provavo una grande pena e istintivamente le misi una mano sul braccio.
    "Se non le spiace ogni tanto verrò a chiederle notizie" Ma non ebbi il coraggio di entrare nella camera della ragazza.
    La donna mi sorrise.
    Ritornai in camera mia e mi accorsi che avevo la mente affollata da tante persone, tutte quelle che avevo incontrato quel mattino, e quando alle dodici e trenta arrivò Francesca mi accorsi che il mondo esterno era già lontanissimo dai miei pensieri. La accolsi sorridente.
    "Ti senti meglio?" Francesca mi abbracciò.
    "Sì, in poche ore ho imparato tante cose e credo che prima di uscire da qui ne imparerò ancora molte. C'è tanta sofferenza intorno a noi, perchè non ci pensiamo mai?"
    "Non so, forse per egoismo e per difenderci. Penso sia nella natura umana cercare di non soffrire. D'altronde siamo sempre così impegnati, affannati, ci rimane poco tempo per pensare a tante cose."
    "E' vero, finchè non si viene coinvolti, come capita a me adesso. Stamattina mi sono resa conto che qui c'è gente molto più ammalata di me.
    Una signora ricoverata nella camera accanto alla mia, sentito il mio problema, mi ha detto che non mi devo preoccupare perchè io mi salverò. Ma non sarà così per lei che il male ce l'ha nel polmone. Sapere questo mi ha scombussolata. Perchè mai dovrei essere privilegiata senza averne alcun merito? Perchè Dio permette queste cose?"

    "Dio non c'entra, secondo me è l'essere umano che genera la sofferenza"
    "Sì Franca, però Dio permette la sofferenza degli innocenti e io non me lo spiego. Se mi salverò, mi chiedo perchè a me sarà concesso e ad un altro magari più meritevole di me no."
    Saggiamente Francesca mi interruppe.
    "Non vuoi sapere cosa è accaduto stamattina in ufficio? Tutti ti salutano e si augurano di rivederti al più presto in mezzo a noi."
    "Ti ringrazio Franca di essermi così vicina, ti voglio bene"
    "Anch'io ti voglio bene, vedrai che presto tutto questo sarà solo un ricordo."
    Ma io sapevo che "tutto questo" mi avrebbe profondamente cambiata, e già mi sentivo diversa. Quella sera stessa, la prima che vissi in ospedale, udii nel silenzio della corsia quasi buia quella voce, la voce della ragazza diciannovenne che gridava il suo dolore, la sua infinita stanchezza "mamma...mamma... non ne posso più, fammi morire, voglio morire."
    Mi raggomitolai nel letto e il mio corpo era percorso da brividi. "Oddio" pensavo "fate qualcosa, non lasciatela soffrire così, fate qualcosa" e le lacrime scendevano lungo il mio viso, inarrestabili, e di nuovo i singhiozzi si spegnevano contro il cuscino. Ma piangevo per lei.
    Cominciava per me un percorso incredibile in cui quasi dimenticavo la mia malattia per condividere la sofferenza di altre persone.
    I miei occhi iniziavano a vedere oltre l'oscurità di una vita vissuta in ragione di me stessa, delle mie necessità, dei miei stupidissimi bisogni e desideri, dei nervosismi ingiustificati e a volte infantili.
    Mi addormentai stanca, sfinita da tutte le emozioni vissute in quella prima giornata di ricovero, la prima di tante che mi avrebbero vista cambiare totalmente il mio carattere, che avrebbero tirato fuori tutta quell'umanità che c'era dentro di me, imprimendo  poco a poco la mia vera rinascita.
    Imparai presto a camminare in corsia con  la mia vestaglia rosa, portando sorrisi dove potevo. Mi affacciavo sulla soglia delle camere di tutti quegli ammalati che non potevano alzarsi e chiedevo se ci fosse bisogno di qualcosa. Mi fermavo a chiacchierare con tutti, ascoltavo le loro necessità, gli sfoghi. Imparai che tutti, anche quelli che stavano tanto male e non avevano alcuna speranza perchè, al contrario di me, "inoperabili", tutti mi vedevano volentieri. Ecco che finalmente la mia allegria, anche la leggerezza, erano incanalati nella direzione giusta.
    A volte mi fermavo davanti ai finestroni e guardavo il traffico assordante, pensavo all'ufficio, al lavoro, a tutto quel mondo a cui sentivo di non appartenere più. Io ormai appartenevo al lungo corridoio, agli ammalati, alle piccole incombenze di ogni giorno. Quante piccole cose: la distribuzione delle medicine, il passaggio dei medici, i pazienti che camminavano in corsia, quelli che potevano. E poi il pranzo, il silenzio pomeridiano, la cena, il bisbigliare della suora e delle infermiere. E quando la giornata finiva e le luci venivano abbassate, indossavo la mia vestaglia rosa e andavo nella camera accanto dalla signora col tumore al polmone. Mi sedevo vicino a lei cercando di distrarla, di sistemarle i cuscini: lei non poteva sdraiarsi, non riusciva. Ormai da troppo tempo era costretta a dormire seduta, con la schiena appoggiata ai cuscini. Prendeva la mia mano fra le sue e la stringeva, e poi sottovoce: ho quattro figli, sono una brava persona, non ho mai fatto male a nessuno, vorrei solo non dover soffrire così tanto per morire.
    Io non trovavo risposte, non c'erano le risposte. Stavo lì seduta e condividevo con lei l'unica cosa possibile: il silenzio.
    Temendo, e aspettando, forse, la morte, stavo finalmente scoprendo la vita.

  • 01 luglio 2015 alle ore 21:22
    VENEZIA LA LUNA E TU.....

    Come comincia: Quando suonò il telefono, io ero già lì vicino, in attesa. E' un po' che aspetto, gli dissi, ma lui non fece caso alla mia protesta. Senti, mi disse, ce l'hai una ventiquattrore? Oddio, pensai, cosa mai sarà una ventiquattrore? Il mio silenzio in risposta fu piuttosto eloquente. Una valigetta, mi disse, non ce l'hai una valigetta per stare via due giorni? No, non ce l'avevo, ma dov'era il problema? La compro oggi. Perchè? Perchè domani passo a prenderti e stiamo via due giorni. Che meravigliosa sorpresa! Ma che bellezza! Dove andiamo? Non te lo dico dove andiamo, è una sorpresa. Mi precipitai immediatamente in un negozio di borse e valige e passai in rassegna un po' di ventiquattrore, fino a che trovai quella che mi piaceva. "Ventiquattrore", ma che razza di nome, pensavo. Il mattino seguente puntualissima lo aspettavo sotto casa. Scarpe basse tipo paperine, gonna nera svasata, maglietta rosa, borsetta, valigetta, e tutti i miei magnifici diciannove anni. Lui sì che era un uomo di mondo! Io ero una ragazzotta di provincia, lontana provincia, timida, impacciata, e perennemente preoccupata di non essere "all'altezza" e di fargli fare brutta figura. Quando arrivò e scese per aprirmi la portiera dell'auto e avvolgermi fra le sue braccia, ogni incertezza svanì: perfino ad una sprovveduta come me era evidente il suo amore. Andiamo a Venezia, mi sussurrò all'orecchio. Non ero mai stata a Venezia e non stavo nella pelle dalla gioia. Durante il viaggio lui mi raccontò un mucchio di cose della sua vita, ben più vissuta della mia, e poi mi illustrò i panorami, le località che si vedevano in lontananza oltre l'autostrada, e che lui conosceva benissimo. Sono bellissimi i paesaggi del veronese, del vicentino, ed io pendevo dalle sue labbra. E quando attraversammo il lungo ponte prima di Venezia, e il mare si aprì davanti ai miei occhi, pensai che non avrei potuto essere più felice di così. Quando fu sera lui mi portò in un ristorante sul mare, un grande ristorante. Lo sciacquio gentile dell'acqua mi cullava, e gli spruzzi sotto il pontile arrivavano a lambirmi i piedi. Ci sedemmo l'uno di fronte all'altra, gli occhi negli occhi, le mani nelle mani, la luna si rifletteva nell'acqua luccicante. Un sogno, un autentico sogno. Ma poi abbassai lo sguardo sul tavolo e allora sì che rimasi atterrita: accanto ai piatti c'era una serie di posate, tante, troppe posate di cui un paio che non avevo mai visto nella mia vita. Due bicchieri non mi spaventavano, il piccolo per il vino e l'altro per l'acqua. Anche dei piatti ormai sapevo tutto. Ma tutte quelle posate! Mi accorsi che le mie mani cominciavano a sudare e così le ritirai velocemente dalle sue. Qualcosa non va? Disse lui. Ma no, figurati, è tutto bellissimo! Risposi io con un filo di voce, senza riuscire a distogliere lo sguardo dalle posate. Arrivò il cameriere con gli antipasti di pesce ed io pensai: adesso guardo quello che fa lui e copio. Ma lui, cavallerescamente, attendeva che io cominciassi a mangiare. E aveva anche un discreto appetito. Ma non mangi? Incalzava. Sì, sì, comincia tu, anzi prima beviamo un po' di vino! Non c'era davvero modo di uscire dalla situazione, e così coraggiosamente presi una forchetta e un coltello a caso, proprio mentre lui prendeva una specie di palettina apposta per il pesce, seppi in seguito. Rimanemmo entrambi con l'utensile a mezz'aria e lì ebbi la conferma del suo amore. Se ti trovi in difficoltà col coltello, puoi provare la palettina, è molto comoda, disse guardandomi negli occhi. E poi aggiunse: ho ordinato qualcosa di veramente eccezionale per dopo, non te lo immagineresti mai. Fra l'altro è la specialità del ristorante.
    Infatti dopo arrivarono due vassoi giganteschi di scampi ai ferri. Come fare a dirgli che i crostacei non mi piacevano, che il solo vederli mi dava la nausea? Avrebbe continuato a reggere l'amore?